STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO XI.


ITALIA
1818.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO LXXXIII.

Lorenzo de' Medici subentra nel credito di suo padre sopra la repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione dei nipoti di Sisto IV; prima campagna di Giuliano della Rovere, che in appressa fu Giulio II. — Progressi de' Turchi; primo assedio di Scutari; assedio di Lepanto; presa di Caffa.

1469 = 1475.

Fin qui abbiamo veduto la repubblica fiorentina collocarsi nel centro di tutte le negoziazioni, dirigendo tutti gli avvenimenti, ed avendo per lo meno qualche parte in tutte le rivoluzioni, in tutte le guerre d'importanza che agitarono l'Italia. Ma sotto l'amministrazione de' Medici, Firenze non si sostenne in così elevato rango; acconsentì di essere dimenticata nell'equilibrio dell'Italia; le rivoluzioni de' vicini stati si concatenarono le une colle altre senz'essere da lei dirette, o senza che ella si sforzasse di contenerle; e dopo avere passate in rivista queste grandi scene della politica, siamo costretti di tornare a dietro per vedere ciò che accadeva in questo tempo nella sua interna amministrazione. Noi la troviamo languente per la precaria sanità del suo capo, o debole per l'estrema giovinezza di quello che gli succede; la vediamo partecipare all'infelicità delle reggenze delle minorità, e comprendiamo in qual modo con tale cambiamento di spirito dovette spegnersi la sua forza.

D'uopo era che l'antico amore dei Fiorentini per la libertà fosse estremamente indebolito, perchè la morte di Pietro de' Medici non cagionasse una rivoluzione nella repubblica. Di già il vecchio Cosimo, dopo avere fondata la sua autorità piuttosto nella superiorità delle ricchezze che ne' grandi servigi, l'aveva trasmessa a Piero, suo figliuolo, come parte della sua eredità. Ma Piero era giunto a quella matura età che richiedevasi, perchè la repubblica potesse ubbidirgli senza vergogna. Le sue infermità lo avevano precocemente posto nel numero de' vecchi; egli era forse più stimato e meno temuto, perchè sembrava che omai non potesse sentire le passioni degli altri uomini. L'abituale sua dimora in campagna, le difficoltà e la lentezza con cui trasportavasi in lettica, quando tutti viaggiavano a cavallo, dava una certa quale apparenza di dignità a colui, che mai non ommettevasi di consultare come un oracolo in tutte le più importanti occasioni. Quando Piero morì non lasciò per capi della famiglia che i due suoi figli, il maggiore dei quali, Lorenzo, non giugneva ai ventunanni[1]. Faceva torto all'onore della repubblica, che venerabili magistrati, invecchiati ne' pubblici impieghi, rispettati da tutta l'Europa, ed accostumati a dirigerne la politica, venissero risguardati quali semplici partigiani di due giovinetti, le di cui pretensioni erano smentite dalla costituzione e da tutte le leggi dello stato cui non avevano renduto alcun servigio, i di cui natali erano più bassi di quelli di tutti i loro rivali, ed il di cui merito personale non aveva ancora potuto conoscersi. Pure coloro che avevano governata Firenze a nome di Piero, imposero silenzio all'amore del loro paese, e ad un'ambizione degna di un animo elevato per non ascoltare che circoscritti interessi, lo spirito di partito e l'ebbrezza della vittoria. Vollero conservare gli abusi di un governo di fazione, perchè essi soli ne approfittavano. Il credito personale dei giovani Medici non doveva soverchiare il loro proprio che in un'epoca creduta ancora lontana, e credevano inoltre più facile il tenere unito il loro partito sotto un antico nome, che innalzare ostensibilmente al primo posto quei medesimi che in fatti l'occupavano.

I cittadini, che in allora realmente governavano Firenze, erano Tommaso Soderini, fratello di quel Niccolò ch'era stato esiliato nell'ultima rivoluzione, Andrea de' Pazzi, che fu fatto cavaliere dalla repubblica nel febbrajo del 1468, essendo gonfaloniere di giustizia[2], Luigi Guicciardini, Matteo Palmieri e Piero Minerbetti. Questi erano coloro che in tempo delle dolorose malattie di Piero de' Medici avevano diretta la signoria, e s'erano fatti padroni dell'autorità del popolo per nominare i magistrati; erano que' medesimi che Piero de' Medici, stomacato dalla loro insolenza, e dalle vessazioni che esercitavano sopra tutti i cittadini, aveva minacciati di far rientrare entro i confini dell'ordine civile, richiamando in patria gli emigrati. Questi dopo la di lui morte si concertarono per continuare, sotto un vano nome, una giunta che loro assicurava la distribuzione di tutte le cariche, e delle finanze dello stato. Gli ambasciatori, accostumati a trattare con Tommaso Soderini, i cittadini, che da lungo tempo sapevano che la loro fortuna era dipendente dal suo favore, gli rendettero una specie d'omaggio, affrettandosi di visitarlo, tostocchè si ebbe notizia della morte di Piero de' Medici. Ma il Soderini temette di risvegliare la gelosia de' suoi colleghi, e d'indebolire il suo partito, accettando queste dimostrazioni di rispetto. Rinviò perciò i cittadini, che gli facevano visita, ai giovani Medici come ai soli capi dello stato; adunò nel convento di sant'Antonio tutti gli uomini che avevano maggiore influenza nella repubblica, e loro presentando Lorenzo e suo fratello, loro raccomandò di conservare a questi giovani il credito di cui la loro casa era in possesso da trentacinque anni; e gli avvisò essere più agevole cosa il mantenere un potere consolidato dal tempo, che il fondarne un nuovo[3].

I Medici accolsero modestamente gli attestati di attaccamento e di considerazione che erano loro dati a nome della repubblica, e per alcuni anni essi non tentarono di acquistare un'autorità, che apparentemente non esisteva che ne' magistrati, e che non poteva segretamente esercitarsi sopra di questi, che da coloro cui i lunghi servigj ed i conosciuti talenti davano altissima considerazione. Per lo spazio di sette anni Firenze fu internamente abbastanza tranquilla; i Medici, occupati ne' loro studj ed in giovanili cure, ora accoglievano in casa loro i più celebri letterati ed artisti, ora trattenevano il popolo con clamorose feste. Questi spettacoli si moltiplicarono con troppo maggior lusso nel 1471, quando Galeazzo Sforza, duca di Milano, venne a Firenze con sua moglie Bona di Savoja, sotto pretesto di soddisfare ad un voto.

Galeazzo, divenuto di già insopportabile a' suoi sudditi per la sua vanità, per la sua instabilità e crudeltà, volle ostentare in su gli occhi dell'Italia i tesori estorti ai suoi popoli con crudeli vessazioni. Non resta memoria di un viaggio intrapreso con maggiore ostentazione. Dodici carri coperti di drappi d'oro si trasportarono coi muli a traverso agli Appennini per servigio della duchessa; non erasi ancora aperta su quelle montagne alcuna strada carreggiabile. Precedevano i principi sposi cinquanta palafreni per la duchessa, cinquanta cavalli a mano pel duca, tutti bardati a drappi d'oro, cento uomini d'armi e cinquecento fanti per guardia, cinquanta staffieri vestiti di stoffe di seta con argento, cinquecento coppie di cani per la caccia e moltissimi falconi. Il loro seguito, ingrossato da tutti i loro cortigiani, era di circa due mila cavalli[4]. Dugento mila fiorini d'oro erano stati dal duca destinati a questa insensata pompa: colla metà della quale somma, pochi mesi prima, poteva difendersi l'isola di Negroponte, ed impedire che cadesse in mano dei Turchi.

Lorenzo de' Medici accolse in sua casa il duca di Milano, e dispiegò tutta la propria magnificenza per onorare un ospite così splendido. Sopra i suoi abiti e ne' suoi palazzi non isplendevano tante gemme, ma la pompa delle arti suppliva a quella dell'opulenza; i tanti antichi monumenti, i quadri e le stupende statue, che Lorenzo aveva raccolte, sorpresero il duca di Milano[5]. Dal canto suo la repubblica rivalizzò nel lusso col suo ospite e col suo ricco cittadino. Tutto il numeroso corteggio del duca fu alloggiato e mantenuto a spese del pubblico; tre sacri spettacoli, rappresentanti misteri, si offrirono ai Lombardi. Nella chiesa di san Felice si rappresentò l'Annunciazione della Vergine; ne' Carmelitani l'Ascensione di Cristo, ed in santo Spirito la Discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, la quale ultima rappresentazione fu disturbata dall'incendio della stessa chiesa; perciocchè le fiamme, che vi si facevano a guisa di lingue, si appiccarono alle decorazioni, e le consumarono col palco e col tetto dell'edifizio[6]. Ma un danno assai più reale per Firenze fu la comunicazione dei gusti, del lusso, dei piaceri e dei vizj d'una corte corrotta, la comunicazione del suo ozio e della sua galanteria ad una repubblica, che mantenevasi co' suoi austeri costumi, coll'economia dei capi di famiglia, coll'attività e col costante lavoro della gioventù. Fu a' tempi di Lorenzo de' Medici, che si videro i Fiorentini accostumarsi alla servitù; eransi prima d'allora assoggettati più volte all'autorità vessatoria di una fazione vittoriosa; ma la molla delle antiche costumanze, più forte d'ogni passaggiera oppressione, riconduceva bentosto il regno delle leggi. Quando la mollizie e il libertinaggio ebbero occupato il luogo dell'antica energia, i Medici trovarono moltissimi cittadini, che preferirono il riposo dell'ubbidienza all'agitazione del comando[7].

L'inconsiderata intrapresa d'un emigrato fiorentino aveva pochi mesi prima richiamata l'esistenza e gl'intrighi del partito che era stato espulso dalla patria nel 1466. Tutti i figli d'Andrea Nardi, ch'era stato gonfaloniere nel 1446, erano esiliati; Bernardo, di tutti il più giovane ed il più coraggioso, tentò di ricominciare la guerra, occupando la città di Prato. Teneva in questa città molti amici, e ne contava ancora molti di più tra i contadini di Pistoja: sapeva inoltre che in queste due città non era affatto spento l'amore dell'antica indipendenza, e che si accusava il governo fiorentino d'essere ingiusto e vessatorio. Comunicò il suo progetto e le sue speranze a Diotisalvi Neroni, risguardato dagli emigrati come loro capo, e ne ottenne l'assicurazione che gli giugnerebbero soccorsi da Bologna o da Ferrara, se poteva occupare Prato e mantenervisi quindici giorni. Dietro tale promessa Bernardo Nardi, nella notte del 6 aprile del 1470, adunò un centinajo di contadini fuori delle porte di Prato dalla banda di Pistoja. Fece in appresso chiedere al podestà di aprire le porte ad un viaggiatore, ch'era giunto a notte assai innoltrata. In tempo di pace non si negava mai questo favore. Il Nardi gettossi addosso a colui che portava le chiavi della città, ed avendogliele tolte, fece entrare tutti i suoi compagni, e cominciò a correre le strade, eccitando gli abitanti di Prato alle armi ed alla libertà. S'impadronì, senza trovare resistenza, di Cesare Petrucci, podestà, del palazzo pubblico e della città, senza che per altro verun cittadino prendesse le armi in suo favore, osservando tutti sbalorditi un movimento tumultuoso che non sapevano comprendere. Intanto, essendosi adunata la signoria di Prato, Bernardo si recò innanzi a lei per esortarla a ricuperare la propria libertà, ajutando in pari tempo i fuorusciti fiorentini a ricuperare la loro. Ma la signoria rispose con calma di non volere altra libertà che quella di cui godeva sotto la protezione di Firenze. Mentre ciò accadeva, i Pratesi avevano potuto conoscere quanto ristretto fosse il numero de' seguaci del Nardi, ed i Fiorentini, che trovavansi in Prato, avevano cominciato a riunirsi ed a prendere le armi. Giorgio Ginori, cavaliere di Rodi, si pose alla loro testa, attaccò i faziosi, molti ne uccise, e gli altri tutti fece prigionieri. Questa sedizione, che si terminò in cinque ore, e che non aveva cagionato alcun danno reale, fu punita con eccessivo rigore. Si tagliò la testa a Nardi ed a sei de' suoi compagni in Firenze, ad altri dodici in Prato; molti erano morti difendendosi; di modo che quasi tutti coloro che avevano prese le armi, perirono vittime della loro imprudenza[8].

Due anni dopo una sedizione di assai più grave natura scoppiò nella città di Volterra a cagione d'una miniera d'allume ch'erasi scoperta. Un Sienese, Benuccio Capacci, l'aveva presa in affitto dalla magistratura della città; ma perchè pareva ritrarre da questa miniera maggiore vantaggio d'assai che non erasi in principio creduto, e perchè quasi tutto l'utile tornava a profitto degli stranieri, gli abitanti di Volterra vollero prevalersi di alcune irregolarità del primo contratto per annullarlo[9]. Alcuni Volterrani, trovandosi feriti nell'interesse e nell'amor proprio, talmente si andarono esacerbando gli spiriti, che queste contese dell'allume furono cagione di zuffe, di omicidj e dell'esilio di varj cittadini, ed all'ultimo di una totale rivoluzione nel governo municipale. Volterra era una città piuttosto alleata che suddita de' Fiorentini; erasi soltanto obbligata a pagar loro ogni anno mille fiorini, che non formavano la decima parte delle sue entrate, ed a ricevere ogni sei mesi un podestà fiorentino. La magistratura estraevasi a sorte ogni due mesi, secondo l'antica usanza delle repubbliche italiane: governavasi in una maniera indipendente, faceva le sue leggi e le abrogava, e nominava i comandanti di una ventina di castelli del suo territorio: alcuni decemviri, nominati nel caldo delle dispute cagionate dalla scoperta della miniera dell'allume, trovarono ingiusto che la repubblica di Firenze s'immischiasse nella sua amministrazione, ed avesse fatti rimettere in possesso della miniera gl'intraprenditori che n'erano stati scacciati colla forza. Essi dimenticarono nelle loro relazioni, fatte ai Fiorentini, que' riguardi e quel rispetto, che i loro predecessori avevano sempre mostrato verso questo stato protettore, ed all'ultimo rifiutarono di seguire i consigli di Lorenzo de' Medici, che cercava di far loro sentire l'imprudente loro condotta, e che, offeso da tale arroganza, opinò in appresso, perchè venissero sottomessi colle armi[10].

I Volterrani avevano di già spediti ambasciatori a diverse potenze d'Italia per chiedere la loro protezione; e gli emigrati fiorentini, che andavano in cerca di tutte le occasioni d'attaccare il governo, loro promisero e danaro e gente. La rivoluzione scoppiò il 27 aprile del 1472. Frattanto Tommaso Soderini volle ancora tentare la via delle negoziazioni; ma i suoi rivali preferirono quella delle armi, e furono appoggiati da Lorenzo de' Medici, che desiderava illustrare la sua amministrazione con qualche impresa militare. Non già ch'egli si recasse personalmente all'armata, la quale si adunò senza di lui sotto gli ordini di Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, ed in breve ottenne una vittoria, accompagnata più che da onore, da vergogna e da rimorso. I Volterrani avevano adunato a stento un migliajo di soldati; i loro avamposti furono superati con estrema facilità, e le antiche loro mura, maravigliosa opera degli etruschi, vennero aperte dall'artiglieria. Capitolarono circa la metà di giugno, venticinque giorni dopo cominciato l'assedio: ma avendo un soldato, in onta alla capitolazione, percosso e spogliato un antico magistrato di Volterra, che aveva in allora deposta la carica, quest'esempio di militare licenza fu subito seguito da tutta l'armata vincitrice. Volterra fu per un giorno intero abbandonata al saccheggio, senza che venissero risparmiati nè i sacri edificj, nè l'onore delle donne: il governo municipale fu abolito, s'innalzò una fortezza sulla piazza del palazzo vescovile, e dal rango d'alleata la città fu ridotta a quello di suddita[11].

I due tumulti di Prato e di Volterra furono le sole cose che alterassero momentaneamente la pace di cui godette Firenze sotto l'amministrazione dei tutori e degli amici dei giovani Medici. Omai il loro potere trovavasi abbastanza rassodato, perchè le congiure, urtando contro di loro, lo consolidassero invece di scuoterlo. Ma di questa stessa epoca l'uomo, che doveva mostrarsi il loro più acerbo nemico, quello che doveva promettere appoggio e favore a nuove congiure e santificarle colle sue benedizioni, Sisto IV, era stato innalzato alla più eminente dignità del cristianesimo.

Il pericolo dell'invasione de' Turchi era in Italia così universalmente sentito, e tutti gli spiriti erano compresi da tanto terrore, che non eravi un sol uomo nel collegio de' cardinali, che non si mostrasse determinato ad impiegare tutte le ricchezze della chiesa romana, e tutte le forze della cristianità per combattere i barbari. Salendo sul trono un nuovo pontefice vi portava sempre questo voto, che aveva formato in meno sublime condizione; e le sue prime congregazioni, le prime lettere erano tutte piene di quell'ardore che voleva inspirare a tutti i fedeli. Ma poichè aveva cominciato ad assaporare il piacere del comando, dopo di avere sperimentato alcun tempo, da un canto la sorda ma costante opposizione di tutti coloro il cui interesse non si accordava colla guerra, dall'altro canto la soddisfazione d'arricchire le sue creature, di soddisfare i proprj gusti o quelli degli uomini a lui più cari, finalmente d'impiegare i tesori della chiesa nell'appagare le proprie passioni piuttosto che nella difesa della Cristianità, tutto il suo zelo si agghiacciava, trovava pretesti per dispensarsi dal prendere parte alla crociata ch'egli stesso aveva predicata; e coloro cui egli stesso aveva poste le armi in mano, dovevano riputarsi felici, s'egli non approfittava dell'averli posti in guerra col comune nemico, per attaccarli poscia nei loro stati e spogliarli.

Questo progressivo raffreddamento, che si era potuto osservare in Calisto III, in Pio II, in Paolo II, si rese più manifesto in Sisto IV. Dopo il pontificato di Niccolò V, lo scettro della Chiesa era successivamente caduto in mani sempre meno pure, e questo progressivo degradamento doveva avere per termine alla fine del secolo lo scandaloso papato d'Alessandro VI. Francesco della Rovere, innalzato alla santa sede sotto il nome di Sisto IV, vi era giunto, per quanto si disse, col mezzo di simoniache pratiche. Il suffragio del cardinale Orsini era stato comperato colla promessa dell'impiego di tesoriere o di camerlengo, quello del cardinale pro-cancelliere coll'abbadia di Subbiaco, e quello del cardinale di Mantova coll'abbadia di san Gregorio[12]. In questo modo il cardinale Bessarione, che da principio sembrava avere per lui il maggior numero delle voci, ed il cardinale di Pavia, che avrebbe egualmente onorata la tiara, furono allontanati, non senza ch'essi medesimi si avvedessero delle pratiche, che li privavano tutti e due del papato[13].

Tutta la Chiesa echeggiava di lagnanze contro l'avarizia di Paolo II, che si era veduto accumulare le entrate de' beneficj ecclesiastici, lasciandoli molti anni senza possessori; non conoscevasi che avesse alcun favorito, nè vedevasi che spendesse in magnificenze, o in altri oggetti; sapevasi che il suo gusto era quello d'ammassare tesori, senza farne uso, ed eraglisi più volte udito a dire che i suoi forzieri erano pieni d'oro. Pure Sisto IV dichiarò di non avervi trovati che cinque mila fiorini[14]; ma la subita ricchezza de' suoi nipoti, e lo scandaloso lusso che ostentarono bentosto in faccia a tutta l'Europa, fecero sospettare che i tesori dell'ultimo pontefice non erano stati preservati dal saccheggio.

Sisto IV aveva quattro nipoti, il di cui rapido innalzamento fu un oggetto di scandalo a tutta la Cristianità. Leonardo e Giuliano, che portavano come il papa il nome della Rovere, erano figliuoli di suo fratello; Pietro e Girolamo Riario erano figli di sua sorella. Vergognose vociferazioni ascrivevano la nascita degli ultimi due ad un incesto, altri cercavano una causa ancora più infame, se è possibile, della insensata predilezione di Sisto IV per questi due giovani: l'obbrobrio di tali accuse era universalmente sparso, ed i costumi e la condotta del papa contribuirono ad ottener loro credenza.

Frattanto tutti gl'interessi della Chiesa e della Cristianità erano sagrificati all'ingrandimento de' nipoti. Leonardo della Rovere fu nominato prefetto di Roma, sposò una figlia naturale di Ferdinando, ed in occasione di questo matrimonio Sisto IV abbandonò al re di Napoli il ducato di Sora, Arpino e tutti i feudi che Pio II aveva acquistati alla Chiesa nell'ultima guerra, e che Paolo II aveva così vigorosamente difesi. Nello stesso tempo Sisto condonò a Ferdinando, non senza eccitare violenti lagnanze nel sacro collegio, quel tributo arretrato che aveva fatto temere di guerra tra il re di Napoli e la santa sede[15], e lo dispensò da tale obbligo a vita; formò in tale maniera con danno della sua Chiesa la più stretta alleanza col governo di Napoli. Giuliano della Rovere, che Sisto IV creò cardinale, e che arricchì di beneficj ecclesiastici, fu poi papa Giulio II. Girolamo Riario sposò, pel credito dello zio, Catarina, figlia naturale di Galeazzo Sforza, duca di Milano, che gli portò in dote la contea di Bosco, presso alle Alpi liguri, e ciò che più stimavasi dal papa, la protezione della casa Sforza[16]. Ma ciò non bastava all'ambizione del pontefice; nel 1473 fece comperare per Girolamo, da suo fratello Pietro, pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro la città ed il principato d'Imola, ove Taddeo Manfredi, che in allora sosteneva una guerra civile contro sua moglie e suo figlio, a stento si manteneva[17].

Sebbene un tale ingrandimento de' nipoti del papa fosse ancora senza esempio negli annali della Chiesa, poteva fin qui spiegarsi per sola cupidigia ed ambizione. Ma la predilezione di Sisto IV per suo nipote, Pietro Riario, che di semplice frate francescano fu fatto prete cardinale del titolo di san Sisto, patriarca di Costantinopoli ed arcivescovo di Firenze, diede luogo a più odiosi sospetti. Pietro Riario, nella fresca età di 26 anni, non era distinto nè per talenti, nè per virtù; e niuno lo conosceva ancora, quando nel quinto mese del pontificato di suo zio fu nominato cardinale. «D'allora in poi, dice Giacomo Ammanati cardinale di Pavia, fu in corte onnipotente. Il suo rango ed il suo fasto sorpassarono tutto quanto creder potranno i nostri nipoti, e tutto quanto hanno potuto vedere i nostri padri. Quando andava a corte o ne usciva, una quantità di persone d'ogni condizione e d'ogni dignità lo accompagnava, ed anguste erano tutte le strade per la folla che lo precedeva e lo seguiva. In casa sua assai più frequenti erano le udienze che quelle del pontefice. I vescovi, i legati, gli uomini d'ogni qualità riempivano sempre la di lui casa. Diede un convito agli ambasciatori di Francia, che superò in sontuosità tutto ciò che l'antichità ed i gentili conobbero in questo genere. Gli apparecchi si continuarono molti giorni; vi si adoperò tutta l'arte degli Etruschi, ed il paese dovette contribuire tutto quanto aveva di raro e di squisito; ogni cosa facendosi al solo oggetto di ostentare un fasto che non potesse superarsi dalla posterità. L'estensione degli apparecchi, la loro varietà, gli ordini degli ufficiali, il numero de' coperti, il prezzo delle vivande, tutto venne accuratamente notato dagl'ispettori, tutto cantato in versi, sparsi poi con profusione non solo nella città, ma in tutta l'Italia. Si ebbe perfino cura di mandarne alcuni esemplari oltremonti[18]

Pochi giorni dopo questo banchetto, il di cui fasto insultava ai voti di povertà dell'ordine di san Francesco, in cui era stato allevato il cardinale Riario, Eleonora d'Arragona, figlia di Ferdinando, promessa sposa al duca di Ferrara, giunse a Roma, accompagnata da Sigismondo, fratello d'Ercole, per recarsi presso al consorte; in tale occasione il cardinale Riario spiegò un fasto più stravagante. Per ricevere Eleonora fece innalzare sulla piazza de' santi Apostoli un palazzo tutto risplendente d'oro e di seta. Tutti i vasi destinati al servigio di questa corte, e perfino gli utensili più vili erano d'argento o dorati[19]. Le feste succedevano alle feste, onde il cardinale Riario trovò d'avere spesi in brevissimo tempo cento mila fiorini, e contratti debiti per altri sessanta mila. Per supplire a così disordinate spese, che uguagliavano o superavano l'entrate de' più ricchi sovrani, Riario aveva riunite le più opulenti prelature della Cristianità. Patriarca titolare di Costantinopoli, possedeva nello stesso tempo tre arcivescovadi ed innumerabili altri beneficj.

Bentosto Pietro Riario volle mostrare all'Italia tutta il lusso ostentato in Roma. Recossi con real fasto a Milano, ove giunse il 12 settembre del 1473. Vi fu ricevuto col titolo di legato di tutta l'Italia datogli da Sisto IV. Colà volle far prova di magnificenza in concorso di Giovanni Galeazzo, che non era di lui meno vano. Fu creduto inoltre che si fossero promessi reciproca assistenza nel progetto di farsi, uno re d'Italia, e l'altro papa. Di là il Riario andò a Venezia per cercarvi non solo lo splendore degli onori che gli si tributavano, ma ancora la voluttà. Assicurasi che si abbandonò ad ogni eccesso, oltre le forze della sua costituzione. Spossato da scandalosi stravizj, per altro meno ruinosi ai popoli del suo fasto, morì pochi giorni dopo il suo ritorno a Roma, il 5 gennajo del 1474, dopo di avere dato all'Italia nello spazio di diciotto mesi uno spettacolo il di cui scandalo era fin allora sconosciuto. Con costui ebbe principio il Nipotismo, che per lo innanzi si erano avute poche occasioni di rimproverare alla corte di Roma[20].

Sisto IV pareva che non potesse dispensarsi dall'avere un favorito, onde prodigargli tutte le ricchezze della Chiesa. Quando perdette Pietro Riario, pianse amaramente, e si affrettò di sostituirgli un altro suo nipote, che la sua giovinezza aveva fin allora tenuto lontano dalla fortuna. Era questi Giovanni della Rovere, fratello di Leonardo e di Giuliano. Sisto IV gli fece sposare Giovanna di Montefeltro, figlia di Federico, conte d'Urbino, il più dotto ed il più virtuoso di tutti i feudatarj della Chiesa. Perchè questa figlia d'un principe non isposasse un semplice particolare, il papa staccò dall'immediato dominio della santa sede, e diede in feudo a Giovanni della Rovere, le città di Sinigaglia e di Mondavio col loro territorio. Richiedevasi per convalidare queste cessioni il consenso del concistoro de' cardinali, e non fu facile l'ottenerlo. Il cardinale Giuliano, fratello del nuovo principe, adoperò le più vive istanze per persuadere i suoi colleghi; il papa acquistò con ricchi beneficj un dopo l'altro i loro voti; onde i più caldi sostenitori degl'interessi della Chiesa furono all'ultimo strascinati dal voto della pluralità[21]. In appresso volle Sisto IV dare nuovo lustro alla dignità del principe che aveva di fresco aggregato alla sua famiglia. Federico di Montefeltro, che faceva prosperare il suo piccolo stato, risguardavasi come uno de' migliori generali d'Italia; aveva sempre sotto i suoi ordini una buona armata, che manteneva come un condottiere, ricevendo il soldo da qualche più potente sovrano. La posizione de' suoi stati nella vicinanza di Roma dava maggior prezzo alla sua alleanza; e il papa per affezionarselo maggiormente lo decorò del titolo di duca d'Urbino, il 21 agosto del 1474, colla pompa medesima e colle cerimonie, che avevano tre anni prima accompagnata la nomina di Borso d'Este al ducato di Ferrara[22]. Bentosto il genero di Federico passò ad una nuova dignità; perchè, essendo morto l'11 novembre del 1745 il di lui fratello Leonardo, gli successe nella carica di prefetto di Roma.

L'altro fratello della Rovere, quel cardinale Giuliano, che in età avanzata doveva poi mostrarsi il più bellicoso pontefice, apprendeva in questi tempi l'arte militare nello stato della Chiesa. La città di Todi fu la prima scena delle sue imprese. Erasi veduto ripullulare in questa città l'antica discordia de' Guelfi e dei Ghibellini, che doveva credersi affatto spenta dopo avere per tre secoli tenuta l'Italia divisa. Era stato ucciso Gabriele Castellani, capo de' Guelfi del paese, e Matteo Canali, capo de' Ghibellini, erasi in certa maniera fatto sovrano di Todi. Tutta la provincia si era sollevata per questo avvenimento; e la memoria delle antiche offese aveva risvegliati gli odj con tanto furore, come se le due fazioni discutessero tuttavia i diritti dell'Impero e della Chiesa. Gli abitanti di Spoleti, il conte Giordano Orsini ed il conte di Pitigliano erano accorsi in ajuto de' Guelfi; e Giulio da Varano, signore di Camerino, erasi dichiarato pel contrario partito. Per altro le opinioni che avevano in addietro dato origine a queste fazioni erano affatto dimenticate, ed i Guelfi erano così lontani dall'essere i campioni dei diritti della Chiesa, che il legato del papa abbracciò la difesa dei Ghibellini. Questi entrò in Todi alla testa della sua piccola armata, ne scacciò i contadini che v'erano stati introdotti, punì i sediziosi colla prigione o coll'esilio, e ridusse di nuovo la provincia nell'assoluta dipendenza della santa sede. Da Todi Giuliano condusse la sua armata a Spoleti. Quando lo videro avanzarsi si ritirarono l'Orsini ed il Pitigliano, e la città capitolò: ma non furono poi osservate le condizioni accordate agli abitanti dal cardinale legato; i soldati, a dispetto de' suoi ordini, svaligiarono i cittadini. Pure in appresso la Chiesa non punì i soldati per la loro insubordinazione, ma insevì contro gli abitanti di Spoleti, cui il cardinale non credevasi obbligato a nulla, da che la loro capitolazione non era stata osservata. Molti di loro furono posti in prigione, altri esiliati, e venne abolita la loro giurisdizione sopra la provincia[23].

Più non restava a Giuliano della Rovere per ultimare la campagna che di sottomettere Niccolò Vitelli, principe di Tiferno, o Città di Castello. Il Vitelli non assumeva che il titolo di vicario della santa Chiesa; dichiaravasi apparecchiato ad ubbidire agli ordini del papa; ma intanto manteneva nella sua piccola sovranità un'indipendenza, che per molte generazioni vi avevano mantenuta ed a lui trasmessa i suoi antenati. Egli respinse la forza colla forza, ottenne un vantaggio sopra le truppe del cardinale Giuliano, e nello stesso tempo chiese ajuto ai Fiorentini. Questi non vedevano senza inquietudine il torbido governo del pontefice e de' suoi nipoti, e quel cambiamento nell'amministrazione della Chiesa, che pareva formarne una monarchia militare. Avevano essi ragione di temere per Borgo san Sepolcro, città vicinissima al teatro della guerra, che si erano fatta cedere dai papi, e che poteva essere loro ritolta. Vi mandarono adunque una piccola armata, comandata da Pietro Nasi; fecero in pari tempo passare alcuni soccorsi al Vitelli, ed eccitarono in tal modo la collera del pontefice, che più loro non perdonò d'averlo fermato nell'esecuzione de' suoi progetti[24]. Il cardinale, perduta la speranza di sottomettere il Vitelli colla forza, gli accordò un'onorata capitolazione. Duecento soldati della Chiesa vennero ricevuti in Città di Castello in segno di sommissione; ma non fu cambiato il governo, e venne riconosciuta la sovranità del Vitelli. Del resto tale trattato fu altamente biasimato dal sacro collegio. I più virtuosi cardinali erano quelli che più s'interessavano per l'ingrandimento del temporale dominio della Chiesa. Avevano sperato che Città di Castello sarebbe ridotta sotto il diretto dominio della santa sede; e risguardarono la cessione fatta al Vitelli, come contraria alla dignità ed alla sovranità del papa[25].

Se i Fiorentini avevano concepita dell'inquietudine per i movimenti dell'armata del cardinale Giuliano ai loro confini, avevano ancora più forte motivo di porsi in guardia dell'alleanza strettissima del papa col re di Napoli; particolarmente dopo che questi due sovrani eransi attaccati a Federico d'Urbino, che fin allora era stato quasi sempre capitano della repubblica. I Fiorentini avevano veduto con istupore disporsi il duca Federico a fare un viaggio a Napoli, ed avevano cercato di ritenerlo, osservandogli che se ponevasi una volta tra le mani di Ferdinando, riceverebbe il trattamento fatto al Piccinino[26]. Ma quando seppero per lo contrario che Federico era in Napoli festeggiato ed onorato assai, ed inoltre nominato generale della lega del re e del papa, credettero che fosse tempo di cautelarsi contro l'ambizione di così formidabili vicini. Da un canto nominarono loro capitano Roberto Malatesta, principe di Rimini, e dall'altro canto spedirono Tommaso Soderini a Venezia per conchiudervi una più stretta alleanza con questa repubblica[27].

I Veneziani trovavansi in allora più stretti che mai dalle armi turche, e vedevansi in pari tempo compromessi per gli affari di Cipro con i due più potenti stati d'Italia. Ferdinando sperava sempre di far ottenere la corona di quel regno a suo figlio naturale, don Alfonso, che aveva fatto adottare dalla regina Carlotta, legittima sorella di Giacomo, e che aveva promesso sposo all'altra Carlotta, figliuola naturale dello stesso Giacomo. Inoltre i Genovesi, sudditi del duca di Milano, non potevano darsi pace della perdita di Famagosta, e minacciavano d'attaccare l'isola di Cipro con truppe milanesi, per ricuperare quella fortezza[28]. I Veneziani, inquieti per le pretensioni de' loro rivali, colsero avidamente l'occasione di confederarsi con tutto il settentrione dell'Italia. In Milano ed in Venezia le negoziazioni furono destramente condotte, ed il 2 novembre del 1474 le due repubbliche sottoscrissero con Galeazzo Sforza una lega difensiva per venticinque anni. Fu convenuto che ognuna delle potenze contraenti manterrebbe anche in tempo di pace tre mila cavalli e due mila fanti sul piede di guerra. In una guerra continentale dovevano riunire tra di loro ventun mila cavalli e quattordici mila fanti, in modo per altro che i Veneziani ed il duca di Milano contribuissero ognuno come tre, ed i Fiorentini come due. Finalmente nelle guerre marittime, i Fiorentini ed il duca di Milano obbligavansi a somministrare ciascheduno ai Veneziani cinque mila fiorini al mese. Fu inoltre convenuto che s'inviterebbero il duca di Ferrara, il papa ed il re Ferdinando ad entrare in questa alleanza. In fatti il primo vi prese parte il 13 febbrajo seguente; ma il papa ed il re Ferdinando si limitarono a dare generali assicurazioni di mantenersi amici delle parti contraenti, senza voler prendere verun positivo impegno[29].

Ma sebbene l'Italia si trovasse divisa tra due leghe rivali, che si adocchiavano, e che cercavano vicendevolmente di nuocersi, l'interna sua pace non venne altrimenti turbata; le più minacciose negoziazioni non ebbero alcun risultato. La storia di Firenze per più anni consecutivi non offre niuna interessante memoria, e lo stesso può dirsi press'a poco di quella di Milano, essendo tutti gl'interessi e tutta l'attività degl'Italiani diretti verso il levante. La guerra de' Turchi teneva occupati tutti gli spiriti, ed inattive tutte le forze. Soltanto il papa, sempre più alienandosi dai Veneziani, andava a poc'a poco ritirandosi dalla lotta. Nel 1472 la flotta pontificia aveva a tutto potere ajutata quella della repubblica; nel 1473 non aveva fatta che una vana mostra della sua forza ne' mari di Rodi; ed il terzo anno più non ebbe parte in una guerra, cui la santa sede era immediatamente interessata.

Prima che terminasse il 1473, Maometto II aveva spedito in Moldavia un'armata comandata da Solimano, beglierbey di Romania. Il sovrano, che aveva i titoli di palatino e di wayvoda della Moldavia, era Stefano, degno successore del feroce Blado Dracula. Ma perchè le enormi sue crudeltà erano eccitate dal più caldo zelo religioso, Sisto IV, mandandogli parte del danaro prodotto dalle indulgenze, chiamavalo in tutte le sue lettere il suo prediletto figlio, il vero atleta di Gesù Cristo[30]. Stefano non si attentò di dare battaglia ai Turchi per difendere il suo paese; egli al contrario lo guastò prima di loro con tale attività, che i Musulmani, avanzandosi, bentosto mancarono di ogni mezzo di sussistenza. Dopo che la loro armata, spossata dalla fame e dalla malattia, ebbe perduto il coraggio e le forze, il vayvoda l'attaccò il 17 di gennajo presso alla palude di Rackovieckz e totalmente la disfece. Ebbe in appresso l'atrocità di far impalare tutti i prigionieri, ad eccezione d'alcuni ufficiali generali; e lo stesso storico, che racconta tale barbarie, aggiugne immediatamente; «che lungi dall'abbandonarsi all'orgoglio per così grande vittoria, egli digiunò quattro giorni a pane ed acqua, e fece pubblicare in tutto il suo stato, che niuno avesse l'audacia di ascrivergli questo felice avvenimento, ma che ognuno ne dasse tutta la gloria a Dio[31].» Il vayvoda continuò la guerra ne' due susseguenti anni, senza venire a battaglia; ma la sua cavalleria leggiera, volteggiando sempre intorno all'armata musulmana, gli tolse migliaja di prigionieri, che Stefano fece scorticare vivi o impalare[32].

Il beglierbey di Romania, avendo rifatta la sua armata dopo la disfatta di Rackovieckz, venne in principio di maggio del 1474 ad assediare Scutari, una delle più forti città che i Veneziani possedessero nell'Albania[33]. Assicurano i Latini, che Solimano aveva sotto i suoi ordini sessanta mila uomini, capitanati da sette sangiaki. Antonio Loredano era incaricato della difesa di Scutari col titolo di capitano e di conte della città. Deboli erano le mura di Scutari, onde furono bentosto aperte dall'artiglieria turca, che di que' tempi era molto superiore a quella de' Cristiani. Ma il Loredano faceva innalzare ripari di terra dietro le cadute mura, ed approfittava della vantaggiosa posizione del terreno, che in tutte le città dell'Albania è più forte delle mura. Il provveditore Lunado Boldù volle gettare un rinforzo nella piazza, ma la sua piccola armata fu posta in fuga. Gli assediati avevano consumati i loro approvigionamenti, e mancavano talmente di acqua, che la piccola razione che davasi ancora ai soldati doveva asciugare in tre giorni l'ultima cisterna, quando circa la metà di agosto Solimano diede un assalto. Fu valorosamente sostenuto otto ore; i Turchi vi perdettero tre mila uomini, e ritirandosi dalla battaglia, risolsero altresì di levare l'assedio[34].

L'armata turca, che tenne assediata Scutari, aveva fatta una prodigiosa perdita per le malattie generate dal terreno pantanoso in cui trovavasi accampata. Il Sabellico porta tale perdita a sedici mila uomini; ma l'armata veneziana non aveva meno sentita l'influenza dell'aria infetta. Gritti e Bembo erano stati mandati i primi con sei galere alla foce della Bogiana, fiume che, ricevendo le acque del lago Scutari, gettasi in mare tra Dulcigno ed Alessio. Pietro Mocenigo era più tardi venuto nella stessa rada colla flotta che aveva sottomessa l'isola di Cipro; tutti e tre caddero successivamente ammalati, e furono costretti di farsi portare a Cattaro. I marinai ed i soldati furono ancora più esposti a questa fatale influenza. L'armata che Boldù ragunò in Albania, ed alla quale si unì Giovanni Czernowitsch, aveva molti valorosi epiroti, ma non trovossi mai abbastanza forte per misurarsi coi Turchi; e mentre che stava aspettando rinforzi, la malattia gli rapiva i soldati che di già aveva. Finalmente gli abitanti di Scutari, quando fu appena partita l'armata musulmana, corsero in folla sulle rive della Bogiana per dissetarsi dopo una così lunga e crudele privazione; e molti caddero vittima della loro avidità; perchè appena avevano spenta la sete, che le loro membra s'irrigidivano, ed essi cadevano di subita morte[35].

La repubblica di Venezia testificò ai valorosi abitanti di Scutari, ed al loro comandante la riconoscenza dovuta alla loro fedeltà. Fece appendere l'insegna de' primi nella chiesa di san Marco, come testimonio della costanza loro, e creò cavaliere il Loredano, che rapidamente promosse poi alle cariche di provveditore e di capitano generale[36].

Durante l'inverno, che seguì l'assedio di Scutari, i Veneziani cercarono di fare qualche trattato coi Turchi; ma le pretese del gran signore erano troppo esorbitanti per potervi acconsentire. Chiesero nello stesso tempo soccorso ai loro alleati per la prossima campagna. Il duca di Milano loro pagò fedelmente il sussidio cui si era obbligato, ma il papa, dopo avere nominati dieci cardinali per occuparsi intorno alla guerra dei Turchi, ricusò di prendervi parte; onde la repubblica, irritata da tale abbandono, richiamò il ministro che teneva a Roma[37].

La campagna del 1475 venne distinta da pochi avvenimenti. Solimano, beglierbey di Romania, venne ad assediare Lepanto fortezza de' Veneziani nell'Etolia all'ingresso del golfo di Corinto. Le mura di questa città non erano state da lungo tempo ristaurate, e cadevano in ruina; ma la sua posizione sopra uno scosceso scoglio, che la chiudeva dalla banda del Nord ed era munito di un buon castello, suppliva alle opere dell'arte. Tra questi dirupi ed il porto i Veneziani cavarono delle fosse dietro le mura, e le sostennero con baluardi di terra. Erano entrati in città cinquecento cavalleggeri, le di cui frequenti sortite ebbero costantemente prosperi successi. Antonio Loredano occupava il golfo colla flotta veneziana, e non lasciava Lepanto sprovveduto nè di vittovaglie, nè d'armi, nè di fresche truppe. Dopo quattro mesi di inutili attacchi, conoscendo Solimano di non aver fatto alcuno avanzamento, abbandonò l'essedio[38]. In sul finire della stessa campagna la flotta ottomana fece un tentativo sul castello di Coccino nell'isola di Leuno, la sua artiglieria praticò una breccia nelle mura, ma l'avvicinamento del Loredano colla flotta veneziana costrinse i Turchi a ritirarsi[39].

