LA PACE DOMESTICA
L'ELISIR DI LUNGA VITA
LA BORSA
BIBLIOTECA UNIVERSALE
LA PACE DOMESTICA
L'ELISIR DI LUNGA VITA
LA BORSA
RACCONTI SCELTI
DI
ONORATO BALZAC
MILANO
EDOARDO SONZOGNO, EDITORE
14 — Via Pasquirolo — 14
1893.
Milano. — Tip. dello Stab. di E. Sonzogno.
PREFAZIONE
Abbiamo già dato la biografia di Balzac, allorquando si pubblicarono i volumi contenenti Mercadet l'affarista, Il lutto, Fisiologia del matrimonio, Gl'impiegati. Quale prefazione a questo volume che si sta pubblicando, il quale contiene La pace domestica, L'elisir di lunga vita, La borsa, reputiamo opportuno citare il giudizio che dello stesso Balzac hanno pronunziato quei due grandi luminari della letteratura francese, che furono Vittor Hugo e Lamartine.
Victor Hugo ha scritto: «Il nome di Balzac lascierà una traccia luminosa alla nostra epoca ed a quella che vi seguirà. Egli era dei primi fra i grandi, dei più alti fra i migliori. Tutti i suoi libri ne formano un solo, un libro vivo, luminoso, profondo, ove si vede il viavai, il camminare, il moversi, con un non so che di sgomento e di terribile, misto alla realtà dell'intero nostro incivilimento contemporaneo; un libro maraviglioso che il poeta intitolò commedia e che avrebbe potuto intitolare storia; che prende tutte le forme e tutti gli stili; che supera Tacito e tocca Svetonio; che attraversa Beaumarchais e giunge fino a Rabelais; un libro che è tutto osservazione ed imaginazione; che prodiga il vero, l'intimo, il borghese, il triviale, il materiale e che, in certi momenti, attraverso tutte le realtà della vita repentinamente e largamente strappate, lascia tutto ad un tratto scorgere l'ideale più tetro e tragico. A sua insaputa, il voglia o no, consenziente o no, l'autore di quest'opera immensa e strana è della forte stirpe degli scrittori rivoluzionarii. Egli va dritto alla meta. Afferra pel corpo la società moderna; strappa a tutti un brandello, agli uni l'illusione, agli altri la speranza, a questo un grido, a quello una maschera; fruga il vizio, disseca la passione, scruta, scandaglia l'uomo, l'anima, il cuore, le viscere, il cervello, l'abisso che ciascuno ha in sè.»
E Lamartine scrisse di lui:
«I tre caratteri predominanti del talento di Balzac sono: la verità, il patetico e la moralità. Bisogna aggiungervi l'invenzione drammatica, che lo rende in prosa eguale e spesso superiore a Molière. So che a questa parola si leverà un grido di scandalo e di sacrilegio da tutta la Francia; ma, senza punto detrarre all'autore del Misantropo di ciò che la perfezione del suo verso aggiunge all'originalità del suo talento e proclamandolo, come tutti, incomparabile e inimitabile, il mio entusiasmo per il gran commediografo del secolo di Luigi XIV non mi renderà mai ingiusto ed ingrato verso un altro, inferiore in locuzione; eguale, se non superiore, in convinzione; pure incomparabile in fecondità: Balzac! Quante volte leggendolo e svolgendo con lui i prodigiosi ed inesauribili meandri della sua inventiva, ho esclamato fra me e me: «La Francia ha due Molière; il Molière in versi e il Molière in prosa!» Balzac è anzitutto il gran geografo delle passioni. Non so che istinto rivelatore ed osservatore gli ha insegnato che i luoghi e gli uomini sono vincolati da legami segreti; che il tal sito è un'idea, la tal muraglia è un carattere, e che per ben riuscire in un ritratto fa d'uopo dipingere una camera. Quest'analogia e fedeltà stanno ai suoi romanzi come il paesaggio alle grandi scene del dramma. Gl'imbecilli si lagnano della minuziosità apparente di descrizione; gl'intelligenti l'ammirano. In lui tutto incomincia con un simile ambiente de' suoi personaggi, prefazione dell'uomo. Anzi è appunto in ciò ch'egli spiegò il maggior estro. Ecco, per esempio, il principio di Eugenia Grandet, ecco l'avaro, assai diversamente concepito da quello di Plauto, di Terenzio e di Molière. La commedia di carattere va fino al riso nelle caricature di questi grandi commediografi. In Balzac va fino al pianto. Gli uni si burlavano ridevolmente dell'avaro nel motto famoso: Che fare in quella galera? L'altro fa detestare il vizio e odiare il vizioso.»
LA PACE DOMESTICA
L'avventura riprodotta in questa scena accadde verso la fine del mese di novembre 1809, nel punto in cui il fuggitivo impero di Napoleone era all'apogeo del suo splendore. Le fanfare della vittoria di Wagram rimbombavano ancora nel cuore della monarchia austriaca. La pace era segnata tra la Francia e la coalizione. I re ed i principi vennero allora, come astri, a compire le loro evoluzioni intorno a Napoleone, che si procurò la soddisfazione di trascinarsi dietro l'Europa, magnifico saggio della potenza che spiegò più tardi a Dresda.
Mai, al dire dei contemporanei, Parigi aveva vedute feste più belle di quelle che precedettero e seguirono il matrimonio di questo sovrano con un'arciduchessa d'Austria, mai nei giorni più splendidi dell'antica monarchia, tante teste coronate accorsero sulle rive della Senna, e mai l'aristocrazia francese fu ricca e brillante come allora. I diamanti sparsi a profusione sulle acconciature, i ricami d'oro e d'argento delle uniformi, fecero tale contrasto coll'indigenza repubblicana, che sembrava vedere le ricchezze del globo affluire nei saloni di Parigi. Un'ebbrezza generale aveva come colpito questo impero d'un giorno. Tutti i militari, senza eccettuare il loro capo, godevano da ricchi improvvisati i tesori conquistati da un milione d'uomini colle spalline di lana, le cui esigenze erano soddisfatte con alcune aune di nastro rosso. A quell'epoca la maggior parte delle donne affettava quella facilità di costumi e quel rilassamento della morale che segnalò il regno di Luigi XV. Sia per imitare i modi della monarchia caduta, sia che certi membri della famiglia imperiale ne avessero dato l'esempio, come lo pretendevano i Frondeur del sobborgo San Germano, è certo che uomini e donne, tutti si lanciarono nei piaceri con una intrepidità che pareva presagire la fine del mondo. Ma v'era allora un'altra ragione di questa licenza. La passione delle donne pei militari divenne una specie di frenesia e combinava troppo bene colle viste dell'imperatore perchè vi mettesse un freno. Le frequenti riprese di guerra, che fecero somigliare ad armistizii tutti i trattati conclusi da Napoleone, esponevano le passioni a scioglimenti così rapidi quanto le decisioni del capo supremo di questi kolbach, di questi dolman e di questi pennacchi, che piacquero tanto al bel sesso. I cuori furono allora nomadi come i reggimenti. Da un primo ad un quinto bollettino della grande armata, una donna poteva essere successivamente amante, sposa, madre e vedova. Era la prospettiva d'una prossima vedovanza, quella di una dotazione, o la speranza di portare un nome consegnato alla storia, che rendeva così seducenti i militari? Le donne furono trascinate verso di essi dalla certezza che il segreto delle loro passioni sarebbe sepolto sui campi di battaglia, e la causa di questo dolce fanatismo si deve cercare nella nobile attrattiva che ha su di esse il coraggio? Forse queste ragioni, che il futuro storico dei costumi imperiali si divertirà senza dubbio a pesare, entravano tutte per qualche cosa nella loro facilità ad abbandonarsi agli amori. Checchè ne sia confessiamolo gli allori coprirono allora molti falli, le donne cercarono con ardore quegli arditi avventurieri, che loro parevano vere sorgenti d'onori, di ricchezze e di piaceri, ed agli occhi delle giovinette, una spallina, quel geroglifico futuro, significava onore e libertà. Un tratto di quell'epoca unica nel nostri annali e che la caratterizza, fu una passione sfrenata per tutto ciò che brillava; mai non vi furono tanti fuochi artificiali, mai il diamante raggiunse sì alto valore.
Gli uomini, avidi come le donne di quei ciottoli bianchi, se ne impadronivano al pari di esse. Forse la necessità di dare al bottino la forma più facile al trasporto, mise nell'armata i giojelli in voga. Un uomo non era tanto ridicolo come lo sarebbe oggi, quando lo sparato della sua camicia o le sue dita presentavano agli sguardi dei grossi diamanti. Murat, uomo affatto orientale, diede l'esempio di un lusso assurdo presso i militari moderni.
Il conte di Gondreville, uno dei Luculli di quel Senato conservatore che nulla conservò, non aveva protratta la sua festa in onore della pace che per far meglio la corte a Napoleone, sforzandosi di eclissare gli adulatori dai quali era stato prevenuto. Gli ambasciatori di tutte le potenze amiche della Francia col beneficio dell'inventario, i personaggi più importanti dell'impero, perfino alcuni principi, erano in quel momento riuniti nei saloni dell'opulento senatore. La danza languiva; ognuno attendeva l'imperatore, la cui presenza era stata promessa dal conte. Napoleone avrebbe mantenuta la parola senza la scena che scoppiò la sera stessa fra Giuseppina e lui, scena che preludiò al divorzio di quegli augusti sposi. La notizia di quell'avventura, allora tenuta segretissima, ma che fu raccolta dalla storia, non pervenne alle orecchie dei cortigiani, e non influì altrimenti che per l'assenza di Napoleone sulla gajezza della festa del conte di Gondreville. Le più belle donne di Parigi, affrettatesi a recarsi da lui, sulla fede di una diceria, vi facevano in quel momento una gara di lusso, civetteria, abbigliamenti e bellezza. Orgogliosa delle sue ricchezze, la banca vi sfidava gli splendidi generali ed i grandi uffiziali dell'impero, recentemente rimpinziti di croci, titoli e decorazioni.
Questi grandi balli erano sempre occasioni colte dalle famiglie ricche per produrvi le loro ereditiere agli occhi dei pretoriani di Napoleone, nella folle speranza di cambiare le magnifiche loro doti contro un incerto favore. Le donne che si credevano abbastanza forti della sola loro beltà venivano a provarne la potenza. Là, come altrove, il divertimento non era che una maschera. I volti sereni e ridenti, le fronti calme nascondevano calcoli odiosi; le dichiarazioni d'amicizia erano menzogne, e più di un personaggio diffidava meno de' suoi nemici che degli amici. Queste osservazioni erano necessarie per spiegare i fatti del piccolo imbroglio, soggetto di questa scena, per quanto mitigata, dei costumi che regnavano allora nei saloni di Parigi.
— Volgete un po' gli occhi verso quella colonna spezzata che porta un candelabro, non vedete una giovine donna, pettinata alla Chinese? Là, nell'angolo a sinistra. Essa ha delle campanule azzurre nel mazzo di capelli castani che cadono a fiotti sulla sua testa. Non vedete? è così pallida che la si crederebbe sofferente, è graziosa e molto piccina; in questo momento volge la testa verso di noi; i suoi occhi azzurri, tagliati a mandorla ed incantevolmente soavi, pajono fatti apposta per piangere. Ma, guardate! ella si abbassa per guardare madama de Vaudremont attraverso questo dedalo di teste sempre in moto, le cui alte pettinature le intercettano la visuale.
— Ah! ci sono, caro mio. Tu non avevi che a indicarmela come la più bianca di tutte le donne che sono qui, e l'avrei riconosciuta; essa ha la più bella carnagione ch'io abbia mai ammirata. Da qui ti sfido a distinguere sul suo collo le perle che separano ognuno degli zaffiri della sua collana. Ma essa deve avere della virtù o della civetteria, giacchè è molto se i merletti del suo corsetto permettono di sospettare la bellezza dei contorni Che spalle, che bianchezza di giglio!
— Chi è? chiese, quello che aveva parlato per il primo.
— Non lo so.
— Aristocratico! volete dunque, Montcornet, tenervele tutte per voi?
— Ti sta bene il burlarmi! rispose Montcornet sorridendo. Credi avere il diritto di insultare un povero generale come me, perchè, rivale fortunato di Soulanges, tu non fai una sola piroetta che non allarmi madama di Vaudremont? Oppure è perchè io non sono arrivato che da un mese nella terra promessa? Siete ben insolenti voi altri amministratori che restate inchiodati sulle vostre sedie mentre noi siamo in mezzo alle bombe. Via, signor referendario, lasciateci spigolare nel campo il cui possesso precario non vi resta che al momento in cui noi altri lo abbandoniamo. Che diamine! bisogna che tutti vivano! Amico mio, se tu conoscessi i tedeschi, mi faresti, io credo, qualche servizio presso la parigina che ti è cara.
— Generale, poichè voi avete onorata della vostra attenzione questa donna che vedo qui per la prima volta, abbiate la carità di dirmi se l'avete vista a ballare.
— Eh, mio caro Marziale, da dove vieni? Se ti mandano in ambasciata, auguro male dei tuoi successi. Non vedi tre ranghi delle più intrepide civette di Parigi fra essa e lo sciame dei ballerini che ronza sotto il lampadario, e non hai avuto bisogno del tuo occhialetto per scoprirla all'angolo di quella colonna, ove pare sepolta nell'oscurità, ad onta delle candele che brillano sopra la sua testa? Fra essa e noi scintillano tanti occhi e tanti diamanti, ondeggiano tante piume, tanti merletti, fiori e treccie, che sarebbe un vero miracolo se qualche ballerino potesse scorgerla in mezzo a questi astri. Come, Marziale, non hai tu indovinata la moglie di qualche sottoprefetto della Lippe o della Dyle, che viene a tentare di rendere prefetto il suo marito?
— Oh! lo sarà, disse con vivacità il referendario.
— Ne dubito, replicò il colonnello del corazzieri ridendo, sembra così nuova all'intrigo come tu alla diplomazia. Scommetto, Marziale, che tu non sai perchè si trova là.
Il referendario guardò il colonnello dei corazzieri della guardia con un'aria che dava a divedere altrettanta indifferenza quanta curiosità.
— Ebbene, disse Montcornet continuando, ella sarà senza dubbio arrivata alle nove precise, forse la prima, e probabilmente avrà imbarazzato molto la contessa di Gondreville la quale non sa cucire due idee. Respinta dalla padrona di casa, cacciata di sedia in sedia da qualche nuova arrivata, fino nelle tenebre di questo cantuccio, ella vi si sarà lasciata chiudere, vittima della gelosia di queste dame che non avranno chiesto di meglio che seppellire così quella figura pericolosa. Essa non avrà avuto amici per incoraggiarla a difendere la piazza che ha dovuto occupare di tratto in prima linea; ognuna di queste perfide danzatrici avrà intimato agli uomini della sua congrega di non impegnare la nostra povera amica, sotto pena di terribili castighi. Ecco, mio caro, come questi esseri così teneri e candidi in apparenza avranno stretta la loro coalizione contro l'incognita; e ciò senza che alcune di quelle donne si sia detto altro che: — Conoscete voi, mia cara, quella piccola dama azzurra? To', Marziale, se tu vuoi in un quarto d'ora essere soprafatto di occhiate lusinghiere e di interrogazioni provocanti più che forse non ne riceverai in tutta la tua vita, tenta di forzare la triplice barriera che difende la regina della Dyle, della Lippe, o della Charente. Vedrai se la più stupida di queste donne non saprà trovare al momento un'astuzia capace di trattenere l'uomo più determinato a mettere in luce la nostra gemente incognita. Non ti pare che abbia un po' l'aria di un'elegia?
— Vi pare, Montcornet? sarebbe dunque una donna maritata?
— Perchè non sarebbe vedova?
— Sarebbe più attiva, disse ridendo il referendario.
— Forse è una vedova il cui marito giuoca alla bouillotte, replicò il bel corazziere.
— Infatti dopo la pace, vi sono tante di queste vedove! rispose Marziale. Ma, mio caro Montcornet, noi siamo due ingenui. Quella testa manifesta ancora troppa innocenza, respira ancora troppa gioventù e freschezza sulla fronte e intorno alle tempie, perchè sia una donna. Che toni di carne vigorosi! nulla di logoro nei rilievi del naso. Le labbra, il mento, tutto in questa figura è fresco come un bottone di rosa bianca, benchè la fisionomia ne sia come velata dalle nubi della tristezza. Cosa può far piangere questa giovinetta?
— Le donne piangono tanto per poco, disse il colonnello.
