Colei che non si deve amare


GUIDO DA VERONA

Colei che non
si deve amare

ROMANZO

IX.ª EDIZIONE

(Dal 131º al 180º Migliaio)

R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE
MCMXX


PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi

Milano — Tip. Pirola & Cella di Primo Cella


I

Dal primo all’ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo è pieno di queste vittime oscure, che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il peso della loro croce.

Gli erano morti, nella sua prima età, il padre e la madre, durante una morìa di quell’anno che mietè molte vite. Un congiunto lo raccolse nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli dilapidò. Egli lo venne a sapere più tardi; fu consigliato anche ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave e riconoscente, che non amava molestare il prossimo nè gettarsi a capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studiò con fatica, ma studiò; non ebbe invidie piccole nè ambizioni grandi; fu sin dal principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica, laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e perdette, a commerciare e fallì.

Egli diceva di sè stesso con grande rassegnazione: «Ho avuto un grave torto: quello di venire al mondo.» E come ricchezza, nella sua storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi.

Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine che vanno per via come coditrémole nelle sere d’Aprile, quando i tigli si mettono in fiore.

Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la sposò.

Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della sua terra calda eran rimasti in lei, ne’ suoi occhi vivi, nella sua femminilità lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito irrequieto.

Vedova d’un architetto, senza figli, senza ben di Dio, l’opinione pubblica non era indulgente con lei. Dicevano che avesse calcate le scene dei teatri di varietà prima di andare a nozze; che avesse avuto un processo, e clamoroso, ma finito in nulla come tutti i processi clamorosi, per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggiù se la fossero contesa aspramente col denaro incruento e con le lame affilate.

Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della nostra bella tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, e degnamente, anche per una donna che non ne valga la pena.

Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; amava il lusso, gli svaghi, le avventure d’amore. Si diede a Stefano una sera ch’egli le andò a genio — e questo non era difficile, — Stefano la sposò un giorno ch’ella venne a dirgli d’essere incinta.

A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza il pane quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, tranne il suo bel corpo da ballerina, la sua capigliatura luccicante, i pochi gioielli di pregio che le restavano in memoria d’altri tempi avventurosi. Ma l’aver al fianco un uomo che pensi al pane quotidiano allorchè gli anni volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la paura della solitudine, son tutte cose che possono facilmente persuadere una bellissima donna a prendersi un marito di nessun conto. D’altronde Grazia non era cattiva; quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni di rassegnazione, la voce dolorosa, quel giovine che l’amava d’un amore così devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un senso misto di tenerezza e di pietà.

Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata a nessuno, mai. Era nata per piacere, per godere, per sentirsi desiderata e per lasciarsi prendere; le mancava quella piccola forza del rifiuto che rende così preziose alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli che ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegnò a questa come a tutte l’altre disgrazie della sua vita, chiudendo la sua immensa infelicità in qualche lieve sospiro.

Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero tutti suoi, egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma li amò tutti d’uno stesso amore, e diede loro successivamente i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e Anna Laura.

Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, le avversità dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi anni a non possedere quasi più nulla delle sue lente economie; sicchè, per campar la vita, con la sua Grazia che metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro ch’eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a vivere nel suburbio della sua città laboriosa, mise un’insegna nella strada ed aperse bottega.

Siccome aveva qualche nozione d’ottica prese a fare l’occhialaio. Questo lavoro minuto e paziente assecondava la sua natura timida, e poich’era giunto all’estremo della sua discesa umana gli pareva, stando curvo sopra le sue lenti, di vivere finalmente in pace.

Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si emendò; piano piano, a forza di lavoro e d’economia, la piccola bottega si mise a prosperare. I figli crescevano belli e robusti; le loro voci, i loro giochi empivano d’allegrezza la casa; e quest’uomo ch’era nato fra gli agi, portando un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria si sentì qualche volta felice.

II

Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone, se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando:

«Dove l’avranno nascosta?...

Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!»

Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura.... Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e sapeva di tutto un po’.

Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella sotto braccio, che se n’andava a scuola.

