ROMA ANTICA II.
L’APOGEO


GUGLIELMO FERRERO
E CORRADO BARBAGALLO

ROMA ANTICA

II.

L’APOGEO

FIRENZE
FELICE LE MONNIER
1921


Proprietà letteraria italiana

Copyright by G. Ferrero and C. Barbagallo

Le copie che non portano la firma di uno degli Autori s’intendono contraffatte.



[INDICE]


CAPITOLO PRIMO L’AGONIA DEL GOVERNO ARISTOCRATICO

1. Cesare, Crasso e l’Egitto (66-64 a. C.). — Mentre Pompeo compieva con tanta fortuna la sua impresa, troppa gente in Roma aveva ragione d’invidiare quella sua facile gloria in mezzo alle aspre contese della metropoli. Tra queste primeggiavano l’Egitto e i debiti. La gloria di Pompeo aveva acceso l’emulazione di Crasso, il quale perciò pensava, per non essere da meno di lui, di conquistare a sua volta l’Egitto, il più ricco civile e fertile paese del tempo[1]. Il testamento di Alessandro II, che aveva lasciato l’Egitto alla repubblica, poteva fornire un pretesto alla conquista; e, conquistato l’Egitto, a Roma non sarebbe mancato più il pane. Ma in senato l’opposizione era forte assai: sia perchè questi comandi straordinari che esautoravano il senato, offendevano gli scrupoli costituzionali di molti; sia perchè il partito, che non voleva ingrandire l’impero, era forte; sia perchè l’Egitto, il più ricco e quindi — come si pensava allora — il più corrotto paese del bacino Mediterraneo, faceva ancora paura ai più. Crasso pensò dunque di ottenere il suo intento per mezzo del popolo, e a questo scopo si intese con Caio Giulio Cesare, quel nipote di Mario, di cui abbiamo già parlato. Cesare era un giovane elegante, colto, abile, attivo, ben visto dal popolo, di vecchia famiglia: ma era ancora un personaggio di poco conto — nel 66 era candidato all’edilità — perchè la sua parentela gli aveva nociuto assai; e di più era poco ricco, cosicchè aveva bisogno di aiuti per sostenere le spese del tirocinio politico, molto gravose in quei tempi. Crasso e Cesare s’intesero. Crasso aiuterebbe Cesare a essere eletto edile; Crasso e Cesare insieme cercherebbero di far eleggere consoli due amici, favorevoli a’ loro disegni; e poi tenterebbero una grande agitazione popolare per far deliberare la conquista dell’Egitto. Cesare fu eletto; non furono invece eletti i due consoli amici, sebbene Cesare e Crasso non risparmiassero fatiche, al punto che la voce pubblica li accusò, a bassa voce, di aver persino ordito una congiura! Ma pur avendo i consoli avversi, Cesare e Crasso non desisterono dall’idea dell’impresa di Egitto; e, per preparare il popolo, dettero opera ad un seguito di complicati maneggi. Crasso, che era in quell’anno censore, propose di iscrivere nelle tribù tutti gli abitanti della Transpadana, ossia di dare anche alla Transpadana il diritto di cittadinanza, aumentando il numero degli elettori; Cesare, edile, offriva spettacoli magnifici: anzi, una bella mattina, fece trovare novamente drizzati sul Campidoglio i trofei di Mario, che Silla aveva rovesciati. Per parecchi giorni il popolo accorse al Campidoglio ad ammirare l’imagine venerata dall’eroe; e si videro i veterani piangere a quella vista e a quel ricordo. Ma quando Cesare, credendo gli animi preparati, iniziò le sue agitazioni per la conquista dell’Egitto, la consorteria sillana e il partito della vecchia nobiltà si opposero, affermando risolutamente che Roma non doveva desiderare tutti i paesi e attaccar briga con l’universo; e l’opinione pubblica ratificò questo modo di vedere. L’agitazione fallì.

L’Italia pensava in quel momento, non all’Egitto, ma ai suoi debiti: l’eterno cruccio, che periodicamente si inaspriva. Il crescere del lusso e gli sforzi per perfezionare l’agricoltura, piantando da ogni parte vigne e oliveti, sembrano essere stati le principali cagioni di questo nuovo aggravarsi dell’incurabile male. Crasso tuttavia non si scoraggiò; e nel 64 volle riprovarsi di nuovo a far eleggere due consoli e molti tribuni che fossero favorevoli alle sue mire. I candidati in quell’anno erano sette: tra questi Cesare e Crasso aiutarono Lucio Sergio Catilina, un antico ufficiale di Silla, che già era stato candidato nel 66 ed era stato escluso dal senato per un vizio di forma; e C. Antonio Ibrida, un altro ufficiale di Silla. Tra gli avversari era M. Tullio Cicerone, il grande oratore, che, pur essendo nato da una modesta famiglia di cavalieri di Arpino e non molto ricco, aveva occupato tutte le magistrature, fuorchè il consolato, con il consenso di tutti i partiti. Il suo ingegno, la sua cultura, la sua modestia, la sua rettitudine lo avevano posto al di sopra delle quotidiane contese di parte. Ma questa volta Crasso e Cesare, avendo bisogno del suo posto, lo combattevano a fondo, e con essi quindi il partito popolare. A sua volta il partito della nobiltà, sentendosi incapace di vincere Crasso e Cesare con uomini di parte propria, decise di far sua la candidatura di Cicerone; e così Cicerone entrò in campo come candidato della nobiltà. La lotta fu viva e il risultato medio: Cicerone fu eletto, e con lui uno dei candidati di Crasso e di Cesare, C. Antonio; Catilina invece fu vinto. Ma se le elezioni al consolato non erano state felicissime, parecchi tribuni, devoti a Crasso, erano stati eletti; e tra questi, P. Servilio Rullo, appena entrato in carica, propose una legge agraria la quale instituiva dieci commissari, eletti dal popolo per cinque anni, irrevocabili, irresponsabili e immuni da intercessioni tribunizie, i quali avrebbero potuto vendere, in Italia, e fuori, tutte le proprietà che fossero diventate pubbliche nell’anno 88 e dopo, e quelle, la cui vendita era stata deliberata dal senato dopo l’anno 81; inquisire sulle prede fatte dai generali, tolto Pompeo, e obbligarli a rendere quella parte che si fossero trattenuta; comprare, con il denaro ricavato da queste restituzioni, terre in Italia, da distribuire ai poveri. Pare che questa legge fosse un mezzo per risollevare indirettamente la questione dell’Egitto, perchè i commissari avrebbero potuto dichiarare che l’Egitto era diventato, per il testamento di Alessandro, proprietà di Roma, e quindi ordinarne la conquista. Questo almeno sospettarono gli avversari di Crasso, che combatterono a oltranza la legge, quasi sovvertisse da capo a fondo lo Stato.


2. Il consolato di Cicerone e la congiura di Catilina (63 a. C.). — Fu questa la prima prova che Cicerone ebbe a sostener come console; e la sostenne da par suo. Egli riuscì a far respingere la legge con due discorsi, nei quali si sforzò di provare che avrebbe fatto più male che bene al popolo. Certo la legge era troppo complicata ed oscura, e minacciava troppi interessi: il popolo stesso ne ebbe paura. Crasso e Cesare avevano dunque subìto una nuova sconfitta, l’odio della quale ricascava soprattutto su Cesare. Crasso era troppo potente e ricco, perchè il biasimo pubblico osasse morderlo apertamente; ma Cesare poteva pagare anche per Crasso. Incominciò da allora a nascere contro di lui, nei circoli senatorî, tra le grandi famiglie ligie al partito e alla tradizione di Silla, quella animosità che non si spegnerà più; che sviserà, implacabile, ogni suo atto e intenzione, che esagererà i suoi debiti, i suoi difetti, i suoi vizi e le sue debolezze. Assalito, Cesare si difese con tutte le sue armi e non lasciò sfuggire occasione per rispondere. Sul principio del 63, essendo morto Metello Pio, che era pontefice massimo, riuscì con l’aiuto di Crasso a far ripristinare le elezioni popolari del Pontifex maximus che Silla aveva abolite e a farsi eleggere egli stesso, sebbene il partito oligarchico avesse contrastato con tutte le forze la sua elezione: un bell’incoraggiamento per la pretura, che Cesare ambiva per l’anno seguente, ma un piccolo compenso all’insuccesso del gran disegno dell’Egitto. Crasso però non desisteva; voleva, di nuovo, nelle elezioni per il 62, far riuscire i candidati che gli sarebbero favorevoli; e per il consolato aveva scelto Lucio Licinio Murena e Decimo Giunio Silano, abbandonando Catilina, troppo ormai screditato da due insuccessi. Senonchè una mossa improvvisa del candidato, che essi reputavano ormai impotente, sconvolse tutti i loro piani. Catilina volle presentarsi candidato, anche da solo; e siccome solo, non poteva fare assegnamento nè su molto denaro nè su grandi appoggi, pensò di farsi forte con qualche proposta che, per la sua chiarezza e semplicità, riuscisse accetta ai suoi. Non c’era da esitare.... Catilina bandì agli elettori, come promessa del suo governo, la abolizione dei debiti[2]. La promessa era rivoluzionaria; ma non bisogna perciò credere che Catilina tramasse fin d’allora una insurrezione armata. Egli mirava solo a guadagnare le moltitudini con una proposta che pareva scellerata, ai creditori, ma alla quale invece gli spiriti del maggior numero non erano impreparati, e che doveva esser attivata per le vie legali. Le riduzioni, i condoni, le abolizioni dei debiti erano frequenti nella storia greca, allora tanto studiata, e nella romana, dai tempi più antichi sino all’ultima, deliberata nell’86.

Catilina questa volta non si era ingannato. In un baleno egli fu l’idolo in tutta Italia, di quanti gemevano sotto il peso dei debiti: ed erano tanti! Ma a Roma, quando si vide che Catilina era in tanto favore, le classi alte si spaventarono. Nessuno volle prestare più denaro; i debitori fallirono a torme; da ogni parte si gridò che l’elezione di Catilina sarebbe il segnale di una nuova guerra civile; l’ordine dei cavalieri uscì dalla riserva, in cui si teneva dopo la dittatura di Silla, si agitò, offrì spontaneamente di unirsi al senato per la difesa dell’ordine. Lo spavento fu tale, che tutti gli odî e le discordie dei grandi parvero per un istante venir meno. Anche Crasso e Cesare sospesero gli intrighi. A sua volta Catilina, accerchiato o minacciato dalla coalizione dei ricchi e dei potenti, fece venire dall’Etruria, una regione dove molti possidenti indebitati e rovinati erano antichi soldati di Silla, bande di partigiani, tutte armate, naturalmente.

La lotta fu ardentissima, e fu, per il partito che non voleva rivolgimenti, diretta da Cicerone; ma i cavalieri e l’ordine senatorio, uniti, trionfarono del partito dei debiti. Cesare fu eletto pretore, ma Catilina non fu, neppur questa volta, eletto console. Fu allora che Catilina, esasperato, pensò di macchinare una rivoluzione: ma con quali mezzi insufficienti e meschini! Incaricando i suoi amici in Etruria di reclutare tra i veterani di Silla, ridotti alla miseria, un esercito! Chi poteva sperar sul serio di conquistare Roma e di abbattere il governo legale — di ripetere l’impresa, che Silla aveva compiuta in tanti anni e con tante legioni — raccogliendo la canaglia di una tra le tante regioni d’Italia? Il pazzo disegno non tardò a trapelare; Catilina fu costretto, ai primi di novembre, a fuggire da Roma; e i suoi amici, rimasti a Roma, precipitarono la rovina propria e del capo con un’ultima imprudenza. Erano allora in Roma certi ambasciatori degli Allobrogi, venuti per trattare certi interessi del loro popolo. I partigiani di Catilina pensarono di farsene degli alleati, e s’illusero di potere per mezzo loro sollevare, nella Gallia Transalpina, un incendio pari a quello che Sertorio, molti anni prima, aveva acceso nella Spagna. Ma gli Allobrogi denunziarono gl’inconsulti mestatori, che, imprigionati per ordine di Cicerone, furono tratti innanzi al senato, per essere giudicati, il 5 dicembre 63. Catilina aveva avuto amici e aderenti in tutte le classi; tra gli accusati c’erano dunque anche senatori e magistrati, uomini appartenenti alla nobiltà e a famiglie cospicue. Ma l’opinione pubblica era stata, in tutti i ceti, così irritata da quelle trame con i barbari, reclamava con tanto furore un castigo esemplare, che i primi discorsi e le prime sentenze furono tutte per la pena più severa: la morte. Crasso non osò parlare. Cesare invece — e fu il solo — con un discorso veramente di polso, cercò dimostrare che una condanna di morte, inflitta dal senato, e senza appello al popolo, sarebbe un atto contrario alla costituzione; che non conveniva sentenziare ab irato; che, in ogni modo, era saggezza di buona politica una pena più mite: la detenzione a vita e la confisca dei beni[3]. Cicerone infine parlò ambiguamente[4], lasciando intendere che inclinava al parere di Cesare. Quantunque il discorso di Cesare scotesse la parte più moderata del senato, prevalse il proposito estremo, precipuamente per il discorso di un uomo, che da qualche tempo acquistava molta autorità in senato: Marco Porcio Catone, un discendente del Censore. Fu votata la pena di morte, e i Catilinari, condotti al carcere Mamertino, furono strangolati. Il popolo, la maggioranza dei senatori, i cavalieri si sparsero per Roma, prodigando in ogni parte le manifestazioni di giubilo per il pericolo scampato, le ovazioni al console, salvatore della patria, e le dimostrazioni ostili agli amici dei Catilinari. Lo stesso Cesare, uscendo dalla Curia, fu minacciato a mano armata da un gruppo di cavalieri. Pochi mesi dopo, in Etruria, presso Fiesole, Catilina era vinto e la turba male armata dei suoi seguaci dispersa.

Il temporale si era dileguato. L’attenzione del pubblico si rivolgeva di nuovo ansiosa a Pompeo, assente da cinque anni, che tornava d’oltre mare.


3. I partiti in Roma e il ritorno di Pompeo (62-60 a. C.). — La congiura di Catilina aveva turbato in Roma profondamente gruppi e partiti. La parte estrema e intransigente del partito oligarchico prevalse, condotta da Catone, uomo integro ma di spirito ostinato ed angusto, che da questo momento primeggia tra i personaggi eminenti della repubblica. A sua volta, e per reazione, l’opposizione popolare si inasprisce. Innanzi alla minaccia della rivoluzione, i cavalieri si erano distaccati dal partito popolare. La riconciliazione dei cavalieri e del senato era stata il capolavoro politico, di cui Cicerone non cesserà mai di gloriarsi[5]. Il partito popolare si componeva ormai quasi soltanto di quegli humiles, di quella popolazione minuta, che era cresciuta di numero negli ultimi anni e si raccoglieva in numerose associazioni (collegia e sodalicia): elemento molto rozzo, o indifferente o violento, che non sentiva altra spinta, fuorchè un qualche interesse immediato o una veemente passione. Lo Stato insomma rimaneva in balìa di due partiti estremi, esasperati da un odio furente e che adoperavano armi avvelenate.

L’anno 62, aspettandosi Pompeo e mentre Cesare esercitava la pretura, fu un continuo succedersi di ripicchi, di scaramucce, di scandali e di dispetti tra i due partiti. Gli amici e seguaci di Catone accusavano tutti i popolari di essere stati complici di Catilina; i popolari incominciavano ad accusare il senato di avere, non giustiziato, ma assassinato illegalmente i congiurati. In questo stato Pompeo trovò la repubblica sullo scorcio del 62, sbarcando a Brindisi. Il suo arrivo non fu scevro di ansietà; perchè molti predicevano che Pompeo non avrebbe congedato l’esercito e avrebbe imposto con quello chi sa quali sue volontà al senato. Ma era una favola. Pompeo aveva tranquillamente congedato l’esercito e s’avviava a Roma per preparare il trionfo. Quand’ecco, nei primi giorni di dicembre, mentre si aspettava Pompeo, scoppia a Roma uno scandalo singolare. Nelle cerimonie della Dea Bona — che si celebravano in casa del pretore e alle quali non potevano assistere che donne — fu scoperto, travestito da schiava, Publio Clodio, quell’amico di Pompeo, che aveva fatto ribellare le legioni di Lucullo, e che, tra i giovani delle grandi famiglie, faceva parlare anche troppo di sè. Si spiegò quel sacrilegio dicendo — vero o falso che fosse — che egli era l’amante della moglie di Cesare. Ma Catone e il suo partito presero la cosa sul tragico: gridarono che bisognava dar un nuovo esempio, poichè quello di Catilina non era bastato, alla gioventù che cresceva ancor più riottosa, dissoluta, cinica della generazione matura. Senonchè l’atto commesso da Clodio era un sacrilegio; avrebbe dunque dovuto esser giudicato dal collegio dei pontefici. Catone e i suoi amici non se ne fidavano; e perciò chiesero che per giudicar Clodio si costituisse un tribunale speciale. Ma questa proposta scatenò una tempesta che per parecchi mesi agitò la repubblica. Il partito popolare, per ripicco, prese Clodio sotto la sua protezione; il partito oligarchico, per rappresaglia, si ostinò; da ogni parte si intrigò; tutti i personaggi in vista dovettero pronunciarsi per Clodio o contro Clodio; anche Cesare, che sospese la sua partenza per la provincia di Spagna toccatagli come propretura; anche Cicerone, che si dichiarò apertamente contro Clodio. Alla fine il processo si fece; e Clodio fu assolto, con grande rabbia del partito oligarchico e grande gioia del partito popolare, che vantò questa assoluzione quasi come una rivincita della condanna dei complici di Catilina: ma gli odî, che questo comico scandalo lasciò come strascico, non tarderanno a mostrarsi e con quali funesti effetti!


4. Il trionfo di Pompeo e le sue difficoltà con il senato (61-60 a. C.). — Finito il processo di Clodio, Cesare potè partire per la Spagna, e Pompeo celebrare, il 29 e il 30 settembre dell’anno 61, il suo trionfo. Fu questo il più grandioso che sino ad allora si fosse visto. Ma celebrato il trionfo e le feste, allorchè Pompeo, ritornato a vita privata, chiese la conferma dei suoi atti in Oriente, nonchè ricompense per i suoi veterani, ecco levarsi una opposizione accanita, di cui neppure la sua autorità, la sua potenza, la sua gloria riuscivano ad aver ragione. Il senato esitava a riconoscere l’immenso rivolgimento avvenuto in Oriente, per il quale Roma era ormai arbitra dell’Asia minore. Invano egli cercò, negli ultimi mesi del 61 e nei primi del 60, di arrivare a un accordo; invano chiese perfino a Catone che desse in moglie a lui e a suo figlio, chi dice due sue figlie e chi due nipoti. Si sfogavano certo in questa opposizione antichi rancori: Lucullo, che non aveva mai perdonato a Pompeo la sua deposizione; Crasso, che non gli perdonava di essere stato più fortunato di lui; il senato tutto quanto, come corpo, che non poteva aver dimenticato la legge Manilia, con cui Pompeo l’aveva ridotto a spettatore delle sue imprese. A rafforzare la opposizione concorrevano i cavalieri e tutti gli interessati — erano tanti! — nella compagnia appaltatrice delle imposte dell’Asia, la quale chiedeva che, poichè i redditi della repubblica erano tanto cresciuti per le conquiste di Pompeo, fosse loro ridotto il canone d’affitto; mentre Pompeo proponeva di spendere la maggior parte di questo reddito per i soldati. Ma tutte queste opposizioni non avrebbero potuto resistere alla potenza di Pompeo e alla necessità di dare un assetto alle cose d’Oriente, se non fossero state rinforzate da una considerazione di ben altro rilievo. Annettendo il Ponto e la Siria Roma diventava una immensa Potenza asiatica, anzi quasi solo una Potenza asiatica, poichè i dominî d’Europa rimpicciolivano di molto al confronto: il che non poteva non inquietare quanti per spirito di tradizione o per considerazioni desunte dallo stato presente delle cose temevano sia gli ampliamenti soverchi dell’impero, sia la troppo grande influenza dell’Oriente.


5. Il consolato di Cesare (59 a. C.). — Comunque sia, il vincitore di Mitridate, il conquistatore della Siria era posto da questa ostinata opposizione del senato, all’indomani del suo vertiginoso trionfo, in un impiccio increscioso e ridicolo. Nel tempo stesso il senato si screditava ancora più; poichè a molti non sembrava tollerabile che, per un ripicco, esso sembrasse voler rifiutare dei territori, la cui conquista aveva tanto accresciuto la potenza, la gloria e i redditi della repubblica! In quella giunse a Roma, dalla Spagna, verso la metà dell’anno 60, Cesare, per concorrere al consolato; e subito si accorse che il partito di Catone, ormai dominante in senato, non era più conciliante con lui che con Pompeo. Questo partito lo combattè con ogni mezzo e, dopochè Cesare fu eletto, certo approfittando del malcontento pubblico per la politica del senato riguardo alle nuove province, subito decretò, come per rispondere ai comizi, che il proconsolato del 59 non avesse che un assai meschino raggio di competenza, una missione amministrativa d’importanza affatto secondaria: la sorveglianza delle foreste e delle pubbliche strade. L’avvertimento era chiaro. Il senato, dominato da Catone e dai suoi amici, diceva anticipatamente che, come cercava di annullare quel che Pompeo aveva fatto, così si preparava a impedir quel che Cesare contava di fare; in altre parole, non volendo essere spettatore e non potendo essere il motore della nuova politica di ingrandimenti, cercava di impedirla.

Occorreva dunque apparecchiarsi a un conflitto aspro e ricercare appoggi nuovi od antichi. Cesare, che era uomo di larghe vedute, pensò addirittura di opporre al senato e alla sua tenace ostruzione, nientemeno che la coalizione di Pompeo, di Crasso, di Cicerone e di lui stesso, tutti riconciliati per governare la repubblica, con più ardimento e vigore che non facesse il senato. L’idea era audace, ma il momento era propizio: perchè il partito oligarchico, guidato da Catone, si andava urtando con tutti; Pompeo, pur di uscir dall’impiccio in cui il senato l’aveva messo e di ottener che la sua amministrazione orientale fosse approvata, doveva esser pronto ad ogni concessione; Crasso aveva da soddisfare le sue antiche ambizioni; e Cicerone, da far dimenticare ai popolari la repressione della congiura di Catilina. A stringere questa intesa Cesare lavorò alacremente e in segreto, nei mesi che passò a Roma, tra l’elezione a console e l’entrata in carica. Ma i passi presso Cicerone fallirono. Accettarono invece Crasso e Pompeo e fecero con Cesare un accordo segreto (fine del 60 a. C.)[6].

Il rifiuto di Cicerone toglieva al governo di Cesare un savio moderatore e un abile bilanciatore: ma Cesare, ciò non ostante, iniziò il suo consolato con discorsi ed atti concilianti. Egli voleva acquistare la popolarità e l’autorità necessarie a ottenere per Pompeo l’approvazione di quello che aveva fatto in Oriente, e per sè una buona provincia, e con il procedimento già adoperato dai Gracchi e dai loro imitatori: favorendo gli interessi dei ceti sociali, sottoposti all’aristocrazia, e incominciando, come al solito, con una legge agraria. Propose infatti una legge per cui venti commissari sarebbero stati incaricati di distribuire ai veterani e ai poveri quanto demanio pubblico rimaneva in Italia, salva, come al tempo dei Gracchi, la Campania, oltre a nuove terre da acquistare con le prede di Pompeo. Cesare però sperava di poter presentare e far approvare la legge, d’accordo con la maggioranza del senato; e perciò prima di presentarla ai comizi, chiese al senato la necessaria autorizzazione. Ma si ingannava. La maggioranza del senato andò sulle furie e si rivoltò. Era uno scandalo che un console presentasse una legge agraria, rubando il triste mestiere ai tribuni: l’unico console, che avesse osato tanta infamia, era stato, quattro secoli prima, proprio Spurio Cassio; la legge agraria di Cesare somigliava alla legge Servilia di pochi anni prima! Il senato riuscì dapprima ad aggiornare la legge, e da ultimo dichiarò di non ritenere opportuna alcuna novità. Cesare allora replicò. A sua volta il collega di Cesare, Bibulo, uomo ligio al partito di Catone, incominciò un’accanita ostruzione liturgica; Cesare agitò il popolo; sinchè dopo aver cercato in tutti i modi di smuovere Bibulo, tentò un espediente supremo: chiamò apertamente in aiuto Crasso e Pompeo; i quali vennero nel Foro e dichiararono che l’ostruzione di Bibulo doveva essere vinta anche colla forza, se la persuasione non bastava.

Allora — e allora soltanto — fu manifesto a tutti, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano stretto quell’accordo, di cui tutti sussurravano, che un letterato del tempo chiamerà il mostro a tre teste, e a cui gli storici moderni danno il nome arbitrario di «primo triumvirato». Lo stupore fu immenso, e insieme la paura. Se Crasso, Pompeo e Cesare si erano messi d’accordo, chi potrebbe resistere loro? Pompeo aveva per sè i veterani e una parte dell’aristocrazia; Crasso, una parte dell’aristocrazia e i cavalieri; Cesare, le classi medie e la plebe di Roma: tutto lo Stato insomma era nelle loro mani. Difficile sarebbe ormai ottenere una magistratura, un comando, una legazione libera, senza il consenso di questa vera triarchia che, unita, dominerebbe la repubblica. La opposizione alla legge venne rapidamente meno; molti senatori, se non passarono senz’altro alla fazione dei tre capi, mutarono atteggiamento; il credito di Catone e dei suoi scemò in un batter d’occhio; e la legge, approvata dal popolo nei comizi tributi, fu giurata dal senato, anche da Catone e dai suoi amici.


6. Le complicazioni galliche e la «lex Vatinia» (59 a. C.). — Era la prima vittoria della coalizione. Ancora una volta la fortuna aiutava gli audaci. Ma verso la fine del febbraio del 59, mentre Roma era piena di tante agitazioni, veniva a morte il governatore della Gallia cisalpina, Q. Metello Celere. Quanti eventi dovevan nascere da questo accidente! Cesare pensò fosse giunto il momento di abolire il decreto del senato, che lo mandava a sorvegliare come proconsole le foreste della repubblica. La Gallia transalpina era da tempo agitata da guerre, che ogni tanto offrivano occasione ad interventi stranieri. Nel 61 quegli Allobrogi, che avevano salvato Roma dalla congiura catilinaria, erano insorti. Più a settentrione, a occidente e a oriente della Saona (l’antico Arar) Edui e Sequani si contendevano la supremazia della Gallia centrale e i ricchi pedaggi di quel fiume. Ma i Sequani erano stati vinti, e, poichè i loro avversari erano da un pezzo alleati dei Romani, si erano rivolti agli Svevi, una popolazione germanica che abitava al di là del Reno, e al loro re Ariovisto, insieme coi quali avevano sconfitto gli Edui. Ma entrato nel nuovo territorio, Ariovisto c’era rimasto, con una parte dei suoi Svevi; aveva assoggettato gli Edui a un regolare tributo, e tolta buona parte del territorio agli antichi alleati, i Sequani[7]. Liberarsene era ormai un impegno nazionale, ma il modo era nuovo argomento di discordie. Un partito sperava nell’aiuto di Roma: un altro invece aveva posto gli occhi sugli antichi alleati dei Cimbri, gli Elvezi, che, dopo la catastrofe della grande invasione germanica, erano discesi ad abitare la porzione occidentale della Svizzera, tra i due laghi di Costanza e di Ginevra, il Giura e le Alpi. Da qualche tempo gli Edui, presso i quali dominava il partito amico di Roma, avevano mandato ambasciatori a Roma ad annunciare, esagerandolo, il pericolo: gli Elvezi, cresciuti di numero e bisognosi di terre, stavano per muoversi e invadere la Gallia; Roma non li lasciasse insediarsi in Gallia, chè minaccerebbero di nuovo, come ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni, l’Italia. Metello era quindi morto proprio sul punto in cui stava per partire e muovere guerra agli Elvezi.

La Gallia era dunque un campo in cui si potevano mietere gloria ed allori. Cesare la volle per sè. Ma chiedere al senato che revocasse il suo decreto era inutile. Ormai, dopo la legge agraria, Cesare era in rotta con la maggioranza del senato; e non poteva più sperar di governare d’accordo con il grande consesso. Non c’era quindi altro scampo: governare per il momento senza il senato, con i comizi; compire quell’esautoramento dell’assemblea, che Lucullo e Pompeo avevano iniziato. Egli non esitò. Voci inquietanti sulla minacciata invasione dei nuovi Cimbri furono diffuse; indi il tribuno Vatinio propose una legge, che concedeva a Cesare il governo della Gallia Cisalpina e dell’Illirico con tre legioni per cinque anni, dal giorno in cui la legge sarebbe promulgata, affinchè, se la guerra scoppiasse prima della fine dell’anno, egli potesse, come aveva fatto Lucullo, accorrere a prenderne il comando. La legge fu promulgata il 1º marzo. Indi, poichè dei comizi era padrone, Cesare procedè rapido, con leggi, a risolvere tutte le questioni che da tanto tempo pendevano. Una legge risolvè la questione dell’Egitto, dichiarando Tolomeo Aulete amico e alleato del popolo romano; e togliendo così questa vecchia causa di discordie tra Pompeo e Crasso.

Una legge concesse la riduzione del canone d’appalto dell’imposta d’Asia, che Crasso e i pubblicani chiedevano invano da due anni al senato. Una legge approvò finalmente tutti gli atti compiuti da Pompeo in Oriente. Cesare presentò infine una seconda legge agraria, con la quale intaccava l’ultimo resto di agro pubblico superstite in Italia, quello che anche i Gracchi e le leggi successive avevano rispettato, la Campania, ordinando fosse ripartita tra i cittadini poveri, padri di parecchi figliuoli. Infine, per stringere più fortemente l’unione con Pompeo, gli dette in moglie la figlia.


7. Cesare e Clodio. — Il senato non era mai stato esautorato a questo punto; il principio della collegialità del consolato non era mai stato ridotto a una finzione, come in questo anno. Bibulo, che dapprima aveva tentato di fare ostruzione a forza di aruspicina, aveva alla fine dovuto astenersi dall’intervenire ai comizi. I motteggiatori dell’epoca ripetevano che quello era il consolato, non già di Cesare e di Bibulo, ma di Giulio e di Cesare. Cosa ancor più funesta per Catone e per i suoi amici, Cesare intendeva prolungare questa sua potenza oltre l’anno del consolato, negli anni in cui sarebbe proconsole in Gallia. Cercò innanzi tutto di far nominare alle cariche per l’anno seguente tutti amici suoi; e in gran parte ci riuscì. Se gli avversari ebbero qualche successo nelle elezioni dei pretori, i due consoli per il 58 erano partigiani sicuri di Cesare, di Crasso e di Pompeo; e fra i tribuni della plebe, l’eroe famigerato dello scandalo della Dea Bona, P. Clodio Pulcro, doveva essere, più che un artigiano, uno strumento. Clodio era un patrizio, di quella famiglia dei Claudii, che contava tra le più antiche e celebri di Roma. Non è quindi da stupire se, fino allo scandalo del 62, fosse stato più incline agli oligarchi che ai popolari, e insomma non si fosse condotto in modo molto diverso da Pompeo, di cui era amico. Ma dopo lo scandalo, respinto dalla sua casta e dal suo partito, non restava a Clodio altro scampo che o ritirarsi per sempre nell’oscurità o buttarsi nelle braccia dei popolari. Cesare capì che avrebbe potuto sfruttare il nome e il vario ingegno di questo reietto della nobiltà; gli fece ottenere con una legge il passaggio dal patriziato alla plebe; lo aiutò ad essere eletto tribuno della plebe pel 58, e si intese con lui per organizzare il popolino di Roma, in modo da poter sicuramente padroneggiare i comizi, l’organo legislativo con cui egli aveva umiliato ed esautorato il senato; e sul quale faceva assegnamento, come principale strumento della potenza sua, di Pompeo e di Crasso, per domare le future resistenze del Senato. Da gran tempo, da prima della restaurazione sillana, i collegia o associazioni d’artigiani, numerosi in Roma, s’erano buttati nella politica e nelle elezioni, e di solito avevano favorito il partito popolare. Ma abbandonati a sè medesimi, erano stati sempre in balìa del caso; e spesso assenti per indifferenza o volubili per ignoranza. Cesare pensò di dare a questo popolino, che, essendo numeroso e sempre presente a Roma, poteva essere maggioranza nei comizi quando volesse, una solida organizzazione; e incaricò Clodio di compire quest’opera, irreggimentando bande numerose di elettori e guadagnandone il favore con leggi e beneficî.

Nel senato veniva meno, del resto, perfino la voglia di opporsi a Cesare, a Crasso e a Pompeo. Catone e i suoi amici erano ormai un piccolo gruppo solitario e impotente: tanta paura incuteva la coalizione dei tre potenti personaggi, dopo le umiliazioni inflitte al senato per mezzo dei comizi. Cesare solo non avrebbe spadroneggiato a quel modo: ma chi poteva presumere di opporsi a Cesare, a Crasso e a Pompeo uniti? Le elezioni per il 58, così favorevoli ai tre potenti cittadini, disanimarono interamente l’opposizione; cosicchè subito dopo le elezioni il senato, su proposta di Crasso e di Pompeo, arrotondò, ancora più che non fosse saggio, i poteri proconsolari di Cesare, e gli conferì anche quella parte della Transalpina che era provincia romana, col comando di una legione. E non appena fu entrato in carica, il 10 dicembre, Clodio si accinse a compier l’opera di Cesare, lanciando le nuove proposte con le quali Cesare, Crasso e Pompeo pensavano di padroneggiare i comizi, e farne lo strumento sicuro del loro governo: una lex frumentaria, per la quale i cittadini poveri di Roma avrebbero diritto di avere il grano, non più a prezzi di favore, ma gratuitamente; una lex de jure et tempore legum rogandarum, che liberava i comizi tributi da ogni osservanza liturgica e che permetteva di tener le assemblee politiche in tutti i dies fasti, anche nei festivi, e quindi facilitava ai campagnoli l’intervento nei comizi: una lex de collegiis, che toglieva di mezzo diverse limitazioni poste dal senato alle associazioni degli artigiani; infine una lex censoria, che scemava ai censori la facoltà di non ammettere in senato quanti avevano rivestito le necessarie magistrature. Queste leggi furono approvate quasi senza opposizione, pochi giorni dopo che il consolato di Cesare era finito; e quasi come una postuma vittoria di questo.


8. Importanza storica e carattere politico del consolato di Cesare. — Il quale aveva operato — o almeno tentato — nello Stato romano un mutamento assai più profondo, che i contemporanei forse non credessero. Se si badi solo alle leggi proposte da lui e da Clodio, Cesare è il continuatore di Caio Gracco e dei suoi successori. Ritroviamo le stesse leggi agrarie e frumentarie, le stesse leggi favorevoli ai cavalieri, le stesse leggi, che cercano di restringere l’autorità del senato. Ma tra queste leggi non ce ne è più nessuna, come la legge agraria e la legge della cittadinanza per Caio Gracco, che sia il fine, per raggiungere il quale le altre servono di mezzo: per Cesare queste leggi sono mezzi e preparazioni di una rivoluzione politica, nella quale deve ricercarsi la vera opera sua. In che consiste questa rivoluzione? Non in viste o ambizioni monarchiche, quali troppi e troppo ingenui storici gli hanno attribuite; ma nell’aver incominciato a sostituire — in fatto se non in diritto — al governo aristocratico del senato un governo sul modello della τυραννίς la tirannide greca; una triarchia — potremmo dire — il governo personale di tre cittadini più potenti degli altri, che, ciascuno a capo non di un partito politico ma di una clientela di interessi, dominerebbero uniti i comizi e il senato disporrebbero delle cariche, e potrebbero dirigere tutta la politica dell’impero, senza però mutare la costituzione e solo facendola agire a proprio vantaggio. Arbitri dei comizi, questi tre cittadini potrebbero disporre delle cariche; e potendo disporre delle cariche, dominerebbero la maggioranza del senato e tutto lo Stato. È chiaro che per simile rivolgimento il governo di Roma, che era stato sino allora in potere di una aristocrazia, divisa in larghe consorterie di famiglie, veniva ad alterarsi profondamente. Senonchè non bisogna credere che Cesare fosse spinto a cambiar così la costituzione politica di Roma da una smodata ambizione. I tempi e la situazione potevano più che le sue ambizioni. Egli tentava di sostituire questo governo di clientele all’aristocratico governo del senato, perchè la riforma di Silla era fallita; e l’aristocrazia non era più capace di far operare la costituzione romana e di governare nel senato l’Impero. Non era anzi neppur più una aristocrazia nel senso vero della parola; una aristocrazia compatta, omogenea, abbastanza concorde, attiva e forte; ma una accozzaglia di antiche famiglie e di nuove, di guerrieri, di diplomatici, di uomini d’affari, d’avvocati, di letterati, di gaudenti, diversi per origine, per tradizione, per gusti, per idee, gelosi e invidiosi gli uni degli altri; che risentiva in se medesima tutte le confusioni e oscillazioni e discordie della vita circostante. La cresciuta potenza e ricchezza, la cultura greca, le guerre civili e i diuturni conflitti politici avevano portato a compimento questa dissoluzione, il cui segno più manifesto era il fiacco, incoerente, slegato governo che aveva retto l’impero dalla morte di Silla in poi. In quei venti anni nessuno aveva più governato Roma, nè il senato, nè i comizi, nè la vecchia nobiltà, nè i cavalieri, nè il partito democratico; ma l’impressione del momento, la tradizione, la violenza fugace dei partiti. Onde le finanze erano in disordine; le elezioni dipendevano ogni anno da un capriccio dell’opinione pubblica o da una sorpresa preparata dagli interessi; la pirateria e il brigantaggio infestavano i mari e le terre; perfino l’esercito era disorganizzato: gli effettivi delle legioni, dimezzati; nessuna o quasi nessuna istruzione militare per le nuove reclute volontarie; i generali e gli ufficiali superiori, improvvisati tra i politicanti; solo i centurioni, questi oscuri ufficiali di carriera, conoscevano per esperienza il mestiere delle armi, e formavano il sostegno dell’esercito in dissoluzione. Nè più vigorosa e illuminata era la politica estera, nella quale, quando non capitava un Lucullo o un Pompeo a decidere a suo rischio e pericolo, l’azione del senato si riduceva a tirare in lungo tutte le questioni, senza risolverle. Non aveva il senato esitato lungamente perfino ad accettare il Ponto e la Siria, che Pompeo gli offriva, già domati e fruttuosi? Ma quando un potere indebolisce invecchiando, sempre accade che presto o tardi un altro, più vigoroso cerca di togliergli di mano scettro e spada. Questo appunto aveva fatto Cesare, approfittando delle debolezze, degli errori, delle discordie, dei conflitti di interesse da cui era diviso l’ordine sociale, a cui secondo la costituzione spettava di governare l’impero. Il tentativo, grazie alla sorpresa e alla sua maestria, era lì per lì riuscito: ma il nuovo governo, fondato in un baleno, resisterebbe o no, secondo che riuscisse a reggersi e a far cose utili e grandi, in quella vecchia repubblica, troppo aristocratica per tradizione, perchè un tentativo di quella natura non dovesse, passata la sorpresa, scontentare, irritare e spaventare. Difatti da ora in poi non si può più dire che ci siano, nel senato e in Roma, un partito oligarchico e un partito popolare; c’è piuttosto un partito che potremmo chiamare senatorio, il quale mira a difendere l’autorità del senato contro le usurpazioni del potere personale e della triarchia, sfruttando l’avversione di molti per ogni forma di potere personale, e attribuendogli tutte le sventure della repubblica. La rivendicazione dei diritti e dell’autorità del senato sarà sottintesa in tutte le agitazioni che turberanno la repubblica. Il nerbo di questo «partito del senato» sarà formato dal piccolo e fiero gruppo capeggiato da Catone.

Note al Capitolo Primo.

[1]. Su questa ambizione di Crasso, cfr. Plut., Crass., 13, 2, 7, e G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. I, cap. XIII; vol. II, Appendice C.

[2]. Per il programma dei Catilinari si veda il documento, che il maggiore, eppur tanto ostile, storico di quella congiura — C. Sallustio Crispo — riferisce: una loro lettera al senato (Sall., Cat., 33).

[3]. Per la discussione in senato, come per il discorso di Cesare, cfr. Sall., Cat., 50-54.

[4]. Fu questa la così detta IVª Catilinaria.

[5]. Cic., ad Att., I, 18, 3: Exagitatus senatus, alienati equites romani. Sic ille annus duo firmamenta rei publicae, per me unum constituta, evertit.

[6]. Che le pratiche e gli accordi pel primo triumvirato siano stati conclusi dopo l’elezione consolare di Cesare non è soltanto affermato da Suet., (Caes., 19 contro Dio Cass., 37, 54 e Plut., Caes., 13; Pomp., 47; Crass., 14; App. B. Civ., 2, 9), ma è confermato dalla precisa testimonianza di Cicerone, ad Att., 2, 3, 3. Cfr. G. Ferrero, vol. I, pag. 435.

[7]. Cfr. Caes., B. G., I, 31, 4 sgg. Tutta la prima parte della campagna gallica di Cesare è raccontata in modo molto diverso dalla tradizione: le ragioni di questi mutamenti sono state esposte lungamente nell’Appendice D, pubblicata nel vol. II della traduzione francese di G. Ferrero, Grandeur et Décadence de Rome, Paris, 1915. Questa appendice manca nell’edizione italiana, nella quale il racconto segue ancora la tradizione.

