ABISSINIA
GIORNALE DI UN VIAGGIO
GIOVANNI KASSA
Re dei Re. (Negus Neghest).
Imperatore d'Etiopia
ABISSINIA
GIORNALE DI UN VIAGGIO
DI
PIPPO VIGONI
CON 3 PANORAMI, 33 TAVOLE ILLUSTRATIVE,
UN FACSIMILE DI UNA LETTERA DEL RE GIOVANNI
ED UNA CARTA ITINERARIA
ESEGUITA PER CURA DELLA R. SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA.
NAPOLI MILANO PISA
ULRICO HOEPLI
EDITORE-LIBRAIO
1881.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Milano, Tip. Bernardoni di C. Rebecchini e C.
A MIA MADRE.
A ritemprarmi nei momenti di scoraggiamento, a partecipare in altri al mio entusiasmo e alla mia soddisfazione, ebbi sempre nelle mie peregrinazioni un fedele compagno, il pensiero di chi mi seguiva coi suoi voti.
A nessuno meglio che a te potrei quindi dedicare queste pagine, scritte sempre con la speranza di potertele un giorno presentare.
Credi che ad ogni passo che mossi, il mio cuore era con te, e con me era la tua santa immagine, e questo ti sia di conforto alle lunghe ore d'angoscia passate nella mia assenza.
Lettera di raccomandazione per le autorità abissinesi
dataci da Re Giovanni alla nostra partenza dal suo campo.
TRADUZIONE.
(Sigillo in Etiopico e in Arabo)
GIOVANNI RE DEI RE DI ETIOPIA.
Lettera del Prefetto di Dio, Giovanni Re dei Re di Etiopia; diretta al luogotenente per alloggio e vettovaglia, e ai Governatori secondo la strada.[1] Codesti uomini sono miei amici, abbiate cura di guardare le loro proprietà e supellettili, darete loro da mangiare e da bere se avran fame o avran sete, e li farete partire (solo) dopo essere saliti ad accompagnarli (in segno di onore). Scritta l'anno di grazia 1874, l'11 di Sanne (17 o 18 Giugno) nella città capitale di Samara.
[1]Questa frase rende certamente il senso del testo, ma non s'è potuto tradurla più esattamente.
Per cortesia di chi regge il celebre Collegio di Propaganda a Roma abbiamo potuto ottenere questa traduzione solo dal signor professore Ignazio Guidi romano, uno dei più dotti orientalisti italiani.
AL LETTORE.
Il non saper vestire il racconto di quella eleganza e naturalezza che lo rendano simpatico al lettore, e divertendolo lo facciano quasi partecipare alle emozioni provate da chi le narra, mise sempre lo spauracchio della critica fra me e il desiderio di rendere di pubblica ragione le mie impressioni di viaggio.
Incoraggiato ora dal consiglio di molti fra i miei buoni amici, mi decisi a farlo, fidente almeno nella benevolenza di questi.
Lungi da me l'idea di farmi narratore di avventure straordinarie, intendo solo di descrivere un viaggio forse abbastanza originale per un semplice touriste, imponendo a me stesso di tenermi alla pura verità non solo, ma alla verità vera, cioè senza lasciarmi troppo avvilire nei momenti di scoraggiamento, nè esaltare da quelli di soddisfazione, per mantenere al carattere d'ogni cosa il suo reale colore.
Io non ho studiato, ma solo visitato l'Abissinia, quindi non faccio digressioni nè considerazioni, ma solo tento dare una riproduzione fedele di quanto ho visto, e sentito narrare in quel paese dai suoi abitanti, sperando con questo di poter interessare chi mi legge. Non intendo scrivere un libro pei dotti, ma solo dare un abbozzo per chi si interessa di viaggi, ed è per questo, e perchè convinto che di molti artisti val meglio lo schizzo improntato sul vero che il quadro diligentemente finito nella monotonia dello studio, che io credo il miglior proposito per me quello di trascrivere quasi integralmente le mie note giornaliere, memore che nel tracciarle ho sempre cercato d'essere osservatore calmo e giudice spassionato.
E come penso ricorrere alla matita per meglio chiarire quello che forse la mia penna non saprà abbastanza bene descrivere, sento dovere di porgere qui i miei più sentiti ringraziamenti agli amici U. Dell'Orto, G. B. Lelli, G. Servi, A. Valdoni, che interpretando il mio Album di ricordi presi dal vero, vogliono aiutarmi a preparare i disegni che formeranno certo la miglior parte di questo volume.
CAPITOLO I.
Origine della spedizione.—Partenza.—A bordo.—Alessandria e Cairo.—Ziber pacha.—A Suez.—Nel Mar Rosso.—Suakin.—Sul postale egiziano.—Arrivo a Massaua.
Fu nel settembre del 1878 che per la prima volta vidi farsi concreta la speranza di un viaggio in quell'interessante e misterioso paese che per doppia ragione fu detto Continente Nero.
Era un coraggioso industriale nostro, il comm. Carlo Erba, che aveva ideato di armare una spedizione, che, tenendo la linea di Kartum, Galabat, Gondar, Goggiam e possibilmente lo Scioa, scendesse poi al Mar Rosso, esplorando commercialmente quelle contrade: io l'avrei seguita colla pura veste del dilettante. La cosa doveva farsi se non misteriosamente, almeno tranquillamente, sperando riportare grate sorprese, e non disillusioni per coloro che troppo facilmente si lasciano trasportare dagli entusiasmi che nascono per simili imprese in paesi, nei quali come da noi, non vi si è abituati. Ma la cosa entrò presto nel dominio del pubblico, i giornali ne parlarono, si propose una società per sottoscrizioni. Erba rinunciò generosamente all'interesse proprio nella speranza di un bene avvenire pel suo paese; fu costituito un Comitato, alla presidenza del quale fu chiamato a sedere lo stesso Erba; fu decretata la spedizione che naturalmente assunse ben maggiori proporzioni. Mi seduceva assai più
il primo disegno, ma l'occasione parvemi favorevole, l'itinerario seducente, quindi, avanti, dissi a me stesso, forse è giunto il giorno di realizzare uno dei più bei sogni della mia vita.
Dalle cognizioni assunte leggendo libri sull'Africa e studiando un pochino i viaggi che vi furono intrapresi, capisco che il còmpito di esploratore non è pane pei miei denti. O farlo bene o non farlo: essere ufficiale, ma non semplicissimo ed ignoto soldato del piccolo esercito di volontarii che tentano da ogni lato di avanzare per quelle ignote terre. Si esplora in grande colla fede, il tempo, la pazienza di Livingstone o coll'ardire e i mezzi fisici e materiali di Stanley: si esplora in piccolo essendo geografo, naturalista, od avendo in qualsiasi ramo l'arredo di cognizioni necessarie onde si possa portare un obolo qualunque alla scienza: sempre poi dev'essere guida la più profonda abnegazione. Io non ho questi requisiti, e per di più e per buona fortuna ho tali vincoli d'affetto che mi legano alla famiglia, che non mi permettono di fare viaggi dei quali è imprevedibile la durata, nè di avventurarmi in paesi dove ogni comunicazione si richiuderebbe dietro i miei passi. Approfitto dunque dell'occasione di una spedizione puramente commerciale per visitare l'Abissinia che molto mi interessa, e farmi un preciso concetto di questi paesi quasi vergini e selvaggi: del come vi si viaggia, delle peripezie che vi si incontrano, degli usi e costumi degli abitanti, della loro ricca flora e fauna. Chi sa che la fortuna non mi sorrida! che le grandi cacce non mi siano propizie! che per tutta la vita non abbia a portar meco buona memoria e soddisfazione di quanto mi decido a fare!
Procurati i libri e le carte che mi pareva potessero tornarmi utili, mi diedi ai preparativi d'oggetti materiali, che furono tutti racchiusi in cassette tali da potere per peso e dimensioni formare, con una il carico di un portatore, con due quello di un mulo e con quattro quello di un camello. Armi e munizioni
come un po' di pratica mi insegnava, buone flanelle, abiti forti e comuni, scarpe che ricordano l'alpinista, qualche provvigione da bocca, qualche farmaco, e molta fede in Dio che nulla mi faccia mancare, e conservi sempre bene chi col cuore lascio in Italia: famiglia ed amici. E non dimentichiamo uno dei più importanti elementi, cioè disposizione a sofferenze e privazioni di ogni genere, come pure ad incorrere in disinganni su tutta la linea.
Così armato, il 17 novembre lasciavo il lago di Como con quanto ho di più caro al mondo, per avventurarmi nel nuovo pellegrinaggio.
In un interessante suo libro, disse un amico mio, che il più bel giorno di un viaggio è quello della partenza: a me spiace d'essere in questo di parere diametralmente opposto al suo, trovando che lo è invece quello del ritorno: e la miglior conferma la trovo in questo, che specialmente trattandosi di viaggi lunghi e avventurosi, il giorno della partenza si vedono lagrime sugli occhi di chi se ne va e di chi resta, al giorno del ritorno è spontaneo il sorriso della consolazione sulle labbra di chi torna e di chi aspetta: da questo lato durante l'assenza hanno sofferto tutti: eppure sapendo di soffrire e di far soffrire, si parte; e qui il dovere imporrebbe che chi si rese colpevole se ne giustifichi dando ragione del suo operare, ma a questo non mi resta che domandare che mi si dica cos'è il fascino, ed ancor io allora, lo spero, sarò perdonato. Una naturale inclinazione mi porta a leggere libri di viaggi: fra tutti, le avventure di chi toccò l'Africa sono quelle che maggiormente mi divertono, mi esaltano, mi interessano, mi fanno nascere il desiderio d'esserne non solo giudice, ma attore: sento che è, e sarà un vuoto nella mia esistenza se non tento almeno di diventarlo; l'irrequietudine diventa di me padrona, non sono più io che decido di partire, è una forza misteriosa che mi ci spinge, sono
i due poli di forza elettrica che irresistibilmente si attraggono, il fascino dell'Africa, la forza misteriosa che mi domina.
La sera del 21 lasciavo l'incantevole golfo di Napoli a bordo dell'Egitto, vapore di Rubattino, con un temporale indiavolato che dalla coperta del bastimento non ci concesse neppure di dare l'ultimo addio a questo lembo di paradiso disceso nella crosta terrestre. Al mezzogiorno del 22 si gettavano le ancore davanti a Messina che appena si ebbe il tempo di visitare alla sfuggita, perchè alle quattro si ripartì, lasciando a terra due giovani sposi francesi che inebbriati dall'amore o dall'incanto del paesaggio, scordarono l'ora destinata a proseguire per la loro meta, il Cairo. L'elica riprende il suo continuo e monotono girare, e ciascuno dei passeggeri cerca ragione per scambiare qualche parola con chi per parecchi giorni è obbligato a menar vita comune. Per vero dire io non sono molto entusiasta della vita di mare; è bella, ma monotona, e a bordo di un bastimento sono tante le circostanze che devono concorrere a renderla veramente aggradevole, che ben difficilmente si può avere la fortuna di trovarvele tutte riunite. Vi sono però sempre dei bei tipi che vi divertono o vi interessano, e per noi italiani, che siamo sì poco avvezzi al viaggiare, v'ha spesso da stupire o da imparare. Era, per esempio, con noi una gentilissima signora belga, vedova di un inglese, che non avendo visto da due anni suo figlio impiegato in Birmania, vi si recava con due sue ragazze, a fargli una visita, colla stessa indifferenza come se la farebbero da noi due signore nel fissato giorno di ricevimento. Una famiglia di Californesi, padre, madre e figlia, che partiti da S. Francisco, passando per Nuova York, approdarono in Europa, la attraversarono tutta fino in Russia, scesero in Italia, andavano in Egitto, passeranno poi per le Indie, la China il Giappone e torneranno così, a Dio piacendo, a casa loro, fieri di aver fatto il giro del mondo, certamente però più in fretta che bene. Un
giovane Marocchino, stabilito per affari a Genova, coll'elegante suo costume: era mussulmano, e ordinando la sua religione che non si può cibarsi di carni d'animali uccisi da mani per loro impure, ci offriva ogni giorno il divertimento di farsi carnefice dei bipedi e quadrupedi che ornati d'intingoli, preparati da mani cristiane, assaporava poi molto abbondantemente quando ve lo chiamava il suono del sospirato campanello. Un giovane Tedesco che si recava a cercar salute in più miti aure, ma, forse più pauroso che ammalato, ci divertiva colle sue continue agitazioni vedendo capovolgersi il bastimento ad ogni colpo di vento, una tempesta in ogni nube e la sera fanali di vapori che venivano ad investirci, in ogni stella. Qualche altro passaggero e il buon capitano Martino, vecchio lupo di mare, senza complimenti, ma tanto franco e cordiale.
La mattina del 26 ci schieravamo fra i molti altri bastimenti che bene allineati popolavano il porto di Alessandria. Non eravamo ancora completamente fermi e la coperta era invasa da quella massa di arabi chiassosi che parlando qualche frase di tutte le lingue vi si offrono come facchini, come battellieri, come agenti dei diversi alberghi: sono insistenti, nojosi, impertinenti se volete, ma la bellezza del cielo, la novità dei tipi e dei costumi, la contentezza del riveder terra, vi fa dimenticare tutto quello che potrebbe essere noja; e trovate bello persino il chiasso che vi fanno d'attorno, e la poca civiltà dei modi coi quali cercano di impossessarsi di voi e del vostro bagaglio.
Rivedo questo bel paese, lieta memoria del mio primo viaggio in Oriente, e subito ritrovo qualche buon amico con cui passo un pajo di giornate, e il 28 parto pel Cairo, dove da una settimana si trovano Matteucci e Ferrari, due dei compagni di viaggio: conoscevo già il primo, ora strinsi la mano al secondo: è abbastanza difficile l'intima convivenza di questi lunghi viaggi, ma subito trovai in Ferrari un uomo di carattere
tanto leale, e di modi e d'aspetto tanto simpatici, che dal primo vederlo non dubitai saremmo stati buoni amici per sempre, e non mi sono ingannato.
Circa la nostra spedizione, trovai un importante cambiamento nell'itinerario: invece di raggiungere Gondar passando per Kartum e Galabat, vi si andrà per Massaua e Adoa, seguendo, se si potrà, l'altra via nel ritorno.
Da quando vidi Cairo la prima volta, trovo che ha perso moltissimo: i quartieri europei con grandi fabbricati a portici, e l'elemento europeo che si va infiltrando nei quartieri arabi, sono certo a maggior comodo di chi vi abita, ma a grave discapito dell'originalità del paese. Il Kedive crede erigersi un monumento di gloria facendo della sua capitale una seconda Parigi, ma parmi invece che rovini un paese, e oso dire una civiltà cui si poteva togliere quanto v'ha di barbaro, rispettandovi però quanto v'ha di bello e di caratteristico.
Andai cercando un magnifico viale fiancheggiato da sicomori dove ogni giorno mi recavo a godermi degli splendidi tramonti che dietro le lontane piramidi infuocavano l'orizzonte: era uno di quegli spettacoli indescrivibili che ricreano lo spirito e innalzano la mente, ma che non v'ha penna, nè pennello, nè fantasia che possano ritrarre, e mi trovai invece rinchiuso in una via fiancheggiata da grandi fabbricati, e allo sfondo sorgeva un prosaico e fumante camino da opificio. Povero Oriente come ti vestono da Arlecchino! Fra poco cercheranno di sostituire le tue eleganti palme con dei tozzi gelsi, i tuoi variopinti costumi con delle tube e dei frak, e spargeranno di belletto le abbronzite guance dei tuoi figli, per renderti una brutta copia della decrepita Europa. Ma come il tuo sole impavido non teme che questo fantasma di civiltà possa far velo all'ardore dei suoi raggi, tu, stattene fermo e non permettere che i vizii che porta seco abbiano a corrompere la più bella delle tue doti, quella che per te è legge sacra, l'ospitalità.
Fummo da un amico invitati a fare la conoscenza di Ziber pacha, che in quel momento più che mai attirava l'attenzione della politica e dei curiosi in Egitto. È questi nativo del Darfur dove sempre visse. Uomo di intelligenza non comune e di spiriti belligeri, seppe col senno e colle armi conquistare tutta quanta quell'estesa provincia, che poi mediante trattati sottomise al Governo egiziano, ritirandosi lui in Cairo ove ebbe cortesie, onori, e titolo di pacha. Ora per ragioni di politica e di amministrazione tutto quanto quel paese si mise in rivolta, e capo dell'insurrezione è Suleiman, il figlio di Ziber pacha. Questi stesso ci raccontò tutta la storia che in pochi termini ci venne tradotta. Non capivo la sua lingua, ma dal modo con cui si esprimeva, accompagnando spesso la narrazione con gesti, traspariva l'interesse che vi prendeva e lo spirito che lo dominava, e i suoi occhi benchè incastrati nell'orbita di un semi-selvaggio si gonfiarono di lagrime quando raccontando dell'attuale guerra dei suoi compaesani colle truppe di Gordon pacha, disse che se fosse ucciso suo figlio, lui pure morrebbe di dolore.
Oggi sappiamo che i rivoltosi furono completamente battuti da Gessi, e Suleiman fatto prigioniero e fucilato.