— Non so, riprese Marziale, ma ella non piange per essere là senza ballare; il suo cordoglio non data da oggi; si vede che per questa sera si è fatta bella con premeditazione. Essa ama già, lo scommetterei.
— Bah! forse è la figlia di qualche principuccio di Germania; nessuno le parla, disse Montcornet.
— Ah! come è disgraziata una povera ragazza! replicò Marziale. Si può avere più grazia e più finezza della nostra incognita? Ebbene, non una delle megere che le stanno intorno, e che si dicono sensibili, le rivolgerà la parola. Se parlasse, vedremmo se i suoi denti sono belli.
— Oh, oh, tu bolli come il latte alla minima elevazione di temperatura! gridò il colonnello, un po' piccato di trovare così presto un rivale nel suo amico.
— Come, disse il referendario, senza accorgersi dell'interrogazione del generale, e dirigendo l'occhialino su tutte le persone che stavano loro d'intorno, come! nessuno qui potrà nominarci questo fiore esotico?
— Eh, sarà qualche damigella di compagnia, gli disse Montcornet.
— Buono! una damigella di compagnia che porta zaffiri degni d'una regina ed un abito di malines! Contatela ad altri, generale. Anche voi non sareste molto forte in diplomazia se nei vostri apprezzamenti passaste in un momento dalla principessa tedesca alla damigella di compagnia.
Il generale Montcornet fermò per il braccio un ometto grasso, i cui capelli mezzo grigi e gli occhi intelligenti si vedevano nei vani di tutte le porte e che si mischiava senza complimenti ai diversi gruppi, nei quali era accolto con rispetto.
— Gondreville, caro amico, gli disse Montcornet, chi è quella graziosa donnina seduta laggiù sotto quell'immenso candelabro?
— Il candelabro? Ravrio, mio caro, me ne ha dato il disegno Isabey.
— Oh! ho già riconosciuto il tuo gusto ed il tuo fasto nel mobilio, ma la donna?
— Ah! non la conosco. Sarà senza dubbio un'amica di mia moglie.
— O la tua amante, vecchio briccone.
— No, parola d'onore! La contessa di Gondreville è la sola donna capace di invitare persone che nessuno conosce.
Ad onta di questa osservazione piena d'acrimonia, il grosso ometto conservò sulle sue labbra il sorriso di soddisfazione interna che vi aveva fatto nascere la supposizione del colonnello dei corazzieri. Costui raggiunse in un gruppo vicino il referendario occupato, ma inutilmente, a cercare notizie sulla sconosciuta. Lo prese pel braccio e gli disse all'orecchio: — Mio caro Marziale, sta in guardia! Madama di Vaudremont ti osserva da alcuni minuti con un'attenzione deplorabile; è donna da indovinare, al movimento solo delle tue labbra, ciò che tu mi dicesti; i nostri gesti sono già stati troppo significativi, ella ne ha benissimo scoperta e seguita la direzione, ed io la credo in questo momento più occupata di noi stessi della piccola dama azzurra.
— Vecchia astuzia di guerra, mio caro Montcornet. Del resto che m'importa? Io sono come l'imperatore; quando faccio delle conquiste le mantengo.
— Marziale! la tua fatuità ha bisogno di una lezione. Come! borghese, tu hai l'onore di essere il marito designato di madama de Vaudremont, una vedova di ventidue anni, che ha la miseria di quattromila napoleoni di rendita, di una donna che ti mette in dito dei diamanti belli come questo, aggiunse prendendo la mano sinistra del referendario che gliela abbandonò con compiacenza, ed hai ancora la pretesa di fare il Lovelace, come se fossi colonnello e costretto a mantenere nelle guarnigioni la riputazione militare! Ohibò! Ma rifletti dunque a tutto ciò che puoi perdere.
— Almeno non perderò la mia libertà, replicò Marziale con un riso forzato.
Gettò uno sguardo appassionato a madama de Vaudremont la quale non gli rispose che con un sorriso pieno d'inquietudine, giacchè aveva visto il colonnello esaminare l'anello del referendario.
— Ascolta, Marziale, ripresa il colonnello, se tu volteggi intorno alla mia giovane sconosciuta, io intraprenderò la conquista di madama de Vaudremont.
— Permesso, caro corazziere, ma voi non otterrete nulla, disse il giovine referendario mettendo la nitida unghia del suo pollice sotto uno del denti superiori, e cavandone un piccolo strepito motteggiatore.
— Pensa che io sono celibe, riprese il colonnello, che la mia spada è tutta la mia fortuna, e che sfidarmi così è mettere Tantalo a sedere davanti ad un banchetto che divorerà.
— Prrr!
Questo insolente cumolo di consonanti fu la risposta alla provocazione del generale. La moda di quel tempo obbligava un uomo a portare al ballo i calzoni di casimiro bianco e le calze di seta. Questo grazioso costume metteva in rilievo la perfezione delle forme di Montcornet, allora in età di trentacinque anni, e che attirava gli sguardi per l'alta statura obbligatoria nei corazzieri della guardia imperiale, la cui bell'uniforme dava maggior risalto alla sua imponenza, ancora giovane ad onta della pinguedine che doveva all'equitazione. I suoi baffi neri completavano l'espressione franca di una faccia veramente militare la cui fronte era larga e scoperta, il naso aquilino, la bocca vermiglia. I modi di Montcornet, improntati di una certa nobiltà dovuta all'abitudine del comando, potevano piacere ad una donna che avesse avuto il buon senso di non fare di suo marito uno schiavo. Il colonnello sorrise guardando il referendario, uno dei suoi migliori amici di collegio, la cui piccola statura svelta l'obbligò, per rispondere alla sua canzonatura, ad abbassare un po' l'amichevole sua occhiatina.
Il barone Marziale De la Roche-Hugon era un giovane provenzale che Napoleone proteggeva e sembrava designare per qualche pomposa ambasciata. Egli aveva sedotto l'imperatore con una compiacenza italiana, col genio dell'intrigo, con quell'eloquenza da salone e quella scienza dei modi che surrogano tanto facilmente le qualità eminenti di un uomo solido. Benchè vivace e giovane, la sua figura possedeva già lo splendore immobile della latta, una delle qualità indispensabili ai diplomatici e che permette loro di nascondere le proprie emozioni, di mascherare i sentimenti, se pure questa impassibilità non annunzia in essi l'assenza di ogni emozione e la morte dei sentimenti.
Si può considerare il cuore dei diplomatici come un problema insolubile, giacchè i tre più illustri ambasciatori dell'epoca si sono segnalati per la persistenza nell'odio e per le affezioni romanzesche. Tuttavia Marziale apparteneva a quella classe d'uomini capaci di calcolare il loro avvenire in mezzo ai più ardenti piaceri; egli aveva già giudicato il mondo ed occultata la sua ambizione sotto la fatuità dall'uomo fortunato in amore, mascherando il suo talento sotto la livrea della mediocrità, dopo aver osservato la rapidità con cui si avanzavano le persone che davano un po' d'ombra al padrone.
I due amici furono costretti a lasciarsi dandosi una cordiale stretta di mano. Il ritornello che preveniva le dame di formare le quadriglie di una nuova contradanza, cacciò gli uomini dal vasto spazio in cui stavano discorrendo in mezzo alla sala. Questa rapida conversazione, tenuta nell'intervallo che separa sempre le contradanze, ebbe luogo davanti al camino del gran salone del palazzo Gondreville. Le domande e risposte di questa chiacchierata, abbastanza comune in un ballo, erano state come susurrate da ciascuno dei due interlocutori all'orecchio del vicino. Tuttavia le girandole e i candelabri del camino spandevano sui due amici una luce così abbondante, che le loro figure troppo vivamente illuminate non poterono nascondere, malgrado la loro discrezione diplomatica, l'impercettibile espressione dei loro sentimenti, nè all'astuta contessa, nè alla candida sconosciuta. Questo spionaggio del pensiero è forse per gli oziosi uno dei piaceri che trovano nel mondo, mentre tante ingenue vittime vi si annojano senza osare di convenirne.
Per comprendere tutto l'interesse di questa conversazione è necessario raccontare un avvenimento che per invisibili legami andava a congiungersi coi personaggi di questo piccolo dramma, allora sparsi nel salone. Alle undici di sera circa, nel momento in cui le danzatrici riprendevano i loro posti, la società del palazzo Gondreville aveva veduto apparire la più bella donna di Parigi, la regina della moda, la sola che mancasse a quella splendida riunione. Essa si faceva una legge di non mai arrivare che nel momento in cui le sale offrivano quel movimento animato che non permette alle donne di conservare a lungo la freschezza del volto nè quello della toeletta. Questo momento rapido è come la primavera del ballo. Un'ora dopo, quando il piacere è passato, quando sopraggiunge la stanchezza, tutto vi è logoro. Madama de Vaudremont non commetteva mai il fallo di restare ad una festa per mostrarvi dei fiori languenti, dei ricci cadenti, delle guarnizioni sciupate, con una figura simile a tutte quelle che, incalzate dal sonno, non sempre lo ingannano. Essa si guardava bene di lasciar vedere, come le sue rivali, la sua bellezza sonnolente; sapeva sostenere abilmente la sua riputazione di civetteria, ritirandosi sempre da un ballo altrettanto brillante come quando vi era entrata. Le donne si dicevano all'orecchio con un sentimento d'invidia che preparava e metteva tante toelette quanti balli vi erano in una sera. Questa volta madama de Vaudremont non doveva essere padrona di lasciare a suo capriccio il salone dove arrivava allora trionfalmente. Fermatasi un istante sulla porta, gettò degli sguardi osservatori, benchè rapidi, sulle donne, i cui abbigliamenti furono tosto studiati affine di convincersi che il suo li eclisserebbe tutti.
La celebre civetta si offerse all'ammirazione dell'adunanza, condotta da uno dei più bravi colonnelli dell'artiglieria della guardia, un favorito dell'imperatore, il conte di Soulanges. L'unione momentanea e fortuita di questi due personaggi ebbe senza dubbio qualche cosa di misterioso. Udendo annunziare il signor di Soulanges e la contessa di Vaudremont, alcune donne che facevano tappezzeria si alzarono, e alcuni uomini passati nella sala vicina si affollarono alle porte delta sala principale. Uno di quei burloni, che non mancano mai in queste numerose riunioni, vedendo entrare la contessa ed il suo cavaliere disse: — «Ora le donne avevano altrettanta curiosità di contemplare un uomo fedele alla sua passione, come gli uomini di esaminare una bella donna difficile a conservare.» Benchè il conte di Soulanges, giovane di circa trentadue anni, fosse dotato di quel temperamento nervoso che produce nell'uomo le grandi qualità, le sue forme gracili e la sua tinta pallida prevenivan poco in suo favore; i suoi occhi neri annunziavano molta vivacità, ma in società era taciturno, e nulla in lui rivelava uno di quei talenti oratorii che dovevano brillare alla destra nelle assemblee legislative della Ristorazione. La contessa di Vaudremont, donna alta, leggiermente pingue, d'una pelle splendida per bianchezza, che portava bene la sua testolina, e possedeva l'immenso vantaggio di inspirare l'amore colla gentilezza dei modi, era di quelle creature che mantengono tutte le promesse fatte dalla loro bellezza. Quella coppia, divenuta per alcuni momenti oggetto dell'attenzione generale, non lasciò lungo tempo il campo alla curiosità di esercitarsi sul suo conto. Il colonnello e la contessa pareva comprendessero perfettamente che il caso li aveva messi in una posizione imbarazzante. Vedendoli avanzarsi, Marziale si slanciò nel gruppo di uomini che occupava il posto al camino, per osservare attraverso le teste che gli facevano una specie di barriera, madama de Vaudremont coll'attenzione gelosa che dà il primo fuoco della passione: una voce segreta sembrava dirgli che il successo di cui s'inorgogliva era forse precario; ma il sorriso di fredda cortesia con cui la contessa ringraziò il signor De Soulanges ed il gesto che fece per congedarlo sedendosi presso madama de Gondreville, distesero tutti i muscoli che la gelosia aveva contratti sul suo volto. Tuttavia, vedendo in piedi a due passi dal canapè sul quale trovavasi madama de Vaudremont, Soulanges, che pareva non comprendere lo sguardo con cui la giovine civetta gli aveva detto che essi rappresentavano l'uno e l'altra una parte ridicola, il provenzale dalla testa vulcanica tornò ad aggrottare le nere sopraciglia che ombreggiavano i suoi occhi azzurri, carezzò, per darsi un po' di contegno, i ricci dei suoi capelli bruni, e senza tradire l'emozione che gli faceva palpitare il cuore, sorvegliò il modo in cui si conducevano la contessa ed il signor de Soulanges, pure scherzando coi vicini; fu allora che strinse la mano al colonnello, il quale veniva a rinnovare con esso la conoscenza; ma l'ascoltò senza intenderlo, tanto era preoccupato. Soulanges gettò occhiate tranquille sulla quadrupla fila di donne che incorniciava l'immenso salone del senatore, ammirando quella decorazione di diamanti, di rubini, di perle, di manipoli d'oro e di teste adorne il cui splendore faceva quasi impallidire i lumi delle candele, il cristallo dei candelabri e le dorature.
La calma noncurante del suo rivale fece perdere la bussola al referendario. Incapace di moderare la segreta impazienza che lo trasportava, Marziale si avanzò alla volta di madama de Vaudremont per salutarla. Quando comparve il provenzale, Soulanges gli lanciò uno sguardo torbido e stornò con atto impertinente la testa. Un grave silenzio regnò nella sala in cui la curiosità era al colmo. Tutte le teste tese presentavano i sentimenti più bizzarri; ognuno attendeva e temeva uno di quegli scandali che le persone bene educate si guardano sempre dal provocare. Tutto a un tratto la pallida figura del conte divenne rossa come lo scarlatto delle sue pistagne, ed i suoi sguardi si abbassarono d'un tratto a terra per non lasciare indovinare il soggetto del suo turbamento. Vedendo la sconosciuta modestamente situata al piede del candelabro, passò con aria triste dinanzi al referendario e si rifugiò in una delle sale da giuoco. Marziale e l'assemblea credettero che Soulanges gli cedesse pubblicamente il posto per paura del ridicolo che si attacca sempre agli amanti detronizzati. Il referendario rialzò fieramente la testa, guardò la sconosciuta, poi, quando si assise con tutta disinvoltura presso madama de Vaudremont, l'ascoltò con aria tanto distratta che non udì queste parole pronunziate dalla civetta sotto il ventaglio: — Marziale, mi farete il piacere di non portare questa sera l'anello che mi avete carpito. Ho le mie ragioni, e ve le spiegherò fra breve, quando ci ritireremo. Mi darete il braccio per andare dalla principessa di Wagram.
— Perchè avete accettato il braccio del colonnello? chiese il barone.
— Lo incontrai sotto il peristilio, ella rispose; ma lasciatemi, ci guardano tutti.
Marziale raggiunse il colonnello dei corazzieri. La piccola dama azzurra divenne allora il vincolo comune dell'inquietudine che agitava ad un tempo e così diversamente il corazziere, Soulanges, Marziale e la contessa di Vaudremont. Quando i due amici si erano separati lanciandosi la sfida che chiuse la loro conversazione, il referendario mosse verso madama de Vaudremont e seppe collocarla nel mezzo della più brillante quadriglia. Mercè quella specie d'ebrezza in cui una donna è sempre immersa dalla danza, ed il moto del ballo in cui gli uomini si mostrano col ciarlatanismo della toeletta, la quale non dà loro minori attrattive che alle donne, Marziale credette potersi abbandonare impunemente all'incanto che lo trascinava verso l'incognita. Se riuscì a sottrarre all'attività inquieta degli occhi della contessa i primi sguardi che gettò sulla dama azzurra fu ben tosto sorpreso in flagrante delitto, e, se fece scusare una prima preoccupazione, non giustificò l'impertinente silenzio che oppose più tardi alla più seducente delle interrogazioni che una donna possa rivolgere ad un uomo: Mi amate questa sera? Più egli era distratto, più la contessa si mostrava stringente ed importuna. Mentre Marziale ballava, il colonnello andò di gruppo in gruppo cercando notizie sulla giovine sconosciuta. Dopo avere stancata la compiacenza di tutte le persone, ed anche quella degli indifferenti, si decideva ad approfittare d'un momento in cui la contessa di Gondreville pareva libera, per chiedere ad essa medesima il nome di quella dama misteriosa, quando scoperse un leggiero vuoto fra la colonna spezzata che sosteneva il candelabro e i due divani che vi mettevano capo. Il colonnello approfittò del momento in cui la danza lasciava vacante una parte delle sedie che formavano parecchie linee fortificate difese da mamme o donne in età, ed imprese ad attraversare quella palizzata coperta di scialli e fazzoletti. Cominciò a complimentare le vedove; poi, di donna in donna, di galanteria in galanteria finì per raggiungere presso l'incognita il posto vuoto. A rischio d'impigliarsi nei grifoni e nei draghi dell'immenso candelabro, si mantenne là sotto il fuoco della cera, con gran dispetto di Marziale. Troppo astuto per interpellare di primo tratto la piccola dama azzurra che aveva alla destra, il colonnello cominciò col dire ad una signora, grande, abbastanza brutta, che era seduta alla sua sinistra: — È questo, signora, un magnifico ballo! Che lusso! che movimento! Parola d'onore, le donne sono tutte belle! Se voi non ballate, gli è senza dubbio che non ne avete voglia.
