STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.
Traduzione dal francese.
TOMO VIII.
ITALIA
1818.
STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO LVII.
Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del quattordicesimo secolo.
Abbiamo guidati i nostri lettori fino alla fine dei XIV secolo, in quest'importante periodo facendoci una costante legge di tener dietro non solo alle rivoluzioni dei diversi popoli dell'Italia, ma ancora alla generale politica dell'Europa, ed ai rapporti di tutte le nazioni d'oltremonti cogl'Italiani. Chiederemo adesso licenza ai lettori, come abbiamo chiesto in fine del precedente secolo, di trattenerci alquanto con noi per dare un'occhiata allo spazio percorso.
Queste considerazioni sui decorsi tempi non ci saranno cagione di perfetta soddisfazione. Grandi imprese si condussero a fine in questo secolo da uomini sommi che si presentano sulla scena; grandi virtù, grandi delitti, ed in particolar modo un grande sviluppamento dell'umano ingegno occuparono alternativamente la nostra attenzione. Per altro un solo pensiero non si vede riempire ed animare tutti gli spiriti; nè si sente che le rivoluzioni degli stati e le passioni degli uomini tendano verso un solo scopo; ed il secolo per avventura più ricco d'Italia in grandi scrittori, in pensatori profondi, in uomini d'ogni maniera grandissimi, non ha un determinato carattere. Non è già così che si presentano alla nostra memoria gli uomini del secolo dodicesimo e tredicesimo, con quella loro energia di libertà, con quell'ardente desiderio di possanza e di gloria. La storia di tutte le città era in allora quasi la medesima, la vita d'ogni uomo rassomigliava in allora alla vita del suo concittadino, non per un eguale riposo, ma per una attività della stessa natura; tutti tendevano con forza allo stesso scopo, tutti rapidamente avanzavano sulla stessa via, e l'intera nazione aveva un grande carattere, non già solamente perchè contava molti egregi uomini, ma perchè ogni uomo, dal più grande fino al più oscuro, aveva ricevuto dalla natura una doviziosa eredità.
Nel secolo quattordicesimo gl'individui si staccano molto più dalla folla, e richiamando sopra di sè l'universale attenzione la signoreggiano colle loro grandi intraprese, col loro ingegno, coi loro delitti; ma intanto la nazione, cui appartengono, non si vede avanzare di pari passo, e mentre essi risplendono come fuochi erranti e s'aggirano per ogni lato, i varj popoli, cui dovrebbero servire di guida, si smarriscono ne' tortuosi sentieri della politica, s'avanzano e ritrocedono, e mentre alcuni tendono alla libertà, altri s'accostano al dispotismo: l'immoralità e la religione, la superstizione e la filosofia, il coraggio e la pusillanimità, sono dominanti a vicenda, onde giunti al fine dell'intero secolo mal saprebbesi dire quali progressi siansi fatti.
I primi capi d'opera della lingua italiana appartengono al quattordicesimo secolo; ella nacque, per così dire, con lui, ed il poema di Dante cominciò nel primo anno del secolo: il Petrarca ed il Boccaccio, ed altri gentili poeti di minor nome appartengono interamente a questo secolo[1]. Pure la recente scuola perde tutt'ad un tratto la sua fecondità; la letteratura italiana si ferma, l'invenzione pare proscritta, l'immaginazione viene incatenata dall'erudizione, nojosi copisti subentrano ai poeti originali, e non sanno produrre che sonetti, canzoni e fredde allegorie modellate sui trionfi del Petrarca; la difficoltà del metro da loro adoperato agghiaccia ogni ispirazione, il pensiere ricusa d'annicchiarsi nell'angusta periferia cui vuole ridursi, niuno tratta la poesia epica o drammatica, e coloro che si occupano della lirica, non hanno nè immaginazione, nè entusiasmo, nè sensibilità. Finalmente le muse italiane ammutoliscono affatto, ed in sul declinare del secolo più omai non rimane un solo ingegno che onori la lingua volgare, che di già esaurita e corrotta deve dormire un altro secolo prima che venga richiamata a creare nuove cose.
L'antichità era stata scoperta; e compresi da santo rispetto per la medesima gl'Italiani tentarono di farle occupare il posto de' tempi presenti. Lo studio delle lingue morte aveva tutt'ad un tratto sospesa la vita presso una nazione così proclive a prendere nuove forme. Coll'idioma de' passati secoli, e ponendosi a lato agli estinti, si pretese di acquistar gloria; come se l'inspirazione potesse giammai animare una lingua che non risuonò mai in fondo del cuore nella intimità delle domestiche relazioni, una lingua che il figlio non udì uscir dalla bocca della madre, l'amante da quella dell'amica; una lingua che non eccita la commozione del popolo, e che non può sollevare, nè affascinare la moltitudine. Molti uomini di alto ingegno impararono a pensare, a sentire, a parlare come Cicerone, Tito Livio e Virgilio. Ottennero di apparire ombre dei corpi dell'antichità; ma i presenti tempi non erano che l'immagine d'un passato che invano cercavasi di richiamare; e questa vita di riverbero, ove nulla poteva sentirsi di spontaneo, aveva la triste freddezza della morte ch'ella imitava[2].
Questo zelo dell'erudizione ebbe se non altro il vantaggio di raccogliere i ricchi monumenti dell'antichità, che fino a tale epoca erano rimasti affatto negletti. L'arte di fabbricare la carta, che sembra essersi inventata a Fabriano, nella Marca d'Ancona, in sul finire del precedente secolo[3], permise di moltiplicare le copie de' preziosi manoscritti; Roberto, re di Napoli, il marchese d'Este, Giovanni Galeazzo, duca di Milano, Lodovico Gonzaga, Pandolfo Malatesta, ed alcuni altri sovrani raccolsero con enorme spesa libri d'ogni sorta, accordando a tutti i dotti l'uso de' medesimi. I privati imitarono la loro magnificenza, e l'Italia possedette in breve più biblioteche che tutta l'Europa.
Lo zelo esagerato e pedantesco della erudizione non poteva riuscire vantaggioso alla letteratura; ma era forse necessario agli avanzamenti di altri studj, e gl'Italiani in questo secolo sostennero la gloria delle loro università con i dotti lavori de' loro teologi[4], de' canonisti[5], de' giurisperiti[6]. Fu già un tempo nel quale i nomi di Giovanni d'Andrea, di Bartolo e di Baldo sembravano consacrati ad un'eterna celebrità; ma l'erudizione non può dare che una gloria passaggiera: il solo genio, e non l'immensità del sapere, può solo rendere le opere degli uomini trionfatrici del tempo.
Ad eccezione del Poema di Dante, dei Sonetti del Petrarca e delle Novelle del Boccaccio, verun'altra opera di questo secolo è conosciuta dalla comune dei lettori. Gli è dunque meno nelle scritture che nelle azioni che cercare dobbiamo il carattere degli uomini di questo periodo di tempo. Nel corso di questa storia ci siamo proposti di legare gli avvenimenti gli uni cogli altri, dando loro un centro di comune interesse e movimento. Mi sono perciò studiato di schivare le transizioni troppo subitanee dalla storia d'un popolo a quella d'un altro, e mi sono preso quasi sempre la penosa cura di trovare il rapporto ed il punto d'unione che lega quegli avvenimenti che al primo aspetto sembrano isolati. Non pertanto mi è pur forza di confessarlo, deve rimanere ancora qualche confusione nella mente del lettore travolto fra mille narrazioni che s'incrocicchiano. Per disporre con ordine le nostre ricordanze tentiamo di seguire le rivoluzioni di un secolo in tutti gli stati ond'era in allora divisa l'Italia, e cerchiamo in pari tempo di vedere cosa essi fossero e cosa diventarono.
L'autorità imperiale, ristaurata in Germania dall'ingegno e dall'energia di Rodolfo d'Apsburgo, e da suo figliuolo Alberto, non si era di nuovo stesa fino all'Italia. Enrico di Lussemburgo tentò di fare in principio del secolo ciò che la casa d'Austria non aveva fatto; portò le vittoriose sue armi a traverso la Lombardia, fece sentire al Piemonte, al Milanese, alla Marca Trivigiana un'autorità già da molto tempo trascurata o disprezzata, lottò con gloria in Toscana contro la non meno gloriosa resistenza della repubblica fiorentina, cinse a Roma la corona imperiale, malgrado il potente avversario che voleva vietargli l'ingresso in quella capitale, mostrossi non meno grande nella povertà e nella privazione, che in mezzo alle vittorie, e l'immatura sua morte fu forse il solo ostacolo che si opponesse al suo progetto di unire con saldi legami l'Italia all'impero germanico.
Ma dopo la morte di questo principe passò lungo tempo prima che un uomo degno di succedergli salisse sul trono imperiale. La guerra civile tra Luigi di Baviera e Federico d'Austria contribuì forse meno a distruggere l'autorità del monarca in Italia, che l'incoerente, l'ingrato ed avido contegno di Luigi, dopo ch'ebbe trionfato di Federico. I discendenti di Enrico VII, che occuparono in appresso il trono, pare che andassero di generazione in generazione perdendo alcuna delle virtù o delle qualità di questo gran principe, finchè caddero in una assoluta nullità. Suo figliuolo Giovanni, re di Boemia, non aveva avuto in retaggio che il suo valore cavalleresco, la sua attività, la sua lealtà; mentre l'incostanza di Giovanni nel proseguimento de' vasti progetti, che appena ideati abbandonava, doveva rovesciare la sua autorità colla celerità medesima con cui era stata innalzata dalla sua attività. Carlo IV, suo figliuolo, imperatore dopo Luigi di Baviera, era inferiore non meno al padre che all'avo. Timido, egoista, avaro, corse due volte l'Italia piuttosto come mercante che come sovrano, e due volte si espose ad affronti, di cui in appresso vendeva il perdono, ivi dove i suoi antenati avevano colti degli allori. Pose all'incanto l'onore dell'impero e il suo, e sagrificò gli antichi amici di sua famiglia e la prosperità delle città, che gli si erano mostrate più affezionate. Wencislao, suo figliuolo, mostrò che si poteva scendere anche più a basso, e degenerare ancora da così fatto padre. Probabilmente per altro la sua vita oziosa e dissoluta avrebbe in Italia recato minore pregiudizio all'onore della corona, che i viaggi di Carlo IV, perchè veniva volentieri dimenticato un uomo che non ricordavasi d'alcuno; ma l'impazienza e la rivoluzione della Germania risvegliarono l'attenzione del pubblico, e Wencislao colla vergognosa sua caduta dal trono imperiale diede a conoscere tutto il disprezzo che meritava.
E per tal modo in sul declinare del XIV secolo l'autorità degl'imperatori in Italia, era nulla, come nulla era stata nel principio dello stesso secolo. Le campagne d'Enrico VII, di Lodovico il Bavaro e di Carlo IV non avevano loro procurata che un'efimera conquista; e se pure ravvisavasi qualche differenza nella posizione dell'impero in queste due epoche, stava tutta nella disposizione dei popoli. Eransi questi liberati da tutte le illusioni; avevano affatto perduto l'antico loro rispetto pel nome di monarca e spezzato ogni legame d'affetto e di partito; perciocchè sebbene le fazioni guelfa e ghibellina non avessero per anco deposti gli antichi odj, e dovessero bentosto azzuffarsi di nuovo, eransi totalmente svincolate dagl'interessi dell'impero e della chiesa. Niuno si maravigliò vedendo l'imperatore Roberto alleato dei Guelfi di Firenze e di Padova per fare la guerra ai Ghibellini di Lombardia; ma la mala riuscita di questa spedizione fece apertamente conoscere quanto fosse debole l'impero anche quando era governato da un savio e coraggioso principe.
La rivoluzione d'un secolo aveva portati ancora più notabili cambiamenti nella potenza del papa. In sul finire del XIII secolo Bonifacio VIII era tuttavia un potente sovrano in Italia, un pontefice ubbidito e temuto da tutti i Cristiani. Bonifacio IX alla fine del XIV secolo aveva omai perduta ogni temporale e spirituale autorità. Ma questo periodo era stato per la Chiesa insignito da una lunga serie di calamità, ed è cosa maravigliosa, non già il vederla caduta in così basso stato, ma bensì che tali avvenimenti non l'abbiano privata d'ogni considerazione e potenza. Gli oltraggi cui Bonifacio VIII fu esposto nel 1303, e la violenta sua morte, sembravano presagire ciò che la dignità papale soffrire doveva in questo secolo. Quando Clemente V rinunciò alla naturale sua residenza ed acconsentì di starsi in qualità d'ostaggio tra le mani di un re, cui davasi colpa d'aver fatti morire i due suoi predecessori, si spogliò nello stesso tempo dell'autorità che veniva accordata prima di tale epoca al comun padre de' Cristiani, e della sovranità che i successori di san Pietro avevano lentamente innalzata colla loro politica. Mentre il capo dei fedeli abbassavasi fino ad essere lo strumento ed il ludibrio di una corte ambiziosa e dissimulatrice, mentre dimenticava nella sensualità e ne' piaceri le lezioni di morale dovute ai Cristiani, mentre la pompa della sua corte non era che un velo del suo real servigio, mentre le sue ricchezze ne accusavano la simoniaca venalità, gli abitanti di Roma e degli stati della Chiesa scuotevano l'autorità dei legati e de' vicarj mandati da Avignone per governarli. Gli uni riacquistavano la libertà, o una burrascosa indipendenza; altri si assoggettavano a nuovi padroni, ma a padroni guerrieri scelti da loro medesimi; e tutti omai si vergognavano di ubbidire a deboli preti, mandatarj di un pontefice che più non meritava rispetto[7].
I papi, dopo avere col lungo loro soggiorno in Francia cagionata la rivoluzione de' loro stati, non rinunciarono perciò alla sovranità che avevano in Italia; che anzi, trovandosi colla loro corte al sicuro da ogni sinistro avvenimento, e non vedendo i mali del popoli ch'essi esponevano alla guerra, ponevano ogni cura nel ricuperare la perduta autorità con una perseveranza ed un egoismo non comune agli altri governi. Eterne erano le guerre ch'essi suscitavano in Italia, perchè giammai essi non potevano essere compiutamente vinti, nè mai prendevano bastanti misure per vincere, nè mai erano abbastanza commossi dai patimenti dei popoli per metter fine all'effusione del sangue. Gli altri sovrani cercavano la pace dopo alcune disfatte, sia perchè temevano per la loro medesima residenza, sia perchè la perdita di parte de' loro stati li privava delle entrate necessarie al mantenimento delle armate. Ma i papi per fare la guerra ritraevano le loro entrate da tutta la Cristianità; e le disfatte che soffrivano, loro somministravano pretesti per imporre nuove decime o contribuzioni sul clero. I tesori che in tal modo raccoglievano in tutta l'Europa, venivano in parte dissipati dalle prodigalità della lor corte, ed i suoi generali, lasciati senza danaro, perdevano tutt'ad un tratto i vantaggi che avevano acquistati. Quando ancora avessero potuto terminare la guerra, la riaccendevano a bella posta per saziare con nuovi sussidj del clero l'avidità de' cortigiani.
Giovanni XXII, successore di Clemente V, fu quello che diede cominciamento alle lunghe guerre della Chiesa in Italia. Per servire Roberto, re di Napoli, di cui era creatura, nel 1317, attaccò i Visconti; e dopo tale epoca fino alla fine del secolo la guerra tra la Chiesa ed i signori di Milano non ebbe che brevi intervalli di tregue. Pochi anni dopo, lo stesso papa dichiarossi nemico di Lodovico di Baviera; ed in sull'esempio de' suoi predecessori, rifiutò fino alla morte di questo monarca ogni progetto di pace e qualunque atto di sommissione del suo avversario.
Finalmente Giovanni XXII diede principio ad una terza guerra, non più contro stranieri sovrani, ma contro i proprj stati. Spedì il legato Bertrando del Pogetto per ispogliare de' loro privilegi i popoli che dipendevano dall'abituale signoria della Chiesa, per abbassare l'indipendenza dei grandi, e scacciare dalle loro signorie i vicarj pontificj. Questa terza guerra non fu meno lunga delle altre. In sul declinare del 14.º secolo il papa combatteva ancora contro i feudatarj ribelli, e lo stato della Chiesa non era nè più sottomesso, nè più indipendente di quello che lo fosse settanta anni avanti quando cominciò questa guerra; era solamente più spopolato e più povero.
In tempo di queste lunghe ostilità la Chiesa ottenne in due diverse epoche brillanti successi, de' quali andava debitrice ai due legati Bertrando del Pogetto ed Egidio Albornoz, che nella distanza di venticinque anni l'uno dall'altro ricuperarono quasi tutto il patrimonio ecclesiastico. Due gloriosi periodi contò pure il partito del popolo, l'amministrazione di Cola da Rienzo in Roma, e la guerra della lega della libertà intrapresa sotto la protezione de' Fiorentini. Ma le conquiste dei legati erano in breve perdute per l'incapacità de' loro successori, o per l'intempestiva avarizia della corte, siccome i privilegi ricuperati dalle città venivano bentosto o abbandonati per l'incostanza de' popoli, o invasi da nuovi usurpatori, non sapendo nè il partito della Chiesa, nè quello della libertà fare durevoli conquiste.
Questa guerra mutò carattere all'epoca del grande scisma l'anno 1378. Uno dei pontefici soggiornò in Italia, e trovossi tra le mani de' suoi sudditi, dai quali i suoi predecessori eransi costantemente tenuti lontani; stabilì la sua dimora a portata de' suoi nemici che fu costretto di accarezzare; e venne privato della maggior parte delle sue entrate, che i suoi predecessori ritraevano dal rimanente dell'Europa; finalmente si trovò pure spogliato di quella considerazione in addietro attaccata al suo carattere. L'inconseguenza d'Urbano VI, e le accuse fattegli dal suo rivale d'Avignone, lo avevano renduto un oggetto di scandalo per la Cristianità. Se a quest'epoca la lega delle città avesse voluto valersi della sua superiorità, avrebbe distrutta l'autorità temporale dei successori di san Pietro. Quando le città non ebbero più timore del papa, nuovi signori, sorti nelle medesime, cercarono la sua alleanza, e Bonifacio IX regnò sotto la protezione dei Malatesti.
Alla terza monarchia d'Italia, al regno di Napoli, funestissima riuscì pure la rivoluzione del quattordicesimo secolo. Sotto i primi principi della casa d'Angiò pareva che questa grande e ricca sovranità dovesse stendersi su tutta la penisola ed in cambio i suoi successori la lasciarono ruinare. Ella più non aggiugneva verun peso alla bilancia politica; più non sapeva resistere ad alcun nemico; e le più belle province dell'Europa omai non erano che un'arena in cui tutti gli ambiziosi e gli avventurieri scendevano a combattere per rubarsi le spoglie dei popoli.
Le calamità che perseguitarono i figli del savio re Roberto, potrebbero rendere dubbiosa la tanto vantata prudenza di questo monarca. Si potrebbe accusarlo della cattiva educazione data a suo figliuolo il duca di Calabria, e dalla nipote la regina Giovanna, degli esempj di corruzione ond'era circondata questa principessa, e della dissolutezza di tutta la corte. Ma non è giusto di rimproverare ai re l'inevitabile disgrazia della loro situazione. I loro sforzi per ispirare virtuosi sentimenti ai figliuoli non possono giammai superare quelli de' cortigiani nell'insegnar loro il vizio. Questi non s'innalzano mai che lusingando le passioni de' loro padroni; ne guadagnano l'amicizia servendoli nelle loro debolezze, e, tutti pieni di questa speranza, osservano le loro prime inclinazioni per eccitarle, i primi loro desiderj per renderli soddisfatti. Perchè un principe resister possa a tanta seduzione conviene che sia dotato di una rarissima virtù, o che circostanze affatto straordinarie non lo lascino esposto ai lacci tesi alla sua inesperienza. Roberto ebbe ne' suoi figli la sorte comune dei re; tutta la casa di Angiò degradò costantemente di generazione in generazione. Il fondatore Carlo I riuniva solo le qualità tutte che innalzano e consolidano le monarchie. Era valoroso, attivo, risoluto; sapeva farsi amare dai soldati e temere dai popoli; la sua durezza trovava scusa nel fanatismo che l'accompagnava; la sua crudeltà verso i vinti veniva coperta dalle sue prodigalità a favore dei vincitori; la stessa sua politica pareva che andasse d'accordo co' suoi sentimenti, e fosse più ispirata che calcolata. Suo figliuolo, Carlo II, era più umano, più dolce, più benefico, ma possedeva in minor grado del padre le qualità per cui si regna. La sua carriera militare non fu luminosa, ed è perfino dubbioso il suo valore. Roberto poi era più effemminato del padre e dell'avo, ed andò debitore di quasi tutti i suoi prosperi avvenimenti, non al suo coraggio, ma ad una prudenza che si accostava alla dissimulazione. Il duca di Calabria, suo figliuolo, che morì prima di lui, era affatto perduto nelle dissolutezze, e la condotta tenuta in Firenze, quando vi fu chiamato a governarla, svelò apertamente la sua incapacità. Finalmente Giovanna, che cominciò coll'assassinio del marito una lunga serie di delitti e di debolezze, e che doveva terminarla con una vergognosa morte, era a quell'estremo di degradamento pervenuta, che è cagione della ruina delle case reali. Giovanna occupa, tra i discendenti di Carlo d'Angiò, lo stesso luogo che Wencislao tra quelli d'Enrico VII.
Dopo la guerra del re d'Ungheria, il regno di Napoli rimase costantemente in preda ai saccheggi, e le compagnie di ventura subentrarono ai semibarbari soldati del conquistatore. Più non rimanevano nè flotte, nè armate sotto gli ordini del sovrano, niuna stabile guarnigione nelle città, niuna ben conservata fortificazione, e quando alcuna città difendevasi contro gli aggressori, faceva uso delle proprie forze e non di quelle del governo. Le contribuzioni delle province levavansi quasi sempre da straniere armate, e se qualche rara volta giugnevano a Napoli, erano dalla corte dissipate nel lusso e ne' piaceri, onde il pubblico tesoro trovavasi sempre esausto. Per ultimo mentre la guerra guastava tutto il regno dai confini degli Abruzzi al Faro di Messina, la nazione perdeva ogni abitudine militare, e non interveniva alle battaglie che per essere spogliata: creduta incapace di ogni resistenza, nulla da lei esigevano nè i suoi padroni, nè i suoi nemici; essa medesima credeva che più non le restasse nè onore da perdere, nè carattere da conservare; erasi finalmente rassegnata alle sofferenze ed alla vergogna.
In tale stato ritrovò il regno Carlo III di Durazzo quando lo conquistò. Egli diede prove all'istante dell'educazione guerriera che aveva ricevuta in Ungheria. I suoi costumi, il suo carattere niente avevano di comune con quelli dei mariti e degli amanti della regina, che avevano prima di lui governato il regno. In poco tempo vi ristabilì la pace nell'interno, e l'avrebbe ancora bentosto reso rispettabile anche al di fuori, se la sua spedizione in Ungheria e l'immatura sua morte, non avessero impedita l'esecuzione de' suoi progetti. Dopo di lui ricominciò l'anarchia, ed alle cagioni di ruina che precedettero il suo regno s'aggiunsero la guerra civile tra le due case di Durazzo e d'Angiò, e la minorità dei due pretendenti al trono.
Durante lo stesso periodo, nuovi principi avevano cercato di acquistare in Italia quell'autorità che gl'imperatori, i papi ed i re di Napoli andavano ogni giorno perdendo. La casa della Scala a Verona e quella de' Visconti a Milano, hanno potuto lusingarsi di condurre a termine questo progetto, e l'una e l'altra portarono alcun tempo le loro speranze fino alla corona d'Italia.
La casa della Scala fu la prima a formare così ambiziosi disegni, che nutrì in tutta la prima metà del secolo, e due volte, sotto Can Grande e sotto Mastino II, fece tremare l'Italia per la sua libertà.
Tra le nuove case che non possedevano feudi ereditarj, e coi maneggi sollevate si erano ad una sovranità che chiamavasi ancora tirannide, la casa della Scala era la più antica. Fino dal 1260 era succeduta alla potenza che il feroce Ezelino aveva in Verona, e da quell'epoca questa città ubbidì alla sua famiglia fino presso agli ultimi anni del quattordicesimo secolo. Ne' tempi in cui l'ambizione di Roberto, re di Napoli, e l'implacabile odio di Giovanni XXII, muovevano acerba guerra a tutti i Ghibellini, questa fazione rimasta priva di protettori per la rivalità dei due imperatori eletti, scelse per suo capo Cane della Scala, chiamato il grande. Colla sua abilità e collo straordinario suo coraggio fece Cane prosperare le armi ghibelline, ed in pochi anni occupò Padova, Vicenza, Treviso, e gran parte della Marca Trivigiana. Egli fu il solo del suo partito che non isperimentasse l'ingratitudine di Luigi di Baviera, e di già soprastava in ricchezze ed in potenza a tutti gli altri signori italiani, quando morì nel vigore dell'età, in mezzo alle sue conquiste. Mastino secondo, suo nipote, che gli successe nella signoria, lo pareggiò in accortezza ed in coraggio, e fu più di lui ambizioso; onde alla forza delle armi aggiunse la frode e la mala fede. Le circostanze lo favorirono. Giovanni di Boemia, che era comparso in Italia come il liberatore dei popoli, parve che non accettasse la volontaria sommissione delle città che per renderle più facile preda di Mastino della Scala. Questi unì all'eredità di suo zio Brescia, Parma, Modena e Lucca: le sue entrate superavano quelle di quasi tutti i sovrani d'Europa, e sembrava vicino l'istante da lui destinato a cingersi il diadema reale che aveva di già fatto apparecchiare. Ma il coraggio e l'energia de' Fiorentini fecero argine alle sue conquiste: sollevarono contro di lui Venezia e tutta la Lombardia; fecero ribellare Padova, conquistarono Treviso e Brescia, e non accordarono la pace a Mastino, che quando ebbe cessato d'essere formidabile.
In fatti, dopo la pace, Mastino, obbligato dalla rivoluzione di Parma a vendere ancora la signoria di Lucca, vide egli medesimo l'abbassamento della sua famiglia. Dopo la di lui morte i suoi figliuoli più non ebbero influenza in Italia, e se ottennero qualche celebrità non la dovettero che ai loro delitti. Si videro i due minori far assassinare il primogenito, cospirare in appresso l'uno contro l'altro, ed il più debole, tratto in prigione, esservi strozzato, dopo alcuni anni, per ordine del fratello che voleva assicurare ai proprj bastardi la paterna eredità. I medesimi delitti si rinnovarono nella seguente generazione. Un fratello, per regnare solo, fece uccidere l'altro, ma l'assassino scontò la pena dovuta a questa colpevole stirpe, quando, spogliato de' suoi stati da Giovan Galeazzo Visconti, fuggiasco, oppresso dalla miseria, morì di veleno.
La seconda casa che aspirò all'impero d'Italia, si rese egualmente odiosa con non minori delitti; ma più lungo tempo conservò i talenti ed alcune di quelle virtù che ingrandiscono e conservano gli stati. L'arcivescovo Ottone aveva il primo, in sul declinare del precedente secolo, innalzata la dinastia de' Visconti alla sovranità di Milano; e quand'egli venne a morte nel 1295, trasmise il suo potere al nipote Matteo, cui gl'Italiani diedero il soprannome di grande. Questo signore fu uno de' più risoluti campioni del partito ghibellino in Italia, e de' più formidabili nemici dei papi. Sperimentò in principio del secolo la volubilità della fortuna, e suo figliuolo Galeazzo, che gli successe, fu, vent'anni dopo, vittima dell'ingratitudine di Lodovico il Bavaro. Ma i Visconti appresero nelle disgrazie a trovare in sè medesimi maggiori sussidi: Azzone, figlio di Galeazzo, allevato come il padre nella scuola dell'avversità, si mostrò più virtuoso che tutti gli altri principi della sua famiglia. Riebbe la signoria di Milano dall'imperatore medesimo che l'aveva tolta a suo padre, vi aggiunse varie altre città, che fino allora avevano ubbidito a parziali signori, e consolidò il suo dominio fondandolo sulla stabile base dell'amore dei popoli. Il regno d'Azzone fu veramente glorioso, poichè questo principe rese cari colle virtù i suoi talenti, e non ismentì la sua moderazione in mezzo alle conquiste.
