Il Cavaliere dello Spirito Santo
GUIDO DA VERONA
Il Cavaliere
dello Spirito Santo
STORIA D'UNA GIORNATA
MILANO
Casa Editrice BALDINI & CASTOLDI
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
—
1915
PROPRIETÀ LETTERARIA
Entra il Prologo.
Una dolce sera mediterranea cadeva su la focense capitale dei Massalioti, or divenuta Marsiglia di Notre-Dame-de-la-Garde, sotto lo scettro imperatorio di Raimondo I. La città incurvata sul duplice suo porto, come sul gemino seno la madre che allatta il suo pargolo, riboccava per le babeliche strade, per le piazze alessandrine di tutte le ciurme, di tutte le pestilenze, di tutte le prostituzioni del mare di levante.
Era in un mese d'estate, verso quell'ora che le stelle irrompono come sprazzi di fuochi artificiali tra le nuvole d'un cielo ancor rosso di tramonto. Grandi mantelli d'azzurrità quasi buia s'avvolgevano intorno ai dirupi medievali dell'isola di Château-d'If; l'antico forte St-Jean dei Cavalieri di Malta, con i suoi terribili occhi semispenti, ancor frugava per l'ombre del mar latino in cerca di galere barbaresche. Un odore drogato e contagioso di cuoio, di spezie, d'olii, di cereali e di bestiame vampava dagli stracarichi magazzini de la Joliette fra i profumi della sera d'estate.
Non più ricordo con esattezza quale fosse il titolo della «revue d'été» che si rappresentava al Variétés-Casino; so che lo sfarzo dei lampioni quasi violetti e gli occhi neri d'una marsigliese giovine, così forte m'attrassero che dietro i suoi passi v'entrai. Aveva la pelle morbida come un guanto di antilope bianca, la sua capigliatura fosca luccicava come argento brunito. Ma era in compagnia d'un vecchio avvenente, le stava presso un giovincello scrupoloso: per me non v'era posto e me ne racconsolai.
Come si chiamava, diamine! quella rivista d'estate? Forse: — «Tout nu... mam'zelle?» — «Soyons Cannebière!...» — «C'est ça qu'est chic!» — «Je m'en f... du progrès, zut!...»
Mi pare che il titolo fosse quest'ultimo, o qualcosa di molto rassomigliante; in ogni modo il Compare, tipo alla Mayol, minacciava di pinguedine; la Comare, ossigenata e custodita in un busto che pareva scenderle sino ai ginocchi, aveva uno sguardo fortemente lesbico; ma c'era una indiavolata e struggente ballerinetta, che faceva la «Gibson girl» con un piedino da stare in tasca, la quale mi piaceva più che tutta Marsiglia; e si dicevano cose un po' forti, un po' estive, un po' sudate, cose piene di Montmartre marsigliese.
Nella poltrona presso la mia v'era un uomo di mezza età, personaggio che m'incuriosiva quanto mai con il suo tipo d'inglese coloniale o di pastore anglicano dalla faccia d'esteta: un Lord Byron da strapazzo che si vesta in sartorie d'abiti fatti e frequenti la ellenica scuola di danza del fratello d'Isadora Duncan. Quella familiarità che dal riso presto nasce fra nomadi, quando come anime dannate si va in cerca di svago per le notturne città forestiere, fece sì che in poco avessimo legato discorso. Durante l'intermezzo gli diedi il mio biglietto da visita, ch'egli lesse con attenzione, poi mi presentò il suo che recava questa dicitura:
le chevalier Aristophane
auteur de revues classiques
ATHÈNES.
Incontrare Aristofane in persona al Variétés-Casino di Marsiglia, non è cosa che cápiti ogni giorno, e fui lietissimo della buona occorrenza. Egli parlava il francese con un lieve accento levantino, ma le sue frasi eran sparse d'un sale attico di piacevolissimo sapore, anzi mi avvenne di riflettere quanta rassomiglianza vi fosse tra la spigliata galloria di linguaggio dei «boulevards» parigini e il greco antico degli anfiteatri d'Atene, che m'aveva, ohimè, fatto sudare i miei buoni anni di liceo. Scendemmo al bar sotterraneo dove mi permisi di offrirgli un ottimo cock-tail Martini; egli fece qualche complimento, ma io lo persuasi a non cambiare le sue dracme, visto che avevo nel taschino molta moneta spicciola.
Durante la rivista, — «Soyons Cannebière!...» «Je m'en f... du progrès, zut!» — si parlò del più e del meno; dopo, nell'uscire, si venne alle confidenze. Volle conoscere la mia patria, il mio mestiere, l'età, l'albergo, l'itinerario, mi domandò cosa facessi a Marsiglia, e così via. Gli narrai con qualche rammarico di essere un pressochè ignoto poeta e romanziere della terza Italia, non già che i miei scritti la cedessero a quelli della celebre Carolina Invernizio, ma insomma perchè il mondo è così fatto e l'Accademia non li vuole. «Servono, caro amico Aristofane, a dilettare gli ozî di qualche impiegato del telegrafo, o ad eccitare l'insonnia delle belle signore afflitte da un marito sonnacchioso e da un amante troppo metodico... Vi sono molti classici nel mio paese, che scrivono divertentissimi romanzi, e la gente seria legge questi. Ma io, caro amico Aristofane, «je m'en f... du progrès, zut!»
«Le chevalier Aristophane» mi prese allora sottobraccio ed ebbe la cortesia di dirmi che mi trovava simpatico.
— In Italia, — mi spiegò, — vengo assai di rado, perchè vi ho molti rappresentanti che tutelano i miei affari e la Società degli Autori mi manda ogni tanto un vaglia, che naturalmente è sempre ben accolto. Non certo per offendervi, ma questa Italia è rimasta un gran paese di zucconi, come al tempo dei Romani, vecchi tangheri. Scusate la franchezza, mio delizioso amico, ma io son nato in Grecia e non so dire che la verità...
— Che mai! avete mille ragioni: laggiù si cammina a passi di lumaca, e solo quando una cosa ha ormai fatto il giro della terra, eccola da noi che tira fuori le corna. Siamo un popolo che impiega cent'anni per acquistare una convinzione, un'ammirazione, un'idea, ma quando la è penetrata nel sangue, nè l'evidenza nè la dinamite non la possono distruggere più.
«Le chevalier Aristophane» mi strinse il braccio, ed ebbe la cortesia di dirmi per la seconda volta che mi trovava simpatico.
— Avete moglie? domandò.
— Neanche per sogno! Faccio l'amore all'ellenica, fuori dalla legge, con molta varietà.
Non so davvero quale significato egli desse a questa parola «varietà», ma mi strinse il braccio con più forza e tre volte mi ripetè: ... simpatico!
La Cannebière infuriava di tanti lumi, di tanta baraonda e strepito e vivacità, che pareva l'immenso viale d'una fiera di zingari scendente verso il mare.
— Torniamo in su, — gli dissi, — torniamo verso la porticciola per dov'escono le attrici del Varietés-Casino; avrei voglia d'invitare a cena la «Gibson girl» col piedino da mettere in tasca.
Il buon greco ebbe un sorriso affabile ma ironico per questa mia concezione tutta latina dell'amore, e mi parve che in quel sorriso ci fosse anche una leggera ombra di gelosia. Nondimeno accondiscese.
Le piccole attrici uscivano con le loro arruffate madri, coi loro protettori dal pugno solido, coi loro moscardini dai cappellucci su le ventitrè; alcuna se n'andava sola, in fretta, onesta; molte occhieggiavano; le più eleganti eran attese da giovini o vecchi nottambuli; altre, in compagnia di comici, s'avviavano loquacemente a mangiare in qualche taverna del porto la drogata «bouillabaisse» o la buona fumosa «choucroute». Ed io non vidi affatto l'indiavolata «Gibson girl» con il piedino da mettere in tasca. Marsiglia quella sera mi rifiutava con ostinatezza il suo color locale.
Proposi ad Aristofane che andassimo a cenare in una leggiadra sciampagneria, là dove rosseggia l'orchestra boema e le tersicori ospitali siedono alla vostra tavola per pesare con tutta la lor sete, con tutta la loro voracità sul conto elegante che poi vi porge un impassibile maggiordomo.
— Delizioso amico, — disse Aristofane, — accetto volentieri tutto quello che vi piacerà d'offrirmi e tutti gli spassi che vorrete proporre per lo svago di questa notte che rubo a Morfeo. Domattina di buon'ora m'imbarco per la Grecia e in forza d'una vecchia usanza preferisco non coricarmi affatto che interrompere un sonno ben avviato verso il mattino.
