INDICE

  • AI LETTORI[5]
  • IN CERCA DI MORTE[7]
  • RE PER VENTIQUATTRORE[95]


I. U. TARCHETTI


RACCONTI UMORISTICI

IN CERCA DI MORTE


RE PER VENTIQUATTRORE


MILANO

E. TREVES E C. EDITORI

1869


AI LETTORI

L'autore di questi due racconti fu uomo che ebbe lagrime e dolori molti; gioje pochissime; rari sorrisi e fugaci. Nondimeno talvolta fu piacevole, e in queste pagine si è ingegnato di farvi ridere.

Vi è egli riuscito? Forse non ha fatto che ripetere in altra cadenza, con altro ritmo quell'inno di dolore che proruppe così spontaneo e così gagliardo dal suo petto. Forse la sua maschera è sdruscita e sotto il riso del gioviale s'indovina il gemito d'uno che soffre.

Usategli venia, e siategli grati dell'intenzione. Pensate che egli dorme alcune braccia sotterra, e che non raggiunse il ventinovesimo anno.

Questi due racconti, dei primissimi che segnarono la sua carriera letteraria non hanno i pregi d'altri lavori che nacquero più tardi. Sono ad ogni modo dilettevoli. La forma è facile e spontanea; la tela bizzarra ed immaginosa.

La lettura d'essi non farà male a nessuno; potrà far bene a coloro che vogliano conoscere come gl'ingegni sventurati sappiano ridere.

S. F.

Milano, Luglio 1869.


IN CERCA DI MORTE


Pochi anni or sono, in un vecchio palazzo della via Recourse a Londra, conosciuto sotto il nome di Game of chance house (casa dei giuochi di rischio), convenivano ogni sera tutti i giovani eleganti del quartiere così detto di Reckless-men, per azzardarvi qualche migliaio di sterline al whist o al tarocco, ma più specialmente al diamonds-game (giuoco dei quadri).

I fashionables, i zerbini di quel quartiere, dopo aver cavalcato lungo i viali di Regent's park, o tirato di sciabola nelle sale di Mr. Wooden, il celebre schermitore, o gareggiato nelle corse dei boats sul Tamigi, provavano spesso degli assalti di spleen tormentosi, degli orribili istanti di noja; di quella noia fredda, piena, profonda, mortale, che non può essere provata che dagli inglesi, e che ha tanta analogia col loro cielo, colle loro pioggie, e colle loro nebbie perenni. Era naturale che essi sentissero quindi il bisogno di scosse più vive, di emozioni più eccitanti, e che non potendo procurarsele altrimenti, venissero a chiederle al giuoco. Il carattere degli inglesi è freddo e pacato, ma nel fondo del loro cuore vi è sempre qualche cosa di palpitante e di vivo; essi lo sentono e subiscono spesso, loro malgrado, il predominio della loro natura lenta e inflessibile: le maggiori eccentricità inglesi non segnano sovente che il limite estremo dei maggiori sforzi che essi hanno fatto per dominarla e per vincerla. E se è vero che l'affetto del danaro costituisce una delle loro passioni più tenaci, il giuoco che uno dei mezzi più solleciti per moltiplicarlo o per perderlo, deve offrir loro naturalmente una fonte di emozioni energiche e grandissime.

Ecco perchè i giovani del quartiere di Reckless-men si raccoglievano volentieri nelle sale di Game of chance house, nelle lunghe sere d'inverno—per scuotere la loro anima paralizzata dall'atonia, per ritemprare in qualche modo la loro sensitività coll'attrito dei dadi del whist, o col giuoco pericoloso dei quadri.

Abbiamo detto i giovani, chè nei vecchi inglesi la mania delle emozioni è trascorsa, il periodo delle eccentricità è superato: un inglese a quarant'anni è la personificazione del positivismo, è l'incarnazione vivente del calcolo: i giovani soltanto possono azzardare sull'asse o sul fante d'una carta una eredità vistosa, una fortuna accumulata in lunghi anni di speculazioni e di lavoro.

E quante fortune non furono perdute o menomate in tal guisa! quanti di quei giovani eleganti che alla sera entrarono nella sala del palazzo in Recourse-street, ricchi d'una bagattella di centomila sterline, ne uscirono più poveri dell'ultimo operaio di Londra, e s'imbarcarono all'indomani sul postale delle Indie con un posto pagato di terza classe per tentare di ricostruirvi la loro fortuna perduta! Si osserva appunto ciò di singolare nei giuocatori inglesi, che non arrischiano come noi una piccola somma, una porzione meschina della loro proprietà, ma mettono anche nel giuoco dell'ardimento e del senno.—Ecco una carta sulla quale si sono posti centomila franchi—una, due, tre; una, due, tre; il sette di fiori e la dama di cuori, l'asse di quadri, e il re delle picche—perduto; si raddoppia la posta—perduto; la si triplica ancora—perduto: sta bene! All'indomani si va a Hang-king o a Calcutta; vi si va fiduciosi, imperturbati, tranquilli; vi si negozia nella gomma, nei datteri, o nei chiodi di garofano; s'impianta una manifattura di conterie, si perfeziona un tessuto, s'inventa una macchina, si acquista a metà prezzo un carico di coloniali, e la fortuna è rifatta. Allora si rimpatria e si dice: io sono quell'inglese che, otto anni or sono, ha sciupata la sua proprietà al giuoco dei quadri; oggi ritorno col mio capitale raddoppiato, e con un forte credito all'estero; i miei rapporti commerciali mi assicurano in pochi anni l'accumulazione di un capitale importante.

A questo punto della sua vita, l'inglese non giuoca più, non va in cerca di nuove emozioni; rientra nella famiglia e nell'ordine, frequenta la borsa, si fa eleggere membro di qualche associazione democratica, e trasmette a' suoi eredi legittimi un patrimonio di un mezzo milione di ghinee.

Paese singolare, dove tutto è grande e straordinario; dove anche nel vizio si rinvengono le traccie di virtù non comuni, dove è riverito il genio e santificato il lavoro; dove in ogni uomo vi ha parità di diritti, parità di doveri e consonanza di aspirazioni. Più volte considerando i caratteri de' miei connazionali, studiando le loro qualità e le loro tendenze, al confronto del tedesco grave e malinconico, dell'inglese dotto e laborioso, del francese facile e colto, ho dovuto arrossire della generale frivolezza degli italiani.... Oh perchè non sono nato sotto quel cielo severo e melanconico dell'Inghilterra, dove gli uomini crescono liberi, nobili e dignitosi!

*
* *

Non sono molti anni che in Game of chance house fu perduta al giuoco una delle più ricche fortune d'Inghilterra.—Era una sera triste e piovosa, le strade di Londra erano deserte, i teatri chiusi, i clubs poco frequentati; e il giovine barone di Rosen, non sapendo come schermirsi dal tempo e dalla noia, era rientrato, suo malgrado, in quella casa dove aveva già dissipate somme considerevoli, e dove aveva risolto pochi giorni innanzi di non porre più piede. Ma i proponimenti dei giuocatori sono labili come quelli degli amanti: tra il giuoco e l'amore corrono dei rapporti ben definiti; l'amore non è che un giuoco, il giuoco non è che amore di danaro—amore e danaro costituiscono le due passioni più ardenti dell'anima umana, e partecipano entrambi nella stessa misura, di tutte quelle debolezze che sono proprie della nostra natura.

Il barone di Rosen era dunque ritornato in una di quelle sale e s'era seduto ad un tavolo già occupato da buon numero di avventori. In quella stanza regnava un silenzio assoluto, non interrotto che dal rotolarsi alternato dei dadi o dallo sfogliarsi delle carte, o dal crepitio della fiamma del caminetto; i sigari e le pipe esalavano nubi di fumo, tra le quali apparivano confusamente le fisionomie calme e impassibili dei giuocatori.

L'arrivo di Rosen non fu avvertito che dal lieve scricchiolio d'un'altra sedia che venne a posarsi da un lato del tavolo; i vicini alzarono gli occhi, salutarono accennando del capo, e continuarono il loro giuoco. Si sarebbe detto tuttavia che essi attendessero qualche grosso guadagno da quel nuovo arrivato, poichè lo sbirciavano di traverso colla coda dell'occhio, e parevano aspettare che egli chiedesse le sue carte per l'intera somma che era collocata sul tappeto d'innanzi al direttore del banco. La doveva essere infatti una triste sera per Rosen. La posta era d'un migliaio di sterline: egli trasse di tasca un portafogli, ne tolse alcuni biglietti, e deponendoli sul tavolo, e indicandoli col dito, chiese:—carte!

Il banchiere ne diede tre a lui, e tre a sè stesso.

Rosen le esaminò spiegandole con una sola mano, che l'altra teneva costantemente nella saccoccia, e poichè l'avversario ebbe rovesciate le sue, disse:—perduto; e collocando nuovi biglietti sul vassoio, aggiunse:—raddoppio.

Gli furono date nuove carte, ma la fortuna tornò ad essergli sfavorevole. Il barone vuotò le sue saccoccie sul tavolo, e ripetè collo stesso suono di voce:—raddoppio.

Gli spettatori si radunarono in circolo; il giuoco incominciava ad assumere qualche interesse, e a scuotere in qualche modo quella loro natura impassibile. La fisionomia del banchiere appariva, benchè s'adoprasse a nasconderlo, visibilmente alterata: il barone di Rosen aveva rimessa una mano nella saccoccia, e coll'altra spremeva la punta del suo sigaro, cui non era ancora riuscito a dar aria.

Talora l'impassibilità nel giuoco può condurre a grandi risultati, ma talora anche non giova—la fortuna ha le sue predilezioni, e non le smentisce sì spesso,—in quella sera Rosen era predestinato—perdette ancora.

Successe un momento d'indugio; fu verificata la somma, erano trecento mila franchi. Il vincitore guardò il barone con uno sguardo che voleva dire: si continua? Questi accennando col dito al portafogli che vedevasi vuoto sul tappeto, guardò dal canto suo il banchiere, in atto di chiedere: si fa credito?

