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STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO III.


ITALIA
1817.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO XVI.

Continuazione del regno di Federico II. — Guerra della Lega lombarda contro questo imperatore. — Viene deposto dal papa nel concilio di Lione.

1234 = 1245.

Non erano appena passati sessant'anni dopo il trattato convenuto in Venezia tra le repubbliche lombarde e l'imperatore Federico Barbarossa, che una nuova guerra si riaccese nella stessa contrada fra la medesima lega lombarda e Federico II, nipote del Barbarossa. Apparentemente sembrava provocata dagli stessi motivi che avevano dato luogo alla precedente guerra; e se da un lato pretestavansi le antiche prerogative dell'Impero, facevansi risonare dall'altra banda i diritti de' cittadini e la riconosciuta indipendenza delle città. Nel tredicesimo secolo, siccome nel dodicesimo, la Chiesa non tardò a dichiararsi la protettrice delle repubbliche ed a ferire più gravemente l'imperatore colle armi spirituali. Si confondono facilmente i due Federici, le due leghe lombarde, le due lunghe contese tra l'autorità reale e la libertà.

Queste due guerre sono per altro distinte da due importantissime differenze. Era la prima necessaria; perchè, rispetto alle città, trovavansi compromessi i loro più preziosi diritti, il loro onore, la stessa loro esistenza. La seconda poteva facilmente risparmiarsi, se l'insidiosa politica della corte romana non avesse accesa e tenuta viva la discordia, e se ai Lombardi non avessero ispirata troppa fidanza le loro ricchezze, e troppo orgoglio il sentimento della propria forza. E siccome i motivi della guerra furono meno puri, n'ebbero altresì meno onorevoli risultamenti. Spiegando lo stesso coraggio e la stessa costanza del precedente secolo, ed adoperando maggiori forze, gran parte delle repubbliche d'Italia non respinsero l'autorità imperiale, che per cadere sotto il giogo della tirannia. L'illimitato potere dei capi di parte, fatti sovrani, subentrò in molte città al legittimo e moderato potere del monarca costituzionale.

Gregorio IX che appena fatto papa aveva date così luminose prove del suo violento carattere e della sua parzialità, scomunicando Federico, erasi posto relativamente a questo principe nella più difficile situazione. L'imperatore regnava senza rivali in Germania, e poteva al bisogno levare in queste contrade formidabili armate; ma preferendo all'aspro clima della Germania i suoi regni della Puglia e della Sicilia, vi faceva l'ordinaria sua residenza; e per tal modo trovavasi, per così dire, alle porte di Roma; inoltre egli si era assoggettati que' baroni che colla loro indipendenza avevano resa debole l'autorità de' suoi predecessori: e ciò che più ancora doveva intimidire il papa, aveva dato prove di tanta intelligenza nell'amministrazione de' suoi stati (come ne fanno indubitata prova le sue leggi) che potè riempire il suo tesoro, ed accrescere le sue armate senza angariare i suoi popoli[1]. In distanza di tre in quattro marcie da Roma aveva stabilite due colonie di soldati saraceni de' quali si era guadagnato l'amore, e ne' quali assai confidava perchè stranieri al timore delle censure e delle scomuniche papali. S'aggiungevano a tutti questi vantaggi la sua profonda conoscenza della politica romana, perchè, cresciuto da fanciullo in mezzo agl'intrighi, aveva appreso a schermirsene; e, nelle sue frequenti controversie colla Chiesa, egli era divenuto così poco scrupoloso che adoperava qualunque mezzo, purchè creduto utile ai suoi progetti. Nato italiano, aveva in Italia più partigiani che mai ne avesse avuto alcun altro imperatore; e per la debolezza de' grandi feudatarj, la sua influenza era cresciuta a dismisura ne' ducati di Toscana, di Spoleti e di Romagna. Nè mancava di partigiani nella stessa Roma, la quale, come le altre città che formavano in allora lo stato della chiesa, cercava di rendersi libera col tener viva la rivalità fra i due capi del cristianesimo; onde, lungi dal favorire gl'interessi del papa, questi non poteva restarvi sempre con sicurezza. Per tali motivi Gregorio IX occupavasi incessantemente di alzare una potenza in Italia che potesse difenderlo; e risguardava la propria esistenza come dipendente da quella della lega lombarda. Erasene perciò dichiarato il protettore; ma mentre cercava col mezzo de' suoi emissarj di accrescerne il coraggio, non voleva romperla così presto con Federico, o perchè la lega acquistasse maggiore consistenza, o perchè non si vedesse dalla medesima costretto ad abbandonare egli stesso la neutralità.

(1234) Da molti storici si dà colpa a Gregorio IX d'avere suscitato contro Federico un rivale nella sua propria famiglia[2]. Del 1234 si seppe in Italia che il giovane Enrico primogenito dell'imperatore, e già da lui nominato re di Germania, disponevasi colà alla ribellione; e seppesi poco dopo che teneva intelligenza coi deputati della lega lombarda, e che i Milanesi avevangli promesso di mettergli in capo la corona d'Italia che custodivasi in Monza, costantemente rifiutata a suo padre. Intanto il papa non poteva prender parte in questa ribellione senza rendersi doppiamente colpevole; poichè non solo avrebbe messe in mano d'un figlio le armi contro al proprio padre, ma l'avrebbe fatto in tempo che riceveva dal padre un servigio di grande importanza. Di fatti, in questo stesso anno, essendo Gregorio costretto a fuggire da Roma, fu visitato a Rieti da Federico che offerse sè ed i suoi soldati in ajuto della Chiesa, e continuò tre mesi la guerra contro i rivoltosi romani[3]. Vero è che non sarebbe questi stato il primo figlio che Gregorio avrebbe armato contro il proprio padre. Il Rainaldi ci conservò negli Annali ecclesiastici una bolla diretta dallo stesso papa l'anno 1231 ai due signori da Romano, ordinando loro di dare essi medesimi il loro padre Ezelino II in mano del tribunale dell'inquisizione, se non rinunciava all'eresia[4].

(1235) Ad ogni modo qualunque siano state le segrete pratiche di Gregorio per determinare Enrico alla ribellione, quando in sul cominciare del susseguente anno Federico partì per recarsi in Germania onde ricondurre suo figlio al dovere, il papa assecondò gli sforzi dell'imperatore, scrivendo ai prelati della Germania per esortarli a non favorire il ribelle[5]. Federico attraversò l'Adriatico da Rimini ad Aquilea, ed entrò senz'armata in Germania, assicurato da tutti i principi dell'Impero della loro fedeltà[6]. Lo stesso Enrico si vide costretto a domandar grazia, e venuto a Worms a gettarsi al piedi del padre, il quale lo mandò prigioniero in Puglia dopo di averlo dichiarato decaduto dalla corona di Germania. Questo giovane principe, la di cui istoria è coperta d'impenetrabili oscurità, non sortì più di prigione, ove morì pochi anni dopo. Attestano alcuni ch'egli si meritò questa perpetua prigionia con nuovi attentati; altri danno colpa a Federico d'aver trattato il figliuolo con eccessivo rigore[7].

Non era supponibile che l'imperatore perdonasse ai Milanesi il delitto del figliuolo, ed i pericoli cui era stato esposto; e quand'anche avess'egli potuto dimenticare la loro offesa, Ezelino III da Romano prendevasi cura di ricordargliela, e di eccitarlo alla vendetta. In un altro capitolo abbiamo avuto opportunità di parlare della famiglia da Romano e della rivalità d'Ezelino II col marchese d'Este. Ezelino III, cui il suo secolo diede il soprannome di feroce, fisserà più lungo tempo i nostri sguardi. Una lunga vita, talenti straordinarj, sommo coraggio, furono da costui impiegati a stabilire una tirannide, quale l'Italia e forse il mondo non avevano ancora veduta. L'arte con cui seppe usurpare la sovranità in mezzo a' repubblicani gelosi della loro libertà, i delitti commessi per conservarla, la sua grandezza, la sua caduta, meritano d'essere studiate dagli uomini nemici della crudeltà e della tirannide, potendo ricavarne importanti ammaestramenti.

Ezelino II dopo avere lungo tempo diretta la parte ghibellina nella Marca Trivigiana, dopo avere ottenuti sorprendenti successi, ed avere estesi i dominj di sua famiglia su quasi tutto il territorio posto alle falde dei monti Euganei, erasi dato alla divozione, ed, abbandonato il mondo, aveva divise le sue sostanze tra i suoi figliuoli. Siccome dava voce d'essersi assoggettato a penitenze monastiche, venne chiamato Ezelino il monaco[8], quantunque effettivamente avesse abbracciate le opinioni dei Paterini o Pauliciani, che alcun tempo dopo provocarono contro di lui le censure della Chiesa. Egli aveva due figli; Ezelino III cui aveva dato i castelli posti tra Verona e Padova, ed Alberico, investito dei feudi del contado trivigiano. Fino del 1232 aveva Federico accordato ai due fratelli un diploma che li dichiarava sotto la speciale sua protezione, ed a dir vero niun altro signore lombardo aveva maggiori diritti al favore dell'imperatore[9].

Alberico conservò lungo tempo la più alta influenza sulla repubblica di Treviso; ma siccome egli aveva strascinata questa città a dividere il suo odio contro i signori da Camino, i più potenti gentiluomini guelfi del territorio, questi si posero sotto la protezione della città di Padova, una delle principali della lega lombarda, dichiarandosi suoi cittadini; e col suo appoggio forzarono finalmente i Trevigiani a rinunciare alla parte ghibellina per unirsi alla guelfa[10]. Ezelino ebbe più costante il favore della sorte: la città di Verona era governata da un senato composto di ottanta consiglieri scelti tra la nobiltà che si rinnovavano ogni anno; e l'elezione del 1225 fu in modo favorevole ai signori da Romano, che i Montecchi (che così chiamavansi i loro partigiani) ne approfittarono per eccitare una sedizione, col favore della quale cacciarono di città Riccardo, conte di san Bonifacio, capo del partito guelfo. Il senato, dominato dal partito ghibellino, affidò ad Ezelino i poteri di podestà col nuovo titolo di capitano del popolo[11]. Dopo tale epoca la repubblica si governò sotto l'influenza del signore da Romano, quantunque per lungo tempo ancora Ezelino fosse abbastanza avveduto per non cambiare le forme della sua amministrazione. Soltanto del 1236 egli persuase i Veronesi a ricevere nella loro città guarnigione imperiale sotto pretesto di rendere più sicuro il partito ghibellino. Queste truppe, poste da Federico sotto gli ordini d'Ezelino, giovarono maravigliosamente a consolidarne il potere[12].

Le città di Cremona, Parma, Modena e Reggio eransi da lungo tempo già dichiarate per la parte ghibellina, avevano abbracciata l'alleanza di Ezelino, e con lui formavano una federazione opposta alla lega lombarda; per cui trovavasi questa divisa in tre parti senza sicura comunicazione: cioè da una parte Milano, Brescia, Piacenza e le meno importanti città del Piemonte; dall'altra Bologna colle città della Romagna, e finalmente nella Marca, Padova, Treviso e Vicenza. Se le due comuni di Mantova e Ferrara, la prima delle quali era influenzata dal conte di san Bonifacio, l'altra dal marchese d'Este, si mantenevano fedeli alla lega, avrebbero assicurata la comunicazione tra le sparse membra, che tanto importava di riunire; ma la costituzione delle repubbliche della Marca e di qualunque altra, ove un capo di parte poteva acquistare molta influenza, non era propria a guarentire la stabilità dei consigli, o la costanza dei cittadini.

Niun altro governo offre la storia, che abbia più delle aristocrazie ben costituite dato prove di maraviglioso coraggio e d'irremovibile costanza. Il senato di Sparta, quelli di Roma e di Venezia sostennero sempre l'avversa fortuna con più nobilità che non fecero mai le assemblee popolari di Atene o di Firenze. Un governo aristocratico, forse con pregiudizio del resto della nazione, giugne ad innalzare l'anima d'una classe privilegiata: ma ciò non si ottiene che assicurando a questa classe dominante tutti i vantaggi della libertà, e tutti ancora quegli affatto illusorj dell'eguaglianza, che più degli altri abbagliano l'immaginazione. Uomini che, senza regnare, possono vantare non esservi nell'umana razza un solo uomo loro superiore; uomini che al di sopra di sè medesimi non vedono che l'Essere degli Esseri, e la regola delle leggi immutabili e astratte al pari di esso; questi uomini sentono più di tutt'altri il sentimento dell'umana fierezza, e sono capaci di forza straordinaria, di grandi sagrificj, di grandi virtù. L'emulazione tra gli eguali innalza il loro spirito; nè l'obbedienza che li rende degni del comando, nè il comando che li prepara all'ubbidienza, gli avvilisce giammai.

Ma quanto possono essere grandi i nobili, tutti fra di loro eguali, d'una ben costituita aristocrazia, altrettanto piccoli sono d'ordinario i nobili della seconda classe in uno stato oligarchico. La nascita può bene dar loro un titolo al disprezzo dei loro inferiori, ma non ad essere superbi della propria indipendenza, perchè anch'essi soggetti ad altri. Piccoli tiranni ne' proprj castelli, e vili cortigiani presso i nobili di primo ordine, hanno tutti i vizj dei despoti, e la viltà degli schiavi; e non riconoscono le distinzioni della nascita che per abbassare sè ed i loro subalterni al di sotto dell'umana dignità.

Da una tale oligarchia erano in allora governate le repubbliche della Marca Trivigiana: la loro costituzione ammetteva la nobiltà, ma non era fatta per la nobiltà; perciocchè la possanza di alcuni nobili non era proporzionata nè con quella degli altri, nè con quella del rimanente dello stato. Nondimeno i potenti cercarono sempre di conciliare l'onore colla subordinazione; si studiarono di nascondere la vergogna attaccata alla condizione di loro soggetti; e per traviare l'opinione, fecero credere che l'intero abbandono di sè medesimi al servigio altrui avesse in sè qualche cosa di veramente cavalleresco. I nobili nelle monarchie, i gentiluomini di second'ordine nelle oligarchie mal conformate, riputarono perciò sempre gloriosa cosa il sagrificarsi per il padrone, quasi che il solo nome di padrone non fosse un obbrobrio per colui che ubbidisce. Ogni città della Marca aveva tra i suoi cittadini qualche signore feudale potente quasi al paro della stessa città; tutti gli altri gentiluomini poi, deboli isolatamente in faccia alla nazione, che per altro disprezzavano, brigavano il favore di questo nobile più potente, siccome cosa di loro gloria[13]. Di qui aveva origine la debolezza di tutti i consigli, l'incertezza delle parti, ed il costante sacrificio del pubblico al privato interesse.

Federico II, cedendo alle istanze di Ezelino da Romano entrò in Italia per la valle Trentina, e giunse in Verona il 16 agosto del 1286 con tre mila cavalli tedeschi. Dopo avere ingrossata la sua armata col partito de' Montecchi diretto da Ezelino, s'innoltrò al di là del Mincio. Le truppe di Cremona, Pavia, Modena e Reggio lo stavano colà aspettando. Con sì ragguardevole ajuto entrò ne' distretti di Mantova e di Brescia, che pose a fuoco ed a sangue.

La città di Padova, la più potente delle tre repubbliche guelfe della Marca Trivigiana, ed a cui era appoggiata in questo lato la sorte della lega, governavasi in allora da un monaco don Giordano, priore di san Benedetto, risguardato qual santo, e che sapeva, colle sue prediche, riscaldare il coraggio de' cittadini[14]: il podestà era Ramberto Ghisilieri di Bologna; come lo era di Vicenza il marchese d'Este. I due comuni formarono di concerto l'ardito progetto d'attaccare il distretto di Verona mentre Ezelino si trovava coll'imperatore: ma avvertito Federico dell'avvicinarsi della loro armata, si portò sopra Vicenza con tanta speditezza, che giunse inaspettato fino alle porte della città prima che il marchese d'Este ed i Padovani potessero darle soccorso[15]. I Vicentini atterriti, e trovandosi privi de' più bravi loro soldati ch'erano all'armata, posero una debole resistenza: le loro porte furono atterrate, la città saccheggiata, i cittadini incatenati senza distinzione; e lo stesso storico Gerardo Maurisio, quantunque venduto ad Ezelino ed ai Ghibellini, fu tre giorni strascinato quasi nudo per le strade dai Tedeschi che gli avevano saccheggiata la casa. Perdette allora tutti i suoi beni, e perfino i suoi libri, che non potè in seguito riavere che coi soccorsi ottenuti dagli amici.

(1237) Dopo questa conquista, Federico riprese la strada dell'Allemagna ov'era chiamato dalla guerra che aveva importantissima con Federico, duca d'Austria; affidando le truppe, che lasciava in Italia, ad Ezelino, il quale seppe destramente approfittare dei successi ottenuti dal monarca. Padova, spaventata dalla sciagura di Vicenza, abbandonava le redini del governo a sedici de' suoi principali gentiluomini[16]; ed in pari tempo in una radunanza generale nel palazzo nazionale, Azzone VII, marchese d'Este, riceveva dalle mani del podestà lo stendardo del comune, ponendo in suo arbitrio la difesa della Marca. Ma la maggior parte de' sedici gentiluomini pur dianzi eletti erano segretamente addetti alle parti ghibelline; e mentre il marchese tornava ad Este per provvedere alla sicurezza delle proprie terre, il podestà non tardò ad avvedersi che i suoi consiglieri erano entrati in negoziati coi nemici della loro patria. Questo bravo magistrato non si scoraggiò in così difficile circostanza, ed avendo chiamati i sedici consiglieri, chiese loro, secondo il costume d'allora, di giurare ubbidienza a' suoi ordini. Da ciò appare, che nelle più difficili circostanze di pericolo della patria, veniva affidata al primo magistrato una quasi dittatoria autorità. I consiglieri prestarono il chiesto giuramento in mano allo storico Rolandino, a quel tempo guardasigilli del comune; ma quando Ghisilieri ordinò loro di recarsi all'indomani mattina a Venezia e di presentarsi a quel doge, col di cui mezzo conoscerebbero i nuovi ordini del comune, un solo ubbidì, e tutti gli altri si ripararono nelle loro fortezze, che fecero ribellare al partito guelfo.

La fuga de' principali nobili accrebbe lo scoraggiamento del popolo, il quale andava ripetendo nelle pubbliche piazze che una città abbandonata dai più ragguardevoli cittadini dev'essere come una nave in balìa dei venti; che in tal modo non governavasi Venezia, la sola delle città italiane in cui i nobili ed il popolo non avessero separati interessi. Per dare soddisfacimento ai gentiluomini e riavvicinare i due partiti, l'assemblea del popolo destituì il podestà Ghisilieri nominando in sua vece Marino, dell'illustre famiglia de' Badoeri di Venezia; ma mentre i Padovani ondeggiavano irresoluti, il marchese d'Este fece separata pace coll'imperatore e con Ezelino, per cui duecento soldati padovani che custodivano varie rocche, furono fatti prigionieri. Invano Marino Badoero alla testa delle milizie della città rispingeva il 23 febbrajo Ezelino e gl'imperiali che volevano far l'assedio di Padova, che anche questo nuovo podestà fu forzato di ritirarsi[17]. I gentiluomini ghibellini, poi ch'ebbero ripigliata l'amministrazione del comune, s'affrettarono di mandare deputati ad Ezelino, offrendogli di riceverlo in città, che dichiaravano sottomessa all'imperatore, a condizione che le fosse guarentito il godimento della sua libertà, e liberati senza taglia tutti i prigionieri. Ezelino non curavasi delle condizioni, purchè in qualunque modo ottenesse d'entrare in Padova, già destinata capitale de' suoi nuovi dominj. Si notò che quando ne prese il possesso alla testa delle truppe imperiali, curvatosi sul suo palafreno, e gettato indietro il caschetto di ferro, baciò le porte della città: nè questo era certo il pegno della sua riconciliazione cogli uomini che allora si erano a lui sottomessi.

Credevasi dai più che Ezelino avrebbe accettata la carica di podestà; ma convien dire che incominciasse a risguardarla come al di sotto delle nuove sue pretensioni. Incaricato da un consiglio, affatto ligio al suo volere, di scegliere questo magistrato, ricusò da prima, con finta modestia, di farlo a nome di tutto il popolo[18]; poi cedendo alle comuni istanze, indicò il conte di Teatino, napoletano, uomo a lui subordinato. Fece in appresso ordinare dalle tre repubbliche di Padova, Vicenza e Verona, che, per la sicurezza del partito ghibellino, prenderebbero al loro soldo delle truppe dell'imperatore, cioè cento Tedeschi e trecento Saraceni. In tal guisa egli s'assicurò d'una gran guardia sempre armata, e che solo dipendeva da lui.

Intanto molti Guelfi eransi chiusi nel castello di Montagnana, ch'essi avevano afforzato; i quali pretendevano di essere i legittimi rappresentanti del comune di Padova, perchè erano i soli rimasti indipendenti dal tiranno. Attaccati da Ezelino, lo respinsero gagliardamente, quantunque combattessero sotto i suoi ordini molti soldati tedeschi e saraceni: ma egli seppe giovarsi di questa resistenza per assodare il suo potere in Padova. Il podestà chiese ostaggi alle famiglie de' gentiluomini e de' cittadini che sapevansi favorevoli al partito guelfo; in appresso adunò, senza distinzione di partito, le più potenti persone della città, e quelle che potevano avere maggiore influenza sui loro concittadini, e pregò tutti a dare una prova del loro amore per la pace, e della loro sommissione all'imperatore, allontanandosi soltanto per pochi giorni dalla città; assicurandoli in pari tempo essere questa l'unica via di smentire le calunniose voci che s'andavano spargendo sul conto loro, alle quali voci per altro egli non dava alcuna fede. In fatti circa venti de' più illustri cittadini di Padova ritiraronsi a Fontaniva, a Carturio, a Cittadella ed in altri castelli loro indicati da Ezelino, e tutti vicini alle sue terre. Pochi giorni dopo, senza che nulla se ne sapesse in Padova, li fece tutti sostenere e chiudere nelle proprie fortezze o in quelle del regno di Napoli[19]. Quando si seppe la cosa in Padova, molti cittadini risolsero di sottrarsi colla fuga alla crescente tirannia; ma ogni volta ch'Ezelino veniva avvisato della fuga di una famiglia, ne faceva abbattere le torri e smantellare le case. Scrive Rolandino, che in sul finire del dominio di questo tiranno più della metà de' palazzi di Padova altro non erano che un mucchio di rovine.

Ezelino teneva gli occhi aperti per impedire ogni tumulto popolare, che in poche ore avrebbe potuto annientare la sua potenza. Egli non si conteneva dall'aggravare il giogo, avendo solamente riguardo di non farlo in modo che, eccitando tutto ad un tratto lo sdegno del popolo, non gli si porgesse occasione di prendere le armi.

Il priore di san Benedetto, don Giordano, che da quel pulpito, su cui predicava ai cristiani, aveva lungo tempo governata la repubblica, trovavasi in città e poteva ad ogni istante illuminare il popolo sulle pratiche di Ezelino. Il tiranno non trascurava in ogni occasione di mostrare il più profondo rispetto per questo ecclesiastico. Un giorno gli mandò alcuni suoi cavalieri, pregandolo da sua parte a venire a palazzo per consigliarlo intorno ad un affare di somma importanza. Il priore li seguì, e montato sopra un cavallo che lo aspettava alla porta, venne condotto al castello d'Ezelino, ove rimase lungo tempo prigione[20]. Intanto tutti i più valorosi cittadini padovani dovettero ascriversi alla sua milizia; ed in tal modo le loro braccia ed il loro coraggio servirono di sostegno a quella tirannia ch'essi avrebbero potuto rovesciare[21].

Mentre una delle più potenti città dell'Italia settentrionale, una città costantemente attaccata al partito della libertà, cadeva sotto al giogo di un tiranno, quelle del centro della Lombardia preparavansi a far fronte all'invasione di Federico II. Questo monarca rientrò in Italia in agosto del 1237, alla testa di due mila uomini di cavalleria tedesca, e fu incontrato nelle vicinanze di Verona da dieci mila Saraceni, che aveva fatti venire dalla Puglia. Nel distretto di Mantova ingrossava la sua armata coll'unione di tutti i Ghibellini lombardi; e Mantova ed il conte di san Bonifacio, spaventati da tanto apparecchio di forze, gli si sottomisero[22].

L'imperatore entrò in seguito nel distretto di Brescia, e dopo quindici giorni d'assedio prese Montechiari ed alcuni altri castelli di minore importanza; poi s'avanzò al mezzogiorno di Brescia in quella parte del suo territorio che l'Oglio divide dal distretto di Cremona. I Milanesi cogli ausiliari di Vercelli, d'Alessandria e di Novara eransi accampati presso Manerbio, ov'erano coperti da un piccolo fiume e da una palude; perchè vedendo l'imperatore di non poterli vantaggiosamente attaccare in tale posizione, nè obbligarli ad abbandonarla, marciò lungo l'Oglio fino a Pontevico, ove passò il fiume, dando voce che andava a prendere i quartieri d'inverno a Cremona, e che colà licenzierebbe le sue truppe fino all'aprirsi della nuova stagione.

I Milanesi credettero terminata la campagna ingannati dalle notizie sparse ad arte dal nemico e corroborate dall'avvicinamento dell'inverno: onde passarono l'Oglio anch'essi per ritornare a Milano, attraversando il paese di Crema; ma quando giunsero a Corte nova si videro con estremo stupore prevenuti dall'armata imperiale. Rinvenuti però ben tosto dalla loro sorpresa, sostennero coraggiosamente l'impeto dei Saraceni e de' Tedeschi; e quantunque dopo una lunga resistenza il rimanente dell'armata fosse affatto sbaragliato, la compagnia detta de' forti, cui era affidata la custodia del Carroccio, restò immobile nella sua posizione finchè venne la notte a separare i combattenti.

Nulladimeno questa compagnia, solo avanzo d'un'armata distrutta, non poteva sperare di sostenere una seconda battaglia all'indomani, che Federico non avrebbe mancato di dare. La strada di Milano che attraversa il Cremasco, era già presa dalle truppe imperiali; conveniva dunque rimontare l'Oglio fino al distretto di Bergamo, che l'armata aveva prima attraversato per entrare nello stato di Brescia. Riflettendo che in così avanzata stagione il terreno reso molle dalle piogge avrebbe ritardata la marcia del Carroccio, i bravi Milanesi risolsero di spogliarlo essi medesimi di tutti i suoi ornamenti, ed in tale stato abbandonatolo tra i carri del bagaglio, si misero in cammino nel cuore della notte. Federico, fatto giorno, non tentò pure d'inseguirli, ma scoperto il Carroccio tra i carri abbandonati, lo fece trionfalmente condurre a Cremona come nobile testimonio della sua vittoria; e poco dopo lo mandò al senato ed al popolo romano con sue lettere che ci sono state conservate, nelle quali egli magnifica questo glorioso avvenimento[23]. Il Carroccio venne collocato in un ricinto del Campidoglio, ove fino al 1727 veniva indicato da un monumento in marmo[24].

Speravano i fuggitivi milanesi d'essere in luogo di sicurezza tostochè giugnessero nel distretto bergamasco; ma i Bergamaschi che in principio della guerra avevano domandato di starsi neutrali, si dichiararono contro i vinti quando conobbero la sorte della battaglia. Molti Milanesi furono nella loro fuga imprigionati o trucidati; altri in maggior numero sarebbero infallibilmente periti, se Pagano della Torre, signore della Valsassina, non veniva incontro ai fuggiaschi, e non li accoglieva ne' suoi feudi facendoli passare per le gole del suo dominio. Egli fece curare i feriti, e provvide ai bisogni di tutti; e quando gli parve tempo, li accompagnò egli medesimo fino nel loro territorio. Quest'atto di benificenza fu la prima cagione della grandezza della sua casa. Il popolo di Milano si mostrò lungo tempo riconoscente, e pose in compromesso la sua libertà piuttosto che parere ingrato verso di così nobile famiglia[25].

Diverse sono le opinioni degli storici intorno alla perdita sofferta dai Milanesi in questa fatale giornata. I loro scrittori la portano a due in tre mila uomini tra morti e feriti; le lettere dell'imperatore ne contano dieci mila. Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia e podestà di Milano, cadde anch'egli in potere degl'imperiali; e Federico con una barbarie affatto impolitica, dopo averlo fatto strascinare in diverse prigioni della Puglia, lo fece morire sopra un palco. La repubblica di Venezia più non seppe perdonare all'imperatore questa crudele offesa, e dopo tale epoca si unì alla lega lombarda, cui per lo innanzi erasi rifiutata di prender parte.

(1238) Federico prese i suoi quartieri d'inverno a Cremona, ma per non rimanere ozioso tutto quell'inverno, visitò Lodi e Pavia, che, quantunque sempre fedeli al partito imperiale, non avevano fin ora osato di prendere a suo favore le armi per timore della soverchiante potenza de' Milanesi. Passò da Pavia a Vercelli, che pure ricondusse alla sua ubbidienza; e non è improbabile che in quel momento di terrore si staccassero dalla lega ed abbracciassero almeno in apparenza le parti ghibelline, anche le altre città del Piemonte, cioè Tortona, Alessandria, Novara, Asti, Torino e Susa[26]. E per tal modo la federazione lombarda trovossi ridotta a quattro sole città, Milano, Brescia, Piacenza e Bologna, le quali pure non mostravansi aliene dall'entrare in trattati coll'imperatore: ma avendo questi domandato che si sottomettessero senza condizioni all'autorità imperiale, i loro cittadini gli fecero rispondere che speravano di morire colle armi in mano, piuttosto che coprirsi di tanta infamia.

I primi chiamati a dar prove della loro costanza furono i Bresciani. Federico, così consigliato da Ezelino, il 3 agosto circondò Brescia d'assedio colle truppe che aveva raccolte in Germania, ov'erasi recato in primavera: assedio non meno notabile di quelli sostenuti contro Federico Barbarossa da Tortona, Crema, Alessandria e Milano, durante il quale per lo spazio di sessanta giorni nè gli assediati diedero minori prove di coraggio, nè gli assedianti di perseveranza e di crudeltà. L'arte della guerra aveva dopo Federico I fatti notabili progressi, e le macchine adoperate da Klamandrino, ingegnere de' Bresciani, erano assai più complicate di quelle che si videro a' tempi della prima guerra lombarda. Ma l'assedio di Brescia non fu circostanziatamente descritto che da Giacomo Malvezzi, storico bresciano, che fioriva in sul cominciare del secolo decimoquinto[27]; e nel suo racconto non troviamo quella perfetta conoscenza de' costumi e de' tempi, che rende interessanti le più minute particolarità, ed esclude ogni sospetto d'invenzione. In questo periodo di tempo i Lombardi non hanno storici coetanei, onde siamo costretti di passare rapidamente sugli avvenimenti loro, e di cercare la descrizione dei costumi e degli uomini nelle storie della Marca Trivigiana, che furono dettate da coloro ch'ebbero parte, o furono testimonj delle cose colà accadute.

In ottobre, vedendo Federico che l'assedio progrediva troppo lentamente, e che i Milanesi, trovandosi la sua armata tutta intorno a Brescia, ne approfittavano per battere a ritaglio i Ghibellini di Pavia e di Lodi, risolse di abbruciare le sue macchine e di ritirarsi a Cremona. Questa prima perdita, che si risguardò come una prova della debolezza del partito imperiale, ravvivò il coraggio delle città guelfe, e procacciò loro nuove alleanze. Il papa, dichiarossi loro protettore, e Venezia e Genova stipularono un trattato d'alleanza col papa e colle città della lega contro l'imperatore, i di cui ambasciatori dovettero partire da Genova senza ricevere il giuramento di fedeltà, che Federico chiedeva a quella repubblica.

Intanto nella Marca Trivigiana erasi riaccesa la guerra tra Ezelino ed il marchese d'Este. Il primo, spalleggiato dalle milizie delle tre più potenti città della Marca, aveva omai spogliato il marchese di tutte le sue fortezze, e forzatolo a chiudersi in Rovigo: ma per quanto si trovasse Ezelino avanzato nel favore di Federico, non ottenne però mai che questa privata contesa si risguardasse come una guerra dell'Impero. Anzi quando Federico venne a Padova, ove soggiornò gran parte dell'inverno, invitò alla sua corte il marchese, e diè segno di volerlo riconciliare con Ezelino. Fece fare solenni nozze tra Rinaldo figlio del marchese, ed Adelaide figliuola d'Alberico da Romano, com'era stato progettato da frate Giovanni da Vicenza; e parve avere divisa la sua confidenza fra i due capi dell'opposto partito. Nondimeno Ezelino faceva dalle sue spie osservare coloro che frequentavano la casa del marchese, i quali furono altrettante vittime destinate al supplicio dopo la partenza dell'imperatore.

(1239) Mentre Federico riceveva in Padova non dubbie prove della divozione di quegli abitanti, ebbe notizia che Gregorio IX lo aveva, in pieno concistoro, scomunicato. Siccome vedeva di non potere impedire che questa sentenza non venisse tra poco a notizia de' Padovani, fece egli medesimo raunare tutti i cittadini nella sala de' consigli generali, ove stava preparato il suo trono, sul quale ascese con tutto il fasto conveniente della dignità reale, mentre il suo cancelliere Pietro delle Vigne, posto al suo fianco, alzossi per arringare il popolo. Scelse per testo del sermone due versi d'Ovidio:

Leniter ex merito quidquid patiare, ferendum est;

Quæ venit indigne pœna, dolenda venit.