In mezzo della sua gloriosa carriera Azzone morì inaspettatamente, ed i due suoi zii, Lucchino e Giovanni, che gli succedettero, non seppero, gli è vero, meritarsi l'affetto de' sudditi, ma loro non mancarono i suoi talenti ed il suo coraggio. Questa dinastia ebbe il rarissimo vantaggio d'avere consecutivamente sei capi egualmente distinti. Tutti dovettero lottare contro l'avversa fortuna, e l'arcivescovo Giovanni Visconti, che morì l'ultimo nel 1354 aveva appreso, come i suoi predecessori, a conoscere gli uomini quand'era perseguitato ed esiliato. Egli assoggettò al suo potere Genova, Bologna e gran parte della Lombardia; tentò d'invadere la Toscana e lo stato della Chiesa, e forse, più che verun altro principe del 14.º secolo, trovossi vicino ad ottenere la sovranità dell'Italia. Per altro egli risvegliò la diffidenza de' suoi vicini colla dissimulazione e colla perfidia assai più che colle conquiste, ed i vizj medesimi per mezzo de' quali credeva di vincere, preclusero la strada alle sue vittorie, ed opposero un argine insormontabile alla di lui grandezza.
L'arcivescovo Giovanni fu l'ultimo della famiglia Visconti ch'ebbe qualche magnanimità di carattere; ma la passione delle conquiste, l'insaziabile desiderio di estendere il suo dominio, passò nei suoi successori, che non avevano le più brillanti qualità del suo carattere. La casa Visconti fino al suo ultimo rampollo, mai non rinunciò a' progetti ideati dai primi suoi capi per assoggettarsi l'Italia; in ultimo adoperò le arti della debolezza invece della forza, la perfidia ed i maneggi piuttosto che le armi; ma mirò costantemente allo stesso scopo.
Barnabò, Galeazzo suo fratello, e Giovanni Galeazzo, figliuolo dell'ultimo, che tutta raccolse la loro eredità, erano uomini non meno timidi che ambiziosi, che si resero esosi ai loro sudditi colla crudeltà, coll'avarizia, colle gabelle, e ruinarono le soggette province colle continue guerre. Sotto di loro fu distrutto il commercio, abbandonate le manifatture, trascurata l'agricoltura medesima, e molte fertili campagne della Lombardia che promettono al lavoro così ricche ricompense, rimasero deserte. I guasti de' soldati, ed il peso delle imposte soffocarono ogni industria. Per altro Barnabò e Giovanni Galeazzo, così cattivi economi della fortuna de' loro popoli, sapevano mantenere l'ordine nell'amministrazione delle proprie finanze; e fu questa la causa principale de' loro prosperi avvenimenti. Essi hanno potuto in ogni tempo erogare nelle guerre più vasti redditi che tutti i loro avversarj, e gl'impiegarono con mano liberale nel ricompensare i fedeli servitori, nel tenersi affezionati i piccoli stati deditizj, in fine nel procurarsi partigiani e traditori ne' consigli de' lori vicini o de' loro nemici. Mentre non risparmiavano l'oro per giugnere alla meta della loro politica, prendevansi cura di non dissiparli con insensate prodigalità; perciò trovavansi apparecchiati alla guerra quando i loro avversarj avevano di già esaurite le proprie forze, e sentivansi pressochè sicuri della vittoria qualunque volta giugnevano ad acquistar tempo.
Finchè era vissuto Galeazzo ed avea diviso con Barnabò l'amministrazione degli affari, i suoi particolari vizj avevano ritardati i progressi delle armi di Barnabò, non conoscendo egli l'economia del fratello e del figliuolo: l'amore del fasto e di un'apparente grandezza distruggeva le reali sue forze; erogò prodigiose somme nell'innalzare sontuosi edificj; e fu prodigo de' suoi tesori per unire la sua famiglia per mezzo d'illustri matrimonj ai monarchi d'Europa. Ma quando Giovanni Galeazzo, suo figliuolo, dopo avere aggiunti ai proprj stati quelli di Barnabò, ebbe ristaurate le finanze, dilatò in tutti i sensi i limiti del suo dominio, ed avrebbe indubitatamente fatta schiava tutta l'Italia, che omai più non aveva forza per resistergli, se un'immatura morte non lo sorprendeva nel colmo del suo ingrandimento.
Tali furono nel quattordicesimo secolo le principali rivoluzioni della Lombardia, le quali non hanno potuto condursi a termine che colla ruina di molti piccoli principi o tiranni, che ne' primi tempi di questo periodo regnavano in ogni città. Eransi successivamente veduti i Ponzoni ed i Cavalcabò spogliati della sovranità di Cremona, i Tornielli di Novara, i Fisiraga di Lodi, i Maggi ed i Brusati di Brescia, i Langusco ed i Beccaria di Pavia, gli Scotti ed i Landi di Piacenza, i Pelavicini di san Donnino, i Correggi ed i Rossi di Parma, ed intorno allo stato de' Visconti omai non rimanevano signori indipendenti, che i conti di Savoja ed i marchesi di Monferrato a ponente, e dalla banda di levante i Gonzaga, successori dei Bonaccorsi, i marchesi d'Este di Ferrara, ed i Carrara di Padova.
Gli stati del papa, non meno che quelli della Lombardia, fertili di tiranni, avevano veduto nella medesima età sorgere e perire molte case sovrane. Quella dei Polenta a Ravenna erasi sola sottratta alle generali rivoluzioni, e da lungo tempo signoreggiava quella città senza merito e senza gloria, dimenticata dalla storia, come dai conquistatori che mai non l'attaccarono. Tale non era la sorte de' Malatesti, signori di Rimini: la fama del piccolo loro stato non era in verun modo proporzionata alla di lui estensione, popolazione, o ricchezze, ma bensì al numero de' grandi capitani usciti da questa sola famiglia, che tanta gloria procacciarono al nome de' Malatesti. Vero è che non si sottrassero al contagio della falsità e della perfidia; vizj comuni ai piccoli tiranni; vizj di cui la pubblica voce accusava specialmente i Romagnoli. Ma se talvolta rassomigliarono agli altri signori, mostrarono ancora le virtù che gli altri non avevano; innalzarono la loro riputazione al di sopra di tutti i principi del loro paese, e s'apparecchiarono per tal modo ad essere nel susseguente periodo i protettori delle scienze e delle arti.
Dopo avere riepilogate le rivoluzioni delle case principesche nel quattordicesimo secolo, vediamo adesso quale fu la sorte delle repubbliche. Venezia, la più antica e la più illustre, aveva data nuova forma al suo governo. Tutti i diritti del popolo erano stati trasmessi ad un consiglio, prima rappresentativo, e poco dopo ereditario. La nobiltà, sola sovrana dello stato, aveva con estrema gelosia allontanato il popolo da tutti i pubblici affari, e, non meno che del popolo, gelosa del capo della nazione, in ogni nuova elezione del doge aveva sempre più ristretti i limiti dell'autorità ducale. Una rigorosa aristocrazia amministrava la repubblica colle virtù dei grandi principi piuttosto che con quelle de' popoli liberi. Un'immutabile costanza ne' suoi progetti, una fermezza superiore ai più grandi rovesci, una saggia economia in mezzo a grandi ricchezze, un impenetrabile segreto, ed una politica non traviata dalle passioni, erano le distintive qualità del senato di Venezia. Ma presso di lui non vedevansi i generosi movimenti de' popoli liberi, la giusta indignazione contro la falsità, la clemenza verso il vinto nemico, il sagrificio de' proprj vantaggi alla speranza, e talvolta al lusinghiero sogno di un bene generale. La repubblica di Venezia, circondata da tiranni, lottava contro di loro colle loro armi.
Venezia non ebbe parte alle guerre eccitate da Enrico VII e da Lodovico di Baviera, e non cominciò ad immischiarsi negli affari del continente d'Italia, che quando Mastino della Scala dilatò i suoi confini fino alle lagune, e spinse ancora più in là le sue pretese. La repubblica si associò allora ai Fiorentini per umiliare questo signore, ma quand'ebbe conquistato Treviso, ristabiliti in Padova i Carrara, ed allontanati gli Scaligeri da' suoi confini, fece con questi la pace senza curarsi che i Fiorentini avessero il debito compenso.
Malgrado questa prima guerra continentale e l'acquisto di Treviso, i Veneziani non s'interessavano ancora che assai debolmente per quel paese che dal campanile di san Marco avevano sempre sotto gli occhi. Il mare era il loro elemento, ed oltre i suoi confini andavano essi a cercare alleati e nemici. Il commercio della Tartaria accese, circa nella metà del secolo, la guerra tra essi ed i Genovesi: era questa la terza ch'essi sostenevano contro quest'emula nazione; strascinarono nella medesima i Greci e gli Arragonesi, e fiumi di sangue furono versati dai due popoli sulle coste della Grecia e della Sardegna; ma parve che i Genovesi fossero in complesso i vincitori. Una guerra continentale tenne dietro immediatamente alla marittima, e fu ancora meno fortunata: gli Ungari privarono Venezia di tutta la Dalmazia.
Pareva che la repubblica si fosse rincorata in vent'anni di pace quasi costante, quando una rivoluzione, accaduta nell'impero greco, riaccese una quarta guerra marittima coi Genovesi. Le forze di Venezia si esaurirono intorno alle mura di Chiozza, e la pace di Torino privò Venezia di quanto possedeva nel continente d'Italia. Ma venuto a morte Luigi d'Ungheria, di cui ne avevano sperimentata la potenza, si vide in istato di rialzarsi. Allora si vendicò degli alleati di questo monarca, assecondando l'ambizione di Giovanni Galeazzo, invece di porvi ostacolo; ricuperò col di lui ajuto il territorio di Treviso, ed aspettò dallo spirito pubblico, e dal coraggio de' Fiorentini i sagrificj ch'ella doveva fare.
Allora sembrò che Venezia si allontanasse dalla sua consueta saviezza; ma la sua fortuna la servì meglio contro Giovanni Galeazzo, di quel che avrebbe potuto farlo la sua prudenza. Questo pericoloso vicino morì nell'istante in cui forse non poteva più essere vinto, ed i Veneziani si trovarono ne' primi anni del seguente secolo più potenti contro i suoi eredi, perchè non avevano consumate le loro forze contro di lui medesimo.
L'eterna rivale di Venezia, la repubblica di Genova, era animata da uno spirito affatto diverso, e sperimentava un'affatto diversa fortuna. I nobili di questo stato, non meno ambiziosi di quelli di Venezia, non avevano non pertanto pensato a stabilire nella loro patria una regolare aristocrazia, ma piuttosto ad esercitare sopra la medesima un'influenza oligarchica. Le loro fortezze, i loro vassalli, i numerosi loro clienti, loro ispiravano il sentimento delle proprie forze ed il desiderio dell'indipendenza. Sentivansi troppo forti isolatamente per voler essere confusi in un senato, ove l'individuo scompariva fa faccia all'universalità. L'ambizione non era la sola passione che turbasse la repubblica, che le gelosie ed i privati odj provocavano ogni giorno nuove guerre civili. Uomini di uguale carattere sorgevano tra i borghesi per essere loro rivali. Il governo in mezzo alle loro animosità ed alle loro zuffe non poteva acquistare stabilità, ed era forzato a cambiare ogni giorno partito, forma e piano di condotta. Le più violenti e repentine rivoluzioni toglievano alla repubblica l'influenza che avrebbe potuto acquistare sul rimanente dell'Italia, e la nazione consumava contro di sè medesima tutte le proprie forze. La sua popolazione, le sue ricchezze venivano distrutte dalla guerra civile; s'incenerivano i palazzi della capitale, si guastavano le campagne, ed il commercio era incagliato o distrutto. Ma questo popolo, che sembrava animato per la propria ruina, non lasciava di essere formidabile quando volgeva le sue forze contro esterni nemici. L'impetuoso valore de' Genovesi rimaneva vittorioso in ogni lotta a fronte della politica de' Veneziani.
In principio del quattordicesimo secolo una violenta guerra civile era stata calmata dalla venuta d'Enrico VII, e per la prima volta la repubblica si era sottomessa ad uno straniero sovrano. Dopo la morte d'Enrico VII un partito contrario a quello che lo aveva chiamato diede Genova in mano di Roberto, re di Napoli, ed una nuova guerra civile, una guerra che avrebbe potuto ruinare il più potente impero, ebbe origine da questo cambiamento. Genova in mezzo alle sue burrasche ricuperò la perduta indipendenza, ma nel 1339 una nuova lite successe alle antiche, il popolo scacciò i nobili, creduti cagione delle precedenti turbolenze; si diede un capo col titolo di doge, e sotto la di lui condotta mostrò un nuovo vigore.
Un fiorente commercio riparò ben tosto i disastri della guerra civile. I Genovesi fecero rispettare il nome latino sul mar Nero; posero in salvo contro i Greci l'indipendenza della loro colonia di Pera; umiliarono i Veneziani ed i Catalani nella terza guerra marittima: ma nel mezzo di questa guerra si lasciarono scoraggiare da una disfatta, da cui seppero rifarsi da sè stessi; sagrificarono per la terza volta la loro indipendenza sottomettendosi volontariamente all'arcivescovo Visconti, il più potente signore dell'Italia.
La loro sommissione era condizionata, ed i nipoti dell'arcivescovo, suoi successori, violando le condizioni del contratto, diedero giusto motivo ai Genovesi di sottrarsi alla loro dipendenza. Godettero alcun tempo moderatamente della ricuperata libertà, illustrarono la loro domestica pace con una gloriosa guerra in Cipro; ma poco dopo, strascinati nella guerra di Chiozza, provarono i rovesci prodotti dai loro prosperi avvenimenti e dall'imprudente loro ardire. Dopo la pace coi Veneziani le interne fazioni vennero alle mani con nuovo accanimento: le rivalità tra i popolani avevano preso il luogo di quelle dei grandi, si riaccesero sanguinose guerre, subite rivoluzioni distrussero la forza del governo, ed il popolo snervato dalle fatiche, chiamò per la quarta volta un padrone straniero, e si assoggettò volontariamente alla Francia.
Fiorenza, non meno potente di Venezia e di Genova, figurò ancora più nobilmente nella storia dell'Italia, perchè questa repubblica continentale era attaccata da tutte le sue relazioni alla contrada nel di cui centro trovavasi collocata, mentre le due repubbliche marittime portavano quasi sempre al di là dei mari tutta la loro attenzione ed i loro sforzi. L'intera politica dell'Italia si disaminava ne' consiglj di Firenze, e questo popolo, tanto zelante per la libertà, manteneva colla sua quella dell'intera nazione di cui era parte. Sembra essere stato il solo a concepire l'importanza dell'equilibrio politico, ed a calcolare i pericoli di una monarchia universale.
Firenze in tutto il quattordicesimo secolo ebbe un governo veramente democratico; non perchè il popolo avesse tutto il potere nelle sue mani, o perchè potesse a posta sua cambiare la costituzione; ma perchè aveva tutta la possibile influenza nell'amministrazione, e forse ancora più che non conviene di lasciargliene. La maggior parte de' cittadini di tutti gli ordini era chiamata a vicenda alle prime cariche; i consiglj, numerosi e popolarmente composti, rappresentavano costantemente il voto della nazione; e se trovavasi nel popolo un partito contrario al governo, è perchè in tutte le libere discussioni vi debbe essere una minorità, e che l'intera nazione deliberava come un consiglio di stato intorno ai pubblici affari.
Gli storici fiorentini, le nostre più sicure guide nella storia d'Italia, ci hanno talmente iniziati in tutte le più minute circostanze dell'amministrazione e della politica di questa repubblica, ci fecero così ben conoscere tutte le passioni del popolo e tutti i sentimenti degl'individui, che nel corso d'un secolo abbiamo dovuto vedere più volte i colpevoli attentati di alcuni cittadini, o gli errori dei capi della nazione. Ma volgendo al presente uno sguardo su tutto il secolo, e riunendo le nostre memorie, troveremo senza dubbio la condotta dei Fiorentini giusta, nobile e generosa in tutto il corso di questo periodo più che quella di verun altro stato, e saremo costretti di convenire che il più libero popolo dell'Italia, complessivamente considerato, era pure il più saviamente governato.
Cominciando il quattordicesimo secolo scoppiò in Firenze la sciagurata lite de' Bianchi e de' Neri, e l'esilio de' Bianchi fu una profonda ferita fatta alla repubblica. Non pertanto quando Enrico VII entrò in Toscana, la sola Firenze non si lasciò intimidire dall'autorità imperiale; formò una lega guelfa contro il tedesco monarca, gli creò nemici in Lombardia ed in Roma, sfidò la sua potenza quand'erasi accampato alle di lei porte, e se l'Italia non fu di nuovo ridotta alla condizione di provincia dell'impero germanico, se non fu privata della sua libertà e sottomessa ad uno straniero padrone, alla sola Firenze devesene tutta la gloria.
Due anni dopo la morte d'Enrico VII, tutte le forze dei Fiorentini e dei loro alleati furono disfatte a Montecatini da un generale Ghibellino; ma lungi dall'essere ridotti ad una vergognosa pace da così gran lotta, gli sforzi fatti da loro per vendicarsene fecero tremare i loro nemici.
Castruccio, il più formidabile avversario della repubblica fiorentina, attaccò in appresso Firenze: i soldati da lui formati lo risguardavano come il più grande generale del secolo, ed erano da lui condotti sempre a nuove vittorie. Nel suo regno di dieci anni, Castruccio, appoggiato dai Visconti e da Lodovico di Baviera, espose Firenze a grandi rischi, e le cagionò grandi perdite. Ma la fortuna delle monarchie è appoggiata alla vita d'un uomo, e quella delle repubbliche non si spegne mai. Castruccio morì, e le conquiste da lui fatte caddero in potere de' Fiorentini.
Mentre l'Italia era lacerata dalle fazioni e dalle guerre civili, due uomini, che s'annunciavano come pacificatori, fecero una rapida fortuna. Il legato Bertrando del Pogetto e Giovanni re di Boemia adunarono i Guelfi ed i Ghibellini, i partigiani dell'impero e quelli della chiesa, e fondarono un nuovo dominio che pareva doversi stendere su tutta l'Italia. I soli Fiorentini non furono sedotti dalle promesse e dalle interessate negoziazioni di questi due uomini; essi svelarono i loro segreti progetti; chiamarono a prendere le armi gli stati minacciati; si collegarono coi principi ghibellini, loro ereditari nemici, dimenticando un antico odio per un interesse presente e pubblico, e rovesciarono la nuova signoria innalzata in pochi anni.
Mastino della Scala erasi arricchito colle spoglie del re Giovanni; ma l'ingratitudine di questo signore costrinse i Fiorentini a venire contro di lui alla via delle armi; formarono per superarlo una nuova lega, spogliandolo di parte de' suoi stati, ed incaricando la dinastia guelfa dei Carrara, cui restituirono Padova, di tenere gli occhi aperti sugli ambiziosi disegni del signore di Verona.
Mastino vendicossi de' Fiorentini quando offrì loro di vender Lucca. La guerra che dovettero sostenere contro i Pisani pel possedimento di questa città, la disfatta delle loro truppe, e la perdita di Lucca quando ne avevano di già pagato il prezzo, furono i minori disastri di questa guerra, la quale precipitò i Fiorentini sotto la tirannide del duca d'Atene. Altra volta avevano essi dato un capo, o protettore alla loro repubblica, col titolo di signore; ma questa fu la prima volta che si assoggettarono ad un padrone. Per altro non gli rimasero lungo tempo soggetti: una tirannide di undici mesi bastò a stancare la pazienza del popolo ed a riunire tutti gli ordini dello stato contro il tiranno, che venne rovesciato quando fu unanime il voto della nazione.
Indebolita dal governo del duca, sotto il quale perdette tutte le sue conquiste, dalla carestia, in tempo della quale diede così luminose prove di generosità, e più ancora dalla terribil peste del 1348, pure la repubblica fu la prima che potesse frenare l'ambizione dell'arcivescovo di Milano. Tutte le forze di questo signore vennero nel 1351 a coprirsi di vergogna innanzi a Scarperia.
Negli anni successivi Firenze conchiuse coll'imperatore Carlo IV un trattato non meno onorevole che vantaggioso. Sola di tutti gli stati d'Italia ebbe il coraggio di ricusare ogni accomodamento colla grande compagnia de' soldati avventurieri, e due volte li costrinse ad uscire dal suo territorio. Senza porti e senza marina protesse la libertà dei mari e fece rispettare la bandiera adottata dai suoi mercanti; finalmente in mezzo agli orrori della peste sostenne contro Pisa una gloriosa guerra, che terminò dettando essa le condizioni di una giusta ed onorevole pace.
Un'odiosa intrapresa dei legati della santa sede contro Firenze gettò questa repubblica nel partito opposto alle sue antiche alleanze. Doveva gastigare i luogotenenti del papa di un atto della più nera ingratitudine, della più rivoltante perfidia; e lo fece con una grandezza di lei degna, abbracciando la causa di tutti i popoli che gli stessi uomini avevano traditi od oppressi. Proclamò la libertà delle città vassalle della Chiesa, ed in pochi mesi rovesciò la potenza di coloro che l'avevano offesa, e restituì a trenta popolazioni quella medesima libertà di cui essa godeva.
Appena ultimata questa guerra, una congiura pose per alcun tempo il governo in mano del popolaccio, e sospese per tutto quel tempo il suo vigore e la sua energia; ma in breve si rialzò da questo assopimento, e fu il solo in Italia che avesse il coraggio e la forza d'entrare in guerra contro Giovanni Galeazzo Visconti, e di porre con un'ostinata resistenza insormontabili confini alla sua ambizione.
In un secolo abbondante di rivoluzioni, in un secolo in cui l'ambizione, scatenata in tutti gli altri stati, adoperava senza scrupolo gli artificj della viltà e della frode per ingrandirsi, tale fu la condotta sempre aperta, sempre giusta, sempre coraggiosa, e nel tempo medesimo sempre savia di una prudente repubblica, in cui la prima magistratura non durava che due mesi ed ove un migliajo di cittadini disaminavano sempre i pubblici affari. La gloria nazionale è veramente la proprietà d'un popolo, quando è, come a Firenze, il frutto delle virtù di tutti piuttosto che la ricompensa dell'abilità del governo, e questa nazione può di pieno diritto andar superba della sua condotta, allorchè mutando continuamente capi, pure conservasi sempre ferma ed irremovibile in una sempre gloriosa carriera.
La repubblica di Firenze trovò una fedele alleata in quella di Bologna, per tutto il tempo che questa si mantenne indipendente; ma i Bolognesi erano meno attaccati che i Fiorentini alla loro libertà, o furono meno fortunati nel difenderla. Erano indeboliti da più violenti fazioni, ed i loro capi manifestavano mire più personali nell'uso della vittoria, e una più implacabile vendetta verso i vinti.
I vantaggi ottenuti dai Ghibellini sui Guelfi, quando i primi erano diretti da Castruccio e da Azzone Visconti, persuasero l'anno 1327 i Bolognesi a porsi sotto la protezione di Bertrando del Pogetto, legato del papa, siccome i Fiorentini avevano implorata quella del duca di Calabria. Ma la tirannide del legato durò sette anni, ed ebbe tutto il tempo d'introdurre la corruzione in tutte le parti della repubblica. Invano i Fiorentini ajutarono Bologna a scuotere il giogo, che non ottennero di renderle quello spirito fiero ed indipendente che l'avrebbe conservata libera.
Questa repubblica, snervata da uno straniero padrone, più non ebbe mezzi di difendersi contro l'ambizione di uno de' suoi cittadini, reso pericoloso dalle sue immense ricchezze. Nel 1337 si pose sotto la sovranità di Taddeo de' Pepoli, ed i suoi figliuoli la vendettero l'anno 1350 all'arcivescovo di Milano. Un tiranno più crudele, Giovanni Visconti d'Oleggio, gli successe nel 1355. I Fiorentini tentarono inutilmente, in varie circostanze di liberare i loro fratelli, ma i Bolognesi non ebbero bastante coraggio per assecondarli; essi altro non ambivano che di passare sotto il dominio della Chiesa, e vi tornarono in fatti, ma dopo avere perduta la loro popolazione, le ricchezze loro, e ciò che più non potevano riacquistare, l'antico loro carattere. Furono essi gli ultimi ad unirsi a' Fiorentini in tempo della generale rivoluzione degli stati della Chiesa, ed i primi a firmare una pace parziale colla medesima. In appresso lo scisma rese loro quella libertà che per sè soli non erano capaci di riavere; rientrarono in allora nell'alleanza de' Fiorentini, e li secondarono contro Giovanni Galeazzo, ma verso la fine del secolo soggiacquero un'altra volta agl'intrighi ed all'ambizione di un loro concittadino; e la tirannide di Giovanni Bentivoglio aprì la via al duca di Milano per occupare di nuovo la loro città.
Nel precedente secolo, Lucca era stata la costante alleata di Firenze; ma nel quattordicesimo questa città addetta ad una fazione nemica, pagò pochi anni di gloria con una lunga infelicità. Fino al 1314 i Lucchesi eransi conservati fedeli al partito guelfo ed agli antichi loro alleati. Castruccio, richiamato quest'anno da' suoi concittadini, aprì le porte della sua patria ad Uguccione, capo dei Ghibellini, al quale dopo due anni successe egli medesimo. Innalzato al supremo potere dalla confidenza meritata dal suo partito, creò la gloria delle armi lucchesi, che poi si spense alla di lui morte. Egli estese le sue conquiste al di là di Sarzana, nella riviera del Levante; sottomise Pistoja, Volterra e Pisa, e corse tutto il territorio fiorentino, ove niuno ardì resistergli. Lodovico di Baviera, che in lui riconosceva il più valoroso campione dell'impero, lo creò senatore di Roma, e volle, quando fu coronato imperatore, che Castruccio gli cingesse la spada imperiale. Per ricompensarlo eresse i suoi stati in ducato, distinzione che gl'imperatori non avevano ancora accordata ad alcun altro: ma tanta grandezza, tanta gloria svanirono all'istante alla morte di Castruccio. I suoi figliuoli furono spogliati della paterna eredità e mandati in esilio, tutte le città da lui soggiogate vennero in potere de' suoi nemici, e la stessa Lucca, venduta e rivenduta dai Tedeschi, rimase successivamente soggetta a Gherardino Spinola, a Giovanni di Boemia, a Mastino della Scala, ai Fiorentini ed ai Pisani. Dopo cinquantacinque anni di servitù, nel 1369, i Lucchesi riacquistarono finalmente la libertà dall'imperatore Carlo IV. Negli ultimi trent'anni del secolo cercarono di rimediare in silenzio ai mali che avevano sofferti. Troppo deboli e troppo poveri per figurare nella lega guelfa, cui si erano di nuovo attaccati, non richiamarono la nostra attenzione, che quando, soccombendo alla peste che desolava la loro città, ebbero la sventura, l'ultimo anno del secolo, di essere ridotti in servitù da un usurpatore senza talenti.