Allora quegli avendo accennato del capo in segno di acconsentimento, il barone di Rosen levò la mano dalla saccoccia, sfogliò il sigaro colle dita, e gettandolo a terra, e appressando la propria sedia al tavolo, disse: vada tutta la posta.

Furono gettate ancora le carte: erano pari, nulla di fatto. Rosen si drizzò di tutta la persona, e come animato da una inspirazione infallibile, disse: vada due volte la posta.

Furono ridate le tre carte; il banchiere aveva un sette e due fanti, l'altro una dama e due assi—Rosen aveva perduto.

Egli ricadde sulla sedia, stette un istante pensieroso, poi riaccendendo un sigaro, disse: vediamo se la fortuna avrà migliore costanza di me; giuoco la mia proprietà di Littleford contro la somma che è depositata sul banco.

A questo punto il suo avversario parve esitare, alcuni amici gli si appressarono e dissero: Rosen, moderatevi; ma la buona stella di Rosen era tramontata: anche questo colpo doveva essergli sfavorevole—la sua proprietà di Littleford fu perduta.

Successe una viva emozione negli astanti. Il banchiere assumendo quell'aspetto mortificato e increscevole che è proprio dei vincitori di giuoco, disse con parole interrotte e esitanti: vedo che la fortuna delle carte vi è contraria, nè io vorrei approfittarne di troppo... se voi desiderate desistere, o mutar giuoco.... tentare i dadi, o il tarocco, o....—La mosca, interruppe Rosen.

—La mosca, disse l'altro in suono di adesione. E raccogliendo le somme deposte sul tavolo, e rialzandosi, entrarono in un'altra camera.

Il barone e il suo avversario si sedettero, e chiesero due tazze di birra doppia, che furono loro portate assieme con un vaso ripieno di tavolette di avorio.

Quanto per ciascuna? chiese il rivale di Rosen.

Mille sterline l'una! rispose l'altro. E poichè se l'ebbero divise in parti uguali, versarono d'innanzi a sè una goccia di birra di pari grandezza, appoggiarono i gomiti sul tavolo, la testa tra le mani, e dissero al cameriere: siamo a tempo.

Il cameriere avendo allora fatto osservare che le goccie erano d'uguale dimensione, e la luce favorevole in un modo ad entrambi; e avvertiti i giuocatori di non alterare il respiro, e gli astanti di astenersi da qualunque movimento, pena il pagamento della posta, mosse un cordone che pendeva lungo la parete, e fece agitare una ventola, al cui movimento le mosche che coprivano a nubi il soffitto se ne distaccarono, e vennero a posarsi in parte sul tavolo—le altre continuarono a volare per la stanza ronzando.

Allora un'ansietà profonda si dipinse sopra ogni volto, gli occhi di tutti seguivano con impazienza le varie direzioni delle mosche. Tre di esse avevano già incominciato ad aleggiare intorno alla goccia di Rosen, e parevano volervisi arrestare, quando, mutando divisamento, passarono dal lato opposto, e si posarono su quella del suo avversario.

Era una fatalità disperante: il barone diede al vincitore tre tavolette di avorio. Il cameriere, dopo aver agitata una frasca di felce sulla tavola, disse: si ricomincia; e scosse di nuovo la ventola.

Una mosca discese allora direttamente dal soffitto e venne a posarsi sulla goccia sciagurata di Rosen, ma sette altre si posarono ad un tempo su quella del suo rivale.

Rosen gli passò nuovamente sei marche.

Decisamente egli era destinato a non vincere. Giuocò quanto era lunga la notte, ma sempre colla stessa fortuna. Verso il mattino tutte le tavolette erano passate al suo avversario; egli aveva perduto la sua bella proprietà di Littleford, e due milioni e mezzo di lire...

La sua fortuna era rovinata.

*
* *

Partito da Game of chance house per avviarsi a casa, Rosen passò sul ponte del Tamigi, e si fermò e si appoggiò un istante al parapetto. Egli guardò il sole che sorgeva circonfuso di nebbia, le barche che scivolavano lungo le rive, i tetti delle case coperte di schiste color di piombo, la natura che pareva mesta e malata; e pensò che la vita era triste, e che le onde del fiume erano profonde.

Una voce segreta gli diceva all'orecchio: «Rosen, tu sei perduto; esamina bene la tua posizione; aggiungi le gravi perdite d'oggi a quelle dei giorni antecedenti, e vedrai che non ti rimane più un quinto della tua fortuna; quelle mosche ti hanno rovinato: che farai tu qui, in un paese dove la povertà è disprezzata? tu, inabile ad ogni lavoro di braccio o di mente; tu barone, onorato, invidiato finora, guardato con invidia da tutte le belle fanciulle di Redstreet? Vedi, il mondo è così fatto; viene una cattiva ora per tutti, e anche la tua è venuta. Bisogna rimediarvi alla meglio: un giovine che non appartenesse alla illustre famiglia dei Rosen, si darebbe alla mercatura e al lavoro, ma tu non lo puoi fare, tu: non vi ha rimedio per te... Guarda come scorre bene il Tamigi, che profondità hanno queste onde, che silenzio vi è lì sotto, che pace! E che credi? Da questo parapetto all'acqua non corrono più di trenta piedi inglesi... è una cosa da nulla, tanto come vuotare un bicchiere di grog: risolviti, Rosen, coraggio, Rosen, buttati giù dal ponte.»

E Rosen stava per buttarsi, quando gli sovvenne che aveva una moglie, la quale non aveva che ventidue anni, e di cui aveva avvizzita la fede e la gioventù colla sua cattiva condotta, e dissipata in parte la grossa fortuna che gli aveva recato per dote.

Sua moglie apparteneva ad una famiglia patrizia di Dublino, e aveva sposato Rosen per amore. Si erano conosciuti tre anni prima in un viaggio che il barone aveva fatto in Irlanda; la mente immaginosa della fanciulla, esaltata dalla lettura dei romanzi di Scott, aveva creduto di realizzare in lui quell'ideale d'uomo che aveva portato fino allora nel cuore. Essa lo aveva creduto per quel solo motivo che fa credere alla donna tutto ciò che le piace credere dell'uomo che ama—perchè Rosen era bello. La bellezza a venti anni ha grandi attrattive.

Egli era infatti uno dei giovani più avvenenti di Londra. Aveva statura alta e spigliata, lineamenti esatti, capelli lunghi e biondissimi, occhi grandi ed azzurri, e vestiva colla negligenza ricercata dai fashionables inglesi—i soli che per coltura d'ingegno e per robustezza di mente, emergano in qualche modo su quella classe corrotta e viziosa della società che chiamasi il mondo elegante. Oltre a ciò Rosen cavalcava come un paladino provetto; tirava di spada e di sciabola, e non aveva chi gli togliesse l'onore di un assalto; colpiva le rondini al volo, traversava a nuoto il Tamigi; e possedeva per giunta una virtù che non è comune agli inglesi—cantava con dolcezza e toccava l'arpa con gusto e con sentimento di artista.

Tutte queste doti avevano fatto credere a Emilia Strafford che suo marito avrebbe avuto anche un cuore; nè ella si era ingannata, che Rosen ne aveva uno, e non lo aveva cattivo; ma quelle tristi abitudini della sua vita, quello spensierirsi continuo, quel disgusto di tutto, quel bisogno che egli sentiva di emozioni sempre rinnovate, lo avevano reso se non ignorante, almeno trascurante de' suoi doveri più sacri, lo avevano fatto estraneo alle gioie caste e tranquille della famiglia.

Vi sono molti uomini, dei quali si dice: hanno cuore; e nondimeno li vediamo vivere sempre lontani dagli esseri che loro appartengono, compiangerli, ma non sorreggerli di consiglio o di sacrificio, spesso dissiparne la fortuna, e far pompa di un egoismo crudele. Sono capaci di uno slancio di virtù, non di una virtù continuata.

Questi uomini costituiscono una delle classi più numerose della società, e sono coloro di cui le donne esaltate rimangono spesso le vittime. Meglio i giovani freddi e calcolatori, dei quali si dice con disprezzo:—non hanno cuore!

Emilia Strafford, benchè avesse indole dolce ed ingenua, non tardò ad avvedersi del cattivo temperamento di Rosen, e del suo carattere turbolento e inquieto. Ella non lo amava meno per ciò, chè per una strana contraddizione del cuore umano e pel bisogno che esso ha di contrasti, di lotte, e assai spesso anche di dolore, tali uomini piacciono di preferenza alle donne; ma lo amava senza gioie, senza speranze, subiva la sua stessa affettività come una forza che era fuori di lei, e alla quale non avrebbe mai potuto sottrarsi.

Non era così che essa avrebbe voluto essere amata da suo marito.

Rosen passava spesso giorni e notti intere senza vederla; imprendeva piccoli viaggi, talora concertati in una riunione di amici, e partiva con essi sul fatto senza avvertirne sua moglie. Due volte le era stato riportato carico di ferite ricevute in duello, un'altra volta era caduto rovesciato col cavallo nel salto di una barriera, e ne aveva avuto un braccio spezzato. Nelle ore della sua assenza Emilia viveva in un'inquietudine mortale, e non di meno quelle sventure erano state l'unico pretesto che l'avessero avvicinata a lui in un modo affettuoso e durevole. Perchè nello stato di malattia Rosen era buono, egli comprendeva le tacite sofferenze di sua moglie, quell'interessamento caldo e pietoso, quell'affezione salda e delicata: e spesso in momenti di sincera effusione, le aveva detto:—perdonami, Emilia, d'ora innanzi sarò migliore.

