INDICE
I
I RIMATORI PISTOIESI
A CURA DI GUIDO ZACCAGNINI
I
MEO ABBRACCIAVACCA
CANZONI
I
Amore non è cagione di pene, ma di gioia.
Sovente aggio pensato di tacere,
mettendo in obrianza
d'esto modo parlare intendimento,
ma poi mi torna, punge e fa dolere
la sovraismisuranza
5
di quei c'han ditto d'aver sentimento
de l'amoroso, dolce e car valore,
nomandolo signore,
ch'ard'e consumma di gioi' la verdura
del suo fedel: servendolo soggetto,
10
sempre li dá paura:
vantaggio 'i tolle, ch'avemo da fèra.
Eo ne faccio disdetto:
se simil dissi mai, cangio carrera.
Ché non par vegna da molto savere
15
chi sente sua fallanza,
se non volve con vero pentimento.
Né l'altrui troppo si dé' sostenere,
che pare un'acordanza,
come chi dice: stande l'om contento.
20
Unde move adistato lo mio core
d'essere validore,
se posso, difendendo la drittura
d'amor, che solo in gioi' have l'assetto
e di gioi' si pastura,
25
non avendo giá doglia sua rivera.
E, se vo' par defetto,
non è d'amor, ma d'odio è pecca intera.
Poi conoscenza ferma lo piacere,
venendo disianza,
30
l'omo s'alegge ad esso per talento,
e non è, se poi dole, in nel volere,
ma, tardando, li avanza,
soffrendo disioso lo tormento.
Donque n'ha torto ciascun amadore,
35
che si biasma d'amore,
ch'è solo volontate chiara e pura,
che nasce, immaginato lo diletto,
che porge la natura
de la vita, montando in tal mainera,
40
come fa lo 'ntelletto
che di gioi' chere sempre la sua spera.
Amor nell'alma credo uno podere
che si prende d'amanza,
poi lo saver ne fa dimostramento
45
ne le cose partite da valere,
over la simiglianza,
non dicernendo tutto il compimento.
E, se nell'acquistar vene dolore,
non s'ama tal sentore.
50
Come calore incontra la freddura,
cosí la pena l'amoroso affetto.
Ma tanto monta e dura
del plagere avisar la luce clera,
poi che v'aggia sospetto,
55
l'omo affannando segue sua lumera.
Dett'ho parte, com' so, del meo parere,
credo fòr la 'ntendanza
dei piú, c'han ditto ch'amor bene ha spento;
né questionar di ciò m'è piú calere,
60
ché pesami dobblanza,
poi non sostene amor lo valimento
di quei che 'l contra, né sa suo vigore;
perciò istá in errore,
biasmando a torto, non ponendo cura,
65
né chi rincontra lui non l'ha dispetto.
Nonde voi' piú rancura:
vaglia nel saggio e nell'altro si pèra,
ché io nel mio cospetto
tegno che solo ben sia d'amor cèra.
70
Amor, tuo difensore
so' stato: so non è poco ardimento
ver' lo forte lamento,
ch'è quasi fermo per la molta usanza.
75
Mostr'ormai tua possanza,
facendo tuo guerrer conoscidore.
II
Nella donna, piú che la beltá, è da stimare la saggezza.
Madonna, vostr'altèra canoscenza,
e l'onorato bene,
che 'n voi convene — tutto in piacimento,
mise in voi servir sí la mia 'ntenza,
che cura mai non tene,
5
né pur sovene — d'altro pensamento;
e lo talento — di ciò m'è lumera.
Cusí piacer mi trasse in voi compíta,
d'ogni valor gradita,
di beltade, e di gioia miradore,
10
dove tutt'ore — prendeno mainera
l'altre valente donne di lor vita.
Perciò non ho partita
voglia da intenza di star servidore.
Star servidore a voi non sería degno,
15
ma voi, sovrapiagente
in vostra mente, — solo nel meo guardo
conoscete che 'n cor fedele regno,
e ch'eo presi, servente
di voi, tacente — l'amoroso dardo.
20
Per mevi tardo — palese coraggio
fatto sería: sacciatelo per certo.
Perzò mostrare aperto
vorria vostro sentir, dico d'aviso:
vedreste priso — me di tal servaggio,
25
per la qual donna mai fôra scoperto.
Tanto scur ho proferto,
ch'odio, servente in core, amore 'n viso.
Viso sovente mostra cor palese
30
d'allegrezza smirata,
perch'a la fiata — monta in soverchianza;
ma quello di piacere over d'ofese
covra voglia pensata.
Perché, doblata, — grav'è la certanza,
donque dobblanza — tenete 'n sentire.
35
Perciò vo' dico, amanti: non beltate
solo desiderate,
ma donna saggia, di beltate pura;
né di natura — signoria soffrire
alcun di pari pregio no' stimate,
40
ma di grand'amistate
che poggia d'onor quanto chin' d'altura.
D'altura deggio, dir come poss'eo,
lo guigliardon sovrano
benedir sano — di vostra 'ntenzione.
Donna, ch'avete sola lo cor meo,
45
ricevestemi 'n mano:
ah! non istrano — d'altro guigliardone,
ché di ragione — mi donaste posa
d'affanno, di disio, d'attessa forte.
50
Sed eo prendesse morte
a vostro grado, me ne plageria,
si 'n meretria — voi d'alcuna cosa.
Poi che m'avete tolto e preso in sorte,
non dubitate, tort'è,
55
di mio coraggio, ch'esser non poría.
Essere non poría, che 'l core vòle
istar dove valor ha
la sua dimora — di gioioso stallo;
e, se 'l cor pago giá nente si dole,
60
dunque 'l partire fôra
solo mez'ora — sovra ogn'altro fallo.
Cosí intervallo — non sento potesse
nel mio servir fedel porger affanno,
né 'n voi alcuno inganno.
65
Ché 'l gran valore prima si provede
che dia merzede, — che poi non avesse
loco né presa, che trovasse danno.
Ché molti falsi stanno
coverti, pronti parlando gran fede.
70
III
Fra i tormenti d'Amore si rallegra, pensando alla virtú della sua donna.
Considerando l'altèra valenza,
ove piager mi tene,
'maginando beltate, lo pensero
sovenmi, di speranza e di soffrenza
ne le gravose pene,
5
di disianza portar piú leggero.
Cá lo dispero — non have podere
ne l'autro mio volere,
acciò ch'a lo signor di valimento
non falla vedimento
10
di provedere li leai serventi;
unde m'allegro, stando nei tormenti.
Dunqu'allegrando selvaggia mainera,
natura per potenza
di figura piacente muta loco.
15
Che 'ntendimento in anche cosa clera
turba sentire intenza
ne la vita d'ardente coral foco.
Ed eo ne gioco. — Non deggi' obbriare
quella, che sormontare
20
mi face la natura, modo ed uso.
Quasi dato nascoso
sono a ubidir mia donna fina,
com'al leon soggetta fèra inchina.
