LA
REPUBBLICA DI VENEZIA
E LA
PERSIA

PER
GUGLIELMO BERCHET

TORINO
TIPOGRAFIA G. B. PARAVIA E COMP.
1865


AVVERTIMENTO

Nell'anno 1861 il Governo di S. M. il Re d'Italia deliberò d'inviare una missione diplomatica a S. M. il Re di Persia, e scelse per essa il commendatore Marcello Cerruti, in allora Ministro Residente, ora Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario. Volendosi dal viaggio in paese, sul quale in diversi rami di scienza tuttora si desiderano notizie meglio esatte e complete, ottenere altresì vantaggio di studi ad incremento delle cognizioni universali, il Governo del Re destinò pure alcuni distinti naturalisti, matematici ed ufficiali di armi diverse ad accompagnare il commendatore Cerruti. La spedizione italiana partì nell'aprile dell'anno 1862 per la via di Costantinopoli, e fu di ritorno nel dicembre successivo per quella di Pietroburgo.

Durante i preparativi della spedizione, e nel corso della medesima, il Governo del Re più volte mi aveva fatto l'onore di chiedere il mio avviso sulle istruzioni ad impartirsi per le utilità del commercio, e sugli studi a preferirsi. Sottoponendo in tali argomenti le mie opinioni, mi si presentò altresì il pensiero, che sarebbe stato utile di cogliere questa circostanza anche per attivare ricerche negli archivi italiani, onde illustrare la storia nazionale, mediante la pubblicazione delle antiche relazioni diplomatiche delle repubbliche italiane colla Persia, circa le quali non erano state finora date alle stampe se non incomplete notizie. A questo effetto si ordinarono a diversi archivi del regno indagini, le cui risultanze, almeno finora, non hanno ben corrisposto alle brame. Ma era specialmente negli archivi di Venezia che doveva ritrovarsi la massa dei documenti di maggiore importanza, perchè già era noto che nessuno degli Stati italiani aveva avuto così antichi e frequenti rapporti colla Persia, quanto la repubblica di Venezia; stante l'interesse massimo della stessa repubblica di coltivare l'amicizia di Stato potente, situato alle spalle di Turchia, ad entrambi nemica, e per l'eccellente ordinamento di Venezia nelle diplomatiche cose, delle quali essa fu a tutti gli Stati maestra. E poichè vincoli d'amicizia e di stima mi legavano al cav. dott. Guglielmo Berchet, che già aveva avuto a studente di legge in Padova, quand'io era colà, ed egli aveva dato prove ripetute di somma diligenza ed abilità nel raccogliere e pubblicare documenti diplomatici esistenti nell'archivio dei Frari, così mi rivolsi privatamente a lui, e lo pregai di voler sospendere per qualche tempo gli altri lavori suoi sulle Relazioni degli Ambasciatori veneziani, il Commercio della repubblica, e le Leggi venete monetarie, e di favorirmi d'indagini su tale argomento pur esso di molto interesse italiano e di onore alla sapienza della sua nobile città. Il cav. Berchet aderì volentieri all'invito dell'amicizia, ed al proprio desiderio di contribuire ad illustrare la storia veneta, che è tanta parte dell'italiana, ed a nessuna delle europee è seconda nella gloria dei fatti; ed abile ed indefesso si pose alle ricerche, che riescirono sommamente felici. Mi ha quindi trasmesso con lettera espressiva della sua benevolenza per me le risultanze delle solerti sue indagini, accompagnando le copie degli originali documenti con una elaborata memoria, la quale è molto opportuna a seguirne la serie, ed a comprenderne la colleganza ed il valore.

Venuto così, per merito altrui di esperienza e sapere, al possesso di scritti, che sono fondamento e luce di una parte di storia italiana rimasta fino al presente alquanto vaga ed oscura, parmi conveniente di consegnare al pubblico il frutto non mio. E siccome conosco che i lavori del Berchet sono sempre commendevoli per diligenza e perizia, così mi astengo da qualsivoglia inserzione di frase non sua, od esclusione di alcuna scritta da lui. Di me in questo caso veramente può dirsi ciò che leggiamo nel sacro codice: — Quid habes quod non accepisti?

Spero poi che il cav. Guglielmo Berchet mi vorrà essere cortese d'indulgenza quanto mi fu d'amicizia, se io non volli che l'utile suo lavoro avesse ad essere fecondo solamente di privata istruzione per me, ma col darlo alle stampe accrebbi con esso il patrimonio delle cognizioni comuni.

Torino, 20 novembre 1864.

Comm. Negri Cristoforo.


Illustre Professore ed Amico Carissimo,

Poichè ella, ottimo amico, rammentando i nostri antichi colloquii sull'attuale ufficio della storia, i quali assai mi giovarono d'istruzione e d'incoraggiamento, ed usando cortese benevolenza ai miei studi, volle chiedermi se ne' miei lavori sulle relazioni diplomatiche della Repubblica di Venezia, avessi raccolte alcune memorie intorno alle cose veneto-persiane, e mi espresse il desiderio di averne notizia; mi adoperai con ogni cura possibile per ordinare alcuni appunti che tenevo, e per completarli con una serie di ricerche, negli archivi di questa città, le quali riuscirono fortunate così, che io oso sperare sia il presente lavoro degno di esserle presentato, con animo grato alla di lei gentile fiducia.

Io mi lusingo, che mentre gli sguardi di tutta l'Europa sono rivolti all'Oriente, per escogitare o la sorte riservata all'impero ottomano, dalle combinazioni della diplomazia e dal progresso della civiltà, o la importanza vera che acquisteranno i porti del Mediterraneo, per le nuove vie che si aprono alla navigazione e si tentano nel continente dell'Asia; giovare potranno, come giustamente Ella, egregio Commendatore, mi avvertiva, questi studi documentati intorno alle relazioni diplomatiche di Venezia colla Persia, i quali gettano nuova luce sugli intendimenti politici e sugli interessi commerciali di quella Repubblica, che fu scudo alla civiltà contro le invasioni turchesche, ed ebbe per gran tempo il primato nel commercio dell'Asia.

Fin da quando la Persia cominciò a risorgere nel secolo XV, la Repubblica di Venezia, che dopo la conquista di Costantinopoli intraprendeva per istituto e per necessità le lotte secolari contro la Turchia, mirò costantemente a quella regione, e sopra di essa posò le proprie speranze per la divisione dell'impero ottomano, che i suoi uomini di Stato ripetevano in Senato: non potersi ottenere, se non mediante l'accordo dei principi cristiani colla Persia, situata alle spalle di Turchia, e ad essa nemica per sentimento religioso e per gelosia di dominio nell'Asia.

I Veneziani in fatti, prestarono aiuto ai Persiani nella guerra del 1470-74 fra Mohammed e Uzunhasan, e stabilirono con quest'ultimo le basi di una divisione dei possessi turchi; spinsero gli shàh della Persia a conquistare il Laristan, che diede loro la chiave del golfo Persico; li animarono ad impossessarsi dell'Asia turca, durante le guerre di Cipro, di Candia e della Morea.

E non soltanto a questo intendimento precipuo della politica tradizionale della Repubblica mirò l'accordo continuamente da essa mantenuto colla Persia, mediante una serie di missioni diplomatiche pubbliche e secrete; ma eziandio per la tutela e svolgimento del reciproco commercio, e per conservare o ristorare verso il Mediterraneo il ricchissimo traffico dell'Asia interiore, che dopo la scoperta del capo di Buona Speranza rivolgevasi a mezzogiorno.

La preziosa raccolta dei documenti relativi alle guerre dei Veneti nell'Asia del 1470-74, pubblicata dal chiarissimo mio amico Enrico Cornet in Vienna nel 1856, e la celebre collezione di viaggi fatta dal Ramusio in Venezia nel 1559, mi offerirono le prime basi di questo studio, che ho procurato di rendere possibilmente compiuto, attingendo a fonti inedite accreditate ed a documenti ufficiali.

E poichè ebbi la ventura di raccogliere un copioso numero di questi documenti, per la maggior parte tuttora ignoti, ho potuto dare al lavoro che Le presento quell'ampiezza, che senza sorpassare i limiti imposti dall'argomento è dovuta alla sua importante specialità; e con quel rigore che ora chiedesi alla storia, chiamata si può dire a rendere ragione, con prove irrefragabili di ogni singolo fatto od asserzione, giovare alla precisa intelligenza di quei gelosi negoziati di Persia, che il Foscarini lamentava non essere ben conosciuti; nonchè della condizione del traffico veneto-persiano, e della origine e sviluppo del sistema consolare della Repubblica che fu maestra, a chi venne di poi, nei metodi di protezione dei propri nazionali e dei propri interessi nell'estero, e segnatamente nell'Asia.

Ho diviso pertanto la Memoria in due parti, cioè:

Parte prima: Delle Relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia e la Persia.

Parte seconda: Delle Relazioni commerciali: e questa in due sezioni:

I. Del commercio dei Veneziani colla Persia.

II. Dei consolati veneti, negli scali del commercio persiano.

Appendice: Dei viaggiatori veneziani nella Persia, e delle venete descrizioni edite ed inedite di quella regione.

Questa Memoria precede la bella serie di 85 fra i più importanti documenti veneto-persiani, ai quali essa si richiama; ed alcuni disegni che eziandio valeranno ad illustrarla.

Eccole, pregiatissimo amico, quello che ho potuto fare per corrispondere al di lei desiderio. Questi materiali, ho la persuasione che potranno nelle di lei abili mani, riescire di qualche importanza agli studi storici; io quindi la prego di accoglierli coll'antica benevolenza, e di tenerli siccome cosa sua e qual pegno del mio affetto e della mia devozione.

Venezia, il 30 febbraio 1864.

Di Lei Egregio Professore
Obblig.mo Amico

GUGLIELMO BERCHET.


