STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO XII.


ITALIA
1819.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO XCI.

Considerazioni intorno al carattere ed alle rivoluzioni del 15.º secolo.

Nel corso di questa storia abbiamo di già due volte invitati i nostri leggitori a trattenersi con noi, per dare insieme uno sguardo allo spazio trascorso. Dopo il 1303 abbiamo procurato di offrir loro un prospetto del tredicesimo secolo, e dopo il 1402 quello del quattordicesimo. Prima di ripigliare la nostra narrazione, loro chiederemo d'abbracciare con un colpo d'occhio il quindicesimo secolo, per formarci un'accurata idea di ciò che era l'indipendenza italiana, di ciò che era il contratto sociale in tutta la contrada, nel momento in cui cominciò la terribile lotta che privò l'Italia della sua indipendenza, e tutto sovvertì il suo stato sociale.

Se non abbiamo creduto di scegliere il nostro punto di riposo alla precisa epoca della fine del tredicesimo e del quattordicesimo secolo, abbiamo ancora migliore ragione di dispensarcene, rendendo conto del quindicesimo; imperciocchè poco prima che terminasse questo secolo, ci si presenta, nel punto cui siamo arrivati, una di quelle importanti epoche, che dividono la storia in due periodi di carattere assolutamente diverso, che chiudono in certo modo le precedenti rivoluzioni, e ne cominciano di nuove, prodotte da altre cause e dirette da altre passioni. Abbiamo fin qui osservato i tempi che propriamente appartengono all'età di mezzo; entriamo adesso nella rivoluzione che fece succedere alla sua antica organizzazione quella dei moderni tempi, che mescolò nazioni fin allora separate, dando loro interessi di cui in addietro non avevano pure avuto conoscenza.

Fino alla morte di Lorenzo de' Medici, accaduta nel 1492, colla quale abbiamo posto fine al precedente volume, la nazione italiana dava, se non legge, almeno ammaestramenti ed esempi a tutte le altre. Ridotta essa sola a civiltà, affastellava il rimanente de' popoli europei sotto il nome di barbari, e loro incuteva rispetto. Non aveva steso sopra di loro il suo impero, ma non aveva nemmeno subito giogo straniero. Alcuni esteri sovrani eransi per vero dire seduti sul trono di Napoli, ma dopo essere diventati italiani; alcune armate oltramontane avevano attraversata l'Italia, ma si erano prima poste al soldo di qualche sovrano della contrada. Il progetto di soggiogare l'Italia non erasi ancora formato da verun principe venuto a portarvi la guerra; giammai i popoli non avevano concepito il timore di questa servitù, nè avevano potuto sospettarne il pericolo.

Ma nel 1494 tutti i popoli limitrofi, gelosi della prosperità dell'Italia, o avidi delle sue spoglie, cominciarono nello stesso tempo l'invasione di questo ricco paese; armate devastatrici uscirono dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Spagna, dalla Germania, e, per lo spazio di quasi mezzo secolo, non diedero verun riposo agli sventurati Italiani; portarono il ferro ed il fuoco fino sulle cime più rimote degli Appennini, e fino alle rive dei due mari; la peste e la fame camminavano con loro; la miseria, il dolore, la morte penetrarono entro i più sontuosi palazzi, e nei più abietti abituri; giammai tanti patimenti avevano oppressa l'umanità, giammai tanta parte della popolazione era stata distrutta dalla guerra. Diverse cagioni mettevano le armi in mano ai combattenti, ma i risultamenti della loro guerra erano sempre i medesimi. Ogni nuova invasione ruinava le fortificazioni dell'Italia, distruggeva le sue ricchezze, faceva sparire la sua popolazione. I suoi diversi governi si dividevano, alleandosi a straniere potenze, e prendendo parte alle loro liti, mentre dimenticavano la propria sorte; essi ancora non si accorgevano che la loro esistenza si giuocava a gran giuoco, e che venivano promessi come premio al vincitore, anche prima d'avere conosciuto che l'Italia poteva essere soggiogata.