Perchè di que' tempi costumavasi anche nelle dicerie profane di cominciare con un testo. Pietro delle Vigne, applicando il suo all'imperatore, dichiarò in suo nome, che s'egli si fosse meritata la sentenza di scomunica, non sarebbesi rifiutato di confessare il suo fallo avanti al popolo, e di sottomettersi al giudizio della Chiesa; ma chiamando lo stesso popolo testimonio dell'ingiusto procedere del pontefice, e passando in rivista le allegazioni cui appoggiavasi la scomunica, si studiò di provarne la falsità.

Il papa, dopo aver rimproverato a Federico la sua empietà ed incredulità, entrando nei particolari, lo accusava d'avere in Roma suscitate ribellioni contro la santa sede, d'avere oppresso il clero e perseguitati gli ordini mendicanti ne' suoi dominj, d'avere spogliate le mense vescovili delle loro entrate, e finalmente d'avere occupato terre e stati, dipendenti unicamente dalla Chiesa[28].

Andava unita alla scomunica una bolla che scioglieva i sudditi dal giuramento di fedeltà, ed assoggettava all'interdetto i luoghi abitati dall'imperatore. Non ignorava Federico l'influenza di tali sentenze sul cuore dei Guelfi, onde incominciò subito ad avere sospetti i due principali signori di questo partito, il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, ch'egli aveva chiamati alla sua corte. Per assicurarsi di loro, chiese al primo di dargli in mano come ostaggio suo figlio Rinaldo colla consorte Adelaide; inchiesta che gli riuscì più pregiudicievole di tutto quanto poteva temere dalla cattiva disposizione de' Guelfi; perciocchè Alberico da Romano, forse di già ingelosito dell'ingrandimento del fratello Ezelino, si chiamò oltremodo offeso, vedendo condotta in Puglia come ostaggio sua figlia che lo stesso imperatore aveva maritata con Rinaldo d'Este; ed unitosi al signore da Camino, di cui fino a tal epoca era stato nemico, si ritirò con lui a Treviso, e rivoltò la città contro Federico. In appresso mentre l'imperatore marciava coll'armata alla volta di Lombardia, avendo al suo seguito il marchese d'Este ed il conte di san Bonifacio, un amico loro che godeva la piena confidenza dell'imperatore, passandosi la mano a traverso la gola, fece loro comprendere che si volevano decapitare[29]. Trovavansi in quel punto presso ai bastioni di san Bonifacio: spronarono i cavalli, e precipitandosi in quel castello, ne fecero chiudere le porte; e per quante istanze venissero lor fatte da Pietro delle Vigne a nome di Federico, non vollero più sortire. E per tal modo gran parte della Marca si andava inimicando all'imperatore: il marchese d'Este ricuperava una dopo l'altra le terre toltegli da Ezelino, il quale, credendosi alfine talmente stabilito in Padova da poter gustare impunemente il piacere delle più atroci vendette, faceva decapitare sulla pubblica piazza i più potenti gentiluomini, e morire tra le fiamme o sopra un vergognoso palco gl'infelici cittadini che sospettava attaccati alla causa della libertà. Diciotto di questi sgraziati perirono in un solo giorno nel prato della valle di Padova[30].

Trattanto l'imperatore aveva condotta la sua armata nel territorio di Bologna, ove consumò parecchi mesi nell'assedio di alcune rocche: di dove si volse contro i Milanesi senza ottenere verun decisivo vantaggio. L'infelice esito dell'assedio di Brescia non era la sola causa dello scoraggiamento di Federico, e della guerra debolmente tratta in Lombardia. Questo principe dava fede alle predizioni degli indovini ed ai calcoli dell'astrologia giudiziaria, non movendo mai la sua armata se prima un astrologo non aveva determinato il preciso istante della partenza dietro accurata osservazione delle stelle. Allorchè, avvisato della ribellione di Treviso, disponevasi alla marcia per sottometterla, un eclissi del sole lo rimosse dall'impresa[31]. Forse un egual motivo lo consigliò ad abbandonare la Lombardia per isvernare in Toscana; e forse credette a ragione che gli si convenisse di avvicinarsi ai suoi stati delle due Sicilie, ed alla corte di Roma.

Egli fissò il suo soggiorno in Pisa, città che godendo d'una intera libertà sotto la protezione imperiale, abbracciava caldamente tutti gl'interessi della casa di Svevia. Nuovi semi di discordia incominciavano a dividere quegli abitanti, che all'imperatore importava troppo di spegnere in sul loro nascere, perchè aveva bisogno di opporre le flotte pisane a quelle delle repubbliche di Genova e di Venezia sue nuove nemiche. Il possesso della Sardegna era la cagione principale delle fresche discordie.

Nel primo capitolo di questa storia abbiamo osservato che l'isola di Sardegna, dominata dai Mori, era stata conquistata dai Pisani, e che le sue province furono divise tra i gentiluomini di Pisa, i Gherardeschi, i Sardi, i Cajetani, i Sismondi ed i Visconti. Dopo tale epoca le cronache di Pisa sono inesatte ed oscure, e niun lume ci somministrano le sarde. I gentiluomini pisani stabiliti nell'isola rinunciarono presso che tutti al nome del loro casato per prendere quello della propria giudicatura; lo che rende assai difficile il distinguere gli uni dagli altri. Solo alcuni genealogisti avrebbero potuto avere interesse a rischiarare queste tenebre, ma le accrebbero invece colle favole e colle supposizioni; di modo che l'amministrazione di quelle signorie, e la successione dei loro sovrani, feudatari dei Pisani, forma forse la più oscura parte della storia italiana de' secoli di mezzo. I papi accordarono a vicenda protezione ai più deboli di questi signori; e perchè la loro protezione non era gratuita, si arrogarono a poco a poco un diritto di supremo dominio su tutta l'isola. Tosto che questa pretensione ebbe qualche apparente fondamento, Innocenzo III, l'anno 1206, pretese che i Pisani rinunciassero ai diritti ed ai titoli che avevano sopra la Sardegna, e fece sposare l'erede di Gallura ad uno de' suoi cugini[32].

Tra i cittadini che si opposero con maggior fermezza alla domanda del papa, si notarono i Visconti, nobile famiglia pisana, che nulla aveva di comune con quella di Milano. Morto Innocenzo, due fratelli di questa famiglia, Lamberto ed Ubaldo[33], armarono a proprie spese alcune galere, e sprezzando le scomuniche della Chiesa, mossero guerra ai piccoli signori ch'eransi dichiarati feudatari della santa sede, e ricuperarono così varie signorie che pretendevano di loro pertinenza. In tempo di questa guerra, che si prolungò almeno diciotto anni, Lamberto morì, ed Ubaldo, rimasto solo, chiese in isposa Adelaide marchesana di Massa, ed erede delle giudicature di Gallura e delle Torri, ch'egli riclamava come dominj di sua pertinenza, e che omai aveva quasi interamente riconquistate. Gregorio IX, ch'era parente d'Innocenzo III, e perciò ancora della erede di Gallura, approvò questo maritaggio che rendeva la pace alla Sardegna, ed assodava le pretensioni della Chiesa sopra quest'isola. Ubaldo fu assolto dalle censure; ed in contraccambio egli riconobbe la sovranità del papa sulla Sardegna, ed abiurò quella di Pisa[34].

Poichè si ebbe a Pisa sentore di questo trattato tanto pregiudicievole alla repubblica, l'indignazione fu universale. I conti della Gherardesca furono i primi a protestare contro la defezione di Ubaldo; e tutto il casato de' Visconti si credette obbligato a sostenere il suo capo: e perchè questo capo aveva contratta alleanza col papa, abbracciò in corpo le parti della Chiesa, mentre i Gherardeschi si strinsero sempre più a quelle dell'Impero. L'opposizione fra il titolo di Conti e il nome di Visconti, che distingueva le due famiglie rivali, passò alle due fazioni. Quindi in Pisa chiamaronsi i Ghibellini la parte dei Conti, ed i Guelfi quella dei Visconti. L'un partito e l'altro presero le armi e si fecero un'accanita guerra finchè la presenza di Federico ristabilì la pace.

In questo frattempo essendo morto Ubaldo Visconti, Federico fece sposare la sua vedova ad Enrico o Enzio[35], uno de' suoi figli naturali, dandogli il titolo di re di Sardegna, senza pregiudizio però dei diritti che aveva sull'isola la repubblica di Pisa, e per quanto sembra, senza che Enzio visitasse mai il suo regno[36]. Invece di spedirlo in Sardegna, lo creò vicario imperiale in Lombardia, affidandogli il comando delle truppe allemanne e saracene per rinnovare la guerra contro i Milanesi[37].

Federico che aveva approfittato dell'inverno per rappacificare Pisa, per formare una nuova armata, e ravvivare lo zelo de' suoi partigiani, tostochè la stagione permise di trar fuori le truppe, invase il dominio della Chiesa, e si avvicinò a Roma. Molte città dell'Umbria, tra le quali Foligno e Viterbo, si dichiararono per il partito dell'imperatore; ed in seguito gli aprirono le porte, Orta, Città Castellana, Sutri e Montefiascone. Gli stessi Romani sembravano proclivi ad abbracciare la causa di Federico; quando Gregorio, avvisato del vicino suo pericolo dalle grida del popolo, facendosi precedere dal legno della vera croce e dalle teste degli apostoli Pietro e Paolo, sortì in processione dal suo palazzo, accompagnato da tutti i cardinali, e trasportò queste reliquie alla basilica vaticana, benedicendo la gente che si affollava sul suo passaggio, ed invitandola a prendere le armi per difendere la Chiesa. Così imponente processione attraversò Roma in tutta la sua lunghezza[38], sedando dovunque recavasi i movimenti de' Ghibellini, e riscaldando l'entusiasmo del popolo. Intanto i frati di san Domenico e di san Francesco spargevansi in tutte le chiese e predicavano la crociata contro Federico, pubblicando le stesse indulgenze che prima non erano accordate che ai crociati di Terra santa. I preti, ottenutane la dispensa dal papa, si crociarono e presero le armi prima degli altri, ed in un sol giorno Gregorio adunò sotto i suoi ordini un'armata abbastanza formidabile per non aver più timore di tutta la potenza di Federico. Questi, perduta ogni speranza di occupar Roma, si ritirò nella Puglia; ma adontato in modo nel vedere inalberata la croce contro di lui, che condannò alla morte tutti coloro che avevano indosso questo segno di odio contro la sua persona, o di ubbidienza alla Chiesa.

I nemici di Federico non predicavano la crociata per la sola difesa di Roma. In Lombardia un'armata guelfa e crociata, condotta da un legato, assediò Ferrara, ov'erasi chiuso Salinguerra, capo in questa città del partito ghibellino. Questo vecchio ottuagenario che aveva lungo tempo difesa la sua patria, venne imprigionato a tradimento in una conferenza, e mandato a Venezia, ove morì cinque anni dopo in carcere[39]. La città di Ferrara che da molti anni sacrificava la sua libertà allo spirito di partito, dopo aver ubbidito al capo dei Ghibellini Salinguerra, più come a principe che come a cittadino, accordò lo stesso potere al marchese d'Este capo della parte guelfa. Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.

Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra contro il capo del cristianesimo.» In pari tempo ordinò a tutti i suoi partigiani di Lombardia che si opponessero al viaggio dei prelati. Era sicuro di quasi tutta la Toscana; e perchè non rimanessero aperte le strade della Romagna, prese a fare l'assedio di Faenza, che ad istigazione dei Bolognesi erasi ascritta alla lega lombarda. La città si difese ostinatamente tutto l'inverno; ma Federico se ne rese padrone in sul cominciare di primavera.

(1241) Frattanto, a seconda degl'inviti di Gregorio, i prelati francesi eransi recati a Nizza, ove furono ricevuti da due cardinali legati del papa, il quale aveva loro fatta allestire a Genova una flotta di ventisette galere per trasportarli per mare fino alle foci del Tevere. La repubblica di Genova erasi a quest'epoca così caldamente impegnata nel partito della Chiesa, che mentre era costretta di battersi alle frontiere della Liguria col marchese Pelavicino e Martino d'Eboli, che gli avevano mossa guerra in nome dell'imperatore; mentre il suo podestà conteneva nell'interno le famiglie ghibelline dei Doria, degli Spinola e dei Volta, essa mandava a Nizza le sue galere a prendere i prelati che andavano al concilio[40]. Invano gli ambasciatori Pisani giunsero in marzo a Genova per rimuovere que' cittadini da tale spedizione: invano, ammessi in consiglio, rappresentarono, che l'alleanza contratta coll'imperatore obbligava i Pisani ad opporsi al viaggio de' prelati, e ad attaccarli ovunque li trovassero; fu loro risposto che la repubblica di Genova, essendosi dedicata ai servigi del papa, non lascerebbe per verun titolo di difendere con tutte le sue forze la libertà della Chiesa e la fede cristiana, e di proteggere i prelati cristiani, ai quali aveva promessa la sua assistenza.

In fatti non fu appena repressa una sedizione eccitata nella città dal partito ghibellino, che la flotta genovese, già di ritorno da Nizza, ripartì alla volta di Ostia sotto la condotta di Giacomo Malocello, portando a bordo molti vescovi francesi. Intanto Federico aveva fatti armare in Sicilia tutti i suoi bastimenti da guerra, i quali si unirono in Pisa alle galere della repubblica, delle quali aveva il comando il conte Ugolino Buzzacherino, cittadino pisano, della famiglia Sismondi, come le navi di Federico erano sotto gli ordini di Enzio suo figliuolo. La flotta ghibellina si pose tra la Meloria e l'isola del Giglio, ove il giorno tre di maggio si vide a fronte la flotta genovese, che, quantunque alquanto inferiore di forze, non rifiutò l'incontro. La battaglia fu lunga ed accanita, ma i Ghibellini riportarono infine la più completa vittoria. Di ventisette galere genovesi tre colarono a fondo, e diecinove furono prese, restando prigionieri quattro mila Genovesi, i due cardinali, i vescovi e deputati al consiglio: i primi furono condotti in Sicilia, gli altri a Pisa, ove vennero chiusi nel capitolo della cattedrale e caricati di catene d'argento per testificar loro anche nella cattività qualche sorta di rispetto. Immenso fu il bottino dai vincitori trasportato in città, dicendosi che il denaro si divise collo stajo tra i Pisani ed i Napoletani[41].

La disfatta della flotta guelfa si pubblicò da Federico come un manifesto giudizio della provvidenza in suo favore. Pure i Genovesi che non avevano mai avuta una così terribile rotta, e che inoltre furono subito dopo attaccati dai Ghibellini per terra e per mare, non si avvilirono punto, e furono i primi a mandare conforti al papa sull'infortunio de' prelati, scongiurandolo a sostenere coraggiosamente la libertà della Chiesa. «Dal più grande fino al minor cittadino, gli scrivevano, tutti abbiamo dedicato le nostre vite ed i nostri beni a vendicare una così crudele ingiuria, ed a difendere la fede santa di Dio, e non avremo riposo finchè non vengano liberati i vostri fratelli.... Sappia la beatitudine vostra che i cittadini di Genova risguardano come cosa di nessuna importanza il danno sofferto; e che, messo da banda ogni altro affare, lavorano indefessamente a fare nuovi vascelli e ad armarli.... Quindi colle ginocchia piegate supplichiamo vostra santità, per il sangue di Gesù Cristo che voi rappresentate in terra, di non dar troppo valore all'infortunio da noi sofferto, e di non abbandonare la nobil causa che avete fin ora sostenuta[42]

Intanto il papa scriveva ai sovrani del cristianesimo per interessarli a suo favore, come ai prelati prigionieri per consolarli nel loro infortunio; ed in pari tempo non trascurava la difesa di Roma e del suo territorio contro un nuovo attacco di Federico, che essendosi guadagnato nel sacro collegio Giovanni Colonna, cardinale di santa Prassede, aveva col suo mezzo fatti ribellare alla santa sede i feudi di Colonna, Lagosta, Preneste, Monticello, ec., mentre occupava colle armi Tivoli, Alba e Grottaferrata. Ma il vecchio pontefice non potè sopportare tanti travagli, e morì in Roma il 21 agosto del 1241, tre mesi e mezzo dopo la fatale rotta della flotta de' suoi alleati[43].

(1242) Dopo la morte di Gregorio, la sede pontificia vacò quasi due anni; perchè appena può risguardarsi come un interrompimento dell'interregno il pontificato di Celestino IV, milanese, prima chiamato Goffredo da Castiglione, il quale non sopravvisse che dieciotto giorni all'elezione. Il sacro collegio trovavasi ridotto a pochissimi cardinali: dieci soltanto intervennero all'elezione di Celestino IV, e non più di sei o sette potevano entrare in conclave dopo la sua morte. E perchè per essere uno eletto papa deve avere in suo favore due terzi dei suffragi, bastava a Federico d'avere tre partigiani tra i cardinali per impedire ogni elezione che non fosse di suo aggradimento: talchè dopo così accanita guerra riusciva quasi impossibile agli elettori il mettersi d'accordo[44]. Del resto Federico ascrive ad altre non meno verosimili cagioni la loro irresolutezza: il loro piccol numero li avvicinava tutti in maniera al trono pontificio, che niuno di loro sapeva rinunciare alla speranza di occuparlo. Per metterli d'accordo, l'imperatore loro rimproverava nelle sue lettere il torto che facevano alla Chiesa, e queste lettere erano tali che giammai altro principe non ne aveva scritte di simili ad un conclave[45]. «A voi, diceva loro, figliuoli di Belial; a voi figliuoli d'Effrem, greggia di dispersione indirizzo queste parole; a voi, cardinali che siete colpevoli del conquasso del mondo intero; a voi che siete mallevadori dello scandalo di tutto l'universo, ec.» Questa lettera è probabilmente posteriore alle negoziazioni per un trattato di pace, che Federico intavolò senza effetto colla Chiesa. Quando conobbe di non potersi appacificare colla Chiesa, nemmeno quand'era senza capo, fece ricominciare le sospese ostilità nella campagna di Roma. Intanto più occupato del grand'affare dell'elezione del nuovo papa che della sommissione della lega lombarda, la lasciò molti anni in pace, o a dir meglio l'abbandonò alle dissensioni di cui aveva in se medesima i semi.

La potenza di alcuni gentiluomini che eransi usurpati la tirannide nella loro patria o nelle vicine città, moveva l'ambizione di tutti gli altri. Treviso era soggetto ad Alberico da Romano; Padova, Vicenza, Verona a suo fratello Ezelino; Ferrara al marchese d'Este; Mantova al conte di san Bonifacio, e Ravenna aveva lungo tempo ubbidito a Paolo Traversari. Tale era il furore delle fazioni, che all'esaltamento di una famiglia doleva assai più la caduta del partito guelfo o ghibellino, che la perdita della libertà. I nobili potenti speravano che le repubbliche che tuttavia duravano, sarebbero un giorno o l'altro loro preda; ed i nobili di second'ordine avevano la viltà di accontentarsi delle cariche che il favore de' nuovi principi lasciava loro sperare. In quella città per altro ove i nobili erano più eguali, quest'ordine procurava non già di darsi un padrone, ma di ristringere l'oligarchia e di allontanare affatto il popolo dal governo. La discordia tra i patrizj ed i plebei si manifestò in Milano l'anno 1240. Pretendevano i primi di far rivivere l'antica legge de' Lombardi, che limitava il compensamento di un omicidio ad una piccola somma di danaro, cioè a sette lire e dodici soldi di terzuoli[46]. Il popolo risguardava questa legge come fatta contro di lui, e come quella che metteva a troppo vil prezzo il capo di un plebeo. Lagnavasi inoltre, perchè ne' tempi in cui la repubblica andava soggetta a spese considerabili, i nobili si liberavano da qualunque imposta ritirandosi ne' loro castelli; e perchè, malgrado le fresche leggi che dividevano con perfetta eguaglianza tra i due ordini le magistrature dello stato, e le dignità della chiesa, i nobili soli ne usurpassero tutte le cariche. Onde per sottrarsi ad un giogo che diventava ogni giorno sempre più insopportabile, il popolo risolse di eleggere un protettore; e Pagano della Torre, signore della Valsassina, che aveva, dopo la rotta di Cortenova, salvata parte dell'armata milanese, parve l'uomo più degno di occupare questa carica[47]. E per tal modo mentre il popolo attaccava i privilegi della nobiltà, non rinunciava al vantaggio che un'illustre nascita poteva dare alla sua causa, e sceglieva un nobile per tribuno della democrazia.

Dall'altra banda i gentiluomini milanesi scelsero per loro capo un uomo straordinario, Leone di Perego, frate eloquente dell'ordine de' Francescani, che di que' tempi, secondo raccontano quasi tutti gli storici, si era da sè medesimo eletto arcivescovo, valendosi della piena facoltà che gli aveva dato il capitolo di scegliere un nuovo prelato, siccome ad uomo di provata santità ed alieno da pensieri ambiziosi[48]. Frate Leone da quest'epoca in poi abbracciò i pregiudizj dell'aristocrazia con quella violenza di cui era capace la sua anima di fuoco, comunicò tutta la sua energia al proprio partito, e lo sostenne in mezzo alle disgrazie colla sola forza del suo carattere.

Indipendentemente dalle discordie civili, l'animosità delle città, le une contro le altre, bastava per tener viva la guerra in tutta la Lombardia, senza che l'imperatore vi prendesse parte. Ma i piccoli vantaggi ottenuti dai Milanesi contro i Pavesi, dai Bresciani contro i Veronesi, dai Genovesi contro i ribelli di Savona e di Albenga, d'Ezelino contro il marchese d'Este, non possono descriversi minutamente che nelle particolari storie di quelle città. Nondimeno questa piccola guerra non fu di leggier vantaggio alla parte guelfa, poichè queste contese furono cagione che si unissero alla lega lombarda i marchesi di Monferrato, del Cerreto e della Ceva, e le città di Vercelli e di Novara.

(1243) Finalmente il conclave, dopo lunghe deliberazioni[49], si accordò a collocare sulla cattedra di san Pietro Sinibaldo del Fiesco, uno de' conti di Lavagna, cardinale di san Lorenzo in Lucina, che prese il nome d'Innocenzo IV. Benchè non si sappia qual parte avesse Sinibaldo ne' pubblici affari prima di essere eletto papa, raccontano tutti gli storici ch'egli godeva dell'intima amicizia di Federico, e che fino a tale epoca la casa de' Fieschi di Genova mostrossi attaccata al partito ghibellino: ed è quindi facil cosa che andasse in parte debitore della sua elezione ai partigiani dell'imperatore, i quali almeno festeggiarono pubblicamente tale avvenimento. Parve che Federico prendesse parte alla loro allegrezza; ma egli prevedeva troppo bene gli effetti di tanta potenza sopra un cuore ambizioso, ed è noto aver detto con dolore ai suoi confidenti: «Ho perduto uno zelante amico nel collegio de' cardinali, e lo vedo trasformato in un papa che diverrà il mio più crudele nemico[50]

Malgrado questo pronostico che non tardò a verificarsi, Federico fece ogni sforzo per pacificarsi colla Chiesa col mezzo di questo nuovo pontefice. Per felicitare Innocenzo sul di lui innalzamento al trono pontificio, e per domandare la pace, gli mandò una solenne ambasciata composta de' più illustri personaggi de' suoi stati, il suo gran-cancelliere Pietro delle Vigne, il gran maestro dell'ordine teutonico, ed Ansaldo de Mari, grande ammiraglio di Sicilia, concittadino del papa, e come lui appartenente ad una casa ghibellina. Gli fece dire d'essere disposto ad una compiuta sommissione, proponendogli ad un tempo un glorioso parentado per la famiglia del Fiesco[51], il matrimonio di una nipote del papa per Corrado suo figliuolo ed erede presuntivo. Innocenzo dal canto suo mostravasi desideroso della pace, per cui entrò volentieri a trattarne: ma egli domandava che precedentemente alle concessioni della Chiesa, Federico accordasse la libertà a tutti i suoi prigionieri, e le restituisse le terre conquistate: l'imperatore invece chiedeva che la santa sede desistesse dal proteggere i Lombardi, e richiamasse il legato che predicava tra que' popoli la crociata contro di lui: e perchè niente potè ottenere dal papa di quanto gli aveva chiesto, assediò Viterbo ch'erasi di fresco ammutinato[52].

(1244) Le negoziazioni si ripresero o continuarono nel susseguente anno, e sapendosi già ammessi tutti gli articoli più importanti, si sperò vicina la pace. L'imperatore ed il papa perdonavano reciprocamente ai partigiani della Chiesa e dell'Impero le vicendevoli offese fattesi durante la guerra. Federico accettava la mediazione del papa per terminare le precedenti sue dispute coi Lombardi; Innocenzo doveva essere rimesso nel godimento di tutte le terre che la Chiesa possedeva avanti alle prime ostilità; tutti i prigionieri dovevano essere liberati, ed annullate tutte le confiscazioni[53]. Ma probabilmente il papa non acconsentiva alle concessioni che egli faceva che per acquistar tempo, perchè conosceva quanto pericolosa fosse la sua posizione in Roma; e forse Federico disponevasi a rompere i trattati tostochè gli si presentasse vantaggiosa opportunità di farlo, imperciocchè quando ancora duravano, cercava di farsi nuovi partigiani in Roma e nel suo territorio. Egli teneva pratiche coi Frangipani perchè gli cedessero le fortificazioni che avevano innalzate nel Coliseo, ottenendo le quali diventava padrone di una fortezza entro la stessa Roma; onde il papa non vedevasi omai sicuro nella sua stessa capitale, e temeva inoltre d'essere sorpreso dai soldati dell'imperatore quando recavasi nelle città del dominio ecclesiastico, Anagni, Città castellana, o Sutri. Il giorno sette di giugno erasi portato a Città castellana, per dare l'ultima mano, come egli diceva, al trattato di pace; ma infatti perchè aveva alcun tempo prima segretamente spedito a Genova un frate francescano per procurarsi la protezione di questa repubblica sua patria. Il 27 giugno ebbe, stando a Sutri, notizia dell'arrivo di ventidue galere ben armate, che i Genovesi gli avevano mandato a Civita Vecchia; perchè in sul far della notte partì quasi solo a cavallo vestito da soldato, e camminò con tanta celerità che appena fatto giorno giugneva in riva al mare, avendo fatto in quella breve notte di estate trentaquattro miglia. Quando poc'ore dopo si sparse in Sutri la notizia della fuga del papa, i suoi partigiani andavano dicendo che Innocenzo aveva avuto avviso dell'avvicinarsi di trecento cavalli toscani, spediti per prenderlo; ed il papa, giunto a Civita Vecchia, diceva lo stesso; quantunque tale racconto mal s'accordasse coll'apparecchio d'una flotta considerabile fatto molto tempo prima per venirlo a prendere a bordo.

Innocenzo trovò sulle galere genovesi lo stesso podestà e tre conti del Fiesco suoi nipoti, venuti ad incontrario. Ogni galera aveva sessanta soldati e centoquattro marinaj d'equipaggio; e tutta la flotta era apparecchiata ad una vigorosa difesa, quando fosse attaccata: ma il podestà riponeva la sua maggior fiducia sul profondo segreto conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non aveva avuto notizia che il consiglio di credenza. Trattavasi infatti di attraversare quello stesso mare, ove tre anni avanti erano stati fatti prigionieri i prelati francesi, che a bordo di un'altra flotta genovese andavano al concilio. Federico in questo stesso tempo soggiornava in Pisa, e nel precedente anno i Pisani con ottanta loro galere e cinquantacinque di quelle dell'imperatore erano andati ad insultar Genova. Innocenzo non si trattenne a Civita Vecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad alcuni cardinali di raggiungerlo, di dove, col favore d'un gagliardo vento favorevole, passò senza incontrare verun ostacolo tra le isole del Giglio e della Meloria tanto funeste al suo partito, ed arrivò in cinque giorni a Portovenere, e di là dopo cinque altri giorni entrò trionfante in Genova in mezzo alle acclamazioni de' suoi concittadini: le galere erano pavesate con drappi d'oro, e tutta la città partecipava della gioja d'Innocenzo vedendolo fuori di pericolo[54].

Quando Federico ebbe avviso della fuga del pontefice, e seppe che a Genova non aveva voluto ascoltare il conte di Tolosa che gli aveva mandato con nuove proposte di pace, e che senza trattenersi in Italia s'avviava verso Lione, attribuì ad altra cagione la di lui fuga ed il vicendevole odio. Era stata ordita in Roma una congiura contro la vita dell'imperatore: i frati francescani eransi addossato l'incarico di corrompere i cortigiani del principe e que' signori di cui più si fidava. Benchè questi frati fossero banditi dal regno, vi si recavano travestiti per tener vive colpevoli corrispondenze; e quando furono catturati i cospiratori e condannati a morte, tutti asserirono di non aver agito che dietro gli ordini della santa sede[55]. Federico ebbe quest'anno (1244) i primi indizj della congiura; e forse era vero che aveva ordinato di fermare lo stesso papa, onde confrontarlo coi colpevoli ch'egli aveva pur dianzi scoperti, allorchè questi si sottrasse colla fuga a tale affronto.

Attraversando parte della Lombardia per recarsi da Genova a Lione, il papa ridusse al partito guelfo le città di Asti e di Alessandria, che presero parte alla lega. (1245) Giunto appena nella città che aveva scelta per sua dimora, e postosi sotto la potente protezione di san Luigi, convocò per la seguente festa di san Giovanni un concilio ecumenico in Lione, ad oggetto, diceva egli, di assicurare la Cristianità contro i Tartari, e soprattutto per sottomettere al giudizio della Chiesa la condotta di Federico[56]. Ma senza aspettare la sentenza che doveva pronunciare il concilio, rinnovò la scomunica fulminata contro l'imperatore da Gregorio IX.

Intanto i vescovi d'Inghilterra, di Francia, di Spagna, ed anche alcuni d'Italia e di Germania, adunavansi a Lione in numero di centoquaranta; ed Innocenzo aprì il concilio nel convento di san Giusto il 28 giugno del 1245. In tale occasione presentò al senato della Chiesa il prospetto dei mali cui trovavasi la Chiesa esposta: ed era pur vero che i Latini non eransi ancor trovati in più calamitosi tempi. Al nord i Tartari Mogolli avevano invasa la Russia, la Polonia e parte dell'Ungheria. L'Impero dei successori di Zengis[57] che comprendeva di già metà della China, la Persia e l'Asia minore, minacciava omai d'ingojare tutta l'Europa. Al mezzogiorno i Carismiani, cacciati dal loro paese dagli stessi Mogolli, eransi resi padroni di Gerusalemme, ed avevano passato a fil di spada la maggior parie dei Cristiani di Terra santa[58]. L'Impero latino di Costantinopoli assalito da Vatace e dai Greci riducevasi alla sola capitale, ed il sovrano di questa città mezzo deserta, per sovvenire alla propria miseria, demoliva i palazzi de' suoi predecessori per vendere il piombo ed il rame ond'erano coperti. Gli Occidentali, malgrado il pericolo che loro sovrastava, non potevano unirsi per la difesa della Cristianità, perchè la guerra tra il papa e l'imperatore non permetteva loro di pensare a più lontane spedizioni, e perchè lo zelo per le crociate d'Asia era omai spento, per essere promesse le medesime indulgenze a colui che porterebbe le armi contro il capo dell'Impero o contro i Musulmani; e perchè tutti i predicatori apostolici indicavano di preferenza questa più facile strada dell'eterna salute.

Parlando dei pericoli della Chiesa, Innocenzo non si curò di ricordare le colpe del suo capo; e per lo contrario attribuì a Federico tutte le disgrazie e tutti i delitti, accusandolo di spergiuro, d'eresia, d'empietà e di scandalosa unione coi Saraceni suoi sussidiarj, stabiliti a Nocera.

Due deputati dell'imperatore, Tadeo di Suessa e Pietro delle Vigne, eransi, d'ordine di Federico, recati al concilio per farne le difese. Per altro il secondo, che aveva in tante altre circostanze date così luminose prove della sua capacità, della sua facondia e del suo zelo, tacque nella presente; e diede col suo silenzio apparente ragione a' suoi emuli per metterlo in disgrazia del sovrano: ma Tadeo di Suessa, escludendo le accuse date a Federico, dichiarò che questo principe non altro aspettava che la sua riconciliazione colla Chiesa per portare le armi contro gl'infedeli; che offriva al concilio tutte le forze del suo Impero, della sua persona, ed i suoi tesori per difesa della fede; e quando Innocenzo gli domandò quai mallevadori potrebbe dare di così belle promesse, rispose Tadeo; i più potenti di Cristianità, i re di Francia e d'Inghilterra. Noi non ci curiamo, replicò Innocenzo, d'avere mallevadori gli amici della Chiesa, coi quali ella dovrebbe poi inimicarsi qualunque volta il vostro padrone mancasse, com'è suo costume, alle promesse[59].

