The Project Gutenberg eBook, Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo I, by J.-C.-L. Simonde (Jean-Charles-Léonard Simonde) de Sismondi
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STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.
Traduzione dal francese.
TOMO I.
ITALIA
1817.
INTRODUZIONE.
La storia c'insegna che il carattere dei popoli, le virtù o i vizj, l'energia o l'indolenza, i lumi o l'ignoranza non sono quasi mai l'effetto del clima o della particolar razza, ma l'opera del governo e delle leggi: che tutto dalla natura vien dato a tutti, ma che il governo conserva questa comune eredità al suoi soggetti, o ne gli spoglia.
Tale verità, più che da qualunque altra, viene luminosamente dimostrata dalla storia d'Italia. S'avvicinino le diverse razze d'uomini che successivamente abitarono questa terra di grandi memorie; si confrontino le loro qualità caratteristiche, la moderazione, la dolcezza, la semplicità dei primi Etruschi, l'austera ambizione, il maschio coraggio de' coetanei di Cincinnato, l'avidità e l'ostentazione de' partigiani di Verre, la mollezza e la viltà dei sudditi di Tiberio, l'ignoranza de' Romani de' tempi d'Onorio, la barbarie degl'Italiani soggiogati dai Lombardi, la virtù loro nel secolo dodicesimo, lo splendore del quintodecimo e finalmente il decadimento de' moderni Italiani[1]. Eppure lo stesso suolo alimentò questi esseri di così diverso carattere, lo stesso sangue circolò nelle loro vene; perciocchè le barbare nazioni che vi si frammischiarono, perdute, per così dire, nel vasto mare degl'indigeni, non hanno potuto in verun modo modificare la fisica costituzione degli uomini che l'Italia produceva. Ma se la natura rimase la medesima per gl'Italiani d'ogni tempo, cambiò frequentemente il governo, e le sue mutazioni precedettero sempre o accompagnarono le mutazioni del carattere nazionale; e le cause non furono mai tanto evidentemente legate agli effetti.
Gli Etruschi, che precedettero i tempi romani, sono i primi popoli d'Italia di cui la storia abbia fino a noi tramandate poche ed incerte memorie. Le maremme, oggi deserte, erano allora sparse di borgate[2], e la terra, sempre fertile in ragione del travaglio, era per loro una sorgente inesausta di ricchezze in greggie ed in grani. La lunga prosperità di cui godettero avendo loro permesso di occuparsi delle scienze e delle arti, se non furono superiori ai Greci, li precedettero almeno nella gloria letteraria. I poeti chiamarono età dell'oro il regno di Saturno nell'Etruria, e non si scostarono affatto dalla verità.
Avevano gli Etruschi adottato il governo della prosperità e della libertà, il governo federativo[3]. Diasi lode ai popoli liberi, i quali, non lasciandosi sedurre dall'ambizione, preferiscono alla potenza ed alla gloria il migliore d'ogni bene, la libertà: essi chiedevano al loro governo non conquiste novelle, ma universale amore e moderazione. Onoriamo le nazioni libere che preferiscono ad ogni altro governo il federativo, non tanto perchè si limita a difendersi dalle straniere aggressioni, ma più ancora perchè non si lascia affascinare dai prosperi avvenimenti, o sedurre da ambiziosi progetti.
Nè gli Etruschi erano allora i soli popoli federati d'Italia; che anzi i Sabini, i Latini, i Sanniti, i Bruzi, e quant'altre nazioni guerreggiarono contro Roma, ebbero tutte un governo federativo. Tali leghe non fecero, è vero, splendide conquiste, ma seppero solidamente stabilirsi; perciò che non soggiacquero alla romana possanza che dopo una lunga prosperità. Queste nazioni sì poco conosciute, e così degne della comune ammirazione, scomparvero[4], e con loro perdette l'Italia la felicità, le ricchezze, la popolazione, la vera libertà. Il popolo romano, quel popolo re, sagrificò tanti beni allo splendore d'un gran nome, alla perniciosa gloria delle conquiste.
Che se le federazioni dovettero finalmente cedere al fato di Roma, l'ostinata lotta che sostennero nel corso di tre secoli prova abbastanza che la debolezza non è un difetto intrinseco delle costituzioni federative: esse dovettero succumbere perchè non è dato, specialmente ai governi liberi, d'avere troppo lunga durata, e la felicità è un bene così sfuggevole, così straniero, per così dire, all'umana specie, che niuna istituzione è valevole ad assicurargliene il possesso. Se una di quelle calamità, che sempre minacciano la nostra specie, investe una nazione libera, se la peste condensa gli uomini nei sepolcri, se una lunga guerra impoverisce lo stato, se scarseggiano i prodotti della terra, se languisce il commercio, se manca il travaglio ai lavoratori, i mali presenti, il timore dell'avvenire, bastano a sovvertire un governo paterno, tutta la di cui forza essendo posta nell'amore de' sudditi, non può mantenersi se non quanto dura la loro felicità. La tirannia per lo contrario prende vigore e consistenza in mezzo alle calamità generali, imperciocchè quanto più grandi sono le sventure che l'opprimono, tanto meno una nazione può far fronte all'oppressione; anzi non trova miglior consiglio per resistere a nuove sciagure, che quello di porre tutte le sue forze in arbitrio del governo. Le federazioni italiane soggiacquero a quelle sventure dalle quali verun governo può guarentire le popolazioni; e colle federazioni ebbero fine gli sforzi dell'Europa per l'indipendenza. Quando i Sanniti furono oppressi, il mondo intero non potè più resistere alla potenza romana.
Questo gran popolo, la di cui gloria riverbera ancora su l'Italia, riconobbe le sue conquiste e le sue virtù dal primo governo, che altro non era che una nascente aristocrazia, la quale per essere nuova doveva necessariamente essere fondata sulla preminenza del merito, ed invece d'avvilire gli ordini inferiori del popolo, li rendeva più intraprendenti cogli stessi sforzi che faceva per sottometterli.
Più tardi il lusso e la cupidigia dei Romani, lo spopolamento delle campagne, l'avvilimento della plebe furono l'effetto necessario delle loro vittorie, delle vaste conquiste, dello stabilimento della monarchia universale, e di quello stesso governo che loro diede la propria eccessiva potenza.
Allo stabilimento del despotismo tenne dietro sotto gl'imperatori la perdita di tutte le virtù. A sovrani militari portati sul trono dai delitti non dalla nascita o dalle virtù, non potevano ubbidire che gli schiavi più vili ed abbietti. Costretti a valersi sempre della forza, distrussero la pubblica opinione, ch'era in addietro il principale incoraggiamento e la più cara ricompensa della virtù.
Il despotismo ricondusse la barbarie, la quale fece poi a vicenda rinascere il valore e la libertà. Il tanto celebrato e glorioso secolo d'Augusto fu l'epoca fatale in cui gli uomini avviliti perdettero il coraggio, l'energia, il talento. Augusto raccolse, è vero, i frutti della libertà e della repubblica; ma cinque secoli di vergogna e d'avvilimento furono le tristi conseguenze del suo regno, e del mutato governo. Non vi vollero meno di altri cinque secoli di barbarie per far dimenticare agli uomini le funeste lezioni del despotismo, per restituir loro l'energia, per creare presso de' medesimi i soli elementi onde può formarsi una nazione.
Questa nazione uscì finalmente di mezzo al caos che pareva avesse inghiottito il mondo; il cuore degl'Italiani si riaprì di nuovo all'amore della patria e della libertà, e non mancò loro il coraggio necessario per acquistare e conservare questi preziosi beni. A lato alle grandi virtù non tardarono a svilupparsi ancora i grandi talenti; le scienze e le arti coltivaronsi felicemente, di modo che, quando Costantinopoli cadde in potere degli Ottomani, l'Italia trovavasi preparata a ricevere il prezioso deposito della greca letteratura, che conservatasi in mezzo alle rovine delle province, poteva succumbere sotto quelle della capitale. L'Europa deve alle repubbliche italiane la ricca eredità dell'antica sapienza. Ed appunto questa seconda epoca delle virtù, dei talenti, della libertà, della grandezza, è quella che mi sono proposto di far conoscere.
La storia della repubblica romana scritta da tanti eccellenti ingegni antichi e moderni è di tutte la meglio conosciuta; e non senza ragione si alimenta la gioventù collo studio delle cose spettanti ad un popolo così grande, così glorioso, i di cui destini fissarono, per così dire, quelli del mondo. Quel vivo interesse che avea eccitato la repubblica romana, ci condusse altresì a studiare le rivoluzioni dell'impero, quando ancora, perduta la libertà, il valore, l'energia, protraeva una vergognosa esistenza nel vizio e nella schiavitù. Quantunque nojosa riesca la storia d'ogni altro governo dispotico in decadimento, si segue fino alla sua totale dissoluzione quello dell'impero d'Occidente. Dopo dieci secoli d'oscurità torna l'Italia ad essere ben conosciuta dal cominciamento del sedicesimo secolo. Dal regno di Carlo V in avanti, tutti gli stati d'Europa formano come una vasta repubblica, le di cui parti sono talmente connesse, che non è possibile di separarle per seguire la storia d'una sola popolazione; di modo che studiando la storia d'una nazione s'impara altresì quella di tutto il mondo incivilito. Queste due epoche rispetto all'Italia, ugualmente illustrate da egregi storici, sono divise dal mezzo tempo, nome con cui vengono precisamente indicati i dieci secoli che scorsero tra la caduta di Roma e di Costantinopoli. La storia d'Italia de' mezzi tempi, di que' tempi che lo storico più grande dell'età nostra[5] chiamò i secoli del merito sconosciuto, formerà il soggetto della presente opera.
Questa storia deve terminare coll'anno 1530 quando Fiorenza, l'ultima delle repubbliche de' mezzi tempi, fu soggiogata dalle armi spagnuole e papaline, onde innalzare sulle di lei rovine la dinastia de' Medici[6]. Le tre altre repubbliche italiane, che protrassero la loro esistenza oltre l'età di mezzo, cambiarono all'epoca della caduta di Fiorenza la loro costituzione, di modo che ebbe allora fine la libertà d'Italia; e la sorte di così bella contrada, fatta preda a vicenda di vicini ambiziosi e potenti, o della perfidia di piccoli principi, non altro sentimento può eccitare nell'animo nostro, che quello della compassione.
L'età di mezzo incomincia precisamente l'anno 476, epoca in cui Odoacre, dopo aver fatto perire il patrizio Oreste, e ridotto in ischiavitù l'imperatore Augustolo, pose fine all'impero d'Occidente[7].
Ma non è propriamente la storia d'Italia che noi abbiamo proposto di scrivere, bensì quella delle repubbliche italiane. L'oppressione ed il guasto d'una sventurata provincia, ove più non rimane alcuno spirito nazionale, alcun vigore, alcun sentimento virtuoso e sublime, può ben formare un quadro da presentarsi utilmente allo sguardo degli uomini, onde far loro conoscere le funeste conseguenze di un governo corruttore; ma non può essere il soggetto d'una perfetta storia. La ripetizione degli stessi atti di crudeltà e di bassezza affatica lo spirito, rattrista il cuore del lettore, ed avvilisce il carattere di quell'uomo che ne facesse troppo lungo argomento de' suoi studi. Non è già la storia de' paesi che noi amiamo di conoscere, ma quella delle popolazioni; e questa non incomincia che collo sviluppo di quel principio di attività che le costituisce nazioni. La storia dell'Italia sotto la dominazione dei barbari è piuttosto quella delle nazioni conquistatrici, che quella dei popoli sottomessi.
L'Italia rinvigorita dall'unione del suo popolo coi popoli settentrionali, scossa da una scintilla di quella libertà che più non conosceva, resa energica dalla dura educazione della barbarie e della sventura; l'Italia, dopo essere stata lungo tempo una debole e mal difesa provincia dell'impero romano, diventò, non già una nazione, ma un semenzajo di nazioni. Ogni sua città fu un popolo libero e repubblicano; ed ogni città del Piemonte, della Lombardia, della Venezia, della Romagna, della Toscana meriterebbe una storia parziale; ed ognuna in fatti può presentare una biblioteca di cronache e di scritture nazionali. Grandiosi caratteri svilupparonsi in questi piccoli stati, e vi germogliarono le più vive passioni, coraggio, eroismo, virtù ignote alle grandi popolazioni condannate per sempre all'indolenza ed all'obblìo.
Le repubbliche italiane de' mezzi tempi le quali si resero gradatamente libere dal decimo al dodicesimo secolo, ebbero, durante la loro indipendenza, grandissima parte all'incivilimento, alla prosperità del commercio, all'equilibrio della politica d'Europa. Pure sono sconosciute alla maggior parte degli uomini mediocremente versati nello studio della storia, perchè l'intera vita appena basta alla lettura delle parziali loro storie, non essendosi finora trovato chi si prendesse l'incarico di riunire sotto un solo punto di vista una storia generale. Si è potuto scrivere la storia della Svizzera perchè la loro federazione presentava un punto centrale; si potè fare lo stesso della Grecia, perchè la gloria d'Atene richiamava tutti gli sguardi sopra di sè, e permetteva di collocare, quasi accessorj del quadro, nelle parti meno illuminate, i popoli suoi rivali o sudditi. Ma l'Italia ne' tempi di mezzo presenta un tale labirinto di stati uguali ed indipendenti, che a ragione si teme di smarrire il filo. Noi non ci dissimuliamo quest'essenziale difetto dell'argomento che abbiamo preso a trattare, ma speriamo che, quand'anche i nostri sforzi non venissero coronati da prospero successo, il lettore vorrà saperci buon grado di ciò che abbiamo fatto per ottenere l'intento[8].
Divideremo in due parti presso che uguali quel periodo di quasi undici secoli che divide la storia dell'impero d'Occidente dal regno di Carlo V: i primi sei secoli precedettero e prepararono le nostre repubbliche; i cinque ultimi abbracciano i tempi della loro durata. Tratteremo sommariamente il primo periodo, consacrando, quasi introduzione, i primi sei capitoli dell'opera a dare contezza di que' tempi che nascondono tra le loro tenebre il rinascimento delle virtù pubbliche in seno alla barbarie e lo sviluppo del carattere nazionale. Col settimo capitolo soltanto entreremo di proposito nella nostra storia[9]; e dalla pace di Worms conchiusa tra la Chiesa e l'Impero l'anno 1122, seguiremo passo passo le nostre repubbliche, tenendo conto degli sforzi che fecero per assicurarsi l'indipendenza e di quanto operarono sia nella guerra della libertà che sostennero contro Federico Barbarossa, sia ne' posteriori tempi, quando l'una appresso l'altra, cedendo alla forza o al tradimento, caddero in podestà di qualche principe.
STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO I.
Mescolanza degl'Italiani coi popoli settentrionali dal regno di Odoacre fino a quello d'Ottone il grande.
476 = 961.
In sul declinare del quinto secolo, Romolo Augustolo, imperatore d'Occidente, figliuolo d'un patrizio che di que' tempi era forse il solo generale nato romano, fu deposto da' suoi soldati, che gli sostituirono Odoacre, uno de' capitani delle guardie imperiali, d'origine Erulo o Scita[10]. Questo usurpatore soppresse per modestia il nome d'impero occidentale, e si accontentò del titolo di re d'Italia. Allora la sovranità di Roma fu per la prima volta trasferita alle nazioni settentrionali.
Un signore italiano, Berengario marchese d'Ivrea, fu cinque secoli dopo coronato da' suoi compatrioti re d'Italia, e poco dopo dai medesimi deposto. Allora i grandi feudatarj chiamarono dalla Sassonia Ottone re d'Allemagna, ed a lui volontariamente si sottomisero, aggiungendo alla dignità di re di Lombardia il titolo d'imperatore, che gli Occidentali avevano fatto rivivere due secoli prima in favore di Carlo Magno, e lasciato poi cadere in dimenticanza. E per tal modo con una strana rivoluzione, della loro patria indipendente ne formarono una provincia dell'impero germanico, quantunque assai lontana dalla sede del governo.
Queste due rivoluzioni che sostituirono il nome di monarchia a quello d'impero, ed il nome d'impero a quello di monarchia, determinano la durata delle sventure che travagliarono l'Italia avanti che potesse riprendere il carattere e l'energia di nazione libera. Tali rivoluzioni che presentano alcuni rapporti di circostanze generali, si rassomigliarono assai più negli effetti. La prima che sembrava aver posto il colmo all'ignominia di Roma, fece poc'a poco ripullulare tra gl'inviliti Italiani le virtù ed il coraggio, che aveva distrutti il dispotismo dei Cesari. L'ultima che si credette dover porre l'Italia nella vergognosa dipendenza dei Tedeschi suoi antichi nemici, fu quella invece che ridestò negl'Italiani il desiderio della libertà, e fu la cagione immediata del risorgimento de' governi repubblicani.
Incerte ugualmente ed oscure sono le storie d'Augustolo e di Odoacre, di Berengario e di Ottone; e dense tenebre ricuoprono que' tempi di profonda ignoranza. Grandissima non pertanto è la diversità che passa tra gl'Italiani del quinto, e quelli del decimo secolo. Nella prima epoca troviamo la nazione caduta in quell'estremo avvilimento, cui il più insultante dispotismo possa ridurre un popolo civilizzato; quando nella seconda andava ripigliando quell'energia, quell'indipendenza di carattere, che una lunga serie di traversie può dare ad un popolo barbaro.
Sotto gli ultimi imperatori la nobiltà di Roma più capace non era di grandi e generose passioni. Resa straniera alle cariche politiche e militari, erasi spento nel cuor de' patrizj perfino il desiderio della gloria; ed avrebbero creduto di avvilirsi col servire allo stato. Se la storia ricorda ancora di quando in quando i nomi delle antiche generose famiglie, non è che per parlare delle loro ricchezze e delle loro sventure. Poteva la storia raccontare quanti preziosi arredi avevan preso i barbari nei loro palazzi, e di quante migliaja di schiavi spogliati i loro poderi; ma niente dir poteva di uomini affatto incapaci di grandi azioni, i quali, senza talenti e senza virtù, passavano confusi colla plebe abietta non lasciando alcuna traccia di sè medesimi. Il rimanente della nazione, se fosse stato possibile, ancora più vile dei patrizj, si nasconde affatto alle nostre ricerche. Osservando le armate composte soltanto di stranieri e le campagne popolate di schiavi, si domanda invano alla storia ov'erano allora gl'Italiani. Quando leggiamo gli annali degli ultimi regni dell'impero d'occidente, quasi non ci avvediamo che trattasi ancora d'un vastissimo stato: le armate ridotte ad un pugno di uomini, il tesoro incapace di sostenere le più piccole spese, l'impero mal difendersi dal più ignobile aggressore, il popolo ed il senato permettere che un capitano delle guardie dia e tolga a sua voglia il diadema a persone straniere, niun ordine della nazione avere un sol uomo capace di prendere coraggiosamente le redini del governo; tutto ci farebbe credere che trattisi d'un ignobile feudo, anzichè della nazione erede del nome e della grandezza di Roma[11].
Ma allorchè la corona d'Italia passò ad Ottone il grande, molti nobili fieri indipendenti bellicosi cercavano con entusiasmo la gloria ed il potere; nè avrebbero senza indignazione tollerato che persone straniere alla loro classe, fossero i giudici, i generali, i ministri del re, i difensori della patria. I minori vassalli non lasciavano, benchè meno potenti, di mostrarsi al par dei primi energici ed audaci. Non potendo aspirare alla signoria, combattevano per l'indipendenza: fortificavano le loro rocche, addestravano all'armi i loro paesani, e volevano intervenire alle assemblee nazionali, rifiutando di sottomettersi alle leggi e ai tributi, cui non avessero data la sanzione col loro preventivo assenso. D'altra parte i borghigiani, resi forti dalla loro riunione nelle città, riclamavano la conservazione delle leggi e delle costumanze municipali, e chiedevano di partecipare a quella libertà, che non doveva essere l'appannaggio esclusivo d'una casta privilegiata, ma appartenere a tutti gli uomini che sanno rendersene degni col coraggio e colle virtù. E per tal modo l'intera nazione, animata dal medesimo principio di vita, s'andava agitando per ogni lato, e facendo sperienza delle proprie forze: e quando ancora non aveva trovato l'arte di valersene in sua difesa, e per la propria felicità, pronunciava oscuramente le grandi cose di cui mostrerebbesi un giorno capace.
Così notabile cambiamento nel carattere d'una intera nazione basta a render degno della più grande attenzione questo primo periodo dell'età di mezzo: una nazione ringiovenita dopo esser giunta all'estremo grado di decrepitezza, è un fenomeno singolare, che altrove la storia non ci presenta. Ma i cinque secoli, nel corso de' quali si rifuse il genere umano, sono coperti da così dense tenebre, che le più accurate indagini non dissiperanno giammai interamente. Verun monumento, veruno storico abbastanza esatto ci rimane di que' tempi in cui tre popolazioni settentrionali, i Goti, i Lombardi, i Franchi, s'incorporarono successivamente agl'Italiani resi loro soggetti: troppo erano avviliti gli ultimi avanzi della popolazione civilizzata; troppo ignoranti i conquistatori per iscrivere la storia de' loro tempi. Le poche cronache contemporanee ne conservarono bensì i nomi dei re, le guerre che sostennero, e le rivoluzioni che frequentemente li balzavano dal trono, ma non ci danno veruna notizia dei popoli, onde giudicar si possa dei costumi e dello sviluppo delle sue facoltà. Altronde la storia de' principi è affatto straniera al nostro scopo, quando non ci fa conoscere le cagioni che diedero origine alle nostre repubbliche. E per tal modo forzati di rinunciare al pensiero di dare una soddisfacente storia di questi tempi d'oscurità, ci limiteremo ad indicare sommariamente il modo con cui i settentrionali frammischiaronsi alle nazioni del mezzodì, per richiamare poi separatamente ad esame alcuni oggetti, che in particolar modo richiedono la nostra attenzione; cioè l'origine, i progressi e lo scioglimento del sistema feudale, la storia della città e della chiesa di Roma dopo la caduta dell'impero occidentale, la storia delle città greche del mezzo giorno d'Italia, quelle delle città marittime, e finalmente quella della formazione di tutti i municipj che diventarono governi liberi. Così procedendo, potremo spargere qualche lume sui primi secoli dell'età di mezzo, senza obbligarci ad una cronologica nomenclatura di nomi barbari, che il lettore può facilmente trovare in altre opere.
(476) Allorchè fu distrutto l'impero d'occidente, la civilizzazione si ridusse entro i limiti dell'impero d'Oriente[12]. I sovrani di Costantinopoli contavano ancora tra le loro provincie la Grecia, la Tracia, parte dell'Illirico, l'Asia minore, la Siria e l'Egitto: ma in quest'epoca l'impero occidentale fu tutto diviso in brani tra le nazioni del settentrione. I Franchi stabilironsi nelle Gallie, gli Anglo-Sassoni nella Brettagna, i Visigoti nella Spagna, nell'Africa i Vandali, ed Odoacre ebbe il regno d'Italia.
(476 = 493) Sotto il dominio d'Odoacre non vennero in Italia popolazioni nuove, e soltanto vi si fissarono più stabilmente que' mercenari stranieri, che da molti anni formavano essi soli l'armata dell'impero. Questi mercenarj sotto il comando d'un loro compatriotta si arrogarono tutti i poteri dell'impero, siccome coloro che ne formavano tutta la forza. Diedero al loro capo il titolo di re; e dal nuovo re domandarono ed ottennero una distribuzione di terreni, per cui la terza parte delle campagne d'Italia passò in proprietà de' barbari[13].
Il governo de' mercenarj, ed il regno di Odoacre durarono diecisett'anni[14]: fu questo il passaggio del governo romano al governo de' barbari. Odoacre si caricò agli occhi de' popoli dell'odiosa memoria d'aver distrutto il nome ancora riverito dell'impero, ed avvezzò gl'Italiani a risguardare in appresso come loro monarca uno de' conquistatori settentrionali, che fino allora avevano considerati come nemici, o come soldati mercenarj.
(489) Quattordici anni dopo che Odoacre fu fatto re, Teodorico re degli Ostrogoti entrò in Italia, consentendolo Zanone imperatore d'Oriente, ed intraprese la conquista del regno di Odoacre, che terminò colla presa di Ravenna l'anno 493. Teodorico che in gioventù era stato più anni alla corte di Costantinopoli, univa alle virtù de' popoli barbari il sapere delle nazioni civilizzate[15]. Egli intraprese di riunire e rendere felici le due nazioni a lui soggette: chiamò gl'Italiani agl'impieghi civili, i Goti alla milizia, e facendo rispettare l'Italia dagli altri popoli barbari, fu il primo che ispirasse alcun poco di confidenza nelle proprie forze agli avviliti Romani, che probabilmente incominciarono dopo il regno di Teodorico ad avere in qualche pregio le antiche virtù.
Ma se l'unione coi popoli settentrionali era utile al rigeneramento de' Latini, altrettanto l'esempio di questi poteva snervare il valore de' barbari. Nella stessa guisa quando si mischiano assieme due fluidi di diversa temperatura, l'uno acquista il calore con pregiudizio dell'altro: perciò i primi conquistatori dell'Italia perdettero in poco tempo il natio valore. La dominazione Gota in Italia durò soltanto sessantaquattr'anni[16], e gli ultimi diciotto anni della loro monarchia furono impiegati in una sanguinosa guerra contro i Greci; durante la quale Belisario, poi Narsete, conquistarono due volte l'Italia, e distrussero il fiore di quella nazione che cinquant'anni prima faceva tremare i Greci a Costantinopoli.
La storia degli Ostrogoti forma parte di quella del basso impero[17]; ma non può riguardarsi come parte di quella che noi scriviamo, se non in quanto i Goti furono i primi popoli barbari che s'incorporarono cogl'Italiani. Le due nazioni soggette agli stessi padroni si unirono strettamente: l'origine settentrionale de' Goti fu dai Latini dimenticata; e da quell'epoca in poi non furono che un solo popolo. Forse quest'unione non avrebbe avuto perfetta consistenza sotto la Greca dominazione; ma questi non rimasero lungo tempo padroni dell'Italia. Narsete che l'aveva conquistata e saviamente governata sedici anni, fu richiamato a Costantinopoli dalla gelosa diffidenza dell'imperatrice. Il vecchio generale, abbandonando il suo governo, affidava la cura di vendicarlo ad Alboino (567) re de' Lombardi, che segretamente invitava a scendere in Italia[18].
(568) Tra le nazioni germaniche quella dei Lombardi aveva nome d'essere la più brava, la più fiera, la più libera. I Lombardi credevansi usciti dalla Scandinavia[19]; e da oltre quarant'anni abitavano la Pannonia, che cedettero gli Unni loro alleati, quando essi rinforzati da un considerabile corpo di Sassoni, si avviarono alla volta d'Italia[20].
Malgrado la loro bravura, ed il loro numero, i Lombardi non ottennero di occupare tutta l'Italia. L'immatura morte d'Alboino dopo il breve regno di tre anni e mezzo, e l'anarchia che ne fu la conseguenza, arrestarono le loro conquiste. Un popolo indipendente, fattosi forte nelle lagune di Venezia, si sottrasse alla schiavitù lombarda. Roma col suo territorio, che allora cominciò ad aver il nome di ducato, si tenne fedele agl'imperatori d'Oriente sotto la protezione dei Papi[21]. L'Esarcato di Ravenna, non che la Pentapoli che formava parte della Romagna, e le città marittime dell'Italia meridionale furono dalle armi greche difese contro i Lombardi: finalmente un principe lombardo, resosi quasi affatto indipendente dai re della sua nazione, erasi stabilito nel centro delle Provincie ond'è oggi formato il regno di Napoli, e vi regnava col titolo di duca di Benevento. Intanto Alboino, ed i suoi successori avevano stabilita in Pavia la sede del regno, che stendevasi dalle alpi fin presso Roma.
In tal maniera la conquista de' Lombardi fu per certi rispetti cagione del risorgimento delle nazioni italiane. Principati indipendenti, comuni, repubbliche, s'andavano agitando per ogni verso, e questa contrada da tanto tempo addormentata incominciò a risvegliarsi. Poichè nel susseguente capitolo avremo esaminata l'interna forma del regno lombardo di Pavia, procederemo separatamente, e partendo sempre dalla stessa epoca, a parlare del ducato e della repubblica di Roma, del principato di Benevento, delle repubbliche d'Amalfi, di Napoli, di Gaeta, di Venezia, e finalmente di tutte le popolazioni che si videro allora acquistare un'esistenza politica.
(568 = 774) La monarchia de' Lombardi durò abbastanza gloriosa duecento sei anni[22]; nel quale spazio di tempo ebbe ventun re[23], e tra questi molti egregi ed illustri principi, come ne fanno prova le savissime leggi che diedero al loro regno. Ma i Lombardi non s'unirono agl'Italiani come fecero i Goti loro predecessori. Entrando in Italia avevano più crudelmente abusato della vittoria[24], di quel che facessero i Goti, per cui le due nazioni rimasero divise da un implacabile odio, anche lungo tempo dopo la caduta della monarchia di Pavia. Ascoltiamo il vescovo di Cremona Luitprando di origine lombarda: «Noi altri Lombardi, egli dice, siccome i Sassoni, i Franchi, i Lorenesi, i Bavari, gli Svevi ed i Borgognoni, disprezziamo di sorte il nome romano, che, in istato di collera, non sappiamo proferire maggior ingiuria contro i nostri nemici, che chiamandoli Romani; giacchè in questo solo nome comprendiamo tutto quanto vi può essere d'ignobile, di timido, d'avaro, di lussurioso, di menzognero, e per dirlo in una parola, tutti i vizj[25].» I Romani dall'altro canto, non è a dubitarsi che non avessero maggiore antipatia pei loro oppressori. Ma la razza de' Lombardi prosperava in Italia; mentre quella de' Romani s'andava gradatamente estinguendo. I corrotti ed effeminati costumi degli ultimi li tenevano nel celibato; mentre l'attività, il desiderio di perpetuare ne' loro discendenti col proprio nome la gloria ch'eransi acquistata, consigliava i Lombardi al matrimonio. I pochi Italiani ancora bastantemente ricchi abbandonavano un paese, che ogni giorno diventava per loro sempre più straniero, e si riparavano nel ducato romano, nell'Esarcato, nella Calabria greca, o nelle lagune veneziane, dove trovavano concittadini nemici dei loro oppressori. L'indipendenza di queste provincie, che i Greci abbandonavano quasi totalmente a se medesime, la loro piccolezza, i continui pericoli cui trovavansi esposte, ridestavano nel cuore degli abitanti l'amor di patria.
