FRA I DUE MONDI


Guglielmo Ferrero

FRA I DUE MONDI

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1913
Secondo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda. Copyright by Fratelli Treves, 1913.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro della Società Italiana degli Autori.

Milano — Tip. Fratelli Treves.


PREFAZIONE.

Emilio Mitre, il Barone di Rio Branco, Teodoro Roosevelt: questi tre nomi ho il dovere di scrivere sulla prima pagina del volume. E su tre ricordi indelebili il memore pensiero indugia con una dolcezza non scevra di melanconia, nel momento in cui anche questo libro sta per affrontare il destino. Il primo, Parigi e la vigilia del giorno in cui dovevo terminare al Collège de France il Corso della Fondazione Michonnis — la sera del 29 novembre 1906: quando Emilio Mitre d’improvviso venne a trovarmi, e con amabile semplicità m’invitò a fare il lungo viaggio dell’Argentina, a nome suo e della «Nación», il grande giornale di Buenos-Aires. Poi la sera del 24 giugno 1907: quando il Barone di Rio Branco, ministro degli Esteri della Confederazione del Brasile, spedì incontro alla mia signora ed a me, nella meravigliosa baia di Rio de Janeiro, ove il «Cordova» faceva scalo, una eletta rappresentanza della Accademia brasiliana, guidata da Giuseppe Graça Aranha, a farci gli onori della città e ad invitarci a visitare il Brasile al ritorno. Infine il giorno del febbraio 1908 in cui — terza sorpresa del nuovo mondo, non meno gradita delle prime due — mi giunse, trasmesso con nobili parole dal barone Mayor des Planches, l’invito di Teodoro Roosevelt.

Molto dovrei a queste tre persone — a Emilio Mitre sopra tutti, perchè fu il primo — anche se essi mi avessero procurata soltanto la facilità di due lunghi viaggi, confortati da tutte le cortesie di una magnifica ospitalità. Ma essi mi hanno reso un ben maggiore servigio. Mi hanno strappato con gentile violenza a quell’antico mondo, in cui mi ero chiuso da dieci anni; e mi hanno buttato all’improvviso in mezzo all’immane tumulto delle due Americhe. Se la vita è la scuola che non chiude mai le sue porte e non sospende mai i suoi corsi, per chi sente l’ambizione di imparare senza tregua e di sempre far meglio, questa gran lezione capitò per me al buon momento, e fu forse la più proficua di tutte. Non mi raccapezzai da prima. Poi, a poco a poco, volgendomi indietro, dal fondo della Pampa argentina, dal montuoso altipiano di San Paolo, dalle immani città industriali dell’America del Nord, a riguardare la Roma di Cesare e di Augusto, misurai l’immenso cammino percorso dall’uomo in mezzo a questa gran valle di venti secoli. Quanto è vasta oggi la terra a paragone di quel piccolo bacino mediterraneo, intorno alle cui sponde per tanto tempo la civiltà si raccolse! Come deboli e pavidi appariscono gli uomini, anche nelle più gloriose età del passato, a petto della formidabile potenza di cui noi disponiamo! Eppure.... Eppure.... Per quale ragione, al sommo della potenza, l’uomo non è contento; non trova pace; spesso quasi fa mostra di voler sprezzare le prodigiose ricchezze, di cui è pur così avido e fiero; ed ogni tanto è preso dalla smania di ammirare e invidiare quelle antiche civiltà, che pur quasi più nemmeno capisce? Perchè ogni oggetto, sul quale si sia posata la polvere di un secolo o due, è venerato ormai come una reliquia? Perchè mentre gli Europei, affamati di oro, voltano le spalle al vecchio mondo maledicendolo, gli Americani, sazi d’oro, volgono verso quello la prua, come a cercare qualche cosa, che manca in mezzo alle loro immense ricchezze? Che è questo strano e incessante via vai dell’Oceano; questo inquieto cercarsi dei due continenti, nessun dei quali sembra più poter vivere da solo nè trasfondersi interamente nell’altro?

Quante volte, viaggiando le due Americhe, il mio pensiero ritornò a quell’antica civiltà, che era stata tanti anni l’oggetto delle mie ricerche e dei miei studi! Sinchè alla fine, viaggiando con la mente tra un mondo e l’altro, mi parve di capire: di capire quale grandioso perturbamento l’America ha arrecato nella vecchia storia del mondo, comparendo ad un tratto nell’Oceano innanzi agli occhi dell’inquieto genovese, che l’andava cercando. Turbamento piccolo da principio e che crebbe poi, a poco a poco, nei secoli, con le scoperte delle scienze, con le invenzioni, con il trionfo della libertà e con le accumulate ricchezze: fervida lotta tra la quantità e la qualità, tra la forza che spinge gli uomini a rovesciare tutti i limiti per dilagare sul mondo e conquistarne i tesori, e il natural bisogno dell’uomo di appoggiarsi a dei limiti per riconoscere sicuramente il Bene, la Verità e la Bellezza: vertiginoso accumular di tesori, nel tempo stesso in cui si confondono e annebbiano nella mente le credenze, i gusti, i sentimenti, che gli antichi avevano cercato, con diuturna opera, di chiarire, affinare e precisare: rapido grandeggiare di un mondo senza limiti e quindi senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante che vacilla ad ogni passo!

E così finalmente venni nell’idea di raffigurare questo conflitto dei due mondi — non dell’America e dell’Europa soltanto, ma delle antiche civiltà limitate ancora vive in tante tradizioni con le aspirazioni le ambizioni e passioni di questa civiltà nuova, che tutti i limiti vuol rovesciare — rinnovando una antica forma letteraria. Che cosa è questo libro? Un romanzo? Un racconto di viaggio? Un dramma? Un trattato di filosofia o di sociologia? No: è un dialogo. Cara agli antichi, strumento prediletto di Platone e di Galileo, questa forma letteraria, ha detto Ernesto Renan, è fatta apposta per trattare le questioni che la mente umana, ripiglia sempre a discutere, perchè non può scioglierle mai definitivamente. Ma anche il dialogo, insieme con tante altre cose belle, è oggi come una pianta assiderata dal crudo inverno. Fu temerario il pensare che potesse ridar qualche fiore?

Mi conforterà in tal caso il pensiero di aver potuto almeno dipingere in questo quadro antico la figura di uno degli uomini che ho più amato e ammirato. Tra i personaggi fantastici di questo dialogo, Emilio Rosetti è vero. Veri ne sono il nome e il cognome: vera la storia che di lui è raccontata: veri storicamente una parte dei discorsi, idealmente tutti. Uomo raro per ingegno, per dottrina, per disinteressata brama di sapere e nobiltà di sensi, egli avrebbe potuto oscurare molti i cui nomi risplendono di maggior lustro, se non avesse incessantemente praticata quella gran regola del senno antico, che ogni uomo deve desiderare e tentare meno di quanto può fare ed avere. Onde nessun altri avrebbe potuto intendere ed esporre meglio di lui quella filosofia dei limiti, a cui la lunga disputa mette capo.

E così si chiude nella mia vita e nei miei studi la lunga parentesi aperta da Emilio Mitre, con il suo invito, la sera del 29 novembre 1906. Pur troppo la gioia di aver terminata una lunga ed aspra fatica mi è ora amareggiata dal pensiero che nè ad Emilio Mitre nè al Barone di Rio Branco io potrò mandare — piccolo omaggio della mia, gratitudine — questo volume. Grazie al cielo però Teodoro Roosevelt è vivo e vegeto non solo, ma ammirabile esempio di quella alacrità infaticabile, di quella fiducia in sè e nelle cose che sono tra le più belle virtù dell’America. A lui almeno giunga questo libro e gli dica la imperitura riconoscenza che sento per lui; per le Due Americhe generose e ospitali; per le molte cose che vi ho imparate; per gli aiuti e le cortesie senza numero che ne ho ricevuti.

Marzo 1913.

Guglielmo Ferrero.

PARTE PRIMA.

I.

Ad uno ad uno, i vaporetti che da due ore ronzavano intorno al «Cordova» si allontanarono; e il «Cordova» restò per qualche tempo solo, fermo sulle àncore, in mezzo alla baia di Rio de Janeiro. Rivolto il viso verso la poppa, sul ponte di comando, dove il capitano della nave, il cavaliere Federico Mombello, aveva invitati la Gina e me a dar l’estremo addio alla città, io guardavo ancora una volta, aspettando che la nave salpasse, la azzurra e luminosa catena dei monti Tinguà, della Stella, degli Organi, che chiude a settentrione la baia; la erta corona di punte, di cuspidi, di obelischi, di denti, di creste che la sormontano; il fulgido e turgido festone di grandi nuvole bianche che in quel meraviglioso pomeriggio di primavera era appeso ai suoi fianchi: guardavo e pensavo che tra pochi minuti si chiuderebbe per sempre, nel volume della mia vita, uno di quegli episodi che non si ripetono.... Addio, addio per sempre, America, due volte visitata nei due emisferi: immenso mondo in cui ero entrato con così ardente curiosità; che avevo corso con tanta foga; dove avevo viste e intraviste tante cose ignote, sfiorita la primizia di un trionfo non ancora goduto da altri, asceso un gradino sulla scala della fortuna! Nell’ora della partenza quelle cento montagne, quelle mille vette parevano spogliarsi della materia e del peso, evaporare in fulgide nuvole azzurre al contatto delle rilucenti nuvole bianche; e le nuvole bianche inghirlandavano le azzurre; e le azzurre reggevano disteso al sole il luminoso festone delle bianche; e le bianche e le azzurre si confondevano in un immenso splendore che empiva il cielo; come se dopo tante magnificenze della natura e degli uomini, l’America volesse rifulgere ancora una volta ai miei occhi — ultima magnificenza — in quella celeste muraglia di vapore e di luce. Onde me pungeva, in quel momento, non so se una tristezza soave o una melanconica gioia, soffusa di un vago sgomento. Sentivo che stava per trapassare sul mio capo un istante irrevocabile; che avrei potuto rifar quante volte volessi il viaggio d’America, ma non rifare mai più quel primo viaggio che allora finiva.

Una campana, dei segnali squillarono. Lenta lenta, a sinistra, sul fianco destro della nave, la costa su cui sorge Rio si mosse. Erano le cinque in punto. Addio, addio per sempre, ancora una volta addio, o prima o unica America, che non potrei rivedere mai più! E mi voltai verso prua. Una immensa conca verde, quasi tutta ancora soleggiata, si apriva dinanzi. Attraversavamo l’ultima parte della baia, il suo vestibolo verso l’Oceano, un lago azzurro, chiuso a levante e a ponente entro due montagne cupamente verdi e ricoperte di un fitto vello di folte foreste. Sospinti dall’irrevocabile precipitare dell’ultimo istante, spaziammo con la vista nella gran conca, vaghi di ricapitolarne ancora una volta le bellezze molteplici: a levante, a piè della verde parete dei monti, le estreme case di Niteroy nascosta in un seno e la divina spiaggia di Icarahy, sulla quale avevamo passato un così delizioso pomeriggio con Graça Aranha sotto il nembo dei profumi che il vento scuoteva su noi dalle vicine foreste; gli isolini e gli isolotti boscosi che si vedevano far capolino e rimpiattarsi da ogni parte, uno dietro l’altro, quasi immensi cespugli natanti o cime di una gigantesca foresta sommersa; la verde parete montuosa di ponente e il Corcovado nel mezzo, che appuntava al sole la cuspide aguzza, ripido e scosceso come un precipizio: Rio infine, ai suoi piedi! Rio, la città, inghirlandata di palme e di avanzi della foresta millenaria; la città che tuffa i piedi nel mare e posa il capo sulla montagna, tra le selve; l’ultima delle grandi metropoli americane da me visitate, sulle sponde dell’Atlantico, nei due emisferi. Dovunque, in basso come in alto, dalla spiaggia a sommo della collina, a destra e a sinistra, singole case e branchi di case spuntavano, scomparivano, rifacevano capolino, si appiattavano di nuovo, tra cupi boschetti di grandi alberi o sotto altissime palme, i cui ciuffi sormontavano da ogni parte. Ripensai in quel momento a New-York; alla folle furia della città diabolica che, esasperata dalla ferrea cintura dell’indilatabile spazio, accatasta frenetica le moli per scalare le nubi. Ripensai alla opulenta Buenos-Aires, comoda e come discinta nell’immensa pianura, e che in quella si dilata, radente al suolo, con le contigue innumeri case romane di un piano solo, con le strade diritte e interminabili, simile ad una Pompei viva e infinita. Quanto diversa dall’una e dall’altra la metropoli che vedevo dal «Cordova» sbandarsi in riva al mare o sulla collina! La città che si adagia nella foresta della baia, antica come un’avola e bella come una giovane amante; e dei suoi pezzi più magnifici fa ventaglio contro il sole troppo ardente; e le fondamenta dei propri edifici intreccia con le sue radici secolari; e con lei respira i venti della montagna e dell’Oceano che quella fecondano; e la foresta si lascia vivere e crescere sul giovane corpo, facendosi da lei avviluppare quasi come da un’edera gigantesca: unica forse tra le città della terra che non fugga, inorridita come da una tentazione d’incesto, le carezze della madre natura!

Il «Cordova» intanto accelerava l’elica verso la porta della baia, che sta di fronte alle eccelse montagne del fondo; queste, il fulgore del giorno incominciando a velarsi, ripigliavano a poco a poco corpo e peso, incupendo; apparve a un tratto a sinistra, bianco in riva al mare azzurro e a piè della verde collina, il bel palazzo di Monroe, sotto la cui cupola avevo discorso di Roma antica; si avvicinò; lo vedemmo di fronte; si allontanò a destra: rivedemmo per l’ultima volta la bella passeggiata del Botafogo e il grande squarcio pietroso, grigio nella verde montagna, che la sovrasta. Poi montagne di orrenda stranezza si accostarono: il Pan di Zucchero, il monolito posto a guardia della baia, che ha verde il corpo e nero e calvo il capo: al di là del Pan di Zucchero il dorso di un gigantesco dromedario, le cime gibbose del Gran Gabbiano. Già per metà sotto l’ombra, Rio scompariva come in uno scorcio.... Addio, addio per sempre, unica città della terra nelle cui vie si sente e si gode la foresta: le sue smanie d’amore effuse nei soavissimi olezzi che invadono al mattino le case; le ombre meditabonde che essa offre invano ad ogni ora del giorno al frettoloso passante; la torbida arsura e la collera minacciosa degli imminenti cicloni; la sua saziata freschezza e la giovinezza rinata, dopo i torrenziali diluvi: le lunghe estasi immote dei silenzi silvani, sospesi nel meriggio sulle vie deserte: i sommessi e arcani sussurri, che le cime degli alberi mormorano tra di loro al tramonto all’altezza dei tetti: il tumulto dei venti, che investono e scuotono e fanno fremere con lo stesso soffio tronchi e rami, vetri e finestre! E di nuovo, in quel momento, e per l’ultima volta, mi parve di sentire o presentire, che lì in quel frammento della meravigliosa America apparsa ai primi esploratori, in quell’avanzo quasi intatto della più antica natura non ancora rifatta dall’uomo, qualcuno — non so chi — doveva non saprei, se godere o imaginare o musicare o descrivere in verso e in prosa, un inebriante idillio della natura e dell’uomo, dei sensi e dell’immaginazione, dell’amore e del pensiero; idea, o aspirazione, o fantasia germinante a fatica, che da parecchie settimane irritava il mio spirito e non riusciva a sbocciare!

Ma il «Cordova» era ormai in mezzo alla porta della baia, a piè dell’orrida e smisurata muraglia del Pan di Zucchero, piccolo come un insetto. Mi volsi a prua: già si vedeva l’Oceano, pronto a caricarci sulle spalle possenti per portarci al nostro destino: ma tra l’Oceano e noi si interponevano in orrenda mischianza nuovi mostri: le isole, gli isolotti, gli scogli, accovacciati come bestie, a guardia della porta. Passammo tra gli uni e gli altri; mi voltai verso poppa, per veder l’America sino all’ultimo istante: ed ecco a poco a poco — a mano a mano che la nave si allontanava — emergere dalle acque delle groppe, delle criniere, dei musi, dei corni, dei corpi dì animali, abbozzi informi di una confusa creazione, appena abborracciata nella rude materia dei monti, delle isole e delle scogliere. Il Pan di Zucchero si era voltato, ci guardava ora con la faccia deforme del «Gran Gigante di Pietra» intravisto dai primi navigatori; alla sua destra e alla sua sinistra si distendeva una parete di roccie, nera nel nimbo d’oro entro cui il sole l’avvolgea, scoscesa, precipitosa, irta di punte aguzze, scabra di orride sporgenze, spaccata ogni tanto da capo a fondo da enormi anfratti in cui si vedeva spumeggiare l’Oceano: una muraglia di granito formicolante di animali antidiluviani, di bestie fantastiche, di mostri, ora accoppiati insieme a due, a tre, a quattro, ora separati dal mare. Ma la nave affrettava sempre più il passo e il sole declinava all’occaso; a poco a poco le roccie, le isole, i mostri si confondevano e appiattivano in una muraglia nera, nella quale non si discerneva più che a fatica la porta della baia.... L’istante irrevocabile tra tutti stava per trapassare! Mi volsi ancora una volta, per guardare a prua. L’orizzonte era soffuso di un rosso chiaror vespertino; e verso quel chiarore traeva la nave, con tutta la forza delle eliche, ma senza fretta, con passo eguale e cadenzato, alzando ogni tanto la prua, come un cavallo che scuota il capo al fastidio del morso. La nave ancora una volta aveva ritrovata la via nel vasto piano delle acque e risolutamente drizzata la prua verso il lontano destino; l’istante irrevocabile tra tutti — l’ultimissimo — era passato; di tante cose vedute, godute, vissute, dell’America insomma, non ci restava più che — pallido fantasma — il ricordo!

