LA DONNA FIORENTINA
DEL BUON TEMPO ANTICO
La donna fiorentina
del buon tempo antico
affigurata da ISIDORO DEL LUNGO
Nei primi secoli del Comune — Da Dante al Boccaccio — Beatrice — La donna ispiratrice — Nel Rinascimento e negli ultimi anni della libertà — Una madrefamiglia del cinquecento — Un'altra lettera dell'Alessandra Macinghi Strozzi.
R. Bemporad & Figlio — Editori
FIRENZE 1906 Filiali: MILANO, ROMA.
TORINO: S. Lattes e Cº. — NAPOLI: Società Commerciale Libraria.
PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD E FIGLIO
1905 — Firenze, Tipografia della Biblioteca di cultura liberale.
Alla mia EDUVIGE, e alle tre nostre battezzate in San Giovanni CAROLINA, ROMILDA, ALBERTINA
Palazzina, 17 ottobre 1905.
NEI PRIMI SECOLI DEL COMUNE
Alla Società per l'istruzione della donna, in Roma il 13 marzo, e al Circolo Filologico di Firenze il 25 aprile, del 1887.
Conservo a questo e ad altri degli scritti che compongono il presente volume la forma con la quale mi nacquero, di pubblica lettura. Bensì la materia, che qui si distende quant'occorreva alla trattazione dell'argomento, fu in quelle letture contenuta entro limiti di tempo e di discrezione.
Signore e Signori,
Più volte mi è occorso pensare, che si potrebbe ritrarre, così in punta di penna, la vita antica fiorentina, delineandola per figure femminili: dalle donne casalinghe de' tempi di Cacciaguida alle madrifamiglia dei primi tempi medicei; poi da queste alle popolane e gentildonne animose e gagliarde degli ultimi anni repubblicani. Io mi son provato ad abbozzare il ritratto della donna nel primo di que' due periodi, cioè dai principî del Comune sino ai tempi dell'oligarchia prevalente nella seconda metà del secolo XIV. La donna fiorentina di questo periodo può considerarsi nella realtà storica, nelle leggende, nella idealità poetica. Mi fermo ai due primi capi; realtà storica, leggende; e sotto di essi raccolgo (nè altro prometto al mio cortese uditorio) alcune imagini e figure dal vero.
Ma una cosa, innanzi di procedere, giova che sia avvertita. Alla libertà fiorentina, da' primordî del Comune sino alla distruzione degli ordini repubblicani nel 1530, la donna non recò il tributo di atti virili ed eroici, come fu in altre città d'Italia. Non ha Firenze, nè dalla storia nè dalla leggenda, la Cinzica de' Sismondi, che salva Pisa dalla notturna aggressione dei Saraceni; non ha Stamura, che col ferro e col fuoco affronta impavida l'esercito imperiale assediante la sua Ancona; nè Caterina Segurana, a cui Nizza pose una statua sulla porta Peiroliera da lei difesa contro Turchi e Francesi; nè madonna Cia degli Ubaldini, la forte donna romagnola, «guidatore della guerra e capitana de' soldati»,[1] che sostiene Cesena contro le masnade sanguinarie del cardinale d'Albornoz, resistendo con pari fermezza e alle armi nemiche e ai consigli di resa che le vengono da valorosi uomini di guerra; nè, se vogliamo aggiungerla, Caterina Sforza Riario, che, nella ròcca di Forlì, calpesta la fede data e la vita stessa de' figliuoli, per assicurare la vendetta dell'ucciso marito; madre poi, e non fa maraviglia, di Giovanni delle Bande Nere. Nè sono fiorentine, ma della terra e del tempo dei Vespri, le donne che aiutavano la difesa della patria contro l'angioino oppressore; e il popolo ne faceva la canzonetta, che Giovanni Villani[2] avrebbe dovuto conservarci intera:
Deh com'egli è gran pietate
delle donne di Messina,
veggendole scapigliate
portare pietre e calcina!
Eroismo rinnovato, bensì con tutta la pompa del sec. XVI, dalle gentildonne e popolane senesi, che distribuite in squadre con divise a tre colori, violetto rosa e bianco, lavorarono alle fortificazioni di quell'ultimo baluardo della democrazia toscana; e meritarono che un gentiluomo francese, il Montluc,[3] rendesse loro l'omaggio dei prodi. Non ebbe eroine Firenze, o le ha dimenticate. Ma che perciò? La donna non ismentisce nella storia la propria natura e l'ufficio commessole dalla Provvidenza: la istoria sua è (salvo eccezioni, così nell'ordine de' fatti come del pensiero) storia senza nomi, ma di tutti i giorni e di tutte le ore, perchè nessun giorno e nessuna ora passano senza lacrime umane, ed è lei che le raccoglie o le dona; nè senza bisogno di conforti alle battaglie della vita, e dal sorriso di lei ci vengono i più efficaci. Rintracciare tale storia è invero malagevole; ma non più di altre ricerche morali e psicologiche intorno alle umane vicende. E se non le mancano pagine nel mondo antico, dove l'individuo era sì gagliardamente assorbito nella pubblica cosa; se in ciò che di benefico ebbe, contro quella tirannide dello Stato, la violenza barbarica, uno dei simboli della individuale libertà e della umana coscienza rivendicata è appunto la donna; sarebbe illogico, che la storia di lei, nel senso e contenuto suoi veri, scarseggiasse in secoli di civiltà e libertà cristiane, e a noi tanto più vicini e di tanto più agevole investigamento; per modo che dovessimo limitarla alla genealogia delle case feudali o principesche o magnatizie, che sarebbe quasi un abolirla del tutto dai gloriosi annali delle nostre repubbliche. Ben altramente hanno pensato della storia femminile menti elette o sovrane. Il Tommaseo[4] scrisse, che «se prendessimo a considerare la donna quale ce la dipingono via via tutti i poeti gli storici i moralisti, de' varii luoghi e de' tempi, troveremmo in lei quasi l'ideale del secolo»: nè egli era facile adulatore di nessuna potenza. Il Guasti,[5] raccogliendo le lettere d'una madre fiorentina del Quattrocento, spera aver provato con quelle, che «nelle lettere delle donne sia riposta la storia più intima di un popolo». E il più grande Poeta dell'evo moderno questa idealità della donna, immanente nella storia, raccolse in una vigorosa astrazione chiamandola «l'eterno Femmineo»; i cui splendori un Poeta nostro[6] ha salutati sopr'una fronte regale, che ha corona invidiabile nell'amore unanime del popolo suo.
I.
Della donna fiorentina ne' secoli XI e XII, sul cominciar del Comune italico, non potremmo desiderare più autentica imagine nè più efficace. Nella mirabile rappresentazione che, tra i fulgori del cielo di Marte, Dante fa del vecchio Comune fiorentino, ponendone sè ascoltatore devoto e commosso dalla bocca di Cacciaguida degli Elisei, cavaliere e crociato; alle memorie cittadine, ai titoli gentilizi, ai desiderî ai rimpianti della vita civile, antecedono le ricordanze casalinghe, gli affetti soavi della famiglia, le santità della culla e della tomba: e su tutte queste figurazioni, che fanno di quel canto del Paradiso[7] un vero idillio domestico, diffonde la sua luce, mite e modesta regina, la donna. E non la donna idealizzata dall'amore e dall'ingegno: Beatrice in quell'episodio si sta in disparte, e solo accompagna con benigno sorriso il colloquio fra l'Alighieri e il trisavolo;[8] ma la donna del focolare, la compagna della vita, quella che con l'uomo, suo amore ed orgoglio, partecipa le gioie e i dolori, che gli guarda l'avere, gli educa i figliuoli, lo conforta al bene e ne lo fa degno, lo affida nelle avversità e nei pericoli, soccombente lo incora, nelle vittorie lo affrena, gli fa quieta e riposata la casa perchè la patria lo abbia cittadino operoso. Alla custodia di lei sono commesse le due virtù che il Poeta pone come principali del viver sociale, parsimonia e pudore:
Fiorenza, dentro dalla cerchia antica,....
si stava in pace sobria e pudica.
Non cerca sfoggio d'ornamenti,
che fosse a veder più che la persona.[9]
È allegrezza e consolazione della casa dov'ella è nata, e che non muterà con quella dello sposo, se non a tempo debito, e contentandosi, essa e l'uomo che riamato ama lei, di dote ragionevole; cosicchè «nè il tempo nè la dote faranno al padre paura». L'austerità del costume le risparmia le frivole cure e gli artifizi procacciativi di bugiarda bellezza: ella «vien dallo specchio senza il viso dipinto»; e «contenta al fuso e al pennecchio», prepara di propria mano le semplici vestimenta al marito. Un solo amore comprende nell'anima sua la convivenza non interrotta con esso, e il luogo del comune estremo riposo nella dolce terra nativa: sentimento che il Poeta chiama «la certezza della sepoltura», e «Oh fortunate!» esclama con una di quelle note che insegna l'esilio. La giovine sposa «veglia a studio della culla», e acqueta e sollazza la sua creatura; mentre la nonna, filando, racconta ai grandicelli le luminose leggende delle origini italiche e della potenza latina,
favoleggiando con la sua famiglia,
de' Troiani, di Fiesole e di Roma:
però che essa, la donna del Comune italiano, indovina e sente che questo è l'erede e il rinnovatore legittimo di quel glorioso passato; e nel nome augusto di Roma, che i fanciulli imparano dalle labbra materne a chiamar madre della loro città, sublima il concetto della patria in quelle tenere menti, e ve lo impronta non cancellabile.
Dico, la donna del Comune italiano: e quel che dalla storia di Firenze verrò, di figure femminili, delineando e colorendo, s'intenda che sia in gran parte com'un ritratto della donna italiana nella vita de' nostri liberi Comuni.[10] Però che anche rispetto a questa gentile imagine del nostro passato, le diversità e le contingenze regionali sottostanno alle ragioni di somiglianza, anzi alla identità di certe generali condizioni storiche, entro le quali si rimase involuto fino ai giorni presenti il benaugurato germe della unità nazionale. Se non che la storia di Firenze è forse la più ricca di qualsiasi altra delle città nostre, rispetto a notizie e documenti di carattere particolare e domestico; è altresì quella, dove, per le ragioni della lingua, anche tale ordine di fatti e di cose sia stato rappresentato con maggior larghezza, e sia più universalmente noto, per opera di storici, di novellatori, di trattatisti, di poeti, di comici, che la città non tanto ha avuti quanto dati alla nazione.
II.
Quella donna fiorentina de' secoli XI e XII, nella cui soave ricordanza Cacciaguida si esalta, e le congiunge la memoria della madre sua «ch'è or santa», e i travagli di lei partoriente con la invocazione di Maria; non ha un nome, perchè essa era nella mente di Dante un universale, comprensivo e cumulativo delle figure individue concorse a formarlo. Quella gentile, non d'altri splendori luminosa che della fioca e carezzevole luce delle pareti domestiche, invecchiò presto: poichè poco più d'un secolo separa la realtà storica di lei dal rimpianto che ne suona, come di cosa ormai remota, nei versi del fiorentino proscritto. Ma già ell'era vecchia, e di secoli pur quando generava
a così riposato, a così bello,
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello;
perchè in lei, quale questa divina poesia[11] l'ha scolpita, ritroviamo, immutata lungo il corso delle età procelloso, l'antica madrefamiglia, sulla cui tomba il massimo della lode è che fu da casa e filò la lana (domum servavit, lanam fecit). Questa parte delle tradizioni latine era affidata a lei, che la mantenesse, incontaminata dalle orgie e dalle ebbrezze imperiali, poi fra le vendette sanguinose della barbarie, nella silenziosa desolazione successa all'immensa caduta, infine nei mescolamenti delle razze sopravvenute addosso al volgo innominato e disperso, ma conservatore tenace, finchè gli rimane una famiglia, e della famiglia, vigile e sospettosa e, occorrendo, fiera custoditrice la donna. La donna del secolo XII, adunque, piuttosto che da quello al successivo invecchiata, può dirsi aver finito la parte sua, e andar cedendo alle condizioni, che intorno a lei si atteggiano così diversamente, di vita politica, di costumanze, di pensieri e propositi. Nella civiltà nuova — della quale è resultato e compendio, istituzione lentamente elaborata, il Comune — troppi elementi, fin allora latenti più o meno e costretti, si svolgono alle aure di libertà, cosicchè anche la vita domestica, e le relazioni di questa con la civile, possano sfuggire ad una mutazione. Nè fa maraviglia che tale mutazione non piaccia a Cacciaguida. Egli si ricorda de' bei tempi, quando, lui giovinetto, vivevano ancora i cittadini della «picciola Firenze divisa per quartieri, cioè per quattro porte», delle quali Porta del Duomo era stato, dice la cronica, «il primo ovile e stazzo della rifatta Firenze» (rifatta, nessun Fiorentino ne dubitava, da Carlo Magno imperatore e dai Romani), «e dove tutti i nobili cittadini di Firenze la domenica facieno riparo e usanza di cittadinanza intorno al duomo», cioè al San Giovanni, «e ivi si faceano tutti i matrimonî e paci, e ogni grandezza e solennità di Comune».[12] Cacciaguida ha vissuto di questo Comune l'età, com'a dire, inconscia e imperfetta, senza nè la potenza nè le burrasche che poi sopravvennero: la pacifica età consolare, durante la quale la cittadinanza si è venuta ordinando quasi estranea ai contrasti fra Chiesa ed Impero, che ha lasciati combattere ai Marchesi di Toscana, alle contesse Beatrice e Matilde, la cui nominale supremazia non pesò mai di fatto, neanche della grande e popolare Contessa, sulla indipendente città. Scarse relazioni esterne, sia di commercio sia di politica; qualche passata imperiale, fatta quasi sempre innocua dallo spontaneo omaggio e dall'essere la Toscana tenuta abitualmente fuori dell'itinerario strategico di cotesti Cesari e di ciò che si moveva con loro; qualche soggiorno di papa profugo; qualche guerricciuola di contado: ecco gli episodi di quella vita tranquilla, che menavano gli uomini de' quali Cacciaguida ricorda la parsimonia e la modestia. Cavalieri con semplici cintole di cuoio e fibbie d'osso, non d'argento e perle: cittadini con rozze sopravvesti di pelle di camoscio, non co' mantelli e le guarnaccie di scarlatto foderate di vaio; case strettamente misurate agli abitatori; nessun lusso, nessuna delicatezza, nessuna corruzione. La sacra maestà dell'Imperatore era ospitata e festeggiata come in famiglia; da Corrado il Salico, «che si dilettò assai della città di Firenze, e molto l'avanzò, e più cittadini di Firenze si feciono cavalieri di sua mano, e furono al suo servigio»,[13] venendo, per lo spazio di quei due secoli, a Ottone IV, del quale sentiamo pure ciò che racconta, molto a proposito nostro, la cronica.[14] «Quando lo 'mperadore Otto quarto venne in Firenze, e veggendo le belle donne della città che in Santa Reparata per lui erano raunate, questa pulcella» (Gualdrada di messere Bellincion Berti de' Ravignani) «più piacque allo 'mperadore. E 'l padre di lei dicendo allo 'mperadore ch'egli avea podere di fargliela basciare, la donzella rispose che già uomo vivente non la bascerebbe se non fosse suo marito. Per la quale parola lo 'mperadore molto la commendò: e 'l conte Guido, preso d'amore di lei per la sua avvenentezza, e per consiglio del detto Otto 'mperadore, la si fece a moglie, non guardando perch'ella fosse di più basso lignaggio di lui, nè guardando a dote. Onde tutti i conti Guidi sono nati del detto conte e della detta donna». Costei Dante chiama, in altro luogo del Poema, «la buona Gualdrada», e quel «buona» valeva quanto «saggia e valente»; e per bocca di Cacciaguida lodando nel padre di lei la semplicità del costume, ce lo conferma tale uomo quale nella ingenua narrazione del Villani apprendiamo a conoscerlo. In siffatta cittadinanza, piccola di numero e della purezza del suo sangue gelosa, è vissuto Cacciaguida; e da tale comunanza ben si usciva degni di cingere, come egli avea fatto, la spada per Cristo, e armato cavaliere dalle mani imperiali morire da valoroso in Terrasanta. Ahimè quanto diversa da quella, di mezzo alle cui miserie il Poeta era asceso allo spiritale viaggio, nella sede dei beati, sollevandosi
all'eterno dal tempo.........