En dir assai fedel, mia donna, paro
25
in core innamorato;
ma ciò, pensando, fall'esser poría,
ché spesso viso dolze core amaro
tene: poi ch'è provato,
nente si cela a mostrar che disia.
30
Però vorria — vi fuss'a plagere
me servendo tenere;
ché sí mi trovereste in cor síguro
leal com'oro puro,
che, non guardando mia poga possanza,
35
mi donereste gioi' di fine amanza.
Prendendo loco parlando talento,
in voi, gentil sovrana,
ragione porterea tal convenensa.
Ma, divisando, tem' e' 'l valimento
40
c'avete venir piana
mia disianza, sí mi veo 'n bassenza.
Poi che temenza — n'aggio, sí conforto:
che non será diporto
tant'adunato parte per natura,
45
for pietate: non dura
orgoglio in gentil cosa sí finita,
ma l'umeltá fiata onne compíta.
Como risprende in iscura partuta
cera di foco apprisa,
50
si m'ha 'llumato vostra chiara spera.
Ché, prim'eo 'maginasse la veduta
de l'amorosa intisa,
non era quasi punto piú che fèra.
55
Ora, ch'empera — mevi amore 'n core,
sento ed ho valore,
e ciò che vaglio tegno dall'altura,
complita in voi figura
d'angelica sembianza e di merzede,
60
per cui la pena gioi' lo meo cor crede.
SONETTI
I
A fra Guittone
Se possiamo spegnere gli stimoli della generazione, non astenendoci dal bere e dal mangiare.
Se 'l filosofo dice: — È necessaro
mangiar e ber, e luxuria per certo: —
parmi che esser possa troppo caro
lo corpo casto, se 'l no sta 'n deserto.
Ché nostri padri santi apportâro
lor vita casta, como pare aperto,
erba prendendo ed aigua, refrenâro
luxuria, che ci fier tropp'a scoperto.
Ché, per mangiare e ber pur dilicato,
nel corpo abonda molto nodrimento,
che per natura serve al gennerare.
Vorrea saver, da saggio regolato,
como s'amorta cosí gran talento,
non astenendo il bere ed il mangiare.
II
Al medesimo
Tornato di Francia, espone le sue miserie.
Vacche né tora piò neente bado,
che per li tempi assai m'han corneggiato:
fata né strega non m'hav'allacciato,
ma la francesca gente non privado.
Se dai boni bisogno mi fa rado,
doglio piò se ne fosse bandeggiato.
Signor, non siate ver' me corucciato,
ché lo core ver' voi umile strado.
Sacciate, nato fui da strettoia:
quanto dibatto piò, stringe, non muta
la rota di Fortuna mio tormento.
Non son giá mio, né voglio mia sentuta:
se mi volless', arei tristo talento,
e di quello che vòl mia vista croia.
III
Al medesimo
Se Dio possa usare misericordia verso di lui peccatore.
Onesto e savio religioso frate Guittone, Meo Abracciavacca. A ciò che piú vi piace e' son sempre con volontá di servire.
S'amore crea solo di piacere, e piacere solo di bono, temo di convenire a vostra contanza, perché non è fòr d'amore amistate, ned amore fòr simile di vertú infra li amici. Mò, sostenendo veritá, conoscenza e bono desio, sono costretto a desiderare per ragione; unde conforto che 'l sano di voi gusto sosterrà lo mio amaro cibo: ché non fôra benignitá scifare bono volere d'alcuno che l'have in servire, ma pare dirittura di sovenire a colui che si vòle apressare a quello che porge e sovene a privadi e a strangi. Perciò vi dimando che sia brunito lo mio ruginoso sentore de la quistione di sotto per sonetto hovvi scritto.
Poi sento ch'ogni tutto da Dio tegno,
non veggio offensa, ch'om possa mendare,
ché alma e corpo e tutto mio sostegno
mi die' per lui servendo fòr mancare.
Ed eo contr'esso deservendo vegno,
di che non saccio u' lui deggia pagare:
aldo mi drá misericordia regno,
perché lo credo nol posso avisare.
Però che pur Dio è somma iustizia,
misericordia contra me par sia,
ch'omè opra ver' me salute nente.
Ditelmi saggio, e poi de lor divizia,
chi tene inseme Dio per sua balía
assettata ciascuna e 'n sé piacente.
IV
Al medesimo
Sul medesimo argomento.
Onesto e savio religioso frate Guittone, lo Meo Abracciavacca, ch'è vostro, vi si racomanda.
Se veritá cannoscenza sostene e bono amore, convene che ogni fine elezione da canoscenza mova ed amore lo confermi. Dunque, se, per vera dimostranza di bono, sento me apriso d'amore, e poi diletto disiando servir e veder voi, non meraviglio, ma laudo, conoscendo ciò ch'amare ed elegere si dee in esta parte, e purificando e sanando. Amore, non in ozio, ma in continua operazione regna. E quinde intendo vostra benignitá, sovenendo e svegliando me, ne la grave e fortunosa aversitade, in gioia alcuna, di che fue alquanto brunita la ruginosa mia intenzione. Ora sperando sanare la mente in veritá, mò vo' dimando risposta di fina sentenzia di ciò ch'i' ho dubbio, mandandolovi dichiarando per lo sonetto di sotto scritto. Consimil è la lettera e 'l sonetto a l'autro in sentenzia, ma non in voce.
Pensando ch'ogni cosa aggio da Dio,
non so di che mendar lui possa fallo;
ché alma e corpo e vita e mondo 'n fio
mi die' per lui servire a fermo stallo.
Ed eo 'l diservo, in che tegna disio,
non sento di che dica: — Esso disfallo. —
Aldo misericordia dir: com'io
creder lo possa, non veo, sí n'avallo.
Ché pur somma giustizia è fòr defetto.
Al vero Dio misericordia come
chede contr'essa e m'opera salute
vorrial sapere; e poi di loro assetto,
avendo pieno ciascuna su' nome
dal Signor nostro, ch'è tutto vertute.
V
A Bindo d'Alessio Donati
Rimprovera l'amico d'essersi perduto in vizi carnali.
Amico Bindo, Meo Abracciavacca ciò che piú ti sia bono.
L'amistá fredda, celata d'amici lungiament'è veduta: però convene ad essa socorso di parole, almeno visitazione. Unde pesamevi non poco non di tuo stato inteso per te alcuna cosa, e ponderosa via piú mi grava odita quasi di pubrica voce non bene aconcia in tuo pregio. Di che bono comincio torna, per sentenzia di troppo avacciata natura, lá dove pregio montato avalla, poi suo podere nol sostene. Di che fôra minore assai male no aver cominciato che partir di bono comincio. Ché rasa scrittura di carta peggio poi loco si scrive, e cosí pregio istinto nel core peggio ralluma. Ahi come pare laido ditto, dicendo: — Quei fu giá bono! — Ahi, carnal desiderio, quanti nobili e grandi hai nabissati! Forsi sembrati scusa s'avete vinto? No, ma defensione piú laude porta. Onne operazione vòle misura, e fòr d'essa vizio si trova; e quanto meno ende fori, meno have vizio podere. Donque, se misurare omo non puote volontá carnale, apressi quanto pote a misora. E se mi dici: — Gioventute forte m'asaglie, — dico: — Difendi con ragion vecchia c'hai. — Ché gioventude s'intende in due modi: quanto al tempo e quanto in costumi. E, se ragione loco resistere non pote, fuggi, ché fuggire s'intende prodezza, lá dove convene.