II.

— È la più bella città del mondo. Il modello delle città future. L’urbs del ventesimo secolo....

Così diceva un’ora dopo, a pranzo, a mezzo di una animata conversazione, l’avvocato Arnaldo Alverighi: e non parlando, come il lettore potrebbe forse supporre, di Parigi o di Roma, ma di New-York. La sala da pranzo del «Cordova» aveva tre ordini di mense: una tavola lunga nel mezzo, a capo della quale sedeva il capitano; cinque tavole piccole a destra e cinque a sinistra, ciascuna capace di cinque persone. Alla tavola di mezzo, dove il comandante mi aveva assegnato il secondo posto alla sua sinistra — il primo era riserbato alla Gina, che era rimasta sul ponte — io mi ero, quella sera, ritrovato con parecchi amici del Brasile e dell’Argentina: a destra del capitano, al primo posto, l’ammiraglio José Maria Guimaraês, un vecchio asciutto e arzillo, sui sessantacinque anni, che il governo brasiliano mandava in Europa a comprar navi e cannoni; al terzo posto — il secondo era vuoto — un diplomatico e letterato pur esso brasiliano, il quale però portava un bel nome fiorentino di conio antico, molto diffuso nel Brasile, Cavalcanti: accanto a lui l’ingegnere Emilio Rosetti, e infine, dalla mia stessa parte, al quarto posto (il terzo era riservato al nostro figlio che allora già era a letto) l’avvocato Arnaldo Alverighi. Il Rosetti, che tornava da Buenos-Aires, era un mio vecchio e carissimo amico di Milano: l’Alverighi, l’avevo conosciuto a Rosario: il Guimaraês e il Cavalcanti a Rio. Avevo quindi presentato, dopo i primi convenevoli, il Rosetti e l’Alverighi, che venivano da Buenos-Aires, ai due brasiliani che si erano imbarcati con me, poche ore prima, a Rio: ovvia cortesia, ma il cui effetto fu che ben presto tutti e quattro — anzi tutti e cinque, il capitano compreso — mi furono addosso per farmi ricominciare a ritroso con i discorsi il lungo viaggio allora allora finito. Me lo aspettavo, del resto! Avevamo dunque ragionato un po’ del Brasile, dell’Uruguay, dell’Argentina; poi eravamo trapassati nell’altro emisfero; e tutti allora a interrogarmi ancora più curiosi. Avevo io vedute quelle favolose ricchezze del Settentrione? Quelle città smisurate? Quella indescrivibile vertigine di opere? Quei Titani, quei Semidei, quei Demoni del commercio, della banca, dell’industria? Sinchè eravamo venuti con il discorso alla metropoli americana che l’Alverighi, il Cavalcanti, l’ammiraglio e il Rosetti avevano tutti visitata. Ma qui presto una fierissima disputa si era accesa tra l’Alverighi che l’ammirava o gli altri tre che ne ridevano; avevamo discusso per un po’ in tumulto se New-York era una città bella o brutta; quando l’Alverighi, alla fine, aveva a un tratto, perentoriamente, quasi a sfida, proclamata New-York bellissima tra le città moderne!

— Ci siamo! — pensai. — Chi sa quale indiavolata baruffa mi scatena ora, quel benedetto avvocato!

Io solo quindi, che lo conoscevo, non mossi ciglio e non dubitai che dicesse sul serio: degli altri invece, il Rosetti si volse a me sorridendo: l’ammiraglio squadrò lo strano interlocutore come per leggergli sulla faccia se intendeva scherzare: il capitano, piegandosi verso di me, mormorò a mezza voce: «Non le pare un po’ troppo?»: ma incerti tutti se l’avvocato dicesse o no sul serio, nessuno rispose. L’Alverighi però non li lasciò a lungo nel dubbio.

— Un europeo — egli disse, — non può capire New-York. New-York è l’intestino dell’America che digerisce le immondizie di tutta la terra, i rifiuti dell’universo: e di quelli fa un sangue purissimo, che nutre un continente....

Ed entrato in questo intestino per la bocca della metafora, chi sa per qual via ne sarebbe uscito, se le braccia nude, le spalle ravvolte in un velo celeste, i cui lembi le svolazzavano ai fianchi, sfolgorante in una sfarzosa veste azzurra di gala, come venisse a un pranzo di cerimonia, non fosse comparsa a questo punto sulla porta una signora. Il capo dei camerieri accorse a lei e le fu guida fino al posto che tra l’ammiraglio e il Cavalcanti era vuoto: l’ammiraglio e il Cavalcanti si levarono in piedi, per ossequiarla, e la fecero sedere: ma la sala, una modesta sala dove poche signore pranzavano indossando le vesti della giornata, e che non si aspettava nè quel lusso nè quelle braccia nude, sbalordita smise tutta di pranzare e di discorrere, per rimirarla. Era giovane ancora — trentacinque anni le avrei dati, così a occhio — e in un piccolo viso ovale aveva degli occhi dorati e ridenti, una bella fronte candida, delle sopraciglia nere e sottili, un piccolo naso profilato e una piccola bocca rossa e fresca. Intanto essa, in cospetto della sala ammutolita e senza sentire il silenzio in cui l’aveva piombata, buttava a tergo il velo mostrando dopo le braccia le spalle nude e un magnifico vezzo di perle: poi il busto e la testa erette, appoggiata ai bracciuoli della poltrona, aspettando di esser servita, fece un cenno del capo e un sorrisetto a ognuno di noi a mano a mano che l’ammiraglio la presentava, mormorando un nome che non intesi: infine, questa cerimonia compiuta, prese a sorbire il brodo servitole dal cameriere, con la fretta di chi giunge affamato a mezzo del pranzo.

Il pranzo era stato sospeso per un istante. Ma ecco i camerieri accorsero con la terza portata: coltelli e forchette a poco a poco tinnirono di nuovo sui piatti; occhi e discorsi, per un istante sviati, ripigliarono la via dei loro oggetti consueti. Al nostro tavolo non l’Alverighi, messo un po’ in soggezione dalla bella sconosciuta, ma l’ammiraglio, che certamente la conosceva, ricominciò la conversazione. Parlando per la prima volta in francese (avevamo fin allora adoperato l’italiano, che i due brasiliani parlavano benissimo) con un certo fare malizioso e un accorto sorriso:

— Sa di che cosa stavamo ragionando, signora? — le disse. — Indovini! Di New-York. E il signore, — accennò l’Alverighi, ciò dicendo, — ci dimostrava che New-York è la più bella città del mondo! Sicuro: del mondo!

— New-York? — esclamò, riavuta dal primo stupore, la signora, — New-York?

E scoppiò in una risata squillante.

Sbirciai l’Alverighi con la coda dell’occhio: si rannuvolava! Ma l’ammiraglio continuò a far l’ingenuo.

— Dunque, lei, che ci vive da tanti anni, non è di questo parere?

— Ma ammiraglio, — protestò allora la signora tirandosi il velo sul collo, — lei sa che io ho orrore di tutte le cose che mancano d’armonia e di proporzione.

Ma l’Alverighi afferrò al volo queste parole e:

— Sicuro, — ripose. — A New-York voi trovate la Babele dell’architettura. L’Asia e l’Europa, il paganesimo e il cristianesimo, trenta secoli scomposti nei loro elementi e ricomposti a capriccio da un genio bislacco, ironico, folle, sublime. E proprio per questa ragione io adoro New-York. L’armonia e la proporzione sono l’estetica delle civiltà decrepite. La vita è scabra, ruvida, ineguale, violenta, come New-York. L’europeo non ci si raccapezza, in quella nebulosa incandescente; è naturale, perchè arriva da un pianeta spento; e si domanda, sgomento: ma dove sono? In Grecia? a Parigi? a Norimberga, a Bagdad, al principio del ventesimo secolo, al tempo dei Normanni, sotto lo scettro dei Faraoni? In una città vera o in una città astrale, edificata nel pianeta Marte o in un altro pianeta, da esseri conformati diversamente, più intelligenti e possenti?

Forse troppo occupata in quel momento a sorvegliare la scollatura dell’abito, la signora non rispose. Sottentrò il Cavalcanti. Che l’avvocato dicesse sul serio nessuno poteva più dubitare: ma non era questa ragione bastevole perchè nessuno dei suoi ascoltatori non sentisse la voglia di volgere la sua tesi in ischerzo. Mi parve infatti che il Cavalcanti volesse stuzzicare un po’ l’estro paradossale del suo interlocutore con insidiose domande.

— Dunque — egli disse — l’armonia e la proporzione sono l’estetica dei popoli decrepiti. Che cosa pensa lei, allora, della tragedia greca?

— Buona per il teatro dei burattini — rispose pronto, senza esitare un attimo, l’Alverighi.

— Ah! — esclamò il Cavalcanti come chi è percosso in pieno petto: nè disse altro. Poi, dopo un istante, soggiunse: — E la scultura greca?

— E la scultura greca? — gridò l’Alverighi riscaldandosi all’improvviso. — Quello sì che è un bel caso, per Dio! Basta visitare un museo e non essere un professore di archeologia, per capire che la scultura greca è un’arte sensuale, fiorita in un tempo in cui una bella donna o un bell’uomo erano rari come le mosche bianche.

— Ma io credevo — obbiettò la signora — che i Greci non avessero sotto occhio che corpi bellissimi... Che così educarono il gusto!

— Se ci fosse stata abbondanza di belle donne in carne ed ossa, — replicò l’avvocato — i Greci non ne avrebbero fabbricate tante di marmo. No: quella è un’arte sensuale.

E non so se per riguardo alla signora o per poter esprimere il suo pensiero con minore fatica, continuò in italiano:

— Ma nossignori: a un certo momento, dei professori, degli archeologi, dei filosofi tedeschi si sentono presi anch’essi da una matta voglia di ammirar quelle appetitose nudità: ma come si fa, essendo regi impiegati di una devotissima maestà luterana? Ed ecco allora scoprono che quelle belle gambe, quelle belle anche e tutta quella altra grazia di Dio che sapete, sono l’incarnazione dell’idea. Ed ora anche nei paesi, dove pure una volta la gente sapeva distinguere anche al buio una donna nuda dall’assoluto, tutti vanno innanzi a quelle statue per adergere con l’anima all’ideale, quando invece....

E all’improvviso ammutolì, scrollando le spalle.

Tutti sorrisero, anche la signora, quando l’ammiraglio le ebbe riassunto sottovoce, all’orecchio, in francese, questo bizzarro discorso. Ma era facile capire che in tutti la meraviglia generata dai primi discorsi dell’avvocato cresceva, e con la meraviglia una specie di incertezza irritata: se conveniva discuter seriamente con quell’originale, prendersene gioco o voltargli le spalle arrabbiati. Io solo, che lo conoscevo, non ero nè stupito nè offeso; e quindi pur tendendo l’orecchio ai suoi discorsi, aguzzavo il cervello a sciogliere un quesito diverso: chi potesse essere la ignota signora che di rimpetto a me continuava ogni tanto a scoprire o a velare le belle spalle, ad ascoltare i nostri discorsi, pur saziando un vigoroso appetito con perfetta eleganza di movenze e volgendo intorno gli occhi di continuo ridenti. Vestiva, certo, riccamente: viaggiava sola, così almeno pareva: ma no, una attrice non era, di sicuro. Pareva conoscere da un pezzo l’ammiraglio, che la trattava con un fare quasi paterno ed esente da sospetti, perchè aperto, schietto e non disdicevole alla età di ambedue; era dunque probabile si fosse imbarcata a Rio. Ma aveva abitato a lungo a New-York, come aveva detto l’ammiraglio. Inoltre all’accento ed ai modi l’avrei giudicata francese. Le perle infine potevano essere argomento a supporre che fosse ricca molto; e la veste di gala, che praticasse di solito compagnie più eleganti della nostra. Chi era essa dunque? Ma invano ruminavo queste domande, mentre il Cavalcanti ricominciava a stuzzicar l’avvocato.

— Per passare allora ai tempi moderni, che pensa di Parigi l’estetica dei popoli non decrepiti?

Aspettavamo tutti una nuova eresia. Invece.... Intuì l’Alverighi che il Cavalcanti lo punzecchiava maliziosamente agli estremi paradossi? O si sgomentò egli stesso dell’impegno di sostenere il già detto, dicendo di più? Certo è che lì, a quella domanda, si fermò di botto: e con una mossa improvvisa sfuggì traversalmente.

— Per carità! — disse mutando a un tratto faccia e tono, tra scherzoso e sarcastico. — Vogliamo dunque fare una discussione di estetica?

— E perchè no? — domandò il Cavalcanti.

— Ma io non sono un professore europeo.... — rispose l’Alverighi, assumendo un’aria compunta e desolata. — Sono un povero proprietario argentino: che tante cose ha da fare! Due estancias nella provincia di Buenos-Aires e tre chacras nella provincia di Santa Fé da completare. Centomila ettari nella provincia di Mendoza da irrigare. Un territorio nel Paraguay, grande come una provincia italiana, di cui debbo far qualche cosa, alla disperata rivenderlo per il doppio di quel che l’ho pagato.... Nonchè, purtroppo, tre milioni di debiti da pagare. Sissignori: tre milioni, non uno scudo di meno. Niente paura, però: a un americano, tre milioni di debiti mettono l’allegria in corpo. È bello per un uomo poter dire: io, io solo ho fatti in tanti anni tre milioni di debiti, e li ho pagati: li ho fatti e pagati accrescendo la ricchezza del mondo.... Questa, signori miei, è la vera estetica dei tempi in cui viviamo!

— Questa è l’arte di far quattrini — obiettò asciutto asciutto il Cavalcanti. — Non è la scienza del bello....

A questo punto l’Alverighi tacque un istante, guardando l’interlocutore e sorridendo. Poi lentamente, sempre sorridendo e guardandolo, con un modo ambiguo tra il senno e lo scherzo:

— Lei ci crede, dunque, alla scienza del bello e del brutto?

— Ma certamente. La filosofia tedesca....

— E anche io, — interruppe l’altro, come chi si decide e precipita. — Ci credo anch’io: ma ad una estetica che ho inventata io, brevettata, infallibile, che si riassume in una regola sola: bello è quel che mi piace, brutto è quello che mi dispiace. Sissignori: New-York mi piace; perciò affermo che è la più bella città del mondo; e vi sfido tutti a provarmi il contrario. In nome di quale autorità? Da che cattedra o pulpito? In forza di qual principio? Ogni uomo ha conquistato oggi perfin la libertà di vilipendere i re e di rifare i conti a Domeneddio: vorrei vedere che qualcuno mi contendesse, a me, la libertà di proclamar bello quel che mi piace, senza il permesso della Facoltà! Allons donc!

Anche io, in quel momento, come tutti gli altri, tenevo gli occhi sull’Alverighi: su quel piccolo viso taurino dalla fronte scendente a piombo sotto i neri capelli ritti e fitti, dagli occhi vivi e grossi a fior della fronte, dalle guancie rosse sulla fascia nerissima della barbetta a due punte, ben ravviata, che risaliva per quelle a ricongiungersi con i capelli. E su quel viso rubizzo, aguzzo, acceso, deciso, beffardo, che mi ricordava i personaggi delle pitture etrusche, io leggevo che egli diceva sul serio, mosso da una convinzione profonda anche se strana. Ma leggevo pure in faccia ai miei compagni, che essi si andavano confermando che l’Alverighi o vaneggiava o si burlava di loro, sebbene proprio sicuro sicuro non ne fosse nessuno, nemmeno il Cavalcanti. Tanto è vero che, invece di rispondere a tono, il Cavalcanti ribattè di fianco e non senza una certa titubanza:

— Certo.... se si ammette che il gusto dell’armonia e della proporzione sono un segno di vecchiaia.... Allora è difficile dimostrare che New-York è brutta. Ma questa affermazione sua mi pare alquanto ardita.... Sarò forse decrepito anch’io.... Io credo che non solamente lei, signora, ma che tutti gli uomini sono naturalmente attratti ad ammirare quel che è armonico, leggero, proporzionato, ad odiare quel che è pesante, asimmetrico, scomposto....

— Lo crede lei? Davvero? Davvero? — esclamò con aria di sfida, l’Alverighi.

— Ma certo. In molti questo istinto può essere offuscato o pervertito: ma c’è. In tutti c’è....

L’Alverighi stava per rispondere; quando la signora che, intenta a rimettere in centro con la mano sinistra, gli anelli della destra, non aveva forse ascoltato le ultime frasi, li interruppe ambedue.

— Io desidererei sapere di Parigi, quello che lei ne pensa. Il signor Cavalcanti glielo aveva chiesto.

