STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO IV.


ITALIA
1817.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO XXIII.

Guerra di Sicilia. — Grandezza e decadenza della repubblica di Pisa. — Crudel morte del conte Ugolino. — Nuove turbolenze a Firenze.

La strage di Sicilia che non aveva tolti al re Carlo che quattro mila soldati francesi, era più che una disfatta, un affronto ch'egli doveva vendicare; nè tale perdita era di tanta importanza ch'egli non potesse ben tosto ripararvi. Se è vero che avesse adunati dieci mila cavalli ed un proporzionato numero di pedoni per fare l'impresa del Levante; se ne' suoi vasti progetti calcolava la conquista di tutto l'impero greco, pare che con queste forze già riunite egli avrebbe in pochi giorni potuto sottomettere una provincia ribelle, non ancora preparata ad una vigorosa resistenza, sprovvista di arsenali, di armata, di tesoro, non sostenuta da uno stabile governo, non difesa da esperti generali; ove tutto quanto gli si poteva opporre era l'odio profondo contro di lui concepito ed il timore delle sue vendette. Ma le passioni che agitano un'intera nazione, che le danno un solo sentimento, una sola vita, un solo interesse in faccia al quale tutto cede; le passioni che non lasciano calcolare nè sforzi, nè pericoli, nè sagrificj, danno ad un popolo assai maggiori mezzi di resistenza, di quelli che potrebbe somministrargli la previdenza d'un governo regolare, e l'azione uniforme e sempre subordinata al calcolo della militare disciplina. La Sicilia fu invincibile: ella resistette agli sforzi combinati del re Carlo, del papa, del re di Francia, di tutti i Guelfi d'Italia e dello stesso re d'Arragona, che per rappacificarsi colla Chiesa prese parte in una vergognosa lega co' suoi nemici. La casa d'Angiò consumossi con inutili sforzi per ricuperare un regno avuto già in suo dominio; e, mentre combatteva, l'Italia, di cui aveva minacciata la libertà, ricuperò la propria indipendenza: anch'essa forse ne abusò, perciocchè, mancati i grandi interessi che la tenevano unita, e non vedendosi minacciata da vicino pericolo, si abbandonò alle parziali guerre tra città e città ed alla violenza delle fazioni.

Ad ogni modo se la Sicilia non era dal mare separata dagli altri stati del re Carlo, non avrebbe probabilmente potuto lungamente resistere. Un'armata vendicatrice sarebbesi presentata in faccia a Messina ed a Palermo pochi giorni dopo la strage dei Francesi; avrebbe trovato il popolo spossato dai suoi proprj furori e di già in preda al pentimento, che in lui non si manifesta giammai con maggiore unanimità, che nell'istante in cui si riposa dopo i suoi primi eccessi.

Del 1282 prima che fosse organizzata la difesa della Sicilia, prima che Carlo avesse potuto far passare le sue truppe al di là del Faro, e prima che Pietro d'Arragona si presentasse colla sua armata, gli abitanti di Palermo avevano spediti alcuni religiosi al papa, acciò che interponesse i suoi buoni ufficj per ottener loro da Carlo il perdono. Questi inviati, introdotti in concistoro, gittaronsi in ginocchio, ripetendo tre volte queste sole parole delle litanie consacrate dalla Chiesa: Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi di noi pietà. Martino IV, forse più sdegnato di Carlo, alzossi, ripetendo altresì tre volte queste parole della passione: Salve, re de' Giudei, dicevano essi, e gli davano uno schiaffo: indi scacciò da sè i religiosi, senza permetter loro di soggiugnere una sola parola[1]. D'altra parte gli abitanti di Messina cercarono di placare la collera di Carlo, ma questi gli fece sapere che non si piegherebbe ad accordar loro verun patto; che le loro vite e quelle de' loro figliuoli erano consacrate come quelle di traditori alla chiesa ed alla corona; e che omai non dovevano pensare che a difendersi, se il potevano.

Intanto passò alcun tempo avanti che la flotta e l'armata del re, adunate in Brindisi per la spedizione della Grecia, potessero porsi in mare. Lo stesso Carlo andò a Brindisi, ove dovevano pure recarsi le truppe ausiliarie che gli mandavano le città guelfe della Toscana e della Lombardia. Fece in appresso marciare la sua armata fino all'estremità della Calabria, ed egli stesso s'imbarcò per raggiungerla a Reggio. Soltanto il 6 di luglio del 1282 arrivò in faccia a Messina con cento trenta galee o grosse navi, e trasportò le sue truppe dall'una all'altra riva dello stretto. Egli aveva con lui cinque mila uomini d'armi ed un ragguardevole corpo d'infanteria[2]. I Siciliani non avevano armata da opporre al re, ma non erano affatto sprovveduti di navi. Erano cadute in loro potere quelle che Carlo avea fatto allestire per l'impresa di Grecia a Palermo, a Siracusa ed in altri porti dell'isola, come pure i materiali che trovavansi ne' cantieri di Messina, che furono adoperati in difesa della città, dove le mura erano guaste, facendo palizzate e baluardi, resi forti solamente dal coraggio de' difensori.

Mentre gli abitanti di Messina respingevano valorosamente i giornalieri assalti di Carlo, Giovanni di Procida, accompagnato dai sindaci e procuratori di tutte le città siciliane, fece un secondo viaggio alla corte del re Pietro d'Arragona per affrettarne i soccorsi. Lo trovò ad Ancolle, porto dell'Affrica, ove, malgrado il cattivo esito della sua spedizione contro i Mori, si rimaneva, preferendo di lasciare i Siciliani esposti molti mesi a tutte le vendette di Carlo, più tosto che esporsi al risentimento di quel temuto monarca avanti di vedere qual piega prenderebbero gli affari della Sicilia. Ma comprendendo dal racconto di Giovanni che i Siciliani eransi omai tanto inoltrati nella ribellione, che per alcun modo non potevano più dare a dietro, imbarcossi colla sua armata alla volta della Sicilia, e giunse avanti a Trapani il 30 agosto del 1282[3]. Tutti i baroni dell'isola eransi adunati a Palermo per ricevervi il nuovo re; che si affrettarono di far incoronare dal vescovo di Ceffalù, e gli prestarono il giuramento di fedeltà. Non lasciavano per altro d'essere assai inquieti osservando le deboli forze di Pietro in confronto di quelle di Carlo; e prevedevano che, presa Messina dai Francesi, in breve tempo tutta l'isola sarebbe soggiogata; ed avevano avviso che quella città incominciava ad avere tanta scarsità di viveri, che non potrebbe oramai tenere più di otto giorni. Fortunatamente il re arragonese aveva condotta seco la sua flotta composta soltanto di galee armate in guerra e disposte a combattere, e questa era comandata da Ruggero di Loria, gentiluomo calabrese, che aveva abbandonata la patria quando venne in potere de' Francesi, ed era il più esperto e più fortunato ammiraglio che allora si conoscesse. Carlo all'opposto, non s'aspettando d'aver nemici sul mare, non aveva seco menato che navi da trasporto e galere disarmate; almeno con tale pretesto gli storici guelfi cercano di scusare la debolezza della sua marina veramente strana ed incauta. Ruggero di Loria, riunite sessanta galee sottili della Catalogna e della Sicilia, andò ad occupare lo stretto per impedire che fosse vittovagliata l'armata francese. Nello stesso tempo il re Pietro fece lentamente avanzare le sue truppe alla volta di Messina[4], e mandò tre cavalieri catalani a Carlo colla seguente lettera di sfida:

«Pietro re d'Arragona e di Sicilia a te, Carlo, re di Gerusalemme e conte di Provenza.

«Noi ti participiamo il nostro arrivo nell'isola di Sicilia, regno che ci fu aggiudicato dall'autorità di santa Chiesa, da messere il papa e dai venerabili cardinali; e ti comandiamo che, veduta questa lettera, tu debba partire dall'isola di Sicilia con tutta la tua forza e la tua truppa; e sappi che se tu non lo farai, vedrai immantinenti con tuo danno i nostri cavalieri ed i nostri fedeli attaccare la tua persona ed i tuoi soldati.»

Carlo il più orgoglioso monarca di cristianità, e fino a quest'epoca fors'anco il più potente, fremè di sdegno quando lesse una così superba lettera d'un piccolo principe ch'egli non credeva potergli stare a fronte; e gli mandò la seguente riposta:

«Carlo, per la grazia di Dio, re di Gerusalemme e di Sicilia, principe di Capoa, conte d'Angiò, di Forcalquier e di Provenza, a te Pietro, re d'Aragona, conte di Valenza.

«Noi siamo estremamente maravigliati come tu abbi avuto l'audacia di venire nel regno di Sicilia a noi conceduto dall'autorità della santa romana Chiesa; perciò ti comandiamo che, a vista della nostra lettera, tu debba partire dal nostro regno di Sicilia come malvagio traditore di Dio e della santa Chiesa. E se tu non lo fai, noi ti sfidiamo come nostro nemico e traditore verso di noi. All'istante ci vedrai venire a tuo danno; giacchè noi e la nostra armata desideriamo molto di vederti colle tue genti che tu hai condotte»[5].

Ma Carlo non potè sostenere coi fatti l'orgoglio della sua lettera: il suo ammiraglio Enrico de' Mari venne ad avvertirlo che aveva avviso dell'imminente arrivo di Ruggero di Loria, e ch'egli non poteva sostenerne l'incontro, perchè le sue grosse navi mal potevano manovrare nello stretto, ed altronde erano affatto disarmate: gli osservava che erano nella burrascosa stagione dell'equinozio; che la Calabria non offriva alcun sicuro porto per ripararvisi; e che, se la flotta era incendiata dal nemico, la sua armata avrebbe dovuto morire di fame. Convien che le circostanze fossero urgenti, poichè un monarca così fiero, così irritato, un monarca così coraggioso fu forzato di cedere; pure la cosa non è affatto chiara. In tre giorni l'armata francese ripassò lo stretto, ed il quarto, 28 di settembre, Ruggero di Loria comparve innanzi al porto di Messina, e s'impadronì di ventinove galere francesi che non fecero veruna resistenza. Si avanzò poi verso la Catona e Reggio di Calabria dove avevano dato fondo tutte le galere e le navi da trasporto del re, in numero di ottanta, e vi fece appiccare il fuoco sotto gli occhi di Carlo che non poteva difenderle: il quale vedendo l'incendio della sua flotta rodeva per rabbia lo scettro che teneva in mano, e gridava: «Ah Dio! Dio! voi m'avete elevato assai! vi prego che mi facciate scendere dolcemente»[6].

Pareva a Carlo che la sua flotta e la sua armata ch'egli era accostumato a far agire con somma facilità, si rifiutassero tutti ad un tratto di seguire gl'impulsi della mano che li dirigeva. Trovavasi vinto senza ancora sapere quale forza impiegasse contro di lui il suo nemico, e senza aver potuto combattere; onde era impaziente di far prova del proprio valore, d'incaricarsi egli medesimo della sua vendetta, invece di confidarla al braccio de' suoi soldati, o di farla dipendere dall'incostanza degli elementi. Dopo avere abbandonata la Sicilia scrisse al re Pietro, invitandolo a decidere con un privato combattimento sottomesso al giudizio di Dio, i loro diritti e la loro lite. Propose che cento cavalieri combattessero contro cento cavalieri a Bordeaux, sotto la guarenzia del re d'Inghilterra, cui apparteneva questa città: i due re dovevano trovarsi alla testa dei loro campioni e promettere che la sorte della Sicilia dipenderebbe dall'esito della pugna. Pietro d'Arragona che aveva bisogno di acquistar tempo per assodare la sua autorità in Sicilia, e terminare i preparativi di difesa, accettò con piacere la proposta di Carlo, tanto più che avendo egli minor numero di sudditi, poche truppe e meno tesori, era ben fortunato di poter combattere con pari forze con un così potente nemico. I due re promisero di trovarsi a Bordeaux il 15 maggio del 1283, dichiarando in caso che mancassero all'appuntamento, non solo di rinunciare ad ogni diritto sul regno di Sicilia, ma inoltre ad essere spogliati dei loro stati ereditari, e vituperati da ogni assemblea di nobili e cavalieri, come traditori ed uomini senza onore[7].

Gli apparecchi per questa pugna giudiziaria allontanarono alcun tempo i re rivali dai regni della Sicilia e della Puglia, locchè diede un'apparenza di pace a queste province, mentre molte altre contrade d'Italia erano, a quest'epoca, travagliate dalla guerra. In quest'anno scoppiò la lite tra le due potenti repubbliche di Genova e di Pisa, lite che doveva essere cagione ad ambedue d'immensa perdita di ricchezze e di soldati.

L'anno 1276 la repubblica di Pisa era stata costretta dai Fiorentini a richiamare tutti gli esiliati, ma in tale circostanza la sua sommissione alla volontà de' suoi nemici le era riuscita vantaggiosa. I nobili richiamati nel suo seno avevan vissuto in pace, e tale era in questo secolo la semplicità de' costumi privati e l'economia de' più ricchi cittadini, che ad una città bastava il riposo di pochi anni per vedere duplicate le proprie entrate, e trovarsi per così dire imbarazzata dalle sue ricchezze. Era ignoto ai Pisani il lusso della mensa, degli addobbi e della numerosa servitù, benchè il loro fertile territorio producesse ogni anno ubertose ricolte e fossero ad un tempo proprietari e sovrani di quasi tutta la Sardegna, della Corsica e dell'isola dell'Elba. Avevano inoltre stabilite colonie a san Giovanni d'Acri ed a Costantinopoli, e le loro fattorie in queste due città facevano un estesissimo commercio coi Saraceni e coi Greci. Nè ci voleva meno di così grosse entrate, come erano le loro, per supplire alle immense spese delle guerre marittime, e per far fronte alle ruine che accompagnavano sempre la disfatta di ogni fazione, quand'erano confiscati i beni dei vinti, e le loro case abbandonate al saccheggio. Nulladimeno perchè in tempo di guerra non si erano consumate le entrate a venire, la pace accumulava nuove fortune, e riparava in pochi anni le perdite delle passate guerre. Pisa a quest'epoca contava tra i suoi cittadini vari signori che pei loro titoli, le ricchezze ed il numero de' vassalli avrebbero potuto pareggiarsi ai sovrani d'Italia. Il giudice di Gallura, il giudice d'Arborea, il conte Ugolino, il conte Fazio, il conte Nieri, ed il conte Anselmo, avevano cadauno una piccola corte ed una piccola armata[8]. I Pisani andavano orgogliosi della magnificenza di tanti signori, che si gloriavano d'essere loro concittadini. Essi soffrivano di mala voglia la rivalità de' Genovesi che, avendo anch'essi stabilimenti nel Levante, s'arricchivano egualmente collo stesso commercio e loro disputavano la sovranità delle isole del Mediterraneo[9]. Sebbene l'un popolo e l'altro fossero in quest'epoca governati dalla fazione ghibellina, mal sapevano contenere il concepito vicendevole odio. Sembra che le prime ostilità fossero provocate dai Pisani.

I ladronecci del giudice, ossia signore di Ginerca in Corsica furono cagione della rottura. I Genovesi, come protettori della città di Bonifazio, vollero reprimerli, e nel mese di maggio del 1282 spedirono in Corsica quattro galere con duecento cavalli e cinquecento soldati. Il giudice battuto da questa piccola armata venne a Pisa ad implorare i soccorsi della repubblica, di cui si riconobbe vassallo. I Pisani lo presero in fatti sotto il loro patrocinio, ed intimarono ai Genovesi di non recargli ulteriore molestia, facendo in pari tempo passare in Corsica alcune truppe per ajutarlo a difendersi.

A questo s'aggiunsero altri atti d'ostilità, che fieramente inasprirono il vicendevole odio dei due popoli. Una galera genovese che tornava dalla guerra di Sicilia fu, senza averli provocati, presa dai Pisani; i Genovesi che abitavano in san Giovanni d'Acri furono attaccati dai borghesi di quella città ad istigazione dei Pisani, cacciati dal loro quartiere, saccheggiati i magazzini ed incendiate le case[10].

Dopo avere per mezzo de' loro ambasciatori domandata invano soddisfazione di così gravi ingiurie, i Genovesi risolsero di ottenerla colle armi. Per altro i due popoli s'andarono lungo tempo provocando, ed in seguito evitandosi, senza venire seriamente alle mani. Ciò facevano, senza dubbio, gli uni e gli altri per addestrare le loro ciurme alle manovre militari, ed aver tempo di adunare i loro marinai sparsi su tutti i mari a servigio del commercio, prima di esporre l'onore delle loro armi, e forse la sorte delle repubbliche in una battaglia generale.

Alla fine d'agosto, Nicola Spinola si presentò avanti alle foci dell'Arno con ventisei galere, e si ritirò quando i Pisani uscirono con trenta per dargli la caccia. Otto giorni dopo, l'ammiraglio pisano, Guinicello Sismondi, spiegò anch'egli le vele per cercare i Genovesi a casa loro. S'avanzò fino a Porto Venere senza incontrare la flotta genovese, e, dopo aver saccheggiato quel porto e la vicina campagna, fu assalito il 9 settembre, mentre si ritirava, da una burrasca che fece incagliare la metà delle sue navi tra Viareggio ed il Serchio[11].

I Genovesi non potevano darsi vanto del disastro di Guinicello; quindi fecero quanto potevano per porsi in istato di sostenere con maggior gloria la guerra. Nominarono una Credenza, ossia consiglio di confidenza, composto di quindici membri, ai quali diedero un assoluto potere su tutti gli affari marittimi. Ordinarono che niun bastimento mercantile uscisse del porto, onde la repubblica potesse valersi nella guerra della ciurma delle navi mercantili, e perchè non fosse compromesso l'onore della nazione con troppo deboli squadre, dichiararono che non sarebbe considerato siccome ammiraglio chi comandasse meno di dieci navi, nè gli sarebbe permesso d'inalberare lo stendardo di san Giorgio. In seguito la Credenza fece porre sui cantieri cento venti nuove galere, cioè cinquanta nel cantiere di città, e le altre ne' porti delle due Riviere.

L'orgoglio di questi due popoli e il desiderio di superarsi l'un l'altro colla forza aperta e non colle astuzie ch'essi sprezzavano, mantenne fra loro fin verso alla metà di questa guerra una singolare costumanza. Ogni repubblica mandava presso l'altra un notajo con quattro esploratori, dando loro apertamente commissione di rendere conto alla loro patria dei progetti e degli apparecchi dei loro nemici. I Pisani, ufficialmente avvisati dai loro esploratori del numero delle galere che facevansi a Genova, disposero di farne anch'essi altrettante; e nello stesso tempo nominarono loro ammiraglio Rosso Buzzacherini della famiglia Sismondi come il suo predecessore[12].

Non pertanto l'anno 1283 si passò come il precedente in una specie di torneo marittimo nel quale non si fece cosa di molta importanza da una parte e dall'altra, limitandosi a far pompa delle straordinarie loro forze. I Pisani furono veduti una volta avanzarsi con sessantaquattro galere fin presso al porto di Genova, mentre sortivano settanta vascelli genovesi per incontrarli, i quali dopo essere rimasti alcun tempo in faccia gli uni agli altri, temendo ambedue d'esporsi contro forze eguali, si ritirarono senza venire alle mani[13]. A stento si può concepire come due sole città potessero armare due flotte press'a poco eguali a quelle con cui adesso si batterebbero le due più potenti nazioni d'Europa.

L'anno 1284 i Pisani ed i Genovesi trovaronsi abbastanza esercitati e padroni di tutte le loro forze onde desiderare egualmente di metter fine alla guerra con più sanguinose e decisive battaglie. I Pisani nominarono loro ammiraglio Guido Jacia, e gli commisero di scortare con ventiquattro vascelli il conte Fazio che mandavano in Sardegna con truppe e danaro per assoldarne delle altre. Il vascello che aveva a bordo il conte Fazio essendosi separato dagli altri, fu incontrato nel mar sardo da una flotta genovese di ventidue galere capitanata da Enrico de Mari. Il vascello fu preso quasi senza battersi, e bruciato dai Genovesi quando videro la flotta pisana far forza di vele per raggiugnerli. La battaglia s'appiccò in seguito tra le due flotte il primo di maggio, e si sostenne tra forze quasi uguali lungo tempo con notabile perdita da ambo le parti. Finalmente essendo stato calato a fondo un vascello pisano, ed altri tre danneggiati in modo, che dopo essere usciti dalla pugna perirono in aperto mare, la vittoria si dichiarò pei Genovesi, che presero e condussero a Genova otto galere e mille cinquecento prigionieri; non essendo rientrati nel porto di Pisa che dodici galere con molta difficoltà[14].

Ma lungi dallo scoraggiarsi per tale disfatta, i Pisani raddoppiarono i loro apparecchi per farne vendetta. Nominarono loro podestà Alberto Morosini di Venezia, che godeva nella sua patria riputazione di eccellente capitano di mare; gli aggiunsero come capitani della loro flotta il conte Ugolino della Gherardesca ed Andreotto Saracini. Il tesoro erasi quasi esaurito ne' precedenti armamenti; ma tutti i gentiluomini pisani s'incoraggiarono a fare colle private loro fortune un generoso sforzo per ricuperare l'onore della patria. I Lanfranchi, ch'erano in allora la più numerosa famiglia di Pisa, armarono undici galere, i Gualandi, i Lei ed i Gaetani ne armarono sei, tre i Sismondi, quattro gli Orlandi, gli Upezzinghi cinque, i Visconti tre, i Moschi due, ed altre famiglie si unirono per armarne una. Questo generoso patriottismo creò una flotta di cento tre galere, che spiegò le vele nel mese di luglio, e venne a schierarsi in faccia al porto di Genova. Là i Pisani provocarono i Genovesi ad uscire per combatterli, e lanciarono contro il porto molte freccie d'argento. Era questa una braveria in uso tra que' due popoli, che, per quanto sembra, solevano in tal modo fare pomposa mostra della loro ricchezza e prodigalità. I Genovesi sfidati risposero che i loro vascelli non erano ancora apparecchiati, ma che raddoppiarebbero d'attività per rendere ben tosto ai Pisani la loro visita.

Di fatti non erano da molti giorni rientrati nell'Arno i Pisani, che i Genovesi avendo armate cento sette galere, si presentarono ne' mari di Pisa, e mandarono a sfidare i loro nemici. I Pisani rimontarono su le loro galere con una sollecitudine, con un tale giubilo, che ben sembrarono felice presagio di vittoria. La maggior parte delle navi trovavansi ancorate tra i due ponti della città. Venne l'arcivescovo sul ponte vecchio con tutto il clero, e spiegando al vento lo stendardo del comune, benedì la flotta. Si moltiplicarono le grida di gioja, si levò l'ancora, ed i vascelli scesero fino alla foce dell'Arno.

All'indomani 6 agosto 1284 le flotte si scontrarono presso all'isola della Meloria, e la battaglia incominciò poco dopo il mezzogiorno. I Genovesi che avevano ricevuto un nuovo rinforzo, nascosero Benedetto Zaccaria, che l'aveva condotto, con trenta galere dietro la piccola isola della Meloria; per la quale manovra sembrando le due flotte d'uguale forza, i Pisani non si rifiutarono di porre in arbitrio d'una battaglia la salvezza della loro repubblica, ed il dominio del mare inferiore.

Le due flotte s'avanzarono divise in più corpi. Tra i Pisani il podestà Morosini comandava la prima squadra, Andreotto Saracino la seconda, ed il conte Ugolino la terza: le tre squadre della flotta genovese erano comandate dall'ammiraglio Oberto Doria, Corrado Spinola e Benedetto Zaccaria. Terribile fu l'urto delle due prime che vennero alle mani nello stesso istante, e la battaglia si continuò lungo tempo, senza che si scorgesse una parte più avvantaggiata dell'altra; ma la vista di quel fatto, dice uno storico genovese, ispirava ad un tempo orrore e compassione[15]. Infinito era il numero di coloro che perivano in cento diverse maniere; gli uni cadevano mutilati sul ponte, altri erano precipitati semivivi nell'onde; allora nuotavano intorno alle navi, ed imploravano l'ajuto e la pietà de' loro compatriotti e de' loro nemici; prendevano tutto quanto veniva loro alle mani, s'aggrappavano ai remi, e, perciò che in tal guisa sospendevano la manovra, per continuare la battaglia venivano respinti cogli stessi remi, e ricacciati nell'acque. Intorno ai vascelli il mare era vermiglio pel sangue che usciva dai bocca-porti; ogni onda era coperta di cadaveri, di scudi, di lance, di freccie, di caschetti. Frattanto i capitani gridavano per incoraggiare i loro soldati, non cessando di ripeter loro che questa volta trattavasi della salvezza della patria; che spesso avevano combattuto coi medesimi nemici cogli eterni nemici della loro città; ma che prima d'ora i due popoli non eransi ancora trovati tutt'intieri in faccia l'uno dell'altro, che non avevano giammai, per ottenere la vittoria in una sola battaglia, sagrificate tutte le risorse delle battaglie future: ed i soldati, rispondendo con furibonde grida a tali conforti, raddoppiavano i loro sforzi.

Le galere battevansi all'arrembaggio, e quella montata dal Morosini era alle mani col vascello ammiraglio d'Oberto Doria. In quest'istante i trenta vascelli di Benedetto Zaccaria uscirono dall'opposta riva della Meloria e s'unirono alle altre navi genovesi. La galera di Zaccaria si pose dall'altro lato del vascello ammiraglio pisano, il quale, attaccato da due bande, fu finalmente preso dopo una lunghissima resistenza, mentre un altro vascello che portava lo stendardo del comune di Pisa, attaccato da due galere, cadeva pure in potere dei nemici. Questa doppia perdita sparse il terrore nella flotta pisana, ed il conte Ugolino, come assicurano gli scrittori pisani, colse quell'istante per dare il segno della fuga, non per viltà, ma per indebolire la sua patria, onde più facilmente ridurla in servitù.

La disfatta, dopo così accanita battaglia, fu compiuta; i Genovesi presero ventotto galere, e sette ne colarono a fondo, valutandosi la perdita dei Pisani a cinque mila morti, ed undici mila prigionieri. Siccome questi ultimi furono condotti a Genova e vi rimasero lungo tempo in prigione, dicevasi comunemente in Toscana che oramai per veder Pisa bisognava andare a Genova[16].

La prima notizia che giunse a Pisa della battaglia, vi sparse la desolazione e lo spavento; le donne, dimenticando nell'estremo dolore la consueta loro modestia e la loro cura di nascondersi agli occhi del pubblico, ingombravano le strade che conducono al mare. Confuse cogli uomini stringevansi intorno a coloro che tornavano dalla battaglia, non lasciandoli andare avanti se prima non avevano soddisfatto alle loro domande. Ma di mano in mano che gli arrivati avevano parlato, si vedevano staccarsi dalla folla matrone desolate che, informate della morte de' loro sposi, figli o fratelli, si appartavano, percuotendosi il petto e stracciandosi i capelli. Tutte partecipavano di questa universale afflizione; perciocchè non eravi in Pisa una sola famiglia che non avesse parte a tanto infortunio, e non avesse a versar lagrime almeno sopra uno de' suoi membri, avendone molte perduti due, tre ed anche più. Fu d'uopo che i magistrati essi medesimi s'interponessero per far rientrare, quasi a forza, nelle proprie case tanti infelici che il dolore rendeva forsennati; e quando, dopo alcuni giorni, le donne uscirono nuovamente di casa, per pregare ne' templi, non ne fu vista una sola che non fosse vestita di corrotto. Pel corso di sei mesi non altro udivansi in Pisa che gemiti, gridi e funebri rimembranze.

Intanto i Genovesi, rientrati in porto, festeggiavano ne' templi la loro vittoria, e consultavano intorno alla sorte di tanti prigionieri. Alcuni senatori proponevano di cambiarli contro il forte di Castro in Sardegna, il quale risguardavasi come il baluardo de' possedimenti de' Pisani in quell'isola; ed altri preferivano una taglia in danaro. Ma la gelosia nazionale suggerì il più dannoso consiglio di tenerli in prigione perpetuamente, affinchè le loro mogli, non potendo rimaritarsi, venisse Pisa a mancare di nuova popolazione. Questo consiglio fu adottato, ed essendosi prolungata la guerra tredici anni, quando finalmente la pace rendette la libertà a quel misero avanzo di prigionieri, trovaronsi per le riportate ferite, per malattie, per l'età ridotti a così ristretto numero che, di undici mila, ne tornarono a Pisa appena mille.

Se la condotta de' Genovesi fu poco generosa, quella de' Guelfi toscani lo fu ancora meno. Pisa era la sola città ghibellina della provincia; onde essi determinarono di approfittare della presente sventura per distruggerla colla sua fazione. Fecero perciò proporre ai Genovesi di collegarsi con loro, promettendo di assediare Pisa per terra, mentre i Genovesi la chiuderebbero dalla banda dei mare, obbligandosi di non accordarle la pace a veruna condizione, ma di atterrarne le mura e disperderne i cittadini nelle vicine terre. Fiorenza, Lucca, Siena, Pistoja, Prato, Volterra, San Gemignano e Colle sottoscrissero quest'alleanza coi Genovesi, ed il 10 di novembre tutti i Fiorentini domiciliati in quella città l'abbandonarono, giusta l'ordine ricevuto dalla loro patria, mentre seicento cavalieri al soldo di Firenze entravano, per la strada di Volterra, nel territorio pisano, guastandolo e facendo ribellare molte terre[17].