— Che mai? lascerete così presto Marsiglia, quand'io mi ripromettevo di godere lungamente la buona sorte ch'ebbi d'incontrarvi?
— Benchè immortale, nulla mi scampa dalle traversìe della fierissima vita! Gli Dei non mi consentono più lunga dimora in questa lieta Francia che ha risolta con tanta grazia la seccatura di dover vivere! Anch'io debbo tornarmene a quel mio paese classico, dove ormai cápita su per giù tutto quello che del vostro dicevate, con l'aggravante che voialtri avete il buon senso d'andare lenti ma di sapere che siete lumache, mentre noi, sin dal tempo di Salamina e delle Termopili, chiamiamo epopea una rissa fra due villaggi, scriviamo dieci poemi per eternare la storia d'una burlesca infedeltà, e creiamo un Olimpo immortale con qualche vinattiere ubbriaco nonchè un paio di nude veneri da lupanare!... Quando Platone venne fuori con la panzana dell'anima, nessuno si aspettava che l'idea facesse tanta strada; quando si condannò alla cicuta quello scostumato blaterone di Socrate, nessuno s'immaginava che la nostra Atene, piccola e pettegola città di provincia, ne avesse a patire tutta l'infamia che ne patì; Anacreonte, nel creare il suo repertorio alla Fragson, manco dubitava d'essere ancora in voga verso i tempi vostri; Saffo, nel fare come la marchesa di B....... in letto e come la Comtesse de Noailles al tavolino, sperava per un delitto e per l'altro un poco più di discrezione storica; le trecento guardie civiche massacrate alle Termopili meritavano, è ben vero, tutte le punizioni più feroci, tranne quella d'essere cantate in rima undecima dal vostro bardo Felice Cavallotti, e il borgomastro Pericle non si sognava mai che la sua mantenuta gli rimarrebbe sul dosso per tutta l'immortalità... Vi annoio forse?
— Tutt'altro, caro amico! Sono anzi del vostro parere in un modo che oltrepassa ogni dire.
— Allora non vi farò mistero di niente... Io stesso, io stesso, quando scrivevo, per esempio, quelle due piccole riviste che si chiaman le Rane e le Nuvole, certo non spingevo la mia più vanagloriosa fede oltre la speranza che mi tenessero il cartello per un paio di stagioni su gli anfiteatri d'Atene. Vi potrei dire la stessa cosa di Sofocle, che si dava al genere serio, come degli altri, a voi noti quanto a me, che racimolavano alla meglio da tutto il teatro ellenico e forestiero quel guazzabuglio di cose che basta per trarne fuori un dramma, una commedia, un «vaudeville», una «pochade», un «lever-de-rideau» e così via. L'immortalità ci è venuta addosso come l'acqua a ciel sereno, e vi giuro per la barba di Giove che se oggi mi provassi con la stessa penna a scrivere qualcosa di duraturo, certo non vi riuscirei!
Volli adulare la sua bizzarra modestia.
— No, caro amico, — m'interruppe, — non insistete! Ve lo assicura Aristofane, che se n'intende! Le cose immortali sono quegli uovi di gallina che per avventura vengono depositati su la china dell'immortalità: rotolano giù con un andare sempre più veloce, e non trovano il sasso che li scocci. Ma io vi assicuro che nell'Atene Palladia vivevano per lo meno dieci uomini di vero genio, che nessuno allora nè dopo immortalò; mentre ai tempi nostri quel buon Sofocle era l'autore delle madri nobili ed Euripide spassava tutt'al più i borghesi arricchiti e qualche isterica vaporosa «bas-bleu». Io me la son cavata un poco meglio in grazia d'averne dette di cotte e di crude, senza peli su la lingua e con un certo brio, sul conto di quelli che andavano per la maggiore; — ma scrivevo un greco che ai tempi nostri era tenuto per mezzo dialetto e i critici serii non degnavano parlare delle mie commedie. Io me n'infischiavo altamente, visto che il mio scopo era la cassetta, e gl'impresarii, con le riviste d'Aristofane facevano quattrini, mentre col teatro classico d'allora gli anfiteatri andavano diserti più che oggi, nell'Atene di Francia, la ben affrescata sala dell'Odéon! Perchè, vedete, l'arte, come la religione, come la moda, come il codice, come le usanze, come tutto insomma, non ha ragione d'essere fuori dal suo tempo, ed è infinitamente bestiale chiamar oggi capolavoro la commedia o la poesia d'un greco, quando non potete più collocarla se non in mezzo ad un mondo artificiale e non avete più se non i vostri pregiudizî storici per estimarne in modo grottesco le bellezze apparenti. L'arte è un'essenza viva che finisce con il suo tempo, e voi, quando mettete le mani fra cose di migliaia d'anni fa, rimovete solo dei cadaveri o per lo meno delle mummie assai ben conservate.
— Saprete nondimeno, — gli osservai, — che c'è nell'uomo il gusto dell'esumazione.
— Senza dubbio, e v'è un altro vizio nell'uomo più condannevole ancora: quello di non voler ammettere a nessun patto che lui stesso e tutte le sue cose debbano essere transitorie. Perciò va in cerca dell'assoluto, nell'arte come nella metafisica, e piglia certi gamberi che chiamerò, per dirla con gli ottimi berlinesi, gamberi colossali! — Ma è lontana, mi sembra, la vostra sciampagneria!
— Nient'affatto; ci siamo passati dinanzi tre o quattro volte nel passeggiare, ma ho preferito non avvedermene perchè la vostra conversazione mi distrae.
«Le chevalier Aristophane» mi riprese il braccio che m'aveva abbandonato, e per la quarta volta ebbe la cortesia di trovarmi simpatico.
— Dunque, a parer vostro, — feci, — i soli buoni giudici dell'opera d'arte sono i contemporanei.
— I contemporanei no, perchè tutti i contemporanei, di tutte l'epoche e di tutti i luoghi della terra, sono un branco di assolute bestie; buoni giudici sono quelle minoranze d'intelletti geniali che vivono nello stesso tempo dei creatori d'opere d'arte o in epoche appena successive; ma non sono quasi mai costoro quelli che riescono a far prevalere la lor opinione, perchè nel mondo, checchè si dica, prevale sempre l'opinione delle maggioranze, ossia dei mediocri. E forse, al di sopra di questi giudici eletti, v'è per l'opera d'arte la consacrazione della sensibilità popolare, la quale non comprende ma sente. Questa sensibilità è passeggera e delebile come la folla passionale che la genera, ed a vero dire quando svanisce l'anima sua, svanisce la bellezza intrinseca dell'opera d'arte. Il resto è un'eco; il resto sono quelle piante fiorite, quelle vivande sontuose che gli Egizî mettevan negl'ipogei per profumare e per dar da mangiare ai morti. Sicuro... e se le pappavano i sacerdoti!
— Caro Cavaliere, non posso dirvi altro che una cosa: le vostre parole mi sembrano pronunziate in modo chiaro da una persona oscura che ábiti entro di me. Vi ringrazio del buon ammaestramento, il quale m'insegnerà d'oggi in avanti a guardare con occhio più limpido sui valori delle cose.
— E sopratutto a riderne, amico mio!... perchè il valore delle cose non è che un immenso riso contenuto, un'immensa ironia repressa, tanto più grande quanto più il valore è grande. I valori?... oh, che fiabe! L'uomo ha sempre lasciato passare senza porvi mente le cose più belle che gli furon dette; ma invece, anche per la bellezza come per la ragione, ha costruito un sistema metrico decimale, con che si diverte a far somme, sottrazioni, radici cubiche, logaritmi, e si sollazza quanto mai vedendo che queste operazioni riescono, cioè che i risultati sono immutabilmente uguali... Avrei bisogno, se non vi disturba, d'entrare un momento in questo piccolo chiosco.
L'attesi. E passavano tre vispe Marsigliesi dall'accento e dal passo di tamburine, le quali parlavano coi loro tre amici di belle cose vedute al Casino de la Plage. Un odore aspro di pescheria, di conchiglieria marina, feriva terribilmente l'aria dalle prossime botteghe di pescivendoli chiuse; un dragone, quasi nuotante nelle due fisarmoniche de' suoi stivali, trascinava la sciabola sferragliante, che tosto o tardi vedrà il sangue degli Usseri della Morte; intanto angustiava una grossa baldracca, la quale non voleva cedere sul prezzo.
— Ebbene, Cavaliere, alla buon'ora!... Non mi avete ancor detto cosa vi richiama sì presto in Grecia.