Il giorno 5 di luglio si tenne la seconda sessione del concilio. Innocenzo rinnovò più circostanziatamente le sue accuse contro Federico, e Tadeo le confutò nuovamente con non minore eloquenza che coraggio; al rimprovero d'aver violati i trattati colla Chiesa, rispose esaminando ad una ad una le supposte infrazioni; nel quale esame la condotta dello stesso pontefice non andò esente da censura. Con minori risguardi trattò ancora il vescovo di Catania ed un arcivescovo spagnuolo, che avevano caldamente ridette le accuse del pontefice, dando loro a nome dell'imperatore un'aperta mentita. Finalmente fece noto al papa ed al concilio che Federico era già a Torino, disposto di venire a giustificarsi personalmente; e fece calde istanze perchè fosse accordato a questo principe un sufficiente termine per presentarsi all'assemblea. Innocenzo rifiutò l'inchiesta, ed il concilio, ciecamente ligio, approvò la risposta del suo capo. Nonpertanto mosso dalle istanze degli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, Innocenzo differì di dodici giorni la seguente sessione, e l'assemblea aderì alla proposta del pontefice. Informando il suo padrone dell'assoluto predominio esercitato dal papa sull'assemblea, Tadeo di Suessa probabilmente lo sconsigliò dal viaggio di Lione, onde Federico non si avanzò oltre Torino. Il 17 di luglio si tenne la terza sessione senza che l'imperatore si presentasse. Incominciando la sessione, Tadeo dichiarò a nome di Federico, che qualunque si fosse la sentenza di un concilio composto di così piccolo numero di vescovi, e senza l'intervento de' procuratari de' vescovi assenti, di un concilio al quale la maggior parte de' sovrani d'Europa non avevano mandati ambasciatori, appellava ad un altro più solenne e più numeroso concilio.

Innocenzo, dopo avere confutata la protesta e l'appello di Federico e del suo ministro, fece leggere la sentenza di scomunica ch'egli aveva preventivamente scritta. Appoggiavasi alla mancanza di fedeltà di Federico al papa, di cui era vassallo come re di Sicilia; alla rottura della pace più volte stabilita colla Chiesa, alla prigionia sacrilega dei cardinali e dei prelati che andavano al concilio di Roma; finalmente all'essersi reso colpevole d'eresia, disprezzando le scomuniche pontificie, e collegandosi coi Saraceni, de' quali aveva adottati i costumi: e chiudevasi con queste notabili parole: «Noi dunque che, quantunque indegni, rappresentiamo in terra nostro Signore Gesù Cristo; noi, ai quali nella persona di san Pietro furono dirette queste parole: tutto ciò che voi avrete legato in terra, sarà legato in cielo; noi abbiamo deliberato coi cardinali nostri fratelli, e col sacro concilio intorno a questo principe resosi indegno dell'Impero, de' suoi regni e di ogni onore e dignità. A motivo de' suoi delitti e delle sue iniquità Dio lo rifiuta, e più non soffre che sia re o imperatore. Noi lo facciamo soltanto conoscere, e lo denunziamo essere, a motivo de' suoi peccati, rigettato da Dio, privato dal Signore di qualunque onore e dignità; e frattanto noi pure ne lo priviamo colla nostra sentenza. Tutti quelli che sono a lui vincolati pel loro giuramento di fedeltà, sono da noi a perpetuità assolti e resi liberi da tale giuramento, vietando loro espressamente e strettamente colla nostra apostolica autorità di non più prestargli ubbidienza come ad imperatore o re, o in qualunque altro modo pretenda di essere ubbidito. Coloro che gli daranno soccorso o favore, come ad imperatore e re, incorrono ipso facto nella scomunica. Quelli cui spetta nell'impero l'elezione dell'imperatore, eleggano pure liberamente il successore di questo: e rispetto al regno di Sicilia sarà nostra cura di provvedervi col consiglio dei cardinali, nostri fratelli, come troveremo più conveniente[60]

Mentre leggevasi questa carta, siccome i padri tenevano in mano una candela accesa, che in segno d'esecrazione dovevano rovesciare per ispegnerla, Tadeo di Suessa gridò, percuotendosi il petto: questo è il giorno della collera, il giorno delle calamità e della sciagura! ed uscì dall'assemblea. Allorchè Federico ebbe avviso della sua deposizione, gittò uno sguardo d'indignazione sulla folla che lo circondava: «Questo papa, disse, mi ha dunque rigettato nel suo sinodo; mi ha dunque privato della mia corona! ove sono i miei giojelli? mi si rechino subito.» E facendo aprire la cassetta che racchiudeva le sue corone, ne prese una e se la fermò in capo; indi alzandosi con occhi minacciosi: «No, disse, la mia corona non è ancora perduta; nè gli attacchi del papa, nè i decreti del sinodo hanno potuto levarmela; ed io non la perderò senza spargimento di sangue[61]

CAPITOLO XVII.

Ultimi anni del regno di Federico II. — Assedio di Parma. — Rivoluzioni in Toscana. — Tirannia d'Ezelino.

1245 = 1250.

La perseveranza dei papi nel perseguitare un intero secolo tutti i principi della casa di Svevia fino all'epoca in cui l'ultimo rampollo di questa sventurata ed illustre famiglia perì sopra un palco, è una cosa tanto più notabile, in quanto lo spirito del cristianesimo aveva cominciato ad addolcirsi; e le costumanze e le opinioni non riconoscevano più la pretesa superiorità de' papi sul potere temporale. Lo stesso monaco Matteo Paris, che minutamente descrisse le circostanze del processo intentato a Federico avanti al concilio di Lione, assicura che gli assistenti non l'udirono pronunciare senza stupore e raccapriccio[62]. Da una parte i Pauliciani avevano scossa colle loro prediche la credenza dell'infallibilità papale, specialmente nella Lombardia, ov'eransi moltiplicati assai; e dall'altra il risorgimento delle lettere non era meno contrario alla servitù imposta dalla superstizione. Non si conoscevano allora che tre classi di letterati, giureconsulti, grammatici e poeti, i quali tutti in fatto di religione tenevano opinioni abbastanza liberali; e siccome erano da Federico favoreggiati e protetti, abbracciavano quasi tutti la sua causa contro la santa sede. Tra gli storici coetanei di questo principe o de' suoi figli, molti, e forse i migliori sono apertamente ghibellini[63]. La maggior parte de' gentiluomini che avevano colle azioni loro acquistato qualche diritto alla pubblica opinione, il Salinguerra, i signori da Romano, i marchesi Pelavicino e Lancia, stavano per Federico: la metà delle città libere avevano anch'esse abbracciata la medesima causa; e tra queste la potente repubblica di Pisa, che lo ajutava con tutte le sue forze, disprezzava i fulmini del papa per servire l'imperatore. Mentre così ragguardevole numero d'Italiani impugnavano il potere de' papi di sciogliere e di legare in terra ed in cielo, fa meraviglia che questi ardissero spingere all'estremo le loro pretese, arrischiando tutto lo stato loro sopra un diritto contestato.

Pare che i papi essendosi accorti dei singolari talenti de' principi della casa Sveva, si proponessero di disertarli ad ogni costo, onde imperatori così valorosi ed intraprendenti, rinforzati dai rapidi e necessarj progressi delle opinioni già in voga, non rivendicassero i diritti di cui la Chiesa gli aveva spogliati, e ristabilissero in Roma la suprema loro autorità: autorità che non poteva ripristinarsi senza distruggere l'indipendenza dei papi.

La santa sede entrando in così pericoloso conflitto, affidavasi principalmente alla nuova milizia di fresco creata, che non l'abbandonò ne' suoi bisogni; i due ordini de' Francescani e de' Domenicani. Il più importante servigio che le rendessero, fu quello di sottometterle completamente i vescovi ed il clero secolare, cambiando l'aristocrazia ecclesiastica in un perfetto despotismo. Così adoperando eseguivano il loro voto d'ubbidienza e s'uniformavano allo spirito de' loro fondatori. Avevano essi sull'antico clero il doppio vantaggio del fanatismo e del vigore della gioventù d'una recente istituzione; e con tale superiorità di forze lo attaccarono e gli tolsero l'affetto dei popoli. I vescovi erano in modo assoggettati, o talmente persuasi della loro debolezza, che i concilj, invece di giudicare i papi, come abbiamo veduto praticarsi nel decimo secolo, e lo vedremo ancora nel quindicesimo, erano diventati nel tredicesimo strumenti passivi nelle mani de' pontefici.

Il secondo servigio reso alla santa sede dagli ordini mendicanti fu quello d'impedire tra il popolo il dilatamento dell'irreligione; imperciocchè agl'increduli che facevano valere nelle loro invettive contro la Chiesa i depravati costumi del clero, opponevano quella austera santità di vita che da più secoli non più vedevasi nei grandi prelati. Non dirò già che ottenessero di richiamare a meno libere opinioni coloro che la nascente passione dello studio, o lo spirito di partito allontanavano dal cattolicismo; ma se un uomo dava qualche indizio di timorata coscienza, veniva all'istante assediato dai nuovi monaci che se ne impadronivano; e predicandogli come principalissima virtù la cieca ubbidienza alla santa sede, e facendogli vedere i fulmini della Chiesa pendenti sul capo de' Ghibellini, lo forzavano a riconciliarsi colla medesima, a prezzo non poche volte d'un tradimento a danno degli antichi alleati. A ciò si debbono attribuire quelle imprevedute congiure che si videro scoppiare nelle città più fedeli all'Impero, e quei mali umori che annunziavano i progressi della parte guelfa e l'imminente caduta dei Ghibellini. Nella città di Parma, che fino al 1245 erasi mantenuta fedele all'Impero, e che riceveva ogni anno un podestà scelto dall'imperatore, tre delle più principali famiglie nobili, i Lupi, i Rossi, i Correggeschi, parenti a dir vero di quella del papa, si dichiararono del partito guelfo e dovettero abbandonare la città; e nel susseguente anno (1246) altri Guelfi, pretestando di non potere in buona coscienza ubbidire agli ordini dell'imperatore, si ritirarono a Piacenza ed a Milano[64], ove con Gregorio di Montelungo, legato del papa in Lombardia, ordirono quella trama che diede ben tosto la loro patria alla parte guelfa. Un eguale abbandono del partito ghibellino ebbe luogo in Reggio, per cui, dopo una sanguinosa zuffa, vennero esiliate le famiglie guelfe dei Roberti, dei Fogliani, dei Lupicini[65].

Non contento il papa di suscitare nemici a Federico nelle città lombarde, che incoraggiava a difendere contro di lui la propria libertà, cercava di ribellargli ancora gl'immediati sudditi delle due Sicilie, ai quali spediva due cardinali con lettere dirette al clero, alla nobiltà ed al popolo delle città e delle campagne. «Si maravigliano molti, loro diceva il papa, che oppressi come voi siete da vergognosa servitù, ed aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della libertà. Ma la santa sede vi ha per iscusati in vista del terrore che sembra essersi insignorito del vostro cuore sotto il giogo di un nuovo Nerone; e non altro per voi sentendo che pietà e paterno affetto, pensa se i suoi ajuti possono recare sollievo alle vostre pene, o fors'anco procurarvi il bene d'un'intera libertà.... Cercate dal canto vostro come potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro comune la libertà e la pace. Spargasi una volta tra le nazioni la voce, che il vostro regno così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza de' suoi prodotti, ha potuto, coll'ajuto della divina provvidenza, unire a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà[66]

Un certo che di così nobile e liberale spirano i concetti di questa lettera, che ci sforza a rimaner dubbiosi intorno alla giustizia della causa del pontefice e dei Guelfi, ed allo scopo che si proponevano. Ma quand'anche la libertà, e non una licenziosa indipendenza, fosse effettivamente l'oggetto dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono certo indegni di così nobil causa i modi tenuti per acquistarla; riducendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte gli antichi amici ed i confidenti di Federico, da loro guadagnati. I due figliuoli del grande giustiziere del Mora, tutti i Sanseverino, tre fratelli della Fasanella, ed altri molti avevano nel 1244 cospirato coi frati minori per assassinare il loro sovrano. Federico, come si disse altrove, aveva, dietro i primi indizj di tale congiura, fatti imprigionare molti frati, nell'istante medesimo in cui il papa fuggì da Roma. Ciò nulla meno la sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati riaccesero la sopita congiura, che avrebbe facilmente avuto effetto, se il complice Giovanni di Presenzano, scosso dai rimorsi, non palesava il segreto a Federico. Quando seppero imprigionati alcuni de' loro compagni, i del Mora ed i Fasanella si salvarono nello stato del papa, altri s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, ove furono presi dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato da un domestico della famiglia[67]. Quasi tutti i congiurati, condannati a pena capitale, attestarono prima di morire, che il papa era partecipe della loro congiura. L'imperatore dando notizia di questo macchinamento a tutti i re e principi dell'Europa con una lettera circolare, che forse fu l'ultima che scrivesse Pietro delle Vigne, la chiude con queste gravi parole: «Chiamiamo in testimonio il giudice supremo, che ci vergogniamo di quanto abbiam detto, perchè eravamo troppo alieni dal credere di dover vedere e sentire attestato somigliante delitto; non essendoci mai immaginati che i nostri amici, i nostri pontefici, ci volessero vittima di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanto obbrobrio! Lo sa Iddio, che dopo l'iniqua procedura del papa contro di noi intentata nel concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte od a quella di taluno de' suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da persone zelanti del nostro servigio, limitandoci a difenderci dagli altrui attentati colla giustizia, e non colle vendette»[68].

Ma la più dolorosa perdita di Federico fu quella del suo primo ministro, del suo intimo confidente, del suo amico, Pietro delle Vigne. Ossia che quest'uomo affatto straordinario si fosse macchiato di un tradimento, o che il principe, reso diffidente dalle congiure che ogni giorno si andavano scoprendo, desse troppo facile orecchio alle suggestioni degl'invidiosi cortigiani; o giusta o ingiusta che si fosse la sentenza di Pietro; si dice che Federico esclamasse più volte prima di pronunciarla: «me sciagurato, qual uomo io gastigo!»[69]

Pietro delle Vigne era nato a Capoa affatto povero; la passione per lo studio lo aveva condotto all'università di Bologna, ov'era costretto di andare elemosinando per vivere, sebbene desse prove di maravigliosi talenti nello studio della legge, dell'eloquenza e della poesia. Condotto accidentalmente innanzi a Federico, ebbe la fortuna di meritarsi in modo la sua stima, che lo tenne in corte, facendolo a bella prima suo segretario; in appresso giudice, consigliere, protonotaro, e partecipe di tutti i suoi segreti. Pietro delle Vigne aveva una maravigliosa arte nello scriver lettere; aggiungendo ad una nobile e dignitosa eloquenza una certa qual forza di ragionamento che convince e persuade. Perciò verun principe avanti che s'inventassero la stampa ed i giornali aveva, come Federico, fatto tanto capitale dell'illusione delle scritture, nè provocato colle sue lettere sopra le proprie azioni la pubblica opinione. Nè in ciò solo valevasi l'accorto principe de' talenti di Pietro; abbiamo altrove osservato che approfittò de' suoi consigli e dell'opera sua per riformare le leggi del regno, e per rianimare lo studio delle scienze e delle lettere; abbiamo veduto che lo incaricò di giustificare la propria condotta innanzi al popolo di Padova contro la sentenza di scomunica pubblicata contro di lui; che lo aveva più volte mandato suo deputato al papa, e per ultimo incaricato di trattare la sua causa innanzi al concilio di Lione. Nella quale ultima occasione parve che Pietro mal rispondesse all'antica sua riputazione, conservando un misterioso silenzio, mentre Tadeo di Suessa difese caldamente il suo sovrano[70].

Dopo tale epoca Pietro delle Vigne non ebbe forse più l'intera confidenza di Federico, non trovandolo adoperato in veruna importante occasione, nè meno nello scriver lettere a nome del sovrano; anzi una ne troviamo diretta al medesimo per accertarlo della propria innocenza[71]. È probabile che, senza abbandonare la corte, non vi avesse più quell'opinione che gli aveva dato la confidenza del sovrano; e che soltanto tre anni dopo cedesse alle istigazioni degli emissarj del papa; oppure che i suoi nemici si approfittassero di qualche apparenza per farlo credere a Federico, quantunque non avesse ceduto[72]. Ecco come racconta il fatto Matteo Paris.

Federico giaceva infermo quando Pietro gli si presentò col medico ch'egli aveva guadagnato, il quale gli offrì come medicina una bevanda avvelenata. Il principe, nell'atto di accostare il nappo alla bocca, disse ai traditori: io credo che voi non vogliate darmi veleno. Pietro, turbato a un tempo e sorpreso, si dolse di un dubbio che faceva torto alla sua lealtà, chiamandosene altamente offeso: ma Federico, rivolgendosi in atto minaccioso al medico, gli porse il calice, ordinandogli di beverne la metà. Il medico sbigottito finse d'inciampare e lasciò cadere il calice in terra; ma Federico fatto raccogliere quanto si poteva della sospetta bevanda, la fece dare ad un condannato a pena capitale, che morì all'istante. Avute così evidenti prove del delitto, l'imperatore ordinò che il medico perdesse la vita sul palco, e che Pietro delle Vigne fosse abbacinato; ma questi diede del capo contro il muro con tanta violenza, che si spaccò il cranio, e morì dopo pochi istanti[73]. Matteo Paris è il solo storico contemporaneo che parli circostanziatamente della morte di quest'uomo straordinario; e non bastano a smentirlo le vaghe ed incerte relazioni degli scrittori guelfi de' tempi posteriori. Non devo per altro lasciar di dire che nel secolo decimoquarto credevasi comunemente che Pietro fosse stato vittima della calunnia; onde Dante, ponendolo tra i suicidi nell'inferno, gli fa dire: Canto XIII, vers. 70:

«L'animo mio, per disdegnoso gusto,

«Credendo, col morir, fuggir disdegno,

«Ingiusto fece me contro me giusto.»

Allorchè Federico ebbe notizia della scomunica pronunciata dal Sinodo, non si lasciò punto smuovere, e scrisse a tutti i principi d'Europa per rappresentar loro che il clero, corrotto dalle ricchezze, abusava stranamente del suo potere: scrisse di nuovo al re di Francia per attaccare l'irregolare condotta del papa, e mostrare la nullità del processo contro di lui intentato, invitandolo a riflettere che potrebbe ben venire la volta loro, quando i sovrani non si unissero a reprimere l'arroganza della corte di Roma[74]. Ma in breve oppresso da spiaceri d'ogni genere, tradito dai suoi più cari amici, abbandonato dai principi tedeschi che avevangli sostituito, in qualità di re dei Romani, Enrico, langravio della Turingia, il quale sconfiggeva suo figlio, il re Corrado, ad altro più non pensò che a pacificarsi col papa, onde metter fine alla travagliata sua vita. A tale oggetto sottoscrisse in presenza di molti prelati una professione di fede conforme affatto a quella della Chiesa; ed in pari tempo chiedeva la mediazione di san Luigi: ma tutto inutilmente.

(1247) Nel susseguente anno, non ommise Federico di rinnovare le sue calde istanze per rientrare in seno della Chiesa, sebbene avesse avuta notizia della totale disfatta e della morte del suo rivale, Enrico di Turingia, all'assedio di Ulma. Le condizioni da lui offerte nel presente anno, e ne' due successivi con nuovi schiarimenti, pare che lo mostrino atterrito dalle censure della Chiesa, e che, a fronte della fierezza del suo carattere, e del prospero stato de' suoi affari, non avrebbe ricusato di sottoporsi alle più penose umiliazioni, ai più dolorosi sagrificj, per rappacificarsi col clero. In questo tempo san Luigi si apparecchiava a condurre in Egitto quell'armata di crociati ch'ebbe così sventurato fine. Federico proponeva di unire tutte le sue forze a quelle del re francese, e di fare insieme l'impresa d'Oriente; e perchè tale offerta non era di piena soddisfazione del papa, aggiunse l'altra condizione di militare contro gl'infedeli oltre mare finchè vivesse. Acconsentiva inoltre alla divisione della sua eredità, purchè non ne fossero privati i suoi figliuoli. L'Impero germanico non doveva più essere unito al regno di Puglia; ma il primo rimarrebbe a Corrado, ed avrebbe il secondo Enrico, figlio di Federico e d'Isabella, sua terza moglie[75]. E perchè Innocenzo IV, rigettando la confessione di fede fatta avanti ai prelati per iscolparsi del delitto d'eresia, aveva dichiarato appartenere a lui solo la disamina della coscienza del monarca, e ch'era disposto ad ascoltarlo, qualora si recasse personalmente alla corte pontificia[76]; Federico volle acconsentire ancora a quest'ultima umiliazione, e si pose effettivamente in viaggio, attraversando la Lombardia con un treno affatto pacifico, e non toccando il territorio delle città nemiche, delle quali pareva volerne scordare le offese[77]. E già era giunto a Torino, quando ebbe avviso che i parenti del papa gli avevano ribellata la città di Parma. Abbiamo già osservata che tre delle principali famiglie, i Rossi, i Lupi ed i Correggeschi, essendosi dichiarati del partito guelfo, avevano dovuto uscir di Parma. Erano costoro parenti o alleati dei Fieschi, i quali, all'istante che fu nominato papa uno della loro famiglia, eransi dati alla fazione nemica dell'Impero. Altri fuorusciti parmigiani avevano pure raggiunti i primi a Piacenza, aspettando che le prediche di alcuni frati lasciati in Parma disponessero quel popolo alla sedizione. Quando credettero giunto l'istante favorevole, la domenica del 16 giugno 1247, tutti gli emigrati parmigiani s'avanzarono sotto il comando di Gherardo da Correggio fino al Taro, ove trovarono sull'opposta riva Enrico Testa, podestà imperiale, con un grosso corpo di nobili e popolani di Parma; il quale credendosi sicuro della vittoria attraversò il Taro per attaccarli: ma, durante la battaglia, tutti quelli della sua armata, che segretamente favorivano i Guelfi, si unirono ai nemici. Quest'impensato avvenimento portò lo spavento nelle truppe, che non sostennero l'urto de' Guelfi, restando tra i morti lo stesso podestà, Manfredi di Cornazano, ed Ugo Manghirotti, due de' più illustri Ghibellini, salvandosi gli altri colla fuga. Intanto la massa del popolo, perduti i capi, manifestava con segni di acclamazione il suo attaccamento alla Chiesa, e conduceva in trionfo gli emigrati entro le mura di Parma. Gherardo da Correggio venne sulla pubblica piazza proclamato podestà, e dati il palazzo, le mura e le torri in guardia ai suoi soldati.

Enzo, ossia Enrico, figliuolo di Federico, e re di Sardegna, trovavasi allora nel contado di Brescia all'assedio di Quinzano. Avuto avviso della rivoluzione di Parma, abbrucia le macchine guerresche, e viene a grandi giornate fino alle rive del Taro, lusingandosi di sottomettere i ribelli con un colpo di mano. Federico, informato a Torino dello stesso avvenimento, avvampa di collera contro il papa, e deposto con orrore il pensiero di andare a Lione per umiliarsi innanzi ad un uomo che non cessava di macchinare contro di lui, riunisce tutti i suoi partigiani delle vicine città, e fattane una piccola armata, raggiugne il figlio sulle rive del Taro, di dove si avanza fino a pochi passi dalla città[78].

La perdita di Parma gli toglieva la comunicazione colle città ghibelline dalle Alpi al suo regno di Puglia, la quale mantenevasi per Torino, Alessandria, Pavia, Cremona, Parma, Reggio, Modena e Toscana; oltrecchè Parma e Cremona gli aprivano un'altra importantissima comunicazione con Verona, gli stati d'Ezelino e la Germania. Affrettava perciò la leva di una formidabile armata e faceva avanzare a grandi giornate un corpo di Saraceni, i soli suoi sudditi non esposti all'influenza de' frati, nè al terrore delle scomuniche. Ma prima che potesse formare un'armata abbastanza forte per fare l'assedio di Parma, i Guelfi ebbero tempo di provvederla abbondantemente di truppe e di vittovaglie. Il legato del papa, Gregorio di Montelungo, vi si chiuse con mille soldati scelti di Milano, e seicento di Piacenza, ch'egli vi aveva condotti per difficili strade. Un altro rinforzo vi spediva da Mantova il conte di san Bonifacio, il quale alla testa d'un altro corpo di Mantovani entrava in pari tempo nel territorio cremonese, per guastarlo, onde sforzare i Cremonesi ad abbandonare il campo dell'imperatore per venire in soccorso della loro patria. Anche il marchese d'Este, poco curandosi di lasciare in balìa di Ezelino le proprie terre, si gettò con un corpo di Ferraresi in Parma, ov'eransi pure adunati tutti i fuorusciti guelfi di Reggio, di modo che vi si trovarono due mila cavalieri forastieri e mille della città. La milizia dividevasi per quartieri; e le milizie di due porte occupavansi ogni giorno della guardia della terra, dello scavamento di nuove fosse e dell'innalzamento di bastioni e di palizzate per supplire alla conosciuta debolezza delle antiche mura.

Mentre Parma era alleata dell'imperatore, gli aveva spediti dei soldati, ch'egli teneva nelle vicine città; de' quali, essendogli, dopo l'accaduto, talmente sospetta la fede da poterli trattare come aperti nemici, ne fece imprigionare ottanta a Reggio e cinquanta in Modena, ritenendoli per ostaggi; ed inoltre fece arrestare tutti i giovani parmigiani che trovavansi allo studio di Modena, i quali tutti spogliati de' loro cavalli, delle armi, dei libri e di quanto avevano, furono mandati carichi di catene al campo imperiale[79].

Intanto l'armata ghibellina riceveva ogni giorno nuove genti; erano arrivati dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo: Ezelino aveva seco condotte le milizie di Padova, di Vicenza, di Verona; ed i Ghibellini di tutte le città d'Italia si univano sotto le bandiere di Federico per ricominciare una sanguinosa guerra: ma ossia che le forze ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la campagna, oppure gli mancassero le macchine d'assedio, nè assediò la città, nè venne a giornata con Bianchino da Camino ed Alberico da Romano, i quali con un'armata guelfa eransi trincerati dalla banda settentrionale di Parma sull'altra riva del Po. Tutte le fazioni di questa campagna si ridussero dunque ad alcune scaramucce coi Saraceni, i quali cercavano d'impedire che fosse vittovagliata la città: al quale oggetto s'impadronirono un dopo l'altro de' castelli del territorio parmigiano, tranne Colorno; e tutti li distrussero; di modo che le bande de' soldati guelfi, quando ancora potevano scorrere la campagna, non trovavano viveri di veruna sorte per portare in città: onde i cittadini cominciavano a soffrire la fame, ed i viveri si vendevano a carissimo prezzo.

Credette Federico giunto l'istante opportuno d'atterrire gli assediati con sanguinose esecuzioni. Fece dunque condurre nel prato di Flazano, a due tiri di balestra dalle mura, quattro prigionieri parmigiani, due gentiluomini, e due borghesi, e fece loro tagliar il capo, proclamando in pari tempo che ogni giorno, finchè s'arrendesse la città, farebbe morire quattro Parmigiani, e mille ne teneva allora Federico in poter suo; ma il podestà ed i consiglieri, cui il consiglio generale aveva dati illimitati poteri per la difesa della città, presero le più rigorose misure per impedire che dal campo imperiale si recasse notizia di quanto accadeva; onde il pericolo che correvano tanti cittadini, non consigliasse i loro parenti ed amici a qualche atto di debolezza. Molte spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono colti dalle guardie del podestà, ed abbruciati nella pubblica piazza, talchè niuno della città osò parlare di entrar in trattati col nemico. Frattanto nel susseguente giorno erano stati decapitati due altri prigionieri, e tutti gli altri minacciati dello stesso destino, quando i soldati di Pavia che militavano nel campo dell'imperatore, lo supplicarono ad accordar loro la vita de' prigionieri. «Noi siamo venuti, gli dissero, per far guerra ai Parmigiani, ma colle armi e sul campo di battaglia, non per far il carnefice.» L'imperatore si lasciò placare, e da quel punto il suo campo non fu più macchiato da così odiose esecuzioni[80].

Non era lontano l'inverno, e tutto annunziava che l'assedio non sarebbe così presto ridotto a termine; onde Federico che non voleva scostarsi dalla città ribelle, risolse, per assicurare alla sua armata più tollerabili quartieri d'inverno, di fabbricare una città, cui diede il nome di Vittoria, nella quale, poichè si fosse impadronito di Parma, pensava di trapiantarne gli abitanti. Ne fece porre i fondamenti a duecento passi da Parma lungo la strada che conduce a Piacenza. La fece circondare di larghe fosse, dietro alle quali alzavansi bastie di terra difese da palizzate: le porte avevano ponti levatoj, ed il canale, detto naviglio, che scendeva da Parma fino al Po, fu sviato dal suo corso per farlo entrare nelle fosse di Vittoria per girare i mulini. In pari tempo i Saraceni ebbero ordine di trasportare alla nascente città i materiali delle case distrutte nel territorio parmigiano[81].

Mentre Federico occupavasi della fondazione di Vittoria, e che Enzo, suo figliuolo, guardava la linea del Po, le città di Mantova e di Ferrara allestirono una flottiglia carica di vittovaglie d'ogni sorta; e fattala rimontare il fiume, mentre l'armata di terra cercava di forzare il ponte custodito da Enzo, introdussero il loro convoglio per il fiume Parma nella città.

(1248) Intanto l'imperatore allontanavasi spesse volte dall'armata, per cacciare col falcone, poichè la cattiva stagione non gli permetteva di muovere le truppe. La guarnigione di Vittoria erasi, durante l'inverno, indebolita assai per essersi molti capi ghibellini recati alle loro case. Avutosi di ciò sentore in città, il 18 febbrajo, i Parmigiani coi Guelfi sussidiarj progettarono di attaccare improvvisamente la città di Vittoria, mentre l'imperatore stava cacciando co' suoi falconi; e l'assaltarono così bruscamente, che se ne resero ben tosto padroni cacciandone gl'imperiali. Perirono in questo fatto molti Saraceni, quel Taddeo Suessa che aveva tanto caldamente difesa la causa di Federico innanzi al concilio di Lione, il marchese Lancia, ed altri assai distinti personaggi; in tutto circa due mila, periti sul campo di battaglia, e tre mila fatti prigionieri. Caddero in mano de' vincitori il carroccio de' Cremonesi, il tesoro della camera imperiale ricco di molto numerario, di corone, di giojelli, di vasi preziosi. La nuova città fu incendiata in modo, che non rimase pietra sopra pietra. Federico di ritorno dalla caccia incontrò i fuggiaschi e fu con loro strascinato verso Cremona, inseguìto dai vittoriosi Parmigiani fino alle rive del Taro[82].

Non molto dopo questa disfatta Federico ebbe avviso che suo figliuolo Corrado, cui aveva affidata l'amministrazione della Germania, era stato più volte battuto da Guglielmo, conte d'Olanda, coronato dal partito guelfo quale successore del langravio di Turingia, destinandolo alla dignità imperiale tostochè ne fosse spogliato Federico. L'imperatore, oppresso da tante calamità, chiese nuovamente la pace, interponendo i buoni uffici di san Luigi. Questi stava per imbarcarsi con i crociati; e siccome i Genovesi gli somministravano parte de' vascelli pel passaggio del mare, Federico, per avvicinarsi a lui, andò fino ad Asti, offerendo nuovamente la propria persona e le sue truppe per la difesa di Terra santa, a condizione solamente che gli fosse accordata l'assoluzione; ma l'inesorabile pontefice non voleva perdere verun frutto della sua vittoria. Per altro tanta ostinazione non era senza pericolo; essendovi alcuni, anche tra i signori francesi, che, compassionando le disgrazie di Federico, disapprovavano la condotta del clero. Quattro grandi feudatarj, il duca di Borgogna, quello di Bretagna ed i conti d'Angoulême e di saint Paul[83] convennero tra di loro di metter limiti all'autorità giudiziaria che il clero aveva usurpata, e di proteggere coloro che venissero colpiti dalla scomunica, qualunque volta loro sembrasse ingiusta la sentenza degli ecclesiastici. «Non è già colla predicazione evangelica, dicevano nel loro manifesto, che si fondò sotto Carlo Magno l'impero de' Franchi, ma colla forza delle armi; oggi coll'astuzia delle volpi, gli ecclesiastici, un tempo schiavi, usurparono i diritti de' principi.» Tutta l'arroganza ed il fiele d'Innocenzo IV sarebbero venuti meno, se questi signori, dando vigorosa esecuzione al loro progetto, avessero forzato il papa a tornare in Italia e ad avvicinarsi al pericolo. Ma alcuni degli alleati lasciaronsi smuovere dalle scomuniche e dalla veemenza con cui Innocenzo eccitò contro di loro tutto il clero di Francia; altri furono corrotti dai regali e dai beneficj che Innocenzo seppe opportunamente spargere con prodigalità tra le loro famiglie.

Sebbene Federico sentisse tutto il peso delle sue avversità, e desiderasse la pace, non ommise di dare non dubbie prove del suo fermo carattere allorchè stabilì il partito ghibellino nella repubblica di Fiorenza. Questo partito era da lungo tempo in Toscana preponderante. Pisa, la più potente città di questa contrada, era affatto ligia all'imperatore; Siena, fiorente città che contava in allora nell'interno delle sue mura undici mila ottocento famiglie, quasi fino dalla sua origine erasi costantemente conservata fedele al partito; le meno potenti città di Pistoja e di Volterra, e quasi tutti i feudatarj trovavansi armati per la stessa causa; per ultimo ancora nelle città considerate guelfe numerosi erano i Ghibellini e non esclusi dalle cariche pubbliche.