I popoli stranieri, esposti alla corruzione, ne furono la vittima prima dei popoli civilizzati. Benchè i Lombardi conservassero fino alla dissoluzione della loro monarchia la costituzione libera che si erano data; benchè il codice delle loro leggi fosse migliore assai di tutti quelli de' popoli barbari; benchè la forma irregolare delle loro frontiere accrescesse, proporzionatamente all'estensione dello stato, i punti di contatto coi loro nemici, e che questa stessa irregolarità, chiamandoli a più frequenti guerre, dovesse più lungo tempo tener vive le abitudini militari; pure l'influenza del clima, la fecondità delle terre, la servitù de' popoli della campagna, snervarono anco i Lombardi. Nel tempo de' loro ultimi re non avevano più il valore de' Franchi, o dei Tedeschi; da lungo tempo non avevano guerreggiato che cogl'Italiani e coi Greci; e quantunque superiori a tutti, avevano pure adottato il loro modo di combattere[26][27].
La lunga inimicizia de' Lombardi coi Greci e coi Romani cagionò la caduta della loro monarchia. Luitprando aveva conquistato l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli; ma i di lui successori Astolfo e Desiderio, volendo occupare inoltre il ducato di Roma, costrinsero i Papi a porsi sotto la protezione de' principi Francesi[28]. L'anno 755 Pipino obbligò Astolfo a rendere, o piuttosto a promettere al Papa la possessione dell'Esarcato, e delle provincie conquistate a danno de' Greci. Del 774 Carlo Magno, chiamato in Italia da Papa Adriano, conquistò la Lombardia, fece prigioniere Desiderio, e si pose in capo la corona de' Lombardi[29].
Gl'Italiani risguardarono tale conquista come una nuova invasione barbarica: se non che i talenti e le virtù di Carlo Magno compensarono in alcun modo il brutale impeto de' suoi sudditi[30]. Questo monarca assoggettò quasi tutta l'Italia alla sua dominazione. I Lombardi lo riconobbero loro re, e col nome di Patrizio ebbe pure la signoria dell'Esarcato, e del ducato romano; ed in fine anche Arigiso duca di Benevento fu forzato di riconoscere la sua supremazia, e di rendergli omaggio. All'Italia così riunita, diede uno de' suoi figliuoli per re, ma il giorno di Natale dell'800 ricevette egli medesimo, per acclamazione, dai grandi e dal popolo di Roma il titolo d'imperatore. E per tal modo ripristinò egli l'impero occidentale che si trovò composto di tutta l'Allemagna, della Francia e dell'Italia, la quale, benchè dichiarata regno di suo figlio, non fu, rigorosamente parlando, che una provincia del nuovo impero. La famiglia de' Carolingi occupò il trono d'Italia dal 774 in cui la conquistò fino all'espulsione di Carlo il Grosso accaduta l'anno 888.
(774 = 814) Carlo Magno, uno dei più grandi caratteri de' mezzi tempi, non tardò ad acquistare sui suoi coetanei l'influenza d'un uomo straniero al suo secolo. E come v'ebbero prima di lui alcuni uomini straordinarj, che coll'energia d'un carattere mezzo barbaro signoreggiarono un popolo civilizzato; così un uomo che ne aveva prevenuto l'incivilimento ebbe intero dominio sui barbari per la forza del suo spirito, de' suoi lumi, de' suoi talenti. Carlo Magno accoppiando alle qualità del legislatore quelle del guerriero, il genio creatore alla prudente vigilanza che conserva e mantiene gl'imperj, si trasse dietro sulla strada della civilizzazione le nazioni allemanne, e finchè visse le rese capaci di giganteschi passi. Con un solo legame riunì i Barbari ed i Romani sotto un solo impero, i vincitori ed i vinti. Finalmente egli pose i fondamenti d'un nuovo ordine di cose per l'Europa, d'un sistema che appoggiavasi essenzialmente sopra le virtù d'un eroe, e sopra il rispetto e l'ammirazione che ispiravano le sue virtù.
Non si creda però, malgrado lo splendore di tante conquiste, che il regno di Carlo Magno contribuisse alla felicità degli uomini. Carlo Magno è colpevole in faccia all'umanità; del regno de' suoi successori; dei più malvagi secoli della storia dell'universo, il nono ed il decimo; delle guerre civili dei Carlovingi; delle insultanti invasioni de' barbari; della universale debolezza; della totale sovversione dell'ordine, e del ritorno d'una barbarie più grande assai di quella del secolo ottavo, nel nono e nel decimo[31].
Carlo Magno fondò una monarchia quasi universale, ma non ha potuto, come i Romani, consolidarla colle successive conquiste di sette secoli, e temprare saldamente le catene che attaccavano l'una appresso l'altra le nazioni vinte alla vincitrice, ed identificarle di maniera le une colle altre, che venissero a formare un solo corpo. I sudditi di Carlo Magno, sottomessi soltanto per il corso d'una vita, erano più tosto attaccati alla sua persona che alla sua nazione. La feroce indipendenza di que' popoli barbari si era prostrata innanzi a lui. Durante la loro sommissione avevano perduto lo spirito nazionale, la forma propria del loro governo, e tutto quanto poteva porli in situazione di mantenersi o di difendersi; ma non avevano nemmeno preso ad amare una monarchia affatto nuova; e l'idea del diritto e della giustizia era affatto straniera a così violente istituzioni. Invano l'autorità sovrana determinava tra i principi le successioni e le divisioni; questa autorità mancante della sanzione de' secoli, cedeva a fronte degl'interessi particolari, e dava luogo alle contese dei figli di Luigi il buono. Gli ordini civili e militari non erano rinforzati da veruno spirito nazionale, da veruna affezione dei popoli per un governo che aveva sovvertiti tanti altri governi: e di qui ebbero origine le invasioni de' Normanni e dei Saraceni, di qui la debolezza di un vasto impero popolato da valorosi soldati, e non pertanto incapace di far fronte ai più spregevoli nemici[32].
Vero è che i successori di Carlo Magno furono tutti uomini senza talenti; ma tale è pure l'ordinario andamento delle cose, e non era da supporsi che il conquistatore dell'Europa, il fondatore d'una nuova dinastia, dopo un regno glorioso di quarant'anni, avesse in oltre un successore erede de' suoi talenti e delle sue virtù. Se ciò fosse accaduto, se due o tre uomini come Carlo Magno avessero successivamente occupato il trono dei Franchi, la monarchia universale sarebbesi probabilmente mantenuta; ma l'Europa avrebbe perdute le prerogative che la distinguono: sarebbesi forse più presto civilizzata, ma sarebbe ancora rimasta in seguito stazionaria come la China, senza energia, senza forza, senza genio, senza virtù.
Effettivamente Carlo Magno figurò solo sulla scena del suo secolo; i suoi Paladini non esistono che ne' romanzi; tra i suoi contemporanei, e nella susseguente generazione, non sorse verun personaggio distinto. Il secolo che lo precedette non mancò di grandi uomini; e tutti i popoli soggiogati da Carlo, ebbero, come i Lombardi, capi meritevoli di essere registrati nella storia. Almeno prima di lui la metà della specie umana non era subordinata ad un solo capo, nè mossa dal capriccio d'un solo uomo.
(814 = 888) Morì Carlo l'anno 814, e la sua famiglia non conservò che settantatre anni la monarchia da lui fondata. Dopo alcuni regni vergognosi e miserabili, Carlo il Grosso, l'ultimo de' Carlovingi, fu deposto in novembre dell'ottocento ottanta sette, e morì due mesi appresso. La storia de' Carlovingi non appartiene all'Italia, ma a tutta l'Europa; e noi abbiamo la fortuna di poterci dispensare dal tenerle dietro in mezzo alle scandalose guerre de' figliuoli contro il padre, de' fratelli contro i fratelli, che ne formano la principale orditura. Durante questo periodo di tempo l'Italia fu alquanto meno infelice degli altri regni subordinati ai successori di Carlo, perchè governata ventisei anni da Lodovico II principe virtuoso, nè senza talenti, nè privo di bravura[33]; e fu appunto specialmente sotto il di lui regno, che l'esempio del valor francese fece rinascere l'amore delle armi, e la riputazione della milizia italiana. Le campagne d'Italia incominciarono allora a ripopolarsi, e le città desolate dalle precedenti invasioni ricuperano i loro abitanti[34].
Sotto il debole governo de' Carlovingi il patto sociale perdette ogni forza: i re nelle guerre di famiglia furono obbligati di comperare i soccorsi dei loro sudditi coll'accordar privilegi che resero nulla l'autorità reale. Occupati nella difesa degli stati contro i nemici stranieri, o resi deboli dalle loro guerre civili, eransi lasciati pregiudicare in tutte le loro prerogative, sicchè appena ne' vasti loro stati rimaneva qualche città o castello che non avesse un altro padrone. Le province appartenevano ai duchi o marchesi, le metropoli ai vescovi, le altre città ai conti; il re era senza autorità, quantunque i suoi diritti non fossero mai passati in mano dei popoli.
(888) Gli avvenimenti ch'ebbero luogo dopo la deposizione di Carlo il Grosso vogliono essere più attentamente considerati in quanto che si avvicinano all'origine delle repubbliche. Appartengono in oltre più strettamente alla nazione italiana che si trovò allora di nuovo governata da un monarca italiano. Le rivoluzioni del trono, accadute nel periodo di sessantatre anni dall'espulsione dei Carlovingi fino all'incoronazione d'Ottone di Sassonia, posero in movimento, fissarono il carattere nazionale, e svilupparono quella tendenza alla libertà repubblicana, che ben tosto vedremo prender piede nelle città.
I Lombardi avevano divisa la loro monarchia in 30 principali feudi col titolo di ducato, de' quali dovremo parlare con maggiore estensione nel seguente capitolo, ove tratteremo del sistema feudale. Sotto la dinastia de' Carlovingi furono i feudi ridotti a minor numero, non già, per quanto sembra, in forza di alcuna legge, ma o col riunire più feudi sotto un solo padrone, oppure dividendo un ducato in molte contee. Perciò, allorchè fu deposto Carlo il Grosso, non eranvi in Italia che cinque o sei grandi signori a portata di comandare alla nazione e di disputarsi il trono. I grandi feudi di cui erano proprietarj, avevano quasi tutti indifferentemente il titolo di ducato o di marchesato. Il vocabolo di Mart indicava presso i Franchi ed i Tedeschi i confini degli stati; ed in fatto i soli grandi ducati conservati erano posti alle frontiere dell'Italia, affinchè il loro signore potesse, ancora senza essere soccorso dal monarca, difendere il regno dalle straniere invasioni.
Il più potente de' grandi feudi d'Italia era quello di Benevento, fondato da Zenone l'anno 568, e formato di quasi tutte le province che oggi appartengono al regno di Napoli. Nel quarto capitolo, tracciando la storia delle repubbliche dell'Italia meridionale che furono sempre in guerra coi duchi di Benevento, dovremo con qualche accuratezza tener dietro alla loro dinastia. Nel nono secolo erasi questo ducato diviso in tre principati indipendenti, Benevento, Salerno e Capoa, che poi s'indebolirono reciprocamente con ostinata guerra. È cosa notabile, che que' signori non facessero mai alcun tentativo per ottenere la corona d'Italia.
Uguale moderazione manifestò Adalberto conte di Lucca e marchese di Toscana. Quel signore possedeva la bella provincia, che pare dalla natura destinata a formare uno stato indipendente, avendola con una linea di montagne separata dal resto dell'Italia. Fino ai tempi di Carlo Magno trovansi memorie di certo Bonifacio duca di Toscana[35]. I suoi discendenti continuarono a governare quella provincia un secolo e mezzo, e la loro corte aveva credito d'essere la più splendida e magnifica delle feudali.
Di questi tempi venivano spogliati dei loro feudi i marchesi di Fermo e di Camerino, i quali governavano le due piccole province che ancora adesso chiamansi le Marche, e che altra volta erano i confini che i Lombardi dovevano difendere dalle aggressioni dei Greci. Il marchese d'Ivrea possedeva una provincia del Piemonte, che altra volta formava la barriera de' Lombardi contro i Franchi: ma due più potenti principi disputaronsi soli la corona; Berengario marchese del Friuli, ossia della Marca Trivigiana, e Guido marchese di Spoleti, ossia dell'Umbria. Gli stati del primo stendevansi dalle Alpi Giulie fino all'Adige: a lui spettava la custodia del passaggio delle Alpi, il solo che dia facile accesso in Italia, e quello in fatti per cui eranvi entrati tutti i popoli barbari nelle precedenti invasioni. Berengario discendeva dall'antica famiglia dei duchi Lombardi del Friuli; e poichè Carlo Magno s'impadronì dell'Italia, questa famiglia aveva contratto parentado colla casa imperiale. Berengario era figliuolo del duca Eberardo e di Gisla sua consorte figliuola di Luigi il buono[36].
D'altra parte Guido duca di Spoleti aveva aggiunte ai suoi dominj le Marche meno considerabili di Fermo e di Camerino, e Guido I suo Avo, approfittando delle guerre civili ond'era travagliato lo stato di Benevento, ne aveva acquistata gran parte, o più tosto erasene impadronito a tradimento[37]. Guido, da tale conquista reso uno de' più potenti principi, era originario Francese, ed alleato della real casa de' Carlovingi, come che non se ne conosca il modo. Dopo avere assoggettata la Chiesa Romana a molti tributi, erasi riconciliato, ed era stato adottato da Papa Stefano V. Oltre la rivalità di potenza, Berengario e Guido avevano altro particolar motivo di vicendevole odio. Guido poc'anni prima era stato per ordine di Carlo il Grosso messo al bando dell'Impero[38], e Berengario aveva accettato il non agevole incarico di muovergli guerra, e spogliarlo de' suoi stati[39]. Questi due principi, pari in potenza, aspirarono al regno d'Italia tostochè l'impero di Carlo Magno s'andava dividendo fra diversi padroni. Imperciocchè lo stesso anno che Arnolfo, bastardo della razza Carlovingia, impadronivasi della Germania, Luigi, figliuolo di Bosone, faceva lo stesso del regno d'Arles; Rodolfo, figlio di Corrado, dell'alta Borgogna, ed Eude, conte di Parigi, della Francia occidentale.
Siccome tutti i principi d'Europa risguardavansi allora quali principi francesi, tutte le guerre prodotte da questo smembramento assunsero il carattere di guerre civili; guerre promosse dalla sola ambizione de' grandi, cui il popolo non prende veruno interesse. Di qui ebbe origine, in mezzo ad una nazione valorosa, la strana debolezza della monarchia, e quella dissoluzione sociale che doveva alla fine ridurre tutte le città a provvedere alla propria difesa ed a governarsi da loro.
(888 = 894) Intanto Berengario e Guido andavano sollecitando l'assemblea degli stati, o più tosto i vescovi d'Italia, a dar loro la corona. Questi due principi, a vicenda vincitori e vinti, comperarono, allorchè ebbe luogo qualche rivoluzione, i voti degli elettori con novelle concessioni; e si videro spogliare la corona di tutti i suoi privilegi, senz'aver perciò ottenuto il sicuro appoggio dei loro partigiani. I feudatarj abbracciavano sempre la parte del vinto, perchè il vincitore richiedeva ubbidienza; lo che pareva loro cosa dura ed obbrobriosa[40].
(888 = 894) In sessant'anni che durarono le guerre civili, Berengario regnò trentasei anni, prima col titolo di re d'Italia, e gli ultimi nove con quello d'imperatore; il quale, dopo aver domati i principi della casa di Spoleti suoi primarj rivali, rivolse le armi contro gli altri competitori, che gli suscitarono i suoi sudditi, Luigi di Provenza e Rodolfo di Borgogna; onde la lotta che sostener dovette per il trono, durò quanto il suo regno; «imperciocchè, osserva uno storico quasi contemporaneo[41], gl'Italiani vogliono aver sempre due padroni onde contener l'uno col terrore dell'altro[42].»
Il regno di Berengario, reso celebre dalle guerre civili dell'Italia, fu pure l'epoca sventurata dell'invasione dei popoli nomadi del nord e del mezzogiorno, gli Ungari ed i Saraceni, che pel corso di cinquant'anni continuarono le loro devastazioni, cambiando i costumi degl'Italiani coll'obbligarli ad adottare un nuovo sistema di difesa.
(888 = 924) La debolezza di Luigi, figliuolo d'Arnolfo re di Germania, aprì le porte della Germania e dell'Italia agli Ungari, nazione barbara ancor pagana, che, uscita come gli Unni dai deserti della Scizia, ne aveva seguite le tracce per la rovina degli Occidentali, spopolando le province, e forzando i Greci, i Bulgari, i Tedeschi, a redimersi dalle loro devastazioni con vergognosi tributi. Questi feroci popoli furono principale cagione che si prestasse fede all'opinione dell'avvicinamento della fine del mondo; ed i teologi discussero gravemente la quistione, se questi popoli erano coloro che la scrittura indicava coi nomi di Gog e Magog[43]. Pareva che questi barbari si compiacessero di versare il sangue umano, e non avessero le loro irruzioni altro oggetto che quello di distruggere. Scorsero l'Italia e la Germania fino alle loro estremità, incendiando le città aperte, e lasciando ovunque orribili tracce del loro passaggio. Ma quantunque l'Europa rimanesse quasi affatto abbandonata al loro furore, non fecero veruna stabile conquista: quell'armata che aveva portato la desolazione a traverso dell'Italia fino a Capoa, ed a traverso dell'Allemagna fino a San Gallo, dopo essersi dissetata di sangue, si affrettava, senza che niuno la sforzasse, di rinselvarsi nelle foreste della Pannonia, trasportandovi le ricche spoglie che aveva raccolte[44].
Quando accadde la prima invasione degli Ungari l'anno 900, Berengario, cui era perfino ignoto il nome di questo popolo, e che lo vedeva avanzarsi fin sotto le mura di Pavia dopo aver rovinata la Marca Trivigiana, riuniva frettolosamente tutti i vassalli della corona, e formava un'armata tre volte più numerosa di quella dei barbari, contro de' quali si mosse. Gli Ungari spaventati, e non conoscendo ancora il paese, ritiraronsi fino al di là della Brenta, facendo nello stesso tempo offerte di pace, e chiedendo la permissione di ritornare senza ostacolo ai loro focolari non portando con loro le prede che avevano fatte. Ma Berengario, lusingato di poterli castigare in modo che più non pensassero ad invadere i suoi stati, li forzò di venire a battaglia. Egli non aveva abbastanza calcolata l'energia che suol dare la disperazione, nè le segrete discordie che indebolivano il suo esercito, e fu pienamente disfatto. Gli Ungari vittoriosi rientrarono nelle province interne dell'Italia, che corsero senza incontrar resistenza; perciò che la disfatta di Berengario aveva scoraggiata di maniera tutta l'Italia, che verun capitano non ardiva porsi a fronte di così feroci nemici[45].
Prima di quest'epoca i Saraceni, altri barbari non meno feroci, eransi già fortificati alle due estremità d'Italia. Avevano costoro dall'827 all'851 tolta ai Greci la Sicilia[46]. Erano di là passati nel regno di Napoli, ov'eransi stabiliti dopo l'839; e verso i tempi in cui Berengario salì sul trono, avevano occupate altre terre de' Latini, e procuratisi nuovi asili. Avevano in particolare fortificato un castello, o accampamento sul Garigliano, di dove facevano frequenti scorrerie nella Terra di lavoro e nella campagna di Roma fino alle porte di quest'antica capitale del mondo.
Altri Saraceni di diversa setta saccheggiavano il Piemonte. Una barca di corsari musulmani sortiti dalla Spagna aveva fatto naufragio a Frassineto presso di Nizza sulle frontiere della Liguria e della Provenza. Questa barca, se crediamo allo storico Luitprando, era montata da soli venti soldati, che invece di scoraggiarsi, approfittando delle scoscese rupi su cui erano stati gettati dalla burrasca, vi si fortificarono[47]. Le prime trincee non furono che siepi di spine: ma trovarono questo loro asilo abbastanza sicuro per farlo centro delle nuove piraterie sulle coste e villaggi vicini. I pirati della loro nazione, avvertiti dai segni esposti, popolarono ben tosto il nuovo stabilimento in modo, che osarono di avanzarsi fino nelle pianure del Piemonte, saccheggiando Acqui: e traversando una volta il monte s. Bernardo, s'impadronirono della città di s. Maurizio nel Vallese.
I Saraceni e gli Ungari tenevano lo stesso metodo di far la guerra. Sì gli uni che gli altri non avevano che cavalleria leggiere, che batteva il paese a piccoli squadroni senza tentare conquiste, e senza occuparsi mai di difendersi alle spalle, o di assicurarsi la comunicazione col grosso dell'armata. Non si prendevano maggior pensiere dei viveri e dei foraggi, di cui provvedevansi ovunque colla violenza. La rapidità della marcia dava loro infinito vantaggio sulla cavalleria pesante de' gentiluomini, e sulle milizie a piedi delle città. E siccome non cercavano di combattere, ma di rubare, evitavano possibilmente di scontrarsi coi nemici. Non avendo altra patria che il piccolo loro accampamento, invece di ritirarsi in faccia a forze superiori, avanzavano il nemico in velocità, e si portavano sul di dietro a saccheggiar le province che avrebbe dovuto coprire. Nè i re, nè i grandi Feudatarj avevan perduto un palmo dei loro stati; ma in mezzo ai loro dominj, un nemico che non potevano mai raggiungere, saccheggiava, quando una e quando l'altra, tutte le loro province.
Gli Ungari spinsero talvolta le loro scorrerie fino a Capoa e fino ad Otranto, talchè scontraronsi talvolta coi Saraceni. Frattanto questi popoli nomadi dividevansi l'Italia; desolando (900 = 924) i primi tutto il paese al nord del Tevere, gli altri tutte le contrade al mezzodì di questo fiume.
Le guerre degli Ungari e dei Saraceni influirono immediatamente sulla libertà delle città. Prima di queste incursioni erano in Italia quasi tutte aperte e senza difesa; non prendevano veruna parte nel governo, nè avevano milizie; ed i borghigiani godevano di troppo scarsa considerazione perchè potessero credere d'avere una patria. Ma quando furono ridotti a doversi difendere colle proprie forze contro un assassinio, che stendevasi a tutta la contrada, senza che alcuna armata, alcun ordine pubblico pensasse a reprimerlo; trovandosi abbandonati, innalzarono a principio le mura, poi formarono le milizie, ed in seguito le magistrature[48]. Le inferiori classi del popolo furono ancor esse chiamate a parte della milizia e del governo, ed allora acquistarono quella energia di carattere, che doveva farli tra poco cittadini.
Per altro i popoli nomadi non influirono che colle loro ostilità a formare il carattere degl'Italiani, non mai coll'unione loro o coll'esempio. Gli Ungari che venivano creduti più rassomiglianti alle fiere che agli uomini, ispiravano troppo orrore e spavento, perchè alcuno pensasse ad imitarli, o ardisse di legarsi in amicizia[49]. Dall'altra parte i Saraceni, colonia militare dei mori d'Affrica, non si rassomigliavano in verun modo ai sudditi civilizzati dei Califfi. Coloro che desolarono le campagne d'Italia erano il rifiuto della nazione, non conoscevano che l'arte della guerra, o per dir meglio dell'assassinio, ed i loro costumi erano ancora più lontani dalla civiltà orientale, che dai costumi de' cristiani ch'essi attaccavano. Dopo due secoli la scuola di Salerno, il commercio col levante dei Pisani, de' Genovesi, de' Veneziani, e le crociate, procurarono agl'Italiani ed alla loro letteratura una leggiere tinta orientale: ma non fu che a questa più recente epoca che si manifestò il gusto arabo. Le bande erranti degl'Ismaeliti non v'ebbero alcuna parte: nulla avevan esse di romanzesco o di religioso, nulla che potesse lasciare profonde tracce nello spirito dei popoli.
Il regno di Berengario, cui doveva immediatamente tener dietro una rivoluzione, fu il più alto periodo della disorganizzazione dell'ordine sociale. Pure questo principe non era nè di talenti sprovveduto, nè senza virtù[50]. Benchè avesse più volte comperata la pace coll'oro, aveva altresì spesse volte saputo conquistarla colle armi: le sue imprese contro gli Ungari ed i Saraceni, benchè d'ordinario infelici, sono una prova dei suoi talenti militari e del suo coraggio, come della niuna disciplina delle sue truppe. I feudatarj che prodigavano ai loro sovrani il titolo di tiranno, lo trovarono meno de' suoi rivali colpevole. Tra questi il solo Luigi conte o duca di Provenza fu da lui crudelmente trattato per delitto di fellonia. In altre occasioni diede frequenti prove di clemenza e di generosa fiducia verso i suoi nemici: ed un tratto di eroismo gli costò la vita.
(921) Berengario aveva felicemente terminata una lunga guerra civile, e per la prima volta la pace regnava ne' suoi stati. Guido figliuolo d'Adelberto marchese di Toscana, un altro Adelberto marchese d'Ivrea, Lamberto arcivescovo di Milano, Olderico conte del Palazzo e maggiordomo del re, Gilberto potente conte, non sappiamo di quali stati; tutti da Berengario colmati di beneficj, e che erano a lui debitori del rango o della sede che occupavano, o del perdono de' loro delitti, congiurarono contro la sua vita. Offrirono la sua corona a Rodolfo re della Borgogna transjurana, e lo invitarono a scendere in Italia. Berengario, informato della cospirazione, credette di disarmare coi beneficj i suoi nemici. Guido duca di Toscana, e Berta sua madre, caduti poc'anzi in suo potere, ebbero tosto la libertà. Adelberto e Gilberto furono fatti prigionieri da una banda di Ungari assoldati da Berengario; il primo seppe deludere l'altrui vigilanza, e fuggì; ma l'altro dovette la propria salvezza soltanto alla clemenza del re. Berengario marciò in seguito contro Rodolfo, e lo vinse: ma reso dalla vittoria meno cauto, fu colto in un'imboscata, ed interamente sconfitto. Allora Berengario fu costretto di ritirarsi in Verona, ov'erasi più volte rifugiato prima. L'inseguirono i congiurati, e persuasero certo Flamberto nobile Veronese, cui l'imperatore aveva tenuto un figlio a battesimo, ad assassinarlo.
(924) N'ebbe sentore a tempo, e chiamato innanzi a sè quel signore, gli ricordò il proprio affetto, i beneficj accordatigli, l'enormità del delitto, e lo scarso vantaggio che doveva ripromettersene: quindi presa in mano una coppa d'oro: «Questa coppa, diss'egli, sia tra di noi il pegno dell'obblìo del vostro fallo e del vostro ritorno alla virtù: prendetela, e risovvenitevi che il vostro imperatore è il padrino di vostro figlio.» La stessa notte per mostrare d'essere superiore ad ogni sospetto, invece di rinserrarsi nel suo palazzo ch'era fortificato, andò a dormire senza guardie in una casetta posta in mezzo de' giardini. La mattina susseguente quando Berengario portavasi alla chiesa, gli si fece incontro Flamberto con alcuni uomini armati, fingendo di volerlo abbracciare, e lo pugnalò vilmente[51]. L'istoria non ci fece conoscere le cagioni di così feroce odio e di tanta ingratitudine; solamente c'informa che il primo e forse il più grande degl'imperatori italiani non rimase lungo tempo invendicato. Milone, conte di Verona, accorse in suo ajuto, troppo tardi per difenderlo, abbastanza a tempo per tagliare a pezzi i suoi assassini.
Nè i talenti, nè le virtù d'un sovrano potevano in questo sventurato secolo contribuire efficacemente alla prosperità dello stato: l'abitudine all'insubordinazione, il monarca senza mezzi di repressione, i vassalli, deboli contro i nemici, e forti contro il proprio re, il corpo sociale in dissoluzione, tutto era disordine e confusione. La perfidia e la violenza avrebbero potuto mantenere un tiranno su quel trono da cui doveva cadere un eroe.
Forse un tiranno era allora necessario alla nazione italiana per farle sentire il bisogno di una costituzione libera. La debolezza e l'insufficienza del potere cui era soggetta, facevanle desiderare un governo fermo e vigoroso che la sollevasse dall'anarchia. Ella conosceva i mali presenti dell'anarchia, e non quelli del governo che desiderava; tal che non potendo paragonare gli uni agli altri, non s'accorgeva che, ad uguale distanza dal dispotismo e dalla licenza, doveva chiedere la libertà. Due anni dopo la morte di Berengario (926) si vide montar sul trono de' Lombardi un uomo che ridusse alla più umiliante sommissione quegli altieri feudatarj già rivali del suo predecessore, e sostituì alla debolezza delle leggi la più sfrontata tirannia.
Costui era Ugo conte o duca di Provenza, cui gl'Italiani destinarono la corona dopo averla tolta a Rodolfo di Borgogna[52]. Ugo era fratello uterino d'Ermengardo marchese d'Ivrea, e di Lamberto marchese di Toscana. Egli non ebbe più i rivali de' suoi predecessori nei duchi di Spoleti e del Friuli, le di cui famiglie eransi estinte, o erano state spogliate de' loro feudi nel tempo stesso che perdettero la corona. I nobili inferiori, di cui sapeva mantener viva la vicendevole gelosia, onde l'uno dopo l'altro isolatamente opprimerli, non potevano far argine alla sua ambizione. Vero è che Ugo cercò invano, come vedremo in altro capitolo, di guadagnarsi un appoggio in Roma, sposando la famosa Marozia che n'era l'arbitra; ma la sua politica fu coronata da un più grande successo in Lombardia. Dirigendo costantemente i suoi attacchi contro le più distinte famiglie de' suoi stati, sacrificò l'un dopo l'altro senza pietà tutti i grandi che potevano dargli sospetto, non perdonando neppure a coloro che lo avevano fatto re, come suo fratello Lamberto marchese di Toscana[53], e suo nipote Anscarro figliuolo d'Ermengardo marchese di Spoleti e di Camerino[54]. Non risparmiava nemmeno i suoi clienti, che ben tosto trovava troppo potenti per vivere sotto di lui, e gli spogliava poco dopo averli arricchiti.
