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VALENZIA CANDIANO
RACCONTO
DI
GIUSEPPE ROVANI
AUTORE DEL LAMBERTO MALATESTA
MILANO
PRESSO LA TIPOGRAFIA DI VINCENZO GUGLIELMINI E LA LIBRERIA FEBRARIO
1844
Or l'opre mie non son che esperïenze,
Non son che bozze, e un far di fantasia
Göthe.
Con pochi timori e senza pretese, io presento al publico questo lavoro più presto adombrato che compiuto. Il fatto storico, a mio credere, assai curioso sul quale è tessuto, e qualche utile idea che domina in esso, mi consigliarono a darlo fuori così come sta e senza farne altro, dal momento che non mi poteva bastare il tempo a condurlo a quell'ultimo termine che pure avrei desiderato.
Un altro lavoro di simil genere che, per molte cagioni, tutta attrasse la mia attenzione e il mio amore, volle che di presente io servissi a lui solo il più perfettamente che fosse possibile, piuttosto che con meno di accuratezza a due in una volta.
I
LA GOLA DEL LEONE.
In una sala del palazzo ducale di Venezia, le cui pareti, tutte coperte di rasce nere, venivano debolmente rischiarate da una sola lampada a sei becchi pendente per tre catene dalla volta; una notte d'agosto del 13… stavano sedute intorno ad una gran tavola diciassette persone; dieci senatori, il doge e sei consiglieri. Era l'eccelso consiglio così detto dei Dieci, raccolto in sessione. Colà dentro facevasi un perfetto silenzio, non interrotto che dal fruscio de' fogli d'alcuni codici che venivano di quando in quando svoltati, da qualche sommessa parola che alcuno dei senatori diceva al suo vicino, e lontano lontano dal romore indistinto, ma incessante di grida e di suoni. Dopo qualche po' d'ora che si continuò in una profonda quiete, uno de' senatori entrò finalmente a parlare:
«Centomila ducati d'oro ci costò la vittoria riportata contro i Genovesi. Ecco qui: i bilanci dei commessari sono di una straordinaria esattezza.»
«Centomila ducati d'oro? è una bella somma.»
«Ma il ricavo del cotone quest'anno ci renderà altrettanto e più: una mano lava l'altra.»
«Sì davvero, possiamo lodar la sorte che ci ha fatti cadere in piedi.»
«Voi dite benissimo, ma se quest'ultima guerra non si fosse protratta tanto tempo, sarebbe stato assai meglio.»
«L'ammiraglio non poteva far diversamente.»
«Lo poteva.»
«Il senator Barbarigo ha ragione, si è temporeggiato inutilmente.»
«Le tre navi grosse che furono incendiate nel golfo della Spezia, hanno stremenzita oltremodo la cassa dell'arsenale.»
«In verità che Candiano fu imprudente.»
«Ottenne la vittoria però.»
«Con troppo scapito della Serenissima.»
«Considerate che Genova è ridotta a mal termine; che la sua flottiglia è dispersa, e che per anni parecchi non ci resta più a temerla.»
«Questo lo credo anch'io, ma Candiano….»
Qui l'interlocutore veniva improvvisamente interrotto da una esclamazione di maraviglia; l'aveva mandata un senatore che stava ripassando alcune carte.
«Che cosa avete letto?»
«È assai strano,» rispondeva quel senatore, «sentite: è uno dei fogli trovati stasera nella gola del leone.»
«Un'accusa?»
«Un'accusa.»
«Contro chi?»
«Sentite.—Se l'eccelso consiglio dei Dieci avesse a suo tempo tenuto d'occhio a ciascun passo del glorioso ammiraglio, a quest'ora ne saprebbe di belle.»
«Oh!… questa è curiosa!»
«Non c'è altro?»
«No.»
«Il caso è molto strano.»
«Ora io domando, chi mai può aver scritte queste parole.»
«È ciò appunto che non si può sapere.»
«Ma che cosa può essere?»
«Forse una vendetta d'un nemico di Candiano.»
«Chi sa?»
«Ad ogni modo ci convien stare all'erta.»
«Faremo chiamare qualcuno de' nostri: come chiamarli?»
«Non importa: stasera parlerò all'Apostolo Malumbra; egli mi saprà scovar fuori alcun che di più chiaro.»
«Va bene, Barbarigo: a dar spaccio a questa faccenda ci penserete voi.»
«Candiano, il fiore de' prodi, il patrizio di cui la Serenissima ebbe sempre a lodarsi; che sotto la corazza d'acciaio ha il valore il più indomito, e sotto la casacca il cuore il più benefico; l'ammiraglio Candiano, che oramai è presso ai settant'anni, mi sembra, illustrissimi senatori, troppo superiore a queste accuse.»
«Il glorioso Candiano è ben fortunato d'avere un sì nobile difensore.»
Attendolo Barbarigo non aveva pronunciate che queste parole, ma il modo con che le avea pôrte, era cosparso di una così fina e gelida ironia che l'ottuagenario doge dovette comprenderlo troppo bene.
«Io ho sessantasette anni,» continuava il Barbarigo, «nacqui il 2 gennaio del 13… il dì in cui nacque Candiano. Abbiamo percorsa una strada medesima sino al punto ch'egli prese il largo in mare, ed io mi chiusi in queste quattro mura. Io lo udiva quando la bollente anima sua si versava quale e quant'era nelle sue parole. Nessuno può conoscere Candiano meglio di me.»
«E così?»
«E così ricordo le parole dell'illustre avo mio:—La Serenissima Republica ha da guardarsi specialmente dagli uomini che portano troppo alta la fronte e troppo confidano di sè stessi.»—
L'ottuagenario doge anche a questo punto fu per pronunciare alcuna parola in difesa di Candiano, ma non osò; qualunque atroce accusa poteva essere pronunciata impunemente in quel luogo. Una parola di scusa era sospetta, e il vecchio tacque.
Dopo qualche tempo uno de' senatori spiegando un foglio sulla tavola:
«L'arsenalotto Tritto,» disse, «continua a tempestarci colle sue suppliche: qui ce n'è una.»
«Questo vecchio è veramente importuno.»
«Bisognerebbe mandarlo allo spedale di San Lazzaro.»
«Benissimo.»
«Ma che cosa domanda?»
«Che si costringa il giovane patrizio Attilio Gritti a passargli un'annua pensione.»
«E perchè?»
«Sapete bene che il Gritti in un momento di mal umore gettò da Rialto in canale il giovane figlio di Tritto che per caso rimase ucciso.»
«Lo sappiamo, ma se fu il caso, il Gritti non ci ha a pensare; d'altronde è voce che sia stato a buona difesa.»
«Dite benissimo, Barbarigo.»
«Se mai si venisse a dare questa soddisfazione al vecchio Tritto, il popolaccio entrerebbe in troppa baldoria.»
«Io so che ieri sera il vecchio si presentò all'ammiraglio.»
«Che lo accolse assai benignamente e gli diede molte speranze.»
«Ciò vuol dire che la sua borsa ci provvederà.»
A questo punto tutti si tacquero.
La sessione essendo presso al suo sciogliersi, si dovevano leggere i processi stesi in quella sera; la qual cosa venne fatta da uno dei consiglieri del doge. Dopo si passò alla lettura delle sentenze di prigionia e di morte; in ultimo alle sottoscrizioni.
Quando ad un orologio a campana suonarono due ore di notte, tutti si alzarono e uscirono l'un dopo l'altro. Accompagnato il doge ne' suoi appartamenti, i sedici personaggi, passando in mezzo agli alabardieri della Republica, discesero per quella scala così nota, sulla quale rotolò la testa di Maria Faliero, chiamata la scala de' Giganti, e attraversato il cortile usciron fuori sulla piazza. Le sedici gondole che li stavano aspettando presso la riva, si videro presto prendere il largo nella laguna e sbandarsi chi per l'una chi per l'altra parte.
Verso mezzanotte, quasi in fondo al canale della Zueca, le finestre e i balconi di un palazzo riboccavano di luce. Era quello il palazzo del senator Barbarigo. A chi guardava stando ad una delle finestre di quell'edificio si presentava una delle più pittoresche scene di Venezia. Presso alla riva erano raffermi alcuni grossi navili che colle vele spiegate ed erette al cielo proiettavano ombre giganti sulle muraglie delle case e de' palazzi; a diverse distanze molte barche pescherecce che riflettevano nelle acque la fiamma alimentata sulla tolda;—come lucciole vaganti che or brillano del lor fuoco fatuo, ora si perdono per ricomparire poi tosto allo sguardo, le gondole illuminate di fanaletti correnti e ricorrenti a miriadi sulla vasta superficie dell'onda inargentata sparsamente e chiazzata dai raggi lunari. E intanto che la vista si deliziava della fantastica scena, canti popolari che, a seconda dei soffi più o men forti del vento, or giungevano distinti all'orecchio, ora in tuoni decrescenti andavano smorendo lontano, e suoni di sistri, di chiarine, di cimbali, che insieme confusi facevano echeggiar l'aria di un romore indistinto, ma continuo.
Agli scaglioni di quel palazzo ingombri di gran moltitudine di maschere, e d'altre persone che salivano incessantemente, eran volte le prore di quasi tutte le gondole che solcavano il canale. Giunte vicino agli scaglioni vi rigurgitavano ad onde gentiluomini e gentildonne che entravano nel palazzo.
Alcuni della folla se ne stavano oziando intenti a quel gran concorso.
«Stanotte pare che Venezia voglia insaccarsi intera nel palazzo del signor Barbarigo.»
«È dalle tre ore di notte che le gondole han cominciato a gettar gente su questi scaglioni, nè pare che si vogliano rimanere.»
«Guarda un tratto.»
«Chi è?»
«Chi arriva?»