Frattanto nello stesso anno un'altra repubblica italiana venne suo malgrado strascinata nella guerra coi Turchi. I Genovesi possedevano tuttavia Caffa nella Crimea, che gli antichi chiamavano Teodosia, e questa città, la più potente delle loro colonie, era inoltre il più famoso mercato di tutto il mar Nero. Caffa, trovandosi già da due secoli sotto il governo de' Genovesi, aveva acquistata una popolazione ed una ricchezza che quasi la rendevano eguale alla metropoli. Il kan de' Tartari, in mezzo ai di cui stati era posta, era convinto che la di lei prosperità formava la ricchezza de' suoi sudditi. Caffa era il mercato di tutti i prodotti del settentrione; il legno, la cera, le pellatterie, sarebbero rimaste senza valore in mano ai Tartari, se non si fossero presentati a comperarle i mercanti genovesi. Niuna delizia della vita, verun prodotto dell'arte de' popoli inciviliti penetrava in que' deserti, che per mezzo de' mercanti d'Italia. L'Europa comunicava coll'Oriente per mezzo dei Genovesi di Caffa; le stoffe di seta e di cotone, fabbricate in Persia, le derrate e le spezierie dell'India, vi giugnevano per le strade d'Astracan, e le miniere del Caucaso venivano scavate per conto de' Liguri. Il kan loro aveva accordati straordinarj privilegj; aveva permesso che i magistrati genovesi giudicassero tutte le cause de' suoi proprj sudditi fino ad una certa distanza da Caffa; sempre li consultava nella nomina del governatore della provincia, e mostrava una grandissima deferenza per tutte le domande di questa potente città. Il governo di quella colonia era composto di un consiglio, nominato ogni anno dal senato di Genova, di due assessori e di quattro giudici delle campagne[40].

Le conquiste di Maometto II ed il suo odio pel nome latino teneva i Genovesi inquieti intorno alla loro colonia. Il mar Nero era chiuso ai loro vascelli, o almeno non potevano attraversare l'Ellesponto ed il Bosforo, che coll'assoggettarsi alle avanie de' Turchi. Non potevano mandar per mare soldati a Caffa, e non pertanto temevano che quella piazza ne avesse pressante bisogno. Cerio, capitano d'una compagnia d'avventurieri, offrì loro di condurre per terra in Crimea la sua compagnia di circa cento cinquanta cavalli purchè gli fosse data una paga proporzionata a così difficile spedizione, e che lo sembrava ancora di più a motivo delle tenebre ond'era in allora avviluppata la geografia. Infatti Cerio uscì d'Italia pel Friuli, attraversò l'Ungheria, parte della Polonia, e finalmente parte della Tartaria, e dopo un viaggio di più di mille duecento miglia, condusse i suoi cavalieri sani e salvi a Caffa[41]. Questo rinforzo era poco considerabile, e non pertanto i magistrati di Caffa, giudicando della propria importanza e del proprio potere dai riguardi che avevasi per loro, avevano provocati i più pericolosi nemici. Alla morte del governatore della provincia in cui Caffa è situata, il kan de' Tartari gli aveva sostituito Emineces (il Barbaro lo chiama Eminachbi[42]), che dai Genovesi era stato riconosciuto. Il suo predecessore aveva lasciato un figliuolo, detto Seifaces, che per giugnere alla carica occupata da suo padre, sedusse a forza di danaro i magistrati di Caffa, e riuscì ad impiegare il loro credito presso il kan: e tanto fece colle loro istanze e colle minacce ancora, che l'imperatore tartaro acconsentì a destituire Emineces, ed a nominare in sua vece Seifaces. Ma in mezzo a queste erranti popolazioni l'autorità del monarca non era molto sentita, e poco rispettati i suoi ordini. Emineces, corucciato contro l'imperatore tartaro, e più ancora contro i Genovesi, si associò due altri capi della nazione, Caraimerza ed Aidar. Col loro ajuto sollevò tutti i Tartari della Crimea, e venne ad assediare Caffa, facendo in pari tempo chiedere soccorsi a Maometto II. Il sultano, sempre apparecchiato a fare nuove conquiste, mandò in faccia a Caffa la formidabile flotta che aveva allestita contro Candia. Già durava da sei settimane l'assedio cominciato dai Tartari, quando Ahmed, che comandava questa flotta, gettò l'ancora avanti a Caffa il primo giugno del 1475, e piantò le sue batterie contro le mura della città. Le fortificazioni di Caffa, dalle armate tartare credute sempre inespugnabili, perchè non sapevano attaccarle che colle loro sciable, colle frecce e colla loro cavalleria leggiera, mostrarono dopo pochi giorni larghe brecce aperte dall'artiglieria turca. Pure ancora quattro giorni gli abitanti difesero le brecce aperte e praticabili, dopo i quali soscrissero una capitolazione, che poi non fu osservata. Molti senatori ed antichi magistrati furono condannati al supplicio, mille cinquecento fanciulli vennero spediti a Costantinopoli per esservi allevati tra i giannizzeri, ed il rimanente degli abitanti latini fu trasportato a Pera, e distrutto il dominio dei Genovesi sul mar Nero[43].

Dal canto dell'Ungheria Mattia Corvino non corrispose alle calde premure de' Veneziani, e non tentò veruna importante diversione. Pure in questo stesso anno prese la fortezza di Schabatz, che minacciava il Sirmio, ma non portò più in là le sue armi[44]. Da ogni banda, sia presso i Musulmani che presso i Cristiani, i popoli trovavansi estenuati da così lunga guerra, e verun vigoroso sforzo prenunciava più grandi avvenimenti.

CAPITOLO LXXXIV.

Congiura di Niccola d'Este a Ferrara; di Girolamo Gentile a Genova; d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza.

1476 = 1477.

Mentre la guerra si andava al di fuori rallentando, e che i diversi stati d'Italia erano uniti da alleanze, che sembravano dover guarentire la pace fra di loro, l'interna loro costituzione venne replicatamente scossa da molte cospirazioni. In tre anni contansene, una a Ferrara, due a Genova, una a Milano ed una a Firenze. Pareva che i popoli, finalmente stanchi dell'oppressione sotto la quale tanto avevano sofferto, fossero determinati di spezzare un indegno giogo; ma non pertanto ricaddero dovunque sotto la catena che gli aveva oppressi. Non mancarono ai cospiratori nè segreto, nè ardire, nè fedeltà; tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto: tanto è difficile di rovesciare un governo esistente, e tanto l'abitudine dell'ubbidire sostiene la potenza ancora del più odiato tiranno[45]! Odesi spesso accusarsi una nazione di debolezza e di pusillanimità, in ragione del giogo ond'è stata oppressa. Quando vedonsi migliaja d'uomini ubbidire contro l'interesse loro, contro il loro sentimento ad un solo, quando si vedono sottostare ai capricci ch'essi detestano, o diventare gli strumenti delle passioni che essi hanno in orrore, non possiamo non rimproverar loro di servire ove potrebbero comandare, e di non misurare le forze loro colla individuale debolezza di colui ch'essi temono. Sarebbe infatti vantaggioso che questo pregiudizio si stabilisse nell'opinione, e che la vergogna si associasse alla servitù. Forse i popoli farebbero allora per l'onore ciò che non fanno per la libertà[46]. Pure ingiustizia sarebbe il condannare una nazione soltanto a motivo del giogo che ha sopportato. Trovasi tanta potenza nell'organizzazione sociale, le forze di tutti sono così ben dirette dal despota contro ogni individuo, che per poco che questi o il suo ministro sia destro, coraggioso, vigilante, è sempre in tempo d'opprimere i suoi scoperti nemici col braccio medesimo de' suoi segreti nemici; in modo che la più nobile e più generosa nazione non è bastantemente forte per difendersi scopertamente dal suo tiranno. È dato solamente di poter congiurare a colui che co' deboli suoi mezzi personali vuole lottare coll'uomo che dispone della polizia, dell'armata, del tesoro. Molti, cedendo ad una nobile ripugnanza, rifuggono da tale intrapresa, perchè vi scorgono qualche apparenza di dissimulazione e di tradimento; non riconoscono che l'estremo pericolo nobilita i mezzi meno virtuosi, e che l'assassino di un tiranno dev'essere più coraggioso assai, che il granatiere che prende una batteria colla bajonetta. Per altro quest'opinione indebolisce ancora il partito de' cospiratori; spesso allontana da loro, nell'istante del pericolo, quelli che il giorno innanzi parevano partecipare ai sentimenti loro; e l'uomo coraggioso, che si è fatto l'organo delle volontà di tutto un popolo, e lo strumento delle sue vendette, perisce sul patibolo per le mani di quei medesimi ch'egli servì[47].

La storia d'Italia, ove gli avvenimenti si presentano e si accumulano, ove tutte le passioni hanno libero sfogo, ove tutte le instituzioni si combinano in mille modi, ci presenta sotto variate forme questi sforzi dei popoli e degl'individui per iscuotere il giogo della tirannide. Noi vi vediamo a vicenda aperte ribellioni e congiure; vediamo cospirare a vicenda a favore d'una stirpe reale, o di un sovrano risguardato come più legittimo, ed in favore della repubblica; vi vediamo tutte le lotte, quella della sublime lealtà, quella della fiera nobiltà e quella della libertà. Malgrado i diversi principj che servono di fondamento alla politica d'ogni uomo, non avvene alcuno, che non debba in così vasto numero di cospirazioni trovarne una che non gli sembri legittima; non avvene alcuno, che non debba associarsi di cuore a qualcuna delle intraprese tendenti a rimettere o il governo reale dell'antica dinastia, o la vecchia aristocrazia, o la libertà, o il regno glorioso d'un condottiere, o il dominio della Chiesa; non avvene alcuno, che ardisca considerare il potere, qualunque egli siasi, come sempre ugualmente sacro; ed un più liberale sentimento dovrebbe insegnargli, che tutte le congiure meritano un certo grado d'ammirazione[48], quando ancora appariscono colpevoli ai suoi occhi, per lo scopo che si propongono i congiurati; imperciocchè in tutte si trova un grande sagrificio di sè medesimo ad un interesse più sublime di sè, un grande sagrificio della sua persona ad una nobile causa, un grande spaventoso pericolo, posto in non cale a fronte di lontane speranze[49].

Tra le congiure che scossero l'Italia nel 1476, la prima a scoppiare fu quella di Ferrara. Niccolò d'Este, figlio del marchese Lionello, viveva in allora a Mantova presso suo cognato; molti emigrati ferraresi lo avevano seguito, risguardandolo come il rappresentante ed il legittimo erede di Lionello e di Borso, i due più amabili principi che avesse fin allora prodotti la casa d'Este, e gli andavano insinuando che tutto il popolo era partecipe del loro attaccamento e del loro rammarico. In ciò confidando, Niccolò cercava i mezzi di rientrare in Ferrara, non dubitando, che, ove giugnesse una volta a superare le mura della città, non fosse da tutto il popolo salutato per sovrano. Il marchese di Mantova, suo cognato, permettevagli d'adunare soldati nel suo territorio, e Galeazzo Sforza, sempre geloso de' suoi vicini, sebbene non covasse verun progetto contro di loro, gli somministrava danaro, e prometteva soccorsi. Frattanto la città di Ferrara trovavasi accidentalmente aperta; eransi in più luoghi atterrate le sue mura, per rifabbricarle dietro un nuovo piano; e Niccolò aveva ogni giorno fedeli avvisi di ciò che facevasi nella corte di suo zio. Seppe che il primo settembre del 1746 Ercole uscirebbe di buon mattino di città per recarsi alla sua casa di Belriguardo; e lo stesso giorno giunse da Mantova a Ferrara con cinque vascelli aventi a bordo cinquecento uomini d'infanteria; entrò per la breccia, che aprivasi nelle mura di mano in mano che si andavano rifacendo, e corse subito le strade, facendo ripetere innanzi a lui il suo grido di guerra: La vela! In pari tempo promise al popolo di rendergli l'abbondanza, mentre che la cattiva amministrazione d'Ercole aveva fatto crescere il prezzo del frumento; annunciò l'arrivo di quattordici mila uomini, che gli avevano dati per quest'intrapresa il duca di Milano ed il marchese di Mantova, ed invitò i cittadini a prendere le armi, senza aspettare che le truppe straniere gli sforzassero a riconoscerlo per loro legittimo sovrano.

Don Sigismondo, fratello del duca, al primo sentore di questo tumulto, erasi frettolosamente chiuso in Castelvecchio con donna Leonora d'Arragona sua sposa; ma non vi aveva vittovaglie per tre giorni. Ercole, cui alcuni fuggiaschi avevano annunciato l'ingresso in Ferrara di una numerosa armata, omai rinunciava alla speranza di riprendere la città, ed adunava soltanto i suoi soldati a Reggenta ed a Lugo per difendere queste due fortezze. Intanto niun Ferrarese aveva ancora prese le armi per unirsi a Niccolò, il quale vedendo d'aver corse invano tutte le strade, chiamando il popolo in suo soccorso senza che alcuno si muovesse, cominciava a scoraggiarsi. Eransi contati i soldati che lo seguivano, e sprezzavasi il loro piccolo numero; non vedevasi giugnere l'armata ch'egli aveva annunciata, e cominciavasi a non dare più fede alle sue parole. Don Sigismondo, testimonio della mala riuscita del suo avversario, si fece ancor egli a chiamare i Ferraresi in ajuto del loro sovrano. Corse il borgo del Leone, e la grande strada della Giudecca, e tutti gli abitanti presero per lui le armi. Di mano in mano che Niccolò vedeva ii popolo attrupparsi, egli abbandonava i quartieri della città uno dopo l'altro senza venire alle mani. Finalmente riconoscendo la sua impresa disperata, uscì di Ferrara, attraversò il Po e fuggì colla sua gente. Ma i contadini, di già contro di lui sollevati, occupavano tutti i passaggi per fermarlo. Egli cadde infatti in loro potere colla maggior parte di coloro che lo accompagnavano, e fu ricondotto a Ferrara. Il duca Ercole, suo zio, lo fece subito decapitare, e la stessa sorte toccò ad Azzo d'Este suo cugino. Vennero appiccati venticinque de' suoi complici; e così severa giustizia atterrì tutti i nemici del duca Ercole, la di cui successione, assicurata lo stesso anno dalla nascita di suo figlio Alfonso, più non venne in seguito contrastata[50].

I primi movimenti contro Galeazzo Maria Sforza scoppiarono in Genova, e furono quasi simultanei colla congiura di Ferrara. In forza del trattato che Genova aveva fatto col duca Francesco Sforza, quando si pose sotto la sua signoria, questa repubblica, lungi dal rinunciare alla sua libertà, pareva averla vie meglio consolidata. Vero è che aveva ammessi nelle sue mura un governatore ed una piccola guarnigione; ma questa straniera forza era appena bastante per comprimere i tumultuosi movimenti delle fazioni, per impedire quelle rivoluzioni, quelle frequenti convulsioni, che ne' precedenti anni avevano esaurita la città d'uomini e di danaro. Altronde il duca si era obbligato a non accrescere il numero dei soldati, nè le fortificazioni della cittadella.

Riceveva annualmente da Genova un tributo di cinquanta mila ducati, somma appena bastante al mantenimento della guardia della città e delle fortezze. E non solo non aveva il diritto di accrescere questa contribuzione, ma non poteva nemmeno immischiarsi nel modo di levarla. Così non poteva aver parte alla legislazione, all'amministrazione della giustizia, ed al governo interno della città[51].

Finchè visse Francesco Sforza, queste condizioni vennero religiosamente mantenute; ma Galeazzo, suo figliuolo, era troppo volubile in tutti i suoi progetti, troppo vano, troppo impetuoso per rispettare lungamente le leggi cui erasi obbligato. Pure, perchè non era meno pusillanime che arrogante, spesse volte si fermava nel corso di un'intrapresa ingiusta ed offensiva, e cedeva al timore dopo di avere sprezzate le rappresentanze del suo popolo. I Milanesi, tra i quali viveva, non solo risentivano danno da' suoi difetti come sovrano, ma ancora da' suoi privati vizj. La di lui dissolutezza sconvolgeva tutte le famiglie, e la sua crudeltà, eccitata dalla più leggera resistenza, non era soddisfatta che da spaventosi supplicj. Genova era, assai meno di Milano, esposta a questa spicciolata tirannide, e sebbene fosse violato il contratto fra il principe e la repubblica, e che perciò i Genovesi si risguardassero come sciolti dai loro giuramenti, i più ricchi temevano una rivoluzione, che poteva ruinarli assai più che i passaggeri abusi del potere cui speravano di sottrarsi.

Non pertanto l'intera città parve vivamente offesa dal disprezzo che le aveva mostrato Galeazzo, quando nel 1471 era passato per Genova, tornando da quel suo sontuoso pellegrinaggio di Firenze. Eransi apparecchiate per riceverlo splendidissime feste, magnifici regali. Egli affettò di dare a questa pompa un'aria di ridicolo presentandosi con abiti dimessi, ricusando gli alloggi che gli si erano apparecchiati, e chiudendosi in castello, ove pareva rimanersi con timore. Per ultimo alla fine dei tre giorni abbandonò Genova senza annunziarlo, come un fuggiasco[52].

Dopo avere eccitato il malcontento di questa potente città, non accostumata a soffrire i dileggi, Galeazzo ad altro non pensava che a stringere talmente le di lei catene che vi si spegnesse per sempre ogni spirito di libertà. Notabile è il progetto da lui immaginato per giugnere a questo fine. Sopra Genova, all'estremità della scoscesa montagna che divide le valli di Bisagno e della Polsevera, era situata la fortezza del Castelletto, dove il duca di Milano teneva guarnigione. Ordinò Galeazzo che una catena di fortificazioni si prolungasse da questo castello fino al mare. Un doppio muro guarnito di ridotti doveva dividere la città in due parti eguali, le quali, quando piacesse al governatore, non avrebbero fra di loro veruna comunicazione, e potrebbero essere separatamente oppresse. Di già tracciata sul terreno era la linea delle mura e delle torri, e gli operai, sotto gli ordini del luogotenente del duca ed alla di lui presenza, cominciavano a cavare i fondamenti. Fremevano tutti i cittadini sulla sorte che loro era riservata, ma niente facevano per prevenirla, quando Lazzaro Doria ordinò agli operai, a nome della repubblica, di sospendere un lavoro contrario alle leggi ed ai trattati, e strappò colle proprie mani le pertiche del livello, che loro servivano di norma. La folla applaudì con trasporto a quest'atto di vigore; gli operai si fermarono, ed il luogotenente del duca, temendo una sollevazione, si ritirò nel castello[53].

Quando giunse a Milano la notizia di quest'avvenimento, Galeazzo Sforza scoppiò in minacce ed in imprecazioni, ed ordinò che la città di Genova gli mandasse subito gli otto più distinti cittadini dello stato. In vista della violenta collera da lui manifestata, tenevasi per indubitato che li destinasse al supplicio; ma un subito terrore aveva calmato il suo irritamento: gli accolse con bontà e li rimandò senza aver loro fatto alcun male. Frattanto aveva adunati trenta mila uomini per invadere la Liguria; ed avendo determinato di non lasciare ai Genovesi alcun capo, fece sorprendere a Vada Prospero Adorno, e senza accusa e senza esame gettare nelle prigioni della fortezza di Cremona; ma tutt'ad un tratto rinunciò alla sua spedizione, e licenziò tutte le truppe.

Le diverse risoluzioni a vicenda abbracciate da Galeazzo erano tutte a Genova conosciute; conoscevasi la violenza della sua collera, ma non avevasi veruna garanzia della durata della presente affettata moderazione. Perciò da ogni banda si acquistavano armi, facevansi apparecchi di difesa, e tutti si andavano incoraggiando a mantenere la libertà qualunque volta fosse attaccata. Mentre tutto il popolo era trepidante intorno a ciò che potesse accadere, Girolamo Gentile, figliuolo d'Andrea, giovane mercante di non mediocri fortune, che non aveva alcun personale motivo di odio contro il governo, risolse di esporsi il primo per la libertà della sua patria. Adunò in casa sua nel sobborgo, nel mese di giugno del 1476, molte genti armate. Nel cuore della notte entrò in città per la porta di san Tommaso, di cui s'impadronì, e corse le strade, chiamando i suoi concittadini alle armi ed alla libertà. Molti Genovesi si unirono a lui, ed in breve occupò tutte le porte; ma fu troppo lento ad attaccare il palazzo del pubblico. Intanto i senatori si andavano adunando sotto la presidenza di Guido Visconti, governatore della città. Coloro che si erano da principio uniti a Gentile, temettero allora di essere condannati, come ribelli, dall'autorità che riconoscevano legittima; e tutti, uno dopo l'altro, si ritirarono prima che fosse giorno. Dopo la loro diserzione, vedendosi Gentile troppo debole, ritirossi in buon ordine verso la porta di san Tommaso e vi si fortificò[54].

Il senato aveva nominati otto capitani del popolo per cacciare di città Girolamo Gentile. Dietro i loro ordini avevano prese le armi circa trecento uomini e marciavano ad attaccare porta san Tommaso, difesa da Gentile con soli trenta uomini, tutti però determinati a difendersi fino alla morte, mentre non era un solo tra i loro avversari che non si esponesse di contro genio; quindi poco mancò che non fossero fatti prigionieri i capitani del popolo, e dispersa tutta la loro gente: ma in tale frangente si offrirono come mediatori i capi delle arti e mestieri. Girolamo Gentile accettò la loro mediazione, facendo però sentire ai loro compatriotti che non tarderebbero a pentirsi d'avere perduta l'occasione di ricuperare la libertà. Chiese che gli si rimborsassero settecento ducati, che gli erano costati i suoi apparecchi, fatti, secondo egli diceva, pel vantaggio della repubblica. Dopo averli ricevuti dal tesoriere del pubblico, consegnò la porta ai capitani del popolo e si ritirò[55].

Quando conobbesi a Milano questa singolare capitolazione, Galeazzo mostrossi fieramente adirato perchè si fosse rimborsato ad un capo di faziosi quel danaro ch'egli stesso confessava d'avere impiegato per isconvolgere lo stato. Non pertanto ratificò l'amnistia, ch'era stata pubblicata dal senato; e se covava in segreto il pensiero di rivocare a migliore opportunità questa grazia, non ebbe poi il tempo di farlo. Galeazzo non era privo di tutte le qualità che illustrarono suo padre; conosceva perfettamente la disciplina militare e la civile amministrazione del suo stato; ed aveva saputo stabilire nel Milanese una più rigorosa subordinazione che verun altro de' suoi predecessori. I tribunali facevano incorrotta giustizia, ed una severa polizia manteneva la pubblica sicurezza. Galeazzo parlava eloquentemente, ed aveva gentili e disinvolte maniere, e quando lo voleva, sapeva ad un'imponente maestà aggiugnere l'esteriore apparenza della bontà: ma ad un fasto stravagante univa un'illimitata cupidigia; era naturalmente perfido, e compiacevasi di mostrarsi tale particolarmente verso coloro, cui erasi mostrato più parziale, abbassandoli tanto più, quanto gli aveva a maggiori dignità innalzati; giammai non erasi mantenuto costante ne' suoi affetti, e potevasi presagire prossima e terribile la caduta di colui che vedevasi più favorito degli altri, ancor che questi non provocasse in verun modo il suo sdegno. Avidissimo di tutti i piaceri de' sensi, ed inclinato a disprezzare le costumanze e le leggi della società, portava la desolazione ed il disonore in tutte le famiglie[56]; e non pareva pago delle sue dissolutezze, se non erano condite dalla disperazione de' genitori o dei mariti, che aveva disonorati. Compiacevasi singolarmente nel farli ministri essi medesimi del loro disonore; abbandonava alle sue guardie le consorti rapite ai mariti, e faceva poi pubblico il loro oltraggio[57].

Tra coloro, le di cui case erano state da Galeazzo disonorate, trovavansi due giovani di nobile schiatta, Carlo Visconti e Girolamo Olgiati, di già predisposti dal loro precettore a detestare il giogo della tirannide. Erano essi amicissimi di Andrea Lampugnani, che il duca aveva ingiustamente spogliato del padronato dell'abbazia di Miramondo[58]: tutti e tre avevano udite le lezioni di Cola de' Montani di Gaggio, Bolognese, il quale circa il 1466 aveva aperta in Milano scuola di eloquenza. Si pretende che fosse stato prima maestro dello stesso Galeazzo, e che lo avesse più volte castigato colla severità praticata nell'antica educazione. Galeazzo, diventato sovrano, volle vendicarsi dei castighi sofferti nella sua infanzia con un'egual pena, e fece pubblicamente sferzare il maestro[59][60]. Montano detestava la tirannide anche senza quest'affronto. Nodrito nello studio dell'antichità, non trascurava veruna occasione di far notare ai suoi allievi, che tutte le virtù, ch'essi ammiravano ne' grandi uomini Greci e Romani, eransi sviluppate nella libertà; che una libera patria incoraggiava tutti i talenti, ogni genere d'energia, ed i progressi dello spirito, perchè ogni specie di grandezza ne' suoi cittadini veniva sempre impiegata pel vantaggio di tutti; mentre che un tiranno, geloso di ogni forza, di cui non potesse egli stesso disporre, occupavasi sempre a contenere, a comprimere, a distruggere i talenti, l'energia, la sublimità del carattere, che poteva un giorno adoperarsi contro di lui[61].

Voleva il Montani che i giovani gentiluomini, per rendersi degni della libertà, imparassero a comandare le armate. Aveva perciò persuasi l'Olgiati ed alcuni altri ad imparare l'arte della guerra sotto Bartolommeo Coleoni. I parenti di questi giovanetti, che più di loro temevano le fatiche ed i pericoli, eransi fieramente adirati contro il maestro d'eloquenza, che aveva renduti soldati i loro figli. Il Montani, perseguitato dai genitori, favoreggiato dagli scolari, era stato a vicenda esiliato, e richiamato; imprigionato, indi festeggiato; ma in particolar modo renduto caro ai suoi discepoli dalle persecuzioni che sostenute aveva per istruirli[62].

Frattanto Galeazzo aveva spinto all'estremo l'odio del popolo coi crudeli supplicj nuovamente ordinati. Aveva fatte seppellir vive alcune sue vittime, altre sforzate ad alimentarsi d'escrementi umani, ed in tal modo fatte lentamente morire; aveva aggiunte feroci facezie ai supplicj che ordinava, e renduto più infame il disonore delle nobili matrone che aveva sedotte, prostituendole pubblicamente[63]. Girolamo Olgiati contava una sua in addietro carissima sorella tra le vittime della brutalità di Galeazzo. Misurando colla propria l'universale indignazione, cercò il Lampugnani, e gli propose di mettere fine ad una intollerabile tirannide col punire i delitti dello Sforza. Poco dopo si associarono Carlo Visconti, e si obbligarono con vicendevoli giuramenti. Tennero la prima loro conferenza ne' giardini di sant'Ambrogio. Tutte le circostanze di quest'avvenimento, e ciò che è più notabile, tutti i concetti del principale congiurato, ci vennero fedelmente conservati dal medesimo Olgiati in una relazione scritta pochi giorni dopo. «Uscendo da questa conferenza, egli scrive, entrai in Chiesa; mi gettai ai piedi della statua del santo vescovo che vi si venera, e feci questa preghiera: Grande sant'Ambrogio, sostegno di questa città, speranza e tutela del popolo di Milano, se il progetto che formarono i tuoi concittadini, i tuoi figliuoli per cacciare di qui la tirannide, l'impurità, la dissolutezza più mostruosa, è degno della tua approvazione, non ci manchi il tuo favore in mezzo agli accidenti ed i pericoli cui siamo vicini ad esporci per la liberazione della patria. Poi ch'ebbi pregato, mi recai di nuovo presso i miei compagni, e gli esortai a farsi coraggio, assicurandoli che io sentivo essersi in me accresciute la speranza e la forza dopo avere invocato a favore della nostra intrapresa il santo protettore della nostra patria[64]. Ne' susseguenti giorni ci andavamo esercitando nella scherma coi pugnali per acquistare maggiore destrezza, ed avvezzarci all'immagine del pericolo cui stavamo per esporci... La sesta ora della notte avanti il giorno di santo Stefano, destinato all'esecuzione, ci siamo riuniti un'altra volta, potendo accadere che più non fossimo per rivederci. Si fissò l'ora in cui entreremmo assieme in Chiesa, la parte che ognuno doveva eseguire, e tutte le particolarità dell'esecuzione, per quanto si potevano prevedere le cose, che dipendevano in parte dall'eventualità. All'indomani di gran mattino ci siamo portati nella chiesa di santo Stefano, e colà pregammo questo santo a proteggere la grande azione che dovevamo eseguire nel suo santuario, e a non isdegnarsi se lordavamo i suoi altari col sangue; poichè questo sangue serviva a liberare la città e la patria. In seguito alle preci che si contengono nel rituale di questo primo martire, ne recitammo un'altra composta da Carlo Visconti; finalmente assistemmo al sagrificio della messa, celebrata dall'arciprete di quella basilica, dopo la quale io mi feci dare le chiavi della casa dell'arciprete per ritirarci nella medesima[65]

I congiurati stavano in questa casa presso al fuoco, perchè un acutissimo freddo gli aveva obbligati ad uscire di Chiesa, quando il rumore della folla gli avvisò che giugneva il principe. Era il giorno dopo il natale 26 dicembre del 1476. Galeazzo, che pareva trattenuto da suoi presentimenti, non si era ridotto che di mal animo ad abbandonare il suo palazzo[66]. Egli non pertanto andava alla festa tra l'ambasciatore di Ferrara e quello di Mantova. Giovan Andrea Lampugnani gli si fece innanzi nell'interno della chiesa fino alla pietra degl'Innocenti, colla voce e colla mano sgombrando la folla. Quando gli fu affatto vicino, portò, quasi in atto di rispetto, la mano sinistra verso il berrettone che Galeazzo teneva in mano, pose un ginocchio a terra, in atto di chi volesse presentargli una supplica, e nello stesso tempo colla destra, nella quale teneva il pugnale nascosto entro la manica, lo ferì nel ventre da basso in alto. Nell'istante medesimo Girolamo Olgiati lo ferì nella gola e nel petto, e Carlo Visconti nella spalla ed in mezzo al dorso. Lo Sforza cadde tra le braccia degli ambasciatori che stavano al suo fianco, dicendo oh Dio! Così pronti erano stati i colpi, che gli ambasciatori medesimi ancora non sapevano ciò che fosse accaduto[67].

Nell'istante in cui fu il duca ucciso si fece nel tempio un violento tumulto: molti sguainarono le spade; gli uni fuggivano, altri accorrevano, niuno ancora sapeva quali fossero le forze o lo scopo dei congiurati. Ma le guardie del duca ed i suoi cortigiani, che avevano conosciuti gli uccisori, si fecero subito ad inseguirli. Il Lampugnani, volendo uscire di chiesa, entrò in un branco di donne, che stavano inginocchiate, e le loro vesti intricandosi ne' suoi speroni lo fecero cadere, ed in quell'atto fu raggiunto ed ucciso da uno scudiere moro del duca. Girolamo Olgiati uscì di chiesa e si presentò alla propria casa, ma suo padre non volle riceverlo, e gli fece chiudere le porte in faccia. Lo accolse un amico, in casa del quale non fu a lungo in sicuro: stava, com'egli stesso racconta, per uscirne, ad oggetto d'invitare il popolo ad una libertà, che i Milanesi da molto tempo più non conoscevano, quando udì le voci del popolaccio, che strascinava pel fango lo squarciato cadavere del suo amico Lampugnani: compreso da orrore, e perduto di coraggio, attese il fatale istante in cui fu scoperto. Venne assoggettato ad un'orribile tortura, durante la quale, colle lacerate membra e colle ossa slogate, dettò la circostanziata confessione che gli fu chiesta, ed a noi conservata dal Ripamonti, della sua congiura. Ma questa specie di confessione, scritta tra la tortura ed il supplicio per ordine de' suoi giudici e sotto gli occhi de' suoi carnefici, non è priva di quel coraggio e di quella fiducia nella giustizia della sua causa, che resero famosi i nomi di alcuni personaggi dell'antichità. Chiuse la confessione in tal modo. «Adesso, santa madre di nostro signore, e voi, o principessa Bona, io v'imploro, affinchè la vostra clemenza e la bontà vostra provvedano alla salute dell'anima mia. Domando soltanto che si lasci a questo miserabile corpo abbastanza vigore, onde possa confessare i miei peccati secondo i riti della chiesa, e subire in seguito la sorte che mi è destinata[68]

L'Olgiati contava in allora ventidue anni; fu condannato ad essere tenagliato e tagliato vivo a pezzi. In mezzo di così atroci tormenti un prete lo andava esortando al pentimento. «Io so, riprese l'Olgiati, d'avere meritate per molti falli queste pene, e più grandi ancora, se il debole mio corpo potesse sopportarle. Ma rispetto alla bella azione per cui muojo, questa solleva la mia coscienza; e lungi dal credere che per questa abbia meritata la presente pena, spero anzi che per essa il supremo giudice mi perdonerà gli altri miei peccati. Non per una colpevole cupidigia ho commessa tale azione, ma per solo desiderio di liberarci da un tiranno, che non potevamo più soffrire. Invece di esserne pentito, se io dovessi dieci volte rivivere per perire dieci volte tra gli stessi tormenti, non lascerei di consacrare le mie forze ed il mio sangue per così nobile oggetto[69].» Il carnefice, strappandogli la pelle del petto, gli fece mettere un grido; ma si rimise all'istante[70]. «Questa morte, disse in latino, è dura, ma eterna è la gloria! mors acerba, fama perpetua; stabit vetus memoria facti[71]

Il figliuolo primogenito del duca di Milano, Giovanni Galeazzo Sforza, non aveva in allora più di otto anni; pure fu riconosciuto senza difficoltà. Più non esistevano nel popolo que' sentimenti di libertà che i tre congiurati avevano creduto di far rivivere; e non si fece il più leggier movimento per rovesciare un governo, che più non era in istato di difendersi. I deputati di tutte le città d'Italia vennero a complimentare la duchessa Bona di Savoja, vedova di Galeazzo, e ad offrirle la loro assistenza per mantenerla sul trono col di lei figliuolo. Il papa le mandò due cardinali, incaricati di scomunicare coloro, che volessero tentare in Milano qualche novità[72]. Bona fu senz'ostacoli riconosciuta reggente. Fin qui il governo non era quasi cambiato, perchè l'anima di tutti i consigli continuava tuttavia ad essere Cecco Simonetta, calabrese, ch'era stato segretario e consigliere di Francesco Sforza, e che, dopo averlo servito con rara fedeltà, era pure stato il primo ministro di suo figlio, ed aveva co' suoi talenti e colle sue virtù celati i capricci e le stravaganze di questo tiranno. Era suo fratello quel Giovanni Simonetta, che scrisse con tanta eleganza e precisione la storia di Francesco Sforza. Godevano ambidue come letterati una riputazione poco minore di quella che si erano acquistata nella carriera politica. Avevano corrispondenza con tutti i dotti d'Italia; erano stati i ministri di tutte le grazie, che i due duchi di Milano avevano diffuse sui letterati, e conservansi tuttavia tra le lettere del Filelfo, del Decembrio, ed in altre scritture di que' tempi, i monumenti della protezione ch'essi accordavano agli studj[73].

D'altra parte Galeazzo aveva lasciati cinque fratelli, che, durante la minorità di suo figliuolo, potevano pretendere di avere parte alla reggenza. I primi quattro, Sforza, duca di Bari, Lodovico il Moro, Ottaviano ed Ascanio, avevano di già risvegliata la diffidenza di Galeazzo, onde li teneva lontani da Milano. Quando ebbero avviso della sua morte, si affrettarono di ritornarvi, cercando di occupare un'autorità, cui, dicevano essi, il maggiore della loro casa aveva maggiore diritto che una femmina ed un ministro stranieri. Per celare la loro rivalità cercavano di far rivivere l'antico spirito del partito ghibellino. Dichiararonsi i protettori di quella fazione, cui la casa Visconti andava debitrice del suo innalzamento: accusarono la duchessa e Cecco Simonetta di parzialità per i Guelfi, e li costrinsero infatti a gettarsi tra le loro braccia; imperciocchè le famiglie, in addietro divise dalla lite dell'impero e della chiesa, conservavano l'antica rivalità, sebbene le cagioni de' vecchi odj più non esistessero. Per conciliare, se possibile fosse, le pretese de' fratelli Sforza e quelle della duchessa, si convenne, sulla proposizione fatta da Luigi Gonzaga, marchese di Mantova, che il consiglio di reggenza sarebbe formato in egual parte di Guelfi e di Ghibellini[74].

Quando si seppe in Genova la morte di Galeazzo, Giovan Francesco Pallavicini, luogotenente del duca, adunò il senato, onde persuaderlo a prevenire colla sua vigilanza le rivoluzioni che potrebbero eccitarsi da quest'avvenimento. Furono nominati dalla repubblica otto capitani del popolo, secondo praticavasi in tutte le difficili circostanze, e ragunate alcune truppe per tener in dovere i malcontenti[75].

Tutte le fazioni di Genova si mostravano egualmente desiderose di ritornare alla repubblica l'antica sua libertà. Gli Sforza per contenerle aveano avuta la precauzione di disperdere i loro capi per tutta l'Italia. Prospero Adorno trovavasi nelle prigioni di Cremona, i Fieschi erano ritenuti in Roma sotto la sopraveglianza del papa, esiliati erano i Fregosi e gli altri uomini potenti. Non pertanto i loro partigiani, privati di direttori, erano ovunque in movimento. Il 16 marzo del 1477 gli amici dei Fieschi si avvicinarono alle mura di Genova, condotti da due giovani di quella famiglia, Giorgio e Matteo, i soli che il governo non avesse ancora allontanati, perchè di poco usciti dalla fanciullezza. Questi faziosi scalarono la città dalla banda di Carignano[76], chiamarono il popolo alla libertà, e vi eccitarono subito un vivissimo movimento; ma caddero nello stesso errore che aveva perduto Girolamo Gentile pochi mesi prima, tardarono troppo ad attaccare il pubblico palazzo; omai vedevansi da tutti abbandonati, quando Pietro Doria, soffocando ogni risentimento di famiglia, esortò coloro che gli stavano intorno a non perdere forse l'unica occasione di tornare la patria in libertà. Uscì nello stesso tempo dalle file del partito milanese e si trasse dietro il popolo genovese, onde la guarnigione si ritirò nelle due fortezze, e la città, vedendosi libera, nominò i suoi magistrati popolari.

Di già, avuta notizia di questa rivoluzione, Ibletto Fieschi, il vero capo della famiglia, aveva trovato modo di fuggire da Roma per venire a mettersi alla testa del suo partito, ed i Fregosi, con lui d'accordo, si andavano avvicinando alla loro patria, senza avere per altro il coraggio d'entrar in città. La reggenza di Milano sentì allora che non potrebbe salvare la sua autorità in Genova che per mezzo d'un capo di partito genovese. Simonetta fece uscire di prigione Prospero Adorno, gli offrì a nome del giovane duca di Milano il comando dell'armata destinata a soccorrere le due fortezze, purchè promettesse di scordar totalmente le sofferte ingiurie e di ristabilire in Genova, non la dispotica autorità del duca di Milano, ma la stessa limitata autorità accordata da un trattato a Francesco Sforza. Prospero Adorno lo promise[77], si pose alla testa d'un'armata di circa dodici mila uomini, adunata da Roberto da Sanseverino, da Lodovico il Moro e da Ottaviano Sforza, e marciò alla volta di Genova.

Volendo l'Adorno conciliare gl'interessi della sua patria e quelli del duca di Milano, egli ebbe bisogno d'infinite cautele per evitare una decisiva battaglia, che avrebbe ruinato o il proprio partito o la libertà della patria. Fece passare suo fratello Carlo Adorno nella fortezza del Castelletto, commettendogli di scendere in città, per iscacciare Ibletto dei Fieschi, nell'istante in cui egli medesimo si troverebbe impegnato in una scaramuccia coi Fregosi. I suoi ordini vennero rigorosamente eseguiti. Prospero combatteva contro i Fregosi a Promontorio ma senza spingere troppo avanti i suoi vantaggi, e suo fratello occupava intanto la città, e porta san Tommaso, che poteva dargli comunicazione coll'armata milanese[78]. Fu allora in particolare, che Prospero Adorno mostrò la sua moderazione e la sua destrezza; fece rimanere nell'accampamento le truppe del Sanseverino, ed entrò in città accompagnato soltanto dagli uomini della sua fazione. Questi andavano crescendo di numero di mano in mano ch'egli s'innoltrava; le strade risuonavano delle grida viva gli Adorni e gli Spinola, e niuno fra tanta gente pronunciava il nome del duca di Milano. Prospero, arrivato al palazzo, dichiarò che accordava l'impunità a tutti coloro che avevano preso parte alle ultime turbolenze; adunò il senato, che lo riconobbe per governatore; chiese un regalo di sei mila fiorini pei capi dell'armata; onde i cittadini, che prevedevano di essere aggravati di più gagliarde contribuzioni, pagarono lietamente, prima che spirassero tre giorni, così leggiera somma[79].

E per tal modo il 30 aprile Genova tornò sotto la limitata signoria del duca di Milano. Roberto di Sanseverino vi entrò senz'armi con Lodovico ed Ottaviano, zii di Giovanni Galeazzo, e coi loro principali ufficiali; ne uscirono quasi subito per condurre la loro armata all'assedio di Savinione, castello dei Fieschi, posto negli Appennini. Per far levare l'assedio, Ibletto de' Fieschi raccolse cinque mila paesani: Giovan Battista Goano si affrettava di raggiugnerlo cogli abitanti della Polsevera, ma il Sanseverino ritrasse costoro con ingannatrici negoziazioni, e disperse l'armata di Goano. Quella d'Ibletto, avendo sofferto qualche perdita, ritirossi nelle montagne, e Savinione capitolò. Ibletto fece allora la pace coi generali milanesi, ai quali lo associarono la stessa attività e la medesima inclinazione per l'intrigo; onde, essendo ultimata la spedizione di Genova, Ibletto accompagnò il Sanseverino e gli Sforza a Milano[80].