Siena che nel XIII secolo era stata la rivale di Firenze, che aveva offerto un asilo agli emigrati ghibellini, e gli aveva in seguito ristabiliti trionfanti nella loro patria, Siena fu nel quattordicesimo secolo quasi costantemente fedele alla fazione guelfa e quasi sempre alleata de' Fiorentini. Ma i Sienesi in tutto questo periodo di tempo ebbero pochissima influenza sugli altri paesi d'Italia, e se talvolta richiamarono la nostra attenzione, non fu che per le passioni politiche onde furono agitati, e che vestirono nella loro città un particolare carattere. Ogni partito sembrava che avesse in Siena una più pronunciata tendenza verso l'oligarchia, ed una più ingiusta gelosia contro tutti gli altri ordini de' cittadini. L'oligarchia mercantile, che fu la prima ad avere le redini del governo dal 1283 al 1355, inspirò forse questo carattere alla nazione colle cure che si prese per escludere il popolo da ogni potere. L'ordine dei nove fu trattato ingiustamente dopo la sua espulsione, perch'egli stesso aveva ingiustamente trattati tutti gli altri ordini. I dodici, che subentrarono nel luogo dei nove, i riformatori e l'ordine del popolo, che altro più non erano che una fazione, vollero tutti governare soli. Frattanto la repubblica era diventata il patrimonio delle ultime classi della società; i vizj del popolaccio, il suo inconsiderato impeto, la sua credulità, la sua indifferenza per le leggi dell'onore, si comunicarono al governo, il quale si staccò per i suoi falli medesimi da tutti i suoi alleati naturali, e, confidando piuttosto in un tiranno che in un popolo libero, cadde in sul finire del secolo ne' lacci che gli aveva tesi il duca di Milano.
La libertà di Perugia soggiacque nella stessa epoca agli stessi artificj, e nel modo medesimo che quella di Siena. Avanti la metà del quattordicesimo secolo, questa città erasi sordamente fatta ricca in seno della libertà. La sua alleanza con Firenze le fece alcun tempo occupare un distinto rango tra le città guelfe d'Italia, che si univano per difendere la libertà. Ma una certa ferocia che i Perugini manifestarono nelle loro fazioni, esaurì ben presto con torrenti di sangue le forze della repubblica. Un nuovo Catilina cospirò non contro la libertà, ma contro l'esistenza della sua patria. Dopo di lui, altri faziosi cercarono nelle guerre civili piuttosto la vendetta che il potere. I Perugini vennero violentemente staccati dall'alleanza dei Fiorentini, e subito dopo oppressi e snervati dalla stanchezza del loro furore si assoggettarono volontariamente a Giovanni Galeazzo.
Tutte queste repubbliche toscane avevano abbracciata la parte guelfa, e da questa riconobbero lungo tempo il mantenimento della loro libertà. Ma il 14.º secolo fu testimonio del lungo decadimento di un'altra repubblica addetta alla parte ghibellina fino da' più remoti tempi, e che prima d'ogni altra aveva additata ai Toscani la libertà e la gloria. La repubblica di Pisa non aveva mai cambiato partito; i capi delle sue diverse fazioni lo seguivano con più o minore accanimento; ma il popolo mantenevasi costantemente fedele agli stessi principj. Questa costanza doveva conservare tra Pisa e Firenze una costante opposizione, e l'odio di questi due popoli, ch'ebbe tanta parte nel destino de' Pisani e fu cagione della sua ruina ne' primi anni del quindicesimo secolo, non è affatto spento ancora nell'età presente.
La grande disfatta della Meloria, e le leggi dettate dai Genovesi ai Pisani, avevano allontanati gli ultimi dal mare verso il fine del tredicesimo secolo. Colla distruzione della marina guerriera, il commercio aveva perduta la sua attività, le lontane colonie erano state abbandonate, e le coste marittime, altre volte popolate di marinaj, rimasero deserte quando più non furono difese dalle galere della repubblica. Ma i Pisani si erano volti a cercare un'altra gloria, che tenesse luogo di quella delle conquiste d'oltremare. Sforzaronsi di compensare cogli acquisti di terra ferma le perdite che avevano sofferte in altre parti, ed il loro valore che si sostenne luminosamente quando gli altri popoli d'Italia avevano quasi abbandonato l'uso delle armi, giustificò i loro titoli a questa novella gloria.
Pisa era dunque la più militare repubblica della Toscana; onde, più che alcun'altra, ebbe bisogno di affidare le forze dello stato ad un solo uomo. Il suo governo ebbe quasi sempre un capo che d'ordinario era un grande capitano. Ma se l'ambizione di questi tendeva ad occupare il supremo potere, i suoi desiderj non ebbero mai pieno soddisfacimento, perchè la nazione, tenendo sempre aperti gli occhi sopra di lui e sopra i proprj diritti, si abbandonò assai meno alle fazioni in presenza del supremo magistrato che poteva proporsi d'opprimerle tutte.
Il conte Fazio di Donoratico era capitano del popolo e capo della repubblica di Pisa, quando Enrico VII entrò in Italia. L'attaccamento de' Pisani al partito imperiale, li determinò a rompere la pace loro procurata dalle vittorie di Guido di Montefeltro nel 1293; essi sprezzarono le forze riunite di tutti i Guelfi della Toscana, le tennero occupate essi soli mentre Enrico VII andava a cercare a Roma la corona imperiale; essi versarono spontaneamente il proprio sangue, e prodigarono i loro tesori per servigio di questo monarca, il di cui cuore generoso non potè ricompensare tanto attaccamento che con una inefficace riconoscenza. Enrico morì quando Pisa riponeva in lui le sue più alte speranze; tutti i suoi nemici, ch'egli aveva fatti tremare, si unirono contro la repubblica, mentre niuno de' suoi alleati osò di abbracciare le difese d'una città, che offrivasi spontaneamente in premio a' suoi liberatori. I Pisani, abbandonati alle proprie forze, ruppero, sotto il comando d'Uguccione della Fagiuola, l'armata guelfa di tutta l'Italia il doppio più forte della loro; seppero allontanare il generale cui dovevano i loro prosperi avvenimenti, tosto che lo videro abusare della sua autorità per giugnere alla tirannide, e terminarono una gloriosa guerra con una moderata pace.
Pisa conservava ancora oltremare una potente colonia; la Sardegna era feudataria della repubblica, quando, la notte dell'undici aprile 1323, tutti i Pisani furono uccisi in quasi tutte le parti della Sardegna per una perfidia del giudice d'Arborea e d'Oristagni, e questa parte dell'isola venne abbandonata agli Arragonesi. Malgrado le forze di lunga mano superiori del nemico monarca, malgrado l'abbandono in cui erano rimasti i Pisani, opposero una vigorosa resistenza all'invasione. Manfredo della Gherardesca, che li comandava, fece perdere quindici mila uomini agli Arragonesi in una serie di battaglie, e finalmente incontrò egli medesimo una gloriosa morte sul campo di battaglia. La repubblica perdette per sempre la Sardegna, e colla Sardegna gli ultimi avanzi della sua potenza marittima.
Era appena ultimata questa guerra quando la smisurata ambizione di Castruccio, e la perfidia di Lodovico di Baviera ne sollevarono un'altra contro i Pisani per parte del monarca e del partito medesimo di cui eransi meritata la riconoscenza con tanti sagrificj. I Pisani furono assediati da Lodovico, e dopo avere con lui capitolato, la capitolazione fu violata, e per lo spazio di dieci anni rimasero a lui soggetti.
Frattanto dodici anni di pace rifecero le forze dei Pisani, e quando seppero che Mastino della Scala stava per vendere Lucca al migliore offerente, risolsero di acquistare colle armi una città cui non avevano abbastanza denaro per comperare. Assediarono i Fiorentini nella fortezza, di cui questi avevano allora pagato il prezzo, gli scacciarono, e si fecero bentosto assicurare la loro conquista con un trattato fatto col duca d'Atene, in allora signore di Firenze.
La repubblica di Pisa, diventata più potente coll'acquisto di Lucca, pensò a riparare le perdite che la peste e le precedenti guerre le avevano cagionate. Il primo flagello avendo distrutta la famiglia Gherardesca, che lungo tempo occupò il primo rango nello stato, prese le redini del governo un'altra famiglia arricchitasi colla mercatura. I Gambacorti, meno appassionati pel partito ghibellino, conoscevano meglio i vantaggi della pace, onde conservarono molti anni l'alleanza de' Fiorentini: ma il contrario partito, favoreggiato prima da Carlo IV, e verso il finire del secolo, da Giovanni Galeazzo, fu due volte vittorioso, due volte trasse i Pisani in una pericolosa guerra coi Fiorentini, e due volte le disgrazie della guerra si trassero dietro lo stabilimento d'una tirannide; da prima quella di Giovanni dell'Agnello, poi l'altra di Giacomo d'Appiano.
I due partiti de Guelfi e de' Ghibellini non eransi conservati, come nei precedenti secoli, egualmente favorevoli alla libertà. Ovunque, fuorchè a Pisa, i Ghibellini avevano fondata la tirannide: onde i Pisani, sebbene liberi, essendo Ghibellini, trovaronsi in tutte le guerre di partito uniti ai nemici di tutti i popoli liberi. Essi pagarono a caro prezzo la loro confidenza in que' perfidi alleati; i tiranni di Lombardia si presero la cura di assoggettare Pisa ad un signore; e quando i Visconti ebbero consegnata la repubblica ad un padrone, non dovettero fare che un passo per succedere a questo signore, approfittando della confidenza de' Pisani per ridurli in servitù.
Tali furono nel corso del quattordicesimo secolo le vicende de' principali stati d'Italia. L'esplosione di tante rivali passioni, la complicazione di tanti opposti interessi, che gettarono la storia in una quasi inevitabile confusione, influirono potentemente sullo spirito e sul carattere di coloro che vissero in mezzo a questo turbine.
Nelle corti lombarde potevasi imparare quali erano i misterj della più tortuosa politica, e fin dove giugnevano le feroci passioni, sciolte da qualunque legame della morale e dell'onore; l'occhio penetrava negli abissi del delitto fino alla più spaventosa profondità. Assai diversi erano questi mostruosi governi da quelli talora benefici, spesso viziosi e quasi sempre effemminati, tra i quali era divisa l'Italia a' nostri giorni. Ma il delitto dà alcuna volta terribili ammaestramenti, niuno può darne la corruzione. Un grande carattere poteva svilupparsi sotto Giovanni Galeazzo per giudicarlo e prevenire i suoi colpi, per combatterlo o per odiarlo; ma il sonno della morte aveva oppressi tutti i sudditi de' piccoli principi, che in età di molto posteriore a Giovanni Galeazzo, caddero vittima di maggiore potenza.
Nel quattordicesimo secolo le repubbliche formavano in Italia un'altra scuola, e permettevano di fare un più nobile studio dell'uomo. Le rare qualità di alcuni individui, ed il grande carattere di tutto un popolo, presentavansi simultaneamente all'osservatore. La virtù era tuttavia onorata, la fedeltà delle promesse era ancora risguardata come un dovere delle nazioni, ed i grandi sagrificj dell'interesse personale al bene della patria non erano affatto rari. Vero è che i costumi più non erano semplici ed illibati, e la conoscenza del male aveva sparsi in ogni luogo troppo famosi esempj: i popoli non eransi mantenuti fedeli al solo amore di libertà, al solo amore di patria; troppe passioni personali avevano trovato il mezzo di soddisfarsi: ma l'umana natura conservava ancora sufficienti tracce della primitiva sua grandezza per insegnare al filosofo, al vero politico tutto ciò ch'ella avrebbe potuto e dovuto essere, onde lo studio dell'uomo poteva essere compiuto così nel bene come nel male.
CAPITOLO LVIII.
Arte militare degl'Italiani in principio del quindicesimo secolo. — Anarchia della Lombardia. — Nuovi tiranni si dividono gli stati di Giovanni Galeazzo. — Bologna e Perugia restituite alla Chiesa. — Siena torna in libertà.
1402 = 1404.
Il modo con cui guerreggiavasi in Italia in sul finire del quattordicesimo secolo e ne' primi anni del quindicesimo è talmente diverso dal presente, che le determinazioni de' generali parranno spesse volte inconcepibili ai nostri lettori, ed inesplicabili i risultamenti delle campagne. La presente arte della guerra differisce meno da quella dei Greci o dei Romani, che non da quella del quindicesimo secolo, sebbene in allora la moderna artiglieria fosse universalmente adoperata; e la tattica di Filippo o quella di Scipione sarebbe più applicabile ai nostri eserciti che quella di Giovanni Acuto, o di Alberico da Barbiano.
L'essenziale differenza, e quella che determina tutte le altre, è che la cavalleria pesante formava in allora il nervo delle armate, mentre adesso, siccome ai tempi romani, è l'infanteria. Quest'ultima era stata lungo tempo composta di contadini, o di borghesi mal disciplinati, che combattevano senz'arte e senza coraggio, e che d'ordinario non sostenevano la prima carica della cavalleria. Altronde sprezzavansi troppo i pedoni per prendersi cura di perfezionare le loro ordinanze, tutti gli sforzi del genio militare si ristrinsero al miglioramento de' corazzieri. Credevasi in fatto d'averli resi superiori alla cavalleria di tutti i popoli dell'antichità, e tenevasi per indubitato che la migliore infanteria non potesse sostenerne l'urto.
Non pertanto questi cavalieri, affatto coperti di ferro, che combattevano con lunghe lance, con pesanti spade, e con armi affatto gigantesche, non potevano venire alle mani quando alcun ostacolo poteva contrariare o ritardare il corso de' loro cavalli; la più debole fortezza li tratteneva; un piccolo fiume, una fossa, bastavano a rompere le loro ordinanze; non potevasi combattere nelle montagne, e nè pure nelle pianure, quando un generale stava trincerato nel suo campo, ove d'ordinario non si poteva senza somma temerità tentare di forzarlo. Per lo più conveniva per venire a battaglia, che i due generali fossero d'accordo, e che, dopo avere mandato ed accettato il guanto della pugna, ognuno dal canto suo facesse appianare il terreno ove dovevasi combattere. Ma nulla è tanto raro quanto una battaglia volontaria da ambedue le parti, perciocchè l'un generale o l'altro ha sempre a temere qualche svantaggio, o ha qualche mezzo per giugnere a' suoi fini senza battersi. Altronde i condottieri facevano di que' tempi la guerra per speculazione, di modo che risparmiavano il più che potevano il sangue de' loro soldati ed il loro proprio, i loro cavalli, le loro munizioni, i loro equipaggi.
Il più delle volte in tutto il corso di una guerra non accadeva alcuna vera battaglia e talvolta non accadevano nemmeno zuffe: in tal caso tutte le ostilità si limitavano ad una o più cavalcate, chiamandosi con tal nome le spedizioni ne' paesi nemici. Un generale invadeva una provincia con intenzione di bruciare le case, di distruggere le messi, di rubare le mandre; tutti gli abitanti fuggivano innanzi a lui e si chiudevano entro le terre murate. Siccome egli non poteva trattenersi per assediarle, proseguiva il cammino guastando tutto quanto trovavasi sul di lui passaggio. Intanto il generale nemico provvedeva i castelli di truppe, seguiva l'armata a qualche distanza, spiava l'opportunità di sorprenderla, piombava addosso ai cacciatori, li forzava a non allontanarsi dal campo, ed in pochi giorni obbligava quasi sempre l'aggressore a dare a dietro ed a rientrare nel proprio paese per mancanza di vittovaglie.
La guerra facevasi al popolo e non all'armata; tutto il corpo della nazione risguardavasi come nemico; i soldati consideravano tutte le proprietà dei popoli presso i quali guerreggiavano come una legittima preda; facevano prigionieri i proprietarj ed i contadini, e non li rilasciavano senza taglia. Perciò niuno poteva tenersi neutrale nella lite del suo paese, niuno serviva il nemico, niuno gli somministrava munizioni o vittovaglie, ma tutti ponevansi in su le difese, e cercavano di sottrarre le loro proprietà ai soldati, onde non fossero rapite. Coloro che non riuscivano a porre in sicuro i proprj effetti, andavano forse soggetti a più grandi perdite che ai nostri giorni; ma d'altra parte non potevasi stabilire un metodo regolare di angariare un paese; nè allora sapevasi togliere ai vinti senza violenza, non solo tutto quanto possedono, ma tutto ciò che devono avere un giorno, e far loro impegnare i loro beni futuri, nella speranza di salvare quelle proprietà, che poi vengono loro tolte.
A que' tempi non eravi quasi veruna casa sparsa ne' campi, abitando tutti gli agricoltori borghi o villaggi posti d'ordinario sopra qualche colle o eminenza suscettibile di difesa. Circondavansi questi villaggi di mura, e si munivano di robuste porte, ond'ebbero poi il nome di castelli. In ogni tempo le proprietà mobiliari più preziose de' contadini erano lasciate in questi castelli, e quando veniva dichiarata la guerra, il governo ordinava di trasportarvi tutte le messi che si erano lasciate in mezzo ai campi, e di chiudervi tutto il bestiame. Accordava quasi sempre l'esenzione delle gabelle a coloro i di cui castelli non credevansi capaci di lunga difesa, e che perciò trasportavano i loro effetti in città. Per tal modo la campagna restava affatto spogliata in pochi giorni, ed il nemico, che proponevasi di vivere col saccheggio, non trovava di che mantenersi.
Veruno stato avrebbe avuto abbastanza soldati per guarnire tutte le fortezze onde era coperto il suo territorio, perchè ogni bicocca era fortificata; ma, sebbene si fosse trascurato di alimentare il genio militare tra i popoli, i contadini erano sempre attissimi a difendere le piazze forti e le donne, i fanciulli, i vecchi concorrevano a respingere gli assalitori, gettando sopra di loro dall'alto delle mura pietre o materie infiammate. I difensori erano difficilmente colpiti dai dardi o da altre armi del nemico, ed il pericolo non cominciava per loro che nell'istante in cui cessava la resistenza; allora venivano saccheggiate le loro proprietà, violate le donne, e gli uomini tratti in ischiavitù.
Perciò tutta la popolazione d'un paese combatteva per la propria difesa; non potevasi occupare una vallata della lunghezza di sei miglia che dopo avere superati otto o dieci castelli con altrettanti diversi assedj. Così il piccolo territorio di Samminiato contava ventotto castelli dipendenti da questa borgata[8]; così lo stato fiorentino, nel quale oggi non trovasi una piazza capace di lunga resistenza, non avrebbe potuto essere conquistato che dopo tre in quattrocento assedj. Se il nemico non trovava viveri nel paese in cui guerreggiava, non poteva nè meno tirarne dal proprio, perchè tutto lo spazio che si lasciava addietro, non essendo sottomesso, i suol convogli erano ad ogni passo esposti ad essergli tolti.
Noi siamo talmente accostumati a calcolare la potenza distruttiva del cannone, che non sappiamo concepire come si potesse non temere il nemico dietro una semplice muraglia, che il più delle volte serviva ancora di parete esterna alle case che le erano addossate. Per altro ancora presentemente queste fortificazioni, usate dai nostri antenati, potrebbero difendersi finchè l'artiglieria non vi avesse praticata una larga breccia, e le rapidissime operazioni delle armate verrebbero stranamente ritardate se fosse d'uopo piantare batterie innanzi ad ogni villaggio. Ma come ispirerebbesi ora mai ai contadini la coraggiosa ostinazione che opponevano negli andati tempi al nemico? Invincibile era in allora la loro resistenza, oggi l'istante della sommissione è preveduto e prossimo; la certezza d'essere vinti un giorno, li fa ubbidienti nell'ora medesima, e tutto il popolo è diventato neutrale nelle guerre, delle quali lascia ogni cura ai soldati.
L'artiglieria, all'epoca cui siamo giunti, era in uso già da un mezzo secolo, ma l'arte degli assedj non aveva ancora fatti che debolissimi progressi. Le bombarde e le spingarde venivano adoperate contro i combattenti, non contro le mura, e non erasi ancora trovata l'arte di battere regolarmente una fortezza in breccia, e di demolirla con una serie di colpi che non possono ripararsi. L'artiglieria di lunga mano superiore a tutte le invenzioni degli antichi per rovesciare i ripari, non lo è ugualmente per combattere gli uomini. Oggi ancora le battaglie si decidono spesso colla bajonetta, che per altro è molto inferiore alle picche o lance de' nostri antenati; le balle non facevano maggior guasto d'assai che le frecce, e spesso non passavano una pesante armatura. In allora per caricare le armi a fuoco dovevasi impiegare molto tempo, e riponevasi il loro principale vantaggio nello spaventare i cavalli coll'esplosione loro e colla fiamma. Non fu che dugent'anni dopo l'invenzione dell'artiglieria, ch'ebbe compimento la rivoluzione che doveva fare nell'arte della guerra.
Un'altra non meno strana rivoluzione si operò più prontamente. Alla metà del quattordicesimo secolo tutti i soldati che militavano in Italia erano stranieri; ed alla fine dello stesso secolo tutti o quasi tutti erano Italiani; l'esperimento che fecero delle forze loro contro i Tedeschi dell'imperatore Roberto, mostrò che non cedevano nè in valore, nè in talenti militari alle più bellicose nazioni.
I Catalani e gli Almogavari, introdotti in Sicilia ed in Calabria dal re Federico, erano stati i primi soldati stranieri che avessero fatto della guerra un mestiere. Dopo la pace di Sicilia una parte di queste truppe mercenarie passò in Grecia sotto il nome di grande compagnia; il rimanente si pose al soldo dei principi o delle repubbliche d'Italia, ed in principio del quattordicesimo secolo il nome di Catalani era comune ai mercenarj di tutte le nazioni.
Enrico VII, Lodovico di Baviera, Giovanni di Boemia e Carlo IV condussero molti Tedeschi in Italia. Quasi tutti, poco affezionati ai principi che gli avevano condotti, presero servigio presso i loro avversarj. Così i sovrani si confermarono nell'abitudine di confidare a braccia mercenarie la difesa de' loro stati. Pure fu nella stessa epoca ed in mezzo al quattordicesimo secolo, che le formidabili compagnie di ventura del duca Guarnieri, del conte Lando, d'Anichino Bongartm, fecero conoscere agl'Italiani tutto quanto dovevano temere da queste terribili bande. Somiglianti truppe, formate nelle guerre di Francia e d'Inghilterra, passarono pure in Italia nella seconda metà del quattordicesimo secolo. Fra Moriale, i capi della compagnia Bianca e della compagnia della Rosa, Giovanni Acuto ed il cardinale di Ginevra discesero consecutivamente dalle Alpi alla testa di soldati francesi, inglesi, provenzali, guasconi e bretoni. Finalmente Lodovico d'Ungheria in tempo del suo glorioso regno aprì a' suoi sudditi la strada dell'Italia, e tutta la cavalleria leggiera delle armate italiane più non fu composta che di soli Ungheri.
I governi trovavansi in ogni tempo apparecchiati alla guerra, senza aver avuto bisogno d'inreggimentare da prima, o d'istruire le loro truppe: in pochi giorni potevano ristaurare col danaro un esercito nel momento in cui un altro era disfatto; potevano in fine far cessare ogni spesa militare nel giorno medesimo in cui soscrivevano la pace. E per tal modo l'indisciplina delle truppe mercenarie, le loro perfidie, le loro pretese, quando si formavano in compagnie di ventura, non poterono per lungo tempo persuadere gli stati d'Italia a rinunciare al loro servigio. Altronde nè i principi, nè le repubbliche si erano ancora arrogato il diritto d'ordinare forzati arrolamenti; i cittadini non erano obbligati a servire lo stato che in tempo di pressante bisogno; le milizie non erano pagate, e non erano giammai obbligate ad allontanarsi per lungo tempo dai loro affari domestici, dai loro focolari. Non avevasi avuto il tempo di esercitarle, e qualunque volta si ponevano a fronte a truppe disciplinate, provavano tali rovesci, che più non osavasi riporre in loro alcuna fiducia.
Per altro quando il nemico penetrava nel territorio d'una città, facevasi ancora talvolta prendere le armi all'intera nazione; ognuno doveva porsi sotto il comando de' suoi ufficiali di quartiere, ed il podestà aveva il supremo comando della milizia. Dava ordine a tutti i cittadini, sotto pena d'ammenda o di corporale castigo, di uscire dalla città per passare al campo intanto che la maggior campana martellava, ed avanti che una candela accesa sotto le porte avesse terminato di bruciare. Il timore del castigo faceva in fatti marciare tutti i cittadini, ma non dava perciò loro l'attitudine di maneggiare le armi, nè il coraggio di battersi. Nella stessa epoca coloro che facevano il mestiere del soldato erano sempre in guerra: nell'istante che un principe li licenziava per avere fatta la pace, gli assoldava un altro per cominciare nuove guerre. In verun tempo la diversità tra le milizie e le truppe di linea era stata così grande, imperciocchè i primi non sapevano cosa fosse la guerra, gli altri non avevano mai vissuto in pace.
Questa diversità inspirava un'alta opinione per un mestiere che poche persone credevansi in istato d'esercitare; la paga di qualunque operajo nelle più lucrose professioni non uguagliava quella del soldato[9]; e questi riceveva ancora frequentemente straordinarie ricompense; si chiudevano gli occhi sulle sue ruberie, e gli si usava indulgenza per ogni eccesso.
La guerra è una passione così naturale all'uomo, che non abbisognano tante ricompense per affezionare i soldati al loro mestiere. Si vedono oggi accontentarsi della paga assai minore di quella dell'ultimo operajo, e non pertanto assoggettarsi a fatiche assai maggiori. Rispetto al pericoli cui devono esporsi, lungi dal pensare a farseli pagare, vi trovano in qualche modo la loro ricompensa; imperciocchè la battaglia, siccome la caccia, ha i suoi piaceri, ed il godimento della vittoria è tanto più vivo quanto il pericolo è stato più grande. Ma questo gusto della guerra non è facilmente creduto dalle persone pacifiche, per essere una conseguenza di emozioni che non conoscono e che non hanno prevedute. Per persuadere gl'Italiani a rientrare nella professione delle armi da loro abbandonata, rendevasi necessario un allettamento più generalmente sentito. L'amore del danaro, il desiderio di menare una vita licenziosa che in allora permettevasi alle truppe, fecero impressione sulla comune degli uomini, e gli spiriti ardenti ed inquieti portarono più in là la loro ambizione e le speranze. Il più grande potere, la più smisurata ricchezza, la sovranità medesima poteva acquistarsi da un soldato di fortuna. Tra i condottieri tedeschi, francesi ed inglesi ch'eransi veduti in Italia giugnere ai primi gradi, molti erano usciti dalle più povere classi della società. Gl'Italiani fecero ancora più sorprendenti fortune quando si posero in su la stessa carriera.
Molti principi di questa nazione si erano innalzati circa la metà del quattordicesimo secolo alla riputazione di buoni capitani, ma le armate ch'essi comandavano erano composte soltanto di stranieri. Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, i Malatesti di Rimini, Ridolfo di Varano, signore di Camerino, e molti altri vennero successivamente chiamati in qualità di generali dalla repubblica fiorentina, dal papa e da altri sovrani. Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Barnabò, formò pure una compagnia di ventura, colla quale corse più volte l'Italia per guastarla. Ma non è per altro a costoro che spetti la gloria d'avere rinnovata la milizia italiana. Essi combattevano con un'armata straniera in mezzo alla loro patria. Alberico conte di Barbiano, che successe a costoro, formò il primo un'armata nazionale, che servì di scuola a tutti i capitani italiani.