Fiorenza era capo della lega guelfa che comprendeva Lucca, Montalcino, Monte-Pulciano, Poggibonzi e un limitato numero di gentiluomini. Ma quantunque Fiorenza facesse vivamente guerra agli abitanti di Siena, il vicendevole loro odio prodotto da gelosia e da private ingiurie era affatto indipendente dalla gran lite dell'Impero. Nè i Fiorentini eransi apertamente dichiarati contro l'imperatore, riconoscendo anzi la repubblica loro subordinata sempre alla legittima, ma limitata autorità del monarca. Dopo la morte di Buondelmonti accaduta del 1215, la repubblica non aveva potuto riconciliare le famiglie nobili che avevano la maggior parte dell'amministrazione della città: si azzuffavano queste frequentemente o presso le torri che ogni potente famiglia aveva fabbricate, o in quattro o cinque delle principali piazze, nelle quali i nobili d'ogni quartiere avevano erette delle fortificazioni mobili dette serragli, che consistevano in barricate o cavalli di frisa con cui chiudevasi parte della strada, e servivano a proteggere coloro che combattevano. Alcune principali famiglie comandavano le barricate innalzate al di fuori dei loro palazzi, e si affrettavano di chiuderle quando nasceva qualche tumulto: gli Uberti, per modo d'esempio, i quali avevano quello spazio oggi occupato dal palazzo vecchio, signoreggiavano la strada che sbocca da questa banda sulla gran piazza; i Tedaldini difendevano la porta di san Pietro, i Cattanei la torre del Duomo. Una disputa qualunque per un affare pubblico o privato, un motto offensivo incautamente pronunciato, metteva le armi in mano a tutta la nobiltà; ognuno portavasi al suo luogo, e si combatteva contemporaneamente in sei o sette parti della città; ma la sera cessava la rissa, e le parti nemiche ritiravano tranquillamente i loro estinti: il giorno susseguente era consacrato ai funerali; ed i valorosi Guelfi e Ghibellini s'incontravano pacificamente, ed adunavansi ancora talvolta per decretare la gloria dei combattimenti del precedente giorno a quello che aveva date prove di maggior valore ed intrepidezza. Tutti uniti sacrificavano egualmente le private loro nimistà alla gloria della patria; e durante la guerra di Siena, nella quale i Fiorentini ebbero molti vantaggi, niuno avrebbe potuto sospettare che la loro armata fosse in parte composta d'ufficiali e soldati ghibellini.

Mentre trovavasi ancora all'assedio di Parma, Federico, per acquistare maggiore influenza su questa repubblica, nominò suo vicario in Toscana uno de' suoi figli naturali, Federico, re d'Antiochia, cui diede il comando di mille seicento cavalli tedeschi. Nello stesso tempo scrisse alla famiglia degli Uberti, la principale del partito ghibellino, per muoverla a fare un generoso sforzo in di lui favore, cacciando i loro antagonisti fuori di Fiorenza[84]. In fatti gli Uberti presero le armi, ed i Guelfi si affrettarono di porsi in difesa delle loro barricate: ma i Ghibellini non si curando di difendere i proprj trinceramenti si unirono tutti alla casa degli Uberti, e rimasero facilmente vittoriosi dei Guelfi d'un solo quartiere che si erano loro opposti. Marciarono poi tutti uniti contro un'altra barricata guelfa, e la superarono colla medesima facilità; ed inseguendo così di posto in posto i loro avversarj, gli sconfissero dappertutto prima che potessero unirsi, finchè arrivarono alle barricate dei Guidalotti e dei Bagnesi in faccia a porta san Pier Scheraggio. Tutti i Guelfi della città sottrattisi alle precedenti zuffe eransi adunati entro di queste barricate, e per tal modo i due partiti trovaronsi in questo luogo con tutte le loro forze in presenza l'uno dell'altro. Ma mentre durava la zuffa, trovando le porte, secondo l'intelligenza, aperte, entrò in città Federico d'Antiochia, alla testa di mille seicento cavalieri tedeschi. I Guelfi, dopo essersi difesi quattro giorni contro i proprj concittadini e contro i Tedeschi ne' loro trinceramenti, cedettero alla superiorità delle forze nemiche e sortirono da Fiorenza tutt'insieme la notte della candelora, ritirandosi o ne' loro poderi del contado, o ne' castelli di Montevarchi e di Capraja, posti in Val d'Arno, dove si fortificarono di bel nuovo.

I Ghibellini vittoriosi, rimasti padroni della città, atterrando tutte le fortezze che fin allora avevano reso forte l'opposto partito, pensarono di togliergli ogni speranza di ricuperare il perduto potere. Trentasei palazzi colle loro torri furono in pochi giorni distrutti[85], tra i quali primeggiava la torre de' Tosinghi sulla piazza di mercato vecchio tutta ornata di colonne di marmo, ed alta centotrenta braccia. L'architettura militare era in allora il solo oggetto di lusso de' Fiorentini; onde perirono in questa circostanza molte di quelle cose che formavano il principale ornamento della città, ed una non piccola parte della pubblica fortuna. E questo primo esempio dato dai Ghibellini di far la guerra ai più sontuosi edificj non fu sventuratamente dimenticato ne' susseguenti tempi dall'opposta fazione.

(1249) Non contenti dell'intero dominio di Fiorenza, i Ghibellini volevano altresì disporre a loro arbitrio di tutti i castelli de' Guelfi: onde in marzo del seguente anno assediarono Capraja, ove, dopo l'esiglio da Fiorenza, eransi ritirate le famiglie de' loro avversarj. L'istesso imperatore, rientrato in Toscana, si pose a Fucecchio, facendo stringere Capraja con tanto vigore, che in capo di due mesi gli assediati, non avendo più viveri, dovettero rendersi a discrezione. Federico mandò nella Puglia quasi tutti i più distinti personaggi fatti prigionieri a Capraja, e gli si dà colpa d'averne condannati molti alla morte, altri alla perdita degli occhi.

Cacciati i Guelfi da Fiorenza, tutta la Toscana rimaneva a disposizione di Federico: ma i suoi affari non procedevano in Lombardia ed in Romagna con eguale fortuna; perchè i fuorusciti fiorentini, riparatisi in Bologna e nelle vicine città, combattevano valorosamente contro il partito imperiale. Il papa aveva spedito suo legato ai Bolognesi il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, per istimolarli a porre la Romagna sotto il dominio della santa sede. Il giorno susseguente al suo arrivo, il cardinale fu ammesso nel consiglio del comune, nel quale dal popolo e dal prelato si fissò il piano della futura campagna. Era pretore di Bologna Bonifacio di Cari, di Piacenza, che, uscito ne' primi giorni di maggio con una bella e poderosa armata e col carroccio del comune, si fece a guastare la parte del territorio modonese, posta al levante del fiume Scultenna, ossia Panaro; occupò Nonantola, e spianò i forti di san Cesario e di Panzano. Di là, passando all'altra estremità del distretto bolognese, prese molte castella soggette ad Imola, che poi cinse d'assedio.

Era Imola troppo vicina a Bologna per non soffrire dall'ingrandimento d'una città rivale, ed aveva più volte fatto infelice esperimento della inferiorità delle sue forze, onde sentiva di non potersi lungamente sostenere. Altronde i Bolognesi non volevano toglierle la libertà e l'indipendenza; ma chiedevano soltanto che si unisse al partito della Chiesa, promettendole fedeltà. A tali condizioni i due podestà segnarono tra le repubbliche un trattato di pace il 6 maggio del 1248, che fu all'istante approvato dai due consigli generale e speciale, dai consoli de' mercanti, dagli anziani del popolo e dai maestri dei collegi della repubblica bolognese adunati dal podestà nel campo medesimo[86], perciocchè la repubblica trovavasi tutta intera nell'esercito; la sovrana podestà passando alternativamente dal podestà al popolo e dai cittadini, diventati soldati, al magistrato loro generale.

Dopo questo, l'armata bolognese marciò sopra Faenza, Bagnocavallo, Forlimpopoli, Forlì e Cervia, le quali, non essendo caldamente attaccate al partito ghibellino, lo abbandonarono, giurando fedeltà alla Chiesa ed alla lega di Bologna.

(1249) Nel susseguente anno il cardinale Ubaldini faceva nuove istanze alla repubblica bolognese perchè trattasse vigorosamente la guerra contro gl'imperiali ora ridotti in basso stato; non avendo Enzio, figliuolo naturale di Federico, nominato re di Sardegna e suo vicario in Lombardia, che poche forze sotto i suoi ordini: di modo che, quantunque Modena e Reggio fossero le sole città alle quali egli doveva specialmente aver l'occhio, non aveva potuto impedire che varie loro castella si dassero alla parte guelfa. I Bolognesi, determinati di approfittare della presente debolezza degl'imperiali, offrivano al marchese d'Este la carica di capitano generale dell'esercito alleato e delle loro milizie; il quale, trovandosi allora infermo, mandava, rifiutandola, in ajuto de' Bolognesi tre mila cavalli e due mila fanti. L'armata bolognese era composta di mille cavalli, di ottocento uomini d'arme e di tre tribù della città, cioè porta Stieri, porta san Procolo e porta Ravegnana; la quale sortì in bella ordinanza preceduta dal carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidj ne' più importanti castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al Panaro contro i Modenesi, i quali, avuto sentore dei movimenti dei loro nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le milizie reggiane e cremonesi, gli emigrati di Parma, Piacenza e delle altre città guelfe, formò un'armata di quindici mila uomini. Erasi lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta, distante due miglia, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di sant'Ambrogio, e passato il fiume. Le due armate, sebbene si trovassero in presenza ed in aperta campagna, non osarono, per alcuni giorni, di venire alle mani essendo pressochè eguali di forze. Di ciò avutone avviso il senato di Bologna fece marciare due mila uomini della quarta tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo la festa di sant'Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici con un movimento che fecero a sinistra, mostrando di volerli prendere alle spalle dalla banda degli Appennini. Li ricevette valorosamente Enzio, il quale aveva divisa la sua gente in due corpi di battaglia, ed in uno di riserva, collocando in cadauno de' primi due metà de' suoi soldati tedeschi, ne' quali assai fidava, onde sostenessero gl'Italiani; e formando la riserva della sola milizia modenese. Dall'altro canto il pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro corpi: nel primo trovavansi i pedoni ausiliarj del marchese d'Este e parte della sua cavalleria, nel secondo il rimanente de' suoi cavalieri, e due mila Bolognesi della tribù di san Pietro, ch'erano di fresco arrivati al campo; componevano il terzo le milizie delle tre altre tribù ed ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le truppe scelte sotto gl'immediati ordini dello stesso pretore consistenti in novecento cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questa divisione che dimostra l'intenzione di economizzare le proprie forze, di condurle successivamente alla battaglia, di sostenere con truppe fresche quelle che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de' progressi che andava facendo l'arte della guerra. La battaglia si mantenne vigorosa fino a sera, senza che si vedesse alcuno apparente vantaggio dall'una o dall'altra banda. Enzio, caduto sotto il cavallo ucciso, fu difeso da' suoi Tedeschi finchè fu rimesso in sella. Non pertanto a notte già fatta i Ghibellini avevano cominciato a piegare in modo, che si ruppe l'ordine della battaglia; onde inseguiti dai nemici, molti perirono sotto i loro colpi, altri smarriti in una campagna, tagliata da' profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re, Buoso di Dovara che già cominciava ad essere potente in Cremona, e molti gentiluomini e cittadini modenesi.

Il pretor bolognese, non volendo esporre a qualche impensato accidente un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito in cammino per condurlo a Bologna[87]. Allorchè giugneva presso al castello d'Anzola incontrò le milizie bolognesi, che, prevenute dell'accaduto, venivangli incontro per onorarne il trionfo colle trombette ed altri strumenti. Da questa borgata fino alla città tutta la strada era affollata di gente, curiosa di vedere tra i prigionieri il principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la gigantesca statura, la nobiltà del viso su cui vedevansi vivamente espressi il suo coraggio e la sua sventura, tutto facevanlo oggetto della universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura, perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo suo padre. In pari tempo la repubblica provvedeva nobilmente ai bisogni dell'illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e lo alloggiava in uno de' più magnifici appartamenti del palazzo del podestà. Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde temperare in qualche modo i suoi mali, ma si mantennero egualmente inaccessibili alle offerte od alle minacce di Federico[88].

Poi ch'ebbe posto l'illustre suo prigioniero in luogo di sicurezza, il pretore accordò più settimane di riposo alle truppe; e solo ne' primi giorni di settembre le condusse nuovamente nel territorio di Modena, mentre i Parmigiani avevano convenuto di attaccare, dal canto loro, la città di Reggio, onde queste due città ghibelline non potessero ajutarsi a vicenda. La repubblica di Modena era di lunga mano più debole della bolognese; e la sconfitta d'Enzio, e la lontananza di Federico scoraggiato da tante sventure, facevano apertamente sentire ai Modenesi che non potevano trovare salvezza che nel proprio coraggio. Si chiusero perciò entro le proprie mura, mostrandosi lungo tempo insensibili ai guasti del loro territorio, ed agl'insulti de' Guelfi accampati presso i loro baluardi, finchè i Bolognesi li forzarono ad uscire dalle porte con un'ingiuria creduta in allora tanto grave, che tutti gli storici contemporanei la trovarono meritevole di particolare ricordanza. Essi gettarono con una catapulta entro la città il cadavere d'un asino cui avevano posti dei ferri d'argento, il quale andò a cadere appunto in mezzo alla vasca della più bella fontana della città. Dopo tanta ingiuria i Modenesi si credettero dal loro onore costretti ad uscire contro ai nemici: resi dalla collera più valorosi, ruppero le file degli assedianti, e giunti alla macchina fatale con cui erano stati insultati, la fecero in pezzi e tornarono trionfanti in città.

Dopo tal fatto che poneva in sicuro il loro onore, si mostrarono meno difficili ad ascoltare le oneste condizioni di pace che proponevano loro i Bolognesi. Il trattato fu proposto al pretorio di Modena il 7 dicembre del 1249, e fu esaminato dai maestri delle arti e dal consiglio generale; poscia il 19 gennajo 1250 venne discusso in Bologna dai varj consiglj, dagli anziani del popolo, dai consoli de' mercanti, e da tutti i collegi, ed avendo ottenuta l'universale approvazione, le due nazioni giurarono la pace sotto le seguenti condizioni: che il comune di Modena si obbligava a conservarsi amico ed alleato di quello di Bologna, a dargli ajuto contro i suoi nemici, nessuno eccettuato, come pure a soccorrere il legato apostolico; prometteva inoltre di non far nuove alleanze senza il consentimento del legato e della repubblica di Bologna; di più richiamava tutti i fuorusciti della fazione degli Aigoni (così chiamavansi in Modena i Guelfi), e li rimetteva in possesso de' loro beni. I due partiti dei Grasolfi, o Ghibellini, e degli Aigoni, o siano Guelfi, furono autorizzati a nominare il proprio podestà; ma gli ultimi dovettero nominare un Bolognese. Dall'altra parte il comune di Bologna rendeva a Modena tutte le terre conquistate nella presente guerra, e si faceva mallevadore della pace tra le opposte fazioni; ed i prigionieri furono dai due comuni fatti liberi senza pagamento di taglia. Intanto il legato Ottaviano Ubaldini riconciliò Modena colla Chiesa, togliendo l'interdetto in cui era incorsa da tanto tempo, e permettendo la celebrazione dei divini uffici[89].

Mentre i Guelfi trionfavano nella Romagna e nella Lombardia, la parte ghibellina otteneva non minori vantaggi nella Marca Trivigiana. Da che Federico erasi, l'anno 1239, allontanato da Padova, Ezelino, come si disse nel precedente capitolo, approfittando della ottenuta indipendenza, faceva morire tutti coloro che credeva suoi nemici; ed aveva in modo rassodata in tutta la Marca la sua tirannide, che appena aveva più bisogno di riconoscere l'autorità imperiale. Egli incominciò dall'attaccare le fortezze d'Agna e di Brenta, occupate dai fuorusciti padovani, e resosene padrone, aveva fatti perire tutti quegl'individui delle illustri famiglie dei Carrara e degli Avvocati, ch'eransi colà riparati per sottrarsi alla sua crudeltà. Era in appresso entrato nel territorio del suo capital nemico, il marchese d'Este, ed aveva, nel periodo di dieci anni conquistate una dopo l'altra tutte quelle fortezze, non escluse quelle di Montagnana e di Este, che pure si credevano inespugnabili. Nel distretto di Verona erasi reso padrone del castello di san Bonifacio, antico patrimonio di un'illustre famiglia da più anni rivale della sua; aveva tolte molte terre alla città di Treviso in allora governata da suo fratello Alberico da Romano, il quale pareva che avesse abbracciato il partito guelfo: finalmente aveva a forza occupate le piccole città di Feltre e di Belluno, che da molto tempo eransi poste sotto la protezione di Biachin da Camino, gentiluomo guelfo, che Ezelino spogliò affatto de' suoi dominj.

Ma nel tempo che il signore da Romano andava in tal modo dilatando il suo dominio, giustificando con ciò il titolo che aveva preso di vicario imperiale in tutti i paesi posti tra le Alpi trentine e l'Oglio, faceva scorrere il sangue a torrenti in tutte le città a lui sottomesse, e con una funesta esperienza insegnava agl'Italiani quale dev'essere un tiranno che acquista signoria in un paese avvezzo alla libertà[90]. Farebbe orrore un troppo circostanziato racconto di tutti i suoi delitti; il semplice annovero delle sue vittime non riuscirebbe interessante che a coloro cui non ne sono sconosciuti i nomi, nomi illustri solamente entro i confini della Venezia: ci limiteremo quindi a scegliere in così vasta messe alcuni tratti bastanti a dare un'adequata idea di quest'uomo crudele.

Del 1228 aveva Ezelino fatto prigioniere Guglielmo nipote di Tisone di Campo san Piero, in allora fanciullo di pochi anni, e lo aveva fatto educare nella propria corte. Era costui suo nipote; e morti essendo Tisone e Giacomo di Campo san Piero, pareva che la nimicizia di Ezelino contro questi due signori dovesse essersi spenta, ed aver ripreso il debito vigore, i legami del sangue. Accadde tutt'all'opposto, che Ezelino, l'anno 1240, fece sostenere il giovanetto Guglielmo sotto pretesto di averlo come ostaggio: onde quattro dei signori suoi più vicini parenti presentaronsi ad Ezelino come mallevadori di Guglielmo. Vinto dalle loro preghiere lo rilasciò; ma Guglielmo, troppo giovane per riflettere in mezzo al turbamento ed al terrore, ch'egli comprometteva i suoi generosi amici, fuggì al suo castello di Treviglio che fortificò in modo da non dover paventare un colpo di mano del tiranno. Ezelino fece allora imprigionare i quattro signori di Vado, che furono custoditi nella fortezza di Cornuda, di cui dopo pochi anni fece murare le porte. Per interi giorni udironsi questi sciagurati che con lamentevoli grida domandavano pane; e quando furono, dopo morti, aperte le prigioni, si trovò che le loro ossa erano coperte soltanto da una pelle nera e diseccata.

Nondimeno Guglielmo da Campo san Piero, dopo essersi conservato indipendente sei anni, atterrito dai progressi grandissimi che faceva Ezelino, tentò di riconciliarsi seco lui; gli consegnò le sue fortezze, e venne a mettersi tra le sue mani dichiarando di volergli essere amico, siccome nipote. Ma si racconta che, la notte medesima in cui trovavasi in potere del tiranno, credette di vedere in sogno le ombre de' suoi zii, i signori di Vado, che chiedendo pane, gli ricordavano la dolorosa loro morte ch'egli aveva troppo incautamente dimenticata, e gli fecero sentire, ma troppo tardi, a qual crudele signore si fosse fidato. Non tardò a farne un crudele esperimento. Del 1249 Ezelino gli ordinò di ripudiare la consorte, siccome quella che apparteneva ad una famiglia da lui proscritta; al che rifiutandosi Guglielmo, fu imprigionato, e dopo un anno condannato a morte, confiscati tutti i suoi averi, e posti in ferri i suoi parenti senza distinzione di sesso o di età[91].

Due delle vittime d'Ezelino illustrarono gli estremi istanti della loro esistenza con generosi atti di coraggio. Raineri di Bonello tradotto avanti al tribunale d'Ezelino fu in presenza di tutto il popolo accusato da questi d'aver tentato di dar Padova in mano del marchese d'Este. Raineri rispose denunciando al popolo come apertamente calunniosa ed infame tale accusa, e dichiarando che il vero motivo del supplicio imminente era d'aver dichiarato il suo rammarico per avere i Padovani affidata al tiranno l'autorità sovrana, di che ne facevano così amara penitenza. Ezelino lo condannò ad essere decapitato sulla pubblica piazza[92]. Giovanni di Scanarola fu condotto innanzi al podestà di Verona Enrico d'Ygna, uomo venduto ad Ezelino, e suo degno satellite. Sebbene il prigioniere si trovasse carico di catene in mezzo alle guardie, s'avventò improvvisamente sopra il suo giudice, e, rovesciandolo giù dal tribunale, gli fece tre mortali ferite nel capo con un coltello che aveva avuto modo di portar nascosto sotto le vesti, prima che le guardie avessero tempo di tagliar a pezzi lo Scanarola colle loro alabarde. Da questo fatto ebbe principio, o si rese più celebre il proverbio italiano: Quello che vuol morire è padrone della vita del tiranno[93].

La maggior parte de' giustiziati, coperti d'una veste nera, perdevano la testa sulla pubblica piazza. I loro beni erano confiscati, atterrate le loro case, dichiarati sospetti ed imprigionati i loro parenti ed amici d'ambo i sessi. Ma non tutte le vittime perivano di morte così dolce: accusate indifferentemente d'aver cospirato contro il tiranno, non si allegavano altre testimonianze del loro delitto, che le confessioni strappate loro di bocca coi tormenti: e molti gentiluomini che rifiutavansi di confessare i supposti delitti, si fecero perire in mezzo agli orrori d'una tortura spinta al di là di quanto può soffrire l'umana natura[94].

Tante erano le persone sospette condensate nelle carceri da Ezelino, ch'egli ordinò di far nuove carceri presso alla chiesa di san Tomaso di Padova. Uno di que' vili cortigiani che i tiranni sanno trovare in ogni paese e valersene nell'esecuzione de' loro disegni, chiese, come una grazia, la direzione della fabbrica delle prigioni, affinchè riuscissero veramente infernali. «Ma si rallegrino, soggiugne Rolandino, le anime di quegli sventurati che perirono nel castello (così chiamaronsi quelle prigioni), poichè colui che tante volte era volontariamente entrato in quelle segrete, per assicurarsi che un solo raggio di luce non vi penetrerebbe, colui che aveva posto ogni suo studio nel renderle tenebrose, insalubri e somiglianti al Tartaro, vi fu egli stesso chiuso per ordine di Ezelino, e perì miseramente nell'inferno da lui formato, in preda alla fame, alla sete, agl'insetti immondi, in vano bramando il ristoro di quell'aere che con tanta cura aveva cercato di escludere da quel luogo»[95].

Doveva credersi che poco considerabile fosse il numero di quegli uomini vili e feroci di cui abbisogna un tiranno per dare esecuzione alle sue crudeltà; ma tutt'all'opposto accadde sotto il governo d'Ezelino. Ogni podestà ch'egli mandava alle città soggette, tutti i governatori de' castelli, i carcerieri, sembravano quanto Ezelino insensibili e crudeli. Egli aveva, dopo abbandonato l'assedio di Parma, fissata la sua residenza in Verona, ed aveva affidato il governo di Padova ad uno de' suoi nipoti, Ansidisio Guidotti, forse più crudele del suo signore. Un apologo incautamente raccontato nel pubblico palazzo, ed applicato ad Ezelino[96], fu un delitto espiato colla morte non solo del suo primo autore, ma di tutti coloro che si suppose averlo applaudito. Eran essi dodici, e le loro consorti, i fratelli, i figli, quantunque fanciulli, furono tutti imprigionati.

Di que' tempi all'incirca tra coloro che perirono sul palco furono assai compianti que' della famiglia Delesmanini, una delle più ricche e potenti della fazione ghibellina. Una signora di quella casa aveva di fresco sposato in seconde nozze un gentiluomo affezionato al conte di san Bonifacio, e perciò nemico d'Ezelino. Queste nozze fattesi in Cremona probabilmente senza saputa dei Delesmanini, provocarono in modo la collera del tiranno, che fece imprigionare tutte le persone di quella famiglia, ordinando al suo podestà Guidotti di farle perire. Sebbene un suo fratello avesse sposata una sorella di quegli sciagurati gentiluomini, senza avere alcun riguardo ai legami del sangue e dell'amicizia, fu rigoroso esecutore della crudel vendetta del suo padrone. Volle per altro far esperimento del popolo, temendo che si ammutinasse; e mandò al supplicio un solo Delesmanino, il più giovane ed il meno stimato; ma vedendo che i loro vassalli ed amici non facevano verun movimento, fece strascinare tutti gli altri sulla piazza, ove furono decapitati. «Universale fu la sorpresa, dice Rolandino, per la morte dei Delesmanini, perchè la casa da Romano non aveva avuto in tutta la Marca amici più prossimi, più fedeli, o più zelanti. Tale amicizia parve che si conservasse tra i contemporanei di questa generazione, com'erasi mantenuta inviolata tra i loro padri: ma nulla dobbiamo tanto temere, niuna cosa è foriera di tante calamità, quanto un amico perfido e sleale, che acquista troppa grandezza e potenza.»[97]

Intanto Federico, dopo aver soggiogati i Guelfi di Fiorenza, e rassodata la sua autorità in tutta la Toscana, dava voce di voler abbandonare l'Italia settentrionale a sè medesima, onde raddolcire alquanto la collera del papa, e farsi strada, se era possibile, a qualche riconciliamento. San Luigi, re di Francia, aveva svernato del 1248-1249 nell'isola di Cipro col potente esercito de' crociati che conduceva in Egitto. E perchè in primavera incominciava a mancare di vettovaglie, Federico accordò ai Veneziani, coi quali era in guerra, salvacondotti, onde potessero recar soccorsi all'armata francese, e spediva egli stesso a san Luigi un convoglio di vettovaglie, manifestandogli in una lettera l'ardente suo desiderio di raggiugnere la crociata, ed il rincrescimento di esserne impedito dalla guerra che gli faceva il papa[98]. Dall'isola di Cipro san Luigi scrisse di nuovo ad Innocenzo IV per determinarlo a far la pace col benefattore della cristianità, col principe che aveva di fresco salvata l'armata de' crociati da una spaventevole carestia[99]. Bianca, regina di Francia, non s'interessava meno vivamente per lo stesso oggetto; ma Innocenzo fu inflessibile; e la totale disfatta di san Luigi presso Damietta, la sua prigionia e la morte di Federico, liberarono il papa da ulteriori istanze.

Trovandosi nella Puglia già da un anno, senza aver fatto cose, per quanto si sappia, di molta importanza, Federico fu sorpreso a Florentino, borgata di Capitanata, da una dissenteria che lo condusse al sepolcro il 13 dicembre del 1250, nel cinquantesimo sesto anno dell'età sua, essendo stato trentun anni imperatore, trentotto re de' Romani, cinquantadue re delle due Sicilie.

Nel corso di questa Storia abbiamo dovuto formarci un'idea del carattere di questo principe; ma siccome verun sovrano fu attaccato con maggiore accanimento, nè difeso così caldamente, riesce quasi impossibile lo spogliare le sue azioni dalle imputazioni della calunnia, o dal favore de' suoi zelanti partigiani. Non saprei meglio chiudere ciò che ho fin qui detto intorno a questo principe, che trascrivendo ciò che ne dissero due storici della susseguente generazione, uno de' quali Giovanni Villani, fiorentino, fu uno zelante Guelfo, l'altro Nicolò di Jamsilla, napoletano, uno de' più caldi Ghibellini.

«Federico, dice Villani, fu un uomo di gran valore e di grande affare, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose, seppe la lingua latina, e la nostra volgare, e tedesco, francesco, greco e saracinesco: e di tutte virtù copioso, largo e cortese in donare, e savio in arme; e fu molto temuto. Fu dissoluto in lussuria in più guise, e tenea molte concubine e mameluchi a guisa de' Saraceni, ed in tutti i delitti corporali si volle abbandonare, e quasi vita epicurea tenne, non facendo conto che mai altra vita fosse; e questa fu principale cagione, perchè egli venne nemico di santa Chiesa e dei chierici ec.»[100].

«Federico, scrive Giacomo di Jamsilla, fu uomo di gran cuore, ma la somma sua sapienza ne temperava la magnanimità; di modo che le sue azioni non procedevano giammai da impetuosa passione, ma da maturità di giudizio.... Amò la filosofia, di cui fu studioso, e la propagò ne' suoi stati. Prima ch'egli regnasse, sarebbesi a stento trovato nelle Sicilie un letterato; ma egli aprì, nel suo regno, scuole per le scienze e per le arti liberali, chiamando con isplendidi premj da tutte le parti del mondo i più rinomati professori. Nè a questi soli accordava liberali assegnamenti, ma prendeva dal proprio tesoro di che pagare il mantenimento de' poveri scolari, affinchè niun uomo, di qualunque condizione si fosse, venisse da povertà costretto a lasciare lo studio della filosofia. Diede egli medesimo non dubbie prove de' suoi studj letterarj rivolti principalmente alla storia naturale, avendo scritto un libro della natura e della cura degli uccelli. Amò la giustizia e la rispettò talmente, che tutti i suoi sudditi potevano liberamente piatire contro di lui, senza che il suo rango gli dasse alcun vantaggio presso ai tribunali, o che qualunque avvocato facesse difficoltà di patrocinare contro l'imperatore i suoi sudditi. Ma malgrado tanto amore per la giustizia, non lasciava di temperarne talvolta il rigore colla clemenza»[101][102].

CAPITOLO XVIII.

Innocenzo IV torna in Italia. — Sue guerre con Corrado e Manfredi. — Sua morte. — Roma sotto il suo pontificato; il senatore Brancaleone. — La Toscana: il governo popolare si stabilisce in Fiorenza.

1251 = 1255.

Colla morte di Federico II ebbe fine in Italia l'autorità degl'imperatori, la quale, sebbene ne fossero controversi i limiti, era però confessata da tutte le repubbliche[103]. Di ciò ne furono principale cagione i principi di Germania che protrassero ventitre anni l'elezione del nuovo re de' Romani, e la debolezza di Rodolfo d'Absburgo, eletto re di Germania dopo la morte di Federico II, e de' suoi immediati successori Adolfo ed Alberto, i quali non avendo potuto scendere in Italia a ricevere in Roma la corona dell'Impero, non ebbero il titolo d'imperatori. Dopo sessant'anni Enrico VI, di Lussemburgo, entrò in Italia per farvi rivivere i diritti dell'Impero; ma dopo la subita morte di questo monarca un secondo interregno lasciò i popoli italiani in piena libertà di rassodare la loro indipendenza e di rompere tutti i legami che gli univano alla Germania.

La storia degl'imperatori formò dunque fino alla morte di Federico II una importantissima parte di quella delle repubbliche italiane; onde non lasciai di tener dietro alla maniera con cui poc'a poco s'andarono staccando dall'Impero; come crebbero i loro privilegi a danno di quelli degl'imperatori, de' quali per altro riconobbero sempre l'alto dominio; come dopo averne eccitata la gelosia loro, seppero resistere alle loro forze; e per ultimo come facessero causa comune coi papi per balzare dal trono in nome della religione la più illustre e potente famiglia della Germania. Riandando questi avvenimenti, abbiamo pure veduto come nel seno medesimo delle città non pochi cittadini, sdegnati della lega che vedevano formarsi contro il capo dell'Impero, presero le armi in difesa de' suoi diritti; e come tutte le repubbliche trovaronsi lacerate da intestine fazioni, e molte cadute sotto il giogo della tirannia avanti che conseguir potessero lo scopo che si erano proposto.

Dopo la presente epoca le cose della Germania saranno alquanto più separate da quelle dell'Italia; e poco dovremo occuparci dell'elezione degl'imperatori e del governo della Germania: ma non perciò la storia de' popoli liberi d'Italia potrà scompagnarsi da quella de' loro vicini e de' loro nemici. Gl'interessi delle nazioni cominciarono ben tosto ad essere in contrasto in questo paese, ed a contrappesarsi vicendevolmente, onde siccome non si può scrivere la recente storia d'un popolo senza abbracciare quella di tutta l'Europa, così la storia delle repubbliche italiane de' secoli di mezzo comprende quella di quasi tutto il mezzogiorno. Nelle rivoluzioni del regno di Napoli che decisero dei destini di quasi tutte le città libere, vedremo i Francesi e gli Arragonesi in guerra coi Tedeschi e cogli Arabi; ed in un tempo o nell'altro vedremo presentarsi sulla scena che ci siamo proposti di rappresentare, quasi tutte le nazioni.

La morte di Federico II equivaleva per il papa ad una grande vittoria, perchè sembrava che dovesse portare uno straordinario cambiamento allo stato d'Italia. Ne sentì tutta l'importanza Innocenzo IV, il quale scriveva in tal modo al clero del regno di Sicilia: «Esultino i cieli, la terra si riempia d'allegrezza, essendosi, per la morte di costui, cambiati in freschi zefiri ed in feconde rugiade il fulmine e la burrasca che Dio teneva sospese sulle vostre teste»[104]. Non tardò l'accorto pontefice a formare il vasto progetto dell'unione di tutto il bel regno di Napoli al patrimonio di san Pietro; al quale oggetto invitava con sue lettere il clero, i nobili, i borghesi del regno, a prendere le armi contro il loro re, e poco dopo così scriveva alla città di Napoli. «Coll'assenso de' nostri fratelli i cardinali, abbiamo prese sotto la protezione della santa sede le vostre persone, i vostri beni e tutta la città, ordinando che perpetuamente rimanga sotto l'immediata sua dipendenza, obbligandoci a questo, che la Chiesa non accorderà giammai la sovranità, o qualsiasi diritto sopra la medesima a veruno imperatore, re, duca, principe o conte, o ad altra persona»[105].