Ma col rifiorire della salute tutti i suoi proponimenti erano svaniti; a poco a poco egli aveva sentito disgusto di tutto, il bisogno di nuove emozioni lo aveva tratto al giuoco; aveva perduto, aveva sminuito sensibilmente il suo censo e introdotte delle dure economie nella sua casa: quelle modificazioni avevano allontanata sua moglie da quell'elegante società di cui era stata una delle bellezze più splendide, l'avevano costretta ad un isolamento penoso, a un sistema di vita più modesto e più oscuro.—Rosen aveva veduto tutte quelle privazioni, aveva sentite le proprie, e n'era diventato melanconico e triste; aveva tentato di dimenticarle, aveva trascurata la casa; i suoi domestici portavano le loro livree sdruscite, i suoi cavalli languivano da qualche tempo nelle scuderie, i suoi cani impigrivano presso il focolare, egli stesso fuggiva i suoi amici, i clubs, i teatri, ogni mezzo di divagazione—non viveva più che della passione fatale del giuoco.

Ed ora che aveva fatto? Aveva perduta quella grande proprietà di Littleford che apparteneva a sua moglie, e che ne costituiva unicamente la dote; aveva perduto quasi tutto il resto della sua fortuna. Come vi avrebbe rimediato!

Ecco ciò che passava per la mente di Rosen, mentre si appoggiava contro il parapetto del ponte, e pensava se avrebbe potuto ancora accettare la vita al prezzo di quelle sventure. La memoria di Emilia gli si affacciava con un'insistenza tormentosa, con una esattezza e con una verità di dettagli straziante. Egli la vedeva afflitta, scoraggiata, piangente; giovine ancora e già tanto avvizzita dal dolore; ancor bella e costretta a sfuggire la società, a celarsi nell'isolamento, e a lamentare nella povertà e nell'abbandono le pene di una vedovanza precoce.

—No, diss'egli scuotendosi, avvenga ciò che può avvenire, non mi ucciderò; fossi io solo, e fossero queste onde più alte di quelle di Foreland, andrei a cercarne il fondo col capo, ma così, con mia moglie, ah! no, non diventerò l'assassino di mia moglie... andiamo a casa andiamo a letto, dormiamoci sopra, vedremo ciò che si potrà fare domani.

E quella voce che lo aveva ammonito poc'anzi riprese: «Hai ragione, Rosen, da bravo, metti giudizio, va a casa, cacciati sotto le coltri; il sonno è fertile di buoni pensieri, rimedierai a tutto; e, se non fosse possibile, il Tamigi non vorrà andarsene via per questo; sarai sempre a tempo a buttarviti dentro.»

Rosen si rivolse e s'incamminò verso casa. Strada facendo, uno di quei fanciulli che vanno per le vie di Londra distribuendo gli avvisi che noi usiamo affiggere, gli pose tra le mani un fascicoletto color di rosa. Il barone lo prese ne lesse il frontespizio senza intenderne una parola, e lo pose macchinalmente in saccoccia.

Giunto nella sua stanza ne chiuse le imposte, si spogliò in fretta, buttò gli abiti qua e là sullo spazzo, entrò con mal garbo nel letto, si disse da sè buona notte; e tirandosi le coltri fin oltre alle orecchie, decise di non pensare a nulla fino al domani, e tentò di addormentarsi.

*
* *

Ma non poteva prender sonno. Era inutile: si volgeva su un fianco e sull'altro, e le lenzuola gli parevano piene di spine; chiudeva gli occhi, e si vedeva dinanzi la tavola da giuoco e quel fascio di biglietti perduti, e quella faccia fosca e impassibile del suo vincitore che lo guardava di sbieco; e sentiva ancora nelle orecchie il ronzio di quelle mosche che per qualche inesplicabile attrazione avevano preferito andarsi a posare sulla goccia del suo rivale. Stette così sognando ad occhi aperti due ore, poi si alzò e prese a rivestirsi senza saper bene ciò che si facesse o ciò che doveva disporsi a fare; passò le mani nelle saccoccie, e avendovi trovato quel fascicoletto di carta che aveva ricevuto da quel fanciullo sul ponte lo aperse e lesse: Regolamento della Società d'assicurazioni sulla vita.—Norme per assicurarsi, ecc.

Alzò le spalle indispettito, sfogliò alcune pagine, e continuò a leggere:

«Art. 24. Si può assicurare allo stesso modo la vita di qualunque persona, e costituirle una rendita vitalizia adeguata alla maggiore o minor somma della rata annuale che si intende versare per la persona assicurata, a tenore dell'annesso prospetto.

«Art. 25. Anche il pagamento di una sola rata diritto all'intera rendita convenuta, ove la morte dell'individuo che ha operata l'assicurazione avvenga in via naturale, e non per volontà della persona stessa.

Parve a Rosen di fraintendere, non gli pareva vero—rilesse: Si può assicurare la vita di qualunque persona e costituirle una rendita vitalizia ecc., e poi: anche il pagamento di una sola rata dà diritto all'intera rendita, ma ben inteso, ove la morte dell'individuo, ecc., avvenga in via naturale.

Rosen comprese, previde, indovinò tutto, decise, un nuovo orizzonte si aperse a' suoi occhi. Non v'era dubbio, egli poteva ancora rimediare al suo fallo, salvare sua moglie da una rovina imminente, sdebitarsi con lei di tutti i dolori e di tutte le privazioni a cui l'aveva condannata la sua condotta. Finì di vestirsi con una specie di frenesia, frugò nei suoi scrigni, e vi raggranellò un migliajo di sterline; prese con sè quell'avviso, uscì e corse difilato all'ufficio della Società d'assicurazioni.

—Vengo, diss'egli presentandosi al direttore della Società, ad assicurare la vita della baronessa Emilia Rosen-Strafford, mia moglie, nativa di Dublino, senza figli e dell'età di ventidue anni.

—Sta bene, rispose il direttore, ma è d'uopo prima di addivenire a qualunque trattativa che il signor barone si assoggetti ad una visita medica. E indicandogli una porta a destra sulla quale era scritto: Certificati sanitarii, gli accennò d'entrarvi.

Rosen ne uscì pochi istanti dopo tenendo tra le mani un documento che presentò al direttore, il quale lesse ad alta voce: «Dichiariamo che il barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra, e dell'età di anni ventinove, presenta tutti i requisiti di una costituzione sanissima; ha temperamento sanguigno un notevole sviluppo muscolare, membra esatte e ben conformate; ha subíta vaccinazione, e promette di giungere ad età molto avanzata. Interrogato da noi, ha dichiarato tenere sistema di vita regolarissima, ciò che apparisce dal suo stato di salute attuale, e viene a confermare, per quanto lo permettono i limiti ristretti della scienza, la sopra fatta asserzione.»

Il direttore si mostrò soddisfatto di questa lettura, e disse rivolgendosi al barone:

—La maggior rendita vitalizia che la nostra Società si assume di assicurare è di trenta mila sterline all'anno, per la quale, tenuto conto della di lei età e costituzione, non che di quella della signora sua moglie, occorre che ella si obblighi al pagamento di rate annuali anticipate di cinquecento e settantadue sterline e due scellini e mezzo, come può scorgere dal disposto degli articoli 32, 42 e 44 del nostro Regolamento.

Rosen non avrebbe mai osato sperare condizioni sì miti e sì favorevoli; convenne su tutto, stipulò definitivamente il contratto, versò la prima rata, ne ricevette la quietanza, e si accomiatò dal direttore che gli diceva:

—Crediamo superfluo raccomandare al signor barone di Rosen la scrupolosa osservanza dell'articolo 54, il quale prescrive la maggior cura possibile della salute delle persone assicurate, e proibisce di esporre una vita così preziosa alla Società, se non per qualche dovere di umanità universalmente riconosciuto, o per qualche legge di onore.

Giunto a casa, Rosen si presentò a sua moglie con un sorriso che era inusitato, e abbracciandola con tenerezza le disse:

—Mia cara Emilia, sono succedute nella nostra economia domestica le complicazioni più strane e più impensate. Ho perduto stanotte al giuoco della mosca e dei quadri il tuo parco e il tuo castello di Littleford, non che gran parte delle mie terre di Kingston, ma per altro lato, ho trovato modo di assicurarti una rendita annuale vitalizia di trenta mila sterline, decorribili da quest'anno medesimo; ed io mi sono impegnato a fare un viaggio in Italia dal quale ritrarrò difinitivamente la mia prosperità e la mia pace. Ti prego di osservare il silenzio più assoluto su questa confidenza e su questo progetto, e concedermi che io ometta di dartene i dettagli. Riceverai fra pochi giorni il contratto formale che ti assicura la rendita di cui ti ho parlato, e la mia prima lettera da Dover dove prenderò imbarco per Calais. Abbracciami, mia cara moglie; io ho molti torti verso di te, ma spero di ripararli; abbracciami con tenerezza; io partirò in questa sera medesima, e benchè un viaggio come questo che sto per intraprendere, non offra nulla di pericoloso e di strano, l'Italia è una terra di furfanti, piena di donne infedeli e di uomini di cattiva fede, e non si sa quel che possa accaderci, visitandola.

Così dicendo, Rosen, commosso suo malgrado, si strappò dalle braccia di sua moglie, e rinchiusosi nella sua camera, scrisse al suo amico Edoardo Barth la lettera seguente;

«Mio caro amico,

«Ti do con questa lettera il mio ultimo addio. Mi sono rovinato al giuoco, e non mi resterebbe che uccidermi, se l'art. 54 del Regolamento sulla Assicurazione della vita non m'imponesse di morire di morte naturale. Io parto stassera per l'Italia. Ti raccomando mia moglie, la buona Emilia Strafford, di cui ho consumata la dote, e alla quale sto per assicurare col sacrificio della mia esistenza una rendita vitalizia di trenta mila sterline. Il regolamento che ti acchiudo ti spiegherà tutto; io vado a farmi uccidere, non so ancora da chi, nè in che modo; ma immagino che non mi riuscirà difficile poter morire in guisa da eludere le importune disposizioni di quell'articolo.