Interessante fu il genere di ricevimento che vi trovammo, essendo nè puramente turco nè arabo, ma un poco anche darfuriano. Entrammo in un primo cortile fiancheggiato dalle scuderie e da questo passammo in un piccolo giardinetto che ricordava quelli dei nostri curati da campagna, se qualche palma o banano non ci avesse fatti accorti della distanza che ci separava. Qui fummo incontrati da parecchi individui di vario colore e diverso costume che si qualificavano per segretari, intendenti, cerimonieri, ecc., che con modi garbatissimi ci introdussero in un primo anticamerone dove comparve il pacha, alto, snello, quasi nero, vestito all'europea col fez. Fu cortesissimo, ci strinse la mano all'araba, cioè baciandola e portandola al
fronte prima e dopo di toccare la nostra, poi ci fece salire per una scala mezzo diroccata, e attraversate un pajo di camere deserte di mobili, ma molto popolate di servi, fummo introdotti nel gran salone dei ricevimenti, dove le finestre erano di puro stile arabo e i divani coperti da damasco giallo tutto a filacci. Mentre noi si stava seduti a discorrere, due servi neri stavano impalati presso la porta cogli occhi fissi al padrone, pronti ad indovinare un ordine in qualunque suo cenno. Dopo pochi minuti entrò un servo con un vassoio: tre o quattro altri gli si fecero d'attorno, ognuno prese una piccola tazza col sotto-coppa alla turca in argento, vi versò un liquido da un'anfora e ce lo venne ad offrire con tutto rispetto, inchinandosi, pronunciando una parola gentile e tenendosi la mano sinistra distesa sul petto. Era un decotto di droghe in cui prevaleva canella e pepe: non cattivo al gusto, ma non troppo benigno alla lingua e alla gola. I servi non avevano per anco finito di riavere da noi le tazze vuote, quando entra un nero con una catinella e un'anfora di metallo e gira per la sala facendo lavar le mani a tutti, mentre un altro che lo segue consegna ad ognuno un tovagliolo, per vero dire non proprio di bucato. Subito appare un altro servo con un tavolo, o meglio uno sgabello alto, che depone fra noi, ed un secondo vi adagia un gran vassoio coperto da piatti con pasta di semola, latte coagulato, pezzi di diverse torte, formaggio, ulive, specie di caramelle, conserve, dolci, pezzetti di pane e qualche cucchiaio, che però non fecero che da comparsa. Ignorante, io me ne stetti a vedere cosa faceva Sua Eccellenza, poi non feci che seguire il suo esempio, assaporando tutto, prendendo tutto colle mani nelle quali si faceva un vero caos di gusti, ma senza però arrivare al punto suo di dare continui segni d'aggradimento con manifestazioni troppo spontanee... Un servo intanto ne andava offrendo una gran tazza dalla quale in comune si beveva acqua con conserva dolce. Finita questa frugale
mensa, ritirarono la tavola, ci fecero ancora lavare le mani, poi collo stesso apparato di prima ci offersero caffè e sigarette.
Il 2 dicembre mi trovavo per la sera a Suez in attesa degli altri componenti la spedizione, che vi dovevano arrivare direttamente dall'Italia a bordo del Sumatra, vapore di Rubattino. Con qualche ritardo, il giorno quattro, questo elegante bastimento sortiva infatti dal Canale e a mezzogiorno andava a dar fondo in rada, accanto al Messina, suo compagno destinato alla navigazione speciale nel Mar Rosso. Si ha diritto davvero di sentirsi fieri nel vedere bastimenti di così forte portata e inalberando la nostra bandiera, solcare ormai le onde di tutti i mari, e toccare con mano come possano competere con quelli delle più forti nazioni e vedere come forastieri d'ogni altro paese prescelgano i vapori italiani e ne facciano sempre molti elogi. Così l'Italia si farà grande e ricca, e sia lode ai coraggiosi armatori ai quali è da augurare che la fortuna sorrida.
Il resto della giornata e parte della notte furono impiegati a trasbordare mercanzie sul Messina, a bordo del quale la mattina del cinque tutti partivamo; ma prima di troppo scostarci da questo incantevole paese che è l'Egitto, mi è forza dire due parole di ringraziamento a tutti coloro che mi vollero assolutamente colmato di gentilezze e di utili raccomandazioni e di cordiali augurii pel viaggio che andavo ad intraprendere. Non faccio nomi, che troppo sarebbe lungo, ma ad ognuno mando di cuore la sua parte e nessuno dubiti della mia memoria e della mia riconoscenza.
La posizione di Suez è bellissima, specialmente per chi la vede da bordo. Un ammasso di case bianche e uno di neri bastimenti che stanno schierati come due eserciti nemici prima dell'attacco, laddove null'altro che deserto e mare si contrastano lo spazio. Aggiungete la cupola azzurra di quel cielo o l'orizzonte infuocato da un tramonto che vi fa rossa la sabbia e metallica
la superficie dell'acqua, e se avete una fantasia abbastanza fervida, immaginatevi l'incanto di questo quadro in natura. Noi così lo godemmo la sera; una splendida luna venne a cambiarvi le tinte e renderlo più tetro sì, ma non meno bello e forse più imponente; e coll'altro effetto ancora di una splendida aurora, salpammo. In poche ore quante scene diverse, quanto di visto, e quanto di vissuto!...
Dietro noi lasciamo la città, a sinistra oltrepassiamo l'imboccatura del Canale e proseguiamo fra le due coste aride, deserte, infuocate entrambe, d'Asia e d'Africa; qualche cosa di maestoso sorge a tagliare l'infinito orizzonte, è il gruppo del Sinai che ci lascia l'ultima impressione delle coste d'Asia, allargandosi considerevolmente il Mar Rosso e verso sera restando noi fedeli alla costa Africana.
Abbiamo sempre calma perfetta e per sola distrazione, la vista di qualche pesce volante, di qualche scoglio indicato da fanali e l'emozione di qualche altro nascosto e non ancora trovato, nel quale si potrebbe battere il naso; la temperatura va sempre aumentando.
A bordo non abbiamo che un giovane Francese, che prese servizio nelle truppe di Gordon pacha e per questo se ne va a Kartum: vorrei ingannarmi, ma mi parve vittima di una risoluzione non abbastanza meditata; è sempre assai pensieroso e confessa che da lontano tutto sembra roseo, ma più si avvicina alla realtà, più si fanno grandi i punti neri che erano quasi invisibili.
È impegnato per circa due anni, che devono essere ben lunghi nella sua posizione, se invece d'essere animato da speranze, è già depresso dal pentimento. Un Greco e un Tedesco che esercitano una professione abbastanza originale: negozianti cioè di leoni, elefanti, ipopotami, leopardi, buffali, rettili e simili, sì vivi che morti, per musei, giardini zoologici e amatori. Per questo
si portano a Kassala, dove sono abbastanza numerosi questi cari animaletti.
I racconti delle loro caccie e prese erano assai interessanti, le loro avventure straordinarie, per quanto si faccia il difalco necessario fra il raccontato e il credibile.
Già che parliamo dei passeggeri del Messina, parmi venuto il momento di presentare anche quelli coi quali dovrò essere compagno di viaggio: Pellegrino Matteucci di Bologna, Callisto Legnani di Menaggio, Enrico Tagliabue di Monza, Gustavo Bianchi di Ferrara, Francesco Filippini: il primo dirige la spedizione, gli altri sono i delegati, che, per incarico del Comitato di Esplorazioni commerciali, la compongono. Il Filippini è destinato a rimanere di stazione nel porto di Massaua. Seguono come dilettanti il capitano Vincenzo Ferrari da Reggio Emilia e quel disgraziato che sta colla penna in mano, ha cominciato ieri a scrivere e si è messo in testa di render conto giorno per giorno del suo operato durante quasi dieci mesi: chiedo un po' di benevolenza per lui.
Il giorno nove era indicato per l'arrivo a Suakin; fin dal mattino si naviga fra secche, che come si vede dalle carte sono estesissime in questi paraggi; consistono di banchi corallini nascosti a diverse profondità, per cui con grande attenzione si possono appena distinguere dal colore delle acque che sembrano fangose, e le meno profonde dal vedervisi frangere contro le onde producendo linee di schiuma biancastra. Il pilota arabo, guidato da pratica più che da scienza, sta sul pennone dell'albero di prua, e continuamente dà ordini perchè il timone sia girato a destra o a manca.
Ad onta di questo, poco dopo il mezzogiorno un urto, seguito da sfregamento, ci avverte che siamo montati in secco; vidi il bastimento alzarsi di prua, quasi impennandosi, poi quando il peso di prua prevalse, questa si abbassò, alzandosi invece la
poppa; giuocavamo d'equilibrio toccando la chiglia sullo scoglio, ma non potendo naturalmente durare in questa posizione acrobatica, tre o quattro ondulazioni piuttosto forti di rullio finirono per lasciarci adagiar sul fianco; subito si ferma la macchina, si ordina indietro, poi ancora avanti, e fra il panico e la confusione, non so a quale di questi due movimenti dovemmo la nostra liberazione, ma so che pochi minuti dopo proseguivamo la nostra rotta con minor velocità e maggiori precauzioni. Pericolo non ve ne era, chè il mare era calmo, la terra non poteva essere lontanissima e le scialuppe pronte; ma c'era il caso di dovercene stare qualche giorno per alleggerire il bastimento, scaricandolo, buttar ancore, e coll'aiuto di queste, toglierci da questo incommodo letto.
Passiamo fra due enormi banchi che da bordo si distinguono benissimo, poi viriamo sulla destra per entrare in un canale segnato da torricelle di muro che poggiano sui depositi corallini, e prima del tramonto gettiamo le ancore a pochi metri da Suakin, dove siamo subito circondati da piroghe montate da bellissimi ragazzetti neri, che quasi rivali d'Adamo in fatto costume, ci si offrono per traghettarci a terra.
La città si presenta bellina, con un ordine di case bianche di stile puramente arabo, circondate da acqua, collo sfondo di bellissime montagne che fanno un effetto assai curioso sorgendo direttamente dalla pianura, senza contrafforti, senza nessuna linea di alture che si vadano poco a poco elevando. La posizione è assai originale, essendo il villaggio piantato su d'un isolotto di poche migliaia di metri quadrati di superficie, banco corallino, che appena si innalza dal livello del mare, circondato da un canale di un centinaio di metri di larghezza, poi ancora da terra ferma che ha così l'apparenza, se mi è permesso il confronto, di racchiudere l'isolotto, come un granchio tien racchiuso la preda fra le due zanne. A est, il canale pel quale entrammo, e
che porta al mare libero, ad ovest una diga che mette in comunicazione diretta colla terra ferma.
All'interno nessuna regolarità: qualche piazza dove si tengono i mercati, qualche via coperta da logore stuoie per difendere dalla sferza del sole, cui si dà il titolo di bazar e dove si vendono gli elementi più che necessarii, indispensabili all'esistenza, alcune case di stile arabo, terminate a terrazze col davanzale frastagliato e ornate di finestre e balconi a lavori di intaglio in legno molto caratteristici; qualche piccola torre e qualche minareto da dove si spande la tremula voce del Muezzin che ad ore fisse chiama i divoti alla preghiera. È questo il quartiere abitato dagli arabi commercianti od impiegati, e dai pochi europei che vi tengono i loro affari; dietro abbiamo subito tugurii di legno e fango, circondati da palizzate di stuoie, abitati dagli indigeni. Oltre la diga continua la città di questi ultimi che vanno man mano ritirandosi per far posto ad abitazioni e abitanti un po' più civili, e si finisce nella vasta pianura con accampamenti di beduini sparsi qua e là e costituiti da miserabili tende di stuoie. Il commercio è quasi completamente in mano dei Greci. Svariatissimi sono i tipi che si incontrano; l'Arabo colla testa rasa, la sua zimarra bianca, e il fez o la cuffia che trascuratamente pende sulle spalle od elegantemente è avvolta a turbante; l'altro che vuol parere civilizzato e non veste che panni neri tagliati all'europea; l'indigeno che presenta tutte le gradazioni delle tinte che possono dirsi marrone, quasi nudo e solo difeso da una pezzola qualunque alla cintura; cento altre varietà di tipi e di tinte fino al nero ebano, provenienti da tutte le province dell'interno.
Curiosissimo il biscerino o vero beduino del deserto fra Suakin e Berber, che ha la privativa del servizio di guida e camelliere per le carovane che attraversano quelle sabbie, di cui è fiero d'essere assoluto padrone. È alto, snello, ha l'occhio vivissimo, un procedere vispo e dignitoso. Porta una fascia bianca alla cintura,
oppure un drappo di tela in cui artisticamente si avvolge, e i capelli educati in modo che un gran ciuffo si innalza a cono rovescio e il resto pende a grandi masse di ricci o trecce, tagliate orizzontalmente poco sopra l'attacco della spalla, per difendere la nuca dai raggi del sole.
L'apparenza è perfettamente di quei tipi stecchiti che si vedono incisi alle pareti dei monumenti egizii. La testa poi ungono con tanto grasso e burro, da parere, alle volte, mascherati con una parrucca gialla, sempre ornata da uno stecchetto leggiermente ricurvo che è il loro pettine, e serve spesso per rimediare ad un molesto e non dubbio prurito. Sulle braccia portano molti anelli di pelle con sacchettini di cuoio in cui è religiosamente conservato qualche verso del corano o qualche amuleto che li preserva da mali e pericoli.
Di donne se ne vedono pochissime, e queste completamente coperte, essendo qui fanatici mussulmani. Il dottore, un gentilissimo arabo, ne diceva che anche a lui è interdetto l'avvicinarsi al bel sesso, che in caso di malattia ricorre piuttosto all'empirismo di una pretesa medichessa.
La pulizia delle strade e altri servizii in città, sono fatti dai prigionieri che vivono nel locale della dogana, trattati come da noi nessuno oserebbe trattare un suo cane; sono logori, indecenti, macilenti, portano grosse catene ai piedi, che, dal peso e dallo sfregamento, ne sono continuamente piagati; domandano la carità a chiunque incontrino e sono custoditi da soldati che lasciano però ben poco ad invidiare a quei miserabili. Spesso qualcuno tenta fuggire, ma sempre inutilmente, che l'unica via di scampo è quella del deserto, dove sono inseguiti dai beduini che vi danno una vera caccia, sapendo d'avere un compenso di cinque talleri; a quel disgraziato, cui la disperazione suggerì la fuga, sono applicate parecchie centinaia di legnate, e qualche volta persino mille.
Ad ogni passo v'era qualcosa di nuovo per noi da osservare, si fece qualche passeggiata col fucile nei dintorni, ebbimo lo spettacolo di qualche carovana che partiva od arrivava dall'interno, e così giunse presto la sera dell'11, e dovemmo recarci a bordo per ripartire l'indomani mattina.
Siamo affidati ad una vecchia carcassa, il Zaga-zig, vapore egiziano che conta parecchi lustri di esistenza, senza aver mai visto un chiodo od una penellata di vernice che venissero a supplire quello che il tempo ha corroso; le cabine sono così sucide e puzzolenti che non è a pensare a starci, per cui portati i nostri effetti sopra coperta, vi stendemmo i nostri pleads e vi stabilimmo il nostro primo accampamento. La mattina del 12 usciamo felicemente dalle secche, poi pieghiamo a sud, sempre a poca distanza dalla costa africana che appare continuamente arida e montagnosa. Tutti a bordo sono arabi, tranne i macchinisti; gli ufficiali sono logori, cenciosi e scalzi; lascio pensare come sia la ciurma; abbiamo poi a bordo una dozzina di soldati turchi che per punizione sono mandati alle guarnigioni del Mar Rosso; venendo da Costantinopoli fecero una sommossa a bordo e tentarono ammazzare il comandante; tre rimasero uccisi e gli altri, facce da forca, furono disarmati, e perfettamente liberi sono ora nostri compagni di viaggio; quando videro salire a bordo le pesanti cassette coi nostri talleri, le loro fisonomie tradirono le loro speranze e forse i loro intendimenti, e prevennero noi di dormire vegliando. A bordo di questi vapori non si pensa neppure alla mensa dei passeggeri, per cui portammo le nostre provvigioni e cominciammo così a mettere alla prova le nostre abilità culinarie, o meglio la forza di resistenza dei rispettivi stomachi.
Il secondo giorno incontriamo parecchi scogli a superficie piatta e di poco sporgenti dal livello delle acque. Una dozzina almeno di ufficiali sono sul ponte a discutere, guardare con cannocchiali,
studiare, senza capirne un'acca, una gran carta sparsa di gocce di sego più che di rilievi, e sulla quale misurano le distanze col compasso che fornì madre natura, le loro sudicissime dita; a prua si scandaglia, sui pennoni stanno i piloti, il nostromo dà ordini e contrordini che pare una scuola di fischio.
L'apparato era grande, ci aspettavamo qualcosa che vi corrispondesse, forse si scoprissero nuove terre, ma invece la macchina ferma, e verso le cinque si dà fondo in quindici braccia. Cosa succede! ci domandiamo: nulla di male, ma prudenza suggerisce che prima delle tenebre si faccia alt, perchè la scienza coi suoi calcoli e i suoi strumenti non ha ancora rischiarate le vie a questi navigatori. Vi sarà ancora chi disputa per la patria di Cristoforo Colombo, ma si può garantire che di sangue egiziano non ne scorreva nelle sue vene.
