I
IL BEL GHERARDINO
CANTARE PRIMO
1
O Gesò Cristo, figliuol di Maria, che pegli peccator pendesti in croce, non seguitare la mia gran follia, sed io inver' di te mai fui feroce: concedi grazia nella mente mia, favoreggiando me colla tua voce, ch'io dica cosa ch'a te non offenda, e questa gente volentier la 'ntenda.
2
Con ciò sia cosa che questo cantare sia dei primi ch'io mai mettessi in rima, però vo' far perfetto incominciare, e ritornare al buon detto di prima, sicch'a costor, che mi stanno a ascoltare, piaccia e diletti dal piede alla cima: però averete ad ascoltar memoria ch'io vi farò d'una romana storia.
3
Nella cittá di Roma anticamente aveva una colonna in Campidoglio, che v'era scritto ogni uom prode e valente, saggio e cortese, come legger soglio; sicché, tornando brieve a convenente, d'un franco cavalier contar vi voglio, che fu figliolo di messer Lione, signor del Patrimonio per ragione.
4
Quando messer Lion venne alla morte, chiamò i suo' tre figliuoli a capo chino, e al maggior, che dovea regger la corte, raccomandò quel ch'era piú fantino, e questo fu che poi fu tanto forte, che si chiamava "lo bel Gherardino": dicendo:—Gherardin ti raccomando,— passò di questa vita lagrimando.
5
Dopo la morte di questo signore rimason tre fratei co' molto avere, e il piú cortese di lor fu il minore, che sempre corte volle mantenere; e gli fratelli n'avien gran dolore, perché facealo contra al lor volere; e' gli assegnaron parte del tesoro. E' fu contento, e partissi da loro.
6
Se prima tenne corte co' fratelli, poi la tenne maggior sette cotanti, con bracchi e veltri e virtudosi uccelli, palafreni e destrier co' molti fanti, sempre vestendo di molti donzelli, cavalier convitando e mercatanti; sicché per Roma e per ciascun cammino si ragionava del Bel Gherardino.
7
Oltra misura fu tanto cortese, che poco tempo la poté durare, e la sua povertá fu sí palese, che gli sergienti incominciò a cacciare; e, non avendo di che fa' le spese, senza cavallo non sapeva stare. E gli frategli né nissun parente di lui non ne voleano udir niente.
8
Bel Gherardin, che suo vita procura, di doglia e di vergogna si moria; ma pensossi d'andare alla ventura sol per escir di tal malinconia. Ed un donzel, ch'amava oltra misura, chiamò segretamente, e sí dicia: —Or vuo' tu venir meco, Marco Bello, ed io ti tratterò come fratello?—
9
E Marco Bello neente gli disdisse per la voglia ch'avíe di lui servire; ed al presente gli rispuose e disse: —Io vo' con teco vivere e morire.— E innanzi che di Roma e' si partisse a creatura nol fece a sentire: 'nsu n'un ronzino, ciascheduno armato, di Roma si partiron di celato.
10
E, cavalcando tutti traspensati, piú e piú giorni sanza dimorare, fûr una notte in un luogo arrivati, che non v'aveva casa ove albergare. E senza cena, la notte, affannati, non ristetton per ciò di cavalcare. E quando apparve l'alba de lo giorno, e Marco Bello si guardò d'intorno.
11
E, ragguardando per quella pianura, di lunga vide un nobile castello, ch'era cerchiato d'altissime mura. Al mondo non aveva un par di quello; non poria cantar lingua né scrittura d'esso, quant'era fortissimo e bello. E dentro sí vi aveva un bel palagio. E cavalcaron lá per prender agio.
12
Ma, quando furon giunti in quella parte, davanti a Gherardin venne un serpente; e uno grande orso (ciò dicon le carte) assalí Marco Bel subitamente: tali eran fatti star solo per arte, uomini solean esser primamente; e cosí gli assaliron su la strada, onde ciascun cacciò mano alla spada.
13
E lo serpente, per l'aria volando, davanti a Gherardin trasse a ferire; e Gherardin si difendea col brando, però che sapea ben dello schermire; dicendo:—Iddio, a te mi raccomando: non mi lasciar cosí impedimentire!— però che unque 'l serpente lo toccava coll'ale, tutte l'arme gli tagliava.
14
A Gherardin ne paria molto male che lo serpente gli facia tal guerra: ficcò la spada nel mezzo dell'ale, davagli un colpo, se 'l cantar non erra, che fu per lui sí pessimo e mortale, che di presente cadde morto in terra; e, nel cader che fe', misse gran guai, e disparí che non si vidde mai.
15
Morto il serpente, e Gherardin provide a Marco Bel, che combattea coll'orso, gridando a voce:—L'orso mi conquide, se da te, Gherardin, non hoe soccorso.— E Gherardin, che suo fatto ben vide, sprona il ronzino e inver' di lui fu corso; e, come l'orso lo vidde venire, Marco lascioe, e lui trasse a ferire.
16
Uno animal cosí feroce e visto, che non si vidde mai tra l'altre fiere, che colla branca quel ronzin fe' tristo, che morto cadde sotto al cavaliere. Gherardin chiama forte:—Iesú Cristo, ora m'aiuta, che mi fae mestiere!— E da Marco non potea avere aiuto, però che avea ogni valor perduto.
17
E Gherardin si levò prestamente: colla sua spada giá non fece resta, e ferí l'orso nequitosamente: davali un colpo di sopra la testa, che lo fendeva infino al bianco dente; e Marco Bel di ciò facea gran festa! E, nel cader, disse l'orso:—Donzello, tu hai morto il signor d'esto castello!—
18
E Gherardin, ch'avea la bestia morta, maravigliossi che l'udí parlare: nella sua mente tutto si conforta. A quel palagio presono ad andare; e, quando fûrno giunti a quella porta, e Marco Bello incominciò a picchiare, la porta fue aperta immantanente: ma chi l'aperse non videro neente.
19
Dismontarono e fûr sopra alla scala que' che l'un l'altro ma' non abandona. E, quando fûrno giunti in su la sala, non vi trovâr né bestia né persona. In quello tempo lo freddo non cala. Uno con l'altro insieme si ragiona. Per tal maniera dimorando un poco, ad un cammin vidon racceso un fuoco.