— Bisognerebbe vi confidassi apertamente il mestiere che faccio in questo ventesimo secolo cristiano, ed avrei un certo ritegno a dirvelo se non mi foste tanto simpatico... Ecco qui: siccome v'è su la terra una cosa che non muta mai, si chiami dracma o «vingt sous», bisogna per forza riuscire a guadagnarsene, vi pare?
— A chi lo dite, Cavaliere!
— Dunque se dessi oggi commedie sotto il mio nome certo mi fischierebbero, poichè l'immortalità, per sua propria natura, è cosa che appartiene solamente ai morti. Sicchè scrivo per gli altri, mi faccio ben pagare, ma non firmo. Voi saprete forse che a Parigi, ed anche altrove, quasi tutti fanno così. Ma io lavoro per Parigi. Ho una mezza dozzina d'autori molto in voga i quali hanno la bontà di servirsi alla mia ditta. Vado a Parigi regolarmente una volta ogni sei mesi, faccio il giro della clientela e sento cosa desiderano. De Flers et Caillavet, poniamo, vogliono una «pochade»... («il Re», vi avverto, l'ho scritto io;) ma tralasciamo i nomi ch'è meglio! Dunque X, poniamo, vuole una rivista per l'Alhambra, Y un'altra per la Cigale, Z una «revuette» per il Théâtre Michel, e così via... Si chiacchiera un poco insieme, ci si accorda sul genere, sui denari che posso far spendere per la messa in scena, sul prezzo che mi si pagherà, e quand'ho la cartella piena di commissioni prendo il piroscafo a Marsiglia e faccio per così dire vela verso il Pireo. Laggiù, poco fuori d'Atene, ho quattro palmi di terra, una bella casetta di campagna, un giardino rustico, una vigna che matura sotto il clima dolce, ho qualcos'altro che non vi dico... e là tranquillamente lavoro. Vi avverto, caso mai v'occorresse, che scrivo anche drammi, tragedie, commedie sentimentali e borghesi.
— Ah, per bacco! datemi il vostro indirizzo, caro Cavaliere, perchè non si sa mai!
— Indirizzate pure ad Atene dove tengo un «pied-à-terre»; il portinaio mi manda la corrispondenza in campagna. Per voi sono disposto a prezzi di favore, data la grande simpatia che m'ispirate.
E mi riprese il braccio.
— Non sono alieno, — dissi, dopo averci fatto su un pensiero, — non sono alieno dal tentare il teatro a mia volta, oggi sopratutto che non v'è persona ben educata la quale non si creda in obbligo di far qualcosa per le scene. Conosco perfino un ex-analfabeta il quale vi si esercita, sicchè mi potrei forse concedere questo lusso anch'io, dal momento che con la roba scritta son, oserei dire, in una certa familiarità...
— Non avrete che comandare per trovarmi sempre ai vostri ordini. Vediamo un po', cosa piace a casa vostra?
— Ah... tutto! piace tutto! Purchè ci sia pensiero, molto pensiero, un'esagerazione di pensiero... Negli altri paesi il teatro è teatro, da noi è pensiero. Infatti «la Presidentessa» ebbe un esito enorme.
— Non faccio per vantarmi, caro amico, ma anche «la Presidentessa» è roba mia!
— Felicitazioni! e vi prego di crederle sincere, perchè io considero «la Presidentessa» come un esponente necessario del teatro moderno.
— Oh, questi son nonnulla che fabbrico per Parigi. Ne ho venduti a bizzeffe. Proseguite, vi prego, sul teatro italiano.
— Ebbene, vi ho già risposto: in Italia si traversa un'epoca di pensiero, il teatro è riproduzione della vita, quindi le platee sono addirittura sitibonde di pensiero... Figuratevi, per darvi un esempio, che da noi si rappresenta Ibsen, specchio di semplicità, come si metterebbero in scena gli oracoli della Sibilla cumana! È delizioso... e poi si rabbrividisce! Dunque, se ci possiamo intendere sul prezzo, io v'affido subito la commissione: vi prego solo di non seminarvi un ingegno che sia di troppo superiore alle mie forze, altrimenti ognuno potrebbe comprendere che non è cosa mia.
— Sentite, il prezzo per voi sarà questo: un terzo dei vostri diritti d'autore. Vi conviene?
— A meraviglia. Dunque mi fido a voi; scrivetemi quel che vi pare e piace, con l'avvertenza che amerei fare qualcosa di nuovo. Mandatemi, per esempio, un... cinquecento grammi di roba scritta, io vedrò poi secondo il momento se mi convenga di chiamarla dramma, tragedia, commedia, farsa...
— E perchè non rivista? Da voi, ch'io sappia, se ne fanno meno che altrove: sopratutto non si fa il mio tipo «articolo di Parigi». E con quel tanto d'aristofanesco che vi potrei cacciar dentro io, si rischia d'avere un bel successo.
— Buona l'idea! mi piace! Vada per la rivista, ma per l'amor del cielo trovate il mezzo di riattaccarla in un modo o nell'altro alla inevitabile tradizione... Che so io? per esempio alla tradizione della nostra Commedia dell'Arte, perchè in Italia, come vi ho detto, senza la tradizione, è tempo perso, non si conclude nulla.
— E siamo intesi! adesso lasciate fare a me. Caso mai non vi piacesse, me la rimandate, io la smercio altrove e per voi ne scrivo un'altra. Fra persone di mondo, il mezzo per intendersi c'è sempre! Solo abbiate la cortesia di ripetermi bene il vostro nome, perchè nel leggere il biglietto da visita ho avuta quasi la reminiscenza d'un casato che non mi tornasse nuovo.
Poi ebbe un lampo:
— Ma voi, — disse, — fate proprio il romanziere, non è vero?
— Sì.
— E scrivete anche romanzi?
— Sì.
— Ossia delle storie per lo più d'amore, che posson anche trattare di qualsiasi altro argomento, purchè si chiamino romanzi?
— Sì.
— È quello che volevo dire!... Io vi conosco, io vi ho letto, io vi trovo molto molto simpatico!
— Toh!...
— E dico: molto!
— Mi pare impossibile che abbiate letto i miei romanzi condannati all'ostracismo da tutta la critica più erudita e meglio pensante!
— Eppure così è! Uno almeno l'ho letto; ora vi spiego. Non conoscete voi per caso un certo signor... un certo signor...
Sebbene la strada fosse per intorno deserta e non si vedesse in qua dai cento metri che la goffa ombra d'una guardia municipale, Aristofane s'avvolse tuttavia di misteriosa cautela e mi soffiò quel nome nell'orecchio, a voce sì piana che quasi non l'udii.
Rispetto quindi gli scrupoli dell'ateniese.
— Questo amabile vostro poeta, — illustrò l'immortale, — ha scritto e scrive molte bellissime tragedie greche. Lo conoscete voi?
— Certamente lo conosco, mio caro cavaliere!
— Bene, tanto per illuminarvi, sappiate che tutte le sue tragedie le ho scritte io!
— Oh, guarda che bel caso!
— Proprio; ma statemi a sentire. Qualche tempo fa, mi arriva un suo telegramma: «Urge dramma greco terribile poco prezzo entro venti giorni.» Per la barba di Saturno! avevo proprio su le spalle tutta la nuova stagione parigina, e rispondo: «Impossibile. Tempo insufficiente. Tragedie greche esaurite. Complimenti.»
Il giorno dopo ricevo altro telegramma: «Provvedete indefettibilmente ( — questo avverbio lo avrà pagato come due parole), ovvero perdete cliente.»
Daimon! daimon! in commercio non si scherza! Mi misi le mani tra i capelli e telegrafai «Avretela. Scrissi al mio libraio d'Atene che mi mandasse tutta la più recente produzione libraria dei cinque continenti, in special modo quella dove si parlasse d'adulterio sotto tutte le forme più peregrine, e di delitto in ogni maniera più efferata, ossia quegl'ingredienti che sono ancor oggi, come al tempo degli Atridi, lo specifico infallibile dell'arte.