Gli ultimi erano ansiosi di tornare alla corte del loro nipote, per attentare alla autorità di Cecco Simonetta. Vedevano essi quest'accorto ministro esercitare sotto il nome della duchessa un'assoluta sovranità; alla cui volontà tutto era subordinato dalla superiorità de' suoi talenti e del suo carattere. Era invalsa sotto i due ultimi duchi l'abitudine di non resistergli; altronde i fratelli del duca, che manifestavano soltanto il desiderio di limitare il di lui potere, avevano forse di già formato il progetto di soppiantare lui ed il suo signore. Si assicura, che l'intenzione loro fosse quella di far perire la duchessa ed i due suoi figli, di dare a Lodovico il Moro il titolo di duca di Milano, ed a ciascheduno de' suoi fratelli la signoria di una città, a Roberto Sanseverino quella di Parma, e quella di Genova ad Ibletto de' Fieschi[81].

Per dare esecuzione a tali progetti avevano precipitosamente terminata la guerra della Liguria, e ricondotti a marcie sforzate alla volta di Milano la loro armata. Ma il Simonetta, che teneva aperti gli occhi sopra di loro, fece il 25 di maggio arrestare Donato de' Conti, il principale loro agente ed il depositario di tutti i loro segreti[82].

I fratelli Sforza trattenevansi a mensa cogli altri capi del loro partito, quando ebbero avviso dell'arresto di Donato dei Conti. Uscirono precipitosamente dal loro palazzo, chiamando il popolo alle armi; subito molta gente si adunò intorno a loro, e gli ajutò ad impadronirsi di porta Tosa. Roberto di Sanseverino ed Ottaviano Sforza vollero attaccare il palazzo, ed affezionarsi il popolaccio, abbandonandogli il tesoro ed il magazzino del frumento, che trovavansi nel medesimo. Il duca di Bari e Lodovico il Moro vi si opposero. Di già la duchessa, ch'erasi rifugiata nella cittadella, aveva promesso di lasciare in libertà Donato de' Conti; ma in questo frattempo i di lei amici le furono tutti intorno, e gli amici dei suoi cognati si andavano scoraggiando. Roberto di Sanseverino, Ibletto ed Ottaviano tentarono nuovamente d'ammutinare il popolo, scorrendo la città, e facendo gridare: a morte i forestieri! Ma i fratelli Simonetta, che venivano indicati sotto tal nome, non erano dai Milanesi odiati, e nissuno prese le armi. All'indomani tutti questi capi uscirono di buon mattino dalla città per la porta di Vercelli. Roberto da Sanseverino ed Ibletto de' Fieschi non si fermarono, finchè non si credettero in salvo nel territorio d'Asti. Giunti al confine di quello stato, Ibletto, oppresso dalla fatica, entrò in un albergo per riposarsi, e vi fu arrestato. Roberto andò più oltre, e si pose sotto la protezione del duca d'Orleans. I fratelli Sforza erano fuggiti per diverse strade. Ottavio, più degli altri formidabile pel suo turbolento carattere, perì nel passaggio dell'Adda, ove si dice che annegasse nell'attraversarla a nuoto; ma altri assicurano che fu ucciso sulla sponda dai satelliti del Simonetta, che lo inseguivano. I suoi fratelli furono condannati all'esilio con sentenza della reggenza; il maggiore, Sforza, ebbe ordine di risiedere nel ducato di Bari, di cui portava il titolo, Lodovico in Pisa ed il cardinale Ascanio in Perugia. A tale condizione venne assegnata a cadauno di loro una pensione di dodici mila ducati[83]. Il sesto fratello, Filippo Sforza, rimase solo a Milano, perchè non aveva presa parte nelle pratiche de' fratelli, e si era anzi posto dalla banda della duchessa e del Simonetta[84].

Allorchè si annunciò a Sisto IV la morte di Galeazzo Sforza, aveva esclamato: «la pace d'Italia oggi è perita con lui[85]!» Infatti quest'imponente potenza, che forzava al riposo tutto il settentrione dell'Italia, era distrutta. Genova e Milano si trovavano di bel nuovo in balìa delle guerre civili: crollava la lunga alleanza che Francesco Sforza aveva contratta colla repubblica fiorentina; più non esisteva il contrappeso che il ducato di Milano opponeva all'ambizione di Ferdinando re di Napoli; aperto era il campo a nuove politiche combinazioni; e noi vedremo in breve quello stesso papa, che lagnavasi della perduta pace d'Italia, spargere i semi di una nuova guerra, ed accrescere la generale confusione.

CAPITOLO LXXXV.

Congiura de' Pazzi.

1478.

La repubblica di Firenze andava sempre più scostandosi dalla generale politica dell'Italia e dell'Europa. Ella più non pensava a frenare gli ambiziosi progetti di Ferdinando e di Sisto IV; non ajutava i Veneziani nella loro guerra contro i Turchi, nè i Genovesi a ricuperare la loro libertà, oppure la duchessa reggente di Milano o i fratelli Sforza, rivali di lei, nella loro lite per il supremo potere. A Firenze si andavano succedendo i magistrati senza che la loro amministrazione venisse illustrata da verun fatto di qualche importanza; onde il minuzioso storico, Scipione Ammirato, appena trova in sei anni da riempire quattro pagine, ed il suo silenzio attesta il languore ed il turpore universale[86]. I due fratelli Medici, giunti a matura giovinezza, riponevano ogni loro ambizione nel sostituire in ogni cosa la loro autorità personale a quella della repubblica. I Fiorentini, diffidando degl'intrighi che spesso accompagnano le elezioni, avevano creduto di ottenere una rappresentanza più eguale, lasciando in arbitrio della sorte i loro magistrati; ma a questa forma d'elezione, di tutte la più democratica, i Medici avevano sostituita la più arbitraria di tutte le oligarchie. Nominavano essi medesimi cinque elettori o accoppiatori, e questi facevano i gonfalonieri ed i priori senza consultare il popolo, e senza che più si conservasse verun legame tra i magistrati ed i loro rappresentanti. Siccome la signoria era ancora troppo numerosa per essere facilmente mantenuta obbediente, i Medici avevano accresciuto il potere del gonfaloniere a spese de' priori, suoi colleghi, di cui prima non era che il presidente. I Medici li chiamavano soli alle loro deliberazioni, e gl'incaricavano di dare gli ordini a nome di un corpo ch'essi omai più non degnavansi di consultare. La commissione straordinaria, chiamata balìa, non doveva, secondo le antiche costumanze, crearsi che ne' tempi di turbolenze, per sottrarre la repubblica ad un grande pericolo; ma i Medici l'avevano trasformata in un corpo permanente, cui attribuivano il simultaneo potere legislativo, amministrativo e giudiziario. Nè ciò bastava; essi la collocavano al di sopra della medesima sovranità nazionale; perciocchè le attribuivano poteri, che i popoli mai delegati non hanno ai loro sovrani. Così la balìa condannava senza processure gl'individui sospetti ai Medici, sostituiva alle imposte arbitrarie tasse, promulgava leggi retroattive, aggravava le antiche sentenze, assoggettava a nuove pene coloro che non avevano commessi nuovi delitti, e disponeva, senza renderne conto, di tutte le finanze. Fu veduta impiegare cento mila fiorini per salvare da un fallimento la casa di banco che Tommaso dei Portinari dirigeva a Bruges per conto di Lorenzo de' Medici. Altre somme in altre circostanze furono levate dalle pubbliche casse, per sovvenire ai bisogni dei capi dello stato, i quali avevano l'imprudenza di continuare, senza volervisi applicare ed ignorandone perfino i principj, le grandi speculazioni di banco con cui si era arricchito il loro avo. E per tal modo sarebbero stati in breve ruinati dal loro fasto e dalla loro incapacità, se non avessero potuto impiegare a loro profitto il danaro dello stato[87].

I Medici, innoltrandosi in tale maniera sulla strada della tirannide, avevano ciò nullameno in Firenze un numeroso partito, il quale era per una parte formato da alcuni cittadini di antiche famiglie, che con loro dividevano le magistrature e le pubbliche entrate, e che non si assicuravano di conservare senza di loro la propria importanza; in secondo luogo da tutti i letterati, poeti ed artefici, che Lorenzo e Giuliano attiravano in casa loro, colmandoli di onori e di regali, e trattandoli da eguali, mentre pretendevano separarsi da tutti gli altri; in ultimo ingrossava il loro partito il basso popolo, sempre allettato dai frequenti spettacoli e dalle feste loro date dai Medici. Il popolo non si accorgeva che veniva corrotto col suo proprio danaro, e che gli si prendeva con una mano ciò che fingevasi donargli coll'altra. Ma d'altra banda, malgrado le rivoluzionarie sentenze, che dopo il 1434 avevano colpite per classe tutte quelle antiche ed illustri famiglie di Firenze, che avevano inondato di esiliati la Francia e l'Italia, e compresi nelle proscrizioni tutti i nomi storici della repubblica, l'intera massa degli antichi cittadini era tuttavia opposta ai Medici. Universali trasporti di gioja eransi manifestati dodici anni prima, quand'erasi renduto alquanto di libertà alle elezioni, ed un cupo abbattimento accompagnava da alcuni anni lo stabilimento della tirannide.

Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano non andavano perfettamente d'accordo nel loro sistema d'amministrazione. Il secondo, più dolce, più modesto, più disposto a vivere da eguale co' suoi concittadini, non era affatto quieto rispetto al calore, all'orgoglio ed alle violenze del fratello; onde studiavasi di trattenerlo colle sue esortazioni[88]. Ma Lorenzo, vedendo le famiglie dei Ricci, degli Albizzi, dei Barbadori, dei Peruzzi, degli Strozzi esiliate fino dal 1434, quella dei Machiavelli nel 1458, quelle degli Acciaiuoli, dei Neroni, dei Soderini nel 1466; e per ultimo quelle dei Pitti e dei Capponi spogliate del loro antico credito, cercava soltanto di adoperare in modo che veruna di queste potesse rialzarsi, veruna acquistare tali ricchezze o una tale considerazione che potesse adombrarlo; persuaso che fintanto che non lascerebbe avere alla moltitudine un capo, potrebbe senz'alcun rischio provocare il suo risentimento.

Tra le famiglie di cui i Medici potevano temere la rivalità teneva il primo luogo quella de' Pazzi. I Pazzi di Val d'Arno, lungo tempo compagni degli Ubaldini, degli Ubertini, dei Tarlati, erano antichi feudatarj ghibellini ed abitualmente in guerra colla repubblica fiorentina. Poichè l'ingrandimento di questa li consigliò ad abbandonare le loro fortezze per venire a vivere nella capitale, continuarono ad eccitare la diffidenza di una gelosa democrazia; vennero compresi nella classe de' magnati, e coll'ordinanza di giustizia esclusi da tutti gl'impieghi. Ma quando Cosimo de' Medici ebbe scacciata, nel 1434, la nobiltà popolare dal governo, sentì la necessità di rendersi forte coll'alleanza dell'antica nobiltà. A ciò mirando accordò a molti magnati il privilegio di entrare nella classe del popolo. La famiglia de' Pazzi fu una di quelle che accettò questo diritto di essere ascritta tra i borghigiani, da molti giudicato un degradamento, ed Andrea fu, nel 1439, il primo di questa famiglia che sedesse nella signoria. Ebbe Andrea tre figli, Antonio, Pietro e Giacomo, uno de' quali gli diede cinque nipoti, l'altro tre, e Giacomo il più giovane non si ammogliò[89]. Questa numerosa casa non era soltanto stata ammessa con un decreto nell'ordine del popolo, ma aveva inoltre prese le costumanze tutte dei popolani fiorentini. Eransi i Pazzi dati al commercio e la loro casa di banco veniva annoverata tra le più ricche e più riputate d'Italia. Non meno superiori ai Medici come mercanti, che come gentiluomini, non avevano bisogno per sostenersi, di volgere a loro profitto il danaro del pubblico.

Cosimo de' Medici si era attaccato coi vincoli del sangue questa così ricca e numerosa famiglia, il di cui credito poteva riuscire molto utile o molto pericoloso. Aveva fatta sposare sua nipote, Bianca, sorella di Lorenzo e di Giuliano, a Guglielmo de' Pazzi, figlio di Antonio e nipote di Andrea[90]. Lorenzo aveva tenuta una politica tutt'affatto contraria, mirando a ruinare quella famiglia, o per lo meno ad impedire l'accrescimento della sua fortuna; e perchè Giovanni dei Pazzi, cognato di sua sorella, aveva sposata l'unica figlia ed erede di Giovanni Borromei, cittadino a dismisura ricco, Lorenzo fece emanare una legge, quando venne a morte il Borromei, in forza della quale i nipoti di sesso maschile erano preferiti alle figlie nell'eredità di un padre morto ab intestato, e diede a questa legge un effetto retroattivo, sicchè il Pazzi perdette l'eredità di suo suocero, che non aveva creduto necessario di fare un testamento in favore dell'unica sua prole[91].

Di tre figliuoli d'Andrea Pazzi, il solo che ancora vivesse era Jacopo, che non aveva avuto moglie. Nel 1469 era stato gonfaloniere di giustizia, ed il popolo l'aveva creato cavaliere, ma dopo quest'epoca Lorenzo de' Medici erasi adoperato per escludere i Pazzi dalla signoria, ad eccezione di Giovanni, cognato di sua sorella, che aveva seduto una sol volta tra i priori nel 1472[92]. Quest'esclusione era tanto più offensiva, che a quest'epoca eranvi nove uomini di questa famiglia in età d'esercitare le magistrature; che questi occupavano il primo rango tra i cittadini, e che tutte le elezioni dipendevano unicamente da Lorenzo de' Medici.

Francesco Pazzi, il maggiore de' cognati di Bianca de' Medici, non potè più oltre soffrire che un uomo prendesse il luogo della patria, che accordasse o ricusasse come un favore ciò che a tutti era dovuto, e che esigesse riconoscenza da coloro cui egli ne andava debitore, poichè si rendeva potente col loro credito e s'arricchiva col loro danaro. Egli andò a soggiornare in Roma, ove teneva uno de' principali suoi banchi di commercio; papa Sisto IV lo scelse per suo banchiere di preferenza ai Medici, e questo pontefice, come suo figlio Girolamo Riario, formarono bentosto con lui intime relazioni.

Quanta era la gelosia che i cittadini fiorentini nudrivano contro la casa dei Medici, altrettanto era l'odio che covavano contro la medesima Sisto IV e Girolamo Riario, risguardandolo quale potente ostacolo ai loro progetti d'ingrandimento. Non aveva Sisto dimenticati gli ajuti dati a Niccolò Vitelli, signore di Città di Castello, nè la lega formata nel nord dell'Italia, nè le negoziazioni intavolate da Lorenzo per impedire che Girolamo Riario facesse l'acquisto d'Imola. Girolamo dal canto suo temeva che alla morte del papa i Medici non lo spogliassero facilmente d'una sovranità che sarebbe mancata d'appoggio; onde desiderava rendere a Firenze la sua libertà, per porsi in appresso sotto la protezione di questa repubblica. Francesco de' Pazzi, che familiarmente conversava con Sisto e col Riario, avvelenava il loro odio coll'unione del proprio, ed andava con loro cercando i mezzi di mettere fine ad un'usurpazione che ogni giorno acquistava maggior vigore[93].

La passata storia della repubblica non permetteva di sperare alcuna buona riuscita dai tentativi degli emigrati, che anzi un'esterna aggressione, lungi dallo scuotere il governo, lo rendeva più stabile, dandogli cagione d'imprigionare o d'esiliare i suoi segreti nemici, e d'impiegare le forze dello stato con maggiore energia. Affatto inutile vedevasi pure lo sperimento di una riforma legale, perciocchè quando pure si fosse trovato fra tanta corruttela de' consiglj un uomo abbastanza coraggioso per riclamare a nome delle leggi il mantenimento della libertà, il suo attaccamento alla buona causa non avrebbe avuto altro risultamento che l'immediata sua ruina. I Medici più non erano sottomessi alle leggi, nè a verun tribunale, ed ogni ricorso contro di loro non avrebbe servito che ad indicar loro nuove vittime. Un subito sollevamento in città riusciva ugualmente impraticabile, perchè la vigilanza del governo avrebbe ai Pazzi impedito di adunare armati nella propria lor casa i cittadini del loro partito, o i contadini dei loro poderi. E quando ancora si fossero potuti celare ai Medici i primi movimenti di un ostile attruppamento, trovandosi essi padroni del palazzo, delle porte della città e di tutti i luoghi forti, ed essendo loro clienti tutti i giudici e tutti i magistrati, sarebbersi rovesciate addosso ai loro nemici tutte le forze militari dello stato e tutto l'imponente apparato della giustizia. Altra via perciò non restava a scegliersi che quella di una congiura; perciocchè si era ben sicuri, che, spenti i due Medici, i cittadini, che tremavano innanzi a loro, si affretterebbero di condannarne la memoria e di riconoscere come un atto della pubblica vendetta l'attentato de' loro uccisori. Il recente esempio della congiura di Milano, lungi dallo scoraggiare i cospiratori, poteva ispirar loro confidenza, perchè aveva dimostrato come fosse facile il privare di vita un tiranno; che se il popolo di Milano non si era dopo il fatto sollevato, poteva allegarsi che riconosceva Galeazzo Sforza, comunque odioso per i suoi mali portamenti, per suo legittimo sovrano, mentre i Medici non osavano essi medesimi di confessare apertamente che si credevano di un rango superiore a quello degli altri Fiorentini.

Gli spiriti erano di già esacerbati da vicendevoli offese, ed i nemici dei Medici di già si disponevano a congiurare, quando recenti ingiurie loro procurarono alleati che non isperavano. Dall'una parte essendo morto Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, Sisto IV gli sostituì Francesco Salviati, parente di un Jacopo Salviati, che i Medici avevano fatto dichiarare ribelle[94]. Essi ricusarono di riconoscere il nuovo prelato, e gli negarono il possesso del suo arcivescovado. D'altra parte Carlo di Montone, figliuolo di Braccio, uno de' ristauratori dell'arte militare in Italia, essendosi egli stesso guadagnata qualche riputazione nelle armi, volle tentare di ricuperare l'autorità che suo padre ebbe in Perugia. Terminata la sua condotta coi Veneziani, era passato a Firenze, dove aveva ragunate alcune compagnie d'uomini d'armi. Ma quando aveva saputo che i Fiorentini avevano rinnovata la loro alleanza con Perugia, aveva rinunciato alla sua intrapresa contro quella città, e rivolte le sue armi contro la repubblica di Siena, colla quale Firenze non era in guerra, ma che pure desiderava di vedere umiliata. Carlo di Montone, nella state del 1477, prese molti castelli ai Sienesi, dai quali riclamava il pagamento di un debito contratto verso suo padre; e perchè aveali trovati non apparecchiati a difendersi, erasi lusingato di sottomettere questa repubblica; ma i Fiorentini avevano bensì permesso di recare qualche danno ai loro vicini che non amavano, ma non volevano perciò che si accendesse una guerra ai loro confini: sforzarono quindi Montone ad abbandonare la sua intrapresa, ma la repubblica di Siena non lasciò per questo di conservare un profondo risentimento per essere uscita dagli stati fiorentini l'armata che aveva invaso il loro territorio[95]. Per vendicarsi strinse alleanza col papa e col re di Napoli[96], mentre dal canto suo Sisto IV adunò una piccola armata ai confini dello stato fiorentino, sotto colore di assediare il castello di Montone e di castigare in tal modo il capitano, che aveva di fresco turbata la tranquillità[97].

Frattanto tra Francesco de' Pazzi e Girolamo Riario si convenne di mandare ad esecuzione il progetto del cambiamento del governo di Firenze e dell'uccisione dei Medici; e ne diedero parte all'arcivescovo Salviati che sapevano irritato da fresche ingiurie, e che realmente abbracciò con ardore il mezzo che gli offrivano di vendicarsi. Francesco Pazzi venne poscia a Firenze per associare alla congiura suo zio Jacopo, il capo della famiglia; ma egli vi trovò più difficoltà che non aveva creduto. Giovan Battista di Montesecco, condottiere abbastanza riputato ai servigj del papa, e confidente di Girolamo Riario, venne pure spedito presso questo vecchio magistrato per persuaderlo. Il Montesecco era venuto in Toscana quale incaricato di una finta negoziazione con Lorenzo de' Medici, e prima di partire aveva avuto un'udienza dal papa, che offriva tutte le sue forze in appoggio della congiura[98]. Fu quest'adesione del papa alla trama, che finalmente strascinò Jacopo dei Pazzi; acconsentì in allora di stare a quanto per lui farebbe suo nipote in Roma. In fatti Francesco vi era tornato per maturare i suoi progetti di concerto col papa, col conte Riario e coll'ambasciatore di Ferdinando, che dal canto suo prometteva una possente cooperazione. Si convenne che sotto pretesto di attaccare Montone, si adunerebbe un'armata pontificia nello stato di Perugia; che Lorenzo Giustini di Città di Castello, il rivale di Niccolò Vitelli, farebbe leva di soldati, sotto colore di proseguire la sua lite; che Gian Francesco di Tolentino, uno de' condottieri del papa, passerebbe colla sua truppa in Romagna, e che Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati e Giambattista di Montone tornerebbero a Firenze per accrescere il numero de' congiurati, e trovare l'istante di opprimere nello stesso tempo i due fratelli[99].

Tra coloro che si obbligarono ad assecondare il Pazzi ed il Salviati, contavasi Jacopo, figlio di quel Poggio Bracciolini, celebre scrittore, cui andiamo debitori di una storia fiorentina; e lo stesso Jacopo era autore di alcune erudite opere[100]. Vi si trovavano inoltre due Jacopi Salviati, fratello l'uno, l'altro cugino dell'arcivescovo; Bernardo Bandini e Napoleone Francesi, giovani audacissimi ed affatto ligi alla casa dei Pazzi; Antonio Maffei, prete di Volterra e notajo apostolico, e Stefano Bagnoni, altro prete che insegnava la lingua latina ad una figlia naturale di Jacopo Pazzi. Tutti i membri della famiglia di quest'ultimo non presero parte alla trama; Renato uno de' cinque fratelli, figlio di Pietro, ricusò con fermezza di entrarvi e ritirossi in campagna onde non essere confuso coi cospiratori[101].

Il papa aveva mandato all'università di Pisa Raffaele Riario, nipote del conte Girolamo, giovanetto di soli diciott'anni, che il 10 dicembre del 1477 fu creato cardinale. Il suo innalzamento a questa nuova dignità doveva essere festeggiato. Pensarono i congiurati che ciò appunto offrirebbe una facile occasione di unire nello stesso luogo Lorenzo e Giuliano de' Medici, onde ucciderli assieme; ed era necessario che i due fratelli fossero assaliti nello stesso tempo, altrimenti la morte dell'uno avrebbe avvisato l'altro di porsi in guardia. In conseguenza il papa scrisse al cardinale Riario di fare tutto quanto gli ordinerebbe l'arcivescovo di Pisa, e questi pochi giorni dopo fece venire il cardinale a Firenze. Jacopo de' Pazzi gli diede una festa nella sua villa di Montughi, lontana un miglio dalla città. Vi aveva invitati i due fratelli Medici, ma Giuliano non eravi andato. Non intervenne nè meno ad una festa data al cardinale da Lorenzo a Fiesole; all'ultimo si seppe che non troverebbesi pure a quella che Lorenzo destinava a Riario nella sua casa di città il 26 aprile del 1478. Allora solamente si determinò d'assalire lo stesso giorno i due fratelli nella cattedrale, dove il cardinale Riario dovea udire la messa, e dove i Medici mal potevano dispensarsi d'assistere con lui al divino servigio[102].

Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini s'incaricarono d'uccidere Giuliano. Risguardavasi la parte loro come la più difficile, perchè questo giovane, naturalmente timido, portava sempre una corazza sotto le vesti; era stata data la commissione di uccidere Lorenzo a Giovan Battista Montesecco. Il Montesecco ne aveva di buon grado assunto il carico, quando il fatto doveva aver luogo in tempo d'un banchetto, ma quando fu cambiato il luogo dell'esecuzione, e seppe che in chiesa ed in tempo della messa doveva uccidere un uomo cui era legato da relazioni di ospitalità, dichiarò di non sentirsi capace di aggiugnere al tradimento il sacrilegio. Gli scrupoli di questo militare furono cagione della cattiva riuscita della congiura; perchè più non trovavansi tra i congiurati che preti, che l'abitudine del vivere in chiesa rendesse indifferenti rispetto al luogo in cui si trovavano, e non fossero atterriti dall'idea del sacrilegio[103]. Fu dunque forza d'incaricare di ferire Lorenzo lo scrivano apostolico, Antonio di Volterra, e Stefano Bagnoni, parroco di Montemurlo. Il momento fissato fu quello in cui il prete, alzando l'ostia, le due vittime, stando a ginocchio, chinerebbero il capo, e non potrebbero vedere gli assassini. Le campane della messa dovevano far conoscere agli altri congiurati, incaricati d'attaccare il palazzo del pubblico, l'istante del sagrificio. L'arcivescovo Salviati co' suoi, e Giacomo, figlio di Poggio Bracciolini, dovevano rendersi padroni della signoria e forzarla ad approvare un assassinio di già eseguito[104].

I congiurati stavano di già in chiesa, vi erano arrivati Lorenzo ed il cardinale, la folla riempiva la chiesa, il divino sagrificio era cominciato, ed ancora Giuliano non compariva. Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini andarono a cercarlo, e gli fecero sentire che la sua presenza era omai necessaria; nello stesso tempo, in atto motteggevole, passarono le loro braccia a traverso al suo corpo per verificare se aveva la corazza. Ma Giuliano, che soffriva d'un male di gamba, non aveva presa veruna armatura, ed aveva pure, contro il suo costume, lasciato il suo coltello da caccia, perchè gli batteva contro la gamba inferma. Intanto Giuliano, entrato in chiesa, s'accostò all'altare; due congiurati tenevansi vicini a lui; due altri presso di suo fratello, e la folla che li circondava, dava loro ragionevole pretesto di stringersi più presso ai Medici. Il prete alzò l'ostia, ed all'istante Bernardo Bandini ferì col suo pugnale Giuliano nel petto, il quale dopo aver fatto qualche passo cadde a terra. Francesco de' Pazzi gli fu addosso e lo percosse replicatamente con tanto furore, che nello stesso tempo ferì sè medesimo gravemente in una coscia. Nel medesimo istante i due preti attaccavano Lorenzo: Antonio da Volterra, appoggiando la mano sinistra sopra la di lui spalla, volle ferirlo nel collo; ma Lorenzo si distrigò rapidamente, ed avviluppatosi il mantello intorno al braccio sinistro per farsene scudo, sguainò la spada e si difese coll'ajuto de' suoi due scudieri, Andrea e Lorenzo Cavalcanti. L'ultimo fu ferito, e lo stesso Lorenzo lo era egli pure leggermente nel collo, quando i due preti si scoraggiarono e presero la fuga. Per lo contrario Bernardo Bandini, lasciando già morto Giuliano, corse verso Lorenzo, ed uccise Francesco Nori, che gli tagliava la strada. Lorenzo erasi ricoverato in sagristia co' suoi amici. Il Poliziano ne chiudeva le porte di bronzo, mentre Antonio Ridolfi succhiava la ferita del suo padrone e la medicava.

Frattanto gli amici dei Medici dispersi nel tempio adunaronsi colle spade sguainate innanzi alla porta della sagristia, chiedendo che si aprisse e che Lorenzo si mettesse alla loro testa. Questi, temendo d'essere ingannato da queste grida, non ardiva aprire, finchè Sismondi della Stufa, giovane a lui affezionatissimo, salito per la scala dell'organo ad una finestra di dove poteva vedere l'interno della chiesa, osservò da un lato Giuliano, di cui Lorenzo ignorava la sorte, steso a terra intriso nel proprio sangue; dall'altro lato potè assicurarsi che coloro che chiedevano d'entrare erano i veri amici dei Medici. Allora si aprirono le porte, e Lorenzo si pose fra di loro per recarsi alla sua casa[105].

I congiurati non avevano disposte altre forze in chiesa per isnidare le vittime dai loro asili, lo che probabilmente non sarebbe stata malagevole cosa; ma le avevano disposte tutte per impadronirsi del palazzo pubblico. Sapevano in fatti che la moltitudine non giudica che all'ingrosso, e che riconoscerebbe per depositarj della sovrana autorità i vincitori, qualunque si fossero, tostocchè li vedrebbe circondati dalle guardie della signoria e seduti sul tribunale. L'arcivescovo erasi portato al palazzo coi Salviati suoi parenti, con Jacopo Bracciolini e con una truppa di minori congiurati, quasi tutti Perugini. Lasciò in sul primo ingresso parte de' suoi satelliti con ordine di occupare la porta principale, tostocchè udirebbero del rumore: altri seco condusse fino all'appartamento occupato dai membri della signoria, loro ordinando di stare nascosti in cancelleria per non dare sospetto. Ma questi spinsero per di dentro la porta, che si trovò chiusa a molla in modo che più non poteva aprirsi senza chiave; onde questo corpo di congiurati, il più necessario a tutta l'azione, rimase nella impossibilità di prendervi parte.

Frattanto l'arcivescovo Salviati era entrato presso il gonfaloniere, col pretesto di avergli a comunicare qualche cosa per parte del papa. Questo primo magistrato era in allora quello stesso Cesare Petrucci, ch'era stato poc'anzi sorpreso a Prato da Bernardo Nardi, ed era stato in pericolo di essere ucciso in quella congiura. Dopo questo avvenimento era diventato più diffidente d'ogni altro, ed inoltre osservò che l'arcivescovo, parlando, era talmente disturbato, che le parole che balbettava quasi non avevano senso. Il Salviati mutava spesso colore, volgevasi verso la porta, tossiva come volesse dare qualche segno, e non sapeva contenere la propria agitazione. Cesare Petrucci lanciossi egli stesso alla porta, e vi trovò Giacomo Bracciolini, cui, preso pei capelli, rovesciò a terra, e diede in guardia ai suoi sergenti. Chiamò nello stesso tempo i priori a difendersi, ed attraversando con loro la cucina del palazzo, prese uno spiedo, col quale si pose di guardia alla porta della torre, ove la signoria si ritirò. Intanto i sergenti chiusero le diverse porte de' corridoj del palazzo, ed attaccarono sparsamente i congiurati, la maggior parte de' quali eransi da sè chiusi in cancelleria. Tutti coloro che avevano seguito il Salviati nel piano superiore, furono bentosto arrestati, ed immediatamente uccisi o gittati a basso dalle finestre. Ma l'altra banda de' congiurati, rimasta all'ingresso principale, erasene resa padrona; e nel momento del tumulto, quando gli amici dei Medici accorsero in folla al palazzo per soccorrere la signoria, i congiurati difesero la porta e sostennero per qualche tempo una specie d'assedio[106].

Tra coloro che si erano incaricati dell'uccisione de' Medici, i due preti ch'eransi vilmente dati alla fuga, vennero inseguiti dagli amici dei Medici e fatti a pezzi. Bernardo Bandini, quando vide in salvo Lorenzo e ferito Francesco Pazzi e che il popolo dichiaravasi contro di lui, conobbe la sua fazione perdente, ed uscì subito di città e si pose in salvo. Francesco Pazzi, tornato a casa sua, si sentì talmente indebolito dal sangue che aveva perduto per la ferita fattasi da sè medesimo, che non poteva sostenersi a cavallo. Rinunciando adunque a correre la città per chiamare il popolo alla libertà, siccome aveva ideato di fare, pregò Giacomo Pazzi, suo zio, a fare le sue veci. Questi malgrado l'estrema sua vecchiaja si pose alla testa di un centinajo d'uomini raccolti in casa sua per tale motivo, e marciò verso la piazza del palazzo invitando i cittadini, cui presentavasi l'opportunità di tornare liberi, a prendere le armi; ma niuno lo raggiunse, mentre che i priori dall'alto del palazzo ch'essi occupavano gli lanciavano addosso delle pietre. Suo cognato Serristori, che scontrò solo sulla strada, gli rinfacciò il tumulto ch'egli cagionava in Firenze, e lo consigliò a ritirarsi. Giacomo de' Pazzi, non ricevendo soccorso da veruna banda, si volse colla sua truppa verso una porta della città, ed uscì, prendendo la via di Roma[107].

Lorenzo, ritiratosi nella propria casa, non aveva presa ancora veruna misura per fermare i cospiratori; aveva abbandonata la sua vendetta al popolo, la quale perciò non fu che più crudele. Il gonfaloniere, Cesare Petrucci, irritato pel corso pericolo, fece strozzare alle finestre del palazzo l'arcivescovo Salviati, il di lui fratello, il cugino e Jacopo Bracciolini. Perirono pure tutti coloro che lo avevano seguito, tranne un solo che si era nascosto sotto un mucchio di legni. Quando venne scoperto dopo quattro giorni si risguardò come bastantemente punito dalla sofferta fame e dalla paura. Intanto il popolo furibondo andava in traccia di tutti coloro che avevano mostrata qualche opposizione all'ambizione dei Medici, o qualche relazione d'amicizia coi congiurati. Tostocchè gli veniva denunciata qualche vittima era subito uccisa e strascinato il di lei cadavere per le strade[108]; le squarciate sue membra portavansi sulle lance ne' diversi quartieri della città; questa frenetica sete di vendetta non si poteva mai spegnere. Il giovane cardinale Riario, che nulla sapeva della cospirazione, erasi posto in salvo sull'altare, ove a stento era stato difeso dai preti. Francesco Pazzi, strappato fuori del letto, su cui dalla sua ferita era stato costretto a gettarsi, venne condotto al palazzo senza che gli si permettesse di vestirsi, e fu strozzato come l'arcivescovo ad una finestra. Lungo la strada tutti gli strappazzi del popolo non gli cavarono di bocca una sola parola; guardava con occhio immobile i suoi concittadini che tornavano in ischiavitù e sospirava[109]. Guglielmo de' Pazzi erasi rifugiato nella casa di Lorenzo, suo cognato, e fu salvato dalle preghiere di Bianca de' Medici sua sposa. Renato dei Pazzi, ch'erasi più giorni avanti ritirato in villa per non aver parte alcuna nella rivoluzione, volle per altro fuggire, quando seppe che la rivoluzione era scoppiata; ma conosciuto sotto il mentito abito di contadino, che aveva preso, venne arrestato e condotto a Firenze ove fu appiccato. Fu pure arrestato Giacomo dei Pazzi dai montanari nel passaggio degli Appennini; li supplicò di ucciderlo subito, e gli offrì perciò anche un premio, ma li trovò inflessibili e fu appiccato con suo nipote Renato. Era già il quarto giorno dopo la congiura, ed in tutto questo tempo il popolaccio erasi bagnato nel sangue. Più di settanta cittadini, colpevoli o sospetti d'aver avuto parte nella trama, erano stati sbranati e le loro membra strascinate per le strade[110]. Il corpo di Jacopo de' Pazzi fu più volte esposto a tanta indegnità; era stato prima messo nel sepolcro de' suoi antenati, ma perchè si pretese d'averlo udito bestemmiare nell'atto di morire, abitudine che aveva da lungo tempo contratta, si attribuirono le dirotte pioggie de' susseguenti giorni al trovarsi il cadavere di un bestemmiatore in terreno sacro. Venne disumato per essere seppellito lungo le mura; ma i fanciulli lo trassero ancora da questa seconda sepoltura per istrascinarlo molto tempo per le strade, avanti di gettarlo in Arno. A Giovan Battista di Montesecco fu troncato il capo dopo un lungo interrogatorio, nel quale diede notizia della parte che il papa aveva avuta nella cospirazione. Bernardo Bandino, senza fermarsi nella sua fuga, aveva cercato ricovero in Costantinopoli, ma colà Lorenzo de' Medici ebbe abbastanza influenza per farlo arrestare. Il sultano Maometto II lo consegnò, e Bandino, ricondotto in Firenze il 14 dicembre del susseguente anno, fu appiccato alle finestre del bargello il 29 dicembre del 1479[111].

Gli storici fiorentini, che scrissero sotto i Medici, fecero de' Pazzi il più svantaggioso ritratto. Poliziano loro ascrive tutti i vizj, anche i più incompatibili: vengono generalmente accusati d'eccessivo orgoglio; Francesco lasciavasi accecare dalla collera, ed appunto in tale traviamento si ferì da sè stesso, credendo ferire il suo nemico. Era Jacopo dedito al giuoco, ed aveva l'abitudine di bestemmiare, per altro era uomo assai caritatevole; e consacrava parte delle sue entrate al soccorso de' poveri e ad arricchire le chiese. Per timore di avvolgere nella propria sventura coloro che avevano qualche credito verso di lui, aveva pagati tutti i suoi debiti la vigilia del giorno fissato all'esecuzione della congiura, ed aveva consegnate ai loro proprietarj tutte le mercanzie che teneva in dogana per altrui conto[112].

Sebbene i congiurati non avessero ottenuto l'intento loro, la posizione di Lorenzo de' Medici era sempre pericolosa assai. Le truppe, adunate nella valle del Tevere sotto Lorenzo Giustini, ed in Romagna sotto Gian Francesco di Tolentino, erano di già entrate nel territorio di Firenze; ma, avendo udito il disastro dei Pazzi, eransi ritirate senza lasciarsi raggiugnere dalle truppe della repubblica. Intanto il re Ferdinando mandava altre truppe, che di già avevano passato il Tronto, ed aveva renduta pubblica la sua alleanza col papa e colla repubblica di Siena. Questa lega aveva scelto per suo generale il duca d'Urbino, Federico di Montefeltro, ed aveva dichiarata la guerra, non già alla repubblica fiorentina, ma al solo Lorenzo de' Medici, che non volevasi confondere colla sua patria. Nello stesso tempo il papa intimava la scomunica alla repubblica fiorentina, se entro un mese, da incominciarsi col primo di giugno, giorno della pubblicazione della bolla, ella non consegnava ai tribunali ecclesiastici Lorenzo de' Medici, il gonfaloniere, i priori e gli otto della balìa con tutti i loro fautori, ond'essere puniti secondo l'enormità del loro delitto[113]. Consisteva questo delitto nell'avere portate le mani sopra un ecclesiastico. «Perchè i cittadini, dice il papa, erano tra di loro venuti a qualche dissensione civile e privata, questo Lorenzo coi priori di libertà ec..... avendo interamente scosso il timore di Dio, e trovandosi infiammati di furore, vessati da diabolica sugestione, e trasportati come cani da insensata rabbia, infierirono con tutta possibile ignominia contro persone ecclesiastiche. Oh dolore! oh inaudito delitto! portarono le violenti mani sopra un arcivescovo, e lo appiccarono pubblicamente alle finestre del loro palazzo[114]

Il papa non si difese intorno all'aver avuto parte nella congiura, e non cercò in alcuna bolla di smentire quest'accusa; per lo contrario i Fiorentini confessarono il loro torto d'avere fatto morire l'arcivescovo di Pisa ed i preti congiurati, che erano soggetti soltanto alla giurisdizione ecclesiastica; cercarono di calmare il papa assoggettandosi alle sue censure, e restituirono la libertà al cardinale Riario[115]. Tanta moderazione fu inutile; il dieci delle calende di luglio una seconda bolla fulminò contro di loro più gravi pene: proibì ai fedeli di avere comunicazione di veruna sorta con loro, ruppe le precedenti alleanze, vietò a tutti gli stati di contrarne di nuove, ed impedì ad ogni militare di mettersi al loro soldo[116].

Intanto i Fiorentini si apparecchiavano a respingere colle armi l'attacco onde erano minacciati, ed il 13 di giugno crearono, secondo l'antica costumanza, i decemviri della guerra[117]. Spedirono nello stesso tempo a tutti i principi cristiani una relazione della congiura; chiesero col mezzo de' loro ambasciatori i soccorsi del duca di Milano e della repubblica di Venezia in forza della loro alleanza[118]: adunarono in Firenze un concilio provinciale di tutti i prelati toscani, loro domandarono una protesta contro la sentenza di Sisto IV, ed un appello della sua scomunica ad un concilio ecumenico[119]. Pubblicarono altresì l'autentica confessione del Montesecco, onde togliere qualunque dubbio rispetto alla parte che il papa aveva avuta nella cospirazione, e mandarono questo documento col loro appello all'imperatore, al re di Francia ed ai principi sovrani della Cristianità[120]. Finalmente per sottrarre Lorenzo dei Medici ad attentati simili a quello da cui era uscito salvo, la signoria accordò alla sua persona una guardia di dodici uomini[121]. I monarchi d'Europa potevano difficilmente apprezzare i motivi de' cittadini fiorentini per metter fine all'usurpazione della casa de' Medici. Essi di già risguardavano i due fratelli come legittimi sovrani, ed una congiura contro di loro sembrava un attentato contro la maestà dei troni. Altronde senza esaminare i diritti che potevano avere i congiurati, la condotta del papa, il quale si associava a costoro per soddisfare l'odio e la cupidigia di un nipote, che passava per suo figlio, loro sembrava sempre scandalosa. Quindi il re di Francia, l'imperatore Federico, i Veneziani, il duca di Milano e quello di Ferrara minacciarono Sisto IV di ritirarsi dalla sua ubbidienza, se proseguiva a turbare la Cristianità con un'ingiusta guerra. Lodovico XI richiamò le dispute intorno alla prammatica sanzione; volle trattenere le annate, dacchè i tesori ch'esse portavano a Roma venivano impiegati nel fare la guerra ai Cristiani, non a difenderli contro i Turchi. Citò inoltre Sisto IV ad un concilio che diede voce di volere adunare in Orleans, poi in Lione, ma che non ebbe mai luogo[122]. In ultimo mandò ambasciatore a Firenze il celebre storico Filippo di Comines, per dare maggiore importanza ai Medici con larga promessa di protezione[123].

I più saggi fra i cardinali vedevano con dolore compromessa l'autorità pontificia dall'inconsiderazione di un papa; ma credevano assai più importante di salvarla, che di costringere Sisto IV ad ascoltare i consiglj della prudenza e della giustizia. In una delle sue ultime lettere[124] il cardinale di Pavia scriveva al papa: «So che recasi presso di noi per parte del re di Francia un ambasciatore riputato assai nelle Gallie, la di cui commissione è oltremodo orgogliosa. È incaricato di sottrarre i Francesi all'ubbidienza della santa sede, e di appellare ad un concilio se non si revocano le censure pronunciate contro i Fiorentini, se coloro che hanno ucciso Giuliano, quegli ancora che approvarono questo assassinio, non vengono puniti; e per ultimo se non rinunciamo alla guerra da poco cominciata.... Frattanto che potremmo noi fare di più vergognoso, qual maggior piaga, qual morte più crudele potremmo noi arrecare all'autorità di Roma, che di rivocare la nostra sentenza, prima ancora che asciutto sia l'inchiostro con cui fu vergata. Il solo flagello accordatoci da Dio per la nostra conservazione ci caderebbe di mano, il bastone apostolico più non avrebbe forza di rompere i vasi inutili; la potenza secolare avrebbe in allora un rifugio contro le censure, e ciò che la debolezza nostra avesse una volta abbandonato, più ricuperarlo non potrebbe il nostro coraggio.»

