The Project Gutenberg eBook, Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, Tomo II, by J.-C.-L. Simonde (Jean-Charles-Léonard Simonde) de Sismondi

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STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO II.


ITALIA
1817.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO VII.

Ambizione dei Milanesi, e loro conquiste in Lombardia ne' primi cinquant'anni del secolo XII. — Regni di Lottario III, e di Corrado II. — Rivoluzioni di Roma.

1100 = 1152.

Le passioni religiose rese vive dalla lite delle investiture, dopo avere violentemente agitati l'Impero e la Chiesa, s'andarono da sè medesime calmando in conseguenza dello spossamento prodotto dalla lunghezza e dall'acerbità degli odj; poichè quelle calunnie, quelle ingiurie, quelle invettive, che prima commovevano i popoli, erano, per il fattone abuso, divenute indifferenti. Vedendo le nazioni, dopo sì lunga lotta, i due partiti ugualmente forti, conobbero che non dovevasi prestar fede nè alle grandi promesse degli unì, nè temere le minacce degli altri; che ogni virtù non è da una sola banda, nè tutt'i vizj dall'altro lato, e che niun partito poteva ripromettersi la parziale protezione del cielo. Le private mire degli agitatori del popolo sono finalmente palesi, cessa l'illusione, e quella spaventosa macchina, che aveva sommossa tutta la società, non poteva più raddrizzarsi, nè ingannarla.

Anche assai prima della pace di Worms apparivano manifesti indizj della stanchezza degli opposti partiti, dell'Impero e del Sacerdozio. Intanto vedevansi rinascere, e ciò direttamente risguarda l'oggetto della presente storia, le gelosie tra le vicine città, le guerre private, e lo sviluppo delle passioni repubblicane prender luogo nel cuor degli uomini, invece del fanatismo religioso.

Durante il torbido regno d'Enrico IV, le città lombarde avevano sordamente adottato il governo municipale; e già ai tempi d'Enrico V, oltre l'amore di libertà, incominciavano a nutrire pensieri ambiziosi di conquista. Ogni città era libera, ma disuguale la popolazione di tutte le città. L'estensione e la fecondità del territorio, il vantaggio della posizione, le antiche prerogative civili ed ecclesiastiche, rendevano le une più ricche e potenti delle altre. Milano e Pavia primeggiavano su tutte le città lombarde, ed i loro cittadini, divisi da una pianura di sole venti miglia non attraversata da verun fiume, avevano in tanta vicinanza frequenti motivi di disgusti; perciocchè, oltre la rivalità di gloria e di potenza, davan loro cagione di acerbe guerre i confini delle diocesi non divise dalla natura, ed i dispareri sul corso delle acque destinate alla irrigazione de' terreni.

Da principio si offesero indirettamente, cercando di ridurre in podestà loro le città vicine più deboli; lo che divise tutta la Lombardia in due fazioni, delle quali eran capo Milano e Pavia. Cremona, che dopo queste era la più potente repubblica, tentò del 1100 d'impadronirsi di Crema[1]. Pavia moveva guerra a Tortona nel 1107, e Milano attaccava Lodi e Novara; le quali per timore di servitù chiedevano ajuto alla metropoli amica. E per tali cagioni Crema e Tortona si posero sotto la tutela de' Milanesi, mentre Pavia, Cremona, Lodi e Novara si collegarono per far testa alla potenza de' Milanesi. I Bresciani, antichi rivali di Cremona, si collegarono con Milano, siccome gli Astigiani, nemici dei Tortonesi, s'unirono a Pavia. E tra le città più lontane, Parma e Modena seguivano d'ordinario la parte milanese; Piacenza e Reggio l'opposta lega.

Le loro guerre incominciarono sempre con leggieri scaramucce tra le popolazioni vicine, che in tempo delle messi danneggiavano le campagne nemiche. Riscaldati dalle fresche offese gli antichi odi, solevano sfidarsi a battaglia in un luogo e giorno determinati, in cui gli uomini de' due Stati atti alle armi andavano tutti col loro carroccio contro al nemico. Presso questi repubblicani la bravura teneva sola luogo d'ogni arte militare, ed una sola battaglia chiudeva d'ordinario la campagna e la guerra. Siccome le due parti non aspiravano che all'onore del trionfo, cercavan meno d'esterminare il nemico, che d'insultarlo e d'avvilirlo. I Milanesi avendo del 1108 battuti i Pavesi, e fatti loro moltissimi prigionieri, li condussero nella pubblica piazza, ove, poichè ebber loro legate le mani al di dietro, ed appesovi un lumicino, permisero loro di tornare alle proprie città, accompagnandoli per breve tratto di strada colle fischiate[2].

Non però tutte le guerre terminavano con sì poco danno. Milano era chiuso dai territorj di sette repubbliche; Como, Novara, Pavia, Lodi, Cremona, Crema e Bergamo: delle quali la più lontana, Cremona, trovavasi a sole cinquanta miglia di distanza. Crema più debole delle altre erasi posta sotto la protezione de' Milanesi, e formava, per così dire, parte del loro Stato. La comune sicurezza riuniva le altre contro Milano, la quale, quando potesse momentaneamente disunirle, era sicura di opprimere le più deboli: e siccome veruna stabile alleanza legava le sei città, e la pace e la guerra erano ugualmente cagione di frequenti separazioni, i Milanesi ebbero ben tosto opportunità di combatterle separatamente, ed incominciarono col dichiarar guerra a Lodi l'anno 1107[3].

(1107 = 1111) Questa guerra durò quattr'anni, dal 1107 al 1111, nel qual tempo, se dobbiam credere agli storici lodigiani, i loro concittadini furono più volte in aperta campagna vittoriosi. Non pertanto perdettero molta parte del loro raccolto, e dovettero soffrire le ingiurie de' nemici che avanzavansi ad insultarli fin presso alle mura della città. A que' tempi, non conoscevasi quasi miglior modo di far gli assedj: perciocchè quando gli assalitori non riducevano il nemico ad uscir dalle porte per vendicarsi dei dileggi battendosi in aperta campagna, erano ben tosto costretti di ritirarsi. Gli artigiani che formavano il grosso dell'armata, e non erano pagati, mal potevano tenersi lungo tempo lontani dalle loro officine. I Milanesi rinnovavano ogni anno la guerra, ed ogni anno abbruciarono la messe de' Lodigiani, o la trasportarono nel proprio territorio, malgrado i soccorsi de' Cremonesi e de' Pavesi. Finalmente nel giugno del 1111 presero d'assalto le muraglie delle città, che le milizie lodigiane, spossate dalle lunghe vigilie e dalla fame, non ebbero forza di difendere[4]. I Milanesi diedero allora libero corso al concepito odio, atterrarono le mura di Lodi, e ne incendiarono le case, ripartendone gli abitanti in sei borgate, che sottoposero a severissime condizioni, alle più odiose leggi; di modo che di quell'infelice città non rimasero che le miserabili ruine nel luogo che poi chiamossi Lodi vecchio. Quarantasett'anni dopo quegli abitanti rifabbricarono una nuova città a qualche distanza dalla distrutta.

(1118) Una guerra di maggior considerazione intrapresero i Milanesi contro la città di Como l'anno 1118, la quale fu descritta da un poeta comasco assai vicino a que' tempi. Il suo poema è quasi la sola memoria che ci resta di quella sanguinosa contesa[5].

In principio del poema il cantore comasco paragona le sventure della sua patria a quelle di Troja[6]: e quantunque egli non si rassomigli in veruna cosa ad Omero, i descritti avvenimenti ci ricordano vivamente le generali circostanze della guerra trojana. L'assedio di Como dura dieci anni, e combattono contro gl'infelici Comaschi tutte le piccole repubbliche lombarde. In questa lunga lotta le milizie loro fecero i primi esperimenti del proprio valore, e s'agguerrirono in modo da potere in appresso resistere a Federico Barbarossa, lo Zerse de' secoli di mezzo.

Le opinioni religiose non furono da principio straniere a tale contesa. Mentre i Lombardi seguivano generalmente la parte imperiale, Como stava per il Papa, che gli aveva dato un vescovo di loro piena soddisfazione[7]. L'antipapa Burdino, ossia Gregorio VIII, aveva nominato vescovo di Como un diacono della chiesa milanese, chiamato Landolfo, della nobile famiglia di Carcano. Sperando costui di approfittare della dimora d'Enrico V in Italia, erasi recato fino al castello di s. Gregorio, di dove co' suoi maneggi disturbava la diocesi del suo rivale. Una notte il legittimo vescovo Guido, sortito dalla città coi due consoli Adamo di Pirro e Gaudenzio Fontanella, sorprese il castello di s. Gregorio, facendo prigione Landolfo, ed uccidendo molti suoi parenti, e partigiani che cercarono di difenderlo. Coloro che poterono sottrarsi al massacro, fuggirono a Milano, portando con loro le insanguinate vesti degli uccisi, che stesero sulla pubblica piazza, sedendosi taciturni a canto alle medesime, mentre le vedove ed i figli degli estinti colle lagrime e coi gemiti invocavano i passeggieri, e supplicavano il popolo di vendicare tanta ingiuria. Intanto le campane chiamano i fedeli ai divini ufficj. L'arcivescovo Giordano fermò il popolo all'ingresso del tempio, ordinando al clero che lo seguiva di chiuderne le porte; e dichiarò che non si riaprirebbero che a coloro che prendessero le armi per vendicare la chiesa e la patria[8]. Ne' paesi liberi si commovono ed agitano le menti colla sorpresa dello spettacolo; mentre dove la volontà d'un solo decide della pace e della guerra, tutto ciò rendesi inutile.

I Milanesi corsero alle armi, e dietro ad un araldo mandato a sfidare i Comaschi, uscirono pomposamente col carroccio e colle bandiere spiegate dalla città loro, prendendo la strada di Como. Trovarono a' piedi del monte Baradello le milizie comasche, con cui attaccarono una battaglia, che senza alcun vantaggio degli uni o degli altri si prolungò fino alla notte. I Milanesi approfittarono dell'oscurità per discendere inosservati sulle ghiaje del torrente Aperto, lungo il quale s'accostarono fino alle mura di Como, i di cui abitanti abili alle armi trovandosi tutti nel campo presso Baradello, fu facile ai primi di rompere le porte della città non difesa, ed abbandonarla alle fiamme. In sul far del giorno vedendo i Comaschi che i nemici eransi allontanati, s'avviarono alla città loro a traverso la montagna; e quando giunsero alla sommità la videro, atterriti, coperta da denso fumo illuminato dalla fiamma divoratrice. Scesero impetuosamente dalla cima del Baradello, e fattisi addosso ai Milanesi intenti al saccheggio, gli oppressero e fugarono in modo, che, rimasti all'istante padroni della città, ebber tempo di estinguere l'incendio, e di rimettere le abbattute porte[9].

Sembra che a quest'epoca i Comaschi fossero i più valorosi soldati d'Italia. Forse la vicinanza della Svizzera, l'abitudine di viaggiare per le alte montagne e di navigare sopra un lago assai burrascoso, gli aveva agguerriti prima degli altri. I ricchi e potenti villaggi situati sul pendìo delle Alpi erano tutti soggetti a Como; ma non tutti erano contenti di tale onerosa dipendenza. Quello d'Isola posto presso al lago in faccia ad un'isoletta da cui prese il nome[10], volendo affatto emanciparsi da Como, (1119) spedì deputati a Milano, che segnarono un trattato d'alleanza colla repubblica. Allora gli abitanti d'Isola equipaggiarono una flotta di battelli, e nella susseguente primavera osarono di sfidare i Comaschi; i quali, sortiti colla loro flotta, li ruppero e dispersero, senza poter approfittare della vittoria, costretti di rientrare in città per opporsi a più temuti nemici che s'avanzavano dalla parte di terra.

Non si sa comprendere la cagione che consigliò tutte le città lombarde ad abbracciare le parti della città, di cui erano a ragione più gelose, contro una repubblica che mai le aveva offese, e da cui non avevano che temere; e cresce la sorpresa vedendole prender parte a tale confederazione, in tempo che non potevano ignorare che il principale motivo della guerra era quello di appoggiare un vescovo scismatico contro il legittimo pastore. Lo che è una aperta prova, che in tale epoca la parte d'Enrico e dell'antipapa Burdino prevaleva in Lombardia; attestando il poeta comasco[11] che i Milanesi avevano spediti deputati a tutte le città vicine, ed ottenuti soccorsi da Cremona, Pavia, Brescia, Bergamo, Vercelli, Asti, Novara, Verona, Bologna, Ferrara, Mantova e Guastalla. La contessa di Biandrate, che aveva il suo feudo tra Milano e Novara, andò al campo dei Milanesi portando in braccio il figliuolo ancora bambino, ed i gentiluomini della Garfagnana, alpestre contrada degli Appennini, mandarono ai confederati un corpo di cavalleria.

Non osarono i Comaschi di affrontare in aperta campagna tanti nemici, e gli aspettarono entro le loro mura. La città di Como presenta la configurazione d'un gambero; la sua bocca è rivolta all'estremità del lago, e ne forma il porto. Due sobborghi, Vico e Colognola, stendonsi lungo le spiaggie opposte come le chele del gambero, il di cui corpo si allunga in sul piano chiuso da tre colline tutte difese da una rocca, cioè Castelnuovo a levante, Baradello a mezzodì, e Carnesino a ponente; per ultimo un terzo sobborgo, che, ripiegandosi, si prolunga tra levante e mezzogiorno, raffigura la coda del gambero[12]. I Milanesi coi loro confederati attaccarono i sobborghi di Vico e di Colognola; ma non avendoli ottenuti d'assalto, dopo aver perduta molta gente, ed uccisa quasi altrettanta agli assediati, fecero proclamare da un araldo, che in agosto del susseguente anno riprenderebbero l'assedio della città. Questa costumanza d'annunciare l'epoca d'una nuova spedizione[13] era un impegno d'onore che guarentiva i nemici da ogni sorpresa, e che tra tanti e così acerbi odj procurava lunghi intervalli di tregua alle rivali popolazioni.

(1120-1127) Negli otto anni susseguenti dal 1120 al 1127, i Milanesi rinnovarono ogni estate le ostilità loro contro i Comaschi, ma sempre meno vigorosamente. Spedivano soccorsi ai villaggi che avevano fatti ribellare a Como, e la guerra omai non si faceva che sulle rive dei laghi Maggiore, di Lugano e di Como, ov'eran posti i paesi ribelli. I Comaschi furono lungo tempo vittoriosi, castigarono sul proprio lago gli abitanti d'Isola e di Menaggio, ed equipaggiarono una flotta su quello di Lugano per contenere le popolazioni ancora fedeli, e far rientrare nell'ubbidienza loro i sollevati. E perchè i nemici dominavano il fiume Tresa, per cui il lago di Lugano comunica con il lago Maggiore, trasportarono le navi della flotta coi carri da uno all'altro lago, benchè distanti otto miglia; ed avendo di buon mattino lanciate in acqua le loro barche, corsero trionfanti le coste del Verbano, rassicurando i loro alleati, e saccheggiando i sorpresi nemici.

(1125) La perdita del vescovo Guido, che fu l'anima di tutte le loro intraprese, accaduta del 1125, riuscì oltremodo dannosa ai Comaschi. Una così lunga guerra gli aveva impoveriti di gente e di danaro: ogni anno parte del raccolto era stato distrutto, molti paesi eransi sottratti al loro dominio, e le stesse vittorie avevano distrutti i più valorosi guerrieri. Ma la campagna del 1126 riuscì loro costantemente svantaggiosa, onde i Milanesi poterono accorgersi che, raddoppiando i loro sforzi, otterrebbero nel susseguente anno intera vittoria.

(1127) In primavera del 1127 i Milanesi avanzaronsi di fatto verso Como con un'armata assai più numerosa che negli antecedenti anni, avendo avuto modo d'interessare nella loro lite quasi tutte le repubbliche che vi avevano presa parte del 1119. Se prestiamo fede al poeta comasco, vedevansi nell'armata milanese gli stendardi di Pavia, di Novara, di Vercelli, del giovane conte di Biandrate, d'Asti, d'Alba, d'Albenga, di Cremona, di Piacenza, di Parma, di Mantova, di Ferrara, di Bologna, di Modena, di Vicenza e dei cavalieri della Garfagnana[14]. Nè i Milanesi accontentaronsi al presente d'attaccare i castelli che difendevano la città, ma s'avanzarono sul piano ov'è fabbricata, ed accamparonsi presso alle sue mura. Avevano ordinato agli abitanti della borgata di Lecco, posta all'estremità d'un golfo del lago di Como[15], di condurli legnami di costruzione; ed avevano assoldati a Pisa ed a Genova alcuni ingegneri. Quelli di Pisa erano specialmente esercitati nell'arte di dirigere le mine, ed i Genovesi in quella di costruire macchine militari[16]. Fabbricarono gli ultimi a non molta distanza dalle mura quattro torri con parapetto coperto di pelli di bue, onde preservarle dal fuoco. Posero fra le torri due gatti, specie di montoni, in ciò solo diversi da quelli usati dagli Antichi che erano armati d'un uncino destinato a cavar le pietre smosse dal loro urto. Formarono inoltre quattro baliste per lanciare massi di pietra al di là delle mura: e quando tali macchine trovaronsi terminate, furono dall'armata a suono di trombe strascinate presso le mura in mezzo alle grida di gioja.

Dal canto loro i Comaschi non trascuravano verun mezzo di difesa. Avevano cavate le loro fosse, aggiunti speroni alle mura, coperte le parti più deboli di cuoi e d'altre materie cedenti. Avevano in pari tempo equipaggiata la loro flotta, destinata ad attaccare all'opportunità gli abitanti dell'Isola che bloccavano la città dalla banda del lago. Malgrado il numero infinitamente maggiore de' loro nemici, tentarono con una sortita d'incendiare le macchine degli assedianti; ma furono respinti dopo aver dato sorprendenti prove di valore.

Intanto a fronte della vigorosa resistenza degli assediati, le macchine erano state spinte fino alle mura: il montone aveva squarciata parte della muraglia, e si continuava a batterla, onde allargarne la breccia per renderla praticabile alla cavalleria, di cui i Milanesi volevano prevalersi nell'assalto del susseguente giorno. I Comaschi tentarono di chiudere durante la notte l'apertura della breccia colle palafitte, ma s'avvidero allora che la maggior parte de' loro guerrieri eran periti in così lunga guerra, non restando omai che vecchi spossati dalle fatiche e fanciulli inabili alle armi[17]. Ridotti vedendosi a tali estremità, piuttosto che arrendersi, presero la disperata risoluzione d'abbandonare la patria e cercare altrove la pace e la libertà. Per primo luogo di rifugio prescelsero il castello di Vico; e mentre caricavano sulle loro barche le donne ed i fanciulli con quanto avevano di prezioso, fecero nel cuore della notte una disperata sortita per tenere i Milanesi occupati intorno alla breccia, onde non s'accorgessero della fuga. L'evento corrispose ai loro voti: dopo avere con un subito attacco sparso il terrore nel campo nemico, s'imbarcarono anco i soldati, e giunsero al castello di Vico senz'essere molestati nel loro tragitto.

I Milanesi, rinvenuti da quella subita sorpresa, s'accostarono alle porte che trovarono aperte ed abbandonate[18], vi appiccarono il fuoco, ma non ardirono d'avanzarsi più in là finchè il nuovo giorno non li rassicurò dal timore d'un'imboscata. Crebbe la loro sorpresa quando videro la città spogliata di gente e di roba, ed il castello di Vico provveduto di soldati e di macchine, e disposto a sostenere un nuovo assedio ancora più lungo di quello di Como, perciocchè gli scogli su cui Vico era fabbricato, lo assicuravano dai danni della zappa e del montone. I Milanesi mandarono allora una deputazione di ecclesiastici ad offrire ai Comaschi una vantaggiosa capitolazione, che fu ben tosto accettata. Venivano conservate ai vinti tutte le proprietà a condizione che prendessero parte in tutte le guerre dei Milanesi, che soggiacessero alle tasse comuni, ed atterrassero le mura di Como, di Vico, di Colognola[19]. In tal modo ebbe fine la guerra comasca; e questa città, ormai incapace di difendersi, rimase lungo tempo in podestà dei Milanesi, e non riebbe la libertà che ai tempi della lega lombarda formatasi sotto gli auspicj di Federico Barbarossa, di cui Como seguì le parti.

La sommissione di Lodi e di Como rese Milano più potente delle sue rivali e di lunga mano più potente, non essendovene altre che avessero città soggette. L'ambizione de' Milanesi crebbe per sì prosperi successi, che li trassero ben tosto in nuove guerre. Abbiamo altrove veduto che avevan preso a proteggere Crema, più borgata che città, dipendente rispetto alle cose spirituali e nelle temporali dal vescovo o dalla città di Cremona. Del 1129 i Cremaschi tentarono di sottrarsi dalla dipendenza di Cremona, ed invocarono il braccio dei Milanesi siccome garanti de' loro privilegi. I Cremonesi invece si rivolsero ai Pavesi, ai Piacentini, ai Novaresi, ai Bresciani, i quali gelosi dell'ingrandimento di Milano, cui avevano essi medesimi contribuito, colsero con ardore questo pretesto per attaccare così potenti rivali.

Questa nuova guerra tra popolazioni di forze quasi pari rimase secondaria a liti di più alto rango, cui avea dato luogo la successione dell'impero. Enrico V era morto senza lasciar figliuoli l'anno 1125. La dieta de' principi tedeschi, riunitasi a Magonza per dargli un successore, erasi divisa fra due Case da lungo tempo rivali, le di cui gare agitarono la Germania e l'Italia, ed i di cui nomi divennero in appresso i distintivi di due opposti partiti. I quattro ultimi imperatori erano usciti da una famiglia che governava la Franconia quando fu fatto imperatore Corrado; famiglia talvolta distinta col nome di Salica, e talora con quello di Gueibelinga o Waiblinga, castello della diocesi d'Augusta nelle montagne dell'Hertfeld[20], dove forse ebbero origine i suoi primi ascendenti; ed i suoi partigiani chiamaronsi poi Ghibellini. Un'altra potente famiglia originaria d'Altdorf possedeva in questi tempi la Baviera, e perchè progressivamente ebbe più principi chiamati Guelfo o Welfo, fu alla medesima ed ai suoi partigiani dato il nome di Guelfi[21]. Gli ultimi due Enrichi e la casa de' Ghibellini avevano sostenute lunghe guerre contro la Chiesa, di cui i Guelfi eransi dichiarati protettori. Quando morì Enrico V, suo nipote Federico d'Hohenstauffen duca di Svevia, che aveva avuta la miglior parte della sua eredità, lusingavasi pure che la corona imperiale non uscirebbe dalla propria casa. Pure la Dieta, dietro i consigli dell'arcivescovo di Magonza nemico della Casa Salica, ne dispose diversamente, proclamando imperatore Lotario, duca di Sassonia, nemico della famiglia Ghibellina[22]. Questo monarca non tardò a stringersi con nuovi legami ai Guelfi, accordando in isposa al loro capo Enrico IV duca di Baviera l'unica sua figlia ed erede che gli portava in dote il ducato di Sassonia[23].

Quantunque Lotario fosse il legittimo successore di Enrico, il passaggio dell'autorità sovrana ad una casa nemica dovea essere cagione di violenti convulsioni allo stato. Nella primavera del 1126 il principe Ghibellino prese le armi, e ridusse la guerra in Alsazia ove possedeva molti castelli; ma in questa prima campagna si trattò la guerra con poco vigore[24].

(1127) Nel 1127 Corrado duca di Franconia e fratello di Federico, tornato di terra santa dove aveva combattuto contro gl'infedeli, rialzò colla sua presenza il partito che d'ora innanzi chiameremo ghibellino: forzò Lotario a levar l'assedio a Norimberga; prese, trovandosi a Spira, il titolo di re, e passò di là in Italia, sperando di prevenire Lotario, e di guadagnare i Lombardi al suo partito[25].

(1128) Di fatti i Milanesi nel 1128 ricevettero magnificamente Corrado qual successore d'Enrico e legittimo monarca. Il clero ed il popolo furon chiamati a parlamento sulla pubblica piazza, in cui Ruggiero Clivelli cavaliere, e Landolfo da s. Paolo, lo storico, deputati dell'arcivescovo, discussero le ragioni dei due competitori innanzi al popolo, il quale chiese concordemente che venisse l'arcivescovo ad incoronare il principe. Questa ceremonia si eseguì in Monza il 29 giugno del 1128, e rinnovossi poi a Milano nella basilica di s. Ambrogio[26].

Frattanto papa Onorio, e le città di Pavia, Cremona, Novara, Brescia e Piacenza eransi dichiarate in favore di Lotario: onde queste città aprirono una Dieta in Pavia per trattare intorno alla guerra da farsi a Corrado; ed i loro vescovi scomunicarono Anselmo, arcivescovo di Milano, colpevole d'aver posta la corona sul capo dell'usurpatore; il quale, indebolito da questa opposizione del clero, non potè dare esecuzione all'impresa che meditava contro Roma, e gli fu forza consumare in Parma un tempo troppo prezioso, aspettando l'esito della guerra che le città lombarde facevansi in apparenza per cagion sua, ma infatti per i particolari loro interessi. Nè in Germania si proseguiva la guerra più vigorosamente, opponendovisi l'indipendenza de' principi e de' prelati dell'Impero, come in Italia, quella della città. Perciò Lotario, che nel 1131 attaccò nuovamente Federico nella Svevia e nell'Alsazia, non ottenne che la distruzione di alcuni castelli (1131) di poca importanza[27]; e quando nel susseguente anno (1132) scese in Italia per le alpi trentine, condusse una così debole armata, che veniva insultata e derisa dagl'Italiani; perchè non s'attentando d'avvicinarsi a Milano, dovette fare un vizioso giro per portarsi a Roncaglia, ove aprì l'assemblea de' giudizj del regno. Il suo emulo Corrado, dopo essere lungo tempo rimasto a carico dei Milanesi e dei Parmigiani suoi alleati, trovandosi sprovveduto di soldati e di danaro, prevenne l'arrivo di Lotario, e si ridusse vilmente, e quasi profugo in Germania[28].

(1133) Pure Lotario colla piccola sua armata si avanzò fino a Roma, ed ebbe la corona imperiale dalle mani di Papa Innocenzo II il giorno 4 giugno del 1133. Ma questa ceremonia, contro l'antica consuetudine, si eseguì nella chiesa di s. Giovanni di Laterano, a motivo che la basilica del Vaticano era occupata dai soldati di Ruggiero re di Sicilia, e dall'antipapa Anacleto, più assai potenti di Lotario[29]: onde, appena incoronato, si affrettò d'abbandonar Roma e l'Italia.

Mentre la lite di questi due sovrani ugualmente deboli, e la debole guerra che si facevano, avvezzava le repubbliche italiane a disprezzare l'autorità imperiale, lo scisma della Chiesa distruggeva il rispetto dovuto ai Pontefici, ed incoraggiava il popolo romano a rendersi indipendente dalla loro autorità.

Questo scisma aveva origine dalla rivalità di due potenti famiglie di Roma dei Frangipane e dei Pietro Leone, le quali s'erano usurpati tutti i diritti della nazione e della Chiesa. Fino da quando mancò nel 1118 papa Pasquale II, queste due famiglie avevano fatto nascere uno scisma; essendosi Pietro Leone dichiarato protettore di Gelasio II, che la Chiesa riconobbe legittimo, ed i Frangipane, coll'ajuto d'Enrico V, fatto consacrare Gregorio VIII conosciuto sotto nome di antipapa Burdino. Lo stesso partito divise del 1130 i Cardinali, che dopo il decreto di Niccolò II eransi arrogati la più essenzial parte delle elezioni. I partigiani di Pietro Leone elessero un suo figlio, che prese il nome d'Anacleto II, mentre l'opposto partito dichiarossi per il Cardinale di sant'Angelo che si fece chiamare Innocenzo II. Ma in questo recente scisma, in cui le ragioni delle parti sembravano bilanciate, la Chiesa[30] si decise a favore della fazione contraria a quella, alla quale dodici anni prima aveva data la vittoria. L'avo di Pietro Leone protettore di Gelasio II era un ebreo convertito; e per questa ragione furono profusi a suo figliuolo Anacleto i nomi d'empio e di sacrilego giudeo, e proclamati difensori della fede quei Frangipane medesimi che dodici anni prima furono dichiarati gli oppressori della Chiesa[31]. Gli scrittori ecclesiastici dimenticaronsi che in questa elezione non era riconoscibile la buona causa, di modo che i due competitori dovevan essere giudicati ugualmente colpevoli, o innocenti. È bastantemente provato che nella elezione del 1130 la maggior parte dei suffragi fu per Anacleto[32]; ma i più rispettabili, ci si dice, riunironsi in favor d'Innocenzo, in ciò più rispettabili che non si associarono agli scismatici[33]. E per tal modo il più grossolano circolo vizioso, il più assurdo sofisma viene adottato come incontrastabile ragione nelle dispute di tale natura.

Ma in sostegno delle ragioni i due partiti non tardarono a prendere le armi. Innocenzo erasi reso forte nel palazzo di Laterano posto in un'estremità di Roma, e lontano da ogni abitazione; e non credendo questo luogo abbastanza sicuro, non tardò a ritirarsi coi cardinali del suo partito ne' rovinati monumenti di Roma, di cui i Frangipani avevano fatte altrettante fortezze. Dall'altra banda Anacleto s'impadroniva colle armi alla mano delle basiliche di s. Pietro, di Santa Maria Maggiore, e di tutte le chiese di Roma. Onde Innocenzo, cedendo a forze tanto superiori, fuggiva a Pisa, di dove visitò in seguito la Francia e la Germania. Aveva egli determinato Lotario ad intraprendere il viaggio di Roma per ricevervi la corona imperiale, sperando poi col di lui soccorso di potersi a forza impadronire della sede pontificia: ma l'estrema debolezza cui Lotario era stato ridotto dalla guerra civile, fece conoscere ad Innocenzo che doveasi prima dar la pace all'Impero che alla Chiesa (1132).