CAPITOLO SECONDO L’ANNESSIONE DELLA GALLIA

9. L’esilio di Cicerone (58 a. C.). — Nei primi mesi del 58 Clodio adempiè al suo impegno, anche oltre il desiderio dei triumviri. Non solo fece approvare le leggi proposte; ma riuscì a mandare via di Roma i due maggiori uomini che potevano dar ombra a Crasso, a Pompeo e a Cesare: Catone e Cicerone. Al primo una sua legge impose di recarsi ad occupare Cipro, sebbene godesse di un governo indipendente. E Catone dovette, per quanto a malincuore, obbedire al comando del popolo. A Cicerone toccò di peggio. Clodio voleva vendicarsi della deposizione che Cicerone aveva fatta contro di lui nel famoso processo: propose dunque sui primi del 58 una legge, con la quale si minacciava l’interdictio aqua et igni a chiunque condannasse o avesse condannato a morte un cittadino romano senza appello al popolo. Era precisamente il caso dei Catilinari e di Cicerone. Il grande oratore e i suoi amici dapprima tentarono di commuovere il popolo, e sollecitarono Cesare, Crasso e Pompeo ad intervenire. Ma il popolo non si mosse; Clodio era popolarissimo; i tre capi del governo avevan troppo bisogno di lui; onde colui che i senatori e Pompeo avevano chiamato Padre della Patria, non aspettò nemmeno che la legge fosse approvata e ai primi di marzo prese la via dell’esilio, salpando alla volta della Macedonia. Appena Cicerone fu partito, Clodio si affrettò a far approvare la sua legge e a far confermare con un’altra legge l’esilio del suo nemico, relegandolo a 400 miglia da Roma, confiscandone i beni, distruggendone le case e le ville.


10. La campagna di Cesare contro gli Elvezi (58 a. C.). — Frattanto Cesare indugiava a Roma, invece di recarsi nella sua provincia, dove pure parecchi mesi prima s’era detto che una grande guerra stava per scoppiare; e non partì che a primavera, quando, sul finire di marzo, anche gli Elvezi finalmente si mossero alla loro migrazione[8]. Se veramente Cesare era persuaso che quelli fossero i nuovi Cimbri e i nuovi Teutoni, occorre dire che egli fu di una singolare imprudenza; perchè si lasciò sorprendere dal movimento elvetico con una sola legione nella Provincia, mentre altre tre si trovavano acquartierate ad Aquileia. Per fortuna, giunto che fu in gran fretta a Ginevra, non ci trovò che un’ambasceria, la quale chiedeva umilmente di poter attraversare la Provincia, per andare a stabilirsi nella Gallia. La orda era così remissiva, che accondiscese senza difficoltà ad aspettare alcuni giorni la risposta, quando Cesare di ciò la richiese; e mentre Cesare faceva venire le altre tre legioni e fortificava i punti in cui il Rodano era facile a passare tra il lago e il Giura, non cercò, in quel non breve intervallo, di forzare il passo, come avrebbe potuto senza soverchia difficoltà. Cosicchè il 13 di aprile, Cesare, ormai sicuro di poter respingere un attacco, rifiutò loro il passaggio: e allora i nuovi Cimbri e Teutoni non insistettero; e chiesero invece ai Sequani il permesso di transitare pel loro territorio.

Roma non voleva che gli Elvezi si stabilissero in Gallia, temendo un nuovo pericolo cimbrico; e il senato aveva ordinato al governatore della Narbonese di difendere gli Edui, i quali avevano implorato l’aiuto di Roma contro la nuova invasione. Cesare poteva dunque considerarsi in obbligo di inseguire gli Elvezi nell’interno della Gallia. Ritornò nella Cisalpina, arrolò due nuove legioni, passò il Monginevra, scese a Grenoble e, volgendosi a settentrione, marciò verso le frontiere della Provincia. La lentezza del supposto nemico, che conduceva seco donne, fanciulli, masserizie e viveri per tre mesi, aveva concesso al generale romano il tempo di compiere operazioni così complicate. Per un momento, anzi, Cesare, oltrepassata verso il principio di giugno la frontiera della Provincia, con circa 25.000 uomini, sperò di raggiungere gli Elvezi, mentre stavano passando la Saona, sul punto di entrare, attraversato il territorio sequano, nel territorio degli Edui. Ma per quanto egli si affrettasse, non riuscì che ad annientare una piccola retroguardia, rimasta di qua dal fiume. Passò allora con l’esercito il fiume, e si diede ad inseguire il nemico: quand’ecco presentarglisi un’ambasceria di Elvezi, alla cui testa era lo stesso loro capo, Divicone, una vecchia conoscenza dei Romani, perchè tanti anni prima, giovanissimo, aveva preso parte all’invasione dei Cimbri e dei Teutoni. Questa ambasceria dichiarò che gli Elvezi non avevano alcuna intenzione di far la guerra a Roma; che volevano solo stabilirsi in Gallia e con il consenso dei Romani.... Le richieste non avrebbero potuto essere più discrete: ma chi le faceva era un antico capo dell’orda cimbrica e Cesare non si fidò. Respinse le proposte e ricominciò a seguire a qualche distanza gli Elvezi, che avevano ripresa la marcia, senza tuttavia subito attaccarli, parte perchè aspettava una buona occasione, parte perchè i suoi movimenti erano di continuo intralciati dalla mancanza di vettovaglie. A queste si erano incaricati di provvedere gli Edui: ma troppo spesso al loro impegno mancavano, allegando ora un pretesto ora un altro. Cesare volle alla fine mettere le cose in chiaro; fece un’inchiesta; e allora, per la prima volta, si accorse che inseguendo gli Elvezi era venuto a cacciarsi nel tremendo ginepraio delle discordie galliche. Se il governo eduo gli aveva chiesto aiuto contro gli Elvezi, c’era tra gli Edui un partito — e potentissimo — che considerava gli Elvezi come amici. Anche tra gli Edui, come presso quasi tutti i popoli gallici, la vecchia nobiltà, che fin allora aveva tenuto il potere, impoveriva e si indebitava; arricchiva invece e predominava una piccola plutocrazia, che accaparrava terre e capitali, monopolizzava la riscossione delle imposte, esercitava con grande profitto l’usura, e, appoggiandosi sulla plebe, ch’essa si studiava di favorire e accarezzare, lottava per spodestare la vecchia aristocrazia, instaurando dei governi personali, non dissimili da quello, che Cesare, Crasso e Pompeo avevano costituito in Roma. Questo partito aveva sollecitato gli Elvezi a venire in Gallia, perchè sperava di servirsene come di una milizia, sia per scacciare Ariovisto, sia per consolidare il suo potere; ed ora cercava di favorirli, tagliando i viveri ai Romani.

Entrato in Gallia come un liberatore, Cesare s’accorgeva ad un tratto che una parte di coloro che egli voleva liberare, erano amici del nemico e se la intendevano segretamente con lui ai danni del presunto salvatore. Egli fu così preoccupato di questa strana posizione, che deliberò di ritornare indietro, per provvedere meglio al proprio vettovagliamento. Ma allora gli Elvezi attaccarono d’improvviso i Romani. Lo scontro fu lungo e difficile; e Cesare potè disimpegnare il grosso delle sue legioni solo a costo di perdite gravi. Cosicchè, mentre il tanto inseguito nemico poteva tranquillamente proseguire verso il nord, egli era obbligato a restare tre giorni sul posto per seppellire i morti e rimediare a tutto lo scompiglio arrecato da quell’attacco improvviso. Quel che sarebbe successo se Divicone lo avesse assalito di nuovo il giorno dopo, è difficile dire: ma gli Elvezi non volevano la guerra a oltranza con Roma; e stanchi della lunga marcia, impressionati dalle difficoltà dell’emigrazione e dalla ostilità dei paesi che attraversavano, forse anche atterriti dalle loro stesse vittorie e dalle prevedute vendette di Roma, offersero novamente pace. E l’ottennero a condizioni che mostrano quanto poco Cesare sentisse d’averli vinti. Quelli che vollero tornarono nel loro antico territorio, ma ottenendo da Cesare il titolo di alleati del popolo romano: quelli che vollero restare in Gallia, ebbero territori dagli Edui (58 a. C.).


11. La guerra contro Ariovisto (58 a. C.). — La prima impresa di Cesare in Gallia era finita senza una grande vittoria e per di più aveva alienato da Roma il partito nazionale e le moltitudini. Il solo a cui la guerra di Roma contro gli Elvezi giovava era appunto Ariovisto. Cesare non tardò ad accorgersene nell’assemblea generale dei Galli, che venne spontaneamente a radunarsi dopo la pace con gli Elvezi; e nella quale le città galliche gli domandarono di liberare la Gallia da Ariovisto. Egli era venuto come un liberatore: quello, non gli Elvezi, era il nemico della Gallia[9]. Cesare capì che il prestigio suo e di Roma era finito, se egli non faceva e subito la guerra contro Ariovisto e non liberava la Gallia dal pericolo germanico. Ma il re degli Svevi, non era solo un nemico forte; era anche stato dichiarato dal senato, l’anno prima, «amico ed alleato del popolo romano». Mancava dunque la ragione legale della guerra: il che accresceva per Cesare il pericolo di farla, nel caso che fosse vinto. Tuttavia l’impegno era tale, che Cesare non esitò; e subito prese a cercare un casus belli. Intimò dunque ad Ariovisto di non condurre altri Germani in Gallia, di restituire agli Edui gli ostaggi, di smettere da ogni molestia o atto di guerra contro questo popolo ed i suoi alleati: cercò insomma di trovare il pretesto di un litigio con Ariovisto nell’incarico di difendere gli Edui, che il senato gli aveva commesso. Ma Ariovisto rispose — e non senza acutezza — che il senato, dichiarandolo amico e alleato, aveva riconosciuto tutte le conquiste da lui fatte in Gallia. Cesare allora dichiarò la guerra e marciò alla volta del Reno. La battaglia fra le legioni e le schiere di Ariovisto ebbe luogo nell’Alsazia superiore, forse non lungi da Mülhouse. Ma questa volta, l’esercito romano ebbe interamente ragione di un nemico, che la voce pubblica diceva feroce e crudele. I Germani furono gettati al di là del Reno, e lo stesso Ariovisto potè a mala pena scampare alla morte con la fuga (settembre 58).


12. Il richiamo di Cicerone e la prima crisi della triarchia. — La dominazione germanica in Gallia era caduta per secoli; la Gallia era restituita a se stessa. Cesare aveva questa volta riportato una vera e grande vittoria, i cui effetti durerebbero nei secoli. Ma il giudizio dei contemporanei sugli eventi è spesso fallace; e Roma si accorse appena di questa vittoria, che apriva alla lingua e allo spirito latino una delle terre privilegiate dell’Europa. Roma era tutta intenta a ben altra faccenda: l’ingiusto bando di Cicerone. Esiliando Cicerone per la condanna dei congiurati, Clodio aveva abusato della sua potenza. Passato il primo spavento, la pubblica opinione si era riavuta. Quanti non erano contenti, specie in senato, del governo della triarchia, avevano visto subito nella prepotenza di Clodio un’arma per nuocere a Crasso, a Pompeo e a Cesare; e quindi non avevano risparmiato fatiche per commuovere il pubblico a favore di Cicerone: il pubblico, che amava e ammirava Cicerone, si era a poco a poco appassionato: persin dei collegia di artigiani e dei municipi d’Italia avevano chiesto il richiamo. In breve, mentre Cesare combatteva Ariovisto, Roma dimenticava ogni altra cosa, non pensava che a Cicerone e al modo di rendergli giustizia. Pompeo stesso che, come Cesare del resto, aveva subìto, più che voluto, questa vendetta del tribuno, non aveva tardato, per non contrariare troppo il pubblico, a dichiararsi favorevole al ritorno del grande uomo. Senonchè Clodio, che dell’esilio di Cicerone aveva fatto un impegno personale, non aveva esitato a rivoltarsi perfino contro Pompeo, attaccando la sua politica in Oriente, andando alla testa di bande armate a disturbare i comizi pubblici, agitando Roma con continue dimostrazioni e tumulti, e cercando di imporsi alla viltà universale con il terrore. Gli avversari, esasperati, si intestarono ancor di più a volere a Roma a tutti i costi Cicerone; le elezioni, fatte sulla disputata questione, furono favorevoli alla nobiltà, anche perchè Pompeo si era accostato al partito senatorio. La causa di Cicerone procedeva dunque a gonfie vele; e già i consoli e i tribuni si preparavano a presentare una legge per il suo richiamo. Ma Clodio non era uomo da dichiararsi vinto così facilmente e, anche scaduto da tribuno, tentò impedire con la forza l’approvazione della legge. Roma era piena di tumulti e di risse.


13. La guerra contro i Belgi (57 a. C.). — Insomma, le cose volgevano piuttosto male a Roma per Cesare. Roma non badava a quel che Cesare faceva in Gallia, e il governo personale dei tre potenti vacillava, dopo un anno, per la discordia nata dalla questione del richiamo di Cicerone tra Pompeo e Clodio. Il congegno elettorale, con cui egli si era immaginato di dominare la repubblica, stava per spezzarsi. Era doppiamente necessario per Cesare di compiere, l’anno prossimo, in Gallia, qualche impresa anche maggiore. Avendo appreso nell’inverno dal 58 al 57 che la Gallia settentrionale, il potente paese dei Belgi e la parte occidentale della Gallia del Nord, l’Armorica, ossia tutte le popolazioni gallo-germaniche, stendentisi tra il Reno, la Schelda, l’Atlantico e la Senna, si agitavano, inquiete per la presenza delle legioni romane, svernanti in Gallia, deliberò di andare incontro nella prossima primavera al pericolo, interpretando anche egli l’incarico avuto dal senato così largamente, come aveva fatto Lucullo nell’ultima guerra mitridatica.

Era una impresa difficile quella a cui Cesare si accingeva. Cinquant’anni prima, la Belgica aveva resistito strenuamente a quei Teutoni e Cimbri, che più volte avevano sconfitto gli eserciti romani. Si diceva che potesse mettere in campo 350.000 guerrieri; ed era paese ignoto. Nè c’era da far molto assegnamento sulla fresca amicizia dei Galli del centro. Cesare arrolò due nuove legioni e molti arcieri e frombolieri in Asia, a Creta, nelle Baleari; persuase gli Edui a invadere il paese dei Bellovaci, il più forte dei popoli Belgi; ed andò ad aspettare l’orda belga che si avanzava, sull’Aisne, dove si trincerò. I Belgi arrivarono e si trincerarono alla loro volta: i due eserciti stettero parecchi giorni a guardarsi, ciascuno aspettando che l’altro l’attaccasse; ma nessuno dei due volle fare il giuoco dell’avversario, e alla fine un giorno, dopo poche scaramucce, l’esercito belga si ritirò. La meraviglia di Cesare fu così grande, che a tutta prima dubitò di un inganno. Solo più tardi egli seppe che i Bellovaci, preoccupati della invasione degli Edui, avevano voluto ritirarsi a difendere il proprio paese. Quella defezione, l’imperfetto servizio delle sussistenze, il timore della potenza romana avevano sciolto la lega. La fortuna aveva dunque mirabilmente servito Cesare; il quale comprese che quello era proprio il momento di dar addosso al nemico sparpagliato e di domare una ad una quelle tribù valorose, ma volubili. Fu questa la seconda e più fortunata fase della sua guerra belgica. Uno dopo l’altro i Suessioni, i Bellovaci, gli Ambiani, gli Aduatici, perfino i terribili Nervii, i più bellicosi fra i Belgi, furono per amore o per forza assoggettati (57 a. C.).


14. L’annessione della Gallia (56 a. C.). — Senonchè mentre Cesare combatteva con fortuna in Gallia, le cose precipitavano a Roma. Cicerone era finalmente ritornato, accolto in tutta l’Italia da entusiastiche dimostrazioni; ma solo dopo che Pompeo aveva trovato un tribuno della plebe, Tito Annio Milone, il quale aveva raccolto una banda di gladiatori e di bravi, e con quella, tra tumulti, zuffe e sangue, fatta approvare, il 4 agosto del 57, la legge che lo richiamava. Ma Clodio non si era dato per vinto: aveva annunziato la sua candidatura alla edilità per l’anno prossimo; aveva tentato di sollevare il popolo contro Pompeo, spargendo la voce che questi faceva la carestia per essere creato re di Roma; cercava d’impedire, per mezzo di tribuni amici, che si ripagasse a Cicerone la casa distruttagli; e infine nelle elezioni per il 56 aveva portato l’inatteso soccorso delle sue bande elettorali ai candidati del partito senatorio, avversi alla triarchia, facendo loro conquistare tutti i posti di pretore e i due consolati. Come se tanti guai non bastassero, la questione dell’Egitto era inopinatamente risorta. Tolomeo Aulete, che Cesare aveva ufficialmente fatto riconoscere re d’Egitto, era stato scacciato da una rivoluzione ed era in quel tempo tornato a richiedere la protezione della repubblica. Ma troppi erano quelli che ambivano l’incarico di restituirlo sul trono: primo fra essi Pompeo. Invece il senato, al solito, non ne voleva sapere, e la sua opposizione era apertamente o nascostamente aiutata da Clodio, e, pare, anche da Crasso. Insomma quel governo personale e di clientela, che doveva sostituire il senato invecchiato e impotente, si sfasciava appena formato; e verso la metà del 57, potè sembrare ormai spacciato. Clodio, per vendetta, era passato interamente al partito senatorio e già aveva tentato di far abrogare le leggi del 59. Fu allora che la mente vasta e ardita di Cesare concepì un’idea grandiosa, che doveva aver nella storia effetti immensi, oggi ancora vivi e profondi. Le vittorie sui Belgi avevano commosso Roma profondamente. Secondo dirà poco di poi Cicerone, fino a quel momento i generali della repubblica, Mario compreso, erano stati paghi di respingere i Galli: Cesare invece era entrato nel loro paese. Che cosa dunque si sarebbe pensato se Cesare ora, d’un colpo, avesse annunziato a Roma che la Gallia Transalpina poteva considerarsi soggetta a Roma tal quale come le Spagne, la Macedonia, la Siria?

Fu questa l’idea che egli venne maturando dopo le vittorie sui Belgi. Per porla ad effetto, spedì il suo luogotenente P. Crasso, con una legione, nella Gallia occidentale a ricevere pro forma l’atto di sommissione delle tribù sparse tra le foci della Loira e della Senna; e un altro suo luogotenente, Sulpicio Galba, con una legione, nell’alto Vallese, presso il Gran San Bernardo. Dopo di che tornò rapidamente nella Cisalpina, annunziando al senato ch’esso poteva deliberare l’annessione della Transalpina ed inviare, come di regola, i dieci commissari, che avrebbero dovuto organizzare, insieme con il proconsole, la nuova provincia. Era questa un’audacia quale nessun altro generale romano aveva ancora osato: affermare che due guerre e due anni erano bastati a conquistare un paese così vasto e del quale tante parti non avevano ancora visto l’elmo d’un legionario o la toga di un magistrato romano. La temeraria affermazione scatenerebbe nella Gallia un uragano di guerre, assai più tremende di quelle che Cesare aveva fin allora sostenute: ma l’impegno solenne, al quale Cesare incatenava la Repubblica, costringerebbe questa, e il suo audace generale, a compiere una conquista, che distraendo Roma dai facili successi orientali, avrebbe spostato l’asse della civiltà verso Occidente.


15. Il convegno di Lucca e il consolato di Crasso e di Pompeo (56-55 a. C.). — All’annunzio l’Italia tutta andò in delirio per la gioia. Roma aveva avuto per tanti secoli tanta paura dei Galli, che nessuna conquista poteva sembrargli più meravigliosa di questa o rallegrarla maggiormente. Il popolo deliberò di inviare a Cesare una deputazione di senatori per felicitarlo della vittoria; il senato, cedendo all’opinione pubblica, decretò una supplicazione di quindici giorni, la più lunga ordinata fino ad allora; molti avversari dell’anno innanzi si convertivano all’ammirazione. Cesare diventò l’idolo del pubblico; e di questo fugace favore approfittò per ricostituire il governo del 59: urgente bisogno, perchè dopo Cicerone anche Catone ritornava da Cipro. Convocò dunque Crasso e Pompeo a Lucca, dove i suoi amici giunsero, seguiti da una vera corte di senatori, ed espose loro un vasto piano, con il quale avrebbero salvato la comune potenza, ormai pericolante sotto i colpi della ringagliardita opposizione. Crasso riconcilierebbe Clodio con Pompeo; ed ambedue si proporrebbero candidati al consolato per l’anno 55: durante il consolato essi farebbero prolungare a lui, per altri cinque anni, il comando della Gallia e assegnargli i fondi per pagare le legioni che aveva reclutate, oltre quelle assegnategli dal senato, dopo il principio della guerra: egli conquisterebbe in quei cinque anni la Britannia e porterebbe le legioni oltre il Reno; Crasso, dopo il consolato, avrebbe avuto la provincia della Siria e compiuto la conquista della Persia; quanto all’Egitto, ambedue ne deporrebbero l’idea, ma si incaricherebbe Gabinio di ricondurre, senza autorizzazione del senato, Tolomeo nell’Egitto, a condizione che pagasse a ciascuno di loro una somma considerevole. Sembra che la somma chiesta da Cesare fosse di 17 milioni e mezzo di sesterzi. In cambio, Pompeo avrebbe, dopo il consolato, per cinque anni, le due Spagne.

Non sappiamo quali discussioni ebbero luogo tra Crasso, Pompeo e Cesare; ma sappiamo che essi si misero d’accordo e che quella specie di rivoluzione politica, adombrata da Cesare nell’anno del consolato, sembrò acquistare forma e corpo di saldo governo. Tre clientele e tre capi potentissimi governerebbero d’accordo, in luogo del senato, la repubblica; e invece di temporeggiare con prudenza, come il senato faceva, conquisterebbero tutto ciò che potevano: dopo la Gallia, la Britannia e la Persia. E per un istante la repubblica sembrò davvero, per effetto del rinnovato accordo, riordinarsi ed agire. Nessuno pensò più ad abrogare la legge agraria di Cesare; Cicerone rispose trionfalmente, in senato, con la sua storica orazione de provinciis consularibus, a coloro che, poichè la Gallia era conquistata, avrebbero voluto scorciare e ridurre i poteri proconsolari di Cesare; la proposta di ordinare la Gallia Transalpina in provincia e di inviare all’uopo i dieci legati senatorî fu approvata[10]. I popoli della Gallia con cui Roma aveva trattato di alleanza, come gli Edui e i Sequani, i popoli più ricchi e civili del centro, conservarono la indipendenza con il titolo di alleati; mentre le barbare popolazioni del settentrione e dell’occidente furono sottomesse al dominio romano. Per impedire infine che i consoli in carica si valessero dei loro poteri per fare ostruzione alle candidature di Pompeo e di Crasso, si trovò modo di rimandare le elezioni sino ai primi giorni del 55, e di farle sotto la presidenza di un interrex amico. Crasso e Pompeo furono eletti; e, appena eletti, brigarono affinchè anche la maggioranza delle restanti magistrature fosse occupata dai loro amici. Così M. Porcio Catone non fu eletto pretore e riuscì in suo luogo P. Vatinio, l’autore della legge che nel 59 aveva conferito a Cesare il governo delle Gallie. A tenore delle leggi vigenti, il senato aveva già in anticipazione decretato che ai consoli dell’anno toccassero, per il 54, rispettivamente, la Siria e la Spagna ulteriore. Ma i due consoli provvidero subito anche a questo: un tribuno, C. Trebonio, propose che il duplice proconsolato fosse invece quinquennale, e che non solo la Spagna ulteriore, ma le due Spagne, ulteriore e citeriore, fossero affidate a Pompeo. Approvata questa, i due consoli fecero approvare un’altra legge che prorogava di cinque anni a Cesare il comando delle Gallie e dell’Illiria. Restavano le difficoltà egizie.... Se non che ad un tratto si apprese a Roma che Tolomeo era stato ricondotto in Egitto; che sua figlia Berenice, la quale aveva in sua assenza usurpato il trono, era stata uccisa; che il nodo egiziano era stato tagliato, e tutto ciò per opera del governatore della Siria, A. Gabinio. Gabinio aveva agito, senza aspettare gli ordini del senato, per incarico di Pompeo.

Note al Capitolo Secondo.

[8]. Sul numero degli Elvezi, cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, Milano, 1902, vol. II, p. 3.

[9]. Sull’interpretazione della complicata questione gallica in questo tempo, cfr. G. Ferrero, Grandeur et Decadence de Rome, vol. II, App. D; Idem, Le premier livre des Commentaires et les critiques de M. T. Rice Holmes, in The Classical Quarterly, 1910, pp. 28 sgg.

[10]. La Gallia Transalpina fu veramente eretta a provincia nel 56 a. C. Cfr. Cic., De prov. cons., 12, 29; 13, 32-33; 14, 34; Cic., ad fam., I, 7, 10; Dio Cass., 39, 25, 1; G. Ferrero, in Revue arch., 1910 (15), pp. 93 sgg. e, per una più ampia informazione C. Barbagallo, L’opera storica di G. Ferrero e i suoi critici, Milano, Treves, 1911, pp. 197-209.

CAPITOLO TERZO LA CRISI DELLA POLITICA CESARIANA

16. L’impresa di Britannia e la disfatta di Crasso in Oriente (55-53 a. C.). — Ma le cose, per un istante composte, non tardarono a guastarsi di nuovo. Mentre Pompeo e Crasso portavano ad effetto in Roma gli accordi del congresso di Lucca, la Gallia incominciava a dimostrare che era stata annessa a parole, non conquistata con il braccio. Già nel 56 Cesare aveva dovuto guerreggiare parecchi mesi per reprimere una insurrezione degli Armorici e dei Veneti. Era riuscito a domarli; e aveva fatto gran bottino, incominciando il saccheggio delle Gallie. Aveva anzi preparato per il 55 l’invasione della Britannia.... Ma al momento di muoversi, era stato trattenuto da un’invasione germanica, che irrompeva in Gallia, non più paventata e maledetta, ma sollecitata dagli indigeni, come l’avanguardia di un esercito liberatore. Erano queste le orde degli Usipeti e dei Tencteri. Con la rapidità consueta Cesare mosse contro gli invasori, intimando loro di ripassare il Reno; con uno strattagemma poco leale, fece prigionieri i loro capi venuti a lui in ambasceria, e condusse le sue legioni contro l’esercito germanico rimasto senza duci. La sconfitta, che egli inflisse alle orde, fu grave; e fu seguita da una sua breve incursione al di là del Reno: ma questa guerra gli aveva fatto perdere troppo tempo perchè Cesare potesse ancora, in quell’anno, tentare la divisata invasione della Britannia. Si contentò dunque di fare nell’isola un rapido sbarco con due legioni, e rimandò l’impresa all’anno seguente.

L’anno seguente, il 54, Roma tenterebbe dunque di conquistare in Asia niente meno che l’impero dei Parti; in Europa, la grande isola che un breve braccio di mare separava dalle coste della Gallia. Come il Ponto e come l’Armenia, il regno di Parzia era sorto, fin dalla metà del III secolo a. C., dal disfacimento del grande regno Seleucida. Ma forse per la lontananza, sino a questo momento Roma e l’impero dei Parti non erano stati nè amici nè nemici. Indifferente spettatore della prima guerra mitridatica, l’impero dei Parti aveva accennato, durante la seconda, ad allearsi con il Ponto e l’Armenia contro Roma, ma aveva poi desistito; e, quando Pompeo aveva sostituito Lucullo, si era messo da prima dalla parte di Roma, aiutandolo a conquistare l’Armenia; poi aveva accennato a rivoltarsi, attaccando l’Armenia cliente e vassalla di Roma; ma di nuovo aveva desistito. A sua volta Roma aveva ondeggiato tra opposti propositi: Lucullo aveva pensato a conquistare anche il regno dei Parti, ma era stato fermato dai soldati in rivolta; Pompeo si era prima inteso con i Parti, poi, ad un certo momento, aveva anch’egli inclinato alla guerra; finalmente si era deciso per l’amicizia. Dopo il ritorno di Pompeo in Italia l’incertezza aveva perdurato. C’era un partito che voleva vivere in pace con i Parti; ed era forte assai in senato[11]. C’era un partito, che voleva far loro la guerra rinnovando le gesta di Alessandro; e contava i suoi campioni più ardenti tra gli ufficiali, che avevano accompagnato Lucullo e Pompeo in Oriente, e tra gli amici di Crasso, di Pompeo e di Cesare. Il convegno di Lucca aveva deliberato di dar soddisfazione alla parte che voleva la conquista; e Crasso s’era assunto la difficile impresa. Il suo disegno era, anzi, forse più vasto: ricalcare le orme di Alessandro, penetrare nell’Iran e portare le aquile romane fin sulle rive sacre dell’Indo. Partito da Roma sul finire del 55, egli aveva imbarcate a Brindisi nove legioni di 3500 uomini l’una, più 5000 cavalieri e 4000 ausiliari; in tutto 40.000 uomini; era sbarcato a Durazzo e per la via Egnazia aveva attraversato nell’inverno l’Epiro, la Macedonia, la Tracia; passato il Bosforo, era entrato, nella primavera del 54, nella Siria settentrionale, aveva rilevato Gabinio dal suo comando; poi, fatti gli ultimi preparativi, aveva invaso, durante l’estate del 54, la Mesopotamia indifesa e occupato parecchie città; allora si era fermato. Egli voleva — e il piano era ingegnoso — attrarre il nemico in Mesopotamia, per non essere attaccato troppo lontano dalle sue basi di operazione. Frattanto Cesare aveva, nell’estate del 54, invasa la Britannia con una grossa armata e cinque legioni; ma, pur essendo riuscito ad internarsi nel paese al di là del Tamigi, e a vincere l’esercito nemico, presto tornò sul continente, pago solo della vana promessa di un tributo annuo. Le cose pericolavano troppo in Gallia, perchè egli potesse impegnarsi sul serio a conquistare la Britannia. I Carnuti, i Senoni, gli Aduatici, i Treviri, erano o in aperta rivolta o irrequietissimi; cosicchè gli fu forza non solo rinunciare a passar l’inverno, dal 54 al 53, nella Cisalpina, ma passarlo in Gallia, combattendo e battagliando, come poteva, nella stagione cattiva: per ricominciare poi con maggior vigore alla primavera del 53, nel tempo stesso in cui Romani e Parti ripigliavano le armi in Oriente.

Qui la mossa di Crasso parve da prima riuscire. Nella primavera del 53 le guarnigioni romane, lasciate in Mesopotamia, erano assediate dai Parti. I Parti venivano dunque a tiro.... Ma in verità il re dei Parti aveva mandato quasi tutta la cavalleria, leggiera e pesante, sotto il comando del Surena o generalissimo nella Mesopotamia, mirando anch’esso ad attirare i Romani più lungi che potesse dalle loro basi di operazioni. I due avversari impiegavano adunque lo stesso strattagemma: ma i Parti in un terreno ad essi meglio noto e con un esercito più addestrato a quel modo di combattere. Per maggior disgrazia, Crasso si persuase troppo facilmente di avere ingannato il nemico; e subito varcò l’Eufrate, per correre al soccorso delle città assediate. Ma il nemico, appena i Romani ebbero varcato l’Eufrate, levò subito l’assedio, e, come preso da panico, si ritirò precipitosamente verso l’interno.

Questa ritirata mise in sospetto molti tra gli ufficiali di Crasso, i quali consigliarono di fermarsi e di vedere più chiaro nelle intenzioni del nemico. Ma Crasso cadde invece nel tranello; e credendo quello il mezzo di finire presto la guerra, si slanciò alle calcagna dei Parti. Per giorni e giorni li inseguì nel deserto, senza raggiungerli: ogni passo avanti acuiva la smania di agguantare a ogni costo il fuggente avversario; ma ogni giorno pure cresceva la stanchezza e l’inquietudine dell’esercito.... Quando, un giorno, appena passata la città di Carre, mentre i Romani erano per toccare le rive del Belik, i Parti, fermatisi ad un tratto e voltatisi, offrirono battaglia. L’ora tanto aspettata era giunta, ma sorprendeva l’esercito romano stanchissimo. Gli ufficiali volevano rimandare la battaglia e aspettare; ma Crasso, sempre pauroso che il nemico gli sfuggisse, ordinò di attaccare. Fu uno strano combattimento, di un genere a cui l’esercito romano non era adusato. La cavalleria pesante dei Parti attaccava con impeto le coorti romane, eludendo con le sue manovre qualunque contrattacco, mentre gli arcieri e i frombolieri a cavallo riversavano incessantemente sul nemico una grandine di proiettili. Questi ripetuti assalti non riuscirono a romper le legioni romane, ma inflissero loro molte perdite; cosicchè, alla sera, Crasso dovette dare l’ordine della ritirata. Ma l’esercito era scoraggiato, pervaso di strani terrori, e il mobile nemico non gli dava tregua. Rapidamente la disciplina si rallentò, i corpi incominciarono a sbandarsi e la ritirata a volgersi in fuga; finchè un giorno i soldati, sobillati da emissari del Surena, che prometteva loro di lasciarli ritornare tranquilli in patria, se acconsentivano a trattar la pace, costrinsero Crasso a recarsi al colloquio. Crasso diffidava del tranello; ma preferendo perire per mano nemica che trucidato dai propri soldati, si recò al fatale invito, e fu ucciso il 9 giugno del 53. Il capo fu inviato alla Corte del re dei Parti; e le ossa non ebbero sepoltura. Dei soldati una parte si disperse, o fu fatta prigioniera.


17. L’anarchia a Roma (54-53 a. C.). — Era una sciagura pari alle maggiori sofferte nei secoli dalle armi romane. E la notizia giunse a Roma nel mese di luglio, quando solo da poco tempo, dopo sette mesi di interregno, si era riusciti a eleggere i magistrati per l’anno stesso, che, secondo le leggi, avrebbero dovuto essere eletti verso la metà dell’anno precedente. Come era accaduto un così grande ritardo? Il governo personale di Crasso, di Pompeo e di Cesare aveva di nuovo, come nel 58, sebbene per altra via, generato l’anarchia. Soltanto il senato, con la sua autorità, poteva ancora infrenare un poco e tenere a segno le ambizioni che scendevano ogni anno a misurarsi nell’agone elettorale. Che pandemonio erano diventate le elezioni, dopochè il senato era stato esautorato! In quell’anno, poi, le candidature erano state così numerose; tanti gli intrighi, le violenze, le corruzioni, le mine e le contromine dei candidati e i loro accorgimenti d’ostruzione, che non si era potuto eleggere nessun magistrato. Pompeo, che invece di andare in Spagna era rimasto nei pressi della città, molle e irresoluto come al solito, non aveva fatto nulla. Questi scandali avevano non poco nociuto al governo e ai suoi capi, a Cesare soprattutto, che era il più discusso e il più bersagliato. La rovina di Crasso non poteva non accrescere questo malessere. Avevano dunque ragione Catone e i suoi amici, che si erano sempre opposti alla spedizione e all’avventurosa politica di tre troppo potenti capi della Repubblica! Peggio ancora fu, quando le elezioni per l’anno 52 scatenarono di nuovo l’anarchia. Erano candidati al consolato Milone, Publio Plauzio Ipseo e Quinto Cecilio Metello Scipione, figlio adottivo di Metello Pio; alla pretura l’immancabile Clodio; alla questura un ufficiale di Cesare venuto apposta dalla Gallia, Marco Antonio. La gara delle ambizioni infuriò di nuovo; Pompeo abbandonò Milone; Clodio per far dispetto a costui sosteneva gli altri due candidati; e i candidati partigiani degli uni e degli altri incominciarono a battagliare per le vie. Invano i consoli tentarono a più riprese di tener i comizi; alla fine il Senato, non Intendo altro, deliberò di proporre al popolo una legge, per la quale un magistrato non avrebbe potuto ottenere una provincia, se non cinque anni dopo esercitata la magistratura. Si sperava di chetare così un poco la furibonda concorrenza alle magistrature. Ma intanto si giunse alla fine dell’anno senza aver nominato i magistrati e non si potè nemmeno nominare l’interrex, perchè un tribuno si oppose. Quando, al principio del 52, e proprio il 18 gennaio, Clodio, tornando con il suo seguito da Bovillae, si incontrò sulla via Appia con Milone che, accompagnato dal suo seguito, andava a Lanuvio. Le due parti vennero alle mani, e Clodio fu ammazzato. Questa violenza bastò per scatenare la rivoluzione. Il popolino di Roma, eccitato dai clienti di Clodio, dopo averne celebrato i funerali con una pompa quasi selvaggia, appiccò le fiamme del rogo, nel quale il corpo del suo idolo era scomparso, alla curia stessa del senato. L’incendio si propagò alla basilica Porzia, e di qui ai maggiori e più venerati monumenti romani: Roma fu per giorni e giorni piena di tumulti, di incendi, di risse, di dimostrazioni, di grida....


18. La grande rivolta della Gallia (53-52 a. C.). — Roma non era proprio la città in cui i governi personali potessero troppo facilmente imporsi, dopo tanti secoli di governo aristocratico. Di nuovo il sistema politico, immaginato da Cesare, si dissolveva. Perciò appunto, sulla fine del 53, Cesare aveva lasciata la Gallia Transalpina e si era avvicinato all’Italia, comprendendo che era necessario aiutar Pompeo e la sua fazione a rimettere un po’ d’ordine nella turbata repubblica. Ma Cesare aveva appena vôlto le spalle alla Transalpina, ancora irrequieta, che i corrieri delle Gallie lo raggiunsero. L’incendio riardeva: i Carnuti avevano trucidato i mercanti italiani ed erano insorti di nuovo; gli Arverni avevano rovesciato il governo amico di Roma, e condotti da un giovane principe, già amico di Cesare, Vercingetorige, avevano innalzato la bandiera della rivolta; i Senoni, i Parisii, i Pictoni, i Cadurchi, i Turoni, gli Aulerci, i Lemovici, gli Andi e tutti i popoli abitanti sulle rive dell’Oceano si erano sollevati, riconoscendo Vercingetorige come capo; i Sequani tentennavano; gli Edui, rimasti fedeli, stavano per esser chiusi, e le legioni romane con essi, come in un cerchio di ferro; un esercito già si avviava verso la Gallia Narbonese, mentre un altro invadeva il territorio dei Biturigi, tributari degli Edui. Cesare non esitò un istante: abbandonò l’Italia, Roma e Pompeo al loro destino: e volò nella Narbonese. Rinforzò alla meno peggio la difesa; poi con poche coorti, in pieno inverno, valicando le Cevenne coperte di neve, si gettò sull’Arvernia, volendo far credere al nemico che invadeva con grandi forze tutto il paese. Infatti Vercingetorige, ingannato da questo attacco, accorse con l’esercito in difesa della sua patria assalita. Allora Cesare, ripassate le Cevenne e ritornato nella Provincia, con un piccolo corpo di cavalleria che vi aveva lasciato, cavalcando notte e giorno, mentre gli insorti lo credevano tra gli Arverni, potè arrivare inaspettato nel paese dei Lingoni, mettersi a capo delle due legioni che vi stanziavano, ordinare che le altre legioni, sparse per la Gallia, si raccogliessero ad Agendicum (Sens). Così, in pochi giorni, si ritrovò a capo del suo esercito: 35.000 uomini di fanteria, più gli ausiliari gallici e qualche contingente di cavalleria. Erano queste tutte le forze, di cui poteva disporre; e non erano molte: ma non c’era da esitare.... L’audacia sola poteva salvarlo. Difatti, con un sì esiguo esercito, in mezzo ad un paese in fiamme, Cesare prese una risoluta offensiva. In pochi giorni attaccò e prese Vellaunodunum, incendiò Genabum (Orléans), passò la Loira, entrò nel paese dei Biturigi, assediò Noviodunum.

Vercingetorige, che non era riuscito a fermarlo, immaginò allora un piano di guerra, che, applicato senza pietà, avrebbe potuto riuscire rovinoso ai Romani; fare il vuoto intorno al nemico devastando i paesi; molestarlo e affamarlo ogni giorno con assalti improvvisi di cavalleria, con catture di convogli e di rifornimenti. Senonchè, appena fu messo mano ad eseguire il piano, i Biturigi scongiurarono l’implacabile eroe delle libertà galliche di risparmiare la loro capitale Avarico, la futura Bourges, ch’essi s’impegnavano a difendere fino all’estremo. Vercingetorige ebbe la debolezza di cedere; cosicchè Cesare, invece di smarrirsi nel vuoto, correndo nel deserto dietro un nemico inafferrabile, ebbe un punto saldo su cui dirigersi e colpire: Avarico. Vercingetorige non osò soccorrerla; i Biturigi avevano troppo presunto delle loro forze; Cesare con un vigoroso assedio di poche settimane la prese, trucidò tutta la popolazione, e si impadronì di tutte le provvigioni accumulate nella città.