e di Fiorenza in popol giusto e sano![15]
E un dramma femminile è designato pur da Cacciaguida come punto di separazione fra le due età. Buondelmonte che, per aver ceduto slealmente alle istigazioni d'una Donati e alla bellezza d'una figliuola di questa, paga col sangue lo spergiuro alla fidanzata Amidei, è la vittima che dee segnare in Firenze gli estremi anni di pace:
vittima nella sua pace postrema.[16]
Storico certamente nella sostanza, è sia pur leggendario nei particolari, quel dramma ritrae mirabilmente la vita fiorentina sul cominciare del secolo XIII. La comunanza dell'«ovile di San Giovanni»[17] è turbata: si è cominciata battaglia tra gli Uberti, sangue germanico (o, com'altri vogliono, da Catilina), e la signoria, latina, de' Consoli. Gli umori imperiali e chiesastici son già penetrati fra i cittadini, vi serpeggiano insidiosamente, hanno ormai disposti gli animi alla divisione: la consumeranno la bellezza d'una fanciulla, l'interessato zelo materno, la leggerezza e slealtà d'un giovine. Nessuna di siffatte cause avrebbe saputo così sinistramente operare nella sobria e pudica Firenze del buon tempo antico, a cui terza e nona, che le batteva la campana della vecchia Badia del marchese Ugo,[18] segnavano giorni di pace virtuosa fra cittadini l'uno all'altro affezionati e ossequenti. «E di ciò fu cagione in Firenze, che uno nobile giovane cittadino, chiamato Buondalmonte de' Buondalmonti, avea promesso tôrre per sua donna una figliuola di messer Oderigo Giantruffetti» (degli Amidei). «Passando dipoi un giorno da casa i Donati, una gentile donna chiamata madonna Aldruda, donna di messer Forteguerra Donati, che avea due figliuole molto belle, stando a' balconi del suo palagio, lo vide passare, e chiamollo, e mostrògli una delle dette figliuole, e disseli: — Chi ài tu tolta per moglie? io ti serbavo questa. — La quale guardando molto li piacque, e rispose: — Non posso altro oramai. — A cui madonna Aldruda disse: — Sì, puoi, chè la pena pagherò io per te. — A cui Buondalmonte rispose: — E io la voglio. — E tolsela per moglie, lasciando quella avea tolta e giurata».[19] Il padre della tradita se ne duole coi consorti; deliberano di vendicarsi: ferirlo? ucciderlo? Il Mosca de' Lamberti pronuncia la mala parola: «Cosa fatta capo ha». Buondelmonte, la mattina di Pasqua del 1215, mentre si reca a impalmare la Donati, è ucciso sul Ponte Vecchio, a piè della statua di Marte; di dentro al cui idolo i vecchi e savi fiorentini riconoscono operarsi dal diavolo, per vendetta, la distruzione della cristiana città,
che nel Batista
mutò il primo padrone; ond'ei per questo
sempre con l'arte sua la farà trista.[20]
Un'antica cronichetta[21] rappresenta, come in funebre fantasmagoria, il corpo sanguinoso esser portato per la città fra i pianti e le grida, e nella stessa bara, col capo in grembo, starsi tutta in lacrime la seduttrice fatale, o forse vittima innocente ella stessa delle suggestioni domestiche. Certo è che cotesta figura di donna, sott'ogni rispetto sciagurata, ritrae dal vero e in sè bene raccoglie i tanti e varî e ignorati patimenti che, per tanti anni appresso di cittadine battaglie, si accumularono sulla donna fiorentina:
.... infelici....
che il duol consunse; orbate
spose dal brando; vergini
indarno fidanzate;
madri che i nati videro
trafitti impallidir.[22]
Quel «nobilissimo e feroce leone» del quale racconta la cronica che si teneva pel Comune nella piazza di San Giovanni, — e uscito della sua stia, correndo verso Or San Michele, afferra un fanciullo, e «tenealo tralle branche»; e la madre, «che non ne avea più» se non questo che «le rimase in ventre» quando le fu ucciso il marito, «come disperata, con grande pianto, scapigliata, corse contro il leone, e trassegli il fanciullo delle branche, e il leone nullo male fece al fanciullo nè alla donna, se non ch'egli guatò e ristettesi»;[23] — e' rendeva, il leone, i figliuoli alle madri: ma il Comune, del quale egli era superbo simbolo, li divorava senza pietà. Altre madri sulle vie di Firenze imitarono quella d'Orlanduccio del Leone; ma esse chiedevano pietà agli uomini, e agli uomini di parte! «Deh quanto fu la dolorosa madre de' due figliuoli ingannata!» (una madre di Guelfi Bianchi de' tempi di Dante) «che con abbondanza di lagrime, scapigliata, in mezzo della via, ginocchione si gittò in terra innanzi a messer Andrea da Cerreto giudice, pregandolo, con le braccia in croce, per Dio s'aoperasse nello scampo de' suoi figliuoli. Il quale rispose, che però andava a palazzo: e di ciò fu mentitore, perchè andò per farli morire».[24] Oh se nell'attraversare oggi quel tetro maestoso cortile, nel salire le lunghe erte scale di quel Palazzo del Podestà, studiosi e commossi visitatori delle reliquie del nostro passato, pensassimo di quanto sangue furono bagnate quelle pietre più che sei volte secolari, dovremmo dire che a cancellarne la traccia, non ci voleva meno delle lacrime tante che quel sangue è costato!
III.
Tutta ravvolta in questi foschi vapori di scellerato odio fraterno, attraversa la donna fiorentina il secolo XIII, compagna de' forti mercatanti ed artefici che lavorando e combattendosi, non meno alacremente l'una cosa che l'altra; e senza tuttavia rimanere insufficienti ad altre faccende, — soggiogare i magnati, osteggiare i Comuni vicini, resistere all'Impero, tenere in rispetto la Curia Romana; — fondano la guelfa democrazia. Arti e mestieri, nonostante la intestina guerra, fioriscono; e con essi, i commerci e le industrie; la ricchezza muta i sentimenti e i costumi; l'arte del bello, figurato e scritto, comincia ad ingentilirli. Bensì lentamente. Siamo al primo di quegli ordinamenti popolari, a quello che fu chiamato «il primo popolo» o «popolo vecchio», del 1250; e la cronica[25] nota «che al Tempo del detto popolo, e in prima e poi a grande tempo, i cittadini di Fiorenza viveano sobrii e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti costumi e leggiadrie grossi e ruddi; e di grossi drappi vestieno loro e le loro donne, e molti portavano le pelli scoperte senza panno, e colle berrette in capo, e tutti con gli usatti in piede, e le donne fiorentine co' calzari senza ornamento; e passavansi, le maggiori, d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro o di Camo, cinta ivi su d'uno scaggiale all'antica, e uno mantello foderato di vaio col tassello sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo. E lire cento era comune dota di moglie, e lire dugento o trecento era a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le più delle pulcelle aveano venti e più anni anzi ch'andassono a marito».[26] Ma soggiungendosi poi che «di sì fatto abito e di grossi costumi erano allora i Fiorentini, ma erano di buona fe' e leali tra loro e al loro Comune», — il che quanto a «lealtà tra loro» cioè concordia cittadina, non poteva dopo il 1215 dirsi più, — mostra che molto della descrizione appartiene di più stretto diritto ai tempi anteriori, dai quali il cronista stesso ha dichiarato di muoverla. È insomma la descrizione d'una età di passaggio, dove, da un canto, le «pelli scoperte» e gli usatti ci ricordano i contemporanei di Cacciaguida
andar contenti alla pelle scoperta;
mentre i nomi di que' panni francesi e inghilesi delle gonnelle fiorentine, lo scarlatto d'Ypres o di Cam, il panno di Cambrai, ci fanno avvertiti esser passati i tempi nei quali
ancor nessuna
era per Francia nel letto deserta.[27]
E passati, altresì, quelli ne' quali i matrimonî a matura età conciliava non isforzato l'amore, che durante il decimoterzo secolo addivennero anch'essi arme e instrumento, manco male che di difesa, alle animosità civili. Tarda età da marito diventarono i venti anni od anche i diciotto; «grande etade e fiorita» i quindici; quando si affrettava la collocazione delle figliuole nelle case, o de' consorti per raffermare i vincoli di parte, o degli avversarî per suggello di pace: e talvolta anche il Comune stesso vi cooperava.[28] Si faceva il parentado, essendo tuttora fanciulli gli sposi; e bastava l'età di dodici o tredici anni, perchè la fidanzata fosse poi condotta all'altare e divenisse moglie. Uno degli antichi commentatori di Dante dice: «le maritavano nella culla».[29] Guido Cavalcanti, il gentilissimo de' nostri antichi rimatori, fu ammogliato così; datagli dal padre a otto o nove anni, e datagli perchè Guelfi, la Bice degli Uberti figliuola del magnanimo Farinata, piccola ghibellina di forse cinqu'anni o sei, che sopravvisse poi lungamente co' figliuoli al marito, morto giovine nel 1300.[30] Forse così anche fu conciliato il matrimonio di Beatrice Portinari, giovanissima, con messer Simone de' Bardi.[31] Matrimonî che avevano, nè poteva essere diversamente, i loro drammi. Ma la elegia di coteste giovinezze tiranneggiate è notabile che ci rimanga appunto nell'unico saggio di poesia femminile, offertoci, di molto probabile autenticità, dal secolo XIII, e poesia fiorentina, nei tre sonetti d'una donzella che nasconde il suo nome (la Compiuta Donzella di Firenze, la chiama l'antico Codice Vaticano che ce li ha conservati),[32] la quale, dopo aver salutato col frasario provenzale de' rimatori dugentisti la primavera,
la stagion che 'l mondo foglia e fiora,
soggiunge:
ed ogni damigella in gioi' dimora,
e a me n'abbondan smarrimenti e pianti:
chè lo mio padre m'à messa in errore,
e tenemi sovente in forte doglia;
donar mi vuole, a mia forza, signore.
Ed io di ciò non ò disio nè voglia,
e 'n gran tormento vivo a tutte l'ore:
però non mi rallegra fior nè foglia.
Ed ecco poi, nella triste sua realtà, il dramma. Una Buondelmonti, di famiglia guelfa, «molto valente e savia e bella», va il 1239 sposa negli Uberti a un fratello di Farinata: che è quanto dire, parentado fra le due famiglie, capo ciascuna di parte. Alcuni anni dipoi, in un agguato, alcuni degli Uberti sono trucidati dai Buondelmonti: la città è tutta in armi e sossopra. Messer Neri degli Uberti rimanda la donna alla casa paterna, dicendo: «Io non voglio generare figliuoli di genti traditore.» La poveretta, che lo ama, obbedisce e lo lascia. Il matrimonio è annullato: peggio ancora; è dissimulato dal padre di lei, in un altro trattato di nozze che egli conchiude con un conte della maremma senese. Il sacrificio è compiuto: ma la vittima, rimasta sola col nuovo marito, gli dice: «Gentile uomo, io ti priego per cortesia, che tu non mi debbia appressare nè fare villania, sappiendo che tu se' ingannato, ch'io non sono nè posso essere tua moglie, anzi sono moglie del più savio e migliore cavaliere della provincia d'Italia, cioè messer Neri delli Uberti di Firenze». Il conte, gentiluomo davvero, la rispetta, la conforta, la restituisce padrona di sè: e quella nobile creatura ritorna alla sua Firenze, ma per vestirsi monaca in Monticelli, e quivi sparire dal mondo, che oggi ignora perfino il suo nome.[33]
Il monastero riparò molte di queste infelicissime; il monastero, del quale la Compiuta Donzella cantava:
Lasciar vorria lo mondo, e Dio servire,
e dipartirmi d'ogni vanitate:
..... marito non vorria nè sire,
nè star al mondo per mia volontate.
Membrandomi ch'ogni uom di mal s'adorna,
di ciaschedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.
Lo padre mio mi fa stare pensosa,
chè di servire a Cristo mi distorna,
nè saccìo a cui mi vuol dar per isposa.
Ma neanco il monastero fu talvolta asilo sicuro alla loro innocenza, alle loro sventure, alla libertà dell'anima loro. Dio solo, ha detto Dante, conobbe que' misteriosi dolori:
e Dio si sa qual poi mia vita fusi.[34]
Poichè a chi di voi non precorre qui alla mente la celestiale figura di Piccarda, che rimpiange la dolce chiostra dove giovinetta era fuggita dal mondo, e l'ombra delle sacre bende che ella ed altre indarno sperarono conservare sul capo canuto, e si compiace che
non fur dal vel del cuor giammai disciolte?
Gli antichi commentatori raccontano che ella «fue bellissima donna, sorella di messer Corso Donati: stata questa donna nel monistero, occorse a messer Corso di fare un parentado in Fiorenza: non avea nè chi dare nè chi tòrre: sì che fue consigliato di trarre la Piccarda del monistero, e fare tal parentado.... Sforzatamente la trasse del monistero, e maritolla».[35] Con siffatti auspicî entrò Piccarda nei Della Tosa: ai quali, sebbene famiglia guelfa e legatissima con la Chiesa e con l'episcopato fiorentino, sembra fossero familiari, forse perchè più facilmente impunite, siffatte violenze contro i monasteri; poichè nel 1304, quando i Guelfi Bianchi fuorusciti tentarono armata mano il ritorno, uno dei Tosinghi si gettò, narrano i contemporanei,[36] nel monistero di San Domenico, alla preda di due sue ricche nipoti. Le quali cose ricordando di cotesta possente famiglia magnatizia, che l'Alighieri pone fra le ingrassate a spese della Chiesa fiorentina,[37] occorre altresì alla mente un'oscura pagina, o piuttosto un curioso enigma, di storia, che risguarda e loro e la donna fiorentina del secolo XIII: dico una cena che il reverendo capitolo della Basilica di San Lorenzo dava il giorno di calen di maggio, ossia il dì delle feste primaverili, non si sa a quali convitati, ma con abbondante imbandigione, e che si chiamava «la cena delle maladette donne de' Tosinghi».[38] Resta, ripeto, a sapersi il perchè di questa maledizione, e dell'esservi mescolate le donne di quella casa, e dello intitolarsi da una maledizione di donne una cena imbandita per cura e a spese d'un capitolo di canonici. Forse Dante potrebbe dircene qualche cosa per bocca d'una delle donne del suo Poema, monna Cianghella della Tosa; il cui nome egli lancia, con quella potenza di vitupero ch'ei sa, come un ideale femminile.... di tutto quel che non era Cornelia romana:
Saria tenuta allor tal maraviglia
una Cianghella............