Dopo aver scartati cinque o sei libercoli per signorine, cinque o sei Tempietti di Venere per Aspasie morfinomani, la mano mi cadde sul vostro romanzo, che m'impensierì per il suo titolo. Pensai: — Un romanzo che si chiama «La vita comincia domani» deve trattar di cose decrepite come la terra! Mi misi a sfogliarlo... e, per Ercole, ero a cavallo! Ecco la tragedia greca bell'e fatta, e fatta in modo che, con tre o quattro tagli della mia forbice classica, una spolveratura di quelle sapienti spezierie che sono il mio segreto di fabbrica, la tragedia riesca magari a cavarsela meglio che le altre. Detto fatto, in quindici giorni la tragedia era pronta e navigava su Francia. Egli fu assai lieto, mi pagò profumatamente, accompagnando il vaglia con una lunga e bella sua lettera, nella quale mi felicitava d'aver improvvisato con sì grande prestezza una irta e sonora tragedia greco-moderna, che andrebbe ad illustrarsi del suo nome verso i teatri di due popoli. E il poverello non sapeva, com'io non seppi fino ad oggi, di dovere a voi, proprio a voi, simpatico italioto, l'ultima e la più sciagurata fra tutte le tragedie greche! Sì, perchè io non vi adulo, caro amico: il vostro romanzo è una cosa disinvolta... ma fetida.
— Séguito ad essere sempre più della vostra opinione.
— Tanto fetida e tanto disinvolta, che può darsi un giorno o l'altro mi scriviate un bel libro.
— Ne sono certo anch'io.
— Un bel libro, con il quale forse non andrete alla gloria, a meno che non troviate la china dell'uovo di gallina, ma che insomma vi darà la soddisfazione intima dell'uomo fortemente allegro, il quale, con tutta licenza, abbia fatta una risata madornale e villana e libera su la faccia al mondo intero! Perchè questo, e nient'altro, è la vera arte: una risata.
— Per l'appunto, Cavaliere; una volta non pensavo così, ma ora sono di questo parere anch'io. Dunque, per concludere: posso contare su la rivista? e per quando?
— Verso il mezzo inverno, ma non prima, caro amico, perchè ho commissioni fin sopra i capelli.
— Non ho premura, purchè venga bene.
— Ci penserò per mare; su l'acqua infinita le idee s'allargano. E ditemi, visto che avete l'uso di scriver romanzi i quali si prestano mirabilmente a foggiarsi da tragedie greche o magari da tele per melodrammi, poichè la ricetta è la stessa, non ne avreste qualche altro da mandarmi, caso mai mi trovassi a corto di materia per qualcuno della mia clientela?
— Per bacco, altrochè! Ne ho un paio d'altri, dai quali si potrebbe cavare a maraviglia una cosetta, per esempio, mistica, ovvero un paio di scene terrificanti per il teatro del Grand Guignol... Insomma io ve li mando, voi vedrete con la vostra esperienza se c'è qualcosa da fare, e cosa c'è.
— Non vi dispiace mica, è vero, che vi adoperi le vostre coserelle?
— A me? che diamine! anzi ve ne sono gratissimo! Purchè le diate, beninteso, a un autore di grido, essendochè voi capirete bene che «à tout seigneur tout honneur!» e che quando per esempio si ha un'amante, la quale ad ogni prezzo debba renderci cornuti, nel rammarico inevitabile della scornatura fa sempre un certo piacere che almeno se ne vada in letto con una persona pulita. Vi pare?
— Sarà benissimo, poichè lo dite. Per conto mio, la donna vada in letto con chi vuole, non mi fa nè caldo nè freddo... Io sono rimasto greco in amore, greco d'ambo i lati, greco in ogni senso... e la donna, vi assicuro, la donna per l'amore non è che un palliativo!
— Oh, Cavaliere garbato e faceto, quali cose andate mai dicendo!
— Le cose d'Aristofane, delizioso amico mio, ch'eran vere al tempo d'Aristofane, e sembrami talvolta che vogliano tornar vere anche oggidì! Non vi pare lunga e dolce questa notte d'estate?... Non vorreste narrarmi da presso, imprimere nella mia memoria, insinuarmi nell'anima un vostro romanzo vissuto?... E non è questa la fiera colonia focense, la primitiva e robusta Massalia che portò ai barbari, dall'ellenico mare, il nostro costume gentile?...
— Cavaliere anacreontico e scherzevole, sono doluto assai di non potervi compiacere! Io sono rimasto profondamente barbaro, barbaro d'ambo i lati, barbaro in ogni senso... e la donna, vi assicuro, la donna per l'amore sarà un palliativo, sta bene... ma è ancora l'unico!
— Oh, divina babbuaggine di questi moderni, che hanno portato la retorica persin nell'amore!... Vedo pur troppo che c'è fra di noi tale opposizione di principii, che il mio buon senso mi dice: — «Aristofane, compatisci quest'onagro e non insistere!» — Così entriamo, se volete, nella maledetta sciampagneria!
Vi rimanemmo sino al mattino, celiando e trastullandoci con le carezzose danzatrici, attente quanto mai al rilucere delle mie piccole monete d'oro. Aristofane, da buon greco, non ne trasse fuori manco una. Poi verso l'alba ce n'andammo per separate strade, Aristofane con un agile ballerinetto che non professava i miei costumi barbari, io con la sorellina di costui, una brunetta di Montpellier, che forse non li professava manco lei.
L'orribile vetturino, panciuto e con la faccia vinosa, schioccava di frusta gridando lazzi alle pescivendole mattiniere; su la città marittima nasceva un giorno quasi biondo: il Prado si avventava contro il mare indolente con un grande ringiovanire de' suoi alberi antichi.
Ora, verso il mezzo inverno, Aristofane mi ha mandata la rivista... Ho pensato meglio di non farla rappresentare, ma invece la pubblico tal quale.
G. d. V.
27 Febbraio 1914.
Gli Uomini; le Donne;
il Cavaliere dello Spirito Santo;
il Fato Moderno;
l'Orchestra in sordina;
la Città.
Giorno di sole o d'ombra, di bufera
o di pace.
Si apre la giornata.
(È Compare della Commedia il Cavaliere della Films, Comare la bellissima etèra Meridiana.
Improvvisa la Commedia un solo e sconosciuto personaggio, il Cavaliere dello Spirito Santo, che siede mascherato nella nicchia del suggeritore.
Il Compare o la Comare annunziano dalla ribalta i personaggi.)
Lo spegnitore di lampioni:
Ogni notte, quand'è verso quest'ora, cápita fuori il giorno. Bei ragionamenti! Non è certo possibile che una mattina per caso ricominci a far buio!... La vita è regolare. Peccato, perchè alla lunga se ne prende l'abitudine e secca di morire anche quando s'è in miseria.
Sono vecchio, vidi molte cose; dopo l'olio venne il gas, dopo il gas la luce elettrica; rimane in piedi qualche decrepito lampione, ma sembra un lumino da morto nel mezzo d'un cimitero. E cosa verrà dopo? I mestieri d'una volta vanno dolcemente a farsi benedire; adesso per campar la vita bisogna che un povero cristo ne sappia quasi come un professore d'Università.
Il professore d'Università:
A torto vi lamentate, buon uomo! Volete ascoltare le mie lagnanze? Ho sposato un mostro con la speranza d'avere almeno una donna di casa. Invece mi ha partorito ben quattro figli pestiferi e da vent'anni in qua non riesce che a farmi sudar bile. Per conto mio, mi sono digerita l'Enciclopedia Universale: so tutto e non capisco niente. È una bella commedia anche il Sapere! Fra un'ora, nonostante i reumatismi, devo trovarmi all'Ateneo: ho duecento imbecilli da rendere più imbecilli che mai. Senza dubbio l'ultima parola di tutti i sistemi filosofici è un sillogismo che si chiama: lo Stipendio. Mia figlia, futura professoressa in belle lettere, oggi vuol imparare il tango.
Il maestro di tango:
Fra tutte le definizioni che si vollero dare dell'uomo, credo che ancora non si sia trovata la giusta. Secondo me l'uomo è un animale che vuol ballare. Vuol ballare a tutti i costi, anche quando la sua struttura non glielo consente. Il ballo è un tentativo di bellezza ed è uno sfogo di vanità; se un professore di tango sapesse descrivere tutte le cose ridicole che ha vedute, farebbe senza dubbio un grande capolavoro.
A Rosario di Santa Fè scopavo la sala d'un maestro di scherma; venni a Parigi, ed una sera qualcuno, — anzi era una venditrice di sè stessa leggermente morfinomane, — scoverse che «ho la linea...» Feci fortuna con rapidità, — (si capisce: cinque luigi all'ora!) — e adesso godo buon nome fra quei burloni di Montmartre che hanno inventato il tango argentino.
È un secolo il nostro, nel quale sopratutto si fa fortuna coi piedi.
L'aviatore che ha fatto il cerchio della morte:
Sopratutto coi piedi in aria, caro Professore! Ai battaglioni d'Affrica faceva caldo; lassù fra le nuvole si gela. Il mestiere che ho scelto è quello di potermi rompere il collo ogni due secondi, per dimostrare quanto sia capovolgibile un apparecchio Blériot. Ma le «backfische» di Berlino m'hanno scritte in compenso molte lettere d'amore; questo fa onore alla Francia, ch'è il paese più eroico del mondo.