Nè i vescovi erano meglio trattati dei duchi, cacciando dalle loro sedi coloro che non sapevano guadagnarsi la sua confidenza, e sostituendo loro Borgognoni e Provenzali, che non avendo che il suo appoggio, erano necessariamente da lui solo dipendenti[55]. Molti suoi bastardi furono inoltre innalzati alle prime dignità della chiesa, o provveduti di entrate ecclesiastiche, come di abbazie le sue amanti. Insomma il patrimonio ecclesiastico era in sua mano l'oggetto d'uno scandaloso commercio, che gli fruttava immense ricchezze. Mentre i grandi ed il clero erano ridotti a così grande avvilimento, i signori, i conti, i comandanti delle città, non dovevano sperare d'essere più dolcemente trattati. Il diritto di successione ne' feudi, comecchè non si appoggiasse ad una legge dell'impero, era però sanzionato dall'uso di due secoli. Molti feudatarj del regno di Ugo erano stati investiti de' loro feudi sotto il regno di Carlo Magno, ed anche sotto quella de' re Lombardi, rimontando i diritti di taluno fino all'epoca dello stabilimento della nazione lombarda in Italia. Ugo non ebbe verun riguardo a questo tacito diritto, che, a dir vero, era contraddetto dalle formole legali d'investitura, e si arrogò la facoltà di dare e togliere i feudi, non solamente dopo la morte del beneficiato, ma anche in vita.
Il solo ordine della nazione che forse non si lagnava, era il popolo, non perchè meno maltrattato degli altri, ma perchè le sue sofferenze riputavansi cose di così leggiere importanza, che gli storici non credettero prezzo dell'opera il farne memoria. Ci dicono soltanto, come essendosi Ugo impadronito di Frassineto, invece di cacciare da' suoi stati i Saraceni che occupavano questa fortezza, li trapiantò nella Marca Trivigiana onde chiudessero il passaggio ai Tedeschi; e che per farsegli più affezionati, si astenne dal reprimere le loro violenze e saccheggi[56].
Sotto il licenzioso regno di Berengario e de' suoi predecessori, la libertà cui pretendevano gl'Italiani non trovavasi garantita da un potere nazionale indipendente da quello dei re. Il trono era il solo centro dell'autorità, cui per altro i popoli non erano attaccati da verun legame. Nè era per la forza della loro costituzione che i Lombardi fossero liberi, ma bensì per la sua debolezza. Da che il tiranno ebbe successivamente abbattuti i grandi feudatarj, ed innalzate le sue creature ai più ricchi beneficj della chiesa, la nazione si trovò schiava senza combattere. Per mancanza d'organizzazione politica, e non già di carattere, non aveva in sè medesima sufficiente appoggio per rialzarsi. Erale necessaria un'impulsione straniera, ed un soccorso straniero per abbattere l'usurpatore.
Tale soccorso le fu dato dalla Germania. A quest'epoca, per la prima volta, gl'interessi delle due nazioni e delle due monarchie si frammischiarono, e tale unione portò un re sassone sul trono di Lombardia.
Di quanti feudatarj ebbe l'Italia, un solo di questi tempi possedeva ancora l'eredità paterna, non per favore del sovrano, ma per la sua nascita, e per l'amore de' suoi soggetti: era questi Berengario marchese d'Ivrea, e nipote dal lato materno dell'imperatore di questo nome. La zia di Berengario Ermengarda era sorella di Ugo dai suoi maneggi portato sul trono d'Italia: onde per un residuo di riconoscenza per sua sorella, e per la fresca giovinezza del marchese, Ugo gli aveva lasciata la vita ed il governo d'Ivrea. Per altro, da che s'accorse che gli occhi degl'Italiani erano verso di lui rivolti (940), comprese ch'era tempo di perderlo; e tutto dispone per rapirlo colla sua sposa e per abbacinarlo. Berengario avvertitone segretamente, fugge con Gilla sua consorte, cui l'avanzata gravidanza non impedì di valicare il san Bernardo, che il tiranno credeva chiuso ancora dai ghiacci[57].
Ottone il grande regnava allora in Germania; il più potente come il più magnanimo de' principi ch'eransi divise le spoglie dell'impero de' Carlovingi. Le virtù sembravano ereditarie nella sua famiglia. Suo avo Ottone, duca di Sassonia, era stato dalla dieta l'anno 912 dichiarato re di Germania, ed egli aveva rifiutato tale onorificenza[58]. Suo padre Enrico I, chiamato l'uccellatore, aveva otto anni dopo accettata la medesima dignità offertagli dai voti unanimi de' Franchi, dei Bavari, de' Turingi, de' Sassoni; ed egli ne giustificò la scelta con un regno glorioso per le continue vittorie riportate sui Danesi, gli Slavi, e gli Ungari[59]. Ottone il grande che montò sul trono l'anno 937 proseguiva prosperamente la guerra contro i pagani, e le sue vittorie chiudevano agli Ungari la strada dell'Occidente che avevano saccheggiato sì lungo tempo. Il generoso monarca accolse alla sua corte il marchese d'Ivrea, permettendogli di riunire presso di lui gl'Italiani malcontenti; e senza soccorrerlo direttamente, gli permise di preparare quant'era necessario per abbattere il trono di Ugo.
(945) Infatti la rivoluzione si eseguì colle sole armi italiane. Berengario, seguito dalla sua piccola armata, calò in Lombardia attraversando la Marca Trivigiana, avendogli facilitato il passaggio delle Alpi e delle foreste il malcontento dei popoli. Di mano in mano ch'egli avanzava s'andò rinforzando talmente la sua armata, che Ugo non osò di affrontarla. Il marchese d'Ivrea convocò a Milano gli stati del regno, facendoli arbitri tra l'antico ed il nuovo monarca. Quell'illustre assemblea sentì d'aver ricuperata l'indipendenza, e per conservarla sforzossi di stabilire l'equilibrio dei poteri tra i due pretendenti al trono. Riconobbe re Lotario figliuolo di Ugo, e confidò poi l'intera amministrazione del regno a Berengario[60].
Non era possibile che le cose rimanessero lungo tempo in tale stato: vi si opponeva la mal soddisfatta ambizione di Berengario, il quale considerando che Lotario non aveva meritato col di lui padre l'odio degli Italiani, e che sua consorte Adelaide era adorata dai sudditi, aveva giusta cagione di temere che la confidenza degl'Italiani s'accrescerebbe ogni giorno per Lotario con suo pregiudizio: e Berengario fu creduto colpevole d'aver avvelenato il giovane re per non rimanere esposto all'incostanza del favor popolare[61]. Morto Lotario, chiese per suo figliuolo la mano della vedova Adelaide, e cercò, ma inutilmente, colle minacce e col trattarla duramente, di ridurla al suo volere. Egli non s'avvide che non era più il tempo di poter assicurare il dominio coi delitti, avendo egli col suo esempio avvertiti gl'Italiani, che trovavasi oltre monti un vendicatore dei delitti dei re lombardi. I popoli avevano veduta senza interesse l'incoronazione di Berengario, i prelati sentivano pietà d'Adelaide, i grandi temevano un despota nel re senza rivali. Di comune accordo ebbero ricorso ad Ottone il grande, supplicandolo di liberar l'Italia da quello stesso re, ch'erasi presentato come suo liberatore.
(951) Il grande Ottone entrò di fatti in Italia l'anno 951. La regina Adelaide che dal castello posto sul lago di Garda in cui era custodita strettamente, aveva potuto rifugiarsi nella fortezza di Canossa, divenne sposa d'Ottone, e fu dopo morte ascritta al ruolo de' beati. Giunto Ottone a Pavia senz'ostacolo, vi fu coronato re de' Lombardi; ma, richiamato in Germania dopo pochi mesi dalle guerre civili e dalle invasioni straniere, Berengario ne approfittò per pacificarsi con un rivale così forte. Egli si presentò in Augusta ad una dieta di Tedeschi con suo figliuolo Adelberto, che aveva pure il titolo di re de' Lombardi, e fece omaggio della sua corona ad Ottone, che riconobbe per suo superiore; fece cessione della Marca Trivigiana, e con ciò del passaggio d'Italia ad un duca tedesco; e sotto la protezione del re sassone regnò ancora qualche tempo in Lombardia[62].
Ma mentre Ottone ristabiliva la pace in Allemagna, e batteva sul Lech gli Ungari in modo che non furono più in grado di pensare nè alla Germania nè all'Italia, i signori italiani lo dichiaravano arbitro di tutte le controversie col loro re. Avevano essi, o credevano d'avere giusti motivi di querelarsi; onde Ottone, mosso dalle loro preghiere, e da quelle del papa, dopo aver loro mandato in soccorso uno de' suoi figliuoli, del 961 intraprese egli medesimo per la seconda volta la conquista d'Italia. Niun ostacolo s'oppose alla sua marcia. Dopo essere stato di nuovo incoronato a Pavia, ricevette in Roma la corona dell'impero dalle mani di Papa Giovanni XII; e con un lungo assedio prese in fine la fortezza di s. Leo al conte di Montefeltero, ove fece suoi prigionieri Berengario e sua moglie, che mandò a Bamberga, ove quest'illustri esiliati terminarono i loro giorni. Costrinse il loro figlio Adelberto a rifuggirsi presso i Greci, e consumò la riunione dell'Italia all'impero germanico.
Veruna rivoluzione non ebbe mai una più notabile influenza sul carattere d'una nazione, sulla sua costituzione, e sui futuri destini, quanto l'unione delle due corone di Germania e di Lombardia n'ebbe su gl'Italiani. Se i monumenti storici del decimo e dell'undecimo secolo bastassero per ordire da quest'epoca l'istoria delle città italiane, è dal regno degli Ottoni che io vi avrei dato cominciamento: imperciocchè le città riconobbero dalla munificenza e dalla politica di questi principi la loro costituzione municipale, ed i primi germi dello spirito repubblicano. Fu l'allontanamento della corte sovrana che gli abituò all'indipendenza; e finalmente, dopo spenta la famiglia degli Ottoni, le guerre tra i principi che aspiravano alla corona addestrarono le città alle armi, dando loro facoltà di combattere sotto le proprie insegne. Forzati dall'aridità degli storici che ne servono di guida, a lasciare tra l'ombre questi tempi troppo imperfettamente conosciuti, proseguiremo ne' susseguenti capitoli ad indicare solamente l'influenza delle grandi rivoluzioni della monarchia sulla costituzione nazionale, ed i costumi del popolo. Raccoglieremo in seguito separatamente le poche notizie che ne rimangono intorno ad alcune repubbliche, la di cui libertà risale ai tempi di cui abbiamo ora rapidamente percorsa la storia, e non incominceremo che col dodicesimo secolo ad analizzare l'interno ordine delle città, per seguitare da vicino e con circostanziato racconto i generosi loro slanci verso la libertà.
CAPITOLO II.
Sistema feudale. — Governo del regno de' Lombardi; modificazioni occorse a questo governo dal 951 al 1039 sotto il regno di Ottone, d'Enrico II e di Corrado il Salico, imperatori d'Allemagna.
Le nazioni settentrionali essendosi mischiate cogl'Italiani, fecero rinascere in questo popolo il sentimento della dignità dell'uomo, l'amore della patria, il desiderio della libertà; ma in pari tempo gli avevano portato un sistema di governo affatto nuovo, e nozioni intorno ai diritti dell'uomo diverse affatto da quelle degli antichi. I diritti della patria erano più grandi presso i Romani ed i Greci; ma la feroce indipendenza individuale più assai rispettata presso i barbari. I popoli del mezzogiorno avevano incominciato ad essere liberi entro le città, ove riuniti nelle stesse mura, non tardarono a sentire fortemente ch'essi non formavano che un solo corpo, e che tutti i loro interessi erano comuni: per lo contrario i popoli dal settentrione s'erano mantenuti liberi nelle foreste, ed avvezzi a difendersi da sè medesimi, non cercarono in un'associazione affatto volontaria che quell'aumento di forze che potevano acquistare, senza nulla perdere della individuale indipendenza. Fino agli ultimi periodi delle nostre repubbliche, noi vedremo gli effetti delle idee portate dal Nord. L'ineguaglianza fra i cittadini, le diverse classi di uomini diversamente liberi, le associazioni per respingere una potenza oppressiva, e più di tutto il diritto di resistenza al governo, furono tutte conseguenze di quel sistema d'indipendenza, che in appresso si chiamò feudale, e che fu così frequentemente calunniato senza conoscerlo.
Tutte le nazioni settentrionali riconobbero l'esistenza d'una grandissima disuguaglianza tra i cittadini. La riconobbero, diss'io, non già che la stabilissero; perchè fu l'effetto delle loro conquiste, l'effetto inevitabile dello stato di proprietà. La loro costituzione, malgrado tanta disuguaglianza, assicurò ai cittadini una illimitata indipendenza. Ma per un abuso delle loro vittorie, abuso inseparabile dal loro stato di proprietà, non lasciarono veruna libertà agli uomini ch'essi non riconobbero cittadini.
L'eguaglianza o l'ineguaglianza tra i diversi ordini di cittadini in ogni nascente nazione quasi barbara è appoggiata necessariamente alla prima divisione delle proprietà territoriali. Una nazione quasi barbara non ha commercio, non ha capitali, non ha manifatture, e non può avere altre ricchezze che le terre ed i suoi prodotti. La sola terra alimenta gli uomini privi di commercio e di capitali; e gli uomini ubbidiscono costantemente a chiunque può disporre dei mezzi di vita e di godimento.
Talvolta una nazione senza rivoluzioni e senza conquiste giunse a quello stato d'imperfetta civilizzazione nella quale le terre vengono coltivate senza che il commercio o le arti abbiano fatto verun progresso: allora è presumibile che le terre sieno state da principio divise in parti pressochè uguali; o per lo meno, che verun individuo non avrà avuto dalla nazione una quantità di terreni affatto sproporzionata alle braccia che dovevano coltivarli. I poderi potranno essere più o meno estesi, ma non saranno mai province; e l'ineguaglianza tra i privati cittadini non sarà mai tale che renda gli uni necessariamente dipendenti dagli altri. I cittadini, benchè disuguali di fortune, non dimenticheranno ch'erano in origine uguali, e rimarranno tutti liberi. Tale è la storia degli stati dell'antica Italia e dell'antica Grecia, e la cagione per cui da' più rimoti tempi non v'ebbero in queste contrade che governi liberi. Ne' tempi presenti la distribuzione delle fortune nelle colonie dell'America settentrionale ha qualche rassomiglianza con questo primo stabilimento delle nazioni agricole: i proprietari delle piantagioni danno ai loro poderi assai maggior estensione, che non ne hanno i nostri, ma però sempre proporzionata alle forze della loro famiglia; onde esiste presso di loro una tal quale bilancia territoriale, per valermi dell'espressione d'Arrington, che contribuisce al mantenimento della libertà americana[63]. Per altro questa libertà poteva stabilirsi senza tale bilancia, poichè gli Americani hanno capitali accumulati, commercio, arti e mezzi di vivere indipendenti, ossiano poveri o pur ricchi.
Ma questo equilibrio di proprietà territoriali può essere affatto distrutto da una conquista, le di cui conseguenze possono essere differentissime secondo che il popolo coltivatore sarà conquistato da un popolo pastorale o agricolo. Presso i popoli tartari l'accrescimento delle mandre è illimitato come le campagne della Tartaria. Lo stesso uomo possiede spesse volte tanta quantità di vacche, di pecore, di cavalli, che può mantenere al suo servigio alcune migliaja de' suoi paesani; ed in fatti tutta la sua ambizione si riduce a poter accrescere il numero de' domestici. E per tal modo, quantunque i Tartari siano liberi, l'autorità patriarcale è talmente da loro rispettata, che un capo di famiglia diventa facilmente un capo d'armata. Tali sono i capi, che seguiti dai loro pastori e dai loro domestici fecero in più riprese la conquista dell'Asia. Di mano in mano che conquistavano qualche provincia, la ponevano sotto un governo dispotico, quantunque essi non avessero tale governo. Ciò facevano essi, perchè il Kan di già proprietario di tutte le ricchezze della sua armata, credette di poter diventare ugualmente proprietario di tutto il territorio della nazione conquistata. Egli aveva fatto curare le sue gregge dai suoi figliuoli e da' suoi schiavi; dai medesimi farà coltivare i suoi nuovi terreni, e le sue forze gli sembravano proporzionate ai poderi che si arrogava. Si esaminino tutti i governi asiatici, e troveremo in tutti il sovrano riguardato quale proprietario di tutte le terre. Essendo in suo arbitrio, o de' suoi ministri, il ritenere, o l'escludere i coltivatori, questi sentono l'assoluta dipendenza verso il padrone che può loro negare il vitto; e quindi il diritto del monarca sulle terre diventa il più sicuro appoggio del suo dispotismo.
Ma può altresì accadere che un popolo agricolo venga conquistato da un popolo semibarbaro, ugualmente agricolo. Se il primo è schiavo ed eccessivamente corrotto, ed il secondo libero, il conquistatore può essere meno numeroso assai del vinto. In tale supposto i primi abuseranno del diritto di conquista, attribuendosi l'intera proprietà delle terre, e riducendo i vinti coltivatori dalla condizione di possidenti a quella di fermieri. Dopo che avranno trovato quest'espediente per dar valore ai loro dominj, niuna estensione di terreni sembrerà loro eccedente per farne un patrimonio: invaderanno una provincia come se formasse un solo podere, e per soddisfare alla propria avidità, non pensando che a farsi ricchi, diventeranno assai potenti. Per tal modo tutte le province dell'impero romano furono divise tra i barbari del Nord, ed i coltivatori, come vili mandre di schiavi, rimasero attaccati alle terre ch'essi coltivavano: per tal modo in tempi a noi più vicini gli Spagnuoli che conquistarono il Perù ed il Messico, ebbero l'intere province in patrimonio, non sembrando loro soverchio un podere di trenta leghe d'estensione quand'era popolato da più migliaja di coltivatori da lui dipendenti.
I popoli settentrionali che stabilironsi in Italia non conoscevano le arti di lusso, e ben tosto le fecero sparire dai paesi in cui abitarono. Il commercio non offri più all'uomo possessore d'una intera provincia i mezzi di cambiare la sussistenza di più migliaja di persone colle dilicatezze che niuno con lui divideva. Una futile vanità, il fasto, non allettavano i conquistatori, i quali, divenuti gentiluomini, non convertivano il prodotto d'un podere in abiti ricchissimi, in merletti, in stoffe d'oro. Colossali erano le loro fortune, ma colossale altresì l'uso che ne facevano. Le loro ricchezze consistevano in derrate che servono ad alimentare gli uomini, grani, vino, bestiami, che effettivamente impiegavano nel mantenimento degli uomini dipendenti da loro. La forza aveva creata la loro ricchezza, e la loro ricchezza ne accresceva a vicenda la forza. Su tale solidissima base si fondava la potenza della nobiltà de' mezzi tempi.
Quando i Lombardi conquistarono l'Italia, questi uomini, valorosi, indipendenti, guerreggiando per sè medesimi, e non per un padrone, divisero le loro conquiste in altrettanti feudi quanti erano i guerrieri. Conoscevano per altro i vantaggi della militare disciplina, e conservarono all'armata la sua forma e la subordinazione nello stabilimento che doveva farne una nuova popolazione. Diedero ai loro capitani il titolo di duchi o generali[64], e loro affidarono il governo delle città con un diritto di alta proprietà o di signoria sul territorio che le circondava; conservarono a se medesimi il titolo di milite, e cadauno ottenne la proprietà feudale d'una porzione del territorio d'ogni città, dei castelli, o dei villaggi che ne dipendevano. D'allora in poi il vocabolo milite fu adoperato per indicare il gentiluomo più tosto che il soldato.
La proprietà non apparteneva realmente che ai gentiluomini. I lavoratori, i vassalli, ch'essi avevano spogliati, ed obbligavano a travagliare per conto loro, dandoli la terza parte dei prodotti, trovavansi in una condizione assai vicina alla schiavitù[65]. Nel rango superiore l'autorità dei duchi attaccata alla conservazione d'un cert'ordine sociale, non fondavasi che sopra una finzione di proprietà, sopra un diritto imaginario rispetto a territorj e province ch'essi non possedevano. Pure lo stesso sistema formava la sicurezza del duca ugualmente che del gentiluomo, sanzionando ad un tempo l'obbedienza del vassallo e del valvasore: e quindi per il corso di più secoli i duchi non furono forti che per la forza de' gentiluomini loro subordinati. Risalendo la scala feudale il re, posto al di sopra dei duchi, avrebbe dovuto esercitare sopra di loro l'autorità medesima che i duchi avevano sui gentiluomini. Ma se il diritto di proprietà de' grandi vassalli su tutta la provincia non era che una finzione della legge, il diritto di proprietà del re su tutto il regno era una finzione ancora più lontana dalla realtà: e poichè la stabilità del potere era appoggiata alla ricchezza territoriale, il potere de' gentiluomini sui loro subordinati doveva essere assoluto, precario quello del duca, e quello del re quasi nullo.
L'anno 576 epoca della morte di Clefi, il secondo de' principi lombardi che regnarono in Italia, la nazione suppose di poter far senza capo. I duchi che allora erano trenta, furono risguardati quali rappresentanti di tutti gli uomini liberi accostumati a combattere sotto le loro insegne. Si affidò loro l'amministrazione dello stato, ed essi rappresentarono per dieci anni una imperfetta imagine di repubblica. A tal epoca gli stessi gentiluomini s'accorsero che per assicurare la loro libertà, era necessario che i loro capi dipendessero da un superiore, e colsero l'opportunità d'una pericolosa guerra col Franchi e coi Greci per sottomettersi nuovamente all'autorità reale[66].
I Lombardi erano indipendenti piuttosto che liberi; l'indipendenza loro veniva guarentita dalle loro proprietà, dalle armi dei loro vassalli e dalla debolezza dei re; non già dalla loro costituzione. Varie loro leggi sembrano anzi fatte per sanzionare la tirannide. «Se taluno di concerto col re, dice Rotari, prepara la morte ad un altro, o lo uccide d'ordine del re, non è punto colpevole; nè la di lui persona, nè gli eredi potranno essere molestati per tal fatto; imperocchè credendo noi che il cuore del re sta in mano di Dio, non è possibile che si chieda conto ad un uomo di colui che il re fece uccidere»[67]. E senza questa legge i giudici del re potevano tenersi risponsabili, non solo alla nazione, ma ancora alle famiglie de' colpevoli delle più giuste sentenze. Lo spirito nazionale, l'indipendenza de' gentiluomini e la debolezza del monarca, impedivano che la vita de' subalterni fosse, in forza di tal legge, in balìa d'un despota.
Non è a sperarsi di trovare nelle costituzioni, o in verun codice delle nazioni barbare, qualche garanzia de' diritti del popolo, delle prerogative dei gentiluomini, o restrizioni alla illimitata autorità reale; tutto ciò esisteva indipendentemente dalle leggi: ma ciò che caratterizzava una nazione libera, era la fissazione della pena per ogni offesa, portata ad una precisione, che al presente parrebbe ridicola, e che altamente giovava ad impedire gli arbitrarj giudizj[68]; lo stesso deve dirsi della legge che castigava la disubbidienza al duca o al re con un'ammenda determinata; di modo che ognuno sapeva sempre a qual prezzo e con quale pericolo poteva scuotere il giogo dell'autorità[69]: era per ultimo la garanzia data ad ogni gentiluomo nella propria giurisdizione[70]. La pubblicazione di tali leggi indicava un popolo libero, più assai che il loro contenuto: «Io Luitprando, dice il monarca nella prefazione, re cattolico e cristiano della nazione dei Lombardi, che Dio ama, di consenso di tutti i miei giudici d'Austria, di Neustria e delle frontiere della Toscana; di consenso di tutto il rimanente de' miei fedeli Lombardi, ed in presenza di tutto il popolo, ho trovato ciò che segue santo e lodevole, e conforme all'amore ed al timor di Dio»[71].
Il regno de' Lombardi era elettivo. Di diciotto re che avevano preceduto Rotari, tre o quattro soli succedettero ai loro genitori[72]. Vero è che dopo Carlo Magno, la corona rimase nella famiglia de' Carlovingi fino alla sua estinzione; ma dopo Carlo il Grosso la nazione rientrò ne' suoi diritti, ed esercitò molte volte in breve spazio di tempo il diritto di nominare i suoi capi, onde mantenersene in possesso. L'assemblea nazionale che chiamavasi Placita seu Malli Regni, riunivasi a Pavia capitale degli stati lombardi, talvolta a Milano, ed in appresso in campagna aperta nella pianura di Roncaglia presso Piacenza. Il nuovo sovrano, o aspirasse al trono per averlo meritato colle sue vittorie, oppure vi fosse invitato dai grandi, era quello che convocava l'assemblea, la quale era composta di prelati, di duchi, di conti, dei legati reali, dei giudici dell'imperatore, degli scabini, de' notai, de' legisti, e per dirlo in una parola, di tutti gli uomini liberi, ch'erano tenuti di assistervi quand'anche non vi avessero voce deliberativa[73].
Quest'assemblea dava, o piuttosto confermava la corona per acclamazione. Nel secolo decimo era il più delle volte ridotta a giustificare un'usurpazione deponendo il sovrano che aveva avuto la disgrazia di rimaner perdente, a ricevere dal nuovo re il giuramento di conservare i privilegi accordati alla chiesa dai suoi predecessori, e finalmente ad esigere da lui le vaghe e generali promesse di rispettare i diritti di tutti, d'osservare la giustizia, di proteggere i poveri, di reprimere le vessazioni de' soldati. I soldati che nominavano e deponevano i re avevan più cura di mantenere la loro indipendenza nelle province loro, che i diritti dell'assemblea di cui erano membri. La carta d'elezione terminava d'ordinario colle seguenti parole: «E come il glorioso re N. si è degnato di promettere che osserverà tutte le condizioni soprascritte, la di cui osservanza è ben necessaria; e che col divino ajuto avrà cura della nostra e della sua salvezza, è piaciuto a tutti noi di eleggerlo nostro re, signore e difensore; obbligandoci di ajutarlo con tutte le nostre forze nel real ministero, per la sua conservazione e per quella del regno»[74].
Intanto agli occhi del popolo il poter sovrano veniva trasmesso al nuovo monarca col porre in sul suo capo la corona di ferro che custodivasi in Monza. Quando il grande Ottone fu così coronato, Walperto arcivescovo di Milano celebrò i santi misteri circondato da molti vescovi. Frattanto il re depose sull'altare di S. Ambrogio tutti i reali ornamenti, la lancia, il di cui ferro era stato fatto con un chiodo della croce di nostro Signore, la spada reale, l'ascia, il budriere e la clamide imperiale; e servì vestito da sottodiacono, mentre il clero celebrava la messa secondo il rito ambrosiano. Terminato il sacrificio, l'arcivescovo arringò i duchi ed i marchesi che lo circondavano, ricordando loro le virtù di Ottone, che unse col sacro crisma; indi rivestitolo degli abiti e delle armi deposte sull'altare, pose finalmente sul di lui capo la corona di ferro de' Lombardi[75].
L'assemblea generale dei placiti, alla quale spettava l'elezione del sovrano, era pure la gran corte di giustizia del regno. È dal suo nome placita che derivarono i vocaboli di plaider e plaid dei Francesi[76]. Veniva periodicamente convocata almeno due volte all'anno, nell'estate e nell'autunno; e tutti gli uomini liberi immediatamente dipendenti dal re dovevano assistervi. È probabile per altro, che i vassalli assai lontani dalla residenza della corte potessero dispensarsi dall'intraprendere un viaggio che doveva loro riuscire assai gravoso; purchè intervenissero poi alle adunanze ch'erano presedute dal conte del sacro palazzo in tutte le province a nome del re. Questo conte era il principale ministro di giustizia della monarchia, cui apparteneva di pieno diritto la convocazione dell'assemblea nazionale in tutte le parti dello stato; di presederla in assenza del re; e quand'eran terminati i pubblici affari, di rendere giustizia in suo nome[77]. Eranvi pure altre assemblee nelle province di natura analoga alle adunanze del regno, dette giudizj del signore, cui tutti gli uomini liberi dipendenti da un grande feudatario dovevano assistere.
Ne' monumenti che ci restano di queste assemblee, non si trova cosa che possa indicare che si facessero antecedenti discussioni ai decreti del presidente. È bensì vero che non possiamo sperare di conoscere le modalità degli stati del regno, stando al formolario, adoperato dai notaj nella redazione dei loro atti, i quali, non potendo maneggiare il barbaro latino in cui gli scrivevano, studiavansi di ommettere o abbreviare tutte le particolarità che non avrebber saputo descrivere. Siamo di parere che non avessero voce deliberativa che i grandi signori; che i giureconsulti e gli scrivani non fossero chiamati alle assemblee dello stato che per giovare al loro signore col consiglio, comecchè, istruiti assai più degli altri intorno alle cose della legge, potessero avervi una maggior influenza: supponghiamo ancora che i cittadini si riunissero in queste assemblee per dar maggiore autenticità agli atti pubblici, perchè i testimonj e le parti si trovassero più facilmente, e perchè più facilmente in tanto numero si avessero uomini istruiti intorno ad ogni legge, i quali servissero d'arbitri ne' processi, qualunque si fosse il codice nazionale che le parti dichiaravano d'avere adottato.
Bel privilegio avevano le nazioni settentrionali conservato ai cittadini, la libera scelta di sottomettersi alle leggi de' loro maggiori, o pure a quelle che trovassero più conformi alle proprie nozioni di giustizia e di libertà. Presso i Lombardi trovavansi in vigore sei corpi di leggi; la legislazione romana, lombarda, salica, ripuaria, allemanna e bavara; e le parti nell'incominciar de' processi dichiaravano ai giudici che vivevano, e volevano essere giudicate secondo la tale o tal altra legge[78]. La stessa facoltà della scelta fu accordata ancora ai Romani quando il loro ducato venne riunito alla monarchia dei Carlovingi. «Noi vogliamo, dichiara l'imperator Lotario, che il popolo romano venga interrogato sotto qual legge vuol vivere; che ognuno viva in appresso secondo la legge che avrà professata; che ne siano avvertiti i cittadini e lo sappiano i giudici, i duchi ed il rimanente del popolo»[79].