«Dove l’avranno nascosta?

Dove l’avranno nascosta...»

canticchiava il placido farmacista.

— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così ben educata, cui mancava l’erre.

— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato.

Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito, studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, — una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino. Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare «chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con visibile antipatia.

Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi, avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro bel paese chi ha torto abbia sempre ragione.

Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del progresso umano.»

Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue pacifiche meditazioni.

Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona. Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle fiere.

Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio giornale, dalla prima riga sino all’ultima come faceva il Riotti, e con due paia d’occhiali, può dirsi a buon diritto un uomo erudito, perchè le gazzette son divenute oggidì piccole biblioteche di scienza universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole dottrina.

Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse un temperamento null’affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i fatti di sangue e per i suicidii d’amore. Non v’era serva avvelenatasi col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l’amante per cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo... ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti efferratamente belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla sua farmacia, il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla bella moglie», come lo chiamava con malignità. Ma superate le prime diffidenze, e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli quella specie di sovranità che gli era tacitamente riconosciuta da tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo, beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e maldicente.

Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, tollerò che un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto a’ suoi bambini: e tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in fondo era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del non aver famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero sfogo alla sua natura tirannica e sopraffattrice. Così, a poco a poco, la casa del vicino divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva soffrire.

Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname che tutto il giorno picchiava, c’era un tornitore e piallava, una piccola stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre mezzo avvinazzato che ad una cert’ora cantava a squarciagola; c’era la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile voce di falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva tutti i rumori e rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo! Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano capitati lì que’ monellacci dell’occhialaio, che strombettavano, spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia, mo’, che ragazza a modo!...

«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!... Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro e delle due femmine tre monelli, tre discoli, perchè il carattere lo si vede fin dalla prima età. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio mio, è un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo d’affibbiartene ancora un paio!»

E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè medesimo con un riso grasso:

«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!...

Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la teoria di Malthus.

III

Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto non gli stava bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con le ciglia molto lunghe, un po’ curve, che gli velavan lo sguardo di passione e di malinconia. Sotto il naso leggermente aquilino, la bocca tagliata con una nettezza violenta, quella bocca rossa della sua madre siciliana, era in istrano contrasto con la mansuetudine del suo viso. Intorno al labbro gli cresceva già un’ombra leggera, i capelli scurissimi gli facevano due belle onde sopra la fronte; il suo vestitino alla marinara non aveva mai una macchia, le sue scarpine mai erano imbrattate nè logore; a farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva il rampollo di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre con una specie d’estasi quando suonava la chitarra o cantava; spesso preferiva starsene solo, taciturno ed un po’ scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare un violino, ed un vecchio, lì nella corte, gl’insegnò a suonarlo. Era docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare una terribile volontà. Studiava con diligenza, e verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio; si fece grande e forte, si svestì quasi di quell’apparenza feminea che lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto gli rimasero que’ suoi grandi occhi morbidi e violenti, pieni d’uno stupore illuminato. Volle studiar musica ed il padre lo accontentò, a patto che non trascurasse la scuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter pagare un maestro di violino tre volte la settimana.

Cose che il Riotti trovava inutili, perchè, se Rigoletto si credeva un Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi a quel modo scorticar le orecchie da mattino a sera. Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la calza e le polpette, che valeva assai meglio!

«Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia preferisco ancora il pappagallo del primo piano!» aveva egli detto in un giorno di malumore.

Senonchè ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi doni senza nemmeno contarli; un superiore istinto guidava la sua ispirazione tumultuosa e profonda, il senso della musica da lui nasceva con la spontaneità d’una parola: Curvato sul lieve archetto la sua testa bellissima di adolescente, egli traeva dalle corde sonore tutto ciò che aveva di passione in sè, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ciò che gli avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori antichi.

La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le speranze d’un avvenire imprevedibile: era il prediletto nella casa, il primogenito a cui si trasmette il focolare, con tutta la sua cenere e con la brage viva.