Se pronto ti pare mio detto, reputane d'ira furore; e, se ti piace, mi scrive quello che la tua coscienza giudica di te dirittamente, e al sonetto di sotto risponde con paraule e con operazione.
Non volontá, ma omo fa ragione,
perché soverchia vantaggiando fèra;
e qual sommette a voglia operazione,
torna di sotto, lá dove sopr'era.
Perciò chi have saggia oppinione,
porta dinanzi di ragion mainera,
e di sé dritta d'om fa elezione,
unde li surge poi di gioi' lumera.
E dunque, amico, c'hai d'omo figura
razional, potente, bono e saggio,
come ti sottopon vizio carnale?
Pensa per che è l'umana natura,
che di tutti animai sovr'ha barnaggio:
non vorrai, credo, poi vita bestiale.
VI
A Dotto Reali
Come mai l'anima, che è formata da Dio, possa essere sopraffatta da altre cure[1].
A scuro loco conven lume clero,
e saver vero — nel sentir dubbioso,
per ciò ch'omo si guardi dall'ostrero,
ch'è tutto fèro — dolor periglioso.
Donque chi non per sé vede lumero,
véneli chero — fare al poderoso;
unde dimando a voi, che siete spero
palese altèro — d'onni tenebroso.
Io son pensoso; — dico: l'alma vene
dal sommo Bene, — donque ven compita:
chi mai fallita — pò far sua natura?
S'è per fattura — de vasel che tene,
perché poi pene — pate ed è schernita,
da che sua vita — posa 'n altrui cura?
VII
Al medesimo
Si lamenta che gli sia stato risposto oscuramente circa la questione esposta nel sonetto che precede.
Messer Dotto frate, Meo Abracciavacca salute di bono amore.
Da lume chiaro di natura prende scuro, e non da scuro chiaro lume, perché nond'abisogna vostro mandato. Credo che assai prova intelletto vostra operazione; perciò temendo parlo. Dico che ogni opera umana solo da volontá di posa move, e mai per omo in esto mondo non trovare si pò; e ciò è la cagione che 'l core non si contenta. Poi dico che ogn'altra criatura naturalmente in esto mondo tanto trova sua posa; e, se omo maggiormente nobile creatura fo formato, come non sovra l'autre criature have perfezione di posa avere? Nente ragion lo vòle che lo 'ntelletto posi ned aggia affetto u' non è sua natura, e ch'elli non è creato come corpo si crea in esso loco; ma have del sommo e perfetto compimento, cusí pur di ragione altra vita intendo, ove intelletto posi e sia perfetto. E voi, intendo, siete omo razionale, ch'avete presa via di ritornar al perfetto principio per fina conoscenza. Se volontate varia per istati diversi, non vari operazione d'avere verace spera, venendo a fine fine. In ciò che mandasteme lettera e sonetto, perché risposta avete di mio sentire, rispondo; e, se vostra intenzione non si pagasse, riputatene il poco saver mio, che volontá pur aggio di sodisfare ad onne piacer bono: per compimento volontá prendete. A frate Gaddo e a Finfo, come imponesteme, il mostrai e diei scritto.
Parlare scuro, dimandando, dove
risposta chiere veder chiaro l'orma,
non par mistero che sentenzia trove,
ma del sentir altrui volere norma.
A ciò che 'ntendo dico mezo sove
di primo fine, e di fine storma
qual nel mezo difetto fine strove:
dunqua per fine ten piú vizi a torma.
Cosí bono tornare pregio chine
di monte 'n valle del prefondo male,
a ciò bisogna di ragione cura.
Voi conoscete da la rosa spine,
seguir convene voi a fine tale,
che 'l primo e 'l mezo di lod'agi'altura.
VIII
A Monte d'Andrea
Eviti le pene d'amore, mutando luogo.
Vita noiosa pena soffrir láne,
dove si spera fine veder porte
di gioia porto posandovi, láne
con bono tempo fôra tale porte.
Ma pena grave perder còi e lane,
e credensa piò doglia fine porte,
ogne ramo di male parmi láne:
me non sopporre, ma ben vorria porte.
Chi sta nel monte reo vada 'n nel vallo,
e chi nel vallo simel poggi a monte,
tanto che trovi loco meno reo.
Ché bono non è che dir possa: — Vállo,
ch'i' sento loco fermo ch'aggio, Monte, —
cavalieri, baron, conte, né reo.
IX
Amore gli renda più pietosa la sua donna.
Poeta.
Amore amaro, a morte m'hai feruto:
tuo servo son, non ti fi' onor s'i' pero.
Amore
. Ver è, ma vedi ben che l'ha voluto
quella da cui son nato e per cui fero.
Or ell'ha di valor pregio compiuto
e di beltá sovr'ogne viso clero:
e però guarda non gli aggi falluto
di vista o di parlare o di pensero.
Poeta
. Merzede! Amor, non dir: tu lei m'hai dato;
e sai piú di me che non sacc'eo:
fálli sentir per certo ciò ch'eo sento.
Forse ch'avrá pietate del mio stato:
al colpo periglioso del cor meo
dara'li cura: giá non vi sie lento.
II
SI. GUI. DA PISTOIA
I
A Geri Giannini da Pisa.
Si compiace dell'amicizia offertagli da Geri.
Tanto saggio e bon poi me somegli,
me e 'l mio e 'l me' piacer t'assegna,
non per merto di tu' don (ch'i' non quegli
son che 'l possa sodisfar, né s'avegna),
ma per lo tu' valor, che m'ha pres'egli,
il faccio, ch'amor me far ciò si degna.
Deo! com'el tu' don a me piac'egli,
che, fòr dimando, mel desti 'n insegna,
piena d'amor e senz'alcuna giostra.
Or qual è dunque l'om che 'l tuo conseglio
lassasse? Non so, sed elli 'n ben pesca.
Unde mi piace l'amistá, poi giostra
tanto con le du' l'una per pareglio,
fresch'e veglia fra noi sia con bon' ésca.
II
Prega Dio che lo liberi dal dolore che l'affanna.
Del dolor tant'è 'l soverchio fero,
che l'alma e 'l corpo e 'l core mio sostene,
che, lasso! qual fusseme piú crudero,
se 'l vedesse, cordoglio avria di mene.
Ahi Deo! perché fuste me piagentero,
donando voi me gioi' con ogni bene?
Che però il dolor m'è troppo altero:
chi piú gioi' ha, poi doglia li è piú pene.
