ROMA ANTICA I.
LA PREPARAZIONE E IL TRIONFO
GUGLIELMO FERRERO
E CORRADO BARBAGALLO
ROMA ANTICA
I.
LA PREPARAZIONE E IL TRIONFO
FIRENZE
FELICE LE MONNIER
1921
Proprietà letteraria italiana
Copyright by G. Ferrero and C. Barbagallo
Le copie che non portano la firma di uno degli Autori s’intendono contraffatte.
PREFAZIONE
Questo libro è stato scritto per agevolare il compito a coloro che devono insegnare e imparare la storia di Roma nelle scuole. Agli uni ed agli altri ci parve potesse essere di aiuto un’opera, la quale esponesse quella storia nella lunga concatenazione dei singoli episodî, che non si possono intendere a pieno se non nell’unità di cui fanno parte. Se il libro potrà essere di qualche vantaggio anche alle persone vaghe di istruirsi per proprio desiderio, tanto meglio. Nell’età fortunosa in cui viviamo, non perde il suo tempo chi indugia qualche ora a sfogliare il grande volume del passato.
La visione e la esposizione della storia romana, che il lettore troverà in queste pagine, sono quelle stesse che tanto piacquero agli uni e tanto spiacquero agli altri in Grandezza e Decadenza di Roma. Dalla morte di Silla alla morte di Augusto quest’opera riassume la precedente. Prima e dopo continua e prolunga, impicciolendolo un poco nelle proporzioni, il disegno di questa: quale sarebbe stato se Grandezza e Decadenza avesse preso le mosse dalla fondazione dell’Urbe; quale sarà quando Grandezza e Decadenza sarà portato a compimento. Il mio collaboratore ed amico ha acconsentito a servirsi di questo disegno, non tanto per una cortesia, di cui potrei essergli gratissimo, come gli sono grato dei ritocchi e dei miglioramenti che a quello ha apportati, quanto per un’intima comunanza di vedute.
Posso aggiungere che questo libro è stato composto e pubblicato anche per aiutare quel riscatto spirituale della nazione, a cui sarebbe tempo di por mano davvero con le opere e non soltanto nei discorsi? Da cinque anni questo riscatto è l’occasione e il pretesto di tante vanissime ciarle e di tante imposture, che chi senta di aver per quello lavorato davvero, ha quasi scrupolo e noia di parlarne. Accennerò tuttavia anche a questo punto, perchè crediamo, il mio collaboratore ed io, di potere senza arroganza annoverarci tra i pochi, che non hanno improvvisato nessuna teoria sulla scienza e sul pensiero tedesco, per i bisogni della piazza e dell’ora, dopochè la guerra mondiale è scoppiata. Quanto a me personalmente, in mezzo al fragoroso rovinare della civiltà occidentale, distrutta a mezzo dalla mostruosa forza della Germania, ho continuato a dire e a pensare del pensiero tedesco, svolgendolo e chiarendolo alla luce degli eventi, ciò che avevo già o detto o chiaramente accennato prima della guerra, massime nel libro, dove è la chiave del mio pensiero: il Tra i due mondi. Posso dunque continuare senza sospetto, presso gli uomini di buona fede, a svolgere questo pensiero, per quanto concerne la storia.
La Germania ha nell’ultimo secolo sfogato anche nella storia il suo impeto, la sua alacrità e la sua vasta ambizione. Ha scritto più che i popoli latini, e con foga ed audacia maggiori. Ma nel molto che ha scritto c’è del buono, del mediocre e del cattivo; tra i quali — ed è stato il suo primo torto — il nostro insegnamento ufficiale non ha saputo scegliere. Esso ha ammirato come un capolavoro ogni opera stampata in caratteri gotici; ha accolto con grandi inchini e riverenze, e raccomandato ai giovani come modelli, anche libri mediocri e cattivi. Quanto agli autori buoni e di merito, essi sono numerosi e ricchi di pregi, che anche a noi gioverà imitare con discrezione; ma tenendo presente che spesso incorrono in due difetti pericolosi, da cui abbiamo cercato che questa opera fosse esente.
Primo difetto: quel volere a tutti i costi travestire la storia da scienza. La storia non è una scienza, almeno se chiamandola scienza si vuole appaiarla alla chimica, alla fisica o alla fisiologia. Queste studiano, per via di esperimento o di osservazione, dei fenomeni che si ripetono e cadono sotto i sensi, almeno in parte. La storia non sperimenta, non osserva, e non studia neppure dei fatti che cadono o che potrebbero cadere sotto i sensi, ripetendosi; ma cerca di divinare e descrivere, valendosi di ricordi frammentarî, degli «stati di animo» di uomini, o di gruppi di uomini, o di folle, che vissero e operarono nel passato. Il documento non è, come l’esperimento o il fatto osservato, l’oggetto della ricerca, ma il segno visibile, spesso indiziario e quasi stenografico, di questo oggetto invisibile, e che non può rivivere alla meglio se non nell’immaginazione e nell’intuizione dello storico, aiutate dal ragionamento. Chi tratta dunque la storia come una scienza, chi parla ad ogni momento, a proposito della storia, di metodi, di conclusioni e di scoperte «scientifiche», confonde come identiche operazioni mentali e criterî di verità e di certezza, che nella storia e nelle scienze vere sono diversi.
Senonchè questo difetto è il meno grave dei due, perchè, quando lo storico è valente, alla fine trova nel suo cammino la storia, anche se si è messo in viaggio per cercare la scienza.
Più grave invece è il secondo difetto, che sta nel trasportare entro la storia antica quello che si potrebbe chiamare l’illimitato della civiltà moderna. Dalla rivoluzione francese in poi la civiltà occidentale sta tentando la prova forse più temeraria, in cui il genere umano abbia cimentato sinora le sue forze; e che spaventò come empio delirio gli antichi, ogniqualvolta l’orgoglio e l’ambizione la fecero loro intravedere possibile: togliere a tutte le forze fattive e creative dello spirito umano ogni freno interno, spingerle anzi a svolgersi ed ingrandirsi fino all’estremo limite della possibilità, che nessuno sa dove sia, e che tutti vogliono collocare più lontano, quanto più le forze crescono ed ampliano il proprio dominio. Gli antichi invece intendevano la vita e il consorzio civile proprio nel modo opposto: come uno sforzo chiuso entro limiti insuperabili, perchè dichiarati inviolabili dalla tradizione, dalla volontà degli Dei, dalla saggezza degli uomini, dalla loro debolezza e povertà, dalle leggi.
Questo rivolgimento è il più grande che sia avvenuto nella storia del mondo, dopo l’apparizione del cristianesimo. Esso ha mutato talmente le idee, i sentimenti, le istituzioni, i costumi, che la civiltà antica, la sua arte, la sua morale, la sua politica è diventata per i moderni poco meno di un immenso geroglifico, la cui chiave è perduta e pochi segni appena sono intelligibili ancora. Le generazioni che hanno imparato l’arte di governare alla scuola delle rivoluzioni e delle guerre del secolo XIX, che si sono avvezzate a viaggiare il mondo in ferrovia ed in piroscafo, che ora imparano perfino a volare, non si imaginano neppure quanto sia loro difficile di intendere una statua greca, o un’ode di Pindaro, o le Georgiche di Virgilio, o un dialogo di Platone, o un capitolo del Vangelo, o la politica del Senato romano, o i tempi e la vita di Giulio Cesare. Persuasi come siamo tutti, o quasi tutti, che il mondo in cui viviamo è il solo vero e perfetto; che tante generazioni ci hanno preceduti solo per preparare questa felice potenza, di cui siamo così orgogliosi, noi rammoderniamo troppo spesso l’antico, proprio in quelle cose e parti in cui più differiva da noi, e opponeva al nostro ideale della vita uno specchio di perfezione opposto, in cui riconoscere i nostri difetti.
Questo rammodernamento è, in misura diversa, vizio comune a tutti gli storici moderni dell’antichità; ma negli storici tedeschi è maggiore che negli altri, forse perchè la Germania è tra le nazioni moderne la più spiritata dall’«eroica follia dell’illimitato», e l’ha pur troppo mostrato recentemente, trascinando per i capelli il mondo là dove ora è. Esempio: Teodoro Mommsen, il maestro di quanti hanno strappato al suo secolo la storia romana per travestirla nel nostro. Per quale ragione ha egli falsato così profondamente la storia di Roma? Per la difficoltà di capire uno Stato in cui l’élite governante fosse, come a Roma, non chiusa, ma limitata. Dopo la rivoluzione francese, gli Stati dell’Europa, pur differendo fra loro per la forma, i principî e gli spiriti, hanno avuto in comune quella che si potrebbe chiamare la dilatabilità: una forza interna, per cui i gruppi dirigenti — così l’aristocrazia come l’alta e la media borghesia — facilmente e continuamente si allargavano, crescevano di numero, e quindi offrivano allo Stato un personale più numeroso ad ogni generazione, nel tempo stesso in cui gli chiedevano posti, cariche, stipendî, onori in quantità maggiore. In Roma antica, invece, l’aristocrazia a due piani — ordine senatorio, ordine equestre — che la governava, non era chiusa, perchè anch’essa si rinnovava; ma era limitata, perchè non solo cresceva poco, e a distanza di secoli, ma di nulla aveva più orrore che di crescere troppo. Molto più frequenti che gli ampliamenti dei gruppi dirigenti e gli innesti, sono, nella storia romana, le riduzioni, i tagli, le potature: onde, mentre negli Stati moderni accade spesso che il gruppo dirigente cresca spesso più rapidamente che la superficie, la ricchezza e la potenza dello Stato, nella storia di Roma accade l’opposto. L’impero, la sua potenza e le sue ricchezze crescono più del gruppo dirigente.
La ragione di questa differenza sta in quel grande rivolgimento della storia umana, a cui abbiamo accennato. Stati, quali i moderni, che ambiscono solo di accrescere la propria potenza e ricchezza, hanno bisogno di un personale sempre più numeroso, anche se preparato in fretta e alla meglio. Gli Stati antichi, invece, miravano a una certa perfezione intrinseca, che li facesse durare: onde esigevano dai governanti una preparazione più lunga e più laboriosa, e ambivano piuttosto di averne pochi ma buoni, che molti e scadenti. Il Mommsen non ha avuto sentore di questo divario; e allora a che gli ha servito di aver trascritto e commentato tante iscrizioni, di aver raccolto e studiato tanti testi? Egli ha cercato invano nello Stato romano quella temerità imprevidente, quel disprezzo delle forme e dei principî legali, quella cieca venerazione del successo, quell’adocchiare desideroso e arruffare tutto il possibile, quell’avventurarsi precipitoso nell’avvenire, quella smania di alterarsi e snaturarsi, che sono proprî degli Stati moderni. E perciò non ha capito quella lotta continua tra la potenza e la saggezza, tra la ricchezza e la coscienza morale, che è la trama grandiosa di tutta la storia di Roma; e si è smarrito in quella tragica contraddizione di una società che sa di dover perdere la sua forza se esce dai limiti angusti della disciplina tradizionale e perciò vuol chiudercisi; mentre da ogni parte gli eventi la incalzano ad uscirne per conquistare il mondo e i suoi tesori.
Noi abbiamo cercato di liberarci da tutti i preconcetti modernizzanti, che hanno impedito a tanti storici di capire questo dramma: uno dei più immensi della storia, agli occhi di chi sappia abbracciarlo tutto. E raccontandola succintamente con sufficienti particolari, crediamo di avere anche somministrato un soggetto di utili meditazioni ad un’età, la quale precipita in una orrenda anarchia, perchè tutti gli Stati, presi dalla smania di espandersi, quasi si vuotano e non sono più capaci di stare entro se medesimi.
Non è forse opera vana opporre a questa febbre distruggitrice l’esempio di una nazione antica, che potè espandersi nel mondo nel tempo stesso con tanta fortuna e travaglio, perchè riluttò sempre a uscire da se medesima; e volle chiudersi in se medesima perchè sapeva che uno Stato può essere grande o piccolo, ma, grande o piccolo, non può avere forza e coesione e una certa padronanza del suo destino, se non si propone un certo ideale di perfezione morale e civile, che valga più della potenza e della ricchezza. Perchè queste sono spesso dono della fortuna; quello è opera e merito dell’uomo.
Firenze, ottobre 1920.
G. F.
CAPITOLO PRIMO LA MONARCHIA E IL PRIMO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA
(754?-510? a. C.)
1. L’Italia nell’VIII secolo a. C. — I tempi, a cui risalgono le prime e incerte notizie di Roma, sono per noi il principio della storia nostra. Ma per gli uomini che li vissero, erano la fine di una lunga storia precedente, a noi quasi ignota. Quanti avvenimenti aveva già veduti l’Italia, verso la metà dell’ottavo secolo a. C.! Aveva veduto ricoverarsi nelle caverne gli uomini che lavoravano la pietra e cacciavano con le frecce aguzze di onice le belve sui monti boscosi; aveva veduto emergere dai laghi e dai fiumi i villaggi difesi dalle acque; aveva veduto quella forza misteriosa che non dà tregua alle genti umane, l’invenzione, fare la prima immensa rivoluzione della storia, creando il bronzo, estraendo e plasmando il ferro; aveva veduto, man mano che l’uomo aveva imparato a fabbricare strumenti più utili e saldi, moltiplicarsi gli armenti, diffondersi la coltivazione dei cereali, i primi tralci delle viti pendere dagli alberi, curvarsi gli ulivi sulle pendici, i colli incoronarsi di città turrite, e le industrie e le arti, che si dicono civili, fare le prime loro prove. Ma aveva veduto pure infuriare la guerra; e genti diverse invaderla da ogni parte, contendersi le regioni con le armi. Verso la metà del secolo VIII a. C. l’Italia era già popolata da razze diverse: ma quante fossero e quali, e in che differissero propriamente, onde venissero e dove risiedessero è impossibile dire con sicurezza. I dotti del secolo XIX, per i quali la storia non ha segreti, hanno preteso di saperla lunga anche su questo punto; ma, secondo il loro costume, ognuno cercando di dimostrare che tutti i predecessori erano stati in errore. Sarebbe vana fatica avventurarsi in loro compagnia in questa jungla di discussioni sottili e inconcludenti: meglio varrà riassumere le conclusioni più probabili, dicendo che, nel secolo VIII, mentre sulle coste meridionali incominciavano a metter piede le colonie greche e ad apparire la Magna Grecia, di cui erano già, o sarebbero fra non guari, ornamento Cuma, Posidonia, Metaponto, Reggio, Locri, Crotone, Sibari, Taranto, la maggior parte dell’Italia meridionale e dell’Italia centrale era occupata da una popolazione, a cui si suol dare il nome comune di Italici. Questa popolazione, che forse era partita insieme con gli Elleni dall’Oriente, ed era entrata nella penisola attraversando l’Illiria e l’Adriatico, si raccoglieva in gruppi distinti, di cui quello degli abitatori del Lazio passerà alla storia col nome di Latini; gli altri, posti a settentrione, a oriente e a mezzogiorno del Lazio, saranno chiamati Umbri, Piceni, Sabini, Equi, Marsi, Vestini, Marrucini, Ernici, Volsci, Peligni, Frentani, Sanniti, Osci, Lucani: ma tutti fratelli per lingua, per religione, per istituzioni e costumi; tutti popoli agricoltori e guerrieri, che non avevano ancora fondato molte città; che esercitavano solo le industrie più semplici, trafficavano poco, e vivevano semplicemente. Altri due popoli di cui si può congetturare che avessero comune con gli Italici la stirpe, risiedevano nella pianura padana; i Liguri a occidente, dal mare e dalla Macra al Ticino alle Alpi ed al Varo; i Veneti a Oriente, dall’Adige all’incirca e dai monti fino allo specchio del mare Adriatico. Infine lo spazio che intercedeva tra il territorio indipendente dei Veneti e dei Liguri, e tra questi due popoli e gli Italici, e cioè la parte migliore dell’Italia, era dominato dagli Etruschi. Occupavano tutto il territorio, che si estendeva dalla radice delle Alpi centrali, fino all’Italia media ed al Tevere, toccando da un lato l’Adriatico, dalla foce dell’Adige al Rubicone; dall’altro, il Tirreno, dalla Magra al Tevere; si erano impadroniti dell’Elba, l’isola ricca di piombo e di ferro; avevano colonizzato le terre occidentali della Corsica e avevano occupato anche, in pieno territorio popolato dagli Italici, una delle regioni più felici dell’Italia: la Campania. Non erano però potenti solo per la vastità del territorio e per la ricchezza, ma anche per le arti e per la cultura: poichè, insieme con i Greci, che incominciavano a colonizzare l’Italia meridionale, essi erano, in mezzo ai Liguri, ai Veneti, agli Italici ancora poveri e semplici, il gran popolo navigatore, mercante, industrioso e, per i tempi, colto e civile, dell’Italia. Disputatissime ne sono le origini e la stirpe, come quasi ignota è la lingua: ma certo è invece che essi correvano il mare — pirati o mercanti — con molte navi; che avevano costruito molte città sui monti o nel piano — Mantova, Felsina (Bologna), Ravenna, Volterra, Fiesole, Arezzo, Vetulonia, Populonia, Tarquinii, Caere, Veio, Perugia; che, imitando i Fenici e i Greci, si studiavano di far prosperare in quelle le industrie e le arti; che professavano una religione propria ed eccellevano nell’architettura e nella pittura; che avevano fortificato e provvisto le loro città di acquedotti e di cloache; che scolpivano il legno e la pietra, e conoscevano un ordinato regime politico. Non formavano un vasto impero, ma una confederazione di piccoli Stati, ognuno governato da Re (lucumoni); e probabilmente tenevano diete periodiche, sentendosi, come gli Elleni, un solo popolo e una sola gente, divisa in città e Stati diversi.
Nell’Italia, dominata dagli Etruschi, colonizzata dai Greci, popolata in tanta parte da popolazioni cosiddette italiche, fu fondata Roma. Quando? Come? Da chi? Per quale ragione?
2. La fondazione di Roma (754? a. C.). — Quella scuola storica, che ha nell’ultimo secolo fiorito in tutta Europa, e che con parola greca germanizzata si è detta critica, ha di solito il difetto di volere troppo spesso e a tutti i costi ripescare nell’oceano del passato anche le notizie, affondate a tanta profondità che nessun palombaro può sperare di scendere fino laggiù. Perciò parecchi discepoli di quella scuola troppo ardita si son proposti di dimostrare che la tradizione sbaglia i suoi conti, quando ci racconta che Roma è stata fondata verso la metà del secolo ottavo a. C. e, precisamente, secondo la data, ormai universalmente accettata, negli anni 754 o 753. E Dio sa se questi critici non hanno fatto spreco di induzioni ingegnose e di argomenti sottili! Il male è che ad uno storico ingegnoso non faranno mai difetto gli argomenti sottili per sostener qualunque tesi, di cui si innamori, e che questa volta tutte le congetture e i sillogismi e i ragionamenti si rompono contro un fatto: aver Roma sempre affermato ufficialmente, nella sua cronologia, ab urbe condita, di essere stata fondata verso la metà dell’VIII secolo a. C. I Romani antichi erano in grado di sapere meglio di noi quando la città loro era stata fondata: chè se poi anch’essi avevano dimenticata, per una ragione o per un’altra, la vera data, pare poco probabile che riesca a noi, dopo tanti secoli, di rintracciarla. Sinchè non si scopra chi, come, quando e perchè abbia falsificato la data della fondazione, sarà necessario prestar fede alla cronologia ufficiale, che è documento più sicuro dei più ingegnosi ragionamenti moderni; e argomentare dall’aver essa ufficialmente contato gli anni suoi ab urbe condita che Roma non crebbe a caso per un lento processo di sviluppo spontaneo, ma sorse già adulta per un atto di volontà: fu fondata da un uomo o da una città o da un popolo. Molto più difficile invece è sapere chi la fondò. Quante leggende ci ha raccontate l’antichità! La più antica favoleggiava che Roma sarebbe stata fondata da un eroe, figlio di Giove, un Romo, che le avrebbe imposto appunto il suo nome. Ma questa ed altre leggende consimili erano troppo semplici, per spiegare le origini di una città così illustre e potente: onde a poco a poco si frugò, affinchè anche Roma avesse le sue patenti storiche di nobiltà, in quella specie di archivio, che tante altre città del mondo mediterraneo avevano saccheggiato: nella poesia greca e nei miti e nelle leggende, che essa ha trattati con tanto splendore. Enea era stato preso di mira in modo particolare, perchè, avendo molto viaggiato, poteva aver denominato o fondato quanti luoghi e città si voleva. Così Capri si gloriava di derivare il suo nome da una cugina dell’eroe; Procida, da una nipote; Aenaria (Ischia), da Enea stesso; Capua, dal suo avolo, Capio; il golfo di Gaeta, dalla nutrice. D’altra parte la leggenda omerica aveva favoleggiato che la gente di Priamo non sarebbe tutta perita, e che, per un gettone dei suoi rami collaterali, rinascerebbe a maggiore gloria dalle sue ceneri. Riconducendo l’origine di Roma fino ad Enea, si faceva predire la grandezza di Roma da Omero in persona. Il primo re di Roma — Romo o Romolo — sarebbe stato dunque figlio di Enea! Ma questa favola, così lusinghiera per l’amor proprio romano, non poteva durare a lungo, per una difficoltà cronologica, di cui gli antichi, anche senza aver studiato nei seminari filologici, non tardarono ad accorgersi. Romolo non poteva essere precisamente figlio di Enea perchè, ragguagliate la cronologia greca e la romana, tra la distruzione di Troia e la fondazione di Roma correvano troppi più anni di quanti possono correre fra un padre e un figlio. La leggenda fu allora ritoccata, probabilmente amalgamata con leggende e tradizioni indigene; e Roma discese da Troia e da Enea, ma attraverso una lunga genealogia di Eneadi. Un figliuolo di Enea, Ascanio, aveva fondato Alba Longa, capitale di un mitico regno del Lazio, che era stato governato dopo di lui da una lunga genealogia di Re: gli ultimi dei quali, Numitore ed Amulio, erano venuti in discordia; e l’uno, il maggiore, sarebbe stato sbalzato di trono dal fratello, che, per maggior precauzione, avrebbe condannato ad eterna verginità, come Vestale, la figliuola, Rea Silvia. Ma il Dio Marte avrebbe vendicato l’usurpazione, e i due gemelli, nati dal Dio e dalla Vestale, avrebbero riposto sul trono l’avolo Numitore. Solo più tardi la nostalgia del luogo natio avrebbe indotto i due giovani a fondare una nuova città; ne avrebbero ottenuto licenza da Numitore; e, postisi a capo della fazione albana, irrequieta fautrice di Amulio e avversa al legittimo re, avrebbero sul Palatino e sulla sinistra del Tevere, in luogo acconcio alla difesa e al commercio, costruito una città, che sarebbe stata una colonia di Alba e l’emporio di tutto il paese.
3. Fu Roma fondata dagli Etruschi? — Così Roma sarebbe pronipote di Troia e figlia di Alba. Che fosse pronipote di Troia è certamente una favola; ma si può ritenere invece che sia figlia di Alba? Che Alba abbia fondata una colonia sulla riva sinistra del Tevere non è inverosimile. Ma una difficoltà si presenta.
Roma apparisce essere stata nei suoi primi due secoli una città mercantile e industriosa. Avremo occasione di ritornare spesso su questo punto, che è capitale per l’antica storia di Roma. Ora è certo che i Latini erano a quel tempo agricoltori; fabbricavano pochi e rozzi oggetti per soddisfare i loro semplici bisogni, e compravano dagli Etruschi i pochi oggetti di lusso di cui si contentavano. Non si capisce come avrebbero fondato, scendendo dai monti sulle rive del Tevere, una città, che divenne presto sede fiorente di industrie. Nè si capisce come il Lazio potesse alimentare un ricco commercio. Il Lazio non aveva derrate da vendere ai forestieri: produceva scarso farro, non frumento, poco vino e mediocre; non aveva miniere: aveva invece boschi antichi e magnifici; e quindi avrebbe potuto far grosso commercio di legname. Ma noi sappiamo che i suoi boschi erano quasi intatti nella seconda metà del secolo IV a. C.: segno che i secoli precedenti non avevano dilapidato quella preziosa ricchezza[1]. Se dunque, come vedremo e come è certissimo, Roma fu, nei primi suoi tempi, una città industriosa, altri popoli oltre i Latini devono aver posto mano a fondarla; e se fu nel tempo stesso un porto e un emporio, dovette essere il porto e l’emporio, non già del Lazio, che non aveva quasi nulla da vendere, ma di altre contrade dell’Italia media, già fiorenti per industria e per traffici, che di quel porto abbisognavano. Questa considerazione deve indurci a prendere in seria considerazione una ipotesi immaginata da più di uno storico moderno: se Roma non sia stata colonia etrusca[2].
L’ipotesi potrà sembrare sul principio strana, ma essa trova qualche appoggio in notizie antiche. Dionisio di Alicarnasso dice che una tradizione assai diffusa voleva Roma fondata dagli Etruschi[3]. D’accordo con questa antica tradizione, gli eruditi moderni si sono messi alla ricerca degli argomenti atti a confermarla, e ne hanno trovati in quantità. Ci sono ragioni che permettono, se non di provare, di congetturare senza temerità che etrusco possa essere addirittura il nome di Roma, derivato dalla gente dei Ruma; etrusco, secondo l’etimologia e la tradizione, quello delle tre tribù che formarono il primo popolo romano, Ramnes, Tities, Luceres; etruschi, i nomi di tutti i Re, e non soltanto quello dei Tarquinî; etrusco, il modo in cui la città fu costruita e i casolari sparsi sul Palatino ridotti ad unità urbana; etrusca, l’arte primitiva di Roma fino al III secolo[4]. Certo è poi che Roma, appena sorta, si mostrò nemica delle genti latine; che distrusse Alba e i minori borghi vicini; che nei primi secoli le grandi famiglie romane imparavano l’etrusco, come più tardi il greco[5]; che etrusche infine erano le norme della religione e — quel che ha maggior peso — del più antico commercio laziale[6]. Come indizi dunque, ce ne sono molti più che non occorrano ad uno storico moderno e modernizzante, per congetturare che in un tempo, in cui le città etrusche tenevano tanta parte dell’Italia settentrionale e centrale, nonchè la Campania, esse si sarebbero, fondando Roma, impadronite delle foci del Tevere, e della grande via fluviale, per cui l’Etruria centrale poteva sboccare nel Tirreno, avvicinando la parte meridionale dell’Impero etrusco, la Campania, alla parte settentrionale, l’Italia del nord. Onde se Roma, sempre secondo questa dottrina, fatta adulta e potente, rinnegò la sua discendenza, il popolo enigmatico degli Etruschi, che è sparito portando con sè nella tomba il proprio segreto, vivrebbe ancora ignorato nelle due grandi metropoli della civiltà italiana: Roma e Firenze.
Ipotesi senza dubbio attraente, sia per gli ingegnosi argomenti, con cui l’erudizione può sostenerla; sia perchè spiega come Roma abbia potuto sorgere in mezzo a genti rustiche e semplici, quale prospera città di commerci e di industrie, e sede di civiltà, per i suoi tempi cospicua. Gli Etruschi erano più atti dei Latini a fondare un florido emporio sulle rive del Tevere, verso la metà del secolo VIII a. C. Tuttavia è una congettura, che può apparir verisimile, ma che non può provarsi con un argomento decisivo, e contro la quale sta pur sempre la tradizione. Come spiegare, se Roma fu fondata e governata per più di due secoli dagli Etruschi, che sotto la repubblica essa abbia potuto latinizzarsi a segno, da dimenticare interamente la sua origine? D’altra parte è proprio necessario sconvolgere a questo modo la tradizione, per spiegare la storia della Roma dei Re? Non potè Roma, per essendo in origine colonia latina di Alba, mutarsi in città di commercio e di industria? Esaminiamo, per rispondere, la tradizione.
4. La Roma dei Re. — Come è impossibile decidere se Roma fa fondata dai Latini o dagli Etruschi, ancor più vanamente ci punge la bramosia di conoscere il nome del fondatore, che, secondo calcoli ingegnosi, in un giorno della primavera del 754 a. C., vide volare sul suo capo dodici augelli augurali, e, guidando un toro bianco e una bianca giovenca, diresse il solco, che avrebbe segnato il pomerio della città, e vi gittò la zolla primigenia, su cui tra non guari si sarebbero levate le mura della grande metropoli.
L’antica leggenda ci aveva narrato per secoli di Romolo e di Remo. Ma la dotta critica ha creduto di poter dimostrare che Romolo e Remo non sono che eroi immaginari, balzati fuori dal nome stesso di Roma; così come, forse, gli eruditi di qui a due mila anni sapranno insegnarci che Amerigo non fu che un immaginario eroe eponimo del nome di America; Colombo, della Columbia britannica; Bolivar, della Bolivia. E poichè non c’è modo di dimostrare che Romolo e Remo furono personaggi storici, non staremo a tentar di confutare queste moderne dottrine: ma cercheremo di riassumere in breve il poco che si può rintracciare, se non come certo, almeno come probabile, nelle confuse tradizioni tramandate dagli antichi. Tutti sanno che, secondo la tradizione, i Re di Roma furono sette e si chiamarono: Romolo, Numa Pompilio, Anco Marzio, Tullo Ostilio, Tarquinio I (Prisco), Servio Tullio e Tarquinio II (il Superbo). Qualunque sia il credito che si voglia o si possa dare alle molte notizie trasmesse dagli antichi su questi sovrani, è possibile ancora riconoscere nelle loro storie, in mezzo a molte favole, due êre: la prima, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente latina, e comprende i primi quattro Re; la seconda, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente etrusca, e abbraccia gli ultimi tre. Nel primo periodo la cittadella fondata da Alba cresce rapidamente, sotto il governo di una monarchia elettiva e vitalizia, simile a quella che resse nei primi secoli Venezia; e diviene un fiorente emporio di industrie e di commerci, nel tempo stesso in cui amplia con le armi i suoi territori. Non ci pare che sia necessario, per render ragione di questa prosperità, supporre che Roma fosse addirittura fondata dagli Etruschi. La felice posizione della città che, posta sopra un fiume, presso alla foce, ma non sul mare, era facile a difendersi e acconcia al commercio; forse anche il naturale desiderio di una città nuova di crescere, servito da provvide leggi, dovettero attrarre in grande numero, alla spicciolata o a gruppi, immigranti dai popoli vicini, che la città accoglieva, facendoli facilmente entrare a far parte delle trenta curie, in cui il territorio e la cittadinanza si dividevano. E nulla vieta di supporre, anzi tutto concorre a far credere che tra questi immigrati siano stati numerosi i Sabini, e più numerosi ancora gli Etruschi, i quali nella nuova città latina portarono lo spirito del commercio e dell’industria. Sin dai tempi remoti dei primi Re, dunque, se Roma è un’operosa officina, se il viandante ode battere frequente il martello che lavora il bronzo, il rame e il ferro, o stridere rapido il tornio del vasaio; se gli artigiani si raccolgono nelle prime associazioni di mestiere; se navi romane scendono intrepide al Tirreno, in Roma e nel Lazio vi sono anche molti piccoli, medi e grandi agricoltori, che coltivano e vendono entro assai più breve raggio i cereali, il vino, la lana, e che preferiscono la vita quieta e riposata della campagna alla operosità del porto di Ostia o al mercato di Roma. Sin da allora insomma incomincia il dissidio e l’antagonismo tra l’elemento mercantile e l’elemento agrario, che ritroveremo, ora più violento ora meno, in tutta la storia di Roma. Senonchè, in quei primi principî della città, esso non pare aver generato discordie troppo aspre. L’elemento etrusco e mercantile e l’elemento latino e agrario sembrano crescere ognuno a suo agio insieme con la città, senza troppo vivi conflitti, sotto il governo semplice, fermo, vigoroso, ma non arbitrario, dei Re. I poteri del Re sono ampi, ma non illimitati; e sono di tre ordini: militari, giudiziari e sacerdotali. I poteri militari sono, come è naturale, i più larghi. Il Re comanda l’esercito in guerra; può imporre al popolo i tributi necessari per condurre innanzi le varie imprese; ha diritto di vita e di morte sui soldati. Ma in pace e sui cittadini il Re ha poteri giudiziari molto ristretti: giudica soltanto i reati contro lo Stato e contro la religione, e le controversie in cui le parti liberamente lo scelgono ad arbitro. La giustizia è ancora in parte azione privata, in parte privilegio e ufficio dei capi delle famiglie, che giudicano i membri. Infine, in virtù dei poteri sacerdotali, il Re compie, in nome del popolo, tutte le cerimonie sacre, aiutato dai numerosi collegi di sacerdoti e sacerdotesse; dagli Augurî e dagli Aruspici, che interpretano dai segni naturali il pensiero degli Dei circa gli atti da compiersi dal potere pubblico; dalle Vestali, addette al culto della dea Vesta, protettrice della casa e dello Stato; dai Pontefici, incaricati di sorvegliare tutto il culto; dai Feziali e dai Flámini, i primi, custodi dei principi di diritto internazionale; gli altri, incaricati del culto di talune divinità particolari.
Ma se il Re aveva ampi poteri, questi poteri non erano ereditari. Il Re era nominato dal Senato, e la sua nomina doveva essere ratificata dal popolo, radunato nelle trenta curie. Che cosa era il senato e che cosa erano le curie? Il senato era un consesso, che eleggeva nel suo seno il Re e lo assisteva del suo consiglio; nel quale sedevano, a quanto sembra, parte per diritto ereditario, e parte per scelta del Re i capi delle gentes. In Roma infatti primeggiavano un certo numero di famiglie ricche e potenti, ognuna delle quali si raccoglieva intorno un certo numero di famiglie povere — contadini, piccoli possidenti, artigiani — legandole a sè con il vincolo religioso dei sacra comuni, con il proprio nomen, che essa dava loro, insieme con la sua protezione. Queste associazioni di famiglie si chiamavano gentes. Quante fossero allora non sappiamo; ma pare che tutte le famiglie, che davano il nome ad una gens e ne erano il sostegno, entrassero, dopochè il loro capo era stato assunto nel senato, nell’ordine dei patricii; in quel piccolo numero di famiglie che si consideravano ed erano considerate da più della restante popolazione per la condizione sociale e per i privilegi: tra i quali il privilegio religioso degli auspicia, di chieder cioè a Giove i segni della sua volontà secondo le regole della divinatio; e il privilegio politico di essere scelte dal Re ai principali uffici dello Stato. Sembra invece che i cittadini ricchi, i quali, pur formando una gens, non erano riusciti ad entrare in senato, appartenessero, insieme con i loro gentili e con i cittadini poveri che non facevano parte di alcuna gens, alla plebe. Le trenta curie invece erano una divisione territoriale e politica di tutti i cittadini: si radunavano nei così detti comizi curiati per ratificare l’elezione del Re, per nominare i magistrati, per approvare le leggi e per decretare la pace e la guerra; infine, per compiere taluni atti importanti della vita civile, come i testamenti e le adozioni.