Credo che mia moglie abbia qualche simpatia per te; quando io sarò morto obbligherai la mia anima sposandola, e facendole conoscere come io mi sono ucciso per rimediare allo stato in cui l'avevano posta le mie dissipazioni, e disobbligarmi della perdita della sua proprietà di Littleford che ho giocato stanotte alle mosche.

Il tuo amico.
«Alfredo di Rosen.»

*
* *

In quella sera medesima Rosen prese un biglietto di prima classe per Dover, e rannicchiatosi nell'angolo della vettura, si tirò il bavero del soprabito fin sulle guance, si calò il cappello sugli occhi, rintascò ben bene le mani, si lasciò cadere il capo sul petto come una testa di fantoccio snodata, e incominciò a pensare in che modo gli sarebbe riuscito di morire, e se gli convenisse più l'indugiare fino al suo arrivo in Italia, o approfittare subito delle prime occasioni che gli si sarebbero offerte nel suo viaggio. Dopo molte esitazioni pensò di attenersi a quest'ultimo partito.

Ma era presto detto—approfittare delle prime occasioni.—Queste occasioni non sarebbero venute da sè, bisognava cercarle, prevederle, procurarsele; e, ciò che era più, fare tutte queste cose in modo che non vi apparisse ombra di premeditazione e di colpa. Rosen conobbe che non era tanto facile. Bisognava tentare di essere provocati, e in ciò le vie erano molte; bastava assumere un contegno aspro e insultante, e si sarebbero trovati di quelli cui sale presto la senapa al naso; ma egli non avrebbe voluto uccidere un uomo innocente, compromettere la sua fama di schermitore; e oltre ciò l'art. 54 sembrava non giudicar validi quei duelli che non fossero stati provocati da una questione di onore. Rimaneva l'implicarsi in qualche pericolo, dare in un'imboscata di ladri, trovarsi trascinato in una rivolta, gettarsi in un incendio o in fiume con pretesto di volervi salvare una persona pericolante, l'essere travolto nella rovina di qualche edificio, procurarsi un'affezione contagiosa, una caduta, una ferita mortale... ma tutto ciò dipendeva in gran parte della fortuna, e, diciamolo pure, Rosen non temeva per fermo la morte—gran chè se ci aveva pensato due volte in quel giorno!—ma egli abborriva il dolore, avrebbe voluto morire, sì, lo voleva fermamente, ma avrebbe voluto morire ad un tratto e senza soffrire.

La morte non è cosa sì arrendevole come la si crede, e la vita è più tenace e più salda di quanto non sia universalmente giudicata.

Mostratemi una cosa che sembri avvicinarsi alla morte più del dolore, e tuttavia mostratemi un dolore del quale si possa morire. Si dice spesso: «io morrò di questo affetto, io morrò di questa sventura, io morrò di questa o di quell'altra cosa», e non si muore mai di quelle cause che credevamo doverci condurre alla morte. Sembra che tutta la natura sia animata da una forza di contrasti, da una legge, da uno spirito di contraddizione immutabile. Gettate gli sguardi sul vostro passato, e vedrete che la vostra vita, le vostre opere, i vostri affetti non sono stati che una serie di contraddizioni continue. Volete vivere? morrete. Desiderate la morte? avrete una vita lunga e affannosa. Che cosa è questa infelicità di cui gli uomini si lamentano? A che allude questa eterna elegia di dolore che l'umanità innalza da secoli al cielo, se non a questa formidabile potenza di contraddizioni che ci governa? La contraddizione è l'urto, è il moto, è la lotta, è il risultato di due forze misteriose nella cui azione è forse riposto il segreto della vita universale. Certo se dalla conoscenza dei nostri destini noi possiamo attingere alcune idee di quelli che governano gli altri mondi e le altre creature, e avventarci con esse nell'ignoto, possiamo asserire che l'universo non è che un'enorme contraddizione.

Mentre Rosen volgeva nell'animo questi pensieri, allungò macchinalmente una gamba, e pose il piede, senza volerlo, su quello d'un viaggiatore che gli sedeva di fronte. Egli se ne avvide, ma, pensando che ciò avrebbe potuto dar luogo a qualche diverbio favorevole a' suoi progetti, non lo ritrasse, e volse al suo vicino uno sguardo pieno di rancore che voleva dire: E osereste lamentarvi?

Il vicino tirò indietro il suo piede, e guardando il barone di Rosen con espressione di dolcezza e di deferenza:

—Perdonate, gli disse, se aveva posto inavvertentemente il mio piede sotto il vostro.

—Non siete voi, rispose Rosen risentito, che abbiate posto il vostro piede sotto il mio; sono io che ho posto il mio sopra il vostro. E comprendendo quanto questo appiglio fosse puerile e ridicolo, chinò il capo sul petto per nascondere il rossore che si sentiva salire alle guancie.

—Gran Dio, riprese l'altro, e potrà egli accadere che due uomini assennati abbiano a bisticciarsi per questo? Del resto, perdonate se insisto, ma se voi avete asserito d'aver posto il vostro piede sul mio, è segno che il mio si trovava evidentemente di sotto, e questo punto è appianato. In quanto all'altro, il mio piede era lì da un pezzo, il vostro ve lo avete posto ora allungandovi, ed è chiaro come la luna che fu primo il mio a cagionare questo scontro e a porsi sotto del vostro. Ma io vedo che voi siete preoccupato da qualche pensiero affliggente. È un pezzo che vi sto osservando, e che mi sento nel cuore il più vivo interessamento per voi. Che cosa avete? Posso io farvi questa domanda? E sarei mai tanto fortunato da potervi giovare?

Così dicendo quell'ottimo signore prese una mano del suo vicino, la strinse tra le sue e, togliendosi gli occhiali dal naso, lo guardò con tale aria di affetto che Rosen si sentì subito rappattumato e disposto, per quel sollievo che ci procura la confidenza d'un grande dolore, a dividere il suo segreto con lui.

E poi quello sconosciuto aveva un aspetto sì dolce, sì leale e sì aperto che avrebbe inspirato anche ad un uomo diffidentissimo la fiducia più illimitata.

Egli pareva essere sui cinquant'anni, aveva favoriti lunghi e canuti, gli zigomi sporgenti, e i pomelli d'un rosso vivo, gli occhi grigi e scrutatori. Due solchi laterali incavati dagli occhiali sul naso indicavano in lui una persona d'affari. Vestiva lindo, ma severo; portava un'ampia cravatta bianca che gli fasciava due volte la gola, e le cui due punte giungevano a stento a riunirsi in un piccolo nodo davanti; aveva un panciotto verde a rigoni, un ampio soprabito col bavaro di pelo—e faceva passare continuamente da una mano all'altra una lunga canna di zucchero sormontata da un grosso pomo dorato.

—Sì, voi potreste certamente giovarmi, gli disse Rosen, rispondendo alla sua offerta.

—E in che modo?

Rosen si chinò presso di lui, e gli disse all'orecchio una sola parola che lo fece trasalire.

—Cielo! esclamò l'altro, e lo dite voi seriamente? E per quali motivi?...

—Ascoltate, riprese il barone, e tornò a parlargli all'orecchio.

Il colloquio fu lungo e animato; quello sconosciuto si mostrava afflitto e sorpreso di ciò che intendeva da lui, e spesso gli avea detto alcune parole che sembravano accennare a una disapprovazione o ad un consiglio. Ma alla fine incominciò a dimostrarsi quasi convinto e soprafatto dalla logica stringente di Rosen che continuava a parlargli all'orecchio con calore; e discostandosene un poco, come fosse stata esaurita quella parte della sua confidenza che importava segretezza e silenzio, gli chiese ad alta voce:

—Ed ella lo ignora?

—Lo ignora.

—Ma converrà che lo sappia.

—Ne ho incaricato un amico.

—Bene, mi sarei assunto io stesso questo mandato, ma se a voi non è discaro, vi seguirò, e potrò parlarle del modo con cui avrete compiuto il vostro progetto.

—È ciò che io desidero. Vi incaricherò d'una lettera per lei e dell'esatto racconto del mio fine.

—Ve ne ringrazio. Ove andate?

—Non ho direzione fissa... pensava di andare in Italia, ma quasi... E voi?

—Io pure non ho un piano premeditato, viaggeremo di concerto.

—Come vi chiamate?

—Benvenuto Lamperth.

—Siete un uomo che mi va a genio.

—Ve ne sono obbligato, e mi duole che vi abbia a perdere sì presto. Ma dove contate di sostare stassera?

—A Dover.

—Ecco appunto la stazione di Dover, disse Lamperth ascoltando il fischio della locomotiva; e avvicinandosigli, aggiunse a bassa voce: È un paese di litigiosi questo Dover, vi troverete a far qualche cosa di buono.

Così dicendo il convoglio si era arrestato. Rosen ne discese col suo compagno, si buttò con lui in una vettura, e si fece condurre al Chicken's hotel (Albergo del Galletto).

Giunti in camera, egli disse a Lamperth:

—Tant'è, il morire è lo stesso che farsi estrarre un dente; dal momento che ci duole e che deve essere estratto è meglio che ciò avvenga presto che tardi; e giacchè voi mi dite che questo è un paese di accattabrighe, io conto di tentare in questa sera medesima qualche cosa di decisivo.

Rosen tirò il campanello, ordinò carta, penna e calamaio, e scrisse la lettera seguente:

Mia cara Emilia,

Il signor Benvenuto Lamperth ti consegnerà questa lettera che ti scrivo da Dover. Il mio amico Edoardo ti avrà fatto conoscere le condizioni di quel progetto, mediante il quale ho potuto sottrarti alle terribili esigenze del nostro dissesto economico. Lamperth ti completerà queste notizie ragguagliandoti distesamente sulla mia morte. Spero che questo mio sacrificio ti farà perdonare tutte le crudeli ingiustizie di tuo marito.

Alfredo di Rosen

E piegata la lettera in quattro la porse al suo compagno dicendogli:—Mi sento appetito, scendiamo; odo laggiù delle voci di bevitori, e ho in animo di cimentarne qualcuno e di mettermi tosto alla prova.