qual or saria....... Corniglia.[39]
Ma che sulla donna pesasse duramente la maledizione di quelle discordie, è certo pur troppo. Era già dura servitù la inferiorità civile nella quale era tenuta dalle leggi, con subordinazione non pure della sua personalità giuridica ma sottomissione della sua volontà al mundualdo o procuratore che quelle le assegnavano, e senza la «parola» del quale ella non poteva nè obbligarsi nè sciogliersi, insomma non fare un passo. Ponete caso; anzi sentitene uno da autentico documento per man di notaro:[40] due donne si accapigliano l'una con l'altra, monna Fiore e monna Puccia; si battono di santa ragione; poi fanno la pace: ma per fare la pace, e perchè monna Fiore, la più gagliarda, sia liberata dalla condanna di lire 275 di piccioli inflittale dal Potestà, occorre prima, che un notaio dia loro il mundualdo, il quale poi dinanzi a un altro notaio autorizza e fa valida la loro pacificazione. Tale la condizion giuridica: le civili discordie poi, con gli esilî, con le violenze, con gli odî mortali col vincolare gli affetti, col calcolare a stregua di parte i parentadi, distruggevano alla donna ciò che per essa è tutto, la vita domestica. Si pensa mai, quando si legge di quelle vendette premeditate per dieci, venti, trent'anni, trasmesse in sanguinoso legato da padre a figlio, le quali si sapeva, dall'una parte e dall'altra, pesar com'un debito che era forza non meno agli uni esigere che agli altri pagare, si pensa quante trepidazioni materne e coniugali, di figliuole, di sorelle, di fidanzate, quante lacrime di tenere creature impotenti a rompere que' giuramenti di sangue, quanti sentimenti repressi, quante vite spezzate, coteste atroci storie si trassero seco? Alcune anime sensitive e ferventi, gittate in età ancor quasi di bambine in quel vortice, ne contraevano lo spavento d'ogni cosa del mondo, cominciando, triste a dirsi!, dalla famiglia. La Chiesa, consacrando con la canonizzazione il distacco di tali donne dalla vita esteriore, quali una Cerchi, una Falconieri (anche Piccarda nel Calendario fiorentino, come nel Paradiso dantesco, è, ma col nome di suor Costanza, tra i Beati),[41] può dirsi abbia non solamente coronate virtù miti in età feroce,[42] ma retribuito dolori ineffabili. Umiliana de' Cerchi, sposa e madre a sedici anni, vedova d'un brutal marito a venti, sfiduciata dell'avvenire de' suoi figliuoli in quella società di crudeli, torna alla casa paterna, e conforta la precoce vedovanza con la carità verso i poveri e i reietti: aborrente da nuove nozze che le si minacciano, spogliata con inganno della sua dote, le esce di bocca questo pietoso lamento:[43] «Com'io veggio, non è fede in terra, perocchè il padre inganna e toglie alla figliuola. Abbiami dunque il mio padre quinci innanzi me non per figliuola, ma per fante e serva.» E si rinchiude più in sè, facendo della casa sua monastero; si ritira nella torre del palagio, la quale è a lei oratorio, dice la leggenda, anzi quasi una carcere. L'umano, anche nelle sue più care e sacre attinenze, le si allontana viepiù sempre: «Al tempo dell'orazione, i vostri figliuoli vi sieno lupi, e la camera l'alpe di Montalpruno», dice ella a delle buone madri che si accusano di essere distratte dal pregare «per la occupazione della masserizia e de' figliuoli»; ma essa medesima poi con lacrime chiede a Maria la vita della piccola Regale, sua figlia, un giorno che la poverina, dinanzi alle asprezze di quella penitenza, le cade a' piedi come morta: «Abbi misericordia di me, e rendimi questa mia figliuola». Presto la sua vita si va consumando. Sul capo suo, dalla torre del padre, imperversa la guerra civile; i mangani e i trabocchi grandinano pietre; si appicca il fuoco alle case: per Umiliana tutto questo non è che il trionfo del diavolo, il quale viene a lei dicendo: «Leva su, figliuola, e vedi la città che tutta si consuma ed arde». A ventisett'anni, nel 1246, ella muore. Doveva passare ancor più d'un secolo, perchè Firenze e l'Italia ammirassero in una vergine senese gli affetti umani non spenti ma santificati dal fervor religioso; carità di prossimo, di famiglia, di patria, di Chiesa, avvivarsi come fiaccola alle procelle del mondo; l'amore allearsi allo sdegno in ardimenti virili con femminile modestia; e Caterina rimanere nella memoria degli uomini, ha scritto un suo devoto che propugnò con Daniele Manin la libertà di Venezia, rimanere «donna di consolazione e di lagrime, fanciulla ed eroe, Clorinda ed Erminia dell'eterno poema d'Italia».[44]
IV.
Se non che agli uomini del secolo XIV erano ormai antiche, e da non poter più rinnovarsi, quelle atroci battaglie che desolavano, da un momento all'altro, l'intera città; quelle proscrizioni che schiantavano dalla cittadinanza la metà dei cittadini; que' ritorni di sbanditi, che alle porte della patria esiliatrice si presentavano col ferro in mano e col fuoco. A esiliare pur troppo si seguitò; la condanna del padre colpì i figliuoli anche nelle culle: ma la donna fu rispettata; potè la donna rimanere nelle case vedovate, e serbarle ai ritorni con dolorosa preghiera, nelle chiese della patria, dinanzi alle madonne di Giotto, invocati. Diamo invece un ultimo sguardo al secolo XIII, a questa forte età che nel grembo travaglioso conteneva pure i germi della civiltà moderna. Ripensiamo la prima cacciata di Guelfi nel 1249, che per estremo atto nella patria, celebrano, tutti armati, le esequie del loro portansegna messer Rustico Marignolli, lo depongono in San Lorenzo, poi essi e le famiglie si partono e si disperdono pel Valdarno: i Ghibellini distruggono le case deserte («maledizione del disfare» che cominciò allora, dice la cronica),[45] e d'una torre, che dal vecchio cimitero intorno a San Giovanni prendeva nome di Guardamorto, vogliono «con maggiore empiezza», parole sempre della cronica, vogliono far rovina addosso alla chiesa e battistero, come guelfa anche lei, perchè ritrovo ab antico, e fonte di vita e riposo in morte, di Guelfi. E nella seconda cacciata, dopo Montaperti, «arriva in Fiorenza», lasciamo ancora parlare la cronica,[46] «la novella della dolorosa isconfitta; e tornando i miseri fuggitivi, si leva il pianto d'uomini e di femmine sì grande, che va sino al cielo; imperciocchè non avea casa niuna in Fiorenza, nè piccola nè grande, che non vi rimanesse uomo morto o preso.... I Guelfi, sanza altro comiato, colle loro famiglie, piagnendo, uscirono di Fiorenza e andaronsene a Lucca....»: fu una città che si riversava in un'altra. I vincitori, con le masnade tedesche, rientrano in patria, e dentro e fuori delle mura la demoliscono mezza. Strappano perfino rabbiosamente dalle chiese le arche sepolcrali e le ossa dei Guelfi: e se oggi un Aldobrandino Ottobuoni, cittadino integerrimo che ai nostri vecchi parve l'imagine del «buono romano Fabrizio», non ha più la sua tomba in quella che allora era Santa Reparata, si deve a quei sacrilegî;[47] a omissione, non a reverenza, si deve, che del portansegna Marignolli sia rimasta in San Lorenzo con le ceneri la pietra del sepolcro domestico.[48] Se Fiorenza non fu «tolta via» tuttaquanta,[49] ognun sa che fu virtù e gloria di un uomo. Ma a quei rifugiati in Lucca, che strazio l'udire, impotenti a ripararvi, la rovina delle loro case, delle loro memorie, dell'avvenire de' loro figliuoli! che furore negli uomini! che lacrime cocenti si saranno serrate nel cuore quelle misere donne![50] Poi, rivolta fortuna, successero le vendette guelfe, meno atroci ma più lente, più intime, più continuate, poichè durarono quanto durò la repubblica, dove il nome ghibellino rimase all'odio comune anche quando più non sussisteva la cosa. Confiscati, distribuiti, dispersi gli averi, i possessi delle famiglie ghibelline, come si distrugge il nido d'una bestia feroce; gli Uberti, votati a esilio perpetuo, e nelle orazioni de' Guelfi supplicato Dio che si degni di sradicarli;[51] i Santi stessi, se del loro sangue, rimossi dall'altare;[52] vietato di contrar matrimonio coi conti Guidi e altrettali signori di contado, e i figliuoli di siffatte unioni sentenziati bastardi:[53] insomma, una scomunica dalla convivenza sociale, che accompagna l'anatema con che la Chiesa li separa dal suo grembo. Sotto questa bufera di persecuzione, i più de' Ghibellini cedevano, e, per ritornare o rimaner cittadini, si facevano Guelfi. Quasi soli i discendenti di Farinata rimasero fedeli alla parte degli avi loro:[54] portarono superbamente per le terre d'Italia la propria condanna e la propria fermezza; pagarono intrepidi, sotto la mannaia guelfa, il debito, com'essi stessi lo chiamarono, lasciato loro da' padri; «non mutarono aspetto, non mosser collo, non piegarono costa», quale Dante, fra le tombe di Dite, avea veduto giganteggiare il loro avo magnanimo, co' suoi eretici ghibellini, col suo imperator Federigo.
Ma come in quel canto sublime, allato a cotesta figura di bronzo, vediamo «in ginocchion levata» l'ombra affettuosa e piangente d'un padre che cerca il figliuolo; così alle persone di quei profughi, che pure erano figliuoli e padri e sposi e fratelli, noi congiungiamo l'imagine delle povere, deboli creature, che dietro a loro trascinavano il tormentoso desiderio della patria e della casa perdute. E quando leggiamo[55] che in una di quelle illusorie pacificazioni, tornati per pochi giorni in Firenze anche gli Uberti, fra la gente che venne loro incontro, furono viste donne, i cui vecchi erano stati ghibellini, baciar l'arme degli Uberti sui palvesi di quei proscritti; noi sentiamo, a distanza di secoli, quel memore bacio, e l'alito che ne spira di affetti consacrati dal pianto e dal sangue.
Appartengono a quelli anni del trionfo e della concordia dei Guelfi, le feste del Calendimaggio che i cronisti e il Boccaccio[56] descrivono; le corti bandite, con apparati allegorici d'amore;[57] la poesia toscana che, rotto il circolo siculo provenzalesco, prende nome dal «dolce stil novo»,[58] della quale può esser gentile imagine quel vascelletto incantato, nel quale l'uno de' due maggiori rimatori di cotesta scuola, Dante, affigura sè e Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, insieme con le loro donne, mollemente cullati dall'onde del mare tranquillo.[59]
Ma presto si scatenò la bufera. Siccome il flagello di quelle discordie si rivolgeva contro coloro stessi che lo impugnavano, i vincitori Guelfi, presto gli uni con gli altri guerreggianti, fecero della città conquistatasi e delle case loro lo scellerato teatro di altri disordini. Si cominciò col non credere più oltre sicuro il trionfo del popolo guelfo artigiano, senza la oppressione, anzi l'annientamento dei Grandi: e i terribili Ordinamenti della Giustizia rinnovarono, per le vie di Firenze guelfa, il triste spettacolo dei disfacimenti ghibellini. Or pensate voi che possa essere stata disfatta pur una di quelle case, senza che le donne di essa sentissero a uno a uno nel cuore i colpi di quelle demolizioni? Pochi anni dipoi, Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, papa Bonifazio VIII e Carlo di Valois, si aggruppano personaggi sinistri d'una tragedia mossa dalle Erinni familiari, la quale ebbe fin d'allora storico e poeta degni in Dino e in Dante. Raccogliamo brevemente, al proposito nostro, da quelle linee sparse, la imagine della città caduta nel novembre del 1301 in mano del paciaro francese, che al disprezzo dell'Alighieri non parve meritare nemmeno il rinfaccio d'aver lacerato con la spada il seno di Firenze; egli, disse il Poeta, «le aveva, pontando la lancia di Giuda, fatto scoppiare la pancia».[60] Furono sei giorni di saccheggio e di desolazione:[61] ogni uomo fece male a chi volle, a amico e a nemico: da tutte le parti era un nascondersi, un trafugar roba, un fuggire: qua e colà, ogni tanto, un palagio che bruciava: ruberie di botteghe e di case, uomini posti alla corda, ferimenti, omicidî: in contado andar le gualdane, rubando, ardendo, ammazzando. Non rispettato l'onor delle donne: i meno tristi imporre ad esse e alle famiglie forzati matrimonî; fuggiti gli uomini, rimanere donne e fanciulli alla discrezione de' nemici; sentite come! e cuori di donna misurino il dolore di quelle poverette, a vedere così iniquamente violato il santuario domestico: «Vennero in casa nostra in Mercato Vecchio, di notte; rubaron quello che vi trovarono: ben l'avevamo la sera passata sgomberata delle più care cose. Noi uomini non v'eravamo, ch'eravamo cessati la sera dinanzi. In quella medesima notte, ci venne in casa un'altra masnada, e rubarono di quello che v'era rimaso. E dopo rubato, i Tosinghi e i Medici si mandavano profferendo alle nostre donne. E non voglio che rimanga nella penna, che quella notte furono lasciati ignudi i fanciulli, maschi e femmine, in sul saccone, e portaron via la roba e' panni loro; che non fu fatto in Acri per li Saracini così fatte opere e pessime».[62]
Del resto, in quella divisione di parte Guelfa tra Bianchi e Neri, anche le donne si erano più forse che in alcun altra simile occasione, mescolate. Nè è da maravigliarne: perocchè questa volta la discordia si cacciava tra famiglie congiuntissime per vincoli di parte, di consorteria, di vicinanza; e perciò turbava relazioni anche più intime, che non da Guelfi a Ghibellini: nè a tale turbamento poteva rimanere estranea la donna. Dice un cronista,[63] con parole nella loro semplicità pittoresche: «Si divise la città di Firenze, e fecero di loro due parti per modo, che non fu nè maschio nè femmina, nè grande nè piccolo,» (intendasi di condizione) «nè frate nè prete, che diviso non fosse». E un novelliere,[64] toccando specialmente di questo parteggiar delle donne, e lodando a paragone la bontà di altri tempi: «Ora che diremo dello ingegno della malizia femminina? Più acuto hanno l'intelletto e più subito; e a fare e a dire il male assai più che gli uomini, sono fatte parziali: chè a buon tempo elle averebbono ripresi i mariti loro, oggi li confortano a combattere per parte. E per questo da loro è disceso assai male nel mondo....».
Noi possiamo assistere a qualche singolare episodio di cosiffatte guerricciuole a porte chiuse. Siamo in casa (l'ho raccontato altra volta)[65] di messer Vieri de' Cerchi la mattina de' 23 aprile del 1300, pochi giorni avanti che la discordia guelfa prorompa in sanguinose violenze. È imbandita la mensa per un suntuoso convito: e madonna Caterina, una Bardi moglie di messer Vieri, dispone a' lor posti i convitati. Una Donati è da lei messa accanto a una gentildonna pistoiese de' Cancellieri; e il marito, con poco prudente zelo, l'ammonisce: «Non far così, chè non sono d'uno animo: tramezza chi che sia». «Messere,» gli dice la Donati, che ha sentito, «voi fate una gran villania, a far me e i miei di parte o nimici di persona: ed ho voglia andarne di fuori». La Cerchi irritata risponde lei: «E tu te ne va'». Il marito, dolente dello scandalo, fa le sue scuse e trattiene la gentildonna con garbata violenza; ma il rimedio è peggior del male, ch'ella lo rimprovera, come di scortesia, di questo porle addosso le mani. Allora egli impazientito, «contuttochè fosse savio cavaliere», esclama (chiedo scusa per messer Vieri al mio gentile uditorio): «Bene sono il diavolo le femmine!» E lascia, non si sa se andare o stare, la furiosa Donati: ma il diverbio seguitò fra gli uomini; e poche ore dopo co' ferri alle mani: «perocchè erano sì vicini, che l'uno sempre era a casa l'altro».