20
Sicché ciascun si facea maraviglia; ché chi 'l facesse non potien vedere. Guardandosi d'intorno a basse ciglia, per iscaldarsi andarono a sedere. Fra loro insieme ciaschedun pispiglia: —Se da mangiare avessimo e da bere, avventurati sarem sette tanti piú che non fûrno i cavalieri erranti!—
21
Benché persona non vi si vedesse, ciò che dicien fra lor erano intesi; e tavole imbastite furon messe, fornite ben di molti belli arnesi: ceri e lumiere v'eran molte e spesse; e que' baroni per le man fûr presi. Quando a tavola furono i baroni, recate fûr di molte imbandigioni.
22
Molto fûr ben serviti a quella cena, ma non vedien sergenti né scudieri; e poi, istando in cosí fatta mena, avevan sopra ciò molti pensieri; onde ciascun di lor ne stava in pena, e quasi non mangiavan volentieri. E, quando ebben cenato, e' ritornarono al fuoco, donde prima si levarono.
23
Quando fu tempo d'andare a dormire, in bella zambra ciascun fu menato, e a uno bel letto, ch'io nol potrei dire. Bel Gherardin vi si fu coricato, ed una damigella, a lo ver dire, si fue spogliata di presente a lato, dicendo:—Non aver di me spavento, ch'io son colei che ti farò contento.—
24
E Gherardin, che le parole intese, rassicurato fu co' lei nel letto; e la donzella fra le braccia prese, che di bellezze non avea difetto; e sopra il bianco petto si distese, baciando l'un l'altro con gran diletto. E, s'egli è vero quel che il cantar mostra, piú e piú volte d'amor feciono giostra.
25
Signor', sacciate che questa donzella si faceva chiamar la "Fata bianca", e mantenea cittadi e castella con molta quantitá, se il dir non manca. Del serpente e dell'orso era sorella: delle sette arti vertudiosa e franca, contrafatti per arte gli fea stare, per poter meglio il suo signoreggiare.
26
Quando ebbono assaggiato il dolce pome, avendo l'uno l'altro al suo dimino, la Fata bianca il domandò del nome, e egli rispuose:—Lo Bel Gherardino.— E po' sí le contò il perché e il come della cittá di Roma e' si partîno, e come ciò che in questo mondo avía, tutto l'avea dispeso in cortesia.
27
E, quando quella damigella intese come cortese e largo egli era istato, d'una amorosa fiamma il cor l'accese, che non trovava posa in nessun lato; e Gherardino fra le braccia prese, e con bramosa voglia l'ha baciato. Ed e', veggendo la sua innamoranza, come da prima incominciò la danza.
28
Come del giorno apparve alcuno albore, la Fata bianca in piè si fu levata, ed una roba d'un ricco colore a lo Bel Gherardin ebbe recata. E poi a Marco Bel, suo servidore, un'altra bella n'ebbe rapportata. E quando tempo fu, sí si levarono; vestirsi quegli, e li lor non trovarono.
29
Se Gherardin parea prima giocondo ch'avesse roba di si gran valenza, ben parea poi signor di questo mondo, tanto era bella la sua appariscenza! Di zambra uscí, e Marco Bello secondo, che non v'era persona di presenza, se non quella donzella che gli guata, che nolla veggon, perché sta celata.
30
Disse Bel Gherardino allo scudiere: —Andiamo un poco di fuori a sollazzo,— e uno bel palafreno ed un destriere trovâr sellati, e non v'avea ragazzo! montârvi suso, e non v'avien ostiere! Gherardin corre il destriere a sollazzo, e be' lo mena a sinistra ed a destra, e la donzella stava alla finestra.
31
Quando a lor parve tanto essere stati, e' tornâro al palagio a disinare: ed ogni giorno s'erano avezzati d'uscir di fuori un poco a sollazzare; e ogni volta, quand'erano tornati, trovavan cotto per poter mangiare. Ed ogni notte, per diletto, avea Gherardin quella che il dí non vedea.
32
Tre mesi e piú cotal maniera tenne Bel Gherardin con allegrezza e strada; ed una notte sí gli risovenne della sua gente e della sua contrada. E quando quella pena sí sostenne, piú non vedea quella che sí l'agrada; e' con temenza alla donzella disse che le piacesse che si dipartisse.
33
E disse:—Dama, non vi sia pesanza, se contro a la tua voglia io ti parlassi; io t'adimando e cheggio perdonanza, s'alcuna cosa nel mio dir fallassi: d'andare a Roma i' ho grande disianza: di subito morrei, s'io non v'andassi. Però ti priego che tu mi contenti, ch'io veder possa gli amici e' parenti.
34
E la donzella al cor n'ebbe gran doglia, ch'a gran fatica gli fece risposta. Per Gherardin tremava come foglia, considerando che da lei si scosta. Ma pur, veggendo sua bramosa voglia, sí gli rispuose, quando ella ebbe sosta: —Ben ch'il mio cor del tuo partir tormenta, po' ch'a te piace, ed io ne son contenta.—
35
A la partita gli donava un guanto, e disse:—Ciò che vuogli, tu comanda; e tu l'avrai; non chiederesti tanto, cavalieri o danari over vivanda.— Queste parole gli disse con pianto; ma finalmente cosí gli comanda: —Non sia persona a cui lo manifesti, ché ciò che tu averai, sí perderesti.
36
E quella gente, che tu troverai, con teco mena, ch'e' ti ubidiranno. Di me sovente ti ricorderai; ma fa' che tu ci sia in capo all'anno: in tua presenza allor mi vederai con molte dame che mi serviranno; e sposera' mi a grandissimo onore: sarò tua donna e tu siei il mio signore.—
37
Perché a Roma torna volentieri, Bel Gherardin da lei prese commiato. E covertati trovò due destrieri, sí che ciascuno a cavallo è montato: e mille cinquecento cavalieri trovò fuor del castello insú in un prato; e sessanta vestiti ad una taglia, e molta salmeria, se Iddio mi vaglia.