(1134) Nel 1134, tornato Lotario in Germania, vi fu finalmente riconosciuto imperatore. I due fratelli di Hohenstauffen, avviliti per la perdita di Ulma, risolvettero di domandare la pace. Il primo a tornare in grazia dell'imperatore fu Federico di Svevia, riconciliatosi (1135) in marzo del 1135, e seguìto poco dopo da Corrado, il quale, avendo rinunciato alla dignità reale, fu ammesso da Lotario a comandare di conserva l'armata che meditava di portare in Italia[34].

(1136) Abbiamo già parlato nel quarto capitolo di questa nuova discesa in Italia, nella quale Lotario e Corrado si mostrarono agl'Italiani più onorevolmente che non avevan fatto tre anni prima. I Milanesi ed i Parmigiani accolsero l'imperatore come si conveniva alla sua dignità, ed alla loro ricchezza; onde Lotario li trattò più amichevolmente dei Pavesi e dei Cremonesi, che, quantunque suoi alleati, lo avevano in addietro così freddamente soccorso. Dopo alcuni mesi passò dalla Lombardia a Roma, di dove la sua armata, scacciato l'antipapa Anacleto, s'avanzò verso Napoli, e costrinse Ruggiero re di Sicilia ad abbandonare l'assedio di quella città. Ma i vantaggi di così fortunata campagna, come abbiamo altrove osservato, non ebbero lunga durata; Lotario, tornando in Germania, morì in Trento il 3 di dicembre del 1137, e papa Innocenzo, rimasto solo contro Ruggiero, fu da questo re fatto prigioniero a Gallazzo il 22 luglio del 1139.

(1139) Dalla guerra tra i due papi, e dalla subita morte di Lotario e d'Innocenzo ebbe origine una lunga e scandalosa anarchia. Il popolo romano, approfittando dello scisma e dell'abbassamento del potere pontificio, ricuperò le prerogative perdute sotto la vigorosa amministrazione di Gregorio VII e de' suoi successori, quando il fanatismo non permetteva d'aprir gli occhi sulle usurpazioni della santa sede: e le prediche del monaco Arnaldo da Brescia cooperarono potentemente in sul finire del pontificato d'Innocenzo II a far risorgere le spente forme del governo repubblicano.

Arnaldo, di ritorno dallo studio di Parigi, ebbe coraggio di predicare in Brescia contro le iniquità, l'ambizione ed il despotismo del clero[35]. I severi costumi e l'ortodossa fede di Arnaldo non permettevano ai suoi avversarj di calunniarlo. La sua erudizione e la robusta eloquenza gli davano l'assoluto predominio di tutte le adunanze, nelle quali erano ordinario soggetto de' suoi ragionamenti i vizj del clero e le pericolose conseguenze del suo potere temporale. E perchè tale argomento solleticava la comune degli uditori, l'eresia de' politici, nome espressivo che allora si diede alle sue dottrine, faceva rapidissimi progressi[36].

Arnaldo conservava per Pietro Abaelardo suo maestro la più tenera amicizia; e non è affatto improbabile che le persecuzioni e l'imputazione d'eresia, ond'ebbe tanto a soffrire Abaelardo nel 1140, derivassero dall'odio del clero contro il suo discepolo Arnaldo. Si vollero ambedue colpevoli di oscuri ed inintelligibili errori intorno alla Trinità: Abaelardo ebbe la modestia di abiurare tutto ciò che poteva trovarsi di erroneo nelle sue scritture, e morì compianto dai monaci di Clugnì, presso i quali aveva trovato asilo e generosa ospitalità[37]. Arnaldo fu perseguitato prima del maestro; ed i suoi nemici ottennero dopo una lunga ed ostinata guerra di farlo condannare alla morte ed all'infamia[38]. Nel 1139 Arnaldo fu condannato nel concilio di Laterano, e costretto ad abbandonare l'Italia[39]. La persecuzione di s. Bernardo lo seguì a Costanza, ov'erasi riparato presso quel vescovo[40]: di dove salvatosi prodigiosamente (1139) passò intrepido a predicare la libertà ai Zurigani, come l'aveva predicata in Italia: e dopo cinque o sei anni tornò in trionfo a dar le leggi alla repubblica romana.

Mentre trovavasi Arnaldo in esiglio, i Romani mantenevano viva la guerra coi Tivolesi, cui aveva dato apparente motivo il precedente scisma (1140). Ridotta per così dire alla sua prima infanzia, e chiusa negli antichi confini, Roma appena sosteneva la rivalità di Tivoli, città formata dalle case di campagna de' suoi antichi cittadini. Finchè i Romani seguirono le parti d'Innocenzo II, i Tivolesi appoggiarono lo scisma d'Anacleto (1141). Nel 1141 un'armata romana, preceduta dalla scomunica, andò ad assediare quella piccola città; ma i Tivolesi con una improvvisa sortita la ruppero in modo, che si diede ad una vergognosa fuga, lasciando nel campo ragguardevoli ricchezze. Nel susseguente anno vollero i Romani riparare la loro perdita, e, ricominciato l'assedio della città nemica, la ridussero alle ultime estremità. Animati dalla memoria del sofferto disastro pensavano di distruggerla, e ripartire gli abitanti ne' vicini villaggi; ma il papa, ascoltando più moderati consigli, accordò ai Tivolesi la pace ad oneste condizioni, costringendoli a giurar fedeltà alla Chiesa, come se gli avesse vinti colle proprie armi, non con quelle de' Romani[41].

(1143) Intanto i discepoli d'Arnaldo, e tutti coloro che avevano un cuore libero e romano, mal soffrendo il dominio teocratico, approfittarono dell'indignazione del popolo per la pace di Tivoli. I nobili sparsi per le pubbliche piazze rappresentavano ai cittadini la condotta d'Innocenzo come la conseguenza d'un piano da lui formato per annientare il loro onore ed i loro privilegi; invocavano la seducente memoria dell'antica grandezza; e paragonando il governo de' Cesari e la maestà dell'antico senato con quello de' preti, scossero in modo il popolo già esacerbato dalla fresca ingiuria, che lo trassero dietro loro al Campidoglio, ove ristabilirono il senato come caparra del ristabilimento della repubblica. Su questo monte sacro all'antica libertà dimora anche al presente il senatore di Roma, troppo debole immagine de' padroni del mondo. Posto tra l'antica e la moderna città, pare che il senatore appartenga ancora agli antichi gloriosi tempi, e faccia parte delle sue ruine; siccome la colonna isolata che vedesi innanzi al suo palazzo, ricorda la grandezza e la maestà del tempio di Giove, cui appartenne[42].

Innocenzo II sentì tanto vivamente questa sommossa del popolo, che cadde infermo, e morì pochi giorni dopo (1144). Il breve papato di Celestino II suo successore non gli permise di porre limiti al sempre crescente potere de' cittadini, i quali sotto il pontificato di Lucio II posero l'ultima mano alla loro costituzione, sostituendo al prefetto della città, nominato dal papa, un nuovo magistrato incaricato della presidenza del senato e della rappresentanza della repubblica, col titolo di patrizio di Roma. I Romani nominarono a così grande dignità Giordano, figliuolo del celebre Pietro Leone, e fratello del defunto antipapa Anacleto[43].

La città dividevasi in tredici rioni; ed i cittadini di ogni rione nominavano tutti gli anni dieci elettori, i quali avevano la facoltà di scegliere i cinquantasei membri che componevano il senato. Se dobbiamo giudicarne dall'interessamento che la nobiltà prendeva a favore del governo repubblicano, pare che i senatori fossero gentiluomini. E siccome i più ragguardevoli aggiungevano al titolo di senatore quello di consigliere, è da credersi che il patrizio avesse un consiglio privato, forse formato per turno di tutti i membri del senato.

Anche il papa aveva un ragguardevole partito di nobili e di popolani, alla testa de' quali trovavansi i Frangipani, e, cosa difficile a credersi, i fratelli del patrizio Giordano gelosi della sua autorità. Il pontefice, che aveva di fresco contratta alleanza con Ruggiero re di Sicilia, aveva ragione di sperare assai da così potente alleato. Intanto il senato per assicurarsi dagli interni nemici fece attaccare le torri dei Frangipani e dei loro aderenti; i quali però ne rifecero ben tosto delle altre, conservando pure gli antichi monumenti quasi tutti fortificati, onde i nobili possedettero lungo tempo entro Roma degli asili sicuri, ove sottrarsi al potere de' magistrati. Il senato, per opporsi con vantaggio alla potenza di Ruggiero, spedì una deputazione al monarca Allemanno, invitandolo a venire a Roma a prendere la corona imperiale.

Questo monarca era Corrado III[44], ch'era stato incoronato a Milano nel 1128, ed aveva poi abdicata la corona del 1135. Allorchè morì Lotario, Corrado ebbe un rivale in Enrico il superbo, genero di quest'imperatore, erede della casa Guelfa, duca di Sassonia e di Baviera, e marchese della Toscana; ma presso la dieta di Coblenz del 1138 aveva prevaluto la casa Ghibellina, o di Hohenstauffen, a fronte d'Enrico, reso dal suo orgoglio esoso ai principi; e Corrado fu consacrato il sei marzo dello stesso anno in Aquisgrana. Ma i Sassoni ed i Guelfi non riconobbero legittima tale elezione, ed avendo prese le armi, non permisero mai a Corrado di venire a farsi incoronare in Italia[45].

Ottone di Frisinga ci conservò una delle lettere del senato e del popolo romano all'imperatore Corrado. «Se fedeli figliuoli, gli scrivono, possono permettersi di giudicare le azioni del loro signore e padre, siamo sorpresi che l'eccellenza vostra non rispondesse alle lettere colle quali le davamo parte del nostro operato, che dalla nostra fedeltà è sempre diretto all'onor vostro. Il senato fu colla grazia di Dio ristabilito; col vigor del quale e del popolo romano, Costantino e Giustiniano ressero gloriosamente tutto l'Impero, onde noi facciamo ogni sforzo e desideriamo che voi possiate fare altrettanto, e ricuperiate tutti gli onori che vi appartengono, e furonvi rapiti.... Noi abbiamo posti i fondamenti di questo nuovo ordine di cose, perchè manteniamo la pace e la giustizia a vantaggio di tutti quelli che l'amano: ci siamo impadroniti delle torri, delle fortezze e delle case di que' signori che di concerto col Siciliano e col papa si dispongono a resistere al vostro impero; alcune le conserviamo fedelmente in vostro nome, altre furono spianate. La vostra prudenza rammenti tutti i torti che la corte dei papi ed i signori di cui parliamo, fecero ai vostri predecessori. Le stesse persone collegate col Siciliano stanno preparandovene di ancora più grandi.....»[46].

Corrado che non ignorava nascondersi sotto quest'apparente sommissione lo spirito d'indipendenza, non trovò opportuno di prender parte in questa lite, non riscontrando il senato, onde non disgustare il papa che in pari tempo erasi a lui diretto.

Intanto Lucio II lusingossi che i Romani, scoraggiati dall'abbandono di Corrado, e dall'alleanza ch'egli aveva contratta col re di Sicilia, rinuncierebbero alla nuova magistratura tostochè si vedessero vigorosamente attaccati (1145). In tale persuasione circondato dal clero e da tutta la pompa pontificia, e seguìto da' suoi partigiani armati di tutto punto, marciò un giorno verso il Campidoglio per scacciarne il senato. Il popolo sorpreso da questa mescolanza di armi spirituali e temporali, non sapeva in sull'istante a qual partito appigliarsi, e lasciò che la processione s'avvicinasse al sacro colle. Ma tutt'ad un tratto vergognandosi di abbandonare i suoi magistrati, che risguardava come i soli campioni della romana libertà, fece piovere un diluvio di sassi sui soldati pontificj. Lucio medesimo, gravemente ferito, morì pochi giorni dopo, ed i suoi satelliti dovettero abbandonare l'impresa[47].

Eugenio III discepolo di s. Bernardo eletto in suo luogo abbandonò immediatamente Roma per non essere costretto a dare la sua approvazione al ristabilimento del senato. Però dopo pochi mesi disponevasi a riconoscerlo a condizione che i Romani riconoscessero pure il suo prefetto; ed a tali patti ritornò in Roma in mezzo alle più vive dimostrazioni di allegrezza: ma essendosene poco dopo allontanato, mentre viaggiava in Italia ed in Francia, tornò a Roma trionfante Arnaldo da Brescia[48], il quale si sforzò di dare ai Romani più giuste nozioni intorno alle cause della grandezza della loro antica repubblica. Persuaso che la più durevole di tutte le riforme è quella che, invece di distruggere le antiche costumanze, cerca anzi di ravvicinarvisi, rendendole più vigorose, consigliò i Romani a formare un ordine equestre che fosse intermediario tra i senatori e la plebe, di ristabilire i consoli per presiedere al senato, i tribuni per difendere il popolo; di escludere affatto i pontefici dall'amministrazione politica, e di limitare i poteri ch'erano forzati di conservare all'imperatore. Ma l'assoluto silenzio degli storici italiani intorno alle cose accadute in tale epoca, e la brevità delle storie tedesche cui dobbiamo attenerci, non ci fanno conoscere quale esecuzione avessero le riforme proposte da Arnaldo[49][50]. Sembra soltanto che durante tutto il non breve pontificato d'Eugenio III i Romani fossero sempre in guerra col papa, e che Arnaldo andasse loro rammentando l'esempio de' loro antenati, e ciò che far dovevano per mantenere la patria libera. Vedremo nel susseguente capitolo l'infelice fine di quest'uomo martire della libertà in quella medesima città che aveva cercato di rendere libera.

CAPITOLO VIII.

Federico Barbarossa imperatore. — Sua prima spedizione contro le città libere d'Italia.

1152 = 1155.

Corrado III, che regnò quattordici anni in Germania, s'intitolava pure re d'Italia senza aver avuta mai la più leggiera influenza sopra questo paese. La guerra che faceva ai principi guelfi Enrico il superbo, e Guelfo VI, duchi di Baviera e di Sassonia, lo tennero molti anni in Germania. Del 1147 cesse, siccome Luigi VII di Francia, alle eloquenti esortazioni di s. Bernardo, e passò in Oriente con una potente armata di crociati; e di ritorno ne' suoi stati, dopo tre anni di sgraziata guerra, fu sorpreso dalla morte il 15 febbrajo del 1152 mentre disponevasi a discendere in Italia per ricevere la corona imperiale[51].

Quantunque lasciasse un figliuolo in tenera età, la dieta del regno riunitasi in Francoforte, seguendo i consigli di Corrado medesimo, dava la corona a suo nipote Federico Barbarossa, duca di Svevia, allora nel fiore della gioventù. Potevano i principi lusingarsi che il nuovo monarca farebbe cessare le sanguinose divisioni delle due più potenti famiglie dell'Impero, i Ghibellini, ossia la casa di Svevia in Franconia, ed i Guelfi, ossia la casa di Baviera in Sassonia. Federico era l'erede della casa ghibellina, siccome nipote di una sorella di Enrico V; e d'altra parte era alleato della famiglia guelfa per essere figliuolo d'una figlia di Enrico il nero, duca di Baviera: di modo che, dal lato della madre, veniva ad essere nipote di Guelfo VI, duca di Baviera, e cugino d'Enrico il Leone, duca di Sassonia, i due capi della casa guelfa[52].

Le speranze dell'Allemagna non andarono deluse; e, quasi durante tutto il lungo regno di Federico, le dissensioni di queste due famiglie che avevano cagionati tanti travagli ai suoi predecessori, rimasero sopite. Le forze de' Tedeschi rese maggiori dall'abitudine delle guerre civili, si riunirono sotto le bandiere di Federico. Vero è che questa concordia ebbe fine colla sua vita; quando le due famiglie, separandosi nuovamente sotto il regno del suo successore, comunicarono il loro odio ai popoli, i quali confondendo le contese di queste famiglie con quelle del sacerdozio e dell'Impero, fecero nascere in Italia le troppo famose parti de' Guelfi e de' Ghibellini, che, siccome vedremo, furono cagione che essi spargessero torrenti di sangue per più secoli.

Lo stesso giorno dell'incoronazione, il nuovo sovrano lasciò travedere il severo ed inflessibile carattere che portava sul trono. Uno de' suoi cortigiani, che avendo avuto la disgrazia di spiacergli, era stato per suo ordine allontanato dalla corte, credette che in questo giorno d'allegrezza gli sarebbe stato facile d'ottenere il perdono. In tempo della cerimonia si gittò ai piedi del nuovo re; e gli chiese grazia. Le guardie che udirono le sue preghiere, benchè non sapessero quale fosse il suo delitto, aggiunsero alle sue le loro suppliche, e tutta la moltitudine, commossa a tale spettacolo, chiamò grazia per il supplicante. Federico impose a tutti silenzio, e nell'istante in cui andava a ricevere la sacra unzione, dichiarò con alta e severa voce, che la giustizia, e non l'odio aveva dettato il suo giudizio, e che niuna cosa al mondo potrebbe farglielo rivocare[53]. Tal era l'uomo che si preparava ad armare la Germania contro la libertà italiana.

Federico era stato eletto nella dieta di Francoforte dai soli principi tedeschi; onde l'Italia veniva, siccome una provincia soggetta, data ad un nuovo sovrano dall'altrui suffragio. Vero è però che alcuni pochi gentiluomini toscani, lombardi e genovesi avevano assistito alla dieta, ma ciò fu per caso, e senza missione[54]. Essi non pretesero di conferire coi loro suffragi le due corone italiche; ma i loro concittadini, contenti, se non della dominazione allemanna, almeno del modo con cui la loro patria veniva amministrata, e della libertà di cui godevano sotto stranieri sovrani, invece di opporsi, applaudirono all'elezione di Federico.

Fu nella dieta convocata il mese d'ottobre in Wurtzburgo, che i deputati mandati da Federico in Italia resero conto della loro missione, ritornando accompagnati dai delegati di papa Eugenio III per affrettare i soccorsi del nuovo monarca contro i Romani diretti sempre da Arnaldo da Brescia. Roberto principe di Capua, quello stesso che con tanto coraggio aveva sussidiati i Napoletani nella guerra che loro tolse la libertà, si presentò alla stessa dieta, implorando insieme ad altri baroni della Puglia esigliati anch'essi, dal re e dalla nazione tedesca di restituir loro il perduto patrimonio e di metter fine alle usurpazioni del re di Sicilia ugualmente nemico suo, come dell'Impero[55].

Federico, giovane valoroso ed avido di gloria, vedeva quanto la riunione delle fazioni allemanne accresceva le sue forze, ed era impaziente di usarne. L'Italia era la sola provincia in cui potesse far conoscere la sua attività ed i suoi talenti militari, e dove avrebbe dovuto essere incoronato imperatore e re; ma sapeva pure che in Italia non avrebbe trovato nè ubbidienza, nè sudditi, nè tesori, nè armate; ed egli risguardava l'indipendenza d'Italia come uno stato di rivolta, i privilegi, come ingiuste usurpazioni. Promise perciò soccorso a Roberto ed ai baroni pugliesi, e segnò un trattato d'alleanza col papa, nel quale Eugenio prometteva la corona imperiale, e Federico di ristabilire in Roma l'autorità papale. In sul finire della dieta intimò a tutti i vassalli del regno germanico di disporsi ad accompagnarlo in Italia entro due anni al più tardi; e tutti i signori che assistettero alle deliberazioni della dieta, giurarono di seguirlo in tale impresa[56].

In marzo del 1153 tenendo Federico un'altra dieta a Costanza, due Lodigiani portando delle croci in mano, attraversarono la folla de' principi, e gittandosi ai piedi dell'imperatore, domandarono colle lagrime la libertà della loro patria, che i Milanesi avevano ridotta nella più dura servitù. Erano omai quarant'anni da che la repubblica di Lodi era stata sottomessa ed incorporata al territorio milanese; e la generazione che aveva potuto aver parte in un governo libero, ed esercitare nelle pubbliche adunanze i diritti della popolare sovranità, era forse tutta discesa nel sepolcro: ma la dolce ad un tempo e trista memoria della perduta indipendenza è una eredità che i repubblicani lasciano ai loro figliuoli coll'obbligo di trasmetterla d'una in altra generazione, per farla rivivere qualunque volta ne avranno la forza. I cittadini lodigiani, senz'esserne autorizzati dai loro compatriotti, condotti dal caso a Costanza, trovarono nel proprio cuore le parole che potevano destare la compassione di persone che non intendevano il loro idioma. I loro singhiozzi e le lagrime della rimembranza d'una patria che più non avevano, si fecero strada al cuore di Federico, il quale fece subito dal suo cancelliere spedire un ordine ai Milanesi di ristabilire i Lodigiani negli antichi privilegi, e di rinunciare alla giurisdizione che si erano usurpata. Sicherio suo ufficiale di corte fu incaricato di portare all'istante quest'ordine ai consoli del popolo di Milano[57].

Da prima recossi Sicherio a Lodi, ove partecipò ai magistrati delle borgate, tristi avanzi della distrutta città, la missione di cui era incaricato. Erano i Lodigiani troppo persuasi che una semplice lettera non farebbe loro rendere la perduta libertà, e tremarono in vista del pericolo cui gli esponeva l'inconsiderata procedura de' loro concittadini. La loro città era stata distrutta dal fuoco, ed essi ridotti ad abitare in villaggi aperti da ogni banda. Sapevano che la possente cittadinanza milanese poteva, provocata dalla risentita lettera di Federico, distruggere in poche ore le loro case, ed i loro raccolti, quando i soccorsi di Germania tarderebbero almeno un anno. Federico li proteggeva come usano i grandi di fare: essi credono d'aver tutto fatto pei loro clienti, quando si prendono la cura di vendicarli. Invano i magistrati di Lodi rappresentarono a Sicherio i loro pericoli; che non ottennero di sopprimere la lettera imperiale, o di differirne la consegna fino all'epoca in cui Federico entrasse in Italia.

I consoli milanesi ricevettero Sicherio in presenza dell'assemblea del popolo, che ascoltò la lettura del dispaccio. L'indignazione eccitata da una lettera così imperiosa fu universale; fu strappata di mano all'araldo, e posta sotto i piedi; mentre tutti giuravano ad alta voce di difendersi, e caricavano d'imprecazioni il despota. Sicherio si sottrasse a stento alla moltitudine furibonda[58].

Intanto i Lodigiani trovavansi in preda a mortali terrori: essi mandavano le mogli ed i figli coi più preziosi effetti a Cremona ed a Pavia; e gli uomini restavano di giorno nelle proprie abitazioni, che abbandonavano la notte, disperdendosi ne' borghi e nelle campagne, per timore d'essere ad ogni istante sorpresi dall'armata milanese, che volesse punirli d'aver osato desiderare la libertà. Ma il popolo milanese, prevenuto dell'imminente arrivo dell'imperatore, non volle, attaccando i Lodigiani, che aveva presi a proteggere, provocare maggiormente il suo sdegno; che anzi unitamente agli altri Lombardi mandarono a Federico i regali che le città avevano costume di spedire al nuovo sovrano. I deputati di Pavia e di Cremona portarono in tale occasione al trono imperiale le loro lagnanze contro la crescente ambizione dei Milanesi i quali conobbero ben tosto l'aggravio loro fatto dalle vicine città, ed alla nuova stagione tentarono di vendicarsene con alcune scorrerie sui territorj di Pavia e di Cremona[59].

La Lombardia era ancora in armi nell'ottobre del 1154 in cui v'entrò l'imperatore. Scendeva egli le Alpi per la vallata di Trento, e marciava alla testa di tutti i suoi vassalli, e di un'armata maggiore assai di quante ne avevano i suoi predecessori condotte in Italia. Fermossi alcun tempo in riva al lago di Garda per aspettarvi i suoi feudatarj; poi s'avanzò fino a Roncaglia in vicinanza di Piacenza; segnò il suo campo sulla pianura in riva del Po, e, secondo l'antica costumanza, vi aperse i comizj del regno d'Italia[60].

Il primo atto de' comizj fu quello di privare de' loro feudi coloro che non erano intervenuti; poi l'imperatore si dichiarò disposto a giudicare le cause de' suoi sudditi italiani, ed a soddisfare alle loro lagnanze. Il primo che domandasse giustizia fu Guglielmo, marchese di Monferrato, il quale accusò la città d'Asti ed il borgo di Chieri. Questi due popoli eransi costituiti in governi liberi, e non avendo potuto ridurre il marchese a porsi sotto la loro protezione, facevano la guerra ai suoi vassalli. Il vescovo d'Asti s'unì al marchese contro la sua greggia. Tutte le nascenti repubbliche eccitavano la diffidenza o la collera di Federico, onde prometteva al prelato ed al marchese di castigare esemplarmente i popoli che gli avevano offesi.

Presentaronsi in appresso i consoli lodigiani e comaschi, rinnovando le lagnanze che i Lodigiani avevano già fatte a Costanza contro i Milanesi. I consoli di Milano trovavansi presenti e preparati a rispondere, onde si discussero le rispettive ragioni innanzi all'imperatore, e tutte le città manifestarono le loro inclinazioni. Si conobbero amici dei Milanesi i Cremaschi, i Bresciani, i Piacentini, gli Astigiani, i Tortonesi; dei Pavesi soltanto le città di Cremona e di Novara, poichè quelle di Como e di Lodi erano soggette a Milano. Il partito pavese era dunque evidentemente il più debole: per cui Federico chiamato a favorire una delle due leghe, si dichiarò per quella che in appresso potrebbe sempre facilmente opprimere; mentre quando avesse appoggiati i Milanesi, questi non avrebbero in breve più avuto bisogno del suo favore[61].

Ordinava intanto alle due parti di deporre le armi, e faceva che i Milanesi lasciassero liberi i prigionieri pavesi: in appresso avendo manifestata la sua intenzione di avvicinarsi a Novara prima di nulla decidere intorno alle lagnanze di Como e di Lodi, chiese ai consoli di Milano di condurlo essi medesimi a traverso al loro territorio.

La strada che naturalmente doveva tenere l'armata, fu quella che i consoli di Milano avevano indicata, la quale attraversava, in linea quasi retta per lo spazio di circa cinquanta miglia, Landriano, Rosate e Trecate, ov'era il ponte sul Ticino. Ma su questa medesima linea appunto eransi pochi mesi prima battuti in più riprese i Milanesi ed i Pavesi; di modo che la campagna era stata rovinata: e perchè i Tedeschi prendevano, senza pagare, non solo gli oggetti di cui abbisognavano, ma gli animali ed i mobili, i paesani fuggivano innanzi a loro, e lasciavano deserti i paesi per cui l'armata doveva passare. La prima notte l'esercito di Federico s'accampò innanzi a Landriano, ove trovò appena di che nutrirsi. Arrivò il susseguente giorno a Rosate, e perchè le dirotte piogge ne rendevano difficile la marcia, fece alto quarantott'ore presso a quel castello. I Milanesi non avevano calcolato tale ritardo, e le provvisioni colà preparate essendosi consumate il primo giorno, l'armata trovossi senza viveri. Lo stesso Ottone di Frisinga osserva che il principe ed i soldati, travagliati dalle non interrotte piogge, erano insofferenti e di cattivo umore, ed incolpavano perciò i Milanesi dell'avversa stagione[62]. La sera del secondo giorno Federico ordinò ai loro consoli d'allontanarsi dal campo e di sottrarsi alla reale indignazione; soggiungendo di far subito evacuare il castello di Rosate, ove trovavansi cinquecento soldati, onde la sua truppa potesse valersi dei viveri della guarnigione. I consoli ubbidirono: nè la guarnigione solamente, ma ancora tutti gli abitanti uscirono dal castello conducendo di notte già innoltrata, e sotto una pioggia freddissima e continuata, le loro mogli e figli; lo che rendeva quest'esecuzione militare più odiosa e crudele. Presero la strada di Milano da cui erano lontani dodici miglia, lasciando, com'era loro stato ordinato, tutti gli effetti nel castello. V'entrò in sul far del giorno l'armata tedesca, e, dopo averlo saccheggiato, lo spianò da cima in fondo[63].

Quando i fuorusciti di Rosate giunsero a Milano, volendo pure dar colpa della loro sventura a qualcuno esposto alla loro vendetta, ripetevano le lagnanze de' Tedeschi, rimproverando ai consoli milanesi d'aver dato motivo della collera di Federico e della sua armata. Que' magistrati avevano torto in faccia a quegli abitanti dell'aver condotta l'armata presso al loro castello. Il popolo milanese era incapace di resistere all'affascinamento d'un grande spettacolo; le lagrime delle donne di Rosate, la miseria de' fanciulli che portavano in collo lordi di fango ed assiderati da una pioggia gelata, lo scoraggiamento dei capi di casa che avevano tutto perduto, facevano sui Milanesi un'impressione assai più profonda che non la ferma e misurata eloquenza dei consoli, Oberto dall'Orto, e di Gherardo Negro, che rendevano ragione della propria condotta. La plebe tumultuante si portò contro la casa dell'ultimo, e la demolì interamente. Pure questo magistrato dimenticò l'ingratitudine del popolo, e non lasciò di servire con zelo e fedeltà la patria[64].

Altri deputati furono mandati a Federico, i quali rappresentarongli il castigo inflitto al console, siccome una luminosa soddisfazione che il popolo di Milano aveva voluto dargli: tentarono pure di calmarlo offerendogli una ragguardevole ammenda, a condizione per altro di lasciare la loro repubblica nel tranquillo possesso di Como e di Lodi. Ma il leone che aveva assaporato il sangue, rifiutava tutt'altro nutrimento. Federico si crucciò fieramente dell'offerta di un tributo, quasi si fosse cercato di corromperlo col danaro[65]; e menando i suoi soldati nelle più fertili campagne del Milanese, le lasciò a discrezione loro. S'avanzò poscia verso i due ponti fortificati che i Milanesi avevano costrutti sul Ticino per passare quando il volessero nel territorio novarese, e dopo averli attraversati egli e l'armata, li fece abbruciare. Milano possedeva pure sull'opposta riva due castelli risguardati come chiavi del Novarese, Trecate e Galliate, ne' quali teneva sempre guarnigione. Federico li prese d'assalto, e dopo averli saccheggiati li fece spianare[66].