Per approfittare di così favorevoli circostanze ed essere più vicino alle conquiste che meditava di fare, Innocenzo partì da Lione in sul cominciare di primavera alla volta d'Italia. Venne ricevuto in Genova dai suoi concittadini con istraordinario giubilo, accresciuto dalla presenza dei deputati di quasi tutte le città lombarde, colà recatisi per incontrarlo, ed ottenere che volesse onorare della sua presenza quelle città: inchiesta avidamente accolta dal pontefice, siccome quella che maravigliosamente giovava ai suoi progetti[106]. Il partito ghibellino, scoraggiato dalla morte di Federico e dall'abbandono di molte città amiche, signoreggiate dai Guelfi, chiedeva pace; e se tal pace facevasi sotto gli occhi e colla mediazione del pontefice, veniva a rendersi più certo il trionfo della santa sede. Le città di Savona e di Albenga ed il marchese del Carreto, che, finchè visse l'imperatore, ebbero guerra con Genova, avevano già mandati ambasciatori a questa città, offrendole di governarsi sotto i suoi ordini e di unirsi alla parte guelfa. Gli stessi Pisani, che in ogni tempo eransi mostrati caldissimi partigiani della casa di Svevia, avevano spedito un frate domenicano a Genova per trattare un accomodamento. Vero è che quando i Genovesi chiesero al domenicano la cessione del castello di Lerici, posto in riva al mare al confine dei due territorj, questi rispose loro: «Vi cederemmo piuttosto Cinzica, uno de' quartieri della nostra città»; ed ebbe così fine ogni trattato.

Il viaggio d'Innocenzo in Lombardia fu un continuo trionfo: i Guelfi si affollavano in sulla strada, e per assicurarlo dagl'insulti de' Ghibellini avevano formato alcuni corpi di guardie d'onore, che tenevan luogo di vere armate. Ma le città ghibelline, come Pavia e Lodi, sul di cui territorio doveva passare il papa, scoraggiate dalla morte del loro capo, non volevano certamente provocar davvantaggio la collera del pontefice: che anzi, bramando di far dimenticare le antiche offese, si dicevano disposte a riconciliarsi colla parte guelfa, e permettevano ai loro esiliati di rientrare in patria[107]. In fatti la città di Lodi, tribolata dalle armi dei Milanesi, entrò nella lega; e Pavia fece con Milano un trattato di pace, ch'ebbe poi corta durata.

Il papa aveva poste le armi in mano ai Lombardi contro l'imperatore; ma se gli aveva spinti in una pericolosa guerra contro un grande monarca, gli aveva così potentemente sussidiati colle armi spirituali, che n'erano usciti vittoriosi. Federico aveva dovuto abbandonare l'assedio di Brescia e di Parma; non aveva osato d'intraprendere quelli di altre più potenti città, quali sono Milano, Genova e Bologna; ed un anno prima di morire, erasi allontanato da un paese, per opprimere il quale sentivasi troppo debole. Mossi da queste considerazioni i Milanesi mostrarono al pontefice il più vivo attaccamento, recandosi, per così dire, la città in corpo ad incontrarlo, onde duecento mila persone fiancheggiavano tutta la strada a dieci miglia dalle mura. Inventarono per onorarlo un nuovo ordigno, sotto il quale fece il suo solenne ingresso in Milano: era questo coperto di un drappo di seta e portato dai più ragguardevoli gentiluomini; ordigno adoperato poi nelle cerimonie religiose, e detto baldacchino. I Milanesi intrattennero il papa più di due mesi nella loro città, e gli accordarono l'autorità di nominare in quell'anno il podestà, ricevendo essi, in compenso degli onori grandissimi con cui lo colmarono, indulgenze e grazie spirituali.

Benchè gloriosa, lunga fu però la guerra che i Milanesi sostennero per favorire Innocenzo, e cotal guerra aveva esaurite le pubbliche entrate; onde nel precedente anno avevano dovuto ordinare, a favore del comune, un ritardo di otto mesi a pagare i suoi debiti, ed accrescere le gabelle onde poter soddisfare ai nuovi impegni. In pari tempo accordavano a tutti i privati debitori quelle facilità medesime che si arrogava la repubblica[108]; col quale apparente atto di giustizia si venivano ad accrescere i disordini e le perdite causate alla società da questa specie di fallimento. Nè bastando queste gravezze, finalmente i Milanesi risolsero di chiamare un magistrato straniero, cui accordarono un illimitato potere di stabilire, ove e come lo trovasse più opportuno, dogane, gabelle, pedaggi. Sebbene quest'odiosa scienza non fosse in allora così ben conosciuta come nella presente età, il nuovo magistrato Beno de' Gozzadini di Bologna fece quanto seppe per accrescere colle concussioni i profitti del comune. Ne' primi quattro anni il popolo si sottomise, senza lagnarsi, alle arbitrarie gravezze di Gozzadino; e nell'ultimo anno fu innalzato alla suprema carica di podestà onde incontrasse minori ostacoli, e più sollecitamente pagasse il pubblico debito. Ma le sue concussioni stancarono finalmente la pazienza del popolo; il quale, ammutinatosi, mise a morte l'infelice podestà, siccome autore d'insoffribili gravezze. Ed è cosa notabile che, morto il Gozzadino, il popolo non essendo sollevato dalla maggior parte delle gabelle che questi aveva inventate per sovvenire ai bisogni dello stato, gli storici milanesi, prendendo parte alle prevenzioni del popolo, hanno continuato a maledire la memoria di questo finanziere[109]. Il papa erasi appena partito da Milano, che scordando tutto quanto aveva per lui sofferto, e la splendida accoglienza fattagli, scrisse da Brescia a quell'arcivescovo per eccitarlo a sostenere vigorosamente le libertà ecclesiastiche contro il podestà ed i consigli, che alcuna volta non le rigettavano. Lagnavasi in particolare che si obbligassero alcuni monaci, detti umiliati, ad esercitare alcune pubbliche incumbenze alle porte ed alle dogane, siccome coloro che con maggiore economia e fedeltà riscuotevano le gabelle. Ordinava all'arcivescovo d'impiegare contro la repubblica le censure ecclesiastiche, e tutto il rigore degli spirituali castighi per rintuzzare gli abusi che si fossero introdotti nel governo. Tanta ingratitudine del pontefice offese i Milanesi se non abbandonarono affatto il partito guelfo, cessarono almeno di esserne i più caldi partigiani: imperciocchè nominarono loro capitano generale il marchese Lancia di Monferrato, zio di Manfredi, reggente di Sicilia e zelante ghibellino; e gli affidarono dal 1253 al 1256 il governo degli affari della guerra e della giustizia, a condizione che mantenesse al soldo della repubblica mille cavalli forastieri. Il marchese Lancia non venne però a stare in Milano, ma vi mandò ogni anno in qualità di suo luogotenente un podestà da lui nominato.

Sebbene avessero scelto per loro giudice e generale un Ghibellino, non sembra che a tale epoca i Milanesi avessero affatto abbandonata la parte guelfa; e la guerra che coll'ajuto del marchese Lancia fecero ai cittadini di Pavia, dovrebb'essere una contraria prova. Non può dirsi lo stesso degli abitanti di Piacenza, i quali avanti che morisse Federico, a motivo dell'odio che nudrivano contro i Parmigiani, staccaronsi del partito che questi avevano di fresco abbracciato, si collegarono con Cremona, col marchese Pelavicino e con tutti i Ghibellini, e ricominciarono la guerra che nel principio del secolo avevano intrapresa contro Parma. Ad eccezione di questa sola guerra, le parti e le alleanze, tutto aveva cambiato aspetto: pareva che ogni armata fosse passata nel campo nemico per rinnovare la pugna.

Due passioni l'una dall'altra affatto indipendenti dividevano in due opposte fazioni gli abitanti di tutte le città d'Italia. Da una banda la gelosia e la reciproca diffidenza de' plebei e de' nobili teneva viva la discordia in seno ad ogni repubblica; dall'altra i partigiani dell'Impero e quelli della Chiesa dividevano l'Italia in due parti che si facevano un'accanita guerra. Tra le fazioni politiche nate in seno di ogni città, e le fazioni religiose che regnavano in tutto l'Impero, non eravi veruna stabile alleanza: nè i papi eransi dichiarati protettori della plebe, nè gl'imperatori della nobiltà. A Milano i gentiluomini erano Ghibellini, Guelfi i popolari: a Piacenza era tutto il contrario. La scelta di ogni famiglia tra queste due grandi fazioni non era figlia di personali considerazioni e di viste d'interesse; ma era stata determinata dalla propria inclinazione verso il capo della religione o verso il capo dello stato: puri n'erano i motivi, sincero l'attaccamento. Dal canto loro il papa e l'imperatore eransi procurati partigiani in quelle città nelle quali più vicini interessi avevano già accesa la discordia, prendendo a favoreggiare il partito più debole, a lusingarne le passioni, tenendo in ogni luogo un diverso linguaggio secondo credevan più conveniente a sedurre la classe degli uomini con cui trattavano. Coloro che per interno sentimento erano Guelfi o Ghibellini, non abbandonavano le proprie affezioni; coloro la di cui alleanza era stata per interesse cercata dal papa o dall'imperatore, potevano cangiare colla politica. Generalmente parlando, non potrebbesi in verun modo spiegare la lunghissima durata in tutta l'Italia delle fazioni guelfe o ghibelline, i prodigiosi sagrificj che tutti i più virtuosi cittadini facevano allo spirito di partito, l'eguaglianza delle forze e le frequenti alternative di vittorie e di sconfitte, volendole originate da solo personale interesse. L'egoismo non suole ispirare energia, e colui che non calcola che i suoi avvantaggi, li troverà sempre nel riposo. Più nobili cagioni armavano i cittadini d'ambo i partiti; due virtuosi sentimenti, lo spirito religioso e lo spirito di giustizia, erano stati dalla discordia posti in guerra fra le due podestà religiosa e politica.

Non può negarsi che i papi non usassero una troppo aperta ingiustizia contro gl'imperatori, invadendo i loro più sacri diritti, eccitando il tradimento in seno alle loro famiglie, calunniandone il nome, e privandoli per fino colle inique sentenze della loro corona. Il rango, la potenza, le virtù de' personaggi, oggetto di tanta ingiustizia, ne rendevano le sventure più illustri, e queste lasciavano nell'anima de' popoli una profonda indelebile traccia: imperciocchè sebbene siano degni di commiserazione tutti gli sventurati, quella che sentiamo pei sovrani veste un carattere ancora più nobile, innalzandoci in qualche modo al grado di coloro che ci spinge a soccorrere: noi la chiamiamo col nome di lealtà, ed andiamo superbi dell'entusiasmo onde ci investe.

Dall'altra parte presso un popolo superstizioso la religione può allontanarsi dalle regole dell'eterna giustizia, ed opporsi colla giustizia del mondo. Questa religione non permette agli uomini di esaminare le vie del cielo; comanda una illimitata ubbidienza; ed il cieco fanatismo che loro ispira, l'odio contro gli eretici ed i nemici della fede, l'attaccamento alla Chiesa, sono ne' loro motivi passioni non meno pure del fanatismo di lealtà; e sono egualmente fondate sopra un assoluto disinteresse personale e sopra un pieno virtuoso convincimento[110]. Da ambo le parti si videro le grandi famiglie, fedeli ai principj una volta adottati, tramandarli di padre in figlio, senza che le sciagure o le persecuzioni potessero giammai staccarle dalla propria fazione. Si vide pure la plebe più mobile e più suscettibile d'entusiasmo, mostrarsi egualmente disposta ad ammettere le due contrarie passioni; e fu veduta, a seconda che si seppe risvegliare in essa que' sentimenti che le erano più naturali, combattere con energia, non per interesse proprio, ma per i legittimi diritti dell'Impero, o per le sante libertà della Chiesa.

Perchè le due repubbliche di Piacenza e di Cremona erano governate dalla fazione ghibellina, invece di tenere la più breve strada per recarsi negli stati della Chiesa, Innocenzo fu costretto di andare da Milano a Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna[111]. Le quali città, essendo addette alla parte guelfa, lo accolsero tutte con ogni maniera di onorificenza; ma parve che la presenza del pontefice, invece di accrescere l'affetto del popolo verso la Chiesa, lasciasse semi di divisione e ravvivasse il coraggio e le passioni de' Ghibellini. Innocenzo, attraversata la Romagna, s'avanzò fino a Perugia, ove rimase alcun tempo.

Ma prima che il papa giugnesse a Roma, il re di Germania, suo rivale, era già sceso in Italia per porsi alla testa de' Ghibellini. Aveva Federico, morendo, lasciati cinque figliuoli, de' quali due soli legittimi, cioè Corrado, che coronato re di Germania mentre ancora viveva il padre, governava da molti anni quello stato, ed Enrico figliuolo di una principessa d'Inghilterra, che Federico con suo testamento surrogava a Corrado, ove questi morisse senza figliuoli. Manfredi, principe di Taranto, figliuolo naturale dell'imperatore e di una marchesa Lancia, era di tutti i principi di questa famiglia il solo che avesse la maggior parte delle virtù e de' talenti del padre. È probabile che Federico lo avesse legittimato, poichè lo vediamo da lui sostituito a Corrado e ad Enrico quale erede delle sue corone, se l'uno e l'altro morivano senza figliuoli[112]. Bastardi erano ancora Federico re o duca d'Antiochia, ed Enzio re di Sardegna prigioniere de' Bolognesi; ma non sono ricordati nel testamento dell'imperatore[113]. Il giovane Enrico stando in Sicilia teneva in dovere que' popoli; e Manfredi come reggente del regno abitava nella Puglia. In ottobre del 1251 Corrado partì di Germania alla testa d'una potente armata per venire a prendere possesso de' nuovi suoi stati.

Corrado, dopo avere visitate alcune città ghibelline della Marca Trivigiana, e ricevuto da Ezelino un rinforzo di truppe cavate da Padova, Verona e Vicenza, vide che non avrebbe potuto attraversare l'Italia per entrare nel suo regno senza essere forzato ad indebolire la sua armata con diverse battaglie in modo di non avere abbastanza forze per ridurre all'ubbidienza i suoi sudditi ribelli: onde non volendo scontrarsi colle armate guelfe, invitò le flotte siciliane e pisane a portarsi sulle coste del Friuli; e girando intorno alle frontiere veneziane si recò ad aspettare le flotte a Porto Navone in fondo all'Adriatico[114]. Colà s'imbarcò in principio del 1252 con un'armata composta di Tedeschi e Lombardi, sopra una flotta di trentadue galee metà di Sicilia e metà di Pisa[115]. Dopo una felice navigazione sbarcò a Siponto nella Capitanata.

Il principe Manfredi, che nell'assenza di Corrado aveva amministrato il regno, gli si fece incontro riponendo in sua mano i poteri di cui era stato depositario. Questo giovane principe aveva, nell'anno che durò la sua reggenza, date luminose prove di grandi talenti e di vigoroso carattere. Le lettere scritte dal papa a tutti i comuni, e le pratiche de' frati minori avevano sollevate quasi tutte le province. I Napoletani dichiaravano di più non voler vivere interdetti e scomunicati, nè ubbidire ad un principe che mai non otterrebbe l'investitura pontificia, nè si pacificherebbe colla Chiesa[116]. Capoa seguì l'esempio di Napoli; Andria, Foggia e Bari ribellaronsi apertamente; ed il partito de' ribelli, armato in Anversa, teneva la vittoria sospesa. Manfredi, che non aveva che dieciotto anni, aveva ricuperate colla rapidità delle marcie tutte le città, tranne Napoli e Capoa, di modo che Corrado non aveva che a seguire le orme del minor fratello per impadronirsi di tutto il suo regno.

Ma il re de' Romani, invidiando la somma riputazione che Manfredi erasi acquistata, quasi non avesse altri nemici in collo, prese ad abbassare il fratello, spogliandolo di parte de' feudi che gli aveva dati il comun padre. Corrado era geloso e crudele perchè era debole; ed internamente facevasi giustizia e sentiva quanto fosse inferiore al padre ed al fratello. Per altro trattò abbastanza destramente la breve guerra che doveva ancora sostenere per metter fine alla conquista del suo regno. I conti d'Aquino, i di cui feudi stendevansi dal Volturno al Garigliano, e che potevano perciò tenere aperta una comunicazione tra Capoa e lo stato della Chiesa, eransi uniti ai ribelli. Corrado andò subito ad attaccarli co' suoi Tedeschi, ed il fratello l'accompagnò alla testa de' Saraceni di Nocera. Aquino, Suessa, san Germano, e tutte le fortezze che que' gentiluomini avevano sollevate, vennero in potere del re; onde Napoli e Capoa trovaronsi da ogni lato circondate dalle regie armate; Corrado non ommise di entrare in qualche trattativa col papa[117] mentre disponevasi a ridurre queste due città.

Non ignorando Corrado i mali che l'inimicizia colla santa sede aveva procurati a suo padre, avrebbe tutto sagrificato alla pace. Colla solenne ambasceria che mandava al papa per domandargli le due corone dell'Impero e della Sicilia, gli faceva offerta di porne in suo arbitrio le condizioni. Ma Innocenzo che scopertamente dichiarava voler unire le due Sicilie agli stati della Chiesa, e togliere alla casa Sveva l'impero della Germania[118], non poteva aprir trattati coi legati; gli accolse gentilmente, ma li rimandò senza venire ad alcuna conclusione.

Intanto Capoa, trovandosi bloccata e fuori di speranza d'essere soccorsa, erasi data in potere del re, il quale con tutte le sue forze andò il primo di dicembre a stringere l'assedio di Napoli. Questa città, dopo avere lungamente resistito, e reso vano un assalto del nemico uccidendogli molta gente, trovossi chiusa anche dalla banda del mare da una flotta siciliana che si pose all'ingresso del porto (1253): perchè, incominciando a sentire mancamento di vittovaglie, propose di capitolare. Ma Corrado che voleva vendicare la sua offesa dignità, non volle ascoltare i suoi deputati; e quando, nel seguente ottobre, i Napoletani gli s'arresero a discrezione, ne fece perir molti sul palco, e spianare le mura della città[119].

La caduta di Napoli fece sentire al papa che aveva tentato invano di soccorrerla, e che la Chiesa non era tanto potente da far l'acquisto e conservare le due Sicilie; onde volendo pur togliere uno stato così vicino a Roma alla casa di Svevia, i di cui partigiani erano in Roma tutti nemici della santa sede, progettò di dare questo regno, come feudo della Chiesa, ad alcun altro principe il quale lo conquistasse per diventare vassallo dei papi e sempre loro creatura[120]. Da questa politica d'Innocenzo IV riconobbe la sua elevazione la famiglia d'Anjou, ed ebbero origine i funesti diritti de' Francesi sul regno di Napoli.

Innocenzo non erasi da principio rivolto a Carlo d'Anjou. I suoi predecessori avevano acquistato sopra l'Inghilterra que' medesimi diritti ch'egli pretendeva di avere sulla Sicilia. Enrico III, figliuolo di Giovanni, uomo debole ed impolitico come suo padre, governava allora l'Inghilterra, il quale nelle frequenti guerre civili che doveva sostenere, invocando la protezione papale contro i suoi sudditi, aveva rese frequenti ed intime le comunicazioni tra le due corti. Perciò Innocenzo, per mezzo del suo segretario Alberto di Parma[121], offrì la corona della Sicilia a Riccardo, conte di Cornovaglia, fratello d'Enrico. Riccardo aveva fama di possedere immense ricchezze; e le guerre civili avevano fatto nascere in Inghilterra il coraggio e l'arte militare. Non era per altro a credersi che Riccardo potesse sostenere una lunga guerra in tanta distanza dal suo paese, o che gl'Inglesi lo ajutassero molto tempo in così difficile impresa. Di fatti lo stesso conte, nominato in appresso da una fazione re di Germania, non potè mai montare su quel trono. Forse Innocenzo spingeva più in là le sue segrete speranze, lusingandosi che i due rivali, indeboliti dalle battaglie, aprirebbero alla Chiesa alcuna via di appropriarsi l'immediato dominio della Sicilia.

Ma il principe inglese non si lasciò abbagliare dalle offerte del papa, e motivò il suo rifiuto, sulla insufficienza de' suoi tesori, sulla necessità d'avere in mano alcune fortezze che assicurassero la ritirata delle sue genti in caso di sinistro avvenimento; e più di tutto sul parentado di sua famiglia con quella di Svevia: perciocchè l'ultima moglie di Federico era sua sorella, ed Enrico, chiamato dopo Corrado alla corona, era suo nipote. Ma un funesto accidente non tardò a dissipare lo scrupolo prodotto dalla parentela. Il giovane Enrico morì repentinamente, e corse voce che morisse di veleno: onde gli emissarj del papa, dando consistenza a quest'incerto racconto, incolparono apertamente Corrado della morte del fratello[122]. Benchè tale delitto fosse così poco verisimile, bastò il semplice sospetto a far che i reali d'Inghilterra accettassero le offerte del pontefice, onde Enrico III stimolava egli stesso il papa ad accordare la corona di Sicilia non al fratello, ma bensì al suo figliuolo Edmondo[123]. In pari tempo Carlo, conte d'Angiò e di Provenza e fratello di san Luigi, avendo avuto sentore di questo trattato ed essendo incessantemente travagliato dalle istanze della consorte, che desiderava non essere da meno di sua sorella, regina di Francia, offrì liberamente ad Innocenzo sè ed i suoi tesori e soldati in servigio della Chiesa. I suoi ambasciadori esaltavano la gloria militare che Carlo aveva acquistata in Terra santa, ed il coraggio ed il cieco zelo de' suoi soldati; la facilità ch'egli avrebbe di farli scendere in Italia, colla quale confinavano i suoi dominj, o pure di condurre le sue genti per mare dai porti della Provenza a Roma ed a Napoli. Ma tutti questi trattati furono rotti dalla morte di Corrado, il quale, appena ristabilito l'ordine nel suo regno, fu sorpreso a Lavello nella primavera del 1254 da mortal malattia, che lo trasse al sepolcro in età di 26 anni, mentre si disponeva a ripassare in Germania[124]. Corrado aveva sposata Elisabetta figlia d'Ottone, duca di Baviera, dalla quale era nato Corradino, che trovavasi in fanciullesca età presso la madre. Sentendosi vicino a morte, lo raccomandò caldamente a Manfredi, ed essendone contento lo stesso principe, dichiarò tutore di Corradino e balivo del regno[125] il marchese Bertoldo d'Oenburgo, generale delle truppe tedesche, che lo avevano in grandissima stima.

La morte di così gran principe della casa di Svevia in così breve tempo, dai papi e da alcuni scrittori guelfi si attribuì ad un'orribile serie di delitti. Si accusò Federico d'aver fatti morire due figliuoli del suo primogenito Enrico[126]; Manfredi d'aver soffocato sotto i guanciali suo padre ammalato a Fiorentino[127]; Corrado d'aver avvelenato il giovane Enrico[128]; e Manfredi di avere fatto altrettanto di Corrado[129]. Non sonovi forse esempi d'una famiglia, egualmente illustre e valorosa, accusata di più enormi delitti, e con sì poca apparenza di verità. Corrado sentì così vivamente le calunnie contro di lui divulgate dalla corte di Roma, che può in parte accagionarsi della sua morte il dispiacere avutone[130].

Ai messi che recavano la notizia al papa della morte di Corrado, tenevano dietro gli altri spediti dal marchese d'Oemburgo per raccomandar alla clemenza del pontefice il fanciullo Corrado, rappresentandogli che questo fanciullo di tre anni non aveva potuto commettere verun delitto onde meritarsi di essere spogliato della sua eredità: che il padre, morendo, aveva lasciato ordine di assoggettarsi interamente alla Chiesa, e che Roma non troverebbe altro re più di Corradino sommesso ed ubbidiente. Ma Innocenzo che, pensando di ritenere nella sua immediata dipendenza la corona di Sicilia, aveva sospeso ogni pratica cogli altri principi, ricusò pure di negoziare con Corradino; e rispose agli ambasciadori tedeschi che voleva, prima di nulla risolvere, avere in sua piena podestà il regno delle due Sicilie; che trovando in appresso ragionevoli le pretese di Corradino, non avrebbe mancato, poichè fosse giunto alla pubertà, di vedere quale grazia potrebbe accordargli[131].

Dopo così orgogliosa risposta, Innocenzo domandò truppe alle repubbliche guelfe della Lombardia, della Toscana, della Marca d'Ancona; ed i conti del Fiesco, suoi parenti, fecero pure a Genova leve di soldati per suo conto. Mentre il papa adunava la sua armata nella città d'Anagni, i suoi partigiani eccitavano i Siciliani alla ribellione, rappresentando loro quanto vergognosa cosa fosse il dominio de' Saraceni e dei Tedeschi. Effettivamente i grandi giustizieri di quasi tutte le province erano Arabi, ed Arabi gli altri principali impiegati civili e militari. La sollevazione non tardò a scoppiare in tutte le province, e continui avvisi di nuove congiure giugnevano al marchese ed a Manfredi; perchè il primo, scoraggiato da tanti mali, si appigliò finalmente al partito di dimettersi dalla reggenza del regno, e si unì agli altri baroni che si erano mantenuti fedeli al sovrano, per disporre Manfredi a prendere le redini del travagliato governo.

Nelle presenti circostanze, in cui l'autorità reale trovavasi esposta a mille rischi ed umiliazioni, rifiutava a Manfredi cotale inchiesta: ma riflettendo ad un tempo che forse era egli il solo che potesse in tanto turbamento di cose salvare la monarchia, ne accettò la reggenza a condizione che sarebbero posti a sua disposizione tutti i tesori di Corrado, de' quali Bertoldo erasi riservata l'amministrazione, e che passerebbe nella Puglia per far leva di un'armata pronta a servirlo in ogni incontro. Bertoldo non attenne le sue promesse, onde moltiplicandosi le sedizioni, e l'armata del papa trovandosi già presso ai confini del regno, Manfredi risolse di andargli incontro egli stesso e di fargli aprire le porte di tutte le fortezze. Il papa era assai vecchio, ed il popolo stanco dell'ultima amministrazione; onde non poteva ridursi ad odiare i nuovi padroni ch'egli stesso si era scelti, che facendone esperienza. Un'imprudente resistenza non poteva che accrescere i mali della guerra, ed il più sicuro consiglio era quello di aspettare salute dagli avvenimenti.

Manfredi si fece precedere da' suoi ambasciadori, i quali da parte sua dissero al papa ch'egli risguardava la santa sede come la naturale protettrice dei pupilli e dei deboli, che l'ultimo re, morendo, aveva espressamente posti i suoi figliuoli sotto la protezione del pontefice; e che se per conservare questa eredità ad un orfano, voleva Innocenzo stesso prenderne il possesso, Manfredi non si opporrebbe altrimenti alle sue mire, che riservavasi soltanto tutti i diritti suoi e di suo nipote, e che precederebbe tutti i Pugliesi nel dar prove del suo rispetto e devozione per la santa sede. In fatti si avanzò fino a Ceperano, posto al confine dei due stati, e tenne egli stesso le briglie del cavallo del papa mentre passava il Garigliano[132].

Sopraggiugneva Innocenzo circondato da tutti gli esiliati del regno, da tutti quelli che colle loro pratiche avevano, fin dai primi anni del regno di Federico, cercato di turbarne l'amministrazione, i Sanseverino, i del Mora, i d'Aquino e Borello d'Anglone, che tutti mostravansi premurosi di accrescere cogl'insulti l'umiliazione di Manfredi. I Sanseverino, se devesi prestar fede allo Spinelli, rifiutavansi, incontrandolo, di salutarlo; un legato del papa esigeva da tutti i baroni il giuramento di fedeltà alla santa sede, quasi che il regno le fosse devoluto per sempre; ma ciò non bastando, osò perfino di chiederlo allo stesso Manfredi, mentre un'ingiusta investitura del papa spogliava questo principe di una parte de' suoi dominj a Taranto, e li trasmetteva a Borello d'Anglone suo nemico.

Costui, poco dopo la morte di Federico, aveva da Manfredi ottenuta una grazia, ma l'aveva scordata per risovvenirsi soltanto del suo rancore verso la casa di Svevia: audacemente disputava intorno ai diritti del principe e pareva che si dasse minor premura di spogliarlo de' suoi beni, che di fargli sentire d'essere diventato suo eguale. Per ultimo postosi alla testa di alcuni soldati s'avviò verso Alesina per prendere possesso della contea tolta a Manfredi, il quale trovavasi allora a Teano col papa. Ebbe intanto avviso che Bertoldo d'Oenburgo, altra volta reggente, avvicinavasi con una armata per rendere omaggio al papa, e partì subitamente con un magnifico seguito per abboccarsi seco avanti il suo arrivo. Tenne la stessa strada di Capoa, e raggiunse Borello che l'aveva di poco preceduto: le due scorte, inasprite da mille precedenti ingiurie, s'insultarono e vennero alle mani: Borello fu ucciso contro il volere del principe, come lo attestano i suoi partigiani; ed è da credersi, perciocchè aveva troppa accortezza per non vedere che, quantunque figlio dell'imperatore e presontivo erede del trono, questo avvenimento lo poneva in grandissimo pericolo. Il papa citò Manfredi a presentarsi al tribunale di uno de' suoi nipoti, per purgarsi, se ancora lo poteva, dell'omicidio ond'era accusato; ed in pari tempo gli negò un salvacondotto per recarsi al tribunale: d'altra parte la città di Capoa fece prendere gli equipaggi del principe e spedì truppe per arrestarlo. Manfredi erasi chiuso in Acerra, il di cui conte era suo stretto parente; ma non tardò ad avvedersi che ognuno cercava di tenersi da lui lontano: lo stesso marchese d'Oenburgo che aveva approvata la sua condotta, si astenne dall'aver seco un abboccamento, e mise in campo contro il figliuolo dell'augusto suo padrone alcune lagnanze di cui non erasi prima nemmeno sognato. Bentosto il marchese Lancia, zio materno di Manfredi, gli diede avviso che non era in Acerra sicuro, perchè vi sarebbe assediato con forze superiori; e che se egli, a seconda dell'ordine pontificio, si dava spontaneamente in potere del papa, sarebbe stato chiuso in una prigione, per essere in seguito condannato all'esilio ed alla perdita de' suoi beni, e fors'anco alla morte.

Una sola strada vedeva il principe aperta alla sua salvezza, quella di attraversare il regno e rendersi a Luceria nella Capitanata, ponendosi confidentemente in mano dei Saraceni abitatori di quella città, e risvegliando nel cuor loro, se era ancor tempo, l'affetto che sempre conservarono alla sua famiglia. Ma il comandante di Luceria era Giovanni Mauro, creatura del marchese d'Oenburgo, che di già erasi sottomesso al papa; e per giugnere a Luceria dovevasi attraversare una vasta contrada occupata dai suoi nemici.

Manfredi dando voce che andava alla corte pontificia, partì d'Acerra avanti la mezza notte con un seguito troppo numeroso per viaggiare inosservato, e troppo debole per sostenere una lunga pugna. Facevano parte della scorta i due fratelli Marino e Corrado Capece, gentiluomini napoletani, i quali avendo le loro terre lungo le montagne che dovevansi attraversare, ripromettevansi di condurlo senza accidenti fino a Luceria. Per evitare il castello di Monforte, ove teneva guarnigione il marchese d'Oenburgo, dovettero praticare aspri sentieri a traverso di scoscese montagne, i di cui precipizj debolmente illuminati dalla luna sembravano, ancor più che non lo erano, spaventosi agli uomini ed ai cavalli. Attraversando senz'essere conosciuto la terra di Manliano, formata, come molte altre del regno di Napoli, di una sola strada lunga, angusta e tortuosa, e senza veruna uscita laterale, udiva quella gente interpellarsi se dovessero fermare quel convoglio, per osservare se vi fosse il principe fuggitivo, lo che facevagli comprendere che il suo destino dipendeva dalla fantasia di alcuni contadini[133]. In così difficile istante alcuni de' muli che portavano la salmeria e precedevano gli uomini d'armi, essendo caduti, obbligarono alcun tempo la comitiva a trattenersi, senza che gli ultimi ne conoscessero il motivo. Pure i Manlianesi limitaronsi a chiudere le porte della fortezza appartenente al borgo, senza fare altre novità.

Di là il principe giunse colla sua gente al castello d'Atripalda ove i signori Capece avevano le loro donne; le quali[134] si tennero assai onorate d'aver per loro commensale il figlio d'un imperatore: «ed il principe, osserva Nicola di Jamsilla, poteva farlo senza compromettersi, perciocchè tale è la prerogativa delle donne, che possono loro tributarsi senza viltà i più grandi onori, che non sarebbe permesso di rendere agli uomini più potenti.» È questa la prima volta che troviamo negli storici contemporanei le massime cavalleresche della galanteria, che forse ebbe principio molto prima ne' paesi settentrionali.

D'Atripalda recavasi Manfredi a Guardia de' Lombardi, Bisaccia e Bimio, terre di sua ragione, ma i suoi vassalli lo prevennero che non potrebbe dimorarvi a lungo senza pericolo, essendosi le città vicine arrese al papa. Melfi gli chiuse le porte; Ascoli, sentendo che s'avvicinava, si rivoltò, massacrando il governatore che sapevano attaccato al principe, Venosa lo accolse con rispetto; ma i cittadini non tardarono a fargli sapere ch'erano minacciati d'assedio, se non prendevano parte alla lega guelfa e ch'erano troppo deboli per difendersi.

