STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO V.


ITALIA
1817.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO XXIX.

Nuovi capi dell'Impero e della Chiesa. — Guerre di Genova. — Guerra universale in Italia. — Papa Giovanni XXII scomunica e depone Luigi IV di Baviera, re dei Romani.

1314 = 1323.

Mentre il governo va incessantemente modificando i talenti, le virtù, l'ingegno e le abitudini dei popoli, scopronsi non pertanto nel carattere delle nazioni certi tratti originali, che i tempi e le circostanze non hanno potuto interamente cancellare. Così gli Spagnuoli e gl'Italiani sembranci essenzialmente diversi. Queste due nazioni, sebbene abbiano un'origine quasi comune, perchè formate dalla mescolanza de' Romani coi Goti; sebbene abitino in climi press'a poco eguali, ed abbiano idiomi vicinissimi che quasi potrebbero dirsi dialetti d'un solo idioma; sebbene ricuperassero quasi nella stessa epoca la libertà e nella stessa epoca la perdessero; sebbene abbiano lungo tempo ubbidito ai medesimi sovrani e tenuta la medesima religione, hanno qualità affatto diverse che li distinguono, e che quasi senza alterazione si sono trasmesse di padre in figlio. E queste fondamentali diversità tra le razze degli uomini è forse uno de' più importanti oggetti di meditazione che a noi presenti la storia. Abbiamo di già conosciuta l'origine del carattere degli Italiani: abbiamo veduti i Barbari portare loro lo spirito d'indipendenza, raddolcito nelle città d'origine romana, più ricche e numerose in Italia che nel rimanente dell'Europa. Assai per tempo queste città manifestarono il desiderio di libertà. Furono esse le prime che aspirarono a partecipare della sovranità, rompendo i legami che le attaccavano all'impero e cambiando le loro leggi municipali in costituzioni repubblicane: furono esse le prime che, tra i membri del corpo feudale fattesi indipendenti, acquistarono una regolare organizzazione, e seppero energicamente valersi delle loro forze. Esse non tardarono a soggiogare il rimanente della nazione: i vescovi furono spogliati d'ogni sovranità temporale; i principi ed i marchesi scomparvero a poco a poco rifiniti da intraprese troppo sproporzionate ai loro mezzi; ed i gentiluomini si videro sforzati a sottomettersi e cercare il diritto di cittadinanza.

Questa preponderante influenza delle città è la vera origine del carattere distintivo degl'Italiani, di quel carattere che li rende essenzialmente diversi dagli Spagnuoli, presso i quali la nobiltà campagnuola, sempre occupata nelle guerre contro i Mori, a sè chiamando gli sguardi e la stima della nazione, conservava una importantissima parte del governo per sè medesima. La costituzione repubblicana delle città comunicò a tutta la nazione italiana un movimento più attivo, rendendola capace di grandi azioni, di un maggiore sviluppo di talenti, di patriottismo, d'intelligenza, accrescendone all'istante la popolazione e le ricchezze, e facendo in breve fiorire le arti, le lettere, le scienze. L'influenza de' gentiluomini conservò alla nazione spagnuola qualità più speciose di valore, di galanteria, di dilicatezza, d'onore. Tutti gli Spagnuoli presero i loro nobili per modello ed acquistarono quell'aria cavalleresca che tuttavia conservano. Gl'Italiani formaronsi invece alla scuola de' borghesi, onde ne contrassero un non so che di plebeo non per anco affatto cancellato dalla presente generazione.

Effettivamente il sistema feudale fu prima abolito in Italia che nelle altre province d'Europa. All'epoca presente questo sistema più non aveva veruna consistenza, sebbene i giuristi lo insegnassero ancora come parte della legge dello stato. Le repubbliche che si erano da principio moltiplicate in tutta l'Italia, non ebbero lunga durata; ed abbiamo già veduto tutte quelle della Lombardia e dello stato della chiesa cadute in potere di qualche tiranno. Ma questi nuovi signori, che poi ebbero il titolo di duca o di marchese, non andavano debitori della potenza loro a quell'antica costituzione del Nord da cui ebbe principio la nobiltà in tutto il resto dell'Europa; essi erano i figli di quelle città medesime di cui eransi fatti sovrani, e dal popolo riconoscevano la loro autorità. La democrazia, che precedette le nuove signorie, aveva dato un carattere più assoluto e dispotico al governo d'un solo, col rendere eguali in faccia al principe tutti i ranghi della nazione, e distruggendo tutti i privilegi di quegli ordini che avrebbero potuto impedire lo stabilimento del potere arbitrario. Vero è che i nuovi signori trovarono ben tosto conveniente di accrescere splendore alle loro corti col prestigio della nobiltà. Chiamarono presso di loro que' gentiluomini ch'erano stati avviliti ed oppressi, crearono cavalieri, chiesero agl'imperatori germanici diplomi di nobiltà pei loro favoriti, e per ultimo ne accordarono di propria autorità. Ma queste distinzioni dei cortigiani e le annesse prerogative avevano bensì gl'inconvenienti dell'antica nobiltà ma non gli utili: i nuovi nobili eccitavano la gelosia colle loro pretensioni, il disprezzo dei popoli coi loro depravati costumi; e perchè non erano uniti dallo spirito di corporazione e non avevano nè credito nè indipendenza, non potevano salvarsi dall'oppressione. Nè il favore del principe può dare una nascita illustre, nè la sua collera può toglierla; ma la nobiltà di creazione come viene accordata dalla libera volontà del padrone, dalla volontà del padrone può essere egualmente tolta.

Lo spirito cavalleresco, quella gloriosa eredità dei tempi feudali, di cui era depositaria la nobiltà, si andava distruggendo non meno nelle piccole monarchie che nelle repubbliche d'Italia: onde gli stimoli d'onore ed il valor militare vennero meno, e la destrezza montò in maggiore stima che il coraggio e la forza. È precisamente nel periodo di tempo di cui ci facciamo a descrivere la storia, che l'Italia, in confronto del resto dell'Europa, sembra priva d'ogni spirito di cavalleria. Il quattordicesimo secolo forma un'epoca assai gloriosa, feconda di grandi ingegni e non isprovveduta di virtù; ma gli uomini erano più diretti dal calcolo che dalle passioni, dall'interesse assai più che dal sentimento. Videsi allora crescere a dismisura la potenza mercantile, la cognizione politica, l'amore della libertà nel popolo; ma per lo contrario poco valore nella nazione, che affidava la propria difesa alle bande mercenarie de' Condottieri, poca fierezza nei caratteri, poca fedeltà nelle benevolenze e nelle alleanze, poco rispetto per la data promessa, per ultimo poco attaccamento al punto d'onore nella condotta. Il sistema d'equilibrio delle potenze d'Italia di cui si può attribuire l'invenzione a questo secolo, del quale cotal sistema è forse il più bel ritrovato; deve risguardarsi quale opera della più fina politica; ma di una politica affatto priva d'entusiasmo; sicchè in quel modo che il carattere degl'Italiani voleva che si cercasse quest'equilibrio, così era proprio del carattere spagnuolo l'aspirare alla monarchia universale.

Risguardare una vasta contrada, o una parte del mondo come un corpo sociale, di cui gli stati indipendenti sono i cittadini, ravvisare nell'oppressione d'un solo di questi cittadini una violazione del diritto di tutti; riconoscere che la distruzione di uno stato è una morte che minaccia la vita di tutti gli altri; essere persuasi che in un'associazione senza autorità centrale ogni individuo deve concorrere con tutte le sue forze al mantenimento della giustizia e del diritto delle genti; finalmente sentire la necessità di chiamare sopra di sè un male immediato e di prendere parte ad una guerra che potrebbe risguardarsi come straniera per impedire che altri siano oppressi, per non permettere una violenza, un assassinio dannoso ai rapporti sociali; gli è questo un nobile sistema che soltanto le repubbliche italiane erano degne di creare; è l'applicazione possibilmente più perfetta delle organizzazioni sociali al più grande dei corpi politici.

I Fiorentini, che diedero all'Italia i primi esempj delle più grandi e virtuose cose, sono probabilmente gl'inventori di questo sistema, e quelli che lo eseguirono con maggior zelo e costanza. Negli sforzi delle repubbliche pel mantenimento dell'equilibrio politico, negli sforzi de' principi per distruggerlo dobbiamo cercare la chiave di tutte le negoziazioni del quattordicesimo secolo, i motivi delle guerre e delle alleanze, la ragione dei subiti cambiamenti di partito, e di quel continuo movimento della politica, che forse impedisce al lettore di afferrarne l'insieme a colpo d'occhio. Tutti gli avvenimenti del secolo possono richiamarsi alla sola lotta in favore della libertà, ad un solo sforzo diretto ad impedire che taluno de' principi, che vedevasi crescere di potenza, non opprimesse l'Italia formandone una sola monarchia.

Ma il sistema dell'equilibrio politico è di sua natura un sistema di divisione, e per certi rispetti un sistema di debolezza: perciocchè impedisce ad una nazione di agire per riguardo alle altre come agirebbe se formasse un solo corpo, spesso consuma le proprie forze contro di sè medesima, mantenendo guerre d'Italiani contro Italiani, di Tedeschi contro Tedeschi; le quali guerre a' nostri giorni chiamansi civili, sebbene, propriamente parlando, non possano dirsi tali che quelle fra i cittadini di un medesimo stato. Gl'Italiani smembrati, soggiogati e resi inutili a respingere le straniere invasioni, si pentirono degli sforzi fatti dai loro padri per tener divisi gli stati, facendosi un amaro rimprovero di aver creduto di giovare alla libertà col procurare la divisione. I tempi eransi mutati, e con essi ancora la politica. Un popolo libero deve tutto riferire a sè medesimo, un popolo suddito deve rammentare che fa parte d'una nazione. Coloro che più non hanno patria, che più non riuniscono intorno ad un solo centro ogni loro desiderio di forza, di durata, di gloria, possono ancora riconoscere tra di loro i diritti della nascita e di un'origine comune; devono amare i loro fratelli, sebbene non possano risguardarli per loro concittadini, compiangere il sangue che si versa ed i tesori dissipati nelle guerre intestine: poichè non è per essi straniero colui che non appartiene al loro corpo politico, ma quello che ha una diversa lingua.

I più celebri poeti ed oratori rimproverarono ai senati che governavano le repubbliche italiane il sistema d'equilibrio politico, che, quantunque lungo tempo cagione della loro gloria e della loro prosperità, fu in appresso cagione della loro debolezza. Invidiavano la sorte della Spagna e della Francia, che, riunite sotto grandi monarchi, disputavansi le spoglie della divisa Italia, che vincevano di potenza, sebbene non la pareggiassero in popolazione o in ricchezza. Ancora nell'età nostra siamo disposti a ripetere lo stesso giudizio, ed a incolpare la politica degl'Italiani della loro debolezza e servitù. Ma noi ci scordiamo, che colla politica loro godettero due secoli di gloria e di prosperità, scopo immediato dei loro sforzi; e che se avessero abbracciato il contrario sistema, sarebbero probabilmente arrivati, per una diversa strada, ad una dipendenza ancora più grande.

Sotto principi che tentavano ogni giorno di soggiogarli, gl'Italiani erano minacciati d'immediata servitù; vero è ch'essi avevano cagione di temere egualmente il giogo degli stranieri sotto il quale caddero due secoli più tardi; ma quest'ultimo pericolo, conosciuto da chi vede la serie degli avvenimenti, non poteva in allora essere presentito. Le vicine nazioni non erano di que' tempi meno divise dell'Italia; ed il sistema feudale s'andava presso di loro snervando, senza far però luogo ad un più vigoroso principio d'organizzazione. Soltanto adombravansi talvolta dell'imperatore piuttosto per le antiche sue pretensioni che per l'attuale potenza. Questo residuo di timore dell'autorità imperiale, tenuto vivo dai papi, fu cagione delle prime guerre di cui dobbiamo occuparci in questo volume; ma queste stesse guerre, e le spedizioni in Italia di Luigi di Baviera e di Carlo IV manifestarono agl'Italiani l'estrema sproporzione tra le forze dell'imperatore ed i suoi diritti, manifestarono loro l'impotenza del corpo germanico nelle guerre offensive, gli angusti limiti entro i quali la costituzione di Germania chiudeva il potere del suo sovrano nominale, e l'impossibilità in cui era questi di scendere in Italia, se i Ghibellini italiani non gli aprivano essi medesimi le porte.

D'altra parte il re di Francia, sebbene assai più potente dell'imperatore, non aveva sotto di lui che metà delle province che parlano in francese. La Provenza apparteneva al re di Napoli, la Lorena, la Brettagna, la Borgogna, i Paesi Bassi erano governati da duchi quasi affatto indipendenti; e la Guienna e parte della Normandia erano del re d'Inghilterra. Una infelice guerra cogl'Inglesi, prodotta dalla successione dei Valois, consumava le province direttamente dipendenti dal re: nelle quali province per altro, non riconoscendo i grandi vassalli, i gentiluomini, i comuni un assoluto potere, impedivano al re di liberamente disporre degli uomini e delle ricchezze; onde appena egli s'attentava di accrescere alquanto le leggeri imposte che pagavano i suol sudditi e le forze militari, quando il regno veniva minacciato da grave pericolo: di modo che la stessa alleanza del papa, o a dir meglio il servaggio della corte pontificia in Avignone non bastava a rendere la Francia formidabile agl'Italiani.

La Spagna trovavasi in continue guerre coi Mori; i Greci, da lungo tempo inviliti, non erano più temuti; i Turchi non avevano ancora acquistata quella forza che li rese un secolo più tardi il terrore dell'Europa. L'Italia circondata da governi deboli e vacillanti vedeva soltanto di quando in quando sollevarsi nel suo seno un potere dispotico, e minacciare ad un tempo la propria libertà e l'indipendenza de' suoi vicini.

Più volte alcune piccole popolazioni erano state sottomesse dai Principi limitrofi; ma tali conquiste, che potevano un giorno formare dell'Italia una sola monarchia, furono sempre accompagnate da circostanze che facevano abborrire il governo monarchico: perciocchè ai popoli sottomessi era tolta ogni libertà, le persone e le proprietà più non venivano rispettate. Spenta affatto ogni virtuosa emulazione, ogni desiderio di gloria; que' cittadini cui i talenti, le ricchezze, i natali permettevano di aspirare alle più luminose cariche della loro patria, abbandonavano una città che precludeva ogni adito all'ambizione. Le ricchezze delle province erano assorbite dal vortice della nuova capitale; l'allontanamento de' proprietarj faceva languire l'agricoltura, siccome perivano il commercio per mancanza di ricchi consumatori, gli studj per difetto d'incoraggiamento: onde quella stessa città che lungo tempo sembrò troppa angusta per contenere le tempestose passioni de' suoi cittadini, non era più abitata che da uomini condannati ad un'oscura esistenza. Tale doveva senza dubbio essere la sorte di Venezia, di Firenze, di Pisa, di Genova, di Bologna, se i Scala o i Visconti avessero potuto conseguire il loro progetto di unire l'Italia sotto il loro dominio. La gloriosa emulazione fra tanti piccoli stati, fra tante piccole corti che cercavano di nascondere la debolezza loro sotto l'imponente apparato delle arti e delle lettere, non sarebbesi mantenuta così viva nell'unica capitale dell'Italia, ove una sola accademia avrebbe uniti o signoreggiati tutti i talenti, una sola cabala letteraria deciso del merito, l'intrigo avrebbe dirette le scuole delle arti del disegno, e tarpate le ali al genio; ovunque l'uomo, circoscritto da una regola uniforme, sarebbe stato assoggettato a regole generali alla moda ed alla mediocrità; infine l'Italia formante uno stato solo e governata da un solo padrone non avrebbe prodotti quei capi d'opera che, coprendo la sua vergogna, addolcirono i dolori del suo servaggio.

Se in questa lunga lotta per la libertà trionfava il partilo nemico dell'indipendenza de' piccoli stati; se Castruccio, Mastino, Bernabò, Giovan Galeazzo, e Ladislao di Napoli diventavano re di tutta l'Italia, è incontrastabile ch'essi avrebbero in breve conquistata tutta l'Europa. Le ricchezze accumulate dalla libertà non vengono immediatamente distrutte dal despotismo, e l'Italia sola era più ricca che tutti assieme gli altri paesi del cristianesimo; le armate furono in questo secolo più mercenarie di quel che lo fossero prima, o dopo: i Tedeschi che allora avevano voce di essere le migliori truppe, si sarebbero affrettati di porsi al soldo di un principe italiano; ed infatti li vedremo in questo medesimo secolo gareggiare coi Provenzali, coi Guasconi, coi Brettoni, cogl'Inglesi e gli Ungaresi per essere assoldati dai Visconti o dalla repubblica fiorentina. Un re d'Italia assoluto avrebbe guerreggiato con troppo vantaggio contro i sovrani feudali della Germania e della Francia; avrebbero realizzato il progetto tante volte rinnovato d'una monarchia universale, e gl'Italiani avrebbero come i Greci sotto Alessandro ottenuta un'efimera gloria in ricompensa della perduta libertà. Ma così vasto dominio non avrebbe avuto lunga durata, perciocchè crudeli disastri avrebbero seguito da vicino le subite conquiste. Il commercio, principalissima sorgente delle ricchezze degl'Italiani, non può fiorire che sotto gli auspicj della pace; perchè il commercio viene alimentato dall'agiatezza universale e non dal lusso dei pochi favoriti dalla fortuna. Nazioni più valorose dei loro conquistatori non avrebbero lungo tempo sofferto un giogo straniero; l'insolenza de' vincitori avrebbe reso più forte quell'odio che senza tali motivi divide le popolazioni che parlano un diverso linguaggio; ed una generale sommossa avrebbe rivendicata la schiavitù d'Europa. Ma quand'anche la vergogna de' vinti non si fosse lavata nel sangue italiano, lo spossamento e la debolezza sarebbero stati una necessaria conseguenza di troppo vaste conquiste. La Spagna non potè giammai riaversi dalla nullità in cui fu precipitata dall'ambizione di Carlo V e di Filippo II: lo stesso destino era riserbato ad altra nazione posta in eguali circostanze; e se l'Italia fosse stata conquistatrice e non conquistata, non avrebbe potuto lungo tempo conservare la propria indipendenza.

Vero è per altro che, nella lunga serie dei secoli, giugne pei popoli quell'istante in cui devono rinunciare a questi consigli di moderazione. Se hanno potuto per molti secoli desiderare d'essere abbastanza piccoli perchè tutte le loro parti partecipino di quello spirito di vita, che, conservando all'uomo la sua individualità, sviluppa per mezzo dell'emulazione i talenti ed il genio, giugne il momento in cui devono pensare non a vivere felici e liberi, ma a conservare la propria esistenza, respingendo uno straniero usurpatore, onde conservare o ricuperare quel sentimento d'indipendenza, senza del quale non può esservi nè patria, nè onor nazionale, nè virtù pubbliche. Quando i varj popoli che appartengono alla medesima nazione, sono soggiogati dagli artificj o dalle armi della guerra o della politica; quando uno scettro di ferro pesa, o minaccia di pesare egualmente sopra stati, lungo tempo rivali, questi sono costretti di rinunciare alle antiche gelosie, ad ogni pensiere di quella bilancia de' poteri che più non esiste; ed invece di porsi in guardia contro gli abusi del governo devono tollerarli per non cadere sotto un giogo straniero. Allora è che ogni popolo per unirsi alla gran massa, per salvare la gloria nazionale, deve di buon grado sagrificare le sue leggi, le sue istituzioni, gli antichi oggetti del suo affetto e del suo rispetto, tutto, per dirlo in una parola, perfino la sua venerazione per le forme tutelari della sua libertà e pel sangue de' suoi principi. Ogni popolo deve sentire che la stessa lingua è quel simbolo per cui i popoli di diversi stati devono riconoscere la loro comune origine, quel segno distintivo delle nazioni per cui i membri della medesima famiglia si riuniscono. I popoli elettrizzati da un sentimento che agita egualmente tutte le anime, trovano in questo stesso sentimento, in una passione nazionale i legami d'un nuovo corpo sociale, ed altro omai non cercano che di valersi delle comuni forze nel modo più utile e glorioso. Ma l'oppressione che avrebbe dovuto consigliare gl'Italiani a formare un solo corpo, un solo stato, per difendersi o vendicarsi, non ebbe luogo che all'epoca in cui termina questa storia, quando Carlo V avendo trionfato della Francia, assoggettò tutta l'Italia all'immediato suo dominio o all'influenza de' suoi consigli. Fino a questo tempo possiamo accompagnare colla nostra ragione e col nostro affetto la lunga lotta delle repubbliche italiane pel mantenimento dell'equilibrio; possiamo prendere parte a tutti i loro interessi, vedendoli spronati da grandi disegni e da grandi virtù a generosi sforzi, a penosi sagrificj.

Le prime guerre che lacerarono l'Italia all'epoca di cui siamo per parlare, miravano ad abbassare la potenza imperiale e quella de' signori Ghibellini che ne erano i depositarj in Lombardia: ma il desiderio di vendetta, e l'odio di fazione vi ebbero più parte che la gelosia e la politica, perciocchè o le guerre non avrebbero avuto luogo, o sarebbero state meno lunghe, se i papi non le avessero eccitate e fomentate, sagrificando il riposo de' popoli e la coscienza de' loro pastori alla propria vendetta ed all'ambizione.

Quando i vescovi di Roma, riparatisi in Francia, non si videro più esposti al pericolo di essere vittime essi medesimi delle guerre che provocavano, diedero libero sfogo al loro odio contro l'autorità imperiale, più non curandosi di celare gli ambiziosi progetti che avevano formati sopra l'Italia. Aveva ravvivata la loro gelosia Enrico VII di Lussemburgo colla breve ma gloriosa sua amministrazione: egli aveva mostrato col suo esempio ai papi, che un principe magnanimo e valoroso potrebbe in poco tempo rovesciare l'edificio da loro innalzato in più secoli; aveva fatto sentire ai papi che gl'imperatori, quando fossero potenti in Italia, ridurrebbero i vescovi di Roma nell'antica dipendenza. Questi per allontanare tanto disastro ricorsero alle consuete loro pratiche; lasciarono che le forze della Germania si consumassero in una lunga guerra civile tra i due pretendenti, approfittando d'un'elezione controversa per usurpare i diritti de' principi rivali.

(1314.) Seppesi appena in Germania la morte d'Enrico VII, che due fazioni si posero in campo chiedendo caldamente la corona imperiale. Era capo della prima Federico, duca d'Austria, figliuolo d'Alberto, penultimo imperatore, e nipote di Rodolfo, il fondatore della potenza della casa d'Absburgo. Formavano la contraria parte i partigiani della famiglia di Lussemburgo, diretti da Giovanni re di Boemia figliuolo d'Enrico VII, e da suo zio, Baldovino, arcivescovo ed elettore di Treveri. Nè la corona imperiale era la sola cagione di questa lite; il titolo di re di Boemia, concesso a Giovanni da suo padre, venivagli contrastato dal duca di Carinzia. Aveva questi sposata una figlia dell'ultimo re Ottocare, e perchè voleva trasmettere i suoi diritti alla casa d'Austria, temeva il re Giovanni d'essere spogliato del suo patrimonio, se Federico trionfava. Egli non cercava per se medesimo la dignità imperiale; ma desiderava che fosse accordata a qualche potente principe suo alleato. Offriva perciò la corona dell'impero a Luigi duca dell'alta Baviera; e perchè avesse tempo di condurre a termine i suoi trattati, l'arcivescovo di Magonza, suo zio, aveva protratta dieci mesi, cioè al 19 ottobre del 1314, la convocazione della dieta d'elezione[1].

Nel giorno destinato, gli elettori si recarono alla città elettorale di Francoforte preparati a sostenere colle armi i loro suffragi; perciocchè il solo arcivescovo di Treveri conduceva più di quattro mila cavalli[2]; e quello di Magonza aveva occupato il campo di Rense, ove per antica consuetudine facevansi le elezioni. Si unirono ai due arcivescovi il re Giovanni di Boemia, Waldemaro elettore di Brandeburgo, e Giovanni il vecchio, duca di Sassonia Lavemburgo, che pretendeva di essere l'elettore Sassone. Ma nello stesso tempo Rodolfo conte ed elettore palatino di Baviera, affatto ligio alla casa d'Austria, invece di unirsi agli elettori che volevano dare la corona imperiale a suo fratello Luigi, si fermò a Sachsenhause sobborgo di Francoforte posto sulla riva sinistra del Meno, aprendovi un'altra dieta elettorale. Era egli munito della procura dell'arcivescovo di Colonia, il quale, essendo in aperta guerra colla casa di Lussemburgo, non aveva potuto venire a Francoforte, e si era unito a Rodolfo e ad Enrico duca di Carinzia che intitolavasi re ed elettore di Boemia.

La dieta di Rense intimò al duchi di Sassonia e di Carinzia, all'elettore palatino e a quel di Colonia di presentare al collegio degli elettori i loro titoli al diritto elettorale; ma questi invece di rispondere, nominarono lo stesso giorno, con irregolare elezione, Federico d'Austria re de' Romani. I cinque elettori che trovavansi nel campo di Rense, avuta notizia dell'accaduto, nel susseguente giorno nominarono imperatore a pieni voti Luigi, duca di Baviera, che chiamossi Luigi IV[3].

I due pretendenti avevano i medesimi diritti alla stima ed all'ubbidienza de' loro compatriotti. Il partito austriaco avendo suscitato un principe della casa di Brandeburgo per disputare il diritto di Waldemar, più non rimanevano in cadauna delle parti che due elettori il di cui suffragio non fosse contrastato, ed ognuna ne aveva altri tre, il di cui diritto era dubbioso. I principi rivali appartenevano a due illustri e potenti famiglie; amendue erano valorosi ed arditi, amendue diedero prove, almeno in Germania, di un carattere leale e cavalleresco, ed amendue avevano zelanti campioni che combattevano per loro valorosamente. Giovanni di Boemia difendeva la causa di Luigi, come fosse la sua propria; tenevano le parti di Federico i suoi fratelli, i duchi d'Austria Leopoldo ed Enrico, e Rodolfo elettore di Baviera.

Siccome pareva che l'osservanza delle formalità prescritte per l'incoronazione dovesse assicurare all'uno o all'altro di loro il favore de' popoli, perciò s'affrettarono ambedue di compierle. Luigi venne introdotto dai borghesi di Francoforte nella loro città; fu come imperatore eletto presentato al popolo nella chiesa di san Bartolomeo, consacrata per antica consuetudine a questa funzione; e Federico assediò inutilmente Francoforte per ottenere lo stesso vantaggio[4]. In appresso Luigi fu condotto ad Aquisgrana, di dove aveva dovuto ritirarsi il suo rivale, e vi fu consacrato nel luogo destinato a tale cerimonia, non però dall'arcivescovo di Colonia, che solo aveva il diritto di farlo, ma, in sua assenza, dagli arcivescovi di Magonza e di Treveri. Federico fu invece condotto a Bona dall'arcivescovo di Colonia, e colà consacrato colle sue mani, ma in un luogo in cui questa consacrazione diventava illegale. E per tal modo per una differente ragione le due consacrazioni furono incomplete ed invalide[5].

I due imperatori eletti, Luigi e Federico, erano figli d'un fratello e d'una sorella; il proprio fratello di Luigi, Rodolfo, era il più caldo alleato del suo rivale; una simile discordia divideva tutte le case dei principi; tre cappelli elettorali erano contrastati come la corona imperiale, e le armi dovevano decidere della eredità e dei diritti delle più potenti famiglie. La stessa eguaglianza de' suffragi e l'indifferenza de' principi della Germania settentrionale prolungarono la guerra, soltanto di quando in quando sospesa da reciproco rifinimento di forze. In tale stato di cose i due rivali non potevano tentare di farsi riconoscere in Italia senza abbandonare la Germania al nemico; onde, mentre questa aveva due re de' Romani, l'Italia trovavasi agitata dagli intrighi degli ambiziosi. Nè andò lungo tempo che la cessazione d'ogni autorità suprema, che tenne dietro immediatamente alla vigorosa amministrazione di Enrico VII, produsse tra i Guelfi ed i Ghibellini una guerra non meno accanita di quella che facevansi in Germania i due pretendenti al trono. E questa guerra, resa generale da opposti interessi, da inveterati odj, era cagionata da tante cause diverse quanti erano i capi che la trattavano.

Il papa ed il re di Napoli uniti dal loro attaccamento alla corte di Francia, dallo spirito del partito guelfo, e da una comune ambizione, avevano nemici i nuovi principi Lombardi innalzati di fresco alla sovranità dall'intrigo e dal valore. Questi erano debitori della loro potenza alla violenza delle fazioni; ed i Ghibellini avevano comperato colla perdita della libertà il valore o l'accortezza de' loro capi: perciò i nuovi principi tenevano vive le burrascose passioni che avevano sperimentate tanto vantaggiose ai loro interessi; associavansi essi medesimi ai faziosi, e, quasi la sorte loro fosse attaccata alla difesa d'un trono ancora vacante, si facevano una feroce ed ostinata guerra.

Regnava ancora Clemente V, quando fu portata alla corte pontificia la notizia della morte d'Enrico VII. Sembra che questo papa dipendente dalla Francia, che dimorava ora in una ora in altra provincia di cui non era sovrano, debole per carattere come per situazione, ed incapace di meritarsi l'amore o il rispetto de' fedeli, abbia voluto sollevarsi da questo stato d'avvilimento, manifestando sul primo trono della cristianità pretensioni sconosciute allo stesso Ildebrando e ad Innocenzo III. Pubblicò una bolla per annullare la sentenza pronunciata da Enrico VII contro il re Roberto. «Lo che facciamo, egli diceva, tanto in virtù della indubitata autorità che noi abbiamo sopra l'impero romano, quanto pel diritto a noi competente di succedere all'imperatore nella vacanza dell'impero[6].» In virtù adunque di un tale diritto fin allora sconosciuto, Clemente accordò subito dopo a Roberto re di Napoli il titolo provvisorio di vicario imperiale in tutta l'Italia: il quale vicariato se non veniva rivocato dal sovrano pontefice, durava fino a due mesi dopo l'elezione del legittimo imperatore[7].

Furono queste due bolle gli ultimi atti dell'amministrazione di Clemente V in Italia. Questo pontefice che aveva così vilmente venduti gl'interessi della santa sede e quelli della propria coscienza a Filippo il Bello re di Francia, e che gli aveva sagrificato l'ordine de' Templari, morì a Rochemauri l'anno medesimo della morte di Filippo il 20 aprile del 1314, mentre preparavasi a tornare a Bordò sua patria per ricuperare col favore dell'aria nativa la mal ferma sua salute[8]. La terribile citazione d'un templario, che di mezzo alle fiamme aveva chiamati Clemente e Filippo innanzi al tribunale di Dio, parve in tal modo compiuta.

Clemente V aveva ammassati grandi tesori vendendo i beneficj ecclesiastici, e facendo altri scandalosi mercati, che lo resero esecrabile ai suoi contemporanei[9]. Oltre il danaro che teneva ne' suoi forzieri, aveva arricchiti tutti i suoi parenti e famigliari; ma le sue generosità non gli avevano guadagnato l'affetto di nessuno: perciocchè, appena morto, tutti coloro che abitavano nel suo palazzo, si scagliarono addosso ai suoi tesori; e non vi fu fra tanti neppure un solo servitore fedele che si prendesse cura del cadavere del suo padrone: onde essendo caduti alcuni torchi che ardevano intorno al feretro, vi appiccarono il fuoco, che, comunicatosi ben tosto all'appartamento, obbligò finalmente i rubatori ad occuparsene, e lo spensero; ma il palazzo e la guardaroba erano stati talmente spogliati, che non si trovò che un vecchio mantello per cuoprire il corpo mezzo abbrustolito del più ricco papa che governasse la chiesa[10].

Ventitre cardinali adunaronsi a Carpentrasso per dare un nuovo capo alla cristianità. Sebbene gl'Italiani non fossero che sei, siccome la lontananza del papa dalla greggia di cui era immediato pastore, risguardavasi come uno scandalo pubblico che aveva eccitate le lagnanze di tutti i cristiani, i pochi italiani contrappesavano ancora nel conclave il credito dei Francesi. Ma due parenti del papa defunto entrarono il 24 luglio con un corpo di truppa in Carpentrasso, e vi eccitarono la sedizione per isforzare il conclave a nominar papa un Guascone. Furono incendiate le case dei cardinali italiani e di molti cortigiani e mercanti della stessa nazione, e minacciati di morte i capi della chiesa; finalmente il pericolo si fece così urgente, che i cardinali italiani, chiusi in conclave, fecero atterrare un muro dietro al palazzo e fuggirono. Questa diserzione costrinse il collegio de' cardinali a separarsi, e protrasse più di due anni la nomina del nuovo pontefice[11].

Filippo conte di Poitou, che fu poi conosciuto sotto nome di Filippo il lungo, re di Francia, ottenne di riunire a Lione i dispersi cardinali l'anno 1316. Per averli presso di lui aveva loro solennemente promesso di non segregarli in conclave; ma mancò loro di parola[12]. Li fece entrare nel sacro ricinto il 28 di giugno, di dove non uscirono che dopo quaranta giorni di lotta, proclamando il 7 agosto Giacomo d'Ossa, nativo di Cahors, in allora vescovo di Porto, che si fece chiamare Giovanni XXII. Era il d'Ossa cancelliere di Roberto, re di Napoli, e sua creatura. Era nato vilmente, ma aveva saputo innalzarsi co' suoi talenti non meno che coll'intrigo e coll'arditezza. Si dice che in principio della sua carriera aveva recato a Clemente false commendatizie del re Roberto, e che con tal mezzo ottenne i vescovadi di Frejus e di Avignone[13]. Si racconta pure che nel conclave in cui fu creato papa erano divisi i suffragi; che i Guasconi volevano un papa del loro paese, e che i Francesi ed i Provenzali si unirono agl'Italiani per riportare la santa sede a Roma. Allora non potendo i due partiti andare d'accordo, convennero di porre la nomina del successore di san Pietro in arbitrio del cardinale d'Ossa, il quale con infinito stupore del sacro collegio nominò sè stesso[14]. Per altro l'aperta parzialità di Giovanni XXII per gli oltramontani, la sua vile dipendenza dalle corti di Parigi e di Napoli, la risoluzione da lui presa di fissare in Provenza la sede pontificia, ed i mali cagionati all'Italia dalla sua ambizione e dalla sua venalità, inasprirono in modo gl'Italiani contro di lui, che forse non meritano intera fede le scandalose voci divulgate da' suoi contemporanei intorno alla sua promozione.

Dopo la morte d'Enrico VII, Roberto re di Napoli era rimasto senza paragone il più potente sovrano d'Italia. Aveva aggiunto al regno della Puglia la signoria di molte città del Piemonte e l'alleanza di tutti i Guelfi dello stato della chiesa, della Toscana, della Lombardia, che in forza della concessione di Clemente V lo riconoscevano per vicario imperiale. Era Roberto nello stesso tempo sovrano della Provenza, onde tenevasi i papi affatto soggetti, ed aveva un illimitato credito alla corte di Francia. Teneva uniti questi stati l'interesse del partito guelfo, del quale Roberto prendevasi più cura che di tutt'altro affare; e preparavasi ad approfittare dell'interregno dell'impero e delle guerre civili di Germania per ischiacciare affatto il partito ghibellino in Italia.

Ma questo partito era diretto da capi valorosi ed illuminati, da capi intrepidi e pieni di zelo, che potevano lungamente resistere ai loro nemici; da capi strettamente uniti dal timore d'imminente ruina, e che l'implacabile odio della parte guelfa teneva fermi ne' loro principj. Questi capi di parte avevano ottenuta la sovranità della loro patria. Contavansi tra i principali Matteo Visconti signore di Milano e di parte della Lombardia, Cane della Scala signore di Verona e di parte della Venezia, Passerino Bonacossi signore di Mantova, Castruccio Castracani signore di Lucca e capo in Toscana del partito cui aveva formato Uguccione della Fagiuola, e per ultimo Federico di Montefeltro, signore d'Urbino, capitano dei Ghibellini della Marca d'Ancona e del ducato di Spoleto. Altri meno potenti e meno rinomati gentiluomini comandavano in città di minore importanza, in castelli ed in villaggi fortificati, che tenevano soggetti alla lega ghibellina.

Come capo di tutti i Ghibellini d'Italia veniva risguardato, non meno per la sua avanzata età, che per i suoi maturi consigli e per la superiorità delle sue forze, Matteo Visconti. Perciò contro di lui diresse Roberto i suoi primi attacchi: Ugo di Baux che comandava per lui in Piemonte, essendosi alleato colle città di Pavia, Vercelli, Asti ed Alessandria[15], raccolti i fuorusciti della casa de' Torriani coi loro seguaci e la maggior parte de' Guelfi della Lombardia, portò la sua armata a due mila cavalli e dieci mila pedoni. Con queste forze entrò nella Lumellina; ed il giorno 24 decembre del 1313 incontrò presso di Abbiate Grasso l'armata de' Visconti e la ruppe[16]. Ma non tardò a manifestarsi la discordia nel campo di Ugo tra i Provenzali ed i Lombardi. I contadini abbandonati alle molestie delle truppe unironsi ai suoi nemici; ed Ugo, sebbene vittorioso, si trovò costretto di abbandonare vergognosamente il territorio milanese[17].

Nel susseguente anno 1314 Roberto pose alla testa dei Guelfi di Lombardia Ugo, Delfino del Viennese; il quale riunì come il suo predecessore una bell'armata composta delle milizie delle città guelfe e de' fuorusciti delle ghibelline; ma anche quest'armata non ebbe successi proporzionati alla sua forza. Dopo avere invano tentato d'impadronirsi di Piacenza, Ugo si ritirò in disordine ad Alessandria; e l'armata si dissipò senza avere combattuto[18].

Fu in questo stesso anno che le forze del re Roberto unite a quelle de' Fiorentini ebbero la terribile disfatta di Montecatini, di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo: come pure appartengono alla stessa epoca le vittorie riportate da Cane della Scala sopra i Padovani ed i Guelfi della Marca Trivigiana. Soltanto nel Milanese la vittoria non erasi dichiarata per verun partito; e nel cominciare della campagna del 1315, Matteo Visconti, stretto dalla banda di Bergamo dai fuorusciti di questa città[19], e dalla parte del Po dai Guelfi di Pavia, di Vercelli e di Alessandria[20], fu in pericolo di perdere Bergamo, e costretto ad abbandonare la Lumellina ai nemici che la saccheggiarono. Ma il Visconti, che conosceva quanto quella della guerra, l'arte delle negoziazioni, accordò agli esiliati bergamaschi una pace vantaggiosa[21], e volgendo tutte le sue forze contro i Pavesi, li ruppe la prima volta in luglio presso alla Scrivia, e nel susseguente ottobre s'impadronì per sorpresa della loro città[22]. La morte del conte Riccardo di Langusco, il capo de' Guelfi pavesi, la prigionia di molti signori della famiglia della Torre, il saccheggio e la ruina d'una città che doveva essere considerata come la capitale della parte guelfa in Lombardia, furono le prime conseguenze di questo avvenimento. Non tardò il terrore ad impadronirsi de' Guelfi, onde le città di Tortona e d'Alessandria si diedero volontariamente a Matteo Visconti[23]. Como, Bergamo e Piacenza erano di già a lui soggette, ed il partito ghibellino trionfò in quasi tutta la Lombardia.

Tale era lo stato delle fazioni, in Italia, quando venne creato in Lione papa Giovanni XXII. Roberto che aveva avuto una serie di sventure durante l'interregno della chiesa, volle allora sperimentare se col mezzo di un pontefice, che gli era affatto ligio, e coi soccorsi delle sue armi spirituali potrebbe restaurare quell'equilibrio che i suoi generali avevano lasciato distruggere. Siccome i capi che combattevano contro di lui, pretendevano di essere rivestiti dell'autorità imperiale, pensò di volerneli privare; e Giovanni XXII dichiarò con una bolla pontificia decaduti, alla morte d'Enrico VII, da' loro diritti quelli che il defunto monarca aveva nominati suoi vicarj imperiali. «Dio medesimo, diceva il papa, confidò l'impero della terra come quello del cielo al sommo pontefice, e durante l'interregno tutti i diritti dell'imperatore sono devoluti alla chiesa; e quello che, senza averne chiesta ed ottenuta la permissione dalla sede Apostolica, continua ad esercitare le funzioni che gli aveva accordate l'imperatore, si rende colpevole, offendendo la stessa divina maestà[24]

Non voleva il Visconti apertamente dichiararsi contro la chiesa, ma non voleva pure lasciarsi spogliare della sua autorità. S'avvide che il potere confidatogli da Enrico non poteva sopravvivergli, e rinunciò al titolo di vicario imperiale, ma chiese ai popoli da lui governati che colla loro approvazione confermassero la sua autorità, ed assunse il nuovo titolo di capitano e difensore della libertà milanese[25].

Quest'atto di deferenza non salvò il Visconti dalla collera del papa, il quale lo stesso anno 1317 pronunciò contro di lui sentenza di scomunica, e pose Milano sotto l'interdetto; ma tutt'ad un tratto le armate collegate di Roberto, del papa e de' Guelfi s'allontanarono dalla Lombardia a cagione della rivoluzione scoppiata in Genova; e tutte le forze delle fazioni si ridussero nella Liguria, in un angusto spazio tra le montagne ed il mare per decidere del dominio di tutta l'Italia.

Quattro grandi famiglie, i Doria, gli Spinola, i Grimaldi ed i Fieschi amministravano da lungo tempo la repubblica di Genova: una gioventù bellicosa, grandi ricchezze, vasti feudi nelle due riviere sparsi di fortezze assicuravano la loro potenza. Le due prime famiglie erano ghibelline, guelfe le altre; ed un'impaziente rivalità teneva sempre divisi coloro, che la stessa fazione avrebbe dovuto conservare uniti. I Doria e gli Spinola governavano Genova dopo il passaggio d'Enrico VII fino al presente, ed i Grimaldi ed i Fieschi n'erano sbanditi. Ma i primi non sapevano frenare la mutua loro gelosia, volendo ogni famiglia regnar sola; onde, in occasione d'una sommossa nella piccola città di Rapallo, i Doria attaccarono gli Spinola in febbrajo del 1314[26]. La guerra civile si prolungò ventiquattro giorni nell'interno della città; i molti loro palazzi eransi trasformati in fortezze, che venivano a vicenda attaccate e difese, e la sorte della guerra era sempre incerta[27]. Intanto i Doria chiamarono in loro soccorso gli esiliati guelfi, Grimaldi e Fieschi, e costrinsero gli Spinola ad abbandonare la città.

Ma i vincitori che volevano attaccare gli Spinola nelle loro rocche, furono costretti prima di tutto di ricompensare gli alleati da cui erano stati ajutati; onde divisero il governo dello stato coi Guelfi, e non tardarono ad accorgersi di non essere i più potenti. Nel 1317 i Guelfi vollero finalmente ridonare la pace alla città, ed ordinarono ai Doria di riconciliarsi cogli Spinola; e perchè i primi non ubbidivano, aprirono le porte agli Spinola. Una strana rivoluzione emerse in allora da così violenta animosità e dal reciproco timore. Spaventati i Doria dalla superiorità che acquistavano i loro nemici, uscirono, senza combattere, dalle mura di Genova; e gli Spinola non meno dei Doria atterriti nel trovarsi in balìa de' Guelfi che gli avevano chiamati, abbandonarono ancor essi la città; onde i Grimaldi coi Fieschi si trovarono soli padroni della repubblica loro abbandonata dalle due fazioni ghibelline.

Le due famiglie rivali che trovaronsi esiliate assieme dopo avere volontariamente abbandonata la patria ai loro nemici, non tardarono, nel comune infortunio, a riconciliarsi. S'impadronirono di Savona e di Albenga, che fortificarono per servire di centro alle loro forze. I Ghibellini delle montagne si unirono ai fuorusciti genovesi, cui Matteo Visconti e Cane della Scala promisero larghi soccorsi[28].

In marzo del 1318 Marco Visconti, figliuolo del signore di Milano, passò le montagne della Bocchetta con un'armata, e si avanzò fino alle porte di Genova per assediarla. Una flotta ghibellina, equipaggiata a Savona dagli emigrati, presentossi nello stesso tempo innanzi al porto, e dopo varie scaramucce s'impadronì della torre del Faro. L'armata del Visconti si divise ne' sobborghi di san Giovanni e di sant'Agnese, occupando le valli di Bisagno e della Polsevera[29]. I Grimaldi ed i Fieschi, vedendosi addosso tutte le forze de' Ghibellini d'Italia, scrissero al re Roberto di Napoli ed a tutte le città guelfe per avere soccorsi.

Roberto che fino allora aveva affidato il maneggio della guerra in Lombardia ed in Toscana ai suoi generali e ai principi del sangue, credette la difesa di Genova di tale importanza, che volle incaricarsene egli medesimo. Genova signoreggiava per alcuni rispetti il mar Tirreno, e teneva aperta la comunicazione tra gli stati di Roberto nella Provenza e nel regno: e le città che possedeva in Piemonte, e le città guelfe di Lombardia non potevano difendersi o riconquistarsi che per la via di Genova. Apparecchiata perciò una flotta di venticinque galere, il re colla regina sua consorte e due de' suoi fratelli s'imbarcò il 10 luglio a Napoli, ed entrato il 21 nel porto di Genova, scese all'istante sulla piazza del palazzo con mille duecento cavalli dichiarando al popolo adunato ch'era venuto a difenderlo e salvarlo[30].

L'apparente generosità del re eccitò quella del popolo; il suo discorso riscosse i più vivi applausi, e per uno spontaneo movimento l'assemblea accordò per dieci anni a lui ed al papa congiuntamente la signoria dello stato. I due capitani o capi dello stato abdicarono la loro autorità, e tutti i cittadini giurarono ubbidienza al re di Napoli. Questo subito impensato avvenimento fece sospettare agli stessi Guelfi che fosse stato anticipatamente preparato dai suoi intrighi[31].

La presenza di Roberto non iscoraggiò gli assedianti, i quali continuarono i loro attacchi contro il corpo medesimo della piazza, e s'impadronirono di sant'Agnese, che per mezzo d'un ponte comunicava colle mura della città. Durante l'autunno e l'inverno ebbero luogo quasi ogni giorno caldissime zuffe, nelle quali i Ghibellini erano d'ordinario vincitori[32]. Le due parti che dividevano tutta l'Italia, attaccavano la maggiore importanza all'assedio di Genova, e pareva che i loro campioni avessero convenuto di trovarsi tra quelle montagne per combattere. Si videro arrivare un dopo l'altro al campo ghibellino il marchese di Monferrato, Castruccio Castracani, signore di Lucca, e le genti mandate dai Pisani, da Federico, re di Sicilia, e dallo stesso imperatore di Costantinopoli. Dal canto suo, Roberto riceveva soccorso dai Fiorentini, dai Bolognesi e dai Guelfi della Romagna. Gli assedianti avevano mille cinquecento cavalli, gli assediati più di due mila cinquecento; ma questa greve cavalleria, che in tutt'altri luoghi decideva la sorte delle battaglie, chiusa in mezzo a selvagge scoscese montagne, non aveva terreno abbastanza piano per combattere, e languiva nell'ozio e nelle privazioni senza poter metter fine a questa guerra con un'azione generale. Roberto, la di cui impazienza veniva accresciuta dalla superiorità delle forze, aveva più volte tentato d'uscire da questa specie di prigione; ma soltanto il 5 febbrajo del 1319 gli riuscì di sbarcare a Sestri di Ponente ottocento cavalli e quindici mila fanti. Con ciò tagliava la comunicazione tra Savona, ove trovavasi il grosso degli emigrati, ed il campo degli assedianti; i quali essendo stati rotti nel voler impedire lo sbarco de' nemici, dovettero, dopo dieci mesi d'inutili attacchi, levare l'assedio di Genova, abbandonando parte delle loro salmerie, e ritirarsi in Lombardia, senza che Roberto osasse d'inseguirli attraverso le gole dell'Appennino[33].

Ma il re volendo consolidare in Genova quell'autorità concessagli dalla violenza dello spirito di partito, consigliava i Guelfi ad abusare della vittoria. I magnifici palazzi dei Ghibellini che facevano il principale ornamento della città, furono dal popolo furibondo incendiati e distrutti fino ai fondamenti. Furono egualmente distrutte le belle case di campagna, circondate da deliziosi giardini nelle valle di Bisagno e della Polsevera: e dopo quest'odioso saccheggiamento, il re, il clero, ed i cittadini, quasi avessero ottenuta una vittoria contro i barbari e gl'infedeli, non contro i loro compatriotti, portarono in processione le reliquie di san Giovanni Battista, e ringraziarono Dio nelle chiese degli ottenuti vantaggi e del sangue sparso[34].

Dopo avere in tal modo celebrata la sua vittoria, Roberto partì dalla Liguria il giorno 29 d'aprile con parte delle sue truppe e delle sue galere; e mentre andava in Provenza alla corte del papa, i Ghibellini riconducevano la loro armata sotto Genova per riprenderne l'assedio. Fino dal 25 di maggio alcune galere di Savona erano entrate nel porto di Genova facendovi varie ricche prede, ma l'armata assediante si accampò presso le mura di Genova soltanto il giorno 27 di luglio; ed il 3 di agosto Corrado Doria chiuse il porto agli assediati con ventotto galere. I Ghibellini ripresero nuovamente i sobborghi, e vi rimasero quattro anni, azzuffandosi frequentemente pel possesso d'ogni ridotto, di ogni chiesa, di ogni casa che poteva fortificarsi. La medesima guerra sostenevasi con egual furore nelle due Riviere; ma l'occidentale era principalmente occupata dai Ghibellini, e l'orientale dai Guelfi. I Genovesi si andavano cercando per azzuffarsi anche ne' più rimoti mari, e per fino nelle colonie della Grecia e del Levante[35]. Per altro i principali capi ghibellini dell'Italia non trovaronsi personalmente al secondo assedio di Genova, e tennero viva la guerra nelle altre province.

L'anno 1317, Ferrara era stata tolta alla parte guelfa. Questa città, già da un secolo sottomessa alla casa d'Este, erasi costantemente mantenuta fedele al partito della chiesa; ma era stata governata ed oppressa dai Guasconi mandativi dal papa e dal re Roberto, quando nel 1308 approfittando delle guerre civili che dividevano i principi d'Este, avevano spogliati gli antichi loro alleati della propria sovranità. I marchesi d'Este rifugiati a Rovigo avevano perciò dovuto cercare l'alleanza de' Ghibellini per difendersi contro un papa che gli aveva traditi; ed i Ferraresi dal canto loro accecati da immenso odio confondevano la chiesa coi Guasconi, alle di cui soverchierie erano stati dal papa abbandonati. Improvvisamente presero le armi il 4 agosto 1317, scacciarono i Guasconi da Ferrara, che si rifugiarono in castel Tealdo, ove furono assediati dagl'irritati cittadini, e costretti a capitolare il giorno 15 dello stesso mese. I marchesi d'Este furono di nuovo proclamati signori di Ferrara, e si affrettarono di entrare nella lega ghibellina che sola poteva mantenerli nella loro signoria[36].

Questa lega cercava in tal tempo di consolidarsi per mezzo di più regolare organizzazione. In dicembre del 1318 adunossi in Soncino, grossa borgata posta sulla riva dell'Oglio, una dieta de' principali capi, ove Cane della Scala, signore di Verona, cui il valore e la munificenza avevano fatto dare il nome di Grande, fu di comune consentimento dichiarato direttore e capitano della lega de' Ghibellini in Lombardia[37].

Mentre Cane, per giustificare la confidenza de' suoi alleati, assediava Padova, che avrebbe espugnata, se, impensatamente attaccato dal conte di Gorizia, non avesse dovuto ritirarsi[38], e che Marco Visconti sorprendeva sotto Alessandria Ugo di Baux, che nella totale disfatta della sua armata perdè la gloria e la vita[39], il papa, trovandosi in Avignone al sicuro da tutti i rovesci de' suoi alleati, andava cercando quale nuovo avversario potesse far insorgere contro i Visconti, che mortalmente odiava. Un prelato, universalmente creduto suo figliuolo, Bertrando del Poggetto, cardinale di san Marcello, arrivò in Italia l'anno 1319 col titolo di legato. Egli aveva ordine di perseguitare acremente i Ghibellini, che la corte d'Avignone non esitava di risguardare come eretici. Bertrando, appena giunto in Asti, ordinò a Matteo Visconti di presentarsi entro due mesi alla corte pontificia per giustificarsi, se lo poteva, dalle accuse d'eresia ond'era aggravato; gl'ingiungeva pure di richiamare i Milanesi esiliati, di sottomettersi al re Roberto, vicario imperiale in Italia, e di rinunciare al governo della sua patria[40].

La corte d'Avignone non era più diretta da religioso fanatismo, e lo stesso legato, profanamente ambizioso pensava a tirar profitto dalle guerre civili per formarsi una sovranità in Italia, non già per sostenere colle armi la purità della fede, ed una religione costantemente smentita da' suoi perduti costumi: e s'egli adoperava contro i nemici le armi ecclesiastiche, lo faceva lusingato di fare ancora qualche impressione sullo spirito del popolo; ma non ignorava che i Visconti le avrebbero disprezzate, onde cercava più efficaci sostegni alle sue sentenze.

Filippo di Valois, figliuolo di quel Carlo che un altro papa aveva chiamato in Italia per sottomettere i Bianchi di Firenze, aveva accettato con vivo trasporto una tale missione, mercè la quale sperava di ottenere facile gloria e grandi ricchezze. Filippo, in allora nipote del re di Francia al quale doveva in breve succedere, scese in Italia col magnifico corteggio di sette conti, cento venti alfieri, e circa seicento cavalli. Mille cinquecento cavalieri lo stavano aspettando in Asti, ed altri mille mandati da Firenze e da Bologna si avanzavano per incontrarlo. Carlo di Valois, padre di Filippo, il siniscalco di Beaucaire, il re di Francia ed il re Roberto facevano pure sfilare alcuni corpi di truppa verso la Lombardia; ma Filippo pensò che prima del loro arrivo avrebbe potuto condurre a fine qualche gloriosa impresa, e con circa due mila cavalli entrò nel paese nemico e s'accampò a Mortara posta fra Tortona e Novara.

Ma non tardò ad accorgersi dell'imprudente sua marcia, quando per altro non eragli più permesso di riparare al fallo in cui l'aveva strascinato la sua presunzione. I due figli del signore di Milano Galeazzo e Marco Visconti si avanzarono sopra di lui con forze assai maggiori, ed invece di attaccarlo, gli chiesero un abboccamento. «La vostra posizione è affatto disperata, essi gli dissero; voi vi trovate chiuso tra due grandi fiumi, il Po ed il Ticino, circondato da città nemiche, e da forze molto superiori alle vostre; onde dovete aspettarvi di essere rotto in battaglia, o di perire di fame; ma noi siamo ben lontani dal voler approfittare della vostra pericolosa situazione. Nostro padre fu armato cavaliere dal vostro, onde dev'esservi tra di noi amicizia e fraternità d'armi: ricevete dunque il pegno di quest'amicizia ereditaria nei regali che vi offriamo, e più non v'immischiate negli affari d'Italia.» Filippo accettò in fatti i magnifichi presenti che i Visconti avevan fatti recare per lui e pei suoi consiglieri; poi parte per timore ed in parte cedendo alla seduzione, invece di pensare a farsi strada colla punta della spada, si ritirò vergognosamente in Francia dopo aver aperti ai Ghibellini alcuni castelli, che Roberto gli aveva affidati. I corpi d'armata che venivano a raggiugnerlo, rimasero esposti ad essere separatamente attaccati e distrutti dai Visconti[41].

Dopo la ritirata di Filippo di Valois, Raimondo di Cordone gentiluomo aragonese, ch'erasi assai distinto nell'assedio di Genova, fu scelto da Roberto e dal papa per comandare i Guelfi in Italia: ma intanto altre vittorie dei Ghibellini assicuravano sempre più la potenza de' Visconti; Vercelli dovette loro arrendersi nel 1321, ed il 5 gennajo del susseguente anno Galeazzo Visconti entrò in Cremona per la breccia e l'abbandonò al saccheggio.

Fin a quest'epoca il papa erasi lusingato di approfittare delle guerre civili di Germania per disoggettare affatto l'Italia dall'impero, e stabilire sopra di lei colle armi francesi una nuova autorità. Però erano già otto anni passati da che era incominciato l'interregno di Germania, ed in questi otto anni di confusione e di guerra civile, l'autorità del papa invece di consolidarsi in Italia, pareva che andasse declinando. Giovanni XXII non aveva mai voluto dichiararsi per alcuno dei due canditati all'impero; sperava che, snervandosi vicendevolmente colla guerra, avrebbe potuto obbligarli a riconoscersi dipendenti dalla santa sede; e fors'anche, come ne corse allora la voce, pensava di allontanarli un giorno ambedue, per disporre a suo arbitrio della corona imperiale. Ma finalmente le vittorie de' Visconti gli fecero cambiare il suo sistema di politica. Si volse dunque a Federico d'Austria, sul quale conosceva di avere maggior credito che sopra Luigi di Baviera. Il primogenito di Federico aveva sposata una sorella del re Roberto, e la casa d'Austria erasi piuttosto mostrata favorevole ai Guelfi. Giovanni XXII del 1322 promise a Federico di dichiararsi pel suo partito, chiedendogli in contraccambio che facesse una diversione in suo favore. Federico che sommamente desiderava l'appoggio del papa, spedì suo fratello Enrico in Italia con mille cinquecento uomini d'armi[42]. Enrico d'Austria entrò in Brescia il giorno 11 d'aprile, ove fu raggiunto dai fuorusciti delle città vicine, dai Torriani rifugiati in Venezia, e da circa due mila volontarj.

Il Visconti trovandosi ad un tempo stretto da Raimondo di Cordone e dal cardinale Bertrando che andava contro di lui rinnovando le scomuniche, desiderava di evitare una battaglia col nuovo avversario suscitatogli dal papa in Germania. Fece offrire ad Enrico ragguardevoli donativi perchè sospendesse la marcia fino all'arrivo de' riscontri che aspettava da Federico, cui aveva mandati degli ambasciatori. Faceva a questi rappresentare che senza pretendere di farsi giudice tra i due candidati all'impero, egli difenderebbe i diritti spettanti al vincitore. Ch'era pronto a riconoscere Federico come suo superiore, suzerain, quando venisse a prendere la corona a Monza: che allora gli aprirebbe le porte di Milano, e l'accompagnerebbe co' suoi cavalli per tutta l'Italia: ma che se egli stesso veniva spogliato dal papa e dal re Roberto, l'impero più non potrebbe riavere ciò che gli si farebbe perdere; che la nuova pretensione di Giovanni XXII di dare un vicario all'impero in tempo dell'interregno, non era meno lesiva dei diritti di Federico, che di quelli di Luigi; che quand'avrebbe stabilito un eguale diritto sopra l'Italia, il papa lo stenderebbe subito alla Germania, e con tale pretesto spoglierebbe in fine i due competitori per giugnere più direttamente a' segreti suoi fini di dare a Roberto la corona imperiale[43].

Federico, illuminato da queste considerazioni, scrisse a suo fratello che lo vedrebbe con piacere ritirarsi dall'Italia, quando potesse farlo senza vergogna. D'altra parte Enrico, arrivato a Brescia, chiese come luogotenente del re de' Romani che la città riconoscesse la sua autorità. Ma quello che comandava a Brescia per parte di Roberto, si rifiutò, dichiarando che il suo padrone era il solo vicario in tempo dell'interregno. Enrico offeso da tale rifiuto, e determinato di non voler combattere per il solo vantaggio di Roberto, si ritirò senza aver veduti i confini del territorio di Milano. Il 18 maggio del 1322 si pose in cammino alla volta di Verona, ove fu magnificamente accolto da Cane della Scala; talchè i capi del partito ghibellino erano sicuri del favore dei due pretendenti[44].

In tal modo i Ghibellini di Lombardia attaccati nel loro proprio paese dalla contraria fazione che aveva eguali forze, mentre lottavano al di fuori colla superiore potenza del re di Napoli e colle ricchezze del papa, riuscivano a far ritirare due ragguardevoli armate, venute dalla Francia e dalla Germania per unirsi ai loro nemici: onde quando la loro condizione sembrava peggiorare, acquistavano maggiore opinione con inaspettate vittorie. Ma queste costanti prosperità erano in ispecial modo dovute a Matteo Visconti, e dovevano avere con lui fine. Matteo, chiamato il Grande, epiteto di cui il quattordicesimo secolo fu a molti liberale, può risguardarsi come il più perfetto modello dei principi d'Italia. Valoroso senza ostentazione, buon capitano senza per altro aver talenti militari superiori al suo secolo, egli s'innalzò al di sopra di tutti i principi suoi coetanei coi suoi talenti politici, colla profonda conoscenza del cuore umano, degl'interessi e delle passioni di tutti coloro ch'egli voleva maneggiare, colla sua calma in mezzo alle agitazioni, colla sua prontezza nel risolvere e colla costanza nel tener dietro al suo scopo, colla sua destrezza nel fingere, talvolta nell'ingannare, col suo talento di saper predominare gli opposti caratteri e gli spiriti indomabili. Nella prima epoca della sua grandezza, avanti la fine del secolo terzo decimo, erasi imprudentemente abbandonato all'orgoglio che gl'ispirava il sentimento della propria potenza, aveva offesi i principi suoi vicini, e disgustati i popoli da lui governati; onde la sua caduta l'anno 1302 fu una conseguenza de' suoi errori. Ma un esilio e un avvilimento di nove anni avevano sviluppato in lui tutte le qualità di un capo di parte, e insegnatogli l'arte di sapersi moderare. Dopo che, l'anno 1311, la venuta d'Enrico VII in Milano gli aveva dato il modo di riprendere la sovranità, l'aveva conservata undici anni, senza che i popoli indocili ch'egli si era assoggettati dassero il più piccolo segno di malcontento per la ruinosa guerra in cui gli aveva strascinati, senza che gli si ribellasse una sola delle città conquistate, senza che le scomuniche della chiesa, da cui era frequentemente colpito, smovessero la coscienza di un solo de' suoi servitori, senza che andasse a male in sua mano una sola della sue negoziazioni. Matteo Visconti non era un uomo virtuoso; ma la di lui riputazione, di cui si prendeva estrema cura, non era macchiata da verun delitto, da veruna perfidia: non era sensibile, nè generoso, ma non gli si potevano nemmeno rimproverare crudeltà. I suoi quattro figli, i migliori capitani de' tempi loro, erano quasi parti di lui medesimo; ne dirigeva egli stesso tutti i movimenti, e soltanto la sua morte fece conoscere quali caratteri intolleranti, indomabili aveva saputo piegare all'ubbidienza. Finalmente Matteo era giunto ad un'avanzata vecchiaja[45], quando un subito cambiamento del suo carattere fu il presagio della sua morte e delle rivoluzioni che dovea cagionare.

Erano omai più di vent'anni che Matteo Visconti trovavasi in guerra colla chiesa, e doveva in gran parte l'attaccamento de' suoi partigiani al loro odio per il governo de' preti; era egli stato più volte scomunicato, e recentemente, il 14 gennajo di questo stesso anno, il cardinale del Poggetto con tre giudici inquisitori avevalo condannato come eretico sulla pubblica piazza di Asti, dichiarandolo empio, colpevole, nemico di Dio e del nome cristiano[46]. Matteo aveva sempre con dignitosa calma respinti questi violenti attacchi; aveva protestato essere pura la sua fede, indipendente il suo principato; aveva risposto che sottometteva la sua coscienza alla chiesa, ma non il suo governo ai preti, ed aveva mostrato di accarezzare l'opinione de' cattolici nello stesso tempo che combatteva il papa. Tutt'ad un tratto sorpreso da un rimorso, si vide con estremo turbamento sull'orlo del sepolcro involto in una sentenza che condannava la sua anima agli eterni tormenti; dimenticando l'esperienza che aveva fatto della politica affatto mondana del papa, e le regole dietro le quali erasi egli stesso condotto, ad altro più non pensò che ad involarsi all'inferno che sembravagli aprirsi sotto i suoi passi. Tra i Milanesi più ben affetti alla chiesa scelse dodici ambasciatori che mandò al legato, per chiedere di trattare con lui, e per sapere a quali condizioni potrebbe ottenere l'assoluzione de' suoi peccati, e far levare l'interdetto dagli stati da lui governati. Il cardinale Bertrando, cui le sofferte sconfitte non avevano niente tolto della sua arroganza, domandò che i Visconti richiamassero a Milano tutti gli esiliati, loro restituendo i proprj beni, e rinunciassero alla sovrana autorità. Matteo esaminò queste proposizioni, che avrebbero interamente minata la sua famiglia, le comunicò al consiglio della città, e da tale istante mancò l'incantesimo con cui aveva governato lo stato; sentì ognuno che le lunghe guerre in cui vedevasi impegnato, che i pericoli cui esponeva la sua anima e tutti i suoi beni temporali, non avevano altro oggetto che la difesa di una famiglia ambiziosa ch'erasi usurpata l'autorità sovrana nella repubblica. Un vivo desiderio della pace s'impadronì degli spiriti: ma Galeazzo, il figliuolo primogenito di Matteo, che, avendo avuto sentore di tale trattato, era sollecitamente ritornato da Piacenza, si oppose con tanta forza alle ruinose concessioni cui rassegnavasi il padre, che, non potendo Matteo fare scelta tra gl'interessi di sua famiglia e quelli del cielo, rinunciò la sovranità in mano del figliuolo, ad altro più non pensando che a rendere la pace alla sua coscienza; e fu veduto ne' pochi giorni che sopravvisse frequentare soltanto le chiese, e tra le pratiche divote ripetere il simbolo della fede, e chiamare i fedeli in testimonio della sua ortodossia. Essendo stato a visitare la chiesa di Monza, cui aveva reso il suo tesoro lungo tempo impegnato, cadde infermo, e morì fuori di Milano (in Crescenzago) il 22 giugno del 1322; ma non si propalò nè la morte, nè il luogo in cui fu sepolto, perchè non fossero sparse al vento le sue ceneri, come avealo ordinato il papa[47].

Galeazzo si adoperava per farsi molti partigiani nella città e nell'armata finchè non si conosceva la morte del padre; e quando non potè più celarla, trovossi abbastanza forte per prendere egli stesso il titolo di capitano generale; ed il suo credito venne subito assodato dalla vittoria che Marco Visconti, suo fratello, riportò il 6 di luglio al ponte di Basignano sopra Raimondo di Cardone e le truppe della chiesa[48].

Ma gli spiriti ardenti ed inquieti che Matteo Visconti aveva calmati colla sua destrezza, o compressi coll'autorità, si abbandonarono a tutta la violenza delle loro passioni. Eravi in Piacenza un gentiluomo ghibellino detto Vergusio Landi, cui Galeazzo Visconti, avendone sedotta la consorte, esiliò per non trovarsi esposto alla sua vendetta. Landi rifugiatosi presso i Guelfi, erasi guadagnata la loro confidenza: ed avendoli impegnati ad ajutarlo nella sua vendetta, con quattrocento cavalli che gli affidò il legato, trovò modo d'introdursi in Piacenza il giorno 9 di ottobre, di far ribellare la città e di riconciliarla colla chiesa e colla parte guelfa[49]. Nello stesso tempo i negoziatori, che Matteo Visconti aveva spediti al legato, e che dopo la di lui morte vedevano perduta ogni speranza di pace, andavano esacerbando il popolo contro una famiglia che dicevano ambiziosa ed empia, la quale per conservare la sua tirannide sopra una città libera esponeva ogni giorno la vita dei cittadini al ferro de' nemici, l'onore delle loro mogli e de' loro figli alla brutalità de' soldati, i loro beni al saccheggio, le anime loro ai tormenti dell'inferno. Assicuravano che il papa ed il legato erano affezionati alla città di Milano, ed altro non desideravano che di ritornarla libera, essendo disposti ad assecondare gli sforzi che farebbero i cittadini per ottenere così glorioso intento. Lodrisio Visconti, parente di Galeazzo, valoroso e caro ai soldati, ma inquieto e geloso, riscaldava egli stesso i faziosi. La ribellione scoppiò finalmente in Milano il giorno 8 novembre del 1322, gridandosi per le strade pace e viva la chiesa! La cavalleria tedesca, cui Galeazzo non aveva da più mesi pagato il soldo, si unì ai cittadini; e Galeazzo che in tre diversi quartieri della città volle opporsi ai sediziosi coi soldati rimasti fedeli, fu tre volte vinto, e per ultimo costretto ad abbandonare la città in cui aveva regnato[50].

Il governo dei Visconti diede luogo ad una nuova repubblica milanese, non però amministrata dal popolo come ne' gloriosi tempi dell'antica repubblica; tutto il potere rimase concentrato in pochi nobili, che avevano preparata la rivoluzione, ed in alcuni capi di truppe mercenarie i quali avevano tradito il loro antico signore. Gli uni e gli altri erano da lungo tempo attaccati al partito ghibellino, e non seppero risolversi ad abbandonarlo interamente; i della Torre non furono richiamati, ed il governo, incerto tra i Visconti ed il cardinale legato, non si consolidò. Galeazzo, ch'erasi ritirato a Lodi, ingrossava la sua truppa; Ladrisio, rimasto nel consiglio di Milano, era già pentito d'aver abbassata la propria famiglia, e comperava a prezzo d'oro que' Tedeschi che aveva prima sedotti acciò che abbandonassero Galeazzo, perchè nuovamente tornassero al suo servigio. Avvisava questi frequentemente de' progressi che andava facendo, ed il 12 dicembre gli aprì una delle porte; Galeazzo entrò arditamente nella città dalla quale era stato scacciato trentaquattro giorni avanti: la scorse da uno all'altro lato alla testa della sua cavalleria, e fecesi di nuovo proclamare signore e capitano generale. Coloro che avevano diretta la rivoluzione, abbandonarono la città, e si recarono presso al legato[51].

In sul cominciare del 1323 l'armata guelfa che aveva ricevuto rinforzi da tutte le repubbliche toscane, e dai principi guelfi della Lombardia, si avanzò per assediare Milano. In due battaglie date una il 23 febbrajo del 1323 al passaggio dell'Adda, l'altra il 19 aprile a Garazzuolo, fu disfatto Marco Visconti, il miglior capitano dei fratelli Visconti[52]; le città di Tortona e di Alessandria aprirono le porte al legato, e riconobbero l'autorità del re Roberto. In pari tempo i Guelfi, assediati in Genova, sorpresero il 17 febbrajo i Ghibellini ne' sobborghi, scacciandoli con uccisione di molta gente[53]. Nel mezzodì dell'Italia gli affari de' Ghibellini erano ancora in peggiore stato, perchè il conte di Montefeltro che veniva riconosciuto per sovrano in Urbino, Osimo e Recanati, era stato improvvisamente sorpreso e massacrato col figliuolo in un ammutinamento del popolo il 26 aprile del precedente anno[54], i suoi partigiani avviliti affatto, le città d'Assisi, Urbino ed Osimo cadute in potere de' Guelfi, quella di Recanati abbruciata e distrutta sotto l'assurdo pretesto che vi si adoravano gl'idoli, e per ultimo i superstiti figliuoli del conte erano caduti in mano de' loro nemici, tranne un solo ch'erasi rifugiato a san Marino[55]. Da ogni banda la sorte della guerra sembrava nemica ai Ghibellini, minacciati omai d'un totale esterminio, quando tre ambasciatori di Luigi di Baviera entrarono in Italia. Presentaronsi questi in aprile al legato, che allora trovavasi a Piacenza, intimandogli di desistere dal recare molestia al signore della città di Milano il quale era dipendente soltanto dall'impero[56]. Il legato rinfacciò agli ambasciatori di prendere le difese di un eretico, e di turbare la chiesa ne' suoi diritti, e poche settimane dopo incaricò Raimondo di Cardone dell'assedio di Milano[57]. Ma non tardò a sentire che l'intervento di un imperatore aveva bastato per restaurare gli affari de' Ghibellini: gli ambasciatori eransi gettati in Milano con quattrocento cavalli; dietro loro ordine i signori di Verona, di Mantova, di Ferrara mandarono ai Visconti cinquecento cavalli; ed inoltre cinquecento Tedeschi che servivano nell'armata guelfa, vedendo sventolare le bandiere imperiali sulle mura di Milano, entrarono in città per unirsi ai loro compatriotti. Raimondo di Cardone indebolito dalla loro diserzione e dalle malattie che si erano manifestate nel suo campo, il 23 luglio del 1323 abbandonò l'assedio di Milano e si ritirò a Monza[58].

Luigi di Baviera poteva finalmente pensare alle cose dell'Italia, cui i due concorrenti all'Impero non avevano fino allora preso parte. Amendue abbandonati dalla nobiltà che gli aveva eletti, non avevano potuto commettere la decisione dei loro diritti alla sorte delle armi: e sebbene del 1315 si fossero trovati a fronte nelle vicinanze di Spira, eransi separati senza battaglia. La più importante zuffa della guerra civile in Germania era stata quella degli Svizzeri de' tre primi cantoni a Morgarten, ove disfecero il duca Leopoldo, fratello di Federico d'Austria. Nel 1320 la Baviera fu in modo saccheggiata dagli Austriaci, che Luigi fu in procinto di comperare la pace colla rinuncia all'Impero[59]. Finalmente il 28 settembre del 1322 i due imperatori eletti incontraronsi a Muhldorf. Luigi ed il suo alleato il re di Boemia avevano adunate tutte le loro forze; Federico per lo contrario non aveva ancora ricevuti i rinforzi che gli conduceva suo fratello Leopoldo dalla Svevia e dall'alto Reno. La battaglia incominciò al levare del sole, e durò dieci ore. Siccome le due armate erano quasi composte di sola cavalleria, si combatteva coll'ordine e la regolarità d'un torneo. Dopo una carica impetuosa, ogni armata riordinavasi in battaglia per fare dopo breve intervallo una carica non meno violenta. Ma in questo terribile torneo che doveva decidere del destino d'un Impero, si sparse un fiume di sangue, avendovi perduta la vita quattro mila cavalieri. Finalmente gli Austriaci furono rotti compiutamente, e Federico e suo fratello Enrico fatti prigionieri. Il primo fu mandato nel forte di Trausnitz nell'alto Palatinato ed Enrico ceduto al re boemo che col suo valore aveva decisa la battaglia[60].

Dopo questo fatto, Luigi di Baviera cominciò a governare l'Impero come solo legittimo sovrano. In una grande dieta, tenuta a Norimberga pubblicò una bolla per istabilire la pace, abolì i pedaggi che si esigevano in tempo della guerra, dispose dei feudi rimasti vacanti, diede a suo figliuolo il margraviato di Brandeburgo; finalmente volgendo i suoi sguardi all'Italia, pensò a proteggere in questa contrada coloro che da lungo tempo eransi eretti campioni dei diritti imperiali.

Luigi di Baviera aveva partecipata la sua vittoria di Muhldorf a Giovanni XXII, il quale non essendosi fin allora dichiarato a favore d'alcuno dei due rivali, gli rispose amichevolmente. «Abbiamo ricevuto, mio caro figlio, le lettere dell'eccellenza tua, le abbiamo ponderatamente lette, ed uditi ancora i circostanziati racconti fattici dal portatore. Abbiamo notato con quanta umiltà e prudenza tu attribuisci al padrone delle battaglie la vittoria di fresco ottenuta sul tuo competitore. Abbiamo pure osservato che ti sei comportato con estrema umanità verso di lui nell'istante in cui fu fatto prigioniere e dopo che tu lo tieni cattivo: noi ti esortiamo a perseverare nella stessa condotta.... Rispetto al trattato di pace e di concordia fra te e lui, ci offriamo di occuparcene, e lo faremo ben tosto quando ci avrai fatte conoscere le tue intenzioni[61]

(1323) Ma allorchè il papa venne a sapere che Luigi aveva mandati soccorsi a Galeazzo Visconti, e costretto Raimondo di Cardone a levare l'assedio di Milano, si abbandonò alla più violenta collera. Determinato d'intentare un processo contro il re de' Romani, ricorse per dargli un titolo alla più strana pretensione. Asserì contro l'evidenza di tutti i secoli e di tutte le storie, «che la santa sede era amministratrice dell'Impero in tempo dell'interregno, che il solo papa era giudice tra i due competitori; che l'esame del candidato, la sua approvazione, la sua ammissione, o la sua ripulsa e riprovazione, erano di esclusiva pertinenza della sede apostolica; e che fin tanto che il papa non avesse approvato o rigettato l'uno o l'altro competitore, non esisteva ancora verun re de' Romani, e non era altrui permesso di assumerne il titolo[62]». Onde creò a Luigi di Baviera altrettanti delitti, quanti erano gli affari da lui trattati come re de' Romani. «Era, diceva egli, una grave offesa verso Dio, un manifesto ed ingiurioso disprezzo della chiesa romana l'avere assunta l'amministrazione dell'Impero, l'avere, sotto titolo reale, ricevuto in Germania ed in alcune parti d'Italia un giuramento di fedeltà, l'aver disposto delle dignità e degli onori imperiali, e tra questi del marchesato di Brandeburgo; finalmente d'avere osato di proteggere e difendere i nemici della chiesa romana, specialmente Galeazzo Visconti ed i suoi fratelli, sebbene condannati da giudici competenti per delitti d'eresia con sentenza definitiva[63]».

In conseguenza l'otto ottobre del 1323 il papa fece affiggere alle chiese d'Avignone una sentenza contro Luigi di Baviera, con cui, sotto pena di scomunica, gli veniva ordinato di dimettersi, entro tre mesi, da qualsiasi amministrazione dell'Impero: amministrazione che egli non potrebbe riassumere finchè la sua elezione non fosse approvata dalla sede apostolica. Gli fu nello stesso tempo ordinato d'annullare, per quanto da lui dipendeva, tutti gli atti precedentemente fatti come re de' Romani, e proibito a tutti gli ecclesiastici sotto pena di sospensione, a tutti i laici sotto pena di scomunica e d'interdetto, di ajutare in verun modo Luigi di Baviera, o di ubbidirlo nell'esercizio delle funzioni ch'egli si arrogava come re de' Romani.

Il papa si accontentò di far affiggere tale sentenza alle porte delle chiese d'Avignone senza farle notificare a colui contro del quale erano state fatte. Non pertanto se n'ebbe tosto sentore in Germania[64]; e saputolo Luigi, spedì tre deputati alla santa sede, per sapere i motivi della sua condanna, e chiedere un più lungo termine dell'accordato. Intanto il monarca passò a Norimberga, ove alla presenza di notaj e di testimonj confutò ogni imputazione fattagli dalla corte pontificia. Dichiarò che dopo essere stato nominato re de' Romani dagli elettori con grande maggiorità di suffragi, dopo avere ricevuta la corona imperiale ad Aquisgrana, egli trovavasi in possesso di tutte le prerogative imperiali in conformità al diritto costantemente riconosciuto in ogni tempo, e senza che vi fosse bisogno dell'approvazione della santa sede. Soggiunse di non saper capire come presentemente s'intentasse contro di lui un'azione per avere assunto il titolo di re dei Romani mentre che già da dieciotto anni, epoca della sua elezione, aveva sempre, anche nelle lettere dirette alla santa sede, fatto uso di questo titolo, senza che alcuno lo trovasse incompetente. Protestava che, se aveva preso a difendere Galeazzo Visconti, non era già per proteggere un eretico, ma perchè il Milanese dipendeva immediatamente dall'Impero; e perciò a questa provincia aveva mandato soccorsi, in conformità degli obblighi che gl'imponeva la sua dignità, quando il suo territorio fu invaso a mano armata. Per ultimo ritorse contro lo stesso papa la colpa di proteggere gli eretici, perchè Giovanni XXII non aveva voluto esaminare l'accusa portata al suo tribunale contro i frati Minori d'avere rivelato il segreto della confessione. Per tutte queste cause Luigi appellò della sentenza del papa al giudizio di un prossimo consiglio, di cui chiese l'adunanza, ed al quale promise di personalmente intervenire[65].

Prima che quest'appello fosse noto alla corte d'Avignone, gli ambasciatori di Luigi ottennero dal papa una dilazione di due mesi per trattare la sua causa. Ma questa dilazione in tempi in cui le poste non erano per anco stabilite, appena bastava per portarne la notizia da Avignone in fondo alla Baviera, e per riaverne il riscontro. Perciò Luigi in un manifesto che sparse per tutta la Germania, protestò che il termine accordatogli era troppo breve, perchè potesse presentarsi in persona e giustificarsi. Dichiarava di essere e di voler essere il protettore della chiesa e della religione cristiana; ch'era disposto a sottoporsi umilmente alle correzioni della prima, se aveva verso di lei mancato ai proprj doveri; ma che nello stesso tempo riguardavasi come specialmente incaricato di difendere i diritti e l'onore dell'Impero; onde non soffrirebbe che venissero lesi in verun modo[66].

D'altra parte quando il papa vide l'appello del re de' Romani al concilio, e la protesta, fulminò subito contro di lui la scomunica. Il 22 marzo del 1324 dichiarò in pieno concistoro, che Luigi di Baviera era caduto sotto le pene della scomunica, e vietava a tutti i fedeli di avere con lui veruna relazione[67]. Per altro gli assegnava altri tre mesi a presentarsi alla corte papale e giustificarsi. Ma perchè entro quest'ultimo termine Luigi non comparve, e non depose il titolo di re de' Romani, il papa, con una nuova bolla datata l'undici di luglio, annullò tutti i diritti che il suffragio degli elettori potesse aver dato al duca di Baviera, e lo dichiarò per sempre incapace dell'Impero[68].

CAPITOLO XXX.

Principj di Castruccio Castracani. — Rivoluzioni nelle repubbliche di Toscana. — Tirannia dell'abate di Pacciana a Pistoja. — Rotta de' Fiorentini ad Altopascio.

1320 = 1325.

Gl'Italiani più non credevano che la Lombardia potesse sottrarsi ad un governo dispotico. Sebbene i principi che la governavano non fossero riconosciuti legittimi, più non si pensava all'oppressione ed alla schiavitù del popolo di cui avevano usurpati i diritti. Ma le città della Toscana che sempre si consideravano come libere, avevano quasi tutte conservato l'intero godimento degli antichi loro privilegi; tenevano gli occhi aperti sulla loro indipendenza con quella stessa gelosia che formava il carattere dei popoli dell'antichità; e l'odio che nudrivano pel governo d'un solo, era reso più forte dallo spettacolo della vicina tirannide.

In Toscana confondevasi la causa dei Guelfi con quella della libertà. Firenze, Siena, Perugia e Bologna trovavansi da questo doppio interesse collegate in istrettissima alleanza. Bologna per le sue relazioni politiche e per la forma del suo governo risguardavasi come appartenente alla Toscana, benchè posta fuori de' suoi confini. Pistoja, Prato, Volterra, Samminiato ed altre minori città seguivano la medesima fazione, ed eransi unite alla stessa lega. Pisa ed Arezzo conservavansi fedeli ai Ghibellini: la prima libera, l'altra ubbidiente al suo vescovo Guido Tarlati, uno de' signori di Pietramala. Tutte le città della Romagna erano schiave di piccoli tiranni, attaccati alla parte ghibellina; i Malatesti governavano Rimini, gli Ordelaffi Forlì, Francesco di Manfredi Faenza, Guido da Polenta Ravenna. Ma in mezzo di questo apparente equilibrio tra le forze delle opposte fazioni, erasi in Lucca innalzato alla testa del partito ghibellino un uomo che univa l'accortezza e la dissimulazione al valore ed alle più rare virtù militari; che aveva l'arte di farsi temere dal popolo ed amare dai soldati; che sapeva dare il giusto valore all'odio impotente che poteva disprezzare, all'amicizia ed al favore che gli era utile di acquistare; e che tenevasi sempre padrone di nuocere senza provocare la vendetta, di abbandonarsi all'amicizia, senza arrischiare di essere tradito. Quest'uomo era Castruccio Castracani, signore o tiranno di Lucca.

Nell'istante medesimo in cui Uguccione e Neri della Fagiuola erano stati scacciati da Pisa e da Lucca, gli abitanti di quest'ultima città, che riconoscevano da Castruccio la loro liberazione da un giogo straniero, lo nominarono capitano annuale delle loro milizie, e lo riconfermarono tre anni consecutivi. Castruccio, uscito dalla famiglia ghibellina degli Interminelli, era stato molto tempo in esilio per la fazione de' suoi antenati; nel suo esilio aveva avuta opportunità di militare sotto molti capi della stessa fazione in Lombardia; ed il trionfo della sua fazione non gli stava meno a cuore del proprio innalzamento. L'anno 1320, assicuratosi il favore popolare, fece esiliare da Lucca gli avvocati e tutta la parte guelfa, indi si presentò al senato domandando il supremo potere. Di duecento dieci suffragi ne ebbe duecento nove di favorevoli, ed il suo innalzamento alla signoria fu quasi con perfetta unanimità confermato dal popolo[69].

La sovranità di Lucca non era per Castruccio che un primo passo verso la grandezza cui aspirava. La sua alleanza coi Ghibellini di Lombardia, e la stretta amicizia che lo univa alla famiglia Visconti, lo chiamava a prendere parte alla guerra che guastava il nord dell'Italia; e solo per mezzo della guerra egli ben vedeva di potere innalzarsi a quell'alto grado di potenza per cui sentivasi fatto. Era Lucca una ricca e commerciante città, sebbene minore di Firenze. Le gabelle delle sue porte davano grandi profitti allo stato, che Castruccio accrebbe con un'estrema economia. I cittadini, orgogliosi di aver avuto parte alla vittoria di Montecatini, eransi affezionati alle armi, ed il loro principe aveva saputo disciplinarli ricompensando le fatiche degli esercizj militari con premj e distinzioni d'onore. La campagna veniva coltivata da una robusta e coraggiosa razza di montanari che dava eccellenti soldati. Le castella degli Appennini, quelli della Varsilia e della Lunigiana appartenevano a gentiluomini ch'eransi in gioventù esercitati nelle piraterie di mare e di terra. Castruccio gli unì presso di lui; chiamò pure alla piccola sua corte gli esiliati e gli avventurieri che andavano errando d'una in altra città in traccia di battaglie e di piaceri. Il valore era per Castruccio la prima virtù, che premiava colla gloria e colla licenza; ma in pari tempo aveva l'accortezza di assoggettare alla disciplina coloro che scioglieva dalle regole della morale.

In tal modo avendo Castruccio lentamente formata la sua armata, ebbe opportunità di entrare in campagna in occasione della spedizione in Italia di Filippo di Valois. Le repubbliche guelfe che da tre anni trovavansi con lui in pace, avevano mandati mille cavalli al principe francese perchè potesse attaccare Matteo Visconti. I Ghibellini risguardarono la marcia di questa truppa come una violazione della pace di Toscana, e perciò i Pisani spedirono alcuni soccorsi a Castruccio[70], il quale s'impadronì del ponte della Gusciana, fiume paludoso, che divide la pianura di Val di Nievole e dello stato lucchese dalla Val d'Arno fiorentina; e per questo passaggio entrò improvvisamente nel territorio di Firenze, occupando tre castella abbastanza forti, Cappiano, Montefalcone e santa Maria a Monte, e guastando il territorio di val d'Arno di sotto. Tornando tosto addietro attraversò lo stato di Lucca per avvicinarsi a Genova assediata dai Ghibellini, e s'impadronì di molte terre della Garfagnana, della Lunigiana e della riviera di Levante[71]. I Fiorentini che a vicenda erano penetrati nella Val di Nievole, richiamarono Castruccio a difendere il proprio stato: ma le due armate divise dalle paludi si stettero osservando finchè l'inverno le sforzò a ritirarsi[72].

Nel susseguente anno (1321) volendo i Fiorentini attaccare Castruccio da due lati, si collegarono col marchese Spinetta Malaspina, che il signore di Lucca aveva spogliato de' suoi feudi in Lunigiana, e gli mandarono un corpo di truppe, mentre con un'altra armata assediavano Montevetturini all'estremità della Valle di Nievole. Tutti i vassalli del marchese presero le armi pel loro signore; ma quando l'una o l'altra armata volle entrare nello stato di Lucca, essendo ogni villaggio fortificato, e tutti gli uomini soldati quando trattavasi di difendere la propria terra, ogni miglio di terreno costava un assedio o una battaglia. Intanto Castruccio veniva soccorso dai Ghibellini di Milano, di Piacenza, di Parma, di Pisa e d'Arezzo; e formava un'armata di mille seicento cavalli che univa alla sua infanteria. Ben tosto obbligò il capitano fiorentino a levare l'assedio di Montevetturini, saccheggiò venti giorni l'aperta campagna di Val d'Arno, di cui aveva libero l'ingresso; indi tornò in Lunigiana a riconquistare le castella che gli aveva tolto il marchese Spinetta[73].

Quando Castruccio ebbe, col soccorso degli alleati ghibellini, riportati questi vantaggi, si mostrò disposto ad abusarne, rendendosi ingrato ai Pisani, cui andava in parte debitore de' suoi successi. Il conte Renieri, o Nieri della Gherardesca, che i Pisani avevano fatto capitano delle loro milizie dopo la morte di suo nipote, aveva abbandonato il partito democratico, al di cui favore la sua famiglia andava debitrice d'ogni suo innalzamento, e si era unito ai nobili, perpetui nemici de' suoi antenati[74]. L'odio delle due fazioni plebea e patrizia, che da sì lungo tempo teneva divisa la repubblica, era cresciuto a dismisura, ed un nuovo demagogo, Coscetto del Colle, subentrando al Gherardesca, erasi fatto capo de' plebei. Finalmente il furore del popolo, lungo tempo compresso, scoppiò in maggio del 1322, ed i due partiti si batterono due giorni con estremo accanimento. Coscetto del Colle, fatto prigioniere, fu dal conte condannato a morte mentre quindici capi delle tre grandi famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi furono dal popolo esiliati, e spianate le loro case. Frattanto fu recata a Pisa l'improvvisa notizia che Castruccio, avuto avviso della loro zuffa, avanzavasi con tutte le sue forze per sorprendere la città. Le due fazioni si riconciliarono subito per resistere all'assalitore, ed il signore di Lucca trovò contro ogni sua aspettazione chiuse le porte e le mura coperte di soldati[75]. La sedizione contro il conte Nieri di cui egli era stato testimonio, fecegli sentire quanto la potenza di un signore sia poco sicura finchè si appoggia soltanto al favore popolare, ed appena tornato a Lucca, gettò i fondamenti di una fortezza che chiamò l'Augusta, o la Gusta, dalla quale signoreggiava tutta la città[76]. I territorj di Lucca e di Firenze non confinavano tra di loro che in Val d'Arno di sotto, e colà i Fiorentini avevano afforzato Fucecchio, Castelfranco e Santa Croce, ove tenevano molta cavalleria per opporsi alle scorrerie delle truppe lucchesi. Invece di continuare i suoi attacchi da questa banda, Castruccio si volse bruscamente contro il territorio di Pistoja. Per la Valle di Nievole di cui era padrone, egli poteva egualmente penetrare nel piano e nella montagna pistojese, senza che questa repubblica, spossata dalle guerre civili e dai sostenuti assedj, fosse in istato di opporsi alle sue forze.

Di questi tempi il più riputato cittadino di Pistoja era l'abate di Pacciana, detto Ormanno dei Tedici. In una città indebolita e che aveva perduto il fiore della nobiltà, le ricchezze ed i soldati, questo monaco lusingossi di farsi sovrano. Egli declamava continuamente contro i mali della guerra e rappresentava al popolo la necessità di mettere fine alla guerra facendo tregua con Castruccio. Il vocabolo tregua era la parola d'ordine del suo partito; i contadini del piano e della montagna, che ardentemente desideravano la cessazione delle ostilità, risguardavano l'abate quale loro salvatore[77].

Sembrava non per tanto impossibile che così accaniti nemici, com'erano i Fiorentini ed i Lucchesi, volessero accordare una tregua parziale al territorio di Pistoja che li divideva. Ma Castruccio conobbe i vantaggi che poteva ottenere grandissimi dall'innalzamento dell'abate di Pacciana; previde ch'egli solo raccoglierebbe i frutti di tutte le piccole astuzie del monaco diventato sovrano, e che approfitterebbe della sua debolezza. Il monaco promettevagli segretamente di dargli in mano la città quand'egli ne fosse padrone, e Castruccio fingeva di credergli e mostravasi disposto ad entrar seco in negoziazioni per la tregua: d'altra banda i Fiorentini mandarono subito deputati a Pistoja per chiedere al popolo di non impegnarsi in separati trattati, onde non esporsi agl'inganni del tiranno lucchese: offrirono in pari tempo di spedire a Pistoja sufficienti soccorsi per impedire che il suo stato fosse guastato dai nemici.

L'abate di Pacciana accoglieva prima degli altri i deputati fiorentini, offrendosi mediatore presso al popolo, come tra lo stesso popolo e Castruccio; sembrava ch'egli si occupasse continuamente di conciliare ogni cosa, e sostenendo le apparenze di conciliatore andava sempre più affezionandosi i contadini ed il popolo. Come questi però vedeva che la tregua non facevasi mai, prese le armi il lunedì di Pasqua 10 aprile del 1322, e, conducendo l'abate quasi in trionfo, s'impadronì delle porte, del palazzo del pubblico, del campanile e delle mura; ed ovunque si mutarono le guardie, sostituendovi le persone più ben affette all'abate. In seguito tentò replicatamente di far assassinare Ettore Taviani e Bonifacio Ricciardi, che credeva essere i suoi più pericolosi avversarj; ma non essendo riuscito nell'intento, impegnò Castruccio ad avvicinarsi fino a mezzo miglio di Pistoja, affinchè gli ambasciatori, i soldati fiorentini e tutti coloro che sarebbersi opposti ai suoi disegni, si ritirassero per timore di cadere nelle mani dei Lucchesi, ed accrebbe egli stesso questo timore, pregandoli artificiosamente a rimanere: ma appena usciti di città, fece chiudere le porte dietro di loro, adunò un consiglio al quale non chiamò che artigiani e gente della più bassa plebe, e si fece proclamar signore per un determinato numero di anni. Non volle per altro abitare nel palazzo pubblico, e dichiarò che tanto fasto mal si confaceva all'abate d'un monastero[78].

Castruccio accordò all'abate di Pacciana una limitata tregua, e questi incominciò ad esercitare liberamente la sovranità di cui erasi impadronito. Ma i piccoli intrighi di convento che avevano servito a farlo principe, non bastavano ad assicurargli la sovranità. Le astuzie non possono supplire alla profonda politica, nè la crudeltà al carattere, nè l'ambizione equivale al coraggio ed alla fermezza. «In tutto ciò ch'egli faceva, dice lo storico pistojese suo coetaneo, agiva da uomo vile, non sapeva essere signore, ed aveva più fiducia negli altri che in sè medesimo; ogni suo parente voleva essere padrone, e non pensava che a derubare il comune o i particolari; per ultimo nulla facevasi in Pistoja senza che tornasse vantaggioso ai Tedici[79].» Così l'abate di Pacciana amministrò quattordici mesi lo stato, nel qual tempo esiliò i Rossi, i Lazzari ed una parte dei Cancellieri. Prometteva sempre a Castruccio di rinunciargli la sua signoria; ma questi non si lasciò lungo tempo ingannare dai trattati del monaco. Entrò impensatamente a Pupiglio, e se ne impadronì, onde occupò ben tosto la montagna pistojese[80].

(1323) Intanto quello de' nipoti dell'abate di Pacciana che più degli altri aveva abusato della sua autorità, Filippo Tedici, congiurò contro lo zio, non perchè aspirasse ad acquistare maggior potere di quello che aveva; ma per unire il titolo di signore all'esercizio delle prerogative della signoria. L'abate scoprì la congiura; ma egli non aveva tanta grandezza d'animo per disprezzare le trame de' suoi nemici, nè sufficiente clemenza per perdonare a suo nipote, nè bastante energia per difendersi e vendicarsi. Tentò vilmente di far assassinare il nipote, e non osò di resistergli in faccia. In un istante in cui i suoi partigiani erano adunati presso di lui, mentre i Fiorentini, chiamati in suo soccorso, avevano spinte le loro truppe fino alle porte di Pistoja, non ebbe mai il coraggio di avanzarsi verso la porta per farla aprire, e perdette per viltà quella signoria che aveva acquistata coll'astuzia.

Mentre Castruccio teneva gli occhi aperti sopra i Pistojesi, per approfittare delle loro divisioni, attaccava i Fiorentini più vigorosamente. Questi avevan fatto venire dal Friuli Giacomo di Fontanabuona, gentiluomo che faceva il mestier di condottiere, val a dire che conduceva la sua piccola armata al soldo di coloro che volevano adoperarla. I Fiorentini erano disposti a mandare questo capitano con trecento cinquanta cavalli, seco condotti, nella Valle di Nievole, ove teneva segrete intelligenze, e dove gli si doveva consegnare il castello di Buggiano. Ma avendo Castruccio avuto sentore di questo trattato, fece appiccare dodici de' cospiratori di Buggiano, e, coll'offerta d'un maggior soldo, persuase Giacomo di Fontanabuona a disertare colla sua truppa ed a passare al suo servigio[81]. Questo è il primo tradimento de' condottieri che si fecero in breve così frequenti in tutta l'Italia, e resero così pericoloso l'uso de' soldati mercenari; pure si andava sempre più loro abbandonando la cura di difendere gli stati; perchè il loro valore e la perizia dell'arte militare li rendeva di lunga mano sempre più esperti delle truppe nazionali.

Castruccio, poi ch'ebbe ottenuto questo rinforzo a spese dei Fiorentini, si affrettò di portare la guerra sul loro territorio. Il 13 giugno del 1313 passò la Gusciana con ottocento cavalli ed otto mila pedoni, ed entrò in Val d'Arno di sotto, guastando i distretti di Fucecchio di Castelfranco e di Santa Croce; poi passò l'Arno e saccheggiò le campagne di Samminiato di Montopoli e della estremità di Val d'Elsa, di dove tornò a Lucca senza aver incontrati nemici[82]. Dopo aver dato una settimana di riposo alle sue truppe, presentossi all'impensata sotto Prato il 1.º luglio con seicento cinquanta cavalli e quattro mila fanti. Questa piccola città lontana soltanto dieci miglia da Firenze fu compresa da grandissimo terrore. Vero è che gli abitanti chiusero le porte, ma fecero sapere ai Fiorentini, che, non venendo prontamente soccorsi, non tarderebbero ad aprire le porte al nemico.

La repubblica fiorentina, tradita dal Fontanabuona, trovavasi sprovveduta di truppa assoldata, ma la signoria chiamò i cittadini in difesa della patria. A tale chiamata si chiusero le botteghe, e tutti i Fiorentini presero le armi; onde lasciata una numerosa guardia alle porte e sulle mura, mille cinquecento cavalli con venti mila fanti si recarono il 2 luglio a Prato. Credevasi che l'armata di Castruccio fosse più forte assai che non era; e nel primo istante di trepidazione i priori avevano fatto proclamare che sarebbe fatta grazia a tutti i banditi che si recassero all'armata di Prato. E tale era stata la violenza delle proscrizioni, che quattro mila Bianchi o Ghibellini esiliati, assai più de' pacifici cittadini accostumati alle armi, si unirono all'armata. Castruccio non aspettò fino all'indomani a ritirarsi innanzi a forze tanto superiori, e si ridusse nella stessa notte a Serravalle.

Quando i Fiorentini s'accorsero la mattina del susseguente giorno che Castruccio era partito, tutto il loro campo fu in preda ad un tumultuario movimento. I borghesi che la vigilia avevano abbandonate le loro officine, più non respiravano che sentimenti di gloria militare e vendetta contro Castruccio. «Il nemico, dicevano essi, fugge innanzi a noi, non ha osato di aspettare l'insegna trionfante del giglio; ma oggi s'appartiene a noi l'inseguirlo: noi dobbiamo distruggere le messi del nemico, togliergli i bestiami, e punirlo dell'insolenza con cui insultò tante volte il nostro territorio. Venti mila soldati uscirono jeri di Firenze, e non devono rientrare senza aver prima ottenuta una compiuta vittoria.» Ma i nobili che componevano la cavalleria di quest'armata, rispondevano con amara ironia, che i cittadini non erano tutto ad un tratto divenuti soldati per essersi vestiti delle loro armi; che avevano di già ottenuto il maggiore successo, cui potessero aspirare; che avevano spaventato il nemico col loro numero, prima che avesse conosciuto per prova quanto avesse avuto torto di esserne spaventato; che entrati una volta nel paese nemico, la fame e la sete non meno che la spada farebbero loro desiderare la tranquillità delle loro officine che avevano poc'anzi abbandonate. Potevano i nobili temere a ragione l'esito di una campagna che volevasi intraprendere senza truppe di linea con un'armata senza disciplina; ma si abbandonarono a quell'impazienza che in loro eccitavano le millanterie de' borghesi: quindi i motteggi con cui rispondevano all'entusiasmo del popolo, destavano la collera de' più pacifici cittadini. Altri motivi di disputa avevano risvegliata la sopita animosità dei due ordini. Col finire del 1321 era spirata l'autorità data sopra la repubblica al re Roberto, ed a tale epoca erasi rinnovata l'ordinanza di giustizia contro i nobili, che li rendeva garanti dei delitti gli uni degli altri, e si lagnavano che mentre erano nelle armate i soli difensori dello stato, fossero i soli privati della protezione delle leggi. Non potendo il consiglio di guerra deliberare, risolse, per sedare la discordia che agitava l'armata, di chiedere a Firenze nuove istruzioni. Ma i sentimenti della signoria e dei consigli si divisero come nel campo. Tutti i nobili volevano che si differisse la pugna, i borghesi che si marciasse verso il nemico, e perchè le discussioni si protrassero fino a notte, il popolaccio attruppato nelle strade fissò le irresoluzioni dei consigli, chiedendo, con forsennate grida, la battaglia; onde fu mandato ordine al conte Novello di condurre l'armata contro Lucca. Questo generale tardò alcuni giorni a porsi in cammino; e perchè i gentiluomini facevano sempre nascere qualche nuovo ostacolo alla marcia, non si avanzò al di là di Fucecchio.

Gli esiliati, ch'eransi uniti all'armata, in mezzo alle dissensioni che agitavano il campo, credettero, quando furono a Fucecchio, di dovere ancora occuparsi del proprio vantaggio; ed i nobili andavano loro consigliando ad assicurarsi gli effetti dell'amnistia loro promessa. Abbandonarono perciò le insegne, e si presentarono il 14 luglio, uniti in un corpo d'armata, alle porte di Firenze per rientrare nella loro patria. La signoria, atterrita, fece chiudere le porte, e mandò ordine al conte Novello di ricondurre l'armata per difendere la città contro i ribelli. Ed in tal modo ebbe fine questa campagna senza che i Fiorentini vedessero il nemico[83].

Intanto gli esiliati, sempre accampati presso Firenze, mandarono deputati alla signoria, lagnandosi di essere trattati come nemici, e riclamando l'esecuzione delle promesse. I gentiluomini appoggiavano con tutto il loro credito le istanze de' fuorusciti; ma il popolo decise che, coll'aver tentato di entrare in città per sorpresa, avevano perduto il beneficio di una amnistia che non era stata accordata che alla loro sommissione. Si scoperse una congiura dei nobili per introdurli in città, ed i principali capi furono esiliati[84].

E per tal modo infiniti pericoli circondavano la repubblica. Un potente nemico l'andava continuamente tribolando, guastava le campagne, sorprendeva le fortezze e facevale temere la perdita delle città la di cui alleanza eragli più necessaria; un grosso corpo di esiliati non aveva deposte le armi e valevasi a vicenda della forza e degli artifizj per rientrare in patria; per ultimo entro la medesima città manifestavansi non infrequenti sedizioni, ed i più pericolosi nemici trovavansi forse entro le sue mura. In così difficile situazione temevansi le agitazioni periodiche occasionate ogni due mesi dall'elezione della signoria. Il corpo elettorale trovavasi in allora composto dei priori che uscivano di carica, dei buoni uomini e dei gonfalonieri delle compagnie, e di un determinato numero di aggiunti di ogni quartiere. Questi elettori erano in certo modo i rappresentanti del popolo, e nella loro scelta si uniformavano alla sua opinione che gli eleggibili cercavano di rendersi affezionata. La città veniva ravvivata dall'emulazione di coloro che aspiravano alle cariche, ma era pure frequentemente agitata dalle loro brighe. Il ritorno delle elezioni ogni due mesi non lasciava quasi riposo alla nazione, e sei volte ogni anno avevasi cagione di temere sedizioni o guerre civili.

La signoria che aveva regnato in settembre ed in ottobre del 1323, e che colla scoperta della congiura dei gentiluomini erasi guadagnata la pubblica confidenza, si prese l'incarico di mutare questo sistema d'elezioni, e di nominare in una sola volta, di concerto cogli aggiunti che rappresentavano il popolo, tutti i priori dei quarantadue mesi avvenire, ossia ventuna magistrature che dovevano successivamente entrare in carica. Tale elezione si fece nel modo consueto; i nomi degli eletti vennero scritti in polizze suggellate, che si chiusero in alcune borse, dalle quali dovevano cavarsi i nomi a sorte, finchè fossero esaurite le polizze[85]. In tal maniera il rinnovamento della magistratura si mutò in un lotto, decidendo la sorte della nomina de' capi della repubblica. Quasi tutte le città libere d'Italia adottarono ben tosto questa innovazione dei Fiorentini, che conservossi fino alla presente età in Lucca e nelle municipalità della Toscana e degli stati della chiesa.

Questa nuova maniera di elezione sembrò più democratica della precedente, ponendo maggiore eguaglianza tra i candidati, e chiamando un maggior numero di cittadini agli onori pubblici. Le sole borse delle tre supreme magistrature[86] dovevano contenere i nomi di sei in settecento candidati; ed essendosi adottato lo stesso metodo per tutte le elezioni, furonvi cento trentasei magistrature od ufficj diversi, cui nominava la sorte[87]. Per tal modo non facevasi che pochissimo luogo alla scelta, e tutti i cittadini arrivavano tosto o tardi ad occupare qualche carica. Gli elettori imborsavano spesso uomini affatto inetti e che non sarebbero giammai stati eletti se avessero dovuto entrar subito in carica. Il broglio fu soppresso, ma si spensero col broglio l'emulazione, il timore de' giudizj di un popolo che condannava il vizio ed il desiderio di procacciarsi i suffragi coi talenti e colle virtù. Molte cause tendevano, non v'ha dubbio, a corrompere i costumi nelle repubbliche italiane; ma è cosa notabile che appunto nell'epoca in cui s'introdusse l'elezione a sorte, i cittadini rinunciarono alla professione delle armi; i capi dello stato abiurarono lo studio dell'arte militare, ed affidarono la difesa della libertà a' generali ed a' soldati mercenarj. Nella stessa epoca il lusso, la mollezza, la corruzione s'introdussero in tutte le famiglie, e la pubblica morale venne macchiata dall'adozione di una falsa e perfida politica. Non pertanto i talenti de' repubblicani sopravvissero alle loro virtù; sei in ottocento cittadini continuamente mutati dalla sorte, prima d'aver avuto tempo d'imparare il mestiere dell'uomo di stato, seguirono con costanza, e molte volte con intelligenza i medesimi progetti, i medesimi principj; e Firenze mostrò che ella sola conteneva un maggior numero di esperti politici, di quello che sarebbesi trovato nel più vasto regno. Così Atene eleggeva ogni anno dieci generali, mentre Filippo riputavasi fortunato d'aver potuto, mentre visse, trovarne un solo in Macedonia[88].

Dopo questa riforma dell'interna amministrazione, la repubblica di Firenze cercò di unirsi più strettamente che mai colle città guelfe; unione necessaria per la comune salvezza. Ma Perugia trovavasi impegnata in una interminabile guerra coi Ghibellini d'Assisi e di città di Castello; Siena era agitata dai cattivi umori eccitati dalle rivali famiglie de' Salimbeni e de' Tolomei, e più ancora dalla gelosia che nodrivano tutti gli ordini dello stato contro i mercanti, che sotto nome di Monte dei Nove eransi impadroniti del supremo potere[89]. Finalmente Bologna più potente che non erano le altre due repubbliche e più strettamente legata con Firenze veniva pure scossa da violenti convulsioni.

Bologna andava debitrice di parte della sua ricchezza, siccome della sua gloria, all'affluenza degli scolari alla sua università. L'amore delle scienze era, in questo secolo, diventato una vera passione, una passione comune a tutti. Prima del ritrovamento della stampa erano i libri tanto rari e di così alto prezzo, che l'istruzione vocale doveva supplire a quella che trovasi negli scritti. Quindici mila giovani italiani e tedeschi frequentavano in Bologna le pubbliche lezioni di diritto civile e canonico, e di medicina. Questi giovani prendevano in ogni occasione a difendersi vicendevolmente, di modo che difficilmente si potevano assoggettare ai tribunali ed alle leggi.

Uno di costoro detto Giacomo di Valenza, che l'avvenenza della sua persona, l'eleganza delle maniere, la generosità del carattere rendevano carissimo ai suoi compagni di studio, incontrossi in una chiesa, un giorno di solenne festa, con Costanza de' Zagnoni d'Argela, nipote di Giovanni d'Andrea, il più riputato di tutti i giureconsulti canonisti[90]. Giacomo, rimasone perdutamente innamorato, dopo avere inutilmente tentata ogni onesta strada per piacerle, la rapì violentemente dalla propria casa, mentre trovavasi assente il padre, e coll'ajuto de' suoi amici difese disperatamente la casa in cui l'aveva condotta quando il padre di Costanza venne ad attaccarlo alla testa del popolo ch'egli aveva chiamato in suo soccorso. Giacomo di Valenza fu dopo lungo contrasto arrestato dal podestà, e la commessa violenza non potendo in verun modo scusarsi, fu condannato a perdere la testa, ed il giorno dopo la sentenza fu eseguita. Ma gli studenti pretendevano di non essere subordinati agli ordinarj tribunali, o a dir meglio, riclamavano l'impunità dei delitti. L'amore che portavano a Giacomo di Valenza accresceva il loro malcontento, onde la sua condanna, sebbene giusta e meritata, eccitò l'indignazione di tutta l'università; e gli studenti coi loro professori partirono alla volta di Siena, dopo aver tutti giurato di non tornare a Bologna prima di avere ottenuto intero soddisfacimento[91].

Vivea allora in Bologna Romeo Pepoli creduto comunemente il più ricco particolare che fosse in Italia. I beni che i suoi maggiori ed egli stesso avevano ammassati colle usure, facevansi ammontare a cento venti mila fiorini di rendita, corrispondenti press'a poco ad un milione e mezzo di lire, di cui ora cominciava a servirsi per aprirsi una strada alla sovranità della sua patria. Cercava perciò di guadagnarsi il popolo colle liberalità, spesso ancora accordando protezione e sottraendo i delinquenti al rigore delle leggi; e si acquistava in tal maniera opinione d'essere l'amico degli infelici e degli oppressi. Lo stesso anno aveva tentato di salvare a forza aperta un notajo convinto di falso: tentò pure di difendere Giacomo di Valenza prima che fosse giudicato, e dopo morto questi, prese a favoreggiare la causa degli studenti, annunciandosi come il protettore dell'università. La diserzione degli scolari aveva sparsa la desolazione in tutta la città, temevasi di vedere Bologna decaduta per sempre dall'antico suo splendore, e Romeo di Pepoli, secondato dal favor popolare, mosse il senato a posporre il rigore della giustizia al comune interesse. Furono spediti deputati agli scolari rifugiati in Siena; il podestà chiese loro pubblicamente scusa, rinunciando ad ogni giurisdizione sopra di loro, ed accrescendo l'onorario de' professori.

Gli scolari soddisfatti con questa sommissione tornarono a Bologna; ma in tale circostanza la condotta di Romeo aveva svegliati i più vivi sospetti negli amici della libertà. Quasi tutti i gentiluomini guelfi ed i migliori borghesi che penetravano più a dentro che il popolo, scoprirono i progetti di Romeo, e si unirono per impedirne l'esecuzione. Il loro partito prese il nome di Maltraversa[92] ed i fautori del Pepoli ebbero quello di scacchesi. Questa fazione ottenne il 1 luglio del 1321 di far nominare un podestà affatto ligio a Romeo, il quale non tardò a manifestare colle sentenze la sua decisa parzialità. Allora i Maltraversi accusarono apertamente Romeo di aspirare alla tirannide; spaventarono il popolo, mostrandogli le tristi conseguenze del favore che gli era stato accordato, il prezzo che questo ambizioso cittadino voleva ricavare da' suoi beneficj, risvegliando coll'esempio dei tiranni di Lombardia e di Romagna la tema e l'orrore del potere di un solo, il 17 luglio chiamarono alle armi gli amici della libertà, attaccarono nella propria casa Romeo, il quale, abbandonato da tutti i suoi partigiani, trovò modo di fuggire per una porta segreta mentre per suo ordine andavansi gettando innanzi ai cittadini armati dei sacchi di danaro per ritardarne la marcia. Tutta la famiglia Pepoli fu esiliata da Bologna, confiscati i suoi beni, atterrate le sue case, e banditi per un tempo più o meno lungo, in determinati luoghi, i suoi partigiani[93].

Ma nè la scossa cagionata da questa congiura, nè i pericoli della repubblica avevano avuto fine coll'esilio dei Pepoli. Romeo manteneva corrispondenze in città, e nel susseguente anno si scoprì una congiura in suo favore, che costò la vita ai principali suoi fautori[94]. D'altra parte egli si era collegato coi signori di Mantova, di Verona e di Ferrara; e tutti i principi delle città lombarde erano sempre disposti a favorire chiunque cercasse di fondare una nuova tirannide in uno stato libero. I Fiorentini invece, risguardandosi come i difensori della libertà, mandavano a Bologna più frequenti ajuti di quel ch'essi potessero domandarne a questa repubblica loro confederata.

Nel 1323 Castruccio, dopo essersi sottratto alla vendetta dei Fiorentini per la scissura scoppiata nel loro campo, aveva ricominciato a guastare Val d'Arno di sotto, non acconsentendogli ancora la debolezza del suo stato e della sua armata di proseguire la guerra con vigore. Talvolta nel corso d'una campagna non rimaneva che pochi giorni nel territorio nemico e solo per agguerrire i cittadini di Lucca che riconduceva ben tosto alle loro case. Confidava assai più negli stratagemmi e nelle sorprese, che nella forza delle armi; e ne' suoi progetti d'aggrandimento non faceva troppa diversità tra gli amici ed i nemici. I Pisani, coi quali era alleato pel comune interesse de' Ghibellini, trovavansi al presente impegnati in una pericolosa guerra col re d'Arragona, per difesa della Sardegna; e Castruccio si lusingò di potersi approfittare delle loro circostanze per rendersene padrone. Corruppe Betto de' Lanfranchi e quattro comandanti dei mercenarj tedeschi, che promisero di aprirgli le porte di Pisa, dopo avere ucciso il conte Nieri della Gherardesca: ma la trama si scoperse; i Lanfranchi perdettero la testa sul patibolo, e la repubblica pisana, sdegnata del tradimento di Castruccio, rinunciò alla sua alleanza, e mise una taglia sul suo capo[95].

Nel susseguente anno 1324, la guerra tra Castruccio e la repubblica fiorentina si trattò ancora più debolmente, perchè questa sembrava unicamente occupata della sommissione di alcuni gentiluomini di Val d'Arno di sopra, ai quali prese alcune castella; l'altro non prendevasi pensiero che delle sue pratiche per avere Pisa e Pistoja. Pistoja trovavasi tuttavia sotto la signoria di Filippo di Tedici, che cercava di mantenere la sua indipendenza col favore della rivalità de' due più potenti popoli tra i quali era situata Pistoja; e negoziando sempre con ambedue, pagava tributi a Castruccio per evitare la guerra, e domandava sussidj a Fiorenza per sostenerla. Ma finalmente il signore di Pistoja conobbe di non potere lungo tempo ingannare i suoi vicini con finti trattati, e s'avvide che Castruccio che aveva voluto lasciargli praticare tutti i suoi piccoli scaltrimenti, non tarderebbe a perdere la pazienza: onde risolse di vendergli la sua signoria. Il principe di Lucca gli offriva dieci mila fiorini, e per pegno della protezione che gli accordava, e dell'autorità che voleva affidargli nella sua patria, lo faceva sposo di una sua figliuola. Tedici aprì segretamente il 13 di maggio del 1325 una porta di Pistoja a Castruccio che stava appiattato a poca distanza con un corpo di cavalleria; il quale entrò subito in città, attraversando le strade e rovesciando e tagliando a pezzi i Guelfi ed i soldati fiorentini che avevano tentato di opporsegli. Ciò chiamavasi correre una città, ed in tal modo se ne prendeva possesso[96].

La notizia della presa di Pistoja giunse a Firenze mentre il popolo trovavasi adunato per una solenne festa. Nella stessa mattina la repubblica aveva armati cavalieri, il giudice esecutore dell'ordinanza di giustizia, ed un contestabile tedesco; onde i priori coi nuovi cavalieri, tutti i magistrati ed i principali cittadini trovavansi ad un banchetto. Eransi poste le tavole nella chiesa di san Pietro Schieraggio, le quali furono rovesciate nell'istante che si seppe essersi Castruccio impadronito di Pistoja; e perchè non potevasi credere che fosse interamente perduta, sperando che la guarnigione che v'era stata mandata difenderebbe almeno una porta, tutti corsero alle armi, e le compagnie della milizia si avanzarono lo stesso giorno fino a Prato, ove seppero circostanziatamente il tradimento di Filippo de' Tedici; e conoscendo che Pistoja era del tutto perduta, tornarono tristissimi a Firenze[97].

All'indomani della caduta di Pistoja il capitano che i Fiorentini avevano assoldato, entrò solennemente in città. Era quello stesso Raimondo di Cardone che aveva comandate le truppe della lega guelfa contro Matteo Visconti ed i suoi figliuoli. Dopo essere stato costretto del 1323 a levare l'assedio di Milano, fu fatto prigioniero da Galeazzo Visconti, che lo aveva posto in libertà per intavolare col di lui mezzo una negoziazione colla chiesa, non altro avendo da lui richiesto che il giuramento di non portare le armi contro i Ghibellini. Il papa non contento di rigettare tutte le proposizioni fattegli da Cardone, lo assolse dal giuramento e lo mandò ai Fiorentini.

Questi adunarono sotto gli ordini del nuovo generale la più potente armata che avessero fin allora messa in campagna. Mille Fiorentini servivano a cavallo a proprie spese; ai quali eransi aggiunti mille cinquecento cavalli mercenarj, quasi tutti Francesi, e quindici mila pedoni; onde il soldo dell'armata ammontava ogni giorno a più di tre mila fiorini d'oro[98]. Raimondo di Cardone marciò subito verso Pistoja ove Castruccio stava fabbricando una fortezza.

Poi ch'ebbe prese alcune castella, vedendo il generale fiorentino che Castruccio non si muoveva per venire a giornata, tentò di provocarlo, offrendo premj per una corsa di cavalli innanzi alle porte di Pistoja. In appresso cinse d'assedio Tizzana; ma mentre richiamava su questo castello l'attenzione di Castruccio, staccò dalla sua armata mille cavalli che passarono la Gusciana sopra un ponte volante; fece fortificare quest'importante passaggio che gli apriva il territorio lucchese, e lo stesso giorno, 10 luglio 1325, trasportò tutte le sue truppe sull'opposta riva. Attaccò subito dopo i castelli di Cappiano e di Montefalcone, e se ne rese tosto padrone[99]. Frattanto l'armata fiorentina ingrossava cogli ajuti delle città guelfe[100], di modo che i soli ausiliarj contavano più di mille cinquecento cavalli, mentre Castruccio ne aveva appena altrettanti, sebbene avesse ricevuti i rinforzi de' suoi alleati, il vescovo d'Arezzo, il conte di santa Fiora presso di Siena, ed i signori ghibellini di Maremma e di Romagna. Egli colla sua piccola armata erasi accampato a Vivinaio, in Val di Nievole per osservare gli andamenti de' Fiorentini[101].

In mezzo alle paludi dell'estremità superiore del lago di Bientina sollevasi un poggio sul quale fu fabbricato il castello d'Altopascio, riputato a quell'epoca assai forte. Vi si contavano cinquecento uomini abili alle armi, e Castruccio lo aveva provveduto di vettovaglie per due anni. Cardone l'assediò il giorno 3 agosto, ed il giorno 29 lo ebbe a patti dietro la falsa notizia d'una rotta avuta da Castruccio a Carmignano[102]. Ma per importante che fosse tale conquista, che era costata assai meno tempo che non si credeva, non compensava però lo svantaggio della dimora di più di tre settimane in mezzo alle paludi nel cuore dell'estate. Le malattie si erano manifestate nell'armata fiorentina, e le truppe, scoraggiate da un penoso servizio, non avevano quell'ardore e quella confidenza con cui avevano cominciata la campagna. Molti cavalieri annojati dall'assedio d'Altopascio avevano dato danaro a Cardone per ottenere il loro congedo. Risvegliatasi da così vergognoso commercio la naturale avidità di quest'uomo, sagrificò i più grandi avvenimenti al guadagno che credeva di fare vendendo i congedi. Per conseguire più presto il suo scopo, cercò d'accrescere l'impazienza de' cavalieri e de' ricchi mercanti che aveva nell'armata, tenendo ancora otto giorni l'armata sotto Altopascio, dopo averlo preso. Finalmente si mosse l'otto di settembre, ed andò ad accamparsi all'Abbadia di Pozzevero sempre in riva al paludoso lago di Bientina, in tempo che avrebbe potuto avvicinarsi alle montagne e trovarvi un'aria assai più sana.

Castruccio occupava queste montagne, ed aveva approfittato del tempo che perdeva Cardone a sollecitare i soccorsi di Galeazzo Visconti, il di cui figlio Azzo comandava ottocento cavalli a san Donnino nel territorio di Parma. Il signore di Lucca promise di pagare dieci mila fiorini per prezzo dell'assistenza che domandava; Azzo Visconti, avendo ricevuto un rinforzo di duecento cavalli mandatigli da Passerino Bonacossi, prese la via di Lucca, senza che il legato, Bertrando del Poggetto, che trovavasi a Parma con forze superiori, facesse verun tentativo per chiudergli la strada[103].

Ma molto tempo prima che Azzo si unisse a Castruccio, la guerra diretta da tutt'altri che da Cardone, avrebbe potuto ridursi a termine. Finalmente questo generale tentò l'undici di settembre di occupare le alture; ed in cambio d'attaccare Castruccio con tutta la sua cavalleria, gli mandò contro per isloggiarlo un debole distaccamento. I suoi cavalieri si scontrarono in un più grosso corpo di cavalleria lucchese; dei rinforzi giunsero successivamente alle due truppe; ma i Fiorentini li ricevevano più tardi de' Lucchesi, di modo che metà della cavalleria di Cardone dopo una breve zuffa dovette ritirarsi perdente. Dopo questo giorno l'armata fiorentina perdette la confidenza che aveva delle proprie forze, e più non combatteva coll'usato ardore[104].

Castruccio ebbe finalmente avviso che Azzo erasi mosso per raggiugnerlo; ma ebbe nello stesso tempo paura che i Fiorentini si ritirassero prima ch'egli ricevesse un soccorso che otteneva a sì caro prezzo, e senza che potesse approfittarne per dar loro una battaglia. Per fermare Cardone fece che giugnessero al suo campo alcuni abitanti di varie castella di Val di Nievole, che gli proponevano di dargli in mano quelle fortezze. Cardone, per tener dietro a queste simulate negoziazioni, andò procrastinando di giorno in giorno la partenza, aspettando in vano che scoppiassero le trame ch'egli supponeva di dirigere. Finalmente Azzo Visconti entrò in Lucca il 22 settembre, e ne giunse contemporaneamente l'avviso ai due campi. Allora i Fiorentini si posero in movimento per ritirarsi verso Altopascio; e Castruccio, temendo di perdere la preda sulla quale teneva gli occhi aperti da tanto tempo, corse a Lucca per affrettare Visconti a combattere lo stesso giorno; ma questi chiedeva danaro ed un giorno di riposo. La moglie di Castruccio seguita da tutte le dame lucchesi recossi allora presso al signore milanese e lo pregò a marciare contro ai nemici, facendogli presentare sei mila zecchini perchè li distribuisse alle sue genti: ma tutto fu inutile; Azzo dichiarò che non combatterebbe che all'indomani, onde Castruccio, tornato alla sua armata, si fece ad inseguire i Fiorentini per vedere se gli riuscisse di trattenerli[105].

Era in arbitrio di Cardone il ritirarsi a Galleno, o passare la Gusciana per mantenersi sempre padrone d'accettare o rifiutare la battaglia; ma temette che la sua ritirata avesse apparenza di fuga, e volle terminare la campagna con una bravata. All'indomani, lunedì 23 di settembre, venne a sfilare in parata innanzi a Castruccio, quasi per invitarlo a battaglia prima di porsi in marcia. Il signore di Lucca, sebbene non avesse ancora che mille quattrocento cavalli, accettò la disfida per ritardare la marcia de' Fiorentini, ed approfittò della vantaggiosa posizione che occupava, per non impegnare tutta la truppa nella battaglia, dando a dietro dopo ogni scaramuccia. Con tale accorgimento si sostenne dallo spuntare del giorno fino alle nove ore del mattino, che Azzo Visconti giunse alla fine in suo soccorso con i suoi mille cavalli; ed allora tutta l'armata ghibellina scese al piano e la battaglia si fece generale.

Malgrado le sofferte perdite, le forze de' Fiorentini trovavansi ancora per lo meno eguali a quelle di Castruccio, ma quasi al primo tirare di lancia il maresciallo di battaglia di Raimondo di Cardone fuggì con un corpo di settecento cavalli da lui comandati, e gettò il disordine in tutta l'armata[106]. I Fiorentini, scossi e scoraggiati dall'abbandono di così ragguardevole corpo, non si sostennero lungamente; la cavalleria fu rotta quasi subito, e l'infanteria che combatteva valorosamente, ma con armi che sgraziatamente non bastavano a difenderla dall'urto della cavalleria pesante, dovette anch'essa ripiegare. Quelli che guardavano il ponte di Cappiano, furono i primi a fuggire; onde Castruccio, sopravanzando il rimanente de' fuggitivi, s'impadronì del ponte, e chiuse come in una rete coloro che cercavano di salvarsi al di là del fiume. Molti distinti personaggi rimasero suoi prigionieri, fra i quali lo stesso Raimondo di Cardone con suo figliuolo e molti baroni francesi. Per altro la perdita della battaglia fu più accompagnata da vergogna che da strage. Molti fuggitivi trovarono modo di tornare a Fiorenza, ma i castelli di Cappiano, di Montefalcone e d'Altopascio, ch'erano stati tolti a Castruccio con tanta fatica, furono da lui in pochi giorni riconquistati. Fece spianare i due primi, e tagliare il ponte di Cappiano[107].

Il possedimento di Pistoja rendeva a Castruccio facile e sicure le scorrerie fino nel cuore degli stati di Fiorenza. Perciò, dopo avere radunate in Pistoja le sue milizie e quelle di Filippo Tedici, attaccò, il 27 di settembre, Carmignano che gli si arrese vilmente. Trasportò allora il suo campo a Signa, e bruciò Campi, Brozzi e Quarrata. Questi villaggi posti nel piano fiorentino erano appena fortificati e non capaci di lunga resistenza. Finalmente il 2 ottobre stabilì il suo quartier generale a Peretola, grosso villaggio due miglia lontano da Fiorenza, di dove i suoi soldati si avanzavano, tutto guastando, fin sotto alle mura di Fiorenza. Quella ricca valle era in allora coperta di magnifici edificj e di deliziosi giardini; perciocchè l'opulenza e l'eleganza de' Fiorentini non era ancora pareggiata da verun popolo dell'Europa; e mentre i soldati si arricchivano colle loro spoglie, Castruccio faceva trasportare a Lucca i quadri e le statue, che dopo il risorgimento delle arti, formavano il migliore ornamento de' palazzi de' Fiorentini[108].

Era giunto l'istante in cui Castruccio poteva anch'egli provocare i Fiorentini celebrando i giuochi presso le loro porte, com'erasi praticato da Cardone presso Pistoja. Uno spazio lungo un miglio la strada di Peretola a Fiorenza era stato sempre destinato alle corse dei cavalli. Vien tesa una corda a traverso al ponte alle mosse[109], e dietro alla corda cavalli barbari ornati di nastri e di fiori aspettano fremendo d'impazienza, che cadendo la corda loro apra l'arringo: allora slanciansi soli e senza condottieri nell'arena, e la scorrono con un'emulazione, una passione così calda per la gloria, che non crederebbesi propria che degli uomini. Fu in questo luogo medesimo consacrato dalle feste di molte generazioni, che Castruccio pose, il giorno di san Francesco, tre premj per la corsa; il primo ai cavalieri, il secondo ai pedoni, e l'ultimo, per insultare più vivamente i nemici, alle cortigiane. Voleva così dare a conoscere che gli esseri più deboli e più vili della sua armata potevano senza pericolo insultare i nemici. Sebbene i Fiorentini avessero entro le loro mura forze maggiori di quelle di Castruccio, erano in modo scoraggiati per la fresca disfatta, che non osarono uscire dalle loro porte per disturbare la festa[110].

Dopo la vittoria Azzo Visconti era tornato a Lucca; di dove, poi ch'ebbe ricevuto venticinque mila fiorini pel soldo e per il premio dovuto alla sua truppa, aveva raggiunto Castruccio. Voleva anch'esso vendicarsi dei giuochi dati due anni prima dai Fiorentini alle porte di Milano, quando Raimondo di Cardone assediava quella città[111]; ed il giorno 26 di ottobre ricominciò presso alle mura le corse de' cavalli. Ma i Fiorentini non potevano persuadersi che l'armata nemica fosse ritornata per questo solo motivo, e sospettavano che i prigionieri di Castruccio avessero voluto comperare la libertà con qualche tradimento, ed erano agitati da mortali inquietudini. Intanto la città era in modo affollata di contadini, che avevano dovuto abbandonare la campagna, che vi si manifestò una crudele epidemia. La signoria proibì in tale occasione gl'inviti ai funerali per non occupare la città con sì triste dovere, che avrebbe dovuto rinnovarsi ogni ora, e per non ispaventare gli ammalati facendo loro sapere quanti ne perivano ogni giorno[112].

Dopo avere saccheggiato tutto il piano di Fiorenza ed il territorio di Prato, come pure una parte di Val di Marina dall'altra parte dell'Arno, Castruccio fortificò Signa, ove lasciò guarnigione, e condusse a Lucca i suoi prigionieri con un ricchissimo bottino. Scelse pel suo trionfale ingresso in Lucca il giorno di san Martino, patrono della cattedrale di quella città, e diede a quest'ingresso la magnificenza di un trionfo. Conducevasi tuttavia il carroccio dalle armate, sebbene più non si facesse dipendere l'onore o la sorte delle battaglie dalla conservazione di questo sacro carro, dopo che non veniva più difeso dalla migliore infanteria. Il carroccio di Fiorenza preso nella battaglia d'Altopascio precedeva la comitiva. I buoi che vi stavano aggiogati, erano coperti di rami d'ulivo e di tappeti collo stemma di Fiorenza, ma questi stemmi erano capo volti come ancora quelli che ornavano il carro. La campana Martinella[113] che doveva suonar sempre in tempo della battaglia, suonava ancora in tempo di questa marcia umiliante: veniva dietro al carro Raimondo di Cardone coi principali prigionieri fiorentini i quali portavano de' torchi, che deposero avanti all'altare di san Martino. Frattanto le dame lucchesi erano uscite incontro a Castruccio, felicitando il vincitore colle loro acclamazioni. I prigionieri che ornarono il trionfo, furono obbligati a riscattarsi dalla loro prigionia, lo che produsse al signore di Lucca la somma di quasi cento mila fiorini, che gli furono utili per continuare la guerra[114].

CAPITOLO XXXI.

La Sardegna tolta ai Pisani dal re d'Arragona. — Il duca di Calabria, signore di Fiorenza. — Spedizione in Italia dell'imperatore Luigi di Baviera. — Grandezza e morte di Castruccio Castracani.

1324 = 1328.

L'attaccamento che i Pisani avevano mostrato pel partito ghibellino, il loro zelo per Federico II, Corrado, Manfredi e Corradino, ed i sagrificj fatti per Enrico VII gli avevano chiamati a figurare eminentemente nella politica continentale dell'Italia. Erano essi stati lungo tempo capi della fazione ghibellina in Toscana, e gli sforzi fatti per questa causa avevano pienamente pareggiata, e talvolta superata la loro possanza e la loro ricchezza: perciò, mentre s'indebolivano nelle guerre del continente, avevano dovuto sempre più abbandonare il commercio e l'impero del mare, da cui riconoscevano la loro grandezza. Dopo la battaglia della Meloria avevano rinunciato alla guerra coi Genovesi, e l'antica rivalità dei due popoli era spenta in tal modo, che i Pisani non approfittarono delle guerre civili che desolarono Genova per ricuperare la perduta superiorità. A poco a poco i più lontani possedimenti della repubblica furono abbandonati; cessarono d'essere i più ricchi commercianti di Costantinopoli e dell'Arcipelago; rinunciarono ai loro banchi della Siria, sentendosi incapaci di proteggere i loro stabilimenti contro i Musulmani, e la navigazione contro i corsari; si astennero dal commerciare col regno di Napoli dove, in odio del nome ghibellino, non erano sofferti dalla regnante famiglia d'Angiò; nè poterono vantaggiosamente sostenere in Sicilia la concorrenza coi Siciliani medesimi protetti da' Catalani. L'Africa soltanto restava loro aperta colle isole di Sardegna e di Corsica che avevano altra volta conquistate; ma nell'istante in cui Castruccio, dopo averli impegnati in una guerra contro i Guelfi, aveva cercato di sorprendere la loro città, la Sardegna veniva attaccata da un potente monarca, che fino a quel tempo avevano risguardato come loro alleato.

Nel 1295, Bonifacio VIII aveva accordato a Giacomo, re d'Arragona, l'investitura della Sardegna, per allettare questo monarca ad abbandonare suo fratello Federico di Sicilia. Ma questa ingiusta mercede d'un vergognoso contratto non gli si era poi data, ed i soccorsi dalla repubblica di Pisa sempre somministrati ai principi arragonesi di Sicilia, avevano fatto scordare questo progetto d'usurpazione, allorchè alcuni feudatarj dei Pisani in Sardegna istigarono Alfonso d'Arragona, figlio del re Giacomo, ad intraprendere la conquista della loro isola.

La Sardegna non era per i Pisani che una colonia di commercio; al quale oggetto avevano fortificate alcune città marittime e specialmente Città di Chiesa e Castro di Cagliari ove tenevano guarnigioni per difesa dei loro banchi. Il rimanente dell'isola era posseduto da feudatarj investiti dalla repubblica, i quali per altro si mostravano poco ben affetti alla metropoli, della quale erano molti di loro originarj; meno poi ubbidivano alle sue leggi. I più potenti feudatarj erano il giudice d'Arborea che possedeva ancora Oristagni, e teneva sotto di lui il terzo della Sardegna. Quello che allora regnava era Ugo Bassi dei Visconti[115]; e perchè questi era un bastardo di quell'illustre famiglia, la repubblica gli aveva fatti pagare per l'investitura del feudo dieci mila fiorini[116]. Costui, tenendosi offeso di questo procedere del governo pisano, offrì agli Arragonesi la Sardegna ed impegnò segretamente nella loro alleanza i marchesi Malespina ed i Doria possessori di vasti feudi nell'isola. Quando Alfonso ebbe fatti i necessarj apparecchi, fu il primo a darne avviso alla repubblica, chiedendole soccorsi; ma distribuì i soldati mandati dai Pisani ne' suoi castelli; ed il giorno 11 d'aprile del 1323, quando ebbe notizia dell'avvicinamento d'Alfonso, fece massacrare tutti i Pisani soldati e mercanti che abitavano ne' suoi stati, ed aprì i porti alla flotta arragonese[117].

Il re Alfonso aveva chiesti soccorsi al papa per far l'impresa della Sardegna, quasi che si trattasse di una guerra sacra; ma Giovanni XXII erasi limitato ad invitare l'Arragonese a far valere le sue ragioni innanzi ai tribunali ecclesiastici[118]. Il re era entrato in negoziazioni con un conte di Donoratico che aveva molti possedimenti in Sardegna; aveva sedotti due Visconti del ramo di Roccabertino, finalmente aveva aggiunti tutti i mezzi di seduzione e di tradimento ad una forza superiore. Il 30 di maggio aveva abbandonate le coste dell'Arragona con sessanta navi da guerra, venti palandre per la cavalleria, e trecento navi di trasporto. Conduceva su questa flotta mille cinquecento cavalieri e più di dodici mila pedoni. Il terzo della Sardegna fu ceduta agli Arragonesi dal giudice d'Arborea e da Doria; ma le città di Cagliari, Castro e città di Chiesa si prepararono ad una vigorosa difesa, come pure Terra nuova, Acqua fredda e Giojosa-Guardia; ed i Sismondi d'Oleastro armarono i loro vassalli per secondare le truppe della repubblica[119].

I Pisani, minacciati dalla lega guelfa di Toscana e da Castruccio, il solo Ghibellino di questa contrada; traditi dai loro vassalli ed attaccati dalla potente casa d'Arragona, senz'essere in pace colla casa rivale di Napoli, non disperarono però di difendere la Sardegna. Armarono trentadue galere che mandarono nel golfo di Cagliari; ma l'ammiraglio della repubblica, trovandolo occupato dalla flotta catalana assai più numerosa della sua, si credette abbastanza fortunato d'essersi sottratto ad un attacco dopo avere sbarcato Manfredi, figlio del conte Nieri della Gherardesca, con trecento cavalli tedeschi e duecento arcieri, che si gettarono in Cagliari[120].

L'armata arragonese aveva contemporaneamente intrapreso l'assedio di Cagliari e di Città di Chiesa, che si difesero ostinatamente otto mesi: l'eccessivo calore, le acque e l'aere corrotti cagionarono tra gli assedianti terribili malattie, che distrussero dodici mila uomini[121]. Finalmente Città di Chiesa capitolò il 7 febbrajo del 1324; e la guarnigione uscì cogli onori di guerra e si unì a quella di Cagliari per continuare la difesa di questa seconda piazza.