I Milanesi osservavano attoniti le rovine fatte da questa barbara armata, che a guisa di turbine aveva attraversato il loro territorio. Essa ne era finalmente uscita, ma non potevano prevedersi i suoi ulteriori movimenti; e dopo varj inutili tentativi, si era abbandonato il progetto di calmare coi doni la cieca sua collera. Rinvenuti da quella prima sorpresa, i magistrati pensarono a porsi in sicuro contro nuovi attacchi. Introdussero in città abbondanti provvigioni, ne rinforzarono con estrema cura le fortificazioni, e misero i castelli del territorio nel migliore stato di difesa. Mandarono in pari tempo ambasciatori alle città alleate per rinnovare gli antichi patti, domandare ed offerire reciproco soccorso in caso d'attacco[67].

Nel 1154 Federico celebrò il Natale nelle vicinanze di Novara, ed al principio del susseguente anno 1155 attraversò i territori di Vercelli e di Torino[68]. Benchè queste due città si governassero a comune, ebbero la sorte di trovar quel monarca loro propenso, per cui nella guerra, ch'egli fece in seguito ai Lombardi, l'ultima fu sempre a lui attaccata. Dopo avere passato il Po, riprese, attraversando la pianura posta a diritta, la strada di Pavia. Guglielmo di Monferrato che seguiva l'armata imperiale, gli rammentò le ingiurie fattegli dagli abitanti di Chieri e d'Asti, chiedendogli il castigo di que' popoli così superbi e gelosi della loro indipendenza. Questi spaventati dall'avvicinamento di tanto formidabile armata, e non si fidando abbastanza delle loro torri e delle loro mura, eransi salvati colla fuga. L'imperatore trovò affatto deserto ed abbandonato Chieri, e la città di Asti[69]; le quali dopo il saccheggio de' soldati furono incendiate.

S'avvicinò quindi a Tortona, città alleata di Milano, che l'aveva soccorsa nella guerra contro Pavia. Gli fece il re intimare che rinunciasse all'alleanza de' Milanesi, e si unisse ai Pavesi: e perchè il Governo di Tortona rispose non essere sua costumanza di abbandonare gli amici quand'erano nella sventura, fu la città posta al bando dell'Impero con solenne decreto; ed il giorno 13 febbrajo il re ne intraprese l'assedio[70].

È posta Tortona sopra un monticello che domina le pianure alla destra del Po, a non molta distanza dalle falde delle Alpi liguri. Terre basse e profonde la circondano da ogni banda, dividendola pure da Novi che trovasi ove comincia la catena delle Alpi. La collina di Tortona non si riunisce a questa catena che per mezzo di alcune alture che prolungansi a levante. Su questa dirupata collina è fabbricata la fortezza, e più abbasso un sobborgo, che, quantunque circondato di mura, non è capace di lunga resistenza; onde il re non tardò ad impadronirsi del sobborgo, o della bassa città, che gli abitanti avevano abbandonato, ritirandosi con tutti i loro effetti nella città superiore.

Quando i Milanesi conobbero il pericolo dei loro amici, spedirono loro all'istante duecento de' loro più valorosi soldati, e persuasero molti gentiluomini delle montagne liguri, i quali eransi posti sotto la protezione della repubblica milanese, e tra questi Obizzo Malaspina, a ridursi nella città assediata[71].

Aveva Federico fissato il suo quartiere all'occidente della città verso il Tanaro; il duca Enrico di Sassonia occupava a mezzogiorno il sobborgo, e le milizie pavesi eransi accampate dalla banda della loro città. Gli assedianti aprirono tra questi diversi quartieri una fossa che toglieva ogni comunicazione fra Tortona e la campagna. Si fabbricarono macchine d'ogni sorta, altre per nettare i merli gettando pietre contro i soldati, altre per rompere le mura. E tali erano i progressi ch'eransi fatti dagl'ingegneri in quest'arte, che raccontasi avere un gran macigno, gettato da una balista avanti al portico della cattedrale, ucciso, spezzandosi, tre de' principali cittadini che stavano colà deliberando intorno al modo di difendere la città. Per ordine di Federico erano state innalzate alcune forche in faccia alle mura, per appendervi coloro che si facessero prigionieri, siccome colpevoli di ribellione.

Intanto i Tortonesi venivano resi forti, per così dire, dalla disperazione, ed insultavano gli assedianti con frequenti sortite, e specialmente il campo de' Pavesi, perchè tra i posti avanzati di questi ed i loro era situata la sola fonte cui gli assediati potessero attinger acqua; ma il re rinforzò questo quartiere mandandovi colle sue truppe il marchese di Monferrato. Cercò pure di abbattere la torre, chiamata Rubea, la sola che non fosse fondata sulla rupe; ma i minatori reali furono scontrati dagli assediati che scavavano delle contromine, e li fecero perire soffocati nelle loro gallerie[72].

Non potendo i Pavesi allontanare affatto dalla fonte affidata alla loro custodia gli assediati, vi gettarono cadaveri d'uomini, e d'animali per corrompere le acque; ma la sete vincendo ogni ribrezzo, non lasciavano per questo di beverne con avidità. Giunsero in fine a renderla affatto inservibile gittandovi solfo infiammato e pece. Tale assedio si protrasse fino alle feste di Pasqua; per celebrare le quali Federico accordò alla sua armata una tregua di quattro giorni; tregua di cui pochissimo approfittarono gli assediati travagliati dalla fame e dalla sete.

Il clero di Tortona sortì processionalmente per chiedere al re la grazia di non accomunarlo al gastigo di una città colpevole ch'egli abbandonava alla sua collera; ma Federico non ascoltò le vili preghiere d'una corporazione che abbandonava i suoi fratelli in tanta calamità, ed avendo costretto quegli ecclesiastici a rientrare in città, fece ricominciare l'attacco[73].

Intanto la sete rendevasi ai Tortonesi insopportabile, i quali avendo esauriti tutti i soccorsi della pazienza e del coraggio, dopo sessantadue giorni di trincea aperta, non potendo ottenere migliori condizioni, si arresero a patto di sortire dalla città portando sulle spalle gli effetti di cui potrebbero caricarsi una sola volta, lasciando tutto il restante all'armata vittoriosa. Così sortirono in fatto da Tortona, ma dimagrati e sfiniti in modo, che più gloriosa rendevasi la lunga resistenza. Presero la strada di Milano, e mentre si scostavano dalla loro patria, vedevano innalzarsi le fiamme che la distruggevano[74].

Qual che si fosse l'infelice fine dell'assedio di Tortona, i repubblicani lombardi prendevano buon augurio dal vedere che una sola, ed una delle meno popolose e potenti loro città, avesse fermata due mesi la marcia della più formidabile armata che il re tedesco potesse condurre contro di loro, e gli fosse costata più sangue e sudore che ad Ottone la conquista di tutta l'Italia. Un grandissimo esempio di costanza e di coraggio era stato dato per la libertà; i Tortonesi ne erano i martiri, e furono posti sotto la protezione delle repubbliche per la di cui causa avevano tanto sofferto. Furono ripartiti tra le famiglie milanesi con cui avevano formati legami di ospitalità, ed i consoli promisero di rialzare le mura di Tortona tosto che partirebbe l'armata tedesca.

Mentre questi valorosi fuorusciti colle loro mogli e figli, portando i miseri avanzi di loro fortune, entravano in Milano tra le acclamazioni del popolo ammiratore della loro virtù, Federico entrava trionfalmente in Pavia, ove facevasi coronare nella chiesa di S. Michele presso all'antico palazzo dei re lombardi[75].

Impaziente di associare a quello di re il titolo d'imperatore s'incamminava ben tosto alla volta di Roma, passando in vicinanza di Piacenza e di Bologna, ed attraversando la Toscana senza provocare, nè provare ostacoli.

Papa Eugenio III era morto del 1153; Anastasio IV suo successore non aveva regnato più di un anno; e quando Federico s'avvicinava a Roma era salito sulla cattedra di S. Pietro Adriano IV. In questa città viveva da più anni in pace Arnaldo da Brescia, protetto dal senato, ed applaudito dal popolo, cui denunciava le ambiziose usurpazioni del clero. In principio dell'anno, Adriano IV aveva fulminato l'interdetto contro di Roma[76], che fino al presente non soggiacque mai a così fatto castigo spirituale; e siccome il popolo incominciava a lagnarsi d'essere, all'avvicinarsi della Pasqua, privo delle sacre cose, il senato, consigliandosi colla prudenza, non volle compromettere la pubblica tranquillità, ponendola in urto colle usanze religiose, e persuase Arnaldo ad allontanarsi da Roma, condizione richiesta dal papa per riconciliarsi colla città. Arnaldo si rifugiò presso un gentiluomo della Campania, aspettando le determinazioni che prenderebbe Federico.

I due partiti forzavansi ugualmente di guadagnarsi il favore del monarca. Aveva Adriano mandati a riceverlo a S. Quirico tre cardinali, i quali ottenevano in compenso della promessa della corona imperiale, che Federico lo ajuterebbe a soggiogare i Romani. Il re per dargli una caparra della sua protezione fece arrestare il conte Campano che aveva dato asilo ad Arnaldo, e non lo rilasciò finchè non ebbe consegnato quell'eloquente nemico de' papi al Prefetto di Roma, magistrato eletto da Adriano, ed a lui devoto. Il popolo atterrito ugualmente dai fulmini della Chiesa e dalle minacce dell'esercito Allemanno, non si mosse a favore dell'apostolo della libertà, dichiarato eretico da un concilio; ed avanti che i Romani avessero tempo di rinvenire da questa prima sorpresa, la vendetta papale era compiuta. Il Prefetto teneva il prigioniero nella sua abitazione in castel s. Angelo; di dove in sul far del giorno lo fece tradurre alla piazza del Popolo, destinata alle esecuzioni de' delinquenti. Dal rogo, su cui si fece salire per abbruciarlo, Arnaldo potè vedere a perdita di vista le tre lunghissime strade che facevan capo innanzi al patibolo, e che formano quasi la metà di Roma. Colà, ignorando l'estremo pericolo del loro legislatore, giacevano ancora immersi nel sonno quegli uomini, che tante volte aveva chiamati alla libertà. Il fracasso dell'esecuzione, e le fiamme del rogo risvegliarono i Romani, che si armarono ed accorsero, ma troppo tardi, per salvarlo. Le coorti del papa rispinsero colle loro lance coloro che desideravano di raccogliere come preziose reliquie le ceneri d'Arnaldo[77].

Dopo tale esecuzione, Adriano accompagnato da' suoi cardinali s'avanzò fino a Viterbo all'incontro di Federico. Qualunque fosse il bisogno ch'egli aveva di lui, voleva, in sull'esempio de' suoi predecessori, ridurre l'imperatore ad umiliarsi innanzi al capo della Chiesa prima d'essere da lui esaltato. Federico, vedendolo avvicinarsi, non si mosse per tenergli la staffa ed ajutarlo a discendere dal mulo: tanto bastò perchè il papa si rifiutasse di dargli e di ricevere il bacio di pace finchè l'orgoglioso monarca, alle persuasioni de' suoi cortigiani che avevano veduto Lotario nella medesima circostanza, si piegò a così umiliante ceremoniale. Si ebbe le destrezza d'assicurarlo che tale condiscendenza non comprometteva in verun modo la sua dignità, giacche non al papa, ma all'apostolo da questi rappresentato, riferivasi tale omaggio[78].

Venti miglia più lontano tra Nepi e Sutri presentaronsi a Federico i deputati del senato romano. Ottone di Frisinga ci conservò per intero il discorso che diressero all'imperatore[79]. Rammentarono l'antica gloria di Roma, che era debito dell'imperatore di ripristinare; parlarono del dominio che la loro città ebbe lungo tempo di tutto il mondo; dominio cui poteva ancora aspirare dopo avere scosso l'ingiusto giogo de' preti; richiedevano da Federico che, prima d'entrare nella loro città, giurasse di rispettare le costumanze e le antiche leggi di Roma riconfermate coi loro diplomi da tutti gl'imperatori; finalmente di assicurare i cittadini dalla licenza dei Barbari, e di pagare cinque mila libbre d'argento agli ufficiali che, in nome del popolo romano, dovevano coronarlo in Campidoglio.

Quantunque l'orgoglio di Federico fosse rimasto ferito dall'altero carattere d'Adriano, aveva sagrificato alla dignità della religione, ed all'età del pontefice l'amor proprio, ma nulla aveva potuto prevenirlo per l'alterezza del senato romano. Que' sentimenti repubblicani che combattuti aveva in Lombardia, non gl'ispiravano punto di stima e di rispetto; onde rispose in tal modo da despota: non essere egli fatto per ricevere condizioni, ma per darle al popolo: che quando fa il bene de' suoi sudditi, non segue che gl'impulsi del proprio cuore senz'esservi obbligato da veruna legge o giuramento. Dopo ciò rimbrottando ai deputati romani la degenerazione loro dagli antenati, e la debolezza attuale in confronto dell'antico valore, li rimandò con disprezzo. Mentre i deputati si ritiravano, li fece inseguire da un corpo di mille cavalieri che occuparono la città Leonina. È questa una parte di Roma posta sul monte Vaticano al di là del Tevere intorno alla basilica di s. Pietro. Era stata fortificata dell'848 da Papa Leone IV, dopo che i Saraceni avevano spogliata quella basilica, e perciò portava il suo nome[80]. La città Leonina non comunica colla città principale che per mezzo di un ponte fabbricato a lato di Castel sant'Angelo[81], il quale fu preso dai Tedeschi, e barricato. Dopo tali precauzioni Federico ed Adriano poterono all'indomani entrare senza pericolo e senza incontrar resistenza in quelle deserte strade, e celebrare la ceremonia dell'incoronazione in onta de' Romani che, ritenuti al di là delle barricate, fremevano di sdegno, vedendo che il nuovo imperatore credeva di non abbisognare dei loro suffragi. Poichè Federico ricevette dalle mani di Adriano IV nella basilica di S. Pietro la corona d'oro, si ritirò co' suoi soldati nel campo formato fuori delle mura[82].

Tosto che i Romani videro levarsi le guardie che difendevano il ponte sul Tevere, si precipitarono entro la città Leonina, e massacrarono tutti coloro del seguito dell'imperatore che rimasti erano presso al Vaticano. All'avviso di questa sommossa popolare, riunì all'istante Federico i suoi soldati, e si portò nella città Leonina contro gli ammutinati. La battaglia s'impegnò innanzi a castel sant'Angelo alla testa del ponte, e tra il Gianicolo ed il fiume presso ad una fonte di cui ora non rimane verun avanzo: nel primo luogo combattevano gli abitanti della città, nell'altro i transteverini. Tale era già l'effetto della disciplina repubblicana, che i Romani sostennero tutto il giorno lo sforzo dell'armata imperiale benchè composta delle migliori truppe tedesche. Furono però alla fine respinti, lasciando sul campo di battaglia mille morti e duecento prigionieri. All'indomani l'imperatore, che incominciava a mancar di viveri, s'allontanò da Roma col papa e s'accampò presso Tivoli. Colà celebrò la festa di S. Pietro e Paolo, nella quale il papa, dopo la messa, assolse tutti i soldati che avevano massacrate le sue pecore, dichiarando, non essere delitto il versare il sangue umano per sostenere il potere de' principi, e vendicare i diritti dell'impero[83].

Intanto l'avvicinamento della canicola moltiplicava nell'armata le febbri pestilenziali; onde, per evitare la fatale influenza dell'eccessivo caldo, Federico condusse le sue truppe nelle montagne del ducato di Spoleti, la di cui capitale, siccome tutte le altre città italiane, reggendosi a comune, ebbe la sventura di muover la bile dell'imperatore. Il fisco pretendeva dalla città di Spoleti un residuo pagamento di ottocento lire per diritto di fodero, e per questo titolo veniva imputata d'aver defraudati i diritti reali. Inoltre i consoli di Spoleti avevano arrestato il conte Guido Guerra, uno de' più potenti gentiluomini toscani, che, di ritorno da una legazione, voleva raggiungere l'armata. Federico adunque spinse le sue truppe contro gli Spoletini, che coraggiosamente affrontarono gli assalitori; ma attaccati dalla cavalleria tedesca, non ne sostennero l'urto, e fuggirono verso la città inseguiti dai vincitori, che, entrandovi coi fuggiaschi, la misero a fuoco prima d'averla interamente spogliata. Due giorni rimasero i Tedeschi in quelle vicinanze per dividere le spoglie degl'infelici Spoletini, sottratte alle fiamme[84].

I baroni pugliesi ch'eransi rifugiati presso l'imperatore, lo andavano esortando a portare le sue armi negli stati del re di Sicilia. Ruggeri il primo dei re normanni era morto a Palermo il 26 febbrajo del 1153 in età di 56 anni, dopo un regno glorioso, ma in sul finire infelicissimo; perciò che nell'ultimo anno di sua vita perdette i suoi due maggiori figliuoli Ruggeri ed Alfonso, le di cui virtù mostravangli degni successori degli eroi normanni. Guglielmo I, il terzo de' suoi figli, uomo pusillanime ed incapace di governare, erasi perciò abbandonato alla direzione di un oscuro cittadino di Bari, chiamato Mago, ch'era stato da lui nominato cancelliere e grande ammiraglio, per cui aveva indisposta la nobiltà, e dato occasione ad una sommossa popolare in Puglia[85]. Roberto, principe di Capoa, alla testa degli esuli era entrato nella Campania, per farla ribellare; e tutte le città gli avevano aperte le porte, tranne Napoli, Amalfi, Salerno, Troja e Melfi. Emmanuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, faceva nello stesso tempo attaccare da una flotta Brindisi e Bari, che gli opponevano una leggiere resistenza. Tutto il regno di qua dal Faro credevasi perduto dal monarca normanno, se Federico, come ne aveva dato voce, si fosse avanzato per terminarne la conquista: ma i Tedeschi impazienti di restituirsi alla loro patria, onde rimettersi dalle fatiche e dalle malattie di così micidiale campagna, non permisero all'imperatore di prolungare la guerra. Fu dunque costretto di licenziare la sua armata in Ancona, ove molti de' signori che l'avevano seguito, s'imbarcarono per Venezia; altri, attraversando la Lombardia ed il Piemonte, valicarono le Alpi della Savoja. Federico ch'erasi conservato un considerabile corpo di truppa passando per la Romagna, il Bolognese ed il Mantovano, si ridusse nel territorio veronese[86].

Era costumanza de' Veronesi di non accordare alle truppe imperiali il passaggio per la loro città. Per non esservi obbligati usavano perciò di fabbricare fuori delle mura un ponte sull'Adige. Quando Federico entrò sul loro territorio cogli avanzi d'un'armata che aveva portato la desolazione in tutta l'Italia, e che da Asti fino a Spoleti aveva segnata la sua marcia cogl'incendj e coi massacri, lusingavansi, se riusciti fossero a dividerli, di distruggerli affatto, e vendicare essi soli la Lombardia. Il ponte di battelli costrutto al di sopra della città, era, dice Ottone di Frisinga[87], un laccio teso ai Tedeschi piuttosto che un ponte, perchè le barche che lo formavano erano legate soltanto quanto bastava per resistere alla forza della corrente; e mentre l'armata lo attraversava, enormi masse di legnami, che facevansi scendere lungo il fiume, dovevano urtarlo e romperlo. Un leggiere errore di calcolo sul tempo necessario perchè dal luogo in cui venivano posti nel fiume giungessero i legni fino al ponte, fece andar a vuoto il progetto. Gl'imperiali avendo affrettata la marcia onde sottrarsi al furore dei paesani che gl'inseguivano per vendicarsi delle loro rapine, non solo ebbero tempo di passare il ponte prima che si rompesse, ma lo avevano di già attraversato molti degl'insorgenti che tenevano lor dietro, i quali, rimasti poi separati alcuni istanti dai loro patriotti, furono tutti massacrati. Pure l'imperatore non si trovò abbastanza forte per vendicarsi di coloro che gli avevano preparata tale insidia; onde proseguendo il suo viaggio verso le montagne, rientrò in Baviera per Trento e Bolzano un anno dopo la sua partenza.

CAPITOLO IX.

Continuazione della guerra di Federico Barbarossa colle città lombarde. — Primo assedio di Milano; assedio di Crema; presa e rovina di Milano.

1155 = 1162.

I consoli milanesi non avevano aspettato che Federico licenziasse le sue truppe per mandare ad effetto le promesse fatte agli abitanti di Tortona. Quando aveva di poco abbandonato Pavia per recarsi a Roma, essi presentarono al popolo quegl'infelici fuorusciti, vittime onorate del loro attaccamento alla causa della libertà lombarda, ed ottennero dal parlamento, o consiglio generale, il decreto per rifabbricar Tortona a spese del pubblico. Il tesoro era esausto, ma i cittadini erano avvezzi a soccorrerlo. Coloro che non potevano dar danaro, offrivano le loro braccia allo stato. Gli abitanti di due porte della città, che ne formavano il terzo, furono incaricati di tale spedizione. Gentiluomini e plebei, cavalieri e pedoni, tutti partirono assieme, e nello spazio di tre settimane in cui rimasero a Tortona, a vicenda soldati e muratori, respinsero i Pavesi che volevano impedire il rifacimento della città, e nel medesimo tempo rialzarono le mura e le rovinate case[88]. Alle porte Ticinese e Vercellina furono surrogate la Renza e la Romana; e mentre toccava a quest'ultima la guardia, i Milanesi accantonati nel sobborgo di Tortona, furono sorpresi dalle milizie di Pavia, e costretti di salvarsi nella città alta, abbandonando la maggior parte dei loro effetti e munizioni. Altri rifugiaronsi nella chiesa mentre i loro fratelli d'armi rispingevano dalle mura non ancora ultimate gli assalitori. Dopo la battaglia i consoli fecero scrivere sulla porta della medesima chiesa i nomi di coloro che disperando della salute pubblica vi avevano cercato un rifugio con dispendio del proprio onore[89].

I Milanesi non si limitarono a ristabilire Tortona, ed a richiamarvi i loro abitanti, ma si disposero inoltre a punire coloro che, comunque ugualmente interessati alla libertà d'Italia, eransi uniti all'oppressore di quella. Essi ristabilirono e fortificarono il ponte sul Ticino presso Abbiategrasso, che era stato abbruciato da Federico: per il qual ponte, aprendo loro i territorj della Lomellina e di Vigevano da loro sottomesse, potevano, quando gli piaceva, attaccare i paesi del Pavese, del Novarese, del Monferrato. E per tal modo, minacciando ad un tempo tutti i loro nemici, seppero approfittare di così eccellente posizione per costringere i Pavesi ad una pace umiliante, per battere il marchese di Monferrato, per impadronirsi di molti castelli del Novarese, e ristabilire interamente la riputazione delle loro armi, che dalle vittorie di Federico parevano messe in fondo[90].

Nel tempo medesimo all'altra estremità del territorio erano entrati nella vallata di Lugano ed avevano occupati circa venti castelli che seguirono la parte imperiale. Avevano ristabiliti e fortificati i ponti sull'Adda, fugati i Cremonesi che venivano ad attaccarli, ed assicurata la subordinazione de' Lodigiani, di cui diffidavano con ragione[91].

Dopo la guerra disastrosa che loro aveva fatta Federico, chi avrebbe creduto che le loro armi potessero trionfare in ogni lato della Lombardia, ed i loro consoli impiegare cinquanta mila marche d'argento nel fortificare la città ed i castelli dello stato?

L'energia dei Milanesi si comunicò ancora agli altri popoli attaccati alla causa della libertà. I Bresciani ed i Piacentini resero più intima l'antica alleanza, ed accrebbero le difese delle loro città. Tutta la Lombardia prese contro i Tedeschi un aspetto imponente, e Federico non tardò ad accorgersi che lungi dall'avere assicurata sul suo capo la corona d'Italia, non aveva la sua prima discesa ad altro giovato che a renderlo più odioso, e meno rispettato de' suoi predecessori.

Il mezzogiorno d'Italia era stato il teatro di traversie ancora più umilianti. Il principe Roberto di Capoa tradito dal suo vassallo Riccardo dall'Aquila, conte di Fondi, era stato dato in mano di Guglielmo re di Sicilia, che, dopo averlo barbaramente privato della vista, lo aveva fatto perire nelle prigioni di Palermo[92]. I Greci che sostenevano il suo partito, ed erano alleati dell'imperatore d'Occidente e del papa, furono battuti a Brindisi[93], e quasi tutti i baroni ribelli della Puglia presi e mandati al supplizio, o posti in ferri: per ultimo papa Adriano, spaventato dai prosperi successi d'un nemico così vicino e tanto potente, aveva fatto pace con Guglielmo, ed abbandonati alla sgraziata loro sorte tutti coloro che per suo ordine, e per i suoi vantaggi, eransi esposti a tanti travagli e pericoli[94]. Accordò al re Guglielmo l'investitura della Sicilia, del ducato di Puglia, del contado di Capoa, di Napoli, di Salerno, d'Amalfi, e della Marca. Il trattato venne segnato a Benevento nella state del 1156, meno d'un anno dopo che Federico aveva ricevuto la corona imperiale a Roma dalle mani del papa[95].

Questo monarca doveva bensì prevedere che il Pontefice dopo una pace, forzatamente fatta, conserverebbe qualche riconoscenza per il principe che lo aveva protetto; ma non già che Adriano, dopo essersi riconciliato col re normanno, non meno potente alleato, che temuto nemico, cercherebbe pretesti di umiliarlo. Alcuni signori tedeschi avendo arrestato un arcivescovo di Svevia, il papa scrisse all'imperatore per ottenere giustizia dell'oltraggio fatto alla Chiesa. In questa lettera egli spiegava tutto l'orgoglio d'un successore d'Ildebrando avvezzo a creare e deporre i re. I suoi nunzj presentandosi a Federico nella dieta di Bezanzone, tennero un contegno che annunciava le pretese e l'alterigia della corte papale. «Il beatissimo papa Adriano vostro padre e nostro, ed i cardinali vostri fratelli, vi salutano,» dissero costoro: indi lessero le lettere di cui erano apportatori, nelle quali fu principalmente notata la seguente frase: «Noi ti abbiamo accordata la corona imperiale e tutta la pienezza delle dignità mondane, nè avremmo avuto difficoltà di accordarti altri maggiori beneficj se potevan esservene di maggiori[96].» Così superbe parole eccitarono maravigliosamente lo sdegno dell'altero monarca; più fortemente inasprito dall'equivoco vocabolo di beneficio, beneficium, che usavasi per indicare i feudi, o beneficj conferiti dal signore, Suserain; dimodochè il papa attribuivasi in alcun modo la supremazia sopra la corona imperiale. Tutti i signori tedeschi presenti alla dieta parteciparono del risentimento di Federico; onde senza degnarsi di rispondere al papa, fu ordinato ai legati di sortire all'istante dal regno di Germania.

L'imperatore sentiva la necessità di tornare quanto prima potesse in Italia, e nella primavera del 1157 invitava tutti i principi a recarsi alla dieta d'Ulma coi loro vassalli per la festa di pentecoste del susseguente anno 1158, a fine di passare di là in Italia, onde forzare i Milanesi a sottomettersi all'Impero[97]. Furono in pari tempo mandati deputati ai feudatari d'Italia per annunciar loro questa spedizione[98].

S'avvide allora il papa che Federico non era in modo lontano, che non fosse più a temersi. Aveva già cercato di farsi favorevole il clero di Germania, ma non aveva potuto staccarlo dagl'interessi dell'Impero: (1158) scrisse quindi all'imperatore del 1158, e frammischiando accortamente le più lusinghiere espressioni ai sentimenti di tenerezza e di paterna affezione, spiegava la frase che aveva più adombrato quel sovrano: «beneficium, scriveva, è un favore, e non un beneficio: conferire la corona non altro significa che l'averla posta sul vostro capo: altro senso non venne da noi attaccato a questo vocabolo, ed in tale occasione voi medesimo non potete negare che non abbiamo operato verso di voi con amore.» Tale lettera calmò l'imperatore, che riscontrandolo, assicurò il papa della sua amicizia e del desiderio che nutriva di conservarsi amico della Chiesa[99].

Intanto, all'avvicinarsi della Pasqua, la città di Ulma si andava riempiendo di soldati, di modo che molti principi tedeschi, vedendo che l'armata sarebbe troppo numerosa per tenere la stessa strada, s'incamminarono di consenso dell'imperatore per diversi passaggi delle Alpi, sicchè dal Friuli fino al grande s. Bernardo uscivano in Lombardia da tutte le valli battaglioni tedeschi. Il duca d'Austria, quello di Carinzia e gli Ungaresi tennero le strade di Canale, del Friuli e della marca veronese; il duca di Zevingen valicò il s. Bernardo coi Lorenesi ed i Borgognoni; gli abitanti della Franconia e della Svevia passarono per Chiavenna e per il lago di Como; finalmente lo stesso Federico, accompagnato dal re di Boemia, da Federico duca di Svevia e figliuolo di Corrado, dal fratello di questo duca Corrado, conte palatino del Reno, e dal fiore della nobiltà tedesca, discese in Italia per la valle dell'Adige[100].

I Milanesi informati dell'avvicinamento di quest'armata, destinata a soggiogarli, avevano tutto disposto per una vigorosa resistenza. Avevano in particolare cercato d'assicurarsi della fedeltà e dell'ubbidienza de' Lodigiani, di cui avevano ragione di temere. Le precauzioni prese a tale oggetto sono una luminosa prova della buona fede degl'Italiani nel dodicesimo secolo. Non chiesero ostaggi, nè posero guernigioni nei loro castelli, ma andati a Lodi i consoli di Milano nel mese di gennajo, chiesero che tutti gli abitanti del distretto, senza eccezione, giurassero di ubbidire in ogni cosa agli ordini del comune di Milano. I Lodigiani che avevano nel loro cuore stabilito di sottrarsi a quella città, non vollero giammai prestare un giuramento che ne avrebbe loro tolti i mezzi; si lagnarono che nella formola del giuramento non era espressa la condizione, salva la fedeltà dovuta all'imperatore, lo che essi ritenevano necessario per la tranquillità della loro coscienza, essendo da precedente giuramento legati a questo monarca[101]. I consoli per ridurli all'ubbidienza marciarono contro di loro alla testa delle milizie milanesi, e gli tolsero i loro mobili, senza che questi opponessero la più piccola resistenza. Passati due giorni, ultimo termine loro accordato, i Milanesi presentaronsi di nuovo innanzi alle borgate di Lodi; ma tutti gli abitanti, uomini, donne, fanciulli, avevano abbandonate le proprie case, ed eransi rifugiati a Pizzighettone. I Milanesi, dopo averle saccheggiate, le incendiarono[102].