Tali sembrano essere stati, nelle grandi linee, per quel che ancora se ne può sapere, gli ordini politici di Roma sotto i Re. È probabile che questi ordini non nascessero tali e quali, già adulti: ma crescessero lentamente, sebbene non si possa argomentare come e in quanto tempo e per quali vicende. Certo è invece che Roma non tardò ad ampliare con le armi il suo territorio. Il suo esercito era piccolo in origine come la città: ogni curia forniva cento fanti — una centuria — e una decuria di cavalieri: in tutto 3000 fanti e 300 cavalieri: la sola legione di cui si componeva l’esercito romano dei primi tempi; e nella quale i soldati si raccoglievano per gentes e servivano gratuitamente. Ma non è dubbio che di questo piccolo esercito Roma seppe fare un uso vigoroso sino dal principio, come se dall’ardimento etrusco e dalla tenacia latina prorompesse nella nuova città un ardito spirito di espansione, che la spinse ad ampliare nel tempo stesso i suoi traffici e i suoi territori. La tradizione crede di poter seguire passo passo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marzio nelle guerre e conquiste con cui i primi Re di Roma, ad eccezione del pacifico Numa Pompilio, ampliarono il territorio dello Stato. Sarebbe vano voler sceverare il vero dal falso in questa tradizione e assegnare ad ogni monarca la parte delle conquiste che proprio gli spetta. Certo è che Roma combattè sin dalle sue origini molto e con fortuna; e che l’evento capitale di queste prime guerre fu la distruzione di Alba, attribuita al terzo e più guerriero dei Re. Ma, opera di questo o di altro Re, la distruzione di Alba, la città più potente del Lazio dei Prisci Latini, il centro politico e religioso, della contrada, è certamente un fatto storico e la prima grande vittoria di Roma. Distrutta Alba, deportata sul Celio e incorporata la sua popolazione nella città, assunta l’egemonia della lega religiosa e politica dei Latini, Roma cominciò a essere veramente un piccolo potentato, e potè estendere il territorio sino al mare. Vuole la tradizione che il re Anco Marzio deducesse ad Ostia, alle foci del Tevere, la prima colonia di cittadini romani, che la storia ricordi. Che sotto il quarto Re Roma già tentasse di possedere un porto sul mare aperto, alle foci del Tevere, è chiara prova, non solo del prosperoso commercio, ma della forza che la città si sentiva.
5. I Tarquinî e la prevalenza dell’elemento etrusco — Roma potenza mercantile (2ª metà del sec. VII-sec. VI a. C.). — Senonchè a questo punto la storia di Roma è interrotta da un rivolgimento, che dovette esser profondo, se ha lasciato tante e così visibili tracce nelle favolose tradizioni degli antichi. Narrano costoro, che ad Anco Marzio succedè nel governo di Roma un avventuriero di Tarquinî, un ricco straniero, che avrebbe avuto nome Lucumone, e che era figliuolo di un gran mercante di Corinto discendente — vuolsi — dalla regia stirpe dei Bacchiadi, e di una nobile dama etrusca. Nelle sue vene dunque, secondo la tradizione, scorrevano commisti insieme sangue greco e sangue etrusco, sangue di mercanti e sangue di nobili. Non potendo, perchè figlio di uno straniero e di un profugo, ottenere dignità e onori in Etruria, egli avrebbe migrato a Roma e quivi, salutato novello Romolo dal favorevole augurio del cielo, sarebbe stato ricevuto ospitalmente a corte dal re Anco; e, segnalatosi così in guerra come in pace, per valore, per saggezza e per generosità sarebbe stato eletto Re alla morte di Anco. Senonchè, se sino a questo punto la tradizione concorda in Livio e in Dionigi di Alicarnasso, da questo punto in poi diverge. Tito Livio sorvola sul regno di Tarquinio, accennando appena a diverse guerre, a qualche riforma politica e a varie opere pubbliche fatte dal Re; Dionigi di Alicarnasso invece si stende in lungo e in largo a parlare sopratutto delle sue guerre, e tra queste racconta le guerre che ebbe, lunghe e accanite, con gli Etruschi, narrandoci nientemeno che alla fine le città etrusche riconobbero Tarquinio come loro Re. In altre parole, il figlio del ricco e nobile immigrato d’Etruria, salito alla suprema carica, in quella città nuova e perciò più aperta delle antiche alle ambizioni degli stranieri intraprendenti, avrebbe conquistato l’Etruria e sarebbe diventato Re di Roma e dell’Etruria. Possiamo noi accettar per vera questa, tradizione?
A noi pare si possa. Essa non è inverosimile. L’Etruria può essere stata sorpresa da Roma in un momento di debolezza e di disgregazione politica. E se non è inverosimile, la tradizione ci spiega anche quel tanto che nella storia degli ultimi Re di Roma è etrusco, senza obbligarci a fare degli Etruschi addirittura i fondatori della città eterna. Conquistata l’Etruria da un Re, nelle cui vene scorreva tanto sangue etrusco e greco; portata a Roma la capitale dell’Etruria, del suo commercio e della sua industria, l’influenza etrusca prevale sulle tradizioni latine, così come, tanti secoli dopo, l’Oriente conquistato doveva a sua volta conquistar Roma. Se noi non siamo in grado di sceverare il vero dal falso nei racconti che gli storici antichi ci hanno trasmessi sugli avvenimenti occorsi nei regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, noi possiamo intender chiaro nelle grandi linee il corso della storia di Roma sotto questi Re. Non ci meravigliamo più che Roma faccia numerose guerre con i Sabini, con gli Equi, con i Volsci, e allarghi il suo territorio, impadronendosi di tutta la costa tirrenica, dal Tevere a Terracina[7]. Noi ci spieghiamo la pompa e il cerimoniale etrusco, di cui questi sovrani si circondano; il grande commercio che Roma mantiene con la Sardegna, con la Corsica e con i Cartaginesi, con la Sicilia e con la Magna Grecia, con l’Adriatico e con l’Oriente ellenico[8]; il grande numero degli opifices e delle corporazioni che lavorano il rame, il legno, le pelli, le ceramiche, il ferro. Noi sappiamo per quale ragione la coltura ellenica è ora in favore a Roma[9]; e la città si allarga, cosicchè Servio Tullio potè chiudere entro poderose mura, lunghe sette miglia e mezzo, parte del Celio, l’Esquilino, il Viminale, il Quirinale e il Palatino, dividendo tutto il territorio in quattro regioni. Nè ci fa meraviglia più di leggere negli antichi scrittori che i Re dotano Roma di insigni monumenti e fanno grandi lavori: le mura già ricordate di Servio Tullio, il Circo Massimo, il tempio di Giove sul Campidoglio, i ponti sul Tevere, la Cloaca massima, la bonifica della parte bassa della città, fino ad allora palude selvaggia, rotta da sterpi e boscaglie e sparsa di gruppi di tombe abbandonate, sulla quale sorgerà quel Foro romano, cui tanti illustri destini si legheranno. Noi comprendiamo infine come fuori della cinta sacra, del pomoerium, gli stranieri, provenienti dal mare, i «meteci» di Roma antica, abbiano installato i loro Dei, e verso l’interno, presso l’isola Tiberina, o in quello che si disse il Vico tusco, tra il Palatino e il Campidoglio, abbiano posta la propria sede i nuovi immigrati etruschi, e i mercanti che vengono ad esporre le loro derrate e le loro manifatture, innanzi di ripigliare il viaggio alla volta della Campania. Roma è diventata la capitale dell’Etruria!
6. La costituzione di Servio Tullio. — Ma c’è di più: noi possiamo spiegare in modo soddisfacente la profonda alterazione che l’antica costituzione romana subì per opera di Servio Tullio, il quale diede allo Stato romano alcuni lineamenti rimasti indelebili per sette secoli. Il popolo aveva sino ad allora votato nei così detti comizi curiati, cioè nelle trenta curie, in cui ricchi e poveri, grandi e plebei si mescolavano; e i poveri, essendo in numero maggiore, prevalevano[10]. La tradizione racconta che Servio Tullio divise i cittadini romani in cinque classi, ascrivendoli a una di queste, via via dalla prima alla quinta, secondo che possedessero un censo, che non fosse inferiore a 100.000, a 75.000, a 25.000, a 12.500 (o, secondo altri, 11.000) assi. Ogni classe poi suddivise in centurie, facendo di ognuna di queste centurie una unità politica, militare e fiscale. Per eleggere i magistrati, per approvare le leggi e deliberare la pace o la guerra, il popolo voterebbe per centurie, in ogni centuria deliberando la maggioranza e ogni centuria contando per un voto. Allo stesso modo ogni qualvolta lo Stato avesse bisogno di soldati e di denaro, dividerebbe il contingente e l’imposta per centurie. Siccome Servio Tullio aveva divisa in 98 centurie la prima classe, in 20 la seconda, in 20 la terza e la quarta, in 30 la quinta; siccome aveva costituito, oltre queste, quattro centurie di cittadini aventi in guerra uffici particolari, che votavano con qualcuna delle classi superiori, e raccolto in una centuria quelli che non avevano il censo della quinta classe, quale dovette essere l’effetto della riforma serviana, è chiaro. Le classi ricche, essendo meno numerose e distribuite in un numero di centurie maggiori, preponderarono nella nuova assemblea elettorale e legislativa detta dei comizi centuriati; ma in compenso ebbero a servire più spesso nell’esercito e a pagare di più; mentre i poveri, esclusi dalle cinque classi, furono anche esenti dalla milizia e dal tributo.
La costituzione di Servio Tullio è dunque una costituzione censitaria; o, come dicevano gli antichi, timocratica. Il principio su cui posa è il privilegio del denaro. Le curie, invece, nelle quali ogni uomo ricco o povero contava per uno, riposavano sul principio dell’eguaglianza e della maggioranza. Ma una riforma timocratica della costituzione non si addice che ad una città, nella quale la ricchezza possa più che il numero o la tradizione. Perciò parecchi storici moderni, tedeschi i più, hanno voluto trasportarla al IV sec. a. C., la Roma dei Re essendo a loro giudizio ancora troppo povera e piccola, per una costituzione di tale natura. Ma il ragionamento si può rovesciare; e, tenendo ferma la tradizione, argomentare dalla riforma la prosperità e la ricchezza di Roma in quei tempi; dire che, se Servio Tullio potè fare quella riforma, Roma doveva esser più ricca e potente che non si supponga. E questa conclusione quadra sia con quanto siamo venuti esponendo sin qui, sia con quanto sappiamo dell’estensione e della popolazione del territorio romano nei tempi posteriori[11]. Capitale dell’Etruria e ricco emporio di commercio e d’industria, dove eran numerosi gli arricchiti di fresco e i mercanti, Roma poteva sostituire al principio egualitario delle curie il principio timocratico di Servio Tullio. A che cosa mirasse Servio Tullio con questa riforma, non è difficile congetturare: accrescere la potenza delle classi mercantili e industriose, a scapito della aristocrazia latina e del senato, che ne era l’organo.
Abbondano infatti nella tradizione i vestigi di una lotta tra il vecchio patriziato latino e la nuova monarchia etruschizzante. Quello cerca di conservare i suoi privilegi e di difendere il suo potere; questa si studia di rafforzarsi, accarezzando la plebe, la gente nova, i ricchi mercanti; introducendo nel senato, e quindi nell’ordine dei patrizi, quanti uomini nuovi può. Tito Livio, il quale è così conciso intorno a Tarquinio Prisco, ci racconta che questo Re accrebbe il senato di cento nuovi membri, «non per fare il bene dello Stato, ma per avere egli maggiore potenza». La storia è vecchia; e si è ripetuta cento volte. Dopochè Roma ebbe conquistato la supremazia sull’Etruria, l’equilibrio tra l’elemento etrusco e l’elemento latino si rompe; l’elemento etrusco, mercantile, danaroso, avventuroso, meno ligio alle tradizioni, domina; e mentre fa di Roma un sontuoso e ricco emporio, tenta di spodestare una antica aristocrazia tradizionalista con il braccio di una monarchia rivoluzionaria. Onde una lotta tra la tradizione e il denaro, tra l’elemento latino e l’etrusco, tra i Re e il senato, che alla fine mette capo alla catastrofe.
7. La caduta della monarchia (510? a. C.). — Note sono le favole che gli antichi raccontano intorno alla caduta della monarchia, tra le quali l’oltraggio arrecato a Lucrezia. Queste favole hanno indotto alcuni storici moderni a mettere in dubbio tutto il racconto antico ed a supporre che l’autorità regia non sia stata rovesciata da una rivoluzione, ma si sia spenta a poco a poco, per esautoramento progressivo. Ma è questa una congettura che non ha fondamento alcuno nei racconti degli antichi, i quali, se contengono favole, dicono chiaro e concordi che l’autorità regia cadde per una rivolta armata del patriziato. Il che non può esser cagione di meraviglia, dopo quanto abbiamo esposto, anche se non possiamo, pur troppo, narrare come e perchè la rivoluzione scoppiasse e vincesse. Dobbiamo quindi star paghi di dire — ma questo possiamo affermarlo, senza abusare del diritto di critica — che la monarchia elettiva e vitalizia, che l’aveva governata nei primi secoli, cadde in Roma, sulla fine del VI sec. a. C., per una rivolta dell’elemento latino, guidata dal patriziato, contro l’indirizzo troppo etrusco, mercantile e assoluto degli ultimi Re[12].
La monarchia era durata, secondo la tradizione e secondo verisimiglianza, poco meno di due secoli e mezzo (dal 754 o 753 al 510 o 509), ma aveva fatto grandi cose. Non era piccola la gratitudine che Roma le doveva al suo cadere. Sotto lo scettro dei Re, la città fondata da Romolo si era ingrandita, arricchita, abbellita; aveva vinto gli Etruschi e si era allargata sul mare. Ma un odio implacabile avvolgerà tanti meriti in un’ombra sinistra, imponendosi alle generazioni come un dovere civico; sebbene, o forse perchè, appena caduta la monarchia, la fortuna della giovane città improvvisamente declina e par quasi sul punto di precipitare nel nulla.
Note al Capitolo Primo.
[1]. Sui boschi del Lazio nella seconda metà del IV sec. a. C., cfr. Theophr. H. Plant. 5, 8, 1 e 3.
[2]. Cfr., fra gli altri, W. Schulze, Zu den römischen Eigennamen, in Abhandl. d. Götting. Ges. d. Wissenschaft, N. S., 5, 2; K. O. Müller, Die Etrusker, Stuttgart, 1877, I, pp. 112 sgg.; V. Gardthausen, Mastarna oder Servius Tullius?, Leipzig, 1882; K. J. Neumann, Die hellenistischen Staaten und die römischen Republik, in Weltgeschichte, Berlin, 1907, pp. 361 sgg.; W. Soltau, Anfänge d. römischen Geschichtsschreibung, Häffel, 1909, p. 145; Mythus oder literarische Erfindung in der älteren römischen Geschichte, in Preussische Jahrbücher, marzo 1914, p. 453; A. Grenier, Bologne villanovienne et etrusque, Paris, 1912, pp. 54-56 e passim; V. A. Ruiz, Le genti e la città, in Annuario della R. Università di Messina, 1913-14.
[3]. Dionys. Hal., 1, 29, 2: τήν τε Ῥώμην αὐτὴν οἱ πολλοὶ τῶν συγγραφέων Τυρρηνίδα πόλιν εἴναι ὑπέλαβον.
[4]. Cfr., oltre alla bibliografia della precedente n. 2, R. Delbrück, Die drei Tempel am Forum holitorium in Rom, Roma, 1903 (ed. del Kaiserlich deutschen Institut), pp. 25 sgg.; 28 sgg.; 30 sgg.
[5]. Liv., 9, 36.
[6]. Liv., 1, 8. — Sulle analogie tra le nundinae romane ed etrusche, cfr. Macrob., Sat., 1, 15, 13.
[7]. La potenza continentale di Roma, alla fine della monarchia, è testimoniata, oltre che da Polyb., 3, 22, dall’ampiezza della lega latina, che, alla caduta della monarchia, si formerà contro Roma a salvaguardia della ricuperata indipendenza; cfr. Dionys. Hal., 5, 61. Cato, fr, 58, ed. Peter.
[8]. Cfr. E. Gabrici, Il problema delle origini italiche, in Rivista di storia antica, 1907, I, p. 94 sgg., ed il primo trattato romano-cartaginese, trascrittoci da Polibio (3, 22), stipulato nel primo anno della repubblica, di cui discorriamo nel capitolo seguente.
[9]. Cic., De Rep., 2, 19, 34.
[10]. Sulle curie e sui comizi curiati si è lungamente e variamente discusso dai moderni. A noi pare però che non si sia tenuto il debito conto del passo di Dionys. Hal., 4, 20, che accettiamo come del tutto veritiero. Cfr. anche Dionys. Hal., 4, 21; 7, 59; 9, 41; 11, 45.
[11]. Dal rapporto stabilito da Servio tra ogni classe e il suo contingente militare, si arguisce che non sono indicati tutti gli atti alle armi di ciascuna classe. Infatti la prima classe — la meno numerosa perchè formata dei ricchissimi — dà 98 centurie, ossia 9800 uomini atti alle armi; mentre ciascuna delle altre classi, evidentemente più numerose, ne dà solo 2000 o 3000. Si può quindi, per un calcolo degli atti alle armi, pigliare come base la prima classe. Ognuna delle classi serviane può dunque dare almeno 9800 atti alle armi; il che fa per tutte le prime cinque classi, 49000 atti alle armi, dai 17 ai 60 anni. Quattro volte questa cifra, secondo il rapporto statistico consueto, darebbe tutta la popolazione delle prime cinque classi: 196.000 anime. Ma questi sono solo gli abbienti. Restano i non abbienti che, secondo il rapporto consueto, stanno ai primi come 3 a 2. Sarebbero perciò 294.000, che, aggiunti ai 196.000, dànno una popolazione complessiva di 490.000 anime, in cifra tonda un mezzo milione. Ma questo — ripetiamo — non è ancora che un minimo, perchè noi abbiamo calcolato tutte egualmente numerose le prime cinque classi, il che non doveva essere. Si può andare perciò fino a 600-700.000. Or bene, quando nel 280 a. C. il territorio di Roma si stese in tutta l’Italia centrale compresa la parte della Campania, riconquistando così l’antico impero dei Tarquini, il censimento di quell’anno dette una popolazione di 287.222 cittadini (Liv., Ep., 13) che dà un totale di oltre un milione di anime: cifre che si accordano perfettamente con quella da noi adottata pel tempo di Servio, ove si tenga conto che nel terzo secolo parte della Campania era fornita del diritto di cittadinanza romana, e che in 3 secoli la popolazione italica doveva essere cresciuta.
[12]. Cfr. in Liv., 1, 59, 9-10 il discorso, che lo storico latino mette in bocca ai congiurati del 510 o 509.
CAPITOLO SECONDO I PRIMI PASSI DELLA REPUBBLICA
(Sec. VI-V a. C.)
8. Il primo trattato di commercio con Cartagine e la perdita dell’Etruria. — Il primo documento sicuro della storia romana che noi possediamo è un trattato di commercio: il trattato che, nel 510 o 509 a. C., l’anno primo della repubblica, Roma conchiudeva con Cartagine. Polibio ce ne ha conservato il testo (3, 22). Esso suona così:
«Ai Romani e ai loro alleati è vietato navigare al di là del Bel Promontorio (il capo Farina, cfr. Pol., 3, 23), salvo che non vi siano costretti dalla tempesta o dai nemici.... Se alcuno sarà stato costretto ad approdarvi, non gli sia lecito comperare o prendere cosa alcuna, salvo il necessario a riparare le navi e a compiere i sacrifici, e ne riparta entro cinque giorni. Coloro che si recheranno per ragioni di commercio» [si intende, a Cartagine, nell’Africa al di qua del Bel Promontorio, e in Sardegna] «non saranno tenuti ad alcuna imposta, salvo a quella dovuta al banditore o allo scrivano pubblico; e di quanto sarà venduto in loro presenza la fede pubblica resterà garante al venditore, e ciò per quanto concerne le vendite fatte in Africa e fatte in Sardegna. Se poi alcun romano verrà in quella parte della Sicilia soggetta ai Cartaginesi, i suoi diritti saranno per ogni verso eguali [13].
Questo trattato è stato frainteso dagli storici moderni. Eppure il suo testo parla chiaro: Roma rinuncia a navigare e a commerciare nel Mediterraneo orientale, e i Cartaginesi promettono in cambio di non far guerra e danno alcuno al territorio o alle città del Lazio, soggette o non soggette a Roma. È così vero che la monarchia fu rovesciata dall’elemento latino ed agrario, sollevatosi contro l’elemento etrusco e mercantile, che, appena fondata, la repubblica fa un passo indietro sulle vie del commercio arditamente tentate dagli ultimi monarchi e compra la pace da Cartagine, restringendo nel Mediterraneo il suo commercio. Questo è il senso, lo spirito e lo scopo del trattato. Nè è temerario congetturare che la repubblica si affrettasse a comperare a questo prezzo la pace da Cartagine, perchè si trovò subito in guerra con l’Etruria. Se, quando la monarchia fu rovesciata, il dominio romano in Etruria fosse così vasto come ai tempi di Tarquinio Prisco, noi non sappiamo: certo è che la repubblica ebbe subito a sostenere una fiera guerra con gli Etruschi, sia che gli Etruschi soggetti si ribellassero, sia che gli Etruschi indipendenti approfittassero dell’occasione per liberare le città soggette, sollecitati, come vuole la tradizione, da Tarquinio. E neppure è dubbio che la repubblica fu vinta dagli Etruschi, e che Roma cadde sotto il dominio etrusco per alcuni anni. Per quanti, è difficile dire con precisione; non molti, a ogni modo, perchè al principio del V secolo Roma era riuscita, bene o male, a riacquistare la sua indipendenza.
9. Le guerre con i Volsci e con gli Equi (principio del V secolo). — Ma solo per affrontare nuovi nemici, che da ogni parte l’assaltano. Tutto il Lazio insorge, rivendicando la libertà e l’autonomia; altre barbare popolazioni circonvicine — le tribù dei Sabini, ad esempio — che la monarchia aveva tenute soggette o in rispetto, ritornano a saccheggiare i territori romani; pericolo ancor più grave, le popolazioni del Subappennino romano — i Volsci e gli Equi — si spingono nella pianura del Lazio verso occidente e la costa tirrenica da Anzio a Circei. Intorno alle guerre incessanti, che la repubblica dovè combattere contro questi popoli, e massime contro i Volsci e gli Equi, gli antichi contano molte belle favole e poco di sostanzioso. Un documento sicuro — il trattato di alleanza, conchiuso nel 493 dal console Spurio Cassio, che pose fine alla guerra con le città latine, di cui Dionigi d’Alicarnasso ci ha conservato il testo[14] — ci dice che, anche con i Latini, come già con Cartagine, la repubblica pagò del suo le spese dell’accordo, poichè rinunciò alla supremazia ed al comando, riconobbe l’autonomia delle città latine e la loro confederazione, e con questa conchiuse un’alleanza difensiva a condizione di parità e di reciprocanza perfette. Quanto alle guerre contro i Volsci e gli Equi, che riempiono della loro confusa storia tutta la prima metà del V secolo, una cosa sola possiamo affermare con sicurezza: che per più di mezzo secolo Roma si tenne sulla difesa; che per difendersi fece entrare nella lega latina anche gli Ernici, che non erano certo Latini e forse erano Sabini; che in queste guerre ebbe spesso la peggio e non riuscì a impedire che il suo territorio fosse ogni tanto invaso e saccheggiato.
10. Le prime disfatte della repubblica e le loro conseguenze. — Il piccolo impero, che la monarchia aveva creato, cade dunque nei primi decenni della repubblica; e insieme decadono l’industria e il commercio. Se la repubblica, appena fondata, aveva abbandonato una parte del Mediterraneo a Cartagine, verso il 450 a. C. Roma era, si può dire, sparita dal novero degli empori di qualche importanza nel Mediterraneo. Il primo tentativo mercantile di Roma, il primo disegno di fondare sulle rive del Tevere un grande emporio, simile a Cartagine, a Corinto, a Taranto, ad Atene e a tante altre città greche, era dunque fallito. Ma questa rovina del commercio dovette impoverire la città, e questa povertà fu accresciuta dalle guerre disgraziate. La preda era il pane delle guerre antiche. Il soldato romano andava alla guerra, non solo per tenere lontano dal proprio territorio il nemico, ma con la speranza di entrare nel suo territorio e di prendere quel che poteva. Fu infatti principio costante della milizia romana che il generale avesse diritto di disporre delle manubiae — metalli, bestiame, schiavi — e di spartire il bottino tra lo Stato e i soldati, ai quali una parte doveva toccare, e di solito non la minore: il che ci spiega come nei primi secoli Roma potesse imporre a tutti i cittadini delle prime cinque classi il servizio militare obbligatorio e gratuito. Ma con questo modo di intendere la guerra, se le guerre vittoriose potevano, in una certa misura, arricchire il popolo, perchè quelli almeno che non ci morivano, portavano a casa dei metalli preziosi, del bestiame, degli schiavi, le guerre disgraziate lo impoverivano, perchè in queste non solo i soldati militavano senza compenso, ma parti più o meno vaste del territorio erano o perdute o saccheggiate. Le lunghe e incerte guerre con i Volsci e con gli Equi impoverirono dunque la condizione media e la plebe, nei primi cinquanta anni della repubblica. Molti possidenti si impaniarono nei debiti, perdendo a poco a poco i beni prima e la libertà poi, giacchè le terribili leggi del tempo condannavano il debitore insolvente a servire il creditore come schiavo.
11. Patrizi e plebei — La lotta per l’eguaglianza civile e politica (prima metà del V secolo). — A giudicar dunque dai primi effetti, la caduta della monarchia fu per Roma una calamità. Eppure la rivoluzione non aveva fatto subire alle istituzioni di Roma che un leggero ritocco. Il senato aveva conservato gli antichi poteri, come i comizi centuriati e, nella forma a cui la costituzione Serviana li aveva ridotti, i comizi curiati; solo l’autorità regia era stata trasferita a due magistrati, i consules, denominati in origine praetores. Eletti ogni anno dai comizi centuriati, i consoli ricevevano dai comizi curiati e dal senato l’imperium prima esercitato dai Re, e cioè il potere militare e giudiziario senza le facoltà religiose, che furono deferite a un nuovo magistrato denominato rex sacrorum; ed avevano, come i Re, per aiutanti i quaestores. Come mai da un mutamento così piccolo, aveva potuto procedere un effetto così grande? Perchè il mutamento era piccolo solo in apparenza. La monarchia, combinazione sapiente del principio elettivo e del principio vitalizio, era stata un potere vigoroso e fattivo, che aveva retto e diretto davvero lo Stato. Ma la repubblica, facendo questo potere annuale e dividendolo tra due magistrati, ognuno dei quali poteva esercitarlo separatamente, l’aveva indebolito; e quindi aveva trasferito il reggimento dello Stato non dal Re ai consoli, ma dal Re al senato, che, essendo stabile, primeggiò nel nuovo ordine di cose. Ma il senato romano era l’organo del patriziato; e il patriziato era una casta privilegiata e chiusa. Invano la monarchia aveva cercato di aprirla ad uomini e famiglie nuove; non appena, scacciati i Re, essa fu arbitra dello Stato, la casta si affrettò a rifar la serrata; non volle più accogliere genti nuove, si trincerò nei suoi privilegi come in una fortezza. Questi privilegi — il divieto di connubio con i plebei, gli auspicia e il diritto di occupare tutte le cariche — erano diversi ma tutti legati tra di loro, perchè non c’era atto o cerimonia pubblica che un magistrato potesse compiere senza aver prima interrogato il cielo o gli uccelli o gli altri segni della volontà divina. Lo Stato cadde dunque in potere di una oligarchia piccola, orgogliosa ed esclusiva; tutte le famiglie povere e le famiglie arricchite nelle ultime generazioni, che non avevano sangue patrizio nelle vene, furono escluse dal governo.
Ma questa piccola oligarchia chiusa non era in grado di ben governare e di difendere la repubblica. Questo è il segreto della storia dei primi decenni della repubblica, che invano gli antichi scrittori hanno cercato di nascondere in mezzo alle leggende. Quale ne fosse il difetto capitale, se un troppo cieco attaccamento alla tradizione latina, se un soverchio spirito di casta, se lo scarso numero o l’intelligenza manchevole, o il poco favore della fortuna, noi non sappiamo. Certo è invece che questa oligarchia non seppe conservare le conquiste della monarchia; dovè acconciarsi a trattare i Latini da pari a pari; difese male e a stento Roma dagli attacchi dei Volsci e degli Equi, e forse fu più sollecita della prosperità propria che del benessere generale; onde fu presto bersagliata da una opposizione, che prese di mira tutti i suoi privilegi. Questa opposizione nasce quasi con la repubblica, e cresce rapidamente, a mano a mano che le guerre poco fortunate screditano la piccola oligarchia dominante. I plebei ricchi, esclusi dal potere, fanno lega con i plebei poveri e tormentati dalla miseria; questi chiedono l’addolcimento delle leggi sui debiti e leggi agrarie, quelli protestano contro i privilegi dei patrizi; tutti lamentano la parzialità e l’incertezza delle leggi, l’arbitrio con cui l’oligarchia dominante le applica, gli abusi e le prepotenze dei magistrati patrizi non minori di quelle dei Re, reclamando con audacia crescente l’eguaglianza civile e politica dei ceti. Le armi di cui possono servirsi sono poche, in principio; ma il senato stesso, senza pensarci e senza volerlo, ne mette loro in mano qualcuna abbastanza potente. Così già nel 495 a. C. — la data è stata contestata dalla critica moderna, ma senza seri motivi — il senato aveva diviso tutto il territorio romano in 21 tribù e distribuito in quelle tutti i cittadini, in quanto proprietari di qualche bene nel distretto, incaricando ogni tribù di provvedere, in caso di guerra, al pagamento dell’imposta fondiaria e alla leva delle milizie. La riforma sembra aver avuto soltanto uno scopo amministrativo; ma par possibile congetturare che ben presto i malcontenti ne fecero un’arma di opposizione politica; che i capi delle tribù, preposti ad un ufficio così importante, divennero in breve gli organi del malcontento della maggioranza, ossia dei plebei. Così si può spiegare come qualche anno dopo — la data non è sicura nè presso gli antichi, nè presso i moderni — i patrizi dovessero consentire che nei vecchi comizi curiati, nei quali la ragione democratica del numero prevaleva, e che sembravano ormai sopravvivere a se medesimi, si eleggesse ogni anno un magistrato nuovo, due tribuni plebis, che difendessero il loro ceto contro ogni sopruso dei patrizi e dei loro magistrati[15]. Fu la prima arma vigorosa di cui i plebei disposero; e non perdettero tempo per rinforzarla. Già nel 471 a. C. il numero dei tribuni è portato a quattro o a cinque e l’elezione passa dai comizi curiati ai comizi tributi, ossia all’assemblea generale delle tribù: mutamento questo di molta importanza, perchè se i nuovi comizi tributi non differiscono molto, quanto al numero e al genere dei partecipanti, dai comizi curiati, in compenso però, non essendo ancora un’assemblea elettorale o legislativa, possono radunarsi senza l’autorizzazione del senato e senza nessuna di quelle formalità liturgiche, di cui tanto i patrizi abusavano a scopo politico[16]. Nè a questi primi passi la plebe si ferma. Poco dopo i tribuni ricevono, come aiutanti, gli edili della plebe; si arrogano prima una potestà coercitiva, ius prensionis, contro chiunque — fosse anche un magistrato — avesse osato offendere o danneggiare un plebeo; poi il ius intercedendi o il privilegio, veramente regale, di sospendere con un veto qualunque atto del governo e perfino le assemblee costituzionali, qualora il popolo fosse chiamato a deliberare su proposte, che avessero potuto presumersi contrarie agli interessi plebei; poi ancora il ius agendi cum plebe, la potestà di convocare la plebe a comizio, e di discutere con questa i suoi particolari interessi e quanto nella politica generale dello Stato fosse legato a questi interessi, nonchè il diritto di presentare leggi nei comizi tributi; infine, e più tardi, la facoltà di trattare con il senato su quanto toccasse gli interessi dei loro rappresentanti (ius agendi cum patribus). Prima ancora che tutti questi poteri fossero loro conferiti, nel 462 il tribuno C. Terentilio Arsa propose di affidare ad una commissione di cinque, il compito di preparare una legge, che delimitasse i poteri dei consoli, ponendo fine a quel loro impero non meno arbitrario e assoluto — a quanto diceva il tribuno — del potere regio.
12. Il decemvirato e le «Dodici tavole» (451-449 a. C.). — L’oligarchia patrizia, non avendo autorità bastevole per resistere su tutti i punti alla agitazione della plebe, indebolita come era dalle guerre disgraziate, aveva ceduto sulla questione dei poteri dei tribuni e aveva lasciato che nel cuore dello Stato sorgesse un potere legalmente incaricato di fare l’ostruzione a vantaggio dell’opposizione. Ma alla proposta di Terentilio Arsa si oppose invece con vigore, perchè, invece di accrescere il potere della plebe, limitava i poteri del patriziato. Nacque una furibonda contesa che, interrotta ogni tanto dalle incursioni dei Volsci e degli Equi, inasprita da violenze e da processi, durò dieci anni.
Alla fine si addivenne a una transazione. Tre ambasciatori, Spurio Postumio Albino, A. Manlio, P. Sulpicio Camerino furono, se vogliamo credere a Livio, mandati in Grecia a studiare le leggi di quel paese; e quando costoro furon tornati, i tribuni proposero che per l’anno prossimo tutte le magistrature patrizie e quelle plebee, nonchè i rispettivi corpi politici — consoli, questori, tribuni, assemblee curiate, centuriate e tribute — fossero sospese; e in loro vece fosse creata una nuova magistratura, il decemvirato: dieci magistrati che al tempo istesso governerebbero lo Stato e redigerebbero una costituzione, nella quale fossero incluse quelle disposizioni capitali di diritto civile e penale, che, negli Stati primitivi, sono ancora parte del diritto pubblico. Questa nuova costituzione doveva valere per i patrizi e per i plebei; i magistrati incaricati di compilarla potevano dunque essere patrizi o plebei.
La legge fu, dopo qualche contrasto, approvata. Ma eletti furono solo dieci patrizi, i quali in un solo anno (451) condussero a compimento l’opera ponderosa. Alla fine del 451, ben dieci tavole di leggi rendevano testimonianza del lavoro compiuto. La storiografia tradizionale, vergata quasi esclusivamente da penne patrizie, celebrerà più tardi con i più alti elogi la moderazione e la saggezza di quei primi legislatori. Ma ben diverso sembra essere stato il giudizio dei plebei e dei patrizi sulla nuova costituzione, appena fu pubblicata. E non è impossibile, pur in mezzo alle incerte notizie della tradizione storica, intravedere il motivo di tanto malcontento. Non è dubbio che i decemviri avevano cercato un compromesso tra il privilegio patrizio e l’eguaglianza che stava a cuore alla plebe. Il compilare quelle leggi con chiarezza e il pubblicarle erano già due grandi concessioni alla plebe, due grandi limitazioni dell’onnipotenza patrizia. Senonchè è naturale che i patrizi, per bilanciare queste concessioni, abbiano cercato di conservare quanti più privilegi potessero. Inoltre, istituendosi il decemvirato, si erano aboliti anche i tribuni plebei e i comizi tributi; e il compenso dovesse apparir magro; tanto è vero che in quel primo anno i decemviri erano stati tutti patrizi.
I plebei dunque si dolsero di aver perduto i loro magistrati senza avere ottenuto quanto era loro diritto; i patrizi a loro volta accusarono la nuova costituzione di aver troppo largheggiato con i plebei a loro danno. Anche questo compromesso scontentava tutti; e peggio fu l’anno seguente, quando i plebei riuscirono a far eleggere decemviri tre candidati plebei. Una parte del patriziato, la più avveduta, non vide di mal’occhio questa vittoria della plebe; anzi lo stesso Appio Claudio, il più autorevole dei decemviri, la favorì, sperando placasse il risentimento per tante altre aspirazioni insoddisfatte: ma accanto ai pochi savi c’erano, anche nel patriziato, gli arrabbiati, e questi vollero subito un compenso. Nel secondo anno del decemvirato due nuove tavole sancirono solennemente il divieto dei matrimoni tra patrizi e plebei. Esasperati da questa politica della bilancia, i due partiti furono concordi almeno nel detestare egualmente e voler morto il decemvirato; il che ci spiega come la tradizione, raccolta da T. Livio, abbia potuto raccontare che dal primo anno al secondo il decemvirato si sarebbe ad un tratto mutato in una illegale tirannide. Abolita ogni guarentigia; la capricciosa volontà dei decemviri, sola legge; patrizi e plebei, compagni ormai di sventura e vittime della stessa violenza; alla fine dell’anno prolungati arbitrariamente, dagli stessi decemviri, i propri poteri. Non il decemvirato era mutato, ma il sentimento di tutti i partiti, che, dopo aver troppo sperato, avevano ad un tratto disperato della nuova costituzione. Nè il decemvirato potè resistere a lungo alla coalizione degli interessi lesi, ai sospetti dei patrizi e dei plebei, allo spirito di tradizione così forte. Qualche errore (il noto episodio di Virginia, non è forse tutto romanzo, come romanzo non è l’episodio iniziale dei Vespri siciliani) e una sconfitta diedero al suo vacillante potere le ultime spinte, quelle che lo fecero cadere. Sui primi del 449 Sabini ed Equi invadevano ancora una volta il territorio romano. Otto decemviri presero il comando degli eserciti romani. Solo Appio Claudio, la colonna del minacciato governo, rimase con un collega plebeo in Roma, dove il pericolo era maggiore. Ma quei duci improvvisati furono sconfitti; l’esercito si ribellò; e, sotto il comando degli ufficiali minori, marciò su Roma, dove l’antica costituzione fu ristabilita. Così il decemvirato spariva, lasciando, come la monarchia, una rinomanza non buona ed un’opera insigne: la legge civile e penale, che aveva cancellato tante antiquate differenze tra i ceti sociali e che sarebbe stata per secoli il fondamento di tutto l’ordine giuridico e, in parte anche, dell’ordine politico.