Erano i Pisani informati delle strette relazioni che il conte Ugolino della Gherardesca aveva conservate coi Fiorentini; conoscevano inoltre i talenti e l'accortezza di questo ambizioso cittadino, e l'arte con cui aveva saputo rendersi influente presso le due fazioni, ghibellino di nascita e guelfo per le contratte parentele. Nella difficile situazione in cui si trovavano, risolsero i Pisani di mettere il conte alla testa della repubblica, come i Romani in meno critiche circostanze avrebbero nominato un dittatore. Si assicura che i Pisani prigionieri in Genova, i quali dalle loro prigioni non lasciavano di conservare molta influenza sulle deliberazioni della loro patria, proposero essi medesimi tale elezione. Il conte Ugolino fu nominato per dieci anni capitano generale di Pisa; e la prima cura affidatagli fu quella di sciogliere la lega formata contro la patria.

Il conte Ugolino univa a molta desterità una coscienza poco scrupolosa; e forse era egli il principale motore della alleanza de' Guelfi contro i suoi concittadini. A Firenze era risguardato come un dichiarato Guelfo, onde vedendolo alla testa della repubblica pisana si credette d'aver ottenuto, senza adoperar le armi, il trionfo del partito guelfo ch'era stato l'unico motivo della lega. Ugolino fece proporre ai priori delle arti di Firenze di negoziare con lui; e nelle stesso tempo mandò loro un regalo di vini, pretendendosi che tra le bottiglie ve ne fossero alcune piene di fiorini d'oro in cambio di vernaccia[18]. Offrì inoltre di cedere ai Fiorentini molte terre del territorio pisano, ed ottenne con questi mezzi di sciogliere la lega de' Guelfi coi Genovesi. Vero è che i Fiorentini, staccandosene, imposero ai Pisani la condizione d'esiliare tutti i Ghibellini dalla città, onde non rimanesse loro alcun asilo in tutta la Toscana.

Il conte tentò in appresso di trattare coi Genovesi, offrendo loro Castro in Sardegna come taglia de' prigionieri fatti nella battaglia della Meloria; ma i prigionieri, avuto avviso di questo trattato, ottennero dai Genovesi il permesso di mandare dei commissarj a Pisa per esprimere il loro voto. Introdotti questi nel consiglio, dichiararono di non poter acconsentire a così vergognosa capitolazione; che preferivano di morire in prigione piuttosto che permettere alla loro patria di privarsi d'un forte fabbricato dagli antenati loro, e difeso con tanto sangue e tanti travagli; che se i consigli potevano prendere una tanto colpevole risoluzione, non sarebbero essi prigionieri prima liberati, che si farebbero conoscere i più implacabili nemici di que' pusillanimi magistrati, castigandoli dell'avere sagrificato il proprio onore a vani e fuggitivi godimenti. In conseguenza di così magnanima risoluzione si abbandonò il trattato aperto coi Genovesi[19].

Allora il Conte Ugolino prese a trattar di pace colla repubblica di Lucca, la quale proponeva per condizione che i Pisani le cedessero i castelli d'Asciane, Avane, Librafatta e Viareggio. Non era probabile che i Pisani volessero cedere ai Lucchesi tante fortezze, le quali erano come la chiave del loro territorio, in tempo che non avevano voluto liberare undici mila de' loro cittadini, abbandonando ai Genovesi Castro in Sardegna: ma il conte Ugolino temeva in segreto il ritorno de' prigionieri ch'egli conosceva incapaci di prestarsi mai alla tirannide ch'egli meditava di stabilire; mentre per l'opposto desiderava di procurare non alla patria, ma alla sua famiglia l'appoggio e l'amicizia de' Lucchesi. Convenne perciò con questi che lascerebbe sorprendere dalle loro truppe le castella ch'essi chiedevano; e nello stesso tempo altri ne accordò ai Fiorentini, talchè più non restarono a Pisa che Motrone, Vico Pisano e Piombino.

Per tal modo credeva il conte Ugolino di avere assicurato in Pisa il suo potere; ma questa repubblica già così ricca e bellicosa, che ora vedevasi spogliata di tutto il suo territorio, che più non ardiva mettere un vascello in mare per paura che le fosse tolto dai Genovesi, e che per colmo delle sue sventure vedeva fondarsi entro le sue mura una nuova tirannide, non era in modo tollerante da soffrirne lungo tempo il giogo. Il conte rendevasi egualmente esoso ai Guelfi ed ai Ghibellini. Nino di Gallura, suo nipote, era il capo naturale della parte guelfa, quale erede della famiglia Visconti; ma poichè Ugolino erasi dichiarato protettore de' Guelfi, gli stessi Visconti sembravano avvicinarsi ai Ghibellini; e Nino, benchè fosse figliuolo d'una sorella del conte, non aveva perciò scordata l'antica rivalità delle famiglie de' loro padri. Ugolino ebbe sentore delle pratiche de' suoi nemici; esiliò molte famiglie ghibelline, e fece atterrare i palazzi di dieci delle principali famiglie di Pisa, che accusò di criminose intelligenze collo stesso partito.

Nino di Gallura, lungi dallo scoraggiarsi in vista di queste esecuzioni militari, strinse maggiormente i legami che aveva di fresco formati coi capi dei Ghibellini, i Gualandi ed i Sismondi, mentre il conte veniva sostenuto dai Gaetani e dagli Upezzinghi. Nino ardentemente desiderava la liberazione de' Pisani prigionieri in Genova, e perchè lo richiedeva il bene della repubblica, e per dare maggiore consistenza al suo partito. Prevedeva Ugolino all'opposto, che tornando questi prigionieri, si opporrebbero allo stabilimento della sua tirannide, e frapponeva ostacoli a tutti i trattati che Nino apriva coi Genovesi. Il giudice di Gallura tentò dì fare violenza al conte, chiamando il popolo a parte della sua causa: ed i suol partigiani si sparsero un giorno per le strade, gridando morte a tutti i nemici della pace; ma, contro la sua aspettazione, il popolo non prese le armi a quel grido, e la sua inazione equivaleva pel conte ad una vittoria. Allora Nino lo attaccò in una più legal forma, accusando innanzi ai consoli ed agli anziani delle arti il capitano generale, d'avere in onta delle leggi estesa la sua autorità, d'essersi attribuito l'ufficio di podestà e d'essersi impadronito del palazzo della Signoria, che non gli era stato accordato dal popolo. Effettivamente i magistrati impegnarono Ugolino a ritirarsi dal palazzo della Signoria, e si misero di mezzo per riconciliare i due capi di parte. Intanto venne nominato un nuovo podestà, e nel susseguente anno, senz'essere spogliato della carica di capitano generale, non potè per altro governare la città a suo arbitrio.

In aprile del 1287, la repubblica ricevette quattro nuovi deputati dei prigionieri di Genova, che venivano a trattare della pace e della taglia. Il trattato che essi proponevano, non ponendo verun'altra condizione alla loro libertà che il pagamento d'una somma di danaro, era stato sottoscritto dagli stessi prigionieri: pure passarono tredici mesi senza che a Pisa si fosse potuto ottenerne la ratifica, tanti erano gli ostacoli che il conte vi andava frapponendo. Intanto Ugolino erasi nuovamente impadronito del palazzo pubblico, cacciatone il podestà, e fattosi dichiarare capitano e signore di Pisa. Aveva prescelto per la inaugurazione il giorno della sua nascita, e, mentre tornando da un banchetto, rientrava in casa sua gonfio d'orgoglio ed inebbriato della propria fortuna, disse ad alcuno di coloro che gli erano vicini: «E bene, Lombardo, cosa mi manca ancora? — Non altro, quegli rispose, che la collera di Dio.» Ne tardò questa a colpirlo.

Vedendo il conte che il popolo era disposto ad approvare il trattato sottoscritto a Genova e che Nino di Gallura ed i Guelfi medesimi ne affrettavano l'esecuzione, commise ad alcuni corsari Sardi d'armare in corso contro i Genovesi in disprezzo della convenuta sospensione d'armi, ricominciando in tal modo le ostilità[20]. Volle in pari tempo ravvicinarsi ai Ghibellini di Pisa, e propose un'alleanza all'arcivescovo degli Ubaldini ch'erasi fatto loro capo, onde di concerto cacciare fuori di città Nino ed i Guelfi. Per altro, siccome non voleva affatto perdere presso i Fiorentini suoi antichi alleati la riputazione d'essere guelfo ancor egli, quand'ebbe tutto disposto perchè i suoi satelliti secondassero l'arcivescovo ed i Ghibellini, ritirossi al castello di Settimo per non essere presente alla imminente rivoluzione. Ruggeri degli Ubaldini fece rientrare in città i Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi ed alcune altre famiglie ghibelline, gli unì alle truppe del conte, e per tal modo si trovò tanto superiore di forze al giudice di Gallura, che questi senza combattere si ritirò col suo partito a Calcinara.

(1288) Il popolo volle allora associare nel governo della repubblica l'arcivescovo Ruggeri al conte Ugolino; e forse era questa una delle segrete condizioni del trattato tra le due parti: ma Ugolino dichiarò orgogliosamente che non soffrirebbe compagno, e che non conosceva eguale. Insistevano invano i Ghibellini perchè alcuno del loro partito fosse messo a parte del governo; Ugolino voleva essere solo; onde l'arcivescovo nè meno ambizioso, nè meno dissimulato del conte, si ritirò dal palazzo della comunità ove il popolo l'aveva fatto entrare, senza mostrare verun risentimento o dar sospetto ad Ugolino d'aver cessato d'essere suo amico.

La prosperità, lungi dall'addolcire i tiranni, li rende d'ordinario suscettibili di più violenta irritazione quando incontrano la più leggera opposizione alla loro volontà; e non pertanto potrebbero ben gli uomini rimanere docilissimi sotto il despotismo, che non perciò cambieranno mai le leggi della natura, ed un tiranno in mezzo ai più costanti successi troverà ancora motivi d'impazienza. La guerra marittima, i diplomi civili, e, può darsi ancora, l'irregolarità delle stagioni, avevano accresciuto il prezzo de' grani e non erano facili a trovarsi: lagnavasene il popolo, ed accusava il conte dei cari prezzi delle derrate. Tale era intanto la violenza degl'impeti di collera d'Ugolino, che niuno osava fargli note le lagnanze del popolo, ed avvisarlo del pericolo cui potevano esporlo. Uno de' suoi nipoti incaricossi di così difficile incumbenza, e gli propose di sospendere il prezzo delle gabelle per minorare il prezzo de' viveri. Egualmente intollerante di rimproveri e di consigli, Ugolino, cavato il pugnale che teneva in seno, lo ferì in un braccio, ed avrebbe in quell'impeto di sdegno ucciso il nipote, se non gli fosse stato tolto dalle mani. Uno de' nipoti dell'arcivescovo, intimo amico del ferito giovane, nell'atto che gli fece scudo del suo corpo proruppe in rimproveri contro il conte, il quale, diventato furibondo, lanciò un'accetta, che gli venne tra le mani, sul capo del nipote dell'arcivescovo e lo stese morto ai piedi.

Ruggeri degli Ubaldini compresse il suo dolore e la sua collera finchè non si fu assicurato dell'ajuto di tutti i Ghibellini. Il primo di luglio essendosi adunato il consiglio nella chiesa di san Bastiano per deliberare intorno alla pace coi Genovesi, si separò senza aver nulla conchiuso, perchè il conte non lasciava di frapporre ostacoli all'esecuzione del trattato, a fronte delle istanze che andavano facendo caldissime i Ghibellini. Nell'uscire di chiesa l'arcivescovo fu avvisato che Nino, detto il Brigata, radunava battelli per andare in traccia dei Guelfi ed introdurli nuovamente in città; perchè l'arcivescovo non frapponendo più dimora, fece gridare all'armi dai Ghibellini suoi partigiani, e suonare a stormo la campana del popolo. I Gualandi, i Sismondi, i Lanfranchi si fecero intorno all'arcivescovo Ruggeri con parte degli Orlandi, dei Ripafratta e delle altre famiglie ghibelline. Il conte Ugolino con due suoi figliuoli e due nipoti, gli Upezzinghi, i Gaetani ed i suoi satelliti difendevano la piazza e le vicinanze di san Bastiano e di san Sepolcro. Dopo lungo combattimento essendo caduto morto un suo bastardo, e sembrandogli i Ghibellini più forti, si chiuse nel palazzo del popolo, che continuò a difendere dal mezzogiorno fino a sera. Gli assedianti alla fine si determinarono di appiccargli il fuoco, e penetrandovi in mezzo alle fiamme, fecero prigioni il conte Ugolino, i suoi minori figli Gaddo ed Uguccione, Nino, detto il Brigata, figliuolo di Guelfo, suo figliuolo allora assente, ed Anselmuccio figliuolo anche esso d'un altro suo figliuolo detto Lotto, ch'era morto.

Sono questi i cinque personaggi, di cui Dante rese tanto celebre la deplorabile morte. Dopo averli chiusi nella torre de' Gualandi alle Sette Vie sulla Piazza degli Anziani, l'arcivescovo passati alcuni mesi fe' gettare in Arno le chiavi della prigione, e non permise che fosse loro recato alcun cibo. L'orrore del suo supplizio fece dimenticare i delitti gravissimi di Ugolino, ed il suo nome rimase quasi unico esempio nella storia di un tiranno che ispira pietà, e che viene punito dal suo popolo più severamente che non meritassero le sue colpe. Dante racconta d'aver veduto Ugolino nell'inferno fra i traditori della patria entro ad un eterno ghiaccio, dal quale gli usciva soltanto il capo, ed avanti a lui stava il capo dell'arcivescovo Ruggeri di cui rodeva il cranio con avidità pari alla fame sofferta. Ugolino, interrogato da Dante, fa il patetico racconto delle terribili angosce patite negli ultimi suoi giorni dall'istante in cui aveva udito chiudersi l'orribile torre fino al nuovo giorno in cui perì di fame[21].

Per non interrompere la storia delle rivoluzioni pisane, abbiamo lungo tempo omesso di parlare delle cose di Napoli e di Sicilia che ne' medesimi anni provarono grandi rivoluzioni. I due re rivali, Carlo d'Angiò e Pietro d'Arragona, eransi obbligati, come l'abbiamo detto, a trovarsi il 15 maggio del 1283 a Bordeaux, cadauno accompagnato da cento cavalieri per decidere in campo chiuso la lite, e la validità de' loro diritti sul regno di Sicilia. Martino IV erasi opposto a questo combattimento giudiziario, che risguardava ad un tempo come impolitico e come irreligioso. Altronde Edovardo, re d'Inghilterra, che doveva guarentire il luogo della battaglia, vi si rifiutò, dichiarando in una sua lettera, tuttora esistente, che non darebbe per tale oggetto sicurezza in verun luogo de' suoi dominj, quand'anche dovesse con ciò guadagnare i due regni d'Arragona e di Sicilia[22]. Non per questo Carlo d'Angiò si preparò alla pugna con minore passione; ed il giorno prefisso, Filippo l'ardito, re di Francia, s'avanzò fino ad un giorno di cammino da Bordeaux con un magnifico seguito di signori ed un corpo di tre mila uomini d'armi, mentre Carlo entrò in città accompagnato dai cento cavalieri che dovevano combattere con lui. Allora il re d'Arragona dichiarò che il campo chiuso non era bastantemente guarentito, che non eravi per lui sufficiente sicurezza avanzandosi fino a Bordeaux, finchè l'armata del re francese trovavasi in tanta vicinanza, e che non mancherebbe di recarvisi tosto che Filippo farebbe ritirare le sue truppe. Aggiungono molti che vi andò in persona il 15 maggio per soddisfare al suo giuramento, e che travestito si presentò al siniscalco d'Inghilterra, dichiarando ch'egli non si vedeva in Bordeaux abbastanza sicuro, onde si teneva sciolto della sua promessa; dopo di che ripartì di galoppo facendo novanta miglia sulla strada d'Arragona senza prendere riposo[23].

Il divieto papale, l'assenza del re d'Inghilterra che doveva presiedere alla pugna, e la vicinanza dell'armata francese, erano certamente plausibili motivi per rifiutarsi d'entrare in campo chiuso; ma pare che Pietro fosse contento di avere trovati questi pretesti per non procedere ad un combattimento, i di cui apparecchi gli avevavo fatto guadagnare il tempo che gli abbisognava. Prima che giugnesse il giorno del combattimento, il papa per non pregiudicarsi, lasciando alla decisione delle armi una causa che credeva devoluta al suo tribunale, pronunciò in data del 15 marzo una sentenza di deposizione contro Pietro d'Arragona; dichiarando che non solamente Pietro d'Arragona non aveva alcun diritto sul regno di Sicilia, ma che in pena dell'averlo occupato con frode e in disprezzo della protezione della Chiesa e delle proprie obbligazioni verso san Pietro, di cui era vassallo, veniva privato del suo regno ereditario d'Arragona, ed i suoi stati abbandonati al primo che gli occupasse. In appresso quando Martino IV ebbe avviso che Pietro aveva mancato al combattimento, e che i re di Francia e di Napoli, risguardandosi come beffati da lui, erano fieramente sdegnati, confermò la sua sentenza di deposizione, ed investì del regno d'Arragona Carlo di Valois secondo figlio del re Filippo[24].

Tutte le indulgenze della Chiesa, e tutti i suoi favori furono promessi a coloro che ajuterebbero la casa di Francia nella conquista di questo nuovo regno; e si giunse perfino a predicare una crociata in favore di Carlo di Valois. Ma perchè i principi francesi avevano più a cuore la Sicilia che l'Arragona, il re Carlo nel presente anno non si occupò che degli apparecchi necessarj per far l'impresa di quell'isola; e nel mese di maggio del 1284 partì dai porti di Provenza alla volta di Napoli con cinquantacinque galere armate e tre grosse navi cariche di truppe.

Ruggeri di Loria, grande ammiraglio di Sicilia, avendo avviso della vicina venuta di Carlo, si recò in faccia a Napoli con quarantacinque galere, dopo avere corse le coste del principato per provocare alla battaglia Carlo detto lo Zoppo, principe di Salerno, e figliuolo del re, che governava il regno in assenza del padre. Questo principe non sostenne gli oltraggi de' Siciliani e de' Catalani che accusavano i Francesi di codardia; fece mettere alla vela venticinque galere che teneva nel porto, e andatovi a bordo con tutti i suoi cavalieri francesi e provenzali, si fece incontro all'ammiraglio siciliano, malgrado il comando espresso del padre che gli vietava di combattere. In fatti egli era troppo debole da cimentarsi con quell'ammiraglio, il più esperto e fortunato del suo secolo; i suoi soldati erano similmente in numero e in zelo minori di quelli del Loria, e meno avvezzi al mare: perciò dopo il primo attacco, fuggirono le galere di Sorrento e del principato, facendo forza di remi. Furono dalla flotta siciliana prese otto navi francesi sulle quali trovavasi lo stesso principe con tutti i suoi più ricchi baroni.

Accadde che, mentre Ruggeri di Loria manovrava in parata, dopo così glorioso fatto, innanzi al porto di Napoli, credendo gli abitanti di Sorrento che quella battaglia deciderebbe della sorte della casa Angioina, spedirono deputati all'ammiraglio per complimentarlo ed offrirgli frutta e denaro. I deputati, saliti sulla nave dell'ammiraglio, e veduto il principe Carlo riccamente vestito in mezzo a' suoi baroni, credettero che fosse Ruggeri di Loria, onde prostrati innanzi a lui gli offrirono i fichi e le duecento monete d'oro che avevano portato, e gli dissero: «Messere l'ammiraglio, aggradisci dal comune di Sorrento queste frutta e queste monete, e sappi che noi fummo i primi a dare a' tuoi nemici il segno della fuga. Piacesse a Dio, che come prendesti il figliuolo, così avessi tu preso anche il padre.» Carlo, quantunque afflitto da tanta sciagura, non potè trattenersi di ridere dell'equivoco: «Per Dio, gridò, guarda sudditi fedeli a monsignore il re[25]

Carlo d'Angiò si sforzò di non mostrarsi abbattuto dall'avviso di questa disfatta, che ricevè quasi subito, trovandosi la sua flotta innanzi a Gaeta il giorno dopo la battaglia: ma si vendicò del poco affetto che gli aveano mostrato i Napoletani, facendone appiccare più di centocinquanta; colla quale crudele esecuzione pretendeva d'aver fatto grazia a Napoli, che a suo credere meritava d'essere distrutta. Fissò per luogo di unione delle sue tre flotte di Provenza, di Salerno e di Puglia, Concione in Calabria; ed egli andò per terra a Brindisi per affrettare l'armamento dell'ultima.

Frattanto il papa, sulla domanda del re Carlo, aveva spediti due cardinali in Sicilia per conferire coi ribelli, e liberare se era possibile l'unico suo figliuolo, loro prigioniero. Carlo sotto il peso delle traversie, che da due anni lo perseguitavano incessantemente, aveva alquanto perduto di quel fermo ed intrepido carattere che aveva sempre mostrato, e di quella confidenza nella propria fortuna, cui più che a tutt'altro era debitore delle altre sue qualità. Quantunque avesse sotto i suoi ordini una flotta di centodieci vascelli, si lasciò aggirare dai negoziati de' Siciliani, e passò l'estate senza far nulla. La mancanza di vittovaglie e l'avvicinarsi dell'equinozio l'obbligarono a tornare a Brindisi. Nell'inverno andò in Puglia, ammassando danaro, vittovaglie ed uomini, per rinnovare in primavera la guerra con maggior vigore; ma un amaro presentimento della sua rapida decadenza e del trionfo di nemici che aveva prima disprezzati, lo rodevano internamente. Lo sforzo che egli faceva per comprimere il suo dolore ed il suo scoraggiamento, guastavano la sua salute; sicchè cadde finalmente infermo a Foggia. Le ultime sue parole furono dirette all'ostia sacra nell'atto di ricevere la comunione nel suo letto della morte. «Signore Iddio, diss'egli, io credo veramente che tu sei il mio salvatore, onde ti prego ad aver pietà della mia anima. E così com'io feci la conquista della Sicilia più per servire alla santa Chiesa, che pel mio interesse, o per altra cupidigia, tu perdonami i miei peccati[26].» Morì poco dopo il giorno 7 di gennajo del 1285 in età di sessantacinque anni, dopo averne regnato diecinove in Napoli. Malgrado la testimonianza che rendeva a sè medesimo negli ultimi istanti di vita, non possiamo facilmente credere che un uomo tanto ambizioso e crudele non avesse altro scopo nelle ingiuste conquiste che costarono tanto sangue, che la gloria di Dio.

La sua morte precedette di poco quella de' principali monarchi, che come suoi amici, o rivali, avevano con lui travagliata l'Europa. Filippo V l'ardito, dopo una rovinosa campagna in Arragona, morì a Perpignano il 6 ottobre dello stesso anno; Pietro d'Arragona cessò di vivere a Barcellona l'otto di novembre per le ferite avute nella stessa campagna; e Martino IV, fedele creatura e cieco strumento di Carlo, era morto il 25 marzo dello stesso anno a Perugia.

Il principe di Salerno, erede del regno, trovavasi prigioniero degli Arragonesi, che dalla Sicilia lo avevano trasportato in Catalogna; sicchè fu il suo figlio primogenito, allora in età di soli dodici in tredici anni, che prese possesso del regno sotto la direzione di Roberto conte d'Artois, suo cugino, e d'un consiglio di baroni francesi. In tale occasione papa Onorio IV, successore di Martino, pubblicò una bolla intorno al governo del regno e per riformare gli abusi che vi si erano introdotti[27]. D'altra parte don Giacomo, il secondo figliuolo di Pietro d'Arragona, fu incoronato re di Sicilia, mentre il fratello maggiore ereditava gli stati paterni nelle Spagne: e la lotta del mezzo giorno d'Italia che aveva cominciato a guisa d'una guerra di giganti, si prolungò molti anni fra deboli principi, i di cui fatti più non meritano l'attenzione dell'Europa.

La debolezza della casa d'Angiò agevolò alla repubblica fiorentina i mezzi d'impadronirsi dell'amministrazione della parte guelfa fin allora diretta dal re di Napoli, e di chiamare a sè i negoziati di tutta la fazione. Ma la repubblica fiorentina in tempo che acquistava tanta influenza sulle altre province d'Italia, non era meno delle repubbliche sue rivali travagliata da intestine discordie. Lo zelo che i Fiorentini mostrarono in favore della loro patria, cui, sacrificando vita ed averi, innalzarono ad un grado di potenza assai superiore alle loro ricchezze ed alla popolazione, era un risultamento del loro amore di libertà, di quella sediziosa democrazia che, solleticando l'amor proprio e le passioni d'ogni classe di persone, le rendeva tutte energiche e valorose.

L'anno 1282 fu quello in cui i Fiorentini fissarono quella forma di governo che poi mantennero fino alla caduta della repubblica, e della quale sussistono anche al presente alcune istituzioni. Io intendo parlare dei priori delle arti e della libertà, il cui collegio ebbe il nome di Signoria. Il governo di Firenze, dopo che il cardinal Latino vi potè stabilire la pace interna, venne affidato a quattordici savj, otto guelfi e sei ghibellini. Da questa forma di reggimento, il di cui potere esecutivo era affidato ad un consiglio troppo numeroso per agire di perfetto accordo, ad un consiglio che fino dalla sua istituzione medesima aveva in sè gli elementi della discordia e dove regnava lo spirito di parte, pareva derivarne danno allo stato: inoltre la gelosia della plebe verso i grandi riusciva pure pregiudicevole a questo collegio, ove trovavansi molti gentiluomini; e perciò si andava dicendo che d'una repubblica mercantile dovevano averne l'amministrazione i soli mercanti. Quindi i Fiorentini verso la metà di giugno del 1282 istituirono una nuova magistratura affatto democratica, i di cui membri ebbero il titolo di priori delle arti, per indicare che l'assemblea de' primi cittadini d'ogni mestiere rappresentava tutta la repubblica. Nella prima elezione non furono ammessi tutti i mestieri indistintamente alla prerogativa di dare i capi allo stato. La prima volta ebbero quest'onore tre sole arti, risguardate come le più nobili; ma nella seconda elezione (cioè due soli mesi dopo, perchè l'elezioni dovevano rinnovarsi tutti i due mesi) si raddoppiò il numero de' priori, onde ognuna delle sei arti maggiori, a cadauna delle quali corrispondeva un quartiere della città, avesse il suo priore. L'arte dei giudici e de' notaj, che per altri rispetti aveva parte nel governo, fu la sola non chiamata a dare priori alla repubblica.

Tutto il potere esecutivo e la rappresentanza dello stato fu data a sei priori. Per tenerli uniti ed accrescerne la vicendevole benevolenza, furono chiamati a vivere insieme, spesati dal pubblico ed alloggiati nel suo palazzo. Finchè rimanevano in carica non si permetteva loro d'uscire di palazzo, diventato ad un tempo carcere pei priori e fortezza per lo stato[28]. Ma o sia affinchè questa vita interamente pubblica non tenesse troppo tempo lontani i mercanti dai loro affari, sia perchè non avessero tempo di maturare ambiziosi progetti e di aspirare alla tirannide, o perchè si facesse luogo ad un maggior numero d'aspiranti, la durata d'ogni signoria fu fissata a due mesi, dopo i quali, coloro che uscivano di carica, non potevano nè raffermarsi, nè rieleggersi se non passati due anni[29]; di modo che il governo rinnovavasi tutt'intero sei volte all'anno nella repubblica fiorentina, ed in tutte le altre che tosto ne adottarono la costituzione.

I priori uniti ai capi ed ai consigli di tutte le arti maggiori e ad un determinato numero d'aggiunti che sceglievano essi medesimi in tutti i quartieri della città, eleggevano i nuovi priori. Questo consiglio d'elezione nominava a squittinio segreto ed a pluralità di suffragi. In seguito si fecero eleggere da una commissione, o balìa, tutti gl'individui che dovevano successivamente per tre o per cinque anni esercitare il priorato, facendone dipendere l'ordine dalla sorte. Siccome molti gentiluomini erano mercanti, e facevano parte delle arti e mestieri, non furono a principio esclusi dalla signoria; ma un governo di mercanti, lo spirito di corpo e la gelosia di quest'ordine di cittadini doveva provocare, e provocò ben tosto l'esclusione assoluta di tutti i gentiluomini dalle cariche del governo.