Benchè travagliati da questa guerra civile nell'istante della più pericolosa invasione, i Milanesi non si scoraggiarono. Essi ripromettevansi assai de' loro alleati i Bresciani, e sperarono che avrebbero lungo tempo trattenuti i nemici. Furono infatti attaccati dall'armata imperiale ne' primi giorni di luglio, ma dopo aver resistito quindici giorni, spaventati dall'imminente loro pericolo, offrirono ostaggi ed una grossa somma di danaro per prezzo della pace[103].

Federico in mezzo al proprio campo tenne sul loro territorio una specie di dieta, in cui proclamò un regolamento intorno alla disciplina militare, il quale, non meno de' fatti storici, può farci conoscere la maniera con cui di que' tempi si guerreggiava, ed i costumi del secolo dodicesimo. Tale regolamento fu chiamato la pace del principe, perchè destinato a prevenire le querele nel campo.

Per impedire le battaglie private, conviene offrire un mezzo di reprimere e punire legalmente le ingiurie; e questo infatti è lo scopo del primo articolo del regolamento, che proporzionando la pena alla qualità dell'insulto, sulla deposizione di due testimoni non parenti dell'istante, ordina, a seconda dei casi, la confisca dell'equipaggio, il castigo delle verghe, il taglio de' capelli e della scottatura della mascella, infine per gli omicidj, della morte. Ma in mancanza di testimoni dovevano le cause d'ingiurie essere decise da un combattimento giudiziario; oppure, se due schiavi avevano parte nel processo, colla prova del ferro caldo.

Alcuni altri articoli sono destinati a proteggere i popoli ne' di cui territorj l'imperatore aveva destinato di condurre l'armata. «Che il soldato che spoglia un mercante, sarà obbligato di restituire il doppio, e di giurare che ignorava che il derubato fosse mercante:» onde pare che la mercatura fosse particolarmente protetta. «Quello che abbrucerà una casa in città o in campagna, sarà battuto colle verghe, tosato e scottato alla mascella. Colui che troverà vasi pieni di vino, non li romperà nè taglierà i cerchi della botte, e si contenterà di prendere il vino. Quando l'armata s'impadronirà d'un castello, i soldati porteranno via tutto quanto vi si trova, ma non lo abbruceranno senz'ordine del maresciallo. Quando un Tedesco avrà ferito un Italiano, se questi potrà provare con due testimoni d'aver giurata la pace, il Tedesco sarà castigato.» I ventiquattro articoli ond'è composto questo regolamento, presentano tutti l'impronta dell'indisciplina e della barbarie; e se fu noto ai Lombardi, non dovette ispirar loro troppa fiducia nell'armata ch'entrava in paese[104].

Nella stessa dieta furono citati i Milanesi a comparire per giustificarsi della loro ribellione; i quali non avendo scosso ancora in modo il giogo dell'Impero da non riconoscere certa tal quale subordinazione al suo capo, ubbidirono alla citazione. I loro deputati, dopo aver giustificata la condotta dei Milanesi, offrirono per taglia una ragguardevole somma di danaro, che fu dall'imperatore rifiutata. La dieta li dichiarò nemici dell'Impero, e l'armata ebbe ordine di prepararsi all'assedio di Milano. I Milanesi avevano posti mille cavalli al ponte di Cassano, il solo che avevano lasciato sull'Adda, che, ingrossata dallo scioglimento delle nevi, sembrava sufficiente a difendere il loro territorio, come l'aveva altre volte difeso contro le incursioni de' Cremonesi. Ma il re boemo, scendendo lungo l'Adda fino a Carnaliano, ove il fiume è più largo, lanciossi in acqua alla testa della sua cavalleria, ed ora guadando, ora nuotando giugne all'opposta riva perdendo in questo tragitto duecento uomini sopraffatti dalla corrente[105]. Alcuni distaccamenti di Milanesi che marciavano lungo il fiume incontrarono il re di Boemia che si avanzava verso Cassano. Diedero questi il segno d'allarme alla cavalleria destinata alla difesa del ponte, e che, trovandosi esposta ad essere presa alle spalle, non poteva senza pericolo restare in quella posizione: onde ripiegò subito verso Milano lontano poco più di dodici miglia dal fiume; e gli abitanti della campagna, sentendo che i nemici erano penetrati nel loro territorio, s'affrettarono di ripararsi entro le mura della città, cacciandosi avanti i loro bestiami, e trasportando i più preziosi effetti: e, come suole accadere, per iscusare la loro paura, esagerando il numero de' nemici, accrebbero quella de' loro concittadini.

Poi ch'ebbe passato il ponte di Cassano col rimanente dell'armata, Federico, invece d'avanzarsi sopra Milano, attaccò e prese il castello di Trezzo, indi quello di Melegnano, poi andò fino al fiume Lambro sulle di cui rive era posta l'antica città di Lodi. Mentre stava accampato su quelle rovine, i Lodigiani, che forzati ad abbandonare l'incenerita loro patria, eransi rifugiati a Pizzighettone, si presentarono a lui, portando delle croci in mano, siccome costumavano dì fare i supplichevoli, e chiedendo un nuovo ricinto per fabbricarvi la loro città distrutta dai Milanesi. Federico accordò loro quello di Monteghezzone in riva all'Adda quattro miglia distante dalle ruine dell'antica Lodi; e su questo rialto, che alquanto signoreggia il piano, fece porre in sua presenza la prima pietra della città che tuttora sussiste[106].

Intanto eransi recati al campo imperiale quasi tutti i feudatarj italiani, e le milizie della maggior parte delle città; onde trovavansi colà riuniti più di quindici mila cavalli, e cento mila pedoni. Un gentiluomo tedesco, lusingandosi che i Milanesi, spaventati da tanto esercito, non oserebbero uscire dalle loro mura, partì da Lodi con circa mille cavalli per segnalarsi con uno strepitoso fatto d'armi, insultando i nemici dell'imperatore fino sulle loro porte; ma fu ricevuto in modo dalle milizie milanesi, che, dopo un ostinato combattimento, rimase sul campo di battaglia egli e quasi tutti i suoi soldati[107].

Due giorni dopo tale fatto d'armi, il sei o l'otto agosto, come alcuni vogliono, l'imperatore andò ad accamparsi nel Broglio di Milano situato fuori di P. Romana[108]. Immenso essendo il circondario delle mura, fortificate esternamente da larga fossa piena d'acqua[109], conobbe Federico che non era possibile d'attaccar la città col montone, le torri mobili, ed altri ingegni militari, che impiegavansi allora negli assedj, e credette più prudente cosa di aspettare che l'immensa popolazione di Milano venisse dalla fame costretta ad arrendersi; lo che doveva accadere tra non molto, perchè que' cittadini, credendo impossibile il chiuderli da ogni banda, non avevan fatti grandissimi approvvigionamenti. Perciò l'imperatore divise l'armata in sette corpi che pose innanzi alle porte, ordinando loro di coprirsi subito colle trincee.

Quello di questi corpi che più difficilmente poteva comunicare cogli altri, era capitanato dal conte Palatino del Reno e dal duca di Svevia. I Milanesi non tardarono ad accorgersi ch'era quasi isolato, ed avendolo attaccato la prima notte, lo posero in disordine. Ma il re boemo, accorso in ajuto de' suoi alleati, forzò i Milanesi a ritirarsi con perdita. Pochi giorni dopo gli assediati attaccarono il corpo comandato da Enrico duca d'Austria, ma furono ugualmente respinti.

A due o trecento passi fuori della P. Romana eravi un antico monumento chiamato l'Arco de' Romani; quattro arcate massicce di marmo formavano una specie di portico[110], al di sopra del quale ergevasi un'altissima torre ugualmente di marmo. Quaranta soldati milanesi eransi in questa rinchiusi, i quali, quantunque non avessero comunicazione colla città, vi sostennero otto giorni d'assedio, finchè i Tedeschi essendosi appostati sotto il portico medesimo, ov'erano al sicuro dalle frecce e dalle pietre che si gittavano dall'alto, ruppero la volta dell'edificio e forzarono gli assediati ad arrendersi[111]. Federico fece porre sulla sommità di questa torre una petriera che, signoreggiando le mura della città, faceva grandissimo danno agli assediati.

D'altra parte i Milanesi, in alcune scaramucce di non molta importanza, sorpresero i Tedeschi, e tolsero loro sì grande quantità di cavalli che vendevasi cadauno per quattro soldi di terzuoli[112]; ma non ebbero ulteriori vantaggi. Fino dal cominciare della guerra provarono la fortuna contraria, e tutto loro riusciva male: nè solamente erano stati abbandonati dai loro alleati, ma li vedevano servire nel campo nemico. I Cremonesi ed i Pavesi abusavano del favore imperiale per rovinare le campagne, estirpando e bruciando i vigneti, i fichi, gli ulivi[113]; atterravano le case, scannavano i prigionieri; e per dirlo in una parola, facevano la guerra con quella feroce barbarie cui s'abbandonano spesso i deboli esacerbati da lunga oppressione, ed inebriati dalla presente prosperità[114]. I Milanesi miravano dall'alto delle mura la rovina delle loro campagne, e soffrivano nell'interno la fame e la mortalità; e molti del popolo che risguardavano siccome un sacro dovere l'ubbidienza all'imperatore, attribuivano alla vendetta del cielo queste, per essi, nuove calamità. Altri, e specialmente la gioventù, mostravano maggior costanza; e nelle loro assemblee obbligavansi gli uni verso gli altri a sacrificare la vita per la salvezza della patria, e per l'onore della città.

Mentre i cittadini divisi di sentimento rimanevano indecisi sul partito da prendersi, il conte di Biandrate, il principale e più potente gentiluomo di Milano, aveva saputo acquistarsi la confidenza dei due opposti partiti, e, senza perdere il favore popolare, conservare il suo credito alla corte. Poi ch'ebbe scandagliato l'animo dell'imperatore, chiese ed ottenne dai consoli di adunare il popolo nella piazza pubblica. Allora rammentando ai suoi concittadini quanto aveva fatto egli medesimo per difesa della patria, ed il suo conosciuto attaccamento alla causa della libertà, il più grande dei beni, il solo per cui s'acquisti gloria combattendo, gli scongiurò a non prolungare una resistenza che omai non lasciava veruna speranza di felice fine, di cedere, non alle armi, ma alla fame, alla peste, più assai terribili nemici di Federico; di cedere a coloro cui i loro antenati non avevano sdegnato di sottomettersi, avendo malgrado il valore e la virtù loro ubbidito ai re transalpini, a Carlo Magno, al grande Ottone; di cedere perchè instabile è la fortuna, onde conservando illesa la loro patria potevano pure sperare di vederla un giorno ricuperare l'antico suo splendore[115].

Ai Lombardi mancava quella ferma confidenza nel destino della loro repubblica, che avevano gli antichi Romani; quella impossibilità di concepire altra esistenza fuori dell'indipendenza e della libertà; quella forza d'animo che si ostina contro le sventure per un sentimento superiore al freddo calcolo dei vantaggi e dei pericoli. La repubblica era ancora giovane, e la ricordanza della passata dipendenza indeboliva l'energia de' cittadini; le loro istituzioni non erano proprie a sostenere e formare le virtù pubbliche; e non andavano debitori del valor loro, qual che si fosse, che alla natura ed alla libertà, non all'avvedutezza dei legislatori. Essi cedettero alle persuasioni del conte, e spedirono deputati a Federico, il quale accordò loro tali vantaggiose condizioni cui ben potevano sottoporvisi senza vergogna: obbligavansi i Milanesi di rendere la libertà a Como ed a Lodi, a giurare fedeltà all'imperatore, a fabbricargli un palazzo a spese del Comune, a pagargli in tre termini entro un anno nove mila marche d'argento, per guarentire la quale somma dovevano dare alcuni ostaggi; finalmente a rinunciare ai diritti reali ch'essi possedevano. L'imperatore dal suo canto prometteva che, tre giorni dopo aver ricevuti gli ostaggi, allontanerebbe l'armata dalle mura di Milano, senza permettergliene l'ingresso. Venivan compresi nel trattato gli alleati di Milano, i Tortonesi, i Cremaschi, e gl'Isolani del Lago di Como, sanzionando colla sua autorità la continuazione della loro alleanza, e permettendo ai Milanesi l'elezione dei Consoli nella pubblica assemblea del popolo, a condizione che gli eletti gli giurassero fedeltà, e che altri deputati si presenterebbero a lui nelle seguenti calende di febbrajo a rinnovare il giuramento de' Consoli. Per ultimo offerse la sua mediazione per trattar la pace tra Milano ed i suoi alleati da un lato, e dall'altra parte le città di Cremona, Pavia, Novara, Como, Lodi e Vercelli, con patto che fossero dalle due parti rilasciati i prigionieri: sul quale ultimo articolo acconsentì che nel caso che non potessero aver felice esito le trattative di pace, gl'Italiani potessero ritenere i rispettivi prigionieri, senza ch'egli avesse diritto di lagnarsene[116].

Ben lungi che la costituzione repubblicana di Milano e delle altre città dipendenti dall'alta signoria dell'Impero fosse riconosciuta dalle leggi, queste città non aspiravano nemmeno apertamente all'indipendenza, ritenendo che il giuramento di fedeltà all'imperatore era una formalità di obbligo, e che per antico costume dovevasi pagare al medesimo una somma di danaro qualunque volta veniva in Italia; onde la tassa di nove mila marche imposta in quest'occasione ai Milanesi non doveva sembrar loro esorbitante. La liberazione di Lodi e di Como era il solo articolo oneroso di questo trattato, sembrando gli altri convenuti tra uguali potentati[117]; di modo che il trattato smentisce in parte il racconto degli storici imperiali, i quali mostrano Federico in quest'impresa sempre accompagnato dalla vittoria. Se i successi non fossero stati compensati dalle perdite non è supponibile che i Milanesi avessero potuto ottenere così vantaggiose condizioni. Ma in tutto questo periodo non possono consultarsi che scrittori parziali di Federico[118].

Tale convenzione fu sottoscritta il giorno 7 di settembre, e non molto dopo l'imperatore si trasferì a Roncaglia per presiedere la dieta del regno d'Italia, alla quale intervennero ventitrè tra arcivescovi e vescovi delle principali diocesi, molti principi, duchi, marchesi, e conti, i consoli ed i giudici di tutte le città. L'imperatore aveva con lui quattro legisti bolognesi, discepoli di Guarnieri, che in sul cominciar del secolo aveva introdotto nello studio di Bologna la scuola di giurisprudenza.

In niuna precedente dieta italiana eransi, come nella presente, vilipesi i diritti del popolo. L'arcivescovo di Milano in un discorso di consuetudine, rispondendo a quello pronunciato da Federico, diede il primo esempio di vile adulazione. I vescovi che due secoli prima, dominando le città, erano così caldi per l'indipendenza, furono i principali nemici della libertà dei popoli, dopo che le città ebbero scosso il giogo vescovile. «Spetta a voi (diceva il prelato milanese a Federico) spetta a voi a statuire intorno alle leggi, alla giustizia, ed all'onore dell'Impero; sappiate che vi fu accordato pieno diritto sui popoli per istabilire novelle leggi, e che la vostra volontà sola è la regola della giustizia: una lettera, una sentenza, un editto da voi emanati, diventano all'istante leggi del popolo. E per verità, non è forse doveroso, che il lavoro abbia la sua ricompensa? che colui che ha l'incarico di proteggerci, goda invece le dolcezze del comando[119]

Tale press'a poco era il linguaggio de' legisti, approvando tutto quanto di basso e di vile si contiene nella giurisprudenza de' romani imperatori; accostumati a risguardare i libri di Giustiniano come la ragione scritta, e non altro conoscendo delle cose romane, che i suoi padroni, univano le massime del dispotismo all'amore che professavano alla loro scienza, da cui riconoscevano la propria riputazione e la loro gloria. I legisti infatti fino alla fine delle repubbliche italiane ebbero sempre opinioni poco liberali.

Federico fece rivendicare dai suoi giureconsulti in faccia alla dieta i reali diritti di cui erasi a poco a poco spogliata la sua corona. Le prerogative imperiali riclamate da un principe vittorioso, alla testa di una potente armata, furono spiegate e difese con tutte le sottigliezze scolastiche e legali. I proprietari dei diritti signorili scoraggiati dalle nuove opinioni del clero, e trovandosi ugualmente incapaci di far fronte agli argomenti de' dottori bolognesi ed alle armi tedesche, s'appigliarono al partito di rassegnare tutti i loro privilegi al monarca. La dieta dichiarò che le regalie spettavano a lui solo, e che sotto il nome di regalia erano compresi i ducati, i marchesati, le contee, il diritto di coniar monete, i pedaggi, il diritto del fodero, ossia, approvvigionamento, i tributi, i porti, i mulini, le pesche, e tutti i redditi provenienti dai fiumi. Per ultimo aggiunse a tutto questo che i sudditi dell'Impero dovevano pagare un testatico al suo capo[120].

Per altro Federico non fece uso di così vaste concessioni, nè forse era prudente il farlo. Confermò a tutti i diritti di cui erano possessori, mercè un'annua corresponsione indicante l'alta signoria dell'Impero. E per tal modo con apparente generosità aggiunse trenta mila talenti, dice Radevico, che non suole impiegare che frasi classiche, all'entrate dell'Impero. Furono verosimilmente trenta mila marche, o trenta mila libbre d'argento, trovandosi queste valutazioni impiegate negli editti della stessa epoca.

La medesima Dieta dichiarò pure di pertinenza dell'imperatore la nomina dei consoli e dei giudici, ma coll'assenso del popolo. Federico introdusse in quest'occasione un importante cambiamento nell'amministrazione della giustizia. Durante la dieta erano state prodotte, secondo l'antica consuetudine del regno, moltissime cause private, affinchè venissero giudicate dall'imperatore. Egli si lagnò d'essere sollecitato a pronunciare i suoi giudizj, dicendo che l'intera sua vita non basterebbe a ciò; ed in conseguenza incaricava in ogni diocesi delle incumbenze giudiziarie alcuni nuovi magistrati, detti podestà, ch'egli obbligavasi di nominare sempre stranieri alle città che dovevano reggere[121].

Tale innovazione apparentemente provocata dal solo amor di giustizia, poteva riuscir fatale alla libertà, ed ebbe infatti il preveduto effetto. I podestà trovaronsi bentosto in opposizione coi consoli. I primi, siccome persone scelte dall'imperatore nella classe de' gentiluomini a lui più affezionati, o in quella de' legisti, mostravansi sempre favorevoli al potere arbitrario; i secondi, nominati dal popolo, erano i campioni della libertà cui dovevano la propria esistenza. Quando l'imperatore conobbe questa rivalità, si prese cura d'abolire i consoli, onde rimanessero più potenti i podestà. Ciò diede luogo a quasi tutte le guerre che si accesero in appresso, ma è cosa notabile che, avendo il popolo ottenuta intera libertà, non abolisse un'istituzione straniera, che aveva ricevuta dalle mani d'un sovrano. Rispettando l'ordine stabilito, conservò i podestà ch'egli stesso nominava, e coi podestà tenne vivo nel comune un lievito del potere arbitrario; e quest'abitudine di riclamare l'autorità d'un solo, costò in progresso a molte repubbliche la libertà.

Nella stessa dieta fu ratificata una legge intorno alla conservazione della pace, affatto opposta alle prerogative dei comuni, perciocchè a questi, siccome ai duchi, marchesi, conti, capitani, valvasori, si toglieva il diritto di far la guerra e la pace, di cui erano in possesso da tanto tempo: ma perchè tutti erano a parte dei disordini inseparabili dalle guerre private, niuno ardì opporsi ad una legge tanto favorevole all'umanità[122].

Questa notabile dieta fu chiusa con un giudizio dell'imperatore intorno alla contesa che da lungo tempo agitavasi tra Piacenza e Cremona. La prima fu alleata dei Milanesi, l'altra aveva mandate le sue milizie sotto le insegne di Federico; e ciò bastò a determinare il favore del principe, che fece atterrare le mura di Piacenza e le torri, e riempirne le fosse.

Tutto omai piegava ai voleri di Federico, il quale approfittando di tanta prosperità, faceva ansiosamente ricercare se nelle antiche provincie romane eravi alcun diritto da rivendicare all'Impero: nell'antica divisione del quale erano toccate all'imperatore d'Occidente le isole di Corsica e di Sardegna. Mancando di miglior titolo egli pensò di valersi di questo, e spedì i suoi commissari ai Pisani ed ai Genovesi, ingiungendo loro di trasportarli in quelle isole. E perchè sì gli uni, che gli altri non si prestarono alle sue domande, arse di sdegno contro di loro, e minacciò di sfogarlo sopra Genova[123]. I Genovesi dal canto loro non erano contenti della legge emanata dalla Dieta intorno ai diritti reali; appoggiandosi ad antichi privilegi degl'imperatori, che li dispensavano da ogni tassa e da ogni servizio, a motivo della povertà delle loro montagne, e per ricompensarli della cura che si prendevano di difendere le coste dagl'infedeli. Temendo che Federico facesse tener dietro i fatti alle minacce, uomini, donne, fanciulli, lavoravano notte e giorno con instancabile zelo per mettere la loro città in istato di vigorosa difesa, rinforzando le mura, coprendole di macchine da guerra, e facendo delle piatta-forme con alberi ed antenne di navi. Non trascurarono intanto di mandare una onorata deputazione di magistrati all'imperatore, tra i quali trovavasi pure lo storico Caffaro. Seppero questi così opportunamente impiegare l'accortezza e le ragioni, e mostrarsi ad un tempo sommessi e coraggiosi, che Federico si accontentò di ricevere dodici mila marche d'argento in tacitazione d'ogni sua pretesa[124].

Supponeva l'imperatore che le decisioni della Dieta di Roncaglia lo assolvessero dall'osservanza del trattato fatto coi Milanesi, e quindi sottrasse Monza alla loro giurisdizione, quantunque gli avesse assicurato il possedimento di tutto il territorio, tranne Lodi e Como. Poco dopo li privò pure dei contadi della Martesana e del Seprio, investendone un nuovo Signore; pose guarnigione tedesca nel castello di Trezzo, e, per far cosa grata ai Cremonesi, ordinò che si distruggessero le mura di Crema. Mandava in pari tempo a Milano il suo cancelliere per sostituire il podestà ai consoli in onta alla letterale convenzione del trattato di pace[125]; perchè il popolo risguardando quest'atto come un aperto oltraggio, prese furibondo le armi, e sforzò il cancelliere a sortire all'istante dalla città: nè i Cremaschi avevano diversamente trattato il messo che loro recava l'ordine di atterrare le mura.

Prima che ciò accadesse, gran parte de' signori tedeschi che avevano accompagnato l'imperatore, eransi, dopo la sommissione di Milano, ritirati alle loro case, ed al cominciare dell'inverno l'armata di Federico trovavasi molto indebolita; oltre che erasi avanzata in parte verso Bologna per sostenere i deputati, che dovevano far eseguire nel territorio della Chiesa i decreti della dieta di Roncaglia. I Milanesi, convinti che il sovrano credevasi disobbligato dall'osservanza dei trattati fatti coi sudditi; i Milanesi che sapevano d'averlo offeso, e non ignoravano quanto fosse proclive alla vendetta, credettero di prevenirlo, e si prepararono subito alla guerra. L'imperatore teneva guarnigione nel castello di Trezzo, posto in riva all'Adda, quattro miglia al di sopra del ponte di Cassano; lo che aprivagli sempre la strada del territorio milanese, e toglieva a quegli abitanti il vantaggio di difendersi dietro i fiumi che da due lati cingono la loro diocesi. I Milanesi attaccarono perciò Trezzo, e se ne impadronirono in tre giorni, ma non furono ugualmente felici nell'attacco di Lodi che difende un altro passaggio dell'Adda[126].

L'imperatore conoscendosi troppo debole per punire all'istante tanti oltraggi, si limitò a denunciarli ad una corte plenaria che adunò ad Antimiaco presso Bologna. Il vescovo di Piacenza, quantunque città da lungo tempo alleata coi Milanesi, si diffuse in invettive contro di questi provocando un decreto della Corte che metteva Milano al bando dell'Impero, ed ordinava ai principi di riunirsi di nuovo per muovergli guerra.

Questa corte o dieta si occupò inoltre di altre gravissime cause. Adriano IV si lagnò della condotta de' messaggieri reali venuti a visitare il patrimonio della Chiesa. Sosteneva il papa, che l'imperatore senza sua intelligenza non poteva mandare deputati a Roma, perchè quella non era subordinata che alla Chiesa, che l'imperatore non poteva pretendere il diritto del fodero dal patrimonio di s. Pietro che in occasione di recarsi a Roma per ricevere la corona dalle mani del papa; che i vescovi d'Italia sono bensì tenuti a prestargli il giuramento di fedeltà, ma non di vassallaggio; siccome non erano tenuti a ricevere i messaggieri imperiali ne' loro palazzi; per ultimo, che tutti i possedimenti della contessa Matilde essendo devoluti alla santa Sede, spettavano al papa i tributi di Ferrara, di Massa, di tutto il territorio posto tra Acqua pendente e Roma, del ducato di Spoleti e delle isole di Sardegna e di Corsica. A queste gravi contestazioni un'altra se n'aggiunse assai più frivola, ma forse più calda rispetto allo stile adoperato dalla cancelleria imperiale nello scrivere al papa[127].

Rispondeva Federico, che i suoi messaggieri, abitando ne' palazzi vescovili, abitavano in propria casa, perchè fabbricati sul suolo imperiale; che i vescovi non potevano dispensarsi dal dichiararsi suoi vassalli finchè rimanevano in possesso dei feudi dell'Impero; per ultimo essere affatto insussistente la pretesa sovranità del papa nella città di Roma, mentre egli aveva il titolo di re dei Romani.

La guerra di questo monarca coi Milanesi, e la vicina morte d'Adriano, non permisero, è vero, che questa lite s'inasprisse troppo, ma fu cagione che il senato romano, che ancora mantenevasi nemico de' papi, si rappacificasse coll'imperatore.

Nella disuguale contesa che i Milanesi rinnovavano coll'imperatore, non contavano altri alleati che i Cremaschi, popolo valoroso ma debole, ed i Bresciani che nella precedente campagna non avevano dato prove di molta fermezza. I Tortonesi o non osarono, o non hanno potuto soccorrerli. Federico aveva costretti gli abitanti di Piacenza e dell'Isola sul lago di Como, a rinunciare all'alleanza de' Milanesi per unirsi a lui; e le città di Como e di Lodi, già soggette ai Milanesi, avevan prese le armi contro di loro. Lodi nuovamente fortificata con un ponte sull'Adda, apriva il territorio milanese ai nemici, padroni di quella città. Aggiungevasi a tali ristrettezze, le campagne rovinate nella precedente guerra, il tesoro esausto, la morte de' più bravi cittadini per cui trovavansi in peggiori circostanze che all'epoca della prima invasione: di modo che la risoluzione ardita di dichiarar la guerra, potrebbe chiamarsi stoltezza, se generosi motivi non l'avessero provocata. È nobile orgoglio il poter dire: siamo deboli, siamo abbandonati, saremo sterminati, chè non è in nostro potere il soggiogar la fortuna, ma questo residuo di ricchezze che possiamo sagrificare alla patria; questa rimanenza di vigore che sentiamo nelle nostre braccia, questo sangue libero che bolle ancora nelle nostre vene, dobbiamo pur consacrarli ad un nobile oggetto; noi non possediamo tutto ciò che per combattere il dispotismo; e noi non ci sottometteremo che quando, oltre aver perduta ogni speranza di vincere, ci sarà tolto ogni mezzo di resistenza[128]. Con tali sentimenti, con tanta costanza, l'entusiasmo si perpetua, la seguente generazione rivendica quella che soggiace, i despoti si snervano a forza di vincere, e sulle rovine delle città libere s'innalza di nuovo lo stendardo della libertà.

Federico non intraprese la seconda volta l'assedio di Milano, ma usando destramente di tutti gli avvantaggi che gli dava la facilità di entrare all'improvviso nel territorio milanese, di porsi in sicuro nel caso di sinistro evento, e la superiorità della sua cavalleria tanto pel numero che per la disciplina, si limitò in quella estate a devastare le campagne de' suoi nemici, bruciando le messi, facendo atterrare o scorzare gli alberi fruttiferi, distruggendo ogni sorta di commestibili, e vietando sotto severissime pene il recar vittovaglie a Milano, al qual oggetto faceva continuamente battere dalla cavalleria tutte le strade[129]. I Milanesi per altro ch'eransi anticipatamente provveduti, ed inoltre avevano stabilita una saggia economia nella distribuzione de' viveri, osservarono con apparente non curanza la desolazione delle loro campagne.

In questo frattempo i Cremonesi, avendo avuto qualche considerabile vantaggio sui Bresciani, determinarono l'imperatore a far l'assedio di Crema. Essi furono i primi ad accamparsi presso questa città il giorno 3 o 4 di luglio, raggiunti otto giorni dopo dall'imperatore con rinforzi che aveva ricevuto di Germania.

Crema è posta sulla riva del Serio in una paludosa pianura tra l'Adda e l'Oglio, ventiquattro miglia distante da Milano, ed altrettante dalle montagne. Questa piuttosto borgata che città, che borgata allora si chiamava, era cinta di doppio muro, e d'una fossa piena d'acqua larga e profonda assai. I Cremaschi, che non senza pena eransi sottratti alla dipendenza de' Cremonesi, conservavano per Milano una fedeltà a tutta prova. Avvertiti del pericolo de' loro alleati, i Milanesi destinarono Manfredo di Dugnano, uno de' loro consoli, a recarvisi con quattrocento pedoni ed alcuni cavalli, che promettevano di mantenere finchè durasse l'assedio, quantunque a tale epoca, avendo Federico divisa la sua armata, danneggiasse già il territorio milanese[130]. Anche i Bresciani mandarono a Crema alcuni soccorsi.