Vorria ch'al vostro piacere piacesse
pietade, per merzé; sí che la doglia
mia crudel oramai tranquilla avesse.
Ed è ragion; ché 'l core ho in bona voglia,
como di prima era, nelle duresse:
Padre pietoso, di pena lo spoglia.
III
LEMMO ORLANDI
CANZONE I
Si duole con Amore che la sua donna, da benigna, sia ora diventata con lui crudele.
Gravoso affanno e pena
mi fa' tuttor sentire,
Amor, per ben servire
quella, di cui m'ha' priso e servo dato.
Tutta mia forza e lena
5
ho misa in te seguire;
di lei fermo ubidire
non son partito, ma leale stato.
E tu pur orgoglioso
ver' me spietato e fèro
10
se' mostrato e crudero,
poi che 'n bailía avesti lo mio core.
E' convensi a signore
d'essere umile in meritar servente:
tu pur di pene mi fai star sofrente.
15
Sono stato sofrente,
e son, di gran tormento,
Amor, poi che 'l talento
di quella ch'amo cangiasti per vista
ver' mei; ché primamente
20
facesti mostramento
di far meo cor contento
di lei, di quella gioi' ch'or disacquista.
Sí che, per tal sembianza,
misi 'l core e la mente
25
a servir fermamente
tua signoria, Amor, pur'e leale.
Ma non è stato tale
ver' me 'l suo cor, come mostrar sembianza
tu mi facesti, Amor; und'ho pesanza.
30
Amor, merzé ti chero,
poi che son dimorato
in sí gravoso stato,
com' mi tenesti, sí lunga stagione.
Non si' ver' me sí fèro,
35
ch'assai m'hai affannato
e forte tormentato,
seguendot'a tuttor fòr falligione.
Mòvet'ormai merzede,
lei voler, che disvole
40
(unde 'l meo cor si dole),
fa' 'l meo servir, ché sol ciò ti dimando.
E, se, merzé chiamando,
tu non m'aiuti, Amor, altro non saccio
ch'aitar mi possa che la morte avaccio.
45
Donna, mercé dimando
a voi, che di beltade
fior e di nobeltade
siete, sovr'onni donna, e di piagenza,
ch'agiate provedenza
50
sovr' al mio stato grave e doloroso:
in ciò, mercé! sia 'l vostro cor pietoso.
CANZONE II
Adducendo il triste esempio di se medesimo, che, senza saper perché, fu abbandonato dalla sua donna, esorta chi voglia aver ricompensa del proprio amore, di scegliere una donna piacente e saggia.
Fèra cagione e dura
mi move, lasso! a dir quasi forzato
lo doloroso stato,
nel qual m'ha miso falsa ismisuranza;
non giá per mia fallanza,
5
ma per quella di cui servo mi misi,
e per cui mi divisi
di tutt'altro volere e pensamento,
dandomi intenzione
che, fòr di falligione,
10
dovesse lei amar, leal servendo,
la cui vista, cherendo — meo servire,
mi fe' servo venire
de la sua signoria disideroso.
Poi che servo divenni
15
de la sua signoria e disioso
del dilett'amoroso
che nel meo cor di lei immaginai,
addesso mi fermai
in tutto d'ubidir lo suo comando,
20
per vista dimostrando
me ch'era su' fedel serv'ubidente.
Und'ella per sembianza
mi fece dimostranza
ch'allegrezza mostrava 'n suo coraggio,
25
poi che 'n suo signoraggio — m'era miso;
und'è che 'n gioi' assiso
i' fui manta stagion, sol ciò pensando.
Dimorando 'n tal guisa,
perseverando in lei servir tuttora,
30
non fu lunga dimora,
ch'eo viddi che sua vist'era cangiata,
ver' me quasi turbata,
non sostenendo me solo guardare.
Credetti che provare
35
volesse me com' fusse 'n su' amor fermo.
Allor presi conforto,
isperand'a bon porto
lo meo fermo servir mi conducesse,
e che tornar dovesse — pietosa:
40
ed ella d'orgogliosa
mainera ver' di me mai sempr'è stata.
Però forte mi dole,
poi veggio che servendo ho diservito
in loco, 've gradito
45
credetti esser per certo fòr fallenza.
Ma via maggior doglienza,
quasi mortal, mi porge 'l suo fallire,
ché per suo folle dire
fe' manifesto in parte meo pensero,
50
lamentandosi forte
di me, che quasi a morte
la conducea in farl'increscimento;
e sí fèro lamento — fece, a tale
che gravoso poi male
55
n'ha dato lei con gran doglia sovente.
A ciascun ch'amar vòle
dico che deggia, se pòsi, guardare
di vana donna amare,
gioven troppo di tempo e di savere.
60
Ché grave 'n lui dolere
prende chi l'ama, doloroso tanto,
non si porea dir quanto,
per qual s'avesse piò 'n pena d'amore.
Ma elegga 'n sé, certo
65
chi amar vòle e merto
di suo servir, donna piagente e saggia,
che benigno cor aggia — fermo e puro,
e poi será siguro
di non perder di lei gioia, servendo.
70
Di gioven signoraggio,
quale sovra ditt'aggio,
leal servendo, merit'aggio avuto.
Vorríam'esser partuto, — ma non posso;
ché, poi 'l piager è mosso,
75
è legato l'om servo e 'l partir greve.
III
È combattuto dalla necessità di partire e dal dolore di dover lasciare la sua donna.
Lontana dimoranza
doglia m'ha dato al cor lunga stagione:
or mi dobla cagione
di piú grave dolor nuovo partire.
D'assai lontano gire
5
isforzami di ciò senn'e ragione,
contro all'opinione,
piena di voluntade e di pietanza,
con grande smisuranza
che non alungi me contr'al volere,
10
piú che sia del piacere
vostro, di cui amor servo mi tene.
E pietanza mi vene
di voi, ch'avrete del partir dolere.
Cosí del rimanere
15
e dell'andare son diverse pene.
IV
PAOLO LANFRANCHI
I
Esorta il re d'Aragona a prepararsi a difendersi dal re di Francia.
Valenz senher, rei dels Aragones,
a qui prez es honors tut jorn enansa
e membre vus, senher, del rei franzes,
queus venc a vezer e laiset Fransa,
ab dos sos fillz es ab aquel d'Arles:
hanc no fes colp d'espaza ni de lansa,
e mainz baros menet de leur paes;
jorn de lur vida sai n'auran menbransa.
Nostre senhier faccia a vus compagna,
per que en re nous qual duptar:
tal quida hom que perda que gazainha.
Seigner es de la terra e de la mar,
per quel rei engles e sil d'Espangna
ne varran mais, sei vorres ajudar.
II
Ricorda a un uomo, superbo della sua ricchezza, l'instabilità della fortuna.
De la rota son posti esempli assai,
che gira e volge e non dimora in loco,
e mette in bono stato quel c' ha poco,
al poderoso dá tormenti e guai.