Volete sapere la mia storia? Un giorno stavo precipitando a capo fitto, quando un colpo di vento filantropico mi raddrizzò l'apparecchio: avevo compiuto il cerchio della morte. Mi venne l'idea che si potesse farlo anche apposta... La celebrità è un caso fortuito.
***
(Mentre la Città rabbrividisce mirando per l'alto spazio le impennate su l'ala, i cerchi di morte, i voli a capopiè dell'acrobata prodigioso, il Compare, Cavaliere della Films, guida la bellissima etèra Meridiana verso l'aula Magna dell'Ateneo, dove una tesi elegante sarà controversa fra Classico ed Avvenirista.)
Entra il Dialogo fra il Classico e l'Avvenirista:
— Tu, Boezio, credi nel passato, io nell'avvenire; questa è la differenza. Ti piacciono i libri che paion scritti da un greco blenorragico o da un romano scrofoloso; hai tanta muffa su la tua pelle di cartapecora, quanta una conchiglia marina. Il bello che tu ammiri è ciò che parve bello una volta; l'età dell'oro per il tuo spirito, è quella già consumatasi nei forni crematorii del progresso, e che non allunga più nessuna propaggine verde, nessun ramoscello in fiore, nella nostra presente vita.
— Per la barba di Giove, o novo-parlante Edison, hai detta quasi la verità! Deh! non rinnovelliamo le nostre invano controverse accademie! Non farete mai d'un classico persona che finisca in «oide», ovvero in «ista», ovveramente in «ano», come a voi piace di sentirvi denominare. Non l'Inamovibile, bensì l'Indistruttibile siamo! Le Decadenze portano voi; noi portano i Rinascimenti. E il propileo del Tempio greco, al pari della georgica di Virgilio, sono immortali come la vita, per quanto voi ci proponiate architetture da far gracidare le rane di Aristofane, od esametri frantumati e claudicanti, come i laiti sconnessi d'un bimbo che in sogno veda Belzebù!
— Boezio, nell'anima tua stalattitica e scatarracchiante, la goccia mortale dello stillicidio sarà sempre un rumore più costruttivo, che il peana dei torrenti da noi lanciati nelle nostre turbine! Che tu me lo dica è ozioso, perchè so bene quanto il terrore della parola magnifica: distruzione, ti faccia tremare come una foglia gialla. Voi avete il brivido solo nei cimiteri; noi negli arsenali, nei laboratorii, nelle piazze, dove convulsamente si fabbrica la vita di domani! Per voi è grande l'arco di Traiano; per noi la dreadnougth superterribile che scivola giù verso la battaglia, infiammando lo scalo, e buttandosi nuda con impetuosa lussuria su la potenza del mare! Non importa che ridano le ranocchie di Aristofane! Ridono anche le nostre eliche furenti, quando passano come vorticose meteore sui vostri cranii classici! sui vostri cocuzzoli divenuti calvi nel compulsare i manoscritti che scelleratamente non bruciò il sublime incendio d'Alessandria!
— O novo-parlante Edison, le tue folgori non incendieranno pertanto i nostri calmi e colmi granai! Urlate, urlate al novo del mondo! squassate, squassate fiaccole incendiarie! I vostri baccanali han sempre l'animo inespresso d'atteggiarsi a Convito, ma l'agape novella si compone di pessime vivande; le driadi vostre sono facinorose prostitute che nelle feste dionisie vanno intorno cercando di gabellarsi per Muse. Voi raccogliete gli amígdali della nostra cena, e vi pascete con avidità di quello che destinammo per il cane di Alcibiade. Costui pure fece una bella novità, mandando in giro per Atene il suo molosso con mozza la coda; e posso dirvi, ameni Erostrati, che vi sono molte innovazioni le quali somigliano a pennello, non tanto alla facezia d'Alcibiade, quanto al pezzo di coda che il suo molosso perdè.
— Boezio, non guastiamoci il sangue... Sarebbe assai peggior causa batterci per la coda del cane che non per i begli occhi d'Elena di Sparta! Poichè, se nessuno ascolta, confessiamoci d'una cosa tutto quello che uomo fa, classico ed avvenirista non lo fa sempre a spada tratta per i begli occhi d'Elena di Sparta?
— Sì, vero-parlante Edison; da un rabbuiato esordio hai tratta limpida conclusione: sempre l'antico e 'l novo battagliano a cor fenduto, a lancia dritta, per gli occhi belli d'Elena di Sparta.
***
(Rallegrati assai per l'ammenda onorevole ch'entrambi fecero i due beffardi competitori, di buon animo ritornano il Compare e la Comare traverso le vie che riboccano d'una fervidissima vita in quell'ora piena d'opera e di forza che brilla su la Città mattutina. Quivi entrano a far compere in un negozio, là s'indugiano ad ammirare qualche spettacolo della strada; or si dilettano di seguir passo passo una coppia loquace, ora, incontrando persone di conoscenza, ristanno piacevolmente a conversare.)
Il parrucchiere da signora:
Adesso anche le contadine portano capelli finti. Sono parrucchiere da signora ma tuttavia non mi manca un granello di filosofia: questo è proprio il secolo dei capelli finti, delle pietre false, dei fiori di stoffa e dei fuochi artificiali. Quand'è l'epoca dei balli di beneficenza in poche ore devo mettere la testa in ordine a tutte le signore della città. Non è facile, vi assicuro che non è facile. Inoltre mia moglie è gelosa. Perchè ho preso moglie? In gran parte, perchè il negozio aveva bisogno d'una manicure, così alle unghie delle clienti pensa lei. Veh! la bella combinazione: mio fratello fa il callista, mio suocero l'ortopedico, mia cognata la «masseuse», mia zia la levatrice, mio cugino l'assicuratore... posso dire in coscienza che siamo una famiglia la qual lavora su la pelle del prossimo! E non fan tutti così?
Il filantropo:
Certo, carissimo parrucchiere! Me compreso che dò la mia pelle per il prossimo e sono un maniaco dell'altruismo. Là dove si ride, io non sono punto necessario; se non paresse un controsenso, vorrei dire che mi sento profondamente felice solo quando cápita, che so io? un naufragio un nubifragio una pestilenza, quando lavora il capestro o la ghigliottina, quando corrono le lettighe della Croce Rossa, quando scoppia un massacro o isquallidisce una carestia. Perchè il male degli altri è il mio mestiere: sono un filantropo, cioè un uomo che ha bisogno di veder soffrire.
La ragazza da marito:
Voi dunque potreste provvedermi uno sposo, ch'io soffro quanto mai d'esserne senza. Oggi purtroppo i giovini signori parlano prima col nostro banchiere che con noi. Quel parrucchiere diceva: Perchè ho preso moglie? Io mi domando: Perchè le ragazze non possono far a meno di prender marito?
La suffragetta:
Ve lo spiego subito, carina... perchè disprezziamo ancor tanto noi stesse da credere un uomo indispensabile alla nostra felicità. L'uomo è la creatura sopraffacente che per secoli ci ha premute sotto di sè! Baie! Non vogliamo più essere suppellettili! È finita l'epoca dei soprusi. Carina, venite con me su la piazza e grideremo ben forte! così forte che sappiano finalmente cos'è una donna quando grida! Perchè finora il torto di noi donne fu di starcene troppo zitte.
Il prete:
Signora suffragetta, è un bel pezzo che non venite a confessarvi; questo non mi piace. Sono disposto ad ammettere anche le vostre bizzarre idee, ma la Chiesa innanzi tutto! Sono disposto ad ammettere tutte le innovazioni, di qualsivoglia genere, purchè la Chiesa, cioè il prete, vada innanzi tutto. Per noi, pur troppo, soffia un vento di Fronda, e viene dalla Francia cattolicissima dove ci hanno derubati. Ma San Pietro è grande: la Francia se ne pentirà. Intanto noi ci preoccupiamo di gridare il crucifige a quell'oscena danza che si chiama (segno della Croce) il tango!
Devo confessarmi d'un peccato grave: sere fa mi son messo in abito secolare, con un po' di nerofumo su la tonsura, per appagarmi la curiosità satanica di veder ballato questo ballo in un luogo da saturnali... ma... devo essere schietto? speravo meglio, speravo meglio, dico la verità!
Sono i giornalisti che fanno la campagna, e forse tra poco verrà l'Enciclica: «Noli tangere.»