Intanto gl'imperiali avevano, secondo l'antico costume, incominciato a lavorare intorno ad una linea di circonvallazione, per togliere alla città ogni comunicazione colla campagna, ed assicurarsi ad un tempo dalle sortite degli assediati. Ma questi non cessavano di molestarli; ed in un attacco che fecero mentre l'imperatore era lontano, combatterono con tanto valore, che si mantennero superiori fino a notte, quantunque non avessero più di cento cavalli. Allorchè Federico tornò al campo, indispettito fieramente perchè i Cremaschi avessero osato di battere le sue truppe, come avesse giusto motivo di farlo, ordinò che si appiccassero alcuni prigionieri in faccia alle mura. Gli assediati, credendosi in dovere di far uso del barbaro e talvolta impolitico diritto di rappresaglia, esposero sulle mura allo stesso supplicio un egual numero di Tedeschi[131].

Allora Federico fece loro intimare da un araldo, che ad alcun patto non farebbe loro grazia, essendo determinato di trattarli coll'estremo rigore: e per darne una barbara prova fece morire quattro ostaggi presi a Crema prima della guerra, e sei deputati che i Milanesi mandavano a Piacenza, tra i quali un nipote dell'arcivescovo.

Alcuni giovanetti cremaschi trovavansi ancora come ostaggi in potere di Federico. Egli li fece attaccare ad una torre che doveva spingersi contro la città, mentre gli assediati, con nuovi mangani o catapulte, sforzavansi di tenerla lontana. Sperava così Federico di costringere i Cremaschi a non adoperare le loro macchine, che minacciavano di spezzare la sua torre; pure non lasciava loro veruna speranza di salute, avendo fatti morire altri ostaggi; onde quand'anche i Cremaschi per salvare quegl'infelici avessero sagrificata la città, non erano perciò lusingati di avere sopportabili condizioni. I padri di quelle sventurate vittime, armati sulle mura, mettevano lamentevoli grida, ma non lasciavano di combattere e di dirizzare le catapulte contro la torre che avanzavasi contro la città; ed uno di loro, secondo lo attesta Radevico di Frisinga, gridava ad alta voce ai suoi figliuoli[132]: «Fortunati coloro che muojono per la patria e per la libertà! Non temete la morte che può sola oramai rendervi liberi. Se foste giunti all'età nostra, non l'avreste voi disprezzata come noi facciamo? voi felici, che morite avanti di temere come noi altri l'infamia delle nostre spose, e non udite le grida de' vostri figli che implorano pietà. Oh ci sia dato di seguirvi ben tosto! e non rimanga veruno de' nostri vecchi seduto sopra le ceneri della città. Possano chiudersi i nostri occhi prima di vedere la santa nostra patria caduta tra l'empie mani de' Cremonesi e de' Pavesi!»

La torre intanto, colpita dagli enormi sassi lanciati dalle catapulte, minacciava rovina, e l'imperatore aveva ragione di temere che, prima d'arrivare a' piè delle mura, schiaccerebbe, cadendo, i guerrieri che portava. La fece perciò ritrocedere e staccarne gli ostaggi che la ricoprivano coi loro corpi; de' quali ne furono trovati nove morti, quattro milanesi e cinque cremaschi, e tra i primi uno de' Posterla, ed un Landriano, due delle principali famiglie di quella città; tra gli ultimi un giovane ecclesiastico. Altri due ostaggi erano gravemente feriti; molti erano tuttavia illesi[133].

Nè queste furono le sole atroci azioni che infamassero l'assedio di Crema; ma il dovere di storico non mi forza ad intrattenermi più lungamente in mezzo a così ributtanti memorie.

I Milanesi che desideravano divertire dall'assedio di Crema parte delle forze imperiali, assediarono il castello di Manerbio, che possedevano i Tedeschi sul lago di Como; ma furono costretti a ritirarsi da certo conte Goswino che con un corpo di truppe era stato spedito dall'imperatore in soccorso di Manerbio, e vi perdettero molti uomini. In pari tempo furono posti al bando dell'impero i Piacentini per avere approvigionato di viveri Milano e Crema[134].

Erano più di sei mesi che quest'ultima città era stata cinta d'assedio, nè l'imperatore si lasciava muovere dall'asprezza dell'inverno a renderlo men vivo. Fece riparare la torre mobile che gli assediati avevano rispinta, e costruirne un'altra, che, a fronte della più ostinata resistenza, furono portate in tanta vicinanza della muraglia, che i balestrieri soprastavano agli assediati. (1160) Ma ciò che gli diede maggior speranza di condurre l'impresa a felice fine, fu il tradimento di Marchese, principale ingegnere de' Cremaschi, il quale, passato essendo nel campo imperiale, presiedette alla costruzione di nuove macchine contro quella città, che aveva fin allora lungo tempo difesa[135]. Egli consigliò l'imperatore a mettere sulle torri i migliori soldati, ed i balestrai nella parte più elevata, perchè, dominando le mura, facessero ritrarre gli assediati dalle difese, mentre il fior de' guerrieri getterebbe dal primo piano i ponti sulle mura. Il rimanente dell'armata avanzavasi all'assalto tra l'una torre e l'altra, disposta a valersi della zappa e della scala, secondo che tornerebbe più in acconcio, tosto che vedessero abbassati i ponti levatoj. Dal canto loro gli assediati si ordinavano sulle mura, e coperti di mantelletti sforzavansi coi loro gatti o montoni adunchi d'impadronirsi, o di rovesciare i ponti che dalle torri facevansi cadere sulle loro mura. Respinti più volte da queste, altre tante le ricuperarono, ributtando sempre valorosamente gli assalitori, tra i quali facevasi distinguere Attone conte palatino di Baviera, il primo a lanciarsi sulle mura, l'ultimo ad abbandonarle. Dopo aver perduto assai gente esposta alle freccie degli arcieri, senza che potessero nè difendersi nè vendicarsi, in sul cadere del giorno furono costretti d'abbandonare le mura esteriori e di ripiegarsi entro i secondi ripari, disposti in tutto di voler sostenere con egual vigore un secondo assedio[136].

Ma quando, durante la notte, riconobbero le poche forze che loro rimanevano, e numerarono i valorosi soldati che avevano perduti, quando videro le fosse colmate, ed osservarono la debolezza del muro interno, abbandonaronsi alla disperazione. All'indomani proposero al patriarca d'Aquilea ed al duca di Baviera di entrare in trattato per la resa colla loro mediazione. Il patriarca assicurò i consoli, che il solo mezzo di calmare la collera dell'imperatore era quello di darsi a discrezione.

Uno di loro, comprimendo il suo dolore, rispose non aver essi prese le armi contro Federico, ma bensì contro i Cremonesi, risoluti di non servire che a Dio ed all'imperatore: che credevano d'aver fatto conoscere che preferivano la morte ad una ingiusta schiavitù: che la loro alleanza coi Milanesi non aveva avuto altro oggetto, che quello di liberarsi dalla servitù: che l'avevano mantenuta fin che Dio lo permise, ma che ora erano sforzati di risguardare come un segno della celeste collera la disperata situazione cui trovavansi ridotti. Ed in fatti essi avevano ancora armi e viveri senza poterne far uso per salvezza della loro libertà. Il console pose fine al suo parlare, chiedendo che, poichè il vittorioso imperatore era pur determinato di castigare i suoi concittadini, non volesse almeno darli in mano ai loro più feroci nemici, i Cremonesi.

Finalmente Federico si lasciò piegare ad offrir loro alcune condizioni, che vennero subito accettate. Permetteva loro di sortire dalla città colle mogli e figli, portando in una sol volta sulle proprie spalle quanti effetti potevano. Rispetto alle milizie sussidiarie di Milano e di Brescia, volle che sortissero senz'armi e senza salmeria; ma permise a tutti senza riserva di recarsi dove più loro piacesse.

In forza di tale convenzione il giorno 22 gennaro del 1160, gli abitanti di Crema, uomini, donne e fanciulli in numero di circa ventimila sortirono da questa sventurata città, avviandosi verso Milano. L'imperatore abbandonò Crema al saccheggio, dopo il quale i suoi soldati appiccaronvi il fuoco, ed i Cremonesi atterrarono poi fino alle fondamenta tutto quanto aveva resistito all'incendio[137][138].

Il settembre del precedente anno era morto papa Adriano IV, quando la sua lite coll'imperatore incominciava a farsi viva. Il collegio de' cardinali, riunitosi per dargli un successore, si divise fra due rivali; Rollando originario di Siena, canonico di Pisa, cardinale del titolo di san Marco, e cancelliere della Chiesa, fu eletto dagli uni, mentre dall'opposta fazione fu nominato Ottaviano nobile romano, cardinale del titolo di santa Cecilia. Il primo ch'ebbe maggiori suffragi, ed aveva il favor popolare, fu consacrato sotto nome di Alessandro III, e dalla Chiesa riconosciuto pur per legittimo papa. Il secondo, che prese il nome di Vittore III, era spalleggiato dal senato e dalla nobiltà romana; ma è verosimile che fosse egli medesimo persuaso della illegittimità di sua elezione, poichè cercò il favore degli antagonisti dei papi e della libertà romana, in Germania ed in Lombardia. Sperando Federico che questa doppia elezione indebolirebbe la corte pontificia, convocò di sua propria autorità un concilio a Pavia, intimando ai due pontefici di presentarsi. Alessandro era stato fatto prigioniere dal suo rivale; e, quantunque liberato dalla fazione popolare, non trovandosi abbastanza forte per sostenersi in Roma, dimorava ora in una ed ora in altra città a guisa di fuoruscito: pure rispose con fierezza, che il legittimo successore di s. Pietro non era subordinato al giudizio dell'imperatore, o dei concili. All'opposto Vittore passò a Pavia, e si guadagnò i suffragi di Federico e de' suoi vescovi, onde, nell'atto che fu confermata la di lui elezione, fulminò la scomunica contro Rollando o Alessandro III, il quale dal canto suo scagliò tutti i fulmini della Chiesa sul capo di Federico e dichiarò i suoi sudditi sciolti dal giuramento di fedeltà[139][140].

La caduta di Crema non aveva scoraggiati i Milanesi, i quali, per l'alleanza che contratta avevano col legittimo pontefice, univano la loro causa a quella di mezza l'Europa, ed ammorzavano lo zelo de' loro nemici. Inoltre i Tedeschi, dopo aver sostenuta una così lunga e penosa campagna, sospiravano pel ritorno alla loro patria; onde Federico, quantunque rimasto in Lombardia per continuar la guerra, si trovò obbligato di licenziare la maggior parte della sua armata[141], non ritenendo presso di se che suo cugino il duca Federico, figliuolo di Corrado, i due conti palatini Corrado ed Ottone coi loro vassalli, i vassalli proprj, e gl'Italiani della sua fazione. Conoscendo di non avere forze superiori a quelle de' nemici, nel 1160 si limitò a fare la piccola guerra.

Il fatto di Cassano fu il più importante di questa campagna. I Milanesi avendo posto l'assedio a quel castello occupato dalle truppe imperiali, Federico marciò il nove agosto per soccorrere gli assediati con alcune milizie pavesi, tutte quelle di Novara, di Vercelli e di Como, i vassalli di Seprio e della Martesana, il marchese di Monferrato, ed il conte di Biandrate. Un rinforzo condotto dal duca di Boemia lo raggiunse quando già trovavasi in faccia all'armata repubblicana, ch'egli circondò da ogni banda, togliendole la comunicazione con Milano. Allorchè i consoli s'avvidero della difficile situazione cui erano ridotti, non volendo dar tempo ai soldati di conoscere il comune pericolo, e non esporli a soffrire la fame, ordinarono di attaccare all'istante i nemici. Opposero ai Tedeschi ed all'imperatore i battaglioni di porta Romana e di porta Orientale, confidando loro la guardia del Carroccio, perchè l'ardore con cui difenderebbero quel sacro deposito, gli uguaglierebbe per lo meno ai Tedeschi, più di loro esperti nell'arte militare. Collocarono i battaglioni delle altre due porte e gli ausiliari bresciani contro gl'Italiani. Il valor personale di Federico, sormontando ogni ostacolo, penetrò fino al Carroccio, uccise i buoi che lo conducevano, atterrò la croce dorata ond'era ornato, e prese lo stendardo del comune. Ma intanto l'altr'ala dei Milanesi trionfava compiutamente degl'imperiali, di modo che le due armate credevano ugualmente d'aver guadagnata la battaglia, quando una violenta pioggia obbligò i combattenti a separarsi. Rientrando nel campo l'ala vittoriosa dei Milanesi, conobbero la rotta avuta dall'altra; perchè insofferenti dell'affronto fatto al Carroccio, uscirono tutti di nuovo per attaccare l'imperatore, il quale, avendo perduto molti suoi valorosi soldati e trovandosi separato dai Novaresi ch'erano fuggiti, abbandonò precipitosamente i prigionieri ed i suoi equipaggi. I repubblicani, paghi d'aver veduto l'imperatore fuggire innanzi a loro, rientrarono trionfanti in Milano carichi delle sue spoglie[142].

Il susseguente giorno furono ugualmente rotte le milizie cremonesi e lodigiane, che marciavano con un convoglio d'approvigionamenti in soccorso dell'imperatore: ed in pari tempo gli assediati del castello di Cassano piombarono improvvisamente addosso alle poche truppe rimaste nel campo, e, bruciate le macchine dei Milanesi, gli sforzarono a levar l'assedio malgrado tutti i vantaggi riportati il precedente giorno.

Prima di porsi ai quartieri d'inverno in Pavia, Federico radunò i feudatari italiani, e gli obbligò sotto la santità del giuramento di raggiungere con tutte le loro forze i suoi stendardi nella vegnente primavera. Si annoverano con dispiacere fra costoro il marchese Obizzo Malaspina ed il conte di Biandrate, che in principio della guerra avevano combattuto per una causa più nobile[143].

(1161) Alcune scaramuccie di veruna importanza aprirono la campagna del 1161. Il giorno 16 di marzo i Lodigiani ed i Piacentini, senza che gli uni sapessero degli altri, andarono nel bosco di Bulchignano posto al confine dei loro territorj per sorprendersi reciprocamente con un'imboscata, e vi stettero tutta la notte senz'avvedersi della prossimità del nemico; ma essendosene in sul far del giorno accorti i Piacentini, approfittarono della sorpresa de' Lodigiani e li fecero quasi tutti prigionieri.

Intanto vergognandosi i Tedeschi che l'imperatore rimanesse come abbandonato in mezzo ai Lombardi, verso la metà di giugno passarono le Alpi per venire in suo soccorso. La loro armata di quasi cento mila uomini si congiunse a Federico avanti il raccolto, ond'egli postosi alla loro testa potè avanzarsi nel territorio milanese e bruciarne le biade ancora immature fino alla distanza di dodici in quindici miglia dalla città. I Milanesi tentarono più volte inutilmente di scacciare il nemico dal loro territorio, ma rimasero perdenti in quasi tutti gl'incontri[144].

Quando poi in settembre s'avvicinavano a maturità i secondi raccolti, il miglio e le fave[145][146], Federico invase di nuovo il territorio milanese e consumò queste derrate col fuoco, come aveva prima distrutte le biade. In tutto il rimanente della campagna i vantaggi e le perdite si compensarono da ambe le parti; di modo che i soli fatti notabili sono le crudeltà dell'imperatore verso i prigionieri cui faceva tagliar le mani o appiccare.

Al cominciar dell'inverno, Federico stabilì il suo quartiere a Lodi, facendo in pari tempo fortificare Rivalta Secca e s. Gervasio per tagliare la comunicazione tra Milano, Brescia e Piacenza, di maniera che i Milanesi non potevano procacciarsi le vittovaglie da queste due città. Ad accrescere le angustie di questi, oltre la ruina quasi totale delle loro campagne, s'aggiunse un fatale incendio che consumò due quartieri della città ov'erano posti quasi tutti i granai, talchè in sul cominciar dell'inverno mancavano già i viveri. (1162) L'imperatore, che non ignorava le sventure de' suoi nemici, faceva crudelmente punire coloro che si attentavano d'introdurre vittovaglie in Milano, cosicchè in un solo giorno rimasero senza mani venticinque paesani, che i suoi soldati avevano trovati carichi di munizioni[147]. Perchè conobbero i Milanesi essere loro impossibile di giungere con sì scarse provvisioni fino al nuovo raccolto, che pure dovevano credere che verrebbe, siccome il precedente, distrutto dai nemici, di modo che ciò che la forza delle armi non ottenne, si consegui dall'onnipotenza della fame. I consoli spedirono all'imperatore, che in allora soggiornava a Lodi, deputati ad offrire umili condizioni di pace; cioè di demolire, in attestato di sommissione, le mura in sei luoghi, e di ricevere in avvenire i podestà che vorrà mandarli. Ma Federico rispose ai loro deputati, che non isperassero grazia finchè non gli s'arrendessero senza condizione, abbandonandosi affatto alla sua clemenza. Allorchè si ebbe in Milano tale risposta, i magistrati protestarono invano di non voler rinunciare alla libertà che perdendo la vita, perciocchè il popolo ammutinato trionfò della loro resistenza e gli obbligò a sottomettersi[148].

Cedendo al volere del popolo gli otto consoli con altri otto cavalieri si presentarono il giorno primo di marzo al palazzo dell'imperatore in Lodi, e tenendo la spada nuda in mano si arresero a discrezione in nome della città. Giurarono nello stesso tempo d'essere disposti ad ubbidire a tutti gli ordini imperiali; giuramento che verrebbe rinnovato da tutti i Milanesi. Tre giorni dopo, richiese l'imperatore che trecento cavalieri venissero a deporre ai suoi piedi le loro spade e trentasei stendardi del comune. In tal occasione Guintellino, capo degl'ingegneri, gli portò pure le chiavi della città. Allora l'imperatore, senza per altro far conoscere le sue intenzioni, domandò che venissero al suo quartiere tutti quelli che furono consoli, negli ultimi tre anni, e gli si recassero tutti gli stendardi della città; umiliante cerimonia cui i Milanesi si sottomisero il susseguente martedì.

I cittadini di tre quartieri della città andavano avanti al Carroccio portando in mano supplichevoli croci, e quelli degli altri tre chiudevano la processione. Quando il sacro carro fu a vista dell'imperatore, i trombetti della signoria fecero per l'ultima volta eccheggiar l'aria del loro clangore; l'albero su cui sventolava lo stendardo s'abbassò come spontaneamente innanzi al trono, e non fu rialzato senz'ordine di Federico. Il Carroccio con novantaquattro stendardi furono in seguito dati ai Tedeschi. Allora uno de' consoli milanesi si fece ad arringare l'imperatore, supplicandolo d'usare misericordia alla sua patria. Tutto il popolo si gettò subito ginocchione, domandando perdono in nome delle croci che portavano. Il conte di Biandrate che militava sotto Federico, prendendo una croce di mano a quelli contro cui aveva poc'anzi combattuto e che per lo innanzi servì, si prostrò innanzi al trono domandando grazia per loro. Tutta la corte, tutta l'armata piangeva a così compassionevole spettacolo; e soltanto non iscorgevasi verun indizio di commozione sul volto dell'imperatore. Diffidando della sensibilità della consorte, non aveale permesso di assistere a questa ceremonia; perchè i Milanesi, non potendo avvicinarsele, gettavano verso le sue finestre le croci che erano portate e che dovevano parlare per loro. Federico poi ch'ebbe ricevuto il giuramento di fedeltà da tutti quelli che accompagnavano il Carroccio, e scelti quattrocento ostaggi, ordinò al popolo di tornare a Milano, di demolire le sei porte della città ed i muri attigui e di riempire la fossa, ond'egli potesse liberamente entrare colla sua armata. Dietro loro mandò pure sei gentiluomini tedeschi e sei lombardi, tra i quali lo storico Morena, per ricevere il giuramento di fedeltà da coloro ch'erano rimasti in Milano, e rivocò la sentenza che aveva posti i Milanesi al bando dell'impero.

Erano omai dieci giorni passati dopo la resa della città, ed il vincitore in cambio di occuparla colle sue truppe conduceva l'armata da Lodi a Pavia, ove rimaneva otto giorni, senza manifestare le sue intenzioni. Finalmente il 16 di marzo ordinò ai consoli di Milano di far sortire tutti gli abitanti dal circondario delle mura: misteriosi ordini che i magistrati eseguirono tremando. Molti cittadini rifugiaronsi in Pavia, in Lodi, in Bergamo, in Como e nelle altre città lombarde; ma la maggior parte della popolazione aspettò l'imperatore fuori delle mura, avendo tutti, uomini, donne e fanciulli abbandonato le proprie case, che non sapevano se avrebbero più rivedute, e Milano rimase affatto deserto.

L'imperatore comparve alla testa delle sue truppe il giorno 25 di marzo, e pubblicò finalmente la sentenza da lungo tempo sospesa: che Milano doveva atterrarsi fino alle fondamenta, ed il nome dei Milanesi cancellarsi dalla nota delle nazioni lombarde. All'istante i quartieri della città furono consegnati ai più caldi nemici con ordine di distruggerli; porta Orientale ai Lodigiani, la Romana ai Cremonesi, la Ticinese ai Pavesi, la Vercellina ai Novaresi, la Comacina ai Comaschi, e porta Nuova ai vassalli del Seprio e della Martesana. L'armata imperiale si occupò con tanto ardore della distruzione di Milano, che dopo sei giorni di travaglio non rimaneva in piedi la cinquantesima parte delle case. L'imperatore ritornò a Pavia la domenica delle palme[149][150].

CAPITOLO X.

Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda. — Sua resistenza all'Imperatore. — Fondazione di Alessandria.

1162 = 1168.

LA vittoria ottenuta da Federico contro la prima città d'Italia e la punizione inflittale, si celebrarono dai partigiani dell'Impero come un nobile e glorioso trionfo, come un luminoso atto di giustizia di un grande monarca: i deputati delle Provincie, i vescovi, i conti, i marchesi, i podestà, i consoli delle città s'affrettarono di recarsi a Pavia per felicitare l'imperatore di così glorioso avvenimento; e quando si presentò loro coll'imperatrice ornato dell'imperiale diadema, ch'egli aveva giurato di non portare finchè non avesse soggiogati i Milanesi, fu accolto coi più caldi applausi[151]. I Bresciani ed i Piacentini, che vedevano nella perdita di Milano la total rovina della libertà, cercarono, sottomettendosi alle più odiose condizioni, di calmare la collera di Federico. Essi atterrarono le torri e le muraglie delle loro città, ne colmarono le fosse, pagarono enormi tributi, e ricevettero il podestà mandatogli dall'imperatore. Tutto piegava innanzi a lui, ed universale era il terrore; sicchè poteva omai lusingarsi d'aver assicurato il suo trono contro qualunque avvenimento. Ma il potere fondato sul terrore non è stabile, finchè la nazione non sia compiutamente avvilita: e quantunque in que' primi istanti estremo fosse il terrore, il carattere lombardo non aveva ancora perduta tutta la sua elasticità; e se piegò alcun tempo sotto l'oppressione, non fu che per rialzarsi con maggior forza. I fuorusciti milanesi, passando d'una in altra città, raccontavano agli uomini, com'essi una volta liberi, la deplorabile ruina della loro patria, la caduta di quelle mura difese con tanta bravura, l'incendio e la profanazione delle chiese, la rapina o la dispersione delle reliquie e delle sacre immagini, e le vessazioni d'ogni maniera che, dopo distrutta la loro città, facevansi soffrire agli sventurati loro concittadini. Non saziavansi di andar replicando come il vescovo di Liegi e Pietro de' Cunin, che successivamente li governarono, non contenti di averli divisi in quattro borgate, che per loro ordine avean dovuto fabbricare due miglia lontano dalla città, pigliavansi le loro messi, s'appropriavano i poderi, accrescevano i tributi, e gli sforzavano a trasportare essi medesimi i materiali della distrutta città per innalzare castelli e palagi all'imperatore[152]. Generose lagrime cadevano loro dagli occhi quando descrivevano le battaglie che sostennero, e que' gloriosi giorni ne' quali, in mezzo ai pericoli e mancanti d'ogni cosa, pure credevansi ancora felici finchè vedevansi armati per difesa della patria.

Le grandi sventure sogliono soffocare le antiche nimistà: Pavia, Cremona, Lodi, Bergamo, Como, avevano aperte le loro porte ai rifugiati. Anche in mezzo alle guerre nazionali i legami dell'ospitalità riunivano le famiglie delle vicine città, ed accoglievansi cordialmente a tavola coloro contro i quali poc'anzi per onore della propria città avevano combattuto. I racconti de' Milanesi s'imprimevano più profondamente nell'animo degli uditori dopo che i partigiani dell'Impero incominciarono ad esperimentare ancor essi i funesti effetti della loro vittoria. Aveva bensì Federico permesso ai Cremonesi, ai Pavesi, ai Lodigiani di eleggersi i loro consoli; ma aveva mandati podestà a Ferrara, a Bologna, a Faenza, ad Imola, a Parma, a Como, a Novara, città che pur non erano alleate ai Milanesi, o che anzi avevano mandate le loro milizie in soccorso dell'imperatore: e quando in sul finire dell'estate questi passò in Germania, lasciava in Italia Rainaldo cancelliere dell'Impero, ed arcivescovo eletto di Colonia, in qualità di suo luogotenente generale, il quale rese indistintamente più grave a tutti i Lombardi il giogo loro imposto.

Ninna scrittura ci fa meglio conoscere il terrore da cui erano compresi gl'Italiani, quanto gli Annali genovesi. Siccome lo storico Caffaro gli andava dettando anno per anno, conservarono dopo tanti secoli l'impressione del momento. Perciò lo stesso scrittore che con tanto entusiasmo aveva descritto l'universale ardore dimostrato dai Genovesi, quando, nel 1158, temendo d'essere attaccati dall'imperatore, rialzarono e rinforzarono le loro mura[153], parlando adesso delle fresche vittorie di Federico adopera le più lusinghiere frasi, chiamandolo l'imperatore sempre augusto, sempre trionfante, quello che innalzò l'impero al più elevato grado di gloria[154]. Infatti i Genovesi spedirono una deputazione a Federico per felicitarlo della sua vittoria, ed assicurarlo della loro sommissione. E perchè nel tempo medesimo gli offrirono una flotta per valersene nella sua guerra di Sicilia, ottennero da lui un atto che ci fu conservato, col quale accorda ai consoli di Genova il diritto di chiamare sotto le loro bandiere in tempo di guerra gli abitanti della costa ligure da Monaco fino a porto Venere, vale a dire di quasi tutto l'attual territorio della repubblica, salva però sempre la fedeltà che questi vassalli di second'ordine dovevano all'Impero, ed il diritto di giustizia de' conti e dei marchesi. Riconfermò al popolo il diritto di eleggere i suoi consoli, ed accordò in feudo ai Genovesi Siracusa ed altri duecento cinquanta feudi nella valle di Noto, promettendogliene loro il possesso all'istante che col loro ajuto sarebbesi impadronito della Sicilia. Gli concesse inoltre, con pregiudizio de' Provenzali, il privilegio esclusivo di commerciare in tutti i luoghi marittimi, non escluso lo stato di Venezia, qualora i Veneziani non riacquistassero la sua grazia. Li dispensò pure dal militare per lui, tranne sulle coste della Provenza e delle due Sicilie; e per ultimo si obbligava a non far la pace con Guglielmo re di Napoli, o con i suoi successori senza il libero assenso de' consoli genovesi[155].

Mentre con questi speciosi privilegi pareva che Federico esentasse i soli Genovesi dal giogo che aveva posto alle altre città, si offerse arbitro delle contese che avevano coi Pisani, perchè desiderava di rendere la pace a due popoli, onde valersi a proprio vantaggio delle loro armi. La guerra che al presente facevansi le due repubbliche ebbe principio in Costantinopoli, ove ambedue avevano stabilita una colonia. I Pisani trovandosi colà in numero di due mila, mal soffrivano nel commercio di quella capitale la concorrenza de' Genovesi, la di cui colonia non contava più di trecento uomini; perciò gli attaccarono, e, senza che il governo greco, testimonio di tanta violenza, osasse d'immischiarsi nella contesa di commercianti bellicosissimi ch'egli accarezzava e temeva, gli spogliarono affatto e cacciarono dalla città. I Genovesi disponevansi appunto a vendicare sul mar tirreno l'affronto fatto ai loro concittadini quando Federico usò della sua autorità per far loro deporre le armi. I deputati delle due città rivali dovettero firmare in Torino una tregua colla quale s'obbligavano di non riprendere le armi, finchè l'imperatore non pronunciasse la sua sentenza dopo tornato dalla Germania[156].

(1163) Quando l'imperatore tornò in Italia in sul finire del 1163, non più come conquistatore, ma come padrone, trovò queste due città sommamente inasprite da un nuovo motivo di discordia. Avevano i Pisani, come si disse a suo luogo, conquistata già da un secolo l'isola di Sardegna, e ne avevano dato in feudo le signorie a molti loro gentiluomini. Ma questi feudatari, trovandosi lontani dalla metropoli, eransi quasi emancipati da ogni dipendenza e resi sovrani indipendenti, appoggiati dall'alleanza de' Genovesi che possedevano alcune fortezze in Sardegna. Quest'isola era allora caduta quasi tutta in potere dei quattro signori di Sallura, di Logodoro, di Arborea e di Cagliari, i quali col titolo di giudici affettavano un fasto reale. Barisone giudice d'Arborea che discendeva dall'antica famiglia Sardi di Pisa (posta in possesso d'Arborea quando i Pisani conquistarono la Sardegna), essendo di questi tempi andato a Genova, trovò che due suoi compatriotti erano stati innalzati alle principali magistrature della repubblica. Corso Sismondi era console del comune, e Sismondi Muscula console delle liti[157]. Propose loro di riporre tutta l'isola sotto l'alta signoria di Genova, a condizione d'ajutarlo ad allargare la propria autorità. A Federico che, sempre avido di riconquistare gli antichi dominj dell'impero romano, non aveva potuto far valere (1164) i suoi pretesi diritti sulla Sardegna, si presentò a Fano Barisone, offerendogli di fargli omaggio dell'isola di Sardegna e di pagargli a titolo di tributo un canone di quattro mila marche, a condizione che l'imperatore volesse riconoscere i suoi diritti, o piuttosto le sue orgogliose pretese, ed investirlo del regno sardo. I consoli genovesi Corso Sismondi e Baldizzo Ususmari, deputati del comune presso Federico, dovevano dare guarentia per Barisone e promettere l'assistenza della loro flotta per metterlo al possesso del nuovo regno, ch'egli doveva poi sempre mantenere ligio e devoto alla repubblica di Genova.