Questa insipida conversazione intavolata dal colonnello aveva per iscopo di far parlare la sua vicina di destra, che, silenziosa e preoccupata, non gli porgeva la menoma attenzione. L'ufficiale teneva in riserva una quantità di frasi che dovevano finire con un: E voi madama? sul quale contava molto. Ma ebbe una strana sorpresa vedendo alcune lagrime negli occhi della sconosciuta, che pareva interamente assorta in madama de Vaudremont.
— La signora è senza dubbio maritata? arrischiò alla fine il colonnello Montcornet con voce titubante.
— Sì, signore, rispose l'incognita.
— E vostro marito è qui senza dubbio?
— Sì, signore.
— E allora perchè restate a questo posto? forse per civetteria?
L'afflitta sorrise tristamente.
— Accordatemi l'onore, madama, di essere vostro cavaliere per la contradanza che segue, e certo non vi ricondurrò qui. Vedo presso il camino un posto vuoto, venite. Quando tanta gente ha tutta la smania di dominare, e la follia del giorno è la monarchia, non capisco perchè voi rifiutereste di accettare il titolo di regina del ballo, che pare spetti alla vostra bellezza.
— Signore, io non ballerò.
L'intonazione secca delle risposte di quella donna era così scoraggiante, che il colonnello si vide costretto ad abbandonare la piazza. Marziale, che indovinò l'ultima domanda del colonnello ed il rifiuto che gli toccava, si mise a sorridere e si accarezzò il mento facendo brillare l'anello che aveva in dito.
— Di che cosa ridete? gli disse la contessa de Vaudremont.
— Dell'insuccesso del povero colonnello, che ha fatto un passo da collegiale....
— Vi avevo pregato di togliervi l'anello, disse la contessa interrompendolo.
— Non l'avevo capito.
— Se non capite nulla questa sera, sapete però veder tutto, replicò madama de Vaudremont alquanto piccata.
— Ecco un giovane che mostra un brillante molto bello, disse allora la sconosciuta al colonnello.
— Magnifico, egli rispose; quel giovine è il barone Marziale de la Roche-Hugon, uno de' miei migliori amici.
— Vi ringrazio d'avermi detto il suo nome, ella replicò; mi sembra molto gentile.
— Sì, ma è un po' leggiero.
— Si direbbe che sia in buoni rapporti colla contessa di Vaudremont, chiese la giovine signora interrogando cogli occhi il colonnello.
— Nei migliori!
La sconosciuta impallidì.
— Via, pensò il militare, essa ama quel diavolo di Marziale.
— Credevo che madama de Vaudremont fosse da tempo impegnata col signor de Soulanges, soggiunse la giovin donna un po' rimessa dal cruccio interno che aveva alterato lo splendore del suo viso.
— Da otto giorni la contessa lo burla, rispose il colonnello. Ma dovete aver visto quel povero Soulanges quando entrò; tenta ancora di non credere alla sua sfortuna.
— L'ho veduto, disse la dama azzurra. Poi aggiunse un: «signore, vi ringrazio,» che equivaleva ad un congedo.
In quel momento la contradanza stava per finire, e il colonnello, deluso, non ebbe che il tempo di ritrarsi dicendosi a modo di consolazione: — È maritata.
— Ebbene! valoroso corazziere, esclamò il barone trascinando il colonnello nel vano d'una finestra per respirarvi l'aria pura dei giardini, a che punto siete?
— È maritata, mio caro
— E che cosa importa?
— Oh diavolo! io sono un uomo costumato, e non voglio più rivolgermi che alle donne le quali posso sposare. D'altronde, Marziale, mi ha formalmente dimostrata l'intenzione di non ballare.
— Colonnello, scommettiamo il vostro leardo contro cento napoleoni che questa sera ballerà con me.
— Accetto, disse il colonnello prendendo la mano del vagheggino. Intanto vado a vedere Soulanges; egli forse conosce questa dama, che mi parve si interessasse di lui.
— Mio bravo, avete perduto, disse Marziale ridendo. I miei occhi si sono incontrati coi suoi, e me ne intendo; Caro colonnello, non ve ne avrete a male se ballerò con lei dopo il rifiuto che vi è toccato.
— No, no, riderà bene chi riderà ultimo. Del resto, Marziale, io sono bel giuocatore e buon nemico; vi prevengo che essa ama i diamanti.
Ciò detto, i due amici si separarono. Il generale Montcornet si diresse verso la sala da giuoco, ove vide il conte di Soulanges seduto ad un tavolo di bugliotta. Benchè fra i due colonnelli non esistesse che quell'amicizia banale che è determinata dai pericoli della guerra e dai doveri del servizio, il colonnello dei corazzieri fu dolorosamente colpito nel vedere il colonnello d'artiglieria, che conosceva per uomo saggio, impegnato in una partita nella quale poteva rovinarsi. I mucchi d'oro e di biglietti sparsi sul fatale tappeto attestavano il furore del giuoco. Un circolo silenzioso d'uomini circondava i giuocatori che erano al tavolo. Tutti si udivano pronunciare parole come: Passo, giuoco, tengo, mille luigi, tenuti; ma guardando quei cinque individui immobili pareva non parlassero che cogli occhi. Quando il colonnello, spaventato dal pallore di Soulanges, s'avvicinò a lui, il conte guadagnava. L'ambasciatore austriaco, un celebre banchiere, si alzava completamente spogliato di somme considerevoli. Soulanges divenne ancora più cupo e, raccogliendo una massa d'oro e di biglietti, non contò nemmeno: un amaro dispetto increspo le sue labbra: pareva minacciasse la fortuna invece di ringraziarla dei suoi favori.
— Coraggio, gli disse il colonnello, coraggio Soulanges! Poi, credendo di fargli un vero servizio strappandolo al giuoco. — Venite, aggiunse, ho una buona notizia a darvi, ma ad una condizione.
— Quale? chiese Soulanges.
— Quella di rispondere a quanto vi chiederò.
Il conte di Soulanges si alzò bruscamente, mise con aria incurante quanto aveva guadagnato in un fazzoletto che aveva tormentato convulsivamente, ed il suo viso era così stravolto, che nessun giuocatore pensò di trovare fuori di proposito che si ritirasse. Anzi i volti degli altri parvero rasserenarsi quando quella testa sgarbata e triste non fu più nel cerchio luminoso che descriveva al di sopra della tavola una lampada da bugliotta.
— Questi diavoli di militari se la intendono come i ladri in fiera, disse a voce alta un diplomatico della galleria prendendo il posto del colonnello.
Una sola figura smorta e stanca si volse verso il sopraggiunto, e gli disse lanciandogli uno sguardo vivacissimo: — Chi dice militare, non dice civile, signor ministro.
— Mio caro, disse Montcornet a Soulanges attirandolo in un canto, questa mattina l'imperatore ha fatto i vostri elogi e la vostra promozione al maresciallato non è più dubbia.
— Il padrone non ama l'artiglieria.
— Sì, ma adora la nobiltà, e voi siete un ex! Il padrone, riprese Montcornet, disse che quelli i quali si erano ammogliati a Parigi durante la campagna non dovevano essere considerati come in disgrazia. Ebbene?
Il conte di Soulanges pareva non capir nulla di questo discorso.
— Orsù, spero adesso, continuò il colonnello, che mi direte se conoscete una graziosa donnina seduta ai piedi d'un candelabro...
A quelle parole gli occhi del conte si animarono. Prese con tutta violenza la mano del colonnello: — Mio caro generale, gli disse con accento sensibilmente alterato, se altri fuori di voi mi facesse questa domanda, gli spaccherei il cranio con questa massa d'oro. Lasciatemi, ve ne prego. Questa sera ho più voglia di bruciarmi le cervella che... Odio tutto ciò che vedo. Quindi parto. Questa gioja, questa musica, queste faccie stupide che ridono mi assassinano.
— Mio povero amico, riprese con voce dolce Montcornet, battendo amichevolmente sulla mano di Soulanges; voi siete appassionato! Che direste dunque se vi facessi sapere che Marziale pensa tanto poco a madama de Vaudremont, da essere innamorato di quella damina?
— Se le parla, gridò Soulanges balbettando per la rabbia, lo spianerò come il suo portafogli, quand'anche quel balordo fosse nel circolo dell'imperatore.
E il conte cadde come annientato sulla poltrona verso la quale il colonnello l'aveva condotto. Quest'ultimo si ritirò lentamente, essendosi accorto che Soulanges era in preda ad una collera troppo violenta perchè potessero calmarlo o gli scherzi o le cure di un'amicizia superficiale. Quando il colonnello Montcornet rientrò nel gran salone del ballo, madama de Vaudremont fu la prima persona che si presentò agli occhi suoi, e notò sul suo volto, d'ordinario così calmo, le traccie di un'agitazione mal celata. Vicino ad essa era vacante una sedia; il colonnello andò a sedervisi.
— Scommetto che avete dei dispiaceri, egli disse.
— Un'inezia, generale. Vorrei essere via di qui; ho promesso di assistere al ballo della granduchessa di Bug, e bisogna che prima vada dalla principessa di Wagram. Il signor De la Roche-Hugon, che lo sa, si diverte a civettare colle vedove.
— Non è proprio questo il soggetto della vostra inquietudine, e scommetto cento luigi che questa sera resterete qui.
— Impertinente!
— Ho dunque detto la verità?
— Ebbene! che cosa penso? riprese la contessa dando un colpo di ventaglio sulle dita del colonnello. Se lo indovinate, sono capace di ricompensarvi.
— Non accetto la sfida; avrei troppe probabilità favorevoli.
— Presuntuoso!
— Voi temete di vedere Marziale ai piedi...
— Di chi? domandò la contessa ostentando sorpresa.
— Di quel candelabro, rispose il colonnello mostrando la bella incognita, e guardando la contessa con un'attenzione che la impacciava.
— Avete indovinato, rispose la civetta celandosi il viso sotto il ventaglio, col quale si mise a giuocare. La vecchia dama di Grandlieu, che, come sapete, è maliziosa al pari di una scimia, riprese dopo un momento di silenzio, mi ha detto poco fa che il signor De la Roche-Hugon correva dei pericoli a corteggiare quella sconosciuta che si trova qui come una guastafeste. Preferirei vedere la morte anzichè questa figura crudelmente bella e pallida come una visione. È il mio cattivo genio. Madama di Grandlieu, continuò dopo essersi lasciato sfuggire un atto di dispetto, che non va al ballo se non per veder tutto fingendo di dormire, mi ha terribilmente inquietata. Marziale mi pagherà caro il tiro che mi giuoca. Tuttavia, generale, poichè è vostro amico, impegnatelo a non darmi dei dispiaceri.
— Ho veduto un uomo che si propone nientemeno che di bruciargli le cervella se si rivolge a quella damina. Quell'uomo, madama, mantiene la parola. Ma io conosco Marziale; siffatti pericoli sono altrettanti incoraggiamenti. Vi ha di più: noi abbiamo scommesso... e qui abbassò la voce.
— Davvero? chiese la contessa.
— Sul mio onore.
— Grazie, generale, rispose madama de Vaudremont lanciandogli un'occhiata piena di civetteria.
— Mi farete l'onore di ballare con me?
— Sì, ma la seconda contradanza. Durante questa voglio sapere dove può finire questo intrigo, e sapere chi è quella piccola dama azzurra; ha l'aria di una donna di spirito.
Il colonnello, vedendo che madama di Vaudremont voleva restar sola, si allontanò, soddisfatto di avere cominciato così bene il suo assedio.
Si incontrano nelle feste alcune signore le quali, come madama di Grandlieu, sono là al pari di vecchi marinai occupati sulla riva del mare a contemplare i giovani marinai alle prese colle tempeste. In quel momento madama di Grandlieu, che pareva interessarsi ai personaggi di questa scena, potè facilmente indovinare la lotta a cui era in preda la contessa. La giovine civetta aveva un bel farsi vento con grazia, sorridere a tutti i giovani che la salutavano ed usare tutte le astuzie di cui si serve una donna per occultare la sua emozione; la vedova, una delle più perspicaci e maliziose duchesse che il secolo diciottesimo avesse legate al decimonono, sapeva leggere nel suo cuore e nel suo pensiero. La vecchia dama pareva conoscesse i movimenti impercettibili che rivelano le affezioni dell'animo. La piega più leggiera di quella fronte bianca e pura, il più insensibile trasalire delle guancie, i moti delle sopraciglia, l'inflessione meno visibile delle labbra il cui mobile corallo nulla poteva occultarle, erano per la duchessa come lo scritto di un libro. Dal fondo della sua poltrona, che riempiva completamente colla sua veste, la civetta emerita, chiacchierando con un diplomatico che l'aveva ricercata per raccogliere gli aneddoti ch'ella narrava così bene, ammirava sè stessa nella civettuola giovine; le acquistò simpatia vedendola occultare così bene il suo dolore e gli strazii del suo cuore. Madama de Vaudremont provava infatti tanto dolore quanta era la gajezza che fingeva: aveva creduto di trovare in Marziale un uomo di talento sul cui appoggio contava per abbellire la sua vita con tutti gli incanti del potere; in quel momento riconosceva un errore altrettanto crudele per la sua riputazione come pel suo amor proprio. In lei, come in tutte le altre donne di quell'epoca, la subitaneità delle passioni ne aumentava la vivacità. Le anime che vivono molto e presto non soffrono meno di quelle che si consumano in una sola affezione. La predilezione della contessa per Marziale datava dalla vigilia, è vero; ma il più inetto dei chirurgi sa che la sofferenza causata dall'amputazione di un membro vivo è più dolorosa di quella di un membro ammalato. Nel gusto di madama de Vaudremont per Marziale vi era dell'avvenire, mentre la sua passione precedente era senza speranze ed avvelenata dai rimorsi di Soulanges. La vecchia duchessa, che spiava il momento opportuno di parlare alla contessa, si affrettò a congedare il suo ambasciatore; giacchè a fronte di amanti in collera ogni altro interesse vien meno, anche per una donna in età. Per impegnare la battaglia, madama de Grandlieu lanciò a madama de Vaudremont un'occhiata sardonica che fece temere alla giovine civetta di vedere il suo destino nelle mani della vedova. Vi sono sguardi da donna a donna che somigliano alle fiaccole nello scioglimento d'una tragedia. Bisogna aver conosciuto questa duchessa per apprezzare il terrore che l'espressione del suo volto cagionava alla contessa. Madama de Grandlieu era alta, ed i suoi lineamenti facevano dire di lei: ecco una donna che ha dovuto esser bella! Si copriva le gote con tanto belletto che le sue rughe quasi più non apparivano; ma, lontani dal ricevere uno splendore fittizio da quel carmino carico, i suoi occhi non erano che più appannati. Portava una gran quantità di diamanti e si vestiva con abbastanza gusto per non cadere nel ridicolo. Il suo naso appuntito faceva presentire l'epigramma. Una dentiera ben disposta conservava alla sua bocca una smorfia d'ironia che ricordava quella di Voltaire. Però la squisita cortesia dei suoi modi raddolciva tanto il giro malizioso delle sue idee, che non la si poteva accusare di malignità. Gli occhi grigi della vecchia dama si animarono; uno sguardo trionfale, accompagnato da un sorriso che significava: — Ve l'aveva pare promesso! — attraversò la sala e sparse l'incarnato della speranza sulle gote pallide della giovine donna che gemeva a piedi del candelabro. Questa alleanza fra madama de Grandlieu e l'incognita non poteva sfuggire all'occhio esperto della contessa di Vaudremont, che intravide un mistero e volle penetrarlo. In quel momento il barone della Roche-Hugon, dopo di aver finito di interpellare tutte le anziane senza poter conoscere il nome della dama azzurra, si rivolgeva, non sapendo dove dare il capo, alla contessa di Gondreville, e non ne riceveva che questa risposta poco soddisfacente: — È una dama che mi ha presentata la vecchia duchessa di Grandlieu. Volgendosi per caso verso la poltrona occupata dalla vecchia signora, il referendario sorprese lo sguardo d'intelligenza lanciato all'incognita, e benchè da qualche tempo non si trovasse in troppo buoni rapporti con lei, risolse di abbordarla. Vedendo quel nabisso di barone che gironzava intorno alla sua poltrona, la vecchia duchessa sorrise con una malignità sardonica e guardò madama de Vaudremont con un'aria che fece sorridere il colonnello Montcornet.
