STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO X.


ITALIA
1818.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO LXXV.

Pontificato di Niccolò V; congiura di Stefano Porcari. — Campagna di Giacomo Piccinino nello stato di Siena. — Disgrazie e deposizione di Francesco Foscari a Venezia.

1447 = 1457.

Nel 15.º secolo la storia politica dell'Italia presenta un maraviglloso contrapposto colla sua storia letteraria; imperciocchè, mentre ogni giorno s'andava sempre più accostando colla ruina della libertà, quella pure de' costumi, dell'energia, e di ogni virtù pubblica e privata, vedevasi per lo contrario nascere ed aggrandirsi la passione per la poesia, l'ammirazione per l'eloquenza, ed in particolare per l'erudizione, che sembravano indicare qualche cosa di più nobile e di più elevato nel carattere del secolo. Ad ogni modo quando si fissano più a lungo gli sguardi sopra i celebri letterati che fiorirono in quest'epoca, per quanto ci sorprenda la loro laboriosa attività, per quanta riconoscenza c'inspirino i capi d'opera dell'antichità ch'essi ci conservarono, ed i capi d'opera de' moderni tempi ch'essi ci apparecchiarono, si scorgono però nel loro carattere e nel loro spirito gli effetti del disordine sociale, e scorgesi la ragione per cui non potevasi niente sperare dal loro lavoro che fosse degno di que' tempi che erano oggetto della loro ammirazione. In fatti i progressi dei lumi nel quindicesimo secolo non erano uno sviluppamento nazionale; non erano la riflessione, la meditazione, l'immaginazione italiana, che avevano fatti nascere i Guarini, i Valla, i Filelfo, i Poggio, ed i Ficino, ma l'ostinato studio di un'antichità che non aveva relazione col tempo presente, ma l'adozione dei pensieri, delle formole di ragionamento, d'immagini e di leggi poetiche, ch'erano state fatte per altre nazioni, per altre lingue, per altri costumi, ed un'assoluta preferenza accordata alla memoria in pregiudizio di tutte le altre facoltà, una servile sommissione del gusto individuale ai modelli ed all'autorità letteraria. Forse quest'assoluto abbandono delle naturali e vere impressioni, del pensiero originale, del gusto particolare d'ogni individuo in una nuova nazione, fu di maggior danno alle lettere in Italia ed in tutta l'Europa, che non furono loro di vantaggio i modelli, greci e romani, malgrado la loro sublime bellezza. Ma soprattutto nella politica del secolo presentemente vedremo come sia stato servile il carattere dato dall'erudizione al pensiero. La storia ci conduce a cercare le pubbliche virtù negli scrittori del quindicesimo secolo, e li troviamo mancanti di elevazione, di nobiltà, di amore di patria, di sentimenti politici.

Le repubbliche ed i piccioli principati produssero dei filologi; la sola Firenze coi suoi Leonardo Bruno, Poggio, Ambrogio Camaldolese e Marzuppini poteva a quest'epoca avere la palma sopra tutti gli altri paesi: ma quantunque tre di questi siano stati un dopo l'altro cancellieri della repubblica, non si videro acquistare nello stato un'influenza proporzionata ai vasti loro studj, nè adoperare utilmente in servigio della patria i sommi loro talenti, nè introdurre ne' consigli e nel foro un'eloquenza persuasiva, nè ricordare colle virtù e coi talenti degli antichi l'antichità che essi imitavano.

Il passaggio a Firenze dell'imperatore Federico III pose al cimento i talenti di questi pretesi oratori e politici. Carlo Marzuppini, ch'era succeduto a Leonardo Bruno d'Arezzo nell'ufficio di segretario della repubblica, venne incaricato di complimentare l'imperatore. Gli addirizzò un discorso in lingua latina, che compose in due giorni; la sacra e profana erudizione, onde l'aveva arricchito, e l'eleganza dello stile eccitarono, l'ammirazione degli uditori. Ma nè i consiglj, nè lo stesso oratore avevano pure pensato allo scopo politico di questo discorso d'etichetta. L'imperatore fece rispondere al Marzuppini dal suo segretario, Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II. Questi, ch'era ben più politico che filologo e ch'erasi accostumato nelle deliberazioni del consiglio di Basilea a parlare con uno scopo determinato, fece nella sua risposta alcune domande alla repubblica, ed alcune osservazioni, che richiedevano una replica; ma il Marzuppini, che non vi si era apparecchiato, si trovò incapace di dire una sola parola, e Giannozzo Manetti dovette prendere la parola invece del Marzuppini[1].

Questi uomini che non sapevano pensare che dietro gli altri, e che, sempre parlando al pubblico d'eloquenza, lasciarono il loro secolo così sterile nelle cose di quell'arte oratoria, che pure avrebbe dovuto esercitare il suo impero nelle repubbliche; questi uomini avevano più vanità che amore di gloria, più cupidigia che ambizione, e preferivano le corti dei principi nelle quali l'erudizione teorica era più stimata che la scienza applicata. Nelle repubbliche si sentivano umiliati, qualunque volta venivano paragonati a magistrati di fermo carattere, d'idee giuste, quali erano Neri Capponi, Maso degli Albizzi, o Cosimo de' Medici, che, sebbene ignorassero le eleganze del parlare latino e l'arte di prendere a prestito dagli antichi dei falsi ornamenti, pure sapevano muovere le menti colla forza dei loro pensieri. Si trovavano in migliori acque presso d'un Alfonso, d'uno Sforza, d'un Gonzaga, d'un marchese d'Este, di un Montefeltro; la loro vita era totalmente consacrata ad un genere d'erudizione, che non poteva adombrare il più sospettoso principe, nè turbarne lo stato. Quand'erano chiamati a qualche pubblica incumbenza, non richiedevasi che i loro discorsi d'etichetta fossero l'espressione dell'interno loro convincimento; perciò essi giustificavano senza scrupolo quegli atti tirannici, cui non avevano preso parte. Le incumbenze loro non erano quelle d'analizzare o di giudicare le azioni, ma di velarle con belle frasi ciceroniane; impiegavansi non come pubblici magistrati, ma come retori; non si tenevano responsabili nemmeno agli occhi del mondo de' loro pensieri o dei loro giudizj, ma soltanto del loro stile; e quando avevano l'opportunità di sostenere il pro ed il contro, di parlare successivamente in due opposti sensi, vi ravvisavano una doppia gloria, avendo con ciò occasione di mostrare in tutto il suo lume il loro merito d'oratore e di sofista.

Per avere in tal modo separata la scienza dall'azione, l'eloquenza dalla politica, lo stile dal pensiero, gli eruditi del quindicesimo secolo non procurarono ai tempi in cui fiorirono nè maggiori virtù pubbliche, nè nuovi lumi intorno alle scienze che hanno relazione col governo. Non pertanto alcuni di loro s'innalzarono alle più sublimi cariche della repubblica cristiana. Uno de' più illustri ad un tempo e de' più fortunati fu forse Tommaso da Sarzana, che sotto il nome di Niccolò V occupò la cattedra pontificia nel periodo da noi percorso. Protettore zelante degli eruditi, ai di cui lavori aveva avuta tanta parte, splendido rimuneratore delle belle arti, di cui ne moltiplicò in Roma i capi d'opera, non si mostrò egualmente favorevole alle opinioni liberali come alle arti liberali. Egli aveva presa nella società dei clienti e dei protetti di Cosimo de' Medici quell'indifferenza per la libertà, che rimpicciolì la loro anima; e segnalò il suo regno mandando al patibolo l'ultimo patriotta romano, e rendendo vano l'ultimo sforzo fatto per la libertà di Roma.

Niccolò, allora chiamato Tommaso, era figlio di Bartolomeo Parentucelli, medico pisano, ammogliato a Sarzana, ed era nato nel 1398. Aveva ricevuto i primi ordini in età di dieci anni, poi era stato mandato a Bologna per continuarvi i suoi studj[2]. Essendo egli affatto povero, era stato costretto a tenersi lontano da questa università dai diciotto fino ai ventidue anni, onde venire a Firenze a tenere scuola ai figliuoli di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi[3]. Quando tornò a Bologna, il cardinale Niccola Albergati lo prese al suo servigio e lo nominò suo maggiordomo. Tommaso lo accompagnò da principio a Roma, poi nelle sue legazioni in Francia, in Inghilterra, in Germania, supplendo presso di lui, per lo spazio di vent'anni, le incombenze d'intendente, di segretario e di medico[4]. Il cardinale Albergati avendolo ricondotto a Firenze presso Eugenio IV, ebbe Tommaso opportunità di legare domestichezza coi più illustri letterati colà riuniti, quali erano Leonardo Bruno d'Arezzo, Giannozzo Manetti, Poggio, Carlo Marzuppini, Giovanni Aurispa, Guasparro di Bologna, ed altri molti. Usavano questi di adunarsi ogni mattino sull'angolo del palazzo, e di disputare, sola maniera in allora praticata dai dotti per far mostra del loro ingegno. Tostocchè Tommaso aveva accompagnato in palazzo il suo padrone, raggiugneva quest'adunanza, vestito con una semplice tonaca turchina, e con una berretta da prete; e prendeva caldamente parte nella disputa[5].

Tommaso di Sarzana aveva di già fatto vantaggiosamente conoscere il suo gusto per i classici, avendo arricchiti con giudiziose note i manoscritti copiati di suo pugno[6]; perciò quando Cosimo dei Medici aprì al pubblico nel convento di san Marco la collezione dei manoscritti di Niccolò Niccoli, chiese a Tommaso istruzioni intorno al modo di distribuire una biblioteca, intorno alla divisione dei libri ed alla formazione del catalogo. La scrittura dettata per soddisfare a tali inchieste, non servì soltanto di norma per la distribuzione della biblioteca di san Marco, ma inoltre per quella della Badìa a Fiesole, del conte di Montefeltro ad Urbino, e di Alessandro Sforza a Pesaro[7]. Il cardinale Albergati aveva generosamente provveduto al mantenimento di Tommaso, procurandogli due beneficj semplici, uno de' quali fruttava trecento scudi; e morendo gli avea lasciato altri beni. Ma la generosità di Tommaso, e più ancora le sue spese in libri ed in copisti superavano di molto le sue entrate[8]. Dopo la morte del cardinale Albergati, Eugenio IV chiamò alla sua corte questo dotto ecclesiastico col titolo di vicecameriere apostolico, e lo mandò di nuovo in Germania col cardinale di sant'Angelo per persuadere i Tedeschi a rinunciare alla loro neutralità tra il concilio di Basilea e la corte di Roma. Di ritorno da questa missione lo fece vescovo di Bologna, e poi cardinale nell'anno medesimo che non doveva terminare, prima che il nuovo prelato salisse sulla cattedra di san Pietro[9].

Eugenio IV essendo morto il 23 febbrajo del 1447, vennero consacrati nove giorni alle pompe funebri, prima che i cardinali entrassero in conclave. Durante quest'interregno Alfonso s'avvicinò a Roma, e stabilì il suo soggiorno in Tivoli onde dare maggior peso al suo partito. Tutti i baroni romani cercavano di far valere i loro diritti; Battista Savelli pretendeva di avere quello di custodire le chiavi del conclave, ma i cardinali non vollero riconoscerlo. D'altra parte il consiglio della città di Roma, adunato nella chiesa d'Araceli, riclamava tutti i privilegj anche recentemente esercitati dal popolo; fu propriamente in questo consiglio che Stefano Porcari, gentiluomo romano d'incontaminata riputazione, cominciò a farsi conoscere. Il pontefice or ora morto aveva disgustati i Romani colla sua incostanza e col disprezzo di tutte le leggi; la tirannide del patriarca Vitelleschi, che fu lungo tempo il suo favorito, aveva eccitata l'indignazione. Il Porcari che sospirava dietro la libertà, e che voleva imitare le virtù dell'antica Roma più che il suo idioma, esortò i cittadini adunati ad approfittare di quest'unica circostanza per consolidare la loro costituzione. «Non trovasi, loro disse, in tutti gli stati della Chiesa così piccola e misera città, che non abbia leggi e statuto, e che contro un annuo tributo non goda della sua libertà: dovrà la sola Roma esser priva d'un beneficio comune? Non si trova così piccola e misera terra, che, quando la morte la rende libera dal suo tiranno, non approfitti dell'interregno per ricuperare i suoi diritti, o almeno per porre un limite alle prerogative de' suoi oppressori; alla sola Roma mancherà l'energia, che hanno i più oscuri popoli[10]?» Ma l'arcivescovo di Benevento, che presiedeva a quest'assemblea, vietò a Porcari di continuare, e lo denunciò in appresso al nuovo papa come un uomo pericoloso.

I cardinali, che entrarono in conclave nella chiesa di santa Maria sopra Minerva, erano diciotto. Rendevasi dunque necessaria per la nomina del papa l'unione di dodici voci. Il cardinale Prospero Colonna in due differenti scrutinj, tenuti in diversi giorni, ebbe solo dieci voci; gli altri erano divisi, e Tommaso di Sarzana veniva appena indicato. Dopo il secondo scrutinio il cardinale di Maurienne alzossi e disse: «Miei padri, non prodigare il tempo, niente può riuscire tanto pericoloso alla Chiesa quanto questo ritardo: Roma è agitata; il re d'Arragona trovasi alle nostre porte; Amedeo di Savoja ci tende delle imboscate; il conte Francesco Sforza è in guerra con noi; qui noi soffriamo mille disagi nella nostra reclusione; affrettiamoci adunque di nominare un pontefice. Ecco un angelo di Dio, un agnello innocente che di già riunì dieci suffragj, non gliene mancano che due; un solo di voi si alzi e gli dia il suo, e la cosa sarà fatta, che un'altra voce non gli mancherà.» Tutti rimasero immobili; finalmente alzossi Tommaso di Sarzana per andare a dare la sua voce al Colonna; ma il cardinale di Taranto, trattenendolo per la sua veste, lo supplicò ad aspettare ancora, a pensare a ciò che andava a fare, a ricordarsi che nominando un papa, dava un Dio alla terra, un uomo che avrebbe il potere di legare e di sciogliere, d'aprire e di chiudere il cielo, che questa scelta domandava mature considerazioni. «Tutti questi ritardi (ripigliò il cardinale di Aquilea) non sono chiesti che per impedire l'elezione di Prospero Colonna; ma dimmi tu stesso, quale papa vorresti fare?» — «Il cardinale di Bologna, Tommaso di Sarzana» (rispose il cardinale di Taranto) — «Piace a me pure (rispose quello di Maurienne)» e gli altri furono subito dello stesso parere, e si riunirono in un istante i dodici suffragj. Era il 6 marzo del 1447; e Prospero Colonna, il decano del sacro collegio, annunziò allora al popolo adunato, che il papa era stato nominato[11].

Il pontefice, assistito dalla sua personale considerazione, e dall'appoggio dell'imperatore e del re di Francia, riuscì in aprile del 1449 a far cessare lo scisma prodotto dal concilio di Basilea, e ottenne l'abdicazione di Felice V. Amedeo di Savoja ripigliò l'antico suo nome, ma venne dalla corte di Roma riconosciuto come cardinale e legato della santa sede in Germania, e tutti i cardinali da lui creati furono ammessi nel sacro collegio[12].

Le antiche lettere approfittarono bentosto dell'innalzamento del più zelante loro ammiratore. Egli chiamò alla sua corte moltissimi copisti e traduttori dal greco e dal latino. Mandò dei dotti in traccia di manoscritti, che faceva loro comperare per conto suo in ogni parte dell'Italia, della Germania, dell'Inghilterra, della Grecia e del Levante. Negli otto anni del suo regno furono tradotti in latino più autori greci che non eransene tradotti in cinque secoli prima di lui e sotto cento diversi papi. Strabone, Erodoto, Tucidide, Zenofonte, Polibio, Diodoro, Appiano, Filone giudeo, vennero sotto il regno di Niccolò V posti in mano di coloro che non intendevano il greco. Molte opere di Platone, d'Aristotile, di Teofrasto si aggiunsero a quelle che di già si avevano. I padri ed i teologi dei primi secoli della Chiesa non furono dimenticati, e si tradussero le opere di Eusebio di Cesarea, di Dionigi Areopagita, di Basilio, di Gregorio Nazianzeno, di Giovanni Grisostomo, di Cirillo: nello stesso tempo si studiarono con ardore le lingue orientali, e lo stesso Giannozzo Manetti venne incaricato dal pontefice di fare una traduzione della sacra scrittura sul testo ebraico; lavoro rimasto imperfetto per la morte di Niccolò V[13], il quale non era meno sollecito dei progressi dell'erudizione che di quelli dell'architettura. In tutte le città de' suoi stati riparò o edificò chiese; ingrandì, decorò e cinse di sontuosi edificj le pubbliche piazze, e rialzò le distrutte mura. Assisi, Cività Vecchia, Cività Castellana riconoscono da lui ornamenti che sorprendono in così piccole città. Fabbricò magnifici palazzi in Orvieto ed in Spoleti; costrusse in Viterbo bagni per gl'infermi, degni di ricevere non solo private persone, ma principi. Intorno alla stessa Roma rialzò le mura mezzo ruinate, ristaurò la maggior parte delle chiese, che di que' tempi erano quaranta, e profuse particolarmente le splendide sue cure alle sette principali basiliche. Quella di san Pietro in Vaticano cadeva in ruina; Niccolò vi fece cominciare sopra i disegni di Bernardo Rosellini e di Gio. Battista Alberti una nuova tribuna più vasta dell'antica. Egli voleva innalzare nella capitale de' Cristiani un tempio, la di cui magnificenza non avesse esempio, di già n'erano gettati i vasti fondamenti, ma i muri non avevano ancora tre gomiti d'altezza sopra il suolo, quando la morte di Niccolò V fece sospendere questo prodigioso edificio, che non si ripigliò che mezzo secolo dopo da Giulio II coll'opera di Bramante[14]. Per supplire a queste regie spese aveva nel 1450 accordato un giubileo, che riempì i tesori della Chiesa, e passar fece in pochi giorni ne' forzieri de' Medici, banchieri della santa sede, parecchie centinaja di migliaja di fiorini[15].

Nello stesso tempo Niccolò V soddisfece pure al suo gusto per le arti, fondando la biblioteca del Vaticano; egli adunò cinque mila volumi in quel palazzo pontificio, ed allora non credevasi che dopo i tempi di Tolomeo altra biblioteca avesse mai avuta così gran copia di libri[16]. I dotti, cui era destinata, e coi quali viveva familiarmente, lo amavano teneramente, e lo apprezzavano e rispettavano. Pare che Niccolò V fosse di carattere faceto, semplice, ingenuo. Quando il Vespasiano andò a trovarlo dopo l'elezione, il papa gli disse sorridendo: «Ebbene i vostri compatriotti di Firenze avrebbero creduto che un povero prete, fatto per suonare le campane, fosse nominato pontefice?» Il Vespasiano rispose, che quel popolo, che lo conosceva, erasene rallegrato, perchè da lui sperava la pace; ed il papa replicò subito, che se Dio gli dava grazia di soddisfare il suo desiderio, altr'arma mai non adoprerebbe in sua difesa che la croce di Gesù Cristo[17].

In fatti non era altrimenti l'ambizione di accrescere il dominio papale, meno ancora quella di rendere potente la sua famiglia, che potevano far trascurare a Niccolò V i suoi doveri di comune pastore dei fedeli. Ma nella sua amministrazione temporale, che per lui non era che un interesse affatto secondario, non sapeva soffrire opposizione. I privilegj riclamati dai suoi sudditi gli facevano perdere quel tempo ch'egli avrebbe voluto consacrare alla Chiesa, alle lettere ed alle arti, e si sbrigava con sollecite decisioni. Altronde, avendo vissuto tanti anni nell'altrui dipendenza, non conosceva che le relazioni di padrone e di servitore, e chiedeva quell'illimitata ubbidienza ch'egli aveva tanto tempo prestata ad altri. I magistrati romani continuavano a considerarsi come rappresentanti del popolo e della repubblica, ed egli voleva ridurli al rango di semplici agenti del sovrano pontefice. Il Porcari, che di buon'ora aveva manifestato il suo amore di libertà, che coi suoi discorsi cercava sempre di tener viva nel popolo quell'antica fiamma, era in particolar modo sospetto al papa. Ciò non impedì che Porcari fosse nominato Podestà d'Anagni; ma questa carica veniva probabilmente conferita dalla città, come costumavasi universalmente in Italia[18]. Al suo ritorno, dopo avere terminate le incumbenze della sua carica, il Porcari non perdette di vista il suo favorito progetto di rendere la libertà a Roma. Un tumulto, eccitatosi pei giuochi di piazza Navona, parvegli una propizia occasione di tentare qualche cosa; in questa circostanza si compromise di nuovo, e venne esiliato a Bologna, con ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, allora governatore di quella città[19].

Fu in tempo di quest'esilio, che Stefano Porcari concepì il progetto di far scuotere ai suoi compatriotti un giogo, ch'essi risguardavano come ignominioso. Il governo era omai tutto tra le mani degli ecclesiastici, la maggior parte di oscuri natali, forastieri, ed innalzati dall'intrigo ad una potenza, cui non erano stati preparati dalla loro educazione. Ma i Romani si vergognavano di dovere ubbidire a cotal gente; riguardavano come una usurpazione il potere dei papi, che ne' suoi cominciamenti, tre in quattro secoli prima, era stato limitato da quello dei caporioni, veri rappresentanti dello stato, e che in appresso aveva fatto luogo a quello della repubblica finchè la corte si era tenuta in Avignone, ed avea durato lo scisma. La temporale autorità dei pontefici, ristabilita da Martino V nel 1420, appena era stata riconosciuta quindici anni di seguito. Eugenio IV ne fu nuovamente spogliato nel 1434, e fu costretto ad esiliarsi da una città, in cui i legittimi magistrati non volevano permettergli di risiedere. Dopo la sua tornata, continui abusi di potere, sanguinose esecuzioni, non precedute da regolare giudizio, guerre e ribellioni sempre rinascenti nelle vicinanze di Roma, non avevano che fatto troppo conoscere, che il governo de' prelati aggiugneva tutti i vizj dell'anarchia a quelli del despotismo. Durante il regno di Niccolò il malcontento era diventato estremo tanto nella nobiltà che nel popolo. La protezione delle lettere e delle arti non dev'essere pel governo che un oggetto secondario; ed i Romani potevano essere mal governati da quello stesso papa, che ristaurava i manoscritti e gli edificj dell'antichità. I prelati erano vinti dall'ebbrezza del potere, dal lusso, dalle ricchezze, da tutti i vizj de' principi, mentre richiedevasi dal loro ordine un contegno ed una decenza, di cui più alcuno non dava l'esempio.

A questi motivi, che incoraggiavano il Porcari nella sua intrapresa, un altro degno di osservazione ne aggiugne il Machiavelli, che ci fa conoscere le opinioni del secolo. Il Porcari leggeva con trasporto la canzone del Petrarca: Spirto gentil, che quelle membra reggi; nella quale l'antica capitale del mondo viene chiamata dal poeta a nuova libertà. Non solo in essa vedeva ch'egli in ogni tempo le anime sublimi si erano proposte uno stesso scopo; ma inoltre risguardava quest'ode come uno slancio profetico. Parevagli che il Petrarca per la superiorità dei suoi lumi avesse acquistato il privilegio di leggere nell'avvenire, e credevasi dal poeta chiamato egli medesimo avanti il suo nascere sotto l'indicazione di cavaliere:

Un cavalier, che Italia tutta onora,

Pensoso più d'altrui che di sè stesso.

············

Dice che Roma ognora

Cogli occhi di dolor bagnati e molli

Ti chier mercè da tutti i sette colli[20].

La credenza dei doni profetici non era inallora risguardata come indegna de' più filosofici ingegni; non era straniera allo stesso Machiavelli, e nelle pericolose imprese somministrava agli eroi soprannaturali forze.

Il Porcari risolvette adunque di arrischiare la propria vita per rendere a Roma la libertà; si concertò con Battista Sciarra, suo nipote, che aveva iniziato ne' suoi progetti, e che lo assecondava con ardore. Gli ordinò d'invitare a casa sua tutti coloro di cui conosceva il patriottismo. Trecento soldati e quattrocento esiliati furono segretamente raccolti nelle case del Porcari, dello Sciarra e di Angelo Mascio, cognato del Porcari[21]. Tutti i congiurati furono invitati ad un gran pranzo pel 5 gennajo del 1453, vigilia della Epifanìa. Il Porcari, che aveva finto di essere ammalato, e che con tale pretesto erasi sottratto alla vigilanza del cardinale di Bologna, comparve tra i convitati con una veste di porpora e di oro. La pompa di tali abiti non era tanto destinata ad abbagliare i congiurati, come ad agevolargli all'indomani l'ingresso della basilica. Sapeva che i guardiani delle porte giudicavano del rango dei personaggi dal loro abito, e che non ricuserebbero di lasciar passare chi vestiva la porpora e l'oro. Alcuni de' suoi complici, in abito di capitani della guardia notturna, dovevano condurre un sufficiente numero di congiurati alle prigioni del Campidoglio, e presentarli come sediziosi che avevano arrestati; e questi dovevano occupare quell'importante luogo nell'atto che ne sarebbero state aperte le porte[22].

Il Porcari, trovandosi in mezzo ai congiurati ricordò loro con quell'eloquenza, che l'aveva già renduto celebre, i diritti dei Romani e la presente loro oppressione; fece vedere i loro statuti violati, e la crescente corruzione de' loro padroni[23]. Espose il suo progetto di sorprendere il papa ed i cardinali avanti alla porta della basilica di san Pietro, in occasione che vi si recherebbero all'indomani per celebrare la Epifanìa. Con tali ostaggi in mano egli contava di farsi dare Castel sant'Angelo e le porte di Roma, di suonare in appresso la campana del Campidoglio, e di ricostituire la repubblica coll'autorità di quest'assemblea del popolo romano, cui un secolo prima Cola da Rienzo aveva inspirato il suo entusiasmo. Tutti gli uditori di Porcari mostravansi apparecchiati a seguirlo ed a sagrificarsi per così nobile cagione. Ma stava ancora arringando, che di già era tradito. Il senatore, avvisato dell'adunanza che tenevasi in questa casa, l'aveva fatta circondare dai suoi soldati, che l'attaccarono bruscamente; i satelliti dei congiurati, separati da loro, e senza avere ricevuto alcun ordine, non poterono soccorrerli. Il Porcari volle fuggire, ma fu trovato presso sua sorella nascosto in un cofano; furono inoltre arrestati i principali complici, tranne il nipote, che battendosi ebbe il coraggio di aprirsi una via alla fuga[24]. Non si fecero esami, non si confrontarono gli accusati, non s'intraprese un regolare processo; i loro progetti e la colpa loro non possono perciò essere conosciuti che vagamente; e lo stesso giorno Stefano Porcari fu appiccato con nove complici ai merli di Castel sant'Angelo. Si ricusò loro, prima di morire, la confessione e la comunione, sebbene ne facessero caldissima istanza; perciocchè la loro intrapresa contro la temporale autorità dei papi non li rendeva meno zelanti cattolici[25].

Niccolò V, persuaso che si era voluto assassinarlo, sebbene la sua morte avrebbe evidentemente troncati i progetti del Porcari, diventò timido e feroce, mentre prima era confidentissimo e di facile accesso. Altre esecuzioni tennero dietro alle prime quasi senza intervallo; il 12 gennajo fece appiccare un dottore ed un cittadino romano, che avevano accompagnato il Porcari nella sua evasione da Bologna; lo stesso giorno fece promettere mille ducati di premio a colui che darebbe in mano della giustizia due parenti del Porcari che si erano nascosti, e cinquecento ducati a colui che gli assassinasse. Trattò con tutti i governi d'Italia per avere coloro che si erano salvati; e molti vennero infatti arrestati a Venezia ed a Padova, tra i quali Battista Sciarra, nipote del Porcari, che tutti furono condannati a morte. Dietro le calde preghiere del cardinale di Metz Niccolò fece grazia della vita ad uno dei prevenuti, detto Battista di Persona, ch'era, dicevasi, assolutamente innocente; ma all'indomani lo fece arrestare di nuovo, ed appiccare senza processo. Nè i soli congiurati furono lo scopo delle sue crudeltà: un gentiluomo, detto Angelo Ronconi, che aveva ajutato il conte Averso dell'Anguillara a nascondersi per sottrarsi alla giustizia che lo inseguiva, fu dal papa chiamato a Roma, ove recossi munito di un salvacondotto soscritto di proprio pugno di sua santità; ciò non ostante egli fu preso per ordine di Niccolò il 13 ottobre del 1454, giorno susseguente al suo arrivo, ed immediatamente decapitato. Vero è che il giorno dopo Niccolò lo fece chiedere al capitano di giustizia, e che mostrossi maravigliato assai ed afflitto oltre modo, quando gli fu detto ch'egli medesimo ne aveva ordinato il supplicio. Aggiugne Stefano Infessura, che fu detto che il papa era ubbriaco quando condannò il Ronconi, perciocchè aveva fama di bever molto[26]. Per lo contrario il Vespasiano ci assicura, che l'accusa d'intemperanza sparsa contro Niccolò V era soltanto fondata sulle compre ch'egli faceva di squisiti vini, i quali poi donava agli amici[27].

Niccolò V non sopravvisse lungamente a queste esecuzioni. Era crudelmente tormentato dalla gotta; e si accerta che il dolore cagionatogli dalla presa di Costantinopoli, ed i mali della Cristianità, che ne furono la conseguenza, terminarono di distruggere la sua mal ferma salute. Nell'ultimo anno di vita, prevedendo vicino il suo fine, chiamò presso di sè due religiosi che godevano opinione grandissima di dottrina e di santità, Niccola da Tortona e Lorenzo di Mantova, e gli alloggiò in palazzo. Andò un giorno nella loro camera, e sedutosi a canto a loro, lagnossi d'essere il più sventurato uomo del mondo. «Giammai, egli disse, io non vedo un uomo passare la soglia della mia porta, che mi dica una parola di vero. Io sono così confuso dalle finzioni di coloro che mi circondano, che, se non mi trattenesse il timore dello scandalo, rinuncierei al pontificato per ritornare ad essere Tommaso di Sarzana. Io aveva sotto questo nome più soddisfazioni in un sol giorno, che non posso omai sperarne in un anno.» Allora questo pontefice, il di cui regno era stato così glorioso ed in apparenza così felice, s'intenerì fino a versar lagrime[28]. Chi sa se tra gli errori in cui lo avevano strascinato gl'intrighi della sua corte, i suoi rimorsi non gli facevano dare il primo luogo alla credenza ch'egli aveva data alla trama di Porcari contro la sua vita, ed alla precipitazione ed al rigore delle sentenze che avevano tenuto dietro alla scoperta di tale congiura?

Durante la sua malattia, sebbene soffrisse acerbissimi dolori, Niccolò non fu mai udito lagnarsi; ma i suoi amici piangevano intorno al suo letto. Gli venne tra questi veduto Giovanni, vescovo d'Arras, dotto teologo, tutto bagnato di lagrime. «Presenta queste lagrime, mio caro Giovanni, gli diss'egli, al Dio onnipossente che noi serviamo, e domandagli con umili e devote preghiere di perdonarmi i miei peccati; ma ricordati che tu vedi oggi morire in papa Niccolò un vero e buono amico.» Allora il vescovo d'Arras, più non potendo frenare i suoi singhiozzi, fu costretto ad uscire di camera[29].

Niccolò V morì il 24 marzo del 1455[30]. Il giorno 8 aprile il conclave gli diede per successore Alfonso Borgia, nato in Valenza e vescovo della stessa città, il quale prese il nome di Calisto III. Questo pontefice, di già assai vecchio nell'istante della sua elezione[31], parve da principio che d'altro occupare non si volesse che d'una crociata contro i Turchi, ai quali dichiarò la guerra; ma i favori che andò accumulando sopra i suoi nipoti in tempo del breve suo regno, aprirono la strada delle grandezze a quella casa Borgia, che Alessandro VI e Cesare, suo figliuolo, dovevano rendere così vergognosamente famosa. La perdita delle ultime speranze di libertà per Roma, e la morte di Stefano Porcari dovevano tirarsi dietro assai da vicino il regno dei più odiosi tiranni.

Uno degli ultimi atti del pontificato di Niccolò V era stato quello di ridurre Alfonso a ratificare il trattato di Lodi; e l'accessione di questo monarca alla pace sembrava guarantire il riposo dell'Italia. In fatti il nuovo duca di Milano non aveva portata sul trono l'inquietudine d'un condottiere; egli voleva guarire le piaghe che così lunghe guerre avevano fatto al commercio ed all'industria de' suoi stati, e cercava ogni mezzo di ravvicinarsi a que' medesimi che aveva combattuti. Sottoscrisse una lega di venticinque anni coi Fiorentini, i Veneziani ed il re di Napoli; e l'oggetto di questo nuovo trattato, di cui era garante il papa, era il mantenimento della pace. Bentosto lo Sforza contrasse più intime relazioni con Alfonso. Malgrado l'accanito odio che gli aveva lungamente divisi, malgrado la perdita de' suoi stati nella Puglia, negli Abbruzzi, nella Marca d'Ancona, che Alfonso gli aveva tolti, egli preferì l'unione di questo potente re all'amicizia della casa d'Angiò, perchè que' medesimi Francesi, che altra volta egli aveva chiamati in Italia per la conquista di Napoli, avevano pure delle pretensioni sopra i suoi stati. Alfonso dal canto suo sentiva egli pure, come lo avea già insegnato a Filippo Maria Visconti, quanto importasse alla sicurezza d'Italia, che il sovrano di Milano si unisse a quello di Napoli per chiudere la strada delle Alpi alla Francia, di cui vedevasi crescere la potenza a dismisura. La venuta del re Renato d'Angiò in Lombardia nell'anno 1453, e nel susseguente anno la venuta in Toscana di suo figlio Giovanni, che portava il titolo di duca di Calabria, avevano fatto sentire ad Alfonso che una nuova guerra poteva compromettere la stessa sua esistenza. Trattò dunque con Francesco Sforza un doppio matrimonio, onde assicurare con un'intima alleanza la successione di suo figlio naturale Ferdinando, intorno alla quale poteva avere qualche dubbio, e la superiorità del partito d'Arragona sopra l'Angioino. Nel 1456 egli fece promettere per isposa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, mentre che Sforza Maria, terzo figlio dello Sforza, fu promesso ad Isabella Eleonora, figliuola di Ferdinando. Il duca di Milano, che voleva consolidare il suo regno unendo la sua famiglia per mezzo di matrimonj a tutti i principi d'Italia, aveva promesso suo figlio maggiore alla figliuola del marchese di Mantova, il secondo alla figlia del duca di Savoja, e sua nipote, figlia d'Alessandro, signore di Pesaro, a Santi Bentivoglio capo ed amministratore della repubblica di Bologna[32].

Ma le guerre, sostenute con soldati mercenarj e stranieri ai paesi ch'essi difendevano, non erano necessariamente terminate colla pace segnata dai sovrani. Giacomo Piccinino, erede ad un tempo dell'armata e della riputazione di Niccolò suo padre e di Braccio, fondatore della sua scuola militare, perdeva colla pace d'Italia la sua esistenza ed il suo asilo. I Veneziani non volevano conservare al loro soldo che il solo Bartolommeo Coleoni, cui corrispondevano cento mila ducati all'anno pel mantenimento dell'armata. Giacomo Piccinino offrì ai soldati licenziati di condurli in un paese, ove potrebbero vivere col saccheggio in mancanza del soldo ch'egli non era in grado di poter loro corrispondere. Tutti accettarono, e l'armata del Piccinino, composta in principio di tre mila cavalli e di mille fanti, parve tanto più formidabile in quanto che il danaro fin allora creduto sì necessario alla guerra gli mancava assolutamente. Il Piccinino partì dalle vicinanze di Brescia con questa gente accostumata al disordine ed al saccheggio, ed omai incapace di tornare alla mal abbandonata agricoltura, o alle arti della pace. Attraversò gli stati del duca di Modena, che, lungi dall'opporgli resistenza, s'affrettò di somministrargli viveri per conciliarsi il di lui favore. Fu egualmente bene accolto da Malatesta Novello nella stessa città di Cesena. Passando per Bologna, tentò dal 2 al 9 maggio di rianimare la fazione che aveva altra volta data la sovranità di quella città a suo padre ed a suo fratello; ma il duca di Milano aveva mandati quattro mila cavalli nello stato di Bologna, per difesa del partito dominante; onde il contrario non si mosse, ed il Piccinino, senz'artiglieria e senza danaro, non potè trattenersi, o pensare ad intraprendere un assedio, durante il quale gli sarebbero in breve mancate le vittovaglie[33]. Non osando attaccare potenti stati, egli attraversò l'Appennino e scese in Toscana tra san Sepolcro ed Anghiari. Mostrò maggiori riguardi ai Fiorentini che agli altri stati; pagò scrupolosamente tutti i viveri che prese nel loro territorio, e giunse così ai confini dello stato di Siena. Nell'ultima guerra questa repubblica avea egualmente scontentati i Fiorentini, aprendo le sue fortezze al re Alfonso, e questo re, ricusando di darsi a lui. Pareva che niun sovrano si prendesse pensiero di difendere i Sienesi, ma Francesco Sforza e papa Calisto mandarono le loro armate dietro a quella del Piccinino per chiuderlo nel ritiro che si era scelto. Il Piccinino aveva prese Setona, Sartiani e pochi altri villaggi, col di cui sacco aveva arricchito i soldati. Corrado Foliano e Roberto di Sanseverino, generali del duca di Milano, si unirono al conte di Ventimiglia, generale del papa, e vennero ad accamparsi in Valle d'Inferno presso al fiume Fiora ed a Pitigliano; eglino si erano portati a sole tre miglia dal Piccinino, senza essere per altro determinati d'attaccarlo. Questi li prevenne, e li sorprese in sul bel mezzodì nel loro campo. Da principio sgominò la loro armata; ma avendo Roberto da Sanseverino adunati i suoi soldati, giunse finalmente a respingerlo[34].

Nelle situazioni in cui trovavasi il Piccinino, bisognava vincere; ed una battaglia indecisa equivaleva per lui ad una sconfitta. Dopo la battaglia della Valle d'Inferno egli ritirossi a Castiglione della Pescaja, castello che Alfonso aveva conquistato nella precedente guerra, e ch'era rimasto in suo potere. Il Piccinino sperava colà soccorsi dal re di Napoli; ma questa fortezza posta tra un lago paludoso ed il mare, nella più malsana parte della Maremma, non aveva abbastanza viveri per alimentare un'armata. I soldati non trovavano in que' deserti altri alimenti che frutti selvaggi; corrotte erano le acque, ed i contrarj venti, che dominavano sul mare, tenevano a dietro i vascelli di Napoli che loro recavano il biscotto. La febbre maremmana non tardò ad attaccare quest'armata, poc'anzi tanto formidabile, e vi cagionò grandissima mortalità. I generali dello Sforza, secondati da Pietro Brunoro, capitano de' Veneziani, e da Simonetta, capitano de' Fiorentini, tenevano il Piccinino senz'attaccarlo in questa fatale prigione. La metà de' soldati, che sotto diverse bandiere avevano combattuto in Italia negli ultimi dieci anni, perivano vittime del clima, mentre Alfonso negoziava invano per loro. Questi voleva che la lega italiana, nella quale egli era entrato, acconsentisse a tener sempre sul piede di guerra un'armata comune, di cui sarebbe capo il Piccinino. Voleva che fosse sempre pronta per opporsi ai Turchi, le di cui conquiste facevano tremare l'Europa, e domandava che le potenze d'Italia s'accordassero ad assicurare a quest'armata cento mila fiorini all'anno, ed i quartieri ai suoi soldati. Francesco Sforza rifiutò sdegnosamente la proposizione di rendere l'Italia tributaria di colui, ch'egli chiamava un capo d'assassini. Ma mentre si prolungavano questi trattati, la febbre aveva distrutta quell'armata che volevasi opporre ai Turchi; ed in sul finire della campagna non contavansi più di mille cavalieri[35], e le armate incaricate di tenerla d'occhio non erano state molto meno maltrattate. Non pertanto nel seguente inverno il Piccinino sorprese ancora il porto sienese d'Ortobello, col di cui sacco provvide alla sussistenza dell'armata. Lo restituì in primavera, colle altre sue conquiste pel prezzo di venticinque mila fiorini, che gli pagò la repubblica di Siena. Fu il re Alfonso che gli procurò questa capitolazione, e che, ritirandolo da questo disastroso accantonamento, lo ricevette colle sue truppe negli Abbruzzi, ove cercò di ristabilirsi[36].

La presa di Costantinopoli, che avrebbe dovuto far accogliere favorevolmente la proposizione d'Alfonso, di provvedere alla comune difesa con un'armata mantenuta a comuni spese, aveva ispirato maggior terrore ai Veneziani che a tutto il rimanente dell'Italia. La loro repubblica, confinante co' Turchi, e proprietaria in Levante di molte isole e colonie, aveva più strette relazioni di commercio e d'amicizia colla Grecia e coi deboli avanzi dell'impero orientale. Ma dopo che le armate dei Turchi si erano stese in Europa, lo stato di Costantinopoli, chiuso da ogni banda dalla potenza musulmana, più non comunicava che difficilmente coll'Italia; appena aveva esso qualche parte nelle guerre degl'Italiani, e più non faceva parte della bilancia politica; perciò era pressocchè dimenticato da loro, qualunque volta qualche grande calamità non richiamava sovr'esso l'attenzione e la compassione. Costantinopoli, sebbene nel quindicesimo secolo sempre cristiana, effettivamente più non apparteneva alla cristianità; era un mondo a parte, sul quale l'altro più non esercitava veruna influenza, nè egli n'esercitava alcun'altra a vicenda. Per altro lo spavento della presa di Costantinopoli, l'uccisione e la schiavitù di tante migliaja di Cristiani, toccarono vivamente tutti gli spiriti. I due papi, Niccolò V e Calisto III, vollero risvegliare lo zelo delle crociate; ed infatti si fecero in Italia molte offerte per sostenere la guerra sacra, e molti vestirono il segno de' crociati; ma l'infingardaggine di Federico III dissuase i Tedeschi di sceglierlo per capo d'una spedizione pericolosa. Carlo VII non volle permettere che in Francia si predicasse la crociata; la politica d'Italia assorbì bentosto compiutamente l'attenzione degli stati italiani, e nel 1456 la vigorosa resistenza di Giovanni Unniade a Belgrado, che si dice essere costata ai Turchi quaranta mila uomini, intiepidì ancora lo zelo della Cristianità, e persuase a persone che altro non chiedevano che di fermarsi, che la potenza dei Musulmani era bastantemente rintuzzata[37].

I Veneziani furono i primi a spedire ambasciatori a Maometto II dopo la presa di Costantinopoli. Bartolomeo Marcello venne particolarmente incaricato di trattare coi Turchi per la liberazione degli schiavi; nel che riuscì al di là di quanto sperava, perciocchè non solo riscattò i prigionieri veneziani, ma il 18 aprile del 1454 conchiuse in nome della sua repubblica un trattato di pace e di buona vicinanza col sultano, in virtù del quale I Veneziani continuarono, come sotto gli imperatori greci, a mandare un Bailo a Costantinopoli, per essere ad un tempo il loro ministro ed il giudice di tutte le liti de' loro sudditi negli stati del gran signore. Lo stesso Bartolomeo Marcello, che aveva sottoscritto il trattato, fu il primo Bailo di Venezia nella capitale dell'impero turco[38].