La mattina del 14 si levano le ancore, operazione che col progresso egiziano si fa ancora a forza di braccia, e richiede quindi altrettanto tempo che fatica: dopo un paio d'ore appare la costa, si vedono le montagne allo sfondo, si distingue la linea bianca di Massaua, spiccano gli alberi di due bastimenti che vi stanno ancorati; alle undici siamo accanto a loro.
CAPITOLO II.
Massaua.—In cerca di abitazione.—Conoscenza della famiglia Naretti.—Notizie dell'interno e consigli pel nostro viaggio.—Descrizione di Massaua.—Un sistema di cura.—Un forno assai semplice.—Gite di caccia.—Il pranzo di Natale.—Invasione di locuste.
Massaua si presenta presso a poco come Suakin, piantata sopra un banco di madrepore e tutta circondata dal mare; si protende come lunga lingua ad est, ove sta un forte e la missione cattolica colla propria chiesuola; segue uno spazio deserto in cui è sparsa qualche capanna, poi viene la cittadina di carattere arabo, seguita dal nucleo maggiore di rozze abitazioni di indigeni; la unisce una diga ad altra isola maggiore su cui sta il palazzo del Governo, abbastanza elegante, che subito risalta all'occhio di chi entra in queste acque.
Avvicinati dalla sanità che con tutta formalità ricevette la nostra patente con lunghe molle in ferro e le espose al fumo di abbondanti profumi, in pochi momenti ci fu concessa libertà di pratica. Il signor Habib Sciavi, delegato sanitario e agente postale, adempie al suo ufficio con vera intelligenza e vero scrupolo; venne a bordo; avevo per lui una raccomandazione che subito ci fece diventare buoni amici; mi piace nominarlo, perchè per lui ho molta riconoscenza, e fu per noi una vera risorsa durante il nostro soggiorno in questa città.
Prima nostra cura fu di recarci dal governatore che ci accolse
assai cordialmente; ma ad onta di tutte le nostre buone commendatizie ci disse: telegraferemo a Gordon pacha che siete qui giunti; diremo quanti siete, quante casse e quante armi avete, dove siete diretti, poi dalla risposta decideremo sul da farsi. Non ci restò che far portare a terra tutto il nostro bagaglio e depositarlo nei magazzeni di dogana, poi andarcene in cerca di una casa da affittare, che di alberghi qui non se ne ha idea. Fummo fortunati di trovarne una abbastanza vasta, con un piano superiore e un cortile chiuso; lo stile, arabo; le camere hanno molte aperture, e i vetri sono ignoti; le pareti bianche od almeno lo furono; il soffitto a travicelle, che sono rozzi tronchi non lavorati con sovrappostovi un assito o delle stuoie che portano un grosso strato di terra che forma tetto e serve da terrazza; il pavimento è pure di terra fina e pulverolenta; in complesso presso a poco e forse peggio delle case dei nostri contadini.
Per mobiglia troviamo in una camera un paio di angareb o divani formati da un telaio in legno col sedile di paglia o liste di cuoio intrecciate.
Una delle prime conoscenze fu la famiglia di Giacomo Naretti da Ivrea, che da parecchi anni vive in Abissinia, dove colla sua onestà, col suo grande senno pratico e colla rettitudine e disinteresse nei suoi intendimenti, seppe accaparrarsi la stima e l'affetto del Re che lo tiene come vero amico e pregiato consigliere. Reduce da una gita in Egitto, se ne stava già da parecchi mesi in Massaua aspettando di poter penetrare in Abissinia quando fosse completamente cessato un terribile tifo che decimava la popolazione del Tigré, e sedata una rivoluzione che da tre anni teneva agitata la provincia del Hamasen.
Quantunque si sapesse che il primo andava decrescendo e che per la seconda s'erano intavolate trattative di pace, pure queste notizie non ci giunsero troppo gradite, prevedendo che, per quanto
si confidasse che il diavolo potesse essere meno brutto di quello che ce lo dipingevano, bisognava pure rassegnarsi a perdere un tempo che avremmo meglio impiegato nell'avanzare o nello studiare l'interno. Fummo subito consigliati di spedire una lettera al Re Giovanni Kassa per annunciargli il nostro desiderio di recarci a visitarlo, fargli palesi i nostri progetti tutt'affatto commerciali, e domandare la sovrana permissione di entrare nei suoi Stati.
MASSAUA
Questa specie di supplica era già stata preparata al Cairo, dietro suggerimento avutone, e scritta su pergamena in caratteri amarici da un sacerdote cofto. Accompagnata da una lettera di raccomandazione di Naretti, fu subito spedita per mezzo di apposito corriere al campo reale.
Fra il 15º e il 16º lat. nord, è situata Massaua, che come dissi, sorge sopra un isolotto di madrepore che si estende per circa 900 metri da est ad ovest e per 250 da sud a nord elevandosi non più di 6 metri sul livello del mare; un canale di circa 600 metri di larghezza la divide da un altro isolotto di maggiori dimensioni detto Tau-el-hud, ed a questo si accede per mezzo di una diga, come pure per mezzo di altra diga, della lunghezza di 1200 metri, si passa poi dal lato di ponente alla terra ferma. Tutto quello che si vede è aridità assoluta, e solo lungo la spiaggia attecchisce qualche arbusto che può vivere sorbendo acqua marina; non è che durante la stagione delle pioggie che la superficie si copre di uno smalto verde, e nel resto dell'anno, se l'occhio vuol riposarsi, non può che volgersi al sud della città dove un isolotto detto Scek-Said da un santone che vi fu sepolto, è tutto coperto da vegetazione. Geograficamente Massaua dovrebbe appartenere all'Abissinia, ma è occupata dagli Egiziani a cui fu ceduta mediante trattati dalla sublime Porta nel 1865.
Per dare un'idea del suo interno e del suoi abitanti la percorreremo
partendo dall'estrema punta dell'isola a levante, dove si innalza un piccolo forte con caserma, da un lato, e la Missione cattolica tenuta da sacerdoti francesi, dall'altro: si attraversa in seguito uno spazio occupato da grandi cisterne scavate, dove si raccoglie l'acqua delle piogge, e da qualche tomba di mussulmani: a sinistra lasciamo qualche meschino gruppo di capanne per vedere sulla destra alcune abitazioni in pietra di carattere arabo, una moschea, l'ufficio di sanità e di posta, il palazzo del governatore, una catapecchia che fu demolita durante il nostro soggiorno e forse or si starà ricostruendo, i magazzini di dogana, un gran palazzone appartenente ad un ricco commerciante arabo: tutto questo forma la fronte che guarda l'ancoraggio dei bastimenti: all'interno qualche altra casa in pietra e moltissime capanne. Partendo dalla spianata che è il pubblico sbarco innanzi la dogana, dove abbiamo ammirato qualche filuka, barca originale del paese, che colla lunga vela tagliata ad ala d'uccello ritorna dalle quotidiane escursioni alle isole vicine, qualche vispo moretto che con piroghe scavate in un sol tronco guadagna di che vivere trasportando le mercanzie da terra a bordo, o qualche pescatore che seduto su due semplici tronchi uniti a zattera, colle gambe pendenti nell'acqua, getta e ritira continuamente l'amo cui spessissimo è appigliato qualche pesce, e dopo aver passati in rivista centinaia di sacchi di stuoia pieni di grano e di caffè, pelli essicate, otri colme di burro liquido, casse imballate in Europa, denti di elefante involti in cuoio, grossi corni di bue pieni di zibetto, mercanzie tutte che mosse dalla forza di robusti biscerini aspettano di pagare il loro scotto per entrare od uscire dal paese, sortiamo da questa specie di recinto, e salutati da una sentinella che guarda un portone, passiamo al primo bazar o via fiancheggiata da casine ad un sol piano, coperta da logore stuoie che dovrebbero riparare dal sole. Qui esercitano il commercio di tessuti e filati importati dall'Europa,
i baniani, tipi indiani che in tutto il Mar Rosso hanno quasi il privilegio di questo genere di commercio. Sono generalmente grassi, giallognoli, l'occhio tagliato alla chinese, portano per tutto abito un drappo bianco girato alle spalle o alla cintura, attorno la quale spesso tengono pure un bellissimo monile in argento; le unghie e i denti hanno coloriti in rosso, la testa originalmente rasa lasciando solo sparsa qualche ciocca di capelli, grossi bottoni d'oro od argento con pietre preziose infissi nelle orecchie e molto profumo sparso sulla pelle. Sono tipi effeminati, poco simpatici: vivono senza mai toccar carni temendo trovare nell'animale immolato l'anima di qualche congiunto od amico, e morti si fanno bruciare e sepellire con tutte le loro gioie, che sono la maggiore loro ambizione: sono del resto abitanti tranquillissimi che godono fama di onesti non solo, ma di commercianti discreti.
Parallelo a questo abbiamo il bazar proprio del paese, ancora più originale. È qui dove si incontrano i mille tipi diversi: l'arabo che ti fa i sandali, il piccolo negoziante che ti vende grano, riso, datteri attorno ai quali svolazzano nubi di mosche, l'altro che t'offre su un gran bacile qualcosa che somiglia a caramelle, la donna che vende latte acido, burro, pallottole di tamarindi. Un odore nauseante ci annuncia che siamo vicini al friggitore che prepara continuamente frittelle e pesci e tien pronta una gran pignatta piena di riso cotto. E mentre passiamo questa rivista, un ragazzetto verrà ad offrirci un mazzolino di insalata raccolta nella mattina, od una ragazzina dai modi semplici ma garbati, avvolta solo in un lurido cencio, ma ornata di braccialetti alle mani e ai piedi, di grossi anelli d'argento alle dita e alle orecchie, di qualche collana di conterie o di conterie intrecciate ai capelli, e col naso forato da uno stecchetto, insisterà perchè da lei comperiamo qualche limone, cercando collo sguardo penetrante di farci capire che non è solo quello che
intende offrirci. Avanziamo di pochi passi, ed avremo il macellajo, che non ha bottega, ma ammazza in pubblico il suo bue, leva la pelle che distesa al suolo diventa tavola, e su questa, colle mani, le braccia, e quella poca camicia tutte rosse di sangue, divide in pezzi la sua vittima a seconda delle richieste, misurandone le parti su una bilancia delle più primitive, che fra l'altre cose i pesi son pietre: rimpetto abbiamo un arabo che vende focacce, e a pochi passi una di quelle botteghe come alle volte si vedono alle nostre fiere, che non hanno nulla di intatto, tutto vi è scompagnato e rotto; non vi si vede oggetto che sembri possa servire, ma pure trovano i loro amatori. Qui vedete qualche panierino colla sostanza che serve a tingere in rosso le unghie, o la galena per tingere l'occhio, qualche droga, poi un'infinità di cianciafruscole cui non si sa adattare nè un uso nè un nome. Siamo sbalorditi da tutta questa novità e dal baccano che rammenta certe viuzze di Napoli; ci ritiriamo per evitare un somaro carico di pelli piene d'acqua e ci sentiamo nella schiena qualcosa di tenero, è un otre colmo di burro fuso portato da una vecchierella, accompagnata da qualche ragazzetto in costume prettamente adamitico, che ci rivolge lo sguardo intelligente che dinota timore o sorpresa: vorremmo accarezzarlo se fosse un po' meno sucido, non possiamo però trattenerci dal mettergli nelle manine qualche piastra.
Usciti da questi bazar ci troviamo in una piazza dove è il caffè, logora tettoia di paglia sotto la quale si radunano le poche persone trattabili che qui abitano, e vi passano delle ore intiere sorbendo caffè alla turca e fumando sigarette o narghillè: da qui proseguendo, abbiamo qualche abitazione ancora in pietra ove stanno alcuni greci che nelle loro botteghe tengono di tutto, dalle sardine alle scarpe; il vice-consolato di Francia che occupa una delle più belle case, e una massa di capanne rettangolari ove abitano gli indigeni sempre poveri, ed una massa di
donne abissinesi che superbe della loro bellezza vengono qui a sciuparla facendone vilissimo mercato.
Una via a Massaua
Abbiamo così attraversata l'isola nella sua lunghezza; proseguiamo sulla diga, e appena messo piede in Tau-el-hud vedremo la palazzina del governatore generale, l'ufficio telegrafico, una moschea, il pozzo dove giunge l'acqua portatavi con canali dalla montagna, e attorno al quale formicolano centinaia di ragazzi e ragazze che empiono le loro otri o le loro pelli, se le caricano sulla testa, sul dorso o sui somarelli, e per pochi quattrini le trasportano in città: qualche baraccone in cui dormono i soldati, un forte degno dei suoi difensori, poi l'altra diga che ci porta a terra ferma nella direzione di Omcullo, dove passeremo facendo qualche altra escursione.
A questa originalità dell'ambiente aggiungiamo la novità in tutto, persino nell'atmosfera, la varietà dei tipi, il carattere simpatico di questa gente primitiva, e respiriamo i profumi delicati che spesso escono dai negozii, in cui i proprietarii accovacciati a contare i chicchi del rosario aspettando gli avventori, cercano adescarli facendo evaporare del muschio o bruciando dell'incenso sulla soglia della loro porta.
Al tramonto tutto muore, che gran parte della popolazione si reca ad un villaggio circa un'ora dalla città per passarvi la notte che si pretende meno calda, ed allora nei bazar sono disposte sentinelle ad ogni trenta o quaranta passi perchè possano farsi la guardia fra loro; che se qualche volta vi fu rubato, lo fu con tutta sicurezza, perchè il ladro non temeva chi doveva scoprirlo. Questi soldati che montano la guardia hanno veramente l'aspetto di pezzenti, e se ne stanno in fazione fumando tranquillamente, portando seco un vaso d'acqua per bere, e alle volte persino un angareb per sdraiarvisi comodamente o farvi sedere chi vuole alleviare le noie della solitudine. La sola cosa che hanno di pulito è il fucile che tengono però sempre avvolto in cenci dove lo impugnano per non arrugginirlo.
Massaua è l'antica Sebastrium-os, e fu molto fiorente, concorrendovi i prodotti dell'India e dell'Etiopia che qui si riunivano per scambiarsi, e per riprendere poi vie diverse.
Ora non conta più di 6000 abitanti, e vi si fa poco commercio, chè l'Etiopia è ben lungi dall'essere quella d'una volta; d'altra parte il Governo egiziano cerca con ogni modo di impedire lo sviluppo dell'interno, essendo geloso e nemico dell'Abissinia. Si importa qualche poco di tessuti, filati, commestibili, e si esportano pelli, cera, avorio, zibetto, poco grano, burro, madreperla, gomma, caffè, prodotti tutti che provengono con carovane dall'altipiano etiopico, e bene spesso molto dall'interno.
Il commercio di esportazione deve subire un notevole aumento in questo porto, ora che re Giovanni, per obbligare i commercianti a percorrere maggior cammino nei suoi territorii, e nella speranza forse che Massaua per conquista o per cessione diventi parte del suo Stato, ha proibito alle carovane che partono dal Goggiam e dal Gondar di prendere la via del Galabat e Suakim, molto più conveniente, perchè piana e battuta da camelli, di gran lunga preferibili ai muli.
Fra i mille gridi che continuamente facevano vibrare l'atmosfera, uno fortissimo e continuato, misto di voci e suoni, ci deliziò tutta una giornata, gran parte della notte e riprese con maggiore intensità il giorno appresso: ce ne facemmo guida, ma ci fu impedito entrare nel tugurio da dove usciva; ma mentre ce ne stavamo ritornando soffocando il nostro sentimento di curiosità, per mezzo di un nostro servo abissinese potemmo esservi ammessi. Entrammo in una capanna costrutta con una intelaiatura di pali ricoperti da sdruscite stuoie; le pareti verticali, il tetto curvo: in un angolo due angareb con sedutevi otto donne nere, giovani avvolte in una specie di manto di tela bianca con braccialetti in argento e conterie, collane, anelli al naso,
agli orecchi e alle dita, tali da coprirle quasi fino all'unghia tinta in rosso. Accovacciata per terra stava una povera giovane malata, pure avvolta in panni bianchi, col volto mesto e sofferente: ai suoi lati due giovani battevano su rozzi tamburi mentre tutte le donne sedute cantavano a squarciagola una cantilena cadenzata, interrotta di quando in quando da un acutissimo trillo, e il pubblico composto d'una ventina d'altre persone accompagnava con un regolare batter di mani: di tempo in tempo si versavano olii profumati sul fronte della paziente o su un braciere che le stava dinanzi e con una tela si faceva baldacchino perchè i fumi profumati che ne esalavano non si perdessero nell'ambiente, ma si conservassero ad involgere l'ammalata: la semi-oscurità dava maggior carattere a questa scena originale e selvaggia, che si faceva per spaventare e cacciare il diavolo della malattia che aveva invaso quella povera disgraziata, che non so come resistesse a tanto fracasso infernale. Ci dissero poi che se l'ammalata si illude di star meglio, tutto d'un tratto s'alza e principia a ballare freneticamente: si corre allora in cerca di un montone e si festeggia la guarigione con un festino generale. Il segreto, invero, di questi miracoli sta in ciò che anche quelle donne sono capricciose come le nostre signore, e la malattia è spesso un desiderio non soddisfatto dal consorte, e lo star meglio comincia quando l'amore della pace in famiglia fa che questi porta o manda la promessa di soddisfare i capricci della moglie.