Alberico da Barbiano era signore di alcuni castelli nelle vicinanze di Bologna; cominciò nel 1377 a farsi conoscere in un modo che fece più onore a' suoi talenti militari che alla sua umanità. Nell'attacco di Cesena aveva sotto i suoi ordini duecento lance, e molto contribuì alla presa di questa città[10]; ma ebbe altresì parte all'orrendo massacro comandato dal cardinale di Ginevra ed eseguito dai Bretoni. Non molto dopo levò un corpo, tutto formato d'Italiani, che intitolò la compagnia di san Giorgio. In tempo dello scisma servì con questa Urbano VI, mentre i Bretoni erano sotto gli ordini di Clemente VII. Il 28 aprile del 1379 osò di attaccarli innanzi a Marino, ed i suoi avventurieri italiani, che fin allora avevano militato divisi in corpi stranieri, ebbero la gloria di vincere la più temuta truppa dell'Europa.
La riputazione del Barbiano andò sempre crescendo dopo questa vittoria. La compagnia di san Giorgio venne risguardata come la gran scuola dell'arte militare in Italia; i fratelli ed i parenti d'Alberico vi entrarono prima degli altri; tutti coloro che dovevano in appresso illustrare il proprio nome nella carriera militare, si associarono a Barbiano. Ugolotto Biancardo, Jacopo del Verme, Facino Cane, Otto Bon Terzo, Broglio, Braccio da Montone, Biordo e Ceccolino dei Michelotti si formarono sotto di lui. Sforza attendendolo, mentre stava lavorando la terra presso al suo villaggio di Cotignola, fu da alcuni soldati invitato ad entrare nello stesso servigio. Gettò la sua zappa sopra una quercia dichiarando che s'ella ricadeva rimarrebbe contadino, e se restava appesa all'albero, risguarderebbe tale presagio come quello di futura grandezza: la zappa non ricadde e Sforza si fece soldato; e suo nipote, duca di Milano, diceva a Paolo Giovio: «tutte queste grandezze di cui tu mi vedi circondato, questi soldati e tante ricchezze, le devo ai rami d'una quercia, che sostennero la zappa di mio avo[11].»
La maniera con cui arrolavansi le truppe, per lancia rotta, dava ad un molto maggior numero di soldati i mezzi di farsi conoscere. Un gentiluomo si affezionava alcuni de' suoi vassalli, un abile avventuriere si associava alcuni compagni di servigio, e queste piccole compagnie erano indissolubili: anzi andavano sempre ingrossando, e quando il capitano disponeva di venti lance, ossia di sessanta uomini di cavalleria, cominciava a trattare separatamente e con indipendenza coi sovrani che volevano prenderlo al loro servigio.
Le continue guerre del regno di Napoli, sempre lacerato, dopo la morte di Giovanna, dalle fazioni d'Angiò e di Durazzo e dalle rivalità de' signori feudatarj, offrivano impiego a tutti i capitani. Alberico da Barbiano vi militò con distinzione sotto Carlo III, e nel 1384 ottenne da questo monarca il titolo di gran contestabile del regno, che conservò finchè visse[12]. Per altro non si attaccò esclusivamente al servigio dei reali di Napoli; più frequentemente guerreggiò in Lombardia; ottenne la confidenza di Giovanni Galeazzo, e divise quasi sempre con Jacopo del Verme di Verona, capitano a lui non secondo, il comando delle armate ducali.
Giovanni Galeazzo, che mai non comandava le sue armate, che non esponeva la sua persona ad alcun pericolo, e che nell'interno del suo palazzo viveva con sospetto e con diffidenza, aveva saputo accordare a questi generali quel grado di confidenza di cui erano degni. Questo principe aggiugneva ai vizj che lo resero odioso, alcune qualità che hanno l'apparenza della grandezza. Amava e proteggeva le lettere, aveva gusto per le arti, ed innalzò gloriosi monumenti della sua magnificenza; ma sopra tutto sapeva distinguere il merito che poteva essergli più utile. Penetrava con infallibile perspicacia il talento politico e militare, avanzava senza gelosia gli uomini distinti, e loro accordava in appresso una inalterabile confidenza; perciò ebbe sempre ne' suoi consigli ed alla testa delle armate i più destri negoziatori, i migliori generali d'Italia.
Giovanni Galeazzo credette, morendo, di potere mostrare ancora la medesima confidenza ad uomini, che aveva lungo tempo lasciati depositarj di tutte le sue forze, e li nominò custodi de' suoi stati e de' figliuoli che lasciava in tenera età. Ma i capitani, che meglio lo avevano servito, fecero ben presto vedere, che fin ch'egli visse gli si erano conservati fedeli per timore, non per amore.
Il testamento di Giovanni Galeazzo divise i suoi stati tra i figli. A Giovanni Maria, il primogenito, che non aveva che tredici anni, diede il ducato di Milano dal Ticino fino al Mincio[13]; ed al secondo, Filippo Maria, che dichiarò conte di Pavia, assegnò le città poste a ponente del Ticino, o al levante del Mincio[14]. Aveva pure un bastardo, detto Gabriele Maria, cui lasciò le signorie di Crema e di Pisa[15].
Questi principi, troppo giovani per governare da sè stessi, furono dal padre lasciati sotto la tutela d'un consiglio di diecisette personaggi, de' quali doveva essere capo Francesco Barbavara di Novara, già cameriere di Giovan Galeazzo. La duchessa madre, Catarina, figlia di Barnabò Visconti, doveva avere la presidenza del governo. Jacopo del Verme, Alberico da Barbiano, Antonio, conte d'Urbino, Pandolfo Malatesta, Francesco dei Gonzaga e Paolo Savelli erano membri del consiglio di reggenza. E per tal modo tutti i migliori generali d'Italia trovavansi al soldo dei giovanetti principi, e tutti i vicini stati erano in pace con loro, tranne i Fiorentini e Francesco da Carrara.
Ma nel 1402, i Fiorentini che non avevano potuto trovare verun alleato, quando la salute e la libertà dell'Italia dipendevano dalla loro resistenza, formarono facilmente una potente lega per attaccare e spogliare gli eredi di Giovan Galeazzo. Si volsero prima che ad ogni altro, al papa Bonifacio IX, che aveva giusti motivi di malcontento contro il duca di Milano. Le città di Perugia, di Bologna e di Assisi erano state sottratte al suo alto dominio; il Visconti aveva persuasi molti feudatarj della santa sede a fargli la guerra; e di concerto coi Colonna, cercava perfino di togliergli la sovranità di Roma[16]. Non pertanto finchè Giovan Galeazzo visse, Bonifacio non osò farne lagnanza, nè porsi in istato di difesa. La prima notizia dell'infermità del duca rese il papa coraggioso, e gli fece rinnovare un trattato coi Fiorentini, poi, quando ebbe certezza della sua morte, soscrisse un trattato di alleanza colla repubblica, in forza del quale prometteva di aggiugnere cinque mila cavalli ai sei mila che darebbero i Fiorentini, onde muover guerra agli eredi Visconti, e ritoglier loro tutti gli stati ingiustamente occupati dal loro genitore[17].
Era appena soscritto il trattato, quando Giannello Tommacelli, fratello del papa, s'avanzò contro Perugia con mille cinquecento lance, onde sostenere gli emigrati che volevano rientrare nella loro patria: di già gli si erano arresi quattordici castelli, e la città chiedeva di capitolare, quando Otto Bon Terzo si avanzò per liberarla, e costrinse alla ritirata il fratello del papa, che mancava egualmente di coraggio e di cognizioni militari[18]. Dal canto loro i Fiorentini guastarono alcune parti dei territorj di Siena e di Pisa, ma non impedirono a Gabriele Maria Visconti di recarsi in quest'ultima città con Agnese Mentegatti, sua madre, per prendere possesso della signoria che gli era stata data da Giovanni Galeazzo, e difenderla dai nemici[19].
In gennajo del 1403 i Fiorentini rinnovarono i decemviri della guerra, onde spingere le operazioni ostili con maggior vigore. Malgrado la loro democratica gelosia non solo affidavano questa carica per un anno, ma d'anno in anno riconfermavano nell'impiego que' decemviri che ben meritavano della patria[20]. Questi magistrati, formando un nuovo esercito, riuscirono ad avere al loro soldo alcuni di que' capitani, i quali essendo stati da Giovanni Galeazzo nominati nel consiglio di Reggenza, sembravano interamente addetti al duca di Milano. Ma di già una segreta gelosia divideva questo consiglio, ed i generali erano ansiosi di portare le armi contro coloro che avevano lungo tempo serviti. Alberico da Barbiano accettò il comando dell'esercito fiorentino, ed il marchese d'Este, Malatesti di Rimini e Pietro da Polenta, signore di Ravenna, presero servigio sotto le sue insegne ed abbandonarono i Visconti[21].
Carlo Malatesti di Rimini e Paolo Orsini comandavano le truppe del papa, e Baldassare di sant'Eustachio, che fu poi Giovanni XXIII, dirigeva le loro operazioni come legato di Romagna[22]. Quest'esercito si adunò lentamente in giugno e luglio, attaccò Bologna, difesa da Facino Cane e da Galeazzo Porro, e costrinse Lodovico degli Alidosi, signore d'Imola, a lasciare l'alleanza dei Visconti[23].
Francesco Barbavara, che Giovanni Galeazzo aveva nel suo testamento nominato presidente del consiglio di reggenza, aveva cominciata la sua carriera come cameriere del duca, onde i signori, che facevano parte del consiglio, non sapevano perdonargli la bassezza de' suoi natali, nè riconoscerlo per loro superiore[24]. Quanto più lo vedevano onorato della confidenza della duchessa, maggiormente si disgustavano del governo, e nell'istante che avrebbero dovuto provvedere gagliardamente contro gli attacchi de' Fiorentini, del papa e di Francesco da Carrara, non pensavano che ai mezzi di nuocere al Barbavara, che credevano l'amante di Catarina[25]. Due Visconti, lontani parenti dell'estinto duca, si posero alla testa dei malcontenti, ed accusarono il Barbavara e la duchessa di favorire i Guelfi[26]. Essi persuasero i due Porri, Antonio e Galeazzo, e Galeazzo Aliprandi, gentiluomini milanesi e ghibellini, ai quali Giovanni Galeazzo avea mostrata molta confidenza, ad unirsi con loro per sollevare il popolo. Tutta la città risuonò di grida sediziose del popolaccio che domandava la morte del Barbavara, e molti de' suoi amici furono uccisi[27]. La duchessa spaventata si chiuse con lui nel castello, e gli ammutinati nominarono senza la partecipazione di lei un nuovo consiglio di reggenza.
Frattanto Catarina, come talvolta accade alle donne, confondeva la violenza e l'impetuosità colla fermezza; credeva di agire come si conviene a uomo ed a principe, quando più s'allontanava dal carattere del suo sesso e dal proprio, e commetteva azioni barbare per ostentare una virile condotta. Dopo di avere ammessi nella reggenza i nuovi consiglieri datile dal popolo, li fece un giorno chiamare per deliberare seco nel castello di Milano[28], e fattili circondare dai suo satelliti, fece decapitare i due Porri e l'Aliprandi, indi esporre sulla pubblica piazza i loro sfigurati corpi. Antonio Visconti e gli altri arrestati con loro vennero chiusi in prigione[29].
Nè meno crudelmente aveva la duchessa trattate alcune città ammutinate. I cittadini d'Alessandria avevano prese le armi in ottobre, e scacciati dalla loro città i ministri dei Visconti: ordinò Catarina a Facino Cane, uno de' suoi generali, di punirli. La città fu presa ed abbandonata ad orribile sacco, dopo il quale Facino Cane[30] se ne fece signore, e più non depose la sovranità[31]. Non molto dopo i Guelfi di Como furono in una sollevazione cacciati dalla loro patria dai Ghibellini; implorarono la protezione della duchessa, la quale mandò a Como Pandolfo Malatesti, altro suo generale, cui andava debitrice de' soldi arretrati. Gli permise di pagarsi col saccheggio de' Ghibellini di Como, ma il Malatesti saccheggiò tutta la città, ed in appresso se ne appropriò il governo[32].
Tutte le città ch'erano state assoggettate al dominio dei Visconti trovavansi in preda alla più violenta anarchia. In cadauna eravi qualche famiglia, che ne aveva in altri tempi avuta la signoria, o che almeno aveva primeggiato sugli altri col favore dello spirito di parte; queste famiglie sentivano assai più vivamente il desiderio di ricuperare l'antica loro autorità, che i popoli quello di riporsi in libertà: ogni piccolo stato sentiva meno il peso di un giogo dispotico, che l'avvilimento di vedersi ridotto alla condizione di città di provincia, e si lusingavano tutti di veder rinascere la loro prosperità passata, tornando ad essere capitali di una piccola sovranità; perciò favorirono le famiglie che cercarono di sottrarsi all'autorità dei Visconti per sostituirvi la propria. Cremona fu la prima a ribellarsi. Giovanni Ponzoni, i di cui antenati erano stati capi del partito ghibellino, trovavasi esiliato dalla sua patria, e vi rientrò il 30 maggio alla testa di un branco di gente armata, cacciandone Giovanni da Castione, commissario della duchessa, e rendendo la libertà a tutti i prigionieri. Trovavasi tra costoro Luigi Cavalcabò, antico capo dei Guelfi cremonesi. Quest'uomo ambizioso ed inquieto non fu appena fuori di prigione che cercò di risvegliare in Lombardia la parte guelfa; nome omai dimenticato sotto la lunga oppressione dei Visconti.
Più non trattavasi tra Guelfi e Ghibellini della contesa così lungamente agitata tra gl'imperatori ed i papi, come più non trattavasi, siccome in Toscana, dell'opposizione tra il partito della libertà e quello dell'assoluto potere; imperciocchè i Guelfi lombardi, non meno che i Ghibellini, avevano perduto ogni spirito d'indipendenza. Ma restavano tuttavia antichi odj da soddisfare, antiche vendette da fare; restava più che tutt'altro un'inquieta ambizione, ed il sempre rinascente desiderio di ricuperare un potere già da tanti anni perduto. Tutti i Guelfi nelle città, ne' castelli, ne' villaggi si posero in moto per rialzarzi dall'oppressione in cui gli avevano così lungo tempo tenuti i Visconti, trattarono coi Fiorentini, capi in Italia di tutta la parte guelfa, e formarono una lega generale, alla direzione della quale nominarono Ugolino Cavalcabò, marchese di Viadana, e Gabrino Fondolo, suo amico e suo luogotenente[33].
Nel mese di luglio Cavalcabò cacciò i Ghibellini fuor di Cremona, e cadde in sospetto d'avere fatto avvelenare Giovanni Ponzone suo rivale e suo liberatore, ma in un'adunanza del popolo fu nominato signore di Cremona[34]. Poco dopo persuase la città di Crema a scacciare coi Ghibellini gli ufficiali del duca di Milano ed a sottomettersi alla signoria dei Benzeni. A Brescia i Guelfi, sostenuti dagli abitanti di piè dell'Alpi, riportarono una compiuta vittoria; a Como per lo contrario i vittoriosi furono i Ghibellini. Franchino Rusca cacciò i Guelfi dalla città e dai villaggi posti in sul lago, ma si ribellò ai Visconti, le di cui truppe lo avevano servito nel condurre a fine questa rivoluzione[35]. Bergamo rimase in potere della famiglia ghibellina dei Suardi, dopo avere scacciati i Coleoni coi Guelfi. A Lodi Giovanni da Vignate, capo dei Guelfi, scacciò i Vestarini ed i Ghibellini. Gli Scotti a Piacenza ed i Landi a Bobbio ricuperarono l'antica loro autorità, mentre la famiglia ghibellina degli Anguisoli veniva esiliata dalle due città. E per tal modo dall'una all'altra estremità della Lombardia un universale fermento rinnovò gli antichi odj da tanto tempo sopiti. Un solo stato spezzavasi in venti separate sovranità, governate da piccoli tiranni; una guerra universale scoppiava ai confini di tutte le province; la guerra civile esauriva ogni comunità; e quel dominio che i Visconti avevano innalzato con tante fatiche, con tante pratiche, con tanti delitti, pareva spegnersi per sempre.
I Fiorentini, volendo approfittare dell'abbassamento dei loro avversarj, avevano unite nel Bolognese le loro armate a quella del papa. Avevano invitato Francesco da Carrara ad unirsi a loro sotto le mura di Milano, e mentre questi occupava Brescia e ne cingeva d'assedio il castello, Alberico da Barbiano conduceva l'esercito della lega nello stato di Parma. Eravi in allora per comandante Otto Bon Terzo, uno de' migliori generali de' Visconti, parmigiano egli medesimo e di famiglia ghibellina, il quale da Giovanni Galeazzo era stato investito di tutti i beni che appartenevano ai Correggieschi, ed aveva nella sua patria la doppia autorità di comandante militare e di capo di parte[36]. Per assicurarsi la conservazione della città ne cacciò i Rossi con più di due mila Guelfi che si recarono al campo de' Fiorentini[37], e loro fecero aprire volontariamente le porte di molte terre murate. Alberico da Barbiano, dopo avere soggiogata una parte di questa provincia, apparecchiavasi a passare il Po per portarsi sopra Milano; ma Carlo Malatesti che comandava sotto i di lui ordini le truppe del papa lo trattenne inaspettatamente, dando pubblicità ad un trattato che andava maneggiando da lungo tempo.
Il Malatesti aveva sposata una sorella della duchessa Catarina, figlia di Barnabò Visconti. Finchè visse Giovanni Galeazzo questa parentela poteva essere pel signore di Rimini un altro motivo per odiare colui che aveva fatto perire suo suocero: ma morto il duca, il Malatesti non poteva vedere con fredda indifferenza i pericoli che moltiplicavansi intorno alla duchessa di Milano; tenne segrete conferenze con Francesco dei Gonzaga, comune cognato, il quale erasi conservato fedele a Catarina, e fu pure ammesso a tali conferenze Baldassare Cossa, legato del papa, senza che il Barbiano, il marchese d'Este, o Vanni Castellani, ambasciatore fiorentino, avessero sentore di queste pratiche; ed il 25 agosto del 1403, con estrema maraviglia degli alleati del papa, si pubblicò la pace tra i Visconti e la Chiesa, che raccolse tutto il frutto degli sforzi fatti dai popoli cui erasi associata, facendosi restituire Bologna, Perugia e tutte le città che Giovanni Galeazzo aveva tolte allo stato ecclesiastico, senza nulla domandare a vantaggio dei Fiorentini[38].
Il legato ricondusse immediatamente l'armata presso Bologna, e questa città, impaziente di ritornare sotto il governo della Chiesa, non aspettò che Facino Cane, che vi comandava, aprisse le porte. I cittadini presero le armi il 2 settembre, e scacciarono il generale, facendo subito entrare in città le truppe pontificie[39]. Nel seguente ottobre i Perugini, dopo avere avuta una lettera della duchessa di Milano, che loro rendeva la libertà[40]; aprirono egualmente le porte a Giannello Tommacelli, fratello del papa, e richiamarono i fuorusciti[41].
I Fiorentini spedirono a Roma ambasciatori per dissuadere il papa dal ratificare un trattato contrario a' suoi primi impegni[42]. L'oggetto dell'alleanza era di ricuperare le città della Chiesa, e di liberare quelle della Toscana. Niuna di queste ultime era per anco sottratta al giogo de' Visconti, ed il papa non ignorava che gli sforzi de' Fiorentini non tendevano che a rendere la libertà alla Toscana, onde non poteva senza taccia di mala fede abbandonarli, dopo aver egli raccolti i frutti dell'alleanza; tanto più che veruna disfatta non dava vero nè apparente motivo alla sua defezione[43]. Ma Bonifacio IX, dopo avere calmata con affettati indugi l'indignazione eccitata dalla sua condotta, ratificò, senza nulla cambiare, il trattato conchiuso dal legato[44].
I Fiorentini abbandonati a sè medesimi non però rinunciarono ai progetti che avevano formati, e continuarono coraggiosamente la guerra. Spedirono due mila cavalli e mille cinquecento fanti ad Ugolino Cavalcabò, il nuovo signore di Cremona[45]. Presero al loro soldo Guido da Fogliano di Reggio, Pietro de' Rossi di Parma ed altri gentiluomini lombardi, ad ognuno dei quali pagarono mille fiorini d'oro al mese, per ajutarli a sostenere la guerra che questi signori facevano intorno ai loro castelli[46]. Ma sopra tutto sforzaronsi di tornare in libertà le due repubbliche toscane che avevano mostrato così accanito odio contro di loro, che avevano fatto loro tanto male, e che per farne loro ancora di più, eransi volontariamente date in mano a Giovanni Galeazzo.
Il primo tentativo dei Fiorentini per rendere la libertà a Siena non ottenne il desiderato effetto. Francesco Salimbeni e Cocco di Cione, dopo avere tentato coi loro discorsi di risvegliare nel popolo l'amore della patria, erano rimasti d'accordo di prendere le armi coi loro associati il 26 di novembre del 1403, d'attaccare il palazzo pubblico, e di scacciarne san Giorgio di Carreto, governatore della città. Ma i Salimbeni, i Malavolti ed il monte dei dodici erano entrati soli nella congiura, onde la gelosia degli altri ordini la fece mancare. Venne avvisato il governatore di ciò che contro di lui si tramava, e questi avendo tratto Francesco Salimbeni presso al palazzo, intrattenendosi con lui amichevolmente, colà lo fece uccidere dalle sue guardie[47]. I dodici che si armavano per difenderlo furono attaccati e rotti, e molti di loro presi e mandati al supplicio, o in esilio. Il monte dei dodici fu in allora dichiarato escluso da ogni partecipazione al governo, e questo decreto si mantenne in vigore per lo spazio di quasi ottant'anni[48].
Per altro i Sienesi, che non avevano voluto ricevere la libertà per opera dei dodici o dei Salimbeni, non tardarono a procurarsela da sè medesimi. Alla fine di marzo del 1404 spedirono a Firenze ambasciatori a chiedere pace. Quando cominciò questa negoziazione, il governatore san Giorgio di Carreto, conoscendo di avere perduta in modo l'autorità sua, che non chiedevasi pure il di lui assenso per trattare coi nemici del suo principe, uscì di città spontaneamente, avanti di esserne scacciato. I magistrati ordinarono all'istante che si levasse la biscia dei Visconti da tutti i luoghi pubblici e dalle monete che faceva coniare la repubblica; ed in tal modo fu in Siena, senza rivoluzione, abolita l'autorità del duca di Milano[49].
I Fiorentini accolsero lietamente gli ambasciatori Sienesi, restituirono alla loro repubblica tutte le terre che avevano occupate nel di lei territorio, riservandosi soltanto la giurisdizione di Montepulciano, ch'era stata la prima cagione della guerra. Vollero invece che gli esiliati di Siena fossero richiamati in patria, ammettendoli al godimento de' loro beni e diritti. Questo trattato di pace si pubblicò in mezzo al tripudio de' cittadini nelle due città il 4 aprile del 1404[50].
I Fiorentini lusingavansi di giugnere più facilmente a sottrarre i Pisani alla tirannide di Gabriele Maria Visconti. Questo nuovo signore, che non poteva nè proteggere i suoi sudditi, nè nuocere ai suoi nemici, andava non pertanto accrescendo le imposte per supplire alle spese della sua piccola corte, e per sostenere una guerra, cui il popolo non prendeva veruna parte[51]. Quando vide che le imposte ordinarie non bastavano, pretese d'avere scoperta una cospirazione de' Bergolini, e sotto questo colore fece morire un Agliate, un Bonconti ed altri rispettati cittadini, confiscando i loro beni.
Per approfittare del malcontento del popolo, in gennajo del 1404, i Fiorentini mandarono sotto Pisa un grosso corpo di cavalleria, con alcuni ingegneri e poche compagnie d'infanteria. Erano stati avvisati che le mura della città erano mezzo ruinate in vicinanza di un'antica porta ch'era stata chiusa, e che potevano facilmente superarsi[52]. Ma giunti innanzi a Pisa trovarono una nuova fortificazione innalzata nel luogo ch'essi pensavano di attaccare, il nemico informato de' loro progetti, e le mura coperte di soldati e di macchine. Risolsero perciò di ritirarsi dopo avere guastate le campagne.
Questo tentativo invece di nuocere a Gabriele Maria Visconti servì per lo contrario a consolidare il di lui potere, perchè lo determinò ad implorare la protezione di Boucicault, maresciallo di Francia, che in allora teneva il comando di Genova. Quest'illustre generale, che desiderava di vendicarsi sugl'infedeli della schiavitù sofferta tra le catene di Bajazet, cercava modo di trattare con Emmanuele II Paleologo per soccorrerlo nelle sue avversità; onde avea avidamente accettato il vicariato di Genova, di cui ne aveva prese le redini il 31 ottobre del 1401, perchè il popolo che possedeva Pera aveva più d'ogni altro mezzi ed interesse di difendere Costantinopoli[53]. Boucicault era entrato in tutti gl'interessi de' Genovesi e per conto loro si adombrava di tutti gli acquisti che potrebbero fare i Fiorentini; ed in particolare non voleva permettere che questo popolo di mercanti possedesse gl'importantissimi porti di Pisa e di Livorno. Accolse adunque con piacere le proposizioni del Visconti; si fece dare Livorno e le sue fortezze, richiese per conto della signoria di Pisa l'annuo tributo d'un cavallo e d'un falcone pellegrino, ed a tali condizioni avendo riconosciuto Gabriele Maria Visconti come feudatario del re di Francia, intimò ai Fiorentini di non arrecare ulteriore molestia a lui o al suo territorio, se non volevano provocare la collera di Carlo VI. Quando Boucicault vide che questa minaccia non bastava, fece arrestare tutti i negozianti fiorentini che si trovavano in Genova, e porre sequestro sulle loro mercanzie, e non li rilasciò che dopo avere forzata la signoria a segnare una tregua di quattro anni col Visconti, e colla comunità di Pisa[54].
Ad eccezione di Pisa, la Toscana trovavasi liberata da ogni straniera influenza, ed i Fiorentini avevano ad ogni modo ottenuto lo scopo che si erano proposti nella presente guerra. Siena aveva ricuperata la sua libertà; Perugia e Bologna avevano cambiata la tirannide de' Visconti contro il paterno e più pacato dominio della Chiesa; Riccardo Cancellieri di Pistoja aveva fatte proposizioni di pace in settembre del 1403, e per ricuperare i suoi beni aveva ceduto alla repubblica il castello della Sambuca, che chiudeva uno de' più importanti passaggi degli Appennini[55]. Altro adunque a far non le rimaneva per soddisfare a' suoi desiderj, che di punire i signori feudatarj, che avevano abbandonati i Fiorentini per unirsi ai Visconti, onde i dieci della guerra gli attaccarono vigorosamente. Giacomo Salviati, che comandò questa spedizione, tolse agli Ubertini tutti i castelli che possedevano nella val d'Ambra, s'innoltrò dopo contro i conti Guidi ed i conti del Bagno, ed occupò tutte le fortezze che avevano questi gentiluomini ai confini della Romagna, e per ultimo ricondusse all'ubbidienza della repubblica tutta la nobiltà feudataria degli Appennini[56].
Al di là di queste montagne i Fiorentini non volevano nè fare acquisti, nè obbligarsi a lunghe alleanze per timore di trovarsi avviluppati in perpetue ostilità. Nondimeno mandarono soccorsi di danaro e di gente ad Ugolino Cavalcabò, signore di Cremona. Pietro de Rossi, uno de' loro alleati, erasi riconciliato in principio dell'anno con Otto Bon Terzo, che governava Parma piuttosto come tiranno che come luogotenente del duca di Milano; avevano convenuto di dividere la sovranità di questa città, ed Otto Bon Terzo aveva offerto di passare al soldo dei Fiorentini contro i Visconti; ma improvvisamente assalì i Guelfi di Pietro de' Rossi che con lui erano di guarnigione nella cittadella di Parma, e li disarmò; poi scagliandosi contro i pacifici borghesi ch'egli credeva affezionati al suo rivale, ne fece un orribile carnificina, e lasciò che fossero saccheggiate le loro case[57]. Pietro de Rossi, scacciato dalla sua patria, venne a Firenze per implorare i soccorsi della repubblica. I decemviri posero sotto i suoi ordini quasi mille cinquecento corazzieri e lo provvidero di danaro e di munizioni da guerra. Ma contuttociò essi più non agivano in Lombardia che come ausiliari degli antichi loro amici; senza venire a trattati di pace, più non maneggiavano la guerra col vigore di prima, e lasciavano che i Visconti lottassero contro le difficoltà in cui trovavansi avviluppati[58].