13. I «Tribuni militares consulari potestate». — Il secondo cinquantennio del V secolo è migliore del primo per le vicende esterne. Roma respira. I Volsci e gli Equi l’assalgono più di rado e più mollemente: segno che le forze crescono a Roma e che scemano ai suoi nemici. Roma però si tiene ancora sulla difesa. Si riaccende invece, cinque anni dopo che il decemvirato è caduto, la grande contesa dell’eguaglianza politica e civile. Nel 444 il tribuno della plebe C. Canuleio propone di abrogare la legge delle Dodici tavole, che interdiceva il connubio di patrizi e plebei; e i suoi nove colleghi propongono di riconoscere console chi il popolo elegga, patrizio o plebeo. La cittadella dei privilegi patrizi era assalita nel tempo stesso da due parti, nella famiglia e nello Stato. La resistenza fu quindi ardente e tenace, non eguale però sui due punti, per quanto tra i privilegi familiari e i privilegi politici del patriziato, ci fosse un nesso: gli auspicia. Ma, come tutte le caste chiuse, il patriziato romano si assottigliava e impoveriva, mentre la plebe si rafforzava di nuove famiglie arricchite di fresco; perciò la legge Canuleia, se feriva l’orgoglio della casta patrizia, poteva rinsanguarla di nuove intelligenze e di nuove ricchezze. Se non fu facile, non fu neppur troppo difficile a Canuleio di spuntarla, tanto più che i patrizi speravano, contentando la plebe su questo punto, di indurla a rinunciare all’altra domanda. Ma si ingannarono: incoraggiati dalla fortuna di Canuleio, gli altri nove tribuni mantennero la proposta; a loro volta i patrizi si opposero disperatamente. Si fece pace alla fine con una transazione. Fu proposto e approvato che, negli anni in cui il senato lo credesse opportuno, fossero eletti, non più due consoli, ma tre tribuni militares consulari potestate, i quali sarebbero scelti dal popolo liberamente, tra i patrizi o tra i plebei. Il senso di questa singolare transazione non è chiarissimo. Considerando che il tribunus militum era il comandante militare subordinato al console, si può attribuire ai patrizi l’intenzione di salvare almeno formalmente il proprio privilegio, concedendo ai plebei una specie di consolato mutilo e monco. Certo è invece che la transazione gettò non cenere, ma olio sul fuoco. A tutte le altre discordie si aggiunse una nuova ragione di continui litigi: il decidere ogni anno se si dovessero eleggere dei consoli o dei tribuni militari. I plebei volevano i tribuni; i patrizi, i consoli. La transazione insomma indebolì ancora più la suprema autorità dello Stato, che la repubblica aveva già tanto indebolita; cosicchè fu forza usare ed abusare di quella che era l’ultima ratio della costituzione romana: la dittatura. Sospesa la costituzione, i consoli nominavano, approvante il senato, e per non più di sei mesi, un dittatore: un magistrato, come sembra, di origine forestiera, osca od etrusca, munito di pieni poteri, nel quale era ricostituita per breve tempo l’unità e l’autorità del potere regio. Destreggiandosi con mosse avvedute, facendo uso accortamente delle armi che forniva la costituzione, prevalendosi della maggiore esperienza politica, che è frutto del lungo governare, negli estremi frangenti nominando un dittatore, i patrizi riuscirono ad impedire per quaranta anni e più che neppur un plebeo fosse eletto tribuno militare, e riuscirono anche a togliere una parte dei suoi poteri al vacillante consolato, per il giorno in cui cadesse in potere dei plebei. Poichè i consoli erano troppo occupati nelle guerre, i patrizi proposero, e fecero approvare nel 443 a. C., che si nominasse la nuova magistratura dei censori — ai quali furono passati molti carichi e uffici dei consoli, tra i più gravi: il censimento della cittadinanza, la compilazione del ruolo dei senatori, l’amministrazione delle rendite ordinarie dello Stato, i pubblici appalti, la sorveglianza dei costumi di tutti i cittadini — patrizi e plebei. Potere formidabile, perchè armato di inappellabili sanzioni.
La tenace resistenza patrizia spiega come, nell’ultimo quarto del secolo, i plebei non tentino più di scalare d’assalto la rocca del potere, il consolato; ma cerchino di prenderla con una specie di lungo e paziente assedio, conquistando ad una ad una le magistrature minori, come i forti esterni che la difendevano. Nel 421 la plebe ottiene che il numero dei questori sia portato a quattro e che anche i plebei possano essere eletti a questa magistratura; nel 409 conquista per la prima volta la maggioranza nel collegio questorio. È vero che i questori non sono più, come nei primi lustri della repubblica, magistrati criminali; ma dei cassieri o pagatori, ai quali è commesso di custodire il tesoro pubblico e di sorvegliarne le entrate e le uscite. Tuttavia, con questa riforma della costituzione, il primo passo, che è sempre il più difficile, era fatto; tanto è vero che poco dopo alla plebe riuscì di raddoppiare il numero dei tribuni militari e di ottenere che dei sei tribuni una parte dovesse essere plebea.
Note al Capitolo Secondo.
[13]. La cronologia del trattato è definita dai nomi dei consoli (L. Giunio Bruto e M. Orazio) dell’anno, che Polibio lesse nel trattato medesimo, e non v’è un solo argomento che possa far dubitare della sua autenticità. Questo documento s’ingrana perfettamente nella storia primitiva di Cartagine e di Roma repubblicana. Polibio inoltre lo cita per visione diretta del testo originale che dovette faticosamente interpretare; ed in questa esposizione dei rapporti diplomatici romano-cartaginese, egli è troppo preciso e circostanziato, perchè si abbia a dubitare di errore alcuno. Tuttavia i critici tedeschi contemporanei, e al loro seguito taluno dei più recenti studiosi italiani di storia antica hanno dubitato del documento e della sua cronologia; altro esempio di quella mania di revocare in dubbio, a furia di argomentazioni logiche, i fatti meglio accertati, che è propria di tanta parte nella critica storica tedesca o tedeschizzante dell’Europa contemporanea. Cfr. le assennate osservazioni di A. Pirro, Il primo trattato fra Roma e Cartagine (in Annali della R. Scuola normale superiore di Pisa, 1892).
[14]. Dionys. Hal., 6, 95.
[15]. Che l’elezione dei tribuni della plebe spettasse in origine ai comizi curiati è esplicitamente e indubbiamente affermato da Cic., Pro Corn., fr. 24, ed.; Dionys. Hal., 6, 89; 9, 41.
[16]. Cfr. Dionys. Hal., 9, 41.
CAPITOLO TERZO LA DISTRUZIONE DI VEIO E L’INCENDIO DI ROMA
(fine del V sec.-367 a. C.)
14. La guerra contro Veio. — A questo punto, sul finire del V secolo, e quasi all’improvviso, la repubblica, che dalla sua fondazione si è tenuta sulla difesa, passa all’attacco. Per quali ragioni? E perchè assale Veio?
Non è dubbio che un secolo di guerre continue contro i Volsci e gli Equi, quasi tutte combattute per difendersi e perciò senza frutto, avevano stancato il popolo romano. Non si potrebbe, se no, spiegare come in questi tempi i tribuni della plebe osassero così spesso fare opposizione al senato, incitando la plebe a rifiutare il servizio militare; e come accusassero così spesso e volentieri i patrizi di andar attaccando briga con tutti i vicini, per logorare con le guerre la plebe e dominare sicuri, mentre vera guerra da combattere non era che tra patrizi e plebei. Queste accuse e questi lamenti dicono chiaro che questi cittadini, obbligati a servire gratuitamente, erano stanchi di combattere sempre in guerre di difesa, nelle quali tutt’al più si riusciva, quando le cose andavano bene, a non perdere il proprio. Il senato doveva dunque tentare, appena potesse, una di quelle lucrose guerre di conquista, che per gli antichi erano, ancor più che la difesa, la giustificazione vera dei carichi militari, imposti a tutti i cittadini. Ma se è facile rendersi conto del motivo che spinse il senato all’impresa, è possibile spiegare per quale ragione il senato posò gli occhi su Veio?
Roma e Veio avevano già parecchie volte incrociato le spade. Le prime ostilità tra Veienti e Romani risalgono, secondo una tradizione non scevra di verisimiglianza, alla monarchia. Romolo avrebbe strappato ai Veientani le saline poste alle foci del Tevere e una parte del territorio trasteverino, là dove pose sua stanza una delle più arcaiche genti romane, i Romili; Anco Marzio, la Selva Arsia, ricca di buon legname per navi. Fece in seguito Veio parte dell’impero etrusco, a cui Roma presiedè sotto Tarquinio Prisco e i suoi successori? È probabile. Certo è che, caduta la monarchia, Veio partecipò, e con proprio vantaggio, alle guerre dell’Etruria contro Roma; che dal 474, per circa quaranta anni, regnò tra le due città una pace, che sembra essere stata imposta da Veio; e che questa pace fu rotta di nuovo tra il 437 e il 425, quando nacque guerra tra Fidene e Roma e Veio corse ad aiutare Fidene. Fidene era, dopo Roma, la città più importante edificata sulla riva sinistra del Tevere; aiutando Fidene, Veio volle disputare a Roma il dominio totale del basso Tevere: ma i Romani avendo vinto e, Fidene essendo stata distrutta, la pace fu di nuovo conchiusa nel 425 con una tregua di 20 anni, ma questa volta a danno e a spese di Veio, che ormai, distrutta Fidene, venne a dipendere, per la navigazione del Tevere, da Roma. Se un popolo, che va in cerca di conquiste e di gloria, facilmente volge le sue mire verso un avversario già vinto, le ambizioni e le cupidige di Roma furono, allo scadere della tregua, incoraggiate ai danni di Veio dal precipitare della potenza etrusca. Già minacciata a mezzogiorno dalle fiorenti colonie greche della Sicilia, dell’Italia meridionale, e dalle irruzioni dei Sanniti in Campania, la potenza etrusca era da qualche decennio minacciata nell’Italia settentrionale da una invasione di popoli barbari, per quanto affini, per lingua e per origine, a molte parti degli antichi abitatori dell’Italia: i Celti o Galli che, venuti dal nord, occupavano sullo scorcio del secolo V una vasta parte dell’Italia settentrionale, e avevano ridotto di molto il dominio degli Etruschi, dei Veneti, degli Umbri. In quel momento dunque Veio, se Roma l’assalisse, non avrebbe potuto sperare aiuto dalle altre città etrusche.
È pure probabile non fosse estraneo all’impresa il proposito di riconquistare una parte di quell’Etruria, che già aveva appartenuto a Roma, e che l’oligarchia patrizia aveva perduta. Ma uno dei motivi più forti, se non il più forte addirittura, fu di sicuro la ricchezza dell’agro veientano. Le grandi famiglie dell’ordine senatorio e le ricche famiglie plebee avevano conservato sino ad allora il privilegio di prendere in affitto la maggior parte delle terre dello Stato: e non tanto forse per un’altra prepotenza a danno degli umili, quanto per una ragione di ordine economico. I demani della repubblica, fossero boschi o terre coltivabili, si componevano di vasti possessi, posti lontano dalla città, che non potevano essere sfruttati se non da famiglie provviste di mezzi ed in grado di aspettare a lungo i frutti dei capitali investiti. Del resto, solo con questi affitti, l’aristocrazia partecipava ai guadagni delle guerre vittoriose, perchè della preda mobile, come abbiam visto, la parte che non era distribuita ai soldati, era versata all’erario. Il privilegio poteva sembrare, sino a un certo punto, giustificato da ragioni di equità. Se Roma dunque riuscisse a prendere e a distruggere Veio, a catturare e a vendere schiavi la maggior parte dei suoi abitanti, tutto l’agro veientano passerebbe alla repubblica e potrebbe essere affittato alle ricche famiglie patrizie e plebee, che lo avrebbero coltivato con grande profitto per mezzo di schiavi.
Certo è, ad ogni modo, che l’impresa fu con molta prudenza preparata da una riforma, la quale fece obbligo allo Stato di corrispondere un soldo ad ogni cittadino sotto le armi. La guerra contro Veio poteva essere lunga; quante occasioni si sarebbero offerte ai tribuni per disturbare o intralciare l’impresa! Non promettendo alla plebe soltanto una ricca preda, ma assicurandole subito un guadagno sicuro, si poteva sperare di spuntare in mano ai tribuni una delle armi più pericolose di opposizione. I tribuni infatti oppugnarono accanitamente la riforma. Ma il senato aveva questa volta capito nel tempo stesso il desiderio del popolo e le necessità dello Stato. La legge fu approvata; e per essa l’impresa di Veio potè essere felicemente compiuta. Sarebbe inutile discutere, se l’assedio di Veio durò proprio un intero decennio, come vogliono gli antichi scrittori, o se il numero degli anni che durò fu arrotondato per dare all’assedio di Veio una certa simiglianza con l’assedio di Troia. Ma l’assedio fu lungo, di questo non si può dubitare; e non ostante l’istituzione del soldo, mise a durissima prova la pazienza dei Romani, che dovettero passare nelle trincee parecchi inverni, mentre, a Roma, i capi dell’opposizione plebea cercavano di approfittare del malcontento popolare contro l’impresa. Fu dunque necessaria nel senato una grande fermezza. Un dittatore, M. Furio Camillo, riuscì finalmente a prendere la città, la distrusse, vendè la popolazione, annettè il territorio, e divise tutta la preda mobile tra i soldati e la plebe: la preda più ingente che Roma avesse conquistata, dalla caduta della monarchia.
15. L’invasione gallica e l’incendio di Roma (390?). — La vittoria era stata faticosa, ma grande. La repubblica incominciava a riconquistare il perduto. Anche lo stato interno della repubblica se ne risentì. Dopo l’assedio di Veio, si intravede una scissione nel partito della plebe; perchè i ricchi plebei — o almeno una parte — se ne distaccano e si accostano, dimenticati gli antichi dissensi, ai patrizi. Effetto del nuovo prestigio, che al patriziato aveva conferito la vittoria, o della agitazione che scoppiò tra la plebe a proposito dell’agro veientano? Forse le due cause concorsero insieme. La plebe questa volta non volle riconoscere quella spartizione tra ricchi e poveri del bottino e delle terre, che era entrata nelle tradizioni; e, dopo aver ricevuto le spoglie della guerra, incominciò a chiedere che una parte della popolazione di Roma fosse trasportata a Veio e ricevesse le terre e le case dei Veientani. Questa richiesta non piacque punto ai patrizi e a molti ricchi plebei; nacque una lotta furibonda; e il senato non riuscì a far respingere la legge che ordinava quel trasporto, se non cedendo alla plebe una parte dell’agro veientano e assegnando sette iugeri a testa. Insomma, subito dopo la conquista di Veio, nasce dalla vittoria una nuova cagione di discordia; e chi sa quante mutazioni e rivolgimenti questa nuova discordia avrebbe generato, se, dieci anni all’incirca dopo aver distrutto Veio, Roma non avesse subìto la stessa sorte.
I Galli avevano, senza volerlo, aiutato Roma a conquistar Veio, indebolendo la potenza etrusca nell’Italia settentrionale e nell’Italia centrale. Ma la necessità, che incalza di sede in sede i barbari, spingeva di continuo numerose e bellicose colonne a cercare più lungi terre e bottino. Nel 390, secondo gli uni, nell’inverno dal 388 al 387 secondo altri, nell’inverno del 387-386 secondo una terza opinione[17], parecchie migliaia di Galli della tribù dei Senoni — una delle tribù più meridionali, che aveva stanza sull’Adriatico, nella parte costiera delle odierne Marche — oltrepassato l’Appennino, scendevano impetuose verso il sud-ovest, saccheggiando le terre etrusche; si spingevano, quasi senza incontrare resistenza, al di là del lago Trasimeno, sino alla splendida e potente città etrusca di Chiusi; indugiavano un poco attorno a Chiusi; ma, non essendo capaci di assediare città fortificate, e dopo aver devastato il territorio circostante, proseguivano alla volta del Lazio, mirando forse alla ricca e fertile Campania. A ogni modo essi dovevano attraversare il territorio romano. A giudicare da quel po’ che sappiamo intorno ai Galli e alle loro orde, non avrebbe dovuto essere impresa troppo difficile per Roma e per i suoi alleati, ricacciare l’invasione alla sorgente o disperderla. Che cosa accadde invece? Il punto non è chiaro. Par che Roma, giudicando il pericolo o meno grave o più lontano che non fosse, si lasciasse sorprendere alla sprovvista. Fatto sta che alla battaglia dell’Allia, piccolo affluente del Tevere, un esercito romano, che Livio chiama tumultuarius, fu interamente disfatto; e che tutta la popolazione, alla notizia della sconfitta, sgombrò Roma precipitosamente, lasciando solo un manipolo di giovani animosi nella rocca Capitolina, sotto il comando di un valoroso patrizio, M. Manlio. I Galli poterono entrar nella città senza colpo ferire, saccheggiarla e incendiarla, mentre la repubblica fuggiasca tentava di organizzare un nuovo esercito per riconquistarla. Ma come a Chiusi, i Galli invano assediarono e tentarono di prendere la rocca, difesa da Manlio: l’assedio si protrasse; la carestia non tardò a tormentare l’imprevidente orda barbara; sopraggiunse l’estate e, con i calori, la febbre. L’acropoli resistendo e crescendo il pericolo di essere attaccati alle spalle dal nuovo esercito, che la repubblica preparava, i Galli s’indussero alla fine a venire a patti. Un mucchio d’oro pagò lo sgombro del territorio e la volontaria ritirata.
16. La ricostruzione di Roma. — Il male era stato minore della paura; Roma era stata non distrutta da un nemico implacabile, ma malmenata da una scorreria di barbari predatori. Ma era pur stata presa, incendiata e riscattata a prezzo d’oro! Lo spirito pubblico fu sbigottito a tal segno, che quando, fra le rovine ancora fumanti, l’assemblea centuriata si radunò per deliberare la ricostruzione della città, i tribuni della plebe proposero di abbandonare Roma e di riedificarla sulle rovine di Veio. Già molti Romani, fuggiti da Roma all’avanzarsi dei Galli si erano rifugiati a Veio, nelle case ancora abitabili dopo dieci anni di abbandono; non era consiglio migliore restarci per sempre e far sorgere dalle ceneri della grande città in rovina, un nuovo Stato in cui vinti e vincitori, patrizi e plebei, potessero finalmente unirsi davvero, sotto nuove leggi e istituzioni, sfuggendo per sempre alla stretta dei privilegi e delle tradizioni che soffocavano Roma? La proposta piacque, massime alla plebe, profondamente percossa e turbata nell’animo dalla grande rovina. Si oppose il patriziato, campione ostinato della tradizione; e la lotta fu viva. La tradizione vinse; Roma fu riedificata, prendendo il materiale che mancava a Veio, là dove, pochi mesi prima, quando, all’avvicinarsi dei Galli, i simulacri degli Dei erano stati portati a Veio, si diceva che la Giovinezza e il Dio Termine avessero chiaramente manifestato la ferma volontà di restare; là dove da tempo immemorabile aveva bruciato e brillato il fuoco di Vesta, ed erano caduti dal cielo gli scudi sacri; là dove infine si favoleggiava che poco prima fosse stato rinvenuto, misteriosamente sepolto, un cranio d’uomo, segno, a detta degli indovini, che quel luogo era destinato a diventare il cuore e il cervello del mondo. Ma quanto diversa dalla Roma dei Re! Per far presto, si abborracciò la nuova città senza alcun piano o disegno prestabilito; le nuove casupole, creature della fretta, della miseria e del malvolere, sorsero disordinate e ineguali; alle strade, larghe e diritte, tracciate dai Re, furono sostituite viuzze anguste e tortuose, che sconceranno per secoli la metropoli dell’impero.
17. Conseguenze della invasione gallica. — E in questa città riedificata in fretta ridivamparono le lotte civili, esasperate dalla miseria. Non ostante tutte le facilitazioni e gli aiuti del pubblico erario e dei ricchi, la plebe impoverisce di nuovo, come nei primi tempi della repubblica. Alla rovina della città e alla devastazione delle campagne si aggiunsero alcune guerre; chè pronti gli Equi, i Volsci, gli Etruschi e alcuni alleati latini, cercarono di approfittare delle calamità da cui Roma era oppressa. Di nuovo il Lazio si coprì d’ipoteche; di nuovo la maggior parte della popolazione cadde nei debiti e pericolò nei beni e nella libertà; di nuovo la miseria gemè e tumultuò entro le mura della città, ora implorando, ora esigendo con le minacce riduzioni dei debiti e leggi agrarie. Ma la plebe non è più assistita da quegli uomini che con tanto vigore hanno lottato negli anni precedenti alla guerra di Veio. I tribuni sono muti o fiochi; i patrizi riescono facilmente ad escludere i plebei dal tribunato militare; fanno i sordi a tutte le richieste del popolo e si affrettano solo a recuperare i frutti della vittoria su Veio, incorporando nel territorio dello Stato i territori conquistati nell’Etruria meridionale, in cui era tanta ricchezza di terre da affittare. Così nel 387 furono istituite nei nuovi territori quattro nuove tribù: la Stellatina, la Tromentina, la Sabatina, l’Arniensis.
18. L’agitazione di M. Manlio Capitolino (385-384 a. C.). — Non si può spiegare questo universale abbandono della plebe, se non ammettendo che la scissione, incominciata dopo l’assedio di Veio, sia andata crescendo; e che i plebei ricchi, spaventati da quel che chiedevano i plebei poveri, abbiano fatto, per interesse, causa comune con i patrizi. Certo è che la plebe non trovò in questi anni altro protettore che un generoso e glorioso patrizio; quel M. Manlio che aveva difeso con tanto valore il Campidoglio ed era detto perciò Capitolino. Di questa singolare figura solo qualche lineamento si scorge a fatica nella tradizione, troppo ritoccata dagli odi patrizi. Ma non è dubbio che in tempi, in cui i ricchi, patrizi e plebei, si stringevano in una lega contro la miseria e le sue collere, questo patrizio, fosse spinto o da ambizione, come dicono gli antichi scrittori, o da un sentimento sincero di equità e di zelo civico, si mise a capo, nel 385, di una agitazione popolare che chiedeva pei poveri terre e addolcimenti alla legge dei debiti. Grande fu il favore che il popolarissimo difensore del Campidoglio acquistò presso la moltitudine; ma non minore l’astio, di cui lo perseguitarono i capi delle due parti, quella patrizia e quella plebea. I tribuni della plebe non sono meno avversi dei tribuni militari a questo patrizio, che non chiede più l’eguaglianza politica, ma soccorsi e sollievi per i poveri, di cui tutti i ricchi — patrizi e plebei — avrebbero dovuto fare le spese. La lotta fu dunque, per due anni, piena di violenze e di insidie. Riuscì alla fine ai ricchi patrizi e plebei di liberarsi di Manlio accusandolo di aspirare al regno. Manlio fu condannato a morte, con un processo probabilmente altrettanto iniquo quanto illegale[18]: ma non cessò l’agitazione, perchè la miseria non cessava, anzi era accresciuta dalle guerre frequenti. Molti tra i soci latini tentarono di riacquistare la libertà. Si dedusse qualche colonia: a Sutrium (383), a Setia (382), e a Nepi (381)[19]. Inutilmente: chè il rimedio era piccolo a paragone del male. Esasperato il popolo minuto accusò apertamente i patrizi di inventare una rivolta di alleati o una guerra, appena a Roma si incominciava a ragionare di debiti o di leggi agrarie, per portar via da Roma la plebe valida.
Di nuovo l’ostinazione dei patrizi metteva a repentaglio lo Stato, già tanto indebolito dalla guerra gallica. Per fortuna, il male e il pericolo crescendo, a poco a poco l’antico partito della plebe si scosse dal suo torpore; e cautamente, sotto l’usbergo della sacrosanta potestà tribunizia, ripigliò l’opera di Manlio. Nel 380 i tribuni della plebe impediscono con il veto che si facciano le leve per una guerra nata allora allora contro Preneste e che nessun debitore sia tratto in schiavitù per debiti. Nel 378 di nuovo i tribuni della plebe vietano che si facciano leve per respingere una incursione di Volsci; e questa volta il patriziato cede. Si approvò una legge che vietava, sinchè durasse la guerra, di esigere il tributo e di intentare azioni per rimborso di crediti. Ma, terminata la guerra, la legge antica riprese il suo imperio, e la plebe ricominciò a gemere e ad imprecare. Non pareva esserci scampo da quella inestricabile difficoltà. I blandi e saltuari espedienti a cui il partito della plebe ricorreva per guarire il male dei debiti erano inefficaci; non si poteva proporre rimedi radicali, perchè il partito dei patrizi spadroneggiava nel senato e nei comizi, e spadroneggiava perchè i plebei ricchi non volevano aiutare la plebe a scalzar con queste leggi le fondamenta giuridiche della proprietà. Come uscire dal labirinto?
19. Le leggi Licinie-Sestie (377-367 a. C.). — I due tribuni della plebe dell’anno 377, C. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano, trovarono il filo. Ambedue appartenevano a quella aristocrazia di ricchi plebei, che, se avversava con i patrizi le leggi richieste dalla plebe, avversava pure con la plebe i privilegi politici del patriziato. Infatti, nel 377, essi proposero una legge sui debiti, una legge agraria e una legge che ammettesse i plebei al consolato. La legge sui debiti disponeva in favore dei debitori, come forse due secoli e mezzo prima in Atene, la non meno famosa e discussa seisachteia del saggio arconte Solone, che dall’ammontare totale del debito fosse dedotta la somma già pagata per gli interessi, e che il rimanente fosse pagato a rate in tre anni. La legge agraria disponeva che nessun patrizio potesse possedere più di 500 iugeri di agro pubblico e che il resto dovesse essere equamente distribuito tra il proletariato plebeo. Infine la legge sul consolato aboliva i tribuni militari, ristabiliva il consolato, ma disponeva che uno dei consoli dovesse esser plebeo.
Intorno a queste leggi molto hanno scritto i critici moderni, per dimostrare che la tradizione mentisce, e che la legge agraria sarebbe posteriore di molti anni, forse di qualche secolo[20]. Ma senza alcun argomento decisivo; e riuscendo solo, con queste divagazioni, ad oscurare la tradizione che, così come è, ci rende chiara ragione degli scopi e degli atti dei due tribuni. Non è dubbio che costoro volevano di nuovo unire tutti i plebei, ricchi e poveri, divisi dall’incendio di Roma in poi, contro i patrizi, portando sollievo alla miseria del popolino con le leggi sulle terre e sui debiti e soddisfacendo un’antica aspirazione dei ricchi plebei con la legge del consolato. Il consolato doveva compensare a costoro il danno delle altre due leggi. La mossa era abile, ma non riuscì facilmente; perchè anche allora non tutti erano disposti a pagare a peso d’oro l’incremento, non già della potenza propria, ma di quella del proprio ceto. Non è meraviglia che la lotta abbia durato molti anni — dieci, secondo la tradizione; — e che in questi anni da una parte e dall’altra si sia adoperata senza scrupolo l’arma dell’ostruzione legale. I patrizi a più riprese trovarono tribuni della plebe che opposero il veto quando i loro colleghi si accingevano a far votare queste leggi: chiarissima prova che l’opposizione dei ricchi plebei non era stata disarmata interamente. A loro volta i due autori delle leggi, rieletti tribuni ogni anno, risposero sospendendo le funzioni vitali dello Stato, sinchè riuscirono a vincere l’impegno, e a far approvare le tre leggi. Nel 367 la plebe riceveva il sollievo delle due leggi sugli affitti e sui debiti; e il consolato, la suprema carica della repubblica, cessava di essere un privilegio patrizio. A compenso fu stabilito che oltre i due consoli, sarebbe eletto, ogni anno, ma solo tra i patrizi, un praetor, qui ius in urbe diceret, un magistrato cioè per amministrare la giustizia, e che pure tra i patrizi si eleggerebbero due aediles curules.
Note al Capitolo Terzo.
[17]. La cronologia del 390 è quella della tradizione romana; l’altra del 387-86 è data da Polibio, I, 6 e da Diod., 14, 110 sg. V’è tuttavia una terza cronologia, secondo cui quell’invasione sarebbe seguìta un anno prima, nel 388-87; cfr. Dionys. Hal., I, 74.
[18]. Su M. Manlio Capitolino, cfr. C. Barbagallo, Critica e storia tradizionale a proposito della sedizione e del processo di M. Manlio Capitolino, in Rivista di filologia classica, 1912, fasc. 2-3.
[19]. Sulla cronologia di queste tre colonie, cfr. Vell. Pat., I, 14.
[20]. Una legge agraria Licinio-Sestia fu negata radicalmente da B. Niese, Die sogenannte licinisch-sextische Ackergesetz, in Hermes (1888), pp. 416 sgg., la cui opinione è stata seguìta dalla massima parte degli studiosi contemporanei. Una revisione critica di quella teoria è cominciata solo da poco; cfr. W. Sinajsky, Studien zur römischen Agrar- und Rechtsgesckichte, Dorpat, 1908, I, p. V e §§ 29-30 (in russo con introduzione e riassunto in tedesco); C. Barbagallo, op. cit., pp. 233 sgg.; G. Cardinali, Studi graccomi, Roma, Löscher, 1912, pp. 129 sgg.
CAPITOLO QUARTO I SANNITI
20. La prima guerra sannitica (342-341). — Ma neppure le leggi Licinie-Sestie posero fine alle turbolenze di Roma. Continuano nella travagliata repubblica le contese per l’elezione dei consoli e le agitazioni degli indebitati. Gli arrabbiati del partito patrizio tentano di impedire che siano nominati consoli plebei, ora per mezzo del console che presiedeva alle elezioni e che poteva escludere a suo arbitrio quante candidature voleva; ora sostenendo invece che nessuna legge poteva vietare ai cittadini di eleggere chi più loro piacesse. Nel 357 due tribuni della plebe fanno passare una legge che fissa il saggio dell’interesse all’uno per cento al mese. Nel 352 è nominata una commissione di cinque, la quale liquidi le partite troppo intricate, o con denaro pubblico, sostituendo con opportune cautele lo Stato ai creditori; o soddisfacendo costoro con beni dei debitori, stimati secondo equità. Neppure le leggi Licinie erano riuscite a guarire il male dei debiti.
Il solo conciliatore infallibile degli interessi e dei rancori è il Tempo. Soltanto nel secondo decennio dopo l’approvazione delle leggi Licinie-Sestie le cose si vanno un po’ tranquillando, anche perchè altre inquietudini sopraggiungono. I Galli non avevano cessato di dar molestia. Due volte, nel 360 e nel 348, avevano tentato di rioccupare il paese, che avevano così facilmente invaso la prima volta. Anche con l’Etruria ci furono guerre e difficoltà: ma il maggior travaglio venne dagli alleati. Il patto, sancito da Spurio Cassio, non reggeva più; sia che il colpo dei Galli e le dissensioni interne avessero screditato Roma, sia che, dopo più di un secolo, anche quella alleanza fosse invecchiata. Per Roma, minacciata dai Galli e premuta dagli Etruschi, questo dissolversi per vecchiaia della lega latina era un grande pericolo: onde non solo noi possiamo argomentare che i partiti e i ceti siano stati indotti da questo pericolo ad accettare alla fine lealmente la transazione attuata dalle leggi Licinie-Sestie; ma spiegare anche l’alleanza conchiusa nel 354 con i Sanniti e il secondo trattato con Cartagine, giurato nel 348. I Sanniti erano una potente confederazione di popoli guerrieri, che, annidati in tempi più antichi nelle montagne poste tra l’Apulia e la Campania, di là erano scesi a conquistare quasi tutta l’Italia meridionale, da un mare all’altro, assoggettando le razze indigene, debellando gli Etruschi e i Greci: il maggior potentato forse dell’Italia, in quel momento in cui gli Etruschi declinavano e i Galli, inquieti, mobili, tumultuanti, scorazzavano tanta parte della penisola, senza radicarsi ancora in nessuna regione. È chiaro che Roma, la quale, prendendo saldo piede nel territorio dei Volsci si era avvicinata al territorio sannitico, doveva desiderare amica la potente confederazione, in tempi in cui le sue antiche alleanze vacillavano. Nè di minor rilievo è il secondo trattato con Cartagine conchiuso nel 348[21], che confermò in molti punti quello del 510, ma lo ritoccò in altri, quasi sempre a vantaggio di Cartagine. Incluse nella nuova alleanza gli Uticensi e i lontani Tyrii della costa siriaca; vietò alle navi latine di viaggiare al di là delle colonne d’Ercole, nei dominî più occidentali dell’Africa cartaginese; vietò ai Romani non solo di fondar colonie, ma anche di commerciare in Sardegna ed in Africa, fuorchè in Cartagine. Insomma questo secondo trattato è anche peggiore per Roma di quello del 510, perchè le chiude in faccia le porte dell’Africa e della Sardegna: in compenso assicura a Roma «che, se in paese latino essi [i Cartaginesi] prendano qualche città non sottoposta al dominio romano, tratterranno il denaro e i prigionieri, ma consegneranno la città ai Romani». La ragione del nuovo trattato apparisce chiara: Roma rinuncia all’Africa e alla Sardegna, perchè Cartagine si impegna di nuovo a non passare dalla Sardegna e dalla Sicilia sulle coste dell’Italia. In quegli anni, in cui le antiche alleanze della repubblica si scioglievano, Roma aveva avuto tanta paura che i Cartaginesi volessero insediarsi sulle coste, da abbandonare la Sardegna tutta quanta a Cartagine, purchè Cartagine di nuovo rinunciasse alla terra ferma.
Ancora una volta Roma faceva prova di quella prudenza, che quasi sempre usò nelle faccende esterne e che fa così strano contrasto con la spensierata imprudenza delle sue lotte intestine. Roma aveva ragione di accarezzar Cartagine, perchè, se le sue antiche alleanze vacillavano, le nuove erano poco sicure. Quasi d’improvviso, nel 343, essa si trovò alle prese con quella confederazione sannitica, con cui pochi anni prima aveva stretto alleanza. La ragione o l’occasione di questo conflitto tra due Stati che sino allora avevano ambedue potuto ampliare i propri territori senza toccarsi, fu la Campania. Quell’aprica e fertile contrada, bagnata dal Tirreno e coronata dagli altipiani e dai gruppi sparsi dell’Appennino napoletano, che antichi e moderni hanno denominata Campania, era da tempo immemorabile abitata da una popolazione intelligente e operosa, che i Greci e i Latini chiamavano Osci (Ὄσχοι). Essi avevano dissodato il terreno; essi ci avevano piantato la vite e seminato i cereali; essi avevano fabbricato le prime città dell’Italia meridionale ed erano forse cresciuti di numero molto più che le restanti popolazioni della penisola. Più tardi avevano conosciuto i Greci e gli Etruschi; ne avevan subito il dominio e le colonie; ma senza essere oppressi, avviliti o distrutti, anzi imparando: cosicchè fino alla metà del secolo V, le civiltà greca, osca ed etrusca avevano potuto fiorire insieme ed accanto, l’una più sulla costa, le altre due più nell’interno, quasi integrandosi a vicenda. Il viaggiatore ammirava nel paese, accanto agli antichi e meschini santuari oschi di legno, i grandiosi templi dorici di marmo, di cui quello di Pesto è ancor l’ammirazione del mondo, e, negli uni o negli altri, i bronzi oschi e greci, le terrecotte policrome, le forme svelte e i profili inimitabili degli Dei d’Omero; ammirava gli atrii delle case etrusche, ampliati dai peristili ellenici; ritrovava nelle modeste e rudi casupole osche le filigrane d’oro, gli argenti, i rami, i ninnoli di ambra, le ceramiche nere e lucenti, gli oggetti di vetro, che i Greci e gli Etruschi fabbricavano o importavano.