— Se la vecchia zingara si atteggia all'amicizia, pensò il barone, gli è che senza dubbio mi vuol giuocare qualche brutto tiro. — Madama, le disse, mi dicono che siete incaricata di vegliare sopra un tesoro ben prezioso.
— Mi pigliate per un drago? chiese la vecchia dama. Ma di chi parlate? aggiunse con una dolcezza di voce che fece rinascere in Marziale la speranza.
— Di quella damina sconosciuta che la gelosia di tutte queste civette ha confinata laggiù. Voi senza dubbio conoscete la sua famiglia?
— Sì, disse la duchessa, ma che volete farne di un'ereditiera di provincia, maritata da qualche tempo, una giovane di buona nascita che non conoscete, voi altri, essa non va in nessun luogo.
— Perchè essa non balla? È tanto bella! Volete che stringiamo un trattato di pace? Se vi degnate informarmi di tutto ciò che ho interesse a sapere, vi giuro che la vostra domanda di restituzione del bosco di Marigny pel demanio straordinario sarà caldamente appoggiata presso l'imperatore.
— Signore, rispose la vecchia dama con una ingannevole gravità, conducetemi la contessa di Vaudremont. Vi prometto di rivelarle il mistero che rende tanto interessante la vostra incognita. Ecco, tutti gli uomini che sono alla festa sono giunti allo stesso grado di curiosità di voi. Gli occhi si dirigono involontariamente verso questo candelabro ove la mia protetta si è modestamente collocata; essa raccoglie tutti gli omaggi che le si vollero rapire. Fortunato colui che piglierà per ballerine! Qui si interruppe fissando la contessa di Vaudremont con una di quelle occhiate che dicono così bene: Noi parliamo di voi. Poi aggiunse: Penso che preferirete apprendere il nome dell'incognita dalla bocca della vostra bella contessa piuttosto che dalla mia?
L'attitudine della duchessa era così provocante, che madama de Vaudremont si alzò, venne presso a lei, si sedette sulla sedia che le offerse Marziale, e senza fare attenzione a lui: — Indovino, madama, le disse ridendo, che parlate di me; ma confesso la mia inferiorità, non so se in bene o in male.
Madama di Grandlieu strinse colla mano secca e rugosa la bella mano della giovine donna e con un tono di compassione, le rispose a voce bassa: — Povera piccina!
Le due donne si guardarono. Madama de Vaudremont capì che Marziale era di troppo, e lo congedò dicendo con aria imperiosa: Lasciateci!
Il referendario, poco soddisfatto al vedere la contessa sotto il fascino della pericolosa sibilla che l'aveva attirato presso di sè, le lanciò uno di quegli sguardi d'uomo, potenti su un cuore cieco, ma che appaiono ridicoli ad una donna quando comincia a giudicare colui di cui si è invaghita.
— Avreste la pretesa di scimiottare l'imperatore? disse madama di Vaudremont volgendo a metà il capo per contemplare il referendario con aria ironica.
Marziale aveva troppa esperienza di mondo, troppa finezza e calcolo per esporsi a romperla con una donna così bene accetta alla corte, ed alla quale l'imperatore voleva dare marito; contava d'altronde sulla gelosia che si proponeva di destare in lei come sul miglior mezzo per indovinare il secreto della sua freddezza, e si allontanò tanto più volontieri che in quel momento una nuova contradanza metteva tutti in moto. Il barone parve cedesse il posto per le quadriglie, andò ad appoggiarsi ai marmo d'una console, incrociò le braccia sul petto e rimase tutto occupato del colloquio delle due dame. Di tratto in tratto teneva dietro agli sguardi che ambedue gettarono a più riprese sull'incognita. Paragonando allora la contessa a quella bellezza nuova che il mistero rendeva così attraente, il barone si abbandonò agli odiosi calcoli che fanno d'abitudine gli uomini fortunati in amore: egli ondeggiava fra una fortuna da afferrare ed un capriccio da accontentare: il riflesso dei lumi dava tale risalto alla sua figura pensierosa e cupa sulle tappezzerie di moerro bianco alle quali appoggiava i suoi capelli neri, che lo si sarebbe potuto paragonare a qualche cattivo genio. Da lontano certo più di uno pensò: Ecco un altro povero diavolo che non pare divertirsi molto!
Colla spalla destra leggiermente appoggiata sullo stipite della porta che si trovava fra la sala da ballo e quella del giuoco, il colonnello poteva ridere in incognito sotto i suoi folti mustacchi, godere il piacere di contemplare il tumulto del ballo; vedeva cento belle teste turbinare ai capricci della danza; leggeva in alcune figure, come su quelle della contessa e del suo amico Marziale, i segreti della loro agitazione; poi, volgendo il capo, si chiedeva qual rapporto esistesse fra l'aria triste del conte di Soulanges, sempre assiso sul divano, e la fisionomia addolorata della dama incognita sul volto della quale apparivano tratto tratto le gioje della speranza e le angoscie di un terrore involontario. Montcornet era là come il re della festa, trovava in quel quadro vivente l'intero panorama del mondo, e ne rideva raccogliendo i sorrisi interessati di cento donne brillanti e magnificamente abbigliate: un colonnello della guardia imperiale, posto che corrispondeva al grado di generale di brigata, era certo uno dei più bei partiti dell'esercito. Era all'incirca mezzanotte. Le conversazioni, i giuochi, la danza, la civetteria, gli interessi, le malignità ed i progetti, tutto arrivava a quel grado di calore che strappa ad un giovane questa esclamazione: — Che bel ballo!
— Mio angioletto, diceva madama di Grandlieu alla contessa, voi siete in una età nella quale di falli io ne ho commessi parecchi. Vedendovi testè soffrire mortalmente, mi venne in mente di darvi alcuni caritatevoli avvisi. Commettere degli errori a ventidue anni, non è un guastare il suo avvenire, lacerare la veste che si ha da portare? Mia cara, noi non impariamo che molto tardi a servircene senza isdruscirla. Continuate, cuor mio, a procurarvi dei nemici abili e degli amici che non abbiano una linea di condotta, e vedrete che fior di vita condurrete un giorno.
— Ah! madama, una donna ha un gran da fare per essere felice, non è vero? esclamò ingenuamente la contessa.
— Mia piccina, alla vostra età bisogna saper scegliere fra i piaceri e la felicità. Voi volete sposare Marziale, che non è abbastanza sciocco per fare un buon marito, nè abbastanza appassionato per essere un amante. Egli ha dei debiti, mia cara: è un uomo da mangiarsi la vostra sostanza; ma questo non sarebbe nulla se vi procurasse la felicità. Non vedete come è vecchio? Quest'uomo deve essere stato ammalato le tante volte, ed ora fa le ultime armi. Fra tre anni sarà un uomo finito. Comincierà l'ambizioso e forse riuscirà. Io non lo credo. Chi è poi? un intrigante che può possedere a meraviglia lo spirito degli affari e chiacchierare piacevolmente; ma è troppo presuntuoso per avere un vero merito; non andrà lontano. D'altronde, guardatelo! Non si legge sulla sua fronte che in questo momento non vede in voi una giovane e bella donna, ma i due milioni che possedete? Egli non vi ama, cara mia, vi calcola come un affare. Se volete maritarvi, prendete un uomo più avanzato d'età, che goda riputazione e sia a metà del suo cammino. Una vedova non deve trattare il proprio matrimonio come un capriccio amoroso.
In quel momento gli occhi delle due donne si fissarono sulla bella figura del colonnello Montcornet.
— Se volete rappresentare la difficile parte della civetta e non maritarvi, riprese la duchessa con bonomia, ah! cara mia, saprete meglio d'ogni altra accumulare le nubi d'una tempesta e dissiparla. Ma, ve ne scongiuro, non prendete mai piacere a disturbare la pace delle famiglie, a distruggerne l'unione, e la fortuna delle donne che sono felici. Io, mia cara, l'ho rappresentata questa parte pericolosa. Oh! mio Dio, per un trionfo dell'amor proprio si assassinano spesso delle povere creature virtuose; giacchè, mia cara, donne virtuose ne esistono realmente. Sono venuta qui per pregarvi. Sì, voi siete la causa della mia comparsa in questa sala che puzza di popolo. Non ci sono degli attori? Altre volte si ricevevano nel boudoir; ma in sala, ohibò! Perchè mi guardate con aria tanto sbalordita? Ascoltatemi: se volete burlarvi degli uomini, mettete in fiamme il cuore di quelli che non hanno doveri da compire; gli altri non ci perdonano i disordini che li hanno resi felici. Approfittate di questa massima dovuta alla mia vecchia esperienza. Questo povero Soulanges, per esempio, al quale avete fatto girare la testa!... ebbene, sapete su chi cadevano i vostri colpi?... Egli è ammogliato da sei mesi, adorato da un'incantevole creatura che egli ama e che inganna; essa vive nelle lagrime e nel più doloroso silenzio. Soulanges ebbe a momenti dei rimorsi più crudeli che non fossero dolci i suoi piaceri. E voi, furbetta, l'avete tradito. Ebbene! venite a contemplare l'opera vostra!
La vecchia duchessa prese la mano di madama de Vaudremont, e si alzarono.
— Ecco, le disse madama di Grandlieu mostrandole collo sguardo l'incognita pallida e tremante sotto i bagliori del candelabro, ecco la mia nipotina: la contessa di Soulanges oggi ha finalmente ceduto alle mie istanze, ha acconsentito a lasciare la camera di dolore in cui la vista del suo bambino non le arrecava che ben scarse consolazioni. La vedete? vi sembra bella? ebbene, cara mia, giudicate di quello che doveva essere quando la felicità spandeva la sua luce su quella figura.
La contessa volse altrove in silenzio la testa e parve in preda a gravi riflessioni. La duchessa la condusse fino alla porta della sala da giuoco: poi, dopo avervi gettata un'occhiata, come se volesse cercarvi qualcuno: — Ed ecco Soulanges, disse alla giovine civetta con un tono di voce profondo.
La contessa rabbrividì vedendo nell'angolo meno illuminato della sala la figura pallida e contratta di Soulanges appoggiato ad una poltrona. L'abbattimento delle membra e l'immobilità della fronte rivelavano tutto il suo dolore; i giuocatori andavano e venivano dinanzi a lui senza fargli più che tanta attenzione, come se non esistesse. Il quadro che offrivano la moglie in lagrime ed il marito tetro e cupo, separati l'uno dall'altra in mezzo a quella festa, come due metà di un albero colpito dal fulmine, ebbe forse qualche cosa di profetico per la contessa. Temette vedervi un'imagine delle vendette che l'avvenire le serbava. Il suo cuore non era ancora abbastanza logoro: serrò la mano della duchessa ringraziandola con uno di quei sorrisi che hanno una certa grazia infantile.
— Mia cara ragazza, le disse la vecchia all'orecchio, pensate bene che noi sappiamo tanto respingere gli omaggi degli uomini come attirarli. — È vostra, se non siete uno sciocco.
Queste ultime parole furono susurrate da madama de Grandlieu all'orecchio del colonnello Montcornet, mentre la bella contessa si abbandonava alla compassione che le inspirava l'aspetto di Soulanges, giacchè l'amava ancora abbastanza per volerlo restituire alla felicità.
— Oh! come saprò pregarlo, disse a madama de Grandlieu.
— Guardatevene bene, mia cara! esclamò la duchessa ritornando alla sua poltrona; scegliete un buon marito e chiudete la porta a mio nipote. Non offritegli neppure la vostra amicizia. Credetemi, ragazza mia, una donna non riceve da un'altra donna il cuore di suo marito: è cento volte più felice di credere d'averlo riconquistato ella stessa. Conducendo qui mia nipote, credo averle dato un eccellente mezzo di riguadagnare l'affezione di suo marito. Non vi chiedo che di ammaliare il generale.
E quando le mostrò l'amico del referendario, la contessa sorrise.
— Ebbene, madama, sapete finalmente il nome di questa incognita? domandò il barone con aria piccata alla contessa quando fu sola.
— Sì, disse madama de Vaudremont guardando il referendario.
Il suo volto esprimeva tanta astuzia quanta gajezza. Il sorriso che spandeva la vita sulle sue labbra e sulle sue guancie, l'umida luce degli occhi suoi, erano simili a quei fuochi fatui che ingannano il viaggiatore. Marziale, che si credeva sempre amato, prese allora quell'attitudine della quale si compiace tanto un uomo presso quella che ama e disse con aria pretensiosa: — Non ve ne avrete a male, se sembro tenerci molto a sapere quel nome?
— E non ve ne avrete a male, replicò madama de Vaudremont, se per un resto di amore non ve lo dico, e se vi proibisco di fare il più piccolo passo verso quella giovine dama? Arrischiereste forse la vostra vita.
— Madama, perdere il vostro favore non è più che perdere la vita?
— Marziale, disse severamente la contessa, è madama di Soulanges. Suo marito vi brucierebbe le cervella, se pure ne avete.
— Ah, ah! replicò ridendo il vagheggino, il colonnello lascierà vivere in pace colui che gli ha rapito il vostro cuore e si batterebbe per sua moglie? Che inversione di principii! Ve ne prego, permettetemi di ballare con quella piccola dama. Potrete così avere la prova del poco amore che vi portava quel cuore di ghiaccio, giacchè se il colonnello non trova di suo genio che io faccia ballare sua moglie dopo avere tollerato che vi...
— Ma ella ama suo marito.
— Ostacolo di più che avrò il piacere di vincere.
— Ah! disse la contessa con un sorriso amaro, voi ci punite egualmente dei nostri errori e dei nostri pentimenti.
— Non andate in collera, disse vivamente Marziale. Oh! ve ne prego, perdonatemi. Via, non penso più a madama di Soulanges.
— Meritereste bene che vi mandassi a lei.
— Ci vado, disse il barone ridendo, e tornerò più innamorato che mai di voi. La più bella donna del mondo non può impadronirsi di un cuore che vi appartiene.
— Vale a dire che volete guadagnare il cavallo del colonnello.
— Ah! traditore, disse ridendo e minacciando col dito l'amico che sorrideva.
Il colonnello arrivò, il barone gli cedette il suo posto presso la contessa cui disse in modo sardonico: Madama, ecco un uomo che si è vantato di guadagnare le vostre buone grazie in una sera.
Allontanandosi si applaudì di avere rivoltato l'amor proprio della contessa e spacciato Montcornet; ma ad onta della sua finezza abituale, non aveva capito l'ironia di cui erano piene le parole di madama de Vaudremont, e non si accorse che ella aveva fatto verso il suo amico tanta strada, quanta egli verso di lei, benchè inscienti l'uno dell'altra. Nel momento in cui il referendario si avvicinava farfalleggiando al candelabro sotto cui la contessa di Soulanges, pallida e timida, non sembrava vivere che cogli occhi, suo marito arrivò presso la porta della sala cogli sguardi scintillanti di passione. La vecchia duchessa, attenta a tutto, si slanciò verso suo nipote, gli chiese il suo braccio e la sua carrozza per uscire, pretestando una noja mortale e lusingandosi di prevenire così un deplorevole scandalo. Innanzi di partire fece un singolare segno d'intelligenza a sua nipote, indicandole l'intraprendente cavaliere che si preparava a parlarle, e questo segno pareva dirle: — Eccolo, vendicati!
Madama de Vaudremont sorprese l'occhiata della zia e della nipote, una subitanea luce la illuminò, temette d'essere lo zimbello di quella vecchia signora così dotta e così astuta nell'intrigo.