Il cardinale propose in seguito al pontefice di acquistar tempo con evasive risposte, di promettere di ricevere i Fiorentini in grazia, ove manifestassero pentimento; ma di dichiarare di non lo poter fare che in un'assemblea di tutti i cardinali, la quale assemblea era impossibile durante la peste; di ritenere sotto lo stesso pretesto della peste gli ambasciatori francesi in luogo lontano dalla corte; per ultimo di seguire l'esempio dello stesso re di Francia, che talvolta aveva differita un anno intero la risposta ai legati di Roma. «Se il re, soggiugne egli, acconsente, com'è probabile, a questi indugi, voi avrete tempo di atterrare le armi de' vostri nemici, e Dio nella sua misericordia spesso ci concede inaspettati soccorsi: se il re non si acquieta, saranno a lui imputabili tutte le conseguenze della sua impazienza.... Allora vostra santità confidisi interamente in Dio; quegli che regna nei cieli è più grande di quegli che vive sulla terra. Il primo sostenne i suoi sacerdoti ne' più gravi travagli, non verrà loro meno ne' minori pericoli: altronde i nostri nemici combatterebbero per il peccato, noi contro il peccato; essi vorrebbero la nostra perdita, e noi altro non vogliamo che la loro salute e la loro vita: in così diversa situazione, e quando così giusta è la nostra causa, senza dubbio che noi dobbiamo tutta in Dio riporre la nostra speranza[125]

I consiglj del cardinale di Pavia vennero adottati. Sisto IV differì fino al 27 gennajo seguente ad accordare la prima udienza agli ambasciatori francesi; ed anche allora non diede loro un positivo riscontro; disse che avrebbe incaricato un suo legato di portare a Lodovico XI l'espressione de' suoi sentimenti; frattanto soggiunse che aveva con dispiacere veduto questo monarca prestar fede a Lorenzo ed a' suoi complici, piuttosto che a quegli che ha ricevuta la sua autorità da Dio medesimo, e che a lui solo deve renderne conto; poichè sta scritto nelle sacre carte: «L'orgoglioso, che non vuole ubbidire all'ordine del pontefice che rende un culto al suo Dio, deve morire per sentenza del giudice. Così tu toglierai il male dalla terra d'Israello; il popolo vedendolo rientrerà nel timore, e niuno più non si gonfierà di vano orgoglio[126].» Mentre il papa addormentava co' suoi indugi e con ambigue risposte la lega che pareva formarsi contro di lui, proseguiva vigorosamente la guerra intrapresa in Toscana.

CAPITOLO LXXXVI.

Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e fine della guerra di Venezia contro i Turchi.

1478.

La condotta d'una cospirazione richiede sempre un certo grado di dissimulazione, ed ancora di falsità; gli uomini contro i quali vengono diretti somiglianti attentati, lagnansi frequentemente con amarezza della perfidia di coloro ch'essi avevano risguardati come loro amici; essi scordano le loro proprie offese, perchè coloro che sonosene vendicati non ne mostrarono risentimento, e chiedono di essere attaccati a viso scoperto e con armi eguali, mentre ch'essi medesimi si chiudono nelle fortezze, si circondano di guardie, ed armano una intera popolazione per difendersi. Ma perchè il rimprovero di dissimulazione non faccia torto alla riputazione dei cospiratori conviene che un eminente pericolo, un pericolo personale li giustifichi. Coloro che scagliano i loro colpi da un luogo sicuro, che potendo combattere colle armi dei principi adoperano invece il pugnale degli assassini, meritano essi soli l'obbrobrio che deve ricadere sul tradimento. I Pazzi ed i Salviati possono parer grandi e degni di rispetto, quand'ancora addormentano i Medici con false carezze, e che stringendoseli al seno in segno di amicizia, cercano sotto i loro abiti se queste vittime portano la corazza[127]; ma Sisto IV che benedice le armi de' cospiratori, e Ferdinando di Napoli che fa avanzare le sue armate per assecondarli; questo sommo pontefice e questo monarca, che violano essi stessi la legislazione, sotto la protezione della quale vivono, non meritano maggiore stima di que' vili, che pagano mercenarj assassini per appagare le loro vendette. Qualunque volta è aperto l'adito alla pubblica vendetta, rimane interdetta la privata. I vindici de' privati sono i tribunali, il tribunale de' sovrani è la guerra. I tribunali sono impotenti per difendere l'onore, infedeli quando converrebbe di difendere la libertà; fu perciò dall'opinione renduta ai cittadini la spada per difendere l'onore ne' duelli, e per ricuperare la libertà nelle legittime congiure[128]. I duelli, non altrimenti che le congiure, sono dall'onore vietati ai sovrani, che hanno un altro giudice nell'esperimento delle armi pubbliche.

Forse Sisto IV nudriva grandi pensieri e vasti progetti per l'indipendenza d'Italia; senza apprezzarne la libertà, conosceva la potenza delle repubbliche; voleva assicurare alla penisola tutti i mezzi di respingere gli attacchi degli stranieri e de' barbari, riunendo la Lombardia alla Toscana sotto l'egida di governi renduti forti dalla confidenza e dall'amore dei popoli. Il piano che la sua mente aveva concepito, e che noi vedremo svilupparsi, era degno di un uomo di genio, e di un vero amico del suo paese; ma il carattere di questo papa corrompeva il suo spirito, e frammischiava la falsità e la perfidia a' suoi vasti concepimenti. Incapace di distinguere la virtù dal delitto, gli erano indifferenti tutti i mezzi d'esecuzione, ed egli disonorava i suoi progetti cogli strumenti che sceglieva per eseguirli. E per tal modo quando ancora si armava a favore della libertà, rendevasi odioso agli stessi repubblicani, facendo uso del potere della Chiesa, scandalizzava i cattolici e progettando l'indipendenza dell'Italia, era il primo ad esporla alle invasioni dello straniero.

Sisto IV e Ferdinando eransi apparecchiati alla guerra, avanti che i Pazzi avessero scagliati i primi colpi contro i Medici. Per lo contrario i Fiorentini non avevano ancora un'armata, nè potevano formarla in sull'istante. Si andavano per loro assoldando in Lombardia tutti i capitani che cercavano di servire; ed avevano di già riuniti sotto i loro stendardi Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Corrado Orsini, Rodolfo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i due suoi figliuoli ed altri capitani. Rispetto ai piccoli principi di Romagna, che tutti facevano il mestiere di condottieri, i Fiorentini erano stati prevenuti da Sisto IV, il quale aveva assoldati Federico, duca di Urbino, Roberto Malatesta, signore di Rimini, e Costanzo Sforza, signore di Pesaro. L'armata pontificia, renduta in tal modo assai numerosa, entrò con quella del duca di Calabria nelle terre della repubblica, nel mese di luglio[129]. I Fiorentini, non potendo tenere la campagna, distribuirono i loro soldati nelle terre murate poste ai confini dello stato di Siena e del ducato d'Urbino. Formarono inoltre un campo al Poggio Imperiale; ma era composto di altrettante truppe indipendenti quanti erano i condottieri che le comandavano; niuno voleva riconoscere l'autorità di un altro; disprezzati erano gli ordini de' commissari nominati dalla repubblica; ogni capitano riputavasi per lo meno eguale ai cittadini che sedevano nel consiglio, ed avrebbe creduto di far torto al proprio onore, ubbidendo agli ordini di un uomo, che i natali e la carica non facevano soprastare agli altri.

Per ristabilire la subordinazione, i Fiorentini offrirono il comando dell'armata ad Ercole, duca di Ferrara, colla paga di sessanta mila fiorini in tempo di guerra e di quaranta mila in tempo di pace. Essi non vollero abbadare ai consiglj della repubblica di Venezia, che loro ricordava, che Ercole, avendo sposata una figlia di Ferdinando, combatterebbe con poco vigore contro il duca di Calabria suo cognato[130]. Lo stesso Ercole si mostrò lungo tempo indeciso, e soltanto il 30 agosto segnò il trattato coi commissarj fiorentini[131].

Intanto erano in luglio cominciate le ostilità: i duchi d'Urbino e di Calabria avevano guastato con estrema crudeltà il territorio fiorentino da loro occupato, avevano successivamente assediato Rencina, la Castellina, ragguardevole fortezza lontana otto miglia da Siena, e Radda. Sebbene si difendessero valorosamente, questi tre castelli dovettero capitolare a condizione di aprire le porte ai nemici, se non venivano soccorsi avanti un determinato tempo; l'armata fiorentina, informata di tale capitolazione, non aveva osato arrischiare una battaglia per liberarli[132]. In appresso i nemici avevano preso Mortajo, assediavano Brolio e minacciavano Cacchiano, quando finalmente, l'otto settembre, giunse a Firenze il duca di Ferrara. Il dodici andò a visitare il campo; ma frattanto Brolio s'arrese quasi sotto i suoi occhi ai nemici, i quali, in onta alla capitolazione che avevano segnata, saccheggiavano e bruciavano questo castello, come avevano poco prima saccheggiato e bruciato quello di Radda[133].

Fino alla venuta del duca di Ferrara i Fiorentini avevano potuto dolersi di non avere un capo; ma non tardarono a pentirsi di averne scelto uno che mancava di talenti o di risolutezza, se pure non era segretamente d'accordo coi loro nemici. Erasi aspettato per dargli il bastone del comando l'istante fissato dagli astrologi, i quali lo avevano dilazionato fino al 27 di settembre, a dieci ore e mezzo, ossia alle sedici ore italiane. Aspettando che giugnesse il favorevole istante, Ercole aveva lasciato prendere Cacchiano in sua presenza, e lasciava assediare in Val di Chiana Monte Sansovino, una delle più importanti piazze poste ai confini, poichè signoreggiava l'ingresso del piano d'Arezzo e di Cortona, di Val d'Ambra e di Val d'Arno[134].

Il duca di Ferrara ora aveva che dire coi commissarj fiorentini, ora coi proprj ufficiali; mai non trovava luogo abbastanza sicuro per accamparsi, ricusava di avvicinarsi ai nemici, ed invece affrettavasi di fare con loro un armistizio a svantaggiosissime condizioni, acconsentendo che, durante l'armistizio, il duca d'Urbino continuasse l'assedio di Sansovino. Avendo quest'armistizio cessato alla fine d'ottobre, il duca di Ferrara propose di porre Sansovino nelle mani d'un terzo, per dar tempo di cominciare altre negoziazioni; suggerì pure altri espedienti che tutta disvelavano la debolezza del suo carattere, o la sua mala fede, e ricusò costantemente di venire a battaglia per liberare gli assediati, sebbene le sue forze fossero press'a poco eguali a quelle dei nemici, avendo con lui sette mila uomini di cavalleria e sei mila pedoni, mentre il duca d'Urbino aveva mille cavalli di più e due mila pedoni di meno[135]. Finalmente Sansovino s'arrese l'otto di novembre quasi in sugli occhi del duca di Ferrara; ed i nemici avendo presi i quartieri d'inverno tra Fojano, Lucignano ed Asinalunga in sui confini dello stato di Siena, il duca terminò dal canto suo questa vergognosa campagna, alloggiando le sue truppe tra Olmo e Pulicciano[136].

Non si può non essere maravigliati vedendo che Lorenzo de' Medici non presentossi mai nel campo fiorentino durante una guerra che la sua patria sosteneva per suo riguardo. Aveva permesso che l'armata fosse prima esposta agli inconvenienti dell'insubordinazione avanti la venuta del duca di Ferrara, poi della diffidenza e forse del tradimento dopo la di lui venuta, senza tentare di stabilirvi l'ordine, o di affrettarne le operazioni. Il governo e forse lo stesso Lorenzo non avevano troppa fiducia nei suoi talenti militari; ma i commissarj che la repubblica mandava all'armata non erano probabilmente più di lui bellicosi. Quando fu portato a Firenze il manifesto di Sisto IV e di Ferdinando, Lorenzo, vedendosi indicato come il solo nemico di questi due sovrani, aveva convocato un consiglio de' richiesti, cui erano stati invitati trecento cittadini. Aveva loro dichiarato di essere apparecchiato ad andare in esilio, in prigione, ed ancora alla morte, se la sua patria credeva doverlo sagrificare per sottrarsi all'attacco de' suoi nemici. Ma in pari tempo aveva fatto loro sentire che la loro prudenza e la loro perseveranza bastavano sole per resistere al turbine e giugnere al termine de' mali ond'erano minacciati. I Fiorentini, chiamati a questo consiglio, corrisposero a così generosa interpellazione, giurando di consacrare le sostanze loro e la vita in difesa di Lorenzo de' Medici[137].

Mentre i decemviri della guerra facevano nuove leve di soldati, raccoglievano munizioni, e rimontavano il materiale dell'armata, la repubblica mandava i suoi più esperti negoziatori alle potenze da cui poteva sperare soccorsi. Donato Acciajuoli, uno de' più riputati letterati del secolo, era stato incaricato dell'ambasceria di Francia; ma infermò e morì a Milano prima d'aver potuto giugnere alla corte di Francia, e gli fu dato per successore Guid'Antonio Vespucci[138]. Ma tutti gli attestati d'amicizia che Lodovico XI aveva dati alla repubblica fiorentina non dovevano avere alcun utile risultato. Questo monarca, vecchio ed infermo, temeva sempre che l'Europa si accorgesse del suo decadimento, e vi ravvisasse un pronostico dell'imminente suo fine; quindi cercava di occuparla con negoziazioni, di sorprenderla colle minacce, di mantener viva l'opinione della sua costante attività; e frattanto tenevasi lontano dall'entrare in intraprese che non avrebbe avuta la forza di condurre a fine[139]. I Sienesi, invano accarezzati dai Fiorentini, eransi scopertamente dichiarati pei loro nemici. I Lucchesi, sempre gelosi de' potenti loro vicini, erano egualmente disposti a dichiararsi contro Firenze, e Pietro Capponi, figliuolo di Neri, mandato per ambasciatore a Lucca, potè a stento mantenerli neutrali con concessioni d'ogni genere[140]. Giovanni Bentivoglio, che in Bologna occupava press'a poco lo stesso rango che il Medici a Firenze, restavasi inattivo, sebbene fosse alleato di Lorenzo. Nè di lui più attivo era Manfredi, signore di Faenza. Di ciò n'erano forse cagione i Veneziani, i quali per non accendere una guerra in Romagna eransi formalmente opposti al progetto di questi due signori di attaccare il principato d'Imola posseduto da Girolamo Riario.

Tutta la speranza del Medici e dei Fiorentini stava adunque riposta nell'alleanza coi due stati di Milano e di Venezia: ma i Veneziani, pretestando la dichiarazione degli alleati di fare la guerra a Lorenzo de' Medici, non alla repubblica fiorentina, protestarono di non essere tenuti alla difesa di particolari cittadini nelle private loro liti. Altronde si trovavano tuttavia impegnati in una disastrosa guerra coi Turchi, ed in quest'anno medesimo avevano tremato per una formidabile invasione. La reggenza di Milano assecondava di buona fede il governo fiorentino, ma il re di Napoli per privarlo di così potente ausiliario aveva trovato il modo d'occupare la duchessa Bona più seriamente ne' proprj stati.

Ferdinando si fece da principio a trattare con Prospero Adorno, che continuava a governare Genova a nome del duca di Milano, ma che nel precedente anno si era mostrato quasi non meno diffidente de' suoi ausiliarj milanesi che de' proprj nemici. Ferdinando gli offriva d'ajutarlo a ristabilire i Genovesi nell'antica loro dipendenza, e gli mandava per quest'oggetto due galere con grosse somme di danaro. La duchessa Bona, avuto subito avviso di questa pratica, incaricò il vescovo di Como di andare a prendere le redini del governo di Genova. Questi si portò in quella città senza accompagnamento e travestito; ed avendo adunato il senato in san Siro, gli comunicò le lettere del principe, che richiamavano Prospero, e lo nominavano in sua vece governatore[141]; ma non si attentò di fare la stessa dichiarazione nel palazzo pubblico, nè di chiedere l'investitura prima d'avere adunati alcuni soldati. Prospero Adorno approfittò di quest'indugio, chiamò i suoi partigiani, tutti quegli ancora che nelle precedenti fazioni si erano mostrati affezionati alla libertà di Genova; fece da costoro nominare sei capitani del popolo, scelti tra i borghesi e gli artigiani e, cambiato il titolo di governatore in quello di doge, proclamò l'indipendenza della sua patria[142].

Ma l'armata dei Milanesi non occupava soltanto le fortezze, si era inoltre trincerata nelle isole delle case più vicine, di modo che ebbe luogo ogni giorno nelle strade qualche scaramuccia. Le famiglie nobili parevano tutte favorevoli al dominio dei duchi di Milano; ed i Doria e gli Spinola si erano anzi chiusi nelle fortezze, per correre la medesima sorte della guarnigione. Cadauno di que' magnifici palazzi, che fin d'allora avevano a Genova meritato il titolo di superba, era attaccato e difeso coll'artiglieria. Prospero Adorno invitò Roberto di Sanseverino, di que' tempi rifugiato in Asti, a venire a mettersi alla testa dei Genovesi, e Roberto avidamente colse l'occasione di combattere la reggenza di Milano cui erasi a stento sottratto. Dal canto suo Luigi Fregoso, che due volte era stato doge di Genova, condusse nel porto della sua patria sette galere napolitane con un piccolo numero di soldati[143].

Sentiva la reggenza di Milano di quanta importanza fosse la difesa di Genova, prima che le sue fortezze fossero prese dal popolo; e perchè i cavalli non potevano essere di grande utilità nelle montagne della Liguria, aveva adunata un'armata di otto mila pedoni armati di corazze come gli uomini d'armi, sei mila d'infanteria leggiere e soltanto due mila cavalieri[144]. Ma la reggenza ne diede incautamente il comando a Sforzino, figliuolo naturale di Francesco I, il quale non aveva nè le virtù, nè i talenti di suo padre. Gli furono dati per consiglieri Pietro Francesco Visconti e Pietro del Verme: erano uomini di sperimentato merito negli affari civili, e si suppose che sarebbero egualmente capaci di condurre le armate[145].

Per lo contrario Roberto da Sanseverino era uomo turbolento e fazioso nei consiglj, ma eccellente soldato. Lasciando dietro a sè le due cittadelle occupate dalla guarnigione milanese, portò le sue linee di difesa nelle più anguste gole degli Appennini, alla distanza di sette miglia dalla città, in vicinanza delle fortezze, chiamate i due gemelli. V'innalzò subito trinceramenti renduti dalla posizione assai importanti; e la sua poco numerosa armata, e la milizia genovese formavano tutta la di lui forza. Per essere più sicuro di riunirla, fece leggere innanzi al popolo da un frate domenicano una lettera, che diceva d'avere intercettata, colla quale la duchessa di Milano avvisava il vescovo di Como dell'imminente arrivo dell'armata che veniva a liberarlo. Promettevasi in questa lettera alla guarnigione, in premio della sua costanza, il sacco di Genova per tre giorni, poichè era giunto il tempo di domare questa inquieta città, che la sola povertà poteva ridurre ad una passiva ubbidienza[146]. In fatti, dopo la lettura di questa supposta scrittura, quanti eranvi uomini in Genova capaci di portare le armi, tutti corsero a porsi sotto le bandiere di Roberto di Sanseverino. Ebbe l'avvedutezza di disporli in battaglioni subordinati a sperimentati ufficiali, ed in conseguenza della sua savia organizzazione questa milizia valeva quasi quanto la truppa assoldata. Si assicurò del vantaggio del terreno non solo di fronte, ma ancora in sui fianchi dei Milanesi, ed aspettò di essere attaccato.

La battaglia cominciò la mattina del 7 agosto 1478 e si continuò più di 7 ore con estremo accanimento. Furono successivamente condotte all'attacco delle linee genovesi tre divisioni, e furono sempre respinte. I Milanesi, avendo avuti seicento uomini uccisi, e moltissimi feriti, dovettero in ultimo pensare alla ritirata; ma incautamente si erano avanzati entro un'angusta valle, da cui non potevano uscirne che per mezzo d'una vittoria. Il Sanseverino non acconsentì che fossero immediatamente inseguiti in quegli angusti passi delle montagne per cui dovevano ripassare. Temette che fossero ancora in tempo a voltare la fronte, e che le milizie, che si staccavano per inseguirli, si disordinassero. Ma quando i Milanesi si videro in mezzo a quelle pericolose, gole, sentirono essi medesimi con quanta facilità potevano essere disfatti, e questo timore bastò a disordinarli; ognuno voleva passar oltre per giugnere prima del compagno in luogo più aperto; gettarono le armi per essere più agili, e l'armata, che aveva fin allora combattuto valorosamente, altro più non sembrò che una timida mandra che fuggiva. Allora i Genovesi attaccarono i Milanesi alle spalle senza trovare resistenza, e gli alpigiani gli oppressero dall'alto delle giogaje, facendo rotolare sopra di loro grossi sassi. Gli assalitori erano principalmente attenti a fare de' prigionieri per venderli come forzati ai capitani delle galere di Napoli, che in quell'istante erano entrate in porto[147]. Pure limitato era il numero di coloro che potevano impiegarsi in quest'ufficio, mentre quasi tutta l'armata milanese fu costretta ad arrendersi, prima d'avere ripassata la catena delle montagne. I contadini, non trovando allora più vantaggio nel fare prigionieri, si accontentavano di spogliarli non solo delle armi, ma ancora degli abiti e delle camicie, onde si videro tornare in Lombardia molte migliaja di soldati, che non avevano altre vesti che una cintura di frasche[148]. La reggenza di Milano, perduta ogni speranza di riavere Genova, cercò almeno di eccitare una nuova guerra civile, risvegliando partiti che omai parevano spenti. Ella rendette ad un tempo la libertà ad Ibletto dei Fieschi, e persuase la fazione dei nobili a richiamare a Genova Battista Fregoso, figlio del doge Pietro. I Milanesi, assediati nelle due fortezze, più non isperando soccorso, la consegnarono a questo Battista Fregoso. Alcuni colpi di cannone avendo annunciato ai suoi partigiani ch'egli ne aveva preso il possesso, questi pigliarono le armi in tutta la città ed attaccarono con accanimento la porta di san Tommaso. Pareva che il partito di Prospero Adorno fosse il più avvantaggiato, quando Ibletto dei Fieschi, che con tutti i suoi clienti erasi posto dalla banda del doge, acconsentì alle proposizioni fattegli per parte di Battista Fregoso. Si fece pagare sei mila fiorini per abbandonare la causa degli Adorni, e per lo stesso prezzo trasse nell'opposto partito il luogotenente del re di Napoli. Nulla montava a Ferdinando che un Fregoso, o un Adorno fosse il doge di Genova, purchè la città più non ubbidisse al duca di Milano. Prospero, che aveva abusato della sua vittoria condannando a pena capitale, come ribelli, alcuni suoi nemici, si trovò improvvisamente abbandonato dalla maggior parte de' suoi seguaci, e costretto ad uscire di città il 26 novembre del 1478, e ad imbarcarsi sopra una galera di Napoli. Pochi giorni dopo Battista Fregoso, di già possessore di tutte le fortezze, venne proclamato doge e riconosciuto da tutti i partiti[149].

Quando la reggente di Milano avea mandata la sua armata nelle montagne di Genova, aveva ordinato a Sforzino, che la comandava, di concentrarsi tosto che avesse sottomessi i ribelli Genovesi e di secondare a tutto suo potere Lorenzo dei Medici. La disfatta di quest'armata distrusse le speranze di Lorenzo, e la rivoluzione di Genova lo minacciava ancora di un'altra sventura. I mercanti fiorentini, affidati all'alleanza del duca di Milano, signore di Genova, avevano fatto di questa città un grande emporeo del loro commercio marittimo. Quattro galere, caricate per loro conto, il di cui valore ammontava a più di trecento mila fiorini, dovevano entrare in quel porto entro pochi giorni. Se venivano prese e confiscate dal nuovo governatore, alleato di Ferdinando, così grossa perdita avrebbe scoraggiati i Fiorentini e privatili dei mezzi di continuare la guerra. Perciò Lorenzo si trovò costretto ad accarezzare i Genovesi, anche a risico di disgustare il duca di Milano. La signoria di Firenze felicitò Battista Fregoso intorno alla sua elezione, e gli offrì la sua amicizia, scusandosi in pari tempo presso la duchessa Bona di questi forzati riguardi verso i suoi nemici[150].

Le negoziazioni di Lorenzo de' Medici con Venezia acquistavano tanto maggiore importanza in quanto che minori erano i sussidj che gli offrivano gli altri alleati. Questa repubblica diventava l'unica speranza, l'unico appoggio de' Fiorentini. Ma durante tutto il primo anno della guerra, Venezia era stata battuta da tali calamità, che non le fu possibile di soccorrere i Medici. La prima e la più grande, comune a Venezia ed a Firenze, fu la peste, che pare essere stata prodotta in Italia da un'invasione di locuste. In giugno del 1478 un'armata di questi formidabili insetti coprì trenta miglia di lunghezza e quattro di larghezza ne' territorj di Mantova e di Brescia. Il marchese Lodovico di Mantova impiegò migliaja di persone ad ammazzarli, ma non prese la precauzione di farli subito sotterrare; e la contagione si manifestò bentosto, quale conseguenza della loro decomposizione[151]. L'epidemia si comunicò alla Toscana, guastò Firenze ed il suo territorio, e privò la repubblica di molti de' suoi più illustri ufficiali; aveva fatto pure abbandonare senza difesa alcune terre murate, e rapiti in un mese alle due armate più di due mila soldati[152]. A Venezia si era la peste manifestata con tanta violenza che più non potevasi adunare il consiglio dei Pregadi, essendosi rifugiati in campagna tutti i nobili che lo formavano. In questo sempre imminente pericolo d'una atroce morte tutti i calcoli di una lontana politica rimanevano senza interesse; onde i Veneziani, lungi dal poter somministrare ai Fiorentini que' soccorsi d'uomini e di danaro, che dovevano in forza de' trattati, non poterono che dopo lunghissimi indugi adunare il senato, per dare i loro ordini agli ambasciatori che mandavano a Roma. Furono questi incaricati di rappresentare al papa che metteva in pericolo la Cristianità colla guerra che eccitava in Italia, che in certo modo era lo stesso che far causa comune col gran Turco, dal quale dovevasi ad ogni istante temere un'invasione; che se il papa non desisteva da tale condotta, la signoria di Venezia, d'accordo coll'imperatore e col re di Francia, gli ritirerebbe la sua ubbidienza, e si appellerebbe de' suoi ingiusti decreti ad un futuro concilio[153].

L'accusa promossa contro il papa di secondare i progetti di Maometto II era pur troppo fondata. Giammai gli avanzamenti de' Turchi avevano posta l'Italia in maggiore pericolo; la stessa esistenza di Venezia trovavasi compromessa, e la più leggiera diversione delle sue forze poteva farla soggiacere agli attacchi della Cristianità.

I Veneziani, spossati da così lunghi sforzi, avevano fino dal 1475 fatto fare a Maometto proposizioni di pace. Questi aveva domandato che Croja venisse rimessa in suo potere, con tutte le fortezze che la signoria aveva acquistate dopo il cominciamento della guerra. Inoltre chiedeva il pagamento di cento cinquanta mila fiorini a titolo di un debito contratto dagli amministratori delle miniere d'allume, e per un furto fatto al suo fisco, in certo qual modo autorizzato dalla repubblica. Così dure condizioni non vennero accettate, ma fecero luogo ad un armistizio di sei mesi[154]. Durante il 1476 i Veneziani non avevano agito contro i Turchi, ma non erano perciò rimasti senza inquietudine pei loro possedimenti di Levante. La regina Carlotta di Cipro, cercando sempre nuovi espedienti per rientrare nel suo regno, aveva adottato don Alonzo, figliuolo naturale di Ferdinando. Due galere napolitane dovevano prenderla a Rodi per condurla al Cairo, dove voleva guadagnarsi la protezione del soldano d'Egitto. Avendone avuto avviso il consiglio dei dieci, ordinò ad Antonio Loredano, capitano generale delle sue galere, di portar via da Cipro i tre figli naturali dell'ultimo re, e sua madre Marietta, sotto la di cui guardia erano stati lasciati. Tutti e quattro vennero condotti a Venezia e tenuti sotto buona guardia, abusando in tal modo la repubblica della confidenza in lei riposta dall'ultimo dei Lusignani; perciocchè o egli medesimo era un usurpatore e non aveva potuto trasmettere verun diritto alla sua vedova, o i suoi figli naturali avevano i medesimi suoi diritti. Quando si riunivano alla regina Carlotta, quando i legittimi figli ed i bastardi del Lusignano confondevano assieme i loro interessi, le pretensioni della regina Cornaro e della repubblica di Venezia diventavano affatto insostenibili[155].

La guerra coi Turchi si rinnovò nel 1477. Acmeto, sangiacco d'Albania, venne ad assediare Croja con otto mila cavalli. Le campagne furono guastate, e gli abitanti fuggirono nelle montagne; ma così forte era la città, non tanto per le opere dell'arte che per la naturale sua posizione, che poteva sfidare gli attacchi dei nemici. Ne aveva il comando Pietro Vettori, e Francesco Contarini, provveditore d'Albania, era incaricato di adunare un'armata nella provincia per far levare l'assedio. Durante tutta la state gli abitanti di Croja si difesero vigorosamente: in sul finire d'agosto il Contarini giunse ad Alessio con due mila uomini di cavalleria veneziana, cinquecento cavalleggeri, ed una buona infanteria albanese, che gli aveva condotto Niccolò Ducaini. Di là il 2 di settembre si avanzò nella pianura alle falde della montagna di Croja, che gli abitanti chiamano la Tiranna, ed ove i Turchi avevano formato il loro campo in distanza di quattro miglia dalla città. La battaglia tra le due armate cominciò verso mezzo giorno, e durò fino a sera senza che l'infanteria veneziana si staccasse mai dalla cavalleria pesante. L'una e l'altra apponevano ai Turchi una linea che le replicate cariche della loro cavalleria non poterono mai rompere. In sul declinare del giorno i Turchi fuggirono a briglia sciolta, abbandonando ancora il loro campo. Gli abitanti di Croja fecero una sortita, rovesciarono i due ridotti che chiudevano il passaggio, e vennero a dividere il bottino del campo ottomano, ove trovarono molte ricchezze e molti viveri, de' quali Croja cominciava ad aver penuria. Ma i Turchi ritiratisi sulle vicine montagne, vedendo al chiaro della luna il disordine de' vincitori nel campo da loro abbandonato, piombarono improvvisamente sui Veneziani che si contendevano le loro spoglie, ne uccisero la maggior parte, tagliarono la testa al Contarini, caduto nelle loro mani, dispersero tutta l'armata albanese, ed uccisero più di mille uomini del solo corpo delle truppe italiane[156].

Venezia non erasi ancora riavuta dallo spavento cagionato da questa rotta, quando in ottobre si seppe che il pascià di Bosnia aveva invaso il Friuli. Per altro la repubblica, avvertita dalla precedente invasione, aveva incaricato il procuratore Francesco Tron di fortificare quelle frontiere: ed era stata tirata una linea di trinceramenti dalle foci dell'Isonzo presso Aquilea fino a Gorizia. Si era per tale opera approfittato delle dighe dei fiumi; si erano alzate lunghe cortine di terra coperte di zolle, ed afforzate di tratto in tratto da torri o da bastioni della stessa natura. In tutte queste opere eransi piantate delle palafitte, o piuttosto tronchi di salci vivi, e così fitti che non davano verun passaggio. Questo trinceramento, lungo dodici in quindici miglia, pareva un muro di fortezza. Eransi inoltre fortificati due campi ne' luoghi in cui l'Isonzo pareva guadabile, l'uno a Gradisca, l'altro a Fogliano. Finalmente Gorizia aveva altresì un ponte su questo fiume, il quale era stato diligentemente fortificato[157]. Girolamo Novello di Verona, vecchio capitano, che aveva con lui suo figlio e molti valorosi ufficiali, fu incaricato della custodia di questi trinceramenti con circa tre mila fanti e molti corpi di buona cavalleria; onde gli abitanti del Friuli riposavano sicuri, non si credendo esposti ad una sorpresa del nemico.

Ma i Veneziani non avevano prese le convenienti misure per essere preventivamente avvisati de' movimenti de' Turchi. Una sera del mese di ottobre videro comparire la cavalleria turca intorno a quello de' due campi che trovavasi al di là del fiume, avanti che nemmeno si sapesse ch'erano usciti dalla Bosnia. Il giorno era troppo innoltrato per combattere; onde dall'una parte e dall'altra i soldati si apparecchiarono alla battaglia pel susseguente giorno. Pure nella stessa notte i Turchi occuparono il ponte di Gorizia, senza che ciò si sapesse nel campo di Gradisca. Per prendere questo ponte il pascià Mar Beg, Amat Beg, o piuttosto Achmet Giedick[158], fece passare un migliajo di cavalli sull'opposta sponda del fiume, mentre che in un altro luogo la cavalleria turca, avendo scoperto un luogo cinto e nascosto da alcune piante e da folte macchie sull'altra riva, attraversò a nuoto l'Isonzo, e collocò un'imboscata nel luogo in cui voleva attirare i Veneziani. All'indomani Achmet fece passare l'Isonzo a tutta la sua armata, ed offrì battaglia a Girolamo Novello che l'accettò. Fu sostenuta alcun tempo con molto coraggio, ed il figlio di Girolamo, che comandava la prima squadra, ributtò valorosamente i nemici; ma malgrado gli avvisi del padre, che diffidava della loro facilità a darsi alla fuga, si lasciò trasportare dal calore della vittoria ad inseguirli, e cadde nell'imboscata che gli era stata tesa, ed il suo corpo venne interamente distrutto. La seconda squadra che gli teneva dietro, atterrita da questo cambiamento di fortuna, si ritrasse, e la sua fuga, resa nota fino alle ultime linee, fu cagione che tutta l'armata si disordinasse; ad altro più non si pensò che alla individuale sicurezza. La cavalleria turca, formidabile nell'inseguire il nemico, era alle spalle de' fuggitivi, e continuò ad abbattere teste fino al di là di Merzano. Girolamo Novello e suo figlio furono uccisi in battaglia, come pure Giacomo Badoero, Anastasio Flaminio e molti altri ragguardevoli personaggi. Inoltre i Turchi fecero molti prigionieri[159].

Frattanto la cavalleria ottomana si sparse per tutta la campagna tra l'Isonzo ed il Tagliamento. Tutto ciò che il fuoco poteva distruggere fu dato alle fiamme. Vedevansi nello stesso tempo bruciare i foraggi, il raccolto, i boschi, gli abituri, i villaggi ed un centinajo di palazzi ossia ville de' nobili veneziani. Lo storico Sabellico, che allora trovavasi in un castello non molto lontano da Udine, aveva sotto gli occhi questo vasto incendio, che, veduto dalla sommità di una torre, pareva in tempo di notte un mare di fuoco. Dopo avere per due interi giorni guastato questo piano, i Turchi passarono ancora il Tagliamento e bruciarono il paese posto tra questo fiume e la Piave. In tempo di notte vedevansi ancora da Venezia le fiamme di quest'incendj, e vi spargevano la costernazione. Fu eletto un provveditore generale per l'Istria, fu dato ordine a quello d'Albania di recarsi nel Friuli, s'incaricò il provveditore di Lombardia di raccogliere le milizie di Verona, di Vicenza e di Padova; varj nobili veneziani vennero deputati al comando di ogni fortezza, ed il 2 novembre si pose in cammino una nuova armata per iscacciare i Turchi dai luoghi che occupavano; ma erano spontaneamente partiti ed avevano di già ripassato l'Isonzo[160].

Tutte le conquiste dei Turchi erano state precedute da scorrerie somiglianti a quelle che avevano adesso fatte nel Friuli. Ruinavano il paese con molte consecutive campagne prima di pensare a stabilirvisi; e se si fosse loro permesso di penetrar di nuovo nel nord dell'Italia, queste ruinate province bentosto non sarebbero più state suscettibili di difesa, ed in pochi anni le armi della mezzaluna si sarebbero avanzate fino nel cuore della Lombardia. I Veneziani fecero tutto quanto potevano per allontanare questo disastro. Avevano conosciuto per prova che non avevano bastante cavalleria su questi confini, e vi richiamarono Carlo di Montone, figlio di Braccio, che tornava dalla sua spedizione contro di Siena. Fortificarono Gradisca, rialzarono i distrutti baluardi, descrissero in reggimenti venti mila uomini di milizie delle loro province di terra ferma, e distribuirono in compagnie tutti gli abitanti di Venezia, obbligandoli ad esercitarsi nelle evoluzioni militari[161].

Frattanto l'assedio di Croja aveva sempre continuato, e questa città cominciava a mancare di vittovaglie. La repubblica di Venezia, abbandonata dagli altri stati dell'Italia, inquietata dagl'intrighi e dalla ambizione del papa e di suo figlio Girolamo Riario, temeva di non essere più abbastanza potente per chiudere lungo tempo ai barbari l'ingresso della penisola, e cercò di nuovo di ottenere la pace da Maometto II. Tommaso Malipieri, provveditore della flotta, fu autorizzato, in gennajo del 1478, a passare personalmente a Costantinopoli per offrire alla Porta la città di Croja, l'isola di Stalimene, il braccio di Maino nel Peloponneso, tutti gli altri luoghi che la signoria aveva conquistati in tempo della guerra, e cento mila ducati in nome dell'appalto dell'allume contro il quale riclamava Maometto. Tutte queste condizioni vennero dal sultano accettate, ma egli vi aggiunse quello di un annuo tributo di sei mila ducati. Il Malipieri rispose che non era autorizzato a prometterlo, e domandò, per consultare i suoi committenti, due mesi dal 15 aprile al 15 giugno. In questo tempo seppesi in Venezia che il re d'Ungheria ed il re di Napoli avevano trattato col gran signore e riconosciute tutte le sue conquiste. Non potevasi sperare veruna diversione dal canto della Persia, perciocchè Ussun Cassan era morto ed i quattro suoi figli avevano fra di loro divisa la paterna eredità. Croja trovavasi alle più dolorose estremità ridotta, e più non poteva difendersi. In così difficili circostanze il senato di Venezia risolse il 3 maggio di accettare le condizioni dettate dai Turchi, sebbene assai dure. Ma quando fu portata la risposta a Maometto, rispose di non essere più tenuto a mantenere la parola. Diceva che la situazione delle due parti aveva cambiato dopo le prime negoziazioni; risguardava Croja come di già sua, poichè verun umano potere poteva salvarla; e se i Veneziani erano pure determinati ad acquistare la pace col sagrificio di una città d'Albania, era Scutari e non Croja che gli dovevano rilasciare. Il Malipieri, non avendo istruzioni rispetto a questa nuova domanda, abbandonò Costantinopoli senza aver nulla convenuto[162].

Gli abitanti di Croja avevano di già sostenuto un anno d'assedio, e negli ultimi mesi trovaronsi ridotti a nudrirsi dei più immondi alimenti. Seppero intanto che il sultano, preceduto dal sangiacco Solimano e dal beglierbey della Romania, era arrivato sotto Scutari con un numeroso esercito. Gli spedirono il 15 giugno una deputazione per offrirgli di arrendersi a sua altezza, e ne riportarono un firmano da lui sottoscritta, colla quale prometteva a tutti di ritirarsi coi loro beni, qualora non preferissero di vivere in Croja sotto la protezione a favore della sublime Porta. A fronte di quest'alternativa tutti dichiararono di rinunciare alla loro patria e di vivere ne' luoghi che loro verrebbero assegnati dalla repubblica veneta. Consegnarono la loro fortezza, ed uscirono sotto la scorta loro data dal pascià Aaron, comandante dell'assedio; ma giunti appena in sul piano, questi li fece tutti incatenare per condurli al gran signore, il quale, dopo avere prescelti alcuni prigionieri più distinti che potevano pagare la taglia, fece decapitare tutti gli altri. Così finirono gli ultimi compagni d'arme di Scanderbeg. Tutto il suo popolo doveva in breve seguirlo nel sepolcro[163].

Intanto Maometto stringeva già d'assedio Scutari, ma gli abitanti di questa città, che avevano preveduto quest'attacco, eransi apparecchiati ad una vigorosa resistenza. Tutti coloro che non erano abili alle armi furono mandati fuori di città, entro la quale non erano rimasti che mille seicento cittadini, e dugento cinquanta donne, oltre la guarnigione di seicento soldati sotto il comando del provveditore Antonio de Lezze. Maometto aveva nel suo campo il beglierbey di Romania, il sangiacco Solimano, ed i più distinti ufficiali del suo impero. I padiglioni della sua armata coprivano tutto il piano di Scutari, le falde delle montagne, e tutto il paese a perdita d'occhio[164].

Erasi aspettato l'arrivo di Maometto al campo musulmano per iscuoprire le prime batterie contro Scutari, ma il sultano, lungi dal sapere buon grado ai suoi generali di questa deferenza, loro rimproverò di non avere fatti maggiori progressi. Una semplice linea di mura chiudeva la città, e la formidabile artiglieria de' Turchi vi aprì bentosto una larga breccia. Non pertanto il ripidissimo declivio del terreno, e la difficoltà di salire la rupe, su cui erano poste le mura, supplirono alla loro debolezza. I Turchi diedero l'assalto alla breccia il 22 di luglio, ma dopo un'ostinata zuffa vennero con grave danno respinti, maltrattati dai sassi e dai fuochi d'artificio che si facevano piovere sopra di loro[165].