E discesero nella sala da pranzo.

*
* *

Era una sala elegante e spaziosa, illuminata da alcuni vecchi lampadarii guarniti di ciondoli di rame e di prismi di cristallo, e decorata di alcune marine di Viardot mezzo scolorite dal tempo. Intorno alle pareti erano disposte delle lunghe tavole di quercia coperte di tappeti a dadi oblunghi, di un colore alternato tra il rosso di mattone e l'azzurro—quei vecchi tappeti di Germania così in uso fino a questi ultimi anni, che si può dire non esservi stata famiglia che non ne abbia avuto uno—e a ciascuna di quelle tavole sedeva buon numero di persone, tra le quali alcuni crocchi di viaggiatori e di negozianti, e alcuni ufficiali di marina addetti alle navi di trasporto pel tragitto dello stretto.

Quando Rosen e Lamperth entrarono nella sala, tutti i posti erano occupati, Rosen girò attorno lo sguardo, e mormorò tra sè stesso:—Incominciamo bene, è un appiglio, li costringerò a restringersi per cedermi un lato del loro tavolo: vo' vedere se avranno l'arditezza di rifiutarsi.

E si approssimò ad uno di essi.

Alcuni marinai francesi che vi stavano seduti discutendo calorosamente di certi loro viaggi, troncarono all'istante la loro conversazione, portarono la mano ai loro berretti, si alzarono; e restringendosi alla meglio, fecero cenno a Rosen e a Lamperth di sedersi.

—Maledetta questa compitezza parigina, disse Rosen fra sè stesso, che mi toglie ogni pretesto per bisticciarmi onestamente con questi paltonieri; ma.... e' sono francesi, li toccheremo nel loro orgoglio nazionale.... già, in fatto di brighe c'è da ripromettersi molto da questa sorta di gente.

Il barone e Lamperth sì sedettero, ed ordinarono la loro cena: i loro vicini ripresero la loro conversazione interrotta.

—Vogliono del Bordeaux Laffitte, del Saint Julienne, dello Champagne, o del vino legittimo di Boullon o di Abbeville?

—Vogliamo del vino inglese, disse Rosen vivacemente, nient'altro che del vino inglese; già... in quanto a me abborro tutti i vini di Francia, e aggiunse ad alta voce, tutte le cose che ci vengono dalla Francia.

Così dicendo, guardò involto a' suoi vicini, ma essi o non aveano udito, o avevano fatto le mostre di non udire.

—Miserabili! bisbigliò Rosen all'orecchio di Lamperth, non sono pur suscettibili d'un risentimento sì doveroso.

Poco dopo il cameriere avendo collocato dinanzi a loro alcuni piatti dipinti, su cui erano rappresentati i principali episodii della vita di Napoleone, Rosen ne prese uno e presentandolo al suo compagno, gli disse in modo da essere udito:

—Che ve ne pare? Eccovi qui un uomo che in Inghilterra sarebbe divenuto tutt'al più un tamburino, e che in Francia è stato creduto un gran generale. Ma non importa, tutti sanno che a Waterloo le ha buscate dagli inglesi.

Anche queste parole non ebbero l'effetto che egli si aspettava; uno solo de' suoi vicini si volse e vedendo Rosen che lo guardava, e immaginando forse che volesse prender parte alla loro conversazione gli chiese:

—Il signore ha viaggiato?

—Sì, rispose Rosen sono stato un'altra volta da Dover a Calais, passando per l'arcipelago greco.

—Avete detto?

—Da Dover.

—A Calais?

—A Calais, precisamente, e attraversando l'arcipelago greco.

Tutti gli astanti diedero in uno scoppio di risa, e lo stesso Lamperth fece mostra di chinarsi a raccogliere il tovagliolo cadutogli dalle ginocchia, per nascondere il prurito che si sentiva di ridere, e non guastare i progetti del suo compagno.

—Signori, disse Rosen gravemente, a meno che voi non abbiate navigato sopra una conca di cartone in una vasca artificiale del vostro giardino, o vestiate in questo momento l'uniforme della marina francese per fare una comparsa da teatro, dovreste sapere che si può partire da Dover, attraversare tutta la terra, non solamente l'arcipelago greco, e giungere a Calais dopo aver compiuto il viaggio più semplice e più naturale del mondo.

—Voi avete delle cognizioni geografiche molto profonde, disse uno dei viaggiatori, ma io vi consiglierei a non manifestarle pubblicamente, se v'importa che non si rida di voi, e a difenderle con meno calore se non desiderate di trovare qualcuno che v'abbia ad accorciare le orecchie.

—Per il cielo, esclamò Rosen sollevandosi e battendo del pugno sul tavolo, mentre si rallegrava internamente del buon esito del suo tentativo e si sforzava di dissimularne la gioia, non sarete certamente voi quello che saprà tagliarmi le orecchie, ed è ciò che potremo vedere sull'istante, appena io sia giunto all'osso di questo beefteack, se avete tanto ardimento nei fatti quanto avete arroganza nelle parole.

—Uscite, uscite, disse il francese cui erano salite le fiamme sul viso...

E Rosen dando una strappata al suo beefteack come per affrettarsi, si curvò all'orecchio di Lamperth, e gli chiese:

—Vi pare che il pretesto sia valido? Già... si tratta di amore nazionale... di una questione di scienza, che...

—Oh! senza dubbio, validissimo, interruppe Lamperth stringendosi nelle spalle.

Rosen gettò allora il resto del suo beefteack nel piatto, quasi in atto di compiere un ultimo sacrificio, e riprese:

—Giacchè io sono lo sfidato e sta a me la scelta delle armi, scelgo la spada, chè da noi non si amano le scalfitture della sciabola, e si sanno fare gli occhielli a dovere... Questo gentiluomo, mio compagno di viaggio, sarà mio padrino: ma ove ci batteremo?

—Vi è qui presso, lungo la spiaggia, un terrapieno che non potrebbe essere più adattato a questo bisogno, andiamo.

—Vi seguo.

Rosen e i suoi compagni giunsero dopo pochi momenti sul luogo.

Inutile dire che Rosen aveva deciso di non difendersi che per quel tanto che era necessario a nascondere il suo disegno, e a scoprirsi appena il suo nemico avesse saputo drizzargli un colpo decisivo.

Furono recate le armi: i due avversari posero mano alla spada, e si avventarono l'uno contro l'altro. Il francese si batteva con fuoco, faceva delle finte rapidissime, era uno spadaccino brillante.

Rosen lo respingeva con calma, e sorrideva seco stesso, benchè si arrovellasse di non poter mostrare tutta la valentía in quel giuoco. La lotta durò alcuni istanti. Rosen era sul punto di lasciarsi ferire, quando s'avvide che il suo avversario si ostinava a tener alta la punta per sfregiarlo nel viso. Questa circostanza fu causa che egli perdesse tutta la sua freddezza, e si dimenticasse dello scopo di questo duello, per non ricordarsi più che di colpire il suo nemico. Proseguirono con accanimento; il francese aveva già sfiorata una spalla a Rosen, quando, scoprendosi a un tratto nel ritirarsi, fu colpito nel petto e cadde.

Rosen si avvide allora del suo fallo, ma era troppo tardi. Lamperth gli si avvicinò, e gli disse:—Che avete fatto? voi avete ucciso un uomo innocente.

—Sì, disse Rosen, ma sarà l'ultimo; che volete? sono un insensato... partiamo subito per la Francia: giuro al cielo che al primo scontro che io potrò avere in quel paese, mi lascerò sparare come un coniglio.

E al domani s'imbarcarono per Calais, e presero la via di Parigi.

*
* *

Strada facendo, Rosen pensava con dolore al triste risultato di quella sua prima avventura. Egli aveva ucciso un uomo in duello; ciò non era poi letteralmente un omicidio, ma questo duello era stato provocato da lui, non v'era discolpa, quel giovine era stato costretto a battersi, e doveva a Rosen la sua morte.

Egli è uno strano e insensato apprezzamento questo che noi sogliamo fare d'un omicidio secondo il modo e le cagioni per cui è avvenuto. Non ne facciamo tanto una causa di umanità di principio morale quanto ne facciamo una causa di forma: lo stesso atto ci solleva alla gloria o alla fama, o ci abbassa fino al delitto più turpe ed alle punizioni più atroci; può essere eroismo o assassinio, così nella guerra e nelle contese private; può essere coraggio ed onore, così nel duello.

Rosen, lungo la via, ritornava colla mente su questi pensieri, e meditava con dolore su quella triste avventura di Dover.

—Che ne pensate? diss'egli rivolgendosi a Lamperth che dormicchiava rannicchiato in un angolo della vettura.

—Di che cosa?

—Del mio duello di ieri.

—Male, male; se avete intenzione di farvi uccidere, non dovete però uccidere gli altri; vi sono mille maniere di morire; vi confesso che fui dolorosamente impressionato da questo fatto.

—Avete ragione, soggiunse Rosen con aspetto mortificato, non mi cimenterò più in duello, vi è qualche cosa d'istintivo che ci spinge nostro malgrado a difenderci; ma, giacchè la natura ci ha dato una sola via al nascere—come a cosa triste—e ce ne ha aperte mille al morire—come a cosa molto più dolce—io approfitterò in altro modo di questa prodigalità della natura. Dite. Credete voi che non mi sarà difficile il morire? Lo sperate?

—Speriamolo, sì, disse Lamperth; se il voto di una persona che vi ama può avere qualche influenza sul vostro destino, vi giuro che io faccio voti al cielo perchè il vostro desiderio venga esaudito.

—Vi ringrazio, rispose Rosen scuotendo la mano che il suo amico gli aveva sporto senza voltarsi, come a meglio rassicurarlo della sincerità del suo voto, vi ringrazio dal più profondo dell'anima: e pronunciò queste parole quasi commosso, e colla più schietta effusione di cuore.