L'anno susseguente i Sienesi, imitando i Fiorentini, abolirono il consiglio de' quindici magistrati che governava la loro città, e vi sostituirono la nuova signoria, che chiamarono i nove governatori e difensori della comunità e del popolo di Siena, o più brevemente, i nove. Come i priori di Firenze, furono ancor essi uniti nello stesso palazzo, e nudriti alla medesima mensa, fissata la durata delle loro funzioni a due mesi, e scelti nell'ordine de' mercanti, essendone assolutamente esclusi i nobili. Questo modo di limitare la scelta ad una sola condizione, che pure non era la principale dello stato, diede origine ad una nuova oligarchia, ad una oligarchia plebea, che in Siena chiamossi l'ordine dei nove, perchè i mercanti che si erano appropriato il governo, escludendone i nobili ed il popolo, formarono in seguito un registro dei nomi delle famiglie che stimavano ammissibili all'elezione dei nove difensori. Gl'iscritti su questo registro formarono a Siena una casta particolare non meno orgogliosa della nobiltà, non meno ambiziosa, non meno avida del potere esclusivo, e perciò non meno di quella esposta alla gelosia del popolo e spesso alle sue persecuzioni[30].

La gelosia del popolo verso la nobiltà aveva fatta nascere anche in Arezzo una somigliante rivoluzione; ma perchè questa città era meno popolata, ed i nobili proporzionatamente più forti e protetti dal vescovo Guglielmo degli Ubertini, del 1287 fecero nascere una controrivoluzione, la quale, rimettendo nelle loro mani tutto il governo, li consigliò a dichiararsi pel partito ghibellino che in tale epoca era oppresso in tutta la Toscana. I gentiluomini ed i Ghibellini perseguitati rifugiaronsi in Arezzo; perchè i Fiorentini, i Sienesi e tutta la lega guelfa, vedendo innalzarsi in tanta vicinanza lo stendardo dell'aristocrazia e del partito ghibellino, dichiararono la guerra a quella città[31].

Del 1288, poco dopo quella d'Arezzo, scoppiò la rivoluzione di Pisa, della quale si è detto di sopra in questo capitolo: il conte Ugolino fu gettato in prigione, e la repubblica dichiarossi pel partito ghibellino, cui il popolo aveva in ogni tempo segretamente aderito. E per tal modo due prelati, Ruggeri degli Ubaldini arcivescovo di Pisa, e Guglielmo degli Ubertini vescovo d'Arezzo, trassero di concerto nel medesimo tempo le due città alle spirituali loro cure affidate nella fazione opposta alla Chiesa. Per altro i Pisani, per essere più in istato di sostenere la guerra loro dichiarata dalla lega toscana, chiamarono il conte Guido di Montefeltro, e lo nominarono loro capitano. Aveva costui acquistata opinione di valoroso guerriero nella difesa di Forlì contro il conte d'Appia, ma in appresso era stato obbligato a pacificarsi colla Chiesa, ed a ritirarsi in Piemonte nella città d'Asti assegnatagli come luogo del suo esilio.

Nel 1289 la fortuna non mostrossi egualmente favorevole alle due città ghibelline nella guerra ch'ebbero a sostenere contro la lega toscana: gli Aretini, dopo essere rimasti vittoriosi dei Sienesi, furon rotti dai Fiorentini a Certomondo presso di Campaldino nel Casentino il giorno 11 giugno del 1289, perdendo due mila quattrocento quaranta uomini tra morti e prigionieri. Contavasi tra i primi il vescovo Guglielmo degli Ubertini, il fiore della nobiltà aretina, ed i principali ghibellini emigrati da Firenze. Ma coloro che salvaronsi dalla strage, essendo entrati in Arezzo, posero la città in tale stato di difesa, che l'armata combinata di Firenze e di Siena non potè impadronirsene[32].

Intanto i Pisani condotti dal bravo conte di Montefeltro, malgrado l'infinita superiorità de' nemici, tra i quali contavansi pure il giudice di Gallura, i partigiani del conte Ugolino e tutti i Guelfi fuorusciti di Pisa; e malgrado che i Genovesi ritenessero undici mila valorosi pisani nelle loro prigioni, trattarono la guerra quasi sempre con prospero successo, ricuperando per sorpresa o di viva forza quasi tutte le castella del loro territorio[33]. Il conte ch'era stato ad un tempo nominato podestà e generale delle armate per tre anni col soldo di dieci mila fiorini all'anno e con obbligo di seco condurre cinquanta uomini d'armi e trenta scudieri, incominciò dal cambiare l'armatura dell'infanteria; indi formò un corpo di tre mila balestrieri, che diligentemente addestrò all'armi per lo spazio di due mesi; talchè quei pedoni, risguardati fin allora come truppe di niun conto, diventarono formidabili alla stessa cavalleria, e sotto alla sua condotta ebbero fama d'essere i migliori balestrai di Toscana[34]. In appresso pose su tutti i cittadini un'imposta di guerra per assoldare in comune un corpo di cavalleria; e mantenendo viva corrispondenza con quasi tutte le castella del vicinato, colla rapidità delle sue manovre, e coi suoi prosperi successi, impose in modo alla lega toscana de' Guelfi, che l'anno 1293 dovette accordare alla repubblica pisana onorevole pace. I Fiorentini ottennero franchigia da ogni gabella nel porto di Pisa; i Guelfi furono rimessi in possesso de' loro beni, e, tranne poche castella lasciate ai Lucchesi, la repubblica di Pisa ricuperò i suoi antichi confini[35].

Per altro la pace dai Fiorentini accordata ai Pisani non dovevasi alle sole armi del conte Guido di Montefeltro, ma ancora alle interne turbolenze della città di Firenze. Le antiche famiglie guelfe dopo lo stabilimento dei priori delle arti e della libertà, non eransi mai riunite per ricuperare quella influenza sul governo, di cui erano state spogliate; anzi ogni casa nobile era in guerra con altra egualmente nobile, e la città sempre turbata dai reciproci insulti e dai privati loro combattimenti[36]. Queste dissensioni facevano perdere ai gentiluomini ogni influenza nel governo della loro patria, ed il popolo non aveva motivo di nutrire gelosia verso un ordine che aveva così poca politica; ma se la nobiltà non dava al governo coll'inconseguenza delle sue intraprese ragionevole motivo di gelosia, non lasciava di provocare la collera del governo e dei cittadini con passaggere violenze, e coll'abituale disprezzo dell'ordine e delle leggi. Ogni famiglia nobile avrebbe creduto d'avvilirsi assoggettandosi ai tribunali; e se alcun suo individuo veniva arrestato dal capitano del popolo o tratto in giudizio, tentava di liberarlo a mano armata, senza curarsi di sapere qual delitto avesse commesso. Non eranvi più trasgressioni personali, perchè un'intera famiglia s'associava sempre al delitto ed agli sforzi del colpevole per sottrarsi al castigo. Il governo sentivasi troppo debole per lottare contro questi potenti avversarj, onde tutte le violenze usate dalla nobiltà alla plebe rimanevano sempre impunite. Finalmente il popolo, irritato da tanti insulti privati della nobiltà, si dispose di volerla in tutto reprimere con tali severissime leggi, che, fino a quest'epoca, in veruna repubblica, non era stato assoggettato a così tirannico ed arbitrario trattamento il primo ordine dello stato.

Era in Firenze un gentiluomo chiamato Giano della Bella, il quale, comechè discendesse da una delle più nobili famiglie toscane, o per non avere una fortuna proporzionata alla sua ambizione, o perchè i disordini di cui la nobiltà si rendeva colpevole gli avessero ispirato avversione, rinunciò ai privilegi de' suoi natali per associarsi al popolo contro la sua casta[37]. Essendo Giano uno de' priori delle arti, approfittò dell'opportunità d'un'assemblea del popolo, o parlamento, per arringare sulla pubblica piazza i suoi concittadini[38]. Domandò loro in nome della libertà di voler mettere fine all'insubordinata insolenza dei nobili ed agl'insulti cui erano i plebei continuamente esposti. Accusò i nobili di esercitare l'assassinio a mano armata, di strappare i querelanti davanti ai tribunali, di allontanarne a forza i testimoni, d'incutere timore agli stessi giudici e di sospendere o distruggere le leggi. Domandò altamente che la podestà pubblica si rendesse superiore alle forze private che osavano di starle a fronte; che si punissero l'intere famiglie, poichè queste non volevano abbandonare gl'individui alla correzione dei tribunali; che si rendesse la signoria più forte, chiamando il poter militare in soccorso dell'autorità civile; e che si organizzassero in modo le guardie borghesi da non abbandonare giammai il palazzo de' priori delle arti e della libertà[39].

Il popolo in conseguenza di questo discorso nominò una commissione per riformare gli statuti della repubblica e reprimere colle leggi l'insolenza de' nobili. Una famosa ordinanza, conosciuta sotto il nome di Ordinamenti della Giustizia, fu l'opera di questa commissione[40]. Per la conservazione della libertà e della giustizia sanzionò la più tirannica ed ingiusta giurisprudenza. Trentasette famiglie delle più nobili e più rispettabili di Firenze furono per sempre escluse dal priorato, senza che loro potess'essere in avvenire permesso di ricuperare i diritti della cittadinanza, facendosi inscrivere sulla matricola di alcun corpo di mestiere, o esercitando qualunque professione[41]. Questa esclusione appoggiavasi al favore che i nobili, dicevasi, accordavano sempre agli altri nobili; si accusavano di avere inceppate le operazioni della signoria, la quale non fece mai verun atto vigoroso qualunque volta qualche gentiluomo sedette coi priori. Si autorizzò inoltre la signoria ad aggiugnere nuovi nomi d'esclusione qualunque volta alcun'altra famiglia, seguendo le orme della nobiltà, meritasse d'essere egualmente punita[42]. I membri di queste trentasette famiglie furono additati anche nelle leggi col nome di grandi e di magnati; e per la prima volta videsi un titolo d'onore convertito non solamente in un peso oneroso, ma in castigo. Fu dalla medesima ordinanza stabilito che quando un grande si farebbe reo di qualche delitto, la voce pubblica attestata da due probe persone, sarebbe pel tribunale sufficiente prova a convincere e condannare il prevenuto, poichè fin allora la violenza de' gentiluomini aveva allontanati i querelanti dal palazzo della giustizia e costretti a tacere i testimonj. Per ultimo i complici di coloro che turbassero l'ordine pubblico, si associavano nelle pene ai principali colpevoli[43].

Per eseguire questa nuova giurisprudenza si divisero i borghesi in venti compagnie, ognuna di cinquant'uomini e indi a poco di duecento; e fu assegnata ad ogni compagnia la sua piazza d'armi e la sua bandiera. Furono poi tutte assoggettate ad un nuovo ufficiale, chiamato confaloniere o porta bandiera della giustizia[44]. Il confaloniere era un ufficiale civile e non militare, il quale non ispiegava la bandiera in guerra contro i nemici dello stato, ma soltanto nelle spedizioni, per riunire sotto le insegne nazionali gli amici dell'ordine e della libertà. Quando appendeva alle finestre del palazzo pubblico, in cui abitava coi priori, il confalone della giustizia, i capi d'ogni compagnia dovevano adunare i loro uomini e raggiugnerlo. Allora usciva dal palazzo alla testa di questa milizia nazionale, attaccava i sediziosi e puniva i colpevoli.

Il primo confaloniere fu nominato dai priori, e perciò rimase loro subordinato; ma l'importanza delle sue funzioni lo fece ben tosto risguardare da prima come loro eguale, poscia come superiore, come il capo della repubblica ed il rappresentante della sua maestà. Eletto collo stesso metodo dei priori, per rimanere in carica soltanto due mesi come i primi, ed alloggiato insieme nel palazzo pubblico, mise a numero il collegio della signoria. Non dobbiamo veramente giudicare dai titoli dell'eccellenza d'un governo; ma pure non può non riconoscersi un certo che di nobile nella scelta di quelli adoperati dalla repubblica fiorentina. La giustizia, la libertà, la bontà, tutte le virtù pubbliche erano chiamate colle arti al governo, e lo stato veniva amministrato dal confaloniere della giustizia, dai priori delle arti e della libertà e dal collegio de' buonomini.

L'uno de' primi confalonieri di Fiorenza, e ad un tempo il più elegante scrittore italiano del tredicesimo secolo, ispirò un profondo terrore ai gentiluomini eseguendo la più importante funzione della sua carica. Alla testa delle compagnie del popolo spianò le case dei Galigai[45] per aver uno di quella famiglia ucciso in Francia un cittadino fiorentino. Per altro i grandi si riebbero ben tosto dal concepito spavento, e trovarono il modo di porsi in sicuro dalla furia popolare, e sopra tutto di vendicarsi di Giano della Bella, che risguardavano quale disertore e traditore del suo ordine e del suo partito. Scoprirono che molti dei più riputati cittadini erano gelosi della sua influenza; che questi per isfogare il loro odio contro la nobiltà, erano di sentimento non poter eccepire lo stesso gentiluomo demagogo che aveva abbassati i suoi compagni; videro che il suo rango, di cui pareva averne fatto sacrificio, se gli accresceva riputazione presso la plebe, lo rendeva esoso in faccia ai capi della cittadinanza. Si avvicinarono a questi ultimi, e l'odio comune fu il cemento della loro unione.

Giano della Bella godeva troppa riputazione presso il popolo perchè potess'essere vantaggiosamente attaccato a forz'aperta, onde la proposizione fatta da Berto Trescobaldi di ucciderlo in una sommossa venne disapprovata come pericolosa. Si preferì piuttosto di approfittare dei difetti del suo spirito e delle qualità del suo carattere per alienargli i suoi partigiani. Giano era incapace di transigere tra il suo interesse e la severità de' suoi principj. Alcuni uomini, ch'egli credeva suoi amici, gli rappresentarono gli abusi introdottisi nell'ordine de' giudici e de' notaj, il modo con cui spaventavano il podestà ed i rettori, minacciandoli di un'estrema severità nel sindacato, di cui venivano incaricati quando i rettori uscivano d'ufficio, e le ingiuste grazie che con tal mezzo essi ottenevano da loro. Giano intraprese subito a reprimere colle leggi così perniciosi abusi, e con tale tentativo s'inimicò il potente e numeroso ordine de' giudici e de' notaj.

Quanto quest'ordine aveva di credito innanzi ai tribunali, altrettanto ne acquistava la corporazione de' macellai in tutte le sommosse: erano questi gente accostumata al sangue, che niente intimidiva e che nelle sedizioni era pronta sempre a pigliar le armi. Si stimolò Giano a rivedere gli statuti de' macellai ed a reprimere le frodi che commettevano; per tal modo egli si creò de' nemici ardenti e pericolosi in mezzo a quella plebe medesima che gli era così ben affetta. Siccome si andava sollecitandolo con nuove denuncie a farsi nuovi nemici, lo storico Dino Compagni, che aveva scoperte le perfide mire di coloro che lo consigliavano, ne fece parte a Giano, pregandolo di rinunciare per alcun tempo ad una pericolosa severità. «Pera piuttosto, rispose, la repubblica, ed io con lei, anzi che soffrire l'iniquità per un miserabile privato interesse, anzi che distruggere la vera libertà con vile tolleranza»[46].

Frattanto i nemici di Giano nella nuova elezione de' priori ottennero di far cadere la scelta sopra sei de' principali capi di quella aristocrazia plebea ch'era subentrata alla nobiltà. Tosto che costoro furono in carica, aprirono innanzi al capitano del popolo un'inquisizione intorno alla condotta di Giano della Bella, accusandolo d'avere in segreto eccitata un'insurrezione, che aveva avuto luogo pochi mesi prima.

Da prima la plebe parve irritarsi per somigliante accusa; si adunò intorno alla casa di Giano esibendogli di prendere le armi in sua difesa quand'anche avesse dovuto per ciò impadronirsi della città: il fratello di Giano si recò pure collo stendardo del popolo fino ad Orsanmichele, lontano duecento passi dal palazzo della signoria. Ma Giano avvedendosi di essere tradito da coloro stessi che d'accordo con lui avevano innalzata la potenza del popolo, e che i suoi nemici erano potenti e riuniti in armi avanti al palazzo dei priori, non volle esporre la patria sua ad una guerra civile, nè presentarsi al tribunale de' giudici la cui equità eragli per lo meno sospetta. Cedette adunque ed uscì di Firenze il 5 marzo del 1294, sperando che il popolo non tarderebbe a richiamarlo; ma invece fu condannato dal capitano del popolo e morì in esilio[47]. «Fu per contumacia condannato nella persona e sbandito, e morì in esilio, e tutti suoi beni disfatti, e certi altri popolani con lui; onde di lui fu grandissimo danno alla nostra città e massimamente al popolo, però ch'egli era il più leale uomo e diritto popolano di Firenze, amatore del bene comune, e quelli che mettea in comune non ne traeva. Era presuntuoso e voleva le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli abati suoi vicini col braccio del comune, e forse per li detti peccati fu per le sue leggi medesime, ch'avea fatte, a torto e senza colpa per li non giusti giudicato. E nota che questo è grande esemplo a quelli cittadini, che sono a venire, di guardarsi di non volere essere signori di loro cittadi, nè troppo presuntuosi.... Di questa novitade ebbe grande mutazione e turbazione il popolo e la città di Firenze, rimanendo al governo de' popolani grossi e possenti[48]».

CAPITOLO XXIV.

Pontificato di Bonifacio VIII. — Il partito guelfo si divide in due fazioni dei Bianchi e dei Neri. — I Bianchi perseguitati si uniscono ai Ghibellini.

1294 = 1303.

Appena nel precedente capitolo abbiamo avuto occasione di nominare i pontefici che governarono la Cristianità, perchè nello spazio di dieci anni la loro influenza fu quasi nulla rispetto all'Italia, sia che non potessero tra le civili rivoluzioni delle repubbliche acquistare sulle medesime quell'ascendente che avevano avuto ne' gabinetti de' principi, o sia che la successione di molti papi, che tutti morivano pochi mesi dopo la loro elezione, scemasse alla sede pontificia gran parte della sua potenza. Dopo Martino IV, Onorio IV della nobile famiglia de' Savelli di Roma, regnò due anni[49]. Attratto dalla gotta, incapace di levarsi, di sedere, d'aprire o chiudere le mani, era stato obbligato, per celebrare la messa e adempirne le funzioni, di far fare una macchina che lo alzava, lo abbassava e lo volgeva verso l'altare o verso il popolo, mentre un altro meccanismo suppliva alle sue dita per sostenere l'ostia. Pure in mezzo alle sue infermità questo papa possedeva un'eloquenza persuasiva ed uno spirito vigoroso; ma non impiegò i suoi talenti ed il suo potere che ad arricchire i Savelli di Roma suoi congiunti[50]. Dopo un interregno di alcuni mesi, gli fu dato per successore il cardinale ministro de' frati minori, che prese il nome di Nicolò IV. Questi regnò quattr'anni[51], duranti i quali pare che non si prendesse altra cura che quella di colmare di ricchezze e d'onori i Colonna di Roma, come il suo predecessore aveva fatto pei Savelli. Ne' libelli di quel tempo venne questo papa rappresentato in atto di uscire a stento da una colonna di marmo, colla testa coronata da una mitra, mentre due colonne situate innanzi a lui gli toglievano la vista degli oggetti[52]. Non si conoscono i motivi dell'affezione di questo papa verso la casa Colonna colla quale non aveva legame di sangue. Anche in quell'epoca i Colonna erano annoverati tra le antiche famiglie nobili, ma la loro potenza territoriale nel patrimonio di san Pietro ed il loro credito presso la corte pontificia non ebbero cominciamento che sotto questo papa[53].

Alla morte di Nicolò IV tenne dietro un interregno di due anni e pochi mesi, ne' quali molti cardinali morirono di febbre occasionata dal cattivo aere della campagna romana, altri giacevano infermi della medesima malattia. Frattanto eransi manifestate sediziose sommosse in Roma e nello stato della Chiesa, le quali accrescevano l'inquietudine che un così lungo interregno cagionava di già ai fedeli. Un giorno il cardinal Latino, vescovo d'Ostia, fece un discorso nell'adunanza de' cardinali, scongiurandoli ad unirsi di sentimento per dare un capo alla Chiesa, avvertendoli a non illudersi intorno ai manifesti segni dell'ira del cielo; ed avvisandoli che un sant'uomo aveva avuta una visione nella quale tutti erano minacciati della morte, se nel termine di due mesi non si riunivano i loro suffragi per collocare un papa sulla cattedra di san Pietro. È questa senza dubbio, soggiunse ironicamente il cardinale Benedetto Gaietani, che fu poi Bonifacio VIII, «è questa una delle solite visioni del vostro Pietro di Morone. — Egli è il vero, replicò il cardinal Latino, è una rivelazione fatta a questo uomo di Dio, che i doni dello Spirito Santo fanno così degno di comandare ai fedeli[54]

Queste parole ottennero sui cardinali di già scossi l'effetto d'una divina ispirazione. Coloro che non conoscevano Pietro di Morone, seppero dagli altri che questo vecchio religioso dell'ordine di san Benedetto viveva di lemosine, facendo vita eremitica sul monte di Motrone presso Sulmona nell'Abruzzo Citeriore; che colà nella miserabile sua cella macerava il suo corpo coi più rigorosi digiuni e le più austere penitenze; che la riputazione di sua santità era appoggiata ai miracoli, cui in allora davasi intera fede. Alcuni accertavano ch'era venuto al mondo vestito con un abito da monaco; altri che Gesù Cristo era disceso da una croce per cantare con lui i salmi; altri infine che una celeste armoniosa campana lo risvegliava ogni notte all'ora della preghiera[55].

Il cardinal Latino fu il primo a dare il suo voto al venerabile eremita, ed il suo esempio fu all'istante seguito dagli altri, onde Pietro Morone fu eletto papa a pieni voti. Gli si mandarono un arcivescovo e due vescovi per partecipargli la seguìta elezione. Il povero eremita, vedendo arrivare que' prelati di un rango tanto superiore al suo, si gittò alle loro ginocchia; ed i prelati anch'essi si prostrarono chiedendo la benedizione al nuovo papa. Quando gli si potè far intendere il sorprendente cambiamento del suo stato, tentò di sottrarsi colla fuga a tanti onori; ma la gente che accorreva da ogni banda per vedere un mendico trasformato in sovrano, gli chiuse la via e lo sforzò a tornare alla sua celletta[56].

Il nuovo papa potè contare due re tra la folla che venne a vederlo, Carlo II re di Napoli, che già da sei anni era stato posto in libertà dagli Arragonesi mediante un trattato di pace che poi non osservò, perchè il papa lo dispensò dagli emessi giuramenti, e suo figliuolo, Carlo Martello, che aveva il titolo di re d'Ungheria per avere sposata l'erede di quel regno. I due re vollero superare le dimostrazioni di rispetto date a Pietro Morone dai loro sudditi, tenendo ambedue la briglia del suo asino quando il papa, che si fece chiamare Celestino V, fece il suo solenne ingresso nella città dell'Aquila. Ma essi con sì fatti esteriori segni di rispetto acquistarono la più grande influenza sullo spirito del nuovo pontefice. Incominciarono dal persuaderlo a non prestarsi al desiderio de' cardinali che lo stimolavano a raggiugnerli a Perugia, a Roma, o in altra città dello stato ecclesiastico. Celestino V, malgrado le loro preghiere, fissò la sua residenza all'Aquila, poscia in Napoli. Poco dopo, Carlo ottenne da lui la nomina di dodici nuovi cardinali, niuno de' quali nato nello stato della Chiesa, essendo tre delle due Sicilie e sette francesi: e questa promozione può risguardarsi come la prima causa del traslocamento della santa sede in Avignone[57].

Non tardò Celestino a dare le più luminose prove della sua assoluta incapacità nel governo della Chiesa; convincendo coloro che potessero ancora dubitarne, che le virtù negative dì un eremita, l'astinenza, la penitenza, la non curanza del mondo e de' suoi interessi non sono qualità che si convengano al sovrano di uno stato, o anche al supremo direttore delle coscienze di tutta la Cristianità. I ministri che lo avvicinavano, l'ingannavano ogni giorno rispetto alle grazie che gli facevano distribuire. Talvolta accordava lo stesso beneficio a quattro o cinque persone, non ricordandosi mai d'averlo già ad altri conceduto: talvolta concedeva indulgenze tanto plenarie e così facilmente acquistate, che scandalizzavano la Cristianità; e non di rado si ostinava a non voler occuparsi degli affari. Chiudevasi allora in una cameretta che aveva fatta fabbricare nel suo palazzo, e durante una delle quattro quaresime ch'egli aveva poste sul suo calendario, non voleva vedere chicchesia, occupandosi esclusivamente degl'interessi della sua anima[58].

Una così stravagante condotta che comprometteva l'onore e l'indipendenza della Chiesa, allarmò i cardinali. Uno di loro, il cardinale Benedetto Caietano di Anagni, fomentava i loro bucinamenti, ingrandendo agli occhi loro i pericoli ond'era minacciata la Cristianità. Questo uomo, per desterità e per dissimulazione a tutti superiore, aveva saputo ad un tempo lusingare i cardinali che lo risguardavano come il sostegno delle prerogative del loro collegio, e signoreggiare lo spirito di Celestino che tutto faceva dietro le sue istruzioni, e che forse non avrebbe commessi tanti falli, se il suo perfido direttore non avesse voluto renderlo odioso e ridicolo. Rimaneva per altro al cardinale Caietano un potente nemico nel re Carlo II, ch'egli aveva offeso nel precedente conclave, rispondendo alteramente ai rimproveri che questo monarca faceva ai cardinali divisi. Raccontasi che una notte andò dal re di Napoli e gli disse: «Sire, il tuo papa Celestino ha voluto ed ha potuto servirti, ma non seppe farlo; se tu fai in modo ch'io gli sia sostituito, io vorrò, io potrò e sopra tutto saprò esserti utile.» Convenne allora del modo che avrebbe tenuto per assoggettare a Carlo tutte le forze della Chiesa, se egli gli assicurava i suffragi di dodici cardinali sue creature, nominati da Celestino. Avutane la promessa, non si occupò d'altra cosa che di persuadere Celestino a rinunciare ad una dignità che non gli conveniva[59]. Raccontano alcuni che per mezzo di una tromba parlante ne facesse venire l'ordine dal cielo[60]. Ma senza tale artificio, il cardinale aveva mille mezzi per determinare un uomo così timido e semplice, di cui egli seppe allarmare la coscienza. In vano quando si sparse la voce che Celestino disponevasi a rinunciare, una processione di tutto il clero di Napoli venne a supplicarlo di conservare la sua dignità[61]; che Celestino, di consentimento dei cardinali, pubblicò una costituzione che dava ai papi il diritto di rinunciare il papato per la salute delle loro anime; e nel prossimo concistorio del 13 decembre 1294 presentò la sua rinuncia quale l'aveva per lui scritta il cardinale Caietano. I cardinali stando alla costituzione di Gregorio X intorno al conclave, che Celestino aveva chiamata in vigore, furono immediatamente chiusi in conclave, ed il giorno 23 dello stesso mese, gli unanimi loro suffragi si unirono a favore del cardinale Caietano, il quale fecesi chiamare Bonifacio VIII.

Temeva il nuovo papa che qualcuno approfittasse della debolezza del suo predecessore, per rendergli dubbiosa la legittimità della sua rinuncia, riducendolo a dichiararsi nuovamente papa. Effettivamente parte della Chiesa negava la validità della rinuncia di Celestino, altri l'attribuivano ad una vergognosa debolezza, e Dante collocò l'ombra di colui che fece il gran rifiuto tra la gente dimenticata che visse senza infamia e senza gloria:

«Questi non hanno speranza di morte,

E la lor cieca vita è tanto bassa,

Che invidiosi son d'ogni altra sorte.

............

«Mischiati sono a quel cattivo coro

Degli angeli, che non furon ribelli,

Nè fur fedeli a Dio, ma per se foro.

«Cacciarli il ciel, per non esser men belli:

Nè lo profondo inferno li riceve,

Chè alcuna gloria i rei avrebber d'elli.

............

«Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,

Guardai e vidi l'ombra di colui,

Che fece per viltate il gran rifiuto[62]

Il debole Celestino avrebbe infine dovuto credersi obbligato in coscienza a rivocare un atto che tanti Cristiani credevano condannabile. Bonifacio VIII non volle esporsi a tanto rischio; e mentre lasciava Napoli per tornare a Roma, seco condusse il papa che aveva abdicato. Ma questi, in principio del 1295, si sottrasse improvvisamente a' suoi custodi, e colla sua fuga pose nella più crudele ambascia il suo successore. Seppesi ben tosto ch'egli si era restituito all'antico suo eremitaggio; onde Bonifacio gli spedì il suo maestro di camera e l'abate di Monte Cassino per ordinargli di ritornare presso al papa, se non voleva esperimentare tutto il suo sdegno. Lo sgraziato vecchio rammentando le reciproche promesse che precedettero la sua abdicazione, chiedeva supplichevole che il sommo pontefice gli permettesse di vivere tranquillamente in quella solitudine, promettendo di parlare solamente co' suoi fratelli eremiti. Il cameriere, avuta tale risposta, partì per darne parte al suo padrone; ma incontrò sulla strada un messo che gli recava l'ordine di condurre subito il sant'uomo a Roma, quand'anche dovesse impiegare la forza. Il cameriere riprese il cammino dell'eremitaggio; ma fu prevenuto da un amico di Pietro di Morone che lo ajutò a nascondersi, indi a fuggire per un appartato sentiere. Questo infelice vecchio spossato di forze e nella sua grave età più fatto per l'ozio e pel riposo, che per le fatiche d'un viaggio, si nascose entro un'oscura macchia della Puglia, accompagnato da un solo religioso, sperando di trovarvi qualche servitore di Dio che gli desse ricovero. Passò la quaresima cogli eremiti del deserto; ma coloro che andavano in traccia di lui per condurlo prigioniero a Roma, giunsero finalmente in quella foresta. Egli conoscendo allora di non poter più tenersi nascosto in quella provincia, s'imbarcò per attraversare l'Adriatico e fu dal vento contrario respinto verso la costa, di cui non erasi scostato che quindici miglia. Sbarcò a Vestia, ove fu preso dai mandatari di Bonifacio, che furono però forzati a trattarlo con rispetto, perchè il popolo si affollava intorno a lui, chiedendogli la benedizione anche in tempo di notte. Il papa confinò Pietro nella torre della rocca di Fumone nella Campania, ov'era guardato giorno e notte da sei soldati e da trenta arcieri con tanta severità, che niuno poteva ottenere il permesso di parlargli. L'eremita chiese almeno che si permettesse a due frati del suo ordine di celebrare con lui il divino ufficio. Gli fu accordata l'inchiesta, ma niun religioso poteva a lungo, senza cadere infermo, sostenere così stretto carcere. Era nella torre così piccolo spazio, che il sant'uomo dovea la notte servirsi per origlieri de' gradini dell'altare su cui di giorno celebrava la messa. In questa prigione morì Celestino V il 19 maggio del 1296, ventidue mesi dopo la sgraziata sua elezione[63][64].