Ma sin dalla seconda metà del V secolo, un quarto popolo era venuto a turbare quella lenta fusione. I montanari dell’Abruzzo — i Sanniti — erano discesi nella regione occupata da Greci e da Etruschi; avevano strappato a questi ultimi le colonie più vicine e proseguito verso Oriente, minacciando, da presso o da lungi, le città greche della Campania[22]; quelle belle vive e ricche città, nelle quali il partito aristocratico e il democratico combattevano tra loro con tal furore da sollecitare gli aiuti, ogni qualvolta soggiacevano all’avversario, dello straniero più vicino e potente. I Sanniti avevano approfittato di queste discordie per allargarsi in Campania; ma popolo, a quanto si sa, di rudi guerrieri, non avevano conosciuto la civiltà etrusca e greca senza alterarsi profondamente. I Sanniti, che avevano occupato città etrusche come Capua o città greche come Cuma, si erano presto appropriati la lingua, i costumi e soprattutto i vizi di quei popoli tanto più colti e civili; onde dalla contaminazione della civiltà etrusca e greca con la rudezza sannitica era nato un popolo nuovo e bastardo, che aveva rinnegato la stirpe materna. Capua, ad esempio, la più ricca e la più potente tra le città della Campania, che i Sanniti avessero presa agli Etruschi, la cui aristocrazia era composta in gran parte di Sanniti, rinverniciati di civiltà etrusca e greca, era in guerra continua con la confederazione sannitica. Cosicchè, verso la metà del IV secolo a. C., questa, felice tra tutte le terre d’Italia, era un caos. Gli Etruschi l’avevan ormai quasi interamente sgombrata; ma l’ellenismo si lacerava in discordie furiose, ed ora lottava contro la potenza sannitica, ora ricorreva a questa per soddisfare i suoi odi e le sue ambizioni, soggiacendo quasi sempre nell’un caso e nell’altro; per assimilar poi i barbari vittoriosi, si imbastardiva, pur riuscendo a svegliare nelle loro rudi anime un orgoglio, una sete di piaceri, una cupidigia di ricchezze, che presto o tardi rinnegavano la madre patria. Insomma: l’ellenismo in guerra perenne con sè medesimo e con i Sanniti; i Sanniti, sempre in lotta con la propria stirpe, imbastardita dalla civiltà greco-etrusca.
Roma sarebbe un giorno o l’altro costretta a intervenire nei confusi e sempre inquieti affari della Campania. Quale fu la prima occasione e la prima spinta non è chiaro; perchè il racconto che Tito Livio ce ne ha trasmesso è oscuro; e sembra essere stato poeticamente abbellito per nascondere eventi e fatti, di cui l’orgoglio romano non aveva ragione di compiacersi. A ogni modo ecco quanto sembra possa congetturarsi. Nel 343[23] era nata di nuovo guerra tra la confederazione sannitica e quelle che si potrebbero chiamare le sue rivoltose colonie della pianura: i Sidicini e i Campani. La guerra era scoppiata da principio tra i Sanniti e i Sidicini; ma i Sidicini avevano poi ottenuto l’aiuto di Capua. Senonchè Sidicini e Campani, avendo presto disperato di tener testa al Sannio, si rivolsero a Roma, dimostrandole che essa doveva impedire ai Sanniti di stabilirsi nella Campania. Roma, che era alleata dei Sanniti, esitò lungamente; sinchè — se vogliamo credere a Tito Livio — Capua si offrì addirittura come suddita a Roma. Non resistendo allora alla tentazione dell’agro campano, Roma mandò un’ambasceria ai Sanniti per avvertirli di rispettar Capua, che ormai le apparteneva; onde nacque e fu combattuta nel 342 la prima guerra sannitica, o quella che suol chiamarsi così, nelle storie.
Intorno alla quale gli storici moderni hanno disputato lungamente, dubitando che sia stata mai combattuta. Che Tito Livio ce ne faccia un racconto di fantasia, non è dubbio; perchè, a volergli credere, dopo pericoli immensi, miracolosi scampi e straordinarie vittorie dell’esercito romano, tutt’a un tratto, l’anno seguente, nel 341, Sanniti e Romani fanno una pace ragionevole. I Sanniti restan liberi di far la guerra ai Sidicini; i Romani si tengono la Campania, che i Sanniti promettono di rispettare; di nuovo Romani e Sanniti si alleano. Senonchè, se questo racconto è oscuro e confuso, non ci par possibile cancellare dalla storia di Roma questa guerra, sia perchè non è facile spiegare come e perchè la tradizione l’abbia inventata, sia perchè non si riesce più a intendere come Capua e Roma vengano la prima volta a toccarsi. Pare dunque verisimile supporre che Capua sia riuscita, se non proprio assoggettandosi a Roma, offrendole grandi vantaggi, a far nascere nel 342 serie difficoltà e un principio di guerra tra il Sannio e Roma. Ma questa guerra deve aver durato poco, perchè nè Roma nè i Sanniti volevano impegnarsi fino all’ultimo sangue. Ad ambedue conveniva più l’intendersi che il combattere.
21. La rivolta degli alleati latini e il nuovo ordinamento del Lazio (340-338). — Senonchè — e a questo punto usciamo dalla congettura per rientrare nella storia — questa pace era fatta a spese dei Sidicini e dei Campani. I quali non l’intendevano allo stesso modo. A Capua un partito — il partito democratico — non aveva accettato l’alleanza con Roma, che per aiutare i Sidicini e combattere i Sanniti. Questo partito giudicò dunque la pace tra Roma e il Sannio come la giudicarono i Sidicini: un tradimento; e, insieme con i Sidicini, fece un passo molto ardito: si rivolse alla Lega latina e le offrì alleanza contro Roma. Questa mossa basta da sola a dimostrare quanto profondo fosse il malcontento della Lega. Difatti la Lega latina, spezzando il patto secolare che la legava a Roma, accettò l’alleanza; e Roma, alleata al suo recente nemico, ebbe a sostenere l’urto dei suoi alleati — antichi e nuovi — unitisi tutti contro di lei.
La nuova guerra durò tre anni; ed ebbe anch’essa vicende di cui la tradizione non ha conservato un ricordo molto chiaro. Forse fu anch’essa una di quelle sorprese, che ogni tanto si ripetono nella storia. Poche guerre sembrano aver da principio fatto più paura a Roma; e si capisce. Non solo la rivolta degli alleati sconvolgeva tutto l’ordinamento militare di Roma; ma nessun nemico poteva parere più pericoloso di questo, che parlava la stessa lingua, adoperava le stesse armi e da un secolo guerreggiava con i Romani. La tattica e la strategia romana non potevano aver per lui nè misteri nè sorprese. Invece la guerra fu facile e breve. Una sola battaglia, vinta dai Romani a Trifano, sul confine del Lazio e della Campania, bastò a rompere il fascio delle forze latine e campane, che ai Romani era sembrato da principio così formidabile: prova manifesta, che era debole, sebbene non sia possibile spiegare perchè sembrasse tanto e fosse così poco forte. Sappiamo solo che Capua aveva aderito alla Lega latina, spinta dal partito democratico; che l’aristocrazia parteggiava per Roma e mandò a Trifano, in aiuto delle legioni, un contingente di quella cavalleria capuana che era così famosa, decidendo forse della vittoria; che la battaglia di Trifano, in una città incerta e divisa, bastò a far pendere di nuovo la bilancia dalla parte di Roma. Forse anche in molte città latine, accanto al partito della rivoluzione, c’era un partito fedele. Comunque sia, la battaglia di Trifano frantumò la lega latino-campana.
Questa facile vittoria, in una guerra che era apparsa così difficile e pericolosa, ebbe effetti profondi su Roma. Non solo cancellò dalle menti gli ultimi ricordi dell’incendio gallico; ma infuse nella politica della repubblica, sino ad allora così timida, una insolita risolutezza. Vedendo la lega latino-campana sfasciarsi, Roma non esitò ad impadronirsi del Lazio e della Campania; e con due anni di guerra ridusse tutte le città che non si arresero spontaneamente, dando a tutte un ordinamento nuovo. Al maggior numero delle città latine non fece subire nè violenze nè confische: lasciò il territorio e le leggi; tolse solo a tutte connubia, commercia et concilia inter se; ossia sciolse la federazione latina, vietando a ogni città di fare alleanza, di commerciare e di contrarre matrimoni con le altre, obbligando ciascuna a contrarre per proprio conto un’alleanza separata con Roma. A questo modo, invece di trattare da pari a pari con una potente confederazione, primeggiò come città egemone tra molti piccoli potentati isolati, di cui ognuno era molto più debole. Nel tempo stesso Roma provvide ad allargare intorno alla città il territorio romano dalla parte di settentrione, di levante e di mezzodì. Lanuvio, Aricia, Nomento, Pedo, Tuscolo, perdettero l’indipendenza e furono annessi allo Stato romano, con la concessione della civitas cum suffragio. Ad Anzio fu tolta la flotta e nel suo territorio fu dedotta una colonia. Egual sorte toccò a Velletri e a Terracina. Altre città, come Tivoli, Preneste, pur restando città latine, quindi indipendenti di nome e alleate, furono per castigo spogliate di parte del territorio. A Capua ne fu tolta una striscia sola, piccola e fertile. La stessa Capua, Fondi, Formia, Cuma e parecchie altre città minori furono sottoposte alla signoria romana con la civitas sine suffragio; il che vuol dire che ebbero della cittadinanza romana tutti i diritti e tutti i doveri, tranne il diritto di eleggere i magistrati e di essere eletti.
Questa guerra era, dopo la conquista di Veio, la più felice impresa compiuta dalla repubblica. Dopo averla compiuta, Roma poteva affrontare il paragone con gli anni più felici della monarchia. Al trattato di Spurio Cassio con la lega latina, essa ha sostituito una forte egemonia. Il territorio romano si stende ormai, comprese le colonie del Lazio e della Campania, dai monti Cimini fin quasi al Vesuvio, per circa 6000 kmq.; a cui occorre aggiungere i 5000 kmq. degli alleati e delle colonie latine; in tutto, più di 10.000 kmq., di cui la parte propriamente romana doveva contare oltre mezzo milione di abitanti, e poco meno il paese indirettamente soggetto. Non è quindi arbitrario argomentare che Roma potesse mettere in campo 50.000 uomini: gran forza, per quei tempi, se si pensa che, in questi stessi anni, Alessandro il Grande moveva dalla Grecia a fondare il suo impero con 30.000 uomini. Infine Roma è ormai in contatto con l’ellenismo. Nella prima metà del IV secolo, la repubblica incominciò dunque a raccogliere i frutti del suo lungo, ostinato e un po’ confuso lavoro. Che i primi frutti siano maturati a un tratto, come per una specie di miracolo, non è da stupire; perchè tutti i grandi mutamenti della storia si preparano nel silenzio. È invece singolare che i Sanniti abbiano lasciato Roma allargarsi e rafforzarsi a questo modo. Che i due grandi Stati abbiano vissuto in pace, sinchè Roma aveva adocchiato le coste del Lazio e l’Etruria meridionale, si capisce. Ma è più difficile di spiegare come il Sannio lasciasse Roma insediarsi tranquillamente nella Campania, che esso aveva ora conquistata, ora perduta e sempre ambita. Eppure non solo dopo la guerra coi Latini Roma si impadronisce definitivamente di Capua, di Formia, di Fondi; ma negli anni seguenti deduce due colonie a Cales (Calvi) e a Fregellae (Ceprano): sentinelle avanzate sui confini del Sannio. E la confederazione non muove un dito....
22. La guerra tra Roma e Napoli (327). — Non c’è che un modo di spiegar questa inerzia, se non si vuole — e non par che si possa — apporla alla torpida lentezza della confederazione sannitica, più valorosa che avveduta. Proprio in questi anni i Sanniti erano alle prese con un altro nemico, apparso dal mare: Alessandro il Molosso, zio di Alessandro il Grande, re di Epiro, che i Tarantini avevano assoldato per combattere i Lucani ed i Bruzzi. Anche nell’estrema Italia meridionale le città greche della costa guerreggiavano con le popolazioni indigene dell’interno. I Sanniti, che avevano sempre combattuto l’elemento greco e difeso l’elemento indigeno, furono involti in questa guerra, che durò parecchi anni con diverse vicende e che fu terminata dalla morte di Alessandro. Sembra che questa guerra abbia costretto i Sanniti a lasciar mano libera a Roma. Ma, morto Alessandro e ristabilita la pace nell’Italia del sud, alla prima occasione, il torpido colosso montano dell’Italia centrale e l’agile atleta del Lazio vennero alle mani. L’ellenismo — che sin dal principio aveva cercato di prosperare in Italia sulle discordie degli elementi indigeni — accese la grande guerra tra Roma e il Sannio.
Quel che sia accaduto tra Roma e Napoli non è chiaro[24]. Ma Napoli era città greca, e perciò sempre ostile all’elemento italico che prevalesse in Campania: a Roma dunque, l’ultima venuta, la più intraprendente e fattiva. Che ci fosse a Napoli un partito avverso a Roma è quindi cosa naturale. Ma come si venne ad una rottura tra Roma e Napoli non si sa. Per un movimento spontaneo di tutta la popolazione greca contro l’egemonia romana? Per accordi segreti coi Sanniti? Per un rivolgimento politico interno?
Non siamo in grado di sciogliere questi quesiti. Certo è che, nel 327, la guerra tra Napoli e Roma scoppiava; e Roma incaricava il console Q. Publilio Filone di muovere all’assedio di Napoli. Ma quando il console giunse sotto le sue mura Napoli aveva ricevuto notevoli rinforzi sanniti. A Napoli Roma trovava dunque il Sannio, alleato dell’ellenismo. Per quale scopo? Per disputargli forse le conquiste campane? Roma, fatta ardita dalla vittoria sui Latini, non esitò a voler chiarita la faccenda, a rischio di una nuova guerra; e, mentre incominciava l’assedio di Napoli, mandò ambasciatori a chiedere che i presidi fossero ritirati da Napoli. La confederazione cercò di eludere la dimanda, allegando che i Sanniti accorsi alla difesa di Napoli erano dei privati, arruolatisi per proprio conto. Roma allora ruppe gli indugi e dichiarò la guerra al Sannio.
23. I principî della seconda guerra sannitica (327-326). — Il dado era tratto. Incominciava il duello tra Roma e il Sannio per il dominio dell’Italia meridionale; quel duello interminabile, che è uno dei tanti indovinelli della più antica storia di Roma. Anche per questa guerra bisogna cercar di leggere nelle lacune e nelle oscurità della tradizione antica. Da principio i due avversari tentarono di spaventarsi a vicenda con mosse diplomatiche e militari, ma senza venire a un cimento decisivo. Roma occupò tre cittadine sulla linea del Volturno — Aflife, Callife e Rufrio — e ne fece tre avamposti romani, destinati a proteggere la Campania in pieno territorio sannita; poi cercò alleati nell’Italia meridionale, e riuscì a indurre i Lucani e gli Apuli a stringere con lei un patto e a promettere armi ed uomini per la guerra, prendendo a rovescio i Sanniti; ciò fatto, si restrinse a continuare l’assedio di Napoli. Alla loro volta i Sanniti fanno scorrerie nei territori romani, cercano alleati tra i Tarantini e si sforzano di staccare gli Apuli e i Lucani dall’alleanza romana; ma non sembrano compiere alcuna seria operazione militare e non muovono un braccio per soccorrere Napoli. Cosicchè in quell’anno non si combattè che intorno a Napoli. E fidando nel soccorso sannita, Napoli resistette per tutto il 327. La bella città, gemma d’Italia e occhio della Campania, una delle pochissime della Magna Grecia, non ancora sommerse dal flutto tempestoso degli elementi indigeni, che conservava, come conserverà per secoli, tutti i caratteri di metropoli ellenica; la bella città, le cui lunghe mura ricordavano al viaggiatore quelle, ancor più gloriose, che congiungevano Atene alla marina, per un intero anno costrinse la sua fiorente gioventù ad abbandonare le opere della pace per far la guardia delle mura e delle porte; per un anno prodigò le sue ricchezze per stipendiare migliaia di mercenari sanniti, e vide di giorno in giorno diradarsi le navi in partenza e in arrivo nel suo bel golfo. Gli opifici cittadini ammutolirono, insieme con le liete feste cittadine e rionali, celebrate dalle fratrie urbane. Non più le belle donne napolitane si incoronarono di fiori al ricorrere di ogni maggio o assistettero agli spettacoli e alle gare periodiche del teatro, dell’Odeon, dello Stadio. Non più schiere di forestieri d’ogni foggia e d’ogni paese convennero nella grande città, a commerciare, a sollazzarsi, ad oziare mollemente, sotto il suo bel cielo. I ginnasi, palestre dello spirito e del corpo, ove il pubblico in folla veniva ad ammirare gli atleti più famosi, o ad ascoltare gli oratori più illustri e più brillanti; ove, fino a pochi mesi prima, ferveva l’ardore di migliaia di giovani, bramosi di tutte le cose belle, si erano vuotati. E l’alba del primo giorno del 326 vide Napoli ancora in armi, inviolata: cosicchè Roma, sorpresa da questa resistenza, fu costretta ad adottare un provvedimento, che doveva essere padre di molte conseguenze nell’avvenire: a prorogare il comando al console che faceva l’assedio e a creare il primo proconsolato romano.
Senonchè la lentezza e le incertezze della confederazione sannitica resero vana questa tenacia. Sia che non volesse, sia che non potesse, la confederazione sannitica non mosse al soccorso di Napoli, non assalì le comunicazioni dell’esercito assediante, non tentò diversioni sul territorio nemico. Napoli si stancò; il partito della guerra perdette terreno; la popolazione, rovinata dal lungo assedio, prese in odio i Sanniti, come alleati malfidi e impotenti. Un bel giorno, i più cospicui cittadini e gli stessi magistrati intavolarono trattative per la resa. Il proconsole impose loro, come prima condizione, di licenziare le milizie mercenarie e di accogliere un presidio romano; poi stipulò un trattato, che lasciava alla ricca città tutto il suo territorio, e ne rispettava l’autonomia, salvo l’obbligo di un’alleanza offensiva e difensiva[25].
24. L’abolizione del «nexum» (326) e le «forche caudine» (321). — Non le armi sole, ma le armi ed il senno fondano gli imperi. Concedendo condizioni così generose, Roma dava un bell’esempio di senno politico. Nell’Italia meridionale le alleanze erano mobili come la terra, sempre percossa dai terremoti. I Sanniti, infatti, eran già riusciti a staccar dall’alleanza di Roma i Lucani; e a stringere un patto con i Vestini. Era dunque miglior consiglio amicarsi i Napoletani, che vendicarsene. Dopo la caduta di Napoli, la guerra languì. Da quel poco che gli antichi ci raccontano, si ricava che i Sanniti e i Romani continuarono negli anni seguenti a molestarsi con incursioni, scorrerie, saccheggi, senza mai venire alla decisione. Senonchè dovunque la milizia è un dovere civico di tutti i cittadini ricchi e poveri, i poveri preferiscono le guerre violente ma brevi, alle caute ma lunghe. La plebe non tardò a lagnarsi di queste lungaggini; e le classi alte se ne impensierirono tanto, che in questi anni, nel 326, una legge abolì finalmente il nexum. La legge era un compenso dei sacrifici, che la lunga guerra contro i Sanniti imponeva al popolo. E difatti per un po’ la plebe, pur lagnandosi, ebbe pazienza; poi, come di solito avviene, si stancò, non fu più paga dei compensi; e incominciò a chiedere guerra più risoluta e più corta; sinchè nel 322 il partito della guerra ad oltranza soverchiò nei comizi il partito della prudenza. Consoli per il 321 furono due uomini nuovi, Sp. Postumio Albino e T. Veturio Calvino, i quali avevano promesso nei comizi elettorali di passare all’offensiva, invadendo il paese nemico. Ben tre o quattro legioni entrarono in quell’anno nel paese nemico dal confine orientale della Campania, per quello stesso territorio, ove più tardi doveva passare la via Appia. Ma la via Appia non era ancora stata tracciata. La difficoltà delle comunicazioni, la precipitazione, la ignoranza dei luoghi, forse anche la incapacità del comando furono cagione di una calamitosa disfatta. Nella gola di Caudio, tra le attuali borgate di Arienzo e Montesarchio[26], in un passo, che gli annalisti avrebbero descritto coi colori più paurosi, l’esercito romano si trovò d’ogni parte accerchiato dai Sanniti. Invano gli impeti di un valore disperato tentarono spezzare quel cerchio di uomini e di ferro. Dopo alcuni giorni, stremati di forze, scoraggiati, affamati i Romani vennero a patti col nemico. I Sanniti non vollero trucidare i Romani, provocando quella guerra mortale, di cui avevano paura: par che qualcuno proponesse di rimandarli liberi, senza impegni di sorta, sperando che questo atto generoso li riconcilierebbe durevolmente con Roma. Prevalse alla fine un partito di mezzo. Il generale supremo, Caio Ponzio Telesino, stipulò con l’esercito vinto un trattato di pace, con cui Roma si impegnava a lasciar tranquillo il Sannio e a sgombrare tutti i territori sanniti occupati e in particolar modo quello di Fregelle; fece passare sotto il giogo l’esercito e lo rimandò libero, trattenendo soltanto poche centinaia di ostaggi.
Ma quando l’esercito vinto ritornò a Roma con questo trattato, Roma lo rinnegò. Il senato — come era suo diritto, del resto — rifiutò di ratificare la pace accettata dai suoi generali. Esasperati, i Sanniti si gettano, l’anno seguente, nel 320, su Fregelle e la prendono: a loro volta i Romani fanno una spedizione in Apulia, assediano Lucera presidiata dai Sanniti, l’occupano e ci mettono guarnigione, tentando prendere il Sannio alle spalle e tagliare le comunicazioni con l’Adriatico. Per un momento pare che i due popoli vogliano cercare una decisione.... Quand’ecco una nuova sorpresa: la tregua di due anni, che essi conchiudono nell’anno seguente. Per quale ragione? Perchè i due avversari desideravano prepararsi meglio? È probabile. Certo è invece che della tregua l’uno e l’altro approfittarono per affilare le armi. Fino a quel momento Roma aveva combattuto in aperta pianura, nel Lazio o in Campania; e perciò aveva potuto servirsi di una unità tattica numerosa, compatta e armata pesantemente, paragonabile in una certa misura alla falange ellenica, quale era allora la legione. Per combattere i Sanniti nelle montagne, occorrevano eserciti mobili e rapidi. La legione fu dunque sciolta in 45 manipoli, ciascuno dei quali doveva porsi nella battaglia ad una certa distanza dall’altro, pur procurando in genere che gli intervalli della prima linea fossero coperti dai manipoli della seconda; e quelli della seconda dai manipoli della terza. La distanza fra un soldato e l’altro fu accresciuta; l’antica e pesante lancia abolita o quasi, e distribuito in sua vece ai soldati il pilum o giavellotto, che era un’arma doppia, da punta e da getto. Finalmente, in luogo del pesante e piccolo scudo di bronzo, di cui sin allora erano state armate solo le prime 98 centurie, tutto l’esercito imbracciò il grande scudo quadrato di cuoio della seconda e della terza classe. Anche la cavalleria e la istruzione furono riformate. Nel tempo stesso Roma cerca di rinnovare gli accordi con gli Apuli; occupa Teano, Canusio e Ferento, riesce a conchiudere alla fine un accordo con tutta l’Apulia; cerca di far violenza ai Lucani, che respingono gli accordi, occupando Nerula. I Sanniti a loro volta cercano di seminare la ribellione nelle città campane e nelle vicine colonie, vacillanti dopo la rotta di Caudio; e si preparano ad assaltare il Lazio, apprestando una specie di leva universale.
25. Gli effetti politici della guerra e la censura di Appio Claudio (315-308). — Nel 315 la guerra divampò di nuovo. I Sanniti approfittarono di un attacco fatto dai Romani alla cittadina di Saticula (S. Agata dei Goti), per tentare la offensiva contro il Lazio dal confine meridionale, tagliare le comunicazioni con la Campania e impedire che l’esercito romano, operante sul confine sannitico-campano, tornasse indietro a impedire l’invasione. Di là, sollevando le contrade che avrebbero attraversate, i Sanniti sarebbero mossi verso il cuore del territorio romano. I due eserciti cozzarono a Lautule, sul confine del Lazio. Non è dubbio che l’esercito romano, se non fu annientato, ebbe però la peggio e dovè ritirarsi. I Sanniti poterono così porre l’assedio a Terracina (315); il Lazio meridionale e la Campania romana, Capua non esclusa, vacillarono; Lucera scacciò la guarnigione romana.
Ma Roma non si perdè d’animo. I Sanniti, così impetuosi nel primo slancio, non osarono arrischiarsi fra la fitta selva delle città e delle colonie latine, nè riuscirono facilmente ad espugnare Terracina assediata. Roma ebbe dunque il tempo di approntare nuove difese. L’anno dopo, due eserciti romani erano già in campo ad operare contro i Sanniti, l’uno, nel Lazio, di fronte a Terracina; l’altro, in Apulia, contro Lucera. La battaglia di Terracina segnò la prima riscossa. La valle del Liri, ancora in tumulto, ritornò in potere dei Romani, e la Campania, grazie a un colpo di spalla della fedele aristocrazia capuana, si sottomise di nuovo (314). Lucera fu ripresa; e assicurata questa volta con una forte colonia di 2500 cittadini. I prosperi eventi sembrano toglier animo ai Sanniti e ridarlo ai Romani. Questi nel 313 pigliano Nola e ripigliano Fregelle; deducono una colonia a Interamna sul Liri (Teramo) ed un’altra nelle isole Pontine di faccia al golfo di Gaeta; nel 312 fanno una spedizione contro i Marrucini. I Sanniti invece sembrano essersi di nuovo rinchiusi nelle loro montagne e aver prestato un debole aiuto alle città e ai popoli assaliti da Roma.
Così questa guerra di spossamento si protraeva e si ampliava, alterando a poco a poco all’interno la composizione e lo spirito della società romana. Durante la guerra sannitica maturò la conciliazione delle leggi Licinie-Sestie. Lo spirito esclusivo delle antiche famiglie patrizie cede finalmente alla forza dei tempi; un numero considerevole di ricche famiglie plebee occupano le magistrature e il consolato, entrano a far parte del senato, e nel senato cominciano a mischiarsi con le antiche famiglie patrizie, formando quell’aristocrazia patrizio-plebea che governerà la repubblica, per molti secoli. Senonchè anche altri effetti, meno felici di questo, generava la lunga guerra. Non è improbabile che con le guerre sannitiche — e per effetto loro — incominci quella crisi della agricoltura italica, che travaglierà per più di due secoli la repubblica romana; e proprio il lento logorio della piccola possidenza e il dilatarsi della grande proprietà a schiavi.
I soldati romani erano, in questo tempo, quasi tutti piccoli possidenti, che alla chiamata del console lasciavano la vanga per la spada, affidando le terre alle donne, ai vecchi, ai fanciulli. Le guerre lunghe toglievano alla agricoltura, e proprio nelle stagioni in cui la terra ne ha più bisogno, le braccia più vigorose: con quanto danno della piccola possidenza è facile imaginare. Il soldo del legionario era un bel magro compenso. A questo danno si aggiungevano le morti; poichè ogni colpo nemico, che non andava a vuoto, orbava una famiglia di un agricoltore nel pieno vigore delle forze, mentre le bocche inutili non diminuivano. Non è dunque da meravigliare se in questi anni crebbe il numero dei possidenti rovinati, che andavano a cercare un pane a Roma, nelle colonie romane o latine; se ai ricchi fu facile di unire in latifondi e di far coltivare da schiavi molti campicelli, che erano stati coltivati sin allora da famiglie libere. In quei tempi di guerre continue gli schiavi dovevano abbondare; nè il nuovo padrone si curava che la terra, coltivata dagli schiavi, producesse minor quantità di derrate, se egli ricavava, avendola acquistata a vil prezzo, un buon profitto.
Ma la guerra, anche in quei tempi, se impoveriva gli uni, arricchiva gli altri. Un soldato, che partecipasse a una spedizione fortunata in un territorio ricco, sotto un console generoso, poteva portare a casa un bel gruzzolo, come parte sua del bottino. Inoltre la guerra, anche allora, faceva correre il denaro, promoveva certi commerci e certe industrie, sia pur prendendo agli uni quello che dava agli altri. Ai trentamila uomini, che quasi ogni anno Roma dovè mettere in campo in questi anni, occorrevano molte cose: armi, viveri, vestiti. Tra qualche anno, la guerra sannitica richiederà anche una armata navale. Come squilleranno allora le incudini degli improvvisati cantieri sulla costa del Lazio e della Campania! Quanto si affaticheranno sui colli selvosi del Lazio, nuovo ed antico, le braccia e le accette degli improvvisati legnaiuoli, per abbattere e spaccare le querci, gli abeti e i pini della regione, i più belli d’Italia![27]. È questo infatti il momento, in cui, nel territorio romano, incomincia a circolare la moneta d’argento; perchè quella di bronzo non basta più ai cresciuti bisogni.
Roma insomma incomincia ad affrontare compiti più vasti, a misurarsi con difficoltà più grandi, a meglio conoscere l’ellenismo. Anche le sue idee si allargano. Ne è prova una singolare figura di questo tempo, che apparisce proprio in mezzo alla aristocrazia romana, sino allora così ligia alle sue tradizioni, così sollecita dei suoi immediati interessi: Appio Claudio Cieco, che fu censore appunto tra il 312 e il 308. In mezzo alle inquietudini, alle spese, alle turbolenze della guerra sannitica, Appio Claudio inizia due costose opere pubbliche: un grande acquedotto e una grande strada da Roma a Capua, il primo tronco della futura e famosissima Via Appia. Nel senato la maggioranza si spaventa. Roma, per lunghi anni, aveva bevuto l’acqua del Tevere, delle cisterne o dei pozzi scavati nella città, e nessuno aveva trovato a ridire. Le vecchie strade del Lazio avevan pur servito alle legioni, che avevano conquistato prima, difeso poi la Campania. Era quello il momento, quando lo Stato era stremato dalle spese della guerra con il Sannio, di porre mano a opere così grandiose e dispendiose? Ma Appio Claudio è, come sono e saranno tutti i Claudi, un uomo orgoglioso, risoluto e testardo: egli sa che i tempi cambiano e che Roma non è più la piccola città di un tempo; capisce che non si può e non si deve lasciare inoperose tante braccia, che non dissodano più la terra; e non ostante l’opposizione del senato e le difficoltà dell’erario, rinnova la grande tradizione edilizia della monarchia, interrotta da due secoli. Nè basta: vuole anche ringiovanire la costituzione. Tra le famiglie, che le guerre arricchivano, ce ne erano talune, che avrebbero potuto servire utilmente lo Stato, rinforzando la nuova aristocrazia patrizio-plebea. Questi arricchiti di fresco non erano dello stesso sangue e della stessa carne di quei plebei, che da mezzo secolo, dopo le leggi Licinie-Sestie, toccavano così agevolmente i fastigi del potere, e sedevano sugli stalli del senato? Appio Claudio volle affrettare e allargare quel rinnovamento dell’aristocrazia governante, che da una generazione o due procedeva abbastanza rapido; e nel compilar l’albo dei senatori inscrisse nel senato molti plebei ricchi e attivi, e non esitò ad aggiungere nella lista, perfino qualcuno di quei liberti, che cominciavano a formare il nerbo del nuovo ceto commerciale romano. Nè, mentre pensava ai plebei ricchi, Appio Claudio dimenticò la turba degli artigiani. Esclusa dalle centurie, perchè non possedeva il censo richiesto ed iscritta tutta nelle quattro tribù urbane, non poteva prender parte ai comizi centuriati e contava poco o nulla nei comizi tributi: non aveva dunque diritti; ma aveva dei doveri; perchè a dispetto delle disposizioni della costituzione serviana, ancora in vigore in teoria, si ricorreva spesso anche a questi proletari, che non avrebbero dovuto prestare il servizio militare, quando c’era bisogno di soldati. Appio Claudio, concedendo che ognuno potesse scegliersi la tribù, in cui essere ascritto senza riguardo alla sua residenza, li distribuì in tutte le tribù rustiche, così da accrescerne l’influenza politica[28].
Ma queste ardite riforme non passeranno lisce. L’aristocrazia romana gridò allo scandalo contro l’audace novatore, che sconvolgeva l’ordine civile e politico della repubblica. E come i consoli dell’anno successivo si ricusarono di convocare il nuovo senato, gli storiografi dell’aristocrazia condanneranno Appio Claudio e l’opera sua, e chiameranno a confermare il proprio giudizio il suffragio della divinità, la quale non avrebbe esitato a punire il grande censore, privandolo della vista. Ma l’apparizione di questo censore rivoluzionario, proprio nel bel mezzo della prima grande guerra che Roma ebbe a combattere per la conquista del suo impero, è un lampo di luce, che ci lascia intravedere quel che accadeva, per effetto delle guerre esterne, nella società romana. La forza delle tradizioni veniva meno; nuove idee e nuovi bisogni nascevano; gli ordini politici e sociali si aprivano alla gente nuova e al nuovo spirito; le classi si ravvicinavano, pur odiandosi ed ingiuriandosi, nella fraternità delle armi. Due leggi che furono proposte nel 311 da tre tribuni della plebe e approvate, ce lo confermano. La prima disponeva che sedici dei ventiquattro tribuni militari fossero ogni anno nominati non dal console o dal dittatore, ma dal popolo. La seconda, che il popolo eleggesse pure i duoviri navales classis ornandae reficiendaeque. Si incominciava a sentire bisogno di un’armata più forte, e si disponeva che i magistrati incaricati di approntarla, e di distribuire il lavoro e le commissioni, fossero eletti dal popolo. Cresceva l’autorità dei comizi, anche nelle cose militari.
26. La fine della guerra (311-304). — Ma in quei tempi, tutti pieni di armi e di guerre, le riforme di Appio non potevano essere che un episodio della storia civile. Proprio nel 311, mentre Appio Claudio stava ringiovanendo la costituzione, un nuovo pericolo nasceva nel settentrione. Da molto tempo la confederazione etrusca si era rassegnata alla perdita dei territori meridionali. Neppure la guerra sannitico-romana sembrò scuotere da principio l’accidia di quel popolo; forse perchè, se i Romani gli avevano preso l’Etruria meridionale, i Sanniti lo avevano spogliato della Campania: perdita anche più dolorosa! Tuttavia, prolungandosi, la guerra tra Romani e Sanniti mosse alla fine anche la confederazione etrusca. Alleati con i Sanniti, gli Etruschi posero nel 311 l’assedio a Sutri, una città posta fra i laghi Cimino (Lago di Vico) e Sabatino (Lago di Bracciano), che Roma aveva conquistata al tempo della guerra di Veio, e che era una delle più fedeli colonie latine.