Or' a che no' tel pensi, po' tu 'l sai
che piccola favilla fa gran foco?
non t'allegrare troppo né dar gran gioco,
ché non se' certo come fenirai.
Se alcun è che tu veggi in malo stato,
in quel medesmo tu pòi avenire,
ch'a te né lui Dio non l'ha giurato.
Aggio veduto per li tempi sire,
che la ventura l'ha sí governato,
che piú che vita desira morire.
III
Risveglio doloroso.
Un nobel e gentil imaginare
sí mi discese ne la mente mia;
in veritá (ch'eo allora dormia)
el me paria con la mia donna stare
in un giardin, baciare ed abbracciare,
rimossa ciascun'altra villania.
Ella dicea: — Tu m'hai in tua bailía:
fa' di me, o amor, ciò che ti pare. —
In quel giardin si avea da l'un canto
un rosignol, che dicea in so' latino:
— Securamente per vostro amor canto. —
I' mi svegliai che sonava matino:
considerando il bene ch'avea tanto,
venme voglia deventar patarino.
IV
Amore gli dona in sogno un fiore della sua donna.
L'altrier, dormendo, a me se venne Amore,
e destatomi disse: — Eo so' messaggio
de la tua donna che t'ama di core,
se tu, piú che non suôi, se' fatto saggio. —
Da la sua parte mi donò un fiore,
che parse per semblant' il so visaggio.
Allor nel viso cangiai lo colore,
credendo el me dicesse per asaggio.
Però con gran temenza il dimandai:
— Come si sta la mia donna gentile? —
Ed el me disse: — Ben, se tu ben stai. —
Allora di pietá devenni umile.
Egli sparío; piú non gli parlai;
parvemi quasi spirito sottile.
V
Amore manifesti alla sua donna le sue pene.
Poeta
. Dimme, Amore; vorestù tornare
da la mia parte a la donna mia?
Amore
. Sí, se tu vogli, ma ell'è follia:
ché talor nòce lo troppo adastare.
Poeta
. E lo meo core vi vòl pur andare,
e ti demanda en sua compagnia.
Amore
. Di presente me meterò en via
dapo' ch'eo veggio ch'a lui e te pare.
Or me di' ciò che tu vòi che gli dica:
che tu non fini clamare mercede?
Perzò non è bisogno andarne mica,
per aventura ch'ella non ti crede.
Poeta
. Sí fa'; che di me vive e se nutríca;
e 'l cor non pò durar, se no' la vede.
VI
Amara delusione.
L'altrier pensando mi emaginai
mandare Amore a la donna mia;
ed a lui piacque per sua cortesia
andar a lei; tanto ne'l pregai.
Poi retornò e disseme: — Che fai?
tutta l'ho misa ne la tua bailía:
I' ti so a dire, ch'ell'è a mezza via,
e vien a te, se tu a lei non vai. —
Po' me venn'un penser da l'altro lato,
e fortemente me represe e disse:
— Amico meo, tu hai folle pensato.
Or credi tu ch'ella con te venisse?
E tu anderesti a lei? Se' tu in istato? —
Parveme allor che l'alma se partisse.
VII
Lamenta l'avversa fortuna che gli fa fare sempre il contrario di quel che vorrebbe.
Ogni meo fatto per contrario faccio,
e di niente d'intorno mi guardo:
l'estate so' più freddo che no el ghiaccio,
l'inverno per il gran calor tutto ardo.
Se ho lettera de gioia, sí la straccio,
se di dolore, la repogno e guardo;
chunque è mio amico, sí i' lo minaccio,
se mi saluta, sí me fier d'un dardo.
Credo che Dio ensieme e la natura
erano irati quando mi creâro,
che trasformôrmi d'ogni creatura.
Però il lor non gittarono en paro,
e l'alma che mi deron clara e pura
giammai no' l'averanno en suo reparo.
VIII
Vicende di fortuna.
Quattr'omin son dipinti ne la rota
per la ventura dello esemplo dato:
e l'altro sta di sopra incoronato,
e l'uno in su valentemente nota.
E 'l terzo se tien le mani a la gota,
ed è vilanamente trabucato,
e 'l quarto sta di sotto riversato,
e d'ogni estremità li dá sua dota.
Io fui quel che lá su andai montando
intorno intorno la rota girata,
e fui di sopra a tutto il mio comando;
poi la testa mi fo incoronata.
Or son caggiuto d'ogni ben in bando,
nel finimento de la mia giornata.
V
MEO DI BUGNO
Coscienza netta non cura farneticar di gente.
Tutto el tempo del mondo m'è avenuto,
e sempre me n'andrò con questa norma,
che lá, 've non pongo 'l piè, faccio l'orma,
non so qual de' demòni m'ha veduto,
che, sendo santo, non serò creduto,
anzi me sgrideria la gente a torma.
Unde el conven ch'eo vegli e poco dorma,
da tante parte me veggio asseduto.
Ma non mi muto per altrui parlare:
ben è vertá ch'io ne son pur dolente,
e come bestia lasso ogn'om belare.
Om che si sente iusto ed innocente,
a faccia aperta pò securo andare,
e non curar ferneticar di gente.
NOTA
I MEO ABBRACCIAVACCA
Meo di Abbracciavacca di Guidotto de' Ranghiatici pare che appartenesse a una famiglia di cambiatori pistoiesi, perché tale fu suo padre, che fu console dei cambiatori nel 1237, e un suo figlio, Forese, fu nel 1304 nella banca degli Ammannati. Suo padre, e forse altri della sua famiglia, furono di parte ghibellina. Meo visse assai a lungo, perché era ancora vivo nel dicembre del 1300, quando, in un atto notarile di quell'anno un altro suo figlio, Iacopo, è detto: « Dominus Pucius (Iacobuccius) Bargomei (sic) Abraciavache de Pistorio » (vedi nei miei Rimatori pistoiesi, p. XLIV e sgg., negli Studi e ricerche di antica storia letteraria pistoiese, nel Bull. stor. pist., XII, 38 sgg., e in Per la storia letteraria del sec. XIII nel Libro e la stampa, VI, 78-79).
È dunque un vero fossile della maniera guittoniana, perché forse poetava ancora dietro le orme del dittatore, quando giá in Pistoia si udivano le dolci note della poesia di Cino. È il piú arido e il piú oscuro dei rimatori del gruppo pistoiese. Egli si aggira sempre nel circolo delle idee della poesia cortigiana; riproduce, piú o meno fedelmente, concetti e forme provenzali, che abbiamo udite le mille volte in altri poeti del suo tempo o a lui di poco anteriori; adopera tutti gli artifizi della scuola, come le rimalmezzo, le rime imperfette, spezzate, equivoche, i sonetti a dialogo, i sonetti con due sole rime ed altre consimili preziositá; e soprattutto è oscuro, pesantemente oscuro, tanto da rivaleggiare in questo col piú oscuro dei guittoniani, Panuccio del Bagno. Di questo rimatore specialmente e di fra Guittone d'Arezzo si mostra caldissimo ammiratore e imitatore: del primo infatti rimaneggiò una canzone: «Di sí alta valenza ha signoria», in quella sua: «Considerando l'altèra valenza»; col secondo tenzonò su vari argomenti, e a lui diresse tre epistole in prosa. Se mai qualche peculiaritá si voglia trovare in questo oscuro e faticoso rimatore, è, a mio parere, l'esagerazione dei difetti della scuola, e l'imitazione cosí pedissequa de' provenzali, da non muovere un passo nelle canzoni, se non dietro le orme di quelli; cosicché si avvertono facilmente, or qua or lá, imitazioni da Bernardo di Ventadorn, da Peirol, da Gaucelm Faidit, da Peire Vidal, da Blacasset e da altri ancora.
