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Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team.
MANFREDO PALAVICINO
O
I FRANCESI E GLI SFORZESCHI
STORIA ITALIANA
RACCONTATA DA
GIUSEPPE ROVANI
SECONDA EDIZIONE
——
MILANO 1877
PRESSO Carlo Barbini EDITORE
Via Chiaravalle, 9
INTRODUZIONE
Uno Stato che, dopo aver raggiunto, quasi potrebbe dirsi, un primato di prosperità, di floridezza e di coltura, si arresta improvviso, tentenna, si sconnette, perde finalmente tutto quanto aveva acquistato con un lavoro assiduo di mezzo secolo; nè solo perde ciò che possedeva di bello e di grande, ma cade nel più profondo della miseria e del languore; questo Stato, io dico, presenta senza dubbio uno spettacolo troppo degno che alcuno vi si fermi coll'attenzione; e tanto più in quanto contemporaneamente e nel medesimo paese, un'altro Stato raccogliendo gli effetti del lavoro di più secoli, e per l'impulso speciale e potente d'un uom solo, si porta invece di tratto al più alto punto della civiltà, e veste uno splendore ed un lusso, dirò quasi, festoso e tripudiante.
Quest'epoca e questo paese, in cui succedono due fatti così opposti, offrono un bel materiale d'operazione allo storico ed all'artista. Allo storico per l'indagine sagace delle cause, per la stima sapiente degli effetti; all'artista per quel forte contrasto d'elementi, di figure, di passioni, di tinte da cui, quasi sempre, suol scaturire il bello delle opere d'immaginazione.
Però codesto tratto di storia è l'argomento che sarebbe piaciuto poter sviluppare intero nel presente lavoro: Milano e Roma, le due prospettive da colorirsi a quelle così opposte intonazioni di tinte. Milano co' suoi duchi scaduti, viene a trovarsi implicata colla Francia, il suo re battagliero, i suoi luogo-tenenti crudeli; Roma e il magnifico suo pontefice che sono intesi a spegnere la folla dei tiranni nella media Italia, obbrobriosi per delitti e atrocità d'ogni maniera; nel mentre questi, aiutando Francia per tenersi forte contro il pontefice vengono a concorrere alla rovina del Milanese, fintantochè, percossi da Roma più potente, lascian nudo un fianco alla Francia, e Milano, giovata da quest'ordine di cose, da Roma, dalla lega, può riaversi un tratto da quel duro e atroce regime.
Dramma a larghissime dimensioni, nel quale più Stati son le figure colossali che aggruppano il nodo e s'affaticano allo scioglimento.
Se non che, trattandosi di un'opera d'immaginazione, in cui la materia storica dev'essere così stemprata nel diletto, che facilmente venga digerita anche dalle più gracili intelligenze, conveniva diminuire le troppo ampie dimensioni coll'accostare la periferia più che fosse possibile al centro, adoperando per altro di maniera, che se ne conservassero intatte le proporzioni relative; conveniva insomma far quello che fa la camera ottica, la quale, su d'una piccola tavola, raccoglie ciò che appena potrebb'essere contenuto da uno spazio di migliaia di metri.
A far questo era indispensabile un punto, che porgesse il mezzo di congiungere senza soverchia fatica, e, quel che più importa, senz'artifizio troppo palese, tutti gli elementi così lontani tra loro e così disparati; cosa che non sarebbe stata difficile qualora, camminando suite solite orme, si fosse voluto introdurre un personaggio ideale, e dare a lui l'incarico di guidare i lettori nella via della storia, e di connettere le cause e gli effetti de' più notabili avvenimenti.
Ma essendosi l'autore intestato che il protagonista avesse ad essere propriamente storico, se ne sarebbe al certo rimasto co' suoi desiderii, se la storia medesima non si fosse, a dir così, espressamente adoperata per mettergliene innanzi uno che a farlo apposta, non poteva per certo riuscir migliore.
Questo è il Manfredo Palavicino, giovane patrizio milanese, del quale l'ingegno e l'animo forte, le svariate vicende della vita e l'ultime sventure, porgevano senz'altro aiuto, abbastanza da fermar l'attenzione anche de' più indifferenti e svogliati.
Appartenendo esso alla classe de' patrizii, sebbene avverso al loro partito, ci porge tuttavia il mezzo d'investigare quanta parte avesse quel ceto nel complessivo risultato storico rispettivamente alla Lombardia nel secolo XVI.
Avendo, per essersi incontrato nella figlia del signore di Bologna, contratte relazioni e nimicizie ed odii con taluno che dominava nella media Italia, ne fa conoscere in parte la condizione, gli usi, gli abusi; ne conduce finalmente a veder Roma, la città eterna, dove per assai tempo ebbe a fermare la sua dimora.
Nemico alla Francia, e da lei assiduamente perseguitato, caldissimo fautore di Francesco Sforza e a lui carissimo, ne mette in bella luce le virtù di questo, ne fa conoscere l'ingiustizia di quella.
Sovrattutto parve all'autore, dopo aver tentato i segreti della storia, riuscisse sovramodo interessante il gruppo di quei tre personaggi Palavicino, Ginevra Bentivoglio, Sforza, perchè in quel loro incontro, nello stesso luogo e nel medesimo tempo, in quella parità di giovinezza, in quell'associazione di vita e di comunanza d'interessi, (comechè breve e lontana sia l'opera dell'ultimo di essi), in quel forte legame d'amore, a non voler star paghi del nudo fatto e della semplice cifra, gli sembrò vedere qualche cosa più di un puro accidente, ma alcun che invece di altamente prestabilito, ma una mano, provvida e sapiente che avesse espressamente gettate nel mondo e aggruppate quelle tre creature, perchè nel mentre avevano a soffrire per le colpe dei loro padri e della loro classe, ne fossero in una volta l'espiazione e la riparazione potente.
In questi tempi, in cui la fantasia stranamente prodiga di taluno de' nostri vicini d'oltremonte è usa imbandire così laute e forse indigeste mense alla folla incontentabile, ed a stordire il lettore nella sua noja più forse che ad appagarlo nelle sue pretese, lo trascina, quasi potrebbe dirsi, a coda di cavallo, sul popolato campo della vita attuale. In questi tempi che i labbri, viziati dagli spiritosi e forti liquori, facilmente fastidiscono ogni altra bevanda che loro sia porta, è ardua cosa assai il gettare alle moltitudini un libro qualunque esso sia.
Però l'autore non può dissimulare l'insolito timore dal quale è preso nel pubblicare il presente.
Di sè, dell'opera propria ha sempre dubitato e dubita tuttavia, con sensibile stringimento dei precordi, non tanto però quanto dell'inesorabile pubblico. Di questo pubblico sazio dall'abuso, indifferente, svogliato, e per nulla disposto a sperar bene di un lavoro che sia fatto da italiano, stampato in Italia, trattante italiane cose, e che lasciando il presente, benchè senza mai dimenticarlo, risalga al passato.
Ad ogni modo il libro è questo. L'autore vi si è applicato con amore, che nel corso dell'opera talvolta fu più, talvolta fu meno, talvolta eccessivo, talvolta anche nullo; ne ha concepita inoltre qualche speranza che comparve, disparve e ricomparve coll'assidua intermittenza delle febbri terzane. Ora quel che ne attenda, non saprebbe dir con certezza. Il lettore ci provveda, provvedeteci voi, amabili leggitrici, e perciò vogliate ascoltare una parola ancora.
Se talvolta facendo la via per certe aride steppe, l'ambio della cavalcatura fia per esser lento qualche poco, procurate rintuzzare il soporifero della noja, rintuzzarlo confortandovi nel pensiero che verrà il tempo delle corse affannate, delle aspettazioni ansiose, delle scosse non attese, dei forti affetti, e degli angori, più dell'acre cipolla, formidabile ai vasi lacrimali; e che forse anche dopo caduto il libro dalle mani vostre, le oscillazioni vorranno continuare per qualche poco ancora.—L'autore lo spera—Sperate anche voi.
PERIODO PRIMO
CAPITOLO PRIMO
Quel canto della contrada delle Ore, ove alzando un tratto lo sguardo, si ha il vantaggio, di vedere un lato della chiesa di s. Gottardo e la torre del suo famoso orologio, che è sempre un buon pezzo d'architettura, non fu mai, a nessun'epoca, oggetto di molta attenzione; ed è in questa parte, dove la massima noja viene oggidì ad assalire il granatiere del corpo che vi passeggia a guardia; soltanto trecentoventinove anni or fanno[*], il giorno de' santi Cornelio e Cipriano, che cadeva allora al tredici settembre, la parte di popolazione che poteva reggersi sulle gambe, passò quasi tutta per di là, a gettare un'occhiata ben attenta a quell'angolo che in quel dì ebbe un successo, quale non ebbe a vantar mai nè prima nè dopo. A quel canto si vedeva bensì un'immagine di Maria Vergine, che ora non c'è più, dipinta piuttosto male da uno scolaro di Luino per mezzo scudo del sole, con innanzi due torchietti sempre accesi e due vasi di fiori sempre freschi, alla cui conservazione e spesa tanto ordinarie che straordinarie sopratendeva il barbiere che vi avea bottega lì presso. Del resto non offrendo allora quel luogo nulla di diverso da quanto possa offrire oggidì, si poteva ragionevolmente maravigliarsi vedendovi una così gran moltitudine ferma ad osservare, non potevasi congetturar cosa. Ma nella notte prima, quando battevano le sei ore appunto all'orologio di San Gottardo, un gentiluomo, accompagnato da un suo famiglio, era stato colà assalito da quattro soldati con spadoni e pugnali; il gentiluomo n'era rimasto affatto affatto illeso; e i quattro assassini, inseguiti, agguantati, percossi, e strettamente legati dalle guardie svizzere dell'eccellentissimo duca, erano stati condotti in castello. Avvenimento che da tutti era qualificato per un vero miracolo, la cui spiegazione non poteva esser difficile, per essersi commesso l'attentato sotto gli occhi medesimi della Vergine Santissima.
[*] La prima edizione della presente storia fu pubblicata nel 1845.
La folla aveva cominciato fermarvisi, a che appena suonava la prima avemmaria in Duomo, e cambiata e rinnovata, è impossibile dir quante volte, vi stava stipata or tuttavia che i monsignori nella sagrestia orientale s'adattavano in fretta la cappamagna, battendo in quella gli ultimi tocchi de' vespri; trattavi anche allora, come sempre, da quella specie d'istinto pel quale ci sembra che la presenza del luogo ov'è avvenuto un gran fatto ci aiuti a ricostruircelo in mente, anche senza esserne stati testimoni, e malgrado il silenzio delle muraglie. Del resto, ad un simile silenzio s'affannava in quel giorno di soccorrere l'eccessiva loquacità del barbiere, il quale, fin dalla notte, s'era, al rumore insolito, affacciato alla finestra, aveva anche esso data una voce, aveva veduto e traveduto; all'alba, chiamato giù dagli avventori che lo martellarono di domande, aveva saziata la curiosità loro; interrogato poi da tutti quanti passavano per di là, s'era assunto l'ufficio di narratore, e quelle cinque o sei frasi, nelle quali stava racchiusa tutta la storia del fatto; le aveva quel di repetute, non si può calcolare quante centinaia di volte.
E anche in questo momento che continuavano i tocchi della campana de' vespri, stava intertenendo dell'avvenuto due o tre che attentamente lo ascoltavano.—Ecco, qui, diceva, quando mi sono affacciato col lampione, gli assassini fuggivano per di qui, e i due soldati della guardia venivan già loro alle coste molto bene, intanto che sei o sette labarde del duca correvano a furia dalla piazza. Il marchese stava fermo a questo posto, lo vedete… a questo posto qui dove son io; teneva ancor sfoderata la spada, e dicendo al famiglio che cessasse ormai dal gridare tant'alto, che più non era bisogno, rideva vedendolo così fuori di sè; ma colui era tanto scalmanato che non l'udiva nemmanco, e continuava a mandar grida.
—E tu cos'hai fatto allora?
—Per me non sarei già disceso, cari signori; ma quando m'accorsi ch'era il Palavicino, gli diedi una voce e dissi: Signor marchese, si faccia coraggio! e venni abbasso e uscii sulla strada. Dico al marchese: Fate a modo mio, bevete un bicchiere di Monterobbio, che ne ho ancora una botticina per fortuna… e so cos'è spavento…. A queste mie parole lui s'è messo a ridere… e….
—Diavolo… volevi che si sconciasse per sì poco uno che fu alla battaglia di Ravenna e di Novara?
—In quanto a questo avete torto, chè la guerra è tutt'altro gioco…. Ma, come dicevo, lui s'è messo a ridere e mi prese la mano, già sapete quanto è affabile quel signore, e mi fece tenere un mezzo ducatone, che è questo qui che vedete, ancor nuovo di zecca, e mi disse: Il Monterobbio lo berrete voi. Dopo si volse un tratto all'immagine della Madonna, e levatosi il berretto, mi parve dicesse delle divozioni, e subito dopo tornò a Palazzo.
A questo punto pareva che il barbiere avesse finito di parlare, ma si volse in quella ad un altro.
—Vorrei mò sapere precisamente, diceva quel tale, come fu codesta storia di jeri notte?
—Ecco qui; quand'io mi sono affacciato gli assassini fuggivano….
—Oh, basta! entrarono allora a dire ad una voce molti borghesi, che quella storia l'avean già sentita a ripetere più di tre e più di quattro volte. Di questo ne sappiamo assai…. Adesso sarebbe una gran cosa il poter sapere chi ha pagati i sicarj….
—Questo è bene quanto vorrei sapere anch'io; ma… fammi indovin….
—Io l'avrei bene il mio sospetto.
—Sentiamo, sentiamo, sentiamo.
—Siccome ognun sa i brutti guai che intervennero fra il giovane ed il vecchio marchese suo padre, e in che duro modo esso abbia cacciato fuor di casa il flgliuol suo, e che anche adesso lo vorrebbe morto, tanto è trasportato dall'ira, perchè sia così stretto amico dello Sforza, pensando poi che domani il giovane marchese sarà a combattere contro i Francesi, pe' quali il pessimo vecchio darebbe l'anima, così crederei….
—Oibò, oibò! che dite mai?… un padre?… Ma un padre può bene far tutto che vuole, non mai attentare alla vita del proprio figliuolo…. Oibò!… che diavolo avete detto?
—Ma cosa so io?… se ne odono di così strane a' nostri di, che….
—No-no-no, entrò a parlare un terzo, che s'era allora allora accostato al crocchio, e al quale tutti fecer largo; Carl'Ambrogio ha parlato bene…. Un padre, per quanti dispetti possa avere, non si attenterà mai di fare una così infame azione. Sapete piuttosto cosa sarà?… Sarà, che siccome a' Francesi è noto che il Palavicino è caldo amico dello Sforza, e che la sua buona spada pesa per dieci, e va poi innanzi a tutti nell'odiar loro, così crederei….
—Oh questa è grossa, è grossa, il mio caro Burigozzo.
—Ma lasciatemi dire.
—Ho compreso bene, non si sbaglia; ma è grossa, torno a ripetere. Se dà la sorte, i Francesi che voi dite non san forse nemmanco che esista il marchese. Il marchese è noto qui fra noi, perchè semina, come suol dirsi, i ducati per le contrade. È noto pei grossi guai che ha detto qui Carl'Ambrogio, per le tante lagrime che è costato a quella cara donna di sua madre, la quale avrebbe avuto a ringraziar Dio se fosse caduta morta il dì stesso che andò sposa del vecchio marchese: per queste cose dunque esso è noto fra noi; ma fuori del Ducato chi volete che sappia nulla di tutto ciò? E i Francesi?… Ma posto anche che i Francesi conoscan lui, com'io conosco voi…. e così…. che credereste?… potrebbe lor forse dar ombra codesto giovane, per quanto sia buona la lama della sua spada?…. È grossa, insomma; è grossa, e non mi par vero che abbiate parlato voi!
Facendo questi e simili discorsi quelle tre o quattro persone, passo passo, allontanandosi da quel luogo, trassero sotto la piazza del duomo, attraversata la quale, si ridussero verso al portico de' Figini, dove tornarono ad unirsi in crocchio permanente innanzi ad una bottega di merciaio.
Se un pittore, al quale un comittente, buon amico de' tempi andati, desse a ritrarre in tela una radunata di popolo nel principio del secolo XVI sulla piazza del duomo, si credesse, senza passare più in là, di poter rispondere al bell'assunto, col fare il suo bozzetto ritraendo la piazza quale si presenta oggidì, farebbe assai male le cose sue.
Nè basta che anche in oggi sia quell'area medesima di tre secoli fanno, quel medesimo duomo; quel portico, quel palazzo ducale istesso. La mano del tempo, quella degli uomini, il progresso, e talvolta, se pur vuolsi, il regresso, coll'assiduo mutare e rimutare, tanto e poi tanto vi ha tolto ed aggiunto, che se il buon Burigozzo, che noi abbiam veduto ridursi alla sua bottega, tornasse, per un miracolo, tra' vivi, assai penerebbe ad orientarsi.