«Dà il passo presto; è l'illustrissimo signor Attilio Gritti. Dà il passo, che se mai lo toccassi col mio corpo, mi appoggerebbe tal nespola sulla testa che non mi rialzerei così presto.»
«Lascia, ch'egli è già passato.»
«Io non ho mai conosciuto giovane al mondo più superbo e presuntuoso di costui.»
«Nè si comprende come lo sopporti la Serenissima Republica.»
«Taci che ho veduto gironzare qui presso il Malumbra.»
«Chi è il Malumbra?»
«Giacchè non lo conosci fa di non averlo a conoscere mai.»
«Il Malumbra è un onesto mercante. Io lo conosco benissimo.»
«Ti consiglio però a condurre le cose in maniera ch'egli non t'abbia mai nè a comperare nè a vendere.»
«Ciò mi riesce nuovissimo.»
In questo mentre molte grida e voci d'acclamazione e d'applauso partirono dal punto più lontano della Zueca, là dove l'onda si svolge nel canal Somenzera; dieci o dodici fanaletti che luccicavano in quel fondo, avvisarono che molte gondole si venivano avanzando di conserva, e mano mano che venivano innanzi, si facevano più forti le grida e i battimani. A breve distanza si poterono chiaramente comprendere le parole: Viva Candiano! Viva Candiano! e di lì a poco la gondola nella quale trovavasi l'ammiraglio delle galere, fu presso alla riva. La folla che stava in sulle scalee si divise allora in due per dare il passo all'ammiraglio, rispondendo essa pure con acclamazioni e battimani alle grida che partivano dalle gondole.
Un vecchio di alta e complessa corporatura con tôcco in testa di sciámito riccio, vestito di una zimarra di velluto pavonazzo, dalle cui aperture traspariva la sottoveste di seta color fuoco, mise il piede a terra, volgendo intorno un occhio ancor pieno di fuoco e di sicurezza. L'incedere ritto e speditissimo della persona con certe mosse repentine e piene di energia, mostravano che in quel vecchio era una forza di temperamento che sarebbe stata straordinaria anche in un giovane.
Salutata a dritta e a sinistra la popolaglia che non rifiniva dall'applaudirgli, entrò esso pure nel palazzo Barbarigo.
Messo il piede nelle sale dove ferveano le danze, anche colà venne accolto da un subbisso d'applausi: Viva Candiano, il vincitor de' Genovesi! V'era però un uomo in quel palazzo, al quale quelle voci d'applauso giungevano tutt'altro che gradite. Quest'uomo era il senator Barbarigo che se ne stava tutto solo su di un terrazzo, e avvolto nella sua cappa, porgeva orecchio a quelle grida, accusando di stupido entusiasmo la moltitudine che faceva tanta festa all'ammiraglio. Nel punto che stava agitando codesti pensieri, gli comparve innanzi un uomo.
«Oh sei tu, Apostolo?»
«Son io. Mi avete mandato a chiamare, e non ho tardato a venire.»
«Hai fatto bene.»
«E tanto più che mi sembrò d'aver indovinata la causa per cui mi avete fatto chiamare.»
«La causa? e come puoi tu saperla?»
«Questa sera nella bocca del leone furono trovate due righe che parlavano dell'ammiraglio Candiano.»
«Come sai tu questo?»
«Questo ed altro e, senza dubbio, più di quello che fu detto in quello scritto….»
In questa la moltitudine che soverchiava nelle sale, venne ad occupare anche il terrazzo dove trovavansi i due interlocutori: allora il Barbarigo visto che quello non era il tempo di venire a stretti colloqui, quantunque la curiosità il tormentasse forte, pensò togliersi di là, e detto al Malumbra si fermasse in palazzo fino al termine della festa, recossi nelle sale.
Le poche parole del Malumbra aggiunsero tuttavia un'allegria insolita al senator Barbarigo, il quale era un uomo molto singolare.
Entrato nelle sale, e girato l'occhio per vedere dove fosse l'ammiraglio, gli si recò da presso, e dettegli molte cortesi e gentili parole, mostrò desiderio di far secolui una partita agli scacchi. L'ammiraglio accettò, i due vecchi uscirono.
Intanto alcuni giovani gentiluomini che attendevano, riuniti in un crocchio, a discorrere le varie avventure del dì, come è costume farsi in simili circostanze e in simili luoghi, continuavano un discorso incominciato da qualche tempo intorno all'ammiraglio Candiano.
«Oggi abbiamo applaudito al suo valore. Ma una volta si applaudiva al suo valore e alla bella sua figlia.»
«E la sua comparsa destava due grate sensazioni in una volta.»
«È vero, Steno, io la penso come tu, e la povera Valenzia quando veniva accompagnata da suo padre, a riflettere la bellissima sua figura in uno di questi specchi…. mi ricordo che ciascheduno di noi si contendeva questa leggiadra conquista.»
«Povera Valenzia!»
«Quand'io ci penso, non mi par vero.»
«Se quando venne in Venezia quel nemico di Dio, si fosse affondata la barca che lo portava, forse anche adesso quella bellissima tra le fanciulle ci rallegrerebbe la vista.»
«E in vece….»
«Non ne parliamo più.»
«E in vece colla morte di Valenzia la Serenissima Republica comprò l'alleanza dei Visconti.»
«Chi mai poteva sospettare che il figlio del Visconti dovesse chiedere in isposa la figlia dell'ammiraglio?»
«Oh parliamo di Candia; ma taciamo di questo fatto.»
«E fu strano in vero.»
«Più doloroso che strano.»
«Chi avrebbe mai creduto che la notte in cui tanto sfolgoreggiò la sua bellezza nelle sale dei Mocenigo, quella sarebbe stata l'ultima volta che noi l'avremmo veduta?»
«E fu proprio l'ultima.»
«Tre dì dopo, mi pare ancora di sentire la voce del mio gondoliere:—Questa sera a ventiquattr'ore, la signora Valenzia Candiano è passata all'altra vita.»
«E all'alba del dì prossimo doveva recarsi in San Marco dove il
Visconti l'avrebbe impalmata.»
«Pur troppo, e v'andò di fatto, ma in vece dell'alba fu a vespro, e la bara tenne luogo alla lettiga.»
«Dio sa qual effetto le produsse nell'animo il pensiero di quelle nozze.»
«L'effetto è chiaro. Ella morì.»
«E tutta Venezia ne fu sconsolata.»
«Soltanto il vecchio Candiano mostrossi impassibile a tanta sventura, e mi pare ancora vederlo fermo e ritto colla sua gigantesca figura sulle scalee di palazzo colle braccia incrocicchiate sul petto, starsi ad osservare il convoglio delle gondole mortuarie che gli passavano innanzi.»
«E Alberigo Fossano?»
«Ti ricordi di Alberigo Fossano?»
«Me ne ricordo assai bene; perchè è difficile a dimenticare il valore del suo braccio e la virtù del suo canto. D'altra parte praticava assai spesso nella casa dell'ammiraglio, e il dì che il bel corpo della Valenzia fu trasportato sulla bara, io lo vidi piangere come piange un ragazzo.»
«E dopo ch'ella fu seppellita a San Cristoforo della Pace, dove sono le tombe dei Candiano, quel giovane cavaliere non fu mai più visto in Venezia.»
Ad ascoltare questi discorsi s'era avvicinato al crocchio quell'Attilio Gritti che già abbiamo conosciuto quando metteva il piede in palazzo; e sentito parlare di Alberigo Fossano,
«Amici,» entrò a dire, «se mai vi piacesse saper la cagione del gran pianto di quel povero Lombardo, ch'io pure mi ricordo benissimo, vi dirò ch'egli ebbe la sciocchezza d'innamorarsi di Valenzia. Sì, signori, quel povero cavalieruzzo che altro non possedeva al mondo che la spada e il suo liuto, ebbe l'ardire di guardare in volto ad una figlia di San Marco. Ditemi voi se si può dare di peggio. Ma se questo mistero mi si fosse palesato prima che quel buon giovane si partisse da Venezia, io gli avrei fatto uscire del capo tanta pazzia.»
«Un duello m'imagino, com'è uso tuo.»
«E presto l'avrei mandato a ritrovare la bella Valenzia. Ma chi sa? dice il proverbio—che chi non muore si rivede,—e s'egli m'avesse a capitare tra' piedi un'altra volta vi faccio sicuri che allora farò quello che non ho ancor fatto.»
«Era voce però che la lama della sua spada fosse di durissima tempra, e che il braccio d'Alberigo non cedesse alla sua lama.»
«Spezzerò la lama e romperò il braccio. State tranquilli, amici cari, e fate soltanto ch'io possa rivederlo.»
«Ai cinque del mese passato io lo vidi a Milano.» Tutti si volsero a queste parole.
«Oh! ecco il nostro Apostolo Malumbra.»
«Quando sei ritornato?»
«Ieri, illustrissimi, sono stato a Milano; ho veduto a far prigione il Barnabò, ho guardato ben bene la faccia di quel galantuomo di suo nipote; ho sentito i lamenti de' poveri Milanesi. Del resto feci assai bene le mie faccende, ed ho portato con me alcuni bellissimi pugnaletti delle migliori fabbriche di quella città. L'illustrissimo senator Barbarigo, che si degna darmi accesso alle sue camere, ne ha comperato uno che è una vera maraviglia.»
«Domani saremo tutti da te, e cambieremo i nostri ducati co' tuoi pugnali.»
«Amici carissimi, vi faccio osservare che nell'altra sala si beve il vin di Cipro, intanto che noi ci perdiamo in queste inutili parole.»
«Bravissimo, andiamo; faremo nel frattempo una partita alla zecchinetta.»
«Viva la zecchinetta!»
«Viva il vin di Cipro!»
«Viva il senator Barbarigo che ci è largo di tante delizie!»