Intanto Manfredi della Gherardesca, ch'erasi portato a Pisa per avere nuovi soccorsi, ricomparve il giorno 25 di febbrajo nel golfo di Cagliari con una flotta di cinquantadue vascelli che aveva a bordo, cinquecento cavalli e due mila arcieri. Sbarcò senza trovar resistenza la sua gente, e marciò verso Castro di Cagliari per costringere gli Arragonesi a levare l'assedio. Di fatti Alfonso abbandonò i suoi trincieramenti e si fece incontro ai Pisani fino a Luco Cisterna. Colà le due armate vennero alle mani il 28 febbrajo, e, dopo una lunga ostinata battaglia, gli Arragonesi, superiori di forze, rimasero finalmente vittoriosi. Manfredi, sebbene ferito, potè entrare in Castro con circa cinquecento soldati, ed il rimanente della sua armata fu dispersa. Le navi da trasporto della sua flotta caddero in potere degli Arragonesi, i quali attaccarono i feudatarj fedeli ai Pisani e ne occuparono le province. A quest'epoca molti di costoro furono spogliati delle piccole sovranità che possedevano fin dall'epoca in cui la Sardegna era stata tolta ai Saraceni: ma perchè in un paese mezzo barbaro il potere de' signori ereditarj è il solo che venga rispettato, gli Arragonesi credettero più utile consiglio il fare la pace con questi capitani indipendenti, che lo spogliarli de' loro dominj, onde trovansi ancora per molti anni ne' fasti della Sardegna i nomi delle famiglie pisane[122].

Appena terminata la battaglia di Luco Cisterna, Alfonso riprese l'assedio di Castro di Cagliari, di cui Manfredi, poichè fu guarito delle sue ferite, prese il comando. Egli tentò di sturbare con una vigorosa sortita le operazioni degli assedianti, sorprese il loro campo e vi sparse il disordine, ma le vecchie bande de' Catalani non tardarono a circondarlo da ogni parte. Di cinquecento cavalli ch'egli comandava, trecento perirono sul campo di battaglia; ed egli stesso, mortalmente ferito, ricondusse gli avanzi della sua gente in Castro, ove morì dopo pochi giorni. Gli assediati, perduta ogni speranza di soccorso, domandarono di capitolare[123].

Alfonso, che aveva di già perduti quindici mila uomini e che sperava di consolidare colla pace la sua conquista, accordò agli assediati onoratissime condizioni. Castro di Cagliari dovea rimanere alla repubblica pisana a titolo di feudo dipendente dal re, e le private possessioni possedute dai Pisani nell'isola doveano rimaner pure in piena loro proprietà: ma la repubblica dovea riconoscere Alfonso come re di Sardegna. Queste condizioni essendo state accettate dalla signoria, fu ben tosto fatta la pace; ma Alfonso ne approfittò per fortificare all'ingresso del porto di Cagliari un castello ch'egli intitolò Bonaria, o Aragonetta, il quale signoreggiava talmente l'ingresso di Castro, che i vascelli, le vittovaglie e le mercanzie non potevano giugnere ai Pisani senza il permesso degli Arragonesi.

La guarnigione di Bonaria non tardò ad abusare arrogantemente del vantaggio della sua posizione. L'anno seguente s'impadronì di alcune navi che i Pisani mandavano a Cagliari[124], onde la repubblica fu forzata a ricominciare la guerra per vendicare questa fresca ingiuria. Spossata affatto dalle precedenti disfatte, riclamò l'assistenza de' Ghibellini genovesi, che, rifuggiati a Savona, sussistevano colla professione delle armi. Col loro soccorso i Pisani equipaggiarono una flotta di trentatre galere e ne affidarono il comando a Gasparo Doria. Questa flotta incontrò il giorno 29 dicembre gli Arragonesi nel mare Sardo, e la fortuna fu ancora per l'ultima volta contraria ai Pisani. Furono prese otto galere, e le altre si ritirarono assai danneggiate dopo aver perduti molti soldati e marinai. I Genovesi guelfi e ghibellini furono egualmente sensibili all'affronto fatto alla bandiera della nazione, e poco mancò che il desiderio d'umiliare i Catalani non riconciliasse le due fazioni, spegnendo quell'odio che da tanto tempo le armava l'una contro l'altra[125]. Ma i Pisani non furono in istato di aspettare questa tarda riconciliazione. Il castello di Castro, ultimo possedimento della repubblica in Sardegna, venne ceduto agli Arragonesi, e nel susseguente anno fu, colla mediazione del papa, conchiusa la pace. La repubblica di Pisa abbandonò la Sardegna al re d'Arragona, e furono rilasciati reciprocamente i prigionieri senza taglia[126].

Una piccola parte della Toscana riacquistava con questo trattato di pace la tranquillità. Tutti gli altri stati di questa provincia erano in allora scossi dall'ambizione di Castruccio; e la parte guelfa, abbattuta per la disfatta dei Fiorentini ad Altopascio, ebbe poche settimane dopo, mentre cercava di rifarsi, un nuovo infortunio nello stato di Bologna.

La lega de' signori ghibellini di Lombardia attaccava Bologna con un accanimento eguale a quello di Castruccio contro i Fiorentini. Romeo de' Pepoli era morto in esiglio, ma i di lui figliuoli non erano stati abbandonati dai signori di Lombardia; Passerino Bonacossi, Cane della Scala, ed il marchese d'Este erano entrambi nel Bolognese con un'armata, cui si congiunse Azzo Visconti che ritornava da Lucca. I Ghibellini avevano due mila ottocento cavalli, ai quali i Bolognesi non potevano opporre che due mila duecento; ma la loro infanteria di oltre trentamila uomini sopravanzava d'assai quella de' loro nemici. La disfatta avuta dai Fiorentini ad Altopascio mosse i Bolognesi, persuasi d'essere loro riservato l'onore di vendicare la parte guelfa, ad affrettare la battaglia. Malgrado le calde istanze de' Fiorentini che loro mandavano molte truppe, il 15 novembre offrirono la battaglia ai Ghibellini alle falde del Monteveglio, e furono rotti. Perirono o furono fatti prigionieri cinquecento cavalieri e mille cinquecento fanti; e tra i prigionieri contaronsi Malatestino da Rimini loro generale e podestà, ed i più ragguardevoli cittadini. I principi lombardi dopo la loro vittoria cinsero Bologna d'assedio, ma non tardarono ad accorgersi che le loro forze non bastavano contro una città così potente, e si ritirarono con un ricchissimo bottino[127].

L'antico capo della lega guelfa in Italia solo non prendeva parte alla guerra generale ed alle disfatte della sua parte. Roberto, re di Napoli, poi ch'ebbe lasciata Genova l'anno 1319, erasi trattenuto parecchi anni in Provenza, per sottomettere alle sue pratiche la corte d'Avignone ed assicurare la sua influenza sopra il papa. Era partito finalmente alla volta di Napoli in aprile del 1324 con una flotta di 45 vascelli, e, passando per Genova, erasi fatto riconfermare per altri sei anni la signoria di quella città[128].

Un'ambascieria della repubblica fiorentina giunse a Napoli ed espose al re i gravissimi pericoli de' suoi alleati i Guelfi di Toscana. Gli esposero quali fossero le forze e l'ambizione di Castruccio, l'unione ch'egli aveva stabilita nella sua fazione, e quali ajuti aveva ottenuti dai Ghibellini di Lombardia. Gli ricordarono i servigi che i Fiorentini avevano resi alla casa d'Angiò, quando i dominj del re erano stati minacciati in Piemonte, e quando non avevano temuto di provocare Castruccio per allontanarlo da Genova, ove Roberto trovavasi assediato. Finalmente gli domandarono, in virtù de' trattati che essi avevano sempre fedelmente osservati, i soccorsi da lui dovuti alla lega guelfa. Ma il re di Napoli sapeva egualmente approfittare dei disastri e delle prosperità de' suoi alleati. Attribuì il suo raffreddamento e le perdite de' Fiorentini alla mancanza loro che avevano lasciata spirare nel 1321 la sua signoria: soggiugneva d'essere sempre disposto a difenderli, ma che la sua real dignità e lo stesso vantaggio della fazione non gli permettevano di prender parte alla guerra che in qualità di capo. Chiese in somma ch'egli, o suo figlio il duca di Calabria, fossero investiti dalla repubblica di assoluti poteri. I consigli di Fiorenza, costretti di comperare l'ajuto dei loro alleati a così caro prezzo, scelsero di preferenza per loro signore il duca di Calabria, Carlo, unico figlio del re, e cercarono nelle loro convenzioni d'allontanare ogni arbitrio dall'autorità che gli confidavano, e di conservare intatta la libertà della repubblica. Chiesero che mantenesse al suo soldo mille cavalieri d'oltremonti finchè durerebbe la guerra; e che in tempo di pace lasciasse in città quattrocento cavalieri sotto gli ordini del suo luogotenente. Gli furono assegnati duecento mila fiorini nel primo periodo e cento mila nel secondo. La signoria del duca di Calabria doveva durare dieci anni, cominciando il 13 gennajo del 1326, giorno in cui fu firmato il trattato[129].

Un luogotenente del duca di Calabria venne prima di lui in Toscana per prendere possesso della signoria di Fiorenza. Era questi Gualtieri di Brienne, duca titolare d'Atene, e figlio di quello ch'era stato ucciso del 1311 nella grande battaglia di Cefiso, quando i Catalani conquistarono il suo ducato[130]. Venne accompagnato da quattrocento cavalieri francesi; ed i Fiorentini gli giurarono fedeltà, e gli permisero di nominare, a nome del duca Carlo, una nuova signoria[131].

Il duca di Calabria giunse in Toscana verso la metà dell'estate con intenzione di unire tutte le comuni guelfe sotto una sola direzione. Approfittò del suo viaggio a Siena per chiedere la signoria di quella città, che gli fu accordata solamente per cinque anni e sotto più gravi condizioni che quelle imposte da' Fiorentini[132]. Il 30 luglio entrò solennemente in Fiorenza accompagnato dai più grandi signori del regno delle due Sicilie, e da duecento cavalieri dello speron d'oro. Aveva sotto i suoi ordini mille cinquecento cavalli, che aggiunse a quelli condotti pochi mesi prima dal duca d'Atene[133].

Questa bella armata, che fu ben tosto ingrossata dalle truppe ausiliarie di tutti i Guelfi toscani, avrebbe potuto tentare qualche fatto d'importanza, approfittando della presente malattia di Castruccio; ma il duca si ristrinse a far ribellare due castelli della montagna pistojese, che furono ben tosto ritolti; ed a impegnare Spinetta Malaspina in un tentativo sopra la Lunigiana ove fu respinto con perdita[134]. Frattanto Carlo di Calabria faceva sopra i suoi alleati le conquiste che far non sapeva sui nemici dello stato. Ridusse molte città soggette ai Fiorentini, Prato, san Gemignano, Samminiato e Colle, a darsi a lui direttamente[135]. Impose nuovi tributi, e costò alla repubblica quattrocento cinquanta mila fiorini all'anno, invece dei duecento mila, che gli erano stati accordati; spogliò i priori di quasi tutte l'autorità costituzionali; abolì le leggi sontuarie intorno al lusso delle donne; finalmente si rese tanto più odioso che non compensò tante vessazioni con alcuna vantaggiosa impresa contro Castruccio[136].

La città di Bologna seguì, dopo alcuni mesi, l'esempio datole dai Fiorentini, e cercò di assicurarsi una potente protezione, assoggettandosi alla signoria di uno dei capi di parte guelfa; e chiamò in suo ajuto il cardinale Bertrando del Poggetto, legato del papa in Italia. Questi dal 1322 in poi era stato potentemente secondato da Vergusio Landi, una volta capo de' Ghibellini di Piacenza, ma ch'era passato alla parte guelfa per vendicarsi di Galeazzo Visconti, seduttore di sua moglie. Tortona, Alessandria, Piacenza, Parma, Reggio e Modena eransi successivamente date alla chiesa per tutto il tempo che l'impero rimarrebbe vacante. Bologna anch'essa aprì le sue porte al cardinale legato, conferendogli, il giorno 8 febbrajo del 1327, la signoria della città e del territorio[137].

Ma in questo medesimo tempo andava condensandosi all'estremità della Lombardia una tempesta che poteva ruinare tutto il partito guelfo. Era giunto a Trento Luigi di Baviera, l'imperatore eletto in febbrajo del 1327, ove aveva presieduta un'adunanza de' principali Ghibellini d'Italia. Marco Visconti, Passerino Bonacossi, Obizzo marchese d'Este, Guido Tarlati, vescovo d'Arezzo, e Cane della Scala eransi recati presso l'imperatore, come pure gli ambasciatori di Federico re di Sicilia, di Castruccio e de' Pisani. Luigi aveva promesso di venire a Roma a prendere la corona imperiale, ed i Ghibellini gli avevano promesso un dono di cento cinquanta mila fiorini per ispesare la sua truppa[138].

Luigi di Baviera sembrava allora in istato d'intraprendere esterne guerre, e di vendicarsi del papa che lo aveva tanto crudelmente oltraggiato. Il suo rivale, Federico d'Austria, dopo una lunga prigionia a Trausnitz, erasi finalmente stancato della sua schiavitù. Luigi lo aveva visitato nella sua prigione l'anno 1325, avevagli offerta la libertà, non domandando altra ricompensa che la sua amicizia ed alleanza. Una condotta così generosa toccò il cuore di Federico, che riconobbe Luigi per suo imperatore, obbligandosi a difenderlo verso tutti e contro di tutti, anche contro quello, diceva egli, che si dà il titolo di papa. Molti de' suoi baroni eransi fatti garanti delle sue promesse, e la sua figlia aveva sposato il figlio di Luigi[139]. Invano Giovanni XXII annullò questo trattato; invano Leopoldo, fratello del duca d'Austria, continuò la guerra; che Federico fu fedele alle sue promesse: i due rivali diventati amici sinceri ebbero comuni la tavola ed il letto, e furono in procinto di dividere tra di loro la dignità imperiale[140].

Ne' cinque anni, ch'erano corsi dopo la battaglia di Muhldorf, Luigi aveva sforzati gli altri principi della casa d'Austria a fare la pace, ed aveva sventati gl'intrighi del papa in Germania. Era chiamato in Italia non meno dal desiderio della vendetta, che da quello di sanzionare i suoi diritti all'Impero, facendosi coronare a Roma. Vero è che, indebolito da lunghe guerre, era povero di gente e di danaro; ma il paese che visitava, era una ricca miniera, onde sperava che la cupidigia più che l'ubbidienza avrebbe strascinato in folla i Tedeschi in quelle ricche contrade, per dividerne le spoglie.

L'imperatore eletto apparecchiandosi ad attaccare il papa, il suo più implacabile nemico, lo aveva già indicato nell'assemblea di Trento come prete sacrilego ed eretico, usurpatore del supremo pontificato, che i Cristiani dovevano rifiutare. Un partito numeroso erasi nella chiesa rivoltato contro Giovanni XXII, nè l'accusa d'eresia era nuova. Questo papa, ambizioso e cupido troppo più che non si conveniva a principe cristiano, aveva non pertanto molto zelo per la fede; ma egli credeva di esserne l'oracolo, e le opinioni da lui adottate erano spesse volte in aperta opposizione con quelle de' suoi dottori. Così trovavasi in allora impegnato in una disputa coi Francescani, o frati Minori, intorno alla povertà di Gesù Cristo. Questi monaci, che in forza dei loro voti abiuravano ogni proprietà, pretendevano che gli alimenti che mangiavano, non fossero una loro proprietà, nè pure nell'istante in cui li mangiavano, e che Gesù Cristo aveva loro dato l'esempio di questa suprema povertà. Per lo contrario il papa sosteneva che Gesù Cristo aveva avute alcune proprietà sia personali, sia comuni coi suoi Apostoli, e che i Francescani non potevano schivare che le cose appropriate al loro uso non fossero altresì loro proprietà. I Domenicani erano per l'opinione del papa, ma molti fedeli inclinavano a credere che negando a Cristo una suprema povertà si attentasse alla sua gloria; onde i Francescani, ostinandosi nella propria credenza, avevano condannato il papa come eretico e scomunicato. Giovanni XXII, che attaccava una crudele importanza a questa disputa di parole, fece bruciare i più ostinati tra questi frati e spogliò l'ordine di tutti i suoi beni per ridurlo a quella evangelica povertà, di cui tanto si gloriava[141].

Indipendentemente dai frati Minori, ancora altri teologi prendevano le parti di Luigi di Baviera. E questi erano coloro che, stomacati dalle usurpazioni della santa sede, sostenevano l'indipendenza delle autorità secolari, ed anche la loro superiorità sul papa. Scrissero con molta energia e molta eleganza intorno a quest'argomento Marsilio di Padova, medico di Luigi, e Giovanni Gianduno o di Gand, suo consigliere; ma le loro opinioni furono condannate come eretiche dalla corte romana[142].

Incoraggiato dalle esortazioni de' suoi teologi e de' frati Minori, e sicuro degli ajuti de' Ghibellini, Luigi di Baviera entrò in Italia senza danaro e col seguito di soli seicento cavalli. Ma Cane della Scala, signore di Verona, Passerino de' Bonacossi, signore di Mantova, ed il marchese d'Este, signore di Ferrara, gli vennero incontro colla loro cavalleria, e presero assieme la strada di Milano, ove il re de' Romani ricevette il 30 maggio la corona di ferro nella basilica di sant'Ambrogio dalle mani dei vescovi d'Arezzo e di Brescia, dal papa già deposti e scomunicati[143].

Dacchè Galeazzo Visconti, signore di Milano, aveva vinto Raimondo di Cardone in una grande battaglia e fattolo prigioniere, poco più temeva gli attacchi de' Guelfi. La sua potenza li teneva lontani da' suoi stati, ed altronde manteneva una segreta corrispondenza colla corte di Roma, cui faceva sperare che, abbandonato il partito dell'imperatore, riconoscerebbe dalla chiesa la sua autorità. Ma Galeazzo aveva trovati nuovi nemici nella propria famiglia. Quel Lodrisio Visconti, suo parente, che lo aveva scacciato da Milano, poi richiamato del 1322, non sapeva nè sottomettersi al governo dispotico di Galeazzo, nè acconsentire al trattato che gli vedeva stringere col papa. Pretendeva Marco Visconti, fratello di Galeazzo, di dividere con lui la sovranità rassodata col suo valore e colle sue vittorie; e la gelosia tra i due fratelli era poc'a poco declinata in aperto odio. I nobili milanesi credevansi avviliti dall'innalzamento di una famiglia poc'anzi loro eguale, il popolo non aveva dimenticata l'antica libertà, e per ultimo gli altri capi ghibellini di Lombardia, Cane Passerino e Franchino Rusca, tiranno di Como, eransi alienati da Galeazzo, dopo che i suoi trattati colla corte pontificia avevano risvegliata la loro diffidenza. Luigi di Baviera nell'adunanza di Trento, poi a Como ed a Milano, era stato richiesto da tutti coloro che lo circondavano di privare Galeazzo del principato[144].

Finchè Luigi di Baviera guerreggiò in Germania per farsi riconoscere re de' Romani, la sua condotta era stata libera, leale, onorata, e talvolta generosa. In Italia, per lo contrario, fu quasi sempre perfida e venale. Pare che supponesse l'Italia, in certo modo, abbandonata al saccheggio: vedevasi circondato da tiranni che non conoscevano scrupoli, e si credeva anch'esso libero da ogni dovere. È cosa notabile che siasi quasi sempre fatto uso contro gl'Italiani di quella perfida politica che viene loro rimproverata, ed i loro nemici accrebbero fede a questa ingiusta riputazione di falsità per essere liberi da qualunque dovere verso gli accusati di mala fede. Luigi di Baviera doveva riconoscere in Galeazzo Visconti il più antico ed intrepido campione del partito ghibellino, pure non lasciò di tradirlo mentre da lui riceveva una generosa ospitalità: sedusse i contestabili delle truppe tedesche al di lui servizio, ed il 6 di luglio in una pubblica assemblea, dopo avergli aspramente rinfacciato di non avere ancora pagata la promessa contribuzione, lo fece arrestare unitamente a suo figlio e a due fratelli. Gli strappò di mano, col timore del supplicio, le chiavi di tutte le sue fortezze, indi lo mandò colla sua famiglia nelle terribili prigioni ch'egli medesimo aveva fatto fare a Monza[145].

Dopo ciò, Luigi ristabilì in Milano un simulacro di repubblica, facendo scegliere dalle ventiquattro tribù della città un consiglio di ventiquattro membri, cui diede per presidente Guglielmo di Monforte, governatore imperiale. Ma le grandi contribuzioni imposte per ordine del monarca fecero bastantemente comprendere ai cittadini, che non avevano altrimenti ricuperato il diritto di governarsi da sè stessi.

Così solenne tradimento poteva per altro avere per l'imperatore la triste conseguenza di staccare dal suo partito i capi ghibellini ai quali appoggiavasi tutta la sua fortuna, onde trovò necessario di giustificarsi in una dieta, adunata a quest'oggetto ad Orci nel territorio bresciano. Accusò Galeazzo d'aver voluto tradire la causa dei Ghibellini per favorire la chiesa, e produsse innanzi all'assemblea alcune carte che provavano le di lui negoziazioni col papa. Risvegliò l'animosità e la gelosia degli uditori contro il capo della casa Visconti, e si scolpò facilmente in su gli occhi di coloro che bramavano di trovarlo innocente. Chiese in appresso ed ottenne sussidj di danaro e di soldati; e, chiusa la dieta, s'incamminò verso la Toscana con mille cinquecento cavalieri tedeschi, la maggior parte de' quali erano stati al servizio di Galeazzo, e con cinquecento cavalieri somministrati dai tre signori ghibellini di Lombardia[146]. Passò il Po il 23 di agosto, e giunse a Pontremoli il primo di settembre, senza che il cardinale legato, che aveva più di tre mila cavalli nello stato di Parma, osasse opporsi alla sua marcia.

Castruccio era stato uno de' primi ad affrettare la discesa in Italia di Luigi di Baviera, e questi faceva grandissimo capitale de' consigli, del valore e de' soldati di così riputato capitano. Castruccio desiderava ardentemente l'arrivo dell'imperatore. Era stato a vicenda tribolato dagl'intrighi e dalle armi del potente suo vicino il duca di Calabria, signore di Fiorenza; aveva più che mai bisogno degli esterni ajuti per difendersi contro la maggioranza delle forze che l'unione dei Napoletani dava ai Guelfi di Toscana. Una delle più potenti case di Lucca, i Quartigiani, che, sebbene originariamente Guelfi, avevano contribuito all'innalzamento di Castruccio, avevano preso parte contro di lui in una trama ordita dal duca di Calabria. Nuovi progetti di ambizione, o fors'anco il desiderio di tornare in libertà la loro patria gli aveva alienati dal signore di Lucca, il quale, scoperta la loro congiura, ne condannò venti ad orribile supplicio, facendoli sotterrar vivi col capo allo in giù. Altri cento furono esiliati, e qui si fermarono le indagini di Castruccio per timore di scoprire più colpevoli che non avrebbe voluto[147].

Dall'altro canto un'armata guelfa di due mila cinquecento cavalli e dodici mila fanti aveva conquistati santa Maria a Monte ed Artiminio, e minacciava i territorj di Lucca e di Pistoja, quando, avuto avviso dell'avvicinamento dell'imperatore, si ritirò bruscamente verso Fiorenza[148]. Liberato Castruccio da tanto pericolo, corse incontro a Luigi, facendogli portare a Pontremoli magnifici regali. Gli aprì le porte del castello di Pietra santa, di dove, lasciata Lucca a sinistra, gli fece prendere la strada di Pisa.

I Pisani più non conservavano quel primo caldo attaccamento al partito ghibellino, di cui avevano date in addietro così luminose prove. Erano spossati dalla guerra sarda, durante la quale erano stati abbandonati dagli antichi alleati e traditi da Castruccio, onde desideravano di tenersi amici i Fiorentini coi quali eransi di fresco rappacificati. Temevano inoltre la collera del papa, da cui erano stati per lo stesso motivo altre volte scomunicati; per le quali cagioni gli ambasciatori mandati al congresso di Trento, invece d'invitare l'imperatore nella loro città, gli avevano offerti sessanta mila fiorini per prezzo della loro neutralità ed indipendenza. La condotta tenuta da Luigi verso Galeazzo Visconti accresceva la diffidenza dei Pisani, i quali per non essere, come il signore di Milano, traditi dai Tedeschi che tenevano al loro soldo, li privarono dei loro cavalli e delle armi. Pure, così consigliati da Guido dei Tarlati, vescovo d'Arezzo e loro alleato, mandarono a Ripafratta, posta al confine dello stato lucchese, tre nuovi ambasciatori a Luigi[149].

Castruccio, che non aveva rinunciato al progetto d'assoggettarsi Pisa, consigliò l'imperatore a non accogliere i deputati di quella repubblica, rifiutando il loro danaro e le loro offerte: e mentre i deputati tornavano a Pisa, li fece arrestare al passaggio del Serchio, protestando che li tratterebbe come ostaggi e li farebbe morire, se la patria loro non apriva le porte al re de' Romani[150]. Il vescovo d'Arezzo che aveva impegnata la sua fede per la loro sicurezza, chiese a Luigi che fossero posti in libertà. Con siffatta violazione del diritto delle genti, diceva egli, veniva compromessa la sua parola, sagrificato l'onore del monarca, e tutti gli antichi Ghibellini, spaventati da questa mancanza di fede, abbandonerebbero la causa del capo dell'Impero, invece di esporsi per la medesima. Tali dovevano essere per Luigi IV le conseguenze de' consigli di Castruccio, cui ciecamente si abbandonava. Il capo dell'Impero, soggiugneva il vescovo d'Arezzo, avrebbe dovuto ricordarsi che la sua politica niente aver doveva di comune con quella d'un usurpatore, che tutto sagrificava all'interesse personale ed al bisogno presente, d'un tiranno pel quale il ben pubblico, l'onore, la probità, la riconoscenza e la speranza non erano che nomi vuoti di senso. Castruccio irritato rispose con violenza che non s'aspettava ad un vile il dirigere i guerrieri, nè ad un traditore il predicare la virtù: che il vescovo d'Arezzo colle sue pratiche coi Fiorentini era bastantemente convinto di mala fede o di piccolo cuore, e che s'egli avesse voluto attaccare Fiorenza dalla banda delle montagne, mentre Castruccio la stringeva dalla parte del piano, il partito guelfo sarebbe in Toscana affatto spento. In questa calda disputa Luigi si decise per Castruccio[151]. Guido dei Tarlati abbandonò all'istante il campo imperiale e la causa di Luigi; ma col cuore ulcerato dall'indegnità del trattamento fattogli, dall'ingratitudine de' suoi amici e dai rimorsi di avere portate le armi contro la chiesa, fu sorpreso da grave malattia che lo condusse a morte in capo a pochi giorni mentre trovavasi a Montenero. Gli Aretini che erano stati felici sotto il di lui governo, affidarono la carica di capitano della loro città ad uno de' suoi nipoti, Pietro Saccone Tarlati, signore di Pietramala, il più valoroso de' gentiluomini che conservavano tuttavia inviolata la loro indipendenza nelle montagne[152].

Mentre i Pisani stavano aspettando i loro ambasciatori, Luigi di Baviera e Castruccio alla testa dell'armata ghibellina si presentarono alle porte della loro città. La signoria le fece subito chiudere, rifiutandosi di ricevere l'imperatore; il quale, risoluto d'intraprenderne l'assedio, si accampò alla sinistra dell'Arno. Castruccio occupò la riva destra; e due ponti di barche, uno sopra l'altro al di sotto della città, univano i due campi e terminavano la linea che chiudeva Pisa, mentre i distaccamenti di cavalleria approfittavano dell'inclinazione del popolo per la parte ghibellina, onde soggiogare tutti i castelli della repubblica. Frattanto la signoria era forzata a praticare certi ritegni che distruggevano le sue risorse; non osava chiedere soccorso di truppe al duca di Calabria per non rinunciare con tal passo al partito ghibellino; e non si attentava di levare nuove contribuzioni, e di prendere le energiche misure che potevano metter fine agl'intrighi de' suoi interni nemici. Dopo aver sostenuto un mese d'assedio, quando Luigi incominciava a scoraggiarsi il governo fu forzato a domandare la pace dalle grida della plebaglia, ammutinata dai capi del partito democratico per vendicarsi dell'essere stati da sett'anni in qua esclusi dall'amministrazione.

Onorevoli furono le condizioni accordate da Luigi ai Pisani; promise loro che nè Castruccio nè gli esiliati entrerebbero in città, ch'egli medesimo non promoverebbe verun cambiamento nel governo, e che la contribuzione pagabile da Pisa, siccome da tutte le città imperiali pel suo felice arrivo, sarebbe fissata in sessanta mila fiorini, che gli erano stati fin da principio offerti. A tali condizioni e dopo aver posti in libertà gli ambasciatori trattenuti da Castruccio, entrò pacificamente in Pisa il 10 ottobre facendo osservare alla sua armata la più severa disciplina. Ma que' medesimi cittadini che avevano costretta la signoria a far la pace, il conte Tazio, figliuolo di Gerardo di Donoratico, e Vanni, figliuolo di Banduccio Bonconti, che volevano pur vedere rovesciato il presente governo, adunarono tumultuariamente un parlamento, che annullò la capitolazione accordata dall'imperatore, richiamò gli esiliati, e permise a Castruccio l'ingresso in città. Il primo atto di sovranità esercitato da Luigi di Baviera sopra la repubblica fu una contribuzione di cento cinquanta mila fiorini[153].

Luigi visitò in appresso Lucca e Pistoja; e per ricompensare lo zelo e la fedeltà di Castruccio, eresse in suo favore un ducato in Toscana, formato delle città di Lucca, Pistoja, Volterra e della Lunigiana. Diede l'investitura di questo nuovo ducato a Castruccio, il giorno di san Martino, accordandogli in pari tempo d'inquartare i suoi stemmi con quelli della Baviera[154].

La vicinanza dell'imperatore teneva Fiorenza inquieta assai, non dubitandosi che non fosse per manifestare il suo sdegno contro una repubblica, che tanto apertamente erasi dichiarata pel partito de' suoi nemici: pure non furonvi ostilità tra lui e il duca di Calabria. I due nemici di quasi eguali forze si guardavano con rispetto, e non cercavano occasioni di fare sperimento della propria forza. Luigi in sul finire di dicembre prese a traverso le Maremme la strada di Roma; mentre il duca, per avvicinarsi in pari tempo che l'imperatore a Roma ed a Napoli, seguiva la strada superiore di Siena, Perugia e Rieti. La piena dei fiumi ritardò la marcia dell'armata tedesca, e gli cagionò grandissime difficoltà, ma il duca non osò approfittarne. Il 2 gennajo 1328 finalmente Luigi arrivò a Viterbo, ove fu cordialmente accolto da Salvestro de' Gatti, signore ghibellino di questa città. Intanto il duca rientrò per la via dell'Aquila nel regno di Napoli, avendo lasciati in Fiorenza mille cavalli sotto gli ordini di Filippo da Sanguineto suo luogotenente[155].

Poichè Roma fu abbandonata dai papi, il suo governo degenerò in una irregolare oligarchia. Talvolta i ministri del papa o del re di Napoli vi esercitavano molta autorità; altra volta si disputavano il supremo potere le potenti famiglie dei Colonna, de' Savelli, degli Orsini. Per altro la costituzione della città avrebbe potuto risguardarsi come repubblicana e democratica: un magistrato forestiere che aveva il nome di senatore, era incaricato dell'amministrazione della giustizia; un consiglio di cinquantadue membri eletti dai rispettivi quartieri trovavasi alla testa dell'amministrazione, ed erano presieduti dal prefetto di Roma; finalmente veniva frequentemente consultata l'assemblea del popolo; ed il senatore, siccome i due capitani del popolo che lo ajutavano, venivano eletti dalla nazione. Tra i nobili, i Savelli erano ghibellini, guelfi gli Orsini, e dei due fratelli Colonna Stefano e Sciarra, il primo seguiva le parti del papa, l'altro quelle dell'imperatore. Quando seppesi in Roma la discesa di Luigi di Baviera in Italia, un movimento popolare aveva obbligato Napoleone Orsini e Stefano Colonna a ripararsi colle loro famiglie in Avignone, mentre Sciarra Colonna e Giacomo Savelli erano stati nominati capitani del popolo dai Ghibellini vittoriosi[156].

I deputati del senato romano si fecero incontro all'imperatore fino a Viterbo per istabilire le condizioni del suo ingresso in Roma: ma Luigi che si era assicurato l'appoggio dei capi del governo, e che non voleva nè scontentare il senato, nè legarsi con anticipate convenzioni, fece onestamente trattenere gli ambasciatori, e giunse egli stesso alle porte della città il giorno 7 gennajo del 1328, prima che fossero tornati: fu accolto dai Romani con infinito giubilo ed alloggiato in Vaticano. Il quinto giorno, fatto adunare tutto il popolo avanti al Campidoglio, commise al vescovo d'Aleria in Corsica di ringraziare in suo nome i Romani dell'attaccamento che gli mostravano. Questi promise che Luigi farebbe prosperare l'eterna città, ridonandole l'antica sua gloria. In appresso, di consentimento del popolo, stabilì che la ceremonia della sua incoronazione si farebbe la seguente domenica 27 di gennajo[157].

Nel giorno destinato Luigi partì da santa Maria Maggiore colla sua consorte Margarita di Hainault per recarsi in san Pietro di Vaticano. I capitani del popolo, i consiglieri e tutti i baroni di Roma, vestiti di drappi d'oro, aprivano il corteggio; venivano dietro al monarca quattromila cavalli che aveva seco condotti; e le strade che attraversava, erano addobbate di ricchissimi tappeti. Un legista seguiva l'imperatore, affinchè tutte le ceremonie si eseguissero conformemente alle leggi. Castruccio nominato cavaliere e conte del palazzo di Laterano per questa solennità, portava la spada dell'impero, ch'egli stesso doveva cingere al monarca. Era il capitano coperto di un abito di seta chermisì, con due brevi a grandi lettere d'oro sul petto e sulle spalle che ascrivevano a Dio la sua grandezza, e ne lasciavano l'avvenire alla provvidenza[158]. Giacomo Alberti, vescovo di Venezia o Castello, e Gerardo Orlandini, vescovo d'Aleria, l'uno e l'altro dal papa scomunicati e deposti, stavano aspettando Luigi a san Pietro per consacrarlo. Dopo questa cerimonia, Sciarra Colonna pose sulla di lui testa la corona dell'impero, e Luigi, quasi per prendere possesso della nuova dignità, fece leggere tre decreti, in forza dei quali prometteva di mantenere la purità della fede cattolica, di rispettare i preti e di conservare i diritti delle vedove e dei pupilli. Dopo ciò, tutto il corteggio tornò in Campidoglio. Aveva il popolo conferita al monarca per acclamazione la dignità di senatore di Roma, e questi la trasmise a Castruccio affinchè l'esercitasse in suo nome[159].

Immediatamente dopo la consacrazione, Luigi avrebbe dovuto marciare contro Napoli colle imponenti forze ch'egli comandava, e schiacciare il suo principale avversario, che non era in istato di resistergli lungamente: ma egli sentiva che la sua coronazione era di niun valore per l'aperta opposizione del papa. Diffidava de' proprj diritti, e cercava di assodarli ora con ridicole e talvolta scandalose formalità: intentò un processo contro il papa, additato col nome di prete, Giacomo di Cahors, lo citò al suo tribunale, e come colpevole d'eresia e di lesa maestà, lo condannò alla deposizione ed in seguito alla pena di morte[160]. Gli diede per successore un frate Minore, chiamato Pietro di Corvaria, che fece eleggere dal popolo e consacrare sotto nome di Nicolò V[161]. Ma mentre lasciava inutilmente passare, stando in Roma, la stagione di agire, Castruccio, il suo più fermo appoggio, era richiamato in Toscana da una rivoluzione che minacciavalo di rapirgli i suoi stati.

Il luogotenente del duca di Calabria a Fiorenza, Filippo da Sangineto, aveva la notte del 28 gennajo sorpresa Pistoja. Due emigrati guelfi di questa città gli avevano date le misure delle fosse e delle mura; i Guelfi di Pistoja avevano prese le armi ed aperta una breccia per far entrare la cavalleria fiorentina; e la guarnigione di Castruccio, non avendo potuto sostenersi nella fortezza, erasi ritirata a Serravalle. Ma l'armata di Sangineto, quasi tutta composta di Borgognoni, aveva crudelmente abusato della sua vittoria, saccheggiando dieci giorni continui la città senza risparmiare piuttosto i Guelfi che i Ghibellini: ed aveva tanto ben consumate tutte le sue munizioni ed i suoi magazzini, che si era spogliata di tutti i mezzi di difesa ove fosse stata attaccata dai nemici[162].

Non ebbe appena ricevuto l'avviso della perdita di Pistoja, che Castruccio partì alla volta della Toscana con mille cavalli e mille arcieri che aveva condotti a Roma per onorare l'imperatore. Giunto a Pisa, si appropriò il prodotto delle gabelle, ed impose nuove contribuzioni[163]. Aveva Luigi data all'imperatrice la sovranità di Pisa; ma quando un suo luogotenente si presentò per prendere possesso della signoria, Castruccio lo costrinse a ritirarsi, e corse la città alla testa della sua cavalleria, per sottometterla alla sua autorità[164]. Frattanto disponevasi ad assediare Pistoja; ed il 13 maggio mandò mille cavalli ed un grosso corpo d'infanteria con ordine di occupare le comunicazioni della piazza, ed in seguito fece avanzare la milizia di Pisa, indi passò egli stesso al campo col rimanente delle sue forze.

I Fiorentini irritati dalle vessazioni di Filippo da Sangineto, dal saccheggio di Pistoja, e dal vedere che la sovranità di quella terra veniva riservata al duca di Calabria, avevano rifiutato di approvisionarla a loro spese. Pure quando videro Castruccio disposto ad intraprenderne l'assedio, pentiti della loro ostinazione, adunarono una forte armata per vittovagliare Pistoja, difesa da trecento cavalieri e da mille fanti al loro soldo, sussidiati dai Guelfi della città[165]. Il 13 luglio l'armata Fiorentina composta di due mila seicento cavalli, e secondo alcuni di circa trenta mila pedoni[166], s'avvicinò alla città assediata, mandando a sfidare Castruccio a battaglia. Il signore di Lucca accettò garbatamente il guanto della sfida, e fissò il giorno ed il luogo della battaglia; ma perchè egli non aveva da opporre all'armata nemica che mille seicento cavalieri, invece di prepararsi alla battaglia, approfittò dell'indugio per fortificarsi nel suo campo, rendendone l'attacco quasi impossibile. Quando i Fiorentini nel giorno convenuto ebbero aspettato alcun tempo l'armata lucchese nel piano, e s'accorsero d'essere stati beffati, tentarono di forzarla ne' suoi trincieramenti, ma ne furono respinti con qualche perdita. Pensarono allora di obbligare Castruccio a levare l'assedio per venire a difendere i suoi stati trasportando improvvisamente la guerra nello stato di Pisa che mise a fuoco e sangue. Ma sapendo Castruccio che Pistoja non aveva vittovaglia che per pochi giorni, lasciò guastare le campagne e non abbandonò la sua posizione. In fatti gli assediati scoraggiati dalla partenza dell'armata guelfa, capitolarono, ed aprirono le porte della città al signore di Lucca il 3 agosto del 1328[167].

«Quando Castruccio, dice il Villani, ebbe riacquistata Pistoja per suo grande senno e studio e prodezza,... tornò alla città di Lucca con grande trionfo e gloria, e trovossi in sul colmo d'essere temuto e ridottato e bene avventuroso di sue imprese più che fosse stato nullo signore o tiranno italiano, passati molti anni; e con questo signore della città di Pisa e di Lucca e di Pistoja e di Lunigiana e di gran parte della Riviera di Genova di levante, e trovossi signore di più di trecento castella murate. Ma come a Dio piacque il quale per debito di natura ragguaglia il grande col piccolo, e 'l ricco col povero, per soperchio di disordinata fatica prese nell'oste a Pistoja, stando armato, andando a cavallo e talora a piè a sollecitare le guardie o a' ripari della sua oste, facendo fare fortezze e tagliate, e talora cominciava colle sue mani, acciò che ciascuno lavorasse al caldo del sole Leone, sì li prese una febre continua, onde cadde forte malato. E per simile modo molta buona gente di Castruccio ammalarono.»

Il più ragguardevole personaggio che perì vittima di quest'epidemia sotto gli occhi di Castruccio, fu Galeazzo Visconti, già signore di Milano. L'imperatore lo aveva, ad istanza del signore di Lucca, posto in libertà il 25 marzo unitamente alla sua famiglia, e Galeazzo in allora militava sotto le insegne del suo protettore[168]. Fu sorpreso dall'epidemia nella rocca di Pescia, ove quest'uomo, ch'era stato signore di Milano e di altre sette grandi città, cioè Pavia, Lodi, Cremona, Como, Bergamo, Novara e Vercelli, ridotto alla condizione di povero soldato, morì in pochi giorni miserabilmente e scomunicato.

Frattanto la malattia di Castruccio facevasi pericolosa in modo, ch'egli stesso, conoscendo vicino il termine de' suoi giorni, dispose de' suoi beni, lasciando ad Enrico, suo maggior figliuolo, il ducato di Lucca nel modo che lo aveva istituito l'imperatore[169]. Ordinò che subito morto, questo suo figlio passasse a Pisa con un corpo di cavalleria per mettersene al possesso, e non prendesse il corrotto finchè non avesse assodata la sua sovranità. Dopo aver date tali disposizioni rese l'anima il sabato 3 settembre 1328.

Era Castruccio assai destro della persona, di grande e svelta statura, di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco; aveva i capelli diritti e biondi e dolce la fisonomia; morì di quarantasette anni. Fra i tiranni ebbe nome di valoroso e magnanimo[170], saggio, accorto, pronto nel risolvere, instancabile nella fatica, valoroso nelle armi, antiveggente, felice nelle sue imprese, da tutti temuto. Ma nel corso di quindici anni in cui tenne il governo di Lucca, diede diverse prove della crudeltà del suo carattere. Diede in preda ad orribili torture i sospetti, e condannò ad atroci supplicj i suoi nemici. Sempre vago d'avere nuovi servitori e nuovi amici, non era riconoscente de' ricevuti beneficj; anzi pareva incrudelire maggiormente contro coloro che lo avevano ajutato ne' suoi bisogni, quasi volesse scaricarsi in tal modo di quanto loro doveva. Andava debitore ai Quartigiani del suo primo ingrandimento, ed abbiamo veduto che li condannò a crudele supplicio. I Poggi, altra famiglia lucchese, lo avevano tolto dalle mani di Neri della Faggiuola, e gli avevano aperta la strada alla sovranità; ed egli approfittò dell'opportunità di una privata quistione in cui ebbero parte, per far tagliare la testa a due di loro[171].

La morte di Castruccio fu a seconda de' suoi ordini tenuta nascosta fino al giorno 10 di settembre, nel qual tempo il suo maggior figliuolo corse colla cavalleria le città di Lucca e di Pisa, rompendo i Pisani ovunque tentarono di opporgli resistenza. Tornò poscia a Lucca per assistere ai funerali del padre, che fu con grandissima pompa sepolto il giorno 14 di dicembre nel convento de' frati minori di san Francesco[172].

Estremo fu il giubbilo de' Fiorentini allorchè seppero la morte di Castruccio. Lo stesso Luigi di Baviera, privo de' consigli e dell'appoggio di Castruccio, più non era per loro un terribile nemico. Sapevano che rimasto senza di lui in Roma non d'altro erasi occupato che di vane e ridicole cerimonie; che colle imprudenti sue invettive contro il papa e contro la chiesa aveva disgustati i suoi più fedeli partigiani; che aveva trascurato il momento più opportuno di attaccare il regno di Napoli; che le truppe del re Roberto eransi avanzate ad insultarlo fino ad Ostia; che un corpo de' suoi cavalieri era stato distrutto fra Todi e Narni; che i Romani stanchi di averlo nella loro città, ed irritati dalle contribuzioni che loro imponeva grandissime, eransi battuti coi suoi Tedeschi; e finalmente che, partendo da Roma il 4 di agosto per passare in Toscana assieme al suo antipapa, erano stati dalla plebe gravemente ingiuriati; gettati nel Tevere alcuni de' suoi soldati rimasti alla coda dell'armata; ed all'indomani accolti e creati senatori Bartoldo Orsino e Stefano Colonna, ch'erano tornati in Roma coi Guelfi[173].

Intanto erasi l'imperatore avanzato fino a Todi con due mila cinquecento cavalli, disponendosi a tenere la strada d'Arezzo per attraversare la Toscana. Egli pensava di assediare Firenze prima che potesse vittovagliarsi col vicino raccolto; nel qual caso avrebbe potuto ridurla a difficili circostanze. Ma lo rimosse da questo progetto una flotta siciliana giunta ne' mari di Toscana sotto il comando di don Pedro, figliuolo del re Federico, che aveva con se mille cento cavalieri catalani o siciliani. Don Pedro ricordava all'imperatore la concertata spedizione col re di Sicilia contro Roberto re di Napoli, affrettandolo a riprendere la strada del regno. In fatti Luigi tornò alquanto addietro per avvicinarsi al mare: incontrò a Corneto don Pedro, ed i due principi si caricarono a vicenda di rimproveri. Luigi accusava il Siciliano d'essere venuto troppo tardi; e questi rinfacciava all'imperatore d'avere troppo presto abbandonati i suoi progetti. Fecero non pertanto assieme qualche impresa nelle Maremme; ma trovandosi Luigi a Grossetto, ebbe notizia il 18 settembre della morte di Castruccio, e di quanto suo figliuolo Enrico aveva fatto in Pisa; onde partì all'istante per riavere questa città, che si affrettò di aprirgli le porte per liberarsi dal giogo dei Lucchesi[174].

Quando moriva Castruccio, Luigi di Baviera perdeva un altro de' suoi consiglieri e de' suoi confidenti, Marsilio di Padova, il teologo controversista che aveva combattuta l'autorità dei papi, ed aveva avuta grandissima parte ne' processi cominciati in Roma contro Giovanni XXII[175]. Il giorno 9 di novembre morì ancora Carlo, figliuolo del re Roberto, duca di Calabria e signore dei Fiorentini. Costui non lasciava che due figliuole[176]; ed il re suo padre non aveva altri figli, di modo che questa casa, già da tanto tempo la protettrice del partito guelfo, pareva vicina al suo fine. Perciò i più zelanti Guelfi di Fiorenza ne furono estremamente afflitti; ma il popolo rallegravasi di veder terminato, prima che spirasse il termine convenuto, l'arbitrario e concussionario governo de' Pugliesi. Trovavasi felice nel vedersi liberato da un signore nè valoroso nè prudente, e che chiamato a difendere Firenze nelle più difficili circostanze aveva dissipati i tesori dello stato non pensando che a vane ostentazioni ed a' suoi piaceri[177].

La morte suole di rado recar soccorso agli sventurati quando gemono nel colmo delle sofferenze; più raramente ancora ferisce colui contro del quale i voti degli uomini invocano la vendetta del cielo. I suoi inaspettati decreti colgono il giusto, le di cui virtù eccitano il più vivo rammarico, mentre il grande colpevole non cade che quando i suoi delitti incominciano ad essere obbliati. Ma nella storia fiorentina la morte ci si presenta più volte quale liberatrice della repubblica. La morte d'Enrico VII salvò Firenze dalla collera di questo provocato imperatore; la morte di Castruccio la liberò dal più valoroso guerriero, dal più profondo politico, dal più temuto di tutti i suoi nemici; la morte del duca di Calabria la sottrasse al dominio de' Napoletani nel momento che più non aveva bisogno de' loro soccorsi.

CAPITOLO XXXII.

Grandezza di Firenze. — Ritirata di Luigi di Baviera e ruina de' suoi alleati. — Campagna in Italia di Giovanni di Boemia.

1328 = 1333.

Alla morte di Castruccio incomincia un'altra delle più gloriose epoche della grandezza di Firenze, la quale, liberata da così potente nemico, dominò tutta l'Italia col vigore de' suoi consigli e colla profonda sua politica. Sempre disposta a proteggere i deboli e gli oppressi, sempre apparecchiata ad opporre agli usurpatori un'insormontabile resistenza, la signoria fiorentina si considerò quale custode dell'equilibrio politico d'Italia specialmente destinata a conservare ai sovrani la loro indipendenza, ai popoli il proprio governo.

D'uopo è ricercare nello stesso carattere di una nazione i motivi dell'abituale condotta del suo governo, e specialmente quando il governo è democratico. Le qualità caratteristiche de' Fiorentini li rendevano acconci a sostenere le luminose parti che avevano preso a rappresentare, e l'Atene d'Italia ricordò quella di Grecia non meno per l'ingegno del suo popolo, che pei capi d'opera che produsse.

Tra i popoli italiani risguardavasi il fiorentino come il più accorto; motteggiatore nelle brigate, coglieva con vivacità il ridicolo; quando trattavasi di affari, la sua perspicacia mostravagli la più breve e facile via per conseguire l'intento, i vantaggi e la difficoltà d'ambo i lati; nella politica indovinava i progetti de' suoi nemici, prevedeva le conseguenze delle loro azioni, e la serie degli avvenimenti. Non pertanto il suo carattere era più fermo, e la sua condotta più misurata assai che non sarebbesi potuto presumere da tanta vivacità. Lento a risolvere, non intraprendeva cose pericolose che dopo lunghi consigli; ma quando vi si era impegnato, non si lasciava smuovere dai più gravi ed impreveduti disastri. Nelle cose delle lettere i Fiorentini univano alla prontezza la forza del raziocinio, alla filosofia la giovialità, la facezia alle più sublimi meditazioni. La profondità del carattere aveva presso questo popolo conservato l'entusiasmo, ed il motteggio ne aveva formato il gusto; la severità del pubblico contro il ridicolo aveva stabilita intorno alle lettere ed alle arti una non meno severa legislazione.

La scuola di pittura che allora fioriva nella loro città, porta l'impronta del genio creatore, di cui venivano per altro corretti i traviamenti. Il pittore che inventava il paradiso ed osava rappresentarvi gli eletti nella loro gloria, consigliavasi col pubblico di cui temeva il giudizio. Giotto fioriva a quest'epoca in Firenze: figliuolo d'un povero montanaro, aveva ricevuto dalla repubblica l'onore della cittadinanza ed una ragguardevole pensione. Con una prodigiosa diligenza arricchiva tutte le chiese di quadri assai più belli di quanto erasi fatto fino allora, e trovava tempo per dipingerne ancora per le altre città d'Italia. Aveva egli fatto il modello del bel campanile della cattedrale di Firenze; ed i molti discepoli ai quali amorosamente insegnava l'arte sua, erano destinati a darle maggior perfezione[178]. Stefano, Andrea di Cione, Buffalmacco, Taddeo Gaddi ec., ottennero grandissima celebrità.

Ma più che l'amore delle lettere e delle belle arti radicato era nel popolo fiorentino quello della libertà. La sua gelosia della suprema autorità lo chiamava ad opporsi vigorosamente ad ogni specie di aristocrazia; ed i suoi talenti per le combinazioni politiche lo riconducevano sempre verso lo stesso scopo con venti sperienze in diverse costituzioni. Nello stesso tempo egli sapeva circoscrivere il potere dei capi, e porsi in guardia contro le agitazioni delle assemblee popolari.

(1328) La morte del duca di Calabria diede ai Fiorentini nuova cagione di riformare la loro costituzione, e di equilibrare i diversi poteri della repubblica. I parlamenti o assemblee generali dei cittadini che tenevansi nella pubblica piazza, avevano più spesso servito al sovvertimento delle leggi che a tenerle in vigore; quindi i buoni cittadini andavano sempre proponendo di chiamare il popolo all'esercizio della sovranità per mezzo di rappresentanti, e non direttamente; di consultare la sua opinione, non di contarne i suffragi; poichè non può esistere la pubblica opinione, nè ha tempo di formarsi in que' paesi, ne' quali il regime democratico la converte subito in legge; e quando vengono interpellati tutti i cittadini sopra oggetti non meditati che da pochi, quasi tutti non danno la propria ma l'altrui opinione. I Fiorentini non meno gelosi de' cittadini ateniesi non volevano persuadersi che la nascita, il rango, gl'impieghi rendessero gli uni più che gli altri cittadini proprj al governo. Non pretendevano per altro, che la nazione intera fosse nello stesso tempo sovrana e suddita; ma bensì volevano tutti giugnere successivamente alla magistratura ed ai consigli, acconsentendo che la magistratura ed i consigli, finchè durava la loro amministrazione, governassero soli in nome della repubblica.

Ed a fronte del loro esagerato amore dell'eguaglianza, erano non pertanto costretti di confessare che molti cittadini avrebbero avvilito il governo colla bassezza della loro condizione, coi villani loro modi, e colla loro ignoranza. Non volevano per altro escluderli con leggi generali, le quali verrebbero considerate e come ingiuriose a coloro contro i quali erano dirette, ed inoltre come insufficienti; onde preferirono di provvedervi indirettamente, non accordando le cariche che a quelli che ne sarebbero giudicati degni da una autorità nazionale. Chiesero adunque che si facesse una nota generale di tutti i cittadini eleggibili, guelfi, e dell'età di trent'anni: e questa nota si formò coll'intervento di cinque magistrature indipendenti, cadauna delle quali rappresentava un interesse nazionale: i priori in nome del governo, i confalonieri in nome della milizia, i capitani di parte in nome de' Guelfi, i giudici di commercio in nome de' mercanti, i consoli delle arti in nome degli artisti, indicavano tutti la volta loro i cittadini che riputavano degni de' pubblici onori. Alcuni aggiunti cavati dalla massa del popolo sussidiavano questi elettori, onde verun cittadino non fosse dimenticato o escluso per sorpresa: e così colui che non veniva ricordato da nessuno come abbastanza degno, non era più chiamato alle cariche.

La nota degli eleggibili veniva poscia assoggettata alla ricognizione di una balìa. Componevasi questo corpo elettorale dei magistrati in numero di novantasette[179]; e dovevansi avere sessant'otto suffragi per essere iscritto nella lista de' priori. I buoni uomini, i consoli delle arti, i confalonieri della compagnia venivano eletti nella stessa maniera. Finalmente furono aboliti i quattro antichi consigli, e surrogati due nuovi; quello del popolo composto di trecento membri che dovevano provare di essere guelfi e popolani; ed il consiglio del comune formato di cento venti nobili e di cento venti cittadini dell'ordine popolare. I due consigli venivano rinnovati ogni quattro mesi[180].

Per tal modo ebbero nel governo la loro rappresentanza tutte le principali parti componenti lo stato, la nobiltà ed il popolo, il commercio e le manifatture, ogni corpo militare, ogni mestiere, ogni quartiere della città. La sovranità rimase tutta intera alla nazione, senza che la nazione fosse adunata; la volontà del popolo giudicò di tutte le più importanti quistioni, ma dopo essere state lungamente disaminate dalla magistratura e dai consigli.

Quel medesimo spirito di libertà che aveva presieduto alla formazione della costituzione, dirigeva il governo nelle sue relazioni esteriori. I Fiorentini furono appena liberati dal timore di Castruccio, che determinarono di liberare dal giogo dei tiranni anche i popoli vicini. Dopo aver veduto l'indipendenza d'Italia minacciata dal Bavaro, determinarono di opporsi allo stabilimento di qualunque potenza straniera al di qua delle Alpi.

Luigi di Baviera erasi avanzato fino alle frontiere della repubblica fiorentina, e pel 13 dicembre del 1328 aveva convocata in Pisa un'assemblea de' principali capi del partito ghibellino: ma mentre la teneva occupata soltanto intorno al processo che faceva contro il papa d'Avignone il suo antipapa Nicolò V[181], la cavalleria fiorentina due volte s'avanzò ad insultarla fino sotto le mura di Pisa. Luigi di Baviera aveva perduto in Castruccio il suo miglior consigliere ed il suo campione. Egli non aveva danaro per mantenere un'armata così lontana dal proprio paese; ed era talvolta costretto di procurarsene coi più perfidi e vergognosi modi[182]: veniva perciò doppiamente diffamato, per la sua povertà e per le frodi e per l'ingratitudine che questa obbligavalo a praticare[183].

Durante la sua dimora in Roma aveva fatto imprigionare e mettere barbaramente alla tortura Salvestro de' Gatti, signore di Viterbo, per obbligarlo a scoprire il luogo in cui teneva nascosti i suoi tesori, sebbene fosse questi il primo signore dello stato ecclesiastico, che aveva volontariamente data in mano dell'imperatore una fortezza[184]. Cercava in pari tempo di aver danaro da' Visconti e di cavare nuovi frutti del tradimento loro fatto. Il 6 di luglio del precedente anno aveva fatto ritenere Galeazzo accusato d'aver trattato coi Guelfi; ma aveva, senza verun pretesto, fatto imprigionare in Monza il figlio ed il fratello di questo signore. Dopo otto mesi lasciatosi finalmente piegare dalle istanze di Castruccio, avea ritornata loro la libertà il 25 marzo del 1328, ma lasciato morire nella miseria e nell'esilio il valoroso capo di questa famiglia. Presentemente negoziava coi superstiti di vender loro la sovranità rapitagli. Egli voleva danaro, ed inoltre chiedeva un pegno della futura fedeltà di coloro che aveva tanto crudelmente offesi. Per fargli cosa grata, Giovanni Visconti, il terzo de' figliuoli del grande Matteo, aveva accettato il cappello cardinalizio dell'antipapa Nicolò V; e mentre suo nipote Azzo mercanteggiava coll'imperatore il riacquisto di Milano, un impreveduto avvenimento affrettò la conclusione del trattato[185].

Tutte le truppe imperiali lagnavansi di non essere pagate; ma più impazienti di tutti erano i Sassoni e gli abitanti della Germania inferiore, che anche nello stato ecclesiastico avevano minacciato di battersi coi loro patriotti. Finalmente risolsero di sorprendere una fortezza, perchè servisse loro di pegno; ed ottocento cavalieri della bassa Germania con molti pedoni partirono il giorno 29 ottobre del 1329 alla volta di Lucca con tanta celerità, che l'imperatore ebbe appena tempo di far chiudere le porte della città[186]. Dopo aver saccheggiati i sobborghi di Lucca ed i villaggi di Val di Nievole, si stabilirono sulla montagna del Ceruglio, il più alto tra i colli che dividono il piano delle paludi di Fucecchio da quello del lago di Bientina. Si afforzarono in questa vantaggiosa posizione, lontana quindici miglia da Lucca e dodici da Pisa, signoreggiando egualmente le pianure di Val di Nievole e quelle di Val d'Arno, onde chiudevano l'ingresso ne' territorj pisano e lucchese. Allora minacciando indistintamente i Guelfi ed i Ghibellini posero all'incanto i loro servigi e la loro nimicizia[187].

Luigi di Baviera, conoscendo quanto pericolosa fosse la sua situazione, volendo richiamare gli ammutinati, si determinò finalmente a conchiudere la lunga negoziazione coi Visconti, ritornando ad Azzo il titolo di vicario imperiale e facendogli aprire le porte di Milano. Azzo Visconti promise il pagamento di cento venticinque mila fiorini, e mandò suo zio Marco al corpo tedesco di Ceruglio, per informarlo di questo trattato e pregarlo a pazientare finchè il danaro giugnesse da Milano. Ma i Tedeschi, dopo avere aspettato pochi giorni, fermarono Marco Visconti, come sigurtà del danaro che loro aveva promesso[188].

Intanto l'imperatore cercava d'imporre contribuzioni sui paesi già governati da Castruccio. Egli aveva accordato ai di lui figliuoli il titolo di duchi di Lucca, che loro ubbidiva ancora; sebbene molte famiglie repubblicane, gli Onesti, i Pozzinghi ed i Salamoncelli, cercassero di ristabilire l'antica forma del governo[189]. Luigi di Baviera sotto colore di proteggere i giovanetti orfani, de' quali era naturale tutore, entrò in Lucca, ove fu ricevuto senza sospetto il 16 marzo del 1329. Ma egli ordinò subito al suo maresciallo di correre per le strade con un corpo di cavalleria, come costumasi nel prender possesso di una città. I Tedeschi attaccarono gli steccati eretti contro di loro, bruciarono le case de' Pozzinghi, ove incontrarono resistenza, ed il fuoco comunicandosi ai vicini edificj ridusse in cenere il più ricco quartiere della città, quello di san Michele. Dopo ciò l'imperatore vendette Lucca per ventidue mila fiorini a Francesco Castracani, parente, ma nemico, di Castruccio e de' suoi figliuoli[190].

Filippo Tedici, che aveva venduta Pistoja a Castruccio, voleva almeno conservare la signoria di questa città ai giovani Castracani; ma i Panciatichi, antichi capi del partito ghibellino, vi si opposero colle armi, e Tedici fu cacciato di Pistoja coi soldati di Castruccio. Così fu in pochi mesi distrutta la potenza di questo valoroso ed accorto principe che fatti aveva tremare tutti i Guelfi d'Italia. I suoi figliuoli, scacciati dalle città in cui aveva egli regnato, furono forzati di ripararsi ne' castelli degli Appennini, finchè giunti all'età atta alle armi professarono il mestiere di condottieri. I diversi stati da Castruccio uniti in un solo, si separarono per essere un dopo l'altro ridotti in servitù, mostrando così che l'efimera loro potenza era attaccata ad una sola vita. Que' popoli, cui Castruccio aveva ispirato il proprio ardore militare, trovaronsi spossati dalle battaglie sostenute con tanta gloria; esauriti erano i loro tesori, la loro gioventù perita nelle battaglie, e i Lucchesi pagarono con quaranta anni di schiavitù la breve gloria onde Castruccio gli aveva coperti.

Luigi di Baviera non prendendosi verun pensiero dei figliuoli del suo più fedele servitore, ch'egli stesso aveva ruinati, lasciò la Toscana il giorno 11 aprile. Vedeva ogni giorno venir meno in questa provincia il suo credito; e non potendo ridurre sotto le sue insegne i Tedeschi del Ceruglio, temeva di vedersi esposto a grandi rovesci di fortuna, ove questi prendessero soldo dalla repubblica fiorentina. Affidò la custodia di Pisa a Tarlatino di Pietra Mala, uno de' signori d'Arezzo, lasciandogli circa seicento cavalli tedeschi, e s'incamminò col resto delle sue truppe verso la Lombardia[191].

Finchè l'imperatore si trattenne in Toscana, i Fiorentini non potevano disporre delle loro forze, che per difendersi da così potente nemico; ma ne fu appena lontano, che cominciarono ad approfittare dell'odio che questo monarca aveva ispirato ai popoli. Dì quante conquiste aveva fatte Castruccio, più d'ogni altra spiaceva ai Fiorentini quella di Pistoja che apriva ai Ghibellini il passaggio delle montagne, e li metteva nella stessa campagna di Firenze. Ma i Panciatichi, capi de' Ghibellini pistojesi, dopo averne scacciati i Tedici che risguardavano come traditori, mossero pratica presso il governo fiorentino per rappacificarsi. Ne aprì le negoziazioni Pazzino de' Pazzi, loro parente, col di cui mezzo il 24 maggio del 1329 si segnò la pace tra Pistoja e Firenze. I Pistojesi rinunciarono ad ogni loro diritto sopra Montemurlo, Carmignano, Artimino e Vitolino, fortezze già occupate dai Fiorentini; si obbligarono ad avere in ogni tempo per loro amici gli amici dei Fiorentini, per nemici i loro nemici; ed acconsentirono a ricevere entro le loro mura, per sicurezza della città, un capitano fiorentino con una piccola guarnigione[192]. Dopo questo trattato, sebbene si continuasse a risguardare Pistoja qual città alleata e non suddita de' Fiorentini, cessò d'avere un'esistenza indipendente, e cessarono i suoi abitanti di formare un popolo.

La più ridente provincia della Toscana, Val di Nievole, occupata dai Lucchesi l'anno 1281[193] aveva ubbidito a Castruccio. Due piccoli fiumi, che per altro non sono mai senz'acque, la Pescia e la Nievole, rendono fertilissimo il piano di questa bella vallata che si copre ogni anno di ricche messi. Le colline che la circondano sparse di ulivi e di viti, producono il più delicato olio ed i migliori vini della Toscana: ne coronano la vetta antiche rocche, le di cui torri, coperte d'ellera e di capperi, s'innalzano di mezzo ad alti castagni ed ai cipressi. Queste rocche non appartenevano alla nobiltà immediata, ma vi si erano adunati per loro sicurezza i proprietarj della valle; un ricinto comune serviva alla difesa delle case e de' più preziosi effetti, e senza uscire dai loro ripari gli abitanti di questo delizioso paese potevano custodire le messi del piano ed osservare il lavoro de' loro agricoltori. Ogni borgata aveva un governo municipale; e prima di passare sotto il dominio de' Lucchesi, queste piccole popolazioni, tanto vicine le une alle altre da potersi intendere parlando da un castello all'altro, si erano talvolta fatte la guerra, ed avevano contratte fra di loro alleanze offensive e difensive. Morto Castruccio, desiderando di separare la loro sorte da quella dei Lucchesi, si collegarono tra di loro per assicurare la comune indipendenza; ma l'esempio dei Pistojesi li persuase a cercare l'alleanza e la protezione di Firenze; onde il 21 giugno del 1329 fu firmato un trattato di perpetua pace tra la repubblica per una parte, e per l'altra i castelli di Pescia, Montecatini, Buggiano, Uzzano, Colle, Cozzile, Massa, Monsummano e Montevetturini. Obbligavansi questi a non avere altri amici che gli amici dei Fiorentini, ed essere nemici dei loro nemici, e ad ubbidire ad un capitano che manderebbe loro la repubblica[194].

Parve che allora si presentasse alla repubblica l'opportunità di fare un acquisto assai più importante. Le fu offerta in vendita la città di Lucca. I Tedeschi che avevano abbandonato l'imperatore, e ch'eransi trincierati a Ceruglio, quando seppero ch'era partito, credettero utile di assoggettarsi ad un capo che conoscesse l'Italia e la politica italiana, e scelsero quello stesso Marco Visconti che pochi dì prima avevano arrestato, ma che aveva saputo farsi amare da molti loro compatriotti per il suo valore ed i talenti militari, e perchè il suo carattere inquieto ed intraprendente lo rendevano degno del comando d'una banda di avventurieri. Infatti Marco Visconti trovossi appena capo di questa temuta gente, che prese a negoziare con tutti i suoi vicini, col governo di Firenze, coi Tedeschi di guarnigione a Lucca, e cogli oppressi cittadini di Pisa.

La conquista di Lucca fu il primo frutto di queste segrete pratiche. L'imperatore aveva lasciati trecento cavalieri tedeschi a Francesco Castraccani degli Interminelli, suo vicario in Lucca; questi furono sedotti dai Tedeschi del Ceruglio; ed altri cavalieri della stessa nazione, che avevano militato sotto Castruccio, ed erano rimasti di guarnigione nella rocca di Lucca, promisero di ajutare il figlio del loro duca, che Marco Visconti aveva fatto venire nel suo campo; e nella notte del 15 aprile le porte della città e la sua rocca furono aperte ai Tedeschi del Ceruglio, i quali disarmarono i cittadini e ne diedero la signoria a Marco Visconti[195]. Ma i soldati cui andava debitore della nuova sovranità, erano accostumati a vivere coi ladronecci, ed il territorio lucchese che andavano guastando, e la città, impoverita dalle precedenti guerre, più omai non bastavano a mantenerli[196]. Perciò desideravano di tornare in Germania, ed erano disposti a cedere Lucca a qualunque loro pagasse in cumulo il soldo dovuto dall'imperatore; il quale, stando ai loro calcoli, ammontava a ottanta mila fiorini. Per tale prezzo offrirono Lucca ai Fiorentini, i quali rifiutarono l'offerta; o perchè i priori della repubblica non volessero arricchire coi proprj tesori i loro nemici, Marco Visconti ed il figliuolo di Castruccio[197]; o perchè una vicendevole diffidenza impedisse ai Fiorentini ed ai Tedeschi di mandare ad effetto il trattato, negando gli uni di dare il danaro prima che fosse loro aperta la città; ne volendo gli altri aprirla avanti di riceverlo[198]; o pure, come vogliono alcuni, che vi si opponesse una segreta gelosia contro il primo negoziatore incaricato di questo trattato dalla signoria[199].

Intanto scoppiava in Pisa una seconda congiura diretta da Marco Visconti. Questa città, sì lungo tempo fedele agl'imperatori, e che tanti enormi sacrificj sostenne per cagion loro, aveva esperimentata, come gli altri stati ghibellini, l'ingratitudine di Luigi di Baviera. Il diritto delle genti era stato violato nei suoi ambasciatori, la città assediata, la capitolazione violata, e la signoria affidata successivamente all'imperatrice, a Castruccio, a Tarlatino di Pietra Mala; finalmente insopportabili contribuzioni erano state imposte agli abitanti, le quali avevano fatto succedere la miseria all'antica opulenza. Marco Visconti concertò il modo di liberare Pisa col conte Fazio, o Bonifazio della Gherardesca, capo della fazione plebea; gli spedì una compagnia di cavalieri, col cui ajuto Fazio scacciò di Pisa il vicario imperiale co' suoi soldati, e ristabilì in giugno del 1329 il governo indipendente della repubblica[200].