Quella gran macchina del duomo incompiuta, coperta di tanti impalcamenti quante sono adesso le sue guglie, era tale ormai che già faceva inarcar le ciglia di stupore a' riguardanti; ed anzi non dando luogo a determinare precisamente, per la sua imperfezione medesima, quel che ne sarebbe riuscito, condotta che fosse all'ultimo termine, faceva che nella fantasia degli spettatori, come suole avvenire, più ancora se ne ampliassero le già colossali dimensioni. Nè la natura e più che tutto la forma degli edifizi che le stavano intorno contrastavano a quella gotica mole. Il portico de' Figini, surto da quasi due secoli, non presentava quell'incomportabile miscuglio d'architettura che tanto offende oggidì. Su quelle colonne, su quegli archi a sesto poggiava un sul piano di case co' finestroni di forma al tutto gotica, ornati di pietre cotte ad arabeschi e aventi nel mezzo una sottile colonna sulla quale si congiungevano due piccoli archi; tutta quella parte d'edificio che dalle colonne s'innalzava al tetto, per la forma, per gli ornati, per la tinta di un rosso fatto cupo dal tempo, rendeva immagine press'a poco dell'odierna facciata dell'Ospedal Maggiore. Rimpetto al portico dove or sorge quel rozzissimo corpo d'edifizi, senza un colorito al mondo nè di tempi, nè di civiltà, nè fosse pur anco di vetusta barbarie, l'area era allora affatto sgombra, e soltanto sorgeva qui e colà alcune trabacche, le quali per altro non impedivano che l'occhio da quel lato spaziasse per un ambito infinitamente più ampio che non sia oggidì, e per cui tutto si vedeva il palazzo ducale, d'architettura gotica esso pure, esso pure contesto di pietre cotte, alle quali il tempo aveva dato quella tinta severa, che segna, se può passar l'espressione, l'aristocrazia degli edifizi; archi a sesto acuto in fila, finestroni larghi, alti, a due archi, ad ornati arabeschi. Stemma visconteo e sforzesco in vetta a tutte le porte.
L'uniformità dunque dell'architettura in due distinti edifizi che sorgevano accanto al duomo, la loro tinta severa era ben lontana dal produrre quella sensazione disgustosa che oggi per avventura può nascere in chi stia contemplando quel pensiero sublime, gigantesco, incomparabile del tempio, in mezzo alle tante incompatibili, dirò, sgrammaticature che gli stanno intorno.
Un altro edifizio poi concorreva col resto a far sì che la piazza si mostrasse allora con aspetto sì diverso da quel d'oggigiorno, ed era la chiesa di santa Tecla, l'antichissima ausiliaria del maggior tempio milanese, la quale gli sorgeva quasi di fronte e guardava colla facciata la strada Marzia che le si apriva rimpetto.
E quale all'epoca, a cui ci troviamo, presentavasi la piazza, si può anche dire si presentasse la città, su la cui faccia architettonica, parlando de' principali edifìzi, v'era un colorito di età e di grandezza che presso noi è al tutto scomparsa. Ad onore del vero si ha a dire bensì che immensamente ha guadagnato in quanto a comodo ed a pulitezza; e come potrebbe essere altrimenti? che scomparvero quelle vie bistorte, quelle fronti mostruose di case, gl'impuri angiporti, le corrompenti chiaviche, le lobbie, i cavalcavia, le bicocche, le impalcature che allora la deturpavano; ma con queste quante altre cose scomparvero! Quanto ha perduto in faccia all'arte, in faccia alla storia! A vederla com'è oggi, sembra in tutto una città surta da ieri; per conoscere la sua vita è mestieri ricorrere al volume, nè per richiamarsi in mente le sue epoche memorabili non basta un colpo d'occhio che si getti su lei da qualche eminenza; tutto fu raschiato via, parrebbe a bell'apposta, dagli artistici pregiudizi, costringendola, direi quasi, a far la figura d'un patrizio, il cui nome per demeriti siasi voluto scancellare dal libro d'oro.
E almeno si fosse atterrate le vecchie cose incuriosi delle memorie venerabili che loro erano state commesse, per lasciar modo all'arte di tentar nuovi campi; e all'epoca nostra di vestirsi di forme tutte proprie. Ma le cose di un'antichità a noi più vicina parvero incomportabili appunto, pel desiderio di riabilitare le linee di duemila anni fa.
Del rimanente contagio è codesto comune a quasi tutta Europa, e con tante istituzioni e che so io, si è giunto ovunque a rendere di un calore uniforme i prodotti delle varie intelligenze. I guardacosta del preteso buon gusto, più oculati di un assistente di dogana, vegliano assidui sui contrabbandi delle fantasie d'oggidì; immobili come un dio termine, incorruttibili come la sentinella che mise la baionetta alla vita di Bonaparte, gridando tuttodì all'umano ingegno: On ne passe pas—di qui non si passa.—Almeno fossero stati tenaci di questo sistema, anche allorquando trattavasi di lasciar com'erano le cose vecchie nelle quali la storia era inviscerata; ma per una strana combinazione allora appunto se ne dimenticarono; però sarà ottima cosa che noi lasciamo in pace i presentì e ritorniamo tra quel crocchio ormai numeroso che sta fermo innanzi alla bottega del merciaio Burigozzo.
Costui, a que' tempi assai lontano dal sospettare che l'immortalità sarebbesi preso l'incomodo di prender nota del suo nome, e ch'egli trasportato dalla corrente degli anni, sarebbe disceso giù giù insino a noi in compagnia di molti illustri, non era allora cospicuo che per una insaziabile curiosità di conoscere i fatti altrui, e una disposizione infaticabile a cicalare ed a fiscaleggiare il terzo e il quarto per raccogliere le notizie esatte di quanto avveniva in Milano. Tutte qualità che ad un occhio avvezzo avrebbero potuto rivelare uno storico; ma inallora il suo genio se ne stava latente nell'involucro adiposo della sua bassa persona che egli aveva il costume di dondolare ogniqualvolta stesse a dare od a ricever parola da qualcheduno. La sua loquacità poi veniva mantenuta ed accresciuta dall'utile che in linea commerciale egli ne traeva, giacchè i molti suoi avventori una volta che si ponessero a sedere alle tavole collocate ai lati della bottega, non sapevano staccarsene così facilmente, per la qual cosa allorquando, alla Torre de' Mercanti suonava la grossa campana delle quattro ore di notte egli si trovava aver vuotate molte pinte d'acetosella e d'acquavite, giacchè è a sapersi ch'eran molti i generi di commercio che si vendevano in quella sua bottega, e alla vendita del frustagno, del bucherame e delle stringhe soprintendeva l'attempata sua moglie cui la natura era stata liberale come a lui, del dono invidiabile della parola.
Ritornato adunque che fu il Burigozzo alla sua bottega, intanto che si affannava a persuadere a quel suo preopinante che il colpo tentato contro la persona del marchese Palavicino non poteva venire che dalla Francia, fu improvvisamente interrotto dalle voci agre e sgarbate di alcuni soldati e da un caporale svizzero che s'eran gettati a sedere su d'una di quelle panche e volevano l'acquavite. Il Burigozzo troncò allora a mezzo la parola che stava per uscirgli di bocca, e non lasciò che il caporale svizzero comandasse una seconda volta. Così, dopo avergli messa innanzi una panciuta damigiana, non fu contento finchè non ebbe fatta anche a lui la sua interrogazione.
—E così, caporale, non han già voluto che più vi stesse a dondolare, e presto si scalderanno ancora le vostre miccie contro i nemici che tornano a mostrarvi il viso.
—Si scalderanno e non si scalderanno, rispose il caporale; che cosa sai tu?
—So che i Francesi si son già fatti vedere a poche miglia da
Milano… dunque….
—Dunque… io t'ho chiesto acquavite che raspi e sèdano che morda… e non m'hai dato nè una cosa nè altra… e queste che ho sotto i denti paion frasche di zucca… in quanto poi ai nemici che tu dici….
—Ci son forse novità?
—Novità?… Certo che ci potrebbero essere le novità….
Qui messasi alla bocca la panciuta damigiana, e bevutone un così largo sorso come se fosse acqua:
—Nelle campagne dell'Unterwald, riprese poi, si poteva bene tirare innanzi tre, quattro, sei mesi senza vedere il gheld dei tre cantoni, perchè il formaggio di capra, e la cervogia non manca mai colà. Ma codesto paese tuo ha più d'un malanno, e all'aria grossa che ti fiacca le gambe maladettamente, puoi metter di costa che, se non hai un testone col sant'Ambrogio in saccoccia, per quel dì puoi startene a stomaco vuoto; con questo volevo dirti, che se dentr'oggi l'eccellentissimo signor duca non ce ne dà una manata, (che le promesse non bastano, ed ha un bel gridare il prete che ci comanda) puoi stare ben certo, come se lo dicesse il Tell, che mai non disse una menzogna al mondo, che noi non si combatterà, e i signori Francesi potranno benissimo restar serviti.
—E a che ora si uscirà domani di città, caporale?
—Oggi per le ventiquattro abbiamo a trovarci in castello tutti quanti.
—Questo lo so.
—Se poi fioccheranno denari, domani, prima dell'alba, si uscirà.
—E se i denari non ci fossero?
—Si troveranno.
—Trovarli… è presto detto. Ma io so che la cassa ducale è stramenzita affatto.
—Non c'è altri che il duca forse?… Quel che il duca non sa fare, lo farà bene la città, e lo farete voi…. Non è la prima volta. Intanto prenditi i tuoi due testimoni, che oggi o domani me li avrai a restituire in altro modo.
Qui il caporale si alzò, e con lui gli altri svizzeri, che volgendo uno sguardo sprezzatore a quel crocchio di persone per mezzo alle quali avevano a passare, si tolsero di là. Nè ad un attento osservatore sarebbe sfuggito con che mal'occhio li guardava dal canto suo la moltitudine, memore delle concussioni che il cardinale di Sion aveva insolentemente esercitate su tutti quanti i cittadini milanesi per pagare e satollare que' suoi Svizzeri affamati, ne' quali, dopo la vittoria di Novara, era la superbia cresciuta a dismisura, e verso i cittadini milanesi si comportavano come padroni, e peggio.
Il Burigozzo, come que' cinque furon partiti.
—E così, disse a chi gli stava intorno, siete capaci ora, che la storia della paga sia quale ve l'ho narrata io stesso stamattina? Mettetevi dunque in memoria che il Burigozzo non dice mai cosa in fallo.
—Sta a vedere che tu ne saprai più del Morone e del prete soldato….
—Io non so nulla; ma avete sentito… però la storia della paga mi dà a pensare….
—Attendi a vendere il tuo bucherame e la tua acquavite, e non darti un pensiero al mondo di tutte queste cose, che già è lo stesso….
Ma il Burigozzo non dava retta a queste parole, e continuava come parlando fra sè:
—Messer Bernardino Corio, che mi vuol bene e che si degna intrattenersi con me qualche volta, mi diceva un tal giorno, che codesta città nostra, la quale non è ampia gran fatto, pure ha i suoi duecentomila e più cittadini.
—Adesso c'è la storia dei duecentomila.
—Sicuro il mio Carl'Ambrogio, c'è, e ci dev'essere anche la storia dei duecentomila, perchè, dico io, è tal cosa che non fa molt'onore, che in tanto popolo non ci sia da mettere insieme quindici o venti migliaia di uomini… e questi Svizzeri che, a saziarli, ci vuole un bue per ogni quattro, rimandarli al loro Cantone, dove c'è la Cervogia e il formaggio di capra.
—Sin qui non pare che tu pensi male.
—E non ci sarebbe allora gran bisogno di paghe, e il duca non si troverebbe ora tanto allo stretto.
—In quanto a ciò, s'egli è a sì duro punto, suo danno.
—Capisco cosa vuoi dire tu! Se l'eccellentissimo signor duca invece di regalare avesse venduto, non mancherebbero le paghe.
—Qui sta il punto, Burigozzo, e la tua storia dei duecentomila non ci ha a che fare gran fatto. Domando io se al Morone c'era bisogno di regalare la contea di Lecco, Vigevano al cardinale, la Ghiarra d'Adda al Lampugnano: terre che rendono pan d'oro e fiorini a staia… e so cosa dico!
—Manco roba, manco affanni, dice il proverbio, e pare che il duca l'abbia intesa così.
—Ma pur troppo non avrà ad intendere questo solo; e a questo re che se ne viene con tanta brava gente, e più bravo lui di tutti, come dicono, e non ha ventun'anni, converrà bene ch'ei dia luogo o si rechi in villeggiatura.
—Pure se quelli che contano in paese fosser tutti della tempra del Palavicino, e d'altri pochi, il duca non si troverebbe in così pericolose acque; ma no, tutti a rovescio, e l'altro dì il conte Besozzo e il Gabaloita e il marchese Birago e il Sacramoro e altri troppi se ne uscirono di città, e chi è tra le stoppie e le pozzanghere ci pensi…. E davvero ch'io mi chiamo assai fortunato di vestir questo saio piuttosto che le vesti ducali, le quali in questo momento devono al certo bruciare le carni di chi le porta….
Qui s'interruppe, e con lui tacquero tutti quanti trovavansi sulla piazza. I muggiti dei leoni del serraglio ducale, espandendosi in quella del palazzo per tutta la piazza, avevano imposto quel generale silenzio. E tutte le teste involontariamente si volsero colà. All'orologio della Torre de' Mercanti suonavano le ventiquattro. Poco dopo scomparvero tutte le guardie dinanzi al palazzo del duca e tutte le porte si chiusero….
Rechiamoci ora a vedere se in questo momento le vesti ducali bruciassero davvero le carni di Massimiliano Sforza, come ha detto il Burigozzo.
CAPITOLO II
È una sala vastissima quella che ci si apre d'innanzi, nella quale l'eccedente sfarzo del lusso asiatico è temperato alcun poco dall'eleganza e della squisita gentilezza del genio italiano. L'ampia soffitta non è nè a vòlta, nè a travi. Una vetriera, divisa in mille scompartimenti di piccoli vetri circolari e a tanti colori quanto ne può dare un'artistica combinazione, l'attraversa e la ricopre tutta, lasciando libero il passaggio agli ultimi raggi del sole. I paramenti che ne vestono le pareti, nelle quali sono aperti sei grandissimi finestroni di stile gotico, son tutti di drappo d'oro riccio sovra riccio con ornamenti di vaghissimo lavoro. Il cornicione che la rigira è tutto messo ad oro ed azzurro oltramarino, sul quale disposti in bell'ordine e in gran numero stanno ampi vasi di varie e preziosissime materie d'oro, d'argento, di pietra alabastrina, di porfido, di serpentino e di mille altre specie. A due terzi della sala, quasi a formarne una divisione, due cortine d'un ampio velone di drappo d'oro tutte chiuse fino a terra, sono fermati per molti anelli ad un arco di ricchissimo ornato che poggia ai capi sul medesimo cornicione, attraversando pel largo la sala. Le scene più molli e voluttuose della favola sono il soggetto dei dipinti che, chiusi in larghe cornici, stanno appesi, in bell'ordine, intorno intorno alle pareti. Qui un Endimione colla sua Diana, e Bacco appoggiato a sdrajo sulle ginocchia d'Arianna, là una Leda coll'indivisibile suo cigno, e una Danae colla pioggia d'oro. Dirimpetto Orfeo ed Euridice, Ero e Leandro, Ercole e Dejanira. Ovunque quadretti d'ogni sorta; danze d'amori, Najadi nuotanti, ninfe ignude, scherzi voluttuosi di mille foggie; e in mezzo a codesto apparato artistico, su d'una tela molto più ampia delle altre, l'inevitabile giudizio di Paride. Da certi sfori praticati nel pavimento si mostrano, quasi a simulare una selva naturale, arbusti d'ogni maniera. Aranci, mirti, palme agitanti ventagli di verdura, roseti incoronati e larghe di candide foglie, aceri, tulipiferi, alcee, gelsomini d'Ischia, giacinti, viole, amaranti, che spandono un miscuglio di profumi. E su quei rami di quelli arboscelli, legati con crini sottili, svolazzano uccelletti d'ogni sorta, rosignuoli, capinere, pettirossi, rigogoli zufolanti, rondinelle gorgheggianti, palumbelle gementi, che diffondono suoni d'una graziosa e melanconica monotonia; se non che, di quando in quando, a coprire quei canti minuti della natura, dal di dietro dell'ampio velone si dilata un'armonia artificiale e più solenne. Le note di un organo da stanza.
A popolare quel luogo incantevole se ne stanno alcune in piedi, altre sedute, altre sdrajate, a due, a tre, a gruppi, tutte in atteggiamenti di una molle eleganza, molte leggiadre fanciulle incoronate di fiori, vestite di bianchi veli; e in mezzo a quelle fanciulle, tutto assorto in fantastiche contemplazioni sta adagiato su larghissimi cuscini di raso, un giovane avvolto in una magnifica roba di stoffa cilestre.
A guardare il suo volto, liscio e levigato come quello d'una fanciulla, si conosce che nessun forte pensiero, nessuna energica azione, nessuna passione profonda non ha mai agitata l'anima sua. Soltanto quel pallore abituale e senz'orma di vermiglio dà a divedere un'esistenza infiacchita dall'abuso dei piaceri e dalle tormentose irresoluzioni dell'anima. Da una tavola di tartaruga a fini ed eleganti intarsi egli prende di tratto in tratto a leggicchiare taluno dei molti libri che vi stanno dischiusi. C'è un Ovidio, un Catullo, alcuni canti del poema dell'Ariosto; e di quando in quando accostandosi alle labbra una conchiglia legata in oro va sorseggiando alcuna goccia d'un liquor forte e spiritoso. La fragranza dei fiori, lo spettacolo della voluttuosa bellezza, i suoni dell'organo gli popolano la mente di mille e svariate idee, di luccicanti fantasie, di trepide gioje, cui la virtù di quel fortissimo liquore, avendo in prima rese più acute, e più ardenti, le va ora agitando in vertiginosa danza, producendovi quell'ebbrezza luminosa che è il paradiso di chi ha infiacchita la fibra e mobilissima l'immaginazione.