Questa vittoria non permetteva soltanto a Cesare di riposare e rifornire l’esercito nella ricca e ben provvista città; ma rialzava il prestigio delle armi romane e scoraggiava gli insorti. Non aveva Cesare distrutto Avarico, sotto gli occhi di Vercingetorige, senza che costui osasse soccorrerla? Non era manifesto che Cesare era il più forte? Cesare dovette illudersi addirittura d’aver vinto la guerra, se si indusse a dividere le forze. Quattro delle sue dieci legioni andrebbero, agli ordini di Labieno, contro i Sequani e i Parisii, che da poco avevano ingrossato le file dell’insurrezione, mentre egli stesso con sei legioni colpirebbe l’insurrezione al cuore, attaccando il territorio degli Arverni e obbligando Vercingetorige ad accettare la battaglia, che terminerebbe la guerra. E così fece. Invano Vercingetorige tentò d’impedirgli di varcare l’Allier. Cesare eluse con uno strattagemma la sua sorveglianza; e invase l’Arvernia, ponendo l’assedio a Gergovia, per farle subire la stessa sorte di Avarico. Ma egli non aveva più che sei legioni; e Gergovia resistette ostinata.... L’assedio andò per le lunghe; questo suo prolungarsi incominciò a rianimare il coraggio dei Galli; Cesare volle finirla, e diede l’assalto alla città; ma fu respinto con tali perdite, che dovette risolversi ad abbandonare l’impresa e a riprendere la via del nord, per ricongiungersi con Labieno.

Le conseguenze dell’errore furono assai funeste. Là sconfitta di Gergovia, annunziata ovunque ed esagerata, scosse le popolazioni rimaste fedeli; perfino gli Edui passarono al nemico, togliendo ai Romani la miglior base di rifornimento e tagliando le comunicazioni di Cesare con Labieno. Cesare capì che occorreva ricongiungersi al più presto e a qualunque costo con Labieno: per non perdere tempo a far dei ponti si cacciò nella Loira con l’esercito, e la passò a guado; poi, risalendo verso il settentrione a marce forzate, raggiunse Labieno, probabilmente ad Agendicum. Labieno aveva combattuto con fortuna i Senoni e i Parisii: ma a che servivano queste vittorie? Tutta la Gallia ormai era insorta; a Bibracte stava per radunarsi una dieta nazionale, che chiamerebbe alle armi tutti i popoli gallici; che fare con poco più di 30.000 uomini, in un paese tutto in rivolta? Cesare deliberò di abbandonare per il momento la Gallia, ritirandosi nella Provincia: ma il traversar la Gallia in fiamme con quel piccolo esercito, gli parve impresa così pericolosa, che prima di muoversi volle accostarsi alla frontiera occidentale della Germania allo scopo di fare, tra quelle popolazioni germaniche, grandi leve di cavalleria. Il generale, che sette anni prima era entrato in Gallia per distruggere il pericolo germanico, intendeva ora servirsi dei Germani contro i Galli, e pagava i primi con l’oro preso ai secondi.

Ma più che la cavalleria germanica, le discordie, gli errori e le imprudenze del nemico salverebbero Cesare. Già a Bibracte i Galli avevano acerbamente discusso sul comando e sul piano: se continuare la guerriglia o fare la guerra grande. Un po’ per contentare il partito che voleva la guerra grande e un po’ perchè la guerriglia richiede poche truppe, ma buone, e Vercingetorige invece comandava un esercito numeroso, raccogliticcio e scadente, il duce arverno fu costretto a mutar il modo di guerreggiare, che sino ad allora gli era riuscito così bene. Quando Cesare, probabilmente nella prima metà dell’agosto, iniziò la sua ritirata verso la Provenza, Vercingetorige, abbandonando il suo quartier generale, ch’egli aveva stabilito in Alesia (Alise St. Reine nel dipartimento della Côte d’Or), e la guerriglia, seguita fin allora, venne in campo aperto a contrastargli il passo. Ma sopra un vero campo di battaglia le legioni romane, il genio del loro duce, l’impeto dei cavalieri germanici ebbero ragione dell’attacco e della resistenza nemica[12]. E bastò questa battaglia per mutare le sorti della guerra. Vercingetorige, sconfitto, riparò in Alesia; Cesare, smessa l’idea di ritirarsi in Provenza, si volse subito ad investire Alesia; Vercingetorige, chiuso da Cesare entro giganteschi lavori, chiamò in suo soccorso la Gallia intera.... Si raccolse così un nuovo grande esercito — oltre 250.000 uomini, dice Cesare[13] — i quali avrebbero dovuto piombare sull’esercito romano dal di fuori, mentre da Alesia gli assediati avrebbero fatto l’ultima sortita della disperazione. Se il piano riusciva, l’esercito romano sarebbe stato distrutto da un doppio assalto. Non sentendosi la forza di resistere a questo doppio assalto in campo aperto, Cesare non esitò a costruire, intorno alla linea delle prime trincee, una seconda grandiosa opera di fortificazioni, dietro la quale il suo esercito, assediante e assediato nel tempo stesso, avrebbe potuto resistere al nuovo nemico. L’espediente era nuovo, ingegnoso, ma temerario; e non avrebbe sortito alcun buon effetto, se l’esercito di soccorso avesse assediato con pazienza l’esercito romano, anche a costo di far morire di fame insieme e nella stessa cerchia Cesare e Vercingetorige. Ma i duci erano parecchi e discordi fra loro; il desiderio di salvare Vercingetorige, troppo vivo; il nuovo esercito, raccogliticcio, impaziente e mal provvisto di materiali e di viveri. Invece di assediare pazientemente gli assedianti, l’esercito di soccorso volle far presto, tentò di forzare il campo di Cesare; si esaurì per sette giorni in furiosi ma vani assalti; poi si sbandò. Allora Vercingetorige, vinto dalla fame, si consegnò prigioniero nelle mani del vincitore (settembre 52).

La insurrezione gallica era domata; Cesare era quasi per miracolo scampato alla sorte di Crasso; la nuova provincia gallica, dopo otto anni di insurrezioni e di guerre continue, era salva. Il conquistare l’Occidente era impresa più ardua e di maggior sacrificio dell’Oriente: ma quanto più duratura e proficua nel lontano avvenire![14].

Note al Capitolo Terzo.

[11]. Questo partito aveva riportato una bella vittoria nel 55. Poichè il governatore della Siria, A. Gabinio, meditava la guerra alla Parzia, il Senato gli oppose un fermo divieto: cfr. Strab., 12, 3, 34.

[12]. Il luogo della battaglia è incerto: secondo alcuni, essa seguì sulle rive della Vingeanne; secondo altri, tra Brevon e l’Ource; secondo altri, infine, o nei pressi di Montigny, o non lungi da Allofroy.

[13]. Cfr. Caes., B. G., 7, 75-76. Sebbene la lunga serie di cifre, da cui questo totale risulta possa in qualcuno dei suoi addendi esserci pervenuta corrotta, tuttavia il risultato finale non è mai inferiore a 250.000.

[14]. Su questo periodo di storia romana, cfr. la più particolareggiata esposizione di G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. II, cap. IV-VII.

CAPITOLO QUARTO LA SECONDA GUERRA CIVILE

(49-46 a. C.)

19. Il consolato unico di Pompeo (52 a. C.). — A Roma intanto, mentre Cesare combatteva in Gallia, Pompeo e il partito del senato, spaventati dai tumulti che continuavano, dallo sfacelo della repubblica, dalla catastrofe di Crasso, dalla rivolta della Gallia, avevano un po’ dimenticato gli odî e i ripicchi antichi. Anche i più ostinati avversari della triarchia erano stati ammansati dal pericolo; quanto a Pompeo, era troppo ricco, troppo potente, troppo viziato dalla fortuna, da non voler primeggiare piuttosto con il favore del senato, che a suo dispetto. Così, perdurando ed imperversando i tumulti, la proposta di nominare Pompeo non dittatore — chè il nome dopo Silla era odioso — ma console unico, fu approvata da tutti, anche da Catone. Pompeo a sua volta si affrettò a contentare la parte più autoritaria del partito senatorio, attuando in poche settimane ciò che quella chiedeva invano da anni. Con una legge de ambitu e un’altra de vi, abbreviò la durata dei processi, aggravò le pene ai delitti di corruzione politica, commessi sin dal 70, rinvigorì e accelerò la procedura contro le violenze commesse nelle elezioni, diede una spinta vigorosa ai processi. In un batter d’occhio un gran numero di partigiani di Clodio e di Cesare furono condannati insieme con qualcuno dei più turbolenti tra i loro avversari. Neanche Milone, l’antico amico di Pompeo, fu risparmiato. Appropriandosi poi una proposta fatta l’anno prima, ma inutilmente, dal senato, Pompeo propose una lex de provinciis, la quale vietava che nessun console o pretore romano diventasse governatore di una provincia, se non cinque anni dopo la fine della sua magistratura. Presentò inoltre una lex de iure magistratuum, la quale riconfermò l’antico divieto di brigare il consolato a chi fosse assente da Roma; ad eccezione di coloro che avessero ricevuto o ricevessero dal popolo la dispensa. Questa eccezione toccava Cesare, che poco prima una legge, proposta dai suoi amici, aveva autorizzato a presentarsi candidato per il 48, senza essere presente in Roma.

L’ordine fu ristabilito in Roma; il senato respirò; Pompeo ritornò in credito, come un secondo Silla, presso quella parte della aristocrazia, che aveva subìto, ma non accettato, il governo della triarchia. Senza discussione, gli fu prorogato di cinque anni il governo della Spagna. Vacillò invece la potenza di Cesare. Il governo da lui fondato pericolava. La morte di Crasso prima, la lenta conversione di Pompeo poi, il disastro partico, la rivolta della Gallia, l’anarchia di Roma avevano prima screditato e poi disciolto la triarchia. Della antica potenza dei tre capi non restava più che un odio implacabile, tutto addensato su lui, poichè Pompeo si era riconciliato con i nemici. Cesare aveva ragione di temere che se, finito il proconsolato, egli tornasse a Roma semplice cittadino, i suoi nemici gli intenterebbero qualche processo che, rovinandolo, farebbe scontare a lui, con le sue, le colpe di Crasso e di Pompeo[15]. Non c’era che uno scampo: essere rieletto console, e farsi accordare un nuovo e lungo proconsolato; poichè ogni magistrato era, sinchè copriva la carica, inviolabile. Ma i suoi poteri proconsolari duravano sino al 1º marzo del 49 a. C., che era il decimo anniversario del giorno in cui la lex Vatinia gli aveva assegnato la Gallia. Cesare non poteva dunque brigare il consolato che nelle elezioni che avrebbero luogo durante l’anno 49 e farsi nominar console per il 48; onde nei dieci mesi che correrebbero tra il 1º marzo del 49 e il 1º gennaio del 48, rientrando nella vita privata, sarebbe stato facile bersaglio ai processi dei nemici. Una legge gli aveva, sì, concesso di brigare il consolato assente da Roma: ma che gli serviva, se i suoi poteri spiravano il 1º marzo?


20. Il conflitto tra Cesare ed il Senato (51-49 a. C.). — Cesare pensò di chiedere al senato, al principio dell’anno 51, che gli prolungasse i poteri proconsolari dal 1º marzo del 49 al 1º gennaio del 48, allegando che questo prolungamento era implicito nella legge che gli concedeva di postulare il consolato senza essere presente a Roma. La salvezza di Cesare dipendeva da questa domanda, che a sua volta dipendeva da Pompeo. Il senato l’approverebbe o la respingerebbe, se Pompeo l’appoggiasse o la combattesse. Pompeo quindi fu corteggiato con zelo eguale dagli amici e dai nemici di Cesare. Ma Pompeo, sebbene ormai fosse avverso a Cesare e favorevole al partito senatorio[16], allorchè, in aprile, la domanda di Cesare fu discussa in senato, non si pronunciò, e un tribuno della plebe lo tolse dall’impaccio di dover dichiararsi, interponendo il veto. Ma Cesare aveva nemici fanatici; e tra questi c’era il console Marcello; il quale risollevò il 1º giugno la questione, proponendo addirittura di richiamare Cesare dalla Gallia. Questa volta Pompeo non potè più tacere; ma si cavò d’impaccio, dicendo che non si poteva trattar della successione di Cesare prima del 1º marzo dell’anno 50. Il senato gli diede ragione, e Marcello ammutolì; ma per risollevare la questione a suo tempo e proprio il 30 settembre, proponendo che il 1º marzo dell’anno seguente si discutesse in senato la successione di Cesare; e che si dichiarasse nullo in precedenza ogni veto che i tribuni interponessero. Queste proposte furono occasione di un vivace dibattito; la prima fu approvata e la seconda sospesa dal veto tribunizio; ma il vero guadagno della seduta per i nemici di Cesare fu che questa volta Pompeo dovette aprirsi; e lo fece, sentenziando che, se il 1º marzo i tribuni amici di Cesare avessero fatto uso dell’intercessione, Cesare doveva considerarsi e «castigarsi» come ribelle.

La fortuna di Cesare, che frattanto domava le ultime resistenze della Gallia, pericolava. Pompeo lo abbandonava; e gli aveva ormai quasi spezzato in mano l’arma del veto. Se avesse cercato di scaramucciare con il veto dei tribuni amici suoi, dopo quella dichiarazione, si sarebbe guastato apertamente con Pompeo. Questo Cesare non voleva; onde immaginò un curioso espediente. Era stato eletto tribuno per l’anno 50 a. C. Scribonio Curione, un giovane pieno d’ingegno e di debiti, grande oratore e scrittore, e acerrimo nemico di Cesare. Promettendo di pagargli i debiti, Cesare ottenne di trarlo dalla sua parte e di fargli accettare una missione difficilissima: quella di impedire il 1º marzo la discussione sulla sua provincia, fingendo di adoperarsi come nemico suo, ma non dell’equità e della costituzione. Se l’intercessione di un tribuno a lui nemico avesse impedito la votazione, come avrebbe Pompeo potuto risentirsene contro di lui? E Curione disimpegnò mirabilmente il suo bizzarro incarico. Affermando, con affettata imparzialità, che era tempo di finirla con tutti i poteri straordinari, sia di Cesare che di Pompeo; presentando leggi opposte, talune di spirito oligarchico, altre a seconda dell’umore popolare; atteggiandosi a difensore imparziale della legge e della pubblica pace; attaccando Cesare, ma nello stesso tempo Pompeo, Curione riuscì a diventar così popolare presso il pubblico, che voleva la pace, da poter far differire, con il veto e con altri espedienti, di mese in mese, sino alla fine del 50, ogni dibattito sulla successione di Cesare. Pompeo, che una malattia aveva condannato all’inerzia per parecchi mesi, ne approfittò volentieri per fare le viste di dimenticare le minacce pronunciate nella seduta del 30 settembre; e la maggioranza del senato gli fu grata di differire la terribile questione. Ma questi abili maneggi, nei quali non si tardò a sospettare la mano di Cesare, esasperarono i nemici del proconsole e lo stesso Pompeo. D’altra parte, avvicinandosi la fine dei poteri proconsolari di Cesare, era necessario definire la questione.

Si venne così alla storica seduta del 1º dicembre 50. Il console Marcello cominciò a proporre che Cesare cessasse dai suoi poteri proconsolari il 1º marzo del 49. La proposta fu approvata a grande maggioranza, e senza che Curione aprisse bocca. Marcello allora, incalzando, chiese al senato se anche Pompeo dovesse rassegnare il comando delle Spagne, che, come abbiamo visto, gli era stato prorogato fino al 45. La nuova proposta fu respinta a grande maggioranza. Solo allora Curione domandò la parola; e, introducendola con un discorso abilissimo, fece una terza proposta, che, a stretto rigore di logica, contradiceva alle deliberazioni già prese: Pompeo e Cesare abbandonassero insieme il loro governo proconsolare. La proposta, rispondeva talmente al desiderio di tutti, — senatori e popolo — che l’assemblea, contradicendosi, l’approvò con 370 voti contro 22. La deliberazione era savia; ma umiliava troppo i nemici di Cesare, che non la volevano a nessun costo, e Pompeo, che non intendeva deporre prima del tempo il potere che il senato gli aveva prolungato. In fretta e furia Marcello e i più scaldati nemici di Cesare immaginarono un piano, lo sottoposero a Pompeo, il quale era ancora a Napoli: Marcello avrebbe proposto al senato di dichiarare Cesare hostis publicus; se il senato non avesse approvato o se i tribuni avessero interposto il veto, egli avrebbe di sua autorità proclamato lo stato d’assedio e affidato a Pompeo la salvezza dello Stato: il senato allora, intimidito, avrebbe approvato quanto essi volevano. Non appena giunse da Napoli l’approvazione di Pompeo — probabilmente il 9 dicembre — Marcello fece il suo colpo di Stato. Convocò il senato; propose di dichiarare Cesare nemico pubblico, e di ordinare a Pompeo di prendere il comando delle due legioni, che a Lucera aspettavano di partire per la Siria; e, quando Curione ebbe posto il suo veto, uscì da Roma, e si recò a Napoli da Pompeo, per invitarlo ad assumere, novello Nasica ed Opimio e con gli stessi mezzi, la difesa della repubblica.


21. Dal Rubicone a Brindisi (10 gennaio-17 marzo 49 a. C.). — Le cose precipitavano. C’era però ancora una speranza. Cesare voleva la pace. Voleva la pace perchè sapeva che delitto e che pericolo sarebbe scatenare una seconda guerra civile, non più nemmeno per le grandi questioni politiche che avevano preparato la prima, ma per i miserabili puntigli di due cricche di politicanti. Deliberò dunque di fare uno sforzo supremo per la pace. Curione, che era uscito di carica subito dopo la votazione del senato, si era recato da lui: Cesare lo rimandò con una lettera al suo ex-ufficiale, ed ora tribuno, Marco Antonio, da leggersi in senato. In questa lettera egli si dichiarava pronto ad abbandonare il comando della Gallia e a tornare privatamente a Roma, purchè Pompeo facesse altrettanto. In caso contrario, soggiungeva, egli avrebbe difeso i suoi diritti violati. La lettera era scritta con rispettosa fermezza, e Cesare si riprometteva che farebbe riflettere senza irritare. Non aveva il senato mostrato, nella seduta del 1º dicembre, che voleva conciliare il dissidio dei due personaggi e delle due fazioni, con un provvedimento equo? Senonchè nel frattempo Pompeo aveva accettato la missione di difendere la repubblica affidatagli da Marcello, e preso il comando delle legioni di Lucera. Di più i nemici di Cesare non erano stati inoperosi. Il resultato fu che il senato, nella seduta del 1º gennaio 49, non si comportò più come un mese prima: la lettera di Cesare fu accolta da interruzioni e da proteste, come una minaccia; e Cesare fu dichiarato nemico pubblico, se non avesse abbandonato il comando entro il luglio. Qualche giorno dopo il senato dichiarava lo stato di assedio. Il rimedio di Cesare per salvare la pace era fallito! Non volendo cedere, Cesare non potè che dar di piglio a un mezzo estremo, un’arme a doppio taglio, l’unica, che ormai gli restava: dimostrare di essere risoluto a tutto, e far rinsavire con le minacce il senato, che aveva respinto le proposte concilianti. Una notte, verso il 10 gennaio, uscì da Ravenna con 1500 uomini, e, violando la frontiera, che separava l’Italia dalla sua provincia, valicò il Rubicone, occupò di sorpresa Rimini e nei giorni seguenti Pesaro, Fano, Ancona e le principali città della costa, spingendo qualche coorte verso Arezzo.

La seconda guerra civile incominciava, sebbene nessuna delle due parti l’avesse voluta sul serio; e sebbene l’Italia tutta avesse sempre e soltanto implorato la pace[17], perchè nessuna jattura poteva esserle in quel momento più funesta di una guerra civile. Tre anni prima, nel 52, i mercanti italiani erano riusciti per la prima volta ad esportare nelle province l’olio fabbricato in Italia. Basta questo fatto a mostrare che l’Italia non era tutta piena di proprietari rovinati, di latifondisti o di inquieti e famelici politicanti; ma che c’era anche chi lavorava — media possidenza i più — e con i capitali, il lavoro e gli schiavi importati di Grecia e dall’Oriente, tentava di coltivar meglio la terra sull’esempio dei popoli più esperti in agricoltura. Nel tempo stesso si affermava l’industria; e anche questa, in parte, grazie agli schiavi e ai liberti orientali. Nella Cisalpina, da Vercelli a Milano, da Milano a Modena; nell’Etruria, ad Arezzo, si cominciavano ad aprire quelle fabbriche di ceramica, di lampade, di anfore, che diverranno in seguito famose. A Padova e a Verona degli artigiani e dei mercanti cominciavano a tessere quei tappeti e quelle coperte, di cui tutta l’Italia dovrà fra non guari fare così largo uso. A Parma e a Modena si tessevano panni magnifici, con la lana delle numerose greggi pascolanti nelle campagne circostanti. A Faenza si cominciava a filare e a tessere il lino, coltivato nei dintorni. Genova, a pie’ delle montagne selvagge della Liguria, era un emporio di legname, di pelli, di miele, di bestiame, che i Liguri trasportavano e conducevano dalle loro valli solitarie. Le miniere di ferro dell’Elba erano sfruttate con lena vigorosa; e Pozzuoli lavorava il ferro dell’Elba fabbricando ogni sorta di oggetti. Napoli era la città dei profumi e dei profumieri; Ancona possedeva fiorenti tintorie di porpora. Le città si ampliavano, si abbellivano, arricchivano, e in quelle cresceva di numero, di agiatezza e di potenza un nuovo ceto medio. Con l’agiatezza, con il nuovo bisogno di pace operosa, con la partecipazione delle classi minori e degli Italici alla vita pubblica, gli odî di un tempo si erano placati. Non più la ferocia delle antiche lotte dei plebei contro i patrizi, dei poveri contro i ricchi, degli Italici contro i Romani. Unica angustia, i debiti. Senonchè neppure questo universale desiderio di pace valse contro i rancori e i puntigli dei partiti politici. A furia di spaventarsi a vicenda con minacce, i partiti resero alla fine la guerra inevitabile. La mossa di Cesare, che mirava ancora a persuadere i nemici ad una transazione, fallì il suo effetto, non perchè non spaventasse abbastanza, ma perchè spaventò troppo. Quando si seppe a Roma che Cesare aveva occupato Rimini, Ancona, Arezzo, tutti credettero che volesse marciare con le legioni su Roma; un gran panico scoppiò; e se qualche spaventato propose di aprire trattative di pace, Pompeo non ne volle sentir parlare: ordinò anzi che il senato e i consoli lasciassero Roma e si ritirassero a Capua. Cesare, che voleva intendersi con il senato e finir presto l’avventura con una transazione, capì che quella fuga gli accrescerebbe la difficoltà di far pace; e cercò, con lettere e con quanti mezzi aveva a mano, di persuadere i senatori a restare in Roma. Ma intanto nel Piceno e nel Sannio i generali di Pompeo reclutavano soldati: poteva Cesare lasciarsi crescer sul fianco questa minaccia? Egli richiamò dalle Gallie le sue legioni, e procedè innanzi: prese Osimo, Cingoli; si impadronì del Piceno, obbligando i generali di Pompeo che reclutavano soldati a ripiegare su Corfinio, nel paese degli antichi Peligni, dove si raccoglieva buon nerbo di milizie, sotto il comando di uno dei più autorevoli pompeiani, L. Domizio Enobarbo, console nel 54. Ma poteva Cesare lasciar che Corfinio diventasse un forte punto di appoggio per Pompeo? Con la consueta rapidità e con le legioni giuntegli dalle Gallie, alle quali aveva fatto grandi promesse, Cesare marciò su Corfinio, la assediò, costringendo, dopo soli sette giorni, Domizio alla resa. Ma voleva intendersi con i nemici, e fu generoso; mandò liberi Domizio e i nobili pompeiani, ch’erano al suo seguito.

In meno di due mesi con la sua rapida marcia e con la vittoria di Corfinio, Cesare era riuscito a sconvolgere quella che oggi noi chiameremmo la mobilitazione del partito avverso, ossia il reclutamento con cui cercava di levar soldati in Italia. Pompeo in due mesi di guerra aveva perduto una buona parte della penisola ed era in pericolo di esser sopraffatto dalle forze soverchianti di Cesare, perchè aveva in Italia poco più delle due legioni di Lucera e le sue comunicazioni con la Spagna, dove stavano le sue migliori legioni, erano minacciate. Tanto più avrebbe dovuto prestare orecchio alle offerte di pace, che Cesare, spaventato dal precipitar degli eventi, faceva per differenti canali. Ma ormai era impegnato; e non voleva parere di aver accettato da Cesare una pace, perchè vinto. Poichè mezza Italia era perduta; poichè con le forze, di cui disponeva, non poteva riconquistarla e riaprirsi le comunicazioni con la Spagna, Pompeo deliberò di abbandonare l’Italia con il senato, i magistrati e l’esercito, e di salpare da Brindisi alla volta dell’Oriente; dove le province e i re alleati non avrebbero indugiato ad aiutarlo a rifarsi un esercito. Ma quando Cesare conobbe questo disegno si spaventò; capì che una terribile guerra civile avrebbe devastato tutto l’impero, se egli non riusciva a far la pace con Pompeo in Italia; e a marce forzate corse su Brindisi, per bloccare il suo avversario e finire la guerra. Ma non fece a tempo. Pompeo, il senato, l’esercito, riuscirono ad imbarcarsi, abbandonando a Cesare l’Italia.


22. La guerra di Spagna (marzo-novembre 49 a. C.). — Ormai il destino si era compiuto. Cesare doveva combattere una immensa guerra civile — la seconda della storia di Roma. Ma in quale spaventoso impegno s’era cacciato! Era abbandonato, solo, alla testa del suo esercito, nell’Italia senza magistrati e separato dalle sue maggiori province! Cesare non si perdè d’animo, e soprattutto non perdè tempo; subito spedì quante forze potè ad occupare la Sardegna, la Sicilia e l’Africa; e senza indugio si recò a Roma per riorganizzare alla meno peggio il governo e per rifornirsi di danaro. Ci giunse verso gli ultimi giorni di marzo; racimolò quei pochi senatori, che erano rimasti, e li considerò come il senato legittimo; d’accordo con loro provvide alla meglio a sostituire i magistrati che mancavano; prese diversi provvedimenti a favore del popolo; fece abrogare la legge di Silla, che escludeva dalle magistrature i discendenti dei proscritti; e infine si impadronì dell’erario, minacciando di trucidare un tribuno, L. Cecilio Metello, che voleva impedirglielo. Poi, dopo un soggiorno di pochi giorni, ripartì per la Spagna.

Il piano di guerra di Cesare era semplice e ardito: volare in Spagna, debellare il nucleo maggiore e migliore delle forze pompeiane, poi recarsi in Grecia a combattere il nuovo esercito che Pompeo raccoglierebbe. Ma per riuscire, gli occorreva far presto. Invece subito egli trovò sulla via della Spagna un primo intoppo: Marsiglia. Città libera, ma devota a Pompeo, Marsiglia intendeva restar neutra nel conflitto. Cesare richiamò tre legioni dalla Gallia e pose l’assedio a Marsiglia: ma il ritardo di cui l’assedio era cagione parendogli pericoloso, si risolvè a ritirare tutte le truppe che ancora erano nella Gallia, e mandar queste, con le altre, che teneva nella Narbonese — cinque legioni in tutto — sotto il comando dei suoi generali in Spagna, mentre egli terminerebbe l’assedio di Marsiglia. Senonchè i suoi luogotenenti non riuscirono a nulla.

Lasciando allora Caio Trebonio e Decimo Bruto a continuare l’assedio di Marsiglia, Cesare andò in persona a prendere il comando dell’esercito di Spagna; pose l’accampamento a nord dell’Ebro, presso Ilerda (Lerida), ma non gli riuscì di costringere il nemico a battaglia. Avendo anzi tentato di tagliare le sue comunicazioni con la città, subì un sanguinoso rovescio; e le ostilità delle popolazioni, cresciute dopo il rovescio, insieme con un improvviso straripamento dei fiumi, che portò via i ponti circostanti, per poco non lo ridussero all’estrema rovina. Ma, verso la metà di luglio, le sorti di Marsiglia, disfatta e bloccata per mare da Decimo Bruto, parvero precipitare: le popolazioni spagnole temettero che le legioni assedianti la città sarebbero tra poco venute in Spagna, e di nuovo passarono a Cesare portando al suo esercito i viveri che prima portavano ai pompeiani. La carestia mutò campo; onde i luogotenenti di Pompeo, L. Afranio e M. Petreio, furono costretti a ritirarsi al di là dell’Ebro per cercare viveri. Cesare li inseguì, e con un seguito di mirabili mosse fece coi generali pompeiani ciò che questi, poco prima, non avevano saputo fare con lui: seguendo, circondando, affamando il nemico, lo costrinse alla resa a discrezione (2 agosto 49). Novamente offerse ai vinti condizioni magnanime; li lasciò liberi di agire, comunque credessero: o recarsi da Pompeo, o arrolarsi sotto le sue bandiere, o tornare a vita privata. Poco dopo, anche le due legioni della Spagna ulteriore, agli ordini di uno dei più grandi eruditi del tempo, M. Terenzio Varrone, capitolavano. Tutta la Spagna era in potere di Cesare.

Cesare tornò in Italia, ove già, su proposta del pretore M. Emilio Lepido, egli era stato da una legge creato dittatore. Ma il Silla democratico non intendeva esercitare nessuna rappresaglia, e neanche, per ora, fare serie novità nello Stato. Si limitò a presiedere i comizi per le nuove elezioni, nelle quali fu eletto console per il 48; a proporre al popolo una quasi universale amnistia per i condannati politici dopo il 52; a far una legge che concedeva la cittadinanza alla Gallia Cisalpina, e una legge sui debiti, che cercava di alleviare i disagi e le rovine della guerra, ma con molta prudenza e saggezza. La legge statuiva che gl’interessi già sborsati fossero diffalcati dalla somma totale del debito; e autorizzava i debitori a pagare le somme da essi dovute coi loro beni immobili, non però secondo il loro valore presente troppo basso, ma secondo la stima anteriore alla guerra. Le contestazioni sarebbero giudicate da una commissione di arbitri. Nè basta: per promuovere il riflusso del danaro, che la guerra aveva fatto scomparire, rimise in vigore una vecchia disposizione caduta in oblio, la quale vietava ai cittadini di tenere presso di sè più di 60.000 sesterzi in oro o in argento. Tutte queste cose furono fatte in soli undici giorni di dittatura; dopo di che Cesare deponeva la carica e s’accingeva all’impresa finale contro Pompeo.


23. Farsaglia (48-49 a. C.). — La vittoria che Cesare aveva riportata in Spagna era stata controbilanciata da gravi rovesci subiti in Africa e in Illiria. Curione, che Cesare aveva spedito in Sicilia e in Africa, aveva occupato la Sicilia, scacciandone Catone; ma passato con due sole legioni in Africa, dopo aver felicemente disfatto il generale pompeiano P. Attio Varo, era stato attirato in un’imboscata dal re dei Numidi, Giuba, amico di Pompeo, circondato ed ucciso. Un altro luogotenente di Cesare, P. Cornelio Dolabella, che aveva tentato la conquista dell’Illiria, era stato disfatto, perdendo parte della flotta e delle milizie, speditegli dall’Italia da M. Antonio. Queste erano cadute prigioniere. Pompeo, invece, in Oriente aveva riunito circa 50.000 uomini e una potente armata; alle quali forze Cesare non poteva opporre che 12 legioni stremate, con effettivi ridotti: in tutto 25.000 uomini, e un’armata capace della metà del suo esercito o poco più.

L’impresa era dunque pericolosissima. Ma non c’era altro scampo che tentarla. Onde il 4 gennaio del 48, dopo avere assunto i poteri di console, con una parte del suo esercito, tutta quella che la sua flotta poteva contenere, e cioè 15.000 uomini, salpava da Brindisi; eludeva facilmente l’ammiraglio della flotta pompeiana, Calpurnio Bibulo, che lo aspettava a primavera; riusciva a sbarcare a Oricum, in un piccolo golfo solitario dell’Epiro; prendeva Oricum, poi Apollonia, tentava impadronirsi di Durazzo. Ma non ci riuscì; chè Pompeo lo prevenne a Durazzo con tutto il suo esercito. Cesare allora mise il campo sull’Apsus, a sud di Durazzo, per aspettare la parte dell’esercito che era rimasta in Italia. Ma questa non veniva, perchè Bibulo, sorpreso nel sonno la prima volta, s’era svegliato e ora faceva buona guardia. Non giungevano neppure viveri. Cesare si trovò ben presto isolato in paese nemico, con soli 15.000 uomini, con scarsi viveri, e di fronte a Pompeo, accampato sull’altra sponda, con un esercito almeno tre volte più numeroso. Perchè Pompeo non lo attaccò allora? A spiegare questa singolare inerzia occorre ammettere o che gli mancasse la energia necessaria a guidare la guerra, o che, volendo risparmiare il sangue romano, si fosse proposto di terminare la guerra senza combattere. Perchè rischiare una sanguinosa battaglia tra Romani, quando Cesare era venuto egli stesso nella trappola? Tagliate le sue comunicazioni con l’Italia, quel piccolo esercito dovrebbe, presto o tardi, o arrendersi per fame o sciogliersi per logoramento. Così i due avversari stettero di fronte parecchi mesi, ma Cesare con maggior pericolo di Pompeo. Senonchè il tempo, se logora gli eserciti, porta anche occasione e fortune, di cui gli audaci approfittano. Così avvenne. Bibulo morì; e, sotto il suo successore, rallentò la guardia, che la flotta pompeiana faceva sui mari; cosicchè un bel giorno i generali cesariani d’Italia riuscirono ad attraversare l’Adriatico e a congiungersi con Cesare. Cesare allora, che aveva bisogno di finir presto la guerra, offrì battaglia, ma invano; chè Pompeo, il quale non aveva voluto attaccarlo prima, non mutò piano, perchè a Cesare erano cresciute le forze. Invano Cesare provò tutte le provocazioni e tentò perfino di tagliare le sue comunicazioni con Durazzo: Pompeo, potendo comunicare per mare con la città, non si mosse. Esasperato, alla fine, Cesare pensò di bloccarlo nel suo stesso accampamento, sperando forse di rinnovare il miracolo, che aveva compiuto quattro anni prima con Vercingetorige ad Alesia. Senonchè l’accampamento di Pompeo si appoggiava sul mare di cui il nemico era padrone, mentre invece la carestia tormentava ferocemente il suo campo. L’assedio fu una inutile fatica, che mise capo a un disastro. Un giorno, una scaramuccia, impegnatasi intorno alle trincee, divampò in una grande battaglia, che terminò in una sconfitta dei Cesariani. Mille soldati caddero morti sul campo e trentadue bandiere nelle mani del nemico. Allora Cesare levò il blocco e si ritirò con l’esercito in Tessaglia, per andare a cercar dei viveri e ricongiungersi con due luogotenenti, Domizio Calvino e Lucio Cassio, che poco prima aveva mandati in Macedonia a combattere le forze di Pompeo.

La vittoria si offriva a Pompeo. Egli poteva scegliere tra due partiti egualmente buoni: o inseguir subito ed energicamente il nemico in ritirata e distruggerlo; o tornare in Italia e di là, rifatte le sue forze, riconquistare l’Oriente, dove Cesare sarebbe stato facilmente isolato e accerchiato, il giorno in cui non fosse più che il capo di poche legioni in rivolta contro il governo legale. Ma Pompeo non si appigliò nè all’uno nè all’altro di questi due partiti; seguì da lungi il nemico, quasi facendosi rimorchiare da lui, sperando forse che si sbandasse per la fame, o capitolasse come i suoi luogotenenti nella Spagna. Ma avesse almeno attuato sino alla fine questo piano che, applicato con perseveranza, poteva dar la vittoria! Invece no: allorchè i due eserciti furono giunti nella pianura di Farsaglia, Pompeo accettò quella battaglia, che sino allora aveva rifiutata, quando poteva darla in condizioni migliori. Come si spiega questa improvvisa risoluzione? La guerra di spossamento, con cui Pompeo voleva aver ragione di Cesare, se schivava i rischi, richiedeva una grande pazienza, non solo nel generale e nei soldati, ma anche in tutti i senatori che, in qualità di ufficiali o di amici, accompagnavano Pompeo. Molti di costoro invece erano stanchi della vita che conducevano da tanti mesi. Tutti poi si credevano sicuri della vittoria. E gli impazienti, gli ambiziosi, gli strateghi improvvisati trascinarono il debole Pompeo a dare, il 9 agosto, nel piano di Farsaglia, la battaglia, di cui Pompeo — e non a torto — aveva avuto sino allora tanta paura. Ma in una battaglia in campo aperto il genio tattico di Cesare e il valore delle sue legioni ebbero ragione di un nemico tanto più numeroso. Pompeo perdè nella mischia la testa; e non seppe far di meglio che montare a cavallo e con pochi soldati cercare la salvezza in una fuga vergognosa[18].


24. Cleopatra e la guerra alessandrina (48-47 a. C.). — Pompeo era fuggito senza neanche fissare a se stesso una mèta chiara e precisa. Egli si era dapprima recato ad Anfipoli; poi di lì a Mitilene; poi, costeggiando l’Asia minore, senza mai toccar terra, a Cipro; di qui finalmente aveva deliberato di riparare in Egitto, presso i figliuoli di quel Tolomeo Aulete, che a lui sopra tutti aveva dovuto il trono e la vita. Ma in quel momento l’Egitto versava in un grande disordine: i due re, Tolomeo XIII e Cleopatra, erano in conflitto fra loro, anzi quest’ultima, maggiore di età, bella, ambiziosa, intelligente, era stata deposta e scacciata. Ai diplomatici egiziani apparve chiaro che l’incerto potere di Tolomeo non si sarebbe rinvigorito con la fedeltà verso un amico vinto. Accadde così che, poco dopo l’arrivo di Pompeo a Pelusio, il 29 settembre, mentre il grande generale smontava dalla barca, che il re gli aveva inviata, un colpo di pugnale troncò per sempre la sua vita e liberò Cesare dal suo rivale (ultimi giorni del settembre 48). Così finiva l’uomo, che aveva trionfato di Mitridate, donato a Roma un nuovo impero in Oriente e annesso al territorio romano quella che un giorno sarebbe stata la patria di Gesù e la culla del Cristianesimo.

Cesare intanto, mandati i suoi luogotenenti a ricevere l’omaggio dei vinti, correva a grandi giornate, con un pugno di uomini, sulle orme di Pompeo. Senonchè, giunto ad Alessandria e avuta notizia dell’eccidio del suo rivale, invece di tornare indietro a terminare la guerra e ad impadronirsi dell’Italia, Cesare per poco non si perdè in un oscuro pericoloso intrigo della politica egiziana. Aveva pensato dapprima di fermarsi in Egitto per rifornirsi di denaro; poichè il debito, contratto nel 59 dal padre del sovrano con i triumviri, a compenso del trono ricuperato, non era stato ancora interamente soddisfatto. Ma egli non poteva chiedere al re dell’Egitto di pagare i suoi debiti, prima che l’Egitto avesse un re. Perciò intimò a Tolomeo e a Cleopatra di sottoporre al suo giudizio la loro contesa. Ambedue accettarono, anzi Cleopatra venne in persona a difendere la sua causa. Ma Tolomeo e i suoi ministri, quando seppero che Cesare aveva conosciuto Cleopatra, non dubitarono che le avrebbe dato ragione: spinsero dunque il popolo, sdegnato dalle esazioni dell’intruso e dalla prepotenza dei soldati romani, ad insorgere; e infine dichiararono la guerra a Cesare.

L’inopinata guerra alessandrina non poteva essere nè breve nè facile; Cesare si trovava quasi senza milizie; il re d’Egitto, invece, aveva un piccolo ma non spregevole esercito, ed era aiutato dagli Alessandrini, che l’intervento di Cesare aveva esasperati. Cesare dovette trincerarsi nel palazzo reale; e sostenere per cinque mesi un vero assedio, aspettando gli aiuti invocati da tutte le parti. Finalmente, a primavera, gli aiuti giunsero; gli Alessandrini furono sconfitti; Tolomeo, fuggendo, annegò nel fiume (28 marzo 47); e il trono dell’Egitto e di Cipro fu dato a Cleopatra. Ma mentre Cesare perdeva ad Alessandria tanti mesi, in Italia accadevano gravi turbamenti e il partito pompeiano risollevava il capo. Dopo Farsaglia Cesare era stato nominato dal popolo di Roma dittatore per tutto l’anno 47; e prima di esser bloccato dalla guerra e dall’inverno in Alessandria, aveva avuto ancora il tempo di nominare Antonio magister equitum. Ma Antonio, trovatosi solo ad esercitare la dittatura in Italia, non aveva saputo impedire una specie di rivoluzione. La guerra civile aveva rovinato l’industria e il commercio, sospeso il credito, accresciuto il gravame dei debiti e ridotto alla miseria la plebe e la condizione media. Per rimediare al male, il tribuno Dolabella aveva senz’altro proposto di annullare i debiti e di sospendere gli affitti delle case. Immaginarsi lo spavento dei ricchi! Era manifesto ormai che nel partito cesariano gli estremi, gli avventurieri, i malcontenti, gli squilibrati, e con essi la tradizione catilinaria pigliavano il sopravvento! Una parte del partito cesariano, la più ricca, moderata e saggia, condotta dai tribuni della plebe, Asinio Pollione e L. Trebellio, si era opposta; erano scoppiate sommosse; il senato aveva proclamato lo stato d’assedio; Antonio aveva dovuto procedere a sanguinose repressioni. Ma mentre a Roma il partito cesariano si divideva in un partito moderato e legalitario e in un partito rivoluzionario ed estremo, e l’uno e l’altro venivano alle mani, i pompeiani approfittavano dell’assenza di Cesare per riordinare le fila scompigliate. In Africa i figli di Pompeo, Catone e Labieno, raccolti gli avanzi dell’esercito di Pompeo, avevano stretto alleanza con Giuba re della Numidia; reclutavano arcieri, frombolieri, cavalieri galli; preparavano un esercito e una flotta; cercavano di sollevare la Spagna. In Oriente, Farnace, il figliuolo di Mitridate, ricompariva con un esercito nel Ponto, nella Piccola Armenia, in Cappadocia, in Armenia, sconfiggendo Domizio Calvino, governatore della provincia d’Asia. Non a torto Cicerone afferma che dei molti mali, i quali afflissero l’impero dopo Farsaglia, la principale cagione fu la lunga assenza di Cesare. Eppure Cesare non si affrettò a tornare, neppure dopo aver riconquistato Alessandria. Intraprese con la regina un viaggio sull’alto Nilo; poi indugiò a Corte un altro paio di mesi, tra feste, banchetti, giuochi e piaceri; e solo ai primi giorni di giugno partì per la Siria, dopo aver perduto nove mesi preziosi, ma non per tornare subito in Italia. Volle prima riordinare le cose di Oriente. Il 2 agosto del 47, affrontò e vinse a Zela (nel Ponto) Farnace; poi convocò a Nicea una grande dieta, nella quale fece e disfece regni, premiò amici e perdonò a nemici, raccolse denaro: indi, finalmente, tornò in Italia, sbarcando a Taranto il 24 settembre del 47.