Intanto Giovanni Mauro era partito da Luceria per recarsi alla corte del papa, lasciando in quella città suo luogotenente Marchisio con mille soldati Saraceni, e trecento Tedeschi, ordinandogli di tenere sempre chiuse le porte della città. Per andare da Venosa a Luceria, doveva il principe passare tra Ascoli e Foggia, città non solo nemiche, ma dove erano di già arrivati alcuni distaccamenti di truppe pontificie per fermarlo. Trovandosi ormai giunto in tanta vicinanza di Luceria, credette prudente consiglio il separarsi dalla sua scorta, che diresse alla volta di Spinazzola, mentre col gran cacciatore di suo padre e due scudieri, la notte del primo di novembre, si fece ad attraversare le campagne della Capitanata. Mentre usciva di città alcuni suoi amici, che l'avevano conosciuto, lo seguirono, nè egli osò di congedarli. Quando furono affatto fuor di strada cadde una dirotta pioggia che faceva la notte oscurissima: pure non lasciarono di camminare verso Luceria, diretti dal primo cacciatore, e giunsero ad una casa della caccia reale, che dopo la morte di Federico era stata abbandonata, e si riposarono alquanto, asciugandosi intorno ad un gran fuoco, ad un fuoco reale, come piacevolmente diceva il principe[135]; ed era veramente la sola cosa reale che gli fosse rimasta nel presente stato. Ripigliarono la via un poco prima che facesse giorno; e quando furono a poca distanza da Luceria, Manfredi lasciò addietro gli amici che lo avevano seguìto[136], e coi tre scudieri ch'egli aveva scelti, si avvicinò alla porta.

Trovavansi riuniti sulle mura e sulla loggia che soprastà alla porta molti Saraceni: «Ecco il vostro signore e principe, gridò loro in lingua araba uno degli scudieri di Manfredi, che viene a porsi nelle vostre mani: egli s'affida interamente a voi; apritegli le porte!» A queste parole i Saraceni furono compresi da subito entusiasmo, e compresero allora che si tenevano chiuse le porte contro il figlio del loro re, e che Marchisio era suo nemico. «Entri, entri, gridarono allora, avanti che il governatore sia informato del suo arrivo; entri! e noi ci facciamo mallevadori per la sua persona.»

Marchisio si era fatto portare al palazzo le chiavi di tutte le porte: ma sotto di quella ove trovavasi Manfredi era aperto l'alveo del ruscello che attraversava la città. Avvertito da un Saraceno di quell'apertura, Manfredi, sceso tosto da cavallo, chinossi a terra per entrare nel canale. «No, non soffriremo mai, gridarono tutti gli altri, che il nostro principe entri in così vil modo nella sua città;» e spingendo tutti ad un tempo le porte, le sforzarono; e levando Manfredi sulle loro braccia lo portarono in trionfo verso il palazzo.

Marchisio, udito questo tumulto, usciva colla sua guardia, avanzandosi contro il principe, determinato di venire alle mani, quando tutto il popolo gridò ad una voce: «scendete dai vostri cavalli, prostratevi innanzi al vostro principe, al figlio del vostro imperatore!» Marchisio, confuso, gittossi di fatti a terra, ed il suo esempio fu seguìto dalle guardie che, piegando un ginocchio, rinnovarono tutti insieme il giuramento di fedeltà.

E per tal modo Manfredi si alzò dal fangoso rivo per salire sul trono; imperciocchè la somma della rivoluzione stava in questo avvenimento. Luceria, fortissima città, non era in verun modo esposta agli insulti di una sommossa popolare, onde gli ultimi sovrani vi avevano depositati i loro archivj ed i loro tesori. Il principe vi trovò la così detta camera fiscale di Federico e quella di Corrado, quella del marchese d'Oenburgo e quella di Giovanni Mauro; perchè col danaro colà ritrovato potè subito assoldar truppe. L'universale odio del popolo confondeva i Tedeschi cogli Arabi; sembrando agli Italiani gli uni e gli altri soldati stranieri e mezzo barbari, armati a favore d'una autorità oppressiva; onde sì gli uni che gli altri, dopo la morte di Corrado, erano stati cacciati dalle città dov'erano acquartierati e riuniti insieme dalla persecuzione. Manfredi trovò tra i Saraceni di Luceria molti soldati tedeschi; altri molti ne riunì in pochi giorni; ed in breve tempo, colle genti di queste due nazioni mise in piedi un'armata così forte da tener testa al papa, e da far pentire il marchese d'Oenburgo del suo vile abbandono.

Erasi costui avanzato con un'armata guelfa fino a Foggia, colà preceduto da suo fratello Oddo. Da un'altra banda erasi innoltrato fino a Troja il legato Guglielmo, cardinale di san Eustachio, e nipote del papa, con un'armata ancor più poderosa di quella del marchese. Ebbero colà avviso che quel principe, che fino allora avevano risguardato come un fuggiasco, ordinava a queste ed a tutte le altre città di pagare i consueti tributi. La potenza del principe aveva fatto rinascere il rispetto nel cuore del marchese, onde gli spedì un regalo di abiti, di cui Manfredi aveva urgente bisogno, essendo egli arrivato a Luceria vestito soltanto delle proprie armi. Bertoldo cercò in pari tempo di entrare in negoziati col principe; ed a tal fine andò presso al legato a Troja. Ma mentre Manfredi mostrava di occuparsi di queste insidiose negoziazioni, teneva gli occhi addosso al marchese Oddo ch'era rimasto a Foggia; il quale, avendo osato di fare una scorreria nel territorio di Luceria, fu dal principe impetuosamente attaccato e rotto in modo, che dovette fuggire fino a Canosa. Allora il principe si portò sopra Foggia, ed attaccata questa città da una banda colla cavalleria che aveva inseguìto il marchese, mentre l'assaliva dall'altra l'infanteria che sopraggiungeva da Luceria, la prese in due ore d'assalto. Tosto che questa notizia si sparse nel campo del cardinal nipote a Troja, la sua armata, tocca da panico terrore, abbandonò repentinamente la provincia, e fuggendo si disperse quasi tutta. I due generali guelfi colle scoraggiate loro truppe dovettero ripiegare sopra Napoli, ove appena giunti ebbero avviso della subita morte d'Innocenzo[137].

La morte di così ambizioso ed intrepido pontefice fu un colpo di fulmine per il partito guelfo delle due Sicilie, un disastro assai maggiore di quello della disfatta de' suoi generali. I cardinali adunati a Napoli, sostituendogli uno de' conti Signa, Alessandro IV, parente d'Innocenzo III e di Gregorio IX, non seppero dare al loro partito un capo così accorto, così ardito, e dirò ancora così violento com'era stato l'ultimo papa.

(1255) Gli amici di Manfredi, rinvenuti da quel primo terrore che tutto faceva piegare al partito guelfo, incominciavano a prendere le armi in Calabria ed in Sicilia, ed egli stringeva vigorosamente i ribelli della Puglia e di Terra di Lavoro: e sebbene le sue armate fossero di numero ancora inferiori a quelle del papa e de' suoi legati, vi suppliva con molte e grandi virtù militari, con un carattere generoso, con un'amabile galanteria, che gli guadagnavano il cuore de' sudditi. Due volte, troppo fidando alla parola degli ecclesiastici, accordò ai legati del papa capitolazioni ch'essi violarono, ma due volte ancora li castigò, colle sue vittorie, della loro mala fede. La Terra di Lavoro fu l'ultima provincia ch'egli riconquistasse; Napoli e Capoa gli aprirono spontaneamente le porte, e così Manfredi ricuperò in due anni tutto il regno che gli aveva tolto il pontefice.

Innocenzo IV regnò undici anni e cinque mesi; e se la gloria d'un papa può misurarsi, come quella d'un conquistatore, per le perdite e le umiliazioni de' suoi nemici, niuno de' successori di san Pietro ebbe un regno più glorioso del suo. Nel concilio di Lione, Innocenzo condannò un potente monarca; lo depose dal trono; armò contro di lui i sudditi e gli alleati, lo vide morire, e morire i suoi figliuoli, dopo umilianti disfatte; e parve che la sua vendetta gli accompagnasse anche entro il sepolcro, ove entrarono scomunicati; egli corse trionfante l'Italia tolta al partito imperiale; s'impadronì di tutto il regno di Napoli innalzando il dominio di san Pietro al più alto grado di potenza cui giugnesse giammai nè prima nè dopo; finalmente morì quando il morire era per lui una felicità, perchè non conobbe la disfatta delle sue armate. Se poi vogliamo ricordarci che Innocenzo fu l'amico di Federico; che senza esserne stato offeso fu l'implacabile persecutore dell'amico e de' suoi figliuoli; che chiamato ad essere il padre di tutti i cristiani, ed il protettore degli orfani, rigettò le suppliche del moribondo Corrado e di Manfredi che affidavano alla sua clemenza la sorte d'uno sventurato fanciullo; finalmente che Innocenzo fu il primo che mise in campo il funesto pensiero di chiamare i reali di Francia nel regno di Napoli, dove le loro guerre accanite fecero, pel corso di tre secoli, versare il sangue più puro della Francia e dell'Italia; la memoria d'Innocenzo diventa esecrabile.

Malgrado l'immenso potere che questo papa esercitava in tutta l'Italia, e quasi su tutta l'Europa, i soli Romani non piegarono sotto la sua autorità, conservando intatte le libertà della repubblica a fronte delle prerogative papali. Non abbiamo veruno storico romano anteriore al XIV secolo, veruno che, rammentando i più antichi tempi, abbia veduto in Roma altro che la corte del papa; talchè l'indipendenza di quella repubblica non ci vien presentata che a grandi intervalli e come oggetto secondario dalle storie degli altri paesi; e ciò in così poco vantaggioso aspetto da farcela credere, più che altro, una sediziosa oligarchia. Uno de' nobili, col titolo di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia in città; e papa Gregorio IX aveva soltanto ottenuto che tutti i chierici ed ecclesiastici addetti alla sua corte ed ai cardinali ed i pellegrini non fossero soggetti alla di lui giurisdizione[138]. L'indipendenza adunque della propria persona e de' suoi preti era tutto ciò che il papa osava chiedere in Roma. Altronde non aveva torto di temere la giurisdizione del senatore il quale, alla testa de' suoi clienti, attaccando i suoi nemici, assediando le case, atterrandone le torri, faceva meno il giudice che il capo di parte.

Alcuni nobili romani avevano afforzate le case, altri in maggior numero eransi impadroniti de' solidissimi monumenti de' più gloriosi tempi di Roma. I sepolcri e gli archi trionfali erano stati convertiti in rocche inespugnabili, dall'alto delle quali si facevano giuoco dell'autorità de' pontefici, della potenza del senatore, della furia della plebe. L'abitudine delle guerre private rassomiglia in modo all'abitudine del ladroneccio, che facilmente si fa passaggio dall'una all'altra. Talvolta i gentiluomini uscivano di notte armati dalle loro fortezze per ispogliare i magazzini de' mercadanti; facevano de' prigionieri nelle strade, ch'erano costretti di pagare grosse taglie per riscattarsi; ed in mezzo ad una città si credevano in istato di guerra colla medesima e con tutta la società. Questi abusi crebbero a dismisura in tempo che Innocenzo soggiornò in Lione; onde il popolo, volendo liberarsene, determinò di non affidare il potere giudiziario ad alcuno de' suoi concittadini, ma di chiamare, come praticavano altre città, qualche forastiere di specchiata integrità, accordandogli un illimitato potere, a condizione che ristabilisse in Roma l'ordine e la tranquillità.

Brancaleone d'Andalo, bolognese e conte di Casalecchio, fu quello che scelse il popolo di Roma per suo dittatore; ma Brancaleone che conosceva l'incostanza de' Romani ed il proprio inflessibile carattere nel giudicare i colpevoli, non accettò l'offerta carica che a condizione di averla per tre anni, mandando trenta giovani delle principali famiglie romane a Bologna, ostaggi per la sua persona. Tutto gli venne accordato, ed egli in principio del 1253 entrò in Roma.

La giusta amministrazione di Brancaleone fu accompagnata da un tale carattere di severità che fa orrore. Qualunque attentato contro la pubblica tranquillità, commesso da un gentiluomo, fu rigorosamente punito: se taluno osava resistere, marciava alla testa del popolo contro la rocca in cui erasi rifugiato il colpevole; la chiudeva con istretto assedio, e non soleva ritirarsi finchè, venuta in suo potere, non era atterrata. Molti gentiluomini furono condannati ad essere appiccati alle finestre del loro palazzo; e la tranquillità di Roma fu acquistata collo spargimento del sangue più illustre.

Brancaleone volle altresì richiamare le campagne romane all'antica loro dipendenza: per la qual cosa mandò ambasciadori a Terracina chiedendo a quella piccola città il giuramento d'ubbidire ai suoi ordini, e di associarsi all'assemblee, all'armata ed ai giuochi pubblici de' Romani. Innocenzo IV, trovandosi allora in Assisi, spedì una bolla al senatore per fargli sentire che gli abitanti di Terracina erano immediati vassalli della santa sede, e non tenuti a verun servizio verso la città di Roma; gli raccomandava di ritirare, pel rispetto dovuto alla santa sede, i dati ordini; essendo determinato in caso contrario a difendere con tutte le sue forze i cittadini di Terracina[139].

Brancaleone cercò invano di richiamare lo stesso pontefice a ciò ch'egli credeva di sua pertinenza; ed il racconto, che ne abbiamo in Matteo Paris è la più luminosa prova dell'indipendenza de' Romani e del loro magistrato verso Innocenzo IV. «Nello stesso tempo, egli scrive, essendosi il papa trattenuto alcuni mesi in Assisi, per parte de' Romani e del senatore Brancaleone, gli furono spediti deputati ad intimargli di rientrare sollecitamente nella città di cui era pastore e sommo pontefice. Soggiungevano i Romani, che si maravigliavano di vederlo errante qua e là come un vagabondo o un proscritto, abbandonando Roma, la sede pontificia, la greggia di cui doveva rendere stretto e rigoroso conto al sovrano giudice, per andar in traccia di danaro. Il senatore ed il popolo romano ordinavano pure al popolo d'Assisi di non permettere che soggiornasse più oltre in quella città un pontefice che s'intitolava dalla sede di Roma, non da Lione, da Perugia o d'Anagni (luoghi ove il papa aveva lungamente dimorato). Esigevano che la città d'Assisi lo rimandasse, altrimenti avrebbe veduto il suo territorio messo a soqquadro. Conobbe allora Innocenzo che, se non tornava a Roma, Assisi sarebbe distrutta dagl'irritati Romani, come era accaduto ad Ostia, Porto, Tusculano, Alba, Sabina ed ultimamente anche a Tivoli. Rientrò dunque in Roma più forzatamente che di propria volontà, e non senza timore di qualche sinistro. Ad ogni modo, dietro gli ordini del senatore, vi fu onorevolmente ricevuto[140]

La tornata d'Innocenzo a Roma fu anteriore alla sua spedizione contro Manfredi ed il regno di Napoli: e poco dopo, la morte del pontefice lasciò Brancaleone assoluto padrone di Roma, la di cui amministrazione fu sempre egualmente severa e vigorosa. I Romani mostraronsi alcun tempo soddisfatti nel vedere i più principali gentiluomini, allorchè turbavano l'ordine pubblico, trattati con tutto il rigore della giustizia; ma a lungo andare quest'estrema severità si rese loro odiosa non meno dell'anarchia. Scoppiò una sedizione contro Brancaleone, eccitata dall'illustre famiglia degli Annibaldeschi, nella quale il senatore fu portato via dal Campidoglio e posto in prigione. Coloro che avevano alcun titolo di lagnanze contro di lui, furono invitati a produrle; ed era facile il prevedere che il processo intentato contro di lui innanzi al suo successore Emmanuele de' Maggi di Brescia sarebbe terminato con una condanna capitale.

Ma Brancaleone, al primo sentore della sedizione, aveva spedita la consorte a Bologna, per ottenere da quel senato che facesse strettamente custodire gli ostaggi dati dai Romani e mandasse deputati a Roma a chiedere la sua libertà. Invano il nuovo papa Alessandro IV rappresentò ai Bolognesi che il magistrato ch'essi domandavano era sospetto d'essere parziale di Manfredi, figlio e successore del loro nemico Federico; invano lo dipinse qual caldo ghibellino, indegno affatto della protezione di così zelanti guelfi; invano passando dalle sue persuasioni a quelle del rigore, li minacciò dell'interdetto se non mettevano in libertà gli ostaggi loro consegnati[141]: i Bolognesi si mostrarono così fermi nel difendere l'illustre loro concittadino, che i Romani dovettero rimandare libero Brancaleone; il quale, giunto a Fiorenza, segnò un atto di rinuncia alla sua carica, che ci fu conservato[142]. Sembra che dopo il corso pericolo, la rinuncia di Brancaleone dovesse essere sincera e senza pentimento: pure quando, dopo due anni, fu dai deputati romani invitato nuovamente a riassumere una carica che il popolo troppo amaramente allora pentivasi d'avergli tolta, Brancaleone tornò a Roma, e per la seconda volta vi ristabilì la sicurezza ed il governo popolare: ma il desiderio della vendetta aggiungendosi forse all'abituale severità del suo carattere, mandò al supplicio alcuni degli Annibaldeschi, e tutti gli altri cacciò da Roma. Scomunicato da Alessandro IV, per vendicarsene, costrinse questo pontefice con tutta la sua corte ad uscire di Roma, ed in appresso attaccò Anagni, patria d'Alessandro, e la rese soggetta alla repubblica romana. In questa seconda amministrazione, per forzare i nobili a rispettare il popolo, distrusse cento quaranta delle loro torri e rocche; obbligò il papa a riconoscere la sua autorità, ed a rappattumarsi con lui. Sembrava che la repubblica romana avesse assicurata la sua indipendenza, quando Brancaleone, assalito da grave malattia, morì desiderato da tutto il popolo. Il suo capo fu riposto in un vaso prezioso sopra una colonna di marmo, e per onorare la sua memoria fu nominato senatore un suo parente[143].

Dopo aver osservate le rivoluzioni che la morte di Federico produsse nel mezzodì dell'Italia, convien vedere quali ne furono le conseguenze nelle altre province della medesima contrada, poichè tutte provarono l'immediata influenza di tale avvenimento.

(1250) L'ultimo atto dell'amministrazione di Federico in Toscana esiliava da Fiorenza i Guelfi, e poneva l'assoluto potere della città tra le mani de' gentiluomini ghibellini; e la prima conseguenza della morte di Federico fu la chiamata de' Guelfi, e lo stabilimento di un'amministrazione che lasciava alle inferiori classi della nazione la più estesa influenza. «In quel tempo, dice il Villani[144], i cittadini di Firenze viveano sobri e di grosse vivande e con piccole spese e di molti costumi, grossi e rudi, e di grossi drappi vestivano le loro donne; e molti portavano le pelli scoperte senza panno con berette in capo e tutti con usatti in piede, e le donne fiorentine senza ornamenti, e passavasi la maggior donna d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su d'uno schegiale all'antica, ed un mantello foderato di vajo cotassello di sopra, e portavanlo in capo: e le donne della comune foggia vestivano d'uno grosso verde di cambrasio per lo simile modo ed usavano di dare in dote cento lire[145] la comune gente, e quelle che davano alla maggioranza duecento, o insino in trecento lire era tenuta senza modo gran dota, e la maggior parte delle pulzelle che n'andavano a marito avevano venti anni o più, e di così fatto abito e costume e grosso modo erano allora i Fiorentini con loro leale animo, e tra loro fedeli; e molto voleano lealmente trattare le cose del comune, e con la loro così grossa e povera vita, più virtuose cose, ed onori recavano a casa loro, che non si fa a' nostri tempi, che pur morbidamente viviamo[146][147]

Un popolo che sa conservare così virtuosa sobrietà, un popolo arricchito da un florido commercio, e provveduto di tutti i beni che rendono la vita più dolce, non rimane lungo tempo schiavo. Il nuovo governo creato dai Ghibellini sotto l'influenza di Federico era assolutamente aristocratico; e perchè nelle famiglie nobili conservavasi la medesima semplicità di costumi, e la medesima energia che nelle popolane, la forza di tali famiglie non fondavasi soltanto nelle leggi, ma ancora nelle armi. Tutti i fratelli si ammogliavano, tutti avevano una numerosa figliuolanza che avvezzavano alla guerra: ed eranvi alcune famiglie che contavano fin trecento individui. Quella degli Uberti era in Firenze la più potente, e fors'anco la più orgogliosa; essa aveva fatta la rivoluzione, manteneva una viva corrispondenza coll'imperatore, e possedeva in Firenze i palazzi meglio fortificati. Si dice che i nobili, resi insolenti dal loro potere, vessarono sovente la plebe con estorsioni ed atti violenti ed ingiuriosi. Il 20 ottobre del 1250, prima che accadesse la morte di Federico, tutti i più ricchi borghesi di Firenze si animarono a prendere le armi, e si adunarono nella piazza di santa Croce, avanti ad una chiesa che vide allora per la prima volta formarsi lo stato popolare di Fiorenza; avanti a quella chiesa ove i sepolcri de' grandi uomini fiorentini, ossia la repubblica degli estinti trovasi adunata anche ai nostri giorni. Di là, attraversando la città, s'avanzarono verso la casa degli Anchioni a san Lorenzo ove abitava il podestà, e lo costrinsero a rinunciare la sua carica. Dopo ciò si divisero per quartiere in venti compagnie, a cadauna delle quali fu dato un capo ed uno stendardo; nominarono un giudice in luogo del podestà, e questi fu Uberto di Lucca, al quale diedero il titolo di capitano del popolo; per ultimo formarono il consiglio dei dodici anziani, prendendone due per ogni quartiere della città; e questo consiglio, che s'intitolò signoria, doveva rinnovarsi ogni due mesi. Tale fu la costituzione che si diedero i Fiorentini in mezzo al tumulto di una sedizione, sotto la quale per altro operarono nel corso di dieci anni le più grandi cose[148].

La prima cosa di cui saggiamente occuparonsi i Fiorentini nell'atto che fondarono la nuova costituzione fu l'organizzazione della forza militare. Essi non potevano temere d'essere oppressi dalla loro armata, perchè l'armata era la nazione, ma vollero che fosse sempre in ordine, sempre ben disciplinata per difesa della patria e della libertà. Tutti i cittadini di Firenze furono registrati in una delle venti compagnie di milizia; tutto il territorio venne diviso in novantasei compagnie ausiliari; i soldati nominarono i propri ufficiali; tutti furono subordinati al capitano del popolo; tutti al primo allarme erano tenuti di trovarsi nella piazza di santa Croce; e la prima cura del popolo, ricuperando i suoi diritti, fu quella di scegliere i colori de' suoi gonfaloni e delle sue imprese.

Per tutelare il popolo contro gli attentati de' nobili, si determinò di spianare le fortezze, col favor delle quali i gentiluomini si sottraevano al poter delle leggi. Non si volle per altro, o non si ardì di fare questa novità tutto ad un tratto; e la legge ordinava ai nobili di abbassare le loro torri in modo che non oltrepassassero le cinquanta braccia: fu questa la prima legge pubblicata in nome del popolo. I materiali procurati colla demolizione di tante private fortificazioni, furono utilmente impiegati nell'innalzamento delle mura della città nel quartiere al mezzodì dell'Arno. In pari tempo fu fabbricato il palazzo del podestà, rocca solida ed imponente, che adesso serve ad uso di prigione. Vennero colà alloggiati i membri del governo, che fino a tal epoca dimoravano in private case, e riunivansi soltanto nelle chiese.

Tali furono i principj della rivoluzione che si fece in Firenze mentre ancora vivea Federico; ma quando pochi mesi dopo, cioè il 7 gennajo 1251, si ebbe notizia della di lui morte, si pose l'ultimo suggello all'edifizio della libertà[149]: furono richiamati tutti i Guelfi esiliati, costretti i nobili delle due fazioni a segnare un trattato di pace, ed aggiunto al capitano del popolo un nuovo podestà scelto in una famiglia guelfa di Milano.

Non fu appena stabilito in Firenze il governo popolare, che que' cittadini, animati dal sentimento della loro novella forza, cercarono di tirare nel loro partito tutta la Toscana. La sola città di Lucca erasi anch'essa dichiarata pei Guelfi, ma Pistoja, Pisa, Siena, Volterra, e pressochè tutti i gentiluomini seguivano la contraria parte. I Fiorentini invasero il territorio di Pistoja e lo guastarono; poi entrarono in quello di Pisa, attaccando quella repubblica, creduta di forze eguale a Fiorenza; ma Pisa trovavasi già in guerra colle città di Lucca e di Genova, e si era privata di molte braccia per equipaggiare la flotta che aveva accordato al re Corrado, che dalla Germania recavasi per mare nel regno di Napoli; altronde la rotta, per cagione della mal regolata disciplina delle truppe, sofferta nel secondo anno della guerra l'aveva notabilmente indebolita. Mentre i Fiorentini del 1252 stringevano d'assedio Tizzano, castello dei Pistojesi, i Pisani attaccarono l'armata lucchese a Montopoli, e fecero molti prigionieri; ma dopo l'ottenuta vittoria tornando disordinati verso Pisa, nè più credendosi esposti ad essere attaccati, si trovarono all'improvviso sopraggiunti da' Fiorentini presso Pontedera e rotti avanti che potessero ordinarsi in battaglia[150]. I prigionieri lucchesi approfittarono di tanta confusione per mettersi in libertà, e legare colle stesse corde i loro mal accorti vincitori. Tre mila prigionieri, tra i quali trovavasi anche il podestà, furono il frutto di questa vittoria. Dopo questo fatto l'armata fiorentina attraversò il territorio di Siena per rinfrescare di viveri e di gente il castello di Montalcino, che, quantunque posto sulla strada che conduce da Siena a Roma, aveva domandata la protezione de' Fiorentini. I Sanesi furono battuti sotto le mura di questo castello, e l'armata fiorentina, dopo avere scorsi i territorj di tutti i loro nemici, rientrò trionfante in Firenze.

In memoria specialmente di tali avvenimenti, la repubblica determinò di coniare una moneta d'oro, il fiorino, poi chiamato zecchino, che fissò al titolo più puro di ventiquattro caratti, e del peso di un ottavo d'oncia[151]. In mezzo alle rivoluzioni monetarie, e mentre la mala fede dei governi alterava il numerario dall'una all'altra estremità dell'Europa, il fiorino o zecchino di Firenze fu sempre lo stesso non solo in peso ed in titolo, ma ancora di presente porta l'impronta di quello battuto nel 1252. Vero è che la lira di conto, che non è che una moneta ideale, non mantenne sempre i medesimi rapporti col fiorino: ebbe in origine lo stesso valore, ma il corso del cambio, che era libero e variabile, accrebbe costantemente il prezzo della moneta d'oro. Quando cadde la repubblica fiorentina, il fiorino valeva sette lire fiorentine; oggi tredici lire, sei soldi, otto denari, corrispondenti ad italiane lire undici e quaranta centesimi[152].

L'anno 1253 è celebre nei fasti di Firenze per la sommissione di Pistoja. Vedendo le loro campagne esposte a frequenti saccheggi, e molte castella forzate d'arrendersi ai nemici, i Pistojesi, stanchi di sostenere una lotta così disuguale, acconsentirono di richiamare tutti i Guelfi esiliati, mettendoli a parte della amministrazione del comune: e permisero ai Fiorentini di fabbricare una rocca nella loro città presso a Porta Romana e di tenervi continuamente guernigione. La repubblica fiorentina non aveva richiesta quest'ultima condizione per farla sua suddita, chè la sua ambizione non andava ancora tant'oltre; ma perchè le fosse tolto di sottrarsi in avvenire alla sua alleanza, o di perseguitare i Guelfi protetti dai Fiorentini[153].

(1254) Più glorioso ancora fu pei Fiorentini il susseguente anno, chiamato l'anno delle vittorie. Sotto la condotta del loro podestà, Guiscardo di Pietra Santa, milanese, cinsero d'assedio Montereggione, fortezza dei Sienesi, e risguardata come la principale difesa del loro territorio. Perchè i Sienesi temendo di perderla, proposero condizioni di pace assai vantaggiose ai Fiorentini, e rinunciarono alla loro alleanza coi Ghibellini, senza che ciò peraltro alterasse in alcun modo l'interna forma del loro governo[154]. Gli uomini più illustri per lettere e per impieghi civili, siccome nei più bei tempi d'Atene e di Roma, militavano anch'essi nelle armate della repubblica; così Brunetto Latini, uno de' primi ristoratori delle lettere in Italia, autore d'un libro intitolato il Tesoro, nel quale trovansi riuniti tutti i lumi di quel secolo[155], Brunetto Latini, il prediletto maestro di Dante, militava nella guerra di Siena, e fu egli che, notajo essendo, stese e firmò il trattato di pace tra le due repubbliche.

Poich'ebbe prese le rocche di molti signori ghibellini nelle vicinanze di Siena, l'armata fiorentina entrò nel territorio di Volterra, una delle antichissime città degli Etruschi fabbricata sopra un'alta montagna, e da più lati circondata di precipizj, dagli altri difesa da alte mura formate di enormi sassi quadrati; maravigliose opere anteriori ai tempi romani, e tutt'ora esistenti. I Fiorentini erano ben lontani dal lusingarsi di poter prendere così forte città, quando quegli abitanti essendo usciti dalle porte ad attaccarli, furono, malgrado il vantaggio del terreno che combatteva per loro, rotti dalla furia delle milizie fiorentine, che vivamente inseguendoli entrarono nella mal abbandonata città. Allora il vescovo alla testa de' suoi chierici che portavano delle croci, e le donne coi capelli disciolti vennero a gettarsi ai piedi dei vincitori chiedendo grazia. L'ottennero; non fu sparsa una goccia di sangue, nè saccheggiata una sola casa; ma il governo venne riformato in vantaggio del partito guelfo: sicchè fu conservata la libertà, ma i capi della fazione ghibellina furono forzati di allontanarsi dalla loro patria[156].

Prima che terminasse l'anno, l'armata vittoriosa invase il territorio di Pisa, spargendo in quella città tanto terrore, che que' cittadini domandarono la pace, ed acconsentirono a svantaggiose condizioni, che peraltro non furono lungo tempo osservate. Dopo una campagna così gloriosa rientrò trionfante in settembre del 1254, accolta con trasporto di gioja da tutti gli abitanti che le si fecero incontro fuori delle porte.

La città d'Arezzo non aveva presa parte alle guerre della Toscana; i Guelfi ed i Ghibellini essendovi egualmente potenti, avevano pure egual parte nel governo; mantenendo la città internamente tranquilla, e sicura al di fuori col favor de' trattati fatti coi loro vicini, ed in particolare colla repubblica di Fiorenza. Accadde che del 1255 i Fiorentini mandarono sotto la condotta del conte Guido Guerra, gentiluomo guelfo indipendente, cinquecento cavalli agli abitanti d'Orvieto per soccorrerli contro quelli di Viterbo. Per recarsi ad Orvieto questa gente doveva attraversare il territorio di Arezzo: quando passò vicino alla città, gli Aretini guelfi chiesero ajuto al conte Guido per cacciare dalla città loro i Ghibellini, e, per prezzo dell'ottenuto soccorso, gli diedero, contro la fede de' trattati, il possesso della loro fortezza. Nello stesso modo press'a poco la fortezza di Tebe era stata occupata da un generale spartano[157]; ma il senato di Lacedemone condannò il generale e ritenne la fortezza: i Fiorentini all'incontrario, presero tutte le armi e si portarono sotto Arezzo per ristabilirvi i Ghibellini. Sebbene fossero questi nemici, erano in pace con Firenze; e perchè il conte Guido mostrava di voler difendere la sua conquista, ed i Guelfi, ch'eransi valsi dell'opera sua, non sapevano risolversi a rimandarlo senza ricompensa; i Fiorentini accomodarono gli abitanti d'Arezzo di dodici mila fiorini, che poi non furono loro più restituiti[158], affinchè con questa somma potessero gratificare il conte, rientrare in possesso della fortezza e ristabilire la pace entro le loro mura[159].

Abbiamo accennato che i Pisani non mantennero a lungo la pace che avevano forzatamente segnata: ma rotti un'altra volta presso Ponte al Serchio dall'armata combinata fiorentina e lucchese, furono costretti di soggiacere alle condizioni che loro erano state prima accordate, e di consegnare inoltre il forte di Motrone posto in riva al mare presso di Pietra Santa, con patto che i Fiorentini lo potessero, a voglia loro, distruggere o conservare. Assai difficile e dispendiosa doveva riuscire la guardia di questa rocca posta a molta distanza da Fiorenza, di modo che dopo un segreto consiglio degli anziani, la signoria determinò di farla spianare. Ma i Pisani che non prevedevano così fatta risoluzione, temevano all'opposto che i Fiorentini, acquistando uno stabilimento in riva al mare, non andassero in seguito dilatandosi, e giugnessero ad avervi un porto. Perchè mandarono un segreto negoziatore a Firenze per prevenire questo successo. Era allora uno degli anziani Aldobrandino Ottobuoni, cittadino assai riputato, ma di povere fortune. A costui si diresse segretamente l'agente pisano, e cercando di persuaderlo che quanto era per proporgli non era altrimenti contrario al dover suo, nè agl'interessi della sua patria, gli offrì quattro mila zecchini d'oro, a condizione che riducesse i suoi colleghi ad ordinare la demolizione di Motrone. Sebbene tale risoluzione era già stata adottata il giorno avanti, Aldobrandino licenziò l'agente pisano con disprezzo; e riflettendo che i Pisani non sarebbonsi presa tanta premura per la distruzione di Motrone, se non conoscessero estremamente vantaggioso ai Fiorentini il conservare questa fortezza, si recò al consiglio degli anziani, e seppe così bene esporre le ragioni che dovevano determinarlo alla conservazione di Motrone, che la signoria, rivocando il precedente atto, ordinò che la rocca si conservasse. Aldobrandino ebbe la generosità di non parlare dell'offerta che gli era stata fatta; e furono i nemici dello stato che manifestarono la disinteressata sua condotta[160].