INDICE

PARTE PRIMA
Delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia e la Persia.
I.
Risorgimento della Persia pel valore di Hasanbei, detto poi Uzunhasan 1460 Pag. [1]
Rapporti di famiglia tra quel re e la repubblica di Venezia ivi
Relazioni politiche-internazionali dei due Stati [2]
Missione di Lazaro Quirini nella Persia [3]
Arrivo a Venezia di Mamenatazab oratore persiano ivi
Alleanza Veneto-Persiana contro la Turchia ivi
Trattative dei Veneziani col messo persiano Kasam Hasan [4]
Pratiche di pace colla Turchia 1470 [5]
Ritorno a Venezia di Lazaro Quirini, insieme all'oratore persiano Mirath, 1471 ivi
Esposizione fatta dal Quirini e dal Persiano nel veneto senato, risposte e deliberazioni [6]
Arrivo di un messo persiano diretto a Roma ivi
Nomina di Caterino Zeno ambasciatore veneto al re di Persia ivi
Commissioni date dal senato allo Zeno ivi
Suo arrivo in Persia ed accoglienze ivi ricevute [7]
Legazione persiana a Venezia. Agì Mohammed reca un prezioso dono alla signorìa [8]
Arrivo a Venezia del medico Isaach, altro messo persiano, e deliberazioni del senato ivi
Nomina di Giosafat Barbaro ambasciatore in Persia [9]
Commissioni palesi e segrete, date al Barbaro ivi
Suo viaggio per la Persia [11]
Soccorsi ed aiuti dati al principe di Caramania ivi
Uffici dello Zeno per spingere Uzunhasan alla guerra [12]
Nunzio persiano a Costantinopoli per intimare la guerra ivi
Prime mosse dei Persiani [13]
Esposizione al veneto senato di un nuovo messo persiano ivi
Battaglia sull'Eufrate vinta dai Persiani [14]
Deliberazione del veneto senato di far assalire Costantinopoli ivi
Vano ricorso all'imperatore ed al re d'Ungheria ivi
Sconfitta dell'esercito persiano a Terdshan 1473 [14]
Commissione data da Uzunhasan a Caterino Zeno [15]
Viaggio di ritorno dello Zeno ivi
Elezione di due oratori in Persia: Paolo Ognibene e Ambrogio Contarini [16]
Commissioni palesi e secrete date ai medesimi [17]
Esito della missione dello Zeno presso varii sovrani d'Europa [18]
Relazione dell'ambasciata del Barbaro ivi
Relazione dell'Ognibene [20]
Relazione del Contarini ivi
Morte di Uzunhasan e pace tra Venezia e la Turchia 1479 ivi
II.
Spedizione nella Persia, di Giovanni Dario segretario della repubblica nel 1485 [22]
Pratiche di alleanza introdotte tra la repubblica ed Ismail sufì [23]
Relazioni al senato dei successi di Ismail sufì [23]
Lettera del sufì al doge e monete persiane a Venezia [24]
Arrivo in Venezia di oratori persiani, 1508 [25]
Scopo ed esito della loro missione ivi
Spedizione al Cairo di Domenico Trevisan [27]
Interesse della Repubblica nelle guerre turco-persiane ivi
Guerra di Cipro, 1571 [29]
Missione in Persia di chogia Alì con lettere a quel re ivi
Commissione a Vincenzo Alessandri veneto legato allo shàh Thamasp ivi
Suo viaggio in Persia, accoglienze ivi ricevute ed esito della sua legazione [30]
Relazione della ambasciata in Persia di Vincenzo Alessandri [37]
Pace della repubblica colla Turchia, 1572 [38]
Arrivo in Venezia di chogia Mohammed inviato persiano, 1580 ivi
Scopo ed esito della segreta missione di lui [39]
Nuove lotte fra Turchi e Persiani e relazioni presentate al veneto senato [40]
III.
Abbas il Grande re della Persia rinnova l'antica amicizia colla repubblica di Venezia [41]
Ritratto di lui, letto in senato dal console Malipiero, 1596 ivi
Egli è spinto dai Veneziani a conquistare il Laristan [42]
Arrivo in Venezia di Efet beg oratore persiano 1600 [43]
Esposizione in senato di Efet beg e risposta avuta ivi
Solenne ambasciata persiana di Fethy bei, 1603 [44]
Esposizione in senato, doni recati, e accoglienza ricevuta ivi
Doni fatti dalla repubblica al re persiano [46]
Quadro commesso a Gabriele Caliari per memoria dell'ambasciata di Fethy bei [47]
Arrivo in Venezia del messo persiano Chieos, 1608 ivi
Simile del chogia Seffer, 1610 ivi
Nuova ambasciata persiana a Venezia, 1621, come accolta e licenziata [49]
Guerra di Candia 1645. La repubblica ricorre alla Persia [50]
Invio di due oratori veneti nella Persia per diverse vie ivi
Il re di Polonia unisce un proprio legato al veneto [51]
Viaggio ed esito della missione veneto-polacca ivi
Relazione presentata al senato dai due oratori veneti al re della Persia [52]
Pace colla Turchia [53]
Nuovi messi persiani a Venezia, 1673 ivi
Franchigie accordate ai cristiani nella Persia per intercessione della veneta signoria [54]
Guerra della Morea — La Repubblica tenta associarsi la Persia [55]
Carattere dei rapporti internazionali veneto-persiani nel secolo decimo-ottavo ivi
PARTE SECONDA
Delle relazioni commerciali tra la Repubblica di Venezia e la Persia.
I.
Del commercio dei Veneziani colla Persia.
Commercio delle spezie delle Indie e dei prodotti dell'Asia [59]
Via che tenevano le merci dell'Asia, verso quali porti del Mediterraneo ivi
Importanza del mercato di Tauris [60]
Trattati dei Veneziani per facilitare il commercio con quella piazza [61]
Come sia stato favorito il commercio della Persia; e come i mercanti armeni e persiani. Leggi relative [62]
Mercanzie che da Venezia si importavano nella Persia [64]
Mercanzie che dalla Persia si esportavano per Venezia [66]
Leggi intorno al commercio delle sete persiane [67]
Decadimento del commercio dei Veneziani colla Persia [68]
Carovane e scali del commercio persiano [70]
Relazioni ufficiali della condizione del commercio colla Persia [71]
Provvedimenti pubblici veneti e persiani per sostenerlo [73]
II.
Dei consolati veneti negli scali del commercio colla Persia.
Antica istituzione dei Consolati [76]
Baili e Consoli. — Loro diritti e giurisdizioni ivi
Magistratura dei Consoli dei mercanti [77]
Magistratura dei Cinque Savi alla mercanzia ivi
Luoghi di residenza dei consoli veneti negli scali del commercio persiano ivi
Memorie di quei consoli [78]
Magistrato del Cottimo di Damasco ivi
Relazioni consolari presentate al senato [79]
Leggi relative ai consolati della Sorìa [81]
Diritto consolare dei Veneziani [84]
Vicende del consolato di Aleppo [85]
APPENDICE
Notizia intorno ai viaggiatori veneziani nella Persia, ed alle descrizioni edite ed inedite di quella regione [89]
DOCUMENTI
PARTE PRIMA
I.
I. Dell'origine di Assanbei sive Ussun Cassan, breve notatione [97]
II. Deliberazione del veneto senato, 2 dicembre 1463 [102]
III. Deliberazione del senato, 15 febbraio 1464 [104]
IV. Deliberazione del senato, 26 settembre 1464, e lettera ducale ad Uzunhasan di Persia [105]
V. Lettera ducale ad Uzunhasan, 27 febbraio 1466 [106]
VI. Commissione data a Caterino Zeno ambasciatore veneto in Persia, 1471 18 maggio [108]
VII. Altra commissione allo stesso, 1471 10 settembre [111]
VIII. Credenziale del medico Isaach messo persiano a Venezia, 1472 [114]
IX. Commissione data a Giosafat Barbaro ambasciatore veneto in Persia, 28 gennaio 1473 [116]
X. Commissione segreta allo stesso, 11 febbraio 1473 [125]
XI. Relazione al veneto senato di Caterino Zeno ambasciatore in Persia, 27 luglio 1473 [130]
XII. Relazione della battaglia di Terdshan, 18 agosto, 1473 [135]
XIII. Lettera d'Uzunhasan alla veneta signorìa, 16 ottobre 1473 [137]
XIV. Commissione data ad Ambrogio Contarini ambasciatore veneto in Persia, 11 febbraio 1474 [139]
XV. Commissione secreta allo stesso, 11 febbraio 1474 [145]
XVI. Altri punti secreti allo stesso, 11 febbraio 1474 [148]
II.
XVII. Dispaccio 10 luglio 1485 di Giovanni Dario spedito in Persia dal bailo veneto a Costantinopoli [150]
XVIII. Altro dispaccio dello stesso, 11 luglio 1485 [152]
XIX. Relazione al senato fatta da Costantino Lascari spedito in Caramania ed in Persia, 14 ottobre 1502 [153]
XX. Altra deposizione dello stesso, 16 ottobre 1502 [156]
XXI. Lettera del sufì Ismail al doge Leonardo Loredano, gennaio 1505 [158]
XXII. Lettera ducale al re di Persia, 27 ottobre 1570 [ivi]
XXIII. Commissione data a Vincenzo di Alessandri veneto oratore in Persia, 30 ottobre 1570 [160]
XXIV. Lettera ducale al re di Persia, 30 ottobre, 1570 [162]
XXV. Dispaccio 25 luglio 1572 del segretario Alessandri [163]
XXVI. Relazione letta in senato da Vincenzo Alessandri nel 1574 [167]
XXVII. Lettera dello shàh di Persia Mohammed Kodabend alla repubblica di Venezia, 1º maggio 1580 [182]
XXVIII. Relazione segreta fatta dal chogia Mohammed oratore persiano a Venezia, 1º maggio 1580 [183]
III.
XXIX. Atto verbale della presentazione nell'Ecc. Collegio dell'oratore persiano Efet beg, 8 giugno 1600 [192]
XXX. Lettera dello shàh Abbas il Grande al doge di Venezia, ricevuta 18 giugno 1600 [193]
XXXI. Lettera ducale al re della Persia, giugno 1600 [195]
XXXII. Lettera di Abbas il Grande alla repubblica, 5 marzo 1603 [196]
XXXIII. Nota dei doni recati a Venezia dall'oratore persiano Fethy bei, marzo 1603 [197]
XXXIV. Deliberazione del senato, 6 marzo 1603 [198]
XXXV. Lettera ducale al re di Persia, 2 settembre 1603 [199]
XXXVI. Lettera dello shàh, recata al doge dall'armeno Chiéos, 1607 [200]
XXXVII. Dispaccio 2 settembre 1609 del console veneto nella Soria, F. Sagredo [201]
XXXVIII. Atto verbale della presentazione in collegio del messo persiano Seffer, 30 gennaio 1610 [203]
XXXIX. Lettera alla veneta signorìa dello shàh Abbas il Grande ricevuta nel gennaio 1610 [207]
XL. Ricevuta delle robe di Fethy bei fatta dal chogia Seffer [208]
XLI. Lettera ducale al re di Persia, 30 gennaio 1610 [209]
XLII. Lettera del re di Persia, recata al doge dagli oratori Alredin e Sassuar, 1 marzo 1613 [210]
XLIII. Atto verbale della presentazione in collegio del messo persiano Sassuar, 1º febbraio 1621 [212]
XLIV. Lettera del re di Persia alla signorìa, 1º febbraio 1621 [214]
XLV. Deliberazione del senato, 4 febbraio 1621 [215]
XLVI. Rapporto di Domenico Santi, inviato dai Principi cristiani nella Persia, 26 giugno 1645 [ivi]
XLVII. Lettera ducale al re della Persia, 2 decembre 1645 [216]
XLVIII. Simile, 17 luglio 1646 [217]
XLIX. Lettera del re di Persia, ricevuta il 28 marzo 1649 [218]
L. Relazione della Persia presentata nell'Ecc. Collegio dal padre Antonio di Fiandra, veneto legato, allo shàh Abbas II, 28 marzo 1649 [ivi]
LI. Relazione spedita al senato da Domenico Santi messo in Persia, 29 marzo 1649 [225]
LII. Lettera ducale al re di Persia, 22 gennaio 1661 [229]
LIII. Offerta dell'arcivescovo armeno Aranchies di trattare la lega fra la repubblica e la Persia, 10 giugno 1662 [230]
LIV. Lettera ducale al re di Persia, 10 giugno 1662 [231]
LV. Rapporto al senato, intorno alcuni padri domenicani venuti a Venezia con incarichi dello shàh di Persia, 19 luglio 1673 [ivi]
LVI. Lettera dell'Arcivescovo di Nashirvan alla signoria, 19 luglio 1673 [232]
LVII. Lettera del re di Persia alla repubblica, 19 luglio 1673 [234]
LVIII. Relazione al senato intorno ad un colloquio secreto, tenuto coi messi persiani 19 luglio 1673 [236]
LIX. Ducale al re della Persia, 22 luglio 1673 [239]
LX. Idem, 4 giugno 1695 [241]
LXI. Lettera dello shàh Abbas al doge di Venezia, ricevuta il 5 settembre 1669 [242]
LXII. Ducale al re di Persia, 29 dicembre 1663 [243]
LXIII. Istanza dell'arcivescovo Aranchieli, 18 luglio 1669 [244]
LXIV. Litera ducalis ad Persarum regem, 20 julii 1669 [245]
LXV. Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier, 1696 [246]
LXVI. Lettera ducale al re di Persia, 15 marzo 1697 [247]
LXVII. Simile, 23 dicembre 1718 [ivi]
PARTE SECONDA
I.
LXVIII. Relazione ai Savj alla Mercanzia, intorno le spese che occorrono sopra le merci, che si distaccano da Venetia, per giungere in Astrakan, attraversando la Persia [248]
LXIX. Lettera del re di Persia al nobiluomo G. F. Sagredo, 1609 [252]
LXX. Simile, 1610 [253]
LXXI. Simile, 1611 [254]
LXXII. Manifesto del re di Persia alla onorata turba dei mercanti venetiani, 1611 [255]
LXXIII. Lettera del re di Persia alla repubblica di Venezia, 1611 [256]
LXXIV. Lettera dello shàh al nobiluomo Alvise Sagredo, 1627 settembre [257]
LXXV. Ducale al re della Persia, 13 marzo 1629 [259]
II.
LXXVI. Deliberazione del senato, 7 dicembre 1548 [260]
LXXVII. Istanza di Andrea Benedetti ai Cinque Savi alla mercanzia [261]
LXXVIII. Scrittura dei Cinque Savi al senato, 23 dicembre 1762 [264]
LXXIX. Decreto del senato, 29 dicembre 1762 [268]
APPENDICE
LXXX. Lettera di ser Donato da Leze a Zuan Caroldo, con una descrizione della Persia, 14 settembre 1514 [269]
LXXXI. Simile, 7 ottobre 1514 [273]
LXXXII. Simile, 2 novembre 1514 [275]
LXXXIII. Relazione della Persia, di Teodoro Balbi, 1570 [276]
LXXXIV. Relazione della Persia, 1586 [290]
LXXXV. Relazione per li viaggi di Persia, 1673 [293]
TAVOLE
Sigillo reale (homajon) dello shàh Husein, 1694 [1]
Coppa donata da Uzunhasan alla veneta signorìa, 1470 [8]
Quadro dipinto da Gabriele Caliari, per ricordare l'ambasciata persiana a Venezia del 1603 [47]
Lettera dello shàh Abbas il Grande, 22 gennaio 1610 [48]
Lettera dello shàh Husein al doge Silvestro Valier, 1696 [55]

LA
REPUBBLICA DI VENEZIA
E LA
PERSIA


PARTE I.


Delle relazioni diplomatiche
tra
la Repubblica di Venezia e la Persia.

[I].

Scomparso quasi il nome della Persia, durante il periodo dei califfati (anno 652-1258), soggiogata e divisa quella regione dagli Arabi, dai Mongoli, dai Tartari e dai Turcomanni, cominciò soltanto nel secolo XV a risorgere pel valore di Uzunhasan, il quale potè far rivivere col nome persiano le gloriose tradizioni degli Acmenidi e dei Sassanidi.

Nelle lotte delle due fazioni turcomanne, dell'ariete nero (Karakojunlu) e dell'ariete bianco (Akkojunlu), Hasanbei, detto poi Uzunhasan (il lungo), capo di quest'ultima, rimanendo vincitore, occupò gli stati e le castella di alcuni potenti signori suoi vicini. E mossosi, di poco varcata la metà del secolo XV, contro Gihan shàh, sovrano dell'ariete nero, lo vinse nelle campagne di Erzengian; quindi, sconfitto Ebusaid signore dell'Azerbeigian, si impadronì di tutta la Persia, fra questi confini: a levante l'Indo e la Tartaria, a ponente la Georgia, Trebisonda, la Caramania, la Siria e l'Armenia minore, a mezzogiorno l'Arabia ed il mare dell'India, a tramontana il monte di Bakù[1].

Uzunhasan sposò la despina Teodora, figlia di Giovanni imperatore di Trebisonda, il quale gliela accordò per consorte colla condizione che ella continuasse a vivere nella religione greca [[Documento I]].

Quest'imperatore, seguendo l'esempio di altri deboli sovrani trapezuntini, che, disposando le proprie figlie a principi barbari, si assicuravano la loro protezione, credette con tale unione, e coll'alleanza conchiusa col nuovo signore della Persia, di difendere il proprio trono dalla potenza minacciosa di Mohammed, il quale, dopo la conquista di Costantinopoli, voleva impadronirsi di quegli ibridi imperi greci, che erano sorti dalle rovine di Bisanzio.

L'imperatore Giovanni diede in isposa l'altra sua figlia, sorella della despina di Persia, al duca dell'Arcipelago Nicolò Crespo, da cui nacquero quattro figliuole maritate con altrettanti gentiluomini veneziani, cioè:

Fiorenza con Marco Cornaro[2].

Lucrezia con un Priuli.

Valenza con Giovanni Loredano, e

Violante con Caterino Zeno[3].

Ecco relazioni di famiglia, che, oltre agli interessi politici internazionali, avvicinarono la signorìa di Venezia alla Persia. E questi ultimi erano della massima importanza.

Il grande signore di due mari e di due parti di mondo, titolo che Mohammed si diede dopo la presa di Costantinopoli, non sazio di nuove conquiste, mirava ad estendere i confini del suo impero a danno dei principi suoi vicini. Tra questi, i più potenti erano dalla parte dell'Europa: Venezia, che offeriva alla civiltà l'antemurale dei suoi possedimenti in levante; dalla parte dell'Asia, il nuovo monarca persiano. Venezia quindi e la Persia dovevano porsi d'accordo contro il comune naturale nemico, dacchè la Provvidenza destinava principalmente questi due stati a frenare l'ambizione di lui in occidente ed in oriente.

La conquista dell'impero di Trebisonda, fatta da Mohammed nell'anno 1461; la guerra mossa ai Veneziani nella primavera del 1463, che cominciò coll'improvviso assalto di Argo; e le spedizioni contro i principi di Caramania, protetti da Uzunhasan, porsero occasione al sire persiano ed alla repubblica di Venezia di apprestare d'accordo le armi contro il comune nemico.

A' 2 di dicembre 1463 il veneto senato ordinava ad Andrea Cornaro di offerire al principe di Caramania Pir Ahmed, e ad Uzunhasan proposta di lega, commettendogli di spedire a questo fine Lazaro Quirini nella Persia, qualora egli in persona non avesse potuto recarsi colà[4].

Contemporaneamente vincevasi in senato la parte di mandare ambasciatori, Nicolò Canal in Francia, Marco Donà al duca di Borgogna, altri ai re di Sicilia e di Portogallo; e di scrivere ai re d'Ungheria e di Boemia, per invitarli a concorrere nella lega contro il Turco[5], della quale il pontefice erasi dichiarato capo e banditore.

Andrea Cornaro conchiuse l'alleanza col principe Caramano [[Documento III]]; e mentre Lazaro Quirini s'incamminava per la Persia, arrivò in Venezia a' 13 di marzo 1464, per la via di Aleppo e di Rodi, Mamenatazab ambasciatore di Uzunhasan[6].

Espose quegli in senato: « che era spedito dal suo signore per bene intendersi contro i Turchi; che egli prometteva di mettere in campo nella prossima primavera un esercito di 60,000 cavalli; che l'albero grosso sta pur forte contro i venti, tamen se un piccolo verme entra a rodere il tronco da basso, lo riduce così, che il vento facilmente lo atterra; e Uzunhasan sarà quel verme che roderà questo grand'albero, e mai conchiuderà pace colla Turchia senza partecipazione della veneta repubblica, purchè anch'essa dal proprio canto ciò prometta; avendo essa intenzione di muovere sulle rive dello stretto verso Gallipoli, affinchè la veneta armata potesse inoltrarsi fino a Costantinopoli ».

Questo oratore persiano fu assai bene accolto dal senato, che ordinava, ai 26 di settembre 1464, gli fosse data pel suo re una lettera ducale, colla quale accettando la proposta lega, lo si rendesse avvertito della cooperazione certa del pontefice, del duca di Borgogna e del re di Sicilia, e della guerra sussistente fra i Turchi ed il re d'Ungheria; e animandolo a muovere gagliardamente contro l'Ottomano lo si assicurasse che ogni acquisto nella terra ferma la repubblica lo riterrebbe interamente di lui [[Documento IV]].

Convenivasi poi a voce con Mamenatazab, che ove col concorso della veneta armata si acquistassero coste o porti di mare, questi resterebbero della repubblica[7]: la quale più che lontani possessi mirava ad ottenere punti strategici od interessanti al commercio; e secondo la frase del Dandolo volle i popoli piuttosto amici che sudditi, e scali al suo traffico, anzichè ampii dominii, ma sempre libero il mare.

L'oratore persiano partì da Venezia colle galere di Beiruth, assai soddisfatto e regalato, portando seco oltre alla predetta lettera ducale, braccia venti di panno d'oro da offerirsi in nome della veneta signorìa a Uzunhasan. Ed arrivato a Rodi, il capitano generale da mar, Mocenigo, gli fece vedere in ordinanza la veneta armata, assicurandolo che l'avrebbe impiegata in servizio, e per secondare i disegni e le imprese magnanime del suo re[8].

Nell'anno seguente arrivò a Venezia un altro messo persiano chiamato Kasam-Hasan, con lettere di Uzunhasan, le quali attestavano la sua pronta disposizione a far la guerra ed eccitavano la repubblica, e per di lei mezzo i principi cristiani, a muovere di comune accordo le armi.

Il senato rispose ai 27 febbraio 1466 [[Documento V]] confermando la deliberata volontà sua di continuare gagliardamente la lotta, e partecipando le conchiuse leghe e le speranze che tenevansi: quantunque per la morte di Pio II, e per le gelosie dei principi cristiani verso la repubblica veneta, che trovavasi all'apogèo della sua potenza pei nuovi acquisti, fosse di assai minorata la energìa colla quale davasi dapprima opera a tal lega contro la prepotenza ottomana.

Scriveva in fatti il senato ai proprii oratori a Roma....... « Et propterea omni studio et efficatia querite, ut ad conclusionem deveniatur, et Sanctitas Sua si quid in effectum collatura est, non amplius promittat sed conferat, hoc idem faciant caeteri et omnes recidite conventus, omnes collationes non solum dedecorosas, sed etiam detrimentosas, quum dum hujusmodi collationibus et consultationibus, tempus territur, Hannibal Saguntum oppugnat[9] ».

Dopo la presa di Negroponte[10], dubitando Mohammed, che per questa nuova ed importante sua conquista, i principi europei si decidessero, nel pericolo comune, ad accorrere efficacemente in soccorso della repubblica, mandò a Venezia proposizioni di pace, per mezzo della propria matrigna sorella del despota Zorzi di Servia; laonde il senato, che da qualche tempo mancava di ogni notizia delle mosse e dei progressi di Uzunhasan, commise a Nicolò Cocco ed a Francesco Cappello di proporre destramente all'imperatore la restituzione di Negroponte, verso il pagamento di una somma che avevano facoltà di portare fino a ducati d'oro 250,000 da soddisfarsi per rate in 5 anni, rimanendo però alla repubblica tutte le isole che allora teneva[11]; ma tali furono le pretensioni di Mohammed, che ogni trattativa fu dai Veneziani disdegnosamente respinta.

Mentre duravano queste pratiche di accomodamento, arrivò dalla Persia in Venezia nel febbraio 1471 Lazaro Quirini, insieme ad un oratore persiano chiamato Mirath[12], il quale era latore di una lettera del suo re[13], che annunciava le vittorie da esso riportate sopra varii principi suoi confinanti, e la sua intenzione di muovere contro la Turchia col concorso della veneta armata.