Il doge di Venezia, che con questo trattato aveva prevenuta una guerra non meno pericolosa di quella che aveva terminata quasi nello stesso tempo col trattato di Lodi, era in allora giunto ad una estrema vecchiaja. Francesco Foscari occupava questa prima dignità dello stato dal 15 aprile 1423. Sebbene avesse più di cinquantun anni quando fu eletto, era non pertanto il più giovane dei quarantuno elettori. Aveva ottenuto con molta difficoltà la carica che desiderava, e la sua elezione era stata condotta con molta destrezza. Per molti giri di scrutinio i suoi più zelanti amici non gli avevano dato il loro voto, perchè non fosse dagli altri considerato come un concorrente formidabile[39]. Il consiglio dei dieci temeva il di lui credito tra la nobiltà povera, perchè egli aveva cercato di guadagnarla mentre era procuratore di san Marco, facendo impiegare più di trenta mila ducati nel dotare fanciulle di buone case, o nello stabilire giovani gentiluomini. Temevasi inoltre la numerosa di lui famiglia, perciocchè in allora era padre di quattro figli, ed ammogliati di fresco; finalmente temeva la sua ambizione, e la sua inclinazione per la guerra. L'opinione che i di lui avversarj eransi di lui formata si verificò cogli avvenimenti: ne' trentaquattro anni che il Foscari fu capo della repubblica, ella fu sempre in guerra. Se le ostilità venivano sospese per alcuni mesi, non era che per ricominciarle in breve con maggior vigore. Fu questa l'epoca in cui Venezia stese il suo impero sopra Brescia, Bergamo, Ravenna e Crema, in cui fondò il suo dominio di Lombardia, e parve più volte a portata d'occupare tutta questa provincia. Profondo, coraggioso, irremovibile, il Foscari comunicò ai consiglj il proprio carattere, ed i suoi talenti gli procacciarono maggiore influenza sopra la sua repubblica di quella che avessero esercitata la maggior parte de' suoi predecessori. Ma se la sua ambizione aveva avuto per iscopo l'ingrandimento della sua famiglia, egli dovette trovarsi crudelmente deluso. Tre de' suoi figliuoli morirono ne' primi otto anni del suo ducato; il quarto, Giacomo, pel quale si perpetuò la famiglia Foscari, fu vittima della gelosia del consiglio dei dieci, ed avvelenò colle sue disgrazie la vita di suo padre[40].

Il consiglio de' dieci, diventando sempre più diffidente verso il capo dello stato, quando lo vedeva più forte pei suoi talenti e per la sua popolarità, teneva aperti gli occhi sopra Foscari, per punire in lui il suo credito e la sua gloria. In febbrajo del 1445 Michele Bevilacqua, fiorentino, esiliato a Venezia, accusò segretamente Giacomo Foscari presso gl'inquisitori di stato d'avere ricevuto dal duca Filippo Visconti dei regali consistenti in danaro e gioje per mezzo di persone della sua casa. Tale era l'odiosa processura adottata in Venezia, che su questa segreta accusa il figlio del doge, del rappresentante della maestà della repubblica, fu assoggettato alla tortura. Gli si strapparono coi tormenti la confessione delle accuse portate contro di lui, e lo relegarono a vita a Napoli di Romania, con obbligo di presentarsi ogni mattina al comandante della Piazza[41]. Per altro il vascello che lo portava avendo dato fondo a Trieste, Giacomo, gravemente ammalato in conseguenza della tortura, e più ancora per la sofferta umiliazione, chiese in grazia al consiglio dei dieci di non essere mandato più lontano. Ottenne questo favore in forza di una deliberazione del 28 dicembre del 1446: fu quindi richiamato a Treviso, ed ebbe la libertà d'abitare indifferentemente tutto il territorio Trevigiano[42].

Viveva in pace a Treviso, e la figlia di Leonardo Contarini, ch'egli aveva sposata il 10 febbrajo del 1441, era venuta a raggiugnerlo nel suo esilio, quando il 5 novembre del 1450 Almoro Donato, capo del consiglio dei dieci, fu assassinato. Gli altri due inquisitori di stato, Triadano Gritti ed Antonio Venieri, portarono i loro sospetti sopra Giacomo Foscari, perchè un di lui servitore, detto Olivieri, era stato veduto quella stessa sera in Venezia, ed era stato uno dei primi a spargere la notizia dell'assassinio. Olivieri fu posto alla tortura, ma negò fino alla fine con irremovibile coraggio il delitto ond'era accusato, sebbene i suoi giudici spingessero la barbarie fino a fargli dare ottanta colpi di corda. Non pertanto, siccome Giacomo Foscari aveva potenti motivi di nimicizia contro il consiglio dei dieci, che lo aveva condannato, e che mostrava odio verso il doge suo padre, si tentò di porre anche Giacomo alla tortura, prolungando contro di lui questo terribile tormento senza poterne avere veruna confessione. Malgrado la sua negativa il consiglio dei dieci lo condannò ad essere trasportato alla Canea, ed accordò un premio al suo delatore. Ma gli atroci dolori, sofferti da Giacomo Foscari, avevano turbata la sua mente. I suoi persecutori, commossi da quest'ultima disgrazia, acconsentirono che fosse ricondotto a Venezia il 26 maggio del 1451. Egli abbracciò suo padre, ricevette dai suoi conforti qualche coraggio e qualche calma, e fu immediatamente ricondotto alla Canea[43]. In questo tempo Niccolò Erizzo, uomo di già noto per un precedente delitto, confessò morendo che egli era stato l'uccisore d'Almoro Donato[44].

Lo graziato doge, Francesco Foscari, avea di già più volte cercato di abdicare una dignità a sè ed alla sua famiglia così funesta. Parevagli, che tornato nel rango di semplice cittadino, più non inspirando timore nè gelosia, non si continuerebbe ad opprimere suo figlio con sì acerbe persecuzioni. Abbattuto dalla morte de' primi figliuoli, aveva voluto fino dal 26 giugno del 1433 deporre una dignità, nell'esercizio della quale la sua patria era stata tormentata dalla guerra, dalla peste, e da disgrazie d'ogni sorta[45]. Rinnovò questa proposizione dopo i giudizj renduti contro suo figlio; ma il consiglio dei dieci lo riteneva forzatamente sul trono, come teneva il di lui figliuolo tra le catene.

Invano Giacomo Foscari, obbligato di presentarsi ogni giorno al governatore della Canea, riclamava contro l'ingiustizia dell'ultima sentenza, intorno alla quale la confessione dell'Erizzo aveva tolto ogni dubbio. Invano chiedeva grazia al feroce consiglio dei dieci, che non gli dava mai risposta. Il desiderio di rivedere il padre e la madre, giunti l'uno e l'altra ad estrema vecchiezza, il desiderio di rivedere una patria la di cui crudeltà non meritava un così tenero amore, si cambiarono in lui in vero furore, e non potendo tornare a Venezia per vivervi libero, volle almeno cercarvi un supplicio. Scrisse al duca di Milano in sul finire di maggio del 1456 per implorare la sua protezione presso al senato: e sapendo che una tal lettera verrebbe risguardata come un delitto l'espose egli medesimo in un luogo, in cui era sicuro che sarebbe raccolta dalle spie che lo circondavano. In fatti, essendo stata portata la lettera al consiglio dei dieci, egli fu subito mandato a prendere e ricondotto a Venezia il 19 luglio del 1456[46].

Giacomo Foscari non negò la lettera, e raccontò nello stesso tempo a quale oggetto l'aveva scritta, e come l'aveva fatta venire in mano del suo delatore. Malgrado questa confessione, il Foscari fu assoggettato alla tortura e gli furono dati trenta colpi di corda, per vedere se confermerebbe in appresso le sue deposizioni. Quando fu staccato dalla corda, fu trovato tutto lacerato da quelle orribili scosse. I giudici allora permisero a suo padre, a sua madre, a sua moglie ed a' suoi figli di andare a trovarlo nella sua prigione. Il vecchio Foscari, appoggiato sul suo bastone, si strascinò a stento nella camera, ove a l'unico suo figlio si medicavano le ferite. Egli chiedeva ancora la grazia di morire in casa sua. «Torna al tuo esilio, mio figliuolo, poichè l'ordina la tua patria (gli disse il doge), e ti sottometti alla sua volontà.» Ma rientrando nel suo palazzo, questo sventurato vecchio cadde svenuto, spossato dalla violenza che si era fatto. Giacomo doveva ancora passare un anno di prigione alla Canea, prima che gli si rendesse la stessa limitata libertà che gli era stata accordata avanti quest'avvenimento; ma egli non fu appena sbarcato nella terra del suo esilio che morì di dolore[47].

Dopo tale epoca il vecchio doge, e per quindici mesi, carico d'anni e di disgusti, più non riebbe nè la forza del corpo, nè quella della sua anima; egli più non assisteva a verun consiglio, nè poteva soddisfare ad alcuna incumbenza della sua carica. Era entrato nell'anno ottantasei della sua vita, e se il consiglio dei dieci fosse stato capace di qualche pietà avrebbe aspettato in silenzio il fine, sicuramente vicino, d'una vita insignita da tanta gloria e da tante calamità. Ma inallora il capo del consiglio dei dieci era Giacomo Loredano, figlio di Marco, e nipote di Pietro, il grande ammiraglio, ch'erano stati in tutta la loro vita gli accaniti nemici del vecchio doge. Essi avevano trasmesso per diritto ereditario il loro odio ai proprj figli, e quest'antica rivalità non era per anco soddisfatta[48]. Ad istigazione del Loredano Gerolamo Barbarigo, inquisitore di stato, propose al consiglio de' dieci, in ottobre del 1457, d'assoggettare il Foscari ad una nuova umiliazione. Poichè questo magistrato più supplire non poteva alle sue incumbenze, Barbarigo domandò che si nominasse un altro doge. Il consiglio, che aveva due volte rifiutata l'abdicazione di Foscari perchè la costituzione non lo permetteva, esitò prima di porsi in contraddizione co' proprj decreti. Le discussioni nel consiglio e nella giunta ai protrassero otto giorni fino a notte molto innoltrata. Allora si fece entrare nell'assemblea Marco Foscari, procuratore di san Marco e fratello del doge, onde fosse vincolato dal terribile giuramento del segreto, e non potesse impedire le pratiche de' suoi nemici. Finalmente il consiglio si recò presso il doge, chiedendogli d'abdicare volontariamente un impiego che più non poteva esercitare. «Ho giurato (rispose il vecchio) di soddisfare fino alla morte alle incumbenze cui mi ha chiamato la patria, come richiede l'onor mio e la mia coscienza. Io non posso da me stesso sciogliermi dal mio giuramento; che un ordine del consiglio disponga di me, ch'io mi sottometterò; ma non lo preverrò giammai.» Allora una nuova deliberazione del consiglio sciolse Francesco Foscari dal suo giuramento ducale, gli assegnò una pensione vitalizia di due mila ducati, gli ordinò dì uscire entro tre giorni dal palazzo, e di deporre le insegne della sua dignità. Il doge, avendo veduto tra i consiglieri che gli arrecarono quest'ordine un capo della quarantia ch'egli non conosceva, chiese il suo nome. «Io sono figlio di Marco Memmo (disse il consigliere). — Ah! tuo padre era mio amico (rispose il vecchio doge sospirando).» Ordinò all'istante che si trasportassero i suoi effetti in una casa di sua ragione, ed all'indomani, 23 ottobre, fu veduto, reggendosi a stento ed appoggiato al suo vecchio fratello, scendere quelle stesse scale, sulle quali trentaquattro anni avanti era stato installato con tanta pompa, ed attraversare quelle sale in cui la repubblica aveva ricevuti i suoi giuramenti. Tutto il popolo parve commosso da tanta durezza esercitata contro un vecchio che egli rispettava ed amava, ma il consiglio dei dieci fece pubblicare un ordine di non parlare di questa rivoluzione sotto pena d'essere tradotto innanzi agl'inquisitori di stato. Il 20 ottobre Pasquale Malipieri, procuratore di san Marco, fu eletto invece di Foscari, il quale non ebbe almeno l'umiliazione di vivere subordinato là dove aveva regnato. Udendo il suono delle campane che celebravano tale elezione, morì subitamente per l'emorragia d'una vena, che gli scoppiò nel petto[49].

CAPITOLO LXXVI.

Guerre d'Alfonso, re di Napoli, contro Malatesta di Rimini e contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di questo monarca e suo carattere.

1455 = 1458.

Più non restavano in tutta l'Italia altri semi di nuove guerre che quelli che Alfonso di Napoli non aveva acconsentito di soffocare col trattato di Lodi e colla lega formata nel susseguente anno. Egli aveva domandato che Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che Astorre Manfredi, signore di Faenza, e che i Genovesi, in allora governati dalla famiglia di Campo Fregoso, venissero esclusi dalla pace generale. Pure Alfonso non attaccò immediatamente coloro cui erasi riservato di poter fare la guerra; volle dare un poco di riposo ai suoi popoli, che dopo la morte di Giovanna II erano stati a vicenda in preda a civili discordie ed a straniere invasioni.

Sigismondo Malatesta si era procacciato l'odio di Alfonso con una mancanza di fede, cui poteva darsi il nome di truffa. Egli si era fatti dal re pagare trenta mila fiorini a conto di un armamento che doveva fare in suo favore, e dopo avere ricevuto il danaro si era unito ai di lui nemici. Forse Alfonso sarebbesi accontentato di forzarlo alla restituzione colle minacce o colle negoziazioni, se Sigismondo colla sua inquieta attività, colla sua violenza, colla sua rapacità, non si fosse attirato l'odio di tutti i suoi vicini. Federico di Montefeltro, conte d'Urbino, era particolarmente irritato per cagione della sua mala fede. Sigismondo vessava sotto mille pretesti i vassalli d'Urbino; rompeva a voglia sua i trattati, e ne faceva di nuovi per romperli ancora. Le restituzioni che faceva dopo non erano mai un adequato compenso del danno cagionato[50].

Federico di Montefeltro era stato, come i Gonzaga, allievo di Vittorino da Feltre, e fu il più caro, il più distinto di tutti gli scolari di così celebre precettore; si acquistò in Italia altrettanto nome colla sua lealtà, colla sua aperta condotta, colla sua dilicatezza sul punto d'onore, quanto pei suoi talenti militari. Coperto da ogni genere di gloria, egli era nello stesso tempo l'amico ed il protettore dei dotti coi quali lavorava, ed il mecenate delle belle arti che faceva fiorire in Urbino. Questa piccola città si andava adornando sotto il di lui governo co' più bei monumenti d'architettura[51]. Federico, che occupavasi con molto zelo della prosperità de' suoi sudditi, non sapeva soffrire di vederla turbata dagli assassinj del principe suo rivale e suo vicino. Pure, prima di riaccendere la guerra in Italia, voleva avere il consentimento degli stati che si erano obbligati a mantenere la pace. Nella state del 1467 egli visitò Firenze, Bologna, Milano e Ferrara; ovunque fu ricevuto coi riguardi dovuti ben più al suo carattere che al suo rango. Il duca di Modena, Borso, lo fece in Ferrara scontrare in Sigismondo Malatesta, sperando che si riconcilierebbero; ma quest'incontro non servì che ad inasprirli di più e si separarono con motti ingiuriosi. Federico, dopo avere inutilmente cercata la pace, passò a Napoli per associare il suo risentimento a quello di Alfonso. Fu di ritorno in novembre con Giacomo Piccinino, che aveva avuto il tempo di rifare la sua armata a Città di Chieti nell'Abbruzzo, ov'erasi trattenuto un anno. Prima che le nevi obbligassero questi due generali a prendere i quartieri d'inverno, essi tolsero al Malatesta Reforzato, Montalto, e quattro in cinque altri castelli[52].

Ma la guerra di Romagna, che limitavasi a piccoli assedj fatti con piccole armate, non era che un giuoco che appena turbava la tranquillità d'Italia. L'altra guerra, che Alfonso erasi riservato il diritto di continuare, era molto più importante, e gli stava molto più a cuore. Mantenevasi vivo un odio ereditario tra i Catalani ed i Genovesi, e quest'odio aveva sempre fatto avidamente abbracciare alla repubblica di Genova le parti di tutti i nemici d'Alfonso. Questo monarca non aveva dimenticato l'affronto ricevuto a Ponza l'anno 1435, nè la battaglia in cui era stato fatto prigioniero coi suoi fratelli e colla sua nobiltà, e dove aveva potuto credere rovesciata per sempre la sua fortuna. Nuove offese erano state aggiunte a questo primo insulto; alleanze da lui contratte coi ribelli della repubblica gli avevano fatto abbracciare un partito nelle sue guerre civili, ed Alfonso credeva interessato l'onor suo a cacciare di Genova Piero di Campo Fregoso.

Questa repubblica, separata dalle montagne dalla Lombardia, più occupata del suo commercio del Levante che delle rivoluzioni degli stati vicini, era inoltre talmente indebolita dalle sue civili dissensioni, talmente concentrata ne' suoi domestici affari, che veniva dimenticata nel sistema politico d'Italia; e negli ultimi vent'anni erasi appena veduto il suo nome o le sue armi prendere parte ai grandi avvenimenti di questa contrada.

Potevasi a Genova osservare che la potenza de' grandi nomi e delle memorie istoriche non è meno durevole nelle repubbliche che nelle monarchie. Ma questa potenza non era stata ben legata alla costituzione dello stato, ed invece di essere una delle basi su cui riposavano l'ordine e le leggi, essa diventava per lo contrario un fomite di rivoluzione e di anarchia. Un popolo non conserva con sicurezza la sua libertà che quando l'aristocrazia costituzionale si unisce intimamente all'aristocrazia naturale, e si prestano a vicenda le forze loro, e reciprocamente si garantiscono, e non pertanto sono ambedue contenute ne' giusti limiti dal potere popolare. Ma se per lo contrario la potenza conservatrice nella repubblica deve continuamente lottare contro i pregiudizj che mantengono la nobiltà, lo stato non può sottrarsi a violenti convulsioni.

Quanto più un popolo è libero, tanto più ogni cittadino s'interessa vivamente alle grandi azioni operate per la patria, e tanto più allora la gloria ereditaria, che si attacca alle imprese ed alle virtù pubbliche, è sicura. Il suddito di un despota altro non vede nel generale vittorioso che l'istrione d'un magnifico spettacolo; il cittadino vede in lui il suo difensore, il suo salvatore, l'autore della propria sua gloria. Il nome, reso illustre da una nobile azione, è una proprietà nazionale, che in una patria libera fa brillare di gioja tutti i cuori. Niun popolo mostrò maggior entusiasmo del genovese per le sue famiglie nobili; ogni erede dei nomi dei Doria, degli Spinola, dei Fieschi, dei Grimaldi, o dei nomi plebei ma illustri, degli Adorni e dei Fregosi, disponeva di una tale forza d'opinione che la nobiltà mai non esercitò in alcuna monarchia. Quest'aristocrazia di fatto aveva eccitata la gelosia della magistratura, e le leggi, che avrebbero dovuto appoggiarsi alla medesima come ad una áncora, tendevano per lo contrario a distruggerla.

Perchè un popolo sia liberamente governato, un elemento d'aristocrazia deve esistere nella sua costituzione; imperciocchè la libertà è l'equilibrio; il peso che nella bilancia reprime gli eccessi del popolo è essenziale all'equilibrio, siccome il peso che comprime la cupidigia dei grandi. Sopra tutto d'uopo è che trovinsi in una repubblica i rappresentanti del tempo passato, come quelli del tempo presente; che si veda un potere conservatore, come un potere rinnovatore. Conviene che trovisi in qualche parte del governo uno spirito aristocratico che sia il difensore delle antiche instituzioni, e l'áncora della repubblica per tenerla ferma contro le agitazioni democratiche. I progressi del pensiero ed il cammino dei secoli devono fare sperare un perfezionamento progressivo nelle politiche instituzioni; ma quelle che hanno di già la sanzione di una lunga durata, che riposano sul consentimento di molte generazioni non devono essere leggermente abbandonate. Dunque le leggi non devono respingere alcune innovazioni, ma devono renderle tutte difficili, per dare a tutte le quistioni la maturità della disamina. Tale è il bisogno aristocratico di tutti gli stati liberi; è un bene che trovisi sempre in loro un elemento aristocratico proprio a soddisfarlo.

I pregiudizj, le passioni, gl'interessi della nobiltà, vale a dire delle famiglie rese illustri dalla pubblica riconoscenza, la rendono propria in tutti gli stati a questo ufficio conservatore. La sua potenza sta interamente nella durata e nelle memorie. Le passioni del momento attuale hanno agli occhi suoi minor valore che l'eredità dei secoli; le fanno paura le innovazioni, perchè l'antichità è l'unica sua garanzia: applaude al superstizioso rispetto per le forme, pei costumi, pei pregiudizj, perchè la disamina di questi può nuocere a lei medesima, e perchè l'opinione di cui gode è associata ai pregiudizj. Per tal modo gl'interessi proprj della nobiltà, e le sue private passioni guarentiscono il suo zelo conservatore, qualora non le si accordino altre funzioni nello stato; mentre che questi stessi interessi, queste medesime passioni schiaccerebbero tutte le altre classi, se esercitassero esclusivamente la sovranità.

Genova conservata avrebbe la sua libertà, la sua gloria e l'interna sua prosperità, se le nobili famiglie, i di cui nomi si associavano sempre nel cuore d'ogni marinajo, d'ogni soldato ligure, alle vittorie che insanguinarono le coste della Sardegna, della Sicilia, dell'Italia, della Grecia, avessero legalmente goduto di un rango che potesse soddisfarle; se fossero state interessate a mantenere la costituzione e la gloria nazionale; se le leggi, invece di castigare la loro celebrità, l'avessero ammessa, e si fossero ristrette a limitarne la potenza. Ma l'imprudenza del legislatore non aveva prese in considerazione la celebrità dei discendenti di Paganino Doria e la somma influenza loro sul popolo, che per escluderli con tutti i nobili dalla principale dignità dello stato. Egli non aveva meglio associato gli Adorni ed i Fregosi alla difesa della costituzione, quantunque li riconoscesse plebei; non aveva voluto avere riguardo alcuno al favore popolare, ed aveva affidata la difesa dell'ordine stabilito a nuovi personaggi, opposti a coloro che invocavano la potenza dei secoli. Da ciò nacque che Genova fu forse di tutte le repubbliche la più infelice, quella che fu esposta alle più violenti convulsioni, quella che volontariamente soggiacque più volte al giogo straniero, perchè coloro che la natura aveva chiamati a difendere le sue leggi, s'armarono sempre per rovesciarle; perchè i custodi dell'onore nazionale lo resero dipendente dai loro capricci; perchè l'opinione rimase sovra di loro senza forza, tostocchè si furono una volta accertati che i numerosi loro partigiani non gli abbandonassero, quand'ancora tratterebbero coi nemici della patria; per ultimo perchè in tutte le occasioni l'aristocrazia del governo si trovò in opposizione coll'aristocrazia che aveva creata la pubblica opinione.

Abbiamo descritta la maniera con cui Genova riebbe la sua libertà in sul finire del 1435, ed in qual modo i cittadini occuparono in principio del susseguente anno il Castelletto, la sola fortezza che il duca di Milano avesse conservata entro le loro mura. Dopo tale epoca non avremmo quasi più opportunità di trattare di questa città, poichè le turbolenze che pel corso di venti anni seguirono quella rivoluzione si operarono quasi affatto internamente. I cittadini, adunati nel tempio di san Siro, avevano scelto per loro doge Isnardo di Guarco, figliuolo di quel Niccola ch'era stato capo della repubblica in tutto il tempo della guerra di Chiozza dal 1378 al 1383. Ma due famiglie potenti in Genova, due famiglie proprietarie di molti feudi nelle due Riviere, ed imparentate con tutta l'antica nobiltà esclusa dalla legge dalla suprema magistratura, non acconsentiva giammai che la corona ducale si trovasse fuor dell'una casa o dell'altra. Era appena stato posto sul trono Isnardo di Guarco, quando Tommaso Fregoso rientrò in città con una truppa di faziosi, lo attaccò il settimo giorno della sua magistratura, lo cacciò dal palazzo pubblico, e adunò il consiglio degli elettori. Tommaso Fregoso rappresentò loro ch'egli stesso era doge di Genova, ch'era stato legittimamente eletto il 4 luglio del 1415; che dopo tale epoca nulla aveva fatto che potesse fargli perdere la carica accordatagli dalla sua patria; che veramente egli si era assoggettato al trattato con cui la repubblica, per godere qualche riposo, aveva, il 2 novembre del 1421, chiamato il duca di Milano alla signoria, ma che nel 1425 egli era stato il primo ad accorrere in soccorso dell'oppressa libertà, che il suo tentativo, sebbene non coronato da felice riuscita, doveva averlo renduto benemerito dei suoi concittadini, che altronde egli perduti non aveva i suoi diritti, e che, la repubblica trovandosi finalmente riconstituita, doveva rientrare egli stesso nel godimento della sua prima dignità. Questo discorso, sostenuto dalla presenza di Battista Fregoso, il valoroso fratello di Tommaso, dalla ricordanza della di lui vittoria sopra i Catalani a Bonifazio, e da un partito audace ed armato, persuase il consiglio a riconoscere Tommaso per doge in forza della precedente elezione[53].

I Genovesi, dopo le lunghe loro guerre civili, avevano la sventura di non riputare delitto nè turpe cosa il prendere le armi contro la patria, o l'arrogarsi violentemente una contrastata autorità. I principi loro vicini che volevano signoreggiarli, coglievano avidamente tutte le occasioni per prendere parte nelle interne loro discordie, seducendo i capi di fazione con offerte di soccorsi, e loro suggerendo ambiziosi progetti che mai non avrebbero osato di formare essendo soli. Il duca di Milano fece insinuare a Battista Fregoso, che postocchè il popolo di Genova non aveva eletto suo fratello che per cagion sua, era cosa da stolto il lasciare il fratello sopra un trono ch'era destinato a lui medesimo, lasciando altrui raccogliere i frutti di quel favore popolare, che tutto dirigevasi verso di lui. Gli offrì soldati, danaro e la sua alleanza. Battista non seppe resistere a tanta seduzione; si assicurò l'assistenza de' soldati, che gli erano affezionatissimi, occupò il pubblico palazzo mentre suo fratello assisteva ai divini ufficj, e si fece riconoscere doge l'anno 1437. Per altro i migliori cittadini, sdegnati da questo attentato contro le leggi, e da questo domestico tradimento, accorsero in ajuto di Tommaso Fregoso, attaccarono con lui il palazzo, fecero prigioniere Battista; e lo consegnarono al fratello. Tommaso, lungi dall'acconsentire che fosse condannato a pena capitale, come ne facevano istanza i tribunali, gli perdonò, e nel susseguente anno gli affidò il comando delle galere accordate dalla repubblica al re Renato per combattere Alfonso nel regno di Napoli[54].

La nomina di Giovanni Fregoso, altro fratello di Tommaso, al comando di una seconda flotta destinata nel 1441 a soccorrere lo stesso re, fu cagione di un'altra guerra civile. I nobili, quantunque con rincrescimento, si erano assoggettati alla legge che gli escludeva dalla suprema magistratura; ma conservavano la pretensione di comandare le flotte e le armate della repubblica, ed i Doria, gli Spinola, i Fieschi, i Grimaldi, avevano troppo ben dimostrato con infinite intraprese di esserne degni. Pretendevano essi che il senato fosse obbligato di scegliere alternativamente gli ammiragli tra i patrizj ed i plebei; non pertanto di già quattro popolani erano stati incaricati del comando delle ultime quattro flotte. La nomina del quinto era un'ingiuria ch'essi non volevano in verun modo soffrire. Giovan Antonio del Fiesco, cui i talenti non meno che l'alta opinione di cui godeva, e le sue ricchezze, davano giusti titoli alla carica accordata ad altri, accompagnò le sue rimostranze con maggiore alterigia e risentimento. Non avendo potuto ottenere giustizia ritirossi ne' suoi feudi nelle montagne, ove non tardarono a raggiugnerlo gli emissarj del duca di Milano sempre apparecchiato ad offrire soccorsi a tutti i ribelli; il Fiesco si era di già rivolto ad Alfonso d'Arragona. La guerra cominciò nello stesso tempo in tre luoghi. Il Fiesco co' suoi Alpigiani e coi Milanesi era sceso fino alle porte della città e guastava la Polsevera; Galeotto del Carretto, marchese di Finale, aprì i suoi porti e le sue fortezze ai nemici della repubblica, i quali in ogni tempo avevano trovato asilo nel suo feudo; i Catalani colla loro flotta ruinavano le due riviere[55]. Malgrado il pericolo e la ruina di questa guerra civile, i Genovesi, infiammati dal loro odio contro i Catalani, e dalla persuasione di non ottenere giammai perdono da Alfonso, continuarono a consacrare le loro forze, i loro vascelli, il loro danaro in soccorso del re Renato: ma la guerra di Napoli era un vortice che la repubblica non poteva colmare, sebbene vi gettasse tutti i suoi tesori. La generosa assistenza de' Genovesi sostenne Renato nella sua miseria, e non si ritrasse dal soccorrerlo nè pure quando Alfonso ebbe occupato Napoli; essi vittovagliarono ancora Castelnuovo; ed all'ultimo trasportarono nel 1442 colle loro galere il re Renato prima a Firenze, poi a Marsiglia[56].

Ma questa guerra, che tanto aveva accresciuta la collera d'Alfonso contro i Genovesi, era appena terminata colla totale ruina del partito d'Angiò, che Tommaso Fregoso, che l'aveva diretta, fu ancor esso levato di carica. Suo fratello Battista era morto nel 1442, ed i funerali di questo valoroso capitano erano stati celebrati con un fasto che aveva offeso i cittadini di uno stato libero. Giovann'Antonio del Fiesco, informato nel suo esilio del loro malcontento, si rese più audace, persuadendosi che i suoi concittadini lo seconderebbero; perciò avendo ricevuto soccorsi da Alfonso e da Filippo, si apparecchiò a fare uno sbarco, la notte del 15 dicembre del 1442, fra le chiese di san Nazaro e di san Celso. Il suo progetto era stato preveduto, e collocate delle guardie nel medesimo luogo per impedirne l'esecuzione; ma il rigore del freddo e la violenza di un vento contrario sembrando custodire bastantemente la costa, i soldati si ritirarono dopo la mezza notte. Il vento improvvisamente cambiò, e Giovanni Antonio del Fiesco, avendo saputo approfittarne, entrò in Genova senza incontrare resistenza.

I Genovesi, incoraggiati dalla presenza di questo capo di partito, si sollevarono per cambiare il governo. Invece di un solo magistrato, che sempre faceva temere lo stabilimento di un potere dispotico, pensarono di nominare otto cittadini, che col titolo di capitani della libertà amministrassero la repubblica. Tommaso Fregoso, da tutti abbandonato, erasi renduto prigioniero a Giovanni Antonio del Fiesco ed a Raffaello Adorno, i quali furono del numero de' nuovi magistrati con un Doria ed uno Spinola. Ma le fazioni di Genova erano troppo fra di loro accanite, e troppo inflessibili i capi delle opposte fazioni, perchè mantenere si potesse un consiglio in cui si erano voluti riunire. Non era ancora passato un mese, quando la scissura tra le due parti sempre irreconciliabili obbligò a sopprimere il consiglio, ed a nominare di nuovo un doge. Raffaello Adorno, che fu in allora scelto, era figlio di Giorgio e nipote d'Antoniotto, che avevano pure occupata la stessa carica. Giovanni Antonio del Fiesco, fieramente irritato nel vedere che una rivoluzione da lui condotta a fine altro non aveva fatto che traslocare l'autorità ducale da una famiglia popolare ad un'altra egualmente popolare, senza che i nobili ne sentissero alcun vantaggio, uscì di città, occupò Recco e Porto Fino, e ricominciò la guerra civile. D'altra parte Pietro Fregoso, nipote di Tommaso, giovane audace ed ambizioso, esiliato dal nuovo governo cogli altri Fregosi, erasi ritirato a Novi, di cui il duca di Milano gli aveva dato la fortezza; indi cominciò dal canto suo le ostilità contro i Genovesi[57].

La famiglia Adorno era stata quasi continuamente esiliata da Genova durante la guerra che i Genovesi avevano fatta ad Alfonso nel regno di Napoli, ond'era meno odiata da questo monarca; ciò le agevolò il modo d'intavolare con lui un trattato di pace, che fu non senza molta difficoltà accettato dalla repubblica. Questa finalmente si obbligò nel 1444, a mandare al re di Napoli, in forma di tributo, un piatto d'oro[58]. Nel susseguente anno Alfonso, invece di ricevere quest'offerta senz'apparato, volle ostentare la sua gloria e far conoscere l'umiliazione de' nuovi tributarj. Fece entrare i loro ambasciatori in mezzo alla sua corte; tutti i grandi del regno erano stati chiamati per essere testimonj del suo trionfo, ed i Genovesi, sorpresi da questa impreveduta pompa, conservarono un implacabile risentimento per la vergognosa parte che avevano dovuto sostenere[59]. Alfonso, che andava debitore di questo trionfo alla famiglia Adorno, cominciò a considerarla come sua alleata, e la eccepì dal suo odio contro i Genovesi. Ma questa famiglia andava perdendo la considerazione de' suoi concittadini in ragione di quella che acquistava presso un monarca nemico.

Gli Adorni non trovavano che Raffaello, loro capo, li facesse abbastanza partecipare della sua potenza, ed avrebbero voluto alla testa della repubblica un uomo che tenesse la bilancia meno eguale tra le fazioni, e che, invece di riconciliarle colla dolcezza, arricchisse l'una colle spoglie dell'altra. Persuasero a Raffaello che per calmare gli spiriti, agitati dal contegno di Alfonso verso i loro ambasciatori, conveniva che l'autore del trattato non fosse più capo dello stato. Raffaello, pieno di moderazione e di confidenza ne' suoi consiglieri, rinunciò il giorno 4 di gennajo del 1447 ad una carica, che aveva cercata per giovare alla sua patria, non a sè medesimo. Gli Adorni, approfittando di quest'inconsiderata moderazione, lo stesso giorno gli sostituirono Barnabò Adorno, che loro prometteva una parte assai più ricca delle spoglie de' loro avversarj[60].

Per porre in sicuro la propria autorità, Barnabò accettò da Alfonso una guardia di seicento Catalani. E siccome era questa la sola truppa assoldata della repubblica, si vide quello stato medesimo, che in guerra aveva fatto crollare il trono di un gran re, tremare in pace innanzi ad un branco di soldati ammessi tra le sue mura. Non eravi violenza che non dovesse aspettarsi da un primo magistrato, capo di partito, che in una libera città si era circondato di una guardia straniera. Ma Barnabò non era appena da oltre un mese salito sul trono ducale, quando Giano Fregoso osò entrare in porto nel cuor della notte con una sola galera, sbarcare ottantacinque valorosi giovani, che erano il fiore de' suoi partigiani e determinati di tentare una rivoluzione, ed attaccare il palazzo pubblico difeso dalla guardia del doge. Un'ostinata zuffa si attaccò nelle anguste strade di Genova, che rendevano meno sensibile il vantaggio del numero. Molti compagni del Fregoso caddero estinti, tutti furono feriti, ma nessuno di loro, finchè potè sostenersi, abbandonò la battaglia. La guardia fu rotta, Barnabò cacciato fuori dal palazzo, e Giano Fregoso innalzato in sua vece sul trono ducale il 30 gennajo dei 1447. Pietro Fregoso venne richiamato dal suo esilio, e nominato comandante della città[61].

Giano dichiarò la guerra a Galeotto del Carreto, marchese di Finale, che sempre alleato con tutti i nemici della repubblica, aveva approfittato delle lunghe turbolenze di Genova per esercitare insoffribili soverchierie sopra i suoi vicini. Per odio del marchese di Finale i Genovesi si rendettero colpevoli di una mancanza di fede fin allora senza esempio negli annali della loro città, appropriandosi gl'interessi a lui dovuti dalla banca di san Giorgio. Giammai, nè prima, nè dopo, si fecero lecito di non pagare ai loro nemici un debito legalmente contratto. Finale fu preso nel 1449, saccheggiati furono i sobborghi della città, e spianata la fortezza; ma sebbene avessero i Genovesi prima determinato di distruggere questa città da cima a fondo, fecero poi grazia agli abitanti; anzi restituirono ancora un terzo del marchesato a Marco del Carreto, parente dell'ultimo feudatario, che non aveva abbracciato il di lui partito[62].

Questa guerra non venne condotta a fine da Giano, morto in sul declinare del 1448, ma da Luigi Fregoso, suo fratello, che gli era stato sostituito. Per altro non corrispondendo questi all'universale aspettazione, venne deposto in luglio 1450. I consiglieri offrirono la corona ducale a quel Tommaso Fregoso ch'era stato doge nel 1415 e nel 1436; ma questi, trovandosi allora ritirato nella sua signoria di Sarzana, rispose di essere troppo indebolito dall'età, dai travagli e dalle inquietudini per governare lo stato in tempi così difficili, e consigliò di preferire suo nipote Pietro Fregoso, in allora comandante della città, il di cui carattere e talenti si meritavano la pubblica confidenza. Infatti Pietro venne di comune assenso eletto il giorno 8 dicembre del 1450[63].

Di quest'epoca la difesa di Costantinopoli era ciò che più importava ai Genovesi, e doveva credersi che occuperebbe un lungo spazio negli annali di Genova. Infatti la colonia genovese di Pera, rapidamente crescendo in ricchezze ed in potenza, pareva che un giorno dovesse eguagliare la città imperiale, di cui inaddietro non era che un sobborgo. Nel 1452 la repubblica vi aveva mandati novecento tra arcieri e corazzieri per difenderla contro i Turchi. Giovanni Giustiniani, che li comandava, partecipò valorosamente a tutte le fatiche ed a tutti i pericoli dell'ultimo Costantino; ma costretto da una ferita ad abbandonare la battaglia, parve che tutt'ad un tratto perdesse la presenza di spirito ed il coraggio. Egli abbandonò il suo posto, come se tutto fosse perduto, e la ritirata della piccola sua truppa aprì la città ai Musulmani. Pera s'arrese immediatamente dopo Costantinopoli, e la perdita di così fiorente colonia fu una delle più funeste sventure provate dalla repubblica di Genova. Gli storici genovesi appena accennano avvenimenti di tanta importanza, e pare che non siano stati informati delle particolari circostanze dai loro compatriotti; perciocchè niente aggiungono ai racconti degli storici Greci, cui strettamente si attengono, e non accennano veruna parziale cronaca di Pera. Pure i loro mercanti furono in Oriente testimonj di rivoluzioni troppo meritevoli di ricordanza, e l'esistenza medesima ed il governo della loro colonia offrivano uno straordinario fenomeno politico e mercantile degno della loro attenzione[64]. Dopo la perdita di Pera, temendo i Genovesi di perdere ancora gli altri stabilimenti del Levante, ed in particolare Caffa, ossia Teodosia, sul mar Nero, ne trasferirono la sovranità alla banca di san Giorgio, che sempre ferma in mezzo alle loro rivoluzioni, sempre saggia in mezzo alla follia ed all'ebbrezza delle fazioni, più che il doge ed i suoi consiglj pareva capace di salvare una colonia tanto difficile a custodirsi[65].

Nello stesso anno 1453 i Genovesi cedettero la sovranità dell'isola di Corsica alla stessa banca di san Giorgio, perchè Alfonso aveva loro tolta la città di san Fiorentino, e minacciava il rimanente dell'isola. Questo monarca aveva risguardato il ristabilimento dei Fregosi in Genova come una dichiarazione di guerra; e senza dubbio dopo tale epoca più non gli si pagò il tributo del piatto d'oro. Il papa, spaventato dalle conquiste dei Turchi, intromise la sua mediazione, ed ottenne da Alfonso, ancor esso inquieto e spossato, una tregua di sei mesi. Ma i vascelli catalani, che ne avevano approfittato per vittovagliarsi nel porto di Genova, violarono la tregua nell'istante che uscivano dal porto. Pietro Fregoso scrisse al re con molta nobiltà per chiedere conto di queste ostilità, quando tutti i sovrani d'Italia avrebbero dovuto riunire le loro forze contro i Turchi, veri nemici del nome cristiano; gli proponeva di porre le loro liti in arbitrio del papa, o di chiunque altro credesse Alfonso di nominare[66]. Questi non si curò punto di questa rimostranza; ed il suo ammiraglio, Bernardo di Villa Marina, dopo essersi concertato cogli Adorni e coi Fieschi, stese le sue piraterie sulle coste delle due Riviere[67].

Pietro Fregoso non oppose una flotta a quella dell'Arragonese, ma dopo avere provvedute del bisognevole tutte le fortezze, e postosi ovunque in istato di difesa, lasciò che Villa Marina si andasse consumando in vani sforzi. Egli temeva, assai più che l'ammiraglio, i nemici che poteva avere nella stessa città, e piuttosto che esporsi ad essere sorpreso all'impensata, volle dar loro egli medesimo una occasione di manifestare le loro trame. Dopo avere lasciata in palazzo una numerosa guardia, e prese tutte le convenienti misure per la sicurezza della città, pubblicò di voler fare un viaggio nelle due Riviere per provvedere alla loro sicurezza in qualunque caso d'attacco. Invece di partire, il 28 di luglio andò segretamente nella fortezza, ove teneva una grossa guarnigione di cui potevasi pienamente fidare. Accadde ciò ch'egli aveva preveduto; tosto che i faziosi lo credettero lontano, presero le armi, e proclamando i nomi di Adorno e del re d'Arragona, vennero ad attaccare il palazzo pubblico. Il Fregoso aspettò che tutti i suoi segreti nemici si fossero palesati, ed allora sortendo dalla cittadella colle sue truppe, prese alle spalle coloro che attaccavano il palazzo, e ne fece orribile carnificina; scacciò i vinti fuori di città, e punì alcuni de' loro capi con pena capitale[68].

Durante la cattiva stagione la flotta arragonese erasi ritirata noi porti del regno di Napoli; tornò in primavera del 1456 a minacciare le coste della Liguria, e ad intercettare il commercio, occupando inoltre Albenga, che peraltro fu bentosto ripresa. In così difficili circostanze Pietro Fregoso ricorreva alternativamente al duca di Milano, ai Fiorentini, ai Veneziani, che tutti avevano legate le mani dalla lega fatta con Alfonso, e dalla quale avevano avuto la debolezza di escludere i Genovesi, loro antichi alleati. Papa Calisto III, che risguardava il popolo genovese come il solo di cui potesse far capitale per difesa del cristianesimo in Levante, interponeva per loro i suoi buoni ufficj. I continui soccorsi di vittovaglie, di armi e di danaro, che la repubblica mandava a Caffa e nelle sue isole della Grecia, la snervavano affatto, non lasciandole nè vascelli, nè soldati da opporre ad Alfonso. Pietro Fregoso ed il consiglio della repubblica si erano, sempre di concerto con Calisto, rivolti ai più lontani principi, per ridurli a mandare ajuti ai Cristiani del Levante; le loro lettere ai re d'Inghilterra e di Portogallo fanno ad un tempo vedere quanti sagrificj avevano fatti essi medesimi, quanto erano innoltrati i loro trattati con questi principi, e quanto la guerra, che loro faceva Alfonso, riusciva dannosa alla difesa della cristianità[69].

Finalmente il re di Napoli, cedendo alle istanze di Calisto III, alle esortazioni di tutti i principi cristiani, che non sembravano occuparsi d'altra cosa che della crociata, e forse per timore d'essere attaccato il primo, quando i Turchi continuassero le loro conquiste, promise di unire quindici galere a quelle del papa; manifestò inoltre l'intenzione di porsi alla testa dell'armata de' principi cristiani, e sotto questo pretesto fece levare grossi sussidj in tutti i suoi stati. Ma qualche tentativo fatto dai Genovesi per ricuperare i loro possedimenti in Corsica riaccese subitamente la di lui collera. Egli rigettò con amaro insulto le istanze che gli faceva il doge di armarsi contro i Turchi; e rinfacciò ai Genovesi d'avere i primi trasportati in Europa gli Osmanli. «Gli è contro di voi, che siete i veri Turchi dell'Europa, disse Alfonso, che ci facciamo un dovere di volgere i nostri primi sforzi, e non ci tratterremo finchè, coll'ajuto di Cristo, non vi avremo ridotti supplichevoli ai nostri piedi. Allora soltanto noi termineremo, a dispetto vostro, la spedizione contro i Turchi dell'Asia, cui ci siamo obbligati.» La lettera scritta con quest'insultante amarezza era lavoro d'uno dei molti dotti addetti alla corte d'Alfonso, e forse di Antonio di Palermo, il quale la scrisse con quel tuono oltraggiante, che caratterizza le contese letterarie del quindicesimo secolo. La risposta della repubblica, scritta dal suo cancelliere Bracelli, è per lo contrario altrettanto nobile che misurata[70].

In questa stessa epoca i Genovesi avevano mandate due galere a Chio con cinquecento uomini di guarnigione, armi d'ogni sorta, e sufficiente quantità di granaglie per approvvigionare non solo quest'isola, ma ancora quella di Rodi. Avevano mandato un vascello, armi, e dugent'uomini di guarnigione a Mitilene, e finalmente due vascelli a Caffa, uno dei quali, il più grande che si fosse fin allora veduto sul Mediterraneo, fu colato a fondo da un fulmine[71].