In una delle camere contigue, seduti ad uno scacchiere, senza pronunciare parola, attendevano al giuoco il senator Barbarigo e l'ammiraglio Candiano.
Chi avesse voluto dall'aspetto d'ambedue quei vecchi dedurre il carattere di ciascheduno, avrebbe detto non potersi dare al mondo due così manifesti contrari. I lineamenti grandiosi ed aperti del volto di Candiano davano a divedere franchezza e lealtà; là dove gli occhi piccoli e fondi del senator Barbarigo, i labbri stretti, la tinta cinericcia del volto, e in tutto il corpo un non so che di tremolo e d'irrequieto, davano a conoscere pur troppo che in quell'animo vi doveva essere qualche cosa di cupo e di tenebroso.
Per certe vecchie ruggini che erano state tra l'una e l'altra famiglia, per certe gare insorte quando cominciarono ad entrare ai servigi della Republica, sapevasi da tutta Venezia che quei due patrizi non erano gran fatto amici tra loro, e tanto più quando corse la voce avere il Barbarigo avversato a Candiano, allorchè in pieno consiglio fu preso il partito di eleggerlo ammiraglio della Serenissima. Dopo le molte vittorie però che Candiano aveva riportate a pro della Republica, e contro le quali non si poteva parlare, il Barbarigo aveva pensato bene infingersi, ed al Candiano offerse amicizia che fu accettata colla buona fede propria a tutti coloro che, essendo di rette intenzioni, non possono sospettar male d'altrui.
Però mentre l'ammiraglio se ne stava seduto rimpetto al suo coetaneo, non aveva neppure un dato per sospettare di che sorta fossero i pensieri che in quel momento ronzavano nella testa del Barbarigo, il quale, co' labbri sempre aperti ad un mezzo sorriso e con una tranquillità e pacatezza veramente senatoriale, metteva le pedine sullo scacchiere.
A sturbare l'attenzione dei due illustri giuocatori, entrarono per caso in quella camera una frotta di giovani che facevano corona all'Attilio Gritti alterato dal bere, e mandavano grandissime risa ad ogni sua parola.
«La Serenissima, mi capite, non mi lascia uscir facilmente de' suoi confini, e qualche cosa bisogna pur fare. Siamo giovani, non ho più che trent'anni. Per Dio… i vini del senator Barbarigo zampillano largamente, e le fanciulle guizzano ch'è una vera maraviglia.»
«A proposito di fanciulle, come sei riuscito a spuntarla colla figlia del Bertuccio che sta in piazza San Giovanni e Paolo.»
«Oh così e così. La ragazza mi piaceva, il padre non voleva e faceva uno scalpore di casa del diavolo. Voi sapete che questi uomini non vanno alla mia natura, e però bisognava che me lo togliessi dinanzi.»
«E come hai fatto?»
«Non mi ricordo bene. Ma so che adesso il buon uomo è allo spedal di San Lazzaro. Alla fanciulla poi ho fatte grandissime promesse, ed ella mi martella dì e notte per sapere quando la sposerò.»
«E quando la sposerai?»
«Appena che avrò pagato i tremila ducati all'ebreo che sta qui in sul canto.»
«E la figlia dell'arsenalotto Tritto?»
«Sappiamo che quel povero vecchio guaisce appena che ti sente a nominare.»
Intanto che si facevano questi ribaldi discorsi, il senator Barbarigo continuava a giuocare colla sua imperturbabile freddezza, poco o nulla badando alle parole d'Attilio Gritti. Non così Candiano, che ad ogni parola di lui si agitava manifestamente, e vi fu un punto che il suo pugno battè con gran forza sullo scacchiere a collocarvi la pedina.
«Ammiraglio, non v'alterate,» dicevagli il senatore, non sapendo indovinare la vera cagione di quel subito sdegno, «il giuoco non va sempre a seconda. Perchè vi alzate, ammiraglio?»
All'udire alcune parole di scherno che il Gritti aveva pronunciate contro il povero arsenalotto a cui aveva ucciso il figlio e tentato disonorare la figlia, l'ammiraglio era di fatto balzato in piedi e fattosi in mezzo a que' giovani che con tanta lena ridevano a quelle ribalderie del Gritti, e movendo intorno la severa pupilla che brillava sotto al folto suo sopracciglio,
«I giovani d'oggidì,» prese a dire, «si danno al bello spirito, a quanto ho potuto sentire. Ma se la memoria non mi tradisce, v'è una legge che ci obbliga, quanti siam figli della Serenissima, a indennizzare coloro a' quali s'è fatto alcun danno.. È una legge del secolo XI, sancita da que' nostri buoni antenati ch'erano specchio di probità e di valore.»
«Le corazze e i morioni di quel secolo,» rispose Attilio, volgendosi a guardar Candiano con un fare tra lo sbadato e beffardo, «sono appese alle muraglie dell'arsenale, e tanto sono irrugginite che non v'è chi più vi badi. Pensate, ammiraglio, che quella legge del secolo XI, è un ferro vecchio da appendersi insieme a quelle corazze e a que' morioni.»
«Torno a ripeterlo. I giovani d'oggidì si son dati al bello spirito. Ma se la Serenissima non vi permette d'uscire, quando il volete, da' suoi confini, v'è anche taluno che avrà forza da farvi stare entro i confini della giustizia. Per Dio, non c'è da ridere, cari miei. Questi giovinotti d'oggidì ridono per un nonnulla, è una vera sciocchezza.»
«Questa parola, se non l'avesse pronunciata l'ammiraglio, avrebbe fatto uscire questa spada dal suo fodero.»
«Sta quieto, mio prode, a miei tempi il milanese Battista Mandello dava lezioni di scherma in arsenale, e fece ottimi scolari. Vorrei sapere se i giovani d'oggidì valgono i giovani d'una volta.»
A queste parole l'Attilio Gritti, che per costume non aveva rispetto di chicchefosse uomo del mondo, e per soprappiù era alterato dal vin di Cipro, voltosi a suoi compagni, e dando in uno scoppio di riso,
«A colui, disse, che ricorda così bene i provvedimenti della
Serenissima Republica, è uscito di mente che in riva al canal San
Secondo, fu eretto uno spedale pei vecchi cadenti. A colui
bisognerebbe rammentarlo.»
Candiano, a quest'ingiuria, non potè durare nella dignitosa sua calma. Il volto gli si accese, e le parole gli borbogliarono sulle labbra senza che potesse pronunciarle intere. Stato così per qualche tempo,
«I vecchi,» rispose, «che hanno ricordata la legge del secolo XI, i vecchi la faranno osservare ai giovani che son privi di memoria. Ho sentito dire di un tale che in cinque anni ha ucciso un gran numero di cavalieri in duello.»
«E quel tale sarei forse io.»
«Benissimo,» continuava Candiano, «occhio acuto e braccio forte fanno il miglior schermidore. A miei tempi lo fui anch'io; però anche di presente, che conto sessantasette anni, il mio occhio sa fissare il sole, e il mio braccio può ancora rattenere la fuga di una corvetta nemica. Questo ve lo dico perchè tutti lo sanno, e anche tu lo dovresti sapere.» E in così dire venne squassando con sì gran forza il braccio d'Attilio, che il giovane se lo sentì intormentire; però, volto al vecchio pieno di livore e d'odio,
«Ringraziate Dio e san Marco,» disse, «che abbiate trentasette anni più di me; che altrimenti i vostri eredi avrebbero riso domani.»
Il parlar alto del giovane Gritti fece che in quella camera s'affollasse gran parte delle persone che trovavansi a quella festa per vedere e sentire di che cosa mai si trattasse. Il Candiano non pensò già di tacere in faccia a coloro. Anzi con voce più alta e con modi più severi e solenni, così prese a dire:
«Giacchè mi costringi a parlarti più chiaro, o meschino beffardo, sappi che le mie parole non saranno senza effetto. Tu hai offeso la povera famiglia di Tritto, e dopo avere attentato all'onore dell'innocente sua figlia, hai ucciso il prode fratello di lei, unico sostegno della miserabile famiglia. Quel vecchio è venuto a supplicarmi perchè io m'interponessi al suo vantaggio, e un momento fa chi aveva commessa tanta ingiustizia, se ne gloriava irridendo le lagrime del vecchio desolato. Per Dio, mi penso che codeste tristizie facciano orrore agli stessi Barbari, a cui facciamo la guerra, e de' quali parlasi fra noi con tanto disprezzo. Però in faccia a tutta questa buona gente ti chiamo vile e infame, e così sempre ti chiamerò infino a tanto che non avrai obbedito a quel che vuole la legge.»
«Senator Barbarigo,» disse Attilio per risposta a quelle parole, sforzandosi a celare lo sdegno sotto l'apparenza dell'ironia, «sarete persuaso che questa sera il vostro vin di Cipro ha fatto male a qualcheduno.»
«Stolto beffardo,» proruppe allora Candiano, «in faccia a queste illustri persone non mi degno ora più di risponderti con parole. In faccia a queste persone io ti do quel solo che meriti. Prendi, e va sfregiato per tutta la vita.» E così dicendo d'un manrovescio percosse la guancia al giovane Gritti.
La mano di Attilio, in men che non si può dire, brandì lo stiletto, e fece per gettarsi sul corpo di Candiano. Per buona ventura si era esso ritratto a quella furia del giovane, e di traverso afferratolo per la mano, lo sforzò colle potenti sue strette ad abbandonare quell'arme, intanto che molti fra gli astanti s'erano fatti intorno al Gritti per rattenerne la furia. Nè si può con parole dipingere al vero come colui si venisse contorcendo vedendosi chiuso il campo ad una subita vendetta, basti il dire che a versar fuori quello spasimo di rabbia che lo aveva invaso, s'era per tal modo stretto co' denti il labbro inferiore che ne fece spricciar vivo sangue.