Si è in sul declinare del quindicesimo secolo, che, giunti in certo modo al più elevato punto dello spazio che abbiamo abbracciato, vediamo l'intera storia dell'Italia dividersi ne' diversi suoi periodi. I sei primi secoli, che scorsero dopo la distruzione dell'impero d'Occidente, apparecchiarono colla mescolanza de' popoli barbari coi popoli degeneri dell'Italia, la nuova nazione che doveva succedere ai Romani. Nel dodicesimo secolo questa nazione conquistò la libertà, di cui godette nel dodicesimo e quattordicesimo secolo, aggiugnendovi tutti i trionfi della virtù, de' talenti, delle arti, della filosofia e del gusto, e lasciò che si corrompesse nel quindicesimo, perdendo in pari tempo l'antico suo vigore. Quasi mezzo secolo di spaventosa guerra distrusse allora la sua prosperità, la privò de' suoi mezzi di difesa, e gli rapì all'ultimo la sua indipendenza. Dopo questa guerra, che formerà il principale argomento di questi ultimi volumi, decorsero quasi tre secoli nella servitù, nell'indolenza, nella mollezza, nell'obblio.

Quando una nazione è ad un tempo infelice e viziosa, siamo sempre inclinati ad attribuire le sue disgrazie ai suoi vizj, quando converrebbe il più delle volte attribuire i suoi vizj alle sue disgrazie. Si direbbe che la compassione è per il cuore dell'uomo un sentimento troppo penoso, e che avidamente cogliamo tutte le ragioni, tutti i pretesti che ci dispensano dal compiangere gli altri. È altronde indubitato che ognuno si sottrae possibilmente dall'applicare a sè medesimo, ai suoi compatriotti, al suo paese, l'esempio delle grandi calamità pubbliche; uom preferisce di non credervisi esposto, col persuadersi che non si possano commettere in verun modo que' falli che scorgonsi negli altri; e quando si accusa una nazione degenerata, si suppone di trovarvi la guarenzia della propria. «Il popolo che potè cadere sotto il giogo della schiavitù, dicono oggi i vincitori, il popolo che la soffre, la merita. Coloro che non sonosi sentiti fremere all'avvicinarsi dello straniero, coloro che non conobbero che, per respingerlo, d'uopo era sagrificare i suoi beni, la propria vita, e quella de' figli, sono fatti per rimanere sotto la sua legge, non sono meritevoli di compassione, perciocchè una generosa nazione non avrebbe subita una così triste sorte.»

Ma la storia non insegna agli uomini tanta confidenza; ci mostra per lo contrario, che se le servitù sono necessarie per l'esistenza delle nazioni, non bastano però a guarentirle; che la più saggia costituzione non lascia di essere un'opera umana; che come opera dell'uomo in sè contiene numerosi semi di ruina; che anche in seno alla libertà, alla virtù pubblica, al patriottismo, si sono veduti manifestarsi gli eccessi dell'ambizione, che hanno precipitato una nazione nell'abuso delle sue forze, e nell'esaurimento che ne è la conseguenza; per ultimo che noi soli non fabbrichiamo i nostri destini, e che le molte cagioni che sono a noi straniere, e che indichiamo col nome di accidentalità, perchè non sono da noi dipendenti, possono rendere inutili tutti i nostri sforzi.