Ora, a queste apparenze, chi direbbe che costui è il duca Massimiliano Sforza, il successore dello sventurato Lodovico, morto di crepacuore e d'inedia in Francia negli ultimi anni di Luigi XII; che benchè sieda da tre anni sul retaggio del padre suo, il padrone dello Stato non è lui, e la parte migliore e più forte del popolo non è per lui, che la sua cassa privata è vuota, e non avendo esercito proprio, gli mancano i denari per pagare quel di ventura al quale ha a sborsare ottocentomila ducati d'oro; intantochè Francesco I, re guerriero, ha già invasa la Lombardia con più di ottantamila uomini? e a poca distanza si è già fatta sentire l'artiglieria nemica?
Vi hanno uomini temprati in modo, che riescono al tutto inetti a qualunque occupazione richieda uno sforzo della mente e della volontà. Le dolcezze e gli svagamenti della vita hanno tale attrattiva per costoro, e il dilungarsene un solo momento dà ad essi così incomportabile dolore, che hanno per bisogno indispensabile dell'esistenza, ciò che per altri è semplice sollievo.
Questa morbosa tendenza, (che, non so se debbasi chiamar colpa); essendo al tutto contraria alla destinazione dell'uomo, in qualunque condizione esso si trovi, non può che condurre a rovina; però avviene spesso che coloro i quali dei piaceri s'eran fatti un'assoluta necessità, vengano a trovarsi in così terribili situazioni, e a provare tali miserie quali non toccano al comune degli uomini. Allorchè poi la caduta è imminente, s'attaccano costoro, con uno sforzo che dà la disperazione, ai piaceri che fuggono, procurando di renderne tanto più acuta l'ebbrezza, quanto più si avvicina l'istante dell'affanno.
A questa classe d'uomini per la sua e per l'altrui disgrazia, apparteneva appunto il giovine duca Massimiliano.
Portato dagli eventi a ricuperare il ducato di Milano del quale suo padre era stato spodestato, la natura lo aveva così destituito delle qualità indispensabili a chi è posto a governare uno stato, ch'egli credette fosse per lui occasione di continuo tripudio, quel che invece doveva essere oggetto di una laboriosa ed assidua cura. Più scolorato e più floscio assai di Galeazzo Maria, parve tenesse alcun poco dell'indole di quel tristo. In lui per altro la mollezza invadeva anche la parte che nell'altro era stata occupata dalla crudeltà, e fu solo a tratti e a sbalzi che anch'egli ne mostrò qualche fioco barlume, il quale per fortuna, non ebbe mai un effetto. In conclusione, una leggiera sfumatura di pazzia pareva avvolgesse tutte le qualità intellettuali e morali di questo giovane, per cui piuttosto che maledire le sue colpe, ci rimane a rimpiangere la fatalità che volle affidare ad una mano morbida e tremolante ciò che aveva bisogno di un braccio di ferro.
Del resto non si ha a credere che questo giovane duca, nel momento in cui lo abbiamo sorpreso nella segreta sua sala, ignorasse in che dura condizione egli si trovasse. Il Morone lo teneva assai bene informato di tutto, ma ciò che per altri sarebbe stato causa di uno sgomento continuato, in lui non generava che momentanee tristezze e prostrazioni d'animo talvolta eccessive, ch'egli procurava tosto di rintuzzare e affogare nei gaudii e nell'ebbrezza.
Le sue idee, nel momento in cui stava bevendo quest'ultima goccia di spiritoso liquore, esaltate, mosse rapidamente, intrecciandosi e confondendosi insieme, assumendo mille colori, costituivano un così intricato complesso da non potersi facilmente a parole tradurre.
Tuttavia, a seconda che il pensiero della sua condizione, o il coraggio artefatto che la forza del liquore metteva in lui, o la vista delle cose da cui era circondato generava nella sua mente qualche nuova idea; in quell'istante parlava tra sè, presso a poco, di questa maniera: "…. Oh venga la tetra calamità, se così piace ai duri destini, ma intanto ch'ella più mi si avvicina, più io mi stringerò a voi, soavissime illusioni della vita… Finchè i fervidi estri inonderanno di viva delizia i miei sensi, io non vorrò già atterrirmi nello scroscio dei naufragio… Qui mi hanno condotto i miei destini, senza ch'io pure lo bramassi nemmeno, di qui mi partirò tranquillo quand'essi suoneranno a ritratta…. Le atroci gioje della conquista e della vittoria, non voglio che rallegrino mai nessun giorno della mia vita… Ben sento che ai miei piedi brulica un innumerevole sciame di popolo, e a me si rivolge nella bisogna tremenda… Volgiti altrove, volgiti a te stesso; io non posso nulla per te…. Fintanto che l'onnipotente ricchezza mi cresceva tra le Mani, ognuno potrà dire quant'io ne fossi liberale con tutti; come ad una ad una mi scastonassi le gemme della mia corona, per donarle a coloro che più mi stavano d'appresso… Volgiti altrove, o mio popolo, volgiti a te stesso, volgiti alla provvidenza che tutto può… e ti allontana una volta, che le tue grida fanno strazio del mio cuore e troppo infastidiscono le facoltà mie infervorate di solo amore…
"Oh vi stringete d'intorno a me, soavi fanciulle, ch'io senti più d'appresso le divine armonie della vostra bellezza, e i cari abbracci promovano in me il trepido senso dell'estrema voluttà…. Oh venite e frapponetevi tra me e il mondo, così ch'io non veda e non senta più nulla della sua vorticosa incessante faccenda…."
In simili pensieri, e via rapito da una muta contemplazione, trascorse qualche tempo in mezzo alle sue fanciulle che gli si eran strette intorno. Gli ultimi raggi del sole intanto s'eran del tutto ritratti dalla vetriera che copriva la sala, e la pallida luce crepuscolare, attraversando i vetri, a fatica vestiva di un color cupo e misterioso tutti gli oggetti che stavan d'intorno al duca.
In quelle fanciulle una ve n'era d'una straordinaria bellezza che pareva esser cara al giovane duca più che le altre tutte, e più che le altre essergli ella medesima affezionata. Questa essendosi da qualche tempo avvicinata a lui, con una tristezza eloquente nel medesimo silenzio, pareva attendesse che il duca le volgesse qualche parola.
Questo infatti posò finalmente uno sguardo su lei e:—A che pensi? le disse.
—Penso a voi, mio signore, ed a me stessa, rispose la giovinetta; penso che non sarà mai ch'io mi disgiunga da voi oggi; penso ch'io vi seguirò dovunque sarete per andare, o signore.
—Taci, Gliceria, e non turbarmi l'anima con preghiere che non mi è concesso d'esaudire; finchè rimarrò in castello, a nessuna di voi più non si conviene lo stare con me… l'ho detto, e non può essere altrimenti.
La giovinetta, a tali accenti, chinò il capo e stette per qualche tempo senza parlare… ma poco dopo rialzando lentamente la testa e volgendo un mestissimo sguardo intorno:
—Addio dunque, sclamò con accento particolare pieno d'entusiasmo insieme e di dolore profondo, addio, stanza gradita: noi ti abbiamo a lasciare, il cuore mi dice, per sempre… noi non ci troveremo più qui… il mio signore non mi vuol più con sè, il mio signore mi ha rifiutato, i momenti della nostra gioia sono finiti….
Queste parole, come un soffio di vento gelato, che gli rasciugassero il calido madore della fronte, a poco a poco fermarono l'ebbra vertigine ch'era nella mente del duca; a produrre codesto effetto però avea concorso un'altra causa, senza cui le parole stesse sarebber cadute inavvertite.
È una legge fisica costante, che le bevande, dopo aver generato in chi ne abusa una vivezza, un'alacrità straordinaria di spiriti, producono poi una tale prostrazione di forze, un abbattimento così completo, che l'esistenza, di cui poco prima si avevano le più dolci sensazioni, ci si fa un tratto pesante, odiosa, insopportabile.
E un tale fenomeno, in quel momento, cominciava appunto a prodursi nel giovane duca. Il forte liquore tanto abusato, dopo averlo esaltato al massimo dell'alacrità, cominciava a lasciar in lui come un deposito di amarezza, una melanconia tetra ed inesplicabile, un malessere in tutta la persona che gli vestiva di tristezza tutte le cose che gli stavano intorno.
Se non che in una tale occasione, quel repentino malessere venne accresciuto dalle altre cagioni, le quali ancor più fieramente influirono per essere le stesse sue forze fisiche già tanto infiacchite.
Le parole della fanciulla, l'oscurità successa alla splendida luce del dì, che lo avvisavano ch'era vicina l'ora di ritirarsi in castello e di abbandonare le delizie del palazzo ducale, l'intricata condizione delle cose sue, l'incertezza degli eventi, i pericoli inevitabili… tutte queste cose lo assalirono allora di tanta forza, che assaporò tutto quell'amaro che pur troppo esubera nell'umana vita.
E ad accrescerlo dopo alcuni istanti s'udì lo squillo di una campana, squillo atteso da lui con tremore e sgomento. Era quello il segno con cui veniva chiamato il duca a recarsi nella gran sala di palazzo dove tutto il suo seguito stava raccolto per ritirarsi con lui in castello. Essendo assolutamente vietato di recarsi in quella sua sala, quand'egli si trovava colle sue donne, con quel segnale veniva chiamato ogni qual volta fosse bisogno della sua presenza. E a quello infatti il duca si alzò…. Era diventato più pallido la metà del solito…. Il tremito dei nervi che il liquore medesimo aveva prodotto in lui, in quel momento gli si accrebbe tanto, che parve non gli bastassero le forze di reggersi in piedi, ma a sostenerlo gli si serrarono intorno le sue fanciulle con abbracciamenti e con lagrime…. La commozione in lui, forse per un certo presentimento che l'avvisava che non sarebbe tornato mai più in quel luogo, era giunta al massimo punto, e non udendosi nella sala altro che i pianti di quelle fanciulle, ai quali s'intrecciavano i singulti delle palombelle che svolazzavano sulle palme e sugli aceri, anch'esso fu assalito da un angore insopportabile e da un empito di singhiozzi che finalmente scoppiò; e come se fosse un fanciullo diede in lagrime dirottissime e pianse lungamente….
Davvero che quella vista era indegna, quella mollezza eccessiva, que' propositi, que' pianti vituperosi… tuttavia, allorquando un uomo è infelice ed è alle prese col massimo affanno, egli è sempre degno di pietà e non ci può essere ragione che la vieti, neppure la colpa, se fosse concesso il dirlo….
Stato così qualche tempo, si staccò finalmente dalle sue donne ed uscì.
In un'altra sala del palazzo ducale stavano intanto ad attenderlo coloro che lo avevano ad accompagnare in castello. Tra una folla di paggi, di camarlinghi e di labarde svizzere, passeggiavano molti distinti personaggi. Un uomo di forse quarant'anni, di statura e corporatura mediocri attendeva a discorrere col duca di Bari, fratello di Massimiliano….
Era colui il celebre Gerolamo Morone, il quale avendo deposta su d'una tavola la sua berretta di velluto nero riccio, mostrava una cappellatura bionda-rossigna, un po' crespa che gli scendeva oltre l'orecchio. L'ossatura del viso era notabilmente minuta, e solo la fronte appariva alta ed ampia più di quanto il comportasse una giusta proporzione. Le pupille di un castagno assai chiaro giravano con gran rapidità sotto le palpebre, che abitualmente teneva semichiuse quasi a rendere più acuta la facoltà visiva.
Del resto, chi volesse avere di lui un ritratto più fedele di quello che noi possiamo esibir qui, non avrebbe a far altro che recarsi ad ammirare una tavola del Leonardo posseduta da un'illustre casa milanese, dove il cancellier Morone si presenta a chi lo guarda come se fosse ancor vivo e vero.
Presso al Morone, in abito civile si vedeva il cardinale di Sion, il capitano generale delle guardie svizzere, un uomo assai presso a sessant'anni, e nelle linee risentite del suo volto era chiara l'indole sua, e di fatto, l'odio per la Francia formava in lui come una seconda natura.
Lontano da questo gruppo, in mezzo ai camarlinghi ed alle labarde passeggiava un giovane gentiluomo. Alto di statura da soverchiare tutti i soldati tra cui si trovava, era notabile per la bella regolarità delle sue forme, per una tinta di gravità cogitabonda e soverchia in uom giovane, pel suo schietto e semplice vestire di velluto verde senza altro ornamento che una sottile catena d'oro che pendula gli cascava sul petto. Questo giovane era in quel momento l'oggetto dei sommessi discorsi del Morone e del duca Francesco Sforza.
—Io vi consiglio, diceva il Morone, a non dir nulla al Palavicino dell'arrivo del Baglione tra noi, e delle pratiche che il padre della Bentivoglio ha già inoltrate con colui. Forse adesso non c'è altri che abbia sentor di ciò in Milano, ed è probabile che il giovane non arrivi a saper nulla prima della battaglia. In ogni modo lasciate che le cose camminin da sè, nè gli dite cosa che possa metterlo in apprensione.
—Io non parlerò, ve ne do parola; ma se non lo saprà da me, lo saprà bene da altri, ch'egli è impossibile che non ne sia trapelato nulla in Milano… a quest'ora la figlia stessa del Bentivoglio troverà bene il mezzo di renderlo avvisato di tutto.
—Sapete pure che il Palavicino non ha la pratica della casa del Bentivoglio, nè in altro luogo parlò mai alla Ginevra che in questo palazzo medesimo in occasione di pubbliche feste. Però, essendo probabile che la cosa gli rimanga segreta, attendete voi pure a far quello ch'io vi dico che sarà pel meglio, e il suo coraggio non gli verrà scemato così da questa nuova sciagura.
—La stornassero almeno da lui i suoi santi protettori, come hanno stornato l'attentato di ieri notte!
—Così fosse, lo dico io pure.
—A proposito, messere… non han deposto altro i quattro assalitori?
—Null'altro… ma da quello che mi disse il Palavicino stesso, tengo il colpo sia venuto dal Lautrec.
—Dal Lautrec? il maresciallo di Francia?
—Da lui stesso; fatevi raccontare ogni cosa dal Palavicino stasera, e vedrete anche voi come la mia e la sua congettura non sia in fallo, sebbene di certissimo non ci sia nulla ancora. Sentirete….
In questa si spalancò la porta di prospetto, e il duca in mezzo a due uomini di camera si presentò a coloro che lo aspettavano. Il Morone e il cardinale di Sion gli andarono incontro e lo condussero nel mezzo della sala, presso al duca di Bari, che non si mosse.
I due figli di Lodovico il Moro, il primo ed il secondogenito si trovavano vicini; tutti gli sguardi di quanti si trovavano in quella sala caddero sui due fratelli, e non vi fu chi non pensasse allora, che le sorti sarebbero forse corse più propizie per Milano se Francesco Sforza fosse stato il primogenito invece di Massimiliano.
È una cosa curiosa che di quel miscuglio di grandi virtù e di molti vizi che distinsero la dinastia sforzesca, quando si venne a due figli di Lodovico, che erano destinati a chiuderla per sempre, avvenne, quasi potrebbe dirsi una compiuta secrezione.
Osservate le restrizioni debite, e avuto riguardo ad una quasi degenerazione, per la quale e vizi e virtù, passando di padre in figlio, grado grado si eran venuti dilavando, pare che i destini abbiano diviso in due esatte metà quel retaggio, come a compensazione ai vantaggi della primogenitura abbiano accollato il tristo fardello di tutti i vizi della dinastia, ed alla secondogenitura abbian dato per conforto le virtù, onde la dinastia stessa, al primo comparire sulla scena del mondo, era stata splendida di una luce non moritura. Persin nell'aspetto, quantunque tra due fratelli fosse grandissima la somiglianza, c'era qualche cosa che dinotava questa esatta divisione. A Massimiliano era toccata quella bellezza morbida e fiacca che già abbiamo avuto il tempo di ammirare. A Francesco invece l'ampia fronte, le linee grandiose del primo Sforza, l'acuta e vivace bellezza della Beatrice sua madre, e un po' di quel bruno che aveva dato il secondo battesimo a suo padre Lodovico.
Il Morone, dette in prima alcune parole al duca Massimiliano, il quale senza mai aprir bocca solo si accontentò di mostrare una faccia stravolta e accorata, si volse al cardinale di Sion dicendogli, che non era a porsi altro tempo in mezzo, e tosto desse gli ordini alle labarde di precedere il duca. Così tornò a spalancarsi la gran porta, e tutti quanti stavano assembrati in quella sala, l'uno dopo l'altro uscirono. Il duca in mezzo al Morone ed al cardinale, dietro lui il duca di Bari che si era accompagnato col Palavicino, e in seguito tutti gli altri gentiluomini.
Discesi al piede della gran scala, ventiquattro uomini con torce accese stavano ad aspettare intorno ad una larga botola con aperta cateratta. Tra il palazzo ducale e il castello di Porta Giovia era stata aperta una via sotterranea di comunicazione, la quale veniva praticata ogniqualvolta piacesse al duca recarsi in castello senza mostrarsi al popolo. In questa straordinaria occasione il Morone aveva consigliato il duca ad uscire per di là, e quella botola conduceva appunto alla via sotterranea.
—Attendete a star di buon animo, disse il Morone al duca quando fu per discendere; stasera sarò io medesimo in castello; e si licenziò.