Mariam, la ragazzina del guardiano della nostra casa è occupata tutta la giornata a far farina triturando grani di dura fra due pietre: ne forma poi una pasta che cuoce in un forno alquanto originale. Un otre rotto al fondo è sepolto col labbro a fil di terra: a poca distanza un foro praticato obliquamente nel suolo comunica col basso del vaso, formando così una gran pipa, che dà luogo alla corrente d'aria necessaria a ravvivare il fuoco
acceso nell'otre: quando questo è così riscaldato se ne levano le brage e Mariam appiccica alle pareti le manate di pasta che possono quasi dirsi focacce: turato il foro nel suolo e applicato il coperchio all'otre e ben chiuso all'ingiro con pezzole bagnate, non riapre che quando la pratica le insegna che deve esser cotto questo pane che, con qualche cipolla od un po' di pesce, molto abbondante qui, forma il nutrimento di tutta la famiglia.
Siamo nella stagione invernale, e ad onta di questo la temperatura varia fra 28° e 30°: è questo forse il punto più caldo nel Mar Rosso che passa per essere una delle località più infuocate nel mondo: sono qualcosa di terribile le descrizioni che ci fanno dei mesi in cui non si può aver respiro nè giorno nè notte, sempre oppressi da un'afa soffocante e accesa.
Gordon pacha ha telegrafato gentilmente che si lasci passare tutto il nostro bagaglio, per cui lo trasportammo a palazzo e le nostre camere hanno assunto un aspetto ancora più originale: casse e cassette in ogni angolo, fucili e armi d'ogni genere appesi alle pareti, corde tese con abiti e biancherie, in mancanza di armadii, angareb, brande e amache che funzionano da letto, casse disposte a tavolo od a sedile, un vero disordine pittoresco. Fra noi, chi scrive, chi legge, chi prepara armi e munizioni per una prossima caccia, chi fa un po' da servo alla propria roba, chi, e forse il più benemerito fra tutti, lavora a preparare il pranzo: compagni non ne mancano, che è un continuo andirivieni di gente che col solo movente della curiosità vengono a trovarci colla scusa di offrirci qualcosa od offrire loro stessi in qualità di servi per accompagnarci nel nostro viaggio: tutti dovrebbero essere pieni di meriti e conoscere appuntino tutta quanta l'Africa: abbiamo poi coinquilini dei piccioni coi loro nidi, nidi in fango di grosse vespe, pipistrelli, lucertole, topi, e degli altri è forse meglio tacere...
Una delle mancanze che più si facevano sentire era quella di una tavola, per cui avendone vedute due in una piazza andammo in cerca del rispettivo proprietario per noleggiarle, ma per buona fortuna fummo avvertiti ancora in tempo che erano di uso pubblico, cioè si trasportavano a domicilio quando ne era il caso, per stendervi e lavarvi i morti: tanta è l'abbondanza di mobiglia in queste case.
Le giornate erano abbastanza monotone per cui combinai con Ferrari una gita di caccia all'estremità sud della baia: noleggiata una filuka (barca del paese), vi portiamo le nostre provviste di acqua dolce, pane, burro, sale, pepe, confidando molto pel resto nei nostri fucili, e spiegata la vela volgiamo la prua a mezzogiorno: cosa sia la nostra imbarcazione di disordine e di costruzione, non si può farsene un'idea nemmeno prendendo a tipo le peggiori barche dei nostri pescatori. Abbiamo un reis o capo arabo che con tutta maestria ci guida nella giusta rotta serpeggiando fra cento secche, e quattro ragazzotti che hanno tutta l'aria d'essere scolpiti in un bel pezzo di ebano. Oltrepassando l'isolotto di Scek-Said la nostra ciurma intuona una preghiera, specie di rosario di cui il reis dà l'intonazione, a suffragio dei morti che vi stanno sepolti e ad invocazione di felice viaggio: il vento rinforza, la barca piega su un lato, qualche ondata ci innaffia, il mio buon Ferrari guardando terra pretende sarebbe meglio percorrere a piedi la costa, ma felicemente in un paio d'ore siamo a buon porto, e quando credevamo di essere in pochi minuti a terra, vediamo tutto d'un tratto calar la vela e ci troviamo arenati: la marea è bassa e il fondo ancora più basso, quindi è forza ultimare il nostro tragitto alquanto umoristicamente trasportati per qualche centinajo di metri sulle spalle dei nostri marinari, trascinando i piedi penzoloni nell'acqua.
Avevamo allo sfondo un'alta montagna, quella che ci fu
guida nella traversata, avanti a questa una catena di colline che venivano man mano abbassandosi fino a dileguarsi in un piano inclinato che si protende al mare: qui dovevamo fare le nostre prove di caccia, e nel breve tempo che ancora restava al tramonto riportammo qualche lepre che ci fornì un eccellente pranzo: le molli arene ci offrirono un soffice giaciglio per la notte. Il giorno dopo eravamo alzati ben prima del sole e percorremmo tutto il piano e le prime alture: il suolo è tutta arena, sparso di detriti di quarzo e di tufi: poca erba vi alligna, molti cactus, acacie a foglia verde o grigiastra, qualche euforbia, parecchi cespugli tutti spinosi: in complesso la vegetazione è piuttosto meschina per la grande siccità che vi dura parecchi mesi dell'anno, e solo in qualche punto basso si scorgono folte macchie verdi circondate da sterili praterie in cui trovano appena di che vivere poche capre o camelli. Otteniamo dai pastori del latte, che ci viene presentato entro vasi fatti con scorze di alberi intrecciate, quindi internamente intonacati con sterco vaccino, certo non a perfezionamento del gusto del contenuto, nè a gran soddisfazione di chi lo beve. La caccia vi è per altro piuttosto abbondante ed oltre moltissime lepri, pernici, faraone, trovi gazzelle, antilopi, cignali, jene e l'inseparabile sciacallo.
Il giorno di Natale si avvicinava e ne prendemmo occasione per mostrare la nostra riconoscenza ai Naretti e ad altri che ci andavano usando delle continue gentilezze, invitandoli a passare con noi quelle ore che s'usa in questo giorno riunirsi in famiglia attorno ad una tavola. L'invito è accettato; a noi dunque a disimpegnarci; chè per pranzare, sia bene sia male, ci vogliono fatti e non parole. Ci demmo dunque a girare dalle conoscenze mettendole a contributo per avere piatti, posate, bicchieri, casseruole, tavoli, sedie e tutto quanto l'occorrente. Si decorò una delle nostre camere dipingendone le pareti, a carbone e mattone pesto, cogli stemmi delle nostre principali
città e decorandole con trofei delle nostre armi e componendo di facciata all'entrata un artistico gruppo di due ritratti del nostro Re e della nostra Regina circondati da una bandiera tricolore. Alle finestre si appesero dei lampioncini e al centro un lampadario che la nostra immaginazione ci ajutò a comporre con traverse di legno che sostenevano delle bottiglie vuote destinate a portare le candele. Unimmo tre tavole che resero presso a poco di eguale grandezza alcuni pezzi di nostre casse aggiuntivi; coprimmo il tutto con due lenzuola di bucato, preparammo i coperti con posate che la ruggine faceva parere passabilmente uguali: nel centro una piramide di amaretti di Saronno, ai lati due ceste di banane giunte la mattina da Hodeida; sui davanzali delle finestre dei gruppi di eleganti bottiglie di liquori che qualche amico di buon cuore o qualche fabbricante illuso ci avevano date a compagne: sulla scala qualche altro lampioncino: nell'insieme un apparato fantastico e sfarzoso pel paese in cui siamo.
Due o tre giorni lavorarono fantasia e braccia per comporre il menu e prepararlo coi pochi mezzi che si avevano, dove non si può trovare che pura carne e qualche pesce; ma l'abilità del capo-cuoco, il Filippini, seppe disimpegnarsi discretamente.
All'imbrunire del giorno fissato arriva la processione degli invitati che si ricevono in corte, mentre si corre a dar fuoco alle candele, poi si da il segnale perchè la comitiva salga. Nella prima camera il Tagliabue aveva disegnato a carbone un medaglione con un immaginario re Giovanni, riconoscibile dall'iscrizione, che diede origine ai primi atti di stupore, che furono poi innumerevoli, quando sollevate le cortine si presentò la gran scena della sala del banchetto. L'arte culinaria del nostro compagno fu molto lodata, e i fatti constatarono che lo fu sinceramente e non per puro complimento: i vini d'Italia trovati
squisiti, talchè il pranzo fu molto allegro e i brindisi assai numerosi. Era certo la prima volta che in Massaua si trovavano tanti Italiani riuniti, e la festa era tale che fece a parecchi dimenticare i bicchieri già vuotati, cui aggiunta la proprietà del Sassella e dell'Inferno di scaldare le orecchie e paralizzare le gambe, si ebbe una chiusura molto chiassosa e non scevra di incidenti abbastanza comici. Il servizio fu fatto piuttosto regolarmente alternando noi con un po' di disinvoltura la parte dell'anfitrione con quella del cameriere, non senza ritirare qualche volta un piatto sporco da destra per rimetterlo a sinistra, se non ve ne erano pronti di ricambio. In complesso gli invitati furono contenti e noi nella nostra modestia abbastanza soddisfatti, tanto più che, la mattina dopo, parecchi avevano le idee piuttosto confuse e una ricordanza un po' svanita di quanto avvenne da metà pranzo in avanti.
Dopo qualche ora di sonno, con Ferrari partimmo in filuka per portarci ad una partita di caccia ad Arkiko, grosso villaggio lungo la spiaggia a mezzogiorno di Massaua. Vi trovammo il mudir (capo) cordialissimo, giovane dall'aspetto aperto, sorridente, simpatico, che ci destinò un'ampia capanna circondata da un cortile limitato da pali e stuoie: ci fece subito portare due angareb, del caffè, e chiamò una schiava perchè sbarazzasse quanto ingombrava. Un breve giro nei dintorni ci fornì il pranzo che noi stessi cucinammo, pensando, ma senza invidia, ai nostri amici d'Italia che alla stessa ora stavano mettendo il frak per l'apertura del teatro. Anche noi avemmo però il nostro spettacolo di canto, chè poco dopo si sentirono le grida dello sciacallo e della jena che ululavano appena fuori dalla capanna, agognando alle interiori del nostro lepre. La mattina, quando partimmo, queste erano infatti scomparse. Seguiti a distanza da un somarello che ci portava l'acqua dolce, girammo tutto il giorno in terreni sabbiosi, dove trovammo cignali, gazzelle, lepri, faraone, ma dobbiamo
accusare circostanze eccezionali, per salvare la nostra fama di cacciatori, se il risultato non fu troppo soddisfacente.
Verso le tre si addensarono neri nuvoloni nelle vallate circostanti e in pochi minuti fummo raggiunti da una pioggia torrenziale: non una capanna, non un albero, non una roccia che ne potesse riparare: fu forza prendercela con disinvoltura e lasciarla penetrare fin nel midollo delle ossa, mentre ce ne tornavamo al villaggio, dove collo scolo delle vicine alture si forma presso la capanna un torrente che minaccia di portarla al mare, e quindi noi con essa: anche questa poco a poco si allaga: dal tetto cominciano a filtrare alcune goccie che diventano poi altrettanti rigagnoli: sull'angareb è una vera cascata continua e non si può scendere per smuoverlo, chè al suolo c'è acqua da andarvi in barca, per cui si passa la notte in un vero bagno, ridendo dell'avventura e confidando nel sole dell'indomani, che infatti non mancò.
Tornati a Massaua trovammo che anche nel nostro palazzo l'acqua s'era fatta strada attraverso al tetto per entrare nelle camere, non nelle proporzioni però con cui aveva invasa la capanna.
Il giorno 6 gennaio correva la festa del Natale pei Greci e per gli Abissinesi, per cui fin dal mattino l'aria echeggiava di canti, suoni di tamburo e grida selvagge: entrammo in qualche tugurio per vedere il ballo delle donne abissinesi: alcune battono colle mani su un rozzo tamburo, ed altre disposte a circolo accompagnano con una cantilena cadenzata interrotta dal solito trillo acuto, ballando, saltellando, accovacciandosi, poi rimettendosi ritte, girando alternatamente da destra a sinistra o viceversa: le più distinte di quando in quando passano al centro per fare apprezzare le loro movenze lascive accompagnate da sussulti dei muscoli. Spettacolo in cui, per vero dire, la troppa trivialità è alquanto corretta dall'eleganza delle forme di
queste brave ragazze, e da una certa grazia che è in loro naturale.
Vedemmo una mattina il cielo sparso di macchie nerastre che poco a poco si andarono avvicinando prendendo quasi forma di nubi: erano miriadi di grosse locuste divise in diversi gruppi. Alcune stettero qualche tempo sopra Massaua, poi se ne andarono verso l'interno in cerca di terreni meglio adatti al loro istinto divoratore.
CAPITOLO III.
Partenza pei Bogos.—In carovana.—Incontro di scimmie.—Paradiso dei cacciatori.—Arrivo alla Missione.—Le propagande.—Il villaggio.—Usi e costumi della popolazione.—Ritorno.—Bellezze del paesaggio.—Fermata a Kalamet.—Nuovamente a Massaua.—Una festa originale.
Per quanto con Ferrari si facessero continuamente gite di caccia, pure la monotonia di questa vita ci stancò, e non sapendo ancora quando si potrebbe definitivamente partire per l'Abissinia, pensammo intanto di andarcene a fare un'escursione nel paese dei Bogos. A noi si associò l'amico Legnani che, pratico del viaggiare in carovana e parlando l'arabo, oltre che simpatico, ci fu pure utile compagno di viaggio. Fissati i camelli e fatti quei pochi preparativi che pensammo necessarii, il giorno 12 lasciammo gli altri compagni, felici di incamminarci ad una vita nuova ed a paesi nuovi.
È uso che il primo giorno non si parta mai la mattina e si faccia solo una breve tappa, quasi a collaudo o correzione del carico dei camelli, per cui anche noi non potemmo ottenere di muoverci prima delle quattro. I nostri camellieri sono biscerini: per tutto abbigliamento un pezzo di tela bianca che avvolta alla cintura scende fino al ginocchio e la notte si stende ad avvolgere tutto il corpo per riparare dall'umido e dal freddo: ai piedi due logori sandali, e per cappello l'originale capigliatura
a ciuffo ritto e a ricci o trecce pendenti, contro la sferza del sole: per provvigione qualche pelle che si riempie d'acqua quando se ne trova, ed una piena di dura: per difesa, pendente dalla spalla sinistra, uno spadone colla guardia a croce in ferro e la guaina allargantesi ad uso freccia verso il basso; uno scudo in pelle da ipopotamo, rotondo, con una sporgenza conica al centro; una lancia alta forse due metri nella mano destra.
Oltrepassata di circa un'ora in direzione nord, la seconda diga, ci fermiamo a Onikullo, grossa borgata abitata da indigeni e da piccoli negozianti che tengono in Massaua i loro affari e passano qui la notte, pretendendo sia meno calda: riempiamo le nostre pelli ad un pozzo pubblico, poi proseguiamo volgendo leggermente ad ovest per fare alt verso le sette in un avvallamento qualunque. Le nostre coperte furono i nostri letti, la volta celeste il nostro tetto: alcuni nuvoloni ci fecero temere un'inaffiata in regola, ma la provvidenza ce la risparmiò.
Aperti appena gli occhi, la mattina seguente, ancora in una semi-oscurità e senza muoverci da dove eravamo, si fecero le fucilate a due jene che tranquillamente passavano a pochissima distanza. Non è molto a temere questo schifoso animale che difficilmente attacca l'uomo, perchè lo teme, e piuttosto si avventa agli animali od ai bambini, sempre ai cadaveri; è tanto ributtante che appena morto è carogna e tutta la sua vigliaccheria genera ribrezzo. Nessuno osa mangiare le sue carni e nemmeno far uso della sua pelle. Radunati i camelli che stavano pascolando, e fatto il carico, ci incamminammo a piedi, precedendo di pochi passi la carovana, sperando di poter fare un po' di caccia, ma ben presto il sole ci fece ricordare che eravamo in Africa, per cui montammo le nostre cavalcature.
Siamo sfortunati nei camelli, che sono piuttosto cattivi, ed uno non soffre alcun movimento di chi lo cavalca: le selle poi sono perfide, ma ormai siamo in ballo e bisogna ballare.
Tipo biscerino
Il terreno è sempre sabbioso e sparso qua e là di qualche cespuglio spinoso e di acacie nane, ma in complesso l'aspetto è piuttosto arido, perchè tutto bruciato dalla grande aridità: lentamente andiamo innalzandoci superando delle elevazioni di pochi metri, oso dire dei gradini, per passare una sequela di altipiani, tagliati di quando in quando da torrenti infossati che solo si gonfiano durante le piogge. Nei punti più bassi del loro letto sono generalmente praticati dei pozzi che per infiltrazione danno l'acqua necessaria a rifornire le carovane; e per vero dire non è sempre l'acqua più pura nè la più pulita: spesso è vero fango diluito con gusto anche di materie organiche in putrefazione, ma quel terribile male che è la sete alimentata dai raggi di questo sole cocente, fa superare certe cose che fanno ribrezzo al pensarvi quando si possono invece avere delle buone limonate.