A quel pensiero l'amor proprio di madama de Vaudremont provò forse maggiore interesse della curiosità a trovare il filo di quell'intrigo. La preoccupazione interna alla quale fu in preda non la lasciò padrona di sè. Il colonnello, interpretando a favor suo l'indirizzo che si rivelava nei discorsi e nei modi della contessa, divenne più ardente e più insistente. I vecchi diplomatici svogliati, che si divertivano a seguire le espressioni delle fisionomie, non avevano mai trovato tanti intrighi cui tener dietro ed indovinare. Le passioni che agitavano le due coppie diversificavano ad ogni passo in quelle sale animate, riproducendosi con altre gradazioni su altre figure. Lo spettacolo di tante passioni vive, di tutte queste lotte amorose, vendette dolci, favori crudeli, sguardi infiammati, li richiamava con maggior vivezza alla loro impotenza. Finalmente il barone aveva potuto sedersi vicino alla contessa di Soulanges. I suoi occhi erravano furtivamente su un collo fresco come la rugiada, profumato come un fiore di campo. Ammirava da vicino le bellezze che da lungi l'avevano sbalordito. Poteva vedere un piedino ben calzato, misurare coll'occhio un vitino snello e grazioso. A quell'epoca le donne annodavano la cintura dell'abito precisamente al di sotto del seno, ad imitazione delle statue greche, moda spietata per le donne il cui busto avesse qualche difetto. Gettando degli sguardi furtivi su quel seno, Marziale rimase incantato della perfezione di forme della contessa.
— Non avete ballato una sola volta questa sera, signora, egli disse con voce dolce e lusinghiera; ritengo, non sarà per mancanza di cavaliere.
— Non vado nel mondo, sono sconosciuta, rispose freddamente madama di Soulanges che nulla aveva capito nello sguardo della zia.
Marziale allora, per darsi un contegno, manovrò il bel diamante che ornava la sua mano sinistra; le fiamme lanciate dalla pietra parvero gettare una subita luce nell'anima della giovine contessa, che arrossì e guardò il barone con una espressione indefinibile.
— Amate il bello? chiese il provenzale, per tentare di riannodare la conversazione.
— Oh! molto, signore.
A quella strana risposta i loro sguardi s'incontrarono. Il giovane, sorpreso dall'accento penetrante che svegliò nel suo cuore una vaga speranza, aveva tosto interrogato gli occhi della giovine signora.
— Ebbene, madama, non è temerità da parte mia il proporvi di fare con voi la prima contradanza?
Un'ingenua confusione colorò in rosso le bianche gote della contessa.
— Ma, signore, ho già rifiutato un ballerino, un militare.
— Sarebbe quel gran colonnello di cavalleria che vedete laggiù?
— Precisamente.
— È mio amico, non temete di nulla. Mi accordate il favore che oso sperare?
— Sì, signore.
Quella voce accusava un'emozione così nuova, così profonda che l'anima logora del referendario ne fu scossa. Si sentì invaso dalla timidità di un collegiale, si disorientò, la sua testa meridionale si infiammò, volle parlare, le sue espressioni gli parvero sgraziate, al confronto delle risposte spiritose ed acute di madama Soulanges. Fu buona ventura per lui che la contradanza cominciasse. In piedi presso la sua bella danzatrice si trovò più a posto. Per molti uomini la danza è un modo di essere; spiegando le grazie del corpo ritengono di agire più potentemente che collo spirito sul cuore delle donne. Il provenzale voleva in quel momento usare tutti i suoi mezzi di seduzione. Aveva condotta la sua conquista alla quadriglia. Mentre l'orchestra eseguiva il preludio della prima figura, il barone provava un'incredibile soddisfazione di orgoglio quando, passando in rivista le ballerine collocate sulle fronti di quel formidabile quadrato, si accorse che l'abbigliamento di madama di Soulanges sfidava perfino quello di madama de Vaudremout, che per un caso, forse procurato, taceva col colonnello il vis-à-vis del barone e della dama azzurra. Gli sguardi si fissarono un momento su madama de Soulanges, un mormorio lusinghiero annunziava essere essa il soggetto del discorso di ogni cavaliere colla sua ballerina. Le occhiate d'invidia e d'ammirazione si incrociavano su di lei così vivamente, che la giovine donna, timida per un trionfo al quale pareva volersi sottrarre, abbassò modestamente gli occhi, arrossì e non fece che diventare più deliziosa.
Non rialzò le pupille che per guardare il suo ballerino, inebriato, come se avesse voluto scaricare su di lui la gloria di questi omaggi e dirgli che preferiva il suo a tutti gli altri: mise dell'ingenuità nella sua civetteria, o piuttosto parve abbandonarsi a quella prima ammirazione dalla quale comincia l'amore con quella buona fede che non si incontra se non nei cuori giovani. Quando ballò gli spettatori poterono facilmente credere non spiegasse le sue grazie che per Marziale; e, benchè modesta e nuova ai maneggi delle sale dorate, seppe al pari della più consumata civetta alzare a proposito gli occhi su di lui e abbassarli con una finta modestia. Quando le nuove leggi di una contradanza, inventata dal ballerino Trenis, alla quale diede il suo nome, condussero Marziale davanti al colonnello: — Ho guadagnato il tuo cavallo, gli disse ridendo.
— Sì, ma hai perduto ottanta mila lire di rendita, replicò il colonnello mostrandogli madama de Vaudremont.
— E che m'importa? rispose Marziale; madama di Soulanges vale dei milioni.
Alla fine di quella contradanza, più di un bisbiglio susurrò a più di un orecchio. Le donne meno belle facevano della morale coi loro ballerini a proposito dei vincolo nascente fra Marziale e la contessa di Soulanges. Le più belle erano sbalordite da una tale facilità. Gli uomini non concepivano la fortuna del piccolo referendario nel quale non trovavano nulla di molto seducente. Alcune donne indulgenti dicevano che non bisognava precipitare un giudizio sulla contessa; i giovani sarebbero bene infelici se uno sguardo espressivo od alcuni passi eseguiti con grazia fossero sufficienti per compromettere una donna. Marziale solo conosceva la portata della sua felicità. All'ultima figura, quando le dame della quadriglia vennero a fare il molinello, le sue dita strinsero quelle della contessa, e gli parve sentire attraverso la pelle fina e profumata dei guanti che le dita della giovane rispondessero all'amoroso suo appello.
— Madama, le disse nel punto in cui finì la contradanza, non tornate in quell'angolo odioso dove avete finora seppellito la vostra figura e la vostra toeletta. L'ammirazione è il solo profitto che possiate ritrarre dai diamanti che ornano il vostro collo così bianco e le vostre treccie così bene ordinate? Venite a fare una passeggiata nelle sale e godervi della festa e di voi stessa.
Madama de Soulanges seguì il suo seduttore, il quale pensava che gli sarebbe più certamente appartenuta, se fosse riuscito a metterla in pubblico. Ambedue fecero allora alcuni giri attraverso i gruppi, che ingombravano le sale del palazzo. La contessa di Soulanges, inquieta, si arrestava un momento prima di entrare in ciascuna sala, e non vi penetrava se non dopo aver teso il collo per gettare uno sguardo su tutti gli uomini. Questa paura, che colmava di gioja il referendario, non pareva calmata se non quando egli aveva detto alla tremante sua compagna: — Rassicuratevi, non c'è. Giunsero così fino ad un'immensa galleria di quadri, situata in un'ala del palazzo, e donde si godeva in anticipazione del magnifico aspetto di un desco preparato per trecento persone. Siccome la cena stava per cominciare, Marziale trascinò la contessa verso un gabinetto ovale che prospettava sui giardini, ove i fiori più rari ed alcuni arbusti formavano un boschetto profumato sotto brillanti tappezzerie azzurre. Il mormorio della festa la veniva a morire. Entrandovi la contessa trasalì, e rifiutò ostinatamente di seguirvi il giovane: ma dopo aver gettati gli occhi sopra uno specchio, senza dubbio vi vide dei testimonii, giacchè andò a sedersi con abbastanza disinvoltura sopra un'ottomana.
— Questo gabinetto è delizioso, ella disse ammirando una tappezzeria color del cielo tempestata di perle.
— Tutto vi respira amore e voluttà, disse il giovane estremamente commosso.
Col favore della luce misteriosa che vi regnava guardò la contessa e sorprese sulla sua fisionomia dolcemente agitata un'espressione di imbarazzo, di pudore, di desiderio, che lo incantò. La giovine donna sorrise, e quel sorriso sembrò ponesse una fine alla lotta dei sentimenti che si urtavano nel suo cuore, prese col modo più seducente la mano sinistra del suo adoratore, e ne levò l'anello sul quale aveva fermata l'attenzione.
— Il bel diamante! esclamò coll'ingenuo accento d'una giovinetta che lascia travedere le lusinghe d'un primo tentativo.
Marziale, commosso dalla carezza involontaria ma inebbriante che la contessa gli aveva fatto levandogli il brillante, fissò su di lei sguardi scintillanti come l'anello.
— Portatelo, le disse, in ricordo di quest'ora celeste e per amore di...
Essa lo contemplava con tale estasi, che egli non finì: le baciò la mano.
— Me lo regalate? ella disse con aria meravigliata.
— Vorrei offrirvi il mondo intiero.
— Non scherzate? rispose colla voce alterata da una soddisfazione troppo viva.
— Non accettate che il mio diamante?
— Non me lo riprenderete mai? chiese.
— Mai.
Ella si mise l'anello in dito. Marziale, contando su una prossima felicità, fece il gesto di passare la mano sul corpo della contessa, che si alzò di botto, e disse con voce chiara, senza emozione di sorta: — Signore, accetto questo diamante con tanto minor scrupolo, inquantochè mi appartiene.
Il referendario rimase interdetto.
— Il signor di Soulanges lo prese non ha guari sulla mia tavoletta e mi disse d'averlo perduto.
— Siete in errore, madama, disse Marziale, piccato, l'ho avuto da madama de Vaudremont.
— Precisamente, replicò ella sorridendo. Mio marito si è fatto prestare da me questo anello, l'ha regalato a lei, essa ve ne ha fatto un dono; il mio anello ha viaggiato, ecco tutto. Questo anello mi insegnerà forse tutto ciò che ignoro e mi apprenderà il segreto di piacer sempre. Signore, riprese, se non fosse stato mio, siate certo che non avrei arrischiato di pagarlo così caro, giacchè, a quanto si dice, una giovane presso voi è in pericolo. Ma ecco, continuò facendo scattare una molla nascosta sotto la pietra, vi sono ancora i capelli del signor di Soulanges.
E si slanciò nelle sale con tanta prestezza che pareva inutile tentare di raggiungerla, e d'altronde Marziale confuso non era in vena di proseguire l'avventura. Il riso di madama de Soulanges aveva trovato un'eco nel gabinetto, in cui il giovine bellimbusto scorse fra due arboscelli il colonnello e madama de Vaudremont che ridevano di tutto cuore.
— Vuoi il mio cavallo per correre dietro alla tua conquista? gli disse il colonnello.
La buona grazia con cui il barone sopportò le celie con cui l'assalirono madama de Vaudremont e Montcornet gli valse la loro discrezione su quella serata, nella quale il suo amico scambiò il cavallo di battaglia con una donna giovine, ricca e bella.
Mentre la contessa di Soulanges varcava l'intervallo che separa la Chaussée d'Antin dal sobborgo San Germano, in cui dimorava, fu in preda alle più vive inquietudini. Prima di abbandonare il palazzo di Gondreville ne aveva percorse le sale senza incontrarvi nè sua zia nè suo marito, partiti senza di lei. Dei terribili presentimenti vennero allora a tormentare la sua anima ingenua. Testimonio discreto delle sofferenze provate da suo marito dal giorno che madama de Vaudremont l'aveva attaccato al suo carro, sperava che un prossimo pentimento le avrebbe ricondotto lo sposo. Era quindi con una incredibile ripugnanza che aveva acconsentito al piano concepito da sua zia, madama di Grandlieu, ed in quel momento temeva di aver commesso un errore.
Quella serata aveva rattristata la sua anima candida. Sgomentata da principio dall'aria sofferente e cupa del conte di Soulanges, lo fu ancora più dalla bellezza della sua rivale, e la corruzione del gran mondo le stringeva il cuore. Passando sul Ponte Reale, buttò via i capelli profanati che si trovavano sotto il diamante, già offerto come pegno di puro amore. Pianse ricordando le vive sofferenze alle quali era da lungo tempo in preda, e fremette pensando che il dovere delle donne le quali vogliono ottenere la pace in casa le costringeva a seppellire nel fondo del cuore angoscie crudeli come la sua.
— Ahimè! diceva, come possono fare le donne che non amano? Dov'è la sorgente della loro indulgenza? Io non posso credere, come dice mia zia, che basti la ragione per sostenerle in tali abnegazioni.
Sospirava ancora quando il suo servitore abbassò l'elegante predella dalla quale si lanciò nel vestibolo del suo palazzo. Salì precipitosamente le scale, e quando giunse nella sua camera, trasalì di terrore vedendo suo marito seduto presso il camino.
— Da quando, mia cara, andate al ballo senza di me, senza prevenirmi? chiese con voce alterata. Sappiate che una donna senza suo marito è sempre spostata. Voi eravate singolarmente compromessa nell'angolo oscuro in cui vi eravate cacciata.
— Oh mio buon Leone, ella disse con voce carezzevole, non ho potuto resistere al piacere di vederti senza che tu mi vedessi. Mia zia mi ha condotta a questo ballo, e vi sono stata ben fortunata.
Queste parole disarmarono gli sguardi del conte della loro severità fittizia, giacchè egli si era fatto a sè stesso vivi rimproveri udendo il ritorno di sua moglie, che senza dubbio al ballo era stata informata di una infedeltà che egli sperava averle occultata, e giusta il costume degli amanti che si sentono in colpa tentava, movendo pel primo querela alla contessa, di evitare la sua collera troppo giusta. Guardò in silenzio sua moglie che gli parve più bella che mai. Felice di vedere suo marito sorridente e di trovarlo a quell'ora in una camera dove da qualche tempo veniva con minor frequenza, la contessa lo guardò così teneramente che arrossì ed abbassò gli occhi. Questa clemenza inebbriò tanto più Soulanges in quanto che succedeva ai tormenti che aveva provati durante il ballo; prese la mano di sua moglie e la baciò per riconoscenza; non si trova spesso della riconosoenza nell'amore?
— Ortensia, che hai al dito che mi ha fatto tanto male alle labbra? chiese ridendo.
— Il mio diamante, che tu dicevi perduto ed io ho ritrovato.
Il generale Montcornet non sposò madama de Vaudremont, ad onta della buona intelligenza nella quale ambedue vissero per alcuni momenti, giacchè essa fu una delle vittime dello spaventevole incendio che rese eternamente celebre il balio dato dall'ambasciatore d'Austria, in occasione del matrimonio dell'imperatore Napoleone colla figlia dell'imperatore Francesco II.
L'ELISIR DI LUNGA VITA
AL LETTORE
Nell'esordio della vita letteraria dell'autore un amico morto da tempo, gli fornì il soggetto di questo studio che più tardi trovò in una raccolta pubblicata verso il principio di questo secolo; e, secondo le sue congetture, è una fantasia dovuta al Hoffmann di Berlino, pubblicata in qualche almanacco di Germania e dimenticata nelle opere di lui dagli editori. La Commedia Umana è abbastanza ricca d'invenzioni per permettere all'inventore di confessare un innocente prestito; come il buon La-Fontaine, egli del resto avrà trattato al modo suo e senza saperlo un fatto già narrato. Questo non fu uno di quegli scherzi di moda nel 1830, epoca in cui ogni autore faceva dell'atroce, per il piacere delle ragazze. Quando sarete arrivato all'elegante parricidio di Don Giovanni, cercate di indovinare la condotta che in circostanze presso a poco simili terrebbero quegli onesti che, nel secolo decimonono, prendono danaro a vitalizio sulla fede di un catarro, e quelli che affittano una casa ad una vecchia per tutto il resto dei suoi giorni. Risusciterebbero essi i loro assicurati? Desidererei che dei pesatori giurati di coscienze esaminassero qual grado di somiglianza può esistere fra Don Giovanni ed i padri che maritano le loro figlie a motivo delle speranze. La società umana che, al dire di alcuni filosofi, cammina nella via del progresso, considera come un passo verso il bene l'arte di attendere la morte? Questa scienza ha creato dei mestieri onorevoli, mediante i quali si vive della morte. Lo stato sociale di certe persone è quello di sperare una morte; la covano, accoccolandosi ogni mattina sopra un cadavere, e se ne fanno un guanciale per la sera: sono i coadjutori, i cardinali, i sopranumerari, i tontinieri, ecc. Aggiungetevi molte persone delicate, che hanno premura di acquistare una proprietà il cui prezzo è superiore ai loro mezzi, ma che stabiliscono logicamente ed a freddo le probabilità di vita che restano ai loro padri od alle loro suocere, ottuagenarie o settuagenarie, dicendo: — «Prima di tre anni erediterò necessariamente e, allora....» Un omicida ci dà meno nausea di una spia. L'omicida ha forse ceduto a un moto di pazzia, può pentirsi, riabilitarsi. Ma la spia è sempre spia; è spia in letto, a tavola, camminando, di giorno, di notte; è vile ogni minuto. Si può essere omicida come è vile una spia? Eppure non ravvisate nella società una folla di esseri indotti dalle nostre leggi, dai nostri costumi, dagli usi, a pensare incessantemente alla morte dei loro, ad agognarla?