Varchiamo soglie più segrete e gelose, quelle di San Pier Maggiore: chiesa di monache benedettine antichissima, andata miseramente in isfacelo un cento anni fa. La quale non può qui nominarsi, senza ricordare che in essa i Vescovi fiorentini, quando facevano il loro solenne ingresso, si recavano prima che altrove, e con cerimonie, di cui ci rimangono minutissime descrizioni, inanellavano, fra riti e pompe nuziali, la reverenda madre abbadessa, che in persona della Chiesa fiorentina convitava e ospitava per ventiquattr'ore il novello sposo. E ciò, dicono gl'instrumenti, «per antica e ferma consuetudine da tanto tempo quanto è di là da memoria d'uomini».[66] Al monastero pertanto di San Pier Maggiore, un giorno di gennaio del 1299, si presenta Lisa di ser Guidolino da Calestano, venturiero lombardo che fu poi cagnotto attivissimo dei Guelfi Neri,[67] e chiede di esser ricevuta monaca. La badessa, suor Margherita, risponde che il numero è completo, e ch'ella non può senza offesa delle costituzioni ricevere la Lisa. Allora questa esibisce lettere del Santissimo Padre papa Bonifazio VIII, che ingiungono senz'altro alla madre abbadessa l'accettazione della nuova religiosa. Ma la badessa prorompe: «Che di' tu Papa? che santissimo Padre? Bonifazio non è papa altrimenti, sibbene il diavolo in terra tribolator de' Cristiani; ma il Signore Iddio darà tanto potere ai Colonnesi di Roma, ch'e' faranno di lui e de' parenti suoi quel che egli fece di loro contro diritto e giustizia». E le porte del monastero si chiudono strepitosamente dietro l'iraconda e, diciam pure, dantesca badessa; alla quale, del resto, non sembra che mancasse nè la parola tagliente nè il dono della profezia: perchè la trista violenza de' Colonna sul pontefice in Anagni la predisse anche Dante,[68] ma a cose fatte; la badessa, quattro anni prima che avvenisse. Questa volta però là qualificazione di «diavolo» investiva ben altro che femmine, e non per bocca d'un cavaliere: una sentenza della Curia vescovile a cui la Lisa, impenitente nella sua vocazione, immediatamente ricorse, imponeva «perpetuum silentium» a lei e al suo procuratore; con grande consolazione, non solamente delle pinzochere fiorentine, che appunto di que' giorni mandavano a loro spese fantaccini a crociarsi nella guerra papale contro «i perfidi Colonnesi»,[69] ma altresì del Comune, pel quale un processo addosso a quel Monastero di San Pier Maggiore non sarebbe stato, com'oggi parrebbe, una cosa da poco, anzi una gravissima briga da non aggiungersi volentieri alle molte, che in quelli anni funesti travagliavano l'umoroso e mal disposto corpo della cittadinanza. Suor Margherita (aggiungo in parentesi) si trova, a piccola distanza di tempo, aver ceduto ad un'altra il seggio abbaziale, che teneva fin dal 93; poichè nelle nozze episcopali, ch'ebbero a rinnovarsi nel maggio del 1301, ella è bensì fra le assistenti al rito, ma non essa la sposa. Aggiungo ancora che quand'ella fu eletta, due delle monache elettrici, agli scrutatori curiali che raccoglievano i voti, avevano risposto che per consentire nel nome di qualsiasi delle suore volevano innanzi consigliarsene col padre e con gli altri della casa: eccezione dagli scrutatori respinta come disonesta e contro diritto, e a noi evidente esser suggerita da rispetti e legami di parte, i quali avvincevano dunque anche le donne, e quelle stesse che ogni vincolo mondano avevano professato d'infrangere.[70]
Alle donne fiorentine di cotesti anni, mordendone con parole acerbissime i disordinati costumi, minaccia Dante,[71] per bocca dello spirito d'uno dei Donati, che i peccati di Firenze attireranno anche su di esse la meritata punizione del cielo: avanti che siano adulti i pargoletti i quali ora fanno la nanna sulle loro ginocchia, Dio le farà triste, e avranno a «urlare» sui mali delle loro famiglie e della loro città. Allusione indubitabile, ragguagliando le date, — o alla rotta dei Guelfi sotto Montecatini, nel 1315, della quale un rimatore contemporaneo[72] cantava:
Non vi ricorda di Montecatini,
come le mogli e le madri dolenti
fan vedovaggio per li Ghibellini,
e' babbi e' fratri e' figliuoli e' parenti?
— o piuttosto alle vendette imperiali che nel 1312 Dante con gli altri Bianchi sperò e invocò da Arrigo VII sui Guelfi Neri.[73] È, a ogni modo, notevole in relazione col nostro tema, che anche per Dante, come per gli altri grandi interpetri dell'ideale umano, un disastro di guerra, un civile rovescio, si concretino, nella loro più dolorosa forma, in lutto e pianto di donne. Così presso Omero, le matrone troiane guidate da Ecuba veneranda sollevano con alti pianti le mani a Minerva; e nella morte di Ettore, ai lamenti della moglie e della madre e di Elena fatale, rispondono i gemiti di tutto il popolo; e nella caduta della città, sente, fra il crosciar delle armi e degl'incendî, il disperato gridar delle donne la pietosa anima di Virgilio;[74] a tenore delle cui imagini, nell'assalto di Rodomonte a Parigi,[75]
sonar per gli alti e spazïosi tetti
s'odono gridi e feminil lamenti:
le afflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e dolenti,
e abbraccian gli usci e i genïali letti
che tosto hanno a lasciare a estranie genti....
Nell'Omero fiorentino del medio evo la figurazione è meno plastica, ma forse più potente; e la satira mesce nell'epica intonazione la sua stridula nota:
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che il ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
chè, se l'antiveder qui non m'inganna,
prima fian triste, che le guance impeli
colui che mo' si consola con nanna.[76]
Se non che gli spiriti, al cui vaticinio confidava Dante i rammarichi e le ire dell'ingiusto esilio, non antividero che quella esaltazione di guelfismo, nella quale i Neri avevano trascinato il Comune, e da cui i più onesti e temperati fra i Guelfi, come esso l'Alighieri, avevano rifuggito, anche a costo di perder la patria; doveva ormai' quella esaltazione guelfa, rimanere durevol forma del concetto politico a cui avrebbe seguitato a ispirarsi, pe' suoi settant'anni di secolo XIV, il Comune democratico, e in quella la perpetua «inferma» dell'Alighieri «trovar posa in sulle piume» del letto suo doloroso.[77] Così fu; nè qui accade discorrerne le varie e molteplici cagioni: fatto sta, che la storia fiorentina del Trecento, nel cui ultimo scorcio l'oligarchia prevalse, non offrì quelle fortunose vicende di reggimenti e di fazioni, di disfatte e di esilî, di vincitori e di vinti, per le quali la continua mutabilità dello stato rese alla donna così procelloso e malfido il porto della famiglia durante il secolo XIII: dagli esodi alternati di Ghibellini e Guelfi fra il 48 e il 67, all'ostracismo di Giano della Bella nel 95 sbandeggiato co' suoi compresavi la figliuola Caterina;[78] dai disfacimenti vandalici di mezza la città sotto il piccone de' Ghibellini,[79] alle sillane proscrizioni bandite dai Guelfi Neri contro i loro stessi compagni di Parte condannati a divenire «ghibellini per forza».[80] Gli uomini del Trecento raccolsero da que' feroci contrasti la tradizione democratica artigiana, che atteggiò la vita interna del Comune a una progressiva espansione verso la plebe; espansione inefficacemente combattuta dalle Arti maggiori, e che fece capo al governo de' Ciompi: — ne raccolsero la tradizione guelfa francese, che in quello stesso secolo finì con l'attirare sulla libera città l'abietta e sconcia tirannide del Duca d'Atene, e dispose incorreggibilmente la Repubblica a una parzialità lusinghevole e pericolosa, i cui estremi danni sentì Firenze nel 1530, quando a ripararli non si era più a tempo: — ne raccolsero infine la sola forma di magistrato fiorentino che abbia avuta durata ferma, i Priori e il Gonfalonier di Giustizia, la cui insegna popolare piantata da Giano della Bella, trasmessa dall'una all'altra di quelle mani gagliarde, fu, dopo quasi due secoli e mezzo, il vessillo della patria nelle ultime battaglie della libertà.
V.
Il Trecento, adunque, è nella storia di Firenze, comparativamente all'età che lo precede, secolo di confermamento e di stabilità. «Nuovo popolo», come dicevano, non si fa più. Non mancano le grandi commozioni, i grandi pericoli, i grandi rovesci eziandio: la città è assediata da Arrigo VII; minacciata da Uguccione, e più gravemente da Castruccio; stremata del suo miglior sangue nelle battaglie di Montecatini e dell'Altopascio; le calate imperiali del Bavaro, di Carlo IV, mettono alla prova il senno e la borsa de' suoi mercatanti; questa è munta gagliardamente dai sovrani quasi di tutta Europa; i reali di Francia e di Napoli vengono a spadroneggiarci in casa; un loro venturiero crede di essercisi insediato signore e duca; la travagliano, con le armi e con le cupidigie, Scaligeri e Visconti, i Papi Avignonesi e le Compagnie di ventura; le epidemie, ed una sopra tutte spaventevole, la disertano; la tirannide guelfa turba l'equilibrio delle Arti, e provoca gli eccessi della demagogia: ma lo Stato rimane pur sempre saldo a tutti questi urti, fra tutte queste burrasche; saldo tanto, che il rivolgimento verso l'oligarchia si compie senza mutazioni, nè di forma nei magistrati, nè di sostanza nella politica del Comune. E così può Firenze, durante questa età gloriosa, svolgere nelle forme più ampie e sino a' più alti gradi la civiltà sviluppatasi faticosamente dalle tenebre dei bassi tempi; d'industrie e commerci alimentarla, afforzarla, propagarla nel mondo; farle ministre le arti del bello figurato, che Arnolfo, Giotto e l'Orcagna, maestri e operai del Comune, improntano di quella gentil compostezza che d'ora innanzi si chiamerà toscana; ai dispersi elementi dell'eloquio latino, che di regione in regione italica vennero atteggiandosi a lingua di popolo, dare Firenze la forma, farne il verbo della nazione, anzi già il valido istrumento d'una letteratura, che, intorno a un altro grande triunvirato fiorentino, si afferma italiana.
Di questa vita, tanto più spirituale e civile quanto meno agitata e procellosa, la donna, resa quasi ad aere più spirabile, partecipa, com'è naturale, e ne gode largamente. Nella istoria di lei, il dramma fa luogo alle contingenze, or liete or tristi, del familiare e cittadino consorzio; è finalmente ai tesori della bellezza e della tenerezza sua, ispiratrici, ricomposto il nido domestico, com'era a tempo delle avole buone, ma ora la ricchezza e l'arte gareggiano in adornarlo: e i mercatanti di Calimala e di Por Santa Maria, quasi a consolarla de' lunghi abbandoni, serbano a lei le primizie de' panni che recarono d'oltremonte, e che trasformati e triplicati di pregio rivarcheranno le alpi ed il mare.
Ed ella non sarebbe donna, se di quella ricchezza, di quelle appariscenze, che son poi infine lieto testimonio della forza e della prosperità del Comune, la non si compiacesse, e non se ne circondasse volenterosa. Ed hanno un bel gridare i religiosi dal pergamo; e Dante anche questa voce del tempo suo (e quale gliene sfugge?) ha raccolta; hanno un bell'ammonire e minacciare e interdire, e aggiungere le «spiritali» alle altre «discipline»,[81] che correggono e frenano i mondani splendori e il trascorrere nelle pompe e nel lusso.... Ma sono così belli, sotto il raggio meridiano del sole di primavera o ne' rosei tramonti autunnali, quelli svariati colori, quegli arienti, quell'oro, su quelle teste bionde, intorno a que' candidi colli, a prova con lo scintillare di que' neri occhi pensosi! paion fatti apposta que' fini broccati per disegnare le vite snelle e flessuose che aspettano di essere abbracciate pel ballo! quelle perle e pietre preziose, e i segni e lettere nella cui forma sono disposte, che significato e qual valore avrebbero, se fossero risparmiate a que' petti esuberanti di giovinezza e d'amore?
Ed ecco che il Comune, rigido ed inflessibile mantenitore de' proprî diritti, arma l'Esecutor della legge, di capitoli e statuti suntuarî[82] severissimi «contra i disordinati ornamenti delle donne di Firenze»; le quali piegano crucciose il capo, e di mala voglia obbediscono: siamo nel 1324. Ma son passati appena due anni; e tolta occasione dalla venuta del duca di Calabria, chiamato al solito esercizio di signoria angioina sulla guelfa repubblica, le donne si fanno attorno alla duchessa sua moglie, che è una francese, Maria di Valois; e ottengono sia loro reso «uno loro spiacevole e disonesto ornamento» (è la borghesia che brontola per bocca di Giovanni Villani)[83] «di trecce grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce di capelli dinanzi al viso...., ornamento disonesto e trasnaturato....: e così il disordinato appetito delle donne vince la ragione e il senno degli uomini». Una corte ducale,[84] quel codazzo cortigiano e francese, operano, ne' pochi anni che Firenze se li gode, il proprio effetto: e i Fiorentini, per calen d'aprile del 1330, «tolgono tutti gli ornamenti alle loro donne», e, si può ben dire con una parola di stampo adatto al caso, le disabbigliano da capo a piè. Sentite![85] «Essendo le donne di Firenze molto trascorse in soperchi ornamenti di corone e ghirlande d'oro e d'argento, e di perle e pietre preziose, e reti e intrecciatoi di perle, e altri divisati ornamenti di testa di grande costo; e simile, di vestiti intagliati di diversi panni e di drappi rilevati di seta, e di più maniere, con fregi e di perle e di bottoni d'ariento dorato ispessi, a quattro e sei fila, accoppiati insieme; e fibbiati di perle e di pietre preziose al petto, con diversi segni e lettere; e per simile modo facendosi conviti disordinati per le nozze delle spose, ed altri, con più soperchie e disordinate vivande; — sopra ciò si provvede e si fanno ordini, che niuna donna non possa portare nulla corona nè ghirlanda, nè d'oro nè d'ariento nè di perle nè di pietre nè di seta, nè niuna similitudine di corona nè di ghirlande, eziandio di carta dipinta; nè rete nè trecciere di nulla spezie, se non semplici; nè nullo vestimento intagliato nè dipinto con niuna figura, se non fosse tessuto; nè nullo addogato nè traverso, se non semplice partita di due colori; nè nulla fregiatura, nè d'oro nè d'ariento nè di seta, nè niuna pietra preziosa, nè eziandio ismalto nè vetro; nè potere portare più di due anella in dito, nè nullo scheggiale nè cintura di più di dodici spranghe d'argento; e che d'ora innanzi nulla si possa vestire di sciamito, e quelle che l'abbiano il debbano marcare, acciò che l'altra nol possa fare; e tutti i vestiri di drappi di seta rilevati sian tolti e difesi; e che nulla donna possa portare panni lunghi dietro più di due braccia, nè iscollato di più di braccia uno e quarto il capezzale; e per simile modo siano difese le gonnelle e robe divisate a' fanciulli e fanciulle, e tutti i fregi, ed eziandio ermellini, se non a' cavalieri e a loro donne; e agli uomini tolto ogni ornamento e cintura d'argento, e' giubbetti di zendado o di drappo o di ciambellotto. E nullo convito si possa fare di più di tre vivande, nè a nozze avere più di venti taglieri,» (che val quanto non più d'una quarantina di convitati) «e la sposa menare sei donne seco e non più; nè a' corredi di cavalieri novelli più di cento taglieri di tre vivande; e a corte de' cavalieri novelli non si possano vestire per donare robe a' buffoni». Sopra i detti capitoli, continua la cronica, feciono uficiale forestiere a cercare e uomini e donne e fanciulli delle dette cose diviete con grandi pene. E impongono norme e tariffe alle arti e allo spaccio delle derrate: e curano insomma l'interesse e la masserizia delle famiglie, senza darsi pensiero del danno che ne sentono specialmente «i setaiuoli e orafi», costituenti una medesima Arte, «che per loro profitto ogni dì trovavano ornamenti nuovi e diversi». Conchiude la cronica:[86] «I quali divieti fatti, furono molto commendati e lodati da tutti gli Italiani; e se le donne usavano soperchi ornamenti, furono recate al convenevole: onde forte si dolsono tutte, ma per gli forti ordini tutte si rimasono degli oltraggi» (cioè da quelli eccessi); «e per non potere avere panni intagliati, vollono panni divisati e istrangi i più ch'elle poteano avere, mandandogli a fare infino in Fiandra e in Brabante, non guardando a costo. Ma però molto fu grande vantaggio a tutti i cittadini in non fare le disordinate spese nelle loro donne e conviti e nozze, come prima faceano; e molto furono commendati i detti ordini, perocchè furono utili e onesti; e quasi tutte le città di Toscana, e molte d'Italia, mandarono a Firenze per esempio de' detti ordini, e confermargli nelle loro città».