L’Etruria era tuttavia uno dei maggiori potentati dell’Italia; e se avesse conchiuso l’alleanza con i Sanniti più presto, allorchè la fortuna delle armi era ancora favorevole a questi, avrebbe potuto porre in serio pericolo la nascente potenza di Roma. Prendeva invece le armi un po’ tardi, quando Roma incominciava a temprarsi al nuovo cimento. Tuttavia, anche se tardivo, l’intervento dell’Etruria non era un pericolo piccolo. I Romani furono costretti ad assottigliare gli eserciti operanti contro il Sannio, ad armare nuove milizie e ad accorrere alla difesa della città pericolante. Ma sloggiare i nemici dai loro accampamenti apparve ben presto impresa difficile. Invano ci si provarono gli eserciti romani: onde l’anno seguente il console Q. Fabio Rulliano, rimasto in Etruria, deliberò di lasciar da parte Sutri e gli Etruschi assedianti; e, mentre il suo collega andrebbe in Apulia per trattenere i Sanniti, egli si getterebbe nel cuore della stessa Etruria, cercando di costringere l’esercito etrusco di Sutri ad accorrere in difesa della patria minacciata. Mossa arditissima, che, riuscendo, poteva terminare in poco tempo la guerra, come, fallendo, condurre a perdizione l’esercito. Ma la mossa riuscì: gli Etruschi, raccozzatisi in fretta e furia d’ogni parte, furono sconfitti in un luogo, che è diversamente indicato dagli antichi; le città dell’Etruria centrale (Arezzo, Cortona, Perugia) si affrettarono a concludere la pace col vincitore; e poco dopo, liberata Sutri dall’assedio, l’esempio fu seguito da tutte le città dell’Etruria meridionale (310).
Invece le cose non andarono altrettanto bene nel Sannio, dove l’altro console, Caio Marcio Rutilo, sembra essere stato in quell’anno sconfitto. Certo ci fu a Roma un panico e si nominò dittatore Papirio Cursore, il più provetto tra i generali che avevano combattuto contro il Sannio. Nel 309 Papirio sembra aver restituito ai Sanniti il colpo da questi inferto l’anno prima ai Romani; e Rulliano avere vinto definitivamente, in una seconda battaglia presso Perugia, gli Etruschi, che ancora non avevano fatto pace. Ma, pacificata l’Etruria, ecco, nel 308, parecchie popolazioni dell’Italia centrale, alleate più per forza che per amore, gli Umbri, i Marsi, i Peligni, e una parte degli Ernici, approfittare delle strettezze, in cui Roma si dibatteva, per ricuperare la indipendenza. Roma dovette affrontare anche questi nuovi nemici, fra cui primeggiava la confederazione umbra. E li affrontò non senza fortuna, nel tempo stesso in cui Nocera, l’altra città della Campania ancora in possesso dei Sanniti, cadeva. Ormai il Sannio era esausto e Roma vicina ad esaurirsi. Si avvicinava il momento dello spossamento supremo, in cui quello dei due belligeranti, che avesse conservato l’ultima riserva per l’ultimo sforzo, potrebbe debellare il rivale. I consoli del 306, alla testa di quattro legioni, ritentarono l’invasione del Sannio, fallita nel 321 con la disfatta di Caudio. Il Sannio era proprio sfinito; e fu invaso, percorso e devastato, senza seria resistenza. Non si arrese tuttavia ancora; raccolse anch’esso le sue forze; e l’anno seguente, nel 305, tentò una incursione in Campania. L’esercito fu vinto; il territorio di nuovo invaso; Boviano, uno dei principali centri del Sannio, e lo stesso generale supremo, Stazio Gellio, caddero nelle mani dei Romani.
La guerra era finita e la pace, tanto desiderata ed attesa dalle due parti, era conchiusa l’anno successivo. Le condizioni sono mal note; ma da quel poco che se ne sa, non sembrano adeguate, per il vincitore, alla lunghezza della guerra. L’antica alleanza romano-sannitica dovette essere ristabilita con qualche clausola, forse, più favorevole a Roma, ma senza subire alterazioni sostanziali. Neanche un palmo del Sannio propriamente detto fu ceduto dai Sanniti. Essi perdettero solo le loro conquiste migliori e tra queste la Campania tutta, che del resto, al principio della guerra, già non era più nelle loro mani.
Ma non ostante le poco dure condizioni di pace, la potenza sannitica fu distrutta da questa guerra. Non solo i Sanniti furono ridotti entro i confini del loro antico territorio; ma, separati dal Tirreno per la perdita della Campania, non potevano ormai più evitare di essere esclusi tra poco anche dall’Adriatico. Da questa parte, essi comunicavano ancora con il mare per il territorio dei Frentani, amici o soggetti: ma la loro debolezza e le arti romane chiuderanno tra poco, per sempre, anche quella via. Altrettanto invece era cresciuta la potenza politica e militare dei Romani. Non così forse per le vittorie campali, come per la prova che avevano fatta della forza loro, e per i nuovi territori acquistati. Roma era ormai, alla fine della prima guerra sannitica, il più temuto e il più vasto degli Stati italici, poichè il suo territorio aveva quasi raggiunto gli 8000 kmq. e, contando anche i territori degli alleati, 28.000 kmq.
Note al Capitolo Quarto.
[21]. Cfr. Polyb., 3, 24; Liv., 7, 27; Diod., 16, 69, 1. Diodoro menziona per quest’anno (348) un trattato romano-cartaginese, che, per errore, dice primo.
[22]. Sulla Campania in questo tempo e sui rapporti tra Osci, Etruschi, Greci e Sanniti, cfr. A. Sogliano, Sanniti ed Osci, in Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, 1912, pp. 208 sgg.
[23]. Questa prima guerra sannitica, la cui realtà storica è stata revocata in dubbio da taluni moderni, ci è attestata da Dionys., 15, 3, 2; da App., Samn., 1; da Liv., 7, 29 sgg.
[24]. Secondo la tradizione, raccolta e diffusa dagli annalisti romani, la guerra, non si sarebbe combattuta fra Napoli e Roma, ma tra Palepoli e Roma. È forse più accettabile la versione di Dionys., 15, 5 sgg., che parla solo di una guerra contro Napoli.
[25]. Su questo trattato, cfr. gli accenni sparsi che si ricavano da Strab., 5, 4, 7; Polyb., 6, 14, 8.
[26]. Cfr. E. Cocchia, I Romani alle Forche Caudine: questione di topografia storica, in Studî filologici, Napoli, III, 378 sgg.
[27]. Cfr. Theophr., H. Pl., 5, 8, 1.
[28]. Diod., 20, 36, 3; Liv., 9, 46.
CAPITOLO QUINTO LA GUERRA CON TARANTO E LA CONQUISTA DELL’ITALIA
27. La coalizione degli Umbri, dei Galli, degli Etruschi e dei Sanniti (299-290). — La pace del 304 non fu duratura. I Sanniti erano stati vinti, non distrutti. Roma aveva vinto, ma non aveva ancora riputazione di invincibile. I Sanniti si accinsero a preparare la riscossa; e Roma cercò alleanze e fondò colonie. Due di queste, Alba e Carseoli, furono dedotte nel territorio degli Equi; una, Sora, nel territorio dei Volsci; una, Narni, nel territorio degli Umbri. Ma queste cautele, accrescendo i sospetti e le paure, affrettarono la nuova guerra. Nel 299 i Sanniti assalirono i Lucani per costringerli all’alleanza; i Lucani ricorsero a Roma; Roma accordò il chiesto aiuto e dichiarò di nuovo guerra al Sannio.
Sin dal principio era corsa voce che i Sanniti intendessero fare alleanza con gli Etruschi, da qualche tempo inquieti. Tuttavia nei primi due anni i Romani non ebbero da combattere che i Sanniti, i quali parvero difendere, e mollemente, il territorio.... Ma doveva essere una finta; perchè nel 296, all’imprevista, un esercito, comandato da Gellio Egnazio, uscì dal Sannio; si congiunse in Etruria con l’esercito etrusco ed avviò trattative con i Galli, mentre gli Umbri aderivano, e i Lucani, per i quali Roma aveva preso le armi, abbandonavano l’alleanza e si univano ai Sanniti. La coalizione, preparata di lunga mano e in segreto, si manifestava ad un tratto e formidabile: a settentrione, con il grosso esercito di Sanniti, di Etruschi, di Galli e di Umbri, che si addensava; a mezzogiorno, con un altro esercito sannitico, che si gettava nella Campania e nel Lazio, devastandoli.
Roma fu sorpresa, ma non sgomenta. Già nel 296 un energico contrattacco respingeva le forze sannitiche, che avevano invaso la Campania ed il Lazio. È probabile non fossero ingenti. Ma grandi apparecchi furon fatti per il 295, ed il tempo ad approntarli non mancò a Roma, perchè anche Gellio Egnazio e la coalizione avevano bisogno di tempo per affilare le armi. Rieletti per il 295, a dispetto della legge, i due consoli del 297, Q. Fabio Rulliano e P. Decio Mure, non vollero ricominciare la interminabile guerra di spossamento, ma tentar di rompere con un colpo solo ed ardito la coalizione. Nè si scoraggiarono, perchè una legione di avanguardia, sorpresa dai Galli e dai Sanniti a Camerino, fu accerchiata e annientata; ma dall’Etruria tentarono di entrare in Umbria; e presso Sentino incontrarono l’esercito della coalizione, comandato da Gellio Egnazio. Si favoleggiò in seguito di 350.000 tra Galli, Sanniti, Umbri ed Etruschi che avrebbero combattuto, dei quali 100.000 sarebbero morti: certo è che la battaglia fu sanguinosissima; che uno dei due consoli, P. Decio Mure, e Gellio Egnazio perdettero la vita; e che i collegati furono disfatti. Pronto, il console superstite invase il territorio gallico, staccando i Galli dalla coalizione; e l’anno seguente anche l’Etruria deponeva le armi, le città etrusche essendosi arrese, le più a condizioni non dure.
Roma non poteva incrudelire, perchè, se la coalizione era disfatta, il Sannio non era vinto. Cinque anni ancora Roma dovè combattere nel Sannio, con alterna vicenda; e non potè conchiudere la pace che nel 290; dopochè nel 291 era riuscita a fondare a Venusia, in Apulia, una colonia latina, forte, pare, di ben 20.000 coloni, la più numerosa che sino ad allora fosse stata dedotta in Italia. Quando una così forte colonia latina fu stabilita in Apulia, le sorti dei Sanniti furono decise. Ma la nuova pace fu mite, poichè fu paga di rinnovare l’antica alleanza con qualche piccolo ritaglio di territorio e rispettando l’indipendenza della confederazione sannitica. È vero però che questa era ormai circuita da ogni parte e tagliata fuori dal mare.
28. La «Lex Hortensia» (287). — Insomma Roma aveva vinto una potente coalizione e rivinto il Sannio; ma non aveva punto ingrandito, con questa sanguinosissima guerra, il suo territorio. Questa vittoria sterile non sembra aver rallegrato molto il popolo, se, nell’anno medesimo, in cui la repubblica faceva la pace con i Sanniti, il console Manio Curio Dentato, forse prendendo il pretesto che i Sabini avevano aiutato i Sanniti, conquistava, a sud dell’Umbria, quasi tutto il loro territorio; quindi entrava nel Piceno meridionale — il così detto paese dei Praetutii — lo conquistava e ci fondava Hadria (Atri), giungendo per tal guisa fino al Mare Adriatico. A questo modo i Sabini e i Praetutii facevano le spese della vittoria, riportata da Roma sulla coalizione e sul Sannio. Il territorio romano fu grandemente ampliato, da circa 8000 a circa 20.000 kmq. Ma il beneficio di questi ampliamenti non poteva farsi sentire che con il tempo. Alla pace con i Sanniti segue in Roma una viva agitazione della plebe per l’eterna questione dei debiti: prova manifesta che la seconda guerra sannitica, come la prima, aveva impoverito molte famiglie di possidenti. Quale sollievo i debitori chiedessero non appare: sappiamo solo che l’agitazione generò graves et longas seditiones; che fu necessario nominare un dittatore nella persona di Q. Ortensio; e che a questo dittatore è attribuita una legge, per la quale i plebisciti, ossia le deliberazioni dei comizi tributi, avrebbero d’ora innanzi forza di leggi generali, obbligatorie per patrizi e plebei[29]. I comizi tributi erano insomma eguagliati ai comizi centuriati. A ben collocare questo fatto staccato nella storia dei tempi, occorre congetturare che i sollievi chiesti dalla plebe fossero risolutamente avversati dalla nobiltà e dai ricchi, dominanti nei comizi centuriati; che i tribuni della plebe, disperando di far approvare da questi le loro proposte, le portassero innanzi ai comizi tributi, chiedendo nel tempo stesso che i comizi tributi, la cui competenza era già stata allargata da leggi precedenti, come la Valeria Horatia del 444 e la Publilia del 334, potessero, come i comizi centuriati, legiferare per l’universale. Non è meraviglia che la proposta sia stata occasione di una secessione, addirittura: perchè i comizi tributi potevano essere convocati senza il consenso del senato e senza alcuna formalità religiosa, e non erano, come i comizi centuriati, dominati dal denaro, ma, come gli antichi comizi curiati, dal numero. Approvandola, si snaturava profondamente la costituzione timocratica di Servio Tullio. Questa volta però la plebe vinse; e non è difficile argomentare il perchè. Si poteva negar questa soddisfazione ai vincitori di Sentino e del Sannio, ai conquistatori della Sabina e del Piceno, con tanti nemici intorno, non ancora rassegnati alla vittoria di Roma? La Lex Hortensia, prova quel che già la censura di Appio aveva dimostrato: che le lunghe guerre indebolivano le tradizioni mescolando le classi, suscitavano nuove idee, facevano più popolari le istituzioni.
29. La riscossa Gallo-Etrusca (285-280). — Ortensio aveva appena sedato quella grave turbolenza, che Roma dovè misurarsi con tutta, si può dire, l’Italia. Le difficoltà incominciarono nell’Italia meridionale, dove i Lucani, forse imbaldanziti dalla alleanza con Roma, si erano guastati con le città greche della costa. Una di queste Thurii (Turio), assalita dai Lucani, ricorse a Roma; e Roma, forse per equilibrane anche nell’Italia meridionale le forze, ingiunse ai Lucani di rispettare Turio. I Lucani fecero i sordi; e Roma stava per snudare la spada a difesa dell’ellenismo nell’Italia meridionale, quando un pericolo molto più grave nacque nel nord. Nel 285, una parte delle città etrusche aiutate da un esercito di Galli Senoni, tentarono la riscossa e posero l’assedio ad Arezzo, perchè fedele a Roma. Arezzo chiese aiuto a Roma, la quale non poteva lasciar che la città cadesse in potere del nemico, perchè la via del Lazio sarebbe stata aperta al nemico, proprio mentre l’insurrezione si propagava a mezzogiorno lungo la via Cassia sino a Volsinio. Roma, dunque, accorse. Ma presso Arezzo ben 13.000 Romani, tra cui il console Cecilio Metello, morsero la polvere e gran numero di legionari caddero prigionieri nelle mani dei nemici (285). Sentino pareva vendicata; e di nuovo l’insurrezione divampò in Etruria, nel Sannio, nell’Italia meridionale. I Lucani colsero l’occasione per vendicarsi di Roma e di Turio e trascinarono i Bruzzi; i Senoni osarono perfino trucidare gli ambasciatori, mandati a chieder ragione dell’aiuto che essi, alleati di Roma, avevano prestato agli Etruschi. Ma Roma non si perdette d’animo. Apprestò due forti eserciti; ne mandò uno a tenere in rispetto i nemici sotto Arezzo, l’altro nel paese dei Senoni, a vendicare la strage degli ambasciatori, trucidando e saccheggiando. Vendetta esemplare, che però mosse i Galli Boi ad allearsi con gli Etruschi, e a tentare, nel 283, una mossa su Roma. Ma Roma parò anche questo nuovo colpo. L’orda fu assalita per via, presso il lago Vadimone, lungo la linea del Tevere e totalmente distrutta (283). La battaglia del lago Vadimone decise le sorti della guerra e della coalizione, sebbene le armi non fossero ringuainate fino al 280. I Sanniti, chiusi da ogni parte, poco poterono fare; i Galli Boi prima, e poi ad una ad una le città etrusche, conchiusero pace; i Lucani e i Bruzzi, ormai soli, non avrebbero potuto resistere a lungo. Roma guadagnava una nuova striscia di paese: il territorio dei Senoni dall’Esino sino al Rubicone, sul quale fondava la colonia di Sena Gallica (Sinigaglia). Ma i Lucani assediavano ancora Turio.... Roma volle approfittare del momento propizio; e mandò nel 282 un forte esercito al soccorso di Turio. Ma allora una nuova guerra divampò, e molto più grave: un vero e proprio conflitto con l’ellenismo.
30. Origini ed occasioni della guerra con Taranto (282-281). — Sui primi del secolo III a. C. le città greche della Magna Grecia non erano più, come due o tre secoli prima, le incontrastate dominatrici della regione. Indebolite, cercavano alleanze a Roma, in Sicilia, nella Grecia, per difendersi alla meglio contro gli elementi indigeni, che si ribellavano con fortuna crescente. Ma gli Stati, a cui le forze non bastavano più per difendersi da soli, non possono salvarsi che scegliendo le alleanze con molta accortezza e praticandole con molta fermezza. Invece quelle città erano meno costanti del mare, su cui la maggior parte si specchiava. I partiti si avvicendavano, si incalzavano, precipitavano, scrosciando come marosi; sfruttando ognuno la passione popolare del momento, e scherzando temerariamente con il pericolo, che minacciava l’ellenismo in quella penisola, in cui esso era, non ostante le sue molte virtù, forestiero e avventizio.
Questa mobilità dei partiti e dello spirito pubblico spiega come l’ellenismo non sapesse approfittare della forza di Roma, anzi spensieratamente se la inimicasse. Roma doveva essere più avversa all’ellenismo, che amica. I Romani erano degli italici come i Lucani, come i Bruzzi. Ma le invasioni galliche, le guerre etrusche, la guerra latina, e le guerre sannitiche non avevano fin ora consentito a Roma di prendere partito nella lotta tra gli Italici e i Greci, di cui l’Italia meridionale era campo. Si aggiunga il rispetto di un potentato recente, favorito dalla fortuna, e voglioso di nobilitarsi, per i Greci, maestri di tutte le arti e di tutte le scienze. I Greci dell’Italia meridionale avrebbero insomma potuto ripararsi per qualche tempo dietro lo scudo di Roma. Turio lo aveva capito; lo avevano capito Locri e Reggio, che imitarono l’esempio di Turio. Ma l’orgoglio e l’egoismo di Taranto impedirono all’ellenismo di approfittare di queste discordie indigene. Taranto era la più ricca e la più potente tra le città elleniche dell’Italia meridionale; e da un pezzo s’era arrogato di parlare da sola in nome di tutte, aspirando, a rinforzo del suo commercio, a una specie di egemonia politica. Per questa ragione Turio e le altre città greche avevano preferito chiamare in aiuto contro Lucani e Bruzzi Roma, anzichè Taranto. Ma anche per questo Taranto considerò il loro passo come un tentativo di alterare l’equilibrio delle forze in quella remota plaga della penisola. Taranto era governata da una democrazia che, come tutte le democrazie, si studiava di lusingare le passioni più veementi delle masse; e tra queste l’orgoglio, rinfocolato dal confronto delle proprie ricchezze e della propria civiltà con la povertà, la rozzezza e l’ignoranza delle popolazioni italiche. Anche i Romani erano, per i Tarantini, dei barbari insolenti e prepotenti, i quali volevano intromettersi nelle faccende dei popoli, che avrebbero dovuto venerare come maestri. L’intervento dei Romani a Turio esasperò questa rabbia; e bastò un incidente a far scoppiare la guerra.
L’incidente fu una operazione militare, compiuta durante la guerra di Turio. Un vecchio trattato vietava alle navi romane di oltrepassare il promontorio Lacinium[30], in cui la punta della penisola si sporge più innanzi nell’Ionio. Anche la ragione di questa clausola, come delle clausole consimili inserite nei trattati tra Roma e Cartagine, doveva essere piuttosto commerciale che militare. Ma per soccorrere Turio, era troppo comodo a Roma servirsi del mare, sia pur violando i patti di un così antico trattato. Pare dunque che convogli di truppe e di viveri fossero spediti da Roma a Turio per mare. I Lucani furono respinti; Turio, liberata e presidiata con una guarnigione romana: ma la vittoria dei Romani esasperò i Tarantini, che aspettavano l’esito della guerra, sperando la sconfitta delle armi romane; e che per vendicarsi, fecero appiglio al vecchio trattato. Un giorno, quando una flottiglia romana comparve all’imboccatura dell’ampio golfo tarantino, la squadra della grande città greca, che incrociava in quei paraggi, dopo avere tentato invano di richiamare gli ammiragli romani all’osservanza del trattato, attaccò le navi nemiche, e parte le colò a fondo, parte le catturò. Subito dopo un esercito tarantino mosse su Turio, occupò la città, costrinse alla resa il presidio romano, e rimise il governo al partito filelleno, ossia ai democratici.
La provocazione era grave. Ma Roma non distoglieva gli occhi dal pericolo etrusco e gallico, minacciante da settentrione. Non era difficile prevedere che Taranto avrebbe fatta lega con i Sanniti e con gli altri popoli italici; e Roma non voleva esser presa in mezzo tra una coalizione gallo-etrusca a settentrione, ed una coalizione italo-greca a mezzogiorno. Cercò quindi di intendersi e di ottenere una amichevole soddisfazione diplomatica. Ma l’orgogliosa democrazia tarantina non intendeva ragione. Fu mestieri allora ribadire con la forza le inutili proposte di conciliazione. Il console Q. Emilio Barbula, che campeggiava nel Sannio, ebbe ordine di marciare senz’altro alla volta di Taranto e di fare sotto le mura della città una vera e propria dimostrazione militare: non per incominciare una guerra, ma per strappare, pur che si fosse, una soddisfazione non disonorevole. Anche questa mossa fallì; anzi ottenne l’effetto opposto. Taranto rispose, chiamando in suo aiuto un principe greco: Pirro, re dell’Epiro.
31. Pirro in Italia: le battaglie di Eraclea (280) e di Ascoli (279). — Parte dell’Europa orientale e dell’Asia occidentale non avevano ancora trovato posa dopo il grande trambusto, provocato dalla morte di Alessandro Magno. Quivi i regni e gli imperi continuavano a nascere, a precipitare, a rinascere. Uno dei tanti Regoli, apparsi, scomparsi e riapparsi in quel disordine, era appunto Pirro. Sul trono dell’Epiro, l’aveva preceduto il padre suo, Eacida: ma aveva dovuto una prima volta andare in esilio, poi era tornato ad occupare il trono, poi di nuovo aveva dovuto fuggire. Tornato alla fine, sin dal 295, in Epiro come Re, e questa volta definitivamente, aveva ampliato il suo regno a settentrione, a mezzogiorno e ad oriente, occupando l’odierna Albania, Corfù, alcuni distretti della Macedonia, forse l’Atamania, e la bella città di Ambracia. Ma non era ancora soddisfatto: aspirava a ingrandire i suoi Stati, a illustrare il suo nome, a impinguare il suo tesoro, a conquistare la corona di Macedonia. Accettò dunque l’invito di Taranto, che lo invocava campione dell’ellenismo in Italia; e in sui primi del 280 sbarcò con poco più di 20.000 fanti, 3000 cavalli e un certo numero di elefanti da guerra. Taranto prometteva di allestire un esercito alquanto maggiore; al quale si sarebbero aggiunti i contingenti degli alleati italici e delle città greche amiche. Taranto, città greca, si metteva a capo di una coalizione di Italici e di Greci contro Roma, che era apparsa nell’estrema Italia come alleata dei Greci contro gli Italici! Ben confusa era dunque la mischia degli interessi e delle ambizioni; e l’accresceva una specie di malinteso tra Pirro e Taranto, che è la occulta ragione di molte strane vicende di questa guerra singolare. Taranto chiamava Pirro come un mercenario, che fa le guerre degli altri a pagamento; ma Pirro veniva come il Re dell’Epiro, ambizioso di fondare anche egli, come tanti altri suoi compagni d’arme, un impero, piccolo o grande.
A ogni modo una nuova coalizione minacciava la repubblica. Sembra che da principio Roma si sia illusa di sbaragliare questa coalizione, come Fabio e Decio Mure avevano, nel 295, sbaragliato la coalizione dei Greci, dei Sanniti, degli Etruschi, degli Umbri: con poche mosse risolute ed audaci. Mentre Pirro attendeva, nella primavera del 280, a raccogliere le varie milizie sue e degli alleati, un esercito romano lo assalì all’improvviso tra Eraclea e Pandosia, presso la costa tarantina, nella valle tra gli odierni Acri e Sinni. Ma Pirro aveva imparata la guerra alla scuola dei generali di Alessandro; era stato, come ufficiale, alla battaglia di Ipso, nel 301; era dunque altro avversario che i generali etruschi o galli o sanniti. E quello che assaliva Pirro era un unico esercito consolare di due legioni, che con le truppe ausiliarie faceva appena 20.000 uomini. I Romani combatterono con grande valore; ma furono alla fine sconfitti; e in pochi giorni, sotto l’impressione di questa disfatta, l’egemonia romana parve vacillare in tutta l’Italia meridionale. Le guarnigioni romane o dovettero sgombrare o furono fatte prigioniere e consegnate a Pirro, il quale, rinforzato dai Sanniti e dai Lucani, mosse risolutamente verso il Lazio. Mirava a far sollevare i territori circostanti? O a tentare addirittura l’assalto su Roma? O a dar la mano alle città etrusche, contro cui Roma guerreggiava ancora a settentrione? Difficile dirlo. Forse Pirro voleva soltanto, con una risoluta offensiva, mettere alla prova la fermezza dell’avversario; salvo a prendere poi il partito che gli eventi suggerirebbero, nel corso dell’azione. Ma Roma aveva pertinacia e coraggio da affrontare anche il genio di un grande guerriero; e a questa ardita offensiva oppose un supremo sforzo: si accordò, come potè, con gli Etruschi; reclutò anche i nullatenenti; spedì due eserciti contro l’invasore. Pirro, che aveva provato ad Eraclea il valore romano, non osò attaccare; e, dopo aver campeggiato a lungo, tornò indietro, ritirandosi novamente a Taranto nell’autunno. La campagna del 280 era finita.
La guerra ricominciò nella primavera del 279. Pirro invase l’Apulia, conquistando parecchie città. I Romani accorsero con due eserciti consolari; e lo assalirono ad Ausculum (l’antica Ascoli di Puglia). Due giorni durò la battaglia. Alla fine del secondo giorno i Romani furono sconfitti, ma non sgominati; e poterono ritirarsi in buon ordine nei propri accampamenti, lasciando 6000 dei loro sul campo, ma dopo avere inflitto al nemico gravi perdite. Senonchè, sebbene poco fortunate per le armi romane, le due prime battaglie decisero egualmente le sorti della guerra a vantaggio di Roma. Pirro era un generale troppo valente da non argomentare, da queste due così difficili e non decisive vittorie, che Roma era un duro avversario e che egli non aveva forze sufficienti per debellarlo. Non poteva dunque più pensare a fondare quell’impero, la cui speranza lo aveva tratto a varcare il mare, nell’Italia continentale. Ma proprio allora insistenti inviti gli giungevano dalla vicina Sicilia; ove Siracusa, la rocca forte dell’ellenismo siculo, era stretta, per terra e per mare, da un esercito e da un’armata cartaginese. Questo invito fece concepire a Pirro un nuovo piano: far la pace con Roma, tenere le città greche dell’Italia meridionale, che lo avevano chiamato, e servendosi di queste come base di operazione, conquistare la Sicilia; riunire insomma sotto il suo scettro, in un solo impero, tutte le città greche della Sicilia e le maggiori città greche dell’Italia meridionale. Iniziò infatti con Roma quelle trattative di pace, intorno a cui tante leggende famose furono raccontate, chiedendo solo che Roma sgombrasse quei territori dell’Italia meridionale, da cui minacciava le città greche, e ristabilisse con Taranto i patti anteriori al 282. Il senato, stanco della lunga guerra, inquieto per la malavoglia con cui le classi rurali rispondevano, quando erano chiamate alle armi — nel 280 era stato necessario arruolare i nullatenenti — inclinava ad accettare. Quand’ecco levarsi Appio Claudio, il famoso censore, ormai vecchio e cieco. Questo uomo audace, che già aveva fatto violenza a tanti pregiudizi di casta e a tante tradizioni di prudenza, insorse con veemenza anche contro questa debolezza, che voleva rinunciare all’Italia meridionale proprio quando la fermezza poteva farla romana per sempre. Cartagine a sua volta aiutò l’eloquenza di Appio. Avendo saputo che le città siciliane avevano fatto appello a Pirro, la astuta repubblica si era affrettata a mutare gli antichi trattati con Roma in una vera e propria alleanza di difesa e di offesa[31]. Abbandonando la Sicilia ai Cartaginesi, Roma poteva dunque sperar di conquistare per sempre l’Italia meridionale. L’occasione era troppo bella; gli accordi fallirono, e la guerra ricominciò.
32. Pirro in Sicilia, il suo ritorno in Italia e la sua partenza definitiva (278-275). — Senonchè Pirro non mutò proposito per il rifiuto di Roma; perchè giudicò di aver forze sufficienti a conquistare la Sicilia e a difendere le città greche e i punti dell’Italia meridionale che più gli premevano contro i Romani. Non è dubbio che questo mutamento di piano parve ai Tarantini un tradimento. Essi avevano chiamato Pirro perchè debellasse Roma e non perchè conquistasse la Sicilia. Ma Pirro era allora il più forte. Sullo scorcio dell’estate del 278, dopo due anni e mezzo di soggiorno nella penisola, egli partiva alla volta della Sicilia con mezze le sue forze, lasciando il resto a presidiare le città greche che l’avevano chiamato.
Pirro non s’era ingannato, giudicando di poter conquistare la Sicilia e tenersi sulla difesa nel continente. Nei tre anni che durò la sua assenza, i Romani poterono di nuovo invadere con varia fortuna il Sannio e prendere alcune città greche, quali Locri, Crotone, Eraclea; ma non poterono far nulla contro Taranto, nè minacciare seriamente le posizioni di Pirro sul continente. Intanto Pirro ricacciava con rapide mosse i Cartaginesi da tutta l’isola, salvo dalla fortezza di Lilibeum (Marsala). Il disegno di raccogliere sotto un solo dominio le città greche della Sicilia e dell’Italia meridionale pareva riuscire; a segno che Pirro prese perfino a costruire una grande armata, che fosse l’organo potente di questo impero posto tutto sul mare. Ma l’opposizione dei Sicelioti mandò a vuoto l’ardito disegno. La Sicilia non era uno Stato unitario ed omogeneo, capace di una politica stabile e continua, di sacrifici protratti e adeguati. Pirro era un valoroso soldato, ma non un politico abile; e anche in Sicilia il suo governo soldatesco, spicciativo e rapace spaventò ed offese. Non tardarono a nascere malumori; una parte dei Greci, dopo aver chiamato Pirro contro i Cartaginesi, incominciò a cospirare con i Cartaginesi contro Pirro; intanto Taranto e le altre città, sempre minacciate da Roma, smaniavano e lo richiamavano perchè accorresse a terminare la guerra. Giunse il giorno in cui egli fu forzato a scegliere: o ritornare nell’Italia meridionale o perderla. Ritornò: ma non era ancora così sicuramente padrone della Sicilia, da poterla abbandonare; e infatti, appena fu partito, i Cartaginesi, che si trovavano ancora a Lilibeo, ripresero coraggio; attaccarono la sua flotta e le inflissero una sconfitta. Alla notizia di questa sconfitta, tutta l’isola insorse; e la Sicilia fu perduta, senza che Pirro potesse accorrere al suo soccorso. Di nuovo egli era impegnato nella lotta contro i Romani. Infatti, nella primavera del 275, Pirro tentò sorprendere uno dei due eserciti romani, operanti nel Sannio e in Lucania. Non lungi da Benevento (l’antica Maleventum) sul tratto della via Appia, che da Caudio si addentra nel cuore del Sannio, stava allora accampato il console M. Curio Dentato, deliberato a non lasciarsi smuovere dalle provocazioni del Re epirota, prima che il collega fosse arrivato dalla Lucania. Occorse perciò che Pirro si risolvesse a dar l’assalto a quella fortificazione semovente, che furono sempre i castra dei Romani. Ma l’assalto riuscì vano; e poichè il Re non poteva ora resistere ai due eserciti romani, prossimi a congiungersi, deliberò di ritirarsi: peggio ancora, giudicando che il suo doppio disegno sulla Sicilia e sull’Italia meridionale era ormai fallito, deliberò di lasciare l’Italia, e di recarsi a cercar fortuna in altro campo, in Grecia. Per mascherare la fuga, lasciò un corpo di milizie epirote; e, al comando di queste, in sua vece, il figliuolo Eleno. Poco di poi, avrebbe egualmente richiamato in patria e l’uno e le altre.
33. La conquista dell’Italia meridionale (275-270). — Con minor fretta, con minor genio ma con tenacia e con fermezza maggiore, mentre le triremi del Re fuggivano alla volta dell’Illiria, Roma si apparecchiava a conquistare tutta e per sempre l’Italia meridionale. Essendo ormai la più forte, essa rivolgeva alla conquista la guerra, incominciata per difendersi. Occorsero però ancora cinque anni, e spedizioni, combattimenti, assedi: operazioni parziali e staccate contro i frammenti della coalizione, che resistevano ancora, ognuno da sè e con le sue forze. Finalmente, verso il 270, Roma era signora dell’Italia meridionale. Roma non aveva più nessuna ragione di usare indulgenza: il Sannio fu quasi tutto annesso allo Stato romano, e coperto di colonie; solo la sua parte centrale — il così detto paese dei Pentri — rimase in una certa misura indipendente. Il gran duello era finito per sempre. Il popolo sannita avrà ancora, qualche volta la forza di scuotersi, non più quella di risorgere e di minacciare.
Sorte non più lieta ebbero i Bruzzi e i Lucani, costretti anch’essi a cedere parte del loro territorio. Nella Lucania, lungo il mare, a Posidonia (Pesto), fu dedotta una colonia di cittadini romani. La grande città, di cui tutt’oggi si ammirano le ruine meravigliose, tra il mare e il cielo, faceva ancora un passo giù per la china dolorosa del suo imbarbarimento. Solo le antiche metropoli elleniche, compresa forse la stessa Taranto, cagione di tanto male, diventarono città alleate di Roma, conservando, almeno di nome, la propria autonomia.
Poco prima di questa catastrofe, nel 273 o nel 272, Pirro, già vicino a porsi sul capo la agognata corona macedone, periva oscuramente in un minuscolo fatto d’armi, in una viuzza di Argo.
Note al Capitolo Quinto.
[29]. Plin., N. H., 16, 10, 37, Gell., N. A., 15, 27, 4; Dig., 1, 2, 8.
[30]. App., Samn., 7.
[31]. Cfr. Polyb., 3, 25, 3-4.