Sotto il governo de' Carlovingi l'estinzione di molte famiglie ducali aveva fatto luogo ad un altro ordine di alta nobiltà, quello dei conti, i quali venivano dal re incaricati del governo delle città. Di tutte le classi dei nobili, quella dei conti sembrava più immediatamente dipendere dal re; poichè quantunque la loro dignità passasse spesse volte di padre in figlio, non era loro accordata che precariamente; e fino all'epoca in cui Corrado il Salico autorizzò la trasmissione di tutti i feudi di padre in figlio, sembra che i conti ricevessero il loro governo dal sovrano, che poteva a suo piacere riprenderlo. Nella patente di loro creazione il re dichiarava: «che conoscendo l'amore di N. N. per la giustizia, gli affida la stessa città, che fu governata dal suo predecessore, con obbligo di mantenersi costantemente fedele alla corona; di giudicare tutti gli uomini sottomessi al suo governo, di qualunque nazione essi siano, secondo le loro leggi e costumi; di proteggere le vedove e gli orfanelli; di perseguitare i malfattori e di far pagare al fisco le tasse dovutegli»[80]. In questa carta non è menzionato un altro importantissimo ufficio dei conti, quello di condurre le milizie alla guerra. E siccome più volte accadeva che il conte d'una città n'era in pari tempo ancora il vescovo, questa militare incumbenza assai male si confaceva al carattere ecclesiastico.
Il conte nelle sue particolari corti sceglieva tra gli abitanti gli Scabini[81] che formavano la magistratura delle città; ed i cittadini li confermavano col loro voto. Questi Scabini seguivano il loro conte alle pubbliche assemblee del regno, di modo che ogni città trovavasi in queste assemblee rappresentata dal suo governatore e dai suoi magistrati. E come non vi si contavano le voci, e che le parti del popolo erano quelle di sanzionare o rigettare le proposizioni del principe colle acclamazioni, una più esatta rappresentanza sarebbe stata illusoria.
A traverso delle rivoluzioni degli ordini superiori della nobiltà, gli uomini liberi, tra i quali erano state in origine divise le terre di conquista, conservarono pel corso di cinque secoli almeno la medesima indipendenza, ed il rango medesimo: sembrò inoltre che acquistassero maggior considerazione e potenza, allorchè, ripopolatesi le campagne, s'accrebbe il numero de' loro vassalli. Dopo tale epoca non furono più considerati come semplici soldati; che anzi presero il titolo di capitani, catanei, quello di conti rurali, e quello di signori o di gentiluomini. Ognuno di loro possedeva un villaggio, le di cui terre formavano la sua proprietà, ed i di cui abitanti erano suoi vassalli.
Un signore viveva nelle sue terre da piccolo sovrano; e perciò il soggiorno del suo castello gli doveva essere più aggradevole assai che quello delle città, ove doveva sostenere il confronto de' suoi eguali, e l'umiliante superiorità della corte sovrana. Per mettersi in salvo contro le incursioni degli Ungari e dei Saraceni, ogni gentiluomo nel nono e nel decimo secolo fortificò il suo castello, che gli diventò ancora più caro poichè all'indipendenza riuniva il vantaggio della sicurezza. E per tal ragione le più considerabili città furono abbandonate dai loro cittadini che coprirono la campagna di fortezze. L'autorità de' conti e degli scabini sopra i signori rurali diventò affatto illusoria, allorchè questi furono in istato di poter opporre agli ordini de' loro superiori, castelli difficilmente espugnabili, e milizie addestrate all'armi. Intanto le città s'adontarono nel vedere che i gentiluomini sottraevano alla loro obbedienza parte delle campagne che formavano il loro distretto, altronde credute necessarie alla loro sussistenza. E l'implacabile odio che concepirono contro i nobili si manifestò con una guerra crudele tostochè queste incominciarono a reggersi a comune.
I nobili castellani venivano ancora indicati col nome di valvasori, che nel sistema feudale esprime la doppia loro dipendenza. Effettivamente essi erano ad un tempo vassalli dei conti o dei duchi dai quali dipendevano immediatamente, e valvasori dei re. Circondati dai loro contadini, ch'essi tenevano in una assoluta dipendenza, non sentivano il bisogno di coltivare il loro spirito per distinguersi nella società, nè di acquistare qualità singolari per inspirare rispetto ai loro inferiori di già sottomessi. La caccia e le armi formavano le loro delizie, come erano i soli oggetti del loro lusso. L'educazione d'un gentiluomo riducevasi a saper domare un cavallo bizzarro, a palleggiare con destrezza una grossa lancia, o lo scudo, ed a sopportare senza fatica la più pesante corazza: avrebbero creduto di avvilirsi occupandosi delle lettere o del dirozzamento dei loro costumi. Omai la lingua volgare incominciava a prendere un carattere affatto diverso dalla latina, che sola per altro si scriveva. Tutti i contratti dei gentiluomini, de' quali moltissimi conservaronsi fino a questi tempi, sono stipulati con istromenti dettati in così barbaro latino, che si ha difficoltà a crederlo latino. A piè dell'atto l'acquirente, il venditore, ed i testimoni, d'ordinario tutti gentiluomini, facevano il segno della croce per non sapere scrivere, in seguito alla quale il notajo dichiarava essere il segno di cadauno degl'interessati.
I gentiluomini erano non meno stranieri alle arti che alle scienze. Studiavansi di rendere i loro castelli inespugnabili, ma non si curavano punto di ornarli e di renderli aggradevoli. Sussistono ancora molti di questi edificj, cupi, austeri, ma solidi in modo, che dopo aver trionfato de' nemici, resistono da più secoli alle ingiurie del tempo. Fabbricati d'ordinario in luoghi selvaggi sulle sommità delle rupi, o in fondo a difficili passaggi, hanno più l'aspetto di prigioni, che di signorili abitazioni, onde si lasciano andare in rovina. Nè il lusso degli abiti era più conosciuto di quello delle case o degli arredi. Alla corte dell'imperatore, ed a quella dei marchesi di Toscana facevasi pompa talvolta di qualche abito sontuoso; ma gli abiti che i nobili usavano ne' loro castelli non differivano molto da quelli dei paesani loro soggetti.
Poco conosciuta è la condizione degli uomini di campagna subordinati ai signori, quantunque sia l'oggetto della maggior parte delle leggi de' Franchi, de' Lombardi, de' Tedeschi, e sia stato l'argomento di molte dissertazioni, nelle quali Ducange e Muratori non sono sempre dello stesso sentimento. I diversi nomi che trovansi nelle leggi e nelle antiche scritture, indicano evidentemente varie classi di uomini dipendenti; ma la precisa significazione di tali nomi ci è il più delle volte ignota.
Gli Arimanni[82] formavano il primo ordine degli agricoltori ed abitanti di campagna. Erano costoro uomini di libera ed onorata condizione, che possedevano o avevano possedute alcune terre allodiali, ma che in pari tempo coltivavano altresì le terre di qualche signore in virtù d'un atto che non gli assoggettava a veruna vile condizione. Gli Arimanni erano i soli abitanti della campagna non gentiluomini, che fossero tenuti di assistere alle corti dei conti.
Porrò nel secondo rango gli uomini di masnada o le guardie del signore. Questi ricevevano dai gentiluomini alcuni pezzi di terreno, che possedevano come podere militare. Oltre il canone ch'essi pagavano a danaro o in derrate, s'obbligavano pure a seguire il loro signore alla guerra qualunque volta fosse costretto di prendere le armi[83].
Gli aldii, ossiano aldiani avevano il terzo rango. Somiglianti per certi rispetti ai liberti de' Romani, erano uomini nati schiavi, che avevano ottenuta dai loro padroni una quasi intera libertà, ed avevano cambiata l'assoluta loro dipendenza in rendite determinate ed in servigi personali[84]. Tenevano essi a pigione le terre de' loro signori, ma le persone erano libere.
Finalmente gli schiavi componevano l'ultimo ordine della società, e la più bassa, siccome la più numerosa classe degli abitanti della campagna. La condizione loro non era in ogni luogo uguale; gli uni servi della gleba vivevano sulle terre che coltivavano col prodotto del proprio travaglio, corrispondendo l'eccedente ai loro padroni secondo certe precise regole sanzionate dall'uso: altri ridotti ad una dipendenza assoluta, non lavoravano che per i loro padroni, ed in virtù dei loro ordini, e da loro avevano il nutrimento[85].
Ma quantunque la condizione degli schiavi fosse assai dura, erano meno infelici degli schiavi romani in campagna, quando i costumi avevano incominciato a corrompersi. Molte leggi lombarde proteggono i servi contro l'ingiustizia o il soverchio rigore de' padroni; dichiarano libero il marito della donna sedotta dal padrone[86]; assicurano l'asilo delle chiese agli schiavi che vi si rifuggiassero[87]; e regolano le pene proporzionatamente ai commessi delitti, invece di abbandonarli all'arbitraria punizione del padrone. E siccome i signori conoscevano d'aver bisogno de' loro soggetti qualunque volta venivano attaccati, procuravano perciò di farsi amare, e li trattavano con dolcezza, onde aver soldati pronti a difenderli. La schiavitù delle campagne romane ai tempi degl'imperatori spopolò l'Italia, e la schiavitù delle stesse campagne sotto la nobiltà feudale non fece danno alla popolazione.
Le leggi lombarde obbligavano i vassalli a seguire alla guerra a proprie spese il loro signore, procurandosi del proprio il cavallo, le armi e le vittovaglie. Carlo Magno ordinò che quando l'armata fosse invitata ad entrare in campagna, ogni soldato si provvedesse di armi d'ogni genere, d'abiti per un anno, e di viveri fino alla nuova stagione. Vero è, quanto ai viveri, che i soldati introdussero ben tosto la costumanza di farli somministrare dalle campagne e dalle province che attraversavano; costumanza che divenne in seguito un diritto conosciuto sotto il vocabolo di fodero[88], il quale fu limitato nel trattato di pace di Costanza. Ogni uomo libero che ricusava di raggiungere l'armata incorreva nella multa di sessanta soldi (trentasei once d'argento), e non avendo di che pagarla, veniva ridotto in ischiavitù[89].
Quantunque tutti gli uomini liberi dovessero recarsi all'armata, e che nelle pressanti circostanze la legge non eccetuasse che un solo maschio per ogni famiglia che n'avea più d'uno, il quale doveva ancora essere il più debole[90]; pure le armate erano d'ordinario, poco numerose. Forse la legge era male eseguita; forse il numero degli uomini liberi era assai limitato, sia rispetto al numero degli schiavi e dei villani che non prestavano servizio militare, come rispetto agli uomini troppo poveri per mantenersi il cavallo, per cui univansi due o tre famiglie per darne uno: finalmente può ancora supporsi che non si tenesse conto delle milizie a piedi delle città, quantunque facessero parte delle armate.
Il nome di soldato si dava esclusivamente al cavaliere, il quale doveva essere coperto di pesante armatura; doveva portar un caschetto, la collana, la corrazza, stivaletti di ferro, ed un largo scudo. Combatteva colla lancia, colla spada, collo stocco e coll'ascia, che la cavalleria in appresso abbandonò. Il cavaliere, il giorno della battaglia, montava il cavallo di battaglia; ma nelle marcie servivasi del palafreno, che lasciava in mano dello scudiere quando doveva battersi. Secondo gli ordini di Carlo Magno i pedoni dovevano portare una lancia, uno scudo, un arco con due corde di cambio, e dodici freccie[91].
Le leggi dei Lombardi, dei Franchi e de' Tedeschi sottomettevano quasi tutte le cause al giudizio di Dio, ed il combattimento militare era la più comune forma di giudizio. È ben naturale che da questo stato di guerra giudiziaria, i gentiluomini passassero a private guerre frequentissime. Quand'erano stati ingiuriati, le stesse leggi loro acconsentivano di chiederne soddisfacimento, ed alla loro nimistà, una volta dichiarata, davasi il nome di faida[92]. Le leggi non gl'imponevano che il dovere di rinunciare alla vendetta quando veniva loro pagato il compenso pecuniario dell'ingiuria ricevuta. Tale pagamento chiamato widrigild[93] doveva farsi cessante faida; ma se alcuna delle parti rifiutavasi di pagare o di ricevere il prezzo dell'ingiuria, si prolungava la contesa, e le due famiglie restavano in guerra[94].
La nobiltà trovavasi divisa da infiniti litigi di tal sorte; poichè quasi tutti i gentiluomini preferivano ad un componimento amichevole la decisione delle armi. Per tal motivo specialmente si prendevano grandissima cura di tenere i loro vassalli esercitati nel maneggio delle armi ed affezionati alla loro persona: e perchè i servi non potevano entrare nella milizia, i loro padroni trovavano spesse volte conveniente di affrancarli ed innalzarli al rango d'uomini di masnada o d'Arimanni.
Tale era all'epoca della sua istituzione il sistema feudale, un miscuglio di barbarie e di libertà, di disciplina e d'indipendenza, la quale in singolar modo contribuiva a rendere ad ogni uomo il sentimento della propria dignità ed energia che sviluppa le virtù pubbliche, e quella fierezza che le mantiene. La schiavitù de' coltivatori era, non v'ha dubbio, la parte odiosa di questo sistema; ma dobbiamo risovvenirsi che fu stabilito, allorchè la più assoluta e vergognosa schiavitù formava parte del sistema e dei costumi di tutte le nazioni incivilite; che gli schiavi romani che coltivavano la terra, dovettero chiamarsi felici diventando servi della gleba; e che il vassallaggio fu la scala per cui le più abbiette classi del popolo passarono dalla schiavitù antica all'attuale loro libertà.
Nel sistema feudale il legame sociale era assai debole, pure sufficiente, finchè durò nelle piccole popolazioni che l'avevano adottato lo spirito nazionale. Un'origine ed una gloria comune, un nome nazionale caro a tutti i cittadini, leggi ammesse dal comun consenso, spesso portate dall'estremità della Germania, e che costituivano il più nobil titolo della eredità di ogni guerriero, strinsero, finchè i popoli rimasero indipendenti, i legami che univano i Lombardi, i Bavari, i Franchi salici ed i Franchi ripuarj. L'ambizione di Carlo Magno, che li riunì tutti sotto la sua vasta monarchia, fu la prima cagione della prossima scomposizione. L'uomo che appartiene all'impero del mondo non ha più patria, nè sentimento nazionale. Per alcun tempo i governatori hanno potuto essere sedotti dallo splendore delle conquiste del loro re, e sentire il solletico delle vittorie, che pure distruggevano ogni speranza di felicità: ma il vergognoso regno dei discendenti di Carlo Magno fece cadere questa illusione, ed i popoli conobbero allora tutti assieme, che l'impero d'Occidente non era una patria, o se pure lo era, era tale da non far loro provare che dolore e vergogna, per essere esposta alle continue umiliazioni dei Saraceni, degli Ungari, degli Avari, degli Slavi, dei Normanni, dei Danesi, i quali tutti erano divenuti potentissimi per il debole impero de' figli di Carlo Magno[95].
Per le nazioni incivilite e corrotte, la perdita dello spirito pubblico è una specie di morte nazionale, riducendo gli uomini a quello stato di avvilimento in cui i Greci ed i Romani si trovarono sotto gli ultimi imperatori. Ma in una nazione ancora piena d'energia, e dove un principio di vita anima tutto, quando s'estingue lo spirito pubblico, diventa maggiore il vigor individuale, che conserva ancora la dignità dell'umana natura in mezzo alle sventure dello stato. Nello stesso tempo in cui venti Saraceni osarono fondare una colonia nemica a Frassineto, posto nel centro dell'impero di Carlo Magno, i baroni che lo circondavano erano bravi soldati, e tutta la sua nazione bellicosissima. Ma l'abbassamento dello spirito pubblico, la disunione di tutti i membri dell'impero, le guerre civili, o a meglio dire private tra i signori dei castelli, infine la diffidenza e la gelosia di ogni villaggio per il villaggio vicino, rendevano la nazione incapace di far resistenza ai nemici. Il disordine era cresciuto a segno che i paesani non ardivano uscire dalle loro muraglie per seminare i campi, le raccolte venivano distrutte o portate via dai nemici, le strade rese impraticabili dal ladroneccio.
Nel sesto secolo tutti gli ordini della nazione, separatamente considerati, erano scontenti del legame che gli univa. Allorchè un principe ambizioso occupava il trono, aveva costume di dividere tra i suoi favoriti i grandi feudi, come fossero impieghi civili, lo che gravemente offendeva i principali signori: le città forzate di difendersi da sè medesime contro le incursioni de' barbari, circondaronsi di mura, addestrarono le loro milizie, e terminarono col disprezzare un governo incapace di proteggerle: i gentiluomini, stanchi d'un servizio rovinoso, paventavano i messaggieri del re, che non chiamavanli che a fazioni militari senza gloria, ed a diete senza libertà: per ultimo i paesani, oppressi dai loro signori e tormentati dalle rapine delle guerre private, rifiutavano una patria che non gli aveva in conto di cittadini. Di mezzo a tanta anarchia eransi formate alcune parziali società per la comune difesa; ed i capi politici indipendenti esistenti in seno alla nazione, e la formazione loro, dovevano affrettare lo scioglimento di quel legame sociale che le recenti associazioni rendevano inutile. Nello stato ordinario della società, quantunque l'autorità sovrana sia onerosa a coloro che ne sostengono il peso, tutti non pertanto temono gli effetti dell'anarchia, e sentono come sarebbero esposti ad ingiuste aggressioni, quanto deboli e sventurati, se un'autorità protettrice, se una forza superiore a quella degl'individui, non reprimesse le violenze, e non conservasse l'ordine fra gli opposti interessi che sogliono produrre fra gli uomini incessanti motivi di querele. Ma quando la società accoglie nel suo seno varie parziali associazioni, nè i capi, nè i membri temono più le conseguenze dell'anarchia.
Un duca di Spoleti o del Friuli risguardava il re d'Italia quale oppressore, che si arrogava il diritto di usurpare l'eredità ai suoi figliuoli, di dividere le sue entrate, di porre limiti alla sua autorità; un geloso nemico, che non potendo sempre opprimerlo colle proprie forze, procurava di rivolgere contro di lui quelle de' vicini; che per nuocergli univa l'astuzia alla violenza; ma che in veruna circostanza accorreva in sua difesa, o gli era in qualsiasi modo utile.
Perciò i grandi feudatarj non risguardavano più la caduta del trono con quell'inquieto timore che in noi produce un'imminente rivoluzione, di cui non si possono calcolare gli effetti: al contrario essi erano a portata di conoscere perfettamente i risultati di tale cambiamento. Conoscevano ugualmente le forze proprie e quelle de' loro vicini; vedevano di poter dividere tutte le prerogative dell'autorità reale, e tutte le spoglie del trono; che senza pericolo di disordine o d'anarchia, avrebbero anzi conseguito maggior sicurezza, l'indipendenza e più illimitato potere.
Nè l'interesse de' sudditi era in tal caso in opposizione con quello de' loro padroni, perchè il monarca non gli aveva mai salvati dalle vessazioni del duca o del marchese, nè alla deposizione loro avevano mai dato motivo le lagnanze del popolo: e quando i soggetti sono lasciati in balìa de' loro padroni, è a desiderarsi che la signoria sia ereditaria, affinchè i padroni sieno più interessati alla conservazione ed alla prosperità della medesima. L'autorità d'un signore temporario non era perciò più limitata, e quand'era destituito, gli era il più delle volte surrogato un uomo di minor condizione, che la povertà rendeva più avido e più oneroso ai sudditi.
Doveva inoltre sembrar più agevole ai sudditi de' magnati il limitare l'autorità di un piccolo principe, che quella d'un gran re; di reprimere le vessazioni d'un uomo che non aveva che le forze dei proprj sudditi, piuttosto che quelle d'un sovrano che, adoperando la politica dei despoti, valevasi dei sudditi d'una provincia per incatenare quelli di un'altra.
Sembrerà strano che con tali disposizioni gl'Italiani non deponessero Berengario II, e non abolissero l'autorità reale, invece di chiamare Ottone dagli estremi confini dell'Allemagna, e sottomettersi a lui: ma eranvi due altri ordini della nazione, che, quantunque mal soddisfatti, credevano non pertanto di dover sostenere il trono. Le città non potevano chiamare in loro soccorso che i re, i quali per altro non le proteggevano: esse soffrivano tutti i mali dell'anarchia, e non avevano ancora abbastanza di forze per provvedere alla propria sicurezza; onde i cittadini antiveggenti dovevano desiderare che si sottraessero lentamente all'impero, piuttosto che ricuperare tutto ad un tratto quell'indipendenza che non avrebbero potuto difendere. Altronde anco i gentiluomini e la nobiltà di secondo rango temevano ugualmente quello scioglimento della monarchia che gli avrebbe posti in arbitrio de' magnati limitrofi, amando meglio d'ubbidire ad un re, che ad altri nobili ch'essi credevano loro eguali.
(961) La concessione della corona imperiale agli Alemanni garantì a tutti gli ordini della nazione quel grado d'indipendenza che si conveniva alla sua situazione ed alle sue forze; (961 = 965) facilitò lo scioglimento pacifico del legame sociale, e l'erezione, nell'interno dello stato, d'una quantità di piccole popolazioni che diventarono libere tosto che non ebbero più bisogno della protezione del monarca. Il regno d'Ottone fu al di fuori illustrato dalle vittorie, internamente dallo stabilimento di una costituzione proporzionata allo spirito del secolo ed al bisogno della nazione.
Ben più che a Carlo Magno si conviene ad Ottone il nome di grand'uomo; e se non altro il suo regno contribuì efficacemente alla prosperità de' popoli a lui sottomessi. Carlo ebbe l'ambizione de' conquistatori, e, per ingrandire l'impero, distrusse collo spirito nazionale il vigore dei popoli vinti. Ottone non fu meno vittorioso di Carlo, ma Ottone trionfò dei nemici dei popoli ridotti a civiltà, e degli aggressori che guastavano le province dell'impero colle loro scorrerie. Egli non cercò di estendere i limiti dell'impero, e non s'arrogò che i poteri necessari per proteggere i suoi sudditi; e dopo aver data la pace alle sue province, preparò i popoli a poter un giorno essere indipendenti.
La costituzione che Ottone il grande diede agl'Italiani, poi ch'ebbe conquistato tutto il regno di Berengario, era di tutte la migliore per conservare al monarca, obbligato di trattenersi lungo tempo ne' suoi stati di Germania, la sua autorità. Prima della fatale invenzione delle truppe di linea, prima di scoprire che uomini liberi potevano ridursi a vendere la loro volontà e le loro braccia per un miserabile salario, il despotismo non poteva avere regolare e durevole stabilimento. Fin ch'era in luogo, l'ascendente d'un grand'uomo faceva piegare ogni cosa alle sue volontà, e ciò con tanto maggiore facilità, quanto più grande era nei popoli il dovere della riconoscenza; ma tosto che s'allontanava, l'interesse personale ripigliava il suo predominio sul cuore d'ogni individuo, e l'obbedienza del soggetto si proporzionava esattamente al beneficio che sperava di conseguire dall'ordine pubblico.
Ottone aveva condotto in Italia una grande armata, ma quest'armata era feudataria. Ogni ufficiale era tenuto, in virtù della sua baronia, di servire al re per un determinato tempo, ed ogni cavaliere doveva per tutto questo tempo seguire il suo barone da cui aveva ricevuto il feudo. Ultimata la spedizione, l'armata voleva ed aveva il diritto di ritornare ai suoi focolari. Se Ottone avesse voluto stabilire in Italia un gran signore con una ragguardevole forza, non poteva farlo che dandogli terre per lui e per i suoi vassalli, e spogliando gli abitanti d'un'intera provincia delle loro proprietà: tirannica misura che, senza procurargli assai fedeli vassalli, gli faceva tanti implacabili nemici. Se poi si accontentava di provvedere le province di governatori stranieri senza cambiarne gli abitanti, siccome i governatori non avrebbero avuto altra forza che quella dei loro soggetti, così non potevano sperare d'essere ubbiditi se non facendosi amare, e finchè i loro ordini non si opponessero all'interesse dei vassalli. Per ultimo se Ottone si fidava ai baroni italiani, si poneva, allontanandosi, in loro balìa più che non lo fossero i suoi predecessori.
Ma Ottone era potente e glorioso; e ne' quattr'anni ch'egli aveva impiegati alla testa d'una poderosa armata a sottomettere il regno lombardo, egli aveva con mano forte preso lo scettro, e sempre trionfato de' barbari, e represse le ribellioni de' sudditi e di suo figlio medesimo[96]. Sempre caro a' suoi soldati, fu rispettato dal clero, benchè si fosse valso dei primi per comprimerlo, deponendo due pontefici, e riducendo la Chiesa nella sua dipendenza. Accrescevano la sua potenza la fermezza del suo carattere, e la costanza irremovibile delle sue risoluzioni che tendevano sempre a grandi cose. Pure con sì grandi mezzi non avrebbe ancora potuto arrogarsi un'autorità dispotica, senza esporsi a perderla all'istante che ripasserebbe le alpi. Fu troppo savio, e troppo grande per farne soltanto l'esperimento; egli si valse all'opposto della medesima sua potenza per gettare i fondamenti della libertà.
Le città erano state fino a' quei tempi governate dai loro conti, che d'ordinario erano pure i loro vescovi: questi signori essendo quasi tutti italiani dovevano per conseguenza essere poco ben affetti all'imperatore. Non li rimosse Ottone, non ne ristrinse pure formalmente le prerogative, ma favorì gli abitanti delle città a dilatare le loro immunità con pregiudizio delle prerogative signorili. Il conte, come il re, non aveva truppe sotto i suoi ordini, onde per dar esecuzione ai suoi voleri in una città assai popolata, ed avvezza alle armi, era forzato o di guadagnarsi l'affetto de' cittadini col rinunciare ad alcune prerogative, oppure d'invocare l'autorità del re che non era disposto a favorirlo.
Le città in certo qual modo abbandonate a sè medesime, si diedero, di consenso del re, un governo municipale[97]. Tali costituzioni si stabilirono durante il regno d'Ottone il grande e de' suoi successori, senza opposizione, senza tumulto, ma altresì senza una carta che ne attesti la legittimità: quindi l'antichità loro non è comprovata che dalla prescrizione sempre in progresso allegata dalle città, qualunque volta vennero richiamati in dubbio i loro privilegi.
I nuovi municipj conservarono per Ottone il grande loro benefattore la debita riconoscenza, che non venne meno finchè durò la di lui famiglia: ma quando l'ultimo degli Ottoni morì senza figliuoli, trovandosi per tale avvenimento sciolti dai vincoli che gli univano alla casa di Sassonia, scossero interamente il giogo tedesco.
Per altro Ottone il grande negl'intervalli che dimorava fuori d'Italia non lasciò depositarie del suo potere le sole città: poichè aveva investiti varj signori tedeschi, ed alcuni italiani che gli avevano dato sicure prove d'attaccamento, dei feudi più importanti, del marchesato di Verona e del Friuli, e del ducato di Carintia. Enrico duca di Baviera suo fratello, onde avere in ogni tempo libero l'ingresso d'Italia[98], creò il marchesato d'Este in favore d'Oberto, uno dei gentiluomini che lo avevano assistito contro di Berengario; ne instituì un altro che comprendeva le diocesi di Modena e di Reggio per Alberto Azzone bisavo della contessa Matilde, quello che aveva accolta nella sua fortezza di Canossa l'imperatrice Adelaide[99]. Per ultimo creò il marchesato di Monferrato per suo genero Almarano[100]. Alle città italiane riuscì utile questa sostituzione degli stranieri e nuovi feudatarj agli antichi. Il potere de' nuovi signori era vacillante ed incerto; i loro vassalli ne erano gelosi, e lungi dal difenderli, cercavano di spogliarli dei loro diritti; i vicini non si movevano per soccorrerli, ed ogni giorno perdevano qualcuna delle loro prerogative. Abbandonarono quindi le città, e si ridussero ne' loro castelli, ove credevansi più sicuri, ma trovaronsi per tal modo, rispetto al potere, ridotti alla condizione de' gentiluomini, comecchè conservassero la superiorità del rango.
Vedremo nel susseguente capitolo quali furono le differenze ch'ebbe Ottone il grande colla Chiesa[101]; e vedremo altrove i motivi della lunga guerra ch'egli e suo figliuolo sostennero contro i Greci per il possedimento della Calabria e del ducato di Benevento. Questi sono i soli avvenimenti del regno di Ottone in Italia, di cui gli storici abbianci conservata distinta memoria. Dopo aver consumata la conquista del regno lombardo, Ottone era tornato in Germania l'anno 965. Ripassò in Italia l'anno susseguente, e risedette successivamente in Ravenna, in Pavia, in Roma, in Capoa fino al 972; nel quale anno rivide la Germania, ove morì presso a Maddeburgo il giorno 7 di maggio l'anno 978.
(973 = 983) Gli succedette suo figliuolo, nominato pure Ottone, che il padre aveva chiamato a parte dell'impero l'anno 967. Una guerra civile mossa contro di lui da Enrico il rissoso, duca di Baviera, obbligò il giovane Ottone a rimanere in Germania fino al 980. Passò dopo in Italia, ove morì del 988. Allorchè parleremo delle repubbliche marittime, e di quelle della Magna Grecia, dovremo dire alcuna cosa intorno alle guerre che nel corso del poco illustre suo regno ebbe Ottone II a sostenere contro le medesime.
(983 = 1002) Ottone morendo lasciava un fanciullo sotto la tutela di Teofania sua consorte, della propria madre Adelaide, e dell'arcivescovo di Colonia. Travagliato questo giovane principe, durante la sua età minorenne, dalle guerre civili ch'ebbe a sostenere contro il duca di Baviera Enrico il litigioso, non venne poi in Italia che del 996, ove morì nel fiore dell'età sua l'anno 1002. In esso, che fu Ottone III, si spense la famiglia di Sassonia, dopo aver posseduto quarantun'anni il regno unito dell'Italia e della Germania.
In questo spazio di tempo i principi della casa di Sassonia dimorarono venticinque anni fuori d'Italia, quantunque durante la loro assenza il governo generale della nazione rimanesse in qualche modo sospeso: imperciocchè non promulgavasi senza l'imperatore veruna legge criminale, non riunivasi l'assemblea della nazione, non eravi guerra pubblica, non leva d'uomini per l'impero, non tasse per il monarca. E siccome la sovranità nazionale non poteva restar inerte, così rifondevasi nelle province. I signori ed i prelati emanavano editti, le città leggi municipali. I feudatarj nominavano i giudici dei villaggi; il popolo i consoli ed i pretori nelle città. Ogni corpo si rivendicava il diritto di difendersi, ogni cittadino diventava soldato: per ultimo magistrati eletti dai loro eguali determinavano per le spese municipali una tassa quasi volontaria, ed un consiglio che veniva chiamato consiglio di confidenza, amministrava il danaro della città.