Ma chi dovette trovarsi a disagio, proseguiremo noi, furono quelli «ufficiali forestieri», deputati dal Comune all'applicazione della legge, ossia a combattere per essa contro il malumore e l'astuzia delle donne fiorentine, congiurate per la difesa del loro abbigliamento. Delle tante grottesche figure, in cui la gaia novella borghese ha atteggiato quei poveri potestà e capitani, cavalieri e giudici, notai e famigli, che le città guelfe di Lombardia e delle Marche mandavano per rettori a Firenze; e sui quali si motteggiava proverbialmente: «Se tu hai niuno a chi tu vogli male, Mandalo a Firenze per ufficiale»;[87] non ve n'è forse nessuna così argutamente comica, come quella disegnata da Franco Sacchetti[88] d'uno «iudice di ragione» (de' suoi tempi die' egli, ma al dabben giudice non mancarono di certo predecessori anche in questa tribolazione, e Statuti suntuarî fiorentini ne possediamo fin del 1306, e testimonianza di essi fin dal 1290),[89] il quale messosi di buona lena, egli ed un suo notaio, ad eseguire certi nuovi ordini, al solito, «sopra gli ornamenti delle donne», l'effetto n'è, e i cittadini ne fanno le giuste meraviglie presso i Signori, che «l'oficiale nuovo fa sì bene il suo oficio, che le donne non trascorsono mai nelle portature, come al presente fanno.» Or ecco la risposta di messer Amerigo al rimprovero de' signori Priori: «Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per apparar ragione; e ora, quando io credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla: perocchè cercando degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come sono quelli ch'elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E' si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che è appiccato al cappuccio con uno spillo, e recaselo in mano, e dice ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare dinanzi. Dicesi a quella che è trovata: Questi bottoni voi non potete portare. E quella risponde: Messer sì, posso, che questi non sono bottoni, ma sono coppelle: e se non mi credete, guardate, e' non hanno picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no; chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che cosa è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia.» I magnifici signori Priori, che conoscevano le loro donne meglio di messer Amerigo da Pesaro, dicono l'uno con l'altro: «Noi abbiamo tolto a contender col muro. Me' faremo attendere a' fatti che portano più. Chi vuole il malanno se l'abbia.» E infine esclama uno, dicerto il più dotto della orrevol brigata: «Io vo' che voi sappiate, ch'e' Romani non poterò contro le loro donne: che vinsono tutto il mondo; ed elle, per levar gli ordini sopra gli ornamenti loro, corsono al Campidoglio, e vinsono i Romani, avendo quello che voleano». E cita Tito Livio, e vi dissertano sopra. E a messer Amerigo dicono, faccia quello ch'e' può, e tiri via, e lasci correre le ghirlande e le coppelle e i lattizzi; e così, d'allora in poi, narra il novelliere essere stato fatto, conchiudendo che l'uomo propone e la donna dispone, proverbio (come sentite) assai antico, e che le donne fiorentine, senza studiare giurisprudenza, hanno saputo portare le loro fogge a dispetto delle leggi e de' dottori di queste.
Del resto, quelle severità suntuarie di cui possediamo documenti bellissimi per la storia sì del costume e sì della lingua;[90] le quali limitavano la misura de' corredi nuziali, o come dicevano delle «donora», che la sposa portava al marito; e proporzionavano alla dote il longobardico morgincap, o dono del mattino, che questi faceva a lei la mattina dopo il matrimonio; e frenavano, com'abbiam sentito, il lusso e l'abbondanza delle feste e dei conviti; sarebbero oggi per noi violazioni di libertà individuale e quasi di domicilio. Eppure un alto concetto democratico animava anche coteste disposizioni, in quanto si voleva per esse, che il festeggiare de' cittadini fosse il più possibilmente pubblico anzichè privato. «Un sentir comune voleva comuni piaceri: le spese del ricco dovevano sempre avere qualche cosa di popolare; fatte a pubblico benefizio e spettacolo, dovevano essere un godimento per tutti. Nei palazzi, ciò che poi furono i salotti, allora era, aperta alla vista di tutti, la loggia. Per tal modo un paio di nozze rallegravano l'intera città: il ricco pagava le feste al povero per goderle insieme con lui: i giovani armeggiavano, le donne ballavano, sulle piazze, all'aria aperta, non al fumo di candele, nell'uggia de' salotti». Queste cose, di quella età democratica del Comune fiorentino, scriveva nel 1836 un giovine patrizio; il quale doveva poi da vecchio, a tutta Italia anzi alla civile Europa venerando, essere il degno storico della nostra Repubblica: il marchese Gino Capponi.[91]
Altra materia, che di siffatte osservazioni morali, non è da aspettarsi ci offra, intorno alla donna, come già dissi, la storia fiorentina di quel secolo: non la storia de' fatti politici, per le ragioni che vedemmo; non la storia della cultura, in tempi ne' quali i limiti di questa erano tracciati così rigidamente, che la denominazione di uom colto era «cherico», e gran mercè se alla donna rimaneva posto fra il laicato. La Compiuta Donzella, se è, come pare, «non ombra, ma donna certa», rimane un'eccezione, come tutte le regole hanno la sua: nè della cultura della donna in Firenze dal Due al Trecento altre testimonianze sapremmo indicare, all'infuori di qualche volgarizzamento dal latino che vedesi fatto a loro istanza, come quello delle Eroidi d'Ovidio (che chiamavano «Libro delle donne»), a istanza di madonna Lisa Peruzzi condotto da ser Filippo Ceffi notaio;[92] o, più spesso, i volgarizzamenti che religiosi o altre persone spirituali, pure ad istanza di donne, facevano di testi sacri od ascetici.[93] E dovremmo poi dire che il precettor cortigiano che la donna fiorentina di quella età ebbe in Francesco da Barberino, mostra evidente che di qualunque virtù più che di cultura preme a lui che la sua donna ideale si addobbi; fino a porre in dubbio (tutto ben considerato, anche i pericoli) se sia bene o male ch'ella sappia «lo leggere e lo scrivere», ancorachè sia di grande condizione; e sole eccettuando, manco male, le destinate a monacarsi.[94] Ma oltre la storia politica e la storia della cultura, noi possiam pure interrogare una storia, le cui pagine, scritte senza intenzione d'arte anzi non per un pubblico qualsiasi, a null'altro quasi hanno servito sin oggi che a documento di lingua, e sono le Croniche o Ricordanze domestiche: ed una di queste,[95] che proprio comprende nel suo bel mezzo il Trecento, offre al nostro studio, non geste e imprese di certo, bensì più d'una fisionomia femminile.
Le parole di messer Donato Velluti, che io riferirò testuali e dal manoscritto suo autografo, vi faranno qui rivivere coteste donne, quali egli, nella casa propria o de' consorti, le vide: «care e buone» le più; testimonianza affettuosa, e troppo in quelle schiette sue pagine frequente,[96] cosicchè io non debba ripeterla, anche a compenso di giudizi sulla donna, e del Trecento e dell'Ottocento, non sempre benigni. Sceglierò tipi diversi. E prima, poichè abbiamo avuto testè a parlare di fogge e mode, sia d'una alla quale l'avere il capo ben assettato giovò a qualche cosa. «Monna Diana fu una bonissima donna, e molto amore mi portava...., e assai mi teneva a Bogoli quando era fanciullo. Portava molto in capo: intanto che essendo una volta al palagio vecchio de' Rossi, dirimpetto a Santa Filicita, ove oggi è l'albergo, e cadendo d'in sul palagio una grande pietra, e cadendole in capo, non la sentì, se non come fosse stata polvere venuta giù per razolire di polli: onde ella, sentendosi, disse: — Chisci, chisci; — e altro male non le fece, per cagione de' molti panni ch'avea in capo». Resistente, del resto, e gagliarda, era soprattutto la fibra, non meno di quelle donne, che degli uomini loro; e sentite come guardavano in faccia la morte: «Sopravvenne la mortalità del 1348: ed essendo già morti il detto Gherarduccio e sua figliola e le serocchie, et essendo il detto Cino», l'ultimo rimasto di tre fratelli, «e sua donna in contado al detto podere dal Poggio, infermarono; et essendo infermi, deliberarono di venire», cioè alla città. «Ed essendo presso i fratelli della moglie, gli feciono fare testamento.... E poi si partirono: e la donna ne fu recata in istanghe, e giunta l'andai a visitare; e egli ne venìa a cavallo in sella, e uno gli era in groppa. Di che dopo la detta visitazione, essendo io ito in Borgo San Iacopo a la sepultura di Bernardo Marsili, il quale era morto essendo de' Priori,» (e lo stesso, di morire essendo de' Priori, in Palagio, toccò allo scrittore ventidue anni appresso) «e tornando, essendo in capo del chiasso, vennono due a una ora, e l'uno disse: — Monna Lisa è morta; — e l'altro disse: — Cino è morto a l'Olmo da San Gaggio, a cavallo, venendo di villa. — Fecili sotterrare.....». Ritratto di due buone ragazze, invecchiate in casa co' fratelli: «Le dette Cilia e Gherardina non si maritarono: stettono un grande tempo pulcelloni, con speranza di marito; poi fuggita la speranza per non potere, si feciono pinzochere di San Spirito. Guadagnavano bene, e francavano la loro vita, e più, dipanado lana; sanza che, non fece mai bisogno a' detti fratelli tenere fante. Erano amorevoli molto, e grandi favellatrici. Morirono per la detta mortalità del 1348, essendo ciascuna d'età di quaranta anni e più». Ma ben altra donna una madonna Gilia, che in casa dei fratelli ritorna da vedova, e piena d'affari e di brighe, e «consumò molto in piatire, nel quale molto si dilettava, però che era et è molto astuta e rea; e tanto vi consumò, che non vogliendo vendere delle possessioni, vilmente vivea e vestiva, tutto dì cercando Firenze....., e oggi vive in mendicume». Ma ecco qua due figure simpatiche: di una donnina da casa, «monna Lisetta, piccola della persona, ma savia e buona donna», che dopo la morte del marito rimane in casa co' figliuoli, onestamente vivendo, e governando i detti suoi figliuoli», che le muoion giovanissimi, ed ella pure nella mortalità del 1363; — e di una bella sposa, di quelle che, guardate negli affreschi o nelle tavole de' nostri maestri, ci fanno non solamente ammirare ma pensare, «monna Ginevra Covoni, più bella e maggiore di niuna sua serocchia, e sanza vergogna delle altre, fu delle vertudiose savie e facenti donne che io vedessi mai, e quella che per l'amorevolezza sua e piacevolezza e bontà si facea volere bene a ogni persona». Finalmente la madre del cronista e la moglie: «Monna Giovanna, mia madre, fu savia e bella donna, molto fresca e vermiglia nel viso, e assai grande della persona onesta e con molta virtù. E molta fatica e sollecitudine durò in allevare me e' miei fratelli; considerato, che si può dire non avessimo altro gastigamento, e spezialmente di padre, però che quasi del continuo nostro padre stette difuori: per la qual cosa ella fu molto da lodare, e lodata fu, di sua onestà e vita, essendo bella, e stando il marito tanto di fuori. Di carnagione e freschezza fui molto somigliato a lei. Fu grande massaia; e bisogno ebbe di ciò fare, avendo nostro padre poco come avea, poi si divise da' fratelli, e avendo grande famiglia.... E la cagione della morte sua fu, che essendo nostro padre in Tunisi, avendo noi ricevuto in pagamento.... uno podere...., e essendovi ella andata a stare là di state, tornando poi qua, e essendo salita a cavallo..., si mosse il cavallo, e corse un pezzo, e gittolla in terra; di che si sconciò la gamba. Soprastette alcuno dì là su, e non si fece trarre sangue; e poi essendo recata in Firenze in stanghe, si rincannò la gamba: e stando così uno dì di San Martino nel letto, ed essendo con lei molte donne, e favellando e cianciando, subitamente dicendo O me!, passò di questa vita. Iddio abbia la sua anima; chè così dovè essere, essendo buona e cara donna, e essendosi confessata il dì dinanzi....». E la moglie, monna Bice Covoni: «La quale fu piccola e non bella; ma savia, buona, piacevole, amorevole, costumata, e d'ogni vertù piena e perfetta, e la quale si facea amare e volere bene a ogni persona: e io molto me n'ò lodare, chè me amava e desiderava con tutto quore. Era bonissima dell'anima sua: ed è da credere che Nostro Signore Iesù Cristo l'abbia ricevuta nelle sue braccia, faccendo buone e ottime operazioni, limosiniera e d'orare e visitare la chiesa.... Vivette meco in santa pace, e accrebbe il mio assai di grazia onore e avere.... Ebbe grandissima infermità per la mortalità del 1348, e campò di quello che non ne campò una nel centinaio. Fu grazia di Dio e in iscampo di me, chè di certo ho per opinione, che s'ella fosse morta, io non sarei scampato, per gli accidenti m'avvennono, che che di quella infermità non sentissi.... Morì di luglio 1357: sì che vivette meco da diciassette anni. Iddio abbia la sua anima.»
VI.
Tale, nella realtà dei fatti, la donna che i Fiorentini dei primi secoli ebbero compagna della vita, a tutto il periodo schiettamente democratico del Comune; fermandoci sul declinare del Trecento, quando, sfuriati i Ciompi, l'aristocrazia borghese piglia campo, e paladini del popolo, pericolosi paladini, si fanno avanti i Medici. Tale la donna di quella antica Firenze: austera e gentile figura, che a sè dice della gloria di cotesta età tanta parte esser dovuta, quanta fu quella ch'ella prese nella operosità, nei dolori, ne' virili propositi, ne' luminosi concetti, ne' passionati traviamenti, d'un popolo forte, d'una democrazia degna veramente di tal nome, perchè senza declamazioni operante con gagliardia e per sentimento di cose grandi.
Se non che la realtà è solo un aspetto della storia nè sempre il più agevole a risapersi e a ritrarsi; e che anche quando si dà a divedere con sufficiente larghezza, lascia pur sempre luogo da un lato alla leggenda, dall'altro alle idealità dell'arte, trasformatrice quella, imitatrice questa, del vero, di cui la realtà è la identificazione. Ma se vasto è il campo nel quale la donna fiorentina potrebbe considerarsi, in relazioni più o meno strette, più o meno dirette, con le idealità della poesia e delle arti nei secoli iniziali della moderna cultura, altrettanto angusto, è, come in ogni altro ordine d'idee e di fatti fra noi, così anche in questo, il dominio della leggenda. È già stato osservato da parecchi, che la fioritura leggendaria, nelle età che l'avrebber portata, scarseggiò in Italia; e ciò perchè, lo dirò con le parole d'un critico tedesco,[97] «gl'Italiani avevano dietro a sè un'epoca di grande cultura nell'antichità, le cui traccie non si erano mai interamente perdute, essi non uscirono da un tempo di barbarie: e quindi mancavano loro appunto.... tradizioni, la origine delle quali risalisse a tempi oscuri e mitici». Siffatta condizione storica rivolse verso fonti oltramontane il naturale appetito delle plebi al maraviglioso, originando quella poesia romanzesca, la quale solamente fra noi doveva inalzarsi a creazioni d'arte grandiose e squisite; siffatta condizione storica, anche per altri o cicli tradizionali, o temi individui di leggenda, fu causa che il remoto e l'esotico apparissero quasi essenzial condizione perchè un soggetto addivenisse leggendario. Ciò premesso, sembrerà piuttosto troppo che poco, trovare circonfusa del nimbo della leggenda qualche figura di donna fiorentina, e non dai due primi secoli del Comune, sibbene da quelli della sua piena maturità.