Verso le 10-½ passiamo presso un paio di capanne, abitazioni di qualche soldato che con aspetto e assetto tutt'altro che militare sta a guardia del telegrafo che tiene questa linea per spingersi fino a Kartum.
Le due cose meglio organizzate dove governa l'Egitto sono certamente la posta e il telegrafo, e dove passa quest'ultimo, che serve anche di guida alle carovane, con provvido sapere, Gordon pacha pose, ad ogni quattro ore circa di strada, una capanna di rifugio pei viaggiatori e spesso un soldato di guardia pel filo.
Ancora un'ora di cammino, e ci fermiamo nel letto di un torrente dove qualche macchia nerastra nelle sabbie e un po' di vegetazione fresca ci indicano la presenza dell'acqua, per ristorare noi e lasciar pascolare i camelli.
Ripartiamo alle due, e sempre continuando in terreno piuttosto monotono, colla sola distrazione di stupendi uccelletti dai colori vivissimi, dai riflessi metallici e dalle code assai lunghe,
e dell'incontro di qualche carovana diretta a Massaua per portarvi tabacco di Keren, ci fermiamo alle sette e mezzo sopra un'altura, in posizione perfettamente isolata, dove la notte fu solo disturbata dalle voci di qualche jena e da una abbondante rugiada.
Prima che i camelli siano pronti, ci incamminiamo la mattina del 14 cacciando le lepri che in buon numero fuggono davanti ai nostri passi. Avanti a noi sta un'enorme pianura e allo sfondo una catena di montagne che dobbiamo raggiungere per trovar acqua, e che pare si vadano sempre allontanando al nostro avanzare: la stanchezza era alleviata dalla distrazione di trovare frequenti gazzelle, ma il sole ci faceva desiderare il punto fissato pel riposo: verso mezzogiorno incontriamo molti buoi e capre, indizio che siamo poco lontani dalla sospirata fonte: pieghiamo infatti leggermente ad ovest, entriamo in una larga vallata che va a poco a poco restringendosi, la vegetazione si fa più fitta, e verso l'una ci accampiamo presso il letto di un torrente in cui con gran consolazione vediamo scorrere acqua limpida.
Qui vicina troviamo pure fermata un'altra carovana che segue la nostra direzione e che già avevamo incontrata jeri. Dopo un riposo abbastanza lungo per noi, ma necessario pei camelli, ci rimettiamo in strada verso le quattro, in coda dell'altra carovana forte di una trentina di camelli. Seguitiamo sempre camminando nel letto del torrente dove alle volte scorre acqua, e di quando in quando scompare sprofondandosi nella molle sabbia che ne rende tanto faticoso il camminarvi. Le due sponde del torrente sono coperte da folta vegetazione che dev'essere piena di caccia, ma è impossibile il penetrarvi: folta ma non molta grandiosa però, specialmente sulle alture circostanti dove la si vede stanca per lunga sete. Subito dopo l'epoca delle piogge dev'essere di una frescura sorprendente. Siamo
circondati da montagne non molto alte, di natura vulcanica, roccia cupa, molti detriti, acacie nane, qualche grossa euforbia, qualche baobab spoglio affatto di foglie, col tronco enorme e rami tozzi, qualche arbusto dalle foglie grigiastre e carico di grosse pallottole verdi contenenti i semi, e presso l'acqua canneti, papiri ed altra vegetazione che ama l'umidità. Di quando in quando la vallata si restringe fino a lasciare solo uno stretto passaggio fra rocce quasi verticali e poco discoste, per poi ritrovarci in bacini ancora assai vasti. La notte arriva e il procedere lento e cadenzato della carovana assume un aspetto veramente imponente, cui la cantilena dei camellieri che intonano le loro preghiere dà un carattere assolutamente maestoso e misterioso.
Si fa perfetto buio, troviamo passaggi piuttosto difficili, dove i camelli a stento trovano ove posare i loro piedi fatti per calcare le sabbie del deserto: nell'ombra della notte si capisce che bella dev'essere la natura che ne circonda, e come viaggiatori ne duole perderne la vista, ma i nostri camellieri, timorosi forse di fermarsi soli, sono sordi alle nostre domande e ai nostri ordini, e colla scusa della mancanza d'acqua ci fanno camminare fin dopo le otto, fin quando cioè si fermò l'altra carovana. Accampati in un allargamento del letto del torrente vi lasciarono liberi i camelli di andarsene a pascolare, si accesero parecchi grandi fuochi, si fece una meschina cena, e ci sdrajammo in cerca del meritato riposo.
Continuiamo la mattina dopo, alternandosi passaggi stretti ed allargamenti del fondo della vallata per la quale si va risalendo: mentre attraversiamo appunto una di queste gole di pochi metri di larghezza, le cui pareti si elevano a scaglioni basaltici, e la nostra carovana preceduta dall'altra cammina silenziosa e quasi triste, un assalto di acute grida ci scuote dal letargo in cui eravamo quasi caduti, e chiama la nostra attenzione a pochi
passi davanti a noi, dove centinaia di scimmie se ne stavano bevendo attorno ad un pozzo e furono disturbate dal nostro apparire. Fu un fuggi fuggi generale, le più grandi stringendo al seno o caricando sulle spalle le piccine, tutte saltando e arrampicandosi sulle rocce laterali, poi disponendosi sull'estremo ciglio quasi a darsi spettacolo del nostro passaggio: fra noi e loro non saprei davvero chi fu il più divertito.
Dopo qualche ora usciamo in un vasto altipiano, e ci andiamo a fermare verso il mezzogiorno all'ombra di un grosso albero, poco lontano dal quale i nostri fucili ci procurarono qualche faraona pel pranzo. Circa tre ore di sosta, poi nuovamente in cammino: incontriamo una carovana che porta dei prigionieri a Massaua: sono quattro che alternativamente camminano a piedi o salgono due camelli: quelli che stanno a camello sono incatenati alle mani ed ai piedi, quelli che camminano ci destano un vero senso d'orrore: un grosso ramo d'albero lungo circa due metri e terminato a forcella racchiude con questa il collo del condannato e ve lo stringe dietro con intreccio di corde: all'altra estremità è legato alla sella del camello. Nei viaggi in Africa che ho letti, ho visto questo genere di supplizio usato come mezzo di trasporto o meglio di punizione per gli schiavi, e m'aveva inorridito: non mi sarei mai aspettato di vederlo ufficialmente usato da una potenza che la pretende a civiltà, quale l'Egitto. Sapere poi come questi disgraziati sono trattati, per quanto colpevoli, è meglio non ripeterlo, per rispetto a qualsiasi principio di umanità.
Le montagne si vanno facendo più alte, i baobab e le euforbie più numerosi, grossissimi i primi, alte le seconde. Verso le cinque, poco lontano da una stazione di soldati, vediamo nel fondo della valle un recinto con tracce di coltivazione e qualche capanna: è l'abitazione di due francesi che vi stanno tentando una speculazione, di cavare cioè del filo dalle foglie di cespugli
comunissimi in questa località che porta il nome di Kalamet. Noi oltrepassiamo, ed alternata ancora la roccia colla sabbia, ci fermiamo a notte fatta nel letto del torrente asciutto. Ci vien detto essere le vicinanze molto abitate da leoni, e quindi utile prendere le necessarie precauzioni: invece di lasciar liberi a pascolare i camelli, si dispongono in un circolo attorno al quale si accendono sei grossi fuochi, che qualcuno dei camellieri veglia a tener nutriti tutta la notte.
Questo accampamento in luogo perfettamente isolato e selvaggio, il mistero della notte, l'apprensione per quel che poteva forse succedere, e l'emozione del poterci veder davanti quei due occhioni scintillanti senza le barre di ferro che ce ne separino, un ascoltare ansiosi ad ogni muover di foglia, la cantilena dei camellieri che sparsi a gruppi stavano preparandosi con pochi grani di dura la loro cena, la luce delle enormi fiamme che innalzavano grosse colonne di fumo e spandevano i loro raggi luminosi sulle foreste che da ogni lato ci circondavano, tutto questo, ripeto, formava uno spettacolo veramente imponente e fantastico. Lo contemplammo lungamente, poi ci sdraiammo coi nostri fucili al fianco e cercando addormentarci con un occhio aperto, ma la stanchezza la vinse ben presto. S. M. il re delle foreste non venne a turbarci i nostri sonni placidi e solo verso l'alba un muoversi confuso fra le piante ci fece balzare e mettere in guardia, ma non era che un innocente cignale che se ne andava facendo la sua passeggiata mattutina.
Fu questa la nostra sveglia, e poco dopo riprendemmo il nostro itinerario, lungo il quale incontriamo spesso dei cimiteri di tribù nomadi che vi tennero le loro tende. Le tombe consistono di un ammasso conico di pietra o di un largo circolo segnato pure da pietre, con un tumulo al centro; generalmente si copre la tomba con piccole pietre di quarzo bianco; se la tomba è di fresca data, è circondata da una siepe di rami spinosi per tenervi
lontana la jena, ed allora ogni fedele che passa vi recita una prece e vi aggiunge un sasso.
La natura si fa sempre più grandiosa e selvaggia, la vegetazione aumenta, i baobab sono giganteschi, non hanno in questa stagione una sola foglia, ma molti frutti consistenti in piccoli globi verdastri, che contengono una farina bianca acidula e di sapore grato e molti semi dal gusto di mandorla; le euforbie si fanno veri alberi di cinque, sei, otto e più metri d'altezza e in alcuni punti costituiscono da sole vere foreste. Saliamo sempre finchè ci troviamo in un vasto bacino, attraversato il quale, in direzione ovest, ci si presenta un'erta salita che ne è forza superare a piedi.
Passata così la catena dello spartiacque che dà origine a levante al torrente Ain, del quale rimontammo il corso, e dall'altro versante ad altri torrenti che radunati gli sfoghi di varie vallate secondarie, attraversano la provincia di Barka, costituendo il Xor Barka che ha foce poco lungi da Suakin, ridiscendiamo per una lunga vallata dove la natura non è per nulla cambiata, ma da dove ci sta davanti un esteso e variato panorama, e alla 1-½ ci fermiamo in un vastissimo altipiano.
Dopo un paio d'ore di riposo, rimontiamo a camello, ma fatti pochi passi siamo attratti a discenderne dall'abbondanza della caccia. Siamo in vera Africa, come tante volte la ammirai nelle illustrazioni e ne sognai la realtà; i monti generalmente conici, staccati uno dall'altro e raramente tentando formar catena, vegetazione non rigogliosa, ma abbondante; la nostra carovana avanza nel letto sempre sabbioso del torrente largo da venti a trenta metri e fronteggiato da dense foreste dietro le quali ad intervalli si nascondono spazii coltivati a dura; il nostro cammino è continuamente accompagnato dall'apparire di gruppi di pernici, faraone, lepri, gazzelle; sugli alberi svolazzano stormi di uccelli dai colori smaglianti; fra me e Ferrari è un continuo schioppettio
e un continuo far vittime, che passiamo al buon Legnani che ne orna i fianchi del suo camello. In poco tempo eravamo materialmente stanchi della fucilata e sazii della carneficina, e non avevamo fatto che pochi passi, dopo ripreso le nostre cavalcature, quando avanti a noi vediamo attraversarci la strada un piccolo quadrupede, poi due, poi una sequela infinita: sono piccole scimmie che inseguendosi forse per giuoco, passavano dalla destra alla sinistra sponda. Attraversato questo vero paradiso dei cacciatori, risaliamo altre alture per discendere in altri piani; incontriamo qualche truppa di pecore e buoi, il sole tramonta e sempre camminiamo. A quest'ora, attorno ai pozzi scavati nelle sabbie, è un vero formicolio di selvaggina che vi si raduna per abbeverarsi e che noi ci accontentiamo di disturbare col nostro passaggio per non fare un inutile macello. Non sappiamo dove troveremo alloggio a Keren, per cui non volendo arrivare a notte inoltrata, vorremmo fermarci per proseguire l'indomani, ma i nostri camellieri non acconsentono, ripetendoci che siamo vicinissimi alla meta. Avanti dunque; si scorge un lume, ma non è che l'abitazione di un agricoltore che ha i suoi campi lontani dal villaggio. Finalmente i lumi si moltiplicano, passiamo fra molte capanne; nell'oscurità si distingue dell'abitato, e non sapendo dove dirigerci, ma memore dell'ospitalità usatami nei conventi di Terra Santa, ci facciamo portare alla Missione, certi di trovarvi rifugio almeno per la prima notte. Alla destra, avanti una casa di cui nell'oscurità si distinguevano a stento i contorni, vediamo il largo cappello di una suora che con un fanale entra da una porta, e piegato a sinistra siamo, dopo pochi passi, alla casa dei missionarii. La carità cristiana che andavamo ad incontrare, il forte contingente di quell'appetito che collima colla fame, che portavamo noi, e il sapere od almeno il supporre che la buona e abbondante tavola non fa mai difetto nei conventi, ci avevano fatto sognare una cena poco meno che luculliana, e
con questa speranza, col solo titolo di viaggiatori, ci presentammo ad un padre, chiedendo ospitalità. Era l'ora della preghiera, per cui portammo un po' di scompiglio in questo piccolo esercito della fede; ci venne assegnata una camera in cui si stesero delle stuoie e ci fu detto che con sommo dispiacere a quest'ora i fuochi delle cucine erano già spenti. Una lettera che persona molto alto locata aveva data in Italia per la spedizione, fece per altro l'effetto della molla che fa comparire il diavoletto nella scatola di dolci, e per noi invece allontanò il brutto fantasma del digiuno e fece comparire del pane, del cacio e dell'idromele, detto tecc o vino degli Abissinesi, ottenuto dal fermento di acqua e miele coll'infusione di alcune foglie o radici.
Ci svegliammo l'indomani quando il vescovo, monsignor Touvier, con due preti vennero ad augurarci il buon giorno e con ogni sorta di gentilezze vollero traslocarci in uno spazioso salotto con un letto e due comodi divani.
La provincia dei Bogos geograficamente appartiene all'Abissinia, ma è ora occupata dall'Egitto che la tiene preziosa come linea di comunicazione fra il Sudan e il porto di Massaua, e per questo è fonte di continue inimicizie e di frequenti attacchi fra i due Governi. Essa è costituita da un altipiano a più di 1200 metri sul mare, rinserrato da montagne granitiche; la sua popolazione, sparsa in parecchi villaggi, si pretende da secoli immigrata dall'interna provincia del Lasta e derivare quindi dalle bellicose tribù degli Agau, dei quali mantiene lingua, costumi e tradizioni.
La capitale ne è Sanayd, villaggio posto sul versante di un'altura coronata da un forte costrutto da Munzinger pacha; rimpetto a questo, e più sotto la montagna, sta Keren, ove siede la Missione stabilitavi or fanno circa trent'anni dal padre Stella, che dopo avervi consacrata l'esistenza, facendosi amare dalla popolazione, morì travagliato da dispiaceri e perseguitato da chi gli
mosse ingiusta guerra. Col tempio della fede vi aveva stabilito pure un faro di civiltà, unendo così queste due propagande che sempre dovrebbero essere compagne nella faticosa marcia attraverso popoli barbari, e praticando per tal modo la vera e pura dottrina di Cristo. Una colonia di Europei dava l'esempio del lavoro, e mostrava alle popolazioni selvagge che la missione dell'uomo sulla terra ha uno scopo ben più alto che quello di vegetare abbrutendosi e facendosi continua guerra gli uni agli altri. Ma come pur troppo spesso succede, la mancanza di mezzi materiali e di costanza a sopportare le prime disillusioni per un avvenire migliore, fecero che la piccola colonia finì per morire quasi di consunzione. La Missione restò, ed è ora occupata da lazzaristi francesi, e la colonia riprese sviluppo quando or fanno quattro anni si introdusse la coltivazione del tabacco.
Uscimmo accompagnati dal padre Picard, un simpatico uomo che da quattordici anni vive in questo paese cristianizzando: è commovente vedere come tutti lo amano e lo rispettano, e come al suo apparire, vecchi e fanciulli gli corrono incontro chiamandolo gaetana o abuna, che suonano mio signore, mio padre, gli baciano la mano e gliela toccano col fronte in segno di venerazione. Con lui andiamo a far visita al governatore, comandante il presidio di circa 600 uomini.
È un nero del Sudan che fece, nella legione straniera, la campagna del Messico, poi fu in Francia, ma ebbe troppo rispetto per la civiltà, e non osò troppo avvicinarla; fu però con noi cordialissimo e ci fece vedere in tutti i suoi particolari il forte costruito sotto la sua direzione. Quasi alla vetta del colle su cui è piantato, per occupare i soldati, fece scavare una gran vasca per raccogliere l'acqua delle piogge, idea questa assai buona e pratica in un paese dove fa tanto difetto questo elemento. Passiamo a visitare qualche Greco e il reggiano Cocconi che tengono piccoli negozii, e vi coltivano tabacco, e da tutti quanti
siamo ricevuti con gran festa, poi passiamo da M. Constant, un francese e il principale degli agricoltori.