Il sentimento che i popoli attaccano all'idea astratta di patria, è composto dai sentimenti di riconoscenza per la protezione che accorda, d'affezione per le sue leggi e costumanze, e di partecipazione alla sua gloria. Ma lo stato era in modo diviso, che ogni cittadino non poteva conoscere se non la protezione dei magistrati della sua città; siccome non poteva conoscere che le leggi, le usanze e la gloria della sua città e delle di lei armi. Talchè abbandonando l'idea indeterminata di membro d'un impero che non conosceva, e col quale non aveva alcun rapporto che incomodo non fosse, ogni cittadino s'avvezzava a circoscrivere alla sua città l'idea di patria e tutta la sua patria. In tal maniera formossi nell'opinione degli uomini una strana rivoluzione, e fin qui senza esempio; imperciocchè quantunque la prosperità e la libertà siano state sempre il retaggio esclusivo delle piccole nazioni, come appartengono ai grandi stati il despotismo, i grandi abusi, i traviamenti dell'ambizione, le guerre senz'oggetto e le paci senza riposo; non erasi ancor veduto, e forse non si vedrà mai più un popolo rinunciare agli attributi di grande nazione, alla gloria attaccata ad un nome collettivo, alla grandezza, alla potenza, per cercare la libertà nello scioglimento del suo legame sociale.
La subordinazione feudale veniva scossa da ogni rivoluzione dell'impero in modo che più stranieri rendeva sempre gli uni agli altri i membri dello stato. La morte di Ottone III liberò le città dalla riconoscenza dovuta alla famiglia del grande Ottone, e la guerra civile, eccitata dall'elezione del suo successore, diede loro motivo d'esperimentare le proprie forze, e di conoscere che non avevano omai più bisogno d'un protettore straniero.
(1002) Saputasi in Germania la morte d'Ottone III, il marchese di Turingia, il duca di Germania, ed Enrico III, duca di Baviera figliuolo d'Enrico il rissoso, si disputarono la corona. Dopo una breve guerra civile, rimase all'ultimo ch'era nipote del fratello del grande Ottone, e fu coronato a Magonza sotto il nome d'Enrico II re di Germania[102]. Benchè non fosse per gl'Italiani che Enrico I, non contando questi Enrico l'uccellatore, il quale non fu loro re, noi indicheremo questo principe ed i suoi successori dello stesso nome col numero adoperato dai Tedeschi, per evitare la confusione d'un doppio numero.
Intanto la dieta de' signori italiani riunitasi in Pavia eleggeva re di Lombardia Arduino marchese d'Ivrea[103]. La convenzione dalla nazione italiana contratta colla casa di Sassonia non aveva più vigore dopo che questa famiglia aveva cessato di esistere; i regni d'Italia e di Germania erano affatto l'uno dall'altro indipendenti; e veruna legge obbligava ad affidarne l'amministrazione allo stesso monarca. A fronte di così evidenti ragioni l'elezione d'un re lombardo si risguardò dai Tedeschi come un atto di ribellione; per cui si disposero a riconquistare l'Italia: e continuando in questa loro strana pretensione, trattarono sempre gl'Italiani come un popolo nemico o ribelle, che dovevasi atterrire con rigorosi castighi, e tenere sotto il giogo. Gli Ottoni furono i protettori della libertà delle città, e gli Enrichi colla diffidente loro durezza sforzarono queste città medesime a rivolgere contro di loro quelle forze che avevano ricevute dalla libertà.
Arduino era stato eletto in Pavia, e tanto bastava perchè i Milanesi si dichiarassero contro di lui; imperocchè Pavia e Milano si disputavano il primo rango tra le città lombarde, e sentivansi di già abbastanza forti ed indipendenti per potersi abbandonare alla vicendevole loro gelosia. A ciò s'aggiungeva che Arnolfo arcivescovo di Milano aveva particolar motivo d'essere scontento di Arduino. Egli arrivava dopo chiusa la dieta di Pavia, da una ambasceria a Costantinopoli, speditovi da Ottone III; onde risguardò come illegittima l'elezione d'un re senza l'intervento del primo prelato della nazione. (1004) Approfittando dei soccorsi dell'arcivescovo e della città di Milano, Enrico di Germania, riconosciuto re da una nuova dieta di Roncaglia, si affrettava di venire in Italia per la strada di Verona. Arduino, abbandonato dalle proprie truppe che si dispersero prima di misurarsi col nemico, si vide costretto di rifugiarsi nelle fortezze del suo marchesato; lasciando che il suo rivale s'avanzasse senza incontrare ostacoli fino a Pavia, ove ricevette dall'arcivescovo di Milano la corona d'Italia.
Lo stesso giorno dell'incoronazione, le indisciplinate truppe d'Enrico diedero nuove ragioni agli abitanti di Pavia d'attaccarsi al suo rivale. I Tedeschi riscaldati dal vino insultarono i cittadini in modo che trovaronsi costretti di reprimere colle armi gli oltraggi d'una soldatesca indisciplinata. Ad Enrico venne da' suoi cortigiani rappresentato questo tumulto siccome un furor di plebaglia, e l'esplosione d'un'arroganza di schiavo[104], che dovevasi reprimere colla forza; ma la ribellione era più estesa, ed il pericolo maggiore che non era annunciato. Enrico trovossi assediato nel palazzo che le sue guardie difendevano a stento. Per liberarlo, e sottomettere i Pavesi ribellati, non potendo, per essere state barricate le strade, avanzarsi la truppa d'Enrico accampata fuori di Pavia, mise il fuoco alla città. L'incendio allargandosi rapidamente favoriva il massacro; e la superba capitale dei Lombardi fu bentosto un mucchio di ruine sparse di sangue, da cui Enrico s'allontanò subito colla sua armata. Frattanto i Pavesi rifabbricarono la loro città; e consacrando le nuove mura, giurarono di vendicarsi dei Tedeschi; e proclamato di nuovo Arduino, dedicarono le loro armi e le fortune loro al rialzamento del suo trono[105].
Enrico, cui stava infinitamente più a cuore la conservazione della Germania, che l'apparenza di uno sterile potere in Italia, lasciò passare dieci anni senza portarvi di nuovo le sue armi. D'altra parte Arduino, mancante di truppe e di danaro, poco profitto ritraeva da' suoi talenti e dal suo coraggio. Vercelli, Novara, Pavia, e probabilmente quasi tutte le città del Piemonte riconoscevano i suoi diritti alla corona: ma queste città non potendo assoldare milizie, rifiutavansi di ricevere il re entro le sue mura per non ricevere col re le sue truppe indisciplinate, ed un potere dispotico. Arduino perciò riparavasi nelle fortezze del suo antico marchesato, e non rammentava ai popoli la sua dignità reale, se non con qualche donazione ai monasteri; soli documenti che siano a noi pervenuti del suo regno. Pareva che le città si fossero parzialmente incaricate di difendere i diritti dei due concorrenti. Milano attaccava frequentemente colle sue milizie i limitrofi vassalli di Arduino, mentre i cittadini pavesi guastavano il territorio milanese: tutti s'esercitavano nelle armi, tutti s'abbandonavano alla gelosia ond'erano animati verso i loro vicini, tutti s'accostumavano a non risguardare per loro patria che la propria città, ed adottavano il nome dei re piuttosto per giustificare le loro guerre, che per voglia che avessero di abbracciar la causa de' monarchi per cui apparentemente combattevano.
Enrico II fu in Italia nel 1003 e nel 1014, e ricevette a Roma la corona imperiale dalle mani di Benedetto VIII, senza che giammai si scontrasse colle armate di Arduino (1015). Ma dopo il ritorno d'Enrico in Germania, il re lombardo, sorpreso da grave malattia, depose spontaneamente le insegne reali, e si fece monaco nel monastero di Frutteria per prepararsi alla morte[106].
Del 1024 gl'Italiani tentarono ancora di liberarsi dalla tedesca dipendenza, approfittando della mancanza del re, cui, per essere divisi i voti degli elettori, non veniva dato alcun successore. Perciò gl'Italiani offrirono successivamente la corona di Lombardia a Roberto re di Francia, ed a Guglielmo duca d'Aquitania[107]. Ma questi due principi, avendo saggiamente riflettuto alla debolezza della monarchia italiana, ai pericoli, ed alle spese che sarebbe loro costato l'acquisto d'un onore illusorio, rifiutarono un dono che avrebbe rovinati gli antichi loro sudditi. L'arcivescovo di Milano che aveva la direzione di questi trattati, risolvette di passare egli stesso in Germania e trattar la pace a nome della sua nazione con Corrado il Salico duca di Franconia, ch'era stato eletto da una dieta tedesca, ed il di cui nome va unito alle ultime leggi che compirono il sistema feudale[108].
(1024) Corrado II discendeva in linea femminina da Ottone il grande, lo che gli diede un titolo per aspirare alla corona. Il suo predecessore Enrico II era morto senza figliuoli; ed una delle virtù, che lo fece degno con Cunegonda sua moglie dell'onor degli altari, vuolsi che fosse la fedeltà con cui mantenne fino alla morte il voto di verginità emesso di consenso della sposa[109].
(1026) Poichè Corrado ebbe pacificata la Germania, e stabilita la sua discesa in Italia, spedì, secondo l'usanza che di fresco era invalsa, deputati a prevenire tutte le città della sua venuta, chiedendo loro il giuramento di fedeltà, ed il pagamento delle tasse, che in questa sola circostanza erano devolute al tesoro reale. Tali imposte chiamavansi nel barbaro latino di que' tempi federum, parata, e mazionaticum. Il primo consisteva in una determinata quantità di vittovaglie destinate al mantenimento del re e della sua corte, che d'ordinario venivano rappresentate da una somma di danaro. Il secondo era un tributo col di cui prodotto riparavansi le strade ed i ponti de' fiumi che doveva attraversare il re. Il terzo serviva alle spese dell'alloggio de' cortigiani e dell'armata reale durante il loro viaggio[110].
Corrado venne fino a Roncaglia, pianura posta in riva al Po presso a Piacenza, ove alla venuta degl'imperatori riunironsi sempre le diete italiche. Pareva che d'improvviso sorgesse una città in mezzo a deserta campagna. Piazze e strade tirate a filo separavano il padiglione reale, quelli de' signori, e dell'armata, ed una muraglia circondava tutti questi quartieri. I negozianti che vi accorrevano da ogni banda, costruivano le loro botteghe fuori delle mura, e formavano i sobborghi della città, che avevano l'aspetto d'una magnifica fiera. Il padiglione del re ergevasi nel centro del suo campo; innanzi al quale vedevasi appeso ad un'antenna uno scudo, cui tutti i feudatarj invitati dall'araldo facevano a vicenda la sentinella. La funzione di vegliare armati le prime notti teneva luogo di revista dell'armata, e gli assenti potevano essere condannati alla perdita del feudo, per non avere soddisfatto al loro dovere di accompagnare il re nella sua spedizione. I primi giorni della dieta erano dal re consacrati a decidere le cause private, onde tenersi in possesso dell'esercizio del potere giudiziario. Riceveva ne' susseguenti giorni le ambascerie delle città, regolandone i rapporti colla monarchia, e terminando le vicendevoli loro controversie. Finalmente negli ultimi giorni della dieta il re s'occupava degl'interessi de' signori, e delle quistioni attinenti ai feudi.
La dieta che del 1026 fu preseduta da Corrado il Salico viene indicata da alcuni storici quale epoca importantissima d'un cambiamento nella legislazione feudale, credendo che la prima costituzione che trovasi nel quinto libro dei feudi si promulgasse in quest'epoca[111]. Per la legge di Corrado il Salico tutti i beneficj militari furono dichiarati ereditarj di maschio in maschio; e si costrinsero i signori di rinunciare all'abusivo diritto di privare de' proprj feudi i loro vassalli; tranne il capo di fellonia, ed anche in allora dopo un giudizio de' loro pari. Poi ch'ebbe scorsa l'Italia, e rinnovate con pubbliche udienze ed importanti giudizj la memoria dell'autorità imperiale, Corrado ritornò colla sua armata in Germania.
Nè appena fu lontano, nuovi disordini mostrarono i vizj del sistema feudale, che questo monarca aveva inutilmente cercato di correggere.
(1027 = 1036) Le città del centro della Lombardia godevano, gli è vero, d'una libertà assai estesa, ed i grandi, e specialmente i prelati, avevano scosso il giogo dell'imperatore, ed emancipatisi quasi affatto dalla sua autorità: ma i gentiluomini, i capitani, i valvasori, che formavano l'ordine equestre, lungi dal partecipare della libertà degli altri ordini, vedevano peggiorata la loro condizione. Pareva che la nazione non formasse un solo corpo che nelle diete o udienze di Roncaglia; ma ancora a queste i gentiluomini intervenivano senza missione, senza privilegi, senza alcun appoggio per riclamare contro la soverchieria de' grandi feudatarj, o contro le usurpazioni delle città. Terminata la dieta, scioglievasi ancora lo stato, ed i signori de' castelli ritornavano ne' loro dominj per difendervisi, e farsi giustizia colle proprie armi e con quelle de' loro vassalli. Le campagne venivano affatto rovinate da queste guerre private, e tutto posto in estrema confusione.
Il ladroneccio che accompagnava le guerre della nobiltà, fu sotto Corrado più tosto sospeso che represso dalle ammonizioni di alcuni uomini pii, i quali pretendevano, e fors'anche credettero di buona fede, aver loro il cielo rivelato che Dio ordinava agli uomini d'ogni credenza una tregua di quattro giorni per settimana dopo la prima ora di giovedì fino alla prima ora del lunedì. Tutti gli uomini, per qualsiasi errore da loro commesso, dovevano in questi quattro giorni essere in libertà di occuparsi de' proprj affari; e guai a coloro che durante la tregua di Dio facessero qualche vendetta contro i proprj nemici o contro quelli dello stato. Questa pace si predicò la prima volta l'anno 1033 dai vescovi d'Arles e di Lione, e nella stessa epoca fu introdotta in Italia[112]; ove non ebbe mai intera esecuzione. Erano gl'Italiani, fra tutti i cristiani, i meno superstiziosi, e meno degli altri disposti a prestar fede ad un ordine emanato dal cielo.
Le private guerre dei gentiluomini furono in breve seguite da una guerra più generale ch'essi di comune accordo dichiararono ai prelati, ch'erano per lo più loro signori, ed in pari tempo agli abitanti delle città. I valvasori non potevano vedere senza gelosia questi uomini, nati loro eguali o inferiori, godere dell'autorità sovrana, i primi come principi, gli altri come repubblicani. Lagnavansi in ispecial modo dell'orgoglio d'Eriberto, arcivescovo di Milano, il quale senza avere verun rispetto alla costituzione di Corrado, spogliava de' suoi feudi qualunque de' suoi vassalli avesse la sventura di cadere nella sua disgrazia. Allorchè seppero che l'arcivescovo aveva ingiustamente oppresso un gentiluomo, tutti i vassalli della sede milanese presero ad un tempo le armi, ed il loro esempio fu seguito da tutti i gentiluomini della Lombardia[113]. Dall'altra parte i cittadini che erano stati soverchiati più volte dalla nobiltà, e che credevano partecipare della grandezza de' loro prelati, presero le armi per difenderli. La prima battaglia si diede nelle contrade di Milano, ove dopo un'ostinata resistenza i gentiluomini dovettero abbandonare la città. Ma giunti in campagna trovarono molti ausiliarj che si posero sotto le loro insegne; e la città di Lodi, invidiando la grandezza di Milano, dichiarossi a favore de' gentiluomini, i quali nella battaglia di Campo Malo ruppero i Milanesi (1035 = 1039) comandati dall'arcivescovo. Chiamato da questi disordini nuovamente in Italia, l'imperator Corrado convocò la dieta in Pavia, onde provvedere a tanti mali. Incominciò dall'ordinare l'arresto dell'arcivescovo Eriberto, e dei vescovi di Vercelli, di Cremona, di Piacenza[114], ed appoggiò caldamente le lagnanze dei valvasori; ma ogni sua pratica riuscì inutile al ristabilimento della pace. I prelati, fuggiti alle guardie imperiali, riguadagnarono le loro città, e trovarono i cittadini pronti ad armarsi per la loro difesa. Corrado volle inseguirli, e fu respinto dai Milanesi, e costretto di rinunciare all'assedio di quella città[115].
Ad accrescere la confusione prodotta da questa guerra civile s'aggiunse una nuova scissura. I gentiluomini insorti avevano pur essi dei vassalli con giurisdizione militare, che in allora chiamavansi valvassini, i quali tenevano schiavi, ossia servi attaccati alla gleba. Queste due classi di uomini, in tempo che gli altri ordini della società impugnavano le armi per l'indipendenza, si credettero ugualmente in diritto di riclamarla, e presero le armi contro i loro signori, chiedendo la libertà generale.
A quest'epoca tutti i ranghi della società trovaronsi in guerra gli uni contro gli altri: ma l'eccesso medesimo dell'anarchia produsse finalmente una pace vantaggiosa a tutta la nazione; i diritti di ciascun ordine furono stabiliti con precisione; la costituzione di Corrado intorno alla successione dei feudi fu adottata dalla nazione; quasi tutti gli schiavi furon posti in libertà; e soppresse o addolcite assai le più umilianti condizioni annesse alla dipendenza feudale[116]. Finalmente, bramando i gentiluomini di avere una patria, si determinarono quasi tutti di fars'inscrivere alla cittadinanza delle città vicine; ossia, per valermi della frase di quell'età, di raccomandare le persone ed i feudi loro alla protezione delle città. È assai verisimile che questa generale pacificazione si effettuasse l'anno 1039 nell'istante in cui le armate trovandosi a fronte in vicinanza di Milano, la notizia della morte di Corrado il Salico le consigliò a deporre le armi[117].
CAPITOLO III.
La chiesa e la repubblica romana nella prima metà de' mezzi tempi — Dissensioni tra i papi e gl'imperatori. — Regni di Enrico III, Enrico IV, ed Enrico V, dal 1039 al 1122. — Pace di Wormazia.
Tre principi della casa di Franconia, il figlio, il nipote ed il pronipote di Corrado il Salico, occuparono la sede imperiale dopo la morte di questo sovrano fino ai tempi in cui le repubbliche, che formano l'argomento di quest'opera, ebbero conseguita l'indipendenza; epoca in cui noi cominceremo a tener dietro alle particolarità della loro storia. Ma prima di descrivere compendiosamente i regni dei tre Enrichi di Franconia, convien rimontare alquanto a dietro, e far conoscere ai miei lettori qual fosse, al principio de' mezzi tempi, lo stato della Chiesa romana, che protetta dai tre primi Enrichi perseguitò gli ultimi due; quale lo stato della città di Roma, di cui gl'imperatori contrastarono ai papi la sovranità; mentre fino dal principio dell'età di mezzo si andava in silenzio formando una nuova repubblica romana, che talvolta tenne nella sua dipendenza i pontefici dominatori della cristianità.
Non è facil cosa il render ragione dei motivi che dissuasero i Lombardi dall'occupar Roma quando Alboino conquistò il rimanente dell'Italia. Le città marittime potevan essere agevolmente soccorse dai Greci di Costantinopoli; Ravenna, Venezia e Comacchio erano difese dalle paludi che le circondavano; Napoli, Gaeta, Amalfi, e le città della Calabria, dalle montagne; ma Roma era posta in un paese affatto aperto. I Lombardi, padroni dei ducati di Toscana, Spoleti e Benevento, chiudevano tra i loro dominj l'antica capitale del mondo, che, difesa dalla lunga muraglia che Aureliano aveva innalzata per comprendere nella città il campo Marzio, presentava un circondario immenso, che la popolazione di Roma, estenuata da continue disgrazie, non era in grado di difendere. Gl'imperatori greci, o per debolezza o per timore di cimentare l'onore delle loro armi, non vi tenevano più guernigione. Affidavano il governo della città ad un prefetto, di poi chiamato duca, che dipendeva dall'esarca di Ravenna, onde gli storici greci, vergognandosi forse di confessare che i loro sovrani lasciavano l'Italia abbandonata, s'astennero dal parlare di Roma pel corso di due secoli, dal principio fino alla fine della dominazione lombarda[118].
Ad ogni modo Roma non fu giammai occupata dai Lombardi, ed i fuorusciti delle altre province d'Italia, venuti a cercare asilo in questa città, ne accrebbero poi la popolazione, e la resero capace di opporsi colle proprie forze agli attacchi de' successori d'Alboino. I papi incoraggiavano i Romani a difendere la loro patria, ed a mantenersi fedeli ai sovrani di Costantinopoli[119]. Erano i papi nominati dal clero, dal senato e dal popolo romano; ma non potevano essere consacrati senza il formale consentimento dell'imperatore d'Oriente[120]. Essi mantenevano sempre due apocrisiarj, o nunzj alla corte di Costantinopoli, ed a quella dell'esarca di Ravenna, per assicurare il sovrano della loro dipendenza, per provvedere di comun accordo alla difesa di Roma, e per la regolare amministrazione della Chiesa.
I Romani, vedendosi trascurati dagl'imperatori, s'andavano sempre più affezionando ai papi, che di questi tempi erano anch'essi quasi sempre romani, e per le loro virtù rispettabilissimi. Risguardavasi la difesa di Roma come una guerra religiosa, perchè i Lombardi erano tutti o arriani, o ancora pagani; ed i papi per proteggere le chiese ed i conventi contro la profanazione de' barbari, impiegavano le ricchezze della chiesa di cui erano amministratori, e le elemosine che ricevevano dalla carità de' fedeli occidentali: di maniera che il crescente potere del papi sulla città di Roma aveva per fondamento due titoli troppo rispettabili, le virtù ed i beneficj.
Poche storie sono così oscure come quella di Roma e delle province che i Greci possedettero in Italia fino al regno di Carlo Magno, perchè nè i Romani nè i Greci ebbero di que' tempi alcuno scrittore delle cose loro. Le vite dei papi sono opera del secolo nono, e più tosto fatte per edificazione de' fedeli, che per istruire gli storici[121].
Con tutto ciò in tal periodo di tempi si consumò una rivoluzione ch'ebbe la più durevole influenza non solo sulla sorte di Roma, ma su quella di tutto l'Occidente. La riforma, e se così amiamo chiamarla, l'eresia degl'Iconoclasti alienò l'animo de' sudditi latini dai loro sovrani, impegnò i papi a distruggere l'autorità che gl'imperatori avevano in Roma, e fu la principal causa dell'indipendenza della città e della sovranità della Chiesa.
La pura e filosofica religione di Gesù Cristo aveva fino dai primi secoli della sua esistenza sofferte grandissime alterazioni, e per il degradamento del popolo che la professava, e per la perdita d'ogni virtù pubblica, e per la corruzione dello spirito e del gusto. Le sottigliezze de' filosofi e l'ignoranza de' plebei avevano pure ugualmente contribuito ad alterarne la semplicità, facendo rientrare il paganesimo tutto intero in quella religione che sembrava averlo distrutto[122].
Il più notabile cambiamento che soffrì il cristianesimo ebbe origine dalla pretesa scoperta di un'imagine di Gesù Cristo, poscia della Vergine, che si attribuirono a celeste artefice, da che non vi aveva avuta parte la mano di alcun uomo. Tali imagini ch'ebbero il loro nome da questa circostanza[123], dopo essere state l'opera del miracolo, non tardarono a farne ancor esse. Vittorie riportate sui nemici dello stato e della religione; i Persiani respinti dalle mura di Edessa; infermità risanate, e tutto ciò che può essere soltanto attribuito alla divinità, fu l'opera loro. Ben tosto si attribuì la stessa possanza ad altre imagini, comechè non ne fosse contestata, come delle prime, la celeste origine: e la religione cristiana, che per più titoli poteva essere incolpata d'avere retrogradato verso il politeismo, trovossi per quest'ultimo passo cambiata in vera idolatria[124]. Si riguardarono le statue e le imagini come aventi nella materia di cui erano formate qualche cosa di divino; ed ebbero forse più onori per sè medesime che presso i pagani, indipendentemente dall'oggetto rappresentato[125].
Intanto quasi nella medesima epoca un popolo barbaro ricevette da un ambizioso conquistatore un nuovo sistema di teismo. L'islamismo più d'ogni altra religione appoggiavasi sulla dottrina dell'umanità, e della spiritualità di Dio; onde i Musulmani manifestarono sempre un eguale orrore per l'associazione della creatura al culto dovuto soltanto al creatore, e per la rappresentazione sotto forme materiali dell'Essere, che i sensi non possono concepire, che lo spirito non può misurare. I Musulmani rimproverarono i Cristiani d'idolatria, rivolsero contro di loro gli argomenti ed il ridicolo, di cui gli antichi apologisti cristiani eransi utilmente serviti contro i pagani; e questa controversia diventava tanto più umiliante per gli Ortodossi, in quanto che la loro professione di fede trovavasi in aperta contraddizione colla pratica, e che l'odio del nome d'idolatra era ancor vivo nel loro cuore quando essi medesimi meritavano di più il nome d'idolatri[126].
I Musulmani fecero ancor di più per disingannare i Cristiani, li vinsero. Il Labano miracoloso dovette fuggire innanzi a loro, ed Edessa fu presa a dispetto della sua trionfante imagine. Essi distrussero i quadri e le reliquie coll'altare che le portava, dimostrando l'impotenza dei pretesi agenti della divinità, dei santi, degli angeli, dei semidei de' cattolici e delle loro imagini[127].
Queste disfatte avevano già da qualche tempo scossa alquanto la credenza del popolo, allorchè una razza di montanari, che nell'Asia minore conservava la sua indipendenza[128], l'amore delle armi, ed una religione più vicina all'antico cristianesimo, ottenne di porre sul trono di Costantinopoli uno de' suoi capi. Fu questi Leone l'Isaurico, o l'iconoclasta, il quale segnalò il suo regno coi più violenti attacchi contro le recenti superstizioni, il culto cioè delle imagini, ed i progressi del monachismo. Quantunque provasse ancora in Oriente una resistenza che pose il suo trono in pericolo, è certo che una assai ragguardevole porzione del popolo professava le opinioni di Leone, il quale aggiungeva al vigore del suo carattere una grande abilità[129]. L'Occidente era in pari tempo più addetto al culto delle imagini, e più indipendente dall'imperatore. I Romani rifiutaronsi assolutamente di sottomettersi agli editti di Leone, ed il papa d'allora, Gregorio II, dopo avere tentato invano di richiamare gl'iconoclasti alla credenza della Chiesa, autorizzò i Romani a rifiutare all'imperatore i consueti tributi[130][131]. Intanto Ravenna e tutte le città dell'Esarcato aprivano le porte a Luitprando re de' Lombardi, di modo che non restavano più dell'Italia, sotto il dominio dell'impero orientale, fuorchè le città marittime della magna Grecia.
Gregorio II erasi in varie circostanze fatto conoscere il protettore della sua greggia, l'aveva difesa contro le invasioni de' Lombardi, parte coll'opinione di santità che gli dava grandissimo favore presso Luitprando, parte coi tesori della Chiesa ch'egli seppe utilmente impiegare nell'assoldar truppe. Sottraendosi all'ubbidienza di Leone l'Isaurico, Gregorio accusò Marino duca di Roma, e Paolo esarca di Ravenna d'aver tentato per ordine del loro principe di farlo assassinare[132]; e senza scacciarli da Roma li privò d'ogni autorità. E per tal modo mediante la sua influenza, e col consenso del re de' Lombardi, si stabilì in Roma verso l'anno 726 un simulacro di repubblica, che sussistette oscuramente dopo il regno di Leone Isaurico fino alla distruzione del regno lombardo, ed all'incoronazione di Carlo Magno.
Fu specialmente durante il pontificato di Gregorio III dal 731 al 741 che la repubblica romana sotto l'influenza del papa si governò come stato indipendente. Allora si videro i nobili, i consoli ed il popolo associarsi ad un concilio che condannava gl'iconoclasti: allora i Romani rialzarono le loro mura, fortificarono Civitavecchia, fecero alleanza coi duchi di Benevento e di Spoleti contro Luitprando re dei Lombardi, e finalmente stipularono con quest'ultimo un trattato in nome del ducato romano[133].
Si domanderà forse qual era il governo di questa repubblica o ducato; ma ciò non è facile a sapersi, perchè i Romani ed il papa cercavano di evitare ogni dimostrazione o positiva dichiarazione, onde non alienare assolutamente l'imperatore, cui pure prestarono ajuto per ricuperare l'Esarcato di Ravenna; e dopo di aver rimandato in Sicilia il patrizio destinato a governarli, ricevettero nuovamente in diverse occasioni gli ufficiali della corte di Costantinopoli, reclamarono la loro protezione contro i Lombardi, e chiesero, quantunque inutilmente, truppe a Costantino Copronimo per difendersi. Dal suo canto l'imperatore pareva disposto a contentarsi di un'ombra di potere, ed a scaricarsi senza strepito della difesa di una città, per la sua posizione difficile a difendersi. Il papa come capo della Chiesa, come padre dei fedeli, godeva di un altissimo credito e presso i cittadini, e presso i nemici dello stato. Veniva spesso accordato alla santità del suo carattere quello che sarebbesi rifiutato alle prerogative del suo rango. Finalmente i nobili romani avevano imparato dai Lombardi loro vicini a far rispettare la loro indipendenza, ed avevano terminato col non ubbidire nè all'imperatore, nè al papa, nè al proprio senato. Come padroni de' castelli possedevano essi tutto il territorio del ducato di Roma, e quando dimoravano nella capitale si risguardavano quali principi superiori alle leggi; ed il loro potere era proporzionato al numero de' loro vassalli e satelliti. Di mezzo a tale conflitto di giurisdizione, il papa capo del clero, patriarca di tutto l'Occidente, depositario dei tesori del cielo, che facilmente cambiava con quelli della terra, il papa si mostrava il solo difensore del popolo, il solo pacificatore delle discordie de' grandi. I progressi dell'ignoranza avevano accresciuta la sua potenza; egli era diventato quasi un semidio in terra specialmente pei barbari di fresco convertiti, e lontani dalla sua persona; formava centro di tutta la Chiesa, e solo egli poteva far in modo che nazioni lontane, il di cui popolo ne conosceva appena il nome, dessero prova del loro cristianesimo colla carità verso i Romani. La condotta de' pontefici ispirava rispetto, siccome i loro beneficj meritavano la riconoscenza. Forse eran essi superstiziosi, ma questa debolezza si trasforma in virtù in faccia ai popoli ugualmente superstiziosi: di costumi puri e severi, nè il lusso, nè la possanza gli avevano ancora corrotti.