Tosto che i consoli pisani, che pure trovavansi alla corte di Federico, ebbero sentore di questo trattato, riclamarono altamente contro la concessione che l'imperatore era per fargli, rimostrando che la Sardegna era una proprietà di Pisa e che Barisone, il quale aveva la sciocca vanità di aspirare allo splendore della corona, era vassallo e livellario della loro repubblica. I consoli genovesi che fino allora non eransi più che tanto interessati alle proposizioni fatte dal giudice d'Arborea, abbracciarono subito la sua difesa per dar peso alle loro pretese sulla Sardegna, ed impedire che non fossero dall'imperatore riconosciuti i titoli dei loro rivali. Ma questi, senza prendersi troppa cura di scandagliare il merito della causa, s'affrettò d'accettare il danaro che venivagli offerto per una corona che non gli apparteneva; e fece stendere dai suoi notai un diploma col quale dichiarava Barisone re di Sardegna; dopo di che domandavagli le quattro mila marche promesse[158].

Il giudice d'Arborea, costretto d'imitare il fasto della corte e largamente spendendo, aveva omai consunti que' tesori che il ristretto vivere tra i suoi rustici vassalli gli faceva credere inesauribili. Di modo che quando Federico gli accordò il diploma sì lungo tempo desiderato, il nuovo re non aveva la somma convenuta. Vero è ch'egli disponevasi a stabilire nella sua isola le imposte di cui vedeva aggravati i popoli del continente, e protestando che i suoi sudditi, abbagliati dallo splendore della nuova dignità, s'addosserebbero con piacere le spese del trono, chiedeva a Federico di rientrare nella sua isola ond'essere in grado di soddisfare in breve al suo debito; ma l'imperatore dichiarò che non gli avrebbe permesso di allontanarsi dalla sua corte senza aver prima mantenute le sue promesse.

I consoli genovesi che avevano favoreggiata la sua causa più per soddisfare al loro odio contro di Pisa, che per affetto che portassero a Barisone, si risolsero di soccorrerlo. Nè pagarono soltanto le quattro mila marche dovute all'imperatore; che vi aggiunsero altre più ragguardevoli somme per accompagnarlo con un'armata in Sardegna; ma perchè risguardavano la sua persona come la sola cauzione del loro credito, non gli permisero mai di sbarcare nella sua isola; e dopo essere rimasto alcun tempo in faccia ad Arborea, sospettando che li tradisse e si accomodasse di nuovo coi Pisani, lo ricondussero a Genova, ove lo tennero prigioniero per i suoi debiti[159].

Intanto i giudici di Gallura e di Logodora, avendo rinnovato il loro giuramento di fedeltà ai Pisani, avevano coi soccorsi della repubblica occupato il distretto d'Arborea e postolo a fuoco ed a sangue, di modo che il nuovo re di Sardegna, lungi dall'assoggettarsi i suoi uguali, aveva inoltre perduto l'antico suo patrimonio. Non però, quantunque dimenticato più anni in prigione, lasciarono le rivali repubbliche di battersi in mare e di distruggere i vascelli nemici e le fortezze poste lungo le loro spiaggie.

Ma in tempo di queste guerre con Pisa erano i Genovesi interamente travagliati da una civile discordia, di cui lo storico pubblico non ne trascrisse le particolarità per timore di disonorare la sua patria[160]. Racconta solo che le nobili famiglie degli Avogadi e de' marchesi della Volta, forse rivali in credito ed in potenza, eransi offese, ed avevano strascinati gli amici nella loro contesa. Un marchese della Volta era stato ucciso del 1165, quantunque fosse allora console; e furono ugualmente uccisi nel susseguente anno Rubaldo Barattieri, Sismondo Sismondi, Juscello e Scotto. E perchè l'odio delle due famiglie, rendendosi ogni giorno più vivo, toglieva ogni speranza di accomodamento, i consoli del 1169, per ristabilire la pace tra fazioni sorde alle loro voci, e più del governo potenti, furono costretti di ordire in certo qual modo una cospirazione.

Cominciarono dall'assicurarsi segretamente delle pacifiche disposizioni di molti cittadini che la parentela colle famiglie rivali strascinava loro mal grado nella lite; indi consigliatisi con Ugo, venerabile vecchio loro arcivescovo, fecero avanti giorno chiamare dalle campane del comune i cittadini a parlamento, sperando che la sorpresa e l'allarme di così improvvisa chiamata, in mezzo all'oscurità della notte, renderebbe l'adunanza e più numerosa e più tranquilla. I cittadini nel recarsi a parlamento videro in mezzo alla piazza il loro vecchio arcivescovo circondato da' suoi clerici in abito di cerimonia e con torchie accese in mano, mentre che le reliquie del protettore di Genova s. Giovanni Battista stavano colà esposte, ed i più ragguardevoli cittadini tenevano tra le loro mani le croci supplichevoli.

Quando l'assemblea fu riunita, alzossi il vecchio prelato, e colla mal ferma sua voce scongiurò i capi di fazione in nome del Dio della pace, per la salute delle anime loro, in nome della patria e della libertà, che le loro discordie menavano ad aperta ruina, a giurare sul vangelo intera dimenticanza delle loro contese, e stabil pace. Poich'ebbe terminato di parlare, gli araldi si presentarono a Rolando Avogado, l'un de' capi d'una fazione che trovavasi presente all'assemblea, ed assecondati dalle acclamazioni del popolo e dalle preghiere de' suoi parenti medesimi, gl'intimarono di accedere al voto dei consoli e della nazione.

Rolando stracciavasi gli abiti da dosso, e, sedutosi in sulla terra e piangendo, chiamava ad alta voce i morti parenti che aveva giurato di vendicare, e che non gli acconsentivano di perdonare le loro antiche offese. E perchè non potevano ridurlo ad appressarsi al luogo ove stava il libro de' vangeli, gli s'avvicinarono i consoli stessi, l'arcivescovo ed il clero, i quali a forza di preghiere lo fecero finalmente giurare sul vangelo obblio delle passate inimicizie.

Folco e Castro ed Ingo della Volta, capi della contraria parte, non erano intervenuti all'adunanza, onde il popolo ed il clero recaronsi in folla alle loro case, e trovaronli già commossi da quanto era stato loro raccontato; perchè, approfittando delle loro disposizioni, li fecero giurare una sincera riconciliazione, e dare il bacio della pace ai capi dell'opposta fazione. In segno di allegrezza per così lieto avvenimento, si suonarono le campane della città, e l'arcivescovo ritornato sulla pubblica piazza intuonò il Tedeum in onore del Dio della pace che aveva salvata la patria[161].

Abbiamo detto che Federico era tornato in Italia del 1163 conducendo seco la sposa, una splendida corte, ma non truppe. I Pavesi, approfittando del terrore del di lui nome, mossi da vecchia gelosia, vollero distruggere Tortona, onde rappresentarono all'imperatore che i Milanesi non l'avevano rifabbricata che per mostrar disprezzo delle sue vendette, e che una città, da lui ruinata e rifatta dai suoi più acerbi nemici, cospirerebbe sempre coi faziosi: a queste ragioni aggiunsero l'offerta di ragguardevole somma, ed ottennero dall'imperatore la facoltà di atterrare fino alle fondamenta le mura della già ruinata città. Nell'eseguire quest'imperiale rescritto non solo distrussero le mura che potevano dare agli abitanti di Tortona un mezzo di difesa, ma ne demolirono ancora le case[162].

(1164) Questo fu per altro l'ultimo atto violento che la fazione vittoriosa si permettesse per soddisfare ad un'antica rivalità che omai andava calmandosi. Durante la lontananza dell'imperatore, i podestà da lui posti al governo delle diocesi avevano bruttamente abusato della loro autorità, esigendo contribuzioni sei volte più gravi di quelle che portavano le antiche consuetudini, e non lasciando agli abitanti del Milanese e del Cremasco che il terzo del raccolto. Lo stesso Morena, tanto affezionato storico dell'imperatore, depose che non eravi alcun Lombardo il quale, rammentando l'antica libertà della sua patria, non riguardasse come un obbrobrio le tasse cui vedevasi esposto, e non desiderasse di vendicarsi[163]. Pure gl'Italiani avevano atteso il ritorno dell'imperatore, lusingandosi che in allora avrebbe posto riparo agli abusi d'ogni maniera sotto cui gemevano.

Difatti, avvertiti i Milanesi che Federico recavasi da Lodi a Monza ove faceva fabbricare un palazzo, presentaronsi affollati lungo la strada che doveva tenere, ed in tempo di notte, in mezzo al fango e sotto una dirotta pioggia, lo pregavano colle ginocchia a terra e con profondi gemiti a trattarli con maggior dolcezza. Federico si mostrò commosso, ed ordinò che si rilasciassero i loro ostaggi, ma avendo rimesso ai suoi ministri l'esame delle loro lagnanze, questi ne presero anzi motivo per aggravare di nuove tasse gli sgraziati che avevano osato di lamentarsi[164].

Gli abitanti della Marca veronese che non avevano quasi presa parte alcuna nelle guerre di Lombardia, presentarono pure le loro istanze contro queste vessazioni tanto più odiose, quanto che i ministri regi non avevano alcun motivo di trattarli ostilmente. Pure non furono ascoltati. Intanto essendosi l'imperatore innoltrato nell'Emilia dalla banda di Fano, le città lombarde approfittarono del suo allontanamento per tenere un'adunanza. Verona, Vicenza, Padova e Treviso giurarono di sussidiarsi vicendevolmente ne' tentativi che farebbero per minorare i diritti dell'Impero, riducendoli alla misura praticata dagl'imperatori ortodossi predecessori di Federico. Convennero inoltre di opporsi ad ogni usurpo del monarca, e di esaminare le prerogative che gli appartenessero per diritto[165].

Anco i Veneziani, che da lungo tempo erano diventati odiosi a Federico, presero parte in questa lega, che allora si credette abbastanza forte per metter fine alle vessazioni de' governatori tedeschi: attaccò nella Marca trivigiana que' gentiluomini ch'eransi rifiutati d'entrare nella lega, e scacciò gli ufficiali dell'imperatore più odiosi al popolo.

Tosto che Federico ebbe notizia di tali movimenti, tornò a Pavia, ed avendo riuniti de' Lombardi in cui più si fidava, le milizie di Pavia, di Novara, di Cremona, di Lodi e di Como, s'avanzò alla volta di Verona per devastarne il territorio; ma la lega veronese trasse in campagna la sua armata, che marciò coraggiosamente contro l'imperatore. Non tardò Federico ad avvedersi che le milizie lombarde lo seguivano di mala voglia; e spaventato di trovarsi in loro balìa, abbandonò precipitosamente il campo, e fuggì innanzi ai Veronesi[166]. Dopo tal epoca tutte le città gli diventarono sospette, e perchè i marchesi, i conti, i capitani dovevano essere naturali nemici delle città libere, contrasse alleanza con questi, e ripartì nelle loro fortezze i suoi migliori soldati tedeschi[167].

Dopo così umiliante esperimento della sua debolezza, Federico non poteva prolungare il suo soggiorno in Italia senza esporsi a grandissimi rischi. Passò dunque in Germania poco dopo essersi ritirato dal Veronese, assicurando però i suoi alleati, che sarebbe in breve tornato con un'armata capace di mettere a dovere i sudditi ribelli.

Comunque insopportabil peso dovesse riuscire a così impetuoso carattere, come era quello di Federico, il ritardo della vendetta, fu non pertanto obbligato di lasciare ai Lombardi che lo avevano offeso, abbastanza di tempo per esercitare le truppe, fortificare le città, e contrarre nuove alleanze. L'antipapa Vittore III, che l'imperatore aveva opposto a papa Alessandro, era morto in principio di quest'anno; ed il successore ch'egli aveva fatto nominare, Guido da Cremona, che faceva chiamarsi Pasquale III, non era riconosciuto da verun altro sovrano, onde Federico trovavasi avviluppato in continui negoziati coi re di Francia e d'Inghilterra, che lo andavano eccitando a dar la pace alla Chiesa, e coi propri sudditi di Germania che non erano sempre disposti a riconoscere vescovi scismatici. A tali ostacoli s'aggiunse in Germania la guerra che rinnovossi tra le case guelfa e ghibellina, cui Federico non poteva essere indifferente[168].

(1165) Intanto essendo morto il Vicario di Roma, papa Alessandro nominò suo successore il cardinale di S. Giovanni e Paolo, il quale s'adoperò per ridurre i Romani all'ubbidienza del legittimo pontefice. Per riuscire nell'intento seppe opportunamente spargere il danaro tra il popolo; fece entrare in Senato persone a lui affezionate, escludendone gli scismatici; ottenne la restituzione della chiesa di S. Pietro e del contado della Sabina ove il partito dell'antipapa aveva lungo tempo dominato, e finalmente, a fronte dell'opposizione d'alcuni cittadini, ottenne dalla maggioranza del popolo romano l'atto con cui spediva una deputazione ad Alessandro per invitarlo a tornare alla sua greggia[169]. Alessandro, così consigliato dai re di Francia e d'Inghilterra, partì da Sens ove aveva stabilita la sua dimora, e s'imbarcò a Monpellier. Spinto dai venti a Messina, si valse di tale opportunità per rinfrescare l'antica alleanza con Guglielmo re di Sicilia, e di là venne a sbarcare ad Ostia. I nobili, i senatori, il clero ed il popolo gli si fecero incontro in processione, e lo accolsero come loro pastore con dimostrazioni sincere di rispettosa ubbidienza[170].

Dall'altro canto Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, il quale era luogotenente dell'imperatore in Toscana, erasi con un'armata tedesca avanzato nella campagna di Roma sottomettendo Viterbo e quasi tutte le altre città all'antipapa Pasquale; ma appena s'allontanò dalle sue conquiste, i Romani sussidiati dalle truppe del re Guglielmo fecero rientrare nell'ubbidienza della Chiesa quasi tutte le piazze occupate dagli scismatici.

(1166) Guglielmo I, soprannominato il cattivo, dopo avere giovato alla Chiesa ed alla causa della libertà, morì[171], lasciando un fanciullo per suo successore, che fu poi chiamato Guglielmo il buono, il quale rimase lungo tempo sotto la tutela di Margarita sua madre. Benchè distinti da opposti nomi il padre ed il figlio tennero la stessa condotta rispetto all'Italia, per mantenere libera la quale, siccome richiedeva la sicurezza del loro regno, fecero causa comune col papa, coll'imperatore d'Oriente, e colle città libere.

Quelle della Marca veronese facevano grandi preparativi per difendere la propria e la libertà della Chiesa. I Veronesi ed i Padovani attaccarono il castel di Rivoli ed il forte d'Appendoli che chiudevano i passaggi delle montagne per cui poteva scendere Federico in Italia: ma questi, dopo aver raccolta una potente armata, prese in autunno la strada della Valcamonica, ed entrò in Lombardia a traverso il territorio bresciano. Benchè ugualmente irritato contro tutte le città, che sapeva tutte a se malaffezionate, non s'attentò di attaccarle finchè non ottenne di dividerle con segrete pratiche. Ne' comizi adunati in Lodi nel mese di novembre, promise di far giustizia dei torti che formavano l'argomento delle lagnanze dei comuni, e dopo averne favorevolmente accolti i deputati, e pacificamente congedati, s'avviò senza dar battaglia alla volta di Ferrara e di Bologna[172].

(1167) Federico per cagioni a noi ignote rallentava la sua marcia verso l'Italia meridionale, e consumava sei mesi tra Bologna ed Ancona[173], senza aver castigati i Lombardi che lasciavasi alle spalle, e senza avanzarsi verso Roma che si era ribellata. I Veronesi, sempre più vessati dai ministri imperiali, mandarono deputati a tutte le città ugualmente maltrattate, facendole risolvere a tenere una dieta il giorno settimo degl'idi d'aprile nel monastero di Pontida posto tra Milano e Bergamo[174], per risolvere sul modo di provvedere alla comune difesa[175]. Intervennero a questa dieta i deputati di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Ferrara. I Milanesi sempre divisi nelle loro quattro borgate vi spedirono alcuni primarj cittadini, i quali domandarono caldamente che la dieta facesse precedere ad ogni altra risoluzione quella di render loro la patria, affinchè non rimanendo più esposti alle continue incursioni de' loro nemici, potessero di nuovo unirsi alle milizie confederate per difendere la libertà d'Italia. I deputati di tutte le città, sovvenendosi della valorosa resistenza fatta dai Milanesi, promisero d'impegnare i loro concittadini a rifabbricare le mura di Milano, ed a proteggere quel popolo finchè fosse messo in situazione di potersi da se medesimo difendere. Dopo ciò convennero intorno alla forma del giuramento federativo, che cadaun deputato riportò alla sua patria perchè fosse adottato dai proprj concittadini. Approvato che fosse dall'assemblea generale d'ogni città, doveva essere ripetuto da tutti gl'individui che la componevano. Con tale giuramento le città contraevano un'alleanza di vent'anni, durante la quale erano tenute di ajutarsi reciprocamente contro chiunque osasse attaccare i privilegi di cui erano in possesso dopo il regno d'Enrico IV fino all'assunzione al trono di Federico: promettevano pure di concorrere a compensare i danni cui potessero andare soggetti i membri della lega nel difendere la libertà.

In tempo che i consoli delle città ed i loro deputati ritornati alle proprie case, assoggettavano alle deliberazioni dei parlamenti generali l'alleanza conchiusa in Pontida, i Milanesi disarmati, e divisi in aperte borgate, temevano di essere ad ogni istante assaliti dalle milizie pavesi, cui non erano in grado di far resistenza. Sapevano essersi resa affatto pubblica l'inchiesta fatta all'assemblea di Pontida, ed ogni notte poteva essere anticipatamente stata destinata dai loro nemici per il massacro e l'incendio, e l'avvicinarsi delle tenebre gli stringeva il cuore di spavento. Circondati da città nemiche che in meno d'un giorno potevano mandare le loro milizie a sorprenderli, erano pure continuamente atterriti dagli amichevoli avvisi che i Pavesi davano ai loro ospiti milanesi[176]. Estrema era la costernazione, quando la mattina del giorno 27 aprile del 1167 comparvero all'ingresso della borgata di S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo cogli stendardi del loro comune; e tenevan loro dietro altrettanti stendardi di Brescia, di Cremona, di Mantova, di Verona e di Treviso. Venivano dopo loro le milizie che portavano le armi da distribuirsi ai Milanesi[177]. Gli abitanti delle quattro borgate riunitisi all'istante, s'avanzarono, mettendo grida di gioja, verso la distrutta città: colà distribuironsi tra di loro il lavoro dello sgombramento della fossa e della ricostruzione delle mura, prima di metter mano alle loro case. Le truppe della lega lombarda, che allora presero tal nome, non ritiraronsi da Milano finchè que' cittadini non furono a portata di respingere gl'insulti de' loro nemici, e di non temere un colpo di mano[178].

La città di Pavia era così ligia all'imperatore, che niuno lusingavasi di poterla staccare dai suoi interessi; ma la lega lombarda risguardava come cosa di somma importanza il guadagnare alla confederazione la città di Lodi. Questa città posta tra Cremona e Milano diventava in mano all'imperatore una piazza d'armi troppo dannosa; perchè, occupandola egli, potrebbe sempre a sua posta intercettare i viveri ai Milanesi, le di cui campagne erano state in modo ruinate, che lungo tempo dovrebbero ancora provvedersi di viveri fuori del loro territorio. I Cremonesi che in ogni tempo furono gli alleati ed i protettori di Lodi, vennero incaricati del trattato con que' cittadini.

I loro deputati ammessi nel consiglio di Credenza salutarono, com'era di costumanza, a nome de' loro consoli e di tutto il popolo cremonese, i consoli ed il popolo lodigiano; indi narrarono ordinatamente quanto essi avevano fatto fino allora in servigio dell'imperatore, e le ricompense che ne avevano ricevuto; giustificarono poi i progetti della lega formata per difendere i comuni diritti, e conchiusero supplicando i Lodigiani ad unirsi con loro per l'onore della nazione lombarda e per riclamare unitamente il ristabilimento degli antichi loro privilegi. Risposero concordemente i Lodigiani, che più tosto che mancar di riconoscenza al loro liberatore, a colui che aveva rialzate le loro mura, erano tutti disposti a sacrificare i loro beni e le loro vite.

I Cremonesi gli mandarono una seconda ambasciata, che non ebbe miglior successo; onde esposero ai deputati riuniti, di Milano, di Bergamo, di Brescia e di Mantova, il cattivo esito delle loro pratiche. La lega lombarda, e specialmente queste quattro città rimanevano sommamente esposte finchè Lodi teneva le parti dell'imperatore, onde i confederati risolsero di ottenere colla forza ciò che le amichevoli insinuazioni non avevano ottenuto. Allora riunirono le loro milizie, che furono precedute da una terza deputazione de' Cremonesi, i quali aggiungendo le minacce alle preghiere, avvertirono gli antichi loro alleati che una inevitabile ruina terrebbe dietro all'inconsiderata opposizione ai voti de' Lombardi.

Risposero i Lodigiani che non potevano credere che i Cremonesi, i quali a proprie spese e colle loro mani medesime rialzate avevano le loro mura, volessero oggi assediarle e distruggerle; che volessero massacrare coloro che gli erano affezionati, amici, ospiti, perchè mantenevansi costanti nel partito che anch'essi avevano fin allora sostenuto; che Cremona era sempre stata l'alleata dell'antica Lodi fino all'epoca della sua ruina; che aveva con tutte le sue forze protette le borgate ov'eransi riparati i Lodigiani ne' quarant'anni della loro servitù; che lo stesso affetto aveva fino al presente conservato alla novella Lodi. Ma che se adesso volevano opprimere i loro antichi amici, i Lodigiani si esporrebbero al pericolo ond'erano minacciati, piuttosto che mancare ai giuramenti che li legavano all'imperatore loro benefattore[179].

Non consentendo la comune salvezza di lasciarsi smuovere da così toccanti preghiere, l'armata confederata intraprese l'assedio di Lodi, facendo ben tosto soffrire agli abitanti una crudel fame. Abbandonati dall'imperatore che, in luogo di soccorrerli, aveva seco condotta verso il mezzo dì dell'Italia buona parte delle loro milizie, dopo avere difesa con tutte le loro forze la sua causa, finirono coll'emettere il giuramento della lega, ed unirsi ai confederati. Ritirandosi l'armata che aveva assediato Lodi, attaccò il castello di Trezzo posto tra Milano e Bergamo, ove l'imperatore aveva lasciati i suoi tesori sotto la guardia d'una guarnigione tedesca, e presolo dopo lungo assedio, lo distrussero fino ai fondamenti.

Così prosperi successi aggiungevano ogni giorno nuovi associati alla confederazione, di modo che avanti che si chiudesse la campagna, la lega lombarda comprendeva Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena e Bologna[180].

L'imperatore erasi poco prima fatti dare trenta ostaggi da quest'ultima città, e l'aveva forzata a pagare una grossa contribuzione; ma quando l'armata tedesca ebbe appena abbandonato il suo territorio, i cittadini scacciarono il podestà imperiale, ed entrarono nella lega lombarda[181]. Le città d'Imola, Faenza e Forlì che i Tedeschi occuparono nel loro passaggio, non poterono sottrarsi all'istante al loro giogo.

Intanto Federico era giunto ad Ancona. L'imperatore di Costantinopoli, Manuele Comneno, adombrato dall'ambizione del monarca tedesco, aveva stretta alleanza cogli Anconitani che facevano ne' suoi stati un commercio assai vivo. Per ajutarli a difendersi aveva loro mandata una guarnigione greca e molto danaro. Federico dal canto suo desiderava di scacciare i Greci da quella città, ma perchè interessi di molta importanza chiamavanlo a Roma, dopo alcuni infruttuosi tentativi, vendette per una grossa taglia la libertà alla repubblica d'Ancona[182].

Gli abitanti d'Albano e di Tuscolo, dichiaratisi a favor dell'imperatore, negavano di pagare ai Romani i tributi da loro pretesi. Un'antica animosità nutrivano i Romani contro queste due città, per soddisfare la quale, più tosto che per vendicare la Chiesa, marciarono alla fine di maggio contro i Tuscolani, attaccandone le mura, dopo avere abbruciate le messi e le viti. Rayno conte di Tuscolo, troppo debole per difenderlo, aveva implorato l'ajuto di Federico, il quale mandò in suo soccorso Rinaldo arcivescovo eletto di Colonia, che si chiuse nella città assediata. Non molto dopo Cristiano, arcivescovo eletto di Magonza, ed il conte di Basville ebbero ordine di avanzarsi con mille cavalli per obbligare i Romani a levare l'assedio; ma le milizie romane osarono di marciare contro questa truppa che, quantunque assai minore di numero, le superava di lunga mano per disciplina e per valore. I repubblicani non sostennero il primo attacco, ed essendosi posti in fuga, perdettero circa cinque mila uomini parte uccisi e parte prigionieri. Giammai, dice lo storico di papa Alessandro che sognava d'essere ai tempi delle guerre puniche, giammai i Romani, dopo la fatale disfatta di Canne, avevano perduto tanta gente[183].

Le milizie romane, vedendo di non poter tenere la campagna, si affrettarono di riparare le mura della loro città, che si prepararono a difendere; mentre il papa implorava i soccorsi del re Guglielmo, le di cui truppe avevano già presa la strada di Roma. Questi furono gli avvenimenti che determinarono Federico a levar l'assedio d'Ancona, sentendo quanto importante fosse di arrivare sotto le mura di Roma prima che venisse fortificata in modo di non temerlo. Il 24 di luglio giunse avanti la città Leonina, e ne intraprese subito l'attacco. L'imperatore occupò ben tosto questo quartiere della città debolmente difeso; se non che trovò una più lunga resistenza nelle guardie del papa che guardavano la basilica Vaticana trasformata in fortezza, che più volte resero vani gli attacchi delle truppe tedesche. Riuscendo vana l'opera delle baliste e delle altre macchine di guerra, Federico ordinò di dar fuoco alla vicina chiesa di santa Maria[184], le di cui fiamme alzaronsi con tanta violenza, che coloro che difendevano la basilica Vaticana, temendo di vederla ad ogni istante investita, convennero di arrendersi. Il papa spaventato abbandonò il palazzo Laterano, e si rinchiuse nel Coliseo coi Frangipani, i quali sopra alle grandi volte di questo imponente monumento avevano formata una fortezza che tenevasi come inespugnabile.

Mentre Federico spingeva caldamente l'assedio di Roma, cercava di alienare i cittadini da papa Alessandro, offrendo loro moderate condizioni; cioè che i due competitori rinunciassero alla dignità, incaricandosi egli di ottenere l'abdicazione di Pasquale, purchè anche i Romani riducessero a fare tale sacrificio lo stesso Alessandro; promettendo inoltre di lasciare poi alla Chiesa la piena libertà d'eleggere il nuovo pontefice. A queste condizioni offriva di levare l'assedio e di restituire ai Romani tutto quanto aveva fin allora occupato. Nello stato in cui trovavansi gli assediati, erano queste troppo vantaggiose condizioni per essere rifiutate; onde pregavano il papa a fare un sacrificio reso necessario dalle circostanze. Ma Alessandro fece rispondere dai suoi cardinali, che il sommo pontefice non era subordinato ad alcun tribunale della terra, nè a quello dei re, nè a quello de' popoli, nè a quello della Chiesa; e che niuna cosa lo farebbe scendere dall'alto rango in cui Dio lo aveva collocato. E perchè temeva che, ammutinandosi il popolo, non lo forzasse ad abdicare il papato, fuggì segretamente dal Coliseo de' Frangipani, di dove scendendo per il Tevere fino al mare, andò prima a Terracina, indi a Gaeta, poi a Benevento. Come i Romani seppero la fuga d'Alessandro, trattarono di pace coll'imperatore, ammettendo nella loro città i suoi deputati, uno de' quali fu lo storico Acerbo Morena, ai quali prestarono giuramento d'essere fedeli a Federico, che dal canto suo confermò i privilegi del loro senato[185].

L'armata imperiale aveva incominciato l'assedio di Roma in sul finire di luglio, quando l'eccessivo ardore dell'estate rende quel clima insalubre ancora agli abitanti, non che agli uomini del settentrione. Perchè mentre trovavasi accampata fuori della città, la febbre maremmana, terribile malattia, la di cui violenza non è tutti gli anni uguale, si manifestò tra i soldati, accompagnata dai più spaventosi caratteri, resi ancora più terribili dalla loro immaginazione che raddoppiò ben tosto le stragi della malattia: essi vedevansi sempre avanti agli occhi la chiesa di santa Maria incenerita dalle sacrileghe loro mani, la basilica Vaticana sottratta per caso alla medesima sorte, sulla di cui faccia erano state distrutte dalla violenza del fuoco le miracolose immagini di Gesù Cristo e di s. Pietro. I preti continuavano a minacciar loro le vendette del cielo, di cui credevansi già vittima: lo scoraggiamento ed il terrore erano i primi sintomi della malattia: uguale alla peste per la prontezza e l'estensione de' suoi guasti, la superava nella durata del pericolo e per lo stato di debolezza e di spossamento cui trovavansi ridotti coloro che non morivano. Alcuni perivano lo stesso giorno in cui cadevano infermi, altri, come accadde allo storico Morena, dopo lunghe sofferenze. Morena si sentì assalito dalla febbre, ottenne di ritirarsi dall'armata, e si fece trasportare in lettiga nelle vicinanze di Siena, ove morì dopo due mesi di languore. I più distinti personaggi dell'armata e dell'Impero caddero vittime di tanto infortunio. L'imperatore perdette suo cugino Federico duca di Rotemburgo figliuolo di Corrado, Guelfo duca di Baviera, Rinaldo suo arcicancelliere arcivescovo eletto di Baviera, i vescovi di Spira, di Liegi, di Ratisbona, di Verden, i conti di Nassau, d'Altemont, di Lippa, di Sultzbach, di Tubinga, più di due mila gentiluomini, ed un numero di soldati proporzionato a così illustri vittime[186].