CAPITOLO SESTO ROMA E CARTAGINE
34. Roma, grande potenza mediterranea. — Dopo la guerra di Taranto, Roma ha ormai conquistato tutta l’Italia degli antichi; ossia la penisola, che dall’Arno e dal Rubicone si stende fino al mare Jonio. È dunque diventata, come oggi si direbbe, una grande potenza. Quanto cammino, sia pur faticosamente e inciampando a ogni passo e più di una volta ferendosi in qualche pericolosa caduta, aveva fatto la repubblica, in meno di due secoli e mezzo! Come era mutato il Mediterraneo, dai giorni lontani, in cui la repubblica era nata, debole e timida, da una rivoluzione! L’Etruria non è ormai quasi più che un nome. Anche l’impero persiano è caduto da più di un secolo e mezzo; e con esso la superstite potenza della Fenicia orientale è precipitata nella polvere. Tutto l’Oriente è ormai greco. Il genio greco regna sovrano nelle arti, nella politica, nella guerra, nelle lettere, nella religione, nella cultura, nell’industria e nel commercio, in tutti e tre i grandi Stati in cui si era frantumato l’impero d’Alessandro: la monarchia dei Seleucidi, signora del vario paese, che dalle coste egee dell’Asia minore, attraverso la Siria propriamente detta, la Mesopotamia, l’Iran, si stendeva fino al bacino dell’Indo e all’Oxus; i Tolomei, regnanti sull’Egitto, sulla Cirenaica, sulla Siria meridionale, su Cipro, su Creta e su parecchi territori di confine della Tracia, dell’Ellesponto, dell’Asia minore; infine, gli Antigonidi di Macedonia, i più irrequieti, i più smaniosi di ingrandire a nord ed a sud, in Dalmazia e in Grecia, la difficile eredità che Filippo II il Macedone aveva loro lasciato. Oltre queste, un’altra potenza ellenistica, Siracusa, aveva più volte tentato, con il braccio dei suoi tiranni e dei suoi condottieri — Dionisio, Timoleone, Agatocle — di fondare un impero; aveva signoreggiato sulle città greco-sicule, le così dette città siceliote. Ma, pur troppo, ormai, dopo la spedizione di Pirro, essa era incalzata da Cartagine. Cartagine era allora la maggiore e la più antica potenza del bacino occidentale del Mediterraneo; occupando tutta l’Africa settentrionale, dai confini della Cirenaica alle colonne d’Ercole; le città costiere della Spagna meridionale, la Sardegna, la Corsica, la Sicilia settentrionale, la Sicilia ad occidente del Platani.
35. Cartagine e il suo impero. — In questa cerchia delle grandi potenze mediterranee entrava ora, per misurarsi successivamente con tutte, la più giovane, Roma. Paragoniamola alla più antica, poichè l’una e l’altra stanno per impegnarsi in un duello mortale. Per tesori accumulati, per ricchezza di commerci e di industrie Cartagine superava Roma di molto. Essa passava a ragione per una delle più ricche città del mondo. Nè era soltanto una prosperosa repubblica di mercanti; possedeva anche un esercito, che gli storici hanno forse troppo spregiato, perchè composto di soldati forestieri e di mercenari. Ma se si può giudicar variamente la forza di Cartagine in terra, non è dubbio il vantaggio che aveva sul mare. L’aristocrazia governava Cartagine come governava Roma; e se a Cartagine la vecchia nobiltà militaresca era avversa alla nuova nobiltà mercantile, anche Roma era agitata e scissa dalle ambizioni e dagli interessi che si azzuffavano. Nè si dimentichi che il governo cartaginese era stato poco prima giudicato un modello da Aristotele. Infine pare che i due imperi avessero all’incirca eguale vastità. Per molti rispetti quindi Cartagine sembra avere avuto il vantaggio su Roma. Senonchè i due imperi erano ordinati e retti secondo principî diversi. Nell’Africa settentrionale, il territorio cartaginese era coperto da innumerevoli città e villaggi, le une popolate da Libo-fenici, una gente nata dall’incrocio dei colonizzatori fenici e degli indigeni, le altre da puri Libi, che vivevano tutti coltivando la terra, esercitando qualche industria e sfruttando le ricchezze naturali del suolo. Tra i Libo-fenici e tra i Libi Cartagine reclutava una parte dei suoi eserciti, integrandola con mercenari spagnuoli, liguri e galli. Senonchè — e questo è punto capitale — Cartagine era una grande potenza mercantile, che vendeva e comprava tutte le cose, il cui valore poteva mutare, mutando luogo. Ma il commercio antico prosperava per monopoli; e i monopoli possono essere imposti dalla forza soltanto. Noi sappiamo infatti che tutte le popolazioni soggette a Cartagine non potevano nè comperare nè vendere, se non osservando certe regole imposte dalla metropoli; e che ogni specie di autonomia era loro negata. Le città libo-fenicie erano governate con impero diretto e assoluto da Cartagine, mediante funzionari da essa nominati; i Libi, divisi in tribù, erano sottoposti al governo di Re, i quali poi dipendevano da Cartagine. Sole godevano di una certa autonomia le popolazioni rimaste nomadi al di là della zona coltivata: i Numidi, come i Romani li chiameranno; i quali però dovevano anch’essi riconoscere l’autorità di Cartagine, fornire dei contingenti di cavalleria e non molestare le ricche popolazioni sedentarie. Allo stesso modo si può spiegare il fatto che molte città non fossero fortificate. Cartagine non vedeva di buon occhio fortificazioni, che avrebbero potuto servire come appoggio, por qualche rivolta contro la metropoli e i suoi privilegi.
36. Lo Stato romano e la sua composizione. — Insomma Cartagine aveva coperta una larga parte del suo ricco territorio di colonie non militari, ma agricole e commerciali. Ben diverso era l’ordinamento del territorio romano. In questo tempo il piccolo impero, che Roma con tanta fatica ha raccolto intorno a sè, è un fascio di elementi vari. Si compone di due parti ben diverse: il territorio romano e il territorio degli alleati. Il primo, vasto circa 25.000 kmq., è amministrato da molte città, ciascuna delle quali provvede al territorio suo, e che sono o colonie romane, o colonie latine, o municipi. Le colonie romane, a differenza delle colonie greche, erano fondazioni statali; e, a differenza delle cartaginesi, avevano scopi militari e politici. I loro abitanti, coloni romani e indigeni accomunati in una nuova unità amministrativa, erano cittadini romani; godevano in Roma dei diritti civili e politici, anche se la distanza impediva loro di fame uso; e, nella colonia, di autonomia amministrativa. La colonia aveva magistrati propri (duoviri o praetores), un consiglio (decurionum ordo), sacerdoti (flamines), assemblee popolari (comitia), finanze autonome. Infine ogni colonia romana era una città fortificata.
Senonchè le colonie romane che si contano, fino alla metà del III secolo, sono poche, quasi tutte sul mare e tutte piccole. Di solito i coloni dedotti erano un trecento e non più. Nerbo della potenza romana in Italia erano invece le colonie così dette latine. Erano questi, rispetto alla metropoli, Stati sovrani; possedevano leggi ed istituzioni proprie, piena autonomia amministrativa, il diritto di batter moneta e il diritto di esilio, l’immunità dal tributo, un territorio che non faceva parte delle tribù romane. Due sole limitazioni Roma imponeva alla sovranità: l’obbligo di fornire contingenti e di riconoscere Roma arbitra delle guerre e della pace, delle alleanze e dei trattati. Roma concedeva inoltre ai coloni latini lo ius connubii e lo ius commercii, il diritto di contrarre matrimoni e di possedere secondo la legge romana: non la cittadinanza romana, naturalmente, chè sarebbe stata incompatibile con la cittadinanza propria. L’ordinamento delle colonie latine posa dunque su principî opposti a quelli con cui Cartagine reggeva il suo impero. E a prima vista può sembrare strano che Roma abbia seminato in ogni parte d’Italia questi Staterelli quasi indipendenti; che non abbia temuto di dedurre in molte di queste città un numero di coloni ben maggiore che nelle colonie romane, da 2000 a 20.000; che abbia concesso loro di coprir l’Italia di fortezze, ognuna delle quali poteva rivolgersi un giorno contro la metropoli. Ma si spiega; ed è un effetto lontano, causa a sua volta di prossimi e grandiosi eventi, della rivoluzione, che aveva rovesciato la monarchia e interrotto a Roma il suo primo disegno e la sua prima ambizione mercantile. Non essendo un potentato mercantile, Roma non aveva monopoli da imporre; non avendo monopoli da imporre, poteva fondare le sue colonie, seguendo principalmente la ragione militare.
I municipia comprendevano tutte le città italiche cadute sotto il dominio di Roma. Alcune, le più maltrattate, quelle che avevano ricevuta la civitas sine suffragio, potevano essere paragonate alle città suddite di Cartagine. Gli abitanti non avevano nè il diritto di votare nè quello di essere eletti alle magistrature romane; ma dovevano prestar servizio nell’esercito, pagare il tributo ed obbedire alle leggi romane. Roma mandava a governarle un praefectus juri dicundo. Altre, un po’ meglio trattate, conservavano l’antica autonomia comunale; altre, infine, e il loro numero andò col tempo crescendo, godevano della piena cittadinanza romana (civitas optimo iure). Gli abitanti però di tutti e tre gli ordini di municipia, al pari delle colonie latine, possedevano lo ius commercii e lo ius connubii.
Al di là del territorio, che faceva parte dello Stato romano, si distendeva il territorio delle città alleate, pari all’incirca a 100.000 kmq. Roma le aveva trattate, come la lega latina dopo la grande guerra del 340-338: cercando di frantumare tutte le vecchie confederazioni e legando a sè le singole città; umiliando le più potenti e accarezzando le più deboli; favorendo in ogni città il partito romano ai danni del partito nazionale. Le città alleate rimanevano autonome, ma dipendevano da Roma per tutti i rapporti con gli altri Stati, ed erano tenute ad arruolare, equipaggiare e stipendiare milizie di terra e di mare, per tutte le guerre di Roma.
37. Il pomo della discordia: Messina. — Non è dunque meraviglia che Roma e Cartagine fossero state per due secoli e mezzo amiche. Il mare e la debolezza di Roma avevano mantenuto la pace. Ma nei due secoli e mezzo, corsi dalla fondazione della repubblica, Roma era cresciuta anch’essa; e i due imperi ormai quasi si toccavano. Così fu che la pace fu rotta a un tratto, nel 265, in pochi mesi, in apparenza per un incidente da nulla. Ventiquattro anni prima un corpo di mercenari, in buona parte italici, assoldati da Agatocle di Siracusa per fare la guerra ai Cartaginesi, erano stati congedati. Ma, invece di ritornare in patria, avevano preso d’assalto Messina, vi si erano installati e avevano esteso il loro impero sulle cittadine limitrofe di qua e di là del Faro, assumendo il pomposo titolo di Figli di Marte (Mamertini). Pirro prima, e, partito Pirro, i Romani, quando si erano accinti a sottomettere le città italiche di quell’estremo lembo della penisola, li avevano combattuti. Ma i Mamertini avevano potuto conservare Messina sino al 270. In questo anno invece furono prima sconfitti in campo aperto e poi assediati nella città da Gerone di Siracusa; e sentendosi in estremo pericolo, cercarono un aiuto, anzi degli aiuti: perchè gli uni si rivolsero a Cartagine e consegnarono a un generale punico l’acropoli della città; gli altri invece si rivolsero a Roma.
38. Pace o guerra? I due partiti a Roma e le loro ragioni. — Messina invitava dunque la grande potenza italica, che a piccoli passi la vittoria aveva condotto alle sponde del mare siculo, a passare lo stretto. Piccolo braccio di mare, dalle cui rive l’occhio discerne le città, i villaggi e sin le case dell’opposta sponda: ma che passo smisurato sarebbe invece per Roma, il varcarlo! Il primo passo verso la conquista di un impero mondiale. Roma lo sentì. Noi sappiamo che la domanda dei Mamertini fece nascere in Roma una agitazione, quale da un pezzo nessun accidente o incidente politico aveva suscitata. I pericoli erano palesi. Intervenire in Sicilia e dichiarare guerra a Cartagine, erano la stessa cosa. Certo la Sicilia era una delle gemme del Mediterraneo: ma poteva Roma, anche per la Sicilia, affrontare Cartagine, formidabile per armi e per ricchezze? Noi non ci meravigliamo leggendo negli antichi scrittori che il senato esitava. Ma non esitava invece la pubblica opinione. Noi conosciamo, grazie a Polibio, gli argomenti che i fautori dell’intervento opponevano alle sagge considerazioni dei prudenti[32]. Essi dicevano che Cartagine era padrona ormai di quasi tutta la Spagna, della Corsica, della Sardegna e delle altre isolette sparse in quei mari; che già possedeva buona parte della Sicilia; se anche Messina, e cioè tutta la Sicilia, cadesse in suo potere, l’Italia — sono le precise parole dello storico greco — sarebbe «accerchiata e soffocata» da Cartagine. Che altro poteva essere Messina, se non il ponte per assaltare l’Italia? Polibio aggiunge che i partigiani della guerra magnificavano anche il beneficio che la guerra apporterebbe ai singoli cittadini; i quali, danneggiati dalle guerre passate, prestavano orecchio volentieri a questi discorsi, sperando di potersi rifare.
Roma si trovava proprio alla svolta decisiva. Abbiamo veduto come ormai da un secolo le guerre e le conquiste venivano rapidamente alterando in Roma l’antico assetto delle fortune, dei ceti, delle idee, delle tradizioni, sconvolgendo, distruggendo, rovesciando, rinnovando or questa or quella parte dell’ordine antico. Ma per parecchie ragioni la guerra contro Taranto e la conquista dell’Italia meridionale avevano impresso una nuova spinta a questo movimento. Innanzi tutto l’aver vinto Pirro, uno dei generali educato alla scuola di Alessandro il Grande, aveva accresciuto l’orgoglio di Roma, la sua fiducia nelle proprie forze, l’ambizione. L’opinione pubblica si era fatta più ardita, più esigente. Nel tempo stesso la conquista della zona interna dell’Appennino e la riduzione ad ager publicus di tanta parte dei vasti territori conquistati acceleravano il grande rivolgimento di fortune, incominciato, a quanto sembra, in mezzo alla guerra sannitica; l’ingrandirsi dei dominî fondiari, sotto forma di proprietà o di possesso; l’incremento del proletariato urbano, dell’industria e del commercio. In questi anni, per la prima volta, la legge agraria licinio-sestia è veramente violata; la nobiltà romana, che, di buona e più spesso di mala voglia, aveva fatto la guerra contro Pirro, si affretta dopo la vittoria a gettarsi sulle terre conquistate nell’Italia meridionale, locando per pochi assi vaste estensioni di terreno, comperando gli schiavi, gettati sul mercato in copia dalle disfatte nemiche, e ripigliando su più larga scala, e con maggior copia di mezzi, la tradizione sannita e lucana della grande pastorizia. Senonchè il moltiplicarsi e l’ingrandirsi delle fortune fondiarie richiedevano abbondanza di terre pubbliche da affittare e abbondanza di schiavi; quindi nuove guerre e nuove conquiste. Inoltre è certo che, dopo la vittoria su Taranto, rinascono le aspirazioni a far di Roma una città mercantile, come aveva tentato la monarchia: aspirazioni, che la maggior conoscenza del mondo ellenico, la cresciuta fiducia, l’abbondanza del capitale, l’ampliato dominio non potevano non incoraggiare. Infine, anche i costumi e le idee si rinnovano. L’ellenismo fa rapidi progressi a Roma, dopochè la Magna Grecia è stata incorporata nel suo impero, e con la Magna Grecia le vie più rapide per tragittare in Grecia e nell’Oriente ellenistico. Un greco di Taranto, Livio Andronico, porta in Roma l’epica e la dramatica greca, anzi la mania di tutta la coltura ellenica. A sciami, assai più che ai tempi di Tarquinio I e di Tarquinio II gli Etruschi, irrompono dall’Italia meridionale nella antica città i Greci, portando la coltura, le divinità, i costumi, i vizi ed il lusso dell’Asia ellenica. Già nel 275 un console era stato espulso dal senato, perchè sulla sua mensa splendeva un troppo ricco vasellame; e due anni dopo la conquista dell’Italia meridionale, Roma avrà bisogno di coniare monete d’argento, di aprire all’uopo zecche nel Lazio e in Campania.
39. La guerra a Cartagine deliberata dai Comizi. (264). — Tutte queste aspirazioni ed inclinazioni e ambizioni confluirono in una corrente unica, che spinse la repubblica a varcare lo stretto, anche a rischio di dar di cozzo contro Cartagine. Grandi possidenti che arricchivano sulle terre conquistate nel Sannio e nell’Italia meridionale; giovani signori, che imparavano a gustare la letteratura e la filosofia greca; appaltatori degli eserciti o dei lavori pubblici; operai od artigiani, che vivevano sulle guerre o sulle spese pubbliche; senatori, cavalieri e ricchi liberati, che incominciavano a tentar qualche commercio, imitando i Tarantini, i Siracusani o i Cartaginesi; oscuri plebei e modesti possidenti che, dimenticando quanti eran morti od erano stati rovinati dalle guerre precedenti, vedevano soltanto i fortunati, ritornati con un gruzzolo, facevano violenza alla pavida prudenza dei saggi. Cartagine, l’amica secolare, era diventata il pericolo; Cartagine, che aveva occupato l’Africa e la Sardegna, che si impadroniva della Spagna, avrebbe, se Roma non si affrettava, invaso un giorno l’Italia, come già aveva invaso la Sicilia.
Questa corrente popolare era così forte che il senato non osò pigliarla di petto. Ma non osò neppure secondarla; onde si appigliò ad un partito, di cui raramente fece uso nella lunga storia di Roma: trasmise la domanda dei Mamertini ai comizi centuriati. In questo momento supremo, il popolo fu chiamato ad esser giudice ed arbitro della sorte di Roma! E nei comizi centuriati il partito della guerra prevalse.
Note al Capitolo Sesto.
[32]. Polyb., 1, 10.
CAPITOLO SETTIMO LA PRIMA GUERRA PUNICA E IL SECONDO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA
40. La prima guerra punica (264-241). — La prima guerra tra Roma e Cartagine incomincia con una spedizione a Messina. Nel 264 Roma manda il console Appio Claudio con un esercito in aiuto ai Mamertini, i quali, non appena sicuri della protezione di Roma, avevano scacciato il presidio cartaginese. Ma Cartagine risponde inviando un’armata e un esercito contro Messina, e stringendo alleanza con i Siracusani; e con tanta prontezza che, quando il console Appio Claudio, nell’estate del 264, giunse a Reggio con le legioni, Messina già era stretta per mare e per terra dai Cartaginesi e dai Siracusani. Che fare? Passare lo stretto, senza aver prima vinta la flotta cartaginese? La mossa era temeraria. Misurarsi con Cartagine sul mare? Roma non aveva un’armata sufficiente. Il senato aveva avuto ragione di esitare, innanzi a quel breve braccio di mare; poichè era singolare temerarietà disputare un’isola ad una grande potenza navale con una piccola armata.
Ma la guerra ormai era dichiarata, e Appio Claudio non poteva guardare da Reggio, con le braccia conserte, l’assedio di Messina. Affrontò dunque — non aveva altro scampo — il doppio rischio: eludere il blocco cartaginese di notte e gettarsi, forzando le linee degli assedianti, nella città. Le due imprese erano arditissime; e se l’una o l’altra falliva, l’esercito era perduto. Ma Appio Claudio riuscì nell’una e nell’altra. Una volta in Messina, non perdette tempo; e sconfisse in due battaglie Cartaginesi e Siracusani, liberando la città. Padrona di Messina, Roma poteva ormai comunicare con il continente abbastanza sicuramente, per quanto ancora sotto la minaccia di Siracusa. Ne approfittò per mandare l’anno seguente in Sicilia un nuovo esercito, che doveva assalire Siracusa e togliere a Cartagine tutti i punti di appoggio sulla costa orientale. Anche questa mossa riuscì. Ora che i Romani si erano impadroniti di Messina, Siracusa si sentì troppo addosso la potenza romana, da poter perseverare nell’alleanza con Cartagine. Il partito avverso ai Cartaginesi prevalse in Siracusa; e Gerone, abbandonata l’alleanza cartaginese, si alleò con Roma. Alla fine del 263 Roma aveva dunque posto saldamente il piede sulla Sicilia.
Ma non bastavano queste vittorie a scoraggire Cartagine. Cartagine assoldò Liguri, Galli e Spagnuoli in quantità; mandò in Sicilia soldati ed armi; fece di Agrigento la nuova base di operazione contro Romani e Siracusani; spedì flotte a saccheggiare le coste dell’Italia. A loro volta Romani e Siracusani posero, nel 262, l’assedio ad Agrigento, iniziando il secondo periodo della guerra, che doveva durar quanto l’assedio, otto mesi, e cioè tutto il terzo anno. Solo nel tardo autunno e dopo essere stati più volte sul punto di levare il campo, i Romani poterono vincere in battaglia un esercito cartaginese, spedito al soccorso, e impadronirsi della città, non però della guarnigione cartaginese che riuscì a fuggire attraverso le linee romane, raggiungendo l’esercito vinto. Ma questa nuova vittoria, la resa delle altre città, che seguì quella di Agrigento, soprattutto l’ingente e inusitato bottino esaltarono in Roma il sentimento pubblico. Popolo e grandi ormai furon tutti concordi in un solo pensiero: costruire una armata e scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. La tradizione narrò come Roma, ignara di navi, avesse pigliato a modello una quinquireme, che la tempesta aveva gettata sulle coste dell’Italia meridionale. Senonchè Roma non era così nuova al mare come la leggenda suppone, poichè possedeva navi da guerra e da carico, e disponeva delle flotte degli alleati, italici e siracusani. Ma la leggenda, se esagera, non è tutta una invenzione, poichè sembra probabile che nè Roma nè l’Italia conoscessero ancora l’uso delle navi a cinque ordini di remi, di cui si compose quasi tutta la sua prima grande armata navale, forte di 120 vascelli. Tuttavia i Romani diffidavano della propria capacità sul mare; e perciò provvidero la armata di un nuovo ordigno, i ponti volanti d’abbordaggio, a cui diedero il nome di corvi. Con questi ponti, ciascuna nave poteva avvinghiare un naviglio nemico, e dare il passo ai legionari.
Ad approntare quest’armata navale sembra sia stato speso tutto l’anno 261, nel quale non si registrano grandi fatti di guerra. Nè il tempo sembrerà troppo lungo, chè fu necessario anche addestrare le ciurme. Al principio del 260 la flotta romana era in mare; e a primavera aprì la terza fase della guerra (260-255), discendendo lucida e nuova verso la Sicilia e cercando animosamente, sotto il comando del console C. Duilio, la vecchia flotta cartaginese, rotta a tutti i mari, carica di trofei, che da secoli combatteva su quelle acque. La trovò infatti, dopo un primo insuccesso, a Milazzo (Mylae) presso Messina e le diede battaglia (260). I corvi furon provati con buon successo; i Romani combatterono con grande impegno, volendo mostrare che anche sul mare eran forti; la flotta cartaginese perdette oltre la metà dei suoi legni, che erano 130; lo stesso ammiraglio ebbe a stento salva la vita e Roma riportò sul mare una vittoria non indegna degli allori che aveva raccolti sulla terra.
Al suo ritorno in Roma C. Duilio fu oggetto di straordinari onori, e per quale ragione, non è difficile intendere. Poche vittorie sbalordirono i contemporanei, come la vittoria di Milazzo. Roma aveva appena varata la sua prima grande armata; e subito vinceva sul mare la maggior potenza navale del tempo! Ma gli effetti della vittoria furono più piccoli della impressione. Cartagine si accinse con grande lena a rinforzare l’armata; si difese ostinatamente contro tutti gli attacchi romani; cercò di tirare in lungo la guerra, sperando di stancare Roma, che doveva ogni anno chiamare alle armi i suoi cittadini, mentre essa adoperava dei mercenari. Difatti, nei tre anni che seguono (259-257) noi vediamo i Romani combattere in Sicilia, assalire la Corsica e la Sardegna, ritornare a combattere in Sicilia; cercar insomma di mettere a frutto la padronanza del mare, conquistata con la vittoria di Milazzo: ma senza costringere Cartagine alla pace. Sinchè, volendo terminare a ogni costo questa onerosissima guerra, che durava ormai da nove anni, Roma si risolvè, nel 256, per finirla, a ripetere il tentativo fatto dal siracusano Agatocle nel 310, sbarcando in Africa addirittura. L’impresa era ardua e pericolosa, poichè l’armata cartaginese vigilava poderosa il passaggio. I preparativi furon grandi e adeguati. Presso la foce del Salso (l’antico Himera) non lungi dall’odierno monte S. Angelo (l’antico promontorio Ecnomo) sulla costa meridionale della Sicilia, fu apparecchiata una grande armata di 300 legni, fra navi da guerra e da carico; e in quella furono imbarcati circa 140.000 uomini tra soldati e ciurme, agli ordini dei consoli L. Manlio Volsone e M. Atilio Regolo. La flotta cartaginese, non minore di forze, tentò di sbarrarle il passo; nei pressi di Ecnomo stesso si impegnò una aspra battaglia navale, nella quale i Romani riuscirono a passare; e, sconfitta la flotta cartaginese, poterono approdare all’opposto lido africano, occupando la città di Clupea, a occidente del Capo Bon, e facendo di questa la propria base di operazione in Africa.
Occorre a questo punto supporre che Cartagine si credesse al sicuro da un simile attacco e fosse sorpresa dall’invasione con forze insufficienti. Non è una supposizione invece, ma una notizia sicura che, appena l’esercito romano fu sbarcato in Africa, una grave rivolta scoppiò tra i Numidi, i quali irruppero nel territorio cartaginese. Ma solo quella supposta impreparazione e questa rivolta accertata dei Numidi possono spiegare come l’esercito romano abbia comodamente saccheggiato in un vasto territorio città e villaggi, che, le più non essendo fortificate, non si difendevano; abbia raccolto con poco pericolo un ingente bottino, massime di quadrupedi e di schiavi; l’abbia spedito tranquillamente in Italia e rimpatriato dopo poco con uno dei consoli una parte considerevole dell’esercito di invasione. Non rimase che Atilio Regolo con forze non grandi: imprudenza singolarissima, che soltanto la difficoltà di tenere a lungo un esercito numeroso in Africa e la illusione di aver già debellato Cartagine possono spiegare. Ma Cartagine non era punto debellata. Impreparata a respingere l’attacco improvviso, cercò di temporeggiare, trasse in lungo, mandò un piccolo esercito a trattenere i Romani; e quando questo esercito fu vinto, aprì trattative di pace.... Ma intanto arruolava soldati in Numidia, in Spagna ed in Grecia; assoldava Santippo, un generale spartano, che conosceva l’arte della guerra meglio dei generali cartaginesi. Atilio Regolo accettò volentieri di trattare la pace; ma credendo proprio che la resistenza di Cartagine fosse infranta, impose condizioni durissime. Invece il nuovo esercito cartaginese si stava approntando; alla fine Cartagine respinse le condizioni; e Santippo entrò in campo. L’esercito romano fu dall’abile stratega sgominato; Atilio Regolo stesso fatto prigioniero (255).
L’audace mossa dell’esercito romano, che la fortuna aveva favorito da principio, era da ultimo rovinosamente fallita. Ma Roma non sbigottì: subito approntò un’altra flotta e la mandò a salvare gli avanzi dell’esercito romano, che si erano rifugiati e fortificati a Clupea. Questa flotta riuscì, sconfiggendo una armata cartaginese, a passare il mare e a imbarcare i superstiti di Clupea; ma a sua volta fu nel viaggio di ritorno quasi tutta distrutta da una tempesta, non lungi dal Capo Passaro. Di 364 navi se ne salvarono 80. Rianimati da questa nuova sventura romana, i Cartaginesi pensarono addirittura di passare all’attacco e di scacciare i Romani dalla Sicilia, mandando una spedizione. Pronta Roma rispose mandando a sua volta, nel 254, una flotta e un esercito ad assediare Palermo, che fu presa; e si accinse ad allestire una nuova spedizione che assalirebbe l’Africa, per il 253. La guerra riardeva dunque nella terra e sul mare più violenta che mai; ma fu questa l’ultima fiammata di audacia. La seconda spedizione romana in Africa fallì come quella del 256, e ancora prima di giungere in Africa, parte per gli errori dei comandanti, parte per un’altra tempesta; e con essa cadde a Roma per sempre l’ambizioso disegno di colpire Cartagine in Africa. Disperando di tener testa a Cartagine sul mare, Roma si restringe a combattere con le sue legioni in Sicilia, per la conquista della ricca isola.
Incomincia il quarto ed ultimo periodo della guerra, quello che è ormai circoscritto alla Sicilia (253-241). Abbraccia ben 13 anni, e la sua stessa lunghezza, l’alternativa incessante di sconfitte e di vittorie mostrano la stanchezza dei due avversari. Nel 251 il console L. Cecilio Metello infligge una grave sconfitta sotto Palermo ai Cartaginesi che tentano di liberar la città; i Cartaginesi sgombrano allora tutte le piazzeforti della Sicilia, riducendosi a difendere, sulla costa occidentale, Lilibeo e Trapani; la Sicilia è ormai quasi tutta in potere dei Romani. Questi, ripreso coraggio, si propongono di finirla con un ultimo sforzo; rifanno un’armata; e con quella pongono l’assedio a Lilibeo. Ma nel 250 il console Publio Clodio perde una flotta, volendo attaccare nelle acque di Trapani l’ammiraglio cartaginese Aderbale; e un’altra ne perde l’anno dopo il console Lucio Giunio Pullo sulla costa meridionale della Sicilia. I Romani sono costretti a togliere l’assedio di Lilibeo e a rinunciar di nuovo al dominio sul mare; e buon per loro che Gerone restò fedele e, nel 248, rinnovò l’alleanza con Roma: chè altrimenti avrebbero potuto trovarsi a mal partito quando, nel 247, Cartagine mandò finalmente in Sicilia un grande generale, Amilcare Barca, il padre di Annibale. Costui riorganizzò l’esercito; occupò una posizione formidabile presso Palermo (Monte Pellegrino?), conquistò Erice, e comunicando per Trapani con Cartagine, incominciò a molestare con rapide e continue incursioni sulla terra e sui mare tutta la Sicilia e le coste dell’Italia, con il chiaro proposito di vincere Roma con una guerra di spossamento, esaurendo il suo erario e stancando la pazienza delle popolazioni, tutti gli anni chiamate alle armi. Difatti dal 247 al 242, Roma sembra sul punto di dichiararsi vinta, tanto il popolo è scoraggito. Quando, in uno sforzo supremo, essa capisce che non è possibile costringere Amilcare a scendere dalla formidabile posizione, da cui minaccia la Sicilia e l’Italia, se non riconquistando il dominio del mare, e tagliando le comunicazioni con Cartagine. Ma come varare, dopo tante altre che il fuoco o l’acqua hanno distrutte, una nuova flotta? I più ricchi cittadini romani, coloro ai quali risalivano le maggiori responsabilità dell’impresa, dovettero, per salvare lo Stato in mezzo allo scoramento universale, armare a proprie spese una nuova flotta. Era la primavera del 242, allorchè furono messe in mare le ultime 200 grosse navi da guerra, che lo Stato romano era in grado di approntare. Con queste il console C. Lutazio Catulo si recò a bloccare Drepano (Trapani) e Lilibeo (Marsala). Una flotta cartaginese tentò di rompere il blocco e portare ad Amilcare rinforzi e rifornimenti. Ma Lutazio l’affrontò, la vinse e in parte la distrusse in una grande battaglia, combattuta presso l’isola di Aegusa, una delle Egadi.
Lo sforzo supremo aveva sortito il suo effetto. Roma era di nuovo padrona del mare; le comunicazioni tra Cartagine e la Sicilia erano interrotte; Amilcare non poteva più mantenersi se Cartagine non avesse riconquistato in poco tempo il mare. Ma anche Cartagine ormai era esausta. I suoi mercenari le costavano molto più che a Roma gli eserciti di leva; e a lungo andare la spesa della guerra era diventata insopportabile anche per la sua ricchezza. Essa non era più in grado di pagare gli eserciti, che tumultuavano e insorgevano. Fu quindi forza stipulare la pace, consigliata dallo stesso Amilcare. Roma non fu molto esigente, perchè non ne poteva più e si accontentò di assai meno che non avesse chiesto Regolo. Cartagine dovè cedere la parte della Sicilia che era stata sua insieme con le isolette limitrofe, fra l’Italia e la Sicilia, e impegnarsi a versare a Roma, entro dieci anni, la somma di 2200 talenti.
41. La riforma dei comizi centuriati (241). — Roma aveva vinto; ma a quale prezzo! Il censimento, fatto proprio nell’anno della pace, contò 260.000 cittadini; e quello fatto cinque anni prima 241.712, mentre i censimenti precedenti erano riusciti a contarne perfino 297.234. Diminuzione pari, o forse maggiore, deve argomentarsi per i Latini e gli alleati. Sulle finanze non abbiamo notizie; ma non è temerario supporle nelle più gravi strettezze, dopo una guerra così lunga, e sinchè la indennità cartaginese non fosse venuta a restaurarle, mentre occorrevano spese maggiori per tenere saldamente la parte della Sicilia conquistata e per far fronte agli impegni di una politica più vasta e grandiosa.
A tutte queste difficoltà Roma cerca di provvedere, come al solito, con concessioni politiche. La guerra democratizzava la costituzione romana! Già nell’ultimo anno della guerra i censori si erano mostrati larghi nel conferire la cittadinanza a buon numero di Italici, quanti bastavano a creare due nuove tribù, la Velina nel Piceno, e la Quirina nella Sabina, destinate forse a riempire i vuoti fatti dalla guerra nella popolazione. Ma ben presto si procedette oltre, ad una riforma dell’ordinamento dei comizi centuriati, che accrebbe di molto il potere del ceto medio e del popolare, a danno delle classi più ricche. Fu abbassato il censo dell’ultima classe, per accrescere il numero dei cittadini obbligati al servizio militare. Da un pezzo si chiamavano alle armi, quando occorreva, anche cittadini senza censo, che la legge esonerava; cosicchè, per quel che concerne gli obblighi, la riforma legalizzò soltanto una pratica ormai inveterata. Ma d’altra parte la riforma dovette riconoscere i diritti corrispondenti agli oneri, facendo entrare questi cittadini non solo tra le file dei soldati, ma anche nelle schiere dei legislatori. Senonchè una siffatta innovazione non avrebbe da sola alterato l’equilibrio delle forze dei partiti e dei ceti nei comizi centuriati, se non si fosse anche assegnato ad ogni classe il numero medesimo di centurie, ossia di unità votanti. La complicata riforma ci è pur troppo mal nota: sembra che le cinque classi siano state, per dir così, immerse nelle 35 tribù esistenti; e, mentre prima le centurie erano composte di cittadini appartenenti a tutte le tribù, d’ora innanzi i componenti di ciascuna tribù siano stati, a seconda del patrimonio, distribuiti nelle cinque classi, ogni classe dovendo essere rappresentata in ciascuna tribù con due centurie. Si ebbero così, per ciascuna tribù, 10 centurie (2 x 5); in totale 350 (10 x 35), e per ciascuna classe, 70 centurie (35 x 2). E, giacchè al conto devono aggiungersi le 18 centurie dei cavalieri della prima classe e le cinque vecchie centurie poste fuori delle classi, la nuova cittadinanza romana fu divisa in 373 centurie, egualmente distribuite in ogni classe. Ne seguì che la maggioranza discese verso la terza e la quarta classe, e che l’assemblea centuriata rappresentò ormai la volontà e il pensiero, non più dell’aristocrazia, ma delle classi medie[33].
42. La conquista della Sardegna e della Corsica (238). — La pace con Roma era appena conchiusa, che Cartagine era impegnata in due nuove guerre, l’una con i sudditi africani, l’altra con i mercenari non soddisfatti. Nè basta: questa era stata appena repressa, che si sollevavano i mercenari di Sardegna, invocando l’aiuto di Roma. Roma da prima esitò; ma poi cedè alla tentazione e dichiarò novamente guerra a Cartagine con pretesti piuttosto speciosi: che gli armamenti fatti per riconquistare l’isola minacciavano l’Italia; che taluni mercanti romani erano stati maltrattati in Africa; che, infine, la Sardegna, quale territorio tra la Sicilia e l’Italia, era compresa nel trattato precedente (238). Cartagine, non sentendosi in forze per resistere, piegò il capo per il momento; cedè la Sardegna e acconsentì anche a pagar 1200 talenti di indennità[34]. Alla conquista della Sardegna seguì quella della Corsica, che Cartagine forse aveva già abbandonata e che non aveva mai sicuramente tenuta.