Maometto fece allora piantare le batterie contro un lato delle mura di cui gli parve più agevole l'accesso. Non essendo sostenute da un terrapieno, furono in breve aperte, onde il sultano ordinò un secondo assalto pel 27 luglio. Ma per approfittare dell'infinita superiorità delle sue forze, divise il suo esercito, che gli storici veneziani portano ad ottanta mila uomini, in più corpi, che dovevano succedersi gli uni agli altri senza interrompimento, e rinnovare l'assalto finchè gli abitanti di Scutari soggiacessero alla fatica. Avuto avviso di quest'ordine, Antonio di Lezze divise pure la sua guarnigione in quattro brigate, che dovevano mutarsi ogni sei ore. L'assalto cominciò prima di giorno; i giannizzeri montavano alla breccia intrepidamente a traverso alle pietre che si facevano rotolare sopra di loro, ai fuochi d'artificio ed alle frecce; superavano le ruinate mura e sforzavansi in appresso di salire sugli interni baluardi che formavano l'ultima difesa. Nuovi assalitori s'innoltravano sempre dietro i primi, sostenendo in certo modo la prima linea, e spingendoli per forza fino alla sommità del bastione; ma non vi giugnevano mai che traforati da colpi di lance e di spade, e prima d'aver potuto combattere cadevano morti sui loro camerata, che per altro non si scoraggiavano. Maometto, furibondo per così valorosa resistenza, ordinò di continuare l'attacco con sempre nuove truppe durante tutta la notte e la metà del susseguente giorno. All'ultimo, sia che i soldati, avviliti da tanti inutili sforzi, ricusassero di combattere più oltre, o che lo stesso Maometto sentisse l'inutilità di così spaventosa carnificina, fece suonare a raccolta dopo avere perduto un terzo della sua armata[166].

Allora cambiando l'assedio in blocco, il sultano s'occupò nel conquistare il rimanente della provincia, onde togliere agli assediati ogni speranza di soccorso. E perchè la flotta veneziana avrebbe potuto innoltrarsi, rimontando la Bogiana, fin presso a Scutari, chiuse la foce di questo fiume con un ponte coperto da due ridotti. Mandò il beglierbey di Romania ad assediare varie fortezze del vicinato: quella di Sebenico, che apparteneva a Czernowitsch, si arrese senza combattere, e la città di Drivas fu presa dopo sei giorni d'assedio. Giacomo del Mosto, che vi stava per provveditore, fu condotto con tutti gli abitanti sotto le mura di Scutari, ove Maometto lo fece decapitare, onde far conoscere agli assediati la sorte che loro preparava se non si affrettavano di calmare la sua collera. La città d'Alessio fu abbandonata, ma vennero sorprese in quel porto due galere; ed i dugento marinaj, che ne formavano l'equipaggio, furono condannati a morte. La sola città d'Antivari resistette a tutti gli attacchi dei Turchi. La maggior parte dell'estate essendosi consumata in questi diversi assedj, Maometto affidò il comando dell'armata che bloccava Scutari al suo visir, Achmet Giedik, e tornò a Costantinopoli[167].

Per tenere nello stesso tempo occupate altrove le forze della repubblica, Maometto II aveva ordinato al pascià di Bosnia d'invadere il Friuli, e pretendesi che il re d'Ungheria, così persuaso da Ferdinando, re di Napoli, di cui nel 1476 aveva sposata la figlia, Beatrice, accordasse ai Turchi il passaggio per i suoi stati, affinchè questa diversione impedisse ai Veneziani di soccorrere i Fiorentini[168]. Il pascià di Bosnia giunse alle rive dell'Isonzo con quindici mila cavalli, ma le trovò difese dalle milizie adunate sotto gli ordini di Vittore Soranzo, provveditore della provincia, mentre che il conte Carlo da Montone comandava gli uomini d'armi chiusi nel campo di Gradisca. Invano il pascià provocava Montone alla battaglia, che questi, ammaestrato dall'esperienza del precedente anno, vedeva che meglio fermerebbe i barbari tenendosi al suo posto. I Turchi, dopo molti inutili tentativi per entrare nel Friuli, attraversarono le montagne della Carniola, e portarono le loro stragi ai confini della Germania[169].

Quest'invasione si eseguì nell'istante in cui la peste infieriva in Venezia, onde non si erano potuto armare le barche destinate a custodire la foce dell'Isonzo[170]. La guerra d'Albania e quella del Friuli desolavano contemporaneamente la repubblica, gli armamenti del papa e di Ferdinando, e l'invasione della Toscana ne accrescevano il terrore; per ultimo gli affari di Cipro erano cagione di vive inquietudini, mentre che la violenza del contagio in Venezia non permetteva nemmeno di adunare i consiglj. La regina Carlotta di Lusignano dopo avere sollecitato il papa a ristabilirla nel suo regno, erasi finalmente determinata a passare in Egitto, ciò che non aveva potuto, o non aveva osato di fare nel precedente anno. Il re Ferdinando aveva per lei fatte armare quattro galere a Genova, destinate a scortarla nel suo viaggio. Nello stesso tempo aveva mandato a Venezia un brigantino catalano, il di cui patrone, che fingevasi mercante, erasi incaricato di rapire la giovanetta Carlotta, figliuola naturale di Giacomo. Il consiglio dei dieci, avvisato di queste pratiche, fece, con decreto del 27 agosto del 1478, tradurre i tre fanciulli di Giacomo nel castello di Padova, ove la fanciulla morì poco dopo, non senza sospetto d'essere stata avvelenata da' suoi custodi. Fu spedito un provveditore ne' mari di Candia con dieci galere, ordinandogli di star attento al passaggio delle quattro navi genovesi, di attaccarle, e di perdere la regina Carlotta, dando voce che fosse rimasta uccisa nella battaglia[171]. Questa flotta ammontò in seguito fino a 27 galere; ma Carlotta era giunta in Alessandria alcun tempo prima, ed il soldano le aveva date buone speranze. Per ordine de' Veneziani l'altra regina di Cipro, Catarina Cornaro, spedì pure un'ambasciata al soldano, per offrirgli l'annuo tributo del regno, che fin allora non era stato pagato; e le due regine cristiane trattarono la loro causa innanzi al soldano musulmano dell'Egitto. Questi non pronunciò veruna sentenza, ma pareva favorevole a Carlotta, e Venezia poteva aspettarsi di avere una nuova guerra coi Mamelucchi, per la difesa d'un regno, che altro più non era che una colonia veneziana[172].

I consiglj della repubblica, scossi da tante sciagure, minacciati da tanti pericoli, erano incerti intorno al partito da prendersi, quando ricevettero una lettera del governatore di Scutari, che gl'informava della situazione di quella piazza. Diceva loro di avere perduti nell'ultimo assalto otto de' suoi migliori capitani con moltissimi soldati; che non aveva viveri che per quattro mesi; e, se prontamente non riceveva soccorsi, dichiarava che sarebbe ridotto a capitolare. S'incontrò molta difficoltà nell'adunare il senato, disperso dalla peste, per comunicargli questo rapporto. Finalmente si adunò il quattordici di novembre, e, dopo una vivissima disamina, risolse di assoldare sei mila cavalli ed otto mila fanti italiani; di sollevare l'Albania coll'ajuto di Giorgio Czernowitsch per aggiugnere questi bellicosi popoli all'armata veneziana; di richiamare il capitano generale Venieri, che trovavasi colla sua flotta ne' mari di Cipro, e d'impiegare in tal modo tutte le forze della repubblica per far levare l'assedio di Scutari. Ma il senato si adunò nuovamente quattro giorni dopo, e per abbandonarsi allo scoraggiamento. I militari rappresentavano che, la Bogiana essendo chiusa da un ponte e da due ridotti, riuscirebbe quasi impossibile uno sbarco. I direttori del tesoro fecero conoscere l'esaurimento del medesimo e l'universale povertà, inevitabili conseguenze di così lunga guerra. Altri facevano sentire che se richiamavasi da Cipro la flotta del Venieri, si perderebbe quell'isola, che rimarrebbe abbandonata alle pratiche della regina Carlotta e forse all'invasione del soldano d'Egitto. Molti, spaventati dai frequenti attacchi dei Turchi nel Friuli, dicevano che bentosto la repubblica non sarebbe più in caso di respingerli. Gli amici di Lorenzo de' Medici e quelli della duchessa di Milano cercavano di persuadere i loro colleghi a terminare la guerra del Levante, affinchè Venezia fosse in istato di farsi rispettare in Italia. Facevano osservare che i due più potenti alleati della repubblica, i Fiorentini ed i Milanesi erano forzati di ricorrere alla sua protezione, invece di assisterla nelle sue necessità; che il re Ferdinando era scopertamente nemico, che aveva pure fatto coi Turchi un trattato di pace e di alleanza; che il papa, in preda ai suoi risentimenti, non parlava che minacciando; finalmente che la repubblica di Genova aveva contro di loro cominciate le ostilità. In così pericolosa posizione sembrava che soltanto la pace coi Turchi potesse salvare la repubblica, ed il senato risolse di accettare le condizioni che piacerebbe a Maometto di dettare.

Dietro tali deliberazioni Giovanni Dario, segretario di stato, fu mandato a Costantinopoli, facendogli attraversare l'Albania. Trovò il sultano disposto a mantenere press'a poco le stesse condizioni proposte in principio dell'anno. In conseguenza il 26 gennajo del 1479 questo ambasciatore soscrisse un trattato di pace tra la Porta e la repubblica di Venezia, in forza del quale dovevano essere ceduti al gran signore Scutari ed il suo territorio, e restituirsi reciprocamente tutte le conquiste fatte in tempo dell'ultima guerra nella Morea, nell'Albania e nella Dalmazia. I Veneziani dovevano pagare al Sultano cento mila ducati a titolo delle miniere d'allume che avevano fatto fallimento in Costantinopoli in principio della guerra, dovevano inoltre pagare un annuo tributo di dieci mila ducati; ma questa condizione, che poteva sembrare umiliante, non era in fondo che un compenso dei diritti e delle gabelle dell'impero ottomano; perciocchè in virtù di tale pagamento i Veneziani dovevano godere di un'assoluta franchigia per tutte le loro merci in tutti gli stati di sua altezza. L'ambasciatore ebbe pure l'accortezza di far comprendere in questo trattato, che se qualche stato spiegasse la bandiera di san Marco prima di essere immediatamente attaccato dal sultano, questi riconoscerebbe un tale stato per suddito della repubblica, e ne rispetterebbe il territorio; di modo che i Veneziani conservarono la speranza di fare acquisti col terrore delle stesse armi musulmane[173].

In esecuzione di questo trattato, il provveditore Antonio di Lezze uscì da Scutari con quattrocento cinquanta uomini, e centocinquanta donne, che soli erano sopravvissuti a questo terribile assedio. Seco portavano le reliquie delle loro chiese, i vasi sacri, l'artiglieria e tutto ciò che rimaneva delle loro ricchezze. Passarono così in mezzo all'armata ottomana, cui pareva che questi valorosi guerrieri incutessero rispetto[174]. La repubblica si obbligò a provvedere alla loro sussistenza; voleva da principio dar loro dei feudi nell'isola di Cipro, ma perchè temevano l'aria insalubre di quel paese, li distribuì nelle fortezze dello stato, loro affidandone la guardia, e dando a tutti una pensione di due ducati e mezzo al mese[175]. Nello stesso tempo la repubblica fece consegnare agli ufficiali del sultano le montagne della Chimera, Strimoli, il paese de' Mainoti nella Morea, Castel Rompano, Saranfona e l'isola di Stalimene. Tutti i prigionieri fatti dai Turchi furono posti in libertà senza taglia, e la pace venne giurata dal doge e pubblicata in Venezia con universale allegrezza, il giorno dell'evangelista san Marco, 25 aprile 1479, dopo quindici anni della più formidabile guerra che la repubblica avesse fin allora sostenuta[176].

CAPITOLO LXXXVII.

Sisto IV chiama gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad usurpare il governo di Milano. Angustie di Lorenzo de' Medici, che va a Napoli, ove soscrive una pace che compromette l'indipendenza della Toscana; progetto del duca di Calabria sopra Siena; rivoluzioni di questa repubblica.

1478 = 1480.

La pace de' Veneziani coi Turchi assicurava l'Italia dalla più formidabile invasione, e facendo cessare un pericolo che non era mai stato più imminente, avrebbe dovuto essere per que' diversi potentati un motivo di confidenza e di riposo. Pure la notizia fu per la maggior parte cagione di costernazione. Acciecati dalla loro gelosia, non videro che il ristabilimento del credito della potente repubblica che temevano. Videro che Venezia poteva oramai disporre di tutte le sue forze in Italia come aveva fatto nel 1463; ed il re di Napoli e la repubblica di Genova che le avevano dimostrata la loro nimicizia, temevano il suo risentimento; e la duchessa di Milano, il duca di Ferrara, il marchese di Mantova ed i piccoli principi della Romagna, sebbene alleati di Venezia, furono in segreto dolenti di vedere con ciò diminuirsi la loro importanza. In tempo della guerra del Levante, il senato avevali cautamente accarezzati; ora dovevano a vicenda mostrare al senato veneto la loro deferenza. Ma il papa in particolare, quand'ebbe avviso di questa pace, non potè contenere il suo rammarico e la sua indignazione. Il papa, che non aveva presa veruna parte in una guerra da lui chiamata sacra, pretendeva che i Veneziani, come cristiani, non potessero terminarla senza tradire la Cristianità. Annunciò all'Europa ch'egli aveva in allora intavolato de' negoziati col re di Francia, coll'imperatore Federico III e con Massimiliano, duca di Borgogna, di lui figliuolo; che il suo scopo era quello di terminare la guerra di Firenze, indi di volgere le armi di tutto l'Occidente contro i Turchi[177]. In tali circostanze, egli diceva, i Veneziani, abbandonando la causa comune, avevano fatta, e solennemente giurata, la pace. «Non contenti di questa diserzione, aggiugneva egli in una nuova bolla, si resero ancora più colpevoli; non arrossirono di dire alla nostra presenza, alla presenza dei nostri venerabili fratelli i cardinali, degli ambasciatori dell'imperatore, del re, del duca di Milano, dei prelati e di una grande quantità di Cristiani, che fedelmente osserverebbero il trattato coi miscredenti, e non vi contravverrebbero in verun modo[178]». In fatti erano tornati vani tutti gli sforzi del papa per ridurre i Veneziani a ricominciare la guerra.

Per altro Sisto IV era ben lontano dal pensare alla riunione de' Cristiani, nè a formare una lega contro i Turchi. L'ambizione andava in lui crescendo coll'età; la passione della guerra e dell'intrigo erasi impadronita del suo animo; la collera, l'odio ed il desiderio di accrescere la potenza di Girolamo Riario, suo figliuolo o suo nipote, gli ponevano a vicenda le armi in mano. Avrebbe voluto strascinare i Veneziani in nuove ostilità per indebolirli e privare i Fiorentini del loro appoggio. Nella stessa maniera volle turbare lo stato di Milano, perchè ancor esso alleato dei Medici; per riuscirvi s'addirizzò ad un popolo più religioso, più docile alla sua voce e più disposto di quello che lo fossero i Veneziani a far dipendere le leggi della pubblica morale dalle arbitrarie decisioni de' suoi preti. Persuase gli Svizzeri a violare i giuramenti che gli univano al duca di Milano, ed a stornare con una potente invasione i soccorsi che Lorenzo de' Medici poteva sperare dalla famiglia Sforza.

Da circa due anni i venditori d'indulgenze eransi sparsi nella Svizzera, in occasione di un giubileo, ed avevano trovato presso quella semplice gente, che abitava sulle Alpi, quella fermezza di fede, quella cieca confidenza nel papa, quella premura di spogliarsi di tutti i loro beni per acquistare grazie spirituali, che più non conoscevano gl'Italiani, testimonj dei disordini della corte di Roma. Si stabilì nella Svizzera un tribunale di ottanta a cento preti per distribuire le indulgenze della bolla, e decidere nei casi dubbiosi; e Roma vide con maraviglia quanto danaro poteva trarre da quei cantoni, che credeva tanto poveri. Ma quando l'attenzione di Sisto IV fu richiamata sopra gli Svizzeri, osservò in quel popolo altra cosa che lo interessava assai più che il commercio delle indulgenze. Vide quale profitto potrebbe cavare nelle guerre della santa sede da tali fedeli e da tali soldati; loro mandò una bandiera rossa, benedetta colle sue mani, e gli esortò a ricordarsi che il loro dovere gli obbligava a non risparmiare il loro sangue per la libertà della Chiesa. Il suo legato, Guido di Spoleti, vescovo d'Anagni, fece adunare una dieta a Lucerna, e colà in una segreta assemblea, tenuta il 1.º novembre del 1478, propose agli Svizzeri di ajutare un numeroso partito di nobili e di borghesi di Milano, che desideravano di ristabilire una repubblica in Lombardia. D'altro non trattavasi che d'allontanare un fanciullo incapace di governare che in allora era capo della casa Sforza; e Sisto IV, in ricompensa di questa spedizione, loro offriva la divisione degl'immensi tesori ammassati ne' castelli di Pavia e di Milano, cui Guido aggiugneva il pagamento di dieci mila ducati all'anno, per agevolare il loro armamento. Ma i deputati de' cantoni confederati non potevano prendere una così importante risoluzione, senza il consentimento del popolo, e la cosa non era di tale natura da potersi rendere pubblica[179]: perciò il legato, mentre comunicava ai capi i suoi progetti politici, cercava in pari tempo d'eccitare il risentimento de' contadini. La dieta si chiuse senza avere nulla conchiuso; ma era scoppiato il malcontento e l'odio degli uomini d'Uri contro i Milanesi, ed il legato ottenne finalmente di accendere la guerra tra la Svizzera e la Lombardia in occasione che si tagliò un bosco di castagni, nella valle Levantina, di controversa proprietà[180].

Fin dal 1467 un'antica capitolazione legava la Svizzera alla casa Sforza; per la destrezza di Francesco Simonetta era stata rinnovata il io luglio del 1477 tra Gio. Galeazzo ed i Cantoni. L'antica aveva ricevute alcune modificazioni; erano stati pagati gli arretrati dovuti agli Svizzeri, e terminate tutte le controversie di confine[181], quando nella state del 1478 alcuni sudditi milanesi tagliarono degli alberi in un bosco, che gli Svizzeri pretendevano essere di loro proprietà; Cecco Simonetta, informato dell'irritamento degli uomini d'Uri, offrì di far riconoscere il luogo da arbitri, e dove fosse ritrovata proprietà degli Svizzeri, di compensarne il danno. Ma il vescovo d'Anagni riuscì a rendere inutile la moderazione di questo vecchio e saggio ministro, ed a soffocare le pacifiche rimostranze dei cantoni di Zurigo e di Berna. Il cantone d'Uri dichiarò la guerra al duca di Milano; invitò i suoi alleati a dargli gli ajuti dovutigli in forza del trattato federativo, e tutti i cantoni, sebbene di malavoglia, fecero marciare il loro contingente. In novembre del 1478 passò il san Gottardo un'armata di dieci mila confederati, quando già cominciava ad essere coperto di nevi. Un araldo d'armi era andato a sfidare il duca di Milano, ed il conte Marsiglio Torelli con un'armata di diciotto mila uomini aspettava gli Svizzeri ai confini[182]. Questi frattanto cominciarono a saccheggiare il territorio d'Iragna; avanzaronsi fino a Bellinzona, di cui presero d'assalto il primo ricinto; ed avrebbero colla stessa facilità potuto occupare il secondo, se i loro stessi capi non avessero temuto di esporre al sacco una città che serviva di deposito al loro commercio. I confederati attraversarono in appresso il Cenere, montagna che divide i due laghi, e minacciarono Lugano. Ma dopo avere atterrita la Lombardia con una breve comparsa, perchè un rigorosissimo inverno di già si annunciava sulle alte Alpi, essi le ripassarono prima che troppo alte nevi ne chiudessero il passaggio[183].

Gli Svizzeri non avevano lasciati in val Levantina che dugento uomini somministrati dai cantoni d'Uri, di Zurigo, di Lucerna e di Schwitz, e la milizia della valle, che si univa a così debole guarnigione, non eccedeva i quattrocento uomini. Il conte Marsiglio Torelli credette di potere facilmente distruggere questa piccola truppa, ed impadronirsi di Giornico, fortezza che sarebbe diventata la chiave del passaggio del san Gottardo. Avanzossi fino a Poleggio con circa quindici mila uomini; Enrico Troger, comandante di Giornico, ritirossi all'avvicinarsi di forze tanto superiori, ma ebbe l'avvedutezza di deviare dal proprio letto le acque del Ticino, facendo che si spargessero sulle praterie che occupano il fondo della valle. L'acutissimo freddo della notte rese questo bacino una sola lastra di ghiaccio. Gli Svizzeri, ritiratisi sulle alture, eransi tutti provveduti di ferri da ghiaccio, ed aspettarono, prima di attaccarla, che la cavalleria milanese si avanzasse incautamente su questo piano di ghiaccio. Mentre i cavalli cadevano ad ogni passo, che gli uomini, appoggiati alle loro lance, potevano a stento reggersi in piedi, i montanari piombarono sopra di loro, correndo su quel ghiaccio colla medesima facilità, come se fosse stato une prateria. I Milanesi, non potendo valersi delle loro armi, rinculavano ed avrebbero voluto fuggire; ma i cavalli, che cadevano sotto di loro, chiudevano tutti i passaggi. Più di mille cinquecento furono uccisi, e non fu piccolo il numero de' prigionieri: la buona artiglieria caduta nelle mani del vincitore servì ad armare i bastioni di Giornico, ed i soldati si divisero tra di loro un ricco bottino[184].

Frattanto Cecco Simonetta desiderava ardentemente la pace, e fece riaprire le negoziazioni: que' cantoni, le di cui città sono sovrane, non desideravano meno di lui di terminare una guerra, che danneggiava il loro commercio, e costrinsero gli abitanti d'Uri alla moderazione. Il bosco controverso fu ceduto agli Svizzeri, loro pagata l'indennizzazione di alcune migliaja di fiorini, e ristabilita la buona armonia tra i due stati. Ma questa breve spedizione rialzò l'opinione degli Svizzeri in tutta l'Italia, ed accrebbe agli occhi di Sisto IV il vantaggio della loro alleanza[185].

Altre pratiche del pontefice avevano nello stesso tempo suscitati nemici domestici alla reggenza di Milano ed ai Fiorentini. Sisto aveva fatti entrare nella Lunigiana Roberto di Sanseverino, Luigi Fregoso ed Ibletto dei Fieschi; e mentre che questi capitani con truppe genovesi prendevano de' castelli ai Malaspina ed attaccavano Sarzana[186], i fratelli Sforza, zii del giovane duca, lasciavano il luogo del loro esilio, scorrevano la Toscana con minaccioso apparato, ed all'ultimo si aggiugnevano al Sanseverino[187]. I Fiorentini, adombrati dalla comparsa di questi nuovi nemici, chiamarono al loro soldo molti rinomati condottieri. I Veneziani loro cedettero Carlo da Montone e Deifobo dell'Anguillara. Roberto Malatesta, signore di Rimini, Costanzo Sforza, signore di Pesaro, ed uno de' Manfredi, signori di Forlì, abbandonarono le bandiere del papa per militare sotto le loro[188].

In ragione che lo spirito militare andava in Italia rinascendo, il governo fiorentino sentiva ch'eragli pericoloso il rimanervi del tutto straniero. Il duca di Ferrara, generale della repubblica, era stato incaricato di respingere il Sanseverino, mentre che i suoi avversarj, i duchi d'Urbino, e di Calabria, non uscivano dai loro quartieri d'inverno. Lo fece effettivamente, ma con tanta lentezza e così mollemente e con tanto timore d'un nemico troppo di lui più debole, che impiegò tre settimane nello scorrere la costa da Pisa a Sarzana, lunga cinquanta sole miglia: egli mai non raggiunse, mai non vide il Sanseverino, cui permise di acquistare l'avvantaggio di due o tre marce. Dopo questa spedizione, nella quale non fu dato un solo colpo di lancia, tornò colla stessa lentezza ad occupare i confini del Sienese. Il duca di Ferrara non avrebbe osato tenere una così vergognosa condotta, se avesse dovuto darne conto ad un governo militare; ma poco sentiva i rimproveri che potevano essergli dati dai Medici, e dal loro consiglio di mercanti[189].

Un impreveduto disordine indebolì nell'aprirsi della nuova campagna l'armata fiorentina. Vi si vedevano riuniti il conte Carlo di Montone cogli ultimi avanzi della scuola di Braccio, suo padre, e Costanzo Sforza coi soldati di Sforza Attendolo, suo avo. La loro rivalità aveva cominciato da circa un secolo, ed avrebbe dovuto spegnersi per la morte de' loro capi e pel cambiamento di tutta la loro organizzazione. Pure fu impossibile di farli combattere sotto le medesime insegne. Violenti contese, sfide, duelli, facevano temere una generale battaglia tra i due corpi. Fu forza separarli[190]: Montone con Roberto Malatesta fu mandato nello stato di Perugia, sua patria, ove sperava trovare partigiani, e dove effettivamente una ventina di castelli si sottomisero a lui o a suo figliuolo Bernardino; ma la sua morte accaduta in Cortona il 17 di giugno, distrusse tutte le speranze che cominciavansi a fondare sopra di lui[191].

L'altra armata sotto gli ordini di Ercole d'Este fu ancora più sgraziata: durante la prima metà della campagna si tenne vergognosamente inattiva. Avendola Ercole lasciata il 10 agosto sotto gli ordini di suo fratello Sigismondo, per tornare ne' suoi stati, fu dal duca di Calabria sorpresa il 7 di settembre al Poggio Imperiale e sgominata totalmente quasi senza avere combattuto[192]. I castelli di Poggi Bonzi e di Colle di Val d'Elsa trattennero per altro i Napolitani, avendo ambidue sostenuto un ostinato assedio. Ma perchè i Fiorentini non fecero veruno sforzo, dovettero capitolare prima che terminasse la campagna. Quello di Colle fu l'ultimo ad arrendersi il 14 di novembre; e dopo questa conquista il duca di Calabria pose le sue truppe ai quartieri d'inverno[193].

Se due ruinose campagne facevano vacillare la potenza di Lorenzo de' Medici, e prevedere l'imminente sua ruina, egli era ancora più spaventato dalle rivoluzioni che nello stesso tempo rovesciavano la potenza del suo più fedele alleato. Roberto di Sanseverino, dopo la sua spedizione di Lunigiana, erasi ritirato nelle montagne che dividono gli stati di Parma e di Genova. Colà aveva collocato il suo campo presso Borgo di Val di Taro in modo da tenere in iscacco i Fiorentini e la duchessa di Milano. I cognati della duchessa stavano presso il Sanseverino, ed il suo campo era il centro de' loro segreti maneggi. Uno di loro, il duca di Bari, morì subitamente il 27 di luglio, non senza sospetto che fosse stato avvelenato dagli altri due[194]. Prima che passasse un mese, Lodovico Sforza, che gli succedeva nel ducato di Bari, presentossi improvvisamente col Sanseverino e colla sua armata alle porte di Tortona, che gli furono aperte il giorno 23 d'agosto[195]; ne prese possesso a nome del duca Giovanni Galeazzo, suo nipote, e della duchessa Bona; dichiarò ch'era servitore dell'uno e dell'altra, e che, lungi dal prendere le armi contro di loro, non avanzavasi che per liberarli dai loro nemici, ed in particolare dai loro infedeli ministri. I popoli, sempre disposti a dar colpa ai ministri dei mali che soffrono, secondavano con piacere una rivoluzione che non sembrava diretta contro il loro sovrano; e tutte le terre murate si affrettavano di mandare le chiavi a Lodovico. Uno storico contemporaneo assicura che gli si arresero in un sol giorno quarantadue castelli[196]: ma, ciò che era più importante, era favoreggiato alla corte della duchessa da un partito assai potente. Trovavasi questa corte divisa in due fazioni. Da una banda Cecco Simonetta, più sovrano che ministro, esercitava un potere avvalorato da cinquant'anni di favore sotto tre successivi regni; suo figlio Antonio, suo fratello Giovanni, suo amico Orfeo da Ricavo, e tutti i vecchi consiglieri, per la maggior parte innalzati alle cariche sotto di lui, lo risguardavano quale loro capo e loro oracolo. Dall'altra banda Antonio Tassini, nudrito nel favore della nuova corte, erasi formato un partito di tutti gl'invidiosi del ministro, di tutti coloro che si lusingavano d'ingrandirsi in un cambiamento di cose. Il Tassini era un Ferrarese di vile condizione: ricevuto prima come cameriere presso il duca Galeazzo, era in appresso passato ai servigj della duchessa, di cui aveva saputo in modo guadagnarsi l'animo, ed ispirarle tanta confidenza, e forse amore, che altri in fuor di lui più non era dalla duchessa consultato negli affari di stato. Il cancelliere Simonetta vedeva non senza dispetto innalzarsi sulle proprie ruine così indegno rivale; ed il Tassini, forse offeso dal disprezzo del vecchio ministro, aveva per lui concepito un implacabile odio. Sperando di rovesciarlo, aveva intavolata qualche relazione coi cognati della duchessa, e quando Lodovico il Moro presentossi sotto Tortona, il Tassini persuase la duchessa a chiamarlo alla sua corte. «Il partito che voi prendete, le disse il Simonetta quando n'ebbe sentore, costerà a voi l'impero, a me la vita[197]»; e tale profezia non tardò ad avverarsi. Lodovico Sforza entrò in Milano il giorno 8 settembre, protestò di giugnervi come servitore della duchessa e come suo fedele custode[198], ma il giorno 11 Cecco Simonetta venne arrestato col suo figlio, fratello ed amici[199].

Il Simonetta, tradotto al castello di Pavia, vi fu da principio trattato con molti riguardi; ma in ottobre Lodovico Sforza gli mandò uno de' suoi segretarj ad avvisarlo, che se voleva ricuperare la libertà doveva comperarla rilasciandogli circa quaranta mila fiorini, che teneva presso alcuni banchieri a Firenze. «Io sono stato illegalmente carcerato, rispose il Simonetta, la mia casa è stata saccheggiata, ed io venni coperto d'obbrobrj; tale fu la ricompensa ch'io mi ebbi per avere con fedeltà e con zelo servito lo stato di Milano. Se ho commesso qualche mancamento mi s'infligga il meritato castigo; ma la sostanza che io ho ammassata con onorate fatiche e con lunghi risparmj passerà a' miei figli. Dio mi ha bastantemente favorito prolungando la mia vita fino a questo giorno, altro adesso non bramo che la morte[200]». Dopo ciò il Simonetta fu trattato con estremo rigore, assoggettato ad indegna tortura per istrappargli la confessione di delitti, dei quali nè pure sospettavasi reo: sua moglie, ch'era della casa Visconti, impazzì per disperazione, ed, il 30 ottobre del 1480, il Simonetta fu decapitato nel castello di Pavia[201].

La predizione che il Simonetta aveva fatta alla duchessa avverossi a puntino, ed il Tassini, che lo aveva soppiantato, non godette lungamente del suo trionfo. Il 7 d'ottobre Lodovico il Moro fece dichiarar maggiore suo nipote, Giovanni Galeazzo Maria; pretese che questo principe, sebbene non ancora giunto ai dodici anni, fosse di già in istato di governare, e con questo pretesto privò la duchessa d'ogni partecipazione agli affari. Lo stesso giorno venne arrestato Antonio Tassini e chiuso nel castello di Porta Zobia: Gabriele, padre del Tassini, ch'era stato creato consigliere ducale, fu arrestato nello stesso tempo; e spogliati ambidue de' loro beni, furono esiliati dal ducato di Milano. La duchessa Bona, irritata ed umiliata, uscì il 2 novembre da Milano per ritirarsi a Vercelli; ma in appresso si stabilì in Abbiate Grasso, ove visse totalmente lontana dagli affari[202].

Lorenzo de' Medici, tanto sventurato nelle sue prime campagne, tanto sventurato nell'alleanza su cui aveva fondate le principali sue speranze, non si scoraggiava, e cercava nella stessa Italia e fuori soccorsi contro la potente lega che lo attaccava. Di concerto coi Veneziani tentò di far rivivere l'antico partito d'Angiò per opporlo nel regno di Napoli all'eccessiva potenza di Ferdinando. Gl'inviati delle due repubbliche andarono a cercare in Lorena l'erede del vecchio re Renato, e lo trovarono apparecchiato ad entrare negl'intrighi e nelle guerre d'Italia per far rivivere diritti che davano maggior lustro alla sua casa.

Viveva tuttavia il vecchio Renato, conte di Provenza, il rivale d'Alfonso e di Ferdinando. Egli non morì che il 10 di luglio del susseguente anno nella sua contea; ma era sopravvissuto a tutta la sua discendenza maschile, ed arrivato ad un'età nella quale mancavagli la forza e la volontà di entrare in nuovi travaglj. Il generoso suo figlio, Giovanni, duca di Calabria, era morto nel 1470, lasciando, del suo matrimonio con Maria di Borbone, due figli, il maggiore dei quali, chiamato ancor esso Giovanni, non gli sopravvisse che pochi giorni, e l'altro, Niccolò, morì di venticinque anni nel 1473 senza aver avuta prole[203]. Ma una figliuola di Renato, Jolanda, erasi maritata con Terry, conte di Vaudemont, e gli aveva portati i diritti che aveva sua madre sopra la Lorena. Da questo matrimonio, cui Renato aveva di mala voglia acconsentito per ricuperare la libertà, era nato Renato II, duca di Lorena, che, per la morte de' suoi cugini Giovanni e Niccolò, diventava pure l'erede di tutti i diritti della casa d'Angiò sul regno di Napoli. Vero è che il vecchio Renato non aveva perdonato a questo suo nipote i suoi natali dal sangue di Vaudemont, ed il 22 luglio del 1474 aveva fatto un testamento per privarlo della propria eredità, chiamandovi Carlo del Maine, figliuolo d'un altro conte del Maine, suo minor fratello[204]. Questi fu quel Carlo che chiamò erede di tutti i suoi diritti Lodovico XI, con suo testamento del 10 dicembre del 1481, e che morì nel susseguente giorno.

Ma il diritto delle genti non accorda ai monarchi la facoltà di disporre arbitrariamente della successione de' loro stati; successione regolata dalle leggi di ogni popolo; e l'ordine immutabile stabilito per l'eredità è la sola garanzia delle monarchie contro le guerre civili. Perciò non sogliono vedersi testamenti di tale natura, che quando il contratto tra il sovrano ed il suo popolo viene infranto da una conquista, e che il monarca spossessato più non trasmette ai suoi eredi che un vano titolo. Il regno di Napoli era un feudo femminino, e finchè viveva un discendente in linea diretta dell'ultimo sovrano, i collaterali non potevano avervi verun diritto. I Veneziani, i Fiorentini e tutta l'Italia, riconoscevano in Renato II l'erede della casa d'Angiò, e per questo titolo gli offrivano di ajutarlo a conquistare il regno di Napoli, e dal canto suo lo trovavano dispostissimo ad adoperarvisi con tutte le sue forze.

Mentre che da loro agitavansi quest'importanti negoziazioni, Lorenzo dei Medici ricevette inaspettatamente dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino, suoi avversarj, proposizioni di pace. Lo stesso Lodovico il Moro, reggente di Milano, ch'egli credeva suo nemico, vi aveva qualche parte. Questi, dopo avere prese le redini del governo, aveva adottate le affezioni de' suoi predecessori; voleva salvare Firenze, di cui conosceva utile l'alleanza, e staccarla da Venezia; voleva inoltre staccare il re di Napoli dal papa, e già vedeva germogliare tra di loro i semi della divisione. Il 24 novembre, quando meno si aspettava, andò un trombetta ad annunciare a Firenze, ch'era stata sottoscritta una tregua tra il re di Napoli, il papa e la repubblica, per trattare la pace[205].

Ferdinando non nudriva verun personale risentimento contro Lorenzo dei Medici; la guerra che gli faceva era puramente politica, e poteva terminarla senza rancore, tostocchè avesse in vista nuovi progetti d'ingrandimento. Padrone dell'Italia meridionale, desiderava di dilatare i suoi confini verso l'Italia superiore. La rivoluzione gli aveva di già data molta influenza sopra la Lombardia; la repubblica di Genova poteva quasi risguardarsi come da lui dipendente; il duca di Calabria formava già su quella di Siena progetti cui pareva favoreggiare un potente partito, e poteva sperare che entro pochi mesi questo stato lo riconoscerebbe per suo sovrano. Non conveniva dunque a Ferdinando di continuare d'accordo con Sisto IV una guerra, di cui questi avrebbe per lo meno voluto dividere i frutti. Tornava assai meglio al re il lasciare a Firenze un governo che s'andava ogni giorno più indebolendo per l'odio di una numerosa fazione, di porre frattanto un piede stabile in Toscana, aspettare gli avvenimenti, e soprattutto la morte del pontefice. Diverse affatto erano le disposizioni di Sisto IV; egli sentivasi umiliato dallo stesso male che aveva voluto fare ai Fiorentini, non meno che dai rimproveri e dalle minacce di tutta la Cristianità; non poteva perdonare a Lorenzo nè la morte di tanti amici di Girolamo Riario, nè gli scandalosi processi che avevano palesati all'Europa le loro congiure, nè il terrore del giovane cardinale suo nipote. Era stato sforzato a dichiarare a quali condizioni farebbe la pace, ed umilianti erano tutte quelle che aveva osato di proporre. Voleva che Lorenzo ed i Fiorentini fabbricassero una cappella, e che fondassero legati di messe per le anime di coloro ch'erano morti nella congiura de' Pazzi; voleva che la repubblica domandasse solennemente perdono alla Chiesa per avere attentato alla vita di persone sacre, l'arcivescovo ed i suoi preti; e finalmente voleva che restituisse alla santa sede Borgo san Sepolcro, Modigliana e Castro Caro, sebbene queste città fossero state dai Fiorentini legittimamente acquistate molto tempo avanti la presente guerra[206].

Frattanto la situazione di Lorenzo anche in Firenze rendevasi ogni giorno più pericolosa. La città era omai stanca di così disastrosa guerra sostenuta con così infelice successo, le sue truppe erano state assoldate con gravissimo dispendio, i nemici, padroni delle migliori fortezze, avevano successivamente stesi i loro guasti nel Pisano, nell'Aretino, in Val d'Elsa, in Val di Nievole, in Val d'Arno, e nella Lunigiana: quasi niuna provincia era rimasta intatta; il commercio, minacciato nella capitale, era stato ne' più rimoti paesi travagliato dalle confische pronunciate dal papa; tutti sentivano che la guerra non era sostenuta che per la difesa di Lorenzo, ed affatto estranea ai veri interessi dello stato; ognuno voleva porvi fine; e Girolamo Morelli, che risguardavasi come uno degli amici e dei più zelanti partigiani de' Medici, disse a Lorenzo in pieno consiglio: «La nostra città è oggi stanca, più non vuole guerra, più non vuole rimanersi interdetta e scomunicata per difendere il vostro credito[207]

In così difficili circostanze Lorenzo dei Medici prese una risoluzione apparentemente ardita, ma che pure era la sola prudente, quella di recarsi egli stesso presso di Ferdinando, di conoscere le segrete sue disposizioni, e di approfittarne per negoziare con lui; metter fine alle lagnanze de' malcontenti di Firenze colla speranza di una prossima pace, e di mostrare nello stesso tempo all'Europa, ch'egli non era altrimenti il tiranno della sua patria, poichè osava, come ogni altro cittadino, porsi tra le mani de' nemici sotto la sola salvaguardia del diritto degli ambasciatori. La sorte provata dal Piccinino alla stessa corte di Napoli dava agli occhi de' meno veggenti tutto il merito di un grande coraggio a cotale condotta, sebbene Lorenzo non si esponesse a verun rischio. Il Piccinino, solo capo della sua armata, non lasciava dietro di sè nè stati, nè vendicatori; la sua morte costava a Ferdinando un delitto e non guerre. Per lo contrario la repubblica di Firenze sarebbe tutta intera sopravvissuta a Lorenzo, avrebbe mostrato più zelo nel punire gli uccisori di quest'illustre cittadino, che nel difenderlo, e Ferdinando non avrebbe raccolto altro frutto da un tradimento, che la vergogna di averlo commesso. Lorenzo, invitato a fare questo viaggio dal duca di Calabria e dal duca d'Urbino[208], aveva già da Napoli ricevuta l'assicurazione di esservi ben accolto, quando il 5 dicembre fece per mezzo del gonfaloniere adunare un consiglio dei Richiesti per comunicar loro le proprie intenzioni[209]. Egli partì lo stesso giorno, ed all'indomani scrisse da Samminiato alla signoria per prendere da lei congedo. Rappresentavasi in questa lettera come una vittima che si offre in sagrificio per calmare la collera di potenti nemici[210]. Giunto a Pisa vi trovò i pieni poteri dei decemviri della guerra per trattare in nome della repubblica poteri che i suoi partigiani non avevano osato domandare al consiglio dei cento, per timore di trovarvi opposizione[211]. Una galera napolitana lo aspettava per ordine di Ferdinando a Livorno, ed il capitano lo ricevette a bordo coi più grandi onori.

L'arrivo di Lorenzo de' Medici a Napoli fu un vero trionfo; il secondo figlio del re, Federico, e suo nipote Ferdinando vennero a riceverlo alla riva, e lo stesso monarca mostrò di credersi onorato dalla venuta di un tale ospite[212]. Ebbe con lui lunghe conferenze intorno alla politica d'Italia. Il Medici svelò al re il trattato di già intavolato con Renato II di Lorena, in forza del quale obbligavasi questo duca verso le due repubbliche a condurre sei mila cavalli in Italia per muovere guerra alla casa d'Arragona[213]. Gli comunicò altresì le offerte di Lodovico XI, che sembrava voler far valere a vicenda o i diritti della casa di Lorena, o i suoi proprj sul regno di Napoli. Questo monarca colla sua attività, colle sue complicate negoziazioni, colla sua misteriosa politica faceva in allora illusione a tutta l'Europa, mentre la sua salute andava declinando. L'invasione francese, che rovesciò quindici anni più tardi dal suo trono il re di Napoli, pareva di già minacciarlo. L'appoggio che Ferdinando trovava nella corte di Roma era troppo incerto per equilibrare questo pericolo. Il papa era vecchio ed infermiccio, e, venendo a morte, il di lui successore potev'essere egualmente premuroso di dare stato ai proprj nipoti, e perciò di gittarsi in un opposto partito, che gli offrisse le spoglie di Girolamo Riario e de' suoi amici. Ma Lorenzo de' Medici, presentando questo quadro dell'Europa a Ferdinando, convenne che alla repubblica fiorentina era più facile il vendicarsi che il difendersi. Convenne che quando avesse una volta chiamati gli oltremontani in Italia, non sarebbe più in suo potere il fermarne l'impeto, e che probabilmente non verrebbe a soffrir meno da una guerra, nella quale la Toscana sarebbe la loro piazza d'armi. L'interesse di Ferdinando e de' Fiorentini era troppo conforme, perchè essi non dovessero anteporre una fedele alleanza ad una guerra senza scopo. Era del comune loro interesse di mantenere l'Italia in pace, di chiuderne l'ingresso ai Turchi per mezzo de' Veneziani, ed ai Francesi per mezzo del duca di Milano, di consolidare il governo di quest'ultimo, che nell'ultima rivoluzione era stato scosso, di tenere per lo contrario aperti gli occhi sull'ambizione ed i progressi della repubblica di Venezia, che, dopo avere ricuperata la pace ai confini d'Oriente, poteva dettare leggi ai suoi vicini; all'ultimo di tenere a freno lo spirito turbolento del papa, che per ottenere a suo figlio un piccolo principato aveva colle più funeste pratiche compromessa tutta l'Italia[214].