Ma era troppo tardi. Subito dopo Farsaglia Cesare, per un momento, era stato l’idolo di Roma e dell’Italia. Poichè la vittoria l’aveva favorito, anche i suoi antichi nemici avevano voluto sperare da lui la pace e l’ordine. Ma un anno dopo questo sentimento era dileguato senza lasciare traccia. Il nuovo esercito pompeiano che aveva preso le armi in Africa, la lunga dimora in Egitto, le dicerie — vere o false — sui suoi amori con Cleopatra, le discordie del partito cesariano, le leggi di Dolabella avevano fatto perplessi, esitanti o addirittura ostili la nobiltà senatoria, i cavalieri, i ricchi. Non era questo un piccolo pericolo per Cesare, che doveva partire tra poco per l’Africa ed affrontare una guerra lunga e difficile: ma il tempo stringeva e metter d’accordo tutti questi interessi contradittorî era difficile. Cesare si appigliò ad un partito rischioso: poichè le classi alte e ricche gli facevano il broncio, appoggiarsi sulle moltitudini malcontente. Rimproverò ad Antonio le sue repressioni; non prese alcun provvedimento contro Dolabella, anzi accolse parecchie sue proposte, decretando per un anno il condono delle pigioni al di sotto di 2000 sesterzi in Roma e di 500 nella restante Italia; impose prestiti obbligatori ai ricchi privati e alle città; confiscò e mise in vendita il patrimonio di parecchi cittadini, che erano periti nella guerra civile, tra i quali Pompeo. Nel partito cesariano l’ala estrema prevaleva sugli elementi moderati e ragionevoli. Presiedè, come dittatore, le elezioni; e fece eleggere a tutte le cariche partigiani suoi. Egli stesso fu eletto console per il 46. In dicembre partì per la Sicilia e per l’Africa.

Note al Capitolo Quarto.

[15]. I motivi o i pretesti, a cui gli avversari di Cesare, avrebbero potuto dar mano per intentargli un processo, erano parecchi: la sua guerra «incostituzionale» contro Ariovisto «alleato ed amico» della Repubblica; l’inganno della sua intempestiva annessione delle Gallie; la sua guerra contro gli Usipeti e i Tencteri, che i suoi nemici accusavano di slealtà, e per cui i Catoniani in senato avevano chiesto che il proconsole venisse consegnato vivo al nemico (Suet., Caes., 24); il bottino enorme che era servito a corrompere in Roma senatori, tribuni, magistrati. Per questo vigile stato di animosità contro Cesare, in Roma, per tutto il 51 e il 50, le notizie degli insuccessi si diffondevano più rapidamente che non quelle delle vittorie cesariane; cfr. Cic., ad Fam., 8, 1, 4; Plut., Pomp., 57; Caes., 29.

[16]. Cfr. Cic., ad Fam., 2, 8, 2; ad Att., 5, 7.

[17]. Cic., ad Att., 7, 6, 2: de republica valde timeo, nec adhuc fere inveni qui non concedendum putaret Caesari quod postularet potius quam depugnandum. Cfr. anche Cic., ad Fam., 15, 15, 1 sgg; Plut., Caes., 37, 1.

[18]. Sulla battaglia, cfr. J. Kromayer, Antike Schlachtfelder, 2, 401 sgg.

CAPITOLO QUINTO LA DITTATURA E LA MORTE DI CESARE

25. Tapso e i nuovi piani di Cesare (47-46 a. C.). — La nuova campagna d’Africa durò circa cinque mesi, dal dicembre del 47 al giugno del 46; ebbe varie vicende, e fu decisa il 6 aprile dalla battaglia di Tapso, in cui l’esercito pompeiano fu disfatto. Nei mesi seguenti Cesare attese a debellare le ultime resistenze dei vinti: tra questi Catone, che si era chiuso in Utica. Ma questa volta non perdonò: i capi che caddero vivi tra le sue mani, furono uccisi, e molti, sapendo quel che loro sarebbe toccato, si uccisero. Tra costoro Catone. Non si accusi Cesare: poichè tutte le lotte umane, continuando, inferociscono. Tentando e ritentando la sorte delle armi, i pompeiani non minacciavano soltanto Cesare, ma tutto l’impero e l’ordine sociale. I disordini dell’Italia ne erano una prova. Cesare poteva in buona fede pensar che la severità era richiesta, più ancora che dalla salvezza sua, dall’interesse generale.

Senonchè queste vendette alienarono per sempre da Cesare le classi alte, già malcontente sin dal tempo della sua troppo lunga dimora in Egitto. Le stragi incominciavano, precorrendo le confische; Cesare non era altri che un nuovo Silla! Neppur di quest’odio si può far colpa ai nemici di Cesare. Per quanto vivi fossero i rancori di parte in Roma, non c’era Romano e Italiano che non rammaricasse questa decimazione dell’aristocrazia romana, come una terribile sciagura pubblica; e non la rinfacciasse almeno nel segreto del suo pensiero all’uomo, il quale appariva come responsabile di questo sangue. Ma questa crescente avversione dei ceti più potenti per denaro, coltura e rispetto, spingeva Cesare ad appoggiarsi alle plebi povere e ignoranti. Il che era un doppio pericolo: per la ricchezza dei grandi e per la libertà della repubblica. Il partito di Cesare si divideva in due frazioni, come abbiamo visto: una più ligia alla tradizione e alla legalità, la quale desiderava soltanto che Cesare fosse in Roma un cittadino potente ed eminente; un’altra più violenta e turbolenta, la quale voleva far Cesare onnipotente per prepotere essa al suo seguito e con il suo favore. A mano a mano che le classi alte, fedeli alla tradizione, si raffreddavano, quest’ala estrema prevaleva nel partito sui moderati, spingendo Cesare alla tirannide. Il maneggio apparve chiaro, dopo Tapso. Mentre la parte migliore dell’Italia si raccoglieva nella silenziosa tristezza di tante morti illustri, i più scaldati partigiani di Cesare gli fecero decretare i più stravaganti onori: la dittatura decennale, la censura sotto il titolo di praefectura morum, il diritto inaudito di proporre i candidati al tribunato e all’edilità plebea. L’Italia trasecolò disgustata e atterrita. Anche la dittatura di Silla impallidiva a petto di una tirannide così mostruosa come la dittatura decennale! Non sfuggì a Cesare che il troppo zelo dei suoi amici gli noceva, e non solo ricusò la dittatura decennale[19], ma cercò di lavare il sangue di Tapso con la generosità e con la saggezza di un governo riformatore. Spendendo gran parte del bottino fatto in Africa, pagò tutte le somme promesse durante la guerra civile ai cittadini e ai soldati: a ciascun cittadino 300 sesterzi, 24.000 a ciascun soldato, 48.000 a ciascun centurione, 90.000 a ciascun tribuno militare. Fece una larga distribuzione gratuita di grano e di olio al popolo; prese delle disposizioni perchè la sua legge agraria del 59, rimasta sino ad allora, per il malvolere dei governanti, lettera morta o quasi, fosse finalmente e davvero eseguita; si accinse a fondare colonie in Campania; cominciò a elaborare quella lex Julia municipalis, che regolerà per lungo tempo i rapporti tra Roma e le comunità italiche, da quarant’anni accolte nella cittadinanza romana; procedè anche ad alcune riforme, che da un pezzo il partito oligarchico reclamava. Ridusse il numero dei cittadini poveri, che, secondo la legge Clodia, avrebbero avuto il diritto di partecipare alle pubbliche e gratuite distribuzioni di grano; sciolse i collegi d’artigiani, che Clodio aveva riorganizzati e di cui Cesare stesso si era largamente servito, prima e dopo il 59.

Erano tutte savie riforme: ma non bastavano a placare il malcontento. Questo anzi cresceva per una nuova inquietudine d’ordine politico. Quanto tempo Cesare intendeva conservare i suoi straordinari poteri? Che li avesse assunti durante la guerra civile, si capiva: ma ora la guerra civile era terminata; e, ristabilito alla meglio l’ordine, restaurerebbe pure il governo repubblicano, come lo stesso Silla aveva fatto? Ogni governo che sapesse di potere personale o l’adombrasse anche da lontano, era ancora così detestato, a Roma e in Italia, che l’impazienza cresceva ogni giorno; e molti l’esprimevano o facendo l’apologia della libertà e dello stoicismo di Catone, o piangendo su quella fosca ed ultima notte, che la repubblica sembrava attraversare, foriera di più cupe calamità[20]. A confronto di quella paura tutti i benefici largiti da Cesare non contavano nulla. Nessuno pur troppo, vedendo così da vicino le cose, si rendeva conto che, neanche se l’avesse voluto, Cesare avrebbe allora potuto rinunciare ai pieni poteri, e che egli era, in un certo modo, prigioniero della sua vittoria e scontava con questa prigionia il suo genio e la sua fortuna. Egli aveva dispensato troppe promesse, aveva acceso troppe speranze, aveva preso troppi impegni, si era tirato addosso troppi odî, aveva sconvolto troppo l’Italia e l’Impero, perchè potesse abbandonare il potere, prima di aver assestate un po’ le cose del mondo turbato: ma anche per assestarle alla meglio occorreva una autorità forte e rapida, di cui la invecchiata repubblica non era più capace. Anche i suoi più ostinati avversari dovevano di lì a poco accorgersi che la sparizione di Cesare sarebbe in tutto l’impero il principio di una immensa catastrofe. Egli infatti, invece che a ripristinare l’antica repubblica, pensava a ripigliare uno dei disegni elaborati tanti anni prima nel convegno di Lucca; a vendicare Crasso e a conquistare la Persia. La conquista della Persia gli procurerebbe la gloria, l’autorità, e i tesori necessari per riordinare lo Stato e per salvare dalla rovina l’Italia.


26. La nuova insurrezione pompeiana in Spagna (46-45 a. C.). — Ma il vasto disegno fu intralciato da una nuova difficoltà, nata in quelle Spagne, che erano state così facilmente ridotte all’obbedienza nel 49. Quivi lo sgoverno dei luogotenenti di Cesare, le mene degli agenti pompeiani, la commiserazione che destavano i figli di Pompeo, Gneo e Sesto, imploranti ovunque vendetta per il padre loro, le numerose amicizie, che Pompeo aveva lasciate, la latente, ma non spenta, aspirazione all’indipendenza avevano ridestato un nuovo incendio e un nuovo pericolo. Verso la fine del 46, i luogotenenti di Cesare si trovarono o si credettero in tal pericolo per le forze di cui Gneo Pompeo disponeva, che reclamarono la sua presenza. Cesare non poteva partir per la Persia, lasciando la Spagna pericolante: rimandò dunque la spedizione contro i Parti; ma prima di partire per la Spagna, assunse la dittatura che aveva rifiutata al suo ritorno e volle esser nominato console unico per il 45: ciò fatto, lasciò l’Italia senza convocare i comizi, e durante il viaggio nominò otto praefecti urbi, a cui confidò tutti gli uffici dei pretori e parte degli uffici dei questori. Era una catena. Il pericolo spingeva Cesare ad assumere i pieni poteri e questi accrescevano il pericolo. Grandi furono l’irritazione e il dolore a Roma per questo aperto crescere del potere personale di Cesare. Ma la guerra di Spagna fu molto difficile. Alla battaglia di Munda, Cesare fu costretto a combattere come un semplice soldato, e corse pericolo di esser fatto prigioniero (marzo 45). Tuttavia anche questa volta vinse, e se Sesto Pompeo riuscì a sfuggire nella Spagna settentrionale, caddero Labieno e Gneo Pompeo. Ma la nuova strage di illustri romani, la lunghezza della guerra, la vittoria difficile e stentata avevano accresciuto in Roma e in Italia il malcontento di quanti temevano che Cesare volesse opprimere la repubblica. Invece i più zelanti tra i suoi partigiani avevano approfittato della vittoria di Munda per far decretare nuovi onori al loro duce: il diritto di portare, come prenome ereditario, il titolo di imperator, il consolato per dieci anni, la facoltà di proporre i candidati per l’edilità e per il tribunato! Non c’era dunque più dubbio: Cesare voleva dominar solo sulle rovine della repubblica. Questi onori non solo indisposero la pubblica opinione ma inasprirono il vecchio dissidio fra i cesariani moderati e gli altri: a tal segno che, appena tornato, Cesare cercò di placare i malcontenti, si riconciliò con Antonio, che era sempre in disgrazia per le repressioni del 47, abolì i praefecti urbi. Un barlume di speranza confortò i più fiduciosi: Cesare restaurerebbe le istituzioni della libera repubblica! Ma era nel vero invece Cicerone, il quale ammoniva di non credere a coteste illusioni. Cesare non pensava a restaurare la repubblica, ma a conquistare la Persia, ad ampliare ed abbellire Roma, a deviare il corso del Tevere, a prosciugare le Paludi pontine, a fondare biblioteche, a tagliare l’istmo di Corinto, ad aprire una nuova strada attraverso l’Appennino, a costruire un gran porto ad Ostia, a formare un corpo unico delle leggi romane, a rinnovare il catasto e il censimento per tutto l’impero. Il malinteso tra Cesare e le classi alte cresceva. Cesare voleva dare all’Italia un governo attivo, splendido, benefico; le classi alte volevano innanzi tutto un governo conforme alle tradizioni politiche della repubblica, in cui il senato e le magistrature recuperassero l’antica autorità; in una parola, un governo legittimo. Il malcontento si esasperava, anche in mezzo ai cesariani moderati, che non volevano essere gli organi di un governo personale; l’equilibrio delle cose e degli spiriti si faceva sempre più incerto ed instabile; mentre Cesare preparava alacremente la spedizione contro i Parti, i senatori, anche molti senatori cesariani, si domandavano ansiosi quel che l’avvenire teneva in serbo per la repubblica. Ogni atto di Cesare era spiato, discusso, tartassato spietatamente, come un segno delle più tenebrose ambizioni. Quando, nella prima quindicina di febbraio del 44, il senato e i comizi furono costretti ad approvare una legge che nominava Cesare dittatore a vita!


27. La congiura e le Idi di marzo (15 marzo 44 a. C.). — La legge, forse, era necessaria, poichè Cesare si accingeva a partire per la guerra contro i Parti. Non era per Cesare prudenza abbandonare Roma per una impresa così lunga e ardua, senza essere padrone assoluto di tutto lo Stato. Ma la dittatura a vita era per i Romani la tirannide. Una tradizione di secoli voleva che la dittatura non potesse durare più di sei mesi. Silla stesso si era affrettato a deporla, l’ordine ristabilito. E allora un senatore si persuase, che per salvare la repubblica, la tradizione, il senato — e quindi, Roma e l’Italia — occorreva uccidere Cesare. Questo senatore — Caio Cassio — era stato questore di Crasso nella spedizione contro i Parti; aveva combattuto agli ordini di Pompeo nella guerra civile; ma si era riconciliato dopo Farsaglia con Cesare, che l’aveva annoverato tra i suoi amici e gli aveva affidato molte cariche. Cassio si aprì con qualche amico fidato; a tutti parve necessario accaparrare il cognato di Cassio, M. Bruto, anche egli uno dei pompeiani passati a Cesare dopo Farsaglia, che aveva molta autorità per la nobiltà delle progenie, per le parentele cospicue, per la fanatica ammirazione del civismo eroico dell’antica repubblica. Si gloriava di discendere da quel primo Bruto, che aveva fondata la repubblica e immolato alla salvezza della repubblica la propria prole. Cesare, che era stato molto amico di sua madre, lo amava molto, e lo aveva largamente beneficato. Ma non fu difficile a Cassio, esaltando il suo spirito civico, persuaderlo che egli doveva anteporre la repubblica e il suo bene alla personale riconoscenza. Convinto Bruto, molti pompeiani superstiti e cesariani moderati entrarono nella cospirazione. Che la congiura avesse profonde ragioni politiche lo dimostra il fatto che, ai primi del marzo 44, ben 60 (e forse 80) senatori ne facevano parte: e tra questi, si può dire, la parte più eletta dello stesso partito cesariano. Troppo il governo personale ed una dittatura a vita ripugnavano ancora ai Romani! Ma occorreva far presto, perchè era difficilissimo che un segreto, risaputo da tanti, non trapelasse. Cesare inoltre era in procinto di partire per la spedizione partica: da ogni parte affluivano i veterani richiamati; ben sedici legioni e 10.000 cavalieri si raccoglievano in Macedonia e in Grecia. Già il senato aveva, su proposta di Cesare, deliberato che, prima della sua partenza, i magistrati sarebbero stati eletti per tre anni — la supposta durata della sua assenza. Si sussurrava inoltre che il quindicemviro L. Aurelio Cotta avrebbe proposto in senato di proclamare, in obbedienza ad un antico oracolo Sibillino, il condottiero della guerra partica re di tutte le province, fuori che dell’Italia. E allora la morte di Cesare fu fissata per il 15 marzo, il giorno della più vicina riunione del senato.

Il senato era stato convocato al Campo di Marte, nella Curia di Pompeo, non lungi dall’odierno Campo dei Fiori. I senatori erano numerosi, ma Cesare tardava ad apparire. Trattenuto da leggiera indisposizione, fuori d’ogni sospetto, nella Domus publica, dove egli, quale pontefice massimo, abitava, già s’era deciso a non recarsi alla seduta. Fu allora spedito Decimo Bruto a prendere sue notizie e a persuaderlo ad intervenire. E il valoroso luogotenente delle Gallie, che s’era coperto di gloria combattendo contro i Veneti nel 57 e contro i Marsigliesi nel 49-48, non esitò a condurre al macello un uomo, che lo aveva beneficato e si fidava di lui! Cesare si lasciò convincere da Decimo; venne; e appena entrato nell’aula, e sedutosi, gli si accostò uno dei congiurati, Tullio Cimbro, facendo le viste di voler patrocinare la causa di suo fratello esule. Trebonio intanto si era preso l’incarico di trattenere fuori dell’aula M. Antonio, che, per essersi di recente riconciliato con Cesare ed essere stato fatto suo collega nel consolato, i congiurati non avevano voluto mettere a parte del disegno. Mentre Tullio parlava, gli altri congiurati si affollarono intorno al dittatore: a un tratto, il supplicante dette un leggiero strappo alla toga di Cesare, e mise allo scoperto il busto. Il segnale era dato; i congiurati brandirono i pugnali e si gettarono su Cesare, crivellandolo di colpi. Fu un baleno.... E Cesare rotolò in un mare di sangue, a pie’ della statua di Pompeo (15 marzo 44).


28. Cesare e l’opera sua. — Il dittatore era spento. Non la sua vita soltanto, ma anche l’opera sua era stata spezzata. Che cosa rimaneva di questa? Che cosa può ricostruirsi e argomentarsi dai frammenti del suo pensiero, ch’egli lasciava sparsi dovunque? Gli storici antichi non videro in lui che il demolitore delle libertà repubblicane, pur condannate alla morte. Gli storici moderni hanno invece voluto ritrovare nei frammenti dell’opera sua un piano organico per restaurare il crollante Stato romano. Che questo piano sia una congettura dei moderni, ci pare sia dimostrato dalla narrazione delle pagine che precedono. Ma negare la profetica antiveggenza di Cesare non significa rimpicciolirlo. Cesare fu veramente un grande Uomo: un dotto, un artista, e, al tempo stesso, un uomo d’arme e d’azione. La immaginazione, la lucidezza della intelligenza, la versatilità, la operosità infaticabile, l’agilità spirituale avrebbero fatto di lui, in qualunque momento della storia, un grande personaggio. Ma nessun politico può recare fin dalla culla un piano preordinato da attuare; tutti debbono servire i loro tempi e gli eventi. Cesare capitò in un’epoca, ingombra dagli avanzi di una storia ormai esausta, che era necessario distruggere, per aprire le vie del futuro; onde egli fu non un grande creatore, ma un grande distruttore, chè il tempo di rifare il mondo non era giunto ancora. Due grandi distruzioni sono infatti le sue massime imprese: la guerra gallica e la guerra civile. Con la guerra gallica, egli distrusse la vecchia Gallia celtica, ed aprì alla civiltà greco-latina le vie del continente europeo. Solo perchè la Gallia fu romanizzata, la Gran Bretagna e la Germania furono a poco a poco incivilite e cristianizzate; e incominciò quella grande storia dell’Europa, di cui noi stiamo forse per vedere, o già abbiamo visto, l’apogeo. Con la guerra civile, invece, Cesare affrettò la lenta agonia della secolare repubblica; non la uccise e non costituì un nuovo ordine politico. Quanto egli tentò per costituirlo fu provvisorio e caduco, perchè la crisi non era ancora matura. Lo prova la tremenda convulsione che seguì la sua morte.

Note al Capitolo Quinto.

[19]. La terza dittatura Cesare dovette assumerla solo sullo scorcio del 46. Cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. II, p. 460.

[20]. Cic., Brutus, 96, 330; 97, 332 e passim: «in hanc reipublicae noctem.... haec importuna clades civitatis».

CAPITOLO SESTO LA TERZA GUERRA CIVILE

(44-42 a. C.).

29. L’amnistia del 17 marzo e la convalidazione degli atti di Cesare. — Cesare era stato ucciso nella mattina del 15 marzo. La sua morte fece in Roma come un gran vuoto. Il senato fuggì spaventato. L’altro console, Marco Antonio, si chiuse in casa, temendo che i congiurati tenessero in serbo un secondo pugnale per lui. I congiurati salirono sul Campidoglio e si fortificarono. Roma rimase tutto il giorno in balìa di se stessa.

Solo verso sera Antonio, che era stato raggiunto da Lepido, il magister equitum di Cesare, osò recarsi alla domus publica, a prendere le carte e i denari del dittatore; e i congiurati tentarono dal Campidoglio di entrare in discorso con i membri più eminenti del senato. Il giorno seguente, il 16, l’attività dei partiti crebbe, i soldati e i veterani di Cesare incominciarono, sobillati da Antonio, a radunarsi e ad agitarsi; i principali personaggi del partito del dittatore raggiunsero Antonio e quelli del partito senatorio — Cicerone, tra gli altri — i congiurati; nei due campi si deliberò a lungo e si iniziarono trattative da partito a partito, ma senza risultato. Intanto molti soldati e veterani, appresa la notizia dell’uccisione, accorrevano a Roma dai dintorni. Alla sera, non riuscendo i cesariani e i congiurati a mettersi d’accordo, si convenne di rimetter la questione al senato, che Antonio convocò, per il mattino del 17, nel tempio della Dea Tellus. E la mattina del 17, infatti, i senatori si recarono alla curia tra due ali di soldati, che M. Antonio aveva fatti disporre, diceva, per mantener l’ordine; e dietro i quali si pigiava la folla dei veterani di Cesare, i resti, resuscitati per l’occasione, degli antichi collegia di Clodio, e il popolo minuto, che i soldati e gli amici di Cesare avevano nel giorno precedente cercato di aizzare contro i congiurati. Ma la seduta fu lunga e laboriosa. Il senato doveva decidere se i congiurati erano degli assassini, e se, quindi, dovevano sottoporsi ad un regolare processo, come volevano i più accesi partigiani di Cesare, o se Cesare avesse a considerarsi tiranno, e quindi liberatori della patria meritevoli di premio gli uccisori, come pretendevano i loro amici più ardenti. Sebbene i congiurati, un po’ perchè avevano paura dei veterani, un po’ perchè non si fidavano di Antonio, si fossero astenuti dal partecipare alla seduta, subito apparve che la maggioranza del senato era apertamente favorevole agli uccisori, e perciò aliena dal primo di questi due giudizi. Troppo Cesare aveva offeso, danneggiato, spaventato le classi alte e l’aristocrazia! Ma a render cauta la maggioranza dall’incoronare i congiurati, giungevano di fuori il rumore tempestoso e le grida della folla, che, man mano che il tempo passava, imprecava a voce più alta e più arditamente contro gli uccisori di Cesare. Si aggiunse, in mezzo alle discussioni, un abile discorso di Antonio, il quale doveva mostrarsi così diverso in quei primi giorni, dalla caricatura che di lui, nelle Filippiche, disegnerà tra breve Cicerone. Antonio osservò che la proposta e minacciata damnatio memoriae di Cesare sarebbe seguita dalla rescissione degli atti di lui, e quindi dall’annullamento di tutte le cariche e di tutti gli uffici, di cui egli aveva nominato i titolari per l’anno in corso o per gli anni seguenti; di tutte le donazioni, che egli aveva fatte; dei benefizi che, direttamente o indirettamente, aveva largiti. Il senato sarebbe decimato; i magistrati in carica e quelli designati perderebbero il loro grado; le terre, da lui donate o vendute, dovrebbero essere restituite ai loro antichi possessori; le riforme attuate nelle province, in Italia o nelle colonie, sarebbero state annullate, come le promesse: le promesse fatte ai veterani ad esempio. Voleva il senato essere l’autore di un rivolgimento così universale, sotto il quale resterebbero sepolti, insieme con gli amici di Cesare, anche tanti suoi nemici e congiurati, che al dittatore dovevano la loro fortuna? Intorno a queste angustiose incertezze la discussione durò a lungo; finchè Cicerone trovò il modo di mettere tutti d’accordo, proponendo di ricorrere a un istituto giuridico, che la città di Atene aveva adottato in mezzo alle sue guerre civili: l’amnistia, ossia l’oblio e il perdono reciproco di quanto fosse stato commesso contro alla legge; nel tempo stesso, di considerare come validi gli atti di Cesare, e non quelli soltanto già divenuti pubblici ed esecutorî, ma anche gli altri, che si sarebbero trovati nelle sue carte, redatti in forma ufficiale, in forza dei poteri conferiti a Cesare dal senato e dai comizi. Questa proposta salvava ad un tempo i congiurati e gli interessi di tutti gli amici e nemici di Cesare; interdiceva ogni accusa contro gli uccisori e quindi trattava Cesare come un tiranno, la cui morte era un bene; ma trattava la opera sua come quella di un magistrato legittimo, volendola salva. La proposta fu approvata; e la sera i congiurati, protetti dall’immunità, potevano scendere dal Campidoglio, ove da tre giorni stavano rifugiati e barricati[21].


30. I funerali di Cesare. — La seduta senatoria del 17 marzo, se il gruppo dei cesariani intransigenti non poteva vantarla come una sua vittoria, aveva tuttavia provato che gli interessi costituiti dalla guerra civile e dalla dittatura erano più forti dei congiurati. I cesariani presero dunque coraggio, e nella successiva seduta del senato, tenuta probabilmente il 19[22], chiesero per bocca di Pisone, il suocero di Cesare, che gli si decretassero pubbliche esequie, come a tutti i grandi cittadini. Di nuovo il senato si trovò in grave impiccio. Decretare a Cesare pubbliche esequie voleva dire riconoscere che la sua morte era un lutto comune; ora, come si poteva approvare l’uccisione di un cittadino, la cui morte era riconosciuta come una pubblica sventura? D’altra parte, come negare quell’onore ad un uomo, che aveva tenuto tanti e così grandi uffici, che non era stato fatto segno ad alcuna, sia pure postuma, accusa, i cui atti erano stati approvati e confermati, lui morto, da tutto il senato? Prevalse alla fine l’opinione più temperata; e fu deliberato, non ostante la viva opposizione di Cassio e di molti senatori, che Cesare avesse pubblici funerali, in un giorno che dovette cadere tra il 20 e il 23 marzo.

Giorno sospirato dagli uni e temuto dagli altri. Prima era stato aperto il testamento, con il quale Cesare adottava come figlio e lasciava erede della massima parte della propria fortuna il nipote Caio Ottavio; designava — eventualmente — quali secondi eredi, taluni dei suoi stessi uccisori; nominava alcuni dei congiurati tutori di suo figlio, se mai uno ne avesse avuto; faceva obbligo al proprio erede universale di distribuire a ciascun cittadino povero di Roma 120 o (secondo un’altra versione) 300 sesterzi a testa, destinava ad uso pubblico i giardini situati al di là del Tevere, insieme con le collezioni artistiche, in quelli raccolte. Certamente Cesare aveva fatto in vita sua cose più insigni di questo testamento: ma nessun atto suo commosse forse il popolino di Roma, come la liberalità e le prove di affetto per tanti suoi uccisori, di cui il suo testamento era pieno. Soldati, veterani e plebe di Roma rammaricarono più vivamente la morte del dittatore; imprecarono con maggior furore ai suoi uccisori; onde il giorno dei funerali, il Foro, i templi, i monumenti adiacenti furono invasi da una folla agitata, turbolenta, pronta alla violenza, alla vendetta, alla distruzione. A un certo momento apparve, al di sopra della marea delle teste ondeggianti, portato a spalla, da magistrati ed ex-magistrati, il letto di avorio, ricoperto di porpora orlata di oro, su cui giaceva il corpo esangue di Cesare: lo precedeva, come un trofeo, la toga insanguinata; lo seguiva un lungo corteo di veterani, di liberti, di operai, mentre fra le nenie funebri si udiva echeggiare ripetutamente un verso di un tragico antico: Quelli che io aveva salvati mi hanno dato la morte. Ma nel Foro romano doveva, come in tutti i funerali dei nobili romani, tenersi il discorso funebre. Chi avrebbe parlato, magnificando l’estinto innanzi a quella folla esaltata e mareggiante? L’erede universale era assente; gli altri parenti erano personaggi di poco conto; taluni dei secondi eredi avevano preso parte alla congiura. Non restava che il collega Marco Antonio, il quale era anche uno dei secondi eredi. Ma l’impegno era spinoso: come fare l’apologia di Cesare tra i suoi veterani e i suoi uccisori? Antonio si cavò d’impaccio abilmente, facendo parlare i pubblici documenti. Invitò un araldo a leggere il decreto, con cui, ai primi dell’anno, il senato aveva decretato a Cesare tutti gli onori umani e divini; fece leggere la formula del solenne giuramento, con cui quei personaggi, che poco dopo dovevano trucidarlo, si erano impegnati con lui: poi aggiunse poche parole e scese dai rostri. Il corteo si preparava a riprendere la sua via ed avviarsi al Campo di Marte, quando prima alcune voci isolate, poi altre più numerose e più insistenti gridarono che il corpo dovesse cremarsi in quel luogo, nel Tempio di Giove Capitolino o nella stessa Curia di Pompeo, in cui la morte l’aveva sorpreso. In un baleno i portatori del feretro furono sopraffatti; si portarono sul luogo banchi, sgabelli, tavole, fascine, imposte scardinate dagli edifizi e dalle case vicine, e fu loro appiccato il fuoco, e sul fuoco fu posto il cadavere del grande Cesare, su cui, in un accesso di frenesia, le donne cominciarono a gettare i loro monili; i veterani, le armi; i trombettieri, gli strumenti; taluno, anche le proprie vesti.

Ma quella cremazione non poteva essere che il prologo di un incendio più vasto. Dal rogo di Cesare, la folla infuriata passò ad appiccare il fuoco alla casa di Bruto e di Cassio; ogni quartiere ebbe i suoi disordini e la sua dimostrazione contro i tirannicidi e i loro fautori, di cui taluno fu trucidato. La notte non bastò a placare il furore e la collera popolare; chè il giorno dopo l’agitazione ricominciò. Alle dimostrazioni del popolo minuto si unirono quelle dei numerosissimi stranieri, che soggiornavano in Roma. Un moto improvviso e incoercibile di plebe annullava l’amnistia del 17 marzo. Se i congiurati erano stati amnistiati dal senato, i veterani, i soldati, il popolino non perdonavano, chiedevano a gran voce vendetta; e, quando potevano, la facevano. L’agitazione non si spense col passare dei giorni; proseguì anzi implacabile, tacendo a tratti per ridestarsi più minacciosa; e impedendo ai congiurati più in vista di uscir di casa e di comparire in pubblico, e quindi di esercitare le magistrature, quelli che ne avevano.


31. Il figlio di Cesare e Marco Antonio. — Questi tumulti popolari fecero quel che gli amici di Cesare non avevano osato: cacciarono dal senato e dalle magistrature prima, da Roma poi, gli uccisori del dittatore. In pochi giorni la vita pubblica venne ad essere come paralizzata; il senato non potè quasi più radunarsi; e verso la fine del mese i congiurati, stanchi di vivere chiusi nelle loro case e sotto tante minacce, incominciarono a partire da Roma. Alla partenza dei congiurati seguì quella dei loro fautori, e dei loro amici. Anche Cicerone, il più autorevole fra i membri del senato, partiva il 6 o il 7 aprile per Pozzuoli. Il partito senatorio dileguava, la repubblica si disfaceva, e Antonio, per la forza di questa agitazione popolare e per la paura dei congiurati, si risvegliava una bella mattina padrone dello Stato. L’occasione era troppo bella, perchè egli non tentasse di consolidare l’autorità predominante che la fortuna e gli avvenimenti gli avevano conferita. Egli pensò di riuscirci (poichè il partito dei congiurati si disperdeva), ingraziandosi i soldati, i veterani di Cesare, la plebe favorevole alla memoria del dittatore. E infatti incominciò a sfruttare abilmente le carte di Cesare rimaste in suo potere; fece un viaggio in Campania, per distribuire ai veterani le terre promesse e raccomandar loro di tenersi vigili in armi; tornò circa un mese dopo, accompagnato da altre schiere di vecchi soldati di Cesare, cui aveva promesso nuove terre in Italia. Poco più di un mese dopo la morte di Cesare, Antonio già si preparava a prenderne il posto nella repubblica abbandonata da tutti. Nè alcuno pareva potersi opporre: chè i congiurati erano dispersi per l’Italia; il senato, paralizzato; quasi tutte le magistrature disertate dai titolari in fuga; la repubblica vuota. Non c’era che da farsi innanzi per occuparla.... Quando, tutt’ad un tratto, si presentò un ostacolo inopinato: l’erede universale, il nipote, il figliolo adottivo di Cesare, Caio Ottavio, giovane appena diciannovenne, che la morte del suo illustre parente aveva sorpreso in Apollonia, non lungi da Epidamno e che era tornato a Roma, mentre Antonio si tratteneva in Campania.

Caio Ottavio era nato in Roma il 23 settembre del 63 a. C., l’anno della congiura di Catilina e del consolato di Cicerone da una nipote — figlia di una sorella — di Cesare. Aveva perduto il padre a quattro anni, ed essendo la madre sua passata a seconde nozze, era stato educato dalla nonna materna, Giulia. Sin dai primi suoi anni era stato un fanciullo nervoso, delicato, malaticcio, ma assai intelligente, savio e studioso. Preso a ben volere dal dittatore, aveva ottenuto, sebbene giovanissimo, talune cariche onorifiche, ed era stato mandato ad Apollonia, per prepararsi ad accompagnarlo nella campagna contro i Parti. Non aveva quindi ancora fatto nulla, e nulla si sapeva dei suoi sentimenti; ma protetto e figlio adottivo del dittatore, dotato di ingegno e di ambizione, egli non poteva non disputare ad Antonio l’eredità di Cesare, che Antonio voleva tutta far sua. La forza delle cose ce lo obbligava. Lo screzio, infatti, fra i due avvenne subito al ritorno di Antonio dalla Campania. Ottavio si affrettò a chiedere ad Antonio le somme, che si dovevano trovare nella cassa di Cesare. Ma Antonio non solo tenne per sè il denaro, ma cominciò ad intrigare presso i comizi curiati, affinchè negassero o ritardassero la ratifica dell’adozione di Caio Ottavio, nella famiglia dei Giulî; e quindi, approfittando della dispersione del maggior numero dei senatori influenti, dell’avvilimento in cui giaceva il senato, del favore del popolino e dei veterani, nonchè della preferenza dei soldati condotti di Campania, tentò, senza più curarsi di Ottavio, di impadronirsi della repubblica con poche mosse risolute. Il 2 giugno faceva per legge, dai comizi tributi, prolungare a cinque anni, sino a tutto il 39, il governo della Macedonia, assegnatogli da Cesare, e quello della Siria, assegnato pure da Cesare a Cornelio Dolabella[23]. Poco dopo il fratello suo, il tribuno Lucio, promulgava una grande legge agraria con lo scopo di preparare la distribuzione tra i veterani dell’agro pubblico superstite in Italia e di acquistare, allo stesso intento, altre terre dai privati; finalmente, egli stesso e Dolabella proponevano al popolo di sorpresa una legge de permutatione provinciarum[24], per cui la Gallia Cisalpina, la provincia da cui si poteva tenere in soggezione l’Italia, doveva passare in luogo della Macedonia, da Decimo Bruto, che la teneva fin dall’aprile, allo stesso Antonio, il quale avrebbe avuto facoltà di trasportarvi le milizie di Macedonia: una forza di più che 50.000 uomini.

La intenzione di succedere a Cesare nel predominio sulla repubblica, era chiara. Dalla Gallia Cisalpina Antonio, a capo di tante legioni e con il favore dei soldati, avrebbe dominato Roma. Nell’ordine senatorio, nelle classi alte cresceva l’avversione contro Antonio: ma il favore dei veterani e l’assenza da Roma dei più autorevoli tra i congiurati facevano inespugnabile la sua potenza. Non ostante qualche fiacco tentativo di opposizione in senato, la lex de permutatione fu approvata nel mese di agosto. Antonio e con esso il partito cesariano erano dunque di nuovo padroni della Gallia Cisalpina, dell’esercito più vicino a Roma, e quindi della repubblica. I congiurati e tutto il partito, che li sosteneva, parevano spacciati, quando questo partito trovò un inopinato aiuto proprio in Caio Ottavio, nel figlio adottivo di Cesare, che, l’adozione approvata, aveva il diritto ormai di chiamarsi C. Giulio Cesare Ottaviano. Lo screzio fra lui ed Antonio s’era inasprito. Risoluto a ottemperare agli obblighi impostigli dal testamento di Cesare e a procurarsi con tal mezzo una grande popolarità, il giovane Ottavio, cui Antonio negava l’eredità di Cesare, aveva venduto tutti i possedimenti personali; aveva invocato l’aiuto dei suoi congiunti e degli amici più fidi di Cesare; ed era riuscito a distribuire a ciascun cittadino povero di Roma il legato a lui commesso dal testamento paterno. Poi aveva preparato, in memoria del genitore, e a sollazzo dei veterani e del popolo, giuochi, che aveva denominati della Vittoria di Cesare. Ma quando nei giuochi, che ebbero luogo nella terza decade di luglio, il giovane aveva voluto far portare il seggio dorato di Cesare, n’era stato impedito da alcuni tribuni della plebe, subornati da Antonio. Ottaviano aveva ricorso al console; ma invano: Antonio aveva dato ragione ai tribuni e minacciato il figlio di Cesare di metterlo in prigione se continuasse a sobillare la popolazione romana. Peggio accadeva qualche mese dopo. Verso il 4 o il 5 ottobre corse per Roma la diceria che Ottavio aveva tentato di assassinare Antonio nella sua stessa casa, prezzolando all’uopo dei sicari. Era vera la notizia? Era falsa?[25] Impossibile decidere. Ma vera o falsa, quell’accusa gettava il figlio di Cesare nelle braccia del partito dei congiurati. Quell’accusa preparava un processo: per non restar solo, esposto ai colpi di Antonio, Ottaviano si intese con i congiurati, si offrì per difenderli, e fu accettato, poichè ormai i congiurati non avevano capi: onde a mezzo ottobre si recò anch’egli in Campania, con tutte le somme che egli e i suoi amici avevano potuto raccogliere, a reclutare tra i veterani di Cesare una sua guardia personale, che al buon momento avrebbe potuto difendere la repubblica contro Antonio: l’impresa più rivoluzionaria, cui dal tempo di Clodio e di Milone Roma avesse assistito.