Questa terribile epidemia fu il colpo più funesto alla causa dell'imperatore. La perdita di una floridissima armata senza combattere lo affliggeva assai meno dello scoraggiamento universale de' suoi sudditi, del giudizio celeste che sembrava aver rovesciato sopra di lui e sopra i suoi partigiani le disgrazie provocate dalle scomuniche di Alessandro. I suoi antichi commilitoni, che l'onore e l'affetto verso la sua persona tenevano sempre a lui vicini, quelli che del 1161 vergognaronsi di lasciarlo in mano degl'Italiani e spontaneamente vennero a soccorrerlo con una potente armata, erano periti: i due capi delle case guelfa e ghibellina, ch'egli sapeva mantenere amici al campo, erano caduti ugualmente vittime della fatal malattia, come pure l'arcivescovo di Colonia che da molti anni governava per lui la Toscana e teneva in dovere gl'Italiani. Tutto perdeva in un istante.

Federico oppose il suo coraggio a tante sventure: confidava gli ammalati della sua armata ai Romani, che, per assicurarlo delle loro cure verso quegl'infelici, gli davano alcuni ostaggi. Dopo di che, radunando tutti gli uomini capaci di portar l'armi, s'incamminò verso più salubri climi. Attraversò egli la Toscana e lo stato lucchese, e penetrando le Alpi Apuane, condusse gli avanzi della sua armata in val di Magra. Non aveva in questo viaggio toccato il territorio della confederazione lombarda, ed era lontano da Pavia soltanto sessanta miglia, ove poteva recarsi senza avvicinarsi ad alcuna città. Quella di Pontremoli che non aveva preso parte nella guerra e che non troviamo dopo unita alla lega, gli rifiutò il passaggio. Quantunque mal fortificata, Federico non credette di poter ottenere colla forza ciò che veniva negato alle sue preghiere. Chiuso tra il mare e le montagne omai disperava di poter sottrarsi a tanto pericolo, quando gli venne incontro il marchese Malaspina, il quale conducendolo per le strette gole delle montagne de' suoi feudi, lo ridusse senza incontrar nemici fino a Pavia, ove giunse alla metà di settembre.

Colà Federico convocò subito una dieta, ordinando ai suoi vassalli d'andarvi con tutte le milizie di cui potevano disporre; ma il piccolo numero degl'intervenuti lo convinse dell'abbassamento della pubblica opinione. I deputati di Pavia, di Novara, di Vercelli e di Como, il marchese Obizzo Malaspina, il conte di Biandrate, Guglielmo marchese di Monferrato ed i signori di Belfort, del Seprio e della Martesana, formarono soli l'assemblea. L'imperatore dipinse nel discorso d'apertura la condotta delle città federate come un'odiosa ribellione, che non poteva lasciare impunita senza pregiudizio del suo onore; e, gettando il guanto in mezzo all'assemblea, giurò di castigare la loro insolenza. Pose quindi al bando dell'Impero tutte le città confederate, ad eccezione di Cremona e di Lodi, rispetto alle quali, in vista de' grandi servigi prestatigli in addietro, non volle giudicarne severamente l'attuale condotta[187].

Nel sortire dall'assemblea marciò, alla testa delle truppe de' vassalli intervenuti, sulle terre di Milano, devastando quella parte di territorio che confinava con quello di Pavia, cioè i distretti di Rosate, d'Abbiategrasso, di Corbetta, di Magenta, ed i paesi posti sulla riva sinistra del Ticino. Le città confederate, prevenute del decreto di proscrizione, radunarono ancor esse un'assemblea, nella quale si obbligarono vicendevolmente a scacciar dall'Italia colui che aveva voluto ridurle a vergognosa servitù. Fissarono in Lodi un corpo di cavalleria bresciana e bergamasca; un altro in Piacenza di Cremonesi e Parmigiani; i quali tosto che seppero invaso dalla truppa imperiale il territorio milanese si avanzarono di concerto colle milizie di Milano per attaccarla[188]. Ma Federico non osò di avventurare una battaglia con gente inferiore di numero ai nemici e di dubbia fede. Egli non aveva che pochissimi soldati tedeschi, perchè quelli che sopravvissero all'epidemia, credendo d'essere stati salvati per particolare favore del cielo, o avevano rinunciato al mondo ed abbracciata la vita monastica, o languivano ancora negli spedali, o vivevano dispersi nella Germania. Colle milizie pavesi e comasche non altro proponendosi l'imperatore, che d'arricchire i suoi partigiani colle spoglie de' villaggi nemici, si ritirò all'avvicinarsi delle truppe della lega al di là dei ponti che i Pavesi avevano gettati sul Ticino e sul Po, ed andò a foraggiare sul territorio piacentino.

Continuando lo stesso metodo di guerreggiare tutto l'inverno, non tardò ad accorgersi che, invece d'agguerrire con queste piccole scaramuccie i suoi soldati, andava perdendo in faccia ai medesimi tutta la sua riputazione, non essendo permesso ad un imperatore il retrocedere ad ogni istante in presenza di coloro ch'egli trattava da ribelli. (1168) Risolse perciò di passare in Germania nel mese di marzo 1168, ed eseguì con tanta segretezza la presa risoluzione, che i Lombardi stessi che militavano sotto di lui, non ebbero sentore della sua partenza che quando trovavasi già fuori d'Italia nelle terre del conte Umberto di Savoja. Passando per Susa quegli abitanti lo sforzarono a rilasciare tutti gli ostaggi che aveva seco presi, e non gli permisero d'innoltrarsi sulle montagne finchè non ebbero piena contezza, che niuno dei trenta cavalieri o poco più che lo accompagnavano, apparteneva all'Italia[189].

Il partito imperiale tenuto in piedi soltanto dal coraggio e dai talenti militari di Federico, cadde affatto dopo la sua partenza. I confederati ne approfittarono per attaccare il castello di Biandrate, che presero e distrussero, dopo aver liberati molti ostaggi che v'erano detenuti. Allora gli abitanti di Novara, di Vercelli, di Como, i feudatarj di Belforte e del Seprio domandarono caldamente d'essere ammessi nella lega lombarda, abiurando il partito imperiale[190]. Fecero lo stesso Asti e Tortona: ed il marchese Obizzo Malaspina, che in principio della guerra aveva combattuto per la libertà, approfittò della ricordanza degli antichi servigi, per far dimenticare quelli che aveva di fresco prestati a Federico, ed entrò anch'esso nella lega lombarda[191].

E per tal modo non si mantenevano fedeli al partito imperiale che la città di Pavia ed il marchese Guglielmo di Monferrato. O sia che i confederati non si credessero abbastanza forti per ridurli colla forza, o che le vecchie alleanze di molti di loro ne arrestassero le armi, i confederati si astennero dall'usare la violenza per sottometterli, e si limitarono a ridurli in istato di non poter nuocere ai federati, fabbricando fra loro una città soggetta alla lega, che tagliasse la comunicazione fra i due territorj. Per colorire questo progetto tutte le truppe di Cremona, Milano e Piacenza portaronsi al confine dei due stati tra l'alto Monferrato ed il territorio pavese oltre Po, ed in quella vasta e magnifica pianura scelsero un luogo fortificato dalla natura al confluente del Tanaro e della Bormida, due de' più grossi fiumi che scendono dalle montagne poste alla destra del Po. Questi torrenti di un andamento affatto irregolare, non presentano da per tutto una linea insormontabile alle armate, perchè non ugualmente profondi, pure i loro guadi non essendo frequenti nè stabili, e l'ingrossamento delle loro acque accadendo ogni anno nella stagione in cui i Tedeschi sogliono stare in campagna, potevano formare una bastante difesa. Altronde la terra argillosa di quel territorio e profondamente penetrata dall'acqua, si oppone in tempo d'inverno alla marcia de' soldati, ed al collocamento del campo; e nella state gl'immensi strati di ghiaja che i fiumi lasciano scoperti, privi affatto di cespugli e d'arbusti, oltre l'insoffribile calore che tramandano quando sono percossi dal sole, espongono da pertutto ai dardi lanciati dalle mura le truppe che osassero d'avvicinarsi. In questo luogo distante venticinque miglia all'ovest-sud-ovest da Pavia, quindici miglia al nord da Acqui, venticinque al sud da Novara, quindici all'oriente da Asti e quaranta da Milano, i Lombardi fondarono una città destinata a perpetuare la memoria del loro coraggio e del loro zelo per la causa della religione e della libertà; la quale città dal nome del capo della lega, e padre dei fedeli fu chiamata Alessandria. Per renderla più sicura fu circondata di larga fossa in cui si fecero entrare le acque dei vicini fiumi; e per farla ad un tempo potente per ricchezze e per gente, vi traslocarono gli abitanti de' vicini villaggi di Marengo, Garaundia, Berguglio, Unilla e Solestia; ai quali costruirono sufficienti case, e permisero di darsi un governo libero e repubblicano. Gli ammisero inoltre a partecipare di tutti i privilegi per cui i Lombardi avevano prese le armi, e determinarono il papa a fondare in favor loro un nuovo vescovado. Dopo un anno gli Alessandrini misero in campagna quindici mila combattenti di ogni arma[192].

CAPITOLO XI.

Natura della lega lombarda. — Guerre dell'arcivescovo Cristiano luogotenente dell'imperatore contro le città libere. — Assedio d'Ancona. — Federico respinto avanti Alessandria, e battuto a Lignago; tregua di Venezia; pace di Costanza.

1168 = 1183.

Tutti gli affari della lega lombarda prosperavano; l'imperatore era stato vergognosamente scacciato dall'Italia ed abbassati i suoi partigiani, e tranne una sola città, ed un solo gentiluomo, avevano tutti dovuto abbandonare il partito reale ed abbracciar quello delle repubbliche. Milano e Tortona, che Federico aveva voluto distruggere, rialzavansi più floride che mai dalle loro ruine; ed una nuova città, fondata in onta del suo potere, gli chiudeva la marca del Piemonte, la sola che, dopo la lega della marca veronese, gli rimaneva aperta: finalmente quantunque egli dividesse tra i suoi figli l'eredità de' commilitoni che aveva perduti nella fatale impresa di Roma, infiniti ostacoli incontrava nell'allestimento d'una nuova armata che lo mettevano fuor di speranza di vincere la triplice alleanza che gli opponevano la religione, la libertà ed il clima.

Da ambo le parti consumaronsi sei anni in approvigionamenti per nuove guerre. Momento importante, momento unico nella successione de' secoli, in cui l'Italia poteva fondare una repubblica federativa; momento sgraziatamente perduto perchè non produsse che una lega passaggiera, una semplice coalizione.

La circostanza singolarmente favorevole per formare un governo federativo è quella di popoli liberi minacciati da potente invasione. Dove regna la libertà, il principio della forza è l'amor di patria; e quest'amore non è mai così appassionato, nè ricerca l'anima più profondamente che allorquando la patria trovasi chiusa entro stretti limiti, ed entro il ricinto delle stesse mura vi presenta la culla della vostra infanzia, i testimonj, i compagni, i rivali tra i quali dovete distinguervi nella carriera che unica vi è aperta, infine l'intero stato, di cui voi ne dividete la sovranità coi vostri concittadini. Nelle piccole repubbliche ognuno si sforza di elevarsi fino al più alto grado cui può giungere l'uomo; e nelle repubbliche federate finchè la libertà è minacciata da potente nemico, ogni piccolo stato che la compone spiega tutta l'energia di cui è suscettibile. Non lentezza nelle deliberazioni, non esitanza nelle misure, perchè un sommo interesse maggiore d'ogni altro riunisce tutti gli animi. È forza difendersi, vincere, rispingere l'invasione, spezzare il giogo del dispotismo. L'entusiasmo, la di cui potenza è sempre superiore a quella d'un governo, comunque forte si creda, riunisce gli stati separati, e dà un centro d'azione, un centro di potenza a quell'ammasso di repubbliche che risguardavasi come sì debole. Le fazioni che sovente dividono le città, si calmano quando possono riuscir dannose alla indipendenza nazionale; o se si agitano ancora, i loro movimenti rimangono stranieri all'amministrazione generale, ed allora poco importa che trionfi l'una fazione o l'altra, perchè la massa del popolo si dirigerà sempre verso lo stesso scopo. Le federazioni che mancano d'unione e di forza allorchè trattasi di conquistare lontane province, fino dalla loro nascita sono eminentemente energiche per difendere la loro libertà[193].

Se diamo un'occhiata alla storia di tutte le federazioni, non ne incontreremo una sola che nata non sia nell'istante di dover respingere l'attacco d'un oppressore; niuna che non abbia trionfato di nemici infinitamente superiori in numero ed in forze. I re macedoni furono vinti dagli Ateniesi, il duca d'Austria dagli Svizzeri, Filippo re di Spagna dagli Olandesi, Giorgio III d'Inghilterra dagli Americani. L'esempio de' Lombardi è ancora più notabile; non ebbero bisogno d'una federazione, ma bastò loro una semplice lega mal organizzata per iscuotere il giogo del più valoroso e potente imperator d'Occidente. Tanto è vero che ne' piccoli stati in cui il sentimento della patria ha tutto il suo vigore, l'amore della libertà è un'arma vittoriosa contro il despotismo.

Una repubblica federativa in Lombardia non poteva trionfare di Federico Barbarossa che nel modo medesimo con cui trionfò la società lombarda; ma la prima dopo il suo trionfo avrebbe saputo meglio preservarsi dalle fazioni, dalle guerre senz'oggetto, dalla corruzione, o dalla tirannia: con una costituzione federativa l'Italia sarebbesi mantenuta libera, e le sue porte non sarebbero rimaste sempre aperte ai conquistatori che si fan giuoco della felicità de' popoli.

Ma il concepimento d'una costituzione federativa è una delle più elevate ed astratte idee che possa produrre lo studio delle combinazioni politiche. Non è quindi maraviglia che uomini appena civilizzati non abbiano potuto afferrarla; che uomini che abborrivano il legame sociale cui erano stati subordinati, uomini che confondevano l'idea della loro salvezza con quella dell'indipendenza della propria città, non volessero ad alcun patto limitare questa indipendenza e rigettassero il pensiero di subordinare alle decisioni di un congresso straniero la pace, la guerra, le imposte, le spese, nel tempo stesso che ricuperavano appunto il diritto di regolare da se medesimi tutti questi oggetti. Dobbiamo compiangerli che non abbiano saputo approfittare più vantaggiosamente della loro situazione, ma dobbiamo ancora scusarli se non seppero innalzarsi a quelle idee che sfuggono talvolta alle meditazioni de' popoli assai più illuminati.

Troppo mancò alla lega lombarda perchè possa risguardarsi come una repubblica federativa, il di cui governo centrale dirizza le relazioni esterne, e ne mantiene la dignità; che anzi si troverà mancante, considerandola solamente come semplice coalizione. Da alcuni atti originali di adesione alla società lombarda, che ci sono stati conservati, vediamo che i confederati promettevano soltanto di non far pace o tregua coll'imperadore e suoi partigiani e di non rallentare la guerra contro di lui senza l'assenso di tutti[194]; promettendo, se Federico scendesse ancora in Italia, d'impugnare le armi contro di lui e contro i suoi aderenti finchè venisse forzato a ripassar in Germania.

Niuna convenzione determinava il numero de' soldati che ogni città doveva all'armata confederata, perchè si suppose che ciascuna adoprerebbe tutte le sue forze per respingere il comune nemico; che quando una delle città più esposte agli attentati del nemico chiederebbe il soccorso delle altre, e si manderebbero tutti i soldati di cui potrebbero disporre senza pericolo. La lega non pensò pure a formare un tesoro pubblico, ed i federati non si obbligavano che all'eventuale contribuzione destinata a rifare i danni della guerra, nel caso che qualche città, soggiacesse alle armi imperiali.

La lega mancava pure di adunanze regolari, alle quali supplivano accidentali unioni dei consoli e dei podestà delle città, che adunavansi per prendere qualche deliberazione in comune, che poi, ritornando alla rispettiva città, assoggettavano all'approvazione de' loro concittadini. I membri del congresso avevano il titolo di rettori dell'associazione delle città, e sceglievano tra di loro un presidente[195].

Nell'assenza dell'imperatore la lega acquistò maggior consistenza, e stendendosi al mezzogiorno d'Italia ricevette i giuramenti delle città della Romagna, Ravenna, Rimini, Imola e Forlì; le quali per altro non sostennero mai con molto zelo la guerra della libertà.

L'imperatore intanto non rimaneva affatto inerte; e, mentre andava allestendo una nuova armata per invadere la Lombardia, cercava con segrete pratiche di separare gli alleati che voleva attaccare. Si provò pure d'entrare in privati trattati col papa, o con Guglielmo re di Sicilia, o con ciascuna delle città; ma tutte le proposizioni che miravano ad isolar gli alleati, furono costantemente rigettate. (1171) Spedì in appresso ai suoi aderenti in Italia, per tenerli a se devoti, Cristiano arcivescovo eletto di Magonza e cancelliere dell'Impero. Questo prelato guerriero attraversò la Lombardia con tanta rapidità, che non si pensò pure ad impedirne la marcia; e giunto in Toscana prese parte nelle guerre di quelle città, strettamente collegandosi con quelle del partito imperiale; ed in tal modo ottenne di formarsi colle loro milizie una ragguardevole armata dipendente da' suoi voleri.

Intanto i Pisani ed i Genovesi continuavano a farsi un'arrabbiata guerra, e la loro discordia aveva divisa tutta la Toscana. Fino del 1169 i Genovesi avevano guadagnata Lucca al loro partito, ed in appresso contrassero pure alleanza con Siena e Pistoja e col conte Guido Guerra il più potente feudatario della Toscana[196]. I Pisani invece eransi collegati con Fiorenza e con Prato, ed essendosi avveduti che l'arcivescovo Cristiano, rappresentante dell'imperatore d'Occidente in Italia, stava per i loro nemici, si rivolsero a Manuele Comneno imperatore d'Oriente, che abbracciava con piacere tutte le occasioni di acquistar credito presso i Latini. Essi spedirono deputati a Costantinopoli, e Manuele ne spedì a loro; ed un'alleanza onorevole e vantaggiosa alla repubblica fu il frutto delle loro pratiche. L'imperator Greco rese ai Pisani le franchigie di cui godevano ne' porti del suo impero, e si obbligò per quindici anni a pagare ogni anno alla città di Pisa cinquecento bisanti d'oro, e due tappeti di seta e quaranta bisanti ed un tappeto al suo arcivescovo[197]. Poteva risguardarsi il danaro come una pensione pagata da uno stato potente ad un debole, ma quella del tappeto, o stoffa di seta è una condizione più straordinaria, un tributo in apparenza umiliante per chi lo dà, glorioso per chi lo riceve; e reca sorpresa che i ministri imperiali lo accordassero. Pure gli ambasciatori greci che dimoravano in Pisa, ammessi in piena adunanza del popolo, convalidarono col loro giuramento questa nuova alleanza.

Quando Cristiano seppe che i Pisani avevano fatto questo trattato, s'indispose più che prima contro di loro; pure, dissimulando il suo mal contento, visitò come ambasciatore di Federico la città di Pisa, siccome quelle di Genova e di Lucca offrendo (1172) l'arbitramento del suo padrone per decidere le loro liti; ma i Pisani che dovevano aver sospetta la sua imparzialità, ricusarono l'offerta, onde l'arcivescovo adirato li pose al bando dell'Impero, spogliandoli in pari tempo del diritto di battere danaro e della sovranità dell'isola di Sardegna.

(1178) In luglio del susseguente anno, Cristiano finse di voler ristabilire la concordia tra le comuni toscane, onde levò il bando pubblicato contro di Pisa, ed essendosi portato in questa città, stabilì avanti al di lei parlamento, ed alla presenza dei consoli delle città rivali, i preliminari di una pace, della quale fece giurare l'osservanza a tutti i consoli presenti. Non molto dopo convocò un'altra dieta a s. Ginasio in Val d'Arno inferiore, ad oggetto, dicev'egli, di dar l'ultima mano al trattato; ma quando v'arrivarono i magistrati di Pisa e di Fiorenza, lì fece arrestare e chiudere in una carcere[198].

Siccome Pisa e Fiorenza non eransi ancora dichiarate contro l'imperatore, nè avevano presa parte alla lega lombarda, avrebbe dovuto risguardarsi come ingiusta ed impolitica la condotta di Cristiano, il quale moltiplicava senza necessità i nemici del suo padrone[199]; pure ottenne l'intento che si era proposto, perchè obbligò gli alleati dell'Impero a porsi senza riserva sotto la sua dipendenza, ed a sostenere più vigorosamente ciò che prima non era che una privata contesa. S'egli si fosse limitato all'ufficio di mediatore, sarebbe rimasto senza credito e senza forze: fatto capo di partito, fu posto alla testa d'una potente armata, che allestirono i Pistojesi, i Sienesi, i Lucchesi ed i gentiluomini della Toscana, dell'Ombria e della Romagna; e con quest'armata si fece a devastare il territorio fiorentino.

Non tardarono i Pisani a spedire in soccorso dei loro alleati duecento venticinque cavalli sotto il comando di due consoli; e facendo ad un tempo una gagliarda diversione nel territorio lucchese, richiamarono i Lucchesi a difendere il loro paese. Il 17 agosto a Ponte fosco, ed il 28 a Monte calvoli furono i Pisani vittoriosi dei loro nemici: ma non furono ugualmente fortunati in mare, ove perdettero in un incontro avuto colla flotta genovese più galere che i loro nemici[200].

Quantunque in questa prima campagna l'arcivescovo Cristiano non riportasse alcun segnalato vantaggio, disciplinò la sua armata e la rinforzò assoldando molti soldati tedeschi che, rimasti in Italia dopo la ritirata di Federico, non tardarono a raggiungere gli stendardi imperiali. In principio del susseguente anno Cristiano condusse le sue truppe ad un'impresa di maggiore importanza.

Quantunque la città d'Ancona non avesse presa parte nella lega lombarda, era diventata esosa all'imperatore Federico ponendosi sotto la protezione di Manuele Comneno. Possessori del miglior porto che forse abbia la costa orientale d'Italia, eransi gli Anconitani dedicati con tanto profitto al commercio di Levante, che i Veneziani, i quali pretendevano d'avere l'esclusivo dominio dell'Adriatico, eransi ingelositi della loro concorrenza. Vero è che la repubblica veneta aveva da principio dato il suo nome alla federazione lombarda, nè finora erasi riconciliata coll'imperatore d'Occidente[201]: ma ad ogni modo preponendo Cristiano a queste considerazioni l'interesse del suo padrone, allorchè risolse d'intraprendere l'assedio d'Ancona, approfittò della gelosia de' Veneziani, e fu potentemente soccorso[202].

Il primo giorno d'aprile del 1174 una flotta veneziana provveduta di baliste e di altre macchine guerresche entrò nel porto d'Ancona per assediar la città dalla banda del mare, mentre l'arcivescovo di Magonza s'avvicinava dall'altra parte alla testa di un'armata, che aveva ingrossata in Toscana nel precedente anno con reclute tedesche e recentemente colle milizie d'Osimo e dei feudatari della marca[203].

Una diramazione delle montagne del Piceno forma il promontorio su cui è fabbricata la città d'Ancona. Questo promontorio s'avanza nell'Adriatico da ponente a levante, e ripiegandosi presso all'estremità verso settentrione forma un vasto seno intorno al quale s'alza la città a guisa d'anfiteatro lungo un ripido pendìo dal livello del mare fino alla bipartita sommità della montagna. Una delle sommità trovasi adesso occupata da un convento di cappuccini, l'altra dalla chiesa cattedrale, dal di cui porticato vedonsi a destra le nevose montagne della Dalmazia, a sinistra la ridente svariata costa dell'Emilia, mentre il sole sembra nascere e coricarsi nelle onde. Il rovescio della montagna dalla banda dell'alto mare è tanto scosceso, che rende inutili le fortificazioni dell'arte. Di verso terra la città è accessibile da un solo lato; e la stessa porta conduce a Sinigaglia posta a settentrione, come a Recanati che trovasi a mezzogiorno, ed oggi a Loreto che allora non esisteva. Apresi questa porta sopra un angusto piano fra il porto e le montagne, colle quali si comunica per mezzo di una seconda porta. L'apertura del porto verso settentrione viene in parte chiuso da un antico molo, lavoro romano, ornato da un arco trionfale eretto in onore di Trajano; ma la bocca del porto è tuttavia troppo larga tanto per assicurare le navi dai colpi di vento, che la città dalle aggressioni nemiche. Le galee veneziane ne approfittarono e vennero a dar fondo in faccia allo sbarco della città.

La prima operazione che facesse l'arcivescovo di Magonza tostochè s'avvicinò ad Ancona, fu quella di devastarne il territorio, facendo svellere le viti, gli ulivi, ed ogni altro albero fruttifero, e distruggendo tutto quanto poteva servire d'alimento agli uomini. Da principio cercarono gli Anconitani di opporsi a tanta ruina, ma non sentendosi abbastanza forti per mantenersi in campagna, perchè era assai limitata la popolazione della città, e di questa ancora parte trovavasi lontana per oggetti di commercio, si videro costretti a ridursi entro le mura, dopo aver sofferto qualche perdita.

Ancona era mal provveduta di vittovaglie, sì perchè il raccolto del precedente anno non fu abbondante, come perchè gli abitanti non credendosi minacciati d'assedio vicino, aspettavano il prossimo raccolto per riempire i loro granai. Ma la presente messe fu distrutta dal fuoco nemico senza che gli Anconitani potessero mettere nulla in salvo, ed il porto era chiuso dalla flotta veneziana, onde a mezza estate incominciarono a soffrire la fame. N'ebbe avviso l'arcivescovo, il quale, quantunque avesse già accostato alle mura e baliste e torri movibili, aveva però evitato ogni incontro, nè tentato verun assalto contro la città. Supponendo adesso di trovare i cittadini indeboliti dalla fame, fece suonare la carica, ed avanzar l'armata fin sotto le mura per dare un generale assalto. I cittadini riuniti dal martellare delle campane uscirono contro ai nemici combattendo valorosamente. La flotta veneziana approfittando del tumulto s'accostò alla città per isbarcare la truppa sulla spiaggia; ma avendo i consoli opposte loro le compagnie del porto, continuarono col rimanente della milizia a combattere contro gl'imperiali, che furono respinti fino al di là delle loro macchine, senza che però ardissero incendiarle, venendo difese dagli arcieri che gettavano una grandine di freccie e di sassi. Ciò vedendo una vedova nominata Stamura, prese un legno acceso, e lanciandosi verso le torri in mezzo alle freccie, non si ritirò finchè non fu sicura che il fuoco appiccato alle macchine non poteva più essere spento. Incendiate tutte le macchine d'assedio, i Tedeschi battuti allontanaronsi dalla città, e gli Anconitani levarono dal campo molti cavalli, di cui nutrironsi alcun tempo. Anche i Veneziani furono costretti di ritirarsi colla perdita di molti uomini, resa più grande pochi giorni dopo. Gli Anconitani, approfittando di un vento di mare gagliardissimo, fecero tagliare da alcuni palombari le gomene delle ancore, e s'impadronirono di sette navi portate dal vento sulla spiaggia della città[204].

Malgrado questi passaggieri avvenimenti, la situazione degli Anconitani diventava ogni giorno peggiore. Cercarono perciò di far la pace coi loro nemici; e fecero offrire a Cristiano una grossa somma d'oro perchè levasse l'assedio; ma questi rispose che aveva giurato di non accordare capitolazione, e che non rimaneva loro verun altro partito che di darsi essi e la città a discrezione.

Il deputato fu ammesso a render conto della sua missione in presenza dei consoli e del consiglio generale; i quali avanti di nulla risolvere incaricarono dodici uomini probi di prender conoscenza in tutta la città de' viveri che ancora rimanevano e di darne conto all'assemblea. A fronte dell'estrema diligenza adoperata dai delegati non solo nelle case dei cittadini, ma ancora ne' ripostigli delle chiese, non trovarono che sei sacchi di frumento e nove sacchi di grano primaticcio[205]. Pochi giorni avanti erasi fatta ricerca di uovi per medicare le ferite, e non se ne trovarono dodici in tutta la città, che allora aveva dodici mila abitanti d'ambo i sessi.

All'indomani i dodici delegati esposero all'assemblea il risultato delle loro ricerche, cui i cittadini non risposero che coi gemiti. Sembrava omai impossibile a tutti il poter sottrarsi all'infelice loro destino; e molti proponevano d'arrendersi, altri esser meglio morire combattendo che sopravvivere alla ruina della patria, quando un vecchio cieco di quasi cent'anni, appoggiandosi al suo bastone, si levò in mezzo dell'assemblea e disse: «Cittadini d'Ancona, io ero console di questa città quando il re Lotario l'assediò con una potente armata. Pretendeva ridurci in servitù; ma fu forzato di ritirarsi vergognosamente. Prima e dopo di lui altri re ed imperatori che assalirono la nostra patria, non ebbero miglior successo. Qual vergogna per noi se questa città che resistette alla loro potenza, cedesse ora ad un prete, ed un vescovo trionfasse dei nostri soldati? Rammentate, o cittadini, la mala fede de' nemici e l'odio de' Tedeschi contro il nome latino: non vi sovviene più di Milano che Federico ha poc'anzi distrutto malgrado le contrarie promesse? e tenete per fermo che la vostra dedizione all'arcivescovo di Magonza sarebbe il maggiore de' vostri mali. Fate adunque un estremo sforzo per ottener soccorso dai vostri alleati; e, se non riesce, gettiamo in mare colle nostre mani tutte le nostre ricchezze per toglierle al vincitore, ed andiamo a morire combattendo valorosamente contro di lui[206]

Degli alleati d'Ancona che potessero soccorrerla in così pressanti strettezze, non eranvi che la contessa di Bertinoro della nobile famiglia de' Frangipani di Roma, padrona del ricco feudo di Bertinoro in Romagna[207], e Guglielmo degli Aderaldi di Marchesella, uno de' capi del partito guelfo in Ferrara. I cittadini d'Ancona scelsero tre gentiluomini, i quali montati sopra una barca con quanto danaro poteron raccogliere, furono abbastanza avveduti o fortunati per uscir dal porto bloccato dalla flotta veneziana.