Poichè sì lungo tempo ci siamo occupati della storia ecclesiastica, crediamo dover qui riferire un pezzo della stessa storia che coincide appunto coll'epoca presente, e che è troppo celebre e singolare per meritarsi, se non la nostra credenza, almeno la nostra attenzione: ed è l'arrivo della santa casa in Italia presso a Loreto il giorno 10 decembre 1294, tre giorni prima della solenne abdicazione di Celestino V. «Non si sa abbastanza chiaramente, dice Orazio Tursellino istorico di Loreto, perchè questa casa ch'era giunta in Dalmazia a Tersacto tre anni e sette mesi prima, fu trasportata a quest'epoca a traverso all'Adriatico, e deposta nel Piceno. Ciò che è indubitato si è, soggiugne lo storico, che gli angeli la portarono sulle loro ali, e la deposero in una macchia appartenente ad una matrona di Recanati detta Lauretta, da cui questa casa ricevette poi il suo nome; che gli alberi delle foreste si piegarono verso di lei per riceverla, e che i pastori del vicinato la scoprirono all'indomani un miglio distante dal mare, in un luogo ove non aveva mai esistito verun edificio.» Se dobbiamo credere alle stesse leggende, gli angeli la cambiarono due volte di sito prima di fissarla stabilmente nel luogo in cui rimase fino a' nostri giorni, portandola da una all'altra collina[65]. Il miracolo, cui la fiorente città di Loreto deve la sua esistenza, non viene attribuito ad un tempo tenebroso, ma ad un secolo abbastanza illuminato ed a noi vicino; quando già vivevano Dante, il Villani, Dino Compagni, Tolomeo di Lucca, Ferreto di Vicenza, ed una folla di storici che non fanno parola di così straordinario avvenimento[66]. Non si può comprendere in qual modo una così fatta tradizione abbia potuto prender piede, e come all'epoca stessa di questa tradizione, i templi, le mura quasi romane, e l'intera città di Loreto siansi fondati su questa sola credenza.

La prima traslazione della santa casa dalla Palestina a Tersacto appoggiavasi ad un avvenimento pur troppo vero, la presa di san Giovanni d'Acri fatta da Malec Seraph, e l'espulsione assoluta dei Latini da tutti i possedimenti che avevano in Terra santa. Acri o Tolemaide fu presa il 19 maggio del 1291; vi perirono trenta mila cristiani, e questa città ch'era l'emporio generale di tutto l'Oriente, fu chiusa per sempre ai Latini[67].

Tosto che Bonifacio si sentì assicurato sul trono pontificio, esortò i principi cristiani a vendicare gli oltraggi cui era stata esposta la religione. Scrisse a Edoardo I re d'Inghilterra, e ad Adolfo di Nassou re de' Romani per esortarli a mettere fine alle guerre nelle quali eransi avviluppati, ed a portare le loro armi in Terra santa per riconquistare le città che gl'infedeli avevano prese con tanta vergogna dei Latini[68]. Ma se nella cristianità non eravi stata bastante energia da difendere un piccolo numero di fortezze, alle quali sembrava attaccato l'onore delle nazioni che professavano la religione di Cristo; non era presumibile che tutta l'Europa si movesse per nuovamente tentarne la conquista, quando le difficoltà erano tanto cresciute, e il regno di Gerusalemme distrutto per sempre, sicchè non v'erano più nè principi nè popoli oppressi che venissero ad affrettare i soccorsi d'Europa per salvarli da un imminente pericolo. Perciò dopo un breve fermento prodotto dal sentimento dell'obbrobrio, dall'orrore della strage di Acri e dalla pietà verso gli sventurati fuggitivi, i cristiani abbandonarono il pensiero di riconquistare Terra santa, e i mari dell'Asia furono chiusi all'Europa.

Il pontefice che più d'ogn'altro avrebbe potuto risvegliare lo zelo per questa guerra sacra, aveva altri interessi che più gli stavano a cuore, ai quali sagrificò di buon grado quelle lontane conquiste. Erasi impegnato verso Carlo II, re di Napoli, di servirlo efficacemente nell'impresa di Sicilia. Egli era d'una famiglia originaria ghibellina; ma per mantenere la sua promessa, si gettò nel partito guelfo con tanta violenza, che niun pontefice, senza eccettuarne lo stesso Martino IV, non aveva così impudentemente dimenticate le prerogative di comun padre dei fedeli, per prendere quelle d'un capo di faziosi.

La condotta de' precedenti pontefici, siccome quella ancora della casa di Francia verso i re d'Arragona, era stata fallace e perfida. Quando del 1288 Edoardo d'Inghilterra erasi offerto mediatore per ristabilire la pace, e procurare al re Carlo la libertà, erasi sotto la sua guarenzia conchiuso il trattato alle seguenti condizioni. Il regno di Sicilia doveva essere ceduto a Giacomo d'Arragona, e rimanere a Carlo quello di Napoli, il quale obbligavasi a far rinunciare Carlo di Valois suo cugino a tutti i diritti che potevano essergli derivati sul regno d'Arragona dall'investitura di Martino IV: e per prezzo di questa rinuncia e diritti immaginarj, Carlo di Valois doveva ricevere dall'Arragonese venti mila libbre pesanti d'argento. Carlo II, che non era ancora incoronato e portava soltanto il titolo di principe di Salerno, doveva essere posto in libertà; ed in sua vece lasciava ostaggi tre figliuoli con sessanta de' principali gentiluomini della Provenza; e se nel termine di tre anni non soddisfaceva alle stabilite convenzioni, prometteva di ritornare egli stesso nella prigione, da cui veniva liberato[69].

Ma Carlo giunto a Rieti, ove trovavasi la corte pontificia, fu da Nicolò IV, allora regnante, incoronato re delle due Sicilie, e sciolto dalle obbligazioni assunte in virtù delle convenzioni fatte con Alfonso, e dai giuramenti[70]. Carlo di Valois, lungi dal ritenersi compreso nel trattato di pace, s'apparecchiò ad attaccare l'Arragonese; conchiuse un'alleanza con don Sancio re di Castiglia, che per lui dimenticò l'amicizia d'Alfonso d'Arragona, e si preparò a punire l'Arragonese della sua confidenza e della sua generosità.

La guerra portata negli stati d'Alfonso dai re di Castiglia e di Francia lo costrinse bentosto a soggiacere a più dure condizioni. Promise di richiamare le truppe ausiliarie mandate in Sicilia a suo fratello, di rifiutargli in avvenire ogni ajuto, e di esortarlo insieme alla madre a rinunciare al dominio di quell'isola. Si obbligò innoltre a pagare pel regno d'Arragona il tributo che uno de' suoi antenati aveva promesso a san Pietro; ed a questo prezzo doveva essere assolto dalla chiesa, e Carlo di Valois rinunciare alle sue pretese[71].

La notizia di questo trattato risvegliò le più amare lagnanze dei Siciliani che vedevansi abbandonati ai Francesi, i loro più crudeli nemici, da quella stessa famiglia e da quella nazione ch'essi avevano scelta per proteggerli. Ma l'esecuzione del trattato rimase sospesa per la subita morte d'Alfonso re d'Arragona. Suo fratello Giacomo, in allora re di Sicilia, andò a Saragozza per prendere possesso della fraterna eredità, e, partendo dalla Sicilia, lasciò l'amministrazione dell'isola a Federico suo terzo fratello.

Tali erano i trattati cominciati e rotti tra la casa d'Angiò e quella d'Arragona, quando Bonifacio VIII tentò di ristabilire la pace nelle due Sicilie, offrendo dei compensi ai re per impegnarli a tradire i loro popoli. Un primo trattato fu segnato colla sua mediazione fra Carlo II e Giacomo re d'Arragona, il quale ricevendo in consorte con una ragguardevole dote Bianca, figliuola del re Carlo, prometteva invece non solo d'abbandonare la Sicilia alle armi del principe francese, ma ancora d'ajutarlo a farne l'acquisto, se i Siciliani avessero opposta resistenza. Per prezzo di così vergognosa condizione il papa accordava all'Arragonese la sovranità delle isole di Corsica e di Sardegna, che appartenevano ai Pisani ed ai Genovesi. In appresso il papa cercò di determinare Federico, ch'era al possesso della Sicilia, ad accedere a questo trattato, e gli offrì per ricompensa in isposa Caterina, nipote di Baldovino II, e sola erede de' suoi diritti, la quale aveva il magnifico titolo d'imperatrice di Costantinopoli; aggiungendovi la promessa di cento mila once d'oro onde ajutarlo a conquistare l'impero d'Oriente[72]. Questa proposizione fu fatta dallo stesso Bonifacio all'infante D. Federico in un congresso tenuto a Velletri. Ma il giovane principe era accompagnato dal venerabile vecchio Giovanni di Procida e da Ruggiero di Loria, l'invincibile ammiraglio della Sicilia, che non permisero che venisse sedotto da tali insidiose offerte.

Quando del 1296 giunse in Sicilia la notizia del trattato sottoscritto da Giacomo d'Arragona, i grandi del regno mandarono alla sua corte in Catalogna tre deputati per verificare le ingiuriose voci che speravano dover essere da lui smentite. Ma Giacomo non si rifiutò di comunicare ai deputati lo stesso trattato da lui conchiuso; onde questi stracciandosi le vesti e riempiendo la corte di gemiti, supplicarono il re a non abbandonare i suoi fedeli sudditi ed a non darli nelle mani de' loro crudeli nemici. E perchè niente potevano da lui ottenere, stesero una scrittura della sua rinuncia all'isola di Sicilia, e la portarono ai loro concittadini. Allora tutti i baroni, alla di cui testa trovavansi Giovanni di Procida e Ruggiero di Loria, dichiararono sciolti affatto i loro legami con Giacomo d'Arragona, ed elessero loro re l'infante Federico, ch'incoronarono a Palermo. Poco tempo dopo, Bonifacio di Calamandano, gran maestro dell'ordine di san Giovanni, portò loro de' fogli in bianco segnati dal papa e da Carlo, offrendosi di aderire a tutte le condizioni più vantaggiose ed alle riserve de' privilegi ch'essi vi avessero apposte; ma i baroni risposero che i Siciliani avevano costume di consolidare la loro libertà colle spade, non con inutili pergamene[73]. La maggior parte de' Catalani, che trovavansi allora in Sicilia, rifiutarono d'ubbidire agli ordini di Giacomo, dichiarando per mezzo di Blasco d'Alagonia[74], che siccome gli Arragonesi erano i più liberi di tutti i popoli che ubbidivano a re, erano autorizzati dalle loro leggi e dalle stesse costituzioni del regno a ritirare ogni obbligazione d'omaggio ad un monarca di cui dovevano disapprovare la condotta.

E per tal modo ricominciò la guerra nelle due Sicilie con più furore che mai; e la Calabria ne fu il principale teatro. Ruggiero di Loria e l'infante Federico furonvi più volte vittoriosi de' Francesi; e la sorte della guerra non si mostrò favorevole agli ultimi che alloraquando il re Giacomo d'Arragona, per soddisfare agli obblighi del suo vergognoso trattato, venne egli stesso a portare la guerra negli stati di suo fratello, e quando il re Federico, ascrivendo a delitto a Ruggiero l'avere risparmiato uno de' suoi parenti, disgustò questo illustre ammiraglio, e lo forzò a passare nelle truppe de' suoi nemici.

Ma prima di vedere quale fu il fine di questa così lunga e tanto crudele guerra; prima di raccontare in qual modo, a quest'epoca, Bonifacio VIII, che non aveva mostrato sommissione che per ottenere la tiara, e che pareva volersi rifare della passata dissimulazione con un eccessivo orgoglio e colle più stravaganti pretensioni, alienasse Filippo il bello, re di Francia, suo antico alleato, ed entrasse in guerra colla famiglia Colonna, debbo riferire le rivoluzioni che nel medesimo tempo scoppiarono in Toscana, rivoluzioni alle quali non fu straniero lo stesso pontefice.

Venti miglia lontano di Firenze sulla strada di Lucca alle falde degli Appennini che dividono la Toscana dal Modenese, è posta una città che, malgrado la fertilità del suo territorio e la ridente sua situazione, non si rese illustre nè per popolazione, nè per ricchezze, nè per commercio, nè per potenza, ma soltanto per la violenza delle sue rivoluzioni, per l'intenso odio de' partiti che la divisero, per la fatale influenza di questi partiti sul rimanente della Toscana e quasi dell'Italia, ove sparsero il lievito della discordia; ove per una privata offesa, per una lite di famiglia, suscitarono una guerra universale. Il popolo di Pistoja è forse il più violento, il più impetuoso, il più sedizioso di cui la storia ci conservi la memoria. Pare che questo popolo fosse assetato talmente di guerre civili, che la sua sete di sangue non si spense nemmeno quand'ebbe ridotta la sua patria ad un oscuro rango tra le città d'Italia: nè si acquietò nemmeno sotto il despotismo, il quale soffocando tutte le passioni, distruggendo tutti gl'interessi, suole addormentare i popoli nel riposo della morte; ma continuò a combattere anche dopo che la libertà, il governo, la gloria, più non potevano per lui esistere; siccome quel gigante dell'Ariosto, che nel calore della battaglia erasi dimenticato di essere morto[75]. Esempio memorando dell'insensato furore che i soli nomi possono ancora ispirare agli uomini, quando più non sussiste alcuna delle cagioni che avevano eccitata la loro discordia.

Due famiglie di un'antica nobiltà, le quali possedevano vasti feudi nella pianura e nella montagna di Pistoja[76], eransi poste alla testa delle due fazioni, i Cancellieri de' Guelfi, ed i Panciatichi de' Ghibellini; le quali famiglie, durante tutto il tredicesimo secolo, eransi battute con tanto furore, che quasi erasi dimenticata l'origine della loro discordia, non indicandosi più il partito che col loro nome. I capi di queste famiglie erano incomparabilmente più potenti e più rispettati che i capi della repubblica; tutte le guerre sembravano prodotte dalle loro passioni, e loro opera tutti i delitti: non è però da maravigliarsi che il governo di Pistoja nutrisse contro tutto l'ordine della nobiltà i più caldi sentimenti di odio e di gelosia. Questi sentimenti si manifestarono prima a Pistoja che a Firenze. Del 1285 il popolo dichiarò i magnati non ammissibili alle magistrature della città, li sottopose a particolare regolamento, ed ordinò che qualunque volta una privata famiglia turberebbe l'ordine pubblico, verrebbe registrata nel ruolo dei nobili, per essere per sempre punita della sua disubbidienza alle leggi[77].

Nello stesso tempo presso a poco in cui i Fiorentini avevano cacciato fuori dalla loro città il conte Guido Novello coi Ghibellini, anche i Cancellieri avevano scacciati da Pistoja i Panciatichi; che continuavano a perseguitare nelle loro terre. La famiglia guelfa dei Cancellieri, sebbene da un decreto esclusa dal governo della città, raccoglieva tutti i frutti della vittoria: nella prosperità era cresciuta in modo di gente e di ricchezze, e contavansi più di cento uomini d'armi tutti Cancellieri, oltre coloro che erano uniti di parentela a questa famiglia, una delle più potenti che contasse la nobiltà italiana[78]. La lite che divise in due nemiche fazioni questa famiglia, ed in seguito tutte le famiglie guelfe della Toscana, può farci conoscere colle sue particolarità i costumi e la ferocia de' nobili pistojesi.

Molti gentiluomini della famiglia Cancellieri scontraronsi in una taverna ove giuocarono insieme; poichè furono riscaldati dal vino, un di loro, detto Carlino, figlio di Gualfredi, insultò e ferì un altro Cancellieri egualmente cavaliere, chiamato Amadoro, o Doro, figliuolo di Guglielmo. Questi due giovani, sebbene parenti, appartenevano a due diversi rami della stessa famiglia, distinti dai soprannomi di Bianchi e di Neri, loro venuti anticamente dall'avere avuto il loro antenato comune due donne, da una delle quali che aveva nome Bianca, Bianchi chiamaronsi i suoi figliuoli, e coll'opposto nome di Neri quelli dell'altra. Doro era del ramo nero. Apparecchiando la sua vendetta contro la famiglia che lo aveva insultato, adottò un principio odioso, che sembra essere stato costantemente seguito in Pistoja; cioè, che a fine di rendere la vendetta compiuta, richiedevasi che non cadesse sopra l'offensore; imperciocchè se colpiva quel solo non era che un castigo che, proporzionato essendo all'offesa ed aspettato, non poteva essere cagione di un dolore abbastanza profondo a coloro de' quali volevasi trarre vendetta. La prima offesa era caduta sopra un innocente; onde perchè la scambievolezza fosse compiuta, era necessario che la seconda cadesse sopra un uomo ugualmente innocente. Doro, sortendo dalla taverna, ov'era stata insultato, si pose in un'imboscata, e la sera dello stesso giorno, vedendo passare un fratello di colui che lo aveva ferito, il quale era un giudice, detto Vanni, lo chiamò, e Vanni avvicinandosi senza veruna diffidenza, nulla sapendo nemmeno della rissa accaduta la mattina, Doro si gettò sopra di lui con intenzione di ucciderlo, e colla spada gli troncò una mano e lo ferì nel volto.

Il padre di Doro, Guglielmo, lungi dall'approvare una tanto odiosa vendetta eseguita contro un suo parente, risolse di comporre con una luminosa soddisfazione la lite che poteva dividere la sua famiglia. Consegnò lo stesso Doro tra le mani del padre adirato, facendogli dire, che a lui rimetteva il castigo di un uomo che, malgrado il suo delitto, non lasciava di essere ancora parente dell'offeso; ma questo padre, chiamato Gualfredo, insensibile alla generosità del suo procedere, volle infliggere a Doro una punizione eguale all'offesa, gli tagliò una mano sopra una mangiatoia di cavalli, lo ferì nel viso com'era stato ferito suo figlio, ed in tale stato lo rimandò al cancelliero nero, incaricandolo di dire a suo padre, che col ferro e non colle parole si guarivano somiglianti ferite[79].

Da una banda e dall'altra era stata commessa un'atroce azione, ed i cancellieri d'ambo i rami per il proprio riposo, come per l'onore della loro patria, avrebbero oramai dovuto abbandonare i colpevoli alla vendetta delle leggi, e rifiutare di armarsi a favore di uomini che avevano infamato il loro nome con azioni tanto inumane; ma così non era allora avvezza a giudicare la nobiltà italiana[80]. I cancellieri bianchi ed i cancellieri neri mostraronsi egualmente disposti a vendicare l'offesa da ognun d'essi ricevuta; e perchè colle loro parentele e relazioni abbracciavano tutte le famiglie nobili di Pistoja, le strascinarono tutte nella loro lite. Nè vi prese parte la sola nobiltà cittadina, che tutti pigliarono le armi i loro vassalli e clienti nel territorio pistoiese, e tutta la Montagna fu in guerra pei Bianchi e pei Neri.

(1298) Le battaglie ordinate, ch'ebbero luogo in città, erano il minor male che risultasse da questa discordia, perchè l'uno e l'altro partito, per portar colpi più inaspettati e più dolorosi, ebbero ricorso a misfatti non più uditi. Se nell'una o nell'altra famiglia trovavasi un uomo amato e rispettato per le sue virtù, o pure uno il di cui carattere pacifico tenesse lontano dalle contese civili, era appunto quello che l'opposto partito destinava sua vittima, non credendo di poter gustare tutto il piacere della vendetta se non insultava col delitto la salvaguardia delle leggi, ed ogni rispetto divino ed umano. Per tal modo Pero dei Pecorini, che era giudice, fu ammazzato dai Neri senza provocazione, sul suo tribunale, in presenza dello stesso podestà; indi gli stessi Neri uccisero il cavaliere Bertino, perchè aveva fama d'essere il più nobile e più cortese cavaliere di Pistoja. Così Benedetto de' Sinibaldi, il più rispettato de' Cancellieri neri, cadde sotto la spada de' Bianchi in una bottega aperta sulla piazza: uno de' cavalieri del podestà venne ucciso dalla stessa fazione, onde il podestà vedendo ch'era impossibile di ristabilire l'ordine in Pistoja, e d'amministrare la giustizia a quel popolo furibondo, pose in terra in presenza del consiglio la bacchetta della podestaria, e partì abdicando la sua carica.

Pistoja pareva minacciata dell'intera sua sovversione per gli eccessi dell'anarchia e della guerra civile; e la repubblica fiorentina che trovavasi alla testa della parte guelfa in Toscana, cominciava a temere che l'interesse della sua parte non venisse compromessa con sedizioni così violenti, e che i Ghibellini da molto tempo esiliati non approfittassero delle divisioni e dell'indebolimento dei loro avversarj per ricuperare l'antico potere. Nel 1300 gli uomini più saggi di Fiorenza e di Pistoja si adunarono per trovare rimedio a tanti mali. Finalmente con una pubblica deliberazione gli anziani di Pistoja determinarono di confidare per tre anni la signoria della loro città ai Fiorentini, perchè riformassero la repubblica, e vi stabilissero la pace[81]. La signoria, ossia balìa, come di questi tempi cominciò a chiamarsi, non distruggeva le franchigie d'una repubblica, nè derogava punto alla sua libertà; era un potere legislativo e stragiudiziale attribuito per un determinato oggetto, e per un certo tempo ad un governo che credevasi meritevole di tanta confidenza da sceglierlo come arbitro.

Avendo i Fiorentini accettata la balìa di Pistoja, vi mandarono un nuovo podestà ed un nuovo capitano del popolo, che furono incaricati di scegliere metà per ogni partito i nuovi anziani. Con tal nome chiamavasi a Pistoja il collegio dei dodici magistrati preseduto da un confaloniere di giustizia eletto ogni mese per amministrare la repubblica. I Fiorentini ordinarono poscia ai capi delle due fazioni bianca e nera di allontanarsi dalla città che turbavano coi loro odj[82]; e credendo che un governo vigoroso avrebbe il potere di riconciliare questi uomini iracondi tosto che più non fossero circondati dai loro clienti e da gente avida di vendicare le loro ingiurie, i Fiorentini assegnarono per loro dimora a tutti i Pistojesi esiliati la città stessa di Firenze.

Ma il riposo di Firenze non era assicurato in maniera che potesse impunemente ricevere nel proprio seno tanto lievito di discordia; ed i priori, che mandarono a Firenze uomini avidi di sangue ed accostumati a sprezzare tutte le leggi, commisero un grave fallo di cui ebber presto cagione di doversi amaramente pentire. In effetto dopo l'esilio di Giano della Bella, il vicendevole odio dei nobili e dei cittadini erasi fatto più vivo, comechè non fosse ancora scoppiato. La città, gli è vero, pareva nel più prospero stato: ella contava entro le sue mura una milizia di trenta mila uomini abili a portare le armi, e nel rimanente dello stato fiorentino eranvi ridotti in reggimento settanta mila uomini[83]. Per dare maggior lustro alla magistratura, i priori avevano gittate le fondamenta del magnifico palazzo pubblico, che doveva essere la residenza e la fortezza della signoria[84]: avevano in appresso fatte innalzare nuove mura intorno alla città, il di cui cerchio era più esteso che non era quello delle due più antiche mura: ma questa apparente prosperità covava i semi di grandi sventure.

Il più riputato uomo tra i nobili che avevano fatto esiliare Giano della Bella, era Corso Donati, gentiluomo di antica famiglia, al quale sommi talenti avevano acquistata grandissima influenza in tutti i consigli, ed il di cui valore non aveva poco contribuito ad assicurare ai Fiorentini la vittoria di Campaldino. La famiglia popolana dei Cerchi ch'erasi col commercio fatta ricchissima[85], acquistò il palazzo dei conti Guidi vicinissimo a quello dei Donati; e perchè i nuovi ricchi sogliono fare più pomposa mostra della loro opulenza, siccome la sola cosa che onori la loro famiglia, così i Cerchi ammorzarono l'antico splendore dei Donati colla dovizia degli abiti, la magnificenza degli arredi, il numero de' cavalli e de' domestici. Una causa per una eredità accrebbe la rivalità delle due famiglie, e ne sviluppò il vicendevole odio: onde i Cerchi sforzaronsi allora di assodarsi nel rango cui s'erano innalzati impiegando le loro ricchezze ed il loro credito a servire ed a proteggere gli uomini cui potevano essere utili. Così adoperando acquistaronsi molti partigiani tra la nobiltà povera, gelosa dei Donati, come pure fra i cittadini specialmente ghibellini. Innalzatisi a tale stato di potere lungo tempo dopo la vittoria dei Guelfi, non avevano i Cerchi conservato verun risentimento di famiglia contro una fazione, nella quale non avevano mai avuti personali nemici.

Mentre esistevano in Fiorenza questi semi di discordia, vi giunsero, a seconda degli ordini ricevuti dalla signoria, i Pistojesi esiliati dalla loro patria: i Bianchi furono accolti ed alloggiati nelle case dei Cerchi, i Neri trovarono ospitalità presso i Frescobaldi amici dei Donati: e perchè le due fazioni, che incominciavano a dividere Firenze, non avevano alcun nome, ed ambedue volevano essere guelfe e popolane, adottarono la denominazione di Bianche e di Nere, che senza recare pregiudizio alle loro intenzioni sembrava bastantemente dividerle. Corso Donati fu riconosciuto capo dei Neri, e Vieri dei Cerchi capo dei Bianchi di Fiorenza[86].

Sebbene non si fosse ancora sparso sangue, erano in Fiorenza gli spiriti in modo esacerbati, sopra tutto dall'amara ironia di Corso Donati il quale non cessava di versare a mani piene il ridicolo sul suo rivale Vieri de' Cerchi, che il più leggiere accidente poteva essere cagione d'una zuffa. Un giorno che parte della città trovavasi adunata nella piazza de' Frescobaldi, per rendere gli estremi onori ad una donna di fresco morta, i dottori ed i cavalieri, com'era l'uso di Firenze in que' tempi in tali cerimonie, stavano seduti sulle panche intorno alla piazza, e la gioventù per terra sopra stuoje di giunchi: l'accidente aveva posti i Donati ed i Cerchi di faccia gli uni agli altri. Un giovane seduto in terra si alzò per rassettarsi il mantello, e coloro che gli stavano seduti in faccia, supponendo che questo fosse il segnale convenuto per attaccarli, si levarono subito anch'essi e sguainarono le spade; onde si levarono egualmente i loro avversarj, e s'appiccò la zuffa. I parenti della morta ottennero a stento, cacciandosi nella mischia, di separare i due partiti.

Guido Cavalcanti, dopo Dante il più illustre poeta del suo secolo, ed il più rinomato filosofo, quello che per la sublimità della sua mente Dante indicò come sè medesimo capace di scorrere i tre regni dei morti, era uno de' più caldi nemici di Corso Donati[87]. Il Cavalcanti, genero com'egli era di Farinata degli Uberti, inclinava segretamente al partito ghibellino favorito dai Bianchi; inoltre egli aveva ragione di credere che Donati avesse cercato di farlo assassinare in un pellegrinaggio ch'egli di fresco aveva fatto a san Giacomo di Gallizia. Altrettanto cortese quanto valoroso, ma altero ed amico della solitudine, non fece veruno apparecchio per vendicarsi. Solamente attraversando una volta le strade di Firenze a cavallo con molti giovani della famiglia Cerchi, incontrò Corso Donati pure a cavallo in compagnia de' suoi figliuoli ed amici; onde corse sopra di lui per ferirlo con una freccia, senza però averlo potuto cogliere; ma abbandonato dai suoi amici, ed esposto alle pietre che gli venivano scagliate addosso dalle finestre, dovette allora fuggire.