Il popolo milanese, approfittando della debolezza del governo, s'andava agitando per ricuperare la libertà; ma l'ambizione de' grandi, o l'inquietudine de' cittadini non si appoggiavano a nobili desiderj; i primi non cercavano che a soppiantarsi con intrighi di corte, i secondi turbavano l'amministrazione con movimenti insignificanti senza verun progetto determinato, senza verun costante desiderio. Se i Milanesi avessero rimossa dalla sovranità la famiglia Visconti, resa veramente dai suoi delitti indegna di regnare, essi avrebbero riposta la loro repubblica alla testa della lega lombarda, e le avrebbero per lo meno ottenuto lo stesso rango che Firenze occupava in Toscana. Se per lo contrario avessero cercato di consolidare la sovranità innalzata dagli ultimi principi, dando una costituzione alla monarchia, ed assicurando la felicità del popolo sotto la circoscritta autorità d'un capo, la città loro sarebbe rimasta la capitale della Lombardia, e le venticinque città, che Giovanni Galeazzo aveva governate, sarebbero rientrate sotto la loro dipendenza; ma tutte le ribellioni di Milano venivano eccitate da persone faziose, non da virtuosi patriotti. Cercavano essi di strapparsi l'un l'altro di mano il potere, e non pensavano a riclamare o a far valere i loro diritti.
Dal canto suo la duchessa Catarina colla sua imprudente e crudele condotta andava perdendo ogni diritto all'affetto ed alla stima del popolo. La morte dei due Porri e dell'Aliprandi aveva in principio dell'anno eccitato in Milano un grandissimo fermento. Nel mese di aprile, il popolo trovò una mattina cinque cadaveri vestiti di nero e senza testa, che stavano esposti per ordine della duchessa avanti alla porta di sant'Ambrogio. Pensava Catarina che questa misteriosa esecuzione assicurerebbe il suo potere spaventando i faziosi. Ma tutt'all'opposto, sebbene i Milanesi non conoscessero i decapitati, si abbandonarono ai sentimenti di sdegno e di rabbia. Presero le armi ed obbligarono la duchessa a dare in mano ai borghesi le sue fortezze, dalle quali sloggiarono i soldati; il giovane duca Giovan Maria venne affidato a consiglieri ghibellini eletti dal popolo; la casa di Francesco Barbavara fu abbandonata al saccheggio; ed egli si ricoverò in Val Siccida posta sopra Novara, mentre la duchessa andò a chiudersi in Monza, sperando di rimanervi sicura sotto la protezione di Pandolfo Malatesti[59].
Ma quando il duca più non trovossi custodito dalla duchessa sua madre, i faziosi abusarono del suo nome per muovere guerra alla reggente. Vedevansi in ogni città il partito del duca e quello della duchessa azzuffarsi frequentemente[60]; l'ultima fu improvvisamente sorpresa a Monza da Francesco Visconti e gittata in prigione, ove, se può darsi fede alla pubblica voce, morì avvelenata il 16 ottobre del 1404[61]. Pandolfo Malatesti, che trovavasi presso di lei, fuggì a piedi e scalzo, com'egli era, alla volta di Trezzo, e di là passando immediatamente a Brescia, ottenne di avere in sua mano la città e le fortezze, e se ne fece proclamare signore[62].
Per tal modo tutta la Lombardia trovossi divisa tra nuovi tiranni. Filippo Maria, il più giovane de' fratelli Visconti, risedeva in Pavia, ma l'autorità sopra questa città era stata nuovamente usurpata dai Beccaria, che l'avevano in altri tempi signoreggiata. Facino Cane regnava in Alessandria, Giorgio Benzoni a Crema, Giovanni da Vignate, figliuolo d'un macellajo, a Lodi, i Suardi a Bergamo, i Coleoni a Trezzo, Cavalcabò a Cremona, Francesco Rusca a Como; ed i popoli calpestati dai nuovi padroni, e dai loro soldati, erano omai ridotti a desiderare il giogo più uniforme dei Visconti.
CAPITOLO LIX.
Conquiste di Francesco da Carrara in Lombardia. — Gelosia de' Veneziani; gli dichiarano la guerra; vigorosa resistenza del Carrara, che perde successivamente Verona e le sue principali fortezze; egli è forzato ad arrendersi, ed il consiglio dei dieci lo fa morire co' suoi figliuoli.
1404 = 1406.
Quando cominciarono le turbolenze eccitate in Lombardia dalla morte di Giovanni Galeazzo, la duchessa di Milano aveva offerta la pace a Francesco da Carrara, signore di Padova, di cui temeva il risentimento ed il valore. Il Carrara vi acconsentiva a condizione che gli fossero restituite Vicenza, Feltre e Belluno, onde potesse, com'egli diceva, lasciare la signoria d'una città a ciascuno de' suoi figliuoli. Non pertanto dietro l'interposizione de' Veneziani si era accontentato di Feltre e di Belluno, e la duchessa aveva promesso di dargli queste due città nel giugno del 1403[63]. L'odio che Jacopo del Verme e Francesco Barbavara, consiglieri di Catarina, portavano al signore di Padova, fece rompere questo trattato all'atto che doveva eseguirsi; onde il Carrara, dopo avere riclamata la guarenzia de' Veneziani, che gli diedero una risposta insignificante, entrò il 12 agosto nel territorio di Verona con una formidabile armata. Non avendo potuto riportare alcun vantaggio sopra Ugolotto Biancardo, che comandava le truppe de' Visconti, passò nello stato di Brescia, ed i Guelfi gli aprirono le porte di quella città[64]. Ma le truppe del duca eransi chiuse nella cittadella, ed avanti che il Carrara potesse forzarle ad arrendersi, sopraggiunsero Otto Bon Terzo e Galeazzo di Mantova con mille lance, che costrinsero il signore di Padova a ritirarsi[65].
In principio del 1404 Facino Cane fu mandato a Vicenza dalla duchessa con un ragguardevole corpo d'armata per portare la guerra nel padovano; ma il Carrara, appostando le sue milizie dietro i canali ed i fiumi che attraversano e circondano i suoi stati, rispinse le truppe milanesi, e determinò finalmente Facino Cane a condurre altrove i suoi soldati, onde approfittare per sè medesimo dell'anarchia in cui trovavasi la Lombardia[66].
Lo stesso giorno in cui ritiravasi Facino Cane, Guglielmo della Scala entrò in Padova per domandare a Francesco Carrara di prendere parte in un'intrapresa che egli meditava intorno a Verona. Guglielmo era figlio d'Antonio, l'ultimo signore della Scala; nel suo esilio era stato beneficato assai dal Carrara[67]. Sperava che fosse giunto l'istante in cui potrebbe ricuperare la sovranità de' suoi maggiori, ed assicurava il signore di Padova che gli antichi sudditi della sua famiglia desideravano di ritornare sotto il suo dominio, e convenne con lui, che qualora col suo ajuto rientrasse in Verona, egli lo assisterebbe poi con tutte le sue forze per ricuperare Vicenza. I due principi soscrissero le condizioni di questo trattato il 27 marzo del 1404[68].
Il 30 di marzo l'armata del Carrara si mosse sotto gli ordini di Filippo da Pisa. Niccolò, marchese d'Este, genero del signore di Padova, sopraggiunse ad ingrossarla con cinquecento corazzieri[69], e questi generali cinsero d'assedio il castello di Cologna. Mentre richiamavano colà l'attenzione de' nemici, tenevano vive segrete corrispondenze coi malcontenti di Verona, sotto le di cui mura recossi improvvisamente l'armata che assediava Cologna la notte del 7 aprile, ed ajutata da' partigiani de' suoi antichi signori, vi penetrò scalando le mura, onde Ugolotto Biancardo, che vi comandava a nome del duca di Milano, dovette ritirarsi nella fortezza[70].
Ma nel momento medesimo che acquistava la sua capitale, Guglielmo della Scala era troppo infermo per poter sostenere il movimento del cavallo. Se dobbiamo dar fede a Gataro, storico che, malgrado la sua parzialità pei Carrara, inspira confidenza per tutte le minute circostanze che egli riferisce, Guglielmo della Scala era travagliato da dissenteria accompagnata da continua febbre, e fino dal 20 marzo, in cui giunse a Padova, era stato curato dai medici del principe, e la sua malattia aveva di già per alcuni giorni fatta ritardare l'esecuzione de' suoi progetti[71]. Redusio da Quero, autore contemporaneo, capitale nemico del signore di Padova, pretende invece che questi, allorchè Guglielmo entrò in Padova, gli avesse fatto dare un lento veleno[72]. Frattanto lo Scala venne riconosciuto per signore di Verona, e tutti i suoi concittadini si presentarono a rendergli omaggio. La fatica dell'inaugurazione faceva peggiorare il di lui male; e la gioja d'essere rientrato in patria e risalito sul trono de' suoi padri veniva funestata da' suoi crescenti dolori. Dopo quindici giorni di signoria Guglielmo morì il 21 d'aprile. Il popolo, e quasi tutti gli scrittori contemporanei accusarono Francesco da Carrara d'aver fatto avvelenare questo signore[73]. Vuolsi per altro osservare, che la frequenza di tali delitti li faceva agevolmente credere; e noi dobbiamo andare guardinghi nel macchiare la memoria d'un principe, che in tutta la sua condotta ci sembra nobile e generoso; altronde questo delitto era inutile, perchè Guglielmo della Scala lasciava due figli, Antonio e Brunoro, che Carrara investì immediatamente dell'eredità del loro padre[74].
Il 29 aprile Ugolotto Biancardo, assediato nella fortezza di Verona, fu forzato di cederla agli assalitori, e Francesco da Carrara vi pose guarnigione. Intanto Francesco Terzo, figliuolo primogenito del signore di Padova, assediava Vicenza con un'altra armata. Da lungo tempo i Vicentini ed i Padovani erano animati da vicendevole odio, onde i primi si ostinavano a difendersi. Dal canto suo la reggenza di Milano tutto poneva in opera per soccorrere il Biancardo, e mentre Facino Cane cercava di gettare rinforzi nella città assediata, gli ambasciatori della duchessa cercavano di persuadere la repubblica di Venezia a dichiararsi contro il Carrara.
I Veneziani eransi mostrati indifferenti sui progressi di Giovanni Galeazzo Visconti, e non avevano presa parte contro di lui quando questo principe minacciava di occupare tutta l'Italia. Ma il doge Michele Steno, e Francesco Foscari, capo della quarantia, fingevano adesso di essere inquieti per l'ingrandimento di Francesco Carrara, principe bellicoso, ambizioso, non meno accorto politico che grande capitano, il quale, sebbene si mostrasse affezionato alla signoria, pensava indubitatamente a vendicare i mali che quindici anni prima aveva questa procurati a lui ed al di lui padre[75]. La duchessa di Milano aveva mandati a Venezia come ambasciatori, il vescovo di Feltre, il generale Jacopo del Verme, cui Francesco da Carrara aveva confiscati i beni a Verona[76], ed Ugo Scrovegno, emigrato padovano, le di cui sostanze erano pure state poste sotto sequestro; il personale loro odio seppe risvegliare l'ambizione del doge e dei Veneziani. Offrirono da principio di cedere alla signoria Feltre e Belluno come prezzo della loro alleanza[77]; vi aggiunsero poco dopo Vicenza, e tutto quanto possedeva la casa Visconti oltre l'Adige[78]. Il doge che desiderava la guerra per illustrare colle conquiste il suo principato, adoperò qualche artificio per allontanare dal consiglio dei Pregadi tutti i favorevoli alla casa da Carrara, e non pertanto non vinse la parte che per un solo suffragio[79]. La guerra fu dunque decisa, e Giacomo Soriano, gentiluomo veneziano, venne spedito a Vicenza per prendere possesso di quella città, i di cui abitanti avevano direttamente implorata la protezione della signoria.
Il 25 aprile 1404 la bandiera di san Marco fu posta sulla gran torre di Vicenza, e spedito un trombetta a Francesco Terzo da Carrara per ordinargli di togliere l'assedio da una città che apparteneva alla repubblica. Il trombetta, avendo in qualche maniera provocata la collera del giovane signore, fu ucciso in sua presenza; e questa violazione del diritto delle genti venne ben tosto severamente punita su tutta la casa da Carrara[80].
Francesco da Carrara recossi nel campo del figliuolo con intenzione di dare il 1.º maggio un assalto alle mura di Vicenza; ma avendo ricevuta una lettera della signoria, che altamente lo minacciava se non levava l'assedio, il Carrara si contenne, sperando di evitare a tal prezzo la guerra colla repubblica; abbandonò i suoi progetti, e ricondusse le truppe a Padova[81].
Mentre le cose trovavansi in questo stato fu avvisato che Brunoro ed Antonio della Scala negoziavano dal canto loro con Venezia, per guadagnarsi contro di lui medesimo la protezione della signoria, e sottrarsi alla guerra, onde lo vedevano minacciato. Di già questi principi gli avevano date altre cagioni di malcontento, forse ingrandite dalla propria ambizione. Si credette autorizzato dalla loro ingratitudine a spogliarli di quanto egli medesimo loro aveva dato. Li fece arrestare il 17 maggio, e suo figliuolo, Giacomo da Carrara, partecipò al popolo veronese, adunato nella pubblica piazza, i motivi di tale determinazione[82]. Il 24 dello stesso mese Francesco da Carrara si fece proclamare signore di Verona[83].
Frattanto gli ambasciatori di Firenze e quelli della Chiesa cercavano d'accordo col marchese d'Este di ristabilire la pace[84], ma tanto erano eccessive le domande de' Veneziani che non potevasi aprire alcuna negoziazione. Questi avevano di già persuaso Francesco di Gonzaga, signore di Mantova, ad invadere il territorio di Verona[85]. Jacopo del Verme aveva preso possesso in loro nome delle città di Feltre e di Belluno[86], ed il 18 giugno, ruppe a mano armata le dighe della Brenta presso all'Anguillara, onde inondare il territorio di Padova[87]. Per altro la guerra non ancora era stata formalmente dichiarata. Francesco da Carrara, avvisato di tali ostilità, adunò il consiglio del popolo, che aveva conservato o ristabilito a Padova, ad oggetto di assicurarsi l'affetto de' suoi sudditi. Gli manifestò le ingiurie che aveva ricevute dalla repubblica, dicendo come avesse sempre cercato di contenersi in faccia alla medesima come un figliuolo rispettoso, piuttosto che come un buon vicino; ma soggiunse che vedevasi ora costretto a prendere le armi per difendere i suoi legittimi diritti, e, dietro il parere del suo popolo, dichiarò la guerra ai Veneziani il 23 giugno del 1404[88].
Il senato veneto erasi fatto una regola di non adoprare che armi straniere e mercenarie. Non voleva affidare ad un cittadino un'autorità di cui poteva essere tentato di abusare; nè voleva pure dargli occasione d'acquistare troppa gloria, o permettere al popolo di accostumarsi alla milizia. I condottieri, che la repubblica prendeva al suo servigio, non ottenevano mai d'introdurre i loro soldati in Venezia, di modo che gli stessi loro tradimenti non potevano esporre la capitale ad alcun pericolo; e lo stato in allora più ricco dell'Europa poteva intraprendere senza verun timore una guerra, per sostenere la quale non esponeva che danaro.
Si raccolse adunque al soldo della repubblica, sotto il comando di Malatesta da Pesaro, un'armata di nove mila corazzieri. Militavano sotto il Malatesta Paolo Savelli, Taddeo del Verme, i Polenta da Ravenna, il conte dell'Aquila ed altri celebri capitani[89]. Francesco da Carrara, che non aveva tanta gente, compensò colla sua attività la disuguaglianza del numero; persuase Francesco di Gonzaga ad accettare una tregua, che doveva durare fino al 27 agosto, e ridusse suo genero, il marchese Niccolò d'Este, ad unirsi a lui contro i Veneziani. Niccolò riacquistò in pochi giorni il Polesine di Rovigo, antico dominio di sua famiglia, ch'egli aveva precedentemente ceduto alla repubblica per guarenzia di un debito[90]. Finalmente il Carrara, approfittando de' profondi canali che attraversano tutta la Venezia, fortificò i confini del suo territorio, con fosse e ridotti, e li difese come una fortezza. Col suo bravo generale, Filippo di Pisa, si appostò presso Pieve di Sacco, dietro le linee da lui formate, ed il 20 agosto rispinse valorosamente un attacco generale dei Veneziani su tutto il confine dello stato di Padova[91].
Spirava il 27 agosto la tregua conchiusa col Gonzaga, onde il Carrara fu forzato di dividere le sue forze per resistere ad un nuovo attacco. Una violenta burrasca disperse in tempo di sua assenza le truppe che custodivano le linee di Pieve di Sacco. Mentre le sentinelle medesime cercavano di sottrarsi alla dirotta pioggia che cadeva, alcuni soldati veneziani trovarono nella casa di un contadino, che stavano saccheggiando, un trave abbastanza lungo per fare un ponte che attraversasse il canale; lo gettarono senz'essere osservati; i più arditi passarono il canale, ed agevolarono agli altri il modo di rendere questo ponte più solido e più largo, di modo che quando furono scoperti trovavansi omai in sufficiente numero per conservare il posto; onde il 6 di settembre l'armata veneziana entrò tutta nel primo circondario fortificato del territorio di Padova[92].
Accorse ben tosto il Carrara per salvare le sue campagne dalla ruinosa invasione de' nemici; si ritirò dietro una seconda linea di canali che si affrettò di fortificare; indi, stendendo le sue truppe tra Oriago, Stra e Vico d'Aggere, coprì almeno tutto il paese che restava alle sue spalle. Frattanto a cagione di una contesa insorta tra il Malatesta e Paolo Savelli l'armata veneziana si divise fra questi due generali: il Carrara approfittò di questo avvenimento per battere separatamente l'ultimo, e per togliere all'esercito nemico un convoglio di vittovaglie che conduceva Taddeo del Verme[93].
Ma il signore di Padova, malgrado i suoi talenti ed il suo coraggio, non era abbastanza forte per lottar solo contro i Veneziani. Avevano questi richiamato da Candia il marchese Azzo d'Este, che alcuni anni prima aveva eccitata una guerra civile nello stato di Ferrara, e gli facevano rimontare il Po colla loro flotta per attaccare il marchese Niccolò[94]. D'altra banda Jacopo del Verme aveva condotti a Francesco Gonzaga potenti rinforzi, e tutti due assieme attaccavano il territorio di Verona, ove successivamente prendevano molti castelli. Gli abitanti di questo paese non erano in verun modo affezionati alla casa di Carrara, e non mostravano veruno zelo per difenderla. Finalmente i Veneziani avevano congedato il Malatesta, e riunita la loro terza armata sotto Paolo Savelli. Era quest'armata la più ragguardevole che si fosse veduta servire in Italia, e costava ogni mese cento venti mila ducati alla signoria, la quale, abbastanza ricca per nulla risparmiare di tutto quanto poteva tornar utile al buon successo, consumò due milioni di ducati nella sola guerra di Padova[95].
Paolo Savelli, non avendo potuto forzare il ricinto che difendeva i Padovani, in sul finire di novembre diede al suo esercito i quartieri d'inverno nello stato di Treviso. Il Carrara, che temeva di perdere l'amore del suo popolo, se lo affaticava con un troppo aspro servigio militare, si affrettò dal canto suo di rimandare gli abitanti di Padova alle loro case. Ma la ritirata del Savelli non era che uno stratagemma; erasi egli comperati dei traditori a Stra, i quali gli aprirono un passaggio a traverso alle linee così lungamente difese. Il 2 dicembre egli attraversò la Brenta, ed entrò nel cantone di Pieve di Sacco il più ricco ed il più fertile del territorio padovano. Francesco da Carrara, accorso per respingerli, fu ferito in una mano, le sue truppe dovettero ritirarsi, e tutte le campagne de' suoi stati vennero miseramente saccheggiate[96].
Il principio del 1405 non fu meno della fine del precedente anno funesto al Carrara. Il marchese di Ferrara, suo genero, ed il solo suo alleato, lo abbandonò. Minacciato dalle flotte veneziane, mancante di vittovaglie, e circondato da un popolo malcontento, egli soscrisse una separata pace, e cedette ai Veneziani il Polesine di Rovigo, e le fortezze che aveva innalzate lungo il Po[97].
Francesco da Carrara aveva chiesto inutilmente soccorso ai Fiorentini, in allora occupati nelle negoziazioni di Pisa. Egli non riceveva soccorso nè da loro nè da verun altro suo antico amico, molti de' suoi sudditi cominciavano a scoraggiarsi, altri a manifestare qualche malcontento, e pareva che Giacomo di Carrara, suo fratello naturale, avesse preso parte in una congiura contro di lui[98]. Francesco cercò in allora di porre in sicuro da ogni pericolo i suoi più giovani figli, e parte de' suoi beni. Il primogenito, Francesco Terzo, era in Padova il suo più fermo sostegno, ed il secondo, Giacomo, comandava per lui in Verona. Il Carrara non volle allontanare da sè questi due valorosi guerrieri, che dovevano avere con lui comuni l'estrema sua fortuna ed i pericoli delle battaglie; ma fece passare a Firenze i più giovani figli, Ubertino e Marsiglio, i suoi figli naturali, quelli de' suoi fratelli e di suo figlio. Colà mandò pure tutti i giojelli di maggior valore ed ottanta mila fiorini in danaro[99]. Avendo in tal modo provveduto alla sorte di questa parte della sua famiglia, aspettò con tranquillità e con inalterabile costanza l'aggressione d'un nemico, che aveva forze assai maggiori delle sue.
Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu contemporaneamente attaccato dalla flotta veneziana e dall'armata di terra. Dopo una vigorosa ma breve resistenza il Castello fu reso, onde, il territorio di Padova trovandosi aperto da ogni banda, Paolo Savelli condusse le sue truppe sotto la capitale, di cui intraprese l'assedio il 12 giugno[100].
Da un altro lato Jacopo del Verme e Francesco Gonzaga stringevano Verona. Que' cittadini non erano da verun affetto ereditario attaccati ai Carrara, e di mal animo soggiacevano ai sagrificj resi necessarj da una guerra cui essi non prendevano veruno interesse, e quando videro attaccate dal nemico le loro mura, risolsero di far cessare la resistenza di Giacomo da Carrara, ed occupata il 22 giugno la gran piazza, domandarono di trattare con Gabriello Emo, provveditore veneziano, che seguiva l'armata. Ottennero per altro un salvacondotto per Giacomo da Carrara, di cui rispettavano le virtù, un salvacondotto, affinchè potesse ritirarsi ove meglio credesse colla sua moglie e co' suoi effetti preziosi[101]. Venne accordata a Verona una vantaggiosa capitolazione, promettendo inoltre la signoria di conservarne ed accrescerne i privilegi. Il 23 giugno l'armata di Jacopo del Verme entrò in questa città e vi spiegò lo stendardo di san Marco[102]. Giacomo da Carrara, ritenuto alcun tempo prigioniero contro il tenore della convenzione, avendo tentato di fuggire, fu ripreso e mandato nelle prigioni di Venezia[103].
L'armata che aveva presa Verona venne poco dopo ad unirsi a quella che assediava Padova. Il primo luglio Paolo Savelli stabilì il suo campo a Bassanello, ove fu mandato Carlo Zeno, come provveditore, dalla repubblica. Il Gonzaga e Jacopo del Verme vi giunsero dopo pochi giorni. Francesco da Carrara aveva divisa con suo figlio, Francesco Terzo, la difesa della sua patria; egli vegliava la notte con una metà de' cittadini, e Terzo coll'altra metà la custodiva di giorno[104].
I contadini si erano ritirati in città coi loro bestiami e coi migliori effetti; ogni borghese ne aveva ricevuti molti nella sua casa, altri erano alloggiati nelle chiese e nei conventi, altri finalmente eransi ridotti a dormire sotto i portici delle strade. In breve l'unione di tanti uomini e di tanti animali, il cattivo nutrimento, le immondezze di cui riempivasi la città, produssero l'ordinario loro effetto: una terribile peste manifestossi in Padova coi medesimi sintomi che alla metà del precedente secolo avevano cagionato tanto spavento. Quasi tutti gli ammalati morivano il secondo o il terzo giorno. Alcuni carri attraversavano ogni mattina la città per raccogliere i morti; sul loro timone era stata posta una croce, sotto alla quale ardeva sempre una piccola lucerna, invece delle candele che in altri tempi accompagnavano tutti i feretri. Un solo prete seguiva il carro funebre, che portava ad un tratto dai quindici ai venti cadaveri; cadevano vittime del contagio quattro in cinquecento persone al giorno. In ogni cimitero eransi cavate vaste e profonde fosse, ove ponevansi i cadaveri a strati fino alla loro superficie. Dopo che un padre aveva deposto il figliuolo sul carro funebre, un figlio il genitore, uno sposo la consorte, era d'uopo che cogli occhi ancora bagnati di lagrime riprendesse sollecitamente le sue armi per rintuzzare gli attacchi de' suoi nemici[105].
I castelli del territorio di Padova non avendo più comunicazione colla capitale, nè sperando di essere soccorsi, si sottraevano gli uni dopo gli altri all'autorità del Carrara, per fare più sollecitamente ed a migliori condizioni la pace coi Veneziani. Este si arrese il 14 d'agosto, e Montagnana il 15. Il provveditore Zeno cercò di guadagnare con larghe offerte Luca di Lione, nobile padovano, che comandava a Monselice: questi ricusò con orrore le vergognose offerte; ma prese occasione da questa comunicazione per entrare in trattato a nome dello stesso Francesco da Carrara, e si recò espressamente a Padova per sapere a quali condizioni accetterebbe di capitolare. Francesco dichiarò, che consentirebbe di cedere la capitale e di rinunciare alla sovranità, purchè fosse posto in libertà Giacomo suo figlio; che la signoria gli pagasse cento cinquanta mila fiorini per indennizzazione; che ratificasse le donazioni da lui fatte in tempo del suo governo, e guarentisse i privilegj e le antiche consuetudini di Padova[106].
Mentre che Carlo Zeno era a Venezia per consultare la signoria intorno a queste condizioni, Francesco da Carrara approfittò dell'arrogante confidenza de' suoi nemici per batterli. Adunò le milizie della città, che trovavansi ridotte a quattro mila settecento individui, sebbene vi fossero incorporati i contadini rifugiati, quando nel precedente anno oltrepassavano i dodici mila. Alla testa di questa gente sorprese il 18 agosto il campo di Paolo Savelli, che la Brenta separava da quello di Galeazzo di Mantova: ne bruciò gli alloggiamenti, atterrò la bandiera di san Marco e quella del capitano, ed arrecò alla repubblica il danno d'oltre cento mila fiorini[107].
Di ritorno al campo Carlo Zeno comunicò le offerte della signoria al Carrara: questa rendeva la libertà a suo figlio, gli permetteva di condurre con lui trenta carri coperti, e gli dava sessanta mila fiorini. Carrara, di consentimento del suo consiglio, era disposto ad accettare queste condizioni, quando per sua sventura ricevette la stessa notte una lettera di Bartolommeo dell'Armi, governatore de' suoi figli a Firenze, la quale lo avvisava che i Fiorentini avevano comperata Pisa, e che, cessata l'inquietudine loro per questo lato, non indugierebbero a soccorrerlo. Alcuni priori di Firenze avevano avvalorata questa speranza coi loro discorsi, ed il signore di Padova, credendosi omai certo dei loro soccorsi, dichiarò che si difenderebbe fino all'ultima estremità[108].
La lunga resistenza dei castelli del territorio di Padova aveva divise le forze degli assedianti. Posti sopra isolate colline in mezzo a vaste campagne, avevano lungo tempo resa vana l'industria degl'ingegneri veneziani: ma Campo san Piero si arrese l'undici di settembre, e Monselice, ch'era stato provveduto di vittovaglie per sette anni, perdette nello stesso giorno per un fortuito incendio i suoi magazzini, e dovette capitolare tre giorni dopo Campo san Piero. Nel seguente ottobre vennero l'un dopo l'altro occupati dai Veneziani Stra, san Martino, Arlenga, Cittadella e Castel Baldo. La Brenta più non attraversava Padova avendola gl'ingegneri deviata per altro canale, onde i mulini della città non avevano più acqua. Paolo Savelli era morto di malattia, ma Galeazzo di Mantova, che gli era succeduto nel comando dell'armata veneziana, stringeva vigorosamente l'assedio[109].
Il 2 di novembre i Veneziani, che avevano nel loro campo otto mila cavalli e più di sedici mila pedoni, diedero un generale assalto alla città che attaccarono su quattro punti diversi; ma furono dovunque gagliardamente respinti. Il loro capitano, Galeazzo di Mantova, venne rovesciato dal muro con un colpo di lancia da Francesco da Carrara; fu pure ferito il provveditore veneziano Francesco Bembo; e la battaglia che aveva durato dalle due ore avanti giorno fino alla notte, finì senza che gli assedianti avessero ottenuto verun vantaggio[110].
Per riempire la città di terrore gli assedianti attaccarono alle loro frecce viglietti, coi quali minacciavano per parte della signoria di mettere Padova a ferro ed a fuoco trattandola come Zara e Candia, se gli assediati non si arrendevano prima che passassero dieci giorni[111]. Francesco Terzo medesimo eccitava suo padre ad arrendersi, ed a preservare la patria dagli orrori ond'era minacciata; ma il Carrara ricordavasi del passato esilio, non voleva nuovamente gustare l'amarezza del pane straniero, e sforzavasi di rianimare il coraggio de' suoi concittadini colla speranza di vicino soccorso. Assicurava di averne avuta la promessa dal re di Francia, dal re d'Ungheria, da suo fratello il conte di Carrara che serviva con mille lance sotto gli ordini di Ladislao re di Napoli, e che scordava le loro private nimistà per salvare la sua patria[112]. Per altro egli medesimo non faceva fondamento sulle speranze che cercava d'ispirare agli altri, e solo credeva di poter lusingarsi di qualche ajuto per parte dei Fiorentini; ma questi, impegnati trovandosi in una pericolosa guerra per la conquista di Pisa, non volevano dividere le loro forze, nè tirarsi addosso la potente inimicizia de' Veneziani[113].
Finalmente le guardie delle porte di santa Croce lasciaronsi sedurre da un Vicentino detto Giovanni di Beltramino, e lo fecero entrare la notte del 17 novembre con cinquanta fanti. Egli cominciò ad uccidere i traditori che gli avevano aperta la città, indi fece avanzare le truppe veneziane[114]. Francesco da Carrara si portò quasi subito contro ai nemici, e dopo inutili sforzi per ricuperare la porta, cercò almeno di trattenere tanto tempo i nemici, finchè gli abitanti del sobborgo si ritirassero coi loro più preziosi effetti nel ricinto interno, perciocchè la città ne aveva ancora due, ossia ogni quartiere di Padova era circondato di mura, e poteva separatamente difendersi. Ma sebbene da pertutto si suonasse campana a martello e che gli amici del principe chiamassero i cittadini a difendere con lui il loro onore ed i loro beni, la maggior parte invece di prendere le armi non pensava più che a nascondere i più cari effetti, onde salvarli dall'imminente sacco. Francesco da Carrara, quasi abbandonato, domandò un armistizio ed un salvacondotto per recarsi al campo veneziano. Vi fu accompagnato da Paolo Crivelli e da Michele di Rabatta, gentiluomo del Friuli, la di cui fedeltà non erasi giammai smentita. Dichiarò ai provveditori veneziani ed a Galeazzo di Mantova, che recavasi presso di loro per rendere la città ad onorevoli condizioni; e che quando non potesse ottenerle, era risoluto di difendere fino alle ultime estremità i due ricinti di mura che ancora gli restavano[115].
Risposero i provveditori di non avere sufficienti poteri per trattare col Carrara; ma lo invitarono a dare la città nelle loro mani, ed a passare in seguito a Venezia per trattare direttamente colla signoria. Credette il Carrara di dover preferire alla loro parola quella di un rispettato militare. «Capitano, disse egli a Galeazzo di Mantova rivolgendosi a lui, a voi io affido senza timore la mia città e le mie fortezze. Promettetemi soltanto sull'onor vostro, che se io non anderò d'accordo colla signoria voi me le ritornerete nello stato in cui vi saranno consegnate.» Dopo averne avuta la parola, Francesco tornò in Padova per fare dal consiglio della comunità eleggere otto deputati, ed eleggerne due egli medesimo, onde trattare a Venezia intorno alle condizioni della resa della piazza[116].
Il doge e la signoria ricusarono di ascoltare gli ambasciatori del signore di Padova, ma ricevettero cortesemente quelli della città, e loro promisero di conservare a Padova tutti i suoi privilegj, purchè i cittadini si arrendessero essi medesimi senz'aspettare che i Carrara trattassero per loro. Fu all'istante convenuto che due degli ambasciatori tornerebbero a Padova, e che persuaderebbero il popolo ed i consigli a riporsi in possesso della sovranità. Per facilitare questa rivoluzione Galeazzo di Mantova invitò Francesco da Carrara e suo figlio ad una conferenza nel suo campo. Li trattò in seguito a cena, ed all'indomani li mandò parte volontariamente e parte per forza, prima ad Oriago ed in seguito a Mestre.
Durante questo tempo, i due ambasciatori tornati a Padova, vi avevano spiegato l'antico stendardo della comunità, la croce rossa in campo d'argento. Una ventina di sediziosi tentarono di eccitare un tumulto colle grida di viva san Marco! viva il popolo! morte ai Carrara! Ma i cittadini non vi presero parte, e non cercarono nè di rovesciare, nè di difendere la di già distrutta autorità dei loro signori. Un podestà, nominato dai sediziosi, aprì nel medesimo giorno, 19 novembre 1405, le porte di Padova a Galeazzo ed ai provveditori, che presero possesso della città a nome della repubblica di Venezia[117].
Quando il Carrara seppe che la sua capitale era stata ceduta ai Veneziani invitò Galeazzo di Mantova a mantenergli la data fede. In particolare Francesco Terzo insisteva per rientrare in possesso del castello, determinato com'egli era di difenderlo fino all'ultima estremità, ed a seppellirsi sotto le sue ruine. Invano attestava il generale, che la signoria tratterebbe i due principi generosamente, poichè ciò era smentito dal rifiuto di ricevere i loro ambasciatori. Frattanto Francesco da Carrara non tardò a conoscere che l'entusiasmo de' suoi compagni d'armi era spento, e che più non troverebbe chi volesse con lui consacrarsi a sicura morte. Conobbe pure che Galeazzo non vorrebbe o non potrebbe mantenere la data fede, e che insistendo sull'esecuzione d'una ineseguibile condizione si farebbe d'un protettore un nemico. Acconsentì adunque d'imbarcarsi con suo figlio per rendersi a Venezia scortato da Galeazzo e da Francesco di Molino. Al loro arrivo nel quartiere di san Giorgio furono accolti dalle terribili grida del popolo a morte i Carrara! all'indomani, 30 novembre, Galeazzo lasciò i suoi prigionieri per andare ad interporre a loro favore i suoi buoni ufficj; ma quando vide l'animosità della signoria, più non osò di rivederli. Egli risentì e manifestò fors'anche in un modo troppo veemente la sua profonda indignazione pel colpevole abuso che si faceva della sua parola: il senato non sapeva soffrire i rimproveri de' suoi militari, e Galeazzo morì dopo poche settimane[118].
All'indomani i due principi di Carrara furono introdotti avanti alla signoria; essi gittaronsi alle ginocchia del doge Michele Steno, che li rialzò e li fece sedere uno alla sua destra e l'altro a sinistra. Il doge ricordò loro che la repubblica gli aveva ajutati a ricuperare Padova da Giovan Galeazzo, e rimproverò loro la propria ingratitudine, ma senza amarezza. I Carrara non risposero a questi rimproveri che chiedendo grazia e misericordia[119]. Furono non pertanto mandati in prigione, ove trovarono Giacomo da Carrara il secondo figlio di Francesco, il quale dopo essere stato arrestato a Verona cinque mesi prima, nulla aveva potuto sapere intorno alla sorte della sua famiglia, e che non aspettavasi di vederla riunita in così funesto soggiorno. L'istante in cui gli sventurati principi si riconobbero, cavò le lagrime agli stessi carcerieri.
La signoria non si affrettò di decidere la sorte dei principi da Carrara. Il consiglio dei pregadi aveva nominato il 24 dicembre cinque commissari per formare il loro processo e per rilegarli nel luogo che troverebbero più conveniente. Ma Jacopo del Verme, che trovavasi in allora al servigio dei Visconti, e che odiava mortalmente i Carrara, recossi espressamente a Venezia per isvegliare contro di loro la diffidenza del consiglio dei dieci. «I Carrara, egli disse, furono un'altra volta spogliati dei loro stati, e furono un'altra volta prigionieri presso i loro vincitori; ma si rialzarono da questo abbassamento per diventare più che mai formidabili ai loro vicini. La loro attività, i loro talenti, e più di tutto l'odio implacabile onde erano animati loro procacciarono alleati, armi e soldati. I loro antichi sudditi si ribellarono nel 1390 per riporli sul trono. È facile lo scorgere che quest'amore de' Padovani pei loro principi vive ancora, allorchè si considerano tutti i patimenti che soffrirono senza lagnarsene nell'ultima guerra. L'odio ereditario del Carrara contro Venezia è d'assai anteriore alla guerra di Chiozza; trent'anni di nimistà e di vicendevoli ingiurie lo cimentarono in modo da farne la loro dominante passione. Per tenere in dovere uomini animati da un così fatto odio, da un tale desiderio di vendetta, non havvi altra sicura prigione che quella del sepolcro.»
Il consiglio dei dieci chiamò il processo al suo tribunale e decretò la morte dei Carrara. Il 16 gennajo del 1406 il confessore del signore di Padova andò ad annunciargli in prigione la sua sentenza ed a disporlo alla morte. Francesco, dopo avere dato un primo sfogo al suo sdegno, gittossi a' piedi del monaco per confessare divotamente i suoi falli, e ricevere da lui la comunione. Si fu appena ritirato il confessore, che due capi del consiglio dei dieci e due capi della quarantia entrarono nella prigione con venti carnefici. Francesco da Carrara, che non voleva riconoscere l'autorità del tribunale che lo condannava, nè lasciarsi scannare come una vittima, preso il suo sgabello di legno, il solo mobile che si trovasse in quella prigione, s'avventò contro i suoi uccisori. Oppresso da tanta gente si difese alcun tempo valorosamente, ma all'ultimo rovesciato al suolo, e tenuto per le mani e pei piedi venne strozzato da Bernardo Priuli colla corda d'una balestra[120]. All'indomani fu sepolto onorevolmente nella chiesa di santo Stefano degli Eremitani. Francesco Novello (dice il Gataro, suo storico e suo amico) era di mediocre grandezza e di belle proporzioni, sebbene alquanto grosso. Bruno era il suo volto e piuttosto severo, elegante il suo discorso, il suo carattere dolce e misericordioso, vaste le sue cognizioni, ed eroico il suo coraggio[121].»
Il giorno seguente lo stesso confessore andò a portare ai figliuoli Carrara l'ordine di prepararsi alla morte. Teneramente si abbracciarono, e ricevettero assieme la comunione; indi Francesco Terzo fu condotto il primo al luogo ov'era stato strozzato suo padre, e vi perì nella stessa maniera per mano di Bernardo Priuli; vi fu poi condotto Giacomo, il quale dopo avere raccomandato a Dio l'anima di suo padre, del fratello e la propria, scrisse a sua moglie Belfiore da Camerino per consolarla nella sua disgrazia, e tese la testa al laccio.
Francesco, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Terzo perchè era destinato ad essere di quel nome il terzo signore di Padova, aveva quando morì trentun'anni. Era grande della persona, ma portava la testa bassa; era bruno ed alquanto losco dell'occhio destro. Era, secondo Gataro, un valoroso e saggio cavaliere, ma inclinato alla crudeltà, alla collera, alla vendetta. Suo fratello Giacomo contava ventisei anni; aveva un'elegante figura, una dolce fisonomia, un cuore dolce e compassionevole, e il suo discorso gli acquistava gli animi. A queste qualità, che lo rendevano a tutti caro, aggiugneva l'ereditario valore della sua famiglia[122].
Restavano tuttavia in Firenze due legittimi figli di Francesco da Carrara. La signoria di Venezia fece pubblicare a suono di tromba che accorderebbe un premio di quattro mila fiorini a colui che le darebbe in mano vivi l'uno o l'altro di questi principi, e tre mila a colui che gli ucciderebbe. Questo premio promesso al delitto non sedusse verun assassino. Ma i figli legittimi della casa di Carrara perirono senza prole. Ubertino il primogenito morì a Firenze di naturale malattia, il 7 dicembre del 1407, in età di diciott'anni[123]. Suo fratello Marsiglio dopo avere molti anni servito Filippo Maria duca di Milano, il 6 marzo del 1435 fece un tentativo per rientrare in Padova e ricuperare la sovranità de' suoi maggiori. Ma la trama formata dai suoi partigiani venne scoperta, e mentre Marsiglio fuggiva con piccolo seguito, fu fermato e condotto a Venezia, ove il consiglio dei dieci lo fece decapitare il 24 marzo del 1435[124].
Se l'antico odio tra la casa dei Carrara e la repubblica di Venezia scema l'orrore che devono ispirare questi giuridici assassinj; veruno somigliante motivo poteva scusare la crudeltà del senato verso gli eredi della casa della Scala. Antonio, loro avo, aveva perduti i suoi stati per essere entrato, come alleato della repubblica, in una sgraziata guerra. Guglielmo visse sotto la protezione dei Veneziani, e la di lui morte, attribuita al Carrara, era stato il pretesto dell'ultima guerra. Per ultimo i figli di Guglielmo, Antonio e Brunoro, avevano perduta la protezione del signore di Padova, ed erano in oltre stati da lui posti in prigione a motivo delle loro negoziazioni colla repubblica. Trovavansi allora nel territorio di Trento; imperciocchè Francesco da Carrara aveva loro data la libertà, prima di perdere i suoi stati. Fecero chiedere di essere rimessi in possesso di Verona, e la signoria invece di rispondere pose una taglia sulle loro teste. Allora i due fratelli si separarono, e Brunoro passò ai servigi dell'imperatore, e vi si tenne molti anni[125].
Tutte le province possedute dalle famiglie delle Scala, e da Carrara, e tutta la Marca Trivigiana erano ridotte all'ubbidienza della repubblica di Venezia. Lo stendardo di san Marco volteggiava a Treviso, a Feltre, a Belluno, a Verona, a Vicenza ed a Padova. Il senato mandò in tutte questa città due senatori, che presedessero al loro governo, l'uno come podestà, l'altro come capitano del popolo.
La repubblica superava in potenza tutti i più vasti stati d'Italia, se per altro la potenza può acquistarsi coi delitti, e se, ancora agli occhi della politica mondana, l'odio e la diffidenza che eccita la perfidia, non compensano tutto il vantaggio degli acquisti ch'ella procura. Poichè Venezia ebbe acquistati degli stati in terra ferma, andò trascurando le province d'oltre mare, il commercio, la marina, vere basi della sua potenza, per avvilupparsi nella politica del continente; ella prese parte in tutte le guerre ed in tutte le rivoluzioni, ed eccitò contro di sè quella gelosia, quel profondo universale odio che, dopo un intero secolo di politici maneggi e di guerre, scoppiò finalmente colla lega di Cambray[126].
CAPITOLO LX.
I Fiorentini conquistano Pisa. — Seguito dello scisma, che viene mantenuto da Ladislao re di Napoli. — Concilio di Pisa. — Deposizione di Gregorio XII e di Benedetto XIII. — Elezione di Alessandro V.
1405 = 1409.
Quando Francesco da Carrara ricevette nelle prigioni di Venezia l'ordine di apparecchiarsi alla morte, rifletteva con amarezza all'abbandono in cui lo avevano lasciato i suoi amici, ed alla ingratitudine di coloro ch'egli aveva colmati di beneficj. Alcuno de' suoi alleati non aveva fatto un passo per salvarlo: eppure in quell'epoca medesima i Guelfi trionfavano in tutte le parti dell'Italia, i quali, associati alla sua fortuna per una alleanza ereditaria, sembravano chiamati dalla loro affezione, dalla politica stessa a difenderlo, se apprezzavano una volta i loro doveri, ed i veri loro interessi.
Tre nuovi signori guelfi erano sorti in Lombardia coll'assistenza di Francesco da Carrara sopra le ruine della casa Visconti. Ugolino Cavalcabò era sovrano di Cremona, Giorgio Benzoni di Crema, e Giovanni da Vignate di Lodi. Veruno di costoro prese parte alla guerra di Padova. Vero è che Cavalcabò aveva già ceduto il suo luogo ad un altro usurpatore. Egli aveva di già sagrificati alla sua gelosia molti rispettati cittadini, quando fu sorpreso a Manerbio il 14 dicembre del 1404, e fatto prigioniere da Astorre Visconti dopo la perdita di una battaglia. Il suo favorito, Gabrino Fondolo, soldato di fortuna, da lui fatto suo generale e suo primo ministro, continuò la guerra per liberarlo o per vendicarlo, e rimase padrone della fortezza di Cremona, e de' principali castelli, mentre che un altro Cavalcabò, chiamato Carlo, fu dichiarato signore della città. Ma intanto Ugolino approfittò delle turbolenze di Milano, e fuggì di prigione l'anno 1406. Stava per iscoppiare in Cremona una guerra civile tra i due Cavalcabò, che ugualmente volevano essere soli signori della loro patria, quando Gabrino Fondolo più potente che i due Cavalcabò si offrì come mediatore. Gl'invitò ad adunarsi nella sua fortezza con tutti i membri della famiglia Cavalcabò, ove il 26 luglio 1406 aveva loro imbandito un lauto pranzo, dopo il quale doveva regolarsi tra i convitati la divisione della sovranità. Ma quando Fondolo vide tra le mani de' suoi satelliti tutti i capi di parte, tutti i grandi, tutti coloro che potevano opporsi ai suoi disegni, terminato il banchetto, diede il segno d'una orribile carnificina: le sue guardie precipitaronsi sui convitati, ed uccisero Ugolino e Carlo Cavalcabò con settanta de' principali cittadini di Cremona, quasi tutti della casa Cavalcabò. Gabrino Fondolo, dopo quest'orribile uccisione, venne riconosciuto signore di Cremona, e si collocò senza trovare opposizione tra i principi d'Italia[127].
Pandolfo Malatesti, uno dei generali di Giovanni Galeazzo, fondò circa lo stesso tempo un quarto principato guelfo in Lombardia. La sua famiglia regnava da lungo tempo in Rimini col favore del partito della Chiesa; ma Pandolfo pareva indifferente tra le fazioni, che oramai non avevano più scopo, e consultava nella sua condotta la propria ambizione, e non lo spirito di partito. Abbiamo di già osservato, che mandato a Como dalla duchessa di Milano per ritornare la pace a questa città, l'aveva abbandonata al saccheggio. Como era l'emporio del commercio tra l'Italia e la Svizzera[128], e questo assassinio, che precipitò la caduta della duchessa di Milano, a nome della quale erasi eseguito, rese Pandolfo più caro ai soldati. Quando fuggì da Monza mezzo vestito e con un solo piede calzato, venne assai ben accolto dalle guarnigioni di Trezzo e di Brescia, e fu proclamato signore di quest'ultima città, tostocchè si ebbe avviso della morte della duchessa.
Vero è che il signore di Padova non poteva lusingarsi che uomini di tale carattere gli rimanessero fedeli nella sventura, perciocchè non erano diretti da altro principio che dall'ambizione, e dovevano il loro innalzamento soltanto ai delitti; ma egli aveva riposte le sue speranze nella costante amicizia della repubblica fiorentina, che già da quindici anni era associata alla di lui fortuna ed alle sue battaglie, ed attaccata alla sua famiglia da un'alleanza ereditaria. Nè il Carrara sarebbe rimasto deluso se non fossero stati strascinati i Fiorentini dalla più violenta tentazione che potesse agire sopra di loro, e non avessero impiegate tutte le forze nell'importante acquisto di Pisa.
Abbiamo osservato che Gabriele Visconti, signore di Pisa, erasi procurata la protezione di Giovanni le Meingre, detto Boucicault, maresciallo di Francia, che comandava in Genova a nome di Carlo VI; e che col mezzo suo aveva dai Fiorentini ottenuta una tregua di quattro anni. Boucicault col suo coraggio e colla sua severità aveva ristabilito l'ordine in Genova, aveva obbligati i Genovesi a deporre le armi, e fatto dichiarare il suo governo irrevocabile dietro inchiesta dei medesimi Genovesi[129]. Ma di già un generale malcontento cominciava a manifestarsi contro di lui in quella città, a motivo che le accuse di lesa maestà ch'egli aveva fomentate, portavano la desolazione nelle famiglie, e che le gabelle oppressive ruinavano il popolo; onde Boucicault, temendo un ammutinamento[130], volle acquistarsi al di fuori più potenti amici che non era il signore di Pisa. Persuase perciò il Visconti a vendere la sua signoria per dividere con lui il prezzo che ne otterrebbe, ed in giugno del 1405 diede commissione ad un fiorentino, che allora trovavasi in Genova, di proporre segretamente alla sua repubblica questo acquisto[131].
Per prezzo della vendita di Pisa, Boucicault domandò prima quattrocento mila fiorini, promettendo di erogare per altro parte di questa somma nel soccorrere Francesco da Carrara, amico dei Fiorentini e suo. La negoziazione cominciata a Genova si continuò a Vico Pisano, ov'erasi recato Gabriele Visconti. Sentiva questi che la sua autorità in Pisa stava per isfuggirgli di mano, ma d'altra parte egli temeva che Boucicault si appropriasse tutto il danaro che ricaverebbe dalla vendita de' suoi stati.
Mentre egli stava ancora deliberando, i Pisani ebbero sentore delle cominciate negoziazioni, e per non essere venduti ai Fiorentini, loro eterni rivali, presero le armi il 21 luglio del 1405, attaccarono le truppe del Visconti ovunque le incontrarono, e costrinsero questo signore a ripararsi nella sua fortezza con duecento corazzieri, ed alcuni arcieri che teneva al suo soldo[132].
Nel tempo che questa rivoluzione faceva più vivamente sentire al signore di Pisa il bisogno di fedele consiglio, perdette la madre, che fino a tale epoca aveva con lui divise le cure del governo. Mentre essa attraversava un angusto ponte per visitare le mura della fortezza, atterrita dal subito scoppio d'un pezzo d'artiglieria si lasciò cadere e morì. Il Visconti pochi giorni dopo strinse il mercato coi Fiorentini, cedendo loro la cittadella di Pisa ed i castelli di Librafratta e di santa Maria in Castello pel prezzo di dugentosei mila fiorini, pagabili in diverse epoche[133].
Ma non solamente Gabriele Maria Visconti fu costretto di dividere col Boucicault il prezzo della sua eredità, ma fu in appresso spogliato dal maresciallo della parte che gli era rimasta, e perì in Genova in settembre del 1408, condannato a perdere la testa per una calunniosa accusa di tradimento.
La cittadella di Pisa fu consegnata al Fiorentini il 31 agosto del 1405, e Lorenzo Raffacani ne prese il comando. Ma sebbene i Pisani stringessero vigorosamente l'assedio di questa fortezza, e che avessero stabiliti alcuni pezzi d'artiglieria dalla parte della città per batterla in breccia, Raffacani non volle prendere seco che alcune compagnie di milizia e congedò i corazzieri del Visconti che vi trovò di guardia. La cittadella era legata alle mura della città da una torre detta di sant'Agnese, contro la quale erano tutte dirette le bombarde dei Pisani. Impiegavansi a que' tempi parecchie ore nel caricarle; e nel momento in cui le milizie le vedevano disposte a tirare, uscivano tutte dal suo ricinto, aspettando in luogo più sicuro l'effetto dell'esplosione. Avendo i Pisani notata questa pratica, apparecchiarono tutto quanto abbisognava per una scalata, e tosto che i Fiorentini, per timore d'una scarica, abbandonarono la torre, essi montarono all'assalto, e se ne impadronirono senza trovare resistenza. La fortezza fu presa il 6 di settembre due ore prima di notte con tutti coloro che vi stavano di guardia, e fu subito dal popolo spianata fino ai fondamenti[134].
Non erasi appena saputo a Firenze che la fortezza di Pisa era perduta, quando si videro giugnere cinque ambasciatori pisani incaricati di domandare la pace. Essi rappresentarono l'occupazione della loro cittadella come una violazione della tregua conchiusa nel precedente anno. Il cielo, soggiugnevano, si era di già dichiarato in loro favore, e loro aveva resa in una maniera quasi miracolosa questa parte della loro città; ma essi non volevano abusare dell'accaduto, e mediante la restituzione di Librafratta e di santa Maria erano pronti a rendere ai Fiorentini tutto quanto avevano pagato a Boucicault e a Gabriele Visconti[135].
Ma i Fiorentini erano troppo alieni dal voler rinunciare ad un'intrapresa cui credevano attaccato il loro onore. Malgrado i consigli di alcuni più moderati cittadini[136] rifiutarono le offerte dei Pisani; ordinarono a Jacopo Salviati, loro capitano, di cominciare subito le ostilità[137], e fecero venire il conte Bertoldo Orsini, cui affidarono il 5 ottobre il bastone del comando[138].
I Pisani per resistere a quest'attacco, cercarono avanti ogni altra cosa di riconciliare in città le contrarie fazioni. I Raspanti erano stati posti in possesso dell'autorità da Giacomo d'Appiano, e v'erano stati conservati dal Visconti, i Bergolini trovavansi esclusi dal governo e la famiglia Gambacorti era esiliata. Il partito perseguitato fu di nuovo ammesso a dividere i diritti della sovranità; l'obblio delle passate ingiurie ed una riconciliazione senza riserva vennero giurate sugli altari; i capi delle due fazioni fecero colare il proprio sangue nella coppa consecrata prima di bevere in comune, e numerosi matrimoni suggellarono la pace tra le due parti. Ma Giovanni Gambacorti, nipote di Pietro e capo della sua famiglia, seco non portava dal suo esilio che il desiderio di regnare nella sua patria; onde a forza d'intrighi si fece proclamare capitano del popolo, come lo era stato suo zio, ed approfittò dell'ottenuta autorità per opprimere i suoi antichi nemici, per ispogliarli, e spesso ancora per farli perire[139].
I Pisani si erano lusingati che il Gambacorti, in forza della sua ereditaria alleanza coi Fiorentini, potrebbe riconciliarli con questi formidabili nemici, ed in fatti il nuovo capitano non fu appena installato che mandò a chiedere pace; ma i Fiorentini ricusarono di trattare, pretendendo di avere comperata Pisa dal suo legittimo signore, e dichiarando che vedevano ne' suoi abitanti non un popolo indipendente, ma sudditi ribelli[140].