Accompagnato dal cardinale e preceduto da sei torcie, discese dunque pel primo il giovane duca. Dopo lui discese tutto il seguito in mezzo alle altre diciotto torcie. Quando s'udì il rimbombo che fece la cateratta rivestita di ferramenti nel cadere sull'incastro della botola, tutti si misero in via.
Fu un viaggio lugubre quanto mai poteva esserlo, nè il duca aprì mai bocca, nè altri. Solo il duca Francesco, che camminava a paro col Palavicino, gli disse un tratto a voce sommessa e come di fuga:—Il Morone mi ha fatto parola del Lautrec; in castello mi dirai tu il resto.
E tenendo stretta la mano del Manfredo con un'affabilità ed amorevolezza straordinarie non aggiunse altro finchè durò il cammino.
Ma noi, cogliendo questo ritaglio di tempo, terremo qualche parola del Palavicino, per quel tanto che può bastare a mettere in luce alcune condizioni particolari alla vita di lui.
Figlio al marchese Anton Maria Palavicino ed alla contessa Giulia Flisca, che, giovinetta, aveva sposato il marchese già vedovo, già padre di quattro figli e già vecchio, trovò nel seno della propria casa più di quanto poteva bastare per alienarlo da lei e dal ceto patrizio a cui la famiglia apparteneva. Fanciullo, fu affidato alle cure degli uomini che allora più fiorivano in Milano per lode di buoni studi e d'ingegno. Giovinetto, ebbe a maestri il Merula, il Calcondila, il Minuziano; studiò geometria e logica dalle pubbliche cattedre istituite da quel Tomaso Piatti stato in sì gran favore presso Lodovico il Moro. Oltre l'ingegno non comune, aveva dati segni di un'indole al tutto particolare, un misto di procelloso e di tenerissimo, di violento e d'affettuoso, con eccessi di giocondità e di concentrazione profonda. Qui racconteremo succintamente due fatti leggeri in sè stessi, ma che, mentre valgono a dare alcuna idea di codesto suo temperamento, potranno anche far conoscere i primissimi motivi, dai quali in certo modo fu determinata la vocazione dell'intera sua vita.
Trovandosi, quand'era fanciullo di circa otto anni, presente al racconto che Cristoforo Palavicino, fratello di Anton Maria, faceva del modo col quale Lodovico il Moro era stato preso da' Francesi, fu insensibilmente attirato dalle parole dello zio, il quale, a differenza del fratello, essendo piuttosto sforzesco, narrava il fatto con quell'accento di verità e di compassione che si imprime negli animi. Quando si fu al punto dell'imprigionamento dello Sforza, la contessa Giulia, che si teneva in grembo il fanciullo, vide cadere due grosse lagrime sulle guance di lui e tremare di commozione i suoi labbruzzi infantili. Nè questo bastò; ma quello che fece una profonda impressione in tutti gli astanti, quando si parlò dei due figli del Moro, dei pianti disperati del secondogenito Francesco nel momento che fu staccato da suo padre, il fanciullo Manfredo, che lo aveva conosciuto e s'era trovato spesso con lui ne' giardini ducali, diede in un sì dirotto pianto con tanta furia di singhiozzi, che la madre penò molto ad acquetarlo; e fin da quel momento ogni qualvolta in sua presenza parlavasi di Francesi si riscuoteva tutto, e la bella sua faccia si rannuvolava.
Nel 1507 un'altra circostanza accrebbe ancor più quell'avversione che il giovinetto aveva per Francia. Venuto re Luigi in Milano per la seconda volta, il marchese Anton Maria volle invitarlo ad uno splendido banchetto nel proprio palazzo. Godeva quel re intrattenersi famigliarmente con tutti, e dilettandosi a far domande ora all'uno, ora all'altro, s'era pure in quel dì rivolto al giovane Manfredo, il quale o stesse sopra di sè impensierito, o fosse dispettoso di quella domanda, non seppe o non volle rispondere. Il re attribuendo a quel silenzio una causa troppo lontana dal vero: questo giovane dev'essere ben sciocco, disse in francese ad uno de' suoi cortigiani, e si volse altrove. L'indole altiera di Manfredo, che aveva comprese troppo bene quelle parole, rimase così colpita e piagata, come se gli fosse avvenuta qualche sventura, e Luigi gli diventò così odioso, che ad arrovesciargli l'animo non v'era cosa più pronta che nominargli quel re.
Ma l'anno 1512 fu per lui ben più terribilmente memorabile. Le cronache non raccontano con chiarezza il fatto; ma tra il Palavicino e il nipote del governatore Chaumont intervenne una gravissima contesa che finì colla morte del giovane francese ucciso da Manfredo in duello.
Il padre suo Anton Maria, che di questa terribile avventura fu più addolorato assai che il governatore medesimo, a dar prova del suo attaccamento a lui ed alla Francia, la notte medesima del giorno in cui era avvenuto il fatto, appena gli giunse a notizia, cacciò di casa e solennemente diseredò il giovane Manfredo, a nulla giovando le preghiere e i pianti disperati della madre Flisca che, amando svisceratamente l'unico suo figliuolo, da quell'ora non ebbe più un momento di pace.
Da quell'anno in poi il giovane Manfredo stette fuori, nè ritornò in patria se non dopo aver redate le immense ricchezze del fratello della madre sua che, a compensarlo dell'irremovibile e mostruosa severità del padre e dell'odio de' fratelli lasciò lui solo erede d'ogni suo avere. Ma il giovane non stava pago di questi compensi che la fortuna gli volle esibire.
Avendo compreso, che con quel marchio del paterno ripudio era per lui ben più difficile che ad altri l'aprirsi una via tra gli uomini, gli venne un desiderio ardente di operare alcuna cosa di grande e di generoso per mostrare così ch'egli era degno d'una sorte migliore, per meritarsi così la stima e l'amore degli uomini.
Desiderio che fu potente a temperare in lui quell'eccessivo amore di sè che l'istinto mette nell'uomo, e a mettergli innanzi come indeclinabile la legge sublime del sagrifizio.
Non avendo dapprima in che trasfondere quell'esuberanza d'affetto che lo agitava, ributtato dai vani splendori e dalle pingui prosperità, s'egli mai girasse l'occhio per cercare qualcheduno del mondo a cui affidarsi, sempre, per una tendenza invincibile, lo posava dove la sventura avesse infranta o spostata qualche esistenza, dove l'umana dignità fosse stata con eccessivo rigore umiliata, dove l'ingiustizia avesse scagliata la sua sentenza inesorabile. L'amore istesso ch'egli naturalmente portava alla giovane sua madre, gli s'accrebbe a mille doppi quando la seppe così infelice, quando s'accorse ch'ella aveva bisogno che taluno la difendesse contro agli sdegni dei vecchio marito, contro il rancore degli altri figli non suoi.
L'uomo d'ingegno e di cuore sente assai più bisogni in sè, che non il volgo degli uomini; egli s'accorge che nell'esistenza v'ha più d'una sfera d'azione: la famiglia, la vita privata, la pubblica, e che per essere completo, un uomo deve appunto versare in tutte coteste relazioni. Il cuore del giovane Palavicino aveva trovato assai in quella dolce sua madre: il pensiero di lei poteva occupare fortemente gran parte della sua vita; ma tanto non gli bastava. A quella figura dignitosa, venerabile, cui egli doveva inchinarsi come a maggiore, desiderò venisse compagna un'altra figura affettuosa e venerabile del pari, ma più giovane, e a cui egli potesse unirsi come ad eguale. Però le virtù stesse di sua madre avendogli come data la misura per giudicare ogni cuore di fanciulla a cui per caso s'accostasse, è facile a credere come l'affetto suo avesse dovuto lasciar trascorrere gran tempo prima di posarsi in qualcheduna; d'altra parte egli sentiva anche qui il bisogno di asciugare qualche lagrima, di confortare qualche esistenza. Su tutti que' volti giovani, freschi, rosati, levigati, egli non aveva mai scorto un segno che attestasse qualche spina secreta. Non aveva trovato che giocondità ed innocenza infantile, ed egli voleva qualche cosa di più, che finalmente gli fu concesso di trovare. Venne il giorno in cui, passatagli innanzi, quasi un'apparizione repentina, una gentile e mesta creatura, provò i soprassalti improvvisi di una gioia presaga, e senz' altro attendere, l'aggruppò alla soave figura della propria madre. Ma a rendersi più accetto a quella nuova sua donna, a mostrarsele più degno, bisognava che l'esistenza sua si gettasse nella vasta faccenda della vita pubblica, si scegliesse un motivo d'azione, un assunto grande e generoso.
Le prime sue lagrime erano state versate sulla sventura di due creature giovani come lui, deboli come lui, rimasti orfani d'un padre percosso da una eccessiva giustizia.
Quei due fanciulli, in quegli anni che stette fuori, li aveva conosciuti adulti, alla Corte di Massimiliano d'Austria dove, esuli, avevano riparato; li aveva riveduti quando su quelle giovani teste pesava l'ira di un'intera nazione potente e armata a loro danno. Col più giovane dei due fratelli specialmente, essendone mediatrice l'eguaglianza dell'età e la simpatia straordinaria dell'ingegno e del cuore, aveva stretta un'amicizia calda e tenace. Allora il suo impiego, gli obblighi suoi, il suo fine come uomo che ha a vivere al cospetto d'un'intera nazione, come buon cittadino gli venne subito innanzi, e non esitò ad accettarlo, a sceglierlo anzi con un ardore potente al pari di una passione. Da quell'ora l'azione dell'intera sua esistenza fu determinata; aveva una madre da venerare, una donna d'amare, una patria, una causa, una dinastia a cui sagrificarsi. Da quel punto non fu più irresoluto, la via gli era aperta innanzi, non guardò se fosse ingombra e difficile, e i suoi passi si accelerarono.
Ora che codesto giovane fu presentato sotto il punto di vista il più favorevole, non vogliam già dire che sempre ei si rivelasse altrui da questo unico lato; vogliam dire soltanto che da questo lato mostravasi altrui il più delle volte. Del resto troppi requisiti gli mancavano ancora per ottenere un buon ingresso nel calendario de' santi, e v'eran momenti anzi ne' quali correva pericolo di non parer più riconoscibile; come avviene delle linee semplici ed eleganti d'una bella faccia che, scontorcendosi, si tramutano sotto gl'impeti dell'ira, così avveniva di lui se per avventura versasse in circostanze straordinarie, o la passione di soverchio lo agitasse. Soleva allora darsi il caso ch'ei rivelasse debolezze e difetti che uomini di gran lunga men virtuosi di lui chiamerebbero incomportabili. Però potrebbe forse avvenire che codest'uomo sfuggisse talora ad un'esatta analisi. Ma chi è vago di caratteri eternamente costanti e invariabili, rifrughi la tragedia classica, e chi si piace di profili immobili, contempli le teste effigiate sui cammei e sulle monete.
Intanto, percorrendo la via sotterranea, il duca ed il seguito ebbero attraversata tutta la città. Due uomini furono espressamente spediti innanzi ad avvisare il castellano che giungeva l'eccellentissimo duca, e quando questi arrivò al piede dell'altra scala che metteva nel castello, trovò qui gentiluomini e soldati che lo stavano aspettando. Mise il piede finalmente sul selciato del castello, e in mezzo a due stipatissime file di soldati attraversò il gran cortile e salì nelle stanze ducali.
Batteva l'ora di notte all'orologio della torretta, e in quel momento dai quattro lati del castello si udirono i suoni delle trombe che chiamavano a raccolta. E in ogni parte del castello, nel cortile, sotto gli atrii, sotto gli androni, sugli spalti che guardavano la gran fossa, alle feritoie, ai merli era un tumulto, un frastuono, un brulichio d'armati incessante, e in quell'ora quel vasto ricinto rendeva l'immagine come di un grande alveare nel quale confusamente s'agitassero ronzando migliaia e migliaia di armati. Siccome non avevasi a passare che una sola notte colà, tutti gli Svizzeri che si trovavano in Milano sotto gli ordini del Sion, tutte le labarde tedesche le quali costituivano la guardia dei duca, tutti i soldati di ventura stranieri, e quanti vestivan armi in Milano, vi stavan raccolti insieme per esser pronti alla prim'alba del prossimo dì. Nè faccia maraviglia che si potesse dar luogo a tante migliaia di soldati. Quantunque il castello a quel tempo non avesse quella gran cinta di casamenti che lo chiude in mezzo oggidì, avea le fortificazioni che si estendevano per gran tratto all'intorno, e dalla parte poi che spetta a settentrione arrivava coi vasti broli chiusi da cinte fortificate, sin dove oggi si estende il borgo vicino; però su questo gran tratto di terreno, zeppi che furono i luoghi chiusi e coperti, i soldati come meglio poterono s'acconciarono a dormirvi a ciel sereno, buttati a disagio sul nudo terreno.
Il Palavicino intanto e Francesco Sforza, dopo avere accompagnato il duca nelle sue stanze, subito erano stati licenziati.
—Giacchè ci rimane qualche tempo, disse il marchese nell'uscire collo Sforza, andrei un tratto nella camera dell'ammenda alla torre, chè vorrei vedere dappresso costoro, che senza conoscermi, si volevano la mia vita. Così interrogandoli io stesso, tenterei scovar fuori qualche cosa di più.
—Son già condannati nel capo, nè c'è altro a cavarne. Quel che han confessato è ben chiaro.
—So per altro che, tra l'altre circostanze, han deposto che il caporale che li ha pagati era una volta agli stipendi del Lautrec. Questo sarebbe un filo per conoscere se il colpo venga propriamente da costui.
—Potrebb'esserlo.
—Ben è vero che anche senza prove io credo al tutto che sia così la cosa, nè, altrimenti, saprei come acconciare i fatti tra loro.
—Il Morone è del medesimo avviso tuo. Ma lui sa quel che intravvenne tra il Lautrec e te altra volta, ond'ebbe presto il modo di portar giudizio sul fatto. Ma io non so nulla.
—Dopo l'attentato è questa la prima volta che mi trovo con te. Ma pure te ne dovrei aver parlato altra volta.
—Ciò non può essere, se nulla me n'è rimasto in memoria.
—Allora ti dirò tutto in breve. Ma rechiamoci in prima alla camera dell'ammenda.
—Non so se mi convenga venir teco, nè, a dir la verità, vorrei esser riconosciuto potendo venir loro in mente ch'io avessi il diritto di grazia.
—Ciò non avverrà; possiamo andare.
Così, passando in mezzo a cento gruppi di soldati, si recarono nel cortile, detto della Torretta. Una labarda che precedeva il duca salì a far l'imbasciata al custode. Questo tosto discese.
—Si vorrebbe entrar nella camera dell'ammenda, gli disse il duca.
—I condannati per l'attentato contro il marchese Palavicino, se son quelli che volete vedere, ci furono condotti oggi di fatto. Io sono agli ordini di V. E.
—Questo che è con me è il marchese Palavicino appunto. È lui che vuol vederli.
Il custode allora, seguito da essi, risalì la scala e corse in fretta a cingersi la spada. Li fece passare per mille andirivieni e corritoi, ne' quali la tetraggine serrava gli animi. Finalmente il custode, spalancata una grossa imposta di legno di quercia tutta rivestita di ferro:
—Eccoli, disse, sono costoro.
La scena che si offerse a' due riguardanti era truce e curiosa nel medesimo tempo. Su ciascuno dei quattro angoli d'un carcere a volta, ampio e nano, v'eran quattro letti di lucido legno inchiodati a terra. Legato a ciascun letto con una grossa catena che poteva esser lunga forse tre passi un uomo. La foggia dei vestiti, benchè diversi l'uno dall'altro, pure li dava a conoscere per soldati. Accostandosi poi a ciascuno di essi, non si durava fatica a conoscere che non appartenevan tutti ad una nazione medesima. Ed erano infatti due Piccardi, un Valacco, un Italiano. Stando a quanto s'era potuto raccogliere dalle loro deposizioni, all'Italiano, come al più esperto delle vie di Milano, era stato dato carico di far la scorta agli altri tre, i quali non avevan poi a far altro che ferire.
Il Palavicino, dopo aver gettata un'occhiata su ciascheduno chiese al custode se avesser deposto altro in aggiunta alla confessione del dì prima, e avendogli il custode fatto cenno di no, volle accostarsi allora ad uno di essi per tentarlo in qualche modo, e il primo a cui si presentò per combinazione, fu il Valacco.
Disteso quant'era lungo sul nudo legno, immobile, calmo, ritto come se facesse l'esercizio, cinto così strettamente ai fianchi che pareva avesse il corpo diviso per metà, rendeva la figura di una gran mosca, con un vestimento compiuto alla foggia tartara, poco diverso da quello di un odierno ungaro, (perchè costumi e civiltà in quelle regioni puntandosi alla consuetudine come un mulo, che adombri, alla terra, non hanno voluto, per battere che siasi fatto, dar mai un passo innanzi.) Aveva quell'ossatura di teschio più larga che lunga che distingue la razza tartarica, naso schiacciato, bocca larga e labbro gonfio, coperto da un filo di pelo, nero, lungo, appuntato, lucido come la coda di un sorcio impiastricciata di lardo. La tinta del volto era tutta soffusa d'un bel giallo d'ottone misto ad una leggiera dose di verde di rame, zigomatiche alte, occhi tondi e grossi ed una fronte così bassa e angusta che l'intelligenza ci doveva star comoda come un condannato ai forni di Monza. Da quel complesso insomma si conosceva un vero discendente di Cam, il Maledetto.