La parte Bianca pareva a Firenze formata degli uomini più ragguardevoli pel loro carattere, i loro talenti ed il loro sapere; Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Dino Compagni, lo storico, gli appartenevano egualmente; ma per mala sorte Vieri de' Cerchi, il capo di questo partito, non era degno degli uomini ch'egli doveva condurre. I Neri avevano maggior credito alla corte di Roma e presso papa Bonifacio, sia perchè più affezionati alla parte guelfa, che Bonifacio favoreggiava caldamente, o perchè il banchiere del papa ed altre persone, che lo circondavano, appartenevano a questa fazione. In conseguenza furono essi che stimolarono Bonifacio ad interporsi per tornare la pace tra i Fiorentini; ma il violento suo carattere non si confaceva all'ufficio di pacere.

Bonifacio fece venire a Roma Vieri dei Cerchi, e lo richiese di fare la pace con Corso Donati, promettendogli a tale patto la sua protezione; ma gli rispose Vieri che, non essendo egli in guerra con persona, non aveva a fare veruna pratica per riconciliarsi con chicchessia, e ripartì senza aver nulla promesso[88]. Allora il papa mandò in Toscana il cardinale d'Acquasparta come mediatore dei due partiti; il quale, giunto essendo a Firenze in giugno del 1300, pregò la signoria di accordargli la balìa della città per istabilirvi la pace; disse in pari tempo essere sua intenzione di fare scelta di coloro che dovevano essere priori nel susseguente anno, in modo che vi fosse un egual numero di Bianchi e di Neri, e di distribuire i loro nomi nelle borse per tirare a sorte ogni due mesi, onde evitare i tumulti cui dava luogo ogni elezione in un tempo che il popolo si abbandonava con tanto furore allo spirito di parte[89]. Ma all'epoca in cui venne il cardinale a Firenze, avendo i Bianchi la principal parte nel governo, temettero che la corte di Roma approfittasse de' poteri che domandava per abbassarli, e rifiutarono al cardinale la balìa; perchè questi uscendo subito di città, la sottopose all'interdetto.

La signoria abbandonata a sè medesima si provò di ristabilire, senza il concorso di uno straniero, la pace nella città; ciò che credè di ottenere esiliando i capi delle due fazioni: ed in conseguenza ordinò ai Neri di portarsi alla Pieve nel territorio di Perugia, ed ai Bianchi di restare confinati a Sarzana sui confini dello stato di Genova. Il poeta Dante era uno de' priori che pronunciarono questa sentenza, e Dino Compagni assicura avere egli medesimo consigliata la signoria a prendere tale risoluzione[90]. Ma i priori non conservarono lungo tempo quella parzialità che gli aveva diretti nel primo atto; e dietro inchiesta di Guido Cavalcanti, caduto infermo a Sarzana, permisero soltanto ai Bianchi di rientrare in Firenze, protestando l'insalubrità dell'aria nel luogo del loro esilio.

I capi del partito dei Neri erano confinati in un luogo prossimo a Roma ed alla corte del papa; ed avendo già protettori ed amici in questa corte, approfittarono della vicinanza per acquistarne degli altri. Corso Donati andò a Roma; ed ebbe l'aperto favore dei parenti del papa, del suo banchiere e del cardinale Acquasparta che non poteva perdonare ai Fiorentini d'avere rifiutata la sua mediazione. Tutti d'accordo eccitarono Bonifacio contro i Bianchi e contro il partito del governo, e lo consigliarono a cercare un principe che punisse i Fiorentini della poca loro deferenza, e che escludendo dal numero de' Guelfi gli uomini tiepidi o moderati ristabilisse il partito della Chiesa nell'antica sua purità. Doveva questo principe pacificare la Toscana e conquistare la Sicilia, imperciocchè al papa stava più a cuore il vendicarsi di don Federico e di Ruggiero di Loria, che la punizione de' Bianchi fiorentini.

Verso quest'epoca Carlo di Valois, fratello di Filippo il bello, re di Francia, erasi acquistata grandissima riputazione colla conquista di tutta la Fiandra[91]; onde Bonifacio pose gli occhi sopra di lui. Sapeva per l'esperienza fattane da' suoi predecessori che i principi francesi erano proclivi a riconoscere come titoli incontrastabili i doni che loro faceva la santa sede anche in que' luoghi in cui non aveva alcuna giurisdizione. Sapeva ch'essi ed i loro soldati erano sempre disposti a combattere, non per una sola causa, ma per tutte le cause del mondo e contro tutti gli uomini. Promise a Carlo di Valois come premio della spedizione, cui l'invitava, la stessa Caterina di Fiandra erede dell'Impero latino di Costantinopoli, che aveva poc'anzi offerta all'infante Federico di Sicilia; e perchè questa principessa era prossima parente di Carlo, gli spedì le necessarie dispense per isposarla[92], a condizione che sollecitamente venisse con un sufficente corpo di cavalleria a combattere a proprie spese per la causa della santa sede contro Federico usurpatore della Sicilia, e contro qualunque altro nemico della Chiesa. La successione all'Impero di Costantinopoli non era la principal promessa che Bonifacio facesse a Carlo; non avendo come papa voluto riconoscere Alberto d'Austria per re de' Romani, lusingava Carlo di questa medesima dignità, assicurandolo intanto che gli conferirebbe i diritti di vicario imperiale in Toscana, in quel modo che uno de' suoi predecessori l'aveva fatto in favore di Carlo d'Angiò. Aggiugneva Bonifacio a queste lontane speranze immediate concessioni che avrebbero luogo tosto che Carlo avesse accettato il proposto trattato. Nel 1301, il papa lo creò conte della Romagna, capitano del patrimonio di san Pietro, signore della Marca di Ancona, e, con un nuovo titolo, pacificatore della Toscana[93].

Prima che il principe francese potesse giugnere in Toscana, la parte de' Bianchi, che allora dominava ne' consigli di Firenze, aveva cercato di rendersi forte; e giudicò opportuno di fare a Pistoja l'esperimento delle sue forze e de' mezzi che poteva impiegare per trionfare. Il capitano del popolo di questa città non rimaneva in carica che sei mesi. Il governo fiorentino, in forza della balìa che gli era stata confidata, diede prima questa carica a Guido Cavalcanti appartenente ad una famiglia altra volta ghibellina. Questo nuovo magistrato violò la legge pubblicata per la pacificazione di Pistoja, ed in cambio di dividere egualmente le magistrature tra le due parti, scelse tutti gli anziani tra i Bianchi; e poco dopo ajutato dagli stessi anziani, destituì tutti i Neri che possedevano il governo di qualche castello o carica di confidenza, per sostituir loro dei Bianchi[94]. Passati i sei mesi, i Fiorentini nominarono in sua vece Andrea Gherardini, la di cui amministrazione doveva essere ancora più parziale e più violenta della precedente. Andrea si afforzò d'armi e di cavalli, si assicurò la dipendenza delle compagnie popolane e de' loro confalonieri; indi accusando i Neri di voler dare Pistoja ai Lucchesi, citò, una dopo l'altra, le principali famiglie del partito nero a presentarsi al suo tribunale. E perchè queste esitavano a porsi nelle sue mani, andò ad attaccarle cogli arcieri ed i confalonieri delle compagnie; prese a viva forza le loro case colle macchine di guerra o col fuoco; e dopo aver vinto tutto ciò che gli faceva resistenza, cacciò di città tutti i Neri, spianò i loro palazzi e fortezze, abbandonandone i beni al saccheggio.

I Neri, esiliati da Pistoja, ritiraronsi quasi tutti a Pescia, nella valle di Nievole, città che, dopo essere stata incendiata dai Lucchesi l'anno 1282, era rimasta sotto la loro dipendenza. Eranvi in Lucca, siccome in tutte le città della Toscana, dei Guelfi assai caldi che dovevano associarsi ai Neri, e dei Guelfi moderati che, non interessandosi più che tanto delle antiche contese, non facevansi scrupolo di allearsi coi Ghibellini onde acquistare col mezzo loro maggior credito nella repubblica; e questi adottarono per sè medesimi il nome pistojese di Bianchi. I primi trovaronsi rinforzati dall'unione di tutti gli esiliati di Pistoja, ed erano inaspriti dalla diffidenza che i Fiorentini mostravano a loro riguardo: onde poco dopo la rivoluzione che aveva cacciati i Neri da Pistoja, i Bianchi furono esiliati da Lucca[95]. Castruccio Castracani degl'Interminelli, che in appresso rialzò il partito de' Ghibellini, e che si fece signore di Lucca, di Pisa e di Pistoja, venne compreso in questa proscrizione dei Bianchi, tra i quali egli era il più distinto pel lustro della sua famiglia. In età di soli vent'anni fissò la sua dimora in Ancona, di dove, avendo in sul finire dell'anno perduti i suoi genitori, passò in Inghilterra, ove s'addestrò nelle armi[96]. Intanto Carlo di Valois, cedendo alle istanze del papa, erasi mosso con circa cinquecento cavalli per servire la Chiesa ed ajutare il re di Napoli. Attraversò senza difficoltà la Lombardia, e dopo essersi alcun tempo riposato in Bologna, entrò in Toscana per le Alpi di Pistoja, ossia strada di Sambuca.

La parte dei Bianchi aveva fatte sue le passioni dei Ghibellini che le si erano uniti; ma sebbene più non fosse una parte moderata, pure bramava ancora di essere creduta tale, e però non ardiva confessare gl'interni sentimenti, credendosi obbligata a conservare certi riguardi che minoravano la sua forza, senza illudere i suoi nemici. Se i Bianchi si fossero apertamente dichiarati Ghibellini, avrebbero potuto fortificare i passaggi della Sambuca, e fermare o ruinar Carlo che non aveva che un pugno di gente; avrebbero stretta alleanza coi Ghibellini di Pisa, di Arezzo e delle città di Romagna, e postisi in tale situazione da non poter essere facilmente oppressi. Ma i Bianchi volevano ancora coprirsi del nome del partito guelfo; mostrarsi ancora ligi alla chiesa ed alla casa di Francia, e non osavano prendere alcuna vigorosa risoluzione; onde senza porsi in istato di resistere ai loro nemici, non ottennero nè meno di placarli.

I Bianchi di Pistoja, avvisati dell'avvicinarsi di Carlo di Valois, introdussero molti pedoni e cavalli in città; provvidero di petriere le porte e le mura, e prepararonsi come coloro che dovessero essere assediati: in pari tempo invitarono Carlo ad entrare in Pistoja, e mandarongli incontro per onorarlo giostratori e paggi a cavallo. Egli scese lungo l'Ombrone, come se avesse intenzione di approfittare di tali amichevoli disposizioni, ma giunto a Ponte Lungo, due miglia sopra Pistoja, si volse bruscamente a destra e andò ad accamparsi a Borgo a Buggiano posto sulla strada di Lucca[97].

Gli esiliati Neri di Pistoja, ed i capi dello stesso partito a Lucca, adunaronsi prestamente intorno a lui, e lo trassero agevolmente al loro partito. Carlo prese in seguito la strada di Fucecchio, san Miniato e Siena, per recarsi a Roma ed in seguito ad Anagni, onde ricevere gli ordini del papa, avanti d'entrare in alcuna delle città divise dalla nuova lite dei Bianchi e dei Neri. Carlo II, re di Napoli, venne a trovarlo in Anagni a fine di concertare la spedizione di Sicilia, che fu fissata nella vegnente primavera. Intanto il papa mandò Valois a Firenze per pacificarla, o piuttosto per farvi trionfare il partito dei Neri e della Chiesa.

Carlo tornò dunque a Siena ed in seguito a Staggia nell'autunno dello stesso anno, avanzandosi contro Firenze. Erasi in questa città fatta la nomina de' nuovi priori che dovevano entrare in carica il 15 ottobre, e la scelta era più tosto caduta sopra persone inclinate alla pace, e che non davano sospetto ad alcun partito, che sopra coloro la di cui abilità avrebbe potuto salvare la repubblica in così difficili circostanze. Dino Compagni, lo storico di quest'epoca, era uno de' priori, e le sue scritture ci provano che egli era uno di quegli «uomini uniti, senz'arroganza, disposti a mettere le cariche in comune», tra i quali egli colloca sè medesimo[98].

Mentre che i Neri con private contribuzioni avevano messi assieme settanta mila fiorini per pagare il soldo delle truppe di Valois, d'altro non si occupavano i Bianchi che dei trattati di pace tra le famiglie nemiche. I capitani di parte guelfa fecero per ordine de' priori proposte di accomodamento tra i Cerchi e gli Spini. Questi, mostrando di dare orecchio alle proposizioni, non lasciavano di affrettare la venuta di Carlo, mentre i Cerchi, capi dei Bianchi, si addormentavano su queste speranze di pace, e non facevano verun apparecchio di difesa.

Carlo mandò da Staggia i suoi ambasciatori a Firenze per domandare d'essere ricevuto come un amico che veniva a riconciliare la parte guelfa alla Chiesa. Questi ambasciatori chiesero d'essere introdotti nel gran consiglio, ciò che loro non potevasi negare. Quand'essi ebbero parlato, i priori imposero silenzio a tutti i consiglieri, che avrebbero voluto rispondere in presenza loro, al quale oggetto più d'uno erasi già alzato; onde agli ambasciatori di Carlo fu agevole il giudicare dalla premura che ponevano nel voler manifestare la propria opinione in loro presenza, che il partito de' Neri e del principe aveva riacquistata forza ed energia. La signoria, dopo la segreta deliberazione dei consigli e quella delle arti e mestieri, mandò da parte sua ambasciatori a Staggia, promettendo a Carlo d'accoglierlo onorevolmente, a condizione che non mutasse le leggi e le costumanze della repubblica e non pretendesse diritti o giurisdizione di veruna sorte, sia a titolo di vicario dell'impero, sia per tutt'altra ragione. Se Carlo non accordava questa promessa, gli ambasciatori avevano ordine di chiudergli il passaggio di Poggibonzi che era fortificato, e di rifiutargli le vittovaglie. Carlo accordò senza difficoltà tutto quanto gli fu chiesto, e confermò la sua promessa a viva voce dopo il suo arrivo[99].

Magnifico fu l'ingresso del principe francese in Firenze. Carlo aveva portata la sua truppa ad ottocento cavalli; gli abitanti di Perugia l'avevano accompagnato con duecento uomini d'armi sotto colore di testificargli il loro rispetto, ed i Lucchesi erano venuti ad incontrarlo. Cante d'Agobbio, Malatestino, Maghinardo di Susinana, ed altri gentiluomini di Romagna, che incominciavano a far il mestiere di condottieri, arrivavano un dopo l'altro con otto o dieci cavalli per unirsi alla corte, e la signoria non osava negare l'ingresso a verun di loro.

Allora fu che gli uomini più vili ed abbietti credettero di poter fare pompa di coraggio. «Per il bene della patria, dicevano costoro, non temeremo di tirarci addosso la nimicizia della signoria e di mostrare gli errori ch'ella ha commessi.» In fatti, la signoria non era più a temersi, nè più poteva castigarli. «Noi oseremo, aggiungevano, prendere la difesa dei Neri oppressi, e disvelare l'ingiustizia, di cui la signoria si è fatta colpevole verso di loro, escludendoli dagli ufficj.» I Neri, che essi affettavano di prendere sotto la loro protezione, avevano in città mille duecento uomini d'armi ai loro ordini. Altri non si vergognavano di vantare la tranquillità di cui godevano dopo avere perduta la libertà. Baldino Falconieri occupava la tribuna la maggior parte del giorno; e l'argomento de' suoi discorsi era sempre il confronto delle passate turbolenze coi presenti tranquillissimi tempi, ne' quali i cittadini potevano abbandonarsi a sicuro sonno[100].

Mentre uomini senz'onore vantavano questa pretesa tranquillità, i due partiti si preparavano a nuove zuffe. Ma Vieri de' Cerchi, il capo de' Bianchi, non aveva nè i talenti nè l'energia necessaria per ridurre a salvezza il suo partito. I priori, che non volevano perdere il merito dell'apparente loro imparzialità, non prendevano che deboli partiti; e niuno osava porsi in aperta difesa per timore di essere da tutti abbandonato. I Bianchi, che veramente erano d'origine guelfa, cercavano di rappattumarsi coi loro avversarj ripetendo che tutti appartenevano alla stessa fazione; onde i Ghibellini associatisi prima con loro, temevano di vedersi traditi e andavano lentamente ritirandosi per timore che la pace tra i Guelfi non si effettuasse a loro spese. I campagnuoli che avevano ricevuto ordine di armarsi, nascondevano i confaloni e si disperdevano; il podestà coi suoi arcieri aveva fatta una parziale pace coi Neri; e quantunque lo stendardo dello stato fosse esposto alle finestre del palazzo della signoria, i cittadini non prendevano le armi per andarvi in difesa dei loro priori[101]. Frattanto Carlo di Valois aveva domandate le chiavi di porta romana, presso la quale egli abitava; e benchè quando fu ricevuto giurasse di far osservare dai suoi soldati le leggi e le sentenze della repubblica, questa medesima notte fece entrare, per la porta che gli fu data, Corso Donati e tutti gli esiliati.

I priori lagnaronsi con Carlo della violazione dei trattati, ed egli giurò di non avervi avuta parte e di voler castigarne gli autori, chiedendo, per poterlo fare, che i capi delle due parti gli fossero consegnati, ond'essere in istato di metter fine a tanti disordini, e ristabilire una volta l'autorità della repubblica. I priori, che andavano sempre più accorgendosi della loro impotenza, aderirono a tale inchiesta; i capi de' Bianchi e de' Neri andarono volontariamente a darsi in mano di Carlo, i primi con paura, gli altri con piena sicurezza; ed infatti il principe rilasciò subito i Neri, e fece sostenere i Bianchi e custodire in dure prigioni. Allora i priori, ma troppo tardi, fecero dare campana e martello in palazzo, chè il popolo atterrito non osò uscir di casa, e dopo quest'istante i Neri, per lo spazio di sei giorni, abusarono del loro trionfo, senza che fosse stabilito in città alcun magistrato per reprimere l'eccesso del disordine[102]. Le case dei Bianchi furono abbandonate al saccheggio ed in appresso incendiate; molti de' più ragguardevoli uomini di questo partito furono morti o feriti dai loro parziali nemici; molte fanciulle ereditiere vennero tolte di mano alle loro famiglie e maritate per forza ed in mezzo al disordine; e Carlo di Valois fingeva di non saper nulla, e di credere che l'incendio di tanti palazzi di città e di campagna fossero fuochi di gioja o accidentali incendj di qualche povera capanna[103].

Dopo che la città fu abbandonata al saccheggio per sei giorni, i nuovi priori, tutti della parte nera, entrarono in funzione l'undici novembre 1301, ed un nuovo podestà, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, fu incaricato dell'amministrazione della giustizia. Il nuovo giudice veniva incoraggiato alla severità, non solo dalla violenza di quel partito da cui aveva ricevuta la carica, ma più ancora dall'avarizia di Carlo di Valois che doveva con lui dividere le ammende che imporrebbe, ed a cui lo stesso papa aveva rappresentata Firenze come un'inesauribile sorgente di oro. Nello spazio di cinque mesi in cui Carlo dimorò in Firenze, Cante dei Gabrielli condannò circa seicento persone all'esilio, sottoponendole in pari tempo alla multa di sei in ottomila fiorini, con minaccia di confisca di beni se non pagavano. Dante Alighieri, che a quest'epoca trovavasi ambasciatore a Roma per la repubblica, fu compreso in questa proscrizione. Dovremo tra poco parlare di questa condanna pronunciata il 27 gennajo del 1302. Petracco figliuolo di Parenzo dell'Ancisa, padre di Francesco Petrarca, fu esiliato nella stessa circostanza[104]. Altri vennero accusati d'aver cospirato contro la vita di Carlo di Valois, e messi alla tortura, non tanto per istrappare loro di bocca la confessione del supposto delitto, che per sapere ove tenessero nascosti i loro tesori. Finalmente il giorno 4 aprile del 1302 Carlo di Valois partì alla volta della Sicilia carico delle maledizioni de' Toscani, per i quali aveva preso il titolo di pacificatore.

Fu osservato che Carlo di Valois era entrato in Toscana sotto pretesto di ricondurvi la pace, e l'aveva lasciata in guerra, ch'era passato in Sicilia per farvi la guerra; e n'era uscito dopo una vergognosa pace[105]. Valois s'imbarcò a Napoli con Roberto, principe di Calabria, figliuolo di Carlo II, e venne a sbarcare in Sicilia con mille cinquecento cavalli, mentre una flotta di cento galere proteggeva il suo passaggio e l'ajutava nell'assedio delle piazze che voleva prendere. Federico, re di Sicilia, non aveva bastanti forze per istare in campagna contro di lui. Già da vent'anni l'isola resisteva quasi senza stranieri soccorsi a tutta la potenza de' Francesi e della Chiesa; ed il re Federico ne' due o tre precedenti anni erasi veduto indebolire dall'abbandono di Ruggiero di Loria, suo grande ammiraglio, ch'era passato al nemico, e dall'attacco egualmente vile che crudele del suo proprio fratello Giacomo d'Arragona, venuto come confaloniere della chiesa per ispogliarlo di quello stato in cui egli medesimo aveva regnato. Metà della Sicilia era stata conquistata da Giacomo, o si era ribellata in conseguenza delle segrete intelligenze ch'egli vi aveva conservate, quando questo re parve sensibile ai tardi rimorsi, e ripartì nel colmo delle sue vittorie, dichiarando di non voler essere lo strumento o il testimonio dell'ultima catastrofe di suo fratello. Abbandonò la Sicilia l'anno 1299, e poco dopo Federico incominciò a ristaurare i suoi affari con una battaglia in cui fece prigioniero Filippo, principe di Taranto, figlio del re Carlo II.

Quando Valois sbarcò in Sicilia alla fine d'aprile del 1302, impadronissi a tradimento di Termoli; ma Federico, il più valoroso principe ed il più esperto capitano de' suoi tempi, non permettevagli lungo tempo di essere conquistatore. Evitando sempre una battaglia generale, cui le deboli sue forze non consigliavano di affidare la somma della guerra, lo travagliava con continue scaramucce, gl'intercettava i convogli, gli uccideva i cavalli: e raddoppiatesi alle truppe nemiche le fatiche della guerra, il caldo clima della Sicilia non tardò a fare sui soldati francesi i consueti effetti. All'assedio di Sacca la malattia si manifestò nel campo, ed in breve tempo vi fece tale strage, che Valois per ritirarsi dall'assedio fu costretto a chiedere la pace[106], la quale fu fatta a condizioni apparentemente più favorevoli ai Francesi di quello che in effetto lo fossero. Federico fu autorizzato a conservare, finchè vivesse, il governo della Sicilia e delle adiacenti isole col titolo di re di Trinacria; ed egli acconsentiva che dopo la sua morte tornasse il regno agli Angiovini. Dall'una parte e dall'altra i due re si restituirono i paesi conquistati in Sicilia ed in Calabria, ed ambedue confiscarono le terre de' baroni e de' feudatari, che avevano abbandonata la causa del proprio principe per darsi al nemico. Da questa legge generale furono per altro eccettuati Ruggiero di Loria e Vinciguerra di Palazzo. Finalmente si rilasciarono da ambe le parti i prigionieri, e Federico sposò Eleonora figlia di Carlo II.

Sebbene la reversione della corona alla morte di Federico fosse stipulata in favore dei principi francesi, era facil cosa il prevedere che prima che accadesse tale avvenimento, che in fatti si protrasse fino al 1337, nuove guerre e nuovi trattati disporrebbero diversamente della successione alla corona; e potevasi poi naturalmente prevedere che i Siciliani che avevano fatto Federico loro re, ed avevano combattuto vent'anni per iscuotere il giogo degli Angiovini, non credendosi in verun modo legati da questo trattato, non acconsentirebbero di passare nuovamente sotto un'odiata dinastia.

Perchè la pacificazione della Sicilia riuscisse intera, rendevasi al nuovo trattato necessaria l'approvazione della Chiesa, onde fossero tolte le scomuniche da tanti anni fulminate contro quel regno. Ma Bonifacio rifiutavasi di aderire alle convenzioni senza farvi alcune modificazioni; ma per altro scrisse subito a Federico[107] per attestargli il suo affetto ed il desiderio di riconciliarsi con lui; onde per aderire alla sua domanda, nel mese di giugno del susseguente anno 1303, Federico si riconobbe feudatario della santa sede per il regno di Trinacria, come Carlo lo era per quello di Napoli, promettendo l'annuo tributo di tre mila once d'oro[108] ed un soccorso di cento cavalli o di un determinato numero di galere qualunque volta la Chiesa fosse attaccata. Sotto tali condizioni Federico si riconciliò colla santa sede; ed il papa, tanto tempo suo nemico, ben tosto ricorse a lui contro que' medesimi Francesi che aveva fino allora protetti[109].

Dacchè Bonifacio VIII ebbe ottenuto il papato, più non si curò di nascondere due dominanti qualità del suo carattere: un orgoglio senza pari ed un impeto che s'accostava al furore, quand'era contrariato. Per giugnere alla tiara aveva saputo in molte occasioni regolarsi con destrezza e piegare con simulata moderazione alle altrui voglie; ma risguardando poi queste qualità come sconvenevoli ad un capo della cristianità, voleva vincere di fronte ogni ostacolo. E perchè aveva da principio abbracciati gl'interessi della casa di Francia, erasi mostrato il più implacabile nemico de' suoi nemici, perseguitandoli con una acerbità tale, che sembrava escludere qualunque speranza di riconciliazione, onde aveva fatta la guerra otto anni a Federico di Sicilia con non minore accanimento di Carlo d'Angiò. Quando del 1298 Alberto d'Austria, ribellatosi contro Adolfo di Nassò, si fece incoronare in sua vece re dei Romani, e poco dopo lo vinse in una battaglia, in cui Adolfo fu ucciso, Bonifacio non solo rifiutò di conoscerlo, ma lo trattò da traditore e da ribelle; e postasi la corona sul proprio capo, prese una spada e gridò: «Il Cesare sono io, io l'imperatore, io che difenderò i vilipesi diritti dell'impero[110].» Lo stesso papa, che trattava con tant'altura i sovrani, non aveva verun riguardo d'inimicarsi i grandi prelati e signori di Roma. Il mercoledì primo giorno di quaresima, mentre faceva l'augusta e commovente cerimonia della chiesa romana di spargere la cenere sul capo degli uomini più superbi per ricordar loro la nullità della propria esistenza ed il prossimo fine, quando venne la sua volta gli s'accostò per ricevere le ceneri Porchetto Spinola arcivescovo di Genova. Bonifacio gli gettò con violenza la cenere negli occhi, gridando: «Ghibellino! ricordati che tu sei cenere, e che coi Ghibellini tuoi compagni ritornerai in cenere[111].» Ma la circostanza in cui Bonifacio mostrò tutta la violenza del suo carattere si fu nelle lite coi Colonna.

Eranvi nel sacro collegio due cardinali della nobilissima famiglia Colonna, Pietro e Giacomo, i quali si erano mostrati contrari all'elezione di Bonifacio[112] e credutisi abbastanza indipendenti per non nascondere il loro malcontento, poichè la casa Colonna gareggiava di potenza colle famiglie sovrane d'Italia. La città di Palestrina, quelle di Nepi, Colonna e Zagarolo, e molte castella erano di assoluta proprietà della casa Colonna, resa ancora illustre da molti valorosi personaggi. L'aperta inimicizia del pontefice aveva probabilmente consigliati i Colonna a far alleanza col re di Sicilia; e questo fu almeno il pretesto addotto da Bonifacio per fulminare contro di loro una bolla di scomunica che comincia con queste parole:

«Avendo prese in considerazione le abbominevoli azioni dei Colonna ne' passati tempi, la presente loro ricaduta in pessime opere, e le ragioni di temere dal canto loro una non meno criminosa condotta in avvenire, ci hanno evidentemente dimostrato che l'odiosa casa Colonna è amara ai suoi domestici, d'aggravio ai suoi vicini, nemica della repubblica romana, ribelle alla santa Chiesa, perturbatrice del riposo della città e della patria, incapace di soffrire eguali, ingrata ai beneficj, troppo arrogante per servire, troppo ignorante per comandare; straniera alla modestia, agitata dal furore, priva del timor di Dio, senza rispetto per gli uomini, tormentata dal desiderio di turbare la città e tutto l'universo.» Dopo queste invettive tanto indegne di un padre de' fedeli, e così malsonanti in bocca di qualunque sovrano, Bonifacio accusava i Colonna di avere approvata ed incoraggiata la rivoluzione dei Siciliani e dei re d'Arragona, rimproverava loro di non aver voluto dargli in mano le città e castella che possedevano, ed in conseguenza egli privava Pietro e Giacomo Colonna della dignità cardinalizia, gli spogliava di tutti i beni e di tutte le rendite che loro appartenevano e gli assoggettava alla scomunica con tutti coloro che prenderebbero la loro difesa: escludeva i loro nipoti, fino alla quarta generazione, dalla facoltà d'entrare negli ordini sacri, e per ultimo scomunicava chiunque osasse asserire che Pietro e Giacomo Colonna erano ancora cardinali[113].