In quella sera stessa Rosen e Lamperth giunsero ad Amiens. Alla porta del paese Rosen, essendosi arrestato per contemplare lo spettacolo della città, come è costume d'ogni buon inglese, vide affisso alla parete un ampio cartellone decorato da alcune figure d'animali in inchiostro rosso, e vi lesse queste parole:

«Grande serraglio di belve viventi del signor Gustavo Lachard. Due tigri, quattro pantere, una grande varietà di scimmie, un elefante, e due leoni africani. Alle ore otto vi sarà il pasto delle fiere. Mezz'ora prima il rinomato domatore Gustavo Lachard entrerà nella gabbia dei leoni.»

Rosen guardò l'orologio, erano le sette ore passate; mancavano pochi minuti alla rappresentazione. Egli si rivolse a Lamperth, e gli disse, indicandogli quel manifesto:

—Volete che andiamo a visitare questo serraglio? può essere che vi abbia a trovare qualche avventura favorevole a' miei disegni.

—Andiamo, disse Lamperth, e giunsero in breve al recinto.

Dopo che il signor Lachard uscì dalle gabbie dei leoni, e la folla si ritirò a poco a poco e si disperse, Rosen disse al suo compagno stringendogli la mano:

—Credo, mio caro Lamperth, di aver trovato un modo infallibile per farmi uccidere; permettete che non vi dica altro; andate all'albergo del Ciclope dove fra un paio d'ore o mi rivedrete vivo, o avrete la notizia della mia morte. Vi raccomando la lettera per mia moglie.

—Non temete della mia puntualità—e si portò la mano sul cuore—mi dispiace di perdervi sì presto, ma se ciò è inevitabile... Vi auguro buona fortuna.

Rosen, lasciato solo, chiese di parlare col signore Lachard, e trattolo in un angolo del recinto gli disse:

—Io sono un barone inglese appassionatissimo del lottare e bramo cimentarmi con qualche lottatore evidentemente più forte di me. Desidero di combattere con uno dei vostri leoni, ma è necessario che ciò rimanga un segreto tra noi; occorre che voi mi lasciate solo in questo serraglio, e che si creda, per vostra e mia giustificazione, che io vi sia entrato senza il vostro consenso, e avendo aperta io stesso la gabbia, come farò, sia stato assalito dalla vostra bestia. Quanto è il prezzo di questo animale? io ve lo pagherò due volte.

—Non meno di cinque mila franchi, disse il domatore; parlo di Behemet, il più alto e il più forte: l'ho comprato io stesso a Bourck, sul limite occidentale del deserto; non ha ancora due anni compiuti e non gli manca un pelo. Ma, intendiamoci, io non debbo saper nulla di ciò; io mi ritirerò dal serraglio come faccio tutte le sere, e voi sarete un imprudente che vi sarà entrato senza mia licenza, ecco tutto; se poi voi ucciderete il leone, la cosa rimarrà tra noi, e non avrà altra conseguenza.

Rosen gli sborsò dieci mila franchi; e siccome la sera era già molto inoltrata, il domatore licenziò il suo guardiano, e lasciò Rosen nel recinto di cui socchiuse appena la porta, dopo avergli detto:

—Vi auguro che abbiate ad uscirne gloriosamente, ma temo che Behemet vi saprà spianar le costure.

Rimasto solo Rosen comprese di esser posseduto da un panico indefinibile, e vi fu un istante in cui si sentì tentato di rinunciare a quella specie di morte, e di raggiungere Lamperth all'albergo del Ciclope, per combinare con lui su qualche mezzo di distruzione meno inumano. Ma era troppo tardi. E d'altra parte, giacchè era d'uopo morire, conveniva accettare quel mezzo che era più pronto, più sicuro e che non avrebbe lasciato concepire alcun sospetto d'inganno sulla sua fine. Chi sa! Forse il morire tra le zanne d'un leone poteva essere più dolce, più rapido che il morire di ferita o di veleno, o per altra causa qualunque—certo era più verosimile e più ardito.

Animato da questo ragionamento, Rosen si avvicinò alla gabbia, e sollevò le tre aste di ferro che nè formavano l'uscio. Paralizzato dal timore, colle mani appoggiate sull'orlo dello steccato, in atteggiamento di vittima rassegnata aspettava che Behemet uscisse.

Il leone dopo essersi allungato due volte e aver sbadigliato lungamente inarcando la lingua come una bestia che sa di potersi pigliare i suoi comodi, si affacciò allo sportello, guardò con aria d'indifferenza il barone di Rosen cui era venuto, suo malgrado, la pelle di cappone; e discendendo nello spazio riservato agli spettatori, incominciò a passeggiarvi per lungo e per largo, agitando la coda, e mandando un certo suo ruggito prolungato e sommesso in suono di soddisfazione e di gioia.

Quando Rosen si avvide che Behemet non si curava di lui, avendo ripreso animo in quel breve intervallo di tempo, discese ed affrontò arditamente il leone, cui percosse d'un colpo di frustino. A quella provocazione, Behemet, come una bestia ubbidiente, si ritirò precipitosamente nella sua gabbia, Rosen lo inseguì, ed essendosi munito d'un asta appuntata di ferro, lo stimolava con quella ad uscirne. Il leone, rannicchiatosi nel fondo del suo covacciolo, ruggiva e spalancava le fauci orribilmente senza avventarsi; Rosen era al colmo dell'impazienza e dell'ira.

Dimenticando che egli parlava con un leone—Uscite, gli gridava, uscite da cotesta gabbia, miserabile. Ma tutto era indarno, Behemet, non intendeva questo linguaggio provocatore, e rimaneva quieto come olio.

Disperando di potersi misurare con lui, Rosen decise di entrare nella gabbia delle pantere, ma si avvide che Lachard, toltone quel solo, aveva assicurati tutti gli sportelli con due buoni giri di chiave.

—Ah! Lachard assassino, esclamava Rosen acciecato dalla bile, egli sapeva che questo era un coniglio, e mi ha arraffato dieci mila franchi senza lasciarmi il compenso d'una scalfittura, ma rivedremo le nostre partite domani.

E gettando uno sguardo pieno di disprezzo nella gabbia di Behemet, uscì dal serraglio, e corse difilato all'albergo del Ciclope.

*
* *

Lamperth che stava rivedendo alcune sue carte presso una tavola su cui si scorgevano gli avanzi della sua cena, si mostrò molto meravigliato del ritorno di Rosen, il quale era sì acciecato dallo sdegno che a stento potè fargli il racconto di questa sua nuova sventura.

—Che domando io? Che voglio? Che spero? Morire, ecco tutto; la cosa più semplice, più facile, più naturale del mondo, diceva Rosen nel conchiudere il suo racconto, e tuttavia eccomi condannato da una desolante fatalità a sopravvivere a tutti i miei sforzi, a tutti i pericoli cui mi espongo per impedirlo. Ahi vi giuro che io affronterei in questo momento qualunque rischio, approffitterei di qualunque circostanza per uscire di questo stato.

—Calmatevi, gli rispondeva Lamperth, non ve ne mancheranno mai le occasioni, bisogna aver fede: intanto ordinate la vostra cena, lo stomaco ha le sue esigenze, e credo che voi dobbiate avere appetito.

—È vero, disse Rosen, cenerò; l'uomo è il servitore d'uno stomaco, anzi l'uomo è uno stomaco, la credo la definizione meno inesatta fra le tante che si son fatte di questo animale. E ordinò una costoletta di castrato colle patate.

Non aveva Rosen addentato la sua costoletta, che un nuovo arrivato entrò nella sala, e venne a sedersi di faccia a lui, dal lato opposto del tavolo.

Rosen era tutt'occhi nell'osservare i movimenti di quel suo commensale, e si augurava che la punta d'uno de' suoi stivali venisse a colpire uno de' suoi stinchi per aver ragione di bisticciarsi, quando l'altro cacciando il naso nel suo piatto e indicandolo col dito al cameriere gli disse:—portami una vivanda come quella... è una costoletta di castrato in salsa dolce.

—Voi mentite per la gola, o signore, disse Rosen sollevandosi un poco dalla sedia, questa costoletta è in salsa piccante.

—Per il cielo, esclamò l'altro un po' turbato da quella sorpresa, voi ci tenete molto al sapore della vostra costoletta e ne fate una questione di onore; del resto non c'è che dire, vi siete servito di una espressione felicissima; trattandosi di sapori, io ho precisamente mentito per la gola. Voi siete inglese?

—Di Londra.

—E contate di attraversare la Francia?

—Precisamente.

—Dubito se arriverete al termine del vostro viaggio senza trovare qualcuno che...

—Che cosa?

—Che v'abbia a rivedere il pelo. Siete mai stato in Guascogna?

—Oh! che voi siete Guascone?

—Per l'appunto.

—È una provincia che in fatto di millanterie ha delle tradizioni grandiose; spero che saprete farmi conoscere tutta la estensione del pericolo che io avrei corso se vi avessi insultato nel vostro paese.

—Voi siete un pazzo o un imbecille, disse l'altro che era tutto sangue di guascone, illividendo fin sulla punta del naso; venite qui dietro le mura, e ci taglieremo due dita di fegato.

—Sono a vostra disposizione, rispose Rosen. E si accommiatò da Lamperth che gli diceva all'orecchio:—abbiate giudizio, contenetevi da uomo onesto, lasciatevi ammazzare, pensate a vostra moglie, pensate che quell'uomo fu provocato da voi e che la fortuna non vi regalerà tutti i giorni di queste magnifiche occasioni.

—Non dubitate, disse Rosen, spero che mi vedrete tornare in lettiga.

Rosen e lo sconosciuto giunsero in breve tempo dietro lo spaldo; alcuni avventori dell'albergo che avevano inteso quel battibecco li seguivano da lontano, e un amico del guascone portava le due sciabole sfoderate sotto il mantello.

—Avete i vostri padrini? chiese lo sconosciuto all'inglese.

—Non ne ho alcuno.