32. Il «De Officiis» di M. Tullio Cicerone. — Mentre Ottaviano in Campania attendeva con fortuna alla sua rischiosa bisogna, Cicerone si tratteneva a Pozzuoli, stanco e sfiduciato di ogni cosa. Egli vagheggiava in quei mesi qualcosa di più alto, che la vittoria della sua parte: il rinnovamento morale della sua gente, per il quale soltanto Roma poteva esser salva. Come tutti i Romani eminenti dopo la seconda guerra punica, egli era spaventato dalla contradizione tragica, in cui l’Italia si disfaceva: quella contradizione, per cui la coltura e la ricchezza la corrompevano, la guerra e la vittoria la effeminavano, la dominazione sugli altri popoli la spogliava delle domestiche libertà. E da anni andava cercando come si potesse conciliare la conquista e la libertà, la ricchezza e la disciplina, la coltura e la virtù.

Doveva essere questo l’assunto del libro che Cicerone componeva in questi mesi, il De officiis, nel quale le compilazioni e le traduzioni dal greco non sono ritagli morti cuciti insieme da un sarto frettoloso e indifferente; ma testimonianze vive, per il soffio che le rianima, del grande travaglio morale e politico in cui i tempi, e l’autore con essi, si struggevano. Cicerone si proponeva, scrivendo questo libro, di ricercare quali virtù debbano ornare la classe dominante in una repubblica ben governata; e le trovava tutte riassunte in questo principio: essere la ricchezza ed il potere non già i massimi beni, che vanno desiderati per se stessi, ma pesanti fardelli che occorre addossarsi e portare per il bene di tutti. Inteso e accettato questo principio, i nobili e le classi dominanti saprebbero vivere con dignità, ma senza sfarzo, esercitando gli uffici pubblici, non per arricchire e corrompere il popolo, ma per servire la plebe povera e la condizione media; vorrebbero piuttosto edificare lavori pubblici utili, come mura, porti, acquedotti, strade, anzichè monumenti di lusso — teatri, portici, templi; — soccorrerebbero il popolo nei suoi bisogni, ma senza ruinare il tesoro pubblico; aiuterebbero i debitori innocenti, ma senza rompere le tavole dei debiti con la violenza; darebbero infine terre ai poveri, ma senza spogliare i proprietari legittimi. Così il bene universale diverrebbe il sommo fine del governo; e il rispetto scrupoloso delle leggi, la liberalità intelligente dei grandi, l’esercizio della virtù, il mezzo per ottenere questo fine. Nè le province erano escluse da questo rinnovamento morale della metropoli. La repubblica avrebbe dovuto comandare ai sudditi con giustizia, ricercando il loro bene più che il proprio. Non più aggressioni inique, come quelle di Cesare e di Crasso; non più violenze, perfidie e slealtà; non più guerre neppure, fuorchè per difendere l’ordine e la pace; i grandi oratori, i filosofi, i giuristi onorati più che i grandi guerrieri, purchè lo studio non distogliesse mai nessun cittadino dal proprio dovere civico. Così solo si sarebbe fondato il vero governo degli ottimi, senza demagoghi ambiziosi e senza conservatori violenti, senza nuovi Cesare o nuovi Silla. Cicerone dettava così, senza saperlo, il suo programma all’impero. Ma il destino gli concederebbe solo di vedere i primi eccessi dell’uomo, che un giorno avrebbe attuato, adattandolo al mondo, il suo sogno.


33. La guerra di Modena (43 a. C.). — Ottaviano con aveva perso tempo in Campania. Dipingendo Antonio come un cesariano tepido, accusandolo di tradire il partito e spendendo grandi somme, era riuscito a reclutare 3000, o secondo altri, ben 10.000 uomini[26], di cui pensava servirsi per tutt’altro fine che la vendetta di Cesare. Nel tempo stesso, per mezzo di amici, tentava nascostamente le legioni macedoniche, che Antonio aveva fatte sbarcare in Italia e che erano malcontente di essere mandate in Gallia, invece che verso l’impero dei Parti, dove avevano sperato una ricca preda. Ma Antonio, irritato da tutti questi intrighi, avviò tre legioni lungo l’Adriatico alla volta della Cisalpina e due ne condusse nel Lazio: poi andò a Roma, risoluto a finirla con Ottaviano, processandolo per i suoi armamenti illegali. Le sorti di Ottaviano pendevano da un filo. All’avvicinarsi del pericolo i pompeiani, che lo avevano incoraggiato sino allora, lo abbandonarono; gli stessi veterani, da lui reclutati, vacillarono; se Antonio riusciva a metterlo in accusa per perduellio, non gli resterebbe più che o inalzare lo stendardo della rivolta o uccidersi. Ma un miracolo lo salvò. All’ultimo momento, le due legioni che Antonio aveva condotte nel Lazio, irritate dalla sua severità, malcontente dei doni ricevuti, lavorate abilmente da Ottaviano, si ribellarono, dichiarandosi per il figlio di Cesare. Questa rivolta capovolgeva le sorti a danno di Antonio, e con tanto maggior pericolo, perchè nel frattempo Decimo Bruto, risoluto a non riconoscere la lex de permutatione, armava soldati nella Cisalpina. Antonio correva il pericolo, con le tre legioni rimastegli fedeli, di esser preso in mezzo tra Ottaviano e Decimo Bruto. Ma non esitò: per difendere la minacciata provincia, dopo aver fatto deliberare il senato intorno alle province ancora vacanti, partì per la Cisalpina sui primi del dicembre 44, conducendo seco i veterani che si trovavano in Roma e che l’avevano aiutato subito dopo le Idi di marzo; richiamò la sesta legione rimasta in Macedonia, radunando in gran fretta nuove milizie, e pose campo a Rimini, donde iniziava le operazioni contro Decimo Bruto.

La partenza del console la diede vinta per il momento al partito dei congiurati. Ottaviano si avvicinò ancora di più ai pompeiani e iniziò accordi con Decimo Bruto. Decimo Bruto, sentendosi sostenuto da Roma, deliberò di resistere ad Antonio, non ostante la scarsezza delle sue forze; i fermi propositi di Decimo infusero a loro volta coraggio al partito dei congiurati, che a Roma risollevò il capo; Cicerone si mise risolutamente alla sua testa. Tra lui e Antonio non era corso mai buon sangue; ma non c’era stata neppure fino ad allora aperta dichiarazione di inimicizia. Cicerone aveva sempre esitato tra l’odio di Antonio e i consigli della prudenza. Ogni esitanza disparve, invece, dal giorno in cui il senato, per la prima volta, tornò a radunarsi dopo la partenza di Antonio, che fu il 20 di dicembre. In quella seduta, pronunciando quello che nella raccolta dei suoi discorsi porta il titolo di terza Filippica, Cicerone si dichiarò per la prima volta apertamente contro Antonio; e quando nelle sedute del senato del 1º gennaio del 43 si discusse della situazione, con la quinta Filippica sostenne a viso aperto che occorreva senz’altro dichiarare la guerra. Il prudente letterato diventava il campione degli arrabbiati. Ma nel senato c’era un manipolo di amici di Antonio; e soprattutto c’erano molti che temevano una nuova guerra civile. Si discusse dunque a lungo; si approvarono grandi onori e premi per Ottaviano, che fu ammesso nel senato tra i senatori di rango consolare, e autorizzato a domandare il consolato dieci anni prima del tempo legale; ma, quanto ad Antonio, si prese un partito di mezzo: non si dichiarò la guerra, ma si spedì una ambasceria di tre senatori a intimargli di abbandonare la Cisalpina.

Antonio frattanto aveva costretto Decimo a chiudersi in Modena; ce lo assediava, ma mollemente; e raccoglieva soldati da ogni parte, persino nell’Italia meridionale, dove aveva mandato un suo ufficiale, Ventidio Basso, a reclutare tre legioni. I tre ambasciatori gli si presentarono; gli parlarono con il dovuto rispetto, e tra essi e Antonio si impegnò una discussione amichevole. Alla fine Antonio si dichiarò pronto a lasciar la Cisalpina, se gli fosse garantita la Transalpina con sei legioni per cinque anni e se non si ritornasse su quello che egli aveva fatto come console. A molti amici della pace la proposta parve ragionevole, non a Cicerone, il quale, in una seduta dei primi del febbraio, cercò di mostrare che non avendo Antonio obbedito alle intimazioni del senato, occorreva senz’altro dichiararlo nemico pubblico (hostis publicus) e sguainare la spada. Ma la maggioranza dei senatori, se non accolse le proposte di Antonio, volle lasciare ancora aperta una via all’accordo; e, invece di dichiarare la guerra, si contentò di dichiarare il tumultus, ossia il turbamento grave dell’ordine pubblico. Il senato consigliava prudenza, e non solo per amore della pace; ma per una ragionata diffidenza dei soldati. Il console Irzio aveva preso il comando dell’esercito di Ottaviano, e partito di Roma, si era dato a raccogliere nuove milizie; ma nè Irzio nè Ottaviano, nè lo stesso Decimo Bruto assediato, benchè a capo di forze preponderanti, osavano intraprendere delle ardite operazioni contro Antonio; perchè troppi erano nei loro eserciti i veterani di Cesare, e c’era da temere che non avrebbero combattuto contro Antonio e contro i suoi soldati. Cicerone solo, esaltato da uno strano furore, voleva davvero la guerra. Senonchè, verso la metà di febbraio, giunsero a Roma delle notizie meravigliose. Marco Bruto, fuggito da Roma pochi mesi prima come esule, con la sola scorta di poche decine di migliaia di sesterzi presi a prestito da un amico generoso, aveva, insieme con parecchi suoi compagni d’esilio, residenti in Atene, compiuto un prodigio. Era riuscito ad impadronirsi dei tributi che il governatore della provincia d’Asia spediva a Roma: 16.000 talenti; con questi, corrompendo gli eserciti romani d’Oriente, e facendo nuove leve, era riuscito ad allestire un esercito, a occupare la Macedonia, e a mettere la mano sui grandi depositi militari, che Cesare aveva apparecchiati colà per la guerra partica; ed assediava ora ad Apollonia il governatore della Macedonia, Caio Antonio, fratello di Marco. Il partito pompeiano aveva in Oriente un grande esercito e un tesoro di guerra; ed era liberato dalla paura che i veterani di Cesare non fossero disposti a combattere che per i cesariani. Primeggiò dunque di nuovo e comandò in senato, come arbitro della repubblica. All’antica prudenza successe una audacia nuova; quella stessa assemblea, che fino ad allora era stata sorda al pungolo dell’eloquenza infiammata di Cicerone, applaudì unanime la sua nuova orazione contro Antonio (la decima Filippica); approvò tutti gli atti rivoluzionari compiuti da Bruto in Oriente, investendolo del comando proconsolare sulla Macedonia, sulla Grecia e sull’Illiria con la raccomandazione di tenersi vicino all’Italia; annullò tutti gli atti di Antonio. La guerra ad Antonio era dichiarata; e gli eserciti, sino allora immobili o quasi, finalmente si mossero davvero. Antonio incominciò ad assediare sul serio Modena; e ordinò a Ventidio di raggiungerlo al più presto con le legioni. A sua volta il senato pensò a soccorrere efficacemente Decimo. Il 19 marzo, l’altro console, Vibio Pansa, lasciava Roma con quattro nuove legioni, per riunirsi con gli eserciti del suo collega Irzio e di Ottaviano, che dovevano attaccare Antonio sotto Modena e liberare Decimo. Il 14 o il 15 aprile Antonio, sebbene inferiore di forze, tentò di impedire la congiunzione di Pansa con Irzio e con Ottaviano, sorprendendolo in marcia, mentre suo fratello Lucio avrebbe distratto l’attenzione di Irzio e di Ottaviano con un finto assalto ai loro accampamenti. Ma Irzio, intravedendo il disegno di Antonio, aveva mandato a tempo dodici coorti incontro a Pansa. Queste riuscirono a congiungersi con l’esercito che sopraggiungeva, e lo accompagnarono nel resto del cammino; ma non per questo Antonio mutò piano; e nei pressi di Castelfranco (Forum Gallorum) assalì insieme le legioni di Pansa e i nuovi rinforzi, riuscendo a sconfiggerli. Lo stesso Pansa, gravemente ferito, dovette abbandonare la linea del combattimento. Senonchè un messaggero del vinto era giunto, invocando aiuti, al campo di Irzio. Questi spedì subito due legioni di veterani. Le venti coorti di Antonio vincitrici si ritiravano stanche nei loro accampamenti, allorchè furono assalite dalle fresche milizie del nuovo avversario, e subirono a loro volta una sconfitta abbastanza grave.

Scontro di avanguardie e non decisivo, del resto. I due avversari non avevano impiegato che una piccola parte delle proprie forze, e Ventidio sopraggiungeva dalla via Emilia alle spalle di Irzio e di Ottaviano. Questo pericolo e le strettezze in cui versava l’esercito di Decimo Bruto in Modena, indussero Irzio, Pansa e Ottavio, una settimana dopo, a tentare di rompere il blocco, mentre Decimo Bruto avrebbe fatto una sortita dalla città. Così avvenne; e la battaglia — o piuttosto le due battaglie — furono asprissime. Irzio, combattendo da valoroso, perì nella mischia, e Ottaviano, per la prima volta in vita sua, dovette combattere da generale e da soldato ad un tempo. Alla sera le milizie di Decimo e le altre di Irzio e di Ottaviano erano costrette a ritirarsi. Ma Antonio aveva perduto molti soldati; tanto che, temendo di essere attaccato di nuovo il giorno dopo, prima che Ventidio giungesse, e distrutto, la notte stessa, improvvisamente, deliberò di togliere l’assedio e di ritirarsi nella Gallia Narbonese, dopo aver inviato messaggeri a Ventidio perchè lo raggiungesse colà, per la via della Liguria.


34. «Triumviri reipublicae costituendae». — Che giubilo in Roma e nel senato, quando giunse la notizia della fuga di Antonio! Il ribelle parve spacciato; la guerra, vinta; i cesariani, sterminati; onde in una memorabile seduta del 26 aprile Antonio e i suoi partigiani furono finalmente proscritti. Ma la gioia, come spesso accade, aveva avuto troppa fretta. Antonio abbandonava Modena con un esercito che, se non era stato vittorioso, non era stato neppure vinto; e correva incontro a un esercito più fresco ed amico: quello a cui comandava il governatore della Gallia Narbonese, M. Emilio Lepido, l’amico di Cesare e suo, con il quale già durante l’assedio di Modena egli aveva trattato e che gli aveva promesso aiuto. Invece, degli eserciti che si credevano vincitori, quello di Decimo Bruto era stremato; l’altro non aveva più generali, perchè anche Pansa era morto pochi giorni dopo la battaglia per le ferite, ed Ottaviano non sapeva, o in parte non poteva, comandare. Infatti Decimo non potè persuaderlo a tagliare la strada a Ventidio Basso, che varcava l’Appennino per scendere in Liguria e di là raggiungere Antonio nella Narbonese. Ottaviano si era schierato contro Antonio, perchè questi aveva voluto toglierlo brutalmente di mezzo; ma egli non poteva neppur volere la piena vittoria degli uccisori del padre suo; e se anche per stoltezza e accecamento l’avesse voluta, non l’avrebbero voluta i suoi soldati. Se la speranza delle ricompense promesse, se la presenza di un ex-cesariano come Irzio e dello stesso Ottaviano li aveva persuasi a combattere Antonio, era temerario sperare che i vecchi soldati ed ufficiali di Cesare avrebbero combattuto, per ripristinare la potenza del senato e dei congiurati. Per trascinarli a tanto occorrevano grandi mezzi: vistosi donativi in contanti e non promesse; una amicizia sincera e piena tra il partito pompeiano e il figlio di Cesare. Sarebbe il senato da tanto?

Il senato invece esitò sin dal principio. Mentre Ottavio indugiava a Bologna, inerte, deliberò, dopo lunghi tentennamenti, che sole le due legioni ribelli ad Antonio riceverebbero la ricompensa, e non già di 20.000 (come era stato promesso) ma solo di 10.000 sesterzi a capo. Statuì inoltre, se non di ritogliere ad Ottavio il comando, come qualcuno aveva suggerito, di far le viste di non riconoscergli alcuna ufficiale autorità e di trattare direttamente con le cinque legioni che egli comandava[27]. Cosicchè, nello stesso tempo in cui Decimo Bruto si poneva, solo e non senza ritardo, e con le sue stanche milizie, al difficile inseguimento di Antonio, questi con quattro legioni, con altre milizie non ancora inquadrate, e con tutta la cavalleria viaggiava a grandi marce verso la Narbonese, sfidando le asprezze del faticoso cammino. Il 23 aprile era piombato come un turbine su Parma; il 25 era giunto a Piacenza; il 28 a Dertona (Tortona), donde aveva intrapreso l’ascensione delle montagne, che lo separavano da Vada Sabatia (Vado). Camminando a marce forzate, era arrivato a Vado il 5 maggio e il 7 era raggiunto da Ventidio con tre legioni, che Ottaviano aveva lasciato sfuggire; e insieme si erano incamminati alla volta della Narbonese, giungendo otto giorni dopo a Forum Julii, a sole 24 miglia di distanza da Lepido, le cui sette legioni accampavano a Forum Voconii. Ai primi di giugno, Roma apprese che gli eserciti del governatore della Narbonese e del fuggiasco proconsole della Cisalpina avevano fraternizzato; che Antonio e Lepido erano in armi insieme contro la Repubblica.

M. Emilio Lepido era stato l’ultimo magister equitum e il più intimo tra gli amici del dittatore, nei tempi che ne precedettero la morte. Alla sera del 15 marzo 44, solo tra i cesariani, era corso ad Antonio per deliberare insieme con lui sul pericolo del suo partito; e par che consigliasse l’amico di dare insieme l’assalto al Campidoglio e trucidare i congiurati. Più tardi, si era destreggiato tra le due frazioni: finchè, sia pur facendo mostra di essere violentato dai soldati, si era risolutamente schierato dalla parte di Antonio contro la coalizione di Ottaviano e del partito dei congiurati. Antonio dunque disponeva ormai di nuovo di un poderoso esercito contro questo partito e contro il senato. Il senato chiamò in Italia dall’Oriente non solo Marco Bruto ma anche Cassio, che, sebbene con minore celerità e fortuna del suo amico, aveva, negli ultimi tempi, reclutato un esercito in Siria, dove aveva tolto di mezzo Dolabella; richiamò le legioni di stanza in Africa, agli ordini di Q. Cornificio; pose a capo della flotta, col titolo di praefectus classis et orae maritimae, e con poteri eguali a quelli del padre suo nella guerra dei pirati, il figlio superstite di Pompeo, Sesto[28], uscito dal nascondiglio, che, dopo Munda, l’aveva ospitato nella estrema Spagna; impose all’Italia una contribuzione straordinaria e affidò ad Ottaviano il comando della guerra contro Antonio. Frattanto Decimo Bruto, per la valle d’Aosta ed il piccolo S. Bernardo — adoperiamo i nomi moderni — scendeva nella Narbonese, congiungendosi con Planco a Grenoble. Decimo e Planco avevano insieme quindici legioni, Lepido e Antonio, quattordici: sarebbe stato loro difficile di resistere a un attacco di Decimo e Planco da una parte e di Ottaviano, che ora disponeva di otto legioni, dall’altra. Ottaviano veniva ad essere così l’arbitro, poichè la parte, per cui egli combatterebbe, soverchierebbe l’altra senza speranza. Lepido lo intese così bene, che aprì subito trattative con Ottaviano per riconciliarlo con Antonio, facendo appello al gran nome di Cesare, cui tanto dovevano tutti. Ma Ottaviano perseguiva allora un altro disegno, audacissimo: i due posti di consoli essendo vacanti per la morte di Irzio e di Pansa, ottener dal senato d’esser nominato console, insieme con Cicerone. Un console non ancora ventenne era tale uno scandalo, che mai non s’era visto l’eguale, a Roma! Ma i tempi erano così torbidi, il pericolo così urgente, che Cicerone si rassegnava a questo orrendo strappo alla costituzione, purchè egli fosse il collega. Non c’era altro mezzo, del resto, per impedire a Lepido di riconciliare Antonio e Ottaviano. Ma il senato si ribellò tutto quanto contro questa illegalità mostruosa. E Ottaviano allora prestò l’orecchio alle proposte di Lepido: strinse un accordo segreto, e, appena strettolo, con un repentino voltafaccia si presentò di nuovo ai soldati come il figlio e l’erede di Cesare; ricordò loro con veementi discorsi i benefici e le glorie del padre; promise che, fatto console, avrebbe dato loro tutte le ricompense promesse da Cesare, e li persuase a mandare un’ambasceria di centurioni a Roma, a chiedere al senato, per il loro generale, la suprema autorità. Ma avendo il senato rifiutato, egli marciò con le sue legioni alla volta di Roma. Questa volta il senato vacillò, e s’affrettò a concedere quanto aveva poco prima rifiutato; e 20.000 sesterzi a testa per tutte le legioni; e la nomina di Ottaviano nella Commissione per la ripartizione delle terre ai suoi soldati; e il permesso di brigare il consolato anche assente da Roma. Ma ecco sopraggiungere la notizia che le regioni della provincia d’Africa erano arrivate! Subito il senato ritirò ogni concessione. E allora Ottaviano entrò a mano armata in Roma, ma senza spargimento di sangue, chè le milizie, su cui il senato aveva fatto assegnamento per essere difeso, si dichiararono tosto per lui. Il 19 agosto egli stesso e Q. Pedio, un altro degli eredi di Cesare, erano nominati consoli. E allora avvenne quello per cui i pompeiani e i congiurati trepidavano da più di un anno. Dopo aver fatto convalidare la propria adozione dai comizi centuriati; dopo avere versato ai soldati, con fondi del pubblico erario, una parte delle ricompense promesse, e al popolo, una parte del legato lasciato da Cesare, i due nuovi consoli fecero quello che Antonio non aveva mai osato: fecero approvare dai comizi una legge, la lex Paedia, la quale deferiva a un tribunale speciale gli autori della morte di Cesare e i loro complici per essere condannati alla interdictio aqua et igni e alla confisca dei beni.

L’amnistia del 17 marzo del 44, il capolavoro di Cicerone, era annullata. Il partito cesariano era padrone di Roma, per l’incredibile voltafaccia di Ottaviano, e possedeva un’arma micidiale contro il partito dei congiurati. Nè fu tardo o timido a servirsene. Gli amici di Ottaviano si divisero i congiurati, ognuno accusandone uno; e in pochi giorni li fecero tutti condannare in contumacia. Intanto alla notizia degli eventi di Roma l’entusiasmo cesariano, a lungo compresso, divampava in tutti gli eserciti d’Occidente, anche in quelli che servivano sotto generali fedeli al partito pompeiano; e li spingeva tutti a disertare la causa del senato, e a dichiararsi in favore dei tre nuovi capi del partito cesariano. Defezionò nella Spagna l’esercito di Asinio Pollione; nella Transalpina, quello di L. Munazio Planco, che già s’era congiunto con l’esercito di Decimo Bruto; questo esercito poi, mentre il generale cercava di condurlo in Macedonia, si sbandò a poco a poco, dapprima a piccoli gruppi poi in grandi masse, finchè Decimo fu preso e trucidato dal capo di una tribù alpina. Con Decimo Bruto il senato e il partito dei congiurati perdevano l’ultimo generale in Occidente. Antonio, Lepido e Ottaviano erano ormai padroni di tutte le province occidentali, e si accordavano per spartirsi l’impero con il nome di triumviri reipublicae costituendae. Partiti i primi due dalla provincia in cui risiedevano; l’altro, Ottaviano, da Roma, dopo aver fatto approvare una legge che annullava la duplice condanna di Antonio e di Lepido, si incontravano, non lungi da Bologna e dalla via Emilia, in un’isoletta al confluente del Reno e del Lavino, e qui, in tre giorni, si mettevano d’accordo per instaurare un nuovo governo.

Il primo impegno dei triumviri era con le legioni. I triumviri si trovavano alla testa di 43 legioni — 250.000 uomini all’incirca — alle quali avevano fatto infinite promesse. Per mantenerle occorrevano circa 800 milioni di sesterzi. Ma i triumviri non avevano danaro; il tesoro pubblico era vuoto; le province più ricche erano in balìa dei congiurati; e l’Italia non voleva pagare neppure la contribuzione straordinaria, decretata poco prima dal senato. Era inoltre necessità debellare il partito dei congiurati prima che si fosse fatto troppo forte in Oriente; altra spesa immensa, alla quale difettavano i denari. Stretti dalla necessità, i tre capi decisero di ricorrere ad un espediente, disusato dal tempo di Silla e di Mario: la confisca delle famiglie ricche, che fossero state o nemiche o neutre nella lunga guerra fra i cesariani e i pompeiani. Il potere triumvirale avrebbe fornito i mezzi legali per questa confisca; perchè doveva comprendere la facoltà di far leggi, la giurisdizione penale senza restrizioni, appello e procedura, il diritto d’imporre tasse, di ordinare leve, di comandare gli eserciti, di governare le province, di nominare i senatori, i magistrati, i governatori, di espropriare, di condurre colonie, di batter moneta. E difatti, giunti a Roma l’uno dopo l’altro, ciascuno con una legione e con la rispettiva coorte pretoria il 24, il 25 e il 26 novembre, Antonio, Lepido e Ottaviano ricevettero il 27, mediante la legge Titia, e per cinque anni, cioè sino al 31 dicembre del 38[29], questo illimitato potere triumvirale: indi incominciarono la grande proscrizione, che soltanto in via accessoria doveva servire di sfogo a vendette politiche e a rancori personali, ma che mirava precipuamente a spogliare le classi ricche dell’Italia a profitto dei veterani e dei soldati, e a sterminarle, per impedire che le vittime delle confische non corressero a ingrossare l’esercito dei congiurati. In pochi giorni, per editto triumvirale, senza processo o simulacro di processo, una parte considerevole della grande proprietà e dell’alta plutocrazia italica fu sterminata; le più belle ville del Lazio e della Campania, un numero infinito di proprietà sparse per l’Italia, i grandi dominî della Magna Grecia e della Sicilia, le vaste terre, che senatori e cavalieri possedevano nella Cisalpina o fuori d’Italia, con le greggi, le famiglie di schiavi, gli oggetti di valore, il vasellame, le statue, i mobili, i tappeti, che ornavano le eleganti dimore di Roma e d’Italia, e l’oro e l’argento, che si trovava in quelle, tutto fu razziato e posto in vendita. La vittima più illustre fu Cicerone, a cui Antonio non perdonò[30].

Ma, come sempre avviene in simili casi, se i triumviri e i loro fedeli amici poterono arricchire con le proscrizioni e se la massa dei beni confiscati fu enorme, la loro vendita all’incanto fruttò poco. Molti non osavano comperare i beni dei proscritti, temendo l’avvenire; gli amici dei triumviri, per accaparrare il meglio della preda, si studiavano di allontanare gli acquirenti; il capitale spaventato si nascondeva. Onde i triumviri furono costretti a sospendere quelle vendite forzate, aspettando giorni migliori, e ad escogitare altri espedienti: ordinare la confisca delle somme depositate dai privati nel tempio di Vesta; invitare tutti gli stranieri e tutti i liberti, che possedessero almeno 400.000 sesterzi a denunciare il proprio patrimonio e a prestare allo Stato una somma eguale al 2% del suo valore e il reddito di un’annata, calcolato, nei casi dubbi, secondo che sembra, al decimo del capitale[31]; obbligare i cittadini, che possedevano meno di 400.000 sesterzi, a una contribuzione eguale alla metà del reddito di un anno intero; invitare le più ricche matrone italiche (1300 circa) a dichiarare il valore della loro dote; deliberare la confisca, non solo dei beni dei proscritti, ma anche degli esuli volontari, gli «emigrati» del tempo. E solo allora, quando ebbero spremuto e salassato senza pietà l’Italia, i triumviri credettero opportuno muovere finalmente alla guerra contro i congiurati. Nella primavera del 42, otto legioni, avanguardia del loro esercito, traversavano l’Adriatico e movevano alla volta della Macedonia.


35. Filippi. — M. Bruto aveva intanto sgombrato la Macedonia ed era andato con tutto l’esercito in Asia Minore, forse per raccogliere denaro e prendere i quartieri invernali in un paese più ricco e più lontano dall’Italia che non fosse la Macedonia. A Smirne aveva avuto un colloquio con Cassio, e insieme avevano deliberato di guerreggiare a forze unite. Ma mentre Bruto avrebbe voluto ritornare subito nella Macedonia, per cacciare le otto legioni di Antonio, Cassio opinava essere necessario un disegno più vasto: assicurarsi l’Oriente tutto, e precipuamente l’Egitto, ove la regina Cleopatra rimaneva fedele al partito cesariano; impadronirsi del mare, tagliare le comunicazioni tra l’Italia e la Macedonia, e solo allora attaccare in Macedonia l’esercito dei triumviri. Senza il dominio del mare, i triumviri non potrebbero mantenere in Macedonia un grosso esercito; e il mare era, per il momento, tenuto da Sesto Pompeo, il quale, forte dell’incarico ricevuto dal senato dopo la disfatta di Antonio sotto Modena, aveva assunto il comando delle forze navali della repubblica, aveva occupato la Sicilia, e ora andava raccogliendo ovunque navigli, reclutava marinai, organizzava legioni, devastava le coste dell’Italia, intercettava per mare i carichi di grano destinati a Roma. Prevalse dunque il piano di Cassio: accettato il quale, Cassio e Bruto si separarono: Cassio, per andare alla conquista di Rodi, per rifornirsi in Asia di denaro e di navigli, e per cercar d’intercettare i soccorsi che Cleopatra preparava per i triumviri; Bruto, per sottomettere la confederazione delle repubbliche della Licia.

Queste imprese riuscirono felicemente; e sul finire dell’estate Bruto e Cassio si disponevano a invadere la Macedonia per debellare le otto legioni mandate da Antonio. Invece, i primi tentativi di Antonio per spezzare il piano del nemico riuscirono vani. Ottaviano, ch’egli aveva mandato in Sicilia contro Sesto Pompeo, falliva; i soccorsi di Cleopatra erano dispersi da una tempesta; e l’armata di Cassio, agli ordini di un tal Murco, liberata da quel compito, accorreva in Italia a bloccare Antonio a Brindisi, proprio quando Bruto e Cassio si avviavano verso la Macedonia e Antonio si preparava a condurci rinforzi per salvare le otto legioni dall’annientamento. Antonio fu costretto a richiamare dalla Sicilia la flotta di Ottaviano; e solo con questo aiuto potè obbligare Murco a lasciargli libero passo e sbarcare con altre dodici legioni a Durazzo, e con queste, raggiunte le altre otto già mandate innanzi, muovere incontro a Cassio e a Bruto. Cassio e Bruto con le legioni si erano accampati a Filippi, in una posizione fortissima, trincerandosi in due campi, Bruto un po’ più a nord, Cassio un po’ più a sud. L’uno e l’altro campo comunicavano per la grande via Egnazia col porto di Neapolis, dove i navigli recavano ogni giorno viveri e armi dall’Asia e dalla vicina isola di Taso, che i congiurati avevano scelta quale magazzino generale. Ma se potè accamparsi anche egli di fronte ai due congiurati, Antonio non potè dar subito la battaglia che andava cercando. Per i congiurati era buon consiglio tenersi sulla difensiva, aspettando il giorno, in cui la fame e la sedizione avrebbero debellato un esercito più numeroso, ma accampato in paese inospitale, senza la sicurezza del mare. Cassio aveva rinforzato la flotta di Murco con una seconda armata, agli ordini di Domizio Enobarbo. Ad Antonio e ad Ottaviano, che l’aveva accompagnato, era necessità invece violentare il nemico più debole, provocarlo a battaglia, e ottenere la decisione al più presto. Tutti i giorni, dunque, Cassio e Bruto doverono opporre una pazienza instancabile alle provocazioni con cui Antonio si studiava di forzarli alla battaglia. Alla fine Antonio immaginò di costruire una via attraverso la palude, che separava il campo di Cassio dal mare, e di minacciare questi alle spalle. Il pericolo alle spalle dei congiurati era serio; onde un giorno, nella seconda metà d’ottobre, Cassio e Bruto fecero una sortita, a quanto pare per interrompere quel minaccioso lavoro: l’ala destra, agli ordini di Bruto, piombò sulle legioni di Ottaviano, quella sinistra, agli ordini di Cassio, sulle legioni di Antonio. La mischia fu singolare: le legioni di Ottaviano, sorprese e non assistite dalla presenza del loro generale, che fu costretto a fuggire e a nascondersi in una vicina palude, furono interamente disfatte e i loro accampamenti saccheggiati. Invece le legioni di Antonio si gettarono impetuose su quelle di Cassio, e le inseguirono, entrando anch’esse nel campo nemico. Nè l’uno nè l’altro dei due generali vittoriosi potè distogliere i propri soldati dal saccheggio e coronare con un successo totale quel principio di vittoria. Alla sera ciascuno dei due eserciti, metà disfatto e metà vittorioso, si ritirò nei propri accampamenti. Ma nella mischia Cassio era perito — non si sa bene come — e l’esercito dei congiurati era rimasto privo dell’unico suo vero capo.

Quella scaramuccia, convertitasi in una mischia feroce, decise dunque della guerra. Bruto non aveva nè l’animo nè l’ingegno guerresco di Cassio; era debole ed era stanco. Se egli avesse avuto la forza di aspettare ancora un po’, forse l’esercito nemico si sarebbe disfatto da sè; perchè i viveri e i denari mancavano, e i rifornimenti e i rinforzi, aspettati dall’Italia, erano affondati dalle flotte congiunte di Murco e di Enobarbo. Ma gli ufficiali, i principi alleati dell’Oriente, i soldati stessi, impazienti di finirla, chiedevano a gran voce la battaglia, e, come i veterani di Cesare, ch’erano al servizio dei congiurati, minacciavano ogni giorno la sedizione o la diserzione. Nè Antonio, che vedeva il suo esercito agli estremi, tralasciava sforzi per provocarlo, minacciando nuovamente di tagliare le comunicazioni tra il campo nemico ed il mare. E un giorno Bruto si lasciò strappare l’ordine della battaglia. Nella pianura di Filippi l’ultima contesa tra cesariani e pompeiani, tra le due grandi consorterie che avevano divisa la nobiltà romana, fu decisa in una malinconica giornata del novembre del 42. Bruto fu vinto, e ritiratosi in una valletta con pochi amici, si dette la morte con stoica serenità, facendosi aiutare da un retore greco, ch’era stato suo maestro.

Note al Capitolo Sesto.

[21]. Sugli avvenimenti di questi tre giorni, cfr. G. Ferrero, Grandeur et Decadence de Rome, Paris, 1906; vol. III, Appendice A. L’Appendice A, che nell’edizione italiana manca, contiene una minuta analisi delle fonti relative a queste giornate e la ricostruzione critica degli avvenimenti.

[22]. Cfr. Ihne, Römische Geschichte, Leipzig, 1898, VII, 265.

[23]. Sulla intricata questione delle province assegnate da Cesare prima di morire, cfr. G. Ferrero, Grandeur et Decadence de Rome, Paris, 1906; vol. III, Appendice B. Un’ultima prova in appoggio alla tesi che la Macedonia e la Siria non erano state date da Cesare a Bruto e a Cassio, può trovarsi nell’editto di Marco Antonio, citato da Joseph, Ant. Jud., 14, 12, 4-5.

[24]. Su questa legge cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, Milano, 1904; vol. III, p. 114 sgg.

[25]. Su questo oscuro episodio cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, Milano, 1904; vol. III, p. 135.

[26]. Cfr. Cic., A., 16, 8, 2; App. B. C., III, 40.

[27]. Per una più minuta informazione sui rapporti tra il Senato e Ottaviano dopo la battaglia di Modena, e sulle cautele con cui devono essere accettati i racconti degli storici antichi, cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. III, p. 202 sgg.

[28]. Il titolo ci è stato conservato dalle monete: cfr. Cohen, M. R., 1, pp. 19 e 20.

[29]. Cfr. C. I. L., I, p. 466.

[30]. Sulle proscrizioni e sul loro carattere, cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, III, p. 247.

[31]. Così pare risulti, conciliando App. B. C., 4, 34, e Dion. Cass., 47, 16.

CAPITOLO SETTIMO LE CRISI E LA CADUTA DEL TRIUMVIRATO

(42-31 a. C.)

36. La guerra di Perugia (41-40 a. C.). — Le proscrizioni dell’anno 43 e le due battaglie di Filippi avevano decimato la nobiltà romana. Quella nobiltà, che aveva governato per tanti secoli Roma e che era scampata, sia pur con molte ferite, alla prima e alla seconda guerra civile, ricevette nella terza il colpo mortale, da cui non guarì più. La storia del primo secolo dell’impero, quella storia che sembrerà così oscura a tanti scrittori, racconterà soltanto l’agonia della nobiltà, che aveva fondato l’impero, ma che ormai non avrà più nè uomini, nè famiglie, nè ricchezze, nè ingegni sufficienti a governarlo, perchè di tutto aveva fatto getto nelle guerre civili. Ma la grandezza di questa rovina non si vedrà che a poco a poco. Per il momento, le proscrizioni e Filippi parvero soltanto annientare un partito. Il piccolo numero di superstiti, che avevano preso il mare, e Sesto Pompeo con le sue navi non potevano più sperar di mutare la fortuna della guerra. Filippi aveva confermato in suprema istanza Farsaglia.

Ciò non ostante, i triumviri si trovavano alle prese con tremende difficoltà. Occorreva pagare ai soldati i 20.000 sesterzi promessi e gli arretrati dello stipendio; ma il denaro mancava. Occorreva congedare una parte dell’esercito, ancora in armi; occorreva soddisfare, nei riguardi dei veterani di Cesare, le vecchie promesse, che il dittatore aveva loro fatte, e che i triumviri avevano riconfermate. Occorreva infine ristabilire l’autorità di Roma in Oriente, e l’autorità del triumvirato in Italia, ove (scandalo inaudito!) Lepido aveva abbandonato il governo a una donna, a Fulvia, la moglie di Antonio.

Si deliberò dunque di congedare le otto legioni dei veterani di Cesare; di ridurre l’esercito a 32 legioni, spartendole tutte tra Antonio e Ottaviano — 17 al primo e 15 al secondo — e togliendo quindi a Lepido le tre legioni, a cui sino ad allora aveva comandato. Si convenne poi che Antonio, oltre all’Oriente, prenderebbe per sè la Narbonese e Ottaviano la Spagna, che fin allora avevano appartenuto a Lepido. Lepido, dunque, per la sua inettitudine e debolezza e (si volle aggiungere, per giustificare la violenza usatagli) per certe sue pretese trattative segrete con Sesto Pompeo[32], doveva essere escluso dal governo delle province. Antonio andrebbe subito a pacificare l’Oriente e a cercarvi denaro; Ottaviano si recherebbe in Italia per debellare Sesto e per distribuire le terre ai veterani del padre. Ma non era questa un’impresa facile; poichè occorreva dare a 7 od 8000 uomini duecento iugeri, 50 ettari, a testa; ossia trovare da 3 a 400.000 ettari di buona terra in un paese, come l’Italia, dove di agro pubblico non esisteva quasi più vestigio. Come mantenere la promessa senza nuove violenze? Fu dunque stabilito di prendere nel territorio delle diciotto città d’Italia più belle e più ricche una parte delle terre a ciascun proprietario, risarcendolo nella misura che gli stessi triumviri avrebbero giudicata equa e quando avessero potuto.

Il piano era ingegnoso, ma non facile ad attuare. Senonchè nessuno poteva prevedere che il primo e maggiore ostacolo si troverebbe nel triumvirato medesimo. Non però Lepido, che, uomo mediocre qual’era, non si lagnò della parte secondaria che gli avevano lasciata; ma la moglie di Antonio, Fulvia, e il fratello suo, Lucio, che era il console dell’annata. Lucio e Fulvia contavano ormai di governare soli e a piacer loro Roma e l’Italia, l’uno come fratello, l’altra come moglie del vero vincitore di Filippi. Cosicchè quando Ottaviano tornò in Italia e volle a sua volta comandare, subito nacquero tra il triumviro da una parte, Fulvia e Lucio Antonio dall’altra, violenti attriti. Questi attriti sì inasprirono rapidamente; e giunsero al punto che, quando Ottaviano incominciò a espropriare i possidenti italici per dare le terre ai veterani, Fulvia e Lucio presero apertamente la difesa dei proprietari, affermando che Marco Antonio non voleva quelle espropriazioni. Di nuovo popolazioni, partiti e soldati ricominciarono a muoversi; e anche questa agitazione terminò in una nuova guerra civile. Fulvia e Lucio Antonio poterono, aiutati dal grande prestigio che circondava il nome del triumviro, e promettendo largamente denaro, reclutare un esercito tra i possidenti o già espropriati o minacciati di espropriazione, tra i veterani di Cesare e di Antonio, tra i superstiti del partito pompeiano e aristocratico; e un bel giorno invitarono l’Italia a prendere le armi per rovesciare il triumvirato, e per ristabilire la libera repubblica. Essi affermarono perfino esser questo il pensiero di Marco Antonio, che frattanto riordinava lo Oriente. Ma dopo varie e poco chiare vicende, Ottaviano riusciva a chiudere Lucio Antonio, nell’autunno del 41, in Perugia, e assediava la città. Nel marzo del 40, Lucio, ridotto agli estremi, doveva arrendersi al generale di Ottaviano, che aveva diretto le operazioni dell’assedio, un giovane di cui sino allora non si era parlato che come di uno dei più accaniti persecutori dei congiurati, Marco Vipsanio Agrippa. Ottaviano non osò maltrattare il fratello del suo potente collega, lasciò Lucio libero, perdonò ai soldati; fece invece mettere a morte i decurioni della città, una parte dei senatori e dei cavalieri fatti prigionieri, e abbandonò Perugia al saccheggio delle sue legioni. Così la prima difficoltà ai piani dei triumviri per l’Italia era stata rimossa: ma a quale prezzo!