Il giornalista:
Per questa calunnia, venerabile prete, vi potrei facilmente denunziare all'Opinione Pubblica della quale sono il fabbricante, ma invece vi perdono da buon cristiano. Per conto mio sappiate che sono la tromba e non il trombettiere. Anch'io pur troppo devo ubbidire alle maggioranze, sopratutto alle maggioranze d'azionisti e d'abbonati. L'uomo che spende un soldo ha il diritto di confutare le nostre opinioni, e noi dobbiamo illustrare con molta varietà la vita ch'è monotona. Ogni giorno mettiamo in vendita qualche pagina di storia... la fabbrichiamo, si capisce! Credete voi che la storia succeda tutti i giorni? e sia quella che si chiama storia? Manco per ridere! La storia, sono i banchieri.
Il banchiere:
Per essere franco, io faccio solamente una cosa: i miei interessi. Può darsi che le nazioni faccian altrettanto, per il che si chiamino storia i bilanci attivi e passivi dei popoli.
Mi si accusa di speculare con il denaro altrui, ma in confidenza, cari amici, volete una definizione commerciale? Si chiama denaro la carta monetata che ingombra le tasche del prossimo, e risparmio, cioè moneta fuori corso, quel rame che abita presso di noi.
D'altronde, se accumulo ricchezza, non ho il tempo di goderla; se cerco il tempo di goderla, non ne accumulo più; adesso che son divenuto ricco, soffro di gotta e non digerisco niente; mio figlio è un fannullone libertino, sperpera quel che ho preso e lo rende alla società. Il denaro, fra gli uomini, è un fiume che non si ferma.
***
(Mentre intorno al Palazzo della Borsa ferve con accanimento l'urlìo degli speculatori, il Compare, Cavaliere della Films, vede un povero cenciaiuoio che bestemmia, seduto sui gradini dell'Ospedale. Si sofferma, e gli fa l'elemosina )
Il cenciaiuolo:
Pregherò per i suoi morti, buon Signore! Guardi: ho la gamba gonfia come un barile! ci vollero tre ore di spasimi per trascinarmi fino all'Ospedale; ma dall'Ospedale m'hanno espulso perchè dicono che son nato fuori dal Comune. Santa Maria! che bel talento aveva mia madre, a non sapere nemmeno fin dove arrivasse il dazio!
***
(Frattanto la bellissima etèra Meridiana interpella su questo caso il medico di guardia).
Il medico:
Ha ragione, Signora, ma se gli ospedali dovesser ricevere tutti quei poveri diavoli che ne han bisogno, cáspita! la Città non sarebbe che una sterminata infermeria. Poi, c'è un errore: la gente crede che noi si faccia il medico, non tanto per sbarcare scientificamente il lunario, quanto per un apostolico amore dell'infermità... Pregiudizî!
Il medico ha un ideale, che si chiama la scienza, ed uno scopo, che si chiama la carriera, ossia l'onorario. L'essenziale non è per ora che i malati guariscano, bensì che sovr'essi la scienza indaghi l'indole delle malattie. Non bisognerebbe mai fuorviare le questioni dalla loro linea giusta: per noi l'ammalato, il vero ammalato, è il nostro cliente, quegli, per esser espliciti, che paga; — gli altri sono pazienti, ossia gente che deve aver pazienza ed aspettare che la natura li guarisca.
***
(Di lì partendo, Compare e Comare traversan per isvago un ammirevole giardinetto pubblico dove si trastulla e canta e corre, giocando con le palle, un coro leggiadro di minorenni traviate. È il tempo gaio del mattino che le fanciullette mandano più lontano il trillo delle fresche lor voci; la serenità e l'innocenza dei giochi allettevoli ai quali si danno seduce grandemente l'animo della bellissima etèra Meridiana.)
Entra il Coro delle Minorenni Traviate:
(Nell'Orchestra, cavatine a pizzico, arioso ventoso, andante appassionato.)
... quel giorno soffiava sì forte,
che la gonnella s'alzò...
Chi soffiava era il vento, e noi lo sentivamo venir su per le gambe, curioso, curioso...
Nelle giornate di vento, sarebbe meglio non lasciar la mano della mammina, perchè nelle giornate di vento è molto facile cadere... sì, cadere su l'erba, o cadere dovecchessia...
Badate, bambine piccine, alle giornate di vento!
E adesso camminiamo su la punta dei piedi, per non svegliare la mammina... La mammina dice sempre: non voglio vedere su la veste nè pieghe nè fili di paglia...
Però, tra le nostre mammine, ve ne sono alcune, anzi molte, che ci hanno spiegato cos'è «il vento», ed hanno aperto la mano... per lasciarci prendere la piega dei fili di paglia...
Noi siamo bambine piccine, con la boccuccia rossa, il nasino volto all'in su...
Giochiamo ancora con le palle coi volani e con le bambole, ma qualcuna di noi deve regalare le sue bambole al suo fantolino piccino... qualche altra invece, più birichina, preferisce... rompere la bambola prima che venga al mondo il fantolino...
E la mammina dice: — Come siete cattive, le mie bambine! Mai non fate durare una bambola neanche nove mesi!... Ah, birichine!
Tutte noi, siamo persuase che mai più saremo buone, mai più felici, e che il vento sia la rovina delle bambine piccine, ma...
... quel giorno soffiava sì forte
che la gonnella s'alzò.
(Le osserva con sollazzo un amabile deputato, il quale in men che meno lega discorso con una fresca ballerinetta, la quale parla come danza e danza come gioca al volano, il che varrebbe a dire con agilità.)
Il deputato:
Ma no, piccina mia, cosa dici? È uno scherzo! figurati che bella indennità: neanche venti lire al giorno! meno di quello che guadagni tu... e dico ballando!
La ballerina:
Eh, caro onorevole, anche per noi volgono tempi tristi! Perchè il pubblico del giorno d'oggi è fatto in massima d'intellettuali, e non basta più ballare su le punte: bisogna che le punte esprimano qualcosa. Ora, capirà, sono entrata nel corpo di ballo che avevo nove anni, ed a quel tempo chi poteva immaginarsi che verrebbe di moda la testa di San Giovanni Battista e l'epilessia di Salomé?
Lei si lamentava, onorevole, perchè la sua paga è inferiore alla nostra; ma infatti ha meno da fare, e soprattutto meno spese. Con una marsina, Lei fa la sua bella figura; io, caro onorevole, se non esco in pelliccia e non m'affibbio un paio di paradisi, povera me, sono bell'e perduta! Quando si dice ballerina, sembra una parola che debba mettere allegria... sapesse invece com'è triste il mio mestiere! Ci sfruttano finchè valiamo qualcosa, poi ci buttano via come una sigaretta spenta. Abbiamo una mamma che ci alleva male, un amante che ci tratta male, molti ammiratori che ci pagan male, un'orchestra che suona male, un'affittacamere che ci... creda a me, caro onorevole, tutto male!
L'affittacamere:
Vede, a casa la mi chiama zietta, e qui mi calunnia! Passavo, e la sento che ciarla su di me; allora vorrei dire soltanto questo: che quand'ero giovine facevo anch'io la ballerina...
***
(Di lì, vanno il Compare e la Comare verso una passeggiata piena di bella società mattiniera, ove tra gli altri camminano lato a lato un irresistibile ufficiale di cavalleria ed una signora molto elegante. Un'automobile dai vetri lucidi come specchi li segue a piccoli tratti lungo il filare d'alberi; per il viale s'incrociano pariglie dalle collane candide con motori che fremono di velocità contenuta; sotto gli alberi è tutto un chiacchierìo di dame con dami e d'istitutrici con bimbi; per il galoppatoio passano caracollando manipoli di cavalieri.)
L'ufficiale di cavalleria:
Il prestigio dell'uniforme? Che mai, Contessa! Ora si grida volentieri: — abbasso l'esercito! I borghesi ci applaudon solo quando c'è la sommossa in piazza o qualche torbido alla frontiera; non vogliono saperne di spese militari, però critican tutto e vorrebbero avere un esercito potente.
Lei sa che noi facciamo il mestiere di andare alla guerra... questo forse varrebbe la pena d'una certa considerazione, da parte di coloro i quali non vedranno la morte se non sotto la forma d'un aneurisma o d'un'indigestione. Insomma, se suona la carica, io vado avanti! mentre per i borghesi, tutte le fanfare suonano, ahimè! la ritirata! Non escludo che sia ragionevole, ma, che vuole?... non è molto militare!
Noi siamo ancora quelli che sappiam vivere con un'idea diversa da! denaro: appunto per questo dovrebbero darcene un poco di più.
Cosa ne dice Lei, Contessa?