Nel susseguente anno Calisto, che aveva rinnovate le sue offerte di mediatore, lusingossi qualche tempo d'avere persuaso Alfonso a fare la pace coi Genovesi; i loro ambasciatori dovevano scontrarsi in Roma con quelli del re di Napoli, ed il trattato pareva ridotto a buon termine, quando un vascello d'Alfonso fu preso dai Genovesi. Sebbene non vi fosse armistizio, il re mostrossi irritato da quest'atto ostile, come se non lo avesse provocato. Gli ambasciatori genovesi abbandonarono Roma senza aver nulla convenuto, e Pietro Fregoso, disperando di trovare soccorso altrove, s'addirizzò al solo nemico che ancora potesse farsi temere da Alfonso, a Carlo VII, re di Francia, protettore e parente di Renato d'Angiò[72].

Malgrado l'inconsiderata maniera con cui Renato erasi nel 1458 ritirato dalla guerra di Lombardia, egli non aveva rinunciato ai suoi diritti sul regno di Napoli. Di conformità alla fatta promessa egli aveva mandato ai Fiorentini suo figlio Giovanni, duca di Calabria, per assumere il comando delle loro truppe. Giovanni era giunto a Firenze il 7 febbrajo del 1454, e dopo le più onorifiche accoglienze, gli era stato consegnato in mezzo a splendide feste il bastona del comando[73]. Pure i trattati di pace avevano di già avuto cominciamento, e la pace si pubblicò in Firenze il 14 aprile seguente, senza che il duca Angiovino di Calabria avesse potuto prestare alcun servigio ai suoi alleati. Ma sebbene gli dovesse spiacere il vedere la repubblica fiorentina contrarre un'alleanza col suo competitore, non manifestò verun malcontento per una condotta renduta necessaria dalla presente posizione degli affari; egli si trattenne un anno in Toscana, come portava il suo trattato, e quando partì, accettò un regalo di venti mila fiorini oltre ciò che gli era dovuto; e tornò in Francia nel maggio del 1455[74].

A questo stesso principe ed a Carlo VII ricorse Pietro Fregoso, il quale sentiva che i patimenti di così lunga guerra avevano resa la sua autorità odiosa ai suoi concittadini; circondato da aperti e da segreti nemici, più non sapeva come loro resistere, e non pertanto era deliberato di non cedere loro la vittoria. Propose adunque di porre la repubblica sotto la salvaguardia di un potente protettore, e con un trattato, conchiuso in febbrajo del 1458, trasferì a Carlo VII la signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti ed i privilegj di città libera, quali erano di già stati enumerati in somigliante concessione fatta a Carlo VII, il 25 ottobre del 1396[75]. Propriamente parlando altro non era che l'autorità del doge che veniva in tal modo accordata ad un sovrano straniero, ed almeno, secondo l'intenzione del consiglio, la repubblica doveva sussistere colla stessa libertà e giurisdizione sotto la temporaria magistratura di un delegato del re di Francia, come sotto quella di un Fregoso o di un Adorno. Giovanni d'Angiò, duca titolare di Calabria, venne, in conformità di questo trattato, ad assumere il comando dei soli nemici che il suo rivale avesse ancora in Italia. Giunse a Genova l'undici maggio del 1458, ed i magistrati vennero a giurargli fedeltà a nome del popolo ne' giardini Fregoso posti nel sobborgo di san Tommaso. Dal canto suo il duca di Calabria, prima di essere ammesso entro le mura, giurò di rispettare le leggi ed i privilegj dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza della banca di san Giorgio; e dopo ciò divise con Pietro Fregoso la cura della difesa della città[76].

Giovanni d'Angiò aveva seco condotte dieci galere francesi e molte truppe per metterle di guarnigione in Genova ed in Savona[77]. Credeva perciò il Fregoso che il re di Napoli non avrebbe ardito di attaccare un così potente protettore; ma parve per lo contrario che Alfonso raddoppiasse i suoi sforzi per sottomettere i suoi avversarj, in ragione della loro ostinazione. Bernardo di Villa Marina, suo ammiraglio, aveva svernato con venticinque navi a Porto Fino; in primavera Alfonso gliene mandò altre dieci, che avevano a bordo armi, munizioni, e truppe da sbarco, prese tra le scelte della sua armata. Questa flotta venne a bloccare il porto di Genova quasi subito dopo l'arrivo di Giovanni d'Angiò. Giovanni Antonio del Fiesco, Raffaello e Bartolommeo Adorno, scesero dal canto loro dalle montagne per assediare la città; e Pietro Spinola, egualmente esiliato, fece prendere le armi ai suoi vassalli e partigiani. D'altra parte Giovanni d'Angiò aveva fatti entrare nel porto tutti i vascelli genovesi, e lo aveva poi chiuso con forti catene e con tarroloni galleggianti; aveva posto di guarnigione i suoi Francesi in tutte le fortezze insieme ai soldati del Fregoso, ed aspettava con coraggio un prossimo assalto, quando il primo di luglio l'una e l'altra armata ricevette con eguale sorpresa la notizia della morte d'Alfonso, accaduta il 27 di giugno. La flotta degli assedianti si disperse all'istante, alcuni de' vascelli entrarono ne' porti della Catalogna, altri in quello di Napoli, di dove erano usciti, e l'armata de' malcontenti ritirossi in pari tempo nelle montagne; Barnabò e Raffaello Adorno morirono dopo pochi giorni, o per le sostenute fatiche, cui non erano accostumati, o per dolore di vedersi strappata di mano una vittoria, che credevano sicura. I Genovesi, maravigliati di così improvvisa liberazione, appena potevano goderne essi medesimi, perchè la carezza e la cattiva qualità delle vittovaglie di cui eransi alimentati in tempo dell'assedio, la miseria, le fatiche e le cure della guerra, avevano generata entro le loro mura una malattia contagiosa, che uccise più gente assai che non il nemico che si era di fresco ritirato[78].

Alfonso, allorchè morì in età di sessantatre anni otto mesi e ventisette giorni[79], regnava in Arragona dal 1416 in avanti; ma soltanto dopo avere portata la guerra in Corsica del 1420, e sopra tutto dopo essere stato adottato da Giovanna II di Napoli, aveva acquistata in Italia una potenza preponderante. Credeva di avere assicurata la successione di suo figliuolo naturale Ferdinando coi suoi trattati con quasi tutti i principi d'Italia, e coll'investitura successivamente ottenuta da due papi. L'ordine da lui posto in questa successione sembravagli conforme alla giustizia, poichè non disponeva a favore del suo bastardo che del regna di Napoli, conquistato da lui medesimo, mentre lasciava tutti i suoi stati ereditarj al fratello Giovanni, re di Navarra. Costui trovavasi allora in lite con suo figliuolo del primo letto, don Carlo, che portava il titolo di conte di Viana, ed era venuto a cercare asilo alla corte di Napoli. Il conte di Viana era in Roma nel principio di maggio del 1458 quando Alfonso infermò, ed avutane notizia si affrettò di restituirsi a Napoli. Era meritamente amato dal popolo e dalla nobiltà; ed Alfonso non lo vide ritornare senza inquietudine, temendo, qualora egli morisse a Castelnovo, che gli Arragonesi ed i Catalani, di guarnigione in quel castello, non si dichiarassero per il conte di Viana figlio ed erede presuntivo del nuovo loro re. Ammalato com'egli era gravemente, fece spargere voce della sua convalescenza; si fece trasportare a Castel dell'Ovo sotto pretesto di mutar aria, e nello stesso tempo diede il comando del castello, che abbandonava, a suo figlio Ferdinando. Lo stesso giorno sottoscrisse il testamento con cui chiamava Ferdinando suo figlio legittimato alla corona di Napoli, e lasciava la corona d'Arragona, di Catalogna, di Valenza, delle isole Baleari, di Sardegna e di Sicilia, a suo fratello, il re di Navarra, in conformità delle costituzioni degli stessi regni. Ventiquattr'ore dopo morì[80].

La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di magnanimo, di cui questo principe andò debitore ad una quasi illimitata liberalità. In questo secolo, in cui tutti i sovrani d'Italia rivalizzavano nell'amore per le lettere, egli pareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per l'antichità, col suo zelo per gli studj, colle sue beneficenze verso i dotti, che da ogni banda chiamava con ogni maniera di allettamenti alla sua corte. Aveva tolto per sua impresa un libro aperto; e niun sovrano, non accettuati coloro che non furono come lui amministratori e guerrieri, consacrò tanto tempo alla lettura. Seco portava sempre Tito Livio ed i Commentarj di Cesare; aveva sempre libri sotto il suo origliere, onde valersene nelle ore che poteva rubare al sonno. Il suo segretario e panegirista, Antonio Beccadelli di Palermo, conosciuto sotto il nome di Panormitano, pretende di averlo a Capoa risanato da una malattia, leggendogli la vita di Alessandro scritta da Quinto Curzio. Si dice che Cosimo dei Medici ottenne di calmarlo dopo il torto fattogli dal trattato di Lodi, e di farlo entrare nella lega dell'Italia superiore, regalandogli un bel manoscritto di Tito Livio[81].

I letterati ed in particolar modo gli eruditi sono troppe volte stranieri allo spirito del loro secolo, perchè si possa prestare intera fede ai loro elogj intorno alle virtù di un re; ma è una sicura riprova del nobile carattere d'Alfonso la piena confidenza ch'egli aveva nell'amore del popolo da lui conquistato. Passeggiava spesso a piedi e senza seguito per le strade di Napoli, e rispondeva a coloro che credevano questa sua abitudine pericolosa: «che può temere un padre passeggiando in mezzo ai suoi figliuoli?» In fatti Alfonso era amato dal popolo per le sue virtù, e dirò ancora pei suoi difetti. La sua eloquenza, la sua affabilità, le sue nobili maniere, il suo cavalleresco valore, affascinavano tutti coloro che avevano il vantaggio di avvicinarlo. Loro piaceva pure per una tal quale simpatia che trovasi nel popolo, per la tenerezza e la tendenza all'amore, che questo sovrano conservò fino agli ultimi suoi giorni. Il suo romanzesco carattere influì notabilmente sul suo destino. La nascita di suo figliuolo, Ferdinando, era stata accompagnata da misteriose circostanze. Assicurano alcuni storici, ch'egli era nato da un incesto con Catarina, moglie d'Enrico, fratello d'Alfonso; che per salvare la riputazione di questa principessa, Margarita de Hijar acconsentì che gli si attribuisse questo fanciullo, onde fu poi vittima della gelosia della regina, che la fece soffocare[82]. Alfonso più non seppe condonare alla moglie tanta barbarie; più non volle vederla; ma restò, finchè visse vincolato da un matrimonio che detestava, e non poteva sciogliere. L'oggetto dell'ultima sua passione fu Lucrezia d'Alagna, figlia di un gentiluomo napolitano. Pio II, di già papa quando scriveva i suoi commentarj, li vide assieme, e si sentì commosso dal loro amore e dalla loro virtù. «Stava, egli dice, a Torre del Greco, Lucrezia, donna, o piuttosto vergine gentilissima, nata di nobili ma poveri parenti napolitani. Amolla il re perdutamente, a segno di sembrare fuori di sè alla di lei presenza. Altro egli non vedeva, altro non udiva che Lucrezia; i suoi occhi stavano sempre fissi sopra di lei; ne lodava le parole, ne ammirava la saviezza, ed applaudiva a tutto quanto ella faceva. Soleva colmarla di doni, e voleva che venisse onorata come una regina; e talmente a lei si abbandonava che niuno poteva ottenere udienza senza il di lei assenso..... Pure, se dobbiamo prestar fede alla pubblica voce, essa mai non accondiscese ai di lui desiderj. Si assicura aver ella detto più volte, che mai non sagrificherebbe al re la sua verginità, e che, s'egli tentasse far uso della forza, saprebbe prevenire la propria vergogna colla morte, invece di punirsi troppo tardi come l'antica Lucrezia[83]». Alfonso erasi lusingato di sposare Lucrezia d'Alagna, ed aveva perciò domandato a Calisto III un divorzio con Maria di Castiglia a cagione della sua sterilità; ma sebbene questo papa fosse prima stato suo ambasciatore, governatore di suo figlio, e suo confidente, mai non volle accordare al re questa domanda[84].

Grandi avvenimenti militari, la conquista di un regno, luminose vittorie sopra Caldora, sopra Renato d'Angiò, sopra Francesco Sforza, davano ad Alfonso uno splendore che abbagliava le persone volgari. La prosperità delle due Sicilie, e la pace ristabilita dopo una lunga anarchia, gli davano posto tra i più saggi amministratori; ma ad ogni modo la virtù che gli guadagnò maggiori elogj, la sua liberalità, fu quasi sempre imprudente ed eccessiva; le sue profusioni lo tenevano costantemente in mezzo alle ristrettezze; bentosto riprendeva con una mano ciò che aveva donato coll'altra: era forzato di opprimere i suoi sudditi con gravissime gabelle, o di vendere loro grazie contrarie all'ordine ed alla buona amministrazione del regno. Il danaro mancando alle sue prodigalità, egli distribuì nella sua monarchia con profusione nuovi titoli, dignità e signorie feudali; colla medesima liberalità allargò le prerogative dei signori, accordando loro una quasi assoluta sovranità sui loro vassalli, ed in tal modo aggravò la sudditanza di questi, togliendo loro la protezione della corona; indebolì l'autorità sovrana; nocque alla pronta esecuzione della giustizia, e moltiplicò i mezzi di resistenza dei grandi feudatarj nelle successive guerre civili. Può dunque muoversi dubbio se il regno d'Alfonso sia stato favorevole ai progressi dell'incivilimento nel regno di Napoli, ma non si può ricusare di annoverar lui tra i più grandi e generosi monarchi che illustrarono il quindicesimo secolo[85].

CAPITOLO LXXVII.

Sforzi di Calisto III e dei baroni napolitani per impedire Ferdinando d'Arragona di succedere a suo padre. — S'addirizzano a Giovanni d'Angiò, signore di Genova. — Pietro Fregoso rimane ucciso in un attacco contro Genova. — Giovanni d'Angiò abbandona Genova pel regno di Napoli. — Guerra civile; battaglie di Sarno e di san Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi.

1458 = 1460.

Dacchè Alfonso era salito sul trono di Napoli fino alla morte, pareva che la sua politica altro scopo non avesse che quello di assicurare questo regno a suo figliuolo naturale Ferdinando. Tostocchè il re Renato d'Angiò ebbe abbandonato Napoli, Alfonso pensò a fare riconoscere dal parlamento, come abile a succedere alla corona questo figliuolo, ch'egli aveva di già legittimato. Il parlamento di Napoli era la grande dieta nazionale del regno, ed era composto soltanto di due camere. In quella della nobiltà sedevano coi principi e coi baroni alcuni prelati nella loro qualità di feudatarj, come l'abate di Monte Cassino, riconosciuto pel primo barone del regno, l'arcivescovo di Reggio, ed altri: in quella dei deputati delle città venivano chiamati, l'eletto del popolo di Napoli, ed i sindaci delle principali comunità. Questo parlamento aveva il diritto di regolare in concorso del re l'amministrazione della giustizia e le finanze dello stato[86]; ma non era bastantemente guarantita la sua esistenza, ed i monarchi napolitani trascurarono spesso di adunarlo. Alfonso lo convocò nel 1443, ed i suoi confidenti s'incaricarono di far sentire alla nobiltà il bisogno di fissare l'ordine della successione al trono. Se il figliuolo naturale vi è chiamato, essi dissero, siccome non avrà verun altro stato, e tutto aspettar dovrà dai Napoletani, sentirà viemmeglio la necessità di rispettare i loro privilegj; che se per lo contrario, in difetto di legittimi figli d'Alfonso, si lasciasse passare la corona a suo fratello il re di Navarra, non potrebbesi da questi sperare che preferisse l'Italia alla sua patria; onde la capitale rimarrebbe senza sovrano, Napoli sarebbe tutt'al più la residenza di un vicerè, e dovrebbe aspettare gli ordini da una corte straniera, che non avrebbe contezza nè dei costumi, ne dell'idioma del popolo a lei subordinato. Altronde, soggiugnevano, essendo stato Alfonso innalzato egli medesimo sul trono dalle armi de' Napolitani, poteva risguardarsi come un monarca eletto dal suo popolo. Egli non aveva altri diritti alla corona che quelli che derivavano da quest'elezione, a meno che valere non facesse i diritti di conquista. Verun patto non obbligava o i suoi sudditi, o lui medesimo a far partecipare suo fratello e la casa d'Arragona ad un acquisto che gli era personale. L'adozione di Ferdinando fatta dalla nazione era dunque altrettanto legittima, quanto conveniente. I baroni adunati in parlamento parvero gustare questi diversi motivi; e dopo la loro deliberazione, onorato Gaetano, conte di Fondi, venne a prostrarsi alle ginocchia del re, supplicandolo, a nome della nobiltà adunata, di accordare a suo figlio Ferdinando, allora in età di diciannove anni, il titolo di duca di Calabria, e di designarlo per successore alla corona. Alfonso, nel colmo della sua gioja per avere ottenuto quanto desiderava, accordò quello che si era fatto chiedere; investì suo figliuolo, nella chiesa di san Ligorio, del ducato di Calabria, gli passò la corona, lo stendardo e la spada, e gli fece prestare il giuramento dalla nobiltà e dai deputati delle città del regno[87].

Ma perchè i papi pretendevano di essere signori abituali del regno di Napoli, la pacifica successione di Ferdinando non era assicurata finchè la corte di Roma, in allora attaccata al partito angiovino, non riconoscesse il nuovo re, ed il diritto ereditario di suo figliuolo naturale. Il monarca affidò la propria riconciliazione col pontefice ad Alfonso Borgia, vescovo di Valenza, quello stesso che poi trovossi innalzato sulla cattedra di san Pietro sotto il nome di Calisto III, quando si fece luogo a questa stessa successione. In fatti Eugenio riconobbe Alfonso col trattato di pace soscritto a Terracina il 14 giugno del 1443, e gli spedì nello stesso anno delle bolle, colle quali accordava la successione ai figli maschi d'Alfonso, senza aggiugnervi la clausola, legittimi, ed in loro mancanza alla linea transversale[88]. Il 14 luglio del susseguente anno Eugenio IV legittimò Ferdinando, dichiarandolo abile ad occupare le più alte dignità del regno, come pure a succedere alla corona[89]. Per altro la nuova bolla d'investitura, pubblicata in Napoli il 2 giugno del 1445, ristringeva ancora la successione ai figli nati da legittimo matrimonio[90]. Pare che Eugenio IV pensasse a riservarsi la possibilità di contrastare la successione di Ferdinando quand'ella s'aprirebbe, e che in virtù di questo segreto motivo ricusasse di spiegarsi così chiaramente come il re avrebbe desiderato. Niccolò V, di più pacifico carattere, si prestò in un modo più aperto ai voti d'Alfonso; confermò con una bolla del 14 gennajo del 1448 tutte le grazie dalla Chiesa accordate al re di Sicilia; nuovamente riconobbe e sanzionò il diritto di successione di Ferdinando con una bolla del 27 aprile del 1449; e finalmente il 26 gennajo del 1455 entrò nella lega di venticinque anni tra Venezia, Firenze, il duca di Milano ed il re di Napoli; uno degli oggetti della quale lega era il mantenimento di questa successione di già sanzionata da tanti trattati[91]. Pareva dunque stabilito il diritto di Ferdinando dal consentimento del popolo, da quello del signore abituale e da quello di tutti gli stati d'Italia.

Non pertanto Alfonso per meglio provvedere alla sicurezza di suo figliuolo volle procurargli una potente alleanza ne' suoi proprj stati. Il più grande e ricco dei feudatarj del regno era Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto. I suoi tesori, l'estensione de' suoi feudi, il numero dei vassalli e de' soldati che teneva sempre sotto le armi, lo mettevano quasi in istato di dare o di togliere la corona al suo padrone. L'Orsini teneva presso di sè a Lecce Isabella di Clermont, figlia della contessa di Copertino, sua sorella; Alfonso la domandò per suo figliuolo, e gliela fece sposare nel 1444. Maritò nello stesso tempo una delle sue figlie naturali a Martino di Marzano, figlio unico del duca di Suessa, ed un'altra la diede a Lionello, marchese d'Este[92].

Ma quando morì Alfonso, si videro dichiararsi contro il suo figlio quegli uomini medesimi che il monarca credeva di avergli guadagnati. Il primo ed il più accanito di tutti i suoi nemici fu Calisto III, lo stesso ch'era stato suo ministro a Roma, quando non era che vescovo di Valenza, che aveva ottenuta dal suo predecessore la legittimazione di Ferdinando, ed accompagnato lo stesso Ferdinando ne' suoi viaggi. Tostocchè seppe la morte d'Alfonso, pubblicò il 12 luglio del 1458 una bolla, colla quale dichiarava il suo regno devoluto alla santa sede per l'estinzione della linea legittima dell'ultimo feudatario; quasichè la corte di Roma non avesse preventivamente riconosciuti i diritti di Ferdinando, figlio di Alfonso, quelli di Giovanni suo fratello, e quelli di Renato d'Angiò suo rivale. Vietò ai sudditi napolitani di prestare il giuramento di fedeltà a veruno dei pretendenti alla corona; sciolse dagli obblighi loro quelli che già lo avevano prestato; ed invitò tutti coloro che credevano di avere qualche diritto a tale successione, a dedurre i loro titoli innanzi ai tribunali ecclesiastici[93].

Non contento d'impiegare le armi e le minacce della chiesa per sottomettere il regno di Napoli, cercò Calisto di persuadere il duca di Milano ad assecondare le ambiziose sue viste. Lo Sforza aveva perduti i suoi feudi negli Abbruzzi e nella Puglia, primi frutti delle vittorie di suo padre. Calisto gliene offriva la restituzione, aggiugnendovi nuovi stati, se coll'assistenza sua riduceva il regno sotto il suo dominio, e poteva disporne a favore di Pietro Luigi Borgia, suo favorita nipote. Ma Francesco Sforza, lungi dal dare orecchio a queste proposizioni, si dichiarò fedele all'alleanza contratta colla casa d'Arragona, e disse che ajuterebbe Ferdinando con tutte le sue forze[94]. Del resto Calisto III, che formava così vasti progetti, non ebbe troppo tempo per condurli a maturità; perciocchè quando morì, Alfonso egli era di già oppresso dalla vecchiaja, ed affetto dalla malattia che doveva condurlo al sepolcro. Tenne subito dietro ad Alfonso, e spirò il 6 di agosto[95]. Calisto III, salendo sul trono, aveva annunciate benefiche intenzioni, e fatto sperare un regno virtuoso, ma non tardò a smentirsi; egli non ebbe altra cura che quella d'arricchire i suoi nipoti, niuno de' quali facevasi stimare per talenti o per virtù. Uno di loro, Roderico Lenzuoli, che in questo stesso anno fu fatto dal papa vescovo di Valenza, prendendo il nome di Borgia, diede a questo nome una troppo odiosa celebrità, e fece riverberare sul benefattore la vergogna di cui ricoprì sè medesimo.

I cardinali diedero per successore a Calisto III Enea Silvio Piccolomini, nato a Corsignano, borgata lontana ventidue miglia da Siena, che poi prese il nome di Pienza, perchè il nuovo papa si fece chiamare Pio II. Era questi uno de' più dotti, de' più penetranti, de' più attivi uomini dei suo secolo. Aveva cominciato a rendersi celebre nel concilio di Basilea, ove si distinse tra gli oppositori della corte di Roma. L'antipapa Felice V lo creò suo segretario, e lo spedì per trattare le cose sue presso Federico III. Questi lo annoverò pure tra i suoi segretari, ed in appresso tra i consultori dell'impero[96]. L'imperatore lo incaricò d'una importante commissione presso Eugenio IV, ed in tale circostanza Enea Silvio si riconciliò colla corte di Roma, e venne ammesso nel numero dei segretari d'Eugenio, prima di avere abdicato lo stesso impiego presso Felice V[97]. Impiegato alternativamente nelle negoziazioni del concilio, dell'imperatore e del papa, corse più volte l'Europa, e si fece vantaggiosamente conoscere per la sua eloquenza, la sua erudizione, la sua destrezza nel trattare gli affari. Eugenio IV lo aveva fatto vescovo di Trieste, Niccolò V gli diede il vescovado di Siena, e Calisto III il cappello cardinalizio[98].

Nel momento della sua coronazione Pio II si trovò senza soldati e senza danaro. Calisto aveva tutto dato ai nipoti, i quali cominciavano di già a vendere le fortezze della Chiesa a Giacomo Piccinino, mentre questi abbandonava la guerra di cui era incaricato contro Sigismondo Malatesta, per approfittare delle rivoluzioni della corte romana. Pio in tale stato di cose sentì la necessità di attaccarsi a Francesco Sforza, che gli accordò i suoi soccorsi a condizione che il papa si riconciliasse col re Ferdinando[99]. Altronde Pio II salendo sul trono pontificio, abbracciava caldamente il progetto di spedire una crociata contro i Turchi, la quale mai non aveva cessato di predicare come vescovo e come legato. Il primo atto del suo pontificato fu quello di convocare pel primo giugno del susseguente anno una dieta dei principi italiani in Mantova, onde occuparsi della guerra sacra; e perchè rendevasi necessaria per tale unione la pace interna, Pio II non ricusò di confermare i diritti di successione di Ferdinando, di già riconosciuti dai suoi predecessori[100]. In ottobre mandò a Napoli il cardinale Latino Orsini a recargli la corona del regno[101], ed approfittò di questa circostanza per fare con Ferdinando un trattato egualmente vantaggioso a lui ed alla Chiesa. Fissò il tributo che i re della Sicilia anteriore dovevano a san Pietro, tributo che da lungo tempo non era stato pagato, e fece rendere alla Chiesa Benevento, Pontecorvo e Terracina[102]. Ammogliò suo nipote, Antonio Piccolomini, con Maria, figliuola naturale di Ferdinando, che gli diede per dote il ducato d'Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del regno[103]. Finalmente si riservò di stendere il trattato di pace tra Sigismondo Malatesta ed il re di Napoli.

Ferdinando era di già tranquillo possessore del trono di Napoli, pure don Carlo, conte di Viana aveva trovato tra i baroni Catalani e Siciliani, che formavano la corte d'Alfonso, molti partigiani. Sostenevano questi che il regno di Napoli, essendo stato conquistato dagli Arragonesi, doveva correre la sorte del regno di Arragona. Altronde il conte di Viana era altrettanto stimato per la nobiltà del suo carattere, la sua generosità, e le gentili sue maniere, quanto Ferdinando era odiato per la sua dissimulazione, la sua crudeltà, la sua avarizia. Ma Ferdinando, appena morto il padre, corse la città di Napoli a cavallo per prenderne possesso, e venne salutato dalle acclamazioni del popolo; il conte di Viana non si attentò di lottare contro quello che parvegli il voto nazionale; andò a bordo di un vascello, che trovavasi in porto, insieme a tutti i Catalani che non volevano servire Ferdinando, e ritirossi in Sicilia[104].

Per altro le acclamazioni del popolo non esprimevano il voto nazionale: i baroni napolitani conoscevano abbastanza il carattere di Ferdinando per desiderare ardentemente di sottrarsi al suo dominio; e solo avevano bisogno di tempo per apparecchiare la loro resistenza. Di questi il più diffidente era quello stesso principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini, di cui il nuovo re aveva sposata la nipote. L'Orsini non ardiva di abbandonare la sua residenza di Lecce per venire alla corte; egli stava sempre in guardia contro il ferro ed il veleno degli emissarj di Ferdinando, e risguardava le grazie che da lui riceveva come esche destinate a trarlo in pericolosi lacci. Fu dei primi a formare un partito contro il nuovo re, associandosi in principio col principe di Rossano, poi con Giosia Acquaviva, duca d'Atri, e col marchese di Cotrone. Questi potenti feudatarj mandarono ad offrire a Giovanni di Navarra di porlo in possesso del regno di Napoli, per lo stesso titolo per cui riceveva quello d'Arragona ed il rimanente della fraterna eredità. Fortunatamente per Ferdinando trovavasi in allora Giovanni impegnato in civili guerre co' suoi sudditi di Catalogna e di Navarra. Signoreggiato dalla seconda sua consorte, voleva diseredare il conte di Viana, suo figlio del primo letto, per sostituirgli quel Ferdinando, nato del secondo, ch'ebbe poi il nome di Cattolico. Troppo occupato trovandoci degli affari della Spagna per cercarne altri in Italia, Giovanni ricusò di turbare l'amministrazione di suo nipote, dichiarando che non domandava di regnare in Napoli, purchè questo stato si conservasse in un ramo della casa d'Arragona[105].

I baroni napolitani respinti dal re di Navarra, si volsero a Giovanni, figliuolo di Renato, duca di Calabria, che allora governava Genova, e che non aveva accettato quel governo, che per cogliere le occasioni di far rivivere le antiche pretese della casa d'Angiò sopra le due Sicilie[106]. Persuasero facilmente questo duca ad approfittare delle circostanze, che sembravano favorevoli; ma non pertanto siccome la precedente guerra, e la malattia contagiosa che aveva travagliata Genova, non gli permettevano di potere disporre di numerose forze, o di molto danaro, volle, prima d'impegnarsi in questa spedizione, guadagnare, se gli fosse possibile, l'amicizia del potente suo vicino, il duca di Milano. Gli mandò in qualità di ambasciatori il vescovo di Marsiglia e Giovanni Cossa, barone napolitano, che per attaccamento al partito d'Angiò trovavasi omai da circa diciannove anni in esilio. Gli fece ricordare l'antica alleanza tra le due famiglie: Sforza Attendolo, padre del duca di Milano, era morto combattendo per la casa d'Angiò, ed egli medesimo aveva perduto per questa causa tutti i suoi stati del mezzogiorno dell'Italia. Il duca di Calabria lo supplicava in nome dell'antica loro amicizia di appoggiare quelle stesse pretese, di cui egli medesimo aveva sostenuta la giustizia colle armi alla mano, e di preferire ad una nuova ed affatto impolitica alleanza, quella di un mezzo secolo, che sarebbe suggellata da lunghe affezioni, e da doverosa riconoscenza. Offriva di sposare egli medesimo Ippolita, figliuola del duca di Milano, ch'era destinata al figlio di Ferdinando di lei molto più giovane; e prometteva di restituire alla casa Sforza tutto ciò ch'ella aveva già posseduto nel regno di Napoli, aggiugnendovi nuovi stati, ed attenendosi in ogni cosa ai suoi consigli[107].

Francesco non disaminò lungamente queste proposizioni: conosceva le pretese della casa d'Orleans sul ducato di Milano; vedeva che questa aveva posta in Asti una guarnigione francese; vedeva altri francesi padroni di Genova; e se ancora il regno di Napoli cadeva nelle mani de' Francesi, prevedeva distrutta la propria indipendenza e quella degli altri principi d'Italia. Nella sua risposta al duca Giovanni di Calabria frammischiò destramente alle proteste di amicizia, alcuni rimproveri, perchè il duca gli avesse dissimulata l'impresa di Genova. Dichiarò altronde, che qualunque si fossero i diritti dei pretendenti alla corona di Napoli, egli non si permetterebbe di giudicarli, e che la sua condotta non poteva essere diretta che dai trattati che aveva stipulati. L'alleanza conchiusa nel 1455 fra tutti gli stati d'Italia non lasciavagli, egli diceva, l'arbitrio della scelta. Che se la casa di Arragona veniva attaccata nel regno di Napoli, egli si troverebbe obbligato a difenderla, e che tutta l'Italia, vincolata dallo stesso trattato, abbraccerebbe egualmente la causa di Ferdinando; onde invitava il duca Giovanni a riflettervi maturamente, prima di tentare un'impresa, che probabilmente sarebbe al di là delle sue forze. Per la stessa ragione, soggiugneva, non era più in tempo d'accettare per sua figlia l'onorevole parentado della casa d'Angiò, perchè ella era stata solennemente promessa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, e che, qualunque si fossero gli avvenimenti, egli sarebbe fedele mantenitore delle sue promesse[108].

Francesco Sforza, che, ricusando la sua assistenza al duca Giovanni, conservava nel suo discorso tanta lealtà e moderazione, stava per altro contro di lui apparecchiando segrete pratiche, che prevennero l'attacco del regno di Napoli. Pietro Fregoso, quello che nel precedente anno aveva data Genova ai Francesi, lagnavasi di già amaramente che non venivano osservate le condizioni stipulate a favor suo e della patria. Lo Sforza l'accolse nello stato di Milano, gli permise di ragunare armi, di soldarvi gente col danaro mandatogli da Ferdinando, di darne il comando a Tiberto Brandolini, uno de' suoi luogotenenti, e d'invadere lo stato di Genova, in febbrajo del 1459, con una ragguardevole armata. Nello stesso tempo Villa Marina bloccava con dodici galere di Ferdinando la città dal lato del mare; e Giovann'Antonio del Fiesco venne ad ingrossare il campo del Fregoso co' suoi parenti ed amici. Pure entro le mura di Genova non si fece verun movimento; tutto il popolo pareva affezionato ai Francesi, ed i cittadini supplivano le parti de' soldati che mancavano al duca di Calabria, schivando soltanto di venire a battaglia fuori delle mura: ma il Fiesco per provocarli ad una sortita s'avvicinò tanto alle mura, che fu ucciso con un colpo di colombrina. Quest'accidente riuscì funesto al suo partito: credendo i suoi parenti di avere tutti eguali diritti alla di lui eredità, partirono all'istante alla volta dei varj castelli della sua famiglia, ad oggetto di acquistarne il possesso colle armi. Il Fregoso, indebolito dalla loro dispersione, s'allontanò da Genova, e dopo avere levate contribuzioni a Sesto ed a Chiavari, tornò in Lombardia[109].

Il duca Giovanni erasi meritato l'affetto che i Genovesi gli mostravano; aveva saputo adottare le loro costumanze, ed i sentimenti degl'Italiani; sentiva di non essere in Genova che il magistrato di una libera città, ed invece di comandare come padrone, faceva dipendere le proprie decisioni dalle deliberazioni del senato e del popolo. Infatti fu al senato di Genova ch'egli partecipò le proposizioni fattegli dal principe di Taranto; dichiarò, che, sebbene credesse di avere di già soddisfatto al proprio dovere, rispingendo lontano dalle mura d'una città da lui amata, il nemico che minacciava di ridurla, dopo averla saccheggiata, in servitù, non farebbe la spedizione cui era chiamato per riavere l'eredità dei suoi maggiori, senza il consentimento de' Genovesi. Del resto credeva vantaggioso alla loro repubblica ed a sè stesso di rovesciare sopra la casa d'Arragona il peso di una guerra, colla quale questa da tanto tempo opprimeva la Liguria, e di restituire al commercio ed all'attività de' Genovesi le fertili province, rese quasi deserte da Alfonso e da suo figlio Ferdinando. Questo discorso e la modestia del duca di Calabria eccitarono un universale entusiasmo; il senato votò a favore del principe d'Angiò, con un decreto che venne sanzionato dal consiglio, l'armamento di dieci galere e di tre grandi vascelli da trasporto, il pagamento degli equipaggi per tre mesi, e inoltre un sussidio di sessanta mila fiorini da prendersi sulla banca di san Giorgio[110]. Dal canto suo il re Renato aveva fatto armare a Marsiglia una flotta di dodici galere, che mandò a raggiugnere quella di suo figlio.

Ferdinando, avuto avviso di questi apparecchi, si sforzò di ritenere a Genova il duca di Calabria, suscitandogli in questa città nuovi travagli. Mandò danaro a Pietro Fregoso, e lo pose in istato di rimontare la sua armata, chiedendogli soltanto di rientrare nello stato ligure, prima che Giovanni s'imbarcasse. Il Fregoso attraversò effettivamente l'Appennino, scese nella valle della Polsevera, e s'accampò a sole quattro miglia da Genova; ma gli fu opposto lo stesso sistema di difesa adoperato contro di lui con sì buon effetto in primavera. Veruna banda di soldati non uscì dalle mura; il Fregoso non trovava chi combattere; non poteva lungo tempo mantenere la sua armata in quelle sterili montagne, ed il danaro ricevuto dal re di Napoli era omai consumato. Frattanto udì con piacere che la flotta provenzale, unita a quella di Genova era uscita dal porto ed aveva fatto vela alla volta di Livorno. Credendo di trovare la guarnigione della città molto indebolita dalla lontananza di tanti soldati, osò nella notte del 13 di settembre di tentare la scalata; questa gli riuscì, ed i suoi soldati penetrarono fino a Pietra-Minuta, la prima delle colline poste entro il circondario delle mura esteriori. Il duca Giovanni, sempre padrone del ricinto interno, sortì con tutta la guarnigione addosso al nemico, abbandonando la città alla buona fede de' cittadini; e ben poteva farlo, perchè egli era così amato, e tanto temuto era Pietro Fregoso, che un solo degli antichi partigiani di quest'ultimo non si mosse in suo favore. Allo spuntare del giorno fu data una sanguinosa battaglia tra le due mura. Ogni partito aveva per difendersi il vantaggio del terreno, e quando tentava di attaccare provava egualmente crudeli perdite: ma il Fregoso, avuto improvvisamente avviso che Paolo Adorno era in quell'istante entrato in porto con una galera, e che gli Adorni prendevano le armi, volle con un ardito colpo decidere la sua sorte prima che giugnessero. Discese da Pietra-Minuta ed attaccò la porta di san Tommaso, ove fu respinto; allora tenendo dietro alle mura dell'antica città, s'avvide che la porta della Vaccheria era aperta, e l'attraversò arditamente colla cavalleria che lo seguiva. Ma mentre introducevasi in città fu chiusa questa porta, ed egli trovossi separato dalla sua armata. In quel momento non aveva con sè che tre cavalieri, onde, vedendosi perduto, ripose ogni speranza nella bontà del suo cavallo, che spinse di galoppo verso le strade più lontane dalla zuffa per uscire dalla porta orientale. Gli riuscì infatti di lasciarsi molto a dietro il piccolo numero de' soldati che l'avevano conosciuto e lo inseguivano; ma la porta orientale si trovò chiusa, e quando di là volle recarsi alla porta di sant'Andrea, cominciò ad essere dall'alto delle case assalito a colpi di pietre. Scorrendo sempre di galoppo le strade deserte, ove non era preveduto il suo arrivo, ma sempre inseguito da Giovanni Cossa, che due volte lo raggiunse con un colpo di mazza, egli fu finalmente oppresso dai sassi e rovesciato da cavallo presso al pretorio. Quando fu rialzato dal suolo, non rispose una sola parola a coloro che lo interpellavano, e morì dopo poche ore[111].

Quando l'armata di Pietro Fregoso si trovò separata dal suo capo, e quando seppe subito dopo la di lui morte, coloro che la componevano perdettero il coraggio, e non pensarono che a salvarsi colla fuga, ma la maggior parte non si sottrasse ai nemici che gl'inseguivano; e quasi tutta la cavalleria e la metà dei pedoni rimasero prigionieri. Masino Fregoso, fratello di Pietro e Rinaldo del Fiesco, essendo stati presi colle armi in mano, furono condannati come capi di ribelli all'ultimo supplicio. Sigismondo, figliuolo di Tiberio Brandolini, che fu preso nello stesso tempo, venne posto in prigione, perchè serviva nell'armata del duca di Milano, allora in pace collo stato di Genova, onde queste ostilità vennero risguardate come una violazione del diritto delle genti. Ma tutti gli altri soldati furono lasciati liberi, dopo avere giurato di non più servire contro la casa d'Angiò[112].

Dopo tale vittoria, il duca di Calabria, risguardando Genova come bastantemente sicura, apparecchiò tutto quanto occorreva pel suo imbarco. Andò a bordo il 4 ottobre del 1459, e toccò in viaggio Luna, indi Porto Pisano, ove la repubblica di Firenze gli offrì magnifici doni, accompagnati da' suoi sinceri voti. Malgrado l'alleanza conchiusa con Alfonso, ella non poteva dimenticare l'antica sua parzialità per la casa d'Angiò: ella, in sull'esempio del duca di Milano, non assoggettava ogni suo affetto alla politica; e giudicava il proprio carattere de' combattenti, piuttosto che la convenienza d'impedire i progressi de' Francesi in Italia. Francesco Sforza per lo contrario non lasciavasi sgomentare dal cattivo successo delle due intraprese sopra Genova; non perdeva di vista i mezzi di soccorrere Ferdinando, e dirigeva in particolare verso questo scopo le conferenze di Mantova, alle quali Pio II aveva invitati tutti i principi cristiani.

Pio II, che sperava di regolare in questa dieta gli sforzi combinati dei Cristiani contro i Turchi e la politica dell'Italia, aveva presa la strada di Mantova con una pompa religiosa, che di già disponeva gli spiriti volgari ad ubbidirgli. Lo accompagnavano dieci cardinali e sessanta vescovi, varj principi secolari eransi uniti al di lui seguito, ed altri vi avevano mandati i loro ambasciatori. Perugia lo aveva ricevuto come suo sovrano, Siena per compiacerlo aveva richiamata la sua nobiltà, e rendutile i diritti di cittadinanza; a Firenze Galeazzo Maria, figlio di Francesco Sforza, i Malatesta, i Manfredi e gli Ordelaffi, ch'erano venuti ad incontrarlo, portarono la sua lettica, e la repubblica lo accolse colle onorificenze riservate ai più gran re[113]. Le feste destinate pel passatempo della sua corte sarebbero state più confacenti a quella di un giovane conquistatore, che non a quella del padre spirituale de' fedeli. Era stato apparecchiato un gran torneo sulla piazza di santa Croce, un magnifico ballo nella piazza di mercato nuovo, ed un combattimento di bestie feroci in quella della signoria. Si videro con maraviglia scendere sull'arena dieci leoni, e lo stupore de' forastieri crebbe a dismisura, quando videro comparire la gigantesca giraffa, fino a quell'epoca quasi sconosciuta all'Europa. Ma per quanti sforzi si facessero per provocare questi rarissimi animali alla pugna, non si potè giammai eccitare la loro collera ed offrirne lo spettacolo alla corte pontificia[114]. Continuando il suo viaggio Pio II entrò in Mantova il 27 maggio del 1459, portato nella sua lettica dai deputati dei re e dei principi, che lo stavano aspettando[115].

Giammai non erasi dispiegata, dopo il rinnovamento delle lettere, tanta eloquenza latina. Pio II con varj discorsi, pronunciati intorno all'infelicità di Costantinopoli ed ai pericoli del cristianesimo cavò le lagrime a tutti gli uditori. Fu ammirato Francesco Filelfo, allorchè parlò pel duca di Milano, e più ancora Ippolita Sforza, figlia di Francesco, e promessa sposa d'Alfonso, allorchè complimentò il papa con un discorso latino. I deputati del Peloponneso fecero una profonda impressione sopra quest'augusta assemblea col racconto dell'invasione dei Turchi, e col quadro dell'orribile schiavitù in cui erano caduti i Greci; e i deputati di Rodi, di Cipro, di Lesbo, d'Epiro, dell'Illiria, fecero sentire che senza i pronti soccorsi dei Latini i loro stati non potevano sottrarsi alla sorte che minacciava tutto il Levante. Quasi tutti i principi d'Italia assistevano personalmente a questa dieta, ove trovavansi pure gli ambasciatori di quasi tutti gli stati della Cristianità. Da molti secoli non erasi veduta in Italia un'adunanza più solenne e più imponente; nessun'altra era stata chiamata a discutere più grandi, più immediati, più universali interessi. Il papa accordò la pace a Sigismondo Malatesta, attaccato e quasi spogliato dal Piccinino e da Federico di Montefeltro; fece accordare l'onore del comando di tutte le forze della Cristianità a Filippo, duca di Borgogna, che si era consacrato alla crociata; fece decidere dalla dieta, che l'armata che si spedirebbe contro i Turchi sarebbe levata in Germania, e pagata dalla Francia, dalla Spagna e dall'Italia. Le contribuzioni di quest'ultimo paese vennero ripartite in proporzione della ricchezza degli stati, ed i deputati di Firenze, di Siena, di Genova e di Bologna si obbligarono in nome delle loro città al pagamento della tangente, che loro verrebbe assegnata. Borso d'Este, duca di Modena e signore di Ferrara, forse di già prevedendo che veruna di queste risoluzioni avrebbe effetto, sorprese l'assemblea colla smisurata offerta di 300,000 fiorini. Tutto pareva preventivamente regolato per la guerra che la Cristianità stava per muovere di comune consentimento[116]; ma questi apparecchi della crociata vennero tutt'ad un tratto sospesi dalla notizia delle ostilità che scoppiavano dovunque tra i popoli latini. Le galere, che si erano armate alle rive del Rodano, e che credevansi destinate contro i Turchi, erano state cedute dal re di Francia a Renato per tentare la conquista di Napoli; erano giunte alle foce del Garigliano, ed il duca Giovanni di Calabria aveva invasa la Campania. Nella stessa Roma i Savelli, e nello stato della Chiesa il Piccinino e Sigismondo Malatesta avevano ricominciata la guerra. Le rivoluzioni d'Inghilterra, di Castiglia, di Boemia, di Ungheria, distruggevano le speranze fondate su questi diversi popoli; e la dieta di Mantova, che aveva avuto così imponenti principj, e che pareva animata da tanto zelo, si divise senza veruna fondata sicurezza di recare soccorso ai Cristiani del Levante[117].