Ma verso i quindici anni cambiò carattere. Cominciò a frequentare qualche brigata di scapestrati, fece l’occhio dolce alle sartine, prese a vuotar bicchieri, imparò le carte, i vicoli dei postriboli, i vizii delle ore notturne; della famiglia e della scuola prese a non curarsi più. Quattro o cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede per amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubertà: ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo fanciullo a modo un ragazzaccio di pessimo genere, che azzimato e attillato, facendo pompa di cravatte vistose, con una sigaretta in bocca ed un fiore all’occhiello se ne andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva le piccole modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi clandestini e teneva crocchio su l’angolo delle bottiglierie.

Allora in casa dell’occhialaio la guerra incominciò; la guerra dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muove al suo figlio riottoso per contendergli palmo a palmo quella china del vizio dalla quale non si ritorna mai più.

Tutto congiurava contro la pace di quest’uomo paziente, che doveva incanutire soffrendo, benchè non avesse mai torto un capello ad anima viva. Arrigo principiò a spiegare nella famiglia quella sua calma e terribile volontà dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne, così nelle piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai trascurava la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel letto il mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe malsane teorie d’indipendenza raccolte ai tavolini dei caffè, sperperava in qualche giorno le poche lire che dovevano bastargli per un mese, poi si dava d’attorno a raggranellarne qua e là, con ogni ripiego, tenendo per ultima confidente la sua madre carezzevole, che non sapeva negare mai nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei.

Una volta egli osò perfino rubare una manata d’argento nel cassetto del banco paterno, e quando lo scoversero in fallo, si mise a fare un tal chiasso indiavolato, a portare così veementi ragioni in propria difesa, che poco mancò non lo pregassero di ricominciar da capo.

E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott’anni ormai! S’era messo a giocare, non tanto per vizio quanto per necessità... Come poteva egli campar la vita, con quei quattro soldi che gli dava il padre ad ogni fin di mese? Quelli bastavano tutt’al più per le sigarette. E il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava sempre aver le mani in tasca. E se la tasca era vuota?... Ecco, si tenta la fortuna. Ve ne sono tanti a cui va bene. Perchè in fondo non si potrebbe anche vincere?...

Vincere: comprarsi un bell’astuccio per le sigarette, una mazza col pomo d’oro, una spilla da cravatta in brillantini; rivestirsi da capo a piedi, farsi fare un soprabito a sacco, sfoderato, con le cuciture doppie, come quello che portava Giannotto Ferri, l’irresistibile Giannotto Ferri, quel tale che senza il becco d’un quattrino menava una vita da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati con questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone, mai c’era verso di vederlo perdere un quattrino. Ma, già... si faceva mantenere dalle donne!

Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in poltrona, con un bello sparato bianco e nel mezzo uno splendido rubino, come il rubino di Giannotto; scarrozzare per la città, andare nelle tribune i giorni di corse, mangiar fuori di casa, al ristorante, quando gli facesse comodo, e magari un bel giorno capitare in casa della Lilina con un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello che il suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le regalava mai!... La Lilina, che buona ragazza! A lui non costava un soldo, e questa era l’essenziale; perch’egli era giunto così al grande sogno di tutti i conquistatori adolescenti: avere un’amante altrui, averla per amore, con una cert’aria d’indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo noiatamente agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caffè...

«Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non mi costa neanche il prezzo della camera, perchè mi prega di andare da lei... Ma, si sa bene: le donne che non costan niente... ci vuol sempre qualche fiore, qualche dolce, un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch’io perchè...»

La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta e di buon cuore, che qualche volta preferiva andarsene a letto alle dieci, anche sola, piuttosto che sbadigliare nei ritrovi notturni fin verso le tre. Aveva per cespite unico l’amore d’un quarantenne, signore ammogliato, che l’andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come un cronometro, e ci stava, tutto compreso, un’oretta. Non le dava molto neanche lui, ma il diritto almeno di dire intorno ch’era una mantenuta, anzi la mantenuta di un industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse ammettere, s’era un po’ scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, e lo amava in questa lontana speranza. Le donne hanno un cuore pieno di riflessioni.

Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava a casa ogni notte senza il becco d’un centesimo, con una faccia che incuteva paura, e svegliandosi a mezzodì, ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto riso di Giannotto che incassava i gettoni. Quale patto aveva col diavolo, quello là? Perchè la vita gli riusciva così facile, mentr’egli era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto in tanto bisognava pur pagare, per mantenersi il credito e poter ritentare la sorte. Quando tutti gli altri ripieghi eran esauriti, non gli rimaneva che battere coraggiosamente alla cassa paterna.

Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma pagò, sebbene con qualche stento; pagò la prima volta, la seconda, la terza, e così via di séguito, come tutti i padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a parte di questi piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il braccio ferreo ed i rimedi eroici.

«Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d’anni sul mare fanno bene alla salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L’Eugenia è femmina; ma la prima che mi fa, te la chiudo in un convento com’è vero che mi chiamo Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni, è pura d’anima come un’ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola Superiore, un diploma di ricamo... che madre sarà!»

E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Passò un annetto ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perchè la Lilina se la portò in provincia uno studente ricco, e Arrigo restò sempre a doverle una cinquantina di lire che s’era fatte prestare in un giorno di grande penuria.

Ma un’altra prese il suo posto, che si chiamava più sonoramente Mercedes; ed era una canterina di caffè-concerto, coi capelli d’un nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, quando, con quattro nacchere e con un paio di «caramba!» si camuffan da pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie.

Mercedes la bruna era stata l’amante di Giannotto, e si era fatta un buon nome tra le clientele dei caffè-concerti ballando seminuda in un teatro di varietà, che radunava seralmente nella cloaca della sua piccola sala tutti i più loschi e più balordi bellimbusti della baldoria notturna. Ma poi s’erano messi in rotta, Giannotto e lei, per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune circostanze, ed Arrigo l’aveva incontrata, una sera di scoramento indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti ad un’ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota. Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comandò Sciampagna; comandò pure una dozzina d’ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte accento bergamasco.

V’è d’altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne malate d’amore, un momento nel quale, che so io, un’ostrica ben pepata, un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia di abbandonarsi ad un’altra follia... E così avvenne. Andarono a casa quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, sotto il cielo che stellava...

Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di più, perdere di più; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne ammalò. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie! inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue lacrime di coccodrillo! Non li aveva, nè poteva già far stringhe della sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell’anno aveva l’intenzione di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte l’economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la metà di quel che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio:

— Domanda il resto al Riotti. È sempre fra i piedi; si renda utile almeno, quando può!

— Al Riotti? Un brav’uomo, sì, non lo nego, ma, lo sai, è avaro. Fiato sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame... Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne’ suoi principii.

E Arrigo: — Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d’un prestito, in fin de’ conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse persuadere. Già, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di salvare il proprio figlio, l’orgoglio lo si mette via!

Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l’accerchiarono, tanto lo spinsero, che il povero Stefano curvò ancora la testa, prese il Riotti a parte e fece la domanda.

Costui scoppiò in un riso formidabile, un riso così enorme, che tutta la corte l’udì. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti, avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosità. Gl’interessi?... Ma non faceva mica l’usuraio, lui!

Il Ferrante se ne tornò via, col suo passo lento, a capo chino. Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega dell’occhialaio un’ora più tardi per farci sopra un po’ d’ironia.

«L’onore — spiegò il Riotti — è ben altra cosa che non s’intenda nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma rendevano già bene dov’erano e per una inezia di più su l’interesse non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt’altra occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un amico, — ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalità. E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si fa presto a dire l’otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe d’occhiali d’oro e qualche lente convessa? Eh, cápperi! Gli affari si trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne più.»

Invece ne parlava ogni momento e finì con darli. Vi mise un poco di buon cuore ed un poco d’avarizia, perchè un uomo non è mai cattivo interamente nè interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a sè stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da nulla capitata lì vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta, gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch’era sempre in mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio, doveva pur suonare con una certa maestrìa se tutti gli abitatori della casa d’un tratto si affacciavano alle finestre non appena l’udivano appoggiar l’archetto sopra il suo maledettissimo violino...