38
Siccome valoroso capitano. Bel Gherardin disse lor:—Cavalcate.— Eglin gridâr:—Viva il baron sovrano!— con molte trombe innanzi apparecchiate; ed ogni gente fuggía per lo piano. E cosí cavalcâro piú giornate, tanto che fûr nel contado di Roma, e la novella a la cittá si noma.
39
Quando fûr pressi a Roma, a cinque miglia, tender vi fe' trabacche e padiglioni: e il padre santo se ne maraviglia, che non sapea di lor condizioni: montò a cavallo con la sua famiglia, con compagnia di molti altri baroni, ed altra gente molta e' suoi fratelli contra a costoro andâro per vedelli.
40
E il padre santo ben lo cognoscea, siccome egli era di grande legnaggio. e, co' fratelli insieme, gli dicea: —Donde avestú cotanto baronaggio?— Ed egli a tutti quanti rispondea: —Come Iddio volle, io ho tal signoraggio.— E tanto non poteron domandare, che volesse altro lor manifestare.
41
Ne la cittá con grande onore entrava Bel Gherardin e sua gente pregiata, ed ogni gente si maravigliava della gran baronia ch'avíe menata: e tutta gente di lor ragionava, facîendo festa della sua tornata. E co' fratelli in casa si ridusse con quella gente ch'a Roma condusse
42
Sí bella corte tenne quel barone, che dir non si potrebbe né contare. Se v'arrivava giullare o buffone, era vestito sanza addomandare; e non sapea neun suo condizione, come potesse sí corteseggiare. E ben tre mesi fe' corte bandita, che per vertú del guanto era fornita.
43
E una sera, quand'ebbono cenato, e la madre il chiamò segretamente, e disse:—Figliuol mio, dove se' stato, po' che del tuo partir fui sí dolente?— E poi appresso l'ebbe dimandato come potea tener cotanta gente; e finalmente tanto il dimandoe, che ciò ch'egli avíe fatto le contoe.
44
E disse siccome egli aveva avuta la Fata bianca, che l'era suo sposa. E, come la parola fu compiuta, dipartissi la gente ed ogni cosa, e la vertú del guanto fu perduta; onde suo madre fu molto crucciosa. E Gherardino e Marco, lagrimando, partirsi, e lei lasciaron sospirando.
45
Sol ha un ronzin ciaschedun, sbigottito. Gherardin mosse lo ronzin predetto, e cavalcando partesi smarrito, e ragionando andava il suo difetto. Siccome della fata fu marito, nel secondo cantar vi sará detto, e come del paese fu signore. Questo cantare è detto al vostro onore.
CANTARE SECONDO
1
O Padre, e Figlio, e Spirito Santo, che venir ci facesti in questo mondo, al vostro onor comincio questo canto. Benché 'n semplicitade ognora abondo, concedi grazia ne lo mio cor tanto, ch'assai piú bello sia, ch'è lo secondo; e, se a lo primo avessi a voi fallato, per lo secondo fie ben ristorato.
2
Signori e buona gente, voi sapete che in prima è l'uom discepol che maestro; e le vertú, ch'agli uomini vedete, procedon dal Signor, Padre cilestro. Però s'i' fallo, non mi riprendete, che di tal arte non son ben maestro: che vi vo' dire, col piacer divino, ciò che intervenne a Marco e a Gherardino.
3
Nell'altro cantar sapete ch'io dissi come a la madre manifestò il guanto, e come la suo gente dipartissi, e rimasono in tormento ed in pianto; or vi dirò che, seguitando, addissi. Pognendo ogni pensiero da l'un canto, ascoltate, signori, in cortesia, ch'io intendo trarvi di malinconia.
4
Bel Gherardino e Marco si partiéno, addolorati nel core amendue, e come fuori della cittá usciéno, Gherardin disse il fatto come fue, dicendo:—Marco mio, come faremo, che danar né derrate non ci ha piue?— E Marco disse:—Non ci sgomentiamo: a quella dama ancor ci ritorniamo.—
5
E, cavalcando insieme per costume, arrivarno una sera lungo il mare ad una fonte dove mette un fiume, che 'l conveniva loro pur passare; ed era notte e non si vedea lume, ma pure incominciarono a passare. E come furon nel mezzo del varco, dentro vi cadde Gherardino e Marco.
6
Ciascun ronzino pel fiume fuggiva, e' cavalier' l'un l'altro non vedea. Cosí ciascun tornando inver' la riva, la sua disaventura ognun piangea. Ed in quel tanto una donna appariva in una navicella, e si dicea: —Deh, come ti sta bene ogni mal c'hai, Bel Gherardin, po' che voluto l'hai!—
7
E nella nave Bel Gherardin chiama, e medicollo, ch'avea sconcio il braccio, e disse:—Io son scrocchia della dama; per lo suo amor ti fo quel ch'io ti faccio: però che soe ch'ella cotanto t'ama, sí ti volli cavar di questo laccio.— Ad una ròcca, che era in mar, menolli; dentro v'entrâr cosí fangosi e molli.
8
La dama si partie; e quel valletto riman con Marco Bel malinconoso; e riguardandosi l'un l'altro il petto, e Gherardin veggendosi fangoso, uscí fuori ed entrò in uno barchetto sol per lavarsi dov'era terroso. E come la nave fue di lui carca, una fortuna menò via la barca.
9
E la donzella fu tanto maestra, che gli fe' pace far colla scrocchia; poi si partine valorosa e destra, ed entrò in mare e fu presso alla ròcca e chiamò Marco, ch'era alla finestra, a maggior boce che l'uscíe di bocca: perché Bel Gherardin non v'avea scorto, fra suo cuor disse:—Questi fia morto!—
10
Quando ella ne la ròcca fue entrata, trovoe Marco far sí gran lamento. Ella diceva:—Oh lassa isventurata! ov'è lo mio signor, che io nollo sento? Or ben si crederá la Bianca Fata, ch'io l'abbia fatto questo a tradimento! Dimmi che n'è, o io m'uccideraggio.— Ed e' rispuose:—Ed io vel conteraggio.