Il serenissimo principe rispose nel giorno 7 di marzo all'oratore persiano: che si sentivano con gioia le notizie del suo re, e si teneva assai cara la sua amicizia dalla repubblica, sempre disposta ad assisterlo. E « per confermare in perpetuo quell'amicizia e stringerla maggiormente » il senato deliberava nello stesso giorno: di mandare un solenne ambasciatore in Persia, eletto fra i nobili, con stipendio di ducati mille, incaricandolo di portarsi colà, insieme all'oratore persiano Mirath, un notaio ducale e cinque famigliari. La parte fu presa in Pregadi con 148 voti affermativi contro 2 negativi; e furono eletti dapprima ser Francesco Michele, poi ser Giacomo Medin che rifiutarono, finalmente Caterino Zeno il quale accettò[14].

Frattanto arrivava pure in Venezia un altro legato di Uzunhasan, il quale, passato il mar Nero da Trebisonda a Moncastro[15] e venuto per la via di Polonia insieme ad un ambasciatore di quel re, dirigevasi al sommo pontefice per sollecitare col suo mezzo il concorso dei principi cristiani. Il senato gli rispose opportunamente « conforti per conforti et offerte per offerte » e lo accompagnò con lettera di raccomandazione all'oratore veneto in Roma, dove fu vestito ed accarezzato dal pontefice, e rimandato in Persia con un legato papale, frate di S. Francesco[16].

Caterino, figliuolo di Dracone Zeno[17], essendo stato molti anni col padre in Damasco, e qual nipote della despina moglie di Uzunhasan, si giudicò potesse servir bene e con profitto la patria in questa ambasceria al sovrano della Persia.

Ai 18 di maggio 1471 fu allo Zeno rilasciata dal senato la commissione [[Documento VI]]; ma dietro proposta del savio agli ordini Pietro Donato, fu differita la di lui spedizione, fino all'arrivo da Costantinopoli di precise notizie sulle incamminate trattative di pace.

Le quali, poichè furono di manifesta e decisa rottura, il senato dava allo Zeno una seconda commissione a' 10 settembre 1471 [[Documento VII]].

Con queste due commissioni veniva incaricato lo Zeno di andare in Persia, per la via di Cipro e di Caramania, insieme al legato Mirath, e di mostrare a quel re il contento della repubblica per la sua potenza, e la perfetta sua disposizione di concorrere coll'armata navale in pieno accordo e lega con lui. Doveva pure lo Zeno giustificare le incamminate trattative di pace, accolte dietro domanda del Turco e in mancanza di ogni notizia dalla Persia, ma con lieto animo opportunamente a tempo reiette. Gli fu ordinato di portar seco un dono di panni d'oro da presentarsi ad Uzunhasan, e di visitare la regina, nonchè il signore di Caramania ed il re di Georgia. Finalmente egli ebbe incarico di rilevare e descrivere tutte quelle minute informazioni che potesse avere: della potenza del re di Persia, della sua età, valore, stato, confini, vicinanze, redditi, esercito; nonchè della sua disposizione e volontà nella guerra contro la Porta, e di tutte le altre cose che egli riputasse degne di essere conosciute.

Con questi ordini pertanto Caterino Zeno partitosi da Venezia, passò a Rodi pochi mesi, e di là, entrato nel paese del Caramano, pervenne dopo molto travaglio in Persia. Ed annunciato il suo arrivo, fu egli da quel re ricevuto con grandi dimostrazioni di onore, quale ambasciatore di una repubblica potente e confederata; e avendo poi chiesto di presentarsi alla regina, ne ebbe per grazia speciale il permesso, cosa insolita a concedersi a qualsiasi persona, dacchè non era costume in Persia che le donne, e particolarmente le regine, si lasciassero vedere.

Laonde condotto lo Zeno innanzi alla despina Teodora, e datale notizia di sè, fu accolto e ricevuto come caro nipote, fu alloggiato nel reale palazzo, e presentato ogni giorno (cosa riputata di molto onore) delle stesse vivande della real mensa. Ed udita più particolarmente la cagione della sua venuta, la regina gli promise ogni aiuto e favore, riputandosi parente della signorìa di Venezia; e di fatto ella contribuì efficacemente ad indurre Uzunhasan a muovere le armi contro Mohammed[18].

Scriveva quindi lo Zeno il 30 di maggio 1472[19] al capitano generale Pietro Mocenigo, essere egli arrivato in Tauris al 30 aprile, aver trovata la più liberale accoglienza dal re e dalla regina, e la migliore disposizione di muovere nella Caramania e verso le coste contro gli Ottomani. E pregava il capitano generale di accordare passaggio ad un nuovo legato persiano, che Uzunhasan spediva a Venezia.

Giunse in fatti, alla fine di agosto, in Venezia l'oratore agì Mohammed, per chiedere alla repubblica soccorso di artiglierie, delle quali mancava il campo persiano.

Questo oratore recava alla signorìa un preziosissimo dono, che tuttora si conserva fra gli stupendi cimeli del tesoro di S. Marco. Esso consiste in un catino ricavato in una sola turchese di smisurata grandezza, avente il diametro delle celebri colonnette della cattedrale di Siviglia (m. 0,228). Sulla superficie esteriore stanno intagliate cinque lepri, e nel fondo le parole bar allah, interpretate dal Montfaucon opifex Deus, avvegnachè opera sì straordinaria e preziosa debba riputarsi divina. Il catino è contornato da una doppia legatura, entro e fuori, d'oro finamente cesellato e guernito di cinquanta gemme. Il Montfaucon dichiara che nessun altro cimelio gli ha destato maggior meraviglia, così pure il Cicognara; ma lo Zanotto ed il Durand dubitano, e forse a ragione, che il catino sia invece di pasta vitrea, la cui arte era perfettissima in Persia, d'onde si diffuse per la civile Europa[20].

Pochi giorni prima di agì Mohammed arrivava per la via di Caffa un altro messo persiano [[Documento VIII]], « spagnuolo di nascita e di fede ebreo » il quale confermava che il suo signore era in viaggio con un potentissimo esercito, e risoluto di non ritirarsi dall'Asia minore senza aver prima debellato il Turco. Questo messo fu consigliato di presentarsi al re Ferdinando di Napoli ed al pontefice. Dai quali ottenne buone parole e scarse promesse. A Roma fu con due famigliari battezzato da papa Sisto, che gli pose il suo nome, e lo regalò di molti doni.

In seguito alla domanda di agì Mohammed, deliberavasi in senato la lettera ducale 25 settembre 1472 al re della Persia[21] per assicurarlo, che gli sarebbero spedite le chieste artiglierie, e che ordinavasi al capitano generale da mar di porsi intieramente colla veneta armata a di lui disposizione.

In questo senso scriveasi pure il 27 settembre allo Zeno, che ai 5 del successivo gennaio 1473[22] si rendeva avvertito del licenziamento di un nuovo oratore turco, venuto per ricercare la pace, mentre il senato non voleva conchiuderla se non d'accordo col re persiano, incaricandolo di annunziare ad Uzunhasan il prossimo arrivo delle chieste artiglierie, condotte da uno speciale ambasciatore.

Nel medesimo giorno in fatti il senato eleggeva oratore in Persia, collo stipendio di 1800 ducati all'anno, e coll'accompagnamento di dieci persone, Giosafat Barbaro, il quale per essere stato console veneto alla Tana e governatore in Scutari, conosceva perfettamente le lingue orientali[23].

E deliberava nella successiva tornata delli 11 gennaio[24] che si mandassero al re di Persia sei bombarde grosse, dieci di mezza grandezza e trentasei minori. Erano le bombarde una specie di mortaio in forma di tromba, nella cui bocca poneasi in luogo di palla una gran pietra. Inoltre 500 spingarde, specie di grande balestre, schioppetti e polveri quanti più se ne potessero raccogliere, pali di ferro 300, zappe 3000, badili 4000, e finalmente un regalo di panni pel valore di diecimila ducati.

Nella relazione del suo viaggio in Persia, pubblicata dal Ramusio, il Barbaro narra che partì da Venezia insieme ad agì Mohammed con due galere sottili, seguite da due grosse, cariche di bombarde, spingarde, schioppetti, polveri, carri e ferramenta pel valore di 4000 ducati, e con 200 schioppettieri e balestieri, comandati da quattro contestabili e da un governatore che era Tommaso da Imola; e che li doni per Uzunhasan consistettero in lavori e vasi d'argento del valore di ducati 3000, in panni d'oro e di seta del valore di ducali 2500, e in panni di lana di color scarlatto ed altri fini del valore di ducati 3000.

E successivamente colle parti 5 novembre, 21 dicembre 1473 e 22 gennaio 1474, il senato ordinava di assoldare Antonio di Brabante bombardiere, e di mandarlo ad Uzunhasan insieme ad altri 500 schioppetti e 100 spingarde. Marino Contarini fu incaricato di fare questi nuovi acquisti; ed il capitano generale da mar, di farli giungere nella Persia[25].

Le commissioni a Giosafat Barbaro furono due: una palese, data il 28 gennaio 1473 [[Documento IX]], l'altra segreta l'11 febbraio seguente [[Documento X]].

Colla prima ordinavasi al Barbaro di andare oratore solenne per la repubblica in Persia, insieme al legato persiano agì Mohammed ed agli ambasciatori del sommo pontefice e del re di Sicilia, allo scopo di confermare ed animare vieppiù Uzunhasan nell'impresa contro i Turchi, e di recargli le chieste armi e le genti.

Cammin facendo egli doveva eccitare il capitano generale Mocenigo a fatti importanti nella nuova stagione, visitare il re e la regina di Cipro, procurando di indurli ad unire la loro flotta, e finalmente maneggiarsi per lo stesso fine coi cavalieri di Rodi.

Il veneto oratore dovea presentarsi al re di Persia insieme a Caterino Zeno, « per rendere più cospicua e solenne la ambasceria; ed esporgli, che la repubblica da dieci anni era in guerra col Turco deliberata di sostenerla e proseguirla d'accordo colla Persia sino all'ultimo eccidio del comune nemico; che aveva rifiutata ogni proposizione di pace; che l'armata veneta e la collegata aveano già infestate le marine dell'Anatolia, ed erano pronte a nuove e più importanti imprese nella prossima primavera; e finalmente che egli portava seco le chieste artiglierie e gli uomini capaci d'instruire in quell'arma il suo esercito ».

Le cose espresse nella detta commissione, ebbe il Barbaro autorizzazione di comunicare agli ambasciatori del papa e del re Ferdinando che lo accompagnavano, ma non quelle contenute nella commissione segreta che gli fu data l'11 febbraio 1473.

Questa portava le istruzioni particolari, nel caso che ad onta degli sforzi del veneto oratore, per animarlo alla guerra, il re persiano inclinato avesse alla pace:

« Essere intenzione della repubblica di non venire mai a pace col Turco, se non qualora quegli acconsenta di rinunciare in favore della Persia tutta l'Anatolia che è viscere della sua potenza, e le terre al di là dello stretto, con tutta la ripa opposta alla Grecia, ed il castello dei Dardanelli, ed inoltre si obblighi a mai più fabbricare alcun altro castello lungo quella spiaggia, onde possano i Veneziani aver libero il mar Nero e ristorarvi gli antichi traffici e commerci ».

Se poi la conclusione della pace avvenisse da parte di Uzunhasan, doveva il Barbaro impegnarlo ad includervi la repubblica, procurando di farle restituire la Morea, Metelino, Negroponte, od almeno Negroponte ed Argo.

Con queste commissioni pertanto Giosafat Barbaro partì da Venezia a' 18 di febbraio 1473, e per Zara, Lesina, Corfù, Modone e Rodi giunse a Famagosta il 29 di marzo[26]. Ma quantunque alla repubblica assai importasse il sollecito suo viaggio in Persia, egli dovette fermarsi circa un anno nell'isola di Cipro, essendo tutte le coste occupate dagli Ottomani.

Quivi egli diede prove di carattere saldo e di valentìa negli affari di stato, mantenendo in fede il Lusignano, che per ambizione di regno era più tenero degli infedeli che dei cristiani, e provvedendo col generale Mocenigo in aiuto del principe di Caramania.

Il quale, alleatosi alla repubblica fin dal 1464, avendo chiesto a Giosafat Barbaro, che trovavasi in Cipro, soccorso per ricuperare i castelli di Sighin, Kurku e Selefke, intorno ai quali stava il suo campo, ebbe dal Barbaro e dal Mocenigo la chiesta assistenza; perocchè, portatisi colla veneta armata alle marine, essi presero a viva forza Sighin ed ottennero a patti gli altri due castelli, che il Mocenigo[27] consegnò a Kasim beg fratello del Caramano, il quale ringraziatolo del possente aiuto, lo regalò di un leopardo e di un superbo destriero tutto addobbato con fornimenti d'argento[28].

Intanto Caterino Zeno non si stancava di eccitare la regina di Persia perchè persuadesse il marito a muovere la guerra a Mohammed, acerrimo nemico in particolare di lei, a cui avea fatta perire tutta la famiglia; per le quali persuasioni Uzunhasan, che era di già infiammato ad abbassare la potenza ottomana e ad innalzare la propria, scrisse al signore dei Georgiani che rompesse da quel lato la guerra[29], e mandò un oratore a Costantinopoli per chiedere Trebisonda ed i luoghi usurpati.

Questo oratore presentò al sultano, secondo il costume orientale, una mazza ed un sacco di miglio, per dimostrargli che il re della Persia avrebbe armato esercito potente e numerosissimo; ma il padishàh lo licenziava facendogli vedere a mangiare da poche galline quel miglio, e dicendogli: « Così i miei giannizzeri faranno cogli uomini del tuo signore, che sono soliti a guardar capre e non a guerreggiare[30] ».

Allora Uzunhasan rivolse ogni sua cura a raccogliere genti ed armi, e mandò notizia a Venezia della sua mossa, animando la repubblica a fare altrettanto dalla sua parte; con lettera recata da Sebastiano dei Crosecchieri cappellano di Caterino Zeno, nell'ottobre 1472[31].

Ai 15 di dicembre[32] lo Zeno partecipava le prime vittorie di Uzunhasan, che uditi i fatti della veneta armata sulle coste della Caramania, ancorchè non gli fossero ancora pervenuti i domandati sussidii, avea dato ordine di guerra, per nulla temendo i rigori della stagione e la mancanza di artiglierie.

Il veneto oratore seguì l'esercito persiano, e lo passò in rassegna prima che entrasse in campagna. Narra lo Zeno nella sua lettera del 9 ottobre 1472[33] che quello era composto di 100 mila cavalli, armati in parte alla maniera che usavasi in Italia, e in parte coperti da fortissimi cuoi atti a resistere ai grandi colpi. Gli uomini erano vestiti parte con corazzine dorate e maglie, e parte in seta. Aveano rotelle in luogo di scudi, e scimitarre.

Mentre l'esercito persiano dopo le prime vittorie attese nel verno a ristorarsi, Uzunhasan spedì un nuovo oratore a Venezia, il quale vi giunse per la via di Cipro nel mese di febbraio 1473, e recò la notizia della presa di Malatiah all'ovest dell'Eufrate, e dell'assedio di Bir[34].

Il serenissimo principe accolse il legato persiano con amorevolezza; si congratulò seco delle vittorie ottenute, esprimendo fiducia che il Barbaro si sarebbe recato quanto prima nella Persia colle bombarde, le spingarde, e coi maestri di artiglieria, spediti da quasi un anno. Ed egualmente scriveva ad Uzunhasan il 15 di febbraio[35], annunziandogli la venuta del Barbaro con efficaci sussidii, e l'ordine dato alla veneta armata di attaccare le coste, tostochè il di lui esercito si fosse a quelle avvicinato. Il Barbaro poi lo avvertiva da Colchos l'8 di giugno[36] di essere con potentissima armata e cogli ambasciatori del papa e del re Ferdinando ed agì Mohammed a di lui disposizione, e pronto ad attaccare la stessa Costantinopoli.

Queste lettere empierono di allegrezza e di speranze Uzunhasan, il quale ne fece bandire la nuova per tutto l'esercito, e salutare a suon di trombette e zambalare il nome veneziano [[Documento XI]].

I Turchi, fatto anch'essi il maggior sforzo, si avvicinarono all'Eufrate poco lungi da Malatiah, dove sull'altra riva erano schierati i Persiani in ordinanza. Quivi si incontrarono i due eserciti, ed azzuffatisi vigorosamente, prevalse il persiano. Il sopraggiungere della notte però impedì, che la vittoria di Uzunhasan riescisse decisiva e finale.

Rotti pertanto gli Ottomani, scriveva a Venezia Luca da Molino, sopracomito del porto di S. Teodoro[37]: che era vicino il re di Persia, che il Mocenigo aveva incominciate le operazioni marittime, e che già tutta la costa erasi assoggettata e restituita al Caramano.

Laonde, elevati gli animi alle più belle speranze, si vinceva in senato, dietro proposizione di Girolamo da Mula, il partito, di scrivere al Mocenigo che penetrasse con tutta l'armata nello stretto, e si portasse a battere immediatamente la stessa Costantinopoli, qualora però fossero stati di tale avviso il legato papale e il capitano di Napoli[38].

Ma poco stettero le cose a cangiare d'aspetto. Battuti i Turchi, fu Uzunhasan spinto dai suoi ad inseguirli al di là dell'Eufrate, e potè raggiungerli presso Terdshan nelle vicinanze di Erzengian, alla fine di luglio del 1473. Mentre il suo esercito era in marcia, mandò l'11 di luglio a chiamare lo Zeno e gli comandò di scrivere all'imperatore ed al re d'Ungheria di « metter a foco et fiamma il paese de l'Othoman in Europa, perchè essendo esso, con l'aiuto di Dio, per aver certissima vittoria contro l'Othoman, el vol ch'el sia sfrachassado da ogni parte, che più nol se possa refar, et che totalmente sia estinto el nome suo[39] ».