Allora il Palavicino si provò a scuoterlo da quello stupido letargo, e fattosi dire dal custode il nome di colui, lo chiamò ad alta voce.
Il Valacco piegò un momento la testa.
—Sai tu perchè sei qui? gli domandò il Palavicino.
Il Valacco stette un momento cogli occhi fissi in chi gli aveva fatta quella domanda, poi rispose:
—Credo bene di saperlo.
—E a che pensi tu adesso?
—A questa carogna di custode, il quale mi ha dato del pessimo lardo che non si può masticare.
—Faresti assai meglio a pensare a quello che sarai tu domani, gli disse allora il custode.
Il Valacco crollò più d'una volta la testa, poi disse:
—Capisco quel che vuoi dire. L'uomo che venne qui un momento fa, tutto bigio come un bufolo del Niester, credo bene che fosse il boja…
—Era lui di fatto.
—Va benissimo.
—E a momenti sarà qui il frate…
—Perchè il frate? Io non voglio frati.
—È per la salute dell'anima tua.
Il Valacco tenne un istante gli occhi fissi come uno scemo al quale siasi dato un pugno sulla testa, poi soggiunse:
—Ah… capisco! Si poteva però anche risparmiare, chè in quanto all'anima, m'è indifferente s'ella sia per uscirmi dalla bocca, o da qualsiasi altra parte, e che viaggio sia per fare di poi, non ne voglio aver notizie.
Detto questo, si voltò per la prima volta su di un fianco, e non volle risponder più a nessun'altra domanda.
Nel frattempo che il Palavicino s'intratteneva innanzi al letto del Valacco, il condannato che gli stava rimpetto, non si ristava pur un momento dall'agitare e dallo scuotere le sue catene furiosamente, mutandosi e rimutandosi or sull'una, or sull'altra gamba cambiando ad ogni tratto postura gestendo, parlando ad alta voce; egli solo, in quel camerotto, faceva tanto rumore quanto ne poteva fare un'intera compagnia di lancieri.
Il custode avendo detto al duca e al Palavicino che quello era l'Italiano, subito a lui si volsero, vedendo che dal Valacco non era possibile cavare un costrutto. Aveva colui uno straordinario aspetto, capelli neri, lunghi, arruffati che gli adombravano un'alta fronte segnata da spessi solchi; occhi neri, acuti, sinistri, mobilissimi. Non pareva vero che il Valacco e costui fossero due esseri d'una medesima specie, tanto erano opposte le loro indoli.
E qui lo sguardo del Palavicino cadde a caso su d'uno sgorbio fatto sulla parete alla quale era inchiodato il letto dell'Italiano. Era un disegno ch'esso aveva tentato di fare col carbone, il qual disegno era diretto a rappresentare una forca con appesovi un uomo. Sotto all'uomo si leggevano queste parole che occupavano quasi tutta la parete:
—Io mi chiamo Giovanni Adolfo Gavazzola, figlio di Bernardo, mastro mirrante, e di Gaspara Spada, levatrice. La mia disgrazia è quella di non esser nato quarant'anni prima, che a quest'ora sarei forse maresciallo come il Trivulzio, che non è niente più galantuomo di me. Cosi invece domani sarò impiccato; non è che una combinazione.—
Più sotto, e con molto spazio interposto, il condannato, forse in un momento di riflessioni serie, aveva scritte quest'altre parole:
—Non so bene che opinione abbia di me il padre eterno, ma se è giusto, dovrebbe usarmi dei riguardi.—
Queste parole fecero una strana impressione tanto nel duca, che nel Palavicino, il quale, dopo alcuni momenti, cominciò a far molte interrogazioni a quel tristo. Ma non gli venne fatto di cavarne ciò che desiderava. Quel soldato non aveva conosciuto neppur di persona il Lautrec, nè disse altro se non d'esser stato obbligato per forza a quell'assassinio e che se coloro che lo avevano condannato a morte avesser conosciuto com'era corso il fatto in tutto e per tutto, lo avrebbero senz'altro rimandato assolto.
Sollecitato allora a palesare ogni cosa, rispose, che quel ch'era stato era stato, che lui aveva data la sua parola, e che non avrebbe mai detto nulla di più.
Accortosi allora il Palavicino che non riuscivasi a nulla, staccatosi da lui, si volse ai due francesi, dai quali potè finalmente raccogliere tale circostanza che lo raffermò nella sua credenza.
Potè sapere che il caporale francese che aveva dato carico a quei quattro soldati d'assassinare il Palavicino, prima della battaglia di Novara, essendo ancora agli stipendi del Lautrec, era stato da costui spedito espressamente a Milano, dove si fermò qualche tempo e dove aveva conosciuto di persona il Palavicino.
—Quand'anche tu non mi dicessi altro, disse allora il duca a Manfredo, stando così le cose io sarei già del tuo medesimo avviso. Ma ora usciam tosto di qui, chè la presenza di costoro mi guasta il sangue; usciamo che son pure impaziente di sapere il resto da te.
Così non avendo altra cosa che li trattenesse colà, si partirono da quel tetro luogo, e per logge e scale riuscirono sullo spaldo occidentale del castello, colà appunto dove di presente ci si offre come un punto appoggiato a que' due archi di sì straordinaria ed ardita altezza, che di quella parte di castello, se si ha riguardo anche all'effetto del torrione interposto, ti fanno una scena grandiosa e pittoresca.
In quel luogo adunque interrotti da tante migliaja di voci che ronzando incessantemente al basso salivano sin là con un rumore d'acque scorrenti, i due giovani s'intrattennero a lungo nell'abbandono della loro amicizia, e il Palavicino fu sollecito di narrare al duca quanto anche a' nostri lettori potrà schiarire la faccenda dell'attentato.
CAPITOLO III.
—Io ti racconterò, prese a dire il Palavicino allora, quanto il Morone ancor non sa; perchè, fuori di ciò ch'era indispensabile per metterlo sulla via di far qualche scoperta, a lui ho taciuto il meglio, ovvero sia il peggio della storia mia… Son cose strane, cose intralciate, alle quali per verità io non saprei dar fede se non fossero accadute a me stesso; ma sentirai… Tu sai bene, e tante volte ne ho parlato, com'io, scacciato dalla mia casa e messo, come suol dirsi, in sulla strada da quell'uomo inesorabile di mio padre, mi trovassi a un tratto tutto solo, senza mezzi e senza speranze, che mio padre troppo bene lo conoscevo, e dalla povera mia madre, per quanto si struggesse di angoscia e d'amore per me, non poteva sperar soccorsi, tanto era severamente guardata. E così in quella stretta, per quanto la disperazione m'intorbidasse la mente e il pensiero di quella donna soave di mia madre, di cui gli atti e le lagrime e le ultime parole mi risuonavano troppo bene nell'animo, non mi lasciassero aver pace un momento, pur presi un partito, ed era l'unico per verità ch'io potessi prendere allora. Sapevasi da tutti come Giulio II, unitosi improvvisamente, e contro l'aspettazione universale, ai Veneziani ed agli Spagnuoli, avesse pensato mover le armi contro Francia; come ardesse un furioso incendio nel mezzo dell'Italia, e si fosse al punto oramai che tutto avevasi a decidere con una risolutiva giornata. Io, che in quei momenti avrei desiderato, e per verità ne andavo in cerca, che qualcuno m'assalisse così a man salva e mi finisse una volta, colà, dissi, fra quegli orrori della guerra troverò molto bene il fatto mio. Ancora mi rimane a tentar qualcosa pel mio paese, e s'egli è vero che talvolta una penna fa traboccar la bilancia, chi sa ch'io non sia quel tale che la faccia appunto traboccare al danno di questi Francesi; e in tal pensiero confortandomi tutto, mi recai dal conte Mandello, l'unico uomo in tutta Milano al quale potessi domandar qualche cosa senza timore che mi ributtasse, o ch'io ne dovessi poi arrossire per rinfacciamenti. Recatomi da lui dunque, e dettogli il miserabile fatto mio, egli mi offerì ogni sorta d'aiuti, tanto è largo il cuore di quell'uomo, ma saputi i miei propositi, mi diede dell'oro e un cavallo. E mi ricordo benissimo che nel darmi la ben andata, mi baciò in fronte tutto commosso e quasi in lagrime, lui che non si sconcerebbe se crollasse il mondo, ed è quel capo strano che tutti dicono. Con quell'ajuto me ne uscii così da Milano, e un po' a passo, un po' a trotto, fra pochi dì mi trovai nella Marca, proprio nel cuore della guerra. Era una faccenda, una confusione, un tramestio indicibile. Un passare e ripassar continuo di soldati ora alla spicciolata, ora a truppe. Uno spavento di quei poveri abitanti, che non aveva tregua un istante, e un fuggire, un ritornare, un disordine insomma che a tutt'altri, Dio sa, che noia avrebbe recato, fuorchè a me che aveva bisogno d'alcuna cosa ben forte che mi sbalordisse e più non potessi ricordarmi delle mie miserie. In quel viaggio incontratomi con un tal Tullio Orlando di Macerata, assai ricco gentiluomo, col quale allo studio di Padova aveva vissuto assai intrinsecamente.—Io vado a Rimini, mi disse, se tu vieni con me, vedrai che il tempo che vi passeremo sarà il men male buttato della nostra vita.—Ed io vengo, gli risposi, ben contento d'aver trovata compagnia, e così senz'altri incontri, entrammo in Rimini la seconda festa di Pasqua nel 12. Ma appena misi il piede in quella città, m'accorsi, come si suol dire, di aver dato in un trabocchetto. Era tutto pieno di soldati e di baroni francesi, e per ciascun uscio ve ne saran stati un dieci buonamente.
Pensa or tu, com'io potessi star bene colà. Dovetti per altro stupire, vedendo come que' soldati francesi, contro il loro solito, si comportassero tanto gentilmente con lutti gli abitanti, e se mai per parte loro intervenisse alcun disordine, le punizioni fossero esorbitanti. D'un fatto così straordinario, ragionando appunto con quel mio amico Orlando egli mi fece capace della vera cagione.
Il signore di Lautrec, o il conte Odetto di Foix, come altri il chiamavano, che era già marasciallo de' Francesi, e il braccio più forte e più terribile dell'esercito, s'era fieramente invaghito della duchessa Elena di Pitigliano, signora di Rimini, ed ella di lui, come tenevasi da tutti. Egli era già da qualche tempo che si eran conosciuti, ma in quell'anno del 12, salito il Lautrec a molta altezza, aveva chiesto la mano di lei, e quand'io arrivai a Rimini si stava appunto apprestando ogni cosa pel dì delle nozze, e gli apparecchi erano regali. Si diceva tra il popolo, che l'amore di quell'uomo per la duchessa molto somigliava a furente pazzia, e se la signora gli avesse comandato facesse passare a fil di spada tutto il suo esercito, volentieri lo avrebbe fatto.
Quella donna, quantunque non avesse più di ventun anni, era già vedova del duca di Pitigliano, ed era gran tempo che parlavasi dei fatti suol per tutta Romagna, per Roma segnatamente, dov'ella era nata. In qual modo, mortole il marito, a lei fosse data investitura della città di Rimini, tolta già da molti anni ai Malatesta e passata d'uno in altro padrone, alla maggior parte non era ben noto. V'era bensì chi ne sapeva qualcosa, ma ne facevano grandissimo mistero, e quando mai se ne domandasse, il discorso lasciavasi cadere in terra. Capii insomma, che quella storia doveva bruciar la lingua a chi la raccontasse, e perciò fui costretto a rimanermi co' miei desiderj, e adesso non ne so più d'allora. Di costei io ne avevo già udito parlare qualche mese prima a Bologna tra que' signori, ma con parole di profondissimo disprezzo, e d'altro non mi avevano invogliato che di veder la sua grande bellezza e di sentirla cantare, chè tutti dicevano ch'era una Sirena, e ne aveva difatto tutto il costume. A Rimini per altro, e segnatamente fra il popolo minuto, se ne diceva un gran bene, non già della bellezza e dell'altre sue virtù che nessuno metteva in dubbio, ma della carità e delle sue larghezze nel beneficare, e tutti ne parevano innamorati, e fra 'l popolo era chiamata la Semiramide. Per questi vari giudizj, e per sentir sempre a magnificare quella sua straordinaria bellezza, venni in grandissima volontà di vederla, e mi raccomandai per questo all'Orlando, che era assai ben conosciuto dalla duchessa medesima. Una sera che c'eran grandissime luminarie per la città, e nel palazzo della signora ci dovevan esser musica e danze, l'Orlando mi dice:—Se vuoi venire il momento è buono,—ed io quantunque sapessi che mi sarei trovato tra quella maledetta peste di Francesi, che ammorbavan l'aria di tutta Rimini, pure molto volentieri mi lasciai condurre.
Aspettato colà molto tempo tra una densa moltitudine che già cominciava a darmi noia, vidi entrar finalmente la duchessa nella maggior sala. Circondata dalle gentildonne, dalle ancelle, dai paggi che formavano il suo seguito, corteggiata da un numero infinito di quei baroni francesi, tutta coperta com'era d'ori e gemme, a me fece in sul primo l'effetto d'un'apparizione straordinaria. Allora avendo tentato avvicinarmi a lei più che fosse possibile per osservarla meglio, mi parve che quel suo viso non mi riuscisse nuovo del tutto, e ch'io altra volta avessi veduto talun'altra chele somigliasse. E affaticandomi così a cercar nella memoria chi mai fosse quella, mi sovvenne allora d'aver veduto alcuni di prima il ritratto della Cenci. Ed era appunto l'immagine di questa sciagurata ed infelice fanciulla la cui perfidia e la cui bellezza m'aveva fatta tanta impressione, che non mi faceva parer più nuovo il viso della duchessa Elena; e se quel ritratto fosse stato eseguito espressamente per lei, non si sarebbe potuto far cosa più al naturale.
Questa strana somiglianza, e le misteriose e tronche parole che mi vennero udite sul conto di colei produssero in me, così di volo, un'impressione di raccapriccio e d'orrore. E allora, facendo certi strani sospetti, mi son messo ad osservarla con più d'attenzione ancora, tentando quasi di raccapezzar qualche notizia, leggendole ne' tratti del volto, che come tu sai, parlan chiaro talvolta. E forse, per la triste impressione che me n'ero fatta, sotto a quelle forme di una grazia divina mi parve che si nascondesse tal cosa che guai se fosse apparsa di fuori. Quel suo riso che per lo più sembrava nuotasse come in una giocondità festiva, tu lo vedevi di tratto subire certe trasformazioni repentine e sfuggevolissime che te la facevano parere tutt'altra donna. Alcun che di mesto e di tetro. Che so io? Qualche cosa di questo. Del rimanente, può darsi benissimo che io sia le mille miglia lontano dal vero. Ma è però tanta la curiosità in cui sono venuto, che la prima volta ch'io mi recherò a Roma, farò tali indagini che ne verrò a capo senz'altro.
Tornando adesso a quella sera, per quanto io non potessi vincere quei sospetti, pure le benedizioni del popolo, e quel fatto vero e presente e continuo della pietà sua e delle sue beneficenze molto poterono sull'animo mio, e se non altro mi sentii tentato a scusarla. Fu assai per poco però, e quella mia buona disposizione dileguò in un momento. E quando entrò nelle sale il signore di Lautrec, ch'io vedeva allora per la prima volta, mostrando manifestamente nel volto e in tutta la persona i segni d'un atroce orgoglio che si sarebbe conosciuto un miglio lontano, si accostò a lei, ed io pensavo ch'ell'era contenta di sposarlo, che lo amava ardentemente (il maresciallo, quantunque a me fosse odiosissimo, pure per le forme del corpo e per una certa bellezza virile, allora poteva benissimo piacere ad una donna); considerando che, quantunque dovesse vivere in gran timore del papa, dal quale dipendeva, ella per amore di lui, giovava manifestamente la causa dei Francesi soccorrendoli delle numerose bande ch'erano al suo soldo, mi sentii tutto rimescolare di sdegno, e: va, dissi, tu non puoi essere che una pessima donna. E senza più, subito uscii di quelle sale e non ne volli saper altro.
Avvicinavasi intanto il tempo che tra i Francesi e quei della lega sarebbesi venuto ad una giornata campale, e tra pel numero poderoso delle truppe, che d'ambidue le parti mettevansi in ordine, tra che la somma intera delle cose pareva dipendere da quella giornata, tutto dava a credere che dovesse riuscire assai terribile. E subito allora mi maneggiai per entrare in una colonna di cavalleggeri italiani al soldo della Spagna, e col grosso dell'esercito presto ci accostammo a Ravenna. Il dì 12 d'aprile s'impegnò la zuffa generale, ed io potei vedere papa Leone, il quale allora non era che cardinale, in sola stola e sottana, ciò che prima non s'era mai visto, governare molto bene le mosse, e ti so dire che in campo io non ho veduta faccia d'uomo più imperturbabile della sua e puoi ben credere che intorno al suo capo fischiavano le palle degli archibusi e la scaglia delle artiglierie francesi. Ma se dalla nostra parte c'era papa Leone, dall'altra c'era il cardinal Sanseverino che faceva altrettanto. Or io non ti descriverò già quella battaglia, che il Sacramoro te ne deve aver parlato abbastanza, solo ti dirò che fu terribile ed ostinata qual s'era preveduto, e fu la prima volta quella ch'io potessi dire di trovarmi in guerra veramente.