Il testo delle poesie dell'A. è condotto sull'edizione che giá ne feci nel 1907 nei Rimatori pistoiesi, e quindi sul Laurenziano-Rediano (L), e per la canz. III anche sul Palatino 418 (P): l'ho migliorato in alcuni punti, giovandomi delle osservazioni che mi furono fatte da coloro che ebbero occasione di recensire il mio lavoro, e adattandolo alle norme stabilite per questa collezione.
E ciò s'intenda detto di tutta questa edizione dei Rimatori pistoiesi[2].
Canz. I, v. 3. Veramente L ha «d'esto mondo»; ma mi sembra che qui «mondo» non significhi nulla. Credo che voglia dire: «Spesso ho pensato di tacere, abbandonando il proposito di parlarne in questo modo».
v. 28. L, veramente, ha «pena»; ma di questa lezione non riesco a persuadermi. Intendo: «Non è colpa intera d'amore, ma d'odio».
v. 31: «ad esso». Cosí credo debba sciogliersi «adesso» di L, riferendo «esso» a «piacere».
v. 31. Il Casini, nell'ediz. diplomatica che fece del Laurenziano-Rediano 9, lesse «fa legge»; ma, oltreché codesta frase non dá un senso soddisfacente, è proprio scritto «s'alegge».
v. 57. «Con so» manca in L; ma giustamente ve lo aggiunse il Casini.
v. 61. «dobblanza». Cosí correggo la mia edizione, poiché mi pare che in tal modo corra meglio il senso, e perché anche nella seguente canzone al v. 35 si dice: «Dunque dobblanza tenete in sentire». Vuol dire: «Mi pesa anche il dubitare (dobblanza = dubitanza, dubbio) di ciò».
Canz. II, v. 11. «Prendendo» ha L; ma non dá alcun senso, quindi bene il Gaspary lesse «prendono».
v. 15. L ha «per servire»; ma, poiché ogni strofa incomincia riprendendo le ultime parole della strofa precedente, è certo che qui si deve leggere «star servidore».
v. 55. Il Nannucci volle leggere «torte», e intese che fosse un avverbio «a torto»; ma, oltreché codesta sarebbe una forma inconsueta, è da credersi che si debba sciogliere in «tort'è», anche perché l'Abbracciavacca prediligeva queste rime imperfette.
v. 57. L ha «porea»; ma, poiché la strofe precedente termina con «poría», per la sopraddetta ragione deve leggersi «poría».
v. 65. Nella ediz. del 1907 scrissi «né voi»: ma deve correggersi, com'é in L, «né in voi».
Canz. III, v. 3. Il Biadene, che già pubblicò questa canzone, unisce «pensero» con «piager» del v. 2 e ne forma un concetto solo, quello di «piacevole pensiero»: credo invece di dover togliere l'«e» dopo «beltate» e la virgola che avevo posta dopo «pensiero», e cosí piú facilmente si può intendere: «Lo pensiero soviemmi», cioè «mi torna in mente».
v. 19: «non deggi'». Ho aggiunto l'«i» per ragioni fonetiche.
v. 29: «ch'è». Io stesso nella mia vecchia edizione ed anche il Biadene abbiamo lasciato «che»; ma certo è meglio intendere cosí: «Poiché è provato, cioè si è visto, che sotto viso dolce si nasconde cuore amaro, allora non si cela piú...».
v. 39: «ragione». Cosí scrivo, seguendo il Biadene ed L, sebbene P abbia «rasone».
v. 42: «bassenza». Cosí correggo «bassansa» di P., seguendo, per ragioni di rima, L.
Son. I, v. 2: «e luxuria». Nella mia precedente edizione avevo creduto aggiungere un «è» innanzi a «luxuria»: ma la risposta di fra Guittone fa presupporre una triplice necessità affermata dall'Abbracciavacca.
Lettera I a Fra Guittone. È in L.
Son. III, v. 4: «Ed eo». Cosí è in L, e non «ecco», come errando lesse il Bottari ( Lettere di fra Guittone d'Arezzo, Roma, 1745, p. 76).
v. 7: «Regno»: non «segno», come avevo creduto di leggere, per aver un senso più chiaro, nell'ediz. del 1907. «Regno» dice veramente L.
Lettera II a Fra Guittone. È in L, da cui la riproduco. Fu già pubblicata dal Bottari ( Lettere citt., p. 77).
Son. IV, prima terzina. Com'è in L, questa terzina non dà senso. L'ho rabberciata, sciogliendo il «che» in «ch'è» nel primo verso e aggiungendo la congiunzione «e» nel terzo. Il senso allora corre spedito: «Me ne scoraggio, perché anche la giustizia di Dio è senza difetto. Vorrei sapere come misericordia chiede contro di essa al vero Dio o mi dà la salvazione dell'anima».
Lettera a Bindo di Alessio Donati. È in L, da cui la traggo, correggendo l'ediz. cit. del Bottari.
Son. V, v. 8: «unde». Cosí ha L, non «onde», come lesse erroneamente il Bottari.
v. 12: Tolgo l'«e», che avevo creduto di aggiungere, ma che non è in L, e sciolgo il «perché» in «per che». Leggo quindi «per che è», giacché nel ms. è anche questo «è».
v. 13: «animai». Veramente L ha «animali»; ma in tal modo non tornerebbe più il verso.
Son. VI, v. 12: «S'è per». Attenendomi ad L, correggo cosí la mia antica edizione, e il senso è chiaro: «Se è per colpa della fattura del corpo che contiene l'anima».
Lettera a Dotto Reali. È in L. La riproduco dall'edizione che ne ha data il Monaci nella Crestomazia del primo secolo della lingua, con lievissime modificazioni grafiche.
Son. VII, v. 4: «volere». L ha «voler»; ma, per necessità di verso, ho aggiunta un «e» finale.
v. 8: «ten». Cosí ha L, e non «tien», come, rabberciando, lesse il Bottari.
v. 14: «di lod'agi'altura». Il Bottari: «di loda gialtura».