Confidando pertanto nella favorevole sua fortuna, e credendo per la recente vittoria di poter ancora facilmente superare l'esercito ottomano, Uzunhasan apprestò a battaglia le sue truppe, appena che lo ebbe raggiunto[40].

Ma, attaccato invece vigorosamente e disperatamente dai Turchi, egli rimase sconfitto per modo che dovette fuggire nelle montagne dell'Armenia, abbandonando il campo e le salmerìe, mentre invano suo figlio Seinel perdeva la vita, cercando di tener testa coi pochi rimasti [[Documento XII]].

Per quella stessa opinione che Uzunhasan teneva di essere invincibile, si avvilì maggiormente di questa sconfitta; laonde non vedendo altra speranza che nel soccorso dei principi cristiani, ai quali le sue disgrazie non toccavano meno che a lui, spedì Caterino Zeno come proprio ambasciatore presso ai principi d'Europa: con incarico di domandar loro quell'aiuto che richiedeva il pericolo comune, e particolarmente dacchè, in contemplazione della repubblica di Venezia e degli interessi della cristianità, avea preso le armi. Prometteva poi di mettere in campo per la ventura stagione un formidabile esercito, onde continuare nella impresa.

Partitosi lo Zeno dalla corte persiana, si diresse alle rive del mar Nero, dove, noleggiata una nave genovese di Luigi Dal Pozzo, corse pericolo di essere tradito e consegnato agli Ottomani, se Andrea Scaramelli di notte tempo accostandosi secretamente con una barca alla nave, da quella non lo avesse levato, e condotto incognito a Caffa, insieme ad un di lui servo chiamato Martino.

Quivi trovandosi lo Zeno spoglio di denari e di ogni cosa, e non potendo essere assistito dal povero suo liberatore, potè una seconda volta salvarsi da mal partito e così porsi in grado di adempire ai suoi incarichi, per la fedeltà del suo servo Martino, che tanto lo pregò fino a che egli accondiscese di venderlo siccome schiavo per provvedersi di denari pel viaggio. La generosità del Martino fu poi riconosciuta dal veneto senato, che lo riscattò e lo provvide di buona pensione[41].

Da Caffa lo Zeno scriveva alla signorìa, narrando il successo della guerra passata, le nuove speranze che ancora si avevano, e lo incarico a lui affidato da Uzunhasan, del quale spediva una lettera al doge Nicolò Tron relucentissimo sultan de la fede cristiana, cui prometteva di esser pronto a tentare di nuovo con tutte le forze della Persia la fortuna delle armi [[Documento XIII]].

Queste lettere furono assai gradite dal senato, che intendendo non essere ancora Giosafat Barbaro passato nella Persia, non gli parve convenisse alla dignità sua di lasciare un re affezionato e fedele senza un ambasciatore, dacchè lo Zeno erasi da lui dipartito.

Laonde il consiglio dei Dieci deliberava di spedirvi Paolo Ognibene[42] albanese, con commissione di confermare ad Uzunhasan che la repubblica intendeva di persistere nella lega, la quale non avrebbe mancato di fruttargli il possesso di tutta l'Asia turca; e di ponderare allo stesso quanto importava all'impresa che egli coll'esercito passasse l'Eufrate.

All'Ognibene non venne fissato alcun stipendio; ma gli fu promesso che la repubblica non mancherebbe d'usare verso la sua persona e famiglia la magnificenza solita verso chi ben la serviva.

Oltre a questa spedizione dell'Ognibene, il senato deliberava nel giorno 30 di ottobre dello stesso anno 1473[43] di eleggere un altro oratore solenne ad Uzunhasan; ma nominato Francesco Michele, egli rifiutò, e quanti altri venivano eletti declinavano tale onore per cagione del viaggio pericolosissimo; laonde furono prese le parti 22 e 30 novembre che stabilirono pene a chi si rifiutasse, e che autorizzarono il Consiglio a scegliere l'ambasciatore da qualunque luogo od ufficio.

Il 10 di dicembre 1473 fu eletto Ambrogio Contarini, quondam Bernardo, che accettò, ed il 20 scrivevasi al Barbaro, che sollecitasse intanto la sua partenza da Cipro e per qualunque via procurasse giungere al più presto possibile nella Persia.

Le commissioni date dal senato ad Ambrogio Contarini furono due, una palese, e l'altra segreta.

La prima [[Documento XIV]] ordinava al veneto legato di abboccarsi coll'ambasciatore di Napoli, di cercar notizie di Caterino Zeno che credevasi a Caffa, e di Giosafat Barbaro, e con questi e col segretario Paolo Ognibene concertarsi per la miglior riuscita della sua missione.

La commissione segreta [Documenti [XV] e [XVI]] ricordava, come l'anno precedente, ritenendosi che il re persiano penetrasse nell'Anatolia, la repubblica avea ordinato al capitano generale Mocenigo di spingersi vigorosamente coll'armata nello stretto fino a Costantinopoli, mettendo a ferro e fuoco tutta la ripa, onde il nemico vedendo in pericolo la propria capitale fosse costretto a ritirare gran parte delle sue genti, così agevolando la vittoria al re di Persia; che inoltre la repubblica aveva mandate le chieste artiglierie e gli uomini esperti a maneggiarle; per le quali cose doveva Uzunhasan convincersi della buona volontà dei Veneziani, e degli sforzi che sarebbero sempre pronti a fare in suo favore: sia ch'egli, seguendo il parere del senato, spingesse la guerra per terra, mentre la veneta armata penetrerebbe nello stretto; sia ch'egli preferisse la campagna della Sorìa: purchè per l'una o per l'altra di queste imprese egli muovesse sollecitamente, il tutto consistendo nella celerità delle operazioni.

Se poi il veneto oratore avesse trovato il re disposto a tregua o pace, gli si ingiungeva di far di tutto per istornarvelo; e, non riuscendo, di ottenere che alla repubblica fossero restituiti Negroponte ed Argo, od almeno ch'ella fosse inclusa nella pace.

Questa commissione segreta ebbe ordine il Contarini di imparare a memoria prima di partire d'Italia, e di ritenerla col mezzo di contrassegni e cifre a lui solo note, con obbligo assoluto di abbruciare il foglio in modo che non potesse mai essere letto da alcuno.

Intanto che l'Ognibene[44] ed il Contarini si dirigevano verso la Persia, e che il Barbaro altresì trovava mezzo d'incamminarvisi, Caterino Zeno proseguiva il suo viaggio di ritorno a Venezia, eseguendo le commissioni avute, quale ambasciatore del re persiano.

Trovò egli in Polonia il re Casimiro in guerra cogli Ungheri, ed esponendogli lo incarico avuto da Uzunhasan, lo esortò ed indusse a conchiudere la pace, per lasciare almeno agli Ungheri agio di unirsi nella lega contro i Turchi.

Dalla Polonia lo Zeno passò in Ungheria, dove ebbe grandi promesse, e l'onore del cavalierato il 20 aprile 1474. Finalmente egli arrivò in Venezia, e riferita in senato la commissione avuta dal re di Persia, fu per ciò inviato con altri quattro ambasciatori al papa ed al re di Napoli[45].

Queste legazioni non produssero il desiderato effetto e tornarono vane. I principi della cristianità si erano, secondo la robusta espressione di Giovanni Sagredo[46], raffreddati, anzi intirizziti. Ritornato in patria lo Zeno, fu egli nominato del Consiglio dei Dieci, a grande maggioranza di voti.

Frattanto il Barbaro col solo agì Mohammed ed il cancelliere, travestiti da pellegrini, senza roba e senz'altra famiglia, abbandonati anche dal legato papale e da quello di Napoli, poterono incamminarsi per la Persia l'11 febbraio 1474[47].

La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro fu pure pubblicata dal Ramusio, e, tradotta in latino dal Geudero, fu inserita nell'Historia rerum persicarum del Bizarro.

Narra il Barbaro che partitosi finalmente da Cipro sbarcò al Kurku, e per Selefke, Tarsus, Merdin, Assankief e Sairt arrivò al monte Tauro, dove nel giorno 4 di aprile, assalito dai Kurdi e spogliato di ogni cosa, egli potè a stento salvarsi fuggendo, per aver sotto un buon cavallo. Ma egual sorte non toccava ad agì Mohammed ed al cancelliere, che rimasero da quegli assassini trucidati. Le disgraziate vicende del viaggio del Barbaro non si limitarono a questa, che, giunto a Vastan presso Tauris, e richiesto del suo nome e della sua missione da quei Turcomanni che si trovavano alla porta della città, avendo egli detto di tener lettere per il loro re, ma che non credeva cosa onesta il mostrarle, fu assai maltrattato, e colpito dal loro capo con un pugno così vigoroso nella mascella, che per quattro mesi gliene durò il dolore.

Arrivato finalmente il veneto legato in Tauris ed acconciatosi in un caravanserai, fece sapere ad Uzunhasan che desiderava di presentarglisi. Il re mandò per lui immediatamente la mattina appresso; laonde fu condotto alla sua presenza così male in arnese, che « quanto avea in dosso non potea valere due ducati ». Fu accolto assai cortesemente dal persiano, che gli promise soddisfazione, e compenso del danno patito[48].

Il luogo del ricevimento fu un padiglione del magnifico palazzo detto Aptisti, che tenevasi per una delle meraviglie della Persia. Il padiglione giaceva nel mezzo di un giardino a trifoglio, con una rigogliosa fontana d'innanzi[49]. La loggia era decorata a grossi mosaici di varii colori; a mano sinistra sedeva il signore della Persia sopra un cuscino di broccato d'oro, con un altro simile dietro alle spalle, ed al suo lato stava un brocchiero alla moresca colla sua scimitarra. Uzunhasan ricevette il veneto ambasciatore, circondato dai grandi del suo regno, e mentre varii cantori facevano sentire dolci concenti, al suono di arpe, liuti, cembali e pive. Il giorno dopo mandò al Barbaro due vesti, uno sciallo di seta, una pezza di bambagio da mettere in capo, e ducati 20.

La relazione del viaggio di Giosafat Barbaro continua narrando i costumi, le ricchezze, il commercio, i prodotti della Persia confrontati con quelli d'Italia, e descrive l'esercito e la potenza di quel re. Dati questi importantissimi, ma che è inutile di ripetere, dacchè stanno pubblicati nelle sopracitate collezioni, insieme ad un'altra non meno interessante descrizione della Persia fatta da un mercante veneziano, che ivi dimorò intorno a quel tempo.

Circa l'esito della sua missione, il Barbaro dice: che quando arrivò in Tauris, correva voce che Uzunhasan fosse deciso a continuare nella lotta contro i Turchi, ma che le conseguenze della infelice giornata di Terdshan, la ribellione di Oghurlu Mohammed, e la tiepidezza delle corti cristiane resero impossibile la riscossa. Egli portò invece le armi contro il re di Gorgora, e fatta con esso la pace, si ritirò nei propri stati, ove morì il giorno dell'Epifanìa dell'anno 1478.

Dopo la morte di Uzunhasan avvennero nella Persia i più gravi sconvolgimenti, che portarono finalmente la esclusione dal trono della sua dinastìa.

Laonde il Barbaro, presa licenza, si unì ad un armeno che recavasi in Erzengian, ove giunse ai 29 di aprile 1478. Quindi con una carovana andò in Aleppo ed in Beiruth, e con una nave di Candia si portò in Venezia, per recare al senato le notizie della sfortunata sua legazione.

Ed esito simile ebbero pur quelle di Paolo Ognibene e di Ambrogio Contarini.

Paolo Ognibene arrivava dalla Persia il 17 di febbraio 1475 e riferiva nel Consiglio dei Dieci: che entrato nel paese del Caramano si era unito con alcuni Turchi che andavano alla Mecca, dai quali poche miglia fuori di Aleppo si dipartì fingendo di avere perduta la borsa, e così avendo potuto ritornare in quella città, prese il cammino della Persia. Passato l'Eufrate, egli entrò nel paese di Uzunhasan, e presentatosi a quel re, fu accolto amorevolmente ed udito con attenzione.

Pochi giorni dopo l'arrivo in Persia dell'Ognibene vi giungeva Giosafat Barbaro, laonde Uzunhasan incaricava l'Ognibene di ritornare tosto a Venezia, e di esporre alla signorìa, ch'egli era re della propria parola, e che nella prossima primavera avrebbe allestito un poderoso esercito.

La relazione dell'Ognibene fu assai grata al Consiglio dei Dieci, che lo premiava colla nomina di massaro all'ufficio delle Rason vecchie, collo stipendio annuo di ducati 400[50].

Anche la relazione del viaggio e dell'ambasciata in Persia di Ambrogio Contarini fu pubblicata nelle citate collezioni. Partitosi quell'oratore da Venezia a' 23 di febbraio 1473, andò per la via di terra a Caffa, ove giunse ai 26 di aprile, passando per Norimberg, Potsdam e la Russia bassa. Imbarcatosi sul mar Nero, si recò alle foci del Fasi al 1º di luglio, e per la Mingrelia, la Georgia e parte dell'Armenia, giunse al 4 di agosto nella città di Tauris.

Ma siccome il re di Persia trovavasi in Ispahan, il Contarini si diresse a quella volta, ove incontrò Giosafat Barbaro che lo seguiva in qualità di legato della repubblica.

Nel giorno 4 di novembre 1474 il veneto oratore si presentò ad Uzunhasan ed offerì le sue credenziali. Esposta la commissione avuta dal senato, ebbe affettuosissima accoglienza, ma assai breve ed ambigua risposta. E ritornato poi colla corte in Tauris, gli fu commesso da quel re di partire per Venezia, e di recare la notizia che egli era pronto a far la guerra. Fu il Contarini regalato di due vesti, di un cavallo e di poche altre cose, e fu incaricato di portare alla signoria alcune spade e turbanti.

Nel 28 di giugno 1475, quantunque convinto che le promesse di Uzunhasan difficilmente sarebbero state mantenute, il Contarini si licenziò da quel re, e per la via del Caspio e della Tartaria si diresse a Venezia.

Il viaggio di ritorno riescì al veneto legato oltremodo faticoso, avendo dovuto per terre barbare ed infestate, viaggiare senza o con pochi danari. Egli portava indosso una casacca tutta squarciata, foderata di pelli d'agnello, una triste pelliccia, e un berretto pure di agnello. Passato il gran deserto dell'asiatica Sarmazia, arrivò in Moscovia, e presentatosi a quel duca, fu assai bene accolto e regalato; quindi per la Lituania, la Polonia e l'Allemagna giunse a Venezia il 9 di aprile 1477, e riferito in senato l'esito della sua missione, corse a ringraziare Iddio di averlo preservato da tanti pericoli e di avergli conceduta la grazia di rivedere la patria.

Colla morte di Uzunhasan terminava per Venezia l'ultima speranza di appoggio; laonde nel 1478 la repubblica fermò pace colla Turchia, e pose fine ad una lotta che durò sedici anni, e che avrebbe potuto vendicare il 1453, in cui compievasi la gran vergogna della cristianità, e liberare l'Europa da una causa incessante di perturbazioni e di guerre.

[II].

La repubblica di Venezia però non cessava di considerare con grande interesse le cose persiane, dacchè a quella parte stavano ancora rivolte le sue speranze, nel quasi totale abbandono dei principi cristiani.

Sembra che il segretario veneto Giovanni Dario, spedito nell'anno 1478 alla Porta per negoziare la pace, avesse poi incarico nel 1485 dal bailo Pietro Bembo, di recarsi nella Persia, per attingere notizie sulla condizione di quel regno sconvolto dopo la morte di Uzunhasan, e sulla possibilità di una comune riscossa. Due lettere in fatti si conservano del Dario [Documenti [XVII] e [XVIII]], le quali però narrano solamente l'accoglienza ch'egli ebbe nel campo persiano, e quella fatta agli ambasciatori dell'Ungheria e dell'India, che eransi pure in quel tempo recati colà.

Allorquando poi il valoroso Ismaìl, capo della setta credente in Alì, detta dei Ssufì

[51], approfittando dell'entusiasmo religioso s'insignorì della Persia, il veneto senato non solo cercò, col mezzo dei suoi rappresentanti in levante, ogni particolare notizia sull'origine, le forze ed i progressi di lui, ma rottasi la pace colla Turchia nel 1494, introdusse pratiche di alleanza con esso e col principe di Caramania.

Un gentiluomo di Costantinopoli, abitante in Cipro e suddito veneto, Costantino Lascari, spedito a questo fine nella Persia, lesse in senato al suo ritorno in Venezia nel 1502, una preziosa relazione del sufì [Documenti [XIX] e [XX]], dalla quale la repubblica, se ricavò importanti notizie delle vittorie e progressi persiani, dovette però convincersi non essere possibile di ristorare allora l'antica lega con Ismaìl, laonde mancandole eziandio i soccorsi chiesti alla Francia ed al Portogallo, conchiuse la pace colla Turchia, che fu giurata il 14 dicembre 1502 dal sultano, e il 20 maggio 1503 dal doge.

Non ismettevasi tuttavolta in senato il pensiero, che fu poi la costante politica tradizionale della repubblica, di studiare le occasioni opportune, per frenare la prepotenza ottomana, e per rilevare in levante la supremazìa politica e commerciale dei Veneziani.

I dispacci dei baili a Costantinopoli riportati dal Sanudo, e quattro relazioni che in quei preziosi diarii sono pure conservate inedite, fanno di ciò piena testimonianza. La prima è una deposizione del nunzio Dell'Asta fatta alla signoria nel dicembre 1501, intorno al nuovo profeta Ismaìl[52]; la seconda una relazione 7 settembre 1502 del luogotenente di Cipro Nicolò Priuli, sui progressi del sufì e della sua setta[53]; la terza una deposizione fatta nell'ottobre 1503 intorno ai successi persiani, da un Moriati di Erzerum spedito appositivamente in Tauris dai rettori di Cipro[54]; la quarta finalmente è una lettera di Giovanni Morosini da Damasco del 5 marzo 1507[55], la quale narrando con ogni possibile esattezza le lotte del sufì contro Alidul e la Turchia, rappresentava al senato « quello essere il momento opportuno di cospirare d'accordo fra i principi cristiani e la Persia, nella santissima impresa di scacciare il Turco d'Europa ». La lettera del Morosini termina col seguente ritratto dello shàh Ismaìl.

« Il sophi è adorato et è nominato non re nè principe, ma sancto et propheta: è bellissimo giovane senza barba, studiosissimo et doctissimo in lettere, dicono aver con sè tre preti armeni, i quali per otto anni continui sien stati suoi precettori, et non lascivo al solito dei Persi, homo de grande justitia et senza alcuna avidità, et molto più liberal de Alexandro, anzi prodigo di tutto, perchè come gli vien el danaro subito lo distribuisce in modo che el par un Dio in terra; et come ai templi se fanno offerte si offeriscono a lui le facultà, et hanno de gratia che tanto si degni de acceptarle. La fede veramente che el tien no se intende; ma se pol conjetturare che el sia più presto cristiano che altro, persuadendo li popoli che Dio vivo che è in cielo li governa. Vive con amor religioso et si contenta di quanto ha minimo et privato homo. L'ha tamen qualche schiava et anchor non legittima mogliera; nol beve vino palese nè occulto, ma qualche volta el mangia certa herba che alquanto aliena, et allora commette qualche severità; et tamquam sanctus par de divination, perchè mai si consiglia con alcun; et per questo tutti crede che el sia ad ogni sua operation divinitas in ispirito. El tien una gatta sempre con lui, et guai a chi fasse alcuna offension a quella.... ».

Questo valoroso principe fondatore della dinastìa dei Sufiani, non mostrava minore desiderio del veneto senato, a stringere l'alleanza, e ad unire le proprie armi a quelle della repubblica.

Scriveva in fatti il console a Damasco Bartolomeo Contarini nel novembre dell'anno 1505[56]: essere a lui venuto un chasandar del Caramano con una lettera del sufì di Persia, scritta in lingua agemina[57], al soldan dei Veneziani, colla quale narrando le conseguite vittorie gli partecipava il suo grande amore e la sua speranza di presto incontrarsi con lui.

Questa lettera fu ricevuta a Venezia nel gennaio 1605 [[Documento XXI]] insieme ad alcune monete d'oro e d'argento del nuovo signore della Persia, le quali portavano le seguenti iscrizioni così ricordate dal Sanudo nei suoi diarii[58].

Da una parte:

« Soldam, Ladel, Elchemel, Elhadi, Sainsa, Elmoda, Ismail Sain, Chaledule Melche (El Signor giusto, compido, corredor, re dei re, el victorioso Ismail mundo et puro, Iddio fazi el so regno eterno) ».

E dall'altra parte la formula religiosa dei Persiani:

« Lailla, Lhalla, Mahumet Resulhalla, Uhalì, Ulihalla (Un solo Dio, un solo messo Maometto, un sanctissimo Ali) ».

E due anni appresso Ismaìl reso ancor più potente per felici imprese, e nemico a Bajezid per la diversità della religione e la gelosia del dominio nell'Asia, mandò formalmente oratori a Venezia per chiedere alleanza, conforme a quella che Caterino Zeno aveva conchiusa con Uzunhasan[59].

Ma per quella fatalità, che ha poi sempre impedito la effettuazione del grande concetto politico dei Veneziani, in quel tempo medesimo i principi cristiani congiurando a Cambray contro Venezia, la posero nella necessità di lasciarsi sfuggire la vagheggiata occasione.

Il senato ricevette il primo annunzio di questa intenzione del sufì dal console a Damasco Contarini, con dispaccio 4 marzo 1508[60]; quindi nel settembre dello stesso anno il provveditore di Napoli di Romania scrisse ai capi del Consiglio dei Dieci, che di notte secretamente erasi a lui presentato un messo del sufì della Persia « per pregarlo di informare il veneto senato che il suo re era amico dei cristiani, veniva a rovina del Turco, voleva bene a san Marco et alla signorìa, ed aveva fatto penetrare il suo esercito nell'Anatolia[61] ». Finalmente colla nave di ser Francesco Malipiero arrivarono a Venezia due oratori, uno persiano ed uno caramano, con lettera di Ismaìl tradotta dal console Pietro Zeno, la quale, accreditando i suoi ambasciatori, esprimeva la buona amicizia che il re persiano portava alla repubblica, ed il suo desiderio di stringerla maggiormente e più efficacemente[62]. Accolti essi cortesemente dal senato, furono a spese pubbliche alloggiati nel palazzo Barbaro a s. Stefano dove abitava l'oratore di Francia.

Pochi giorni dopo si presentava in collegio il solo ambasciatore persiano, colla formale domanda d'Ismaìl: che gli fossero mandati dall'Italia per la via di Sorìa maestri che gettassero artiglierie; e che la veneta armata tenesse occupato Baiezid nella guerra di mare presso alle coste della Grecia, mentre egli lo avrebbe chiamato a battaglia nell'Asia minore.

Il collegio ricevette onorevolmente l'ambasciatore persiano; ma gli fece rispondere dai savi « che i Veneziani si ricordavano molto bene la buona amicizia e la lega che avevano stretta col re di Persia, che essi erano molto contenti che il sufì fosse nemico dei Turchi, avesse pensato di comunicare alla repubblica l'interesse della guerra, e promettesse quelle cose, le quali se Uzunhasan avesse mantenute non vi sarebbe forse più stata occasione di muover guerra agli Ottomani; ma che tali erano i cambiamenti delle cose del mondo, che siccome in quel tempo il persiano non pensò o non potè ritentare la sorte delle armi, così ora la repubblica trovandosi in gravissima condizione, non poteva far ciò che pure ardentemente desiderava, avvegnachè era occupata in una importantissima guerra, mossale dai più potenti sovrani d'Europa che avevano congiurato a Cambray, non provocati da ingiuria alcuna, ma solo eccitati da invidia della felicità dei Veneziani ».

E però si commetteva al persiano di riferire al suo re: che la repubblica avrebbe all'occasione e potendo fatta ogni opera affinchè il sufì conoscesse ch'ella non aveva cosa alcuna più cara dell'amicizia dei Persiani, nè maggior desiderio di quello, di unire alle loro le proprie armi, per frenare od abbattere la prepotenza ottomana[63].

L'ambasciatore persiano, così licenziato, partì colle galere di Cipro, arrivato in Candia ammalò[64]; quindi passato nella Siria, tenne ragionamento segreto con Pietro Zeno console veneto in Damasco sulla probabilità di un prossimo concorso della veneta armata colle forze persiane.

La qual cosa essendo venuta a cognizione del sultano del Cairo, egli altamente se ne adirò, rispetto particolarmente alle minaccie fattegli da Bajezid, per aver tollerato che nei suoi stati, ministri persiani congiurassero contro di lui; laonde ordinava la immediata carcerazione dello Zeno, e del console veneto in Alessandria, Contarini.

Scriveva allora il senato al sultano[65]: non aver avuto la veneta signorìa alcuna ingerenza in quei discorsi, che se pur fossero stati fatti erano di carattere meramente privato, nè alcuna notizia di que' nunzi... « Se questa po' è causa de romper una tanto longa amicizia lo lassemmo al savio parer del sultan. No giustifichemo cosa alcuna, solo dicemo la verità[66] ».

Lo Zeno ed il Contarini tosto furono posti in libertà; ma non essendo cessato del tutto il mal animo del sultano per la venuta in Venezia degli oratori persiani, il senato commetteva a Domenico Trevisan, eletto nel 22 dicembre 1511 ambasciatore straordinario al Cairo per affari di commercio, di cercare ogni mezzo e via di calmarlo « rappresentandogli che la loro venuta non fu ad alcuno male efecto, ma solum per comunicare le occorrenze et li successi del loro signor, el qual mostrava di esser affetionato alla signorìa nostra, et ai quali fu in corrispondenza con parole generali risposto, com'è costume della signorìa nostra de fare con tutti[67] ».

Di questa ambasciata Domenico Trevisan lesse in Pregadi a' 24 di ottobre 1512, la stupenda relazione riportata dal Sanudo[68], e Pietro Zeno narrò pure lungamente i suoi casi nel gennaio dell'anno seguente[69].

E quella non fu la sola volta che i Veneziani nella Siria mostrassero troppo chiaramente lo interesse della repubblica per la Persia, mentre si ha notizia di un Andrea Morosini, rinomatissimo pel vasto negozio di mercatura in Aleppo, che fu fatto morire per avere nell'anno 1526 sovvenuto di danari e di cavalli Roberto ambasciatore di Carlo V, che passava in Persia[70].

Posto fine colla pace di Bologna, 1529, alla guerra che slealmente aveano mossa i principi cristiani alla repubblica, essa ricominciò a guardare all'oriente verso il naturale suo nemico, e a seguire colla più viva attenzione le vicende delle guerre che ferveano nell'Asia fra i Turchi ed i Persiani.

Riferiva in senato a' 3 di giugno Daniello Ludovisi segretario, ritornato da Costantinopoli[71], che quantunque le forze del re di Persia, limitate a cento e ventimila cavalli, non si potevano ritenere in caso di contrastare felicemente col Turco, la gran difesa di quel regno consisteva nel ritirarsi, spogliando il paese di ogni sorta di vettovaglie; ed il bailo Bernardo Navagero nel 1553[72] assicurava che il sufì era poco meno che adorato dai suoi sudditi e temuto assai dal Turco, il quale non potrà avere mai nemico maggiore del re di Persia, per la differenza della religione e per la condizione rispettiva dei loro Stati.

Daniele Barbaro presentava nello stesso anno 1553, una relazione della guerra di Persia mossa da Suleiman per vendicare la infelice spedizione del 1548; la quale relazione, pubblicata siccome anonima dall'Albèri[73], è ricca di curiose ed importanti notizie; bella soprattutto per tre minute descrizioni: della fine miserabile di Mustafà figliuolo di Suleiman fatto strangolare per ordine del padre; della città di Aleppo; e della pomposa entrata che vi fece il padishàh.

Ricordava il bailo Domenico Trevisan sul finire dell'anno 1554[74] essere il sufì l'unico impedimento al gran signore di impadronirsi di tutta l'Asia.

Ed Antonio Erizzo ritornato da Costantinopoli nel 1557, narrando i particolari della guerra turco-persiana finita colla pace di Amasia nel 1555, considerava[75] il manifesto pericolo che dalla parte della Persia sovrastava alla Turchia, ed il mal animo del gransignore contro quel re, del quale avrebbe voluto più presto la rovina che di qualsivoglia altro, ancorchè cristiano.

Marino Cavalli nel 1560 riferiva in senato[76] che il gransignore assai temeva il re della Persia per la possibilità sua di sollevargli alle spalle tutto il paese, quando egli fosse in guerra coi cristiani; e faceva constare che soltanto tre cose potevano condurre a rovina l'impero ottomano, cioè: I. Le divisioni ed i dissidii interni. II. La corruzione del governo e la vita licenziosa, avara e sensuale di quei popoli. III. Un re di Persia valoroso che, fatta la pace coi Tartari suoi confinanti, volesse ricuperare il suo, coll'aiuto dei principi cristiani: aiuto che, secondo il Cavalli, avrebbe dovuto prestarsi per almeno cinque o sei anni, dacchè « non bisogna pensar di soggiogar mai i Turchi, nè vincerli, se non ammazzandoli, come essi fecero dei Mamelucchi, e questo non si potrà fare in poco tempo, nè con due o tre battaglie ».

Finalmente il bailo Marcantonio Barbaro sosteneva in senato: che freno alcuno non potea maggiormente domare ogni insolente pensiero dei Turchi, quanto il conoscere essi la buona intelligenza fra i principi cristiani ed il re della Persia[77].

Per queste considerazioni e rispetti, allorquando Selino mosse la guerra ai Veneziani, per la conquista del regno di Cipro, la repubblica deliberava di rivolgersi a Thamasp re di Persia, eccitandolo ad unirsi seco nella lega per vendicare le antiche e le recenti ingiurie.

Il Consiglio dei Dieci consegnava a tal fine, nel 27 di ottobre 1570 a chogia Ali negoziante di Tauris, che trattenutosi a Venezia per affari di traffico, desiderava di ritornare nella Persia, una lettera ducale a quel re [[Documento XXII]], colla quale annunciandogli la ingiusta guerra intrapresa contro la repubblica da Selino, lo eccitavasi a fare un'importante diversione nell'Asia, che avrebbe paralizzate le forze turchesche, accresciuta gloria al suo nome, potenza e sicurezza all'impero persiano. E tre giorni appresso il medesimo Consiglio dei Dieci commetteva al segretario del senato Vincenzo degli Alessandri [[Documento XXIII]], uomo peritissimo nel viaggiare e conoscitore delle lingue orientali per la lunga dimora fatta a Costantinopoli, di recarsi secretamente nella Persia con altra lettera ducale a quel re [[Documento XXIV]], per informarlo a viva voce dei grandi apparecchi che si facevano da tutti i principi cristiani onde assalire con eserciti e flotte l'impero turchesco, e per esortarlo a cogliere la favorevole occasione di rompere dalla sua parte la guerra, mentre gli Stati ottomani nell'Asia erano spogli delle truppe mandate all'impresa di Cipro.

Il viaggio del veneto oratore nella Persia e l'esito della sua missione, furono dallo stesso Alessandri narrati col dispaccio ufficiale 24 luglio 1572, che qui si riporta nella sua integrità[78].

Serenissimo Principe, Illustrissimi Signori.

« Essendo in questo ritorno di Persia cascato in pericolosa disposizione di febbre e petecchie in Leopoli, e parendomi essere alquanto risanato, mi posi in cammino per presentarmi a' piedi di Vostra Serenità, nè avendo ancora avuto le forze per poter continuare, essendo molto battuto sì dal lungo viaggio che dalla presa malattia, mi sono fermato per qualche giorno in questa città, e comprendendo quanto può esser caro alla Serenità Vostra saper el successo del negozio commessomi, ancorchè da Tauris due volte abbia inviato per l'Armenia lettere a Costantinopoli all'illustrissimo Bailo, le dico: che dappoi che fui spedito da questo medesimo Consiglio a Tamasp re di Persia con lettere e con commissione che io gli dessi conto della guerra ingiustamente mossale da sultan Selin, delle gran preparazioni di armada che per difesa de' suoi stati ed offesa di sì gran inimigo la Serenità Vostra aveva fatto, e dell'unione dei principi cristiani mossi per questa causa, che dovessi etiam invitare desso re a prender l'armi in sì venturata occasion contro detto Selin, mi partii con quella maggior diligenza che fu possibile tenendo la via di Germania, Polonia e Bogdania, discendendo nel paese del Turco a Moncastro, città sopra le rive del mar maggiore, dal qual luogo scrissi alla Serenità Vostra ai 19 di marzo del 1571 e le diedi avviso del cammin che avevo a tenere, ed essendomi alquanti giorni fermato per aspettar passaggio che mi conducesse in Asia; venuta occasion di nave, mi partii, nè potendo per venti contrarii arrivare a Trebisonda, com'era intenzione mia, smontai a Sinope, sebben per quella via il cammin fu lungo e di molto pericolo, avendo dovuto passare per la città di Samsum, Tokat, Erzengian, Derbent ed Erzerum e de lì entrar nella Persia.

« Giunsi nella città di Tauris, metropoli di quel regno, a' 17 di luglio, mi fermai alquanti giorni per prendere informazione del modo del negozio di là, per non andar del tutto nuovo ed inesperto a Casbin, città dove il re già da molti anni fa la sua residenza. Ed essendomi imbattuto in un gentiluomo inglese, el qual per via di Moscovia con molta facultà di carisce ed altri panni era venuto per il fiume Volga in Persia, con nome di ambasciatore della regina e con lettere di credenza, e si aveva trovato col re e fatti gran presenti ed ottenuti comandamenti di poter liberamente contrattare, condur mercanzie e dal paese trarne quella quantità e sorte che le pareria sì per conto suo, come di altri mercanti inglesi; avendo con detto gentiluomo contratto alquanto di amicizia, intesi il modo del governo e come sultan Caidar Mirza, terzo figliuolo del re e luogotenente del padre, indirizzava tutti li negozi; con queste ed altre istruzioni della natura del re mi partii, ed ai 14 d'agosto giunsi a Casbin, essendo venuti a trovarmi alcuni mercanti armeni i quali avevano mandati li loro fattori in cotesta inclita città desiderando sapere alcuna nuova, li dissi che la Serenità Vostra li aveva licenziati già molto tempo insieme colle loro robe e che erano partiti prima di me, alli quali domandai l'ora che il figliuolo del re ammette all'udienza; mi dissero per ordinario di notte, dicendomi etiam esser signori della loro terra chiamata Diulfa e che uno risiedeva lì per agente. Mostrando essi di aver facile introduzione li dissi che io aveva lettere di Vostra Serenità alla maestà del re, e che mi sarebbe stato caro per mezzo loro che alla corte di Mirza si fosse saputa la mia venuta. Questi si partirono ed aspettato che detto signor uscisse dal padre, il quale secondo il costume di quella corte non uscì dal consiglio prima che a tre ore di notte, e subito giunto al suo palazzo li diedero avviso; nè mettendo tempo di mezzo comandò ad alcuni dei suoi gentiluomini che venissero per me.