«Per ora è bene che tu sappia,» continuava Candiano, «che il mio palazzo è in canal grande, che in Venezia vi son molti luoghi remoti per ribattere un'ingiuria, se mai tu ti credessi offeso, e che a me non pesano ancora i miei sessantasette anni. In quanto alla famiglia del povero Tritto ci provvederò io medesimo…..» E senza più altro si tolse di là.
Dopo que' primi soprassalti d'ira, il Gritti aveva subito una specie d'atonia, che lo fece durare immobile nel mezzo della camera per molto tempo. Non parea vero al borioso e spavaldo giovane d'aver potuto sopportare una sì grave offesa; intorno a lui frattanto ogni cosa erasi rimessa in calma, chè tutti gli astanti, ad uno ad uno, l'aveano abbandonato, non osando più rivolgergli una parola; e il senator Barbarigo, fin dal punto ch'era cominciata la contesa, avea pensato uscire di quella stanza.
Vi ritornò per altro di lì a qualche tempo. Fermatosi in prima a riguardare il Gritti ed accostatosi a lui,
«La campana di Sant'Elmo,» disse, «suonò dieci ore. Quasi tutta la gente è dileguata dal mio palazzo, i doppieri più non brillano, ed è un'ora buonamente che tu stai qui solo ritto, immobile e cogli occhi a terra. Che cosa pensi?
«Se nel vostro vin di Cipro,» rispose Attilio scuotendosi d'improvviso, «aveste gettato polvere d'arsenico, penso che io avrei dovuto ringraziare mille volte la mia fortuna.»
«I morti non seppero mai vendicare le offese ricevute.»
«Chi mi parla qui di offesa, chi ardisce ricordarmela? Senator Barbarigo, non mi traete in furore, e se vi fu taluno che in faccia a tutta Venezia osò svillaneggiarmi, svillaneggiar me che non ho mai patito sopruso da chicchefosse uomo del mondo, è tal cosa che ciascuno dovrebbe fingere di non sapere in faccia me.»
«Un'ingiuria che dev'essere vendicata, deve essere ricordata,
Attilio.»
«Questo lo credo anch'io.»
«Dunque?»
«Dunque, io sono sì sprofondato che non vorrei mai più veder luce, nè uscire mai più fuori all'aperto: pure se mi venisse in pensiero qualche atroce modo a vendicarmi, qualche cosa di straordinario, d'inaudito, di orribile, penso che tosto lo manderei ad effetto.»
«Lascia fare al tempo, Attilio, e a rivederci domani.»
Queste parole di congedo furono pronunciate dal Barbarigo, quando sentì bussare alla porta della camera.
Attilio si tolse di là, mentre entrava Apostolo Malumbra.
Il suono de' sistri era cessato, il romore dalle sale era passato ai piedi del palazzo, e sulle gondole partivano le persone ch'erano intervenute alla festa.
Il senator Barbarigo, chiusa allora la porta della camera a chiavistello,
«Siamo soli,» disse al Malumbra, «ora tu puoi parlare liberamente.
Raccontami tutto;» e si gettò a sedere su di un ampio seggiolone.
«Prima vorrei pregare la signoria vostra illustrissima a farmi degno di dirle due parole con libertà.»
Il senatore gli accennò che parlasse.
«Io so che la Serenissima Republica dà trecento ducati di premio a chi sa svelarle alcuna cosa di grave importanza.»
«E tu avrai i trecento ducati dalla Serenissima, e qualche cosa di più ti verrà dato dalla mia borsa particolare. Ti dirò poi quando tu debba presentarti innanzi al consiglio dei Dieci.»
«Va bene, ora udrete da me tali cose che in mille anni mai non avreste imaginate le simili.»
Erano le ultime ore della notte, le sole ore di profonda quiete in Venezia. Il vecchio Barbarigo, colla testa china e colle mani incrocicchiate sul petto, si pose ad ascoltare le parole del Malumbra.
Siccome questi nel fare il suo racconto dovette di ragione tacere assai cose che il Barbarigo già sapeva, ma che per la chiara intelligenza del tutto, al nostro lettore deve importar di conoscere, così noi medesimi ci faremo a narrare la storia del fatto, al quale non ci sovviene d'aver trovato mai caso che rassomigli in alcuna parte; che se dessa parrà un po' strana e maravigliosa, preghiamo il lettore a non volerla poi tacciare d'inverosimile, ed a considerare in vece che ci fu tramandata da un cronista contemporaneo agli avvenimenti che imprendiamo a narrare; che appunto perchè alquanto maravigliosa, fu scelta ad argomento di queste pagine, non mettendo conto di raccontare ciò che siam usi a vedere in ogni incontro della vita comune; che l'essere il fatto straordinario, e l'esservi implicati uomini d'una tempra per certo qual modo straordinaria ci aprirà forse il campo a scoprire alcun nuovo rapporto tra le cose di questo mondo ed a svolgere qualche piega intentata dei cuore umano.
II
IL PADRE E LA FIGLIA.
Il lettore si ricorderà delle poche parole che già sopra si sono dette intorno all'ammiraglio Candiano e ad una sua figlia chiamata Valenzia, che, incontrata una sventura per lei insopportabile, ne dovette poi morire.
Quattro anni prima della notte a cui siamo con questo racconto, nel palazzo ducale, la metà di Venezia era intervenuta per udire un cavaliere lombardo che diceva maravigliosamente all'improvviso, e che aveva inoltre assai buon nome nell'arme. Erasi esso recato a Venezia nella sua qualità di cavaliere aureato, per accompagnare l'ambasceria del Conte di Virtù. Appena il giovane comparve nella sala, l'avvenenza della persona e il decoro de' suoi modi, come suole intervenire, cominciò a disporre così bene gli animi di tutti coloro che già avevano sentito a dire di lui tante meraviglie, che uno scoppio d'applausi, alzatisi spontaneamente da tutte le parti, fu il primo saluto che gli fu reso. Come adesso, anche allora era costume che gli uditori dessero i temi del canto, ed egli per guisa li venne svolgendo, accompagnandosi col liuto che toccava mirabilmente e spiegando una voce soave con tanta virtù e tant'arte, che l'aspettazione di tutti non solo fu appagata, ma superata di lunga mano. La maraviglia del dire all'improvviso, se tu l'accompagni coll'incanto delle noti vocali, ha tale un fascino che può facilmente mettere impressioni profonde in un cuore sensitivo. Una fanciulla che di poco aveva passato i diciassette anni, che fino a quel dì tra le cure tranquille dell'età sua s'era sempre mostrata d'una gaia e festosa natura, quando uscì di quel palazzo, e saltata nella gondola, venne ricondotta tra le donne e i servi nella sua casa, si sentì oppressa improvvisamente, e quasi che ella medesima non ne sapesse indovinare la causa, di un'arcana molestia che la faceva tutta pensosa, e non le lasciava più bene. La bella e florida giovinetta era la figlia dell'ammiraglio Candiano, che in quel tempo trovavasi colle galere sul Mediterraneo. Il volto del giovane cavaliere, il muovere degli occhi di lui, quella sua voce piena d'una mesta ed ineffabile dolcezza, per tal guisa le si erano fitte nell'animo, che per il resto della notte non potè mai liberarsi affatto affatto di quel pensiero, e provava un'agitazione, un'inquietezza, una specie di desolazione, ma di un genere particolare, e pur mista ad una fantastica ebbrezza che di quando in quando le faceva provare certi repentini soprassalti che mai non le permisero di chiuder occhio interamente. La mattina un forte pensiero, assalendola d'improvviso, le fece provare un così acuto dolore che quasi era prossimo a disperazione. Come mai la passione, in così breve giro di tempo, aveva potuto invadere il cuore di Valenzia, con tanta forza da farle venire in mente la legge inesorabile che vietava le nozze tra una figlia di San Marco ed uno che non fosse patrizio se veneto, o non fosse re o figlio di re, se straniero? Come mai codesta legge aveva potuto recarle già tanta molestia da farle maledire la sorte che l'avea fatta nascere in Venezia? Il fatto è così appunto, e all'ingenua fanciulla potè venire in mente un simile pensiero. Passarono così alcuni giorni, nè alla giovane intervenne mai cosa che potesse confortarla di qualche speranza, giacchè con accanto di continuo la severa sua governante, alla quale per nessun conto avrebbe voluto che fosse trapelato nulla di quel suo affetto, e chiusa per lo più nelle stanze del proprio appartamento, vedeva bene che era troppo difficile ch'ella venisse mai ad incontrarsi un'altra volta in quel giovane cavaliere. Per buona, o meglio per mala fortuna il caso volle secondarla troppo bene. Il suo padre Candiano, col grosso delle galere, era tornato nel porto di Venezia. L'arrivo di quell'uomo, che tanta parte aveva nelle publiche vicende, fece che per tutta Venezia si parlasse di lui, e, d'uno in altro discorso, anche dell'unica e bellissima sua figlia. In un crocchio di giovani dove soleva praticare Alberigo Fossano, che tale era il nome del cavaliere lombardo, si venne appunto a parlare della Valenzia, e tanto bene si disse rispetto alla maravigliosa avvenenza e virtù di lei, e aggiungi il prestigio dell'esser figlia a quel glorioso uomo, che ad Alberigo, così come suol prendere vaghezza ad un giovane, venne voglia di vederla. L'arrivo dell'ammiraglio Candiano a Venezia, illustre per una recente vittoria riportata contro la flottiglia pisana, fece che in que' dì ad altro non si pensasse che a feste e luminarie. Venne la volta sua anche al Candiano, che volle invitare tutta Venezia ed una gran festa nel proprio palazzo. Come è facile a credere, Alberigo vi fu invitato per dare una prova dell'arte sua, e di buon grado egli v'intervenne. Così l'avesse potuto impedire qualche caso impreveduto, che si sarebbe spezzato il filo di tante sventure che la sorte allora cominciava ad ordire a que' due poveri giovani. Lasciamo pensare al lettore che effetto producesse nell'animo di Valenzia la notizia che quel cavaliere, che tanto l'avea fatta maravigliare nelle sale del doge, sarebbe venuto la sera nel suo medesimo palazzo. Basti il dire che il medesimo suo padre Candiano, lontano com'era le mille miglia dal congetturare ciò che passava nella mente della sua figliuola, dovette tuttavia accorgersi di qualche cosa di nuovo che erale entrato nell'animo. Non ne fu nulla però, che, pieno com'era egli di cure assai più gravi, ben presto fu divagato ad altro. Venne la sera. Alberigo mise il piede nelle sale dell'ammiraglio. Vide la figlia di lui…. le parlò. Ch'egli siasi accorto di aver destato nell'animo della fanciulla alcuna simpatia di sè, è troppo facile il crederlo; e tra per questa circostanza che in lui destò quel senso indefinito di gratitudine che uom prova quando sa che una donna si prende alcun pensiero di lui, tra che la bellezza veramente straordinaria della fanciulla fortemente lo colpì, egli sentissi pure trascinato, forse suo malgrado, ad amare quella giovinetta.