La signora elegante:
Caro tenente, io le dò mille ragioni. Per conto mio sto con la divisa. Tutte le signore del mondo hanno avuto nella loro storia un tenente di cavalleria; e guai se la donna futura disimparasse questa piccola passione per il tenente di cavalleria. Non c'è nulla che rappresenti l'uomo come il tenente di cavalleria; un capitano, non è per adularla, ma vale già molto meno.
Si parla dei nostri destini, è vero? Ebbene guardi: io sono venuta al mondo per fare la signora elegante; non ho altro scopo che di fare la signora elegante. È uno scopo frivolo, se vuole, ma necessario; la mia sarta ha bisogno di me com'io della mia sarta; il gioielliere mi considera come una vetrina, — e sono infatti la vetrina della frivolità: Non ho mai ritenuto che il piede fosse fatto per camminare, ma per esser piccolo e per calzarsi bene. Del resto in ogni donna v'è una particella di quel che sono, perchè noi dobbiamo innanzi tutto piacere... eh, sì, piacere! L'operaia vi riesce con un nastro, io devo trascinare su lo scalone del mio palazzo una pelliccia di cinquantamila lire: ma è la stessa cosa. Noi donne abbiamo il dovere d'esser belle anche quando siamo brutte, e questo dovere è così forte in noi che non si chiama frivolezza nè lascivia, ma solamente femminilità.
Ho due bei bambini che sembrano due piccole stampe inglesi; un marito autorevole con la sua bella barba grigia, e, com'è naturale, un amante clamoroso. Ho detto «naturale»... via, non si spaventi! perchè se pure non l'ho, il mondo «vuole» ch'io l'abbia, ed è «naturale» che il mondo voglia farmi avere un amante!
Così, Lei non deve domandarmi se sono felice... il mio mestiere è d'essere bella, non d'essere felice.
***
(Ma un velario di nuvole scende su questa primavera elegante, mentre già di lontano risuona l'eco d'una festevole canzone.
Dice il Compare, Cavaliere della Films:
«Nobili Uomini, Dame Compiute, questo canto che giunge a noi da quasi tutte le abitazioni della immensa Città, è la marcia nuziale di quei mariti che vanno insieme con il Fato Moderno, ed han presa l'onorevole decisione d'accettare l'inevitabile come un fatto compiuto. Sono i mariti più evangelici del mondo, perchè hanno detto all'adultera: «Se tu rimanessi per avventura senza peccato, io ti scagnerei la prima pietra!»
E l'adultera non disubbidì.)
Entra il coro dei Cornuti Felici:
(Nell'Orchestra in sordina, tempo di ballabile gaio, modulato sui corni.)
Tu sei quel che fui
e sempre siam tre:
nè lei senza lui
nè voi senza me.
Noi siamo l'istituzione più antica del mondo, e siamo i capri espiatorii dell'iniqua letteratura.
Evoè, Bacco, evoè!
Beviamo a Don Giovanni Tenorio! beviamo all'eterna Peccatrice! beviamo ai Cornuti nostri simili, che han riso volentieri degli altri e meno volentieri di sè!...
La Ronda è la Triade Gioconda, che serve per servi e per re...
Noi siamo i Cornuti Felici! Evoè, Bacco, evoè!
Nei tempi antichi, per una infedeltà si distrussero imperi; l'adultera conobbe il rogo la ruota il capestro la gogna; fu immersa nel fiume cucita in un sacco, e ignuda, sovra un caval brado, fatta cavalcare a ludibrio per le vie della città.
Così facevano i servi; così facevano i re;
la Donna è la donna degli altri... Evoè, Bacco, evoè!
Nei tempi antichi si amava la vendetta; oggi, più cristianamente, si ama il perdono. V'è ancora qualche nevrastenico, ma l'uomo ha compreso dopo una ribellione secolare, che le disgrazie universali e perpetue son quasi una felicità. Non di rado inoltre, la moglie adultera è la consorte più affabile che ci sia; rende la vita piacevole, mentre una fedele, per vendicarsi della sua fedeltà, l'avvelena.
Cucire la propria moglie in un sacco, è oggi severamente proibito, come non sarebbe forse una vendetta esemplare quella di mandarla per le vie del tutto nuda, — e sebbene a cavallo, — dal momento che seminuda è già quand'esce per le strade, come suole ogni giorno, a piedi.
Spiegano i medici che il microbo d'ogni più funesta epidemia finisce con diventare innocuo, forse benefico, nelle vene dell'uomo; sono i pretesi cicli delle grandi malattie. Con tutta rassomiglianza, il microbo del male di Menelao che dava sintomi di rabbia canina, pare ormai si vada calmando e voglia vivere in pace, come un utile, casalingo abitatore delle nostre vene acclimatate. Ma siccome flagello non muore, senza che più grande gema, così vedremo le sorti capovolgersi, e nella triade immortale, due saranno ancora felici, un terzo ne farà le spese, per il piacere insignificante di chiamarsi: «Lui!»
Cornuto non sei,
ma io men di te:
nè tu senza lei,
nè voi senza me.
***
(Quivi Compare e Comare trascinano alla ribalta, nonostante le sue riluttanze, un conferenziere di grande fama, il quale sotto il fragore dei battimani s'immodestisce quanto può.
Nel ritrarsi, dopo iterate ovazioni, egli fa brevi confidenze al proprio segretario, mentre un anarchico fra i più temuti arringa bollentemente la sala.)
Il conferenziere:
Ho la parola facile, senza dubbio, ma non so mai bene su quale argomento mi convenga parlare. Vero è che non occorrono idee per tenere una conferenza, come d'altronde non occorrono per scrivere, per filosofare, per governare, per niente insomma. L'importante è la Parola: idee se ne trovano sempre. Ma quando c'è una platea che m'ascolta, io la faccio ridere o piangere come se aprissi un rubinetto dell'acqua fredda o calda, a volontà. La Parola è tutto nel mondo, perchè infatti contiene le idee; gli uomini che seppero parlare fabbricarono la vita, e dalle loro parole quelli che tacquero inventarono le idee.
Mi sembra di aver detta una cosa profonda, perchè, a ben esaminarla, come tutte le cose profonde non significa niente.
L'anarchico bombardiere:
O popolo, fantoccio di sego, mucchio di letame!... la società è un porcaio, le forme di governo sono apparecchi di tortura, i preti son l'ultimo animale antidiluviano che deve sparir dal globo: la rivoluzione è il respiro della vita! Io fabbrico la bomba, ossia trovo il mezzo di rendere davvero efficace un'idea; ma sono persuaso che per mutar l'ordine delle cose bisognerebbe dinamitare tutta l'umanità. Bombardo quindi per la grazia di Dio; bombardo con lo scopo infernale che il rumore della mia macchina faccia tremare le invetriate della storia!
***
(Quivi il Compare, Cavaliere della Films, prega la Comare, bellissima etèra Meridiana, che non trascuri di giocare al lotto, poichè spesso la fortuna entra nelle case come i ladri, e noi talvolta la perdiamo per aver messo troppe serrature. Così giungono ad uno di quei tenebrosi botteghini, dove asseconda e trastulla i sogni del suo popolo questo affabile Governo italiano. Là incontrano svariati personaggi.)
L'impiegato del lotto:
Come dice, signorina? Se i suoi numeri sono buoni? Mi pare di sì, mi pare di sì!... Hanno un vantaggio su gli altri, sa quale? Che li scrivo con il desiderio di farla vincere...
Oh, non rida! e sopratutto anche lei desideri con molta, con moltissima forza di vincere, perchè sono persuaso che in tutte l'estrazioni a sorte, nel lotto come nella vita, non sia la fortuna che decide, ma il desiderio più forte!
Ho scritto migliaia di numeri, e mi può credere... Senta: quando il bambino bendato mette la mano dentro il sacco per pescare il numero, vi sono migliaia di volontà che tentano d'afferrargli il polso, ma ve n'è una, la più furiosa, la più disperata, che lo guida. E sorte non c'è. Ora mi ripeta i suoi numeri, bella signorina; 29, poi?...
Il contorsionista:
Lei è una maestrina elementare? Io un contorsionista. Sicuro, proprio! Aspettando il comodo del signor impiegato, le racconterò che lo scheletro è un'opinione; se ne fa quel che si vuole. Per vivere ho dovuto riuscire a cacciarmi la testa fra le gambe in guisa da baciare la vertebra dove gli uomini antichi avevano la coda; faccio la spaccata intera e mi gratto la spalla destra con la scapola sinistra; mi gonfio come un mantice o divento sottile come una biscia. La sola cosa impossibile è di non mettersi ogni giorno qualcosa nello stomaco. Sono così slogato che ho paura di perdere una gamba od un braccio quando cammino; del resto poco male: nella cassa da morto avrò il tempo d'irrigidire. O anche se vincessi al lotto, non le pare?