Ad una così violenta bolla risposero i Colonna con un manifesto, nel quale dichiaravano: di non riconoscere Bonifacio per papa e capo della chiesa; che Celestino V non ebbe il diritto, e forse nemmeno la volontà d'abdicare; che l'elezione del suo successore, fatta mentre egli ancora viveva e regnava, era di sua natura invalida ed illegittima. Questo manifesto accrebbe il furore del papa, che con una seconda bolla confermò la sentenza di deposizione e di scomunica, incaricando gl'inquisitori di perseguitare per delitto d'eresia i Colonna e tutti coloro che avevano le loro opinioni. Indi fece pubblicare contro di loro la crociata con indulgenza plenaria a favore di coloro che vi prenderebbero parte[114].

Il papa non era intenzionato di limitarsi ai soli castighi ecclesiastici, ma, dopo aver atterrato i palazzi de' Colonna in Roma, mandò l'armata crociata ad assediarne le fortezze sotto la condotta dei due legati Matteo Acquasparta, cardinale di Porto, ed il vescovo di san Rufino, che ne presero molte d'assalto: ma Palestrina fece una lunga resistenza; onde si vuole che Bonifacio, disperando omai di sottometterla, chiamasse a dirigerne l'assedio Guido di Montefeltro, quello stesso che del 1282 aveva compiutamente rotti i Francesi a Forlì, e più tardi difesa Pisa dai Guelfi. Questo generale ghibellino, che si era nella milizia reso così illustre, aveva abbandonato il mondo, e viveva penitente vestito dell'abito francescano. Bonifacio, in virtù del suo giuramento d'ubbidienza alla santa sede, gli ordinò d'esaminare come potrebbe prendersi Palestrina, promettendogli plenaria assoluzione di tutto quanto potrebbe fare o proporre contro i dettami della propria coscienza. Guido cedette alle istanze di Bonifacio, esaminò le fortificazioni di Palestrina, e non trovando alcun lato debole per poterla superare a viva forza, tornò al papa chiedendogli di assolverlo ancora più espressamente da ogni delitto ch'egli aveva commesso, o che poteva commettere nel consigliarlo, e quando fu munito di quest'ampia assoluzione: «Io non ci vedo, gli disse, che un solo mezzo, promettere molto e mantener poco[115].» Dopo avere così consigliata la perfidia, si ridusse di nuovo al suo convento. Bonifacio offrì agli assediati ogni larga condizione; accordando il perdono ai Colonna se entro tre giorni si presentavano al suo tribunale. La città s'arrese; ma la sua vendetta non fu compiuta per avere i Colonna avuto sentore che il papa li voleva tutti condannare alla morte: approfittando di tale avviso, e non avendo più alcun castello nella campagna di Roma che potesse tener lungo tempo, rifugiaronsi in lontani paesi, ed alcuni ottennero asilo in Francia da Filippo il bello.

Malgrado il favore che Bonifacio aveva in generale mostrato a tutta la casa di Francia, aveva già avuto qualche disputa col re Filippo, il quale, nè meno intollerante essendo, nè meno iracondo di Bonifacio, aveva più presenti le ingiurie che i beneficj. Per un insigne tradimento Filippo teneva in prigione Gui, conte di Fiandra, ed i due suoi figliuoli che per far levare l'assedio di Gante avevano con Carlo di Valois sottoscritto un trattato che Filippo non voleva riconoscere. Bonifacio instava per la liberazione di questi prigionieri, ed il re si teneva offeso da queste istanze che facevano più manifesta la vergogna del suo operare. Inoltre il papa aveva voluto interporsi per terminare la guerra tra la Francia e l'Inghilterra, e Filippo aveva risguardato tale atto come un attentato a' suoi diritti. Per ultimo il papa aveva, senza il consentimento del re, eretto un nuovo vescovado a Pamiers, nominando il nuovo vescovo legato apostolico in Francia[116].

Sebbene in diverse occasioni avesse accordate ai principi francesi annate e decime per la guerra di Fiandra, talvolta aveva però cercato di chiudere il tesoro ecclesiastico, o per lo meno che si dispensasse con maggiore economia che non voleva un principe sempre avido di denaro. Il re dal canto suo aveva proibito l'esportazione del danaro del regno, onde privare la corte di Roma di una specie d'entrata che percepiva sulle coscienze de' suoi sudditi[117]. In occasione di qualche alterco avuto col vescovo di Pamiers, lo aveva fatto imprigionare, ed intentata contro di lui un'accusa che lo faceva colpevole di ribellione e di lesa maestà: e perchè il papa, oltre questa violazione delle immunità ecclesiastiche, gli rimproverava d'essersi appropriate le entrate di molte mense vescovili, Filippo pensò di munirsi, contro l'autorità della Chiesa, di quella degli stati del suo regno[118].

Fu questa la prima volta in cui la nazione ed il clero di Francia si mossero per difendere le libertà della Chiesa gallicana. Avidi di servitù, chiamarono libertà il diritto di sacrificare perfino le coscienze ai capricci dei loro padroni, respingendo la protezione che loro offriva contro la tirannide un capo straniero ed indipendente. In nome di queste libertà della Chiesa, fu al papa ricusato il diritto d'informarsi intorno alle tasse arbitrarie che il re imponeva al suo clero, all'arbitraria prigionia del vescovo di Pamiers, all'arbitrario sequestro delle entrate ecclesiastiche di Rheims, di Chartres, di Laon, di Poitiers; rifiutossi al papa il diritto di dirigere la coscienza del re, di fargli delle rimostranze intorno all'amministrazione del suo regno e di punirlo colle censure ecclesiastiche quando violava i giuramenti[119]. Non è a dubitarsi che la corte pontificia non avesse manifestata una ambizione usurpatrice; ed i re avevano ragione di cautelarsi contro la sua prepotenza: ma i popoli dovevano anzi desiderare che i sovrani despotici riconoscessero al di sopra di loro un potere venuto dal cielo che li fermasse sulla strada del delitto; e se i papi, invece di farsi dipendenti di Filippo il bello, fossero sempre rimasti a lui superiori, la Francia sarebbesi almeno salvata dall'obbrobrio della condanna de' Templari.

Mentre il clero scriveva al papa per riclamare le sue così dette libertà, i gentiluomini francesi procedevano ancora con maggior impeto verso il capo della Chiesa. Quegli stessi uomini, che avevano poc'anzi trucidati gl'innocenti abitanti dell'Arragona e della Sicilia perchè il papa aveva conceduti que' regni ad uno de' loro principi, osarono per servire al loro re d'intentare un processo contro lo stesso papa. Guglielmo di Nogaret presentò, il 12 marzo 1301, una supplica al re, in presenza de' principi del sangue e de' vescovi, colla quale accusava Bonifacio di simonia, d'eresia, di magia e di altri enormi delitti, chiedendo l'assistenza del re onde adunare un concilio generale per liberare la Chiesa dalla sua oppressione[120].

Bonifacio non era uomo da lasciarsi soverchiare in fatto di violenze: convocò a Roma un'assemblea del clero francese ad oggetto di riformare gli abusi introdotti dal re nell'amministrazione civile ed ecclesiastica del regno[121]; e perchè il re vietò al suo clero d'andare a Roma, Bonifacio fulminò la scomunica generale contro tutti coloro che impedissero ai Cristiani d'avvicinarsi alla sede degli apostoli, qualunque si fosse la condizione de' contravventori, fossero pur anche rivestiti della dignità reale, e sebbene avessero ottenuto il privilegio da qualche papa di non poter essere scomunicati[122]. Questa bolla era diretta contro lo stesso Filippo il bello; e Bonifacio il quale teneva per fermo che quest'atto di severità lo avrebbe indotto a sottomettersi, spedì un legato in Francia con facoltà d'assolvere il re tosto che si fosse ravveduto. Ma invece di sottomettersi, Filippo preparava una tale vendetta che verun principe cristiano nè prima nè dopo osò mai prendersi del capo della Cristianità.

(1303) Guglielmo di Nogaret, quello stesso che aveva prima accusato il papa, partì alla volta d'Italia con Musciatto Franzesi, cavalier fiorentino, Sciarra Colonna ed altri nemici di Bonifacio. Fissò la sua dimora a Staggia, castello posto tra Firenze e Siena, sotto pretesto di essere più vicino alla corte di Roma, colla quale doveva trattare gl'interessi del suo padrone. Il papa abitava allora in Anagni sua patria. Nogareto, che aveva seco condotti circa trecento cavalli, profuse il danaro per farsi degli amici nello stato pontificio e nella stessa città d'Anagni. Quando tutto fu apparecchiato, ed ebbe sicurezza che una porta della città gli sarebbe data in mano da un traditore, si recò con una rapida marcia ad Anagni il giorno 7 settembre in sul fare del mattino: la porta gli fu aperta, ed i Francesi, accompagnati dai partigiani dei Colonna, corsero le strade gridando: Viva il re di Francia, muoja Bonifacio! Entrarono senza ostacolo nel palazzo pontificio; e mentre i Francesi si dispersero subito per gli appartamenti per rubare i molti tesori che il papa vi teneva, Sciarra Colonna solo cogli Italiani si presentò a Bonifacio[123].

È cosa indubitata che i congiurati erano disposti a trucidare il papa; poichè non avevano presa alcuna misura nè per condurlo via, nè per custodirlo sicuramente ov'era. Ma questo vecchio, reso venerando dall'avanzata età di ottantasei anni, e che, quando senti avvicinarsi i nemici, aveva vestiti gli abiti pontificali, ed erasi posto a ginocchio pregando innanzi all'altare, incusse, malgrado loro, un insuperabile rispetto ai congiurati: minacciarono bensì di tradurlo a Lione prigioniero per esservi giudicato da un concilio; ma non osarono portar la mano sulla sua persona[124]; e Guglielmo di Nogareto rimase interdetto quando Bonifacio si fece ad interpellarlo se da lui, siccome da discendente da una famiglia eretica, doveva aspettarsi la corona del martirio. I Francesi continuarono tre giorni a saccheggiare i tesori di Bonifacio senza nulla risolvere intorno al loro prigioniero. Finalmente il popolo d'Anagni, ch'era stato sorpreso e che in quel primo istante pareva quasi favorire i congiurati, eccitato dal cardinale Fiesco a prendere le armi, attaccò i Francesi, gli scacciò dal palazzo e liberò Bonifacio.

Ad ogni modo i malvagi desiderj del re di Francia ebbero compimento, senza che bisogno vi fosse di adoperare la spada contro il pontefice; il quale avendo sofferto tre giorni di spavento e di angosce in mano de' suoi nemici, perdette quasi affatto l'uso della ragione, e cadde infermo: fu trasportato a Roma immediatamente siccome in luogo di maggiore sicurezza, e confidato agli Orsini, che supponevansi nemici dei Colonna. Ma ben tosto fu o credette di essere egualmente da loro trattenuto. Reso estremamente geloso del suo potere e della sua indipendenza, perchè statone privo tre giorni, risguardava qualunque menomo atto di resistenza come un attentato contro la sua autorità. Dall'altro canto, o sia che gli Orsini volessero nascondere al pubblico lo scandalo d'un papa frenetico, o pure che, sotto tale pretesto, lo ritenessero d'accordo coi Colonna veramente prigioniero, un giorno che Bonifacio voleva uscire dal Vaticano ed andare a Laterano ove pensava di porsi sotto la protezione degli Annibaldeschi, i due cardinali Orsini gli vietarono l'uscita, forzandolo a rientrare nelle sue camere[125].

Il vecchio, fremente di rabbia, fu lasciato solo con Giovanni Campano mostratosi a lui fedele in ogni circostanza, il quale lo andava esortando a sostenere coraggiosamente la sua sventura, confidando nel consolatore degli afflitti, che vi apporterebbe rimedio: ma Bonifacio, non rispondendo una sola parola, cogli occhi travolti, colla schiuma alla bocca, faceva sentire lo stridore dei denti e ricusava ogni alimento. All'avvicinarsi della notte parve che la sua frenesia prendesse maggior forza, e passò tutta la notte senza chiudere gli occhi. Finalmente quando trovossi affatto affievolito dall'eccesso dei patimenti della sua anima intollerante, ordinò ai domestici che gli stavano intorno, di ritirarsi, e rimasto affatto solo si chiuse per di dentro col chiavistello. Quando dopo avere aspettato lungo tempo, i suoi domestici forzarono la porta, lo trovarono sul letto freddo assiderato. Il bastone che portava in mano era rosicchiato e lordo di schiuma; e vedendogli i bianchi capelli rosseggianti di sangue, si conghietturò che, dopo avere violentemente dato del capo contro le pareti, si fosse poi gettato sul letto, e che, copertosi il capo colle coltri, morisse soffocato sotto le medesime[126].

CAPITOLO XXV.

Considerazioni intorno al tredicesimo secolo.

Abbiamo terminata la storia del tredicesimo secolo; d'un secolo nel quale i popoli successivamente e vanamente facendo sperienza di varie costituzioni popolari, soggiacquero a tutte le calamità che sogliono accompagnare una disordinata libertà; di un secolo per altro che preparò la più grande rivoluzione dello spirito umano, e diede la poesia e le arti alle moderne nazioni[127]. Niun'epoca merita forse di essere più attentamente esaminata dal filosofo; niuna contiene in sè il germe d'idee più vaste, di più importanti avvenimenti.

Tra le cose che sotto il rapporto politico formano in questo secolo il principale carattere dello spirito delle città libere sono l'odio del popolo contro la nobiltà ed i tentativi de' legislatori popolari per trovare una guarentia dell'ordine sociale, ora nella proprietà e talvolta contro la stessa proprietà. La quistione della proprietà come limitante, o come la sola che dia i diritti politici ai cittadini degli stati liberi fu nuovamente discussa anche nella presente età; ma coloro che la esaminarono, non conoscevano gli sperimenti fatti dai nostri maggiori in un secolo veramente libero, e con que' mezzi di buon successo che la provvidenza non accordò a tutti i tempi. Crediamo di non iscostarci dal nostro argomento, prendendo qui ad esaminare in un modo più esteso i saggi di costituzione che si fecero in Italia, sotto i loro rapporti colla proprietà, e cercando di riconoscere nell'attenta considerazione di questi rapporti i veri principj dell'ordine sociale.

Ma prima di tutto conviene rimuovere una distinzione, o a dir meglio una disputa di parole, intorno alla quale si è molto insistito per uniformarsi alle idee popolari d'ogni secolo, benchè le cose e le idee rappresentate da questi diversi vocaboli fossero precisamente le medesime. Nell'età di mezzo si parlava dei diritti esclusivi dei nobili; oggi di quelli dei proprietarj delle terre: con questi due vocaboli, talvolta in opposizione l'uno coll'altro, s'intese però sempre la stessa classe di persone. Di questa classe si formò sempre un'idea composta; e l'autorità ed il credito che si volle confidarle furono sempre il risultamento di due diverse attribuzioni ch'ella riunisce. L'idea d'una fortuna, che non può venir meno, affatto inseparabile dalla sorte della patria, si unì alla speranza della perpetuità ed all'idea d'una più accurata educazione, di sentimenti più elevati, d'uno spirito di famiglia, di uno spirito di corpo attaccato all'onore di lontane memorie.

Il legislatore de' secoli di mezzo non aveva considerata la nobiltà come separata dalle sue proprietà territoriali; non aveva supposto che fosse una prerogativa soltanto inerente al sangue, che non si potesse acquistare col merito, o ancora più semplicemente colla mutazione della ricchezza mobiliare nell'immobiliare. La storia delle repubbliche d'Italia ci presenta in ogni generazione famiglie commercianti che, fatte proprietarie, si risguardarono come divenute nobili. I Cerchi di cui abbiamo poc'anzi parlato, gli Albizzi, gli Alberti ed i Medici, che ben tosto vedremo sorgere in Firenze, e gli Adorni ed i Fregosi in Genova sono notissimi esempi. Ma si aveva una certa quale vergogna ad attribuire tanto merito alla ricchezza, che sola potesse collocare un uomo nel primo rango della società; nè si voleva accordare la nobiltà come prezzo di quella gara, che è tra gli uomini grandissima, delle ricchezze; nè stabilire il principio che i beni, in qualunque modo acquistati da un plebeo, gli dessero un giusto titolo per essere rispettato ed ubbidito dai suoi eguali.

Anche nell'età nostra quegli economisti, che ne' nuovi loro sistemi vollero ammettere il principio che la patria appartiene ai soli proprietarj delle terre, e che sono essi soli i cittadini, non hanno però supposto che la proprietà desse una sufficiente base all'ordine sociale in qualunque modo si acquistasse; cosicchè coloro, che coll'assassinio si rendessero padroni di un governo, possano, dividendosi le terre dei viventi, acquistar subito i sentimenti patriotici e gl'interessi sempre conformi a quelli dello stato, come li suppongono alla classe de' proprietarj. Perciò gli economisti richiedono una lunga trasmissione, onde l'antico rispetto pel diritto di proprietà guarentisca il futuro rispetto per lo stesso diritto e per tutti gli altri. Domandano essi lontane ricordanze e lontane speranze, affezioni locali, fierezza nata dall'indipendenza, quella benevolenza che mantiene una professione immune dalle gelosie, la confidenza che eccita una fortuna non sottoposta agli accidenti nè al capriccio degli uomini, il lustro ereditario delle virtù degli antenati, finalmente la nobiltà: che se essi non proferiscono questo vocabolo, è solamente per un vano rispetto pei pregiudizj del secolo; ed è ancora talvolta perchè si escludono essi medesimi dalla nobiltà, ponendosi per altro tra i proprietarj territoriali; e perchè tutto accordando alla classe cui danno esclusivamente i diritti di cittadinanza, vogliono ad ogni modo registrare sè medesimi in questa classe.

Effettivamente molte virtù sembrano ereditarie nella classe dei nobili o proprietarj delle terre; e se una nazione dovesse governarsi da un solo ordine dello stato, niun altro, senza dubbio, potrebbe scegliersi a preferenza di quello. Ma fortunatamente le nazioni non sono ridotte alla vergognosa necessità di crearsi dei padroni; esiste una legge, una legge universale, senza eccezione, che condanna le nazioni alla servitù qualunque volta esse avranno attribuite ad una classe, ad un uomo, o ancora ad una sola assemblea, quand'anche dovesse formarsi di tutti gli uomini della nazione, la totalità del sovrano potere; qualunque volta non sarannosi conservati indipendenti dal governo il diritto ed i mezzi di resistenza, che guarentiscano gl'individui dalle usurpazioni del potere sovrano, impediscano che la libertà civile sia violata dai governanti, e mostrino che i cittadini non rinunciarono a tutti i loro diritti individuali per rifonderli nello stato di cui sono membri. Nè vi è, nè può esservi governo libero senza essere misto, cioè quello nel quale una sola parte della nazione non possa appropriarsi tutti i poteri ed essere rivestita della sovranità, nè un'altra parte essere oppressa e spogliata di ogni diritto politico e di ogni partecipazione al supremo potere: non può esservi altro governo libero se non quello in cui l'equilibrio, mantenendo la libertà, non lasci sussistere nello stato una tale potenza, che possa impunemente violare il contratto sociale; che quello finalmente nel quale sta la potenza sovrana; ma che non sia sovrano, se non è la stessa nazione, poichè la sola nazione riunisce tutti i diritti che costituiscono la sovranità.

Non è perciò a credersi che tutti gli uomini debbano o possano avere ugual parte alla sovranità; che per lo contrario l'influenza loro sul governo dev'essere proporzionata all'affetto ch'essi sentono; e le inferiori classi del popolo, che non hanno che un'imperfetta o niuna idea del governo, non hanno nè meno il più delle volte attaccamento al medesimo. Non conviene nè pure interrogarli intorno a ciò che non ha potuto essere oggetto de' loro pensieri; il loro suffragio di comando o d'imitazione non esprime che il voto degl'intriganti che le dirigono. Ma queste medesime classi arrivano a sentire quando sono oppresse, sacra è la loro voce quando l'entusiasmo della virtù le spinge a rendere uno spontaneo omaggio agli uomini più eroici della nazione: se loro vengono interdette le lagnanze, se sono sprezzate le loro scelte, la tirannide pesa sopra di loro, e la nazione ha cessato d'essere libera.

I talenti, le ricchezze, i natali, sono cagione di un'infinita disuguaglianza tra gli uomini; e coloro che riuniscono questi vantaggi, sono più capaci che gli altri di governare i loro compatriotti. Alla maggiore attitudine pel governo vi hanno fors'anche maggiore diritto degli altri. I talenti li rendono più capaci di fare il ben pubblico, e la ricchezza lega il loro interesse alla pubblica prosperità, come i natali all'onore nazionale. La società deve perciò approfittare della loro distinzione, e non confonderli nella folla dei cittadini inetti al governo; ma in pari tempo deve avere cura di non affidar loro tutti i suoi diritti. La società, abbandonata come una proprietà ai dotti, corre pericolo d'essere sagrificata a vane teorie, perciocchè i filosofi potrebbero con crudeli esperimenti far prova su di lei delle pericolose loro astrazioni. Abbandonata ai ricchi, sarebbe come un podere messo a profitto dal loro duro egoismo; la ferrea mano della necessità s'aggraverebbe sopra i poveri; e la prosperità, che altro non è se non che una concessione dell'ordine sociale, un privilegio accordato a pochi pel vantaggio di tutti, sarebbe resa più sacra che la sanità e la vita degli uomini. La società, assoggettata alla nobiltà, vedrebbe le sue classi inferiori avvilite dai nobili che si risguarderebbero quasi d'una natura diversa dai vili plebei, perciò conculcati ed oppressi. In vano questi riclamerebbero la protezione delle leggi, tutte rivolte a favorire la casta privilegiata, cui apparterebbero esclusivamente la gloria e gli onori. Il segreto della legislazione consiste nello stabilire la guarentia nazionale della libertà, conservando ad ogni classe, ad ogni ordine, ad ogni individuo i suoi diritti, i suoi privilegi, la sua influenza sopra la società in proporzione dell'interesse che può prendervi. Ma il principio sacro, il principio conservatore di ogni governo libero consiste in ciò, che la sovranità non appartenga nè alle classi, nè agli ordini, nè ai consigli, nè agli individui, che la sovranità appartenga non ad una parte, ma all'intera nazione; che in niuna parte trovisi colui che potrebbe volere, in nome di tutti, tutto quanto ogni individuo potrebbe volere individualmente, imporre a tutti i sagrificj che ogni individuo potrebbe acconsentire d'imporsi.

Per altro, dicono gli economisti, la nazione è composta soltanto di proprietarj di terre; e come potrebbesi supporre una lega tra questi per escludere da un paese tutti i non proprietarj, così deve ammettersi che rimangono in arbitrio de' proprietarj le condizioni sotto le quali accordano agli altri la facoltà di abitare nel loro terreno[128]. Strano raziocinio, dal quale potrebbesi pure dedurre la perfetta schiavitù di tutti coloro che non sono proprietarj; perchè non è più difficile il supporre un accordo di tutti i proprietarj dell'universo, come di tutti quelli di una nazione. E quale sarebbe adunque la misura delle umiliazioni, cui sarebbero costretti di soggiacere gli uomini scacciati in ogni luogo? A meno che non violassero le leggi, dice il già citato economista. E chi può dubitarne, che dovrebbero violare le leggi, quando le leggi altro non fossero che il risultamento della volontà di una classe usurpatrice, che avrebbe spogliata la nazione della sua eredità, quando la proprietà che non ha che la garanzia del contratto sociale, sarebbe considerata come principio del diritto di distruggere tutte le guaranzie che il contratto sociale ha riservate per tutti i cittadini.

Sappiano adunque gli economisti, che il loro sistema venne compiutamente adottato, e che, per lo spazio di molti secoli, la sovranità tutta intera fu abbandonata ai soli proprietarj del suolo; giacchè tutto il terreno d'Europa era stato diviso tra i nobili, i quali altro non erano che soldati, e che in tutto l'Occidente più non rimaneva una sola particella di terra, che non fosse proprietà di qualche gentiluomo. Questi proprietarj prescrissero a coloro che volevano abitare sul loro suolo, una sola condizione, la servitù: e perchè non rimanesse veruno asilo aperto a coloro che non volevano soggiacere a tale condizione, i proprietarj convennero di rinviarsi vicendevolmente i fuggitivi[129]. Ma grazie alla provvidenza ed allo spirito di libertà, che si alimenta e si solleva per le riunioni degli uomini, questa legge fu violata. Dovunque sopra la proprietà d'un nobile, le prossime abitazioni de' mercanti e degli artigiani formarono una città, i borghesi di questa città, colle armi alla mano, costrinsero il nobile proprietario a rinunciare alle sue tiranniche pretensioni, ed a riconoscere egli medesimo i limiti del diritto di proprietà. In tal modo dal decimo fino al dodicesimo secolo, gli uomini privi di proprietà territoriale riconquistarono la libertà per le future generazioni.

La lite tra i nobili proprietarj delle campagne ed i borghesi stabiliti nelle città aveva omai cambiata natura ed oggetto nel tredicesimo secolo. I primi riconoscevano la libertà civile dei secondi, e protestavano di rispettarla; ma chiedevano, per un riguardo dovuto alla loro nascita, e per il decoro delle repubbliche alle quali erano essi incorporati, di essere esclusivamente incaricati dell'amministrazione dello stato. Eglino soli, dicevano, potevan nutrire o affamare le città, di cui erano parte, eglino soli erano radicati al suolo, e non potevano separare il loro particolare interesse da quello della patria, mentre avevano veduto sorgere nelle città certe fortune mobili che potevano prosperare in mezzo alle calamità pubbliche, ed essere dai commercianti facilmente sottratte a tutte le rivoluzioni. Questi nuovi ricchi, soggiugnevano, si sottraggono facilmente alle leggi, e non guarentiscono la società del loro attaccamento e della loro ubbidienza: stranieri alla propria città, saranno assai più che ai naturali loro magistrati, subordinati al soldano che regna in Antiochia e conquista san Giovanni d'Acri, all'imperatore di Costantinopoli o al re di Francia, ove tengono i loro banchi e le ricchezze.

Dall'altra banda i mercanti, che per un generoso attaccamento alla patria, sostenevano quasi soli le gravezze dello stato sopra quelle loro sostanze che i finanzieri della repubblica non avrebbero potuto ferire, si sdegnarono a ragione vedendo che si tentava di escluderli da quella sovranità ch'essi avevano conquistata e di cui erano tuttavia il principale sostegno. E siccome non è mai vero che una qualunque classe abbia sola un interesse sempre conforme a quello dello stato, potevano vittoriosamente rispondere alle allegazioni de' gentiluomini. Questi pretendevano di alimentare il popolo, perchè tutto il grano raccoglievasi nelle loro terre; i mercanti perchè somministravano al popolo tutto il danaro per comperarlo. Avevano ancora fatto assai più; avevano dato ai gentiluomini i mezzi per coltivare le terre: ed i frutti della campagna non sono meno dovuti al terreno che li porta, che al capitale mobiliare che li fa nascere. È vero che i negozianti non danno garanzia allo stato, anzi ne esigono una essi dallo stato, la libertà. Fedeli alla patria finchè si manteneva libera, e ne avevano date luminose prove in tempo delle sue calamità, non erano uomini che un tiranno potesse cogliere ed incatenare. In mezzo al libero mare, o viaggiatori in mezzo a nazioni schiave, maturavano nell'esilio i giorni della vendetta e della libertà; mentre i nobili, venduti ora agl'imperatori ora ai condottieri, oppure ai piccoli tiranni che avevano eretto un principato in mezzo ai loro eguali, avevano pur troppo provato ch'essi lasciavansi incatenare dalle loro proprietà territoriali, e che tali proprietà non erano già una guarenzia del loro amore per la patria, ma della loro obbedienza in tempo di pace al padrone, qualunque egli si fosse, e della viltà loro in tempo di guerra in faccia a qualsiasi nemico purchè potesse occupare o guastare le loro campagne. Finchè i nobili veneziani, dedicati interamente alla mercatura, non possedettero poderi al di là delle loro lagune, sprezzarono gli sforzi de' barbari e dell'intera Europa alleata contro di loro: ma quando investirono una porzione delle loro fuggitive fortune nell'acquisto di fondi in terra ferma, s'attaccarono essi medesimi al collo quella catena colla quale ogni potente nemico poteva legarli. «Quale fu, cittadini, la politica de' nostri antenati?» diceva il conte Ugolino ai Pisani, quando voleva persuaderli a fare la pace coi Guelfi. «Essi conquistarono la Sardegna e la Corsica; desiderarono ricchezze e signorie oltre mare; ma vollero mantenersi amiche le vicine città. Non contesero ai Fiorentini il loro vasto e ricco territorio: ed infatti qual giovamento possiamo sperare dalla presente guerra con Firenze? ad inimicarci i nostri sudditi di Buti e di Calcinaja, perchè le loro proprietà vengono guastate; ad esporci a dolorose umiliazioni per beni che non costituiscono la nostra vera ricchezza[130]

Per altro non erano proprietarj i soli nobili: eranvi due altre classi d'uomini che avevano delle terre, cioè i mercanti possessori di case in città e di ville in campagna, ed i contadini che le repubbliche avevano liberati dalla schiavitù. Ma i primi, la di cui proprietà mobiliare era spesso le trenta e le cinquanta volte maggiore de' beni stabili, non avevano peranco adottati i sentimenti che inspiravano ai gentiluomini una proprietà composta di soli terreni; e sebbene il trionfo d'un partito fosse quasi sempre accompagnato dalla demolizione delle case e dal sequestro de' fondi della contraria fazione, conservavano non pertanto anche in mezzo alle rivoluzioni l'indipendenza del loro carattere. Dall'altro canto i contadini non si prendevano pensiere de' pubblici affari ed ubbidivano senza deliberare a chi voleva loro comandare. Agli uomini della più bassa classe non possono essere ispirate idee superiori alla circoscritta periferia degl'interessi domestici, nè si può far loro sentire l'esistenza d'una nazione cui devono le loro cure, che coll'abitudine delle adunanze e della vita cittadinesca.

Finchè i mercanti delle repubbliche italiane non domandarono di partecipare alla sovranità, che proporzionatamente all'interesse che prendevano alla prosperità della loro patria, la loro domanda era giusta e consentanea ai diritti d'un popolo libero. Ma l'irritamento di una lunga lite, l'ambizione accresciuta dai prosperi avvenimenti e dai disordini degli avversarj, spinsero questi nuovi capi di popolo al di là d'ogni confine; talchè negli ultimi vent'anni del tredicesimo secolo, non contenti di dividere le prerogative della nobiltà, s'arrogarono esclusivamente il governo delle repubbliche, che incominciarono allora a risguardarsi come potenze mercantili. Niuno poteva appartenere in Firenze al consiglio dei priori, senza esercitare personalmente la mercatura o un mestiere[131]. Lo statuto, che istituisce i nove signori e difensori del comune di Siena, vuole che sieno mercanti e della classe mezzana[132]; e gli anziani di Pistoja dovevano essere mercanti o borghesi, esclusi a perpetuità gli antichi nobili e coloro che lo stato, in pena de' loro delitti, descriverebbe nel registro de' nobili[133]. Ne' due ultimi capitoli, rendendo conto de' motivi che provocarono tali leggi, abbiamo descritte le rivoluzioni che le precedettero. Nè le città toscane furono le sole che di que' tempi escludessero la nobiltà da ogni incumbenza governativa. I Modenesi avevano un registro intitolato libro dei nobili, nel quale trovavansi iscritti tutti i gentiluomini con alcuni borghesi associati coi nobili dai tribunali, siccome colpevoli de' medesimi disordini, e quindi egualmente esclusi dalle pubbliche cariche[134]; e la stessa legislazione si stabilì poco dopo in Bologna, Padova, Brescia, Pisa, Genova ed in tutte le città libere.

L'assoluta esclusione de' possidenti da ogni amministrazione fu cagione di gravissimi disordini, non per altro di quelli preveduti dai moderni economisti in simili casi. Il governo fu per molti rispetti parzialissimo ed ingiusto, come lo sarà sempre in mano di una sola classe qualunque; ma non sagrificò le campagne all'industria cittadina, che anzi favoreggiò e protesse l'agricoltura. Ho parlato in altra mia opera de' residui tuttavia esistenti della somma prosperità delle campagne toscane sotto il governo delle antiche repubbliche, e dell'estrema diversità che si ravvisa tra i feudi arricchiti dalla loro unione a qualche repubblica, e quelli che rimasero miserabili sotto il perpetuo dominio degli antichi loro signori[135]. Il governo de' mercanti non si occupò esclusivamente del traffico; che anzi si condusse con maggiore liberalità de' sovrani che loro succedettero. Siccome i negozianti impiegavano la maggior parte delle loro sostanze ne' paesi stranieri, ove non potendo sperare privilegi, limitavansi a domandare la libertà, e perciò erano i primi a darne l'esempio nel proprio stato. Le loro leggi non crearono il monopolio, ed è cosa maravigliosa come essendo tutti mercanti ed i magistrati e gli storici così parcamente abbiano parlato del commercio.

Ma l'aristocrazia de' mercanti, un'aristocrazia plebea, si rese bentosto esosa a tutte le altre classi della nazione. Ben possono risguardarsi come ingiusti i privilegi dei natali; ma ancora più ingiusti sono i privilegi contro la nascita. I nobili non sapevano soggiacere ad una esclusione che loro doveva parer tirannica; ed i cittadini di un ordine inferiore ai borghesi vedevano di mal occhio avviliti coloro ch'erano abituati a risguardare come i più distinti dello stato. Siccome frequentemente la ricchezza è il premio della viltà o del vizio, così non suole, scompagnata dal merito personale o dalla nascita, ispirare confidenza e rispetto. I ricchi borghesi tentarono di distinguersi col nuovo titolo di popolani grassi, onde separarsi dagli inferiori cittadini cui diedero il nome di plebei; ma questa loro opulenza non gli ottenne quella considerazione cui aspiravano: e la nuova nobiltà fu bentosto odiata dall'antica, derisa dal popolo, invidiata da tutti. Attaccata caldamente dagli ordini superiori ed inferiori si difese con modi affatto arbitrarj: «La stessa cagione, dice il segretario fiorentino, che tenne disunita Roma, questa, se egli è lecito le piccole cose alle grandi agguagliare, ha tenuto divisa Firenze; avvegnachè nell'una e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le inimicizie che furono nel principio in Roma fra il popolo e i nobili disputando, quelle di Firenze combattendo si diffinivano. Quelle di Roma con una legge; quelle di Firenze con l'esilio e con la morte di molti cittadini si terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una egualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza a una mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia dai diversi fini che hanno avuti questi due popoli causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava; quello di Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne partecipassero, combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili; talchè quella nobiltà facilmente e senza venire all'armi cedeva; di modo che dopo alcuni dispareri a creare una legge, dove si soddisfacesse al popolo ed ai nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso ed ingiusto; talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue difese si preparava; e perciò al sangue ed all'esilio si veniva de' cittadini. E quelle leggi che di poi si crearono, non a comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano[136]

Nelle risse che prima ebbero luogo fra i cittadini ed i nobili, poi fra i primi ed il popolo, la libertà civile fu spesse volte vilipesa, e violati i diritti del contratto sociale; pure in mezzo a tanto disordine, e quando era affatto spenta la libertà civile, non perì la libertà democratica. Formata non di guarenzie, ma di poteri, non assicura alle nazioni nè il riposo, nè l'ordine, nè l'economia, nè la prudenza, ed è solo premio a sè medesima. Niente riesce più dolce ad un cittadino che l'abbia una volta conosciuta, quanto il poter influire sui destini della sua patria, avere parte alla sovranità, e più di tutto il collocarsi immediatamente sotto la legge, e non riconoscere altre autorità che quelle da lui create. Questa maniera di uscire, se posso così esprimermi, da sè, per vivere in comune, per sentire in comune, per far parte d'un tutto, solleva l'uomo e lo rende capace delle più grandi cose. Le passioni politiche formano assai più eroi che le passioni individuali; e sebbene non vi si scorga un immediato rapporto, è pure dall'esperienza dimostrato che sono inoltre più feconde di artisti, di poeti, di filosofi, di letterati d'ogni maniera. Ne fa luminosa testimonianza il secolo da noi descritto. In mezzo alle convulsioni delle sue guerre civili rinacquero in Firenze l'architettura, la scultura, la pittura; vi fiorirono que' grandi poeti che tanta gloria spargono ancora al presente su tutta l'Italia; la filosofia ebbe nuovi ammiratori e seguaci; ed agli studj d'ogni sorte fu dato quel primo impulso, che secondato dalle altre città libere d'Italia, produsse i secoli delle belle arti e d'ogni gentil costume.

L'architettura fu di tutte le belle arti la prima a rinascere ne' secoli di mezzo. Siccome questa non è un'arte imitatrice, e s'innalza al di sopra degli oggetti creati per rappresentare le forme ideali della bellezza simmetrica ed astratta come viene dall'uomo concepita, così è quella tra tutte le arti che presenta più immediatamente il carattere del secolo e fa meglio conoscere la grandezza e l'energia, o la piccolezza della nazione in cui fiorì, dell'uomo che la perfezionò. È questa l'arte che abbisogna meno che le altre delle scoperte delle precedenti generazioni, che col genio e colla forza della volontà può supplire alle minute teorie, alle pratiche, alle discipline che conviene avere imparate prima di farsi creatori nelle altre arti. Le piramidi d'Egitto anteriori al perfezionamento delle altre arti ed ancora delle arti meccaniche, trasmisero in distanza di molte migliaja d'anni la misura della forza e della magnificenza di un popolo che senza tali monumenti si terrebbero per cose favolose. L'imponente cupola di Firenze e cento altri stupendi edificj innalzati nel tredicesimo secolo delle repubbliche italiane, conserveranno egualmente la memoria di questi popoli liberi e generosi, ai quali la storia non rese finora la debita giustizia.

L'architettura del tredicesimo secolo porta ancora sott'un altro aspetto l'impronta de' costumi di quel tempo: ella è affatto repubblicana, e vedesi interamente destinata ad una comune utilità, o ad un comune godimento. Le mura delle città, i palazzi del comune, i templi aperti a tutto il popolo, i canali che portano la fertilità in tutto il territorio, sono opere di questo secolo. Il numero e la qualità degli edificj cominciati nella stessa epoca in tutte le città d'Italia, mostra quanto l'emulazione di tali governi riesca alle belle arti più vantaggiosa, che non il lusso delle monarchie; quanto lo spirito di comunità ove si fanno in su gli occhi del pubblico per fino le case private, incoraggisca gli architetti assai più dello spirito delle monarchie, nelle quali si fabbricano i pubblici edificj sotto gli occhi del principe; per ultimo quanto gli artisti si appaghino più delle ricompense e dell'ammirazione de' loro concittadini, che dell'approvazione e della mercede di un padrone.

I pubblici canali e le mura delle città immediatamente ed unicamente destinate all'utilità appartengono più alle scienze che alle belle arti. Nulla di meno un genio creatore dovette costantemente presedere a queste intraprese, che ci parranno ancora più grandi quando si confrontino colle forze dello stato che le ordinava. Il canale, detto Naviglio grande, che conduce le acque del Ticino a Milano per lo spazio di trenta miglia, intrapreso l'anno 1179, e dopo alcuni anni l'interrotto lavoro ricominciato del 1257 ed in breve tempo ridotto a termine, forma ancora la ricchezza d'una vasta porzione della Lombardia[137]. Nello stesso tempo la città di Milano rifabbricava le sue mura che giravano ventimila braccia, e faceva innalzare sei porte di marmo, la di cui magnificenza le rendeva degne della capitale di tutta l'Italia[138]. Dal canto loro i Genovesi edificarono del 1276 e 1283 le due belle darsene e la grande muraglia del molo, e nel 1295 terminarono il magnifico condotto che da lontanissima sorgente conduce a traverso di aspre montagne in città copiose purissime acque[139]. Tutte le città d'Italia eseguirono in quell'epoca opere dello stesso genere. Le comunicazioni tra paese e paese vennero agevolate col mezzo di solidissimi ponti di pietra fabbricati sui fiumi e coll'aprire comode e sicure strade: e la comodità de' cittadini e l'interna eleganza delle città si risguardarono siccome oggetti degni delle cure di un libero governo[140].

L'architettura religiosa precedette le opere di cui abbiamo parlato. I primi edificj degni della nostra ammirazione, innalzati dagli sforzi uniti de' cittadini, furono destinati ad onorare l'Ente Supremo; e le due città che prima delle altre acquistarono la libertà, Venezia e Pisa, furono quelle che dedicarono i primi magnifici templi alla divinità. La chiesa di san Marco in Venezia, imponente edificio che presenta una strana mescolanza di grandiosità e di barbarie, fu terminata del 1071; ed il duomo di Pisa, il primo modello del gusto toscano, di quel gusto maschio, solido ed imponente che non è nè greco nè gotico, fu cominciato del 1063 e condotto a termine in sul finire dello stesso secolo[141]. Il battistero ossia chiesa di san Giovanni della stessa città ebbe cominciamento del 1152, e la maravigliosa torre, tutt'all'intorno arricchita da duecento sette colonne di marmo bianco, e che potrebbe riguardarsi come il più elegante edificio de' secoli di mezzo, quand'anche la sua inclinazione di sei braccia e mezzo fuori della perpendicolare non richiamasse l'universale attenzione, fu fondata del 1174.

Questi capi d'opera dei Pisani, la bellezza dei marmi ch'essi portavano dal Levante per abbellire i pubblici edificj della loro patria, i monumenti dell'antichità che avevano opportunità di vedere ne' loro viaggi, fecero rivivere in questa città il gusto del bello e del grande, che poi si diffuse in tutta la Toscana[142]. I migliori architetti del tredicesimo secolo o furono Pisani, o allevati in Pisa. Suole risguardarsi come la prima maraviglia dell'arte di quest'epoca il tempio di san Francesco in Assisi, il quale, per testimonianza di Giorgio Vasari, fu innalzato da quel Niccola da Pisa che lavorò ancora nel duomo di Siena, e fu Maestro d'Arnolfo e di Lapo[143]. Arnolfo più celebre che il maestro, dal 1284 fino al 1300 in cui morì, diresse in Firenze le fabbriche della loggia e della piazza dei priori, della chiesa di santa Croce e di quella ancora più magnifica di santa Maria del Fiore. Quest'ultima non fu veramente terminata da Arnolfo, ma fu suo il primo pensiero della stupenda cupola, emula di quella di san Pietro in Vaticano. Lasciò, morendo, incominciata l'opera, senza indicare il metodo che voleva tenere per terminarla: ma il magnifico ardire di colui che progettò una tal cupola, mentre tutti gli altri uomini credevano impossibile il poterla chiudere, ed il sommo ingegno di quell'altro che la innalzò senza ponti, resero gloriosa la memoria di Arnolfo e di Brunelleschi[144].

Nè meno sorprendenti furono i progressi fatti in questo secolo dalla scultura in bronzo ed in marmo, rinnovata dai Pisani, perfezionata dai Fiorentini. Fino nel 1180 Buonanno di Pisa fuse per il duomo della sua patria quella magnifica porta di bronzo che poi perì nell'incendio del 1596. Ma per quanto fosse bello questo lavoro, non aggiugneva di gran lunga alle porte del battistero di Firenze fatte da Andrea Pisano figliuolo dell'architetto Nicola. Si fecero queste del 1300 per uno degl'ingressi del battistero; vinte poi di lunga mano da quelle del Giberti poste ad un altro, le quali Michelangelo giudicava degne del paradiso; comechè non lasciano perciò di essere un maraviglioso testimonio del valore di Andrea nell'arte di lavorare i metalli. Si paragonino queste porte a quelle della basilica di san Paolo di Roma fuor di mura, lavoro de' tempi del magno Teodosio, eseguito dai primi scultori dell'impero, sotto gli occhi di sì grande monarca, quando gli artefici, ovunque si volgessero, vedevano maravigliosi modelli di antiche sculture. Le porte di san Paolo, non iscolpite in rilievo, ma soltanto incise, hanno le linee formanti il contorno delle figure ornate d'argento: malgrado però il sussidio della ricchezza questo lavoro prova l'estremo decadimento dell'arte[145]: per l'opposto le porte del battistero di Firenze sono di alto rilievo, e divise in iscompartimenti che formano altrettanti quadri di squisita bellezza. Tali sono gli effetti del despotismo e della libertà. Tra gli ornamenti del duomo di Firenze osservansi pure alcune statue di marmo dello stesso scultore; altre di Nicolò Pisano, suo padre, abbelliscono la faccia del duomo di Orvieto: ed il padre Guglielmo della Valle assicura che Michelangelo e Luca Signorelli hanno più volte studiati quei modelli[146].

Il tredicesimo secolo produsse pure Cimabue e Giotto, che i Fiorentini risguardano come i ristauratori della pittura, sebbene Pisa, Siena, Bologna e Venezia, pretendano di avere avuti pittori più antichi e non inferiori a questi di merito. È probabile che alcuni pittori portassero in Italia nel dodicesimo secolo il barbaro stile della greca pittura d'allora, i duri contorni, le loro figure in profilo, le goffe ed assiderate loro attitudini. Tutti i quali difetti, a fronte della più barbara maniera degli antichi pittori italiani, venivano imitati ed ammirati come fossero maravigliose cose, se non altro a motivo della vivacità del colorito, e del fondo di oro, che dava qualche rilievo alle loro figure. Ci assicurano il Vasari ed il Baldinucci, che Cimabue, trovandosi in Firenze del 1240, apprese l'arte da alcuni di questi pittori greci; ma che ben tosto, spinto dal suo buon genio, abbandonò quegl'informi esemplari per seguire i migliori che gli presentava la natura. Fu egli il primo che seppe rappresentarla con alquanto di verità; e tutti gli antichi scrittori lo rappresentano come un uomo straordinario, che chiamò sopra di se l'universale ammirazione[147].

Tra il 1270 ed il 1276 nacque a Colle di Vespignano presso Firenze da un povero contadino il suo maggior scolare, Giotto. Un giorno che guardando la sua greggia, stava disegnando sulla terra, fu veduto da Cimabue, il quale colpito dal suo ingegno lo condusse seco in città. «Sotto la direzione di tanto maestro, dice il Baldinucci, si fece a studiare caldamente e fece così rapidi progressi e così maravigliosi, che si può dire aver egli risuscitata la pittura. Egli cominciò a dare qualche vivacità alle teste ed a far loro esprimere qualche passione, l'amore, la collera, il timore, la speranza. Seppe piegare più naturalmente le vesti che prima non si faceva, e scoprì qualche regola degli scorti; finalmente diede alle figure una certa tenerezza, al maestro affatto sconosciuta[148]

Ma al di sopra di Cimabue, di Giotto, e di quant'altri artisti furono allora, deve collocarsi il poeta creatore che diede all'Italia la sua lingua, la sua poesia, la sola energia di cui sappia abbellirsi anche al presente; il poeta che riscaldò sempre ed inspirò tutti i sommi uomini della sua nazione, che diede il proprio carattere a Michelangelo, e che cinque secoli dopo la sua nascita formò Alfieri e Monti[149].

Dante nacque in Firenze del 1265 dalla famiglia guelfa degli Alighieri[150]. Suo padre Aldighiero degli Elisei era stato bandito cogli altri Guelfi dopo la battaglia di Monte Aperto, ma era tornato in Firenze prima de' suoi compagni, quando la città era governata dal conte Guido Novello. Morendo Aldighiero quando Dante era ancora giovanetto, fu dato in cura a Brunetto Latini, riputatissimo filosofo, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo, onde col di lui ajuto e del poeta Guido Cavalcanti, suo amico, apprese tutte le scienze allora conosciute, e l'antica letteratura tanto estesamente quanto lo permetteva la poca copia che allora si aveva de' libri classici. Dante aveva in gioventù visitati gli studj di Bologna e di Padova; e dopo esiliato si trattenne alcun tempo nell'università di Parigi per imparare la teologia[151]. Egli aggiungeva a quello delle lettere il gusto delle belle arti, onde fu amico di Oderigo da Gubbio e di Giotto pittori, come pure del musico Casella[152]. Nè l'amore dello studio lo deviò dalla carriera politica e militare, che a niun cittadino di uno stato libero è permesso di abbandonare. Fu nel 1289 alla battaglia di Campaldino, nella quale i Fiorentini ottennero così segnalata ma sanguinosa vittoria sugli Aretini; e nel susseguente anno militò pure contro i Pisani allora capitanati dal valoroso conte di Montefeltro[153].

Coloro che due secoli dopo commentarono il suo poema, volendo in ogni cosa mostrarlo grandissimo, dissero ch'era a lui affidata in gran parte la fortuna della repubblica fiorentina. In una vita inedita di Dante, pretende Maria Filelfo che fosse incaricato di quattordici ambascerie, e che, tranne l'ultima, conseguisse sempre l'intento: tutti poi attribuiscono in gran parte ai suoi consigli la parte presa dai priori, di esiliare i capi delle due fazioni che dividevano Firenze. Ma di ciò niuna testimonianza troviamo presso gli autori contemporanei. Dino Compagni ch'era uno de' priori quando si fece la rivoluzione, e che circostanziatamente descrive le più minute cose, le pratiche, i discorsi, la leggerezza di tutti i Fiorentini allora più influenti, non ricorda altrimenti Dante come uno de' capi dello stato. Nè pure di lui parla Giovanni Villani, che viveva nella stessa epoca, ed era piuttosto parziale della parte dei Neri, siccome Dino lo era dei Bianchi. Lo stesso dicasi di Coppo de' Stefani[154] e di Paolino di Piero, altri scrittori contemporanei che scrissero cronache dei loro tempi[155], onde io inclino a credere che il solo fatto ben avverato della parte presa dal nostro poeta ai pubblici affari, è di essere stato priore dal 15 giugno al 15 agosto del 1299, come vogliono alcuni, e secondo altri del 1300[156]; che fu uno degli ambasciatori mandati a Roma dalla parte Bianca in gennajo del 1302; e per ultimo, che fu compreso in una sentenza d'esilio emanata nella stessa epoca contro seicento cittadini della sua medesima fazione. Viene in tale sentenza accusato d'avere venduta la giustizia, e ricevuto del danaro contro le disposizioni delle leggi; ma lo stesso rimprovero veniva fatto con eguale ingiustizia a tutti i capi del partito vinto. Canto dei Gabrielli era un giudice rivoluzionario che desiderava trovare dei colpevoli, e che si accontentava de' più leggeri indizj per condannarli. Questa sentenza è un curioso documento del costume di que' tempi di mescolare l'italiano al latino; ed è così barbaramente dettata, che pare appositamente fatta per offendere il fondatore dell'italiana letteratura[157].

Invano cercò Dante di rientrare in patria. Gli si fece un imperdonabile delitto d'avere nel 1304 tentato cogli altri fuorusciti di parte Bianca di sorprendere Firenze; di essersi collegato strettamente colla fazione ghibellina, e d'avere fatto istanza all'imperatore Enrico VII di Luxemburgo di prendere in Italia la difesa del suo partito. Per ultimo, siccome il suo carattere estremamente irritabile, e la sua inclinazione alla satira lo avevano reso non meno odioso che formidabile ai suoi nemici, del 1315 fu riconfermata la condanna di perpetuo bando: onde dopo avere viaggiato assai in tutte le parti d'Italia, si stabilì finalmente alla corte di Guido da Pollenta, Signore di Ravenna, ove morì nel settembre del 1321, in età di cinquantasei anni. Nel suo immortale poema si fa profetizzare da Cacciaguida suo trisavolo, la miseria e la dipendenza degli estremi suoi giorni, tanto umiliante per un'anima intollerante e fiera com'era quella di Dante.

«Tu lascerai ogni cosa diletta

Più caramente, e questo è quello strale

Che l'arco dell'esilio pria saetta.»

«Tu proverai siccome sa di sale

Lo pane altrui, e come è duro calle

Lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.»

Si fa ancora predire dallo stesso Cacciaguida le nimicizie che si procaccerà coll'amarezza de' suoi rimproveri; ma queste considerazioni cedono a quelle della gloria.

«E s'io al vero son timido amico,

Temo di perder vita tra coloro

Che questo tempo chiameranno antico[158]

Il poema di Dante che gli acquistò sì gran nome, è il racconto, come ognun sa, d'un misterioso viaggio a traverso all'inferno, al purgatorio, al paradiso; fissa l'epoca di tale viaggio dal lunedì santo del 1300 fino al giorno di Pasqua, quando il poeta aveva trentacinque anni; scorre i due primi regni dei morti sotto la direzione di Virgilio, e quello del paradiso in compagnia di Beatrice dei Portinari, che, da lui amata in gioventù, era morta del 1290. Questo poema diviso in cento canti, ciascuno di circa cento cinquanta versi, non è meno sorprendente per gli animati maestosi quadri di questo paese degli estinti che pone sotto ai nostri occhi, quanto per la profonda sensibilità di alcuni episodj e per la ricchezza delle idee e delle cognizioni che fa supporre nell'autore. Abbiamo già prodotti in quest'opera molti passi di Dante, nè egli può essere giudicato che sopra il suo poema.

Due scrittori nati prima che Dante morisse, i quali lo commentarono, ed erano a portata più che tutt'altri di conoscere la sua storia, affermarono che Dante compose i primi canti prima dell'esilio[159]. Parmi cosa assai difficile che trovar si possano autorità di tal peso che distruggano quelle di Giovanni Boccaccio e di Benvenuto da Imola. Le prove desunte dallo stesso poema, che il marchese Maffei, Flaminio del Borgo ed altri addussero contro l'asserzione dei due contemporanei di Dante, non possono troppo valutarsi; imperciocchè non è a dubitare che il poeta non abbia in diversi tempi ritoccato il suo poema, ed aggiunti in varj luoghi versi analoghi alle cose de' tempi in cui faceva que' pentimenti. Il più dilicato squarcio del poema, il commovente episodio di Francesca da Rimini, mostra i riguardi che Dante credeva dovuti a Guido da Pollenta, padre dell'infelice Francesca, e suo ultimo ospite e protettore[160]. Nel primo canto dal verso 101 al 111 trovasi una predizione relativa alla futura grandezza di Cane della Scala, che Dante non ha potuto scrivere prima del 1318, quando Cane fu nominato capo della lega ghibellina. Tutti i commentatori, niuno eccettuato, supposero che si cominci a scrivere un poema dal primo verso, e si prosegua fino all'ultimo senza mai tornare a dietro; lo che essendo vero, ci obbligherebbe a conchiudere che Dante incominciò il suo poema tre soli anni prima di morire, quando non aveva più tutto il vigore della robusta virilità per idearne il vasto piano, quando la sua mente non era più riscaldata dagli insegnamenti di Brunetto Latini, morto del 1294, nè più era incoraggiato ad intraprendere quell'immenso lavoro dal suo amico Guido Cavalcanti, morto avanti l'esilio di Dante l'anno 1302[161].

Una particolarità riferita da molti autori coetanei appoggia il racconto del Boccaccio intorno all'avere Dante abbozzati i primi sette canti del poema avanti d'essere esiliato. Egli sapeva che la copia lasciata a Firenze non era solamente stata veduta da Dino Frescobaldi e da Dino Compagni, che gliela rimandarono, ma inoltre da molte altre persone, alle quali fece del 1304 nascere il pensiere d'una festa affatto strana. Solevasi d'ordinario festeggiare in Firenze il primo giorno di maggio. «In fra le altre cose gli abitanti di san Priano mandarono un bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo, dovesse essere il dì di Calende di maggio in sul ponte alla Carraja e d'intorno all'Arno; e ordinarono in Arno sopra barche e navicelle palchi, e fecionvi la somiglianza e figura dello 'nferno con fuochi ed altre pene e martorj con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, ed altri, i quali avevano figura d'anime ignude, e mettevangli in quelli diversi tormenti con grandissime gride e strida e tempeste, la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, e per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini; e il ponte pieno e calcato di gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente che v'era suso; onde molta gente vi morìo e annegò in Arno, e molti se ne guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero com'era ito il bando, che molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo[162].» I due storici che raccontano quest'orribile festa, non nominano Dante, ma non può chiamarsi in dubbio che la lettura de' primi canti del suo poema speditigli da Fiorenza appunto in quest'epoca, non abbiano suggerito il pensiero di rappresentare ciò ch'egli aveva così bene dipinto all'immaginazione, ma che non doveva mai presentarsi ai sensi.

Non v'ha dubbio che la ricorrenza del giubileo non consigliasse a Dante di scegliere l'anno 1300 per il misterioso suo viaggio, sia che scrivesse il poema prima o dopo tale epoca. Un propizio istante per visitare il vasto impero dei morti era quel punto che divideva un secolo dall'altro e gli uomini di due generazioni: oltre che in tale festa secolare eravi qualche cosa che colpiva l'immaginazione, e la forzava a rivolgersi al passato. Bonifacio VIII, appoggiandosi a pretese tradizioni, accordò un'indulgenza plenaria per tutti i peccati a coloro che, essendo confessati, visiterebbero quindici giorni di seguito le chiese di san Pietro e san Paolo in Roma. I soli Romani, perchè non avevano il disagio del pellegrinaggio, dovevano visitarle trenta volte di seguito. Tutti i venerdì e tutte le feste esponevasi all'adorazione de' fedeli il sudario di Cristo, raccolto da santa Veronica. Sebbene Bonifacio, come abbiamo già osservato, ispirasse poco rispetto al mondo cristiano, non si lasciò per questo da tutti i fedeli di essere nel pieno convincimento dell'efficacia delle indulgenze ch'egli accordava; e da ogni parte della Cristianità, gli uomini d'ogni rango, s'affollavano a Roma per partecipare a queste grazie spirituali. Giovanni Villani, che fu uno de' pellegrini, assicura che durante tutto l'anno trovaronsi costantemente a Roma duecento mila forastieri, che giugnevano, visitavano e ripartivano per lasciar luogo ad altri[163]. Questa moltitudine di forastieri che univansi in un sol luogo da tutte le parti del mondo, che si premevano, si urtavano, per disporsi a presentarsi avanti al supremo giudice, viene vivamente rappresentata da quella sempre nuova gente, che Dante vedeva affollarsi per passare l'Acheronte.