I pericoli che incontrava un gentiluomo straniero se mai osasse mettere gli occhi su di una figlia di San Marco, la legge che vietava ad una veneziana il maritarsi fuorchè ad un patrizio veneto o ad un re o principe straniero, tutto era ben noto anche al giovane Alberigo. Ma troppo spesso l'ingegno dell'uomo si irrita delle difficoltà e le vuol vincere, e quando il segno è reputato impossibile a raggiungere, è allora appunto ch'egli s'intesta di rivolgervi le proprie mire. Così è appunto. Vedeva inoltre che tra i giovani patrizi veneziani era una gara per rapirsi uno sguardo di quella fanciulla; vedeva che ciascheduno avrebbe ascritto a propria gloria il poterne vincere gli affetti; ed egli già era certo d'aver ottenuto quello che gli altri non potevano che desiderare, Venuto in quella sera a stretti colloqui col Candiano medesimo, egli seppe comportarsi così bene parlando con quell'uomo pieno d'onore e di virtù, e per sua parte fu tanto maravigliato dai modi affabili e sinceri dell'illustre ammiraglio, che presto nacque tra loro una stretta amicizia. Quando poi Alberigo fu al punto di dovere dar prova dell'arte sua, tra per i vari affetti da cui l'animo suo era agitato, tra per quell'esaltazione di spirito che ne è la naturale conseguenza, seppe dare tanta forza e tanta verità e tanta magia al suo canto che tutta l'adunanza ne fu scossa al punto che anch'essa pareva invasata dell'esaltazione di lui. La figlia di Candiano, che assai teneva della sincera indole del padre, e che oramai non poteva più rattenere in sè l'impeto dell'amore, per quella medesima ingenuità che non sa trovar una colpa nelle impetuose passioni del cuore, disse ad Alberigo parole di tanta dolcezza e tanta bontà che egli se ne sentì fin nel più intimo dell'animo suo. In quel momento nè l'una nè l'altro pensarono più alla legge inesorabile della Republica. Essa non era già la figlia di San Marco, ned egli uno straniero. In faccia l'uno dell'altro non erano più che due esseri liberi di sè e non dipendenti che dalla legge dell'amore. Non pensarono i due giovani ai mali che avrebbe partorito l'inconsiderata loro passione, sorta improvvisa nei loro cuori quasi per virtù di magia. Nè poteva pensare il prode Candiano che in quel momento i destini preparavano la rovina della sua casa e di lui.
I due giovani però, quantunque abbastanza sapessero ciò che passasse a vicenda negli animi loro, non ne tennero mai chiare parole in proposito; ma come Alberigo, avendo stretta amicizia col Candiano, trovò modo a frequentare, più spesso che non avrebbe potuto, la casa di lui; colla continua pratica, tanto si vennero riscaldando l'uno dell'altro che più non potevano oramai senza pena vivere un solo momento distanti. Nè di nulla se n'era addato il Candiano, nè altri che praticavano con lui, perchè il pensare che la Republica aveva sancita quella legge, e che gravissimo delitto ei fosse il contravvenire ad essa in una minima parte, rintuzzava tosto i sospetti quando mai avessero potuto sorgere nella mente di taluno. E i giovani d'altra parte si comportavano sì decorosamente che, se non impossibile, era difficile certo l'intravederne qualche cosa. Di questo tenore passò buonamente un mese senza che mai caso intervenisse nè a scemare nè ad accrescere la felice loro condizione.
Di quel tempo Bernabò Visconti, messo continuamente alle strette dalle armi temporali del Santo Padre, per tacere delle spirituali, aveva pensato accostarsi all'amicizia de' Veneziani, ed a ciò spedì a Venezia il suo secondogenito Carlo insieme a due oratori della sua corte.
L'arrivo a Venezia di un figlio di quel potente e terribile signore, la cui fama, o infamia che si voglia dire, era sparsa per tutta Italia, fu senza dubbio un avvenimento che fermò l'attenzione di tutta la città. Del resto alla Republica, quando udì le proposizioni del Visconti, parve avere buonissimi patti, onde non fu lenta a venire all'accordo, tanto più che già da gran tempo ella desiderava confederarsi a quel potente signore.
E in quanto al popolo veneziano, che sapeva troppo bene le atrocità di quella casa, s'affollava intorno al figlio del Visconti ogni qual volta ei compariva in publico. E l'aspetto di lui era tale che se non accresceva l'idea terribile che ognuno s'era fatto di quella famiglia, certo non l'attenuava. Giovane di ventott'anni e poco più, era assai vantaggioso della persona, ma nel suo incedere, ne' suoi moti, in ogni suo gesto era un tal misto di selvaggio, di crudele e di beffardo che metteva in ciascuno che lo vedesse, un senso di paura e di disgusto indicibile. Tenente assai del padre, aveva barba folta e rossiccia che gli copriva tutto il mento, e non gli lasciava scoperti che i labbri; di belle linee nel resto della faccia, di una tinta assai forte e rubizza. Ma non è parola che possa ritrarre al vero quella scintilla d'astuzia e di ferocia che gli brillava tra ciglio e ciglio, quasi che in lui si fossero congiunte le due nature della volpe e del leopardo. E davvero che quando parlasi di quel ceppo monstruoso dei tre Visconti, Matteo, Galeazzo e Bernabò, a renderne meglio che si possa il ritratto, è proprio forza istituire il confronto co' bruti e colle belve, chè anche, a volerne rintracciare le somiglianze tra i selvaggi dove la natura umana è più viziata e più eccezionale, se ne vien sempre a dare una debole imagine.
Bernabò, a stringere l'alleanza con legami più sodi, aveva consigliato al figlio Carlo chiedesse alla Serenissima Republica in isposa la figlia di uno di que' patrizi; ma egli dopo essersi guardato attorno ben bene, ned essendosi incontrato in nessuna che le piacesse, pensava già partire di Venezia senza farne altro; quando in una delle ultime notti ch'egli se ne doveva rimanere in Venezia, essendo stato invitato ad una delle più splendide feste che mai potesse offrire il doge a principe straniero, colà gli venne veduta la figlia dell'ammiraglio Candiano. La sensazione ch'egli ne provò quando la vide, non fu già quella che suole comunemente invadere chi sentesi trascinato ad amare qualcheduno. Amore, nel senso più bello della parola, non era certamente il suo, ma era tuttavia alcuna cosa che gli si accostava: un desiderio di padroneggiarla, di possederla; una rabbia al solo pensare che altri mai avesse a poterla chiamare sua donna. Quella notte medesima pensò accostarsi a quella fanciulla, e la balda e feroce sua natura parve si venisse mitigando un tratto quando si fece a rivolgerle alcuna parola. E in quanto alla Valenzia che aveva sentito a raccontare così atroci istorie del padre suo e di lui, che sin dal primo momento che l'avea veduto in una gondola a passare sotto le sue finestre, forse perchè era stata così malamente prevenuta, sentì tutta invadersi di un senso indefinito di ribrezzo, pareva trovarsi su carboni ardenti e peggio, finchè fu costretta a rispondere alle domande di lui, e ad ogni tratto si rivolgeva a cercare cogli occhi o il padre o la governante o le sue amiche perchè la togliessero di quel tormento. Nè certo le parole che il Visconti le diceva valevano a rassicurarla punto, che dopo quella prima sfioritura di cortesia con che s'era sforzato a far velo al proprio selvaggio talento, la baldanza delle sue espressioni con certe occhiate procaci e penetrative, altro non fecero che mettere assai più di diffidenza nell'animo della giovinetta. Un vago terrore, di cui non sapeva bene rendersi ragione, fu a lei compagno in quella notte, e quando si fu ridotta nella stanza segreta della sua casa, nel mentre lasciavasi andare alle tenere e soavi illusioni dell'amore che troppo l'avea legata ad Alberigo, e vedeva pur sempre coll'occhio della calda fantasia la bella figura di quel giovane, d'improvviso le s'intrometteva fra que' pensieri dorati la cupa e terribile figura del Visconti. Davvero che nell'uomo è alcuna cosa talora che gli fa presentire, quantunque in confuso, ciò che il suo destino gli vien preparando, giacchè qual motivo poteva avere la Valenzia di corruciarsi tanto pensando al figlio del Bernabò, se ella non aveva neppure una ragione per temerlo?…
La mattina del giorno che susseguì a quella notte, l'ammiraglio Candiano ebbe invito di recarsi dal doge. Colà v'era il figlio del Visconti, v'erano i senatori, v'erano i procuratori di San Marco. Con parole abbastanza dolci in apparenza, ma che racchiudevano in realtà il più stretto comando, gli fu domandato se in quanto a lui non si rifiutava a concedere la sua figlia in isposa al Visconti. L'ammiraglio Candiano, come lo avrebbe dovuto ciascun altro dell'indole sua e delle sue virtù, abborriva e detestava apertamente il nome di Bernabò; però, come udì una simile proposta, si senti tutto avvampare di sdegno, che non si versò per altro nelle sue parole, e stette per qualche tempo perplesso e in grandissima agitazione prima di rispondere. Ma gli occhi de' senatori erano fissi in lui, e volevano dire che al partito ch'era stato preso, non era autorità paterna che si potesse opporre. L'ammiraglio Candiano senza parlare chinò la testa soltanto, e tutti mostrarono prendere quell'atto come una decisa risposta.