Al secolo XIV sembra invero appartenere, se si considerano le circostanze dei fatti, il soggetto della novella, fin dal XV popolare, e tale conservatasi, specialmente nella sua forma metrica, fino a' di nostri, di Ippolito e Lionora;[98] una delle tante versioni sotto le quali si è perpetuata la leggenda dell'amor contrastato, da Piramo e Tisbe agli amanti veronesi che Guglielmo Shakspeare e Vincenzio Bellini hanno resi immortali. Ma nella leggenda fiorentina mancano e la catastrofe tragica, conchiudendosi l'amore con lieta fine, e quasi la forma stessa di leggenda, alla cui scarna semplicità subentrano le forme tornite e conversevoli della novella. Ippolito de' Buondelmonti ama la Lionora, o Dianora, de' Bardi, e n'è riamato, nonostante la nimicizia che, sebben guelfe ambedue, divide le loro famiglie. Disperato del proprio amore, il giovane si consuma e ne inferma; e alla madre, che piangendo lo interroga, rivela la segreta cagione del suo languire. L'amore materno spinge le donne, non avvisando altro mezzo, a pregare una zia di Lionora, abbadessa nel convento di Monticelli, che procuri di far trovare insieme i due amanti. Il che avuto effetto e giuratasi fede di sposi, e stabilito come rivedersi con maggior agio nella casa di Lionora, nel recarvisi Ippolito nottetempo, è fermato dalla famiglia del Potestà. Egli, per salvare l'onore della donna amata, si dà per ladro, e tale persiste a dichiararsi, nonostante l'onta e la desolazione de' suoi; tacendo, a quel che sembra, le donne, per ispavento che, risapendosi il vero, le due famiglie e respettive consorterie non s'arrovescino l'una contro l'altra, e prima vittima sia lo stesso Ippolito. Il giovine generoso, condannato a ignominiosa morte, prega, per la salvezza almeno dell'anima, «che vi piaccia, nel mandarmi alla giustizia, che io faccia la via alla casa de' Bardi, acciò che gli possa domandare perdono dell'odio che io come inimico ho portato loro»; ma in realtà, «solamente per vedere una volta Lionora, prima che morisse». Gli è concesso; e il lugubre corteggio, a suon di trombe e con lo stendardo della giustizia alla testa, s'incammina: Lionora si fa alla finestra, e gli sguardi de' due sposi s'incontrano: allora ella «come furiosa discende la scala, a malgrado di tutte le donne di casa...., si gitta fuori della porta, afferra per la briglia il cavallo del cavaliere del Potestà, e grida: Finchè la vita mi starà nel corpo, tu non menerai Ippolito alla morte, la quale lui non ha meritata.» E si gitta nelle braccia del condannato. Il cavaliere non sa che si fare, la gente romoreggia; la Signoria chiama a sè i due giovani: «Ippolito, legato con la corda intorno al collo, e Lionora scapigliata e piangente, seguendoli gran copia di popolo». La giovine si fa innanzi e domanda ragione: «cioè, che voi mi rendiate il mio marito e sposo; altrimente io appello a Dio ed al mondo, chiamando vendetta di tanta ingiustizia, pregando Dio che con i suoi giusti occhi riguardi le vostre inique sentenze e malvagi giudizi.» La Signoria, verificati i fatti, chiama i padri de' due sposi: «li quali intendono la cosa per dritto modo, e quivi in presenza de' Signori e del popolo, fermano il parentado. E dove già duecento anni i Buondelmonti e i Bardi erano stati inimici a morte, divennero amicissimi per il parentado che tutti parevano d'uno sangue.» Vedete, o Signore gentili, che la leggenda ha pur voluto dare la sua eroina a Firenze, e l'ha chiesta all'amore.
Amorosa pure è la leggenda della sepolta viva; che il suo rozzo cantastorie quattrocentista riferisce al 1393. Ginevra degli Amieri (Almieri, per corruzione popolare) è amata da Antonio dei Rondinelli, ma dal padre sposata invece a Francesco degli Agolanti. Infermatasi e tramortita è, in que' sospetti di morìa, creduta estinta, e la seppelliscono da Santa Reparata. Ritorna ai sensi dentro la tomba, si accorge dell'atroce suo caso, si raccomanda alla Vergine, e guidata da un debole raggio di luna che trapela da uno spiraglio del sepolcro, sale una scaletta, riesce a smuovere la pietra testè murata; ed ecco la sua bianca figura, che rasente al Campanile, pel chiasso che poi da lei si vorrebbe essere stato chiamato della Morte, incamminasi alla casa del marito. Batte, ed è il marito stesso che si affaccia alla finestra;
Chi è la? chi batte? — Io son la tua Ginevra.
Non m'odi tu?...
Il marito spaventato si fa il segno della croce, promette a quella pover'anima errante orazioni e messe, e si ritira. Ginevra prosegue alla casa paterna, in Mercato Vecchio. Bussa; e si affaccia la madre.
Aprite.... io son la vostra figlia. —
Va' in pace, anima benedetta.... —
E riserrò la finestra con fretta.
La sventurata
fece del cor ròcca, e tirò via
sempre piangendo, misera dolente:
e incontra la stessa accoglienza sotto la casa d'un suo zio. Allora si ricorda del virtuoso amante; va alla sua casa: egli, pur credendola spirito,
vuol veder se tal spirito gli nuoce:
scende, la raccoglie, chiama la madre e le altre donne di casa; la confortano, l'assistono, la salvano. Ella vuol esser come morta al marito che l'ha seppellita, e passare a seconde nozze con l'uomo pel quale è rivissuta. Sostiene la sua causa dinanzi alla curia vescovile, e la vince. L'Amore questa volta (bene è stato detto da chi illustrò criticamente la leggenda)[99] l'Amore trionfa della Morte.
Ma, non che antica, antichissima sarebbe, e non di amore ma civile e patriottica, una tradizione che risale nientemeno che a' tempi di Totila; se però non si avesse piuttosto a tenere come una postuma trovata del popolo. Il re barbaro, entrato per inganno in Firenze, si è insediato nel centro della piccola città romana, nel palazzo del Campidoglio. E volendo toglier di mezzo «li maggiori e più possenti caporali della terra, li fa uno giorno richiedere a suo consiglio in grande quantità. E come giugnevano in Campidoglio, passando ad uno ad uno per uno valico di camera, gli faceva uccidere e ammazzare, non sentendo l'uno dell'altro, e poi i corpi gittare negli acquidocci».[100] Una trecca di mercato, che ha la sua botteguccia accanto alla chiesa di San Pietro lì presso, entrata in sospetto, avverte i cittadini «guardino bene, chè, come ha quella favola d'Esopo, di quanti vi sono entrati, niuno se n'è veduto uscire». Il che salva la vita a molti, e guadagna alla chiesa il nome di San Pier Bonconsiglio;[101] ma non impedisce la distruzione della città per mano del barbaro. La trecca e Totila poi si sono convertiti, e ciò a' dì nostri, egli nel più aborrito fantasma di tirannide che sia rimasto nella memoria del popolo fiorentino, il Duca d'Atene, ed essa nella Cavolaia di Firenze; il Consiglio de' maggiorenti al Palazzo del Campidoglio è addivenuto una veglia in maschera, con annessi trabocchetti, nella residenza ducale; e la maggior campana del Duomo, che d'inverno suona per l'ultima volta a sera inoltrata, e che al buon tempo dei nostri nonni, quando si andava a letto presto per alzarsi all'alba, faceva segno della cessazione delle veglie, è per la plebe la campana della Cavolaia, e rammenta come per opera di questa brava fiorentina la veglia micidiale del Duca finisse (nessun istorico lo sapeva) con la sua ignominiosa cacciata. La Cavolaia di Firenze, eroica moglie di Stenterello, divide oggi gli onori del teatro popolare fiorentino con la Ginevra degli Almieri, della quale il suddetto Stenterello è pur diventato non so se dissotterratore o che altro. I suoi personaggi la plebe, una volta attiratili a sè, li avvolge nelle spire di simpatie secolari, che si modificano, si trasformano, ma morire del tutto, non muoiono mai.
E un altro amore tradizionale del popolo fiorentino è, pure in questa età del Comune democratico, monna Tessa, la virtuosa fantesca di Folco Portinari, che per consiglio e cominciamento principalmente di lei si vorrebbe avesse fondato lo spedale di Santa Maria Nuova.[102] Al popolo, che vede scolpita in marmo la imagine della caritatevole donna sul limitare della grande casa, ospitale alle sue infermità e alle sue miserie, vano sarebbe, se già non fosse una pedanteria crudele, ammonirlo che la tradizione di monna Tessa, attestata sotto quel marmo da una iscrizione del secolo XVII, è tanto dubitabile quanto è, a ogni modo, evidente che cotesto mezzo rilievo, posteriore almeno di un secolo ai tempi ne' quali ella sarebbe vissuta, e che anticamente era collocato in una delle cappelle della chiesa, non è se non la effigie o d'una benefattrice del luogo pio, o d'una delle oblate addette ad esso. La tradizione poi, è molto probabile che avesse occasione od appiglio da una iscrizion del Trecento, che scolpita in rozzi caratteri gotici era sulla mensa dell'altare di quella medesima cappella, e vi rimase almeno fino al 1647, e dove si raccomandava l'anima d'una monna Tessa, moglie di Tura bastaio, la quale aveva fatto costruire cotesto altare.[103] Oltre a ciò, riescirebbe malagevole attribuire tanta potenza di effetti all'opera d'una femminella di condizione servile, in tempi ne' quali tale condizione rimaneva tuttavia molto prossima alla schiavitù; e schiave infatti le chiamavano, e dall'Oriente ne condussero e tennero effettivamente di tali.[104] Ma non è egli bello che il popolo lasci tutto questo, ed altro ancora, alla nostra saccenteria, e si tenga per sè la imagine cara della sua monna Tessa, fantesca poveretta; e di questa umile donna che sarebbe uscita da lui, esperta del suo patire, passata nel mondo fra i medesimi dolori, faccia egli a sè come l'angelo consolatore di questi dolori, la confortatrice di quei patimenti? Certo, io credo, non sarebbe mai una donna, per dottissima ch'ella fosse, che aspirerebbe alla gloria di combattere l'autenticità di monna Tessa. Più facile invece, che qualche rappresentatrice ingegnosa di quel vero, il quale, fuor d'ogni contingenza di persone e di tempi, è suggello perpetuo dell'essere umano, la ritragga nelle case dei Portinari, tutta intesa alle faccende domestiche, abbellire di carità la vita rassegnata e paziente, e disporre al soccorso dei poveri l'animo del ricchissimo messer Folco e della moglie sua madonna Cilia de' Caponsacchi: e pargoletta sulle ginocchia della povera serva, la loro figliuola, la predestinata Beatrice.
Nel nome di Beatrice, le realtà della storia e le fantasie della leggenda si congiungono con le idealità superbe a cui l'arte del bello solleva la manifestazione del bello più eletta fra le create, la donna. Ed io tocco i limiti che ho assegnati alla mia lettura. Non potrei lasciarvi con nome di donna fiorentina che suoni più alto e più soave. Da nessun'altra delle tombe della vecchia Firenze, alle quali abbiamo richiesta la donna del nostro antico glorioso Comune, da nessuna la donna fiorentina si solleva irraggiata di tanto splendore. E se, come di Folco,[105] fosse a noi rimasta la tomba di Beatrice Portinari, c'inchineremmo su quella forse con non minor reverenza che sul sepolcro dell'esule amante in Ravenna.
VII.
Il più solenne monumento della democrazia fiorentina, Santa Maria del Fiore, ha distese le braccia immense su molte di quelle tombe de' secoli XIII e XIV, con altre insieme più antiche, fin da quando le basi poste alle navate di Arnolfo e del Talenti, alla mole aerea di Giotto, alle tribune su cui poi voltò la cupola il Brunelleschi, coprirono l'antichissimo cimitero di Santa Reparata; esultanti, è da credere, le anime de' sepolti, che le loro lapide sparissero e le ossa si confondessero nelle fondamenta del tempio che a Dio inalzavano i forti loro figliuoli. Un prezioso Obituario[106] ci ha conservato i nomi dei sepolti e nell'antico cimitero e poi presso alla nuova chiesa: e su quelle pergamene, ingiallite dai secoli, leggendo i nomi, nella pace della morte congiunti, di Uberti e Buondelmonti, Lamberti e Adimari, Cavalcanti (e vi è Guido il poeta) e Donati, Abati e Brunelleschi; dei combattenti a Montaperti (e vi è Farinata magnanimo), e dei giustiziati dai Guelfi Neri, e degli uccisi nelle zuffe cittadine; e poi nomi di artisti, specialmente di addetti ai lavori della chiesa, e nomi di loro donne, primo Arnolfo e madonna Perfetta la madre sua, invidiabile madre per tale figliuolo e per tal sepoltura;[107] e poi anche i nomi di tanti ignoti che pur fanno, anzi fanno perchè ignoti, fantasticare la mente; siam tratti a ripensare e meditare tutta la storia d'un'età che ci è sopravvissuta ne' mirabili monumenti del suo pensiero e del cuor suo. E i nomi tanti di donne, molti de' quali al nostro orecchio novissimi, per esempio (e taluni hanno del longobardico) Bellantese, Bellamprato, Bellatedesca, Berricevuta, Ringraziata, Dolcedonna, Altadonna, Donnetta, Buona, Moltobuona, Dibene, Piubbella, Rimbellita, Belcolore, Macchiettina, Vezzosa, Ruvinosa, Leggiera; altri di storica ricordanza, sia pe' loro casati, sia per sè medesimi come le molte Tesse e Contesse, tributo onomastico alla Matelda famosa; tutti cotesti nomi, quanta ignorata storia di affetti non racchiudono, addormentati per sempre sotto quel sacro terreno!
Mai non t'appresentò natura ed arte
piacer, quanto le belle membra, in ch'io
rinchiusa fui, ed or son terra sparte:
sono i versi[108] ne' quali Beatrice, pure in grembo al divino, si ricorda di quando fu donna; e perciò da potersi inscrivere anche sulla tomba di ignote.
Signore e Signori,
Fra pochi giorni, su quel terreno che la religione e l'arte hanno fatto sacro all'Italia e al mondo civile, converrà da tutte le nazioni, alle solenni fratellanze del pensiero, un devoto unanime pellegrinaggio. Santa Maria del Fiore avrà avuto, dopo quasi seicent'anni dalla prima pietra, il suo compimento.[109] Ma i nostri vecchi, lasciando questa gloria al secolo che ora tramonta, non potettero prevedere, nè avrebbero osato augurarsi, che la pietra ultima sarebbe stata consegnata alle fondamenta dalla mano invitta di Colui che la patria italiana doveva salutare suo unificatore, suo padre, suo re;[110] che le feste dell'opera degnamente compiuta avrebbero inauguratori i figli di lui, il Re la Regina i Principi d'Italia; dell'Italia finalmente pacificata e concorde in tutte le sue terre, di nazione storica rivendicatasi a nazione vivente, e del l'avvenire affidata dalla coscienza del proprio diritto, e dal valore de' suoi soldati che combattono e muoiono, senza contare i nemici, nel nome di lei e del dovere.[111] Santa Maria del Fiore si apparecchia a dischiudere le sue porte ai sovrani benedetti da Dio e dal popolo; e di sotto ai novelli marmi del suo limitare fremeranno in quel giorno le ossa, e per gli spazi delle arcate severe si affolleranno invisibili, intorno agli Eletti della nazione, i magnanimi spiriti dell'antica Firenze. Il difensore a viso aperto e tutelatore della patria, l'Uberti, «si ergerà col petto e con la fronte» dalla tomba sua vera,[112] drappellando nel cospetto del Re prode e leale la vecchia insegna del popolo fiorentino, la Croce, oggi per virtù di Casa Savoia insegna di popolo e di re. Ma a Guido Cavalcanti, nel suo riaffacciarsi dal sepolcro al «dolce lume» del sole, «ferirà gli occhi» una visione gentile, come quelle da lui già idoleggiate nella sdegnosa fantasia, e gli farà ripetere li amorosi suoi versi,[113] per entro a' quali trepida, interrogando, l'affetto:
Chi è questa che vien, ch'ogni uom la mira,
e fa di chiarità l'aer tremare?