La maestrina d'asilo:
I miei numeri sono: uno, due, tre; perchè vede, in tutte le cose io sono rimasta all'a-b-c... La vita degli altri, i bambini degli altri... e vengono i capelli grigi. Che fare? piangere, no; sorridere, nemmeno; continuiamo: a-b-c...
La serva della favorita del principe reale:
Eh, sì! Cento lire su un terno! Proprio! La mia padrona è, come potrei dire?... la principessa del Principe Reale! Sicuro, e mi ha detto: — va a giocare queste cento lire perchè Nostra Altezza ha sognato un terno.
La mia padrona mi fa ridere quando mi dice: — non so mai se devo chiamarlo Vostra Altezza o mio Peppino: mi confondo.
E io l'avverto: — basta che non si confonda col nome d'un altro!...
L'automobilista:
Non c'è niente che somigli alla distanza come una strada. Quando il motore turbina e lo spazio vola, sento che il mio cuore potrà sempre correre più veloce che la più furibonda strada!
Frattanto gioco i numeri della vettura che ho investita.
***
(Ora, fervendo accanitissimo nella città il lavoro delle aziende private o pubbliche mentre appena si desta con larghi sbadigli l'inoperosa beatitudine dei fannulloni, Compare e Comare guidano al proscenio due comitive di costoro, nonchè molti personaggi radunati avventiziamente.)
Entra il Coro degl'Impiegati:
(L'Orchestra in sordina zoppica e raglia come l'asino bendato che gira intorno al pozzo.)
Il nostro Santo Patrono è il 27 del mese!
Noi siamo la macchina da lavoro, forte, monotona, paziente; qualchevolta la somma nostra opera è un'attribuzione così elementare che non basterebbe neanche ad un cavallo. Solamente il cavallo non avrebbe mai la costanza di continuare a compierla. Siamo davvero i mediocri, e per questo alcuno vuole che noi si tocchi da più vicino la felicità. Non è vero.
Il nostro Santo Patrono è il 27 del mese!
Entra il Coro dei Fannulloni:
(L'Orchestra dondola e si bea, con lievi sbadigli, come un uomo in panciolle.)
Noi facciamo girare il pollice destro sopra il sinistro;
sotto il sinistro il destro.
La nostra occupazione è quella di far niente, cosa che molto spesso affatica. Pur non facendo niente, si riesce a variare il genere della cosa che non si fa. Inoltre, per strano che paia, la nostra è l'occupazione più naturale all'uomo.
I Pensatori che sono arrivati all'apogeo della comprensione umana trovarono che il meglio fosse non far niente. A questa verità sublime i Pensatori son giunti con molta fatica; noi l'abbiamo trovata súbito.
In ultim'analisi, l'ideale d'ogni uomo che lavora, è quello di potersi un bel giorno concedere il lusso di non far niente. Chi meno lavora è più stanco; per voi che lavorate, la vostra fatica diventa una pace; per noi che non facciamo niente, la nostra pace diventa una fatica.
È un mestiere anche il nostro, sebbene il prossimo non se n'accorga. Non crediate che bisogni esser molto ricchi per non far niente; anche il poverissimo può non far niente. Basta che voglia; è questione di carattere. V'è una gioia grande nel pensare che si potrebbe fare la tal cosa, mentre non la si fa; una gioia più grande nel vedere che gli altri sudano e dimagrano, mentre noi si vive in quiete.
Se davvero, come raccontano, il capitale fosse lavoro, mezza umanità sarebbe già morta di fame. Invece siamo indistruttibili, e Carlo Marx ha detto una bugia.
Noi facciamo girare il pollice destro sopra il sinistro;
sotto il sinistro il destro.
L'ex-garibaldino, repubblicano, mazziniano, e ciononostante cavallottiano:
La repubblica è quella forma di governo per la quale tutti gl'imbecilli possono arrivare al potere supremo. Se ci arriva un uomo d'ingegno, o sale al trono o finisce su la ghigliottina.
La bustaia:
Guai, guai, guai se gli uomini vedessero quel che vedo io!
L'attore:
Ho imparato a muovermi a ridere a piangere, a sospirare, ad arrabbiarmi, a disperarmi, a uccidere, a morire; ho imparato con molta fatica tutti quei gesti che l'uomo normale compie con spontaneità; ma fra l'attore e l'uomo normale corre appunto questa differenza: che il primo cerca sempre di parere un uomo normale, mentre l'altro fa del suo meglio per essere un buon attore.
Il giudice:
Ragione? parola ermetica e proteiforme chiusa nel più satirico poema della letteratura umana. È un lirismo aver ragione, com'è un paradosso aver torto.
Se così non fosse, a che mai servirebbero gli avvocati?
L'avvocato:
Servono così poco, Eccellentissimo Presidente, che nessuno fra noi si riduce a far soltanto l'avvocato: uno si occupa di politica, l'altro di giornalismo, il terzo specula, il quarto fa il cantante, il quinto scrive drammi, dieci tengono agenzie, trenta fanno l'assicuratore, migliaia quel che capita, e gli altri, che sono la maggioranza, — non fan niente.
Perlocchè, Presidente Eccellentissimo, noi si vivrebbe a meraviglia, se anche Lei scoprisse dopo tanti secoli quel corpo semplice che si chiama Ragione!
Il cantante:
Ho la voce d'oro! Sono il più gran tenore vivente! Non è merito mio: l'ugola! Oh, l'ugola! Guai se mi cadesse un pulviscolo su le corde vocali! Quanto mi fanno pena gli uomini che non hanno voce! Come dev'essere miseranda la vita senza una bella voce! Non potersi godere il delirio delle platee! l'applauso frenetico di tremila spettatori che non fanno con seimila mani tanto rumore quant'io ne faccio con un do!
Sicuro, le donne mi scrivono bigliettini profumati!... Carucce! poverucce! come siete buonine! Vi piaccio? si sa! una voce d'oro! un bel corpo! Quando sono in scena, osservo che mi guardate le gambe! Oh, le parti nelle quali posso mettere una maglia attillata, un bel cappello di piume! Diecimila lire per sera a New York; a Messico mi hanno staccato i cavalli, e quando sbarco a Buenos Aires la banchina è una foresta di fiori! Cantare... ecco lo scopo della vita, cantare! Uh!... chiudete quella finestra! L'ugola, per amor del cielo!
Come dite, Compare? Una serata in presenza dell'Imperatore di Germania? Peuh... siii... vediamo: quanto mi si offre?
E tu, Meridiana caruccia, domani alle cinque, se vuoi... Ti farò telefonare dal mio segretario.
Oh, l'ugola! Una sola cosa non comprendo: come possa la gente andare nei teatri dove non canto io.
***
(Quivi, il Compare fa stendere su l'avanscenio gran copia di soffici tappeti e morbidi cuscini damascati per riposare la stanchezza della bellissima etèra Meridiana, che mollemente vi adagerà le sue voluttuose membra. A tal fatica intende una schiera di personaggi che fanno da valletti con mansuetudine, quantunque nè d'abito nè di sembianze paiano venuti al mondo per servire. Compiuta l'amabile fatica, e ciò volendo il Cavalier Compare della Films, questi buoni diavoli andranno in cerca senz'ordine di molte maschere, le quali possano leggermente far sorridere l'ozio della bellissima etèra Meridiana.)
Entra il Coro dei Buoni Diavoli.
(Nell'Orchestra una sinfonia di dolore, opaca e senza lamento.)
Sia fatta la vostra volontà.
Noi siamo i Rassegnati, gli Spenti, coloro che scesero al Giordano per il battesimo d'umiltà una sera che passava sul mondo il colore della rinunzia.
Lontani dalle infinite cose che possono dar gioia, godiamo senza invidia la gioia degli altri, poichè il mondo è tutta una storia di burattini e di burattinai; chi tiene i fili tira come vuole; ci fa piegare la testa, in su, in giù, come vuole. Per il nostro gran numero, alcuno pretende che si potrebbe anche ribellarci; ma ubbidiamo appunto per il grande numero nostro, cioè per spirito d'imitazione. Migliaia vanno curvati, migliaia si curvano a poco a poco... e la mano d'una forza invisibile stringe, preme, pesa, finchè da ultimo ci schianta.
Noi siamo i Buoni Diavoli... sia fatta la vostra volontà.
Così dice il nostro Vangelo: