STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.
Traduzione dal francese.
TOMO VII.
ITALIA
1818.
STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO XLVIII.
Pontefici d'Avignone. Urbano V vuole ricondurre la santa sede in Roma. — Seconda spedizione di Carlo IV in Italia; è cagione in Pisa della ruina di Giovanni Agnello, ed in Siena di quella dei dodici. — Viene scacciato da quest'ultima città. — Rende la libertà a Lucca.
1365 = 1369.
Innocenzo IV era morto in Avignone il 12 settembre del 1362, ed il conclave gli aveva dato per successore Guglielmo Grimoardo, abate di san Vittore di Marsiglia, che non era cardinale. Questo papa, che prese il nome d'Urbano V, era di già il sesto tra quelli d'Avignone. Clemente V, aveva il primo trasportata la santa sede in Francia l'anno 1305. Dopo di lui Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, ed Innocenzo VI, avevano continuato a vivere come esiliati lontani dalla loro capitale e dalla loro greggia. Durante una residenza di sessant'anni, i pontefici e la loro corte si erano stabiliti in Avignone, come se mai non dovessero abbandonare questa città, e ne avevano acquistata la sovranità da Giovanna di Napoli, contessa di Provenza; vi avevano fabbricati magnifici palazzi, e si erano affezionati ad un soggiorno, ove niun desiderio di libertà tra il popolo, veruna inclinazione alla turbolenza tra i nobili, turbava la loro tranquillità, inquietava la loro mollezza. Omai il collegio de' cardinali più non era composto che di Francesi; Urbano V era della stessa nazione, ed aveva opinione di essere attaccato al suo paese natale, quanto poteva esserlo ogni altro suo compatriotto; il re di Francia vivamente desiderava di ritenere la corte pontificia ne' suoi stati, ond'era difficile il prevedere in qual modo potessero i papi ritornare giammai all'antica loro sede.
Per altro la dimora de' pontefici in Avignone aveva avuta la più perniciosa influenza sui costumi della chiesa, sulla sua politica, sul suo riposo, sulla sua fede. La corruzione de' prelati, la scandalosa e disonesta vita de' giovani cardinali, innalzati alla porpora dal favore o dall'intrigo, erano talmente notorj, che Avignone più non era indicata con altro nome che con quello di Babilonia occidentale. Nè quest'epiteto trovasi soltanto nelle amare invettive del Petrarca, ma nelle lettere e nelle scritture degli uomini più moderati e più religiosi del 14.º secolo. Avignone conteneva la schiuma degl'Italiani e de' Francesi; colà venivano a cercare fortuna gl'intriganti d'ogni nazione, che avevano seco portati i più odiosi difetti de' loro compatriotti; e il popolo e la corte d'Avignone avevano convertito in costume ciò che dalle altre nazioni risguardavasi come vizio. Ne' precedenti secoli la corte di Roma era già stata riconvenuta di smisurata ambizione, di dissimulazione, di avarizia, d'ingratitudine; ma nel tempo che i papi soggiornarono in Francia, fu ancora venale e perfida nell'amministrazione dei popoli, servile nelle sue relazioni colla corte di Francia, licenziosa ed intemperante nella privata vita de' suoi prelati; e tra gli stessi papi, Clemente VI non andò esente dal rimprovero di scostumatezza[1].
Gl'Italiani, che i proprj governi cercarono di rendere superstiziosi, sono meno degli altri popoli inclinati alla credulità. Il misticismo, siccome un'immaginazione piena d'idee malinconiche e terribili, appartiene ai climi ove l'uomo soffre sotto una temperatura o ardente o gelata. Ne' deserti della Tebaide, e sulle arene del Gange, o in riva al Baltico e tra le rupi della Scozia, si può tremare in faccia al principio malefico che mai non permette di scordare la sua potenza; possono offerirsi alla divinità dei dolori che sembrano indivisibili dall'umana specie; ma innanzi a che si tremerebbe in Italia, ove tutto sorride all'uomo? Come mai tutti i pensieri possono essere totalmente rivolti ad un'altra vita, quando così dolce è la presente[2]?
Nel 14.º secolo gl'Italiani aggiugnevano uno spirito d'osservazione esercitatissimo all'abitudine di comunicare coi popoli di diversa credenza. Il disprezzo che avevano concepito per la corte d'Avignone, aveva loro quasi assolutamente fatto scuotere il giogo della chiesa romana; mentre gli spiriti erano rimasti assai più sottomessi in Francia, ove il fanatismo persecutore ricompariva sovente con nuove forze. A Parigi, nel Delfinato, ed in altre province della Francia si bruciarono nel 1373 molti eretici. Le diverse loro sette, tutte egualmente punite con atroci supplicj, avevano i nomi di Turlupini, Beguini, Lollardi, Valdesi[3]. Ma in Italia, l'entusiasmo che faceva nascere le eresie, ed il fanatismo che le puniva, erano ugualmente spenti, ed avevano dato luogo alla indifferenza.
I Visconti in tempo delle lunghe guerre che avevano sostenute contro la Chiesa, eransi vendicati delle censure dei papi sul clero de' loro stati: raddoppiavano le imposte straordinarie quand'erano percossi dalle scomuniche. Nè i tiranni della Romagna si erano più de' Visconti lasciati atterrire dai fulmini de' papi, o dalle crociate predicate contro di loro; l'innalzamento loro e la loro caduta erano effetto della lotta tra l'ambizione e la libertà, o dell'affezione, dell'odio, o della vendetta, che sembravano ereditarj in alcune famiglie, senza che la religione vi avesse parte. I Siciliani, dopo i famosi loro vesperi, più non furono in pace colla chiesa per lo spazio di ottant'anni. I loro principi della casa d'Arragona, non si mostrarono meno indifferenti dei loro popoli alle scomuniche dei papi. Dall'una all'altra estremità dell'Italia i popoli ed i governi più non temevano le censure ed i castighi ecclesiastici[4].
La filosofia d'Aristotele era stata universalmente adottata in tutte le scuole unitamente ai commentarj d'Averroe. Il greco filosofo, supponendo un'anima unica animatrice di tutti gli uomini, distrugge la provvidenza e la moralità delle azioni. Ma il glossatore arabo aveva ancora più direttamente attaccata la religione; egli aveva opposta la sua triste dottrina all'islamismo in cui era nato, al cristianesimo ed al giudaismo che aveva studiati; ed aveva diretti contro i cattolici i suoi sarcasmi ed i suoi ragionamenti. Il solo Petrarca era quello che cercava di resistere al torrente degl'increduli; ma la setta ch'egli combatteva nelle sue filosofiche scritture, e nelle sue lettere, godeva d'un'illimitata libertà, e mostravasi ogni giorno più ardita. Credevansi appena le antiche dottrine ancora buone per il popolo; e la religione, quasi incompatibile con tale filosofia, andava perdendo la sua influenza sulla condotta degli uomini[5].
Il Petrarca ci lasciò nelle sue lettere la più triste pittura dei depravati costumi de' prelati[6], i quali avevano perduto lo spirito di dominazione, siccome i popoli l'abitudine di essere loro subordinati. Servilmente sottomessi alla corte francese, nemmeno più si vergognavano della loro servitù. Più in loro non ravvisavasi quello spirito superiore al mondo, che mantiene la vera religione, e che, quando si trovasse ancora presso una falsa religione, la renderebbe pure rispettabile ed utile agli uomini. Invece di non considerare la terra che dal lato de' suoi rapporti con Dio, i preti più non pensavano a Dio, che in ragione dei loro interessi sulla terra. La religione era diventata un mezzo tutt'affatto umano di governo, uno strumento che i despoti tenevano nelle loro mani per valersene contro i popoli[7].
Una religione corre sempre grandissimo rischio quando si dà un capo sulla terra; poichè facendo dipendere il rispetto che riclama, dall'eventualità e dalla virtù d'un solo uomo, la chiesa si rende risponsabile della condotta del pontefice che la rappresenta. Vero è che ne' tempi della persecuzione ella ha più ragioni di sperare che di temere dalla condotta del suo capo; imperciocchè egli s'investe in allora dello zelo medesimo della sua greggia, e non si trova elevato al di sopra degli altri che per dar loro un più luminoso esempio. I primi vescovi di Roma, se dobbiamo prestar fede alle loro leggende, furono quasi tutti santi e martiri; ma poichè la chiesa trionfò dell'idolatria, la leggenda medesima più non attribuisce ai loro successori tanti onori e tante virtù. Il capo del clero, depositario del suo potere, non può evitare di essere strascinato dagl'interessi temporali della sua amministrazione, e di far servire la religione alla politica. È questo il maggiore abbassamento cui possa trovarsi esposta un'autorità divina. Il più nobile ed il più disinteressato sentimento del cuore umano, il sentimento dell'intero sagrificio di sè medesimo si cangia in cotal modo nel vile calcolo dell'egoismo e della frode[8].
Ad ogni modo, se una religione, diventata dominante, deve avere un capo; se deve affidare una quasi illimitata autorità sulle coscienze ad un solo uomo, conviene almeno che quest'uomo sia indipendente. È una specie d'indipendenza quella che l'entusiasmo inspira in mezzo alle persecuzioni; ed il martire è più indipendente dei re, poichè disprezza i loro ordini e non teme i loro carnefici. Ma quando è cessato l'entusiasmo, il capo d'una religione altro non sarà che un suddito se non è sovrano. Vero è che l'amministrazione di uno stato mal si conviene ad un prete, poichè lo allontana dai pensieri che dovrebbero occuparlo, e forse dai costumi che dovrebbe avere; ma la servitù è ancora più sconveniente. Il sovrano pontefice, indipendente dai re, compenserà spesse volte, col suo coraggio nel biasimare la condotta loro, i torti della propria; reprimerà, come sempre fecero i papi, i pessimi costumi, il di cui esempio è tanto pernicioso, quando è dato da chi siede sul trono; citerà alcuna volta al tribunale di Dio un re come falsario, un principe perchè impudico o assassino. In mezzo alle loro ingiuste passioni, ai loro implacabili odj, gl'Innocenti e gli Alessandri quando diressero le armi della Chiesa contro i re di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra, fecero se non altro sentire ai popoli che i sovrani, non meno de' sudditi, possono essere puniti pei loro delitti.
Quando la corte di Roma, trasportata oltremonti, si rese francese, cessò di esprimere in tale maniera il voto dei popoli o delle future generazioni. Ella coprì co' suoi veli le scelleratezze di Filippo il Bello, e gli somministrò infami pretesti per la carnificina de' Templari. Fece co' suoi successori vergognosi mercati dei beni della chiesa, sotto pretesto d'una crociata, che mai non pensò di adunare. Tradì con fallaci speranze i Cristiani orientali, invitandoli a prendere le armi, poi lasciandoli senza soccorsi preda del ferro de' musulmani[9].
Clemente VI invece d'aprire a Filippo di Valois tutti i tesori della chiesa sotto pretesto d'una guerra sacra, cui egli non pensava di fare, avrebbe dovuto essere animato dal coraggio che manifestò in quest'occasione frate Andrea d'Antiochia, religioso italiano, che tornava in allora da Terra santa. Egli prese per la briglia e fermò il cavallo del re. «Sei tu, gli disse, quel Filippo di Francia che ha promesso a Dio ed alla santa Chiesa di marciare colle sue genti a liberare la terra in cui Cristo, nostro Salvatore, ha sparso il divino suo sangue per la nostra redenzione?» Filippo, colpito dalla imponente fisonomia del religioso, gli rispose che lo era. «Se tu lo promettesti di buona fede e con pura intenzione, replicò frate Andrea, io prego questo benedetto Salvatore d'indirizzare i tuoi passi ad una compiuta vittoria, di rendere prosperi te e la tua armata, riservandoti la gloria di purgare quel venerabile luogo dalle abbominazioni degl'Infedeli. Ma se dopo avere pubblicata questa intrapresa, per la quale moltissimi Cristiani orientali hanno di già subita la morte in mezzo a terribili tormenti, tu non pensi di ridurla ad effetto; se tu hai ingannata la santa Chiesa di Dio, la divina collera scenda sopra di te, sulla tua casa, sulla tua posterità e sul tuo regno; il flagello della celeste giustizia s'aggravi sopra di te e sopra i tuoi successori, in faccia a tutti i Cristiani; ed il sangue di tanti innocenti, sparso in occasione delle voci che tu facesti falsamente divulgare, chiami vendetta a Dio contro di te[10]!»
Non è perciò a credersi che i papi francesi non chiamassero altresì innanzi al loro tribunale i principi con cui guerreggiavano. Si videro rimproverare ai Visconti i loro delitti, non già col sublime linguaggio che si conviene al ministro di Dio sulla terra, ma con quello d'un accanito nemico. Urbano V in una bolla pubblicata contro di Barnabò lo chiama figlio di perdizione, animato da uno spirito diabolico[11]; indi passa a disvelare tutta la turpitudine di questo odioso tiranno. Ma non erano altrimenti i delitti, bensì le conquiste di Barnabò, che il papa voleva punire; perciò quando ebbe ottenuta la restituzione di alcune fortezze, che Barnabò possedeva nel Bolognese, gli rese il suo favore, assolvendolo da tutte le censure pronunciate contro di lui.
La dipendenza de' papi avignonesi verso la corte di Francia eccitava il malcontento in tutto il resto dell'Europa. Accusavansi i tribunali ecclesiastici di parzialità, di venalità i legali ed i governatori nominati dal papa. Tutti i vescovi erano tenuti di risedere presso la loro greggia, e quest'obbligazione veniva continuamente ricordata dagli uomini dabbene al primo vescovo, che avrebbe dovuto dare a tutti gli altri l'esempio della disciplina, onde il biasimo di tutta la cristianità ricadeva sul di lei capo. Frattanto gli abusi coll'andare del tempo prendevano piede; e la corte pontificia non sarebbe mai stata ricondotta da Avignone a Roma, se la prima di queste città avesse continuato ad offrire ai papi un sicuro asilo inaccessibile alle armate ed alle rivoluzioni del rimanente dell'Europa. Ma i Valois, durante il disastroso loro regno, più non guarentirono alla corte pontificia quella pace, di cui avea goduto in Provenza in cambio della perduta libertà.
La guerra cogl'Inglesi desolava da lungo tempo il regno di Francia; ma le perfidie di Carlo il malvagio, re di Navarra, la Jaquerie ossia la ribellione de' contadini contro i nobili, e più di tutto le compagnie di ventura, avevano posto il colmo alla ruina di quelle province. Avignone era stato ad un tempo minacciato da tre di questi corpi, che altro scopo non avevano che l'assassinio. I borghesi della città ed i cortigiani del papa erano stati più d'una volta forzati, sotto il pontificato d'Innocenzo VI, a prendere le armi per difendere le mura; e più frequentemente ancora la corte aveva dovuto liberarsi dal sacco con grosse contribuzioni. Tutta l'Europa, invece di compatire in simile circostanza i prelati, biasimava d'accordo il papa, perchè soggiornava in una terra d'esilio. Il Petrarca, il di cui solo nome valeva una potenza, approfittava di tutte le occasioni per richiamare il vescovo di Roma alla greggia particolarmente affidata alle sue cure, e le lettere, talvolta eloquenti e sempre ardite, che gl'indirizzava intorno a quest'argomento, circolavano per tutta l'Europa. Urbano V, mosso da così urgenti cagioni, dichiarò nell'istante della sua elezione ch'egli sarebbe contento di poter rimettere la santa sede in Roma, quand'anche dovesse morire il giorno dopo[12]; ed infatti non tardò a preparare l'esecuzione di questo progetto.
Nel 1365 Urbano concertò con Carlo IV il suo ritorno nella capitale del cristianesimo. Questo monarca andò in Avignone in maggio del 1365, sotto pretesto di concertare col papa i movimenti d'una nuova crociata. Gli avanzamenti de' Turchi in Europa cominciavano appunto allora a far desiderare la riunione di tutti i principi cattolici per difendere la Grecia ed il Levante contro i nemici della fede. La politica non meno che la religione avrebbero approvata questa guerra sacra[13]; ma tutti gli sforzi de' sovrani e del clero, tutte le calde istanze di Pietro di Lusignano, re di Cipro, ch'era venuto a visitare le corti d'Occidente per ottenere alcuni soccorsi, non riuscirono a risvegliare un entusiasmo spento già da oltre un secolo. Il re di Cipro riprese la strada del Levante con un pugno di crociati, coi quali il 3 ottobre del 1365 sorprese Alessandria d'Egitto; ma non si trovò abbastanza forte per conservarla, e l'evacuò poco dopo[14].
Il papa desiderava assai più l'abbassamento de' suoi nemici in Italia che la disfatta degl'Infedeli; e l'imperatore coglieva con piacere l'opportunità di tornare in un paese, ove altre volte avea mietute ragguardevoli somme di denaro. L'uno e l'altro dava voce di voler cacciare d'Italia le bande degli assassini che la guastavano. La compagnia tedesca d'Anichino Bongarten, e la compagnia inglese di Giovanni Acuto, ruinavano a vicenda la Toscana e lo stato della Chiesa. Gelosa l'una dell'altra non si erano rifiutate di servire sotto principi nemici; ma i popoli soffrivano non meno dalla compagnia alleata che dalla nemica[15]. La compagnia della Stella, che i Fiorentini avevano chiamata dalla Provenza per fare la guerra ai Pisani, e quella di san Giorgio, formata da Ambrogio, figliuolo naturale di Barnabò Visconti[16], entrarono una dopo l'altra nello stato di Siena ed in quello di Perugia per levarvi delle contribuzioni. Così aperto assassinio non poteva essere più lungamente tollerato, e l'Italia udì con piacere che il papa e l'imperatore avevano stabilito di mettervi termine.
Nel 1366 il cardinale Albornoz, d'ordine dì Urbano V, fece preparare un palazzo a Viterbo per abitazione del pontefice in tempo d'estate[17]. Fece inoltre riparare gli edificj di Roma che cadevano in ruina, ed accettò le galere di Venezia, di Genova, di Pisa e della regina di Napoli, per ricondurre la corte pontificia dalle bocche del Rodano alle foci del Tevere.
I due capi della cristianità avevano convenuto di trovarsi in Italia nel mese di maggio del 1367; ma Carlo IV fu costretto dagli affari della Germania a protrarre un anno la sua venuta. Urbano V lasciò Avignone l'ultimo giorno d'aprile del 1367 con molti de' suoi cardinali, che sebbene di mal animo, avevano acconsentito di seguirlo; altri avevano presa la strada di Torino; e cinque ricusarono di abbandonare la Provenza[18].
Urbano sbarcò il 25 maggio a Genova, e le due fazioni che dividevano questa repubblica, si sforzavano di superarsi nel fargli onore[19]. Simone Boccanegra, il primo doge di Genova, era morto nel 1363, avvelenato, per quanto fu creduto, in un pranzo dato al re di Cipro. Mentre questo magistrato lottava ancora tra la vita e la morte, il popolo aveva prese le armi, arrestati i parenti del Boccanegra, ed eletto doge Gabriele Adorno. Era questi un mercante, di famiglia plebea, ma ghibellina; e manifestò talenti ed un carattere, proprj ad assicurargli finchè sarebbe vissuto, la direzione del partito ghibellino[20].
L'opposta fazione de' Guelfi aveva per capo Lionardo di Montalto, che ancor esso aspirava al dogado. Nel 1365 era stato costretto ad uscire di città con i suoi aderenti, e faceva guerra alla sua patria[21], quando il passaggio del papa a Genova riconciliò per alcun tempo le due opposte parti.
Il cardinale Egidio Albornoz venne ad aspettare il papa sulla spiaggia di Corneto, ove questi sbarcò il 4 di giugno. V'erano pure i deputati del senato e del popolo romano, i quali offrirono al papa la signoria di Roma e le chiavi di castel sant'Angelo[22]. La gioja prodotta dal ritorno del capo della religione in Italia, poteva sola ridurre i Romani a riconoscere un padrone. Quantunque avessero minore costanza, valore e virtù, che non gli abitanti delle città toscane, erano per altro agitati dalle medesime passioni. Il loro risentimento ora dirigevasi contro la nobiltà, ora contro l'arbitrario potere d'un solo. Nel 1362 avevano creato un nuovo tribuno, detto Lello Pocadotta, il quale era un uomo della feccia del popolo, un calzolajo, che aveva approfittato del suo efimero potere per cacciare di città tutti i nobili. Ma l'avvicinamento della compagnia del Capelletto aveva poco dopo spaventati i Romani; onde scacciarono dal Campidoglio il tribuno, e si diedero ad Innocenzo VI, a condizione che non darebbe nella città loro veruna autorità al cardinale Albornoz[23]. Sotto il regno di Urbano V, erano stati agitati da altre rivoluzioni ancora meno meritevoli d'essere conosciute.
Quegli in cui Urbano aveva maggiore fiducia per amministrare lo stato della chiesa era appunto l'Albornoz, che in una legazione di quattordici anni aveva riconquistata e sottomessa alla santa sede la totalità del dominio ecclesiastico. Albornoz al suo arrivo in Italia non aveva trovati fedeli al papa che i due castelli di Montefiascone e di Montefalco[24]; mentre all'arrivo d'Urbano tutte le città della Romagna, della Marca, dell'Umbria e del patrimonio, ubbidivano alla santa sede. Il papa, avendo domandato conto al cardinale del danaro speso nella sua lunga amministrazione, questi gli mandò per risposta un carro compiutamente carico delle sole chiavi delle città, che aveva ridotte in di lui potere[25]. Ma era di poco giunto Urbano in Italia quando Albornoz morì a Viterbo il 24 agosto del 1367, seco portando il dolore della corte di Roma e dei popoli, che avevano condonati a' suoi rari talenti la strana unione delle incumbenze di generale d'armata e di prelato[26].
Questo grande politico aveva, prima di morire, reso l'ultimo servigio al papa, conchiudendo in suo nome un'alleanza con tutti i nemici de' Visconti. La lega che fu segnata a Viterbo l'ultimo di luglio e pubblicata il 5 agosto, comprendeva l'imperatore, il papa, il re d'Ungheria, ed i signori di Padova, Ferrara e Mantova[27]. Vi prese parte ben tosto ancora la regina di Napoli, la quale, avendo perduto suo marito, Luigi di Taranto, il 26 maggio del 1362, si era lo stesso anno rimaritata in terze nozze col figliuolo del re di Majorica, Giacomo d'Arragona, cui per altro non aveva accordato il titolo di re!
I fratelli Visconti apparecchiavansi dal canto loro a combattere questa formidabile coalizione; e si erano segretamente alleati a tutte le compagnie di ventura che guastavano il paese. Il bastardo Visconti, figliuolo di Barnabò, che ne aveva egli medesimo formata una, adunò tutte le altre al suo soldo, e fece in tal modo la più bell'armata, che si fosse ancora veduta in Italia[28]. Galeazzo, il secondo fratello Visconti, che da qualche tempo aveva stabilita la sua dimora in Pavia, preparavasi pure a modo suo a combattere i suoi nemici. Il fasto e le vanità occupavano tutti i suoi pensieri. Il Petrarca, che viveva nella di lui corte, faceva plauso alla di lui magnificenza ed alla protezione che accordava alle arti ed alle lettere; ma i suoi sudditi gemevano sotto il peso delle gabelle; lo detestavano i suoi ministri e soldati non pagati, e le città da lui dipendenti non erano tenute fedeli che dal terrore che ispiravano le sue crudeltà[29].
Galeazzo riponeva la sua vanità ne' parentadi coi più gran re del cristianesimo. Egli fece sposare in marzo sua figliuola Violante a Lionello, duca di Chiarenza, figliuolo del re d'Inghilterra; e per ridurre questo principe ad un tale matrimonio, gli aveva offerti, colla figlia, duecento mila fiorini di dote e la sovranità di cinque città del Piemonte[30]. Pretendeva con ciò Galeazzo d'attaccare più saldamente ai proprj interessi la compagnia inglese: ed infatti Giovanni Acuto alla testa di questa truppa formidabile penetrò nel territorio di Mantova che pose a fuoco e a sangue. Ma ben tosto il nodo di quest'alleanza colle compagnie di ventura si ruppe per un inaspettato avvenimento: Lionello, duca di Chiarenza, morì dopo pochi mesi, vittima della sua intemperanza.
Intanto Carlo IV giunse il 5 di maggio a Conegliano con una ragguardevole armata, cui si unirono gli alleati d'Italia, onde si vide alla testa di forze superiori di molto a quelle de' Visconti[31]. Ma Acuto trattenne alcun tempo quest'armata nello stato di Mantova rompendo le dighe dell'Adige, che inondò il campo dell'imperatore[32]. D'altra parte Barnabò, cui era nota l'avarizia di Carlo, approfittò di questo ritardo per fargli aggradire riguardevoli doni, persuadendolo con tale mezzo a trattare di pace, ed a licenziare la sua armata. In tre mesi che le truppe imperiali passarono in Italia non s'impadronirono del più debole castello de' Visconti, o di Cane signore della Scala loro alleato; avevano in cambio ruinati i signori di Mantova e di Ferrara, amici di Carlo IV, e furono vergognosamente congedate, sotto la sola condizione che i Visconti renderebbero ai Gonzaghi Borgoforte, che avevano loro tolto[33].
Estrema fu l'indignazione di tutta l'Italia quando fu noto così vergognoso trattato. Eransi adunati cinquanta mila uomini dalle estremità della Boemia a quelle del regno di Napoli, e dall'Ungheria alla Provenza, per liberare l'Italia dalla tirannide de' Visconti e dagli assassinj delle compagnie, e questa formidabile coalizione era stata disciolta dal suo capo, come se avesse ottenuto il suo scopo mercè la restituzione d'un miserabile castello. Frattanto Carlo IV senza prendersi cura del biasimo universale, quando a tale prezzo poteva ammassare danaro, innoltravasi verso la Toscana coi deboli avanzi della sua armata.
Era l'imperatore chiamato in questa provincia dalle preghiere dei Lucchesi, che, oppressi dai Pisani da loro detestati, avevano a Carlo IV consacrato l'affetto ed il rispetto loro fino dal tempo in cui questo monarca, in allora principe di Boemia, governava Lucca a nome di suo padre il re Giovanni[34]. Molti Guelfi di questa città, forzati ad emigrare, avevano acquistate grandi ricchezze commerciando in Francia, ed offrivano all'imperatore di pagargli al più alto prezzo la libertà della loro patria.
Giovanni Agnello, signore di Pisa, trattava dal canto suo con Carlo IV, da cui desiderava la conferma dell'usurpato titolo di doge; ma lo vedeva con rincrescimento avvicinarsi alla testa di mille duecento corazzieri, e già s'accorgeva che la speranza di vicina rivoluzione rendeva arditi i malcontenti, e facevagli trovare opposizione perfino nel proprio consiglio. Ottenne da Carlo la promessa di essere nominato vicario imperiale di Pisa, e di vedere raffermata in tal modo la sua autorità; a questo prezzo acconsentì di rinunciare alla più importante conquista che avesse mai fatta la repubblica di Pisa, e per difesa della quale le nemiche fazioni eransi più d'una volta riconciliate. Il 23 agosto del 1368 consegnò Lucca a Marcovaldo, vescovo d'Augusta, che ne prese possesso a nome dell'imperatore. Questa città era stata suddita dei Pisani fino dal 6 luglio 1342[35].
Carlo IV entrò in Lucca il 5 di settembre. A breve distanza da questa città aveva incontrato Giovanni Agnello, e l'aveva armato cavaliere; onore che il signore di Pisa rese subito a due suoi nipoti e ad altri suoi compatriotti. Il monarca, il doge ed i nuovi cavalieri, entrati in Lucca, salirono sopra palchi innalzati nella piazza di san Michele, ove Agnello doveva essere dichiarato vicario imperiale in presenza del popolo; ma tutto ad un tratto il palco, su cui egli trovavasi, crollò sotto il peso di coloro che vi erano saliti; molti rimasero morti, ed Agnello si ruppe una coscia. Il tiranno obbligato a letto più non poteva farsi temere, onde gli amici della libertà presero tosto a Pisa le armi sotto la condotta di Pietro d'Albizzo di Vico, facendo eccheggiare tutte le strade delle grida di viva l'imperatore e morte al doge. All'istante forzarono la guardia ducale, saccheggiarono il palazzo del conservatore, ed elessero nuovi anziani per governare la repubblica secondo le antiche leggi. Alla notizia di questa rivoluzione tutti gli esiliati rientrarono in Pisa, tranne Pietro Gambacorti; mentre Agnello, ritenuto a letto in Lucca, risolse all'indomani di spogliarsi di tutti i diritti che poteva avere alla signoria, dopo averla conservata poco più di quattro anni[36].
Carlo IV non si affrettava punto di rendere a Lucca la libertà, risguardando questa città quale residenza sicura e comoda per tener vivi i suoi maneggi nelle repubbliche toscane, acquistarvi nuovi diritti, e per lo meno scroccarne assai danaro: in breve una rivoluzione che il suo avvicinamento aveva fatta scoppiare in Siena, gli offrì l'occasione, che andava cercando, di vendere la sua protezione.
Quando l'imperatore, tredici anni prima, erasi recato a Siena, un movimento popolare da lui spalleggiato, aveva esclusa dal governo l'oligarchia dominante. Dopo tale epoca i ricchi mercanti, che formavano questa oligarchia, erano stati dichiarati, come la nobiltà, incapaci di aver parte al governo popolare. Di loro e delle loro famiglie erasi formato nello stato un ordine separato, che dicevasi il monte dei nove, a motivo della suprema magistratura che aveva occupato, e ch'era stata abolita nell'atto che ne era stato spogliato. Ma i borghesi di uno stato alquanto inferiore, che, dopo i nove, erano pervenuti alla nuova magistratura dei dodici, avevano camminato così esattamente dietro le orme de' loro predecessori, che si erano egualmente usurpata tutt'intera la suprema autorità; onde il monte dei dodici, da loro formato, non era meno odioso al popolo che quello dei nove.
I dodici, temendo principalmente l'odio della nobiltà, cercarono di far rinascere le antiche sue contese per indebolirla. Le due illustri famiglie de' Tolomei e de' Salimbeni erano sempre state a Siena i capi delle parti guelfa e ghibellina. Finsero i dodici d'essere divisi nelle stesse fazioni, ed eccitarono le due famiglie a dar mano alle armi l'una contro l'altra, promettendo a ciascuna di favoreggiarla: ma i nobili, il di cui odio ereditario erasi quasi spento sotto le persecuzioni sostenute in comune, si manifestarono i mutui soccorsi loro promessi dai magistrati; onde vergognandosi d'avere sparso il proprio sangue per soddisfare alla segreta gelosia de' plebei, convennero di vendicarsene praticando i medesimi modi adoperati con loro. Finsero un accrescimento di odio gli uni contro degli altri, fecero venire dai proprj poderi i loro vassalli, ed adunarono soldati nelle loro case senza che i dodici si opponessero a questi apparecchi, che credevano destinati alla vicendevole distruzione dei nobili. Frattanto questi si erano guadagnati tutti i capi del monte dei nove e molti plebei malcontenti, ed avevano riuniti in città ottomila uomini sotto le insegne delle due armate guelfa e ghibellina. Tutt'ad un tratto le due armate si unirono il 2 settembre del 1368, ed i loro capi chiesero alla signoria il possesso del palazzo e di tutti i luoghi forti. I dodici sorpresi da così subito avvenimento non ebbero pur tempo d'impugnare le armi per difendersi; onde ritiraronsi nelle loro case, e rinunciarono al governo che avevano tenuto tredici anni[37].
I nobili, padroni della repubblica, dichiararono di volere ristabilire a Siena il governo consolare, sotto il quale questa città aveva fiorito nel dodicesimo secolo. Nell'ordine dei nobili distinguevansi cinque famiglie d'una rimota antichità, i Tolomei, i Salimbeni, i Piccolomini, i Saracini, i Malavolti. Cinque consoli furono scelti in cinque illustri famiglie, altri cinque nel rimanente della nobiltà e tre nell'ordine dei nove, che furono di bel nuovo messi a parte del governo[38].
Ma il popolo, ch'era stato lungo tempo in possesso delle magistrature, non poteva pazientemente soffrire di esserne escluso, e nell'agitamento d'una fresca rivoluzione, ogni parte ricorse all'imperatore e lo scelse arbitro. Carlo accettò con piacere le funzioni di mediatore, promise a tutti la sua protezione, ma si assicurò specialmente dei Salimbeni, di già disposti a separarsi dal loro ordine, e fece all'istante partire con ottocento cavalli Malatesta Ungaro, uno de' signori di Rimini, che nominò vicario imperiale a Siena.
I nobili non volevano aprire le porte a questa piccola armata prima di vedere sanzionati i loro diritti con un trattato, ma il monte dei dodici ed il popolo erano più desiderosi di affidarsi all'imperatore, perchè avevano meno da perdere. Niccola Salimbeni, uno de' consoli, tradì i suoi colleghi per unirsi al popolo, ed il 24 di settembre fece entrare Malatesta Ungaro per la porta che gli era stata affidata. La nobiltà, sebbene sorpresa, si difese nelle strade, e soltanto dopo essere stata superata in più di dieci zuffe sostenute di posto in posto, uscì finalmente di città e si ritirò ne' suoi castelli[39].
Il popolo vittorioso era chiamato a dare una nuova forma al governo, ed a regolare la distribuzione dei diritti politici tra i diversi ordini dello stato. Non credette di potere abolire il passato, non essendo possibile che i cittadini rinunciassero ad affezioni ed a passioni ereditate dai loro antenati, ed alle quali andavano debitori della loro forza e della loro importanza. Perciò i nuovi legislatori riconobbero l'esistenza dei due monti dei nove e dei dodici, ne formarono un terzo, nel quale raccolsero i cittadini stranieri alle due precedenti oligarchie, e questo nuovo ordine, più numeroso che gli altri due, ebbe dalla riforma, da cui era nato, il nome di monte dei riformatori. La signoria fu composta di dodici magistrati, tre de' quali presi dalla prima classe, quattro dalla seconda e cinque dalla terza. La stessa proporzione si osservò nella formazione dei due consiglj che dovevano assecondare la signoria, completando in unione alla medesima il governo[40].
L'imperatore, che tuttavia soggiornava in Lucca, vedeva con piacere le rivoluzioni di Pisa e di Siena indebolire le due repubbliche e prepararle a porsi sotto la sua dipendenza. Avrebbe ancor voluto eccitare qualche turbamento in Firenze, ond'essere poi chiamato a prendere qualche parte nel governo di quella ricca repubblica e cavarne danaro. Egli aveva fatti agli ambasciatori fiorentini amari rimproveri perchè la signoria avesse occupato Samminiato, Prato e Volterra, da lui riclamate come terre dell'impero, ed, appena giunto a Lucca, aveva spediti i suoi corazzieri ad occupare Samminiato ed a fare delle scorrerie nel territorio fiorentino. Ma tosto che la repubblica, determinata di difendere i proprj diritti colle armi, ebbe assoldata gente da guerra, Carlo si raddolcì[41]. Trovavasi allora in così pressante bisogno di danaro che aveva impegnata in Firenze medesima la sua corona per sedicimila fiorini, la quale non aveva potuto ricuperare che prendendo questa somma a prestito dai Sienesi[42]. Abbandonò dunque le sue pretese e partì alla volta di Siena, ove si trattenne pochi giorni, passando di là a Roma.
Il papa non aveva motivo di essere soddisfatto della condotta tenuta dall'imperatore, che bruscamente abbandonando la guerra intrapresa contro i Visconti, aveva rovesciate tutte le speranze della Chiesa; ma Carlo si prese cura di riconciliarsi con Urbano colla più umile e rispettosa condotta; e mostrò di non avere altro scopo, rendendosi a Roma, che di abbassare la dignità imperiale innanzi a quella del pontefice. Si trattenne prima a Viterbo per visitarlo, poi essendo giunto a Roma prima di lui, tornò addietro per aspettarlo a porta Angelica, di dove s'incamminò a piedi avanti al papa, prendendo il suo cavallo per le briglie e guidandolo fino al palazzo del Vaticano. I Romani, lungi dall'insuperbirsi per gli atti di rispetto renduti al loro vescovo, concepirono un profondo disprezzo pel monarca, che tanto si umiliava a' suoi piedi. L'imperatore fece coronare dal papa la sua quarta consorte, e dopo avere servito il pontefice alla messa come diacono col libro e col corporale, lasciò Roma e riprese la strada della Toscana[43].
Al suo ritorno a Siena, il 22 dicembre, vi trovò la discordia risvegliata dagli intrighi di Malatesta Ungaro, il vicario che vi aveva lasciato. Durante l'assenza dell'imperatore, i dodici avevano eccitata una nuova sedizione, sperando di ricuperare la loro antica autorità; ma il tumulto non altro aveva ottenuto che di procurare maggior potere al monte dei riformatori; eransi aggiunti tre nuovi membri alla signoria, e si erano presi in quest'ordine, il più povero degli altri ed il più numeroso. I dodici, delusi per la seconda volta dalle proprie loro pratiche, erano più che prima irritati contro il governo. Porsero dunque avidamente orecchio alle segrete proposizioni dell'imperatore, ch'erasi impegnato di vendere al papa Siena ed altre città della Toscana, e aveva chiamato presso di sè il cardinale Gui di Monforte, legato di Bologna, con un grosso corpo di cavalleria, onde dare esecuzione al contratto[44].
Carlo IV, assicuratosi dei dodici e dei Salimbeni, domandò che la signoria mettesse in sua mano i cinque più importanti castelli del suo territorio[45], e che i gonfalonieri ed i soldati della milizia gli prestassero giuramento di fedeltà. Quest'inchiesta venne comunicata al consiglio generale che la rigettò con grandissima maggiorità di voti. Ricusò pure d'accrescere il potere de' dodici come l'imperatore desiderava[46]; il quale offeso da queste due negative, risolse di adoperare la forza. Dietro i di lui suggerimenti il 18 gennajo 1369 la fazione dei dodici diede mano alle armi, di concerto coi Salimbeni, per iscacciare di palazzo tre cittadini dell'ordine de' nove, che sedevano nella signoria. Nello stesso tempo Malatesta Unghero si portò sulla gran piazza colla sua cavalleria, e l'imperatore, armato di tutto punto, si pose alla testa de' suoi corazzieri e di quelli della chiesa. Tre mila corazzieri trovavansi allora riuniti in Siena sotto gli ordini di un monarca straniero. I tre signori dei nove, ai quali era stato portato l'ordine di uscire di palazzo per parte di Malatesta Unghero, si erano effettivamente ritirati, malgrado le istanze dei loro colleghi. Ma questi, rimasti soli, non si smarrirono; fecero suonare la campana d'allarme, ed ordinarono al capitano del popolo, Matteino Menzano, d'attaccare l'imperatore colle compagnie della milizia.
Il pubblico palazzo trovavasi di già in parte occupato dai ribelli della fazione dei dodici e dei Salimbeni; ma essi ne furono cacciati dal popolo furibondo. Malatesta Unghero stava sulla piazza della Fontana con ottocento gendarmi, che furono respinti, uccisa la maggior parte de' cavalli, ed egli stesso costretto a fuggire verso il palazzo de' Malavolti, ove cercò di afforzarsi. L'imperatore, circondato dai principi tedeschi, dai suoi capitani e da tutto il rimanente della cavalleria, avanzavasi verso il palazzo, e di già era giunto fino alla croce del travaglio, quando venne impetuosamente attaccato dalle compagnie del popolo. La sua truppa fu ben tosto disordinata, ucciso colui che portava lo stendardo imperiale, e Carlo obbligato a ripararsi verso la piazza de' Tolomei, ove si fortificò nei palazzi di questi gentiluomini emigrati. Per più di sette ore egli difese i suoi trinceramenti, ed in questa lunga pugna si perdette molta gente da ambe le parti. Più della metà de' soldati di Carlo erano feriti, e quattrocento de' più valorosi caduti morti ai suoi fianchi, i suoi corazzieri avevano perduti più di mille duecento cavalli, quando finalmente fu superata la barricata ch'egli difendeva, ed il monarca costretto a fuggire nelle case de' Salimbeni[47].
Mentre ancora durava la battaglia, la signoria aveva di già fatti richiamare i suoi tre colleghi dell'ordine dei nove, che la fazione dei dodici aveva cacciati di palazzo; furono ricondotti ai loro seggi a suono di trombette, coperti di ghirlande, e con un tralcio di ulivo in mano.
Il capitano del popolo non inseguì l'imperatore nelle case dei Salimbeni, sebbene gli fosse agevole il farlo prigioniere. Credette di dovere moderatamente usare della vittoria verso il primo monarca della cristianità, e mostrargli tutti i riguardi nell'istante in cui più non poteva temerlo. Ma egli lo fece pregare per mezzo dei Salimbeni di uscire di città; e per rendere più efficace la sua preghiera, fece a suono di tromba bandire la proibizione di somministrare vittovaglie a lui o alla sua truppa.
«L'imperatore (dice uno storico sienese contemporaneo) era rimasto solo colla più grande paura che abbia giammai avuta verun miserabile. Gli occhi di tutto il popolo armato erano verso di lui rivolti; egli piangeva, si scusava, ed abbracciava coloro che lo avvicinavano; diceva d'essere stato tradito dal Malatesta, dal podestà, dai Salimbeni e dai dodici; e raccontava in qual modo e quali offerte erangli state fatte. Francesco Bastali, ch'egli indicava come colui che aveva avuta parte in questa negoziazione, venne arrestato e dato in mano del capitano del popolo; cercaronsi pure gli altri traditori. Frattanto l'imperatore trattava colla signoria e col popolo: dava alla prima il vicariato perpetuo dell'impero nella città e suo territorio, ed accordava al popolo un'amnistia generale, e più grazie che non gli erano domandate. Così tremante qual era ed affamato, pareva che avesse del tutto perduta la ragione; voleva andarsene, poi vedeva di non poterlo, non avendo più nè cavalli, nè danaro, nè compagnia; e con molti stenti il capitano gli fece ricuperare parte di ciò che aveva perduto[48].» Quando Carlo ebbe finalmente ripreso un poco di coraggio, domandò che in ricompensa dell'affronto che gli era stato fatto, e delle grazie ch'egli aveva accordate alla signoria, la repubblica gli pagasse una pensione di venti mila fiorini in quattro rate. I Sienesi vi acconsentirono, e gli passarono la prima somma immediatamente, per porlo in istato di uscire dalla loro città.
I Sienesi avevano valorosamente combattuto per difesa della loro libertà, nell'istante in cui avevano conosciuto il tradimento dei loro ospiti; ma malgrado questa momentanea unione, le fazioni in cui erano divisi non eransi riconciliate; ed appena l'imperatore fu partito, il 25 gennajo, che l'anarchia parve raddoppiarsi. I nobili esiliati facevano la guerra alla repubblica; i dodici ed i Salimbeni eransi resi esosi colla loro associazione ai nemici dello stato; i nove ed i riformatori sforzavansi invano di riconciliare le troppo accanite parti le une contro le altre. La guerra si prolungò parte della seguente state tra la città e le campagne, e non si terminò che il 30 giugno per l'intromissione dei Fiorentini, domandata dalle opposte parti. I nobili furono richiamati in città, rimessi ne' loro diritti, e dichiarati capaci di tutte le magistrature, tranne la signoria. Gli altri ordini continuarono a dividere gli ufficj superiori in una proporzione determinata dalle leggi[49].
L'imperatore, partendo da Siena, aveva da prima avuto intenzione di passare a Pisa; ma informato che questa città trovavasi sotto le armi, temette di trovarsi esposto ad una sedizione somigliante a quella da cui erasi appena sottratto, ed andò direttamente a Lucca, tenendo la strada di Vico Pisano.
I Pisani, dopo avere rovesciato il governo d'Agnello, erano stati sbattuti alcun tempo da diverse fazioni, e l'anarchia gli avrebbe forse ricacciati ben tosto nella servitù, se i più virtuosi cittadini, d'accordo coi gentiluomini, non si fossero uniti per mantenere colle armi in mano la quiete e la libertà. Questa lega, che prese il nome di compagnia di san Michele, ben tosto si vide composta di quattro mila combattenti, e si assunse l'impegno di rimanersi neutrale tra i Bergolini ed i Raspanti. Tostocchè, in grazia del vigore dimostrato dalla compagnia di san Michele, l'ordine fu in Pisa ristabilito, si alzò contro i Raspanti un grido, che fino allora era stato compresso dal timore. La ruina del commercio, la guerra coi Fiorentini, l'accrescimento delle imposizioni, la tirannide di Giovanni Agnello, e la perdita di Lucca, erano state le fatali conseguenze della loro amministrazione. Se la repubblica loro perdonava tanti errori, quali erano dunque quelli che essa ostinavasi a voler punire in Pietro Gambacorta, i di cui parenti erano periti, tredici anni prima, vittime di un'ingiusta sentenza, e di cui lo stesso imperatore aveva riconosciuta l'innocenza, poichè aveva di nuovo accordato il suo favore a quest'illustre esule. In fatti Carlo IV aveva promessa la sua protezione a Pietro, che aveva incontrato a Calcinaja, ed accettatone il dono di dieci mila fiorini[50].
Dietro le istanze dei due capi della compagnia di san Michele venne annullata la sentenza contro i Gambacorti, e Pietro fu richiamato co' suoi figliuoli in seno alla patria. Questi rientrarono il 24 febbrajo portando in mano rami d'ulivo, mentre i loro concittadini facevano eccheggiare le strade con grida di gioja, e le campane della città suonavano in rendimento di grazie. Pietro Gambacorti, giunto alla cattedrale, fece a nome di tutti gli emigrati la sua offerta ai piedi dell'altare maggiore. Giurò in appresso di mantenere lo stato popolare, di vivere da buon cittadino fra i suoi eguali, e di scordare e perdonare le antiche ingiurie[51].
Ma tutti i Bergolini non avevano per anco rinunciato al loro antico odio. Due giorni dopo Pasqua molti di loro presero le armi, ed attaccarono le case dei Raspanti, che volevano bruciare. Gran parte della città andava forse ad essere distrutta, se Pietro Gambacorti non veniva a difendere i suoi nemici, rispingendo gl'incendiarj. Io ho ben perdonato, loro diceva, io, i di cui congiunti perirono sul palco; con quale diritto ricuserete voi altri di perdonare? Gambacorti effettivamente fermò i combattenti, ma non impedì il cambiamento del governo. La parte de' Raspanti venne esclusa dall'amministrazione, tutte le cariche furono date ai Bergolini, e la compagnia di san Michele si sciolse di consentimento de' suoi capi[52].
Trovavasi per altro ancora in mano dei Raspanti una porta fortificata, quella ai Lioni, che i partigiani di Giovanni Agnello non avevano mai lasciata. Altri Raspanti eransi adunati a Lucca presso di Carlo IV, e cercavano di far sentire all'imperatore la facilità di occupare Pisa per mezzo di questa porta. Carlo, strascinato dai loro consigli, fece imprigionare dodici ambasciatori che gli aveva spediti la repubblica, tra i quali contavansi i più distinti uomini dello stato, Pietro d'Albizzo di Vico, Gualandi di Castagneto, e Manfredo Buzzacherino dei Sismondi. L'imperatore, tenendoli come ostaggi, si applaudiva d'averli tolti ai consigli della repubblica. Nello stesso tempo fece avanzare il suo grande maniscalco con tutta la sua cavalleria verso Porta ai Lioni. Ma mentre i Tedeschi entrano in città, i Pisani, chiamati dalla campana d'allarme a difendere la patria, alzano palafitte in faccia alla porta occupata dai nemici. Tutte le panche della cattedrale, ch'era vicina, furono all'istante portate in istrada per formarne un nuovo riparo d'insolita forma, mentre gli arceri salivano sul battistero per combattere da quell'elevato luogo i nemici che occupavano la muraglia della porta. Un ingegnere pisano aveva tagliata astutamente la corda che doveva alzare il ponte levatojo della porta; onde i Tedeschi perdettero molto tempo prima di poter entrare in città, ed incominciare l'attacco[53]. Quando ebbero vinto questo primo ostacolo, ne trovarono un altro maggiore nella ostinata resistenza de' Pisani. Le donne frammischiavansi ai combattenti per incoraggiarli, somministrando loro pietre e dardi. Dopo un'accanita zuffa i Tedeschi si ritirarono, ed il cancelliere dell'imperatore domandò di parlare segretamente cogli anziani. Si suppose che in questa conferenza avesse ricevuto un ragguardevole dono, poichè si osservò, che appena terminata, fece ritirare tutte le sue truppe. Quaranta fanti, che aveva lasciati per guardia alla porta ai Lioni, furono subito forzati ad arrendersi, e le opere interne che formavano di questa porta una specie di fortezza, furono dal popolo spianate[54].
L'imperatore, dopo le rotte avute a Siena ed a Pisa, più non pensava che ad estorcere danaro dalle città toscane, ed a partire alla volta della Boemia. Mandò la sua cavalleria a guastare il territorio de' Pisani, per ridurli così ad un trattato; e nello stesso tempo cercò pure d'inquietare i Fiorentini riclamando certi diritti dell'impero da lungo tempo andati in desuetudine. Permise in oltre al patriarca d'Aquilea, suo fratello naturale, di partire da Lucca alla testa di un corpo di cavalleria, per guastare la Val d'Elsa ed il territorio fiorentino fino a Montespertoli[55]. La signoria impaziente di sbarazzarsi di un dannoso vicino, acconsentì di pagare a Carlo cinquanta mila fiorini, per farlo rinunciare ad ogni diritto sulle terre dell'impero ch'ella aveva riunite al suo territorio. Ella fece ancora per una eguale somma la pace dei Pisani; e Carlo IV a tale prezzo riconobbe la città di Pisa per fedele all'impero; la raffermò nel godimento della sua libertà, e dichiarò questo privilegio inalienabile, di modo che l'autorità d'un solo mai non potesse rimpiazzare quella degli anziani e del popolo[56].
I trattati che l'imperatore aveva intavolati a Lucca, erano a lui ben più vantaggiosi, e non pertanto egli otteneva dai Lucchesi la più viva riconoscenza per grazie che loro vendeva a peso d'oro. Il 6 aprile in una solenne adunanza dei più potenti signori tedeschi ed italiani dichiarò la città di Lucca libera ed indipendente dai Pisani, e due giorni dopo ratificò tale dichiarazione con una carta, sotto la bolla d'oro, che consegnò ai dieci anziani[57]. Il popolo di Lucca accolse questo favore con trasporti di gioja, protestò eterna riconoscenza a Carlo IV, mentre l'avaro monarca gli chiedeva duecento mila fiorini pel riscatto della sua libertà. La città, ruinata da lunghe guerre e dall'oppressivo dominio di molti tiranni, non era in istato di sborsare immediatamente così enorme somma, onde Carlo IV, pendente il pagamento, consegnò in pegno la città di Lucca al cardinale Gui di Monforte, che a nome del papa aveva anticipati cinquanta mila fiorini all'imperatore[58]. Lucca, che altro ancora non aveva fatto che cambiare padrone, andava a rischio d'essere venduta al papa, malgrado quella pergamena, che rendevale la libertà. Ma i Lucchesi mostravano tanta gioja, tanto amore e riconoscenza verso l'imperatore, che questi si compiacque di dare ancora maggiore solennità ai privilegi che accordava alla loro repubblica. Il 6 giugno fece adunare il popolo sulla piazza di san Michele, ed in un discorso pomposo confermò il dono fattogli della libertà[59]. Un mese dopo accordò una nuova bolla, con cui dichiarava, che tutta la Val di Nievole doveva rimanere in proprietà della repubblica di Lucca[60]. Frattanto questa provincia, di cui i Fiorentini avevano terminata la conquista nel 1338, era sempre rimasta sotto il loro dominio, nè mai più in appresso venne loro tolta. Carlo IV non pensò pure ad inimicarsi i Fiorentini per riconquistarla, ed i Lucchesi non cercarono mai di rivendicarne il possedimento.
Le nuove grazie di Carlo costavano ai Lucchesi nuovi regali, e gli obbligavano a dare nuove feste; onde l'acquisto della loro libertà non fu compiuto che col prezzo di trecento mila fiorini[61]. Per quanti sforzi facessero i Lucchesi, non giunsero a pagare l'intera somma avanti la partenza dell'imperatore. Questi lasciò la città il 5 luglio e s'avviò per Pescia, Pistoja e Bologna alla volta della Germania. Egli si valse dei tesori acquistati con tanta vergogna per ornare Praga, sua capitale, di sontuosi edificj; ed il magnifico ponte da lui fabbricato sulla Moldava è un insigne monumento della dignità imperiale prostituita in Italia.
I Lucchesi rimasero ancora per lo spazio di un anno sotto l'autorità del cardinale di Monforte; poco mancò che non cadessero in potere di Barnabò Visconti, che cercava ora di sorprendere la città, ora di comperarla dal legato[62]. Finalmente riuscirono, col soccorso de' loro amici, a riunire il danaro necessario per liberarsi dal Monforte. I Fiorentini prestarono loro venticinque mila fiorini, Francesco di Carrara quindici mila, quindici mila il marchese d'Este, e cinquanta mila papa Urbano V[63]; onde in aprile del 1370 il cardinale di Monforte, dopo avere ricevuto tutto quanto gli si doveva, partì da Lucca per tornare in Francia, restituendo agli abitanti le chiavi delle porte della città e della fortezza[64].
Per tal modo la repubblica di Lucca riebbe la sua libertà dopo esserne rimasta priva dal 14 giugno 1314, giorno in cui una dissensione nel partito guelfo aveva fatti trionfare i Ghibellini, ed aperta la città ad Uguccione della Fagiuola[65].
In cinquantasei anni di servitù sotto diversi padroni, ma tutti egualmente oppressivi, Lucca aveva perduta la sua popolazione, le sue ricchezze, le manifatture, il commercio, oltre un'importante provincia per così piccolo stato, la Val di Nievole. Ma i suoi cittadini, sottrattisi in piccolo numero al ferro de' nemici, esiliati e dispersi in lontani paesi, o incatenati nella stessa loro patria dalla povertà, non avevano perduto ciò che forma la vita delle nazioni, ciò che può dopo un lungo intervallo rinnovare la loro esistenza, l'amore ardente della libertà. Essi non si avvezzarono giammai alla servitù, nè si risguardarono mai come diventati proprietà de' loro padroni; e sebbene nati in servitù, si sentirono degni della libertà perchè i loro antenati l'avevano posseduta. Essi non lasciaronsi avvilire dalle difficoltà, e ricorsero a vicenda, senza perdere il coraggio, alle armi ed ai trattati; associarono la sorte loro a quella d'un monarca, ch'essi sforzarono a meritarsi quella riconoscenza, che anticipatamente gli prodigavano; tante prove gli diedero d'affetto e di attaccamento, che terminarono col far credere al più avaro ed al più egoista di tutti gli uomini, ch'egli ancora gli amava; e nella miseria loro trovarono immensi tesori per acquistare da lui il più prezioso di tutti i beni.
Le antiche leggi di Lucca erano andate in dissuetudine; la repubblica ne adottò di nuove press'a poco simili a quelle di Fiorenza. La città, prima divisa in cinque porte o quartieri, venne allora distribuita in tre tribù, che presero il nome di san Paolino, san Salvatore e san Martino. La signoria fu composta d'un gonfaloniere e di dieci anziani, che rinnovavansi ogni due mesi. Come in Firenze, si faceva l'elezione per ventiquattro o trenta signorie successive, e la sorte determinava in seguito ogni due mesi l'ingresso in carica dei nuovi magistrati. Un collegio di trentasei buoni uomini, che rimanevano sei mesi in carica, doveva formare il privato consiglio della signoria. Un consiglio generale di cento ottanta membri, eletti ogni anno il 15 di marzo, riuniva tutti gli altri poteri dello stato[66]. Finalmente i nobili rimanevano, come a Firenze, esclusi da tutti i principali impieghi[67].
La cittadella che Castruccio aveva fabbricata, ed intitolata Augusta, o Gosta, sembrava ai Lucchesi un monumento della passata loro servitù, ed un pericoloso strumento di tirannide per venturi ambiziosi, e la spianarono interamente[68]; e perchè l'antico palazzo della signoria, posto sulla piazza di san Michele, sembrava loro meschino per le speranze che riponevano nell'avvenire, fondarono sulle ruine della distrutta fortezza un nuovo palazzo d'una imponente architettura, che fino ai giorni nostri è stato la residenza del governo[69].
Finalmente la signoria in memoria del beneficio dell'imperatore, istituì, pel riacquisto della libertà, una festa che fu celebrata finchè la repubblica ha esistito con una pompa degna di così grande avvenimento[70]; e volle che il fiorino d'oro, che sarebbe coniato nella sua zecca, portasse, finchè i Lucchesi si conserverebbero liberi, l'effigie di Carlo IV[71].