«Ed avanti che sien di là discese,

Anche di qua nuova schiera s'aduna[164]

È pure incerta l'epoca in cui si pubblicò la Divina Commedia. Abbiamo veduto che Dante vi fece nuove addizioni l'anno 1318, e che forse continuò a farne fino all'epoca della sua morte. Prima del ritrovamento della stampa, l'epoca in cui un'opera diventava di pubblico diritto non era segnata come al presente, e le opere di Dante erano, non v'ha dubbio, conosciute da moltissimi prima che le avesse rivedute per l'ultima volta. Racconta Franco Sacchetti che il popolo cantava in Firenze i versi della Divina Commedia prima dell'esilio del poeta, il quale non potea frenare la sua collera contro un maniscalco o un asinajo che gli sfigurava cantando[165].

A fronte della severità de' Fiorentini verso Dante e dell'ingiusta loro sentenza, dopo la di lui morte, la pubblicazione del suo poema lo sollevò al posto che meritava di occupare. Ovunque si prese a glossarlo; ed i suoi proprj figliuoli, Pietro e Giacomo, furono i primi ad arricchirlo di note. Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano, adunò del 1350 i sei più dotti uomini di tutta l'Italia, due teologi, due filosofi e due antiquarj fiorentini, affinchè scrivessero un commentario sulla Divina Commedia[166]. A Firenze del 1373 si fondò una cattedra per commentare Dante, ed il Boccaccio fu il primo professore di questa nuova scienza; come Benvenuto da Imola fu il primo che la professasse nell'altra cattedra istituita in Bologna. I Fiorentini chiesero più volte, e sempre invano, le ceneri di Dante ai successori di Guido da Pollenta; coniarono medaglie in suo onore, e coronarono solennemente d'alloro la sua statua nel Battistero.

Dante raccolse nel suo poema così svariate cognizioni, che basterebbe egli solo a provare i progressi che a' suoi tempi avevano fatto le scienze e la filosofia; ma non pochi altri tennero la stessa strada: e sebbene tra questi e Dante si ravvisi la differenza che sempre distingue il genio dai talenti, non è peraltro che non provino anche questi quanto l'amore dello studio e l'ambizione della gloria delle lettere fosse allora universale; e che se Dante s'innalzò al di sopra del suo secolo, fu perchè s'innalzò sopra l'umana natura.

Da questo numero non isceglieremo che Guido Cavalcanti, poeta ad un tempo, filosofo e capo di partito. Boccaccio lasciò di lui scritto in una novella[167]: «Egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo, ed ottimo filosofo naturale, leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto; ed ogni cosa che far volle ed a gentile uom pertinente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, ed a chiedere a lingua sapeva onorare, cui nell'animo gli capeva che il valesse. Ma Guido alcuna volta specolando, molto astratto dagli uomini diveniva. E perciò che egli alquanto tenea della opinione degli Epicurei, si diceva tra la gente volgare, che queste sue speculazioni eran solo in cercare, se trovare si potesse, che Iddio non fosse.» Le poesie di Guido, la sola delle sue letterarie fatiche a noi pervenuta, non appoggiano quest'accusa d'ateismo; ma n'era stato incolpato anche suo padre, e lo stesso Dante lo credette, poichè, malgrado la sua stretta domestichezza con Guido, pose Cavalcante Cavalcanti nell'inferno tra gli eretici epicurei a lato a Farinata degli Uberti, col quale parlando vede comparire il Cavalcanti:

«Allor surse alla vista scoperchiata

Un'ombra lungo questa infino al mento:

Credo che s'era inginocchion levata.

«D'intorno mi guardò, come talento

Avesse di veder s'altri era meco:

Ma poi che 'l suspicar fu tutto spento,

«Piangendo disse: Se per questo cieco

Carcere vai per altezza d'ingegno,

Mio figlio ov'è, e perchè non è teco?

«Ed io a lui: Da me stesso non vegno:

Colui che attende là, per qui mi mena,

Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.

«Le sue parole, e 'l modo della pena

M'avevan di costui già letto il nome:

Però fu la risposta così piena.

«Di subito drizzato, gridò: Come

Dicesti, egli ebbe? non viv'egli ancora?

Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome?

«Quando s'accorse d'alcuna dimora

Ch'io faceva dinanzi alla risposta,

Supin ricadde e più non parve fuora.

............

«Allor, come di mia colpa compunto,

Diss'io, ora direte a quel caduto

Che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto[168]

Dobbiamo per ultimo parlare degli storici del tredicesimo secolo, e di coloro che testimonj degli ultimi anni di questo periodo, comechè abbiano scritto nel quattordicesimo, devono risguardarsi come contemporanei. Niun altro paese del mondo ne produsse quanti l'Italia, ove difficilmente si troverà una città che non abbia il suo storico: ed alcune, come Fiorenza, Padova, ec. possono contarne quattro, cinque ed anche più: perciò dopo il regno di Federico II la storia prende un altro carattere; una profonda conoscenza dei fatti, una perfetta verità nei particolari, una ingenuità piena di grazia, un movimento che proviene dai più veri sentimenti, sono i caratteri di molti storici di quest'epoca: e questi tratti sono quelli che ne rendono aggradevole la lettura, quando ancora non si prenda veruno interesse ai fatti riferiti. Quanto diverse sono queste storie da quelle nojose cronache delle quali abbiamo dovuto valerci nel cominciamento del nostro lavoro, tra le quali ci sforzammo invano di trovare a grandi distanze qualche movimento di vita in mezzo alla più monotona aridità.

Le annotazioni, con cui abbiamo costantemente giustificate le nostre asserzioni, hanno dovuto far conoscere al lettore i nomi e le opere degli storici italiani di quest'epoca, onde diventerebbe inutile una nojosa enumerazione de' medesimi[169]. Ci limiteremo adunque a richiamare l'attenzione del lettore sopra uno o due di coloro che stabilirono la lingua della loro patria, e di coloro che, sempre impiegando la lingua dotta, si avvicinarono i primi all'eleganza ed alla purità de' classici latini che prendevano ad imitare.

Assai diverso è il merito di queste due classi di storici; l'ingenuità e la grazia appartiene esclusivamente ai primi, mentre gli altri, a fronte del maggiore studio e della più ricercata dottrina, non vanno esenti dalla affettazione e della pedanteria. Perciò sempre interessa la lettura del Villani; mentre Ferreto di Vicenza ed Albertino Mussato, malgrado l'amara satira del primo e l'eloquenza del secondo, riescono spesse volte nojosi e pesanti.

La lingua italiana, che Dante aveva fatto conoscere propria alla più sublime poesia, fu in pari tempo adoperata da Ricordano Malaspina, Giovanni Villani, Dino Compagni e dall'anonimo pistojese per iscrivere in dignitoso stile una corretta ed elegante prosa; di modo che anche al presente viene citata l'autorità grammaticale di questi scrittori che fa testo di lingua. Giovanni Villani, di tutti il più celebre, scrisse in dodici libri l'istoria patria dalla sua origine fino al 1348 in cui morì. Per farlo meglio conoscere abbiamo distesamente riportati alcuni suoi passi. Non è ben noto l'anno in cui nacque, ma del 1300, epoca del giubileo, doveva essere già adulto; ed oltre il viaggio di Roma fatto in quell'anno, racconta egli stesso i suoi viaggi fatti in Francia e ne' Paesi Bassi del 1302 e 1304[170], onde potè circostanziatamente raccontare le rivoluzioni di quegli stati, e le guerre di Filippo il bello col conte di Fiandra. Fu due volte priore nel 1316 e 1320; sostenne altre onorifiche magistrature ed importanti ambasciarie per la sua patria; militò nella guerra contro Castruccio; e nello stesso tempo, esercitando la mercatura, venne ruinato dal fallimento della famiglia Bonacorsi, e nella sua vecchiaja (1345) imprigionato per debiti[171]. Una vita così agitata somministrò a Giovanni nuove opportunità per istudiare gli uomini e per descriverli esattamente. Gli storici della Grecia avevano ancor essi corse tutte le carriere pubbliche e private; e sotto diversi rapporti il Villani può paragonarsi ad Erodoto.

Si fa carico al Villani d'avere, senza mai citarlo, copiati lunghi articoli della storia di Ricordano Malespini, che giugne fino al 1280, epoca della morte di Ricordano: ed è verissimo che Villani l'andò qua e là copiando parola per parola, come nello stesso modo fu copiata la storia del Villani da Marchione di Coppo Stefani, il quale, dopo avere adottata l'opera del suo predecessore, la protrasse fino al 1385, epoca della sua morte[172]. Questo doppio plagio non risguardavasi allora come un furto letterario; ogni autore facendo una cronaca manoscritta per uso della propria famiglia o degli amici, occupavasi della autenticità de' fatti, che, rispetto ai tempi antichi, non poteva riferire che dietro l'altrui testimonianza, e non del merito che la propria scrittura poteva procacciargli presso al pubblico. Noi siamo sempre troppo facili a scordarci che l'invenzione della stampa mutò totalmente gli obblighi degli autori e le relazioni loro coi leggitori.

Nelle altre province d'Italia non erasi ancora adottato il dialetto fiorentino come lingua universale[173]; onde troviamo avere alcuni storici del XIII e XIV secolo adoperato nelle loro storie il dialetto del proprio paese, forse allora creduto elegante come il toscano, comechè al presente non venga usato che nel conversar famigliare. Un anonimo pisano, contemporanea del conte Ugolino e di Guido di Montefeltro, ci lasciò alcuni curiosi frammenti dell'istoria della sua patria, scritti in un dialetto pisano, che non è ora adoperato in verun luogo[174]. Matteo Spinelli di Giovenazzo, gentiluomo pugliese, il più antico di tutti gli scrittori volgari, fece uso ne' suoi giornali, che vanno dal 1250 al 1268, dell'idioma napoletano, quale press'a poco parlasi ancora al presente[175]. Egualmente lo storico di Cola di Rianzo scrisse verso la metà del quattordicesimo secolo il suo giornale in lingua romanesca, che s'avvicina assai più all'odierno dialetto napoletano che al moderno della plebe di Roma[176].

La barbarie dei dialetti che si parlavano nel rimanente dell'Italia, ed il rimprovero d'affettazione che sarebbesi dato ad un Lombardo o ad un Siciliano che avesse scritto nel dialetto fiorentino, costrinsero quasi tutti gli altri storici del tredicesimo secolo a fare uso della lingua latina. Ma mentre molti, non conoscendone altro migliore, si valevano del barbaro stile de' notari, alcuni distinti personaggi, ch'eransi interamente dedicati allo studio delle lettere, fecero risorgere, quasi in tutta la sua purità, la lingua degli oratori e de' poeti romani. Questi esclusero affatto dalle loro scritture i vocaboli tedeschi ed italiani adottati specialmente per le cose forensi, e si assoggettarono alla regola, che spesso degenerò in affettazione, di non adoperare espressioni che usate non fossero dagli scrittori del secolo d'Augusto. Devonsi ricordare come capi di questi ristoratori della lingua latina Giovanni da Cermenate, notajo milanese, Albertino Mussato di Padova e Ferreto di Vicenza[177]. L'eleganza del loro stile e le loro poesie storiche gli ottennero in quel secolo molta gloria. Oggi non saprebbesi ammirare questa sorta di scritture in una lingua morta, ove non incontrasi quasi mai il fuoco dell'originalità e l'impulso del genio, ma per lo contrario il solo penoso travaglio della imitazione. Nondimeno non devesi dimenticare che dobbiamo agli sforzi di questi letterati ed al pubblico entusiasmo per le loro opere, lo sviluppo del genio del Petrarca e del Boccaccio, ed in appresso, per le cure di questi due sommi uomini, il rinnovamento dell'antica letteratura. Senza di loro oggi non saremmo forse possessori dell'eredità degli antichi.

CAPITOLO XXVI.

Stato della Lombardia. — Affari della Chiesa; traslazione della santa sede in Avignone. — Assedio di Pistoja. — Condanna dell'ordine dei Templari.

1300 = 1308.

Ci siamo lungamente trattenuti quasi soltanto intorno alla Toscana. Quella somma importanza che gli storici fiorentini seppero dare ai loro racconti, il carattere veramente notabile de' loro compatriotti, e per più secoli la sempre crescente influenza della loro repubblica sulla politica del mondo incivilito, collocano Firenze sul davanti del quadro in ogni storia dei popoli d'Italia. Per la stessa ragione non si può scrivere la storia della Grecia senza farne centro la repubblica d'Atene e senza cercare le relazioni di tanti stati indipendenti con quella illustre città, in cambio di tener dietro alle particolarità delle interne loro rivoluzioni.

Però ne' primi anni del quattordicesimo secolo, la Lombardia e tutte le province d'Italia, poste al settentrione degli Appennini, furono agitate da rivoluzioni così grandi che tutta a sè richiamano la nostra attenzione. Ma quell'attenzione non ci conduce sgraziatamente a farci conoscere le particolarità che potrebbero sole darci una soddisfacente idea della più complicata storia del mondo. Quando si fissa la prima volta lo sguardo su questo tratto di storia, si rimane colpiti da quella medesima confusione che presenta un formicajo scompigliato: tutti gl'individui vedonsi animati da un rapido e continuo movimento; ignote passioni li fanno agire; s'incalzano, si attraversano, si sorpassano, si combattono; in modo che l'occhio non può tener loro dietro, nè distinguere gli uni dagli altri.

Ma la storia parziale, la storia circostanziata d'ogni città d'Italia, attribuisce dei nomi a tutti questi personaggi; ci palesa i segreti d'ogni carattere ed i particolari motivi che li fanno agire; sviluppa generose passioni, profondi pensieri, sublimi progetti, in cadauno di que' gruppi, di cui avevamo al primo colpo d'occhio così bassamente giudicato. Quanto più gli andiamo osservando, ci è forza persuaderci che in politica non può ammettersi grandezza relativa; e che tutte le volte che si disputa intorno alla libertà ed alla sovranità, o sia d'un villaggio, o dell'impero del mondo, gl'interessi sono sempre i medesimi, cioè i più grandi e più nobili di cui sia capace il cuor dell'uomo; i talenti sono i medesimi, e lo studio dell'uomo egualmente compiuto. Questa universale agitazione, questa vivacità delle passioni, quest'importanza d'ogni individuo, resero la storia d'Italia una inesauribile sorgente d'istruzione per gli eruditi. Non trovasi città che non abbia almeno tre o quattro storici, e spesso anche più; e ciascheduno storico diventa più interessante in ragione della maggior quantità di fatti minutamente circostanziati che racconta. La sola collezione degli scrittori italiani, dopo la caduta dell'impero di Occidente fino a tutto il secolo quindicesimo, comprende quelli di sessantotto città o province: si fecero a questa collezione molti supplimenti, senza però comprendervi le storie assai più voluminose de' tre ultimi secoli. La bibliografia storica del solo stato pontificio racchiude in un grosso tomo in quarto i nomi soltanto de' particolari storici di settantuna città tuttavia esistenti nello stato della Chiesa, e di sedici città, distrutte[178]. Alcuni secoli di continuata applicazione appena basterebbero per leggerli tutti.

Ciò che accresce la confusione rispetto alla Lombardia, si è che in sul cominciare del quattordicesimo secolo la maggior parte delle città erano governate da un signore o tiranno; giacchè gl'Italiani, in sull'esempio de' Greci, adoperavano questi due nomi come sinonimi; che nello stesso tempo un altro signore, cacciato dal soglio, tramava, nel paese del suo esilio, congiure contro la patria; l'uno e l'altro collegandosi a vicenda al partito de' nobili o della plebe, ai Guelfi o ai Ghibellini: dimodochè ogni principato presentava una perpetua scena di disordini e di rivoluzioni.

Impediva a questi stati il godimento di quel riposo che d'ordinario si ottiene da un governo monarchico, il non essere tale forma di governo guarentita da veruna legge, nè accreditata dalla pubblica opinione. Il capo dello stato altro ancora non era in faccia al popolo che il depositario d'un potere a lui confidato dal popolo medesimo; s'egli ne abusava, non veniva appoggiato da verun sistema d'ubbidienza passiva che potesse liberarlo dal rimprovero d'usurpatore e di tiranno; verun diritto ereditario era riconosciuto o supposto nella famiglia regnante. Pare che lo stabilimento dell'opinione di tale diritto non avrebbe dovuto incontrare troppe difficoltà in un paese, ove tante prerogative erano ereditarie, ove la nobiltà, anche a dispetto delle leggi, conservava tanta influenza, ove l'ereditaria trasmissione dei feudi avvezzava i vassalli all'ubbidienza. Era desiderabile che quest'opinione sì stabilisse; giacchè quando un popolo ha per sempre perduta ogni speranza di libertà, il riposo d'una regolare monarchia è forse il solo bene di cui possa godere. Ma i piccoli monarchi d'ogni città opponevansi essi medesimi alla opinione che il loro podere fosse ereditario, perchè questo diritto d'eredità avrebbe potuto ritorcersi contro di loro. Quelli che erano succeduti ad una repubblica, avevano abbassati nobili più antichi e più illustri di loro; quelli ch'erano succeduti ad altri signori, non avevano tenuto conto del diritto de' loro predecessori, perchè avevano interesse di negarlo. Dichiaravansi adunque mandatarj del popolo; non prendevano il comando di una città, sebbene conquistata coll'armi, senza farsi solennemente accordare dagli anziani o dalla assemblea del popolo, secondo che gli uni o gli altri erano più docili, il titolo ed i poteri di signore generale, per uno, per cinque anni, o a vita, e con un determinato soldo che doveva levarsi dalle entrate del comune. In tal maniera l'arcivescovo Ottone Visconti, che governava Milano, agevolò a suo nipote Matteo la strada della sovranità. L'anno 1287 lo fece dal popolo milanese nominare capitano per un anno; del 1290 gli fece confermare la stessa dignità dalle città di Novara e di Vercelli; e del 1294, dopo avere per lui ottenuto da Adolfo di Nassau, re de' Romani, il titolo di vicario imperiale in Lombardia, ottenne dal popolo un'autorizzazione per accettare questo titolo[179]. In conseguenza di tali precauzioni quando morì l'arcivescovo in età d'ottantott'anni, del 1295, suo nipote Matteo trovossi già investito del potere e non dovette superare veruna difficoltà per succedergli. Un signore affatto nuovo doveva avere maggior cura di farsi rivestire dallo stesso popolo dell'autorità principesca. Perciò, l'anno 1290, Alberto Scotto si fece nominare dall'assemblea del popolo di Piacenza capitano e signore di quella città[180]: così Giberto di Correggio, essendo entrato in Parma l'anno 1303 in qualità di pacificatore coi Cremonesi, dopo aver fatta nascere una sedizione e fatto gridare per le strade da' suoi partigiani, viva il signor Giberto, si diede pensiero di far adunare lo stesso giorno il grande consiglio, perchè lo proclamasse signore, difensore e protettore della città e popolo di Parma. Ricevette l'investitura della nuova dignità per mezzo della consegnazione dello stendardo di Maria Vergine e di quello del carroccio, facendo tutto raffermare all'indomani[181] dal consiglio generale.

Se tanto rispetto per la sovranità del popolo avesse potuto essere accompagnato da un eguale rispetto per la sua libertà, non v'ha dubbio che la Lombardia avrebbe trovata la sua felicità nella mescolanza di un governo monarchico colle forme repubblicane. Le magistrature popolari, i consigli, le assemblee nazionali che ancora esistevano, avrebbero bastato per temperare l'autorità monarchica, se i nuovi signori non si fossero data premura di avvilire questi corpi. D'altra parte il principe sarebbe stato mantenuto dalla guarenzia nazionale; egli avrebbe chiamato in suo favore le leggi; e la sua forza costituzionale sarebbe stata protetta da un popolo felice e libero. Ma di rado accade che gli usurpatori contemplino un così lontano avvenire; ogni ombra di resistenza divien loro odiosa, onde si affrettano di atterrare qualunque potere che ponga limiti alla loro autorità, sebbene sappiano che lo stesso potere si armerebbe per difenderli contro i loro nemici. I signori di Lombardia governavano dispoticamente, e perciò l'esistenza loro era breve come quella dei despoti. I parenti o gli amici erano i primi a cospirare contro di loro; i nemici gli attaccavano apertamente, e talvolta il popolo gli abbassava con quella stessa rapidità con cui gli aveva innalzati.

Nell'ultima metà del tredicesimo secolo il Piemonte era stato testimonio di due rivoluzioni che avevano precipitati due sovrani dall'apice della grandezza nella più miserabile delle umane condizioni. Bonifacio conte di Savoja, cui il Guichenon[182] dà pure i titoli di duca dello Sciabalese e d'Aosta, di signore di Bugey e della Tarentesia, di marchese di Susa e d'Italia, e di principe del Piemonte, non era, a dir vero, sovrano di tutti i paesi de' quali il suo storico gli dà con soverchia liberalità i titoli; ma univa alla Savoja ed ai vasti possedimenti al di là delle Alpi la signoria di Torino e di altre città del Piemonte. Però gli abitanti di Torino, stanchi del suo governo, cacciarono improvvisamente fuori di città i suoi ufficiali e gli dichiararono la guerra. Bonifacio, che allora trovavasi in Savoja, attraversò le Alpi, l'anno 1262, ed avanzatosi fino a Rivoli, per sottomettere i ribelli, venne colà sorpreso e fatto prigioniere dal repubblicani poc'anzi suoi sudditi; i quali lo custodirono incatenato fino alla morte, che lo tolse a tanta sventura l'anno susseguente, senza che gli sforzi de' suoi amici e della potente sua casa gli ottenessero la libertà.

Il marchese di Monferrato portava un nome forse ancora più illustre di quello de' conti di Savoja: l'origine dell'una e dell'altra casa è ugualmente nascosa nelle tenebre: ma le grandi imprese de' marchesi di Monferrato in Terra santa ed a Costantinopoli, il possedimento del regno di Tessalonica, loro accordato quando fu diviso l'Impero d'Oriente, e il fresco parentado di Jolanda, figliuola del marchese Guglielmo con l'imperatore Andronico Paleologo, aveva sollevato il marchese al rango de' più ragguardevoli principi italiani. Oltre i feudi, ch'egli possedeva per diritto ereditario, era, l'anno 1290, capitano e signore generale di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed Ivrea. Bramava di avere sotto di sè anche la città di Asti, la più bellicosa, la più ricca e commerciante repubblica del Piemonte. D'altra parte i Visconti, signori di Milano, adombrati dalla crescente sua potenza, favorivano sotto mano la città di Asti. Ma questa, non si accontentando del loro ajuto, cercò alleati fra gli stessi sudditi del marchese Guglielmo, ed offrì agli Alessandrini, che mostravansi omai stanchi del dominio del marchese, trentacinque mila fiorini se volevano discacciarlo e collegarsi con loro. Guglielmo, avvisato di queste pratiche, corse verso Alessandria; e, sebbene la città tumultuasse, osò d'entrarvi con debole accompagnamento, o perchè molto si ripromettesse della sua presenza, o perchè alcuni traditori gli avessero promesso l'ajuto d'un partito che poi rivolsero contro di lui. Guglielmo appena giunto avanti al palazzo del comune fu imprigionato; indi chiuso in una gabbia di ferro ed esposto al pubblico quale bestia feroce. Visse miseramente diciotto mesi in questa gabbia, nella quale morì di dolore l'anno 1292[183].

Una terza catastrofe doveva tra poco far maravigliare la Lombardia, dando una novella prova dell'instabilità del potere de' signori; fu questa la caduta della casa Visconti. Matteo, che n'era il capo, aveva approfittato della morte del marchese Guglielmo e dell'estrema gioventù di suo figliuolo Giovanni, per estendere la sua signoria sul Monferrato. Aveva colle armi sforzati i popoli a dargli il titolo di capitano generale della provincia nella città di Casal Sant'Evasio, che n'era la capitale: aveva in appresso obbligato il giovane marchese a ratificare l'usurpato potere con un trattato, in forza del quale ponevasi per cinque anni sotto la tutela del nemico della sua famiglia[184].

Matteo Visconti erasi intanto rinforzato con tali parentadi, che ben dovevano assicurargli una lunga prosperità: perciocchè nel 1298 aveva data sua figliuola in isposa ad Alboino della Scala, figliuolo d'Alberto, signore di Verona, uno dei più potenti capi del partito ghibellino; e nel 1300 ottenne per consorte di Galeazzo suo figliuolo una figlia del marchese Azzo d'Este, vedova di Nino di Gallura, capo de' Guelfi pisani. Questa principessa era stata promessa ad Alberto Scotto, signore di Piacenza; ma Matteo, che voleva ad ogni costo imparentarsi colla casa d'Este, signora a quell'epoca di Ferrara, Modena e Reggio, suppiantò il signore di Piacenza, e contrasse una stretta unione coi più potenti capi di parte guelfa in Lombardia[185].

Lo Scotto non dimenticò tanta ingiuria; e, se vi frappose qualche indugio, no 'l fece che per ottenerne più strepitosa vendetta. Egli formò contro i Visconti una lega de' signori che governavano in Lombardia le città di secondo ordine. Il primo a prendervi parte fu Filippone, conte di Langusco, che già da alcuni anni erasi reso padrone di Pavia, cacciandone un altro tiranno, Manfredo Beccaria e la sua fazione. Anche Filippone quasi in egual modo dello Scotto era stato ingiuriato dai Visconti. Matteo aveva promessa sua figlia al figlio di Filippone; ma reso orgoglioso da più elevato parentado, gli aveva mancato di parola del 1302 dando alla figliuola un altro marito. Alberto Scotto trasse in seguito nella sua lega Antonio Fisiraga, tiranno di Lodi, Corrado Rusca, tiranno di Como, Venturino Benzone, tiranno di Crema, la famiglia Cavalcabò, che aveva somma influenza in Cremona, quella de' Brusati che dominava in Novara, e l'altra degli Avvocati che aveva la stessa preponderanza in Vercelli. Per ultimo si unì alla lega il marchese Giovanni di Monferrato, che il Visconti aveva spogliato de' suoi stati.

I confederati adunarono la loro armata nella Ghiara d'Adda; e quelli della Torre, esiliati da Milano già da 25 anni, si affrettarono di unirsi alla lega, siccome altri molti nobili milanesi, segreti nemici di Matteo, il quale ne fece imprigionare molti altri sospetti di voler passare al campo nemico. Tra gli ultimi non risparmiò Matteo il proprio zio Pietro Visconti; indi uscì di Milano alla testa di una parte delle sue truppe, avendo lasciato in città il figliuolo Galeazzo con due mila uomini per contenere i Milanesi, che invece di secondarlo andavano gridando libertà[186].

La ribellione non tardò a scoppiare in campagna; onde il Visconti circondato di nemici, e non vedendo giugnere i soccorsi che aveva domandati al marchese d'Este, accettò la mediazione di alcuni ambasciatori veneziani e si fece a trattare co' suoi nemici. Durissime erano le condizioni che gli venivano offerte: tutti gli esiliati dovevano essere richiamati; e Matteo, rinunciando al supremo potere, doveva rientrare nella classe de' semplici cittadini. Matteo le accettò, e licenziata l'armata ritirossi nel suo castello di San Colombano. Prima che a Milano si avesse notizia di questa trattato, Galeazzo suo figliuolo era stato dal popolo ammutinato cacciato fuori dalle mura, e il ristabilimento della repubblica e della libertà proclamato. Con un decreto del popolo tutti i Torriani venivano richiamati in patria, e poco dopo con altro decreto esiliati tutti i Visconti.

Questa rivoluzione rinfrescò nell'alta Lombardia le fazioni guelfa e ghibellina che quasi eransi dimenticate. I Visconti risguardavansi come Ghibellini, Guelfi i Torriani; ma sì gli uni che gli altri in tempo della loro signoria non eransi nelle loro alleanze lasciati dirigere dallo spirito del rispettivo partito. Alberto Scotto per dare maggiore consistenza al nuovo governo ed alla propria autorità, si diede a vedere zelante partigiano de' Guelfi, proponendo una lega tra le città che lo avevano assistito contro i Visconti. In conseguenza di che i deputati di quelle città si unirono in luglio a Piacenza, ove si pubblicò l'alleanza tra Milano, Piacenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Asti, Novara, Vercelli, Crema, Como, Cremona, Alessandria e Bologna. Alberto Scotto venne proclamato capo della lega; e nello stesso tempo, come pacificatore della Lombardia fu autorizzato a persuadere a tutte le città il richiamo de' loro fuorusciti, adoperando al bisogno anche la forza[187].

Ma la potenza d'Alberto non ebbe lunga durata, avendo la stessa lega, che fu sua opera, volte contro di lui le sue armi; perchè lo spirito di partito, ch'egli aveva ravvivato, era troppo violento per piegarsi a voglia sua come richiedeva la sua politica. I Guelfi s'adombrarono, vedendo che Alberto accoglieva ed accarezzava gli emigrati di ogni fazione. Perciò del 1303 lo costrinsero colle città d'Alessandria e di Tortona a lasciare la loro alleanza. Allora Alberto offrì ajuto ai Visconti per rientrare in Milano, di dove gli aveva egli stesso scacciati; ma quelle forze che avevano potuto ruinarli, non bastarono a rimetterli nel perduto stato. Per altro s'unì ai Visconti, ai signori di Mantova e di Verona, e per ultimo a Giberto da Correggio, che si era fatto allora nominare signore e difensore di Parma.