— È una città archeologica, il cimitero della decrepita civiltà dell’Europa.

— Parigi? — esclamò la signora, — Parigi? Perchè a Parigi non hanno ancora pensato a collocare i caffè nelle moschee arabe e le sale da pranzo nelle cattedrali gotiche?

— Hanno torto, a Parigi.

— Se Parigi è un cimitero, la sua New-York è una bestemmia. Solo dei barbari potevano fare un così orrendo scempio delle nostre architetture religiose.

— Ma signora, — ribattè l’Alverighi, — si è lei mai sentita offesa, pranzando in Europa sotto il tetto di una qualche posticcia pagoda cinese: per esempio al «Pavillon chinois» del Bois de Boulogne? Eppure anche questa è una profanazione. Lei mi dirà che l’architettura cinese ci è straniera: noi non sentiamo che la pagoda è un tempio. Ebbene: per la stessa ragione il vero americano può secolarizzare certe architetture religiose dell’Europa.

— Ma la Cina non ha scoperta, popolata e incivilita l’Europa come l’Europa l’America, — disse una voce nuova ed aspra: il dottor Montanari, il Commissario governativo per l’emigrazione, che era venuto a sedersi accanto al Rosetti a mezzo il pranzo.

L’Alverighi si voltò verso di lui, e pronto e sicuro come al solito:

— Ricordi storici! — disse. — Moneta fuori corso, oggi!

— Per voi, — ribattè l’altro duro, — non per noi. Agli Americani fa comodo di buttare in mare il fardello di gratitudine che devono all’Europa.

La discussione si riscaldava: si sentiva minacciar vicino il diverbio, come il temporale d’estate. Ma il pranzo era finito, e il capitano ne approfittò per levarsi. Anche la signora e l’ammiraglio, scambiata un’occhiata, si levarono. La discussione era dunque troncata. Uno dopo l’altro ci levammo tutti ed uscimmo.

III.

Andai a vedere i miei, feci un giro per il ponte, poi entrai nel fumoir, con il deliberato proposito di ragguagliarmi intorno alla misteriosa signora. A un tavolo sedevano il dottor Montanari, il Cavalcanti e il Rosetti che, con un sigaro cavour in bocca e un mazzo di carte in mano, si accingeva a far dei solitari. Ma l’Alverighi quella sera aveva offuscata anche la signora. Discorrevano infatti dell’Alverighi.

— Sono quattro giorni che sputa sentenze — borbottava il dottore. — Non ha fatto altro, da quando siamo partiti. E sempre i suoi milioni in bocca. Cose da pazzi! Se continua così, pranzerò nella cabina.

— Perchè? — rispondeva dolcemente e sorridendo il Cavalcanti. — Io lo trovo curioso, invece. Lei lo conosce, non è vero, Ferrero?

Che il Cavalcanti sorridesse e il Montanari smaniasse a quel modo, non fu per me, che li conoscevo ambedue, meraviglia. Non ostante il suo bel nome toscano, il Cavalcanti era nato in quella che si potrebbe chiamare l’India del Brasile, in una provincia settentrionale, quasi sotto l’equatore, da una famiglia antica e cospicua ma impoverita; e nato a contemplare la natura e la vita assai più che ad operare nel mondo: perchè una dolce e quasi mistica indolenza ed un intimo orrore della farraginosa e insaziabile attività che ha creata nei climi temperati la civiltà moderna si univano in lui ad una finissima sensibilità e ad una intuizione meravigliosa, dando forma ad uno spirito tra poetico e filosofico, scevro di invidia e di orgoglio, semplice e benevolo, infinitamente vago di curiosare in tutte le cose, poco pugnace, e che pendeva assai al misticismo. E tale era rimasto, intatto e puro, pur scendendo in Rio, in mezzo all’affannoso via vai della civiltà moderna: dove, discepolo in letteratura del grande Machado de Assis e in diplomazia del barone di Rio Branco, egli aveva sfogate nella letteratura le sue mistiche inclinazioni e imparato ad operare in mezzo alle faccende del mondo, riuscendo rapidamente e facilmente a farsi largo in mezzo alla sua generazione, come il fratello suo più che amico Graça Aranha. A trentotto anni infatti, dopo aver varcato più volte l’Oceano per diverse missioni, se ne veniva ora in Italia, primo segretario della legazione del Brasile presso il Quirinale; ed era tra i giovani autori del Brasile il più celebre, per il suo famoso romanzo «La terra promessa». Ma il suo spirito, naturalmente benevolo, era stato ancor più addolcito da quella eclettica equanimità che è propria della cultura americana; parte perchè i paesi d’America, non possedendo una cultura antica, ricevono facilmente i frutti più diversi della cultura europea; parte forse anche perchè, come gli esplosivi, quando scoppiano all’aperto, fan più romore che danno, così tutte le idee, anche quelle che compresse in Europa da interessi, istituzioni e tradizioni debbono squarciarsi una via fra le rovine scoppiando, svampano invece, innocue fiammate, nei vasti e semivuoti paesi d’America. Quante volte a Rio, in quella gran foce per cui sbocca nel Brasile con i suoi bracci maestri e i piccoli rigagnoli il fiume della cultura mondiale, nella gigantesca libreria Garnier, all’angolo della Rua Ouvidor e dell’Avenida Centrale, quante volte avevo ammirato il ricco eclettismo della cultura brasiliana, chiacchierando tra le quattro e le cinque del pomeriggio, con José Verissimo, con Joâo Ribeiro, con Araripe, con Oliveira da Lima, con Machado de Assis, con Graça Aranha, con Souza Bandeira, con tutta l’Accademia brasiliana, nella immensa sala a piè degli scaffali che salgono, alti quattro piani, a toccare con il capo il tetto, fra le immani cataste dei libri scaricati dagli ultimi vapori d’Europa, in mezzo ai panieri che scendono, colmi di volumi, dai balconi disposti di piano in piano lungo le pareti! Romanzieri, poeti, critici, storici, essi ammiravano i classici e il romanticismo, la letteratura greca e la letteratura russa, Platone e Federico Nietzsche, Sofocle e Ibsen. Eclettico ed equanime anch’esso, il Cavalcanti non era uomo che le eresie dell’Alverighi e quegli eccessi di forma e di pensiero potessero, fuorchè per qualche istante, irritare a battaglia: lo incuriosivano invece a studiar quel fenomeno, per capirlo ed anche per sorriderne un poco, come aveva fatto a più riprese: ma leggermente, con dolcezza e carità umane, con sfiorante e non amara ironia.

Altro uomo, invece, il Montanari. L’avevo conosciuto nell’andata. Era romagnolo, di Faenza se ben rammento; e medico nell’armata; e patriota e monarchico, come i vecchi — poichè la Romagna essa pure si rammoderna — erano monarchici o repubblicani, patrioti o internazionalisti una volta, in Romagna: con furore di ghibellini e di guelfi rinati. Ma perciò appunto era anche disgustato dell’universo tutto quanto. Egli soffriva, come di una sventura propria, del progressivo decadimento della monarchia nei nostri tempi; egli fremeva ancora di orrore, dopo tanti anni, solo a ricordare che un anarchico arrivato d’America aveva osato levar la mano contro il Re d’Italia; egli non vedeva che un immane traviamento degli spiriti e quasi un alto tradimento del popolo intero, in quella formidabile spinta, che ogni anno muove tanti uomini della vecchia Europa a varcare l’Oceano. E dei vizi, della ignoranza, delle sventure, dell’incessante via vai di questa moltitudine, egli parlava con una asprezza che a molti pareva spietata: come non pochi in quel suo portamento eretto, rigido, soldatesco, in quel suo guardar dritto negli occhi a tutti, in quel sorriso sardonico che increspava le guancie magre, rasate, incavate, in quel suo frequente rispondere agli argomenti altrui con sdegnoso silenzio, sentivano la provocazione di un’insolente alterigia. Ma a torto: chè quell’anima non era nè dura nè superba, ma esacerbata; esacerbata dalla cinica indifferenza con cui i tempi lasciano impolverarsi e tarlare quelle che erano state per le vecchie generazioni le sacre imagini dell’autorità sulla terra e nel cielo. Egli quindi odiava l’America; e brontolava contro tutto il resto del mondo sopratutto per disacerbarsi l’odio in cui ne aveva la parte nuova; contro l’Italia che pure amava sopra ogni altra cosa; contro l’Europa cui pure, almeno per dispetto dell’America, tributava un certo rispetto; contro quella moltitudine che accompagnava nei suoi erramenti dall’uno all’altro continente, imprecando, gridando, brontolando ogni minuto le sue tre parole favorite, l’intercalare imparato a Napoli e la suprema sintesi di tutta la sua filosofia della vita «cose da pazzi!»: ma a prò della quale pur faceva con zelo quel po’ che poteva.

Che costui avesse preso in tanta uggia l’Alverighi era naturale. Ma io conoscevo un po’ il facondo avvocato, e volentieri, seguendo l’invito del Cavalcanti, entrai nel discorso di lui.

— Sì, l’ho conosciuto a Rosario — risposi. — Fu il nostro Cicerone per tre giorni. È un italiano, un mantovano anzi, che ha fatto in pochi anni una grande fortuna in Argentina....

— Alla larga! — interruppe il dottore.

— Adagio, dottore, non precipiti così il suo giudizio — continuai. — Lei conosce la storia di quell’uomo? No? Ebbene, indovini un po’, se le riesce, a quale carriera l’avevano avviato i suoi in Italia.... Ne volevano fare un filosofo! Sicuro, un filosofo! Suo padre era un provveditore agli studi, intelligente, coltissimo, autore di parecchi pregiati lavori storici ma povero e carico di famiglia. E il figliolo infatti a ventidue anni si laureò, non ricordo più in quale Università, con una tesi su Descartes e Spinoza; ma per imbarcarsi tre mesi dopo alla volta di Buenos-Aires.

— Strana idea per un filosofo — osservò il Cavalcanti.

— Stando a quello che egli mi ha raccontato, — proseguii — chi lo persuase fu uno dei suoi maestri, un vecchio filosofo, il quale ammirava molto l’America, sebbene la avesse conosciuta solo sulle carte geografiche. Batti oggi, batti domani, a furia di ripetergli che egli aveva troppo ingegno per fare il professore in Italia, che c’era troppa filosofia e troppo latino in Europa e troppo poco in America, quel sapiente non troppo savio — ce ne son tanti, tra i dotti! — riuscì a persuaderlo al gran passo. Un bel giorno il nostro giovinotto salpò da Genova, per andare a seminare la vecchia cultura dell’Europa nelle vergini terre d’America. Quel che fu nei primi tempi di questo filosofo, sbarcato a Buenos-Aires venti o venticinque anni fa, con poche migliaia di lire in tasca, non sto a raccontarlo a loro.

— Pur troppo — sospirò il Rosetti, — una cultura di lusso non è un capitale, con cui si possa tentar la fortuna in America. Gli Europei non la vogliono capire....

— L’Alverighi però — continuai — era un uomo. Nel pericolo egli capì qual’è l’àncora di salvezza nelle grandi tempeste della vita ai tempi nostri.... Il vestito! Neppur Dante o Galileo troverebbero oggi chi li aiutasse, se si riducessero senza un colletto di bucato e con un solo paio di scarpe rattoppate. Fece quindi tutti i mestieri per salvare le fondamenta fisiche e metafisiche della sua personalità morale: abito, soprabito e scarpe; mangiò pane asciutto e bevve limpida acqua di fonte; ma uscì sempre in pubblico vestito con eleganza. Riuscì insomma a nascondere a tutti la sua penuria, e quindi tutti lo aiutarono volontieri. A poco a poco si procacciò amicizie e protezioni: l’argentino è generoso: ottenne di insegnar l’italiano in un fiorente collegio della capitale: prese a scrivere nei ricchi giornali spagnuoli: si rifece studente di legge, strinse amicizia, nell’Università, con giovani di famiglie cospicue: si addottorò con brillantissimi esami; e rapidamente venne in fama di valente avvocato. È di fatti un grande oratore davvero. Infine si stabilì a Rosario, fece un ricco matrimonio, e come tutti in Argentina, appena ebbe del denaro, si buttò nelle speculazioni fondiarie....

— Abbandonando le filosofiche — punzecchiò il Cavalcanti. — Benissimo!

— Sì e no — risposi.

Ma proprio in quel momento l’Alverighi entrò nel fumoir e senza guardarci andò a sedersi al tavolo accanto, dove due signori — due mercanti astigiani di vino, seppi poi — giocavano alle carte: troppo vicino perchè si potesse continuare a parlare di lui.

— Vogliamo uscire un po’? — propose il Cavalcanti.

Uscimmo tutti e quattro sul ponte di passeggiata, il più basso dei due ponti della nave, riserbati ai passeggeri di prima classe. La sera — una di quelle dolcissime sere, senza luna, senza vento, non calde, non fresche, che scendono talora in primavera, silenziose, ad addormentare per qualche ora in un sopore profondo i mari dei tropici — aveva tratti fuori molti passeggeri.

— Le nostre sedie sono dall’altra parte, a tribordo — disse il Cavalcanti.

E ci avviammo verso la passerella di prua, dopo che il dottore ebbe preso congedo da noi, per recarsi al suo servizio. Ma al momento in cui, giunti in fondo al ponte di babordo, stavamo per svoltare nella passerella, ci scontrammo con una giovane coppia che ne usciva. Ci traemmo in disparte; li vedemmo passare in silenzio, guardando diritti innanzi a loro; egli, basso e grassoccio, con grosse sopraciglia nerissime, camminava con un’andatura molle, restando un po’ indietro; lei alta, magra, ossuta, spigolosa si faceva innanzi impettita, rigida, con un portamento risoluto, quasi traendo a forza lui.

— Passeggeri di ronda! — mormorò il Cavalcanti. — Fanno dell’esercizio.

Passammo, percorrendo la passerella oscura, sul fianco destro della nave. Ma le sedie nostre erano illegalmente occupate. Per non disturbare gli usurpatori salimmo sul ponte delle imbarcazioni, deserto, silenzioso, male illuminato da poche lampade elettriche troppo distanti; e ci sedemmo sopra una panca bianca, nel fioco chiarore, di fronte al camino oscuro come la notte, da cui esalava in densi turbini negri, a confondersi con le tenebre, il silenzioso respiro della nave; a piè delle grandi barche bianche issate sui parapetti, che parevano dormire; tra le bocche da vento che, rigide e taciturne, aspiravano la fresca e vivida notte; sotto le grosse funi che, tese per ogni verso, tremolavano sommessamente nelle pesanti fibbie di ferro, sfiorate da un soffio invisibile. Tutte le cose tacevano, quasi sollecite di non turbare il sonno primaverile del mare; anche il grave ansar delle macchine esalava lassù dal profondo come un murmure vago e lontano; sopra di noi silenzioso anch’esso e oscurissimo, il cielo turbinava di miriadi di astri, simile a uno sterminato velo nero fiammante di gemme.... Per un momento tacemmo anche noi, come soggiogati dal silenzio improvviso in cui eravamo saliti. Primo riprese a parlare il Cavalcanti.

— Lei diceva, dunque....

— Pur troppo sì — continuai. — Il demonio dell’America è entrato anche in questo figlio di un povero provveditore italiano.... Ha già parecchi milioni e li vuol raddoppiare; poi vorrà triplicarli, quadruplicarli, sinchè avrà fiato; dormirà, sì e no, quattro o cinque ore sulle ventiquattro; fa tante cause, lui solo, quante quattro avvocati; compra, vende, ricompera, ipoteca terre in ogni parte dell’Argentina, nel Paraguay; non ha famiglia sebbene abbia moglie e due bambini; potrebbe costruirsi un palazzo e non ha focolare; è il nomade moderno, attendato nei «vagons-lits» e negli alberghi.... In quel mese che viaggiai nell’interno dell’Argentina, me lo sarò visto passare innanzi tre o quattro volte, come il treno o come il lampo, in città distanti migliaia di chilometri: arrivava la mattina da sud e via la sera a settentrione; ricompariva da levante per sparire dopo qualche ora verso ponente.... Eppure... Eppure.... Vada nella sua cabina; la troverà piena di libri; italiani, inglesi, francesi, gli ultimi pubblicati; letteratura, storia, politica, filosofia. Appena conseguita una certa agiatezza si sforzò di riallacciare il filo dei suoi studi interrotti, come poteva, naturalmente. Ma non ha mai smesso di leggere, in ferrovia, nei ritagli di tempo, a precipizio, spesse volte sfogliando e divinando più che leggendo....

— All’americana — osservò scherzosamente il Cavalcanti.