Son. VIII. Nell'altra mia ediz. ho invertito l'ordine dei vv. 11-2 e 13-4, perché lo schema di questo son. corrispondesse a quello di Monte Andrea: «Languisce il meo spirto», di cui è risposta a rime obbligate; ma le giuste osservazioni, che altri mi ha fatte, m'inducono a rimaner fedele a L, anche perché mi sembra che ci si guadagni di chiarezza.
v. 13: «Monte». Mi pare che qui si tratti del vocativo di Monte Andrea. Infatti non è presumibile che il rimatore abbia voluto far rimare con «monte» del v. 10 proprio la stessa parola nel medesimo significato. Intendo: «Chè non v'è buono che possa dire: — Io discendo a valle, perché sento, o Monte, che vi posso trovare luogo fermo. — Né cavalieri, né baroni, né conti, né re possono dire ciò».
Son. IX, v. 10. Tolgo il «via», che avevo messo nella precedente ediz., perché, oltre che non necessario pel senso, non è in L.
v. 14: «dará li cura». Non occorre allontanarsi da L, che ha «dara li cura», per render piú chiaro il senso e cambiare «li» in «la», come feci nell'ediz. del 1907. Ma, prendendo «li» come pleonasmo, il senso corre assai bene.
II SI. GUI. DA PISTOIA
Nonostante le piú diligenti ricerche, non ho potuto rintracciare chi mai sia questo antico rimatore: forse è Simbuono o Siribuono giudice, da Pistoia, a cui qualche cod. attribuisce due canzoni: «Spesso di gioia nasce ed incomenza» e «S'eo per cantar potesse convertire?». Certo è che il nome di Siribuono non è raro nei documenti pistoiesi.
I due sonetti sono nel Laurenziano-Rediano 9.
Son. I, v. 2: «el me' piace». Correggo la mia vecchia ediz., attenendomi ad L e intendendo: «Ciò che mi piace [il mio piacere] t'assegna me e il mio».
Son. II, v. 2. Mi attengo fedelmente ad L, correggendo la mia ediz.
vv. 1-5. Anche qui credo che bisogni attenersi ad L, perché chiaro corre il senso: «Perché, Iddio, ti compiacesti di donarmi gioia con ogni bene?».
III LEMMO ORLANDI
Lemmo di Giovanni d'Orlando appartenne a famiglia popolana pistoiese derivata da Carmignano, castello che i pistoiesi avevano tolto ai fiorentini. Nacque da un Giovanni di Rolando di Oddo intorno al 1260. Nel 1283 condusse in moglie una certa Sobilia, da cui ebbe due figli, Vanni e Frosina. Fu, a quel che pare, a Bologna con alcuni mercanti, per la maggior parte toscani, nel 1284. Morí, poco più che trentenne, non molto prima del 6 gennaio 1294 (v. i miei Rimatori, p. LV sgg. e Per la storia letter. del secolo XIII, nel Libro e la stampa, VI, fasc, IV e VI ).
Assai meno oscuro e artificioso di Meo Abbracciavacca, egli, pur ritenendo ancora della scoria guittoniana, provenzaleggia talvolta; ma si fa piú chiaro, meno prezioso. Delle sue rime deve esser piaciuta assai a' suoi tempi la cobbola «Lontana dimoranza», e ciò prova non solo il fatto che non son pochi i codici che la contengono, ma l'averla messa in musica Casella. Le due prime canzoni sono nel Laurenziano-Rediano 9, la terza è nel Vaticano 3214 e nel Riccardiano 2846.
Canz. I, vv. 2-4: «fa'» e «ha'». Cosí interpetro, poiché è certo che in tutta la strofa il poeta parla in seconda persona ad Amore.
v. 13: «e'». Ho aggiunto l'apostrofo, perché è qui molto naturale questo «e'» = «egli» pleonastico.
v. 20. Pongo un punto e virgola dopo «mei» e muto il «che» in «ché», perché è certo che il senso cosí corre meglio.
v. 34: «com'». Muto pel senso il «con» di L in «com'».
v. 39. Com'è in L, il verso è falso: «Movet'ormai a merzede».
v. 48: «fior' e di nobeltate». Cosí L, e, anche per cagione di senso, mi attengo a questo codice.
Canz. II, vv. 34-5. Ho adottata la punteggiatura del Valeriani, perché in tal modo il v. 34 spiega come «sua vista era cangiata» verso di lui.
v. 56: «n'ha dato lei». Cosí ha L, e cosí credo si debba leggere, e non «n'ha dato a me», come posi nella mia antica ediz., tratto in errore dal Valeriani, che aveva rabberciato il passo con un «m'ha dato».
v. 61: «Ché grave 'n lui». Pongo dinanzi a «lui» un «'n», che è in L e che avevo soppresso nella mia precedente edizione.
Canz. III, v. 10. Per questo verso adotto, sebbene non sia nei codici, la buona lezione data dal Nannucci nel suo Manuale.
v. 14: «dolere». Cosí deve certamente leggersi per necessità di rima.
IV PAOLO LANFRANCHI
Un Paolo Lanfranchi da Pistoia, che è certamente il rimatore, perché nessun altro di questo nome apparisce in documenti pistoiesi, fu dal febbraio all'ottobre del 1282 a Bologna; vi era ancora il 21 gennaio del 1283 (v. il mio art. cit. nel Libro e la stampa, p. 144). Di lá, molto probabilmente, visitò insieme con Guiraut Riquier e Folquet de Lunel la corte di Pietro III d'Aragona nel 1283 o nel 1284. Alla corte di quel re, e precisamente fra il 1283 e il 1285, anno in cui morí Pietro III, scrisse il sonetto in provenzale: Valentz segneur. Piú tardi, dalla Spagna fece ritorno in Pistoia, donde fu bandito per violenze private nel 1291 (v. i miei citt. Studi e ricerche, estr. dal Bull. stor. pist., XII, 44). Pare che fosse ancora a Bologna nel 1295 (v. nel Libro e la stampa, nell' Appendice ). Appartenne a una famiglia di mercanti.
Degno di particolare attenzione è il suo sonetto provenzale, perché esso e i due di Dante da Maiano, sono i soli che si abbiano in quella lingua.
Nelle poesie italiane rifugge dagli artifici, e fa versi facili e talvolta anche armoniosi. Nel son. «Un nobel e gentile imaginare» si sente sincero, sebbene crudo, il realismo della poesia popolare. Qualche sonetto è di argomento politico: pare che vi si alluda alla caduta della fortuna di Carlo d'Angiò: cosicché da questi suoi versi sembrerebbe che il Lanfranchi fosse stato di parte ghibellina.
Il sonetto provenzale è nel Laurenziano XLI, 42 (L), i sonetti italiani sono nel Barberiniano XLV, 47 (oggi Vaticano 3953) (B) e due nell'Estense X, B, 10 (E).
Son. II, v. 2: «gira e volge». Correggo cosí la mia antica ediz., mantenendomi fedele a B.
v. 5. Credo bene attenermi a B, abbandonando la lezione data dal Baudi de Vesme, che per il primo stampò questi sonetti: soltanto tolgo il «che» di B dinanzi a «tu 'l sai», e pongo «ora» e non «or» per necessità di verso.
v. 7. Anche qui mi attengo a B, che dá un senso piú chiaro della lezione da me seguita nella precedente edizione.