E mille voci concordi risponderanno a quella sospirosa melodia d'oltretomba, acclamando il nome dell'Augusta Donna, alle cui speranze materne è raccomandata tanta e sì cara parte delle speranze d'Italia.
NOTE
[1]. Matteo Villani, Cronica, VII, LXIV.
[2]. Giovanni Villani, Cronica, VII, LXVIII.
[3]. Commentaires de messire Blaise de Montluc, mareschal de France; Lyon, 1593; pag. 176.
[4]. La donna; Milano, Agnelli, 1868; a pag. 41.
[5]. Lettere di una Gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli pubblicate da Cesare Guasti; Firenze, Sansoni, 1877; a pag. XLIV: «Che le lettere familiari sono la prima fonte storica, è cosa nota; ma che nelle lettere delle donne sia riposta la storia più intima di un popolo, vorrei averlo mostrato io con questo volume». Lo stesso Guasti altrove (Opere; Prato, Succ. Vestri; I, 596) osserva che «gli storici fiorentini non sono molto larghi nel darci tipi di donna; ma quelle che ci mettono dinanzi agli occhi, son proprio degnissime di poema non che di storia.»
[6]. Giosuè Carducci, Alla regina d'Italia, XX novembre MDCCCLXXVIII. A pag. 858-860 delle Poesie, Bologna, Zanichelli, 1902. E in Confessioni e Battaglie, vol. IV delle Opere (Bologna, Zanichelli, 1890), a pag. 333-357, eterno Femminino regale. — Su l'uso e l'abuso, e la interpretazione critica, della frase goethiana «das Ewigweibliche» è da vedersi un bellissimo saggio di Michele Kerbaker, L'eterno Femminino e l'epilogo celeste nel Fausto di W. Goethe; Napoli, Pierro, 1903. «Per l'eterno Femminino, cioè l'eterna femminilità, nel senso più ovvio, chi non abbia riguardo al passo del Fausto, potrebbe intendersi la potente ed arcana attrattiva che la donna esercita sui sentimenti dell'uomo, mediante le speciali prerogative congenite alla sua complessione fisica e morale.» Ma dall'esame critico dell'epilogo celeste nel Fausto il Kerbaker conchiude, che quella «femminilità eterna» è «l'essenza stessa dell'indole femminile riguardata come una legge costante e provvidenziale della natura, in contrapposizione alla Mascolinità, e di cui la Beata Vergine, Madre di Dio e Regina dei cieli, è un simbolo». In quanto però la frase si presti, come s'è anche troppo compiacentemente prestata, a interpretazione astrattamente umana, non credo aver da pentirmi di quella che, in relazione col mio tema, a me venne fatto di darle: «idealità della donna, immanente nella storia».
[7]. Il canto XV, primo della trilogia fiorentina che il poeta svolge intorno alla figura luminosa del suo trisavolo Cacciaguida degli Elisei.
[8].
Io mi volsi a Beatrice; e quella udio
pria ch'io parlassi, ed arrisemi un cenno
che fece crescer l'ali al voler mio.
Poi cominciai così....
XV, 70-73
Vincendo me col lume d'un sorriso
ella mi disse: Volgiti ed ascolta,
non pur ne' miei occhi è paradiso.
XVIII, 19-21
[9]. XV, 97-99 e segg.
[10]. Al geniale argomento appartengono: La donna genovese del secolo XV, di Carlo Braggio; Genova, dal Giornale ligustico, an. XII, 1885: — La donna nel Medio Evo a Venezia, di B. Cecchetti, Venezia, dall'Archivio veneto, an. XVI, 1886; e La storia di Venezia nella vita privata, di P. G. Molmenti, Torino, Roux, 1885: — gli studî di Lodovico Frati su La vita privata di Bologna dal secolo XIII al XVII; Bologna, Zanichelli, MDCCCC (dello stesso autore, anche La donna italiana secondo i più recenti studi; Torino, Bocca, 1899): — una Conferenza di Guido Biagi, La vita privata dei Fiorentini, fra quelle su La vita italiana nel Rinascimento; Milano, Treves, 1893 — una di Lodovico Zdekauer, La vita privata dei Senesi nel Dugento, e una di Eugenio Casanova, La donna senese del Quattrocento nella vita privata, fra quelle tenute dalla Commissione senese di Storia patria; Siena, Lazzeri, 1895-98; — La storia di Pescia nella vita privata, di Carlo Stiavelli; Firenze, Lumachi, 1903 — e nel libro La donna italiana descritta da scrittrici italiane in una serie di Conferenze tenute all'Esposizione Beatrice in Firenze (Firenze, Civelli, 1890), quelle specialmente di Maria Savi Lopez, La donna italiana nel Trecento; di Filippina Rossi Gasti, Le donne nella Divina Commedia; di Alinda Bonacci Brunamonti, Beatrice Portinari e l'idealità della donna nei canti d'amore in Italia.
[11]. Parad. XV, 130-135; XVI, 34-39.
[12]. G. Villani, IV, X,
[13]. G. Villani, IV, IX.
[14]. G. Villani, V, XXXVII. «Ma se nel 1209 accadde la venuta di Ottone in Firenze, il racconto è favola; chè.... diciannove anni avanti, Gualdrada e Guido eran congiunti, e fin dal 1196 avevano figliolanza»: nota il Guasti, Opere, I, 71. Ciò nonostante, il valor morale della gentile tradizione rimane intatto.
[15]. Parad. XXXI, 38-39.
[16]. Parad. XVI, 145-147.
[17]. Parad. XVI, 25.
[18]. Parad. XV, 97-99.
[19]. Dino Compagni, I, II.
[20]. Inf. XIII, 143-145.
[21]. «Allora lo romore fue grande; e fue messo in una bara, e la moglie istava nella bara, e tenea il capo in grembo fortemente piangendo; e per tutta Firenze in questo modo il portarono». Cronica fiorentina compilata nel secolo XIII; a pag. 234 del vol. II, P. Villari, I primi due secoli della storia di Firenze; Firenze, Sansoni, 1894.
[22]. Manzoni, Adelchi, IV, I.
[23]. G. Villani, VI, LXIX; Cronica malispiniana, CLXIV.
[24]. Dino Compagni, II, XXIX.
[25]. G. Villani, l. c.
[26]. Una di quelle «doti isfolgorate» di lire dugento, sappiamo oggi essere stata la dote che la Gemma di messer Manetto Donati portò a Dante Alighieri. L'illustratore di questo Nuovo Documento concernente Gemma Donati (U. Dorini, nel Bullettino della Società Dantesca italiana, N. S., IX (1902), fasc. 7-8, pag. 181-184) ha potuto sopra altri documenti fiorentini consimili rilevare che fra il 1276 e il 1316, sopra sessantasei doti, dieci vanno dalle 50 alle 200 lire o poco più, quattordici dalle 250 alle 500, quindici dalle 500 alle 700, tredici dalle 700 alle 1218, sei da fiorini 100 a 300, otto da fiorini 300 a 560. E si seguitò per questa via. Guido Biagi ha pubblicato (per nozze Corazzini-Brenzini; Firenze, 1899) Due corredi nuziali fiorentini (1320-1493), da un libro di Ricordanze dei Minerbetti, istituendo confronti su «ciò che fosse la vita fiorentina e nei primi del Trecento, quando non era ancor fatta la roba, e sul declinare di quel secolo decimoquinto, in cui la squisitezza del gusto raffinava e ammolliva il costume». Nel matrimonio del 1320 la dote è di 325 fiorini d'oro, e 35 fiorini d'oro le «dónora» ossia il corredo. Nel 1493, fiorini 800 la dote, fiorini 240 le «dónora stimate» con altre assai non stimate, e poi per fiorini 340 di «cose consegnate e date» agli sposi dai genitori dello sposo. Un altro matrimonio, d'una Valori a uno Strozzi nel 1485, porta (Scritta di parentado ec. pubblicata da G. O. Corazzini per nozze Ciampolini-Magagnini; Firenze, 1894) fiorini duemila di suggello fra dote e dónora, delle quali segue la lista. Vorrei poter riferire quelle liste, preziosa testimonianza anche alla storia del costume. Consimili documenti di tempi ulteriori ha pubblicato Carlo Carnesecchi nel suo opuscolo Donne e lusso a Firenze nel secolo XVI. Cosimo I e la sua legge suntuaria del 1562; Firenze, Pellas, 1902.
[27]. Parad. XV, 112-120.
[28]. Vedi appresso, nel mio Studio su Beatrice.
[29]. Ottimo, III, 355 (Parad. XV, 103-105).
[30]. Vedi il mio libro Dino Compagni e la sua Cronica; Firenze, Succ. Le Monnier, 1880-87; I, 1113.
[31]. Vedi il citato mio studio su Beatrice; ed ivi anche ciò che concerne il matrimonio stesso dell'Alighieri con la Donati.
[32]. Le antiche rime volgari secondo la lezione del codice vaticano 3793, pubblicate per cura di A. D'Ancona e D. Comparetti; Bologna, 1875-1888; n.i DX, DXI, CMX. L'autenticità e realtà della «compiuta donzella di Firenze», che io, fin da quando (1887) scrivevo queste pagine, propendevo a sostenere contro gli assalti della critica dubitatrice, mi paiono ora validamente confermate nel bello Studio di Liborio Azzolina, La Compiuta Donzella di Firenze; Palermo, 1902; dove e quelle e altre (d'argomento amoroso) rime del Codice Vaticano ad essa comecchessia attinenti, sono esaminate con finezza di osservazione critica e con appropriata dottrina di storia e d'arte.
[33]. Cronica fiorentina cit. in nota 21 a pag. 235-236.
[34]. Parad. III, 108.
[35]. Commento alla D. C. d'Anonimo fiorentino III, 51.
[36]. Dino Compagni, III, X.
[37]. Parad. XVI, 112-114.
[38]. Pro coena maledictarum dominarum de Tosingis, riferisce il canonico P. N. Cianfogni (Memorie istoriche della basilica di S. Lorenzo; Firenze, 1804) essere intitolata, nel libro di Entrata e Uscita del Capitolo di San Lorenzo, sotto l'1 Maggio 1306, la spesa di quella imbandigione, «consistente in due capretti, due ventri di vitella, cinque paia di pollastri e altrettante di piccioni, un ventre di castrato, tre caci, otto dozzine e mezzo di pani, vino, frutte, pomaranci, treggea, spezie e lardo, colla spesa, in tutto, di otto lire, quattro soldi e sei danari» (vedi, qui subito appresso, il conteggio, di poco superiore, del Borghini). E poi lo stesso canonico Cianfogni soggiunge: «Chi fossero queste donne maledette, le quali dalla quantità delle vivande si vede che erano di un numero non indifferente, io non ho potuto rinvenirlo; siccome neppure si sa se questo fosse un obbligo del Capitolo, perocchè non vi sono libri anteriori, e dal 1307 fino al 1343 mancano tutti; e in quelli che seguono, di questa cena non se ne vede più fatta menzione». Io non sarei d'avviso che la cena fosse imbandita a donne, cioè non crederei che le «maledette» fossero le commensali e consumatrici: parecchia gente, osserva pure il Cianfogni, se si guarda la lista delle pietanze. Direi piuttosto che le «maledette» dessero, come di certo l'occasione e l'origine, così anche il nome alla cena; ma che questa poi fosse ammannita a tutt'altre persone che donne e Tosinghi, ma o a poveri o a religiosi, o altro che di simile: e ciò per un lascito nel cui titolo le «maledette donne dei Tosinghi» rimangono per noi un mistero. Mi capacita poco, che una casa come i Tosinghi, così fiera e burbanzosa e potente, volesse mandar le sue donne a quella periodica impinzatura di calendimaggio, accompagnata poi da quella amorevole denominazione. Peccato non usino più i romanzi storici, per ricamarvi un po' sopra! Il gran maestro di antichità fiorentine, Vincenzio Borghini (Autografi magliabechiani, X, 98, c. 57), pare vegga nella denominazione di «maledette» non altro che una imprecazione de' canonici all'indirizzo delle Tosinghe, seccati di dover tutti gli anni per cagion d'esse metter mano alla borsa e registrar quella spesa; imprecazione raccolta dal camarlingo, e sopravvissutaci in cotesta come motteggevole intestatura della partita: «Pro coena maledictarum dominarum de Tosinghis. Erano parenti del Vescovo, e dovevano farsi fare questa cena per piacevolezza: ma questi buon preti non ci avevano pazienza, chè spesono in tutto lire 8. 9. 10, che erano più di 3 lire delle nostre». Ma questa volta io non consentirei al maestro. In quel «maledette» della cena laurenziana commemorativa, mi par di sentire alcun che di consono al grido misterioso che aleggia fra gli alberi del sesto girone del Purgatorio dantesco: «Ricòrdivi, dicea, de' maledetti....»
È stato popolare in Firenze, fino ai dì nostri il «lunedì dell'unte», cioè delle tessitore, che era il penultimo, o l'antepenultimo, lunedì del carnevale, giorno di scialo per coteste donne dei nostri camaldoli, con tavole apparecchiate anche su la strada: e doveva essere antichissimo, quanto forse la cena (tutt'altra cosa) delle «maledette».
[39]. Parad. XV, 127-129.
[40]. Protocollo di ser Uguccione di messer Ranieri Bondoni, B. 2126 dell'Archivio antecosimiano dei Contratti, nell'Archivio fiorentino di Stato. A c. 130 t., 11 aprile 1304.
[41]. G. M. Brocchi, Le vite de' Santi e Beati fiorentini; Firenze, 1742-61; II, 339 seg. Vedi anche L. Santoni, Diario sacro ecc. con l'Elenco di tutti i Santi, Beati e Venerabili che sono nati domiciliati e morti in Toscana; Firenze, 1853; pag. 105. Piccarda, o col suo nome francescano suor Costanza, Donati è sotto il 17 ottobre. (La data de' «17 ottobre, a pag. 105» dell'Elenco di L. Santoni, è erronea. La vera è «17 dicembre, a pag. 128» del medesimo Elenco; dove anche altre cose, oltre quel doppione, sarebbero da raddirizzare.)
[42]. Questo concetto fermai in una iscrizione pel Centenario di Santa Margherita da Cortona (1897), che qui ripubblico siccome non aliena dal carattere del presente mio libro:
Coronazione di virtù miti in secolo feroce
fu l'aureola della santità
sulla fronte della donna medievale.
Ma di eroica redenzione dalle abiezioni del peccato
voluta e combattuta e vinta,
ma di rivendicazione dello spirito immortale alla sua libertà,
è confortevole simbolo anche nei mutati tempi
la santità tua, o Margherita,
o bella penitente,
o consigliatrice di pace ai potenti del mondo,
o iniziatrice di carità dagli abbienti ai poveretti;
Maddalena dell'età fosca e luminosa,
a cui Francesco ebbe
nelle stigmate dell'amore universale
rinnovato il dolce crocifisso Gesù.
[43]. Leggenda della beata Umiliana de' Cerchi; Firenze 1827; a pag. 23, 34, 94, 50.
[44]. N. Tommaseo, Lo spirito, il cuore, la parola di Caterina da Siena; premesso alle Lettere di lei (Firenze, Barbèra, 1860), a pag. CLXXXVI.
[45]. G. Villani, VI, XXXIII: Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze; Firenze, Barbèra, 1875; I, 29-30.
[46]. G. Villani, VI, LXXIX.
[47]. G. Villani, VI, LXII.