Gregorio III fu il primo che invocò la protezione de' Francesi a favore della Chiesa e della repubblica romana; egli chiese a Carlo Marcello, maestro del palazzo, soccorso contro Luitprando[134]. Quest'esempio fu seguito dagli altri papi qualunque volta i Lombardi minacciavano l'indipendenza di Roma. Oltre le lettere dei papi, ne esiste una dello stesso Apostolo s. Pietro, che papa Stefano II indirizzò a Pipino, Carlo e Carlomanno, ed a tutta l'universalità de' Francesi per riporre la Chiesa di Dio ed il popolo sotto la speciale loro protezione[135].
In compenso di tale protezione i papi accordarono alcune grazie ai re di Francia. Zaccaria approvò la traslazione della corona di Francia da Childerico a Pipino[136], e Stefano II incoronò quest'ultimo a Parigi l'anno 764[137]. In appresso il medesimo papa elevò al rango di patrizj romani Pipino, ed i suoi due figliuoli; ed a nome della Chiesa, de' duchi, conti, tribuni, popolo ed armata di Roma, gli scrisse per impegnarlo a difendere contro Astolfo una città di cui erano creati magistrati[138].
I papi avevano lo stesso diritto di nominare un patrizio romano, come di trasferire da una ad un'altra famiglia la corona di Francia. Il patrizio era un ufficiale nominato dagl'imperatori greci: uno risiedeva in Sicilia, ed un altro d'ordinario in Roma, ov'erano capi del governo. Ma forse Pipino aveva un miglior titolo alla dignità reale nell'elezione del popolo francese, che al patriziato in quella del popolo romano; ma nella pericolosa situazione in cui trovavasi il popolo di Roma, poteva il papa scusarsi se a qualunque prezzo gli assicurava un protettore. Intanto queste trattative corruppero i pontefici, i quali dando ai Carlovingi diritti ch'essi medesimi non avevano, ricevevano in compenso terre e ricchezze delle quali i Carlovingi non avevano diritto di disporre. Pipino costrinse Astolfo, re de' Lombardi, a restituire l'Esarcato e la Pentapoli non già all'imperatore di Costantinopoli cui appartenevano, e che faceva riclamare dai suoi ministri, ma bensì a s. Pietro, alla Chiesa romana rappresentata dai suoi pontefici, ed alla repubblica. Pare che lo storico di Stefano II adoperasse quest'ultimo vocabolo per indicare il governo di Roma e delle province, che dopo essersi staccate dall'impero greco rimanevano indipendenti; imperciocchè lo storico termina l'elogio di questo pontefice con tali parole: «il quale coll'ajuto di Dio dilatò le frontiere della repubblica e del popolo sovrano, che formava la greggia confidata alle sue cure[139].»
L'atto della donazione di Pipino non si è conservato, di maniera che non conosciamo con esattezza le condizioni di così fatta concessione, in forza della quale la Chiesa acquistò per la prima volta una dominazione temporale[140][141]. Ma la storia ne istruisce che tale donazione non ebbe mai effetto. Astolfo permise bensì che l'atto di donazione, e le chiavi delle città donate si deponessero sull'altare di s. Pietro; e varj ostaggi giunsero pure a Roma coll'inviato di Pipino; ma la Chiesa non ebbe il godimento della sovranità di queste province, ed abbiamo molte lettere dei papi nelle quali si lagnano che nè Astolfo, nè Desiderio suo successore non avevano ancora dato alla Chiesa ed alla repubblica romana il possesso delle città promesse[142], o pure che avendone accordata taluna, se l'erano all'istante ripresa. E quando in appresso, dietro le istanze della Chiesa, Desiderio lasciò queste città in libertà, invece d'essere governate dal papa, passarono sotto l'arcivescovo di Ravenna come rappresentante degli esarchi[143]: e finalmente allorchè, chiamato da Adriano, Carlomagno conquistò l'anno 774 il regno dei Lombardi, confermò la carta di donazione di suo padre senza però darle esecuzione; onde Adriano l'andava avvisando di dar esecuzione a quanto, per la salvezza dell'anima sua, aveva promesso di fare in favore della Chiesa e della repubblica de' Romani[144].
Ma se le donazioni delle sovranità fatte da Pipino, Carlomagno e Luigi il buono, si ridussero a semplici atti d'ostentazione, che que' principi non ebbero mai intenzione d'eseguire, essi però arricchirono la Chiesa con più utili beneficenze, dandole l'utile dominio di una parte dell'Esarcato e della Pentapoli, cioè i frutti e le rendite delle terre, mentre la sovranità delle stesse province era riservata alla repubblica romana, al patrizio, e per ultimo all'imperator d'Occidente. Altronde all'utile dominio veniva pure annessa l'ubbidienza di moltissimi vassalli, talchè il papa, che già da gran tempo veniva risguardato come il primo cittadino di Roma, diventò pure il primo e più potente barone[145].
Le dignità che danno potere e ricchezze diventano l'oggetto dei desiderj degli ambiziosi, e ben tosto loro preda. Dopo le prime donazioni di Pipino si videro aspirare alla cattedra dì s. Pietro persone affatto diverse da quegli austeri sacerdoti che l'avevano fino a quei tempi occupata, e gli annali della Chiesa incominciarono a macchiarsi dei delitti del capo dei Cristiani. Due fratelli Stefano II, e Paolo I, ch'ebbero successivamente il papato dal 762 al 766, vengono accusati dagli storici della chiesa di Ravenna d'ingiustizia, di rapina, di crudeltà[146]. Dopo la morte di Paolo, un antipapa s'impadronì colle armi della sede pontificia; il legittimo papa Stefano III ebbe parte all'assassinio di alcuni de' principali dignitarj della sua chiesa[147]; e tutto il clero adottò le abitudini ed i feroci costumi dei gentiluomini del suo secolo.
Ne' tempi della barbarie, mentre l'ignoranza rende la fede più costante, le passioni indomabili e feroci distruggono affatto la morale. Le stragi, i tradimenti, gli spergiuri sono avvenimenti comuni nella storia di quegli uomini cui il nono ed il decimo secolo accordarono il nome di Grande. Ma dopo così enormi delitti, una magnifica penitenza attestava la religione ed il pentimento del colpevole. L'ambizione del clero mostrò ai grandi delinquenti una ignota strada per espiare i loro delitti, e far dimenticare i loro furori; e questa fu quella delle donazioni alla chiesa per la salvezza dell'anima del donatore[148]. Pipino e Carlo Magno avevano con somiglianti liberalità gittati i fondamenti della potenza papale: comecchè essi non avessero soltanto arricchita la santa sede, ma ancora l'arcivescovo di Ravenna in maniera di poter gareggiare col papa, e poco meno anche l'arcivescovo di Milano, e molti monasteri. Tutti i loro successori ne imitarono l'esempio, ed i principali baroni, seguendo la pratica de' loro sovrani, fecero pagare ai loro eredi i misfatti che avevano commessi: per lo che avanti il dodicesimo secolo abbiamo più atti di donazioni fatte alle chiese, che di contratti di qualunque altro genere presi cumulativamente. Di modo che quando Ottone il grande entrò in Italia, le più ricche città, le province più popolate venivano possedute dal clero; mentre i grandi feudi laici erano spenti o divisi. Di quest'epoca i principali e più potenti sovrani ecclesiastici erano il patriarca di Aquilea, gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, i vescovi di Piacenza, di Lodi, d'Asti, di Bergamo, di Novara, di Torino, l'abbate di monte Cassino, il più potente signore del ducato di Benevento, che fino all'età nostra conservò il titolo di primo barone del regno di Napoli, e l'abbate di Farfa nella Sabina[149]. Inoltre la maggior parte de' vescovi avevano acquistato, in forza di un atto di qualche re o gran signore, la giurisdizione della città in cui risiedevano, e non eravi un solo vescovo, un solo monastero dell'un sesso o dell'altro, che in alcun territorio o villaggio non possedesse diritti feudali.
Alla podestà temporale erano uniti quei doveri che allontanarono affatto gli ecclesiastici dalle primitive loro funzioni. Quando un vescovo, un abbate era conte d'una città, sotto questo titolo riuniva la prerogativa di giudice e di generale; essendo incaricato del governo civile del contado in tempo di pace, e della sua difesa in tempo di guerra. Come castellani, gli ecclesiastici credevansi permesso di sostenere un assedio assai prima che ardissero di porsi in campo alla testa di un'armata. Ma nel secolo nono avevano già appreso a marciare contro il nemico. L'imperatore Luigi II lo ordinò loro nel decreto che pubblicò per l'impresa di Benevento l'anno 866[150]: e lo stesso papa Giovanni X guidò l'anno 915 le truppe della lega ch'egli aveva riunite contro i Saraceni.
I tre Carlovingi, spinti da quello spirito religioso che gli aveva indotti ad arricchire il clero, credettero di santificare l'amministrazione de' loro stati, fidandola agli ecclesiastici. Il cancelliere, il principale ufficiale della corona, era quasi sempre un prelato[151], ed i vescovi e gli abbati intervenivano al consiglio del re ed agli stati della nazione. Durante il regno di Pipino, e parte di quello di Lotario, Adelardo abbate di Corbia ed il monaco Wala suo fratello furono i veri sovrani d'Italia. Dopo costoro altri ecclesiastici occuparono in consiglio il loro luogo; e fu osservato, che non rifiutaronsi di dirigere le guerre snaturate che i figli di Luigi il buono fecero al padre. Il favore del sovrano, il potere, le ricchezze corruppero in ogni tempo coloro che le possedevano, e non era da supporsi che il clero sarebbesi conservato incorrotto, quando si fosse riflettuto che a quell'epoca lo spirito della religione cristiana era guasto affatto dalla più grossolana superstizione; che i di lei ministri, scelti tra i secolari, dovevano essere partecipi dei vizj del secolo; che i grandi signori erano solleciti di collocare tra il clero alcuno de' loro figli, perchè la fortuna farebbe che in tale stato servisse loro d'appoggio; che invece di far ammaestrare nelle lettere ecclesiastiche questi nuovi canditati della Chiesa, venivano, come giovani cavalieri, addestrati al maneggio delle armi e dei cavalli; che l'avidità con cui si spogliavano le chiese dei loro beni, uguagliava la profusione con cui erano state arricchite; che il re Ugo non era stato il primo a provvedere a forza di beneficj ecclesiastici i suoi sicarj ed i suoi bastardi; e finalmente molti sovrani deposti, molti grandi signori ch'erano incorsi nella disgrazia de' loro superiori, venivano forzati a ricevere la tonsura; onde il corpo del clero composto di così fatta gente non poteva possedere le virtù proprie del suo stato. A torto si è voluto opporre alla santità della religione la disordinata vita del clero del nono e decimo secolo, quando appena sarebbe bastato un miracolo per santificare gl'impuri elementi di cui era di que' tempi composto il clero.
Abbiamo un'assai circostanziata storia de' papi contemporanei degl'imperatori Carlovingi. Tale storia scritta da un bibliotecario della corte romana, è generalmente parziale per i papi[152]. Lo scandalo cominciò soltanto in sul declinare del secolo nono. Ma prima di osservare la Chiesa lordata dalla dissolutezza di alcuni giovinastri, vuole la giustizia che ci fermiamo all'epoca più onorevole del pontificato di Leone IV.
Poco dopo la morte di Carlo Magno non tardarono i Saraceni ad accorgersi della debolezza della sua immensa monarchia, e cominciarono a saccheggiare le province marittime dell'Italia. Papa Gregorio IV era stato costretto l'anno 833 a fortificare contro di loro la città d'Ostia[153]; che pure non impedì loro di rovinare le città littorali, per lo che gli abitanti di Civitavecchia dovettero salvarsi nelle foreste; e l'audacia de' Saraceni crebbe a segno, che nell'847 osarono di tentar l'assedio della stessa Roma, saccheggiando le basiliche di s. Pietro in Vaticano e di s. Paolo, poste fuori delle mura. Nella stessa epoca morì papa Sergio II, onde i Romani, per non trovarsi senza capo, in così difficili circostanze, elessero papa Leone IV prete romano, uomo di somma riputazione, e lo consacrarono senza aspettare l'approvazione dell'imperatore[154]. Quantunque i Saraceni si fossero già allontanati da Roma, Leone, volendo assicurarsi da ogni insulto, fece rifabbricare le muraglie della città, ed accrescerne le fortificazioni. Il monte Vaticano, che fin allora era fuori del circondario di Roma, fu cinto di mura, e dal suo nome chiamato la città Leonina[155]. Rifece Civitavecchia rovinata dai Saraceni[156], e coll'ajuto delle repubbliche di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, che sotto la protezione greca eransi rese libere, attaccò una nuova flotta saracena, obbligandola a ritirarsi con grave perdita. A queste gloriose azioni i suoi biografi aggiungono il racconto di alcuni miracoli, uno de' quali rese la memoria di Leone IV più illustre, che la fondazione della città cui diede il proprio nome. Il borgo dei Sassoni che prolungavasi tra la città Leonina ed il quartiere di Transtevere fu in parte consumato da un terribile incendio arrestato dalle preghiere di Leone[157]: argomento della egregia opera di Raffaello conosciuta sotto il nome dell'incendio di Borgo, che vedesi nella quarta stanza del Vaticano.
Dalla deposizione dell'ultimo monarca Carlovingio fino al regno d'Ottone il grande, l'autorità dei principi che portarono momentaneamente il titolo d'imperatore, fu sempre vacillante e controversa. Frattanto Roma non facendo parte del regno d'Italia, ed essendo dipendente soltanto dall'impero, allorchè vacava l'impero ricuperava la sua indipendenza, o a dir meglio ricadeva sotto il giogo dell'oligarchia inquieta de' suoi nobili. Tra costoro quello che poteva occupare il trono pontificio, otteneva col favore delle ricchezze della Chiesa una grandissima preponderanza su tutti gli altri, ed era risguardato come capo della repubblica. Vero è che l'elezione doveva farsi coi suffragi riuniti del clero e del popolo[158]; ma il clero era quasi tutto militare, e si presumeva che la voce dei grandi dovesse rappresentare quella della nazione; era perciò a supporsi che i voti della nobiltà si riunirebbero a favore del più valoroso del loro corpo, del più accorto, e fors'anco del più elegante dei giovani ambiziosi che aspiravano alla tiara, piuttosto che a qualche prete commendevole per la sua santità, ma incapace d'intrighi[159]. In mezzo all'universale degradamento le dame romane non avevano perduto l'avvenenza ed i talenti delle antiche matrone, ed erano perciò assai potenti. Anzi non ebbero mai le donne tanto credito presso alcun governo, quanto n'ebbero le romane nel decimo secolo. Sarebbesi detto che la bellezza erasi usurpati tutti i diritti dell'impero.
Due celebri patrizie, Teodora e sua figliuola Marozia, furono sessant'anni assolute arbitre di quella tiara, che poc'anni dopo, tre Enrichi alla testa delle armate tedesche non hanno potuto togliere ai loro nemici.
Teodora, nata da illustre famiglia, possedeva immense ricchezze e varie rocche: gli archi trionfali ed i solidissimi sepolcri degli antichi Romani ridotti in fortezze dai gentiluomini erano custoditi dai suoi soldati; ed in oltre disponeva a sua voglia degli amanti ch'ella aveva non pochi tra i nobili romani. Il lodevol uso ch'essa fece di questa specie d'impero, fu quello di far cessare la scandalosa guerra che tenevano viva in Roma due opposte fazioni. Erasi veduto Stefano VI, succeduto l'anno 896 a papa Formoso, far diseppellire il cadavere del suo predecessore, sottomettere innanzi ad un concilio il morto corpo ad un ridicolo interrogatorio, condannarlo, farlo mutilare, indi gettarlo nel Tevere[160]. Dopo tal epoca i susseguenti pontefici ora dell'uno ora dell'altro partito avevano a vicenda annullati gli atti de' loro predecessori. La stessa Teodora era della fazione nemica di Formoso, e sua figliuola Marozia, l'amante di Sergio III, uno de' di lui persecutori. Ma poichè Teodora ebbe cogli artificj e colla galanteria sottomessi i grandi ed il clero, i costumi della corte di Roma diventarono se non più puri, almeno più dolci.
Teodora innamoratasi d'un giovane ecclesiastico, chiamato Giovanni, gli ottenne da prima il vescovado di Bologna, poi l'arcivescovado di Ravenna; e finalmente disperata per averlo, elevandolo a tale dignità, allontanato da se, s'adoperò in modo presso i gentiluomini ed il clero, che il fortunato amico fu col nome di Giovanni X innalzato sul trono pontificio[161]. L'amore o la riconoscenza di questo papa verso la sua benefattrice scandalizzarono il cardinal Baronio autore degli annali della Chiesa; pure Giovanni X non viene accusato nè di veleni, nè d'assassinj, nè di tradimenti; delitti enormi, che nella successiva età macchiarono più volte il trono papale. Giovanni X amministrò gli affari della chiesa con fermezza e con giustizia; seppe, per il comune vantaggio de' suoi concittadini, pacificare i principi rivali che dividevansi l'Italia, e gli stessi imperatori d'Oriente e d'Occidente; egli stesso condusse le armate contro i Saraceni accampati al Garigliano, ed in questa impresa acquistò la gloria di valoroso guerriero, professione più confacente al suo carattere, che quella di padre dei fedeli[162].
Quando Teodora strinse domestichezza con Giovanni, non era omai più nel fiore dell'età. Prima d'esserne amante, aveva maritata sua figliuola Marozia con Alberico marchese di Camerino, che dava alla famiglia della sua sposa un nuovo lustro per la proprietà d'un gran feudo vicino a Roma.
Intanto la storia non parla più di Teodora; per la di cui morte Giovanni X aveva forse ottenuta l'indipendenza del suo dominio. Alberico primo sposo di Marozia, che uno storico quasi contemporaneo dice console de' Romani[163], fu ucciso in una sedizione, e la vedova Marozia del 925 esercitava sopra i baroni di Roma quell'impero, ch'ebbe prima di lei Teodora. Solamente il papa, dopo essere stato l'amante della madre, non poteva sentir amore per la figliuola, la quale dal canto suo aveva estrema avversione per Giovanni X. Essa s'era impadronita per sorpresa della mole Adriana, oggi detta castel s. Angelo, torre massiccia, la più solida di tutti i monumenti dell'antica Roma, ch'era stata molto prima trasformata in fortezza. Posta sull'altra riva del Tevere all'estremità del ponte Elio, domina il passaggio tra il Vaticano ed il campo di Marte, il corso superiore del fiume, gl'ingressi in città dalla banda della Toscana, e di tutta l'Italia settentrionale: tal che questo castello ne' tempi di mezzo, siccome ne' tempi presenti, viene risguardato come la chiave di Roma. Quando si fu ben fortificata nella mole Adriana, Marozia offrì la sua mano a Guido duca di Toscana; di modo che colle loro forze riunite i due sposi, trovandosi quasi sovrani di Roma, fecero ammazzare un fratello di Giovanni X, ch'era nella sua più intima confidenza, rinchiusero lo stesso papa in una prigione, in cui cessò ben tosto di vivere, e fecero successivamente eleggere a quell'eminente dignità due loro creature[164].
Del 931 Marozia, rimasta vedova la seconda volta, fu non pertanto in Roma abbastanza potente per riporre sulla santa sede Giovanni XI suo secondo figliuolo, nella fresca età di ventun'anni, cui la maldicenza diceva figliuolo di papa Sergio. Questo papa fu assai maltrattato dall'annalista ecclesiastico[165], benchè in un regno di cinque anni non potesse rendersi colpevole di verun delitto o mancanza; perchè ridotto alle sole funzioni ecclesiastiche, non esercitò un solo istante il potere allora annesso alla sua sede.
La stessa Marozia erasene resa padrona; onde Ugo re di Provenza, che di que' tempi bramava di consolidare il suo nuovo dominio di Lombardia, non isdegnò di ricercare l'alleanza d'una femmina che doveva soltanto alla galanteria la sua potenza. Di fatti Marozia sposò Ugo in terze nozze, quantunque fratello uterino di Guido suo secondo marito: ma questa unione non corrispose alle speranze concepite dagli ambiziosi sposi. Pochi giorni dopo il matrimonio, levatosi Ugo da tavola, osò dare uno schiaffo ad un figlio di Marozia del primo letto, il quale chiamavasi Alberico come il padre, perchè, presentandogli la brocca, gli aveva con mal garbo versata l'acqua sulle mani. Sdegnato Alberico per tanta ingiuria, chiamò i suoi concittadini a prendere le armi, ed a scuotere il giogo d'un barbaro. Ugo, costretto di salvarsi colla fuga, non potè mai più rientrare in Roma, e Marozia terminò i suoi giorni in un monastero[166].
E per tal modo i Romani, scosso ad un tempo il giogo dei papi, delle femmine e dei re, lusingaronsi d'aver ricuperata la libertà dell'antica Roma; e richiamarono il nome di repubblica, poichè videro un console alla loro testa, prendendo Alberico indifferentemente il titolo di console o di patrizio. Alberico intanto era un padrone che, avendo saputo attaccare i Romani alla propria causa, li teneva in armi per l'indipendenza della patria; e forse, nello stato in cui li trovò, la sua amministrazione era la più confacente alla loro gloria. Conservò ventidue anni il favore che si era acquistato del popolo romano, e morendo lasciò quasi ereditario il principato di Roma a suo figlio Ottavio in età di soli diciassett'anni. Nominò fin che visse successivamente diversi papi, che tenne sempre sotto l'assoluta sua dipendenza; e quando morì l'ultimo di questi, che gli era sopravvissuto due anni, Ottaviano, ch'era prete, suppose di assicurare la propria autorità aggiungendovi la potenza spirituale, e si fece consacrare pontefice col nome di Giovanni XII: e dalle sue mani Ottone il grande ricevette la corona imperiale.
Sembrerà cosa strana, senza dubbio, che nel decimo secolo, secolo dell'ignoranza e della superstizione, il poter dei papi rovinasse così subitamente; e non si vorrà credere che l'epoca, e la cagione principale dell'abbassamento del potere sacerdotale fosse appunto la donazione fatta da Carlo Magno alla santa sede. I papi, diventati in forza di tale donazione sovrani, o per lo meno grandi feudatarj, dovevano soggiacere alle stesse cagioni di deperimento, che sordamente attentano alla potenza di tutti i monarchi e grandi signori. Non erasi ancora ritrovata l'arte non ignota agli antichi d'esercitare un assoluto potere sopra città lontane, di modo che tutte le città rendevansi indipendenti. Scorgesi qualche traccia della protezione che i papi accordavano talvolta alle città della Pentapoli e dell'Emilia, di cui avevano ottenuta la restituzione alla repubblica; ma non trovasi verun documento che dimostri che il papa le governasse. Convien dunque dire che non le città, ma le possessioni territoriali, i feudi ed i dominj formavano le ricchezze del papa, ed il pregio delle donazioni de' Carlovingi.
Frattanto i papi per trarre profitto da questi possessi territoriali, gli avevano infeudati sotto un canone militare. Una nobiltà armata rimpiazzò gli antichi vassalli plebei, che coltivavano i medesimi dominj, ma che non avrebbero saputo difenderli: nè si previde allora ciò che il governo de' preti doveva temere dallo spirito altiero, indipendente, bellicoso dei gentiluomini.
In sul finire del nono secolo, i papi erano al colmo di quella specie di potere ch'essi eransi acquistato colle loro proprietà; la nuova milizia che avevano di fresco formata ne' loro dominj, aveva ancora presenti i ricevuti beneficj, e sforzavasi d'accrescere il credito de' suoi benefattori. Al suo valore, all'illimitato suo attaccamento, dovettero i papi la preponderanza ottenuta nella repubblica romana nell'epoca appunto in cui erano i più potenti baroni del ducato. Ma le rivalità di Sergio e di Formoso divisero questa nobiltà in due fazioni; i gentiluomini rimasero attaccati a quella delle due emule case da cui avevano ricevuti i beneficj; e quando la fazione di Sergio trionfò, la dignità pontificia fu resa quasi ereditaria nella famiglia di Teodora, di Marozia, di Alberico; ed i cavalieri consacrarono la loro riconoscenza a questa famiglia che gli aveva beneficati, tosto che si credettero sciolti da ogni legame verso gli sconosciuti, che potevano in appresso occupare la cattedra di S. Pietro.
Intanto la città di Roma, poi ch'ebbe scosso il giogo dell'impero d'Oriente, conservò sempre le forme, se non lo spirito d'una repubblica. Il papa non aveva entro Roma altro potere che quello che nasceva dal rispetto religioso dovuto al suo carattere, e dal timore delle censure della Chiesa. Sotto l'amministrazione d'Alberico i diritti del popolo venivano rispettati, e mantenute le assemblee periodiche. Vero è che l'uomo, che assicurava alla nazione l'indipendenza, era troppo potente per lasciarla libera; ma quand'egli morì, suo figlio Ottaviano ereditò bensì le sue possessioni ed i suoi diritti, ma non l'illimitato potere, che la sola riconoscenza accordava a suo padre.
Nello stesso tempo che il popolo innalzò Ottaviano, ossia Giovanni XII, alla dignità papale, affidò le incumbenze amministrative ad un prefetto della città, cui diede per colleghi e consiglieri i consoli annali, incaricando della tutela dei propri interessi dodici tribuni o decurioni, i quali rappresentavano i rispettivi quartieri di Roma[167]. Allora si operò sul carattere nazionale una più importante rivoluzione, che quella che aveva variate le magistrature. Alla morte del gran console si vide rinascere lo spirito pubblico, ed il popolo manifestò il desiderio di circoscrivere l'autorità arbitraria e di metter fine alle sue usurpazioni. Questo spirito impegnò i Romani in un'ardita, ma disuguale lotta cogl'imperatori ed i papi; lotta che si protrasse quasi per tutto lo spazio che abbraccia la presente storia.
Ottone il grande depose successivamente Giovanni XII e Benedetto V, onde il popolo romano adontato da tali atti di potere arbitrario, si dichiarò due volte a favore dei papi, e sostenne colle armi, benchè con infelice successo, la legittimità del loro titolo ed il suo diritto d'elezione. Giovanni XII, dopo aver chiamato Ottone in Italia, non tardò ad accorgersi d'essersi preparato un giogo sotto cui avrebbe dovuto piegare il capo. Si collegò con Berengario contro l'imperatore, ma troppo tardi: dopo essersi alcun tempo difeso nel forte S. Leo, il monarca italiano fu fatto prigioniere. Ottone s'avanzò contro Roma, ed il papa fuggì a Capoa con Adalberto figliuolo di Berengario[168]. Allora Ottone adunò un concilio in Roma per giudicare Giovanni XII, o piuttosto, diceva egli, per correggerlo de' traviamenti giovanili. Ma questo concilio rese affatto pubblica la spaventosa corruttela della santa sede. Pietro cardinale prete si alzò, ed innanzi a tutta l'assemblea passò in revista i vizj ed i delitti dei papi[169]; e l'imperatore senza voler ammettere o rigettare quest'accusa, scrisse la seguente lettera a Giovanni XII per invitarlo a giustificarsi personalmente.
«Al sovrano pontefice e papa universale il signor Giovanni, Ottone, per la clemenza di Dio, imperatore augusto, e gli arcivescovi della Liguria, della Toscana, della Sassonia e della Francia, in nome del Signore, salute.
«Arrivati a Roma per il servigio di Dio, quando abbiamo interrogato i vostri figli, i Romani, i cardinali, i preti, i diaconi e tutto il popolo, intorno ai motivi della vostra lontananza, ed a quelli che v'impedivano di venire a trovar noi difensori della vostra chiesa, e di voi medesimo, ci raccontarono tali cose di voi, e tanto vergognose, che se fossero dette degl'istrioni, ancora li farebbero arrossire. E perchè tutto non rimanga ignoto alla grandezza vostra, ne riferiremo brevemente alcune, perchè un giorno non basterebbe a farne di tutte circostanziato racconto. Sappiate adunque, che voi siete accusato, non già da pochi, ma da tutti, ecclesiastici e secolari, d'esservi reso colpevole d'omicidio, di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto con due vostre prossime parenti. Aggiungono ciò che fa orrore ad udirsi, che a tavola beveste alla salute del diavolo, che invocaste, giocando, Giove, Venere ed altri demonj. Noi supplichiamo dunque caldamente vostra paternità di venire, e non frapporre ritardo, a giustificarvi da queste imputazioni. E se mai temeste la violenza della moltitudine temeraria, noi ci obblighiamo con giuramento, che niente sarà fatto contro i regolamenti dei sacri canoni. Dell'8 degli Idi di novembre 963»[170].
Giovanni nella sua risposta rifiutò di riconoscere l'autorità del concilio, e minacciò di scomunicare coloro che osassero procedere all'elezione di un nuovo pontefice. Avendolo inutilmente citato la seconda volta, il concilio lo dichiarò decaduto dalla sua dignità, e nominò suo successore Leone che fu consacrato sotto nome di Leone VIII.
Intanto i gentiluomini ben affetti alla famiglia d'Alberico, i cittadini che volevano salvo il diritto del popolo romano di nominare il suo vescovo, ed i partigiani dell'indipendenza della Chiesa, si riunirono per dichiarare illegittima la deposizione di Giovanni, e l'elezione di Leone. L'imperatore prima di partire, fu costretto di reprimere una sommossa manifestatasi contro il suo papa; e quando fu lontano, Giovanni XII rientrò in Roma, scacciò Leone, e fece crudelmente mutilare due cardinali suoi nemici, e si preparò a difendersi. Un impensato accidente pose fine a tutti i suoi progetti. Sorpreso di notte con una donna maritata, morì pochi giorni dopo, percosso dal demonio, dice il vescovo di Cremona, o più tosto dal marito geloso[171][172].