Intanto Marco Visconti non si credeva del tutto sicuro in mezzo ai Tedeschi che lo avevano creato loro capo, e venne personalmente a Firenze per ripigliare il trattato della vendita di Lucca. In questo frattempo i suoi luogotenenti aprirono un eguale trattato coi Pisani, i quali, temendo d'essere prevenuti dai Fiorentini in così notabile acquisto, strinsero il contratto pel prezzo di sessanta mila fiorini, e ne sborsarono incautamente per caparra tredici mila, senza farsi dare ostaggi. I Tedeschi si fecero giuoco della data fede e rifiutarono d'aprire la città. Intanto i Fiorentini adombrati dal tentativo de' Pisani, fecero ben tosto avanzare le loro truppe per impedirne l'esecuzione; ed i Pisani che avevano perduta una somma considerabile, e risguardavano egualmente come loro nemici i Tedeschi di Tarlatino che avevano cacciati fuori di Pisa, ed i Tedeschi di Lucca che gli avevano ingannati, furono obbligati a fare la pace con Fiorenza il 12 agosto del 1329, rinunciando all'acquisto di Lucca[201].

I Tedeschi rinnovarono un'altra volta l'offerta di vendere Lucca ai Fiorentini; e perchè la signoria non aveva voluto accettarla, molti ricchi mercanti formarono una società, nella quale prese parte anche il nostro storico Giovanni Villani, per acquistar Lucca col loro danaro. Essi avevano raccolti tra di loro cinquantadue mila fiorini, e dieci mila ne aggiungevano i mercanti lucchesi che desideravano di liberar la loro patria dall'oppressione; onde dalla signoria di Fiorenza si chiedevano soltanto quattordici mila fiorini, per i quali le si davano in custodia le mura e la fortezza: e coloro che avevano somministrato il danaro, sarebbero stati rimborsati col prodotto delle gabelle delle porte di Lucca. Ma questa volta un inconcepibile acciecamento sorprese la signoria, che d'ordinario mostrò tanta accortezza, e le fece rigettare così utili offerte. Temette forse il ridicolo, cui sarebbe esposta una nazione di mercanti, che invece di soggiogare i nemici colle armi, non sapeva che comperarli. «Che fama certa, dice il Villani, era per lo mondo che i Fiorentini per covidigia di guadagno di moneta hanno comperata la città di Lucca. Ma al nostro parere, e a' più savi, che poi l'hanno esaminato quistionando, che compensando le sconfitte e danni ricevuti, e ispendii fatti per lo comune di Firenze per cagione de' Lucchesi per la guerra Castruccina, niuna più alta vendetta si poteva fare per li Fiorentini, nè maggiore laude e gloriosa fama poteva andare per lo mondo che potersi dire, i mercanti e singulari cittadini di Firenze con la loro pecunia hanno comperato Lucca, e suoi cittadini e contadini stati loro nemici, come servi[202]».

Intanto un emigrato ghibellino di Genova, detto Gherardino Spinola, si fece a trattare cogli avventurieri tedeschi l'acquisto di Lucca; e questi soldati, impazienti di ripatriare, gli cedettero la città il giorno 2 settembre per trenta mila fiorini. I Lucchesi ne riconobbero l'autorità, meno insopportabile al certo che quello della soldatesca cui succedeva; ed i Fiorentini che gli dichiararono la guerra, si videro tolti dai Ghibellini le castella di Collodi e di Montecatini[203].

Tranne questa guerra, poco dannosa, eransi ristabiliti in Toscana l'ordine e la pace. La stessa repubblica di Pisa aveva cercato di rappacificarsi col partito guelfo e col papa: al quale oggetto obbligò l'antipapa Nicolò V ad uscire dalle sue mura; ed in seguito lo fece arrestare in un castello della Maremma, ove erasi nascosto, e lo mandò prigioniero in Avignone. Giovanni XXII pianse di gioja vedendosi arbitro della sorte di così pericoloso rivale, che fece custodire, finchè visse, in onorata prigione; ammettendo i Pisani alla comunione della chiesa in premio di così segnalato servigio[204].

Ma la Lombardia, ove Luigi di Baviera aveva condotta la sua armata, non andava esente da rivoluzioni. Sebbene i Fiorentini non avessero verun dominio in questa contrada, non vedevano tranquilli il rapido innalzamento d'alcuni principi ad una straordinaria potenza, e il decadimento egualmente rapido di alcuni altri nella dipendenza o nella disgrazia.

Uno de' più temuti capi del partito ghibellino aveva cessato d'esistere quando Luigi di Baviera rientrò dalla Toscana in Lombardia. Passerino dei Bonacossi, signore di Mantova e di Modena, aveva in una sedizione popolare perduta l'ultima città il 15 giugno 1327[205]. I Guelfi ed il legato Bertrando erano accorsi in ajuto degl'insorgenti, che loro avevano aperte le porte. Ma Passerino era rimasto sovrano di Mantova, città da oltre quarant'anni suddita della sua famiglia. Difesa dai laghi, che la circondano, dalle aggressioni straniere, pareva che Mantova non avesse pure a temere interni sconvolgimenti. Il popolo aveva da molto tempo perduta la memoria d'una libertà appena conosciuta; i grandi erano sottomessi ed altronde accarezzati dal signore e confidentemente trattati; finalmente era nota la prudenza, la ricchezza ed il valor del principe, che risguardavasi come il meglio assodato sovrano di Lombardia[206]. Una privata offesa provocata dall'arroganza del figlio di Passerino fu cagione della sua ruina.

I costumi della gioventù, severi nelle repubbliche, erano licenziosi ne' principati di Lombardia. I sovrani stessi sarebbersi adombrati dell'austera indipendenza di un uomo onesto e sobrio. L'esempio della corte invitava alla mollezza; ed i gentiluomini, pei quali non restava alcuna via alla gloria ed agli onori, si occupavano unicamente dei piaceri. Compagni delle dissolutezze ed amici del figliuolo di Passerino erano tre suoi cugini, figliuoli di Luigi da Gonzaga; uno de' quali avendo eccitata la gelosia del principe, questi giurò nella brutale sua collera di vendicare sulla propria consorte di Filippino Gonzaga la supposta infedeltà della sua amante, disonorando quella sotto gli occhi di suo marito[207].

I tre fratelli Gonzaga ed il loro amico Alberti Saviola si disposero a prevenire così disonorante ingiuria, o a punire il figlio del tiranno per aver soltanto osato di formarne il disegno. Chiesero segretamente soccorso a Cane della Scala signore di Verona, e l'ottennero: perchè i principi vicini, gelosi gli uni degli altri, erano sempre disposti a nuocersi vicendevolmente. Filippino Gonzaga erasi ritirato nelle sue terre sotto colore di attendere ai suoi raccolti, ed aveva presso di sè riuniti lavoratori a lui attaccatissimi e di sperimentato coraggio. Nella notte del 14 agosto del 1328, avendo loro date le armi, gli associò ai soldati avuti in prestito da Cane della Scala e li condusse presso alla porta di Marmirolo, che suo fratello si era fatta aprire sotto pretesto di essere chiamato in campagna da una galanteria amorosa. La guardia della porta fu sorpresa, ed i congiurati corsero la città eccitando il popolo a scuotere il giogo di Passerino ed a distruggere le gabelle. Questo signore recatosi a cavallo contro i congiurati fu ucciso in su la piazza, ed il figliuolo gettato nella prigione in cui aveva fatto morire il vecchio signore della Mirandola, e vi fu ucciso dal figliuolo di quello sventurato gentiluomo. Luigi da Gonzaga, cognato di Passerino e padre dei congiurati, fu da loro proclamato signore di Mantova[208]. I suoi discendenti ne conservarono la sovranità fino alla metà del secolo XVIII.

Luigi di Baviera non si curò di vendicare Passerino de' Bonacossi; per lo contrario nominò in suo luogo vicario imperiale Luigi da Gonzaga, e lo invitò al congresso dei signori ghibellini che aveva convocato pel giorno 21 aprile del 1329 a Marcheria. V'intervennero Cane della Scala, il Gonzaga ed i signori di Como e di Cremona, come pure gli altri capi del partito in Lombardia[209]; ma Azzo Visconti ricusò di venire. Questo principe, alleato dei figliuoli di Castruccio, lagnavasi dell'ingratitudine con cui lo aveva trattato l'imperatore, e vedeva nella loro sorte, quella che gli era destinata, se Luigi entrava nel Milanese; e con un monarca senza fede preferiva ai trattati la guerra aperta. Quando ebbe avviso dell'avvicinarsi dell'imperatore, fortificò Milano e Monza per essere in istato di resistergli; ed invitando i cittadini a difendersi, gli assicurò che di quattro mila cavalieri che seguivano Luigi, due mila, nella loro miseria, avevano venduti i loro cavalli sperando di rifarsi col saccheggio di Milano. Di fatti i Milanesi secondarono il loro signore con tutte le loro forze, e Luigi, dopo alcuni inutili tentativi per sorprenderli, accettò una piccola somma di danaro offertagli dal Visconti, ed andò a portare la guerra nella Lombardia oltre-padana[210].

In questa campagna l'imperatore riportò alcuni vantaggi dovuti piuttosto all'imprudenza del suo nemico il cardinale Bertrando, che alla propria abilità. Aveva il cardinale fatto arrestare come ostaggio Orlando dei Rossi, uno dei signori di Parma e de' principali capi della parte guelfa; onde le città di Pavia, Parma, Modena e Reggio, sdegnate per quest'atto tirannico, abbandonarono la causa della chiesa ed aprirono le porte all'imperatore[211]. Ma Luigi, avanti che terminasse l'anno, andò a Trento per ottenere dai principi tedeschi altri soldati. Mentre trovavasi in questa città, morì il 13 gennajo 1330 Federico d'Austria, ed i suoi fratelli Alberto ed Ottone adunarono truppe per attaccare la Baviera. Conoscendo le intenzioni degli Austriaci, Luigi abbandonò l'Italia per difendere i suoi stati ereditarj[212].

Azzo Visconti inimicandosi coll'imperatore, si riconciliò col papa, sostituendo il titolo di vicario della chiesa a quello di vicario imperiale, ed ottenne il vescovado di Novara per suo zio Giovanni, cui fece abiurare il cardinalato degli scismatici[213]. Marco Visconti, il maggiore de' suoi zii ed il più valoroso, ma in pari tempo il più formidabile per l'inquieto suo carattere, dopo essergli andato a male il trattato della vendita di Lucca ai Fiorentini, tornò a Milano in sul cadere di luglio. I borghesi che più volte lo avevano veduto rientrare in città trionfante, dopo avere riportate gloriose vittorie, i soldati coi quali aveva divise le fatiche ed i pericoli, i contadini cui aveva salvate le messi dal saccheggio de' nemici, accorrevano in folla per vederlo, ripetendo il suo nome con entusiasmo, ed invocandolo come il vindice della Lombardia, da cui si ripromettevano la pace, la gloria e la libertà. Il signore di Milano non vide con indifferenza tanto favore popolare. Lo invitò ad un magnifico banchetto con tutti i suoi parenti; e quando Marco stava per ritirarsi, fu da Azzo, sotto colore di parlargli segretamente, chiamato in un altro appartamento, e strozzato da alcuni sicarj colà appostati, che lo gittarono dalla finestra nella pubblica piazza. Così perì il più valoroso figliuolo del magno Matteo Visconti; quello che il voto de' Ghibellini chiamava a comandare la loro fazione in tutta la Lombardia[214].

Era loro mancato Cane della Scala, signore di Verona, che dodici anni prima la lega ghibellina aveva proclamato suo capo nel congresso di Soncino. Cane, in un'epoca in cui la Lombardia abbondò di capitani illustri e di grandi principi, meritò d'occupare il primo luogo. Ad una bravura a tutte prove aggiugneva altre qualità omai rese assai rare: costante ne' suoi principj e leale ne' discorsi, fu mantenitore fedele delle sue promesse. Nè solo aveva saputo assicurarsi l'amore de' soldati, ma ancora quello de' popoli da lui governati, sebbene di fresco sottomessi colle armi. Fu il primo de' principi lombardi che prendesse a proteggere le arti e le scienze: la sua corte, ch'era l'asilo di tutti i fuorusciti ghibellini, riuniva i primi poeti d'Italia, i migliori dipintori e scultori; ed alcuni gloriosi monumenti onde abbellì Verona, attestano anche al presente la protezione accordata all'architettura. Per altro le armi erano la sua più favorita passione, e la più grande impresa del suo regno era stato l'acquisto del principato di Padova, che i Guelfi avevano fondato l'anno 1318 in favore di Giacomo da Carrara. Questi era morto l'anno 1322, e gli era succeduto suo figliuolo Marsilio: ma questo principe indebolito dalle sedizioni de' suoi sudditi e dalla congiura de' suoi parenti, dopo aver veduto sei anni di seguito ruinate le campagne ed incendiati i castelli ed i villaggi del suo territorio; dopo avere senza verun profitto implorati i soccorsi del papa, del re Roberto, dei duchi d'Austria e di Carinzia, delle repubbliche di Venezia, di Fiorenza e di Bologna, aprì finalmente le porte a Cane della Scala il 10 settembre del 1328. Un matrimonio unì le due famiglie, e Marsilio rimase luogotenente di Cane nella città di cui era stato principe[215].

Le città di Verona, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno erano allora soggette al signore della Scala. Nel susseguente anno intraprese di unirvi anche quella di Treviso, onde avere in tal modo tutta la Marca Trivigiana in suo potere. L'ebbe in fatti per capitolazione il 18 luglio del 1329; ma mentre entrava in questa città, sentendosi sorpreso da pericolosa infermità, si fece portare nella chiesa cattedrale e vi morì il quarto giorno in età di quarantun anni. Cane non aveva figli legittimi, e gli succedettero nella signoria i due nipoti figliuoli del fratello Alboino. Alberto, il primogenito affatto dedito ai piaceri, abbandonò la cura di tutti gli affari a suo fratello Mastino, erede dei talenti e dell'ambizione, ma non delle virtù di Cane[216].

E per tal modo quando l'imperatore tornava in Germania, tutti gli antichi capi del partito ghibellino, tutti coloro che avevano tanto tempo e con tanta generosità difesa la causa dell'impero contro il papa ed il re Roberto, erano caduti. Ma questa causa, più che dalla caduta di tanti illustri personaggi, riceveva danno dalla condotta tenuta in Italia da Luigi, e dalle triste memorie che di sè vi lasciava. Protettore nato della nobiltà e delle città imperiali, aveva in ogni luogo contribuito alla loro ruina; aveva senza vergogna sagrificati i suoi partigiani alla sua avarizia o all'interesse del momento; non erasi mantenuto fedele a verun principe, o ad amico di qualsiasi condizione, ed aveva fatto temere non meno la sua debolezza e la sua incostanza che la sua crudeltà.

Il partito della chiesa che gli era opposto, era alla stessa epoca diretto da capi egualmente odiosi. Papa Giovanni XXII, che aveva preferito di vivere suddito in Avignone piuttosto che sovrano in Roma, mostravasi assai meno il capo della cristianità, che la creatura e l'istrumento del re di Francia. Lussurioso, avaro, vendicativo, scompigliava l'impero con ambiziose pretensioni, di cui gli stessi suoi partigiani riconoscevano l'ingiustizia; turbava la pace della chiesa colle oziose dispute ch'ebbe coi Francescani intorno alla povertà di Cristo, coi cardinali, ed in appresso colla Sorbona per visione beatifica[217]. Poneva all'incanto le dignità ecclesiastiche; permetteva e probabilmente incoraggiava col suo esempio la corruzione de' costumi, talchè la sua corte scandalizzava tutta la cristianità. Quest'uomo, così indegno del titolo di padre de' Fedeli, aveva nominato suo rappresentante in Lombardia, Bertrando del Poggetto, che dicevasi suo nipote, ma veniva universalmente creduto suo figlio. Questo legato pontificio, cattivo soldato e peggior prete, cercava sotto il nome della chiesa di formarsi una sovranità in Italia. Impiegava le armi ed i tesori della santa sede ed i più vili intrighi della mondana politica per ingrandirsi a spese de' popoli ch'eransi posti sotto la sua protezione. Avendo colla sua perfidia fatte ribellare le principali città della Lombardia cispadana, gittava in Bologna, che destinava essere la capitale de' suoi dominj, i fondamenti d'una fortezza che lo assicurasse dalle insurrezioni d'un popolo estremamente maltrattato[218]. Gl'Italiani, sdegnati contro i due capi del cristianesimo, dai quali vedevansi traditi, si staccavano dall'imperatore e dal papa, e non pertanto conservavano i nomi di Guelfi e di Ghibellini che avevano presi quando s'erano armati per la loro causa. Mentre vedevansi rovesciare a vicenda tirannidi vacillanti, o rinunciare ad una libertà che non sapevano stabilire, sprezzare un imperatore perfido e pusillanime, e detestare un papa ipocrita ed ambizioso, un principe che non pareva occuparsi che della gloria e della beneficenza s'innoltrò fino alle frontiere della Lombardia, tutti i popoli si affrettarono di assoggettarsi alla sua sovranità.

L'ultimo imperatore Enrico VII aveva fatta sposare a Giovanni, suo figliuolo, Elisabetta seconda figlia di Wenceslao re di Boemia, mentre Anna, la primogenita, erasi maritata, vivente il padre, con Enrico duca di Carinzia. L'imperatore aveva dato a suo figliuolo il regno di Boemia come feudo vacante dell'impero; i Boemi ne avevano confermata l'elezione l'anno 1310, ed avevano ajutato il loro re Giovanni a scacciare dal regno Enrico di Carinzia, che pretendeva, come marito della primogenita di Wenceslao, quella corona[219]. Ma Giovanni, valoroso, galante, appassionato per le feste e per i tornei, e per l'avuta educazione, avvezzo alle maniere eleganti, alla leggerezza ed alla grazia della corte francese, era mal atto a comandare in un paese ancora mezzo barbaro, ove i magnati erano gelosissimi della selvaggia loro indipendenza, e non potevano tenersi sommessi che colla desterità e coll'artificio. Infatti trovossi involto in molte guerre civili, nelle quali la stessa sua consorte erasi talvolta posta alla testa de' ribelli[220]. Giovanni che in Boemia non trovava nè sicurezza nè obbedienza, affidò il governo del suo regno ad Enrico, conte di Lippe[221], ed andò a risiedere ne' suoi stati ereditarj di Lussemburgo; di dove intraprendeva frequenti viaggi alle corti straniere per trovarvi quella considerazione di cui non godeva ne' suoi dominj[222].

Il re Giovanni, come abbiamo già veduto, aveva portato Luigi di Baviera sul trono imperiale, ed aveva adoperate tutte le sue forze per mantenervelo; doveva Luigi riconoscere dal suo valore la vittoria di Muldfort e la prigionia di Federico d'Austria. Durante l'assenza dell'imperatore, erasi preso l'assunto di mantenere la pace in Germania e di proteggere la Baviera; e quando vide i duchi d'Austria disposti a ricominciare le ostilità, si recò presso di loro e li persuase a deporre le armi. Dopo averli rappacificati con Luigi, prese a quietare i movimenti della Germania, e cercò d'ottenere dal papa l'assoluzione dell'imperatore. Egli non ambiva di accrescere i proprj stati, de' quali lasciava l'amministrazione a' suoi ministri; egli non aveva vaghezza che di gloria e di potenza personale; voleva essere l'arbitro ed il pacificatore dell'Europa, al quale oggetto trovavasi sempre a cavallo viaggiando da una corte all'altra, nelle quali il suo nobile aspetto, la sua eloquenza, il suo disinteresse gli assicuravano un credito, quale non aveva mai avuto alcun uomo prima di lui[223]. Giunto al più alto grado della sua riputazione, si recò a Trento in sul finire del presente anno per fare sposare a suo figliuolo l'erede di quello stesso duca di Carinzia e del Tirolo, ch'era stato suo rivale.

Mentre Giovanni trattenevasi in Trento, ricevette ambasciatori dalla città di Brescia, che gli offrivano a vita la sovranità del loro stato; e chiedevangli protezione contro Mastino della Scala con cui erano in guerra. Brescia, governata dai Guelfi, era stata successivamente signoreggiata da Filippo di Valois, dal re Roberto e dal legato Bertrando del Poggetto: ma gli emigrati ghibellini avevano ricorso all'assistenza del signore di Verona, ed avevano ridotta la patria loro alle ultime estremità[224].

Il re Boemo colse con piacere questa occasione di figurare sopra un nuovo teatro, e recossi a Brescia l'ultimo giorno di dicembre del 1330; arringò il popolo dignitosamente; riconciliò le parti, richiamando in città i fuorusciti; persuase Mastino a ritirare le sue truppe; e parve che un solo atto della sua volontà avesse renduto ad una città da lungo tempo infelice, la pace e la prosperità[225].

I Bergamaschi, vicini ai Bresciani e governati ancor essi dalla fazione guelfa, furono i primi ad imitarne l'esempio. Giovanni accettò l'offerta, e mandò un luogotenente a governare Bergamo ed a ricondurvi la tranquillità[226]. Lo stesso fecero Cremona, Pavia, Vercelli e Novara[227]; e lo stesso Azzo Visconti, mosso dall'esempio de' suoi vicini, gli offrì la signoria di Milano, e s'intitolò suo vicario[228].

Ma più che tutt'altro paese, aveva bisogno d'un pacificatore la Lombardia cispadana; perciocchè di là partendo Luigi di Baviera aveva lasciati soldati nelle principali città, i quali non avevano altro sostentamento che il saccheggio. Le porte di Parma furono aperte al re Giovanni dai signori Rossi[229], quelle di Modena e Reggio dai capi delle famiglie ghibelline. Ogni città imponeva al re la condizione di non richiamare gli esiliati; ma ogni città vedeva poi con piacere violato il patto dal re, e riconciliate col richiamo de' fuorusciti le opposte parti[230].

In gennajo vennero pure al re Giovanni ambasciatori di Gherardino Spinola, signore di Lucca. Costui, comperando quel principato, erasi dato vanto di voler essere in Toscana un secondo Castruccio; ma ebbe tosto motivo di essere scontento della sua sovranità. Era stato internamente esposto ad una serie di congiure, mentre al di fuori i Fiorentini gli facevano un'aspra guerra. Dopo un lungo assedio gli aveano tolto il castello di Montecatini valorosamente difeso dai Ghibellini[231]; e fino dal 10 ottobre del 1330 l'armata fiorentina bloccava la stessa città di Lucca. Quando Spinola seppe che il re Giovanni aveva accettata Lucca, e che vi spediva i suoi soldati, abbandonò le città e ritirossi ne' suoi feudi senza che il re gli restituisse il danaro che aveva sborsato per l'acquisto di quella signoria[232].

I Fiorentini che tenevano innanzi a Lucca una grossa armata, rinforzata dai soldati ausiliari del re Roberto, dei Sienesi e dei Perugini, e che lusingavansi di entrare ben tosto in città in conseguenza di un trattato omai condotto a buon termine col signore e col comune[233], rimasero sbalorditi quando il giorno 12 di febbrajo gli araldi d'armi del re Giovanni di Boemia intimarono loro di rispettare il territorio dei sudditi del loro signore, e li prevennero nello stesso tempo che il re Giovanni, essendo in pace con tutti gli stati d'Italia, non aveva accettata la signoria di Lucca che per mettervi l'ordine e la concordia, e per rappacificarla co' suoi vicini[234].

Giovanni, re di Boemia, che era l'amico, il confidente e l'appoggio di Luigi di Baviera, era in pari tempo rispettato da Filippo di Valois e da Giovanni XXII, ed aveva strette relazioni colle corti di Francia e d'Avignone. In Italia non aveva fatta alcuna differenza dai Guelfi a' Ghibellini, era stato alternativamente chiamato dagli uni e dagli altri, aveva trattato con tutti, e gli aveva tutti accarezzati. Se talvolta la sua riputazione eccitava qualche gelosia, le sue maniere aperte ed amichevoli dissipavano subito i sospetti, e gli conservavano l'amicizia delle opposte parti. I soli Fiorentini non lasciaronsi ammaliare da tale incantesimo: videro che questo monarca, figlio dell'antico loro nemico Enrico VII, aveva in pochi mesi formata in Italia una potenza colossale; che non trovando chi gli resistesse, non tarderebbe ad esserne l'arbitro, ed allora farebbe conoscere qual egoismo s'ascondeva sotto la presente simulata imparzialità; quale dissimulazione avesse impiegata per conciliarsi la confidenza di accaniti avversarj; quale ambizione fosse il vero motivo di tanto zelo pel pubblico bene. Determinarono perciò di opporsi colle armi ai progressi delle sue conquiste, e ricusarono di levare l'assedio di Lucca: ma dovettero ben tosto chiamare la loro armata a difendere i proprj confini, ed alcune scaramucce in Val di Nievole furono i primi fatti d'arme del re di Boemia in Italia[235].

La protezione accordata da questo re ai Ghibellini di Modena e di Reggio contro al legato aveva risvegliata la collera della chiesa, ed i Fiorentini ricevettero dal papa una lettera che fu letta in presenza di tutto il popolo, colla quale Giovanni XXII dichiarava di non aver mai dato il suo assenso o l'approvazione della chiesa al re di Boemia per le rivoluzioni fatte in Lombardia[236]. Ma seppesi pochi giorni dopo che questo re aveva avuto tra Bologna e Modena un segreto intertenimento col legato Bertrando; fu osservato che questi due ambiziosi emuli si diedero, separandosi, non equivoci segni di amicizia, e più non si dubitò che non fossero essi convenuti di dividere tra di loro il dominio dell'Italia[237]. Sotto il nome del partito guelfo il cardinale si andava formando un principato, di cui Bologna stata sarebbe la capitale. Di già comprendeva la maggior parte delle città di Romagna: lo stesso anno aveva tolto Rimini ai Malatesta e Forlì agli Ordelaffi, non avendo lasciati i tiranni che regnavano nelle altre città della stessa provincia, che dopo averli ridotti alla condizione di vicarj subalterni[238].

La diffidenza inspirata dal re Giovanni ai Fiorentini e la loro opposizione fu un avviso dato ai principi d'Europa di aprire gli occhi sulle intenzioni di questo monarca. Il re Roberto si ristrinse coi Guelfi, e Luigi di Baviera coi Ghibellini per attaccarlo. Allora fu veduto con istupore l'imperatore fatto capo di una confederazione nella quale avevano preso parte i due duchi d'Austria, fin allora mortali nemici del Bavaro, i conti Palatini, i Margravj della Misnia e di Brandeburgo ed i re di Polonia e d'Ungheria[239].

Giovanni aveva fatto venire a Parma suo figliuolo Carlo, educato alla corte di Francia. Quando vide la burrasca ond'era minacciato in Germania, gli affidò il comando di ottocento cavalli per tenere in soggezione la Lombardia, e partì subito alla volta della Boemia ove giunse affatto inaspettato e più che mai opportuno[240]. Trattenne gli Austriaci che volevano penetrare nella Moravia, riguadagnò interamente la confidenza di Luigi che ben tosto dimenticava i suoi progetti e la passata gelosia; poi in cambio di pensare agli apparecchi della futura campagna, approfittò dell'inverno per andare in Francia, onde negoziare alla corte di Filippo ed a quella di Giovanni XXII, e proseguire i suoi nuovi disegni sull'Italia[241].

I principi ghibellini della Lombardia, che non si erano opposti a Giovanni, approfittarono di questa circostanza per ingrandirsi a sue spese. Mastino della Scala ed Azzo Visconti convennero di attaccare le città ch'eransi a lui assoggettate, prendendo per confine dei rispettivi loro stati e delle loro conquiste il fiume Oglio[242]. In fatti il signore di Verona, il 14 giugno del 1332, s'impadronì di Brescia coll'ajuto dei Guelfi, abbandonando i Ghibellini suoi antichi alleati alle loro vendette[243]. Azzo Visconti prese Bergamo. Poco dopo i Ghibellini gli diedero volontariamente Vercelli; e suo zio Giovanni Visconti con una singolare astuzia lo fece padrone di Novara, di cui egli era vescovo. Finse Giovanni Visconti d'essere caduto gravemente infermo, e, secondo l'uso d'Italia, recaronsi a trovarlo i principali cittadini del paese. Caccino Tornielli, che da una fazione era stato fatto signore di Novara, essendo pure andato a ritrovarlo, mostrò Giovanni vivo desiderio d'intertenersi con lui segretamente avanti di morire, onde il corteggio del principe si ritirò. Allora il vescovo mostrossi sorpreso dagli affanni dell'infermità, onde Torniello gli porse le mani per calmarlo, che il finto ammalato prese ambedue con molta forza, e chiamati i suoi domestici lo fece porre in una prigione, e cavategli colle minacce le chiavi della città, v'introdusse i soldati di suo nipote[244].

I signori di Lombardia attaccando il re di Boemia, trovarono d'avere per loro nemici i nemici del re Roberto e dei Fiorentini. I più ostinati capi delle parti guelfe e ghibelline facevano la guerra ad un principe, che dicevasi alleato ad un tempo dell'imperatore e del papa. Il risentimento delle antiche ingiurie, e perfino l'odio dei repubblicani contro i tiranni fecero luogo momentaneamente all'interesse immediato; e si vide con istupore una lega firmata in settembre del 1332 tra i signori ghibellini di Lombardia, la repubblica fiorentina ed il re di Napoli. Voleva la salvezza d'Italia che si allontanasse dal suo centro un principe che aveva fatta coll'imperatore una nuova alleanza, e che poteva essere tentato di cedere a questo monarca quegli stati che a lui non convenisse di conservare: voleva la tranquillità d'Italia che si regolasse la divisione di questi stati fra coloro che facevano la guerra al Boemo, onde un solo non approfittasse degli sforzi di tutti, innalzandosi subitamente a troppa grandezza. Era necessario che dopo la conquista le potenze italiane si trovassero di nuovo in equilibrio, e che ciascuno, essendo proporzionatamente ingrandito, fosse pure in istato di difendere la propria indipendenza. Il trattato di divisione assegnava dunque Cremona e Borgo san Donnino al signore di Milano, Parma a quello di Verona, Reggio ai Gonzaghi signori di Mantova; Modena al marchese d'Este signore di Ferrara, e Lucca ai Fiorentini[245].

Sebbene Pavia non fosse compresa in questa divisione, fu la prima a scacciare la guarnigione del re. I Beccaria, capi in questa città del partito ghibellino, se ne fecero riconoscere signori sotto la protezione di Azzo Visconti[246]. Negli stati di Modena e di Ferrara ove cominciò la guerra nello stesso tempo, i confederati ebbero la peggio, ed il territorio di Ferrara fu abbandonato al saccheggio dal principe Carlo di Boemia[247].

Il re Giovanni trovavasi a Parigi mentre suo figlio combatteva in Italia, ed aveva colà resa più intima la sua alleanza colla casa di Francia, facendo sposare sua figliuola all'erede della corona, Giovanni, figliuolo di Filippo VI[248]. Il re di Boemia andò in seguito a trovare il papa in Avignone, sebbene questa città appartenesse al re Roberto, suo principal nemico. Al primo vederlo il papa non si contenne dal rimproverargli le sue imprese d'Italia: ma avendo un amore veramente paterno per il cardinale Bertrando, vedeva nel re Boemo l'alleato del cardinale ed il nemico de' capi ghibellini di Lombardia, perlocchè diede favorevole udienza alla sua apologia, l'accolse con amore, e, dopo quindici giorni di segrete conferenze, gli promise tutto il favore della chiesa, e lo licenziò colmo di onori[249].

Da Avignone Giovanni tornò a Parigi per adunare i soldati promessi dal re di Francia, ed in gennajo del 1333 giunse a Torino con un'armata composta dal fiore della cavalleria francese. Filippo di Valois gli aveva prestati cento mila fiorini per montare questa truppa[250]. Il legato, sapendolo vicino, riprese coraggio, e attaccò di nuovo il Ferrarese; ruppe il 6 di febbrajo e fece prigioniere a Consandoli il marchese Nicolò d'Este, dopo il qual fatto intraprese l'assedio di Ferrara[251]. Ma l'armata della lega, che si era lentamente adunata, venne introdotta nella città assediata, prima che il legato ne avesse circostanziati avvisi; questa facendo un'impetuosa sortita dalla porta opposta a quella per cui era entrata, ruppe il 14 aprile del 1333 l'armata della chiesa, che aveva già ricevuto il rinforzo di sei cento cavalli di Linguadocca, comandati dal conte d'Armagnac, che fu fatto prigioniere con molti altri gentiluomini bolognesi, varj signori di Romagna, ed alcune migliaja di soldati[252].

I marchesi d'Este speravano di cambiare il conte d'Armagnac contro il loro fratello caduto in mano de' nemici nel fatto di Consandoli; ma il borioso Guascone pretese avere sortiti più illustri natali del marchese di Ferrara, e non volle essere cambiato contro di lui[253]. I signori Romagnuoli avendo chiesti al legato alcuni sussidj pecuniarj per liberarsi dalla prigionia, ed essendo stati loro negati, ne furono fieramente irritati, onde i capi della lega li rilasciarono tutti senza taglia con circa due mila loro vassalli e compatriotti[254]. Per lo che questi signori, entrando in Romagna, sollevarono i popoli. Francesco degli Ordelaffi entrato in Forlì il 19 di settembre, nascosto entro un carro di fieno, adunò in sua casa i suoi amici ed antichi servitori, ed attaccò alla loro testa la guarnigione guascona del cardinale, e scacciatala di città, ricuperò in tal modo la perduta sovranità. Il Malatesta presentossi il 22 di settembre innanzi a Rimini con duecento cavalli e gli furono aperte le porte dai suoi partigiani. Quasi nello stesso tempo si ribellò Cesena; ed Ostasio e Ramberto da Polenta sommossero Cervia e Ravenna. In una parola tutta la Romagna era sossopra; ed il re Boemo, chiamato a Bologna dal Legato, invece di calmare queste rivoluzioni, accresceva colla sua presenza il malcontento de' Bolognesi, e li disponeva a tentare qualche novità contro la chiesa[255].