Pio II sentì vivamente questo totale sovvertimento delle sue speranze e de' suoi progetti; ed il tentativo della casa d'Angiò contro il re di Napoli sembrandogli la causa immediata dell'abbandono della crociata, il di lui risentimento si confuse ai suoi occhi collo zelo per la Cristianità. Altronde Francesco Sforza, nelle frequenti conferenze avute con questo pontefice, accrebbe ancora la sua parzialità per la casa d'Arragona. Per quanto sia grande lo zelo pel pubblico bene che nutre un papa quando acquista la tiara, gl'immediati interessi della sua sovranità di Roma vincono bentosto nella sua mente quelli della repubblica cristiana. Francesco Sforza fece sentire a Pio II, che l'ingrandimento de' Francesi in Italia lo ridurrebbe in un'assoluta dipendenza. Dietro questa considerazione risguardò la difesa di Ferdinando e la guerra di Napoli come un affare personale, e consacrò alla difesa della casa d'Arragona i tesori e le armi che aveva raccolte per la guerra contro i Turchi.

Il duca Giovanni di Calabria, giugnendo sulle coste del regno di Napoli in ottobre del 1459, aveva contato sull'ajuto d'Antonio Centiglia, conte di Catanzaro e marchese di Cotrone, ma seppe non senza inquietudine che Ferdinando l'aveva fatto arrestare pochi dì avanti[118]. Fu per altro in breve riconfortato dalla insurrezione degli altri feudatarj, suoi alleati, che si manifestò in ogni lato. Marino Marzano, duca di Svessa, fu il primo a spiegare l'insegna d'Angiò e ad accogliere il duca di Calabria, a favore del quale si dichiarò tutta la Campania. Negli Abruzzi, Antonio Candola o Caldora, figlio di Giacomo, diede un esempio simile, e fu bentosto imitato da Pietro Gian Paolo Cantelmo, duca di Sora, e da Niccolò, conte di Campo Basso[119]. Il principe d'Angiò, allontanandosi dalla sua flotta, visitò tutti questi feudi, passando prima all'Aquila, che gli aprì le porte. Dall'Abruzzo si recò nella Puglia, ove venne ad unirsi a lui colle sue truppe Ercole d'Este. Ercole, legittimo erede della signoria di Ferrara e del ducato di Modena, era venuto a cercare servigio nel regno di Napoli, mentre che i suoi due fratelli naturali regnavano successivamente in sua vece; egli era stato da Ferdinando incaricato dì comandare nella Puglia di concerto con Alfonso d'Avalos; ma si lasciò come gli altri strascinare dall'entusiasmo generale per la casa d'Angiò. Luceria, Foggia, san Severino, Troja e Manfredonia avevano a gara aperte le porte ai Francesi; e la strada di Taranto più non essendo chiusa al duca di Calabria, il principe Giovanni Antonio Orsini, che fin allora aveva dissimulato con Ferdinando, abbracciò il partito d'Angiò. Avendo questi adunati sotto i suoi ordini tre mila cavalli, attaccò contemporaneamente in più luoghi le truppe di Ferdinando e costrinse i feudatarj, suoi vicini, a dichiararsi pel partito ch'egli aveva abbracciato[120].

Spargendosi per l'Italia le notizie dei prosperi avvenimenti del principe d'Angiò, esse vi cagionarono un generale fermento. Renato e suo figlio Giovanni erano conosciuti dagl'Italiani, e dovunque avevasi avuto qualche relazione con loro, si conservava per le persone loro un affettuoso rispetto. La bontà, la semplicità, la lealtà, la sincerità formavano il fondo del loro carattere, e vantaggiosamente li distinguevano da tutti gli altri principi. Alfonso d'Arragona non aveva al certo risvegliato il medesimo interessamento a suo favore. Si era temuta la di lui politica, il di lui orgoglio aveva dato luogo a lagnanze, e tutte le potenze d'Italia, Venezia, Firenze, Genova, il duca di Milano ed il papa, erano stati la volta loro in guerra con lui. Pure sapevasi quanto questo principe era superiore a suo figliuolo; sapevasi che questi era maligno e crudele, che aveva inspirata una insuperabile avversione a tutta la nobiltà napolitana, e ch'era l'odio concepito contro di lui, non già l'illegittimità de' suoi diritti, che rendeva la ribellione universale. Altronde diversi stati d'Italia erano, in forza d'antica alleanza, uniti alla casa d'Angiò. In particolare i Fiorentini risguardavansi come i perpetui alleati della Francia in Italia. Da circa dugent'anni e fino dai tempi di Carlo il vecchio avevano consacrati le loro fortune ed il loro sangue per istabilire il suo dominio nel regno di Napoli; ed udirono colla più viva gioja le vittorie di Giovanni, cui credevano che dovesse in breve tener dietro la conquista di tutto il regno.

Ferdinando, che coll'avviso dell'invasione del suo rivale, era subito tornato dalla Calabria a Napoli, mandò, dietro i consiglj di Francesco Sforza, ambasciatori a Firenze ed a Venezia per domandare i sussidj che gli stati coalizzati si erano vicendevolmente promessi per venticinque anni nella lega d'Italia del 1455. Il duca Giovanni, avuta notizia di questa ambasceria, ne mandò ancor esso un'altra simile per chiedere gli stessi soccorsi in virtù dell'antica alleanza della casa di Francia colle due repubbliche. Il diritto dei trattati stava apertamente a favore di Ferdinando, ma tutti i cuori inclinavano verso Giovanni. Altronde siccome si suppone che tutti i governi vengono sempre trattati a nome dei popoli, le due repubbliche si credevano obbligate verso il regno di Napoli, non già verso la casa d'Arragona, e pretendevano che l'alleanza loro col re e col regno di Napoli non poteva obbligarle a dare per forza a questo regno un re detestato. I Veneziani, siccome i Fiorentini, cercarono di più una scusa nella guerra che Alfonso aveva fatto fare in Toscana dal Piccinino; pretesero che questo monarca avesse in tal maniera derogato egli stesso alla lega d'Italia, e ch'egli aveva perduto ogni diritto ai soccorsi stipulati, poichè lungi dal darne allora alla repubblica egli erasi apertamente collegato col suo nemico. I Fiorentini, più zelanti nel loro attaccamento alla casa d'Angiò, risolsero di accordare al duca Giovanni un annuo sussidio di ottanta mila fiorini, finchè avesse terminata la conquista del regno. Pure avanti di prendere un pubblico impegno vollero concertarsi col duca di Milano. Cosimo dei Medici gli scrisse caldamente, nulla dimenticando di ciò che credeva utile per fargli sentire quanto egli stesso doveva alla casa d'Angiò e quanto poteva sperarne, enumerandogli d'altra parte tutti i torti che la casa d'Arragona aveva verso di lui e verso tutta l'Italia. Gli rappresentò la fortuna di Ferdinando di già affatto in fondo, e lo supplicò a non ostinarsi, se non altro per prudenza, nel voler risuscitare un morto; gli offriva di trattare a nome del duca di Milano col duca di Calabria, e prometteva d'ottenergli le più onorate e vantaggiose condizioni. Ma Francesco nella sua risposta, dopo di avere allegati i suoi obblighi, che dichiarò sacri, mostrò che Ferdinando, tuttavia padrone della capitale e delle principali fortezze, trovavasi in migliore situazione che non il duca Giovanni. Aggiunse che il primo, non avendo altri stati che quello di Napoli, non potrebbe mai dipartirsi dagl'interessi degli Italiani, e rendersi formidabile a tutta la penisola, come lo era stato suo padre che governava nello stesso tempo molti regni barbari[121]; o come lo diventerebbero Renato e suo figlio, che terrebbero Napoli in dovere coi soccorsi dei Francesi. Se i principi della casa d'Angiò erano di troppo superiori pel loro carattere ai principi arragonesi, Cosimo non poteva d'altra parte negare che i Francesi, loro sudditi, non fossero vicini assai più pericolosi. Lo Sforza gli rammentava la loro petulanza, l'insolenza loro nella prosperità, l'insaziabile loro ambizione, il disprezzo per le costumanze e per le leggi straniere, e l'ingratitudine loro verso quelli che gli avevano fatti grandi. Li mostrò di già avere bloccata l'Italia colle loro guarnigioni d'Asti e di Genova; mostrò le loro alleanze in Romagna, le conquiste in Calabria, e fece vivamente sentire a Cosimo tutto il pericolo di renderli ancora più potenti. Pio II, al suo ritorno dalla dieta di Mantova, ebbe una conferenza con questo illustre capo della repubblica fiorentina, e insistette intorno agli stessi motivi di politica, e le sue insinuazioni, unite a quelle dello Sforza, persuasero Cosimo a far rivocare dalla repubblica il decreto de' sussidj a favore del duca di Calabria. Allora i Fiorentini ed i Veneziani dichiararono di comune consentimento, che osserverebbero una stretta neutralità fra i due pretendenti, o che, per quanto potesse dipendere da loro, accorderebbero all'uno ed all'altro la loro amicizia, ed i loro buoni ufficj[122].

Dietro domanda di Pio II e di Francesco Sforza, Ferdinando aveva accordata la pace a Sigismondo Malatesta, e richiamato il Piccinino; ma questi, che vedevasi preclusa la strada al compimento delle sue vittorie, e strappate di mano le conquiste promessegli in feudo come premio della sua attività, che di più vedeva il tesoro di Ferdinando esausto nel cominciamento della guerra, e che non poteva avere da lui il pagamento del suo soldo arretrato, si guardò come sagrificato da questo trattato, ed entrò in trattato con Giovanni d'Angiò per passare al suo servigio. Invano, per rimoverlo da questa risoluzione, Francesco Sforza gli mandò il padre dello storico Corio coll'offerta di dargli in matrimonio Drusiana, sua figlia naturale[123]. Quando, a fronte di queste pratiche, il Piccinino si pose in movimento con un'armata di sette mila uomini per passare nell'Abruzzo, il duca di Milano scrisse a suo fratello, Alessandro Sforza, signore di Pesaro, ed al conte di Montefeltro di chiudergli il passaggio; ma nè l'uno nè l'altro volle esporsi a trattenere la guerra nei suoi stati, ed il Piccinino arrivò senza combattere fino ai confini del regno[124].

Tutte le forze dell'Italia radunavansi in queste province. Alessandro e Bosio Sforza, fratelli di Francesco, vi condussero l'armata del duca di Milano, il Simonetta quella di papa Pio II, e dall'altro canto la flotta Genovese era nuovamente comparsa sulle coste della Campania, ed il duca Giovanni erasi avvicinato a Nola per assediarla. Ferdinando gli si fece incontro, dopo avere ingrossata la sua armata con quella che gli mandava il sommo pontefice. All'avvicinarsi del re molti castelli, ch'eransi dichiarati per gli Angiovini, rialzarono le insegne arragonesi. Il duca Giovanni ed il principe di Taranto, sperimentando di già l'incostanza attribuita ai popoli del mezzodì dell'Italia, sentirono il pericolo della loro posizione; perciò ritiraronsi in una specie di penisola formata da due fiumi che, sboccando da montagne impraticabili, dopo il corso di due miglia in sul piano si uniscono per gettarsi nel mare. Questa naturale posizione, appoggiata ancora dal castello di Sarno, era formidabile; ma d'altra parte sarebbe stato facile a Ferdinando il chiudere Giovanni in questo luogo con istretto assedio[125]. In fatti aveva da principio presa tale risoluzione, e, se avesse continuato in questo genere d'attacco, avrebbe forse terminata la guerra nella pianura di Sarno; ma gli mancava il danaro per pagare le truppe, e di già dugento fucilieri erano passati nel campo nemico, allorchè si erano veduto ricusato il pagamento[126]. Altronde gli si era fatto credere che il papa stava per richiamare le sue truppe e dichiararsi neutrale. Onde pensò di venire a battaglia per incoraggiarlo con una vittoria, o per risvegliare il suo risentimento con una disfatta. Un prigioniero, rilasciato dagli Angioini, gl'indicò una strada a traverso le montagne, per la quale potevasi penetrare nella penisola; vi entrò di fatti nella notte del 7 luglio 1460, e sorprese i suoi nemici. I soldati di Ferdinando, credendo di già il duca di Calabria affatto perduto, si sbandarono per saccheggiare il campo; molte migliaja di contadini, che avevano seguito il re per partecipare alla sua vittoria, diedero l'esempio del disordine; e quando i capitani angioini, rinvenuti dalla prima sorpresa, cominciarono ad attaccare gli assalitori, questa truppa di saccomani terminò di spargere la confusione nelle truppe arragonesi. La cavalleria, chiusa in angusto spazio, non poteva spiegarsi da verun lato[127]; intanto era venuto il giorno, e bentosto il caldo crebbe a dismisura. Gli Arragonesi, ammucchiati nello stesso ricinto dove avrebbero potuto chiudere i loro nemici, rotti senza potersi riordinare, signoreggiati dalle fortificazioni rimaste in potere degli Angioini, furono tanto più compiutamente rotti, quanto più lunga era stata la loro resistenza. Ferdinando si salvò a stento seguito da una ventina di cavalli, e la maggior parte della sua armata fu fatta prigioniera. Si trovò tra gli estinti Simonetta da Campo san Piero, generale della Chiesa, sul cui corpo però non si rinvenne veruna ferita. Si suppose che fosse stato rovesciato da cavallo e calpestato, e che per essere vecchio ed assai pingue non avesse avuto forza di rialzarsi[128].

Dopo la rotta di Ferdinando a Sarno, tutte le terre murate della Campania e del principato si arresero agli Angioini; i Sanseverini e tutti i gentiluomini, che si credevano i più affezionati agli Arragonesi, abbandonarono il loro partito per quello del duca di Calabria. Onorato Caietano, conte di Fondi, fu quasi il solo che si conservasse in questa provincia fedele al re: Ferdinando si era rifugiato a Napoli coi deboli avanzi della sua armata, e perchè non aveva alcun mezzo di resistere, se Giovanni d'Angiò fosse venuto colla sua armata sotto le mura della città subito dopo la sua vittoria, è probabile che la guerra sarebbesi terminata in pochi giorni. Ma il principe di Taranto, il di cui potere era cresciuto a dismisura in tempo della guerra civile, non desiderava che avesse subito fine. Era zio della regina Isabella, moglie di Ferdinando, e raccontasi come cosa indubitata, che questa, travestita da frate francescano, penetrasse nel di lui campo, e, gettataglisi ai piedi, lo supplicasse a non farla scendere da un trono sul quale l'aveva egli medesimo innalzata. Giovanni Antonio Orsini parve commosso, ed allora cominciò a spingere la guerra con minor vigore[129]. Egli persuase il duca Giovanni di attaccare le piccole città della Campania, piuttosto che Napoli, facendogli così perdere la state senz'alcun frutto, indi mettere le sue truppe ai quartieri d'inverno nella Puglia quando appena cominciava l'inverno[130].

Nello stesso tempo il Piccinino trovavasi negli Abruzzi a fronte dell'armata milanese, comandata da Alessandro e da Bosio Sforza, ed a fronte di Federico, conte di Montefeltro e d'Urbino. Il Piccinino stabilì il suo campo sopra un poggio in faccia a san Fabbiano, un solo miglio distante dai Milanesi. Una larga fossa terminava il pendio del colle, e presso a questa i cavalieri delle due armate solevano frequentemente scaramucciare. La scaramuccia, cominciata quattr'ore avanti notte il 27 di luglio, diventò bentosto una battaglia generale. I soldati dello Sforza volevano impedire a quelli del Piccinino il passaggio della fossa, e questi per lo contrario vi si ostinarono in tal maniera, che la battaglia si protrasse al lume delle fiaccole fino a tre ore di notte. Veruna battaglia italiana non era per anco stata nè così ostinata, nè così micidiale, e non eransi ancora veduti i soldati di due armate mantenersi sette ore nello stesso luogo senza avanzare o ritirarsi. Finalmente il Piccinino, disperando di superare la fossa, fece suonare la ritirata; ma la perdita era stata assai maggiore nell'armata dei fratelli Sforza, che in quella del Piccinino, avendo soprattutto sofferto assai i cavalli, quasi non essendovi più un solo corazziere che potesse valersi del suo. Grandissimo era il numero de' feriti, ed i capi, quando videro la zuffa sospesa, invece di rientrare nel loro campo, ad altro più non pensarono che alla ritirata. Quando fu giorno fecero partire i feriti sui muli dell'equipaggio, che lasciarono in balìa dei nemici, e nella seguente notte presero quietamente la strada della Marca, e non si fermarono finchè non ebbero passato il Tronto[131].

Il Piccinino per approfittare di questa vittoria inseguì i suoi nemici nello stato della Chiesa, e sparse il terrore e la desolazione intorno a Roma. Ma Francesco Sforza, che risguardava la guerra del regno come un affare suo proprio, quand'ebbe notizia dei vantaggi degli Angioini, mandò danaro, artiglieria e soldati ai suoi due fratelli, al papa, ed a Ferdinando, e li pose in istato di rifare l'armata. I partigiani arragonesi rinvennero dal loro terrore, il Piccinino tornò ai suoi quartieri d'inverno in Puglia, i fratelli Sforza si accantonarono nelle vicinanze di Roma, e terminò la campagna, senza che la sorte della guerra fosse decisa[132].

Durante l'inverno Ferdinando, trovandosi affatto privo di danaro, fu forzato di ricorrere all'affetto de' suoi sudditi per rimontare l'armata; nel che gli riuscì utilissima la popolarità e la naturale eloquenza della regina, che a questi pregj aggiugneva quello di una singolare bellezza. Isabella di Clermont, quarta figlia di Tristano, conte di Copertino, e di Catarina, sorella del principe di Taranto, univa il coraggio, la presenza di spirito e la costanza nelle avversità alle più dolci virtù femminili, alla modestia, alla grazia, e ad una divozione forse alquanto superstiziosa. Fece portar seco nelle chiese, nelle strade, nelle pubbliche piazze i suoi figliuoli, il maggiore dei quali non aveva più di dodici anni; e colà domandava con dignitosa confidenza ai cittadini di contribuire alla difesa dei nipoti d'Alfonso, il benefattore del regno, alla difesa di principi nati Italiani e loro concittadini, la di cui signoria doveva loro esser cara, all'espulsione di que' francesi rinomati per la loro arroganza, i quali vorrebbero introdurre fra di loro lingua e costumanze straniere. Niuno poteva resistere a così nobile interceditrice; e perchè rimaneva poco danaro ne' forzieri de' privati, tutti affrettavansi di mandare ai regj commissarj, cavalli, muli per le bagaglie, armature, abiti pei soldati, cuoj per gli equipaggi, tele per le tende, infine tutto ciò che adoperarsi poteva in un grande pubblico bisogno[133]. Isabella non visse abbastanza per vedere Ferdinando rendersi indegno di quell'affetto del popolo ch'ella cercava di riconciliargli. Gli aveva già dati sei figli, quando morì in sul finire della guerra.

CAPITOLO LXXVIII.

La repubblica di Genova, sollevata dalle pratiche dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio de' Francesi, ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. — Disastro del partito angioino nel regno di Napoli. — Tirannide di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo de' Medici.

1460 = 1464.

Finchè la repubblica di Genova si tenne ferma nell'amore del partito d'Angiò, questo poteva facilmente ricevere soccorsi dalla Francia; le galere della repubblica erano sempre apparecchiate a trasportare soldati e munizioni dalla Provenza in Calabria, ed i porti della Liguria offrivano ai Provenzali un comodo scalo. Genova pareva soddisfatta del dominio della Francia, e Luigi della Vallée, che vi era stato mandato per governatore quando era partito il duca Giovanni, non aveva in verun modo ecceduti i suoi diritti, od offesi gli spiriti tanto irritabili di questa repubblica. Pure la lontananza di tanti cittadini aveva considerabilmente scemate ne' precedenti anni le pubbliche entrate; i flagelli della guerra e della peste avevano esausto il tesoro, e le frequenti spedizioni nel regno di Napoli richiedevano nuove spese, cui non sapevasi come supplire. Si ricorreva a prestiti forzati, a contribuzioni arbitrariamente imposte sui più agiati cittadini; e tali imposte, che mettevano il privato interesse in immediata opposizione coll'autorità, erano cagione di grandissimo malcontento. I consiglj più volte trattarono dei mezzi di rimettere l'ordine nelle finanze. Proponevano i nobili di accrescere le gabelle sui generi di consumo; i plebei all'opposto di assoggettare alle imposte generali tutti coloro che avevano ottenuti privilegj d'esenzione. Queste contese tra i privilegiati ed il popolo riaccesero bentosto gli antichi odj. Il governatore francese piegava a favorire i nobili, e fu questo per i plebei un motivo di far rivivere le parti degli Adorni e de' Fregosi, i di cui capi erano stati esiliati. Il re di Francia aveva chiesto ai Genovesi di armare alcune galere contro gli Inglesi, ed aveva con ciò cagionato un nuovo malcontento. Molti ricchi mercanti genovesi erano stabiliti in Londra, e la repubblica non voleva comprometterli[134]. Ogni giorno si adunavano nuovi consigli, ed interminabili erano le loro dispute, quando in un'assemblea del 9 marzo del 1461 un uomo oscuro, di cui non si seppe nemmeno il nome, gridò doversi colle armi e non con vane discussioni sostenere i diritti del popolo; uscì nello stesso tempo furibondo dal consiglio, e trascorrendo il sobborgo di santo Stefano chiamava i cittadini alle armi[135].

Coloro che si adunarono a bella prima a queste sediziose grida non furono molti; ma il comandante ed i magistrati credettero di poterli ridurre colla dolcezza, e mentre negoziavano altri malcontenti si unirono ai corpi di già formati. La notte incoraggiò i ribelli; tutta la città fu in armi, e Luigi della Vallée ritirossi senza combattere nella fortezza del Castelletto, incaricando i magistrati di continuare le pratiche che parevano promettere felice esito. Ma intanto Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, entrò in città con una truppa di contadini addetti alla sua fazione. Paolo era fratello di quel Pietro Fregoso, ch'era stato ucciso due anni prima; nè meno questi di lui violento, nè meno ambizioso, nè meno sanguinario, non aveva potuto, essendo ecclesiastico, compensare i suoi vizj con un'alta riputazione militare. In pari tempo, ma per un'altra porta, entrò in città Prospero Adorno con altri contadini devoti alla sua famiglia. I plebei avevano appena ottenuta la vittoria, che già si dividevano tra le due antiche fazioni; e lo stesso giorno in cui i Francesi eransi rifugiati nel Castelletto, vi fu più d'una zuffa tra gli Adorni ed i Fregosi in diversi quartieri della città[136].

All'ultimo il partito degli Adorni pareva omai riconciliato coi Francesi per l'intromissione degli Spinola e della nobiltà; ed omai vedevasi il popolo generalmente disposto a cacciare fuori di città Paolo Fregoso, che credevasi non respirare che il desiderio di vendicare suo fratello. Ma i segreti agenti del duca di Milano, e quelli del Fregoso si sparsero tra il popolo, esortandolo a diffidare delle pratiche della nobiltà, ed a non perdere l'occasione di ricuperare la sovranità, scacciando gli stranieri e ricostituendo la repubblica. Con questi loro maneggi la sedizione si rinnovò con maggior furore che mai, ed il basso popolo prese ad assediare il Castelletto. In pari tempo Paolo Fregoso approfittò di questo rinascente favore per trattare coll'Adorno; gli rappresentò che uguali erano i loro interessi, essendo capi l'uno e l'altro del partito popolare, e perciò perpetuamente in guerra col partito dei nobili, o con quello de' forestieri; che uguali essendo le forze loro, sarebbe stato prudente consiglio l'avvicendare fra di loro l'autorità ducale, anzichè disputarsela più lungamente colle armi alla mano. Non solo propose di alternare in tal modo la magistratura, ma poichè era pur forza che l'uno o l'altro cedesse al suo rivale l'onore di regnare il primo, dichiarò di essere apparecchiato a dare l'esempio della moderazione, portando Prospero Adorno sul trono ducale, ed a contentarsi del credito che gli dava la sua dignità di arcivescovo di Genova. Durante questo trattato, Prospero e Paolo erano stati forzati ad uscire di città, dove otto capitani del popolo, nominati da un'assemblea popolare, esercitavano temporariamente la sovranità. Ma da che la convenzione proposta dal Fregoso fu da loro sottoscritta, i due rivali rientrarono assieme in Genova, i capitani del popolo abdicarono la loro magistratura, e Prospero Adorno, spalleggiato egualmente dalle due fazioni, venne eletto con unanimità di suffragj; cosa in Genova assai infrequente[137].

Ma rendevasi necessario lo scacciare i Francesi dal Castelletto; e siccome mancavano per tale intrapresa l'artiglieria ed il danaro, Prospero e Paolo s'addirizzarono a Francesco Sforza, che aveva fin allora diretta la rivoluzione, e che più ardentemente ancora dei Genovesi desiderava di scacciare i Francesi dalla Liguria. Il duca di Milano poco allora temeva di eccitare in tale occasione la collera del re di Francia, perchè si era guadagnata l'amicizia del Delfino, che fu poi Lodovico XI, il quale faceva causa comune con tutti i nemici di suo padre[138]. Il duca fece dunque passare a Genova artiglieria e danaro, e fu dato vigorosamente principio all'assedio della fortezza. Vedendosi bentosto rinascere l'antica diffidenza e nimicizia tra Prospero Adorno e Paolo Fregoso, il duca chiamò il Fregoso a Milano, per lasciare che Prospero d'altro non si occupasse che della guerra cogli stranieri[139].

Frattanto Carlo VII adunava un'armata nelle province meridionali della Francia, per trasportare la quale furono apparecchiati dieci vascelli lunghi, ed il vecchio re Renato s'incaricò di condurla. Era composta di sei mila soldati quasi tutti gentiluomini, armati di caschetto e di corazza come i cavalieri, ma disposti a combattere a piedi, perchè i cavalli potevano essere poco utili nel paese montuoso in cui dovevano operare. Renato venne in luglio a prendere lingua a Savona, la quale erasi mantenuta fedele ai Francesi, e colà fu raggiunto da quasi tutta la nobiltà genovese che aveva dal canto suo fatti armare i suoi vassalli. L'avvicinamento di così formidabile armata atterrì Genova. Francesco Sforza vi aveva di già mandato Marco Pio, signore di Carpi, con un ragguardevole corpo di cavalleria, e vi fece subito tornare Paolo Fregoso, che aveva saputo riconciliare coll'Adorno. Paolo colla truppa dello Sforza ed il fiore della gioventù genovese, s'incaricò della difesa delle montagne, e Prospero, della città. Questi faziosi magistrati della difesa, per procurarsi danaro in così critica circostanza, fecero imprigionare trenta dei più ricchi cittadini di Genova, loro chiedendo per liberarsi un'arbitraria contribuzione. Ma tra i furori della guerra civile, conservavasi in Genova un così vivo sentimento del rispetto dovuto alle leggi, che fra que' trenta prigionieri non se ne trovò un solo che non si dichiarasse apparecchiato a soffrire ogni cosa, piuttosto che incoraggiare una tale violazione della pubblica libertà, pagando vilmente una taglia[140].

Il re Renato aveva passata la notte a Varagine, di cui si erano impadronite le sue truppe da sbarco; di là si erano avanzate, senza incontrare resistenza, fino a san Pier d'Arena, e la flotta francese stava pure in faccia a questo sobborgo. Se questa avesse forzato l'ingresso del porto, e se l'armata avesse dato un assalto quando arrivò, forse la città, spaventata e scoraggiata, sarebbe stata presa: ma gli emigrati, che seguivano il campo francese, sperando di ricondurre l'ordine nella loro patria per mezzo di negoziazioni, supplicarono il re a non adoperare subito la forza, e questi, che nutriva pei Genovesi affetto e riconoscenza, si lasciò facilmente piegare[141]. Però il terzo giorno, 17 di luglio, quando s'avvide che i suoi nemici accrescevano i loro apparecchi di difesa, ordinò di attaccare le alture. L'armata francese, partendo dal convento di san Benigno, si mosse in tre colonne, per occupare verso il levare del sole la montagna che signoreggia questo convento. La prima eminenza fu dai Francesi forzata con poca perdita, e respinta la prima divisione genovese; ma la disposizione del terreno rendeva facile ai Genovesi la difesa nel ritirarsi, mentre che i Francesi, di già oppressi dal caldo e dal peso delle loro armi, si vedevano sempre innanzi scoscese balze che dovevano superare. Paolo Fregoso aveva avuta la precauzione di far apparecchiare sulle alture rinfreschi e viveri per i suoi soldati, mentre che i Francesi, esposti ad un ardente sole, cominciavano a soffrire la sete. Non pertanto la battaglia fino a mezzogiorno mantenevasi indecisa, quando tre soldati dello Sforza, celebri pel loro valore, giunsero da Milano a Genova, e corsero nel campo di battaglia annunciando l'imminente arrivo di Tiberto Brandolini con un numeroso corpo di cavalleria. I combattenti credettero questa cavalleria di già entro il recinto delle mura: il nome dello Sforza venne ripetuto dai Genovesi con grandi acclamazioni; si credette bentosto di ravvisare questo rinforzo in una truppa di contadini della Polsevera, che si avvicinavano; i Francesi si scoraggiarono, e cominciarono a voltare le spalle. Il loro corpo di riserva tentò invano di sostenerli; perchè tutti i contadini ed i borghesi armati adunati sulle alture, che fin allora non avevano osato di cimentarsi nella battaglia, si precipitarono sui nemici fuggiaschi. I Francesi vennero rovesciati dal pendìo delle colline e spinti fino alla riva del mare. Si dice che Renato, il quale, stando sulla sua flotta, vedeva la loro disfatta, non volle far avanzare i suoi vascelli per riceverli, dichiarando che cavalieri che fuggivano non meritavano nè compassione nè soccorso. La sconfitta fu compiuta, e questa battaglia fu forse la più sanguinosa che siasi data in tutto il secolo in Italia. Si trovarono sul campo di battaglia due mila cinquecento morti, oltre un ragguardevole numero di fuggitivi che si erano annegati gettandosi in mare per raggiugnere le loro navi. Il peso delle armi non permise che un solo si salvasse a nuoto, onde tutti coloro che non perirono furono fatti prigionieri[142].

Ma appena dalle armi riunite di Prospero Adorno e di Paolo Fregoso erasi ottenuta così luminosa vittoria, che la gelosia di questi due rivali scoppiò con nuovo furore. Prospero ordinò alle porte di non lasciar entrare il Fregoso, o i suoi partigiani; questi attraversarono il porto colle barche, e quando furono in città ricusarono d'uscirne. Dalle negoziazioni si venne alle armi, e lo stesso giorno, ch'era stato illustrato da così micidiale battaglia contro i Francesi, i vincitori ne attaccarono fra di loro un'altra entro le mura sotto gli occhi dell'armata milanese, che non volle prendervi parte, dichiarando di avere avuto ordine di soccorrere unitamente gli Adorni ed i Fregosi, e di non sapere quale scegliere fra di loro. Finalmente Prospero Adorno dovette uscire di città con tutti i suoi partigiani, e Paolo, credendo la dignità ducale incompatibile con quella di arcivescovo, la fece dare a suo cugino Spineta Fregoso. Il re Renato, più non potendo difendere il Castelletto, sperò d'avere trovato all'arcivescovo un nemico nella sua famiglia, dando in mano il Castelletto a quel Luigi Fregoso ch'era stato doge dal 1448 al 1450. Ma Paolo, sicuro della sua superiorità, richiamò anche Luigi nel suo partito, facendolo nominare doge invece di Spineta. Renato lasciò il comando di Savona a quello stesso Luigi della Vallée che aveva avuto il comando di Genova, e tornò in Francia, ove la morte di Carlo VII, accaduta il 22 di luglio[143], gli aveva fatto perdere quegli in cui principalmente confidava. Lodovico XI, che succedeva a Carlo, era sempre stato come Delfino l'alleato dei nemici di suo padre; non pertanto dichiarò agli ambasciatori di Francesco Sforza, che oramai, come re di Francia, punirebbe le ostilità che aveva incoraggiate prima di regnare[144].

La ribellione di Genova era sommamente dannosa al partito angioino che combatteva a Napoli, perciocchè lo privava degli annui sussidj, d'una ragguardevole flotta, ed inoltre della cooperazione dell'armata disfatta sotto Genova, che Renato avrebbe condotta a suo figliuolo nel regno di Napoli, se avesse ottenuto a Genova lo sperato successo. Intanto continuavasi la guerra nel regno di Napoli, e Pio II, ausiliario interessato di Ferdinando, prendeva possesso in proprio nome dei feudi che il suo generale, Federico di Montefeltro, toglieva agli angioini. Nello stesso tempo faceva dare a suo nipote, per compensarlo de' suoi servigj, Castiglione della Pescaja in Toscana, tuttavia occupato da una guarnigione napolitana[145].

In tutta questa campagna la guerra si trattò quasi soltanto nella Puglia. Ferdinando era venuto a gittarsi in Barletta; egli possedeva anche Trani; ma tutto il rimanente era nelle mani del duca di Calabria. Questi disponevasi ad assediare in Barletta il monarca arragonese, ma l'arrivo di Alessandro Sforza interruppe i suoi disegni, oltrechè bentosto vide con maraviglia armarsi contro di lui un altro nemico. Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg l'eroe della Cristianità, lasciando le guerre dei Turchi in Epiro, sbarcò in Puglia con ottocento Albanesi per soccorrere il figliuolo di quell'Alfonso d'Arragona da cui era stato più volte soccorso. I soldati francesi del duca di Calabria volgevano con rincrescimento le armi contro questo valoroso campione della fede, e Ferdinando, avendo con questi diversi sussidj ricuperata la superiorità, assediò e prese la città di Gesualdo, indi quella di Nola, sotto gli occhi degli Angioini; poi prese i quartieri d'inverno[146].

Ma sebbene il duca di Calabria non avesse in questa campagna conservati i vantaggi avuti nella precedente, non pertanto sembrava tuttavia in migliore situazione di Ferdinando. Lodovico XI cercava colle promesse, colle minacce, con tutto il credito della sua potente monarchia, di staccare Francesco Sforza dalla alleanza del re di Napoli; nello stesso tempo minacciava Pio II di far adunare un concilio in Francia, se questo papa prodigava al bastardo d'Arragona i sussidj che la Cristianità aveva somministrati per combattere i Turchi. Pio II non sapeva risolvere; scriveva al duca di Milano che la guerra di Napoli era un'idra rinascente; che i tesori della Chiesa erano esauriti dalle stesse vittorie; che il suo dovere non meno che il suo interesse lo chiamavano alla neutralità tra i principi cristiani. Francesco Sforza ch'era il solo appoggio di Ferdinando, trovavasi egli stesso circondato soltanto di partigiani della casa d'Angiò. I Fiorentini e Cosimo de' Medici, suoi più antichi alleati, il senato di Milano e la stessa sua consorte, Bianca Visconti, gli facevano calde istanze, perchè abbandonasse un principe che non poteva sostenersi sul trono, ed assicurasse ai proprj figli la potente protezione della casa di Francia. Queste istanze raddoppiarono quando Francesco Sforza, in principio d'agosto, fu assalito da violenti dolori articolari e da idropisia. Bianca Visconti, che aveva quasi perduta ogni speranza della sua guarigione, lo supplicava a non lasciare la di lui famiglia impegnata in così pericolosa guerra, e di accordare piuttosto la mano di sua figlia Ippolita al duca di Calabria, che nuovamente l'aveva richiesta. La voce della morte dello Sforza divulgatasi ne' suoi stati cagionò un ammutinamento in Piacenza, che potè fargli sentire quali rivoluzioni scoppierebbero alla sua morte[147]. Suo figlio naturale, Sforzino, cercava egli medesimo di sedurre un corpo di truppe per condurlo agli Angioini[148]. Ma Francesco Sforza, irremovibile nel suo piano di politica, e fedele ai suoi impegni, che risguardava come sacri, respinse tutte le istanze de' suoi amici e della sua famiglia, e dichiarò che si conserverebbe alleato di Ferdinando fino alla morte.

Quando il duca di Milano entrò in convalescenza, fece arrestare, in febbrajo del 1462, il conte Tiberio Brandolini, uno dei migliori suoi generali, che sospettava essere stato partecipe della sollevazione di Piacenza, ed avere in appresso trattato col Piccinino e col duca di Calabria per passare ai servigj della casa d'Angiò. Già da sei mesi teneva pure in prigione suo figliuolo Sforzino, cui non fece grazia della vita che dietro le istanze della consorte[149]. Il Brandolini fu condannato a perpetua detenzione; ma il 12 settembre del susseguente anno si tagliò egli stesso la gola, siccome attestarono i suoi carcerieri[150]. Così scomparivano a poco a poco que' famosi condottieri, la di cui mala fede ne rendeva egualmente pericolosa l'alleanza e l'inimicizia. La potenza loro, indipendente da quella dei sovrani, aveva fatto tremare l'Italia, e la loro vita non era protetta dalle leggi sociali, che essi medesimi conculcavano. Francesco Sforza, il più bravo e più fortunato condottiere, ne fece perire molti in forza di accuse che nel sistema di guerra allora in vigore non risguardavansi come criminose nè disonoranti: pare che conoscendoli meglio degli altri per avere lungo tempo vissuto tra di loro, egli fosse più diffidente e geloso de' loro progetti e della loro grandezza.

I ragguardevoli sussidj, che Francesco Sforza mandava a Roma per mantenere di concerto col papa l'armata di Federico di Montefeltro e pagare solo quella di suo fratello Alessandro, non bastavano ancora per procurare un deciso vantaggio al partito d'Arragona. Ferdinando, occupando il 22 aprile la città di Sarno, aveva bensì assoggettata al suo dominio tutta la terra di Lavoro tra il Sarno ed il Volturno[151]; ma la mancanza di danaro lo aveva forzato in appresso a rimanersi inattivo, mentre il Piccinino ed il principe di Taranto occupavano in principio della state Giovenazzo, Trani ed Andria, ed il principe d'Angiò con un'altra armata invadeva tutta la vicina provincia di Montegargano[152]. Non fu che in sul cominciare d'agosto, che Ferdinando si unì ad Alessandro Sforza e passò colla sua armata dalla Campania nella Puglia; dopo tale epoca vide cominciare una serie di prosperi avvenimenti quasi mai turbati da disastri. Egli assediò il castello d'Orsaria, poco lontano da Troja: il duca Giovanni ed il Piccinino, volendo forzarlo a levare l'assedio, si accostarono in modo che il 18 agosto una scaramuccia, cominciata tra le due armate, diventò bentosto una generale battaglia. L'armata degli Angioini, presa due volte alle spalle da Alessandro Sforza, fu all'ultimo disfatta. Soltanto una parte de' fuggitivi potè salvarsi in Troja, e gli altri, inseguiti nella campagna e dispersi, furono fatti prigionieri. Pure il Piccinino, osservando dall'alto delle mura di Troja il disordine dei vincitori sparsi nel piano in traccia di prigionieri e di preda, piombò loro addosso improvvisamente e liberò moltissimi prigionieri[153]. Questo debol vantaggio non bastò a porlo in istato di potersi tenere a fronte del nemico, onde dopo essersi ritirato col duca Giovanni a Luceria, andò a raggiugnere il principe di Taranto, lasciando Troja e quasi tutta la Puglia tra le mani di Ferdinando[154].

Appena questi due capi del partito angioino erano giunti presso al principe di Taranto, quando un vascello vi recò pure Sigismondo Malatesta, che veniva a chiedere i loro soccorsi. Il principe di Rimini, incaricato dal duca di Calabria d'inquietare il papa ne' proprj stati, era stato sorpreso egli stesso a Mondolfo da Federico di Montefeltro nella notte del 13 al 14 agosto, quattro giorni prima della disfatta di Troja, mentre tornava dall'avere occupata Sinigaglia. Il conte d'Urbino, approfittando della sua vittoria aveva conquistate in settembre quasi tutte le fortezze del Malatesta, non lasciandogli che la sola città di Rimini. Sigismondo ignorava il disastro del duca di Calabria, ed il duca di Calabria non era informato del suo; estremo fu il loro scoraggiamento, quando si trovarono pressochè nel medesimo tempo spogliati de' loro soldati[155].

Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, presso al quale trovavansi adunati tutti questi generali, cominciò da quell'istante a risguardare gli affari della casa d'Angiò come disperati, e si affrettò di conchiudere con Ferdinando un trattato, che da lungo tempo aveva segretamente intavolato. Dopo la battaglia di Sarno egli non aveva spinta la guerra con molto vigore; aveva dati consiglj al duca di Calabria che avevano ritardato i suoi progressi, e non avevalo ajutato co' suoi immensi tesori tuttavia intatti. Vero è che non era da sperarsi che un principe assai vecchio, e febbricitante la maggior parte dell'anno, spiegasse l'attività propria della gioventù; e gli Angioini, temendo d'inimicarselo, scusavano le sue infermità, e la sua intempestiva avarizia. Intanto Ferdinando aveva incaricato il cardinale di Ravenna, ed Antonio Trezzo, ambasciatore del duca di Milano, di fargli le più vistose offerte: egli chiamavalo sempre suo zio, e parlavagli sempre del rispetto e dell'amore che per lui conservava sempre; e non solo gli prometteva la conservazione di tutti i feudi e giurisdizioni possedute dall'Orsini sotto il regno di Alfonso, ma gli rendeva inoltre la carica di capitano generale, cui andava congiunto il pagamento di cento mila fiorini. E perchè il principe di Taranto potesse onoratamente ritirarsi dall'antica sua alleanza, Ferdinando offriva un salvacondotto al duca di Calabria, al Piccinino ed alla loro armata, purchè nel termine di quaranta giorni evacuassero gli stati del principe e s'incamminassero alla volta degli Abruzzi[156]. A tali condizioni fu sottoscritta la pace a Biseglio in Puglia il 13 settembre del 1462, ed il papa ed il duca di Milano si fecero garanti per il re.

In fatti il principe d'Angiò ed il Piccinino presero i quartieri d'inverno negli Abruzzi, che nella susseguente primavera (del 1463) furono il teatro della guerra. Le spedizioni del Piccinino non avevano oramai altro scopo che quello di trovare sussistenza alle sue truppe; ed il duca di Calabria, caduto sotto la dipendenza del suo generale, era obbligato di ruinare affatto i suoi sudditi pel di cui amore aveva creduto di salire sul trono. Per tale motivo Celano fu abbandonato al saccheggio, e Sulmona, presa dal Piccinino, non si sottrasse al sacco che con una contribuzione[157]. Ma malgrado questi parziali vantaggi il Piccinino risguardava come affatto prossima la ruina del suo padrone, e non volendo trovarvisi avviluppato, sottoscrisse il 10 agosto una separata convenzione con Alessandro Sforza, in conseguenza della quale passò colla sua armata ai servigj di Ferdinando, che gli accordò la città di Sulmona con molte castella, e novanta mila fiorini d'oro all'anno[158]. La città dell'Aquila, minacciata dalle armi di Alessandro Sforza, capitolò, ed il suo esempio fu seguito dalla maggior parte degli Abruzzi: all'ultimo Marino Marzano, duca di Svessa e principe di Rossano, ne' di cui feudi trovavasi in allora il duca di Calabria, capitolò dopo gli altri; onde lo sventurato duca d'Angiò, dopo essere stato accolto con entusiasmo da un grossissimo partito, e proclamato in tutte le province, si vide abbandonato dalla fortuna, tradito dagli amici, e forzato a cercarsi un asilo in vicinanza degli stati cui pretendeva, nell'isola d'Ischia, che gli fu data per tradimento insieme al castello dell'Ovo in faccia a Napoli da due Catalani malcontenti di Ferdinando[159].