La nazione inglese è forse oggi ciò che la nazione italiana era tre secoli fa. Ugualmente cercò la libertà prima d'ogni altro vantaggio, e questo solo gli diede tutti gli altri: nello stesso modo la libertà dello spirito gli ha dato l'impero della filosofia e delle lettere, come la libertà delle azioni gli diede l'impero del commercio e dell'opulenza; e così la potenza dell'opinione intorno al proprio governo gli diede la preeminenza su tutti gli altri, e la collocò nel centro della politica europea: ma per quante circostanze non fu ella l'Inghilterra in sul punto di perdere la felicità presente, e di cadere più in fondo dell'Italia. Quale sarebbe stata la sua sorte, se più lungamente vissuta fosse la regina Maria, o se avesse lasciati figli di Filippo II? se Elisabetta accettato avesse uno de' molti sposi cattolici che le si offrirono, se Carlo I non fosse stato tanto imprudente, nè così vile Carlo II, nè Giacomo II tanto insensato? Quante volte non andò debitrice della propria salute ai venti ed alle burrasche che dissiparono le flotte de' nemici, che potevano distruggere le sue? Quante volte la stravaganza di coloro che cercavano la sua ruina non gli fu più salutare che la propria prudenza? Quante volte non fu soccorsa da un felice destino, allorchè la propria salute non era più in sua mano?

Se gli Italiani, suol dirsi soventi, avessero formato, in sull'esempio delle altre nazioni d'Europa, una sola e robusta monarchia, se avessero rinunciato all'insensata discordia de' loro piccoli stati, se in cambio di consumare le loro forze gli uni contro gli altri le avessero tutte impiegate al di fuori, sarebbero stati più che bastanti a respingere gli stranieri; e, coprendosi di gloria nelle battaglie, avrebbero assicurata l'interna prosperità colla loro indipendenza. Ma potrebbesi piuttosto dire: se gli Italiani avessero fatto come gli Spagnuoli, l'Italia avrebbe subita la sorte della Spagna, e questa sorte non è più degna d'invidia della loro. Effettivamente, nell'epoca in cui ebbero principio le guerre crudeli che ridussero in servitù l'Italia, la Spagna, per lo innanzi divisa in assai più stati, contava ancora cinque monarchie indipendenti, e costantemente nemiche le une delle altre; quella di Castiglia, d'Arragona, di Navarra, di Portogallo e di Granata. Fu Carlo V il primo che riunì quattro di queste cinque monarchie, e Carlo V fu il primo che soggiogò l'Italia. Questa riunione costò agli Spagnuoli la libertà, non trovandosi le loro costituzioni abbastanza forti per contenere un monarca, che impiegava contro i suoi sudditi di un regno quelli di un altro. L'agricoltura, le manifatture, il commercio furono scacciati dalla Spagna dalla violenta amministrazione succeduta alle antiche e savie leggi delle cortes. Le private fortune vennero distrutte, scomparve la sicurezza de' cittadini, e la popolazione infinitamente scemò; tutti gli oggetti che gli uomini si propongono d'ottenere nello stabilimento dell'ordine sociale furono per sempre perduti, e l'indipendenza della nazione non fu assicurata a spese della libertà. Sotto il regno di Carlo V tutta Spagna echeggiò di lagnanze, perchè Giovanna aveva portato ad un sovrano straniero l'eredità dei suoi padri, e perchè gli Spagnuoli venivano governati dai Fiamminghi. Sotto il regno di Filippo II, gli Arragonesi, i Portoghesi, i Navarresi ed i Mori di Granata non si lagnarono con minore amarezza del governo de' Castigliani. Gli altri popoli dell'Europa potevano risguardare e gli uni e gli altri come egualmente Spagnuoli; essi, che ubbidivano, risguardavano i loro padroni come stranieri; e lo erano infatti per i costumi, per le leggi, per la lingua, per gli odj ereditarj; onde il peso del loro giogo fece scoppiare frequenti ribellioni.

Questa riunione delle monarchie spagnuole formò, egli è vero, una potenza formidabile agli stranieri, che difese contro di loro la penisola. Ma questa fu appunto la cagione de' giganteschi progetti della casa d'Austria, di quell'abuso delle proprie forze ancora maggiore delle sue risorse, di quelle spaventose guerre e tutte inutili cui prese parte, dell'odio che si eccitò contro fa monarchia spagnuola in tutta l'Europa, e della spaventosa miseria, cui ridusse gli spagnuoli. Una smisurata ambizione produce all'ultimo smisurati disastri; e mentre la Spagna, finchè fu divisa in piccoli stati, non aveva mai veduti eserciti stranieri violare impunemente i suoi confini, tutte le sue capitali furono costrette una dopo l'altra di aprire le loro porte alle armate francesi ed inglesi nella guerra della successione.