Non lasciaronsi i Romani sconcertare dalla morte di Giovanni XII, e gli sostituirono all'istante un cardinale diacono, che prese il nome di Benedetto V; e resistettero alcun tempo coraggiosamente all'armata di Ottone, che intraprese l'assedio di Roma: ma in fine dovettero arrendersi alla fame più che ai replicati attacchi de' soldati nemici. Ottone ritornò in Roma seco conducendo il suo antipapa Leone VIII. Papa Benedetto V, che la Chiesa ritiene come solo legittimo[173], comparve pontificalmente vestito avanti al suo competitore e ad una numerosa adunanza di vescovi nella chiesa di s. Giovanni Laterano; ove confessò genuflesso e piangente d'aver usurpata la cattedra di s. Pietro; e spogliatosi del suo manto consegnò il suo pastorale all'antipapa Leone, il quale lo spezzò in presenza dell'assemblea. Dopo ciò il legittimo pontefice fu mandato in esiglio in fondo della Germania[174].
Dopo la morte di Benedetto e di Leone, quando un nuovo papa, Giovanni XIII vescovo di Narni, fu designato dall'imperatore, e che le due podestà trovaronsi unite contro la libertà di Roma, non però i Romani si ritrassero dalle difese. Ottone trovavasi in Germania; ed i magistrati di Roma essendo scontenti del papa, gli ordinarono d'abbandonare la città. Giovanni dovette ubbidire, e rimanere dieci mesi in esiglio in un castello della Campania.
Di là il papa supplicava l'imperatore di accorrere in suo soccorso, il quale di fatti scendeva in Italia colla sua armata, e prima ancora del suo arrivo Giovanni era richiamato in Roma. La sommissione degli abitanti non bastò ad addolcire l'anima vendicativa del papa, il quale, poichè le truppe dell'imperatore occuparono la città, fece levare dal sepolcro e spargere al vento le ceneri di Roffreddo prefetto di Roma, che gli aveva intimato l'esiglio. Il nuovo prefetto colla testa inviluppata in un otre, e condotto per la città sopra un asino, fu esposto allo scherno del pubblico: i consoli furono esiliati in fondo alla Germania, ed i dodici tribuni del popolo perdettero la vita sul palco[175]. La gloria di Ottone non fu meno macchiata di quella del papa da così odiose esecuzioni. «Noi volevamo accoglierti con bontà e magnificenza, disse il greco imperatore Niceforo Foca allo storico Luitprando ambasciatore di Ottone, ma l'empietà del tuo padrone non lo ha permesso; egli occupò Roma come nemico, e fece perire molti Romani colla spada, altri sotto la scure del carnefice, a non pochi fece cavare gli occhi, ed alcuni cacciò in esiglio»[176].
In verun'altra epoca la storia dei pontefici fu forse macchiata da più delitti, che sotto il regno dei tre Ottoni di Sassonia; ma, fortunatamente per la memoria dei papi, le cronache che parlano di tali delitti, non hanno circostanziato il racconto in modo da imprimersi tenacemente nella nostra memoria.
Poco avanti la morte d'Ottone I, Benedetto VI, nato romano, succedette a Giovanni XIII. Bonifacio Francone, figliuolo di Ferruccio, e cardinale diacono, arrestò ben tosto il nuovo papa, e chiusolo in una prigione di Castel sant'Angelo, lo fece strozzare, o com'altri vogliono, morir di fame. Asceso egli stesso sulla cattedra pontificia, spogliò in quaranta giorni le chiese e le basiliche dei loro tesori, e di quanto avevano di prezioso; e perchè i Romani, mossi da suoi delitti, avevano prese le armi per iscacciarlo da Roma, fuggì a (984) Costantinopoli colla sua preda, di dove tornò a Roma dopo dieci anni per brigar di nuovo la tiara[177].
La fazione imperiale fece consacrare l'anno 975 Benedetto VII, nipote del gran console Alberico, la cui famiglia possedeva il contado di Tusculano[178]. I conti di Tusculo s'obbligarono di sostenere in Roma il partito imperiale, e coll'appoggio della casa di Sassonia, dominarono le elezioni, onde poi i feudatarj, l'imperatore ed il papa uniti, fecero causa comune contro la libertà.
Del 983 morì Benedetto VII, cui i Romani sostituirono Giovanni XIV vescovo di Pavia; ma otto mesi dopo, Bonifacio VII, tornato da Costantinopoli a Roma, s'impadronì colle armi del suo rivale, e rinchiusolo in una prigione di Castel sant'Angelo, ve lo lasciò perir di fame, mentr'egli stesso occupava per la seconda volta la santa sede, e governava la chiesa undici mesi.
Tanti delitti stancarono la pazienza de' Romani, ispirando loro così fatta avversione e disprezzo per il potere sacerdotale, che molti secoli e memorie poterono a stento renderlo ancora rispettabile. Mentre i papi erano risguardati quai feroci ad un tempo, e pusillanimi tiranni, e troppo indegno il loro giogo, un uomo ancora caldo la mente dell'antica gloria di Roma, e che ardentemente bramava di rinnovare i bei giorni della repubblica, Crescenzio, cominciava a farsi conoscere, ed acquistava il favore del popolo coll'eloquenza e col coraggio. Rianimò il nobile orgoglio de' Romani, che sotto di lui si credettero ancora degni discendenti dei padroni del mondo; li mosse a scuotere l'autorità de' papi appoggiata soltanto alla confidenza dei popoli nella santità d'un ministero apostolico, e che perdeva ogni titolo all'ubbidienza, da che i pontefici avevano rinunciato alla virtù. Crescenzio incominciò ad esercitare in Roma qualche potere col titolo di console l'anno 980, press'a poco all'epoca in cui Ottone II entrò per la prima volta in Italia: ma quest'imperatore, occupato dalla guerra che faceva ai Greci nel ducato di Benevento, non pensò a cambiare l'amministrazione di Roma. Se Crescenzio non potè prevenire i delitti di Bonifacio VII, è però probabile che prendesse parte al suo castigo[179]. E perchè Crescenzio procurava di allontanare interamente i papi da quel governo di cui avevano sì lungo tempo abusato, gli storici pontificj si lagnano delle sue persecuzioni[180]. Anche Giovanni XV, eletto l'anno 985, e vissuto fino al 996, fu dal console esiliato; ma da che riconobbe l'autorità del popolo, fu richiamato a Roma, e visse in buona intelligenza con Crescenzio[181]. Questo papa morì allora quando, stanco di rimanere nei limiti della podestà ecclesiastica, aveva spedito un'ambasceria ad Ottone III, che sortiva allora dalla minorità, per indurlo a passare in Italia.
(996) L'imperatore arrivava a Ravenna quando seppe la morte del papa; e gli destinò successore un signor tedesco, suo parente, chiamato Bruno, il quale sostenuto dai conti di Tusculo e dall'armata imperiale che avanzavasi verso Roma, fu posto sulla cattedra di s. Pietro col nome di Gregorio V.
All'avvicinarsi delle truppe tedesche Crescenzio erasi ritirato nella mole d'Adriano; onde Gregorio che non voleva incominciare il papato con atti di rigore, s'interpose per fare la pace tra l'imperatore ed il console. Ottone partì ben tosto per tornare in Germania, ed il nuovo pontefice, orgoglioso di una dignità più assai rispettata nella sua patria che a Roma, degl'illustri suoi natali e del favore d'Ottone, di cui risguardavasi come il luogotenente, volle farsi superiore alle leggi ed ai privilegi del popolo. Conobbe Crescenzio a' quali pericoli sarebbe esposta la libertà romana se gl'imperatori, non contenti di visitare la città colle armate tedesche, s'avvezzavano a lasciarvi pontefici della propria famiglia, ed interamente attaccati a' loro interessi. Gl'imperatori greci, più per debolezza, che per un sentimento di dovere, avevano maggior rispetto per i privilegi dei popoli. Le repubbliche di Venezia[182], di Napoli, d'Amalfi fiorivano sotto la loro protezione. Questi sovrani nè mai viaggiavano, nè mai cercavano d'innovare l'amministrazione delle province lontane; ed invece di favorire le usurpazioni del sacerdozio, non avrebbero verisimilmente permesso ai papi di arrogarsi maggiori poteri, che non ne accordavano ai patriarchi di Costantinopoli. Perciò credette Crescenzio che, sottomettendo nuovamente Roma all'impero orientale, assicurerebbe alla repubblica i sussidj pecuniarj, e la libererebbe ad un tempo dalla artificiosa ambizione de' papi e dall'alterigia e dalle violenze de' monarchi sassoni. Alcuni ambasciatori greci, incaricati apparentemente di altre incumbenze, furono chiamati a Roma, ove si trattennero fin ch'ebbero con Crescenzio fissate le basi del patto solenne che doveva precedere questa grande riunione.
(997) Era in allora vescovo di Piacenza un Greco, chiamato Filagato, il quale aveva seguito in Occidente l'imperatrice Teofania quand'ella sposò Ottone secondo. Crescenzio mise gli occhi su quest'uomo, siccome il più opportuno a rimpiazzare Gregorio V[183]. Non mancavano ragioni per adonestare la deposizione d'un uomo, la di cui elezione poteva ritenersi forzata; e Crescenzio fece valere questo titolo d'illegittimità; onde cacciato Gregorio, venne innalzato alla sede pontificia il vescovo piacentino, che prese il nome di Giovanni XVI.
Se i progetti di Crescenzio avessero potuto condursi a termine, se Filagato poteva mantenersi sulla sede romana, l'intera sorte dell'Europa e della religione potevano mutarsi. L'Italia poteva assicurarsi l'indipendenza, equilibrando le forze dei due imperi, ed accrescendo le sue relazioni coi Greci essere più presto richiamata all'antica coltura, e forse comunicar loro invece lo spirito di libertà, il coraggio e le virtù che avrebbero impedita la caduta dell'impero d'Oriente. Del resto il potere dei papi non rilevavasi mai più. Gl'Italiani non avevano più per loro l'antica considerazione; i Greci erano gelosi della loro pretensione all'universale supremazia; e le nazioni settentrionali, che ne avevano col loro rispetto stabilita la potenza, sarebbersi alienate da un papa influenzato dai Greci. Ma avanti che le truppe, che dovevano appoggiare questa rivoluzione, arrivassero da Costantinopoli, Ottone III entrò di nuovo in Roma, ed ebbe nelle sue forze Giovanni XVI. Invano san Nilo, abbate d'un monastero vicino a Gaeta, venne in età di novant'anni a gittarsi ai piedi dell'imperatore e di papa Gregorio per implorare la loro misericordia; invano rammentò loro che il vescovo gli aveva levati ambedue al fonte battesimale; invano supplicò d'accordare all'estrema sua vecchiaja lo sventurato suo concittadino: niente potè piegare il feroce animo dell'adirato pontefice. Giovanni XVI barbaramente mutilato, fu dannato a lungo supplicio, il di cui racconto fa fremere la natura[184].
Intanto Crescenzio, coi vecchi amici della libertà, erasi riparato nella mole d'Adriano, che fu poi lungo tempo chiamata la Torre di Crescenzio. Questo solido ammasso di pietre, che sopra un diametro di duecento cinquanta piedi non presenta altro vuoto od apertura, che un'angusta scala, resistette all'attacco degli uomini, come aveva resistito a quelli del tempo. Conoscendo inutile ogni sforzo, l'imperatore finse alla fine di voler entrare in trattative, e s'impegnò colla reale sua parola di rispettare la vita di Crescenzio ed i diritti de' suoi concittadini; ma quando col soccorso della data fede l'ebbe in suo dominio, fece tagliare il capo a lui ed a molti suoi seguaci[185].
Stefania, vedova di Crescenzio, nascondendo il suo profondo dolore, e non lagnandosi degli oltraggi ricevuti, faceva ogni sforzo per avvicinarsi all'imperatore, onde fare una segnalata vendetta del tradito consorte. Poichè una brutale violenza avea, a suo credere, distrutta la gloria e la purità di sua vita, stimò che la bellezza rimastale non doveva omai essere che lo stromento della sua vendetta. Ottone era tornato indisposto da un pellegrinaggio al Monte Gargano, ove l'avevano forse condotto i suoi rimorsi. Stefania trovò modo di fargli parlare della sua abilità nell'arte medica; e sotto i suoi abiti di corrotto potè ancora sedurlo colle sue bellezze; e come sua amante, o come suo medico, essendosi guadagnata la sua confidenza, gli diede un veleno che lo trasse ben tosto a dolorosa morte[186].
Gli storici tedeschi proclivi ad onorare la fresca gioventù d'un principe di ventidue anni, si sforzano d'ingrandire il carattere d'Ottone III[187]. Pure non rammentano veruna grande azione che possa meritar credenza ai loro elogi. Ultimo rampollo della casa di Sassonia morì, senza lasciar figliuoli, a Paterno presso a città Castellana l'anno 1002 detestato dai Romani che cercavano ogni anno di scuotere l'ingiusto giogo che voleva loro imporre.
In principio dell'undecimo secolo, la città di Roma fu nuovamente straziata da una contesa, quasi ignota, tra i partigiani della libertà, dell'imperatore e del papa. Un figliuolo di Crescenzio, nominato Giovanni, aveva dal padre ereditato l'amore del popolo romano, ed il suo attaccamento alla causa della libertà. Verso il 1010, aveva restituita alla repubblica l'antica sua forma, i consoli, il senato composto soltanto di dodici senatori, e le assemblee popolari. Egli stesso generalmente indicato col nome di Patrizio, era l'anima della nascente repubblica; ed un secondo Crescenzio, forse suo fratello, col titolo di prefetto di Roma amministrava la giustizia e presedeva ai tribunali[188]. Il viaggio e l'incoronazione a Roma dell'imperatore Enrico II, l'anno 1013, diminuirono la libertà della città ed accrebbero il potere di Benedetto VIII, che questo religioso sovrano proteggeva con tutto il suo credito. Il carattere de' Romani era a quest'epoca un bizzarro composto di grandezza d'animo e di debolezza, e vedremo l'inconseguenza del loro carattere manifestarsi di tratto in tratto in tutto il corso di questa storia. Un movimento generale verso le grandi cose dava luogo improvvisamente all'avvilimento; e dalla più burrascosa libertà i Romani passavano alla più umile servitù. Sarebbesi detto che le ruine ed i deserti portici della capitale del mondo tenessero i loro abitatori nel sentimento della propria impotenza, ed in mezzo ai monumenti della passata dominazione lo scoraggiamento della presente nullità. Il nome de' Romani ch'essi portavano, rianimava spesso il loro coraggio, come lo rianima ancora in questa età; ma ben tosto la vista di Roma, del foro deserto, dei sette colli restituiti nuovamente al pascolo delle mandre, i templi desolati, i monumenti dell'antica gloria caduti a terra, facevan loro sentire che non erano più i Romani d'altri tempi. Se la chiesa romana, al contrario di questo spirito vacillante, di tali alternative di coraggio e di pusillanimità, fosse allora stata quello che mostrossi in appresso, perseverante nelle sue intraprese, immutabile ne' suoi progetti, ambiziosa per ispirito di corpo, e per sentimento della propria eternità, ella avrebbe facilmente trionfato del partito repubblicano. Fortunatamente per questo le tumultuarie elezioni del popolo davano alla Chiesa per papi soltanto capi di fazione, la di cui ambizione non andava più in là della propria famiglia, i di cui vizj assorbivano tutte le ricchezze, e distruggevano ogni vantaggiosa opinione. A ciò s'aggiungevano i frequenti scismi che indebolivano ancora più la santa sede. Quando Enrico III venne la prima volta a Roma per ricevere la corona imperiale, vi trovò tre papi che si disputavano la tiara; ed il primo atto d'autorità che dovette fare in Roma, fu quello di ristabilire l'unità della Chiesa.
L'imperatore Corrado il Salico era morto in Utrech il 4 giugno del 1039. Aveva avuto da Gisla sua sposa un figlio, Enrico III detto il nero, ch'egli aveva in sua vita già fatto incoronare re de' Romani[189]. Enrico fu riconosciuto ancora dagli Italiani lo stesso anno, o il susseguente al più tardi. Eriberto, arcivescovo di Milano, passò in Germania per ultimare con lui la guerra tra la sua metropoli e Corrado. Ma, a dispetto di tale pacificazione, Enrico III ritenuto in Germania da una pericolosa guerra ch'ebbe col re di Boemia[190], tardò alcuni anni a venire a prendere possesso delle due corone di Lombardia e dell'impero. La sua assenza diede luogo in Milano a nuove turbolenze, di cui parleremo altrove; e lasciò altresì manifestarsi in Roma il più scandaloso scisma che fosse mai stato.
La famiglia de' conti di Tuscolo, che discendeva da Marozia e da Alberico, avea dato alla Chiesa tre papi l'uno dopo l'altro, Benedetto VIII l'anno 1012, Giovanni XIX, fratello di Benedetto, l'anno 1024, e Benedetto IX, nipote dei precedenti, l'anno 1033; gli ultimi due si erano fatti eleggere acquistando i suffragi del popolo con manifesta simonìa, ed avevano renduta la dignità papale quasi ereditaria nella loro famiglia[191]. Uno storico assicurava che Benedetto IX non aveva più di dieci anni quando, profondendo l'oro, gli si acquistarono i voti del popolo[192]. Questa estrema giovinezza non è altrimenti avverata; ma ciò che non è controverso, è la scandalosa condotta di questo pontefice nel corso di dodici anni, i furti, i massacri, le impudicizie che lordarono la santa sede. «Inorridisco nel ripeterlo (scriveva papa Vittore III, allora suo soggetto, e quarant'anni più tardi suo successore), quale fu la vita di Benedetto poichè fu consacrato, quanto vergognosa, corrotta, esecrabile; perciò non incomincerò il mio racconto che dai tempi in cui il Signore si rivolse di nuovo alla sua chiesa. Poichè Benedetto IX afflisse molto tempo colle sue rapine, assassinj, abbominazioni il popolo romano, più non potendo i cittadini soffrire tanta scelleratezza, riunironsi scacciandolo dalla città e dalla sede pontificia. Innalzarono in sua vece, ma a prezzo d'oro ed a dispetto de' sacri canoni, Giovanni, vescovo di Sabina, che, preso il nome di Silvestro III, occupò tre soli mesi la sede della chiesa romana. Benedetto nato dai consoli di Roma, e che veniva sostenuto da tutte le loro forze, travagliava la città co' suoi soldati; ed alla fine obbligò il vescovo di Sabina a tornare vergognosamente al suo vescovado. Allora Benedetto riprese la perduta tiara, senza mutar punto gli antichi costumi.... Ma vedendo che il clero ed il popolo sprezzavano le sue sregolatezze, e tutti erano scandalizzati dalla fama de' suoi delitti; siccome inclinato ch'egli era alle voluttà, e più desideroso di vivere da epicureo che da pontefice, trovò l'espediente di rendere, per una grossa somma di danaro, il sommo pontificato a certo Giovanni arciprete, che aveva in città opinione d'essere uno de' più costumati e religiosi chierici. Benedetto ritirossi ne' suoi castelli; e Giovanni, che si fece chiamare Gregorio VI, amministrò la Chiesa due anni ed otto mesi, finchè giunse a Roma Enrico re di Germania»[193].
Assicurano i suoi biografi che questo stesso Gregorio VI si dedicò interamente alle armi per ricuperare colla forza i possedimenti ecclesiastici ch'erano stati tolti alla santa sede; e siccome colui che non sapeva leggere, ed era estremamente ignorante, ricevette dal popolo romano un collega che unitamente a lui esercitasse il papato, occupandosi delle cose del culto mentre Gregorio combatteva[194].
Queste cessioni e divisioni fatte prima amichevolmente, non si mantennero; e quando Enrico III giunse in Italia, Benedetto IX risedeva a s. Giovanni di Laterano, Giovanni, l'aggiunto di Gregorio, a s. Maria Maggiore, e Gregorio VI a s. Pietro in Vaticano. Enrico prima d'entrare in Roma riunì a Sutri un concilio per giudicare questi papi; ma il solo Gregorio VI si presentò innanzi a quest'assemblea. Il concilio avendo giudicata illegittima la elezione di lui, siccome quelle degli altri due, fu nominato ad occupare la santa sede, rimasta vacante, Suggero, vescovo di Bamberga, proposto da Enrico III, il quale prese il nome di Clemente II[195].
L'intervento d'Enrico III all'elezione del sommo pontefice rese all'imperatore l'intero esercizio del diritto ch'ebbero già gl'imperatori greci e carlovingi di concorrere all'elezione dei papi, diritto che non vedesi esercitato da Corrado e da Enrico II. Enrico III acquistò pure a questo riguardo una maggior influenza che veruno de' suoi predecessori. Fino allora il costume della Chiesa era stato quello di lasciare ai suffragi de' Romani la scelta del pontefice, e di aspettare per consacrarlo l'approvazione dell'imperatore: ma Enrico approfittando della riconoscenza del nuovo papa, del pregiudizio che l'ultimo scisma aveva arrecato alle elezioni popolari, e dell'appoggio della sua armata, obbligò il popolo romano a rinunciare al diritto di presentazione, ed a lasciare in sua mano senza riserva l'elezione de' futuri pontefici[196].
Enrico III non abusò del potere che riduceva in così ristretti limiti le libertà della Chiesa e del popolo. Clemente II, Damaso II e Leone IX, ch'egli elesse successivamente, erano uomini religiosi, che riformarono i costumi del clero e della Chiesa. L'ultimo, cui procurò la tiara, fu Vittore II, prima vescovo (1054) d'Aichstett, che gli fu indicato dal monaco Ildebrando, in allora sottodiacono della Chiesa romana. Enrico si risolvette con difficoltà ad allontanare dal suo fianco questo prelato, ch'era uno de' suoi principali consiglieri e de' più cari amici[197]; e quando nel susseguente anno fu Enrico sorpreso dalla mortal malattia che lo condusse al sepolcro in età di trentanove anni, confidò a questo papa ed all'imperatrice Agnese l'amministrazione de' suoi stati e la tutela di suo figlio in età di soli cinque anni. Vittore sopravvisse poco tempo ad Enrico, ed i suoi successori non corrisposero alla confidenza che l'imperatore aveva riposta nella santa sede.
Fu in fatti dopo la morte d'Enrico III, che i Romani pontefici, benchè sudditi e creature degl'imperatori, si eressero in loro censori e padroni. Il successore di s. Pietro ambì apertamente un dominio universale; ambiziosi prelati si presero cura di destare il fanatismo del popolo, e per lo spazio di settant'anni d'anarchia la potenza ecclesiastica e la secolare si fecero guerra non meno colle armi, che coi delitti. Noi crediamo poterci dispensare dal raccontar di nuovo circostanziatamente la troppe volte descritta contesa del sacerdozio e dell'impero, per cagione dell'investiture; e ci limiteremo ad indicare il carattere dei personaggi che vi rappresentarono le prime parti, e quale fosse lo spirito del secolo che la vide nascere.
Fino alla prima minorità d'Enrico IV, aveva Ildebrando acquistata grandissima influenza nella Chiesa e nell'impero. Il carattere della sua anima lo chiamava a grandi cose; imperciocchè, in onta della società, non è colle virtù amabili, ma spesse volte coi difetti e coi vizj che si governano gli uomini. Nel carattere d'Ildebrando trovavasi quell'energia di volontà che è figlia di smisurata ambizione, tutta la rusticità di un essere ch'erasi reso nel chiostro straniero all'umana natura, e non aveva mai amato un suo simile. Siccome questo monaco aveva imparato a reprimere ogni affetto, le potenze dell'imperiosa sua anima eransi tutte dirette al conseguimento de' suoi desiderj. Ciò che aveva progettato una volta, diventava lo scopo delle mire di tutta la sua vita; egli chiamavalo giusto, vero, ed arrivava a persuader sè medesimo prima di persuaderlo agli altri, che la sua ambizione era un suo dovere. Egli aveva veduta la Chiesa dipendente dall'impero, e sostenne che l'impero era soggetto alla Chiesa; chiamò usurpazioni criminose, ribellioni sediziose, i tentativi dei laici pel mantenimento d'incontrastabili diritti; comunicò al clero il suo entusiasmo e la sua convinzione, dandogli un impulso che si prolungò lungo tempo ancora dopo la sua morte, e che innalzò i pontefici sopra i re dell'Europa[198].
Prima di montare egli stesso sulla santa sede, Ildebrando diresse per lo spazio di vent'anni le elezioni del papi. Vivente ancora Enrico III, era stato fatto depositario di tutta l'autorità del senato e del popolo romano, e fu allora che fece alla corte imperiale eleggere Vittore: fu l'anima della corte di Roma ne' pontificati di Stefano IX, Nicolò II ed Alessandro II; di modo che può far maraviglia come ad ogni vacanza del trono pontificio, non vi foss'egli elevato prima del 1073, epoca della sua elezione; e convien credere che il suo duro ed imperioso carattere gli alienasse i suffragi del popolo.
Ildebrando per mezzo de' suoi predecessori, de' quali era l'unico consigliere, fece tentare la riforma del clero. Egli sentiva vivamente che per renderlo onnipossente conveniva accrescere per lui il rispetto del popolo, ed attaccarlo più strettamente al suo capo. Molti parrochi, e probabilmente alcuni vescovi erano solennemente ammogliati; i regolamenti ecclesiastici non ne avevano loro assolutamente tolta la facoltà[199]; ma il popolo da molto tempo non accordava la sua ammirazione che alle virtù monacali, e risguardava come degni di maggior rispetto gli ecclesiastici celibi. Questi ultimi, rinunciando agli affetti di famiglia, consacravano tutto intero il loro cuore alla Chiesa; quindi erano più ligi ai papi, più zelanti e più potenti. Ildebrando risolse di non soffrire uomini ammogliati tra i ministri dell'altare, e mosso da' suoi suggerimenti, Stefano IX l'anno 1058 dichiarò il matrimonio incompatibile col sacerdozio, che tutte le mogli dei preti erano concubine, e che tutti coloro che non le abbandonavano, erano sul fatto scomunicati. Una tanto grave ingiuria fatta ad uomini rispettabili, e ch'eransi uniformati alle leggi del loro stato, non fu pazientemente tollerata: il clero di Milano si tenne più offeso degli altri, perchè allegava l'espressa permissione del matrimonio accordata da s. Ambrogio a quella diocesi, e l'esempio di due arcivescovi ammogliati[200]. Riclamò con vigore, resistette, ed oppose a quella del papa la decisione d'un concilio: ma Ildebrando sprezzò la sua resistenza, ed i parrochi refrattarj furono denunciati come infetti d'eresia, quando altro non facevano che difendere le antiche loro costumanze. Questi nuovi eretici furono chiamati Nicolaiti[201].
Un colpo assai più ardito fu scagliato l'anno 1059 da papa Nicolò II nel concilio lateranese contro la podestà secolare. Tutti gli ecclesiastici erano anticamente nominati dal popolo della loro parrochia; ma i signori ed i re, avendo arricchita la Chiesa, eransi quasi tutti riservati il diritto di presentazione ai beneficj, ch'essi o i loro antenati avevano istituiti; vale a dire, il diritto di scegliere il prete che ne sarebbe rivestito. Indipendentemente da un contratto tra il donatore e la parrochia, quando una Chiesa possedeva un feudo, il nuovo prelato, in forza delle leggi dello stato, non poteva prenderne il possesso senza esserne investito dal signore che aveva l'alto dominio del feudo. Questa era la legge feudale, la legge universale, che non ammetteva eccezioni in favore degli ecclesiastici. Con tali diritti di presentazione e d'investitura era stata tolta alla greggia, e data alla corona la facoltà d'eleggere la maggior parte dei pastori; ed è verisimile che alla corte degl'imperatori, come praticavasi prima nelle assemblee della parrochia, e si usò dopo alla corte de' papi, si acquistassero i ricchi benefici a prezzo d'oro. Ildebrando denunciò quest'abuso quale scandalo infame, quale vergognoso mercato dei doni dello Spirito Santo, cui diede il nome di Simonia. I Simoniaci furono dichiarati eretici e scomunicati, e per preservare le Chiese da tale corruzione si proibì ai preti di ricevere alcun beneficio ecclesiastico dalle mani d'un laico, anche gratis[202]. La Chiesa si arrogò d'un sol colpo la prerogativa di rinnovare i suoi proprj membri, mentre i re ed i grandi vennero spogliati del diritto di distribuire i beneficj, de' quali i loro antenati avevangli lasciata la libera disposizione; di un diritto, che il primitivo contratto loro riservava come una proprietà ch'essi avevano posseduto molti secoli, e che tutta la cristianità aveva riconosciuto legittimo.
Il canone che proscriveva le investiture non fu da prima applicato all'elezione dei papi; non avendosi un solo esempio che alcuno imperatore vendesse questa suprema dignità; e le concessioni fatte dalla Chiesa ad Enrico III erano troppo fresche per poterle adesso distruggere; onde il concilio lateranese si limitò a modificarle. Le future elezioni dei papi, invece di lasciarle, secondo l'antica consuetudine, al popolo romano, si attribuirono ai cardinali, i quali non ne avevano per altro l'assoluta esclusiva. Essi dovevano riunirsi prima degli altri, ond'essere, giusta il decreto, le guide praeduces dell'elezione; il rimanente del clero, ed il popolo dovevano accontentarsi di seguirli, e doveva l'operazione aver compimento «salvo l'onore ed il rispetto dovuto al re Enrico futuro imperatore, e coll'intervento del suo nunzio il cancelliere di Lombardia, cui la sede apostolica accordò il privilegio personale di prender parte all'elezione colla propria adesione»[203]. Le vaghe espressioni del canone del concilio lateranese furono poi il fondamento del diritto esclusivo, che i cardinali si appropriarono, di nominare i capi della Chiesa. La riserva, benchè assai più chiara, del diritto monarchico, non impedì che alla prima vacanza accaduta due anni dopo, non si elegesse Alessandro II, senza neppur chiedere l'assenso d'Enrico, o dell'imperatrice reggente[204]. Di modo che la corte irritata nominò in Allemagna un altro papa Cadolao vescovo di Parma, lo che diede motivo a nuovo scisma.
Nello stesso concilio di Laterano venne espressamente ammesso come dottrina cattolica il domma della presenza reale nell'Eucaristia. Certo Berengario, diacono d'Augers, aveva scritta un'opera contro i propagatori di tale credenza; sosteneva nel suo libro, che la Chiesa non aveva mai veduto nel Sacramento che una memoria, un simbolo del sacrificio di Gesù Cristo. La sua professione di fede, che fino a que' tempi era stata quella della cristianità, fu condannata come un'eresia, di cui fu forzato a fare l'abjura[205][206].