[48]. Il sepolcro in chiesa nella cappella di San Matteo. La pietra (con lo stemma, e figurazioni guelfe, e la scritta Sepulchrum filiorum de Marignolle. A. D. MCCLVIIII. Restauratum A. D. MCCCCCV), che serviva di dossale all'altare (Richa, Chiese fiorentine, V, 73, 33-34), fu trasferita nel chiostro della Canonica, a man destra appena entrati, nel 1739 per cura degli Ubaldini novelli patroni della cappella. E così deve correggersi un accenno del Capponi, l. c.
[49]. Inf. X, 92.
[50]. Dramma ritratto con veracità d'arte possente, in una lirica del Tommaseo: a pag. 374-377 delle Poesie, Firenze, Succ. Le Monnier, 1872 e 1902.
[51]. Vedi nel mio libro Dino Compagni e la sua Cronica, II, 519.
[52]. Vedi nel citato mio libro, II, 457-58.
[53]. Statuti fiorentini, III, CLXXIX: «Di non contraere parentado co' conti Guidi e altri (conti Alberti, Ubertini, Pazzi di Valdarno, Ubaldini), e di pagare la gabella pe' contraenti matrimonio con alcuno Signore confinante col territorio fiorentino.... E coloro e' quali di tale matrimonio nascesseno, come bastardi a successione d'alcuno venire non possano, ma da la successione s'intendano per essa ragione schiusi, in quel modo ch'e' bastardi sono eschiusi.» Disposizioni che dai più antichi Statuti si veggono perdurare fino in quelli del 1415: ed erano spada sempre tagliente, sospesa sul capo delle famiglie ribelli; come ne danno pietoso esempio due gentildonne del primo Quattrocento: una Bardi negli Alberti, e una Alberti nei Corsini (vedi C. Carnesecchi, Madonna Caterina degli Alberti Corsini, Notizie inedite; nell'Archivio Storico Italiano, 1892, X, 116-122).
[54]. Dino Compagni, II, XXI; G. Villani, VIII, XXXV.
[55]. Dino Compagni, III, VII.
[56]. Dino Compagni, I, XXII: «In tal sera, che è il rinnovamento della primavera, le donne usano molto per le vicinanze i balli.» G. Villani, VII, CXXXII; VIII, XXXIX: «Ogni anno per calen di maggio, si faceano le brigate e compagnie di gentili giovani....; e simile di donne e pulcelle, ec.» G. Boccaccio, Vita di Dante, III: «Nel tempo nel quale la dolcezza del cielo riveste de' suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà de' fiori mescolati tra le verdi frondi la fa ridente, era usanza nella nostra città e degli uomini e delle donne, nelle loro contrade ciascuno, e in distinte compagnie, festeggiare.»
[57]. «Nell'anno 1283, del mese di giugno per la festa di San Giovanni, essendo la città di Firenze in felice e buono stato di riposo, e tranquillo e pacifico stato, e utile per li mercatanti e artefici, e massimamente per gli Guelfi che signoreggiavano la terra, si fece nella contrada di Santa Felicita oltrarno, onde furono capo e cominciatori quegli della casa de' Rossi con loro vicinanze, una compagnia e brigata di mille uomini o più, tutti vestiti di robe bianche, con uno Signore detto dell'Amore. Per la qual brigata non s'intendea se non in giuochi e in sollazzi, e in balli di donne e di cavalieri e d'altri, popolani, andando per la terra con trombe e diversi stormenti in gioia e allegrezza, e stando in conviti insieme in desinari e in cene. La quale corte durò presso a due mesi, e fu la più nobile e nominata che mai fosse nella città di Firenze o in Toscana; alla quale vennero, di diverse parti e paesi, molti gentili uomini di corte e giocolari, e tutti furono ricevuti e provveduti onorevolmente.» G. Villani, VII, LXXXIX.
[58]. Purg. XXIV, 50, 57.
[59]. Rime, ediz. Fraticelli, pag. 74.
[60]. Purg, XX, 70-75.
[61]. Dino Compagni, II, XIX segg.
[62]. Neri Strinati, Cronichetta; Firenze, 1753, pag. 115-116.
[63]. Istorie pistoiesi, pag. 1.
[64]. Franco Sacchetti, Nov. CLXXIX.
[65]. A pag. 49-51 di Dante ne' tempi di Dante, Ritratti e Studi; Bologna, Zanichelli, 1888. I particolari dalla Cronica di Marchionne Stefani, CCXVII.
[66]. Vedi qui appresso, La donna fiorentina nel rinascimento ecc.
[67]. Curioso inedito episodio di storia fiorentina, che io ebbi occasione di raccontare nel cit. mio libro Dino Compagni e la sua Cronica; I, 1086-88.
[68]. Purg. XIX, 85-90.
[69]. Monna Giovanna di Buonaccorso del Velluto, donna della Penitenza delle Vestite di Santa Croce, manda (14 maggio 1298) Michele del fu Orlando, servigiale delle monache di Monticelli, a stare per sei mesi nell'esercito del venerabile padre messer Bonifazio sommo Pontefice e di Santa Chiesa contro i perfidi (intendi, miscredenti) Colonnesi e qualsisiano altri inimici e rubelli di detta Chiesa e Pontefice; con riportare a suo tempo pubblico instrumento, o lettere sigillate papali, del servizio fatto e relativa indulgenza, lucrata per tal mezzo da essa monna Giovanna. Vedi il mio Commento alla Cronica di Dino, II, ii, 6.
[70]. L'episodio monastico di suor Margherita, dico quello della sfuriata profetica contro papa Bonifazio, è consegnato a un atto dei 23 maggio 1299, pubblicato da D. Moreni (Contorni di Firenze, VI, 77 seg.) che è fra le pergamene dell'Archivio fiorentino di Stato, insieme con altri (del 25 maggio e 23 luglio successivi) pur concernenti il bizzarro episodio. Dei contrasti poi, diciam pure politici, per la sua elezione a badessa nel 1291, ci dà i particolari un altro atto dei 5 gennaio di cotesto medesimo anno, e che è altresì, col corredo di altri, fra le pergamene dell'Archivio fiorentino. In quella elezione a badessa di suor Margherita, che succede a una Giovanna, le elettrici in numero di sette, convengono nel nome di suor Margherita, eccetto due, suor Petronilla e suor Giovanna, delle quali la prima dice che non vuol consentire in nessun nome, finchè non abbia l'assentimento del proprio padre e degli altri di casa sua, e perciò chiede dilazione; e suor Giovanna, parimente, dichiara di voler prima l'assenso degli zii. Gli scrutatori non l'accordano, protestando che la causa, per la quale le due monache fanno tale richiesta, è riprovevole e disonesta e contro il diritto e i buoni costumi. A dì 8 il vescovo Andrea dei Mozzi conferma l'elezione. Ho cercato inutilmente, a quali famiglie fiorentine appartenessero e suor Margherita e le due elettrici che, in nome e nell'interesse del respettivo parentado, facevano quelle eccezioni partigiane.
Nell'Archivio fiorentino di Stato (Sezione del Diplomatico) sono, oltre gl'indicati, anche i documenti dello sposalizio episcopomonacale, così di quello del 1301 come di altri.
[71]. Purg. XXIII, 98-111.
[72]. Folgore da San Gimignano; II, 194, dei Poeti del primo secolo; Firenze, 1816.
[73]. Vedi, nell'Appendice al mio Commento alla Cronica di Dino, la XVII.ª delle Note dantesche, pag. 624-27.
[74]. Iliade, lib. VI e XXIV. Eneide, II, 790-97, nella traduz. del Caro:
S'ode più dentro un gemito, un tumulto,
un compianto di donne, un ululato,
e di confusione e di miseria
tale un suon che feria l'aura e le stelle.
Le misere matrone spaventate,
chi qua chi là per le gran sale errando,
battonsi i petti, e con dirotti pianti
danno infino alle porte amplessi e baci.
[75]. Orlando furioso, XVII, 13.
[76]. Purg. XXIV, 106-111.
[77]. Purg. VI, 148-151.
[78]. Caterina della Bella, moglie di Galassino Castellani: esiliata col padre nel 1295, prosciolta dal bando nel 1317.
[79]. Vedi a pag. 66-73 del mio libro Dal secolo e dal poema di Dante, Altri Ritratti e Studi; Bologna, Zanichelli, 1898.
[80]. Vedi delle cit. mie Note dantesche la XVª Del ghibellinismo di Dante, pag. 604-610; e gli Atti della proscrizione dei Guelfi Bianchi, fra i Documenti al mio Discorso Dell'esilio di Dante; Firenze, Succ. Le Monnier,1881.
[81]. Purg. XXIII, 103-105.
[82]. G. Villani, IX, CCXLV.
[83]. G. Villani, X, XI.
[84]. Nel protocollo notarile di ser Lapo Gianni (Archivio antecosimiano dei Contratti, nell'Archivio fiorentino di Stato) occorre un atto dei 2 gennaio 1328, risguardante condottieri e milizie a soldo, intestato così: «Actum in ducali Palatio Florentie, presentibus testibus ecc.».
[85]. G. Villani, X, XI.
[86]. G. Villani, l. c.
[87]. G. Carducci, Rime antiche da carte di archivî; nel Propugnatore, vol. XXI (an. 1888), pag. 8.
[88]. Nov. CXXXVII: «Come le donne fiorentine, senza studiare o apparare leggi, hanno vinto e confuso già con le loro legge, portando le loro fogge, alcuno dottor di legge.»
[89]. Al 1306 mostrano risalire gli Ordinamenti intorno agli sponsali ed ai mortorî (P. Emiliani Giudici, Storia dei Comuni italiani, III, 149-170), in quanto si connettano con la istituzione fatta nel 1306 dell'Esecutore degli Ordinamenti di giustizia. E in un Consiglio del 1290 si discuteva dello «scrivere le vestimenta», cioè far l'inventario degli ornamenti femminili; e fra i consulenti era ser Brunetto Latini (Alla biografia di ser B. L. contributo di documenti per I. Del Lungo; a pag. 251-52 della Monografia di T. Sundby, tradotta da R. Renier, Della vita e delle opere di B. L.; Firenze, Succ. Le Monnier, 1884). Vedi poi la cit. Conferenza di G. Biagi, La vita privata dei Fiorentini, §§ VI, VII, pag. 100 segg.
[90]. Chi voglia gustare un saggio del bel volgare di quei documenti, può vedere i citati Ordinamenti intorno agli sponsali e ai mortorî, e altri Ordinamenti del 1388 pubblicati e illustrati da D. Salvi a pag. 221-237 della Regola del governo di cura familiare del beato Giovanni Dominici fiorentino; Firenze, 1860.
[91]. Scritti editi e inediti; Firenze, Barbèra, 1877; I, 409-410.
[92]. Da quell'Ovidio «delle donne» vedi curiosi saggi di psicologia femminile in alcune pagine del cit. mio libro su Dino Compagni ec., I, 418 seg.
[93]. Esempio insigne Fra Domenico Cavalca, Volgarizzamento della Epistola di S. Girolamo ad Eustochio (Roma, 1764), pag. 356: «Volendo per utilità di molte donne religiose e altre oneste vergini, e ancora molte altre persone che non sanno grammatica, recare in vulgare quella bella Pistola la quale San Girolamo mandò ad Eustochio nobilissima vergine di Roma, inducendola ad amare e ben guardare la santa verginità, e a bene renunciare lo mondo tutto; do ad intendere a ciascuno che legge, che ecc.»
[94]. Documenti d'Amore; Roma, 1640. — Del Reggimento e costumi di donna; Bologna, 1875. — Sulla precettistica femminile del Barberino, vedi qui appresso, pag. 81 segg. Il quesito circa «lo leggere e lo scrivere» è nella seconda delle indicate opere, a pag. 40-42.
[95]. Cronica domestica, secondo il titolo col quale io la ho preparata per le stampe sull'autografo, che si conserva presso i signori Velluti-Zati. Vedine notizia e saggi nel Manuale della letteratura italiana di A. D'Ancona e O. Bacci; vol. I (ediz. 1903), pag. 572-78. La edizione, unica sinora, fatta da D. M. Manni, fu condotta sulle copie, ed è difettosa per troppi rispetti, e improprio il titolo: Cronica di Firenze dall'anno 1300 in circa fino al 1370. Ai passi, che qui adduco di sull'autografo, corrispondono nella edizione del Manni le pagine 14, 25, 26, 36, 56, 132, 53, 129.
[96]. Rilevata come popolare da Vincenzio Borghini (postille al Sacchetti, ediz. Le Monnier, Nov. LXXXV): «Delle care, delle compiute e dell'oneste donne della nostra città: è nostro modo di dire, et ha sapore di comparativo o presso che superlativo.»
[97]. A. Gaspary, La scuola poetica siciliana del secolo XIII; Livorno, Vigo, 1882; a pag. 5.
[98]. Istoria d'Ippolito e Lionora, o Istoria d'Ippolito e Dianora; così in prosa come in ottava rima: stampata e ristampata, ormai da più di quattro secoli, in libercoli di edizione popolare.
[99]. A. D'Ancona, nella edizione critica che di sulle popolari, moltiplicatesi fin dai primi tempi della stampa, ne fece nel 1863 (Pisa, Nistri): La storia di Ginevra degli Almieri che fu sepolta viva in Firenze, di Agostino Velletti, riprodotta sulle antiche stampe. E criticamente ne ha discorso P. Rajna, in Romania, vol. XXXI (an. 1902), pag. 62-68.
[100]. G. Villani, II, I.
[101]. «Ma del nome del Buonconsiglio, egli è noto quel che ne porta attorno la fama comune: che andando liberamente e senza sospetto i cittadini chiamati da Totila nel palazzo del Campidoglio, dove egli gli mandava invitando per ammazzargli, furono avvisati da una donna che stava a vendere accanto a quella chiesa, che guardasser bene, chè, come ha quella favola d'Esopo, di quanti vi erano entrati niuno se n'era veduto uscire. Donde vogliono che e' si salvasse la vita a molti per lo buon consiglio di quella trecca. Ma io non veggo che si abbia a fare o riferire alla chiesa il fatto di questa feminella; però, se vale a indovinare, credo che più si appressi al vero il pensiero di coloro che..... pensano che, come..... alcuna volta ed in certi casi nel tempio di Giove Capitolino (in Roma) si ragunava il Senato, così si ragunasse in questo, ne' primi tempi, il Consiglio della città.» V. Borghini, Discorsi, I, 143-144.
[102]. Il documento storico di quella fondazione vedilo, con un mio tentativo di versione in antico volgar fiorentino, a pag. 115-134 del mio volumetto Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII; Milano, Hoepli, 1891.
[103]. Vedasi, di tuttociò, a pag. 285-288 della Storia degli Stabilimenti di beneficenza ec. della città di Firenze (Firenze, Le Monnier, 1853) di Luigi Passerini. Della leggenda di monna Tessa, sfatandola, parla anche un antiquario settecentista G. B. Dei (Memorie di famiglie, XXXVII, 89; nell'Archivio fiorentino di Stato), raccogliendo notizie sui Portinari.
[104]. G. Biagi, a pag. 90-94 della cit. Conferenza su La vita privata dei Fiorentini.
[105]. Vedi appresso, Beatrice nella vita e nella poesia del secolo XIII.
[106]. L'Obituario di Santa Reparata, nell'Archivio dell'Opera di Santa Maria del Fiore.
[107]. Vedi a pag. 339, vol. IV (Prato, Succ. Vestri, 1897) delle Opere di Cesare Guasti.
[108]. Purg. XXXI, 49-51.
[109]. 12 maggio 1887: inaugurazione della facciata di Santa Maria del Fiore.
[110]. 22 aprile 1860.
[111]. In Affrica, a Dogali, il 26 gennaio 1887.
[112]. Inf. X, 35, 69.
[113]. Guido Cavalcanti, Rime (ed. P. Ercole, Livorno, 1885), pag. 266.