I Fiorentini non credevano quasi possibile cosa l'aprire una breccia nelle mura di Pisa, di modo che proposero di ridurre la città colla fame, mentre la loro armata attaccherebbe successivamente i diversi castelli del territorio. I Pisani dal canto loro sforzavansi di provvedersi di vittovaglie, al quale oggetto spedirono alcune galere a cercare frumento in Sicilia; una di queste, sorpresa nel suo ritorno dai vascelli che i Fiorentini avevano fatti armare a Genova, rifugiossi sotto la torre di Vado. Un fiorentino, detto Pietro Marenghi, profugo dalla patria perchè colpito da sentenza capitale, colse questa circostanza per rendere a' suoi concittadini un segnalato servigio. Egli lanciossi dalla riva con una fiaccola in mano, avvicinandosi a nuoto alle galere, malgrado le saette che lanciavansi contro di lui. Sebbene ferito in tre luoghi continuò molto tempo a sostenersi sotto la prora finchè vide il fuoco appiccato in modo alla galera nemica da non potersi più spegnere. Ella bruciò in faccia alla torre di Vado; mentre Pietro Marenghi riguadagnava la costa. Egli fu perciò richiamato con onore in patria[141].
I Pisani cercavano di avere al loro soldo qualche condottiere che potesse formare per loro un'armata. I loro deputati avevano trattato con Agnello della Pergola, che con sei cento cavalli trovavasi allora negli stati della Chiesa. Questo capitano si mosse per venire a Pisa attraversando lo stato di Siena. Ma i dieci della guerra di Firenze, avuto avviso della sua marcia, lo fecero attaccare, nell'istante ch'egli meno se lo credeva, dal nipote del papa, che avevano preso di fresco al loro soldo, e distrussero o dissiparono la piccola armata di Agnello[142].
Gaspare dei Pazzi, altro capitano che conduceva ai Pisani sei cento cavalli dai contorni di Perugia, venne disfatto il 24 settembre da Sforza da Cotignola al passo della Cornia; ed i suoi soldati, inseguiti fino a Massa di Maremma, non si sottrassero alla prigionia che abbandonando i loro cavalli e le armi, e promettendo di non servir più contro i Fiorentini[143].
Invano i Pisani offrirono la loro signoria a Ladislao l'ambizioso re di Napoli, il quale non sentivasi ancora abbastanza sicuro ne' proprj stati per estendere sulla Toscana i suoi progetti di conquista. Egli ottenne dai Fiorentini l'assicurazione che non si opporrebbero alla sua spedizione di Roma, e viceversa promise di non agire contro di loro avanti a Pisa[144]. Otto Bon Terzo, che alla testa del partito ghibellino erasi fatto signore di Parma e di Reggio e che adunava un'armata in queste due città, accettò dai Fiorentini una grossa somma, per la quale promise di non dare soccorso ai Pisani[145].
In principio del 1406 l'armata fiorentina occupò la val d'Era, la Maremma, la contea di Monte Scudajo, e quasi tutti i castelli che avevano in sul principio abbracciato il partito di Pisa[146]. In appresso quest'armata si divise; un corpo formò l'assedio di Vico Pisano, ragguardevole castello posto dieci miglia sopra Pisa, alla destra dell'Arno, mentre l'altro corpo s'avvicinò a questa città per istringerne il blocco. Occuparono la foce dell'Arno sette galere ed una galeotta, che i Fiorentini avevano fatte armare a Genova; s'alzarono due ridotti presso san Pietro in Grado sulle due rive del fiume, e fu fatto tra i medesimi un ponte fortificato, privandosi in tal modo Pisa di ogni comunicazione col mare[147]: onde i vascelli che i Pisani avevano mandati in Sicilia a cercare vittovaglie furono presi dai Fiorentini il 22 di maggio, quando tornarono ne' mari della Toscana[148].
Pareva che la fortuna congiurasse contro i Pisani, e gli stessi avvenimenti da loro più desiderati tornavano tutti a loro svantaggio. L'Arno, ingrossato il giorno dell'Ascensione da violenti piogge, ruppe il ponte che univa i due ridotti; gli assediati non furono lenti ad approfittarne per attaccare il più debole. Ma Sforza e Tartaglia, i due generali dei Fiorentini, che trovavansi sull'opposta riva, spinsero i loro cavalli nel fiume, e con estremo pericolo guadagnarono l'opposta sponda, onde i Pisani fuggirono atterriti quasi senza combattere[149].
Questi due capitani erano de' più riputati che allora contasse l'Italia. Fino a tal punto la loro rivalità aveva giovato all'impresa; ma una crescente gelosia, una oramai scoperta animosità, cominciavano a turbare le operazioni dell'armata ed a rianimare le speranze dei Pisani. Gino Capponi, uno dei dieci della guerra, si recò da Firenze al campo per riconciliarli, e vi riuscì; ma credendo pericolosa la loro vicinanza, prepose un di loro al corpo d'armata che cingeva la parte superiore di Pisa, l'altro a quella che stava al di sotto, e la città trovossi per questo divisamento bloccata più strettamente che mai[150].
L'ardore del sole in quelle campagne insalubri, la cattiva aria e le malattie delle armate parvero finalmente venire in soccorso degli assediati. I soldati erano assaliti da nojosi insetti, febbri pestilenziali si manifestavano nel campo, e cominciavano a spargervi lo scoraggiamento. I dieci della guerra ne conobbero appena i primi sintomi, che mutarono gli accantonamenti de' soldati; posero gli uni ne' castelli perchè si ristorassero dalle sostenute fatiche, e tennero gli altri in un continuo movimento, persuasi che l'ozio, in cui languisce il soldato, sia la prima causa delle sue malattie[151].
D'altra parte la fatica, la miseria, la fame, esponevano i Pisani alle stesse malattie, senza che questi avessero mezzo di ripararvi. Avevano voluto liberarsi delle bocche inutili, ma i Fiorentini le facevano rientrare in città[152]. Improvvisamente a mezzo luglio i Pisani spiegarono lo stendardo del duca di Borgogna, e spedirono araldi d'armi ad avvisare i Fiorentini che si erano dati a questo potente signore, ed erano stati ricevuti sotto la di lui protezione. Ma perchè il duca non aveva armata per liberarli, i Fiorentini continuarono l'assedio e spedirono un'ambasciata a questo principe[153].
Giovanni Gambacorti aveva diretta la difesa dei Pisani con una quasi assoluta autorità, ma quando vide il popolo in preda agli orrori della fame, disperando di potersi più lungamente difendere, prese a trattare segretamente coi Fiorentini. Le condizioni ch'egli domandava, e che studiosamente nascondeva ai suoi compatriotti, riferivansi tutte al suo particolare vantaggio. Voleva il diritto di cittadinanza a Firenze colla proprietà di tre case, il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue vicinanze, ed un'indennità di cinquanta mila fiorini[154]. Queste condizioni vennero accettate, ed il Gambacorti aprì la porta di san Marco all'armata fiorentina nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, e nella stessa notte le truppe occuparono pure il quartiere del Borgo. All'indomani avanzaronsi in città, precedute da carri pieni di pane e di altri viveri, che i soldati medesimi distribuivano al popolo[155]. Tutte le provigioni erano consunte, e più non trovaronsi in città nè grani, nè farine, ma soltanto alcuni magazzini pieni di zuccaro e di cassia, e tre vacche magre. Gli abitanti si erano nutriti di erbe, che coglievano nelle strade e lungo le mura; sarebbe loro stato impossibile di sostenersi ancora molti giorni; ma non pertanto non pensavano ad arrendersi. Intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il Gambacorti gli aveva venduti, ed il loro ultimo sentimento, perdendo l'antica loro indipendenza, fu il desiderio della vendetta e l'odio contro il tiranno che li tradiva[156].
Gino Capponi, commissario de' Fiorentini presso l'armata ed uno dei dieci della guerra, fu nominato governatore di Pisa col titolo di capitano del popolo. Quando entrò in città adunò i cittadini a parlamento sulla pubblica piazza; loro promise che Firenze li tratterebbe dolcemente e li risguarderebbe come fedeli sudditi. Cercò infatti di affezionarli alla loro sorte colla dolcezza e colla giustizia della sua amministrazione, non trascurando ad un tempo i più vigorosi provvedimenti per assicurarsi della loro sommissione. Mandò a Firenze tutti i Gambacorti con duecento capi delle più nobili famiglie di Pisa, che colà furono tenuti dalla repubblica in qualità di ostaggi[157]. Molti gentiluomini pisani abbracciarono in tale occasione la milizia, o vi fecero inscrivere i loro figli, onde trovare nell'indipendenza degli accampamenti la libertà che perdevano nella loro patria, e combattere ancora come soldati avventurieri i loro oppressori, contro ai quali più non potevano impugnare le armi come cittadini. Dopo un lungo esilio fra gli stranieri, dopo frequenti e sempre inutili tentativi per liberare la loro patria, dopo una rivoluzione eccitata in Pisa quando era già da un secolo sottomessa, e dopo uno sgraziato assedio che i Pisani sostennero con tutta l'energia de' loro antenati, alcuni finalmente abbandonarono l'Italia, e tramandarono ai loro discendenti, come una preziosa eredità, l'amore del sacro nome di patria e l'odio dell'oppressione. Coloro che rimasero in Pisa conservarono più lungo tempo che verun altro popolo sottomesso un'energia che quasi sempre viene distrutta dalla servitù. La città che pel corso di cinque secoli aveva dominato il mar Tirreno con tanta gloria, più non ebbe dopo tale epoca esistenza politica, nè influenza, nè storia[158]; ma i cuori de' suoi abitanti non erano ancora sottomessi; ed i Fiorentini non furono sicuri della sommissione di Pisa che quando videro coperte di erba le sue deserte strade.
I Fiorentini non giunsero a conquistare Pisa, che adottando essi stessi, e facendo adottare agli altri stati una politica contraria agli antichi loro principj; quella d'isolare tutte le guerre, e lasciare che ognuno si misurasse col suo particolare nemico, senza che i forti si alleassero ai deboli; e senza che il mantenimento dell'equilibrio in Italia assicurasse l'esistenza di tutti.
Nel corso d'un intero secolo i Fiorentini avevano tenuta una più generosa politica. Invece d'ingrandirsi colle loro vittorie essi mai cercato non avevano che l'altrui vantaggio, e sempre dopo le loro perdite si erano veduti abbandonati dagli alleati. Si vergognarono finalmente d'essere stati ingannati, come se la buona fede dell'ingannato non fosse più gloriosa che la destrezza dell'ingannatore. Essi non si lasciarono distogliere dalla loro intrapresa da niuna rivoluzione d'Italia, e nel tempo che spingevano le loro conquiste fino al mare, Milano prese una nuova forma, Venezia acquistò stati in terra ferma, e Ladislao di Napoli sollevossi repentinamente sopra le abbattute fazioni del suo regno, di modo che si andò a stabilire in Italia un nuovo equilibrio fra meno numerosi ma più potenti stati. Per farne conoscere le basi più non ci rimangono a descrivere che le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Puglia.
Lo scisma che divideva la Chiesa dopo il 1378 sembrava che più terminare non potesse. I pontefici rivali, che lo avevano cominciato, erano ambidue morti, ma l'uno e l'altro avevano avuto un successore nominato dalla propria fazione. I nuovi papi più non si battevano con tanta violenza di scomuniche come i loro predecessori; ma malgrado l'apparente loro moderazione, sforzavansi di conservare la loro dignità senza prendersi pensiero del riposo e dell'unione della Chiesa. Conoscevano l'uno e l'altro che non giugnerebbero giammai ad avere l'universale dominio del cristianesimo, ma preferivano di regnare sulla metà de' fedeli piuttosto che discendere dal trono; e tutti i segreti loro sforzi miravano a prolungare lo scisma che la cristianità voleva terminare.
Roberto di Ginevra, o Clemente VII, era morto in Avignone il 16 settembre 1394, ed all'istante i re di Francia, d'Inghilterra e d'Arragona, l'università di Parigi, gli elettori di Magonza e di Colonia, e papa Bonifacio IX, avevano scritto ai cardinali francesi pregandoli a non nominare il successore dell'estinto pontefice, ed a cogliere quest'occasione per terminare lo scisma. Ma i cardinali temevano di essere costretti a porsi presso il vivente pontefice in qualità di colpevoli e di ribelli ridotti a chiedere grazia, non come eguali che si riconciliano. Affrettaronsi perciò di chiudersi in conclave, ed il dodicesimo giorno nominarono papa il cardinale d'Arragona Pietro di Luna, che prese il nome di Benedetto XIII[159]. Sebbene questo cardinale avesse avuto parte nell'elezione di Clemente VII aveva lungo tempo tentati tutti i mezzi di conciliazione; aveva altamente biasimato il rigore del papa, che vi si rifiutava, ed aveva riputazione d'essere il più moderato della fazione, ed il più proprio a ristabilire la pace della Chiesa.
Prima dell'elezione tutti i cardinali si erano obbligati a non ricusare di prestarsi a qualunque sagrificio, e nominativamente alla cessione del papato, per ottenere l'unione della Chiesa; Benedetto ratificò questa promessa con giuramento dopo essere stato proclamato[160]; ma invano la cristianità volle fargli eseguire questa promessa, ch'egli opponeva sempre scrupoli a scrupoli, e considerandosi come vero papa, non voleva, diceva egli, privare la Chiesa del suo legittimo capo, per sottometterla forse ad uno scismatico scomunicato. I Francesi mostravansi più che ogni altra nazione zelanti per la riunione, perchè la corte d'Avignone stava interamente a carico loro, e non si manteneva che con una scandalosa simonia. Carlo VI adunò un concilio generale a Parigi il 12 febbrajo del 1395; ma quest'assemblea intimò senza effetto ai due papi di abdicare per la pace della Chiesa. Un secondo concilio nazionale venne adunato nel 1398, e questi determinò di sottrarre la Chiesa all'ubbidienza dei due papi, per obbligarli alla riunione; e perchè Benedetto XIII vi si rifiutava Boucicault venne ad assediarlo nel castello d'Avignone, ove lo costrinse a capitolare il 14 aprile del 1399[161]. Questi promise di deporre la tiara tostochè farebbe lo stesso ancora Bonifacio, o che la di lui morte aprirebbe un'altra strada alla riconciliazione della Chiesa.
Intanto Wencislao aveva annunciato a Carlo VI che l'Allemagna e l'Italia si leverebbero dall'ubbidienza di Bonifacio IX, quando la Francia più non ubbidisse a Benedetto, ma tale promessa non ebbe esecuzione. Wencislao erasi impegnato al di là delle sue forze, e la di lui deposizione, e l'elezione di Roberto mutarono tulle le disposizioni della Germania. I Francesi addolcirono la loro severità verso Benedetto, ch'essi avevano tenuto prigioniere nel suo palazzo d'Avignone, e questo papa coll'ajuto del duca d'Orleans fuggì il 12 marzo 1403 attraversando le guardie normanne che lo circondavano. Tosto che trovossi libero, i suoi cardinali lo raggiunsero, e tutta la Francia rientrò sotto la di lui ubbidienza[162].
Benedetto, ch'era stato ristabilito soltanto dopo di avere promesso di cooperare all'estinzione dello scisma, mandò quattro ambasciatori a Roma nel 1404 per trattare con Bonifacio IX; ma questi non proponevano vicendevoli cessioni, ma soltanto assemblee dei due papi e dei loro cardinali per riformare la Chiesa[163]. Mentre gli ambasciatori di Benedetto trattenevansi in Roma aspettando i riscontri di Bonifacio, questi morì il 29 settembre del 1404.
Bonifacio era stato piuttosto guerriero che ecclesiastico; aveva assoggettata Roma alla sua autorità, e durante il suo regno di quindici anni, l'aveva conservata ubbidiente col supplicio di tutti coloro che avevano cercato di scuotere il giogo. Ma quando fu morto, il popolo prese le armi sotto la direzione dei Colonna e dei Savelli; le voci di viva la libertà risuonarono in tutti i quartieri della città, e gl'insorgenti occuparono la chiesa di santa Maria d'Araceli, ove si fortificarono, mentre i cardinali erano rinchiusi nel palazzo quasi contiguo al Campidoglio[164]; in mezzo a tanto tumulto elessero Gusmano di Sulmona, cardinale di Bologna, che prese il nome d'Innocenzo VII. Prima di procedere all'elezione ogni cardinale aveva giurato di non rifiutarsi quando fosse nominato papa, a verun sagrificio, non escluso quello dell'abdicazione della sua dignità per mettere fine allo scisma[165].
Innocenzo VII, prima di pensare alla pace della Chiesa, dovette occuparsi di quella di Roma, ove tutte le strade erano chiuse da steccati, ed ove il popolo armato faceva in ogni lato risuonare la voce di libertà. L'ambizioso Ladislao di Napoli eravi accorso per approfittare di questo disordine, ma la diffidenza che eccitava questo principe riconciliò il popolo col suo pontefice: castel sant'Angelo e città Leonina, ossia il Vaticano, vennero confidati alla guardia d'Innocenzo VII, il Campidoglio fu restituito al popolo, e le sue fortificazioni distrutte. Si convenne che il senatore verrebbe nominato dal papa fra i tre candidati presentati dal popolo, ed il governo della repubblica romana fu dato ad una magistratura che doveva rinnovarsi ogni due mesi, e che chiamossi i dieci della libertà[166].
Innocenzo VII era vecchio, savio e moderato; il suo carattere e gli scrupoli della sua coscienza parevano guarentire l'esecuzione delle convenzioni che aveva stipulate, sia coi cardinali, sia coi Romani; ma la cupidigia della sua famiglia non tardò a farlo agire contro il proprio disinteresse, ed i maneggi di Ladislao gl'inimicarono nuovamente il popolo.
Ladislao, figlio di Carlo III, aveva cominciato nel 1392 a rialzare dal suo profondo avvilimento il partito di Durazzo. Faceva in allora le sue prime campagne, e quando uscì di Gaeta, la regina Margarita sua madre lo raccomandò affettuosamente ai baroni che componevano la sua armata. Educato in mezzo ai pericoli, circondato nella sua fanciullezza da guerre civili e da congiure, mentre colle forze fisiche s'era sviluppato in lui il coraggio, il suo spirito s'era pure avvezzato all'intrigo ed alla dissimulazione. Il suo valore e quello delle sue truppe, sempre da lui condotte, erano superiori ad ogni pericolo; nè rispetti d'onore o di probità mettevano ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Frattanto la virtù cominciava ad essere tenuta in minor pregio che la destrezza. I talenti ed il valore di Ladislao gli andavano sempre acquistando nuovi partigiani; i popoli più in lui non vedevano che l'unico rampollo del sangue de' loro re; Bonifacio IX lo rappresentava come il solo figlio legittimo della Chiesa, mentre il suo rivale trovavasi avvolto nello scisma[167]. Nel 1399, grandi baroni, che fino a tale epoca eransi mostrati i più zelanti per la casa d'Angiò, Raimondo di Balzo degli Orsini, ed i Sanseverini, passarono sotto le di lui insegne; Napoli gli aprì le porte, Carlo d'Angiò, fratello del re Lodovico II, ritirossi in castel nuovo dove fu assediato, mentre lo stesso re Lodovico lo era in Taranto; onde questi principi, dopo una lunga resistenza, furono forzati a consegnare le fortezze ai loro nemici, ed a ritirarsi in Provenza[168].
Ladislao ne' susseguenti anni assodò la propria autorità sul regno, di fresco abbandonato dal suo rivale; e dopo avere, successivamente prese tutte le fortezze che trovavansi in mano de' Francesi, si fece a punire i partigiani che questi avevano avuti tra la nobiltà. Egli estese le sue vendette a tutti coloro che avevano appartenuto alla fazione Angioina, sebbene avessero in appresso fatta la loro pace, e l'avessero corroborata con importanti servigj: i Sanseverini, la casa da Marzano, ed il duca di Venosa, ai quali doveva le sue ultime vittorie, provarono ancor essi la memoria ch'egli conservava della passata loro nimicizia.
Vedevasi appena assicurato sul trono di Napoli, che fu chiamato come suo padre Carlo III, al trono d'Ungheria. Sigismondo aveva disgustata tutta la nobiltà colle sue dissolutezze e colle sue crudeltà; fu arrestato, in tempo d'una religiosa ceremonia, in mezzo alla sua corte, nella primavera del 1401, ed affidato ai due fratelli Gara, figli del palatino Niccola ch'egli aveva fatto perire, i quali lo tennero in prigione nel castello di Soklos, mentre i deputati della nobiltà invitavano Ladislao ad attraversare l'Adriatico per ricevere la corona di santo Stefano[169].
Ma Ladislao, occupato trovandosi in tale epoca nel suo secondo matrimonio colla principessa Maria di Cipro[170], non potè passare personalmente in Ungheria, e vi mandò soltanto Luigi Aldemari, suo ammiraglio, che con cinque galere ricevette nel 1402 la sommissione di Zara, Vrana, Spalatro, Traù, Sebenico e di altre città, che in addietro appartenevano ai Veneziani[171]. L'anno susseguente soltanto Ladislao passò a Zara, e vi si fece coronare il 5 agosto come re d'Ungheria. Ma frattanto avendo Sigismondo guadagnato l'amore della palatina di Gara, era stato da lei liberato dalla sua prigione[172]; aveva ricuperato il regno d'Ungheria, e minacciava la Dalmazia. Ladislao, invece di pensare a contrastargliene la corona, tornò a Napoli, e dopo alcuni anni vendette ai Veneziani per cento mila fiorini Zara e tutte le piazze che gli erano rimaste in Dalmazia, rinunciando per tal modo definitivamente a tutti i suoi diritti sull'Ungheria, e ritornando alla repubblica la sua antica sovranità[173].
Ladislao, abbandonando la corona di Ungheria, meditava nuove conquiste di province a lui più vicine. Lo stato ecclesiastico pareva posto in sua balìa. La morte di Bonifacio IX e le turbolenze che accompagnarono l'elezione del suo successore, potevano agevolare al re di Napoli la conquista di Roma, senza che avesse bisogno di portare apertamente le armi contro la santa sede, cui andava debitore della sua corona. Egli limitossi ad incoraggiare i Romani nel loro spirito d'indipendenza, e d'inasprirli contro il papa, onde ridurlo ad allontanarsi dalla città, affine di potersi poi presentare egli medesimo come protettore del popolo[174].
«Circa quest'epoca, scrive Leonardo Aretino nelle memorie de' suoi tempi, io fui chiamato a Roma da Innocenzo VII, venni accolto con bontà dal pontefice, e n'ebbi onorificenze ed impieghi, che mi distinsero tra i suoi più intimi famigliari. Parvemi allora che il popolo romano abusasse assai della libertà che aveva ricuperata. Delle famiglie principesche quelle de' Colonna e de' Savelli erano le più potenti; e gli Orsini non avevano allora autorità, perchè sospetti di favorire il pontefice. Ricca e numerosa era la corte, avendo molti cardinali in gran parte di alta condizione. Il papa risedeva nella basilica del Vaticano; era desideroso di riposo, e sarebbesi accontentato della sua situazione, se gli si fosse permesso di goderne; ma la malvagità di alcuni uomini, che avevano grandissima influenza sul popolo, doveva alla fine impedire la continuazione della pace. Ogni giorno andavano crescendo i sospetti, e perchè il re faceva passare a Roma la sua cavalleria, il papa fu pure costretto ad adunare soldati; questa fu la cagione delle turbolenze.
«Fuori di Roma, lungo la strada che dalla Toscana conduce nel Lazio, avvi un ponte sul Tevere detto Milvio, o Ponte Molle. È questo fortificato, ed il papa vi teneva guarnigione; ma i Romani pretendevano d'averlo essi in guardia, affinchè venisse chiusa questa strada a chi tentar volesse d'invadere il Lazio. L'attaccarono una notte all'impensata, ma la guardia si difese; e la zuffa fu ostinata da ambedue le parti. Sopraggiunse finalmente la cavalleria del papa in sul fare del giorno, e ruppe gli assalitori, molti de' quali furono feriti, altri uccisi. I fuggitivi entrati in città si fermarono al Campidoglio adunandovi la moltitudine. Era un giorno festivo, ed il popolaccio ozioso e riscaldato dal vino diede mano alle armi, e spiegate le insegne s'avanzò affollato ad attaccare la dimora del pontefice. Dal canto loro i nostri soldati s'apparecchiano alla pugna, dispongono le armi loro, si fanno a vicenda coraggio, si serrano nelle loro file e mettono castel sant'Angelo nel migliore stato di difesa. La notte sospese l'attacco del popolo, ma i due partiti si tennero sotto le armi. Il Tevere li separava, ed assicurava le due parti da ogni improvviso assalto. Ne' susseguenti giorni si trattò di ristabilire la pace, ed a tale oggetto molti cittadini romani si presentarono al pontefice. Mentre questi, usciti da una conferenza, tornavano a casa loro, furono attaccati avanti alla mole Adriana; undici furono presi e gli altri salvaronsi colla fuga. I primi furono condotti a Luigi dei Migliorotti, nipote del pontefice, per ordine del quale erano stati presi, e furono crudelmente uccisi. Trovavansi tra costoro due de' signori che il popolo romano aveva scelti per governare la repubblica; erano gli altri distinti cittadini, alcuni de' quali avevano mostrato di essere parziali per la Chiesa.»
Il Migliorotti era rimasto offeso dall'alterigia che i deputati romani avevano manifestato nelle loro conferenze, ed era uscito di concistoro per apparecchiare questa sanguinosa scena, quand'appunto i deputati proponevano più moderate condizioni e che le due parti parevano ravvicinarsi[175].
«Quando la notizia di quest'avvenimento si sparse per Roma, prosiegue Leonardo Aretino, si corse alle armi; le strade si affollarono di popolo, e tutta la città risuonava di clamori e d'imprecazioni. Corsi io medesimo in quel giorno grandissimo pericolo, perchè, credendo le ostilità sospese, mentre la deputazione romana trovavasi presso il pontefice, io aveva passato il fiume ed era entrato in città. Tosto che intesi il tumulto volli ritirarmi alla mia abitazione, ma trovai il ponte Adriano occupato da gente armata: erano i parenti e gli amici degli uccisi che si apparecchiavano a vendicarli. Gli ebbi appena riconosciuti, che diedi a dietro fuggendo a briglia sciolta, finchè giunto in una rimota strada, scesi di cavallo, mi avviluppai nel mantello del mio servitore e mi misi di nuovo tra la folla. Passai così, senz'essere riconosciuto, in mezzo agli armati, e giunsi presso i nastri. Il primo oggetto che ferì i miei occhi fu il mucchio de' cadaveri di coloro che erano stati uccisi, lasciati in mezzo alla strada lordi del proprio sangue, e coperti di larghe ferite. Mi fermai, compreso di orrore, ed osservando i loro volti, riconobbi tra questi alcuni de' miei amici, che mi cavarono le lagrime. Mi recai in appresso all'appartamento del pontefice, e lo trovai immerso nella più crudele afflizione. Egli non aveva la menoma parte in questa carnificina; era uomo dolce e pacifico e niente più ripugnava al suo carattere ed alla sua bontà quanto lo spargimento del sangue umano. Egli si lagnava della sua sorte, ed alzava gli occhi al cielo in atto di chiamare Dio in testimonio della sua innocenza[176].»