Son. III, v. 8. Veramente B ha «fa de mio amore, eo»: ma credo che, dividendo opportunamente, si debba leggere «de mi, o amore», e, correggendo la forma veneta «de mi» in «di me», venga fuori la lezione semplice e chiara «fa' di me, o Amor, ciò».
Son. IV, v. 10. Come è nel ms., il verso manca d'una sillaba: per compierlo v'aggiungo il «si» innanzi a «sta».
Son. VI, v. 2. Tolgo il «de», che avevo creduto di aggiungere in principio del verso, come non necessario.
v. 12: «con te». Veramente B ha «cum ti», che è forma veneta (si ricordi che quel codice fu scritto da Niccolò de Rossi trivigiano), la quale agevolmente si può correggere in «con te».
Son. VII, v. 3: «no el ghiaccio». Cosí mi permetto di correggere leggermente B, per ottenere la misura del verso.
v. 11: «transformormi». Cosí correggo, accettando la proposta fatta nella sua recensione alla mia ediz. dal De Geronimo; intendendo come egli dice: «Dio e la natura erano irati, quando mi crearono e mi fecer diverso da ogni creatura».
v. 12. Anche qui accetto la spiegazione del De Geronimo: «Il rimatore, indispettito che Dio e la natura l'abbiano forse creato, in un momento d'ira — Il loro — ei dice — quel ch'essi poteano non gittarono in egual misura di quel ch'io possa gettar via, e l'anima, che mi dettero chiara e pura, non la riavranno essi giammai». —
Son. VIII, v. 4: «nota». Sospetto che debba dire «rota», cioè s'affatica seguendo il girare della ruota per arrivare al sommo di essa.
V MEO DI BUGNO
Pare sia stato figlio di un Bugno di Napoleone, che nel 1284 fu bandito da Pistoia e che, tornato dall'esilio, fu nel 1287 del Consiglio del popolo per il quartiere di Porta S. Andrea; e credo sia proprio l'antico rimatore quel « Muccius (o Bartromuccius ) filius Bugni Napoleonis », che il 21 marzo 1282 fu condannato per essere entrato a viva forza in una casa in Ripalta (v. i Rimatori, pp. LXVI-LXVIII e gli Studi e ricerche, pp. 40-41).
Il suo unico sonetto ha qualche sapore di poesia popolare: è un sonetto di «noia» e vi si lamenta delle sue disavventure. È nel Barber. XLV, 47, oggi Vaticano 3953 (B) e nel R. Archivio di Stato di Venezia, Deliberazioni del Maggior Consiglio, Comune I. Io mi sono attenuto a B., correggendo il testo dato dal Gualandi ( Accenni alle origini della lingua e della prosa italiana, p. 17).
GLOSSARIO
adastare — stare, rimanere.
adesso — subito (prov. ades ).
adistato — eccitato.
aggio — ho.
aigua — acqua.
aldo — audo, odo (lat. audio ).
alegge (s') — elegge (s').
alungi — allunghi, allontani (prov. alonger ).
apprisa — presa.
asaggio — saggio, assaggiamento.
asizo — posto (prov. asiz ).
asseduto — assediato.
attessa — affanno, tormento.
autro — altro.
avallo — cado in valle, m'abbasso, mi scoraggio.
avegna — avvenga.
aviso — avviso, opinione; dico di aviso — cosí mi sembra.
barnaggio — baronaggio, signoria.
bassenza — bassezza.
caggiuto — caduto.
certanza — certezza.
cherere — chiedere (lat. quaerere ).
chero (sost.) — domanda.
chi, chine — che.
clamare — chiamare (lat. clamare ).
clero — chiaro; cosa clera — il viso dell'amata.
coi — cuoi.
comando (sost.) — chi comanda (l'astratto per il concreto).
como — come.
compagna — compagnia.
coraggio — cuore (prov. coratge ).
coral — che viene dal cuore (agg. da core ).
corneggiato — colpito con le corna.
crudero — crudele.
desirare — desiderare (prov. dezirer ).
dimoranza — dimora.
dimostranza — dimostrazione.
disacquista — perde ciò che aveva acquistato.
disdetto — ritrattazione.
diservire — mal servire.
disfallo — libero dal fallo commesso.
dispero (sost.) — disperazione.
doblata — raddoppiata (prov. doblar ).
dobblanza — doppiezza, infingimento, incertezza.
dolze (agg.) — dolce.
dota — dote. Al v. 8 del son. III del Lanfranchi: «e d'ogni estremitá li dá sua dota», intenderei: «ad essa (la ruota della fortuna) regala («li dá sua dota») ogni estremo male».
dra — contrazione da derá, dará.
emaginare — immaginare.
fallenza — fallo (prov. falhensa ).
falligione — fallo, errore.
fedele — fidente, sicuro.
fenire — finire.
ferneticare — farneticare.
fier — ferisce.
fio — feudo.
fini — finisci.
finimento — fine.
for' — senza; for' fallenza — senza fallo.
guardo — custodisco.
guigliardon — guadagno.
inanza — avanza (prov. enantir ).
in nel — nel.
intensa (anche intendimento ) — inclinazione amorosa (prov. entensa o entendemens ).
intervallo — momentaneo allontanamento.
intiza — persona amata.
ismisuranza — dismisura.
istrano — m'allontano.
iusto — giusto (lat. iustus ).
lane (avv.) — lá.
larga (è da) — è lontano.
leai — leali.
leggero (avv.) — leggermente.
loco (avv.) — qui.
lui (dat.) — a lui.
maginare — immaginare, aver nella mente.
mainera — maniera; prender mainera — prender norma.
mano ('n) — in balía.
membre (da membrare) — ricordivi.
meretria — meriterei; merteria voi — meriterei presso di voi.
messaggio — messaggiero.
meve — me.
mevi — a me.
mezore — maggiore.
miradore — specchio, esempio (prov. mirador ).
mistero — mezzo.
natura — naturale sentimento.
nobel — nobile.
nonde — non ne.
norma — modo, regola.
obbriare — obliare.
obrianza — oblianza, oblío.
ostrero — nemico, demonio.
pagentero — benigno.
pareglio — pari, simigliante.
paro — paio, sembro.
partuta — parte.
patarino — paterino (eretico).
persò — perciò.
piacere — volontà.
pietanza — pietà.
piò — piú.
plagere (sost.) — piacere.
plageria — piacerebbe.
poderoso — colui che può, e anche possente, ricco (prov. poderos ).
poggia d'onor — fa maggiore onore, sale in onore.
poi — poiché.
poi che — sebbene.
porea — potrebbe.
porte — porto.
posi — si può.
prefondo — profondo.
priso — preso.
privado — familiare.
proferto (ho) — mi sono espresso.