Roma si era impadronita in pochi anni della maggior parte della Sicilia, della Sardegna e della Corsica. Ma queste isole erano poste fuori dei confini dell’Italia propriamente detta, abitate da genti d’altra lingua e costume. Non si poteva governarle come le regioni dell’Italia; onde proprio dopo la conquista della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, Roma incomincia ad abbozzare un nuovo regime politico ed amministrativo: quello che applicherà poi via via a tutte le province del suo vasto impero. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica furono appunto le prime province dell’impero. Questo ordinamento provinciale posa sul principio che il suolo e l’autorità appartengono a Roma. Il suolo è di regola proprietà (praedium) del popolo romano, che può confiscarlo a proprio vantaggio, quale ager publicus, o lasciarlo ai sudditi nella forma di possesso, con l’obbligo di pagare come tributo un decimo dei prodotti (decuma). E tutta la provincia è sotto la piena autorità di un governatore, da principio un pretore (Roma infatti, nel 227, avrà ben quattro pretori), munito dei pieni poteri, militari, civili e giudiziari, che la regge e amministra. A quanti popoli e territori saranno un giorno applicati questi due principî! E quanti abusi nasceranno!
43. La conquista delle due rive adriatiche (229-215). — Ma per il momento, nessuno a Roma pensava che in Sicilia, in Sardegna e in Corsica si faceva il primo esperimento di ordinamenti e istituzioni, che dovrebbero per secoli essere le travi e i muri maestri di un immenso impero. Roma aveva appena assestato, dopo una così lunga guerra, le faccende del Mediterraneo, e già doveva volgere la sua attenzione all’Adriatico; e per ragioni e in condizioni, che meritano di essere considerate con particolare attenzione. Mentre Roma era impegnata nel Tirreno e in Sicilia contro Cartagine, s’era formato sulle coste della Dalmazia, così frastagliata di scogliere, di rifugi, di porti e di isolette, un principato illirico, il quale, cattivatosi l’amicizia del nuovo Re di Macedonia, Demetrio, minacciava l’Epiro, e le città della costa occidentale della penisola balcanica. Il nuovo Stato, come tutti gli Stati antichi, cercava di accaparrare per sè il commercio di queste regioni e di escludere, un po’ con la concorrenza, un po’ con la violenza e la pirateria, i rivali. Ora non appena la guerra con Cartagine fu terminata e appianate le nuove difficoltà nate da quelle, da ogni parte d’Italia si levarono verso il senato lamenti per questa condizione di cose; e con i lamenti, le più vive sollecitazioni perchè le armi di Roma assicurassero ai negozianti italici il libero commercio nell’Adriatico[35]. E questi lamenti e queste sollecitazioni furono alla fine così forti, da costringere il senato a mandare nel 230 un’ambasceria alla regina degli Illiri, Teuta. Basta questo fatto a provare quanto lo spirito mercantile, che abbiamo visto svilupparsi dopo la guerra con Taranto, si fosse rafforzato e diffuso in Italia durante la prima guerra punica; a provare che i mercanti italiani tentavano ora di impadronirsi del commercio dell’Adriatico; a provare che cresceva a Roma il numero dei senatori, i quali ambivano che Roma, ora che l’aveva vinta con le armi, umiliasse Cartagine nei traffici, fondasse un impero mercantile non meno vasto e ricco. Dopo più di tre secoli, insomma, la repubblica ritornava ai disegni ed alle ambizioni mercantili della monarchia. Ma in condizioni quanto diverse!
L’ambasceria, mandata a Teuta, non ottenne soddisfazione. La guerra fu dichiarata. Duecento navi con 22.000 uomini furono spedite in Illiria; il nemico fu facilmente vinto; e Teuta dovette accettare la pace impostale. I confini meridionali del principato illirico furono stabiliti a Lissos (Alessio); gli Illirî si impegnarono a non navigare più a sud di Lissos con un numero di navi maggiore di due e a pagare tributo; i territori, tolti ad essi, furono quasi tutti dati a Demetrio di Faro. La potenza illirica era fiaccata; e gli interessi mercantili degli Italici messi al sicuro. Una clausola della pace aprì a Roma un nuovo campo di azione politica. I territori di parecchie città greche — Corcira, Apollonia, Epidamno — in una parola, la costa illirica, da Alessio ai confini dell’Epiro, comprese le isolette limitrofe, furono introdotte nella confederazione italica, e la pace annunziata a parecchie città greche, agli Etoli, agli Achei, ai Corinzi, agli Ateniesi, che accolsero il messaggio e i messaggeri con entusiastiche dimostrazioni di giubilo. Anche i Greci si volgevano verso Roma, sperando protezione contro i loro nemici, massime contro i Macedoni: grande fatto, dal quale nasceranno grandissimi eventi, e che prova quanto il prestigio romano fosse cresciuto in tutto il mondo mediterraneo!
44. La nuova reazione delle campagne: il tribunato di Caio Flaminio (233). — Se la guerra illirica era stata un nuovo segno della crescente potenza degli interessi mercantili, fra qualche anno se ne aggiungerà un altro anche più chiaro: una legge Claudia, votata nel 218 dai comizi tributi, non ostante la più accanita opposizione del senato, la quale interdiceva ai senatori di possedere navigli di più che 300 anfore (8000 litri circa) di volume[36] e capaci di trasportare più che i prodotti delle loro terre. Quale prova più chiara che l’amore della ricchezza, la passione del lucro, la smania dei traffici erano entrate perfino nel senato, rocca venerabile dell’antica tradizione romana? La mercatura, che secondo questa tradizione non si addiceva a quell’altissima dignità politica, cominciava ad essere tollerata, e in misura tale, che una legge aveva dovuto tentare di porre un freno al male. Ma ancor più che per i senatori i quali si davano al commercio, il ceto mercantile si rafforzava per il crescere dei pubblici appaltatori. Roma non era più una piccola città, ma un grande Stato, il quale non disponeva, come gli Stati moderni, di una numerosa burocrazia, ma solo di pochi magistrati, eletti quasi tutti ogni anno, e ordinati in principio per servire una città. Sebbene il numero dei magistrati fosse stato accresciuto nel corso delle generazioni, lo Stato aveva bisogno di essere di continuo aiutato dalla intraprendenza privata a disimpegnare i servizi pubblici. La lista delle aggiudicazioni, a cui i censori procedevano ogni anno, si era fatta molto lunga e molto più lucrosa di un tempo: lavori pubblici, trasporti, forniture militari, percezioni di decime, di altre imposte e di dogane nelle province, locazioni di agro pubblico, di miniere, di saline, di boscaglie. Era regola antica e sempre osservata dall’amministrazione romana dividere questi appalti tra molti medi e piccoli accollatari; cosicchè a mano a mano che l’impero di Roma ingrandiva, crescevano in Roma quelli che noi chiameremmo agiati borghesi, accollatari di questo o quel servizio pubblico; e costoro si interponevano tra l’ordine senatorio ed equestre, dai quali ricevevano gli appalti e talora i capitali da far fruttare, e il popolino degli artigiani e dei proletari a cui davano lavoro e pane: vero puntello e sostegno della politica di espansione. In tempi in cui la grande industria era ignota, solo il continuo ingrandirsi di Roma poteva moltiplicare, per questa gente avida e intraprendente, le fonti di lucro e le occasioni di fortuna. Molteplici interessi si davano dunque la mano, attraverso tutto lo Stato romano, dal senato sino alla plebe, per rinfocolare in Roma l’ambizione di emulare Cartagine nei traffici, per spingerla a più vaste conquiste, per indebolire in tutti i modi le tradizioni e la potenza del ceto rurale[37].
E infatti, mentre il ceto mercantile ingrossava, arricchiva, si impadroniva dello Stato, l’antico ceto rurale, che era stato nei secoli precedenti il nerbo di Roma, si logorava, per ragioni molteplici. Infatti il tributo del sangue era sempre più gravoso. Ormai occorrevano ogni anno intorno alle quattro legioni, spesso di più; il servizio militare si allungava; molti soldati avevano perduto il conto dei loro stipendi; altri da anni non avevano più rivisto l’Italia, e già cominciavano a invecchiare sotto le insegne. Nè tutti tornavano. Sarebbe stato necessario dedurre nuove colonie sulle terre conquistate, piantando dappertutto nuovi seminari di possidenti e di soldati. E invece, ormai da un pezzo non si deducono più colonie; le terre che Roma conquista, sono quasi tutte appaltate ai ricchi, cavalieri e senatori i più, e non soltanto per l’egoismo e l’ingordigia dei grandi. A questi riesciva facile di togliere al popolo le terre, perchè le terre non erano più desiderate come un tempo dal popolo; e non erano più desiderate come un tempo, perchè la piccola possidenza andava rovinandosi oltre che per le guerre, per ragioni di ordine generale. L’Italia antica era allora in gran parte coltivata a grano; ma ingombra di troppe montagne e male irrigata da pochi e piccoli fiumi, poco fertile, fuorchè in alcune regioni, e isterilita ancora più dalla siccità e dal calore estivo, produceva poco. La piccola possidenza aveva potuto vivere, sinchè le famiglie erano state paghe di lavorare molto e di vivere semplicemente, consumando i prodotti della propria terra, facendo con la propria lana gli abiti, fabbricando tutti gli oggetti, di cui avevano bisogno, e comperando al mercato meno che si potesse. Ma i contatti più frequenti con l’ellenismo, le spedizioni militari in paesi ricchi come la Sicilia, svogliavano i possidenti dal duro lavoro dei padri e li invogliavano a vivere meglio, mentre la cresciuta abbondanza dei metalli preziosi rincarava gli oggetti. Anche la piccola proprietà sentiva dunque maggior bisogno di denaro; ma del grano, che essa coltivava, solo una piccola parte poteva esser venduto, e a prezzi bassi, nel mercato più vicino, perchè lontano non si poteva trasportare. Nè poteva il piccolo possidente sperare nemmeno di approfittare delle carestie, che ricorrevano frequenti, massime a Roma. Lo Stato, sospinto dalle recriminazioni e dai clamori della plebe, ammucchiava nei granai di Ostia e di Roma il frumento della decima di Sicilia e di Sardegna, ch’esso buttava sul mercato, ogni qualvolta i prezzi rincaravano troppo. Cosicchè il piccolo possidente stentava la vita, e quanti potevano cercavano una sorte migliore, diventando accollatari o mercanti, i più intraprendenti e fortunati; artigiani o proletari nelle città vicine o a Roma, i più inetti e disgraziati. Protrarre il servizio militare diventava facile, anche perchè a molti non spiaceva di restare lunghi anni sotto le armi, guadagnando il soldo e il bottino. L’esercito di mestiere si formava dalla rovina della piccola possidenza, il cui potere politico anche scemava. Ogni tanto, è vero, qualche censore cercava di annullare la riforma di Appio Claudio, che aveva inscritto in tutte le tribù i nullatenenti, relegandoli di nuovo nelle quattro tribù urbane. Ma invano: chè la disposizione non rimaneva mai in vigore per lungo tempo, e dopo qualche anno un altro censore imitava di nuovo Appio Claudio.
Senonchè Roma era da secoli una repubblica di contadini, alla quale l’aristocrazia aveva inculcato sul nascere una diffidenza vivissima del commercio. L’elemento mercantile non poteva impadronirsi dello Stato senza contrasto. Tra la prima e la seconda guerra punica, infatti, la piccola possidenza si agita, cerca di difendere gli interessi e i principî che erano suoi, contro il mercantilismo che si fa adulto; nasce e cresce un partito democratico rurale, il quale trova per capo un grande uomo, che doveva acquistare nella storia una fama immortale: Caio Flaminio. Tribuno della plebe nel 233, nell’anno stesso in cui i mercanti minacciati nell’Adriatico dagli Illirici assediavano il senato con i loro reclami, Caio Flaminio proponeva una legge con la quale il territorio, tolto ai Galli Senoni sin dal 283 e rimasto ozioso agro pubblico, era distribuito in piccoli lotti ai plebei poveri d’Italia. Il pensiero riformatore della legge è chiaro; ed è un pensiero che ritornerà per due secoli, come una fissazione, nelle lotte nei partiti romani: la piccola proprietà, semenzaio di soldati, decade; occorre dunque impedire che i ricchi accaparrino tutte le terre e dedurre nuove colonie, ma più grandi che un tempo, per rifare il medio ceto rurale, che la guerra e il nuovo corso dei tempi andavano man mano annientando. Il senato si oppose vivacemente; ma Flaminio si servì senza scrupoli dei privilegi conferiti alla plebe dalla lex Hortensia del 287, per far approvare il suo plebiscito ad ogni costo. Senonchè, mentre i proponimenti aspettavano da quella una rinascita della piccola possidenza, ne nacque intanto una guerra: una guerra, che doveva contare nella storia di Roma quanto le guerre puniche.
45. La conquista della valle del Po (225-222). — La colonizzazione dell’antico paese dei Senoni risvegliò l’odio dei Galli. Quel popolo non si era mai rassegnato alla perdita dell’ager gallicus. Nel 237, anzi, i Galli Cisalpini, dopo avere radunato numerose milizie mercenarie nella regione del Rodano, avevano, sia pure invano, tentato di ricuperarlo. Ma adesso, certo temendo che quella colonizzazione fosse il primo passo a nuove conquiste, tentarono una riscossa disperata. Tra Galli d’Italia e di oltr’Alpe, misero in piedi un forte esercito, e irruppero, attraverso l’Etruria, nell’Italia centrale fino a tre giornate dalla capitale. Roma dovè approntare le maggiori difese: chiamò alle armi tutta la lega italica, trasse dalla sua alcune popolazioni dell’Italia transpadana, i Galli Cenomani e i Veneti; aspettò che la gola della preda facesse dimenticare a quei barbari il vero scopo della guerra; e riuscì ad accerchiare e sgominare, presso il promontorio Telamone, sulle coste dell’Etruria, il grande esercito gallico. Distrutto il maggior nerbo delle forze galliche, la Cisalpina, per qualche anno almeno, era in balia delle armi romane. E Roma non era più la timida potenza di un tempo, che si fermava dopo ogni vittoria. Il partito democratico, che aveva voluto l’assegnazione dell’ager gallicus, vide che, per render sicure queste terre da futuri assalti gallici, occorreva approfittare dell’occasione, conquistare la valle del Po e annientare per sempre il pericolo gallico: il popolo lo capì; e sebbene nel senato fosse un forte partito avverso a questa nuova impresa, la Gallia Cisalpina fu nel 224 invasa. Tre anni (224-222) durò la guerra. Nel 224, dopo aver conquistato la parte orientale della Cispadana, la terra dei Galli Boi, i consoli varcarono la linea del Po e occuparono, nella Transpadana, il paese degli Insubri. L’anno successivo, lo stesso C. Flaminio, il tribuno del 233, l’autore primo della guerra gallica, fu console. Flaminio e i consoli dell’anno successivo assoggettarono la Transpadana, espugnando la sua capitale, l’antica Milano (Mediolanum). Nel paese dei Galli Boi fu fondata la colonia romana di Modena (Mutina) e la linea del Po fu assicurata con le colonie di Piacenza (Placentia) e di Cremona (218).
Mentre il ceto mercantile spingeva il senato a conquistare la sponda orientale dell’Adriatico e a combattere Cartagine, il medio ceto rurale, affamato di terre, aveva spinto Roma nella valle del Po, nella grande pianura, coperta di foreste e di paludi silenziose, sparsa di bei laghi, solcata da numerosi corsi d’acqua, attraversata dal maggior fiume, che fino ad allora i Romani avessero conosciuto e che l’Italia possegga. La plebe rovinata dalla guerra cercava di salvarsi con la guerra, quasi rinnovando il mito della lancia d’Achille. Illusione anche questa: poichè neppure la conquista della valle padana poteva salvare la piccola possidenza romana. Ma inseguendo questa vana speranza, sul punto di sparire per sempre, l’antica plebe rurale aveva dato a Roma quella che sarebbe la più bella gemma dell’Italia. Tra un secolo e mezzo il paese conquistato da Flaminio sarà il giardino d’Italia e il baluardo dell’impero romano[38].
Note al Capitolo Settimo.
[33]. Le fonti non ci indicano con precisione nè il tempo nè il modo di questa riforma; e neppure ci attestano che, com’è verosimile, essa coincida con la riduzione del censo dell’ultima classe, che apprendiamo solo per via indiretta, da Polyb., 6, 19, 2. Gli eruditi hanno quindi oscillato nelle più varie opinioni, nè può aversene alcuna sicura. Noi abbiamo preferito pensare al 241, non solo per le ragioni di politica interna accennate nel testo, ma perchè questo fu l’anno in cui le tribù raggiunsero il numero di 35 e in cui la conquista della prima provincia transmarina dovette porre lo Stato romano di fronte a nuove necessità militari.
Circa poi il contenuto specifico della riforma stessa, intorno al quale gli accenni delle nostre fonti sono davvero insufficienti, noi abbiamo seguìto l’ipotesi che fu per primo avanzata da un umanista italiano, Ottavio Pacato (il Pantagato) parecchi secoli or sono, e ch’è ancor oggi la più sensata e la più diffusa. Cfr. G. Bloch, La République romaine, Paris, 1913, pp. 132 sgg.
[34]. Polyb., 1, 88, 8, 12; 3, 10, 3.
[35]. Polyb., 2, 8.
[36]. Liv., 21, 63.
[37]. Questo processo sarà compiuto alla metà del II secolo a. C., come risulta da Polyb., 6, 17.
[38]. Cfr. Cic. Phil., 3, 5, 13; Strab., 5, 1, 12.
CAPITOLO OTTAVO LA SECONDA GUERRA PUNICA
(218-201)
46. Cartagine in Spagna. — Di quanto avvenne a Cartagine dopo il 241, poco sappiamo. Certo è che la repubblica fu governata da una consorteria di ricche famiglie, di cui Amilcare, il grande guerriero e statista illustratosi nella guerra con Roma, e la famiglia dei Barca, a cui apparteneva, furono la colonna; che Cartagine, invece di tentare la riconquista delle isole perdute, cercò compensi in Spagna. Poco dopo il 238, Amilcare Barca è in Spagna con un forte esercito, intento a conquistare la vasta penisola; e non, come si argomentò poi da quel che successe, per fare della Spagna il ponte da cui assaltare l’Italia. Perdute la Sicilia e la Sardegna, Cartagine doveva ridursi sulla difesa, lo svantaggio dell’attaccare l’Italia essendo dalla sua parte. Nè altri che un uomo di mente malata avrebbe allora potuto vagheggiare di assalire Roma dalla Spagna, anticipando l’evento per cui tra qualche anno l’impresa potrà apparire possibile. Cartagine va dunque in Spagna, perchè si è rassegnata a lasciar la Sicilia e la Sardegna a Roma.
A sua volta, Roma non dovette sulle prime esser malcontenta che Cartagine impegnasse le sue forze nella conquista della Spagna, invece di pensare a riconquistare le isole. Non è dunque meraviglia che Amilcare abbia potuto per nove anni allargare il dominio cartaginese nella penisola iberica. Caduto nel nono anno Amilcare in battaglia, Cartagine affidò l’impresa al suo genero, Asdrubale. Asdrubale la continuò, più trattando che combattendo, ma sempre con fortuna; sinchè, alla fine, Roma incominciò ad inquietarsi. La Spagna era ricca di miniere e abitata da gente bellicosa: se Cartagine se ne impadronisse, non troverebbe nel tempo stesso i soldati e i mezzi per assoldarli? Conquistando la Spagna, Cartagine non si avvicinava troppo ai Galli, con i quali Roma era sempre in guerra? Roma cercò allora di amicarsi le città maggiori, ancora non soggette a Cartagine; con Sagunto conchiuse addirittura un’alleanza; e nel 226, non sappiamo se poco prima o poco dopo, ottenne che Asdrubale si obbligasse per trattato a non varcare con l’esercito l’Ebro[39]. Questo limite imposto in Spagna, doveva offendere e irritare la grande potenza africana; ma Cartagine aveva ancora tanto da fare al di qua dell’Ebro, che Asdrubale potè firmare il trattato senza che le relazioni tra le due grandi potenze fossero turbate. Par che Cartagine si accontentasse di non ratificare il trattato firmato da Asdrubale, pur senza rinnegarlo; in modo da poter sconfessarlo quando volesse, pur rispettandolo finchè le fosse conveniente. Quand’ecco, nel 221, Asdrubale muore; gli eserciti di Spagna acclamano a capo il figlio di Amilcare, Annibale, che aveva allora 26 anni; il senato cartaginese ratifica la nomina dei soldati; e Annibale subito attacca Sagunto, la città alleata di Roma; la assedia e la prende nel 219, non badando alle intimazioni e alle minacce di Roma. Roma allora manda a Cartagine un’ambasceria, minacciando la guerra se Annibale non le è consegnato; e in pochi mesi la guerra tra le due grandi potenze mediterranee di nuovo divampa.
47. La grande causa della guerra e il piano di Annibale. — Per qual ragione gli eventi precipitarono così rapidamente? Per l’ambizione di Annibale e per il suo odio contro Roma, come fu detto e ripetuto? Annibale era un grande uomo; e non si può credere che impegnasse Cartagine in una guerra così tremenda, solo perchè il farla gli parve glorioso e bello. D’altra parte Annibale iniziò e condusse la guerra d’accordo e con l’appoggio di un grande partito e del governo legale di Cartagine, il quale deve aver avuto le sue ragioni per affrontare Roma una seconda volta, dopo avere per molti anni cercato di vivere in pace. Questa ragione — o almeno la principale — sembra doversi cercare nella conquista della Gallia Cisalpina fatta dai Romani. Se a Roma non piaceva che Cartagine si allargasse troppo in Spagna, a Cartagine non poteva piacere che Roma si insediasse nella valle del Po; sia perchè si avvicinava alla Spagna; sia perchè si impadroniva di un territorio, non solo fertile e ricco, ma popolato da quei Galli o da quei Liguri, tra i quali Cartagine reclutava parte dei suoi eserciti. Secondo questa congettura — la sola che sembri render ragione dell’improvvisa inimicizia rinata tra Roma e Cartagine — la seconda guerra punica deve considerarsi come un effetto della conquista romana della Cisalpina. Nè basta: la conquista della Cisalpina spiegherebbe anche il piano di Annibale, che è esso pure un indovinello, come l’improvviso scoppiare della guerra. Non si possono spiegare le mosse singolarissime di Annibale se non ricordando che, perdute la Sicilia e la Sardegna, il vantaggio dell’attacco era passato da Cartagine a Roma, ed ammettendo che Annibale voleva innanzi tutto recuperare in parte questo vantaggio iniziale: giungere con un piccolo esercito nell’Italia meridionale, staccarla forse per sempre dal dominio romano, eccitare alla rivolta gli alleati e i sudditi, impadronirsi di un porto, inchiodare in Italia una parte delle forze romane; e allora assaltare la Sicilia dalle due parti, dall’Italia e dall’Africa; staccata l’Italia meridionale da Roma, riconquistata la Sicilia e la Sardegna, farne il ponte per un ultimo attacco dell’Italia, alla testa di una potente coalizione. Per questa coalizione egli aveva già gettato gli occhi anche sulla Macedonia e sul nuovo re Filippo, che la presenza dei Romani sulle coste orientali dell’Adriatico incominciava ad inquietare massime dopo la breve ma fortunata guerra combattuta da Roma contro Demetrio di Faro, nel 220. Senonchè assalire l’Italia dalla Spagna con tal disegno sarebbe stata una pazzia, sinchè la valle del Po fosse stata indipendente da Roma; l’impresa invece poteva apparire possibile, se pur rischiosa, subito dopo la conquista, quando le popolazioni galliche anelavano alla riscossa. Vedremo che Annibale intendeva incominciare la sua impresa alleandosi con i Galli e facendo della Gallia Cisalpina la prima base d’operazione contro Roma e l’Italia.
48. Il passaggio dei Pirenei e delle Alpi (estate-autunno 218). — Il piano di Annibale era molto ardito e complicato. Ma Annibale era uomo da porlo ad effetto. Dopo aver provveduto a munire la Spagna e l’Africa di sufficienti difese, sui primi dell’estate del 218, egli lasciò con 50.000 fanti e 9000 cavalli la Spagna cartaginese. Non era certo esercito che bastasse a conquistare un paese, capace di armare a sua difesa circa 800.000 uomini[40]; ma noi possiamo spiegare come Annibale lo giudicasse sufficiente, se si ammette che doveva servire non a conquistare l’Italia, ma solo a preparare la situazione strategica e la coalizione, che verrebbe a capo della potenza romana. Il viaggio del piccolo esercito non fu facile. Al freddo e ai disagi della montagna, incontrati nei Pirenei, si aggiunsero, nella valle del Rodano, le molestie di talune popolazioni celtiche; sicchè, passato il Rodano, l’esercito già era ridotto a 38.000 uomini e ad 8000 cavalli.
Peggio ancora fu quando l’esercito cartaginese cominciò a salire il versante settentrionale delle Alpi; e quando, sventate le insidie delle popolazioni alpine e raggiunta in nove giorni la vetta — se al passo del piccolo S. Bernardo o al passo del Monginevra o al passo del Moncenisio è gran disputa da secoli — incominciò, sul principio dell’autunno, la discesa, che durò sei giorni. Ma se il passaggio fu aspro, cinque mesi e mezzo dopo aver lasciato la Cartagine spagnuola — Cartagena — Annibale potè piantare le sue tende alle radici delle Alpi, in territorio amico, con 20.000 fanti e 6000 cavalieri[41].
Che faceva frattanto Roma? Roma era corsa alle armi con molte illusioni, proponendosi addirittura di attaccare Cartagine nel tempo stesso in Spagna ed in Africa. Aveva mandato il console P. Cornelio Scipione in Spagna con sessanta vascelli e due legioni; il suo collega, Tiberio Sempronio Longo, con altre due legioni e 160 quinqueremi in Sicilia, affinchè arruolasse le milizie necessarie e assaltasse l’Africa. Ma la grande mossa di Annibale recise i garetti all’uno e all’altro disegno. Non appena si seppe nella Gallia Cisalpina che Annibale si moveva, i Galli Boi e gli Insubri avevano assalito le colonie romane di Piacenza e di Cremona da poco fondate, costretto i coloni a rifugiarsi a Modena, e posto l’assedio a questa città. Il senato, per soccorrere le tre colonie, ordinò a Scipione di mandare una delle sue legioni nella valle del Po e di reclutare una legione nuova: l’obbedire richiese tempo, cosicchè, quando il console sbarcò a Marsiglia con l’esercito, apprese che Annibale già marciava a grandi tappe verso l’Italia. Che fare? Scipione tentò di inseguirlo; ma si stancò presto alla corsa; onde, mutato piano, mandò la maggior parte dell’esercito in Spagna al fratello Cneo, affinchè tagliasse le comunicazioni tra Annibale e la Spagna; ed egli ritornò a Pisa; raccolse sotto il suo comando le legioni che operavano nella Gallia Cisalpina; e con queste mosse incontro ad Annibale nella valle del Po. Egli sperava di affrontarlo ai piedi delle Alpi, esausto dal passaggio. Quel che Publio Scipione aveva fatto per proprio consiglio, l’altro console fece per ordine. Non appena il senato vide chiaro nei disegni di Annibale, richiamò Sempronio dalla Sicilia; e gli ordinò di raccogliere l’esercito ad Ariminum (Rimini) sul confine della Gallia Cisalpina. Invece di attaccare Cartagine in Africa ed in Spagna, Roma raccoglieva le sue forze nella valle del Po, prima cagione della guerra e primo campo di battaglia.
49. Battaglia della Trebbia (dicembre 218). — Scipione intanto aveva passato il Po e il Ticino, risoluto ad affrontare l’esercito cartaginese, che si trovava nei pressi di Victumulae, nel Vercellese, prima che avesse avuto tempo di riposarsi. Ma sulla destra del Ticino, a circa due giornate di marcia dal fiume[42] l’avanguardia romana incontrò un corpo di cavalleria nemica, e fu volta in fuga precipitosa. Il console stesso, gravemente ferito tra i suoi rotti squadroni, potè a mala pena salvarsi per il valore del suo figliuolo, un giovinetto diciassettenne, che doveva poi far molto parlare di sè. Scipione era arrivato troppo tardi: Annibale aveva avuto tempo di rimettere l’esercito in assetto e di aprire trattative con i Galli, se non di conchiuderle, perchè la notizia che i Romani giungevano teneva sospesi i Galli. Uomo di guerra avveduto, il console romano, sebbene sole la cavalleria e la fanteria leggera fossero state provate nello scontro, rinunciò dopo quello scontro ad attaccare subito i Cartaginesi; e rapido ripassò il Po ripiegando su Piacenza, per aspettar il collega che raccoglieva il suo esercito a Rimini. Annibale potè molestarlo nella ritirata, non impedirgliela; ma, come era da aspettare, non appena gli eserciti romani ebbero passato il Po, un certo numero di Galli si dichiarò per Annibale e un certo numero di ausiliari gallici, che servivano sotto la bandiera romana, si ribellò.
Annibale, che ormai era padrone del corso del Po sino a Piacenza, potè comodamente passare sulla riva destra a monte della città. Minacciato di esser preso alle spalle in Piacenza, Scipione si portò sulla Trebbia, per coprire, appoggiando la destra alla fortezza e la sinistra all’Appennino, la via che conduceva all’Adriatico e a Roma e quindi tutta l’Italia. Alla Trebbia lo raggiunse Tiberio Sempronio Longo. I due eserciti consolari erano ora forti di quattro legioni e di un numero pari di ausiliari italici, in tutto poco più di 35.000 uomini. A questi Annibale opponeva 20.000 fanti, e, grazie ai nuovi contingenti dei Galli, circa 10.000 cavalieri. Le forze si bilanciavano. Perciò Scipione opinava di aspettare l’assalto di Annibale e Sempronio invece voleva attaccare. Le impazienze di Sempronio si spiegano perchè i Romani dovevano desiderare una battaglia e una vittoria, per trarre alla propria parte i Galli, i quali stavano ad aspettar gli eventi. Ma essendoci di mezzo un fiume, e le forze bilanciandosi, l’attaccare era disegno di molto rischio: e in questo aveva ragione Scipione. Del dissenso dei consoli e della impazienza di Sempronio approfittò Annibale per farsi attaccare. Nel mese di dicembre un corpo di cavalieri numidi passò la Trebbia e assalì il campo romano. Sempronio (Scipione era ancora malato per la sua ferita) lanciò sul nemico tutta la sua cavalleria e 6000 uomini di fanteria leggera; subito, come fosse vinta, la cavalleria numida ripiegò in tumulto sulla riva sinistra della Trebbia; Sempronio allora, credendo il nemico in fuga e l’occasione buona, chiamò fuori in fretta tutto l’esercito, che ancora non aveva mangiato; lo cacciò nelle acque gelide della Trebbia, e via di corsa all’assalto. Ma, valicato il fiume, i Romani si trovarono di fronte l’intero esercito cartaginese, fresco, rifocillato, non intirizzito da un bagno freddo, schierato con la cavalleria ai fianchi e gli elefanti sul fronte. Le condizioni erano troppo ineguali. Al primo urto la cavalleria cartaginese rovesciò quella romana e scoperse i due fianchi della fanteria. Invano le prime due linee del centro combatterono valorosamente. I Cartaginesi piombarono sui fianchi di queste, mentre 2000 uomini, nascosti da Annibale in una vicina imboscata, assalivano alle spalle la terza linea di riserva, e, sfondata questa, si buttavano sulla seconda e sulla prima. L’esercito romano sfuggì alla distruzione grazie al valore disperato dei soldati; ma fu costretto a ritirarsi a Piacenza.
50. Il Trasimeno (217). — La sconfitta era grande. Tutta la Gallia Cisalpina, fuorchè le fortezze romane, era perduta e in rivolta; la via dell’Italia centrale aperta all’invasore. A compensarla non bastavano i felici successi di Cneo Scipione, che al di là dei Pirenei era riuscito a tagliare le comunicazioni tra Annibale e la Spagna. Temendo che l’Italia fosse assalita dal nord e dal mare, il senato incaricò i consoli dell’anno successivo (il 217) C. Flaminio, il conquistatore della Cisalpina, e C. Servilio Gemino, di sbarrare con forze ingenti le due vie di accesso all’Italia centrale, l’orientale che passava per Rimini, l’occidentale che passava per Arezzo; rinforzò tutte le piazze forti, mandò soldati in Sicilia, in Sardegna e sulle città costiere, chè una flotta cartaginese già era stata fugata dalle acque del Tirreno; chiese infine aiuti agli Stati amici, e tra questi anche a Gerone re di Siracusa. La prudenza di Scipione era stata giustificata dall’evento. Il senato si metteva sulla difesa, cercando di obbligare Annibale a dar di cozzo contro Rimini o contro Arezzo, come Scipione aveva tentato di trarlo a rompersi contro la linea della Trebbia.
E il senato aveva ragione, almeno in parte. Se non pensava ancora ad assaltare l’Italia, Annibale non poteva neppure sostare nella valle del Po; doveva giungere al più presto con il suo piccolo esercito nell’Italia meridionale e provocare la rivolta degli Italici. Infatti subito dopo la battaglia aveva liberato i prigionieri italici, rimandandoli alle loro case, perchè dicessero ai propri concittadini che Annibale era venuto a liberare l’Italia e a restituire ad ogni città quel che Roma le aveva tolto. Nell’inverno aveva rinforzato l’esercito, arruolando i Galli; e alla primavera del 217 si mosse per la via occidentale. Senza incontrare resistenza valicò l’Appennino e giunse a Fiesole; ma qui, avendo saputo che Flaminio lo aspettava con un forte esercito ad Arezzo, e non volendo prender di fronte questa fortezza, come non aveva voluto assaltare la linea della Trebbia, immaginò un nuovo strattagemma, ancora più audace dei precedenti. Mosse da Fiesole verso Arezzo per la grande via, incendiando e saccheggiando: poi a un tratto lasciò la strada e si gettò con tutto l’esercito nelle vaste paludi che l’Arno allora faceva a primavera nella parte superiore del suo corso, con l’intenzione di girare Arezzo a settentrione. Per quattro giorni e tre notti l’esercito camminò nell’acqua e nel fango; ma alla fine sbucava alle spalle di Flaminio[43]. La mossa era temeraria, poichè in fin dei conti Annibale si avventurava verso l’Italia meridionale, lasciando alle spalle due forti eserciti intatti; e se Flaminio avesse aspettato che il suo collega giungesse da Rimini!... Ma Flaminio era il capo del partito rurale; e, appena sbucato alle sue spalle, Annibale aveva ripreso a incendiare e a saccheggiare. Poteva egli, dopo essersi lasciato sfuggire Annibale di mano a quel modo, lasciarlo devastare le campagne e rovinare i campagnuoli? Tutti i danni che questi riceverebbero, non li imputerebbero alla sua imperizia? Flaminio non seppe temporeggiare; e rincorse l’invasore. Annibale accennò da prima a sfuggire all’inseguimento; poi, a un certo punto, nelle vicinanze del lago Trasimeno, rallentò il passo. Smanioso di venire a battaglia, Flaminio si lasciò attirare in una angusta valle, posta tra due catene di monti e chiusa all’un capo da una collina elevata e di difficile accesso, dall’altro, dal lago. Ma in questa valle i Romani, sorpresi alle spalle, ai fianchi, di fronte dai Cartaginesi appostati, parte furono gettati nel lago, parte trovarono la morte prima ancora che avessero potuto disporsi a battaglia. Anche Flaminio, il conquistatore della valle del Po, uno dei creatori dell’Italia, cadde nella mischia. Pochi giorni dopo la cavalleria dell’altro esercito, che correva in aiuto di Flaminio, 4000 uomini in tutto, era distrutta.