Essi pensano ciò che vale una bara contrattando dei cachemires per le loro donne, salendo le scale di un teatro, desiderando di andare ai Bouffons, sospirando una carrozza. Assassinano delle care creature, incantevoli di innocenza, nel momento in cui la sera offrono loro da baciare le fronti infantili dicendo: «Buona sera, papà!» Vedono ad ogni momento degli occhi che vorrebbero chiudere e che si riaprono ogni mattina alla luce come quelli di Belvidero in questo studio. Dio solo sa il numero di parricidii che si commettono col pensiero! Figuratevi un uomo che deve passare mille scudi di rendita vitalizia ad una vecchia, e che ambedue vivono in campagna, separati da un ruscello, ma abbastanza estranei l'uno all'altra, per potere odiarsi cordialmente senza mancare a quelle convenienze umane che mettono una maschera sul viso di due fratelli, di cui l'uno avrà il maggiorasco, l'altro una legittima. Tutta la civiltà europea riposa sull'eredità come sopra un perno; sarebbe stoltezza sopprimerlo, ma non si potrebbe, come nelle macchine che formano l'orgoglio della nostra epoca, perfezionare questa ruota essenziale?
Se l'autore ha conservato questa vecchia formola: Al lettore in un'opera in cui cerca di rappresentare tutte le forme letterarie, si è per fare un'osservazione relativa ad alcuni studii ed in ispecie a questo. Ognuna delle sue composizioni è basata su delle idee più o meno nuove, la cui manifestazione gli sembra utile; può tenere alla priorità di certe forme, di certi pensieri, che, di poi, sono passati nel dominio letterario, e si sono talvolta volgarizzati. Le date della primitiva pubblicazione di ciascun studio non devono dunque riuscire indifferenti a quelli dei lettori che vorranno rendergli giustizia.
La lettura ci procura amici sconosciuti, e quale amico è un lettore! Abbiamo degli amici noti che non leggono una riga di nostro! L'autore spera aver pagato il suo debito dedicando quest'opera Diis Ignotis.
In un sontuoso palazzo di Ferrara, una sera d'inverno Don Juan Belvidero, dava un festino ad un principe della casa d'Este. A quell'epoca una festa era uno spettacolo meraviglioso che solo potevano realizzare ricchezze da re o da gran signore. Sedute intorno ad un tavolo illuminato da candele profumate, sette allegre dame scambiavano dolci propositi fra ammirabili capi d'opera, i cui candidi marmi si staccavano sulle pareti di stucco rosso e contrastavano coi ricchi tappeti di Turchia. Vestite di seta, scintillanti d'oro e cariche di pietre preziose che brillavano meno degli occhi loro, tutte raccontavano energiche passioni, ma diverse come lo erano le loro bellezze. Esse non differenziavano nè di parole nè di idee; l'aria, uno sguardo, qualche gesto e l'accento servivano alle loro parole di commentarii libertini, lascivi, melanconici o scherzosi.
Una pareva dire: — La mia bellezza sa riscaldare il cuore gelato dei vecchi.
L'altra: — Amo restare sdrajata sui cuscini, per pensare con ebbrezza a quelli che mi adorano.
Una terza, novizia di queste feste, voleva arrossire: — In fondo del cuore sento un rimorso, ella diceva. Sono cattolica ed ho paura dell'inferno. Ma vi amo tanto, oh tanto, che posso sacrificarvi l'eternità.
La quarta, vuotando una tazza di vino di Chio, sclamava: — Viva l'allegria! Ad ogni aurora io prendo una nuova vita. Dimentica del passato, ebra ancora degli assalti della vigilia, tutte le sere esaurisco una vita di felicità, una vita piena d'amore!
La donna seduta presso Belvidero lo guardava con occhi infocati. Era silenziosa. — Non mi affiderei ai bravi per uccidere il mio amante, se mi abbandonasse! Poi aveva riso; ma la sua mano convulsiva rompeva una scatola d'oro da confetti, miracolosamente scolpita. — Quando sarai tu granduca? dimandò la sesta al principe con una espressione di gioja omicida fra i denti, e di delirio bacchico negli occhi. — E tu, quando morrà tuo padre? disse la settima ridendo e gettando il suo mazzo a Don Giovanni con un gesto inebriante di civetteria. Era una innocente giovinetta, avvezza a scherzare con tutte le cose sacre. — Ah! non me ne parlate, gridò il giovine e bello Don Juan Belvidero, non vi è al mondo che un padre eterno, e sventura vuole che l'abbia io.
Le sette cortigiane di Ferrara, gli amici di Don Giovanni ed il principe stesso gettarono un grido d'orrore. Duecento anni dopo e sotto Luigi XV la gente di buon gusto avrebbe riso di quella sortita. Ma fors'anche sul principio di un'orgia le anime avevano ancora troppa lucidità. Ad onta del fuoco delle candele, del grido delle passioni, dell'aspetto dei vasi d'oro e d'argento, del fumo dei vini, ad onta della contemplazione delle donne più incantevoli, vi era forse ancora, nel fondo dei cuori, un po' di quella vergogna per le cose umane e divine che lotta fino a tanto che l'orgia l'abbia annegata negli ultimi fiotti d'un vino spumante. Tuttavia i fiori erano già appassiti, gli occhi si inebetivano, e l'ubbriachezza guadagnava terreno, secondo l'espressione di Rabelais, fino ai sandali. In quel momento di silenzio, s'aprì una porta e, come al convito di Baldassare, Dio si fece riconoscere; comparve sotto le sembianze di un vecchio domestico dai capelli bianchi, dal passo tremante, dalle sopraciglia contratte; entrò con aria triste, sprezzò con un'occhiata le corone, le tazze di vermiglia, le piramidi di frutta, lo splendore della festa, la porpora dei volti sbalorditi ed i colori dei cuscini su cui si affondavano le candide braccia delle donne; finalmente gettò il lutto su quella follia dicendo con voce cavernosa queste tristi parole: — Monsignore, vostro padre è moribondo. Don Giovanni si alzò dicendo ai suoi ospiti un gesto che può tradursi così: «Scusatemi, non sono cose che accadono tutti i giorni.»
La morte di un padre non sorprende spesso i giovan nel mezzo degli splendori della vita, nel seno delle follie di un'orgia? La morte è così subitanea ne' suoi capricci come una cortigiana nelle sue collere; ma, più fedele, non ha mai ingannato alcuno.
Quando Don Giovanni ebbe chiusa la porta della sala, camminò in una lunga galleria altrettanto fredda quanto oscura, e si sforzò di assumere un'apparenza teatrale; pensando alla sua parte di figlio aveva buttata via col tovagliolo la mattana. La notte era nera. Il servitore silenzioso che conduceva il giovine verso una camera mortuaria, faceva scarsamente lume al suo padrone, di modo che la morte, ajutata dal freddo, dal silenzio, dall'oscurità, per una reazione d'ubbriacatura forse, potè insinuare alcune riflessioni nell'animo di questo dissipatore, che interrogò la sua vita e divenne pensieroso come un uomo sotto processo che s'incammina al tribunale.
Bartolomeo Belvidero padre di Don Giovanni era un vecchio nonagenario che aveva passata la maggior parte della sua vita nei traffichi mercantili. Avendo spesso attraversati i magici paesi dell'Oriente, aveva acquistate immense ricchezze e cognizioni, come egli diceva, più preziose dell'oro e dei diamanti dei quali allora più non si curava. — Preferisco un dente ad un rubino ed il potere al sapere, diceva qualche volta sorridendo. Questo buon padre si compiaceva nell'udire Don Giovanni raccontargli una scappata giovanile, e diceva con aria maligna prodigandogli l'oro: Mio caro figlio, non fare altre sciocchezze che quelle le quali ti divertiranno. — Era il solo vecchio che provasse piacere a vedere un giovane; l'amor paterno lo illudeva nella contemplazione di una vita così brillante. All'età di sessant'anni Belvidero si era innamorato di un angelo di pace e di bellezza. Don Giovanni era stato il solo frutto di questo tardo e passeggero amore. Dopo quindici anni il buon uomo deplorava la perdita della sua cara Juana. I numerosi suoi servitori e suo figlio attribuivano a questo dolore del vecchio le singolari abitudini che aveva contratte. Rifugiato nell'ala più incomoda del suo palazzo, Bartolomeo non ne usciva che assai di rado, e Don Giovanni stesso non poteva penetrare nell'appartamento di suo padre senza averne ottenuto il permesso. Se questo volontario anacoreta andava e veniva nel palazzo, o per le vie di Ferrara, pareva in cerca di cosa che gli mancasse; camminava tutto impensierito, indeciso, preoccupato come un uomo in lotta con un'idea o con un ricordo. Mentre il giovane dava delle feste sontuose, ed il palazzo rimbombava degli scoppii della sua gioja, i cavalli scalpitavano nelle corti e i paggi questionavano giocando ai dadi sui gradini, Bartolomeo mangiava sette oncie di pane al giorno e beveva dell'acqua. Se gli occorreva un po' di pollame, era per darne le ossa ad un barbone nero, suo fedel compagno. Durante la malattia, se il suono del corno e gli abbajamenti dei cani lo sorprendevano nel sonno, si accontentava di dire: — Ah! è Don Giovanni che rincasa.
Su questa terra non si era mai incontrato un padre così comodo e così indulgente, quindi il giovane Belvidero, avvezzo a trattarlo senza complimenti, aveva tutti i difetti dei fanciulli viziati; viveva con Bartolomeo come una cortigiana capricciosa vive con un antico amante, facendo passare un'impertinenza con un sorriso, vendendo il suo buon umore e lasciandosi amare. Ricostruendo mentalmente il quadro dei suoi anni giovanili, Don Giovanni si accorse che gli sarebbe stato difficile trovare in difetto la bontà di suo padre. Sentendo in fondo al cuore nascere un rimorso, nel momento in cui attraversava la galleria, si sentì quasi spinto a perdonare a Belvidero d'aver vissuto così a lungo. Tornava a sentimenti di pietà filiale, come un ladro diventa uomo onesto per il possibile godimento di un milione bene occultato. In breve il giovane attraversò le alte e fredde sale che componevano l'appartamento di suo padre. Dopo aver provato gli effetti d'un'atmosfera umida, respirata l'aria densa, l'odore stantìo che esalava dalle vecchie tappezzerie e dagli armadii coperti di polvere, si trovò nell'antica camera del vecchio, davanti a un letto nauseabondo, presso un focolare quasi spento. Una lampada posta sopra un tavolo di forma gotica, gettava a intervalli ineguali degli sprazzi di luce più o meno forti sul letto e mostrava così la figura del vecchio sotto aspetti sempre diversi. Il freddo fischiava attraverso le finestre mal chiuse; e la neve sferzando i vetri produceva uno strepito sordo. Questa scena faceva un contrasto così spiccato con quella che Don Giovanni aveva lasciata, che non potè a meno di trasalire. Poi ebbe freddo quando, avvicinandosi al letto, un barbaglio abbastanza violento di luce, spinto da un soffio di vento, illuminò la testa di suo padre; i lineamenti ne erano scomposti, la pelle aderente alle ossa aveva delle tinte verdognole che la bianchezza del guanciale su cui riposava il vegliardo rendeva ancora più orribili; contratta dal dolore, la bocca semichiusa e priva di denti lasciava passare alcuni sospiri la cui lugubre energia era sostenuta dagli urli della tempesta. Ad onta di questi segni di distruzione, su quella testa splendeva un carattere incredibile di potenza. Uno spirito superiore vi combatteva la morte. Gli occhi, infossati dalla malattia, avevano una fissità singolare. Pareva che Bartolomeo cercasse col suo sguardo di morente di uccidere un nemico steso ai piedi del suo letto. Quello sguardo fisso e freddo era tanto più spaventoso, in quanto che la testa restava in una immobilità simile a quella dei cranii posti sulle tavole dei medici. Il corpo, nettamente disegnato dalle coperte del letto, annunziava che le membra del vecchio avevano la stessa rigidezza. Tutto era morto, meno gli occhi. I suoni poi che uscivano dalla bocca avevano qualche cosa di meccanico. Don Giovanni provò una certa vergogna di arrivare al letto di suo padre morente conservando sul petto il mazzolino di una cortigiana, e portandovi i profumi di una festa ed il sentore del vino.
— Tu ti divertivi! sclamò il vecchio, vedendo suo figlio.
Nello stesso momento la voce pura e leggiera d'una cantante che rallegrava i convitati, fortificata dagli accordi della viola sulla quale si accompagnava, dominò i rantoli dell'uragano, e risuonò fino in quella funebre stanza. Don Giovanni voleva non intendere quella selvaggia affermazione data a suo padre.
Bartolomeo disse: — Non te ne faccio un carico, figliuol mio.
Questa parola piena di dolcezza fece male a Don Giovanni, che non perdonò a suo padre quella pungente bontà. — Che rimorso per me, padre mio! gli disse ipocritamente. — Povero Juanino, rispose il morente con voce sorda, sono sempre stato così buono con te, che tu non desidererai la mia morte? — Oh, sclamò Don Giovanni, se fosse possibile rendervi la vita dandovi una parte della mia! (Queste cose si possono sempre dire, pensava lo scialacquatore; gli è come se offrissi il mondo alla mia amante.) Appena finito il suo pensiero, il barbone abbajò. Quella voce intelligente fece fremere Don Giovanni: credette di essere stato compreso dal cane. — Sapeva bene, figlio mio, che potevo contare su di te, gridò il moribonda Io vivrò. Va, tu sarai contento. Vivrò, ma senza toglierti un giorno di quelli che ti appartengono. — Ha il delirio, disse fra sè Don Giovanni. Poi aggiunse a voce alta: Si, caro padre, voi vivrete certo, tanto come me, giacchè la vostra imagine sarà continuamente nel mio cuore. — Non si tratta di questa vita, disse il vecchio signore raccogliendo le sue forze per mettersi a sedere, giacchè fu agitato da uno di quei sospetti che non nascono se non sotto il capezzale dei morenti. Ascolta, figlio mio, continuò con una voce affievolita da quest'ultimo sforzo, io non ho maggior voglia di morire che tu non l'abbia di far senza innamorate, vino, cavalli, falconi, cani ed oro. — Lo credo bene, pensò il figlio inginocchiandosi davanti al letto e baciando una delle mani cadaveriche di Bartolomeo. Ma, riprese a dire, padre mio, mio caro padre, bisogna sottomettersi alla volontà di Dio! — Dio son io, replicò il vecchio brontolando. — Non bestemmiate! gridò il giovane vedendo l'aria minacciosa che assunsero i tratti di suo padre. Guardatevene bene; avete ricevuta rastrema unzione ed io non potrei più consolarmi, se vi vedessi morire in peccato. — Vuoi ascoltarmi? gridò il morente ringhiando.
Don Giovanni tacque. Regnò un orribile silenzio. Attraverso i pesanti fischi della neve, gli accordi della viola e la voce deliziosa arrivarono ancora, deboli come lo spuntare del giorno. Il moribondo sorrise. — Ti ringrazio di aver invitato delle cantanti, d'aver condotto della musica. Una festa, delle donne giovani e belle, bianche coi capelli neri! tutti i piaceri della vita. Falle restare, io sto per rinascere. — Il delirio è al colmo, disse Don Giovanni. — Ho scoperto un mezzo per risuscitare. Guarda! Cerca nel cassetto del tavolo, l'aprirai spingendo una molla nascosta dal grifone. — Ci sono, padre mio.
— Là, bravo, prendi una boccettina di cristallo di rocca.
— Eccola. — Ho impiegato venti anni a.... In quel momento il vecchio sentì avvicinarsi la sua fine, e raccolse tutta la sua energia per dire: appena avrò reso l'ultimo sospiro, mi strofinerai tutto con quell'acqua, ed io risusciterò. — Ve n'è ben poca replicò, il giovane.