La notizia di quegli sponsali non tardò a spargersi per tutta Venezia. Alle mense del senator Grimani, dove Alberigo era stato invitato, si parlò, com'era di ragione, di quell'avvenimento, e il giovane non seppe dominarsi così che nulla trapelasse del repentino suo turbamento. Quantunque fosse preso del più sviscerato e sincero amore per Valenzia, non aveva tuttavia mai osato sperare potesse mai giungere a congiungersi in nozze con lei, che ben sapeva come le leggi della Republica fossero di ferro; ma senza pensare a nulla che non fosse l'amore per Valenzia, illudevasi e lasciava andar le cose a beneficio di fortuna Alcuna volta bensì, in uno di quei momenti che la passione si lascia un tratto padroneggiare dalla ragione, aveva pensato che un dì o l'altro quella che tanto amava, avrebbe pur dovuto andar sposa a qualcheduno. Ma codesto fatto riferivasi allora ad un tempo indeterminato, e il pensarvi non poteva essere gran che doloroso. Or si consideri la condizione del povero Alberigo, quando egli si trovò gravato di quella sventura che aveva temuta lontana.
Uscito il più presto che gli venne fatto dalle sale dei Grimani, che colà dentro gli si era fatta insopportabile l'allegria baccante che lo circondava, saltò in una gondola, e dalle ventitrè ore fino a notte chiusa, seduto nel fondo e colla testa appoggiata alle palme, corse e ricorse per quei canali facendo mille pensieri e maledicendo continuamente la propria fortuna. Quando a tutti gli orologi suonò la prim'ora di notte, per caso egli venne a trovarsi in canal grande, e alzando un tratto la testa e veduta la nera massa del palazzo di Candiano, tentato ancora da una vaga speranza che le nozze della Valenzia col Visconti fossero al tutto una finzione, prese il partito di salire negli appartamenti dell'ammiraglio.
Confuso com'era e alterato da mille affetti che tumultuavangli nell'animo, senza punto domandare a' servi se gli era permesso l'accesso, entrò, come lo sospingeva la passione, nelle sale dove di solito soleva ridursi il Candiano. Era la prim'ora di notte, attraversa due o tre sale oscure, passa in un'altra; ode un singhiozzo continuato e straziante, si ferma ad ascoltar meglio. Nella stanza vicina la lampada ch'era accesa, mandava un po' di lume anche in quella dove trovavasi Alberigo. I singhiozzi continuano, poi ode a parlare. Conosce che è Valenzia, e dal contesto delle parole piene di un dolore e di una disperazione indicibile, viene a comprendere che trovavasi con suo padre. La pietà che gli si gettò improvvisamente nel cuore, a quel pianto, a quelle parole, fece sì che anch'egli non potè dominarsi tanto da trattenere le lagrime.
In un momento che nella sala contigua si fece un profondo silenzio, il suono del suo pianto si udì troppo bene, ed al Candiano che se ne stava ritto e immobile, confuso esso pure dall'enormità della disgrazia e dall'angoscia straziante della povera sua figlia, che, gettatasi a' piedi di lui e strettegli le ginocchia, non aveva mai voluto rilevarsi, parve di sentir qualche cosa, ed entrato in sospetto e svincolatosi dalla fanciulla che facea forza a tenerselo stretto, entrò dove trovavasi Alberigo. «Chi è qui?» disse Candiano, e nel fare questa domanda ravvisò tuttavia in quel barlume di luce la figura del Fossano. Un momento prima la figlia aveagli confessato com'ella fosse presa d'amore per quel giovane, e il buon Candiano che amava l'unica sua figlia di una tenerezza straordinaria, e che non seppe trovare alcun delitto in quella innocente passione, non seppe neppure adirarsi trovandosi d'aver presso colui, pel quale vedeva pur troppo che dovevasi andare incontro a dolorosissime vicende. Nel frattempo Valenzia, a seguire il padre suo cui voleva costringere a prometterle non l'avrebbe giammai sagrificata concedendola al Visconti, entrò essa pure nella stanza dove trovavasi Alberigo. Mandò un grido represso alla vista di lui, e dovette appoggiarsi alla parete per reggersi sulle gambe che male la sostenevano. Tutti e tre stettero per molto tempo in un perfetto silenzio. Il vecchio Candiano, ritto nel mezzo della camera colle braccia incrocicchiate sul petto, la testa china e gli occhi fissi quasichè osservasse un oggetto con attenzione; la povera Valenzia che guardava di sottocchio il padre suo come per ispiare quel che venivasi svolgendo nell'animo di lui, e di quando in quando guardava Alberigo, il quale, fuori di sè, teneva costantemente gli occhi su di lei. E quantunque stessero muti, pure ciascheduno di loro comprendeva troppo bene quel che passava nell'animo dell'altro. Al tristo silenzio di que' tre personaggi, al cupo dolore che variamente li atteggiava, alla smorta luce che li vestiva, faceva poi un troppo sentito e doloroso contrasto il romore festante che udivasi al piede del palazzo sulla laguna, e le grida e i canti dei gondolieri. Non v'è cosa che più accresca il dolore di che uno può essere compreso dell'istantaneo confronto che ei fa coll'altrui gioia. Il considerare che di quella spensieratezza giuliva che ne circonda, noi pure potremmo godere se non fosse venuto a sturbarci un ordine inaspettato di cose, e ciò che accresce a più doppi il peso della sventura che ci ha assalito.
Dopo esser durato gran tempo in quella posizione Candiano a un tratto si scosse, e accostatosi a Valenzia presala per la mano seco la condusse fuori di quella stanza, lasciando solo il Fossano. Ma dopo pochi momenti rientrò. «Tu l'hai veduta,» disse, accostandosi al Fossano che gli alzò in volto gli occhi con tale atto che pareva si destasse allora da un sonno profondo. «Tu l'hai veduta, e chi la rese così infelice, tu lo sai;» e tacque per un poco.
«Se al consiglio de' Dieci potesse mai trapelare ciò che è passato nel tuo cuore e nel cuore di quella povera sventurata, credilo a me che c'è da inorridire pensando a quel che avverrebbe di noi tutti. Io non ho con te rancore di sorta però… tu non ci hai colpa. Ma vattene con Dio; e non mettere mai più il piede in questa mia casa. A quella povera fanciulla intanto provvederà Iddio, che in quanto a me non posso più nulla per lei.»
Il Fossano fece per rispondergli qualche parola, ma il Candiano lo pressò ad uscire, onde all'infelice giovane senza più altro convenne partirsi.
Quando il Candiano si trovò solo, ritrattosi nella sua stanza, si gettò su di un ampio seggiolone, e colà stette vegliando gran parte della notte.
Egli era scrupoloso osservatore delle leggi, ed anche a' suoi soggetti le faceva osservare con estremo rigore. Essendo però tanto più ligio alle leggi della sua patria, quanto più aderivano alle eterne della natura, lo scrupolo dell'osservanza in lui veniva scemando qualora in una legge creata da un bisogno fittizio della società, ci fossero gli elementi dell'assurdità e dell'ingiustizia, e non seppe mai acconciarsi ad ammettere che le leggi relative potessero per nessun caso opporsi alle assolute.
E se gli accidenti della sua vita fossero sempre stati tali da non metterlo nella condizione appunto di dover sottostare ad una di quelle leggi, noi non avremmo a narrare la presente storia, e il nome di Candiano forse sarebbe registrato ne' fasti dei dogi veneziani. Ma l'aver egli avuta troppo spregiudicata la mente, l'animo troppo generoso, e il cuore troppo buono, fu causa d'ogni sua rovina. Ma non preveniamo gli eventi.
In quella notte egli stette pensando e ripensando ai mezzi di poter liberare la diletta sua figliuola dalle mani del Visconti, ma per quanto colla sua mente sagace si sforzasse rintracciarne alcuno, non gli venne però mai trovato. Anzi quanto più durava in questa idea, tanto più vedeva che il caso era assolutamente disperato, e che in vece di provvedere al modo di liberarsene conveniva pensare a darsi pace ed a confortare più che si poteva Valenzia ad accettare quel che voleva la Republica. Ma il dolore, le lagrime, le preghiere della sua figliuola, troppo le stavano nella memoria e nel cuore. E in quanto a lui non reggeva all'idea che la sua figlia fra poco dovesse andar nuora di quel Bernabò, le cui atrocità, magnificate d'aggiunta anche dalla fama, lo aveano sempre fatto inorridire. Amante com'egli fu sempre della patria sua, a tale da mettere la propria vita in qualunque occasione per la difesa di lei, egli aveva sempre ascritto a sua fortuna e gloria l'essere cittadino e patrizio di Venezia; pure in quella notte, per la prima volta, sentì con vera molestia il peso di essere veneziano, e maledisse a chi aveva sancita quella legge assurda e spietata.