Queste considerazioni non riuscivano nuove a Ferdinando, e fecero sul di lui animo grandissima impressione; ma perchè gli si era sempre parlato dell'odio e del malcontento da Lorenzo eccitato in Firenze, prima di fare fondamento sull'alleanza di questo capo di parte, premevagli di sapere se i Fiorentini non separerebbero i loro interessi da quelli di Lorenzo. A tale oggetto Ferdinando lo trattenne lungamente presso di sè, e nello stesso tempo osservò attentamente se la di lui lontananza dava luogo a qualche movimento. I nemici del Medici colsero quest'occasione per manifestare altamente i loro timori intorno alla di lui sorte, e ricordavano la crudele morte del Piccinino, sperando di suggerire al re il pensiero di trattare nello stesso modo il loro avversario. Nello stesso tempo opponevansi ostinatamente ne' consiglj a tutte le domande de' suoi amici, deplorando la sorte della repubblica, implicata contemporaneamente in due guerre, mentre il suo capo trovavasi assente, imperciocchè nello stesso giorno in cui Lorenzo era partito da Firenze per trattare col re di Napoli, Agostino, figliuolo di Luigi Fregoso, in onta della tregua, si era per sorpresa impadronito di Sarzana, che suo padre, molti anni prima, aveva venduta alla repubblica fiorentina[215].

Finalmente Ferdinando acconsentì di sottoscrivere, il 6 marzo del 1480, con Lorenzo de' Medici un trattato di pace fra il suo regno e la repubblica fiorentina. Richiese che i Pazzi, tenuti prigione nella torre di Volterra, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, fossero liberati; che i Fiorentini pagassero a suo figlio, il duca di Calabria, a titolo di soldo l'annua somma di sessanta mila fiorini. Dal canto suo prometteva la restituzione delle città e fortezze prese ai Fiorentini nella presente guerra, ed i due governi si resero garanti degli stati l'uno dell'altro[216]. Per quanti ostacoli frapponesse il papa a questo trattato, per quanto si mostrasse scontento di non essere stato consultato, per quante premure manifestasse di allearsi colla repubblica di Venezia, la quale aveva egualmente motivo di lagnarsi della mancanza di riguardi per parte de' suoi precedenti alleati, all'ultimo si lasciò comprendere nel trattato di Napoli, e le ostilità, sospese nel precedente anno in forza di una tregua, più non si rinnovarono[217]. La pace pubblicossi ancora in Siena il 25 marzo del 1480[218].

Questa pace accrebbe in Firenze il credito di Lorenzo de' Medici che l'aveva ottenuta. Egli fu ricevuto al suo ritorno come il salvatore della patria. Approfittò di questa riconoscenza del popolo per consolidare la propria autorità: il 12 aprile fece creare una nuova balìa, ma con intenzione di non più crearne all'avvenire, perciocchè il nome e l'autorità delle balìe contribuivano a rendere odioso il potere de' Medici. Fece dunque attribuire questa superiore autorità, ch'egli voleva conservare, ad un corpo permanente nello stato. Fu questo un nuovo consiglio di settanta cittadini, che dovevano, primi fra tutti gli altri, essere consultati intorno agli affari. Vi dovevano essere ammessi i gonfalonieri di mano in mano che uscivano d'ufficio, quando non ne fossero esclusi dalla maggiorità dei voti. Il consiglio de' settanta cominciò un nuovo scrutinio d'elezione per formare in appresso le magistrature, e lo fece durare quattro anni, onde più lungamente mantenersi dipendenti coloro che aspiravano agl'impieghi. Nello stesso tempo adoperò il danaro dello stato per pagare i debiti contratti da Lorenzo de' Medici[219].

Lorenzo, cui la posterità accordò il nome di magnifico, mentre i suoi concittadini e gli scrittori suoi contemporanei non gli davano quest'epiteto che come un titolo d'onore comune a tutti i condottieri, agli ambasciatori, ed ai principi che non ne avevano un altro, Lorenzo meritava questo soprannome, di cui gli diede possesso un errore. La magnificenza apparteneva non meno alla sua politica che al suo carattere: egli amava di dare l'idea di una infinita ricchezza, per sublimare l'opinione del suo potere; e mai non misurava il suo fasto sulle sue entrate. In tempo della sua dimora in Napoli, dopo una ruinosa guerra per lui e per la patria, distribuì doti a moltissime fanciulle della Puglia e della Calabria, che avevano implorata la sua munificenza, e dispiegò in sugli occhi de' Napolitani sia nelle compre, sia nel suo accompagnamento e negli equipaggi tutta la pompa di una ricchezza che non aveva più nulla di reale: sempre egli volle sorprendere ed abbagliare[220].

Il trattato di pace che assodava la sua potenza non lasciava di esporre la sua patria al più terribile pericolo che mai corso avesse. Ferdinando vi si era, più che per altro titolo, determinato per dare tempo al duca di Calabria di stabilire il suo credito in Siena, riducendo questa inquieta repubblica nell'assoluta dipendenza della corona di Napoli. Questo progetto era stato segretamente concepito dal re Alfonso quando questi era venuto in Toscana nel 1446, e fu dal medesimo ripreso nel 1452 e 1466; ma non mostrossi mai tanto vicino alla sua esecuzione che allora quando Lorenzo, sagrificando la sua patria alla sua personale sicurezza e l'interesse dei secoli a quello del momento, aveva acconsentito a favoreggiarlo cercando una pace che il duca di Calabria desiderava più di lui.

Siena aveva colle sue leggi consacrata l'esistenza di tutti i partiti che l'avevano successivamente dominata, ed i suoi cittadini si trovavano divisi in molti ordini, che piuttosto erano fazioni, e che portavano il nome di Monti. Il primo, e quello che aveva risvegliata la più costante gelosia, era quello dei nobili, un tempo proprietarj di tutto il territorio. Vennero successivamente privati di tutte le loro fortezze, ed in pari tempo esclusi da tutte le magistrature. Il seguente era il Monte dei Nove, che formava a Siena una nobiltà popolare, press'a poco uguale a quella degli Albizzi e del loro partito in Firenze. Erano uomini cui le antiche ricchezze, acquistate colla mercatura, avevano procacciato un'antica riputazione, di cui continuavano ad avere il godimento per un diritto ereditario. L'ordine, o Monte dei Dodici era il più immediato rivale di quello dei Nove, ed era composto di ricchi mercanti, contando di quest'epoca circa quattrocento uomini atti ad entrare ne' consiglj, dai quali erano però costantemente tenuti lontani dalla gelosia del governo. Il restante della nazione era diviso tra i due ordini o monti novissimi, dei riformatori e del popolo.

Dopo il 27 novembre del 1403 tenevansi coalizzati i tre ordini dei nove, dei riformatori e del popolo. Avevano questi soli parte nel governo, dopo l'esclusione degli altri due. La signoria veniva composta di nove priori, tre d'ogni monte, e di un gonfaloniere di giustizia, somministrato a vicenda dai tre ordini[221]. Questa forma di governo erasi mantenuta con maggiore stabilità che verun'altra delle precedenti, malgrado le pratiche di Pio II, ch'era nobile sienese della casa Piccolomini. Chiesto aveva questo papa che si restituissero in tutti i diritti di cittadinanza i nobili ed il monte dei dodici; nel 1458 era stata esclusa la sua domanda, ma nello stesso tempo si cercò di appagarla, ammettendo i membri della famiglia Piccolomini nell'ordine del popolo. Nel susseguente anno eransi accordati alcuni pubblici impieghi all'ordine dei nobili[222], ma si era costantemente negato lo stesso favore al Monte dei Dodici[223], ed alla morte di Pio II, accaduta nel 1464, i nobili erano stati di nuovo privati degli onori loro accordati dietro istanza del pontefice[224].

Comunque imprudente fosse tale esclusione, i Sienesi non avevano motivo di pentirsi d'essersi attenuti a ciò ch'essi chiamavano la Trinità del loro governo. Le tre fazioni riunite pareva che avessero confusi tra di loro i reciproci interessi; e la loro amministrazione era stata bastantemente buona, onde le ricchezze e la popolazione si andassero visibilmente accrescendo. Siena intanto si ornava di sontuosi palazzi, che mostravano ad un tempo i progressi dell'opulenza, delle arti e del gusto; la repubblica non era stata frequentemente agitata da interni movimenti, aveva preso parte in poche guerre straniere e sebbene ecclissata dalla magnificenza di Firenze, potente vicina, e cagione ai Sienesi di continua diffidenza, ella conservava esternamente l'onore della sua indipendenza, e nell'interno la pace e la prosperità.

Ma l'esistenza di due partiti, formati di persone che non avevano parte nel governo, era necessariamente pericolosa alla repubblica. Fra costoro gli ambiziosi stranieri non mancavano mai di partigiani; questi erano i segreti agenti del duca di Calabria, e questi egli cercava di far rientrare nella signoria. Domandò prima il richiamo di tutti coloro ch'erano stati esiliati nel 1456[225]. Non avendo potuto ottenerlo seminò la discordia fra i tre ordini che governavano in comune; ne armò due contro il terzo, ed il 22 giugno del 1480 i cittadini dei Nove e del popolo presero le armi, e furono secondati dalle armi del duca di Calabria che occupavano la piazza pubblica. Un consiglio generale, da cui esclusero tutti coloro che non erano loro devoti, e che non pertanto trovossi tuttavia formato di quattrocento quarantadue membri, dietro inchiesta del gonfaloniere di giustizia, escluse per sempre dal governo il Monte de' riformatori[226]. Questa violenta rivoluzione, che feriva un terzo de' cittadini della repubblica, e gli spogliava di quella partecipazione alla sovranità di cui erano in possesso da settantasette anni, era stata apparecchiata con tanta segretezza, e così prontamente eseguita, che non vi fu effusione di sangue. Il duca di Calabria, che l'aveva diretta e sostenuta co' suoi soldati, erasi allontanato da Siena il giorno in cui doveva scoppiare, onde non essere accusato di farla da padrone nella repubblica; ma al suo ritorno fu dai nuovi magistrati accolto quale benefattore dello stato. Aveva con loro convenuto di formare un Monte nuovo che tenesse luogo di quello de' riformatori, e partecipasse per un terzo alle pubbliche onorificenze. Questo nuovo ordine, cui diedesi il nome di Monte degli aggregati, fu composto di un limitato numero di gentiluomini conosciuti pel loro attaccamento al duca di Calabria, di varj membri del Monte dei dodici e di quello dei riformatori, che una privata ambizione staccava dai loro confratelli; finalmente delle famiglie ch'erano state escluse nel 1456 dal Monte dei nove e da quello del popolo, per avere voluto di concerto con Giacomo Piccinino assoggettare la repubblica al re Alfonso. Così i cinque antichi ordini avevano concorso alla formazione del nuovo Monte[227].

Il nuovo governo, stabilito dalla violenza, era circondato di nemici, ed aveva perciò maggiore bisogno di tenersi affezionato il duca di Calabria, mostrandosi sempre dipendente dalla sua volontà. Malvagi cittadini, che si lusingavano di ammassare più grandi ricchezze, d'esercitare maggiori poteri, di soddisfare più facilmente tutte le loro passioni sotto la protezione di un tiranno, piuttosto che nella loro patria ancora libera, non avevano mal calcolato supponendo che questa rivoluzione obbligherebbe in breve i Sienesi a darsi da sè stessi al duca di Calabria. Tutti gli amici della libertà erano atterriti; nè il timore era in Firenze meno grande che in Siena. Se l'acquisto che il re di Napoli aveva fatto vent'anni prima di alcuni deboli castelli nelle Maremme toscane aveva cagionato tanto spavento, come sperare di salvare la libertà di Firenze una volta che tutto intero lo stato di Siena sarebbe tra le mani di così formidabile vicino? Ma un inaspettato avvenimento, che strinse di terrore il rimanente dell'Italia, liberò Siena e Firenze da quasi inevitabile servitù, richiamando il duca di Calabria a difendere i proprj focolari.

CAPITOLO LXXXVIII.

Maometto II occupa Otranto; Sisto IV spaventato fa la pace col Fiorentini, ed il duca di Calabria abbandona Siena per liberare Otranto. Morte di Maometto II. Nuova guerra accesa in tutta l'Italia da Sisto IV pel ducato di Ferrara. Passa da uno all'altro partito; e all'ultimo muore di dolore per essersi fatta la pace.

1480 = 1484.

Maometto II mai non faceva la pace con un principe cristiano, che per attaccarne più vantaggiosamente un altro; perciò contavasi che nel lungo suo regno aveva soggiogati due imperi, dodici regni e più di dugento città. Nel 1480 apparecchiò nello stesso tempo due spedizioni: destinata era una di queste, sotto gli ordini del pascià Mesithes, di greca origine, e della stirpe de' Paleologhi, a togliere Rodi ai cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme; ma il gran maestro d'Aubusson respinse gloriosamente i Turchi, che dopo avere assediata la capitale dal 23 maggio al 22 agosto, furono costretti a ritirarsi perdenti[228]. L'altra armata di Maometto si adunò alla Valona sotto gli ordini del suo gran visir Achmet Giediko Breche-Dente, nativo d'Albania. Venne a prenderla a bordo una flotta di cento vascelli; quella de' Veneziani, ch'era di sessanta vele, la scortava, mostrando d'impedirle che entrasse nell'Adriatico[229]; improvvisamente i Turchi sbarcarono sulla costa d'Italia presso di Otranto il venerdì 28 luglio dopo avere attraversato il mare Adriatico, che in questo luogo non ha più di cinquanta miglia di larghezza.

Gli abitanti d'Otranto, sebbene non apparecchiati a quest'attacco, difesero vigorosamente le loro mura; ma non potevano lungamente resistere: Achmet Giedik aveva sbarcata molta artiglieria, che bentosto aprì larghe brecce nelle mura, e la città fu presa d'assalto l'11 agosto del 1480[230]. La popolazione, secondo il Sanuto, ammontava a ventidue mila uomini; dodici mila furono uccisi nel primo furore della vittoria; ma i fanciulli che potevano essere vantaggiosamente venduti, e coloro che furono creduti abbastanza ricchi per poter pagare una grossa taglia, furono fatti schiavi[231]. L'arcivescovo ed i preti, principale oggetto dell'odio dei Turchi, furono crudelmente tormentati, ed il culto cristiano profanato con ogni sorta d'oltraggi e di vituperi[232].

Questo inaspettato attacco, che colmò l'Italia di spavento, era stato provocato dai Veneziani. Non dissimulano gli storici della repubblica che dopo la pace tra Lorenzo de' Medici ed il re di Napoli, la loro patria mandò due ambasciatori, uno al papa, l'altro al gran signore per concertare la ruina di Ferdinando. Sebastiano Gritti doveva invitare Maometto II a riprendere le province dell'Italia meridionale, che altra volta dipendevano dall'impero d'Oriente[233]. Zaccaria Barbaro doveva proporre al papa di assoldare in comune coi Veneziani e di nominare capitano generale della loro lega Renato II di Lorena, ch'essi invitavano a scendere in Italia[234]. È verosimile che i Veneziani non comunicassero a Sisto IV il progetto dello sbarco dei Turchi presso Otranto, siccome quello ch'era troppo pericoloso per la santa sede; ma Ferdinando, che non dubitava dell'inimicizia di Sisto IV, sospettò che gli avesse tirato addosso l'invasione dei Turchi, e gli fece dire nel mese d'agosto per mezzo del suo ambasciatore, che se non otteneva dalla Chiesa pronti e potenti soccorsi, tratterebbe coi Turchi e loro darebbe il passaggio a traverso ai suoi stati per recarsi a Roma[235].

Estremo fu lo spavento di Sisto IV, quand'ebbe notizia di tale invasione, e fu in procinto di abbandonare Roma e l'Italia per cercare un rifugio in Francia. Sapeva che Maometto portava un particolare odio alla sede della religione Cristiana, e ch'egli stesso ed il suo clero sarebbero esposti a terribili supplicj se venivano in mano dei Turchi[236]. Vero è che Otranto era ancora assai lontano da Roma; ma poteva temersi un secondo sbarco sulle coste della Marca, ed assicurasi infatti che i Turchi tentassero in quest'anno di rubare il tesoro di Loreto[237]. Altronde i Musulmani, le di cui costanti vittorie avevano sbalordita l'Europa, contavano in allora de' partigiani in Italia, che sembravano apparecchiati ad unirsi loro per rompere il giogo de' loro preti e de' loro principi. Bentosto si sparse la voce che Maometto II, per approfittare del malcontento de' baroni di Napoli, aveva fatto proclamare in Otranto, che per dieci anni andrebbero esenti dalle imposte tutti i paesi da lui conquistati; che in appresso non imporrebbe che il tributo d'una piastra per testa; che permetterebbe ai Cristiani di seguire le loro leggi e la loro religione, come praticavano a Costantinopoli, e per ultimo che aveva punite le eccessive crudeltà esercitate dai vincitori in Otranto. In febbrajo del 1481 mille cinquecento soldati di Ferdinando passarono al soldo dei Turchi, e si ebbe timore che loro si dasse tutta la provincia[238].

Frattanto Sisto IV spediva bolle a tutti i principi cristiani, e particolarmente agli stati d'Italia per esortarli alla pace, ed a rivolgere le loro armi contro il nemico della religione. «Se i fedeli di Cristo, diceva egli, se gl'Italiani soprattutto vogliono difendere i loro campi, le loro case, le loro spose, i loro figli, la libertà, la vita; se vogliono conservare quella fede, nella quale siamo stati battezzati, e per la quale ricevuta abbiamo una nuova nascita, questo è il momento di dar fede alle nostre parole, d'impugnare le armi e di marciare alla guerra. Che i più lontani dal regno di Sicilia non pensino d'essere altrimenti sicuri; se non vanno contro i Turchi per combatterli, questi in breve giugneranno fino a loro[239]

Ferdinando si affrettò di richiamare dalla Toscana il duca di Calabria, facendogli le più calde istanze di non tardare a venire in suo ajuto. Il duca uscì di Siena il 7 agosto, non senza esprimere il profondo rincrescimento con cui abbandonava un progetto, lungo tempo accarezzato dalla sua famiglia, nell'istante in cui pareva che niente potesse più ritardarne l'esecuzione. Mentre partiva, i magistrati di Siena gli resero i più grandi onori; ma tutti i buoni cittadini sentivansi con gioja liberati da un giogo che credevano omai inevitabile[240]. Il duca di Calabria passò il 10 settembre a Napoli, ove incorporò nella sua armata moltissimi gentiluomini, che vi si erano adunati, e ricevette inoltre un corpo ausiliario di mille settecento fanti e trecento cavalieri che gli mandava suo cognato, Mattia Corvino, re d'Ungheria. Continuò poscia il suo cammino verso la Puglia. Achmet Giedik era stato da Maometto richiamato, ed Ariadeno, in addietro governatore di Negroponte, aveva in Otranto sotto i suoi ordini una guarnigione di sette mila cinquecento uomini. Aveva estesi i suoi guasti a tutta la provincia, e minacciato Brindisi d'assedio[241]. Ma sopraggiugnendo il duca di Calabria, dovette chiudersi in Otranto, e poco dopo, avendo Galeazzo Caracciolo condotta in faccia al porto una flotta napolitana, si trovò preclusa ogni comunicazione colla Turchia[242].

Lo spavento dell'invasione de' Turchi aveva all'ultimo determinato il papa a rappacificarsi con Firenze; ma in questa medesima riconciliazione, renduta necessaria dalle circostanze, lasciò vedere tutta l'alterigia del suo carattere. Dodici ambasciatori, i più illustri ed i più riputati cittadini che in allora governassero la repubblica, furono nominati in principio di novembre per recarsi a Roma. Vi entrarono privatamente la notte del 25 di novembre, senza che veruno della famiglia del papa o de' cardinali si muovesse ad incontrarli. Francesco Soderini, vescovo di Volterra, capo della legazione, espresse all'indomani in una segreta udienza il dispiacere della repubblica, la sua sommissione ai giudizj del papa, ed il suo desiderio di essere riconciliata alla Chiesa. Le condizioni della pace vennero in più conferenze discusse coi cardinali; quando all'ultimo tutto fu regolato tra di loro, i deputati vennero invitati a recarsi alla basilica di san Pietro il 3 dicembre del 1480, prima domenica dell'avvento. Dopo averli fatti aspettare qualche tempo sotto il portico, il pontefice sopraggiunse co' suoi cardinali; gli venne innalzato un trono in faccia all'ingresso principale, le di cui porte rimasero chiuse: gli ambasciatori, col capo scoperto, gittaronsi in allora a' suoi piedi, dopo avere baciati i quali, confessarono, stando inginocchiati, che avevano peccato contro la Chiesa e contro il pontefice, e implorarono la sua compassione verso il popolo che li mandava. Luigi Guicciardini, vecchio settuagenario, parlò a nome di tutti, ma a voce bassa ed in italiano. Un notajo apostolico lesse in seguito la formola della confessione e le condizioni della pace. Allora il pontefice, avendo accennato di fare silenzio, pronunciò queste parole: «Voi avete peccato, miei figli, primamente contro il Signore Iddio, nostro Salvatore, crudelmente uccidendo e criminosamente l'arcivescovo di Pisa, ed i sacerdoti del Signore; perciocchè sta scritto: Voi non toccherete i miei unti. Voi avete peccato contro il romano pontefice, ch'esercita in terra le funzioni di N. S. Gesù Cristo, avendolo voi diffamato per tutto l'universo. Voi avete peccato contro il santo ordine de' cardinali, ritenendo suo malgrado un cardinale legato della santa sede apostolica. Voi avete peccato contro l'ordine ecclesiastico, negando i vostri tributi al clero del vostro territorio; voi siete stati la causa di molte rapine, incendj, saccheggi, per non avere ubbidito agli ordini apostolici. Fosse piaciuto a Dio che fino da principio foste venuti a noi, padre delle vostre anime; allora non saremmo ricorsi alle armi temporali per vendicare le ingiurie inflitte alla Chiesa. Con dispiacere, non v'ha dubbio, noi abbiamo insevito contro di voi, pure dovemmo farlo per l'onore dell'apostolato di cui siamo incaricati. Ma presentemente, miei figliuoli, che voi vi presentate con umiltà, vi riceviamo in grazia tra le nostre braccia, vi assolviamo dagli errori e dagli eccessi che avete confessati; non vogliate ancora peccare, miei figli; non fate come i cani, che, dopo essere stati gastigati, tornano alle loro turpitudini. Del resto voi avete sperimentata la potenza della Chiesa, e dovete sapere quanto sia dura cosa l'opporre la sua testa allo scudo di Dio, o il voler rompere la di lui corazza[243]

Dopo avere così parlato, prese alcune bacchette dalle mani del gran penitenziere, e percosse leggermente le spalle d'ogni ambasciatore, che ad ogni colpo chinava il capo, e rispondeva col versetto del salmo Misere mei Domine! Dopo ciò vennero nuovamente ammessi al bacio de' piedi, e benedetti dal pontefice che, levato dal suo trono, fu portato all'altar maggiore. Le porte della Chiesa vennero aperte, e gli ambasciatori vi entrarono cogli altri; ma alle condizioni del trattato precedentemente stipulato il pontefice aggiunse, per modo di penitenza, che i Fiorentini armerebbero a loro spese quindici galere per fare la guerra ai Turchi[244]. E così ebbe fine la guerra nata dalla congiura dei Pazzi, e tale fu l'orgoglio con cui il pontefice punì, per essere rimasti in vita, coloro ch'egli non aveva potuto far assassinare[245].

I Fiorentini approfittarono pure dello spavento di Ferdinando, e del bisogno che di loro aveva, per farsi restituire le fortezze occupate in Toscana dal duca di Calabria. Erasi Ferdinando obbligato verso la repubblica di Siena a cederle tutte le conquiste fatte sui Fiorentini, che sarebbero al di dentro di un raggio di quindici miglia preso dalle mura della città. Aveva infatti consegnati ai Sienesi Montedomenichi, la Castellina e san Polo; ma aveva ritenuti sotto gli ordini di Prenzivalle Gennaro, gentiluomo napolitano, Colle di Val d'Elsa, Poggibonzi, Poggio imperiale, Monte san Savino ed altre piazze di minore importanza. Alla fine di marzo del 1481 fece rilasciare ai Fiorentini tutti i luoghi che occupava Gennaro, e subito dopo ordinò ai Sienesi di restituire le conquiste in cui essi tenevano guarnigione. Un vivo odio prese in allora a Siena il luogo dell'affetto che vi si era conservato per la casa di Napoli[246].

Il papa, che aveva ordinato ai Fiorentini di concorrere alla difesa dell'Italia contro i Turchi, volle contribuirvi ancor egli. Fece armare una flotta nel Tevere, e scelse per comandarla quello de' suoi prelati ch'era più capace di condurre una guerra marittima. Fu quel medesimo Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, quel formidabile capo di parte, che vedemmo consacrarsi alla pirateria quando dovette abbandonare la città in cui aveva regnato. Sisto IV lo aveva creato cardinale in maggio del 1480[247], e gli affidò nella vegnente primavera il comando delle sue galere. Paolo Fregoso andò a raggiugnere Galeazzo Caraccioli nelle acque di Otranto. Il formidabile gran visir Achmet Giedik aveva di già adunati alla Valona venticinque mila uomini, che stava per trasportare ad Otranto, onde continuare la conquista dell'Italia, quand'ebbe notizia della morte di Maometto II, accaduta il 3 maggio del 1481 presso di Nicomedia, alla qual morte dopo pochi mesi tenne dietro la guerra civile scoppiata tra i suoi figliuoli Bajazette II e Gemma, ossia Zizim[248]. Achmet, abbandonando allora ogni progetto di conquista sul regno di Napoli, condusse la sua armata in soccorso di Bajazette, sebbene avesse motivo di temere il risentimento di questo principe per un'antica offesa. Gli si presentò colla sua scimitarra appesa al pomo della sua sella, perchè ricordavasi avergli detto: «Se tu diventi sultano, io mai non la sguainerò per tua difesa.» Ma quando Bajazette, chiamandolo suo padre, lo invitò a scordarsi gli errori della sua gioventù, Achmet Giedik combattè contro i nemici del sultano col suo consueto valore: il 16 giugno del 1482 vinse Zizim a Serviza, presso d'Iconio, lo inseguì nella Caramania, ed all'ultimo lo costrinse a ritirarsi a Rodi[249]. Ariadeno, lasciato in Otranto con una guarnigione che non poteva ricevere soccorsi, si difese non pertanto con molto coraggio, ed ebbe diversi vantaggi sul duca di Calabria che lo attaccava; ma in ultimo accettò un'onorata capitolazione che gli fu offerta, e rese la piazza il 10 di agosto. Alcune delle compagnie turche che la difendevano passarono ai servigj del duca di Calabria, e furono in appresso utilmente adoperate nelle guerre d'Italia[250].

La notizia della morte di Maometto II era stata rapidamente portata a Venezia, ed il doge Mocenigo la comunicò il 29 maggio a tutti gli stati d'Italia[251]. Tutti la risguardarono come un avvenimento che liberava la Cristianità dal più grande pericolo che mai avesse corso, e tutti allentarono il freno a passioni che avevano per timore fin allora rattenute. Ma più che tutti gli altri Sisto IV, risguardandosi oramai come uscito dal solo pericolo che potesse raggiugnerlo sul trono, più non prescrisse limiti alla sua ambizione, a' suoi progetti di vendetta, alle turbolenti sue passioni, che talvolta era stato forzato a dissimulare. Cominciò dal richiamare la flotta che aveva spedita ad Otranto sotto il comando di Paolo Fregoso, non volendo acconsentire che approfittasse delle guerre civili dei Turchi per fare qualche conquista in Oriente[252]. Egli voleva in luoghi più a sè vicini impiegare tutte le sue forze, destinando l'intera Romagna ad essere l'appannaggio del suo favorito nipote. Fino dal 4 settembre del 1480 aveva aggiunto il principato di Forlì a quello d'Imola, che di già era posseduto da Girolamo Riario. L'aveva tolto, per darglielo, alla casa Ordelaffi, che lo aveva posseduto cento cinquant'anni. Pino degli Ordelaffi, l'ultimo feudatario di questa famiglia, destinava, morendo, la sua eredità ad un figlio naturale che lasciava in tenera età. I suoi due nipoti, Antonio Maria e Francesco Maria, figliuoli legittimi di Galeotto, fratello di Pino, pretendevano, forse a più giusto titolo, un principato da cui il loro zio aveva voluto escluderli, mandandoli in esilio. Sisto IV si fece giudice della loro causa, e gli spogliò tutti a profitto del proprio nipote, senza che alcuna vicina potenza osasse alzare la voce contro così manifesta ingiustizia[253]. Mandò in appresso questo stesso nipote a Venezia per istringere più intimamente l'alleanza che l'11 maggio del 1480 aveva conchiusa con quella potente repubblica, e per meditare secolei la divisione di altri stati[254].

Onde alimentare le guerre che di già aveva sostenute, e le guerre ancora più importanti che progettava; onde sostenere lo stravagante lusso de' suoi nipoti, e quello della propria casa, Sisto IV aveva bisogno di tutti i provventi del fisco; perciò assoggettava a questo sistema tanto l'amministrazione ecclesiastica che la secolare. A poco a poco dichiarò venali tutte le cariche della corte apostolica, e ne notificò preventivamente il prezzo al pubblico[255]. Vendette ancora, ma alquanto più riservatamente, onde non essere accusato di simonia, i più ricchi beneficj, ed ancora qualche cappello cardinalizio[256]. Spinse più in là che tutti i suoi predecessori lo scandaloso traffico delle indulgenze. D'altra banda estorse danaro ai suoi sudditi di Roma, come sovrano e non come prete, assoggettando tutto il commercio de' grani al più crudele monopolio. Nella stagione del raccolto acquistava tutto il frumento al prezzo stabilito d'un ducato al rubbio: quando i suoi magazzini erano pieni, faceva nascere artificiali carestie, ora con vendite considerabili fatte ai Genovesi, ora col pretesto del passaggio delle truppe. Non permetteva che si levasse frumento dai suoi magazzini, finchè il prezzo de' mercati non ammontava a quattro o cinque ducati per rubbio; allora fissava egli stesso il prezzo del suo frumento, e sotto pena di prigione proibiva a' fornaj di adoperare altro frumento che il suo. Spesso con queste pratiche mancava tutto ad un tratto il pane ne' suoi stati, ed in allora comperava a basso prezzo nel regno di Napoli il frumento di peggiore qualità, ed obbligava ad adoperare quel solo. Più d'una volta i suoi sudditi dovettero mangiare un pane nero, il di cui cattivo odore attestava essere corrotto il grano ond'era formato, e si attribuirono a questo cattivo alimento le pestilenziali malattie, che durante il suo regno afflissero Roma quasi tutti gli anni[257].

Frattanto Girolamo Riario era giunto a Venezia, ove fu ricevuto con infiniti onori, ed inscritto nel libro d'oro della nobiltà veneziana[258]. Veniva a proporre alla repubblica d'attaccare a spese comuni un principe vicino, per dividerne in appresso le conquiste; e la signoria era tanto più disposta ad entrare in questi ambiziosi progetti in quanto che essendo il papa vecchissimo, poteva accadere che il suo successore tenesse una diversa politica, e non si prendesse pensiero di Girolamo Riario; mentre che la repubblica, forte nella sua immortalità, poteva sperare di raccogliere un giorno sola tutti i frutti della guerra fatta a spese comuni. La casa d'Este era quella che il papa proponevasi di trattare nello stesso modo che aveva trattati gli Ordelaffi nel precedente anno. I Veneziani avevano veduto con occhio di gelosia Ercole d'Este sposare Leonora, figliuola del re Ferdinando. Vero è che questo matrimonio non gli aveva impedito di portare le armi contro suo suocero nella guerra di Firenze; ma appunto in tale circostanza erasi renduto sospetto di segrete intelligenze coi nemici. Ferdinando, sempre corrucciato contro Venezia, poteva trovare nelle fortezze di suo genero dei punti d'appoggio per ispingere la guerra fino nel centro degli stati di terra ferma della repubblica. Altronde questa aveva dilatato il suo dominio fino ai confini del ducato di Milano; e per portarlo egualmente fino a quelli della Toscana, doveva invadere gli stati del duca di Ferrara; e perchè una parte di questi stati dipendeva dall'impero, l'altra dalla Chiesa, i confederati convennero che la repubblica di Venezia occuperebbe i primi, cioè Modena e Reggio, e cederebbe al Riario i secondi, ossia il ducato di Ferrara[259].

I Veneziani cercavano cagioni di lite col duca di Ferrara, onde dare principio alla guerra concertata col Riario e col papa. Avevano con lui alcune controversie rispetto all'estensione de' loro confini, e, facendosi giustizia da sè medesimi, avevano fabbricati tre ridotti sullo stesso territorio del duca. Nominavano un giudice veneziano che risiedeva in Ferrara col titolo di Viadamo per fare giustizia a que' sudditi veneziani che abitavano negli stati della casa d'Este. La giurisdizione di questo Viadamo aveva pure dato luogo a qualche dissapore tra i due governi. Finalmente la repubblica, come sovrana delle lagune, pretendeva avere diritto al monopolio del sale; non voleva permettere agli abitanti di Ferrara nemmeno di raccogliere quello che il mare deponeva sul loro territorio, e lagnavasi, come di un'infrazione de' trattati, di tutto quanto praticava l'industria de' sudditi della casa d'Este per approfittare delle loro paludi salse. Il duca di Ferrara, conoscendosi debole, aveva offerto di dare al senato su tutti i capi d'accusa pieno soddisfacimento. Nello stesso tempo aveva invocata la protezione del papa, suo abituale signore, ignorando tuttavia che doveva risguardarlo come suo capitale nemico.

Frattanto per quanti sforzi facesse Ercole d'Este per calmare i Veneziani e riconciliarsi con loro, non potè impedire che il 3 maggio del 1482 non gli fosse dichiarata la guerra a nome del doge Giovanni Mocenigo e della repubblica di Venezia, come a nome di papa Sisto IV e di Girolamo Riario, signore di Forlì e d'Imola. Si videro inoltre entrare nella stessa lega Guglielmo, marchese di Monferrato, la repubblica di Genova e Pietro Maria de' Rossi, conte di san Secondo, nello stato di Parma. D'altra parte il re Ferdinando, il duca di Milano ed i Fiorentini, dopo avere inutilmente tentato di sconsigliare Sisto IV da così ingiusta guerra, richiamarono i loro ambasciatori, che partirono da Roma il 14 di maggio. Dichiararono che difenderebbero il duca di Ferrara, e ricevettero nella loro alleanza Federico, marchese di Mantova, Giovanni Bentivoglio, capo della repubblica di Bologna, e la casa Colonna, che ammise guarnigione napolitana ne' suoi feudi di Marino e di Genazzano, posti presso alle porte di Roma[260].

E per tal modo l'Italia si trovava divisa in due grandi leghe: la guerra scoppiò in ogni luogo nello stesso tempo, e fu tanto più ruinosa per i popoli, in quanto che la maggior parte de' più piccoli signori era stata ammessa all'alleanza delle grandi potenze. Nello stato della Chiesa i Colonna sortivano dalle loro terre murate per guastare tutte le vicine campagne, e le stesse strade di Roma venivano spesse volte insanguinate dalle zuffe. I Savelli si erano uniti ai Colonna, mentre che gli Orsini, non ascoltando che l'antico loro odio per queste due case, avevano abbracciata la causa del papa. A non molta distanza di là, i Fiorentini avevano armata mano rimesso Niccolò Vitelli nella sua signoria di Città di Castello, cacciandone Lorenzo Giustini, creatura del papa, che per vendicarsi danneggiava le campagne. Finalmente il duca di Calabria, che coll'armata napolitana aveva voluto soccorrere suo cognato, il duca di Ferrara, era stato trattenuto nello stato di Roma dall'armata pontificia, e contribuiva dal canto suo a ruinare il patrimonio di san Pietro[261]. In Romagna, Giovanni Bentivoglio trovavasi coi Bolognesi opposto a Girolamo Riario; Ibletto del Fieschi, sceso dalle montagne della Liguria, guastava i confini del Milanese; e per ultimo Pietro Maria de' Rossi, cui i Veneziani accordavano un annuo sussidio di venti mila fiorini per turbare il governo di Milano nello stato di Parma, portava la desolazione in tutto il vicinato de' suoi numerosi castelli. Sostenne in Torre Chiara, Noceto, Berceto e Preda Balcia, ostinati assedj, e quando il 10 settembre del 1482 morì a Torre Chiara in età di ottant'anni, prese il suo posto suo figliuolo Guido de' Rossi, che mostrò per la medesima causa la stessa ostinazione e lo stesso valore[262].

Ma la guerra principale trattavasi ai confini del Ferrarese. Questa per la natura del paese presentava difficoltà che i soldati non sono troppo accostumati a superare. Quasi tutta la campagna situata tra Ravenna, Venezia e Ferrara, è tagliata da infiniti canali, o inondata da acque stagnanti. Tutti i fiumi che scendono dal vasto anfiteatro formato dagli Appennini e dalla lunga catena delle Alpi, si riuniscono all'estremità del mare Adriatico. La ghiaja e la melma, che strascinano giù dalle montagne, alzano il loro letto, ne otturano la foce, gli sforzano a dividersi tra migliaja d'isolette ed a rovesciarsi all'ultimo in vaste lagune, che mancano di bastante fondo per poterle attraversare colle barche, e non pertanto hanno tropp'acqua perchè possano praticarsi dagli uomini o dai cavalli. La strada di Bologna a Ferrara attraversa una parte di questi stagni, ove l'occhio non trova limiti, sebbene altri assai più considerabili stendansi al di sotto di Rovigo intorno a Mesola, ad Adria, a Comacchio, piccole città, che come Venezia sorgono di mezzo alle acque. Le isole formate dall'Adige, dal Po, dal Tartaro e dagli altri fiumi che vi si riuniscono, chiamansi Polesini. Uno de' più grandi e de' più fertili è quello di Rovigo, che viene bagnato dall'Adige e dal Po, e tagliato da numerosi canali. La conquista di questi Polesini, la conquista delle grosse terre poste in mezzo a questi immensi stagni era una difficilissima intrapresa[263]. I Veneziani la tentarono sotto la direzione di un generale cui avrebbesi piuttosto creduto dover combattere per l'opposta lega.

Il generale cui affidarono il comando delle loro armate fu quello stesso Roberto di Sanseverino, che meno di tre anni prima aveva con felice ardimento posto Lodovico il Moro alla testa della reggenza di Milano. Ossia che così grande servigio gl'ispirasse troppo grandi pretese, ossia che il Moro trovasse pesante ogni riconoscenza, Roberto di Sanseverino venne dichiarato ribelle con i suoi sette figli, tutti abili alle armi, il 27 gennajo del 1482. Egli occupava in allora il castel nuovo di Tortona, dal quale uscì con ottanta cavalieri e molta gente a piedi, e, facendosi strada a traverso ad una piccola armata milanese che veniva ad assediarlo, guadagnò le montagne di Genova, di dove si affrettò di passare a Venezia per offrire i suoi servigj ad una repubblica che faceva la guerra al suo ingrato amico[264].

Il Sanseverino seppe in questa difficile campagna sostenere la sua riputazione, sebbene la natura del terreno non gli permettesse nè rapide marce, nè battaglie, nè luminosi fatti. Per attaccare i Polesini adoperò a vicenda, a seconda del bisogno, i battelli e l'infanteria, ora formava trincee con fascine a traverso ai laghi del Tartaro tra Legnago e Rovigo, e così adoperando molti de' suoi capitani occuparono Mellaria, Trecento e Brigantino[265]; ora faceva su per le foci del Po rimontare piccole navi che non avevano bisogno di molto fondo, ed in tal modo Damiano Moro prese Adria, che saccheggiò con estrema crudeltà, uccidendo anche parte degli abitanti. I soldati della repubblica, lungo tempo accostumati alla guerra contro i Turchi, recavano in Italia le feroci abitudini che avevano contratte in Levante. Damiano Moro occupò ancora Comacchio, prendendo d'assalto i tre ridotti che il duca di Ferrara aveva innalzati sul Po alla Pelosella[266].

L'armata che la lega aveva mandata nel Ferrarese per difendere il duca Ercole, era comandata da Federico di Montefeltro, duca di Urbino; ma ossia che quest'illustre capitano fosse reso debole dall'età, oppure che cedesse alla superiorità del Sanseverino, parve che durante tutta la campagna rimanesse perdente. Del resto, sebbene numerose fossero le due armate, non si fecero agire da ambe le parti che corpi staccati per piccole spedizioni. Ogni corpo, separato da tutti gli altri da paludi o da canali e da' fiumi, sui quali l'arte non sapeva ancora con facilità gettar ponti, doveva dirigersi a norma delle proprie circostanze, e senza seguire un piano generale.

In questa guerra il ferro nemico era meno formidabile che il clima micidiale cui d'uopo era esporsi in mezzo ai pantani. Perciò spaventosa fu la mortalità de' soldati, de' contadini adoperati ne' lavori, ed ancora degli ufficiali di alto rango. I soli Veneziani perdettero tre supremi generali, Pietro Trivisani, Loredano e Damiano Moro. Assicurasi che le febbri pestilenziali avevano rapiti alle due armate più di venti mila uomini[267].