Se gl'Italiani avessero formata una sola monarchia, chi può dire che non sarebbero stati conquistati o conquistatori? Pure l'una e l'altra via conduce egualmente alla servitù. L'Italia non venne soggiogata colle forze di una sola nazione. Per lo spazio di più d'un mezzo secolo, fu contemporaneamente attaccata e guastata dagli Spagnuoli, dai Francesi, dai Fiamminghi, dagli Svizzeri, dai Tedeschi, dagli Ungari, dai Turchi e dai Barbareschi. Veruna interna organizzazione non avrebbe potuto renderla eguale di forze a tutti questi popoli riuniti a' suoi danni. Lungi d'essere alleati, erano questi veramente nemici gli uni degli altri; ma il vincitore approfittava di tutto il male fatto dai vinti. Carlo V e Filippo II furono serviti dai Francesi, dagli Svizzeri, e dai Musulmani, quanto dai proprj loro sudditi Tedeschi e Spagnuoli. Ruinando l'Italia, i primi l'avevano renduta più facile conquista degli altri, e più impotente a scuotere il giogo, quando avesse voluto tentarle. Tutti questi popoli vennero a combattere nelle campagne d'Italia; ma se gl'Italiani avessero cominciato ad essere conquistatori, chi sa se le prime loro sconfitte non avrebbero tirati loro sulle braccia que' medesimi nemici, e prodotte le stesse divisioni?

Se gli Italiani non avessero formata che una sola monarchia, chi può dire che qualche guerra civile non avrebbe aperte le sue porte allo straniero? Le guerre civili prodotte da una successione contrastata sono un flagello inerente alle monarchie ereditarie, nè queste sono forse meno frequenti, nè meno ruinose, di quelle che nascono dalle controverse elezioni nelle monarchie elettive. La sola Francia ne andò quasi sempre esente, perchè la legge salica semplificò la quistione del diritto ereditario; ma quante guerre civili non ebbero invece luogo pel controverso diritto alla reggenza? Altronde l'essenziale quistione dell'eredità delle femmine era così mal decisa in Italia, che appunto per questo titolo gli stranieri pretesero d'aver acquistati diritti su questo paese. La guerra di Carlo VIII nei regno di Napoli, quella di Lodovico XII nel ducato di Milano, furono intraprese per sostenere i diritti di successione in una monarchia. Molti supposero questi diritti legittimi e presero le armi per difenderli; e supposero di adempire ad un loro dovere, aprendo le fortezze dello stato alle armate straniere. In una monarchia s'insegna ai sudditi, che la giustizia consiste nel difendere la linea legittima dei loro re, e nel riporla sul trono con pericolo ancora dell'indipendenza nazionale. Se i duchi di Milano o i re di Napoli avessero potuto nel quindicesimo secolo riunire tutta l'Italia sotto la loro sovranità, la quistione dei diritti della seconda casa d'Angiò, o di quelli di Valentina Visconti non sarebbe perciò meno insorta nel sedicesimo secolo, ed il partito angiovino, ed il partito francese, invece di mostrarsi soltanto nel regno di Napoli e nel ducato di Milano, avrebbe preso le armi in tutta l'Italia per una quistione che avrebbe interessati tutti gl'Italiani.