CAPITOLO XIX.

Pontificato d'Alessandro IV. — Crociata contro Ezelino; sua disfatta e morte. — Manfredi re di Sicilia: soccorre i Ghibellini toscani: battaglia di Monte Aperto o dell'Arbia.

1255 = 1260.

Innocenzo IV con una smisurata ambizione e con intollerabili oltraggi aveva provocata la fuga, poi la vendetta di Manfredi; ma la morte di questo papa lasciò lo stato della Chiesa ed il partito guelfo esposti a sventure proporzionate alle passate prosperità. I cardinali adunati in Napoli affrettaronsi di dare un altro capo alla Chiesa nella persona del vescovo d'Ostia, della famiglia dei conti di Signa, la quale aveva dati nello stesso secolo alla cristianità Innocenzo III e Gregorio IX. Il vescovo d'Ostia si fece chiamare Alessandro IV. «Egli era, dice Matteo Paris, buono e religioso, assiduo alle preghiere, costante nella astinenza, ma troppo accessibile alle parole degli adulatori, ed agli avidi consigli de' suoi avari cortigiani[161].» Procedette con minore impeto e vigore, ma ancora con meno talenti, nella guerra contro Manfredi; e non è ben certo se la sua apparente moderazione debba attribuirsi a sentimenti più cristiani anzi che ad un carattere più debole. Abbiamo osservato nel precedente capitolo, che ne' primi due anni del suo regno perdette quasi tutte le terre conquistate dal suo predecessore nel regno di Napoli. Nello stesso tempo i suoi generali ed i legati pontificj trattavano la guerra in Lombardia, ove uno dei primi atti del regno di Alessandro fu quello di far predicare la crociata contro il feroce Ezelino. In sul finire del 1255 mandò lettere circolari a tutti i vescovi, ai signori, alle città libere di Lombardia, dell'Emilia e della Marca Trivigiana. «Un figlio di perdizione, diceva egli, un uomo di sangue riprovato dalla fede, Ezelino da Romano, il più inumano dei figliuoli degli uomini, approfittando dei disordini del secolo, si è usurpato un tirannico potere sopra gli sventurati abitanti del vostro paese. Col supplicio dei nobili, col massacro de' plebei, egli ha spezzati tutti i vincoli dell'umana società, tutte le leggi della libertà evangelica.... Ma noi pensando alla vostra salute, e specialmente in ordine alle cose spettanti al Signore, abbiamo rivestito dell'ufficio di nostro legato presso di voi, il nostro figlio, l'arcivescovo eletto di Ravenna, affinchè rappresentandoci in codeste province, riscaldi lo zelo de' fedeli, perseguiti colle armi spirituali e temporali Ezelino ed i suoi perfidi amici, munisca del simbolo della croce i fedeli che prenderanno le armi contro di lui, gl'incoraggisca, loro offrendo per riconoscenza le medesime indulgenze accordate a coloro che vanno in soccorso di Terra santa. Risvegli questi uomini oppressi dal sonno della morte, assicuri coloro che vegliano per il bene, svelga finalmente e disperda, fabbrichi e pianti, disponga ed ordini, colla prudenza che gli viene da Dio, come conviene alla fede ortodossa, all'onore della Chiesa, alla salute delle anime ed alla tranquillità della vostra patria[162]

Che nobile soggetto era una guerra predicata in nome di Dio contro il nemico degli uomini! Diffatti per accrescere nemici contro Ezelino dovevansi aggiugnere agli umani motivi altri ancora d'un ordine superiore; imperciocchè Ezelino era tanto superiore di forze e di virtù militari e politiche a' suoi avversarj, ed aveva in modo consolidata la sua autorità coi delitti, che niuno argomento era troppo forte per risvegliare l'entusiasmo de' suoi nemici, niuna ricompensa troppo nobile per coloro che lo superassero.

Dopo la morte di Federico, Ezelino risguardavasi qual sovrano indipendente, ed il supplicio di tutti i più distinti personaggi della Marca segnava l'epoca dell'assoluta indipendenza ch'egli acquistava. Pareva che volesse rifarsi de' riguardi che aveva troppo lungo tempo avuti per la pubblica opinione, e voleva tutto il popolo testimonio del suo furore, quasi insultando la sua sofferenza. Dopo che le sue vittime erano perite nell'aere infetto delle carceri, o poichè erano spirate in mezzo ai tormenti atroci della tortura, ne mandava i cadaveri alle patrie città, facendo loro troncare il capo sulla pubblica piazza. Spesso i gentiluomini venivano condotti a schiere sulla medesima piazza, e colà dati in preda al ferro de' suoi sicari, indi fatti in pezzi e consumati sul rogo. Dall'alto delle case udivansi di giorno e di notte le lamentevoli voci degl'infelici che perivano nelle torture, e risonavano entro al cuore di tutti i cittadini[163]. Nè soltanto i nobili trovavansi esposti alla ferocia d'Ezelino, che ogni sorta di distinzione gli era egualmente odiosa; e siccome non si curava nè meno di trovare alcun pretesto che apparentemente adonestasse gli atti di sua crudeltà, ogni uomo distinto era punito coll'estremo supplicio. I ricchi negozianti, i legisti illuminati, i prelati, i monaci, i canonici di specchiata pietà, e perfino coloro che si facevano distinguere per le grazie della persona, perivano sul palco ed i loro beni erano confiscati. Soleva Ezelino sforzare i proprietarj a vendergli le loro case, specialmente quelle ch'erano situate in luoghi forti, o presso alle porte della città, ma pochi giorni dopo si riprendeva il denaro colla vita del venditore. Tutti, se fosse stato possibile, avrebbero cercato di sottrarsi colla fuga a' suoi furori, ma il tiranno faceva diligentemente guardare i confini de' suoi stati; e se taluno era sorpreso in atto di uscirne, senza veruna forma di giudizio, e senza nè meno interrogarlo, gli si amputava una gamba, o veniva privato degli occhi.

Poco mancò peraltro che il coraggio di due gentiluomini liberasse la terra da questo mostro. I due fratelli Monte ed Araldo di Monselice, venivano condotti dalle guardie del tiranno a Verona, ove allora dimorava Ezelino, per esservi giudicati[164]. Giunsero presso al pubblico palazzo, mentre Ezelino desinava; il quale udendo le loro grida, montò in tanta collera, che, abbandonata la mensa, scese le scale senz'armi, gridando: Vengano alla malora i traditori! Monte, appena vedutolo, si libera dalle mani delle guardie, si avventa contro di lui e lo rovescia a terra, cadendogli sopra. Mentre tentava di togliere al tiranno il pugnale che supponeva avesse sotto la veste, ed in pari tempo gli lacerava il volto coi denti, una guardia gli tagliò colla sciabla una gamba, ed altre fecero in pezzi il fratello che voleva dargli ajuto. Monte insensibile alla prima ferita ed agli altri colpi che venivano sopra di lui scaricati, non abbandonava il tiranno, e faceva inutili sforzi per soffocarlo. Finalmente perì, ma perì sopra il corpo d'Ezelino che aveva lacerato coll'unghie e coi denti, il quale tardò lungo tempo a rimettersi dalle riportate ferite e dal concepito terrore[165].

In marzo del 1256 il legato pontificio, Filippo, arcivescovo eletto di Ravenna, si recò a Venezia, ove incominciò a predicare la crociata. Trovò in questa città molti fuorusciti e specialmente padovani, salvatisi dalla furia di Ezelino. Il più distinto era Tisone Novello di Campo Sampiero, giovane appena uscito di fanciullezza, figliuolo di quel Guglielmo di cui abbiamo descritta la morte, ed ultimo erede d'una famiglia vittima quasi tutta del tiranno. I fuorusciti padovani per meglio guadagnarsi l'appoggio della repubblica nominarono loro podestà Marco Quirini, gentiluomo veneziano; ed il legato seguendo la stessa politica affidò la carica di maresciallo dell'armata ad un altro gentiluomo veneziano, Marco Badoero, e scelse Tisone Novello per portare lo stendardo. Infatti moltissimi Veneziani presero la croce; altri per naturale sentimento di sdegno verso un così feroce tiranno, di cui in tanta vicinanza avevano potuto conoscerne i delitti; altri mossi da gelosia contro un principe che ogni giorno rendevasi più potente, e che stendeva omai i suoi confini a sole sette in otto miglia dalla loro capitale. Somministrarono al legato navi da guerra, onde potesse rimontare la Brenta ed attaccare Padova.

La guerra cominciata nella Marca Trivigiana facevasi con forze eguali. Il marchese Azzo d'Este veniva risguardato come capo naturale della parte guelfa. Era stato spogliato da Ezelino di molte terre, ma gli restavano il Polesino di Rovigo, ove dimorava; e conservava tanta influenza nella città di Ferrara, ch'egli la governava omai piuttosto come suo principato che come repubblica. Mantova trovavasi nella stessa dipendenza verso i conti di san Bonifacio. Al conte Riccardo era succeduto il figliuolo Luigi, il quale tenevasi, come Mantova, attaccato al partito della Chiesa, ed implacabile nemico di Ezelino. Per lo stesso partito stava pure la repubblica di Bologna; e Trento, ribellatosi di fresco ad Ezelino, ne aveva scacciati i partigiani. D'altra parte ubbidivano ad Ezelino Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno; erasi inoltre segretamente rappacificato con Alberico suo fratello, che governava Trivigi, ed aveva contratta alleanza col marchese Oberto Pelavicino e Buoso di Dovara, capi di parte ghibellina in Lombardia, che alternativamente o di comune accordo reggevano Cremona col titolo di podestà, esercitandovi un potere quasi dispotico, ed inoltre stavano per insignorirsi di Piacenza e di Parma. In Brescia mantenevasi viva tra le due fazioni la guerra civile; ma il partito ghibellino sembrava più potente; ed Ezelino lusingavasi che per metter fine alle private liti de' suoi cittadini, Brescia si porrebbe in sua mano, ond'egli verrebbe ad aggiugnere così nobile acquisto ai suoi stati.

Ond'essere meglio a portata di approfittare delle corrispondenze che manteneva in Brescia, e vendicarsi ad un tempo de' Mantovani che costantemente eransi fatti conoscere suoi nemici, Ezelino alla testa delle milizie di Padova, Verona e Vicenza, e de' suoi antichi vassalli di Bassano e di Pedemonte, corse il distretto mantovano, che tutto pose a fuoco e sangue. Poi accampò le sue genti in riva al lago che circonda questa città, quasi volesse intraprenderne l'assedio. Aveva d'altra parte ordinato ad Ansedisio de' Guidotti, suo luogotenente in Padova, di marciare contro l'armata del Legato e di chiuderle il passaggio, afforzando la Brenta[166].

Ezelino conservava sul trono tutto il valore che gli aveva agevolata la strada per salirvi; ma d'ordinario i ministri di un tiranno sono più vili del padrone. Ansedisio non prese le convenienti misure per impedire la marcia de' crociati: perchè volendo travoltare le acque della Brenta onde le navi veneziane non potessero rimontare il fiume, aprì un passaggio ai pedoni che lo attraversarono senza bagnarsi; e mentre il legato s'impadroniva dei castelli di Concadalbero, di Buvolenta, di Cansilva, egli teneva inoperosa la sua armata a Pieve di Sacco. Bentosto abbandonò anche l'armata, e tornò a Padova, ove poco dopo la fece ritirare. Tante perdite servirono a scoraggiare i soldati, molti de' quali servivano di mala voglia, ed accrescevano la confidenza dell'armata nemica, la quale attribuiva così prosperi avvenimenti all'aperto favore del cielo, poichè non potevano darne lode al prete che la comandava, il quale aveva date sicure riprove della sua incapacità. Il lunedì 18 giugno, l'armata de' crociati s'incamminò da Pieve di Sacco verso Padova, guidata dall'arcivescovo di Ravenna, il quale circondato da' suoi preti intuonò l'inno:

Vexilla regis prodeunt;

Fulget crucis mysterium...

ripetuto con entusiasmo da tutta l'armata. Al ponte del Bacchiglione, discosto solo due miglia da Padova, i crociati posero in fuga alcune bande d'Ansedisio, per sostenere le quali arrivarono troppo tardi altre truppe che vennero disperse di mano in mano che uscivano di città; di modo che, approfittando i Guelfi della confusione de' fuggiaschi, entrarono assieme nel sobborgo di Padova, e se ne resero padroni.

All'indomani attaccarono in più luoghi le mura e le porte della città. E mentre in ogni altro luogo i crociati combattevano debolmente, il legato, circondato di frati, di preti, di soldati, di cavalieri, tentava di prendere d'assalto la porta di ponte Altinato. I crociati vi si erano avvicinati coperti da una specie di galleria mobile detta vinea, la quale teneva luogo dell'antica testuggine. Dall'alto delle mura versandosi olio e pece infiammati per allontanare gli assalitori, la galleria prese fuoco; di che avvedutisi i crociati, la spinsero contro la porta che pure era di legno, ed aggiungendovi altre materie combustibili, la ridussero ben tosto in cenere. Gli assediati che avevano eccitato il primo incendio, non avendo modo di fermarne i progressi, uscirono atterriti per l'opposta porta collo spaventato Ansedisio, mentre l'armata crociata, appena spente le fiamme, entrava trionfante in città[167].

I crociati avendo sottomessa Padova piuttosto per favore del caso, che per forza di valore o d'ingegno, usarono senza misericordia di una vittoria senza gloria. Poca gente perdette la vita in città, perchè pochi osarono difendere le loro proprietà; ma i vincitori saccheggiarono per sette giorni consecutivi i beni di que' miseri cittadini, così che quella nobilissima città, dopo avere perdute tante ricchezze e tanto sangue ne' diciotto anni che fu soggetta ad Ezelino, fu spogliata dei miseri avanzi dell'antica sua opulenza da coloro che si annunciavano per suoi liberatori.

A fronte della perdita di tutte le loro fortune i Padovani non lasciavano però di felicitarsi di un avvenimento che, togliendoli ai mali della tirannide, li rendeva alla comunione della Chiesa; e sentirono tutto il prezzo della ricuperata libertà quando videro aprirsi le prigioni di Ezelino. In quella di santa Sofia, posta nel sobborgo, furono trovati trecento prigionieri ed altrettanti in quella di Cittadella che s'arrese pochi giorni dopo[168]. Eranvi nella città altre sei più piccole prigioni, tutte piene d'infelici. Si vedeva uscirne uomini agonizzanti, rispettabili matrone, dilicate fanciulle oppresse dalla miseria sofferta nelle prigioni, e ciò che pose il colmo a tanto spettacolo, molti fanciulli privati degli occhi e barbaramente mutilati in più atroci guise.

Ma un nuovo disastro più terribile de' già sofferti, era preparato all'infelice Padova. Quando Ezelino ebbe avviso della perdita di questa città, la più potente di quante ne possedeva, trovavasi accampato in riva al Mincio con un'armata di circa trenta mila uomini, dei quali undici mila appartenevano alla città ed al distretto di Padova: i quali conoscendo egli a sè mal affetti, ebbe paura che si ammutinassero; locchè volendo prevenire, li condusse di notte tempo con una marcia sforzata a Verona, ove giunsero in sul fare del giorno. Fece entrare tutti i Padovani disarmati nel ricinto di san Giorgio, e disse loro che, per placare la sua collera, dovevano essi medesimi consegnare tutti i soldati venuti da Pieve di Sacco, perchè in questa terra le sue truppe erano state tradite. Ciascuno, vedendo indicata una vittima, felicitavasi d'essersi sottratto al pericolo, e trovava dei pretesti per iscusare la collera del tiranno, e così tutte le genti di Pieve di Sacco furono chiuse in prigione. Ezelino chiese in appresso quelle di Cittadella, i cui compatriotti eransi arresi senza combattere, e corsero la sorte dei primi. Allora domandò tutti gli uomini della campagna padovana, che furono consegnati dagli abitanti della città; poi chiese i nobili, che vennero di buon grado sagrificati dai plebei; finalmente spedì contro questi ultimi i suoi soldati di Pedemonte, e li fece tutti mettere in catene. Per tal modo tutta un'armata lasciossi imprigionare, senza speranza di uscir mai dalle carceri, imperciocchè dopo avere spogliati quegli infelici, gli abbandonava al freddo, alla fame, alla sete; e siccome non perivano abbastanza sollecitamente, col ferro, col fuoco, o sopra infame patibolo li faceva tutti perire. Di così bella armata composta della più bella e più valorosa gente di Padova, appena se ne salvarono duecento[169][170].

(1256) Le armate crociate che a quest'epoca combattevano in Europa, non erano d'altro composte che della feccia delle nazioni, d'uomini ignoranti e superstiziosi, spinti in mezzo ai pericoli dalle prediche de' preti senz'avere acquistato il necessario coraggio per sostenerli a sangue freddo. Forse quest'uomini condotti da esperti generali sarebbero col tempo diventati buoni soldati; ma il loro fanatismo opponevasi naturalmente ad ogni disciplina; e l'esperienza di abili ufficiali valutavasi assai meno del potere dei preti; onde non si curavano di chi sapesse ben condurli. La crociata contro Ezelino, una guerra intrapresa per la causa della libertà e dell'umanità, venne macchiata non solo dalla superstizione, che pure talvolta può associarsi coi più nobili sentimenti, ma ancora dalla viltà e dall'anarchia prodotte da quella medesima superstizione. Ogni corpo d'armata era capitanato da qualche religioso, ed i Bolognesi avevano alla loro testa quello stesso frate Giovanni da Vicenza, che vent'anni prima predicava la pace in Lombardia: generale veramente degno de' suoi ufficiali e soldati! Filippo, arcivescovo di Ravenna, era un prete ignorante e senza carattere. Egli avanzossi fino a Longara sulla strada di Vicenza colla sua armata, occupando i suoi soldati nell'andare in traccia de' migliori vini e di ciò che poteva trovarsi di più squisito per vivere delicatamente.

Mentre l'armata trovavasi a Longara, si presentò al legato Alberico da Romano, che venne accolto con tutte le dimostrazioni di cordialità. Alberico aveva lungo tempo mostrato di seguire il partito della Chiesa, ma non era senza fondamento il sospetto di taluno, che fosse d'accordo col fratello, e che i due tiranni si fossero allogati nelle opposte fazioni per vie meglio assicurare l'ingrandimento della loro famiglia, e penetrare più agevolmente i disegni de' loro nemici. La venuta d'Alberico destò la diffidenza ne' gentiluomini dell'armata, ma il legato non prestò fede ai loro consigli. Pochi dì dopo per altro scoppiò nel campo una sommossa: i Bolognesi protestavano di non voler più servire senza paga, e nello stesso tempo pubblicavasi ch'era omai vicina l'armata d'Ezelino; onde tutto ad un tratto, senz'ordine e senza apparente cagione, i crociati presero la strada di Padova. Fortunatamente che il podestà Marco Quirini, penetrando il motivo di questa subita risoluzione, di cui sospettava l'autore, mandò avanti un messo con ordine di chiudere le porte all'armata, e di non dar ricetto a qualunque fuggiasco dal campo di Longara. Poco dopo l'arrivo del messo, si presentò a Padova, accompagnato da numerosa scorta, Alberico, chiedendo a tutte le porte d'essere intromesso; ma vedendo rifiutate le sue istanze, partì alla volta di Treviso, nè più tornò al campo de' crociati[171].

Dopo non molti giorni, Ezelino s'avanzò verso Padova per farne l'assedio, ma trovò che i nemici avevano cavata una larga fossa tre miglia fuori della città, e munita di ridotti che difendevano coraggiosamente; perchè avendoli inutilmente attaccati, si ritirò, licenziando l'armata quantunque potesse tenersi ancora due mesi in campagna.

(1257) Nel susseguente anno non ebbe luogo verun avvenimento di molta importanza. Ezelino, spaventato dalla perdita di Padova, cercava, per rifarsi da questo colpo, di formare nuove alleanze, sia coi Ghibellini di Lombardia, sia coi due pretendenti alla corona imperlale, Riccardo conte di Cornovaglia ed Alfonso di Castiglia, che avevano divisi i voti del collegio elettorale e dei principi di Germania. Dall'altra banda il legato non aveva nè talenti, nè attività, nè fors'anco mezzi per trattare vigorosamente la guerra; di modo che passò la buona stagione senza tentare veruna impresa. I due partiti sembravano principalmente occuparsi delle dissensioni civili di Milano e di Brescia. Nella prima i nobili e l'arcivescovo erano in guerra colla plebe; nell'altra le forze guelfe e ghibelline erano pari e quasi in procinto di venire alle mani. Il legato pontificio passava dall'una all'altra città per predicarvi la pace. Ezelino in vece incoraggiava alla guerra i nobili milanesi e bresciani, offrendo il suo ajuto agli uni ed agli altri; ma malgrado l'acerbità degli odj, diffidavano tutti delle sue offerte, ed i suoi stessi partigiani non acconsentivano di riceverlo entro le mura delle città ch'egli diceva di voler proteggere.

(1258) Soltanto in quest'anno potè il legato ridurre i Bresciani ad entrare nella lega della Chiesa: ma mentre soggiornava nella loro città, si seppe che il marchesa Pelavicino, alla testa de' Cremonesi, aveva attaccati i castelli di Volongo e di Torricella, posti sulle rive dell'Oglio. Il legato uscì tosto di città per obbligare il marchese a ritirare le sue genti, menando seco tutti i Guelfi di Brescia, le milizie di Mantova, e tutti i crociati che l'avevano seguìto: intanto Ezelino, marciando di notte dalla banda di Peschiera con forze superiori, si pose alle spalle dell'armata crociata, la quale sorpresa da panico terrore, non gli oppose quasi veruna resistenza. Furono fatti prigionieri quattro mila Bresciani, il podestà di Mantova con molti suoi compatriotti e lo stesso legato pontificio: cosicchè di tutta l'armata guelfa non si salvò che Biachino da Camino colla sua gente, facendosi strada a traverso l'armata nemica[172][173].

Quando a Brescia si ebbe avviso della rotta dell'armata, i Guelfi rimasti in città tentarono di placare i loro concittadini ghibellini, rendendo la libertà a coloro che trovavansi in prigione, e ricevendoli di nuovo in consiglio e nelle cariche: ma una forzata condiscendenza non fece mai dimenticare i volontarj oltraggi; onde tosto che i capi ghibellini si videro liberi, aprirono le porte ad Ezelino. Mentre l'armata del tiranno entrava per una porta, uscivano dall'opposta il vescovo, i magistrati e moltissimi Guelfi, seco conducendo le loro famiglie e tutto quanto potevano portare di effetti preziosi, compiagnendo l'infelice loro patria cui preparavansi tante calamità; «imperciocchè, dice Rolandino, le inondazioni, la peste, gl'incendj, o qualsiasi sciagura non opprime di tanta miseria colui che la prova, quanto la perdita della libertà sotto un padrone crudele[174]

Brescia era stata sottomessa dalle forze riunite d'Ezelino, di Buoso di Dovara e del marchese Pelavicino. In forza delle fatte convenzioni tutte le conquiste dovevano possedersi in comune dai tre capi: ma Ezelino si credette reso abbastanza potente dalla sua vittoria per potere, senza correre verun rischio, staccarsi dai suoi alleati, o trattarli piuttosto da superiore che da eguale. Nulladimeno, siccome destro politico ch'egli era, si fece ad accrescere la gelosia vicendevole tra il marchese e Buoso, ambedue capi di parte in Cremona, e sotto certi rispetti consignori di quella città, che governavano colla loro influenza aristocratica, siccome i due più potenti, più ricchi e più valorosi gentiluomini del territorio. Ezelino consigliava il marchese a disfarsi di Buoso, il solo che ponesse ostacolo al suo ingrandimento. Mostravasi in pari tempo a Buoso affezionatissimo, offrendogli il governo di Verona, se voleva recarvisi come podestà. Ma le offerte d'Ezelino in cui non avevano que' signori intera confidenza, non furono accettate; e quando, dopo essere rimasti alcuni mesi in Brescia, le milizie cremonesi vollero ripatriare, nè Buoso nè il marchese osarono rimanere a discrezione d'Ezelino, e andarono insieme a Cremona: ma non vi furono appena arrivati ch'ebbero nuovi avvisi d'essersi Ezelino dichiarato solo signore di Brescia, esercitandovi senz'alcun riguardo tutti i diritti della sovranità, e non risparmiando i supplicj e le confiscazioni.

Intrattenendosi questi due signori intorno alla superchieria loro usata dall'infedele alleato, vennero a comunicarsi vicendevolmente le insidiose offerte di Ezelino; perchè altamente sdegnati di tanta perfidia e di tante crudeltà, delle quali ne ricadeva parte dell'odio sopra di loro, siccome coloro che avevano così potentemente contribuito alle sue conquiste, giurarono di abbassare un tiranno omai fatto esoso a Dio ed agli uomini. Proposero quindi al marchese d'Este di allearsi con lui e coll'armata de' crociati contro Ezelino, a condizione che non fossero costretti perciò di rinunciare all'antica fedeltà verso la casa di Svevia. Il trattato fu stabilito per una parte tra il marchese Oberto Pelavicino, Buoso di Dovara ed il comune di Cremona, e per l'altra parte dal marchese d'Este, dal conte Luigi di san Bonifacio, e dai comuni di Mantova, Ferrara e Padova[175]. Col primo articolo del trattato riconobbero tutti i diritti di Manfredi sul regno delle due Sicilie, e promisero d'impiegare tutto il loro credito per riconciliarlo colla santa sede. Col secondo i confederati si obbligarono a perseguitare fino alla morte i due fratelli Ezelino ed Alberico da Romano. I gentiluomini promettevano di marciare personalmente a questa guerra con tutte le loro forze; ed i comuni, oltre le proprie milizie, obbligavansi d'assoldare mille duecento cavalli, e di pagare un quarto delle spese della guerra. Finalmente i confederati dichiararono solennemente che alcun ordine del futuro imperatore, alcuna dispensa del papa, non potrebbe assolverli dal giuramento che prestavano gli uni a favore degli altri, nè dalle loro vicendevoli promesse.

Questa lega fu sottoscritta a Cremona il giorno 11 giugno del 1259. Precisamente nella stessa epoca gli abitanti di Padova eransi impadroniti del castello di Friola nello stato di Vicenza, l'avevano poi afforzato, e lasciatavi guarnigione. Ezelino vi accorse da Brescia con un corpo di Tedeschi; e con quasi tutte le milizie di Verona e di Vicenza, riprese Friola, e condannò indistintamente allo stesso supplicio la guarnigione e gli abitanti, laici, ecclesiastici, uomini, donne e fanciulli[176]. Vennero loro cavati gli occhi, tagliato il naso e le gambe, ed in così miserabile stato abbandonati alla pubblica compassione. Dall'una all'altra estremità d'Italia non vedevansi che infelici mutilati che, colle loro ferite stimolando la compassione, tutti ad una voce accusavano Ezelino dell'orribile loro stato[177]. Ma le atrocità di Friola furono le ultime che Ezelino commettesse nella Marca Trivigiana.

La discordia mantenevasi sempre viva in Milano tra i nobili e la plebe. Lusingavasi Ezelino che la nobiltà, cui aveva da lungo tempo offerta la sua protezione, gli darebbe in mano così potente città, se gli riuscisse di presentarsi all'improvista innanzi alle sue mura. Adunò dunque in sul finire d'agosto dello stesso anno la più bella armata ch'egli avesse mai avuta, e venne ad assediare Orci nuovi castello bresciano in riva all'Oglio sulla strada che conduce da Brescia a Crema, che tenevasi guardato dai Cremonesi.

Il marchese Pelavicino, venuto alla testa dei Cremonesi per difendere il castello, si accampò a Soncino sull'opposta riva dell'Oglio. Il marchese d'Este colle milizie di Ferrara e di Mantova avanzossi fino a Marcaria venticinque miglia lontana da Orci nuovi sulla sinistra dell'Oglio; finalmente i Milanesi si mossero per unirsi ai Cremonesi a Soncino. Ezelino non poteva più conservare la posizione d'Orci nuovi, perchè colla marcia d'un giorno gli poteva essere tolta la comunicazione con Brescia. Fece dunque lentamente retrocedere verso quest'ultima città tutta la sua infanteria, sperando che le truppe di Milano e di Cremona passerebbero l'Oglio per inseguirla. Nello stesso tempo con tutta la sua cavalleria, la più numerosa che si fosse giammai veduta nelle guerre di Lombardia, rimontò l'Oglio fino a Palazzolo, ove attraversò il fiume; di là, dopo avere uniti alla sua armata i gentiluomini fuorusciti di Milano, si avanzò fino all'Adda, che pure passò senza incontrare veruna resistenza.

La milizia milanese, sotto gli ordini di Martino della Torre, erasi posta in cammino per raggiugnere i Cremonesi; ma avuto a tempo avviso della marcia di Ezelino, ripiegò sopra Milano per difendere la sua patria; talchè il tiranno, passata l'Adda, trovò d'avere a fronte gli stessi nemici che supponeva d'aver lasciati in riva all'Oglio. Tentò di aver Monza con un colpo di mano, e fu respinto; e questo scacco lo fece accorto della pericolosa sua posizione, avendo due armate nemiche alle spalle, e due fiumi che doveva ripassare per rientrare in paese amico. Ravvicinandosi all'Adda volle almeno tentare d'impadronirsi di una delle rocche che ne signoreggiavano il passaggio; ma avendo attaccato quello di Trezzo, ne fu respinto: allora ripiegando verso Vimercate, guadagnò il ponte di Cassano che non era ancora stato fortificato.

Se n'era appena reso padrone, che l'armata del marchese d'Este, formata delle milizie di Cremona, Ferrara e Mantova, attraversando la Ghiaradadda, attaccò la testa di quel ponte, che prese a viva forza. Tutti gli altri ponti dell'Adda furono muniti di truppe, i guadi posti in istato di difesa, ed il nemico del genere umano circondato da ogni banda di armate superiori, che non poteva ragionevolmente lusingarsi di vincere.

Ezelino non erasi trovato al ponte di Cassano quando la testa era stata presa dai nemici. I suoi astrologi gli avevano indicato questo castello e quello di Bassano e gli altri della stessa desidenza come di sinistro augurio. Ezelino era tanto più superstizioso, in quanto che non aveva alcuna religione; e la sua anima che non ammetteva la credenza d'un Dio, soddisfaceva al bisogno di credere, ammettendo implicitamente l'influenza degli astri. Allorchè fu nominato in sua presenza il ponte di Cassano, fu veduto fremere; e senza voler fermarsi, tornò a Vimercate per riposarsi: colà avuto avviso della perdita del ponte, balzò a cavallo[178] e s'avanzò impetuosamente per riprenderlo; ma un dardo che gli attraversò il piede sinistro, lo costrinse a dar a dietro, con che sparse lo scoraggiamento nella sua truppa. Ricomparve ben tosto a cavallo alla testa della sua armata che passò il fiume a nuoto senza trovare resistenza. Fu però attaccato dal marchese d'Este quando gli ultimi soldati uscivano dal fiume, ed avanti che avesse potuto rimettere l'ordine nelle sue file; di modo che in quella confusione la cavalleria bresciana, in vece di eseguire i movimenti ordinati dal capitano, prese la strada di Brescia. A questo primo indizio d'insubordinazione fu visto il tiranno tremare. Il movimento de' Bresciani non si potè celare agli altri soldati; gli uni serravansi intorno ad Ezelino, siccome intorno a quel solo che li potesse difendere, gli altri tenevano dietro ai Bresciani o cercavano di mettersi in salvo fuggendo. Intanto i Milanesi passavano l'Adda per inseguire il nemico, il quale, circondato da ogni lato, avanzavasi lentamente lungo la strada di Bergamo: i suoi più fedeli cadevano intorno a lui, le file si schiarivano, egli medesimo finalmente caduto da cavallo e gravemente ferito nel capo da un tale, cui aveva fatto mutilare il fratello, rimase prigioniere.

«Ezelino prigioniere, dice Rolandino, conservava un minaccioso silenzio, tenea fiso a terra lo sguardo feroce, e non dava sfogo alla profonda sua indignazione. Da ogni parte s'affollavano intorno a lui il popolo ed i soldati, per vedere quest'uomo poc'anzi tanto potente, questo famoso principe, terribile e crudele più d'ogni altro principe della terra; e la gioja era universale»[179].

I capi dell'armata non permisero che fosse in verun modo oltraggiato; ma condotto alle terre di Buoso di Dovara, si chiamarono i medici per curarlo; ma egli vi si rifiutò costantemente, lacerando le bende poste alle sue ferite; e l'undecimo giorno della sua prigionia morì a Soncino, ove fu sepolto[180].

Era Ezelino di bassa statura, ma tutto in lui annunciava il coraggio ed il valor militare. Parlava disdegnosamente, superbo era il suo portamento, ed il penetrante suo sguardo faceva tremare i più arditi[181]. La sua anima tanto avida di crudeltà non pareva sensibile ai piaceri dei sensi; onde non amò veruna donna, e fu nell'ordinare i supplicj egualmente crudele verso ambo i sessi. Morì di sessant'anni dopo averne regnati trentaquattro[182].