Lo stesso duca Ercole cadde gravemente ammalato nel momento in cui avrebbe avuto maggior bisogno di tutta la sua forza fisica e morale per difendersi. Frattanto la di lui sposa Eleonora d'Arragona supplì col suo coraggio a tutto quanto poteva operare il duca. Avrebbe voluto ravvivare lo zelo de' suoi sudditi per la casa d'Este con tutti i mezzi che potevano agire sull'immaginazione, e non trascurò nemmeno l'entusiasmo religioso. Fece venire da Bologna un eremita, il quale co' suoi sermoni incoraggiava il popolo a combattere come in una guerra sacra. Costui predicò otto volte di seguito innanzi ad un'assemblea sempre più numerosa; ma quando i Ferraresi cominciavano ad animarsi per i suoi sermoni, dichiarò che si disponeva a creare una flotta di dodici galeoni, che romperebbero l'armata veneziana occupata nell'assedio di Figheruolo. Tutta la città udì con istupore questa promessa; egli solo il buon eremita non dubitava d'avere il potere de' miracoli. Nel giorno stabilito spiegò dall'alto del suo pulpito dodici bandiere coperte di croci, sulle quali erano dipinti Gesù Cristo, la Vergine e quaranta santi. Scese in allora in mezzo alla sua greggia, si fece portare innanzi i suoi stendardi, ed uscì di città, accompagnato da tutto il popolo. Tenne la destra riva del Po per giugnere al campo della Stellata, di dove voleva indirizzare un sermone a Roberto di Sanseverino accampato sull'opposta sponda. Durante tutto il cammino aveva sempre cantate orazioni ed antifone alle quali rispondeva il popolo. Federico d'Urbino, vedendo giugnere questa strana processione, si fece a ridere, e conobbe che niuno utile partito poteva cavarsi da un uomo più d'ogni altro acciecato dalla sua credula superstizione. «Mio padre, gli disse, i Veneziani non sono invasi dal demonio; invece di esorcizzarli, tornatevene a Ferrara, e dite a madama Eleonora, che per iscacciare i suoi nemici abbiamo bisogno di danaro, d'artiglieria e di uomini, e non di preghiere.» L'eremita tornò a Ferrara a capo chino colle sue bandiere[268]. Frattanto Figheruolo fu preso il 29 giugno dopo cinquanta giorni d'assedio[269]. Vennero ancora in mano de' nemici Lendenara e la Badia, ed all'ultimo, il 17 agosto, anche Rovigo, capitale del Polesine ed antico patrimonio della casa d'Este[270].

Frattanto il duca di Calabria era entrato nello stato romano coll'armata napolitana che voleva condurre a Ferrara. Il papa gli aveva da principio opposto Girolamo Riario, nominato gonfaloniere della Chiesa; ma non si fidando pienamente della capacità del nipote, aveva chiesto ai Veneziani e da loro ottenuto Roberto Malatesta, che, venuto a portargli un rinforzo di due mila quattrocento cavalli, prese il comando di tutta l'armata. Il Malatesta godeva opinione di essere uno de' migliori capitani del secolo, e costrinse il duca di Calabria ad accettare la battaglia il 21 agosto a Campo Morto presso Velletri. Teneva nella sua armata Gian-Giacomo Piccinino, figlio di quel Piccinino che Ferdinando aveva con tutta perfidia fatto perire; lo chiamò alla testa delle sue truppe: gli disse essere venuto il momento di vendicare la morte di suo padre, ucciso a tradimento dal suo nemico; e gli affidò nello stesso tempo il comando dell'ala destra, che doveva entrare per la prima in battaglia contro i Napolitani. Il valore e lo sdegno del Piccinino e de' soldati di suo padre, che aveva sotto le sue insegne, contribuirono potentemente alla vittoria[271]. Fu per altro vivamente contrastata; si pugnò da ambo le parti con un accanimento poco comune nelle guerre d'Italia, e più di mille rimasero sul campo di battaglia, ragguardevolissimo numero per piccole armate, e per combattenti coperti di ferro. Finalmente i Napolitani furono rotti; il duca di Calabria fu salvato dai Turchi che aveva presi al suo soldo ad Otranto, e che per lui combattevano valorosamente; ma Roberto Malatesta gli fece moltissimi prigionieri, tra i quali si trovarono trecento sessanta gentiluomini[272]. Alcune compagnie di Turchi furono pure avviluppate e deposero le armi; ma le riebbero poscia dallo stesso papa; e furono impiegate a Roma per contenere il popolo in occasione di feste e di ceremonie pubbliche; nè pare che siasi pur cercato di convertirle[273]. Dopo la vittoria di Campo Morto molti castelli dei Colonna, dove i Napolitani avevano guarnigioni, furono ripresi dalla armata della Chiesa; ma non fu permesso al Malatesta di approfittare lungo tempo de' suoi vantaggi: richiamato a Roma, vi morì il 10 o l'11 di settembre, meno di un mese dopo la sua vittoria, non senza violenti sospetti che fosse stato avvelenato da Girolamo Riario. Questo conte e tutta la corte di Roma non dissimularono la loro gioja per tale morte. Veruna ricompensa, soleva dire il Riario, sarebbe bastata all'ambizione di Roberto, e coloro cui aveva renduto così importante servigio avrebbero dovuto sopportare il peso della sua arroganza. Per altro gli fu innalzata in Roma una statua di bronzo col motto di Cesare per iscrizione: veni, vidi, vici. Ma in pari tempo Girolamo Riario si accostò a Rimini per togliere quella città alla casa Malatesta. Roberto, che aveva quarant'anni quando morì, non aveva avuto prole da sua moglie, figlia di Federico, duca d'Urbino. Lasciava soltanto un figliuolo naturale, Pandolfo, che destinava suo successore, in conformità del diritto di successione ammesso nella sua famiglia, ove l'eredità era quasi sempre stata trasmessa di bastardo in bastardo. Morendo, confidò questo figlio alla protezione di suo suocero, il duca d'Urbino, sebbene questi comandasse l'armata nemica. Ma per una singolare fatalità il duca d'Urbino moriva lo stesso giorno a Ferrara, raccomandando a suo genero la difesa della sua famiglia, e l'amicizia di suo figliuolo Guid'Ubaldo, nominato suo successore. La moglie di Roberto ricevette nello stesso tempo a Rimini la notizia della morte del padre e del marito, e trovò ne' Fiorentini, contro de' quali questo marito aveva ultimamente combattuto, protezione contro la Chiesa per la quale Roberto aveva trionfato[274].

Tutto sembrava riuscire prosperamente alla lega del papa e de' Veneziani, perciocchè mentre che il duca di Calabria era battuto a Campo Morto, Roberto di Sanseverino aveva passato il Po presso Ferrara; aveva fortificato il ponte gettato sul fiume, e si era impadronito del barco che Borso d'Este aveva formato e circondato di mura in distanza di un miglio dalla capitale. Questo ricinto, con amenissimi boschetti, con canali e getti d'acqua, e riempito di bestie selvatiche, era stato guastato dai nemici. Tra questo ed il ponte aveva il Sanseverino innalzato un fortino i di cui bastioni e rivellini erano circondati di fosse, di modo che gli assalitori erano protetti nelle loro scorrerie fino alle porte della città da una fortezza[275]. I Fiorentini, scoraggiati da così infelici avvenimenti, parevano disposti a ritirarsi dalla lega: e Costanzo Sforza, ch'essi avevano chiamato per essere loro generale, non aveva mai potuto ridursi ad uscire dalle mura di Pesaro[276]. Ma mentre che i Veneziani vedevansi vicini a dividere le loro conquiste, il papa aveva di già intavolato un segreto trattato con Ferdinando, e mandatogli perciò il 14 d'ottobre a Napoli il cardinale di san Pietro ad vincula. Pare che Sisto IV si fosse adombrato dell'ingrandimento de' Veneziani ai confini dello stato della Chiesa, che si avvedesse che la loro ambizione non rispetterebbe lungamente il trattato di divisione, ed è probabile che Girolamo Riario avesse di già provato dal canto loro qualche mortificazione. Per lo meno questi mostrossi dispostissimo a distruggere l'opera fin allora promossa con tanto ardore. Le due armate intesero con eguale sorpresa che il 28 di novembre era stata conchiusa una tregua tra il papa e Ferdinando, cui tenne dietro bentosto una pace sottoscritta il 12 di dicembre nella stessa camera del papa. Questo trattato guarentiva lo stato del duca di Ferrara, la restituzione di tutte le conquiste reciprocamente fatte, una alleanza per vent'anni tra le parti contraenti, alleanza nella quale sarebbero ammessi i medesimi Veneziani, purchè vi acconsentissero avanti il termine di trenta giorni, e per ultimo un annuo sussidio di quaranta mila ducati, da pagarsi in comune a Girolamo Riario a titolo di soldo. Le differenze tra i Fiorentini ed il papa venivano poste in arbitrio degli ambasciatori di Spagna[277].

Nella conchiusione delle condizioni di questa nuova alleanza, Sisto IV mostrò lo stesso calore che aveva mostrato nella precedente. Scrisse subito al doge di Venezia per intimargli di accettare la pacificazione d'Italia, di restituire le conquiste, e di astenersi dal tormentare più oltre la città di Ferrara, dipendente dall'alto dominio della santa sede, la quale Sisto prendeva sotto la speciale sua protezione[278]. Scrisse in pari tempo al duca di Ferrara per accertarlo della sincerità della sua riconciliazione, ai Ferraresi per esortarli ad una vigorosa difesa, ai Bolognesi ed a Giovanni Bentivoglio per incoraggiarli a sostenere la casa d'Este[279]. Prima che potesse aver avuto riscontro dal senato di Venezia, permise al duca di Calabria di attraversare il territorio della Chiesa per passare a Ferrara, e lasciò che Virginio Orsini ed altri capitani dell'armata della Chiesa, che partirono da Roma il 30 dicembre, entrassero al di lui servigio[280]. Finalmente il 10 gennajo del 1483 addirizzò all'imperatore ed a tutti i principi d'Europa una specie di manifesto contro i Veneziani, accusandoli di colpevole ostinazione nel continuare la guerra, promettendo di punirli con tutte le pene ecclesiastiche di sua facoltà, come infatti il 10 giugno seguente fulminò la scomunica contro i capi della repubblica, ed interdisse tutto il territorio[281].

La maraviglia de' Veneziani non fu minore della loro indignazione, vedendo dal papa punita come un delitto la guerra cui erano stati da lui medesimo incoraggiati, e ch'egli aveva con loro fin all'ultimo sostenuta. Richiamarono da Roma il loro ambasciatore, Francesco Diedo, e si apparecchiarono a far testa anche soli a tutta l'Italia[282].

L'ultimo giorno di febbrajo erasi adunato in Cremona un congresso de' nemici di Venezia sotto la presidenza di Francesco Gonzaga, signore di Mantova e legato del papa. Trovaronsi colà il duca di Calabria, il duca di Ferrara, Lodovico Sforza il Moro, reggente di Milano, con due dei suoi fratelli, Lorenzo de' Medici, Giovanni Bentivoglio, il marchese di Mantova, Gian Jacopo Trivulzio e molti altri capitani di minor conto[283]. Erasi proposto d'invadere nello stesso tempo i dominj della repubblica dalla banda del Milanese, del Mantovano e della Romagna. Ma di quei tempi era, per così dire, ammesso nel diritto pubblico di poter fare la guerra per conto de' suoi alleati, senza prendervi parte in nome proprio; e nè il duca di Milano, nè il marchese di Mantova vollero tra i primi dichiararsi direttamente nemici dei Veneziani, di modo che la dieta si sciolse senza aver niente conchiuso. Questa riserva per altro non impedì che la guerra si stendesse ancora ai confini che si erano voluto preservare. Roberto di Sanseverino entrò nel Milanese il 12 di luglio, sperando di ravvivare lo zelo de' partigiani della duchessa Bona. Lodovico il Moro fece a vicenda guastare i territori di Bergamo e di Brescia; ma nè l'una, nè l'altra spedizione ebbero importanti risultamenti[284].

Questa guerra, cui vedevansi prender parte le prime potenze d'Italia, era da ambidue le parti così mollemente trattata, e con una tale viltà, che forma un sorprendente contrapposto colle guerre che i Francesi dovevano tra poco portare in Italia. Non ebbero luogo nè battaglie generali, nè assedj di città; attaccavansi soltanto deboli castelli, ed accadeva qualche leggiere scaramuccia tra piccoli corpi. Le due armate chiudevansi ne' loro trinceramenti poco distanti gli uni dagli altri, si minacciavano senza mai venire alle mani, e si assoggettavano nel proprio campo alla mortalità, inevitabile conseguenza del clima mal sano delle foci del Po, senza esporsi ad onorata morte in battaglia. Il popolo di Ferrara, oppresso dagli alloggi de' soldati, dalle contribuzioni, dai saccheggi, omai più non si mostrava disposto a nuovi sagrificj per la casa d'Este, sebbene niuna cosa annunciasse il fine d'una guerra che non era illustrata da verun fatto glorioso. Il duca di Calabria aveva saccheggiato il territorio di Brescia, ed i Milanesi quello di Bergamo; il marchese di Mantova aveva presa Asola, castello sul fiume Chiesa che un tempo appartenne ai suoi antenati. Nello stato di Parma, i Rossi, più non potendo resistere alle superiori forze mandate contro di loro, si erano ritirati verso le montagne di Genova: di là erano passati a Venezia, e quel senato, per indennizzarli dei feudi che avevano perduto, aveva loro assegnato un grosso soldo. Ma questi piccoli vantaggi della lega, che prendeva il titolo di santa perchè aveva alla testa il papa, non arrecavano sollievo al duca di Ferrara. Il nemico stava costantemente accampato alle porte della sua capitale, ed i suoi sudditi erano stati due anni consecutivi privati di ogni raccolto. Per altro il Sanseverino non aveva mai osato di aprire le sue batterie contro le mura della città; come il duca di Calabria, con un'armata più forte, non aveva saputo, nè costringere i Veneziani ad una battaglia per far loro levare l'assedio, nè attaccare il ridotto innalzato tra il parco ed il fiume. Mancavano in allora all'arte della guerra i mezzi di giugnere ad operazioni decisive; non si attaccavano che i luoghi non difesi, e non sapevasi sforzare il nemico a venire a battaglia, nè aprire le mura di una piazza in cui si chiudeva[285].

In Toscana trattavasi la guerra ancora più mollemente e più vilmente. I Fiorentini non avevano verun altro nemico che Agostino Fregoso, nuovo signore di Sarzana, che i Genovesi stessi non ajutavano scopertamente. Ragguardevole era l'armata destinata contro di lui, e tale da poter prendere Sarzana dopo un breve assedio; pure non lo intraprese, e si limitò a meschine scaramucce[286]. I Sienesi si erano alleati ai Fiorentini, e non avevano altri nemici che i loro emigrati, i quali si erano chiusi in Monte Reggioni, ove tentarono invano di forzarli[287]. Sarebbesi detto che i soldati altro mezzo più non conoscevano per entrare in una piazza che quello di aspettare pazientemente l'istante in cui piacerebbe al nemico di uscirne.

Cotale maniera di guerreggiare dovette parere assai strana a Renato II, duca di Lorena, che i Veneziani chiamarono quest'anno in Italia per prendere il comando della loro armata. Il loro trattato con questo pretendente al regno di Napoli, ch'essi volevano contrapporre a Ferdinando, fu stipulato il 30 aprile, o secondo altri il 9 maggio del 1483. Renato obbligavasi di condurre mille cinquecento cavalli, e mille pedoni, e gli era stato promesso il soldo di diciassette ducati e mezzo al mese per ogni lancia, formata secondo l'uso francese di sei uomini a cavallo. Vi si era aggiunta una gratificazione di dieci mila ducati all'anno per la tavola del principe[288]. Rinaldo non arrivò a Venezia che assai tardi e con molta difficoltà. Il papa, informato della sua venuta, aveva minacciata la scomunica a tutti i principi della Germania che gli accorderebbero il passaggio, onde il Lorenese fu costretto di entrare lungo la strada in varj negoziati, e di abbandonare spesse volte la via più breve. Era da poco giunto nel campo veneziano, ed appena aveva avuto il tempo di studiare questo sistema di guerreggiare, tanto diverso dal suo, quando ebbe notizia della morte di Lodovico XI re di Francia, accaduta il 30 agosto del 1483. Siccome questo monarca aveva cercato di togliergli la successione della casa d'Angiò, ordinando ingiusti testamenti al suo avo ed al suo prozio, Renato tornò subito ne' suoi stati, per tentar di ricuperare, durante la minorità di Carlo VIII, ciò che gli aveva fatto perdere la politica di Lodovico XI[289].

Un'altra guerra sostenevasi con maggior vigore dalla repubblica di Venezia, ed era quella che facevagli il papa coi fulmini della Chiesa. Sisto IV aveva pubblicato il 24 maggio, giorno della Pentecoste, una bolla contro Venezia, per la quale ordinava a tutti i religiosi di uscire tre dì dopo da questa città scomunicata. Il consiglio dei dieci, avutone avviso, fece tenere d'occhio tutti coloro che giugnevano da Roma, per sorprendere questa bolla nelle loro mani. Pose sotto la responsabilità de' parrochi tutte le carte che potrebbero trovarsi alle porte delle loro chiese, ed ordinò al patriarca ed a tutti gli ecclesiastici veneziani di mandare, senza aprirle, agl'inquisitori di stato qualunque bolla fosse loro diretta dalla santa sede. Quest'ordine fu scrupolosamente eseguito, e la scomunica non dissuggellata fu mandata al consiglio dei dieci dal patriarca, senza che verun Veneziano ne avesse contezza[290]. Il consiglio ordinò a tutti i cardinali e prelati dipendenti dalla signoria, sotto pena di confisca de' loro beneficj, di adunarsi a Venezia il 15 di luglio in concilio provinciale. Nello stesso tempo mandò a Girolamo Lando, patriarca titolare di Costantinopoli, un appello al futuro concilio della sentenza di scomunica. Il patriarca, ammettendo l'appello, sospese l'interdetto, e mandò allo stesso papa una citazione al futuro concilio. Si trovarono persone abbastanza coraggiose per affiggere questa citazione sul ponte sant'Angelo, ed alle porte del Vaticano e della Rotonda. Per altro quest'ardimento costò la vita alle guardie notturne, che il papa fece appiccare per avere mancato di vigilanza[291]. Tutti i preti veneziani, che si trovavano a Roma, furono chiamati, sotto comminatoria di perdere i loro beneficj; ed il papa oppose a quest'ordine un editto, in forza del quale i prelati ed i preti che abbandonassero Roma, potrebbero essere venduti come schiavi[292].

Questa violenta lotta col capo della Chiesa non recava verun biasimo ai Veneziani, perciocchè l'impetuoso carattere di Sisto IV, le sue ingiustizie, la sua cieca tenerezza per Girolamo Riario, che tutta l'Italia risguardava per suo figliuolo, e figliuolo nato da un incesto, avevano distrutto ogni rispetto dei popoli per la tiara. Qualunque genere di scandalo infamava la sua condotta; vedevasi sempre circondato da giovani favoriti, che altro merito non avevano che quello dell'avvenenza, ed a cui egli prodigava i tesori della Chiesa. Questo stesso anno, il 19 novembre 1483, offese tutto il sacro collegio, accordando il vescovado di Parma ed il cappello cardinalizio ad un giovanetto che non giugneva ai vent'anni, e che, uscito di bassa condizione, era prima stato paggio del conte Girolamo, in appresso cameriere del cardinale di san Vitale. Sisto IV, sorpreso dalla sua bellezza, lo volle per suo prelato di camera, accumulò sopra di lui i più ricchi beneficj, lo creò castellano di Sant'Angelo, ed all'ultimo gli conferì la porpora. Pure si trovò che questo Giacomo di Parma era un giovane di buon carattere, ed assai costumato, e che altro difetto non aveva che di essere sommamente ignorante[293].

Nel 1484 i guasti della guerra si estesero sopra nuove province: i Veneziani vollero farne sentire il peso a Ferdinando, che nulla fin allora aveva sofferto, armarono una flotta di trent'una galere, di cui diedero il comando a Giacomo Marcello, e la mandarono nel golfo di Taranto, ove attaccò Gallipoli. Questo ammiraglio fu ucciso verso la fine di maggio in un assalto che diede alla piazza, la quale capitolò lo stesso giorno col di lui successore, Domenico Malipieri. Questi diligentemente fortificò la nuova conquista, soggiogò in appresso le piccole città ed i castelli del vicinato, ed in giugno occupò inoltre Policastro e Cero nella Calabria. I suoi soldati, accostumati alla guerra dei Turchi, trattavano con orribile barbarie i paesi che saccheggiavano, e non pertanto davano infinita pena a Ferdinando, il quale conosceva il malcontento de' suoi baroni, e sempre temeva di vederli uniti agli stranieri per sottrarsi alla sua autorità[294].

Nello stesso tempo facevasi la guerra nello stato di Roma con estremo furore. Da un canto Niccolò Vitelli, abbandonato dai Fiorentini, era stato cacciato da Città di Castello, e rimesso in suo luogo Lorenzo Giustini; dall'altro canto Sisto IV e Girolamo Riario avevano perseguitati i Colonna con un accanimento non appoggiato a verun motivo politico. Il Riario rifiutò tutte le offerte di accomodamento fattegli da que' potenti signori; e quando gli proposero di porre in mano del papa tutte le loro fortezze, il Riario ripose, che non voleva entrarvi che per una breccia che avrebbe aperta col suo cannone. Alcuni scrittori di un'epoca posteriore supposero questa guerra cagionata dal possesso del contado di Tagliacozzo, che la casa Orsini riclamava dalla casa Colonna[295]; ma di ciò non trovasi cenno nelle memorie di quel tempo, e tutto fa travedere nella condotta del Riario un personale risentimento. Durante la state la metà de' palazzi di Roma vennero lordati da frequenti assassinj; il papa fece bruciare molte contrade per essergli sospetti alcuni de' loro abitanti. Il palazzo del protonotaro, Luigi Colonna, e quello del cardinale della stessa famiglia, furono per suo ordine inceneriti. Il protonotaro, arrestato nel primo, non erasi arreso che sulla fede di Virginio Orsini; e Virginio, conducendolo in prigione, potè a stento impedire a Girolamo Riario che non l'uccidesse. Niuna confessione poteva da lui esigersi, perciocchè tutta la sua condotta era palese; pure il papa ordinò che si assoggettasse alla tortura, soltanto per rendere il suo supplicio più crudele; e questa tortura fu talmente atroce, che quando ne fu staccato, si trovò moribondo, e gli fu tagliata la testa. Intanto la Cava, Marino e gli altri feudi di casa Colonna furono conquistati da Girolamo Riario[296].

In Lombardia la guerra non faceva verun progresso; la lega, avendo assai più cavalleria che non i nemici, ne approfittava per guastare i territorj di Bergamo, di Brescia e di Verona, fino alle porte di queste tre città[297]. Ma non pareva che tali operazioni potessero giovare alla liberazione del duca di Ferrara, e questi, spossato dal soggiorno nel suo stato di tante armate, bramava la pace a qualunque condizione. La lega, che si era formata senza sufficienti motivi, trovavasi divisa da mille diversi interessi, ed era facile il prevederne il prossimo scioglimento. Il papa in tutte le sue guerre non aveva altra mira che l'ingrandimento di Girolamo Riario; meditava allora nuovi progetti sulla Romagna, e voleva assicurare al prediletto suo figlio l'eredità di Roberto Malatesta, e quella di Costanzo Sforza, morti l'uno e l'altro al suo servigio. Il secondo era stato rapito da una malattia il 17 luglio del 1483, e suo figlio Giovanni, erede del principato di Pesaro, era tuttavia fanciullo[298]. Ma questo possedimento non poteva essere assicurato al Riario che dal consentimento de' Veneziani e de' Fiorentini; e Sisto IV, che lo sentiva, entrò con loro in segrete negoziazioni, per fare una pace a sè solo vantaggiosa.

Dall'altro canto il duca di Calabria aveva potuto vedere chiaramente, dopo che la guerra di Ferrara lo aveva chiamato in Lombardia, che Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano, cui da lungo tempo era stata promessa in matrimonio la sua figlia, non aveva veruna parte nel governo del proprio ducato, sebbene non gli mancasse l'età, mentre che l'ambizioso Lodovico il Moro, zio di questo duca, si arrogava solo tutta l'autorità. Alfonso ne aveva con qualche vivacità manifestato il proprio malcontento allo stesso Moro, il quale, avendo perciò concepito una segreta diffidenza verso il suo alleato, cercava di ravvicinarsi ai Veneziani[299]. D'altra parte i Fiorentini, che da lunga tempo contribuivano alla guerra, non potevano sperarne vantaggio, e non vi avevano verun reale interesse. Mentre si esaurivano di gente e di danaro per mantenere una lontana armata, si acconsentiva che fossero oppressi dalle truppe che occupavano Sarzana, non permettendosi loro di richiamare in Toscana il conte di Pitigliano, quello dei loro capitani in cui più fidavano, e venivano in ogni cosa sagrificati ai loro alleati. Per tal modo più non restava tra i coalizzati un interesse comune, e tutti erano disposti a separarsi gli uni dagli altri. Teneva tuttavia unita questa lega il marchese Federico di Mantova per la considerazione che gli dava la sua età ed i suoi talenti; ma questi morì il 15 di luglio, ed il maggiore de' suoi figli, Giovanni Francesco II, che gli successe, non aveva che diciott'anni[300].

I Veneziani, sebbene più deboli dei loro alleati, avevano il vantaggio grandissimo di far muovere a voglia loro tutte le proprie forze; inoltre avevano l'altro di avere alla testa delle loro armate Roberto di Sanseverino, che si dava a conoscere non meno esperto politico, che valoroso generale. Roberto, abbandonando le negoziazioni intavolate col conte Riario, s'accostò a Lodovico il Moro, che risguardava come assai più potente[301]. Le sue relazioni col Moro cagionarono da principio non leggiere sospetto alla signoria, onde il doge propose al consiglio dei dieci di far arrestare il Sanseverino. Ma bentosto questo generale diede a vedere d'aver saputo ben conoscere i veri interessi della repubblica ed i proprj. Un'assemblea, tenutasi a Bagnolo il 7 agosto, conobbe gli articoli ch'egli aveva convenuti con Lodovico il Moro, e gli accettò lo stesso giorno. Invano il legato del papa e Girolamo Riario vollero intorbidare la negoziazione, perchè non conteneva a favore del figlio di Sisto IV veruno de' vantaggi che gli erano stati precedentemente promessi; invano dichiararono, che la signoria, dopo avere separatamente offesi tutti i confederati, l'aveva finalmente presa contro lo stesso Dio, allorchè aveva sprezzate le ammonizioni e gl'interdetti del papa e confiscati i beneficj ecclesiastici. Con tale condotta, soggiugnevano, erasi renduta per sempre indegna di ottenere la pace[302]. Gli altri confederati non vollero più oltre continuare le ostilità, da cui non isperavano verun vantaggio, e, malgrado gli ottenuti successi, acconsentirono che i Veneziani guadagnassero assai più colla pace, che non avrebbero potuto perdere continuando la guerra.

In forza del trattato di Bagnolo il duca Ercole d'Este fu obbligato a ristabilire la repubblica di Venezia in tutte le prerogative che aveva precedentemente esercitate in Ferrara e nel suo distretto, ed a cederle il Polesine e tutto il territorio di Rovigo. Le altre conquiste che i Veneziani avevano fatte nel territorio del duca di Ferrara dovevano essergli rendute entro dodici giorni dopo la soscrizione della pace. Dal canto loro il duca di Milano ed il marchese di Mantova dovevano rendere ai Veneziani tutte le terre da loro occupate ne' dominj della repubblica. Le città che i Veneziani tenevano nel regno di Napoli dovevano essere riconsegnate a Ferdinando entro un mese, e questi in compenso doveva render loro tutti i privilegj mercantili di cui godevano ne' suoi stati. Tutte le parti contraenti obbligavansi in ultimo a prendere parte in una lega comune per difesa de' loro rispettivi stati, Roberto di Sanseverino era dichiarato capitano generale di questa lega; per tale titolo doveva ricevere un soldo di cento quaranta mila ducati, de' quali cinquanta mila dovevano pagarsi dal duca di Milano, altrettanti dalla repubblica di Venezia, e gli altri quaranta mila dal papa, dal re di Napoli, dai Fiorentini e dal duca di Ferrara[303].

I più deboli potentati d'Italia trovaronsi da questo trattato sagrificati ai più forti: il duca di Ferrara doveva rinunciare alle province che formavano l'antico patrimonio della famiglia d'Este, e sulle quali i Veneziani mai non avevano avuto alcun titolo; onde non senza estrema ripugnanza si assoggettò a così dura condizione[304]. I Rossi, conti di san Secondo, nello stato di Parma, che i Veneziani avevano consigliati a prendere le armi contro il duca di Milano, si trovarono spogliati di tutti i loro feudi. Il marchese di Mantova non aveva preso parte alla lega che per ricuperare Asola e gli altri castelli che gli erano stati tolti dai Veneziani; ma dopo essersene impadronito, era forzato a restituirli[305]. Nè in questo trattato di pace i Fiorentini erano meglio trattati di quel che lo fossero stati durante la guerra. Nulla veniva stipulato a loro favore, e nè pure la restituzione di Sarzana. Non pertanto il più scontento di tutti era il papa; aveva lungamente sperato d'arricchire il figliuolo o colle spoglie del duca di Ferrara, o con quelle dei Veneziani; si era in ultimo ridotto a fargli assicurare i piccoli principati della Romagna, che punto non dubitava che non venissero sagrificati alla sua ambizione; sperava in particolare che Girolamo Riario ottenesse il rango che si era fatto dare il Sanseverino, di generale della lega; e questo rango e questo soldo dovevano indenizzarlo delle pretese cui era forzato di rinunciare.

La notizia di una pace, che tanto male corrispondeva ai suoi ambiziosi progetti, fa un colpo di fulmine per questo turbolento pontefice. Da qualche tempo era tormentato dai dolori della gotta, che poi lo presero al petto. Gli ambasciatori, che portavano le condizioni della pace di Bagnolo, vennero introdotti all'udienza del pontefice la sera di mercoledì 12 agosto. Dopo aver udita la lettura del trattato, si dolse che le condizioni erano meno vantaggiose di quelle che gli erano state offerte dai nemici. «Questa, che voi mi annunciate, disse loro, è una pace di vergogna e d'ignominia, piena di confusione e di obbrobrio, e che coll'andar del tempo sarà più cagione di male che di bene. Io non posso, miei figli, nè approvarla, ne benedirla[306].» Gli ambasciatori accorgendosi, che il vecchio, afflitto da questa notizia, andava perdendo le forze, che oppresso dall'angoscia pareva aver la lingua imbarazzata, gli dissero che speravano di trovare altra volta sua santità più tranquilla, ma che intanto lo pregavano di benedire una pace che più non poteva mutarsi. Il papa, svolgendo allora a stento la sua mano gottosa dalla fascia che la sosteneva, fece un movimento che gli uni presero per un rifiuto, gli altri per una benedizione degli ambasciatori o della pace medesima. Ma egli più non parlò, e morì nella susseguente notte del giovedì 13 agosto, poco dopo la mezza notte; mal soffrendo di lasciare in pace quell'Italia, che in tempo del suo regno aveva costantemente tenuta in guerra[307].

CAPITOLO LXXXIX.

Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso, doge di Genova. — I Fiorentini conquistano Sarzana. — Anarchia e pacificazione di Siena. — Congiure contro Girolamo Riario e contro Galeotto Manfredi.

1484 = 1488.

La costituzione politica della Chiesa romana non era fondata sopra basi incontestabili. I diritti e le prerogative del papa, dei cardinali, dei vescovi non avevano limiti abbastanza determinati per impedire ogni conflitto di giurisdizione. Pure questa costituzione nel suo totale era quella d'una monarchia temperata e non di uno stato dispotico. L'autorità del papa era bilanciata non solo da quella de' concilj, stati generali della Chiesa, che si adunavano assai di rado, ma ancora da quello dei cardinali il di cui collegio permanente doveva irrevocabilmente essere il consiglio de' pontefici, di modo che supponevasi concorrere a tutte le loro importanti determinazioni. Il papa sempre li chiamava suoi fratelli; aggiungeva sempre in tutte le bolle, talvolta ancora senz'averli consultati, la formola, col parere de' nostri fratelli, onde dare a tutto quanto egli ordinava l'autorità del sacro collegio.

Ma alla fine del decimoquinto secolo, quando la successiva elezione di molti pontefici, macchiati di vergognosi vizj, recò danno all'opinione della santa sede, e fu in ultimo cagione della rivoluzione che si vide scoppiare in principio del secolo decimosesto, la Chiesa potè riconoscere che i reciproci diritti de' suoi rappresentanti non erano bastantemente stabiliti, o equilibrati con sufficiente saviezza. Non erasi mai più vivamente sentito che sotto Sisto IV il bisogno di porre limiti all'autorità del pontefice con quella de' cardinali; mai non si era fatta più lunga prova di quanto l'influenza di un cattivo pontefice sopra il sacro collegio diventava irresistibile qualunque volta voleva impiegare tutti i mezzi dell'intrigo e della seduzione. Poteva a voglia sua accrescere il numero de' suoi consiglieri, e per tal modo guadagnarsi sempre la pluralità de' suffragj; disponeva egli solo di tutte le grazie ecclesiastiche, e tutti coloro che non erano superiori alla allettatrice seduzione delle ricchezze, degli onori, erano bentosto a lui favorevoli. Finalmente poteva ancora valersi della violenza; ed i cardinali, non essendo al coperto dalle sue vendette, erano stati più volte scomunicati, imprigionati, assoggettati alla tortura, mandati ancora sul patibolo in forza di ordini arbitrarj, soltanto per aver voluto difendere la libertà del collegio; l'idea della sovranità del papa erasi in modo confusa con quella della autorità della Chiesa, che alcuni teologi con piena buona fede giustificavano in seguito tali violenze, ed affermavano come massima incontrastabile che veruna opposizione, neppure quella dell'intero corpo dei cardinali, era legittima contro una volontà qualunque del papa.

Pure questo sovrano pontefice, che su tutti i cardinali esercitava una così illimitata autorità, era ancor esso loro creatura. S'egli nominava, durante il suo regno, i cardinali, essi a vicenda nominavano il suo successore: e perchè d'ordinario non si giugneva alla tiara che in età avanzata, le elezioni del sovrano erano più frequenti che in qualunque altra monarchia elettiva: altronde la podestà pontificia poteva essere spesse volte indebolita dalle infermità, dalla vecchiaja mentre il senato de' cardinali, in gran parte composto d'uomini versati negli affari e negl'intrighi, riuniva le qualità proprie delle aristocrazie, la costanza, la saviezza, l'esperienza e lo spirito di corporazione. Ad ogni vacanza della santa sede, il conclave, prima di nominare il nuovo pontefice, non ommetteva mai di prescrivere limiti alla sua potenza, di correggere gli abusi con nuove leggi, d'imporre condizioni ai candidati, ratificandole con giuramento. Tenendo press'a poco la medesima pratica era stata colle capitolazioni ristretta l'autorità degl'imperatori di Germania, e nello stesso modo i correttori della promission ducale avevano annientate le prerogative dei dogi di Venezia. Ogni vacanza del trono di Polonia era sempre stata contraddistinta da alcune conquiste della nobiltà sui re; e siccome i cardinali rinnovavano i loro tentativi colla medesima costanza, ma più frequentemente; e siccome coloro che, essendo più riputati nel cristianesimo, godevano miglior concetto di virtù e di santità, erano altresì quelli che davano maggiore importanza ai privilegi del loro capo ed alla libertà della Chiesa, doveva credersi che il governo della corte di Roma fosse per diventare assolutamente aristocratico.

Ma i limiti dell'autorità reale venivano garantiti coi giuramenti dei re; e si dovette riconoscere senza dubbio con istupore che questo atto religioso non conservava veruna efficacia sui preti[308]. Una delle prerogative che i papi si erano attribuite, e che diffendevano con maggiore ostinazione era quella di sciogliere i fedeli dagl'imprudenti giuramenti; e forse, in una religione che ammette voti eterni, era necessario che vi fosse nella Chiesa un'autorità che potesse dispensarli. Il papa aveva ricevuto in nome di Dio gli obblighi assunti sotto il giuramento verso la sua Chiesa, ed egli solo, e giudice e parte, poteva dispensarsi.

Bentosto suppose di avere ancora il diritto di sciogliere i giuramenti che legano gli uomini tra di loro, e fu veduto rompere di propria autorità tutti i patti e le alleanze, i giuramenti di fedeltà dei sudditi verso i sovrani, ed i giuramenti di guarentigia dei sovrani verso i sudditi. In forza di questo diritto, ch'egli pretendeva inerente alla sua sede, si dispensò egli stesso il primo da tutto quanto aveva promesso. Quanto più i conclavi furono zelanti nel decimoquinto secolo di volere da cadaun membro del sacro collegio il giuramento d'osservare i patti convenuti qualunque volta dallo Spirito Santo venisse prescelto, altrettanto i papi furono più costanti nell'annullare colla loro suprema autorità i giuramenti emessi come cardinali, sebbene non si fosse ommesso di farglieli rinnovare nell'istante della loro coronazione. Fino nel 1353 Innocenzo VI aveva stabilito con una costituzione lo scandaloso principio, che veruna promessa, verun giuramento, emesso prima di essere papa, poteva limitare l'autorità pontificia, perchè i cardinali, quando la Chiesa era priva del suo pastore, altra autorità non avevano che quella di crearne un nuovo. Questo principio viene rappresentato come una delle invariabili leggi della Chiesa dal suo annalista[309], che scriveva nel diciassettesimo secolo; desso è in vigore anche al presente.

Questa sottigliezza, che faceva perdere di mira i doveri di quello che aveva emesso il giuramento, per mostrare i limiti dei diritti di coloro che lo avevano imposto, non aveva per altro potuto fare ammettere senza opposizione, nemmeno in sul declinare del decimoquinto secolo e nella totale depravazione in cui era caduta la corte di Roma, l'immorale principio che autorizzava lo spergiuro del capo della religione. I prelati i più distinti pei loro lumi, la loro pietà ed i loro costumi, eransi altamente dichiarati contro tanto scandalo. Giacomo Ammanati, cardinale di Pavia, Bessarione, cardinale di Nizza, Giovanni Carvajale, cardinale spagnuolo, avevano costantemente riclamati i giuramenti emessi da Paolo II avanti di esser papa; e l'ultimo erasi immortalato agli occhi della Chiesa colla sua coraggiosa irremovibile opposizione alla costituzione, che doveva annullarli[310].

Ma il senato de' cardinali partecipava ai vizj di colui che solo aveva l'autorità di nominarne i membri; bisognava veramente che Paolo II e Sisto IV avessero riempito il sacro collegio di loro creature, perchè si potessero in seguito vedere elezioni come quelle d'Innocenzo VIII e di Alessandro VI. Se il poco scrupoloso conclave, che si adunò dopo la morte di Sisto IV, volle ancor esso imporre condizioni al papa che stava per eleggere, lo fece piuttosto per provvedere ai proprj personali interessi che a quelli della Chiesa. I cardinali pretesero prima d'ogni altra cosa l'accrescimento delle loro proprie entrate. Veruno di loro non doveva avere meno di quattro mila fiorini d'entrata, la qual somma doveva essere loro completata dalla camera apostolica, se i loro beneficj non vi ammontavano. Chiedevano inoltre che niuno di loro non potesse essere percosso da censure, da scomunica, o da giudizio criminale, se la sentenza che li condannava non veniva sanzionata dai due terzi delle voci del loro sacro collegio. Una clausola ancora più importante fu quella con cui limitarono il loro numero a ventiquattro. Il futuro pontefice non doveva fare veruna promozione, finchè non si trovassero ridotti al di sotto di questo numero; non poteva dare il cappello a chi non avesse almeno compiuti i trent'anni; non poteva nominare che un solo cardinale nella propria famiglia; tutti coloro che verrebbero innalzati a così eminente dignità dovevano essere prima stati ricevuti dottori in teologia o in diritto, ad eccezione de' soli figli o nipoti dei re, ed ancora questi ultimi dovevano dare prova di una competente istruzione. Per ultimo il papa non doveva d'ora innanzi governare che di concerto coi cardinali; ed in tutte le occasioni importanti, ed in ispecie quando si tratterebbe di alienare qualche feudo della Chiesa, le sue bolle non dovevano avere forza senza la sanzione dei due terzi dei suffragi del sacro collegio[311]. Se le due costituzioni che contenevano tutte queste condizioni fossero diventate leggi della Chiesa, forse la corte di Roma non sarebbesi comportata nè con minore ambizione, nè con minore alterigia, ma fuori di dubbio la sua politica avrebbe dovuto essere più prudente ed i suoi capi non avrebbero dato coi loro costumi quello scandalo che doveva affrettare la riforma[312].

Dopo essersi tutti i cardinali vincolati con giuramento all'osservanza di queste condizioni, quando fossero chiamati alla sede pontificia, procedettero a raccogliere i suffragi. Attivissime pratiche, e liberalissime promesse avevano di già predisposta l'elezione[313], ed i suffragi si riunirono a favore di Giovanni Battista Cibo, genovese, cardinale prete del titolo di santa Cecilia, che fu proclamato il 29 agosto del 1484 sotto il nome d'Innocenzo VIII[314]. Nel giorno della sua installazione confermò con nuovo giuramento il trattato fatto coi cardinali, e si obbligò sotto pena di spergiuro e di anatema a non assolversi da sè medesimo, nè a farsi da altri assolvere. Pure tostocchè si sentì sicuro sul trono, abolì ed il trattato ed i suoi giuramenti, come contrarj al diritto della santa sede[315].

Ma Innocenzo VIII andava debitore della tiara a molti segreti trattati fatti con ogni cardinale; e questi trattati, perchè dovevano avere immediata esecuzione, vennero più scrupolosamente osservati. Quegli de' membri del conclave che lo aveva servito con maggiore attività e zelo, era il cardinale Giuliano di san Pietro ad Vincula, che poi fu papa sotto nome di Giulio II. Questo guerriero prelato aveva domandato in premio non beneficj ecclesiastici ma fortezze. In fatti ne ottenne molte per sè medesimo e per suo fratello Giovanni della Rovere, che Sisto IV aveva fatto principe di Sinigaglia e prefetto di Roma: questo stesso Giovanni fu da Innocenzo VIII eletto capitano generale della Chiesa, di modo che il potere ed il favore della corte di Roma non uscirono dalla casa del precedente pontefice. Tutti gli altri cardinali ebbero prelature ed abazie per prezzo de' loro suffragi. Gli scrittori contemporanei chiamano simoniaca un'elezione apparecchiata con questi mercati, che non fu possibile di tenere celati[316]: ma un panegirista d'Innocenzo VIII, enumerando queste medesime liberalità, le adduce quali testimonianze dell'animo riconoscente del nuovo pontefice[317].