È nell'essenza delle monarchie il dare costantemente diritti sopra di loro agli stranieri, siccome sta nell'essenza delle repubbliche di non riconoscere verun diritto sopra di loro che non parta dallo stesso centro della nazione. Nelle monarchie che ammettono la successione delle femmine non si marita una sola principessa di sangue reale, che non possa un giorno o l'altro chiamare principi stranieri sul trono de' suoi maggiori. Nelle altre, in cui la successione viene riservata ai soli maschi, il pericolo è minore, e non comincia che quando un ramo cadetto occupa un trono straniero. Così le case d'Angiò, di Napoli e d'Ungheria, conservarono quasi dugent'anni un diritto eventuale alla successione della Francia. La casa di Borbone-Navarra ne acquistò più tardi uno simile; ma Enrico non possedeva il regno di Navarra quando ottenne la corona di Francia, onde non chiamò i Navarresi a dominare sui Francesi. I rami italiano e spagnuolo della casa di Borbone hanno ancora presentemente, dopo un secolo, eventuali diritti alla successione di Francia; e le rinuncie di queste due case, rendendo i loro diritti dubbiosi, accrescerebbero vieppiù i pericoli d'una guerra civile e d'un'invasione straniera per farli valere, nel caso che si aprisse la successione. Come mai adunque lo stabilimento di una sola monarchia in Italia avrebbe garantita l'indipendenza italiana, mentre le medesime guerre, che ridussero l'Italia in servitù, altro titolo non ebbero che le pretese ereditarie ammesse dal solo regime monarchico.

Non già riunendosi in un solo impero, ma piuttosto conservando le sue repubbliche, poteva l'Italia sperare di salvare la sua indipendenza; qualora queste fossero state fra di loro unite nello stesso tempo da un legame federativo, o da alleanze temporarie ma conformi ai loro interessi, tali alleanze avrebbero bastato a respingere gli stranieri, e non ad attaccarli in casa loro; avrebbero preservati gl'Italiani dai traviamenti della propria ambizione come dagli attacchi dei loro nemici. Una repubblica federativa non può mai tanto fidarsi dell'unione de' suoi membri per diventare conquistatrice; ella sfugge a tutti i pretesti di guerra che somministrano ai re la domanda della dote di una figlia, o quella dell'eredità di un avo lontano; e quando è costretta a prendere le armi per sua difesa, trova mezzi che non avrebbe nel regime monarchico. Venezia con una popolazione di due milioni e dugento mila anime fece rispettare la sua potenza fino alla fine del secolo decimo ottavo, assai meglio del regno di Napoli con sei milioni d'abitanti. Si presentò l'occasione di ristabilire la repubblica milanese alla metà del quindicesimo secolo, e di unirla a quella di Venezia e di Firenze, e fors'anche a quella di Genova e della lega Svizzera, per la difesa della libertà. Quando fu perduto quest'istante, ben si può dire che l'Italia fu perduta.

Del resto i piccoli stati, tanto in Italia, come altrove, in tutto il corso del quindicesimo secolo, piegarono sempre ad unirsi in più vasti stati. È questa la naturale conseguenza di tutte le vicende delle guerre, delle rivoluzioni e delle eredità. I sovrani della Francia, della Spagna e della Germania, aggiugnevano tutti gli anni nuovi feudi ai dominj della loro corona; sparivano i piccoli principi e le città libere; pure ognuna di queste nazioni era ben lontana dall'ubbidire ad una sola volontà. La casa d'Austria, divisa in varj rami, non aveva per anco acquistata l'Ungheria e la Boemia; non era ancora più potente della casa di Baviera o di quella di Sassonia; ed il suo ingrandimento nel quindicesimo secolo appena era stato proporzionato a quello dei duchi di Milano. La Francia ancora non contava tra le sue province l'Alsazia, la Lorena, la Franca Contea, la Borgogna, l'Hainault, la Fiandra e l'Artois. Il duca di Bretagna era tuttavia indipendente; gli altri feudatarj non erano che per metà subordinati all'autorità reale; la sola nobiltà era armata, mentre il popolo era troppo oppresso per accrescere la forza nazionale. Frequenti guerre civili avevano occupati ne' loro paesi i Tedeschi, i Francesi e gli Spagnuoli, e niuno in Europa sospettava che si trovasse una sproporzione tra le forze ed i mezzi di queste varie monarchie e le forze ed i mezzi degli stati d'Italia: quella forza, formata tutt'ad un tratto dal valore e dall'arte militare degli oltremontani, non era irreparabile, perciocchè essi fecero lungamente la guerra coi mercenarj levati nella Svizzera, i quali erano egualmente disposti a ricevere soldo dagl'Italiani come dai Francesi.