Verso le 22 ore, come fu manifesto per chi era la fortuna, si cominciò a vedere un disordine indicibile nel campo nostro, e gli orrori di quella giornata furon tali, che mi rimarranno sempre nella memoria. Allora, quando il sole già si ritraeva sulla cresta dell'Appennino, noi pochi cavalleggieri italiani e qualchedun altro degli sbrancati ci raccogliemmo insieme a tentare qualch'altro colpo, quantunque senza speranze; ma la guerra è come un giuoco, che quanto è più forte la perdita, tanto più ci si ostina, e si continua finchè ci è vita. E visto come i cavalli di Gastone s'eran dati ad inseguire un grosso drappello di Spagnoli, ci mettemmo a quella volta, e si arrivò allora appunto che una palla d'archibuso fracassò la testa di Gastone di Foix, il gran capitano. S'impegnò qui una zuffa orribile tra i nostri, che volevano approfittare di quel colpo inaspettato, e i Francesi che, messi in furore da quella sventura, parevan belve anzichè uomini. E a me, che in tutta la giornata non aveva quasi tocca ferita, cominciò qui a grondarmi il sangue da tutte le parti, nè perciò mi ristava, ed ebbi campo di vedere il Lautrec medesimo che in quella stretta mandava urli come un invasato, e colla sinistra tenendo stretto a sè il corpo morto del giovane Gastone, rotava colla destra un suo spadone a due mani. Il Lautrec, essendo cugino di Gastone, grandemente lo amava, e parlavasi appunto nell'esercito di quel suo straordinario amore per quel giovane. Ma era suo costume questo che, tanto nell'amore quanto nell'odio, quell'uomo trascendesse sempre i limiti. Quando gli fui addosso col cavallo e coll'azza, quantunque facessero già i crepuscoli, potei benissimo vedere la sua faccia che era coperta di ferite che faceva orrore, e mi ricordo che mi rivolse alcune furibonde parole che non ho potuto comprendere. Ma in quella perduta la spada, lui cadde in ginocchio oppresso dal numero, e a me, quando tutto già pareva finito, pel molto sangue che faceva sdrucciolevole il terreno, cadde pure di sotto il cavallo, intanto che due roncolate mi passarono la spalla; caduto mi trovai viso a viso col Lautrec che, sebbene non potesse più muoversi, continuava tuttavia a guardarmi inferocito e destava in me un raccapriccio indicibile, quando finalmente un colpo di spingarda gli fracassò la testa e cadde, io credetti, morto, col capo indietro. Non movevasi più nessuno d'intorno a me, imbruniva del tutto, ed io, soffocato dal cavallo che era morto; (era ancor quello del conte Mandello), e per quelle roncolate che mi davano un acuto spasimo, e pel molto sangue perduto non poteva più rialzarmi. Sorgeva la luna in quel punto che, tentato un ultimo sforzo per disbrigarmi dal cavallo e dal Lautrec, mi vennero invece i bagliori agli occhi, e so ch'io dissi fra me stesso:—Questa è ultima mia ora;—del resto non so altro. Il dì dopo, quando fui sveglio, due soldati francesi mi portavano a mano e mi deposero sur un carro di trasporto. Per non portar segno alcuno, e forse per avermi trovato insieme al Lautrec, mi credettero uno di loro. Medicato così e fasciato alla meglio, ho sentito uno di quei chirurghi a dire in francese, che io già intendevo poco: questo si può benissimo trasportare a Rimini. Era tanto il numero dei feriti, che si dovettero alloggiare così come si poteva in più piazze. I peggio aggravati si raccoglievano in Ravenna, e qui di fatto venne condotto il Lautrec, della cui vita al tutto si disperava. Gli altri in quelle altre cittadelle del littorale. A me poi toccò la più lontana, che era Rimini, perchè quantunque così malconcio fui tenuto per uno dei più sani.
Convien dire che tutti coloro cui toccò la sorte di alloggiar in Rimini furono i meglio capitati. La duchessa Elena ci fece alloggiar tutti in castello, e ogni sorte di cure ci prodigò quella donna. Tutti i giorni, ad una cert'ora, veniva a visitarci e a distribuir consolazioni, e quando compariva, so che a taluno di coloro che giacevan malissimo condotti, pareva rinascere, quasi fosse lei quella che avesse a rimarginare le ferite. Ora odi bene.
Un giorno ch'ella venne per quelle solite visite, si avvicinò ad uno di quei chirurghi domandando notizie di me, ed io giacevo sul letto a pochissima distanza. Avendole detto il chirurgo ch'io era quello, ella subito mi si volse con parole assai cortesi, mi disse che glien'era stato parlato (quel mio amico Orlando aveva fatta buon'opera) sapeva tutti i miei casi, e mi compiangeva moltissimo, onde chiedessi quanto io voleva, ch'ella si recava a gran fortuna il giovarmi.
Solo, in terra straniera, in pessimo stato di salute, quelle parole, lo confesso, mi furono di una grande consolazione, e quel rancore che io aveva per lei, posso dire che se ne andò tutt'intero. Era la gratitudine che lavorava, ed io credo d'averle risposto di conformità a quelle sue cortesie, onde mi parve ne rimanesse soddisfatta. E così, tornando quasi tutti i giorni in quel luogo, fermavasi al mio letto e volle che io stesso le raccontassi tutte le mie sventure. Parlando l'italiano poteva esser certo di non esser compreso da chi mi stava d'intorno, onde le dissi il perchè mio padre m'aveva così duramente scacciato, ch'io tanto odiavo il nome francese, che non so quel che avrei patito piuttosto che farmi con loro, che su quel letto mi trovavo per sbaglio d'altri, e guarito appena, tosto me ne sarei andato, che la mia vita era tutta rivolta alla totale distruzione di coloro. A queste mie parole io vedevo che a lei si cangiava spesso il colore del volto e taceva. Stupivo poi, che parlandole sempre a quel modo di que' suoi francesi, tornasse poi sempre a visitarmi ogni dì e non mi avesse ancor preso in odio. Ma il cuore di quella donna la portava naturalmente al beneficio e non la guardava pel sottile.
Di tal maniera passò tutto un mese; e siccome intorno a questo tempo avrebber dovuto succedere le nozze tra la duchessa Elena e il Lautrec, se costui non fosse stato in termine di morte, ne domandai notizie ad uno di que' chirurghi, che benissimo mi contentò. Erano passati più dì prima che avesse potuto dar segni di vita, e cominciava allora solo a riaversi. Seppi poi che la duchessa era corsa a Ravenna in sul primo, e da que' chirurghi non fu lasciata entrare, che ritornata quando il Lautrec cominciava a star meglio, anche lui non aveva voluto riceverla, e ci furono grandissimi guai. Alcuni giorni dopo venne da me l'Orlando, e interpellatolo di questa avventura strana, mi raccontò che la duchessa, la quale stimavasi grandemente offesa per essere stata due volte rimandata, aveva finalmente ricevuto una lettera dal Lautrec medesimo, che con amorosissime parole le diceva che lui trovavasi bene ormai, ch'ella intanto disponesse ogni cosa per le nozze imminenti, che risparmiasse d'andarlo a visitare in Ravenna, per delle ragioni che le avrebbe manifestato poi. Che quando sarebbe tempo, lui stesso tornerebbe a Rimini; e senza più verrebbe a presentarsi all'altare, della qual cosa le manderebbe espresso avviso.
A te parrà ora assai strana la maniera con cui comportavasi il
Lautrec; ma la causa non mancava, ed era ben grave, come sentirai.
Intanto anch'io andava riavendomi un giorno meglio dell'altro, e cominciava anche ad uscire un poco sul battuto del castello a riconfortarmi all'aria; e la duchessa continuando sempre a visitare i feriti, non mancava di venir a vedere anche me, e s'intratteneva in molti e diversi discorsi. Un giorno, odi questa, ella erasi appena partita, ed io, appoggiato al parapetto della loggia, stavo appunto osservandola che nella gran corte risaliva a cavallo, com'era suo costume, sento battermi sgarbatamente la spalla; mi rivolgo e vedo accanto a me un tal uomo del qual non ti ho parlato sin d'ora, ma che era venuto a Rimini sin dall'inverno per unirsi ai Francesi, del cui aiuto gli premeva moltissimo. Costui era il signore di Perugia, Giampaolo Baglione, uomo che io avrei odiato cordialmente, se fosse stato degno dell'odio mio; ma già è inutile ch'io te ne dica altro; tutta Italia sa chi sia questo mostro. Costui adunque, seguitando un pezzo a guardarmi fisso e ghignando:—Allegro, mi disse, giovinetto, a te si prepara buonissima tavola, e costei ha molta carità per te: carità pelosa quanto mai può essere; ma tu provvedi al fatto tuo, e v'immergi il becco più che puoi, intantochè quell'altro pensa a guarire.—E continuando a ghignare d'un modo che gli era particolarissimo, se ne andò mezzo zoppicante, travagliato, com'era, da certi suoi mali osceni. Io stetti pensando un poco a quanto colui mi aveva detto; sapendo però che agli occhi di quel laido uomo non ci poteva esser cosa che non paresse viziata, subito mi levai d'apprensione e non ci pensai altro. Non sapevo che da quelle parole appunto dovevano scaturire guai terribili per me. Ma or viene il grave. Erano passati due mesi, e si era agli ultimi di maggio. Il Lautrec era guarito oramai, e per verità, pensando com'era ridotto quando mi giacque vicino, fu un vero miracolo s'egli si riebbe così presto. Mandò espressamente a dire alla signora, che sarebbe venuto a Rimini la sera del 31 di quel mese medesimo, che essendo pressato di partire col grosso dell'esercito, le avrebbe dato l'anello allora, e stettero in questa. Il dì 31 non fu tardo a venire, e si sapeva che gli sponsali dovevan farsi nella chiesa di s. Francesco Saverio. Ci dovevano intervenire i principali baroni francesi, due vescovi consanguinei della duchessa Elena, venuti espressamente l'uno da Palermo, l'altro da Nocera, il cardinale Sanseverino, che doveva sposarli, tutto il capitolo, e i principali della città. Venne dunque la sera, e all'orologio di s. Francesco suonò presto l'ora di notte.
La chiesa erasi chiusa al popolo, e fu solo per mezzo dell'Orlando se a me venne fatto di mettervi il piede, ed ora non saprei dirti perchè mi sentissi tanta voglia d'esser testimonio di quegli sponsali. Quando entrai nella sagrestia, mi dissero che la duchessa Elena, arrivata in quel punto coi due vescovi, colle dame, coi paggi, con tutto il seguito, era nella gran sala, ove soleva tenersi il capitolo, e in quell'occasione splendidamente apparata; vi stava aspettando il signore di Lautrec, il quale aveale mandato a dire sarebbe entrato in chiesa addirittura, e lo aspettasse. Passò così molto tempo, e la duchessa pareva inquietissima; parlava ora ai cardinali, ora alle dame, e si comprendeva bene che quel ritardo le dava grandissima noia, e quanti eran presenti, persino que' baroni francesi, se ne maravigliaron forte. Finalmente fu udito dagli atri del cortile un tintinnio di sproni e un suonar d'armi, e lo sbattere d'un puntale sul pavimento; tutti dissero ad una voce: Egli è qui! e sulla soglia della sala apparve di fatto l'alta figura del Lautrec. Era tutto coperto di ferro, e avea la buffa calata sulla faccia. Senza innoltrarsi un passo, e con una voce alterata assai, che non sarebbe già sembrata la sua, se non fosse stato per quell'accento, a lui particolare, che si sentiva il bretone lontano un miglio, dice in italiano:—In chiesa subito; io vado innanzi; seguitemi tutti,—
E senz'altre parole, dato di volta, fece appunto quel che disse, ed entrò in chiesa il primo. Questo suo comportarsi, in una tale occasione segnatamente, era, se si vuole, assai strano, per non dir peggio; ma sapendosi come foss'egli uomo singolare e sprezzantissimo d'ogni regola, non fu alcuno che ne stupisse, e tutti lo seguimmo. Quella chiesa era un quadrilungo a tre navate, epperò molto capace; all'altar maggiore avevano acceso un così gran numero di ceri, che pareva fosse in fiamme tutto quanto, ma il resto della chiesa era bastantemente oscuro. Tutto il seguito, che era numerosissimo, si dispose intorno alla balaustrata; innanzi alla predella dell'altare i due vescovi ed altri grandissimi personaggi.
La duchessa Elena si pose in ginocchio sull'uno dei due cuscini di seta d'oro fattivi collocare espressamente. Alla sua dritta, innanzi all'altro cuscino, ritto in piede, immobile, tutto ferrato e sempre colla buffa calata sul viso, il maresciallo Lautrec. Venne finalmente il cardinal Sanseverino che doveva sposarli. Pronunciate le prime parole latine, disse sottovoce il Sanseverino al Lautrec: Siamo all'altare, levate la buffa. A queste parole, io che gli stavo quasi in faccia sull'ultimo gradino della balaustrata, e benissimo potevo notare ogni cosa, lo vidi star perplesso un momento, e quando poi alzò il braccio per levarsela in fatto, quello gli tremava forte come una canna sbattuta. Si scoperse alla fine; uno strido acuto della duchessa, che balzò in piedi spaventata, fu la prima cosa che successe a quell'atto, o subito un commovimento universale, un bisbiglio per tutta la moltitudine astante. Se invece della figura del Lautrec si fosse piantato li uno spettro, una apparizione spaventosa, che so io, un carcame d'uomo con teschio da morto che si movesse, la maraviglia, l'orrore, il commovimento non sarebbe stato maggiore. Io non ti saprei dire a che cosa potesse allora somigliare la faccia del Lautrec; soltanto io so, che faceva ribrezzo e spavento, tempestata com'era, guasta, mutilata dalle ferite, schifosa, e la sua voce che, come t'ho detto, m'era parsa così alterata, dipendeva da ciò, che uscendogli pel naso, del quale non gli rimaneva che la nuda e secca cartilagine, rendeva quel suono che dà la nota più bassa della cornamusa. E mai nè prima, nè dopo io non ho veduto faccia d'uomo più orribile di quella, a tal che, gli occhi al primo vederla involontariamente ne sviavano. Ma in mezzo allo sconvolgimento, al bisbiglio, che grado grado si trasmutò in frastuono, il Sanseverino imperturbabile seguiva a pronunciar la sua formola fino al punto che si rivolse alla duchessa Elena, la quale s'andava contorcendo le mani e faceva tali atti che pareva al tutto uscita di sentimento. In quel punto tutti si stavano in grandissima aspettazione di quel ch'ella avrebbe risposto, ed al rumore succedette un silenzio così profondo, così perfetto, che s'udirono chiaramente le due ore di notte che suonavano in quella all'orologio posto sopra la chiesa; la duchessa si ritrasse allora in mezzo alle sue donne, quasi volesse ripararsi fra quelle…. e una voce che sordamente le andava gorgogliando in gola, uscì finalmente in un no acuto e disperato, che fu ripetuto dalla vôlta del tempio, e via fuggì precipitosa e come fuori di sè…. e le dame, e i paggi, e il seguito le tennero dietro in grandissimo disordine. Il Lautrec si percosse la fronte col pugno, si udì esclamare in francese: Ah! Il mio presentimento! con voce disperata, e assumere poi in quel punto medesimo una tale immobilità che pareva una cosa senz'anima. La duchessa era già fuggita con tutto il seguito; gli astanti, l'un dopo l'altro, dileguati, la chiesa quasi vuota del tutto, che il Lautrec stava ancor là immobile. Si scosse poi tutt'a un tratto, quando anch'io stava per uscir cogli altri. Si scosse con atti da furibondo; lo vidi ascender l'altare, afferrare il sacramento quasi volesse scagliarlo per terra, ma, trattenuto a viva forza dai tre cardinali inorriditi, cosa impossibile a credersi, quel terribile soldato cadde svenuto nelle loro braccia. L'amore che portava a quella donna toccava il furore, era fisso di possederla ad ogni costo, ed è facile a comprendere che non avea voluto scoprirle la propria deformità prima di quell'ora, credendo che, stretta dal tempo e innanzi all'altare non avrebbe saputo rifiutarlo. Ed io t'assicuro che, sebbene quell'uomo mi fosse odioso per mille ragioni, pure in quei momento ne sentii compassione profonda. E anche adesso, ch'io so ch'ei non vuole altro al mondo che la mia morte, e pensando a lui mi assale un raccapriccio che mi tormenta, pure comprendo ch'era degnissimo di pietà in quel punto. Di un simil fatto puoi ben credere quanto si parlasse per tutta la città, e tanto più quando si seppe che ritrattosi il Lautrec a' suoi alloggiamenti, proruppe in tutto quel furore che aveva rattenuto per tanto tempo innanzi all'altare. Nessuno dei suoi più non osava accostarsegli temendo d'esser fatto in pezzi da quell'uomo terribile, e in quella sera medesima recatosi ad uno dei finestroni del palazzo dove alloggiava giurò di vendicarsi dell'insulto di quell'infame donna sulla città tutta quanta, e vedendo com'ella s'era chiusa in palazzo, fatto guardare da una schiera numerosa dei suoi, le prometteva verrebbe il dì che sarebbesi ancor trovato da solo a solo con lei, che lui stesso l'avrebbe fatto venire quel dì, che s'attendesse ogni peggior cosa, e l'ingiuria sì crudelmente fatta soffrire a lui le sarebbe costata sangue assai più che lagrime.