— All’americana, se vuole — io risposi. — Sebbene ormai, anche in Europa.... E non soltanto legge, ma pensa, come un bastimento va, quando c’è tempesta: a ondate, a sbalzi, a sussulti. Quella sua testa è come un gran tino; e dentro ci ribollono le reminiscenze degli studi fatti in Italia, gli stralci delle letture precipitose, i frammenti di quel che intravede, incontra, urta correndo all’impazzata attraverso il mondo, le speranze, le aspirazioni e gli interessi suoi. Ci ribollono in una curiosa filosofia, piena di idee assurde, stravaganti, puerili, originali, stupende, che è come del mosto in fermentazione: gonfia e sgonfia, ma si agita sempre. Bisogna vederlo a casa sua, tra un viaggio e l’altro, tra un processo penale e uno civile, tra una compra e una vendita di terreni, quando va nei clubs di Rosario, e lì tiene cattedra, espone, disserta, vorrebbe discutere e non può; chè quei bravi mercanti di grano lo ascoltano, sì, con pazienza, ma si arrendono prima ancora di combattere, e non l’hanno in conto di matto soltanto perchè.... Buon per lui che i suoi milioni fanno il contrappeso alla sua filosofia! No, no: mi sbaglierò; ma quell’uomo è un genio, a modo suo, ma un genio: un genio, come dire? — rinselvatichito nella Pampa....

Tacqui. Il Rosetti continuava a fumare, in silenzio. Solo dopo qualche istante il Cavalcanti a mezza voce, come parlando a sè stesso:

— In nome di quale autorità? — disse. — Da che cattedra? In forza di qual principio potremmo noi dimostrare che New-York è brutta a chi dice che è bella? Non c’è che dire: l’estetica è messa con le spalle al muro. «Hic Rodus, hic salta».

Una idea improvvisa mi balenò; e interrompendolo:

— Provi dunque a rispondere, domani, — dissi. — Ne nascerà una discussione sull’arte; e anche questo sarà un passatempo. Vedrà se non è pieno di idee ingegnose, questo speculatore in terreni....

Ma il Cavalcanti fece un gesto di spavento. Volevo io dunque convertir il «Cordova» in un’accademia di filosofia?

— E perchè no? — risposi. — Del resto se non ci pensa lei, ci penserà lui. Ne deve avere una voglia! Perchè a Rosario, poveretto, è una specie di Socrate disoccupato, ridotto a far dei monologhi.

Ragionammo un po’ del discutere in genere, e del discutere di filosofia, sinchè il Rosetti, che non aveva aperto bocca, si levò sorridendo.

— In fin dei conti, — disse — che cosa abbiamo da fare a bordo? Nulla. Dunque possiamo anche fare un po’ di filosofia.

Era tardi, e ci separammo. Anch’io, in quel lungo discorrere dell’Alverighi, mi ero scordato della signora. Me ne andai a letto, senza aver saputo nulla intorno a lei: nè chi fosse, nè onde venisse. La cabina era a due letti: uno per me, l’altro per il bambino: e mi coricai senza indugio, perchè ero stanco: stanco della lunga conversazione della serata: stanco delle ore passate sul ponte di comando a scambiar gli ultimi addii con l’America: stanco degli innumerevoli abbracciamenti e ringraziamenti barattati con gli amici, a bordo e alla banchina Pharoux; stanco della veglia protratta sino a tardissima ora la sera innanzi, dopo il banchetto offerto dall’Accademia brasiliana all’Hôtel Alexandra; stanco delle due rapide gite fatte nelle tre settimane precedenti a San Paolo e a Bell’Horizzonte; stanco infine della lunga via percorsa di festa in festa, di discorso in discorso, per tanto mare e per tante terre, da Genova a Buenos-Aires, da Buenos-Aires a La Plata, a Rosario, a Mendoza, a Cordova, a Tucuman, a Santiago dell’Estero, a Santa Fé, a Paranà, a Montevideo, a Rio, nell’interno del Brasile.... Spegnendo la luce, in quel momento, più voluttuosamente ancora che sui guanciali del lettuccio, io mi adagiavo nell’idea di potere alfine, dopo il trambusto di quei cinque mesi, riposare per quindici giorni in mezzo all’Oceano. Non ricevimenti più, non discorsi, non lettere, non telegrammi, non faccie nuove! Addormentarsi la sera senza pensare agli impegni del domani, e svegliarsi tra cielo e mare, fuori delle brighe del mondo e delle proprie faccende! Cogliere finalmente sull’albero della vita quel frutto ormai così raro che appena matura una volta ogni tanti anni: l’ozio senza rimorsi!

IV.

Il dì seguente, quando uscii sul ponte, riposato dal buon sonno della prima notte di mare, tra le otto e le nove, il Sole e l’Oceano, i due solitari compagni dell’immensità, scherzavano insieme da vecchi amici. Ancora una volta, quella mattina, come ogni mattina dal principio del tempo, essi si erano incontrati al ritrovo dell’alba; e ancora una volta di essersi ritrovati gioivano insieme, essi, gli eterni giovani, che sui volti radiosi non portano le rughe dei secoli e dei millennii, come nel primo giorno della creazione; il Sole profondendo l’Oceano di liquido oro e zaffiro; l’Oceano scintillando a perdita di vista, vivo e fermo. Pochi però quella mattina gioirono sul «Cordova» della gioia innocente del Sole e del Mare. Una straordinaria notizia correva per la nave, dal ponte di comando alle stive tenebrose, elettrizzandola. Me l’annunciò, verso le dieci, l’Alverighi che, interrompendo di leggere un libro — vidi poi che era uno Shakespeare — si levò e mi venne incontro sul ponte delle imbarcazioni, domandandomi con una certa concitazione:

— Ma è vero che quella bella signora di ieri sera è la moglie di un ricchissimo banchiere di New-York?

Risposi che non lo sapevo e che al fare e al parlare l’avevo piuttosto per francese: aggiunsi che l’abito indossato la sera prima faceva supporre praticasse di solito la società elegante; esser però singolare che una milionaria viaggiasse nel piccolo «Cordova»; e non, come vuole l’etichetta che vige anche in mezzo all’Oceano, in un vapore del suo rango: il «Mafalda» per esempio, se voleva un piroscafo del Lloyd italiano. L’Alverighi aggiunse che un negoziante di gioie, il quale era a bordo, un certo Levi di Venezia, aveva stimato che la collana della signora potesse valere un cinquantamila franchi! Poco dopo, il capo dei camerieri mi fermava nel vestibolo della sala da pranzo, e con un sorriso radioso di legittimo orgoglio, mi disse:

— Ma sa, che quella signora è la moglie di uno dei più ricchi americani del Nord?

— Ho capito — pensai. — Prima di sera sarà miliardaria. Tutti gli Americani del Nord lo sono!

Questa singolare diceria risvegliò in me la curiosità, che i discorsi della sera prima e il sonno della notte avevano un po’ illanguidita. Ma invano cercai le due sole persone che probabilmente avrebbero potuto ragguagliarmi: il Cavalcanti e l’ammiraglio. Nè l’uno nè l’altro era ancora uscito dalla cabina. Un incontro inaspettato mi distrasse di lì a poco di nuovo. Mi ero fermato, verso le dieci, a prua, vicino alla scaletta che scende alle terze classi, a osservare gli emigranti che, nel ponte inferiore, si affollavano, per l’ora del desinare, di faccia alla dispensa, aspettando. Quando ad un tratto uno degli emigranti, che stava solo in disparte, mi salutò. Risposi, supponendo fosse uno degli innumerevoli lavoranti italiani a cui avevo stretta la mano nel lungo viaggio: ma l’uomo si mosse, venne sino a piè della scaletta a capo della quale io mi trovavo, e mi domandò:

— E come sta l’ingegnere.... — pronunciando il nome di un mio zio.

Questo nome risvegliò di subito un ricordo lontano: fissai l’uomo, e:

— Ma tu sei Antonio! — esclamai scendendo la scaletta. — E che cosa fai qui?

Ed era proprio Antonio!, il più grande stolido e fannullone che avessi mai conosciuto; la disperazione di quel mio zio, che aveva dovuto impiegarlo come fattorino nel suo studio, collocarlo come portinaio nella sua casa dove noi abitavamo, perchè gli era stato raccomandato con la più viva istanza da uno dei suoi più ricchi clienti, nelle cui terre era nato, figlio di contadini. Quando mio zio aveva dovuto assumerlo nell’ufficio, Antonio ritornava da un primo viaggio in America; ma nessuno di noi si stupì che non avesse fatto fortuna, chè non era buono proprio a nulla; e qualunque incarico ricevesse come fattorino o portinaio, lo fraintendeva o sbagliava, quando non lo dimenticava tutto: e la maggior parte possibile del giorno e della notte passava dormendo; e solo per schivar fatiche o trovar ragioni di sdraiarsi sopra o sotto le dolci coltri del letto, mostrava un certo ingegno. Cosicchè il giorno in cui aveva annunciato all’improvviso che ritornava in America, nessuno di noi si era sforzato a dissuaderlo; anzi.... Che l’America se lo pigliasse e per sempre! Mi ricompariva invece a un tratto innanzi, poco mutato dopo sei o sette anni, magro, con la fronte sfuggente e quell’incerto e insulso sorriso che mi spiaceva tanto, abbastanza ben vestito però e certo in migliore arnese che non gli avessi, al suo partire, predetto il ritorno.

— L’America è così ricca! — pensai. Ma mi parve incauto di interrogarlo con domande troppo stringenti sulla sua sorte, e gli chiesi solo se ripatriava per sempre.

Mi rispose che sperava di poter stabilirsi in Italia, dove aveva lasciato i figli: «i miei figli», egli disse. Quel possessivo mi rammentò che, partito la prima volta dall’America, dopo tre anni, lasciando in casa un figlio, Antonio ce ne aveva trovati, tornando, due; il secondo nato due anni dopo la sua partenza: e placidamente, senza far parola, aveva accettato come suo il figlio altrui! Mi trattenni dal sorridere, e ricordando che nel secondo viaggio egli aveva tratta seco la moglie, lasciando i bambini a una nonna, gli chiesi notizie di lei.

— Sta bene, — mi rispose tranquillamente; — è qui, con me: la vedrà: ma non la riconoscerà più; l’aria dell’America le ha fatto tanto bene!

E dopo qualche altro discorso lo lasciai, pensando che ritornava dall’America un po’ meglio in arnese, ma non già più in cervello.

A colazione parlammo soltanto della signora che, rimanendo nella sua cabina, ci lasciò liberi di ragionare a nostro piacere di lei. Dall’ammiraglio sapemmo finalmente che la ricchissima americana era invece proprio francese: figlia di un banchiere di Parigi, di nome Blum; che aveva sposato Federico Feldmann della banca Loeventhal e C. di New-York; e che da tre anni dimorava a Rio, dove suo marito dirigeva il «South American Syndicate», grossa impresa di ferrovie, banche e miniere, organizzata a New-York. Capii subito allora chi fosse, almeno per approssimazione: perchè avevo conosciuto il marito a New-York. Del resto della signora non si ragionò solo alla tavola di mezzo, ma anche alle altre, in tutta la sala; chè ogni tanto qualche faccia si voltava verso la poltrona ove essa avrebbe dovuto sedere. Cosicchè tra questi discorsi, anche a me era uscita di mente la discussione della sera precedente: quando a un tratto, poco prima del levar delle mense, l’Alverighi a bruciapelo chiese al Cavalcanti se ammirava «Amleto». E quando il Cavalcanti gli ebbe risposto che l’ammirava moltissimo:

— Ebbene, — disse, — vuol che le dimostri come due e due fanno quattro, che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna?

Ci guardammo in faccia, dicendoci senza parole «ricomincia». Il Cavalcanti rispose con un gesto rassegnato, che voleva dire: «Se ciò fa piacere a lei, si figuri!» Io indovinai subito che l’Alverighi voleva, come avevo supposto, riattaccar briga: ma perchè aveva scelto quel modo, quando ad «Amleto» nessuno aveva neppure alluso la sera prima? Non ci fu verso di saperlo.

— Ebbene, stasera, dopo pranzo, adempirò la mia promessa — concluse breve e asciutto l’Alverighi. — Ho portato con me uno Shakespeare. Lo volevo rileggere nella traversata. Ma lei, Cavalcanti, mi deve promettere di ribattere ogni argomento mio.

E non disse altro. Del resto anche il discuter intorno ad «Amleto» non era forse un passatempo? Le giornate son così lunghe e così vuote, in mezzo all’Oceano!

Restammo dunque intesi che la discussione su «Amleto» sarebbe fatta la sera, nel salone superiore. La colazione era terminata, e la siesta, necessario ristoro a chi naviga i mari dei tropici — quel giorno a mezzodì eravamo giunti a 23 gradi e 53 minuti di latitudine meridionale, a 39 gradi e 49 minuti di longitudine occidentale — ci disperse poi tutti nelle cabine. Non uscii sul ponte di passeggiata, che tra le quattro e le cinque; e uscendo, a sinistra della porta, tra questa e la scaletta per cui si saliva al ponte superiore, vidi seduti in cerchio, su sedie, seggioloni e seggioline, sette od otto passeggeri: i due mercanti astigiani; un dottore italiano di San Paolo con la signora, che ripatriavano; una bella genovese, alta e bruna, con due occhi neri, fulgidi, ombreggiati da folte sopraciglia, che andava a Genova per mostrare ai suoi genitori due sue creature natele a Buenos-Aires; parecchie altre signore. Tacevano, guardando tutti verso la scaletta, come aspettassero qualcuno: a un tratto, difatti, una signora scese rapida, sorridendo, fece col capo cenno di sì; e subito la genovese si levò e svelta anch’essa salì a sua volta in punta di piedi là donde l’altra era discesa. Ridiscese anch’essa dopo un minuto o due, e subito un’altra infilò la scala.

— Che vanno a far lassù, queste curiose? — mi chiesi.

Salii, e subito capii: verso prua, oltre le quattro barche issate sui parapetti, la signora Feldmann leggeva, distesa sopra un seggiolone a sdraio; e una dopo l’altra le signore salivano a vederla, le passavano accanto con quel fare impacciato proprio di chi si sforza di parere disinvolto, sbirciandola; e ritornavano poi alla scala girando intorno alle cabine sull’altro fianco della nave. Appoggiato al parapetto, tra due barche, guardai due o tre curiose passare; poi andai a salutare la signora, che non avevo ancora veduta in quel giorno. Al mio avvicinarsi, essa depose il libro sulle ginocchia, posandoci sopra la mano coperta di grosse gemme; alzò il capo e sorrise.... Ma io credetti, lì per lì, di non riconoscerla! Era pallida, invecchiata e quasi appassita. Seguendo storditamente il primo moto del pensiero, le domandai se fosse stata indisposta.

— «J’ai donc une mine affreuse, aujourd’hui?» — mi domandò pronta, con un sorriso malizioso.

Capii che essa si era di nuovo specchiata nel mio pensiero: tentai di riparar lo sbaglio con qualche complimento: aggiunsi che di solito il mare era poco amico delle signore.

— Io? — mi rispose. — Ma io non sto mai così bene come a bordo di un transatlantico. Ero fatta per correre i mari, io....

Mi sedei sulla panca vicina; incominciammo a discorrere, come si suole, un po’ a caso, del tempo, della navigazione, del vapore.

— È la prima volta che viaggio in un vapore così piccolo e lento, — essa mi disse, con disinvoltura e con garbo, come era necessario per avvertirmi subito che essa, nel mondo, di solito, stava più su dei suoi compagni di viaggio, ma senza parer di essere troppo infastidita da quella discesa, momentanea del resto. — Non si sta male, però — soggiunse. — I servitori sono educati e zelanti, la cucina è buona....

Passammo così a ragionare del mio viaggio nell’America meridionale; poi venimmo alla conversazione della sera precedente.

— Quante sciocchezze ha dette quel signore.... come si chiama? — essa disse con tono risoluto. — Sono proprio le stesse cose che ho sentite ripetere per ventidue anni da mio marito!

Che quella giovane signora — o che tale pareva — denunciasse spensieratamente ventidue anni di matrimonio, era cosa da meravigliarsene chi si sia: questa volta però non battei ciglio: osservai solo che simili discorsi si udivano di solito in bocca ad Europei arricchiti e non ad Americani.

— Ma mio marito — rispose — è europeo come me. È nato a Varsavia.

E mi domandò anzi se non l’avevo conosciuto a New-York. Le risposi che sì; che l’avevo conosciuto ad un pranzo, come tanti altri grandi finanzieri di New-York: come lo Schiff che aveva preso parte alla colazione del City Club; come Isacco Seligmann e Giacomo Speyer che avevano assistito al pranzo della Columbia University. La signora mi guardò in faccia con occhi più ridenti del consueto, quasi illuminati da una improvvisa vampa di interna allegria; e:

— «Ils sont drôles, n’est ce pas, les Américains? Quels barbares!» — mi disse. — Fanno a un pranzo una insalata di scienziati e banchieri, con una disinvoltura....

E si mise a ridere. Protestai non esser partigiano del divorzio tra il denaro e la cultura; e che perciò non ci vedevo alcun male: anzi.... Ma fece le boccuccie e con una mossa di grazioso disdegno protestò che banchieri e finanzieri eran la più tediosa gente da lei conosciuta. Non battei ciglio neppur questa volta, ma cresceva in me la sorpresa. Spregiar così, figlia e moglie di banchieri, la propria gente!

— Ho capito: — dissi — lei appartiene a quella scuola di Europei che considerano gli Americani come dei barbari, suo marito a quell’altra, che li ammira come il superpopolo.