Nulla annunciava all'Italia, nulla preveder faceva alle potenze straniere il fine della guerra che si accese in sul declinare del quindicesimo secolo; onde non possono accusarsi gl'Italiani di non avere distrutte tutte le antiche loro instituzioni per prevenirlo; ma bensì di non avere abbastanza saputo usare di queste antiche instituzioni, di non avere abbastanza rispettata l'indipendenza di ogni stato, e la libertà di tutti, e d'avere permesso che si spegnesse il patriottismo che gli attaccava alla loro città, non all'idea astratta della nazione italiana. Dopo avere perduti i loro diritti furono meno disposti a fare sagrificj per una patria che loro prometteva minori beni, e più non trovarono in sè medesimi quell'energia repubblicana che gli avrebbe salvati, se qualche cosa poteva salvarli.

Infatti il vizio essenziale, che nel quindicesimo secolo intaccava il corpo sociale in Italia, era l'indebolimento dello spirito di libertà. L'aristocrazia faceva conquiste in seno alle repubbliche, indi il despotismo conquistava le medesime repubbliche. Le città, gelose della loro sovranità, non avevano dato verun diritto rappresentativo alle campagne, di modo che quando dilatavano il loro territorio, accrescevano il numero de' sudditi, non quello de' cittadini. Pareva loro che la libertà fosse un diritto ereditario nelle famiglie, piuttosto che un diritto inerente all'uomo; onde poche volte ammettevano nuove famiglie a dividere le prerogative delle antiche, ed a rimpiazzare quelle che naturalmente si spegnevano. La popolazione dello stato andava crescendo, ed il numero de' cittadini si diminuiva; eppure i soli cittadini formavano la sua forza, poichè i sudditi di una repubblica non le erano più affezionati di quello che lo fossero al principe i sudditi di una monarchia.

Se alla fine del quindicesimo secolo si fosse fatto un censo di tutti coloro che avevano parte alla sovranità in tutta l'Italia, sarebbesi probabilmente trovato che Venezia non contava più di due o tre mila cittadini, Genova quattro in cinque mila, Firenze, Siena e Lucca cinque in sei mila tra tutte; mentre che tulle le repubbliche dello stato della Chiesa, tutte quelle della Lombardia, tutte quelle che precedettero il regno di Napoli avevano perduta la loro libertà: in tutto appena sedici o diciotto mila Italiani godevano pienamente di tutti i diritti del cittadino in una popolazione di diciotto milioni d'abitanti. Un eguale censo ne avrebbe forse dati cent'ottanta mila nel quattordicesimo secolo, ed un milione ottocento mila nel tredicesimo. Questa progressiva diminuzione del numero di coloro che avevano veri diritti nella loro patria, e ch'erano pronti a difenderla con immensi sagrificj, era per avventura la principale cagione dell'instabilità de' governi italiani e della diminuzione delle loro forze. La libertà, che da principio era seduta sopra larghissima base, omai più non posava che sopra la punta di una piramide.