Per verità che nella condotta della duchessa Elena riguardo al Lautrec c'era un'apparenza di perfidia; rifiutarlo per la sola cagione che più non aveva l'avvenenza di prima dava indizio ch'ella non lo avesse mai amato veramente. Ma s'aggiungeva a ciò un'altra circostanza, che agli occhi del Lautrec poteva far parere assai più trista quella donna. La condizion de' Francesi, dopo la battaglia di Ravenna, nè mai sconfitta costò tanto a quella nazione come una tale vittoria, aveva peggiorato a furia. Le truppe francesi dovevan sgombrare tutte le città della Marca, e que' tiranni della Romagna non avevan più nè a sperarne aiuti nè a temer vessazioni. Il Lautrec credeva si fosse infinta quella sua donna, e si fosse promessa a lui non per altro che pel timore di perder lo Stato o di che altro. E pensando a ciò, dava in così terribili smanie, che temevasi da que' suoi compagni d'arme avesse la sua mente a dar di volta del tutto…. Ma chi poteva mai sospettare che ogni cosa dovesse tornare in capo a me? Ascoltami or bene. Due dì dopo, quel tale Orlando m'entra in camera tutto scalmanato, e mi dice:—Non avrei mai pensato avessi a scegliere per tuo confidente quell'uomo tristo del Baglione. Il diavolo dell'inferno certo ti ha consigliato. Ma se a quel ch'è fatto non c'è più rimedio, or che sei in un gravissimo intrigo pensa a' fatti tuoi di fretta, e vattene con Dio, chè questo non è più luogo per te.—T'assicuro che in sulle prime non ho saputo comprender nulla di quelle parole, e stavo attonito, e mi venne anche voglia di ridere di quell'insolita furia, e con tutta calma gli risposi, ch'ei mi pareva più pazzo che altro, e però si spiegasse un po' meglio, ch'io non comprendevo parola di quel suo garbuglio. Allora mi spiegò chiaramente com'era la cosa ed io rimasi come sbalordito. Quel tristo Baglione il quale, mentr'era così orgoglioso ed atroce nel proprio dominio, superava poi tutti nell'accarezzare i Francesi, stimandoli il più valido suo aiuto contro il papa, forse per rendersi ancor più amico il Lautrec, gli disse (già ti sovverai delle parole che già ebbe a rivolgermi colui) gli disse dunque che nel tempo ch'ei si giaceva in letto ferito e moribondo, io aveva saputo sì ben fare colla duchessa, che assai facilmente l'aveva tirata all'amor mio, tantochè nessun altro adesso le stava sul cuore più di me. L'Orlando mi rimproverava l'aver io osato mettermi in quell'intrigo, mi diceva che mai non avrei dovuto dar retta alle parole di lei, che pure dovevo avere qualche esperienza di mondo. Quando gli risposi ch'egli era in un grandissimo errore, m'entrò a dire ch'egli sapeva tutto, che la duchessa era innamorata di me, che ne aveva le prove, e parlarne oramai la città tuttaquanta. Codesto insistere mi fece andar sulle furie, perch'io era certissimo che s'ingannava sul conto della duchessa, e per parte mia poi non era niente affatto innamorato di quella donna. Mi piaceva la sua bellezza, ma come piace un quadro del Leonardo e niente di più, e a Bologna avevo veduto la Bentivoglio che mi stava sempre dinanzi.
A quel mio sdegno parve che l'Orlando credesse qualche cosa e pensasse di non darmi più noia. Insistette però perchè io uscissi subito di Rimini, dicendomi che il Lautrec aveva rivolto tutto contro di me l'odio suo, e in quella prima furia aveva giurato che mi avrebbe finito in ogni modo, che sarebbe venuto a trovarmi e non isperassi di sfuggirgli. Risposi all'Orlando, che se il Lautrec avesse voluto venire, venisse, che io non mi sarei già mosso di Rimini per lui, e per tutto l'oro del mondo non avrei mai voluto parer così dappoco in faccia a lui e a tutta la città….
Per questa risoluzione quel mio amico si partì allora da me assai malcontento. Del resto io parlai in quel modo all'Orlando perchè così doveva fare, perchè non è detto che si debba sempre mostrar fuori l'animo proprio. Ma ora ti confesserò, e non arrossisco niente, perchè sarei poi sempre pronto a far quello a cui l'animo quasi si rifiuterebbe, ti confesserò che io ne provai un certo sgomento. Conoscevo il Lautrec…. e cosa vuoi…. è questo l'unico uomo innanzi al quale io mi sento tutt'altro da quel che fui sempre. Qualche cosa d'orribile, che so io? di straordinario, di sovrannaturale nella natura di quell'uomo…. del resto poi non so. Ma tornando a quella sera, mi confortai così alla meglio, e fermando in ogni modo di far tuttociò che mai non mi desse a credere d'animo basso, e quasi a provare che io aveva coraggio veramente, uscii fuori senza pensare ai pericoli.
Nel tempo che ho dimorato in que' paesi, io soleva prendermi grandissimo diletto, quando non aveva altro a fare, di recarmi così sulla spiaggia dell'Adriatico, o d'innoltrarmi talvolta qualche miglio in mare in uno di quei navicelli che s'usan colà; tanto quel cielo, quella natura, que' siti splendidi e pittoreschi, tutti nuovissimi per me, mi toccavano e mi davan forti scosse e grandissime fantasie. Avevo vent'anni, ero sventurato, la gentile figura della Bentivoglio spesso mi passava dinanzi come un'apparizione, avevo quella cara donna di mia madre a cui pensare, e della quale non mi giunse mai nuova finchè restai fuori, e godevo a star solo. Recavami sovente ad osservar le tordelle che, quando s'alza la marea, si riducono a riva e vi si fermano appoggiate immobilmente su d'una zampa, mi piacevano i gridi delle lodole di mare che annunziano il riflusso. A notte poi recavami talora a qualche distanza per godervi di quella scena così tranquilla insieme e così solenne, per sentire fra que' vasti silenzii, non interrotti che dal mormorio delle immense acque dell'Adriatico, i dolcissimi gorgheggi del chiurlo, il rossignolo marino, che ti mettono una sì soave mestizia nell'anima, che ti senti accorare, eppure ne hai piacere. E così, bene spesso tutto pieno di queste voluttà, sentivo batter le sei, le otto ore di notte ed ancor trovavami sull'acqua.
Quando venne da me l'Orlando quella sera, eran passati due giorni ch'io non mi poneva in mare impedito dalle nebbie, che in quell'anno frequentissime, avean durato tutto il mese di maggio, e in quelle due notti appunto s'erano alzate foltissime. E per ciò, uscito di casa quella sera, e veduto come l'aria invece era sgombra affatto e lucentissimo il cielo, pensai di mettermi in mare, e saltato in un mio battello che tenevo legato a un piccol molo, in poche sbracciate fui ben lontano dalla riva, e così senza pensarci, tirato da quelle care bellezze, m'innoltrai molto in alto. Non era passata un'ora, quando a un tratto, come se per arte si fosse stirato un gran velone, mi trovai circondato dalla nebbia, leggera però in sulle prime, e diafana così, che lasciava vedere come un chiarore perlato. Fin qui quel nuovo fenomeno mi piaceva moltissimo, ma la nebbia in poco d'ora si raddensò tanto, e fu così folta tenebra d'intorno a me, che temendo di non poter ritornare per quella notte, maledii d'essermi posto in acqua. E speravo soltanto fosse per passar qualche barca di pescatore, che in quelle notti nebbiose colle torcie a vento vanno a cerca d'arzàvole, e stetti aspettando qualche buon incontro. Stato fermo così un pezzo mi parve sentir finalmente alcune voci in lontananza, e poi un batter affrettato di remi. Diedi una voce, e veduto allora che la nebbia si rischiarava e facevasi rossa sempre più, capii che erano le fiamme delle torcie e delle fiaccole, e ch'io era stato inteso. Diedi un'altra voce, finalmente vidi spuntar la prima fiaccola, e una barca, poi un'altra, e un'altra ancora, e molti navicelli. Non erano pescatori altrimenti, ma soldati francesi in gran numero che, veduta la bella notte, s'eran forse anch'essi messi a diporto sul mare. Io non aveva a temer nulla da loro, e senza altro lasciatele passare innanzi mi disposi a mettermi in coda a quelle e tornare a Rimini. Ora, intanto che mi passava innanzi l'ultima grossa barca, mi venne osservata la faccia del Baglione che mi guardò fisso e subito si volse a parlare ad un altro. E non mi era passato innanzi due tese, che fui scosso come da una cupa ed aspra voce, e sulla tolda vidi balzar in piedi, con un movimento rapidissimo, l'uomo istesso al quale il Baglione aveva rivolta la parola, parlar poi subito a quelli che gli stavano intorno, i quali pareva gli rimostrassero qualche cosa con grandissimo calore; e taluni poi volessero trattenerlo per forza. Ma colui, arraffata una torcia di vento, lo vidi dalla barca saltare in un piccolo navicello che gli veniva di costa legato, e strappata la fune, sviarsi da quella e venire alla mia volta. Io vogavo ultimo, perchè il mio battello non venisse percosso, camminando di fianco, da que' grossi remi delle barche, e, per esser solo, non potendo aver la loro velocità, ero rimasto molto indietro. Vedendo allora accostarsi a me quel battello, quantunque avessi un sospetto, ho potuto credere un momento venisse per meglio aiutarmi. Ma quando mi fu presso, la torcia a vento rischiarando la faccia di quell'uomo mi fe' correre un gelo per tutto il sangue: era la faccia orribile del Lautrec.
Costui fece girare lo schifo e lo attraversò al mio. Mi guatò fisso un momento, mi afferrò per un braccio, e mi disse in italiano: Aspetta. Stette poi fermo ed immobile come ad ascoltare il battere dei remi, e le voci e le grida che si allontanavano, lasciò che svanissero del tutto, anche gli ultimi suoni più fiochi e lontani lontani, e quando la nebbia non essendo più attraversata dalle torcie e da nessun altro lume tornò a ravvolgerci nella sua fitta caligine, e il silenzio, un profondo, un orrido silenzio ci circondò da tutte le parti… si volse a me. Per quanto io fossi sopraffatto, per quanto io mi sentissi perduto, puoi credere che io stavo pronto, e aveva impugnata la mia daga grossa e a due tagli. Il Lautrec fermo l'occhio su quella, poi guardò a me, come se esaminasse parte a parte tutta la mia figura. Pareva mi volesse dire più cose ad un punto, ma i labbri tremanti pel furore non gli permettessero di parlare…. Del resto non ti saprei dire come fosse veramente… chè in quel punto io non era bene in me stesso. Ma proruppe poi a un tratto, e con quella sua voce nasale mi disse in francese mille arruffate parole, di cui altro non compresi se non che mi preparassi a morire, che la sua vendetta mi avea ghermito finalmente, che forse poteva esser l'ultim'ora anche per lui, ma in ogni modo non gli avrei mai sopravvissuto… e così grado grado facendosegli più aspra e terribile la voce, mandò nel suo bretone altissime imprecazioni, imprecazioni lamentose insieme e feroci, pareva un tigre ferito… e di slancio si gettò su me furibondo con tutta la persona. Ma, come doveva succedere, la barca gli sfuggì sotto, allontanandosi tanto che la fiamma della torcia si nascose dietro al nebbione, come dietro a un fitto velo, e lui cadde sull'orlo del mio schifo, che a quel peso accresciuto dalla caduta si ripiegò su d'un fianco al punto d'andar sott'acqua. Così in quel primo assalto costretto ad attaccarsi tenacemente al fianco del navicello, colui non potè niente lavorare col suo spadone, ma nè io pure avendo, pel trabalzamento, perduto al tutto l'equilibrio, potei difendermi, e caddi addosso a lui. L'acqua entrò allora nello schifo e, per quanto io fossi sbalordito, m'accorsi che non si aveva ormai più a morir di ferro l'uno per l'altro, ma sì tutt'a due annegati in un fascio, e fu tanta la mia disperazione allora, che colla daga menai più colpi al Lautrec che si riscosse, e intanto che l'acqua gorgogliando gorgogliando finiva di sommergere lo schifo, mi fece pure alquante ferite col taglio dello spadone. E allora, quasi a un punto, era un moto d'istinto? lasciammo ambedue i ferri all'acqua, ed io mi diedi a menar le braccia con una forza disperata e furibonda.
La nebbia non era ormai più rischiarata che da un cerchio rosso e fioco, formato dalla torcia dello schifo del Lautrec che, trasportato dall'acqua stava per scomparire del tutto ed era lontano lontano. Vedi che se fossi anche stato solo era bastante orrore, bastante pericolo per morirne, ma quell'atroce uomo mi veniva d'accosto inesorabile, e imprecava anche con certi muggiti sordi… un pesce cane mi avrebbe dato minor travaglio. Intanto io mi affannava per raggiunger lo schifo di lui che galleggiava in lontananza, e tanto potei fare, che mi vi accostai, nè solo m'accostai, ma potei anche aggrapparmivi agli orli. Respiravo un momento, e fu allora appunto che mi parve di sentire un altro rumor di remi affrettato…. Altre voci…. Mi si allargò l'animo del tutto, e mi credei salvo, mando un grido, uno strillo acuissimo per dare un avviso di me… ma in quella mi sento afferrar per le gambe come da una tenaglia che stringe e morde, e a dar tirate e squassi tanto che le mani lacerate mi si staccarono dagli orli. Il Lautrec era già tutto sott'acqua, nè potei capire come fosse stato, e tirava in giù sempre con forza più tenace. Mi vidi di nuovo, e irrimisibilmente perduto, nel punto medesimo ch'io vedeva prestissimo l'aiuto, poichè molte barche mi si erano già scoperte, barche di pescatori, ed io seguitavo a gridar alto. Ma quando una voce s'udì fra quei silenzi a domandare: Chi è qui? Chi annega qui? io non ho potuto parlar più. L'acqua salsa m'entrava pel naso, e tratto in giù precipitosamente, già mi si velavan gli occhi. Di que' momenti non ti posso dir altro.
Ma tu vorrai sapere in qual modo io sia ancor qui vivo e sano. La cosa è assai facile ad intendersi: a que' pescatori venne fatto riscattarmi. Io mi risvegliai su d'un povero letto, avvolto in coperte di lana, tutto fracido di sudore, e chi mi raccolse mi raccontò poi come, alcuni momenti dopo che avean raccolto anche l'altro annegato che non dava segni di vita, loro si era scoperta una barca di Francesi che pareva vogassero in traccia di qualcheduno, e saputo com'era il fatto, pagarono alquanti fiorini d'oro a' pescatori e condussero con loro il Lautrec. A quanto ne ho congetturato, bisogna che, quantunque costretti dai comandi minacciosi del Lautrec a lasciarlo affatto solo con me, pure, veduto scorrere sì gran tempo, e sospettando, com'era ragionevole, qualche grave sciagura, più che il timore dello sdegno del Lautrec che in vero avrebbe messo sossopra tutto l'esercito, abbia potuto il timore di perdere un così gran personaggio, ed una delle più valorose spade di Francia.
Così non riuscì al Lautrec nè di trarre, per allora, nessuna vendetta di me, nè della duchessa, che s'era chiusa in castello e assai bene fortificata, e due dì dopo, avendo le truppe francesi abbandonato quel paese, anche lui, sebbene per le ferite non potesse reggersi, dovette lasciarsi trasferire in Francia, dove il re lo aveva richiamato, conducendo seco un suo fanciullo di pratica altamente secreta, e intorno al quale correvano per Rimini molte e diverse voci; d'allora in poi più non ebbi ad incontrarmi con lui; ma alla battaglia di Novara, dove la barbuta savoiarda mi ferì a tradimento, subito mi venne in mente il Lautrec, e ho tentato ogni mezzo per cavar di bocca la verità all'assassinio; ma il suo labbro era di marmo e morì senza dir nulla. Allora il dubbio che mi sorse in mente si dileguò a poco a poco, e non sarebbe mai più risorto se l'attentato di ieri non mi avesse fatto ripensare al Lautrec.
Del resto io t'assicuro che un simil fatto ha prodotto in me assai più meraviglia che altro; chè io avrei temuto bensì ogni peggior cosa dal Lautrec, ma da lui medesimo, a corpo a corpo, stimandolo sin qui, come tutto il mondo ancora lo stima, tanto onorato quanto feroce. Ben è vero che la forza dell'odio è prepotente, e può bene avergli fatto cambiare anche il costume, e sprezzare ogni legge di cavaliere; non so poi se in questi tre anni sia intervenuto nulla alla signora di Rimini, ma in ogni modo temo che quel che non è avvenuto avverrà di certo, che quell'uomo, come ho dovuto accorgermi, non dimentica e non riposa.
CAPITOLO IV.
Ma per lasciare una volta quest'uomo, continuò il Palavicino, altre cose mi avvennero in quel torno di tempo, e fu in quell'occasione che per la prima volta potei conoscer dappresso la Bentivoglio. Non ebbi dunque nemmen campo di riavermi dalle ferite e da una violentissima febbre che spesso mi induceva in lunghi deliri, che altre forti e dolorose scosse eran preparate per me. E quando trovandomi bene oramai e avendo risoluto partirmi di Rimini, mi volli recare a ringraziare, com'era dovere, e a prender licenza dalla signora che sempre aveva mandato a prender notizie di me, m'incontrai, mentre metteva il piede in palazzo, in un tale che era suo famigliarissimo, il quale mi dice:—Due mesi fa cotesto palazzo poteva benissimo non avere invidia del paradiso, ma ora è diventata la casa del pianto; e alla signora, che dopo quel che è avvenuto s'è concentrata in se stessa, che non si sa più tanto che si pensare di lei, vennero a far compagnia altri sventurati. Già vi sarà ben noto come i Papalini siensi impadroniti di Bologna, e i Bentivoglio abbian dovuto fuggirne a furia. Ebbene, son qui padre e figlia. Il magnifico signor Giovanni e la Ginevra si son rifuggiati presso la duchessa.—Questa notizia mi fu causa di dolore e di piacere a un tempo, e per tutte le ragioni fu tale insomma, che mi fece risolvere a fermarmi ancora in Rimini. Ebbi a meravigliare però che il Bentivoglio avesse voluto scegliere quel luogo per suo rifugio chè certo non era il meglio adatto, e toccatogli di ciò a quel tale che mi diede l'altre notizie, soggiunse: che il motivo veramente dell'esser venuto colà era tutt'altro da quel che il Bentivoglio aveva voluto far parere, ed ecco com'era la cosa.