Egli tiene una bella fattoria composta di tre capanne rettangolari in stuoie, ma ben costrutte e pulite, e presso queste l'essicatoio del tabacco che si appende a fili tesi fra pali per farlo essicare, quindi farne delle grosse balle che si mettono in commercio. Qui sentiamo come questo genere di industria potrebbe essere assai proficua se non ci fossero molti ma e se. Il Governo che invece di favorire un'industria nascente, cerca di paralizzarla con gravi tasse; la lontananza dal porto di Massaua, la mancanza di strade e la difficoltà delle comunicazioni; la mancanza di sicurezza, essendo continuamente minacciati da un invasione degli Abissinesi; l'incertezza delle piogge, cui è affidata la nascita e lo sviluppo delle piante, piogge che alcuni anni anticipano, altri ritardano, e possono quindi esser causa di gravi spese impreviste e della perdita completa della seminagione, senza che s'abbia ancora il tempo a ripeterla. Cause tutte insomma che finirono alla conclusione, che su tre si può calcolare ad una annata veramente buona. Aggiungi, che tutti questi onesti agricoltori, bisognosi di capitali per le prime spese di impianto, trovarono in loro soccorso aperte le borse di alcuni Greci, che diventarono poi i più fieri strozzini, che oggi vergognosamente impinguano coi guadagni di chi ci mette intelligenza e fatica.
Le monache sono ora in numero di sette e vi furono chiamate da solo un mese; la superiora fu per vent'anni a Roma direttrice del convento di San Spirito, da dove partì, come ella disse, dopo che i Piemontesi bombardarono ed entrarono.
Passiamo a visitare le scuole e il collegio degli allievi, che sono piccoli bambini fatti cristiani, e che per essere orfani od abbandonati, si ricoverano e si istruiscono. Vivono in capanne e sono custoditi da donne del paese istruite dai missionarii e che da questi ebbero il titolo di maestre.
Macina e forno abissinesi
In una vasta capanna entriamo a vedere la fabbrica del pane che si dà loro. Quattro ragazze sono occupate a macinare la dura schiacciandola fra due pietre, una fissa a lastra, l'altra cilindrica che colle mani si fa scorrere sulla prima. Fatta con farina e acqua una pasta assai tenera, la si versa e distende su larghi piatti di terra, sotto ai quali arde il fuoco, e si ottiene così un pane molle, ma abbastanza gustoso, di forma piatta, del diametro di circa quaranta centimetri e dello spessore di non più di uno. Ogni giorno ne vengono distribuiti ottanta ai bambini.
Visitiamo qualche capanna di nativi: le loro abitazioni sono meschine assai, e per mobilia, i meglio arredati, hanno qualche angareb, qualche stuoia o pelle di bue per sdraiarvisi, pelli per l'acqua, vasi in terra o scorza d'albero intrecciata per conservarvi farina, sale, ecc.
La chiesa è piccolina, in muratura ed eseguita per ordine di Munzinger pacha, poi donata alla Missione. Il convento non ha nulla di rimarchevole: una casina con cinque finestre, a due piani, e ai lati due bracci sporgenti col solo pianterreno, e in continuazione a questi qualche altro locale cogli opificii da un lato, e la tettoia col recinto per gli animali addetti al servizio, cioè muli, somari e buoi, dall'altro. Vi sono ora dieci preti e qualche indigeno convertito non solo, ma consacrato sacerdote perchè aiuti nella propaganda.
E giacchè il nostro itinerario ci ha portati su questo argomento, mi si permetta di fermarmici a dirne due parole. Ho tanto e sempre sentito dir bene delle Missioni cattoliche che hanno sede a Kartum, e delle quali è capo l'egregio monsignor Comboni, ed ho avuto io stesso tali prove in Palestina dell'utilità che possono arrecare le Missioni quando siano ispirate da sentimenti veramente cristiani e umanitarii, che davvero bisogna essere compresi da venerazione per simili istituzioni. Da coloro che vogliono atteggiarsi a critici giudicando le cose solo da lontano e
senza altro aiuto che il proprio criterio, ispirato spesso da falsi pregiudizii o da spirito di parte, sentii spesso chiedermi cosa mai possano fare di bene pochi individui che si sagrificano per andare battezzando dei selvaggi sia in Africa, sia in altre parti del mondo: per rispondere a questi e per difendere una causa che i fatti m'hanno persuaso essere santa, mi permetto una breve disertazione in proposito. Pur troppo ho visto qualche volta missionarii che si accontentano di appiccicare il titolo di cristiani a dei bambini ottusi, solo perchè bagnarono loro il fronte con dell'acqua benedetta, aggiungendovi la formola battesimale, oppure perchè credettero convertire degli individui col far loro luccicare avanti agli occhi qualche tallero, o collo spaventarli approfittando della loro ignoranza e mostrando loro degli ignobili dipinti che fanno vedere Maometto all'inferno fra le fiamme perchè mangiava un cristiano mattina e sera, oppure un leone che fra parecchi dormienti si avventa sul solo mussulmano che se ne sta fra cristiani; e schiettamente io pel primo ammetto che non si possono seriamente chiamare cristiane delle genti convertite con simili mezzi che mi permetto di chiamare immorali. Io crederei offendere Cristo presentandogli di tali fedeli, come sono convinto che con questo sistema nulla si può far di bene alla umanità, e si vilipende anzi la santità dello scopo. Apprezzo sempre l'abnegazione di chi si sagrifica per la causa di cui è convinto, ma prescindendo da questo merito tutt'affatto personale e presa invece a considerare la causa delle Missioni quando basano su tali principii, tenuto calcolo dei sacrificii, delle preziose esistenze, delle somme enormi che questa propaganda costa, e considerato il bene che ne deriva alla religione ed alla umanità, trovo che non regge il confronto coll'utilità che se ne potrebbe avere, usandone invece ad alleviare tante e tante miserie che pur sussistono fra noi.
Ma quando invece si prepara alla religione un fondamento
di sviluppo intellettuale, si sveglia questa povera gente dal suo letargo di ignoranza, si fa loro vedere e toccar con mano di quanto bene possa esser fonte la civilità, si sviluppa l'industria e l'agricoltura, si aprono loro così la mente e gli occhi, e si migliora la loro condizione, si ottiene della gente che veramente ci ama e ci stima, ci crede, perchè ci vede capaci di un bene reale, e dietro questa si ispira ad amare e stimare chi ha ispirata in noi quella fede per la quale si abbandonò patria e famiglia per andare cercando il bene altrui, quel bene dal quale vedranno scaturire il loro nuovo benessere. Quando la propaganda si basa su tali principii, come fortunatamente si basa nel maggior numero dei casi, allora si prefigge ed ottiene uno scopo eminentemente utile e sacro, ed a questo proposito mi è caro poter ripetere qualche parola che pronunciava con me quel valente uomo che è M. Comboni, capo della Missione che risiede a Kartum e di la distende i suoi raggi in un orizzonte quasi sconfinato. «Bisogna che noi conosciamo, mi diceva, l'anatomia dello spirito degli individui per prepararli al cristianesimo; abbiamo pressochè delle bestie che bisogna rendere uomini prima di farne dei cristiani, perchè la civiltà e la religione devono baciarsi in fronte ed essere sorelle alla scienza.»
Nobili massime queste, e si può aver piena persuasione del quanto siano vere e praticate, quando si videro i sagrificii ai quali questi martiri si espongono, la rassegnazione colla quale li sopportano, l'entusiasmo col quale sono sempre disposti ad affrontarne altri. Una prova la si può avere leggendo il libro da poco pubblicato, delle Memorie di padre Beltrame, che fu compagno al Comboni nell'avventurarsi in quelle vergini contrade colla fede per guida e la croce per difesa.
Il giorno 19 essendo domenica, assistemmo alla messa, che fu per vero dire soggetto di distrazione più che di divozione; era detta da convertiti Abissinesi che recitano le loro orazioni
nella lingua madre, e vestono una lunga pellegrina come anticamente si usava nel servizio religioso; i chierici erano pure indigeni e vestiti di rosso; le candele anch'esse nere, perchè fatte con cera del paese non purificata. L'insieme era assai originale.
Tutti i giorni e spesso anche la notte abbiamo accompagnamenti di canti e tamburi per qualche fantasia. Se ne fanno per nascite, per morti, per guarigioni, per matrimonii, per tutte le feste del loro calendario, e alle volte si continuano fin quindici giorni, per cui lascio immaginare che gazzarra continua. Padre Picard ci interessa sempre raccontandoci degli usi e costumi di queste popolazioni; per quanto il Governo egiziano cerchi far rispettare le leggi sue e far penetrare un po' di civiltà a modo suo, e dal canto loro le Missioni tentino od almeno sperino dissipare certe superstizioni, pure la maggior parte delle istituzioni, se così si possono dire, di questi popoli, sono talmente inveterate dalla tradizione, che a ben poco riescono gli sforzi di questi due civilizzatori.
Ogni villaggio riconosce come suo capo supremo e giudice colui che per merito o meglio per anzianità fu chiamato a godere della fiducia di tutti i compaesani, fra i quali ancora vige una specie di sistema feudale, cioè i plebei riconoscono la superiorità dei patrizii ai quali devono parte dei redditi, ubbedienza, soccorso e difesa a pericolo della propria vita in caso di necessità. Ogni padre poi ha diritto di vita, di morte o di vendere quale schiavo, se può farlo in barba al Governo egiziano, sui proprii figli, finchè hanno raggiunto i 18 anni, in cui sortendo di minore età, diventano padroni di sè stessi e con questo cessa la superiorità e la responsabilità paterna. Lo spirito di vendetta vi regna fortissimo e tale che un'offesa viene qualche volta ripagata della stessa moneta dopo qualche generazione.
Nel caso di morte di un capo o di qualche persona influente o ricca, la famiglia, gli amici e alcune donne espressamente chiamate
e pagate e delle quali la professione abituale è molto comune in paese e meglio tacere, si radunano nella casa del defunto e fingendo piangere e disperarsi decantano le virtù sue, lo glorificano come brava persona, guerriero invincibile, forte, prode, amato, distinto nel maneggio della lancia e della spada, ecc., e terminano sempre col rallegrarsi, perchè oltre questo era ricco, quindi in sua casa si troverà dell'idromele, della dura, dei talleri, molta roba d'ogni genere e quindi si mangerà, si beverà, si farà buon festino.
Dopo ciò si lava il corpo del morto con acqua, che si conserva in un gran vaso, e quindi si fa il trasporto alla sepoltura sempre seguiti da tutto il corteo; dopo circa un mese altra funzione solenne con canti, gridi, suoni, abbondanti libazioni e sagrificii di buoi e montoni; si investe allora il primogenito dell'eredità e dei diritti paterni, e per questo lo si lava da capo a piedi coll'acqua conservata dalla stessa operazione fatta al genitore morto. Trattandosi di uomini tenuti in gran conto, dove fu sepolto il padre, deve essere sepolto il figlio, per cui bisogna alle volte operarne il trasporto attraverso monti e valli.
I matrimonii si fanno innanzi testimonii, e meno la lavatura, presso a poco colla stessa cerimonia dei funerali.
Noi non avemmo ad assistere ad un banchetto funebre, ma fummo invitati un giorno ad un eccellente pranzo nella simpatica ed originale fattoria del cordiale signor Costant, poi pensammo alle provvigioni per il ritorno, e la cosa che ci fu più difficile procurarci, fu anche la più semplice e la più necessaria, il pane, perchè qui tutti usano farselo in casa propria. Dovemmo procurarci della farina che affidammo ad un greco, che il giorno dopo ce la restituì convertita in tante pagnotte.
La mattina del giorno 20 i nostri camelli ci stavano aspettando nel cortile, per cui fatti i convenevoli e i dovuti ringraziamenti coi nostri ospiti, ci avviammo alla casa di Costant, dove si
uni a noi il signor Jules Nevière, uno dei due giovani francesi che vivono a Kalamet e che ora ritorna alla sua solitaria dimora dove ci invitò di far sosta. Ingrossata così la carovana, giriamo l'altura su cui è il forte, e scendiamo a raggiungere in pochi minuti il letto del torrente Ansaba, che ci sarà guida fino al passaggio della catena ove ha origine. Attraversiamo dapprima qualche terreno coltivato a dura e tabacco, poi per lunga pezza proseguiamo attraverso pascoli popolati da capre e da buoi. Durante le prime tre ore ricalchiamo le orme impresse nell'oscurità completa arrivando, ed ora siamo sorpresi dalla bellezza del paesaggio che attraversiamo. Alberi giganteschi, gruppi pittoreschi quanto mai, piante secolari dalla forma squarciata abbracciate ad altre di diverso verde e di diversa natura, fiori e frutti pendenti, liane che si arrampicano, scendono a terra a succhiarne gli umori, poi risalgono a bevere l'aria più pura e più fresca, enormi fusti troncati dal vento o dal fulmine, tronchi rovesciati che sbarrano il passaggio; cespugli d'ogni sorta, aloe, grassule, erbe e fiori che fanno un vero mosaico del suolo; e tutto questo animato dallo svolazzare di mille augeletti e dal fuggire al nostro avanzare d'ogni sorta di selvaggina. Tutti eravamo compresi dalla bellezza e dalla immensità di questa scena, e la carovana maestosamente procedeva di quel passo lento, ma imponente, che è proprio del camello. Ognuno di noi godeva, e quasi temeva recar guasto lasciandosi trasportare ad una esclamazione o comunicando al compagno le proprie impressioni, per cui regnava sovrano il silenzio, ciò che dava ancora miglior tinta al quadro. Respirando in mezzo a tutto questo, quelle aure africane, io gustavo la dolce voluttà di quell'oblio che fa confondere il sogno colla realtà, e dopo aver fantasticato che stavo sognando, che dalla mia camera la fantasia eccitata dal desiderio e dalla speranza, m'aveva portato in questo mondo di illusioni, doppiamente godevo rifacendomi da questa specie di letargo di
pochi istanti e persuadendomi che tutto era proprio realtà, che stavo io in mezzo a questo splendido edificio del Creato.
Oltre i grossi baobab dai quali pendono numerosi frutti, vi sono grossissimi alberi che portano frutti simili a lunghe salsicce, assai originali, ed un bellissimo arrampicante di cui il frutto è una zucca a sporgenze acute, una vera bomba Orsini, che da verde passa colla maturanza al rosso e al giallognolo. Fra i molti uccelli sono curiosi due tipi, uno che al passaggio delle carovane le accompagna con un perfetto ridere sgangherato, un altro che potrebbe dirsi un compito suonatore di flauto, tanto le sue note sono sonore e distinte.
Fermatici all'ombra di un bel gruppo d'alberi per la colazione, proseguimmo poi a piedi per procurarci colla caccia il pranzo, e quando ci fermammo la sera, la nostra casseruola traboccava infatti di pernici e faraone. La notte fu fredda e tanto umida che ci trovammo la mattina come usciti da un bagno. Sforzando la marcia passiamo la montagna il giorno dopo, e per mezzogiorno siamo ospitati dal nostro compagno di viaggio e dal suo socio.
Kalamet è all'incrocicchio di parecchie vallate e nel fondo di queste, sulla via fra Keren e Massaua e ad un quarto di strada dalla prima alla seconda. Questi due cordiali esploratori delle industrie, dopo girati i paesi limitrofi, vennero qui a stabilirsi, dove non esisteva altro che la misera capanna dei soldati, guardie al telegrafo, vi chiamarono dei servi, e mentre facevano i tentativi per la loro speculazione, si occuparono di adattarvisi il meglio che potevano. Impossessatisi di un bel tratto di terreno, lo circondarono con tronchi spinosi per delinearne la proprietà ed incutere rispetto alle fiere, scavarono un pozzo, piantarono frutta, verdure, tabacco pel loro uso, costruirono capanne per loro, per la cucina, per ripostigli, insomma un vero accampamento che mostrava quanto può l'uomo industrioso spinto dalla
necessità e dal buon volere anche con mezzi limitatissimi, e per noi riuscì assai interessante. Sgraziatamente da tre mesi si erano sviluppate le febbri, i servi spaventati disertarono, ed uno solo era rimasto fedele, quindi la mancanza materiale di braccia e di sorveglianza avevano lasciato libero il campo al disordine.
Le capanne riposano all'ombra di cespugli e di una gigantesca acacia a ombrello intrecciata da grosse liane; l'ammobigliamento è rozzo ed originale, perchè tutto creato da questi industriosi giovani con tronchi d'albero, avanzi di casse, e tutto quello che il loro talento inventivo e speculativo faceva tornar utile fra il poco che si trovavano d'attorno.
Dopo una refezione fummo guidati in una vicina valle, dove avemmo la fortuna di incontrarci con diversi gruppi di grosse antilopi dette agazen: sono enormi, e basti il dire che le loro corna nere, attorcigliate a spira, misurano spesso più di un metro d'altezza. Caccia minore si incontra piuttosto abbondante, e la notte si ha spesso il ruggito del leone.
Dopo il mezzogiorno del 22 ripartimmo, seguendo sempre il letto del torrente che avevamo risalito pochi giorni prima, e ci fermammo per la colazione del 23 ad Ain, laddove finisce la vera vallata e comincia il piano inclinato, e dove anche venendo ci fermammo alla stessa ora beati di incontrare dell'acqua corrente. Discendiamo poi fino a sera calpestando detriti granitici, fra acacie e qualche altra varietà di piante, più fresche e verdi dove è depressione di terreno; frequenti sono dei mucchi di terra giallastra dell'altezza e diametro di due e più metri, che non sono altro che ciclopiche abitazioni di migliaia di formiche che continuamente lavorano a rendere più grandi esternamente e più comodi internamente questi frutti della loro arte e delle loro fatiche.