Alberigo intanto, veduto come assolutamente si fosse chiuso l'orizzonte ad ogni sua speranza, che in quanto a lui non avrebbe mai più riveduta la povera sua Valenzia, che l'abborrito Visconti l'avrebbe trascinata con sè, si sentì oppresso da un'angoscia così intensa che desiderò di morire. Si ridusse ad una sua casetta che aveva verso il lido, si chiuse nelle sue camere, e gettato l'occhio ad una daghetta acuta che teneva appesa al capezzale, dispose con quella aprirsi le vene e così lasciarsi morire oncia ad oncia. Ma d'uno in altro pensiero, nel fervore della sua aberrazione, pensò che, giacch'egli aveva stabilito uccidersi, gli conveniva dapprima prendere un partito risoluto e impedire, coll'ammazzare il Visconti, che la povera Valenzia avesse ad essere sua sposa. Così fermato, giacchè fra due settimane dovevano compiersi quegli sponsali in San Marco, stabilì mandare a compimento il suo disegno prima di quel termine, e fisso in questo passò la notte mezzo vegliando tra sogni sinistri. Ma un'altra notte lo attendeva assai più funesta di quella. Alcuni dì dopo, in sulle ventiquattro, uscito della sua casa, e recatosi in piazza San Giovanni e Paolo, incontrasi in un servo dell'ammiraglio Candiano: ambedue si fermano.
«Dove vai così di fretta?» gli disse il Fossano.
«Corro pel prete, messere: lasciatemi andare, che non è alcun tempo da perdere.»
«Pel prete, hai tu detto?»
«Dunque non sapete nulla, messere?»
«Nulla io so.»
«Alla signora Valenzia venne stanotte un malore di sì fiera natura che in questo breve spazio di tempo me l'ha ridotta in termine di morte.» E visto che il Fossano rimaneva impietrito a quelle parole, ma pensando più in là e stretto dal tempo, lo lasciò in mezzo della via e corse dritto in San Marco.
Per molto tempo stette là il Fossano più stordito che altro a questo nuovo colpo. Ma poi, più non pensando alle parole di Candiano che gli avevano proibito di metter piede nel suo palazzo, senza saper bene quel che si volesse fare, volle recarsi colà. Vi giunse nel momento che il prete, accompagnato dal servo, saliva sulle scalee del palazzo.
«Messere, siete arrivato troppo tardi,» dissero alcune voci a quel sacerdote. «Ella è passata in questo punto medesimo. Altro non vi rimane che pregare per quell'anima benedetta.»
Il Fossano giunse in punto da potere udire con chiarezza queste parole, e il gondoliere che, scarico di pensieri, batteva il suo remo sulla placida laguna, sentì afferrarsi dalla mano tremante del Fossano che proferì, battendo i denti, queste precise parole: «Hai tu udito, ho io compreso bene?» E il suo volto si venne sfigurando di maniera che il gondoliere, maravigliato a quelle parole e a quell'atto, si ristette pensoso a riguardarlo per qualche tempo, e congetturò il vero: accompagnato di poi il giovane sino alla soglia della casa ove alloggiava, e visto che l'apparenza di lui continuava ad essere peggio sparuta che mai, lo accompagnò coll'occhio, mentre colui saliva la scala, e crollava il capo dicendo:—Dio gliela mandi buona, ma questo giovane è a malissimo partito. —E come uomo assai bonario e pietoso, visto uscire di quella casa un fante che sapeva essere al servigio del cavaliere lombardo, lo chiamò a sè raccomandandogli vegliasse bene attorno al suo padrone, il quale aveva bisogno di soccorso, e soprattutto si guardasse bene dall'abbandonarlo. E assai gli giovò quell'avviso, che il Fossano, pensando che per lui non era più a far nulla in questo mondo, aveva determinato mandare ad effetto in quella notte medesima ciò che non aveva voluto fare alcuni giorni prima. Nell'ora infatti che tutto è quieto in Venezia, uscito il Fossano della sua stanza, e visto che il servo dormiva, pensò ch'era venuto il momento opportuno, e pian piano ritornò nella sua camera. Al fante, che vegliava ad occhi chiusi, diede sospetto quella visita di Alberigo, e visto che non era tempo di starsene a giacere, pensò recarsi all'uscio della camera ove stava il padrone, e origliarvi attento. Dopo qualche momento gli parve udire a parlare. Accresce l'attenzione, ode una fervorosa preghiera, poi alcune parole senza costrutto, in fine un silenzio profondo quasi non vi fosse anima nata. Allora, come gli venne in fantasia, e fu gran ventura, bussa all'uscio, e l'uscio cede, chè, per caso, il Fossano non l'avea chiuso. Il lume era stato spento; chiama il Fossano.—Chi è qui?—Son io, non abbiate alcun timore,—gli risponde il fante.—Esci presto di qui, e va a dormire,—gli ingiunge il Fossano, ma con tanta insistenza che era facile comprendere che ci dovea esser sotto qualche cosa. E il fante uscì di fatti, ma ritornò col lume. Rientrato vide ciò che per quanti sospetti avesse, non si aspettava tuttavia di vedere. I lenzuoli del letto dove il Fossano s'era gettato a giacere, erano in una parte inzuppati di sangue.—Che cosa avete fatto!—gli grida il servo. Il Fossano si era proprio, come aveva meditato alcuni dì prima, con quell'acutissima sua daga, aperta una vena e lasciatone uscire il sangue liberamente. Vedendosi scoperto in quel modo il Fossano si rimase come avvilito, e alle domande del servo non volle rispondere mai nulla. Vergognava d'essersi lasciato cogliere; ma a toglierlo di quella vergogna fu soprappreso, pel molto sangue ch'era già uscito, da un deliquio che lo fece ricadere sul letto. Il servo non tardò a fasciargli strettamente la ferita, e sedutosi presso al capezzale e spruzzata la fronte con dell'acqua all'amato suo padrone, stette a spiarne continuamente i moti, e ad aspettare che si risentisse. Entrava già la prima luce del giorno per le finestre della stanza, quando il giovane aprì gli occhi scuotendosi dal lungo letargo; fu bisogno di molto tempo prima che potesse acquistare la chiara intelligenza delle cose. Ma finalmente con un sospiro amarissimo avvisò il servo ch'egli s'era risovvenito della lagrimevole sua situazione. Dopo una mezz'ora che il sole era sorto, trasportati dal vento sino a quel luogo, si cominciarono ad udire i lenti rintocchi della campana di San Marco. Era la campana de' morti.
Dopo il lungo deliquio che Alberigo aveva sofferto, per la natura indebolita, le impressioni che riceveva non potevano essere di quell'impeto subitaneo che sospinge a partiti disperati, bensì di quella tristezza profonda e inesplicabile che solleva ed aiuta talvolta le angosce colle lagrime. E i rintocchi di quella campana inondandogli l'anima di una tristezza senza pari, gli fecero pensare che in quel giorno sarebbesi data la sepoltura alla povera sua Valenzia. Uno scoppio di pianto successe infatti a quel pensiero, e senza mai dire una parola, durò di questa maniera quasi tutta la giornata con gran maraviglia e compassione del servo che mai non volle abbandonarlo. Verso sera volle uscire e promesso al servo sul proprio onore, il quale rifiutavasi a lasciarlo andar fuori, che non avrebbe mai più attentato alla propria vita, e però vivesse sicuro, si recò al palazzo Grimani dove alloggiavano i legati del Conte di Virtù per avere da loro licenza di ritornarsene a Milano, ciò che facilmente potè ottenere. Appena messo il piede fuori di quel palazzo, nel punto che stava per saltare nella gondola, vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere. A un tiro di balestra del palazzo Grimani, era il palazzo dell'ammiraglio Candiano: dinanzi agli scaglioni di quello, si vedevano quattro gondole in fila, sulle quali risplendevano molti cerei che si riflettevano nell'onda. Nelle due prime erano i frati della regola che cantavano il Miserere; nelle altre uomini e donne che pregavano. Le gondole si avviarono un momento dopo giù per il canal verso San Marco. Ma ciò che fece maravigliare il Fossano, a mal grado della passione insopportabile che lo faceva tremar verga a verga e piangere, con grandissimo stupore degli astanti, fu il vedere la persona dell'ammiraglio ritta e immobile sulle scalee del suo palazzo a vedere la processione mortuaria. La folla delle gondole e delle persone che erano sul canale traendo dietro a quella, in breve tempo il canale fu deserto al tutto. Il Fossano, per ritornare al suo alloggio, doveva passare innanzi al palazzo Candiano, e confuso e addolorato com'era, lasciò che il gondoliere vogasse per là. Quando fu vicino al palazzo, l'ammiraglio che se ne stava ancora immobile sulle scalee, appena lo vide lo chiamò per nome, e accennò al gondoliere di fermarsi.
«Esci un momento della gondola.» Queste furono le prime parole che
Candiano volse ad Alberigo.
«Che cosa volete?» gli domandò questi con voce tremante, e saltò a terra.
Trascinato dalla mano dell'ammiraglio, entrò con lui nel palazzo.
«Se la fortuna non t'avesse portato qui, io t'avrei cerco egualmente;» gli disse Candiano.
«Che cosa avete a dirmi, ammiraglio?»
«È bisogno che tu esca di Venezia per non tornarvi mai più.»
«È ciò che ho pensato di fare. Un momento fa ho preso licenza dagli illustrissimi legati.»
«Sia dunque lodato Iddio che tu abbia prevenuto il mio consiglio.»
«Ma perchè mi dite questo?»
«Il perchè un'altra volta; ora mi dî per quando hai stabilito di partire?»
«Stanotte o domani.»
«È meglio stanotte.»
«Ma io son muto di maraviglia, ammiraglio! Perchè desiderate ch'io mi parta sì presto?»
«Avrei bisogno che per domani tu fossi a Padova; ne avrei grandissimo bisogno.»
«Io sarò a Padova.»
«Va bene così: posso dunque confidare nella tua parola?»