—Non importa, questi signori serviranno come testimonii ad entrambi. Già, non escluderemo i colpi di testa e di punta, e ci batteremo fino a che uno di noi non sia rimasto sul terreno.

—Siamo intesi, era la mia intenzione.

—Allora possiamo incominciare.

—Incominciamo.

E il Guascone, senza attender altro, si assicurò bene nel pugno la sua sciabola, e si scagliò furiosamente sul suo avversario. Rosen lo attendeva di piè fermo. La notte era sì buia che l'uno poteva distinguere a stento la direzione dei colpi dell'altro: gli spettatori vedevano nulla o pressochè nulla; distinguevano due masse nere agitarsi, avventarsi; vedevano di quando in quando il lampeggiare delle lame su cui si rifletteva un debole filo di luce che proveniva dal fanale dello spaldo, e sentivano il cozzo frequente delle sciabole senza poter giudicare quale dei due avversarii avesse maggiore perizia nelle armi, e desse indizio di uscirne vincitore.

Ma ad un tratto uno di essi si arresta, vacilla, cade: gli spettatori si gettano sopra di lui... era il guascone.

Che cosa era avvenuto? Il francese era un pessimo schermitore, Rosen non aveva ancora trovato il tempo di scoprirsi opportunamente, quando avendogli fatta una finta di destra, l'altro vi rispondeva con una parata di sinistra, e, investendo la sua sciabola, si feriva gravemente al collo, senza che il suo avversario avesse alcuna intenzione di farlo.

Rosen era rimasto pietrificato dal dolore e dalla meraviglia. Vi era senza dubbio una strana fatalità che pesava sopra di lui, che rendeva vani e funesti tutti i suoi tentativi di morire.

Mentre egli stava così appoggiato colle mani riunite sull'elsa della sciabola, intese uno degli spettatori chiedere: Chi è costui che lo ha ferito? E un altro rispondergli: È un inglese.—Bene. Bisogna chiedergli ragione di questo fatto: non si può dirlo un duello questo; non v'erano padrini, non v'era nulla di regolare; è stato un omicidio bello e buono. Guardate, il morto è un francese, è un guascone, e si sono battuti per una costoletta; c'è qui il suo collega Pirolet a confermarlo; non bisogna permettere che questo marrano d'inglese se ne vada via liscio liscio: facciamo le cose per bene, conduciamolo al Commissario di polizia.

Rosen che all'intendere da principio quelle parole, aveva sentito discendergli nel cuore un debole raggio di speranza, rabbrividì tutto quando udì discorrere del Commissario di polizia; e conobbe che era necessario l'andarsene quatto quatto, se era ancora possibile, e partire in quella notte stessa da Amiens.

Ma egli non aveva fatto ancora questa risoluzione che si vide circondato da tutta quella folla, e udì uno di essi che gli s'era avvicinato più degli altri, imporgli di consegnargli la sciabola, e di seguirlo all'ufficio del dipartimento. Rosen prese allora una grande determinazione. Avendo osservato che alcuni fra loro erano armati di stocco, e che uno di essi teneva tra mano la spada del suo avversario, immaginò che gli sarebbe riuscito agevole il farsi uccidere da tutta quella gente, gettandovisi in mezzo come uomo perduto, e menando botte alla cieca per costringerli a restituirle.

Detto fatto—non è che un punto—Rosen impugna la sua sciabola a due mani, e piomba in mezzo a quei malarrivati picchiando a destra e a sinistra, ove gli capita meglio, e gridando con quanto ha di fiato—paltonieri, miserabili, anime di conigli, difendetevi, arrestatemi se ne avete il coraggio.

Ma egli conseguisce così uno scopo affatto opposto: tutti quegli uomini spaventati da tanto ardimento si danno alla fuga, e Rosen non ha che il dispiacere di vederne quattro cadere feriti al suo fianco, e la certezza che questo avvenimento va a creargli una terribile responsabilità in faccia alla sua coscienza, e ciò che a lui più importa, una responsabilità non meno fatale in faccia all'autorità governativa.

Rosen si decide su due piedi: nessuno lo conosce ad Amiens; non ha detto il suo nome a nessuno; appena ne hanno intravista la figura alla luce del fanale; egli si getta alla campagna e tenta di giungere nella notte a Montdidier, servendosi di qualche cavalcatura che spera acquistare in una fattoria, lungo il viaggio.

Un'ora dopo questo avvenimento Lamperth riceve da un contadino un biglietto così concepito:

«Caro Lamperth,—Un destino singolare, altrettanto che inesorabile, rende infruttuosi e funesti tutti i miei disegni di morire. Io vivo a dispetto mio, ad onta di tutto e di tutti. Avrete inteso che ho ucciso quel guascone, e ferito quattro o cinque francesi che volevano tradurmi, come un malfattore, all'ufficio di polizia. Questo avvenimento mi costringe a riparare a Montdidier senza esser visto, giovandomi d'un cattivo cavallo che ho acquistato ora in una casa di coloni da cui vi scrivo. Vi aspetto dunque a Montdidier, al Caffè della Pace, dove si beve il miglior fiore di latte che si trovi in tutta la Francia.»

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* *

Mentre Rosen cavalcava per quelle ridenti campagne che corrono da Neufchatel, fino a Hermont e fino alla riva dell'Oise, pensava a quella sua vita spensierata di Londra, a sua moglie, a' suoi amici, alle sue ricchezze dissipate, e a quello strano capriccio della fortuna che gli aveva indicato per rimediarvi una via sì colpevole e sì singolare.

La notte s'era fatta piovosa, e Rosen era triste. Mai, come in quel momento, egli aveva sentito un più vivo desiderio di morire: mai come in quel momento, la fortuna aveva sembrato allontanarlo di più dalla morte. Era cosa sì difficile il morire? Egli sentiva in sè una pienezza di vita straordinaria, un'armonia inusitate in tutte le funzioni della sua macchina: un ordine, uno scorrere del sangue sì calmo, sì regolare, sì dolce, che non aveva conservato memoria di aver provato mai un simile stato di benessere, anche negli anni della sua fanciullezza.

Quel trotto monotono della sua cavalcatura sembrava cullarlo a guisa di un bambino; l'acqua che gli percoteva a spruzzi leggerissimi e quasi vaporosi sui capelli e sul viso, pareva accarezzarlo come una mano di donna adorata; il vento che spirava leggerissimo, pareva soffiargli sul viso come l'alito profumato d'una fanciulla; oltre a ciò gli alberi erano pieni di usignuoli che cantavano nonostante l'imperversare della pioggia; e vi era nell'aria qualche cosa di sì voluttuoso e sì molle che rendeva impossibile qualunque sentimento che non fosse stato calmo, affettuoso e gentile.

Ad onta di questo stato di cose, Rosen pensava in che modo gli sarebbe riuscito domani di morire, giacchè egli era intollerante d'indugii, e vagheggiava nuove venture e nuovi progetti.

Ad ogni ombra che pareva disegnarsi ai lati della via, ad ogni lieve rumore di passi, il cuore di Rosen batteva più concitato e si riapriva alla speranza e alla gioia. Egli entrò ad arte nelle macchie, e attraversò il piccolo bosco di Cok-sautin trattenendo quasi il respiro tanta era la sospensione d'animo in cui si trovava, e l'impazienza di imbattersi in qualche pericolo, o di dare in una imboscata di malandrini.

Ogni gruppo di piante gli pareva un assembramento di ladri, ogni cespuglio un assassino appostato sul suo sentiero, ogni ramo coperto di lichene bianco una lama di coltellaccio, o una canna di trombone.

Egli pensava in che modo si sarebbe contenuto con essi. Certo i ladri non sarebbero stati meno di due o di quattro, forse anche di più—che gioia!.... e avrebbero avuto delle buone armi.... E come trattarli?... Colle buone?.. peggio! non si sarebbe fatto nulla: bisognava dir loro—assassini, furfanti, paltonieri, non mi sfuggirete; sono il Commissario generale io, domani sarete arrestati, e giuro al cielo che vi farò impiccare come tanti cani, senza darvi il tempo di fare un esame di coscienza.

Rosen si era talmente investito della sua parte che inveiva ad alta voce contro questi assassini immaginarii come se li avesse avuti dinanzi, ed era già uscito dal bosco di Cok-sautin senza avvedersene.

Il giorno era sull'albeggiare allorchè egli incominciò a scorgere in lontananza i campanili della città, e sentì i rintocchi misurati di una campana che pareva suonare l'allarme. Aguzzando lo sguardo su quella linea bianchiccia dell'orizzonte, sul cui fondo si disegnavano a masse oscure e confuse le case di Montdidier, gli parve distinguere un'ampia colonna di fumo che si sollevava a spire nere e pesanti e si riuniva alle nubi che pendevano ancora fitte ed oscure sulla città. Rosen spronò il suo cavallo, e come fu più dappresso alle mura, distinse delle lingue di fiamme che uscivano dal tetto e dalle finestre d'una casa, e conobbe che si trattava d'un incendio.

Rianimato da questa nuova speranza abbandonò le briglie sul collo della sua cavalcatura, le ficcò nel ventre gli sproni e giunse alle porte di Montdidier prima che gli abitanti di quel paese, che hanno fama di essere la gente più dormigliona, e le teste più tarde di tutta la Francia, fossero accorsi a domare in qualche modo l'incendio.

Rosen arrivò dunque dei primi, e non aveva ancora avuto agio d'osservare da che parte e con quale pretesto avrebbe potuto gettarsi, nella casa incendiata, che lo colpirono queste voci:

—Bisogna salvare papà Caupin, povero papà Caupin! egli deve essere inchiodato sul suo letto dall'artritide... egli morrà soffocato. Non vi è alcuno che voglia salvare papà Caupin?

—Sono qua io, disse Rosen, dove è la stanza di questo malato?

—O signore, che il cielo ve ne rimuneri; è la prima stanza a sinistra, al secondo piano, vi è l'uscio lì sulla scala; se non vi fosse lo trovereste nel gabinetto appresso.