Intanto Sigismondo Malatesta, il solo alleato che restasse alla casa d'Angiò in Italia, veniva caldamente inseguito da Federico da Montefeltro: egli aveva di già perduti Fano e Sinigaglia e quasi tutti i suoi castelli, ed aveva più volte invocata la clemenza del pontefice. Gli ambasciatori veneziani peroravano a suo favore; quelli di Firenze lo raccomandavano alla generosità di Pio II, e rappresentavano che Sigismondo, spinto agli estremi, potrebbe dare in mano ai Turchi il suo porto di Rimini[160]. Il papa finalmente risolvette d'accordargli la pace in ottobre del 1463, ma riducendo il suo territorio a cinque miglia di raggio intorno a Rimini, e quello di suo fratello, Domenico Malatesta, ad un eguale raggio intorno a Cesena. Alla morte di questi due principi, le due loro città dovevano ricadere sotto l'immediato dominio della Chiesa romana[161].

Mentre ciò accadeva, Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, morì il 16 novembre nel suo castello d'Alta-Mura; si ebbe grandissima cura di dire ch'era morto di vecchiaja, ma pure si vociferò bentosto ch'era stato strozzato da' suoi servitori, guadagnati da Ferdinando. Il re diffidava tuttavia di questo principe, che manteneva sempre corrispondenza col duca di Calabria. Quand'ebbe avviso della sua morte, si affrettò di recarsi ne' suoi feudi per prendere possesso della sua eredità come marito di sua nipote: vi trovò grandissimi tesori in danaro, in mercanzie di ogni sorta, in superbe razze di cavalli, in numerose greggie, oltre quattro mila uomini di buone truppe. Le ricchezze mobiliari del principe di Taranto si valutarono un milione di fiorini, ed i suoi feudi, che vennero riuniti alla corona, erano i più ricchi ed i più vasti del regno di Napoli. Così Ferdinando, per la morte d'un uomo, che egli temeva più d'ogni altro, diventò tutt'ad un tratto il più ricco e potente sovrano dell'Italia[162].

La morte del principe di Taranto terminò di rovesciare le speranze della casa d'Angiò: il vecchio re Renato era partito da Marsiglia con dieci galere in primavera del 1464 per soccorrere suo figliuolo; ma dopo averlo raggiunto all'isola d'Ischia, ed aver seco deliberato intorno allo stato dei loro affari, essi convennero che sarebbe cosa inutile lo spargere altro sangue ed erogare altri tesori per una causa di già perduta. Si rimbarcarono adunque e tornarono in Francia, abbandonando, dopo una guerra di sei anni, un paese nel quale avevano fatto risplendere il loro valore e la loro lealtà; ma dove nè il coraggio, nè le più dolci virtù gli avevano preservati da una lunga serie di calamità[163].

Sarebbesi detto che i Francesi, disgustati delle guerre d'Italia, volevano perfino privarsi della possibilità di tornare in questo paese. Altro non restava in poter loro che Savona, ove Lodovico XI manteneva una guarnigione che gli costava assai senza promettergli verun vantaggio. Risolse di cederla allo Sforza per riacquistare in tal maniera l'amicizia di questo principe, col quale aveva avute anteriori relazioni. Si fece un trattato in forza del quale, non solo Corrado Foliano, ufficiale del duca di Milano, fu posto in possesso di Savona in principio di febbrajo del 1464, ma vennero inoltre trasfusi nel duca di Milano tutti i diritti che il re di Francia aveva acquistati sopra Genova col suo trattato coi Genovesi: e questo singolare trattato, che chiamava Francesco Sforza a far valere diritti che aveva fin allora combattuti, fu dagli ambasciatori francesi comunicato a tutte le corti d'Italia[164].

Il duca di Milano, dopo essersi in tal modo posto al sicuro dai risentimenti della Francia, non dubitò di conseguire in breve la signoria di Genova. I quattro anni ch'erano decorsi dopo la cacciata dei Francesi, erano stati per Genova una continua serie di sedizioni, di violenze, di assassinj. Luigi Fregoso, ch'era stato riconosciuto per doge, era un uomo dolce e giusto, ma debole, che, cercando di rimettere in città la calma e l'impero delle leggi, trovavasi sempre contrariato dal violento suo cugino Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova. Questi adunava intorno a sè tutti i faziosi, nudriti nelle guerre civili, tutti gli assassini amnistiati, che avevano valorosamente combattuto per la loro fazione, ma che in tempo di pace non avevano nè entrate, nè industria alcuna per supplire ai loro bisogni o ai loro vizj. L'arcivescovo andava loro sempre ricordando ch'erano essi che avevano scacciati da Genova i Francesi, i nobili e gli Adorni; che questa triplice vittoria erasi conseguita coi pericoli e col sangue loro; ma che un'ingrata patria condannava, lui a timide funzioni ecclesiastiche in mezzo ai suoi preti, essi al disprezzo ed alla miseria. Pure se volevano dargli fede, non sarebbe per altri ma per loro che avrebbero combattuto. Coloro che gli avevano offesi non oserebbero più alzare gli occhi in faccia loro, e le ricchezze sarebbero proprietà de' più valorosi. Avendo con simili ragionamenti infiammate le passioni di questi formidabili partigiani, egli condusse il 14 maggio del 1462 ad attaccare il palazzo pubblico; vi sorprese il doge, suo cugino, che di lui non diffidava, e, scacciatolo, si fece proclamare doge. Ma questa violenza eccitò un movimento generale d'indignazione; tutte le persone dabbene, tutto il popolo si mostrarono così alieni da un prelato che tanto bruttamente turbava la pubblica tranquillità ed oltraggiava le leggi, ed il numero de' suoi partigiani fu così debole in confronto del partito contrario, che Paolo Fregoso spaventato abdicò volontariamente, prima che passasse un mese, l'usurpata autorità. Otto capitani del popolo presero subito il suo luogo, e pochi giorni dopo, l'otto giugno seguente, Luigi Fregoso venne per la terza volta decorato della corona ducale[165].

Per altro Paolo Fregoso non aveva abdicato che per aver tempo di ragunare nuove forze con nuove pratiche, ed avanti che terminasse l'anno sorprese suo cugino con un branco di scellerati, lo fece condurre avanti alla fortezza del Castelletto, e, fatta piantare una forca, minacciò di far appiccare il doge, se non gli si aprivano le porte della fortezza. Luigi non resistette, e la fortezza fu consegnata all'arcivescovo, il quale ottenne bolle dal papa, in data del 31 gennajo del 1463, con cui Pio II, dopo alcune ammonizioni, lo riconosceva doge di Genova e lo scioglieva tanto dai proprj giuramenti che dalle censure ecclesiastiche, che potevano impedire ad un prelato l'esercizio delle funzioni civili e militari[166].

In questa seconda amministrazione Paolo Fregoso diede libero corso alle sue passioni ed alla sua cupidigia. Aveva preso per suo aggiunto un uomo nè meno di lui violento, nè meno ambizioso, e questi era Ibletto del Fiesco, cui diede il comando di quella truppa di facinorosi, che lo servivano come guardie e come soldati. L'autorità delle leggi e quella de' magistrati furono in città sospese; i partigiani dell'arcivescovo entravano di qualunque ora del giorno nelle case dei ricchi, per prendere il danaro, le mercanzie, le donne che volevano rapire. Ogni giorno veniva macchiato dalla morte di qualche cittadino, che aveva osato di resistere a queste violenze, o che spirava vittima di qualche antica nimicizia. Sarebbesi detto che la città era stata presa d'assalto, se il saccheggio, autorizzato dal capo della religione e della giustizia, invece di essere passaggero, non si fosse protratto per molti mesi[167]. Tutta la nobiltà, tutti coloro che avevano di che vivere, uscirono di città per sottrarsi a tanta tirannide. Le città delle due Riviere più non riconoscendo in alcun modo l'autorità della repubblica, e non sapendo come conservarsele fedeli, spiegarono le insegne del duca di Milano. Questi sedusse Prospero Adorno, Spineta Fregoso e Jacopo del Fiesco, e diede a questi potenti cittadini nuovi feudi in Lombardia, per legarli più strettamente al suo partito; all'ultimo guadagnò lo stesso Ibletto del Fiesco, ch'era stato fin allora l'agente ed il ministro dei furori dell'arcivescovo. Fece in pari tempo avanzare contro Genova Jacopo da Vimercato con una potente armata, cui si unirono Paolo Doria e Girolamo Spinola con tutti i vassalli di queste due nobili case[168].

Paolo Fregoso si conobbe troppo debole per resistere a questo turbine; pure non volle porgere orecchio ai negoziati che Francesco Sforza era disposto ad aprire con lui, nè rinunciare al suo principato, nè esporsi ad essere oppresso dal popolo, se aspettava il nemico in città. Era in sua mano la fortezza del Castelletto, ch'egli risguardava come il pegno del futuro suo ritorno in Genova. Ne affidò la custodia a Bartolommea, vedova del doge Piero suo fratello, ed a Pandolfo, altro suo fratello. Diede loro cinquecento de' suoi migliori soldati per difendersi; indi, presi seco gli altri facinorosi più attaccati alla sua persona, s'impadronì di quattro vascelli che si trovavano nel porto, li provvide di armi e di munizioni, ed uscì di Genova per esercitare la pirateria, finchè una più propizia sorte gli permettesse di venire a riprendere e la mitra pontificale, e la corona ducale, ch'era forzato a deporre momentaneamente[169]. Infatti lo vedremo ricuperare in appresso tutta la sua grandezza, ed inoltre aggiugnervi nel 1480 la porpora cardinalizia, sotto il titolo di sant'Atanasio.

Partito Paolo Fregoso, Ibletto del Fiesco occupò una delle porte, ed i giardini di Carignano; e da quella banda il 13 aprile del 1464 introdusse in città Jacopo Vimercato. Questo generale assediò subito il Castelletto, che per altro difficilmente avrebbe preso; ma dopo quaranta giorni la vedova Fregoso glielo vendette per quattordici mila fiorini d'oro, introducendovi i soldati milanesi di nascosto di suo cognato, che doveva dividerne con lei la custodia[170]. Frattanto si spedirono a Milano ventiquattro deputati dalla repubblica per deferire la signoria a Francesco Sforza alle medesime condizioni convenute col re di Francia e per prestare in sua mano il giuramento di fedeltà[171].

Le rivoluzioni, che dopo avere ruinata la repubblica di Genova finirono col precipitarla sotto un giogo straniero, avevano cominciato in tempo delle guerre del regno di Napoli. Per iscacciare la casa d'Arragona la repubblica aveva vuotati i suoi tesori, e versati torrenti di sangue, e finalmente soggiacque essa medesima alle turbolenze che aveva voluto eccitare nelle lontane provincie. Aveva in appresso abbandonata una causa abbracciata con tanto ardore; aveva sperimentata tutta la violenza del governo d'un capo di faziosi, ed era stata all'ultimo costretta per trovar pace, di rinunciare alla libertà. Nello stesso tempo la repubblica di Firenze si sottrasse alle stesse violenti convulsioni, perchè cercò d'isolarsi dalla grande contesa che divideva tutta l'Italia. Aveva da prima preso un interessamento, quasi così vivo come la repubblica di Genova, per l'ingrandimento della casa d'Angiò, ed era stata in sul punto di entrare nella medesima guerra; ma la prudenza di uno de' suoi cittadini l'aveva ritenuta nella neutralità, evitando ad un tempo gli esterni pericoli e le grandi commozioni interne. Per altro non si sottrasse alle disgrazie attaccate all'impero delle fazioni, e se non perdette la sua libertà, la vide per lo meno crudelmente compromessa da quei medesimi ch'eransi sollevati nel suo seno come difensori e protettori del popolo.

La forma legale del governo di Firenze si avvicinava assaissimo alla democrazia; niun corpo nello stato aveva uno stabile potere, veruno nominava i suoi proprj membri, veruno conservava spirito ed interessi indipendenti da quelli del popolo. I consiglj, la magistratura, lo stesso capo dello stato, tutto continuamente mutavasi, tutto si rinnovava con somma rapidità, e tutti i cittadini dovevano la volta loro comandare, ed essere comandati. E per impedire che lo spirito di corpo non si perpetuasse ne' consiglj, per impedire che il favore, od i maneggi restrignessero le elezioni ad una sola classe di cittadini, ad un piccolo numero di persone, erasi preferita la sorte alla scelta, e la repubblica riceveva il suo governo dall'estrazione d'una lotteria.

Questa esagerata ricerca dell'eguaglianza fra i cittadini fu propriamente ciò che la distrusse. La repubblica non sarebbe stata mai più chiamata a violare le proprie leggi, se si fosse accontentata di far eleggere il proprio gonfaloniere, i priori, i consiglj dai suffragj del popolo; e se, considerando alcuni di questi mandati del popolo come irrevocabili, avesse, almeno ne' consiglj, conservati fino alla morte coloro che vi fossero stati una volta collocati dal voto dei loro concittadini. Sarebbesi in tale maniera data un'áncora che l'avrebbe tenuta ferma nelle agitazioni popolari, ed avrebbe conservata nello stesso corpo la tradizione de' suoi interessi e della sua politica. Ma nella forma del governo adottato dalla repubblica era impossibile il ripromettersi dai suoi magistrati, sempre nuovi, unione ne' sistemi, costanza ne' progetti, e combinazioni politiche che richiedessero molti anni per la loro esecuzione. Formavasi subito fuori del governo un partito, una fazione che diventava il vero centro dell'autorità, il vero governo della repubblica. Questo partito, per darsi un'esistenza legale, ricorreva al parlamento di tutta la nazione. Con un atto della sua sovranità il parlamento sospendeva la costituzione e creava una balìa, come i Romani creavano un dittatore, per salvare la repubblica con un'autorità superiore alle leggi. Formava questa balìa o commissione con un determinato numero di cittadini, i più distinti, i più attivi del partito dominante, e talvolta il loro numero ammontava a parecchie centinaja. In appressa il parlamento affidava a questi cittadini il diritto di riempire a loro scelta le borse da cui si dovevano levare a sorte i nomi de' magistrati, di scegliere ancora ogni due mesi in queste borse i nomi di coloro che dovevano aver luogo nella signoria, lo che dicevasi fare le elezioni a mano, d'esiliare senza forma di giudizio coloro che si risguardavano come pericolosi pel partito dominante, e finalmente di trovare con mezzi arbitrarj il danaro necessario ai bisogni dello stato. La creazione d'una balìa era una tirannide stabilita in una repubblica, ed era errore grossolano del legislatore l'averla renduta necessaria. Tale era non pertanto l'incostanza del governo costituzionale, che quando spirava la balìa (giacchè non era mai creata che per un tempo limitato) la repubblica era sempre minacciata di ricadere nella anarchia.

Dopo la rivoluzione del 1434 la repubblica di Firenze aveva avuto alla sua testa due uomini d'un merito eguale, sebbene la loro riputazione non siasi conservata eguale, Neri Capponi e Cosimo de' Medici. Il primo, grande politico, destro negoziatore, in guerra generale vigilante e felice, erasi fino dal 1420 renduto caro egualmente ai cittadini ed ai soldati coi continui servigj prestati alla repubblica. Cosimo de' Medici, non meno destro politico, invece della riputazione militare godeva quella di generoso protettore delle lettere, delle arti e della filosofia. Inoltre la sua immensa ricchezza gli somministrava il modo di spargere dappertutto i beneficj, e l'estrema sua generosità lo portava a prevenire tutte le domande di danaro che gli si potevano fare. Appena eravi in tutto il suo partito un cittadino, che non si fosse gratificato. Così, mentre Neri Capponi non aveva che ammiratori e partigiani. Cosimo de' Medici aveva clienti che gli erano affatto devoti[172].

Malgrado la rivalità loro e malgrado alcune vicendevoli offese, questi due grandi cittadini conservaronsi tra di loro generalmente uniti, sia per zelo per la repubblica, sia per timore dell'opposto partito degli Albizzi, che, sebbene abbattuto, era ancora potente. Perciò, in ventun anni che furono unitamente alla testa dello stato, fino alla morte di Capponi, accaduta l'anno 1455, trovarono sempre il popolo propenso a continuar loro l'autorità della balìa quando spirava. In questo spazio di tempo fu rinnovata sei volte, e sempre in un modo legittimo dal parlamento adunato dietro inchiesta dei consiglj.

Ma l'autorità dell'ultima balìa terminava il primo luglio del 1455. Non esisteva plausibile ragione per rinnovarla, trovandosi lo stato in pace co' suoi vicini, essendo internamente la fazione degli Albizzi abbattuta affatto, e la rivoluzione da troppo lungo tempo ultimata, perchè si osasse di conservare un regime rivoluzionario. Altronde essendo morto Neri Capponi, Cosimo de' Medici, rimasto solo, eccitava maggiore gelosia. I suoi amici, che mai non avevano avuto intenzione di farlo principe, non erano meno de' suoi nemici diffidenti dell'ingrandimento del suo potere: essi si opposero perciò ne' consiglj al rinnovamento della balìa, e si tornò ad estrarre a sorte la signoria: pure ciò si fece colle liste e colle borse ch'erano state fatte dalle precedenti balìe, e che non contenevano che i nomi degli amici dei Medici. Pietro Rucellai, che entrò in carica il primo luglio del 1455, fu il primo gonfaloniere nominato dalla sorte[173]; la sua magistratura eccitò trasporti di gioja nel popolo, che credette di rientrare soltanto allora nel godimento de' suoi diritti e della sua libertà. Il cambiamento era infatti per lui reale, perciocchè nella precedente amministrazione, i giudizj dei tribunali, e la ripartizione delle imposte erano diventati oggetti di favore e di brighe. I Fiorentini in tutti gli affari contenziosi eransi trovati in necessità di sollecitare e spesso di comperare coi doni il favore de' potenti cittadini che governavano lo stato con Cosimo de' Medici. Ma dopo la cessazione della balìa, non solo la nuova magistratura più non diede orecchio alle raccomandazioni del favore, ma per lo contrario ebbe piacere di maltrattare coloro, innanzi ai quali erasi fin allora tremato. Que' medesimi cittadini, le di cui case pochi mesi prima erano affollate di clienti che recavano doni, si videro abbandonati ed esposti ai sarcasmi della moltitudine. Cosimo de' Medici aveva preveduto questo cambiamento, che a lui non fece torto, perchè i suoi clienti avevano sempre di lui bisogno. Aveva sentito che i suoi amici verrebbero puniti della loro gelosia, ed erasi compiaciuto di vederli colle pratiche loro privarsi essi medesimi del loro credito senza recare pregiudizio al suo[174].

Il governo cercava di estinguere il debito pubblico, ch'era cresciuto assai durante la precedente guerra; uno dei mezzi adottati per accrescere le entrate fu il rinnovamento del catastro del 1427, in forza del quale tutte le proprietà mobili ed immobili di ogni cittadino erano state stimate, ed assoggettate ad un'imposta di un mezzo per cento del capitale. Dopo tale epoca i ricchi avevano trovato modo di sottrarre gran parte de' loro averi alle pubbliche imposte, valendosi del credito che esercitavano sopra i magistrati; onde una legge che stabiliva un'eguaglianza proporzionale nelle imposte, venne risguardata dal popolo come un trionfo. Fu fatta in principio del 1458, e vennero incaricati dieci commissarj di fare entro l'anno il riparto dell'imposta a seconda delle sostanze[175].

Bentosto i grandi ed antichi amici di Cosimo lagnaronsi del cambiamento introdotto nello stato, lagnaronsi d'essere abbandonati al capriccio della moltitudine. Le stesse persone, che per gelosia del Medici avevano ostato al rinnovamento della balìa, lo supplicavano adesso di unirsi con loro per ottenerne una. Non avendo voluto Cosimo cedere alle loro istanze, Matteo Bartoli, che fu gonfaloniere ne' due susseguenti mesi, si provò a chiedere la balìa senza di lui; ma non solo non vi riuscì, ma diede luogo a portare una legge ne' consiglj, in forza della quale non poteva adunarsi il parlamento senza essere domandato dagli unanimi suffragj della signoria e del collegio, e senza che la proposizione fosse approvata dai due consiglj[176]. Questo trionfo del partito popolare, cui aveva contribuito lo stesso Cosimo, accrebbe l'avvilimento di quegli amici che si erano da lui allontanati, e fece loro più vivamente desiderare una riconciliazione.

Frattanto, dopo aver data questa lezione al suo partito, Cosimo de' Medici credette che fosse tempo di rendergli il primo vigore e d'impedire che Firenze non si accostumasse al godimento della sua libertà. Avendo la sorte dato per gonfaloniere di luglio e d'agosto del 1458 Luca Pitti, Cosimo lasciò a questo ricco, potente ed audace cittadino la cura di adunare un parlamento, determinato di tenersi al coperto da ogni avvenimento, non secondandolo apertamente e non contrariandolo, onde poter approfittare del buon successo, e non essere a parte delle sue perdite, ove la cosa non riuscisse. In fatti il Pitti riempì il palazzo di gente armata, costrinse colle minacce i priori, suoi colleghi, a domandare il parlamento; coprì tutte le uscite della piazza di soldati e di contadini cui aveva distribuite le armi, e l'undici d'agosto del 1458, avendo fatto suonare la maggior campana, tenne un'adunanza del popolo tremante e sommesso, che approvò e sanzionò tutti i regolamenti che a lui piacque di proporre, rinnovando la balìa del 1434, ed aggiugnendovi dieci nuovi elettori e dieci segretarj. Si pretestò pel rinnovamento di quest'autorità dittatoriale della repubblica il pericolo che poteva farle correre la morte di papa Calisto III, gli assassinj del conte Averso dell'Anguillara e l'anarchia di Roma. Si resero depositarj di tutta l'autorità dello stato 352 cittadini, e loro si attribuirono le nomine dei magistrati, i giudizj stragiudiziali e le imposte[177].

La balìa fece il più violente uso, che fare si potesse, dell'arbitraria autorità che le era affidata: Girolamo, figliuolo d'Angelo Machiavelli, aveva gagliardamente parlato intorno al pericolo inerente alla convocazione dei parlamenti ed alla sovversione della libertà cagionata dalle balìe. Venne arrestato ed assoggettato alla tortura per forzarlo coi tormenti a palesare, come una trama, i motivi della sua legittima opposizione ad intraprese contrarie alle leggi. In fatti strapparonsi di bocca al Machiavelli i nomi d'Antonio Barbadori e di Carlo Benizi, che dichiarò essere a parte delle sue opinioni; furono ambidue posti alla tortura: dopo di che il Machiavelli e suo fratello, il Barbadori con suo figlio, il Benizi e tre suoi parenti vennero condannati a grosse ammende ed alla relegazione. I due primi non essendosi recati nel luogo del loro esilio, Girolamo Machiavelli fu arrestato per tradimento di uno de' signori della Lunigiana, e dato alla signoria di Firenze, che lo fece morire[178].

Luca Pitti fu fatto cavaliere in premio del vigore che aveva mostrato. Cosimo de' Medici e tutti gli amici del governo si credettero obbligati a fargli dei regali; egli ne ricevette da tutti coloro che desideravano di guadagnare il suo favore, e dalla stessa repubblica; si dice che ammontassero a ventimila fiorini. Peraltro Cosimo era vecchio e logoro, frequentemente veniva tormentato dalla gotta, onde pareva disgustato degli affari pubblici e trattenevasi in villa la maggior parte del tempo. Luca Pitti, ambizioso ed orgoglioso, approfittava della ritirata del suo amico per innalzarsi. Pareva egli il vero capo della repubblica, e la fazione dominante omai più non chiamavasi il partito di Cosimo, ma quello di Pitti. Per illustrare il suo trionfo, egli prese a fabbricare due palazzi, uno alla distanza di un miglio fuori delle mura e l'altro in città; ne gittò così estesi i fondamenti e con fasto tanto insolito, che Firenze, accostumata ai prodigj dell'architettura, Firenze, che non aveva trovato che Cosimo fosse uscito dai confini della modestia di un cittadino innalzando il palazzo Medici (oggi palazzo Riccardi in via larga), riguardò il palazzo Pitti come un'intrapresa reale. Per terminare questo superbo edificio, diventato poscia la residenza dei gran duchi, Luca Pitti ricevette regali da tutti coloro che avevano bisogno della sua protezione o del suo favore. Non solo i particolari, ma i comuni, che dovevano chiedere qualche cosa ai consiglj della repubblica, s'addirizzavano a Pitti; e tutti sapevano che il suo appoggio non si otteneva, che dandogli materiali pel suo edificio. Tutti i banditi, tutti i malfattori, che avevano ragione di temere la pubblica vendetta, si rifugiavano in quel ricinto, e finchè lavoravano a fabbricare, non erano molestati dagli ufficiali della giustizia, che ivi non osavano inseguirli[179].

Cosimo de' Medici, che aveva sempre cercato di non offendere gli occhi dei suoi concittadini con verun fasto esteriore, e che, sebbene considerato negli altri stati come principe, non aveva lasciato di essere in patria un semplice cittadino, vedeva con dolore il partito ch'egli aveva formato, e che ancora appoggiavasi al suo nome, dare un tiranno alla repubblica. Egli tenevasi lontano dagli affari, e fabbricava chiese in Firenze e nelle vicinanze; si circondava di letterati, ed occupavasi con Marsilio Ficino del rinnovamento della filosofia platonica, quando in principio di novembre del 1463 ebbe la sventura di perdere il suo secondo figliuolo, Giovanni de' Medici, in età di quarantadue anni. Sopra di questi fondava Cosimo le sue speranze per la grandezza della sua famiglia, sembrandogli che i talenti ed il carattere di Giovanni fossero d'una tempra abbastanza forte per governare la repubblica, per guadagnarsi il cuore de' suoi concittadini, mantenere al di fuori la riputazione de' Medici, e per proteggere nell'interno e far fiorire le lettere e le arti. Il primogenito, Piero de' Medici, allora in età di quarantasette anni era di così debole salute, che non poteva credersi capace di portare il peso degli affari. Il figlio di Giovanni, detto Cosimo, era morto prima di lui, ed i due figli di Pietro erano ancora fanciulli. Il vecchio Cosimo de' Medici facevasi portare pel suo vasto palazzo, pel quale più non poteva girare a piedi, e diceva sospirando: «Questa è troppo gran casa per così piccola famiglia[180]

Cosimo de' Medici non sopravvisse lungamente al figliuolo di cui non sapeva scordarsi: egli morì nella villa di Careggi il 1.º agosto del 1464 in età di settantacinque anni, egualmente compianto dagli amici e dai nemici. I primi lo amavano per i suoi infiniti beneficj, i secondi avevano di già imparato a temere coloro che dovevano succedergli nel governo della repubblica. Sapevano che Cosimo li forzava ancora a qualche moderazione pel solo credito del suo nome, e tremavano in vista della tirannide, sotto la quale caderebbero, quando lo stato più non avrebbe questo moderatore.

Cosimo, il più grande cittadino che siasi mai innalzato in un paese libero, era stato trent'anni capo della più ricca, potente ed illuminata repubblica che allora esistesse. Con una felicità più costante, ed un più lungo potere di quello di Pericle, egli aveva, come il Greco, arricchita la nuova Atene di tutti i prodigj delle arti. Aveva in Firenze fabbricati il convento e la chiesa di san Marco, quello di san Lorenzo ed il chiostro di santa Verdiana; sulla montagna di Fiesole, san Girolamo e la Badìa; nel Mugello, la chiesa de' Frati minori. Aveva ornati di cappelle, di statue, di quadri, di argenterie destinate al culto, le chiese di santa Croce, dei Servi, degli Angeli e di san Miniato. Aveva per se medesimo fabbricati quattro palazzi in campagna, a Careggi, a Fiesole, a Caffaggiuolo ed a Trebbio: aveva innalzato in città il magnifico palazzo, ora Riccardi; finalmente aveva in Gerusalemme eretto uno spedale pei pellegrini. Ma invece d'impiegare, come Pericle, le pubbliche entrate nell'innalzare questi monumenti, che fissarono il gusto della bella architettura, aveva tutto fatto col proprio danaro[181]; e mentre questi pubblici lavori annunciavano un sovrano, e sorpassavano di lunga mano la magnificenza de' più gran re dell'Europa, nè i suoi abiti, nè la sua mensa, nè i suoi servi, nè i suoi equipaggi, superavano quelli della classe comune; egli trattava da eguale e come semplice cittadino ogni Fiorentino; si era ammogliato ed aveva dato marito ai suoi figliuoli ed alle sue nipoti non in famiglie principesche, che avrebbero avidamente cercato il suo parentado, ma in famiglie di Fiorentini, ch'egli risguardava sempre, ed ognuno considerava come sue pari.

Senza dubbio la riputazione di Cosimo de' Medici si conservò più luminosa, perchè la sua famiglia, dopo di lui, s'innalzò al supremo potere nella sua patria. Quasi tutti gli storici, nati sotto i Medici, vollero adularli nel ritratto del loro capo; coloro che avrebbero potuto tenere un contrario linguaggio si videro forzati al silenzio. Pure un secolo dopo la sua morte, gli amici della libertà accusavano ancora Cosimo de' Medici, d'avere, avanti il suo esilio, eccitata la prima guerra di Lucca per accrescere la propria importanza, e d'averla poi fatta andare a male per perdere i suoi nemici; di essersi arricchito col maneggio del pubblico danaro, da cui il suo credito teneva lontani tutti gli altri cittadini; d'avere estese le sue vendette a tutto quanto eravi nella repubblica di più illustre; e finalmente d'essersi alleato a Francesco Sforza pel solo vantaggio della propria famiglia, e contro il bene della patria[182].

Durante l'amministrazione di Cosimo, Firenze fece alcuni acquisti di poca importanza, cioè Borgo san Sepolcro, che comperò dal papa poco dopo la battaglia di Anghiari, Montedoglio confiscato a danno della casa di Pietra Mala, il Casentino a danno dei conti Guidi, e la Val di Bagno a danno della casa Gambacorti. Ma Cosimo aveva sempre avuto l'ambizione di fare per la repubblica un più ragguardevole acquisto, quello di Lucca. Francesco Sforza gli aveva promesso che, tosto che sarebbe duca di Milano, l'ajuterebbe ad occupare quella città, e Cosimo non gli perdonò la sua mancanza di fede a questo riguardo[183]. Pure fu l'unico de' suoi progetti non condotto a fine. In generale la sua amministrazione fu non meno felice che gloriosa, e Firenze riconoscente gli rese la più nobile testimonianza, ordinando che venisse scritto sul suo sepolcro il nome di Padre della patria[184].

CAPITOLO LXXIX.

Spavento cagionato all'Italia dalle conquiste dei Turchi. — Prime vittorie di Giorgio Castriotto o Scanderbeg. — Guerra de' Veneziani nella Morea. — Pio II sopraggiunto dalla morte quando stava per condurre una crociata nell'Illirico. — Ultime vittorie e morte di Scanderbeg.

1443 = 1466.

L'Italia parve respirare in pace dopo le accanite guerre che avevano accompagnato lo stabilimento delle due nuove dinastie ne' due suoi più potenti stati, quella degli Sforza nel ducato di Milano, e quella del ramo bastardo di Arragona nel regno di Napoli. Questa contrada più non fu travagliata che da brevi e poco importanti guerre fino all'invasione de' Francesi nel 1494. Allora il cambiamento della politica di tutta l'Europa la rese il teatro di una nuova contesa tra le più formidabili potenze, e la ridusse nel corso di un mezzo secolo al rango di tributaria o di suddita degli oltremontani. I trent'anni di pace che godette l'Italia avanti quest'ultima rivoluzione, che pose fine alla sua esistenza politica, vennero consacrati allo studio delle antiche lettere, rendute di meno difficile accesso dopo il ritrovamento della stampa, al rinnovamento della filosofia peripatetica e platonica, della poesia e dell'eloquenza latina, della poesia volgare, del teatro, dell'architettura, della scultura e della pittura. Tutto il lusso dello spirito e dell'immaginazione fu spiegato o preparato almeno in questo luminoso periodo; lo splendore delle arti e delle lettere, favoreggiate da tutte le corti, deve oramai nella storia prendere il luogo delle antiche virtù, di cui più non rimangono tracce, e che eccitavano tanto interesse. La sincerità, il disinteressamento, la grandezza d'animo eransi dileguate colla libertà, la quale, sbandita dalle corti dei signori, non conservavasi nè meno nelle repubbliche. Il sempre crescente potere di un'ambiziosa famiglia ristringeva ogni giorno questa libertà a Firenze ed a Bologna, Genova perdeva la sua nell'anarchia, e Venezia sotto il giogo di una sospettosa oligarchia. Molte belle opere e poche belle azioni illustravano l'Italia, e mentre trovavasi presso i dotti tanto ardore e perseveranza nel lavoro, poco carattere trovavasi presso i magistrati, poco coraggio ne' soldati, poco patriottismo ne' cittadini.

Questa non curanza dei sentimenti e dei doveri pubblici si palesò principalmente nella contesa in cui di quest'epoca l'Italia trovossi impegnata coi Turchi. Diventata tutt'ad un tratto confinante dell'impero musulmano, dal quale non la separava che un angusto braccio di mare, sentì a più riprese lo spavento d'una imminente guerra; risuonò bensì di prediche di crociate, ma non adottò veruna energica misura per sottrarre al giogo degli Osmanli le isole e le colonie possedute dagl'Italiani ne' mari della Grecia; lasciò conquistare le coste della Dalmazia, dell'Epiro e del Peloponneso, che, conservate ai Cristiani, avrebbero loro assicurato l'impero dell'Adriatico, e che, venute in mano ai Turchi, esposero l'Italia in tutta la sua lunghezza al saccheggio ed alle invasioni di un popolo che minacciava la sua religione, i suoi costumi, la stessa sua esistenza. Vero è che quel primo impeto de' Musulmani si allentò più presto che non poteva sperarsi; la loro corruzione non fu meno rapida delle loro vittorie, ed il dispotismo distrusse il loro vigore, prima che avessero terminato di opprimere i loro vicini. Ma il paese in cui le arti e le lettere si rinnovavano con tanto splendore, non si salvò per virtù sua dall'invasione dei barbari, ma andò debitore della sua conservazione a cagioni che prevedere non poteva, nè dirigere, ed alla quale l'infingardaggine del nostro spirito dà il nome di accidente.

Finchè l'impero greco si mantenne in Costantinopoli, questa capitale potè risguardarsi come il centro di stati addetti alla religione greca, i di cui interessi, la di cui politica pochissime relazioni avevano con quelli dell'Occidente. Le invasioni dei Turchi avevano separate le antiche province dell'impero d'Oriente, e data loro un'indipendenza che spesso non cercavano. Ma la violenza della tirannide musulmana faceva fuggire gli abitanti dai paesi che occupava, ed accresceva con ciò la popolazione di quelle dove non era ancora penetrata. Formavano questi frammenti d'un grande stato nuovi regni che ancora avrebbero potuto opporre una lunga resistenza, se le leggi, i costumi, il coraggio, non fossero stati distrutti avanti la popolazione. Quando Costantinopoli cadde in potere dei Turchi, il piccolo stato di Trebisonda, che assumeva il pomposo titolo d'impero, sussisteva ancora all'estremità del mar Nero, ed un altro stato cristiano sullo stesso mare aveva il titolo di regno d'Iberia[185]. I Genovesi possedevano lungo le coste della Tartaria la potente colonia di Caffa. Il continente, situato tra il mar Nero ed il mare Adriatico, contava sette regni, dei quali la corona d'Ungheria pretendeva di avere l'alta signoria ed erano la Croazia, la Dalmazia, la Bosnia, la Servia, la Rascia, la Bulgaria e la Transilvania[186]. Nello stesso continente trovavansi eziandio i Valacchi, che pel loro idioma sembravano appartenere all'Italia, e gli stati di Scanderbeg, il difensore, il vendicatore dell'Epiro, le di cui vittorie avevano rialzata la gloria del nome Cristiano. La Grecia era quasi tutta saccheggiata o dominata dai Turchi: pure conservavasi ancora nell'Acaja il ducato di Atene, ed il Peloponneso era tuttavia diviso fra Tomaso e Demetrio, i due fratelli dell'ultimo Costantino, che avevano il titolo di despota. Delle isole, Rodi appartenea al valoroso ordine de' cavalieri di san Giovanni, e Cipro ubbidiva alla casa di Lusignano sotto la protezione del soldano d'Egitto; Candia, ossia Creta, il Negroponte o l'Eubea, erano suddite della repubblica di Venezia con varie altre isole di minore importanza, e Chio di Genova. Molti cittadini veneti e genovesi possedevano in feudo altre isole dell'arcipelago; altre isole, ridotte alle sole forze greche, mantenevansi indipendenti, e per ultimo molte fortezze su tutta la costa del mare Adriatico erano sotto l'immediata dipendenza de' Veneziani. Dopo la distruzione dell'impero d'Oriente, tutti questi stati risguardavano l'Italia come centro delle loro negoziazioni, e la corte del papa e la repubblica di Venezia come le naturali loro protettrici. Tutte le città d'Italia ridondavano di emigrati levantini, alcuni de' quali avevano seco portate le reliquie dei santi del Cristianesimo, altri i più preziosi manoscritti dell'antichità pagana, altri ancora i monumenti delle arti. Molti sforzavansi con tali ricchezze di guadagnare soccorsi, non per sè, ma per la loro patria; altri per lo contrario non pensavano che a formarsi un pacifico domicilio in Italia, e, quando avevano trovata la mediocrità e la sicurezza, rinunciavano ad ogni speranza di riavere il loro potere ed il loro rango in Levante. Molti ancora non avevano potuto sottrarre che le loro persone alla schiavitù dei Turchi, senza conservare verun effetto prezioso; a costoro tornavano utili per vivere l'erudizione, la memoria, la cognizione della lingua greca, oggetti dello studio di tutti, ed il più alto oggetto dei loro voti era quello di farsi ricevere in un monastero per trovarvi il nutrimento ed il riposo. L'Italia era piena di Greci e di Cristiani orientali; s'incontravano in ogni luogo, in ogni luogo si parlava del loro infortunio; e gli avanzamenti dei Turchi, cui appena erasi data un'astratta attenzione finchè Costantinopoli si era difesa, erano diventati, dopo la sua caduta, un imminente flagello, un pericolo, che doveva occupare la mente di tutti.

La devastazione avanzavasi verso l'Occidente, ed ogni anno vedevasi cadere un nuovo regno. Il primo a seguire la sorte di quello di Costantinopoli fu quello della Servia. I due regni della Rascia e della Servia, posti nel paese degli antichi Triballiani, erano stati conquistati e governati dalla casa di Nemagna dal 1177 al 1354, e forse ancora più tardi[187]. Era succeduta a quest'antica stirpe quella dei Lazari, che portavano il titolo di Cralli di Servia; riconoscevano il loro regno, posto tra il Danubio, la Sava, la Morava, dalla generosità di Stefano, re dei Bulgari, ed avevano la loro residenza a Senderova poco distante da Belgrado. Fino dalla sua origine questa dinastia aveva sperimentato il furore de' Turchi, perchè il suo fondatore, Lazaro Bolco, fu, nel 1390, tagliato in pezzi sotto gli occhi di Bajazette per vendicare la morte d'Amurat I. Stefano Bulkowitz, suo figlio, nel 1427, venne spogliato de' suoi stati da Amurat II; i suoi figliuoli e duecento mila de' suoi sudditi erano stati condotti in ischiavitù, ed il loro paese era rimasto quasi deserto[188]. Giorgio Bulkowitz, figlio di Stefano, educato presso i Turchi, ed indifferente tra le due religioni, era stato nel 1442 rimesso ne' suoi stati da Amurat II, il quale aveva sposata la di lui figlia Cantacuzena[189]. Questi, alleato a vicenda de' Cristiani e de' Turchi, conservò finchè visse l'affetto degli ultimi, ma morì nel 1457, e suo figlio Lazaro nel susseguente anno. Allora Maometto II occupò la Servia, che Lazaro aveva col suo testamento lasciata alla santa Sede, e che il Sultano riclamava come un'eredità della vedova d'Amurat II[190].

Nello stesso anno 1458 si videro scomparire gli avanzi del ducato d'Atene, che una lunga serie di rivoluzioni aveva fatto giugnere alla casa fiorentina degli Acciajuoli. Dopo la conquista di Costantinopoli, fatta dai Latini, le case francesi De la Roche, poscia di Brienne, e la casa Catalana dei bastardi di Sicilia, avevano posseduto il ducato d'Atene, che comprendeva, oltre il territorio di quell'antica repubblica, quelli delle sue più illustri rivali, di Tebe, di Corinto, di Megara e di Platea. La casa Acciajuoli, stabilitasi in Grecia nel 1364, aveva di già dati parecchi sovrani ad Atene ed a Tebe, quando Antonio II morì nel 1435. Suo figlio Francesco rifugiossi alla corte di Amurat II, di cui ne implorò la protezione, mentre che Renieri II, fratello di Antonio, andò da Firenze in Atene, e fu installato nel governo[191].

Renieri II, o Neri morì dopo la conquista di Costantinopoli: sua consorte, che aveva di lui un figliuolo in tenera età, ricorse, per mantenersi, alla protezione del sultano; distribuì ragguardevoli doni ai favoriti di Maometto II, e si fece riconoscere duchessa. Poco dopo si lasciò sedurre da una folle passione pel figliuolo di Pietro Priuli, senatore veneziano, governatore di Nauplia, e gli offrì di farlo duca di Atene se voleva sposarla, disfacendosi perciò della sua sposa. Il giovane Priuli acconsentì al delitto che gli veniva consigliato, ma ne colse poco frutto. Gli Ateniesi, sdegnati del vergognoso mercato che aveva loro dato un nuovo sovrano, ricorsero a Maometto II, e gli chiesero per duca quello stesso Francesco Acciajuoli, che si era rifugiato alla corte di suo padre. Francesco occupò Atene senza contrasto; fece arrestare la vedova di Neri, suo predecessore, e la tenne qualche tempo in prigione a Megara. Tale era l'ordine che aveva ricevuto da Maometto; bentosto però l'oltrepassò e fece morire questa principessa; onde il sultano si affrettò di punire un rigore da lui non ordinato. Omar, figliuolo di Turacano, pascià di Tessaglia, venne ad assediare Atene: l'Acciajuoli si difese lungo tempo nella cittadella, e non capitolò che in giugno del 1456, ricevendo in cambio di Atene la signoria di Tebe ed il governo della Beozia. Due anni dopo perdette l'una e l'altra colla vita, avendolo Maometto II fatto strozzare nel 1458 per sospetto di una trama ordita per ricuperare Atene[192].

I due fratelli, che si dividevano il Peloponneso, Tomaso e Demetrio Paleologo, avevano provato essi pure la potenza del sultano. Per acquistare da lui la pace gli avevano ceduto Corinto, in allora staccata dal ducato di Atene, Patrasso ed alcune altre delle loro migliori città. Frattanto furono abbastanza storditi per non sentire la necessità di conservarsi uniti sotto il peso delle comuni calamità. Cercavano alternativamente di sorprendersi le città: l'uno e l'altro assediava le città del fratello invece di difendere le proprie, ed essi impiegavano come soldati gli Albanesi sparsi nel Peloponneso, che saccheggiavano egualmente tutti i Greci[193]. Demetrio si pose sotto la protezione di Maometto II, promettendogli sua figlia in matrimonio. Maometto venne a trovarlo a Sparta nell'inverno del 1460[194], e lo costrinse a rinunciare ai suoi stati per andare a vivere in Adrianopoli colle entrate che gli pagava il sultano: e colà morì Demetrio Paleologo nel 1471[195]. D'altra parte Tommaso, suo fratello, fuggendo innanzi a Maometto, si ritirò prima a Corfù, di dove passò in Ancona il 16 novembre del 1461, per chiedere soccorsi a Pio II e al duca di Milano. Seco portava, come titolo di raccomandazione presso ai principi cristiani, la testa dell'apostolo sant'Andrea; ma nè le sue sacre reliquie, nè i suoi ereditarj diritti all'impero di Costantinopoli, punto non mossero i Latini, i quali non s'armavano nemmeno per la propria difesa. Sua figlia, la regina di Servia, l'aveva seguito a Roma, ma non fu più fortunata del padre. Egli tornò scoraggiato a Durazzo, ove morì il 12 maggio del 1465, sua moglie era morta a Corfù tre anni prima. Così si spense la famiglia imperiale, ed il Peloponneso passò in potere de' Turchi, tranne poche fortezze, che Tommaso aveva cedute al papa o ai Veneziani[196].