« Giunto io a lui, si partì da uno delli fratelli ed altri signori con li quali guardavano alcuni giochi di fuoco e solo con un suo gentiluomo si ritirò sotto una loggetta. Introdotto che fui alla sua presenza dissi: che se la Serenità Vostra avesse saputo che S. A. tiene sì degnamente il grado di Luogotenente del re, con ispeciali lettere là lo avrìa honorato, siccome colle presenti lo fa alla maestà di suo padre. Mirza con grata ciera rispose che io fossi il benvenuto, e che li pareva strano il mio lungo cammino in questi tempi per paese degli Ottomani. Mi domandò se aveva presso di me la lettera: io gli mostrai il vasetto di stagno, e dissi che la era là dentro, per il che restò pieno di meraviglia, la prese e volse in un fazzoletto dicendo di presentarla così al re; mi domandò se v'era altro al presente, risposi che con gran fatica mi avevo potuto solo presentare a S. A. rispetto l'esser venuto per mezzo il paese de nemici, ma che con occasione la Serenità Vostra non avrìa mancato di onorare la maestà del re e sua signorìa con quei degni presenti che se le conveniva. Ringraziò e mi dimandò del contenuto della lettera. Io gli dissi che credevo che la Serenità Vostra desse avviso a S. M. della poca fede osservatale da sultan Selin, il quale con solenne giuramento aveva promesso e giurato in nome di Dio, delli profeti, e per le anime dei suoi passati di osservar buona e sincera pace colla Serenità Vostra, ora mosso da avido desiderio, sprezzando ogni onor, nè curandosi di esser tenuto presso i principi del mondo mancator di parola, con tutte le forze sue da mare e da terra aveva fatto sbarcare eserciti a Cipro per impadronirsi di quell'isola; però che la S. V. colla sua potentissima armata di molte galere, galeazze, navi ed altri vascelli di battaglia si era preparata all'offesa di sì crudel tiranno, e che desiderava che la maestà del re sapesse che siccome poco innanzi il Turco non osservò il giuramento fatto all'ambasciatore di V. S., così non osserverebbe le promesse fatte all'ambasciatore di S. M., ed avrebbe cercato quanto prima pace colla S. V. per cominciare guerra con lui, come per molti esempi delli passati imperatori ottomani, S. A. poteva di ciò esser certa; e che ora in sì grande e quasi certa occasione di vittoria, la S. V. mi avea mandato per invitar il re suo padre a prender l'armi, essendosi mossi già li maggiori principi cristiani; e che solamente bastava che S. M. col potentissimo suo esercito si muovesse sia per riavere le città e castelli ingiustamente toltigli dalli passati signori ottomani, sì per la molta inclinazione che tutto il popolo dal fiume Eufrate fino alli suoi confini gli portava, come a re giusto et loro antico naturale signore. Il che non gli saria stato difficile, rispetto che molti bascià, baglierbei di Natolia, di Caramania e sangiacchi, erano andati all'impresa di Cipro, avendo lasciato il paese privo d'ogni presidio di gente; oltrecchè la S. V. insieme colli principi averia in modo tenuto oppresse in quelle parti le forze di esso Selino, che non saria mai stato ardito di abbandonar Costantinopoli per passare in Asia.

« Mirza, dopo di avermi con attenzione ascoltato, disse che era proprio dei signori ottomani il primo e secondo anno del loro imperio romper ogni promessa, dicendo esser benissimo istrutto della loro poca fede, e che avria data la lettera al re e fattogli sapere le cose da me intese, procurando di farmi avere udienza quanto prima, e più segretamente; perchè in tal negozio conosceva esser così l'intenzione sua, rispetto che l'ambasciatore d'Inghilterra già poco tempo avendole baciato pubblicamente la mano, avea messo in gran sospetto li bascià delli confini, li quali fin allora dissero che S. M. era per unirsi colli Franchi; il che se lo farà, non vorrà che di ciò abbiano avviso alcuno, nemmeno occasione di sospettare sicchè coglierlo potrà alla sprovvista; dimandandomi se di certo la lega era conclusa e quali principi erano più potenti in mare. Gli dissi, la Serenità Vostra, la maestà del re di Spagna ed il sommo pontefice; mi domandò se il re di Portogallo era compreso in detta lega, gli dissi che ancor lui era per entrare, perchè oltre l'essere congiunto di stato e di volontà col re di Spagna, era figliuolo di una sua sorella; mi dimandò etiam del re di Francia: risposi che al presente non aveva galere; e qui si pose fine, partendomi accompagnato dal suo maggiordomo, il quale mi disse che Mirza di queste nuove sentiva grandissimo piacere, e che ogni particolare avria riferito al padre.

« Stando io in aspettazione di essere chiamato al re, et passati alcuni giorni dissi alli Armeni, i quali del continuo erano alla porta di Mirza, che mi pareva strano non aver avviso alcuno di essere introdotto, e mi sarebbe stato caro che dal maggiordomo avessero inteso se a S. M. era stata presentata la lettera e quello che l'aveva comandato: i quali intesero che la mattina seguente Mirza gliela avea presentata in quel vasetto, che era stato in lungo ragionamento col padre, ma non sapevasi quello avesse ordinato. Il secondo giorno andai dal detto maggiordomo, il quale disse aver inteso da Mirza che il re aveva comandato che mi fermassi, e fatta tradurre la lettera dal dragomanno che fu dell'ambasciatore d'Inghilterra, il quale si era fatto turco, e visto che per quella accusava una antecedente mandata da V. S. per un chogia Alì mercante di Tauris, però voleva vedere anche quella, poi mi avria spedito. Gli dissi che detto mercante non poteva molto tardare, essendosi partito da Venezia due mesi prima di me, e che sebbene la S. V. mi aveva imposto diligenza, mi acquetava col volere di S. M.

« In questo intervallo di tempo cercai di istruirmi di ogni particolare, sì della persona ed animo di questo re e figliuolo, come dei signori da loro chiamati sultani, del modo di governo di quella corte e regno, delle loro entrate e spese et etiam della qualità e numero di milizie che possono fare, come dalla S. V. nell'ultimo del mio partir mi fu comandato che io avessi ad osservare, le quali cose non scriverò al presente, sì per non attediar colla lunghezza loro la S. V., come per non essere in atto di poterlo fare.

« Giunse a' 3 di novembre chogia Alì accompagnato da un gentiluomo del sultano di Tauris parente del gran cancelliere al quale fu indiricciato, e subito condotto al re prima ch'io sapessi la sua venuta, il quale aspettai che uscisse dal palazzo, e mi riferì che S. M. gli aveva dimandato dove si aveva trattenuto tanto tempo e che era molti giorni che lo aspettava e avvicinandosegli disse: questo è di quel bel panno di Venezia, avendo chogia Alì fatto presente di tre veste. Gli diede il libro dicendo che la lettera della S. V. era là nella coperta, il re ordinò al nipote figliuolo di Codabem Mirza, primo figliuolo di S. M. che dovesse portarle dentro alle donne; gli domandò se era vero della lega, e se a Venezia era carestia di grano, rispose esser la lega conclusa al fermo, e che al presente vi era abundanzia non avendo durato la carestìa se non che 4 mesi, domandò se in detto tempo si trovava pane, disse che ve ne era quantità grande e che per tutte le piazze si vendeva ma era caro; rispose il re di ciò poco importava dicendo questo esser contrario agli avvisi che da un ciaus di Erzerum li furono dati, il quale disse che non si trovava pane per danari e che perciò moriva molta gente; domandò se il signor di Transilvania era sollevato contro il Turco, disse di sì, e che essendo in Andrianopoli passò Acmat bascià, il quale con esercito andava contro detto signore. Il re si lontanò alquanto da chogia Alì, e disse ai sultani signori, la lega di certo è conclusa, ed il Transilvano che era l'ala destra dell'esercito degli Ottomani si è levato contro loro. Di nuovo S. M. domandò se aveva vedute le preparazioni dell'armata e se era in gran numero; disse che aveva contato 300 galere, 20 galere grosse e molte navi dicendogli ogni particolare, come erano armate e quanta artiglieria che v'era sopra, e che aveva inteso esser quelle di Spagna 100 e 50 quelle del Papa; e volendo incominciare a parlare del negozio della lettera, il re disse che ei sapeva ogni cosa; così restò, e rivolto al cancelliere, replicando disse: bene bene, fermandosi per un poco; poi ordinò ad un Turco che con diligenza dovesse andare a Shirvan a far levare 28 pezzi d'artiglieria che si trovava a Sanbiachi città vicina al gran Caspio e condurli nel castello di Derbent alli confini del Turco, e che etiam fosse condotto dal detto luoco 600 somme di camelli di armadura vicino a Tauris.

« Dato che ebbe S. M. questi ordini, presente chogia Alì, li dimandò se era vero che il bascià fosse andato all'impresa di Candia, il quale rispose non saper di certo, ma aver inteso che l'armata di V. S. dovrà invernar in quelle parti, e che se fosse andato il bascià sopra quell'isola, al fermo si avria incontrato e saria seguita battaglia, domandò che forma aveva il galione e se era vero che sopra vi fosse 300 bocche da fuoco. Chogia Alì disse che tra grandi e piccole passavano questo numero, il capitano della guardia, che da loro è chiamato Cursi bassi, disse che li pareva impossibile, il re rispose che in materia di legni armati e di artiglieria tutto quello che intendeva dei Veneziani dovesse crederlo, perchè per via di Aleppo, di Costantinopoli ed altri luochi aveva avvisi conformi, dicendo che chogia Alì dovesse parlare e dire tutto quello sapeva. Il qual rispose aver veduto tante cose che in un subito non le poteva dir così presto; disse il re che non partisse, ed ordinò che si fermasse, ma avendo aspettato fin ora tarda entro alle donne, fu licenziato. Io, desiderando espedizione, andai da sultan Caidar Mirza e dissi a sua signorìa che chogia Alì era giunto, e che io desiderava qualche risposta essendo vicino a tre mesi ch'io mi trovava a quella corte; mi disse che l'aveva veduto a parlare col re, e che quanto alla espedizione mia con la venuta di questo facilmente potrà venir a memoria a suo padre ed espedirmi, perchè lui conosceva la sua natura che non voleva gli fosse ricordata cosa alcuna, e che però bisognava aspettare.

« Di ciò consigliatomi con chogia Alì, disse avria parlato al gran cancelliere, dal quale ebbe risposta che questo negozio era indiricciato con Mirza e che non sapeva come ricordarlo a S. M., ma che bisognava aspettar uno o due anni per veder prima qualche buon progresso di questa guerra, poi averia risposto, che questo era signor prudente ed in simil negozio si governava coll'occasione e con il tempo, che li presenti disturbi del Ghilan impedivan la risoluzione di altri affari. Chogia Alì disse al signor segretario che la S. V. mi aveva imposto diligenza, e che però instavo espedizione, il qual rispose che a gran negozio vi voleva gran tempo a risolvere. Stando io in molto travaglio di animo, sia per la irresoluzione loro, come perchè li denari mi erano venuti a manco, mi fu arricordato da quelli Armeni che mi indirizzarono a Mirza che dovessi trovarmi con un signore chiamato Eminlicbes famigliarissimo del re, il quale trattava molti importanti negozi. Andai da detto signore con un picciol presente e gli diedi conto del successo, e lo pregai ad interponersi alla mia espedizione, il qual mi promise con l'occasione di farlo. Due giorni dopo mi mandò a chiamare e mi disse che aveva parlato con S. M. la quale aveva visto il tenore delle due lettere, che Mirza oltre li aver parlatole a viva voce di tal negozio, lo aveva etiam posto in scrittura tutto quello che nella prima udienza aveva ragionato con me, e data essa scrittura al re, che al presente non poteva con animo riposato far rispondere a detta lettera, e che aveva comandato che essendo qui due per un effetto, l'uno fosse licenziato e l'altro restasse per la risposta. Ringraziai detto signore del cortese ufficio e mi trovai con chogia Alì e li riferii l'ordine del re, il quale disse che lui saria restato volentieri, sì perchè aveva già venduta la sua mercanzia a tempo, come perchè quella promessa che dalla S. V. li è stata fatta, è con condizione che abbi a portar risposta della lettera a lui data. Io vedendo il desiderio suo di restare, e sapendo che questo caso era poco servizio di V. S. che più lui che io per tal causa restasse, risolsi di partirmi ed il giorno seguente presi licenza da sultan Caidar Mirza, e gli dissi quanto la maestà del padre aveva comandato, e che con buona grazia di S. A. mi volevo partire. Mi disse che gli dispiaceva che io forse contro il volere mio avessi tardato tanto; ma che l'ordinario dei negozi di questa corte portava seco lunghezza di tempo, volendo il re vedere minutamente ogni cosa, e che lo raccomandassi alla S. V. Ringraziai S. A. e dissi che la V. S. nelle occasioni non saria mancata con degni affetti, dimostrarli grata corrispondenza; e nel partire il suo maggiordomo mi disse che l'aveva mostrato a Mirza li tre zecchini che nella prima udienza io gli aveva donati, i quali erano coll'impronta di V. S., e che li erano molto piaciuti e desiderava di darmi moneta di quanti ne aveva io, veramente non me ne trovava più che 12 nuovi, glieli diedi, nè volsi in cambio altro danaro.

« Mirza mi mandò un tappeto di seta di quattro braccia, facendomi dire che per memoria sua lo godessi, perchè in memoria di V. S. avria tenuti presso di lui detti zecchini; et nella buona gratia di V. S. humilmente mi raccomando ».

Di Cracovia, alli 24 di luglio 1574.

Di Vostra Serenità,

Humilissimo Servitore
Vincenzo di Alessandri.

Così l'Alessandri, non ammesso all'udienza del re Thamasp, convenne ritirarsi, e tornato a Venezia dopo un altro faticosissimo viaggio [[Documento XXV]] lesse nel consiglio dei X e zonta gli 11 di ottobre 1572 la relazione di questa sua ambasceria, nella quale sono affermate alcune cose per verità tanto straordinarie che fanno credere, come pur dubitava il Foscarini, che l'esito poco felice della sua legazione in Persia lo abbia reso proclive ad esagerare le non buone qualità di quel re e di quel governo. La relazione dell'Alessandri [[Documento XXVI]] contiene notizie sui paesi che componevano la Persia, sul loro grado di civiltà e prosperità, sulla persona del re e qualità dello animo suo e dei suoi figliuoli, sulla corte, i ministri, il modo di trattare gli affari e di amministrare la giustizia, insomma su tutto ciò ch'egli riputò degno d'essere rappresentato.

La repubblica di Venezia pertanto, abbandonata dai principi della lega dopo la gloriosa battaglia di Lepanto, e non assistita dalla Persia, stipulava nel 1572 la pace col Turco, perdendo un'altra occasione di abbattere la costui potenza, mediante il vagheggiato accordo colla Persia; il quale fatalmente non potè mai verificarsi, perocchè le vicende politiche ed economiche dell'uno e dell'altro Stato, non permisero che nello stesso tempo ambedue si trovassero pronti contro il comune nemico.

Arrivava in fatti a Venezia nell'anno 1580 chogia Mohammed persiano, uomo di 80 anni, latore di una lettera di quel re Mohammed Khodabend, che dichiaravasi pronto a corrispondere all'invito fatto al suo predecessore dall'Alessandri [[Documento XXVII]]. Il legato persiano giustificava il re Thamasp di non avere intrapresa la guerra, perchè vecchio ed infermo; ed esponeva che il nuovo re era in campo con formidabile esercito nella via di Babilonia contro i Turchi, che i sultani avevano giurato di non deporre le armi per anni 15, e che chiedevasi alla repubblica soltanto di dimostrare in qualche maniera il suo morale concorso.

La missione di Mohammed fu secretissima, per non destare gelosie ai Turchi. Accolto in casa dell'Alessandri, ebbe egli di notte conferenza con due secretarii della cancelleria ducale, che lo invitarono a dettare non solo quanto gli era stato commesso dal suo re, ma tutte le particolari notizie delle cose persiane che erano a sua cognizione.

Questa relazione fu presentata al Consiglio dei X [[Documento XXVIII]], il quale ai 13 di giugno deliberava che il doge ricevesse secretamente l'oratore persiano, e gli facesse leggere la seguente risposta:

« Per l'affezione grandissima che noi portiamo al serenissimo re di Persia, havendo la Signoria Nostra sempre avuto buona amicitia con li serenissimi suoi predecessori, havemo veduto gratamente voi, mandato qui per ordine di S. M., ed udite volentieri le lettere che ci avete portate, et in risposta vi dicemo: che noi desideriamo intender sempre felici successi di S. M. come di re giustissimo e valorosissimo, et nostro amico, onde avemo pregato et pregamo di cuore il signor Dio che li doni victoria, et speriamo che così sarà, poichè difende una causa giusta et comanda ad una nazione valorosissima et solita ad esser sempre victoriosa.