E risolutamente difesi l’America. Dissi che a New-York, a Washington, a Filadelfia, a Boston avevo conosciuto una aristocrazia che tale poteva dirsi non per i titoli ma per le virtù: per l’educazione, per la signorile semplicità, per l’amore della cultura e il fervore delle aspirazioni disinteressate. Aggiunsi che a quella aristocrazia avrei piuttosto apposto a difetto il soverchio e talvolta chimerico fervore di queste aspirazioni, una certa timidezza e quel suo troppo grande rispetto della cultura e dell’Europa, per cui tra le idee che vengono dal vecchio mondo, l’America non si decide e quasi non osa di scegliere; se le piglia tutte, e quindi ne piglia troppe.... Conchiusi che, fosse effetto del protestantesimo radicale o della filosofia del secolo XVIII o di qualche altra ignota causa, l’America mi era parsa piuttosto, per certi rispetti, un paese mistico: ad ogni modo più mistico dell’Europa, di sicuro.

Mi aspettavo chi sa quante obiezioni e proteste; invece:

— È vero — rispose tranquillamente, come udisse cosa da lei sempre pensata e come le fosse uscito per intero di mente quel che aveva detto pochi minuti prima. — In America ci sono degli uomini deliziosi. Le donne mi piacciono meno.... Ho alcuni amici laggiù, di cui non saprei trovare il paragone tra i miei amici di Europa.

— E allora, — risposi, — di che si lagna? E perchè mi bistratta a quel modo gli Americani? Che le hanno fatto?

— Ma non mi hanno fatto nessun male: anzi!... — rispose. — Gli anni più felici della mia vita li ho passati in America....

— A che età è andata in America? — interruppi insidiosamente.

— Quando mi sono sposata, — rispose pronta, preferendo, come gli antichi, misurare il tempo con gli eventi anzichè dall’anno della salute di Nostro Signore. E continuò: — Sarei proprio un’ingrata se mi lagnassi dell’America e degli Americani. E non mi lagno....

— Un pochino, direi, però, — obiettai.

— Perchè osservo negli Americani certi difetti? Ma ne abbiamo tutti. Non pretenderà mica anche lei che gli Americani siano perfetti.

— Mi par però che me li tratti di barbari o quasi. Non le pare un difettaccio, dirò così, piuttosto grave?...

— «Pour des barbares, il est bien sûr qu’ils le sont....», — rispose ergendo il busto, guardandomi in faccia e piegando ad anfora le belle braccia sul capo, per riassettare con le svelte dita i pettini sopra la corona dei capelli, con il tono sicuro e naturale di chi dice cosa evidente di per sè. — Ma non ha visto lei come guastano le cose più belle?

E tacque, intenta a domare l’ultimo dei pettini, che resisteva alla pressione delle piccole dita.

— Per esempio? — dissi io.

— Per esempio, il Metropolitan; — rispose, ripigliando in mano il lavoro. — È un bel teatro; gli spettacoli sono magnifici.... Ma ecco, ad un tratto, bisogna infilare in fretta gli ermellini e le pelliccie, ravvolgersi la testa nella sciarpa, impugnare gli strascichi; e giù di corsa, per gli anditi angusti e le scalette ripide, sin nella trivialità di Broadway; a cercare affannosamente sui marciapiedi sudici, tra i cocchieri e gli chauffeurs che vociano, la propria vettura....

L’interruppi, osservando che il non aver edificato in New-York un teatro monumentale, non era ragione sufficiente a definir barbaro un popolo che aveva fatte tante grandi cose, sopra un così vasto continente.

— Ma tutta l’America — replicò — rassomiglia a una rappresentazione del Metropolitan, e all’architettura di New-York. Disordine babelico dappertutto; non una sfumatura, mai; trapassi sempre bruschi, repentini, violenti che rimescolerebbero il sangue anche ad un elefante. Ma non sentono dunque che cosa sia una stonatura, questi Americani?

L’osservazione, anche se espressa con forma un po’ bizzarra, non era sciocca. Non volendo però darle ragione, rammentai scherzando alla signora i discorsi fatti la sera precedente.

— Ma ieri sera anche lei ha udita, signora, la nuova parola dei tempi. L’America è lo specchio della giovinezza del mondo....

Tacque un momento, poi con forza, quasi con ira:

— Ho incontrati nella vita pochi uomini che mi siano più antipatici di quel.... Come si chiama? Chi è? E antipatico anche a lei, spero. Che villano rifatto! Ha osservato come veste?

E scoppiò in una fragorosa risata! Confessai che non ci avevo badato: parermi però che l’Alverighi di solito vestisse con eleganza.

— Ma non ha visto, ieri sera? — incalzò subito. — Aveva un tait nero e un gilet grigio incensurabili; e poi e poi.... un paio di calzoni turchino scuri....

E rise di nuovo. Mi strinsi nelle spalle e un po’ sarcasticamente:

— Badi, signora, che un giorno non le chieda in nome di quale autorità lei vuole impedirgli di appaiare il nero, il grigio e il turchino. Se però le dà fastidio il sentirlo, ho il dispiacere di dirle che parlerà ancora, e molto. Ieri sera ci ha demolito Parigi, la tragedia e la scultura greca; questa sera tocca a Shakespeare....

— Un americano difenderà dunque l’arte della vecchia Europa contro un europeo? — conchiuse, quando le ebbi raccontato quel che si era combinato a colazione. — Ma non importa: voglio assistere alla discussione; mi servirà, se non altro, come esercizio di italiano.

Ragionammo ancora un poco; poi la salutai. Sull’altro fianco della nave, quasi interamente sdraiato sopra un seggiolone, come sopra un letto, stava l’Alverighi, anche egli intento a leggere un libro. Per terra, a destra e a sinistra, parecchi libri giacevano alla rinfusa. Mi trattenni un poco con lui, e vedendo che leggeva «Amleto» in una edizione inglese; ed aveva per terra a portata di mano la traduzione del Rusconi:

— Si prepara per questa sera? — gli dissi.

Raccattai da terra un dopo l’altro i libri che giacevano intorno a lui: erano la «Patria lontana» di Enrico Corradini, il «Libro di Versi» di Olindo Malagodi, l’«Evolution creatrice» del Bergson, le «Vues d’Amerique» di Paul Adam, il «Volonté et Liberté» del Lutoslawski. Osservai pure che questi libri erano gualciti, come se fossero stati molto maneggiati; ma che nel tempo stesso di nessuno tutte le carte erano state tagliate. Chiacchierai un poco con lui; poi gingillai sino all’ora del pranzo, scherzando ironicamente con gli altri amici sull’imminente macello di «Amleto» e pensando ogni tanto alla signora, alla vivacità e alle contradizioni dei suoi discorsi, a quella sua maniera di trattare cordiale e graziosa, a quel tono spigliato e sicuro, serio e frivolo nel tempo stesso, con cui parlava.

E quando finalmente la sera, in ritardo come al solito, la signora Feldmann venne alla mensa, indossando un altro abito di gala non meno sfarzoso ma questa volta tutto nero — cosicchè sul nero del tronco le spalle e il collo nudi abbagliavan più candidi — tutta la sala si volse a guardarla, ma con un movimento di occhi e di spirito diverso. Non si chiese già, stupita, come la sera precedente: «Chi è costei?» ma giuliva e ammirante sussurrò: «Eccola, finalmente!» I camerieri le stavan d’attorno in tre o quattro, non perdendola mai d’occhio un istante; tutti, anche l’Alverighi, le parlavano con un tono di ossequiosa premura: ed essa ascoltava, rispondeva, sorrideva, volgeva dall’uno all’altro dei convitati i begli occhi dorati, allegra e vivace come la sera precedente. Di nuovo era ringiovanita! Parlammo, come è naturale, della discussione imminente.

— È pronto lei? — avevamo chiesto, la signora ed io, al Cavalcanti, raccomandandogli di difendere bene Shakespeare contro i «barbari» dell’America.

Scherzammo un po’ intorno all’imminente discussione; si ragionò poi di cose di poco momento; sinchè, un po’ repentinamente, la signora Feldmann mi domandò se davvero negli Stati Uniti il marito possa fare divorzio all’insaputa della moglie, senza neppure avvertirla. Durante il mio soggiorno in America, il signor Gilder, allora direttore del «Putnam’s Magazine», mi aveva ragionato a lungo di questo argomento: ero quindi in grado di rispondere seriamente a questa domanda: ma siccome l’argomento si prestava, mi venne l’idea di sbizzarrirmi un po’ in paradossi ed esagerazioni.

— Altro che, se è possibile! — dissi. — L’America del Nord è la terra promessa dei mariti scapati. Mi ricordo, a bordo del «Savoie», un giorno, ho sentito dal mio lettuccio due emigranti che parlavano fuori, sul ponte, proprio sotto il finestrino della mia cabina. Uno era croato l’altro veneto; parlavano italiano, dunque, e il croato, un emigrante incallito, diceva all’altro che era un novizio: «Gran paese l’America! Ci si piglian tante mogli quante uno vuole!»

La signora sorrise e non disse nulla: invece l’ammiraglio:

— Ma non è possibile, — esclamò risentito. — In un paese civile....

— È invece una cosa semplicissima, — risposi con l’aria più candida. — Molti Stati permettono di chiedere il divorzio, se l’altro coniuge dimora in un altro Stato, con quello che nel diritto americano si chiama il «constructive service», cioè senza citazione personale, come si trattasse di un processo «in rem o quasi in rem» e non «in personam»: basta, per esempio, pubblicare la citazione nei giornali del luogo. Orbene: se la moglie risiede in un altro Stato o all’estero, il marito cita la moglie per via dei giornali; la moglie naturalmente non li legge; al giorno stabilito il marito comparisce solo soletto innanzi al Tribunale, ottiene la sentenza, e....

— Ma c’è una cosa al mondo più personale dello stato civile? — protestò l’ammiraglio.

— Lei dimentica — risposi — che l’America del Nord è una federazione di Stati. Imposta la citazione personale, il coniuge offeso dovrebbe citare il coniuge colpevole innanzi alla corte dello Stato dove costui risiede; il che vuol dire che il coniuge colpevole, mutando residenza, potrebbe scegliersi lo Stato e la legge sui divorzio più favorevole. Per evitare questo scoglio....

— Sono andati a dar di cozzo in quell’altro! Un bel guadagno! — interruppe brusco l’ammiraglio.

— Ammiraglio, — risposi — le leggi si possono paragonare ad automobili, che vanno per strade tortuosissime; guai se a certe voltate corressero difilate! Rovescerebbero! Del resto, si consoli. La suprema corte di Washington a riconoscere esplicitamente il divorzio come una procedura «in rem», non ci si è decisa mai. Anzi una volta, credo, ha affermato di non riconoscerla per tale. Ma poi, posto il principio, non ha osato trarne le conseguenze logiche; e allora c’è chi dice che, in forza di quella sentenza, i divorzi fatti con il «constructive service» non sono validi in tutta l’unione, ma solo nello Stato in cui la sentenza fu pronunciata. Cosicchè accadrebbe questo: che divorziati quando sono nello Stato, lui e lei ridiventano marito e moglie quando ne escono. Nello Stato ambedue possono sposarsi di nuovo; ma se escono dolio Stato ciascuno con il nuovo legittimo coniuge, commettono adulterio con lui, appena varcato il confine, se vanno per esempio da New-York a Filadelfia, che son distanti, come lei sa, due ore di ferrovia. Se uno dei coniugi, poniamo la moglie, abbandona lo Stato, il marito rimanendo nello Stato continua ad essere scapolo, ma viceversa ha una moglie; e la moglie, ridiventata tale, non ha marito, perchè lui è sempre divorziato. Insomma c’è una moglie senza marito e uno scapolo con moglie....

— Ma questo è un manicomio! — protestò l’ammiraglio.

— È il diritto! — risposi.

La signora aveva ascoltato questo discorso in silenzio, sorridendo come al solito, non però nel solito modo, tutta lampi vivi e scoppi schietti di allegria, ma con una insistenza immobile delle labbra che mi parve quasi sforzata ed assente. Ma i servi incominciavano a sparecchiare: l’Alverighi e il Cavalcanti uscirono, per fumare un sigaro sul ponte, prima di incominciare la discussione: uscirono anche l’ammiraglio e la signora, parlando sottovoce tra loro. Eravamo intesi che ci troveremmo nel salone superiore alle nove. Alle nove infatti, scherzando e sorridendo sulla sorte del sempre sventurato «Amleto», salivamo tutti, anche la Gina, che, sentendosi bene, voleva ascoltare la discussione, al salone superiore, piccolo, basso, roseo, elegante, scricchiolante e tremolante con la gran mole su cui posava. Non so chi aveva disposto intorno ad un tavolo, a semicerchio, parecchie sedie, e nel mezzo, di fronte proprio al tavolo, una poltrona: questa fu assegnata, senza discussione, alla signora Feldmann: — «Συνἐδριον κατασκευἀσωμεν», come dice Platone, — mormorò il Rosetti: ci sedemmo tutti a caso, con un sussiego di serietà non scevro di qualche ironia; e quando ebbe ottenuto il necessario silenzio, il barbaro, l’Alverighi, al tavolo, con dinanzi aperto il volume, incominciò a parlare.

V.

— Tanto per cominciare, la prima scena è inutile. Provatevi a leggere la tragedia saltandola, e vedrete! Ma che bisogno c’era di far apparire nella prima scena lo spettro a Orazio, a Marcello e a Bernardo, se questi subito dopo, nella seconda, raccontano la apparizione ad Amleto? La prima scena è inutile, non solo; ma indebolisce la scena capitale dell’atto, quella in cui lo spettro del padre apparisce ad Amleto: perchè lo spettatore lo ha già visto, il terribile fantasma....

E si fermò un istante, guardando il Cavalcanti, come per aspettare se obiettasse. Ma il Cavalcanti tacque.

— La seconda scena, invece, mi piace — proseguì l’Alverighi. — Il re fa una bella parlata agli ambasciatori che spedisce in Norvegia; poi Laerte domanda licenza di ripartire per Parigi: indi il re e la regina si rivolgono ad Amleto che assiste all’udienza vestito a lutto, taciturno e cupo. Amleto entra in iscena bene, con un pezzo di vigorosa poesia:

Seems, madame! Nay, it is: I know not seems....

e poi nel monologo:

O! that this too too solid flesh would melt.

Sebbene le imagini con cui Amleto esprime il suo dolore siano tutte strambe, contorte, barocche, di pessimo gusto, appestate dal più brutto secentismo....

E ascese questa progressione retorica di aggettivi, alzando la voce ad ogni scalino e guardando di nuovo il Cavalcanti, che neppur questa volta si mosse.

— Orazio, Marcello, Bernardo, — continuò, — raccontano l’apparizione ad Amleto; e Amleto vuol parlare allo spettro. Arriviamo senza inciampi alla terza scena; è una scena secondaria che dovrebbe preparare i futuri episodi d’amore: Laerte prima e Polonio poi parlano ad Ofelia dell’amore di Amleto avvertendola di stare all’erta. Possiamo sorvolare. Ma eccoci alla scena quarta e qui ricominciano i guai. Amleto, Orazio, Marcello arrivano sugli spalti per aspettare lo spettro: nel vicino castello squillano trombe e tuonano cannoni: il re gozzoviglia.... E Amleto allora che fa? Fa una lunga tirata sull’intemperanza e sui vizi degli uomini.... Ben collocata, davvero. Me lo spieghi lei, di grazia, signor Cavalcanti, se Shakespeare è un insuperabile pittore di anime: per qual ragione Amleto fa proprio in questo momento questa predica al colto e all’inclita? Non aveva altro di meglio da fare?

Ma anche interrogato per nome, il Cavalcanti tacque.

— Le par che fosse il momento quello, per il poeta, — insistè l’altro — di voltare il suo loquace burattino verso il pubblico e di mettergli in bocca questa cicalata proprio nel momento in cui Amleto dovrebbe aspettare, con l’anima carica di dubbii angosciosi, l’ombra del padre ucciso? L’avrebbe fatto parlar così, lei, in un suo dramma? Mi risponda di grazia: sì o no?

Se il Cavalcanti amava meglio, anzichè discutere, assistere allo spettacolo interessante delle altrui discussioni, sapeva tuttavia, quando occorreva, — era un diplomatico, non dimentichiamolo — argomentare sottilmente in contrasto. E allora incominciò, non potendo più senza scortesia opporre il silenzio a quelle aperte domande forse anche sentendo, come tutti l’avevamo sentito ai primi colpi risoluti di quella critica violenta ma non sciocca, che la discussione era seria quanto bastava perchè non si potesse volgerla in burla, come avevamo fatto sino allora, almeno nel nostro pensiero. Ma parlò da principio come chi è sforzato mal suo grado.

— Amleto — egli disse — non è un uomo come lei e come me.... È uno spirito vagabondo e fantastico.... Si abbandona ai suoi pensieri e questi lo sospingono qua e là.... Dice quel che pensa così.... come gli viene in mente; ma non ragiona mai a filo di logica....

— Ma ragiona o sragiona? — ribattè pronto l’Alverighi. — Lei esita? Perchè di qui non si scappa; o ragiona....

— Ragiona, sragionando — interruppe, brusco, il Cavalcanti, come chi si decide a saltare un fosso che gli attraversa la via. — Sembra, che divaghi, eppure un nesso in tutto quello che dice, c’è; nascosto, ma c’è; solamente non è facile scoprirlo....