Se Bartolomeo non poteva più parlare, aveva ancora la facoltà di intendere e di vedere; a quelle parole volse la testa verso Don Giovanni con un movimento spaventosamente brusco; il suo collo restò torto come quello di una statua di marmo dal pensiero dello scultore condannata a guardare da un lato: i suoi occhi ingranditi contrassero una ributtante immobilità. Era morto, morto perdendo la sua sola, la sua ultima illusione. Cercando un asilo nel cuore di suo figlio, vi trovava una tomba più vuota di quella che di solito gli uomini fanno ai loro morti. Quindi i suoi capelli furono sparpagliati dall'orrore, ed il suo sguardo convulso parlava ancora. Era un padre che si levava dal suo sepolcro per domandare vendetta a Dio! — To'! il buon uomo è finito, esclamò Don Giovanni.
Nella premura di presentare alla luce della lampada la boccetta misteriosa, come un bevitore consulta la sua bottiglia alla fine del pranzo, non aveva veduto imbianchire l'occhio di suo padre. Il cane estatico contemplava alternativamente il padrone morto e l'elisir, come Don Giovanni guardava tratto tratto suo padre e la fiala. La lampada gettava delle fiamme ondeggianti. Il silenzio era profondo, la viola muta. Belvidero trasalì credendo di vedere suo padre che si muoveva. Intimidito dall'espressione fredda dei suoi occhi accusatori, li chiuse, come avrebbe spinta una persiana mossa dal vento in una notte d'autunno. Si tenne ritto, immobile, ingolfato in un mondo di pensieri. Tutto ad un tratto uno strepito aspro, simile allo stridore di una molla irrugginita, ruppe quel silenzio. Don Giovanni, sorpreso, per poco non lasciò cadere la boccetta. Un sudore più freddo dell'acciajo d'un pugnale, esci dai suoi pori. Un gallo di legno dipinto si alzò al di sopra di un orologio e cantò tre volte. Era una di quelle macchine ingegnose coll'ajuto delle quali i dotti di quell'epoca si facevano svegliare all'ora fissata pei loro lavori. L'alba tingeva già in rosso le finestre. Don Giovanni aveva passate dieci ore a riflettere. Il vecchio orologio era più fedele al suo servizio ch'egli non lo fosse nel compimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel meccanismo si componeva di legno, di molle, di corde, di ruote, mentre egli aveva quel meccanismo particolare all'uomo che chiamasi un cuore. Per non esporsi più a perdere il misterioso liquore, lo scettico Don Giovanni lo ricollocò nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento solenne udì nelle gallerie un sordo tumulto; erano voci confuse, risa soffocate, passi leggieri, fruscii di seta, insomma lo strepito di una allegra brigata che cerca di raccogliersi.
La porta si aperse, ed il principe, gli amici di Don Giovanni, le sette cortigiane, le cantatrici, apparvero nello strano disordine in cui si trovano delle danzatrici sorprese dal chiarore del mattino, quando il sole lotta colle fiamme delle candele che impallidiscono. Arrivavano tutti per dare al giovine ereditiero le consolazioni d'uso. — Oh! oh! il povero Don Giovanni avrebbe dunque presa sul serio questa morte? disse il principe all'orecchio della Brambilla. — Ma suo padre era un gran buon uomo, ella rispose.
Le meditazioni notturne di Don Giovanni avevano impressa sui suoi lineamenti un'espressione così singolare, che impose silenzio a quel gruppo. Gli uomini restarono immobili. Le donne, i cui labbri erano arsi dal vino, le cui gote erano chiazzate dai baci, si inginocchiarono e si misero a pregare. Don Giovanni non potè a meno di trasalire vedendo gli splendori, le gioje, le risa, i canti, la gioventù, la bellezza, il potere, tutte le personificazioni della vita, prosternarsi così davanti alla morte. Ma in questa adorabile Italia, stravizzo e religione si accoppiavano allora così bene, che la religione era uno stravizzo, lo stravizzo una religione. Il principe strinse affettuosamente la mano a Don Giovanni, poi tutte le faccie avendo formulata simultaneamente la stessa smorfia tra la tristezza e l'indifferenza, quella fantasmagoria disparve lasciando vuota la sala. Un bel quadro della vita! Discendendo le scale il principe disse alla Roverbella: — Eh! chi avrebbe creduto Don Giovanni uno spaccone d'empietà! Ama suo padre! — Avete osservato il cane nero? chiese la Brambilla. — Eccolo immensamente ricco, soggiunse sospirando la Bianca Cavatoline. — Che m'importa? sclamò la fiera Varenese, quella che aveva spezzata la scatola da confetti. — Come? Che t'importa? esclamò il duca. Coi suoi scudi adesso è altrettanto principe quanto lo sono io.
Da principio Don Giovanni, agitato da mille pensieri, ondeggiò fra diversi partiti. Dopo avere consultato il tesoro ammassato da suo padre, tornò la sera nella camera mortuaria coll'anima gonfia di un terribile egoismo. Trovò nell'appartamento tutte le persone della casa occupate a disporre gli ornamenti del letto di parata sul quale fu monsignore doveva essere espostoli giorno dopo, in mezzo ad una superba camera ardente, curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva venire ad ammirare. Don Giovanni fece un segno, ed i suoi uomini si fermarono tutti, interdetti, tremanti. — Lasciatemi solo qui, disse con voce alterata, non vi ritornerete che al momento in cui io uscirò.
Quando non risuonarono più che debolmente i passi del vecchio servitore che se ne andava per l'ultimo, Don Giovanni chiuse affrettatamente la porta, e, sicuro d'essere solo, esclamò: — Proviamo!
Il corpo di Bartolomeo era steso su una lunga tavola. Per togliere agli occhi di tutti lo schifoso spettacolo di un cadavere che l'estrema decrepitezza e la magrezza rendevano simile ad uno scheletro, gli imbalsamatori avevano gettato sul corpo un drappo che l'avviluppava, meno la testa. Quella specie di mummia giaceva nel mezzo della camera ed il drappo, naturalmente morbido, ne disegnava vagamente le forme, ma acute, stecchite, gracili. Il volto era già segnato da larghe chiazze violacee che indicavano la necessità di completare l'imbalsamazione. Ad onta dello scetticismo di cui era armato, Don Giovanni tremò sturando la magica fiala di cristallo. Quando arrivò presso alla testa, fu anzi costretto di attendere un istante, tanto tremava. Ma quel giovane era stato di buon'ora sapientemente corrotto dai costumi d'una corte dissoluta; una riflessione degna del duca d'Urbino venne a dargli un coraggio eccitato da un vivo sentimento di curiosità; gli sembrava anzi che il demonio gli avesse suggerito queste parole che rimbombarono nel suo cuore: Imbevigli un occhio! Prese un pannolino e dopo averlo con parsimonia intinto nel prezioso liquore, lo passò leggiermente sulla pupilla destra del cadavere. L'occhio si aperse. — Ah! ah! disse Don Giovanni stringendo in pugno la boccetta, come noi stringeremmo in sogno il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un precipizio.
Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di fanciullo in una testa da morto; la luce vi tremolava in mezzo ad un fluido giovanile e, protetto da belle ciglia nere, scintillava simile a quei lumi isolati che il viaggiatore vede in una campagna deserta nelle sere d'inverno. Quell'occhio fiammeggiante pareva volesse slanciarsi su Don Giovanni, e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava. Vi si agitavano tutte le passioni umane. Erano le preghiere più tenere; una collera di re, poi l'amore di una giovinetta che chiede grazia ai suoi carnefici; finalmente lo sguardo profondo che getta un uomo nel salire l'ultimo gradino del patibolo. Scintillava tanta vita in quel frammento di vita, che Don Giovanni spaventato rinculò, passeggiò per la camera, senza osare di mirare quell'occhio che rivedeva sulle pareti, sulle tappezzerie. La camera era seminata di punte piene di fuoco, di vita, d'intelligenza. Dappertutto brillavano degli occhi che gli abbajavano dietro. — Sarebbe risuscitato per altri cento anni, gridò involontariamente quando, ricondotto davanti a suo padre da un'influenza diabolica, contemplò quella scintilla luminosa.
Tutto ad un tratto la pupilla intelligente si chiuse e si riaperse subitanea, come quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse gridato: «Sì!» Don Giovanni non ne avrebbe provato maggior spavento. — Che fare? pensò. — Sì, disse l'occhio ammiccando con una sorprendente ironia. — Ah! ah! gridò Don Giovanni, v'è della stregoneria. E s'avvicinò all'occhio per schiacciarlo. Una grossa lagrima rotolò sulle guancie appassite del cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero. — Scotta, gridò egli sedendo.
Questa lotta l'aveva estenuato come se, a somiglianza di Giacobbe, avesse combattuto contro un angelo.
Finalmente si alzò dicendo: — Purchè non si versi sangue! Poi, raccogliendo quel tanto di coraggio che basta per essere vile, schiacciò l'occhio, comprimendolo con un pannolino, ma senza guardarlo. Si udì un gemito, inatteso, ma terribile. Il povero barbone spirava urlando. — Che sia a parte del segreto? si domandò Don Giovanni guardando la bestia fedele.
Don Giovanni Belvidero passò per un figlio pio. Inalzò un monumento di marmo bianco sulla tomba di suo padre, ed affidò l'esecuzione delle sue statue ai più celebri artisti dell'epoca. Non fu perfettamente tranquillo se non il giorno in cui la statua paterna, inginocchiata davanti alla religione, impose l'enorme suo peso su quella fossa, in fondo alla quale seppellì il solo rimorso che avesse sfiorato il suo cuore nei momenti di fisica stanchezza. Inventariando le immense ricchezze ammassate dal vecchio orientalista, Don Giovanni divenne avaro; non aveva da provvedere a due vite umane? Il suo sguardo profondamente scrutatore penetrò nel principio della vita sociale, ed abbracciò tanto meglio il mondo, in quanto lo vedeva attraverso una tomba. Analizzò gli uomini e le cose, per finirla in una volta col passato rappresentato dalla storia, col presente raffigurato dalla legge, coll'avvenire svelato dalla religione. Prese l'anima e la materia, le gettò in un crogiuolo, non vi trovò nulla, e da allora divenne Don Giovanni!
Padrone delle illusioni della vita, si lanciò giovine e bello nella vita, sprezzando il mondo, ma facendosene padrone. La sua felicità non poteva essere quella felicità borghese che si pasce di un lesso periodico, d'un buon scaldaletto per l'inverno, d'una lampada per la notte e di pantofole nuove ogni trimestre. No, egli non si impadronì dell'esistenza come una scimia che afferra una noce, e senza trastullarsi a lungo, spogliò saggiamente i volgari involucri del frutto per gustarne la polpa saporita.
La poesia ed i sublimi trasporti della passione umana non gli vennero più tra i piedi. Non commise l'errore di quegli uomini potenti i quali, imaginando talvolta che le piccole anime credano alle grandi, si avvisano di scambiare gli alti pensieri dell'avvenire colla moneta spicciola delle nostre idee vitalizie. Egli ben poteva come essi camminare i piedi sulla terra, la testa nei cieli; ma amava meglio stare seduto ed asciugare col suoi baci più di un labbro di donna tenera, fresca e profumata; giacchè simile alla morte, dove passava divorava tutto senza pudore, volendo un amore di possesso, un amore orientale dai piaceri lunghi e focili. Non amando nelle donne che la donna, si fece dell'ironia un abito naturale all'anima sua. Quando le sue amanti si servivano di un letto per salire al cielo, ove andavano a perdersi in un'estasi delirante, Don Giovanni ve le seguiva, grave, espansivo, sincero quanto può esserlo uno studente tedesco. Ma diceva io, quando la sua innamorata, folle, smarrita, diceva noi! Sapeva mirabilmente lasciarsi trascinare da una donna. Era sempre abbastanza forte per lasciarle credere che tremava come un giovine collegiale che in un ballo dice alla sua prima ballerina: «Amate la danza?» Ma sapeva anche ruggire a proposito, sfoderare la potente sua spada e sfracellare i commendatori. V'era dello scherno nella sua semplicità e del riso nelle sue lagrime, giacchè sapeva piangere come una donna quando dice a suo marito: «Regalami carrozza e cavalli, o muojo tisica.» Pei negozianti il mondo è una balla o una massa di biglietti in circolazione; per la maggior parte dei giovani è una donna; per alcune donne è un uomo; per certi individui è un salone, una consorteria, un quartiere, una città; per Don Giovanni l'universo era lui. Modello di grazia e di nobiltà, d'uno spirito seducente, attaccò la sua barca a tutte le rive; ma facendosi condurre non andava che dove voleva essere condotto. Più visse, più dubitò. Esaminando gli uomini indovinò spesso che il coraggio era temerità; la prudenza poltroneria; la generosità astuzia; la giustizia un delitto; la delicatezza una ingenuità; la probità un'organizzazione; e per una fatalità singolare si accorse che le persone veramente probe, delicate, giuste, generose, prudenti e coraggiose, non godevano presso gli uomini considerazione di sorta. Che gelido scherzo! si disse. Non viene da un Dio. Ed allora, rinunciando ad un mondo migliore, non si levò mai il cappello udendo pronunciare un nome e considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d'arte. In tal modo, comprendendo il meccanismo delle società umane, non urtava mai troppo i pregiudizii, perchè non era tanto potente come il carnefice; ma maneggiava le leggi sociali con quella grazia e quello spirito così ben resi nella scena con Monsieur Dimanche. Fu infatti il tipo del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredo di Byron o del Melmoth di Maturin. Grandi imagini tracciate dai più grandi genii d'Europa, ed ai quali non mancarono gli accordi di Mozart come forse la lira di Rossini. Imagini terribili che il principio del male, esistente nell'uomo, fa eterne, e delle quali di secolo in secolo si ritrovano alcuni esemplari; sia che questo tipo entri a trattare cogli uomini incarnandosi in Mirabeau, sia che si accontenti di agire in silenzio come Bonaparte, o di conglobare l'universo in un'ironia come il divino Rabelais; oppure anco sia che rida degli esseri invece di insultare le cose, come il maresciallo di Richelieu; e meglio ancora, sia che si burli degli uomini e delle cose come il più celebre dei nostri ambasciatori. Ma il genio profondo di Don Giovanni Belvidero riassunse, in anticipazione, tutti questi genii. Si burlò di tutto. La sua vita era uno scherno che comprendeva uomini, cose, instituzioni, idee. Quanto all'eternità, aveva chiacchierato famigliarmente una mezz'ora col papa Giulio II ed alla fine della conversazione gli disse ridendo: — Se bisogna assolutamente scegliere, amo meglio credere a Dio che al diavolo; la potenza unita alla bontà offre sempre più risorse che il genio del male. — Sì un Dio, vuole che si faccia penitenza in questo mondo... — Voi dunque pensate sempre alle vostre indulgenze? rispose Belvidero. Ebbene! per pentirmi dei falli della prima mia vita, ho in riserva tutta un'esistenza. — Ah! se intendi così la vecchiaja, esclamò il papa, arrischii di essere canonizzato. — Dopo il vostro inalzamento al soglio pontificio si può credere qualunque cosa.
E se ne andarono a vedere gli operaj occupati a costruire l'immensa basilica consacrata a san Pietro. — San Pietro è l'uomo di genio che ci ha costituito il nostro doppio potere, disse il papa a Don Giovanni, e merita questo monumento. Ma alle volte, di notte, penso che un diluvio passerà la spugna su di ciò e bisognerà ricominciare...
Don Giovanni ed il papa si misero a ridere: si erano intesi. Uno sciocco sarebbe andato il giorno dopo a divertirsi con Giulio II da Raffaello, o nella deliziosa villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo officiare pontificalmente per convincersi dei suoi dubbii. In un'orgia La Rovere avrebbe potuto smentirsi e commentare l'Apocalisse.
Ad ogni modo questa leggenda non fu intrapresa per fornire materiali a quelli che volessero scrivere delle memorie sulla vita di Don Giovanni; è destinata a provare agli uomini onesti che Belvidero non è morto nel suo duello con una pietra, come vogliono far credere alcuni litografi. Allorchè Don Giovanni Belvidero raggiunse l'età di 60 anni, venne a stabilirsi in Ispagna.