CAPITOLO XLIX.
Intraprese di Barnabò sopra la Toscana. — Gregorio XI attacca i Visconti; tenta di sorprendere la repubblica di Firenze sua alleata; i Fiorentini dichiarano la guerra al papa, e fanno ribellare tutte le città dello stato ecclesiastico.
1369 = 1378.
Se papa Urbano V, riconducendo la corte pontificia a Roma, non cercò che la gloria della santa sede, dovette, non v'ha dubbio, chiamarsi contento della presa risoluzione. Veruno de' suoi predecessori ebbe un regno più brillante; niuno era stato accolto dai popoli con maggiori dimostrazioni d'affetto, nè aveva ridotti più grandi monarchi ad umiliarsi ai suoi piedi. Urbano V vide nello stesso anno gl'imperatori dell'Occidente e dell'Oriente, prostrati innanzi al trono di san Pietro, mostrare al rappresentante degli Apostoli un rispetto ed un'ubbidienza che i loro predecessori erano ben lontani dall'accordargli. Vero è che Carlo IV non aveva ereditato colla corona dei due Federici la loro fierezza o il loro coraggio, e che Giovanni Paleologo, il successore di Teodosio o di Costantino, si vedeva privo di tutta la loro possanza.
Giovanni Paleologo, oppresso dalle armate di Amurat, aveva perduto Adrianopoli e la Romania, e, rinserrato nella sua capitale, temeva ogni giorno d'esserne scacciato, quando risolse di venire ad implorare contro i Turchi i soccorsi degli Occidentali. Abbjurò per la seconda volta lo scisma de' Greci[72]; fu ammesso a baciare i piedi al papa; condusse la di lui mula per la briglia come aveva fatto Carlo IV, e divise gli onori e le umiliazioni degl'imperatori d'Occidente. Ma niun altro frutto raccolse dal suo abbassamento, che inutili bolle e vane raccomandazioni[73]. Il re di Francia, sebbene eccitato in suo favore dal papa, non potè accordargli verun soccorso; e quando il Paleologo, senza danaro e senza soldati, partì alla volta de' suoi stati venne per debiti imprigionato a Venezia. Andronico, il maggiore de' suoi figliuoli, ricusò d'impiegare una parte delle pubbliche entrate per liberarlo, ed il secondogenito, Emmanuele, non lo rese libero che costituendosi prigioniero in sua vece[74].
Urbano V aveva ottenuti più importanti vantaggi che non sono quelli d'abbassare i due imperatori ai suoi piedi. Durante la sua dimora di tre anni a Roma, a Viterbo, e a Montefiascone, ottenne, ciò che non osava sperare, di ridurre sotto il suo dominio tutto il patrimonio di san Pietro. La sola repubblica di Perugia erasi conservata indipendente in mezzo ai feudatarj della chiesa; Urbano risolse di forzarla a sottomettersi, e dopo una resistenza alquanto lunga, in ultimo i Perugini riconobbero la suprema signoria del papa, e chiesero per i loro priori il titolo di vicarj della santa sede[75].
L'incostanza di Carlo IV aveva mandato a male il progetto, formato da Albornoz, d'umiliare la casa Visconti, e di disperdere le grandi compagnie, che ella proteggeva; ma l'imperatore non ebbe appen abbandonata l'Italia, che i Visconti, resi più orgogliosi dalla sua ritirata, si provocarono nuovi nemici. Essi forzarono finalmente i Fiorentini a dichiararsi contro di loro; ed il 31 ottobre del 1369 venne conchiusa contro i signori di Milano una lega ben più formidabile di quella che si era disciolta nel precedente anno, avendo in questa presa parte il papa, i Fiorentini, il marchese d'Este, il signore di Padova, Feltrino Gonzaga di Reggio, e le repubbliche di Bologna, di Pisa e di Lucca[76].
Lo stesso Carlo IV aveva gittato i semi di questa nuova guerra. Quando giunse in Toscana aveva approfittato di una rivoluzione scoppiata a Samminiato contro i Fiorentini, per prendere questa piccola città sotto la sua protezione, facendola occupare dai suoi corazzieri. Allorchè abbandonò la Toscana, avendo chiamata presso di sè la guarnigione che vi aveva posta, gli abitanti implorarono l'assistenza di Barnabò Visconti, il quale dichiarò subito che li proteggerebbe. Come vicario dell'impero intimò ai Fiorentini di lasciarli quieti, e fece avanzare Giovanni Acuto colla compagnia inglese in soccorso di Samminiato[77].
Era questa città assediata da Giovanni Malatacca, di Reggio di Calabria. Questo capitano de' Fiorentini sembrava in sul punto di ridurre Samminiato, quando la signoria, che desiderava di terminare prontamente la guerra, gli ordinò di dare battaglia all'Acuto, ch'erasi innoltrato fino a Cascina. Il generale fiorentino ubbidì di mal animo, e fu battuto e fatto prigioniero con molti de' suoi migliori ufficiali[78]. Fortunatamente aveva lasciato avanti a Samminiato Roberto, conte di Battifolle, con parte dell'armata. Questi, durante l'assenza del suo generale, guadagnò col danaro uno degli assediati, la di cui casa era appoggiata alle mura, e di concerto con lui vi praticò una breccia, per la quale introdusse le truppe fiorentine il 3 gennajo del 1370[79].
Il papa si felicitava di vedere finalmente i Fiorentini impegnati con lui nella guerra contro il Visconti. Allorchè era stata conchiusa la nuova alleanza aveva spediti due legati a Barnabò per portargli una bolla di scomunica; era questa il segno delle ostilità che in breve ricominciavano. Barnabò udì con apparente calma il messaggio di cui erano incaricati il cardinale di Belforte e l'abate di Farfa; li condusse poi fino sul ponte del naviglio in mezzo di Milano: «Scegliete (disse loro tutt'ad un tratto) se prima di lasciarmi volete mangiare o bevere;» e perchè i legati sorpresi non rispondevano; «non credete già (soggiunse con terribili bestemmie) che noi siamo per separarci senza che voi abbiate mangiato o bevuto, in modo che vi ricordiate poi sempre di me.» I legati guardarono all'intorno, e si videro circondati dalle guardie del tiranno e da un popolo nemico; osservarono il fiume sopra cui si trovavano, ed uno di loro rispose: «Io amo meglio mangiare che chiedere da bere ove trovasi tanta copia d'acqua.» «È bene, rispose Barnabò, ecco le bolle di scomunica che voi mi avete portate, voi non uscirete da questo ponte prima d'avere mangiata in mia presenza la pergamena su cui sono scritte, i suggelli di piombo che ne pendono, ed i legami di seta cui sono attaccati.» In vano i legati riclamarono contro la violazione del doppio loro carattere d'ambasciatori e di ecclesiastici, dovettero sottomettersi, ed eseguire l'ordine del tiranno sotto gli occhi delle sue guardie e di tutto il popolo[80].
Urbano V pensò meno a vendicarsi di tanta offesa che ad allontanarsi da un paese, ove trovavasi impegnato in una continua lotta. Egli regnava, gli è vero, in Italia, ma regnando sospirava il riposo e la sicurezza d'Avignone. Tutta la sua corte lo andava continuamente sollecitando a tornare in Provenza; la sua stessa coscienza gliene faceva un dovere, perchè suppose di potere riconciliare i re di Francia e d'Inghilterra, tra i quali era ricominciata la guerra. Tornò dunque per mare in Avignone nel settembre del 1370[81]; ma vi era da poco giunto quando cadde gravemente infermo, ed il 19 dicembre dello stesso anno morì compianto da tutta la cristianità. Molti fedeli in lui vedevano non solo un virtuoso pontefice, ed un buon sovrano, ma ancora un santo, dotato del dono dei miracoli[82].
I Fiorentini avevano mandato Manno Donati, uno de' loro compatriotti, a Bologna, con ottocento cavalli, per attaccare i Visconti in Lombardia; in pari tempo avevano chiamato Ridolfo di Varano, signore di Camerino, per comandare le truppe che opponevano in Toscana a Giovanni Acuto[83].
Questo generale di Barnabò, dopo avere fatto con infelice esito un tentativo sopra Lucca, erasi avvicinato a Pisa con Giovanni Agnello, il deposto doge, e coi Raspanti fuorusciti. Nella notte del 20 al 21 maggio ottanta de' suoi soldati, diedero la scalata alle mura, e sorpresero la prima guardia senza lasciarle tempo di dare l'allarme; ma un ufficiale dei Gambacorti scoprì gl'Inglesi, che salivano in silenzio sulle loro scale tinte di colore oscuro. Fece suonare campana a martello, ed i Pisani corsero alle armi con tanta celerità e coraggio, che rovesciarono nella fossa o fecero prigionieri i nemici, che di già occupavano la muraglia. Pietro Gambacorti, che si distinse in quest'occasione, fu da' suoi riconoscenti concittadini nominato capitano generale e difensore del comune, coll'autorità ch'ebbe altra volta il conte Fazio della Gherardesca. Dopo tale epoca il Gambacorti fu il capo costituzionale della repubblica[84].
Acuto dopo ciò condusse la sua armata nelle Maremme. Saccheggiò il castello di Livorno, e guastò parte del territorio pisano. I Fiorentini fecero avanzare contro di lui l'armata della lega, che avevano richiamata in Toscana per opporla a questo generale, e gli mandarono il guanto della sfida; ma egli non giudicò a proposito di accettarlo. Si ritirò da prima nella valle del Serchio, nello stato lucchese, indi prese la strada della Lombardia, passando per Pietra Santa e per Sarzana[85].
Verso lo stesso tempo un'altra armata di Barnabò, che assediava Reggio, fu obbligata a ritirarsi[86]. I confederati in tali circostanze ricevettero la notizia della morte d'Urbano V, per lo che risolsero di non ispinger più oltre i loro vantaggi, ma di dare orecchio alle proposizioni d'accomodamento che loro facevano i Visconti; la pace fu ben tosto conchiusa, e con questa venne mantenuto ognuno ne' possedimenti che aveva[87].
Questa breve guerra, non illustrata da veruna importante azione, ebbe non pertanto il vantaggio d'unire in una sola lega tre repubbliche lungo tempo rivali, Firenze, Pisa e Lucca. Il risultato della loro alleanza doveva essere quello di dare a Firenze la direzione di tutte le forze della Toscana; perciocchè questa città, superiore in potenza a tutte le altre, era in oltre la sola la di cui prosperità non fosse stata turbata negli ultimi anni; ella aveva date prove di saviezza e di energia; e le rivoluzioni de' vicini stati avevano fatto conoscere i talenti degli uomini che dirigevano i suoi consigli. Tra questi si distinguevano particolarmente Pietro degli Albizzi, Lapo da Castiglionchio e Carlo Strozzi. Tutti tre appartenevano alla fazione, che fino dal 1357 faceva servire l'autorità de' capitani del partito guelfo, e le procedure dell'ammonizione ad allontanare i loro avversarj dal governo. Uguccione dei Ricci, capo d'una famiglia gelosa degli Albizzi, e ben conosciuto per Guelfo, era stato l'inventore di queste parziali leggi. Credevansi gli Albizzi usciti da' Ghibellini d'Arezzo, ed i Ricci avevano pensato che potrebbero venire esclusi dagl'impieghi a cagione della loro origine. Ma le leggi di cui Uguccione aveva voluto valersi contro i suoi rivali, furono rivolte a danno de' suoi partigiani. Gli Albizzi (1371) avevano contratta alleanza coi Bondelmonti e coi capi dell'antica nobiltà; erano essi potenti presso i capitani di parte guelfa, e sebbene non osassero attaccare i Ricci essi medesimi, avevano di già fatti ammonire, o escludere dalle magistrature più di duecento dei loro amici, e procedevano con estremo ardore nel far nascere nuove accuse di ghibellinismo[88].
I Ricci avevano da principio tentato di ristrignere l'autorità de' capitani di parte, ma mutarono pratica quando videro i Guelfi acquistare maggior credito colla lega conchiusa col papa: allora cercarono ancor essi di guadagnare il favore della Chiesa, ed ottennero coi maneggi qualche influenza sopra i capitani di parte; allora si videro le procedure contro i Ghibellini, dirette a vicenda dagli Albizzi e dai Ricci, moltiplicarsi, e tenere tutta la repubblica inquieta ed agitata[89].
Durante tutto il 1371 la violenza delle due fazioni parve che andasse crescendo, e si poteva ragionevolmente temere che la contesa delle due famiglie facesse scoppiare una guerra civile. Ma vedendo il malcontento reso universale, la signoria vi rimediò. Permise ai cittadini che desideravano una riforma di adunarsi a san Pietro Scheraggio[90]. Dietro loro domanda convocò un consiglio di cinquecento richiesti per calmare l'agitazione della repubblica. In questo consiglio gli Albizzi ed i Ricci si accusarono a vicenda. Si rimproverò sopra tutto agli Albizzi d'essersi dato vanto, presso i signori di Ferrara e di Padova, della propria autorità sopra la loro patria, assicurando che non era minore di quella di questi principi ne' loro stati[91]. Il popolo irritato incaricò una balìa di cinquantasei membri di difendere la libertà di Firenze contro queste due ambiziose famiglie; e Pietro dei Ricci ed Uguccione degli Albizzi, cadauno con due de' loro parenti, vennero esclusi per cinque anni da tutte le magistrature, tranne quelle di parte guelfa[92]. Subito dopo quest'esclusione fu estesa a tutti i membri delle due famiglie, e la violenza delle fazioni rimase per qualche tempo sospesa[93].
I cardinali, adunati in Avignone, avevano intanto dato un successore ad Urbano V nella persona di Pietro Rogero, conte di Belforte, cardinale diacono di santa Maria nuova, e nipote di Clemente VI. Fu eletto l'ultimo giorno del 1370, e prese il nome di Gregorio XI[94].
Il nuovo papa ebbe presto motivo di lagnarsi dei Visconti. Feltrino Gonzaga, tiranno di Reggio, era uno degli alleati della Chiesa, come pure il marchese d'Este, signore di Modena e di Ferrara. Quest'ultimo non per tanto prese parte in una congiura tramata contro Feltrino, e fece avanzare verso Reggio una compagnia di mercenarj tedeschi, comandata da un fratello del conte Lando[95]. I nemici di Feltrino, d'accordo col marchese d'Este, aprirono Reggio ai Tedeschi, i quali, dopo avere saccheggiata la città coll'estrema barbarie, invece di consegnarla al marchese d'Este, la vendettero il 17 maggio 1371 a Barnabò Visconti per venticinque mila fiorini[96].
Barnabò, orgoglioso di tale acquisto, ricominciò la guerra contro gli alleati della Chiesa; assediò Bondeno nello stato di Ferrara, e minacciò Modena, mentre che suo fratello Galeazzo attaccava il marchese di Monferrato con uguale impeto e gli toglieva molte città. Gregorio XI rinnovò coi principi lombardi la lega, che il suo predecessore aveva formata contro i signori di Milano; egli avrebbe voluto che vi prendessero parte anche le città toscane; ma gli Albizzi, i più zelanti partigiani della Chiesa in Firenze, non avevano più parte nell'amministrazione; le relazioni di questa famiglia coi legati di Bologna e di Perugia eransi rese sospette, e temevasi che il papa non fosse entrato nelle trame contro la libertà fiorentina[97]. Le prime azioni di Gregorio XI avevano fatta conoscere la sua ambizione, e resa dubbiosa la sua lealtà. Il cardinale di Burgos, suo legato a Perugia, aveva approfittato di una sedizione, manifestatasi in questa città, per far esiliare i Raspanti, i più zelanti partigiani della libertà. Aveva in appresso gittati i fondamenti di una fortezza per ridurre la città in servitù, ed il suo successore, l'abate di Montmayeur, approfittando del cattivo raccolto, e della carestia che affliggeva Perugia, l'aveva spogliata di tutti i suoi privilegj, e costrettala a riconoscere l'assoluto potere del papa[98]. Credevasi che somiglianti progetti si fossero formati contro le repubbliche della Toscana; e Gregorio XI, che scriveva ai Sienesi per liberarsi da tale sospetto, non lo aveva punto dissipato[99].
Frattanto Gregorio XI aveva dichiarata la guerra ai Visconti in agosto del 1372. Aveva incaricato il conte Amedeo di Savoja di difendere il Monferrato, essendo morto il marchese Giovanni Paleologo in principio di quest'anno. Un'altra armata formavasi nel bolognese sotto gli ordini del marchese d'Este, alla quale i Fiorentini mandarono il contingente delle truppe, ch'eransi ne' precedenti trattati obbligati di somministrare al papa, poichè giusta il diritto pubblico di que' tempi, potevano farlo senza dichiarare la guerra ai signori di Milano. I Visconti ebbero l'imprudenza di licenziare in tali circostanze Giovanni Acuto, che trovavasi al loro soldo colla compagnia inglese. Questo capitano il più abile di quanti facevano in allora la guerra in Lombardia, passò al servigio del legato e de' confederati, e mutò la fortuna delle armi[100].
In principio del 1373, Barnabò spedì un corpo di tre mila cavalieri per guastare il territorio di Bologna. Quest'armata s'innoltrò fino a Cesena, ma nel suo ritorno venne sorpresa, mentre passava il Panaro, da Acuto, e rotta[101]. L'armata del papa penetrò subito dopo ne' territorj di Piacenza e di Pavia, ove tutti i Guelfi dei due stati aprirono i loro castelli a Pietro di Beziers, cardinale legato di Bologna. Questi s'avanzò in seguito fin presso Brescia, col conte di Savoja, sperando di approfittare delle intelligenze che aveva in questa città ed in Bergamo. Giovanni Galeazzo, per impedire che scoppiasse qualche congiura, si portò sul fiume Chiesa contro le truppe del papa; ma fu attaccato da Acuto l'otto maggio del 1373, e dopo un'ostinata battaglia rotto e fatti prigionieri quasi tutti i suoi capitani[102]. Dopo tale rotta i Guelfi degli stati de' Visconti si ribellarono da ogni banda. Barnabò incaricò suo figliuolo naturale Ambrogio di ridurre al dovere quelli delle Valli del Bergamasco; ma i contadini della Val san Martino sorpresero Ambrogio il 17 agosto, lo uccisero, e dispersero la sua armata[103].
Nel susseguente anno gli affari dei Visconti non procedevano con migliore fortuna; la città di Vercelli cadde in mano de' confederati, e gli stati di Parma e di Piacenza furono guastati dal marchese d'Este. Per altro la guerra non facevasi vigorosamente, perchè le inondazioni, e dopo la peste la carestia travagliarono la Lombardia[104]. Per procurarsi un poco di riposo in mezzo a tante calamità, il papa ed i Visconti, egualmente spossati dagli sforzi che fatti avevano, conchiusero il 6 giugno del 1374 una tregua d'un anno, durante il quale speravano di mettere fine alle loro contese con una pace generale.
Ma Guglielmo di Noellet, cardinale di sant'Angelo e legato di Bologna, lusingavasi di approfittare di questa tregua per mandare ad effetto un'importante intrapresa. La Toscana, non meno che la Lombardia, aveva avute le piogge e le inondazioni che avevano distrutte le sementi, di modo che il frumento scarseggiava ed era carissimo[105]. In Firenze si era manifestata la peste, e dal mese di marzo a quello di ottobre aveva portate al sepolcro sette mila persone. La gelosia eccitata tra gli Albizzi ed i Ricci, non era spenta, e la repubblica chiudeva ancora nel suo seno molti semi di discordia. I Fiorentini, trovandosi in pace con tutti i loro vicini, non avevano sotto le armi che poche truppe, come pure i Sienesi ed i Pisani. Il legato di Bologna, giudicò i Toscani, dice Poggio Bracciolini, a seconda della leggerezza francese; e pensò che s'egli rendeva la carestia più sensibile, il popolo, stretto dalla fame, prenderebbe le armi contro il suo governo, e che la città travagliata dalle sedizioni interne, quanto dalla guerra, si rifugierebbe sotto il suo potere[106].
«Dopo che la santa sede erasi trasportata al di là dei monti (dice Leonardo Aretino) i legati francesi governavano tutti i paesi sottomessi alla Chiesa. L'altero loro modo di comandare riusciva quasi affatto insoffribile; essi sforzavansi di allargare l'autorità loro sopra le città libere, ed i loro ufficiali, i loro cortigiani non erano uomini di pace ma di guerra; essi riempivano l'Italia d'oltramontani; in tutte le città innalzavano fortezze con eccessiva spesa, e lasciavano con ciò travedere quanto la servitù dei popoli, cui essi avevano tolta la libertà, era miserabile e forzata; per tal modo rendevano giusti l'odio de' sudditi e la diffidenza de' vicini[107].»
I Fiorentini tiravano ogni anno una parte de' loro grani dalla Romagna e dal Bolognese; il legato per raddoppiare le difficoltà che provavano, ne vietò tutto ad un tratto l'esportazione. La signoria col sagrificio di sessanta mila fiorini acquistò il frumento in lontani paesi; passò l'inverno, e si vedeva vicino il nuovo raccolto che doveva riempire i vuoti granai. Il legato per privare i Fiorentini di tale speranza fece entrare in Toscana Giovanni Acuto il 24 giugno del 1375 con una numerosa armata, ordinandogli di bruciare le case del territorio fiorentino[108]. Dall'altro canto Gerardo Dupuis, abate di Montmayeur, che comandava a Perugia, colse il pretesto d'una guerra tra i Sienesi ed i gentiluomini della casa Salimbeni, per far guastare il territorio di Siena dalle truppe della Chiesa[109].
Per salvare almeno le apparenze, il legato scrisse ai Fiorentini che Acuto aveva formata una compagnia d'avventurieri colle truppe che la Chiesa ed i Visconti avevano licenziate; ch'egli attaccava la Toscana senza l'assenso della Chiesa, ma che la signoria potrebbe forse farlo ritrocedere col sagrificio di cento, e fors'anco di soli sessanta mila fiorini[110]. In questo medesimo tempo, una congiura scopertasi a Prato, il di cui oggetto era quello di sottomettere questa città alla Chiesa, fece conoscere quale fede meritavano tali proteste[111].
La perfidia e l'ingratitudine del legato risvegliarono in Firenze la più alta indignazione. Verun altro stato in Europa erasi fino dalla sua origine mostrato con tanta costanza attaccato alla Chiesa, quanto la repubblica fiorentina. Sebbene avesse di già avuto motivo di lagnarsi del legato, gli aveva mandato per combattere i Visconti quanti soldati aveva, e questo perfido alleato coglieva l'istante in cui la repubblica era stata colpita dalla peste e dalla fame, per darla in balìa di rapaci soldati. I Fiorentini per fare una strepitosa vendetta di tanto tradimento, affidarono tutti i poteri dello stato ad otto magistrati, che chiamarono i signori della guerra[112].
Gli otto della guerra, che volevano prima di tutto salvare il raccolto, aprirono subito un trattato con Acuto, e spedirono in pari tempo ambasciatori al legato, pregandolo di richiamare questo generale. Il legato rispose che Acuto più non trovavasi al suo soldo, e diede copia agli ambasciatori del congedo che diceva di avere dato a questo capitano. Nello stesso tempo diede al capitano segreto ordine di offrire ai Fiorentini di risparmiare il loro territorio contro il pagamento d'una taglia, ma di domandare una così enorme somma che facesse rompere il trattato. Acuto chiese cento trenta mila fiorini, che gli furono pagati senza difficoltà, avendone caricati più della metà sul clero fiorentino. Il legato si affrettò di scrivere al capitano inglese di rompere ogni mercato, ma questi, cui gli ambasciatori fiorentini avevano mostrata la copia del congedo, che avevano portato da Bologna, non volle perdere così ragguardevole somma, ed in oltre prendere sopra di se l'altrui mala fede[113]. Continuò dunque la sua strada a traverso la Toscana, tirando dai Sienesi trentacinque mila fiorini; indi si mise al soldo dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia[114].
Non avendo questa spedizione ottenuto al suo scopo, Gregorio XI scrisse ai Fiorentini per giustificarla; diceva che Acuto non era da lui dipendente nelle poche settimane, che aveva passate in Toscana, sebbene avanti e dopo questa breve campagna fosse notoriamente al soldo de' suoi legati[115]. Ma d'altra parte raccontaronsi a Firenze ed in tutta l'Italia alcuni fatti dell'abate di Montmayeur, legato di Perugia, che resero sempre più odioso il governo degli ecclesiastici. Quest'abate, che fu in tale occasione creato cardinale, aveva seco condotto un suo nipote. Questi, innamoratosi della moglie d'un gentiluomo perugino, s'introdusse celatamente in sua casa, e la sorprese sola in camera. La donna spaventata volle sottrarsi alla brutalità del suo rapitore, e passare per una finestra in un'attigua casa; ma le sdrucciolò un piede, e cadendo nella strada rimase uccisa. Tutto il popolo, compassionando l'infelice, corse all'abate chiedendo giustizia contro suo nipote. «E che, rispos'egli, credevate voi dunque che i Francesi fossero eunuchi!» e così rinviò gli accusatori. Pochi giorni dopo lo stesso nipote rapì la consorte d'un altro cittadino. Il marito avendola riclamata innanzi ai tribunali, il legato condannò suo nipote a perdere la testa se non rendeva la sposa a suo marito prima che passassero cinquanta giorni[116].
Siccome estrema era l'indignazione contro i ministri del papa, la signoria e gli otto della guerra fecero adunare a Firenze un numeroso consiglio di richiesti. Luigi Aldobrandi, gonfaloniere di giustizia, si fece a parlare eloquentemente contro le superstiziose paure, che potevano opporsi alla difesa della libertà. Dimostrò che le censure ecclesiastiche erano senza forza quando venivano pronunciate da uomini perfidi ed ambiziosi, che adoperavano la maschera della religione per servire all'ambizione ed avidità loro. Propose, quale intrapresa degna della generosità fiorentina, la liberazione di tutti i popoli che gemevano sotto il superbo e tirannico governo de' legati francesi del papa; e per ultimo confortò la signoria a cercare l'alleanza di Barnabò. «Io lo so bene, diss'egli, che il tiranno milanese agirà sempre a seconda del suo personale interesse, e non guarderà giammai al nostro; ma è questi un caldo nemico dei preti e della potenza de' Francesi in Italia; un odio comune accomunerà i nostri interessi[117].»
Il discorso del gonfaloniere essendo stato applaudito, ed il consiglio avendo autorizzati gli otto della guerra a prendere contro la Chiesa le più energiche misure, questi cercarono di rendersi forti colle alleanze. Cominciarono adunque ad assicurarsi nel mese di luglio dell'appoggio di Barnabò Visconti[118]. Le repubbliche di Siena, di Lucca e d'Arezzo presero parte ben tosto alla lega[119], e quella di Pisa vi entrò l'ultima nel gennajo del 1376[120]. Gli otto della guerra avevano scelto per capitano un tedesco chiamato Corrado di Svevia: gli affidarono due stendardi quello del comune, ed un altro, sul quale era scritto a lettere d'oro Libertà. Dichiararono in pari tempo ch'erano apparecchiati a soccorrere tutti i popoli, che desideravano di ricuperare la libertà e di scuotere il giogo de' cattivi pastori della chiesa[121]. Nè eglino avevano mal calcolato di trovare amici ed alleati tra i sudditi del papa; perciocchè non ebbero appena offerta la loro assistenza a coloro che volessero liberarsi da un'odiosa tirannide, che la ribellione si rese generale.
I primi a dichiararsi furono gli abitanti di Città di Castello, l'antico Tiferno. Essi attaccarono furibondi la guarnigione ecclesiastica, e la forzarono a ritirarsi nel castello. I Fiorentini mandarono subito soccorsi ai Tifernati, onde la guarnigione assediata non tardò ad arrendersi.
L'abate di Montmayeur aveva spedito Acuto con parte delle sue truppe per liberare gli assediati; ma tosto che i Perugini lo videro partito, presero ancor essi le armi, attaccarono le due fortezze che il legato aveva innalzate in città, le presero in pochi giorni, e le spianarono[122]. Nello stesso tempo Giovanni di Vico, prefetto di Roma fece ribellare Viterbo, di cui era stato lungo tempo signore[123]. Si sollevò pure Montefiascone, e ben tosto con sorprendente rapidità la ribellione si dilatò in tutti gli stati della chiesa. Foligno, Spoleto, Todi, Ascoli, Orvieto, Toscanella, Orti, Narni, Camerino, Urbino, Radicofani, Sarteano[124], riacquistarono la libertà. Nello spazio di dieci giorni ottanta tra città e castelli scossero il giogo della chiesa[125]. Molti vollero darsi ai Fiorentini, ma questi loro mandavano per risposta lo stendardo della libertà, e gli invitavano a costituirsi in repubbliche indipendenti[126]. Frattanto altre città approfittarono del loro soccorso per rimettere i loro antichi signori. Forlì chiamò Sinibaldo degli Ordelaffi, figliuolo di Francesco e di Marzia, suoi eroici difensori, e gli restituì la signoria[127].
Di quanti signori dipendevano dall'abituale dominio della Chiesa, le si conservò fedele il solo Galeotto Malatesti, e mantenne ubbidienti al papa le città governate dalla sua casa. Galeotto era succeduto nel 1373 a suo fratello Pandolfo, e suo nipote Malatesta Unghero era morto nel precedente anno[128]. Nel cominciamento di questa guerra la Chiesa possedeva sessantaquattro città e mille cinquecento settanta sette castelli. Perdette nel corso di un anno tutti i suoi stati ad eccezione di Rimini e delle sue dipendenze[129].
Il papa, spaventato da così subita ruina, cercò di svolgere i Fiorentini dalle prese risoluzioni coll'intimidire le loro coscienze. Li citò il 3 di febbrajo del 1376 a comparire innanzi al sacro concistoro per giustificare la loro condotta. In fatti i Fiorentini mandarono tre ambasciatori per trattare la loro causa in Avignone, cioè Domenico Barbadori, Alessandro dell'Antella e Domenico di Silvestro. Vennero introdotti l'ultimo giorno di marzo avanti ai cardinali ed al santo padre; ed in quest'assemblea Donato parlò col coraggio e colla forza di un uomo libero. Dichiarò che nulla avrebbe potuto muovere i Fiorentini a prendere le armi contro la Chiesa, fuorchè la difesa della loro libertà; «ma noi, egli disse, che abbiamo goduto di questa libertà da quasi quattro cent'anni, noi l'abbiamo in modo immedesimata alla nostra natura, e così cara si è renduta al nostro cuore, che non avvi veruno di noi, che per conservarla non sia al tutto disposto a sagrificare la propria vita[130].»
L'eloquente difesa di Barbadori cavò le lagrime ai cardinali italiani, ma non fece veruna impressione sui francesi, e quando fu terminata, Gregorio XI pronunciò contro la repubblica una sentenza di condanna. Dopo di avere riepilogate tutte le offese ch'egli aveva ricevute, fulminò l'interdetto contro la città, e la scomunica contro i capi del governo. Ordinò nello stesso tempo a tutti i principi, amici della Chiesa, di confiscare a loro profitto tutti i beni de' Fiorentini che trafficavano ne' loro stati, di prendere le loro persone e venderli come schiavi[131]. Questa parte della pena inflitta a mercanti resi da lunga assenza stranieri alle deliberazioni della loro patria era di una rivoltante ingiustizia; pure, siccome offriva un allettamento alla cupidigia de' principi, venne eseguita in Francia ed in Inghilterra[132].
Quando Donato Barbadori udì la lettura di questa sentenza, rivoltosi ad un crocifisso, che stava in mezzo all'assemblea. «A te io mi appello, egli gridò, padre onnipossente del genere umano! Tu, che sei giusto giudice e non esposto ad essere ingannato, poichè i suffragi degli uomini ci condannano, io t'invoco testimonio dell'iniquità della loro decisione. Nel tuo ultimo giudizio, tu darai una più giusta sentenza[133].»
Mentre il papa agitava in Avignone la sua lite coi Fiorentini secondo le forme giuridiche, cercava a Firenze di terminarla con un trattato, e vi aveva spediti ambasciatori; ma il trattato fu improvvisamente rotto dalla rivoluzione di Bologna. Gli otto della guerra, che il popolo, malgrado la scomunica del papa, chiamava comunemente gli otto santi, cercavano da lungo tempo di mettere in movimento la fazione dello scacchiere a Bologna; poichè sapeva che l'opposto partito dei Maltraversa godeva del favore del legato[134]. Ma il popolo pareva determinato a rimanere sotto l'ubbidienza della chiesa; quando il legato, che non sapeva in qual modo soddisfare Acuto ed i soldati, ai quali doveva molti soldi arretrati, risolse di cedere loro i due castelli di Castrocaro e di Bagnacavallo che dipendevano da' Bolognesi e dalla chiesa, e che furono dai soldati saccheggiati con inaudita crudeltà[135]. Nello stesso tempo si vociferò che il legato trattava di vendere Bologna medesima al marchese d'Este; onde i Bolognesi più non frapposero dimore, e scossero un giogo, che ogni giorno rendevasi più pesante.
Il più ragguardevole uomo di Bologna era Taddeo degli Azzoguidi del partito dello scacchiere, ed in sua casa la notte del 19 al 20 marzo Roberto de' Salicetti adunò i capi delle due fazioni. Tutti i patriotti di Bologna giurarono nelle sue mani di deporre le antiche loro nimicizie, e di sacrificare, quando il bisogno lo richiedesse, i loro beni e le loro vite per ricuperare l'antica libertà della patria. Frattanto Ugolino di Panico, il conte Antonio Bruscolo, ed alcuni altri gentiluomini avevano adunata una truppa di montanari degli Appennini, che segretamente introdussero in città. I cittadini, dopo essere andati alle case loro a prendere le armi, eransi di nuovo raccolti in silenzio presso Taddeo degli Azzoguidi. Riunironsi le due truppe avanti la croce del mercato, ove ad una sola voce rinnovarono il giuramento d'esporre i loro beni e le loro vite per ricuperare la libertà bolognese. Roberto Salicetti dispose senza rumore la sua truppa presso il castello, ed occupò tutti i capi strada della piazza, indi Taddeo fece chiedere al legato, che fin allora non erasi accorto di verun movimento, le chiavi della fortezza e delle porte della città, dichiarandogli che i Bolognesi d'ora innanzi intendevano di guardarsi da se medesimi. Il legato atterrito fece aprire il castello a Salicetti, ma perchè tardava a dare altresì le chiavi della fortezza, Taddeo si avanzò immediatamente per attaccarla. Tutte le uscite della piazza erano di già state occupate, onde la compagnia inglese non potè montare a cavallo per difendersi; la prima porta della fortezza fu atterrata, mentre da un'altra banda Antonio di Bruscolo occupava il palazzo alla testa de' contadini e lo abbandonava al saccheggio. E perchè si cominciava ad insultare il legato, Taddeo degli Azzoguidi accorse in suo ajuto, e, presolo sotto la sua protezione, lo fece passare nel convento di san Giacomo.
Quando si levò il sole alla mattina del giovedì 20 marzo la rivoluzione era di già compiuta; il gonfalone del popolo volteggiava sulla gran piazza; le tribù e le compagnie delle arti erano adunate per nominare dodici anziani ed un gonfaloniere di giustizia; e subito dopo il consiglio generale pubblicò un'amnistia per tutti i fuorusciti[136].
Quando i Fiorentini ebbero avviso di questi avvenimenti, spedirono ai Bolognesi lo stendardo della libertà con due mila cavalli, cinquecento fanti, e grosse somme di danaro: le fortezze di Bologna vennero spianate, e la nuova repubblica prese parte nella lega formata contro la chiesa[137].
Acuto trovavasi a Granaruolo colla maggior parte della compagnia inglese quando intese la ribellione di Bologna. Sospettava che Faenza s'apparecchiasse a fare lo stesso, e per tale sospetto vi entrò tutt'ad un tratto il 29 di marzo per abbandonare i cittadini al ferro de' soldati: vennero uccise quattro mila persone; molti fuggirono ad Imola o a Forlì, ma le donne e le vergini medesime consacrate agli altari furono ritenute per essere disonorate[138]. Dopo tale carneficina Acuto conchiuse una tregua di sedici mesi coi Bolognesi, per riavere a tale condizione i suoi due figliuoli, e molti suoi capitani, ch'erano stati sorpresi e fatti prigionieri a Bologna nell'istante della rivoluzione[139].
Due nuovi cardinali venivano dal papa spediti in Italia per difendere o ricuperare lo stato della chiesa; Francesco Tebaldeschi, cardinale di santa Sabina, fu incaricato della legazione di Roma, della Sabina, della Campania, della Maremma, del patrimonio e del ducato di Spoleti; e Roberto di Ginevra, che fu poi antipapa sotto il nome di Clemente VII, ebbe le legazioni della Romagna e della Marca d'Ancona[140]. Quest'ultimo aveva commissione di condurre con sè una nuova armata pontificia.
Restava ancora in Francia una sola di quelle bande di soldati inglesi e francesi, che si erano riuniti per rubare. Chiamavasi questa la compagnia de' Bretoni, composta di sei mila cavalli e di quattro mila fanti, e si aveva opinione che superasse in ferocia tutte quelle che l'avevano preceduta. Il papa fece interpellare Giovanni di Malestroit che la comandava, se gli dava l'animo d'entrare in Firenze: se il sole vi entra, rispose costui, noi pure vi entreremo; soddisfatto di questa rodomontata il papa prese la compagnia al suo servigio, e la diede al cardinale di Ginevra, che la condusse in Italia[141]. L'avvicinamento di quest'armata parve ai ministri del papa un sicuro pegno della loro vittoria; non credendo essi che il coraggio che ispira l'amore della libertà potesse resistere al brutale valore de' loro nuovi soldati[142].
Roberto di Ginevra, attraversando il territorio di Galeazzo Visconti alla testa di questa formidabile armata, entrò con lui in trattato, e lo persuase a segnare una pace particolare col papa; pace vergognosa per la Chiesa, perchè abbandonò senza guarenzia ai loro oppressori tutti i Guelfi, ch'ella aveva indotti a ribellarsi contro i Visconti[143].
Mentre Roberto di Ginevra, dopo essersi lasciate a dietro Alessandria e Tortona, si dirigeva per la strada di Piacenza sopra Ferrara, gli otto della guerra a Firenze avevano scelto per loro generale Rodolfo da Varano, signore di Camerino; l'avevano mandato a Bologna, e posto sotto i suoi ordini un'armata di due mila lance, e sei mila cavalli. Nel medesimo tempo avevano fortificati e muniti di truppe tutti i passaggi degli Appennini, ordinando ai contadini di riporre ne' castelli e luoghi forti i bestiami loro, ed i raccolti[144].
Barnabò Visconti aveva mandati all'armata della lega a Bologna cinquecento lance, sotto il comando del conte Lucio Lando, ma d'altra parte non aveva opposto verun ostacolo alla compagnia de' Bretoni, quando attraversava i suoi stati; suo fratello aveva di già fatta la pace colla Chiesa, ed egli stesso offriva di acquistare dal papa la città di Vercelli per cento mila fiorini. Rodolfo di Camerino credette adunque di dover diffidare del conte Lando e dei soldati di Barnabò[145]. D'altra parte i Bolognesi temevano di qualche trama nella loro città: vedevano di mal occhio Taddeo degli Azzoguidi, il capo della fazione dello scacchiere, essere troppo premuroso pel richiamo de' Pepoli, antichi capi dello stesso partito; mentre che questa famiglia, doppiamente odiosa per avere usurpata la tirannide, e per avere in seguito venduta la città, era stata la sola eccepita dalla generale amnistia. Rodolfo di Camerino, per questo doppio sospetto, nè volle azzardare una battaglia contro i Bretoni quando giunsero nello stato di Bologna, nè aspettarli in aperta campagna. Roberto di Ginevra per provocarlo ad una battaglia, lo fece interpellare perchè si rimanesse ozioso e chiuso entro le mura d'una città. «Io non n'esco, rispose Rodolfo, perchè voi non c'entriate[146].»
Il legato cercò in seguito di staccare i Bolognesi dalla lega, promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà che avevano ricuperata, purchè riconoscessero la suprema sovranità della Chiesa e l'autorità dei ministri del papa. «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire (risposero i Bolognesi) piuttosto che sottometterci nuovamente a persone, del di cui fasto, insolenza ed avarizia abbiamo fatto così crudele esperimento.» — «Ed io (disse Roberto quando ricevette tale risposta) dite loro, che non mi allontanerò da Bologna finchè non mi sia lavati e mani e piedi nel sangue loro[147].» La condotta del cardinale era veramente degna di così feroce discorso; i suoi Bretoni presero successivamente i castelli di Crespelano, Oliveto e Monteveglio che si arresero loro sotto condizioni, che da essi poi non vennero osservate, perciocchè li bruciarono dopo avere saccheggiate tutte le proprietà degli abitanti[148]. Presero in seguito Pizzano, e passarono a fil di spada tutti coloro che vi trovarono, senza neppure risparmiare i fanciulli da latte[149]. Finalmente chiesero i quartieri d'inverno, ed il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprir loro la città di Cesena, che questo signore aveva persuasa a non ribellarsi[150]. La murata, quel quartiere in cui Marzia degli Ordelaffi aveva alcuni anni prima fatta una così eroica difesa, fu assegnata per loro dimora ai Bretoni. Ma questi barbari soldati, incapaci di disciplina, trattavano una città amica, come se presa l'avessero d'assalto. Forzavano le case de' borghesi per rapir loro gli effetti, le mogli, le figlie; aggiugnevano l'insulto al danno, e finalmente stancarono la pazienza degli abitanti; questi attaccarono all'impensata i Bretoni il primo febbrajo del 1377, ne uccisero più di trecento, e costrinsero gli altri a chiudersi nella murata[151]. Il cardinale di Ginevra, che vi trovavasi ancor esso, mandò Galeazzo Malatesti a trattare coi borghesi per acquietarli, confessò che i suoi soldati avevano meritato quel castigo, ed accordò ai Cesenati un'assoluta amnistia, a condizione che aprissero di nuovo le loro porte. Furono in fatti aperte, ed il cardinale con atroce perfidia abbandonò Cesena ad una universale carneficina[152]. Non contento di lasciare in città i suoi feroci Bretoni, chiamò ancora Acuto che trovavasi cogl'Inglesi a Faenza; e perchè questo capitano mal sapeva risolversi a prender parte a tanta iniquità, il cardinale gli disse: Io voglio sangue, sangue: e mentre durava la carneficina fu udito spesso gridare: uccideteli tutti[153]: e niuna persona fu risparmiata. I Bretoni prendevano pei piedi i fanciulli alla mammella, e loro schiacciavano il capo contro i muri. I preti, i religiosi, le vergini consacrate agli altari, tutto fu passato a fil di spada. Cinque mila persone perirono in quest'orribile carneficina; e tutta la popolazione di Cesena sarebbe stata distrutta, se alcuni abitanti con una pronta fuga non si fossero prima sottratti ai carnefici[154].
Quando la notizia del massacro di Cesena fu portato alle città della lega, vi cagionò più sdegno ancora che spavento. La signoria di Perugia fece celebrare l'ufficio de' morti in tutte le chiese, ordinò una pompa funebre per gl'innocenti uccisi dalle armi dei preti; e tutte le città in guerra colla Chiesa ne imitarono l'esempio[155].
I Fiorentini avevano mandato lo stendardo della libertà a Roma, siccome a tutte le altre città dello stato ecclesiastico. La repubblica romana era in allora governata da una signoria di tredici banderali dei tredici quartieri della città[156]. Ma i Romani, che ardentemente desideravano di persuadere il loro vescovo a tornare a Roma, erano meno degli altri popoli zelanti della libertà. Avuto avviso che Gregorio XI pensava di restituirsi finalmente alla sua naturale sede, entrarono con lui in trattato, e gli promisero di rendergli la sovrana autorità sopra Roma, tostochè sarebbe giunto ad Ostia. Acconsentirono pure di sopprimere i loro banderali, e intanto il papa confermò altri magistrati, chiamati esecutori di giustizia, sotto condizione che cadauno di loro gli prestasse giuramento di fedeltà[157].
Gli otto della guerra di Firenze, informati di questo trattato, addirizzarono, il 26 dicembre 1376, la seguente lettera ai banderali per incoraggiarli a difendere la loro libertà.
«Agli illustri uomini, nostri onorati fratelli, i banderali della città di Roma.
«Sebbene noi abbiamo fino al presente alzata invano la nostra voce per esortarvi a difendere con irremovibile coraggio la vostra libertà e quella dell'Italia, e sebbene noi non abbiamo da voi ricevuto, per mercede di nostre esortazioni, che lettere elegantemente scritte, e vanamente ornate di belle sentenze, pure oggi che vediamo imminente la ruina della vostra libertà, non temeremo di darvi ancora sinceri e salutari avvisi. Noi non possiamo dubitarne, o nostri cari fratelli! e se non siete determinati di accecarvi, voi pure dovete facilmente riconoscere, che il sovrano pontefice, che voi aspettate con sì amichevoli disposizioni, non sente verun affetto per la vostra città; non ne ama il soggiorno, e non viene a risedere nella sua propria sede per consolare il vostro devoto popolo, ma per cambiare la libertà vostra in servitù. Quando domanda l'abolizione delle vostre magistrature che altro desidera egli? che spera egli, se non di atterrare la colonna della romana libertà? Qual freno resterà agli audaci? quale rifugio ai deboli? se la sacra vostra società, da cui dipendono la pace, il coraggio e la tranquillità di Roma, è disciolta all'arrivo della corte? Quando il papa dovesse riporre la città nell'antico suo splendore ed in tutta la sua bellezza, quando sollevasse i Romani a tutta la maestà del loro antico impero, quando ricoprisse d'oro le vostre mura, se ciò deve farsi con pregiudizio della vostra libertà, il dover vostro vi ordina di non accettarlo. Noi vi supplichiamo soltanto di comportarvi come si conviene ai figli de' Romani, presso i quali la libertà e la virtù sono ereditarie. Mentre ancora lo potete, mentre siete ancora in tempo, mentre l'oppressore della vostra domestica libertà non è per anco tra le vostre mura, provvedete, per Dio, alla vostra salute, provvedete a quella del popolo romano: quando voi lo vogliate, quando ne saremo avvisati da qualche segno, noi impiegheremo a favor vostro tutta la nostra potenza, come se si trattasse della nostra propria libertà, della nostra propria salute; imperciocchè noi punto non ignoriamo che quando il vostro popolo sarà caduto sotto il giogo, per leggiere che possa a bella prima sembrare, noi più non saremo abbastanza forti per liberarvi[158].»
In principio del seguente anno i Fiorentini scrissero di nuovo ai banderali di Roma, loro offrendo tre mila lance per difesa della loro libertà[159]. Le generose loro esortazioni ed offerte non rimasero affatto prive d'effetto; per altro i Romani ricusarono di combattere, e non accettarono le truppe offerte dalla repubblica fiorentina: soltanto richiesero dal papa meno umilianti condizioni. Gregorio XI, assicurato d'essere ricevuto in Roma, e convinto che la sua sola presenza poteva calmare l'universale rivoluzione, era partito da Avignone il 13 settembre del 1376, ma non giunse a Corneto che in sul finire dell'anno, trattenuto e respinto costantemente dai venti contrarj per più di tre mesi[160]. Il 17 gennajo rimontò finalmente il Tevere, e sbarcò a san Paolo. I Romani lo accolsero con grida di gioja mentre attraversava la città a cavallo per recarsi al Vaticano. I banderali lo avevano aspettato a porta Capena, entrando egli nella quale, avevano deposte ai suoi piedi la bacchetta del comando; ma la ripresero all'indomani, e continuarono ad amministrare la repubblica quali magistrati di uno stato sovrano, senza che il papa ardisse resistere alla loro volontà[161].
I Fiorentini, informati dell'arrivo di Gregorio XI, gli spedirono, per parte loro, ambasciatori a Roma, per chiedergli la pace a giuste condizioni[162]; ma perchè i loro trattati non ottennero il desiderato fine, ricominciò la guerra con vigore, e Bolsena si ribellò mentre il papa trovavasi nelle sue vicinanze. I Fiorentini confermarono per la seconda volta gli otto della guerra nel loro impiego. Questi magistrati non erano in origine stati creati che per un anno, ma avevano coronati i loro talenti con tanta prosperità che il popolo non poteva risolversi a dar loro dei successori. Gli otto persuasero Giovanni Acuto, che aveva terminato il tempo del suo servigio col papa, a passare al loro soldo colla compagnia inglese[163]. Ma d'altra parte Rodolfo da Camerino che fin allora era stato generale dei Fiorentini, abbandonò il loro partito, malcontento che non gli si concedesse di conquistare la città di Fabbriano, ch'erasi dichiarata libera, e sulla quale vantava alcuni diritti[164]. Il papa accolse Rodolfo con singolari dimostrazioni d'onore, e gli affidò immediatamente il comando della compagnia dei Bretoni, colla quale il signore di Camerino tenne tribolati gli alleati de' Fiorentini nella Marca d'Ancona[165].
Il conte Lucio Lando di Svevia andò allora ad attaccare Rodolfo, con tre mila cavalli fiorentini, quasi alle porte di Camerino, sua capitale; gli uccise dugento soldati, gli prese lo stendardo con mille prigionieri, e lo sforzò a fuggire quasi solo a Tolentino[166]. In appresso i Fiorentini presero san Lupidio, santa Maria Serra, e più altre castella nella Marca d'Ancona[167].
Il papa desiderava la pace coi Fiorentini, ma voleva che la loro devozione la rendesse per lui più vantaggiosa. Mentre trovavasi ancora in Avignone, la signoria gli aveva spedita santa Catarina da Siena per cercare d'addolcirlo. Il papa rimandò la santa a Firenze, assicurandola che avrebbe poste in sua mano le condizioni della pace. Ma sebbene le virtù e la conosciuta santità di Catarina ispirassero la più alta venerazione ai capi della repubblica, essi non credettero di dover consultare intorno agl'interessi della loro patria gli scrupoli d'una donna entusiasta[168]. Gregorio mandò dal canto suo ambasciatori a Firenze; e questi, che speravano di fare maggiore impressione sul popolo che sul governo, non vollero esporre la loro missione che in presenza d'un parlamento adunato. In questo recitarono un artificioso discorso: il pontefice, essi dissero, ben sapeva che il popolo non voleva la guerra; la quale era l'opera di alcuni capi ambiziosi che si arricchivano nella pubblica miseria, che di già avevano conservato il loro impiego oltre il tempo fissato da tutte le leggi, e si lusingavano di ridurre ben tosto in servitù quel popolo, che traviavano in nome della libertà. Gregorio chiedeva soltanto che i Fiorentini deponessero i loro perfidi magistrati, ed in appresso era disposto ad accordar loro la pace a quelle condizioni ch'essi medesimi avrebbero desiderato. Il gonfaloniere rispose agli ambasciatori a nome del popolo. Che lunghe ingiurie abbisognarono, e le prove della più sfrenata ambizione degli ecclesiastici per istaccare i Fiorentini dal partito della Chiesa, cui si mostrarono tanto tempo fedeli: che tante offese avevano finalmente stancata la loro sofferenza, ond'erano unanimi nella presa opposizione: che non pertanto desideravano sempre i Fiorentini la pace, ma che dovevasi ben credere che le condizioni della pace dovessero essere svantaggiose a coloro che avevano imprudentemente provocata la guerra[169].
Il pontefice, irritato da questa risposta, raddoppiò le pene ecclesiastiche pronunciate contro i Fiorentini, e scrisse di nuovo, non più a tutti i sovrani, ma a tutte le città, per persuaderle a confiscare le proprietà de' suoi nemici. Dall'altro canto i Fiorentini, che fino a tale epoca avevano osservato gl'interdetti pronunciati dal pontefice, risolsero di non rimanere soggetti ad un'ingiusta sentenza. Fecero aprire tutte le chiese, e costrinsero i preti a celebrare l'ufficio divino colla stessa solennità, come se l'interdetto non fosse stato pronunciato[170].
Un nipote del papa aveva tentato, alla testa de' Bretoni, di entrare nella Maremma di Siena, e fu forzato di dare a dietro in faccia ad Acuto. Ma più che le armi tornarono utili gl'intrighi alla corte pontificia. Erasi scoperta in Bologna una congiura in favore dei Pepoli, in sul finire del precedente anno, e Taddeo degli Azzoguidi era stato esiliato da questa città con una parte della fazione dello scacchiere[171]. Il restante di questa fazione, fedele alla libertà ed agl'interessi de' Fiorentini, mutò nome in quest'occasione, e si chiamò Raspanti. Le famiglie de' Bentivogli, Salicetti, Azzoguidi, Bianchi e Gozzadini entrarono nella nuova fazione de' Raspanti, e sotto questo nome governarono la repubblica.
Ma in marzo del 1377 la sorte diede ai Bolognesi un gonfaloniere ed otto anziani dell'opposta fazione, o de' Maltraversi. Questi, dopo avere guadagnato destramente il favore del popolo, ed assicurata la loro autorità, fecero arrestare in un solo giorno tutti i capi dei Raspanti, e spedirono al legato del papa, che allora trovavasi a Ferrara, per domandargli una tregua, onde trattare con lui una pace separata. Gregorio XI accolse avidamente quest'offerta, e non si mostrò difficile nelle condizioni. Domandò soltanto che fosse ricevuto in Bologna un vicario pontificio, non per comandare in effetto, ma per averne soltanto l'apparenza: e perchè non si concepisse veruna diffidenza, nominò per tale incumbenza uno degli ambasciatori della repubblica, che era dottore di legge[172]. Acconsentì espressamente che Bologna continuasse a governarsi liberamente ed in comune[173]; ed a tali condizioni essendo stata il 21 agosto segnata la pace in Anagni, si pubblicò a Bologna in principio di settembre[174].
Circa lo stesso tempo il prefetto di Vico fece pure una separata pace colla Chiesa[175]; onde i Fiorentini, vedendosi abbandonati dai due più potenti alleati, pensarono seriamente a mettere fine alla guerra. Il vescovo d'Urbino, ambasciatore del papa, propose loro di prendere per arbitro un loro alleato, Barnabò Visconti, ed infatti i Fiorentini acconsentirono di aprire, sotto la sua mediazione, un congresso a Sarzana. Barnabò recossi il primo in questa città in principio del 1378. Vi giunsero poco dopo il cardinale d'Amiens e l'arcivescovo di Narbona legati del papa. Il conte di Brienne e l'arcivescovo di Laon arrivarono in appresso come ambasciatori del re di Francia; ed in breve vi si adunarono i deputati fiorentini e quelli delle città alleate.
Le conferenze cominciarono il 12 di marzo, e si potè allora travedere dietro quali segrete intelligenze aveva il papa scelto arbitro il suo più antico nemico, e l'alleato de' Fiorentini. Barnabò Visconti aveva convenuto col papa di dividere con lui il danaro che farebbe pagare alla repubblica. Propose nella sua qualità di arbitro, che i confederati dessero al papa l'enorme somma di ottocento mila fiorini per le spese della guerra. Le decisioni degli arbitri venivano risguardate come inappellabili; tutti gli alleati de' Fiorentini più omai non li secondavano che assai mollemente, e gli ambasciatori delle repubbliche si videro forzati d'aprire la negoziazione su questa base; e forse la pace sarebbesi conchiusa a condizioni svantaggiosissime per gli alleati, se la notizia della malattia del papa, attaccato dalla pietra, e poco dopo quella della sua morte, accaduta in Roma il 27 marzo del 1378, non avesse sciolto il congresso di Sarzana[176]. Tutti gli ambasciatori tornarono a casa loro senza nulla avere conchiuso, ed il gran scisma d'Occidente, che tenne dietro alla morte di Gregorio XI, permise ben tosto ai Fiorentini di trattare colla Chiesa sotto più favorevoli auspicj[177].
CAPITOLO L.
Gran scisma d'Occidente. — Congiura de' Ciompi a Firenze. — La regina Giovanna spogliata del regno da Carlo di Durazzo.
1378 = 1381.
L'accanita guerra nella quale le repubbliche italiane avevano preso parte contro la corte di Roma, fu tutt'ad un tratto sospesa dalla morte di Gregorio XI, la quale mutava i rapporti delle potenze e de' popoli d'Italia. L'odio contro i Francesi, che avevano usurpate tutte le dignità e tutti i poteri della Chiesa, aveva strascinati gl'Italiani a muovere guerra alla chiesa medesima; e dopo la morte di Gregorio XI, lo stesso odio attaccò gl'Italiani alla difesa del suo successore. I pontefici ed i prelati d'Avignone avevano congiurato contro la libertà italiana; perfida ed ambiziosa era la loro politica, formidabile la loro potenza. Avevano essi introdotta in Italia la feroce banda de' Bretoni; facevano servire ai loro progetti la versatilità e la perfidia de' tiranni lombardi; erano sicuri dell'ubbidienza della regina Giovanna di Napoli, della protezione e degli ajuti del re di Francia; e per ultimo la superstizione, sebbene molte volte conculcata, rilevavasi e tornava opportuna in loro soccorso, tostocchè i loro avversari provavano qualche sinistro. Tutta questa potenza venne distrutta dal gran scisma d'occidente; la corte di Roma venne privata dell'appoggio degli oltramontani, e le sue ricchezze divise tra due competitori e dissipate in una guerra civile, più non bastarono ad assoldare armate, ed a corrompere traditori; onde il pontefice italiano si trovò in balìa di quelle repubbliche, che il suo predecessore voleva distruggere. Fortunatamente l'odio di queste erasi spento col pericolo che avevano corso.
Gregorio XI era morto a Roma nella notte del 27 marzo del 1378; e le esequie e le novene celebrate pel riposo dell'anima sua durarono fino al 7 d'aprile. In tal giorno i cardinali entrarono in conclave, dopo avere nominato per invigilare alla loro sicurezza, otto ufficiali, cioè due vescovi, tre laici romani e tre francesi[178].
La chiesa romana aveva allora ventitre cardinali, sei de' quali erano rimasti in Avignone, ed un altro trovavasi legato in Toscana. Soli sedici entrarono dunque in conclave nel palazzo del Vaticano[179], de' quali undici erano francesi, uno spagnuolo, e quattro italiani[180].
Durante il tempo consacrato in apparenza alle esequie del precedente papa, i cardinali chiamati ad eleggere il successore avevano di già cominciati gli intrighi preparatorj a così importante nomina. I Francesi, che di lunga mano formavano il maggior numero, erano divisi in due fazioni. I Limosini sollevati alla romana porpora da Gregorio XI da Clemente VI eccitavano la gelosia di tutti gli altri. Non volevasi permettere che la santa sede continuasse ad essere una proprietà d'una sola provincia, e quasi d'una sola famiglia. Altronde, i Limosini, che formavano un partito regolare e numeroso, lusingavansi di dirigere l'elezione a modo loro. In mezzo a tali contese, che non erano chiuse nel sacro collegio, ma di già rendevansi pubbliche, vedevasi l'un partito e l'altro egualmente determinato a non eleggere un italiano. L'avversione de' cardinali francesi pel soggiorno di Roma era abbastanza conosciuto, e si prevedeva che il nuovo pontefice sarebbesi affrettato di ricondurre la corte in Avignone. Questo timore eccitò in Roma il più vivo fermento: il popolo s'attruppò intorno al palazzo del Vaticano il giorno medesimo in cui i cardinali si chiusero in conclave, per vedere se colle sue grida potesse avere qualche influenza nella scelta. Romano lo volemo lo papa, gridavano, romano lo volemo, o almanco italiano[181]. Nel momento in cui i cardinali erano entrati in conclave, la folla si era con loro precipitata in palazzo, e questi maledetti romani, dice il biografo di Gregorio XI, erano armati, e ricusavano d'uscire. Per altro dopo un'ora di tumulto, il vescovo di Marsiglia li persuase tutti a ritirarsi, ad eccezione di una quarantina, i quali visitavano tutti gli angoli dell'appartamento sotto colore d'assicurarsi che non vi fossero corazzieri nascosti nel palazzo, e che non vi fosse qualche segreta uscita, o qualche mezzo di comunicazione col di fuori[182]. Mentre praticavano queste indagini, che accrescevano l'inquietudine de' cardinali, il rimanente del popolo, adunato innanzi alle porte, non cessava di gridare, romano lo volemo, romano.
Prima che la plebaglia si fosse ritirata, due de' banderali di Roma vennero in deputazione per parte di questa magistratura, e chiesero udienza ai cardinali, che li ricevettero nella piccola cappella del Vaticano. I banderali rappresentarono al sacro collegio quanto l'intera cristianità aveva sofferto per avere i papi stabilita la loro residenza fuori d'Italia. A Roma i templi ed i sacri edificj ruinavano; alcuni cardinali non avevano pure visitate, in tutto il tempo della loro vita, le chiese di cui portavano il titolo; essi le lasciavano derelitte, sebbene loro ne incumbesse il mantenimento. Lo stato ecclesiastico era stato invaso, dopo partiti i papi, dai tiranni che se lo erano diviso, e non erasi riacquistato dal cardinale Albornoz che dopo un'accanita guerra con grave dispendio del sangue dei popoli, e dei tesori della cristianità. Era poi stato abbandonato a ministri venali, insolenti ed arbitrari, i quali avevano fatta scoppiare una generale rebellione, governando in un modo così diverso dal paterno modo della antica Chiesa. Una guerra generale erasi accesa in Italia, ed il restante del mondo cristiano si era esaurito per volere riacquistare province ch'erano state forzate a ribellarsi. Fu per una veramente particolare disposizione della Provvidenza, aggiugnevano, che il buon papa Gregorio è venuto a morire in Roma, affinchè il senato della Chiesa, dovendosi di nuovo adunare nella di lei capitale, fosse più a portata di conoscere i sentimenti della greggia cui deve dare un pastore, e che i cardinali, organi de' Romani, che in altri tempi sceglievano il proprio vescovo coi loro suffragi, si uniformassero fedelmente alle intenzioni di coloro, che sono incaricati già da alcun tempo di rappresentare[183].
I banderali ritiraronsi per lasciar deliberare i cardinali; poi furono nuovamente introdotti, e Pietro Corsino, cardinale di Firenze, loro rispose a nome del sacro collegio: che maravigliavasi della loro pretesa d'influire sopra un'elezione, alla quale, nè il rispetto, nè il timore, nè il favore, nè le grida del popolo dovevano aver parte; che i cardinali andavano ad udire la messa dello Spirito Santo, e che lo Spirito Santo determinerebbe solo colla sua ispirazione la scelta che farebbero[184]. I banderali si ritirarono poco soddisfatti di questa risposta, ed il popolo rinnovò le grida, un romano volemo, un romano.
Malgrado la fermezza con cui il cardinale vescovo di Firenze aveva risposto, i clamori del popolo non lasciavano d'influire sul sacro collegio. I cardinali esponevansi senza dubbio ad un grandissimo pericolo, se totalmente disprezzavano la volontà di un popolo, pel quale la scelta del suo pastore era della più alta importanza. I Romani non avevano dimenticato, che il diritto di eleggere il papa loro spettava tre soli secoli avanti; e più tardi ancora Luigi di Baviera e Cola da Rienzo avevano rinfrescata la memoria di quest'importante privilegio. Il partito degl'Italiani acquistò in conclave maggiore influenza, e la sua alleanza venne a gara ricercata dalle due opposte fazioni dei Limosini e del cardinale di Ginevra[185]. La sola loro adesione poteva decidere la pluralità dei due terzi dei suffragi necessarj per eleggere un papa[186].
I Limosini, veduta l'impossibilità di fare che l'elezione cadesse sopra uno di loro, scelsero una delle loro creature, che loro sembrava affatto proprio a conciliare tutti i suffragi; era questi Bartolomeo Prignani, arcivescovo di Bari, nato nel regno di Napoli. Costui era stato chiamato in Avignone dal cardinale di Pamplona, limosino, cancelliere della Chiesa, il quale lo aveva lungo tempo occupato nelle cose della cancelleria. L'arcivescovo di Bari aveva vissuto tanti anni in Francia, che quasi ritenevasi per francese; era suddito della regina di Napoli, protettrice del partito opposto ai Limosini; come italiano doveva piacere ai cardinali di questa nazione; e finalmente l'arcivescovo di Bari, allora in età di circa sessant'anni, godeva opinione d'essere uomo dotto e religioso assai.
Poichè i cardinali d'Aigrefeuille e di Poitiers, capi del partito limosino, ebbero presentite le disposizioni dei loro colleghi, il primo, all'indomani del loro congresso in conclave, chiese, immediatamente dopo la messa dello Spirito Santo, che si raccogliessero i suffragi, sembrandogli che il sacro collegio fosse bastantemente d'accordo[187].
Essendosi tutti posti a sedere, tenendo l'ordine dell'anzianità, il cardinale di Firenze ch'era il primo dei vescovi, nominò ad alta voce per papa il cardinale di san Pietro. Il cardinale di Limoges, ch'era il secondo tra i vescovi, levossi e disse: «Il signor cardinale di san Pietro non ci conviene per papa, perchè è romano; parrebbe, eleggendolo, che noi avessimo ceduto alla violenza, ed ai clamori del popolo; inoltre egli è vecchio ed infermo. Nè il cardinale di Firenze ci conviene meglio perchè appartiene ad una città attualmente in guerra colla Chiesa. Rifiutò egualmente il cardinale di Milano, suddito di un tiranno, e del più acerrimo nemico della religione. Per ultimo il cardinale Giacomo Orsini è romano, ed è troppo giovane. Perciò adunque io eleggo e scelgo per papa il signor Bartolomeo arcivescovo di Bari[188].»
I Cardinali di Glandeve, d'Aigrefeuille, di Ginevra, di Milano, tutti finalmente diedero il loro suffragio all'arcivescovo di Bari, ad eccezione del cardinale di Firenze, che aveva di già emesso il suo, e del cardinale Orsini, che dichiarò di non volere in quel giorno eleggere il papa. Essendosi i cardinali ritirati nelle loro celle per dire le loro ore, si riunirono poco dopo nella cappella e fecero un secondo giro di suffragi. Il cardinale di Firenze si unì alla maggiorità, e diede la sua voce cogli altri all'arcivescovo di Bari, che fu canonicamente eletto. Il solo Orsini si mantenne nella sua opposizione. Aveva aspirato egli stesso al pontificato, ed erasi lusingato di ottenerlo, coll'ajuto delle grida del popolo, che andava sulla piazza ripetendo, romano lo volemo[189]!
Frattanto i cardinali temevano d'annunciare al popolo che l'eletto papa non era romano, tanto più che per antica consuetudine era permessa una grande licenza nel momento dell'elezione, e che il popolo s'arrogava il diritto di saccheggiare il palazzo del nuovo pontefice. Siccome le grida raddoppiavano innanzi al Vaticano, il cardinale Orsini s'affacciò ad una finestra, e fece fare silenzio, dicendo al popolo che il papa era nominato. Quando gliene fu chiesto il nome, rispose: andate a san Pietro, e lo saprete. Il vocabolo di san Pietro, ripetuto nella folla, fece credere che fosse stato eletto il cardinale di san Pietro: tutta la città tripudiò e la casa del Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, fu saccheggiata da cima in fondo. Mentre il popolo vi accorreva, i cardinali avevano fatto entrare in Vaticano l'arcivescovo di Bari con molti altri prelati. Il popolaccio di ritorno dal saccheggio, vedendo che non aprivasi il palazzo, ne atterrò le porte per rendere omaggio al cardinale di san Pietro; e l'inquietudine de' cardinali raddoppiò, quando videro che il popolo credeva di avere ottenuto quanto desiderava, e che conveniva disingannarlo. Cercarono perciò di salvarsi colla fuga gli uni per la gran porta che il popolo aveva atterrata, altri per le camere dei cappellani, e quando nel fuggire si scontravano nella folla, la confermavano nel suo errore. I Romani si precipitavano nella piccola cappella ov'era rimasto il cardinale di san Pietro, l'adoravano e gli chiedevano la benedizione. Il vecchio Tebaldeschi poteva gridare a posta sua: «non sono io l'eletto, io non sono papa; nè voglio esserlo.» La debole sua voce non era udita in tanto tumulto, e que' medesimi che potevano udirlo, credevano che dicesse così per modestia[190]. Più l'errore andava accreditandosi e più i cardinali temevano l'istante in cui il popolo verrebbe tolto d'inganno; perciò la maggior parte di loro uscì di città dopo aver detto ai loro amici che il vero papa era l'arcivescovo di Bari. I cardinali Orsini e sant'Eustachio si rinchiusero a Vicovaro, Roberto di Ginevra a Zagarolo, quelli di Limoges, d'Aigrefeuille, di Poitou, di Viviers, di Bretagna e di Marmoutiers ritiraronsi in castel sant'Angelo, il cardinale di sant'Angelo si riparò a Guardia, e gli altri di Firenze, di Milano, di Montmayeur, di Glandeve e di Luna, rimasero soli nelle proprie case.
Frattanto l'arcivescovo di Bari era in Vaticano, e non meno atterrito degli altri, stava nascosto in una segreta camera, mentre il popolo saccheggiava tutte le provvigioni fatte per il conclave. La susseguente mattina, il 9 aprile, quest'arcivescovo mandò Tommaso d'Acerno, vescovo di Lucera, dal quale abbiamo presa la maggior parte di queste particolarità, ad intendere dai cardinali cosa foss'egli, e cosa dovesse fare. Il cardinale di Fiorenza rispose che l'arcivescovo di Bari era il vero e legittimo papa; mandò ad informare dell'accaduto i banderali, che stavano adunati in Campidoglio, e siccome il popolo erasi calmato, i banderali promisero che il nuovo pontefice sarebbe accetto al popolo, e riconosciuto, sebbene non romano. Frattanto i cinque cardinali rimasti in Roma recaronsi in Vaticano presso l'arcivescovo di Bari, che per anco non aveva accettata la sua elezione. Fu d'uopo spedir varj messi ai cardinali chiusi in sant'Angelo, prima che si potesse persuaderli ad uscire[191]. Vennero finalmente ad unirsi agli altri; ed allora il cardinale di Firenze, come decano, presentò l'arcivescovo di Bari al sacro collegio con un sermone su questo testo; Talis debebat esse, ut esset nobis pontifex impollutus: l'eletto prese per testo della sua risposta: timor et tremor venerunt super me, et contexerunt me tenebrae. Per uniformarsi al suo testo non parlò che dello spavento che gli cagionava così alta dignità, e della sua incapacità di occupare degnamente il pontificato. Il cardinale di Firenze interruppe questo discorso, pregandolo di lasciare per allora da un canto la spiegazione e la parafrasi del suo testo; poichè non costumavasi di fare in quell'istante un discorso formale; e lo strinse a dire positivamente se accettava l'elezione che di lui era stata fatta in nome del Signore. L'arcivescovo di Bari rispose che l'accettava, prese il nome d'Urbano VI, ed i cardinali, avendo intuonato il Te Deum, l'innalzarono sul trono[192].
Nei successivi giorni i cardinali d'Aigrefeuille, di Limoge e di Poitou, che avevano avuta la principale parte nell'elezione d'Urbano VI, chiesero e da lui ottennero alcune grazie. Durante la settimana santa i cardinali, ch'eransi allontanati, tornarono a Roma, e tutti assistettero alla coronazione il giorno di Pasqua, e l'accompagnarono in pompa alla basilica di san Giovanni di Laterano[193].
Per tal modo l'elezione del capo della Chiesa era compiuta: il tumulto del popolo che l'aveva accompagnata non aveva altrimenti determinata la scelta de' cardinali, che per lo contrario temevano d'avere con questa medesima scelta provocato lo sdegno del popolo. Altronde essi avevano riconosciuta e confermata nella calma un'elezione ch'era stata accompagnata da alcune burrascose circostanze. Ma comunque regolare fosse quest'elezione, era essenzialmente cattiva, perciocchè la scelta dei cardinali difficilmente avrebbe potuto cadere sopra un uomo più imprudente, più collerico, più vano, e più proprio a farsi odiare. A questi difetti soltanto conviene attribuire l'abbandono in cui si trovò ben tosto, quando l'intero collegio de' cardinali, che l'aveva creato e riconosciuto, dichiarossi contro di lui.
Urbano cominciò ad alienare i prelati della sua corte con i suoi sforzi per la riforma della Chiesa. Petrarca aveva spesse volte rimproverato agli ecclesiastici francesi la loro ghiottonerìa; Urbano volle ridurli a non avere che un solo piatto sulla mensa, ed egli medesimo ne dava l'esempio. Volle altresì frenare la simonia, e minacciò di scomunicare i cardinali che accettassero doni. Queste lodevoli riforme non erano nè annunciate, nè eseguite colla debita moderazione e prudenza. In altre occasioni il pontefice si fece ancora conoscere mancante di queste virtù. Egli annunciò la sua ferma disposizione di non lasciar più Roma, ed ordinò ai cardinali di prepararsi a passarvi gl'inverni. I banderali di Roma avendolo pregato di fare una nuova promozione, secondo la costumanza degli altri pontefici, egli rispose in presenza de' cardinali oltramontani, che non solo aveva determinato di fare una promozione, ma che la farebbe così numerosa, che d'ora innanzi i cardinali romani ed italiani sarebbero nel sacro collegio più potenti che gli stranieri. Il cardinale di Ginevra, che trovavasi presente a questa risposta impallidì per la collera, ed uscì all'istante. Ne' concistori segreti Urbano VI usava ancora minore ritenutezza; interrompeva i cardinali coi più offensivi discorsi; hai parlato abbastanza, diceva ad uno; taci, che non sai quello che tu ti dica, diceva ad un altro. Ed una volta giunse perfino all'eccesso di chiamare sciocco il cardinale Orsini[194], e di dire al cardinale di san Marcello, quando questi tornò dalla sua legazione di Toscana, che aveva rubato il danaro della Chiesa: tu ne menti come un Calabrese, rispose lo sdegnato prelato, che sentiva come gentiluomo francese l'ingiuria che gli si faceva[195].
I cardinali, cui la rozzezza del papa riusciva insopportabile[196], ottennero gli uni dopo gli altri la licenza di ritirarsi ad Anagni, ove, in conformità degli ordini dati da Gregorio, avevano fatti degli apparecchi per passarvi l'estate. Urbano VI, che dopo la loro partenza era rimasto in Roma, invece di seguirli, come n'aveva avuto prima intenzione, andò a stabilirsi a Tivoli, e loro ordinò di raggiugnerlo. I cardinali, che avevano fatte ragguardevoli spese, e che si trovavano senza danaro, non volevano abbandonare tutti gli apparecchi che avevano fatti ad Anagni, ed esporsi a maggiori spese a Tivoli, ove non eranvi case in istato di riceverli. Mentre disputavano intorno a quest'ordine, riscaldando l'odio loro contro Urbano VI col ricordare le ingiurie da lui ricevute, Onorato Caietano, conte di Fondi, venne a ritrovarli ed aggiunse la sua collera all'odio loro. Egli aveva prestati mille fiorini a Gregorio XI, ed Urbano ricusava di restituire questa somma, e perfino di riconoscere il debito, pretendendo che il suo predecessore avesse erogata tale somma in suo privato uso e non a vantaggio della Chiesa. Aveva fatto di più; inasprito da questa contesa, aveva dichiarato il conte di Fondi decaduto dalla contea di Campania, e gli aveva sostituito il suo personale nemico, Tommaso di S. Severino. Il conte di Fondi aveva di già cercato di farsi giustizia colle armi, e si era colla forza reso padrone di alcuni castelli della Campania[197].
Era la fine di giugno quando i cardinali si erano ritirati ad Anagni; l'arcivescovo d'Arles cameriere del defunto papa Gregorio XI, andò a raggiugnerli, portando loro la tiara ed i giojelli della corona. Il comandante di castel sant'Angelo, creatura del cardinale di Montmayeur, ricusò di più oltre ricevere gli ordini d'Urbano VI; il cardinale d'Amiens procurò l'alleanza di Francesco di Vico, signore di Viterbo, prefetto di Roma e ribellatosi contro la Chiesa[198]. Finalmente il cardinale di Ginevra, che aveva avute colla compagnia de' Bretoni troppo strette relazioni pel suo onore, trattò con questa compagnia per farla passare in Anagni al servizio de' cardinali. I Romani vollero fermarlo al passaggio del ponte Salario, ma vi furono rotti colla perdita di più di cinque cento uomini. I cardinali, resi orgogliosi da questa vittoria e dal sentimento delle loro forze, dichiararono al papa che più non ritornerebbero presso di lui, nè a Tivoli, nè a Roma; consultarono seriamente se dovevano dargli un coadjutore per amministrare la Chiesa, e dopo qualche incertezza, deliberarono di annullare piuttosto la sua elezione sotto pretesto che non era stata libera.
Ma non si ridussero subito a quest'estremo, perchè i cardinali italiani, non meno scontenti del papa di quel che lo fossero i francesi, temevano non pertanto di entrare in disamine, e di far passi, che potessero richiamare la santa sede al di là dai monti. Cercavano adunque di farsi mediatori tra i due partiti. Tutti e quattro assistettero a diversi concistori tenuti da Urbano VI a Tivoli; quelli di Firenze, di Milano, e l'Orsini stabilirono la loro dimora a Subiaco presso Anagni, e quando i cardinali francesi abbandonarono in agosto Anagni per recarsi a Fondi, colà invitati dal conte di quella città, i tre italiani li seguirono fino a Suessa. Il quarto, Tebaldeschi, cardinale di san Pietro, tornò a Roma col papa, e colà morì, dichiarando quando stava per spirare, ch'egli teneva Urbano VI per legittimo pastore della Chiesa[199].
La morte del Tebaldeschi privò Urbano VI del solo cardinale che gli fosse rimasto veramente fedele; i tre italiani senza rifiutarlo, e senza volere compiutamente associarsi agli oltramontani, avevano cessato di ubbidirgli; ed i francesi, poichè furono sicuri dell'appoggio del re di Francia e della regina Giovanna, pronunciarono di comune consentimento, il 9 agosto 1378, che la santa sede era vacante. Dichiararono che Bartolomeo Prignani, che facevasi chiamare Urbano VI, era stato illegalmente eletto in mezzo ad un popolo ammutinato; e perchè essi formavano più de' due terzi del sacro collegio, protestarono solennemente contro un'elezione, che dichiaravano nulla, poichè l'avevano fatta contro la loro volontà.
Urbano VI, ch'era rimasto solo a Roma, ove non aveva potuto richiamare nè pure i cardinali italiani, fece nella festa dei quattro tempi di settembre una promozione di ventinove nuovi cardinali. I cardinali anziani inaspriti da tale notizia, tennero il 20 settembre un concistoro a Fondi nel quale determinarono di chiudersi in conclave per procedere all'elezione di un nuovo papa. La scelta cadde ben tosto sopra Roberto di Ginevra; i suoi talenti ed il suo carattere fecero loro dimenticare la carnificina di Cesena, e lo scandalo della guerra di Romagna. Roberto prese il nome di Clemente VII; i cardinali italiani non vollero dargli le loro voci, ma nemmeno tornarono a Roma. Essi ritiraronsi in diverse ville della Campania, o ne' castelli degli Orsini, senza prendere apertamente parte nello scisma, che incominciò a quest'epoca a dividere il cristianesimo[200]. La Spagna e la Francia seguirono colla regina di Napoli le parti di Clemente VII; l'Italia, la Germania, l'Inghilterra, l'Ungheria ed il Portogallo s'attaccarono ad Urbano VI. Intanto l'autorità pontificia fu quasi distrutta dalla divisione della Chiesa fra due uomini, niuno de' quali poteva conciliarsi il rispetto del mondo cristiano.
In uno de' concistori da Urbano VI preseduti a Tivoli coll'assistenza de' quattro cardinali italiani, egli aveva sottoscritta la pace colla repubblica fiorentina a condizioni affatto diverse da quelle che aveva domandato Gregorio XI nel congresso di Sarzana. Le ostilità non eransi rinnovate dopo lo scioglimento di questo congresso, non avendo la repubblica voluto esasperare il nuovo pontefice; ed aveva cercato di buon ora di approfittare delle difficoltà in cui trovavasi ravvolto, per riprendere il trattato. Ella acconsentì di pagargli per i danni della guerra settanta mila fiorini entro un anno, e cento ottanta mila nello spazio di quattro anni; ed in cambio la repubblica venne assolta con tutti i suoi alleati dalle censure ecclesiastiche nelle quali era incorsa[201].
Potrebbe taluno maravigliarsi come, dopo tante vittorie ottenute in una giusta guerra, la repubblica acconsentisse ancora a pagare indennizzazioni ad un nemico ch'ella non poteva più temere; ma tutte le guerre delle altre potenze colla Chiesa eransi terminate nello stesso modo, ed i popoli si credevano obbligati di cancellare con un clamoroso soddisfacimento lo scandalo dato alla cristianità, combattendo il comune pastore. Altronde Firenze non era omai più in istato di proseguire le sue vittorie, come non lo era il papa di vendicarsi. L'una e l'altra potenza erano nello stesso tempo indebolite da un'interna discordia, che loro non permetteva di pensare agli affari esterni. L'anno 1378 non fu meno funesto alla pace di Firenze, che a quella della Chiesa: essa fu l'epoca della più violenta rivoluzione della repubblica, e del gran scisma della Chiesa.
Le due fazioni che dovevano scuotere lo stato, avevano annunziata la loro esistenza durante la guerra colla Chiesa; erano esse nate dalla divisione tra gli Albizzi ed i Ricci, di cui abbiamo altrove parlato. I primi, alleati colle più antiche famiglie guelfe, che cominciavasi allora ad indicare col nome di nobiltà popolare, erano secondati dalla magistratura di parte guelfa. Pietro degli Albizzi, Lapo di Castiglionchio e Carlo Strozzi erano capi di questa fazione. Il capo dell'opposta parte, Uguccione dei Ricci, era morto, dopo avere in parte perduta la sua popolarità; ma Giorgio Scala e Tommaso Strozzi l'avevano rimpiazzato. La fazione loro era la democratica; pure vi si trovavano altresì i Ricci, gli Alberti ed i Medici, che, come i loro avversarj, facevano parte della nobiltà popolare. Le loro famiglie di origine egualmente plebea, eransi da lungo tempo, per mezzo del commercio, innalzate ad una grande ricchezza e ad un grandissimo credito.
La fazione dei Ricci era stata gagliardamente abbassata nel 1372, quando un gran numero de' suoi membri vennero esclusi dal governo o ammoniti come Ghibellini; ma ella si era rialzata in tempo della guerra colla Chiesa. L'intera repubblica pareva che avesse adottati i principj dei Ghibellini; e gli otto della guerra, che avevano procurato alle armi di Firenze così grandi successi, e che erano stati così gloriosamente riconfermati d'anno in anno, appartenevano tutti al partito dei Ricci o dei Ghibellini[202].
Due magistrature di parte esistevano dunque nella repubblica in opposizione l'una coll'altra; e si videro con maraviglia, verso il fine della guerra colla Chiesa, i capitani di parte guelfa, resi arditi dalla gelosia che gli otto della guerra avevano in fine eccitata, attaccarsi ai loro clienti, talvolta a loro medesimi per ammonirli come Ghibellini. Furono veduti fare un irremissibile delitto ai figliuoli dell'avere i loro antenati fatta guerra alla Chiesa uno o due secoli prima; mentre essi, mentre la repubblica, trovavansi in guerra colla Chiesa; mentre questa spigneva i suoi attacchi con un vigore che gli antichi Ghibellini non avevano conosciuto[203].
La parte guelfa, resa forte dall'unione di tutti coloro ch'erano gelosi degli otto della guerra e dall'antica nobiltà, pensò di potere approfittare alla morte di Gregorio XI dei trattati di pace colla Chiesa per ricuperare un assoluto impero sopra la repubblica. Avevano essi troppo inasprita l'opposta fazione, perchè fosse ancora possibile un riconciliamento; perciò erano essi determinati di cacciare fuori di città i loro avversarj, dietro l'esempio degli antichi guelfi, e d'impadronirsi a viva forza del palazzo dei priori[204]. Era in aprile del 1378, quando i tre capi di parte deliberarono intorno a questo progetto. Lapo di Castiglionchio ne voleva affrettare l'esecuzione, tanto più che le borse donde si tiravano a sorte i priori, essendo quasi vuote, sapevasi che vi restava ancora una signoria affatto ghibellina, di cui Salvestro de' Medici, uomo intraprendente, ed uno de' più pericolosi avversarj dei Ricci, sarebbe gonfaloniere. Quando questi magistrati sarebbero in seggio, si poteva temere che essi medesimi non cominciassero l'attacco. Pietro degli Albizzi per lo contrario voleva differire fino alla prossima festa di san Giovanni, per approfittare dell'affluenza dei contadini, che in tal giorno accorrevano da ogni banda alla città, confondendo tra questi gli uomini di cui volevano servirsi. Lapo acconsentì di mal animo a questo ritardo; furono prese delle misure insufficienti per impedire che Salvestro de' Medici occupasse la carica di gonfaloniere, e si aspettò in riposo la prossima estrazione[205].
Questa diede la signoria dei mesi di maggio e di giugno, alla testa della quale si trovò Salvestro de' Medici come gonfaloniere[206]. Il Medici d'accordo con Benedetto Alberti, Tommaso Strozzi e Giorgio Scali, erano risoluti di opporsi alle usurpazioni segrete dei grandi. Volevano impedire ai capitani di parte guelfa di cambiare la costituzione in oligarchia coll'ajuto delle vane accuse di ghibellinismo. La sorte aveva designato Salvestro de' Medici il 18 giugno per essere prevosto; dignità che gli dava il diritto di proporre ai consigli nuove leggi e riforme[207]. Egli ne approfittò per far adunare il consiglio del popolo, mentre in un'altra sala del pubblico palazzo egli presiedeva al collegio delle compagnie. Propose a quest'ultima assemblea una legge, che rinnovava l'ordinanza di giustizia contro i grandi, che minorava l'autorità dei capitani di parte, e che apriva agli ammoniti una strada per ricuperare gli onori dello stato. Questa legge incontrò una gagliarda opposizione nel collegio. Allora Salvestro, abbandonando il suo luogo senz'essere osservato, passò nella sala ove stava adunato il consiglio del popolo. «Io aveva creduto, diss'egli, che il mio dovere di gonfaloniere mi obbligasse a reprimere l'insolenza de' grandi, ed a correggere leggi, il di cui abuso forma l'infelicità della repubblica; ma ho trovato tra i nemici del popolo una così gagliarda opposizione, che lungi dal poter apportare rimedio al male, non mi è pure permesso di far conoscere ai miei concittadini i regolamenti che aveva proposti. Poichè trovomi nell'impossibilità di fare il bene, non voglio più lungo tempo occupare una carica, di cui la pubblica diffidenza mi toglie d'esercitarne la più augusta funzione. Io rinuncio al gonfalone, e torno a casa mia per vivere da privato[208].» Nel pronunciare queste parole Salvestro scese dalla tribuna. Ma il suo discorso aveva eccitato in consiglio il più vivo fermento. Entraronvi i priori ed il collegio per calmare il tumulto, e ritennero Salvestro de' Medici, che partiva, o fingeva di partire. Frattanto tutto il partito degli Albizzi era dai plebei minacciato; Carlo Strozzi venne preso al collare da un plebeo, che gli disse essere giunto il termine della potenza de' grandi[209]. E perchè le parti si riscaldavano, Benedetto degli Alberti s'avvicinò alla finestra, e chiamò i cittadini alle armi, gridando viva il popolo! All'istante si chiusero le botteghe, la piazza si empì di persone armate, che colle loro acclamazioni diedero subito a conoscere, ch'erano del partito degli otto della guerra e de' plebei. Dall'altro canto i gentiluomini e gli amici degli Albizzi eransi adunati nel palazzo della parte guelfa, ma non trovandovisi che in numero di circa trecento, si separarono volontariamente. Il collegio intanto s'accorse d'essere il più debole, onde approvò la legge proposta da Salvestro de' Medici, che prima aveva rifiutata. Questa legge venne immediatamente portata al consiglio del popolo, che la sanzionò[210].
Il movimento popolare pareva calmato, i cittadini ed i consiglieri del popolo si ritiravano in pace alle case loro; ma ognuno era d'opinione che la contesa non fosse finita; che i vinti non soggiacerebbero alla disfatta, e che i vincitori non sarebbero contenti della loro vittoria. Di già i più timidi si premunivano contro le rivoluzioni credute inevitabili. Gli uni afforzavano le case loro, altri trasportavano nelle chiese o ne' monasteri i loro più preziosi effetti, onde porli in sicuro; le botteghe non si aprivano, e l'aspetto della città annunziava la diffidenza o la guerra.
Il domani l'altro era giorno di domenica; ed i corpi delle arti e mestieri approfittarono di questo dì di riposo per adunarsi tutti separatamente; nominarono commissarj per conferire coi priori intorno allo stato della repubblica; e le loro deliberazioni accrebbero il fermento. Invece di ristrignersi a confermare l'ultima pacificazione si andò ansiosamente cercando tutto ciò di cui il popolo potev'essere mal soddisfatto; si trovarono dei giusti motivi del suo malcontento, perchè se ne trovano sempre; e mentre si voleva arrecarvi rimedio, si faceva alla moltitudine conoscere che aveva ragione di lagnarsi e di volersi vendicare.
Il popolo di Firenze era diviso in varie corporazioni politiche, i quartieri, le compagnie delle milizie, e le arti. Ognuna di tali divisioni aveva certi diritti e certa parte alla sovranità; ognuna era rappresentata nel governo della repubblica; ma la più importante di queste classificazioni era quella delle arti e de' mestieri; perchè in uno stato mercantile, era la più intimamente legata al lavoro che dava di che vivere ad ogni cittadino. Eravi un rapporto assai più immediato tra tutti gl'interessi, tutta l'esistenza de' mercanti o degli artigiani d'uno stesso mestiere, che non fra i vicini d'uno stesso quartiere, o tra i fratelli d'armi della medesima compagnia. I mestieri che a Firenze avevano un'esistenza politica erano ventuno, de' quali i sette più ricchi ed onorati chiamavansi arti maggiori. Questi, ne' quali trovavansi interessati i più ricchi negozianti della repubblica, favorivano la nobiltà popolare, la magistratura dei Guelfi e la parte degli Albizzi. Le arti minori provavano una viva gelosia contro quest'aristocrazia. Eravi in oltre una numerosa classe di artigiani, che non avevano un'esistenza politica, ma che, lavorando per conto d'altri, venivano risguardati come loro dipendenti. L'arte o manifattura della lana, che aveva acquistata in Firenze la più alta importanza, e che teneva il primo rango tra le arti maggiori, aveva sotto la sua dipendenza i cardatori delle lane, i tintori, i tessitori, tutti gli operaj infine che venivano adoperati dai fabbricatori di stoffe. Lagnavansi questi operaj, e forse talvolta a ragione, di non poter ottenere giustizia contro i loro padroni, quando ricorrevano al tribunale civile, che l'arte della lana aveva stabilito per decidere le differenze che nascevano tra i membri[211]. Le fazioni aristocratica e democratica trovavansi dunque di nuovo in contrasto; ma, dopo l'abbassamento dell'antica nobiltà, si era veduto sorgere tra i mestieri l'antico loro spirito, che si manifestava per l'opposizione tra le arti maggiori e minori, e per la gelosia che le arti subalterne nudrivano contro i mestieri da cui esse dipendevano.
In questa congiuntura si vide, non senza inquietudine, il martedì 22 giugno, ognuna delle arti spiegare il suo stendardo innanzi alla sua borsa o luogo d'adunanza. I priori, per prevenire la burrasca ond'erano minacciati, adunarono il consiglio del popolo, il quale a loro persuasione nominò una balìa, cui accordò un'autorità dittatoriale per la riforma della repubblica. La signoria, il collegio, gli otto della guerra, i capitani di parte ed i sindaci delle arti, furono tutti ammessi in questa balìa; ma mentre stava deliberando, i corpi de' mestieri eransi di già mossi e recati in sulla piazza coi loro stendardi e le loro armi[212].
Questa truppa di gente armata non rimase lungamente in riposo; molti erano inaspriti da lunghe ingiurie, altri animati dall'ambizione, o avidi di saccheggio. Mentre le arti maggiori tenevansi ferme in piazza, le minori ed il basso popolo si mossero per attaccare la casa di Lapo da Castiglionchio[213], il quale travestito da monaco si ritirò nel Casentino, deplorando l'ostinazione di Pietro degli Albizzi, che non aveva voluto prevenire i suoi nemici, attaccandoli il primo, ed accusando la propria debolezza per avere ceduto all'ostinata opinione dell'amico. La casa di Lapo fu saccheggiata e bruciata, come pure quella dei Bondelmonti, ed i palazzi di Carlo Strozzi, dei Pazzi, di Migliore Guadagni, degli Albizzi, e di molti altri capi dei partito guelfo[214].
Uno de' priori, Pietro da Fronte, seguiva a cavallo gl'insorgenti con alcuni arcieri del palazzo, ed ottenne finalmente colle sue esortazioni, colle minacce, e col supplicio di alcuni, di calmare il furore degli altri. La notte fu tranquilla, ma la balìa, spaventata da questo tumulto, risolse all'indomani d'appagare il popolo con nuove concessioni. Preparò una legge in forza della quale gli ammoniti dovevano essere rimessi in possesso dei diritti di cittadinanza, a condizione per altro che per tre anni non eserciterebbero le magistrature; abolì le leggi che davano ai capitani di parte una così formidabile autorità, e dichiarò ribelli Lapo da Castiglionchio, ed alcuni suoi partigiani[215].
Si estrassero quindi a sorte i nuovi priori, e la carica di gonfaloniere di giustizia toccò a Luigi Guicciardini. La nuova signoria venne installata il primo luglio, senza cerimonie, nel pubblico palazzo, temendosi che la pompa, che d'ordinario accompagnava tale atto, non eccitasse qualche popolare movimento. I priori, che avevano opinione d'essere uomini pacifici ed imparziali[216], ordinarono a tutti i cittadini di deporre le armi, ed a tutti i contadini d'uscire di città sotto pena capitale. Fecero levare le barricate poste in molti quartieri, e per dieci giorni parve che Firenze avesse ricuperata l'antica tranquillità. Ma tutt'ad un tratto le arti adunaronsi di nuovo gli 11 di luglio, dietro inchiesta degli ammoniti, che trovavano troppo dura cosa l'aspettare tre anni per rientrare in possesso degli onori dello stato. I sindaci delle arti, riuniti alla camera de' sei di commercio, presentarono una petizione alla signoria per ottenere, che tutti coloro che dopo il 1320 avevano esercitato alcuno de' principali impieghi della repubblica, non potessero essere ammoniti come Ghibellini; che se di già ammoniti, rientrassero in tutti i loro diritti; e per ultimo che la magistratura di parte guelfa fosse tolta alla fazione che se l'era appropriata esclusivamente, e che si riempissero di nuovi nomi le borse, dalle quali si estraevano a sorte i capitani di parte. Oneste domande erano abbastanza eque, onde furono immediatamente ammesse dai collegi, dal consiglio del popolo, e dal consiglio comune; perchè il timore che ispiravano i corpi de' mestieri, che sapevansi armati, non permetteva lunghe deliberazioni[217].
I cittadini precedentemente ammoniti come Ghibellini non erano ancora soddisfatti, volendo esercitare vendette contro coloro che lungo tempo gli avevano oppressi; ma si vergognavano di chiedere direttamente proscrizioni, ed avrebbero voluto che la proposizione venisse spontaneamente dalla magistratura. La signoria adunò i sindaci delle arti ed i loro consiglieri, ed il gonfaloniere Luigi Guicciardini rappresentò loro a quali pericoli esponevano la repubblica con queste nuove incessanti domande. «Quanto più noi vi accordiamo, disse loro, più s'accresce il vostro orgoglio, e sempre formate più ingiuriose domande. Voi avete voluto togliere ai capitani di parte la loro autorità, e venne loro tolta; chiedeste che si bruciassero le borse del loro ufficio e si facessero nuove riforme, e vi abbiamo acconsentito; avete domandato che gli ammoniti rientrassero al possesso degli onori dello stato, e l'abbiamo concesso. Per le vostre preghiere abbiamo perdonato a coloro che svaligiarono le case e spogliarono le chiese; per soddisfarvi abbiamo esiliati molti potenti cittadini coperti di gloria; e per favorirvi abbiamo posto freno al potere de' grandi con nuove ordinanze. Qual fine avranno adunque le vostre domande? quanto tempo abuserete ancora della nostra liberalità? Non v'accorgete che ci riesce meno insopportabile una disfatta, che voi la vittoria?... Volete voi dunque colle vostre discordie rendere in tempo di pace schiava questa città, che tanti potenti nemici non soggiogarono colla guerra? Imperciocchè, sappiatelo, che le vostre vittorie sui vostri concittadini non vi apporteranno che servitù; quei beni, che voi avete rapiti o che voi rapirete, non faranno che rendervi più poveri.... Onde noi vi ordiniamo, e se l'onore della repubblica ci permette quest'avvilimento, vi preghiamo, di acquietarvi, accontentandovi di quanto abbiamo fatto per voi, o se ancora dobbiamo accordarvi qualche altra cosa, di chiederla almeno come si conviene a cittadini, e non col tumulto e colle armi[218].»
I sindaci delle arti, commossi da questo discorso, ringraziarono il gonfaloniere, e gli promisero di occuparsi d'ora innanzi del ristabilimento della pace in città. D'altra parte la signoria nominò una commissione per lavorare con loro intorno alle riforme, che si trovasse ancora conveniente di fare[219].
Ma le precedenti sedizioni avevano procurati altri nemici alla repubblica; le più basse classi della società erano state poste in movimento da Salvestro de' Medici e da altri demagoghi. Trovavansi allora in Firenze certe persone, che un lavoro meccanico, che la miseria e la privata dipendenza, rendevano incapaci di liberali sentimenti, che non potevano deliberare senza essere quasi ubbriache, nè agire in corpo senza furore; che sotto il nome di libertà non avevano cercato nell'esercizio, di un potere pel quale non erano fatte, che l'occasione d'arricchirsi col saccheggio e colle rapine. Venivano queste indicate col nome di Ciompi, vocabolo francese sfigurato[220], che loro era rimasto fino dai tempi della tirannide del duca di Atene. Appartenevano quasi tutte ai mestieri che non avevano esistenza politica, ed erano sotto la dipendenza dell'arte della lana.
Quando i Ciompi videro che le turbolenze stavano per aver fine, ed ebbero di più avviso che la signoria faceva venire un nuovo bargello da città di Castello, temettero che si pensasse a punire i delitti che avevano commessi in tempo della sedizione, e che coloro che gli avevano segretamente eccitati, vergognandosi di così colpevole alleanza, non gli abbandonassero in seguito pubblicamente. Adunaronsi adunque in un luogo detto il Ronco fuori di porta romana[221]. Colà il più ardito di loro si fece così a parlare. «I governi, disse costui, mai non puniscono che i piccoli falli, mentre i grandi colpevoli sono quasi sempre ricompensati. Quando molti soffrono, poche persone pensano a vendicarsi, perchè si soffrono con maggiore pazienza le ingiurie universali, che non le particolari[222]. Cerchiamo adunque col saccheggio e con nuovi attentati di acquistare perdono. Nella presente nostra situazione la prudenza medesima ci ordina di essere audaci, poichè non si esce mai di pericolo che per una pericolosa strada.»
Un Simoncino Buggigatti, un Pagolo della Bodda, un Lorenzo Riccomanni persuasero tutti i Ciompi colle loro esortazioni a giurare d'ajutarsi vicendevolmente e di difendersi. Tutti promisero di prendere le armi tostocchè sapessero che si volesse castigare un solo di loro a cagione de' passati tumulti[223]. Tutti si obbligarono in appresso a cominciare essi medesimi l'attacco per rendersi padroni dello stato. Dopo molte segrete adunanze, risolsero di armarsi la mattina del 21 di luglio, e di riunirsi in quattro piazze d'armi, in separati quartieri[224].
La vigilia del giorno destinato all'esecuzione di questa trama, la signoria ebbe avviso de' movimenti che si dava Simoncino Buggigatti e lo fece sostenere. Seppe dalla sua volontaria confessione press'a poco tutto quanto gli premeva di sapere, e sarebbe stata in tempo di prendere le convenienti misure per difendersi; ma perchè aveva adunati i sindaci delle arti, il collegio e gli otto della guerra, alcuno propose di porre alla tortura Simoncino, onde ottenere, se possibile fosse, più estese particolarità. L'uso della tortura era stato adottato da tutti i tribunali italiani col rimanente della giurisprudenza romana[225]; ma non mai forse quest'assurda ed atroce pratica era stata più perniciosa a veruno stato quanto lo fu in allora ai Fiorentini. Dietro la deposizione del Buggigatti eransi di già arrestati due de' suoi complici, quando gli fu dato il tratto nella corte del palazzo del capitano del popolo. La notte era inoltrata, pure un oriuolajo stava ancora lavorando intorno all'orologio della torre del palazzo. Di là vedeva distintamente la corte del capitano illuminata dalle fiaccole de' carnefici. Quest'operajo conobbe Simoncino alla tortura, ed avvisando che la trama, cui aveva parte ancora egli, sarebbe svelata, si affrettò di portarsi a casa sua e chiamò alle armi i suoi vicini del quartiere di san Friano. «Armatevi, sgraziati, disse loro, la signoria fa giustizia, e voi tutti sarete uccisi se non vi difendete[226].»
Allo spuntare del giorno il 21 luglio tutta la città trovavasi armata ed i priori non avevano sotto i loro ordini che ottanta cavalli; avevano bensì ordinato ai gonfalonieri di portarsi sulla pubblica piazza colle loro compagnie di milizie, ma ognuna di queste compagnie aveva voluto custodire il proprio quartiere onde salvarlo dall'incendio e dal saccheggio, di modo che di sedici gonfalonieri, due soli si presentarono avanti al palazzo; e questi ancora si ritirarono subito, quando si videro abbandonati dai loro colleghi[227].
Mentre questi uscivano dalla piazza gl'insorgenti, che si erano adunati a san Piero Maggiore, vi entrarono e chiesero i loro prigionieri. Quando videro che si tardava a renderli, bruciarono la casa del gonfaloniere, Luigi Guicciardini. I priori diedero allora la libertà ai tre uomini che avevano fatto sostenere, e perchè gl'insorgenti non si separavano, mandarono tre deputati per trattare con loro[228]. Quando questi deputati scesero nella piazza, gli arcieri del palazzo cessarono di tirare per non ferirli, e questo istante di sospensione permise agl'insorgenti d'impadronirsi del gonfalone di giustizia, che stava sospeso alle finestre dell'esecutore. Questo venerato stendardo venne dai faziosi portato in tutti i luoghi in cui esercitarono i loro furori. Essi passavano di casa in casa per darle al sacco ed al fuoco, spesse volte indotti a ruinare una famiglia dietro l'accusa d'un solo privato nemico. Tutto il giorno si passò in tal maniera; ben tosto i faziosi vollero mostrare un disinteresse, che pareva incompatibile con questo spaventevole disordine. Ordinarono che tutti gli effetti preziosi, di coloro ch'essi dichiaravano sospetti, fossero bruciati colle case che li contenevano, e punirono come colpevoli di furto coloro che tentavano di sottrarre alcuna cosa all'incendio[229].
In sull'ora dei vesperi, s'avvisò il popolaccio d'armare cavaliere Salvestro de' Medici, e dopo di lui Tommaso Strozzi e Benedetto Alberti. Ben tosto altri e poi altri ancora vennero rivestiti della medesima dignità, ed in quella sola notte il popolo ne armò sessantaquattro. I principali cittadini ricevevano tremando quest'onore; se lo avessero ricusato, arrischiavano d'essere uccisi all'istante[230]. Si videro allora alcuni uomini, tra i quali Luigi Guicciardini, cui era stata bruciata la casa quella mattina, essere armati cavalieri la sera dallo stesso popolaccio[231].
All'indomani, 22 luglio, gl'insorgenti attaccarono e presero a viva forza il palazzo del podestà. Fecero in appresso giugnere alla signoria, che si era afforzata nel palazzo pubblico, le condizioni, che volevano da lei ottenere. Chiedevano tra le altre cose che l'arte della lana non nominasse più un giudice straniero; che venissero create tre nuove corporazioni pei mestieri, che più non volevano essere subordinati alle antiche arti; che in avvenire due dei priori si tirassero sempre dalle arti nuove, tre dalle quattordici minori, e tre dalle maggiori; per ultimo che venissero accordate grazie pecuniarie a coloro che il popolo aveva creati cavalieri, per formare un'entrata conveniente al nuovo loro stato. Volevano ancora che si cancellassero i nomi dei loro amici dalle liste degli ammoniti; che si confinassero i loro nemici, o che venissero posti nel numero de' magnati; che fosse sospesa per due anni la procedura di ogni debito minore di cinquanta ducati; che si escludessero per dieci anni dal governo tutti coloro le di cui case erano state bruciate; ed andavano continuamente facendo nuove inchieste, egualmente sovversive dell'ordine e della costituzione[232]. Ma quando il popolo minuto comincia a dettare le sue volontà, non avvi più forza nella nazione che vaglia a resistere. Tra i cittadini interessati nel mantenimento dell'ordine, gli uni cercavano a difendersi nelle proprie case, altri seguivano il popolaccio, cercando di moderarne il furore. In verun luogo una forza nazionale opponevasi alla forza, che distruggeva la nazione. I priori, assediati in palazzo, vedendo che niuno veniva in loro ajuto, si fecero a deliberare intorno alle domande de' Ciompi; le approvarono, e fecero poi suonare le campane per adunare il consiglio del popolo. I consiglieri riunironsi in palazzo, e le proposizioni dei Ciompi furono ammesse senza contraddizione.
Il consiglio del comune, che doveva dare forza di leggi a queste deliberazioni, non potev'essere adunato lo stesso giorno che quello del popolo. Intanto la plebaglia pareva che s'andasse calmando, e faceva sperare che deporrebbe le armi, purchè la signoria rinviasse i soldati che aveva chiamati in suo soccorso, e che si erano avanzati fino a Poggio a Cajano, e purchè le chiavi delle porte si consegnassero ai sindaci delle arti[233].
Ma all'indomani, quando il consiglio del comune era di già adunato, il popolo occupò la piazza, facendola risuonare colle sue grida per ispaventare in tal modo i consiglieri, e persuaderli a fare sollecitamente quanto chiedevano i Ciompi. Queste minacce non erano punto necessarie, perchè i consiglieri erano in modo atterriti che non avrebbero frapposto un solo istante. Non pertanto Guerriante Marignolli, uno de' priori, scese, sotto colore di assicurarsi che la porta fosse ben chiusa, e fuggì vilmente per sottrarsi ai pericoli, cui erano esposti i suoi colleghi. Mentre egli cercava modo di ridursi a casa, fu dal popolo riconosciuto, il quale prese a dire schiamazzando, che tutti i priori dovevano imitarlo, discendere nella piazza ed abdicare il governo. Ben tosto Tommaso Strozzi venne introdotto in palazzo, onde partecipare, per parte del popolo e delle arti, lo stesso ordine alla signoria[234]. Invano i priori cercarono di trattare col mezzo di Tommaso Strozzi e di Benedetto Alberti, che pareva avessero ambidue grandissima influenza sul popolo. Venne loro risposto, che se i priori non si ritiravano, sarebbe posto il fuoco alla città ed ai loro palazzi, ed uccise le loro spose e i figli. Gli otto della guerra, i collegi, i consiglieri del comune gli esortavano tutti a partire per salvare la città dal maggiore infortunio. Due de' priori Alamanno Acciajuoli e Niccolò del Nero dichiararono, che quando ancora non potessero ritenere i loro colleghi, essi non deporrebbero l'autorità, che la patria loro aveva confidata, prima che spirasse la carica loro; ma il gonfaloniere più timido, cui di già era stata bruciata la casa, e che credeva di vedere ben tosto i suoi figliuoli uccisi, raccomandossi a Tommaso Strozzi che lo fece uscire, e dietro lui, uno appresso l'altro, fuggirono pure i priori, onde, trovandosi soli, Acciajuoli e del Nero si scoraggiarono, e consegnarono le chiavi del palazzo al prevosto delle arti, che le ricevette a nome del popolo[235].
Vennero allora aperte le porte del palazzo, ed il popolaccio vi entrò. In questo momento un cardatore di lane, chiamato Michele di Lando, teneva il gonfalone della giustizia, di cui il popolo si era impadronito due giorni prima. Quest'uomo, che aveva vesti stracciate e camminava a piedi nudi, salendo alla testa del popolo la grande scala della signoria, quando giunse nella sala d'udienza de' priori, si volse al popolo affollato, e gli disse: «questo palazzo v'appartiene, questa città è nelle vostre mani; qual è al presente la vostra sovrana volontà?» Il popolo rispose ad una voce, ch'esso doveva essere il gonfaloniere di giustizia, e riformare la signoria. Michele di Lando in quell'istante avrebbe potuto farsi tiranno, e regnare sopra Firenze con l'appoggio del minuto popolo; egli avrebbe avuto un impero più assoluto che non fu quello del duca d'Atene, ma fortunatamente per la repubblica Michele amava sinceramente la sua patria e la libertà, e malgrado la parte che aveva presa alla sovversione dello stato, di già pensava ai mezzi di rimettere l'ordine[236].
Gli otto della guerra erano i soli di tutta l'antica magistratura, che fossero rimasti in palazzo; e siccome era il loro partito che aveva cominciata la rivoluzione, siccome essi medesimi vi avevano avuta parte, credevano di raccogliere i frutti della vittoria, ed avevano di già nominata una nuova signoria, alla testa della quale volevano mettere Giorgio Scali[237]. Ma Michele di Lando, avvertito del loro divisamento, fece loro sapere che il popolo aveva riconquistato per sè medesimo il diritto di governarsi, che saprebbe dirigersi senza i loro consigli, onde ordinava loro d'uscire all'istante dal palazzo[238]. Per tal modo coloro che avevano osato scatenare il popolo, sperando di farlo agire per sè medesimi, e di frenarlo a voglia loro, furono i primi a trovarsi delusi dalla loro fallace politica.
Avendo Michele rimossi tutti i magistrati stabiliti, e bruciate le borse onde dovevano cavarsi i nuovi, riunì i sindaci delle arti, e quelli del basso popolo per passare a nuove elezioni. Dispose da prima che tre membri della signoria, compreso il gonfaloniere, sarebbero presi in ogni classe, cioè: le arti maggiori, le minori ed il popolo minuto[239]. Questa nuova signoria venne subito installata, e si occupò immediatamente di far cessare il disordine, minacciando la pena di morte a chiunque renderebbesi colpevole di saccheggio o d'incendio.
Il popolo, maravigliato di non raccogliere ulteriori frutti della sua vittoria, ripigliò ben tosto le armi e venne in piazza; chiese che i nuovi priori scendessero di palazzo per conoscere la volontà del popolo ed uniformarvisi. Michele di Lando rispose ai sediziosi, che senza sapere ancora ciò ch'essi domandavano, sapeva almeno che il loro modo di domandarlo era contrario alle leggi, e loro ordinava di deporre le armi, imperciocchè la dignità della signoria non permettevagli d'accordare nulla alla forza[240].
Il popolo ammutinato, vedendo la fermezza del gonfaloniere, ritirossi a santa Maria Novella per meglio organizzarsi. Colà nominò otto commissarj, che incaricò delle cose del governo; prese molte risoluzioni contrarie a quelle della nuova signoria, ed all'indomani, 31 agosto, mandò deputati al palazzo per partecipare ai priori le prese disposizioni. Questi deputati esposero audacemente le loro commissioni; rinfacciarono a Michele di Lando la sua ingratitudine e la sua disubbidienza alla volontà del popolo, che lo aveva innalzato; gli dichiararono che lo stesso popolo lo spogliava al presente di quegli onori di cui abusava, e lo minacciarono di più severo castigo in caso di disubbidienza. Michele non potè soffrire più a lungo; sguainò la spada, ed avventandosi contro di loro, li ferì gravemente, poi li fece caricare di catene, ed imprigionare[241].
Michele di Lando prevedeva le conseguenze di quest'atto di collera; ma nei due giorni che i commissarj di santa Maria Novella ed il popolo ammutinato consumarono nel fare progetti di governo, il gonfaloniere si era occupato intorno ai mezzi di salvare lo stato. Aveva chiamati presso di sè tutti i proprietarj, tutti coloro cui stava più a cuore il mantenimento dell'ordine. Aveva incaricato Benedetto Alberti di richiamare coloro che erano fuggiti in campagna, facendoli rientrare segretamente in città insieme ai più fidati contadini[242]. Avendo così ragunata una considerabile truppa, montò a cavallo per andare a sorprendere e disperdere gli insorgenti di santa Maria Novella. Nello stesso tempo questi, udito avendo il modo con cui erano stati trattati i loro deputati, eransi mossi per vendicarli. E volle l'accidente che mentre Michele di Lando andava verso santa Maria Novella, i Ciompi andassero verso il palazzo per diversa strada, di modo che non si scontrarono. Ma Michele tornò subito verso la piazza, che trovò ingombrata dai Ciompi di già occupati nell'assedio del palazzo. Gli attaccò vigorosamente, ed approfittando della circostanza che trovavansi in mezzo ai nemici, gli sgominò compiutamente; molti furono uccisi, molti altri fuggirono fuori di città, o si nascosero dopo avere deposte le armi[243].