11
Vedendosi fangoso, come adviso —disse il donzel, battendosi la gota,— e' si volea lavar suo' mani e viso, che si n'era cotanto pien di mota. Guardandol io da la finestra a fiso, entrar lo vidi in una barca vota; e come vi fu dentro, in fede mia, una fortuna venne, e menòl via.—
12
Disse la dama:—Non ci diam piú ira, e mise Marco Bello entro la nave; e, navicando, tanto fiso il mira, ch'Amor nel cor ne le mise una chiave; sicché, parlando, per amor sospira. E, ragionando, per lo mar soave, la barchetta in una isola percosse, sicché la dama tutta si riscosse.
13
E Marco Bello, che di ciò s'avvide, che la donzella avíe avuta paura, co' lei insieme forte se ne ride, e dice:—Or, donna mia, te rassicura, ch'io t'imprometto, ch'amor mi conquide, se io non godo tuo gentil figura.— E poi discese in terra quel donzello, ed appiccò la nave a un albuscello.
14
E la donzella del legno discese, che forse voglia di lui n'hae maggiore, e contra a lui niente si contese: in su l'erbette sopra al bianco fiore Marco Bello di lei diletto prese molte volte, baciandola d'amore. E poi andaron nella navicella per ritornare alla Bianca donzella.
15
La fata, che gli aspetta con letizia, e lo Bel Gherardin co' lor non vede, nello suo cuor sí n'ebbe gran tristizia, e che fie morto veramente crede: ma, pur udendo che sanza malizia l'aqua sí 'l n'ha menato, si die' fede che fosse vivo, cosí fatto stando; e stette insin che fu compiuto l'anno.
16
E lo Bel Gherardin, per la fortuna, al porto d'Allessandria fu arrivato, lá dove molta gente si raguna. In quella notte il mare fue crucciato: non si vedea, tanto era l'aria bruna. In quella terra cosí era usato, che, se v'arriva niuno cristiano, si egl'era imprigionato dal Soldano.
17
In quella notte fûr presi e legati, e fûr menati davanti al signore, e comandò che sieno imprigionati tutti i cristian per maggior disinore. Cosí ne fur nella prigion serrati tutti i cristian ciaschedun a furore. Gherardino dall'un canto si stava, e mai nel viso non si rallegrava.
18
E quando venne terza, la mattina, una che dava mangiare a' prigioni, che per usanza mandava la Reina di quel che mangiava ella e i suoi baroni, e lo Bel Gherardin per cenno inchina: —Dimmi chi se', e vo' che mi perdoni.— Et e' rispuose molto volentieri: —Io sono un damicel che fu pres'ieri.—
19
E la donzella a casa fu redita, e disse a la reina di costui: —Madonna mia, in tempo di mie vita non viddi un bel donzel come colui!— E come ella ebbe la parola udita, subitamente innamoròe di lui, e fecelo venire a sé davanti, ed e' s'inginocchiò con be' sembianti.
20
Ed ella, raguardandol nel visaggio, sí 'l domandò:—Sapresti tu servire?— et e' rispuose:—Molto di vantaggio, di coppa e di coltel me' ch'altro sire.— Ed ella, lo veggendo tanto saggio, si 'l dimandòe, se vuole ubbidire. Ed e' rispuose:—Molto volontiere farò, madonna, ciò che v'è in piacere.—
21
Cosí fu Gherardin suo servidore, che di tale arte era molto sottile: e quel signor gli puose molto amore, che quasi tutti gli altri tenne a vile. E la reina ne 'nfiammò nel core, perché ella il vedea tanto gentile. Ella li disse:—Il tuo amor mi bisogna!— Egli rispuose con molta vergogna:
22
—Io v'addomando e cheggio perdonanza, ch'i' non farei tal fallo al signor mio.— Ed ella il prese con molta baldanza, dicendo:—Se non fai quel ch'io disio, io griderò, che non è mia usanza, e farotti morire, in fé di Dio.— E in quel punto gli gittò il braccio in collo; e cosí il prese per forza e baciollo.
23
Ed e', veggendo che non può stornare che egli non faccia il suo comandamento, fra suo cuor disse:—E' mi convien pur fare, ed io ne vo' fornire il suo talento.— E sí la prese sanza piú indugiare; del gran disio, ch'è pieno d'alimento, al suo voler di quelle rose colse, e poscia per piú volte se ne tolse.
24
Istando Gherardino in tale stato, la Fata bianca fa di lui cercare. Quando ella vede che non l'ha trovato, disse:—Al postutto io mi vo' maritare, perch'ella vede che l'anno è passato, che per sua donna la dovíe sposare. Allor per tutto il mondo il bando manda; gli amici priega ed i servi comanda,
25
da parte de la Fata, che si mostra, ch'ogni prode uomo e di grande ardimento de l'arme s'apparecchie e facci giostra, e per combatter vada al torniamento. E chi avrae l'onor di quella giostra, la sposerae con grande adornamento; siccome "re signore" fia chiamato, a la donzella insieme incoronato.
26
Quando il soldano udí quel bando andare per Alessandria, mosse con sua gente, e lo Bel Gherardin volle menare. E' non volea, per essere ubidente. Quando fu ito, incominciò a parlare a la reina molto umilemente: —Datemi la parola, alta reina, ch'io vada a quello stormo domattina.—
27
Disse la dama:—Avresti tanto ardire che tu ti dipartissi e me lasciassi? Ma volentier vi ti lascerei ire, se io ne credessi che tu a me tornassi.— Ed e' rispuose:—Dama, a lo ver dire, non potrebbe stornar ch'io non v'andassi, che io credo sposar quella fanciulla: di ritornar non v'imprometto nulla.—
28
Quando ella vide ch'elli n'era acconcio d'andare a quello stormo sanza fallo, sí gli rispuose, portandoli broncio: —Sanza te, mai non avrò buono stallo. Ma ben che la tua andata mi sia sconcio, io pur ti donerò arme e cavallo; ma tu mi giurerai, se Dio ti vaglia, d'uccidere il soldan nella battaglia.