Il Bentivoglio sapeva che Giampaolo Baglione, signore di Perugia, non era ancor partito di Rimini, e al medesimo, che vedovo per la terza volta gli aveva chiesta la figlia due mesi prima, ed era rimasto senza risposta, veniva ora ad esibirgliela in fretta e in furia, sembrandogli in quell'improvvisa sua sventura, far grandissimo guadagno, e sperando per quelle nozze confederarsi stretto al Baglione, che era il più potente signore della Romagna e tutta cosa de' Francesi, e poter meglio così tentar l'impresa di ricuperare il dominio della sua Bologna.
In quel giorno, quando entrai nella camera della duchessa, stavan seduti con lei in un crocchio, il Bentivoglio, la Ginevra, il Baglione. Un colpo d'occhio mi svelò come stava l'animo di ciascuno e la Ginevra mi parve così accorata, così spaventata, che io mi sentii tutto commuovere di pietà; e tutto il mondo già sapeva che, per una donna, il dar la mano al Baglione era incominciare una serie interminabile di patimenti e di guai. A te ho già detto come, avendola veduta una sol volta a Bologna, mi facesse tale impressione che la sua figura sempre poi mi comparisse in fantasia. Non era per altro così pazzo ch'io osassi nutrire nemmeno la più lontana speranza! Chi poteva misurare la distanza che interveniva fra me così infelice, così solo, così abbandonato, e così povero, aggiungi, colla figlia di così reverito e potente signore, con quella fanciulla i cui destini parevano avessero a comporsi interamente coi destini di un re?
Ma in quest'occasione mi parve che si fosse immensamente accorciata quella distanza, ed io potessi farmele più dappresso senza che più mi paresse nè audacia, nè pazzia; forse un tale effetto dipendeva da ciò, ch'ella era divenuta così infelice, ch'io sentissi tanta pietà per lei, e che da questa appunto nascesse quella prepotenza d'amore che fa superare ogni ostacolo.
Mi piaceva poi ch'ella fosse la figlia di sì grande e riverito signore, che l'altezza della condizione riflette sempre un gran lume sull'uomo e sui pregi suoi naturali; ma il saperla caduta da quell'alta condizione, la rendeva assai più venerabile agli occhi miei, le aggiungeva uno straordinario, un ineffabile prestigio. Quel misto di miseria e di splendore, quella giovanile bellezza, precocemente sfiorata dagli affanni, produsse in me tale effetto, che io non tel saprei dir qui a parole; e allora pensavo al mio stato, consideravo come anch'io fossi caduto assai basso per l'inesorabile volontà del padre mio, e m'esagerava in mente, e quella prima altezza della mia condizione e quella bassezza presente, e per la prima volta ho saputo confortarmi delle miserie in cui trovavami, non per altro, che perchè somigliavan tanto alla condizione di lei. E mi affannava per persuadermi che il destino avesse espressamente combinata quella parità di sventura, e condotto gli eventi così, che io e quella fanciulla infelice ci trovassimo uniti ambedue nel medesimo tempo e nel luogo medesimo. Ma il veder lì presente quell'uomo osceno ed atroce del Baglione mi dava poi un insopportabile affanno.
E pensa come stesse l'animo mio quando, alcuni giorni dopo, l'Orlando mi parlò dell'angoscie e dei pianti di quella poveretta, e come tremasse della gelosa severità del padre suo e non osasse contraddirgli, e in pari tempo come avrebbe voluto morire piuttosto che darsi in braccio al Baglione. E però un giorno più dell'altro mi andavo sempre più infervorando in quell'amore che doveva essere la mia disperazione e il mio conforto a un tempo. Una sera nei giardini del palazzo della signora, la quale in quel tempo si comportava meco d'una maniera assai strana e impacciata, a me venne fatto di rivolgere alcune parole alla fanciulla, e d'udirla parlare, e si tenne parola della condizione di Bologna, e della loro fuga e de' Francesi, dai quali il padre suo sperava tutto, e rimasi maravigliato della perspicacia straordinaria di lei in cose segnatamente nelle quali le donne non sogliono, per lo più, aver molto intendimento. E più maravigliato ancora quando potei comprendere ch'ell'aveva in pessima stima il nome francese contro l'opinione del padre suo, e mi raccontò una storia mesta d'una giovanetta sua amica che da uno di que' gentiluomini francesi che stavano col Gastone era stata condotta a malissimo termine, onde ne era poi morta di crepacuore, e pensa che tenerezza io sentissi di lei in quel punto che, piena di santo sdegno malediceva quel tristo, e su quel viso fatto rosso dall'ira cadessero ad un tempo le lagrime a dirotta. Egli è a codesti slanci di passione e pietà inestimabili che una donna ti si fissa in cuore, e non te ne uscirà mai più per tutta la vita.
Ma tu vedi come provvedessi alla felicità mia sempre più infervorandomi in quell'amore che non poteva avere che un miserabilissimo fine, per esser le nozze col Baglione inevitabili. Alcuni giorni dopo ho potuto accorgermi di un far contegnoso ed insolito tra la duchessa e il Bentivoglio che mi ha messo in volontà di domandare quel che fosse avvenuto, e seppi poi che la duchessa Elena, a cui disperatamente la Ginevra erasi raccomandata s'era interposta e parlò al padre di lei, e tentò ogni mezzo a persuaderlo perchè non sagrificasse così miseramente l'unica sua figliuola. Ma riuscendo al Bentivoglio nuovissimi que' ragionari, e non sapendo nulla dalla figlia, che mai non aveva osato aprirsi con lui, salì in grandissimo furore e duramente si ritrasse colla Ginevra, che ebbe a passare amarissimi giorni, i più dolorosi della sua vita, ond'io tutt'alterato e commosso, e quasi disperato: Oh che fai tu, proruppi volgendomi a Dio e stoltamente imprecando, colla tua giustizia e colla tua misericordia se permetti che costei abbia a morire di angoscia per la tirannia dello spietato suo padre e se non provvedi a liberarla dalle mani scellerate di quel laido uomo del Baglione. Or senti cosa va a nascere, e va poi tu a negare la provvidenza di Dio infinita.
Due giorni dopo, faceva l'alba appena, entra da me l'Orlando: Grandi novità! mi dice; io m'alzo sul letto pieno d'attenzione, impaziente. Non sai nulla tu di Giampaolo Baglione?
—Nulla ne so, gli rispondo; ma cos'è avvenuto?
—È avvenuto, soggiunse, che stanotte i suoi famigli corsero per messer Liborio chirurgo, e credevano fosse morto in letto.
—Morto in letto?… Ma chi, morto in letto?
—Il Baglione, che non si sarebbe mai creduto. Stamattina però s'è alquanto riavuto, ma gli è dato fuori un male orribile, un mal vecchio; paga insomma i suoi disonesti peccati, ed ora è peggio malconcio assai di Lucio Silla. Altro che nozze, Manfredo, e il Bentivoglio è rimasto a secco.
Eran corsi due giorni infatto che il Baglione non s'era lasciato vedere a palazzo, ma nessuno ci badava sapendo che strano uomo lui fosse, e d'altra parte colle sue mille lancie alloggiava fuori di Rimini un miglio.
Io non ho saputo nè quel che ne disse, nè quel che ne pensò il Bentivoglio allora; nè ho potuto godere dell'improvviso sollievo della povera sua figlia, alla quale aveva Iddio così manifestamente provveduto. Fatto sta, che in quella settimana medesima m'alzo una mattina ed esco fuori. La città essendo ormai assai tranquilla, d'ogni minima cosa vi si parlava a lungo, però sento dire da tutti che il Bentivoglio colla figlia erano, da qualche ora, in viaggio diretti precisamente a Milano. Se tre dì prima io m'era sentito così confortato veggendola salva ormai dal pericolo d'andar sposa del Baglione, altrettanto fu l'abbattimento mio quando mi venne udito ch'ella non era più in Rimini. Quantunque non mi fosse conveniente il recarmi spesso presso a lei, finchè si rimase colla duchessa, e passassi molti dì senza nemmanco vederla, pure il sapere ch'ella respirava quell'aria medesima della città ov'io mi trovava, ch'ella mi era vicina, che se in me fosse mai nato un indomabile desiderio pel quale non potessi stare senza lei, avrei pure potuto recarmi a vedere quel divino suo volto, tutto ciò mi dava un indicibile conforto, e scosse e soprassalti di giubilo potente.
Quando seppi dunque ch'ella era partita, che una grande distanza già mi divideva da lei, ch'era forse probabile ch'io non avessi a rivederla mai più, io ne rimasi così percosso, così sconsolato che sentii pesarmi l'esistenza addosso e desiderai di morire. Nè il sapere ch'ella fra poco sarebbe stata in Milano, vedi bene che speranze poteva darmi, giacchè non v'era una ragione perch'io potessi tornarvi, e a vivere onoratamente senza ajuto altrui, ciò che troppo mi pesava, conveniva mi acconciassi con qualche capitano, il quale assoldasse gente e fosse in pari tempo nemico alla Francia.
Ora quel che avvenne di me da quelli anni in poi tu lo sai, e come risorgessi a un tratto per la subita morte del conte, fratello di mia madre, che volle beneficar me sovra tutti… Per verità che sino a questo punto, quantunque abbia trascorso dei momenti ben tristi, pure ho ancora a lodarmi della sorte mia, la quale mi cavò di tante sventure e tanti disastri; e volesse Iddio che le cose sempre, in avvenire, mi corressero così ma vuol essere difficile… Frattanto due sole cose io desidero ardentemente: che si vinca la battaglia di domani e che il Bentivoglio, vinto dalla necessità, non si rifiuti a concedermi la figliuola sua, della qual cosa è viva la speranza in me, vedendo che per la condizione in cui trovasi lui e la Ginevra, non è già facile che attiri l'attenzione di chi ha Stato o potenza in Italia o fuori. In quanto poi al Baglione, se non è già spacciato a quest'ora, non passerà gran tempo che lo sarà. So bene che qualche mese fa era corsa la voce ch'ei si fosse molto bene riavuto, ma io non ci credo niente, e il conte Besozzo che, non è gran tempo passò per Romagna, mi assicurò ch'altro non sono che falsissime dicerie."
A queste parole il duca di Bari, sapendogli male di lasciare l'amico in quell'inganno crudele, fu quasi tentato di metterlo in cognizione d'ogni cosa, ma ricordandosi della promessa fatta al Morone, e pensando che i consigli di costui non potevano essere in fallo, si tacque.
In questa, i due giovani udirono scattare il martello dell'orologio della torretta che battè due tocchi.
—L'ora è ben tarda, disse allora il Palavicino, e bisogna ch'io vada alla casa del Besozzo, dove stassera si raccoglieranno un cinquanta del nostri che staranno pel duca Massimiliano e per te, duca Francesco.
—Non so se il castellano abbia licenza dal cardinale di Sion di lasciarti uscire?
—Sa il cardinale il perchè, ed ha già dato gli ordini.
—Quando avremo a vederci noi?
—Domani all'alba.
—Addio dunque frattanto, e confida nella sorte e in Dio.
—E in chi altri ho a confidare? Dopo l'attentato di jeri notte, dopo ch'io so che la morte mia è desiderio e fine assiduo di chi si nasconde tra l'ombre, a me par come di passeggiare su d'un terreno, sotto il quale si celi una mina; però, se a me non accadrà d'esser balzato in aria sfracellato, non sarà che un miracolo d'Iddio.
Detto questo, si licenziò dal suo Francesco Sforza, che lo volle abbracciare. Quando fu per uscire si scontrò nel Morone, che veniva dalle camere di Massimiliano e che gli disse:
—È qui il duca Francesco?
—Egli è qui difatto; siete venuto a tempo, ed io vi lascio con lui; a rivederci all'alba.
E senza più altro si partì lasciando appunto il Morone col duca.
Quando il romore che faceva il puntale della spada del Palavicino si perdette sotto alle volte del castello, il Morone si rivolse al duca di Bari, il quale misurava a lenti passi lo spalto, richiamandosi in mente tutto quanto gli avea detto il suo amico.
—E così, disse il Morone, non sa nulla?
—Nulla affatto.
—Neppure un sospetto?
—Neppure. Ma io fui tentato dirgli ogni cosa, quando mi raccontò quel che avvenne tra lui e il Baglìone altra volta, e come la figlia del Bentivoglio per miracolo abbia potuto sfuggire dalle mani di costui; e mi faceva grandissima pietà il vedere quant'egli viva tranquillo e sicurissimo, e creda anzi che il Baglione sia così malcondotto da certo suo morbo osceno, che non possa ormai più riaversi.
—Ed era appunto quanto credeva tutta Italia, e quanto desideravano gli sventurati Perugini. Ma il lettore di medicina allo studio di Pisa, messer Lucio Bandini, voleva in ogni modo esser maladetto da tutti i suoi concittadini, e almanaccò notte e dì per guarire il Baglione, e vi riuscì; ed ora Giampaolo alloggia in Lodi colle sue cinquecento lande.
—Ma in che modo sapete che il Bentivoglio s'è recato da lui?
—Vi basti che ne sono certissimo, come son certo che le nozze che non han potuto aver luogo tre anni fa, tosto si compiranno in uno di questi dì. Il Marsiglio di Lodi venne jeri da me e mi disse ogni cosa, ed io gli raccomandai stesse alle vedette e m'informasse di tutto minutamente. So anche che il Bentivoglio jeri si recò a far visita all'abate di Chiaravalle; nessuno me ne disse il motivo, ma è facile congetturarlo. E pare che gli prema dar sesto alle sue cose in fretta e in furia, e sagrificare la figlia senza le formalità che possono trarre in lungo ciò che egli vuol subito.
—Il Palavicino mi disse il perchè, anche tre anni fa, premeva tanto al Bentivoglio d'unirsi in parentela col Baglione.
—Ed è facile a comprenderlo, e per ricuperare la sua Bologna metterebbe Cristo in croce; ma è quanto per verità io non vorrei che avvenisse.
—Perciò era mio consiglio mettere in cognizione di tutto il Palavicino stesso, il quale, chi sa, forse avrebbe trovato il modo di stornar quelle nozze.
—A suo luogo ed a suo tempo si potrà benissimo palesargli la cosa, ma oggi no. La notizia intempestiva l'avrebbe messo sossopra, e a noi è bisogno invece ch'egli sia benissimo in sè stesso. Perchè, già non è bisogno ripeterlo, questo giovane può essere di grandissimo peso nella causa vostra, e dell'ardore appassionato che ha per voi, e dell'odio che porta alla Francia può accender gli animi di tutto l'esercito. Io so benissimo come vanno queste cose, e come un solo talvolta valga per tutti. Dunque è bisogno ch'egli non sia stornato da nessun altro pensiero, che se domani si avesse mai a vincere la giornata, si troverebbe facilmente il modo di tener lontani il Bentivoglio e il Baglione e allora porrò il pegno io stesso che la Ginevra sarà sua e non d'altri.
—Sperate voi dunque che s'abbia a vincere la giornata?
—C'è l'uno per cento di probabilità; è ben poca cosa in vero, pure alle volte quest'uno è tutto, come ho detto. Del resto è sempre profittevole prepararsi al peggio che al meglio. Il re, senza contar le lancie, i lanschinetti, i fanti della Gheldria e i Guasconi, ha seco seimila cavalieri, il fiore della milizia d'oggidi, quarantamila fantaccini e diecimila uomini d'armi. E noi? cosa abbiamo noi? Cotesti svizzeri che non arrivano a cinquantamila, ed è qui tutto, e combattono per le paghe. Se poi le forze di re Francesco avesse ad ottenere quel che pur troppo è così facile ad ottenersi, allora la lega tra il Bentivoglio e il signore di Perugia mi porrebbe in peggior fastidio assai, e più che prima mi bisognerebbe che il Palavicino sposasse la Ginevra, e l'Appennino tagliasse l'amicizia dei due tiranni.
—Comprendo quel che volete dire; ma la cosa è al tutto impossibile. E per verità, sebbene in questa durissima stretta io non dovrei che pensare alla sventura della casa nostra, pure la sorte del Palavicino mi affanna, e vedo che furia di guai già lo minaccia dappresso.
—E questo mi pesa, per verità mi pesa, o duca, perchè alla fortuna di questo giovane io lego la vostra, la mia e la fortuna di tutta la città. Pure a molti costui non parrebbe che un semplice gentiluomo, buono tutt'al più che a lavorare di spada; ma io so bene quel che se ne cava.
—Anche se i Francesi avessero a rimettere il piede qui?
—Anche se Milano n'andasse tutta sossopra per loro, a me parrebbe d'aver fatto molto se mi riuscisse di gettar la discordia tra il Bentivoglio e il Baglione, e di mettere fra costoro due il Palavicino, perchè dopo, potete ben credere che giuocando a tavola reale, nessuno mi sbancherebbe.