Avendo in tal modo colla sua virtù e col suo coraggio gloriosamente soddisfatto ai doveri del suo ufficio, Michele di Lando uscì di carica il 1.º di settembre. Alla nuova estrazione, quando le compagnie delle arti, che si trovavano adunate in sulla piazza, videro uscire i tre priori ch'erano stati presi nel popolaccio, gli accompagnarono colle fischiate. Il partito dei Ciompi era vinto, più di mille cardatori di lana erano in fuga, e le compagnie dichiararono ch'esse non volevano nella signoria persone di così bassa condizione. La costituzione fu nuovamente cambiata, la nuova corporazione, stabilita per i Ciompi, abolita, e gli onori della repubblica divisi tra le arti maggiori e minori, in maniera che le prime somministrassero quattro priori alla signoria, e le altre cinque[244].
La disfatta de' Ciompi ridusse la repubblica sotto il potere di coloro che avevano cominciata la rivoluzione; il quale partito diretto da Giorgio Scali, da Salvestro de' Medici e da Benedetto Alberti, contava i principali suoi partigiani nelle arti minori, ed aveva per avversarj i due partiti estremi. I Ghibellini, o, a dir meglio, coloro ch'erano accusati di esserlo, tornarono in favore; i Guelfi zelanti ed i capi dell'aristocrazia erano esiliati come i Ciompi, e la nobiltà ed il popolo malcontenti: non pertanto l'anno terminò senza nuova rivoluzione, sebbene i governanti fossero agitati da continui sospetti.
I pericoli del partito dominante venivano renduti più gravi dalle turbolenze del rimanente dell'Italia, come vedremo nel seguente capitolo. Quest'anno la guerra era scoppiata tra Venezia e Genova, e queste repubbliche corsero pericolo di distruggersi vicendevolmente a Chiozza. Era morto in quest'anno in Pavia, il 4 di agosto, Galeazzo Visconti, e lasciava erede della sua parte della sovranità di Milano, e della metà della Lombardia suo figlio, Giovani Galeazzo, conte di Virtù, la di cui ambizione e simulato carattere prepararono ben tosto nuove guerre[245]. Finalmente il 29 novembre di questo medesimo anno l'imperatore Carlo IV morì a Praga dopo di avere dilatati da ogni banda i confini de' suoi stati ereditarj, mentre in pari tempo avea resa spregevole l'autorità imperiale. Portò seco, morendo, l'ammirazione entusiasta de' Boemi, mentre tutta la Germania malediva la sua debolezza e pusillanimità. Aveva ottenuto, prima di morire, di far innalzare suo figliuolo Wencislao alla dignità di re de' Romani[246].
Ma l'anno seguente 1379 vide il principio di una rivoluzione, che più da vicino interessava la repubblica fiorentina. Urbano VI aveva trovato in Giovanna di Napoli la sua più pericolosa nemica: aveva questa regina permesso che si elegesse ne' suoi stati l'antipapa Clemente VII, cui aveva promessi soccorsi ed accordato asilo, prima in Napoli, poscia a Gaeta; onde la guerra si era manifestata ai confini del regno tra i cristiani attaccati ai due rivali pontefici. Urbano VI, ch'era Napolitano, aveva molti partigiani tra quel popolo, sebbene fosse nemico della corte. Una sommossa in Napoli atterrì la regina, ed obbligò Clemente VII a lasciare l'Italia per salvarsi co' suoi cardinali in Avignone. Nel tempo medesimo la compagnia de' Bretoni, che trovavasi al soldo della regina e di Clemente, fu disfatta a Marino da Alberico, conte di Barbiano. Questo gentiluomo romagnuolo aveva formato, sotto il titolo di san Giorgio, una compagnia d'Italiani, colla quale aveva preso servigio sotto Urbano VI. La compagnia di san Giorgio doveva ben tosto servire d'esemplare a tutti gl'Italiani che abbracciavano la professione delle armi, formare i grandi generali del susseguente secolo, e rialzare l'onore della milizia italiana. I suoi primi successi resero audace Urbano VI, cui serviva, onde egli si lusingò di spingere più in là le sue vendette, e di precipitare dal trono la stessa regina.
Giovanna di Napoli non aveva figliuoli, ed il marito che aveva sposato in quarte nozze non portava pure il titolo di re. L'infante d'Arragona, suo terzo marito, non aveva pure avuto questo titolo, ed ella aveva dato per successore a questi, il 25 marzo del 1376, Ottone, duca di Brunswick, che da molto tempo soggiornava in Italia[247], ov'era tutore dei figliuoli del marchese di Monferrato. Il diritto di successione al regno di Napoli apparteneva a Carlo di Durazzo, figlio di quel Luigi che il re d'Ungheria aveva fatto morire nel 1348. Questo giovane duca era l'ultimo dei principi del sangue; imperciocchè tutta la posterità, altrevolte così numerosa, di Carlo d'Angiò, erasi spenta. Carlo di Durazzo era in oltre l'unico erede di Luigi re d'Ungheria, e questo vecchio monarca aveva presso di sè chiamato il suo successore per ammaestrarlo nell'arte della guerra[248]. In questa corte guerriera, ed in mezzo ad una nazione cavalleresca, erasi Carlo avvezzato a sprezzare il lusso e la mollezza di Napoli. Aveva in oltre adottato l'odio degli Ungari contro Giovanna, che loro sembrava lorda del sangue di Andrea suo primo consorte. Luigi d'Ungheria aveva perdonata la morte di suo fratello, ma non aveva dimenticato il delitto della regina; aveva abbracciato il partito d'Urbano, e risguardava quale nuovo delitto l'appoggio che Giovanna dava a Clemente, ed i suoi sforzi per dilatare lo scisma. Perciò Urbano VI cercava dì persuadere il re d'Ungheria e Carlo di Durazzo ad attaccare la regina, a spogliarla del trono, ed a prendere possesso d'un'eredità, cui questi principi avevano diritto. Questo negoziato fu continuato con attività mentre Carlo di Durazzo trovavasi nella Marca Trivigiana, ove comandava le truppe che il re d'Ungheria aveva mandato contro Venezia in tempo della guerra di Chiozza.
Non solo la repubblica fiorentina ebbe sentore di queste negoziazioni, ma seppe in oltre che molti emigrati fiorentini si andavano adunando presso Carlo di Durazzo, invitandolo ad attraversare la Toscana per passare nel regno. Lo assicuravano che il suo avvicinamento basterebbe per rivoluzionare la loro patria, e gli promettevano di ajutarlo potentemente, tostochè avessero ricuperata l'antica loro influenza. Altri emigrati si adunavano a Bologna presso Giannuzzo da Salerno, uno de' capitani di Carlo di Durazzo, e questi ultimi cagionavano maggiore inquietudine ai Fiorentini. La signoria spedì due ambasciatori al principe per affezionarselo, o per lo meno per ispiare gl'intrighi ne' quali cercavasi di ridurlo; ma questi ambasciatori, Tommaso Strozzi e Donato Barbadori, essendo di diverso partito, accrebbero colla contraddizione de' loro rapporti, quando furono di ritorno, l'inquietudine e diffidenza[249].
In novembre per altro fu scoperta una congiura formata dai Ciompi per occupare Figline ed altri castelli del territorio fiorentino. Molti uomini della minuta plebe furono in tale occasione puniti; ma gli artigiani domandavano caldamente che i giudici condannassero altresì gli aristocratici spossessati, i ricchi mercanti, dei quali era notissimo il malcontento, e che supponevansi avviluppati nelle svelate congiure[250].
Il 10 dicembre la signoria ebbe avviso che esisteva una nuova cospirazione, e Giovanni Acuto, sebbene non fosse allora al soldo della repubblica, promise di svelarne il segreto, contro una ricompensa di venti mila fiorini. Ma prima che si fosse conchiuso questo mercato, un conte Antonio Alberti svelò la medesima cospirazione per poche centinaja di scudi[251]. Dietro la sua deposizione vennero arrestati Pietro Albizzi, Filippo Strozzi, Giacomo Sacchetti, Donato Barbadori, Cipriano Mangioni, Giovanni Anselmi ed alcuni altri. Carlo Strozzi si salvò colla fuga dagli arcieri; Pietro Albizzi avrebbe potuto difendersi, se avesse accettate le offerte de' suoi amici adunati intorno a lui[252].
I prigionieri vennero tradotti innanzi ai rettori[253], che dopo averli esaminati, dichiararono, ciascheduno dal canto suo, di non trovare ragione per condannarli al supplicio. Non pertanto i consoli delle arti ed il popolo chiedevano ad alta voce giustizia. «Questa volta, dicevan essi, non acconsentiremo che si facciano morire de' poveri, e persone senza stato; i soli grandi ed i ricchi devono perire.» Benedetto Alberti dichiarò, che se prima di mezzogiorno i rettori non facevano giustizia, la farebbe il popolo direttamente[254]. Queste parole riscaldarono di più il popolaccio, che nominò quattro cittadini per assistere i rettori e forzarli a fare giustizia. Nello stesso tempo venne posta una guardia innanzi al loro palazzo ed avanti alle prigioni per impedire che i prigionieri fuggissero, o si facessero smarrire. Durante la notte i giudici proseguirono l'interrogatorio de' prevenuti, alcuni de' quali si compromisero assai essi medesimi colle loro risposte per dar luogo ad una motivata condanna.
La mattina il podestà fece giustiziare due degli accusati, ed il capitano di giustizia condannò egualmente Filippo Strozzi e Giovanni Anselmi. Ma quando si stava per tagliar loro il capo, le spaventevoli grida d'una donna riempirono gli assistenti di terrore. Gli spettatori, le guardie, gli arcieri stessi fuggirono, non dubitando che le truppe di Carlo di Durazzo non fossero entrate in città per liberare i prigionieri. Questi, rimasti soli nella piazza destinata alle esecuzioni, avrebbero potuto egualmente fuggire, tenendo dietro alla folla. Ma lo Strozzi risalendo con fierezza la scala del palazzo di giustizia ripetè due volte al suo giudice: «Dio voglia, capitano, che oggi tu abbia fatto il tuo dovere!» Frattanto il pubblico terrore fu ben tosto dissipato, ed i prigionieri, ricondotti sulla piazza, perdettero la testa[255].
Nell'istante del supplicio il popolo furibondo gridò gli altri, gli altri. Il capitano, Cante de' Gabrielli d'Agobbio, che non aveva trovato nel loro interrogatorio motivo di supplicio, si volse verso gli assessori datigli dal popolo: «Andate, disse loro, voi altri, fateli morire; per me, che li reputo innocenti, non ordinerò io mai il loro supplicio.» Il popolo, ch'era armato, rispose con furibonde grida: «se non li fa morire noi taglieremo a pezzi e lui e loro, ed i loro parenti, uomini, donne, fanciulli, e brucieremo le loro case[256].»
Mentre durava ancora il fermento, Pietro degli Albizzi fece sentire ai suoi compagni d'infortunio che il furore del popolo, e l'abitudine che presa aveva ne' due ultimi anni di far spargere il sangue loro, non lasciavano veruna speranza di salute; che se si sottraevano ad una sentenza giudiziaria, verrebbero immancabilmente con tutti i loro parenti sbranati dal popolo[257]. Perciò i prigionieri fecero dire al capitano d'indicare egli medesimo ciò che dovevano rispondere per essere condannati, dichiarando di essere apparecchiati a confessare tutto quanto si volesse. Il capitano rispose con fermezza, ch'egli non volea già far loro confessare delitti che non avevano commessi; ch'egli per conto suo non aveva verun timore, e ch'essi pure non dovevano averne; ma che parlassero a seconda della loro coscienza, poichè il nuovo interrogatorio cui dovevano soggiacere, deciderebbe della loro vita o della loro morte. I prevenuti si accusarono allora d'avere avute corrispondenze coi nemici dello stato, e somministrarono al giudice sufficienti motivi di condanna.
Non pertanto il capitano comunicò ogni cosa ai priori prima di far eseguire la sentenza, chiedendo il loro parere; ma questi risposero di essere stranieri all'amministrazione della giustizia, e che non volevano prendervi parte. Gli assessori del capitano, approfittando contro di lui della confessione de' prigionieri e del vile abbandono della signoria, lo posero in istato di non potere rispondere ai clamori del popolaccio, ed il venerdì mattina, colla coscienza lacerata dal dolore e dal rimorso, mandò i prevenuti al supplicio. Tutti avanti da morire protestarono di essere innocenti. Donati Barbadori, colui che tanto coraggiosamente aveva sostenuti gl'interessi della sua patria nel concistoro di Gregorio XI, non trovavasi nelle prigioni del capitano del popolo, ma in quelle dell'esecutore. Fu condannato dopo gli altri, e morì nella stessa maniera[258].
Altri meno illustri accusati furono in appresso condotti al patibolo. Costoro, che probabilmente erano i soli cospiratori, lungi dal negare la loro trama, felicitavansi, morendo, che il loro supplicio non impedirebbe l'esecuzione de' loro progetti. Dichiararono di morire contenti per l'antico partito guelfo, e disposti a fare di nuovo ciò ch'erano accusati d'aver fatto[259].
Mentre il governo delle arti minori, per l'odio che portava ai nobili, agli antichi cittadini di parte guelfa, ed al minuto popolo, ricorreva per sostenersi a tali odiosi mezzi, e si macchiava del più puro sangue della nazione, gli esterni pericoli per lui crescevano a dismisura. Carlo di Durazzo, che aveva raccolti gli emigrati fiorentini nel suo campo, erasi finalmente determinato a fare l'impresa del regno di Napoli. Urbano VI pronunciò in principio del 1380 una sentenza di deposizione contro la regina Giovanna, sciolse i di lei sudditi dal giuramento di fedeltà, e fece contro di lei predicare la crociata[260]. Dal canto suo Carlo di Durazzo ebbe impulsi ancora più pressanti che non erano l'esortazioni del papa per risolversi alla guerra. La regina Giovanna meditava di escluderlo dalla di lei successione; per riuscire nel quale divisamento trovò utile di adottare come suo figliuolo, invece di quello che gli aveva negato la natura, un principe guerriero. Scelse adunque il conte d'Angiò, fratello di Carlo V, re di Francia, e tutore di suo figlio Carlo VI. Sperava la regina che questo principe, della seconda razza dei re Angioini di Napoli, le assicurerebbe la potente protezione della Francia, e lo presentò a' suoi sudditi, con sue lettere patenti del 29 giugno 1380, come suo figliuolo e suo successore[261].
Dall'altra parte Giannuzzo di Salerno, che Carlo di Durazzo aveva mandato a Bologna con tre cento lance e tre cento Ungari, assoldò la compagnia di san Giorgio o degl'Italiani, che aveva da prima servito la Chiesa[262]. Con questa armata passò in Toscana, ragunando sotto le sue insegne tutti gli emigrati di questa provincia. Lusingavasi Giannuzzo d'operare col mezzo loro in Firenze ed in altre città rivoluzioni, che tornerebbero in autorità i suoi amici, e che gli aprirebbero i tesori delle repubbliche[263]. I Fiorentini, per difendersi, presero al loro soldo Giovanni Acuto, ed adunarono sotto i di lui ordini un'armata di mille cinquecento lance[264].
Giannuzzo di Salerno corse gli stati di Siena, Perugia, Lucca e Pisa, e sforzò queste repubbliche a salvarsi colle contribuzioni dal saccheggio delle sue truppe. Attraversò altresì in varie parti il territorio fiorentino, ma Acuto lo seguì sempre assai da vicino, ed impedì ai suoi soldati di allontanarsi per rubacchiare.
Nello stesso tempo Carlo di Durazzo aveva attraversata la Venezia alla testa di cinque mila Ungari, ed era giunto a Rimini[265]. Fece domandare alla repubblica fiorentina del danaro per far l'impresa di Napoli, e la signoria gli rispose che per trattati e per antica amicizia era attaccata alla regnante casa di Napoli; che vedeva con dolore questa casa apparecchiata a dividersi ed a battersi; ch'ella non voleva farsi giudice tra parti e principi, cui era egualmente affezionata; e perciò pregava Carlo a ricevere un dono di quindici mila fiorini, non come un sussidio contro Giovanna, ma come un imparziale attestato del suo affetto[266]. Carlo di Durazzo rifiutò il dono e rimandò corucciato gli ambasciatori. Il 14 settembre fu da' suoi partigiani introdotto in Arezzo, e permise agli emigrati che lo seguivano, di uccidere un deputato fiorentino, che trovavasi in questa città[267]. Dopo qualche atto ostile Carlo offrì egli medesimo di riconciliarsi coi Fiorentini. La repubblica aveva perduto l'antico suo vigore e la sua fermezza nella rivoluzione che aveva scacciata l'aristocrazia. Elia acconsentì il 7 ottobre di pagare a Carlo di Durazzo quaranta mila fiorini, che vennero diffalcati dalla somma che doveva pagare alla Chiesa[268].
Carlo di Durazzo, detto ancora Carlo della pace, passò dopo a Roma, per concertare col papa l'impresa del regno. Urbano VI gli accordò l'investitura del regno di Napoli sotto le stesse condizioni e riserve che Clemente IV aveva imposte a Carlo I[269]. Chiese solamente per Francesco Prignano, suo nipote, che aveva nominato principe di Capoa, alcuni assai ragguardevoli feudi, che il candidato al trono accordò senza difficoltà[270]. Dopo queste convenzioni accettate da ambe le parti, Carlo di Durazzo fu a Roma coronato dal papa sotto il nome di Carlo III[271].
Erano omai due anni che il pretendente al trono di Napoli annunciava il suo progetto d'invasione, e conduceva le sue truppe qua e là per l'Italia. Con una ben più rapida marcia e con più ragguardevoli forze l'antico Carlo d'Angiò aveva, nel 1266, conquistato il regno, di cui la di lui pronipote doveva in breve essere spogliata; ma d'altra parte Giovanna non aveva nè i talenti, nè il coraggio di Manfredi. La leggerezza del popolo napolitano, il suo odio contro il principe francese, che la regina aveva adottato, e la preferenza da tutti gl'Italiani accordata ad Urbano VI, avevano alienati da Giovanna i baroni ed i popoli. In oltre ogni spirito militare era affatto spento in quel regno, ed il disordine delle finanze non permetteva di supplire con truppe mercenarie al difetto delle nazionali. Perciò Ottone di Brunswick, il quarto marito della regina, non potè ragunare che un pugno di soldati, che appostò sulla strada di san Germano per impedire al nemico d'avvicinarsi a Napoli; ma quando, il 18 giugno, Carlo gli presentò la battaglia, fu costretto di piegare sopra Cancello e Maddaloni, posizione che la superiorità del nemico obbligollo ad abbandonare pochi giorni dopo. Venne allora ad accamparsi sotto Napoli, fuori di porta Capuana, mentre Carlo giugneva per diversa strada al ponte della Maddalena tra il Vesuvio e la città[272].
I Napolitani mandarono rinfreschi al nuovo re, e l'invitarono ad entrare nella capitale. Ottone vedeva ad ogni istante diminuirsi la sua armata, ed era ridotto a tale di non poter battersi col conquistatore, e di non poter difendere contro di lui una città disposta ad aprirgli le porte. Dopo avere esercitata qualche vendetta contro il popolaccio di Napoli, prese la strada d'Aversa, mentre Carlo III entrava in Napoli il 16 luglio del 1381 verso sera, senza aver data una sola battaglia per l'acquisto del regno[273].
La regina Giovanna erasi chiusa in Castel nuovo, ossia del palazzo, ma non aveva avuta la precauzione di vittovagliarlo. Carlo lo assediò, ed il 20 agosto la regina dovette capitolare. Promise di consegnare entro quattro giorni tutte le sue fortezze, e la medesima sua persona in mano a Carlo di Durazzo, se entro tale termine non riceveva soccorso. Il duca Ottone, suo marito, che fino allora aveva risparmiati i pochi suoi fedeli compagni per valersene in più felici circostanze, quand'ebbe avviso della capitolazione, risolse di combattere, sebbene fuori di speranza di vincere. Il quarto giorno venne ad attaccare Carlo di Durazzo, ma fu dalla sua armata abbandonato ai nemici nel principio della battaglia: il marchese di Monferrato, suo pupillo, fu ucciso combattendo ai suoi fianchi, ed egli fatto prigioniere. La regina Giovanna, perduta l'ultima sua speranza, si diede lo stesso giorno in mano al suo cugino il principe di Durazzo. Malgrado i legami della parentela, malgrado il rispetto che potevano ispirare il suo rango e la sua età, venne dal vincitore duramente trattata. Dopo trentaquattro anni di regno, subì la pena del delitto commesso in gioventù. Si dice che il 12 maggio del 1382 fu soffocata sotto un letto di piume nel castello di Muro, nella basilicata, ov'era stata rinchiusa. E si soggiunge che il vecchio re d'Ungheria consigliasse egli medesimo questo supplicio per avere una tarda vendetta della morte di suo fratello Andrea[274].
La catastrofe della regina Giovanna cagionò a Firenze un profondo dolore. I cittadini di questa repubblica erano stati sempre devoti della casa d'Angiò dopo il suo stabilimento nel regno di Napoli: amavano la regina Giovanna come nipote del re Roberto, e come ultimo rampollo della sua famiglia; e l'amavano a cagione del bene che le avevano fatto, piuttosto che per quello che potevano da lei sperare. Essi temevano l'uso che un principe più destro e più intraprendente potrebbe fare delle forze della più bella parte dell'Italia. Vero è che il nuovo sovrano non cercò d'impadronirsi delle contee di Forcalquier e di Provenza, le quali passarono al figlio adottivo di Giovanna: ma Carlo III era l'erede riconosciuto di Luigi d'Ungheria. Prima delle conquiste de' Turchi l'Adriatico apriva tra questi due regni una pronta e facile comunicazione; e chi avesse potuto disporre del valore ungaro e della ricchezza di Napoli, poteva rovesciare a posta sua l'equilibrio d'Italia. Coloro che a quest'epoca governavano Firenze sapevano che Carlo di Durazzo era circondato da emigrati fiorentini, e ch'egli aveva più volte preso parte alle cospirazioni dei nemici della repubblica. Ciò nondimeno gli spedirono una solenne ambasciata per conciliarsi il suo favore; e perchè in allora Carlo non pensava che a stabilirsi nella sua nuova conquista, si mostrò disposto ad allearsi colla repubblica. Le arti minori, che governavano Firenze, non avrebbero veduto il loro potere rovesciato da uno straniero monarca, se non si fossero esse medesime apparecchiata la propria caduta con un vizio della loro amministrazione.
Due cittadini d'antica e potente famiglia avevano avuto gran parte nella rivoluzione, che aveva posta la repubblica sotto la dipendenza del basso popolo; erano questi Giorgio Scali e Tommaso Strozzi. Personali motivi di odio o di vendetta gli avevano tratti in questo partito, ed altri personali motivi d'ambizione e di cupidigia continuavano a dirigere la loro condotta. Agivano essi come se diventati fossero i padroni della repubblica, e le vessazioni, che andavano esercitando contro i loro nemici, ben si confacevano all'arroganza de' loro discorsi ne' consigli, ed all'insolente loro condotta[275].
Benedetto Alberti, che non meno di loro aveva contribuito alla rivoluzione, e la di cui condotta in diverse circostanze era stata riprovevole, non aveva per altro cercato di acquistare colle immense sue ricchezze una maggiore influenza nel governo del suo paese. Appassionato per la libertà e per la democrazia, le aveva stabilite con riprovevoli mezzi, e le aveva mantenute con peggiori modi, coi supplicj. Per altro nel cuor suo erasi conservato fedele ai principj d'umanità e di giustizia, e come è costume delle anime generose, non si vedeva mutar partito, che per passare dal più forte al più debole; e quando i suoi amici furono vittoriosi, non dissimulò quanto gli riuscissero spiacevoli la loro ingiustizia ed il loro orgoglio[276].
Un'ultima violenza di Giorgio Scali obbligò Benedetto Alberti a dichiararsi scopertamente contro di lui; e perchè questa offendeva egualmente i tribunali ed il popolo, fu cagione della ruina dello Scali e del suo partito. Tra le creature dello Scali e dello Strozzi eranvi alcune persone, che facevano il mestiere di delatore, i quali, palesando sempre nuove congiure, accrescevano il terrore del popolo ed il credito de' suoi capi. Uno di costoro, avendo accusato Giovanni Cambi, ragguardevole cittadino, fu riconvenuto di calunnia con evidenti prove, onde il capitano del popolo fece imprigionare il delatore, e volle assoggettarlo alla pena che aveva cercato di far cadere sopra l'innocente. Giorgio Scali impiegò tutto il credito che aveva per salvare la sua creatura, e perchè le sue preghiere non avevano effetto, di concerto con Tommaso Strozzi, invase il palazzo del capitano del popolo con un branco di gente armata, e fattosene padrone il 13 gennajo del 1382 lo abbandonò al saccheggio, e liberò il suo prigioniere[277].
Una così impudente violazione delle leggi risvegliò l'universale indignazione, ed il popolo si staccò affatto dalla causa dei due demagoghi, cui fino a tal epoca erasi consacrato. Il capitano recossi a restituire ai priori la bacchetta del comando, dicendo che l'onor suo non permettevagli d'amministrare più oltre la giustizia in una città ove così colpevoli violenze ne turbavano il corso; ed i priori, che sospiravano essi medesimi l'istante di ritirare il governo dalle mani del popolaccio, giudicarono questa occasione favorevole per tentarlo. Risposero al capitano del popolo, che doveva riprendere l'autorità che voleva deporre, ed adoperarla nel vendicare l'affronto che aveva ricevuto. Benedetto Alberti concorse colla signoria all'abbassamento dei capi audaci, che oltraggiavano la libertà. Tommaso Strozzi, prevenuto a tempo del pericolo che gli sovrastava, ebbe tempo di fuggire, ma Giorgio Scali fu arrestato in propria casa, e venti ore dopo perdette il capo sul patibolo in mezzo alla folla, che applaudiva al suo supplicio.
Giorgio Scali si lagnò avanti di morire, perchè la sua malvagia fortuna e l'odio di taluno de' suoi concittadini l'avessero persuaso ad accarezzare un popolo, che non aveva nè fede nè riconoscenza. Avendo in appresso veduto tra i cittadini armati Benedetto Alberti, gridò; «E tu, Benedetto, tu consenti adunque che io provi ciò che non avrei io mai permesso che tu provassi, se io fossi ove tu sei? Ma io ti annunzio che questo il quale è l'estremo giorno delle mie infelicità, sarà il primo delle tue.» Così morì in mezzo ai suoi nemici armati, che si rallegravano della sua morte[278].
La predizione dello Scali si avverò; le antiche famiglie risguardarono la di lui morte come il segno d'una nuova guerra civile; la città risuonò del grido viva la parte guelfa, e questo nome, che non era attaccato a verun principio politico, ma soltanto ad affezioni ereditarie indicava allora gli aristocratici. Effettivamente il 21 gennajo, i nobili, i ricchi mercanti, e l'intero partito degli Albizzi occuparono la pubblica piazza, e crearono una balìa di cento cittadini per riformare lo stato[279].
Tutte le leggi rivoluzionarie emanate ne' tre precedenti anni vennero annullate da questa balìa, tutti coloro che il 18 gennajo 1378 erano stati esiliati o dichiarati ribelli furono ristabiliti ne' loro antichi diritti. Si abolirono le sentenze d'ammonizione, si rilasciarono i prigionieri di stato, e le due corporazioni, ch'erano state create per le arti inferiori, furono disciolte[280]. L'antica fazione guelfa venne ristabilita in tutte le sue preeminenze, e portate le sue bandiere per tutta la città[281]. Le arti minori vennero escluse dal gonfalone di giustizia, e dopo molte risse, che si andarono rinnovando in tutto il corso dell'anno tra i grandi, le arti ed il popolo, la parte delle arti minori fa infine ridotta al terzo degli onori pubblici[282].