L’Alverighi sorrise ironico.

— Un nesso che c’è e non si vede! Sarà: ma non capisco. A ogni modo ritorneremo sulla questione tra poco.... a proposito della pazzia. Sulla fine dell’atto non ho niente da ridire; la scena dello spettro è potente. Atto secondo: Amleto incomincia a simular la follia. Poichè Amleto si finge pazzo: su questo punto almeno saremo d’accordo, spero?

— Sì e no — rispose con una certa esitanza il Cavalcanti.

— Come? sì e no? — interruppe impetuoso l’Alverighi. — Ma se Amleto stesso dice a più riprese agli amici e lo ripete alla madre, che finge? E poi come va che questo personaggio tanto vivo e tanto vero non si sa poi nemmeno con sicurezza se sia pazzo o no....

— Il carattere di Amleto — rispose il Cavalcanti un po’ impacciato — è complesso e profondo, e perciò anche involuto ed oscuro. Chi ne intende una parte e chi un’altra; e quindi ognuno può farsene un suo concetto. Per questa ragione appunto piace, interessa, attira tanti.... E poi i simulatori della follia sono sempre un po’ pazzi davvero. È cosa dimostrata, ormai. Il genio di Shakespeare ha divinato....

Ma l’Alverighi, che già mentre il Cavalcanti parlava, aveva incominciato a far dei segni di diniego impazienti:

— Ma che dice, ma che dice! — interruppe alla fine. — Shakespeare sarebbe allora anche un precursore di Cesare Lombroso? E perchè no, del telegrafo e dell’areoplano? Anche questo ci aspettiamo un giorno o l’altro, da lor signori, ammiratori di Shakespeare. Vuol sapere che cosa è questo profondo carattere di Amleto e la sua pazzia? Glielo dirò io. Il carattere di Amleto è un pasticcio fatto di cose diverse e incompatibili l’una con l’altra; e la pazzia un rottame dimenticato in mezzo al dramma per negligenza. Lei sa che Shakespeare ha tratto il suo dramma da Saxo Gramaticus. Ha letto mai, lei, Saxo Gramaticus? Ebbene lo legga: vedrà che Amleto è bambino, quando suo padre è ucciso: e quindi il suo racconto si capisce, è chiaro, è logico, è umano. Lo zio usurpa al fanciullo il potere; Amleto è trasportato da amici del padre in un lontano castello; cresce, sa che lo zio lo tien d’occhio, e per ciò si finge scemo: scemo, non pazzo: per rassicurare l’usurpatore, che non rivendicherà un giorno il trono; per salvare la pelle sua e vendicar quella del padre.... La successione al trono insomma è la ragione per cui Amleto fa le viste di essere idiota.... e sfido chiunque a dimostrare che questa ragione non sia ragionevole. Ma ecco sopraggiunge un genio sovrano, il principe dei poeti, uno spirito universale e caccia le mani nel vecchio racconto.... Gesummaria, che disastro! Mi fa ammazzare il padre, quando Amleto è già un uomo; e tutto il dramma, così semplice e umano del cronista, diventa un rebus indecifrabile. Perchè il re non è Amleto invece dello zio? Tolta di mezzo la lotta per la successione, a cui il poeta non accenna mai, anche la simulata follia doveva sparire; invece è rimasta: perchè? Probabilmente perchè si prestava a scene bizzarre che facessero smascellar dalle risa il popolaccio della platea, come lo spettro gli faceva venire la pelle d’oca. E per questo Shakespeare l’ha fatto comparire e ricomparir sulla scena....

L’Alverighi parlava ad ascoltatori ancora mal disposti, sebbene meno che da principio. Ma quando egli disse queste cose, sentimmo tutti che nessuno avrebbe saputo rispondergli. E nessuno infatti — nemmeno il Cavalcanti — rispose. L’Alverighi si godè un momento, roteando lo sguardo, la sua prima vittoria; poi continuò:

— Quanto al secondo atto io noterò solo che esso è composto di parecchie lunghe scene: la chiacchierata con Polonio, in cui Amleto fa il matto, la conversazione con Rosencrantz e Guildenstern, la lunga discorsa con i comici. Ma di tutte queste scene la ragione non si capisce che all’ultimo momento, nel monologo finale, quando Amleto accusa sè stesso di non saper agire; e dichiara di voler finalmente far qualche cosa per scoprire il vero. Insomma la situazione è questa: Amleto è perplesso: non sa se lo spettro gli abbia raccontato il vero: come accertarsi che quella apparizione non sia una insidia del demonio? E ricorre all’astuzia degli attori. Benissimo! Questa è materia tragica davvero. Che atto meraviglioso poteva darci un poeta grande davvero, che avesse annunciata prima, e poi, a poco a poco, colorita e svolta questa situazione! Il divino Shakespeare invece ha trovato il modo di guastar tutto: la situazione non apparisce agli occhi del lettore che alla fine dell’atto: e appena apparisce è già subito risoluta in pochi versi, che cascano insieme con il sipario sul capo del lettore e dello spettatore, come una mazzata! Dagliela come viene, dicono a Roma! Ed eccoci al terzo atto — proseguì sfogliando rapidamente molte pagine del libro.

Ma a questo punto mi parve di sentire oscillar leggermente la sedia. Guardai le tende delle finestre; ondeggiavano come il vento le movesse, sebbene tutte le finestre fossero chiuse. Il vapore entrava in mare mosso.

— Il re, la regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern — proseguiva intanto l’avvocato, — confabulano intorno alla follia di Amleto. Si decide di tentar la prova di Ofelia. Tutti escono, fuori che Ofelia. Amleto entra, pronunciando il famoso monologo: «To be or not to be». Bellissima disquisizione filosofica intorno al suicidio, non c’è che dire: ma io sarei molto curioso di sapere per qual ragione il poeta l’ha messa in bocca al suo personaggio proprio in questo punto. Per dipingerne la diuturna malinconia? Concedo che questa tesi si potrebbe sostenere. Al suicidio Amleto allude nel suo primo monologo (e l’Alverighi sfogliò a ritroso il libro):

Or that the Everlasting had not fix’d

His canon ’gainst self-slaughter....

Ma allora questo tremendo pensiero dovrebbe ritornare ogni tanto, nei discorsi, se è sempre lì, presente allo spirito. Invece, dopo il primo accenno e dopo questa dissertazione, silenzio completo.... Dunque anche questo è un lampo che illumina all’improvviso, per un momento, la tragedia; e poi, buona notte! Insomma Amleto si ricorda di esser lui ogni tanto; e qualche volta anche, smemorato come è, si sbaglia: ed è un altro. Del resto, se saltiamo per un momento la famosa scena della rappresentazione, un altro esempio curioso della mania che hanno tutti i personaggi di Shakespeare di filosofare a vanvera, ce lo somministra il re. Dopo la rappresentazione questa perla di re delibera di far la festa a Amleto e ne dà l’ordine: dopo la qual bellissima pensata, si sente preso a un tratto dalla tenerezza e vuol pregare: ma non può, poverino, chè si sente sullo stomaco quel peccataccio del fratricidio, e rammarica di averlo commesso, e si dispera di non sentirsene pentito: poi per consolarsi trangugia anche lui una buona pozione di filosofia; e disserta sulla preghiera, sul rimorso, sulla incorruttibile giustizia di Dio: sinchè si decide a pregare, sperando consolazione e conforto. Intanto i suoi sgherri si preparano a uccidere Amleto: a questo altro peccatuccio, il re non ci pensa neppure, nei suoi pentimenti, perchè se lui si pentiva anche di questo, come faceva a terminare il suo dramma il divino William?

Ma questo ultimo strazio di una opera d’arte a lui cara ebbe la virtù di risvegliare finalmente nel Cavalcanti il sonnecchiante dialettico.

— Ma no, ma no, — disse con un accento insolitamente concitato — non è così che si fa la critica di un capolavoro. Lei applica ad Amleto le regole della poetica di Aristotele, i canoni della tragedia greca. Secondo Aristotele, lo so, le tragedie di Shakespeare apparterrebbero al genere peggiore, l’episodico, come Aristotele lo chiama: ma io protesto che è arbitrario e prepotente applicare i canoni fatti per un’arte ad un’altra, posteriore, diversa, maturata in altro tempo. No: l’arte non è una sola, mai: prende forme diverse: muta di continuo: è antichissima e sempre nuova. Ci fu il dramma greco; ebbe le sue regole; voleva unità d’azione, semplicità di intrecci, rapidità di svolgimenti, graduazione di effetti, proporzione di parti.... E dei caratteri semplici, evidenti, perspicui, da vederci attraverso come a un cristallo. Ma perchè abbiamo la fortuna di possedere dei capolavori immortali in questo genere d’arte, non ci sarà arte fuori di quei capolavori? Shakespeare descrive le passioni violente, i caratteri squilibrati, le anime barcollanti nella sublime vertigine dell’infinito. Tutti quelli che lei chiama difetti, bisogna considerarli da questo punto di vista, e allora son pregi, e che pregi! Sicuro: le sue imagini sono spesso contorte e strane, ma perchè egli vuol dipingere stati d’animo convulsi e tempestosi. Lei dice che nel secondo atto la situazione è risoluta ad un tratto, in pochi versi, alla fine, senza preparazione adeguata; ma certo, perchè tale per l’appunto è l’arte di Shakespeare: non ha sfumature: scoppia ogni tanto in un gran lampo improvviso che sfolgora in grembo all’infinito e si spegne; è pieno di sorprese e sussulti....

— Come l’America, — pensai, ricordando i discorsi della signora.

— Il poeta che vuol dipingere le grandi bufere dell’anima — continuava il Cavalcanti — non può scrivere come Virgilio o come Racine. La prima scena del primo atto è inutile, dice lei; anzi all’opposto: il lettore ha già visto lo spettro, ha già tremato e quindi aspetta con ansia maggiore che lo spettro ricomparisca, non più a degli estranei ma al figlio. In un dramma greco questa scena sarebbe ridondante, siam d’accordo: ma in un’arte come quella di Shakespeare la ridondanza è necessaria; non è un difetto, è un pregio. Lei dice che i personaggi ragionano a vanvera.... E quante volte non ragioniamo noi a vanvera nella vita? Nella vita c’è forse solo l’ordine, la simmetria, la pace, la misura? No: c’è anche il turbine, la guerra, il caos, la montagna, il ghiacciaio.... Non lo dimentichi; l’ammirazione di Shakespeare si è diffusa insieme con la passione dell’alpinismo e non per caso!

Non avevo mai sentito il dolce Cavalcanti parlar con tanta foga. L’ultima parte però del suo discorso non era stata ascoltata con attenzione così piena come la prima; perchè il pubblico incominciava a sentir le oscillazioni della nave, a agitarsi e a distrarsi. Mi domandai un momento se le ondate del mare non spazzerebbero via, dal salone, tra poco, filosofia e filosofanti. L’Alverighi intanto che, strano a dirsi, aveva ascoltato questo discorso sorridendo con palese compiacimento, chiuse il libro che aveva innanzi, lo gettò in disparte, e:

— Alla fine! — esclamò. — Ce n’è voluto: ma ci siamo. Benissimo! Lei ha ripetuto a proposito di Shakespeare proprio quello che io avevo detto di New-York. Se ne ricorda? Che la natura non è fatta a squadra: e che perciò lo sproporzionato, l’ineguale, il violento possono e debbono essere ragione di bellezza, come sono forza della vita.... New-York è a petto delle architetture classiche proprio ciò che Shakespeare è a petto di Sofocle. Non si potrebbe ammirar l’uno e spregiar l’altra senza peccare di incoerenza. Quindi quando lei mi obiettò che l’armonia, la proporzione....

Ma il Cavalcanti non lo lasciò continuare.

— Adagio! Lei corre troppo! — interruppe reciso. — Chi nega che ci sia un’anima di nuova bellezza anche nel disordine selvaggio di New-York? Io no. Ma io non voglio per questo negare, come fa lei, la bellezza delle vecchie città dell’Europa. Per questa via non la seguo. La bellezza non è una sola; è multiforme; anzi è una cosa infinita. Io penso che lo spirito umano è capace di creare infinite bellezze; e perciò non bisogna imporgli condizioni, barriere, restrizioni o regole arbitrarie; ma sforzarsi invece di acquistare una infinita capacità di capire e ammirare, come infinita è la capacità di creare. Io ammiro Sofocle e Shakespeare, Shakespeare e Molière, Rossini e Wagner, senza sforzo, anzi raddoppiandomi dall’uno all’altro il piacere. Lei sorride? Lo so: noi Americani saremmo i provinciali della cultura moderna, perchè restiamo così, a bocca aperta, dinanzi a ogni cosa bella. Ebbene vi dirò allora che in questo almeno gli Europei avrebbero molto, ma molto da imparare da noi. Io venero l’Europa come madre e maestra: ma non capisco perchè essa si ostini a voler empire di discordie e di guerra anche le regioni dei cieli, anche l’eterna serenità dell’Olimpo.... Per qual ragione non può essa affermare o ammirare una verità o una bellezza senza negarne o spregiarne un’altra? Come accade che ogni scienziato, filosofo, letterato o artista che sia, nel vecchio mondo, appena gusta i frutti dell’albero sacro, si crede l’unico; e smania di fare il deserto intorno a sè; e vuol dondolarsi nell’infinito, da solo, a cavalcioni del piccolo frammento del tutto che è suo; e diventa un dio iroso e crudele, che cerca di annientare e nega tutto ciò che è fuori di lui: il potere, di cui non fa parte; la ricchezza, se non la possiede; la tradizione, se è un uomo nuovo; la scienza, se è un artista o un filosofo; la filosofia e l’arte, se è uno scienziato; la giovinezza, quando è vecchio: il futuro, poichè egli vive nel presente? Perchè laggiù ogni ingegno, appena è fatto adulto, vuol provare a sè e agli altri la sua forza nascente, facendo una strage? Precipitarsi su quanti accanto a lui lavorano lo stesso campo, come su nemici mortali? Assalire le dottrine tutte che divergono dalle proprie, le scuole a cui non è ascritto, le tendenze da cui dissente, come se la varietà fosse un pericolo mortale nel regno del pensiero e della bellezza? No: noi Americani pensiamo che la verità è un tesoro nascosto, come l’oro della Vecchia Montagna che abbiamo visitata con l’amico Ferrero, nella dura roccia della ignoranza; che ogni uomo non può raccoglierne se non qualche pagliuzza con fatica infinita: perchè dunque rischiare di perdere l’oro, per rissare intorno al miglior modo di estrarlo, come voi fate? Noi vogliamo che lo spirito umano adorni il mondo con quanta maggiore bellezza può; e troppo della bellezza rispettiamo ogni forma — diteci pur barbari per questo, o orgogliosi Europei — per non sentirci tenuti a lasciar tutte le arti e tutte le opere del genio umano esser belle a modo loro; per osar di sforzarle a una bellezza impossibile e di nostro capriccio. Se questa è barbarie, d’esser barbari noi siamo fieri, o uomini del vecchio mondo!

La filosofia aveva per un istante sedati i moti del mare. E tutti prorompemmo, Europei e Americani, in applausi e grida di bravo! Questo soffio di profondo, sincero, universale amore del vero e del bello, che spirava dall’America, dal Brasile, dalla città adagiata in grembo alla foresta vergine, ci aveva tutti commossi. Ma gli applausi e le grida avevano interrotta la conversazione; e due camerieri, che da qualche tempo aspettavano in disparte, ne approfittarono, per entrar nel circolo, posare sul tavolo dell’oratore due vassoi carichi di bicchieri e accingersi a cavare i turaccioli di parecchie bottiglie di Champagne. Chi offriva era il signor Vazquez, un amico dell’Alverighi che viaggiava con lui. Era costui un uomo di cinquanta anni, piccolo e grassoccio; e apparteneva a quel ceto di ricchi possidenti argentini, intelligenti, industriosi, intraprendenti, che l’Europa così poco conosce e che da mezzo secolo, prevalendosi abilmente della copiosa immigrazione e del rincaro delle terre, vanno gettando un mantello di floride coltivazioni sull’immenso corpo della repubblica, ancor quasi ignudo mezzo secolo fa. Il Vazquez nella provincia di Mendoza possedeva terre accanto a quelle dell’Alverighi: e andava con lui in Europa per trovar mezzi a irrigarle e nel tempo stesso per tentare di aprire spacci di carne agghiacciata nei paesi dell’Europa continentale, che ancora si cibano di sola carne paesana. All’irrompere dei camerieri entro il nostro circolo parecchi si levarono in piedi; si alzò pure l’Alverighi e venne in mezzo a noi, mentre i camerieri incominciavano a mescere; ma lì fu subito aggredito di fronte, saettato da destra, bersagliato a sinistra.... La signora Feldmann gli dichiarò che aveva capito abbastanza bene, ma che la scena dello spettro, recitata da Mounet Sully alla Comédie Française, era meravigliosa; l’ammiraglio diceva che, a posto o fuori di posto, il famoso monologo era uno dei più bei squarci di poesia; la Gina difese Ofelia; il Cavalcanti cercò di spiegare con nuovi argomenti le contradizioni di Amleto.... E tutti parlavano con veemenza, quasi come chi ritorce un’offesa personale.