Quando il re Giovanni si accorse che il legato era entrato di lui in sospetto, lasciò Bologna per tornare a Parma. Andò pure due volte a Lucca per levarvi una contribuzione, e per calmare una sedizione eccitata dai figli di Castruccio. Volle in quest'occasione che i Lucchesi gli giurassero individualmente fedeltà, per il quale atto conobbe che i cittadini atti alle armi non erano che quattro mila quattrocento cinquantotto; la guerra e la tirannide avevano spopolata questa un tempo così fiorente città[256]. Intanto Giovanni rifletteva dispettosamente alla sua mutata fortuna in Italia: tutti i popoli diffidavano di ogni suo movimento; ogni giorno aveva avviso di nuove perdite de' suoi alleati, o di ribellioni de' suoi sudditi: e quelli che conservavansi fedeli, non erano fra loro vincolati da verun interesse, nè il suo partito era animato da uno stesso spirito. In conseguenza di tali osservazioni, prese bruscamente la risoluzione di abbandonare i suoi stati d'Italia dopo averne raccolto tutto il danaro che potrebbe cavarne. Entrò dunque in trattato coi capi di parte di ogni città per ceder loro il principato; e vendette ai Rossi, nobili parmigiani, le città di Parma e di Lucca per trentacinque mila fiorini, Reggio alla casa di Fogliano, Modena a quella de' Pii, e Cremona a Ponzino Ponzoni. Allora riuniti i suoi soldati tedeschi in un corpo, mandò suo figlio a governare la Boemia, ed egli tornò a Parigi per vaghezza di farsi distinguere ne' festini e ne' tornei. Abbandonò l'Italia il 15 ottobre del 1333, dopo avervi esercitata per tre anni una influenza, cui non sembrava chiamato dalla posizione de' suoi stati[257].

CAPITOLO XXXIII.

Mastino della Scala s'innalza sopra le ruine del re di Boemia e del Legato Bertrando del Poggetto. — Viene abbassato dalle repubbliche di Fiorenza e di Venezia.

1333 = 1338.

Il vocabolo di Guelfo e di Ghibellino agitava ancora l'Europa dopo l'origine di quelle famose fazioni. Le abbiamo vedute passare dalla Germania in Lombardia ai tempi delle guerre civili tra Lotario III e Corrado II. Allora i Guelfi erano in pari tempo i difensori della chiesa e dei privilegi del popolo, mentre i Ghibellini erano i campioni delle prerogative dell'imperatore e della nobiltà. Le due fazioni vantavansi egualmente amiche della libertà e ne invocavano il nome, ma ne cercavano la guarenzia per due opposte strade; la prima voleva consolidare le costituzioni delle città, gli altri mantenere quelle dell'impero. Accordando loro intenzioni egualmente liberali, ci siamo preferibilmente attaccati prima ai Guelfi quando nel dodicesimo secolo opposero a Federico Barbarossa una generosa opposizione; in seguito ai Ghibellini quando nel tredicesimo secolo difesero con tanta fermezza gli eroici principj della casa di Svevia contro i pontefici impegnati a distruggerli. Forse mi verrà chiesto per quale parte desidero interessare i miei lettori nella prima metà del quattordicesimo secolo, e sono obbligato di confessare la mia trista imparzialità. Per lo storico contemporaneo è un merito quello di non ascoltare le passioni che tuttavia si agitano intorno a lui e di giudicare con severa imparzialità; ma quando que' popoli più non esistono o sono spente le fazioni, quando veruno interesse presente non può dipendere da dispute già abbandonate, solo la giustizia e la virtù ci guidano nella scelta, e lo storico ed il lettore sono dolenti se debbono rimanere imparziali. I nomi di Guelfo e di Ghibellino omai più non erano nella prima metà del quattordicesimo secolo che un'eredità di antico odio. I figli si facevano la guerra perchè i loro padri eransi combattuti, perchè rimanevano delle antiche offese da vendicare e del sangue da lavarsi col sangue. Questi odj sonosi spenti, le famiglie rivali o più non esistono o più non rammentano le antiche offese; e la storia delle loro contese non offre da ambe le parti che delitti e violenze. I Guelfi alleati de' Francesi non sapevano meglio mantenere l'indipendenza d'Italia, di quello che si facessero i Ghibellini alleati de' Tedeschi. Ogni fazione contavasi un numero press'a poco eguale di tiranni e di repubbliche. I marchesi d'Este a Ferrara, i Carrara a Padova, a Parma i Rossi, ed i Malatesta a Rimini appartenevano al partito guelfo. La sorte, gli è vero, fece sorgere più grandi uomini tra le famiglie ghibelline. Più tardi la potenza degli Scala e dei Visconti associò il timore della tirannide al nome della parte ghibellina. In sul finire dello stesso secolo vedremo questa lunga lotta assumere un carattere più nobile, e confondersi con quella dei repubblicani contro il despotismo. Fiorenza, che stava alla testa del partito guelfo, associò ben tosto alla difesa di questo partito la difesa della libertà ed illustrò colle sue virtù una causa che più non era raccomandata dal nome de' papi e dall'interesse della chiesa.

I Fiorentini, dopo essere stati due volte spaventati dalla discesa in Italia di Luigi di Baviera e dalla subita grandezza del re Giovanni di Boemia, credevano di più non aver nulla a temere. Erano ancora, a dir vero, impegnati in una guerra; ma l'avevano incominciata spontaneamente, sperando di accrescere lo stato con facili conquiste. I nemici da loro attaccati non potevano diventare pericolosi, ed era inevitabile e prossima la loro caduta. Tranne la sola città di Lucca, che avevano preso a sottomettere colle armi, tutto il rimanente della Toscana domandava loro alleanza. I Pisani erano indeboliti dalle fazioni tra i soldati ed il popolo, ed avevano scelto arbitro il vescovo di Fiorenza onde terminare coi Sienesi una guerra, nella quale avevano presa parte per il possedimento di Massa di Maremma. Gli Aretini vivevano tranquilli sotto il governo di Pietro Saccone de' Tarlati. Erano strettamente legate con Fiorenza pel comune interesse della parte guelfa le repubbliche di Perugia e di Siena; mentre le più piccole città di Pistoja, Volterra, Colle e san Gemignano erano piuttosto suddite che alleate della signoria di Fiorenza. In mezzo a tanta prosperità i Fiorentini si abbandonavano alla loro inclinazione pei piaceri. Due compagnie d'artigiani diedero tutto un mese feste e spettacoli nelle strade. Talora vedevansi scorrere la città in abito uniforme col capo coronato di ghirlande di fiori, e un'allegra musica dirigeva i loro misurati passi; altra volta si disputavano nelle pubbliche piazze il premio delle giostre e de' tornei; finalmente intrattenevano spesso il popolo cogli spettacoli, ne' quali la pittura, la poesia, la musica dovevano parlare insieme all'immaginazione e preparare da lontano il risorgimento del teatro. E per tal modo si andava sviluppando quello squisito gusto delle arti, quel genio creatore che doveva sollevare i Fiorentini tanto al di sopra degli altri popoli d'Italia[258].

Ma ben tosto tenne dietro a queste feste una grande calamità: il primo di novembre del 1333 cominciò a piovere con tanta furia, sia in Fiorenza, come in tutte le valli dell'Appennino che tributano le loro acque nell'Arno, che le cataratte dei cieli parvero aperte ed il popolo nuovamente minacciato da un generale diluvio. Onde tutta la gente vivea in grande paura suonando al continuo per la città tutte le campane delle chiese, infino che non alzò l'acqua, e in ciascuna casa bacini o pajuoli con grande strida gridando a Dio misericordia, misericordia, per le genti che erano in pericolo, e fuggendo le genti di casa in casa e di tetto in tetto, facendo ponti da casa in casa, onde era sì grande il rumore e 'l tumulto che appena si poteva udire il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume d'Arno crebbe in tanta abbondanza d'acqua, che prima onde si muove scendendo dell'Alpi con grandi ruine ed impeto sì che sommerse molto del piano di Casentino; e poi tutto il piano d'Arezzo e di Valdarno di sopra, per modo che tutto il coperse d'acqua. La Sieve soverchiò le sponde con non minore violenza ed allagò tutto Mugello. Ogni piccolo ruscello che metteva nell'Arno sembrava un gran fiume. Tutti i mulini, tutte le case fabbricate lungo i fiumi, tutti gli alberi piantati sulle loro rive furono sradicati e strascinati dall'impeto dell'acque. Le acque che già sollevavansi otto in dieci braccia al di sopra dei piani, urtavano con istraordinaria forza contro le mura di Fiorenza. Finalmente il quarto giorno atterrarono il muro ed entrarono in città per il corso de' Tintori dopo aver fatta nel muro una breccia larga cento braccia. In pari tempo caddero tre dei quattro ponti che attraversavano l'Arno: l'acqua inondava tutta la città, e molte case scosse dall'impeto delle acque caddero sepellendo gli abitanti sotto le loro ruine, e quelle che rimanevano in piedi erano riempite da una fetida melma. I magazzini di questa ricca città mercantile furono quasi tutti distrutti dalle acque. Incalcolabile fu il danno de' privati, e quello che cadde a carico del governo sorpassò due cento cinquanta mila fiorini. Finalmente le acque alzandosi sempre più in città, le mura non ne sostennero il peso, e nella notte del 5 al 6 novembre cadde la muraglia d'Ogni Santi, e per la fatta breccia di quattrocento cinquanta braccia l'acqua scolò verso pian d'Arno di sotto.

Tutta la Toscana fu ruinata da così terribile allagamento, i piani vennero coperti dalle acque, le colline e le montagne spogliate del loro terreno; molti villaggi furono affatto distrutti dalla violenza de' torrenti, e tutti i seminati perduti. Pisa, situata in più basso luogo di Fiorenza, trovandosi circondata da un ampio lago, non si sottrasse a più grande infortunio che per la nuova strada che le acque si aprirono al di sotto della città: una metà si rovesciò nell'Arnaccio e venne a sboccare presso Livorno, mentre l'altra metà si aperse una diritta strada nel letto del Serchio[259].

Le finanze fiorentine erano rifinite per le immense perdite che lo stato ed i particolari avevano fatto; i cittadini vedevansi scoraggiati da un flagello che sembrava un castigo del cielo; la città trovavasi aperta per due enormi rotture, e le comunicazioni erano chiuse tra un quartiere e l'altro da case ruinate o interrotte per la caduta de' ponti principali. Se in tali circostanze un successore di Castruccio avesse avuta parte della sua audacia o della sua attività, la città di Fiorenza poteva essere facilmente sorpresa. Ma i signori ai quali il re di Boemia aveva venduti i suoi stati, erano occupati a difendere il proprio, non che pensassero ad occupare quel d'altri; e gli stessi pericoli della loro posizione non permettevano loro di pensare ad imprese che avrebbero potuto liberarli dalle presenti angustie. In settembre avevano fatto un trattato d'alleanza col cardinale Bertrando del Poggetto. I signori di Parma, Lucca, Reggio, Modena e Cremona ed il legato eransi vicendevolmente obbligati a difendersi contro i limitrofi nemici[260]. Ma il legato, capo di questa confederazione, più non comandava allo spirito di partito, non era più l'arbitro di quell'antica potenza di opinione che lo aveva per sì lungo tempo secondato in Italia. Tutti gli occhi erano aperti su gl'interessati motivi della sua condotta; gli entusiasti si erano disingannati; i popoli sospiravano l'istante di scuotere il giogo; la Romagna era sollevata, ed il malcontento de' Bolognesi andava ogni giorno facendosi maggiore.

Bertrando del Poggetto, gettando in Bologna i fondamenti di una fortezza, col di cui mezzo tenersi la città soggetta, aveva adoperata l'astuzia perchè il popolo non si opponesse alla sua costruzione. Andava dicendo che il papa, stanco del soggiorno d'Avignone, pensava di tornare in Italia, onde fabbricava per lui questo palazzo; ma quando i muri cominciarono ad essere capaci di difesa, vi alloggiò i suoi soldati di Linguadocca ed aggravò il giogo sopra una repubblica ancora gelosa della sua libertà.

Due fazioni esistevano da molto tempo in Bologna; una, che da principio aveva favorite le viste del legato, era diretta da Taddeo de' Pepoli, il più ricco ed ambizioso cittadino della repubblica; l'altra, più favorevole alla libertà, aveva per capi Brandaligi dei Gozzadini, e Collazzo di Beccadelli colle loro famiglie. Questi si proposero prima degli altri di scuotere il giogo che pesava sopra la loro patria, ed in principio del 1334 concertarono col marchese d'Este, capo dell'armata della lega, i mezzi di sollevare Bologna.

Il marchese d'Este, dopo essersi impadronito del castello d'Argenta, spinse la sua armata sopra Cento per obbligare il legato a venirgli incontro. Di fatti la guarnigione dei Guasconi che teneva in rispetto i cittadini di Bologna, uscì il 17 marzo per attaccare i Ferraresi. Questo era l'istante aspettato da Brandaligi e da Collazzo per richiamare il popolo alla libertà. Vennero sulla piazza del Pretorio colla spada in mano. «Alle armi, gridarono, cittadini di Bologna, prendete le armi e seguiteci; finalmente è giunto l'istante in cui il nostro coraggio può bastare a scuotere il giogo della tirannide. Un'armata straniera attraversa le vostre campagne; questi soldati, nemici del vostro tiranno, sono i vostri vindici. Quali preferite voi di combattere? essi, o i Guasconi che vi opprimono? esporrete voi la vita per vivere schiavi o per vivere liberi? Armatevi, perchè convien scegliere; armatevi perchè il tiranno vuole mandarvi contro i Ferraresi, se voi rifiutate di marciare con noi. Osservate le prigioni ch'egli ha fabbricate nella sua fortezza, osservate i patiboli innalzati sulle vostre mura; queste, se vincete con lui, sono le ricompense che vi aspettano. Ma noi, se abbiamo il vostro appoggio, apriremo al popolo quel palazzo in cui i vostri ed i nostri padri, ove noi stessi e voi rendemmo liberamente giustizia quando la repubblica sussisteva nella sua gloria, quando noi non conoscevamo ancora la cupidigia del prete francese, nè la brutale insolenza e l'impudicizia de' suoi soldati. Noi, le di cui dimora e famiglie sono conosciute, le di cui case verranno bruciate e le proprietà confiscate se siamo perdenti, noi tutto allegramente esponiamo per la libertà: fate voi lo stesso; voi che arrischiate meno di noi».

Di mezzo alla folla si udì rispondere a questo discorso il grido di viva il popolo, muoja il legato, muoja il tiranno iniquo e crudele. I Guasconi sparsi per le contrade furono uccisi, gli altri fuggirono verso la fortezza, abbandonando la guardia delle porte che vennero aperte al marchese di Ferrara. Il popolo condotto da Colazzo e da Brandaligi diede un primo assalto a questa fortezza in cui erasi chiuso il legato, e non essendo riuscito ad atterrarne le porte, o a sormontarne le mura, prese a farne regolarmente l'assedio[261].

I Fiorentini, avuto avviso dello stato in cui trovavasi il legato, mandarono a Bologna quattro ambasciatori e trecento cavalli per prendere il prelato sotto la loro protezione. Bertrando del Poggetto, quale signore di Bologna, era stato loro nemico; ma quando conobbero il suo pericolo, non lo risguardarono sott'altro aspetto che di rappresentante della chiesa. Gli ambasciatori trattarono con lui e col popolo che lo assediava; il legato abbandonò di buon grado la sua fortezza che non poteva lungo tempo difendere, e che, abbandonata ai Bolognesi, fu dal popolo immediatamente spianata. I Fiorentini coprirono la ritirata del legato che prese la strada della Toscana co' suoi soldati. La salvaguardia mandatagli dalla repubblica potè a stento salvarlo dalla rabbia degli abitanti della campagna che si affollavano lungo la strada, e volevano vendicarsi della sua lunga tirannia[262].

Bertrando trovò a Firenze un'ospitalità che avrebbe dovuto fargli dimenticare il suo precedente malcontento contro la repubblica: pure si pretende che giunto in Avignone adoperasse ogni mezzo per ridurre il papa, suo zio, a far vendetta di coloro che gli avevano salvata la vita; ma il regno di Giovanni XXII non durò ancora tanto, perchè Bertrando, valendosi del credito che aveva grandissimo presso il pontefice, potesse far pentire i Fiorentini della protezione che gli avevano accordata.

Giovanni XXII morì in Avignone il 4 dicembre del 1334, dopo un lungo regno, durante il quale aveva scandalizzata tutta la cristianità. Tale era stata la sua avarizia, che lasciò, morendo, un tesoro di dieciotto milioni di fiorini in danaro, e di sette milioni in gioje ed in vasi di chiesa[263]: aveva raccolte tante ricchezze colla riserva de' beneficj vacanti in tutti i paesi cristiani de' quali percepiva i primi frutti. Fu questo papa che attribuì alla santa sede il diritto esercitato prima dalle chiese di nominare esse medesime i proprj pastori; e la simonia che presiedeva a queste elezioni eccitò l'universale malcontento. Ma la condotta del papa in Italia, la perfidia e la crudeltà de' suoi agenti per conseguire gli ambiziosi loro fini, accrescevano a dismisura l'indignazione dei popoli. La persecuzione di Luigi di Baviera aveva stomacata tutta la Germania, ed un grido universale si alzava contro tante ingiustizie e parzialità; quando finalmente per mettere il colmo allo scontentamento della chiesa, la stessa fede del papa cadde in sospetto d'eresia ed i devoti unirono le loro imprecazioni alla furia de' mondani contro di lui.

Alle sue passioni politiche univa Giovanni XXII il gusto delle discussioni teologiche, ed un grandissimo acume per seguirle. La chiesa non aveva ancora deciso come un punto di domma quale fosse lo stato delle anime de' beati dopo la loro morte fino alla fine del mondo. Giovanni XXII, persuaso che soltanto l'ultimo giudizio doveva aprir loro le porte della celeste gloria, teneva per indubitato che fino a quel gran giorno le loro anime non vedrebbero Dio in tutta la sua gloria; egli incoraggiava i teologi a disaminare tale quistione e ricompensava coi benefizj coloro che nelle scritture o nelle prediche sostenevano la sua opinione; ma in breve incontrò una opposizione assai maggiore che non si aspettava. La sua credenza che sembrava a principio indifferente, poteva avere sulle entrate della chiesa le più tristi conseguenze: siccome negava alla Vergine Maria, agli apostoli ed a tutti i santi l'ingresso in cielo prima della fine del mondo, attaccava i fondamenti della dottrina delle indulgenze, delle messe per il riposo delle anime, dell'invocazione e della intercessione dei santi, e per ultimo del fuoco del purgatorio. I Tedeschi e gl'Italiani si affrettavano di appigliarsi a questo pretesto per domandare la convocazione di un concilio generale che avrebbe deposto il papa come colpevole d'eresia, e sottratta ad un tempo la chiesa all'influenza della Francia[264]. Filippo di Valois, per prevenire le loro pratiche, credette di costringere egli stesso il papa a rinunciare alle proprie opinioni. Ottenne perciò una decisione dei teologi di Parigi e dei cardinali in favore della beatifica visione, che comunicò al papa, dandogli ad intendere che al bisogno sarebbe stato costretto ad uniformarvisi[265]. Gli dichiarò inoltre che lo avrebbe trattato come eretico e fatto bruciare se non si ritrattava[266]. Spaventato il papa da tali minacce, permise che fosse riprovata la sua opinione, e la vigilia della sua morte pubblicò una dichiarazione con cui professava la credenza della visione beatifica, che dopo tale epoca diventò un domma della chiesa[267].

I cardinali adunati in Avignone furono subito chiusi in conclave in numero di ventiquattro; ma divisi in due fazioni non era sperabile che s'accordassero sollecitamente; però fino dal primo giorno dello scrutinio, volendo appositamente perdere il loro suffragio proponendo uno de' loro confratelli, che ognuno trovasse poco proprio a riunire tutti i suffragi, si trovarono unanimi nel designare l'uomo meno riputato del loro collegio, Giacomo Fournier, figlio d'un fornajo di Saverdun, chiamato il cardinal bianco perchè portava sempre l'abito di monaco Cisterciense. I cardinali che lo avevano nominato, il popolo cui venne annunciato ed il candidato che avevano allora adorato, rimasero egualmente maravigliati di tale elezione. Quest'ultimo non potè ritenersi dal dire ai suoi fratelli che i loro suffragi eransi riuniti a favore di un asino. Benedetto XII, che così fu chiamato il nuovo papa, era in fatti perfettamente digiuno di quella scienza di politica e di dissimulazione che tanto aveva prosperato nella corte d'Avignone; ma in ricompensa manifestò maggior amore per la pace, bontà e sollecitudine per la sua greggia, che non ne aveva mostrato alcuno di coloro che da oltre cinquant'anni avevano occupata la cattedra di san Pietro[268].

Il primo pensiere di Benedetto XII fu quello di riconciliare Luigi di Baviera colla chiesa, e di metter fine alla scandalosa disputa che il suo predecessore aveva provocata contra il capo della cristianità. Luigi fin dalle prime aperture che gliene furono fatte, si assoggettò a tutte le condizioni che gli furono imposte, e già stava per conchiudersi la pace, quando i re di Francia e di Napoli si diressero per impedirla a tutte le creature che avevano nel concistoro, e Filippo di Valois fece ancora in tutta la Francia mettere le mani sulle rendite de' cardinali, minacciandoli di confiscarne definitivamente i beni se si riconciliavano col Bavaro. Di fatti un'invincibile opposizione del concistoro ritenne il papa, e la negoziazione fu rotta[269].

Frattanto la guerra intrapresa dai Fiorentini, di concerto coi principi lombardi, si continuava con successo; i signori, cui il re Giovanni aveva venduti i suoi stati, da lui e dal legato abbandonati, si andavano successivamente sottomettendo, e trattavano coi capi della lega lombarda per cedere loro le città a vantaggiose condizioni. Cremona fu aperta al Visconti in maggio del 1334, e le altre città lombarde si diedero una dopo l'altra nell'estate del 1335. Ma durante questa campagna, i Fiorentini che mandarono costantemente e con ragguardevole spesa il loro contingente all'armata dei confederati, non riuscivano che a stento a far loro osservare le condizioni del primo accordo. I due più potenti confederati Visconti e della Scala tentarono più volte con segreti trattati d'impadronirsi delle città assegnate ai loro associati. Finalmente, colla mediazione de' Fiorentini, Piacenza, Cremona e Lodi furono occupate dal Visconti, Parma da Mastino della Scala, Reggio dai Gonzaga, e Modena dal marchese d'Este[270].

Tutti i confederati avevano in tal guisa ottenuto l'oggetto per cui intrapresero la guerra, tranne i Fiorentini, che, essendosi riservato l'acquisto di Lucca, avevano con poco vigore attaccata questa città per non guastare una provincia che doveva essere loro suddita e che speravano di avere con un trattato. I fratelli de' Rossi, signori di Parma e di Lucca, avendo venduta la prima di queste città a Mastino della Scala, erano disposti a trattare con lui ancora per la cessione della seconda, ed i Fiorentini per una imprudente confidenza permisero al signore, loro alleato, di condurre a termine una negoziazione così importante per loro, di modo che videro con piacere entrare in Lucca il 20 dicembre del 1335, di consentimento di Pietro de' Rossi che vi comandava, cinquecento cavalli di Mastino: ma questi non proponevasi nelle sue negoziazioni il solo vantaggio degli alleati[271].

I Rossi avevano trattato col solo Mastino, e poco loro importava che questi tenesse per sè la ceduta città o la dasse in mano de' Fiorentini. Il principe di Verona, i di cui stati stendevansi in allora dalle frontiere della Germania a quelle della Toscana, troppo ben conosceva di quanto vantaggio poteva essergli il possedere in questa provincia una città forte, per essere disposto a darla altrui. Fu appena signore di Lucca, che cercò di ravvivare in Toscana il partito ghibellino e di stendere la sua influenza sopra le città di Pisa e di Arezzo da lungo tempo attaccate a questa fazione.

Dominava in Pisa il partito democratico, il quale aveva posto alla testa della repubblica il conte Fazio o Bonifacio della Gherardesca. I plebei e gli uomini nuovi che componevano i consigli, non avevano ereditati i vecchi odj di famiglia da cui erano tuttavia animati i nobili; la loro politica era tutta fondata sopra le presenti circostanze e sopra le fresche alleanze, non già sull'affezione e le memorie della loro infanzia: essi avevano chiuse le porte a Luigi di Baviera; avevano vinti e cacciati dalla loro città i figliuoli di Castruccio; per ultimo avevano ricercata l'amicizia dei Fiorentini, i capi del partito guelfo. Ma i nobili, privati delle cariche, vedevano come cosa indegna la loro patria alleata cogli antichi loro nemici. Attaccavano essi tutta la gloria alla ricordanza delle antiche guerre contro i Guelfi, e l'odio contro quella fazione era il più vivo loro sentimento. Credevano interessati il loro onore e il loro dovere a conservare e trasmettere ai figliuoli quest'odio implacabile che avevano ricevuto dai loro padri; e purchè trionfasse il nome ghibellino, poco loro importava che il commercio della patria fosse florido o languente, che questa conservasse la libertà o venisse in mano di un principe. Trovavasi capo di questo partito Benedetto Maccaroni[272], il quale entrò ben tosto nelle viste di Mastino della Scala, accettando con riconoscenza i soccorsi offertigli da questo signore per restituire ai nobili ed ai Ghibellini l'antico potere.

Da una disputa che scoppiò nel consiglio, in cui dovevasi eleggere un cancelliere, Maccaroni prese motivo di chiamare il suo partito alle armi. Aveva desiderato che un accidentale avvenimento preparasse gli spiriti de' suoi partigiani senza dover loro confidare una trama, e col pronto soccorso promessogli da Mastino tenevasi sicuro della vittoria. Ma in questo inaspettato movimento, il conte Fazio prevenne i gentiluomini; egli occupò prima di loro la piazza del palazzo pubblico, e tese le catene che ne chiudevano le uscite per difenderla, mentre i gentiluomini aprivano le prigioni e bruciavano i libri de' crediti dello stato per guadagnarsi il favore della plebe. I due partiti vennero in seguito alle mani sulla piazza di san Sisto, ove i nobili ebbero la peggio: onde ritiraronsi lentamente verso la porta del lido che Maccaroni sperava di poter difendere finchè giungessero le truppe di Mastino. Diede avviso ai suoi compagni dell'imminente arrivo di questo ajuto onde rianimarli; ma essendosi passata la notizia anche all'opposto partito, molti cittadini che non avevano voluto prendere parte al primo combattimento, presero le armi per impedire che la loro patria non venisse in mano di Mastino della Scala, ed unitisi a Fazio, attaccarono i gentiluomini con tanto vigore che li cacciarono subito di città. I Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, e quasi tutte le famiglie dell'alta nobiltà furono esiliate[273].

I Fiorentini informati di questa sedizione di Pisa, ed avvisati in pari tempo che Pietro de' Rossi erasi avanzato fino ad Asciano alla testa dei soldati di Mastino per sostenere i Ghibellini, e che gli aveva incontrati mentre fuggivano, conobbero facilmente le pratiche che il signore di Verona stendeva in tutta la Toscana. Essi lo invitarono ancora una volta ad aprir loro le porte di Lucca, in conformità delle convenzioni; e per non lasciare veruna scusa alla sua mala fede, acconsentirono di pagargli tutto quanto saprebbe chiedere per indennizzarlo delle spese sostenute per conto di Lucca. Mastino portò le sue pretese all'esorbitante somma di trecento sessanta mila fiorini; e quando con estrema sua sorpresa gli ambasciatori della repubblica risposero che erano pronti a pagarla, gridò ch'era abbastanza ricco per non avere bisogno del loro danaro, e che non evacuerebbe Lucca se i Fiorentini non gli permettevano d'impadronirsi di Bologna. Così fu rotta la negoziazione il 23 febbrajo del 1336, e subito cominciarono le ostilità in Val di Nievole[274].

In tal maniera i Fiorentini trovaronsi impegnati in una pericolosa guerra con un tiranno, ch'essi avevano in parte sollevato a tanto potere. Mastino era allora signore di nove città altra volta capitali d'altrettanti stati sovrani[275], e traeva dalle gabelle loro settecento mila fiorini d'entrata. Verun monarca della cristianità, ad eccezione di quello di Francia, possedeva tante ricchezze. Tutto il rimanente della Lombardia era soggetto a principi ghibellini, alleati naturali della casa della Scala, e la corte di Mastino era l'asilo di tutti gl'illustri esiliati. Lo storico Cortusio, mandato di que' tempi per un'ambasciata a Mastino, lo trovò circondato da ventitre principi spogliati dei loro stati i quali s'erano rifugiati nella sua capitale[276]. Il signore di Verona, reso orgoglioso dalle sue alleanze, dalle sue ricchezze e dalla prosperità delle sue armi, non aspirava niente meno che alla conquista di tutta l'Italia; ed i Fiorentini erano i soli che ardissero opporsi a' suoi ambiziosi disegni.

Troppo mancava perchè la repubblica fiorentina potesse pareggiarsi a Mastino sia pel numero delle piazze forti e de' sudditi, che pel numero de' soldati e per la quantità delle pubbliche entrate. Pure le private ricchezze dei Fiorentini in allora padroni di molta parte del commercio del mondo, davano alla loro repubblica un rango assai distinto tra le potenze, perchè sagrificavano sempre con piacere le proprie ricchezze in servigio della patria. Quando scoppiò la guerra con Mastino della Scala, formarono un consiglio di finanza, incaricato di trovare danaro; e tutte le casse del commercio gli furono aperte; onde la repubblica si trovò a portata di opporsi a così formidabile avversario[277]. Fu pure creato un consiglio militare, detto Ufficio della guerra, e composto di sei cittadini deputati dai sei quartieri della città al quale fu rimessa la direzione delle operazioni dell'armata per tutto un anno; affinchè la più frequente rielezione della signoria non interrompesse l'andamento degli affari.

Ma i Fiorentini non erano soltanto esposti ad essere attaccati dalla parte di Lucca: un ardito capo de' Ghibellini dava loro vivissime inquietudini all'opposto confine. Pietro Saccone dei Tarlati, uno de' signori di Pietra Mala, era succeduto, nel governo d'Arezzo, a suo fratello ch'era stato vescovo di quella città. Allevato nella più selvaggia regione degli Appennini ove il castello di Pietra Mala signoreggia i deserti coperti per più mesi dell'anno da alte nevi, Saccone era avvezzo a sprezzare tutti i pericoli, tutte le fatiche e le intemperie dell'aria. In un secolo incivilito, tra popoli ammolliti, conservava Saccone i costumi e le abitudini dei conquistatori del Nord, autori della sua stirpe. Egli disprezzava il lusso e la mollezza d'Italia, ma ne conosceva la politica e sapeva valersi de' suoi artifizj. Era nello stesso tempo sul campo di battaglia uno de' più formidabili soldati, ed il più accorto ed ingegnoso condottiere quando trattavasi di sorprendere una piazza o d'ingannare i nemici con qualche stratagemma. Affezionato alle sue montagne, pareva piuttosto aspirare alla sovranità delle Alpi, che a signoreggiare le fertili contrade che stanno alle loro falde; come l'aquila che vola sugli Appennini di balza in balza, ma che rare volte scende al piano. Egli aveva interamente sottomessa la famiglia della Faggiuola che aveva spogliata di Massa Trebaria e di tutta la sua eredità; aveva pure soggiogati gli Ubertini con tutti i loro castelli ed i conti di Montefeltro e di Montedoglio[278], di modo che la sua potenza stendevasi su tutte le montagne della Toscana, della Romagna e della Marca d'Ancona. Dalla signoria d'Arezzo era in seguito passato a quella di città di Castello e di Borgo san Sepolcro; e per ultimo aveva attaccata Perugia che a stento si andava contro di lui difendendo.

Saccone aveva osservata fedelmente la pace che vent'anni prima erasi fatta tra le repubbliche di Fiorenza e di Arezzo, ed aveva, sebbene capo del partito ghibellino, schivato di provocare sopra di sè le potenti armi della signoria. Ma quando Mastino della Scala portò la guerra in Toscana, Saccone accettò la sua alleanza, ed obbligossi ad introdurre in Arezzo ottocento cavalli che il signore di Verona aveva mandati fino a Forlì. In tali circostanze l'Ufficio della guerra non volle più rimanere esposto alle sorprese di un vicino che aspettava il favorevole istante per ismascherarsi. Perciò i Fiorentini dichiararono la guerra al signore d'Arezzo, ed il 4 aprile del 1336 spinsero un corpo di cavalleria in Romagna per opporsi a quella di Mastino, e fecero guastare dalle truppe tutto lo stato d'Arezzo[279].

Le città di Siena, Perugia e Bologna erano, siccome ancora il re Roberto, obbligati da un'antica alleanza a difendere i Fiorentini per la salvezza del partito guelfo. L'Ufficio della guerra rinnovò quest'alleanza, sebbene se ne potessero sperare pochi frutti, perciocchè le repubbliche erano snervate dalle guerre civili, ed il re Roberto dall'età e dallo scoraggiamento. Non si poteva far conto dei soccorsi della repubblica di Genova, già da due anni in preda al partito ghibellino che volgeva tutte le forze dello stato contro la stessa repubblica[280]. Il potere della chiesa era in Italia omai spento affatto; e le città della Romagna e della Marca erano dominate da piccoli tiranni, la di cui politica limitavasi a far lega colla parte più potente onde essere risparmiati dall'usurpatore almeno per tutto il tempo che questi avrebbe qualche cagione di temere. Luigi di Baviera continuava a proteggere Mastino, il quale chiamavasi sempre vicario imperiale; e se alcuna potenza d'oltremonti doveva prendere parte nella guerra che stava per ricominciare, non poteva farlo che in favore del signore di Verona.

Venezia soltanto, mossa da più profonda politica, avrebbe potuto associarsi a Fiorenza per difesa della libertà italiana. La potente repubblica di Venezia fin allora occupata unicamente delle sue conquiste del Levante, della marina, del commercio, non aveva acquistato alcun possedimento sul continente, non aveva voluto contrarre alleanze, nè prender parte alla politica italiana. I nomi de' Guelfi e de' Ghibellini erano esclusi dai suoi dominj; non dipendeva dall'impero e teneva il clero subordinato al proprio governo. Risguardavasi non pertanto piuttosto come affezionata al partito imperiale; ed una certa gelosia di commercio o di possanza sembrava che l'alienasse dai Fiorentini.

I signori della guerra di Fiorenza non si lasciarono ributtare da queste apparenze. Per non risvegliare l'attenzione di Mastino sulle loro negoziazioni, ne diedero l'incarico ad alcuni mercanti fiorentini stabiliti in Venezia, e trovarono, siccome lo avevano preveduto, questa signoria disposta ad ascoltarli.

Aveva Mastino della Scala con diverse imprese offesa la repubblica sua potente vicina. Aveva tentato di togliere il castello di Camino alla famiglia di tal nome, che in addietro aveva regnato a Treviso, e che posteriormente erasi aggregata alla nobiltà veneziana; fabbricava un castello tra Padova e Chioggia per impedire ai Veneziani di far sali su quelle coste, e per assicurarne l'esclusiva fabbricazione ai suoi sudditi; finalmente aveva fatto chiudere con una catena il Po ad Ostiglia, ed assoggettate ad un gravoso pedaggio le navi che rimontavano il fiume[281]. Tali novità erano tutte contrarie ai trattati stipulati dai suoi predecessori colla repubblica, onde la signoria accolse con piacere l'occasione di rintuzzare l'orgoglio di un vicino potente che incominciava ad adombrarla.