Su di lui anzi aveva già formato un suo piano recondito, ma nessuno al mondo ne doveva saper nulla, per ora...

E ciò che forse lo tentava più di tutto era la prospettiva di poter finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro, come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr’occhi, senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza rischiar nulla, poichè Stefano era galantuomo; per di più si creava intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se così gli fosse piaciuto, da quel giorno in poi.

Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate, messo com’era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de’ quali ogni anno l’occhialaio soleva provvedere a’ suoi di casa; ma che, non appena tornato in città, rinunziasse alla sua vita indegna per accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del padre, o da lui stesso, Riotti, in persona.

Arrigo disse di sì, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo, lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con affanno su la crudele ambiguità delle carte.

Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino, pensando in quelle veglie d’estate alla dolce bocca rossa di Mercedes la bruna...

IV

Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega, fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello ch’egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita, una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po’ dure ma con il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia intenta e china in un cerchio d’ombra. I suoi capelli grevi e lisci, annodati con semplicità come quelli di un’educanda, le giravano intorno alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se li avesse pettinati così per abitudine, senza neppure guardarsi nello specchio.

Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poichè aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l’ago, il refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare.

Paolo, il fratello, minore di lei d’un anno, e che ora, da qualche mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre, adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice, dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura sobria.

Anna Laura, la più piccola, che aveva dieci anni a quel tempo, era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie, a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la riguardavano affatto.

Entrò il Riotti, al quale dopo il desinare s’infocavano le guance ed il naso, benchè cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta pinguedine; entrò con un risolino affabile, dondolando il corpo maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal ricamo, gli versò quel solito bicchiere di vin spumante ch’egli si centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narrò d’una vicina, che aveva mandato a chiamare il medico lì per lì, essendo prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile.

— Queste benedette donne del giorno d’oggi!... non sanno più nemmeno partorire! Figurátevi che mia moglie, tre giorni dopo l’Eugenia, era in piedi e sgambettava. A proposito dell’Eugenia, avrei quasi una mezza intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v’incomoda.

— Ma, — obbiettò Stefano — sai bene che non avremo posto.

— Oh Dio, — fece il Riotti, — dove si sta in cinque si sta pure in sei. Vediamo un po’: l’Annetta può dormire con la mamma, e facendo mettere un altro letto in camera della Luisa tutto s’accomoda, mi pare. Ma se deve essere un disturbo, — aggiunse con dignità — sia per non detto e grazie di tutto cuore!

— Per me... — rispose Stefano mansuetamente. — Io tanto me ne resto qui. Bisogna che tu te l’intenda con mia moglie.

Donna Grazia non l’aveva in grazia quella figliolona del farmacista, grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricciò il naso e gli venne fra la barba corta quella cattiva piega ch’era il segno evidente del suo malumore.

— Non voglio chiedere favori a nessuno! — disse con una specie di sibilo. — Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri amici che ne saranno invece onoratissimi.

Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbietà del silenzio ch’è peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti s’inviperì.

— Del resto, va bene! — mugghiò. — Agli amici si ricorre quando se ne ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Così va il mondo e non c’è da farsene maraviglia. Per tua regola, però, non intendevo caricarvela su le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perchè ci tengo — io! — a non dover nulla a nessuno.

Nonostante l’allusione terribile, s’accomodarono da buoni amici e l’Eugenia andò in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano dalla città, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e fornir denaro clandestinamente agli usurai della città. Ma era in fondo un buon diavolo, e per amicizia verso l’occhialaio gli aveva ceduto quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite.

Questa Eugenia era d’indole assai diversa da quella del padre, ma fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent’anni può somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent’anni le fiorivano indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e semplice; aveva i capelli d’un color castano scuro, pettinati con la riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la cintura larga, le mani ed i piedi un po’ grandi. C’era in lei qualcosa d’incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l’educanda timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una passione vorace per i romanzi d’amore. Da molto tempo, nel suo cuore nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore. Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l’amava sopra tutto per i suoi malanni.