Ed era poi vittoria definitiva? Che cosa avrebbe fatto Marco Antonio, che frattanto si tratteneva in Oriente, tutto in faccende, per riassestarlo? Si sarebbero Lucio e Fulvia rassegnati? O avrebbero tentato di aizzare Antonio contro il pericoloso collega? Questa nuova incertezza tormentava l’Italia. Fulvia s’imbarcava a Brindisi per raggiungere in Oriente il triumviro, insieme con molti membri eminenti del partito di Antonio compromessi nell’ultima guerra civile: tra gli altri Tiberio Claudio Nerone, che in quei tremendi giorni salpava furtivamente da Napoli con la moglie Livia, la futura moglie di Augusto, e un fanciulletto di poco più di due anni, che sarebbe un giorno l’imperatore Tiberio. Che cosa nascerebbe da questo incontro? Una nuova e più terribile guerra civile, temevano molti. Ma Antonio non aveva mai approvato la guerra del fratello contro il collega, che era stata un colpo di testa contro i suoi veterani, contro i patti di Filippi, contro l’interesse generale dello Stato. Inoltre in quel momento egli volgeva altri piani nella mente ed era occupato da altre difficoltà. Dopo aver riorganizzato alla meglio l’Oriente, egli era andato a passare l’inverno dal 41 al 40 ad Alessandria, ospite di Cleopatra, che ripigliava con lui il piano già tentato con Cesare: persuaderlo a diventare, sposandola, re di Egitto e a trasportare la sede dell’impero ad Alessandria. Che egli già fosse stato allora guadagnato ai piani di Cleopatra, non sembra: ma più probabile è che già egli pensasse a riprendere il disegno di Cesare contro i Parti, i quali, del resto, nella primavera del 40, incitati da un agente di Bruto e di Cassio, il giovane Q. Labieno, figlio del luogotenente di Cesare perito a Munda, fecero una scorreria nella Siria. Si capisce dunque come egli, appena, reduce dall’Egitto, si fu, in Atene, incontrato con Fulvia e con i superstiti della guerra perugina, biasimasse vivamente la loro condotta e li disingannasse in tutte le loro speranze. E nulla sarebbe successo se Ottaviano, inquieto anch’egli, come tutta l’Italia, sulle vere intenzioni di Antonio, non avesse approfittato della morte del governatore della Gallia Narbonese, per sobillare e far passare alla sua parte le legioni che vi stanziavano e che erano sotto gli ordini di Antonio. Questo atto provocò la guerra. Antonio rivolle le sue legioni; accettò l’alleanza di Sesto Pompeo e gli aiuti che gli offerse un colpito dalla lex Paedia, un ex-alleato di Bruto e di Cassio, che, come Sesto Pompeo, sfidava, a capo della sua flotta, i fulmini del triumvirato: Domizio Enobarbo. A forze unite essi vennero ad attaccare le coste adriatiche dell’Italia, comparendo innanzi a Brindisi.


37. Il trattato di Brindisi e l’accordo di Miseno (40-31 a. C.). — Ricominciava dunque un’altra guerra civile. Ma i due belligeranti comandavano a soldati, che fino a ieri erano stati compagni d’arme, e che, se vedevano di mal’occhio una guerra fra Antonio e Ottaviano, ancora più ripugnavano a versare il loro sangue per le ambizioni e gli interessi di un Sesto Pompeo o di un Domizio Enobarbo. I soldati si accinsero dalle due parti alla guerra con così manifesto malvolere, che Antonio e Ottaviano dovettero venire ad un accordo. Nell’autunno del 40, nella città di Brindisi, gli emissarî dell’uno e dell’altro definirono una nuova convenzione, che assegnava tutto lo Oriente — la Macedonia, la Grecia, la Bitinia, l’Asia minore, la Siria, la Cirenaica — ad Antonio con diciannove legioni e il diritto di far leve in Italia; l’Occidente, comprese la Gallia Transalpina e la Narbonese, ad Ottaviano con sedici legioni; e l’Africa sola a Lepido con sei legioni. Sesto Pompeo era abbandonato da Antonio. Ottaviano poteva dichiarargli la guerra. E la pace fu sigillata con un matrimonio. Fulvia era morta poco prima. Antonio avrebbe sposato Ottavia, sorella del suo collega e vedova da poco tempo.

Sesto dunque era abbandonato alla vendetta di Ottaviano. Ma c’era ancora, oltre i triumviri e le legioni, l’Italia, che lavorava e soffriva; l’Italia, che era stata dissanguata e scoiata dalle imposte e dalle confische; l’Italia, che cadeva in rovina da ogni parte e soffriva la fame. L’Italia odiava il governo dei triumviri, che nulla avevano fatto, se non distribuire terre a poche migliaia di veterani; che tutto avevano sacrificato agli appetiti delle soldatesche, anche gli interessi più legittimi di quella classe possidente, che aveva avuto il torto di lasciarsi disarmare dalla riforma militare di Mario. Intimorito dalla forza dei triumviri, questo malcontento s’era fino ad allora frenato e rimpiattato; ma scoppiò quando Ottaviano cominciò, subito dopo gli accordi di Brindisi, la guerra contro Sesto Pompeo; e per raccogliere il danaro necessario alla guerra, impose nuove tasse, tra le quali un’imposta sulle eredità e sugli schiavi. All’annunzio di queste imposte l’opinione pubblica insorse a favore di Pompeo. A Roma la popolazione, furibonda, lacerò gli editti triumvirali, proruppe in dimostrazioni tumultuose in favore della pace; e con tanta ostinazione e violenza, che non solo Ottaviano, ma anche Antonio si spaventò. Ancora una volta fu necessario ricorrere a pacieri. I negoziati tra Sesto Pompeo da una parte, Antonio e Ottaviano dall’altra, furono lunghi; ma alla fine, nel 39 a. C., un accordo fu conchiuso nel golfo di Miseno. Sesto Pompeo avrebbe avuto la Sicilia e la Sardegna, nonchè il Peloponneso per cinque anni; sarebbe stato console nel 33, avrebbe fatto parte del collegio dei pontefici; avrebbe ricevuto 70 milioni di sesterzi, a risarcimento delle confische paterne. In compenso, s’impegnava a non più molestare le coste d’Italia, a non offrire asilo agli schiavi fuggiaschi, a reprimere la pirateria. Nè basta: i proscritti superstiti, salvo i condannati per l’uccisione di Cesare, e tutti i disertori sarebbero stati amnistiati e reintegrati nel possesso di parte o di tutti i loro beni; tutti gli schiavi, soldati di Sesto, avrebbero ricevuto la libertà. La pace era dunque ristabilita, e, quel che appariva più notevole, non l’avevano imposta le spade dei veterani, ma la forza invisibile dell’opinione pubblica. L’Italia e la libertà repubblicana non erano dunque morte ancora? Il diritto e la giustizia non erano imbavagliate e incatenate per sempre dalla forza? Domande a cui, fra un decennio, risponderà Ottaviano, rimasto unico triumviro.


38. Il trattato di Taranto (37 a. C.). — Allorquando, nella seconda metà del 39, Antonio tornò in Oriente e sbarcò ad Atene, vi fu accolto da una buona notizia. I Parti che, sotto la guida di Labieno e del primogenito del Re, Pacoro, avevano l’anno prima invaso la Siria, erano stati sconfitti due volte da un suo generale, l’una presso il Monte Tauro, l’altra in una valle della catena dell’Amano, all’ingresso settentrionale della Siria. Il generale vittorioso era un uomo rimasto fin ora nell’ombra, quel P. Ventidio Basso che aveva tentato soccorrere Antonio nella guerra di Modena. Antonio aveva quindi fatto suo l’antico disegno di Cesare per la conquista della Parzia; e nei preparativi passò tutto l’inverno del 39-38. Ma a primavera non potè iniziare la spedizione, sia perchè i preparativi non erano ancora terminati, sia perchè i Parti lo prevennero, invadendo di nuovo l’impero; sia perchè Sesto e Ottaviano si erano di nuovo guastati e avevano ricominciato a guerreggiare. Egli di nuovo mandò contro i Parti Ventidio, che, nel giorno anniversario della battaglia di Carrae, inflisse loro una disfatta memorabile, nella quale cadde lo stesso Pacoro: cercò poi di impedire la guerra tra Sesto e Ottaviano, ma non ci riuscì; cosicchè nell’estate del 38 Ottaviano perdeva la maggior parte dell’armata in una battaglia, prima, e in una tempesta, poi. Frattanto i poteri triumvirali declinavano verso l’estinzione, poichè scadevano alla fine del 37, e Antonio astutamente pensò far suo pro di tutte queste contingenze, per costringere Ottaviano a cedergli una parte dell’esercito, che egli avrebbe adoperato per la conquista della Parzia, dandogli in cambio una parte della sua flotta, che sarebbe stata utile al collega per la guerra contro Pompeo: pensò insomma di abbandonar Pompeo alla vendetta di Ottaviano, purchè questi lo aiutasse a conquistare l’impero dei Parti; e di prolungare con il pretesto di queste due guerre il potere triumvirale. Ma Ottaviano, se voleva vincer Sesto Pompeo, non voleva troppo indebolirsi a vantaggio del suo collega; resistè, dunque, tirò in lungo, fece costruire da Agrippa una nuova armata, mercanteggiò. Cosicchè l’accordo, desiderato così vivamente da Antonio, non potè essere concluso che nella primavera del 37, a Taranto. Il triumvirato si sarebbe rinnovato per legge, per altri cinque anni, a contare dal 1º gennaio 37; Antonio avrebbe ceduto a Ottaviano 130 vascelli, e avrebbe ricevuto in cambio 21.000 uomini; gli accordi di Miseno con Sesto erano rotti, e Ottaviano aveva novamente mani libere contro quest’ultimo.


39. Antonio e Cleopatra: le nozze di Antiochia (36 a. C.). — Dopo gli accordi di Taranto, Ottaviano tornò a Roma, per far approvare dai comizi una legge, che prolungava i poteri dei triumviri sino al 1º gennaio del 32, e per preparare la guerra contro Sesto; Antonio ritornò in Oriente a preparare la guerra contro i Parti, una delle più grandi spedizioni, che Roma e l’Oriente avessero viste. Ambedue i triumviri avevan bisogno di rifare il loro credito e la loro autorità con qualche impresa fortunata. Il piano di Antonio contro i Parti era quello che Cesare gli aveva tramandato[33]; ma ad effettuare tanta conquista, che avrebbe eternato la potenza e la gloria di Antonio, occorrevano uomini, denari, armi in quantità. Per procurarseli Antonio si risolvè ad un atto che doveva generare gravissimi effetti: ad accettare le proposte di Cleopatra, che da tre anni non vedeva più, e a diventare re d’Egitto, sposandola, per attingere a piene mani nel tesoro dei Tolomei. Sul principio dell’anno 36, tra grandi feste, ad Antiochia, furono celebrate le nozze di Antonio e di Cleopatra; Antonio divenne re d’Egitto, e Cleopatra ebbe, quale correspettivo della sua alleanza col triumviro, oltrechè taluni dominî dei sovrani orientali vassalli di Roma, perfino dei territorî romani, che in altri tempi avevano appartenuto all’impero dei Tolomei: Cipro, parte della Fenicia, i ricchi palmizi di Gerico, parte della Cilicia e di Creta[34].


40. La guerra contro i Parti e la guerra contro Sesto Pompeo (36 a. C.). — Questo matrimonio dinastico era un atto audace, poichè non quadrava punto con le tradizioni della politica di Roma. Antonio se ne rendeva conto, tanto è vero che non assunse il titolo di Re di Egitto, conservò quello di imperatore, non comunicò ufficialmente a Roma il suo matrimonio, e si guardò bene dal ripudiare la sua moglie legittima, Ottavia: venne cioè a mettersi in una posizione incerta ed obliqua, che sarà la principale ragione della sua rovina futura. Per il momento, invece, egli poteva compiacersi di aver tutto approntato, con l’aiuto dell’Egitto, per l’impresa contro l’impero dei Parti. Nella primavera del 36, infatti, mentre Ottaviano si accingeva alla guerra contro Sesto Pompeo, Antonio marciava verso le frontiere della Media, avviando il parco di assedio, due legioni e i contingenti dell’Armenia e del Ponto, agli ordini di Oppio Staziano, per la via più facile, ma più lunga — la valle dell’Arasse — mentre egli stesso col grosso della fanteria romana pigliava una via più breve, ma assai più aspra e difficile, giungendo alla fine di luglio ai confini della Media Atropatene. Senonchè qui giunto, Antonio, non sappiamo per quale ragione, commise il primo errore: senza aspettare l’esercito avviato per la valle dell’Arasse e il parco d’assedio, invase il paese, puntando sulla capitale. Accadde allora che, mentre Antonio giungeva alla fine di agosto, senza incontrare resistenza, sotto le mura della capitale, il re dei Parti, Fraate, attaccava alle sue spalle, a Gazaca, l’altro esercito romano; annientava le due legioni, il parco d’assedio, e costringeva il re di Armenia con la sua preziosa cavalleria — quella che doveva essere l’arma più efficace di Antonio — a ritornare nel suo paese.

Il colpo era forte. Antonio doveva o ritirarsi o continuare senza mezzi adeguati l’assedio. Egli scelse la seconda alternativa, forse perchè sperava di riuscire, minacciando la capitale, ad impegnare a battaglia campale il nemico e distruggerlo. Ma i Parti non erano i Galli di Vercingetorige, nè Antonio, Cesare. Intanto l’inverno si avvicinava; il vettovagliamento scarseggiava ogni giorno più; gli assediati resistevano; i soldati, subornati dal nemico, mormoravano e asserivano che i Parti erano disposti alla pace. Antonio dovè finalmente riprendere la via del ritorno. Ammaestrato però dall’esperienza di Crasso, scelse una via tra le colline molto difficile, ma inaccessibile alla cavalleria: probabilmente la via che oggi passa per Tabriz e termina a Iulfa sull’Arasse. Senonchè, non ostante la sua prudenza, l’esercito giunse in luogo sicuro sfinito dalla fatica, dalla fame, dalla sete e dagli incessanti attacchi nemici, dopo 24 giorni di marcia, e dopo aver perduto molti uomini. La grande impresa, eredità di Cesare, era fallita.

Ad Ottaviano invece era finalmente riuscito, nel 36, di vincere Sesto Pompeo. Per quanto egli disponesse di forze maggiori in terra ed in mare, i principî dell’impresa erano stati poco felici: ma dopo diversi e gravi insuccessi, Ottaviano era riuscito, alla fine del luglio, a sbarcare nell’isola un esercito. Sesto aveva allora tentato una disperata sortita, attaccando nelle acque di Nauloco la flotta avversaria. La battaglia era stata tremenda: ma il figlio di Pompeo aveva avuto la peggio: centosessanta vascelli distrutti o catturati; ed egli stesso fuggiasco, dapprima a Messina, e di là, con la figliuola e i suoi tesori, alla volta dell’Oriente.


41. La dissoluzione del triumvirato (36 a. C.). — Il buon successo dell’impresa di Sicilia, ingrandito dalla poca fortuna di Antonio in Oriente, giovò molto a Ottaviano nell’opinione dei più. Lepido gli giovò anche di più, tentando di suscitare una nuova guerra civile per rimettersi nel triumvirato alla pari con i due colleghi. I soldati di Lepido passarono ad Ottaviano; Lepido dovè ridursi a vita privata; e il giovane triumviro, a ventisette anni, si trovò d’un balzo a capo di 43 legioni, di 600 navi, di un impero, che abbracciava gran parte dell’Africa settentrionale, la Spagna, l’Illiria, la Gallia e l’Italia, e fornito di un’autorità quasi assoluta in una repubblica, che pareva incurabilmente disfatta.

Senonchè le apparenze mentivano. Proprio questo è il tempo, in cui il crudele tiranno dei primi anni comincia a mutarsi nel gran savio, che sarà l’imperatore Augusto. Non appena tornato a Roma, il 13 novembre, egli proclamò un’amnistia fiscale, condonando ai contribuenti gli arretrati delle imposte decretate dai triumviri; abolì alcune imposte; nominò augure supplementare un antico proscritto, restituì a diversi magistrati taluni poteri usurpati dai triumviri, cercò di evitare nuove confische nelle distribuzioni di terre ai veterani, restituì ai loro padroni tutti gli schiavi che aveva trovati nelle legioni di Pompeo, e tutti i navigli mercantili. Diede inoltre mano a estirpare il brigantaggio dalla penisola, e ordinò grandi lavori pubblici in Roma. Finalmente, in un pubblico e solenne discorso, si dichiarò pronto a deporre il potere triumvirale e a ristabilire la repubblica, giacchè le guerre civili erano terminate, e il triumvirato non aveva più ragione.

Come si spiega questo mutamento, che corrisponde così poco alla inclinazione della natura umana, sempre pronta ad abusare della fortuna? Il temperamento dell’uomo e le vicende dei tempi lo spiegano. Non ostante il sangue sparso e le violenze fatte agli uomini, alle tradizioni e alle istituzioni, il triumvirato non aveva compiuto nessuna grande impresa. Aveva soltanto regalato un po’ di terra e di denaro a parecchie migliaia di soldati; e non si reggeva che per la forza dell’esercito e del terrore: ben fragile sostegno, come la pace di Miseno aveva dimostrato. Inoltre l’entusiasmo cesariano delle legioni si raffreddava, anzi si mutava in un sordo malcontento, per gli stipendi irregolarmente pagati, per le fatiche delle continue campagne, per le promesse ancora non mantenute dopo tanti anni. I poteri dei triumviri potevano crescere negli editti; ma la loro potenza decresceva. Occorreva mettersi sulla via delle concessioni, placare l’opinione pubblica malcontenta, le classi agiate, lo spirito tradizionalista, che di nuovo ripigliavano forza. Ottaviano che, non ostante gli eccessi dei primi anni, era un uomo avveduto, ponderato, prudente, lo capì; e fu questa la principale ragione della meravigliosa grandezza a cui doveva salire.


42. Le donazioni di Alessandria e la politica orientale di Antonio (34 a. C.). — Mentre Ottaviano, in Italia, tentava di riconciliarsi con la tradizione latina e repubblicana, Antonio, in Oriente, s’ingolfava nella politica dinastica ed egiziana. Egli desiderava rifarsi della fallita spedizione partica, che gli aveva molto nociuto, in Oriente e in Italia: e difatti passò tutto il 35 a fare piani di rivincita, mentre Ottaviano faceva una spedizione in Dalmazia e nell’Illirico. Ma se quell’anno Antonio dovette soprattutto pensare a reprimere una rivolta, che Sesto Pompeo, rifugiatosi in Asia, gli suscitò contro, e quindi nessuno dei suoi progetti fu eseguito, crebbe invece — e il fatto non era di poco rilievo — la potenza di Cleopatra su lui. La regina era astuta e Antonio forse più violento che forte. D’altra parte, più egli si ostinava a voler dominare con la gloria e con le armi l’Oriente, e più aveva bisogno dell’Egitto e dei suoi tesori. Si aggiunga che l’Italia pareva allora rovinata per sempre. Non è dunque meraviglia che Cleopatra incitasse Antonio ad abbandonare la veste di proconsole e di magistrato romano, per parlare ed agire come marito di Cleopatra e re d’Egitto; a divorziare da Ottavia e a fondare in Alessandria una nuova dinastia che continuasse quella dei Lagidi; a ricostituire intorno all’Egitto un vasto impero, con province romane e territorî di sovrani vassalli e indipendenti. Ma Antonio resisteva, scorgendo il pericolo; cosicchè tutto il 35 passò senza che egli compiesse nessun atto d’importanza. Nel 34 si volse alla conquista dell’Armenia, primo passo alla seconda campagna contro i Parti e vendetta del tradimento commesso da quel re nel 36. Invase infatti e conquistò il reame con i suoi tesori; ma, compiuta questa impresa, acconsentì a dare una prima e grande soddisfazione alle aspirazioni di Cleopatra. Non solo celebrò il trionfo in Alessandria; ma subito dopo, nell’autunno del 34, in una festa solenne celebrata nel Ginnasio, proclamò Cleopatra, regina dei re, Cesarione, figlio legittimo di Cleopatra e di Giulio Cesare e partecipe del regno d’Egitto ingrandito agli antichi confini con l’aggiunta di Cipro e della Celesiria, proclamò Tolomeo, nato da lui stesso e dalla regina, di appena due anni, re della Fenicia, della Siria, della Cilicia; donò al fratello di lui, già di sei anni, Alessandro, l’Armenia e la Parzia ancora da conquistare, e, alla sua gemella, la piccola Cleopatra, la Libia e la Cirenaica, fino alla grande Sirti.

Il triumviro romano ricostituiva l’impero dei Tolomei, e a spese della repubblica; tentava di creare di nuovo in Oriente uno di quei grandi potentati monarchici, contro i quali Roma aveva combattuto tanti secoli e in tante guerre. Che egli tentasse di ricostituirlo per fondare, come i generali di Alessandro, una dinastia in Oriente e non per i begli occhi di Cleopatra soltanto, è cosa che s’intende da sè. Senonchè Antonio non ruppe ancora definitivamente e apertamente con Roma e con il governo romano. Non solo egli, il consorte di Cleopatra, non si attribuì alcun potere sui territori donati, ma subito dopo inviò un rapporto al senato, chiedendo senza meno l’approvazione dei propri atti. Nè è difficile indovinare il perchè: per fondare la nuova dinastia, egli aveva bisogno di un forte esercito; e questo esercito egli non poteva reclutarlo che in Italia, e facendolo comandare da ufficiali italiani. Per il momento, dunque, se in Oriente egli poteva essere considerato come il sovrano dell’Egitto, in Italia doveva restare ancora il triumviro romano. Ma egli si andava con questa complicata politica avvolgendo in troppe contradizioni, tutte piene di pericoli. Intanto scontentava l’Italia e inquietava Ottaviano. Non solo Antonio aveva per Cleopatra abbandonato Ottavia, ma aveva dichiarato Cesarione figlio legittimo di Cesare; il che poteva anche voler dire che Ottaviano usurpava il nome e i beni del dittatore. Inoltre Antonio aveva elevato a 30 il numero delle sue legioni, e aveva ordinato nuove leve in Italia. Cosicchè egli, tra non guari, si sarebbe trovato a capo di un grande esercito, della propria flotta e di quella egiziana, padrone dei tesori dell’Armenia e dell’Egitto, e, se fosse riuscito nella conquista partica, signore di un impero parecchie volte più possente delle povere provincie occidentali. Non aveva Ottaviano che un modo per stornare il pericolo e impedire la conquista della Parzia: intralciare sin dagli inizi la pericolosa politica orientale di Antonio, facendo nascere un conflitto tra Antonio e il senato, a proposito delle donazioni di Alessandria, che l’opinione pubblica aveva vivamente biasimate. Infatti, nella seduta del 1º gennaio 33, Ottaviano stesso, quale princeps senatus, riferì sulle donazioni di Alessandria, dandone un giudizio avverso. Nel tempo stesso gli amici e gli agenti suoi cominciarono in Roma e in Italia una vigorosa campagna contro Antonio, esagerandone le colpe, colorendo le sue orgie, raffigurando il triumviro romano come l’umile schiavo di Cleopatra, svelando dei presunti disegni che egli avrebbe orditi a danno di Roma e dell’Italia. Questo atteggiamento di Ottaviano e queste accuse inquietarono Antonio a tal segno che, a mezzo il 33, sospese la nuova spedizione contro la Parzia, per la quale aveva fatto grandi preparativi, e volle risolutamente assestare le cose d’Italia, abbattendo Ottaviano. Il suo piano era abile. Il triumvirato, ormai ridotto a due, scadeva alla fine del 33. Egli proporrebbe al senato di rinunciare alla carica e di restaurare la repubblica, purchè Ottaviano facesse altrettanto: siccome sapeva che Ottaviano, non fidandosi di lui, non accetterebbe la proposta, egli sperava di apparire all’Italia come il difensore della libertà e della repubblica, calunniato da Ottaviano e dai suoi, e di prepararsi il più bel pretesto per fargli guerra. Antonio e Ottaviano insomma si disputavano il merito di voler restaurare la repubblica!

Il 31 dicembre del 33 i poteri triumvirali dell’uno e dell’altro terminarono. Antonio, che era fuori di Roma, conservava, secondo la costituzione, il comando dell’esercito come promagistrato, sinchè non fosse stato nominato il successore. Ottaviano, per conservare anche egli legalmente il comando degli eserciti suoi, dovette uscire di Roma. Ma appena egli fu uscito di Roma, il 1º gennaio del 32, il console C. Sossio, che era un amico di Antonio, come il suo collega Domizio Enobarbo, approfittò della sua assenza per attuare il piano di Antonio. Riferì al senato la proposta di quest’ultimo, e concluse con un’altra proposta, che gli storici antichi ci dicono mirasse diritto a Ottaviano: forse che questi abbandonasse subito il comando degli eserciti, invece di comandarli ancora come promagistrato. Un tribuno, amico di Ottaviano, interpose il veto; per parecchi giorni furono dispute, oscillazioni, incertezze; sinchè Ottaviano, vedendo che la sua inerzia incoraggiava i nemici, ritornò a Roma, alla testa di una schiera di soldati e di amici armati, entrò in senato, pronunziò un discorso violento contro Antonio e contro gli intrighi dei consoli, e concluse promettendo di provare in una prossima seduta, con documenti alla mano, le sue accuse contro Antonio.

Questa improvvisa uscita commosse vivamente Roma. Si ricominciava con le violenze e con i colpi di Stato, forieri di guerra civile? I consoli e numerosi senatori pensarono fosse miglior partito fuggire presso Antonio, che era ancora, non ostante le donazioni di Alessandria, il più potente e il più ammirato degli antichi triumviri, quello in cui l’Italia e il senato riponevano maggior fiducia. Antonio intanto era giunto ad Efeso; e vi raccoglieva da ogni parte dell’Oriente navigli carichi di grano, di stoffe, di ferro, di legname; i contingenti dei re, dei dinasti, dei tetrarchi d’Asia, che si mescolavano con i soldati delle 19 legioni, condotte da lui stesso; la flotta egiziana, che Cleopatra aveva condotta insieme col tesoro e con una lunga schiera di domestici. Per quale ragione Cleopatra fosse venuta, è facile immaginare: essa non voleva che Antonio si impegnasse in questa nuova guerra civile, al punto di essere costretto poi a ritornare, quando l’avesse vinta, in Italia come capo della repubblica. Essa voleva che egli tornasse in Egitto, per essere ad Alessandria il sovrano e il sostegno della nuova dinastia. Ma i senatori, che giungevano d’Italia, volevano invece che Antonio ritornasse in Italia ad assestarne le turbate faccende, o dopo aver vinto Ottaviano o dopo essersi inteso con lui. Incominciaron quindi subito aspri dissidi tra Cleopatra e i più eminenti amici di Antonio. Antonio titubava. Da un verso dava retta a Cleopatra, perchè aveva bisogno dell’Egitto; dall’altro doveva tener conto dell’Italia e dei desideri dei senatori accorsi a lui, perchè dell’Italia aveva bisogno come dell’Egitto. Se l’Egitto gli forniva denari e beni di ogni sorta, l’Italia gli dava la parte migliore dell’esercito.

Ottavia fu il primo oggetto di questa grande lotta tra i senatori romani e Cleopatra. Cleopatra voleva a tutti i costi che Antonio ripudiasse Ottavia; i senatori romani si opponevano. Cleopatra vinse alla fine, nel mese di maggio del 32. Da Atene, dove era giunto con una parte dell’esercito, Antonio spedì a Ottavia la lettera di ripudio. L’atto spiacque; e quindi giovò ad Ottaviano, che ne approfittò per screditare quanto più potè l’avversario. Lo dipinse all’Italia come impazzito per l’effetto dei filtri propinatigli da Cleopatra; non rifuggì neppure dal costringere la Vestale Massima a consegnargli il testamento di Antonio, nel quale faceva ai figliuoli natigli da Cleopatra nuove donazioni e chiedeva che il suo corpo fosse consegnato alla regina d’Egitto e seppellito ad Alessandria; divulgò questo documento nel pubblico; infine approfittò del malcontento, suscitato da tutti questi atti di Antonio, per provocare quella che si chiamò la conjuratio dell’Italia. In che cosa propriamente abbia consistito questa conjuratio noi non sappiamo: pare che, sotto pretesto che il senato era ormai ridotto a pochi membri, gli agenti di Ottaviano persuadessero i magistrati delle principali città d’Italia a sostituirsi al senato e ad incaricare Ottaviano di mettersi alla testa dell’esercito e di far la guerra a Cleopatra, giurandogli fedeltà[35].


43. Azio (31 a. C.). — La giustificazione legale del suo comando era alquanto sforzata. Ma intanto incominciava una nuova guerra civile! Antonio e Ottaviano stavano per affrontarsi, ciascuno dicendo di voler difendere e restaurare la repubblica. Tuttavia Antonio era tanto più forte, per denari, armi e prestigio, che sicuramente lo avrebbe vinto, se Cleopatra non avesse intralciato i suoi piani. Cleopatra non voleva che Antonio combattesse ad oltranza contro Ottaviano; perchè l’impero egiziano che essa voleva fondare con Antonio, sarebbe caduto, non solo se Antonio fosse stato vinto, ma anche se fosse stato vincitore. In questo caso Antonio sarebbe stato costretto a ritornare in Italia, per riprendere il governo della repubblica. Essa quindi voleva che Antonio, invece di debellare Ottaviano per riconquistar l’Italia, ritornasse in Egitto, abbandonando l’Italia ad Ottaviano ed aspettando che Ottaviano venisse ad attaccarlo in Oriente, se se ne sentiva l’animo. E i suoi consigli non furono inutili. Antonio non si preparò affatto ad attaccar l’Italia con il grosso delle sue forze; ma, lasciate nientemeno che undici legioni a presidio dell’Egitto, distese, nell’autunno del 32, attraverso il Mediterraneo, una vera catena di presidi navali e terrestri, dalla Cirenaica all’Epiro: presidiò Cirene, Creta, il capo Tenaro e Metone; disseminò l’esercito in tutta la Grecia, fortificò Leucade, appostò il grosso della flotta nel golfo di Ambracia e gli avamposti a Corfù. Spiegate così le sue forze, attese nell’inverno a intrigare in Italia con le promesse e con l’oro per far ribellare gli eserciti di Ottaviano. È chiaro ch’egli mirava — e i consigli di Cleopatra non dovevano essere estranei a questo piano, altrimenti inesplicabile — a far cadere la potenza del rivale senza impegnar tutte le sue forze, che pure erano preponderanti, in una vera guerra.

Ma questo piano era così artificioso, che suggerì a Ottaviano, il quale pure non era un uomo arditissimo, l’idea di sorprendere nella primavera la flotta di Antonio nel golfo d’Ambracia e distruggerla. Grazie ad un abile stratagemma di Agrippa, Ottaviano riuscì nella primavera del 31 a sbarcare un esercito in Epiro, ma non a sorprender la flotta nel golfo d’Ambracia, poichè Antonio fece a tempo a raccogliere il suo esercito dalla Grecia e a metterlo a difesa della flotta in un vasto accampamento sul promontorio di Azio. A sua volta Ottaviano fu costretto ad accamparsi e ad ancorare la flotta a poca distanza: e da quel momento incominciò una lunga e bizzarrissima guerra. Ottaviano non attaccava Antonio, perchè non osava; Antonio non attaccava Ottaviano, perchè Cleopatra non voleva: tentativi di pace furono fatti, ma non riuscirono. Si sarebbe detto che i due avversari non volevan fare nè pace nè guerra. Senonchè gli eserciti non potevano stare immobili a guardarsi per l’eternità; i senatori romani, che avevano raggiunto Antonio, insistevano, perchè o si facesse la pace o si combattesse; Cleopatra voleva ritornare in Egitto con l’esercito intatto. Le discordie infuriavano più violente che mai intorno ad Antonio. Alla fine, negli ultimi giorni d’agosto, Antonio sembrò risolversi ad una grande battaglia navale. Era forse dubbio che la guerra potesse essere decisa sul mare: ma certo era invece che Antonio per la battaglia aveva preso posizioni bizzarre ed equivoche. Aveva ordinato che 22.000 soldati s’imbarcassero su 70 navi da carico; che il tesoro di Cleopatra fosse portato a bordo di 60 navi egiziane; che si caricassero le grandi vele, pesanti e ingombranti, destinate solo a lunghi viaggi, e che i vascelli, che non potevano uscire allo scontro, fossero bruciati, non risparmiando nemmeno una parte della flotta dell’Egitto. Si voleva impegnare una battaglia o fuggire? Il dubbio parve a molti così tremendo, che parecchi senatori autorevoli, come Domizio Enobarbo, passarono ad Ottaviano nei giorni precedenti la battaglia.

Finalmente spuntò l’alba del 2 settembre. Il segnale fu dato, e la battaglia infuriò accanita per la prima parte della giornata. Già le turrite e pesanti navi di Antonio sembravano prevalere sui più rapidi, ma più deboli e più leggieri, incrociatori di Ottaviano. Quando, a un tratto, il mistero di tanti mesi fu svelato: s’era appena levata la brezza del nord, che in quella stagione soffia tutti i giorni sull’Egeo, allorchè le due armate stupite videro i 60 vascelli egiziani di Cleopatra tendere le vele, passare audacemente tra le due flotte combattenti e filare sicuri verso il Peloponneso. Contemporaneamente Antonio balzava sopra una quinquereme e seguiva la regina. Era chiaro ormai che la battaglia era stata una finta; Cleopatra aveva vinto; Antonio rinunziava a combattere per restaurare la repubblica in Italia, e si ritirava nel suo impero egiziano con una parte dell’esercito, la regina e il tesoro. Un ufficiale fidato, P. Canidio, era stato incaricato di ricondurre il resto dell’esercito e della flotta in Egitto[36].

Il piano era ingegnoso; ma una difficoltà impensata lo fece fallire in pochi giorni. L’esercito di Antonio fu talmente offeso da questa fuga, che Canidio non osò palesare le istruzioni ricevute per ricondurre l’esercito in Egitto. Se Cleopatra e i suoi ministri avevano trionfato sotto la tenda del generale, l’esercito era tutto per Roma e per il partito romano. Canidio aspettò parecchi giorni, senza risolversi ad agire; l’esercito rimase in balìa di se stesso; lo scoramento s’impadronì dei soldati; cominciarono le diserzioni: prima i romani più autorevoli del seguito di Antonio, poi i principi orientali, i contingenti alleati, poi, dopo sette lunghi giorni di attesa, le legioni e l’armata passarono ad Ottaviano. Il 9 settembre Antonio non aveva più soldati nè navi in Occidente!

Ne aveva però ancora in Oriente. Sebbene 19 legioni e la maggior parte dell’armata fossero state perdute dal triumviro e dalla regina; sebbene molte città greche e molti stati orientali si dichiarassero pel felice vincitore, Ottaviano non osò inseguire il nemico nel suo lontano rifugio africano. Anzi, come la guerra fosse finita, congedò buona parte delle sue milizie e incaricò Agrippa di portare le altre in Italia. Non Ottaviano, ma l’Italia volle che quella costosa guerra civile non rimanesse troncata a mezzo, per riaccendersi tra poco, quando Antonio si fosse riavuto; non Ottaviano, ma l’Italia volle subito riconquistare le province orientali, che erano le più ricche dell’Impero; e approfittare dell’occasione per conquistare l’Egitto, da tanto tempo cupidamente adocchiato. L’Italia reclamò unanime da Ottaviano, come punizione e vendetta, la conquista del regno dei Tolomei, e con tanta forza, che Ottaviano si lasciò alla fine trascinare nella via additatagli dal sentimento universale. Un grosso disordine, occorso nell’inverno del 31-30, dovette spronarlo ancora più: i soldati, congedati senza ricompensa, tumultuavano in Italia minacciando di saccheggiarla, se anch’essi non fossero stati trattati come i loro compagni. Soltanto la conquista di un paese ricco come l’Egitto poteva fornire i mezzi per rimediare a tanti guai!

Antonio aveva preparato una qualche difesa dell’Egitto. Con 11 legioni ancora fedeli, con una flotta, un tesoro, del tempo, egli avrebbe potuto far pagare cara ai suoi nemici la loro audacia. Ma il colpo di Azio l’aveva esautorato e disanimato, facendo palese anche ai suoi più fedeli la doppia ed equivoca politica che l’aveva condotto ad Alessandria. Ottaviano potè avanzare senza difficoltà sull’Egitto dalla Siria e dall’Africa, e marciare diritto, quasi senza colpo ferire, su Alessandria. Il 1º agosto del 30 le milizie e la flotta, apparecchiate alla difesa, passavano ad Ottaviano.

Il dramma era finito. Antonio si uccise; e quel giorno medesimo Ottaviano entrava in Alessandria, ove ordinava, fra gli altri, l’eccidio di Cesarione — il figlio naturale di Giulio Cesare — e quello di Canidio, che solo conosceva il segreto di Azio. Cleopatra si era rinchiusa nella sua tomba regale, deliberata a continuare a vivere da regina o a morire. Ma quando anche questa speranza le venne meno, la donna, al cui terrore la leggenda avrebbe attribuito la responsabilità della disfatta di Azio, si diede stoicamente la morte e fu ritrovata sul suo letto, adorna del suo più sontuoso costume regale, fra un’ancella già morta e un’altra che agonizzava.

L’Egitto non fu ridotto in provincia romana. Entrato in Alessandria, il vincitore dovè riconoscere che la politica orientale di Antonio non era soltanto il capriccio d’un ambizioso, ma, in parte almeno, una necessità politica. L’orgoglio nazionale e le tradizioni dinastiche della terra dei Faraoni e dei Tolomei non avrebbero tollerato che quel paese subisse la sorte della Gallia o del regno di Pergamo. Ottaviano credette opportuno di fingere di essere egli stesso, come aveva fatto Antonio, il nuovo re d’Egitto, il continuatore dell’estinta dinastia dei Tolomei; e a governare il paese destinò non già un proconsole, ma un praefectus, un suo personale rappresentante. Primo a quell’ufficio fu il poeta latino, Caio Cornelio Gallo, grande amico di Virgilio, che a lui aveva dedicato una delle sue egloghe più belle. Ma tutti gli Egiziani dovettero pagare un’imposta eguale al sesto dei loro beni; altre somme furono estorte ai più ricchi; l’immenso tesoro dei Tolomei, collezione meravigliosa di oggetti d’oro e d’argento finemente lavorati, fu tutto brutalmente fuso per trasformarlo in moneta sonante. Con questo tesoro furono finalmente pagati gli ufficiali e i soldati insoddisfatti, che avevano combattuto nelle campagne precedenti; con questo tesoro Ottaviano rifece di nuovo la sua perduta fortuna, e i suoi amici gli immensi patrimoni, che scandalizzeranno Roma per due o tre generazioni.

Tutto il resto dell’anno 30 e i primi del successivo, Ottaviano passò in Oriente. Nella primavera del 29 — finalmente! — egli tornò in Italia e il 13, 14 e il 15 agosto furono celebrate in Roma le feste solenni del suo ingresso trionfale.

Note al Capitolo Settimo.

[32]. Cfr. App. B. C., 5, 3.

[33]. Cfr. su questa guerra, lo studio pubblicato da Kromayer, in Hermes, 31, p. 70 sg. Cfr. anche Bouché-Leclercq, Histoire des Lagides, Paris, 1904, vol. II, p 258 sg.

[34]. Cfr. Porphyrius Tyrius, in Müller, F. H. Gr., 3, p. 724; e Letronne, Recueil des inscriptions grecques et latines de l’Egypte, Paris, 1842-48, vol. II, p. 90 sg. Su tutta la leggenda di Antonio e Cleopatra, cfr. G. Ferrero, Grandeur et decadence de Rome, Paris, 1908, vol. IV, Appendice (che manca nell’edizione italiana).

[35]. Svet., Aug., 17; Mon. Anc., 5, 3-4: juravit in mea verba tota Italia sponte sua et me bello quo vici ad Actium ducem depoposcit. — Su tutta la questione della conjuratio, cfr. G. Ferrero, Grandeur et decadence de Rome, IV, p. 84.

[36]. Sulla battaglia d’Azio e le ragioni per cui ne è stata ricostruita a questo modo la storia, cfr. G. Ferrero, Grandeur et decadence de Rome, IV, Appendice (che manca nell’edizione italiana).

CAPITOLO OTTAVO LA REPUBBLICA DI AUGUSTO

44. La restaurazione della repubblica (27 a. C.). — Ultimo superstite di tanti emuli che avevano gareggiato in tante guerre per il potere, Ottaviano restava finalmente signore ed arbitro della Repubblica. Tutte le legioni lo riconoscevano capo; il senato era concorde nell’ammirarlo e nel porre in suo potere lo Stato; Roma e l’Italia lo acclamavano salvatore dell’impero; le province gli ubbidivano. Nessun uomo aveva in Roma goduto di un’autorità maggiore e più sicura. Quale uso ne farebbe egli?