Ma il nuovo governo non fu ne' suoi cominciamenti meno rigoroso di quello che lo era stato il precedente de' plebei. Esiliò i capi di molte illustri famiglie, che avevano spalleggiato il minuto popolo, ed esiliò pure molti popolani[283]; confinò a Chiozza Michele di Lando, cui la patria doveva mostrarsi più riconoscente, avendola egli salvata dal furore dei Ciompi[284]; per ultimo perseguitò Benedetto Alberti, che più fedele a' suoi principj che al suo partito, s'accostava sempre a quello dell'opposizione contro tutte le tirannidi. In molte circostanze il governo manifestò la diffendenza o l'odio che gli portava. Ma non fu che nel 1387 che una nuova balìa, incaricata di riformare lo stato e di ristringere l'aristocrazia osò all'ultimo d'esiliarlo[285]. Benedetto Alberti prima di partire chiamò presso di sè tutti i suoi parenti, e vedendo che piangevano, disse loro: «Voi vedete, miei amici, come la fortuna me colpisce e voi minaccia; io non ne sono per altro sorpreso, e voi pure non dovete esserlo, imperciocchè tale fu sempre la sorte di coloro che in mezzo a molti malvagi, vollero conservarsi giusti, e che si sforzarono di sostenere ciò, che i più cercavano di rovesciare. L'amore della mia patria mi avvicinò a Salvestro de' Medici, lo stesso amore mi allontanò da Giorgio Scali, come lo stesso sentimento eccitò il mio odio contro coloro che hanno presentemente il governo in mano. Non avendo questi persona che li punisca, non vogliono pur soffrire chi ardisce biasimarli. Io acconsento a liberarli col mio esilio dal timore che hanno di me, e di tutti coloro che detestano la loro tirannide, e la loro scelleratezza; percuotendo me per altro hanno minacciati tutti gli altri.
«Io non ho compassione di me medesimo, perchè la patria serva non può rapirmi gli onori della patria ancora libera; e la memoria della passata mia vita mi sarà più cagione di godimento, di quel che possa recarmi dispiaceri l'esilio che io m'apparecchio a subire. Mi crucia soltanto la sorte della mia patria, caduta sotto il giogo dell'aristocrazia, e sottoposta al suo orgoglio ed alla sua avarizia. Mi affligge ancora la sorte vostra; imperciocchè i mali, che oggi finiscono per me, cominciano per voi, e forse vi opprimeranno assai più, che me non hanno oppresso. Io vi esorto frattanto a preparare le anime vostre a sostenere virtuosamente tutti gl'infortunj, e poichè siete minacciati da molte sventure, vi ammonisco a diportarvi in maniera, che quando sarete colpiti, sappia ognuno, che non siete infelici per colpa vostra, e che soffrite come si conviene a uomini virtuosi[286].» Benedetto Alberti partì in appresso per terra santa, visitò in abito di pellegrino il sepolcro del Salvatore, e quando stava per tornare in Europa fu sorpreso da grave infermità, e morì a Rodi[287]. Le sue ossa, trasportate a Firenze, ebbero onorata sepoltura.
E per tal modo nel giro di tre anni il furore delle fazioni aveva privata Firenze de' suoi più illustri uomini di stato. Il corso della natura le aveva di già tolti prima alcuni de' suoi cittadini, che coll'alta loro riputazione letteraria non avevano forse meno contribuito alla sua gloria. Petrarca era morto d'apoplesìa il 18 luglio del 1374 in Arquà, presso Padova, alle falde dei monti Euganei. Era questa una casa solitaria accordatagli da Francesco di Carrara in allora signore di Padova[288]. Il Boccaccio morì poco dopo il 21 dicembre del 1375, e tutta la società de' letterati con cui Petrarca aveva vissuto, quella società che l'abate di Sade ha fatta conoscere nelle sue voluminose memorie, era pressochè tutta distrutta. Ma la repubblica fiorentina in mezzo alle sue rivoluzioni non aveva perduto il germe che fa nascere e moltiplica i grandi uomini. Malgrado il supplicio de' cittadini, che avevano amministrata la repubblica con tanta gloria dal 1360 al 1378, nuovi uomini di stato si presentarono sulla scena per mostrare nel susseguente periodo nè minori talenti nè minori virtù. A Petrarca ed ai suoi amici erano succeduti nuovi letterati. Coluccio Salutati di Stignano era stato nominato cancelliere della comunità il 25 aprile del 1375, ed esercitò trent'anni questa carica con molta eloquenza e molto ingegno. Era solito dire il Visconti, che più temeva l'effetto d'una lettera di Coluccio, che non le armi di mille cavalieri fiorentini[289]. Leonardo Bruno, detto l'Aretino, era nato nel 1369, ed era destinato ad essere uno de' più eloquenti e più giudiziosi storici, che abbia prodotti l'Italia. La generazione che entrava sulla scena del mondo quando l'altra si ritirava, doveva succedergli nella gloria delle lettere, delle arti e delle virtù politiche.
CAPITOLO LI.
Affari dell'Oriente. — Guerra dei Genovesi in Cipro. — Quarta guerra di Venezia e di Genova; presa e ripresa di Chiozza. Pace di Torino.
1372 = 1381.
Lo stesso anno, reso celebre dal principio del gran scisma di occidente e dalla sanguinosa rivoluzione dei Ciompi a Firenze, vide altresì scoppiare la sanguinosa guerra di Chiozza, la quarta delle guerre marittime tra Venezia e Genova, e quella che espose queste due potenti repubbliche agli estremi pericoli. Fuori d'Italia e lontano dagli avvenimenti trattati ne' decorsi capitoli dobbiamo cercare la cagione di questa accanita guerra.
Tutta l'esistenza delle repubbliche marittime è poco legata alla storia del rimanente dell'Italia. Le signorie di Venezia e di Genova sembravano d'ordinario straniere alle rivoluzioni delle province limitrofe, mentre tutte le loro cure erano volte alle regioni del Levante. Il loro commercio e le loro colonie nella Turchia ed in Grecia erano la principale sorgente delle ricchezze del popolo e della potenza dello stato; e le passioni pubbliche e private non sembravano eccitate che dagl'interessi e dalle rivoluzioni di queste lontane contrade.
La situazione delle repubbliche marittime le isolava, per così dire, e loro permetteva di risguardarsi come assolutamente staccate dal continente italiano. Le montagne che circondano la Liguria, separavano questa provincia dalla Lombardia, siccome le lagune ne separavano Venezia. In un tempo in cui la cavalleria pesante formava il nervo delle armate, riusciva presso che impossibile la conquista d'un paese in cui i cavalli non potevano agire. Le cure adunque che le due repubbliche si prendevano delle cose del Levante non venivano in verun modo interrotte da quelle della loro sicurezza. La regione, da cui ritraevano le ricchezze e la sussistenza loro, era sempre l'emporio del commercio del mondo. La barbarie dei Turchi non aveva avuto sopra le province del loro dominio una influenza tanto funesta, quanto l'ebbe nelle susseguenti età la loro non curanza. I loro stati venivano ancora arricchiti da alcune manifatture e dal commercio delle Indie; gli Arabi ed i Greci, che loro erano soggetti, non avevano ancora rinunciato al lusso che ha bisogno di commercio, nè all'industria che lo alimenta.
I Turchi erano oramai i veri signori dell'Oriente, e di già chiamavansi mari di Turchia le acque dette per lo innanzi mari della Grecia. Il decadimento dell'impero d'Oriente era stato rapidissimo. Ne' primi anni del XIV secolo il vecchio Andronico aveva perduta tutta l'Asia minore, e tutti i possedimenti de' Greci al di là del Bosforo e dell'Ellesponto. Circa il 1350 Cantacuzèno introdusse i Turchi in Europa per impiegarli come ausiliari nelle guerre civili, ed il suo successore Paleologo, ch'era stato suo pupillo e suo rivale, perdette nel suo regno dal 1355 al 1391 tutte le province d'Europa, che tutte vennero in potere di Amurat I. «Chiudi le porte della tua città per regnare entro il circondario delle tue mura», faceva dire il successore d'Amurat al figliuolo di Giovanni Paleologo, «poichè tutto quanto trovasi al di fuori appartiene a me[290].»
La stessa Costantinopoli non era quasi meno dipendente dai Turchi di quello che lo fossero le campagne da questi occupate. Giovanni Paleologo, perduto nel libertinaggio, cercava con vili piaceri di allontanare il pensiero della ruina del suo impero[291]. Tributario e vassallo del Sultano, erasi obbligato a servire sotto i di lui ordini, o farsi rappresentare nel campo de' Turchi da uno de' suoi figliuoli. Mentre che d'accordo con Amurat combatteva contro gli Ungari, Andronico, suo primogenito, prese parte ad una congiura con uno de' figli d'Amurat. Il progetto di questi ambiziosi giovani pare che fosse quello di balzare dal trono nel tempo medesimo il sultano e l'imperatore; ma le loro trame vennero scoperte da Amurat, il quale condannò alla morte suo figlio, ed ordinò al monarca greco di punire il proprio. Giovanni Paleologo non era convinto del delitto del principe, ma la viltà sua gli fece far quello che la collera, o la sete del sangue non gli suggerivano di fare; fece abbacinare suo figliuolo, e suo nipote, ancora fanciullo: e destinò suo successore Manuele, il secondo de' suoi figli[292].
Mentre l'impero greco abbracciava ancora molte migliaja di leghe quadrate, ci dovette sorprendere l'audacia e la potenza della colonia genovese di Galata; ma nella presente epoca in cui trovavasi ridotto quasi ad una sola città, e che il suo capo non si ricusava di soggiacere a qualunque avvilimento, quando l'ordinava il sultano, più non dobbiamo maravigliarci vedendo i Genovesi di Galata tenere in bilico tutte le forze dell'imperatore, e l'affetto loro essere cagione in Costantinopoli di frequenti rivoluzioni: la parte ch'essi presero negli intrighi della corte greca fu la causa principale della guerra di Chiozza.
Il Paleologo aveva chiusi suo figlio e suo nipote nella torre di Anema, vicina a Galata. I Genovesi, mossi a pietà di questi due infelici principi, li fecero fuggire dopo due anni di prigionia. Il supplicio non era stato eseguito che a metà, ed i medici italiani riuscirono a far ricuperare uno degli occhi ad Andronico, ed a rendere a suo figliuolo Giovanni una losca e debole vista[293]. Quando questi due principi più non si trovarono nell'assoluta dipendenza cui erano obbligati dalla cecità, i Genovesi li dichiararono capaci di regnare e loro offrirono di riporli in trono, purchè Andronico loro cedesse in ricompensa l'isola di Tenedo, la quale, posta essendo all'imboccatura dell'Ellesponto, signoreggia quest'importante passaggio, ed apre o chiude l'ingresso della Propontide e del mar Nero. Il trattato fu segnato in agosto del 1376. I Genovesi attaccarono in allora Costantinopoli e furono ajutati dai nemici del regnante imperatore, onde posero sul trono il cieco Andronico, mentre che Giovanni ed i suoi due figli vennero chiusi nella stessa prigione da cui era stato levato Andronico[294].
Dopo questa rivoluzione i Genovesi spedirono due galere per prendere possesso di Tenedo, al quale oggetto erano muniti degli ordini che Andronico dirigeva al governatore dell'isola. Ma questi essendo, come pure gli abitanti, affezionato al deposto imperatore, ricusò di riconoscere i due ciechi monarchi, chiuse il suo porto ai Genovesi, e vedendo che colle sole sue forze non potrebbe a lungo difendersi contro di loro, chiese soccorso a Donato Tron, ammiraglio della flotta veneziana, che ritornava dal mar Nero, e gli consegnò Tenedo colle sue fortezze. Il senato di Venezia che tutta conosceva l'importanza di quest'isola, vi mandò all'istante due provveditori con forte guarnigione, e le somme occorrenti per mettere i castelli in buono stato di difesa. I Genovesi irritati persuasero Andronico a far imprigionare il balio con tutti i Veneziani stabiliti a Costantinopoli, e somministrarono all'imperatore dodici galere per intraprendere l'assedio di Tenedo. Per altro eglino non dichiararono la guerra ai Veneziani, e non presero parte all'attacco che in qualità d'ausiliarj de' Greci[295].
In un altro regno del Levante i Genovesi sostenevano una guerra, alla quale dovevano a vicenda prendere parte anche i Veneziani. Pietro di Lusignano, re di Cipro, era stato ucciso nel 1372 dai suoi fratelli a Nicosia, sua capitale; suo figliuolo ancora fanciullo, chiamato Pietro, come il padre, era stato disegnato per succedergli. I Veneziani ed i Genovesi, che avevano in quell'isola potenti stabilimenti, pretendevano gli uni e gli altri di occupare il posto d'onore nella cerimonia della coronazione. Gli zii del giovanetto re decisero la disputa in favore de' Veneziani[296]; ma i Genovesi ricusarono di stare al loro giudizio, e recaronsi al palazzo colle armi sotto il loro mantello, per occupare a forza il posto cui credevano d'avere diritto. Gli zii del re, avuto avviso del loro divisamento, li fecero arrestare; si ritennero come prove del fatto le armi che portavano nascoste, e senza formarne regolare procedura vennero precipitati dalla sommità di una torre. I furibondi Ciprioti non si limitarono a far morire i Genovesi ch'eransi recati al palazzo, ma infierirono contro tutti i loro compatriotti sparsi nell'isola; tutti furono uccisi e saccheggiate le loro case. Ad un solo Genovese gravemente ferito in fronte, e creduto morto, riuscì di fuggire onde portare la notizia dell'accaduto alla sua patria[297].
I Genovesi impazienti di vendicare tanto oltraggio, mentre armavano una formidabile flotta, spedirono immediatamente Damiano Catani ne' mari di Cipro con sette galere, per far sentire ai Ciprioti i primi effetti della loro collera. Il Catani ottenne vantaggi assai maggiori di quelli che potevansi sperare da così debole squadra. Con subiti ed impreveduti attacchi egli occupò Nicosia il 16 giugno del 1373, e Pafo il 23 dello stesso mese[298]. Settanta giovani donne di quest'isola, altre volte consacrate a Venere, caddero in suo potere in un'imboscata, ma malgrado il malcontento de' suoi marinaj rimandò queste greche bellezze ai loro padri o mariti, senza permettere che fosse fatto loro il menomo oltraggio. «Non è già per far prigionieri di questa sorta che la nostra patria ne ha qui spediti,» rispose a coloro che lo rimproveravano di non saper usare della vittoria.
Mentre Damiano Catani con tale condotta ispirava ai Ciprioti la più alta idea della sua moderazione e della sua virtù, eccitava colle sue vittorie e colle sue negoziazioni una reciproca diffidenza tra i membri del consiglio di reggenza. Sospettavasi che avesse qualche intelligenza coi grandi, e non si osava prendere contro di lui veruna vigorosa misura. Intanto Pietro di Campo Fregoso, fratello del doge di Genova, giunse avanti a Famagosta il 3 ottobre del 1373 con trentasei galere e quattordici mila uomini da sbarco. Il giorno 10 dello stesso mese Famagosta fu presa, ed il giovane re co' suoi zii ed il suo consiglio caddero in potere de' vincitori, e l'isola intiera fu soggiogata. Per altro i Genovesi castigarono con moderazione l'offesa che loro aveva poste le armi in mano, non avendo condannati a pena capitale che tre dei gentiluomini che avevano diretta la carnificina de' loro compatriotti: mandarono a Genova uno degli zii del re, ed i figli dell'altro, che avevano il titolo di principi d'Antiochia, con sessanta ostaggi della principale nobiltà; lasciarono una guarnigione a Famagosta per tenere in suggezione tutta l'isola; ma vendettero il suo regno a Pietro di Lusignano, con obbligo di pagare un annuo tributo alla repubblica di quaranta mila fiorini[299].
Il re di Cipro ed il suo popolo venuti in potere del conquistatore, ben dovevano aspettarsi, dopo così grave offesa, un più rigoroso trattamento. Ma Pietro di Lusignano non poteva perdonare ai Genovesi nè il corso pericolo, nè la dipendenza in cui si rimaneva. Tosto ch'egli seppe che la contesa pel possesso di Tenedo poteva accendere la guerra tra i Veneziani ed i Genovesi, cercò l'alleanza de' primi, e concertò con loro i mezzi di scacciare le truppe straniere che occupavano Famagosta[300].
Nello stesso tempo il re di Cipro sposava Violanta, figlia di Barnabò Visconti, signore di Milano, ed approfittava di tale parentado per procurare nuovi nemici ai Genovesi. Chiese che i cento mila fiorini, che Barnabò Visconti dava in dote a sua figlia, fossero da questo signore impiegati nella guerra della Liguria[301]; ed in fatti, ad istigazione del Visconti, i marchesi del Carreto si ribellarono, e tolsero alla repubblica Castelfranco, Noli ed Albenga[302].
I Genovesi attribuivano all'odio ed alla gelosia de' Veneziani tutte le guerre che avevano in Grecia, in Cipro e nelle montagne della Liguria; e dal canto loro cercavano di risvegliare il coraggio, o di aguzzare l'odio de' nemici di Venezia, onde opporre alla lega formata contro di loro un'altra lega d'eguali forze.
S'addirizzarono perciò da prima a Francesco da Carrara, signore di Padova, la di cui inimicizia contro i Veneziani aveva cominciato nel 1356 colla guerra degli Ungari. Questo principe aveva somministrate vittovaglie al re Luigi, quando attaccò la repubblica, la quale non avea mai più perdonato al Carrara questo cattivo ufficio. Il signore di Padova, sempre esposto ai risentimenti della repubblica, cercò d'acquistare, con un ardito attentato, un'influenza ne' consiglj della repubblica che moderasse l'odio loro. I suoi confidenti lo avvisavano ogni mattina di ciò che si era fatto in senato nel precedente giorno; e ciò si poteva ben fare, trovandosi Padova a sole venti miglia da Venezia, e il territorio padovano confinante colla laguna. Una notte questo signore fece rapire dai suoi gondolieri nelle proprie case tutti i senatori veneziani che avevano contro di lui perorato con maggiore veemenza; li fece condurre a Padova nel suo palazzo, e loro ricordando gli offensivi discorsi contro di lui tenuti, li minacciò di farli morire. Per altro in appresso si addolcì, loro accordando la vita e la libertà, a condizione che giurassero di seppellire quest'avvenimento in un profondo silenzio, e di essergli più favorevoli nelle loro deliberazioni. Il Carrara gli avvisò congedandoli, che gli sarebbe più agevole il farli punire d'uno spergiuro con un colpo di pugnale di quello che gli fosse stato il rapirli dalle loro case e dalla loro patria. Li fece in appresso trasportare di notte sulla spiaggia di Venezia.
La religione del giuramento o il timore persuasero i senatori veneziani a mantenere la promessa; e non fu che dopo molti anni che quest'attentato venne rivelato dai banditi medesimi ch'erano stati impiegati dal signore di Padova. I Veneziani provvidero con maggiore vigilanza alla sicurezza della loro città, e determinarono di vendicarsi del terrore che Francesco da Carrara aveva inspirato a molti di loro[303].
Essi attaccarono lo stato di Padova in ottobre del 1372. Il re d'Ungheria, che non aveva scordati i buoni ufficj di Francesco di Carrara, spedì Stefano Laczk vayvoda di Transilvania in soccorso di questo signore. Ma il vayvoda fu fatto prigioniero in una battaglia che egli diede ai Veneziani il primo luglio del 1373, ed i suoi soldati ricusarono di combattere finchè non fosse redento il loro generale. Francesco da Carrara trovossi perciò sforzato dai suoi alleati medesimi a firmare il 23 di settembre una pace umiliante. Suo figlio venne a Venezia a chiedere in ginocchioni perdono al doge di averlo ingiustamente attaccato, e promise di pagare in dieci anni trecento cinquanta mila fiorini per le spese della guerra[304].
Quest'ultima umiliazione aveva raddoppiato l'odio del signore da Carrara, onde l'alleanza offertagli dai Genovesi parvegli un'opportuna occasione di vendetta, e l'accolse avidamente. Prima di manifestare le sue intenzioni, fece in Venezia medesima immensi approvvigionamenti di sali e di droghe, onde i suoi sudditi non avessero bisogno per cinque anni di commercio marittimo. In pari tempo entrò in trattati con tutti i principi gelosi delle ricchezze di Venezia, oppure offesi dal di lei orgoglio. Questo popolo, egli loro diceva, unisce ad una illuminata ed uniforme politica tanto coraggio e tante ricchezze, che s'egli acquista una volta qualche stabilimento in terra ferma, non tarderà a signoreggiare l'Italia collo stesso orgoglio con cui domina di già sui mari. Il re d'Ungheria, il patriarca d'Aquilea, signore del Friuli, i fratelli della Scala, signori di Verona, il comune d'Ancona, il duca d'Austria e la regina di Napoli, mossi dalle persuasioni di Francesco da Carrara, accettarono l'alleanza dei Genovesi, e si disposero ad entrare in guerra contro i Veneziani[305].
La guerra preparata da tutte queste negoziazioni scoppiò in fatti nel 1378 dall'una all'altra estremità della Lombardia. Barnabò Visconti, che teneva al suo soldo i principali capitani avventurieri, mandò la compagnia francese della Stella nella Liguria. Quest'armata attraversò la Riviera di Ponente, guastò la Polsevera e s'avanzò fino a san Pier da Arena. Ritirossi in seguito mediante una grossa somma di danaro che il doge di Genova mandò a' suoi capi[306]. Giovanni Acuto ed il conte Lucio Lando avevano contemporaneamente condotta un'altra armata di Barnabò nello stato di Verona[307]. Intanto Giovanni Obizzi, generale di Francesco da Carrara, faceva delle scorrerie nello stato veneziano, ed il vayvoda di Transilvania guastava il territorio trivigiano[308]. In ogni luogo si combatteva, in ogni luogo le campagne erano abbandonate al sacco, ed intanto non accadeva sul continente verun fatto decisivo.
Le armate di terra non erano composte che di mercenarj indifferenti alla causa che sostenevano; ma sopra le flotte delle due repubbliche combattevano personalmente i cittadini di Genova e di Venezia, e l'odio inveterato raddoppiava il loro accanimento. È noto che nella prima campagna i marinaj dispersi dal commercio su tutti i mari non avevano potuto essere richiamati in servigio della loro patria; erano armate poche galere, ed anche queste trovavansi sparse in più lontane parti. Aaron Stroppa comandava dieci vascelli genovesi ne' mari di Costantinopoli; egli attaccò Lenno, ossia Stalymene, che apparteneva ai Veneziani, e l'occupò; assediò ancora Tenedo, ma la guarnigione veneziana rese vani tutti i suoi tentativi[309].
Un'altra flotta di dieci galere doveva, sotto il comando di Luigi del Fiesco, proteggere la navigazione dei Genovesi nel mare di Toscana. I Veneziani mandarono nello stesso mare Vittore Pisani, il più illustre ed il più riputato de' loro ammiragli, con quattordici galere. Le due squadre si scontrarono in luglio presso la riva d'Anzio. Una burrasca sollevava gigantesche onde, che andavano a spezzarsi contro il promontorio di Nettuno. Le galere, costrette ad orzare e sempre in pericolo di rompere sulla costa, cessavano di manovrare per combattere con accanimento, ed il furore degli uomini superava quello degli elementi; ma i Genovesi meno numerosi furono alla fine perdenti; una delle loro galere naufragò sulla costa; cinque furono prese da Pisani, e quattro si salvarono colla fuga[310].
La giovane sposa del re di Cipro, figlia di Barnabò Visconti, fu condotta nella sua isola da sei galere veneziane, le quali, colà giunte, si associarono a cinque galere catalane che Pietro di Lusignano aveva prese al suo soldo, e strinsero insieme d'assedio Famagosta, mentre il re di Cipro le secondava con una armata di dieci mila uomini. Dopo una accanita zuffa i Veneziani penetrarono nel porto, e vi bruciarono alcuni vascelli genovesi; ma quando vollero in seguito dare l'assalto alle mura della città, vennero respinti con tanta perdita, che abbandonarono il porto di cui si erano impadroniti ed ancora il mare di Cipro[311].
I due popoli si offendevano ancora più gravemente nel golfo di Venezia. Luciano Doria, grande ammiraglio de' Genovesi, vi aveva condotte ventidue galere; ed inoltre aveva trovati a Zara sussidj d'ogni genere, che il re d'Ungheria aveva fatti apparecchiare pei suoi alleati. D'altra parte Vittore Pisani, richiamato dal senato veneziano aveva ricondotta nel golfo una flotta di venticinque galere per proteggere il commercio della sua patria, ed i convogli di vittovaglie ch'ella tirava dalla Puglia. Il Pisani ritolse al re d'Ungheria le città di Cattaro, di Sebenico, e di Arbo, che gli erano state cedute in fine della precedente guerra[312]. Nello stesso tempo Luciano Doria occupava Rovigno nell'Istria, saccheggiava e bruciava Grado e Caorle, e spargeva il terrore fino nel porto di Venezia[313].
Vittore Pisano che già da lungo tempo teneva il mare, in gennajo del 1379 fece chiedere alla signoria la licenza di ricondurre la sua flotta a Venezia per lasciar riposare la ciurma. Il senato ebbe timore che Doria, rimasto in qualche modo padrone del golfo, bloccasse nel porto la flotta veneziana, onde ricusò di ricevere il suo ammiraglio, e Pisani fu forzato di passare l'inverno battendo le coste dell'Istria. La malattia si manifestò ne' suoi equipaggi, ed alcune migliaja di marinaj, che sempre in faccia a Pola sospiravano di prendere riposo su quella riva ospitale, morirono nelle loro galleggianti prigioni, e trovarono sepoltura sotto le onde[314]. Il Pisani era finalmente entrato nel porto di questa città dopo avere fatto un nuovo viaggio nella Puglia, quando Luciano Doria comparve il 29 maggio del 1379 colla sua flotta di ventidue galere in distanza di tre miglia. I marinaj veneziani, impazienti di terminare la loro lunga cattività, obbligarono il loro ammiraglio ad uscire dal porto colle sue ventiquattro galere per venire a battaglia[315]. Si rimpiazzarono alla meglio i marinaj rapiti dalla malattia facendo montare sulla flotta molti abitanti di Pola con alcune truppe da sbarco[316]. Il Pisani tentò invano di supplire col suo valore alla debolezza degli equipaggi. Attaccò con furore i Genovesi, e l'ammiraglio Doria fu ucciso in principio della battaglia; ma Ambrogio Doria, suo fratello, prese subito il comando della flotta. I Genovesi animati dal desiderio di vendicare il loro ammiraglio raddoppiarono i loro sforzi, ed in un'ora e mezza fu decisa la battaglia: quindici galere veneziane caddero in mano dei nemici con mille novecento prigionieri, tra i quali contavansi ventiquattro membri del maggiore consiglio; e Vittore Pisani, che si era rifugiato a Venezia con soli sette vascelli, fu posto subito in prigione, quasi fosse colpevole della sua cattiva fortuna[317].
La vittoriosa flotta dei Genovesi venne bentosto portata al numero di quarantasette galere da Pietro Doria, che la signoria mandò nel golfo per succedere a Luciano. Il nuovo ammiraglio si avanzò fino a san Nicolò di Lido, una delle aperture della laguna, per concertare le sue misure col signore di Padova; dopo comparve il 6 agosto innanzi alla porta di Chiozza colla flotta da lui comandata[318].
La laguna che separa Venezia dal continente, e che alla caduta dell'impero romano salvò le isole ch'ella racchiude dall'invasione de' Barbari, è altresì provveduta dalla banda del mare d'una naturale fortificazione. Una linea d'isole lunghe e strette formano un bastione contro la furia del mare. In verun luogo ha più di mille passi di larghezza, mentre la sua lunghezza è di trentacinque miglia. Viene chiamata arzere, argine, e su quest'argine sono costrutte le famose muraglie detti i muracci. Sei aperture, che dall'alto mare comunicano alla laguna, hanno tagliato l'argine in tante isole prolungate, ognuna delle quali aperture tiene luogo di porto[319]. Alcuni più stretti canali tagliano altresì le grandi isole; e più a mezzogiorno le aperture di Brondolo e del Fossone, che servono di foce alla Brenta ed all'Adige, comunicano pure colla laguna.
Il senato di Venezia, dopo la disfatta di Pola, erasi affrettato di chiudere tutte le aperture della laguna. Venne tesa una triplice catena a traverso ad ogni porto, che di tratto in tratto era difesa da sandoni, grandi vascelli immobili carichi di macchine da guerra e di soldati. In alcuni luoghi i Veneziani aggiunsero a queste catene una specie di fortificazione galleggiante composta di grandi travi artificiosamente legate assieme, le quali sembravano rendere ogni avvicinamento impossibile[320].