«Ma che volete?»
«Aspetta; calato il sole farai di trovarti presso il convento de'
Francescani,»
«Io sarò là.»
«Ora mi bisogna un'altra cosa.»
«Ed è?»
«Che anima nata non sappia, nè giunga a saper mai ciò che ora ti ho detto. Addio.» E senza più altro Candiano sparì lasciando il solo Fossano in un mar d'incertezze.
Per quanto le parole di Candiano fossero state oscure, non doveva però il Fossano stare in forse nel prendere una risoluzione; e di fatto, ridottosi alla sua casa, stabilì partire in quella notte medesima. Verso le quattr'ore, senza aver detto addio nè ai suoi colleghi; nè a' suoi amici, entrato nella gondola che aveva noleggiato, oltrepassava la laguna, e giù per la Brenta si dirigeva alla volta di Padova, fermando il proposito di non mettere più il piede in Venezia. Ma così potesse l'uomo mantenere i propositi a sua posta che a molte sventure potrebbe anche sfuggire.
In quella medesima notte, ad ora tarda, a ciel chiuso, un'altra gondola con rapidissimo remo usciva di Venezia. All'imboccatura della Brenta dovette passare nel mezzo di molte barche che pure andavan su pel fiume. Al luccicare delle torcie che splendevano su quelle, si potè conoscere che appartenevano al figlio di Bernabò, il quale, finite le sue pratiche colla Serenissima Republica, se ne tornava verso Milano. Sulla barca che correva in testa alle altre, seduto sulla tolda si potè vedere lo stesso Visconti, rischiarato com'era dalla fiamma del fanale che lo illuminava di sotto in su. Intorno a lui erano alcuni senatori e il procuratore di San Marco, che lo accompagnavano un tratto per onore. Nella gondola che come un luccio guizzò rapida nel passare vicina a quella barca, erano due persone che, vedendo la cupa figura del Visconti e le facce severe dei senatori, si sentirono a gelare il sangue nelle vene, temendo d'aver dato in un trabocchetto. Ma la gondola rapidissima passò innanzi, e l'avanzò di tanto che coloro che seco portava, non ebbero più a temere di poter essere raggiunti.
Fuggite, fuggite, che non sempre così, pur troppo, vi sarà favorevole la sorte! Godete i momenti che il destino vi concede, mentre sta meditando l'estremo vostro danno. L'aura propizia dell'istante sia compenso alle future angosce che egli vi ha preparato, e a cui, infelici, non vi sarà dato sfuggire, che il filo stretto a cui vi lascia svolazzare, è lungo ma infrangibile.
Il dì dopo, sulla piazzetta del convento dei Francescani in Padova, quando a tutte le chiese della città suonavano i tocchi dell'avemmaria, trovavasi il Fossano. L'impazienza e l'incertezza lo travagliavano per modo ch'egli, senza accorgersi, correva a rapidi passi innanzi e indietro per la piazza. Guardava di tratto in tratto una striscia di sole che indorava un cumignolo di torre, perchè, a mitigare la propria impazienza, aveva prefisso, come a termine del suo tanto aspettare, il momento che quella striscia sarebbe scomparsa del tutto. Ma il sole tramontò affatto, sopraggiunse la notte, e nessuno ancora compariva. Allora tornava col pensiero alle parole di Candiano, le ricordava ad una ad una per vedere se mai avesse dato loro la giusta interpretazione, e assicuratosi che in quanto a sè stesso non aveva fatto errore di sorta, gli veniva il dubbio non avesse il Candiano parlato a sproposito alterato come doveva essere dalla desolazione del momento. Per buona ventura nel punto che stava facendo simili pensieri, e crollava il capo quasi disperando di tutto, sentì chiamarsi per nome. Si volse e vide l'alta figura di Candiano a due passi da lui. Aveva il vecchio nascosta la testa in un capuccio che gli scendeva fino agli occhi, a tale che il Fossano, se non fosse stato in aspettazione di lui, non l'avrebbe altrimenti conosciuto.
«Iddio ti benedica,» disse Candiano all'Alberigo. «Il tutto andò a buon segno, ed io ne ho felice augurio. Or io ti dirò il che e il perchè d'ogni cosa.»
Il Fossano se gli strinse vicino per ascoltare.
«Vedi là quell'edificio?»
«Lo vedo, è il monastero di Santa Francesca.»
«Vedi quella finestra là in fondo che risponde in sugli orti.»
«La vedo.»
«Ora ti consiglio a star bene in guardia con te stesso, che le mie parole ti potrebbero far piegare le ginocchia.»
«Io son ben sicuro di me: parlate.»
«In quella stanza; non dare un respiro, o Fossano; in quella stanza è la mia Valenzia viva e rigogliosa, più rigogliosa di prima.»
Il Fossano a quelle inattese parole fece un movimento che non si può descrivere, e stette per qualche tempo muto e immobile.
«Sì, o giovinetto, ella è là; e se il tuo cuore non s'è cangiato in questi ultimi giorni, io la tolsi al Visconti e a Venezia per serbarla per te, giacchè non sarà ch'io disgiunga ciò che l'ingenua natura ha voluto unire.»
Il Fossano cadde a terra fuor di sè per la gioia, abbracciando tutto tremante le ginocchia al generoso vecchio.
«Alzati, che alcuno potrebbe vederci qui: alzati, e mi segui.»
Ambedue si mossero.
Giunti in vicinanza di quell'edificio, il Candiano, detto al Fossano che aspettasse, v'entrò senza aspettar altro: dopo qualche tempo il romore dei passi e lo stropiccío di una gonna fecero sperare al giovane che fosse presso la sua Valenzia. Era essa di fatto. Uscita che fu, quantunque il padre suo Candiano l'avesse preparata a quell'incontro, pure non potè reggervi, e si lasciò cadere, prima di poter proferire un saluto al suo Alberigo, nelle braccia paterne.
Disse allora Candiano al giovine: «Va tu in vece mia a quel convento là dirimpetto. Suona la campana, e ti verrà aperto. Domanderai di frate Lorenzo. Egli verrà qui.»
Frate Lorenzo era un vecchio ottuagenario che godeva meritamente riputazione di santo. L'ammiraglio Candiano, avendo fatta con lui stretta conoscenza fin dai primi anni giovanili, avea messo gli occhi sopra di lui in quei pericolosi momenti; nè certo avrebbe osato mettere in atto il difficile disegno, se non avesse confidato specialmente nell'aiuto di quel buon religioso, che di fatto non si rifiutò ad assecondarlo nell'urgente bisogno.
Essendo Candiano arrivato a Padova all'ora nona di quel dì medesimo, aveva fatto chiamare il frate, il quale dapprima fece che Valenzia alloggiasse per quel dì nella foresteria del monastero di San Francesco, poi udito il resto da Candiano, e assicuratolo del più stretto segreto, gli promise che avrebbe fatto il voler suo, giacchè non era cosa che fosse nè contro la giustizia, nè contro il volere di Dio. Quando udì poi ch'egli aveva potuto con tanta fortuna deludere la vigilanza della Republica, e, dato un sonnifero a bere alla figlia, far credere a tutti ch'ella fosse morta per poi trafugarla ad agio suo,
«Qui c'è il dito di Dio,» disse più volte il frate. «Egli non volle permettere che la fanciulla dovesse andar sposa al figlio dell'empio Bernabò. Egli volle aiutare il tuo paterno disegno.»
Quando Valenzia si risentì, Alberigo Fossano era tornato con frate Lorenzo. Un'ora dopo, in una cappelletta della chiesa di San Francesco, Alberigo e Valenzia, inginocchiati sulla predella dell'altare, vennero da lui congiunti coi nodi indissolubili del matrimonio. La notte medesima Candiano ritornò a Venezia per non ingenerare alcun sospetto di sè colla lunga assenza. I due sposi volsero il loro cammino verso Lombardia.
La maggior parte di queste cose raccontò Apostolo Malumbra al senator Barbarigo che stette il tutto ascoltando con muta e sempre più crescente maraviglia. Egli, per quanto avesse percorso tutti i possibili, non avrebbe giammai potuto nè tampoco imaginare un così strano avvenimento, e quando il Malumbra ebbe finito di raccontare,
«Io sono così compreso di stupore,» disse, «che non so in vero, nè che pensare, nè che risolvere.»
«Non fa molto tempo,» continuava il Malumbra, «io ho veduto in Milano il cavaliere Alberigo Fossano.»
«Gli hai parlato?»
«A lui no, bensì m'affiatai con un suo servo, e siccome fin da quando morì la figlia dell'ammiraglio, o almeno fu creduta morta, essendo nati in me certi strani sospetti, fin d'allora mi posi a frugare in tutti que' luoghi ove mi pareva potessi far buona raccolta, e ne spiluccai tanto che poteva bastare per poter dire, che in quel torbido c'era tuttavia da pescar chiaro; arrivato a Milano, e saputo che il Fossano era alla corte del Conte di Virtù, tanto feci finchè ho potuto accostarmi a quel suo servo che sopra v'ho detto, e messolo così in sul raccontare, senza dargli sospetto che io fossi di questi paesi, lo condussi a dirmi qualche cosa del suo padrone, e d'una in altra, mi raccontò gran parte de' fatti che già vi ho narrati.»
«E la Valenzia…. l'hai tu veduta?»
«È ciò appunto che mi rimarrà a fare appena che tornerò a Milano. Ma io mi scordavo dirvi ciò che assai importa di sapere.»
«Ed è?»
«Saprete che i Francesi, per far la guerra al Conte di Virtù, minacciano calare in Italia condotti dal conte d'Armagnac.»
«So tutto: prosegui.»
«Questo conte d'Armagnac è parente strettissimo di quel Carlo Visconti figlio del Bernabò che dovea sposare la Valenzia.»
«Ebbene?»