29
Però che mi pare tanto invecchiato, che non val nulla a la mia giovanezza; non posso sofferir di stargli a lato, pensando che ha a goder la mia bellezza! Prenditi cura a provveder mio stato: se ti vien fatto per me tal prodezza, a lo tuo senno mi mariterai; saroe contenta piú che fossi mai.—
30
Poi gli donòe tre veste di zendado, una verde, una bianca, una vermiglia, e tre destrier, che si veggon di rado piú begli intorno a cinquecento miglia. De l'aver tolse quanto li fu a grado, donzelli e fanti con molta famiglia, trabacche e padiglion: poi si partío da la donzella e accomandossi a Dio.
31
E tanto cavalcò per piú giornate, che giunse presso a lo stormo predetto, ed allungossi ben due balestrate per istar piú celato in un boschetto. E disse a la sua gente;—Or m'aspettate, ch'io vo' veder come il campo è corretto.— E vidde il soldano ch'era campione, e ritornòe inverso il padiglione.
32
E la mattina, come apparve il giorno, la Fata bianca vae agli balconi con molte dame e damigelle intorno, per veder que' che votasse gli arcioni. Come la gente udí sonare il corno per la battaglia, parevan leoni. Quale era proe e quale era codardo; il soldan sopra tutti era gagliardo.
33
E lo Bel Gherardin, veggendo questo, che quel soldan sí malamente lancia, in sul destriere cosí armato e destro, pigliò lo scudo ed imbracciò la lancia. Veggendo che 'l soldan fa tal molesto di questa gente, non gli paríe ciancia. Veggendo che ciascun contro a lui perde, andògli incontro colla vesta verde.
34
E tal colpo gli diè sopra lo scudo, che 'l fece a terra del destrier cascare. Agli altri si volgea col brando ignudo; beato chi meglio lo può levare! Però ch'ogni suo colpo è tanto crudo, chi ne pruova uno, non ne può scampare; sicché il campo fu suo per questa volta, poi ritornava nella selva folta.
35
Disse la dama, ch'è stata a vedere: —Dove andò il cavalier di verde tinto?— E da la gente nol poté sapere chi fosse que' ch'avie lo stormo vinto. Altri dicea:—Egli è uno cavaliere, egli e il cavallo di verde dipinto!— E di lui non è altri che risponda; sicché vedremlo alla volta seconda.
36
Al secondo sonar l'altro mattino, el soldan d'Alessandria die' per costa; e quale iscontra al dubbioso cammino, la suo venuta molto cara costa: e, combattendo come paladino, rimase il campo a lui in poca sosta, gli altri fuggendo, il soldan seguitando, mettendogli per terra, scavalcando.
37
E lo Bel Gherardin molto sdegnosse, veggendo che 'l soldano era vincente. Dal padiglion di subito si mosse, inver' di lui cavalca arditamente, e per sí gran possanza lo percosse, che morir crede quando il colpo sente, e sbalordito fugge e non soggiorna: e Gherardino al padiglion ritorna.
38
Tutta la gente, che d'intorno stava, cridavan:—Viva il cavalier vermiglio!—e la donzella si maravigliava, e colle dame faceva consiglio: ed in quel punto nel suo cuor pensava: —Sed e' ci torna, io gli darò di piglio!— E dice a l'altre:—Deh! guatate donde dello stormo esce e dove si nasconde.—
39
La Fata bianca, al cavalier pensando, addormentar non si puote la notte, e nel suo cuore giva immaginando: —Chi sare' que' che vien pure a sodotte? Quando lo stormo ha vinto, tal domando, par che nascoso sia sotto le grotte! Il cuore in corpo tutto mi si strugge di voglia di saper perché si fugge.
40
E uno pensier nel core levo adesso: sarebbe questi il mio antico sposo? Io lo 'nprometto a Dio, che, se fosse esso, altro marito che lui i' tôr non oso, conciosacosa ch'io gliel'ho inpromesso: senza lui ma' non credo aver riposo.— E disse:—Signor mio, datemi grazia, ch'io abbia del suo amor la mente sazia!—
41
E, quando il giorno chiaro fu apparito, fece sonar le trombe e li stormenti. I cavalieri furno al cerchiovito, e molti fan pensier d'esser vincenti. A tanto giunge il cavaliere ardito, ciò fu il soldan, con altri sofficienti, che per un suo nipote combattea, che per marito a lei darlo credea.
42
Quando le schiere furon tutte fatte, presente quella ch'è cotanta chiara, il soldan, che in sul campo combatte, fa tristo quel che innanzi gli si para, però che del destrier morto l'abatte, e tal ventura a molti costa cara. E molta gente gli fuggiva innanzi, sicché è mestier che tutti gli altri avanzi.
43
Veggendo la donzella che il soldano gli altri baron di prodezza avanzava, pensando aver per marito un pagano, nella sua mente forte dubitava, e spesse volte a l'alto Iddio sovrano nella suo mente si raccomandava, e dicea:—Signor mio, se t'è in piacere, fa' ritornare il franco cavaliere!—
44
E lo Bel Gherardino niente tarda; coll'arme bianca uscíe della trabacca. E la donzella, che da lunge il guarda, che correndo il cavallo venne in stracca, fra l'altre dice, di color gagliarda: —Questo soldano ci è omai per acca, ch'io veggio il cavalier, ch'è cosí franco, a lo stormo tornar vestito a bianco.—
45
Come a lo stormo il Bel Gherardin giunse, riconobbe il soldano a l'armadura, e 'l buon destriero degli sproni punse: abbassa l'asta e inver' di lui procura, e co' la lancia in tal modo l'aggiunse, che il fe' cadere in su la terra dura. E, qui ismontando, di franchezza giusto, e' tagliolli la testa da lo 'nbusto.
46
E rimontò a cavallo arditamente; piú presto che non fu giammai levriere, innanzi li fuggia tutta la gente, gridando:—Viva il franco cavaliere!— Cosí del campo rimase vincente, come il lion, signor de l'altre fiere. Incoronato insieme fue co' lei, con tal onor che contar nol potrei.