Rosen senza aspettar altro, sicuro che quel mezzo di morte era infallibile, entrò sorridente nel pianerottolo e si avviò risoluto su per le scale, esclamando tra sè stesso: è la provvidenza che mi ha mandato a Montdidier.

Ma non aveva salito due gradini che le fiamme lo circondavano da tutte le parti, e gli toglievano il respiro; i capelli e la barba friggevano cagionandogli terribili scottature alle guancie; i suoi abiti incominciavano ad arricciarsi; e fu caso se un sentimento istintivo di umanità e la fermezza sua nel proposito di morire, valsero a spingerlo fino al secondo piano nella stanza di papà Caupin che giaceva svenuto sul pavimento. Sollevarlo, recarselo sulle spalle, ridiscendere a precipizio le scale, fu l'opera d'un istante per Rosen, che si presentò alla folla accolto da una salva di grida e di battimani; e stava per rigettarsi nell'incendio, quando si sentì afferrare l'abito da una giovine donna tutta discinta e coi capelli disciolti a onde giù per le spalle, che gli diceva lacrimando:—Deh? per carità, signore, salvate i miei due bambini, li troverete nella terza stanza a destra, al terzo piano... ma fate presto.... andate... pregherò sempre il cielo per voi!

Rosen non aspettava altro, e si ricacciò nell'incendio. Fu visto ricomparire poco dopo, tenendo nelle braccia i due fanciulli che venne a consegnare alla loro madre, ma sì sfigurato dalle bruciature e dalle fatiche, che lo si poteva riconoscere a stento. Nondimeno egli non aveva smarrito ancora la ragione, nè dimenticato lo scopo vero e diretto del suo disegno.

Benchè stordito dal dolore, affannato dall'anelito, e quasi acciecato dal fumo e dalla luce, si gettò una terza volta nelle fiamme. Gli spettatori tentarono invano di trattenerlo, gridando:—Cosa fate? È inutile... non c'è più nessuno da salvare. Povero giovine, non capisce più nulla... già... non discenderà più questa volta. Che eroismo! che cuore! Ed è dei nostri? È di Montdidier?

Ma Rosen non aveva inteso o voluto intendere nulla: era suo disegno di raggiungere il piano più elevato, buttarsi sul primo pavimento che minacciasse di sfondare, e farsi travolgere con esso nelle rovine.

Era giunto così al quarto piano, sotto l'arco di un uscio che poneva in comunione due stanze; le travi dei due solai crepitavano, e le fiamme ne uscivano qua e là lungo le pareti; egli scelse quello tra i due che pareva sarebbe sfondato più presto, ma vi s'era appena gettato che vide l'altro piegarsi nel mezzo, aprirsi e precipitare scompostamente con un orribil rovinio, mentre quello su cui egli stava distaccatosi soltanto dalle pareti, scendeva dolcemente tutto intero, e senza piegare, sfondando i piani sottostanti che ne ammorzavano l'urto e la rapidità col loro ostacolo.

In una parola Rosen si trovò in fondo come se ve lo avessero calato con delle carrucole, e non aveva avuto tempo a meditare sulla sua situazione, che gli spettatori, vistolo dalle finestre del pian terreno, vi penetravano da tutte le parti, e lo estraevano, suo malgrado, da quelle rovine.

Rosen era sì sofferente e sì addolorato che svenne. La folla piena di gratitudine e di ammirazione per lui, lo accompagnò, acclamandolo, fino ad un'altra casa del signor Caupin, dove fu portato in lettiga, e posto a letto per essere medicato delle sue ferite.

Nella sera di quello stesso giorno Lamperth, giunto a Montdidier, si recò al caffè della Pace, dove Rosen gli aveva dato convegno, e dopo avervi bevuto il fiore di latte, che ha fama di essere il migliore che si beva nella Francia, tolto in mano il giornale della provincia, vi lesse con suo stupore queste parole:

«Eroismo.—Un grande incendio si è sviluppato stamane nella casa del signor Caupin. Si avrebbero avuto a deplorare perdite dolorose,—quella dello stesso Caupin impedito nel camminare, e di due piccoli fanciulli—se un viaggiatore inglese arrivato in quel momento nella nostra città, non li avesse tratti a salvamento, gettandosi, senza esitare, nelle fiamme, e riportandone tali ferite che lo costringono al letto nell'altra casa dello stesso signor Caupin dove venne ricoverato. Egli è certo barone Alfredo di Rosen, nativo di Londra. Siamo lieti di annunciare che il comune di Montdidier, in seduta d'oggi, gli ha conferita ad unanimità di voti, la medaglia d'argento al valore civile.»

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Lamperth, dopo essersi informato del luogo ove era situata la casa del signor Caupin, andò a rendere una visita a Rosen. Lo trovò profondamente abbattuto, e sì trasfigurato dalle scottature e dalla perdita delle sopraciglia, dei capelli e della barba, che durò fatica a riconoscerlo. Lamperth stesso che non aveva un cuore tenero come la giuncata, si sentì tutto rimescolare a quella vista, e stendendogli la mano con atto di pietà e d'interessamento che pareva, ed era certo, sincero, gli chiese: Come state?

—Voi vedete in me, gli disse Rosen con aria di abbattimento profondo e senza rispondere direttamente alla sua domanda, voi vedete in me un uomo che è incontrastabilmente il più sventurato fra quanti abbiano patite sventure d'ogni sorta nel mondo. E ciò non di meno sento che questo dolore non ha il potere di uccidermi; e ho non so quale presagio nel cuore che mi dice che io devo vivere, vivere inesorabilmente a dispetto della mia volontà, e de' miei progetti. Ah! domandare soltanto di morire.... e non poter morire! È una cosa orribile!—Che volete? sono travagliato da un'idea fissa, da un dubbio, da un sospetto che mi atterisce. Sarei io mai dotato di una natura immortale? È un pensiero che mi fa rabbrividire, e non di meno non lo posso scacciare dalla mia mente. È un pensiero che se io fossi suscettibile di morire, basterebbe solo ad uccidermi.

—Sentite, riprese Rosen dopo qualche intervallo di silenzio, se io potessi morire di veleno, dopo il fatto di ieri, dopo che si conosce a Montdidier la mia qualità di barone, credete che potrei destare sospetto di suicidio?

—Non lo credo, disse Lamperth, ma dovete pensare che ne cadrebbe il sospetto sopra persone innocenti. Le cronache giudiziarie registrano a questo proposito dei fatti terribili, e i primi tentativi che avete fatto per morire vi hanno già creata una responsabilità abbastanza grave.

—È vero, interruppe Rosen, con accento mortificato, ma la verità verrebbe poi sempre alla luce.

E avendo veduto che Lamperth aveva come accennato del capo in atto di adesione, dopo un istante di silenzio, afferrò le sue mani, si sollevò un poco sul guanciale, e gli disse con suono di voce supplichevole:

—Lamperth, mio buon amico, ve ne scongiuro, deh! procuratemi un veleno.

—Impossibile, rispose Lamperth con aspetto grave e severo; io posso assistere alla vostra morte, posso assecondare fino ad un certo punto i vostri disegni, giacchè ho compreso che è impossibile di potervene distogliere; ma non posso procurarvi io medesimo i mezzi di morire. Rivolgetevi ad altri. La mia coscienza m'impedisce di favorirvi.

—Bene, bene, disse Rosen, sia come non detto, ma ciò non di meno voi sapete che ho della simpatia per voi.... voi siete incaricato di una lettera per mia moglie... avete ricevute le mie confidenze... ve ne prego, ottimo signor Lamperth, non mi abbandonate sì presto.... Se non posso morire qui, conto di venire con voi in Italia, dove credo che un uomo che non chieda che di morire, possa correre miglior fortuna che in Francia.

—Oh! in quanto a questo rassicuratevi, disse Lamperth, io vi seguirò dappertutto, e indugierò a partire da Montdidier fino a che non sarete guarito. Tanto più che si beve realmente dell'ottimo fiore di latte a Montdidier... bisogna dirlo, non è un cattivo soggiorno...

—No, no, riprese Rosen, vi ho passati alcuni mesi nella mia infanzia, e non è veramente un soggiorno dispiacevole, ma io non domando che di morirvi.

—Speratelo, conchiuse Lamperth stringendogli la mano, e accomiatandosi da lui; la fortuna è capricciosa, e può concedervi domani ciò che vi ha rifiutato oggi; e quando meno state in aspettazione delle sue grazie, colmarvi de' suoi doni e de' suoi favori. Ma rimanete tranquillo; verrò a rivedervi domani; spero trovarvi peggiorato.

Appena Lamperth si fu allontanato, ciò che Rosen aspettava con impazienza, egli fece chiedere d'un giovine commesso di farmacia che gli aveva recate alcune medicine, e applicate alcune striscie di taffetà nel giorno antecedente, e gli disse:

—Voi dovete essere un ottimo ragazzo, e ho in mente di giovarvi per quanto mi è possibile, combinando l'interesse vostro ed il mio in un affare che vado a spiegarvi in due parole. Il cuore mi dice che noi riusciremo a qualche cosa. Ecco come sta il fatto. Si tratterebbe di un.... bisognerebbe.... ascoltatemi.

—Dite, io sono tutto orecchi.

—Vado a spiegarmi: io ho un'amante nel mio paese, una ragazza a dovere... figuratevi... una bellezza rara, una bellezza prodigiosa; una di quelle donne che hanno diritto a pretendere in un amante delle attrattive irresistibili.... ora... non dico d'averle avute io, ma certo... voi lo vedete, la mia faccia, i miei lineamenti sono alterati, io sono ora un uomo brutto, diciamolo francamente, brutto, è la parola. Io non ho più il coraggio di farmi rivedere da lei in questo stato, ho preso una risoluzione energica, irremovibile; ho deliberato di... Come vi chiamate signor Tricotèt?

—Tricotèt, l'avete detto.