Frattanto colui che comandava per il papa in Castel sant'Angelo, sembrava vacillante nel suo partito. Luigi dei Migliorotti non aveva bastanti truppe per difendere il Vaticano; onde nella medesima notte Innocenzo VII fu costretto di fuggire a Viterbo. Erasi di poco allontanato, quando Ladislao, chiamato dai Colonna e dai Savelli, entrò in Roma con una piccola armata, e chiese al popolo la signoria. Ma i Romani non avevano scacciato un pacifico sovrano per darsene uno affatto militare. Accusarono i Colonna ed i Savelli d'avere tradita la patria, ed altamente manifestarono la loro avversione al giogo de' Napolitani. Un cittadina ricusò ostinatamente di ricevere in sua casa i soldati che vi dovevano avere il loro quartiere, onde volendo questi entrarvi a viva forza, prima i vicini, poi tutti i Romani presero le sue difese. Un'accanita zuffa cominciò allora tra i Romani ed i Napolitani, che si prolungò fino alla notte; ma infine Ladislao dovette uscire di Roma, ed altro non potendo fare, fece appiccare il fuoco in quattro diversi quartieri[177].
L'attentato di Ladislao per impadronirsi di Roma riuscì vantaggioso ad Innocenzo VII. I Romani cercarono di riconciliarsi con lui; gli mandarono ambasciatori, i quali, dopo una lunga conferenza, lo persuasero, il 13 marzo 1406, a rientrare nella sua capitale[178]. Questo papa morì il 5 novembre dello stesso anno; potendosi un'altra volta terminare lo scisma, si sagrificò di bel nuovo il vantaggio della Chiesa al personale interesse dei cardinali. Dichiararono questi di volere, piuttosto che un papa, eleggere un procuratore del loro partito, per deporre il pontificato[179]. Ma, malgrado il giuramento d'abdicare prestato da cadaun di loro, essi sperare non potevano che il papa, che verrebbe eletto, mostrasse all'occasione maggiore disinteressamento ch'essi medesimi.
I suffragi si riunirono a favore d'Angelo Corrario, veneziano, cardinale di Aquilea e patriarca di Costantinopoli, il quale prese il nome di Gregorio XII. Contava allora settant'anni, ed aveva opinione d'essere un sant'uomo e di antica severità. Quando fu appena consacrato, rinnovò, con apparente premura, le già fatte promesse, di tutto sagrificare per metter fine allo scisma della Chiesa[180].
Gregorio scrisse a Benedetto XIII per invitarlo alla pace, proponendogli una vicendevole abdicazione. Rispose Benedetto da Marsiglia, il 22 gennajo 1407; quasi ne' medesimi termini: era lo stesso invito, la medesima esortazione, le stesse promesse[181]. Carlo VI aveva proposto ai due pontefici di abdicare, ciascuno in presenza del suo proprio collegio; ed i cardinali delle due ubbidienze si sarebbero in appresso riuniti per nominare un nuovo papa. Ma Benedetto e Gregorio rigettarono d'accordo questa proposizione e chiesero egualmente una conferenza nella quale abdicherebbero insieme innanzi ai due collegi riuniti[182].
I deputati che Gregorio XII aveva mandati a Marsiglia scelsero, d'accordo con Benedetto XIII, la città di Savona per la proposta conferenza. Fu steso un lungo trattato tra i due cleri ed il re di Francia, in allora sovrano dello stato di Genova. Acconsentì Carlo VI, che la signoria di Savona fosse trasferita ai due papi, e rispetto alla divisione della città fra i due emuli, che ognuno possedesse un castello ed un quartiere fortificato: ogni papa doveva recarsi a Savona con otto galere, ed una guardia di dugent'uomini. Questo trattato venne accettato e ratificato da Gregorio XII, che lo partecipò a tutti i principi cristiani[183].
Ma questo pontefice era ben lontano dal pensare di dare esecuzione a ciò che aveva promesso: i suoi parenti ed i consiglieri, che gli stavano intorno, tutto mettevano in opera per dissuaderlo dall'abdicazione[184]. In conseguenza delle clandestine pratiche della sua famiglia, i Veneziani, suoi compatriotti, ricusarono di somministrargli le galere; onde dichiarò che non poteva intervenire con sicurezza nè a Savona, nè in verun'altra città marittima, poichè troverebbesi esposto agl'insulti delle flotte del suo emulo[185]. I rimproveri e le dicerie di tutte le persone desinteressate costrinsero, gli è vero, Gregorio XII a lasciar Roma; ma si fermò di nuovo a Siena[186], e ricominciò le negoziazioni. Chiedeva o che si scegliesse un'altra città per le conferenze, o che Benedetto rimandasse a dietro le sue galere; che Boucicault partisse da Genova; in fine che la sicurezza del suo emulo fosse interamente sagrificata alla sua.
Benedetto XIII non era più sincero, ma sapeva più destramente contenersi, e mentre che il suo avversario sembrava fuggire, pareva ch'egli si avanzasse per incontrarlo. Era giunto a Savona nello stabilito termine, e perchè Gregorio erasi recato da Siena a Lucca, Benedetto si trasferì fino a porto Venere, ed in appresso fino alla Spezia, di modo che i due pontefici trovavansi soltanto quarantacinque miglia distanti l'uno dall'altro. Ma mentre i loro negoziatori sforzavansi di riunirli, l'uno, dice Leonardo Aretino, come animale acquatico, non voleva mai abbandonare la costa; l'altro, come un animale terrestre, non vi si voleva avvicinare[187].
Quasi tutta la cristianità pareva desiderare la cessazione dello scisma, ma il re di Napoli, Ladislao, cercava di farlo durare. Temeva egli l'ascendente che la corte di Francia aveva preso sulla Chiesa per i costanti e coraggiosi sforzi ch'ella aveva fatti per la riunione; temeva che un francese potesse nuovamente essere innalzato sulla cattedra di san Pietro dai cardinali d'Avignone, e che questi non spalleggiasse Luigi d'Angiò; e desiderava più di tutto che il papa suo vicino, e suo abituale signore, invece di tenerlo sotto tutela, come avevano fatto i suoi predecessori, continuasse a lasciarlo dominare nelle sue province e nella sua capitale.
In principio del seguente anno Ladislao intraprese apertamente a sottomettere colle armi gli stati della Chiesa ed ebbe l'accortezza di far approvare le sue conquiste dai parenti di Gregorio XII. Questi preferivano ogni cosa alla abdicazione del loro padrone, e presero occasione da questi movimenti del re di Napoli per rompere le negoziazioni con Benedetto XIII.
Ladislao si avanzò contro Roma in marzo del 1408 con dodici mila uomini di cavalleria, e con altrettanta infanteria; e nello stesso tempo mandò quattro galere ad occupare la foce del Tevere, perchè non si potessero introdurre vittovaglie in città[188]. Attaccò in appresso Ostia, e si rese in aprile padrone di questa città, che gli aveva opposta una vigorosa resistenza[189]. Pochi giorni dopo Paolo Orsini, che comandava in Roma, aprì per tradimento una porta all'armata del re; ed allora soltanto i cittadini accettarono una capitolazione che loro offriva il nemico di già entrato nelle loro mura[190]. Perugia, attaccata nello stesso tempo dai Napolitani, loro aprì pure le porte.
Gregorio XII, quando intese la perdita di Roma, lasciò travedere una gioja che tradiva i suoi segreti maneggi[191]. Benedetto per lo contrario aveva cercato di difendere questa città, sperando forse di ricondurla in tal modo alla sua ubbidienza. Boucicault dietro sua istanza armò tredici galere per mandarle nel Tevere, ma un contrario vento le ritenne a Porto Venere finchè più non erano in tempo a difendere Roma.
Questo supposto atto d'ostilità servì di pretesto a Gregorio XII per rompere ogni negoziato col suo competitore, vietò alla sua corte di mantenere comunicazione alcuna con quella dell'antipapa, e proibì ai suoi cardinali di uscire da Lucca, ove in allora si trovava. Poco dopo fece conoscere la sua intenzione di fare una promozione al sacro collegio, lo che era direttamente contrario alle convenzioni fatte per la riunione della Chiesa. I cardinali credevano di avere sempre il diritto di regolare Gregorio XII, ch'essi avevano condizionatamente eletto, e si opposero vigorosamente ad una promozione, che doveva perpetuare lo scisma; nel mese di maggio uscirono di concistoro quando Gregorio volle proclamare i suoi quattro nuovi cardinali; pretesero che il papa pensasse a gettarli in prigione o a farli morire, ed invitarono Paolo Guinigi, signore di Lucca, a garantire la loro libertà, siccome aveva promesso di fare; ed uscirono da quella città per passare a Pisa. Erano essi allora nove; tre dei loro colleghi rimasero ammalati in Lucca[192].
La repubblica fiorentina era, come il rimanente della cristianità, sdegnata con Gregorio XII, ed attribuiva alla sua ostinazione ed ai suoi artificj il prolungamento dello scisma, onde favorevolmente accoglieva i cardinali rifugiati a Pisa, e loro prometteva la sua protezione. Questi spedirono una rispettosa protesta a Gregorio XII contro gli ultimi suoi atti, ed un appello a lui medesimo, a Gesù Cristo, e ad un concilio generale[193].
Nell'altro partito il papa non era pure ben d'accordo coi suoi cardinali, nè tutti gli sforzi di Benedetto XIII per addossare al suo rivale il delitto d'avere prolungato lo scisma toglieva affatto di scorgere nel suo contegno la più fina dissimulazione. In gennajo il re di Francia aveva pubblicato un editto per obbligare i suoi sudditi a ritirare l'ubbidienza loro all'uno ed all'altro de' due papi, qualora l'unione della Chiesa non avesse luogo avanti l'Ascensione[194]. Benedetto rispose colle minacce di scomunica, ed il re, coll'approvazione del suo parlamento e della Sorbona, dichiarò, che Pietro de Luna, che facevasi nominare Benedetto XIII, era uno scismatico ostinato, un eretico, un perturbatore della pace della Chiesa, cui era proibito d'ubbidire più lungamente. Carlo VI scrisse nel tempo stesso ai cardinali del partito di Roma, ed a quelli del partito d'Avignone per esortarli a non essere più oltre il giuoco di due uomini, che mancavano a tutti i loro giuramenti, e che nel corso di un anno non avevano saputo trovare in tutto il mondo un luogo ove riunirsi in conformità delle loro promesse[195].
I cardinali di Benedetto abbandonarono in fatti il loro capo, e passarono a Livorno, ove andarono a trovarli quelli di Gregorio. Questo collegio, composto dei primi dignitarj delle due chiese, mandò lettere encicliche a tutta la cristianità, nelle quali la condotta dei due pontefici veniva rappresentata con molta moderazione ed imparzialità[196].
I frivoli pretesti che i papi allegavano a vicenda per ricusare ogni luogo di riunione loro proposto erano chiaramente dimostrati, e resa evidente l'impossibilità di riunire la Chiesa di concerto con due uomini che tendevano segretamente a dividerla. Ciò nulla meno, dicevano i cardinali, i sacri canoni hanno permesso in certi casi la convocazione di un concilio senza l'autorità del capo della Chiesa. Giammai la cristianità fu in maggiore bisogno di fare uso di tale prerogativa. Nè l'un papa nè l'altro potrebbe adunare un concilio ecumenico, poichè nè l'uno nè l'altro è riconosciuto da tutti i fedeli, ma i cardinali dei due collegi, rappresentanti della cristianità, hanno senza dubbio il potere, anzi l'obbligo di convocare questo supremo consiglio della religione, che può solo, colla sua autorità, rendere la pace alla Chiesa. I cardinali perciò ordinavano a tutti i vescovi e prelati delle due ubbidienze di trovarsi a Pisa in marzo del 1409 per formarvi un concilio ecumenico; ordinavano pure d'intervenirvi ai due papi, avvisandoli nello stesso tempo, che la loro assenza non impedirebbe l'unione del concilio[197].
Quand'ebbero notizia di questa convocazione, i due papi, invece di ravvicinarsi, partirono ambidue dai luoghi in cui si trovavano, per allontanarsi di più. Benedetto XIII con tre cardinali che gli erano rimasti fedeli, montò sulle galere a Porto Venere, e fece vela verso l'Arragona, ove fu ricevuto con infinita difficoltà[198]. Dal canto suo Gregorio XII abbandonò Lucca coi quattro cardinali di fresco creati, e dopo essersi trattenuto qualche tempo a Siena, si pose sotto la protezione di Carlo Malatesti, signore di Rimini. Frattanto Gregorio XII adunò un concilio nella provincia di Ravenna, e Benedetto XIII in quella di Perpignano. L'un papa e l'altro sperava in tal modo di sottrarsi ai rimproveri d'ostinazione che loro faceva la cristianità per non avere assoggettata la loro causa al supremo consiglio della Chiesa[199].
I cardinali dei due partiti, il re ed il clero di Francia, le repubbliche di Firenze e di Venezia, tutti coloro finalmente che determinarono la convocazione del concilio di Pisa, pare che agissero di buona fede, e mossi da ardente desiderio di ristabilire la pace della Chiesa. Non pertanto il Raynaldi, organo della corte di Roma, dichiarasi costantemente, dopo il cominciamento dello scisma, contro la Chiesa in favore del suo capo, condanna egualmente le intenzioni e la condotta di tutti i cardinali che si pronunciarono contro Urbano VI ed elessero Clemente VII, di tutti quelli che nel nuovo collegio formato da Urbano si separarono in seguito da lui e furono da questo sanguinario pontefice trattati così barbaramente, di tutti quelli che seguirono Benedetto XIII nella sua fuga, e di tutti coloro che aderirono al concilio di Pisa. Egli non si avvede che avviluppa così nelle sue condanne tutti i ministri degli altari, tutti coloro dai quali deve derivare l'autorità dei papi posteriori allo scisma, e che per evitare il rimprovero d'inconseguenza, d'ambizione, di sfrenata collera a due o tre prelati che si sono succeduti nel pontificato, è obbligato di accusare tutto il clero, tutta la Chiesa cattolica di calunnia, d'eresia e di ribellione contro il suo capo.
Frattanto il carattere del personaggio che ben tosto si acquistò la più grande influenza sui cardinali e su tutto il concilio di Pisa, giustifica forse fino ad un certo punto le accuse date al suo partito. Era questi Baldassar Cossa, cardinale di sant'Eustacchio e legato di Bologna. Fu veduto, con una ambizione affatto mondana, non ad altro pensare che a fondare un principato sulle ruine degli stati della chiesa. Dopo il 1403 egli governava Bologna[200], e, per consolidare il proprio potere su questa città, era sceso alle più basse pratiche, alle più perfide trame; aveva progressivamente soggiogate le città della Romagna; ma aveva acquistato il dominio di Faenza e di Forlì con una lunga serie di tradimenti[201]. Pure il suo indipendente potere e la sua destrezza gli procacciarono una grandissima influenza sopra i cardinali suoi colleghi: e da che il concilio fu adunato, parve che Baldassar Cossa ne fosse il capo.
Ventidue cardinali delle due ubbidienze, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, quarant'uno priori ed ottantasette abati di monasteri, si erano adunati a Pisa per il concilio. Vi si trovavano pure i deputati di quattordici arcivescovi e di cento due vescovi assenti, i generali di molti ordini di monaci, gli ambasciatori dei re di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo, di Cipro e di Boemia, quelli di Wencislao, che pretendeva di essere re de' Romani, e quelli di Luigi d'Angiò, che pretendeva d'essere re di Napoli. Roberto, l'altro re de' Romani, e Ladislao, l'altro re di Napoli, spedirono pure ambasciatori a Pisa, ma solo per sostenere contro il concilio la causa di Gregorio XII. D'altra parte vi si recarono gli ambasciatori di Castiglia e d'Arragona per difendere quella di Benedetto XIII[202]: onde si calcolò che più di dieci mila forestieri venissero a stabilirsi in Pisa in tempo del concilio.
I prelati adunati dichiararono nell'ottava loro sessione, ch'erano costituiti in concilio ecumenico, e che perciò erano giudici supremi dei due papi. I processi di questi vennero subito cominciati, e dopo lunghissime discussioni furono ambidue condannati il 5 giugno del 1409, nella quindicesima sessione, come colpevoli di scisma e di eresia; tutti due vennero esclusi dalla comunione de' fedeli, e fu dichiarato vacante il papato[203].
I cardinali delle due ubbidienze, riuniti in un solo corpo, entrarono in conclave il 15 di giugno. Il cardinale Cossa ricusò l'offertagli tiara, ed indicò, quale soggetto più degno di portarla, Pietro di Candia, arcivescovo di Milano, che raccolse tutti i suffragi. Questo cardinale fu consacrato a Pisa il 7 luglio del 1409 sotto il nome d'Alessandro V; ed il primo atto del suo pontificalo fu quello di tranquillare le coscienze intorno a tutto quanto erasi fatto in tempo dello scisma, e di ratificare tutte le nomine ai beneficj, e tutte le dispense ottenute dall'una e dall'altra parte, tutte abolendo le censure e le scomuniche che erano state pronunciate in occasione delle divisioni della Chiesa[204].
Nella XXIVma ed ultima sessione, tenuta il 7 agosto 1409, il concilio di Pisa impose al nuovo papa l'obbligo di convocare sollecitamente un altro concilio per riformare la Chiesa nel suo capo e nelle sue membra[205]. Un papa quasi universale era stato renduto alla Cristianità; la maggior parte dell'Europa gli ubbidiva, e soltanto la Spagna riconosceva ancora Benedetto XIII, come il Malatesti in Romagna, Ladislao a Napoli e Roberto di Baviera in Germania difendevano tuttavia Gregorio XII: e questo avanzo di divisione nella Chiesa diede motivo al concilio di Costanza. Ma se quello di Pisa non conseguì intero lo scopo per cui si era adunato, cominciò per lo meno una nuova epoca per la Chiesa. In quest'assemblea fu visto svilupparsi uno spirito repubblicano ed aristocratico, che limitava l'autorità dei papi, e che voleva mettere limiti al loro potere monarchico: il consiglio della Chiesa si appropriò il diritto di giudicare il suo capo, di condannarlo e di deporlo; manifestò le pretensioni che dovevano dirigere la condotta dei padri di Costanza e di Basilea, e diede principio a quella lunga contesa che dopo un secolo di vicissitudini doveva terminarsi colla riforma[206].
CAPITOLO LXI.
Ladislao, re di Napoli, occupa gli stati della Chiesa; minaccia Firenze; muore. — Sigismondo d'Ungheria, eletto imperatore, muove guerra ai Veneziani; sue conferenze con Giovanni XXIII in Lombardia; deplorabile stato di questo paese.
1409 = 1414.
Erano pochi anni passati da che la repubblica fiorentina era stata liberata dai timori che le ispirava Giovanni Galeazzo, quando un nuovo avversario, ancora più formidabile, si dichiarò contro di lei. Educato in mezzo alle guerre civili, avvezzato a lottare contro accanite fazioni, in un paese in cui la stessa amicizia era senza buona fede, Ladislao riuniva la politica perfida di Giovan Galeazzo ad un valore personale, che questo principe non conobbe mai, e ad un'ambizione ancora più smisurata che quella del duca di Milano. Ladislao spingeva le sue mire al di là del regno d'Italia, cui aspirava il suo predecessore ed ambiva la corona imperiale, sperando di toglierla a Wencislao ed a Roberto, che l'uno e l'altro non potevano farsi ubbidire dai loro grandi vassalli, ed aveva preso per divisa: Aut Cæsar aut nihil[207]. Di già quest'orgogliosa iscrizione leggevasi sulle bandiere quando s'impadronì della maggior parte dello stato ecclesiastico. Le città di Roma, Ascoli, Fermo, Perugia, Todi, Assisi, ed altre ancora, eransi a lui sottomesse; non pertanto egli pretendeva sempre di essere il protettore e l'amico di Gregorio XII, ed aveva convenuto di pagargli venti mila fiorini all'anno in compenso dell'entrate degli stati che gli toglieva. Con questa modica somma il papa fuggiasco doveva mantenere tutta la sua corte[208].
Ladislao aveva domandato che i Fiorentini lo riconoscessero per legittimo sovrano degli stati della Chiesa, e a tale prezzo loro offriva la sua alleanza. I Fiorentini non vollero acconsentirvi, perchè riguardavano le province usurpate dal re come parte del patrimonio del legittimo successore di san Pietro, ed erano risoluti di darle ancora in sua mano. «Quali truppe avete voi dunque da oppormi?» domandò Ladislao sorpreso, ai loro ambasciatori. «Le tue,» rispose audacemente Bartolomeo Valori[209].
In fatti i Fiorentini erano sicuri di attirare nel loro campo tutti i condottieri del re di Napoli coll'offerta di maggior soldo. Nè tale diserzione sarebbesi riputata vergognosa o sleale, perchè i capitani non prendevano servigio che per un termine assai breve, passavano senza scrupolo sotto le nemiche insegne quando giugneva il termine stabilito nel contratto. Il solo Alberico da Barbiano, grande contestabile del regno, non sarebbesi dato al migliore offerente, perchè una personale animosità contro Baldassar Cossa, legato di Bologna, lo teneva unito al partito di Ladislao. Ma questo grande ristauratore della milizia italiana morì appunto in quest'epoca nel castello di Pieve, presso Perugia[210]. Il 17 maggio dello stesso anno, Otto Bon Terzo, ch'era stato suo allievo e suo compagno d'armi, e che dopo erasi innalzato con una mescolanza di valore e di perfidia alla signoria di Parma e di Reggio, venne assassinato da Sforza di Cotignola, suo rivale, per ordine del marchese Nicolò d'Este in una conferenza che tennero in Ribiera[211]. Ladislao aveva da sè alienato per sempre un terzo condottiere, non meno illustre dei due precedenti; era questi Braccio di Montone, gentiluomo emigrato di Perugia, capo del partito dei nobili e dei Ghibellini in questa città. In tempo del suo esilio aveva fedelmente servito il re di Napoli, ed aveva sperato, col di lui ajuto, d'essere richiamato in patria. Ma i Perugini offrirono a Ladislao di aprirgli le loro porte, purchè rinunciasse alla protezione dei loro emigrati. Il re non esitò punto a sagrificare i suoi alleati per rendersi padrone di Perugia; promise di più di far assassinare Braccio, e questi non si sottrasse alle insidie che gli vennero tese, che per esserne stato avvisato da uno de' suoi amici[212].
I dieci della guerra di Firenze si affrettarono di prendere Braccio al loro servigio; si assicurarono altresì dell'alleanza de' Sienesi, che a seconda del partito che abbraccerebbero potevano decidere della sorte della Toscana. I gentiluomini e la fazione dei dodici erano sospetti di favorire Ladislao, ma il governo s'attaccò ai Fiorentini, e promise di non separare la propria dalla loro fortuna[213]. I due popoli mandarono a Ladislao ambasciatori per persuaderlo a rinunciare alla sua intrapresa, mentre che il re spedì dal canto suo negoziatori a queste due città per separare l'una dall'altra, ed offrire le più vantaggiose condizioni a quella che s'unirebbe a lui[214].
Ladislao aveva adunati dodici in quindici mila uomini di cavalleria; ed i Fiorentini quando scoppiò la guerra non ne avevano più di mille duecento[215]. Si affrettarono di prendere al loro soldo Malatesta di Pesaro ed altri capitani, ed in breve riunirono due mila quattro cento lancie, ognuna di tre corazzieri, e si trovarono a portata di assicurare tutti i luoghi forti del loro territorio[216]. Il re di Napoli guastò da principio tutto il circondario di Siena fino sotto le mura delle città; si avanzò poi dalla banda di Arezzo, per la valle di Chiana sperando di sorprendere questa città, o Monte Sansovino, ch'eragli stato promesso da alcuni traditori. Ma, sebbene la grande superiorità delle sue forze lo rendesse padrone della campagna, non ottenne di prendere una sola terra fortificata, e le sue intraprese si limitarono a distruggere le vigne, ed a bruciare le messi[217]. Nello stesso tempo dodici galere napoletane infestavano i mari di Pisa, ruinando il commercio de' Fiorentini, e togliendo l'isola dell'Elba a Gherardo Appiano, signore di Piombino, e vassallo della repubblica[218].
In appresso Ladislao volse le sue armi contro Luigi di Casale, signore di Cortona ed alleato de' Fiorentini. Questo piccolo principe aveva pochi diritti all'affetto de' suoi sudditi. L'anno precedente aveva colla vita rapito il sovrano potere a Francesco di Casale, suo cugino ed amico[219]. I Cortonesi non vollero esporsi ai mali della guerra pel vantaggio del loro tiranno, e quando videro il nemico guastare i loro campi, bruciare gli ulivi, sradicare le viti, aprirono le porte della città a Ladislao, e Luigi di Casale fu condotto nelle prigioni di Napoli coll'ambasciatore fiorentino che trovavasi presso di lui[220].
In questo tempo Braccio di Montone, chiudendo la sua piccola armata ne' castelli vicini a Cortona, teneva aperti gli occhi sui movimenti di Ladislao, per approfittare d'ogni suo fallo. Non voleva esporsi ad una battaglia, ma sorprendeva i distaccamenti napolitani, loro intercettava i convogli, tagliava a pezzi i foraggieri[221], e togliendo loro in tal modo i mezzi di provvedersi di vittovaglie li ridusse in breve a tali strettezze, che Ladislao fu costretto di ricondurre le sue truppe a Roma, dopo di avere lasciate grosse guarnigioni in Perugia, Cortona, e nelle città della Marca e del ducato di Spoleti[222].
I Fiorentini erano impazienti di portare a vicenda le armi loro negli stati del nemico. Avevano chiamato in Italia Luigi II d'Angiò, figlio del principe adottato dalla regina Giovanna, e che perciò pretendeva avere dei diritti sul regno di Napoli. Speravano i Fiorentini di riaccendere in suo favore la fazione degli Angioini, e fecero riconoscere Luigi come re di Napoli dal concilio di Pisa e da papa Alessandro V. Luigi d'Angiò, che giunse a Pisa in sul finire di luglio del 1409 con cinque galere e mille cinquecento cavalli, ricevette ad un tempo dal papa l'investitura dei regni di Sicilia e di Gerusalemme, ed il gonfalone della Chiesa[223]. Si unì poco dopo a Malatesta di Pesaro, generale de' Fiorentini, a Braccio di Montone, ad Agnello della Pergola ed alle truppe di Siena e di Bologna, ed entrò nello stato della Chiesa. Orvieto, Viterbo, Montefiascone, e non poche altre città del patrimonio gli aprirono le loro porte senza opporre resistenza[224]. Paolo Orsini, che comandava in Roma a nome di Ladislao, passò dalla banda dei nemici, e si pose al soldo dei Fiorentini con due mila uomini di cavalleria[225]. Egli si era tenuto in possesso di Castel sant'Angelo e del Vaticano; ma il conte di Troja, comandante di Perugia, aveva ricondotte a Roma tutte le guarnigioni lasciate in Toscana da Ladislao con due mila cavalli, e difendeva il passaggio del Tevere e le mura d'Aureliano[226].
L'armata della lega attaccò da prima il quartiere di Transtevere che è posto dalla stessa banda del fiume che il Vaticano; ma non avendo potuto forzarne i trinceramenti, passò il fiume a guazzo presso a Monte rotondo ed attaccò Roma dalla parte della Sabina egualmente con infelice esito. Luigi d'Angiò, scoraggiato da questi infruttuosi esperimenti, lasciata l'armata, tornò a Pisa, di dove ripassò colle sue galere in Provenza. Il legato di Bologna, Baldassar Cossa, venne a Firenze ed in seguito raggiunse a Pistoja papa Alessandro V, che colà aveva stabilita la sua corte[227]. Ma Malatesta, il generale fiorentino, rimase avanti a Roma con Paolo Orsini e Braccio da Montone[228]; stancheggiò la guarnigione napolitana con frequenti attacchi, incoraggiò gli amici della libertà, e quelli dell'unione della Chiesa, ed il 2 gennajo del 1410 gli furono aperte le porte della capitale della cristianità.