« Noi non vi diamo lettere nostre per non mettere in pericolo la vostra persona che ne è carissima, per la prudentia che conoscemo essere in voi; ma riferirete a bocca a quei signori che vi hanno mandato, ed anche a Sua Maestà questa nostra buona volontà, nella quale continueremo sempre, sperando nel Signor Dio, che continuando la guerra darà occasione non solamente a noi, ma anco a tutta la christianità, di mostrare con effetti il comun desiderio; et per segno che vi abbiamo veduto volentieri vi sarà dato dal segretario nostro un presente che goderete per memoria nostra[79] ».

Così fu licenziato l'oratore persiano col dono di 300 zecchini, perocchè non parve al Consiglio dei X di rompere la pace testè firmata colla Turchia, mentre le agitazioni della Persia e la instabilità di quel trono non potevano assicurare un vigoroso e durevole concorso da quella parte.

Però la politica dei Veneziani non si ristette dal mirare ancora e perseverantemente alla Persia, come a naturale alleata nel momento opportuno di tentare di nuovo la sorte delle armi.

Fra i codici del conte Manin in Venezia si conserva un'anonima relazione dell'impero dei Turchi e dei Persiani dell'anno 1575, nella quale sono ripetute le cause naturali e permanenti dell'avversione fra quei due imperi[80]; e fra i codici del cavaliere Cicogna, il trattato della guerra di Persia del 1578 presentato al senato dal bailo in Costantinopoli ser Nicolò Barbarigo, e la relazione delle turbolenze che agitarono la Persia sotto Ismaìl, scritta a quanto pare dal console veneto in Soria, Teodoro Balbi, nel 1582[81].

La guerra turco-persiana è poi descritta anche nella relazione del console Giovanni Michele 1587[82], che ne indica le cause, cioè: l'antica dissensione di fede, e il desiderio ambizioso di Amurath d'estendere i confini del suo impero a danno della Persia, approfittando delle discordie insorte in quel regno dopo la morte di Thamasp fra i partigiani di Caidar e quelli d'Ismaìl.

Continue e particolari informazioni sulla guerra di Persia e sulle condizioni di quel regno pervennero al senato colle relazioni ufficiali dei consoli in Soria, Andrea Navagero 1574, e Pietro Michele 1584[83], e dei baili Giovanni Soranzo 1576, Paolo Contarini 1583, e Francesco Morosini 1585[84]. Quest'ultimo ricordava quanto importasse la concordia dei principi cristiani contro la Turchia, che dalle loro diffidenze soltanto traeva la propria forza; e come a farle notabile offesa, modo più facile e più sicuro non v'era che d'irrompere dalla parte della Russia e della Persia, mentre un'armata navale penetrasse nel Bosforo ed attaccasse direttamente i castelli dell'arcipelago « con che poteasi sperar certo di scacciare finalmente i Turchi dall'Europa ».

Ma il bailo Lorenzo Bernardo, che lesse la sua relazione in senato nel 1592[85], opinava che la dissoluzione dell'impero ottomano non poteasi sperare se non che dalla corruzione interna di quel governo: perocchè la Persia, unico stato che avrebbe potuto fargli concorrenza o raccoglierne l'eredità, restava abbattuta dall'ultima guerra che le tolse la Media, il Korassan, parte dell'Armenia e la città di Tauris. « Le cause di tanta perdita e rovina dell'impero persiano, egli disse, sono due: l'una intrinseca, l'altra estrinseca. La prima è stata la discordia insorta fra i fratelli del re, e fra il re ed i sultani e principi di quel regno, per la quale esso restò diviso; la seconda, la guerra promossa da Usbech re dei Tartari e signore di Samarcanda, il quale, sia per secreta intelligenza col Turco, sia per altre cause, attaccava la Persia dalla parte settentrionale, e le toglieva il paese di Korassan, nello stesso tempo che ferveva la lotta contro la Turchia, la quale ebbe così agio di toglierle tanto paese dalla parte di occidente e di mezzogiorno. A queste cause particolari si aggiungano le generali della debolezza della Persia, cioè la forma di quel governo, l'organizzazione di quella milizia, e la mancanza d'artiglieria ».

Senonchè lo shàh Abbas il grande, salito sul trono, restaurava l'impero persiano con splendide vittorie e con saggi ordinamenti, e stringeva maggiormente l'antica amicizia e la buona corrispondenza colla repubblica di Venezia.

[III].

Questo giovane principe salito al trono nell'età di anni 18, per la immatura e violenta morte del fratello, ebbe la ventura di rimetterlo in onore, e di ristorare le sorti della Persia. E conoscendo quanto importava a quella regione la ottima corrispondenza colla repubblica di Venezia, pei rispetti del comune nemico, e per quelli del traffico che minacciava dirigersi tutto per la nuova via aperta alla navigazione, egli mandò varii oratori a Venezia collo scopo di dare, come si espresse con formula singolare, una mossa o scorlo alla catena che teneva strettamente congiunto l'amor suo alla repubblica, e lo interesse reciproco dei due Stati.

Di già i consoli veneti nella Siria ed i baili a Costantinopoli avevano riferite in senato le gesta e le virtù di Abbas, che fu meritamente onorato del nome di grande, ed in particolare Alessandro Malipiero nell'anno 1596 aveva minutamente informato intorno le riforme date da esso ai suoi stati, le conquiste fatte, e le sue differenze col kan dei Tartari rispetto all'acquisto del Korassan, le quali difficoltarono le sue marcie nei paesi ottomani[86].

Ecco il ritratto di Abbas, letto in senato dal Malipiero:

« Questo principe è di mediocre statura, di corpo ben disposto e proporzionato, di carnagione bruna, di aspetto nobile e di occhi vivi e molto spiritosi. È per natura affabile, molto umano e tratta con ogni sorta di persone domesticamente, lontano in tutto da quella tanta grandezza che sogliono ostentare i Turchi. È magnifico e molto liberale, massime coi soldati, i quali da ogni parte con larghissimi partiti va raccogliendo. Ma soprattutto è di mente giustissima, di spirito molto capace ed intendente, risoluto e presto in tutte le azioni sue. Ha gran concetti nell'animo, ed aspira a rimettere il regno di Persia nell'antica sua grandezza ed onore: nè manca altro alle eroiche sue condizioni, che forze corrispondenti alle qualità del suo generosissimo animo ».

Pietro Della Valle poi, nel suo raro e curioso libro Sulle conditioni di Abbas re della Persia, stampato in Venezia nel 1628, narra che la conquista del Laristan, che è la chiave del golfo Persico, sia stata fatta da quel re per eccitamento dei Veneziani che dimoravano alla sua corte, e dei quali altamente i consigli apprezzava. « Un mercatante venetiano, così egli dice, era andato in Ormus pei suoi traffici, e da Bassorati avea ivi condotta una giovane christiana della quale erasi invaghito. Seppe egli che dai ministri ecclesiastici portoghesi voleasi torgliergli la donna sua; laonde pensò ricondurla a Bassorah, et allestite le cose sue, si diresse a quella città attraversando il paese di Lar. Quivi dominava Ibraim kan, il quale, avute nuove di quella giovane, e saputo che era bella, la volse per sè, e fecela con violenza rapire, mandando a male tutte le robe del venetiano. Questi punto atrocemente nell'amore e nell'interesse, pensò di ricorrere al re Abbas, presso il quale sapeva trovarsi un altro veneziano, allora molto favorito, siccome il primo europeo che era capitato a quella corte; e col suo mezzo fece istanza al re di vendicare gli oppressi: considerandogli, come qualora i viaggiatori patissero per quelle vie tali ingiurie, si sarebbero i mercatanti stranieri disanimati a far quei viaggi con detrimento del commercio persiano. Altamente Abbas si sdegnò, e chiesta inutilmente ad Ibraim la restituzione della donna e della roba del veneziano, ordinò all'esercito di Alla hurdi di penetrare nel paese di Lar e di non cessare la guerra fino a che non lo avesse soggiogato del tutto. Così in fatti avvenne, e in poco tempo, fatto anco prigioniero Ibraim, potè il re di Persia unire ai suoi stati il paese di Lar ».

Nel giorno 1º di giugno dell'anno 1600 si presentò nell'eccellentissimo collegio il dragomanno Giacomo Nores [[Documento XXIX]] per annunciare l'arrivo di un oratore del re di Persia.

Il messo persiano chiamavasi Efet beg, persona di stima e di molta grazia appresso quel re. Fu egli introdotto l'8 di giugno in collegio, e fatto sedere vicino ai Savii di Terraferma, fece la sua esposizione con alquante parole in lingua persiana, interpretate dal dragomanno Nores, in significazione della buona volontà del sufi verso la repubblica, il cui nome era non solo amato, ma riverito grandemente nella Persia, ed in favore del reciproco commercio dei due Stati. Portatosi quindi a baciare la mano al doge gli presentò la lettera di Abbas [[Documento XXX]] che ricercava favore particolare intorno alla provvisione di alcune merci, e si estendeva in ufficii di confirmazione di quella buona amicizia che aveva sempre sussistito tra la repubblica di Venezia e la Persia.

Ad attestare la quale portò inoltre il persiano, a nome del suo re, un panno tessuto d'oro e di velluto rappresentante l'Annunciazione di Maria Vergine, fatto fare apposta, in misura di 7 a 8 braccia e che fu riposto nelle sale del Consiglio dei Dieci[87].

Il serenissimo principe assicurò l'oratore persiano, che la repubblica teneva in gran conto la perfetta corrispondenza col suo re, cui augurava ogni prosperità, e ringraziandolo del dono recato, gli promise favorevole risoluzione intorno a ciò che ricercava la lettera dello shàh. Il senato in fatti aderì ad ogni inchiesta del persiano, ed ordinò che gli venissero dati pel suo re alcuni doni del valore di ducati d'oro duecento, ed una lettera ducale la quale attestasse allo shàh Abbas « che mai in alcun tempo egli potrebbe desiderare migliore, nè più ben disposta volontà di quella che in tutte le occorrenze le comproverebbe il sincerissimo animo della veneta signorìa [[Documento XXXI]] ».

Questo oratore precedette di poco tempo una splendida legazione pervenuta dalla Persia in Venezia nell'anno 1603, ed accolta colle più solenni formalità.

Annunciata dal dragomanno Nores fu la legazione persiana introdotta a' dì 5 marzo 1603 nella sala del collegio[88]. La componevano Fethy bei, persona di alta condizione, ed agente particolare del re[89], il dragomanno, sei persiani e tre armeni del seguito, ciascuno dei quali portava doni per la serenissima signoria.

Posti i Persiani a sedere a destra ed a sinistra del principe, rimase in piedi dinanzi al tribunale il solo Fethy bei, che nella sua lingua interpretata dal dragomanno disse: « Che si rallegrava di veder la faccia di Sua Serenità, come quella di signore giusto, potente e glorioso ».

Ed avendogli il doge risposto « che sentiva di ciò piacere, e che lo vedeva di lieto animo, perchè inviato da un principe, grande, potente e molto amato dalla repubblica ». Il persiano così continuò[90]: « Sogliono alle volte li principi grandi visitarsi l'un l'altro col mezzo di lettere, per continuare ed accreditare di questa maniera l'amicizia e buona corrispondenza che hanno insieme; laonde il mio signore che onora ed ama grandemente la repubblica, mi ha accompagnato con una lettera a Vostra Serenità, per continuare ed accrescere l'amicizia e la buona corrispondenza che hanno insieme »; e poichè eragli stato ordinato di presentarla nelle proprie mani del doge, la trasse dal seno, ove la teneva riposta entro una borsa di seta rossa ricamata in argento, la baciò ed offerse al doge [[Documento XXXII]]: aggiungendo, che in essa il re raccomandava inoltre la persona sua e la spedizione dei suoi affari, che consistevano nell'acquisto di archibugi e di zacchi.

Il serenissimo principe Marino Grimani, presa la lettera rispose: « che la dimostrazione così continuata di amore e di ottima volontà del re di Persia verso la repubblica era largamente corrisposta da una vera e sincera affezione, e che a suo tempo si darebbe al suo ben accetto oratore la risposta, assicurandolo intanto che la persona sua, come raccomandata da S. M. sarebbe stata benissimo trattata ed interamente soddisfatta ».

Allora il persiano, offerendo una piccola nota scritta nella sua lingua [[Documento XXXIII]], soggiunse che il suo re presentava alla repubblica i doni ivi indicati, e che erano portati dai nove uomini del suo seguito, e pregò il doge di farseli recare davanti.

Così fu fatto. E per primo fu spiegato un manto tessuto d'oro. « Questo, disse il persiano, il mio re ha fatto fabbricare apposta per la Serenità Vostra, ed è tutto di un pezzo senza cucitura, e lo manda a Lei in particolare, acciocchè si contenti per amor suo ed in memoria di S. M. portarlo Ella stessa in dosso. Ne ha fatto fare un altro simile a questo, e lo ha mandato a presentare al re di Mogol suo grande amico ».

Fu poi spiegato un tappeto di seta, tessuto in oro, ed a colori, lungo quattro braccia, e largo tre; « Questo, disse il persiano, è dei più belli tappeti che si facciano. Il mio re avendo inteso che ogni anno si mette fuori il tesoro di S. Marco, tanto famoso per tutto il mondo, lo manda alla Serenità Vostra, perchè si contenti ordinare che ogni volta che si esporrà il tesoro sia esso esposto sopra questo tappeto[91] per la sua gran bellezza ».

Quindi, mostrato un panno di velluto, colle figure di Cristo e di Maria tessute in oro, lungo 7 braccia: « E questo, disse il persiano, il re manda perchè sia presentato alla chiesa di S. Marco ».

Furono inoltre spiegate sei vesti in pezza, cioè tre di seta tessute in oro, e tre altre di seta leggiera a varii colori.

Il serenissimo principe rispose: che aggradivasi il nobilissimo presente ben degno di re così grande, e tanto amato ed onorato dalla repubblica, e che sarebbe riposto in luogo degno, a perpetua memoria della Maestà Sua[92].

E nel giorno seguente ordinavasi che tutti i doni recati dal legato persiano fossero consegnati alla chiesa di S. Marco, commettendo a quei procuratori di far convertire le vesti in tante pianete, e di esporre il tappeto nei giorni solenni sullo sgabello del doge[93]. Ordini che furono puntualmente eseguiti[94]. Comandava inoltre il senato ai 6 di marzo [[Documento XXXIV]] ed ai 14 di agosto, che si spendessero duecento ducati in rinfrescamenti di Fethy bei, e lo si regalasse di alcune vesti di seta pel valore di altri ducati duecento; che a ciascun uomo del suo seguito si donasse una veste di panno scarlatto[95], e finalmente che si spendessero ducati mille trecento sessanta nei doni pel re della Persia, i quali furono: un bacile con ramino d'argento dorato a figure, ed uno simile di argento puro, un catino d'argento con oro e brocca simile, due fiaschi d'argento intagliati col vetro, un'armatura completa, due zacchi forniti l'uno verde in oro, l'altro rosso, e quattro archibugi lavorati in radice con perle e oro[96]. Inoltre il legato persiano fu favorito nei suoi acquisti[97], e gli fu consegnata una lettera ducale pel suo re, colla quale ringraziandolo della missione dell'ambasciatore, lo si assicurava, dell'ottima disposizione della repubblica verso la Persia, e del desiderio vivissimo di manifestarla al mondo, mediante veri effetti, e di aumentarla a beneficio del comune commercio [[Documento XXXV]].

E per tramandare la memoria di così splendida ambasceria, il senato commetteva a Gabriele Caliari di dipingere la presentazione degli oratori persiani, in una tela che ancora si ammira nella sala delle quattro porte del palazzo ducale, ed è una delle migliori sue opere[98].

L'arrivo di Fethy bei a Venezia, oltrecchè giovò a mantenere quella corrispondenza tra la Persia e la repubblica che tanto conveniva agli interessi politici e commerciali dei Veneziani; destando gelosie al gransignore, lo rese così disposto alla pace, che rinnovò ed ampliò gli antichi trattati colla repubblica[99].

L'oratore persiano, nel suo ritorno alla patria, trovò accesa la guerra fra il suo re e gl'Ottomani, sicchè arrivato nella Siria gli furono sequestrati tutti gli oggetti che portava seco, parte dei quali poterono essere posti in salvo dal console di Venezia, e parte in questa stessa città furono rimandati.

Laonde poco tempo dopo lo shàh Abbas, cui era impedito dall'esercito ottomano di spedire una formale legazione a Venezia, incaricava l'armeno Chieos di presentare una sua lettera al doge per annunciargli non solo la guerra che allora fervea, ed esprimergli il suo desiderio di unirsi ai principi cristiani ed in particolare alla repubblica; ma eziandio per chiedergli notizie dell'ambasciatore Fethy bei [[Documento XXXVI]]. E quando poi egli seppe che le merci ed i doni della veneta signoria erano presso il console della Soria, od a Venezia, qui spedì un altro suo messo, il chogia Seffer, che arrivava nel gennaio 1610.

Il console nella Soria Giovanni Francesco Sagredo, raccomandava questo oratore persiano al veneto senato, in contemplazione della potenza acquistata dallo shàh Abbas, la cui alleanza potea altamente giovare alla repubblica, e per corrispondere all'ottima inclinazione che quel re sempre avea addimostrata al nome ed agli interessi veneziani, per modo che alla sua corte qualunque ancorchè di bassa condizione fosse o si facesse credere veneziano, era accolto e trattato con tale famigliarità e cortesia da non potersi desiderare di più [[Documento XXXVII]].