47
Po' ch'a la Fata ebbe dato l'anello, gran festa fae che l'hae ricognosciuto. E la serocchia diede a Marco Bello, ed hallo sempre con seco tenuto. E quella del soldan diede a un donzello di gran legnaggio, cortese e saputo; e novanta anni vivette signore. Questo canto è compiuto al vostro onore.
II
PULZELLA GAIA
CANTARE PRIMO
1
Intendete me ora tutti quanti in cortesia ed in buona ventura: dire vi vo' de' cavalieri erranti, ch'al tempo antico andava all'avventura. In corte allo re Artú sedean davanti, secondo come parla la scrittura, incominciando di messer Troiano, che fece un vanto con messer Galvano.
2
Messer Troiano disse:—O compagnone con teco i' voglio impegnare la testa, chi addurrá piú bella cacciagione di nullo cavalier di nostra gesta.— Quando elli fecion la impromissione, al re e alla reina fe' richiesta; e ciaschedun la lesta sí impegnava, chi cacciagion piú bella appresentava.
3
Entrati i cavalieri a quelle imprese, inverso 'l bosco preson lor cammino. Messer Troiano una cerva sí prese, ch'era piú bianca di un armellino. E tuttavia la menava palese: veder la potea grande e piccolino. Davanti lo re Artú saluta e inchina; poi presentolla a Ginevra regina.
4
Messer Galvan cavalca alla boscaglia: allo levar del sole ebbe trovato una serpe, che 'l chiese di battaglia; sopra lo scudo ella li s'ha gittato. Messe mano alla spada, che ben taglia, credélla aver ferita nel costato: la serpe, che sapeva ben scremire, messer Galvan non la puote ferire.
5
Infin a mezzogiorno ha contrastato messer Galvan con quella sozza cosa; un solo colpo non li può aver dato, tant'era quella serpe poderosa. L'elmo e lo scudo aveva infiammato; messer Galvano non trovava posa. Messer Galvano disse:—Aimè lasso! che sozza cosa m'ha condotto al basso!—
6
Messer Galvano a terra si smontava, e disse:—Lasso! ch'io mi rendo morto. La serpe andava a lui e sí parlava, e disse:—O cavalier, prendi conforto.— E dolcemente lei lo addimandava: —Dimmi la veritade, o giglio d'orto, per cortesia e per amor di donna: saresti della Tavola ritonda?—
7
Messer Galvano allor li rispondía, e nello cuore avea fuoco ed ardura; delle man per lo viso e' si fería, vedendo quella sí sozza figura: —Della Tavola esser mi credía; or non son piú, per la disavventura, a dir ch'io sia, e non avere ardire sí sozza cosa conduca al morire!—
8
La serpe disse:—Deh! non ti sdegnare, o cavaliero, se tu non m'hai morta. Quanti n'è qui e n'è di lá dal mare de' piú pro' cavalieri che arme porta, un solo colpo non mi potria dare, tanto io sono poderosa e accorta. Giá piú di mille aggio discavalcati: tu se' lo fior di quanti n'ho trovati.—
9
Disse messer Galvano:—Io non mi sdegno se non per tanto ch'io non ho la morte, da poi che piace all'alto Dio del regno che la sventura mia sia tanto forte, che cosí sozza cosa con suo ingegno m'abbia condotto a cosí mala sorte. Dammi la morte e piú non indugiare, ch'io non ti vo' veder piú, né parlare.—
10
La serpe disse:—O sire, in cortesia, dimmi 'l tuo nome e non me lo celare; ch'è un gentil cavaliere in fede mia, che lungo tempo l'ho avuto a amare. Se tu se' desso, o dolce anima mia, di ricche gioglie t'averò a donare; che mai piú ricca gioglia né piú bella non ebbe cavalier che monti in sella.—
11
Messer Galvan rispose:—Altri che Dio di te non poría fare cosa bella; ma, poi che vuoi saver lo nome mio, lo sire Lancilotto ogn'uom m'appella.— La serpe li pon mente con disio, e disse:—Tu m'inganni alla favella. Di arme ho avuto a far con Lancilotto: tu se' di lui molto piú saggio e dotto.—
12
Messer Galvano sí prese a parlare, e sí li disse molto umile e piano: —Ora m'intendi, pessima mortale— e l'elmo si cavòne con la mano, —vegno appellato da tutti 'l liale e avventuroso cavalier Galvano. Se da te scampo ch'io non sia morto, i' prenderò allegrezza e gran conforto.—
13
La serpe l'udía molto volentieri; di quella forma s'ha strafigurata: piú bella che una rosa di verzieri si fece una donzella dilicata; e disse:—Ora m'abbraccia, o cavalieri, ch'io sono la tu' amanza a sta fiata.— Puoseli 'l braccio al collo e l'ha abbracciato, dicendo:—Tu se' quel c'ho disiato.—
14
Messer Galvano allor ne fu gioioso, e di buon cuore abbracciò la donzella. Ed ella:—O cavaliero avventuroso piú che nullo che mai montasse in sella!— E lui li disse:—O bel viso amoroso, voi che parete in tutto un'angiolella, dite chi sète e di cui sète nata, voi che parete un'angiola informata.—
15
La donzella rispose umile e piana: —Io tel dirò, da poi che 'l vuoi sapere. Figliuola i' son della fata Morgana, di quella donna che guarda l'avere. Molto gran tempo i' son stata lontana, e sí t'ho disiato pur vedere. Pulzella Gaia m'appella la gente: or di me prendi gioia allegramente.—
16
Messer Galvan non fece piú dimore, abbracciò la donzella, a quel ch'io sento, e della rama ben ricolse il fiore della donzella piena d'olimento. E disse:—Ogni bellezza, o dio d'amore, m'avete data qui a compimento!— E cosí stetton fin nona passata Galvano con la rosa imbalconata.