Durante la minorità d'Enrico IV, i suoi ministri, senza pregiudicarne i diritti, seppero evitare un'aperta rottura colla santa sede. La fazione degl'Italiani, che volevano difendere contro il papa la libertà della Chiesa, formava già un sufficiente contrappeso all'ambizione dei pontefici. Questo partito era quasi sempre dominante a Milano ed in Lombardia; ed era potente anche in Roma, ove un uomo assai ricco ne aveva presa la difesa. Questo capo era Pietro Leone, il quale, quantunque giudeo d'origine, erasi acquistato un immenso credito nella capitale del cristianesimo[207]. Egli ottenne di far entrare in Roma l'antipapa Cadolao, che prese il nome d'Onorio II. Cadolao riportò una vittoria sulle truppe del legittimo papa, e si stabilì nel vaticano; ma ne fu presto scacciato dalle forze del duca di Toscana[208].
Quando Ildebrando, che prese il nome di Gregorio VII, fu l'anno 1073 elevato sulla cattedra di s. Pietro, terminava appunto la minorità d'Enrico. Questo principe, giunto oltre i vent'anni, aveva un'anima troppo altiera, ed era troppo valoroso per piegarsi sotto vergognose condizioni; onde posto da banda ogni riguardo per i pontefici che lo esacerbavano con reiterati insulti e soverchierie, prese fin d'allora la risoluzione di esporsi alle usurpazioni colla forza. Facevano alquanto torto al nobile e generoso suo carattere l'essersi senza alcun ritegno abbandonato alle giovanili passioni, ed il disprezzo per tutte le cose religiose che gli aveva inspirato l'ambiziosa furberia del clero. I papi ed i loro partigiani approfittarono di tali difetti per rappresentarlo come un empio; pure vedremo, non già Enrico, ma papa Gregorio deturpare la propria causa colla più ributtante durezza.
La superstizione suole ingrandire i lontani oggetti. Il cieco attaccamento dei fedeli verso la Chiesa romana era in ragione contraria della loro lontananza da Roma: i fulmini del Vaticano facevano tremare i Tedeschi, ai quali pareva meritevole d'eterna censura qualunque veniva condannato dal papa[209]: ed era precisamente tra la nazione dell'imperatore, ed in seno alla sua famiglia, che i preti ottenevano facilmente di abbatter il potere imperiale. Ma mentre i papi trovavano nella corte imperiale ambiziosi seguaci e creduli fanatici, gl'Italiani, mal sofferendo di vedere il capo dello stato sottoposto a vergognoso giogo, abbracciavano le sue parti con tanto ardore, che lo avrebbero fatto trionfare de' suoi rivali, se fossero loro mancati gli ajuti della contessa Matilde, eroina de' mezzi tempi, che alla cieca superstizione del suo sesso univa il coraggio, il vigore e la costanza del nostro; ed appunto allora aggiungeva all'immensa eredità de' marchesi di Toscana quella della famiglia di Canossa. Goffredo di Lorena marchese di Toscana moriva del 1070, e sei anni dopo lo seguiva la consorte Beatrice, che lasciava questa sola figlia del primo letto signora del più vasto e potente feudo, che fino a tale epoca esistesse in Italia[210].
Unico scopo di tutte le azioni di Matilde fu l'elevazione della santa sede, cui consacrò tutte le sue forze finchè visse, e lasciò morendo tutto quanto possedeva. Ebbe due mariti, il giovane Goffredo di Lorena, e Guelfo di Baviera; ma l'ambizione, o il fanatismo occupando interamente il suo cuore, abbandonò due sposi che non credeva abbastanza attaccati alla santa sede, e si consacrò interamente alla difesa dei papi[211].
(1076) Enrico IV irritato dalla durezza di Gregorio VII tentò di deporlo nella dieta di Worms, mentre Gregorio deponeva Enrico nel concilio di Roma: ma questi, abbandonato da suoi vassalli di Germania, che volevano dare la sua corona a Rodolfo di Svevia, e che gli facevano un'arrabbiata guerra[212], fu costretto di venire in Italia a chiedere perdono a quello stesso orgoglioso pontefice che aveva di fresco offeso. La sentenza di scomunica restava sospesa sul di lui capo fino alla seconda festa di quaresima del 1077, prima della quale eragli ingiunto di recarsi a Roma. Nel cuore dell'inverno traversò Enrico le pericolose foci delle Alpi le meno praticate, perchè le strade più agevoli erano occupate dai suoi nemici; e giunto in Italia, era costretto d'implorare presso il pontefice il favore di Matilde. Trovavasi allora Gregorio con questa principessa nel forte castello di Canossa, posto in vicinanza di Reggio, di dove preparavasi a passare in Germania. Oltre quello della principessa Matilde, erasi l'imperatore procurato l'appoggio del marchese d'Este, dell'abbate di Clugnì, e de' più principali signori e prelati d'Italia. «Il papa resistette lungo tempo, dice Lamberto d'Aschaffemburgo storico contemporaneo, ma vinto alfine dalle importunità e dal rango di coloro che gliene facevano istanza: E bene, diss'egli, se veramente è pentito di quanto ha fatto, deponga nelle mie mani la sua corona, e le insegne della dignità reale, onde darmi così una prova del suo vero pentimento; e dichiari poi, che in conseguenza della contumacia di cui si è reso colpevole, si conosce indegno della dignità e del titolo di re. I deputati trovando tali condizioni troppo dure, insistevano presso al papa perchè le addolcisse, e non spezzasse la canna. Cedeva a stento Gregorio alle loro istanze, acconsentendo che Enrico s'avvicinasse a lui, e facesse penitenza per riparazione dell'affronto fatto alla santa sede col disubbidire ai suoi decreti. Venne Enrico, secondo gli era dal papa ordinato, e come il castello era circondato da triplici mura, fu ammesso nel secondo recinto, rimanendo tutto il suo seguito fuori del primo. Enrico, deposti gli abiti reali, non aveva più nulla che lo mostrasse principe, verun indizio del consueto fasto: colà rimanevasi coi piedi ignudi, e senza cibo dal mattino fino a sera, aspettando invano la sentenza del pontefice. Così fece il secondo ed il terzo giorno, e finalmente fu introdotto il quarto in presenza di tutti, e dopo lunghe discussioni fu assoluto dalla scomunica a condizione per altro di presentarsi ad ogni richiesta del papa innanzi ad un'assemblea dei principi di Germania per giustificarsi intorno alle accuse fattegli: che il papa sarebbe giudice, per lasciare ad Enrico il regno, ove provasse la sua innocenza, o per ispogliarnelo in caso contrario, e punirlo secondo il rigore delle leggi ecclesiastiche..... Che fino a tale epoca non gli erano vietate l'insegne della reale dignità e l'amministrazione de' pubblici affari[213].»
Per tal modo con un insigne tradimento, dopo averlo assoggettato ad una durissima penitenza, solo, mezzo ignudo, esposto all'eccessivo freddo sopra un terreno coperto di nevi nel cuore dell'inverno[214]; invece di assolverlo dopo così umiliante sommissione, lo sottoponeva ad un altro tribunale, di cui Enrico non aveva ammessa la competenza, onde venisse rigorosamente giudicato.
I popoli lombardi ed i vescovi italiani, quasi tutti in guerra col papa, non dissimularono il concepito sdegno sia per l'inumano proceder di Gregorio, sia per la vile sommissione d'Enrico. Ma questi, uscito appena di Canossa, si disponeva con tutti i mezzi a vendicare l'avvilito onor suo. La sorte delle armi si dichiarò a suo favore. Tornato in Germania attaccò Rodolfo di Svevia, e lo sconfisse più volte. Perdeva questi la vita in una battaglia datagli nel 1080[215], nel giorno medesimo in cui i Lombardi che stavano per Enrico, trionfano della contessa Matilde alla Volta nel Mantovano.
Gregorio aveva formato il piano del dispotismo ecclesiastico, e ne aveva proclamati i principj. Gli annali ecclesiastici conservarono la raccolta di queste massime intitolata dictatus papae. Fa sorpresa il vedere con quale audacia la tirannia teocratica ardisce levarsi la maschera. «Non v'ha al mondo che un solo nome, quello del papa; egli solo può impiegare gli ornamenti imperiali, e tutti i principi devono baciare i suoi piedi; egli solo ha l'autorità di nominare e deporre i vescovi, convocare, presedere, e sciogliere i concilj. Non v'è chi possa giudicarlo; la sola elezione lo costituisce santo. Egli non ha errato mai, ne può errare in avvenire. Egli può a sua voglia deporre i principi, e sciogliere i sudditi del giuramento di fedeltà, ec.[216]»
Gregorio non visse abbastanza per vedere maturati i suoi ambiziosi progetti. Enrico tornato in Italia del 1081 opponeva a Gregorio l'antipapa Guiberto arcivescovo di Ravenna, che facevasi chiamare Clemente III. Nell'anno 1084, dopo averla più volte assediata, Enrico si rese padrone di Roma, e vi fece consacrare il suo papa, da cui riceveva poscia la corona imperiale. Mentre Gregorio si stava nella mole Adriana, ed i romani eransi collegati con Enrico per assediare il loro papa, Roberto Guiscardo capo di que' Normanni, di cui parleremo nel susseguente capitolo, avanzandosi alla volta di Roma con una considerabile armata, dopo aver costretto l'imperatore a ritirarsi, bruciò la città da s. Giovanni Laterano fino al Coliseo, e fece schiavi un infinito numero di cittadini. Dopo questo saccheggio, l'antica città rimase quasi affatto deserta, essendosi la popolazione concentrata al di là del campidoglio in quella parte che altra volta formava il campo di Marte[217]. Roma fu in preda a tutti i mali che un nemico barbaro suol cagionare ad una città presa d'assalto, e Guiscardo condusse seco, partendo, il papa, il quale morì prigioniero in Salerno in maggio del 1085, dopo avere ripetuti i suoi anatemi, e le sue imprecazioni contro Enrico contro l'antipapa Guiberto e contro i loro principali aderenti[218]; ma dopo avere altresì colla sua alterigia e durezza di carattere disgustati quasi tutti i vescovi d'Italia; obbligati gli stessi romani, che gli erano lungo tempo rimasti fedeli, a prender l'armi contro di lui; e finalmente dopo essere stato principalissima cagione della rovina di quella maravigliosa città, di cui era pastore e quasi sovrano.
Vittore III, Urbano, Pasquale e Gelasio II, succeduti nel papato a Gregorio VII, avevano adottate le sue massime. Matilde dal canto suo dispiegava una tal quale grandezza d'animo, ch'era figlia della cieca sua superstizione. Del 1092, Enrico cogli ajuti dell'antipapa rovinava nel Modonese i possedimenti di Matilde, e ne andava indebolendo il partito in modo, che i teologi della duchessa, avviliti da tante disgrazie, la consigliavano nella dieta di Carpineto di prendere consiglio dalle circostanze presenti, e di riconciliarsi coll'imperatore: perchè Matilde ordinando loro di tacere, io morirò, disse, anzi che trattare di pace con un eretico[219].
(1093) Nel susseguente anno riuscì ad Urbano II di far ribellare ad Enrico il maggior figliuolo Corrado, e la Chiesa[220] applaudì con feroce piacere alla ribellione ed alle infami calunnie che Corrado, per giustificare la propria condotta, andava pubblicando in pregiudizio della gloria paterna[221]. Corrado fu riconosciuto dal papa re d'Italia; ed in Monza ricevette la corona di Lombardia. Dopo otto anni di guerre civili morì Corrado disprezzato da que' medesimi che lo avevano istigato alla ribellione, ed avevano saputo approfittarne. È però vero che la ribellione di Corrado giovò a stabilire l'equilibrio tra le due nemiche fazioni.
Nella stessa epoca il fanatismo religioso eccitava un assai più grande incendio. Urbano II (1095), quello stesso pontefice che protesse un figlio ribelle, predicò la crociata nei Concilj di Piacenza e di Clermont; e scosse in modo tutta l'Europa, che le popolazioni occidentali attraversavano a guisa di torrenti l'Italia per recarsi in Oriente[222]. I crocesegnati, risguardandosi come soldati della Chiesa, non potevano soffrire che venisse opposta veruna resistenza al papa; onde ristabilirono sulle rovine della potenza imperiale quella della santa sede. Enrico non si trovò abbastanza forte per resistere a questo torrente, e del 1097 si ritirò in Germania.
Dopo tal epoca, ad altro omai non pensò Enrico che a rendere la pace alla Chiesa ed all'impero. Benchè inseguito dalle scomuniche papali, mostrò di non curarsi delle ingiurie de' pontefici; anzi pareva inclinato a spogliarsi della corona in favore del figliuolo Enrico V, sperando che più facilmente potessero trattar d'accordo due antagonisti non ancora esacerbati da lunga discordia[223]. L'inesecuzione di tale progetto offese l'ambizione del giovane principe, il quale riscaldato dagli emissarj di Pasquale II, che, valendosi dell'ardente suo desiderio di regno, seppero rappresentargli la fellonìa che stava per commettere, come un'azione santa e gloriosa, si fece ribelle. Narrando questi tragici avvenimenti mi atterrò all'autorità del Sigonio istorico affezionato alla santa sede[224].
(1106) Doveva il giorno di Natale del 1106 riunirsi in Magonza la dieta, la quale, per esservisi condotti tutti i fautori del giovane Enrico, fu più numerosa assai delle precedenti. Il giovane Enrico consigliò il re suo padre a non porsi in balìa di persone di dubbia fede; onde l'imperatore che sinceri credeva i consigli dello sleale figliuolo, si ritirò nel castello d'Ingelheim. Colà gli si presentarono un giorno gli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Worms, intimandogli, a nome della dieta, di mandare le decorazioni imperiali, la corona, l'anello ed il manto di porpora, onde rivestirne il di lui figliuolo. E perchè l'imperatore chiedeva il motivo della sua deposizione, gli rispondevano aspramente essere ciò accaduto per avere tanti anni travagliata la Chiesa con una odiosa contesa, perchè vendette i vescovadi, le abbazie e tutte le dignità ecclesiastiche; perchè non ubbidì alle leggi nell'elezione de' vescovi. Ecco, soggiungevano, i motivi che determinarono il sommo pontefice ed i principi di Germania non solo a privarvi della comunione dei fedeli, ma ancora del trono.
«Ma voi, replicò l'imperatore, voi arcivescovi di Magonza e di Colonia, che mi accusate d'avere vendute le dignità ecclesiastiche, dite almeno quanto esigessi da voi allorchè vi diedi quelle chiese, le più ricche e potenti del mio impero: e perchè, se forzati siete di confessare ch'io nulla vi chiesi, perchè v'associate ai miei accusatori, quasi non sapeste che in ciò che vi risguarda ho esattamente eseguito il mio dovere? Perchè v'unite voi pure a coloro che hanno mancato alla data fede ed ai giuramenti fatti al loro principe? perchè vi fate loro capi? Pazientate ancora pochi giorni, che l'età ed i sofferti affanni mi mostrano non lontano il naturale termine di mia vita; o se pure volete ad ogni modo togliermi il regno, fissate un giorno in cui mi toglierò di mia mano la corona di capo per porla su quello di mio figliuolo.»
Gli arcivescovi gli fecero comprendere di essere disposti a dare anche colla forza esecuzione agli ordini della dieta, onde Enrico ritirossi; e consigliatosi coi pochi amici che gli rimanevano ancora, vedendosi circondato da gente armata cui non avrebbe potuto resistere, si fece recare le insegne reali ed il manto; indi, salito sul trono, fece chiamare gli arcivescovi.
«Eccole, disse loro, quelle insegne della real dignità, che la bontà del re dei secoli, ed i pieni suffragi dei principi dello stato mi accordarono. Non farò uso della forza per difenderle, che non previdi un domestico tradimento, nè pensai a prevenirlo. Il cielo mi diede grazia di non supporre tanto furore ne' miei amici, nè tanta scelleratezza nei miei figliuoli. Pure, con l'ajuto di Dio, il vostro pudore difenderà forse la mia corona, o se pure non vi tocca il timore di quel Dio che difende i re, ne vi cale della perdita dell'onor vostro, soffrirò dalle vostre mani una violenza da cui non posso difendermi.»
Ai deputati, resi incerti da tale discorso, perchè mai esitate, gridò il vescovo di Magonza, non è di nostra spettanza il consacrare i re e vestirli della porpora? Perchè non sarà da noi spogliato quello che per una «pessima scelta fu da noi vestito?» A tali parole, avventandosi contro Enrico, i deputati gli tolsero la corona di capo, e forzandolo a scendere dal trono, lo spogliarono della porpora, e degli ornamenti reali. Intanto Enrico gridò ad alta voce: «Sia Iddio testimonio del vostro procedere. Egli mi castiga per i peccati della mia gioventù, facendomi soffrire un'ignominia che altro re non sofferse giammai. Ma voi che osaste portar le mani sul vostro sovrano, voi che violaste il giuramento che vi voleva a me fedeli, voi pure non isfuggirete alla sua collera: Iddio vi punirà come ha punito l'Apostolo che tradì il suo maestro.»
Ma gli arcivescovi, disprezzando le sue minacce, si recarono presso il giovine Enrico per consacrarlo; mentre l'imperatore chiudevasi in Lovanio, ove s'affollavano intorno a lui gli antichi amici, promettendogli il loro soccorso. Formarono infatti una potente armata, e ben tosto si trovarono a fronte in aperta campagna il padre ed il figlio, e nel primo fatto rimase questi perdente, e costretto a fuggire. Non tardò per altro a riunire le sue truppe e condurle a nuova battaglia, nella quale il padre compiutamente battuto, rimase prigioniero de' suoi nemici che lo caricarono d'oltraggi[225].
Fu l'infelice monarca in così misero stato ridotto, che venne a Spira nel tempio da lui eretto alla Vergine, chiedendo al vescovo di quella città gli alimenti, soggiungendo ch'era ancora capace delle funzioni di chierico, sapendo leggere e scrivere: e perchè gli venne rifiutata così umile inchiesta, si volse alle persone presenti, dicendo loro: «Voi almeno, o miei amici, abbiate pietà di me; vedete la mano di Dio che mi castiga.» Di là a poco tempo dovette il giorno 7 degl'Idi d'agosto succumbere alla profonda afflizione che lacerava il suo cuore. Il suo cadavere rimase cinque anni insepolto nella chiesa di Liegi, perchè il papa aveva vietato di seppellirlo in luogo sacro[226].
Sentiamo una specie di compiacenza nel vedere il vecchio ed infelice Enrico vendicato da' suoi medesimi nemici. Il feroce Pasquale fu tradito e perseguitato dal medesimo principe ch'egli aveva stimolato a ribellarsi al padre; e questo figlio snaturato d'un padre che lo amava, umiliato da quella Chiesa per la quale aveva combattuto contro suo padre.
(1110) Enrico V non potè avanti il 1110 venire in Italia a ricevervi dalle mani del papa la corona imperiale. Soddisfatta la brama di occupare prima del tempo la paterna eredità, non era soddisfatta la sua ambizione se non la possedeva tutta intera. Il diritto delle investiture veniva con ragione risguardato siccome una delle principali prerogative della corona, ed Enrico non era disposto di rinunciarvi a verun patto.
Avvicinandosi a Roma, stipulò ai confini della Toscana con Pietro Leone, uno de' più potenti signori di Roma, una convenzione, che poi rinnovò a Sutri, tendente ad assicurare la pace tra la Chiesa e l'impero. Convien dire che considerabili fossero le forze d'Enrico, e che Pasquale benchè collegato coi Normanni si trovasse ancor assai debole, poichè serviva di base al trattato una larga concessione del papa a favor dell'imperatore[227]. Lo stesso Enrico ne dava parte con sua lettera ai fedeli in tale maniera:
«Il signor Pasquale voleva, senza ascoltarci, privare il regno delle investiture dei vescovi che noi possediamo, e che nel corso di quattro secoli possedettero i nostri predecessori, fino dai tempi di Carlo Magno, sotto sessantatre diversi pontefici, in virtù e coll'autorità dei privilegi. E perchè noi gli chiedevamo per mezzo dei nostri deputati qual cosa allora rimarrebbe al re, avendo i nostri predecessori donate alle chiese quasi tutte le nostre proprietà, rispondeva che gli ecclesiastici sarebbero contenti delle decime e delle offerte, e che potrebbe ripigliarsi e conservare per se e suoi successori le terre e diritti signorili donati alle chiese da Carlo, da Luigi, da Ottone, da Enrico. A ciò facevamo rispondere che non volevamo renderci colpevoli di tanta violenza e di tale sacrilegio verso le chiese; ma il papa assicurò e promise con giuramento che riprenderebbe di propria autorità tutti i beni alle chiese per rimetterceli legalmente in forza della sua piena autorità. Allora i nostri deputati dichiararono che s'egli dava esecuzione alle sue promesse, che pure non ignorava egli medesimo di non poter mantenere, noi gli avremmo accordate le investiture delle chiese.... Frattanto per dare a conoscere che di nostra spontanea volontà non arrechiamo alcun danno alle chiese del Signore, facciamo sotto gli occhi, ed all'udito di tutti, pubblicare a comune intelligenza il presente decreto.» Il giorno 12 febbrajo del 1111 il papa e l'imperatore recaronsi nella basilica Vaticana per eseguirvi l'incoronazione in presenza di tutto il popolo. «Noi, per la grazia di Dio, Enrico imperatore augusto de' Romani, doniamo a s. Pietro, a tutti i vescovi ed abbati, ed a tutte le chiese, quanto i nostri predecessori, re o imperatori concedettero, diedero, offrirono sperando un eterno premio. Quantunque peccatore mi guarderò bene, per timore del terribile giudizio, di sottrarre tali doni alle chiese.» — «Dopo aver letto e sottoscritto questo decreto invitai il signore papa a dar esecuzione, a quanto aveva promesso colla carta delle nostre convenzioni, ma mentre persistevo in tale domanda, tutti i figliuoli della Chiesa, vescovi ed abbati, tanto suoi che nostri, gli si opposero tutti con fermezza in faccia, dicendo ad alta voce, che il decreto dal papa promesso (ci si permetta di dirlo senza offesa della Chiesa) era eretico; ond'egli non osò proferirlo.»
E per tal modo, mentre Pasquale intimava ad Enrico di rinunciare al diritto d'investitura, faceva che il suo clero non gli permettesse di rilasciargli i diritti signorili posseduti dalla Chiesa. Tale contesa diede luogo ad un violento tumulto che impediva la cerimonia dell'incoronazione; perlochè Enrico adirato fece sostenere il papa e la maggior parte degli ecclesiastici che lo accompagnavano, dandogli in guardia al patriarca d'Aquilea[228]. Ma al cardinale di Tuscolo ed al vescovo d'Ostia riuscì di fuggire inosservati in mezzo al tumulto, e rientrarono travestiti in Roma, eccitando i cittadini a prendere le armi per liberare il capo della Chiesa. La mattina susseguente, appena fatto giorno, le milizie romane uscirono impetuosamente dalla città, ed assalirono i Tedeschi che occupavano la città Leonina, ossia il quartiere del Vaticano in Transtevere. Lo stesso Enrico trovossi in grave pericolo di perdere la vita, e la sua armata sarebbe stata interamente disfatta, se i Romani non avessero lasciata imperfetta la vittoria per ispogliare i fuggiaschi. Enrico approfittando di tanto errore, riunito un corpo di Tedeschi e di Lombardi, caricò le milizie romane, e le spinse parte nel Tevere, parte sforzò a salvarsi in estremo disordine entro le mura della città. Ad ogni modo non credette di cimentarsi, con un'armata troppo debole, a nuovi insulti, rimanendo in una città nemica; e si ritirò sollecitamente nell'alta Sabina, seco conducendo il papa prigioniere[229], il quale rimase due mesi rinchiuso con sei cardinali nella fortezza di Tribucco. Altri cardinali furono rinserrati in altro castello, e tutti duramente trattati, onde disporli ad accettare una convenzione che ponesse fine alla lite.
Non isperando altronde soccorso, ed oppresso dai patimenti proprj e da quelli de' compagni della sua disgrazia, Pasquale, cui veniva fatto credere che l'imperatore procederebbe tosto alle ultime estremità, e lo farebbe morire con tutti i suoi cardinali, se non s'arrendeva alle sue domande, acconsentì finalmente di fare all'imperatore espressa e formale cessione, con atto firmato da lui e da sedici fra cardinali e vescovi, dell'investitura dei vescovadi e delle abbazie del suo regno, purchè l'accordasse gratuitamente e senza simonia[230]; promettendo inoltre di non prender veruna parte in quest'oggetto. Assolse poi tutti i partigiani d'Enrico dalle scomuniche che potessero aver incorse; promise di non scomunicare in avvenire Enrico, ed accordò che le ossa d'Enrico IV fossero finalmente collocate in luogo sacro. Questo trattato solenne, munito di tutte le formalità, fu riconfermato con giuramento sull'ostia sacra divisa tra le parti che ricevevano l'eucaristia. Dopo di ciò il pontefice pose di propria mano la corona imperiale sul capo d'Enrico, ed ebbe da Enrico la libertà. Durante questa cerimonia rimasero chiuse le porte di Roma, onde impedire che i cittadini irritati non la turbassero con improvviso assalto[231].
Se il trionfo d'Enrico fu intero, non fu però di lunga durata. Il collegio dei cardinali, tosto che vide liberato Pasquale, manifestò il suo malcontento perchè il capo della Chiesa avesse ceduti i suoi più cari privilegi, per i quali Gregorio VII, ed i suoi successori eransi esposti a tanti pericoli, avevano fatto versare tanto sangue, e dannate al fuoco eterno le anime di tanti fedeli fulminati dalle scomuniche generali, o morti durante l'interdetto. Questi clamori andarono crescendo allorchè, ritiratosi Enrico colla sua armata in Allemagna, il clero si vide liberato da ogni timore. I cardinali prigionieri con Pasquale, che avevano ricevuta la libertà quando il papa col loro assenso aveva firmato l'atto delle investiture, invece d'appoggiare il di lui operato, credettero giustificarsi da ogni rimprovero con un'equivoca dichiarazione. «Noi approviamo quanto abbiamo precedentemente approvato, e condanniamo ciò che sempre abbiamo condannato[232].»
Volevano i più zelanti cattolici, che il papa annullasse il giuramento da lui emesso ed il trattato, e scomunicasse l'imperatore; ed intanto i legati della santa sede, prevenendo il giudizio della Chiesa, avevano promulgata tale sentenza ne' concilj provinciali; onde in principio del susseguente anno, Pasquale fu costretto di convocare un concilio generale nel palazzo di Laterano per decidere tale quistione. (1112) Questo concilio abolì il privilegio estorto al papa, e fulminò la scomunica contro Enrico. Pasquale nè s'oppose, nè ratificò tale sentenza. Quantunque spiegasse nella persecuzione d'Enrico IV un eccessivo fanatismo, non lasciava di essere religioso e di buona fede; avendone già dato prova quando propose ad Enrico V di cedergli le regalie, come ne diede un'altra col resistere alle importune istanze del suo clero per annullare un giuramento estorto colla violenza. (1116) Tornò Enrico in Italia del 1116, per prendere possesso dell'immensa eredità della contessa Matilde, morta il 24 luglio del precedente anno. Vero è che questa principessa aveva con testamento del 1102 lasciati tutti i suoi beni presenti e futuri alla Chiesa romana per la salvezza della propria e delle anime de' suoi parenti; ma questo testamento in cui non trattasi che delle proprietà, e non dei feudi, o de' beni signorili, non si ebbe per valido[233]. Si pretese che una donna non potesse disporre delle proprie terre, e l'eredità di Matilde fu in tutto il secolo dodicesimo un soggetto di contestazione tra gl'imperatori ed i papi.
Poichè fu riconosciuto possessore dell'eredità della contessa, Enrico s'avanzò verso Roma, chiamatovi dai principali nobili contro papa Pasquale, che loro aveva dato varj motivi di malcontento. Enrico veniva ricevuto in Roma quasi in trionfo, mentre il papa fuggiva a monte Cassino, indi a Benevento[234].
Morì Pasquale nel susseguente anno in età assai avanzata senza che potesse tornare a Roma. Mentre la maggior parte de' cardinali, uniti ai vescovi ed ai senatori di Roma, elessero a succedergli Gelasio II, la fazione imperiale gli sostituì Bordino arcivescovo di Braganza, che la Chiesa risguarda come antipapa. Gelasio che trovavasi sciolto da qualunque giuramento, nell'atto di ricevere la tiara, scomunicò l'imperatore, indi riparossi in Francia per non rimanere esposto alle vendette d'Enrico. A Gelasio, morto dopo due anni, successe Calisto II, con cui l'imperatore, stanco di trovarsi in una guerra di così incerto fine, trattò di componimento. Il suo antipapa era caduto in potere de' cattolici, e tutti i grandi di Germania lo scongiuravano a dar pace alla Chiesa ed all'impero.
(1122) L'accomodamento si fece a Worms l'anno 1122, ove Enrico aveva aperta la dieta. L'imperatore concedette alla Chiesa il diritto di dare le investiture coll'anello e col pastorale, promettendo in pari tempo di restituirle tutte le possessioni ed i beni signorili di s. Pietro, appresi da lui o da suo padre. Dall'altra parte il papa accordava ad Enrico il privilegio, che tutte l'elezioni de' vescovi e degli abbati si dovessero ne' suoi stati d'Allemagna eseguire alla sua presenza, ma senza simonia o violenza. Il candidato era obbligato a ricevere dall'imperatore l'investitura de' beni signorili spettanti alla sua chiesa per mezzo della consegna dello scettro. Furono quindi levate tutte le scomuniche, e la contesa che aveva divisa tutta la cristianità, fu terminata con un così semplice espediente, che reca a prima vista sorpresa come non siasi avvertito assai prima, poichè almeno in apparenza contentava le due parti. I diritti feudali venivano in tal modo separati da quelli della Chiesa, e le due potenze conservavano le prerogative più convenienti alla propria natura[235]. Fatto è però che le due parti avevano avvertitamente fino a tal epoca allontanato simile accordo. L'imperatore non meno che il papa cercavano di confondere i diritti spirituali e temporali; e non si deve che alla spossatezza d'una lunga guerra, ed al raffreddamento del fanatismo de' loro partigiani, l'essersi convenuti a condizioni di giustizia e di equità.