A' 30 di gennaio 1610 il chogia Seffer con quattro persone di seguito, vestite tutte alla persiana, si presentò nel collegio, introdotto dal dragomanno Giacomo Nores; espose lo scopo della sua venuta, il quale era di attestare alla veneta signorìa il desiderio vivissimo del re di Persia di perseverare nell'ottima corrispondenza ed unione, che ab antiquo sussisteva fra i due Stati e di accrescerla maggiormente [[Documento XXXVIII]]; e presentando una lettera involta in due borse, una di raso, e l'altra di velluto, chiuse entro una scatola coperta di ricchissimo drappo, soggiunse: « che con quella il re pregava eziandio il serenissimo principe ad ordinare, che, al suo messo fossero consegnate le robe di Fethy bei, che erano ritornate a Venezia[100] ».

Letta dal dragomanno la lettera, il doge espresse i ringraziamenti della repubblica all'onorevole ufficio dello shàh di Persia, e promise di corrispondere al desiderio di lui.

Quindi il senato deliberava che fossero a chogia Seffer consegnati i chiesti oggetti [[Documento XL]] con un dono in danaro di ducati 200, ed in rinfrescamenti di ducati 100, e con una lettera ducale al re della Persia per risposta a quella recata dal suo oratore [[Documento XLI]].

Conchiusa poi la pace fra la Persia e la Turchia, pervennero a Venezia nell'anno 1613, accompagnati da una lettera di raccomandazione dello stesso Nasuf bashàh[101], primo visir a Costantinopoli, due inviati persiani, Alredin e Sassuar, per annunciare il felice evento della pace, ed attestare che il re della Persia: « nel suo puro et real animo, che a guisa del sole non riceve in sè nè macchia, nè menda di cattivi pensieri, desiderava di continuare nella solita amicizia ed unione colla signorìa di Venezia, avendo inteso con grande soddisfazione dell'animo suo la stima ed il conto che negli stati della repubblica si faceva del nome persiano, e bramava che si ristorasse la pratica ed il commercio che sussisteva prima della guerra, assicurando che i veneti mercanti sarebbero accolti con ogni favore nella Persia, nè mai molestati da alcuno o danneggiati, per quanto importa un minimo capello della testa [[Documento XLII]] ».

Questi oratori persiani furono onorevolmente accolti e favoriti. Recarono essi a Venezia 50 colli di seta e molti diamanti, ed esportarono merci preziose di vario genere che lo shàh aveva loro commesso di comperare, con un memoriale del quale sarà fatto cenno nella Parte seconda, siccome saggio della qualità delle merci che in quel tempo la Persia ricercava a Venezia.

Sassuar ritornò poi di nuovo a Venezia, quale oratore persiano, nel 1621, per migliorare i rapporti internazionali dei due stati. E presentatosi in senato al 1º febbraio 1621 insieme ad agì Aivas di Tauris [[Documento XLIII]], offrì una lettera dello shàh Abbas [[Documento XLIV]] con un dono di 4 tappeti, 25 pezze di giurini, e 25 di lizari d'India. Benedetto Tagliapietra consigliere anziano ricevette, in assenza del doge, l'oratore persiano, e ringraziatolo della lettera e del dono, lo assicurò che la sua raccomandazione sarebbe stata tenuta in gran conto, molto importando alla repubblica l'amicizia del suo re, ed il facile commercio colla Persia.

I preziosi drappi recati da Sassuar furono quindi consegnati ai procuratori de supra per essere usati nelle pubbliche cerimonie della chiesa di S. Marco[102] [[Documento XLV]].

Allorquando poi la repubblica veneta fu minacciata dell'impresa di Candia, per la cui difesa sacrificò e sangue e ricchezze, invano chiedendo agli Stati europei aiuto possente per sostenere in quell'isola l'antemurale della civiltà, non mancò di dirigersi eziandio alla Persia, colla speranza di trovare almeno da quella parte una importante diversione, che le lasciasse agio a difendere i proprii possedimenti.

Nell'anno 1645, il senato mandò all'ambasciatore veneto in Polonia Giovanni Tiepolo[103] una lettera pel re di Persia, incaricandolo di spedirla in quel regno con apposito legato, e di pregare il re di Polonia di unire anch'egli un suo oratore per lo interesse comune della cristianità, minacciata dalla prepotenza ottomana. E commetteva inoltre a Domenico Santi, che era diretto in Persia dal papa, dall'imperatore, dal re di Polonia e dal gran duca di Toscana [[Documento XLVI]], di prendere la via della Siria e di recare una consimile lettera al re persiano, per eccitarlo a muovere dalla sua parte contro la Turchia.

Le due lettere ducali allo shàh della Persia portavano le date 2 dicembre 1645 [[Documento XLVII]] e 17 luglio 1646 [[Documento XLVIII]].

Ricordavano esse, come l'Ottomano avesse più volte portate le armi contro i di lui predecessori, per rendere più vasta e formidabile la sua potenza. Che politica tradizionale della Persia era di mirare all'indebolimento di lui, e che ora le si offeriva la opportunità, dacchè stavano le armi ottomane impegnate in una impresa che non avrebbe mancato di spingere tutti i principi di Europa a frenare le usurpazioni della Turchia; e che già la campagna era incominciata coi più lieti auspicii, avendo la veneta armata assalita e danneggiata la ottomana nello stretto.

Il re di Polonia aderì alle istanze dell'ambasciatore veneziano, ed incaricò il nobile polacco Slich di recarsi in suo nome nella Persia, insieme al veneto legato padre Antonio di Fiandra domenicano, cui il Tiepolo avea consegnata la lettera ducale per lo shàh e le credenziali.

L'ambasciata veneto-polacca partì il 2 ottobre 1646 da Varsavia, accompagnata da 25 gentiluomini polacchi, e per Mosca e Nishni-Novogorod giunse a Casan il 12 febbraio 1647, ove si riposò per tre mesi. Partita poi da Casan a' 3 di maggio per il Volga, dopo un mese di procellosa navigazione sul Caspio, approdò alle spiaggie persiane e si diresse ad Ispahan, ove giunse soltanto al 15 di settembre, pei disagi sofferti nel viaggio dall'ambasciatore polacco. Il quale appena arrivato in Ispahan ammalò gravemente per modo, che non potendo eseguire le commissioni del suo re, mandò a chiamare uno dei principali della corte persiana, e presentandogli il veneto legato, consegnò al padre Antonio le lettere e le credenziali sue proprie, dichiarando che quegli soddisferebbe alla ambasciata in nome del re di Polonia e della repubblica veneta. E pochi giorni dopo egli spirò, e fu sepolto con molto onore nella chiesa dei Carmelitani Scalzi.

Introdotto il padre Antonio all'udienza del re il 27 di ottobre, offerse le lettere del re di Polonia e della repubblica, ed ebbe per risposta che sarebbesi con lieto animo ricambiata la loro amicizia. Invitato poi a stendere in lingua persiana i punti principali della sua domanda, egli li presentò; ma ottenne soltanto una vaga assicurazione che il re avrebbe assai volontieri cercato occasione di corrispondere efficacemente ai desiderii dei principi cristiani, ed una lettera in questo senso al doge di Venezia, affettuosissima, ma senza impegni [[Documento XLIX]].

La Persia in fatti non era in grado di corrispondere: perocchè aveva in quel tempo mandato un esercito nel regno di Conducar, cogliendo occasione e dalle discordie che dopo la morte del Gran Mogol erano insorte fra i di lui figli, e dalla guerra tra la Porta e Venezia, per ricuperare quel regno al kan dei Tartari Olbek, che dal Gran Mogol ne era stato spogliato.

Ritornato a Venezia, il padre Antonio si presentò in senato a' 28 di marzo 1649, e lesse una interessantissima e finora inedita relazione della sua ambasciata, distinta in tre parti, cioè:

1º Il suo viaggio in Persia, la miglior via per andarvi, e le accoglienze e gli onori ricevuti quale ambasciatore cristiano;

2º Quello che ha trattato col re di Persia;

3º Quello che si poteva sperare dallo shàh in aiuto della repubblica; conchiudendo che terminata la guerra nel Conducar, potevasi ritenere che il giovine e valoroso re persiano avrebbe rivolto le sue armi contro i Turchi [[Documento L]].

Il padre Antonio presentava inoltre una scrittura in data di Shangai 24 aprile 1648 dell'altro legato in Persia Domenico Santi [[Documento LI]].

La relazione del Santi che pure trovasi inedita è stillata in lingua italiana frammista di alcuni termini castigliani, locchè farebbe credere che, quantunque egli si annunciasse suddito della repubblica, fosse o nativo di Spagna o avesse ivi gran tempo dimorato. Narra il Santi l'esito della sua missione nella Persia, conforme a quello del padre Antonio di Fiandra, e si estende nei più minuti particolari intorno al disastroso suo viaggio, alle grandi spese che dovette sostenere, ed alla quantità dei doni che fu obbligato di presentare al re ed ai ministri per ottenere benevolo ascolto.

Senonchè peggiorando le condizioni dei Veneti nell'isola di Candia, la repubblica che aveva, si può dire, quasi invano chiesti sussidii ai principi della cristianità, tentò di nuovo dopo il 1660 di ricorrere alla Persia, dapprima con lettere dirette a quel re [[Documento LII]], quindi accogliendo la offerta segreta dell'arcivescovo armeno Aranchies che proponeva di trattare la lega coi Persiani [Documenti [LIII] e [LIV]], e finalmente inviando alla corte dello shàh l'arcivescovo di Nashirvan. Ma pur troppo, mentre duravano queste pratiche, il regno di Candia andò perduto.

La repubblica di Venezia dovea anche in questa terza invasione ottomana resistere sola, e sacrificare generosamente il sangue dei suoi figli ed i propri tesori per difendere l'antemurale della civiltà. Dopo una gloriosa lotta di 25 anni, che rese immortale la fama del valore e della costanza dei Veneziani, il regno di Candia fu occupato dalle truppe ottomane, la croce lasciò il posto alla mezza luna.

Conchiusa appena la pace colla Turchia, arrivò in Venezia una importante missione dalla Persia. La componevano due padri domenicani: Maria di S. Giovanni ed Antonio di S. Nazaro, incaricati dall'arcivescovo di Nashirvan di presentare al senato la relazione dei suoi negoziati colla Persia, e la risposta dello shàh agli inviti della repubblica [[Documento LV]]. Gli atti di questa missione, l'ultima che dalla Persia venisse a Venezia, chiaramente dimostrano le relazioni internazionali dei due stati, così rispetto alle comuni aspirazioni, come agli interessi del traffico ed alla tutela dei cristiani nell'Asia.

Il 20 luglio 1673 i padri domenicani presentarono nel collegio la lettera dell'arcivescovo di Nashirvan [[Documento LVI]] e quella del re di Persia, esprimendo in idioma turco lo incarico avuto dallo shàh di augurare al serenissimo principe le maggiori prosperità, e di attestare la di lui stima ed osservanza alla repubblica[104].

La lettera dell'arcivescovo esponeva: come dopo di aver corsi molti pericoli particolarmente in Erzerum dove fu accusato per spia, egli giunse in Ispahan, presentò le lettere ducali allo shàh che le accolse affettuosamente, ed a cui narrò colla maggior efficaccia possibile le condizioni della guerra di Candia. Il re della Persia ascoltò attentamente ogni cosa, di tutto chiese le più minute notizie e promise di dare pronta soddisfazione alle proposte della repubblica. Ma la nuova sopraggiunta della resa di Candia, dal re con sorpresa e dolore sentita, mandò a vuoto le incamminate trattative; ed il desiderio dello shàh di soddisfare alle richieste del veneto senato, dovette limitarsi a franchigie e protezioni accordate ai cristiani nella Persia, le quali sono attestate nella stessa lettera del monarca persiano [[Documento LVII]], nè poteansi sperare maggiori: perocchè egli avea dato ordine, che per riguardo alla veneta signorìa venissero i cristiani rispettati ed onorati, e godessero privilegi ed immunità in tutte le città e terre della Persia; ed anzi in qualsiasi luogo, dove si trovassero abitazioni dei cristiani, le immunità loro accordate dovessero estendersi a tutti gli altri abitanti di qualsivoglia condizione o setta si fossero. Assicurava inoltre il re della Persia, di essere disposto ad accogliere con prontezza e di dare immediata esecuzione a ciò che alla veneta signorìa sembrasse opportuno di proporgli, rispetto alle novità che potessero insorgere nei suoi rapporti coll'impero ottomano.

Il dragomanno Fortis presentava quindi al senato una relazione di un colloquio secreto tenuto per ordine dei savii coi padri domenicani, i quali dissero che da lungo tempo il re persiano nutriva sentimento di vendetta contro gli Ottomani; e che se i capitoli della tregua di Babilonia e la guerra nel Conducar l'avevano finora obbligato a simulare l'odio implacabile contro i Turchi, il giovane e valoroso monarca desiderava prossima occasione di battersi contro di loro, d'accordo colla signorìa di Venezia, il granduca di Moscovia ed il re di Polonia, persuaso che tali alleanze avrebbero bastato per finirla una volta coll'impero turchesco [[Documento LVIII]]. Il Fortis aggiungeva nella sua relazione particolari notizie intorno alla condizione dell'esercito persiano, ed alcuni suggerimenti opportuni a mantenere per diversi scali il commercio colla Persia, durante la guerra, insieme ad una descrizione delle vie che da Venezia conducevano in Ispahan.

La repubblica fu assai lieta di questa legazione, ringraziò il re della Persia per la protezione ed i beneficii che accordava ai cristiani nei suoi regni, promise reciprocanza [[Documento LIX]], regalò splendidamente i padri dominicani, il contegno, le pratiche e le proposizioni dell'arcivescovo di Nashirvan altamente commendò[105].

Questa fu l'ultima occasione, che per circostanze fatali la repubblica di Venezia ha perduta; avvegnachè rinnovatasi la lotta colla Turchia nel 1695, essa invano tentò di associare ai suoi minacciati destini la Persia [[Documento LX]], ed allorquando nel 1714 il divano non potendosi adattare alla perdita della Morea, le intimava di nuovo la guerra siccome violatrice degli accordi di Carlovitz, essa non più ricorse alla Persia che stava impegnata in lotte civili, e soscrisse la pace di Passarovitz, che pose fine alle sue speranze in oriente.

Però anche durante il secolo decimo ottavo le relazioni internazionali veneto-persiane si mantennero nello stesso costante carattere di ottima amicizia e corrispondenza.

Quando la repubblica si avvide di non poter più recare ad effetto l'idea di dividere l'impero ottomano col concorso della Persia, non cessò di coltivare i buoni rapporti con quel governo, nella mira di proteggere gli interessi della cristianità in Asia.

I pochi documenti che si hanno attestano come nel 1669 [[Documento LXI]], in seguito a spedizione nella Persia di Antonio Doni, quello shàh dimostrasse alla repubblica la più favorevole disposizione ad incontrare i suoi desiderii; e come efficacemente proteggesse ora il vicario generale padre Fassi raccomandatogli dai Veneziani per istanza del granduca di Toscana [[Documento LXII]], ora il padre Arachieli che pei cattolici volle edificare una chiesa in Erivan [Documenti [LXIII] e [LXIV]].

Morto Suleiman nel 1692 e succedutogli Husein, la repubblica mandò al nuovo re, colle lettere di congratulazione, le più vive raccomandazioni in favore dei cristiani che abitavano nella Persia; le quali furono riscontrate con termini di adesione e di ringraziamento, e con espressioni di augurio pel mantenimento della stretta colleganza fra i due Stati.

Questa lettera, di cui diamo nei documenti la traduzione [[Documento LXV]], e qui il fac-simile, porta in luogo della sottoscrizione, non conosciuta dai maomettani, il grande sigillo reale detto Homajon, nella forma elegante che usavasi pei trattati, lettere patenti o missive all'estero, e il cui disegno, quale la fotografia potè riprodurlo, ponemmo in fronte al presente volume[106]. Esso contiene nel centro fra un bellissimo intreccio di fiori e di foglie la cifra reale Sultan Husein ben Suleiman 1106, cioè il sultano Husein figlio di Solimano, anno 1694. All'intorno nelle dodici nicchie dovrebbonsi leggere i nomi dei dodici Imam, e al disopra la solita formula od invocazione religiosa dei Persiani.

Nell'anno 1697 a' 13 di marzo si presentò in collegio il padre Pietro Paolo Palma arcivescovo d'Ancira con breve di Innocenzo XII al re di Persia[107] pregando la repubblica di mediazione in favore del vescovo d'Ispahan e di quei missionarii che erano stati esiliati dal suo regno. Ed il senato nella prossima tornata del 15 marzo deliberava di rivolgersi allo shàh, al patriarca armeno ed al gran Mogol [[Documento LXVI]].

Finalmente essendo accaduta nel 1718 la spogliazione della chiesa dei Cappuccini a Tiflis, il veneto senato scriveva il 23 di dicembre [[Documento LXVII]] al re della Persia pregandolo « di porgere sollievo agli oppressi, di far cessare gli insulti e le animosità, di restituire la religione cattolica alla pristina quiete ».

Le relazioni internazionali della repubblica di Venezia colla Persia, furono pertanto in tutti i secoli improntate della più schietta amicizia, e mantenute costanti da eguali tendenze politiche e da sentimenti di civiltà e di religione.

Oltre a ciò un altro importante rispetto, pur degno di somma considerazione, stringeva Venezia alla Persia: quello del commercio, del quale trattasi nella seguente Parte seconda.


PARTE II.