Nel 1462 gli stati cristiani, posti sul Ponte Eussino, caddero sotto il giogo de' Musulmani. Sinope, Ceraso e Trebisonda pare che si dassero a Maometto II, senza avere opposta alcuna resistenza, allorchè si avvicinò alle loro mura. Il sultano accordò poche entrate a Davide Comneno, imperatore di Trebisonda, affinchè potesse vivere a Monte Mauro, luogo del suo esilio; ma questa pensione non gli venne più corrisposta al primo sospetto ch'ebbe di lui il sultano: e Davide Comneno, che si era renduto odioso colla sua empietà contro il padre e contro suo nipote, di cui era tutore e ch'egli aveva spogliato dello stato, morì poco dopo assassinato. I principi di Sinope, di Ceraso e degli altri piccoli stati delle coste del Ponte Eussino furono mandati ad Adrianopoli, ove vissero nella mollezza, mercè le beneficenze del sultano[197].

Blado Dracula, ospodaro di Valacchia e di Moldavia, venne attaccato da Maometto II immediatamente dopo l'impero di Trebisonda. Un'armata non meno numerosa di quella che aveva conquistato Costantinopoli portò la desolazione in tutte le province dell'antica Dacia; ma il sovrano di questo barbaro paese aveva fatte ritirare tutte le donne e tutti i fanciulli entro boschi inaccessibili, e tutti gli uomini erano con lui montati a cavallo per inquietare l'armata turca; in mezzo a questi deserti il vincitore ed il vinto trovavansi press'a poco alla stessa condizione ridotti. Pure il feroce Maometto fremè d'orrore, quando giunse colla sua armata presso di Praylab, campo destinato dal principe cristiano alle sue esecuzioni. Un piano di diecissette stadj era tutto sparso di pali, e ventimila persone vi erano state impalate per ordine dell'atroce tiranno. Il più leggiere sospetto bastava per infligere questa pena, che stendevasi sempre a tutta la famiglia del supposto colpevole; e vedevansi nel campo di Praylab sopra quegli infami pali a canto agli adulti, vecchi, donne e fanciulli, molti de' quali ancora lattanti[198]. Verun mostro giammai non spinse la ferocia tanto avanti quanto Dracula; niuno inventò più terribili supplicj. Egli cadde all'ultimo vittima dell'orrore che aveva inspirato; i suoi sudditi lo abbandonarono per suo fratello, che aveva vissuto nel serraglio di Maometto II, come uno de' suoi favoriti; e Blado Dracula, rifugiato a Belgrado, venne arrestato dagli Ungari, che lo fecero morire in prigione[199].

In mezzo a tanta desolazione della Cristianità nell'Oriente, lo spirito si riposa alcun tempo per la nobile resistenza di Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg, ossia il Bey Alessandro. Suo padre Giovanni, signore di Croja nell'Albania, di Sfetigrad e delle Valli di Dibra, era stato vinto dai Turchi nel 1418, e costretto di dare in ostaggio tutti i suoi figli, quattro maschi e cinque fanciulle. Giorgio di tutti il più giovane era stato circonciso come i suoi fratelli, educato nella religione musulmana, ed in appresso impiegato nell'armata. Non aveva più di nove anni quando fu dato ai Turchi, e diciotto quando Amurat l'innalzò alla dignità di Sangiak, dandogli cinque mila cavalli, ed adoperandolo nelle guerre dell'Asia[200]. Il valore, la destrezza, e la generosità di Scanderbeg, lo rendettero bentosto caro ai Turchi ed illustre nell'esercito ottomano. Egli contribuì a' suoi prosperi successi in Asia ed in Europa, combattè valorosamente contro Giorgio Bulkowitz, despota della Servia, e quante volte fu mandato contro di lui, altrettante tornò vincitore in Adrianopoli[201].

Il padre di Giorgio Castriotto era morto nel 1432. A quest'epoca Amurat occupò Croja, fortezza quasi inespugnabile posta sulla sommità d'un monte, ventun miglia al nord di Durazzo, e poco discosta dal mare. Vi fu posta una grossa guarnigione musulmana, e tutto il restante del paese venne in potere dei Turchi; Giorgio Castriotto, che da Amurat vedevasi spogliare di tutta la paterna eredità, seppe dissimulare altri dieci anni il suo malcontento, continuò a prestare al sultano segnalati servigj, e dolcemente rifiutò le offerte de' signori Epiroti, che lo invitavano a farsi loro capo. Finalmente gli si presentò la favorevole occasione che stava aspettando, dopo la grande vittoria ottenuta nel 1442 in vicinanza di Sofia e della Morava da Giovanni Unniade, vaivoda di Transilvania, e da Uladislao, re d'Ungheria[202]. Il pascià di Romania era stato totalmente disfatto; Scanderbeg fermò nella sua fuga il segretario di questo pascià, e lo sforzò a spedirgli un ordine diretto al comandante di Croja, perchè gli consegnasse quella fortezza come se ne fosse stato dal Sultano nominato governatore. Dopo ciò il segretario e tutti i Turchi che servivano sotto di lui, e quanti formavano la guarnigione di Croja, o trovavansi sparsi nell'Epiro e nell'Albania vennero sagrificati ad una barbara politica, ed uccisi per suo ordine[203]. Di già dodici mila cristiani si erano adunati sotto le sue insegne, allorchè, se crediamo al suo storico, loro parlò in tal modo: «In questa rivoluzione, o miei amici, io nulla vedo di nuovo, nulla d'inaspettato. Io non aveva mai dubitato del vostro coraggio, dell'antica vostra fedeltà verso mio padre, della vostra nobiltà, siccome io non aveva mai dubitato di me stesso. Spesse volte, mentre sembrava ch'io servissi il tiranno, mi avete invitato a prendere le vostre difese, ed io vado orgoglioso di questa vostra confidenza. Quando non vedendo alcuna fondata speranza, alcun progetto determinato, io vi rimandavo colmi di tristezza alle vostre case, credeste senza dubbio che avessi dimenticata la mia patria, il mio onore, la nostra libertà; pure in allora sotto questo stesso silenzio servivo ai vostri ed ai miei interessi. Trattavasi di cose che dovevano essere fatte prima di dirle, ed apertamente vedevo che voi avevate bisogno di freno e non di sprone. Vi tenni nascosti i miei disegni e le mie disposizioni, non perchè diffidassi della vostra fede, ma perchè l'amore della libertà strascina piuttosto che lasciarsi guidare; quando vi si fosse presentata la più piccola occasione per ricuperarla, voi avreste sprezzate mille morti, avreste congiurate contro di voi mille spade: pure se mancavamo un solo tentativo, avevamo per sempre perduta l'occasione di scuotere il giogo, noi perivamo in mezzo ai supplicj, e coloro che sarebbero stati risparmiati sarebbero stati condannati ad una servitù cento volte più dura di quella che adesso per noi finisce. Voi potevate scegliere in mezzo alla vostra nazione altri ristauratori della vostra libertà; ma per divina disposizione avete preferito di ripromettervi questa libertà da me, piuttosto che cercarla voi medesimi. Uomini tanto coraggiosi, educati nell'indipendenza, non isdegnarono di rimanere tra le vergognose catene dei barbari, per aspettare che io mi unissi a loro. Ma come poss'io usurpare il nome di vostro liberatore? No, certamente, non sono io quello che vi ha recata la libertà; io la trovai presso di voi. Appena ebbi posto il piede sul vostro suolo, appena udiste il mio nome che accorreste, volaste, come se renduti vi fossero i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli dal seno dei morti, come se tutti gli Dei fossero scesi sulla terra. Io non sono già quello che vi ha date le armi, io vi trovai armati; non ho conquistata io questa città, quest'impero, ma voi me gli avete dati. Dunque io trovai la libertà ne' vostri cuori, sulle vostre fronti, sulle spade, sulle lance; voi vi risguardaste quali fedeli tutori, e mi riponeste in possesso dell'eredità de' miei antenati. Terminate adunque l'opera cominciata con tanta gloria e felicità. Croja è ricuperata, le valli di Dibra sono evacuate dai nemici, tutto il popolo dell'Epiro è liberato, ma rimangono in mano del tiranno de' castelli e delle fortezze. A non considerare che le loro forze ed il numero delle guarnigioni, senza dubbio che abbiamo bisogno di grande arte e di somma costanza. Ma in presenza del nemico e col ferro ardente nelle mani noi potremo meglio giudicarne. Spieghiamo adunque i nostri stendardi, marciamo coll'entusiasmo dei vincitori, e la fortuna ci sarà propizia»[204].

In fatti la fortuna assecondò gli Epiroti; sebbene il paese in cui cominciarono la rivoluzione sia situato press'a poco sotto il paralello di Roma tra il 42.º e 43.º grado di latitudine, le alte montagne ond'è coperto lo rendono freddo quanto la Svizzera. Dense nevi coprivano il suolo, tutte le acque erano gelate, e non pertanto Scanderbeg occupò in un mese Petralla, Petralba e Stellusio, fortezze situate sopra la sommità delle montagne; perciocchè in quel selvaggio paese, in cui l'ordine e la pace erano da lungo tempo sconosciute, eransi scelti per abitazione dell'uomo non luoghi proprj all'agricoltura ed al commercio, ma inaccessibili ritiri sulla sommità di rupi scoscese, ove non conduceva che un angusto e difficile sentiero con infiniti avvolgimenti[205].

Dopo aver ricuperato quanto apparteneva a suo padre, Scanderbeg adunò un'assemblea de' principali Epiroti suoi eguali, non già ne' proprj, o ne' loro stati, ma in Alessio (Lissa), città posta tra Croja e Scutari, che apparteneva ai Veneziani[206]. I nomi di questi principi, che per più secoli avevano conservato il diritto di proteggere e di condurre alla guerra, piuttosto che di governare vassalli affezionati alle loro famiglie, presentansi rare volte nella storia, e la guerra di Scanderbeg è l'ultima fiamma che li rischiarò prima di consumarli. Vedevansi alla dieta d'Alessio, Arianite Thopia, che governava il paese collocato presso alle bocche di Cattaro, Andrea Thopia, signore dei monti della Chimera, che mai non soggiacquero al giogo musulmano, i Musacchi alleati dei Castriotti, i Ducagini che abitavano le rive del fiume Lodrino, Lecca Zaccaria, signore di Dayna, Pietro Spano, signore di Drivast, la di cui famiglia pretendeva essere discesa da Teodosio il grande, Leccas Dusmano, Stefano Czernowitzch, signore di Montenegro, e varj altri principi, che in questa assemblea trovavansi uniti ai comandanti di Scutari, d'Alessio, e di altre città e fortezze veneziane[207].

Quest'assemblea, a nome di tutta l'Albania, dichiarossi per la guerra che Castriotto faceva prima ai Turchi colle sole forze delle sue signorie: lo nominò generale di tutto l'Epiro; promise un sussidio, che, unito alle saline che di già possedeva, portò le sue entrate a dugento mila fiorini, e gli apparecchiò un'armata di otto mila cavalli e di sette mila fanti[208].

Con questa piccola armata Scanderbeg sostenne vent'anni tutti gli sforzi della potenza de' Turchi, lo che parve cosa tanto più prodigiosa in quanto che inauditi disastri affliggevano in questa stessa epoca la cristianità in Levante. Dopo la rotta di Varna, in cui Uladislao re di Polonia e d'Ungaria fu ucciso il 10 novembre del 1444, e dalla quale si sottrasse a stento Giovanni Uniade per rifugiarsi nella Transilvania[209], Scanderbeg, che nel precedente anno aveva ottenuta una grande vittoria sopra Alì pascià[210], raccolse i dispersi avanzi dell'armata unghera, li fece passar per mare a Ragusi, e di là in Ungheria, e si vendicò, facendo delle scorrerie nella Servia, dei soccorsi che il Cralo Giorgio Bulkowitz aveva dati agl'infedeli[211]. Feyrouz, ed in appresso Mustafà, due pascià, mandati contro Scanderbeg da Amurat II, furono disfatti l'uno dopo l'altro. Amurat sospese qualche tempo una guerra che gli costava troppi soldati, ma Scanderbeg, insofferente di riposo, approfittò di questa tregua per attaccare i Veneziani, perchè avevano accettata l'eredità di Lecca Zaccaria, signore di Dayna, ed uno de' piccoli principi dell'Epiro, ch'era stato ucciso da un suo vicino[212]. Ma era più facile a Castriotto il vincere i Turchi in aperta campagna, o colle imboscate, che l'occupare una sola città fortificata. Assediò invano Dayna, e dopo averne guastato il territorio, fece la pace coi Veneziani. In tale occasione venne dal senato ammesso nel corpo della nobiltà veneziana[213].

Amurat, irritato di vedere i suoi pascià successivamente disfatti da Scanderbeg, risolse nel 1449 di condurre egli stesso la sua armata in Albania. Il principe Epirota credeva di vedere assediata Croja, e ne fece uscire tutte le donne ed i fanciulli, che mandò nelle città marittime, o presso i Veneziani. Mandò in lontane parti tutti gli armenti sparsi nelle campagne, e dispose pure Sfetigrade ad una ostinata difesa[214]; ma invece di chiudersi egli stesso in una di queste città si tenne a qualche distanza dai nemici per sorprendere i corpi staccati. Amurat dopo un lungo assedio s'impadronì di Sfetigrade; ma si vuole che questa campagna non gli costasse meno di trenta mila uomini. Di più andò debitore di tale vittoria alla perfidia di un abitante che gettò un cane morto nella sola cisterna che somministrasse acqua alla fortezza. I Bulgari che facevano parte della guarnigione, avrebbero preferito di morire di sete, piuttosto che toccare l'acqua resa impura da un cadavere[215].

Nel susseguente anno Amurat tornò nell'Epiro con quaranta mila uomini, ed assediò Croja. Fece fondere nello stesso suo campo i cannoni che adoperò nelle sue batterie, il di cui calibro superava di molto quello de' più grossi pezzi che si usino al presente[216]; questa formidabile artiglieria aprì qualche breccia, ma così difficile era l'accesso per giugnervi, e tanto scoscesa la collina, che Tennero sempre respinti gli assalti dei Musulmani con grande carnificina. Intanto Scanderbeg sorprendeva dei corpi staccati, penetrava la notte fino nel campo di Amurat, e lo riempiva di sangue e di terrore. Queste frequenti sorprese costrinsero all'ultimo il sultano a levare l'assedio. L'avvicinamento di Giovanni Uniade con un'armata ungara, ch'era di già entrata nel territorio turco, affrettò ancora la ritirata del monarca ottomano[217]. Dopo quest'umiliante campagna, in cui Amurat aveva veduto oscurarsi sotto un miserabile castello una gloria stabilita colla disfatta di tanti re, questo vecchio sovrano ritirossi in Adrianopoli, ove dopo trentun'anni di regno morì improvvisamente in un banchetto il decimo mese dell'anno dell'Egira 855, ossia 1451 di Gesù Cristo[218].

Gl'Italiani avevano appena osato soccorrere Scanderbeg, mentre trovavasi sulle braccia tutte le forze del sultano, ma lo felicitarono con trasporto intorno alla sua vittoria. Alfonso, re di Napoli, gli mandò trecento mila moggia di frumento e cento mila di orzo per indennizzarlo del raccolto che aveva perduto[219]. Ma Scanderbeg, quasi sempre felice nelle battaglie, era sempre sventurato negli assedj delle città. Volle ricuperare Sfetigrade, e fu respinto; assediò Belgrado degli Arnauti, e fu costretto a ritirarsi dopo avere perduta molta gente[220].

I tesori di Maometto II, succeduto ad Amurat II, trovarono de' traditori nel consiglio di Scanderbeg, tostocchè fu ricominciata la guerra d'Albania; Mosè Golento, suo confidente, ed il migliore de' suoi capitani, rivolse le proprie armi contro di lui. Per altro Golento non potè sostenere lungo tempo la collera d'un eroe; egli tornò colla corda al collo a gittarsi ai suoi piedi, gli chiese grazia, e l'ottenne[221]. Aveva questi appena espiato il suo delitto, quando un altro generale di Scanderbeg, Amesa, suo nipote, ed in qualche modo suo collega, passò dalla banda del nemico[222]. Questi tornò subito nell'Epiro con un sangiacco che comandava l'armata turca: Maometto II l'aveva dichiarato re d'Albania, ed aveva veduto Scanderbeg fuggire innanzi a lui. Ma fu breve il suo trionfo, essendo stato sorpreso nel suo campo, fatto prigioniero col sangiacco, e mandato nelle prigioni di Napoli[223]. Scanderbeg annunciò a tutti i sovrani d'Europa questa vittoria, nella quale pretese che perissero trenta mila Turchi. Mandando ai principi latini parte delle spoglie e de' prigionieri, chiedeva i loro soccorsi per continuare la guerra[224].

Pure i Latini non formarono una crociata per soccorrere Scanderbeg; anzi quest'eroe medesimo fu chiamato in Italia da Pio II per difendere Ferdinando, ed attestare in tal modo la sua riconoscenza al figlio di quell'Alfonso, da cui aveva ricevuti de' beneficj. Omai da qualche tempo i Turchi evitavano una guerra, in cui avevano tanto sofferto: Amur e Sinan, due pascià vicini all'Epiro, erano stati incaricati di custodire i confini, ma non di oltrepassarli. Pieni di rispetto pel valore dell'eroe albanese, avevano chiesta la sua amicizia, e l'avevano ottenuta. Le due nazioni non avevano fatta la pace, ma con una tacita convenzione avevano sospese le ostilità, e gli Epiroti si abbandonavano senza distrazione all'agricoltura ed alla pastorizia. Le sollecitazioni del papa avevano in appresso determinato Scanderbeg a passare in Italia, ed allora accettò le onorate condizioni che gli fece offrire Maometto II; e la pace fu sottoscritta fra i due stati il 22 giugno del 1461[225]. Abbiamo osservato che infatti Scanderbeg venne a raggiugnere Ferdinando a Barletta, e che partecipò alla vittoria di Troja ed alla guerra di Puglia contro gli Angioini. Quando fu terminata questa guerra, il re di Napoli gli diede in ricompensa Trani, Monte-Gargano e san Giovanni Rotondo, tre città della Puglia, che poste essendo in faccia alla Macedonia, potevano essere per lui un prezioso asilo, ove finalmente soggiacesse nella lotta troppo disuguale contro i Turchi[226]. Egli l'aveva di già sostenuta diciannove anni questa lotta, e gl'Italiani, oziosi spettatori di questa grande contesa, applaudivano l'eroe, senza somministrargli soccorsi, che lo ponessero in istato di approfittare delle sue vittorie. Erano ancor essi distratti da importanti guerre, ed ancora non pensavano al pericolo che li minacciava in tanta vicinanza. Ma quando fu quasi terminata la guerra di Napoli, e che Scanderbeg ritornò al suo paese, si dolsero che questo campione della fede rientrasse nell'ozio. Era pel proprio loro vantaggio, non per quello di Scanderbeg, ch'essi volevano decidere della pace o della guerra in Albania. Pio II ripigliava con ardore il progetto della crociata per la quale aveva, pochi anni prima, adunati a Mantova i deputati della Cristianità; ed una recente conquista dei Turchi aveva finalmente portate le formidabili loro insegne fino ai confini della stessa Italia.

Sulla strada che i Turchi dovevano tenere per entrare in Italia pel Friuli, o in Germania per la Carniola, trovavasi il regno di Bosnia, che le aspre sue montagne, e gl'inespugnabili castelli che le coronavano, potevano far risguardare come l'antemurale della Cristianità. Ma i Bosniaci non erano ortodossi; si accusavano di manicheismo, lo che probabilmente voleva soltanto dire, che, in sull'esempio dei Bulgari, avevano abbracciata la riforma dei Pauliciani. Altronde l'ignoranza e la barbarie del popolo avevano soffocati i lumi che potevano originariamente distinguere questa setta. Quando i Bosniaci si conobbero minacciati da imminente pericolo, cercarono di stringere alleanza coi Cristiani occidentali, e nel 1445 il loro re, Stefano Tommaso, si riconciliò colla Chiesa[227]. Ma perchè ricusò di castigare quelli de' suoi sudditi, che continuavano ad essere attaccati all'antica credenza, i Latini rimanevano dubbiosi intorno alla sua ortodossia, e risguardarono come un castigo del cielo la disgrazia onde in seguito fu oppresso quel paese.

La conquista della Servia fatta nel 1458 aveva renduta la Bosnia confinante coi Turchi; Maometto II aveva chiesto un tributo al suo re, ed aveva fortificato il castello di Cziftin fabbricato al confluente della Sava e della Bosna, per avere sempre libero l'ingresso del paese. Il re Stefano, figlio e successore di Stefano Tommaso, prevedendo la burrasca che si addensava sopra di lui, scrisse nel 1462 a Pio II per fargli conoscere il proprio pericolo. I Turchi, gli diceva, trattano con tanta dolcezza i contadini bosniaci che ne hanno sedotta la maggior parte; i signori sono abbandonati ne' loro dominj dai vassalli, e se i Veneziani, il papa, o alcuno de' popoli latini non soccorre questo paese, esso troverassi in breve aperto, senza combattere, ai nemici della Cristianità. Frattanto se la Bosnia colle sue aspre montagne, e le sue fortezze è tutt'ora il baluardo dell'Occidente, diverrà, quando trovisi in mano dei Turchi, un sicuro asilo, da cui piomberanno a voglia loro sull'Italia o sulla Germania. Finchè sussiste ancora questo regno, poco considerabili forze bastano per ritornare il coraggio a questi popoli e per ridurre i bellicosi Bosniaci a sagrificarsi tutti per difendere la loro patria e coprire la Cristianità; ma se si lascia cadere, le più grandi armate potranno a stento chiudere ai Turchi l'ingresso dell'Italia e della Germania. Stefano finalmente ricordava che suo padre aveva pure annunciata a Niccolò V la caduta di Costantinopoli, quando poche migliaja di soldati latini avrebbero potuto salvarla, e supplicava Pio II di non permettere che i Latini cadessero per la seconda volta nello stesso errore[228]. Ma Pio II non era per anco disposto a somministrare ai Bosniaci i chiesti sussidj. Questi popoli, indeboliti dalle precedenti guerre, e forse disuniti dall'odio tra le due sette cristiane, non opposero quasi veruna resistenza, quando Maometto II venne ad attaccarli in persona. Radace, comandante di Bobazia, in allora capitale della Bosnia, cedette questa città senz'averla difesa e si unì ai Turchi. Il duca Stefano, che comandava a Jaickza, non si comportò diversamente. Ambidue sono accusati dall'annalista della Chiesa di manicheismo, ambidue temettero forse le persecuzioni che Roma chiedeva instantemente al re di Bosnia per prezzo de' suoi soccorsi. Questo re fuggì a stento da Jaickza, e si chiuse nel castello d'Eluth, ove non potè fare lunga resistenza. Dopo otto giorni venne condotto prigioniere ai piedi di Maometto II. Il sultano gli promise di ristabilirlo ne' suoi stati, come principe feudatario della Porta, a condizione che il re gli darebbe le chiavi di settanta fortezze della Bosnia. Il prigioniero, trovandosi in balìa del vincitore, si sottomise a tutto; ma quando le insegne della luna furono spiegate su tutte le fortezze della Bosnia, Maometto II fece decapitare il re suo prigioniero, o, secondo altri, gli fece cavare la pelle. Mandò pure al supplicio tutti i nobili nel campo di Blagai; mandò gli abitanti in ischiavitù, e popolò di Musulmani questa provincia, nella quale più oggi non trovasi un cristiano, e che è diventata l'antimurale dell'impero turco. La regina di Bosnia fuggì a Roma, ove visse cogli assegni del papa. Per riconoscenza lasciò alla santa sede tutti i diritti ch'ella poteva avere sugli stati del marito[229].

I Turchi non eransi appena stabiliti nella nuova loro conquista che cominciarono a portare più lontano i loro guasti. Lo stesso anno 1468 il Ban di Schiavonia fu da loro preso ne' suoi stati ed ucciso con cinquecento suoi gentiluomini. La guerra si andava sempre più accostando ai confini dell'Italia, e mentre che gli stati veneziani non erano più separati dagli avanposti musulmani che da una o due giornate di cammino, la guerra si rinnovava tra i Veneziani ed i Turchi anche in Grecia. I Cristiani non credevansi obbligati verso i Musulmani ad alcuna legge prescritta dal diritto delle genti. Uno schiavo del vicepascià d'Atene aveva rubata la cassa pubblica, ed erasi rifugiato presso Girolamo Valaresio, comandante veneto di Corone, col quale aveva divisi i cento mila aspri levati dalla cassa. I Turchi chiesero lo schiavo ed il danaro; ma loro fu risposto che lo schiavo, essendosi fatto cristiano, non poteva darsi agl'infedeli, e non venne restituito il danaro. I Turchi per rappresaglia s'impadronirono d'Argo, ove comandava Niccolò Dandolo, e la guerra ricominciò in maggio del 1463[230].

Luigi Loredano, procuratore e capitano generale de' Veneziani, temeva che la sua repubblica non gli rimproverasse di avere per cupidigia accesa una pericolosa guerra. Per prevenire tale accusa si sforzò di persuadere alla signoria, essere questa una favorevole circostanza per occupare la Morea; che venti mila Greci erano apparecchiati a prendere le armi ed a porsi sotto le insegne di san Marco; che finalmente la penisola, venendo una volta in mano d'una potenza marittima, più non potrebbe esserle tolta. L'ambizione acciecò il senato, il quale decretò la guerra e fece passare in Morea Bertoldo, figliuolo di Taddeo, di un ramo cadetto della casa d'Este, con quindici contestabili, per comandare le truppe che si assolderebbero in quel paese. Nello stesso tempo ventitre vascelli e cinque galere dovevano trasportare e proteggere le truppe italiane. Queste sbarcarono a Modone, e Bertoldo d'Este le condusse a Napoli di Malvasia; attaccò Argos e la prese senza difficoltà[231]; indi marciò verso l'Istmo che unisce il Peloponneso al continente. La flotta veneziana, comandata dal Loredano, era nel golfo di Corinto o di Lepanto; il golfo Saronico o d'Engia era occupato da sei altri vascelli veneziani, di modo che i Cristiani, padroni nello stesso tempo della terra e del mare, non durarono fatica a difendere l'Hexamiglion. Questa lingua di terra, che come l'indica il suo nome non ha che sei miglia di larghezza[232], unisce al continente una penisola che presenta trecento sessanta miglia di coste. Trenta mila operaj vennero adunati nella Morea, ed in quindici giorni innalzarono un trinceramento murato a secco, alto dodici piedi, difeso da doppia fossa e coperto da cento trentasei torri. I materiali erano stati molto tempo prima apparecchiati in sul luogo per difendere il Peloponneso contro le precedenti invasioni, ma i Greci indolenti non gli avevano poi messi in opera.

Per assicurarsi il possedimento della penisola non bastava difenderne l'ingresso, ma era d'uopo scacciarne i pochi Turchi che vi stavano accantonati. Quando arrivarono i Veneziani, un campo di quattro mila cavalli copriva Corinto, e questi si ritirarono al di là dell'Istmo dopo una breve zuffa. Benedetto Coleoni sottomise tutta la Laconia, tranne la sola fortezza di Misitra, sotto le di cui mura fu ucciso: Giovanni Magro occupò l'Arcadia; ma fu respinto innanzi al castello di Leontari lontano due leghe dalle ruine dell'antica Megalopoli. Il restante della Morea ubbidiva ai Veneziani, ad eccezione di Corinto la più forte e più popolata città della penisola, per assediare la quale Bertoldo adunò tutta la sua armata. Ne' primi due assalti furono prese alcune opere esterne; ma nel terzo assalto il generale, ferito da un sasso in una tempia, morì dopo dodici giorni[233]. L'armata, scoraggiata dalla perdita del suo capo, e travagliata dal rigore dell'inverno ch'era di già cominciato, abbandonò l'assedio. Gli abitanti, temendo le crudeli vendette dei Musulmani, non ardivano dichiararsi a favore della repubblica.

Poco dopo si sparse voce che Maometto, pascià di Livadia, si avanzava con una formidabile armata, che i più timidi facevano ammontare ad ottanta mila cavalli. Bettino di Calcina, ch'era succeduto a Bertoldo d'Este nel comando dell'armata veneziana, non osò aspettare il nemico, ed abbandonò l'isola per chiudersi nelle fortezze, viltà che perdette la Morea[234]. Il pascià di Livadia era così lontano dal tentare di farne la conquista, che quando gli fu detto che due mila fucilieri custodivano l'Hexamiglion, scrisse in prevenzione al sultano per iscusarsi de' non molti avanzamenti che farebbe. E già si ritirava, quando un Albanese, attraversando il golfo d'Engia, gli recò da Corinto la notizia della ritirata degli Italiani. Maometto partì allora da Platea, e passando di notte il Citerone, vide i vascelli veneziani che ancora occupavano i due mari. Appena poteva credere ai proprj occhi, quando trovò le fortificazioni dell'Istmo abbandonate. Le fortezze in cui erasi ritirata la scoraggiata armata dei Veneziani non fecero che brevissima resistenza; Argo fu ripresa per la terza volta, e l'armata turca, avanzandosi divisa in due corpi sopra Leontari e Patrasso, spingevasi innanzi i Latini e passava a filo di spada tutti i Greci che si erano dichiarati per loro. Le sole fortezze che i Veneziani possedevano prima della guerra, non fecero parte di così rapida conquista[235].

La guerra de' Veneziani e dei Turchi, quella della Bosnia e quella della Schiavonia, avevano ravvivato lo zelo di Pio II, il quale, liberato dalle molestie che fin allora gli aveva dato la successione al regno di Napoli, aveva adunato un concistoro, e rappresentato ai cardinali che era omai tempo di dare principio a questa guerra sacra, cui erasi obbligato quando era salito sul trono pontificio. «Ogni anno, disse egli, i Turchi guastano qualche nuova provincia di Cristianità; in questo gli abbiamo veduti conquistare la Bosnia ed ucciderne il re. Gli Ungari sono atterriti, tutti i popoli vicini compresi da spavento; e noi che faremo? Esorteremo noi i re ad accorrere in loro soccorso, a respingere il nemico dai nostri confini? Ma noi l'abbiamo di già tentato invano. Si ottiene poco credito quando si dice agli altri andate; forse il vocabolo venite farà migliore effetto; io voglio farne la prova. Ho determinato di marciare io stesso alla guerra contro i Turchi, ed in tal modo d'invitare coi fatti quanto colle parole i principi cristiani a seguirmi. Forse quando vedranno il loro padre, il pontefice romano, il vicario di Gesù Cristo, vecchio ed infermo, partire per la guerra sacra, arrossiranno di rimanersi a casa loro, prenderanno le armi, e finalmente abbraccieranno con tutto il loro coraggio la difesa della nostra santa religione. Se per questa via eccitare non possiamo i Cristiani alla guerra, non sapremmo quale altra additarne. Fuori di dubbio la nostra vecchiaja rende quest'intrapresa difficile, noi c'incamminiamo ad una quasi certa morte, ma noi non la rifiutiamo. Dobbiamo una volta morire, ed il luogo della nostra morte è indifferente alla Cristianità. Voi altresì che così frequentemente ci esortaste alla guerra contro i Turchi, voi cardinali, membri della Chiesa, voi dovete seguire il vostro capo.... Lo abbiamo promesso al duca di Borgogna ed ai Veneziani; ed una potente flotta di questi ultimi ci accompagnerà e signoreggerà il mare. Ci seguiranno le altre potenze d'Italia. Il duca di Borgogna si trarrà dietro l'Occidente[236]; dalla parte del Nord il Turco sarà stretto dagli Ungari e dai Sarmati; i Cristiani della Grecia si solleveranno e verranno nei nostri campi. Gli Albanesi, i Serviani, gli Epiroti si rallegreranno vedendo spuntare il giorno della libertà, e ci accorderanno la loro assistenza; nell'Asia medesima saremo assecondati dai nemici dei Turchi, il Caramano ed il re di Persia. Finalmente il divino favore ci farà vittoriosi. Rispetto a me io non vado alla battaglia, da cui me ne ritraggono la debolezza del mio corpo ed il sacerdozio, cui si sconviene il maneggiare la spada. Imiterò adunque il santo patriarca Mosè, che pregava sulla montagna mentre Israello combatteva contro gli Amaleciti. Inginocchiato sopra un'alta poppa, o sopra la sommità d'un monte, colla santa Eucaristia innanzi agli occhi, voi mi circonderete e con un cuore contrito ed umiliato chiederemo al signore la vittoria per i nostri soldati[237]

Non v'ebbero nel concistoro che due cardinali, quello di Spoleti e quello di Artois, che non partecipassero all'entusiasmo del vecchio pontefice. Un'eloquente bolla del 22 ottobre del 1463 chiamò tutti i Cristiani alla guerra sacra, indicando per luogo dell'unione Ancona, e minacciando i fulmini della Chiesa a coloro che turberebbero la pace con ostilità tra Cristiani e Cristiani[238]. Nello stesso tempo il papa scrisse al doge di Venezia, Cristoforo Moro, invitando il vecchio capo d'una repubblica ad unirsi personalmente al vecchio principe del cristianesimo. Il consiglio dei Pregadi non esitò a fargliene accettare l'impegno. Ma il doge faceva qualche difficoltà di andare a bordo a motivo della sua estrema vecchiaja, ed i consiglieri, avendo inutilmente tentati altri mezzi di persuasione, Vettor Cappello gli disse: «Serenissimo principe, se vostra serenità non vuole imbarcarsi di buon grado, la faremo partire per forza, perchè dobbiamo prenderci maggior cura del bene e dell'onore di questo paese, che della vostra persona.» Pure, siccome il doge protestava di non avere conoscenza della guerra marittima, gli fu promesso di dargli per ammiraglio il suo parente Lorenzo Moro, duca di Candia[239].

Gli eccitamenti di Pio II non avevano per altro su tutti i principi cristiani l'effetto ch'egli ne sperava. I Francesi, occupati dagli intrighi di Lodovico XI, ed i Tedeschi, agitati nell'anarchia, e dal debole Federico III renduti sempre più impotenti, non presero veruna parte in ciò che doveva essere l'affare di tutti. Il duca di Borgogna, che si era replicatamente obbligato con tanta solennità alla crociata, se ne scusò: ma Pio II trovò maggiore zelo nell'eroico re d'Ungheria, Mattia Corvino, figliuolo del grande vaivoda Giovanni Uniade. Mattia conchiuse il 12 settembre del 1463 un trattato colla repubblica di Venezia, col quale le parti contrattanti si obbligavano ad attaccare di concerto i Musulmani con tutte le loro forze, ed a non deporre le armi che di comune consenso[240]. Il papa non poteva trascurare di chiamare altresì in suo soccorso quello Scanderbeg, il di cui solo nome agghiacciava i Turchi di spavento, ed i di cui porti e fortezze, situati in faccia all'Italia, erano opportunissimi allo sbarco dei Latini. Ma Scanderbeg aveva accettata e giurata pace col sultano, ed i Musulmani osservavano fedelmente il trattato. Alcune scorrerie fatte in Albania da truppe irregolari erano state da Maometto II severissimamente punite, facendo restituire al principe epirota l'intero valore di quanto gli era stato tolto. Pio II incaricò Paolo Angelo, arcivescovo di Durazzo, di eccitare il campione della fede a non mancare alla guerra che gli Occidentali intraprendevano per sua cagione, offrendogli di scioglierlo da ogni giuramento colla sovrana podestà della Chiesa. Gabriello Trevisani, ambasciatore veneto, spalleggiò le sue istanze, onde Scanderbeg, ritenuto alcun tempo da' suoi scrupoli, cedette all'ultimo alle istanze del capo della religione[241]. Egli entrò in campagna senza dichiarazione di guerra, e prese nelle province turche vicine ai suoi stati sessanta mila buoi ed ottanta mila montoni, appoggiando queste ostilità al pretesto di quegli stessi assassinj che Maometto aveva ampiamente riparati. Questi avendo ancora cercato di ristabilire la pace, Scanderbeg gli rispose il 26 maggio del 1463, ch'egli non si ridurrebbe ad alcun trattato, se Maometto non rinunciava preliminarmente al culto del suo falso profeta[242].

Frattanto Pio II, dopo avere fatte le sue preghiere nella basilica dei santi Apostoli, si pose in viaggio il 18 giugno del 1464: sentivasi di già travagliato da una leggier febbre, e perchè non voleva trattenersi per curarla, obbligò i suoi medici con giuramento a non palesare ad alcuno la sua infermità[243]. Nel terzo giorno del suo viaggio era stato detto a Pio II, che la folla de' crociati adunati in Ancona cominciava a lagnarsi di non trovare apparecchiato quanto era necessario pel loro tragitto. Il vecchio pontefice scelse un cardinale di pari età e suo amico, per rappresentarlo presso la moltitudine, ed esortarla a pazientare, provvedendo in pari tempo ai suoi bisogni. Era questi uno spagnuolo, Giovanni Carvajale, cardinale di sant'Angelo. Avendolo a sè chiamato, lo informò dell'oggetto della sua missione, e supplicando, piuttosto che ordinando, gli chiese di partire. Non si riduceva senza ripugnanza ad addossare un così grave peso ad un vecchio, le di cui forze eransi estenuate in servigio della Chiesa. Ma considerando l'importanza dell'intrapresa, e quanto era difficile il trovare persona che fosse in istato di ben eseguirla, credette di non dovere risparmiare il suo antico amico. «Mi trovava solo io presente a questo colloquio, dice il cardinale di Pavia; il linguaggio di Carvajale fu sempre lo stesso, umile e coraggioso. Santo pontefice, se io sono quale tu mi credi capace di così grandi cose, seguirò subito i tuoi ordini e più ancora il tuo esempio. Colla tua debole salute non esponi tu forse la tua vita per me e per le altre tue pecorelle? Tu mi scrivesti vieni, eccomi; tu mi ordini di partire, io parto. Non è già quest'ultimo residuo di vita, ch'io ricuserò di consacrare a Cristo. Queste parole toccarono il pontefice, il quale era tanto più commosso, quanto maggiore era il coraggio che vedeva in questo vecchio: Giovanni Carvajale amava unicamente Pio II, ed era stato uno de' più caldi consiglieri di questa santa intrapresa[244]

Pio II, avvicinandosi all'Adriatico, scontrava ogni giorno bande di crociati, che tornavano a dietro, rinunciando di già a questa sacra spedizione. Tra coloro che si erano adunati in Ancona eranvi molti soldati che altro non chiedevano che di prendere servigio; ma quando videro che la corte pontificia non offriva altra paga che indulgenze, partirono tutti con un misto di sdegno e di scherno[245]. Pio II, pubblicando la crociata, aveva annunciato a tutta la Cristianità, che le grandi indulgenze non sarebbero accordate che a coloro che servirebbero a proprie spese almeno per sei mesi. I soldati non ne avevano tenuto conto, ben sapendo che senza di loro radunarebbesi al certo molta gente, ma non un'armata; il basso popolo era pure accorso senza armi e senza danaro, pensando d'essere spesato e trasportato in Grecia per miracolo. Siccome questa folla di gente, che aveva omai perduta ogni speranza, imbarazzava, ritirandosi, la lettiga del papa che avanzava, si vedevano sul volto di Pio dipinto lo scoraggiamento e il dolore di cominciare la sua intrapresa con sì tristi auspicj[246]. Quando finalmente giunse in Ancona, vi trovò moltissima gente della più infima classe, che senza capi, senza danaro, senz'armi e senza viveri, aveva sperato che il pontefice provvederebbe a' suoi bisogni. Pio II fu costretto di rimandare tutti coloro che non potevano fare sei mesi la guerra a loro spese, accordando per altro alla loro buona volontà le indulgenze della crociata che avevano così poco meritate. Promise agli altri di procurar loro il tragitto sopra due galere veneziane; ma perchè queste non giungevano presto, i crociati si scoraggiarono e si dispersero quasi tutti.

Mentre che il papa vedeva così spegnersi l'entusiasmo e dissiparsi tanta moltitudine, sulla quale fondava in parte le sue speranze, diede udienza in Ancona agli ambasciatori di Ragusi che gli annunciavano che un'armata turca, accampata a trenta miglia dalla loro città, la minacciava d'una totale distruzione, se lasciava che partissero le navi che aveva promesse alla flotta pontificia. Pio II gli esortò a persistere ancora, loro promettendo pronti e potenti soccorsi; ma egli stesso più omai non confidava nelle speranze che voleva dar loro[247]: fu alcun tempo incerto di andare egli medesimo a chiudersi in Ragusi, sperando col suo personale pericolo di risvegliare finalmente la sonnacchiosa cristianità. Ebbe poco dopo avviso che i Turchi avevano presa un'altra strada; e finalmente una flotta veneziana di dodici galere, condotta dal doge Cristoforo Moro, giunse in faccia ad Ancona. Pio II si fece subito portare sulla riva per vederla, e dopo averla misurata coll'occhio, disse lamentandosi: «fino adesso mi mancava una flotta per mettermi in mare, oggi sono io che mancherò alla flotta.» Infatti ai mali che l'opprimevano vi si era aggiunta una dissenteria che lo sfiniva del tutto; e malgrado le adulazioni de' suoi cortigiani, sentiva che omai gli restavano poche ore di vita. Oppresso dal dolore di vedersi sorpreso dalla morte nell'istante in cui voleva consacrare la sua vita in servigio della Cristianità, pregò il cardinale di Pavia di continuare la spedizione che egli aveva apparecchiata e di salire a bordo della flotta; chiamò tutti i cardinali al bacio di pace; loro chiese di condonargli i suoi errori e di pregare per lui, e morì tra le loro braccia lo stesso giorno 14 agosto del 1464[248].

La morte di Pio II distrusse tutte le speranze de' Cristiani del Levante, e dissipò la spedizione pronta a partire. Quarantotto mila fiorini, che si trovarono nella sua cassetta, furono, in conformità dei suoi desiderj, mandati a Mattia Corvino, re d'Ungheria, per sostenere la guerra, in cui lo aveva strascinato la corte di Roma[249]. Pare che fosse questo il solo avanzo del tesoro raccolto dal pontefice per la guerra sacra. Pio II aveva contato sulla potente cooperazione di tutti i principi dell'Europa: egli credeva soltanto di dare l'esempio agli altri; ma i suoi apparecchi non erano altrimenti proporzionati alla grandezza della sua impresa. La sola guerra di Napoli, nella quale era stato soltanto ausiliario, gli era costata più di un milione di fiorini, ed appena si può concepire come questo savio pontefice abbia pensato ad attaccare un nemico incomparabilmente più forte del duca di Calabria con meno del ventesimo di quella somma. Indipendentemente dalle sue entrate ecclesiastiche, che pure erano ragguardevoli, aveva levata in tutta l'Europa una imposta del trentesimo denaro della rendita per sostenere la guerra sacra, apoggiandola alla scomunica contro coloro che ne ritardassero il pagamento. Aveva per lo stesso motivo autorizzato il commercio delle indulgenze; ogni peccato aveva un determinato prezzo, e l'indulgenza plenaria di tutti i peccati era tassata venti mila fiorini. Questo trentesimo denaro ed il traffico delle indulgenze avevano contro di lui eccitate grandi lagnanze[250]; ed ancora più grande sarebbe stato il malcontento, se si fosse saputo che tutti i tesori percepiti dai fedeli erano stati disposti per consolidare il trono di Ferdinando, d'un principe così poco degno di stima. Si deve quindi opinare col cardinale di Pavia, che Pio II non fu meno felice in morte che in vita, essendo quella stata sublime in faccia agli uomini, pia agli occhi di Dio, mentre opportunamente lo sottrasse alle difficoltà quando la sua gloria trovavasi compromessa da imprudenti risoluzioni[251].

Per non mostrare d'abbandonare affatto il progetto di Pio II, i cardinali, dopo avere colmato d'onori il doge Cristoforo Moro, ed averlo fatto sedere in concistoro, gli offrirono di unire alla sua flotta cinque galere armate, pagandole per quattro mesi, ove volesse continuare la guerra santa; ma dopo poche ore ristrinsero la fatta offerta, limitandosi a tre galere di già armate a Venezia, che promettevano di pagare. Vedendo il doge che la cooperazione della Chiesa romana ridurrebbesi a poca cosa, e non compenserebbe pure gl'intralci, che quest'alleanza recherebbe alle operazioni della repubblica, credette più conveniente di ricondurre la sua flotta a Venezia. Partì d'Ancona il 16 agosto alla volta dell'Istria, ove bentosto ebbe ordine dal senato di rientrare nelle lagune e di disarmare[252].

I cardinali, affrettandosi di tornare a Roma, si chiusero in conclave nel palazzo del Vaticano. Prima di procedere all'elezione, per la buona amministrazione e per la riforma della Chiesa, s'imposero molte leggi, che ognuno giurò di osservare, ove fosse eletto papa. Il futuro pontefice era tenuto a continuare la spedizione contro i Turchi con tutte le forze della Chiesa romana, e di consacrarvi tutt'intero il prodotto delle miniere d'allume recentemente scoperte. Si volle che promettesse di non far viaggiare la corte romana senza il consenso de' cardinali, di convocare entro tre anni un concilio ecumenico per riformare la chiesa, di non portare mai al di là di ventiquattro il numero de' cardinali, di non sceglierne che un solo tra i suoi parenti, di non far entrare nel sacro collegio alcun uomo che non avesse studiato il diritto o le sacre lettere, o che non avesse compiti i trent'anni. Si volle ancora che il nuovo pontefice promettesse di non diminuire il patrimonio della Chiesa, di non dichiarare la guerra senza l'assenso de' cardinali, prendendo i loro suffragj ad alta voce e non all'orecchio, onde non si vedesse più pronunciare come risultamento della deliberazione una decisione contraria al voto di tutti i deliberanti. Si volle che nelle sue bolle non adoperasse mai la formola: dietro deliberazione de' nostri fratelli, quando non gli avesse consultati. Per ultimo si ordinava che dovesse ogni mese farsi rileggere queste condizioni in concistoro, e che i suoi cardinali esaminassero due volte all'anno, non presente il papa, se fedelmente erano state eseguite[253].

Dopo avere dato in qualche modo con questo concordato una nuova costituzione alla repubblica della Chiesa, i cardinali passarono all'elezione, che fu fatta con migliore accordo e più sollecitamente che verun'altra delle precedenti. Pietro, cardinale di san Marco, della famiglia de' Barbi di Venezia in età di quarant'otto anni fu eletto il 16 di settembre. Voleva da principio farsi chiamare Formoso; ma perchè in fatti era assai bello, venne dissuaso dal prendere un nome che avrebbe indicata una vanità affatto mondana, e fu chiamato Paolo II[254]. È questi quel pontefice che si acquistò una triste celebrità colla persecuzione esercitata contro i letterati. Ma assai prima smentì le speranze che si erano di lui concepite. Il sacro collegio non erasi accontentato del giuramento ch'egli aveva prestato insieme a tutti gli altri cardinali intorno ai doveri del futuro papa, glielo fece ancora rinnovare e sottoscrivere nell'atto della sua elezione. Non pertanto appena fu egli coronato, che annullò questa costituzione; e volendo avere per quest'atto di mala fede l'assenso di tutti i cardinali, ottenne quello del maggior numero, metà colle preghiere, metà colle minacce. Il cardinale di Pavia confessa con suo rossore, che si lasciò vincere da tale seduzione; ma loda il Carvajale per avere resistito[255].

Paolo II adunò, nel principio del suo regno, un concistoro per deliberare intorno ai mezzi di continuare la guerra sacra, e vi ammise gli ambasciatori delle potenze venuti a felicitarlo intorno alla sua elezione. La presenza loro dava a quest'assemblea l'apparenza di una dieta di tutta l'Italia, ed il papa ne approfittò per ripartire tra i suoi diversi stati l'annuo sussidio che doveva servire al mantenimento dell'armata della cristianità[256]. Ma perchè gli ambasciatori non avevano missione per quest'oggetto, si limitarono a promettere di scriverne ai loro commettenti; ma non fu loro risposto, e la lega d'Italia fu abbandonata come la crociata di Pio II[257].

I Veneziani soli tra le potenze d'Italia rimasero incaricati del peso della guerra contro i Turchi; e non pertanto, quasi nella stessa epoca, ne avevano intraprese due altre, che non gli permettevano di disporre liberamente delle proprie forze. Vero è che ambedue ebbero breve durata, essendosi la prima cominciata e terminata nel 1463, mentre ancora viveva Pio II, la seconda due anni più tardi. Gli abitanti di Trieste, ch'erano dipendenti dall'imperatore Federico III, arciduca d'Austria, pretendevano di obbligare tutti i mercanti che passavano dal golfo Adriatico in Germania a passare per la loro città. I Veneziani non volevano assoggettarsi ad un privilegio così dannoso al loro commercio; attaccarono Trieste malgrado la protezione imperiale, e costrinsero questa città a rinunciare alla riclamata prerogativa. Il papa si affrettò d'offrire la sua mediazione per terminare queste ostilità, che potevano essere cagione di pericolosa guerra ai confini della stessa Turchia. Il trattato, cui intervenne il papa, fu soscritto il 17 dicembre del 1463, e lo stesso papa, per mostrarsi grato alla condiscendenza della repubblica, si rappattumò, dietro di lei istanza, con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, cui i Veneziani volevano affidare la loro armata della Morea[258].

L'altra guerra, che intrapresero nel 1465, poteva ancora di più compromettere gl'interessi della cristianità in Levante. I Veneziani attaccarono la religione di san Giovanni di Gerusalemme ed il gran Maestro di Rodi, per punire i suoi cavalieri d'aver fermati due vascelli mercantili della repubblica, a bordo dei quali si trovavano varj mercanti mori ed egiziani. L'onore della bandiera di san Marco e l'ospitalità accordata agli stranieri erano stati violati da una pirateria invano nascosta sotto il manto della religione, e tutti i passaggieri musulmani erano stati posti in catene. Il senato mandò nell'isola di Rodi la stessa flotta ch'era stata armata per accompagnare Pio II: questa si divise in due parti, ed eseguì nello stesso tempo due sbarchi al levante ed al ponente dell'Isola. Per tre giorni i Veneziani saccheggiarono e bruciarono tutti i contorni della capitale fino alla distanza di quindici miglia, e non si ritirarono che quando il gran maestro ebbe fatti restituire loro i prigionieri[259].

Nel Peloponneso la campagna del 1464 non era stata illustrata da alcuna battaglia. I Veneziani avevano lasciato saccheggiare tutto il paese vicino a Corone e Modone ov'eransi chiusi. Ancor essi a vicenda avevano guastata l'Arcadia con tre mila uomini. Le due armate opprimevano ugualmente e senza pietà gli sventurati Greci, sui quali vendicavansi sempre della resistenza dei loro nemici. La flotta veneziana occupò l'isola di Lenne ossia Stalimene, che fu loro ceduta da un corsaro della Morea; in appresso si divise ne' porti di Modone, di Zonchio, di Corone di Napoli, ove svernò[260].

In principio del 1465 Orsato Giustiniani successe a Luigi Loredano nel comando della flotta veneziana. Egli la riunì a Corone, ove trovossi avere trentadue galere sotto il suo comando. Questa flotta era superiore a quella che potevano opporgli i Turchi; ma tale superiorità non gli servì ad alcuna gloriosa impresa; egli fece piuttosto la guerra da pirata che da soldato. Quando riuscì a predare vascelli mercantili ai nemici, fece tagliare a pezzi, appiccare, o annegare tutti coloro che li montavano. Attaccò di notte Metelino nell'isola di Lesbo, e nella prima sorpresa vi fece prigionieri trecento Turchi. Fece impalare la maggior parte di loro, altri annegare, ed i più favoriti vennero appiccati. In seguito diede due assalti alla fortezza di Metelino; vi si combattè con inaudito accanimento, ed i Turchi, prevenuti della sorte che gli aspettava, si difesero disperatamente, finchè giugnendo loro un rinforzo di due mila cavalli sulla opposta riva, il Giustiniani fu forzato a levare l'assedio dopo avere perduti cinque mila uomini. Per questo infelice avvenimento il Giustiniani si trovò da tanto dolore compreso, che appena giunto a Modone, morì mezz'ora dopo essersi fatto sbarcare sulla riva. Lo stesso Sabellico che racconta questi tratti di ferocia, soggiugne: «Tale fu la fine d'Orsato Giustiniani, che l'elevazione della sua anima, e la sua gentilezza avevano renduto illustre tra i suoi pari.» La più atroce barbarie, usata contro gl'infedeli, credevasi in allora che punto non iscemasse la stima dovuta ad un valente uomo[261].

Dall'altro canto l'armata di terra era caduta in un'imboscata nelle campagne di Mantinea, dove aveva perduti mille cinquecento uomini, tagliati a pezzi con Cecco Brandolini e Giovanni della Tela che li comandavano. Di questa stessa epoca Sigismondo Malatesta sbarcò in Morea, seco conducendo circa mille uomini d'armi; ma questo rinforzo non bastava per riparare le perdite dell'armata veneziana. Il Malatesta, sorpreso di vedere l'armata ridotta a così poca gente, ed abbandonata a tanta miseria, espresse vivamente il suo rincrescimento d'averne accettato il comando[262]. Non pertanto assediò Misitra fabbricata presso alle ruine di Sparta, e facilmente occupò la città; ma il castello, posto sopra alpestre rupi che appena permettevano ai soldati di mettere un piede innanzi l'altro, gli oppose un'ostinata resistenza finchè venne dai Turchi rinfrescato di munizioni e di vittovaglie. Il Malatesta prima di ritirarsi bruciò Misitra. In tal modo si compiva la ruina de' Greci dalle armate de' Latini, e la crociata, intrapresa per liberare i Cristiani orientali, loro rovesciava addosso tutte le calamità della guerra. Prima che terminasse l'anno il Malatesta ebbe avviso che Paolo II apparecchiavasi a spogliarlo della signoria di Rimini. A tale notizia abbandonò bruscamente la Morea, e tornò in Romagna per difendersi[263].

La flotta, di cui nel susseguente anno venne a prenderne il comando Vittore Cappello, accrebbe ancora i disastri della guerra e la desolazione de' Greci. L'isola di Negroponte, ossia l'Eubea, apparteneva ai Veneziani; un braccio di mare, che li separava dal continente, bastantemente provvedeva alla loro sicurezza, ma non riuscivano a conservare alcun'altra conquista di terra ferma. Il Cappello passò lo stretto dell'Euripo, sbarcò le sue truppe in Aulide, ove già si adunarono i Greci per fare l'impresa di Troja, prese il Pireo, attaccò Atene, le di cui deboli mura furono bentosto rovesciate, e ne bruciò le porte; questa città, ch'era tuttavia una delle più ricche e più popolate della Grecia, venne abbandonata al saccheggio. I soldati e perfino le ciurme delle galere s'arricchirono colle spoglie di coloro che si pretendeva di liberare: e terminata appena questa crudele esecuzione, i Veneziani si ritirarono a precipizio senza essere inseguiti, portando il loro bottino a Negroponte[264].

Un'eguale spedizione si tentò sopra Patrasso, città meno illustre, ma quasi tanto ricca quanto Atene, perciocchè i fuggiaschi degli altri paesi della Grecia vi si erano adunati portandovi le loro ricchezze. Il Cappello aveva guadagnati alcuni traditori, che gli avevano promesso di dargli in mano il castello. Giunse in faccia a Patrasso con ventitre galere e trentasei minori vascelli; sbarcò Niccolò Ragio con dugento cavalleggeri, ed il provveditore Giacomo Barbarigo con quattro mila fanti. Questi, entrando nel sobborgo lontano un miglio dalla città, si fecero subito a saccheggiare le case; onde così dispersi non furono in istato di resistere a trecento Turchi che piombarono loro addosso all'impensata, e li fecero a pezzi; salvaronsi appena mille uomini di tutta la truppa sbarcata. Il Barbarigo rovesciato dal suo cavallo morì calpestato dai combattenti; ma il generale turco fece impalare il di lui cadavere, e condannò al medesimo supplicio Niccolò Ragio, comandante della cavalleria, ch'era caduto vivo in sua mano. Non pertanto Vittore Cappello non si scoraggiò, risguardando questo cattivo successo come una conseguenza dell'indisciplina delle sue truppe, non della bravura de' nemici. Sbarcò il rimanente della sua armata, e dopo otto giorni attaccò di nuovo Patrasso. L'assalto durò quattro ore; ma all'ultimo i Veneziani furono respinti dopo avere lasciati più di mille uomini sul campo di battaglia. Vittore Cappello, indebolito da due disfatte, avvilito per così cattivo successo, restò inattivo per otto mesi interi, dopo i quali morì a Negroponte. Giacomo Veniero, che gli successe, nel corso di sedici mesi che comandò in Grecia si ridusse a difendere le fortezze che gli erano state affidate, senza nulla tentare contro il nemico[265].

Mentre facevasi con tanta crudeltà e con così poco valore una guerra disonorevole pel nome latino, ruinosa pei Greci, mentre che la barbarie delle truppe venete forzava i loro naturali alleati a fare causa comune coi Musulmani, se volevano salvare le città loro dal saccheggio, le donne dal disonore, i fanciulli dalla schiavitù, la guerra trattavasi pure nell'Albania con una ferocia forse eguale; ma colà non infieriva che contro i nemici, ed era compensata da maggiore eroismo.

Ballabano Badera aveva invaso l'Epiro con quindici mila cavalli, quando appena potevasi colà avere avuto avviso della morte di Pio II. Nato egli medesimo di parenti albanesi e vassallo di Castriotto, ma educato nella religione musulmana, conservava per l'eroe della sua patria un rispetto di cui volle dargli una testimonianza in principio della guerra, mandandogli alcuni doni. Scanderbeg non vi corrispose che con insultanti scherni. Gli mandò in contraccambio una zappa, un aratro ed una falce, invitandolo a riprendere il mestiere paterno ed a lasciare il comando delle armate a uomini nati per comandarle, non dovendo confidarsi a contadini suoi pari. Ballabano giurò di vendicarsi di questo gratuito insulto, tanto più pungente perchè fatto in cambio d'un lusinghiero omaggio[266].

Ballabano non ottenne di vincere Scanderbeg, ma non gli diede battaglia che non lasciasse agli Epiroti tristi memorie. Castriotto non aveva più di quattro mila cavalli da opporre a quindici mila, e soltanto mille cinquecento fanti da opporre a tre mila Musulmani. L'arte della guerra non era per anco abbastanza perfezionata, perchè verun generale sapesse fare buon uso d'una numerosa armata. Scanderbeg punto non le apprezzava, ed era solito dire, che colui che non sapeva vincere il suo nemico con otto, o al più con dodici mila uomini, non lo saprebbe meglio fare con forze assai maggiori[267]. I due campi erano posti a non molta distanza l'uno dall'altro nella ridente valle di Valchalia. Dietro ai Musulmani trovavasi un angusto passaggio, dove Scanderbeg indovinò troppo agevolmente che il nemico teneva un'imboscata; ne diede avviso ai suoi soldati prima di dare cominciamento alla battaglia, consigliandoli a non inseguire i nemici al di là dell'estremità della pianura, ed a fermarsi da sè prima di giugnere alle forche della Valchalia. I Musulmani che l'avevano attaccato, venendo respinti, si ritirarono disordinati verso lo stretto. L'antiveggenza e le esortazioni di Scanderbeg non ritennero otto dei suoi più valorosi ufficiali. Sordi alle preghiere ed agli ordini del loro capo, penetrarono nell'angusto passaggio, e sebbene subito attaccati di fianco, lo attraversarono tutto intero; ma, coperti di ferite ed oppressi dal numero de' nemici, all'ultimo furono fatti prigionieri. Mosè Golento, quello stesso che altra volta erasi dato ai nemici, era il primo di loro; Giurisa Wladenio e Musacchio d'Angelina, tutti e due parenti di Scanderbeg lo avevano accompagnato; gli altri cinque non erano meno illustri per natali e per valore. Invano Scanderbeg offrì di riscattarli ad ogni prezzo, o di cambiarli contro i suoi più ragguardevoli prigionieri; Ballabano gli aveva mandati a Maometto II, e questo barbaro gli aveva fatti scorticar vivi. A tale notizia i soldati epiroti vestirono abiti di lutto, lasciandosi crescere i capelli e la barba, poi gettaronsi furibondi nel territorio turco, cercando opportunità di vendicare i loro valorosi commilitoni[268].

Una seconda battaglia presso di Oronichio, nella Dibra superiore, non soddisfece che imperfettamente al loro sdegno, e fu sanguinosa dall'una parte e dall'altra. Finalmente Ballabano fu posto in fuga, ma non distrutto; e Maometto II non trovando che verun altro de' suoi generali avesse prima d'allora opposta una così felice resistenza all'eroe dell'Epiro, rifece nuovamente la sua armata portandola a diciassette mila cavalli ed a tre mila pedoni; e promise al pascià, che, ottenendo egli di vincere Scanderbeg, gli succederebbe nell'impero dell'Albania. Non pertanto Ballabano fu tuttavia perdente in una grande battaglia presso di Sfetigrade, che per altro si era mantenuta lungamente indecisa. Scanderbeg fu rovesciato dal suo cavallo sopra un tronco d'albero, e vi rimase alquanto senza sentimento, stordito e ferito in un braccio; finalmente rinvenne e riuscì a mettere i Musulmani in fuga, perchè questi credettero di vedervi la fatalità che rendeva quell'eroe invincibile. Ma la valorosa sua armata trovossi indebolita da una vittoria comperata a troppo caro prezzo[269].

Maometto II e Ballabano non si lasciarono avvilire da questa nuova perdita, e dietro i consigli del generale due armate ugualmente forti ebbero ordine di penetrare nello stesso tempo nell'Epiro da due diverse parti; Jacub Arnautte fu il collega dato a Ballabano. Partendo dalla Grecia e dalla Tessaglia doveva questi penetrare nell'Albania dalla banda di mezzogiorno, e costeggiare il mare, mentre che Ballabano, partendo dalla Tracia e dalla Macedonia, vi entrerebbe per le gole delle montagne a ponente. Ma Scanderbeg aveva l'avvantaggio d'essere sempre ben servito dalle sue spie, e di conoscere i piani di campagna del nemico, quando questi appena cominciava ad eseguirli. Comprese che soltanto colla sua prontezza potrebbe prevenire l'unione delle due armate contro di lui dirette, e salvare la sua patria. Mentre che Ballabano entrava nell'Epiro con venti mila cavalli e quattro mila fanti per la valle di Valchalia, Scanderbeg aveva formato il suo campo in distanza di cinque miglia innanzi al castello di Petralba. Non aveva con lui che otto mila cavalli e quattro mila fanti; ma questi soldati erano il fiore di tutta la gioventù Albanese[270].

Per altro prima di entrare in battaglia poco mancò che Scanderbeg non fosse vittima del tradimento di coloro ch'egli aveva incaricati di riconoscere il campo nemico: essi lo avevano venduto. Mentre egli si avanzava, da loro guidato, con cinque soli compagni, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. La rapidità del suo cavallo lo salvò; egli fuggì verso la foresta e saltando un albero rovesciato che chiudeva la sola strada praticabile, lasciò a dietro questo riparo fra sè ed i Turchi. Uno solo ebbe il cavallo abbastanza vigoroso per saltare l'albero che impediva agli altri d'avanzarsi, ma Scanderbeg rivoltosi a lui gli tagliò il capo con un colpo di scimitarra[271].

Tornato a Petralba, egli condusse all'istante la sua armata contro Ballabano, e sebbene avesse dovuto fare quindici miglia prima di raggiugnere il nemico, gli offrì la battaglia senza dar riposo alla sua truppa. Ma il pascià, che aspettava in questa stessa valle Jacub Arnautte, non volle combattere finchè non vedesse comparire sulle alture dietro Scanderbeg le insegne del compagno. Scanderbeg all'opposto, che riponeva la speranza della vittoria nel dar subito battaglia, cercava d'irritare Ballabano; mentre lo faceva inquietare dagli arcieri e dai fucilieri, egli avanzava col grosso dell'armata, e gli Albanesi insultavano i Maomettani perchè non ardivano di combattere. Questi fremevano d'impazienza, digrignavano i denti, e minacciavano il capo che osava mettere ostacolo al loro ardore. Finalmente Ballabano si avvide che s'egli si ostinava, sarebbe forzato nel suo campo e perderebbe in tal modo il vantaggio dell'ardore de' suoi soldati; onde uscì dai trinceramenti alla testa dell'armata, divisa in quattro corpi, opponendo quello da lui comandato alla divisione diretta da Scanderbeg, e tra questi due corpi la zuffa fu più accanita. Però essendo l'Epirota riuscito a prendere Ballabano alle spalle con un rapido movimento, l'intera armata de' Musulmani fu posta in grandissimo disordine. Il loro capo, dopo di aver lungo tempo incoraggiate, riordinate le sue truppe con somma intelligenza e valore, s'aprì un passaggio per ritirarsi seguito da pochi più valorosi, rimanendo tutti gli altri uccisi o prigionieri[272].

Ma l'armata di Scanderbeg, che aveva riportata così luminosa vittoria, non era per anco uscita dalla valle di Valchalia, nè aveva divise le spoglie de' vinti fra i soldati, nè sgombrato il terreno dagli estinti, quando un messo di Mamiza, sorella di Scanderbeg, gli giunse da Petrella, ove si era rinchiusa colla famiglia sotto la guardia di una sola coorte. Gli dava avviso che Jacub Arnautte con sedicimila cavalli era entrato nell'Epiro dalla banda di Belgrado, e che guastava tutto il paese. Il soprannome di Jacub, Arnautte, che è il nome turco degli Albanesi, indicava che questi era nato di parenti cristiani ed epiroti, ma fatto schiavo da fanciullo, era stato allevato nella fede musulmana. Arnautte erasi fatto nome in Asia ed in Europa nelle guerre di Maometto II, e venne a morire sotto la spada di Scanderbeg; imperciocchè, avendo questi immediatamente condotto il suo esercito nelle montagne della Tiranna, ove si trovava il nemico, presso Cassar, fece gettare innanzi a sè molte teste di Musulmani dell'armata di Ballabano, onde accertarlo della disfatta del suo collega. Attaccò in appresso que' soldati, spaventati assai più dalla fortuna che dal valore delle truppe di Scanderbeg; raggiunse lo stesso Arnautte; e dopo averlo ferito con un colpo di lancia, gli troncò il capo colla sua scimitarra. I Musulmani atterriti quasi più non fecero resistenza; coloro che si sottraevano ai vincitori colla velocità della fuga, cadevano tra le mani de' contadini che gli scannavano o facevano prigionieri. Assicura lo storico di Scanderbeg, che nelle due battaglie i Turchi perdettero trenta mila uomini, ventiquattro mila uccisi e sei mila fatti prigionieri, e che si liberarono quattro mila Epiroti prigionieri. La perdita di Scanderbeg non fu che di mille soldati. L'immenso bottino dei due campi venne diviso tra i vincitori e deposto in Croja; e questa città capitale, renduta ricca dalla guerra, accolse con trasporti di gioja l'eroe che l'avvezzava ai trionfi[273].

Maometto II, coronato da tante vittorie, non poteva darsi pace di tali rovesci, e parevagli che quest'angolo dell'Epiro, che sottraevasi al suo impero, ed ogni castello del quale era illustrato da una sconfitta delle sue armate minacciasse tutti i dominj musulmani. Infatti i suoi fanatici soldati erano usciti vittoriosi dalle altre battaglie per la cieca loro confidenza nel volere del cielo; tutto il loro vigore era distrutto, se cominciavano una volta a persuadersi che il cielo favoriva i loro nemici. La credenza del fatalismo, che rende tanto formidabili le armate avvezze alla vittoria, le rende altresì più suscettibili delle altre di terrore panico, quando la fortuna comincia ad abbandonarle. Da prima Maometto cercò di disfarsi di Scanderbeg con un assassinio. Presentaronsi due Musulmani al principe d'Epiro, mostrando caldo desiderio di convertirsi, di ricevere subito il battesimo, ed in seguito di combattere per la fede sotto le sue insegne. Furono infatti ricevuti nella stessa guardia di Scanderbeg; ma una violenta contesa insorta fra di loro manifestò la trama prima che potessero eseguirla: essi accusaronsi reciprocamente di meditare un tradimento, e l'uno e l'altro, arrestati ed esaminati, furono condannati al medesimo supplicio[274].

Intanto Maometto II entrava egli stesso nell'Epiro alla testa de' suoi eserciti: i Cristiani atterriti assicuravano che il sultano conduceva dugento mila uomini. Scanderbeg non pensò pure di potere far fronte a così grandi forze; lasciò in Croja una forte guarnigione sotto gli ordini di un italiano, Baldassare Perducci, che conosceva assai meglio che gli Epiroti l'arte del difendere e dell'attaccare le piazze, e ritirossi in appresso nelle montagne per inquietare l'armata colla quale non osava venire a battaglia, piombando solo sui corpi staccati. Maometto non intraprese l'assedio di Croja, che presentava grandi difficoltà, e che poteva compromettere l'onore del sultano; guastò soltanto le campagne, e prese in seguito per capitolazione la città di Chidna nella Caonia, di dove eransi ritirati tutti gli abitanti. Ritornando da una spedizione comandata dallo stesso sultano, dovevano essere ostentate in su gli occhi del popolo ed ornare le porte del serraglio varie teste di nemici, onde non lanciare ai Musulmani alcun dubbio intorno alla vittoria del loro sovrano. Maometto fece decapitare otto mila abitanti di Chidna, e portò in tal modo a Costantinopoli un trofeo di teste cristiane bastante per ornare il suo trionfo[275].

Ma Ballabano, rimasto nell'Epiro con una forte divisione dell'armata musulmana, intraprese l'assedio di Croja. Scanderbeg, i di cui paesi erano stati saccheggiati, la di cui armata, indebolita dalle stesse vittorie, appena bastava alle guarnigioni delle fortezze, attraversò l'Adriatico in tempo dell'assedio di Croja, venne a Roma e si presentò a Paolo II per chiedergli soccorsi in danaro ed in munizioni, di cui aveva urgentissimo bisogno. Introdotto in concistoro, ed accolto dai cardinali come l'eroe della Cristianità, loro fece la descrizione de' rapidi avanzamenti dei Turchi, e dei pericoli che sempre più si avvicinavano all'Italia. «Dopo la distruzione dell'Asia e della Grecia, disse loro, dopo l'uccisione dei principi di Costantinopoli, di Trebisonda, della Servia, della Bosnia, della Vallacchia e della Schiavonia, dopo la sommissione del Peloponneso ed il devastamento della maggior parte della Macedonia e dell'Epiro, io resto solo col mio debole e piccolo stato, coi miei soldati spossati da tante zuffe, rotti da tante battaglie, in modo che l'Epiro non ha più nel suo corpo una parte sana ove possa ricevere nuove ferite, nè sangue da versare per la repubblica cristiana. In questa Macedonia così ferace di soldati, di tanti principi, di tanti capi, di tanti guerrieri, altro non rimane che la mia piccola armata, e della nostra antica fortuna che il nostro coraggio, e spiriti indomabili. Soccorreteci adunque finchè il tempo lo permette; forse bentosto più non rimarranno campioni di Cristo sull'altra costa dell'Adriatico[276]

Paolo II accordò a Scanderbeg onorifiche distinzioni; gli regalò un cappello ed una spada benedetti da lui medesimo; vi aggiunse qualche danaro, ma gli diede pochissimi o niun soldato. Gli è vero che scrisse a tutti i principi della Cristianità per chieder loro sussidj, ma non vi fu alcuno che si curasse di fare de' sagrificj, di cui questo papa non dava loro l'esempio. Scanderbeg, tornato nell'Epiro, trovò Ballabano accampato sotto Croja. Questa fortezza, che signoreggia i campi Emazj, è posta sulla sommità del monte Cruino. A questa altezza la montagna non presenta che inaccessibili balze, e su queste rupi tagliate a picco sono innalzate le mura della città. Ma di là partendo la stessa giogaja della montagna si va lentamente abbassando verso il piano, e termina da questo lato in alcune colline. È sulla sommità di questa cresta, e seguendone le sinuosità, che un sentiere unico dà comunicazione a Croja colla campagna. Ballabano era accampato sulle falde della montagna, e sul declivio del monte Cruino. Scanderbeg adunò la sua armata nella città veneziana d'Alesio, o Lisso. Colà ebbe avviso che Jonima, fratello di Ballabano, giugneva con un grosso corpo onde rinforzare l'armata turca. Scanderbeg, preso con sè un corpo di truppa scelta, sorprese Jonima in mezzo alle montagne, lo fece prigioniere con suo figlio Aydar, e li condusse ambidue sotto le mura di Croja, ove fece in modo che fossero veduti da Ballabano nell'istante medesimo, in cui si apparecchiava ad attaccarlo. Quando il pascià conobbe il fratello ed il nipote, la cattività loro parvegli un segno di quel fatalismo che perseguitava tutti i nemici di Scanderbeg; onde più non prendendo consiglio che dalla sua disperazione, attaccò furiosamente gli avamposti di Croja, e vi restò ucciso da un colpo di fucile nella gola. Nella susseguente notte la di lui armata ritirossi in buon ordine fino alla montagna della Tiranna, distante otto miglia da Croja: era tuttavia molto più numerosa di quella di Scanderbeg; ma non pertanto non potè uscire dall'Epiro che dopo avere perduti i suoi equipaggi, e gran parte de' suoi soldati[277].

Morto Ballabano, il sultano incaricò Alì ed Haja, due confinanti pascià, di frenare le scorrerie degli Albanesi, senza esporsi a nuove battaglie. Questi pascià mandarono ricchissimi doni a Scanderbeg che corrispose a questa militare gentilezza con eguale liberalità. Frattanto adunava la sua armata per riprendere la Vallona, che Maometto aveva fortificata. Assicurano i Veneziani che loro aveva preventivamente consegnata egli stesso la città di Croja, e che fu Giovan Matteo Contarini, provveditore nell'Albania, che ne prese possesso a nome della repubblica[278]. E veramente in cambio di tornarvi a soggiornare, Scanderbeg percorse prima tutta la provincia, e in appresso si trattenne nella città veneziana d'Alesio, dove aveva convocato un congresso; ma vi fu sorpreso da violenta febbre, che facendo rapidissimi progressi, in breve lo ridusse fuori di speranza di vita[279].

Scanderbeg, sul letto della morte, circondato dai suoi capitani, dai suoi amici, dai suoi alleati, loro raccomandò la difesa di quella fede cristiana per la quale aveva combattuto ventiquattro anni con tanta felicità; la difesa di quel paese ch'egli aveva strappato di mano ai barbari, ed accostumato alla gloria ed alla libertà; la difesa di suo figlio Giovanni che aveva avuto dal suo tardo matrimonio con Donica, figliuola d'Aaryanite Cominato[280]. «Io non vi ho mai risguardati, loro disse, come soldati, satelliti, o ministri, ma quali miei compagni e fratelli. Io non mi rammento, non solo di non aver mai insevito contro alcuno di voi, ma nemmeno d'avere pronunciata una parola offensiva. Nelle fatiche dei campi, negli ufficj militari, nelle vigilie, le parti mie non furono minori delle vostre; tutto era comune fra me ed i miei camerata, ed io chiedevo che si seguisse il mio esempio, non i miei ordini. Le spoglie dei nemici, il bottino tolto ai barbari, io lo divideva tra di voi senza serbar nulla per me. L'impero, il comando, le ricchezze, tutto era fra di noi comune, nulla spettava a me solo. Ma adesso, miei cari camerata, io muojo, e mi è forza di abbandonarvi; quella fede, quella benevolenza, quella carità che voi trovaste in me, ve la chiedo per mio figlio, per il suo regno, per la vostra patria. Risguardatelo come la mia immagine; egli sia il mio rappresentante, il mio luogotenente in mezzo a voi[281]

Scanderbeg era circondato dai suoi soldati che ricevevano l'ultimo suo addio, quando la città tutta levossi subitamente in tumulto. Si disse che i Turchi si avvicinavano, che guastavano le vicine campagne, e che di già si vedeva il fumo dei loro incendi. L'eroe, sebbene sfinito della malattia, credette, udendo tale notizia, di trovare le usate forze ed il suo spirito guerriero. Sollevandosi sul suo letto, chiese le sue armi e lo scudo, ed ordinò che si allestisse il suo cavallo; ma quando vide le sue membra tremanti sotto quel peso, che più non potevano sostenere, ricadendo sul letto, disse ai suoi soldati; «Andate, miei amici, andate a combattere contro i barbari; voi non mi preverrete che di pochi passi; avrò in breve bastanti forze per seguirvi.» Uno squadrone epirota sortì infatti dalla città, e si diresse verso il torrente di Cliro, ove il pascià Anamazio erasi fatto vedere con un corpo di cavalleria, guastando il territorio di Scutari. I Turchi credettero che Scanderbeg fosse alla testa dell'armata che vedevano venire contro di loro, e fuggirono a precipizio a traverso alle montagne coperte di neve, abbandonando tutta la preda, e perdendo molta gente nelle gole occupate dai contadini. Quando la notizia di questo vantaggio fu portata a Scanderbeg, egli spirò, dopo avere ricevuti tutti i sacramenti della chiesa, il 17 di gennajo del 1466 in età di 63 anni e nell'anno vigesimoquarto del suo regno. Il suo cavallo di battaglia più non volle, dopo la sua morte, essere montato da chicchefosse; e diventato furibondo ed indomabile morì dopo poche settimane[282].

Scanderbeg ebbe sepoltura nella gran chiesa di san Niccolò d'Alesio, ove le di lui ossa riposarono in pace fino al 1478, nel quale anno i Turchi terminarono la conquista dell'Albania, ed occuparono Scutari ed Alesio. Accorsero in folla al suo sepolcro, impazienti di toccare tutto quanto restava di così grande uomo: si divisero le sue ossa, e, legandole in oro o in argento, le portarono appese al collo come preziosi giojelli, o come talismani, che loro comunicherebbero il coraggio e l'invincibile forza di colui ch'essi tanto ammiravano[283].

Nell'istante in cui morì Scanderbeg, Lecca Ducagino, uno de' piccoli principi dell'Epiro, uscì nelle strade strappandosi i capelli e la barba, e gridò: «Affrettatevi, cittadini, affrettatevi, nobili Albanesi, difendetevi; perciocchè le mura dell'Epiro e della Macedonia sono oggi cadute in polvere, abbattute sono le nostre fortezze, distrutte le nostre forze, e la sede dell'impero è rovesciata dalla morte di quest'uomo unico.» In fatti l'Epiro, ch'egli aveva renduto forte e glorioso, doveva appena sopravvivere al suo eroe. Il figlio di Scanderbeg si rifugiò ne' castelli che Ferdinando gli aveva dati nel regno di Napoli[284]. Degli Albanesi che lo avevano così lungo tempo seguito nelle battaglie, altri perirono sotto le spade turche, altri furono condotti in una miserabile schiavitù. «Le città, che fino a questo giorno avevano resistito al furore dei Turchi (scriveva papa Paolo II al duca di Borgogna) sono oramai cadute in loro potere. Tutti i popoli che abitano lungo le coste dell'Adriatico tremano all'aspetto di quest'imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore, cattività e morte. Non si può senza versar lagrime contemplare questi vascelli che, partiti dalla riva Albanese, si rifugiano nei porti dell'Italia, e queste famiglie ignude, miserabili, che, scacciate dalle loro abitazioni, stanno sedute sulle rive del mare, stendendo le mani al cielo, e facendo risuonare l'aere di lamenti in un linguaggio sconosciuto[285]

Un figlio, o un nipote di una sorella di Scanderbeg e di quell'Amesa, di cui ne abbiamo notata la defezione e la cattività, trovavasi nelle mani del sultano, ed era allevato nella religione musulmana. A costui Maometto II destinò l'eredità di Scanderbeg; e in fatti gli diede il possedimento di una parte dell'Epiro. Varie fortezze restarono ai Veneziani, ma le vedremo cadere una dopo l'altra in potere de' Turchi fino alla pace del 1478, che tolse ai Cristiani gli estremi avanzi dell'eredità di Giorgio Castriotto[286].

CAPITOLO LXXX.

Mal intesa politica de' Veneziani nella amministrazione delle loro province d'oltremare. Perfidia di Ferdinando di Napoli, il quale fa perire Jacopo Piccinino. — Ultimi anni e morte di Francesco Sforza. — Turbolenze di Firenze sotto l'amministrazione di Pietro de' Medici; progetti e debolezza di Luca Pitti.

1464 = 1466.

I veri interessi dell'Italia si decidevano di quest'epoca sull'altra riva del mare Adriatico. Colà guerreggiavasi non per sapere se ogni stato aggiungerebbe ai suoi confini qualche città, qualche piccolo distretto, se ogni corpo nel governo, ogni fazione tra i cittadini conserverebbe le sue prerogative, ma per sapere se ancora vi sarebbe un'Italia, dopo che più non eravi nè Grecia, nè Macedonia, nè Illiria, se la religione, la nobiltà e l'onore nazionale non sarebbero distrutti, se i mercati non sarebbero saccheggiati, bruciate le città, gli uomini adulti presi come armenti, e venduti per una lontana schiavitù, i fanciulli strappati dal seno delle loro madri per reclutare la milizia de' giannizzeri, e diventare i nemici di quegli stessi che loro avevano data la vita. Il pericolo s'avvicinava, la potenza dei Turchi andava crescendo; inevitabile pareva la loro invasione, ed intanto l'Italia era ancora dormigliosa. Non erasi stretta alcuna lega tra le potenze per difenderla, non allestito un esercito, non apparecchiato un tesoro per sostenere le spese di un'imminente guerra; e se le bandiere della mezza luna avessero una volta varcato il mare Adriatico, tutti gli stati posti dall'estremità della Calabria fino alle Alpi sarebbero stati più rapidamente conquistati, e con molta maggiore facilità che i bellicosi regni dell'Epiro, della Macedonia, della Servia, della Bosnia, della Schiavonia, posti sull'opposta riva. Dobbiamo adesso esaminare quali interessi distraevano allora gl'Italiani, quai diverse cagioni facevano sì che non s'apparecchiassero a questa gran lotta. Ci resta a vedere il ducato di Milano passare ad un principe voluttuoso e crudele, le di cui viste non andavano più in là della sua vanità e de' suoi piaceri; il regno di Napoli indebolito dalla perfida politica di Ferdinando, che non ruinava i suoi domestici nemici che all'ombra dei trattati; la repubblica di Firenze in preda a fazioni, i di cui capi avevano perdute le virtù che illustravano i loro padri; papa Paolo II seminare la discordia, intento ad accendere una guerra universale per unire al dominio ecclesiastico alcuni piccoli feudi, che n'erano stati separati per giusti titoli. Ci sorprenderanno tante misere cose preferite a così alti interessi, ci sorprenderà questa dimenticanza così estrema della prudenza e della politica presso persone tanto famose per la loro saviezza, questa pazza sicurezza dei popoli che riposavano sull'orlo dei precipizj, e non potremo omettere d'osservare, che nelle epoche segnate da grandi rivoluzioni la cagione che le produsse deve meno ricercarsi nella forza di coloro che le eseguiscono, che nella debolezza di coloro che le soffrono, in quello spirito di stordimento e di vertigine che infetta talvolta le nazioni ed i loro capi, come una fatale epidemia, e che, accecandoli intorno al pericolo che li minaccia, li trae spesse volte nel precipizio che più dovrebbero temere.

Tra gli stati d'Italia, che abbandonavano la causa della Cristianità, forse i più colpevoli erano i Veneziani; pure di già si trovavano in guerra coi Turchi, e già erano attaccati nelle loro colonie e minacciati ai confini continentali: vero è che, abbandonati da tutti i Latini, sostennero soli la guerra, e che posero in mare flotte degne della potenza della loro repubblica; ma essi accrebbero il pericolo per sè medesimi e per gli altri con una mal intesa politica, e con un fallace sistema di guerra. Essi mai non risguardarono i loro possedimenti del Levante come parti integranti dello stato; mai non li governarono in modo di farli fiorire, mai non li difesero in modo di salvarli; nè mai procurarono ai popoli quel grado di prosperità e di pace che avrebbe attaccati i sudditi alla repubblica, e loro avrebbe conciliato l'affetto degli stati vicini, e fattili risguardare come alleati e difensori naturali di tutti i Cristiani soggetti ai Turchi.

La repubblica di Venezia era in certo qual modo composta di tre nazioni: dei Veneziani, dei popoli di terra ferma, e dei Levantini. Gli abitanti di Venezia stessa e delle lagune risguardavansi come il popolo re; e sebbene le prerogative della sovranità non appartenessero che ad un corpo di nobiltà, formato in seno a questa numerosa popolazione, pure tutti i Veneziani sentivansi ancora membri della repubblica, e dominatori de' paesi conquistati. Il governo gli adulava e gli accarezzava, e presso questi soli trovava in caso di bisogno fedeli marinaj, e cittadini pronti a sagrificarsi. La seconda classe de' sudditi era formata dagli abitanti di terra ferma; questi per la maggior parte soggetti alla repubblica da meno di un secolo, avevano conservate alcune antiche prerogative ed un governo municipale; essi non risguardavansi come Veneziani, ma Bresciani, Bergamaschi, Veronesi, Padovani; non pensavano pure a chiedere di avere qualche parte alla sovranità, ma diligentemente conservavano i loro privilegj, ed erano tali che per loro fiorivano il commercio e l'agricoltura, e le ricchezze e la popolazione andavano crescendo. Per ultimo gli abitanti delle province poste oltremare formavano una terza classe, disprezzata, oppressa e sempre sagrificata alle altre due. I loro porti erano mercati esclusivi dei Veneziani, ove questi facevano senza rivali un odioso monopolio; le loro fortezze dovevano perpetuare ne' sudditi il timore, ed assicurare a Venezia il dominio dell'Adriatico, ma queste non coprivano i confini, nè proteggevano l'agricoltura, nè mantenevano la pace in un ricinto inviolabile; le loro milizie non erano regolarmente armate, i soldati tolti in paesi così guerrieri non venivano incorporati al rimanente dell'armata veneziana, ed erano cacciati nell'ultimo rango dello stabilimento militare.

Pure ove si consideri l'estensione del dominio veneto al di là del golfo Adriatico, nell'Istria, nella Dalmazia, in una ragguardevole parte dell'Albania e della Grecia, ove si rifletta al felice clima di quasi tutte queste province, alle ricche produzioni del loro suolo, allo spirito industrioso di una parte degli abitanti, al carattere guerriero degli altri, alla forza delle situazioni, al numero e grandezza dei porti, si sente bentosto che la repubblica di Venezia avrebbe dovuto andare superba di diventare una potenza illirica, piuttosto che italiana; che avrebbe dovuto estendere a tutte le coste dell'Adriatico i beneficj del commercio, dell'agricoltura, dell'opulenza e della sicurezza, accogliervi sotto la protezione di savie e giuste leggi la popolazione de' vicini stati sempre disposta a rifugiarvisi, equipaggiare le sue flotte co' marinaj che avrebbe potuto formare nelle infinite isole seminate nel golfo del Quarnero, inspirare un nuovo ardore ai suoi eserciti, ammettendovi quella razza di uomini vigorosi ed arditi che popolavano le montagne della Morlachia e dell'Albania, e per ultimo associare alla sua gloria, alla sua ricchezza, al suo governo, gl'Illirici, gli Albanesi ed i Greci.

Ma gli stati più prudenti sono essi medesimi spesse volte piuttosto diretti dai loro pregiudizj che dal loro giudizio. Tutti gli agenti dell'autorità dividevano le prevenzioni nazionali contro tutti i sudditi levantini della repubblica. Tutti i Greci venivano riputati senza fede e corrotti, barbari tutti gl'Illirici. I Veneziani si sarebbero sentiti umiliati, se fossero stati confusi con questa gente. Essi non potevano affezionarsi a que' lontani possedimenti, ove mai non si fissavano stabilmente, volendo esservi sempre considerati come stranieri. Colà si recavano per far fortuna, e quando questa era fatta, si affrettavano di portarla altrove. Quest'avidità d'ammassare danaro diventava nelle colonie il carattere nazionale; tutto ciò che poteva arricchire non era vergognoso; la giustizia diventava venale, le finanze erano ruinate dalle malversazioni, gli approvvigionamenti di guerra erano scarsi e di cattiva qualità, le armate composte di assai minore numero di soldati di quello che appariva ne' ruoli, in somma l'onore e la sicurezza dello stato erano sempre sagrificati alla cupidigia de' suoi ministri.

I Veneziani nella guerra contro il duca di Milano avevano posti in campagna diciotto mila cavalli di pesante armatura, e quasi altrettanta buona fanteria. Lungi dall'opporre così forte armata ad un nemico assai più pericoloso, non ebbero mai in Morea due mila uomini sotto le armi: vero è che non erano comprese in questo numero le milizie del paese; ma i Greci, ond'erano formate, così spesso vinti dai Turchi, tanto atterriti dal vittorioso ascendente della mezzaluna, erano inoltre così sprezzati e maltrattati dai comandanti veneziani, che non potevano prendere a cuore i vantaggi della repubblica.