Là, nella sua tarda età, sposò una bella ed incantevole andalusa. Ma, per calcolo, non fu nè buon padre, nè buon marito. Aveva osservato che non siamo mai amati teneramente se non dalle donne delle quali non ci curiamo più che tanto. Dona Elvira, santamente allevata da una vecchia zia nel fondo dell'Andalusia, in un castello a poche leghe da San Lucar, era tutta abnegazione e grazia. Don Giovanni indovinò che quella giovinetta sarebbe donna da combattere lungamente una passione prima di cedervi; sperò quindi poterla conservare virtuosa fino alla sua morte. Fu uno scherzo serio, una partita a scacchi che voleva riservarsi di giuocare negli ultimi suoi giorni. Forte di tutti gli errori commessi da suo padre Bartolomeo, Don Giovanni risolse di far servire le minime azioni della sua vecchiaja alla riescita del dramma che doveva compiersi al suo letto di morte. Quindi la maggior parte delle sue ricchezze restò sepolta nelle cantine del suo palazzo a Ferrara, ove andava di raro. Quanto all'altra metà della sua sostanza, fu collocata a vitalizio, per interessare alla durata della sua vita la moglie ed i figli, specie di astuzia che suo padre avrebbe dovuto usare; ma questa speculazione machiavellica non gli fu molto necessaria. Il giovine Filippo Belvidero suo figlio divenne uno spagnuolo così conscienziosamente religioso quanto suo padre era empio, in virtù forse del proverbio: a padre avaro figliuol prodigo. L'abate di San Lucar fu scelto da Don Giovanni per dirigere le conscienze della duchessa di Belvidero e di Filippo. Questo ecclesiastico era un sant'uomo, bello della persona, mirabilmente proporzionato, che aveva dei begli occhi neri, una testa alla Tiberio, logorata dai digiuni, bianca di macerazioni, e giornalmente tentato come lo sono tutti i solitarii. Il vecchio signore sperava forse di potere uccidere anche un frate prima di fluire la prima locazione della sua vita. Ma sia che l'abate fosse abbastanza forte quanto poteva esserlo lo stesso Don Giovanni, sia che Dona Elvira avesse più prudenza o virtù che la Spagna non accordi alle donne, Don Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi giorni come un vecchio curato di campagna senza scandali in casa. Alle volte si divertiva a trovare il figlio o la moglie in fallo nei doveri di religione, e voleva imperiosamente che eseguissero tutte le obbligazioni imposte ai fedeli della corte di Roma. Finalmente non era mai tanto felice come quando udiva il galante abate di San Lucar, Dona Elvira e Filippo occupati a discutere un caso di conscienza.
Intanto, ad onta delle cure prodigiose che il signor Don Giovanni Belvidero metteva per la propria conservazione, i giorni della decrepitezza arrivarono; con quell'età dolorosa vennero gli strilli dell'impotenza, strilli tanto più strazianti, quanto più ricchi erano i ricordi della sua bollente giovinezza, e della sua voluttuosa maturità. Quest'uomo in cui l'ultimo grado dell'ironia era di impegnare gli altri a credere alle leggi ed ai principii dei quali egli si burlava, si addormentava la sera su un forse! Questo modello di buon genere, questo duca, vigoroso in un'orgia, superbo alle corti, grazioso colle donne, i cui cuori erano stati da lui torti come un villano torce un laccio di vimini, quest'uomo di genio aveva un catarro ostinato, una sciatica importuna, una gotta brutale. Vedeva che i suoi denti l'abbandonavano, come alla fine di una serata, le dame più bianche, le meglio abbigliate se ne vanno ad una ad una lasciando la sala deserta e smobiliata. Finalmente le ardite sue mani tremarono, le sue svelte gambe vacillarono, ed alla sera l'apoplessia gli serrò il collo colle sue mani adunche e glaciali. Da quel giorno fatale divenne torbido e duro. Accusava la devozione di suo figlio e di sua moglie, pretendendo a volte che non gli prodigassero le loro cure toccanti e delicate colla voluta tenerezza se non perchè aveva fatto vitalizio di tutta la sua sostanza. Elvira e Filippo versavano allora lagrime amare e raddoppiavano le carezze al malizioso vecchio la cui voce arrocata si faceva affettuosa per dir loro: — Amici miei, mia cara moglie, mi perdonate, non è vero? Io vi tormento un poco. Ahimè! Gran Dio! come si servì di me per provare queste due creature celesti! Io, che dovrei essere la loro gioja, sono il loro flagello. — Così li incatenò ai piedi del suo letto, facendo loro dimenticare dei mesi intieri di impazienza e di crudeltà con un'ora in cui per essi spiegava i tesori sempre nuovi della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema paterno che gli riescì infinitamente meglio di quello che suo padre aveva usato con lui. Finalmente arrivò a tal grado di malattia che per metterlo a letto bisognava manovrarlo come una feluca che entra in un canale pericoloso. Poi il giorno della morte arrivò. Questo brillante e scettico personaggio, la cui Intelligenza sopraviveva sola alla più terribile delle distruzioni, vide entrare un medico ed un confessore, le sue due antipatie. Ma con essi fu gioviale. Non aveva per sè un lume scintillante dietro il velo dell'avvenire? Su questa tela, di piombo per gli altri, diafana per lui, le leggiere, incantevoli delizie della gioventù scherzavano come ombre.
Fu in una bella sera d'estate che Don Giovanni sentì l'avvicinarsi della morte. Il cielo di Spagna era d'un'ammirabile purezza, gli aranceti profumavano l'aria, le stelle distillavano luci vive e fresche, la natura sembrava dargli dei pegni sicuri della sua risurrezione; un figlio pietoso ed obbediente lo contemplava con amore e rispetto. Verso le undici volle restar solo con quell'essere candido. — Filippo, gli disse con una voce così tenera e così affettuosa che il giovane trasalì e pianse di gioja. Mai quel padre inflessibile aveva pronunciato; Filippo, in tal modo. — Ascoltami, figlio mio, continuò il moribondo. Io sono un gran peccatore. Quindi, durante tutta la mia vita ho pensato alla mia morte. Fui già l'amico del gran pontefice Giulio II. Quell'illustre pontefice temette che l'eccessiva irritazione dei miei sensi non mi facesse commettere qualche peccato mortale nell'intervallo in cui avessi a morire e quello in cui avessi ricevuto l'estrema unzione; mi regalò una fiala nella quale esiste l'acqua santa già tempo scaturita dalla roccia nel deserto. Ho conservato il segreto su questa dilapidazione del tesoro della chiesa, ma sono autorizzato a rivelare questo mistero a mio figlio in articulo mortis. Troverete la fiala nel cassetto di questa tavola gotica che non ha mai abbandonato il capezzale del mio letto... Il prezioso cristallo potrà servirvi ancora, mio amato Filippo. Giuratemi, per la vostra salute eterna, di eseguire puntualmente i miei ordini.
Filippo guardò suo padre. Don Giovanni era troppo al fatto dei sentimenti umani per non morire in pace sulla fede di un tal sguardo. — Tu meritavi un altro padre, aggiunse Don Giovanni. Oso confessarti che nel momento in cui il rispettabile abate di San Lucar mi amministrava il viatico, io pensava all'incompatibilità di due potenze così grandi come il diavolo e Dio... — Oh! padre mio! — E riflettevo che quando Satana farà pace, dovrà, se non vuol essere un gran miserabile, stipulare il perdono dei suoi aderenti. Questo pensiero mi perseguita. Andrai dunque all'inferno se tu, mio figlio, non adempi la mia volontà — Ditemela subito, papà. — Appena avrò chiusi gli occhi, continuò Don Giovanni dopo alcuni minuti, prenderai il mio cadavere, ancora caldo, e lo stenderai su una tavola in mezzo a questa stanza. Poi spegnerai questa lampada; deve bastare la luce delle stelle. Mi spoglierai dei miei abiti; e mentre tu reciterai dei pater e degii ave sollevando l'anima a Dio, avrai cura di umettare con quest'acqua santa i miei occhi, le mie labbra, tutta la testa per prima, poi successivamente le membra del corpo; ma, caro figlio mio, la potenza di Dio è così grande che non dovrai stupirti di nulla!
Allora Don Giovanni, che sentiva avvicinarsi la morte, aggiunse con voce terribile: — Tieni ben franca la fiala. Poi spirò dolcemente nelle braccia d'un figlio le cui lagrime abbondanti caddero sulla sua faccia ironica e smorta.
Era circa la mezzanotte quando Don Filippo Belvidero collocò il cadavere di suo padre sulla tavola. Dopo averne baciata la fronte minacciosa e i capelli grigi, spense la lampada. Il lume dolce prodotto dal chiaro di luna, i cui riflessi bizzarri illuminavano la campagna, permisero a Filippo di intravedere indistintamente il cadavere di suo padre come qualche cosa di bianco in mezzo all'ombra. Il giovine imbibì del liquore un pannolino, ed assorto nella preghiera unse fedelmente quella testa sacra in mezzo ad un profondo silenzio. Intendeva, è vero, dei fremiti indefinibili, ma li attribuiva agli scherzi del venticello fra le cime degli alberi. Quando ebbe bagnato il braccio destro, si sentì stringere fortemente il collo da un braccio giovane e vigoroso, il braccio di suo padre! Gettò un grido straziante e lasciò cadere la fiala che si spezzò. Il liquore svaporò. La gente del castello accorse, munita di torcie. Quel grido li aveva spaventati e sorpresi, come se la tromba del giudizio universale avesse scosso l'universo. In un momento la camera fu piena di gente. La folla tremante vide Don Filippo svenuto, ma tenuto fermo dal braccio potente di suo padre che gli serrava il collo. Poi, cosa sopranaturale, gli astanti videro la testa di Don Giovanni, giovane e bella come quella dell'Antinoo; una testa dai capelli neri, dagli occhi brillanti, dalla bocca vermiglia che si agitava spaventevolmente senza poter muovere lo scheletro cui apparteneva. Un vecchio servo gridò: — Miracolo! E tutti gli spagnuoli ripeterono: Miracolo! Troppo pia per ammettere i misteri della magia, Dona Elvira mandò a cercare l'abate di San Lucar. Allorchè il priore vide il miracolo cogli occhi proprii, risolse di approfittarne da uomo di spirito e da abate che meglio non domandava di un aumento delle sue rendite. Dichiarando tosto che il signor Don Giovanni sarebbe infallibilmente canonizzato, decretò la cerimonia dell'apoteosi nel suo convento, che d'allora in poi, disse, si chiamerebbe San-Juan-de-Lucar. A quelle parole la testa fece un smorfia abbastanza comica.
Il gusto degli Spagnuoli per siffatte solennità è così noto, che non deve essere difficile credere alle baldorie religiose colle quali l'abate di San Lucar celebrò la traslazione del beato Don Juan Belvidero nella sua chiesa. Alcuni giorni dopo la morte di quell'illustre signore, il miracolo della sua imperfetta risurrezione si era subitaneamente narrata di villaggio in villaggio in un raggio di oltre cinquanta leghe attorno a San Lucar, ed era già uno spettacolo vedere i curiosi per le strade; essi vennero da tutte le parti, ingolositi da un Te Deum cantato al chiarore delle fiaccole. L'antica moschea del convento di San Lucar, meraviglioso edifizio inalzato dai Mori e le cui volte udivano da tre secoli il nome di Gesù Cristo sostituito a quello di Allah, non potè contenere la folla accorsa a vedere la cerimonia. Stipati come formiche, gli hidalgos in mantello di velluto, armati delle loro buone spade, stavano in piedi attorno ai pilastri senza trovar posto da piegare le ginocchia, le quali non si piegavano che là. Incantevoli paesane, i cui corsetti disegnavano le vaghe forme, davano il braccio a vecchi coi capelli bianchi. Giovani dagli occhi di fuoco si trovavano a fianco di vecchie signore in gala. Poi erano coppie ansimanti di gioja, fidanzate curiose condotte dai loro innamorati; sposi recenti; fanciulli timidi condotti a mano. Tutta gente ricca di colori, brillante di contrasti, carica di fiori, smaltata, che faceva un grazioso tumulto nel silenzio della notte. Le ampie porte della chiesa si aprirono. Quelli che, venuti troppo tardi, restarono di fuori, vedevano di lontano attraverso le porte aperte una scena di cui le decorazioni vaporose delle nostre opere moderne non saprebbero dare una debole idea. Devote e peccatori, premurose di guadagnarsi le buone grazie di un nuovo santo, accesero in suo onore migliaia di ceri in quella vasta chiesa, lumi interessati che davano un magico aspetto al monumento. Le nere arcate, le colonne e i loro capitelli, le cappelle profonde e brillanti d'oro e d'argento, le gallerie, i rabeschi saraceni, i tratti più delicati di quella scultura gentile, si disegnavano in quella luce sovrabbondante come le figure capricciose che si formano in un braciere ardente. Era un oceano di fuochi, dominato nel fondo della chiesa dal coro dorato ove sorgeva l'altar maggiore, la cui pompa avrebbe rivaleggiato con quella del sole nascente.
Infatti lo splendore delle lampade d'oro, dei candelabri d'argento, delle bandiere, dei pennoni, dei santi e degli ex voto impallidiva davanti alla cassa in cui si trovava Don Giovanni. Il corpo dell'empio scintillava di pietre preziose, fiori, cristalli, diamanti, oro, piume bianche come le ali di un serafino, e sostituiva sull'altare un quadro di Cristo. Intorno a lui brillavano numerosi ceri che lanciavano nell'aria onde di fuoco. Il buon abate di San Lucar, parato cogli abiti pontificali, colla mitra tempestata di pietre preziose, il rocchetto, il pastorale d'oro, sedeva re del coro, sopra una poltrona di un lusso imperiale, nel mezzo di tutto il suo clero, composto d'impassibili vecchi dai capelli d'argento, vestiti di fini camici e che lo circondavano, simili ai santi confessori che i pittori aggruppano intorno al Padre Eterno. Il gran cantore ed i dignitarii del capitolo, decorati delle brillanti insegne della loro vanità ecclesiastica, andavano e venivano in mezzo alle nubi d'incenso, simili agli astri che circolano sul firmamento. Quando giunse l'ora del trionfo, le campane destarono gli echi delle campagne, e quell'immensa assemblea lanciò verso Dio il primo grido delle lodi col quale comincia il Te Deum, grido sublimo! Erano voci pure e leggiere, voci di donne in estasi, miste alle voci gravi e forti degli uomini, migliaja di voci così potenti, che l'organo non ne dominò l'assieme ad onta dei muggiti delle sue canne. Soltanto le note acute, giovanili, dei ragazzi del coro, e le lunghe note di alcuni bassi, suscitarono delle idee graziose, dipinsero l'infanzia e la forza, in quell'incantevole concerto di voci umane confuse in un sentimento d'amore. — Te Deum laudamus!
Dal seno di quella cattedrale gremita di donne ed uomini inginocchiati, il canto uscì simile ad una luce che scintilla d'un tratto nella notte, ed il silenzio fu rotto come da un colpo di tuono. Le voci si sollevarono colle nubi d'incenso che gettavano veli diafani ed azzurrognoli sulle fantastiche meraviglie dell'architettura. Tutto era ricchezza, profumo, luce, melodia. Nel punto in cui quella musica d'amore e di riconoscenza si lanciò verso l'altare, Don Giovanni, troppo galante per non ringraziare, troppo spiritoso per non capire la burla, rispose con un riso terribile e si compose con dignità nella sua cassa. Ma il diavolo avendo richiamato alla sua mente l'eventualità che correva di essere preso per un uomo ordinario, un santo, un Bonifacio, un Pantaleone, turbò quella melodia d'amore con un urlo al quale si unirono le mille voci dell'inferno. La terra benediva, il cielo malediva. La chiesa ne tremò sulle antiche fondamenta. — Te Deum laudamus! diceva l'assemblea. — Andate a tutti i diavoli, bestioni che siete! Dio, Dio! Carajos demonios, animali, quanto siete stupidi col vostro decrepito Dio!
E un torrente d'imprecazioni si sprigionò come un torrente di lave ardenti in una eruzione del Vesuvio. — Deus Sabaoth, Sabaoth! gridarono i cristiani. — Voi insultate la maestà dell'inferno, rispose Don Giovanni, la cui bocca digrignava i denti.
Poco dopo il braccio vivo potè passare al di sopra della cassa e minacciò l'assemblea con gesti pieni di disperazione ed ironia. — Il Santo ci benedisce, dissero le vecchie, i fanciulli ed i fidanzati, gente credula.
Ecco come spesso siamo delusi nelle nostre adorazioni. L'uomo superiore si burla di quelli che lo complimentano, e complimenta qualche volta quelli dei quali si burla in fondo al cuore.
Nel momento in cui l'abate, prosternato davanti all'altare, cantava: — Sancte Johannes ora pro nobis! udì abbastanza distintamente: — O minchione! — Che cosa succede lassù? gridò il sottopriore vedendo moversi la cassa. — Il santo fa il diavolo, rispose l'abate.