Innocenzo VIII non rassomigliava al suo predecessore, e non pertanto il confronto con un uomo così odioso, quale fu Sisto IV, non riesce a suo vantaggio. Debole, corrotto, senza carattere, senza viste profonde e costanti, Innocenzo fa governato da indegni favoriti, e la di lui amministrazione fu macchiata da ogni sorta di vizj. Egli aveva sette figli naturali avuti da diverse donne, e diede alla Chiesa il nuovo scandalo di riconoscerli pubblicamente. Il maggiore de' suoi figli, per la piccolezza della statura detto Franceschetto, fu poi la radice dei duchi di Massa e di Carrara della casa Cibo. Una delle figliuole d'Innocenzo era maritata ad un banchiere, che fu incaricato dell'erario della corte: gli altri non figurano nella storia[318]. Non l'ambizione o la passione della guerra, ma l'avarizia, la dissolutezza, ed una sfacciata venalità caratterizzano la nuova corte. Innocenzo VIII fece da sè poco male, ma lasciò tutto fare agli altri, e la sua indolenza non fu ai popoli meno fatale di quel che lo fosse stato il turbolento governo del suo predecessore.

Ferdinando, re di Napoli, rallegrossi assai per l'elezione del cardinale Giovanni Battista Cibo, ch'egli risguardava come una creatura di suo padre e sua: infatti il Cibo, sebbene genovese, era stato allevato alla corte di Alfonso, ed aveva da Ferdinando ricevuto il suo primo vescovado, quello d'Amalfi[319]. Ma i papi poche volte mostraronsi riconoscenti ai sovrani che posero i fondamenti della loro fortuna; spesso desiderarono di far sentire il nuovo loro potere a quelli cui furono sottomessi, oppure si offesero perchè il rispetto non succedeva abbastanza rapidamente al tuono di benevolenza e di protezione.

L'odio che nel regno di Napoli erasi manifestato contro Ferdinando, quando era salito sul trono, non si era affatto spento nel lungo suo regno. Si confessava la destrezza della sua politica, il vigore con cui manteneva la propria autorità, l'ordine e la giustizia che faceva osservare ne' suoi stati; ma veniva invece accusato di estrema avarizia, d'inflessibile crudeltà, ed in particolare della mala fede e della perfidia di cui erano stati vittima i suoi vassalli e gli stranieri. L'odio, che mantenevasi nel cuore dei Napoletani contro Ferdinando, crebbe assai quando il suo primogenito, Alfonso, duca di Calabria, cominciò ad avere parte col padre nella pubblica amministrazione. «Niun uomo (scrive Filippo di Comines) è stato più crudele, più vizioso, più maligno, più goloso di lui. Il padre era più pericoloso, perchè niuno in lui conosceva la sua collera, perciocchè accarezzandole tradiva le persone.... Da lui non si ottenne giammai nè grazia, nè misericordia, come mi raccontarono i prossimi suoi parenti ed amici; e non mai ebbe pietà nè compassione del suo povero popolo rispetto al pagare le imposte. Egli faceva tutto il commercio del regno, fino a dare in custodia al popolo i majali, e glieli faceva ingrassare per venderli a miglior prezzo, e se alcuni morivano glieli faceva pagare. Ne' luoghi in cui si fa l'olio d'ulivo, come nella Puglia, egli e suo figlio lo comperavano, e così il grano prima che si raccogliesse, ed in appresso lo rivendevano a più caro prezzo che potevano. E se tale mercanzia abbassava di prezzo, obbligavano il popolo a comperarla; nel tempo ch'essi volevano vendere le loro derrate verun altro che loro poteva vendere[320]

Questi monopolj avevano renduta più intima l'amicizia e la confidenza tra Ferdinando e Sisto IV; andavano d'accordo nel calpestare i loro popoli, nel fare violentemente un commercio ruinoso pei loro sudditi. Innocenzo VIII, salendo sul trono, fece cessare questo scandaloso traffico, ma in pari tempo ruppe le relazioni d'amicizia e di buona vicinanza formate da Sisto; riclamò con alterigia il tributo pecuniario che il regno di Napoli doveva alla santa sede, rivocando la grazia accordata a Ferdinando di convertire, fin ch'esso viveva, tale tributo nella somministrazione d'una cavalla[321]. Manifestò scopertamente il suo malcontento verso quella casa d'Arragona, cui andava debitore della sua grandezza; fece valere l'alto dominio della santa sede sul regno; invitò i baroni napolitani a presentargli le loro lagnanze contro Ferdinando, e si eresse in qualche modo giudice delle controversie tra il monarca ed i sudditi.

Un atto di violenza, esercitato nel seguente anno (1485) dal duca di Calabria, somministrò al papa l'occasione di dispiegare tutte le sue pretese. La città dell'Aquila negli Abruzzi, approfittando della sua forte posizione in mezzo alle montagne, della ricchezza del suo territorio e de' suoi numerosi abitanti, aveva conservati, sotto la protezione del re di Napoli, tutti i privilegj di una repubblica; nominava i suoi magistrati, riscuoteva le sue imposte; non permetteva alle truppe reali d'alloggiare entro le sue mura; e di propria autorità faceva trattati ed alleanze ancora coi nemici del re. In tal maniera era alleata della casa Colonna, i di cui feudi stendevansi lungo i suoi confini; nè questa alleanza era stata distrutta dalla guerra che Ferdinando aveva fatta ai Colonna d'accordo con Sisto IV; e perchè Innocenzo VIII non aveva che a lodarsi di questa potente casa, e cercava di rifarla con tutto il suo credito della passata persecuzione, i Colonna davano alla città dell'Aquila un nuovo appoggio presso la corte di Roma[322].

La famiglia dei Lalli, conti di Montorio, esercitava nell'Aquila da oltre un secolo, e fino dai tempi di Giovanna I, un'autorità non minore di quella dei Medici in Firenze. Il suo capo era in allora messer Pietro Lallo. Meditando il duca di Calabria di spogliare gli abitanti dell'Aquila di tutti i loro privilegj, giudicò conveniente di privarli in principio del loro primo magistrato. Teneva Alfonso accantonata a Cività di Chieti l'armata che aveva ricondotta dalla guerra di Ferrara, ed invitò il conte di Montorio a recarsi presso di lui per trattare intorno agli affari della provincia. Il conte non aveva mai avuto nemmeno il pensiero di nuocere al governo, onde ubbidì senz'alcun sospetto. Il duca di Calabria lo fece arrestare il 28 giugno del 1485[323], obbligò la di lui moglie a recarsi a Napoli, e nello stesso tempo fece marciare verso l'Aquila un corpo di truppe, che, entrato un poco alla volta, per non dare sospetto, si trovò padrone della piazza, prima che gli abitanti incominciassero a diffidare di nulla. Per altro i magistrati aquilani supplicarono rispettosamente il duca di richiamare le truppe, in conformità dei loro privilegj. Replicarono più volte, ma sempre senza effetto le loro istanze; finalmente il 25 ottobre ordinarono a tutti i borghesi di prendere le armi; attaccarono nelle strade i soldati napolitani, parte ne uccisero, altri posero in fuga, e dichiarando allora che il re Ferdinando aveva perduta ogni sovranità sopra di loro per averne abusato, si diedero alla Chiesa, a condizione che proteggesse la loro libertà[324].

Innocenzo VIII non si mostrò difficile ad accettare l'offerta degli abitanti dell'Aquila; prese sotto la sua protezione il conte e la contessa di Montorio, fece passare, attraverso ai feudi dei Colonna, de' soldati nell'Abruzzo; eccitò i baroni del regno ad unirsi per la difesa della loro libertà in una confederazione generale, di cui voleva esser egli capo, e si apparecchiò alla guerra. Seppe bentosto che Ferdinando, per far dimenticare il malcontento e l'insurrezione dell'Aquila, aveva il 16 di novembre ridonata la libertà al conte di Montorio, dopo averlo guadagnato al suo partito; ma il papa scrisse a questo signore per felicitarlo, senza perciò rinunciare a' suoi apparecchj di guerra[325].

Mentre Innocenzo VIII eccitava i baroni napolitani a prendere le armi contro il loro re, questi gl'invitava a Napoli ad una adunanza del suo parlamento. Soltanto tre grandi signori ebbero il coraggio d'intervenire, il conte di Fondi, il duca d'Amalfi ed il principe di Taranto: tutti gli altri ricusarono di porsi tra le mani del re, fermamente persuasi che avrebbe fatto a tutti tagliare il capo[326]. Invece di prendere la strada di Napoli si adunarono tutti presso il duca di Melfi nella città dello stesso nome, sotto pretesto di assistere alle nozze di Trajano Caracciolo, suo figlio. Si trovò a quest'adunanza il grande ammiraglio del regno, Antonio di Sanseverino, principe di Salerno; il grande contestabile, Pietro del Balzo, principe d'Altamura; il grande siniscalco, Pietro di Guevara, marchese del Vasto; Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano; Andrea Matteo Acquaviva, duca d'Atri; il duca di Melfi; quello di Nardo; i conti di Lauria, di Melito, di Nola, ed altri gentiluomini di minore importanza. Questi signori erano determinati di non soffrire più oltre l'oppressione in cui languivano; erano entrati in corrispondenza con Innocenzo VIII; avevano altresì delle intelligenze con due confidenti del vecchio re, di cui il duca di Calabria era geloso, e che voleva perdere; uno era Francesco Coppola, conte di Sarno, che aveva amministrati i danari del re nel di lui commercio di monopolio; l'altro Antonio Petrucci, che il re aveva fatto suo segretario. Avevano ambidue ammassate in corte grandi ricchezze, che solleticavano la cupidigia d'Alfonso[327].

Questi, conoscendo l'universale malcontento della nobiltà, tenne per indubitato che l'adunanza di Melfi terminerebbe con una ribellione. Volle perciò prevenire i faziosi colla rapidità de' suoi attacchi. Piombò all'improvviso sul conte di Nola, occupò tutte le sue fortezze, e sorprese la consorte e due figli del conte, che mandò prigionieri a Napoli. Era sua intenzione di fare lo stesso rispetto agli altri malcontenti, prima che avessero riunite le loro forze; ma la ribellione, affrettata da questa violenza, scoppiò contemporaneamente in tutto il regno, ed il duca di Calabria si vide sforzato ad usare ogni riguardo verso nemici assai più numerosi ch'egli non aveva creduto.

Sebbene fosse di già scoppiata la guerra, nè il re, nè i suoi baroni, nè il papa trovavansi apparecchiati a combattere; perciò si prese da ogni parte a negoziare, piuttosto per guadagnar tempo e per ingannarsi gli uni gli altri, che per riconciliarsi. Gli ambasciatori di Ferdinando si presentarono alla fine d'agosto a Firenze ed a Milano, per domandare a questi due stati i soccorsi che erano obbligati di somministrare in forza del loro trattato d'alleanza[328]. Lodovico Sforza, la di cui oscura politica pareva non avere altro scopo, che di sorprendere e di confondere i suoi alleati, evitò per qualche tempo, sotto diversi pretesti, di annunciare ciò che voleva fare. Ma la repubblica fiorentina, strascinata da Lorenzo de' Medici, promise al re una vigorosa assistenza, e s'incaricò d'attaccare il papa negli stati medesimi della Chiesa, mentre che Ferdinando combatterebbe contro i suoi baroni. Lo Sforza essendosi in ultimo dichiarato per lo stesso partito, assoldarono a comuni spese il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, e tutti i capitani della casa Orsini; ed in novembre attaccarono Innocenzo VIII[329].

Il papa dal canto suo aveva cercati alleati nel restante dell'Italia ed in Francia. Per affezionarsi i Veneziani gli aveva assolti da tutte le censure pronunciate contro di loro da Sisto IV[330]. Aveva voluto far loro sentire essere giunto l'istante di vendicarsi del re di Napoli; ma questa saggia repubblica, che cominciava appena a respirare dopo i mali sostenuti nelle precedenti guerre, non trovò bastantemente valutabili le sue ragioni per entrare in nuove ostilità. Si limitò a cedere al papa il suo generale, Roberto di Sanseverino, che passò al servizio della Chiesa co' suoi due figli e trentadue squadroni di cavalleria[331]. Nello stesso tempo Innocenzo offriva a Renato II, duca di Lorena, che risguardava quale rappresentante della casa d'Angiò, l'investitura del regno di Napoli. Innocenzo non dubitava di non trovare questo principe apparecchiato a tentare un'intrapresa che egli giudicava gloriosa; ma in quel tempo Renato era costretto di trattare alla corte di Francia la causa di nullità del testamento di suo avo, che l'escludeva dalla sua successione. Perciò non ottenne dal re che il meschino soccorso di venti mila franchi in danaro, e di cento lance, per tentare la conquista di un regno cui pretendeva anche lo stesso Carlo VIII; e perchè non voleva depauperare la Lorena per una guerra, da cui probabilmente non isperava felici successi, e che in verun caso non sarebbe favorevole a questo ducato, egli rinunciò alla sua spedizione[332].

Frattanto Ferdinando aveva fatto dichiarare ai suoi baroni d'essere disposto ad ascoltare le loro lagnanze, ed a riformare gli abusi di cui si dolevano. Questi avevano incaricato il conte di Bisignano di esporre i loro gravami; ma perchè in allora speravano di essere sostenuti dal papa, dai Veneziani e dal duca Renato, fecero al re delle domande ch'essi medesimi credevano assolutamente inammissibili. Rispose Ferdinando di essere apparecchiato a segnare la pace alle condizioni che sarebbero proposte dai baroni, ed il suo secondo figlio, Federico, recossi alla loro assemblea con quest'accettazione piena ed intera. L'estrema condiscendenza di Ferdinando, invece di agevolare le negoziazioni, spaventò i confederati, i quali facilmente conobbero, essere intenzione del loro padrone di tutto accordare, di tutto giurare, e di non rispettare verun giuramento. Invece d'accettare la pace alle condizioni da loro stessi proposte, offrirono la corona a Federico d'Arragona, ch'era venuto presso di loro per riconciliarli al re suo padre. Questo virtuoso principe aveva loro inspirato tanto affetto e tanto rispetto, quanto era l'odio e la diffidenza che nutrivano per suo fratello. Se fosse stato il legittimo erede del trono, avrebbe senza dubbio salvata la casa di Arragona dalla sventura ond'era minacciata; ma egli non poteva accettare colpevoli offerte, e preferì di rimanere prigioniere de' ribelli, piuttosto che regnare sopra di loro[333].

Credeva il re che il numeroso partito formato contro di lui sarebbe spinto dalla guerra a vigorose misure, mentre che, continuando a negoziare, il rispetto per l'autorità reale fermerebbe tutti gli sforzi di una lega mal assodata, e che non tarderebbe e sentire gli effetti della discordia. Diede dunque a suo nipote Ferdinando, principe di Capoa, un'armata d'osservazione, incaricata soltanto di contenere i ribelli, mentre affidò il nerbo delle sue forze al duca di Calabria, che marciò verso Roma per unirsi al conte di Pitigliano ed agli Orsini, assoldati dal duca di Milano e dalla repubblica di Firenze[334].

Niuna segnalata azione ebbe luogo in questa guerra: Roberto di Sanseverino volle farsi strada a traverso agli stati della Chiesa per raggiugnere nel regno di Napoli i baroni che lo aspettavano; ma il duca di Calabria, rinforzato dagli Orsini, si propose di trattenerlo[335]. I Fiorentini, sempre lenti a porsi in movimento, non agirono vigorosamente che nella campagna del 1486. Allora estesero le loro pratiche a tutte le città della Chiesa che confinavano col loro territorio. I Baglioni dovevano far ribellare Perugia, e ristabilirvi il governo repubblicano; i figli di Niccolò Vitelli, di fresco morto, dovevano coll'ajuto de' loro partigiani ricuperare la signoria di Città di Castello; Giovanni dei Gatti dovea tentare di far valere i diritti di sua famiglia sopra Viterbo; le città d'Assisi, Foligno, Montefalco, Todi, Spoleti ed Orvieto avevano tutte nel loro seno un partito che manteneva intelligenze coi Fiorentini[336]. Vero è che niuna di queste trame fu condotta a felice fine; ma il papa, che n'era informato, costretto per tenere tutte queste città in dovere a dividere le sue forze, non potè somministrare ai baroni napolitani i promessi sussidj.

Frattanto le due armate del duca di Calabria e del Sanseverino, che si erano lungo tempo minacciate, scontraronsi all'ultimo l'8 maggio del 1486 al ponte di Lamentana. Si attaccò la zuffa tra i due corpi di cavalleria, ma con tanto poco ardore militare, che, per quanto si disse, non vi furono nè morti, nè feriti. Siccome però il duca di Calabria aveva fatti dei prigionieri al Sanseverino, e cacciatolo fuori del campo di battaglia, si suppose che fosse rimasto vittorioso[337]. Allora s'accostò a Roma, e gli Orsini, che tenevano le sue parti, gettarono la città in grandissima confusione, perciocchè quanto meno la guerra era pericolosa pei soldati, altrettanto riusciva ruinosa per i popoli.

Il pericolo di tutto lo stato della Chiesa, il guasto delle campagne, la ruina della medesima capitale, facevano di già che il debole Innocenzo si pentisse d'essere entrato in una lotta superiore alle sue forze. Accendendo un'imprudente guerra, egli non aveva prese le necessarie misure per sostenerla; diffidava di tutti, e colla sua irresoluzione lasciava sfuggire gli estremi partiti che avrebbe potuto prendere. Lorenzo de' Medici accrebbe ancora la sua irrisolutezza ed i suoi timori facendogli venire tra le mani false lettere di Roberto di Sanseverino, che dovevano farlo sospettare traditore[338]. I cardinali lo andavano tutti confortando a metter fine ad una guerra ruinosa; il solo cardinale Balue che, come Francese, trovavasi di contrario sentimento a tutto il sacro collegio, gli ricordava i passi fatti dalla corte di Roma presso il re di Francia, e protestava che il papa non poteva, senza disonorarsi, abbandonare un'impresa, per la quale tutta la Francia aveva di già prese le armi. Il vice cancelliere, Roderigo Borgia, gli rispose con così violenti modi, che a stento si potè impedire che i due cardinali non venissero alle mani[339].

Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, cercavano per mezzo dei loro ambasciatori di ristabilire la pace nel mezzodì dell'Italia. La riunione dei due regni dava loro una grande preponderanza nella politica dell'Europa. Ferdinando era inoltre re di Sicilia, ed aveva per conseguenza un diretto interesse ad allontanare dal regno dell'altro Ferdinando, suo cugino, i pretendenti Francesi, che potevano far vacillare il suo proprio dominio. D'altra parte doveva temere per la Sicilia un'invasione de' Turchi, che avrebbero così potuto fare una potente diversione alla guerra ch'egli portava nel regno musulmano di Granata. Premeva dunque ai re di Spagna che l'Italia si mantenesse in pace per parer formidabile agli stranieri; quindi offrirono la loro mediazione tra il papa ed il re di Napoli. Il vescovo d'Oviedo e Francesco di Roxas vennero a Roma per trattare, e furono dopo alcun tempo raggiunti da don Inigo de Mendoza, conte di Tendilla, e tutte le parti parvero ugualmente premurose di accettare la loro mediazione[340].

Ferdinando di Napoli accordò al papa tutte le sue domande. Si obbligò di pagare alla Chiesa l'annuo tributo con tutti gli arretrati; riconobbe come vassalli immediati della Chiesa e le città dell'Aquila e tutti i baroni che avevano fatto omaggio al papa de' loro feudi. Convenne soltanto che i censi annualmente pagati alla Chiesa da questa città e da questi baroni si ricevessero in conto del tributo di cui dichiaravasi debitore verso la santa sede. Non solo si accontentò di perdonare a tutti i suoi baroni, ma li dispensò ancora di venire a rendergli omaggio a Napoli, loro permettendo di trattenersi nelle loro fortezze, in mezzo ai proprj vassalli, e non pertanto offrendo garanti della loro sicurezza i re di Arragona e di Castiglia, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici. Questo trattato, senza essere partecipato ai cardinali, fu sottoscritto in Roma l'undici agosto, ed immediatamente pubblicato[341].

I due confidenti di Ferdinando, che avevano mantenuta coi ribelli una segreta corrispondenza, non erano esplicitamente compresi nel trattato. Perciò Ferdinando, ricevendo il 13 agosto la notizia della soscrizione della pace, per mescolare il terrore alla speranza, fece arrestare Francesco Coppola, conte di Sarno, i conti di Carinola e di Policastro suoi figliuoli, Antonio Petrucci, suo segretario, e due de' loro confidenti. I loro beni, che, per quanto si diceva, ammontavano a trecento mila ducati, furono confiscati, e pochi giorni dopo si fecero perire tutti questi prigionieri fra i più crudeli supplicj[342]. I baroni, ch'erano stati in guerra col re, credettero, per pochi istanti, di essere stati dal trattato di pace abbandonati alla sua vendetta, fors'anche per una segreta collusione delle stesse potenze che avevano guarentita la loro sicurezza. Il gran siniscalco, Pietro di Guevara, morì di dolore vedendo l'avvilimento in cui era caduto il suo partito. Antonio di Sanseverino, principe di Salerno, troppo ben conoscendo Ferdinando per non fidarsi giammai alla sua fede, passò in Francia, e dopo lunghe pratiche ottenne finalmente di suscitargli contro un vendicatore[343]. Gli altri baroni, ritirati nelle loro terre, furono qualche tempo dal re risparmiati, onde cominciarono a lusingarsi che la loro causa non fosse agli occhi del re la medesima che quella del conte di Sarno e del Petrucci.

Frattanto Ferdinando, dopo essersi accertato che il re di Spagna, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici non si curerebbero punto dell'esecuzione delle sue promesse, non tardò a violarle tutte sfrontatamente. Nel mese di settembre fece entrare nell'Aquila quello stesso conte di Montorio, ch'egli aveva fatto arrestare un anno prima, ma che in appresso aveva saputo interamente affezionarsi. Il conte piombò all'impensata sui soldati d'Innocenzo VIII, parte ne uccise e parte obbligò a fuggire; fece giustiziare l'arcidiacono, capo del partito della Chiesa, e rappresentante del papa all'Aquila, e tutta senza riserva sottomise la città al potere del re[344].

Nè i baroni si sottrassero lungo tempo alla perfidia del re; il 10 ottobre, o secondo altri il 10 giugno seguente, fece arrestare i principi d'Altamura e di Bisignano, i duchi di Melfi e di Nardo, i conti di Morcone, di Lauria, di Melito, di Nola, e molti altri gentiluomini. È comune opinione che tutti questi signori furono immediatamente uccisi, e che i loro corpi, chiusi entro sacchi, vennero gettati in mare. Ma Ferdinando, per tenere a freno i loro partigiani, volle far credere che li custodiva come ostaggi, e faceva, per accreditare questa voce, portare ogni giorno vittovaglie alla loro prigione. Poco dopo vennero pure imprigionati le consorti ed i figli di que' signori, e confiscate tutte le loro sostanze. La sola principessa di Bisignano potè salvarsi, fuggendo, colla sua famiglia. Nello stesso tempo il re fece perire Marino Marzano, duca di Suessa, che da circa venticinque anni languiva nelle carceri[345].

Il re, più non avendo che temere per parte de' suoi baroni, depose ogni avanzo di rispetto per il papa. Continuò a disporre, senza consultarlo, di tutti i beneficj ecclesiastici de' suoi stati; ricusò l'annuo tributo che si era obbligato di pagare, e quando fu da Innocenzo VIII mandato alla sua corte il vescovo di Cesena, per lamentarsi intorno a questi due punti, rispose Ferdinando, che meglio del papa conosceva i proprj sudditi, e che meglio di lui sapeva quali fossero degni di avanzamento; soggiunse di essere senza danaro, e che altronde aveva sostenute tante spese per la Chiesa, che ben meritava di godere di una più lunga esenzione[346]. Roberto di Sanseverino, sapendo che il trattato di pace non conteneva veruna clausola a suo favore, si pose in cammino per passare colla sua cavalleria nel territorio di Venezia, risoluto di farsi strada colle armi. Aveva di già passato Todi e Borgo san Sepolcro, quando il duca di Calabria si fece ad inseguirlo; e perchè il duca incoraggiava a resistere tutte le città, cui il Sanseverino si avvicinava, cominciò bentosto a guadagnare qualche marcia. Giovanni Bentivoglio e i Bolognesi chiusero all'ultimo il passaggio al generale del papa, il quale fu forzato di abbandonare tutti i suoi equipaggi e la maggior parte della sua armata, mentre con soli cento cavalleggeri si sottrasse ai suoi nemici, ed entrò nello stato veneziano[347].

Giammai la santa sede aveva fatta una più vergognosa pace di quella che aveva soscritta allora Innocenzo VIII. Senza aver provata veruna grande disfatta, che potesse rendere ragione di tanta debolezza, egli aveva sagrificato il generale venuto a servirlo dall'altra estremità dell'Italia, aveva abbandonati tutti gli obblighi contratti con Renato di Lorena e colla corte di Francia, ed aveva fatti strascinare in prigione e morire tra i supplicj uomini che d'altro non erano colpevoli che di avere sostenuto il suo partito, e ch'egli aveva solennemente promesso di difendere. Perdeva il tributo del regno di Napoli, e la presentazione ai beneficj che conservava il solo Ferdinando; e per colmo di vergogna tutti questi oltraggi gli venivano fatti in onta di un trattato solennemente giurato, ed annunciato a tutta l'Europa, senza ch'egli osasse manifestare il più leggiere risentimento. Innocenzo VIII, che pure fece qualche debole tentativo per farsi pagare da Ferdinando, non fece un cenno per salvare gli sgraziati, vittime del loro attaccamento alla santa sede. Non perciò ommise di conservare col re di Napoli relazioni di buona vicinanza, non invocò la garanzia dei mediatori del trattato di Roma, e bentosto gettossi totalmente tra le braccia di uno di loro. Egli sentiva la propria debolezza, aveva bisogno di trovare della forza, desiderava di essere guidato come un cieco, e scelse per suo confidente e per sua guida quello in cui aveva trovata la più vigorosa opposizione, Lorenzo de' Medici, l'alleato ed il salvatore di Ferdinando.

Questo illustre capo della repubblica fiorentina aveva trovato un ragionevole malcontento nello stesso consiglio dei settanta, ch'egli aveva creato, quando avea voluto persuadere i Fiorentini ad assecondare Ferdinando in una ingiusta oppressione, inimicandosi la Chiesa, la di cui nimicizia era sempre formidabile. Il suo storico Valori protesta che mai non parlò con tanta eloquenza, come quando trasse nella sua opinione i suoi colleghi a favore del re di Napoli[348]. Non aveva altresì avuto mai bisogno di maggiore artificio, quanto in questa circostanza, in cui voleva al proprio personale vantaggio far sagrificare il vero interesse ed i principj della repubblica. Lorenzo riuscì ad ottenere alla sua famiglia l'amicizia di Ferdinando coi beneficj, quella d'Innocenzo VIII col fargli paura: ma nè l'uno nè l'altro erano i veri alleati che doveva procacciarsi Firenze; da nessuno di loro poteva la repubblica ripromettersi costanza di affetto o uniformità di politica. Firenze era decaduta dalla sua grandezza dopo che aveva abbandonato il sistema degli Albizzi, e che più non faceva causa comune con tutti i popoli liberi. I Medici umiliati, vedendosi considerati nelle altre repubbliche come semplici cittadini, manifestavano della gelosia contro Venezia, ispiravano diffidenza verso Genova, Lucca e Siena: finalmente riponevano ogni loro arte nel mantenere uno spirito di rivalità tra la loro patria e le città libere. Dopo tale epoca Firenze più non ebbe partigiani ereditarj nel rimanente dell'Italia; sapevasi ovunque che la sua alleanza dipendeva dai segreti intrighi del gabinetto, e che era variabile come gl'interessi del giorno, come i favori dei principi; coloro che soffrivano per la più giusta causa non erano più sicuri de' suoi ajuti; ed a vicenda più non pensarono a soccorrerla che quando sentironsi invitati da un interesse presente.

La vanità di Lorenzo de' Medici era soddisfatta, qualunque volta trattava coi principi, e Ferdinando aveva per lui tutti i riguardi riservati ai sovrani. Suo figlio Pietro venne accolto alle nozze d'Isabella d'Arragona con Giovanni Galeazzo con maggiore rispetto assai che non gli ambasciatori della repubblica[349]. Dal canto suo Innocenzo VIII non istringeva alleanza con Firenze ma coi Medici. Suo figlio, Franceschetto Cibo, sposò Maddalena, figliuola di Lorenzo e della Clarice Orsini. In quest'occasione Clarice fu pomposamente ricevuta alla corte di Roma, come suo padre, Virginio Orsini, sebbene dal principio di questo pontificato fosse sempre stato in guerra colla santa sede. Tutti gli Orsini, ch'erano stati perseguitati con accanimento, furono richiamati al favore ed all'onnipotenza in Roma. Finalmente il papa promise al fratello di sua nuora, al secondo figlio di Lorenzo de' Medici, un cappello cardinalizio. Questi, la di cui fortuna cominciava in tale maniera, doveva un giorno essere il papa Leon X; in allora era un fanciullo, nè mai la prima dignità della Chiesa erasi ottenuta in più tenera età. Il matrimonio di Franceschetto Cibo con Maddalena de' Medici non si celebrò che in novembre del 1487, e la consacrazione di Giovanni de' Medici venne differita fino al principio del 1492[350].

Lorenzo de' Medici erasi appena riconciliato colla Chiesa, quando rendette ad Innocenzo VIII un eminente servigio, terminando per lui onorevolmente una piccola guerra, che minacciava di tirarsi dietro grandi disastri. La città d'Osimo nella Marca aveva provata una rivoluzione, in seguito della quale aveva scosso il giogo del dominio ecclesiastico, e Boccolino Guzzoni, uno de' suoi cittadini, erasene fatto dichiarare signore. Questo piccolo sovrano, abbandonato alle sole piccole sue forze, sarebbe stato facilmente ricondotto all'ubbidienza verso la Chiesa, ma di que' tempi Bajazette II, rimasto vincitore nelle guerre civili de' Turchi, aveva ripreso il progetto di penetrare in Italia. Alcuni branchi di avventurieri musulmani avevano fatti varj sbarchi nella Marca d'Ancona, avevano tentato di sorprendere Fano, ed avevano trovato negli stati del papa corrispondenti e partigiani, come ne avevano prima trovato in quelli di Ferdinando[351]. Boccolino, che appena poteva sperare di trovare alleati in Italia, fece offrire a Bajazette II di tenere da lui in feudo la città di Osimo, e mandò suo fratello a Costantinopoli, mentre che un agente del sultano venne a Venezia per condurre a buon termine questo trattato. Giace la città di Osimo a qualche distanza dal mare, ed Innocenzo VIII, per comprimere una ribellione che poteva avere così funeste conseguenze, aveva subito spedito nella Marca il cardinale Giuliano della Rovere, che aveva troncate le comunicazioni di Boccolino col mare; in appresso lo aveva assediato in Osimo, piazza abbastanza forte e che vigorosamente si difendeva: e se la guarnigione turca, che vi si aspettava, fosse entrata entro le sue mura, è probabile assai che difficilmente si sarebbero scacciati i Turchi dagli stati della Chiesa[352]. Lorenzo de' Medici interpose la sua mediazione per terminare questa pericolosa guerra: mandò il vescovo di Arezzo a Boccolino, e lo persuase a vendere al papa la città di Osimo per sette mila fiorini. Boccolino venne in seguito a Firenze, ove fu ben accolto; ma quando passò di là a Milano, fu arrestato mentre entrava in questa città, ed appicato senza formalità di giudizio, e senza avere riguardo alla protezione di Lorenzo, o forse con segreta sua intelligenza[353].

Omai non restava altra guerra in Italia che quella tra le repubbliche di Firenze e di Genova, la quale non era stata terminata dal trattato di Bagnolo del 1484, e non lo fu in quello di Roma del 1486. Il primo aveva lasciato ai Fiorentini il diritto di procurarsi colle armi la restituzione di Sarzana, che loro aveva tolto Agostino Fregoso; e questi a tale oggetto avevano preso al loro soldo il conte Antonio di Marciano e Rannuccio Farnese, e gli avevano mandati in Lunigiana nel settembre del 1484[354].

Aveva allora Genova per doge quello stesso Paolo Fregoso, suo arcivescovo, che due volte nel 1464 erasi assiso sul trono ducale; che vi si era mantenuto con inauditi assassinj, e che si era dato alla pirateria, quando n'era stato discacciato. Era tornato in patria nel 1479 col resto della sua famiglia. Suo nipote Battista era stato allora proclamato doge; lo stesso Paolo era stato decorato da Sisto IV del cappello cardinalizio, ed incaricato del comando della flotta, mandata contro i Turchi. Ma nè questi onori, nè il rango che occupava nella Chiesa e nella patria, nè l'ascendente che aveva sul doge Battista Fregoso, suo nipote, erano bastanti a soddisfare l'ambizioso arcivescovo. Accusò Battista presso i capi della sua fazione di durezza, di arroganza, d'ingiustizia; pretese che questo doge negoziasse coll'imperatore per assoggettargli Genova, onde averla in appresso da lui in feudo, si associò Lazzaro Doria, il quale aveva come lui molti faziosi sotto i suoi ordini, ed essendo il doge suo nipote venuto a visitarlo nell'arcivescovado il 25 di novembre del 1483, lo fece arrestare, e gli chiese, a nome di tutta la famiglia, di deporre la corona imperiale, e nol rilasciò che dopo fattisi consegnare il palazzo pubblico e le fortezze. Dopo ciò, avendo Paolo Fregoso adunato un consiglio di 300 cittadini, si fece coi loro suffragi proclamare doge di Genova[355].

Questo capo di faziosi, destro ed intraprendente, era uno de' più formidabili avversarj che i Fiorentini potessero avere in tempo che cercavano di ricuperare Sarzana. Più non trattavasi di contrastare al solo Agostino Fregoso il possesso della piccola città di cui riclamavano il dominio, ma al doge, e nello stesso tempo alla banca di san Giorgio. Questa compagnia mercantile, sotto colore d'amministrare le entrate de' creditori dello stato di Genova, aveva un governo rappresentativo, un tesoro, un'armata, ed un sistema di libertà e d'amministrazione migliore d'assai che quello della repubblica, nel di cui seno era instituita[356]. Agostino Fregoso, che non sentivasi abbastanza forte per difendere solo Sarzana, aveva ceduto a questa banca tutti i suoi diritti.

La banca di san Giorgio possedeva egualmente il forte castello di Pietra santa, che signoreggia il passaggio della Lunigiana sulla strada di Firenze a Sarzana[357]. Questo castello è posto in una fertile pianura, coperta di uliveti, e chiusa tra le montagne ed il mare. Le acque, che non vi trovano facile scolo, vi formano alcuni pantani, che infettano l'aria di questa campagna. Pietra Santa era stata fabbricata nel XIII.º secolo da un podestà fiorentino; l'avevano posseduta a vicenda i Pisani ed i Lucchesi, e dalla repubblica fiorentina era stata venduta l'anno 1343. La banca di san Giorgio vi teneva allora una guarnigione di trecento uomini; ed ai Fiorentini riusciva difficile l'attaccare Sarzana senza possedere Pietra Santa. Ma questi, che pure non si risguardavano in guerra coi Genovesi, non vollero cominciare le ostilità contro questa fortezza. Accadde però che un convoglio, accompagnato da debole scorta, passando presso le mura di Pietra Santa, fu svaligiato dalla guarnigione. Dopo ciò si credettero in diritto i Fiorentini d'assediarla, e la guerra invece di essere diretta contro Agostino Fregoso, diventò aperta tra i due stati[358]. Dal canto loro i Genovesi mandarono Costantino Doria con una flotta di dieci galere e quattro vascelli rotondi per guastare Livorno, Vado e tutte le coste della Toscana[359].

Il cattivo aere di Pietra Santa fece nell'assedio di questa piccola città, cominciato nella stagione delle febbri, perdere molta gente. Furonvi poche azioni militari; non per anco erano state piantate le batterie contro le mura, e di già i tre capitani de' Fiorentini, i conti di Pitigliano e di Marciano e Rannuccio Farnese, erano ammalati, e la maggior parte de' soldati incapaci di servire; onde il 10 ottobre stavano omai per levare l'assedio[360], quando i Fiorentini mandarono alla loro armata considerabili rinforzi con tre nuovi commissarj. Questi si sforzarono di far capire ai soldati che in un clima caldo e malsano l'autunno era la stagione di cominciare non di terminare la campagna, e li persuasero a restare tuttavia sotto Pietra Santa, ed il 21 e 22 ottobre li condussero all'assalto di due ridotti, di cui s'impadronirono, l'uno al salto della Cervia, e l'altro nella valle di Corvara; per mezzo di questi la guarnigione aveva potuto mantenersi in comunicazione colle montagne. In uno di questi attacchi fu per altro ucciso il conte di Marciano, i tre nuovi commissari, Guicciardini, Gianfigliazzi e Pucci, furono assaliti dalla febbre epidemica, onde fu mandato in loro vece Bernardo del Nero. Arrivò questi al campo il 2 di novembre, quando la guarnigione era omai ridotta a mancare di vittovaglia; si diede l'assalto alla piazza il 5 novembre, ed i Fiorentini rimasero padroni di un bastione. Allora Lorenzo de' Medici, che non s'avvicinava di buon grado agli accampamenti quando poteva esporsi a qualche rischio, recossi a quello di Pietra Santa immantinenti per ricevervi la capitolazione, che fu soscritta l'otto di novembre[361].

Intanto i Fiorentini avevano assoldate diciotto galere catalane, capitanate da Requenseno e da Villa-Marina; avevano formato un partito tra gli emigrati genovesi, nemici di Paolo Fregoso, e volevano attaccare questo doge nella sua capitale. Bernardo del Nero potè a stento tenere riunita l'armata che aveva presa Pietra Santa, e che trovavasi indebolita e scoraggiata da sempre rinascenti malattie. Non pertanto apparecchiavasi a continuare la campagna, quand'ebbe notizia che gli emigrati genovesi erano stati disfatti il 22 di dicembre; onde s'arrese alle istanze de' soldati, e li pose ne' quartieri d'inverno[362].

Lodovico il Moro, reggente di Milano, ed il papa offrivano alle due repubbliche la loro mediazione: proponevano, o di lasciare ai Genovesi il possedimento di Sarzana, ed ai Fiorentini quello di Pietra Santa, o di cambiare queste due piazze l'una per l'altra, onde ogni repubblica riavesse ciò che le spettava. Nella prima supposizione i Genovesi domandavano che i Fiorentini evacuassero Sarzanello, fortezza attigua a Sarzana, sempre da loro posseduta. Questi ricusavano di farlo, ove non venissero rimborsati del prezzo d'acquisto pagato al Fregoso per ambidue. Tali pretese, sebbene opposte, non sembravano difficili ad accordarsi, onde in tutto il 1485 le ostilità rimasero sospese, tanto più che la guerra di Napoli e della Chiesa richiamava l'attenzione e le forze de' Fiorentini[363]. Le nuove negoziazioni intavolate dal papa nel 1486 tornarono infruttuose; si stracciò il trattato sottoscritto colla sua mediazione; i due popoli si accusarono vicendevolmente di mala fede, e ripresero nuovamente le armi[364].

In sul finire di maggio del 1487, i Genovesi sorpresero la fortezza di Sarzanello; ma non poterono occupare la rocca dove i Fiorentini si erano ritirati. Firenze mandò subito in sul luogo tutti i suoi condottieri, cioè il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, quello di Faenza, e gli Orsini. La loro armata rientrò il 15 aprile in Sarzanello, e vi fu fatto prigioniero co' suoi nipoti Giovanni Luigi del Fiesco, che comandava i Genovesi[365]. Il Pitigliano assediò subito Sarzana; alzò tre ridotti fra la città e la Magra; aprì una batteria di otto bombarde, che fecero nel corpo della piazza una breccia praticabile; e già stava per ordinare l'assalto, quando Lorenzo de' Medici, avvisato che gli abitanti erano in procinto di arrendersi, accorse per ricevere la loro capitolazione, che fu conchiusa il 22 maggio del 1487, e l'armata vittoriosa si obbligò a rispettare le proprietà degli abitanti[366].

Invece di continuare la guerra dopo questa vittoria, o di terminarla con una buona pace, Lorenzo de' Medici non lasciò che un migliajo di soldati a Sarzana, e si unì a Lodovico il Moro per persuadere Paolo Fregoso ad assoggettare di nuovo Genova al duca di Milano. Sebbene l'avanzata età del cardinale Fregoso cominciasse a calmare le sue passioni, la duplice dignità d'arcivescovo e di doge non aveva potuto ridurlo a rinunciare al carattere di capo di fazione. Suo figliuolo naturale, Fregosino, camminava come lui, sempre circondato da un branco di banditi, avvezzi a disprezzare tutte le leggi per soddisfare a qualunque sua voglia. Un consiglio de' dieci, nuovamente instituito in Genova per reprimere tali disordini, aveva fatto arrestare Tommaso Fregoso. Il cardinale o suo figlio, prendendo le difese del loro congiunto, fecero assassinare Angelo Grimaldi, uno de' decemviri e Tobia Lomellini[367]. In pari tempo entrarono in trattato con Lodovico il Moro per dargli in mano Genova alle stesse condizioni più volte pattuite coi duchi di Milano, e più volte violate; ma essi cercarono in questa nuova convenzione per la loro famiglia, quella guarenzia che non potevano trovare per la loro patria. La figlia naturale dell'ultimo duca, Chiara Sforza, vedova di Pietro del Verme, fu data in matrimonio a Fregosino, figliuolo dell'arcivescovo; le nozze si celebrarono con regale fasto a Milano, in luglio del 1487, alla presenza degli ambasciatori della repubblica: per tal modo la libertà della repubblica era per essere sagrificata al vergognoso matrimonio di due bastardi[368].