Mentre questa miserabile armata rappresentava sola al di là dei mari tutta la potenza degl'Italiani, ed impediva l'avanzamento de' loro nemici, i sovrani, godendo di una mal sicura pace, come se abbandonare si potessero alla più inalterabile sicurezza, ad altro non pensavano che a tirare vendetta delle loro antiche offese, a schiacciare i loro segreti nemici, ed a far pagare con usura gli arretrati della passata loro indulgenza a coloro che avevano dovuto risparmiare.

Ferdinando, re di Napoli, aveva trionfato del suo competitore, staccando l'uno dopo l'altro dalla casa d'Angiò i grandi del suo regno, che avevano fatto causa comune colla medesima. Loro aveva accordate vantaggiosissime condizioni, rese sacre dai più solenni giuramenti. Ma nè i trattati, nè le promesse lo legavano; perciò, sebbene fosse in pace con tutto il mondo, ragunava la sua armata nella Campania in principio del 1464 come aveva fatto ne' precedenti anni. Nello stesso tempo invitò i signori, coi quali erasi riconciliato, a raggiugnerlo. Evidente era il pericolo della disubbidienza, dubbioso quello di fidarsi a lui, e gli uomini deboli preferiscono di accecarsi intorno alla propria situazione, piuttosto che riconoscere preventivamente il pericolo. Venne pel primo in giugno Marino Marzano, duca di Suessa, a rendergli omaggio nel suo campo, dopo essersi fatta dare la guarenzia di Francesco e di Alessandro Sforza. Era cognato del re, e suo figlio era promesso sposo alla figliuola di Ferdinando. Questo doppio parentado davagli una sicurezza che i soli trattati non gli avrebbero forse inspirata. Ma Ferdinando non aveva dimenticato che Marzano era stato il primo a dichiararsi per Giovanni d'Angiò; quindi lo fece arrestare e lo mandò prigioniere a Napoli in onta ai proprj giuramenti ed alla parola data ai suoi più fedeli alleati: fece nello stesso tempo imprigionare tutti i di lui figliuoli, ed occupare tutti i di lui stati[287].

Questa violazione della pubblica fede colmò di spavento tutti coloro che avevano fatto guerra a Ferdinando, e che avevano creduto di potersi riposare sui trattati con lui conchiusi. Il più inquieto di tutti era Jacopo Piccinino, ch'era stato lungamente capo del partito d'Angiò, e che si era trovato in sul punto di rovesciare Ferdinando dal trono. Il Piccinino era in allora universalmente riconosciuto pel migliore generale d'Italia: era rimasto solo alla testa di quell'antica scuola militare di Braccio, ch'era in appresso passata a suo padre Niccolò, poi a suo fratello Francesco, e che pel corso di settant'anni erasi mantenuta rivale della scuola dello Sforza; essa distinguevasi per una maniera più pronta di fare la guerra, più impetuosa e talvolta più temeraria. Questa milizia erasi conservata indipendente, e continuava indifferentemente a prendere soldo da coloro che volevano impiegarla, mentre l'innalzamento dello Sforza al ducato di Milano aveva fatto scendere i suoi antichi compagni d'armi al rango di suoi sudditi, ed aveva loro tolta la facoltà d'offrirsi all'incanto a diverse potenze. Il Piccinino, riconciliandosi con Ferdinando, aveva da lui ricevuto per ricompensa il principato di Sulmona ed altri ragguardevoli feudi. Ma le grazie accordate da un re spergiuro potevano essere da lui riprese, ed il Piccinino credette che un vecchio guerriero non mancherebbe così facilmente alla sua parola d'onore. Malgrado la lunga rivalità della sua famiglia con quella dello Sforza, malgrado le vicendevoli offese, il Piccinino fidavasi al duca di Milano, e risolse di mettersi tra le sue mani. Da lungo tempo lo Sforza gli aveva offerta in matrimonio sua figlia naturale Drusiana, come pegno di riconciliazione tra i Bracceschi e gli Sforzeschi. Il Piccinino l'accettò; disse che andava egli medesimo a prenderla, e per dare nello stesso tempo al duca di Milano un pegno della sua fede, diede nelle mani di Tomaso Tebaldi, suo luogotenente, la stessa città di Sulmona, tutte le altre fortezze e l'armata che serviva sotto di lui. Presi seco per suo corteggio soltanto dugento cavalli, partì in tal modo alla volta della Lombardia[288]. Ferdinando, che con dispiacere lo vedeva allontanarsi, lo chiamò invano colle più lusinghiere lettere, ma nello stesso tempo attaccava la famiglia Caldora, alla quale non era dai trattati meno legato di quello che lo fosse al Piccinino; costringeva il capo di questa casa, Antonio, a stabilirsi in Napoli colle donne ed i fanciulli di sua famiglia; obbligava tutta la gioventù dello stesso casato a vivere in esilio, e quando gli aveva fatti passare ad un servizio straniero, loro toglieva le fortezze e quasi tutti i beni[289].

Frattanto il Piccinino, giunto a Milano, era stato accolto dal duca colle più vive dimostrazioni di stima e di affetto. Tutta la nobiltà milanese gli si mostrò ancora più propensa: questa aveva con lui avute lunghe relazioni, quando sotto gli ordini di suo padre egli serviva l'ultimo dei duchi della casa Visconti, e quando in appresso era stato generale della repubblica milanese. Tutti i gentiluomini si recarono ad incontrarlo fuori delle porte a non breve distanza, e vi accorse anche il popolo. Egli attraversò Milano tra le acclamazioni d'infinito popolo, ed il suo ingresso parve un trionfo[290]. Fu celebrato modestamente il suo matrimonio con Drusiana, perchè la fresca morte di Cosimo de' Medici, il vecchio amico di Francesco, avrebbe resa sconveniente una maggior pompa. Lo Sforza s'incaricò di rendere meno sospetta l'amicizia tra il re di Napoli ed il suo generale, e gli fece continuare per un altro anno il comando delle armate del regno con un soldo di cento mila fiorini. Fu mandato a Napoli Brocardo Persico, suo luogotenente, il quale ebbe dal re onoratissimo accoglimento, e ricevette tutto il danaro dovuto ai soldati. Per suo mezzo Ferdinando invitava il Piccinino a tornare presso di lui, e Brocardo Persico, vinto dall'accoglimento che aveva ricevuto, assicurava il suo padrone in tutti i suoi dispacci, che, lungi dall'avere nulla a temere, sarebbe al suo ritorno colmato d'onori.

Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, doveva sposare Alfonso, figlio del re di Napoli. In primavera del 1465 Federico, secondo figliuolo di Ferdinando, s'avvicinò a Milano con seicento cavalli per chiederla e servirle di scorta. Il Piccinino preferì di non aspettarlo; partì alla volta di Napoli con Pietro di Pusterla, suo parzialissimo amico, sotto la di cui salvaguardia il duca aveva cercato di metterlo, nominandolo suo ambasciatore. Il Piccinino, strada facendo, visitò Borso d'Este a Ferrara, e Domenico Malatesta a Cesena, che disapprovarono il suo viaggio, e cercarono di ritenerlo. Ferdinando erasi bastantemente fatto conoscere per non inspirare veruna confidenza. Lo stesso Piccinino era di quando in quando agitato da violenti inquietudini, ma una sorta di fatalità lo strascinava a Napoli. Brocardo Persico lo aveva raggiunto, e d'altro non gli parlava che de' ricevuti onori. Intanto il Piccinino viaggiava, e quand'ebbe toccati i confini, gli omaggi che gli vennero tributati dissiparono i concepiti timori. La principale nobiltà di Napoli era venuta a riceverlo alla distanza di tre giornate dalla città, in ogni borgata festeggiavasi il suo passaggio, e lo stesso re venne con numeroso seguito ad incontrarlo fuori delle porte; l'abbracciò affettuosamente e lo trattò come fratello. Per ventisette giorni si celebrarono continue feste in suo onore, e le cortesie di Ferdinando non si smentirono un solo istante. Finalmente il Piccinino chiese ed ottenne la sua udienza di congedo per tornare a Sulmona; era il 24 giugno, giorno della festa di san Giovanni Battista: venne introdotto presso il re in Castelnovo; questi gli diede le stesse dimostrazioni d'affetto e di confidenza, e si separò abbracciandolo. Ma erasi appena Ferdinando ritirato, che alcuni arcieri si gettarono sopra il Piccinino, e lo trassero in un carcere. Nello stesso tempo venne arrestato ancora suo figlio Francesco, il suo luogotenente Brocardo ed alcuni altri. In tempo delle feste celebrate in suo onore, erano stati mandati ordini su tutte le strade a tutti i comandanti delle province d'arrestarlo, se mai cercasse di fuggire, onde occupare i suoi beni e piombare sopra le di lui truppe improvvisamente; queste vennero infatti svaligiate, e i suoi soldati, senza capi, e spogliati dei loro equipaggi, si ritirarono a stento presso Domenico Malatesta a Cesena[291].

Tutta l'Italia accusava Francesco Sforza d'avere avuto parte in questo tradimento; dicevasi che non si era vergognato di sagrificare sua figliuola per trarre nella rete un rivale ch'egli temeva; che la sua gelosia era cresciuta a dismisura per gli onori renduti dai Milanesi al Piccinino; che finalmente egli aveva temuto, dopo la sua morte, per suo figliuolo la concorrenza d'un capitano così accreditato, che avria potuto disputargli il favore del popolo. Queste accuse vennero riportate dalla maggior parte degli storici, e lo stesso Machiavelli, adottandole, diede loro maggior peso[292]. Per altro il circostanziato racconto del Simonetta, segretario del duca di Milano, e l'indignazione che questi esprime contro tanta iniquità, contrabilanciano a' miei occhi le altrui testimonianze. Se il suo padrone fosse stato complice del re, il Simonetta non avrebbe trascurato di dar peso alla trama del Piccinino, che Ferdinando pretese d'avere scoperta, e di cui scrisse lettere circolari a tutti i principi dell'Europa. Per lo meno avrebbe simulato di dar fede all'asserzione del re di Napoli intorno alla sorte del prigioniere. Diceva questo re, che il Piccinino, tratto dalle grida del popolo per l'ingresso della flotta reale, erasi attaccato ai cancelli d'una finestra assai alta della prigione, per vedere ciò che accadeva, e che cadendo erasi rotta una coscia, per cui era morto dopo dodici giorni. In tal modo il Simonetta non trascurò di giustificare gli arresti di Carlo Gonzaga, di Guglielmo di Monferrato, di Tiberio Brandolini, e la morte dell'ultimo. Ma rispetto al Piccinino fa sentire quanto assurda fosse la supposizione d'una cospirazione, quanto era ridicola la favola del suo accidente, quanto il complesso della condotta di Ferdinando, di cui ne mette in chiaro tutte le circostanze, era perfida e vergognosa[293]. Altronde la macchinazione, che si ascrive al duca di Milano, era troppo complicata e troppo azzardosa per lo scopo che gli si vuole supporre. Mentre ch'egli ebbe in Milano il suo rivale con soli dugento cavalieri, lontano dalla sua armata e dalle sue fortezze, gli sarebbe stato troppo facile il farlo arrestare o perire; l'entusiasmo del popolo per lui gli avrebbe somministrato un probabile pretesto di supposte congiure, ed in ogni caso il pugnale d'un oscuro assassino non avrebbe permesso di riconoscere il vero colpevole; ma dare la propria figlia al Piccinino, lasciarlo in seguito attraversare libero tutta l'Italia, abbandonarlo a' consiglj, che fino all'ultimo giorno del suo viaggio potevano allontanarlo dal laccio, è questa una mescolanza d'imprudenza e di scelleratezza, di cui parmi non potersi ragionevolmente macchiare la memoria di Francesco Sforza.

Quando il duca di Milano ricevette la notizia di questo tradimento fece altamente conoscere quanto dolore e collera ne provasse[294]. Fece subito partire un corriere, apportatore di un ordine a sua figlia Ippolita di trattenersi dovunque quest'ordine le giungesse. Ove si presti fede al Simonetta, il corriere l'incontrò a Siena verso la fine di giugno, di dove Ippolita non partì che in sul declinare d'agosto[295]. Quando il duca di Milano, riflettendo che non poteva tornare in vita suo genero Piccinino, e che sarebbe imprudente consiglio il rompere per un avvenimento irreparabile un'alleanza per cui aveva fatti prodigiosi sagrificj in tempo della guerra di Napoli, permise alla figliuola di proseguire il viaggio. Nell'intervallo aveva mandato suo figlio Tristano a Napoli per domandare il Piccinino, ch'egli supponeva ancora vivo. Tristano, cui fu risposto che suo cognato era morto, dubitando che fosse rinchiuso in qualche prigione, chiese che si diseppellisse il suo cadavere, e volle vederlo. Per tal modo si accertò che il Piccinino era stato ucciso il secondo o il terzo giorno dopo il suo arresto[296]. Il duca di Milano non protrasse ulteriormente il progettato parentado: la figlia Drusiana tornò tristamente a Milano, ove diede in luce poco tempo dopo un figlio del Piccinino[297]. Mentre questa attraversava l'Italia con un corteggio dolente tornando da Napoli, sua sorella vi si recava con magnifico e pomposo accompagnamento. Aveva seco i fratelli Filippo e Sforza Maria, il primo de' quali venne in tale occasione investito del ducato di Bari.

Il duca di Milano, sicuro della sua alleanza con Napoli, non era meno sollecito di rassodare quella che aveva conchiusa colla Francia. La parte che aveva presa nelle guerre di Genova e di Napoli, e le pretese della casa d'Orleans sullo stato di Milano, avrebbero potuto da quella banda procurargli pericolosi nemici; ma Luigi XI, che allora regnava, aveva una singolare predilezione per gli uomini innalzati da bassa condizione. Il duca di Milano era a' suoi occhi un principe nuovo, e sotto quest'aspetto tanto più degno della sua confidenza. Strettissima era la loro unione, ed il re, che confondeva la falsità colla politica, credeva di potere istruirsi in quest'arte seguendo i consiglj d'un principe italiano. Era scoppiata in Francia la guerra che poi fu detta del ben pubblico: Luigi XI invocò l'assistenza di Francesco Sforza, il quale gli mandò subito suo figliuolo Galeazzo con mille cinquecento uomini d'armi e tre mila fanti[298]. Galeazzo entrò pel Delfinato nel Forez, che apparteneva al duca di Borbone, uno de' più deboli tra i principi confederati. Egli lo pose a fuoco e a sangue, mostrò la superiorità degl'Italiani nell'arte di attaccare le città, rincorò i partigiani del re e gittò la discordia nell'armata dei principi[299]. Intanto Luigi XI negoziava con suo fratello e coi grandi del suo regno, e, a seconda de' consiglj dello Sforza, loro prometteva ogni cosa per isciogliere la loro lega, essendo internamente disposto a mancar loro di parola. In tal modo si conchiuse e si pubblicò il trattato di Conflans in sul finire del 1466. Galeazzo Sforza non era per anco uscito dalla Francia, quand'ebbe avviso della morte di suo padre, accaduta l'8 marzo del 1466. La disposizione all'idropisia che erasi manifestata in Francesco Sforza alcuni anni prima, gli aveva lasciata una precaria salute; ma l'ultima sua malattia non durò che due giorni. Bianca Visconti, sua moglie, comprimendo il suo dolore, adunò il senato a mezza notte, l'avvisò della vicina morte del marito, e fece prendere le necessarie disposizioni per tenere la città tranquilla, nell'istante in cui si pubblicherebbe la morte del sovrano. Nello stesso tempo mandò ambasciatori al re di Napoli, ai Fiorentini, a Paolo II ed ai Veneziani, per domandar loro di proteggere in caso di bisogno suo figlio, e di conservarsi fedeli alla sua casa[300].

Nobile e vivace volto aveva Francesco Sforza; era grande della persona e ben proporzionato, ed aveva una singolare forza ed agilità in tutti gli esercizj del corpo; pochissimi lo pareggiavano al salto, alla corsa, alla lotta, o nel lanciare vigorosamente il giavellotto. Marciava col capo scoperto alla testa della sua armata sia tra i ghiacci dell'inverno, sia sotto il cocente sole della state. Sopportava pazientemente la fame, la sete ed il dolore; pure non ebbe che poche occasioni di porre la sua costanza a quest'ultima prova, perciocchè, sebbene avesse passata la sua vita in mezzo alle battaglie, non fu quasi mai ferito. Non aveva bisogno di lungo sonno per riposare; ma per quanto fosse grande l'agitazione del suo spirito, o il tumulto da cui era circondato, egli dormiva colla medesima calma. Nè le grida, nè i canti de' soldati presso la sua tenda, nè il nitrire de' cavalli o il suono delle chiarine e delle trombe, parevano turbarlo; perciò compiacevasi del rumore che facevano i suoi compagni d'armi, anzi che ordinar loro di tacere mentr'egli dormiva. Singolarmente sobrio alla sua mensa, non era egualmente ritenuto per gli altri piaceri; amava appassionatamente le donne, e non pertanto visse sempre in buona unione con Bianca Visconti, che aveva la condiscendenza di condonargli le sue frequenti infedeltà. Generoso e talvolta prodigo, divideva tutto ciò che aveva tra i poveri, i soldati e i dotti, che chiamava alla sua corte. Rigettava fors'anco con qualche alterigia i consiglj di prudenza e d'economia che gli dava Cosimo de' Medici, dicendo che non sentivasi fatto per essere mercante. Era affatto padrone di sè medesimo, e sapeva nascondere la sua inquietudine, il dispiacere, la gioja o la collera. Premurosissimo di conservarsi una buona opinione, s'informava con molta cura di ciò che dicevasi di lui, e spiegava sollecitamente quelle sue azioni che credeva sospette, o mal accette al pubblico[301].

Quando Galeazzo Sforza ricevette la notizia della morte del padre, affidò il comando della sua armata a Giovanni Pallavicino, e facendosi credere il compagno d'un mercante milanese stabilito in Lione, tornò con lui privatamente e senza seguito. Non senza ragione egli cercava di non essere conosciuto nelle province che doveva attraversare: i suoi vicini aspettavano l'istante in cui si aprirebbe la successione dello Sforza per rifarsi del timore e de' riguardi, cui questo grand'uomo gli aveva ridotti. Luigi, duca di Savoja, figliuolo d'Amedeo VIII era morto in Lione il 29 gennajo del 1465; suo figlio Amedeo IX, soprannominato il Beato perchè d'altro non si occupò che di elemosine, di fondazioni di conventi e di pratiche religiose, andava soggetto ad attacchi d'epilessia, che avevano debilitata la sua testa, e rendutolo incapace di governare. I suoi consiglieri vollero far arrestare Galeazzo in onta del salvacondotto che gli avevano dato, sperando di approfittare della sua prigionia in tempo delle turbolenze che credevano dover agitare lo stato di Milano. Si credette di ravvisarlo nel suo passaggio per la Novalese ed i contadini attruppati vollero arrestarlo. Galeazzo si chiuse entro una chiesa, ove sostenne per due giorni una specie d'assedio. Ne venne tratto da Antonio Romagnani giurisperito, che aveva in Piemonte grandissima autorità, e che lo condusse sano e salvo a Novara. In appresso Galeazzo fece il solenne suo ingresso in Milano il 20 marzo del 1466, e fu senza veruna difficoltà riconosciuto dal popolo per legittimo sovrano[302].

La morte di Francesco Sforza influì altresì sul governo di Firenze, ove fece debole il partito dei Medici, e rialzò i loro nemici. Una stretta amicizia aveva uniti Cosimo e Francesco; i loro figliuoli nè avevano le stesse relazioni, nè talenti uguali a quelli di que' sommi uomini. Non pertanto Pietro de' Medici pretendeva essere capo della repubblica fiorentina, come lo era stato suo padre: ma gli uomini di stato di Firenze, che si conoscevano a lui superiori per età, per talenti, per la memoria de' loro servigj, pel rango occupato dai loro antenati, erano ben lontani dall'accordargli quella deferenza che non avevano voluto disputare a suo padre. Pietro loro non si raccomandava per alcuna bella azione; nè il suo ingegno, nè il suo carattere erano tali da prometterne per l'avvenire; la stessa sua salute non gli acconsentiva di adoperarsi utilmente per la repubblica. I cittadini fiorentini lo vedevano non senza indignazione riclamare delle prerogative ereditarie, in uno stato libero e fra uomini tutti uguali fra loro. In seno allo stesso partito dei Medici erasene formato uno, che mostravasi contrario alla sua famiglia, ed era diretto da Luca Pitti. Dopo che questi aveva adunato l'ultimo parlamento, egli riguardava sè stesso quale capo dello stato, e voleva richiamare a sè il potere esercitato da Cosimo. Distinguevasi la fazione a lui attaccata dal luogo in cui aveva fabbricato il suo palazzo, il poggio, mentre che quello de' Medici dicevasi il partito del piano[303].

Ma Luca Pitti non aveva talenti proporzionati alla sua ambizione. I suoi aderenti approfittavano della sua riputazione e della sua ricchezza per dare maggiore imponenza al loro partito, e si proponevano ad un tempo di non acconsentirgli giammai di giugnere ad un alto potere. Distinguevansi tra questi Diotisalvi Neroni, il più riputato degli antichi colleghi di Cosimo de' Medici, e quegli che per la sua capacità era più in istato di governare la repubblica, Niccolò Soderini, di tutti i cittadini il più affezionato alla libertà, ed infine Angelo Acciajuoli, il di cui malcontento veniva esacerbato da un'ingiustizia che gli aveva fatta Cosimo de' Medici[304].

Pietro de' Medici sempre ammalato, e nemico d'ogni applicazione, trascurava non solo i pubblici affari, ma ancora quelli del commercio, che suo padre aveva esteso per tutta l'Europa. Di già alcune perdite, che gli erano accadute, gli annunziavano la sorte che lo aspettava in una mercatura ch'egli non poteva dirigere. Si consigliò con Diotisalvi Neroni, nel quale sommamente fidava, e questi lo esortò a ritirare i suoi fondi in circolazione, per impiegarli in acquisto di terreni. Era questo veramente il solo rimedio col quale i Medici potessero porre in sicuro le loro sostanze; ma era ad un tempo il più vantaggioso alla repubblica. Le relazioni d'interesse che Cosimo aveva formate con tutti gli ordini de' cittadini gli avevano attaccate numerose e pericolose creature. Pietro, eseguendo troppo bruscamente il progetto suggeritogli, scontentò tutti gli amici di suo padre. Levò tutt'ad un tratto e senza avviso ragguardevoli somme alle case che i Medici sostenevano colle commandite, e fu in tal modo cagione di numerosi fallimenti tra i suoi concittadini, non solo a Firenze, ma ancora in Venezia ed in Avignone[305]. I proprietarj di terre ed i capi manifatturieri, cui Cosimo aveva fatte grosse prestanze, trovaronsi ancora in maggiore imbarazzo, quando suo figlio ne domandò il rimborso. Ovunque egli faceva esporre alla vendita per atti di giustizia dei beni affetti da ipoteche; e mentre gettava i suoi debitori in una condizione assai peggiore che se non gli avesse mai ajutati, mutava la passata riconoscenza nel più violento odio[306].

Ne' primi due anni che corsero tra la morte di Cosimo de' Medici e quella di Francesco Sforza, i due partiti sperimentarono più volte ne' consiglj le forze loro senza però venire alle mani. In conseguenza di questa lotta il potere della balìa, che terminava in settembre del 1465, non venne rinnovato; ed i consiglj ordinarono, quasi all'unanimità, che in cambio d'eleggere i magistrati si ricomincierebbe, secondo l'antica costumanza, a tirarli a sorte dalle borse chiuse. Questa legge fu cagione d'una gioja universale, come se rendesse alla repubblica la sua libertà[307].

Per altro queste borse della magistratura erano state composte dalla stessa fazione dei Medici, e non contenevano che nomi di persone alla medesima affezionate. I tribunali erano perciò sempre dipendenti da loro, e le finanze stavano nelle loro mani; essi disponevano pei loro privati interessi dell'entrate della repubblica; un sistema di corruzione e di clientela erasi di già stabilito nello stato, e Firenze ubbidiva sempre a Pietro in forza di una gratitudine che più non aveva per fondamento nè la stima nè la gratitudine. Ma i capi di quelle antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che sdegnavano i Medici quali nuovi ricchi, gli uomini di stato, che avevano coi loro talenti e colla lunga abitudine degli affari acquistata la confidenza dei loro concittadini, non potevano senza indignazione vedersi soppiantati da un uomo debole di spirito e di corpo, giunto per infermità ad immatura vecchiezza, ed il di cui credito non aveva verun fondamento. Quando il primo novembre del 1465 la sorte fece toccare il gonfalone di giustizia a Niccolò Soderini, tutta la città, confidando nel di lui coraggio, nella sua vasta erudizione, nella sua eloquenza, nel suo amore di libertà, sperò che approfitterebbe della sua magistratura per distruggere inveterati abusi, per rendere il debito vigore alle leggi, e mettere nuovamente d'accordo, le instituzioni coi costumi. Il desiderio, che avevano i Fiorentini vivissimo di sottrarsi alla tutela di Pietro, era tanto unanime, che la nomina di Niccolò Soderini fu una festa nazionale. Tutto il popolo lo accompagnò al palazzo pubblico ed applaudì con trasporto, quando, cammin facendo, gli fu presentata una corona d'ulivo, simbolo della pacifica vittoria che da lui si aspettava, e del riposo ch'egli doveva fondare sopra la libertà[308].

Il quarto giorno della sua magistratura il Soderini adunò un consiglio di cinquecento cittadini per deliberare intorno allo stato della repubblica. Lo aprì con un bellissimo discorso sui pericoli della discordia, e sui mali ond'era minacciata una città divisa in partiti. Ma si conobbe allora che mancavagli fermezza di volontà, senza la quale non si governano gli stati. Egli non erasi formato nel suo capo un determinato piano di riforma; diceva soltanto ciò che dovevasi schivare, non quello che far si doveva; chiedeva consiglio, quando a lui si apparteneva il darlo; e vana riusciva la sua eloquenza, poichè il suo scopo non era quello di convincere e di persuadere. Il consiglio, dopo un'inutile deliberazione e l'urto di opinioni affatto contrarie, si sciolse senza avere niente conchiuso. Otto giorni dopo si adunò un nuovo consiglio di trecento cittadini, ed il Soderini per la seconda volta eccitò tutti gli amici della pace, dell'ordine e della libertà, a proporre ciò che troverebbero più conveniente alla salvezza della repubblica. Coloro che avevano sperato che il Soderini avrebbe fissate le loro incerte opinioni, restavano sorpresi che il capo dello stato non avesse maggiore stabilità di carattere, e ritirarono quella confidenza che gli avevano da prima tanto liberalmente accordata. Dall'altro canto i suoi associati, gelosi del favore con cui era stato accolto in principio, amavano piuttosto che la repubblica venisse riformata da un altro che da lui. Per ultimo suo fratello Tomaso era affezionato ai Medici, ed adoperava tutta la sua destrezza ed il suo seducente ingegno per impedirgli di operare. Finalmente, d'accordo con questo fratello, Niccolò Soderini risolvette d'intraprendere egli stesso la riforma dello stato. Da vero amico della libertà volle farlo nelle vie legali, e perciò lentamente; onde la sua breve magistratura gli fuggì di mano, prima che la cominciata opera avesse acquistata alcuna solidità. Egli erasi limitato a due oggetti, a rivedere i conti della precedente amministrazione, ed a cominciare un nuovo scrutinio. Nella prima operazione, che doveva rimontare le finanze, venne contrariato da Luca Pitti, arricchitosi per mezzo degli antichi abusi; nella seconda, che doveva legalmente rinnovare tutte le autorità costituzionali, dovette lottare con tutti i privati interessi di coloro che entravano nei vecchi scrutinj, e cagionò un generale malcontento. E per tal modo quando uscì di carica senza aver nulla eseguito, senza avere data stabilità all'incominciata opera, aveva perduto il favore popolare, e quell'alta riputazione di cui godeva due mesi prima[309].

La repubblica trovavasi tuttavia agitata dai suoi progetti di riforma, quando in Firenze si ebbe avviso della morte di Francesco Sforza. Nel susseguente luglio gli ambasciatori di suo figliuolo vennero a domandare la continuazione del trattato di alleanza fra i due stati, e quella dell'annuo sussidio pagato dai Fiorentini. Pietro de' Medici favoreggiò altamente l'inchiesta dello Sforza. La repubblica, egli disse, aveva fatti infiniti sagrificj per innalzare e per mantenere la casa Sforza sul trono ducale di Lombardia, perchè questa casa serviva di contrappeso alla potenza veneziana, ed assicurava l'equilibrio d'Italia. Era d'uopo guardarsi dal perdere per una meschina avarizia un amico, che tanto aveva costato per istabilirlo; e se, come lo dicevano i suoi avversarj, mancavano a Galeazzo Sforza i talenti e la riputazione del padre, aveva tanto maggior bisogno dei soccorsi, che si voleva levargli. Rispondevano gli amici della libertà, che Francesco Sforza non aveva ricevuti sussidj che come generale d'armata, ed a condizione d'essere sempre apparecchiato a servire i Fiorentini; che suo figlio Galeazzo, non essendo altrimenti generale, non aveva diritto ad una paga totalmente militare. Altronde era cosa affatto chiara, che i Medici volevano continuargli i sussidj per opporre in appresso questo duca a coloro che crederebbero di liberare la loro patria da vergognoso giogo. Così Francesco Sforza erasi mostrato l'amico non di Firenze, ma dei Medici; l'entrate della repubblica erano bensì state cagione della sua grandezza, ma non per questo aveva alla medesima consacrata la sua riconoscenza[310].

Ma la mancanza di risoluzione nel Soderini, mentre era stato gonfaloniere, aveva screditato il suo partito. Coloro che per timidità eransi fin allora mantenuti neutrali, si unirono alla casa dei Medici, perchè più non dubitarono che all'ultimo non riuscisse vittoriosa. La plebe era guadagnata dalla liberalità di quei ricchi mercanti, ed era sempre loro favorevole; e coloro che difendevano la causa pubblica videro con sorpresa, che non formavano che la minorità ne' consiglj. Per mantenere i diritti d'un popolo sovrano, e la legittima autorità, furono forzati di tramare una congiura, come se si trattasse di scuotere il giogo di un tiranno. Cercarono pure stranieri appoggi per opporli a Galeazzo Sforza: si allearono col duca Borso di Modena, che promise di mandare in loro ajuto suo fratello, Ercole d'Este, con mille trecento cavalli. Niccolò Soderini aveva adunati trecento cavalli tedeschi, e doveva con questi attaccare Pietro de' Medici, cacciarlo dal suo palazzo e dalla città, e forse anche farlo morire, ricordandosi quanto gli Albizzi si fossero pentiti di avere risparmiato Cosimo suo padre[311].

Sebbene Pietro de' Medici fosse inferiore a suo padre o a suo figliuolo per talenti e per carattere, in questa circostanza si appigliò prontamente al più savio e più vigoroso partito. Giovanni Bentivoglio, che press'a poco esercitava sopra la repubblica di Bologna la stessa autorità che il Medici in Firenze, lo avvisò che Guido Rangoni, Giovan Francesco della Mirandola ed i signori di Carpi e di Coreggio avanzavansi verso le montagne del Frignano con molte milizie, raccolte negli stati di Modena e di Reggio, per passare a Firenze in soccorso de' suoi avversarj. Dal canto suo Pietro de' Medici ottenne dal duca di Milano la licenza di disporre di un'armata, che tenevano adunata in Bologna Costanzo Sforza ed i Sanseverini, e nello stesso tempo levò più di quattro mila uomini di milizie bolognesi[312]. Partì in appresso dalla sua villa di Careggi con pochi uomini armati per recarsi a Firenze: egli facevasi portare in lettica, preceduto da suo figliuolo Lorenzo a cavallo. Il Valori, che scrisse la vita dell'ultimo, pretende, che, avendo Lorenzo veduti molti armati e grandissimo movimento sulla strada che teneva, temette di qualche intrapresa contro la vita di suo padre, e che gli fece dire di prendere un'altra strada; mentre ad un tempo calmò l'aspettazione di que' soldati, dicendo loro che suo padre lo seguiva a breve distanza. Da ciò si volle dedurne che vi fosse una trama per assassinare Pietro; ma ciò non è altrimenti provato[313].

Pietro aveva ottenuto con segrete pratiche, condotte a fine da Antonio Pucci, di staccare Luca Pitti dal partito de' malcontenti, facendogli sperare di unirlo con un parentado alla propria famiglia[314]. Dopo avere disuniti i suoi nemici Pietro entrò in Firenze. Molti uomini armati stavano aspettandolo in casa sua, e non pochi altri suoi partigiani vennero a raggiugnerlo poichè fu arrivato. Allora mandò alla signoria la lettera del Bentivoglio, per giustificarsi d'aver prese le armi: i suoi avversarj, diceva egli, avevano cominciato prima di lui, e lo avevano forzato a difendersi. Ma i suoi nemici non erano ancora apparecchiati; ed il solo Niccolò Soderini, compensando in quest'occasione colla sua attività e risolutezza ciò che gli era mancato essendo gonfaloniere, aggiunse duecento suoi amici alle tre compagnie tedesche, adunò tutto il popolo del quartiere di santo Spirito, dove egli abitava, ed andò a casa di Luca Pitti a supplicarlo di prendere le armi e attaccare i Medici, prima che si fossero fortificati cogli esterni soccorsi che aspettavano. La vittoria sarebbe ancora stata per loro, se avessero saputo coglierla; ma Luca Pitti pretestò il suo rispetto per la memoria di Cosimo, suo amico, e dichiarò di voler salvare la sua famiglia dal furor popolare[315]. In appresso si conobbe che era stato ingannato dai trattati cominciati per suo privato interesse. Diotisalvi Neroni andò al palazzo pubblico: il gonfaloniere e quattro priori erano attaccati al suo partito; pure si comportavano da buoni magistrati insieme ai loro colleghi, per terminare la lite all'amichevole, e far deporre le armi. Colla loro mediazione si conchiuse una specie di armistizio; le due parti si mantennero in armi nel loro quartiere, mentre si stava negoziando; ma con tale negoziazione Pietro ad altro non pensava che a guadagnar tempo. La signoria in allora regnante stava per terminare i suoi due mesi, ed il gonfaloniere, capo di quella che stava per subentrare pochi giorni dopo, doveva essere preso nel quartiere di santa Croce, quasi tutto devoto a casa Medici. In fatti il 28 del mese fu estratto a sorte Roberto Lioni, uno de' più caldi partigiani di Pietro, e tutta la signoria gli era egualmente favorevole. Gli amici della libertà s'accorsero allora, ma troppo tardi, d'avere commesso un grandissimo errore perdendo tanto tempo. Diedero orecchio a proposizioni d'accomodamento, fatte dalle due signorie riunite, e furono soscritte da Luca Pitti, e da Lorenzo e da Giuliano de' Medici[316].

Pietro era stato forzato ad accettare condizioni, perchè fin tanto che la magistratura, mantenevasi imparziale, i movimenti del suo partito potevano essere puniti come atti di ribellione; ma egli violò sfrontatamente queste condizioni, tostocchè vide i suoi amici installati nella signoria. Roberto Lioni, fingendo di credere che Niccolò Soderini volesse riprendere le armi, adunò il parlamento il 2 settembre del 1466, quattro giorni dopo la soscrizione degli articoli di pace, sebbene la più essenziale condizione della medesima fosse la promessa dei Medici di non adunare parlamento e di non domandare la balìa[317]. Egli aveva occupata la piazza con soldati affezionati ai Medici, e per forza ottenne dal popolo la creazione d'una balìa composta di otto creature di Pietro. Questa balìa dichiarò subito che l'estrazione a sorte della magistratura rimarrebbe sospesa per dieci anni, e vi sostituì elezioni fatte dalla sola fazione dei Medici. A tale notizia gli amici della libertà, prevedendo di già i rigori che si eserciterebbero contro di loro, fuggirono a precipizio da tutte le bande; ma non si poterono però sottrarre alle sentenze rivoluzionarie della balìa: l'Acciajuoli ed i suoi figli vennero relegati per venti anni a Barletta; Neroni ed i suoi fratelli in Sicilia, ed un altro dei suoi fratelli, ch'era arcivescovo di Firenze, ritirossi a Roma; il Soderini ed i suoi figliuoli furono relegati in Provenza; Gualtiero Panciatichi fu per dieci anni esiliato dagli stati di Firenze. Molte altre meno illustri famiglie vennero nello stesso tempo condannate a somiglianti pene[318]. In capo a pochi giorni i rigori andarono crescendo a ridoppio; e mentre la signoria ordinava processioni e rendimenti di grazie per una rivoluzione, che diceva essere la salute dello stato, si arrestarono in mezzo a queste stesse processioni molti cittadini, per gettarli nelle carceri, o per abbandonarli ai carnefici[319]. Luca Pitti fu il solo eccettuato da questa universale persecuzione; ma, caduto in sospetto d'avere venduti i suoi amici, e di avere data a Pietro la nota di coloro ch'eransi dichiarati contro di lui, disprezzato da tutti i repubblicani, mal visto dalla parte vittoriosa, egli strascinò il rimanente della sua vita nell'obbrobrio, fuggito da tutti, ruinato, inabilitato a terminare i superbi palazzi che aveva cominciati con tanto fasto, ed uno de' quali, comperato dopo un secolo dal primo gran duca, si conservò, quale monumento del di lui orgoglio e della di lui imprudenza.

CAPITOLO LXXXI.

Gli emigrati fiorentini si riuniscono sotto la protezione di Venezia ed attaccano con infelice successo i Medici: ingiustizie del governo fiorentino: morte di Pietro de' Medici. — Inquieta ambizione di Paolo II che vuole acquistare l'eredità del Malatesti; egli cerca invano alleati; muore detestato dai Romani e dai dotti.

1466 = 1471.

La libertà, anche non esente dal suoi abusi, faceva sentire a Firenze la sua creatrice potenza, e in mezzo alle sventure, prodotte dall'impero delle fazioni, consolava ancora i cittadini. La città veniva sconvolta da burrascose passioni; i partiti si animavano, si provocavano, si battevano, e nell'ebbrezza della vittoria il vincitore stendeva la sua proscrizione su tutti i vinti, li privava della loro patria, e riempiva tutta l'Italia di esiliati. Non si può senza dolore vedere così detestabili vendette, e tanta dimenticanza dei diritti dei cittadini; ma la pietà inspirata da queste violenti scene è mista di stupore. Ci chiediamo come mai un così piccolo stato poteva sostenere così grandi perdite; come potevano da una sola città uscire tanti potenti ed illustri uomini; come Firenze avesse in allora più nomi storici che tutta l'intera Francia; come ognuno de' suoi cittadini, che vedevasi innalzato o atterrato, era più conosciuto nell'Europa, più ricco, più realmente potente che un pari d'una grande monarchia, il di cui feudo forse pareggiava in estensione tutto lo stato fiorentino. Ci domandiamo che cosa faceva grandeggiar tanto gli uomini in alcune repubbliche d'Italia, mentre sembravano tuttavia tanto piccoli nel restante del cristianesimo, che cosa così profondamente imprime in noi la memoria delle loro azioni, lega la loro vita alla storia dell'umano incivilimento, e coprì la loro terra natale di que' maravigliosi monumenti, ne' quali il gusto e la magnificenza di quegli illustri borghesi superano tutto quanto hanno fatto i principi ed i re; e conviene ben essere ciechi, per non ravvisare in questi prodigj l'opera della libertà[320].

Questa libertà era in allora gagliardamente lacerata; essa più non aveva nelle leggi, nelle istituzioni una sufficiente garanzia; più non assicurava ai cittadini i beneficj che dovevano da essa ripromettersi, una imparziale giustizia, un'inviolabile sicurezza personale; e tante scosse la minacciavano d'una prossima e totale ruina; pure le sue abitudini si mantenevano tuttavia in tutti i cuori. I cittadini fiorentini più non sapevano quali fossero i loro diritti, ma non avevano dimenticato quale fosse la loro dignità; un nobile orgoglio serviva loro di guarenzia, e quantunque nella lotta contro lo stabilimento della tirannia dei Medici, siamo oramai per vederli quasi sempre soccombenti, se non altro questa lotta fu lunga e si rinnovò per due in tre generazioni, fino alla totale distruzione di tutti coloro ch'erano stati allevati nelle generose massime; ed anche quando i patriotti fiorentini soggiacquero per non più rialzarsi, caddero almeno nobilmente.

La rovina e la dispersione dei Soderini, degli Acciajuoli, di Luca Pitti, e del loro partito lasciò in balìa di Pietro de' Medici il dominio nella città di Firenze; ma l'Italia si riempì d'emigrati fiorentini. Coloro ch'erano stati scacciati da Cosimo nel 1434 si unirono agli espulsi da suo figlio Pietro nel 1466. Giovanni Francesco, figlio di Palla Strozzi, poteva essere considerato come il capo de' primi, perciocchè le ricchezze, ch'egli aveva colla mercatura acquisiate grandissime, gli procacciavano quello stesso credito ch'era stato il principio della grandezza de' Medici. Angelo Acciajuoli trovavasi capo dei secondi; egli però non volle associarsi ai figliuoli di coloro ch'egli aveva perseguitati, prima d'aver tentato di riconciliarsi co' suoi antichi amici; ma Pietro gli rispose irrisoriamente, unendo alle proteste di filiale rispetto il consiglio di sottomettersi pazientemente all'esilio ed alla persecuzione[321]. Tutti i fuorusciti fiorentini si recarono in allora a Venezia, e domandarono alla repubblica di proteggere uomini proscritti per quella nobile causa della libertà, nella quale essa medesima riponeva la sua gloria. Ebbero frequenti conferenze col consiglio de' Pregadi, e con Bartolomeo Coleoni, generale dei Veneziani. I Fiorentini, avuta di ciò notizia, condannarono tutti i loro esiliati come ribelli, e taglieggiarono le loro teste[322]. Nello stesso tempo si apparecchiarono alla guerra, e rinnovellarono la loro alleanza col duca di Milano e col re di Napoli.

Per altro gli emigrati non avevano potuto ottenere che Venezia apertamente sposasse la loro causa. Quella repubblica erasi accontentata di licenziare dal suo servigio Bartolommeo Coleoni, e di permettere loro di assoldarlo. In allora questo generale soggiornava in Bergamo; sebbene egli non si fosse mai acquistato gran nome con istrepitose azioni, essendo sopravvissuto a tutti gli altri, risguardavasi come il più rinomato generale d'Italia[323]. I Veneziani gli anticiparono segretamente del danaro, e gli emigrati fiorentini, arricchiti dal commercio, adunarono facilmente considerabili somme. Essi non si accontentarono del Coleoni, che doveva essere il loro supremo generale e che aveva di già adunati sotto le sue bandiere alcune migliaja di soldati; ma trattarono con Ercole d'Este, legittimo fratello del duca di Ferrara, e lo presero al loro soldo con mille quattrocento cavalli[324]. Arruolarono inoltre i signori di Carpi, della Mirandola e di Forlì, Marco Pio, Galeotto Pico e Pino degli Ordelaffi, stendendo in tal modo le loro alleanze intorno ai confini della Toscana. Astorre Manfredi, signore di Faenza, si era obbligato ai servigj dei Medici e doveva custodire le gole di Val di Lamone di concerto con Federico di Montefeltro. Non pertanto, dopo avere ricevuto il loro danaro, mutò bruscamente partito, dichiarossi a favore degli emigrati, e pose in grandissimo pericolo l'armata fiorentina che aveva ricevuto nel suo territorio[325]. Per ultimo la stessa famiglia Sforza non si mantenne tutta intera attaccata ai Medici. Alessandro, signore di Pesaro, fratello dell'ultimo duca di Milano, mandò suo figlio Costanzo all'armata degli emigrati. Tutto sembrava piegare a seconda degli ultimi; gli antichi amici della repubblica avevano abbracciata la loro causa, e contavansi nella loro armata ottomila cavalli e sei mila pedoni di buona e vecchia truppa, quando il Coleoni passò il Po il 10 maggio del 1467, e si avanzò fino a Dovadola nel territorio d'Imola con intenzione d'entrare in Toscana dalla banda della Romagna[326].