KALAMET
Il 24 attraversiamo il deserto, e verso sera dense nubi e un primo acquazzone ci fanno avvertiti delle cattive intenzioni
del cielo. I camellieri volevano ad ogni costo fermarsi, ma avendo già sperimentato quanto sia sgradevole l'essere esposti alla pioggia senza tende per la notte, e sapendo d'altra parte che non poteva essere troppo lontana la stazione dei soldati, mi opposi assolutamente, dichiarando che non mi sarei fermato se non era raggiunta quest'ultima. Dopo un'ora circa la raggiungemmo infatti, e per buona fortuna nostra, chè non erano trascorsi dieci minuti che una pioggia dirotta cominciò e senza interruzione continuò tutta la notte. Bene o male eravamo riparati da un tetto di paglia, e tranne qualche goccia che filtrava ce la passammo discretamente, tanto più pensando alla nostra posizione, se ci fossimo fermati lungo la strada.
Il giorno 25 discendendo i diversi piani a scaglioni e passando per le alture che ci avevano ospitati la prima notte nell'andata, giungemmo verso mezzogiorno ad Omkullo dove ci rifocilammo per ripartire quasi subito, ed essere così verso le tre a Massaua.
Durante la nostra assenza aveva durato in queste regioni l'epoca della piogge, e straordinario fu il cambiamento che trovammo al ritorno, da Ain in avanti. Allora tutto era secco, sterile, desolante; ora invece le piogge vi hanno portata una verdura che spira fresco e vita; il suolo non è più arido, ma quasi tutto coperto da uno smalto verde; quel che allora era irrigidito, ora è vivo, le acace hanno messe le nuove puntate, gli uccelli vi stanno saltando di ramo in ramo e vi costruiscono i loro nidi pendenti a forma di borsa, dei quali fin venti contai sulla stessa pianta; le lepri, le gazzelle, i dik-dik, le pernici sono stanate dai loro rifugi, e si incontrano frequentissimi; i pastori colle loro mandre sono ridiscesi dagli altipiani e vi stanno pascolando: insomma, completamente un altro paese, una natura risuscitata da vera morte a nuova vita, e questo nello spazio di circa due settimane. Ciò prova la fertilità del suolo e la mancanza assoluta d'acqua anche nel sottosuolo.
Al nostro ritorno in Massaua speravamo trovare tutto combinato e pronto per incamminarci verso l'Abissinia, ma invece niente di tutto questo, e la sola notizia portata da un negoziante proveniente da Adua, che le mule che vi avevamo spedite a comperare, sarebbero partite un paio di giorni dopo di lui. La stagione che avanzava, questa vita monotona, resa ancor più grave per noi dopo aver provato qualche giorno di carovana, l'abitudine ormai fatta alle chiacchiere di questi paesi, dove con tutta facilità i giorni diventano settimane ed anche mesi, e alle promesse di questa gente più che indolente, apata, ci indussero a fare i nostri passi presso il governatore per avere i mezzi necessarii onde metterci in cammino. Fummo molto contrariati dai diversi consigli per la scelta fra la via di Gura più breve, ma più faticosa e attraverso le tribù indipendenti dei Schohos che assai facilmente attaccano le carovane che si avventurano nei loro territorii, e la via dell'Amassen, più lunga, ma più sicura e più comoda pel trasporto del bagaglio. La scelta cadde su questa seconda.
Si celebrava in quei giorni la festa per la circoncisione di un bambino d'un impiegato al divano, e fummo invitati ad intervenire una sera al divertimento.
Su una pubblica piazza, accanto all'abitazione, erano disposti quattro pali a rettangolo, e dei lampioncini pendevano a delle funi che li riunivano: alcuni angareb servivano per gli invitati, la massa del pubblico stava disposta in seconda linea; c'era tutta l'apparenza d'una compagnia di saltimbanchi ad una nostra fiera; fummo molto gentilmente ricevuti e serviti di caffè, liquori e sigarette.
Una ballerina venuta dall'Egitto, bassa avventuriera del paese, bambina di undici anni e che già da tre anni aveva abbracciata questa poco onorifica carriera, girava il circo affettando mosse voluttuose nel genere delle almee, facendo però prova
più di forza e di costanza, che di abilità o di grazia, e fermandosi di tratto in tratto avanti qualche spettatore per dedicargli una speciale pantomima che le fruttava risate e applausi dal pubblico e qualche piastra dal prescelto. Quattro pifferi e un paio di tamburelli continuavano un baccano infernale; dietro una siepe di stuoie che limitava da un lato l'arena improvvisata e confinava colla casa dell'anfitrione, stava la moglie di questi colle sue amiche, spiando, come le nostre ballerine dal sipario, e fendendo di quando in quando le più alte regioni dell'atmosfera con acuti gridi e trilli. Negli intermezzi della protagonista entravano uomini vestiti a donna o seminudi, e rappresentavano scene di cui non è permessa la descrizione, e solo si può dire che invece di risa, in chi ha appena germe di educazione e di senso morale, destavano ribrezzo e indignazione. E tutto il pubblico, fra cui vecchi, donne e ragazze, assisteva e si compiaceva di queste scene che attestano la più schifosa depravazione. Questa gazzarra dura circa una settimana, principiando sul far della sera e continuando fino a mattina. È la preparazione al sagrificio, alla vigilia del quale, una massa di popolo portando candele, lampioncini, emblemi qualunque, e seguiti dalla solita musica, andò girando la città accompagnata dal padre e da un cavallo bianco elegantemente bardato, sul quale un giovanetto teneva e mostrava il povero bambino di circa due anni, che sbalordito e piangente si disponeva ad essere per l'indomani un mussulmano di fatto. Così si andò di porta in porta da tutti i conoscenti, gridando ai loro nomi, ed obbligandoli quasi a presentarsi e gettar dolci o meglio monete.
CAPITOLO IV.
Arrivano le mule.—Partenza per l'interno.—Indolenza dei camellieri.—Sorpresi dalle piogge.—Equipaggiamento.—Emozione notturna.—Un funerale.—Trattative noiose pei buoi da carico.—Ballo fantastico.—Grandiosità delle scene.—Si raggiunge l'Altipiano etiopico.
Il 3 febbraio arrivano finalmente le nostre mule, ed un orizzonte più chiaro comincia ad aprirsi alle nostre speranze.
Principia il lavoro per disporsi alla partenza: si distribuiscono le casse, si fa la scelta di quello che pratica e consigli ci suggeriscono di portare all'interno e di quello che stimato inutile sarebbe imbarazzo e nulla più il trasportare con noi. Torna nuovamente in campo la questione delle due strade, ma la prima scelta prevale un'altra volta; procuriamo i camelli pel bagaglio durante i primi giorni; riadattiamo alla meglio le nostre selle e specialmente le staffe troppo strette, che essendo gli Abissini scalzi usano introdurvi il solo pollice, e così siamo pronti pel giorno fissato.
L'otto mattina il nostro cortile era ingombro di casse e camelli; come al solito i camellieri si rifiutano di caricare lamentandosi del prezzo stabilito, poi dicendo i carichi troppo pesanti, tutte scuse per carpire qualche tallero di più e ritardare la partenza, ma la pazienza nostra non volle resistere a tante prove e quando mostrammo della risolutezza e domandammo giudice il governatore, ogni difficoltà fu appianata, anzi, fu ingiunto
al naib o capo dei territorii che dovevamo attraversare coi camelli, di accompagnarci fino ai confini dei suoi dominii; e perchè i nostri ordini fossero eseguiti ci fornì una scorta di quattro soldati, che per dir vero sono d'imbarazzo più che d'aiuto.
Verso le due, una fila di una quindicina di camelli col bagaglio nostro e della famiglia Naretti, scortato dal nostro bravo Tagliabue, che colle sue lunghe gambe, armato di tutto punto, inforcando una magra mulettina, poteva rappresentare un bellissimo Don Quichotte, partiva per Omkullo, dove ci avrebbe aspettati per la sera. Alle cinque infatti anche le nostre mule erano sellate e la lunga carovana cui si erano aggiunti parecchi amici che ci vollero accompagnare fino alla prima fermata, usciva per la diga salutata da mezza Massaua che echeggiava delle grida di evviva, salute, buon viaggio e felice ritorno. Eccoci finalmente a quel sospirato momento in cui si può realmente dire il nostro viaggio comincia; quanti pensieri, quanti sogni in quel vasto orizzonte che mi sta davanti, quante speranze vanno a realizzarsi, quale fantasmagoria di cose nuove e interessanti va a schiudersi davanti agli occhi miei; ma in pari tempo ogni passo mi allontana dai miei cari, e dietro me quasi si chiude ogni comunicazione con loro.
Queste idee mi turbavano la mente, ma una voce misteriosa mi suggeriva d'essere uomo, di farmi superiore a me stesso e mi faceva trovar svago nell'ammirare la scena che mi circondava, e forza nelle speranze e nelle soddisfazioni dell'avvenire. A notte fatta arriviamo ad Omkullo, dove troviamo le casse disposte presso il villaggio, e qui stabiliamo il nostro accampamento; una frugale, ma allegra cena, finì coi brindisi e i saluti agli amici che ci avevano accompagnati, e che con una splendida luna se ne tornarono in città, lasciando in noi profondo il desiderio di stringere loro ancora una volta le mani prima di far ritorno in Europa.
Domenica 9 febbraio: Prima di giorno siamo pronti, ma il naib viene ad avvertirci che non si può partire prima di mezzogiorno, avendo i camelli nulla mangiato la notte e il giorno innanzi; pur troppo acconsentiamo, ma con questa gente non bisognerebbe mai dar retta alle chiacchere, ed usare invece prepotenza e minacce. Passano infatti le dodici, la una, le due, si grida, si strepita, si mandano a cercare i camelli, ma con tutta pace non si riesce a mettersi in cammino che dopo le tre.
La tappa fissata era Sahati, a quattro ore di distanza, ma ecco che dopo due ore la carovana si ferma, e adducendo mille motivi non si vuol più proseguire; abbiamo un bel gridare, ma i camellieri infischiandosi altamente di noi, scaricano e lasciano i camelli liberi al pascolo.
Forza ne è dunque pernottare su un piccolo ripiano, trovandoci qui fra alture quasi aride e solo popolate da acace nane. L'aspetto del terreno è vulcanico; si cammina su detriti granitici.
Qui mi sono convinto della necessità di mantenere la bastonatura fra queste popolazioni, e credo che il maggior torto che potrebbe farsi il Governo egiziano sarebbe di levarla. Non è gente cattiva, ma tanto indolente e facile all'inganno che davvero strappa le bastonate, e le rende la cosa più naturale e giusta anche per chi sente ripugnanza a battere un suo simile. La notte è splendida per la luna, quindi per acquistar tempo si stabilisce di partire col poetico chiarore e poche provvigioni, per arrivare in giornata a Sabarguma e farvi le pratiche necessarie per avere i buoi che devono quindi innanzi rimpiazzare i camelli.
Il naib trova giusta la nostra decisione, imparte gli ordini ai camellieri perchè ci seguano e ci raggiungano l'indomani mattina, quindi si mette alla testa della nostra piccola carovana che parte all'una e mezzo antimeridiane del dieci. Man mano che
avanziamo, le alture si fanno più erte e la vegetazione più fitta; attraversiamo frequenti letti di torrenti dove le sponde sono coperte da stupenda verdura. Alle 3 e mezzo siamo a Sahati, dove ci dicono è forza fermarsi per lasciar bere e pascolare le mule, e mentre sotto un gigantesco albero vediamo rischiararsi l'atmosfera per l'alba che si avvicina, i nostri camelli ci sorpassano; ripartendo alle 5 e mezzo li raggiungiamo dopo due ore, mentre stanno disponendosi al loro alt in un vasto altipiano, e dove ci fermiamo noi pure per una piccola refezione nostra e delle rispettive cavalcature. In questo tragitto nessuna abitazione tranne un accampamento di beduini pastori, che, essendo nella giurisdizione del naib che ci accompagna, vengono ad offrirci dell'eccellente latte. Alle 10 tutti uniti ci rimettiamo in strada, e dopo pochi passi ci si presenta un'ertissima salita che ci porta alla vetta di un colle, e così costeggiando alcune alture e salendone altre, dopo un paio d'ore ci si presenta la vasta pianura di Aylet alla quale discendiamo per attraversarla in parte, e fermarci presso un villaggio diviso in tre gruppi di capanne e chiamato Dambe. La vegetazione fresca e rigogliosa, il suolo coperto da splendida erba, uccelli di ogni canto e colore, buoi a masse e miserabili pastori dal tipo snello, coperti da pochi cenci. Ogni gruppo di capanne è circondato da una siepe di piante spinose, svelte e secche; appena giunti e scaricate le mule, ce ne andiamo cercando nella caccia il necessario pel pranzo, ma allontanati appena da poco dal campo, siamo sorpresi da un acquazzone veramente torrenziale; ritorniamo e ci ricoveriamo sotto la tenda dei Naretti. Qualcuno dei camelli arriva, e con loro la cattiva notizia che nella salita cinque sono caduti esausti e non possono continuare, per cui siamo costretti di mandare muli e buoi, che verso sera tornano colle casse, delle quali per buona sorte nessuna sofferse. Continua un vero diluvio e da ogni lato siamo circondati da nubi e nebbie; nel campo tutto si bagna, il suolo
si fa pantanoso, i poveri servi, coperti come sono da un meschino pezzo di tela, non sanno dove ricoverarsi; l'appetito si fa sentire, ma non si possono tener accesi i fuochi tanto è l'infuriare della pioggia. Il naib fa mettere a nostra disposizione una capanna, ma tanto piccola e lontana dalle nostre robe che non possiamo approfittarne, per cui piantiamo anche noi la nostra tenda, e sotto questa siamo forzati di accendere i fuochi per la cucina. Non è a credersi la massa di noie e di imbarazzi nel trovarsi così sorpresi da un cattivo tempo che perdura; nello spazio di un'ora ho avuto una tale lezione su quanto è necessario in questi viaggi, che davvero non dimenticherò mai più; spero anzi mi possa tornar utile in altre occasioni.
Fac-simile di pittura da chiesa
Quando si va ad avventurarsi in viaggi di esplorazione, arriva il giorno in cui tutto, provviste ed equipaggiamento, può essere esaurito, ed allora è forza aiutarsi agli usi del paese, vivere da bestia più che da uomo, e bisogna anzi esservi preparati; ma quando si intraprende invece un viaggio che ha la pomposa etichetta di viaggio in Africa, ma che deve limitarsi a paesi dal più al meno già noti agli Europei, e dei quali si possono e si dovrebbero ben conoscere gli usi e i costumi, il trovarsi il bel primo giorno nelle circostanze in cui ci trovammo noi, è proprio cosa ridicola, perchè merito non se ne acquista di certo, la spedizione non ne ha vantaggio alcuno, anzi danno, perchè ci va di mezzo la salute di chi viaggia, e d'altronde impone a queste popolazioni il far vedere come si viva da gente civilizzata. Una delle cose più necessarie, e che consiglio a chiunque voglia intraprendere di simili spedizioni, è un letto da campo; se ne fanno ora di piccoli e leggieri che proprio il disturbo del portarli è nulla, mentre i vantaggi ne sono incalcolabili, perchè per quanto si sia provvisti di tenda, quando si trova un suolo che è fango od erba inzuppata da settimane di continua pioggia, lo sdraiarvisi per passarvi la notte non è certo la cosa più aggradevole
nè igienica, e le conseguenze possono avere grande influenza sulla continuazione del viaggio. Quelli che hanno fatto la loro pratica sui libri, e quelli che sono troppo facili agli entusiasmi, ridono a chi pretende che in Africa si possa viaggiare con certi comodi relativi, e plaudono a chi grida che, presso a poco come un Giobbe, si può attraversare il continente; io mi permetto invece di dire che nè la necessità del confortabile, nè l'imbarazzo del bagagliume non devono essere mai ostacolo al proseguire, ma che se seriamente si considera quanto costano certi comodi e si pensa alle conseguenze che se ne possono trarre, il procurarseli è un vero impiego più che ad usura, e il non esserseli procurati almeno dapprincipio, disposti però a privarsene quando le circostanze lo impongano, non è prova di soverchio ardire, ma di assoluta inesperienza. Il merito e la soddisfazione di un viaggio come questo, è di avanzare il più che si può, ed a me pare meglio conseguito l'intento spingendosi solo cento passi più avanti, senza poter far pompa di tanti disagi, che fermandosi a mezza strada perchè una buona febbre vi ha proibito di continuare.
I fuochi ci avevano un po' asciugato il suolo sotto la tenda, ma questa invece imbevuta d'acqua, cominciava a lasciarla filtrare. Così alla meglio ci disponemmo per passare la notte, chè il sonno e la stanchezza la vincevano certo su tutto il resto, ma appena stavamo per addormentarci, grida, strilli, fucilate, ci risvegliano di soprassalto; il campo è tutto in confusione, perchè le mule furono attaccate, a detta d'alcuni, dal leopardo, e a detta d'altri, dalle iene. Il baccano che aveva turbati i nostri sonni aveva pure messi in fuga gli assalitori, e mentre constatiamo la leggiera ferita fatta al collo di una mula, il naib ci manda ad avvertire che stessimo all'erta, perchè da qualche giorno i pastori avevano udito il leone, per cui stabiliamo di fare alternativamente una guardia di due ore.