17
Messer Galvano allor s'arricordava della testa ch'avea messa al paraggio; forte cominciò a pianger, lagrimava, perduto ebbe 'l colore del visaggio. La damigella allora li parlava, dicendo:—Cavaliero pro' e saggio, la veritá mi di' senza tardanza: forse non t'è 'n piacer ch'io sia tu' amanza?—
18
Messer Galvano disse:—Anima mia, di te mi tegno ricco e piú pagato che se lo mondo avessi in mia balía e 'l paradiso poi mi fosse dato. Ma da te mi part'or con gran dolía, mai non credo vederti in nessun lato. A corte e' mi conviene andar morire, c'ho fatto un vanto, e nol posso fornire.—
19
E la Pulzella disse:—O amor mio, to' questo anello e teco il porterai. Quante cose che son di sotto a Dio, se tu gliele addimandi, tu le avrai. E, quando mi vorrai al tuo desio, a questo anello m'addomanderai. Ma non manifestar la gioia avuta, ché l'anel la vertú avria perduta.—
20
Messer Galvano alla Pulzella giura di quella gioi' mai non manifestare, e infin la sera, appresso a notte scura, di lei e' non potevasi saziare. La serpe ritornò in sua figura; messer Galvano prese a cavalcare; e 'l primo don, che dimandò all'anello, si fu un destriero poderoso e bello.
21
E lo destrier li si fu appresentato; davanti gliel menava uno scudieri. Messer Galvano suso fu montato, e gioioso cavalca pel sentieri. Poi dimandò che presto li sia allato immantinente cento cavalieri, e dodici baron feriti a morte, che per prigioni andassono alla corte.
22
Poi dimandò una nuova cacciagione, che piedi di caval di drieto avesse, e quei davanti piedi di grifone, la coda d'uno pesce fatta avesse, e le ali con le penne di pavone, lo viso d'una femmina paresse, e un occhio avesse negro e l'altro bianco: sí nuova fiera non fu vista unquanco.
23
Li baroni sí giunsono alla corte e di messer Galvan fecion richiamo, che lui li avea feriti tutti a morte, —E noi per suo' prigioni ci rendiamo.— Poi con letizia giunse il baron forte, e i cavalier tutti incontra li andârno. Per vedere la caccia ch'ei menava molti baroni incontra si li andava.
24
Messer Galvan con cento cavalieri molto gioioso venía cavalcando; ciascuno aveva accanto 'l suo scudieri, con due poi drieto, in mezzo lor menando la nuova fiera sopra d'un destrieri: intorno tutti l'andavan guardando; giá non aspetta la madre la figlia per andar a veder tal meraviglia.
25
Piccoli e grandi, ognun sí l'inchinava; tutti dicevan:—Ben vegna 'l barone!— e quella nuova fiera, ch'ei menava, alla reina sí l'appresentòne. E la reina quella sí accettava, e in una zambra la messe al balcone; e tutti quei che quella sí vedeva molta gran meraviglia sen faceva.
26
Troiano avea paura di morire, e della corte tosto si partía. Messer Galvano si puose a dormire, e fu svegliato all'alba della dia. Ed all'anello tosto prese a dire: —Ora ti priego, non fare indugía! e tosto e di presente fa' che appaia nelle mie braccia la Pulzella Gaia.—
27
Dappoi li fu in piacer ch'ella venisse, e la Pulzella fu nelle suo bracce; entrambi duo pareva che morisse; piú si distendon che non fanno l'acce. E la Pulzella a lui quivi sí disse: —Fa' che lo nostro amor non si discacce! non lo manifestare e non lo dire, se questa gioglia tu non vuoi fornire.—
28
Messer Galvan rispose:—Non dottare! Or per la terra ogni dí egli armeggiava; tutta la gente fea meravigliare per la grande allegrezza ch'ei menava. E la reina lo fece chiamare, e in una zambra lei sí lo guidava. Di ricche gioglie li mostrò per certo: di sua persona li parlò scoverto.
29
Messer Galvan non ne vòlse far niente della regina suo vil piacimento. E la regina fe' venir presente donne e donzelle, e fece un torniamento. Li cavalieri, armati immantinente, fûr sul palazzo senza restamento. —Ciascun si vanti—disse la reina, —ch'io vo' sapere chi ha gioia piú fina.
30
Tutte le donne e tutte le donzelle e i cavalier si presono a vantare ciascuno delle gioie le piú belle, e quelle poi li convenía provare. Messer Galvano stava in mezzo d'elle, e poi e' cominciò cosí a parlare: —Dappoi che ciascheduno s'è vantato, io sopra ciò non voglio aver parlato.—
31
La regina chiamò messer Galvano, e li disse:—O malvagio iscognoscente, di questa corte tu se' 'l piú villano: tu non ti vanti di nulla al presente, ora ti dái un vanto piú sovrano di nullo cavaliero immantinente. Se tu se' cotal uom come ti fai, sovr'ogni cavalier ti vanterai.—
32
Allor messer Galvan disse:—Io mi vanto, e d'està cosa i' mostrerò certanza: io son avventuroso di cotanto piú d'ogni cavalier che porti lanza; e chi cercasse il mondo tutto quanto, non troveria una sí bella amanza come è la mia gentile damigella; e quella è il fiore d'ogni donna bella.—
33
E la reina disse a tutti quanti: —Lo bando della corte ora intendete, conti e baroni e cavalieri erranti, piccoli e grandi, quanti voi qui sète. Ciascheduno che s'hanno dato vanti, il terzo giorno a me ritornerete. Chi s'è vantato, e nol possa provare, tosto la testa li farò tagliare.—
34
La baronia di corte fu partuta; messer Galvano in suo zambra fu ito, ed all'anello disse:—Ora m'aiuta! tosto ti muovi, o messaggiero ardito, e la Pulzella Gaia mi saluta: di' ch'ella vegna col viso chiarito.— La vertú dell'anello era mancata, per quella gioia c'ha manifestata.
35
Messer Galvano forte lagrimava, e disse:—Lasso! ch'io mi rendo morto.— E a quell'anello pur si richiamava: —Di quel ch'io dissi i' non mi fui accorto!— e fortemente lui lo scongiurava: —Or mi soccorri, ch'io son a mal porto!— All'anel non valea lo scongiurare, ché piú vertude e' non poteva fare.