— L’ammirazione di Shakespeare è proprio ormai una religione universale — pensai.

Invano infatti il bersagliato critico cercava di rispondere a tutti, chè tutti parlavano ad una volta, l’uno troncando spesso con una nuova obiezione la risposta fatta all’altro. Stanco alla fine l’Alverighi si svincolò da quella ressa e voltosi al Vazquez alzò un poco il bicchiere che teneva in mano:

— È proprio squisito — dicendo in spagnuolo — questo vino.

Sorridendo il Vazquez mostrò di gradire il complimento: ma uno dei mercanti astigiani che, forse attratto dall’odore del vino, era comparso allora allora in mezzo a noi insieme con il dottore, rivolgendo il discorso in italiano all’Alverighi:

— È eccellente — concesse. — Non lo nego: io conosco però del Canelli che non ha nulla da invidiare a questo.... Lei non ci crede? Già, perchè è un vino italiano! Ma glielo vorrei servire con una fiammante etichetta francese....

— Tutti i popoli — disse con fare sprezzante l’Alverighi — vogliono ora fabbricar dello Champagne: anche gli Argentini! È il solo prodotto cattivo dell’agricoltura argentina.

— Insieme con la carne in gelo — aggiunse imprudentemente il dottore.

Non l’avesse mai detto! Chè subito il Vazquez e l’Alverighi protestarono la carne agghiacciata essere la migliore del mondo; e se ne accese una discussione, che in pochi minuti divampò furiosa. Anche Shakespeare fu messo in disparte! E chi sa quanto tempo la nuova discussione avrebbe durato, se per fortuna ed in buon momento, inflettendosi d’improvviso a babordo, la nave non avesse fatto barcollare i disputanti e ruzzolar dal tavolo sul pavimento due bicchieri. Al rumore che fecero i cristalli infrangendosi ci voltammo tutti; l’ammiraglio uscì per dare un’occhiata al tempo; il mercante astigiano e qualcun altro lo seguì; la signora Feldmann ritornò a sedersi; gli altri a poco a poco la imitarono, tranne l’Alverighi che rimase in piedi, appoggiato e mezzo seduto sul tavolo, con le braccia conserte; e dopochè l’ammiraglio ritornando ci ebbe annunciato che ne avremmo sino all’alba, la discussione ricominciò per iniziativa del Rosetti, che sino ad allora non aveva aperto bocca.

— Io desidererei sapere — egli disse — una cosa: se lei ammira, sì o no, «Amleto». Perchè questa è la sola cosa che non ho capita. Ieri lei ha sostenuto che New-York è la più bella città del mondo; questa sera ci dice che la sua architettura può essere raffrontata a un dramma shakespeariano; ma dopo aver fatto una critica spietata di questo dramma. Se «Amleto» è un brutto dramma, anche New-York dovrebbe essere una brutta città, mi pare....

Il Rosetti, che aveva davvero capita l’argomentazione dell’Alverighi, la colpiva in una congiuntura vitale. Ma l’Alverighi sorrise con un fare sicuro, come chi ha pronta la risposta:

— Benissimo, ci siamo — egli disse, incrociando le braccia. — Lei ha ragione: questo è il punto capitale. Il signor Cavalcanti cita come esempio l’americano che ammira le due forme opposte dell’arte, quando ci sono, mentre l’europeo ne ammira una e disprezza l’altra; io penso invece che ciascuno deve esser libero di far quel che gli piace: ammirarne una sola, tutte e due, nessuna. Ieri sera ho sostenuto che New-York è la più bella città del mondo, così, per spirito di contradizione: ma riconosco che chi voglia può sostener l’opposto con argomenti egualmente buoni.

E qui si volse al Cavalcanti.

— Io le chiesi ieri sera in nome di qual principio o criterio lei poteva affermare che New-York è brutta. Orbene: ci vuol poco a vedere che questo principio o criterio non c’è: che di un’opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, che è bella e che è brutta, che è un capolavoro ed un orrore. Per esempio: uno scrittore è limpido e chiaro? Se lo voglio vilipendere, lo accuserò di essere superficiale, dozzinale e giornalista. Uno scrittore è oscuro? Dirò che è profondo, trascendente, pieno di sensi arcani, se lo voglio ammirare. Viceversa: se un poeta, se un romanziere, se un musico profondo quanto l’Oceano che traversiamo, mi è a noia, chi mi potrà impedire di accusarlo di esser pesante, oscuro, involuto? Il carattere di Amleto è oscuro e contradditorio, dico io. Ma che!, mi risponde lei. È profondo. La prima scena di «Amleto» è superflua, io dicevo, anzi dannosa, perchè smorza l’effetto della scena seguente, in cui lo spettro del padre apparisce al figlio. Lei mi ha risposto: anzi l’accresce, preparandola: è quindi necessaria. L’ultima scena del secondo atto è difettosa, perchè, aggiungevo io, non è preparata. Anzi, mi ha replicato lei, perchè non preparata, sorprende e quindi commuove maggiormente il lettore. Nel ragionamento mio la preparazione una volta era un difetto e una volta un pregio: nel suo invece inversamente era un difetto e un pregio l’impreparazione. Ieri sera ci accapigliammo per New-York e Parigi, come stasera per «Amleto»: ma è chiaro che in tutte le arti, l’armonia della composizione, la studiata proporzione delle parti può esser tacciata di compassata freddezza: viceversa, un’arte impetuosa, traboccante, ineguale può esser giudicata barbarica, lutulenta, grossolana. Petrarca e Victor Hugo: Racine e Shakespeare: Parigi e New-York. Insomma chiunque abbia un po’ di cervello non è mai a corto di buone ragioni per dimostrare che quel che gli piace è bello e quel che gli dispiace è brutto. Ne vuole una ultima prova? Ho qui la traduzione dello Shakespeare fatta dal Rusconi; alla fine di ogni tragedia c’è il giudizio degli Schlegel: stia a sentir che cosa dicono di «Amleto».

— Roba vecchia, gli Schlegel! — interruppe il Cavalcanti. — Se lei cerca il vero Shakespeare negli Schlegel!

— Poco importa — replicò l’Alverighi. — Ogni critico che sopraggiunge crede di esser lui il primo a capire e a scoprire il suo autore; per me valgon tutti egualmente, cioè zero; ma in questo caso c’è un fatto che non è una opinione: ed è che gli Schlegel sono stati i grandi impresari della gloria di Shakespeare in Europa, un secolo fa. Stia dunque a sentire quel che dicono cotesti signori. «L’Amleto è unico nella sua specie: è la tragedia del pensiero. Ispirata da meditazioni profonde e non mai compiute» (cioè, direi io, senza capo nè coda) «sul destino umano e sulla buia confusione degli avvenimenti terrestri, essa eccita le medesime meditazioni nell’animo dello spettatore. Un’opera tanto difficile somiglia a quelle equazioni irrazionali che non si possono mai sciogliere, e in cui resta sempre una frazione di grandezza sconosciuta». Non esprimerebbe lo stesso pensiero, ma nella forma inversa, chi dicesse che la tragedia è spropositata, incomprensibile e assurda? Continuiamo. «Nessun pensatore che lo esamini potrà concordare interamente con quelli che lo precedettero nella sua maniera di considerare il senso di ciascuna parte e la loro congiuntura». In altre parole: oscurità e imprecisione. «Ciò che sopratutto deve recar meraviglia è, come un’opera, ove son tanti disegni nascosti e la cui base giace in tanta profondità, sembri fatta, a prima giunta, per piacere alle moltitudini». Un nemico direbbe che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna, lardellato a caso di tirate filosofiche. E lo dice anche il nostro critico, sul finire del giudizio, ma a modo di elogio, perchè a lui questo pasticcio indigesto di fattacci sanguinari e di filosofia fuori di posto, gli piace! «Il poeta si perde con il suo eroe in un labirinto di pensieri che non hanno nè capo nè fine, e il cielo medesimo sdegna di rispondere, per mezzo degli avvenimenti, alle domande che gli vengono rivolte.... I colpevoli è vero, sono alla fine puniti, ma solo per una specie di caso....» Cioè le azioni e i discorsi sono nel dramma egualmente incoerenti ed assurdi. Chi si contenta, gode!

E chiuse il libro di colpo.

Il Cavalcanti tacque un istante, quasi per accertarsi che l’Alverighi aveva finito; e quindi:

— Ebbene? E ne conchiude?.... — interrogò, breve e tranquillo.

— Che cosa conchiudo? — replicò un po’ impazientito l’Alverighi. — Ma quante volte lo devo ripetere? Ne conchiudo che quella che noi chiamiamo la bellezza delle cose non è una loro qualità intrinseca ma una nostra opinione; e che quindi non c’è autorità al mondo che possa decidere se New-York è bella o è brutta....

Il Cavalcanti si strinse nelle spalle e:

— Perchè i nostri ragionamenti sul bello — disse — sono fallaci? Ma lei dimentica, mi pare, che l’arte è un sentimento, non una idea o una teoria.

Volgendo a caso in quel momento gli occhi, vidi la signora Feldmann che, appoggiato il gomito destro sul ginocchio, reclinata la fronte sulla palma della mano, le aveva fatta del braccio colonna; e l’ammiraglio la guardava. Intanto il Cavalcanti continuava.

— Non le è mai capitato, vedendo un quadro, ascoltando una musica, leggendo una poesia, osservando un paesaggio, impreparato, non prevenuto, sgombro da ogni preconcetto, di sentirsi prorompere dal fondo dell’anima il grido: quanto è bello! Non ha anche lei provata, davanti al camposanto di Pisa, al colonnato di San Pietro, guardando l’«Amor sacro e profano», leggendo una lirica di Victor Hugo, una gioia, una delizia, un rapimento, quasi un breve delirio di piacere, pronto, impensato, intimo, spontaneo, liberissimo? Ma la bellezza, è quella; è quel non so che, che nelle opere d’arte, in certi oggetti della natura, ha la virtù di suscitare in noi, immediatamente, questo fremito di piacere. Lei stesso del resto dicendo che bello è quel che piace, non ha forse ammesso che la piacevolezza è l’essenza dell’arte? Lei mi chiederà perchè questi oggetti e queste opere hanno questa virtù. Mistero! In che consiste propriamente questo piacere? Mistero! Ma il piacere che noi proviamo non è una illusione; chiunque ne può far fede: è una delle poche cose di cui noi possiamo esser sicuri, appunto perchè è un sentimento: perchè noi non conosciamo la vita se non in quanto la sentiamo.... Il ragionamento può chiarire o annebbiare il sentimento del bello, come ogni altro sentimento; non può nè generarlo nè spegnerlo. Ragionate quanto volete; il piacere che io sento davanti alla Venere di Milo, lo sentirò sempre. E sinchè lo sentirò se altri ragiona, argomenta, sofistica il pro ed il contro intorno alla bellezza di Venere, pazienza! La autorità, io la porto dentro di me, infallibile! Lei è un filosofo; e non occorre che queste cose gliele spieghi a lungo....

— Io non sono un filosofo, sono un uomo che non ha tempo da perdere, neppure a bordo del «Cordova» — replicò un po’ brusco l’Alverighi. — E perciò, senza tante circonlocuzioni, le dico: siamo d’accordo: il bello è un quid che ci dà un piacere, quasi direi per immediato contatto.... Ma che piacere è questo piacere? «That is the question», come dice proprio Amleto; e io non mi contento di rispondere, come fa lei: mistero! Io mi domando: è forse quel piacere che nasce dal bisogno? No. Un bisogno innato o acquistato per abitudine è anch’esso un quid che genera piacere e dolore: piacere quando è soddisfatto; dolore quando non è soddisfatto. Ora l’arte ci dà piacere quando la possiamo godere, ma non soffriamo invece, quando ci manca: quindi non è un bisogno; e per questo anzi gli uomini la amano tanto, perchè può esser fonte di piacere sempre, di dolore mai. Non le pare?

Il Cavalcanti mi parve esitare.

— Se però — osservò con una certa titubanza — lei leva di mano a un grande scultore il suo scalpello, o chiude in carcere un poeta senza penna e carta....

— No, non intendo questo.... All’artista che crea, l’arte è lo strumento della propria bravura: ne ha dunque bisogno, come il banchiere ha bisogno di denaro e il maestro di equitazione di cavalli.... Io parlo di chi gode l’arte. Supponga un uomo che sia ammiratore fervidissimo di Dante e nello stesso tempo arrabbiato fumatore come è, mi pare, il signor Rosetti; e che sia condannato al carcere per sei mesi con l’alternativa: o senza sigari o senza Dante.... Che cosa sceglierà?

Ridemmo tutti; e il Rosetti osservò scherzosamente che il fumare era più che un bisogno, era un vizio!

— Altra prova — continuò l’Alverighi. — Che cosa si giudica in arte: la qualità o la quantità? Il giudizio estetico è il giudizio qualitativo per eccellenza: non tiene conto mai della quantità: sempre, dovunque, in ogni arte una cosa bella avrà più pregio che cento brutte. Ma chi non sa che l’uomo discerne e gusta meglio le qualità delle cose, a mano a mano che glie ne scema il bisogno? Più ho fame, e meno fo differenza tra un rozzo pan di soldato e il più prelibato pasticcino: anzi vorrò piuttosto un grosso pane di soldato che uno squisito ma minuscolo pasticcino. Se nell’arte noi giudichiamo solo la qualità, se non teniamo mai conto della quantità è chiaro che non ne abbiamo bisogno. L’arte è dunque un piacere senza bisogno: ne gioisco, quando posso goderne, non soffro se ne son privo. Siamo d’accordo?

Infervorato nel suo discorso, l’Alverighi non si accorgeva che oltre il Cavalcanti, solo il Rosetti, impassibile come sempre, stava attento: gli altri non più, parte perchè un poco affaticati dalla sottigliezza di queste ultime controversie, parte perchè distratti dai movimenti della nave e dalla signora Feldmann, che si era di nuovo ridrizzata e sulla cui faccia si leggeva la stanchezza che precede il sonno. Non appena quindi il Cavalcanti ebbe assentito, senza badare agli altri, parlando a lui, subito l’Alverighi continuò:

— Appunto perchè l’arte è un piacere senza bisogno, un piacere disinteressato e libero, il piacere dell’arte è incerto, vago, nebuloso. Quando ho fame e mangio, sono sicuro che il mio pane è squisito. Il piacere che provo quando appago un bisogno è così intenso, che non dubito di quel che sento. Quanti dubbi invece, quando cerco di accertare che sorta e qualità di piacere certi oggetti e certe opere dell’uomo suscitano in me, perchè sarebbero «belle»! A certi momenti lo sento, quel piacere, a certi altri no, e questo mutamento non riesco a capire da che dipenda; qualche volta invece dubito se lo sento o non lo sento; mi par di sì, mi par di no; faccio uno sforzo per chiarire me a me medesimo e non ci riesco. Non di rado m’accorgo che non sono d’accordo con i miei simili: talora lo sento io e i miei amici, no; o viceversa. Lei mi dirà che occorre chiudersi in sè; intrinsecarsi, come diceva un mio vecchio professore di filosofia; ma quanti sono gli uomini capaci di ammirar soli una opera d’arte, disprezzata da tutti gli altri? Urtata dall’altrui disparere, l’opinione mia vacilla; ho bisogno di puntellarla; e come posso puntellarla, poichè il sentimento è oscuro, se non ragiono? Ed ecco che l’incertezza del sentimento mi spinge a cercar di ammirare per ragionamento. Inquieto e scontento, afferro la lampada della ragione e con quella scendo nel fondo tenebroso della mia coscienza, per illuminare me stesso, a sapere se veramente quel che sento è bello! Disgraziatamente la ragione si burla di me; la sua lampada gira di continuo e mi confonde gli occhi con un barbaglio saltellante di ombre e di luci; le sue risposte sono ambigue come quelle della Sibilla; io non capisco più nulla....

— Mi pare che l’onda si faccia più grossa, — disse a questo punto, sottovoce, la signora Feldmann all’ammiraglio, aprendo a fatica gli occhi ormai quasi socchiusi dal sonno.

L’ammiraglio la guardò: le mormorò qualche parola all’orecchio; si volse a guardare il Cavalcanti.... Avrei detto che stava per levarsi e interrompere la discussione; quando il Rosetta mosse una breve domanda:

— Ma quale sarebbe allora, secondo lei, l’ufficio della critica?

— Critica ed estetica? — rispose l’Alverighi. — Ma sono mestieri buoni per i ciarlatani, i quali hanno la faccia tosta di dare ad intendere che essi sanno ciò che è bello e ciò che è brutto....

Ma a questo punto l’ammiraglio ruppe gli indugi, perchè la signora Feldmann cascava dal sonno. Trasse l’orologio e:

— Signori, — disse, — sono le undici e mezzo. Non abusiamo della pazienza di queste signore. Abbiamo due settimane di tempo per terminar questa discussione.

Ci levammo tutti; ma l’Alverighi raggiante di gioia. Gli si leggeva in faccia l’esultanza di aver potuto finalmente sfogarsi, e vittoriosamente sfogarsi: perchè egli era rimasto, sino all’ultimo, padrone del terreno. Scendendo infatti la scala dietro l’ammiraglio, che dava il braccio alla signora Feldmann, lo udii dirle:

— Eppure, pur troppo, è così, signora: in Brasile lei incontra già qualche giovane che giudica New-York più bella di Parigi. Non sono molti, no, ancora, ma....