C’era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare le fanciulle, ancor più se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle d’Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l’uomo ch’era l’amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi, una canzonettista, una «cocotte»... — oh parola enorme che le faceva sognare! — quell’uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo, qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di sogni la sua curiosa verginità.

Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse, per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il farmacista s’era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito dell’occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto, nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un’idea, e quanto più essa risulti cattiva, tanto più vi s’incaponiscono.

Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di rado e sempre con aria di compatimento.

Ora, per distrarre i lunghi ozî campestri, s’era messo a far la corte ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di dire, che cioè la saettava d’occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse per il cancello del suo giardino o l’incontrasse la domenica in chiesa, dov’egli andava azzimato come uno zerbino.

Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell’estate, gli cominciò a bruciare nel sangue un’accensione voluttuosa, che non gli dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che bruciassero nella notte d’estate.

La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l’Eugenia e la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s’udivano tutti i rumori.

Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue belle brancia bianche, vôlto che si fu, poichè non v’era lume nella sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure dell’uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle svestendosi e cicalando.

In quella calda sera d’estate il suo sangue ribolliva di ardori contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera aveva respirato con l’anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie di rugiada, il profumo intenso dell’erbe aromatiche. In quel piccolo giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire. Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un congiungimento d’esseri o di cose.

A poco a poco, in quell’ombra si accesero nudità, fiammarono, si contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni erti s’imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron nell’erba rinfrescata. E sentì l’odore di quei corpi salire a lui come una vampa, nell’odore delle piante aromatiche.

Poi vennero ancora più altre, ch’egli aveva baciate con febbre nei torbidi sogni dell’adolescenza, e il giardino si converse in un letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la fragranza de’ rosai, cadeva il pòlline di certe grandi rose gialle, vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d’un riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli, tutt’intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano, come se danzassero, tutt’intorno, con un tintinno, sopra il riflesso dell’acqua insidiosa....

Di là, oltre l’uscio, intese il rumore dell’acqua versata in un catino. Entrò nella camera un po’ ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli parve, di sottane, o gli parve.... Non ricordò nemmeno chi fosse, ma volle guardare; guardò.

Una — la sorella — era davanti allo specchio e si pettinava. L’altra, un po’ curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue. Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca, girandosi con una mano la treccia e con l’altra puntandovi qualche forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di carne intorno all’orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la sua semplice sorella gli era parsa leggiadra così.

E l’altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell’acqua fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva più che la camicia indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva l’acqua luccicante scorrere giù in rivoletti per le braccia grasse, vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s’alzava, come ghiande sotto la camicia tesa.

Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n’andò verso il letto; con le mani riverse dietro la schiena slacciò il copribusto leggero, le mutande gonfie; con le mani un po’ irose contro la resistenza degli uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo corpo e si strofinò con le palme, sopra la camicia un po’ arricciata, da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da notte, lunga e chiusa come una tunica, lasciò che l’altra di sotto le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incrociò le gambe per togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si cacciò sotto il lenzuolo.

Ma colei ch’era sopra il catino, amava più indugiare. Tuffò nell’acqua la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parlò. Si mise a camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo strofinìo del lino un più vivo colore. Ora egli la vedeva interamente, in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie un po’ grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di tremolii, di curve. Andò alla pettiniera e s’incipriò le braccia, il collo. Certo non pareva così raffinata e lisciarda com’era, quella calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di panno, lasciò calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi d’un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le trecce caddero giù per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse, e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacciò indietro. Rideva; era contenta di sentirsi libera e rinfrescata.

Parlarono.

Colei ch’era nel mezzo della camera domandò alla compagna, ch’erasi coricata:

— Vuoi già dormire?

L’altra stirò le braccia voluttuose, le gambe già pigre, diede un lieve sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose:

— No... ancora non vorrei dormire.

L’Eugenia andò verso il proprio letto, ch’era vicino all’altro, raccolse la camicia da notte stesa su la coltre e vôltasi al letto dell’amica la buttò di traverso sul corpo di lei che giaceva.