Intanto la fame non era omai più sopportabile; e consumati tutti i cibi salubri gli si sostituivano carni infette, cuoi, erbe selvatiche, ortiche di mare che strappavansi sotto agli scogli benchè si credessero velenose. Erano gli Anconitani in così misero stato ridotti che appena potevan reggersi in piedi e portar le armi, e soltanto quando erano chiamati dal martellar della campana, l'amor di patria e di libertà rendeva loro lo smarrito vigore, e lanciavansi tra i nemici con tanta forza ed ardire, che questi ne rimanevano sorpresi ed avviliti. Una gentildonna giovane e bella, recandosi con un fanciullo in braccio ch'ella allattava, presso a porta Balista, vide uno de' soldati di guardia giacente in terra, al quale chiedendo la nobil donna perchè rimanesse inattivo, risposele trovarsi in modo consumato dalla fame, che non credeva poter vivere più d'un'ora. «Sono già quindici giorni, soggiunse l'altra, che io non mangio che cuojo bollito, ed il latte incomincia a scemarsi; pure alzati, e se il mio seno ne contiene ancora, avvicina le tue labbra e ristorati per difendere la patria.» Il soldato scosso da queste parole alzò il capo e vergognandosi della generosa offerta della conosciuta gentildonna, presa la rotella e la spada si lanciò con tanto furore tra gli assedianti, che ne uccise quattro avanti di cadere sotto i loro colpi[208].

Gli Anconitani sostennero tante miserie con una costanza senza esempio, perchè da più giorni non avevano veruna notizia de' loro deputati. Giunti questi a Ferrara trovarono in Guglielmo Marchesella e nella contessa di Bertinoro due fedeli e zelanti amici. Il primo, non bastando il danaro portato dagli Anconitani per assoldare la truppa che credeva necessaria all'impresa, obbligò tutto il suo patrimonio ed il suo credito per una grossa somma presa a censo. Alle truppe di Marchesella la contessa aggiunse tutti i suoi vassalli; in modo che si formò un'armata di dodici coorti di cavalleria, cadauna di duecento uomini, e d'un corpo ancora più numeroso di pedoni; la quale s'avanzò all'istante per il territorio di Ravenna, da cui con uno stratagemma eransi fatti allontanare i nemici, che ne occupavano la strada. Il quarto giorno s'accampò sul monte di Falcognara, dalla di cui sommità scoprivasi in distanza di quattro miglia Ancona ed il magnifico suo golfo. Quando fu notte Guglielmo Marchesella ordinò ad ogni soldato di attaccare alla sua lancia due o tre lumi; poi discese alla loro testa il rovescio della montagna, facendo occupare alle sue genti la maggiore estensione possibile. Gli avamposti dell'arcivescovo, ingannati dalla quantità dei lumi, credettero l'armata più numerosa di quel ch'era veramente. L'arcivescovo stesso, spaventato dalle grida di gioja dei soldati, che facevan eco alle esortazioni di Guglielmo e della contessa, e dalle grida degli Anconitani che dal portico della cattedrale vedevano avanzarsi i loro liberatori, diede ordine di ritirarsi. La medesima notte trasportò il campo sulla prima montagna del Piceno, di dove, dopo poche ore di riposo, si rimise in cammino per entrare nel ducato di Spoleti. I Veneziani, vedendosi abbandonati dall'armata di terra, s'allontanarono dalla liberata città, i di cui cittadini, soccorsi dai loro fedeli alleati, approfittarono di quel subito terrore ch'erasi impadronito dei loro nemici, per introdurre in città tanta quantità di viveri che non avessero ad essere affamati da più lungo assedio. Guglielmo Marchesella lasciò presto Ancona per recarsi a Costantinopoli, ove da Manuele Comneno fu magnificamente ricevuto e splendidamente regalato per i soccorsi dati ai suoi protetti[209].

In quest'anno finalmente furono ridotti a termine i grandi apparecchi di cui occupossi Federico nella lunga sua permanenza in Germania; ed i Lombardi seppero in ottobre, che l'imperatore attraversava le Alpi con un'armata non meno potente di quelle che aveva altre volte condotte contro di loro. Dopo aver superate le Alpi della Savoja, calò in Italia dal monte Cenisio e diede alle fiamme Susa posta a piè dell'Alpi per vendicarsi dell'umiliazione che vi aveva sofferta sei anni prima quando vi passò fuggiasco. Si diresse in seguito contro d'Asti, città da lungo tempo associata alla lega lombarda[210].

I confederati preferivano all'incertezza di una battaglia generale nella quale tutte le probabilità della vittoria erano per Federico, la lentezza degli assedj in cui le truppe allemanne spossavansi e s'annoiavano. Si ristrinsero perciò a mandare alcuni deputati ai cittadini d'Asti, esortandoli a difendersi coraggiosamente e promettendo loro che, quando stringesse il pericolo, farebbero avanzare un'armata in loro soccorso. Ma gli abitanti d'Asti, spaventati dal numero e dalla ferocia delle truppe condotte da Federico, e soprattutto temendo i Fiamminghi che formavano il nerbo della sua armata, si arresero, recandogli le chiave della città senza combattere.

Allora l'imperatore si mosse verso Alessandria, ove dovevano raggiungerlo le milizie pavesi e quelle del marchese di Monferrato. Intanto le piogge autunnali avevano a dismisura ingrossati i fiumi e ritardata la marcia dell'armata imperiale; lo che accrebbe il coraggio degli Alessandrini, che risguardarono quest'avvenimento come un soccorso del cielo.

Ma a fronte delle piogge, delle nevi e dei rigori dell'imminente inverno, malgrado il terreno fangoso, Federico s'accampò avanti Alessandria. Conobbe a colpo d'occhio che la sola difesa della città dopo il Tanaro, era la fossa che la circondava; non essendosi ancora innalzate nè mura nè torri per sostenere i baluardi, che formati essendo di fango e legati colla paglia, gli fecero dare il nome, che gli è rimasto fino ai nostri giorni di Alessandria della paglia[211]. Lusingavasi per ciò di poterla prendere d'assalto, sicchè dopo aver distribuite le macchine da guerra lungo i baluardi, fece suonar la carica: ma gli Alessandrini si difesero così valorosamente, che rispinsero gli assalitori fino al di là delle loro baliste, che furono prese ed abbruciate, mentre i tedeschi fuggivano disordinati verso il campo.

Federico non si lasciò ributtare da questa perdita, risoluto di continuare fino all'estremo l'assedio d'una città fabbricata in onta sua. Invano cercarono i suoi generali di sconsigliarlo da un'impresa in cui dovevasi più combattere contro gli elementi che contro gli uomini: il freddo crebbe ben tosto a dismisura, mancarono i viveri al campo, e la diserzione facevasi ogni giorno maggiore. (1175) Egli solo non si scoraggiava, e quattro mesi continui di rigoroso inverno, sempre contrariato dalle inondazioni, dalla fame, dalle malattie, non lo rimossero dall'assedio che andava stringendo sempre più con maggior ardore. Niuno dei mezzi praticati per vincere le città fu da lui trascurato, e l'ultimo fu la mina. Egli fece aprire una galleria che avanzavasi sotto la città: questo lavoro assai malagevole in una stagione piovosa e più in un terreno pantanoso, fu malgrado l'estrema sua lunghezza continuato con tanto segreto, che gli Alessandrini non se ne avvidero che all'istante in cui le truppe imperiali uscivano dalla galleria nella pubblica piazza. Ma prima di questo avvenimento, gli Alessandrini, dopo un assedio di quattro mesi, avevano chiesto soccorso alla lega lombarda.

La dieta erasi adunata in Modena, ove fu appena informata dello stato d'Alessandria, che determinò di far levare l'assedio e di approvvisionarla. Ordinò pertanto di far marciare tutte le truppe delle repubbliche alleate, facendo tener dietro all'armata un convoglio di vittovaglie. Il contingente di tutte le città in cavalleria, in fanteria e danaro per far acquisto di viveri, fu tosto stabilito, ed i consoli di tutti i comuni ne giurarono l'esecuzione. A mezza quaresima l'armata alleata trovossi unita presso Piacenza, di dove si pose in cammino accompagnata da un convoglio di carri, mentre un altro convoglio di battelli rimontava le acque par raggiungerlo sulle rive del Tanaro. La domenica delle palme i confederati s'accamparono presso Tortona in distanza di sole dieci miglia dal quartier generale di Federico; il quale, avvertito del loro arrivo, e disperato[212] di veder andata a vuoto un'impresa cui sembrava attaccato il suo onore e la sua potenza, scese fino al tradimento. Egli offrì agli assediati una tregua per celebrare il venerdì santo, e mentre questi riposavansi sicuri sulla santità del giuramento, fece entrare a notte non molto innoltrata i suoi soldati nella città per la mina che aveva fatto aprire[213]. Per buona sorte le scolte repubblicane s'accorsero del tradimento, e chiamarono all'armi i cittadini. Lo sdegno accresceva le forze degli assediati. Tutti i Tedeschi entrati in città furono uccisi o forzati di precipitarsi dai bastioni, e coloro che trovavansi nella galleria della mina soffocati dal terreno che si fece smottare. Gli Alessandrini aprirono in seguito le porte, e gettandosi furibondi sulle truppe imperiali le fugarono, ed incenerirono la torre di legno preparata per attaccare le loro fortificazioni.

Federico respinto dagli assediati, e minacciato dall'armata lombarda, non poteva più lusingarsi di ridurre Alessandria in suo potere; onde la susseguente notte fece metter fuoco al suo campo, ed il giorno di Pasqua s'avviò verso Pavia. I confederati erano accampati in luogo di poter impedirgli il passaggio, e la loro armata assai più numerosa dell'imperiale ne assicurava la disfatta ove fosse stata costretta di venire a battaglia. Ma Federico si credette guarentito dal rispetto che imprimeva ancora la dignità imperiale sull'animo di nemici poc'anzi suoi sudditi, persuadendosi che non lo avrebbero attaccato i primi, e l'avvenimento giustificò i suoi calcoli.

Quando i Lombardi videro le truppe imperiali avvicinarsi a bandiere spiegate, si disposero a sostenere l'urto de' Tedeschi, ma mentre credevano d'essere attaccati, videro i Tedeschi far alto, ed occuparsi come fossero amici a piantare il loro campo. I Lombardi esitarono un istante, e dubitando di farsi colpevoli di lesa maestà, se attaccavano il loro imperatore che s'avanzava confidentemente in mezzo a loro, lasciarono passare la giornata senza decidersi.

La susseguente mattina alcuni nobili, che non erano sospetti ad alcuna parte, si fecero a trattar di pace. L'imperatore rispose alle proposte loro, «che, salvi i diritti dell'Impero, era disposto di porre in arbitrio di giudici scelti dalle parti le contese che aveva co' suoi sudditi.» L'armata lombarda rispose dal canto suo, «che, salva la devozione dovuta alla chiesa romana, e la libertà per cui le città confederate avevano prese le armi, era disposta a sottomettersi al giudizio degli arbitri.» Furono in conseguenza nominati sei commissarj, ai quali le parti affidarono la decisione della loro contesa. I più principali dei Lombardi furono in seguito presentati all'imperatore, che li ricevette in un modo assai lusinghiero. Si convenne da ambo le parti di licenziare le armate; e l'imperatore s'affrettò di congedare la sua, ritirandosi col seguito delle sole guardie e della famiglia a Pavia ove si riposò dalle fatiche sostenute in una campagna d'inverno. I Lombardi presero la strada di Piacenza per restituirsi alle proprie case, e quando giunsero presso questa città si scontrarono nei Cremonesi che preceduti dai loro consoli s'avanzavano per raggiungerli[214].

Erano i Cremonesi da lungo tempo rimproverati di lentezza negli affari della lega, e l'antica amicizia ch'ebbero coi Pavesi li ritraeva dall'entrare in battaglia contro di loro. Non pertanto quando seppero essersi conchiuso l'accordo senza di loro, vergognaronsi della propria lentezza; ed il popolo in particolare, temendo di essere a parte della vergogna del proprio governo, in un movimento di furore corse alle case dei consoli, e le smantellò, affidando a nuovi magistrati le redini del governo.

L'imperatore parve che si studiasse di accrescere i sospetti che la condotta dei Cremonesi poteva far nascere nell'animo de' confederati, indicando i loro consoli come sopr'arbitri, promettendo di rimettersi alla loro decisione quando non andassero d'accordo i sei conciliatori scelti nel campo di Tortona. I rettori che segnarono a nome della lega lombarda il compromesso fatto coll'imperatore, furono Ezzelino da Romano padre del feroce Ezzelino, ed Anselmo da Dovara, padre di Buoso, emulo e compagno di questo tiranno. È cosa veramente notabile che il primo trattato fatto coll'imperatore per guarentia della libertà dei comuni sia stato firmato a nome di questi dai genitori dei due più famosi capi del partito imperiale, dei due più feroci oppressori delle repubbliche[215].

E perchè lo stesso trattato che doveva ristabilire la concordia tra l'Impero e le città lombarde rendesse altresì la pace alla Chiesa, Federico scrisse al papa di mandargli tre legati per trattare con lui, designandoglieli egli medesimo. Furono questi il vescovo di Porto, quello d'Ostia ed il cardinale di san Pietro ad vincula[216]. I quali prelati, muniti dei pieni poteri della Santa Sede, si portarono a Lodi ov'erasi adunata una dieta de' rettori delle città lombarde; ed in seguito passarono a Piacenza. Quando l'imperatore seppe ch'erano giunti nelle vicinanze di Pavia, gli fece invitare alla sua corte, ove onorevolmente li ricevette.

La prima loro udienza fu pubblica. Federico aveva fatto innalzare il suo trono sulla gran piazza di Pavia, ove, circondato da' suoi principi, rivolse la parola ai legati in lingua tedesca, invitandoli con gentili maniere ad esporre i motivi della loro missione. Intanto i Pavesi trovavansi riuniti in parlamento. Allorchè l'interprete ebbe tradotto il discorso dell'imperatore, il vescovo d'Ostia, avanzatosi in mezzo dell'assemblea, con aspri e duri modi non sempre stranieri agli ecclesiastici, dichiarò di non poter rendere all'imperatore il saluto finchè lo vedeva ostinarsi nello scisma e nell'impenitenza; quindi riandò tutta l'istoria delle sue persecuzioni verso la Chiesa, impiegando a vicenda le minacce e le preghiere per ridurlo a mutar condotta. Il popolo adunato applaudì questo discorso, e lo stesso Federico assicurò il legato, che, mosso dai patimenti de' fedeli, era disposto a grandi sagrificj per mettervi fine[217].

Dopo questa pubblica udienza, i legati ed i deputati lombardi ebbero frequenti conferenze collo stesso imperatore e co' suoi ministri, il cancelliere, il vescovo eletto di Colonia, ed il protonotaro. Essi dovevano procurare i vantaggi ancora del re di Sicilia e dell'imperatore di Costantinopoli; ma in fatto furono gli affari della Chiesa intorno ai quali rendevasi difficile ogni accomodamento, e che finalmente furon cagione che si rompessero i trattati. Lo storico d'Alessandro III assicura che Federico chiedeva alcune prerogative che non erano state mai accordate a verun laico, nè pure a Carlo Magno, o al grande Ottone: ma le pretese del papa erano a dismisura cresciute dopo questi due imperatori, e Federico non ridomandava nè meno tutti i privilegi di cui godettero i suoi predecessori. Ad ogni modo i legati protestarono che la loro coscienza e le leggi della Chiesa s'opponevano ai chiesti privilegi. Il congresso si ruppe bruscamente, e gli alleati ritornando alle loro case guastarono le campagne de' Pavesi, de' Comaschi e dei marchesi feudatarj. L'imperatore invece fece alcune incursioni nel territorio alessandrino, ma senza intraprendere colle sole milizie italiane l'assedio d'una città, innanzi alla quale le armate tedesche avevano perduta l'antica gloria.

Mentre ancora duravano le trattative, Federico aveva ordinata in Germania la leva d'una nuova armata, ed aveva pure invitato a prendere le armi Cristiano arcivescovo di Magonza suo vicario nella Toscana e nella Marca. Questo prelato alla testa delle truppe che lo avevano servito nell'assedio d'Ancona, investì il castello di san Casciano ove tenevano una guarnigione i Bolognesi composta di trecento cavalli, ed altrettanti fanti sotto il comando di Prendiparte, uno de' loro consoli. Due altri consoli, Bernardo Vediani e Pietro Garisendi, s'avanzarono contro Cristiano colle milizie bolognesi ed ausiliarie per costringerlo a levar l'assedio. Lo forzarono in fatti ad allontanarsi, ma caddero poco dopo in un'imboscata, e nel corso della campagna ebbero più volte la peggio.

(1176) Intanto Wicman arcivescovo di Maddeburgo, Filippo arcivescovo di Colonia, e tutti i vescovi e principi di Germania cui Federico erasi diretto, avevano adunati i loro vassalli, ed erano preparati a soccorrerlo. Si mossero nella seguente primavera, e perchè la strada dell'Adige era guardata dai Veronesi, s'avanzavano attraversando il paese dei Grigioni per l'Engadina e la contea di Chiavenna fino al lago di Como. Quando l'imperatore fu avvisato del loro arrivo in Italia, partì segretamente da Pavia, ed attraversando sconosciuto il territorio milanese, venne a riceverli a Como. Postosi alla loro testa in sul finire di maggio, andò contro il castello di Legnano nel contado del Seprio. I Comaschi militavano sotto le sue bandiere, e le milizie dei Pavesi e del marchese di Monferrato disponevansi a raggiungerlo.

I Milanesi che trovavansi i primi esposti alle offese, mostravano una straordinaria energia. Fino in gennajo avevano fatto rinnovare il giuramento che gli univa alle altre città lombarde, ed assicurava loro i comuni soccorsi. Avevano formate alcune coorti di cavalleria scelta, una delle quali chiamata della morte era composta di novecento soldati che avevano giurato di morire per la patria piuttosto che ritirarsi; l'altra detta del Carroccio era formata di trecento giovani delle principali famiglie, i quali con uguale giuramento eransi vincolati alla difesa del palladio della loro patria. Gli altri cittadini divisi in sei battaglioni seguivano le bandiere delle sei porte, e dovevano combattere sotto gli ufficiali del proprio quartiere[218].

Il sabato 29 maggio i Milanesi ebbero avviso che l'imperatore non era più di quindici miglia lontano dalla loro città. Benchè dei soccorsi che aspettavano dai confederati non avessero avuto ancora che le milizie piacentine ed alcune centurie scelte di Verona, di Brescia, di Novara e di Vercelli, fecero sortire il carroccio dalla città e si mossero contro di Federico prendendo la strada che da Milano conduce al Lago maggiore. Fermatisi presso Barano nella pianura che divide l'Olona dal Ticino, staccarono settecento cavalli per riconoscere il nemico; i quali non tardarono a scontrarsi in trecento Tedeschi seguiti a poca distanza dal grosso dell'armata. Essi li caricarono con vigore, ma dovettero ripiegare bruscamente verso il loro Carroccio trovandosi addosso tutta l'armata di Federico. I Milanesi vedendo avanzarsi contro di loro a galoppo la cavalleria tedesca, gittaronsi in ginocchio e fecero la loro preghiera ad alla voce a Dio, a s. Pietro, ed a s. Ambrogio; indi spiegando i loro stendardi si mossero arditamente contro i nemici. La compagnia del carroccio piegò un istante, e le truppe imperiali vi s'avvicinarono tanto, che s'incominciò a temere che cadesse nelle loro mani: perchè vedendolo la compagnia della morte, ripetendo ad alta voce e con entusiasmo il giuramento fatto di morire per la patria, gettaronsi con tanto impeto sulle truppe allemanne che atterrarono lo stendardo imperiale. Federico stesso che combatteva nella prima linea fu rovesciato da cavallo, e posta in fuga la colonna da lui comandata ed inseguita dai Lombardi per lo spazio d'otto miglia. I fuggiaschi che non caddero sotto le loro spade, dovettero precipitarsi nel Ticino, o rendersi prigionieri. Quasi tutti i Comaschi perirono sul campo, o perdettero la libertà per essere contro di loro più vivo l'odio de' Lombardi, che li risguardavano quali traditori della causa comune. Tutte le più ricche spoglie del campo rimasero ai vincitori, i quali per colmo della loro gloria seppero ben tosto, che Federico non trovavasi coi soldati fuggiaschi, che i suoi fedeli avevano cercata in vano la sua persona o il suo cadavere, e che l'imperatrice rimasta a Pavia, omai più non dubitando della di lui perdita, aveva vestito il corrotto[219].

Ma Federico non era stato ucciso nella battaglia di Legnano, come supponevasi, e dopo pochi giorni ricomparve a Pavia, solo, avvilito, diviso da quella florida armata con cui credeva di soggiogare l'Italia, e che ora valicava disordinata le Alpi per salvarsi dal ferro italiano. Abbandonato sul campo di battaglia tra i suoi nemici, sottraendosi alle loro ricerche, ottenne dopo molti stenti di ricoverarsi nella sola città ancora fedele.

Erano già decorsi ventidue anni da che questo monarca aveva la prima volta devastato il territorio milanese, e, durante questo lungo intervallo, aveva successivamente condotte o chiamate in Italia sette formidabili armate dal fondo della Germania[220]. Per lo meno un mezzo milione d'uomini aveva prese le armi a suo favore e sparsi torrenti di sangue; ma dopo vittorie più strepitose che utili terminò coll'essere disfatto in distanza di poche miglia dal luogo in cui ottenne le prime vittorie. I pontefici romani avevano contro di lui provocate le vendette del cielo; ed i suoi partigiani vedevano nelle proprie e nelle sue sventure la mano di Dio. Non gli rimaneva dunque altro partito che quello della pace, e Federico la ricercò di buona fede.

Spedì dunque al papa gli arcivescovi di Maddeburgo, di Magonza e di Worms, per entrare con lui in negoziazioni. Giunti alla città d'Anagni, ove allora risiedeva il pontefice, vennero ammessi in pieno concistoro. In questa prima udienza Alessandro dichiarò loro in termini positivi, ch'egli non separerebbe giammai la sua causa da quella dei Lombardi, del re di Sicilia e dell'imperatore d'Oriente. Non pertanto nelle segreta conferenze isolò poc'a poco i suoi interessi da quelli de' confederati.

Siccome Federico non pretendeva più dal papa nuovi privilegi, le trattative diventavano semplicissime, nè ammettevano ulteriori difficoltà. Gli si chiedeva che abiurasse lo scisma e gli antipapi da lui nominati; e rispetto a ciò Federico chiedeva che dopo l'abiura anche i prelati addetti alla sua fazione fossero ammessi in grazia della Santa Sede e riconfermati nelle loro cariche. Tali articoli furono ben tosto accettati dalle parti[221]. Non era così facile l'accordare gl'interessi dell'imperatore con quelli de' Lombardi; per discutere i quali il papa prometteva di passare in Lombardia, ove avrebbe presieduto all'adunanza delle città confederate. Ed in pendenza di queste trattative le parti stipularono una tregua generale per tutta l'Italia.

Se l'imperatore avesse prima adottata la via delle amichevoli trattative, non avrebbe sofferte le ultime traversie, nè perduta quella somma influenza che poteva esercitare sulle repubbliche italiane. Si può vederne la prova nell'apertura delle conferenze. I repubblicani non ardivano negare gli antichi diritti dell'Impero; ed erano contenuti da un natural rispetto verso le persone e verso le leggi, che loro vietavano di segnare i confini dell'autorità di colui contro il quale avevano però osato di combattere e di sconfiggerlo. Quando Federico cessò d'essere il loro nemico, fu ancora il loro monarca. Aveva in ogni città dei partigiani e specialmente tra i gentiluomini, che dichiaravansi i protettori delle prerogative imperiali; e la vanità, l'ambizione, l'avarizia non erano pienamente soddisfatte che coi favori della corte. I partigiani di Federico adoperavansi destramente per risvegliare fra i popoli le sopite gelosie che in addietro dividevano le città, onde staccare alcune comuni dalla confederazione.

I Cremonesi furono i primi a sciogliersi da quel legame che aveva salvata la Lombardia. Erano stati in ogni tempo nemici dei Milanesi, ed alleati dei Pavesi: arbitrarie vessazioni gli avevano staccati dal partito imperiale, ed uniti alla lega, ma col tempo indebolitasi la memoria delle ricevute offese, il loro odio si spense: all'epoca dell'assedio d'Alessandria i Cremonesi erano già stati notati di poco zelo. Federico offerse loro la riconferma dei loro privilegi, di non prender parte all'elezione de' consoli e di accordar loro parzialmente tutto ciò che i confederati chiedevano per tutte le città, a condizione che ritornassero all'antico partito, fidandosi al loro protettore, al loro amico che loro stendeva le braccia[222].

I Cremonesi accettarono le offerte di Federico e soscrissero un atto d'alleanza, che il loro storico Campi estrasse dagli archivj della città. Dichiararono subito ai Lombardi che rinunciavano alla federazione, essendo garantiti dal loro nuovo alleato di essere potentemente soccorsi qualunque volta la lega tentasse di punire la loro mala fede. I Tortonesi ne seguirono l'esempio; onde le altre città ed il papa se ne sdegnarono e temettero a ragione che potesse avere le più triste conseguenze.

(1177) Intanto il papa erasi imbarcato sulle galere del re di Sicilia coll'arcivescovo di Salerno e col conte d'Andria che questo monarca spediva in qualità di ambasciatori al congresso[223]. La tempesta gli spinse sulle coste della Dalmazia a Zara[224], città non ancora visitata da verun papa, per cui non isbarcarono a Venezia che il giorno 24 di marzo. Il papa fu alloggiato nel monastero di san Nicolò del Lido. Benchè non a Venezia, ma in Bologna dovesse tenersi il congresso, ciò null'ostante quando l'imperatore, che trovandosi a Cesena, seppe l'arrivo del papa a Venezia, gli rimandò i medesimi commissarj, che avevano già trattato con lui, ad oggetto di fargli sentire come avendo Cristiano arcivescovo di Magonza suo arcicancelliere fatta una sanguinosa guerra ai Bolognesi, non potrebbe fermarsi in quelle città per i maneggi di pace, senza risvegliare la loro animosità contro di lui.

La scelta del luogo in cui si aprirebbero le conferenze, era difficile e diede argomento a lunghe discussioni. I Lombardi offerivano l'alternativa tra Bologna, Piacenza, Ferrara e Padova, tutte città della lega, e perciò sospette agl'imperiali. I Tedeschi invece proponevano Pavia o Ravenna per lo stesso titolo di parzialità sospette ai Lombardi, perchè la prima era sempre stata loro nemica, e l'altra aveva di fresco rinunciato alla lega per fare separatamente la pace coll'imperatore. Finalmente fu proposta Venezia i di cui interessi erano affatto separati da quelli della lega lombarda. Vero è che da principio aveva presa parte alla confederazione, e in appresso, senz'essersi formalmente rappacificata coll'imperatore, aveva di concerto colle truppe imperiali spedita una flotta all'assedio d'Ancona. Poteva perciò risguardarsi come naturale, onde i Lombardi furono contenti di aprirvi le conferenze coi deputati imperiali, a condizione per altro che il doge ed il popolo di Venezia prometterebbero con giuramento di non ricevere nella loro città l'imperatore avanti che fosse segnata la pace. Temevasi che assistendo questo principe ad una dieta, rispetto alle persone che la componevano, rassomigliante a quella di Roncaglia, vi ricuperasse colla sua presenza tutte le prerogative ch'egli si era colà usurpate; e che in cambio di ricever la legge, terminasse col darla egli all'assemblea[225].

Il congresso s'aprì dunque in Venezia verso la metà di maggio. I principi tedeschi, i principali prelati di Lombardia, i rettori delle città, i marchesi ed i conti si radunarono in presenza del popolo. I confederati vollero che s'incominciassero le trattative colla difficile quistione dei diritti signorili controversi tra le città ed il monarca. Essi domandavano che i diritti dell'Impero sulle città fossero stabiliti in conformità di quelli ch'erano in uso ai tempi d'Enrico V, e volevano in oltre che nel caso di disparere in ordine alla loro estensione si stesse al giuramento che darebbero i consoli d'ogni città rispetto alla pratica locale. D'altra parte convenivano espressamente intorno alla prestazione del fodero reale, o diritto di approvigionamento per l'imperatore e suo seguito in occasione del suo passaggio; alla pavata o tributo per rifar le strade quando l'imperatore andava a Roma a prendere la corona imperiale, al diritto di spedizione ossia marcia dei vassalli sotto le bandiere imperiali. Domandavano in compenso, che l'imperatore riconoscesse formalmente il diritto d'essere governati dai consoli da loro scelti, che annullasse qualunque carta accordata in pregiudizio dei loro privilegi, che sanzionasse la prerogativa di mantenere ed accrescere le fortificazioni della propria città, che accordasse un'assoluta amnistia del passato, che gli autorizzasse a mantenere la confederazione lombarda, lasciando in loro arbitrio il riconfermarla con mutui giuramenti quando loro piacesse, non escluso pure il giuramento di difendersi contro l'imperatore o suoi successori, qualunque volta il monarca movesse guerra alla Chiesa, o ad alcuna delle città federate. Chiedevano ancora che l'imperatore confermasse le sentenze pronunciate dai giudici durante la guerra, che i prigionieri fossero vicendevolmente restituiti senza prezzo, e per ultimo che le possessioni feudali e regali fossero mantenute in statu quo secondo le antiche costumanze attestate dai consoli.

Ben diverse erano le pretese dell'imperatore nel modo che furono proposte a Venezia da Cristiano arcivescovo di Magonza. Lasciava in arbitrio de' Lombardi lo scegliere una di queste proposizioni: cioè di stare alla sentenza pronunciata contro di loro in Roncaglia l'anno 1158 dai giudici di Bologna, o di prendere per regola dei diritti rispettivi quelli ch'erano in vigore sotto il regno d'Enrico IV[226].