Eccomi dunque convertito in sentinella con una pioggia continua a compagna e l'occupazione di ravvivare, per quanto si poteva, i fuochi accesi per allontanare gli incomodi visitatori. Il fucile restò inoperoso, e il silenzio fu solo turbato verso mezzanotte da grida che partivano da uno dei gruppi di capanne, e che sapemmo essere i pianti delle donne per un morto.
Martedì 11. Il cielo continua a favorirci le sue grazie. I pianti pel morto continuano, e ci avviciniamo per vedere la cerimonia.
Una trentina di megere schifose, con conterie e grossi anelli d'argento intrecciati ai capelli, coperte solo da logori cenci, e alcune con un bambino appeso al dorso con una pelle, continuano a ballare stranissime danze simili a rozze quadriglie, accompagnandosi con una monotona cantilena interrotta da acuti gridi. Girano continuamente in un ristrettissimo spazio diventato un vero pantano, nel quale di quando in quando si sdraiano per rimettersi poi accovacciate a riposare. Di tempo in tempo dalle capanne vicine arrivano disposte in fila altre megere saltellando, e prima di entrare nel circolo delle contraddanze, tutte devono stendersi al suolo. A circa dugento metri era il cimitero dove si scavò la fossa: una cinquantina di uomini in doppia fila stavano davanti a questa; dalla capanna partì il cadavere avvolto in panni bianchi, portato su una barella e accompagnato da alcuni parenti e amici; il figlio era fra questi e gridava e piangeva invocando il genitore, mentre i più fedeli fra i suoi compagni lo andavano incoraggiando scuotendolo con rozze maniere e quasi maltrattandolo. Quelli che stavano presso la tomba andarono ad incontrare a mezza strada il convoglio e subentrarono a portare il morto che, giunto innanzi alla fossa, vi fu deposto e coperto con terra e grosse pietre, mentre a pochi passi si faceva il sagrificio di un bue e nel tempo stesso si recitavano preghiere. Tutti si riunirono poi in gran circolo presso il camposanto, e
in onore del morto divorarono le carni della vittima, ancora fumanti di vita.
Tranne qualche breve sosta, l'acqua continuò tutta la giornata, per cui fummo obbligati di passarla tutta quanta inoperosi.
Mercoledì 12. Fino da buon mattino cominciamo a predicare che assolutamente in giornata vogliamo partire, e il naib vista la nostra risolutezza, si adopera molto per noi, e ci procura i buoi e somari necessarii. Ci voglion delle ore di noie prima di riuscire ad accordarsi con questa gente pel prezzo di trasporto, e quando si crede che tutto sia conchiuso, ecco che con un pretesto qualunque vi fanno tornare da capo, un po' per differire la partenza, che è nell'indole loro di rimettere sempre a più tardi quello che si deve fare, e un po' perchè sperano che stancando così il viaggiatore, questi abbia a cedere e finire col pagare qualcosa di più. Intanto grida, proteste, accordi, poi nuovi rifiuti, consigli fra di loro che si raccolgono in circolo sotto un albero, quindi nuove proposte, minacce, rottura completa di trattative, poi ripacificazione, cose tutte che fanno perdere delle intiere giornate, e farebbero scappare la pazienza al più santo dei santi.
Il caricare buoi non è inoltre la cosa più facile, non avendo questa gente i basti necessarii e non essendo questi animali troppo addestrati a simile lavoro; quindi mentre si va preparando la carovana vedi un gruppo di buoi che tranquillamente se ne stanno col loro carico sul dorso ad aspettare il nuovo destino, un altro invece che se ne va per tutt'altra direzione che la giusta, buoi che non vogliono sentirsi il peso sul dorso e fanno ogni possibile per liberarsene, altri che fuggono trascinando le casse, altri che le calpestano coi piedi o a colpi di corna quasi a maledire l'incommodo: una vera confusione che farebbe ridere, se non si pensasse al tempo che costa, e alle conseguenze che possono avere simili maltrattamenti sulle provvigioni in cui molto si confida.
E qui non credo inutile ripetere un consiglio a chi volesse intraprendere simile viaggio, di procurarsi cioè a Massaua tutte le mule necessarie alla carovana e rendersi così indipendente da questi mezzi di trasporto noiosi, dispendiosi e poco sicuri.
Finalmente alle dodici e mezza partiamo noi pure in coda alla maggior parte del bagaglio, lasciando due dei nostri a cura di quello che restava. Si prosegue su terreno ondulato, avvicinandosi in direzione ovest ai monti, fra folta vegetazione. Dopo un'ora siamo in un allargo di vallata detto Sabarguma, dove il naib e i condottieri dei buoi vorrebbero fermarsi, ma i nostri servi trovano pericoloso il farlo per le febbri, a causa dell'umidità della posizione; d'altronde ci pare ridicolo far sosta dopo sì breve tappa, e facciamo quindi proseguire tutta la carovana. Ci ingolfiamo nelle vallate, e cominciamo un'ertissima salita: dai due lati foltissime foreste.
Il vecchio Desta, un abissinese nostro servo fin dai primi giorni che giungemmo a Massaua, un bel tipo originale, sempre disposto allo scherzo e pazzo per portare un fucile, cammina alla testa della carovana e ci racconta le sue prodezze nell'ultima guerra, pretendendo aver fatto saltare la testa a quattro soldati egiziani, portando, nel dirlo, l'indice alla bocca poi al traverso della gola, quasi aggiungendo di fare che l'eco non si ripercuota, per non averne tagliata la testa; ma giunti al preteso confine abissinese, fece quattro capriole di gioia, gridò forte le sue prodezze e fece un'invocazione alla sua patria, al suo re, alla libertà. La pioggia comincia dirotta più che mai, e ne è forza godercela in santa pace. Il nostro Desta pretende che un leone gli ha attraversata la strada a pochi passi, ma lui solo riesce a vederlo, e alla nostra buona fede a crederlo. La salita è ertissima, il sentiero malagevole, pietre, tronchi, radici lo attraversano in ogni senso, e i nostri pensieri corrono alle nostre casse che dovranno dar prova di gran robustezza per rimanere incolumi.
Alle quattro arriviamo su di un vasto altipiano nel mezzo del quale piantiamo la tenda di Naretti, la prima arrivata. Qualche bue comincia a vedersi, e per fortuna una cassa di provvigioni, chè eravamo dalla mattina con un po' di latte. C'è la cassa, ma la chiave la tiene l'amico Bianchi che restò alla sorveglianza del bagaglio; ma la buona stella ci fa però trovare una chiave che si adatta, e possiamo così pensare un pochino anche a ristorare le nostre forze.
Altri buoi colla nostra tenda arrivano, ma Bianchi fedele alla consegna restò presso alcuni buoi, che esausti, non poterono superare l'erta salita. La notte si fa buja, piove, le foreste abbondano di leoni, leopardi e jene, per cui siamo assai inquieti per la sorte del nostro compagno. Vorremmo andargli incontro, ma il fanale è nella cassa, e con questo buio fitto non vogliamo arrischiare di perderci tutti quanti: si suonano le trombe, si sparano diverse fucilate, ma nessuna risposta. Finalmente da un servo sappiamo che Bianchi sta fermo con quattro o cinque altri uomini, e questo ci tranquillizza alquanto. Nello stesso altipiano sono accampate due altre piccole carovane di mercanti che vanno alla costa, per cui la notte abbiamo un bello spettacolo di tutti i fuochi che nelle varie direzioni illuminano gli accampamenti e il paesaggio circostante.
Giovedì 13. La pioggia ci lascia un po' di tregua, ma il sole è coperto da nubi. Arriva qualche bue ancora, poi il nostro Bianchi che passò la notte sulla strada, sdraiato su qualche cassa e completamente esposto alla pioggia senza una briciola di pane. Lo rifocilliamo, e subito scompare la tinta giallognola che le sofferenze avevano impressa sul suo volto. Alle 10 arriva pure il naib, cogli accompagnatori dei buoi che non vogliono proseguire, accampando nuove pretese che noi incarichiamo il naib stesso di appianare. Si portano sotto un grande albero, presso il tronco stendono un tappeto pel naib, e tutti gli si dispongono
d'attorno accovacciati in circolo. Grandi discussioni poi vengono a riferirci, tornano al parlamento, e finalmente si riesce ad una combinazione accettabile; ma i buoi sono stanchi, e per oggi non si può proseguire. Ce la passiamo dunque facendo un po' di caccia: l'erba è folta e altissima e vi piove da parecchie settimane, per cui si può pensare che magazzino di umidità abbiamo per letto. Ad onta di questo però la salute nostra è buona, e solo qualche servo accusa un pochino di febbre. Questa posizione è detta Ghinda, a circa 950 metri sul mare.
Venerdì 14. Il tempo è chiaro ed appena giorno si comincia a far caricare i buoi che alle otto sono tutti partiti, e noi, salutato il naib che se ne ritorna, essendo qui già fuori dei confini della sua giurisdizione, ci mettiamo in strada in coda alla carovana. Il sentiero che seguiamo non potrebbe essere più pittoresco, il paesaggio che attraversiamo grandioso e selvaggio: imponente poi ed originale la lunga fila delle mule, buoi e somari con tutti i loro guardiani che li guidano a forza di urli e di fischi, e la sequela dei nostri servi dei quali ognuno porta un fucile, una lancia, uno scudo, una spada abissinese od un altro strumento qualunque di difesa; non due vestiti ugualmente, per quanto a metà perfettamente identici, perchè nudi. Chi una camiciola, chi una pezzuola alla cintura, chi dei pantaloncini, chi un fazzoletto rosso in testa, chi un gilet, alcuni con folte chiome, altri colla testa rasa, saltavano, correvano, gridavano, di quando in quando risuonava qualche colpo di fucile. Era uno spettacolo unico, impossibile a dirsi.
Saliamo sempre: la vegetazione va continuamente crescendo, siamo letteralmente fra due mura di verdura, e spessissimo entro una vera galleria: foglie d'ogni forma, dimensione e colore, tinte svariatissime, liane, fiori, alberi giganteschi, uccelli, scimmie che si arrampicano. A diverse riprese attraversiamo un piccolo corso d'acqua ed alcune volte facciamo strada del suo
letto. In alcuni punti il suolo è di un verde chiarissimo e lucente, e vi sono sparse piante dalle foglie di verde cupo; ciò che colla luce del sole produce bellissimi effetti. Enormi tronchi sporgono spesso sulla via e minacciano di rompere il naso a chi non ha gli occhi bene aperti. La strada è un vero sentiero e nulla più, dove nessun uomo ha rimossa mai la più piccola pietra. La causa di questa folta vegetazione è l'essere questa una zona che partecipa alle piogge della costa ed a parte di quelle dell'interno: le piante principali mi parvero le acace, l'ulivo selvatico, le euforbie, crataegus, lauri, papiri ed una miriade di fiori e foglie svariate. Alle dodici e mezzo siamo a Madiet, un semplice allargo della valle che percorriamo, e dove accampiamo, chè proseguendo, per lunga tratta non si troverebbe erba nè acqua. Siamo a circa 1330 metri di elevazione. Verso le due giunge la solita pioggia che dura pochissimo, essendo già vicini al limite dove regna la buona stagione.
Dopo pranzo i condottieri dei buoi vengono avanti le nostre tende e ci danno uno spettacolo di danza selvaggia: si dispongono su due file in modo da formare un rettangolo aperto dal lato ove siamo noi, e mentre tutti cantano una cantilena interrotta da battimani e gridi, due o tre eseguiscono la danza inseguendosi nel rettangolo, camminando con strane movenze, saltellando e facendo capriole: dopo qualche minuto, uno si ferma e girando la testa si contorce con movenze muscolari principalmente dei fianchi e delle spalle: parecchi allora gli si fanno d'attorno, e saltellando e strillando gli stendono le braccia sul capo, coprendolo di battimani. Così finisce una scena e ne principia subito un'altra con altri protagonisti.
Fattosi buio, due dei nostri servi ci fanno una pantomima fingendo lo sciacal inseguito dal leone: per imitare questo ultimo un ragazzotto si avvolse in quattro cenci, si aggiustò sul capo una pelle in modo da far cadere i due orecchioni e si prese
in bocca due bastoncini che accesi all'altro estremo fingevano gli occhi, ed imitando il passo e il grave respirare del re degli animali, percorreva il campo inseguendo il povero cane selvatico che per paura abbajava.
Sono scherzi semplici per chi li legge, ma che hanno del grandioso e dell'originale per chi li ha visti nel loro ambiente.
Due piccole carovane di mercanti abissinesi, fidenti forse nel detto l'unione fa la forza, si sono unite a noi, per cui il campo è estesissimo questa sera e rischiarato da dodici grandi fuochi, e nelle mie ore di guardia mi godo un imponente spettacolo. Le nostre tende, il bagaglio sparso in diversi punti, le capanne improvvisatevi d'attorno dai servi con pochi rami e pelli, tutti i buoi, muli e boricchi concentrati in diversi gruppi, i gruppi di beduini accovacciati attorno ai grandi falò che illuminano la scena persa nella solitudine di una valle, fra monti coperti da foreste abitate da fiere: in qualche brigatella si canta, in altra si dorme, in alcune si balla e qualche volta si alternano le danze ad esercizii di scherma, fingendo alcuni di attaccare un nemico che si difende colla propria lancia e collo scudo, facendo finte, assalti, retrocedendo, avanzando, inginocchiandosi per essere coperto dallo scudo, fingendo cadere ferito per poi alzandosi d'un tratto riattaccare di sorpresa il nemico, e di quando in quando interrompendo questa fantastica scena con grida acute e con battimani.
Sabato 15. Appena giorno comincia la carica del bagaglio e alle otto ci mettiamo noi pure in marcia. Cresce sempre, man mano ci innalziamo, il fitto e il gigantesco della vegetazione ed aumentano pure le varietà: vedo grandissime ortiche in fioritura, vaniglie, pelargonii, glicine, il fico selvatico, molti aloe di diverse specie, l'agave filifera che dà il filo vegetale, la fuxia comune ed una fuxia parassita che orna di mille fiorellini rossi i tronchi dei grossi alberi dai quali succhia la vita, crataegus,
lauri, moltissime varietà di rubinie, opunzie, salvie, cereus. Queste parvemi almeno di aver riconosciute, senza garanzia però di non aver preso un granchio nel classificarle.
Ad un certo punto la valle ci appare quasi chiusa e ci arrampichiamo sull'altura che pare contrastarci il passaggio. La salita è ertissima, tale che bisogna spesso scendere dalle nostre cavalcature: il sentiero sale a zig-zag fra foreste, e stupendo è l'effetto della lunga carovana che lo percorre animando la scena selvaggia e del burrone che ad ogni nostro passo aumenta dietro noi: guardando la strada che veniamo di percorrere l'occhio si perde in un vero pozzo di verdura. Alle undici e mezzo arriviamo al passo del colle, che si fa entro una piccola trincea, il solo punto forse dove in tutta questa strada si veda traccia di lavoro d'uomo, e ci si presenta un nuovo panorama: non l'imponenza dei ghiacciai della Svizzera, non il grandioso delle nostre montagne scoscese e rocciose e intarsiate da laghi o da corsi d'acqua, ma una sequela infinita di monti conici che si vanno man mano innalzando, e coperti tutti da dense foreste.
L'altezza del passo è circa 2500 metri. Discendiamo sul versante di un'altura ed a circa mezzogiorno ritroviamo il resto della carovana ferma in un punto detto Machensie, dove abbiamo la buona notizia che per mancanza di acqua e erba, i buoi avrebbero ancora proseguito. Dopo un po' di riposo ci rimettiamo quindi in marcia verso le tre. Altra salita assai lunga e forte: la vegetazione meno rigogliosa, mancanza quasi assoluta di vita animale. Dopo un'ora e mezzo siamo alla vetta di un secondo passaggio di catena di monti ed entriamo nella provincia dell'Amassen della quale ci profetizzavano mirabilia, ma troviamo invece che tutto è bruciato e sterile in questo versante: rocce rosse per ferro aggiungono ancora maggior forza all'aspetto deserto: ci si presenta un villaggio e lo avviciniamo;
è Asmara, in gran parte distrutto dal fuoco durante un'ultima rivolta di questa provincia. A poca distanza stabiliamo il nostro campo, dove subito accorre tutta la popolazione, avanzo delle stragi infami, e chi per curiosità, chi per offrirci a comperare qualche montone. Siamo qui a 2300 metri: lungo la via percorsa devo notare il predominio delle euforbie che raggiungono proporzioni alle volte colossali: portano fiore giallognolo, qualche volta rosso: fu tentata la speculazione di raccogliere l'umore bianco che geme facendo un'incisione al tronco, e che servirebbe per non so quale industria, ma non se ne potè mai trarre bastante profitto.
Alla sera sorge un vento freddo che fa scendere il termometro a 10°, e la notte è pure fredda e umidissima.