— Come diventa liscia la pelle con un po’ d’acqua ed un po’ di cipria! — disse alla Luisa. — Tocca.

Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poichè la manica troppo larga le si era in quel movimento ripiegata fin sopra il gomito, col mezzo braccio ignudo toccò il braccio dell’altra, che le stava presso. E lungamente lo toccò, soavemente, con una specie di delizia, con un semiriso di piacere.

— È vero, — fece. Carezzò di nuovo: — È vero. — Poi chiuse gli occhi.

— Tu hai sonno, — disse quella che amava indugiare.

L’altra riaperse gli occhi e rispose:

— Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi.

Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan la camicia su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda del letto perchè non scivolasse interamente, se la lasciò cadere fino alla cintola. Il corpo ne sbocciò fuori come una pannocchia dal cartoccio.

Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio la tondezza del ventre, il dondolìo di quei due seni grandi, un po’ cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezzò lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l’amica, tra sfacciata e confusa.

— Un po’ troppo?... — interrogò.

— Forse... — disse l’altra. E risero.

— Tu, meno assai...

— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo.

Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista la pungeva.

— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... Sono un po’ molli...

— Ah, sì?...

— Tocca...

— Ma no... — fece, con un riso, la più timida.

— E perchè?

Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, l’uno, l’altro, le punte, poi ritrasse la mano come scottata.

Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte, e vi si cacciò dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto quella che aveva lasciata cadere, la buttò sopra una seggiola, e piano piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere.

Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero.

— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe.

— A cosa?

— Al desiderio di avere un marito...

— Oh... sì...

Poco dopo spensero il lume.

V

Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, l’avvolse tutta in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sentì turbata. Egli la rivedeva com’era la notte innanzi, ritta e nuda, con le due braccia ricolme de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola. Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più. Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di perdizione.

Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi era in quel suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sentì come sopraffatta. Anche a lei l’estate metteva nelle calde vene un male indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva nascere il peccato in sè con uno sfinimento ch’era come una morte voluttuosa. E cominciò dalle piccole colpe, con lui, ch’era un maestro lento e paziente, un tentatore pieno di temerità.

Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la mollezza della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il sole, per la strada polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per le scale:

— Vieni da me.

Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il campanile suonasse nella notte un’ora inoltrata, che la luna compisse un mezzo giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto, volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda vibrátile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... — e v’andò.

················

— Mi sposerai?

— Certo.

Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un ricco miele.

Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza conoscere il male che fanno.

Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica, scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e fette di cocomero, la sera.

Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana, ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino, e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì l’abitino che portava, il suo più bello.

E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia rimase incinta, quando la luna finì.

Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava...

VI

Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura. La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro, da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace.

Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre, che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni, dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto.

«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi pieni d’odio.

— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i singhiozzi e le lacrime.

— Quale?

— Confessare tutto e sposarci súbito.

— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò.

E volse le spalle mettendosi a fischiettare.

«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.»

Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora — erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella rispondeva seccata:

— Mamma Gilda, lasciami stare.

Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita:

— Se non stai ferma, benedetta!...

— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando un baffetto d’Arrigo.

— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli rispose.

— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con civetteria.

— Non ho tempo.

— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in fondo in fondo, per antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. — Una volta, corbézzoli! non me lo sarei lasciato dire.

— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime acque... — fece Arrigo.

— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... Ma, se si tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui non facciamo credito.

— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece la Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno.

— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t’invischiassi con quest’altro, mo’!...

Arrigo tuttavia si mise a ridere:

— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po’ che posso.

— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia.

Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a Mamma Gilda:

— Ti ho pagata finora o no?

— Non dico...

— Ti devo qualcosa forse?

— Cento cinquanta lire.

— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. Ti devo altro?

— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche!

— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè mi secchi!

— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi le mani entro le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo di chiavi. Ma non se ne andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa, petulante, avida, e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a nascondere un senso d’invincibile maternità.

— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è di nuovo allora?

La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era il giovine.

— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole col palmo sul nudo della coscia; — una sciocchezza grave.

— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre l’altra sogghignava.

— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... come accade spesso nelle case di campagna...

— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe la vecchia con un cipiglio infernale.

— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho resa incinta una ragazza!

— Eh?

— Eh?!... — esclamarono tutt’e due.

Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stupì a lungo.

— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una sninfia, di quelle che si dànno sull’erba, come le cavallette.

— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò.

La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia.

— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una specie di signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E perchè mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d’imposture?... Sei un farabutto!

Mamma Gilda si mise ad aizzarla:

— Vedi cosa ti combina quel sudicione?

Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere e non se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, almeno d’un consiglio, ed era venuto per questo. Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria tutto quanto le capitava sottomano.

— Capirai, è stato uno scherzo...

— Già, e adesso sposala!

— E’ appunto quello che lei vuole.

— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati presto! Quanti anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi?

— Sì, vergine, vergine.

— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula.

— Se te lo dico io...

— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno di quei grandi sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l’esperienza d’una vita.

Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando il nome e l’indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, chè anzi l’avrebbe strozzata più volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro, bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre, uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al solo pensarvi...»

Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, tutt’e tre.

Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò il grembiule sui fianchi:

— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa si accomoderà, forse...

— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo.

— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci qua la ragazza e combineremo.

— Qua?

— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa propria, mio bel signorino! Però bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire le hai o non le hai?

— ... naturalmente.

— Naturalmente cosa? Le hai o no?

— Per ora no.

— Allora amen!

— Ma le troverò.

— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente.

— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il risultato è certo e se c’è molto pericolo.

— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. Quello che posso dirti è che io, in persona — e vedi che sto benissimo — ne ho sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes....

— Io, niente! neanche uno!

— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno scorso?....

Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia.

VII

Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo persuase l’Eugenia a recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la cosa in quel modo. Non appena l’altra si fosse liberata, farebbero conti e patti chiari. Perchè, se a lui piaceva passare il tempo con le ragazze così dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro a tornarsene con Giannotto, il quale già le correva appresso di bel nuovo ed era, se non altro, una persona molto più delicata.

Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar mamma Gilda; ossia non le diede, poichè non le aveva, ma firmò un’altra cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque lire. Se l’intendessero poi fra loro....

L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che mamma Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle un bicchierino di cordiale. Trovò che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che le divide, sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di sororale pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti esposte agli stessi pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugenia mamma Gilda ispirò tanta fiducia, che d’un tratto si mise a piangere contro la sua spalla, credendola forse una suora di carità.

L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce.

Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo mandaron via, e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di tornare, ma sola, il giorno seguente.

Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso. Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità, fosse paura o rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla.

— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla.

E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata come un cencio, un po’ barcollante.

Egli accorse:

— Dunque?

Soffriva, era tutta contratta, non rispose.

Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi sospinse l’Eugenia.

— Dunque? raccontami... Non puoi parlare?

Ella scosse il capo.

— Soffri?

— Sì, molto, — disse fievolmente.

— Ma non è tutto finito?

— Finito, ma...

— Cosa?

— Una emorragia, credo...

— Non cessa?

— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare...

Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua spalla.

— Povera me, ho paura!...

— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno.

Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un poco di persuasione.

Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere medicine.

Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a gridare:

— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia...

— Che c’è!

— L’Eugenia muore! Correte!

Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase fuori, nella corte, pavido come la morte.

Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, sangue.

Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille cose, ma non poteva più guidare i proprii atti.

— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla. Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva.

Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi volse gli occhi intorno, con stupore.

— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo...

— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio.

— Un aborto, — fece il medico.

— Eh! Sei pazzo?

— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure necessarie.

Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto denunziar la cosa.

La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato.

Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso, fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre.

VIII

Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime, senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul capo un gran colpo di mazza.

Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava nel vicinato.

Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita colpa di Arrigo.

Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera.

Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani, l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del farmacista.

Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto.

— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non ti scorderai che siamo vecchi amici.

Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso dal giornale e lo sogguardò di sbieco.