È dottrina comune a tutte le scuole del secolo XIX che Augusto si valse di tanta fortuna per fondare in Roma una monarchia, usando però l’accortezza di vestirla in vecchi panni repubblicani. Ma questa dottrina non ha fondamento nè nelle fonti nè nella ragione storica. Bisogna giungere a Dione Cassio, ossia ad uno scrittore orientale e al terzo secolo dell’impero, per trovare un antico che parli di Augusto come di un monarca. Degli scrittori più vicini a lui, nessuno sospettò mai Augusto di aver nascosto una monarchia nelle forme della vecchia repubblica. Nè è difficile dimostrare che Ottaviano non poteva fondare una monarchia nè a viso aperto, nè sotto la maschera repubblicana. Che voleva dire fondare una monarchia? Sostituire l’autorità propria e della propria famiglia a quella del senato e di quel piccolo gruppo di grandi famiglie che avevano creato e governato sino ad allora l’impero; sostituire a queste famiglie e alle magistrature repubblicane una burocrazia, scelta dal sovrano in tutti gli ordini sociali e in tutte le parti dell’impero, la quale avrebbe riconosciuto lui solo come fonte dell’autorità propria. Augusto avrebbe potuto fare questo rivolgimento soltanto se l’opinione pubblica dell’Italia avesse acconsentito; perchè il suo potere posava sulla fedeltà delle legioni, e le legioni erano composte di Italiani. La rovina di Antonio non aveva forse dimostrato quanto fosse pericoloso far violenza ai sentimenti e alle idee più tenacemente radicate nel ceto medio e nella plebe dell’Italia? Ma uno dei sentimenti più forti nell’Italia romanizzata era appunto la venerazione per il senato, per le secolari istituzioni della repubblica, per l’aristocrazia di Roma. Per quanto feroci fossero state le lotte delle fazioni a Roma, esse non avevano fatto progredire molto quelle che a noi sembrano le vere idee democratiche, in mezzo alla moltitudine. Il partito popolare era stato capeggiato da nobili di vecchia famiglia come il partito senatorio; il mezzo ceto e i poveri avevano cercato con quelle lotte di ottenere pane, terre, denaro, pensioni, leggi meno aspre e severe, non di conquistare le alte cariche dello Stato. L’uno e l’altro non ammettevano neppure che il comando in guerra e le magistrature della repubblica fossero attribuite ad altri che ai membri della nobiltà senatoria; tanto è vero che tutte le persone di origine oscura, cui era riuscito di entrare nel senato in mezzo al disordine delle guerre civili, erano assai mal viste, quando non avessero i meriti insigni di un Agrippa. Proprio nell’anno 28, mentre gli storici moderni gli attribuiscono l’intenzione di fondare una monarchia, Augusto era obbligato, per dare soddisfazione alla opinione pubblica, a rivedere la lista del senato, e ad invitare a dimettersi 200 tra i suoi membri più oscuri, proprio quelli che sarebbero stati gli strumenti più docili della monarchia. Se la condizione media e la plebe non acconsentivano neppure ad esser governate dalla propria gente, figurarsi se avrebbero obbedito a funzionari orientali, o di qualche altra provincia! Ci vorranno più di tre secoli, perchè l’Italia pieghi il collo al comando dei suoi antichi sudditi.

In quegli anni invece tutta l’Italia era agitata da una specie di fervore tradizionalista, di cui sono rimasti i documenti più solenni nella letteratura. Le guerre civili avevano fatto rinsavire gli uomini, e risospinto gli animi spaventati verso il passato. È questo il tempo in cui Tito Livio, che doveva diventare un grande amico di Ottaviano, incomincia a scrivere la sua storia di Roma, per glorificare l’antico governo repubblicano e gli uomini, che, come Pompeo, erano stati vinti nella guerra civile, per rimpicciolire i capi del partito vittorioso, Cesare non escluso[37]. È il tempo in cui, agli scrittori più illustri dell’età precedente, si preferiscono quelli antichi: Livio Andronico, Pacuvio, Ennio, Plauto, Terenzio. Il tempo in cui l’epicureismo, così in favore nella generazione precedente, perde terreno, scacciato dal pitagorismo e dallo stoicismo. Il tempo, in cui Virgilio si accinge a vergare il maggior poema morale e religioso della romanità, e già si è formato, e diventerà numeroso e minaccioso, un partito che vuole bandire da Roma a furia di leggi ciò ch’esso definisce la «corruzione», i vizi, portati dalla conquista, dall’orientalismo, dalla ricchezza: l’impudicizia delle donne, la compiacenza dei mariti, il lusso, l’amore dei piaceri.

In tempi simili nemmeno un nuovo Cesare sarebbe riuscito a fondare una monarchia. Immaginarsi se ci poteva neppure pensare un uomo come Ottaviano, che non era nè un gran generale nè un grande ambizioso, ma un amministratore probo ed accorto, un politico abile e prudente, e che aveva sposato da poco Livia, la madre del futuro imperatore Tiberio e la consorte divorziata del fuggiasco Claudio Tiberio Nerone: una donna di alto ingegno, di grande abilità, ma che incarnava lo spirito e le tradizioni della vecchia nobiltà romana!

Il disegno di Ottaviano era dunque più modesto e più semplice di quello che gli storici moderni gli hanno attribuito: restaurare, quanto e meglio che si potesse, l’antica repubblica aristocratica, rendere alle istituzioni l’autorità di cui il triumvirato le aveva spogliate, ma correggendo i difetti che avevano generato prima l’anarchia e poi le guerre civili, la dittatura di Cesare, e il triumvirato[38]. Tra questi i due difetti di maggior pericolo erano lo spezzettamento dei comandi militari e l’annualità e la collegialità delle magistrature. Dividendo l’esercito tra molti generali, ognuno indipendente dall’altro, e tutti dipendenti dal senato lontano, spesso debole e discorde perchè parteggiante per l’uno o l’altro dei generali, era accaduto che molti generali si erano serviti degli eserciti per le loro ambizioni, movendo persino in guerra contro il senato. Lo sdoppiare tutte le magistrature in due colleghi di egual potere e il rinnovarli tutti gli anni, se aveva garantito i cittadini contro gli abusi dell’autorità, aveva anche diminuito la continuità del governo e posto uno strumento pericolosissimo di disordine nelle mani dei partiti; perchè troppo spesso accadeva che i due colleghi appartenessero a partito differente e che ciascuno cercasse di intralciare ciò che faceva il collega. Se dunque era necessario ricostituire la repubblica, riconvocare i comizi, ridare gli antichi poteri alle magistrature, occorreva pure stabilire un’autorità forte abbastanza da contenere le fazioni, le magistrature, i comandi militari (le promagistrature), per modo che non abusassero del loro potere, non si intralciassero a vicenda o non trascurassero il proprio dovere. Cicerone aveva già dimostrato nel suo De Republica, svolgendo un’idea attinta a Polibio e ad Aristotele, che negli Stati in discordia occorre un magistrato supremo e unico, soggetto alle leggi comuni, e di conseguenza repubblicano, ma investito di un potere più duraturo e più ampio che i magistrati ordinari, il quale possa e sappia costringere questi a non fare nè più nè meno del proprio ufficio.

Questa è l’idea — schiettamente latina e repubblicana — che ispirò la riforma costituzionale, discussa tra Ottaviano e gli uomini più eminenti del Senato durante il 28 a. C. e solennemente sancita il 13 gennaio del 27. Per la nuova riforma Ottaviano consentiva, assumendo il proconsolato di tutte le province nelle quali erano stanziati eserciti, a prendere il comando di tutte le legioni, in modo che i soldati e gli ufficiali dipendessero da lui e a lui rispondessero, anzichè a quella anonima, intermittente e fiacca autorità, che era il senato. Queste province, di cui Ottaviano assumeva il proconsolato, erano, nel 27, tre soltanto: la Siria, con Cipro, la Gallia Transalpina, la Spagna. Le altre invece, come per l’innanzi, sarebbero amministrate dai proconsoli e dai propretori. D’altra, parte, occorrendo anche in Roma un’alta autorità per sorvegliare i magistrati urbani, stimolare e riunire il senato, Ottaviano consentiva ad assumersi egli stesso questo incarico, ponendo ogni anno la sua candidatura al consolato. Egli sarebbe stato dunque al tempo stesso console e proconsole; avrebbe da Roma, per mezzo di luogotenenti, governato le sue province; o, quando si fosse recato colà, avrebbe continuato a governare Roma nella sua qualità di console. L’unione delle due magistrature — la consolare e la proconsolare — era più una rivoluzione che una riforma della antica costituzione: ma non era del tutto nuova, chè già Pompeo nel 52 aveva cumulato le due cariche; ma Ottaviano riceveva l’una e l’altra, dai legittimi poteri costituenti; e solo per meglio far operare le restaurate istituzioni della repubblica. Insomma si poneva a capo della repubblica Ottaviano come primo magistrato o presidente (princeps), ma con poteri legali e determinati, e per un decennio, proprio come Cicerone aveva consigliato nel De officiis. Nel tempo stesso Ottaviano restituiva tutti i poteri, di cui la legge Titia l’aveva investito come triumviro. Cosicchè anche quel cumulo di poteri eccezionali sulla persona del nuovo presidente appariva ai contemporanei, ignari dell’avvenire, come un ordinamento provvisorio, che sarebbe durato fino al giorno in cui la repubblica potesse essere ripristinata nella genuina sua forma antica.

Il vincitore non poteva essere più modesto, e il 16 gennaio era degnamente ricompensato. Quasi a imprimere il suggello di un carattere sacro alla magistratura, creata pochi giorni innanzi, il popolo e il senato gli conferivano quel titolo onorifico di Augustus, con cui egli passerà nella storia.


45. Le finanze. — Incomincia la nuova storia di Ottaviano e della repubblica romana: una storia, piccola nelle apparenze, grande nella sostanza. Un fermo proposito la domina tutta: soddisfare quanto più si possa le nuove aspirazioni tradizionaliste, che volevano ristabilire l’ordine nello Stato, nella famiglia, nelle idee, nei costumi, rinnovando i tempi più gloriosi della aristocrazia, il loro zelo civico, la loro concordia, la loro devozione, la loro semplicità di costumi, la loro disciplina; governare insomma con il nome e all’opposto di Cesare. Già nel 28, prima che la nuova costituzione repubblicana fosse approvata, Ottaviano aveva ridotto l’esercito a sole 23 legioni, e dato mano a ristabilire la disciplina, escludendo gli stranieri, i liberti e i provinciali, e ristabilendo le pene e le ricompense d’altri tempi. Nello stesso anno si era accinto a ricostituire per via di donativi la fortuna di molte famiglie senatorie, cadute in povertà. Diventato Augusto, fece approvare una legge che abbassava l’età legale per le magistrature affinchè i giovani potessero incominciare di buon’ora la carriera politica, come s’era fatto nell’età più gloriosa dell’aristocrazia, nel terzo e secondo secolo a. C.; e come era necessario fare, ora che il numero delle famiglie aristocratiche era così sminuito[39]. Fece approvare una legge, già imaginata da Cesare, che assegnava degli stipendi ai governatori provinciali e a tutti i magistrati di nuova creazione: riforma necessaria, perchè una parte della aristocrazia era troppo povera per poter far le spese delle cariche pubbliche, ma che contradiceva un principio della vecchia repubblica: la gratuità delle funzioni. Infine e soprattutto attese a riordinare le finanze.

Dopo tante dilapidazioni, rapine e malversazioni, la riforma delle finanze era il primo farmaco di cui aveva bisogno l’ammalata repubblica. Senza denaro Augusto non avrebbe potuto nè intraprendere guerre, nè rimettere in buon assetto l’amministrazione, nè dare mano a lavori pubblici. Per ciò egli volse le sue prime e maggiori cure all’erario. Quali erano le entrate e le spese della repubblica? Per saperlo, Augusto organizzò presso di sè — per suo uso privato — una vera e propria contabilità di Stato, scegliendo all’uopo, tra i suoi numerosi schiavi e liberti, i più colti ed intelligenti. Come capo del senato, come console, come proconsole di tre grandi province, egli poteva avere in mano tutti i conti dello Stato e compilare un bilancio o almeno uno schema del bilancio[40]. Questo schema era anche più preciso e più particolareggiato che quello dei magistrati; e senza esautorare il senato e i praefecti aerarii Saturni che dell’erario avevano cura, Augusto si sarebbe servito di questo schema per studiare le nuove misure fiscali, per ammonire e biasimare, o far ammonire o biasimare dal senato, i magistrati che facessero spese inutili o negligessero le province, per far fruttare le proprietà dello Stato.

Ma conoscere le entrate non bastava; occorreva accrescerle. Ripigliando un disegno di Cesare, Augusto fece l’inventario del gigantesco patrimonio che la repubblica possedeva in tutto l’impero, e che aveva in ogni tempo sfruttato con profitto, ma anche con grandissimo disordine e sperpero. Si applicò inoltre ad accrescere i tributi di talune province, che negli ultimi anni erano state memo devastate, e che, al confronto di mezzo secolo innanzi, offrivano segni di palese prosperità, come la Gallia Transalpina, forse anche le province illiriche e taluni paesi alpini. Si sforzò pure di mettere in circolazione una più grande quantità di numerario. Durante il triumvirato, grandi quantità di oro e d’argento, spaventate dall’anarchia, erano sparite in tutto l’impero; cosicchè i triumviri avevano dovuto coniar monete di cattiva lega. Per rimediare alla scarsezza del medio circolante, Augusto pensò di conquistare dei territori auriferi, e con questo pensiero preparò le prime guerre del suo principato: la guerra contro i Cantabri e gli Asturi, nella penisola iberica, le cui miniere d’oro, nell’anarchia dell’ultimo secolo, erano state abbandonate, dopo una rivolta degli indigeni: e, insieme, la conquista della valle dei Salassi (Val d’Aosta) altrettanto preziosa, e per le stesse ragioni. Anzi la riorganizzazione delle finanze gli stava tanto a cuore, che nel 27 stesso deliberò di fare un lungo viaggio e di recarsi prima in Gallia a organizzare i nuovi tributi e in Spagna a riconquistare le miniere d’oro dei Cantabri e degli Asturi: non prima però di aver deliberato di fare a sue spese, e con il concorso dei senatori più ricchi e volenterosi, grandi lavori pubblici in Italia, come riparare parecchie strade, molti templi e monumenti pubblici, e costruire altri ex novo. Compiute rapidamente queste riforme, negli ultimi mesi del 27, egli partiva alla volta della Gallia e della Spagna.


46. Le prime difficoltà del nuovo regime e la crisi del 23. — Augusto fece la prima tappa del suo viaggio a Narbona. Quivi egli aveva appositamente convocato i notabili della Gallia Transalpina, probabilmente per annunziar loro le misure, che dovevano preparare la riforma dei tributi, tra le altre, un censimento generale inteso ad accertare le nuove fortune della Gallia. Non a caso Augusto aveva messo gli occhi, per accrescere i tributi, sulla provincia conquistata da Cesare. Dopo la morte di Cesare, l’autorità romana era stata troppo debole in Gallia, da potere sfruttare tanto crudelmente il paese. Aveva soltanto potuto imporre un certo ordine e la pace, di cui il paese aveva largamente approfittato. Non più devastato dalle periodiche guerre civili; pagando alla potenza dominante pochi tributi, e forse nessuno; sbarazzato dalla nobiltà turbolenta e dalle bande dei cavalieri e dei clienti, che erano stati la sua piaga durante l’indipendenza, la Gallia si era arricchita, nel volgere di una generazione. Molti Galli erano divenuti artigiani, altri agricoltori, altri infine si erano arruolati negli eserciti dei triumviri ed avevano preso parte al saccheggio dell’impero, riportando in patria l’oro rapinato ovunque. In un paese come la Gallia, allora come oggi assai fertile, ben irrigato, coperto di foreste, ricco di minerali, gli effetti del nuovo regime apparivano ovunque dopo trenta anni. Già si cominciavano a scavare da per tutto delle miniere, si cercava l’oro sotterra e tra le sabbie dei fiumi: si scoprivano miniere d’argento; si mettevano a coltura nuove terre e si cominciava a piantare il lino, fino allora coltivato soltanto in Oriente. Incominciavano a fiorire persino delle industrie: la tessitura, la ceramica, la vetreria. I Galli cercavano di imitare gli oggetti fabbricati in Oriente e si studiavano di farne delle copie più rozze, ma di minor prezzo. Roma, dunque, poteva chiedere alla Gallia un tributo maggiore di quello che essa aveva pagato fino ad allora. Dopo essersi trattenuto in Gallia per predisporre il necessario a questo aumento di tributi[41], Augusto andò in Spagna per far guerra agli Asturi e ai Cantabri, mentre un suo legato conquistava la valle dei Salassi. Nella seconda metà del 25 egli era nuovamente di ritorno ai Roma. Neppur due anni erano trascorsi dalla solenne restaurazione repubblicana, e già se ne vedevano i difetti. Nel 25 non si erano trovati candidati in numero sufficiente per i 20 posti di questori; i servizi pubblici, in Roma e fuori, continuavano a procedere male come prima; lo stesso senato preferiva rimettere a Augusto tutte le decisioni, limitandosi soltanto ad approvarle e a ratificarle. Se tutti ammiravano a discorsi la repubblica aristocratica del buon tempo antico, pochi erano disposti a farla rivivere con sacrificio proprio. Le famiglie storiche dell’aristocrazia non erano più nè così numerose, nè così ricche, nè così devote alla cosa pubblica, da sobbarcarsi a tutta l’amministrazione di un così immenso impero. Nell’ordine dei cavalieri e nella plebe c’erano uomini che avevano ricchezze e voglia di servirsene per la pubblica cosa: ma a costoro mancava la preparazione e il nome. Il popolo non li avrebbe facilmente tollerati e obbediti, nè l’aristocrazia storica, ritornata in auge, era disposta ad accogliere in troppo numero degli uomini nuovi nelle sue file. Cosicchè, tra quelli che avrebbero potuto governare e non volevano, e quelli che avrebbero voluto e non potevano, l’amministrazione della repubblica procedeva alla meglio; e di ogni difficoltà tutti si scaricavano sopra Augusto. Augusto doveva pensare e provvedere a tutto. Il lavoro che ricadeva sulle sue spalle era tanto, che verso il giugno del 24 ammalò gravemente; e, guarito, ebbe una ricaduta più grave nella primavera del 23. Un brutto giorno Roma apprese che Augusto era morente, che egli aveva già lasciato ad Agrippa e al console collega, C. Calpurnio Pisone, tutte le sue disposizioni testamentarie. Tutta Roma agghiacciò di terrore: quali non sarebbero le ripercussioni politiche di quella morte?

Fortunatamente, Augusto guarì; ma rimessosi dichiarò di aver bisogno di riposo e di volersi ritirare a vita privata. Lo sbigottimento di Roma fu immenso. Tutti temettero che, partito Augusto, si ricomincerebbe da capo con le guerre civili. Si insistè dunque e supplicò perchè restasse al governo. Augusto si arrese alla fine — e forse a questo voleva venire — quando il senato acconsentì ad approvare una nuova riforma costituzionale, che, pur lasciandogli una immensa autorità, avrebbe, nel suo pensiero, dovuto alleggerire la soma di lavoro che pesava su lui. Il princeps rinuncerebbe al consolato annuo, disinteressandosi così delle faccende di Roma, e dell’Italia, le più gravose e difficili, per attendere alle province. In queste egli riceverebbe un potere supremo di vigilanza e di controllo. Senonchè, se era possibile che le classi alte si rassegnassero a rinunziare a un console così autorevole e così benevolo, come Augusto, era ben difficile che le classi medie e minori di Roma e d’Italia fossero contente di vedere Augusto disinteressarsi interamente delle cose italiane. Dovette essere questa la grave ragione per cui Augusto, pur rinunziando al consolato, consentì ad accettare un nuovo potere o meglio un’astrazione di potere: la potestà tribunicia a vita, cioè tutti gli antichi diritti tribunicî — quello del veto, quello di far proposte in senato, di proporre leggi al popolo: potestà generica, sconfinata, e indefinita al tempo stesso, ma che gli avrebbe dato mezzo di intervenire, o piuttosto di mostrare, all’occasione, d’intervenire negli affari d’Italia[42].

Questa riforma fu approvata verso la metà dell’anno; e incominciò a confondere il concetto, in principio così chiaro, della restaurazione del 27. Ma nello stesso anno, poco dopo che la riforma era stata approvata, due avvenimenti vennero a dimostrare anche meglio che la repubblica aristocratica, non ostante gli sforzi di Augusto e degli altri per farla rivivere, agonizzava. Prima, un’ambasceria partica che giunse a Roma. Da circa un decennio, i Parti e Roma non avevano avuto più nessun rapporto tra loro. Era però accaduto che, in una guerra dinastica di quell’impero, il figlio maggiore di Fraate fosse stato fatto prigioniero e consegnato ai Romani, e che a Roma si fosse rifugiato il ribelle competitore del re dei Parti, Tiridate. L’ambasceria del Gran Re veniva ora a chiedere la consegna dell’uno e dell’altro: grossa difficoltà, perchè quella domanda riapriva la più pericolosa delle questioni orientali. Gli ambasciatori si rivolsero ad Augusto; Augusto, zelante osservatore della costituzione, li rinviò al senato, cui spettavano, secondo la costituzione, le questioni estere; ma il senato, dopo matura riflessione, rimandò gli ambasciatori ad Augusto, riconoscendo che Augusto potrebbe e saprebbe sciogliere quel difficile nodo meglio del supremo consesso della repubblica. L’altro avvenimento fu una carestia e una inondazione del Tevere. Subito il popolo senza pane e senza tetto insorse contro l’incuria dei magistrati, reclamò che Augusto riassumesse il consolato, o che, fornito di poteri dittatoriali, come Pompeo nel 57, s’incaricasse del vettovagliamento della città. Il clamore popolare fu tale, che Augusto dovette assumere i pieni poteri dell’annona. Ma il popolo non fu contento: la sua fiducia in Augusto era così grande, così vivo il desiderio di un’amministrazione più forte, che subito reclamò che Augusto assumesse subito o il consolato a vita, o la censura, o la dittatura; insomma, sotto qual si voglia forma, un’autorità rapida, energica ed assoluta. Augusto riluttava, sapendo per esperienza quanto le dittature fossero pericolose: ma gli animi erano così accesi, che fu forza venire ad un accordo. Il senato, pur non parlando di censure o di dittature, accordò ad Augusto il potere di emanare degli editti, come se fosse console, quando l’avesse creduto, in vista del bene pubblico. In altre parole, Augusto riceveva, ora, e per Roma e per l’Italia, quel potere discrezionale di sorveglianza, che poco prima aveva ricevuto per le province. La vecchia aristocrazia non reggeva più al peso del governo; un ordine sociale nuovo che la sostituisse non esisteva; tutto il peso dell’impero ricascava su Augusto, che, volente o nolente, doveva sobbarcarsi. Un solo anno — il 23 — aveva visto — e pochi mesi dopo che Augusto aveva fatto uno sforzo serio per ritirarsi a vita privata — il senato abdicare i proprii poteri sulla politica estera e concedergli quella facoltà di emettere editti, che sarà il germe da cui germoglierà il dispotismo monarchico[43].


47. Il viaggio di Augusto in Oriente (21-19 a. C.). — L’anno successivo Augusto, quasi a dimostrare con un fatto che il governo delle province, assunto nel 27, era provvisorio e che egli voleva restituirle, man mano che fossero pacificate, restituiva al senato Cipro e la Gallia Narbonese. Nel tempo stesso si preparava a fare un primo viaggio nelle province asiatiche, che erano ancora considerate come la parte più florida dell’impero.

L’Italia sperava da questo viaggio nientemeno che la conquista dell’Armenia e della Parzia, ma Augusto, più positivo, pensava che il suo viaggio avrebbe avuto scopi assai più modesti sebbene più utili: risolvere definitivamente la vertenza con il re dei Parti, con il quale aveva, fin dall’arrivo dei suoi ambasciatori a Roma, iniziato trattative per una transazione onorevole; e affermare l’autorità dell’impero, anche sugli Stati indipendenti della regione. Partì nella primavera del 21, si fermò in Grecia, e cercò di portar soccorso ai suoi mali più antichi e profondi. Separò di nuovo, per dare una soddisfazione al sentimento nazionale, la Grecia dalla provincia della Macedonia, decorandola del nome di Acaia, e delimitando il suo territorio in modo da comprendere la Tessaglia, l’Epiro, le isole Ionie, l’Eubea e alcune altre isole dell’Arcipelago con capoluogo Corinto; riorganizzò l’antico Consiglio Anfizionico, che si adunava ogni anno a Delfo; si sforzò di stabilire una dieta con assemblee annue — imagine rinnovellata e ingrandita dalla lega achea, alla quale tutte le città greche inviassero un rappresentante; dette la libertà a parecchie città elleniche. Indi passò nell’Asia minore, dove trovò la provincia d’Asia affaccendata ad innalzare in Pergamo un gran tempio in suo onore e a fondare il culto del nuovo Dio vivente, Augusto. Era avvenuto qualcosa di simile ad Antonio in Alessandria. L’adorazione dei monarchi defunti in Asia e dei monarchi viventi in Egitto, era stato uno dei tanti strumenti di dominazione, di cui l’ellenismo si era servito per imperare sulle razze indigene dell’Asia e dell’Africa. Ora l’Oriente incominciava timidamente ad estendere quel culto al nuovo magistrato supremo, che sorgeva in Roma tra tante contradizioni, volendo essere ancora, e non potendo più essere, un magistrato repubblicano; come se l’Oriente volesse dire a Roma che era suo destino cadere sotto quelle stesse istituzioni monarchiche, che per tanti secoli lo avevano retto. Augusto accettò il tempio, a condizione che Roma fosse associata nel culto alla sua persona. Quindi si volse a risolvere la questione partica e la armena.

L’Armenia, che Antonio aveva conquistata, era tornata sotto il governo di un re nazionale, ostile a Roma e soggetto all’influenza partica. Ora giungeva Augusto, deliberato a riconquistare la perduta egemonia, con grandi forze. Ma mentre, nell’inverno tra il 21 ed il 20, le forze romane e alleate si concentravano ai confini dell’Armenia, una rivoluzione rovesciava e trucidava il re, e gli insorti dichiaravano di accettare la supremazia romana. Augusto tuttavia non annesse l’Armenia, e diede il paese ad un re amico, al fratello del monarca deposto, Tigrane, che egli aveva fatto prigioniero dopo Azio, ad Alessandria, e poscia educato regalmente a Roma. Poco dopo il re dei Parti, Fraate, poneva ad effetto l’accordo, laboriosamente conchiuso dopo lunghe trattative; e mandava al campo romano le insegne e i prigionieri catturati al tempo della spedizione di Crasso, insieme con ambasciatori, incaricati di concludere definitivamente il trattato di pace con Roma. Questo trattato era altra cosa della conquista della Parzia, che molti sognavano a Roma: era un ragionevole e saggio compromesso, per il quale i Parti si disinteressavano definitivamente della politica mediterranea, abbandonando a Roma l’Anatolia e la Siria, e Roma, dal canto suo, abbandonava il programma di Alessandro, di Cesare, di Antonio, e s’impegnava a non entrare nell’Asia centrale. Ma i vantaggi per Roma erano grandi, poichè con quel trattato, che le assicurava un secolo di pace in Oriente, Roma ricuperava la libertà d’azione in Europa; e sarebbe libera di intraprendere in Gallia quella politica di romanizzazione, da cui nascerà la civiltà europea. Onde questo trattato va annoverato tra i grandi servizi resi da Augusto a Roma.


48. Le grandi leggi sociali dell’anno 18. — Augusto tornò in Roma, nella seconda metà del 19: e trovò la grande città piena di agitazioni, di discordie, di dispute; le vecchie famiglie più nemiche che mai della gente nuova; i servizi pubblici trascurati come sempre; il popolo malcontento e cresciuto moltissimo nel favore pubblico quel movimento tradizionalista e puritano, che abbiamo visto incominciare negli ultimi tempi del triumvirato. Fatto più ardito, questo movimento, che era favorito insieme dai vecchi nobili e da una parte delle classi medie, chiedeva ora l’epurazione del senato da tutti gli intrusi, che la rivoluzione vi aveva introdotti; il ritorno a una costituzione timocratica, escludente da qualsiasi carica coloro che non possedessero una certa fortuna; delle leggi, che imponessero ai ricchi una vita più modesta e virtuosa, che reprimessero gli scandali privati e raffrenassero nella aristocrazia il lusso e quella che si diceva la corruzione delle donne. Il movimento degli animi era così forte, che il disinteressarsene si faceva sempre più difficile per Augusto; ma il soddisfarlo non era neppur facile. Con l’anno 18 scadevano i poteri decennali pel princeps, assunti nel 27; ed Augusto meditava una terza riforma della costituzione allo scopo di scaricare su altri parte delle cure e delle responsabilità. Con questa riforma egli avrebbe diviso il suo potere con M. Vipsanio Agrippa, che frattanto aveva sposato sua figlia Giulia. Tanto poco Augusto pensava a fondare una monarchia! Insomma Roma e l’Italia aspettavano da Augusto un governo più vigoroso, che facesse grandi riforme, proprio mentre Augusto pensava a dividere il potere con Agrippa. Anche questa volta fu necessario addivenire a un compromesso. I poteri di Augusto furono prolungati per cinque anni, a cominciare dal 17; e Agrippa gli fu messo a fianco come collega, con eguali poteri[44]. Indi Augusto procedè a tentare con il nuovo collega una lectio senatus, ossia a dar mano a quella epurazione del senato che il partito puritano a gran voce reclamava. Compiuta questa epurazione, con molta prudenza e con molti riguardi, propose quella che passerà nella storia con il nome di lex Julia de maritandis ordinibus: la prima delle leggi con le quali Augusto cercherà, come gli chiedeva il partito puritano, di restaurare l’antica morale romana. Ma con che complicati espedienti!

La legge sanciva innanzi tutto il matrimonio come un obbligo per tutti i cittadini romani; non considerava come matrimonio, ma come concubinato, l’unione di un senatore o di un suo discendente con una liberta; dichiarava che nell’ordine senatorio solo i figli generati da una donna ingenua et honesta sarebbero considerati come legittimi ed avrebbero tutti i diritti del rango, non quelli la cui madre fosse stata una leggiadra danzatrice siriaca o una graziosa liberta ebrea; riconosceva come legittimi i matrimoni tra liberti e plebei; non riconosceva come matrimonio, ma solo come concubinato le unioni anche dei plebei con prostitute, mezzane, adultere e attrici. Ma in che modo si potevano obbligare gli uomini e le donne a sposarsi? Augusto immaginò un ingegnoso sistema di premî e di pene da applicare all’egoismo dei celibatari. Ai senatori che avevano moglie e figliuoli, la legge offerse e stabilì diversi premi: ad esempio, che fra i magistrati fosse, nell’esercizio del suo ufficio, privilegiato colui che avesse più figliuoli; che ogni cittadino potesse aspirare alle magistrature, anticipando su l’età legale di tanti anni quanti figliuoli contava; che le donne tre volte feconde avrebbero goduto di una quasi completa eguaglianza civile con gli uomini, e così via. In modo analogo la legge liberava da parecchi obblighi verso i loro antichi padroni, i liberti che avessero più di due figliuoli. Invece i celibatarî ostinati sarebbero stati esclusi da tutte le feste e gli spettacoli pubblici; esclusi dal diritto di raccogliere le eredità, che avessero potuto ricevere da persone a loro non imparentate almeno in sesto grado. Legge, come è facile vedere, nel tempo stesso restauratrice e rivoluzionaria; perchè, per restaurare gli antichi costumi, sovvertiva alcuni principî secolari del diritto romano; riconosceva i matrimoni tra i plebei e le liberte, limitava i diritti dei patroni sui liberti, e la libertà di testare. Onde non è da meravigliare che essa richiedesse altre leggi complementari. Come infatti pretendere che un uomo serio ed onesto fosse costretto ad ammogliarsi, se non aveva mezzi per frenare la prodigalità il lusso o la leggerezza della moglie? Alla lex de maritandis ordinibus seguirono infatti due nuove leggi: una lex sumptuaria e la famosa lex Julia de pudicitia et de coercendis adulteriis. La prima mirava a limitare il lusso delle donne, dei banchetti, di tutta la vita privata dei cittadini. La seconda autorizzava, come ai tempi antichi, il padre a punire di morte la figliuola, che avesse commesso adulterio insieme al suo complice; autorizzava il marito, sia pure in certe condizioni, a uccidere l’adultero ma non la moglie; faceva poi obbligo al marito, e se il marito non c’era o era impedito o non voleva, al padre, che non l’avesse uccisa, di denunciare entro sessanta giorni la moglie o la figlia rea di adulterio al pretore e alla quaestio: se non ottemperassero a questo obbligo, passati i sessanta giorni, qualunque persona poteva proporre l’accusa. I reati di adulterio erano dichiarati judicia publica, come i parricidî, e le pene erano gravissime: la relegazione a vita per i due complici; di più, per l’uomo, la confisca di metà dei beni e, per la donna, la perdita della dote e di un terzo delle proprie ricchezze.

Castighi così terribili dell’adulterio possono sembrare a noi poco meno che inesplicabili: ma è più facile intenderne la ragione, ove si pensi che quelle leggi erano promulgate solo per i cittadini romani, e di fatto prendevano di mira solo i senatori e i cavalieri, le cui ricchezze e la cui rinomanza potevano tentare gli accusatori con la speranza del premio che spettava agli accusatori sui beni dei condannati. Quelle leggi non miravano ad accrescere la popolazione favorendo la generazione ma a restaurare l’aristocrazia ricostituendo le famiglie nobili, ossia l’antico vivaio dei generali e dei diplomatici, che avevano fondato l’impero. Augusto procedeva dunque anche in questo proprio all’opposto di tutti i fondatori di monarchie assolute, i quali hanno invece sempre mirato a distruggere le aristocrazie esistenti. Ciò confermano due disposizioni: l’una, contenuta nella stessa lex de adulteriis; l’altra, in una legge dello stesso tempo. Con la prima, per far più sicure le fortune delle famiglie ricche, Augusto interdisse al marito di vendere o di obbligare in qualunque modo la dote della moglie. Con la seconda, vietò ai cittadini, forniti di un reddito minore di 400.000 sesterzi di aspirare alle pubbliche cariche. Così anche quello spiraglio aperto, nella costituzione romana, alle classi non ricche, perchè potessero occupare qualche magistratura, era di nuovo chiuso, e l’antica costituzione aristocratica, solennemente ristabilita. Il figlio di Cesare ricostituiva dalle fondamenta i privilegi di quell’aristocrazia, contro cui suo padre aveva così lungamente lottato; si sforzava di restaurare quell’ordine sociale, che suo padre aveva, volente e nolente, distrutto a metà.


49. Lo sviluppo della Gallia e la conquista della Germania (12-8 a. C.). — L’approvazione delle grandi leggi sociali fu celebrata nell’anno 17 con una cerimonia solenne: i ludi saeculares, istituiti nel 509 a. C. al principio della Repubblica, e ripetuti in ogni secolo, sebbene a date non esattamente periodiche. Per questa cerimonia Orazio compose la più armoniosa delle preghiere romane. il Carmen saeculare, che invocava dagli Dei la pace, la potenza, la gloria, la prosperità, la fecondità, la virtù, e che 27 adolescenti e 27 fanciulle cantarono nel tempio di Apollo sul Palatino. Ma, mentre si facevano a Roma queste leggi e si celebravano queste feste, una grossa tempesta si levava nelle province dell’Europa da poco e malamente sottomesse: nelle valli alpine, nella Gallia, nella Pannonia. Era questa, in parte, una delle conseguenze della pace e del buon governo, introdotti da Augusto. La pace aveva interrotto le frequenti leve militari per le guerre civili di Roma, vera fortuna per tutti i disperati e gli avventurosi della generazione precedente; e la buona amministrazione augustea aveva invece incominciato ad esigere le imposte con rigore. Così, ai primi del 16, l’uragano brontolava alle frontiere dell’Italia: la Transalpina era in fermento, nelle Alpi i Vennoneti (abitanti della Valtellina e forse anche della valle dell’Adige e dell’alto Inn) e i Camunni (abitanti della val Camonica), pigliavano le armi; i Bessi si rivoltavano in Tracia contro il re Rimetalce imposto loro dai Romani; la Macedonia era invasa dai Denteleti, dagli Scordisci, forse anche dai Sarmati; la Pannonia e il Norico, fino allora docili al protettorato romano, insorgevano e invadevano l’Istria. L’incendio si era rapidamente propagato soprattutto nelle Alpi; i Trumplini, nella val Trompia, e le numerose tribù dei Lepontini, abitanti nelle valli italiane e svizzere che dànno sui laghi Maggiore e di Orta; i Reti e i Vindelicî, che dal paese dei Grigioni e dal Tirolo si stendevano, attraverso la Baviera, fino al Danubio; gli abitanti delle Alpi Cozie, e perfino i Liguri delle Alpi Marittime erano insorti. Quasi tutta la grande catena montuosa, dove s’erano rifugiati gli ultimi resti delle stirpi, che un tempo avevano abitato la pianura, Iberi, Celti, Etruschi, era in fiamme. Nel tempo stesso un’orda di Germani invadeva la Gallia e sconfiggeva il legato romano, Marco Lollio.

Augusto non poteva restare a Roma occupato a preparare leggi e a celebrare feste, quando l’impero pareva vacillare a occidente. Era chiaro che occorrevano vaste operazioni militari e un profondo riordinamento di quelle province. Per fortuna, l’invasione germanica in Gallia non era seria; bastò che Augusto apparisse, perchè l’onda si ritirasse. Dileguati i Germani, restava la rivolta delle Alpi, che minacciava di separare l’Italia dalle province d’Occidente. Augusto deliberò di sottomettere per sempre le popolazioni, operando metodicamente nelle grandi vallate; e commise a tre generali le operazioni: a P. Silio, che poco prima aveva liberato l’Istria da Pannoni e da Norici, e ai due giovani figliuoli della sua consorte Livia: a Tiberio, che in quell’anno era pretore, e che già lo aveva seguito in Spagna e in Armenia, e al suo fratello minore, Druso, di ventidue anni, che era stato appena eletto questore pel 15. I due giovani avevano belle qualità: energia, coraggio, fierezza; Druso aggiungeva a queste una amabilità, che faceva gradevoli le più antiche e austere virtù romane. Era amato da tutti; ma questa non era ragione bastevole, perchè Augusto nominasse suo legato per una grande guerra un semplice questore. Ce ne dovettero essere di più gravi: forse la mancanza di uomini capaci, e di cui Augusto potesse fidarsi.

Le operazioni di Silio contro i Leponzi, quelle di Druso e di Tiberio contro i Rezi e i Vindelici, ebbero un felice successo. I due giovani portarono i confini dell’impero fino al Danubio e conquistarono il Norico (15 a. C.). Non molto tempo dopo era domata l’insurrezione delle Alpi Cozie e Marittime. La popolazione maschile fu fatta schiava; i beni delle tribù e delle famiglie ricche confiscati; i territori dei popoli divisi tra le città della Cisalpina. Nel Norico, abolita la dinastia nazionale, fu istituito un regime provinciale somigliante a quello dell’Egitto, e il governo di quel paese affidato ad un praefectus. Anche nelle Alpi Cozie la dinastia nazionale perdè il titolo reale e il suo capo continuò a governare il paese con il titolo di praefectus. Invece la Rezia, la Vindelicia e tutto il territorio, che va dalla cresta delle Alpi al Danubio e dal lago Lemano (Lago di Ginevra) alle frontiere del Norico, fu fatta provincia. Augusto pensò infine di aprire alcune grandi vie strategiche fra le nuove province e la valle del Po, in modo che, senza accrescerne il numero, le legioni potessero rapidamente accorrere a difendere i punti minacciati.

Con queste spedizioni Augusto compieva nelle Alpi un’opera, le cui conseguenze durano ancora: apriva quella famosa catena di montagne alla civiltà. L’opera era grande: ma nel pensiero di Augusto doveva servire di preparazione ad un’opera ancora più vasta, destinata ad avere le conseguenze più grandi nella storia della civiltà. Gli anni che seguono il 16 a. C., e nei quali Augusto, per le necessità della guerra, visse in Gallia o vicino alla Gallia, sono anni decisivi nella storia del mondo antico; perchè in questi anni Augusto e il governo romano si accorsero definitivamente che la Gallia, la barbara, fredda e povera Gallia della tradizione, era una provincia ricchissima, il vero Egitto dell’Occidente, che Roma aveva interesse a difendere quanto le più ricche provincie dell’Oriente. Le conseguenze di questa scoperta dovevano essere immense; poichè, se fino ad allora Roma aveva guardato quasi soltanto all’Oriente, come alla sede della ricchezza e della cultura, ed era stata sempre in pericolo di inorientarsi, mutandosi in un impero asiatico, da questi anni essa diventa potenza mezzo asiatica e mezzo europea, nel cui impero la Gallia fa contrappeso all’Egitto o alla Siria, e l’Italia si trova ben posta in mezzo, per essere l’arbitra e la dominatrice dell’Oriente e dell’Occidente. A partire da questo momento, in cui la civiltà greco-latina valica le Alpi e si addentra nel continente europeo, incomincia la vera storia dell’Europa, che sino allora, fuorchè nelle sue coste meridionali, era stata barbara; e l’impero romano diventa un impero misto, orientale e occidentale, sotto l’egemonia dell’Italia. Senza la Gallia, Roma non avrebbe potuto a lungo essere la capitale di un impero, le cui province più importanti e i maggiori interessi erano in Asia ed in Africa, e l’Italia sarebbe stata presto o tardi assorbita dalle sue conquiste asiatiche ed africane. Insomma l’unità dell’impero mediterraneo di Roma e la egemonia dell’Italia in quello dipendevano dal possesso e dallo sviluppo della Gallia. Senonchè, se queste dovevano essere le conseguenze lontane della conquista di Cesare, l’arricchimento della Gallia generava un altro effetto immediato; ed era quello di obbligare Roma a difenderla contro i Germani, sempre inquieti, sempre bellicosi e più pronti ad assaltar la Gallia ora che non la difendeva più la sua vecchia aristocrazia militare. Perciò il pericolo germanico non minacciava più, come ai tempi di Cesare, la Gallia sola, ma l’impero romano tutto quanto. Ma che altro mezzo c’era di assicurare la Gallia contro le invasioni dei Germani, se non conquistare la Germania? Anche questa era una catena. Dal commovimento delle province d’Occidente, dalla crescente prosperità della Gallia, Augusto fu tratto in questi anni a sostituire alla conquista della Persia, vecchio sogno romano, la conquista della Germania, a cui nessuno aveva ancora pensato sul serio. Roma diventava potenza occidentale ed europea.