36
E 'l terzo giorno disse la regina: —Ciascuno del suo vanto sia fornito.— Messer Galvan di pianger non rifina, e nello viso tutto era smarrito. E sí chiamava:—O giovane fantina, Pulzella Gaia dal viso chiarito: se a te pur piace ch'io non sia morto, ora mi scampa, ch'io son a mal porto!—
37
Del terzo giorno fu il termin passato, all'anel non valea lo scongiurare; e per Galvano allora fu mandato, che tosto ei si dovesse apparecchiare venire a corte, dove è giudicato che a lui bisogna la testa tagliare. Drappi di seta nera ei s'è vestito: messer Galvano alla corte fu ito.
38
Disse lo re Artú:—Vegnami avanti lo ciocco, e la mannaia, e la mazza, con i baroni e cavalieri erranti, e tosto tutti vadan ver' la piazza.— Piangendo se ne andavan tutti quanti; messer Galvano ciascuno sí abbraccia. Donne e donzelle, tutte allor piangea d'un sí pro' cavalier ch'elli perdea.
39
Messer Galvan, lo nobile barone, lo ciocco e la mannaia lui portava; e questo fea perch'elli era ragione; ed aveal tolto a colui che 'l guidava, dicendo:—Poi ch'i'ho fatto tradigione alla Pulzella, che tanto mi amava, dappoi ch'i'ho fallato allo mio amore, ben è ragion ch'io muora con dolore.—
40
Messer Galvano alla piazza ne andava: di seta un drappo li fu appresentato. Messer Galvano suso si montava, lo ciocco e la mannaia have posato. Tutti li cavalier gran duol menava del buon Galvano, cavalier pregiato; e poi ciascuno indrieto torna presto: sua cruda morte non vuol aver visto.
41
Messer Galvano sí prese a parlare, e disse allo re Artú:—Or m'intendete: la baronia fate presto tornare; questa grazia, per Dio, mi concedete! Da tutti quanti mi vo' accombiatare; sarò contento, se 'l don mi farete. Tutti i baroni che son scritti in corte sí vegnano a vedere la mia morte.—
42
Lo re Artú sí li fece tornare; tutti a messer Galvan furono intorno; e tutti quanti aveano a lagrimare, e da messer Galvan s'accombiatôrno. Messer Galvano si prese a parlare: —Della mia morte non sono musorno. L'anima mia ne raccomando a Dio: morir vo', giacché piace all'amor mio.—
43
Galvano al ciocco allor s'inginocchiava, e sí chiamava:—O rosa imbalconata, poi che t'è a grado, morir non mi grava, la mia morte si fu ben meritata. Merta morire mia persona prava. Dove sei tu, o donna delicata? Pure una volta veder ti vorria; poi di morir non mi rincresceria.
44
Allora la Pulzella con pietade, per camparlo da morte e darli vita, tosto sí corse inver' quelle contrade; drappi di seta nera fu vestita. Molto gioiosa per quei sentier vade; mai non fu vista donzella sí ardita. E, per camparlo, lei si messe in via con molta gente e gran cavalleria.
45
E la Pulzella fece suo' richieste, ben trentamila giovani donzelle; tutte di seta nera fûr suo' veste, e quelle eran lucenti piú che stelle; e via cavalcan per ogni foreste. Ben eran venti schiere tutte belle; ciascuna aveva mille cavalieri, e buone arme e correnti destrieri.
46
Allora la Pulzella molto presta tostamente cavalca in quella parte, appresso a Camellotto senza resta, secondo come dicono le carte; tamburi e trombe, che parea tempesta; e queste gente fea venir per arte. Lo re Artú, quando questo ascoltava, al buon Galvano la morte indugiava.
47
Tutti li cavalier della ventura vedere andavan quella turba magna. Tosto elli corson, preson l'armadura, e cavalcâro verso la campagna. Di quella gente avevan gran paura, che coverto era 'l piano e la montagna. Messer Galvan davanti dalle schiere feridor lui vuoi esser lo primiere.
48
Pulzella Gaia sua magna bandiera in questa ora lá fece fermare. Quando lá apparve la chiarita spera, tutta la gente fe' meravigliare. E lei si trasse fuori d'ogni schiera, e fortemente prese a biastemare: —O cavalier, cattivo e disliale, che l'alto Iddio si ti metta in male!
49
O dislial, perché m'hai palesata? Mala ventura a chi ti cinse spada! La piú gentil donzella hai ingannata che si trovasse per ogni contrada; onde per te io sono imprigionata; ben vo' morir, dappoi ch'ella t'aggrada. Mia madre mi dará prigion sí forte, che meglio mi saría aver la morte.—
50
E l'uno e l'altro sí forte piangía, e intrambi duo sí si abbracciava. Lo re, tutta la corte li vedia, di suo' bellezze si meravigliava. E la Pulzella Gaia in quella dia dal buon Galvano sí s'accombiatava. E disse:—Amanza ti convien trovare: piú non potra'mi veder né parlare.—
51
Pulzella Gaia di qui fu partuta, e ritornò alla savia Morgana. Quando la madre allora l'ha veduta, sí li disse:—Or donde vieni, puttana?— E po' in prigione lei l'ebbe mettuta in una torre, ch'è tanto sottana; non vedea luce, sol, luna né stelle, e stava in acqua fino alle mammelle.
CANTARE SECONDO
52
Lo re Artú al cavalier parloe, e disse:—Ahi, messer Galvan giocondo! piú bella amanza tu ingannasti mòe, ch'avesse cavalier di questo mondo. Piú lucente che stella questa foe, le suo' bellezze non trovavan fondo. Tapino te! come fallato hai, ch'alla tua vita piú non la vedrai!
53
Messer Galvano allor prese a parlare. Disse:—Signor, se Cristo mi perdona, non so in che parte me ne deggia andare per ritrovar quella gentil persona. Mai barba né capelli vo' tagliare, né su tovaglia non mangerò adorna, se non racquisto la speranza mia; né tornerá qui la persona mia.—
54
E, detto questo, elli s'accombiatava. Di presente partí da Camellotto, ed in lontane parte cavalcava; dove andare, non sa lo baron dotto; a molti di Morgana addomandava, dov'ella stava a niuno era noto; e chi in qua, e chi in lá dicia: niuno sapeva qual'era la via.