51. Canne (2 agosto 216). — La seconda vittoria, riportata nel cuore dell’Italia era maggiore della prima, poichè questa volta un intero esercito era stato annientato. Lo sgomento a Roma fu indicibile; la città stessa parve in pericolo; si ricorse ai rimedi eroici; si ordinò la leva di quattro nuove legioni, e si nominò un dittatore nella persona di Q. Fabio Massimo: un gran personaggio, che già era stato console due volte, censore, dittatore; che nel 232 aveva combattuto felicemente i Liguri, e aveva fama di soldato valoroso e prudentissimo[44]. Ma Annibale, disdegnando per acerba l’uva che non poteva cogliere, non assalì Roma; e seguendo il suo piano che lo portava nell’Italia meridionale, discese a oriente, entrò in Umbria, e dopo aver tentato invano di prendere Spoleto, passò nel Piceno, e attraversando il territorio dei Marrucini e dei Frentani si diresse alla volta dell’Apulia; aggirò insomma, e molto alla larga, Roma, come poco prima aveva aggirato Arezzo, puntando forse già sino d’allora sul gran porto di Taranto e cercando di scuotere sul suo passaggio la fedeltà degli alleati. Ma in Apulia trovò Q. Fabio Massimo, che si era recato a prendere il comando delle milizie di Servilio colà ritiratosi da Rimini; e che si attaccò a lui, lo seguì passo passo, lo molestò senza tregua, cercò di impedirgli il vettovagliamento, ma rifiutò sempre battaglia. A sua volta Annibale ricominciò con lui il giuoco, che era così ben riuscito con Flaminio: mise a ferro e a fuoco le campagne; e poichè Fabio assisteva indifferente al saccheggio dell’Apulia, torse il suo cammino a occidente; passò nel Sannio e dal Sannio addirittura nella Campania, devastando sotto gli occhi di Fabio la parte più ricca e più bella dell’Italia. Ma invano: il savio dittatore lo lasciò fare e non mutò proposito.
Senonchè quel temporeggiare metteva a duro cimento la pazienza del popolo romano, il quale non aveva armato tante legioni per lasciar mezza Italia in balia del nemico. Nè meno vivi erano i lamenti e i rimproveri degli alleati italici. Così Roma li difendeva e difendeva i loro beni? Le discordie politiche invelenirono le discussioni strategiche. L’aristocrazia non aveva risparmiato accuse allo sventurato generale, che sul Trasimeno aveva perduto la vita insieme con la battaglia; e affettava di lodare la prudenza di Fabio, quasi come la necessaria correzione della imprudenza di Flaminio. Il partito democratico se ne risentì, aizzò il malcontento popolare, accusò addirittura il senato di protrarre ad arte la guerra: la vecchia accusa, che ogni tanto rifaceva capolino nelle lotte civili di Roma.
Quando Fabio ebbe deposto la dittatura, nella primavera del 216, all’aristocrazia riuscì a mala pena di far nominare console uno dei suoi, L. Emilio Paolo: l’altro console fu C. Terenzio Varrone, ardente fautore del partito di Flaminio. Le elezioni avevano detto chiaro che il popolo era malcontento; e questo malcontento crebbe a segno, che alla fine il senato si risolvè a mutare stile. Deliberò di mandare una legione nella Cisalpina, per riconquistarla; e ben otto legioni contro Annibale, ciascuna con un effettivo di 5000 uomini. Aggiungendo i contingenti alleati, i consoli disponevano di circa 90.000 uomini, i quali dovevano affrontare in Apulia un nemico che, sì e no, poteva sommare alla metà. Roma si preparava questa volta ad assalire i Cartaginesi con forze soverchianti.
Annibale frattanto era tornato in Apulia, forse mirando sempre a Taranto; e in Apulia i due consoli lo raggiunsero presso l’Ofanto. Si racconta che tra il console aristocratico e il console democratico nascesse presto discordia, per l’eterna ragione, che quello consigliava prudenza e questo non voleva sentirne parlare. Comunque sia, il 2 agosto, i due eserciti erano l’uno di faccia all’altro presso la sponda meridionale dell’Ofanto, quello romano con la fronte volta a mezzogiorno, quello cartaginese con la fronte volta a settentrione. L’esercito romano era schierato secondo il solito modo; anzi Varrone, ammaestrato dalla esperienza, aveva fatto i manipoli delle tre linee più profondi del consueto. Annibale invece aveva schierato la sua fanteria in una linea continua, forse più sottile del solito, e certamente assai più sottile di quella romana, collocando alle ali le milizie migliori, quelle africane, e distribuendo la cavalleria sui fianchi ma in modo che alla sinistra i suoi squadroni fossero in tali forze da soverchiare il nemico. Poi aveva fatto avanzare al centro la fanteria, in modo da tracciare una curva convessa, le cui estremità s’innestassero ai corpi laterali degli Africani di destra e di sinistra, allineati diritti. Incominciata la battaglia, prima ancora che le truppe leggiere, le quali solevano dar principio al combattimento, avessero terminato la loro azione, la cavalleria romana dell’ala destra era stata sconfitta e tagliata a pezzi dalla soverchiante cavalleria raccolta all’ala sinistra cartaginese, e questa senza perder tempo passava ad attaccare l’ala sinistra romana. Era ormai sicuro: le ali della fanteria sarebbero rimaste tra non guari scoperte. Intanto la fanteria pesante romana aveva fatto impeto nel centro della sottile linea cartaginese, ne spianava la curva e lo costringeva a retrocedere. Questa vittoria apparente delle due prime linee romane trascinò la riserva (i triarii), i comandanti romani non essendosi accorti che le ali della fanteria cartaginese non erano ancora entrate in azione; cosicchè, quando la linea romana piegata in due ad angolo ottuso, fu penetrata abbastanza nel vuoto, ch’essa con il proprio impeto si apriva dinanzi, i due corpi laterali degli Africani, fatta una lieve conversione, attaccarono di fianco i Romani. Il cuneo era preso a sua volta in una tanaglia. Ma l’esercito di Varrone era tanto più numeroso, che avrebbe potuto far fronte all’assalto laterale e frontale, se in quel momento la cavalleria pesante cartaginese, vincitrice dei due corpi avversari, non avesse assalito i Romani alle spalle. Non ci fu prodezza che potesse liberare i Romani dall’accerchiamento. Seguì un macello, nel quale caddero circa 70.000 uomini, un console — Paolo Emilio — due proconsoli, due questori, ventun tribuni militari, ottanta senatori. Diecimila uomini, lasciati a guardia dell’accampamento romano, furono dopo la battaglia assaliti e fatti prigionieri. I Cartaginesi non avevano perduto che 8000 uomini[45].
52. La lotta per la Sicilia (216-210). — Immenso fu lo sgomento, non soltanto in Italia, ma in tutto il mondo mediterraneo. Questa volta l’Italia meridionale si scosse. I Bruzzi, i Lucani, una parte degli Apuli, tutti i Sanniti ad eccezione dei Pentri, passarono dalla parte dell’invasore. Si ribellarono in parte la Magna Grecia e la Campania; Capua aprì le porte ad Annibale; Filippo di Macedonia, sino ad allora tentennante, fece finalmente causa comune con Cartagine[46]. Il colpo era stato così forte, che Roma abbandonò ogni proposito di offensiva; diede tregua alle sue lotte interne; raccolse quanti soldati potè; li affidò a un valente generale, il pretore Marco Claudio Marcello, il quale fu contento di impedire che Annibale si impadronisse di tutta la Campania e, in questa, di un porto. Annibale invece, ormai stabilito saldamente nell’Italia meridionale, si volge ad attuare la seconda parte, la decisiva, del suo disegno: ricongiungersi con Cartagine attraverso la Sicilia riconquistata. La guerra si allarga e nel tempo stesso si spezzetta in piccole operazioni parziali.
Gli ultimi mesi del 216 furono spesi in combattimenti poco importanti tra Annibale e Marcello in Campania. Annibale prese Nocera, Acerra e Casilino; i Romani salvarono Cuma, Nola e Napoli. Ma la guerra ridivampò nel 215, e non in Italia soltanto; anzi fuori d’Italia più che entro i suoi confini. Nella Spagna, i Romani fecero notevoli progressi a sud dell’Ebro, perchè Asdrubale, che comandava in Spagna, fu costretto a ritornare in Africa per domare una rivolta di Siface, re dei Numidi, sobillata dai Romani. A loro volta i Cartaginesi prepararono grandi rinforzi da mandare in Italia e tentarono un attacco alla Sardegna che non riuscì. In Italia Cartaginesi e Romani continuarono a battagliare in Campania ed in Apulia, in scontri di poco rilievo, senza che Annibale riescisse a conquistare un porto e senza che Roma riuscisse a riprendere Capua. Cosicchè la guerra sembrò languire in Italia; ma non rallentò l’alacrità di Annibale che, se non diede nessuna grande battaglia, in compenso riuscì in quest’anno a conchiudere un trattato di alleanza con Filippo di Macedonia e incominciò a porre ad effetto il suo disegno sulla Sicilia. Per sua istigazione, essendo morto il re Gerone, il vecchio e fido amico di Roma, suo nipote Geronimo denunciò l’alleanza con Roma e si alleò con Cartagine. L’attacco alla Sicilia, preparato di lunga mano, incominciava.
A tirar le somme, gli eventi del 215 erano stati piuttosto sfavorevoli a Roma, e massime in Sicilia. A Roma non sfuggì che lì doveva decidersi la guerra, poichè, perduta la Sicilia, Roma sarebbe stata accerchiata da tutte le parti. Non meno di quattro legioni furono reclutate l’anno seguente — il 214 — per essere mandate in Sicilia; e furono poste al comando del miglior generale che Roma avesse: Marco Claudio Marcello. A sua volta Cartagine fece grandi preparativi per una spedizione in Sicilia. In Italia invece continuò il minuto guerreggiare, come continuarono in Spagna i progressi dei Romani, che ampliarono la loro dominazione nella parte meridionale e incominciarono a riedificare Sagunto. Una nuova guerra si aggiunse infine alle altre in questo anno, e contro Filippo di Macedonia. Il Re di Macedonia si era impegnato a rinforzar la flotta cartaginese di 200 navi e a tentare uno sbarco sulle coste dell’Italia: ma, non avendo sicure comunicazioni nè con Annibale nè con Cartagine, e non essendo uomo molto animoso, agì con poco vigore e non die’ molto filo da torcere a M. Valerio Levino, che Roma aveva mandato a combatterlo. Cosicchè l’annata sarebbe stata buona per i Romani, se le cose non fossero precipitate in Siracusa. Poco dopo essersi alleato con Cartagine, Geronimo era stato ucciso da una congiura e la monarchia abolita; lì per lì era sembrato che il potere passasse nelle mani del partito aristocratico, favorevole ai Romani; ma poco di poi una rivoluzione democratica rovesciava il governo e riconfermava l’alleanza con Cartagine. Marcello, che da principio era ricorso alle trattative, non esitò più; marciò contro Siracusa e la cinse d’assedio.
Nel 213 la guerra continuò a volger favorevole ai Romani in Spagna ed in Illiria; e non troppo male in Italia, dove essi presero Arpi e riuscirono ancora a impedire ad Annibale di conquistare un porto. Ma i grandi eventi si svolgono quest’anno in Sicilia. Cartagine occupa Agrigento e spedisce una flotta in aiuto di Siracusa; l’isola si solleva in buona parte contro i Romani; Siracusa si difende con grande energia — tra i suoi difensori c’era Archimede —; Marcello prosegue le operazioni di assedio e si difende contro gli attacchi dei Cartaginesi con straordinario vigore. Dal suo esercito dipende il tutto: se Marcello prende Siracusa, Roma può sperar di salvare la Sicilia; se Marcello è distrutto sotto Siracusa, le sorti della guerra pericolano. Tutto l’anno si combatte accanitamente in Sicilia. Al principio del 212 Annibale riesce finalmente ad impadronirsi di Taranto; del porto dove l’armata macedone e la cartaginese avrebbero potuto riunirsi, per disputare a Roma il dominio del mare e terminar la conquista della Sicilia. Colpo grave per Roma, mentre ancora pendevano incerte le sorti della guerra intorno a Siracusa! Per rifarsene, il senato ricorse agli accorgimenti diplomatici e alle armi: stipulò con la lega etolica un’alleanza, impegnandola a combattere Filippo; approfittò della lontananza di Annibale, che era andato a Taranto con il fiore delle sue forze, per stringere d’assedio Capua. Ma ben presto Roma ricevette un compenso molto maggiore: Siracusa. Non ostante i vigorosi sforzi fatti da Cartagine per soccorrere Siracusa, Marcello se ne impadronì. La immensa preda ristorò le stremate finanze della repubblica, e la vittoria rialzò le sorti delle armi romane in Sicilia. L’isola però non era ancora riconquistata; perchè i Cartaginesi si mantenevano in Agrigento, risoluti alla estrema resistenza.
Nel 211, la guerra ricominciò più accanita che mai. Roma potè vantare una grande vittoria in Italia, riprendendo Capua. Invano Annibale era accorso da Taranto in aiuto; e aveva tentato perfino, per distogliere una parte dell’esercito romano dall’assedio e per facilitare una riscossa degli assediati, di simulare una marcia su Roma. Le forze di Annibale erano troppo piccole; nè la finta su Roma ingannò i Romani. La caduta di Capua fu un fiero colpo per il prestigio di Annibale in tutta l’Italia meridionale, che da questo momento incominciò a dubitare della sua fortuna. Le tre debolezze di Annibale erano ormai palesi: la fiacchezza di Filippo di Macedonia, che Roma veniva avvolgendo in una fitta rete di intrighi diplomatici; le comunicazioni con Cartagine, difficili perchè Roma era ancor troppo forte in Sicilia e sul mare; la mancanza di macchine per gli assedi. Si rimprovera di solito a Cartagine di aver sostenuto Annibale troppo poco: ma come giudicare, sapendo così male quel che Cartagine fece e quello che era in grado di fare? Non essendo dubbio che Cartagine molto fece per soccorrere la Spagna e per riconquistar la Sicilia, è lecito chiedersi se essa non abbia fatto di più, perchè non poteva, con di mezzo il bastione della Sicilia, il mare vigilato dalle forze romane e tutti i porti per molti anni in potere del nemico. Comunque sia, la caduta di Capua era una sciagura per Annibale, non un colpo mortale. Egli disponeva ancora di forze ingenti e di numerosi appoggi in Sicilia; i Cartaginesi si reggevano ad Agrigento, e in quello stesso anno la fortuna si volgeva ad un tratto contro i Romani in Spagna. Asdrubale, composte le cose di Africa, era tornato, e aveva ricacciati i Romani al di là dell’Ebro. I due Scipioni, che comandavano l’esercito, erano stati uccisi e le loro legioni poco meno che annientate.
53. La battaglia del Metauro (207). — Nel 210, mentre in Italia continuavano i piccoli scontri tra Annibale e gli eserciti romani, finalmente cadeva Agrigento, e i Cartaginesi sgombravano la Sicilia. L’isola ritornava in potere di Roma. Il colpo era fiero per Annibale, a cui falliva per sempre quel sicuro congiungimento con l’Africa attraverso l’isola riconquistata, a cui è probabile egli mirasse sin dalle prime mosse. Tuttavia Annibale non si scoraggiò. La vittoria era costata a Roma carissima. Da parecchi anni si tenevano sotto le armi più di 20 legioni, oltre i contingenti alleati e la flotta, ossia più di 200,000 uomini; l’erario era stremato; l’Italia a metà rovinata, per le devastazioni, le morti, le imposte, lo scempio dell’agricoltura derelitta, in mezzo a tanto tumulto di armi. In quest’anno poi l’Italia fu desolata da una terribile carestia, a cui soltanto l’amicizia del re d’Egitto, che fornì grano, portò sollievo. Annibale pensò che un colpo vigoroso rovescerebbe il crollante nemico; e poichè, fallito il disegno della Sicilia, non poteva più aspettar rinforzi dal mare, pensò di chiamarli per terra, per la medesima via per la quale egli era venuto. Ora che la Spagna, dopo le vittorie del 211, era di nuovo in potere dei Cartaginesi, il disegno poteva riuscire. D’accordo con il governo di Cartagine, il fratello suo, Asdrubale, preparerebbe un forte esercito in Spagna e con quello rifarebbe il cammino di Annibale, per piombare sull’Italia, esausta da tanti anni di guerre, congiungersi a lui e vibrare il colpo decisivo.
Roma ebbe sentore di questo nuovo disegno e mandò in Spagna un uomo capace: Publio Cornelio Scipione, il figlio del console che aveva comandato alla Trebbia e che era stato ucciso poco prima in Spagna. Per la nobiltà del sangue, le prove di valore già date, l’ingegno e la cortesia dei modi, il giovane Scipione, che nel 211 aveva 24 anni, era popolarissimo; e a lui molti pensarono, in quel gran bisogno di generali, con tanti eserciti da comandare, per la impresa di Spagna. Ma a quell’età egli non poteva essere nè pretore nè console.... Una legge tolse di mezzo la difficoltà legale, conferendogli l’autorità di proconsole; provvida legge, chè, appena giunto, nel 209, Scipione tentò un colpo magistrale: l’assalto di Cartagena, la capitale dell’impero punico-spagnolo, giudicata da tutti inespugnabile. La città fu presa, o piuttosto sorpresa con un unico assalto, insieme con le provvigioni, le riserve metalliche — circa 600 talenti — e un ricco bottino; e subito in tutta la penisola scoppiò una insurrezione anticartaginese, che inchiodò i tre generali punici operanti nelle diverse regioni della Spagna. In questo stesso anno, i Romani riuscivano a ripigliar Taranto, che fu, come Siracusa, spietatamente saccheggiata.
Il 209 era stato dunque un anno piuttosto buono per i Romani. Ma intanto Asdrubale allestiva il nuovo esercito; e nel 208, mentre i Romani perdevano in Italia Marcello, il loro più grande generale, che fu ucciso in Lucania; e in Oriente riuscivano a muovere contro Filippo Attalo, Re di Pergamo, Scipione in Spagna non riuscì a fermare Asdrubale. Gli diede battaglia a Baecula, sul Baetis; disse di averlo vinto; ma Asdrubale passò, varcò i Pirenei prima, e poi le Alpi molto più facilmente che suo fratello, perchè, in dieci anni di guerra, le popolazioni alpine si erano avvezzate al passaggio degli eserciti. Nei primi mesi del 207, Asdrubale compariva inaspettato nella valle del Po, alla testa di un forte esercito; eccitava di nuovo i Galli, gli Etruschi, gli Umbri alla rivolta. Il terrore dei Romani e degli Italici, rimasti fedeli, fu immenso. Roma parve perduta, se Asdrubale e Annibale riuscissero a congiungersi. In fretta e furia il console Marco Livio Salinatore fu mandato verso il settentrione contro Asdrubale; il suo collega, Caio Claudio Nerone, fu spedito a mezzogiorno a fronteggiare Annibale, che era in Apulia. Il primo, giunto a Sena Gallica, deliberò di aspettar Asdrubale, che intendeva prendere da Fano la via Flaminia e forse congiungersi con Annibale sulla via di Roma; Nerone battagliò con varia fortuna contro Annibale, e parve riuscisse a trattenerlo in Apulia, sebbene probabilmente Annibale non intendesse ancora avviarsi incontro al fratello, non avendo di lui notizie e non supponendo che potesse giungere così presto. Quando, un giorno, intercettata una lettera che Asdrubale spediva ad Annibale, Nerone viene a sapere che Asdrubale marcia alla volta di Fano e della via Flaminia. Congetturando a ragione che tra pochi giorni il collega sarebbe alle prese con Asdrubale, e che una disfatta sarebbe irreparabile, egli si assume una tremenda responsabilità: sceglie 7000 uomini nel suo esercito, i migliori; corre di nascosto, lasciando il resto a fronteggiare Annibale, a marce forzate, camminando notte e giorno, in aiuto di Livio; e giunge proprio come il salvatore, al momento in cui Livio doveva o lasciar il passo ad Asdrubale sulla via Flaminia o attaccarlo.... La battaglia ebbe luogo presso il Metauro, in un luogo che giace non lungi dall’odierna Cagli (nelle Marche). La bravura di Nerone e i suoi 7000 uomini decisero della vittoria. Asdrubale fu vinto e ucciso; il suo esercito annientato. Anche questo nuovo piano di Annibale falliva, per la prontezza di Nerone e per un accidente singolare: perchè Asdrubale, avendo incontrato minore difficoltà nelle Alpi, era arrivato in Italia innanzi il previsto.
54. La controffensiva romana (207-202). — La battaglia del Metauro migliorò molto le sorti della guerra per i Romani. Annibale sgombrò l’Apulia e la Lucania e si ridusse sulla difesa nel paese dei Bruzzi; la guerra languì in Italia, dove i Romani ridussero l’esercito. Anche meglio procedettero le cose per Roma, fuori d’Italia. L’anno successivo — il 206 — i Cartaginesi furon sconfitti da Scipione di nuovo a Baecula; e quasi tutta la Spagna cadde in potere di Roma. Cartagine cercò rifarsi, mandando Magone con gli avanzi dell’esercito a tentare un assalto sull’Italia. Nel 205 Magone prese Genova, arruolò Liguri e Galli, tentò di sollevare l’Etruria: ma con le poche forze di cui disponeva non potè far nulla che contasse davvero. In questo stesso anno anche Filippo di Macedonia, stanco della guerra decennale coi Greci, coi Romani e coi loro alleati, dopo avere, pochi mesi innanzi, concluso pace coi primi, regolava definitivamente la sua lunga vertenza coi Romani in Illiria, e si ritirava dalla guerra.
Si avvicinava il giorno in cui Roma potrebbe finalmente, dopo essersi così a lungo difesa, attaccare Cartagine. In quell’anno stesso P. Cornelio Scipione, reduce dalla Spagna, appena eletto console, chiedeva ai senato di riprendere il piano fallito ad Atilio Regolo nella prima guerra punica, e vagheggiato un istante al principio della seconda: portare la guerra in Africa. Scipione era uomo da tanto; e le condizioni delle armi ormai così favorevoli come non erano state mai. Ma le difficoltà erano in patria, nella stessa Roma. Dileguato il pericolo, di nuovo la concordia tra i partiti veniva meno: quel giovane, che presumeva tanto di sè, e per cui era stata già violata la legge dell’età, suscitava invidie e diffidenze; molti ricordavano con terrore la sorte di Atilio Regolo. Insomma, il senato era avverso. Scipione dovè minacciare di appellarsi all’assemblea delle tribù. Solo dopo questa minaccia ottenne la provincia di Sicilia, con il permesso di recarsi nel territorio cartaginese, se l’avesse reputato opportuno; e potè partire per l’Africa al principio del 204, con 35.000 soldati, 40 navi da guerra e 40 da carico.
Come Annibale al suo primo arrivo in Italia, Scipione pensava staccare da Cartagine i suoi alleati. A tale scopo egli contava molto su Siface, il re di Numidia, con cui, fino a poco prima, i Cartaginesi erano stati in guerra. Ma proprio allora Siface fece pace con Cartagine, cui portò 50.000 fanti e 10.000 cavalli; onde a Scipione non restò che intendersi con un altro capo numida, il re Massinissa, un rivale di Siface, che aveva militato in Spagna con Asdrubale, ma che Cartagine aveva all’ultimo abbandonato per il suo avversario; onde allora si trovava senza regno. Scipione dovè dunque incominciare la guerra con i suoi 35.000 uomini, e con questi pose l’assedio ad Utica. Ma dovette levarlo, quando i Cartaginesi e Siface si avvicinarono con forze preponderanti; e ridursi in un campo trincerato, su un promontorio tra Utica e Cartagine, dove passò l’inverno, avviando trattative di pace, più per ingannare la vigilanza del nemico che per il serio proposito di riescire. A primavera infatti, sorprendendoli all’impensata, Scipione riuscì a sconfiggere separatamente prima i Numidi e poi i Cartaginesi. Li sconfisse poi una seconda volta in una battaglia campale, in seguito alla quale Massinissa invase, alla testa di forze romane, il regno di Siface, vinse e fece prigioniero il Re. Dopo questi rovesci Cartagine aprì trattative di pace. Scipione chiese, oltre una indennità, la Spagna. Fu trattato intanto un armistizio, a condizione che Annibale e Magone sarebbero richiamati dall’Italia. Il triste messaggio raggiunse il grande cartaginese in Calabria, nell’antica Cotrone, non lungi da quel promontorio Lacinio, dove, negli ultimi anni del suo soggiorno nella penisola, su un altare dedicato a Giunone, egli aveva vergato nel bronzo, in greco ed in punico, quella narrazione delle sue gesta, che doveva servire di traccia all’opera magistrale di Polibio. Egli meditava allora, ed ordiva per la seconda volta, un nuovo piano di alleanza con la Macedonia. Ciò non pertanto obbedì, e, non mai vinto, sgombrò volontariamente quel suolo, che teneva da più di tre lustri. Ma l’annunzio della partenza e del ritorno di Annibale, se fu per l’Italia, come il rimuoversi di uno spavento orribile, riuscì fatale a Cartagine. Il partito della guerra rialzò il capo. Un’armata romana, incaricata del rifornimento dell’esercito di Scipione, fu catturata; le ostilità rinnovate, e Annibale costretto a mettersi a capo di una nuova guerra, mentre era venuto solo per suggellare una pace.
55. Zama (202). — La battaglia decisiva fu combattuta in territorio numidico, presso Zama. L’ordinamento che quel giorno Annibale dette ai suoi soldati richiama quello dei più celebri fatti d’arme della campagna d’Italia. Collocò i mercenari, che Cartagine aveva da poco arruolati, nella prima linea, fiancheggiati dalla sua eccellente cavalleria e sostenuti da ottanta elefanti da guerra. Essi dovevano affrontare i legionari romani, appena questi fossero stati scompigliati dall’urto degli elefanti, e, se quelle bestie fossero respinte o fermate, infliggere, sostenuti dalla seconda linea — le milizie nazionali cartaginesi — una prima sconfitta al nemico, se potessero, se no, logorare o stancare l’avversario, sia pur facendosi sconfiggere e terminando col retrocedere. Interverrebbe allora a dar l’ultimo e decisivo colpo la terza linea, composta di veterani reduci dalle campagne d’Italia.
Scipione invece dispose, come al solito, l’esercito su tre linee, ma non, come i generali romani solevano, a scacchiere; bensì lasciando tra i manipoli delle tre linee intervalli che si corrispondessero, in modo che tra i manipoli corressero dei corridoi, lunghi quanto l’esercito. Negli intervalli dei manipoli di avanguardia dispose i veliti, che, all’arrivo degli elefanti, dovevano, fuggendo e disperdendosi, tirare gli animali in questi corridoi aperti tra i manipoli, dove sarebbero stati saettati dalle due parti. Senonchè questo accorgimento riuscì in gran parte inutile. Spaventati dal suono delle trombe e aizzati dalle punture delle frecce dei veliti romani, la maggior parte degli elefanti si rovesciò sulla cavalleria cartaginese dell’ala sinistra, rendendo così facile al corpo avversario della cavalleria romana di caricarla e di metterla in fuga. La grande macchina dei successi annibalici, la vittoria iniziale della cavalleria, era questa volta rovesciata a pro dei Romani; e l’insuccesso riusciva più grave, perchè l’altra ala della cavalleria cartaginese era al tempo stesso sbaragliata.
Era dunque urgente per Annibale che la battaglia fosse decisa prima del ritorno offensivo della cavalleria nemica vincitrice. Ma se la sua prima linea combattè con onore, gli fu quasi impossibile far muovere la seconda, quella composta di Cartaginesi arruolati da poco e che, poco agguerrita, fu presa da panico. I mercenari della prima linea si credettero traditi, e si gettarono infuriati sulla seconda linea: sulle due parti dell’esercito cartaginese che si azzuffavano piombò allora la massa romana, tramutando quel macello in fuga. Ma Annibale non si die’ per vinto: raccolse alle ali quel che rimaneva della prima e della seconda linea, mentre Scipione imbarazzato dai cadaveri, che gli giacevano innanzi, in mezzo al campo, allungava il suo fronte collocando ai lati la seconda e la terza linea e nel centro quel che gli restava della prima. Così i due eserciti vennero all’urto finale, che fu terribile. Le sorti del combattimento apparivano ancora incerte, allorchè alle spalle delle milizie di Annibale comparve la cavalleria dei Romani, reduce dall’inseguimento nemico. L’esercito cartaginese fu avvolto; e la mossa e la sorpresa di Canne si rinnovarono. Dei 60.000 cartaginesi, ben 20.000 rimasero sul campo, ed altrettanti furono fatti prigionieri; lo stesso Annibale potè salvarsi a stento con un pugno di cavalieri ad Hadrumetum[47].
Da Hadrumetum il generale si recò tosto a Cartagine a consigliare, come quarant’anni prima, suo padre, dopo le Egadi, la pace. E la pace fu fatta. Cartagine riconosceva il nuovo regno di Numidia nella persona di Massinissa; entro i confini che Roma le avrebbe indicati. Si impegnava a pagare a questa, per cinquant’anni, una contribuzione annuale di 200 talenti; a consegnare, salvo dieci, tutte le navi e gli elefanti da guerra; ad abbandonare, per ora e per l’avvenire, ogni conquista esterna; a limitare i suoi armamenti, rinunziando alle leve dei mercenari stranieri; a far guerra in Africa solo con licenza dei Romani (201). Così, dopo poco più di sessant’anni di guerra, il più grande Stato dell’Occidente, europeo ed africano, spariva dal numero delle grandi potenze.
Roma aveva vinto perchè, possedendo la Sicilia, aveva per sè il vantaggio strategico, cosicchè Cartagine dovè attaccarla con il lungo giro fatto da Annibale; perchè, per la maggior parte della guerra, si tenne sulla difesa e non passò all’offesa che sull’ultimo; perchè le colonie latine rimasero fedeli, cingendola di una corazza di fortezze invincibili; e perchè dei sudditi, Galli, Italici, Greci ed Etruschi, solo una parte si ribellò. A queste tre ragioni conviene aggiungerne una quarta: l’esercito di coscrizione. Gli eserciti romani, reclutati con leve obbligatorie, erano più scadenti degli eserciti cartaginesi, composti di soldati di mestiere; onde si spiegano le gravi disfatte dei primi anni. Ma in compenso Roma potè disporre di forze più numerose; onde alla fine, la guerra essendo durata così a lungo, la quantità vinse la qualità.
Note al Capitolo Ottavo.
[39]. Polyb., 2, 13, 7; 3, 27, 9 dà il testo della clausola capitale del trattato: μὴ διαβαίνειν Καρχηδονίους ἐπὶ πολέμῳ τὸν Ἴβηρα ποταμόν. Si tratta, dunque, come gli storici non hanno avvertito, di un accordo, con il quale Cartagine accettava una limitazione delle sue armi, impegnandosi a non mandare truppe oltre l’Ebro, per nessuna ragione; e non già di una delimitazione delle due reciproche sfere d’influenza. Come Polibio stesso osserva, i Romani, con questo trattato, non riconoscevano punto la Spagna al di là dell’Ebro quale territorio cartaginese (2, 13, 7).
[40]. Cfr. Polyb., 2, 24: uno dei capitoli più importanti di tutta l’opera del grande storico.
[41]. Queste, come le cifre precedenti e seguenti, risalgono a un’epigrafe dettata dallo stesso Annibale in memoria delle sue gesta italiche, a Lacinium, che lo storico Polibio conobbe e seguì nella sua grande opera (3, 56). Non abbiamo accolto i dubbi della moderna critica tedesca sulla presunta esagerazione di queste perdite, sia perchè Annibale ci pare fosse in grado di sapere quanti soldati aveva perduti meglio dei professori moderni; sia perchè la storia militare ci avverte come, in parecchie grandi campagne, antiche e moderne, le perdite che gli eserciti hanno subite per via dell’inclemenza delle stagioni, sono state più gravi di quelle toccate nelle vere e proprie battaglie campali.
[42]. Il nome tradizionale dello scontro, è quello di battaglia del Ticino; ma il luogo preciso ove avvenne la battaglia è incerto.
[43]. Molto hanno discusso gli eruditi per ritrovar dove fossero queste famose paludi; e con tanto maggiore accanimento, perchè Polibio e Livio non solo si contradicono tra di loro su questo punto, ma sono ambedue oscuri e imprecisi. Senonchè per sciogliere i dubbi non c’è che un mezzo: tener conto della ragione militare. Annibale non può aver imposto al suo esercito la fatica di marciare per parecchi giorni nelle paludi con l’acqua a mezza gamba, se non per evitare un ostacolo che gli sbarrava la strada. Ora dalla battaglia delle Trebbia sino alla battaglia del Trasimeno il solo ostacolo serio che egli doveva incontrare, era Arezzo, dove Flaminio l’aspettava. Noi sappiamo d’altra parte che Annibale eluse Flaminio, sbucandogli all’improvviso alle spalle, tanto che Flaminio fu costretto a rivoltare il fronte del suo esercito e inseguirlo nella direzione del Trasimeno. È dunque chiaro che Annibale ha gettato il suo esercito nelle paludi, per aggirare la posizione di Arezzo, costringere Flaminio ad uscire in campo aperto, invece di assalirlo nella posizione fortificata.
[44]. La più sicura biografia politica di Fabio Massimo è contenuta in un’epigrafe, dettata in sua memoria e in suo onore; CIL, I, p. 288, n. XXIX.
[45]. La nostra descrizione della battaglia di Canne deriva principalmente dal racconto di Polibio, 3, 110 sgg.
[46]. Il testo del trattato è contenuto in Polibio, 7, 9.
[47]. Fonte principale della descrizione della battaglia di Zama è al solito Polibio, 15, 9-14.
CAPITOLO NONO L’EGEMONIA MEDITERRANEA
56. La guerra con la Macedonia (200-196 a. C.). — La guerra annibalica aveva dissanguato l’Italia. Ma Roma aveva conquistato tutta la Sicilia, incluso il territorio siracusano, e la Spagna, ricca di uomini e di metalli. Signora della Sicilia, della Sardegna, della Corsica e della Spagna, essa dominava ormai il Mediterraneo occidentale. Gli errori degli avversari, la saggezza del senato, il valore dei soldati, la tenacia dello spirito pubblico, la fortuna, che tanto può in queste cose, avevano concorso a far di Roma, in meno di un secolo, una delle maggiori, forse già la maggiore potenza del bacino mediterraneo. Si potrebbe quindi aspettare che Roma proceda d’ora innanzi, fatta ardita dalla fortuna, ad ingrandire il suo impero. Per quale ragione Roma non avrebbe, come Alessandro poco più di un secolo prima e sia pure con maggiore lentezza, cercato di sfruttare subito i favori della fortuna?
Invece, dopo la seconda guerra punica, avviene nella politica romana un subito rivolgimento. Giova intenderlo bene, se si vuole capire come a Roma venisse fatto di creare l’impero più duraturo del mondo antico. La prima spinta a questo nuovo corso fu data dagli affari di Oriente. Mentre Roma era alle prese con Cartagine, l’Egitto era andato indebolendosi per diverse ragioni, le più di ordine interno; la Siria invece, sotto la forte mano di Antioco il Grande, e la Macedonia, sotto il governo intelligente, se pur oscillante, di Filippo, si erano notevolmente rafforzate. Perciò, morto nel 204 Tolomeo IV e passata la corona dell’Egitto a un fanciullo minorenne, Tolomeo V Epifane, i due sovrani di Macedonia e di Siria si erano alleati per spartirsi i possessi dei Lagidi posti fuori dell’Egitto. Nel 202 Antioco aveva invaso la Palestina, Filippo si era gettato sulle Cicladi, sul Chersoneso tracico e sulle coste della Bitinia, senza che l’Egitto, governato da una reggenza incapace e rapace, movesse un dito. Ma le città, che preferivano il protettorato nominale dei Lagidi al duro governo macedonico, si erano difese da sole; le città libere, Rodi, Chio, Cizico, Bisanzio, spaventate anche esse dalle ambizioni di Filippo, avevano stretto alleanza, assoldato milizie — etoliche la più parte —, apprestato navi; Attalo, Re di Pergamo, si era unito a questa alleanza. Senonchè la guerra era stata ripresa nel 201 da Filippo, e con tanto vigore, che Rodi ed Attalo erano ricorsi per aiuto a Roma. Erano sopraggiunti di lì a poco ambasciatori degli Ateniesi, a chiedere anche essi aiuto, essendo, in seguito ad un incidente fortuito, venuti in guerra con Filippo, che aveva mandato un generale ad invadere l’Attica. L’Egitto essendo impotente, Roma sola poteva salvare l’Oriente dalla egemonia della Macedonia e della Siria.