Prima però di accingersi a tanto passo, Augusto volle toglier via dalla Gallia qualsiasi possibilità di agitazione antiromana. Vi sussistevano ancora le divisioni territoriali, che Cesare avea trovate e conservate. I popoli più potenti, come gli Edui e gli Arverni, conservavano ancora, quali alleati di Roma, la loro clientela di piccole civitates che essi governavano direttamente. Ma ora che la Gallia era divenuta un paese industrioso e pacifico, queste clientele, fuorchè a conservare privilegi invecchiati e a giustificare pretese di egemonie fittizie, non potevano servire che come strumenti di nuove coalizioni nazionali: erano dunque o inutili o pericolose.

Augusto sottomise tutte queste civitates di clienti e di popoli alleati, direttamente, all’autorità di Roma; inoltre, fondandosi sui resultati del censimento, distribuì tutta la Gallia in 60 civitates, all’incirca eguali di grandezza e pari in diritto tra loro. Ma crescendo così il compito e la responsabilità del governatore romano in Gallia, tripartì il paese in Aquitania, Lugdunensis e Belgica (le Tres Galliae), di cui ciascuna avrebbe avuto a capo un luogotenente del governatore generale della provincia. Senonchè in questa ripartizione Augusto non tenne più conto delle diversità o affinità etniche e delle secolari unioni storiche del paese, se non per mescolare in ciascuna delle tre gli elementi diversi — celtici, iberici, celto-germanici — di cui la Gallia si componeva; per spegnere in quelle mescolanze il vecchio spirito nazionale e tradizionale; per intralciare gli accordi fra tribù affini; e per piegare il paese denazionalizzato verso gli scopi della politica romana.

Augusto inoltre volle, prima di incominciare la sua grande impresa, riordinare, come faceva mestieri, l’esercito, regolando con una legge le più importanti condizioni del servizio, fin ad allora regolate da consuetudini poco certe. La ferma durerebbe 16 anni per i legionari; 12 anni per la guardia dell’imperator, i pretoriani. Fu stabilito inoltre che, finito il servizio gli uni e gli altri sarebbero ricompensati, non con terre, ma con una somma di danaro, di cui ci è ignoto l’ammontare. Ciò fatto, preparativi adeguati all’impresa furono incominciati; e fu elaborato un piano di invasione molto ingegnoso, nel quale è verosimile riconoscere la mano di Agrippa. Si tenterebbe di invadere l’impervia Germania dal mare del Nord per le due grandi linee fluviali dell’Ems e del Weser; due eserciti entrerebbero per questi fiumi nel cuore della Germania, costruirebbero sull’uno e sull’altro dei grandi campi trincerati, destinati a servire come basi di operazione, per condurre a termine la conquista dell’interno; nel tempo stesso un altro esercito, varcato il Reno, avanzerebbe alla volta dell’Ems; l’esercito sbarcato sull’Ems, avanzando lentamente, cercherebbe di dar la mano a quello che verrebbe dal Reno, come a quello che verrebbe dal Weser: e così mediante larghe vie, fiancheggiate da fortificazioni, si sarebbero collegati insieme il Reno all’Ems, l’Ems al Weser e forse anche all’Elba. Ottimo piano, che proteggeva da molti e grandi rischi gli eserciti invasori. Ma poichè in tal guisa le flottiglie fluviali romane sarebbero esposte troppo tempo al tempestoso mare del Nord, Augusto volle aprire un canale tra il Reno e l’Yssel, di guisa che la flotta romana sarebbe potuta penetrare sicuramente nello Zuidereee (lago Flevo) e di là nel mare del Nord.

Ma al momento di porre mano a questa spedizione, preparata con tanta cura, un gran lutto colpì l’impero. Augusto aveva senza difficoltà ottenuto dal senato il prolungamento per altri cinque anni dei poteri suoi e di Agrippa, scadenti alla fin dell’anno 13; continuava alacremente i preparativi per la guerra di Germania, quando al principio dell’anno 12, nel mese di marzo, pochi giorni dopo che Augusto era stato eletto anche pontifex maximus in sostituzione di Lepido morto, e proprio quando la invasione della Germania stava per cominciare, Agrippa moriva in Campania. La perdita era funesta: sia perchè Augusto, che aveva voluto spartire con lui il carico e la responsabilità del potere fu costretto ad assumere di nuovo da solo il governo della repubblica; sia perchè spariva, proprio al momento in cui Roma stava per intraprendere una spedizione di capitale importanza, l’uomo di guerra più sperimentato su cui fare assegnamento. La morte di Agrippa sembrò infatti indurre Augusto a rinviare l’impresa germanica. Lì per lì Augusto si restrinse a spedir Tiberio nella Pannonia, che si era ribellata, e soltanto nella seconda metà dell’anno si risolvè a riprendere il disegno della guerra in Germania, incaricandone Druso, che era allora un giovane propretore di 26 anni. Eseguendo il piano lungamente preparato da Agrippa, Druso, con una parte delle truppe, discese il corso del Reno, entrò nello Zuidersee, penetrando così nel cuore del paese dei Frisoni (la moderna Olanda): di lì uscì con la flotta nel Mare del Nord ed imboccò l’Ems, sbarcando, a un certo punto del corso del fiume, una parte delle sue forze. Quindi ridiscendeva il fiume, e tentava, come sembra, di ripetere sul Weser l’operazione già compiuta sull’Ems, ma senza riuscirvi, questa volta; anzi scampando a stento a un naufragio. Alla fine dell’anno 12, egli era di ritorno in Gallia.

Queste operazioni non erano che il prologo della vera campagna, che doveva incominciare l’anno seguente e che doveva consistere, secondo il piano di Augusto, in una lenta, metodica e graduale invasione. Nella primavera dell’11, Druso doveva con un esercito risalire la valle della Lippe sulla riva destra, mirando a ricongiungersi nell’alta valle con le altre forze romane sbarcate sulle rive dell’Ems, che a loro volta risalirebbero la valle di questo fiume. Alla confluenza della Lippe con un fiume, che gli storici antichi chiamano Aliso, doveva fondare una grande fortezza e collegarla al Reno con una strada e una catena di fortezze minori. Era questo il compito tracciato a Druso per quell’anno. Druso risalì vittoriosamente la valle della Lippe e si ricongiunse felicemente con l’esercito che aveva risalito l’Ems: ma appena operata la congiunzione, osò fare uno strappo al prudente piano di Augusto e di Agrippa. Le popolazioni germaniche essendo in guerra tra loro, egli giudicò che l’ardimento poteva fruttar questa volta assai più che un lungo e prudente guerreggiare. Raccolse in fretta dei viveri, attraversò il paese dei Sicambri che era deserto perchè i maschi adulti si erano gettati sul paese dei Catti; invase il territorio dei Tencteri che si sottomisero; indi, come attingendo nuovo coraggio dalla propria audacia, avanzò nel paese dei Catti e costrinse questi e i Sicambri con cui essi combattevano, a riconoscere la signoria romana. Ma la mancanza di vettovaglie e la sterilità del paese lo costrinsero presto a ritirarsi verso la Lippe. Senonchè nel ritorno cadde in un’imboscata, e per poco non fu annientato insieme col suo esercito. Sfuggito per miracolo a tanto rischio, e giunto di nuovo alla Lippe, riprese il piano di Augusto; e ordinò la costruzione del castellum, al quale si sarebbe dato il nome di Aliso; quindi, tornato in Gallia, decise di erigere un altro castellum sul Reno, probabilmente quello che doveva un giorno essere Coblenza.

Il terzo anno della guerra — l’anno 10 a. C. — sembra essere passato abbastanza tranquillo, senza grandi eventi. È probabile i Germani non si mossero, e che i Romani continuarono alacremente a costruire i due castelli, incominciati l’anno prima. Certo è che Druso potè in quell’anno venire a Roma; e a Roma brigare e ottenere il consolato per l’anno 9. Ma prima della fine dell’anno, e senza aver avuto il tempo di prendere possesso dell’altissima carica, Druso fu costretto a lasciar Roma e a tornare frettolosamente in Germania, ove Sicambri, Svevi e Cherusci tentavano di collegarsi per fare guerra insieme alla Gallia. E l’anno seguente, il 9, la guerra mutò carattere. Sia che Druso avesse convinto Augusto della necessità di atterrire con un grande colpo i Germani; sia che di questa necessità l’avessero convinto gli ambiziosi progetti dei Sicambri, degli Svevi e dei Cherusci, in quell’anno la Germania fu invasa davvero e a fondo. Druso si spinse, combattendo, non sappiamo per quali vie e con quante forze, prima fino al Weser, e poi fino all’Elba. L’ardita mossa riuscì, perchè i Germani non osarono attaccarlo in massa. Druso potè scorrazzar da padrone nella Germania, sino ai primi di agosto, quando, la stagione incalzando, si volse al ritorno. Ma nel ritorno cadde da cavallo, si ruppe una gamba; e dopo pochi giorni moriva, in seguito a questa ferita.

La morte di Druso era una disgrazia per la repubblica. Augusto perdeva, dopo Agrippa, un altro collaboratore fidato, mentre nel senato e nella aristocrazia cresceva la riluttanza ad assumere le grandi cariche, e diminuiva il numero degli uomini capaci. I giovani soprattutto erano restii ad uscir di Roma, a passare lunghi anni nelle province, ad imparare il duro mestiere della milizia e del comando. Pare che di nuovo Augusto pensasse di ritirarsi a vita privata sul finire dell’anno 8, quando i suoi poteri quinquennali scadrebbero. Erano 20 anni ormai, dalla restaurazione della repubblica, che egli governava Roma come princeps e avrebbe avuto diritto di riposarsi. Ma chi poteva occupare il suo posto? Non si sarebbe tutta l’amministrazione dell’Impero sfasciata, se fosse sparito l’uomo, il quale pensava a tutto ciò, cui il senato e i magistrati repubblicani non provvedevano? Il potere personale di Augusto era la necessaria correzione della decadenza dell’aristocrazia. Gli fu forza quindi, volente o nolente, di accettare un nuovo prolungamento del suo potere per 10 anni, e per provvedere alla Germania richiamò l’altro suo figliastro, Tiberio, che da tre anni combatteva nella Pannonia e nella Dalmazia; e gli diede l’incarico di terminare la conquista della Germania. Tiberio era diventato suo genero; poichè nell’11 era stato costretto da Augusto a ripudiare la moglie, che era figlia di Agrippa, e a sposare la vedova di Agrippa, che era sua figlia Giulia. Ma Tiberio non ebbe, l’anno 8, che a passare il Reno alla testa di un esercito; e tutta la Germania, si arrese. La marcia di Druso dava i suoi frutti. In soli quattro anni, la Germania era, o almeno pareva, conquistata dal Reno all’Elba, e la grande impresa, tentata per la prima volta da Cesare, condotta a compimento dal figlio suo.

Note al Capitolo Ottavo.

[37]. Cfr. Sen., Qu. nat., 5, 18, 4.

[38]. Le linee generali di questa ricostruzione dell’opera politica di Augusto, che rovescia interamente l’incoerente dottrina della diarchia sostenuta dal Mommsen, sono state lungamente svolte da G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, voll. IV e V. L’idea capitale di questa ricostruzione era già stata accennata da E. Meyer, in un breve studio, Kaiser Augustus, pubblicato in Kleine Schriften, Halle, 1910, p. 441 sg.; ed è stata da lui ripresa in Caesars Monarchie und das Principat des Pompeius, Stuttgart, 1918. L’aveva anche presentata il Fustel de Coulange, La Gaule romaine, Paris, 1901, p. 147 sgg.

[39]. Su questo punto, importante perchè da esso si deduce il carattere repubblicano delle rapide carriere di Druso, di Tiberio e degli altri membri della famiglia di Augusto, cfr. le spiegazioni e le prove più minute che si trovano in G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, IV, p. 55.

[40]. Svet. Aug., 101.

[41]. Su questi tributi — e i testi che ci si riferiscono — cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, IV, p. 127.

[42]. Sul vero carattere di questa riforma costituzionale, cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, IV, p. 177 sg.

[43]. Si legge nella lex de imperio Vespasiani (C. I. L. VI, 930, 17-19): utique quaecunque ex usu reipubblicae majestate divinarum huma[na]rum publicarum privatarumque rerum esse censebit, ei agere facere jus potestasque sit ita uti divo Augusto.... Le ragioni per cui crediamo doversi riportare a questo momento il conferimento di questa autorità quasi illimitata, si trovano esposte in G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, IV, p. 188.

[44]. Dion. Cass., 54, 12. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, IV, p. 293.

CAPITOLO NONO LA SUCCESSIONE DI AUGUSTO

50. Il ritiro di Tiberio a Rodi (6 a. C.). — Ma a questo punto incomincia nella repubblica, una terribile difficoltà, che durerà, si può dire, sino alla morte di Nerone. Augusto governava la repubblica come princeps da venti anni. Non si può negare che il concetto così chiaro e così preciso della restaurazione del 27 a. C. si fosse in quei venti anni assai intorbidato. L’autorità del princeps che, nella primitiva riforma, doveva essere temporanea e soltanto sorvegliare e correggere le istituzioni secolari della repubblica, era ormai diventata vitalizia, e si era mutata in una alta e universale direzione dello Stato, che sostituiva il senato invecchiante e decadente. Ma nessuno se ne lagnava. Augusto si era condotto in quei venti anni con tanto tatto; aveva reso tali e tanti servizi allo Stato; era ormai diventato così necessario, aveva acquistato un tale prestigio ridando la pace all’impero, che nessuno lamentava il suo potere. Ma Augusto non sarebbe eterno; e già si avvicinava alla sessantina: che cosa accadrebbe alla sua morte? La gente incominciava a pensarci. C’era chi sognava che si sarebbe allora, finalmente e per davvero, restaurata tal quale la antica repubblica senza princeps, ma questi erano pochi. La gente sperimentata e di senno capiva che, senza un princeps capace ed energico, il senato e la repubblica non operavano più. Ma chi poteva essere il secondo princeps? Se si voleva scegliere l’uomo più attivo, più capace, più sperimentato della repubblica, non c’era, dopo la morte di Agrippa e di Druso, da esitare: Tiberio. Ma Tiberio aveva molti nemici. Non era solo un Claudio orgoglioso, ostinato e severo; ma era anche un tradizionalista intransigente, un uomo del vecchio stampo, che voleva Roma governata da una aristocrazia parsimoniosa, austera, attiva, autoritaria e zelante come quella del terzo secolo a. C. Nella, nuova generazione cresceva invece il lusso, la ricchezza, il gusto dei piaceri, l’inclinazione alle raffinatezze e ai vizi dell’Oriente, l’indifferenza per le faccende politiche e l’avversione per la milizia. C’era dunque a Roma, nella nobiltà, un partito ostile a Tiberio; e quanti non avrebbero voluto che la carica suprema di princeps diventasse proprietà di una famiglia — anche questi non erano pochi — rinforzavano l’opposizione.

Si aggiunga il matrimonio con Giulia, a cui Augusto aveva costretto Tiberio dopo la morte di Agrippa. Questo matrimonio fu uno dei grandi errori di Augusto. Giulia, e Tiberio non andavano e non potevano andar d’accordo: Giulia, elegante, mondana, amante del fasto, dei corteggiamenti, della vita libera, rappresentava la nuova generazione; Tiberio, rigido, intransigente, implacabile contro tutte le debolezze della jeunesse dorée, rappresentava la generazione antica. Il dissidio tra i due sposi non tardò a scoppiare, e si intrecciò con la lotta tra il partito della giovane nobiltà e il vecchio partito tradizionalista, che incominciava a farsi seria. Pare che Giulia alla fine tradisse il marito; e si mettesse alla testa di una vera côterie di giovani nobili, che complottavano per escludere Tiberio dalla successione eventuale di Augusto con tutti i mezzi, calunniandolo presso Augusto e fra il popolo, alienando da lui gli amici, e infine cercando di opporgli dei rivali potenti. Da Agrippa e da Giulia erano nati parecchi figli, di cui il maggiore aveva allora 14 anni. Essendo stato adottato da Augusto, si chiamava Caio Cesare. Il partito nemico di Tiberio pose gli occhi su questo giovinetto, per farne il rivale di Tiberio; e, dopo aver cercato di aizzarlo contro costui, fece da parecchi suoi membri proporre ai comizi una legge, per cui Caio Cesare potesse assumere il consolato, allorchè avrebbe toccato i venti anni. Il giovinetto, come figlio di Agrippa e figlio adottivo di Augusto, era molto amato dalla plebe, che ormai si era avvezzata a queste rapide carriere dei membri della famiglia del princeps. I nemici di Tiberio contavano su questo sentimento, per fare riuscire la loro proposta: ma Augusto da principio si oppose con tutta la sua autorità, comprendendo il pericolo insito in quella mossa dei nemici di Tiberio. Purtroppo fu facile riscaldare in favore di Caio il popolo, che amava poco i Claudî, molto i Giulî; Giulia a sua volta non stette inoperosa; e alla fine Augusto cedè; lasciò che Caio Cesare fosse nominato console con cinque anni di anticipo. Si affrettò però a dare a Tiberio un compenso, un grande compenso, facendogli attribuire per cinque anni la potestà tribunicia, ossia lo fece suo collega, come era stato Agrippa. Ma Tiberio era un Claudio, un aristocratico, un uomo tutto di un pezzo, e non tollerò l’affronto per il compenso: rifiutò l’onore, chiese ad Augusto il permesso di ritirarsi a vita privata e si recò in volontario esilio nella minuscola isola di Rodi (6 a. C.). Invano Augusto lo supplicò di restare.


51. La lotta tra i Giulî e i Claudî. — La partenza di Tiberio fu una grande disgrazia per la repubblica. Augusto rimase solo alla testa della repubblica, senza disporre più di un collega capace e sicuro; e l’amministrazione ricadde rapidamente nella confusione e nella negligenza di un tempo. Quel po’ di ordine che era stato ottenuto con tanta fatica, in venti anni, viene meno. Le finanze si dissestano di nuovo, sino al punto che l’erario non può più mantenere gli impegni presi con l’esercito, alla vigilia della grande spedizione germanica. Ma Augusto non si risolve nè a studiare, nè a far studiare una riforma delle imposte, e preferisce, stanco e sfiduciato, vivere alla giornata, addossando alla propria fortuna personale buona parte del carico delle pubbliche spese, o trascurando i servizi pubblici. Le leggi sociali sono ogni giorno meno osservate, e gli esuli, colpiti dalla legge de adulteriis, abbandonano i luoghi di relegazione, e si spargono nel festoso Oriente o nell’Occidente, vivendo ovunque allegramente. La legge de maritandis ordinibus, che colpiva con tanta durezza i celibatari impenitenti, è elusa facilmente da un grande numero di matrimoni senza figliuoli, che la legge non contemplava. Anche l’esercito, non più comandato da un imperator, che sia tale non soltanto di nome, pericola; le reclute scarseggiano in Italia; è necessario accrescere continuamente il numero dei corpi ausiliari, reclutando un numero sempre maggiore di provinciali — galli, germani, siriaci; la disciplina si allenta, l’istruzione decade.

Ma la maggior pietà dello Stato in rovina era il senato. A quanti espedienti aveva ricorso Augusto per farlo almeno rivivere alla meglio! Ora egli l’aveva rinsanguato con elementi nuovi, tratti dall’ordine dei cavalieri, minacciando di escluder questi dall’ordine equestre, se non volessero entrare in senato; ora aveva colpito di crescenti ammende i senatori che non frequentavano le sedute; ora aveva pensato di ridurre il numero delle sedute obbligatorie, e rimpicciolito, per quelle che cadevano nei mesi della villeggiatura o della vendemmia, il numero di senatori che avrebbero dovuto essere presenti. Aveva infine creato nel senato una più ristretta Commissione di senatori, estratti a sorte ad assistere, essi soli, nelle deliberazioni correnti, il presidente, salva poi la ratifica del senato convocato in adunanza plenaria. Ciò non ostante, i senatori non venivano, e di ogni affare grave si scaricavano sulle ormai deboli spalle del principe, stanco ed invecchiato.

Alle difficoltà interne si aggiungono le esterne. La Germania era abbandonata a sè stessa; nessuno pensava seriamente a darle leggi e ordinamenti durevoli. In Oriente, l’ordine ristabilito con tanta fatica nei primi anni del principato, vacillava di nuovo: in Giudea, dopo la morte del re Erode, avvenuta nel 4 a C., il partito nazionalista aveva ripreso ad agitarsi, e il governatore della Siria, Quintilio Varo, aveva dovuto accorrere con grandi forze; nell’impero dei Parti, a Fraate, morto nel 3 a. C., era successo Fraatace, il quale, all’opposto del padre, era ostile a Roma, aveva occupato l’Armenia e scacciato il re riconosciuto e protetto dalla repubblica.

È probabile che Tiberio avesse fatto assegnamento su tutte queste difficoltà, le quali costringerebbero un giorno o l’altro Augusto a richiamarlo a Roma. Ma Augusto, che sembra aver sempre stimato più che amato Tiberio, era stato molto irritato dal suo ritiro; e, dopo la sua partenza, si era accostato al partito della giovine nobiltà, avverso a Tiberio e ai tradizionalisti, cercando di governar l’impero con questo. Aveva fatto ricoprire di onori Caio Cesare, ne aveva accelerata la carriera, aveva fatto concedere gli stessi onori e privilegi al fratello suo Lucio; aveva mostrato di voler considerare questi due giovani come i due soli aiuti e collaboratori, sui quali ormai facesse assegnamento. A sua volta il partito tradizionalista, di cui Livia, la madre di Tiberio, sembra essere stato l’anima, cercava di combattere la potenza crescente del partito avverso, e di far richiamare Tiberio. Di qui intrighi, lotte, cabale, scandali. Uno di questi scandali travolse, nel 2 a. C., Giulia. Pare che il partito tradizionalista, avendo capito che Tiberio non ritornerebbe a Roma finchè Giulia non ne fosse scacciata, sia riuscito a procurarsi le prove del suo adulterio e che uno dei suoi membri l’abbia denunciato in base alla lex de adulteriis, fatta approvare da Augusto nell’anno 18. Secondo questa legge, quando il marito non voleva o non poteva, il padre doveva punire la adultera. Il marito, Tiberio, non era a Roma. Augusto dovè, in forza della sua stessa legge, colpire la figlia; e la esiliò a Pandataria. Ma non per questo si riconciliò con Tiberio: e quando finalmente nell’anno 1 dell’era volgare si risolse a mandare un esercito in Oriente, per cercar di venire ad un accordo con i Parti, ne diede il comando a Caio Cesare, che era un giovinetto inesperto, e lo fece accompagnare, perchè gli fossero guide e maestri, da acerbi nemici di Tiberio.

Così la fortuna di Tiberio pareva essere stata spezzata per sempre dall’errore commesso nell’anno 6, uscendo di Roma. Il partito avverso, avendo per sè Augusto, era così potente quanto implacabile. Solo nell’anno 2 dell’êra volgare, per l’intercessione di Livia, egli potè ottenere di ritornare a Roma, a condizione però di restare in disparte e di vivere come un privato. Ma a questo punto la fortuna, che lo aveva per otto anni perseguitato, si volse di nuovo in suo favore. In quello stesso anno Lucio Cesare moriva di malattia; e sedici mesi più tardi, al principio dell’anno 4, moriva in Oriente, in seguito a una ferita, il fratello suo Caio. Queste morti precoci erano troppo utili alla causa di Tiberio, perchè la gente non dovesse sospettare la mano di Livia: ma senza nessuna seria ragione. Le grandi famiglie non furono mai esenti dal pagare anch’esse con morti precoci il tributo alla natura. Ad ogni modo, dopo l’esilio di Giulia, il partito avverso a Tiberio perdeva i due uomini rappresentativi su cui faceva assegnamento; Augusto restava di nuovo solo, senza collaboratori validi; la situazione in Oriente si aggravava di nuovo, e, quel che è peggio, delle rivolte incominciavano in Germania. Il partito di Tiberio rialzò la testa; domandò ad alta voce che si richiamasse agli affari quello che era il miglior generale, e, dopo Augusto, il politico più sperimentato del suo tempo. Ma Augusto resistè ancora. Finalmente, quando la rivolta parve divampare più minacciosa che mai in Germania, il partito di Tiberio perdè la pazienza; e sembra avere addirittura tramato una congiura, per vincere le ostinate riluttanze del vecchio Augusto, i cui poteri presidenziali erano stati frattanto prolungati, l’anno prima, per dieci anni. È la famosa congiura, che ebbe a capo un nipote di Pompeo, Cornelio Cinna. Quale ne fosse il vero scopo, non sappiamo; sappiamo solo che, scoperta la congiura, Augusto si affrettò a perdonare ai congiurati e a richiamare Tiberio al governo. Il 26 giugno del 4 dell’êra volgare egli lo adottava come figlio, e gli faceva, dai comizi, conferire la potestà tribunicia per dieci anni. Nuovamente, dunque, la repubblica aveva due capi, come allorchè Agrippa viveva; e di essi l’uno, il più attivo, il più giovane, era un Claudio, il più puro rappresentante del partito tradizionalista e conservatore.


52. Il governo di Augusto e di Tiberio (5-14 d. C.). — Da questo momento, e non dalla morte di Augusto, comincia il governo, destinato a diventare tristamente famoso, di Tiberio. N’è prova chiara e precisa il contrasto fra il periodo che si chiude e quello che ora comincia. Il decennio seguente è una grandiosa illustrazione della dottrina, che Tiberio professava sul governo della repubblica.

Con grande risolutezza, Tiberio dà subito mano a due imprese: la riforma dell’esercito e la repressione della rivolta germanica. L’una era legata all’altra. Ma la riforma militare necessitava una riforma delle finanze, poichè sarebbe costata molto danaro. D’onde trarre il danaro occorrente? I due presidenti pensano di dare un nuovo giro al torchio delle leggi sociali e di ritogliere all’Italia il vecchio privilegio dell’immunità tributaria. Con una lex Julia caducaria, i coniugati senza figli — gli orbi — sono ora assimilati ai celibatarî, e incorrono nella stessa inferiorità legale. Inoltre le eredità lasciate loro contro la legge vanno devolute, non più agli altri eredi, ma al pubblico erario[45]. Infine con l’indizione di un censimento di tutti i cittadini che possedessero più di 200.000 sesterzi, si comincia a preparare l’Italia ad una nuova imposta.

Ma contemporaneamente l’esercito è rinforzato di due nuove legioni[46], e la vecchia e decadente legge militare di Augusto, riformata. Il servizio è di nuovo prolungato a venti anni per i legionari, e a quattordici per i pretoriani, come in antico. Alla fine del servizio gli uni e gli altri avrebbero ricevuto un premio in danaro ed una pensione, per provvedere alla quale si sarebbe organizzata una cassa particolare (5 d. C.).

Dopo di ciò Tiberio, che già aveva fatta una prima corsa in Germania, ci tornava, per ripetere la grande spedizione di Druso, sul vecchio piano di Agrippa. La flotta discese per il Reno e, per il canale di Druso, nel Mar del nord, costeggiò la importuosa penisola del Jutland, l’antico paese dei Cimbri; imboccò l’Elba, e rimontò il corso del fiume. Nel tempo stesso l’esercito di terra marciò dal Reno all’Elba per circa 400 miglia, ora ricevendo gli omaggi dei popoli, che attraversava, ora combattendo e domando i più restii, come avvenne dei Longobardi. Alla fine, flotta ed esercito si incontrarono, e i barbari, che si affollavano minacciosi sulla riva destra del fiume, preferirono, dinanzi a tanto spettacolo di forza, scendere a patti con gl’invasori.

Tiberio poteva tornare a Roma a cercare, con nuove imposte, il denaro, necessario per applicare la nuova legge militare. Al suo arrivo i due presidenti, dopo aver versato del proprio, nel nuovo tesoro, 170 milioni di sesterzi, riuscirono a far approvare una legge che imponeva una tassa del 5% a favore della cassa per le pensioni militari sulle eredità dei cittadini romani. La legge, che risparmiava le piccole eredità o i legati destinati ai poveri, era savia. Ma il malcontento che suscitò tra le classi ricche fu grande; e si sfogò contro Tiberio, che si sapeva essere l’autore vero della legge. Tiberio, come al solito, poco curò questi mormorii; e al principio del 6 tornava in Germania per compiere l’ultima parte del suo piano. Parecchi anni prima, fuggendo l’invasione di Druso, i Marcomanni avevano emigrato nella moderna Boemia, e qui, sotto il re Marbod, avevano creato uno Stato potente, che ancora non aveva riconosciuto il dominio romano, e che in ogni modo poteva diventare un forte appoggio per la Germania in rivolta. Tiberio voleva sottometterlo o ridurlo sotto il protettorato romano, minacciando d’invadere il regno da due lati: da occidente, attraverso il paese dei Catti, e da mezzogiorno, attraverso la Pannonia. Ma l’impresa era appena avviata, che Pannoni e Dalmati si sollevavano ancora una volta, e trucidavano i piccoli presidî romani, insieme con gli stranieri, che già, per ragioni di commercio, avevano da tempo cominciato a penetrarvi.


53. La catastrofe di Varo in Germania (9 d. C.). — L’insurrezione pannonica e dalmatica era dunque cosa grave, ma a Roma essa parve un pericolo tremendo, giacchè Pannonia e Dalmazia erano alle spalle dell’Italia. Si temè perfino una nuova irruzione di Cimbri e Teutoni nella penisola, mentre s’era detto che i veri Cimbri erano stati assoggettati da Tiberio!

Ma Tiberio non era uomo dai perdere facilmente la testa, e, senza lasciare a mezzo l’impresa incominciata, rinunziò solo all’idea di una conquista, si contentò di conchiudere un accordo con Marbod; indi tornò verso la Pannonia. Non però con l’intenzione di sterminare con un colpo solo, come in Roma gli strateghi del Foro reclamavano a gran voce, l’insurrezione; sibbene, come la natura delle milizie, di cui egli disponeva, e quella del nemico e del paese consigliavano, per opporre alla guerriglia degli indigeni, la guerriglia dei legionari romani, alimentata dall’esterno.

Alla fine dell’8, la Pannonia era pacificata. Ma lo sforzo era stato grande. Roma aveva dovuto arruolare veterani, liberti, stranieri, perfino schiavi tolti ai privati. Con questa moltitudine raccogliticcia Tiberio aveva dovuto soffocare nel suo stesso focolare l’insurrezione. Non è quindi da stupire che gli sia stato necessario un certo tempo. Ma la notizia della vittoria era appena giunta in Roma, e già si cominciavano a decretare gli onori del trionfo al generale, quando una notizia terribile sopravveniva dalle rive del Reno: la Germania, sollevatasi, aveva sorpreso e trucidato le forze romane stanziate sul suo territorio; lo stesso luogotenente di Augusto, Quintilio Varo, s’era dato la morte piuttosto che cader vivo nelle mani del nemico. La ferma volontà di romanizzare la Germania, che Tiberio, ritornando al governo, aveva manifestata, insieme con le notizie, che giungevano dalla Pannonia, avevano ridesto il paese. La Germania aveva avuto il suo Vercingetorige — Arminio — anche egli amico di Varo e cittadino romano, per giunta. Con abile mossa, i Germani avevano indotto il generale ad avanzare nel cuore del paese, e qui, nella misteriosa foresta di Teutoburgo, tra la Lippe e il Weser, ove oggi un colossale ma bruttissimo monumento si leva in onore, più che di Arminio, del germanesimo, Varo era stato sorpreso, e le sue legioni — il fiore dell’esercito romano — distrutte (settembre od ottobre 9 d. C.)[47].


54. La morte di Augusto (14 d. C.). — La rotta di Varo non era calamità irreparabile. Un così grande impero poteva perdere alcune legioni senza vacillare sulle sue fondamenta. Tiberio, infatti, accorse sul Reno, potè subito mostrare agli elementi inquieti della Gallia che, se i Germani erano in grado di distruggere per sorpresa le guarnigioni romane, non potevano presumere di varcare il Reno e di attaccare le province più floride dell’Impero. Ma la rotta di Varo, se non distrusse, infiacchì molto nel governo romano la volontà di estendere il dominio romano oltre il Reno e il Danubio. Non solo Augusto, ma anche Tiberio si persuase, dopo quella sventura, essere più saggio, per Roma, non varcare i due fiumi: onde per molti anni la politica germanica di Roma sarà consigliata da una prudenza, che traccerà definitivamente al Reno e al Danubio i confini dell’impero in Europa. E non avendo Roma avuto la forza di varcare il Reno e il Danubio per sottomettere i Germani, verrà il giorno in cui i Germani varcheranno il Reno e il Danubio per distruggere l’Impero! Ma nè Angusto nè Tiberio potevano vedere così lontano nell’avvenire; essi dovevano giudicare alla stregua delle necessità del tempo, e alla stregua di queste necessità, appariva prudente non richiedere all’Italia uno sforzo troppo grande. Comunque sia, la disfatta di Varo fu l’ultimo grande dolore della lunga vita di Augusto, che ormai volgeva alla fine. Nell’anno 13 i poteri quinquennali di Augusto e di Tiberio venendo a finire, furono ancora rinnovati, ma per l’ultima volta: l’anno dopo, il 14, vecchio di 77 anni, Augusto moriva, il 19 agosto, a Nola.

Quale giudizio si deve dare dell’opera sua? Certo il suo disegno di restaurare la repubblica aristocratica, dopo averla tanto guasta e malconcia con il triumvirato, fallì. La repubblica, nella quale egli voleva infondere una nuova vita, si mummificò sotto le sue mani, in un governo equivoco, contraddittorio, debole e rigido nel tempo stesso, in cui la sua persona e il suo prestigio furono il massimo sostegno dell’autorità. Le istituzioni della repubblica, dal senato ai comizi, non erano ormai più quasi, alla fine della sua vita, che una finzione. Basti dire che, l’anno precedente alla sua morte, il senato aveva deliberato che ogni anno si sceglierebbero venti senatori, e che tutte le deliberazioni prese da Augusto, d’accordo con questi venti senatori, con Tiberio, con i consoli designati, con i suoi figli adottivi e tutti i cittadini, che Augusto giudicherebbe utile di consultare, avrebbero valore di senatus consulto! Il senato abdicava! Si deve dunque conchiudere, che l’opera di Augusto sia stata sterile e vana? No. Egli ebbe due grandi meriti. Se non riuscì a rianimarli, riuscì a salvare dalla distruzione il principio aristocratico e repubblicano secondo il quale l’impero non era, come nelle monarchie, la proprietà di una dinastia, ma la proprietà unica e indivisibile del popolo romano, che una aristocrazia di grandi famiglie, educate secondo l’antica tradizione, aveva sola il diritto di amministrare. Salvati da Augusto, il principio, la repubblica, il senato, la aristocrazia risusciteranno tra un secolo, in maniera inaspettata e singolare, compiendo nel vasto impero la fusione dell’ellenismo e del romanismo. Il secondo merito di Augusto sta nell’aver fatto fruttificare la conquista della Gallia compiuta dai Cesare e nell’aver divinato che l’avvenire dell’impero era più in Occidente che in Oriente. Fino a Cesare, Roma aveva guardato dalla parte d’Oriente, sognato di rifare l’impero di Alessandro. In questo sogno Antonio si era perduto. Augusto abbandona le grandi ambizioni orientali, e, dopo alcune esitazioni, volge risolutamente i suoi sforzi verso il Reno e il Danubio. Egli tenta anzi addirittura la conquista della Germania; e in questa impresa fallisce; ma in compenso conquista le Alpi, stabilisce solidamente il confine dell’Impero a quei due grandi fiumi, e promuove alacremente la romanizzazione e lo sviluppo della Gallia e della Spagna. Gli effetti di questa politica durano oggi ancora; perchè, se ci fu una politica che avesse in sè una grandezza mondiale, fu proprio quella. Per quella politica, anche l’Europa entra nella storia della civiltà, che sino ad allora era quasi tutta e soltanto stata occupata dall’Oriente o dalle piccole nazioni fiorite sulle estreme propaggini meridionali del continente europeo. Per quella politica, tra la civiltà decrepita dell’Oriente e la civiltà nascente dell’Occidente, l’Italia e Roma potranno conservare ancora per tre secoli la corona conquistata con tante guerre. Chè senza il vigoroso sviluppo delle province occidentali, il centro dell’Impero si sarebbe spostato verso l’Oriente. Roma e l’Italia, poste ai confini della barbarie, non avrebbero potuto per secoli essere, l’una la capitale, l’altra la nazione predominante di un impero, le cui più ricche, popolose e floride province erano in Asia ed in Africa.

Note al Capitolo Nono.

[45]. Su questa legge, cfr. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, V, p. 320.

[46]. Cfr. Pfitzner, Geschichte der römischen Kaiserlegionen von Augustus bis Hadrianus, Leipzig, 1881.

[47]. Sulla catastrofe di Varo le opere più recenti sono Gailly de Taurines, Les legions de Varus, Paris, 1911; e W. A. Oldfather and H. Vernon Canter, The defeat of Varus and the German frontier Policy of Augustus, in University of Illinois Studies, 1915.

CAPITOLO DECIMO TIBERIO[48]

(14-37 d. C.)

55. Tiberio imperatore: per quali motivi fu eletto (14 d. C.). — Morto Augusto, a capo dello Stato restava provvisoriamente il figlio adottivo e collega nell’impero, Tiberio. Provvisoriamente, ossia sinchè il senato non avesse deliberato; perchè la suprema autorità della repubblica non era punto un bene ereditario della famiglia. Se molti pensavano e reputavano necessario che Tiberio succedesse ad Augusto, altri avevano in mente nomi più graditi; altri, se non sapevano chi indicare in sua vece, avevano paura di Tiberio imperatore, ed egli stesso conosceva troppo bene sè stesso e i tempi suoi, da desiderare alla leggiera il carico dell’impero. Gli amici di Giulia, tutto il partito, che gli aveva opposto Cajo Cesare, quanti erano stati lesi dalle ultime leggi sociali e finanziarie, temevano la sua rigidezza, non lo volevano imperatore. Il governare con questa opposizione, nascosta ma tenace, non era cosa facile. Non è quindi difficile spiegare come Tiberio stesso esitasse.

Senonchè le difficoltà in cui si trovava impegnato l’impero oltre i confini dovevano sospingere il senato verso Tiberio, e Tiberio verso quello che egli chiamava il «mostro» indomabile dell’impero. La Germania, la Pannonia e l’Illiria minacciavano — o parevano ancora minacciare — di ignoti pericoli l’Italia. In Oriente, da parecchi anni la potenza romana declinava in Armenia; i re amici di Roma erano regolarmente scacciati e trucidati da quei sudditi malcontenti ed irrequieti; nè, a motivo delle controversie seguìte in Parzia per la successione regale, poteva ormai dirsi se quel potentato fosse più uno Stato amico o nemico di Roma. In Asia come in Europa la vecchiaia di Augusto si era fatta sentire: ma l’uomo, che era il miglior conoscitore degli affari germanici ed orientali, e che poteva parare tutti quei pericoli, era uno solo ed insostituibile: Tiberio. Inoltre necessitava un esercito disciplinato; e chi poteva mantenere la disciplina nell’esercito meglio di Tiberio, che era il primo generale del tempo, che portava il nome di Cesare, e a cui ormai, dopo il lungo governo di Augusto, i soldati erano affezionati?

Per queste ragioni, non ostante molte repugnanze e avversioni del senato, non ostante le riluttanze, che ci sembrano sincere, di Tiberio[49], a Tiberio furono trasmessi i poteri di Augusto. Soltanto — innovazione che, negli intendimenti dell’accettante, doveva avvicinare l’ora della liberazione e sciogliere più facilmente gli altri da un impegno che le circostanze potevano rendere al tempo stesso inutile ed intollerabile — non fu fissato più alcun termine alla durata della carica suprema. Il termine, come disse Tiberio, s’intendeva definito dalla necessità delle circostanze e, più ancora, dalla sua imminente vecchiezza. Il senato poteva revocarla quando vorrebbe, come, quando vorrebbe, era libero di ritirarsi l’imperatore. Ma l’innovazione doveva partorire un effetto contrario alle intenzioni; perchè il potere diventerà invece vitalizio.