E non aggiunse parola. La signora sbadigliò.

VI.

— Ma perchè doveva nascer proprio in quella testa e a Rosario, sulle sponde del Paranà, questa idea? — mi chiedevo, poco dopo, spogliandomi.

E nella piccola cabina rivedevo con gli occhi della mente il magno fiume fluir lento e giallo, sotto il grande arco azzurro del cielo, nella pianura solitaria, tra le sponde lontane e basse, verdi e deserte, a destra e a sinistra. Che l’Alverighi avesse ragionato meco a lungo, sulle rive del Paranà, delle ricchezze dell’America e del progresso del mondo, non mi meravigliava: strano invece mi pareva che avesse ragionato, e non male e originalmente, dell’arte e della bellezza a bordo del «Cordova». Poichè tra le molte e bizzarre cose dette da lui quella sera, una verità, risplendeva allora, a ripensarci, così semplice e così luminosa ai miei occhi, che non potevo capacitarmi come a nessuno fosse venuta in mente prima che a lui. Invano infatti frugavo nei ripostigli della memoria, se per caso qualche gran luminare della filosofia paesana o straniera non l’avesse già scoperta da un pezzo: no, in nessun libro antico o moderno mi era accaduto mai di leggere un simile pensiero: eppure era vero, verissimo, che l’arte è un piacere senza bisogno, di solito incerto, vago, malsicuro, oscillante: che oggi lo sento, domani no: che all’uno pare, all’altro non pare: che va e viene misteriosamente: e gli uomini invano si sforzano di precisarlo, di chiarirlo, di metterlo in comune con il ragionamento, spiegando e giustificando altrui quel che sentono e perchè lo sentono. E vero era anche che di ogni opera d’arte la ragione può dimostrar quel che essa vuole: che non ci è mezzo alcuno di definire tra due contendenti ostinati nessun litigio intorno al bello ed al brutto.... Spensi il lume e ripensai a lungo a queste cose: e a poco a poco, la gloria di tanti capolavori ammirati, il ricordo del piacere ricevuto da tante opere del genio umano, i canoni e i principii d’arte professati di solito con prepotente alterigia parvero sciogliersi in una ondeggiante incertezza, che si distendeva come una nebbia sulla faccia del mondo, confondendo ogni cosa. Effetto forse, non dei soli discorsi dell’Alverighi, ma anche, dell’ozio senza rimorsi che mi ammolliva, e del vino offerto copiosamente dal Vazquez; chè il vino sembra aver su me lo strano potere di affievolire la certezza dei pensieri più saldi, di distaccarmi quasi direi dalla realtà delle cose, di incalzare la mente all’infinito di perchè in perchè verso l’introvabile ultimo appoggio e sostegno di tutte le cose!

— No, — conchiusi anch’io — noi non possediamo nessun metro per giudicare la bellezza delle cose: tutte le misure che crediamo di avere fabbricate sono fallaci, soggettive, illusorie. Bello è quel che piace. L’arte non contiene altra verità che questo vago, mutevole e soggettivo piacere senza bisogno.... La formola è ingegnosa, anche se viene da Rosario....

Il mattino dopo, quando, verso le otto e mezzo, uscii dalla cabina il mare era calmo e il tempo sereno. L’ammiraglio aveva indovinato. Ma il ponte era ancora deserto. Il «Cordova» era un vapore piccolo a paragone dei moderni colossi oceanici: stazzava meno di cinquemila tonnellate e non poteva ricevere più che settanta passeggeri di classe, come si dice nel gergo marinaresco; anzi in quel viaggio ne ospitava soltanto una trentina. Poca brigata, quindi, e vita, se non beata, tranquilla: scarso il giuoco e poco rumoroso: raramente protratte oltre le due del mattino le veglie: innocente e languido il corteggiare. Passeggiai un po’ di tempo, solo, ripensando alle discussioni del giorno prima, alle mie farneticazioni della sera: poi entrai nel refettorio dove l’Alverighi faceva colazione, mentre i camerieri, in giacca di tela bianca, ordinavano la sala.

— L’America si è fatta onore, ieri sera — dissi scherzando. E non senza una punta di ironia, gli chiesi come, in mezzo alle sua faccende, a Rosario sul Paranà, nei suoi vagabondaggi attraverso l’Argentina avesse ancora avuto il tempo e la voglia di meditare sul bello assoluto, sui bisogni che generano piacere e sui piaceri senza bisogno....

Sorrise furbescamente; e:

— Io? — disse. — Ma queste cose le ho imaginate tra venerdì sera e sabato mattina.... Laggiù, non ho tempo.... Ma venerdì sera mi stizzì di sentirvi tutti a dire che New-York è brutta, brutta, brutta! Sarebbe poi la fine del mondo, anche se fosse brutta? La mangiamo noi forse, la bellezza? E ho voluto mettervi tutti nell’impaccio.... Ora a voi saltarne fuori. Ma quanto è facile fare una teoria filosofica! Se fosse così facile far dei milioni!

In terra ferma non avrei lasciata passar senza protesta questa uscita. Ma l’ozio senza rimorsi mi ammolliva: feci vista di non sentire; e continuai a scherzare: quando a un tratto deviando il discorso:

— A proposito, — disse — sa che quel signor Rosetti è un uomo intelligente? Abbiamo ragionato ancora un po’ prima di andare a letto; e mi pare che siamo d’accordo.... Lei lo conosce, credo....

Gli raccontai allora in succinto la vita del Rosetti. Nato a Forlimpopoli in Romagna, nel 1840, era stato preso nel 1860 dalla prima leva militare che il governo italiano aveva indetta negli Stati pontifici, e mandato a servire a Torino, nell’arma del genio, nella vecchia caserma di via dell’Arcivescovado, dove aveva conosciuto mio padre, che anch’esso allora serviva. Aveva potuto, pur servendo, iscriversi nella scuola di applicazione, e, nel 1865, poco dopo essere stato congedato dall’esercito, si era laureato ingegnere; ma subito era stato chiamato dal governo argentino che allora cercava in Italia professori per la sua nuova Scuola Politecnica; e a Buenos-Aires, per venti anni, dal 1865 al 1885, aveva insegnate le scienze fisico-matematiche nel Politecnico e la fisica nel Collegio Nazionale; avendo a scolari quasi tutti gli uomini che oggi governano l’Argentina, e compiendo importanti lavori di ingegneria. Aveva dunque potuto accumulare un ragguardevole patrimonio, e a quarantacinque anni ritornare in Europa, riccamente pensionato dalla gratitudine del governo argentino; disporre la sua vita con decorosa e signorile semplicità — una casa a Milano, una bella villetta a Bellaria, presso Rimini; — e poi darsi liberamente agli studi, aggiungendo alle matematiche e alle scienze fisiche, la storia, l’archeologia e la filosofia; leggendo libai di ogni qualità e sopratutto meditando per conto suo, fuori degli interessi mondani e delle dotte congreghe, sugli uomini e sulle cose del mondo. Io l’avevo conosciuto a Milano, nel 1897, — il Rosetti era cognato di Ernesto Teodoro Moneta: egli mi aveva voluto bene ed io lo avevo ricambiato di pari affetto, ammirandone la profonda bontà, la dolcezza e serenità imperturbabili, la incomparabile semplicità e saggezza, e quel sapere egualmente schivo di fare sfoggio o commercio di sè....

— È uno degli italiani — conchiusi — che hanno fatto maggiormente amare e rispettare l’Italia laggiù. Ed è un filosofo, ma a modo suo e d’altra specie che tutti noi uomini di pensiero e di penna. Noi viviamo ormai sulle nostre idee come il pastore sul suo gregge e dobbiamo mungerle ogni mattina e tosarle ogni tanti mesi. Egli invece è libero e disinteressato....

— Quanto è grande la virtù dell’America! — esclamò subito, pettoruto, l’Alverighi. — Lo vede? Perchè se fosse rimasto in Europa, sarebbe anche lui, oggi, un animale da soma o da tiro, in qualche pubblica amministrazione. E poi dicono in Europa.... — Tacque un momento, e quindi: — Abbiamo ragionato un po’ anche della discussione di ieri sera, prima di andare a letto. E mi ha dato ragione.... Anzi sa come mi ha proposto di chiamare i giudizi estetici? Rovesciabili. Mi ha detto che di ogni opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, perchè i giudizi estetici sono tutti rovesciabili. Sicuro. La formola mi piace. Il bello e il brutto si possono capovolgere l’uno nell’altro come si vuole: ogni pregio può diventare un vizio ed ogni vizio un pregio, purchè il ragionamento lo rovesci. Ben trovata, per Bacco!

Mi domandò infine come mai il Rosetti si trovasse sul «Cordova». Gli spiegai che ritornava in Argentina ogni due o tre anni per certi suoi interessi; e che questa volta aveva aspettato il «Cordova» per far da Rio a Genova il viaggio con me.

Lasciato che l’ebbi, e non avendo trovato nessun conoscente, oziai sino all’ora di colazione per i due ponti, leggicchiando, guardando il mare, rimuginando questi pensieri, chiacchierando con i passeggeri, che a poco a poco uscivano dalle cabine, tutti ormai in abiti estivi. Mi fu dato così di udire il Levi, il mercante di gioie, dir nel vestibolo della sala da pranzo a tre signore:

— Sicuro, pare che sia proprio la moglie di un miliardario. L’avevo detto io del resto.... se ne ricorda lei?... venerdì sera. Già noi gioiellieri.... Dateci le perle o i diamanti di una donna e vi diciamo subito chi è!

Parlavano della signora Feldmann, naturalmente, e sognavano: perchè il Feldmann era, sì, un abilissimo finanziere e direttore di una potentissima, banca di New-York, un uomo denaroso, quindi; ma non avevo inteso nessuno a New-York assegnargli uno di quei patrimoni giganteschi del nuovo mondo, che gli uomini del vecchio si compiacciono di ingrandire ancora in imaginazione, forse per consolarsi della piccolezza dei propri averi! Ma non mi stupii che la mia tacita predizione del giorno prima si avverasse. Altre storielle incominciavano a girare per il vapore; poco prima di colazione, la moglie del dottore e la bella genovese mi dissero, serie serie, che le calze che la signora Feldmann portava costavano mille lire il paio!

A colazione così il Cavalcanti come il Rosetti mancavano; e ci perdemmo in discorsi frivoli. Dopo colazione e prima della siesta, mentre fumavamo, trassi in disparte l’ammiraglio e gli raccontai quel che si diceva sul conto della signora Feldmann. Si mise a ridere, e:

— Non le sembrano, tutta questa gente, dei bambini con tanto di barba che giocano: questa pantofola è un cannone, questa granata una principessa, questa seggiola un palazzo?

Tacque un istante, poi repentinamente:

— Signor Ferrero, — disse — da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico; noi non ci raccapezziamo più.... Le ricchezze dell’America hanno fatto dar di volta ai cervelli.... Turbato tutto nel mondo: l’equilibrio delle fortune, come l’equilibrio delle idee.... Ha veduto, ieri sera? Piuttosto di ammettere che New-York è una brutta città, quell’avvocato è pronto a dar fuoco al mondo intero! Perchè l’America è ricca, New-York non può essere brutta. Ma io mi guardo intorno trasecolato. Nessuno dunque si ricorda più che gli uomini sentono di appartenere a una nazione, perchè parlano la stessa lingua, leggono nelle scuole gli stessi classici e ammirano gli stessi grandi uomini? Dove andremo a finire se il primo venuto può dire che la scultura greca è brutta e New-York bella? C’è forse nazione senza storia e senza letteratura? I grandi uomini sono i nostri santi, oggi: chi vuol dare a ogni uomo la libertà di giudicare come gli piace i capolavori dell’arte e della letteratura, semina l’anarchia!

Mi volsi a guardare il mio interlocutore non senza meraviglia. Come mai un ammiraglio — e americano e così taciturno di solito, per giunta — pensava e diceva con tanta semplicità delle cose così inaspettate e profonde? Erano tutti filosofi, a bordo del «Cordova», anche gli ammiragli? Non dissi nulla; ma ripensai a queste gravi parole cascate come dal cielo, durante la siesta.... E subito caddi in un dubbio grande e forte.... Come imporre a tutti il giudizio medesimo, quando manca un criterio universale del bello? Dubbio così forte che, non potendo scioglierlo, lo esposi verso le cinque al Cavalcanti sul ponte di passeggiata a babordo. Fremente a perdita di vista di piccole onde bianche, l’Oceano già deponeva, all’avvicinarsi della sera, il fulgente velo del pomeriggio, incupendo; lo splendore del giorno pareva salire in alto, raccogliersi negli spazi celesti, ripieni di una gioconda serenità, sfolgoranti in ogni parte di nuvole chiare, rosse, dorate: appoggiati alla ringhiera noi discorrevamo, a voce bassa, sotto il vento che a intervalli soffiava vigoroso sui nostri capi, tacendo ogni tanto per guardare, tra quella luce che s’incielava e quell’ombra che affondava nel mare, la solitudine delle acque, che defluiva come un fiume alla nostra sinistra. Il Cavalcanti ascoltò i miei detti; poi:

— Certo — disse — ammirar la bellezza di un’opera d’arte vuol dire sentirla; e chi la vuol sentire davvero, non deve ragionare troppo. L’ammiraglio dice bene; e l’avevo detto anche io, ieri sera, con parole diverse. Tuttavia non posso non riconoscere — per quanto ieri sera l’abbia combattuto — che anche l’avvocato ha ragione, in una certa misura. L’uomo è naturalmente trascinato dai suoi infiniti dispareri intorno al bello a cercare le ragioni di quel che sente: e allora incominciano i guai. A furia di voler scavare e frugare sotto le fondamenta della casa in cui viviamo, per vedere se posano sul solido, noi rischiamo di far cascare la casa: lo so. Ma come si fa? L’uomo ha bisogno di sapere. E poi frugando e scavando scopre tanti tesori nascosti....

Il Cavalcanti tranquillava le sue inquietudini con il comodo aforisma di cui tanto usa ed abusa l’ottimismo moderno: l’universo si controbilancia! Ma non rassicurò me. Pensai che ci sarebbe stato tanto ma tanto da ridire su questo argomento! Ma impegnare una discussione ripugnava alla mia crescente pigrizia: e ci rinunciai! Un soffio di vento si precipitò tra di noi sibilando, ci assordò, disperse le nostre parole, sembrò quasi strapparci l’uno dal fianco dell’altro; sinchè mugolando si perdè sul mare inquieto. Parve allora a noi come se ci accostassimo di nuovo l’uno all’altro, ma un po’ storditi dalla raffica non ripigliammo subito il discorso. Il Cavalcanti contemplava silenzioso il mare; poi facendo con il discorso un salto repentino:

— Acqua, nuvole, vento! oggi come ieri, come domani, come sempre — disse accennando l’orizzonte. — Sempre quel circolo chiuso, eguale a sè medesimo in ogni parte, tutto instabile e mobile! Non pare anche a lei che l’Oceano impicciolisca in quel circolo? Curioso fenomeno, però! L’acqua anima tutti i paesaggi terrestri, perchè è il principio mobile in mezzo alle forme immutabili delle montagne e delle pianure. Ma nell’Oceano, quando le forme immote della terra sono uscite dalla vista, questo muoversi incessante delle onde rassomiglia all’eterna immobilità di un deserto. No: l’Oceano non è una immensità viva, ma una solitudine morta, perchè muta sempre e non v’è nulla in esso che resti immutato.

Tacemmo di nuovo: piccoli soffi di vento svolazzavano intorno a noi; le nuvole si accendevano nell’alto dei cieli di fiamma più viva e il deserto del mare maggiormente incupiva; dalle terze classi giungevano dei canti, che il vento poi disperdeva. Mi voltai. Il ponte era vuoto; un ufficiale lo attraversava frettoloso; poco lungi da noi, un marinaio lento e senza rumore spennellava di bianco il tetto. Raccontai allora al Cavalcanti che meraviglia avessi provata a sentir l’ammiraglio filosofare a quel modo.

— Ma non ne indovina la ragione? — mi chiese, sorridendo, il Cavalcanti. — Su via, rifletta un poco, lei che è stato a Rio.... L’ammiraglio è un comtista!

Osservammo allora che c’erano a bordo parecchi passeggeri provvisti di studi e cultura; il che trasse me a parlar del Rosetti e a ripetere al Cavalcanti ciò che avevo già raccontato la mattina all’Alverighi. Indi il discorso trapassò agli altri compagni di viaggio. Il Cavalcanti li teneva tutti d’occhio: nè me ne meravigliai, perchè l’osservar mosse e figure era per lui che scriveva romanzi un passatempo gradevole e un buon esercizio. Parlammo dunque dei mercanti astigiani prima e poi di quella giovane coppia che avevamo incontrata sul ponte la prima sera, lui grassoccio, piccolo e bruno, lei magra, alta e bionda. Il Cavalcanti mi raccontò che il giovane era un argentino di Tucuman, recatosi tre anni prima a studiare ingegneria nell’Università d’Ithaca....