Tosto che fu nota la morte di quest'uomo, tutte le città soggette si affrettarono di scacciare i suoi satelliti, d'aprire le prigioni e di chiamare l'armata della Chiesa. Vicenza e Bassano chiesero ai Padovani i loro podestà; e Verona affidò questa carica a Martino della Scala, suo gentiluomo, che faceva allora il primo passo verso quel supremo potere, e che avrebbe tra poco nella sua patria fondando una tirannia meno violenta ma più durevole di quella di Ezelino. Ovunque intanto udivansi risuonare voci di libertà; e tutte le città volevano reggersi a comune. Treviso cacciò fuori delle sue mura Alberico, fratello d'Ezelino, che l'aveva anche troppo a lungo dominata. Costui venne a chiudersi colla sua famiglia nella rocca di san Zeno fabbricata in mezzo ai monti Euganei; ma la lega delle città guelfe, non volendo che alcun germoglio di quest'odiosa famiglia si conservasse, mandò le milizie di Venezia, Treviso, Padova e Vicenza ad assediare san Zeno: vi giunsero poco dopo anche le truppe del marchese d'Este. Alberico, avendo perdute per tradimento le opere esteriori del forte, ritirossi sulla sommità della torre colla consorte, sei figli e due figlie; ma dopo avervi sofferta tre dì la fame, venne a darsi in mano del marchese d'Este, ricordandogli che sua figlia era stata sposa di Rinaldo d'Este; ma invano: era giurato l'esterminio di tutta l'iniqua stirpe da Romano. Tutti furono uccisi, e le divise membra mandate a tutte le città, ch'erano state tiranneggiate da quella famiglia[183][184].

Caduta la casa da Romano, tutta la Marca Trevigiana e la Lombardia trovaronsi in pace. I popoli si domandavano l'un l'altro perchè avessero combattuto e qual fosse il motivo delle cessate contese: e s'avvedevano allora per un felice esperimento, che la morte d'un sol uomo, d'un tiranno nemico del genere umano poteva bastare a ritornare la pace a tutti i popoli[185].

E veramente in queste contrade lo spavento cagionato dal carattere di Ezelino aveva perfino affogata la ricordanza dell'antica lite guelfa e ghibellina; e perciò i primi, quando s'allearono col marchese Pelavicino, promisero senza difficoltà di fare ogni sforzo per riconciliare il papa col re Manfredi, e rendere così la pace a tutta l'Italia: ma il papa e Manfredi esacerbati da un antico odio, e divisi da personali interessi, non erano in verun modo disposti a rappacificarsi.

Avendo Alessandro IV ereditata forse tutta l'ambizione, e niuno de' talenti del suo predecessore, non voleva rinunciare ai progetti d'ingrandimento in parte già eseguiti da Innocenzo; ma volendo dargli intera esecuzione, li mandava a male per mancanza di politica, e più di tutto per la cattiva scelta de' suoi mandatarj. L'arcivescovo di Ravenna che aveva fatto capo della crociata contro Ezelino, era stato cagione di tutti i disastri sofferti dai Guelfi, i quali non ripresero coraggio che quando, fatto prigioniere, vennero diretti da più esperti condottieri. Nè dai legati apostolici era stata meno inconsideratamente trattata la guerra nelle due Sicilie. Uno di costoro, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, incaricato di difendere contro Manfredi la Puglia e la Terra di Lavoro, lasciò così strettamente chiudere la sua armata in Foggia, che per sottrarla alla fame ed alle malattie che la consumavano, fu costretto di fare a nome del papa un trattato col principe, con cui gli dava il possesso di tutto il regno, tranne Terra di Lavoro che sola restava alla santa sede. Il papa rifiutò di approvare il trattato, e perdette anche Terra di Lavoro occupata in pochi giorni dalla vittoriosa armata di Manfredi. Un altro legato pontificio, frate Rufino dell'ordine de' Minori, che governava la Sicilia e la Calabria, si lasciò sorprendere dagli abitanti di Palermo, che, postolo in prigione, inalberarono le insegne di Manfredi[186]. Il terzo fu, a dir vero, per alcun tempo più felice degli altri: era questi Pietro Ruffo, uno degli antenati senza dubbio di quel cardinal Ruffo, che a' nostri giorni diresse la sommossa del regno di Napoli. Mandato, come questi, in Calabria, in mezzo ai nemici, senza danaro e senza soldati, seppe risvegliare il fanatismo, e formarsi un'armata di contadini, ora accortamente spargendo false notizie, ora supplendo col suo ardire alle forze che gli mancavano[187]. Ma questi prosperi avvenimenti furono meno stabili che quelli ottenuti dal suo tardo nipote. I suoi rivoluzionati contadini furono dispersi dalle truppe di Manfredi, ed egli costretto di ritirarsi alla corte papale sulle navi che l'avevano condotto in Calabria[188].

Manfredi, sempre dal papa risguardato come un capo di ribelli, aveva soggiogate tutte le province che oggi formano il regno di Napoli, governandole in nome di suo nipote Corradino col titolo di reggente. Egli conosceva la sua potenza abbastanza ferma per occuparsi della riforma degli abusi introdottisi nello stato, e per cercare di meritarsi colla civile amministrazione non minore gloria di quella che aveva saputo guadagnare colle sue imprese militari. Erano le cose in tale stato ridotte quando si sparse nel regno la notizia della morte del giovane Corradino. Pare che Manfredi non si prendesse troppa cura di riconoscere le sorgenti di una notizia così favorevole ai suoi interessi, e che forse ebbe principio nella sua corte: ma accolse le preghiere dei vescovi, dei signori e di tutti i baroni dello stato che gli chiedevano di ricevere egli stesso la corona e di governare ormai in proprio nome col titolo di re quelle province ch'egli solo aveva salvate[189]. Ma quando la notizia della sua coronazione fu nota in Germania, non tardarono ad arrivare alla sua corte ambasciatori di Corradino e di sua madre. Riclamavano questi contro la falsità della notizia, attestando che Corradino era sempre in vita, ed esigendo da Manfredi che gli conservasse il titolo ed i diritti da lui medesimo fino allora conosciuti. Manfredi accordò una pubblica udienza agli ambasciatori, loro rispondendo in presenza di tutti i suoi baroni, che dopo essere salito sul trono, non poteva più discenderne; che questo trono era inoltre stato da lui ripreso dalle mani del papa; che nol poteva conservarsi senza l'appoggio dell'amore de' sudditi verso la sua persona; che l'interesse de' suoi baroni e dello stesso suo nipote non permettevano che l'eredità della casa di Svevia fosse governata da una donna e da un fanciullo; ma che il solo erede era Corradino, al quale egli conserverebbe il regno, per essergli trasmesso dopo la sua morte: che se Corradino voleva prima godere delle prerogative di presuntivo erede della corona, e farsi conoscere dai popoli che doveva un giorno governare, non aveva che a venire alla sua corte, ove sarebbe ben accolto e festeggiato; e per ultimo Manfredi prometteva d'incamminarlo sulla strada gloriosa de' loro padri, e di amarlo come suo figliuolo[190].

(1260) In tale stato trovavansi le cose di Manfredi, quando i principali gentiluomini ghibellini di Fiorenza vennero ad implorare il suo soccorso per rientrare nella loro patria. Gli rappresentavano che non era del suo interesse il tenere tutte le sue truppe in istato di guerra nelle province del regno, perciocchè ciò non poteva farsi senza impoverire lo stato e disgustare i sudditi che vedevano di mal occhio tutta la forza militare essere posta in mano de' Saraceni e de' Tedeschi; che nè pure poteva licenziarle senza indebolirsi, ed abbandonarsi, in certo modo, in balìa de' suoi naturali nemici i Guelfi ed i prelati; sicchè il solo partito cui poteva appigliarsi nella presente situazione, era di mandare i suoi soldati nelle province al di là di Roma nella Toscana e nella Romagna, ove sarebbero a carico de' suoi nemici; che colà si ridurrebbe la somma delle operazioni de' Guelfi, senza che potessero per altro impedire l'ingrandimento di autorità che a lui ne verrebbe dal ristabilimento de' gentiluomini in ogni tempo devoti alla sua casa.

I Ghibellini che chiedevano gli ajuti di Manfredi, erano stati cacciati da Firenze verso la fine del 1258, in conseguenza di una cospirazione diretta a riprendere al popolo l'autorità di cui erano stati spogliati. Citati dal podestà a giustificarsi innanzi ai tribunali, presero le armi contro gli arcieri del comune, tentando di difendersi nelle loro case[191]. Il popolo gli attaccò; Schiatuzzo degli Uberti e molti suoi clienti caddero morti; un altro Uberti ed un Infangati furono fatti prigionieri, i quali, convinti essendo d'avere cospirato contro la repubblica, furono condannati a perdere il capo. Gli altri Ghibellini alla testa de' quali trovavasi Farinata degli Uberti, il più grand'uomo di stato del suo secolo, dovettero uscire di città, e ripararsi a Siena, ov'erano ben accolti dalla fazione ghibellina allora dominante.

Nel trattato di pace stipulato del 1254 tra Siena e Firenze, era stato convenuto che le due repubbliche non darebbero asilo ai nemici ed ai ribelli dell'altra[192]. Perciò i Fiorentini fecero intimare a Siena l'osservanza dei trattati acciocchè vietasse entro le sue mura le ostili adunanze dei Ghibellini. I Sienesi, che avevano già fatto un trattato d'alleanza con Manfredi, non lasciaronsi sopraffare dalle minacce degli ambasciatori di Firenze, e risposero che avevano contratta alleanza coll'intero popolo fiorentino e guelfo e ghibellino, i quali tutti avevano allora un'egual parte della sovranità; che oggi vedevano una metà di questo stesso popolo scacciato dai suoi focolari, onde non sapevano dove fosse la repubblica: che non prenderebbero conoscenza delle loro civili discordie; ma che il popolo di Siena non romperebbe l'alleanza con quella parte del popolo fiorentino ch'era esiliata, perchè era infelice. Questa risposta procurò ben tosto ai Sienesi una dichiarazione di guerra, ed allora fu che i Ghibellini di Firenze, per cagione dei quali stava per incominciarsi la guerra, mandarono ambasciatori a Manfredi per ottenere il suo ajuto.

Il re di Sicilia, anche prima di ricevere l'ambasceria de' fuorusciti fiorentini, aveva mandate truppe per difendere la repubblica di Siena[193]. Il conte Giordano d'Anglone giunse in Toscana con un corpo di cavalleria tedesca. Entrò in Siena in dicembre del 1259, e fu adoperato dalla repubblica nell'espugnazione delle fortezze ribelli di alcuni gentiluomini. Ma l'acquisto di Grosseto, di Montemassi e dei conti Aldobrandeschi non era ciò che stesse a cuore degli emigrati fiorentini; onde questi facevano istanza a Manfredi d'accordargli in particolare delle truppe ausiliarie specialmente destinate a ristabilirli nella loro patria.

Manfredi non si lasciò subito muovere dalle istanze dei fuorusciti fiorentini, non volendo, mentre ancora vedevasi circondato da segreti nemici, privarsi di un maggior numero di soldati. Sapeva che gli emigrati sono sempre pericolosi consiglieri, perchè non avendo più nulla da perdere, non temono d'esporre i loro alleati qualunque volta travedano in alcun fatto la più lontana speranza di prospero successo. Diffatti loro sempre conviene di tentar la fortuna colle forze straniere, quando essi più non possono essere colpiti da verun sinistro. Manfredi per rimandare con onesti modi gli ambasciatori ghibellini offrì loro una compagnia di cento uomini d'armi tedeschi, siccome il solo corpo di cui potesse allora disporre. Tutti gli ambasciatori disponevansi a partire senza accettare così debole soccorso, che non credevano proprio che ad eccitare le risa de' loro nemici, ed a scoraggiare affatto i loro partigiani. Ma Farinata fece loro comprendere che dovevano approfittare delle offerte di Manfredi, qualunque si fossero. «Facciamo soltanto d'avere i suoi stendardi nella nostra armata, e li pianteremo in tal luogo, che ben dovrà in appresso mandarci più importanti soccorsi.»

In maggio del 1260 l'armata guelfa fiorentina entrò nel territorio di Siena per guastarlo; e dopo aver presi molti piccoli castelli, venne ad accamparsi presso alle mura di Siena stessa, avanti alle porte di Carnuglia. Frequenti erano le scaramucce tra le due parti, ma non venivano mai a formale battaglia. Un giorno Farinata degli Uberti, dopo avere riscaldati i Tedeschi seco condotti col vino ed altre spiritose bevande, sortì alla loro testa di città, e caricò impetuosamente il campo fiorentino. I Tedeschi penetrati troppo avanti tra le truppe nemiche, non ebbero più modo di ritirarsi, e perirono tutti combattendo, dopo aver fatto grandissimo danno ai Fiorentini, e quale non dovevano temere da così poca gente. La bandiera di Manfredi, rimasta in potere de' Guelfi, fu ignominiosamente strascinata nel campo, ed in appresso portata a Firenze, ed esposta ai nuovi oltraggi della plebe. Ecco ciò che desiderava Farinata, il quale scrisse al re di Sicilia che l'onor suo era compromesso, e che doveva vendicare gl'insulti fatti ai suoi stendardi; Manfredi gli mandò ottocento cavalli tedeschi ed alcuni pedoni, che furono posti sotto gli ordini del conte Giordano d'Anglone, ed uniti alle altre truppe ch'egli comandava col titolo di vicario generale del re Manfredi in Toscana.

Premeva ai fuorusciti fiorentini di venire senza ritardo ad un'azione che decidesse della loro sorte: ma i magistrati di Siena erano troppo prudenti per seguire così caldi consigli, o per avventurarsi troppo avanti sul territorio nemico, quantunque spalleggiati dalle truppe ausiliarie tedesche. D'altra parte credevasi a Firenze che il re non avesse accordati che tre mesi di paga alle sue truppe, e che, passato questo tempo, sarebbero sforzati di ritirarsi; talchè si pensava di non mettersi in campagna che dopo la loro partenza. I due castelli di monte Pulciano e di mont'Alcino ch'eransi posti sotto la protezione de' Fiorentini, trovavansi assediati da Sienesi; ma perchè situati molto al di là di Siena, i Fiorentini non s'attentavano di soccorrerli con una marcia pericolosa. Per determinarli ad avventurarsi nel cuore d'un paese nemico con tutte le loro forze, onde si dovesse poi venire necessariamente ad un fatto d'armi, Farinata intavolò un finto trattato cogli anziani di Firenze, per opera di due frati minori. Scriveva loro che il popolo di Siena era scontento del proprio governo; che i fuorusciti avevano gagliardi motivi di malcontento, e perciò disposti a riacquistare il favore della loro patria, rendendole un importante servigio; ch'essi avevano il modo di consegnare all'armata fiorentina la porta di san Vito a Siena, ma che per riuscire nell'intento dovevasi loro guarentire la ricompensa di dieci mila fiorini, e fare che sotto pretesto di soccorrere mont'Alcino si avanzasse sulle rive dell'Arbia una potente armata. Questa trama si maneggiava da soli due anziani, uomini presontuosi, che avevano in consiglio maggiore influenza di quel che si meritasse la loro incapacità.

I due anziani, poi ch'ebbero ottenuto l'unanime assenso de' loro colleghi, adunarono il consiglio del popolo; e proposero di vettovagliare Montalcino con una più poderosa armata di quella che in primavera di quell'anno era entrata nello stato di Siena. La maggior parte de' gentiluomini guelfi, che nulla sapevano della macchinazione di Farinata, ma che più de' plebei conoscevano l'arte della guerra, s'opposero ad un'intrapresa che risguardavano come imprudentissima. Il conte Guido Guerra, e poi Tegghiajo Aldobrandi rappresentarono come pericolosa cosa fosse l'attraversare lo stato di Siena guardato da un'armata di Tedeschi di cui ne avevano sperimentata la superiorità in altro fatto d'armi, in tempo che sarebbesi potuto vettovagliare Montalcino coll'ajuto degli Orvietani, senza strepito, senza pericolo e con piccola spesa; in oltre doversi sperare dal tempo vantaggiosi cambiamenti. Ma il popolo che diffidava dei nobili, ne rifiutò i prudenti consigli. Uno degli anziani interruppe l'Aldobrandi, villanamente rimproverandolo di non aver coraggio quando si doveva farne uso. Cece dei Gherardini, altro gentiluomo, volle appoggiare l'opinione di Tegghiajo, ma gli anziani gl'imposero silenzio sotto comminatoria dell'ammenda di cento fiorini. Il cavaliere offrì subito il pagamento dell'ammenda per avere il diritto di parlare; fu raddoppiata; indi portata fino a quattrocento fiorini, senza che perciò rinunciasse alla domanda di parlare; ma fu ridotto al silenzio dalla minaccia di pena capitale, se ostinavasi a disubbidire. Intanto il popolo, ciecamente diffidando de' gentiluomini, e ciecamente abbandonandosi ai consigli di magistrati inesperti, ordinò la riunione dell'armata.

Affinchè fosse più poderosa, i Fiorentini chiesero ajuto a tutti i loro alleati; onde i Lucchesi gli mandavano quante forze potevano disporre sia d'infanteria che di cavalleria; e numerosi corpi di truppa arrivarono pure da Bologna, Pistoja, Prato, Samminiato, san Gemignano, Volterra e Colle di val d'Elsa. Le forze proprie de' Fiorentini consistevano in ottocento cavalieri ascritti ai ruoli delle milizie, ed altri cinquecento al loro soldo. Giunti sul territorio di Siena vi trovarono quasi l'intera popolazione d'Arezzo e d'Orvieto; ricevuto il quale ultimo rinforzo, s'innoltrarono fino a Monte aperto, montagnetta situata cinque miglia al levante di Siena, sull'opposta riva dell'Arbia. Colà passarono in revista l'armata, che si trovò forte di tre mila cavalli e trenta mila fanti.

Gli anziani di Firenze aspettavano inquieti che fosse loro data in mano la porta di san Vito, come si faceva loro sperare dai messi che d'ora in ora mandavali Farinata, con segrete istruzioni di sedurre i principali Ghibellini del campo fiorentino. Finalmente questa porta s'aprì tutto ad un tratto[194], uscendone impetuosamente la cavalleria tedesca per caricare i Guelfi, seguita da quella degli emigrati fiorentini, e da quella che avevano potuto adunare i Sienesi, in numero di circa mille ottocento uomini d'armi. Tennero dietro alla cavalleria cinque mila fanti di Siena, tre mila vassalli della campagna, tre mila soldati mandati dalla repubblica di Pisa, e due mila Tedeschi, in tutto tredici mila uomini. Quantunque di numero assai più debole della Fiorentina, quest'armata non era divisa d'opinione come quella de' nemici, dalla quale staccaronsi i Ghibellini diretti dagli Abati e dai Della Pressa per unirsi ai fuorusciti; mentre Bocca degli Abati che stava presso al capitano dei gentiluomini, Jacopo del Vacca de' Pazzi, gli troncò con un colpo di sciabla il braccio con cui portava lo stendardo[195]. Nell'istante in cui scoppia il tradimento, non potendosi conoscere l'estensione del pericolo, l'immaginazione di tutti lo rende più grande; un maresciallo di truppe tedesche, che con quattrocento cavalli aveva girata la collina di Monte aperto, e che in quell'istante di confusione attaccò i Fiorentini alle spalle, raddoppiò il loro terrore. La cavalleria presa da panico timore fuggì a briglia sciolta: faceva più lunga resistenza l'infanteria, ma trovandosi rotta la sua ordinanza, non combatteva dietro un piano generale. Un corpo si chiuse nella rocca di Monte aperto, ma fu ben tosto forzato d'arrendersi a discrezione; i più valorosi eransi adunati intorno al carroccio, i quali coraggiosamente combattendo per difenderlo, rimasero quasi tutti morti o prigionieri; altri finalmente posti sul rovescio del colle, vedendo disfatti i primi due corpi, cercarono salvezza colla fuga. Solamente di Fiorentini furonvi più di due mila cinquecento uomini morti, non essendovi famiglia che non avesse a piangere alcun suo parente: degli ausiliarj i più maltrattati furono quelli d'Arezzo, d'Orvieto e di Lucca; talchè in totale il numero de' morti dell'armata guelfa montò a dieci mila, e più considerabile ancora fu quello de' prigionieri.

Questa disfatta distrusse affatto la potenza del popolo fiorentino; tutta la città quando n'ebbe avviso riempissi di grida di donne che chiedevano i loro mariti, i fratelli, i figliuoli: pure rientrando i fuggitivi l'un dietro l'altro, andavano ripetendo, dice Lionardo Aretino, che non dovevansi piagnere coloro ch'erano morti per la patria in battaglia, ma coloro ch'erano sopravvissuti, perchè i primi avevano terminata gloriosamente la vita, gli altri rimasti ludibrio de' loro nemici. E con queste parole scoraggiarono in modo i loro concittadini, che tutta la parte guelfa risolse d'abbandonare la città, non perchè non fosse fortificata, o mancasse di difensori capaci di tenere molto tempo contro i nemici, ma perchè il tradimento de' Ghibellini alla battaglia d'Arbia faceva temerne di nuovi; tanto più ch'eranvi ancora molti Ghibellini in città, i quali tra la comune costernazione mostravano un'insultante gioja. Un principio di discordia erasi già manifestato tra i plebei del partito guelfo e la nobiltà, la quale disapprovava l'imprudente spedizione nello stato di Siena, e la ruina dell'armata. Mentre i ricchi borghesi che avevano abbracciato con zelo il partito guelfo, mostrarono la propria ambizione, e s'abbandonarono alla loro gelosia contro i gentiluomini della stessa fazione, il basso popolo, straniero al governo, vedeva con indifferenza la tornata dei Ghibellini; i quali altronde erano pure loro concittadini, la di cui vittoria non disonorava la gloria nazionale, sicchè non dovevasi, per respingerli, esporre la patria a nuovi pericoli.

I capi dello stato erano informati di tali sentimenti del popolo, e tutti i più distinti cittadini del partito guelfo nobili e popolari il 13 settembre, nove giorni dopo la disfatta, uscirono di città colle loro donne e figli. Alcuni ripararonsi a Bologna, ma i più andarono a Lucca, ove fu loro dato il quartiere di san Friano, ed il portico che circonda la chiesa di questo nome. Ritiraronsi egualmente a Lucca i Guelfi di Prato, di Pistoja, di Volterra, di san Gemignano, e di tutte le città e terre di Toscana, tranne quelli d'Arezzo, cosicchè Lucca rimase sola costantemente il propugnacolo di tutto il partito guelfo.

Poi ch'ebbero diviso il bottino fatto sull'Arbia, i Sienesi presero a sottomettere alcune fortezze limitrofe del territorio fiorentino, mentre i fuorusciti ghibellini di Firenze avanzavansi verso la loro patria sotto la condotta del conte Guido Novello, uno de' signori di Casentino, della medesima famiglia del conte Guido Guerra, ma di opposto partito[196]. Avevano pure con loro il conte Giordano d'Anglone ed i cavalli tedeschi che il re Manfredi aveva loro accordati. Quest'armata ghibellina giunse in faccia a Firenze il 27 settembre e fu ricevuta senza opporle resistenza. I Ghibellini, postisi alla festa del governo, abolirono tutte le leggi fatte da dieci anni in poi, per accrescere l'autorità del popolo; e la repubblica fiorentina, benchè assoggettata al governo de' nobili, rimase però sotto la protezione di Manfredi, cui tutti i cittadini furono tenuti di giurare fedeltà. Il conte Guido Novello fu nominato per due anni podestà di Firenze, ed i soldati tedeschi del conte Giordano si pagarono colle entrate della città.

Intanto si adunò ad Empoli una dieta delle città ghibelline toscane per trattare dell'amministrazione futura di questa provincia, e dei mezzi di consolidare il partito ghibellino e l'autorità di Manfredi. Gli uomini più distinti di ogni città vi si recarono con tutti que' gentiluomini che avevano qualche dominio territoriale. Il conte Giordano aprì la dieta colla lettura degli ordini che aveva ricevuti dal suo signore: e perchè era richiamato nel regno colle truppe tedesche, invitava i Ghibellini a provvedere alla propria sicurezza, onde non avessero a soffrire qualche sinistro, in tempo della sua assenza.

Approfittando delle parole del conte, i deputati di Pisa e di Siena dichiararono che non sapevano vedere alcun mezzo di assicurare la fazione ghibellina, gl'interessi di Manfredi, e quelli della loro patria, finchè lasciavasi sussistere Firenze, città ricca e popolata, la di cui ambizione era ancora più grande delle sue forze, la quale, essendosi risguardata lungo tempo come la capitale de' Guelfi di Toscana, non cesserebbe giammai di favorire quel partito; che tutto il popolo era affezionato ai Guelfi, ed aveva approfittato della morte di Federico per attaccare i Ghibellini all'impensata; che sarebbe certamente pronto a fare lo stesso, qualora se gli presentasse l'opportunità di farlo; che perciò la salute della parte ghibellina era attaccata all'intera ruina di Firenze, alla demolizione delle sue mura ove riparavansi i loro nemici, alla dispersione di quel popolo che adunava forze e ricchezze per vendicarsi un giorno del presente disastro. I deputati delle città più deboli e delle terre che Firenze aveva quasi affatto ridotte in suo dominio, sotto apparenza di proteggerle, appoggiarono la domanda dei Pisani e dei Sienesi; come pure fecero molti de' gentiluomini fiorentini i quali desideravano di ricuperare l'indipendenza di cui i loro antenati godevano nelle loro fortezze, e rompere ogni legame colle città.

Allora alzossi Farinata degli Uberti[197]: «Io non ho stimato mai, diss'egli, con voce concitata, che dopo la battaglia dell'Arbia, e dopo una tanta e sì rilevata vittoria, m'avesse a dolere d'essere rimasto in vita; ora grandemente mi doglio ch'io non sono morto nella battaglia. E veramente non è cosa alcuna umana che si possa dire stabile o ferma, e molte volte accade che quello che noi crediamo essere giocondo, è di poi molesto e pieno di dolore ed angustia. E non è abbastanza il vincere nella battaglia; ma molto più importa in compagnia di chi tu vinci. L'ingiuria più pazientemente dell'avversario, che del compagno e collegato, si sopporta. Questa doglianza non fo al presente perchè io tema della rovina della mia patria, perciò che in qualunque modo la cosa passi, mentre che io sarò vivo, non sarà distrutta. Ma bene mi lamento e con grande indegnazione mi dolgo delle sentenze di coloro che hanno parlato innanzi a me. E pare appunto che noi ci siamo raunati in questo luogo per consultar se la città di Firenze si debba disfare, o lasciarla in quella condizione che ella si trova, e non a fine di pensare in che modo insieme con l'altre si possa mantenere nello stato della parte amica. Io non ho apparato l'arte oratoria, nè gli ornamenti del parlare, come coloro che hanno detto innanzi a me; ma secondo il volgare proverbio, io parlo come io so, ed apertamente dico quello che io ho nell'animo. E pertanto io affermo che non solamente la città mia, ma ancora me ed i miei cittadini riputerei troppo miseri ed abbietti, se a voi stesse il disfare, o non disfare la nostra patria. E certamente voi non lo potete fare, e non è posto in vostro arbitrio, perciò che noi con ragioni uguali siamo venuti nella vostra lega e nella vostra confederazione, non per disfare le città ma per conservarle. Le vostre sentenze non so dunque se sono da essere riputate, o più vane o più crudeli, ma e' si può dire e l'uno e l'altro: conciossiacosachè confortino prima quello che non è posto in vostro arbitrio, appresso non dimostrano altro che una somma crudeltà, ed uno acerbissimo odio verso i vostri collegati. E pareva cosa più tollerabile, essendo tutti convocati per la salute comune, por da parte gli odj, e le inimicizie antiche, e non cercare sotto questo colore la destruzion d'altri. Ma egli interviene che chi consiglia con odio, sempre consiglia male, e chi desidera di nuocere al compagno non cerca l'utilità comune. Io vorrei domandare, voi, chi è quello che avete in odio? S'egli è la terra di Firenze, vorrei sapere che hanno fatte le case e le mura? Se sono gli uomini, vorrei sapere se sono gli usciti, o noi che vi siamo dentro? Se siamo noi certamente questo errore è nostro, che ci siamo intesi coi nemici, stimando che fossero amici e collegati. Ma la vostra è ben grande iniquità che fingete d'essere amici, e fate con noi confederazione, e d'altra parte avete gli animi de' nemici. Se gli usciti sono quelli che più tosto che noi avete ad odio, perchè cagione perseguitate voi la terra, e le mura, che sono contra loro e per loro offesa, e non difesa? E per tanto ogni volta che voi pensate della distruzione di quella, non contra ai vostri nemici, ma contra ai vostri confederati tornano questi vostri pensieri. Voi potreste dire, Firenze è capo della parte guelfa. Si risponde, ch'ella era quando essi tenevano la città, ma ora ch'ella si tiene per noi quale è la cagione ch'ella si dice essere più della parte de' Guelfi, che de' Ghibellini? perciò che le mura e le torri sono secondo gli abitatori di quelle. Ancora mi potrebbe essere detto, il popolo e la moltitudine tiene con la parte contraria. A questo si risponde che nella battaglia fatta di prossimo al fiume dell'Arbia, si vide per esperienza, che buona parte de' cittadini si fuggì dal canto nostro. D'onde si dimostra che il popolo più tosto con noi tiene, che coi nostri avversarj. Appresso facilmente si può giudicare che gli avversarj nostri abbandonando di loro propria volontà la città di Firenze non si rifidavano nel popolo di dentro, che era fautore della parte nostra. Ma diciamo che la moltitudine che tiene con la parte nostra per le ragioni assegnate ci sia a sospetto, noi ch'abbiamo vinto non meritiamo essere a sospetto o ributtati. E voi avete trovato per rimedio che la nostra città, la quale non è inferiore ad alcun altra di Toscana, per questo sospetto sia disfatta? Chi è quello che dia un consiglio di questa qualità? Chi è quello che abbia ardire un odio concepito nell'animo con la voce sì aperta di mostrare? E pare a voi cosa conveniente che le vostre città si conservino, e la nostra sia distrutta? e voi vi ritorniate con grande prosperità nelle vostre patrie, e noi che insieme abbiamo acquistata la vittoria, in scambio del nostro esiglio ci sia restituito o retribuito la destruzione della nostra patria, più acerba e più dolente che la cacciata nostra? Ma è alcun di voi che mi reputi tanto vile, che io abbia a restar paziente, non dico a vedere questo, ma solamente ad udirlo? Se io ho portate l'armi, e perseguitati i miei nemici, da altra parte io ho sempre amata la mia patria. E non patirò mai che quella che gli avversarj conservarono, sia per me distrutta, nè consentirò che i secoli futuri abbiano a chiamare i nostri avversarj conservatori, e me distruttore della patria. Non sarebbe cosa alcuna di maggiore infamia che questa, nè cosa più vile, che per paura che non sia ricetto de' nemici disfare la terra tua. Ma che vo io multiplicando in parole? Finalmente esca di me una voce degna. Io dico, che se del numero de' Fiorentini non fossi se non io solo, non patirò mai che la mia patria sia disfatta, e se mille volte bisognasse morir per questo, mille volte sono apparecchiato alla morte.»

Avendo fatto fine al parlar suo, subito uscì di consiglio, ed era tanta l'autorità del Farinata, che mosse gli animi di tutti gli uditori, e massimamente perchè era cosa manifesta che nella parte ghibellina non v'era uomo più eccellente e di più riputazione, e dubitavano tutti che questo sdegno ch'egli aveva preso, non avesse a fare grandissimo danno alla causa comune. E per tanto fu prestamente sopito questo ragionamento di distruggere Firenze; e non si parlò d'altro che di placare l'indegnazione di questo virtuoso cittadino; al quale oggetto gli furono mandati i più riputati personaggi del suo partito, per ricondurlo nell'assemblea, e quando rientrò, tutti i principali Ghibellini, rinunciando ad ogni spirito di discordia, non trattarono d'altro che di consolidare la loro fazione in Toscana con mezzi di comune aggradimento. Convennero di assoldare a carico della lega ghibellina di tutta Toscana mille uomini d'armi, i quali sarebbero sotto il comando del conte Guido Novello, oltre quelli che ogni città manterrebbe per proprio conto.

Questi sono precisamente i tempi eroici della storia della moderna Italia, i quali rimarranno sempre uniti alle memorie poetiche. Dante il suo maggior poeta ed il più elevato ingegno nacque cinque anni dopo la rotta d'Arbia, e fissò l'epoca della sua discesa all'inferno quarant'anni dopo. La generazione de' suoi padri è quella ch'egli incontra nel mondo di là, ed alla quale accorda lode o biasimo. Abbiamo detto che Bocca degli Abati, il traditore che atterrò la bandiera fiorentina, fu uno di coloro ch'egli vide attuffati presso al conte Ugolino negli eterni ghiacci dell'ultimo cerchio dell'inferno. Trovò pure nell'inferno Farinata, che il suo attaccamento alla casa di Svevia, l'inimicizia dei papi, ed il disprezzo delle loro scomuniche, avevano fatto colpevole d'eresia. In un vasto piano che vomitava fiamme in ogni lato, innalzavansi qua e là de' sepolcri, a guisa di orribili caldaje fatte rosse da perpetuo fuoco: erano aperte, ma il coperchio che doveva chiuderle stava sospeso sopra di loro, e da quelle arche infernali uscivano spaventose grida e sospiri.

O Tosco, che per la città del foco

Vivo ten' vai così parlando onesto,

Piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

Di quella nobil patria natío

Alla qual forse fui troppo molesto.

Subitamente questo suono uscío

D'una dell'arche; però m'accostai,

Temendo, un poco più al duca mio.

Ed ei mi disse: volgiti, che fai?

Vedi là Farinata che s'è dritto:

Dalla cintola in su tutto 'l vedrai.

Io aveva già 'l mio viso nel suo fitto,