Rendesi necessaria una più universale partecipazione della nazione agli onori pubblici per ravvivare l'entusiasmo, animare il patriottismo, e porre tra le mani dei capi dello stato la forza di ogni individuo. Non è che in proporzione di questa reale o immaginaria partecipazione di tutti gli abitanti dello stato alla sovranità, che le repubbliche acquistano, con un'energia tanto superiore, tanti mezzi di attacco o di difesa, quanti non saprebbero trovarne le monarchie di uguale popolazione e ricchezza. La sovranità di una repubblica sopra tutti i suoi cittadini è sempre più estesa che non quella del più dispotico monarca, per la ragione che siamo sempre più padroni de' proprj movimenti che di quelli di un altro, fosse anche uno schiavo. Vero è che ne' tempi di calma il principe assoluto può permettersi molti atti arbitrarj che sono vietati ad un governo libero, ma il superfluo delle forze, ch'egli trova allora, gli manca nell'istante del bisogno. Allorchè vorrebbe riunire tutte le forze individuali verso il solo scopo della difesa nazionale, è costretto d'impiegare una porzione de' suoi sudditi per costringere l'altra, e metà delle sue forze si paralizza da sè stessa. Un duca di Milano avrebbe veduto ribellarsi tutti i suoi stati, se in tempo di guerra avesse caricati i suoi sudditi della metà soltanto delle imposte che i Fiorentini s'imponevano da loro medesimi, perchè i Milanesi non avevano che un mediocre interesse di ubbidire piuttosto ad un Visconti o ad uno Sforza, che ad un Francese o ad un Tedesco, mentre rispetto al Fiorentino trattavasi di comandare o di ubbidire. Ma nel tredicesimo secolo, quand'ogni città era libera e governata popolarmente, sarebbesi trovato lo stesso potere di resistenza in ogni piccolo cantone della Toscana; circa la fine del quindicesimo, quando Pisa, Pistoja, Prato, Arezzo, Cortona, Volterra, erano soggette alla repubblica fiorentina, queste città ed i loro distretti non la servivano che come i sudditi servono un monarca; gli abitanti misuravano i sagrificj coi vantaggi spesso dubbiosi che potevano sperare dalla loro ubbidienza, e la repubblica poteva dirsi felice, se nell'istante del suo maggiore pericolo non si ribellavano.

Nel corso del quindicesimo secolo, Pisa fu la sola repubblica di primo ordine che cadde sotto il giogo di una repubblica rivale. La sua servitù privò tutta l'Italia della popolazione, del commercio, della navigazione, del valore militare di una delle sue più fiorenti città; e questa conquista, invece di accrescere la potenza di Firenze, la diminuì, perchè i Fiorentini non seppero, o non vollero far entrare i Pisani nella loro repubblica; non pensarono invece che ad indebolirli, ad incatenarli colle fortezze, a privarli dei mezzi di ribellarsi: dopo tale epoca tutte le forze destinate alla custodia di Pisa si levarono dai Fiorentini con pregiudizio di quelle con cui potevano difendersi. Ma se il numero de' cittadini liberi non provò quasi verun'altra diminuzione, il giogo che pesava sulle città suddite venne continuamente aggravato dall'insensibile lavoro di tutto il secolo. Quelle che volontariamente si erano poste sotto la protezione di repubbliche più potenti, non avevano perciò creduto di perdere la loro libertà, avevano solamente contratta un'alleanza disuguale, che non alterava il loro governo municipale, che spesso ancora le aveva liberate da una domestica tirannide. Soltanto l'andare del tempo toglie a quello che ha poco, ed aggiugne all'altro che ha molto; i privilegi de' più deboli sono ogni giorno meno rispettati, mentre le prerogative del più forte si vanno ogni giorno sempre più consolidando in conseguenza degli abusi che si cambiano in diritti. In tal maniera la città dominante diventò capitale, e suddite le città protette. Questo cambiamento si effettuò contemporaneamente in tutte le città che i Veneziani avevano sottratte ai tiranni della Marca Trivigiana, sebbene, mandando loro lo stendardo di san Marco, essi dicessero di render loro la libertà: si eseguì egualmente in tutte quelle che i Fiorentini avevano conquistate in Toscana, ed in tutte quelle delle due Riviere, che ubbidivano ai Genovesi.

La libertà politica, ossia la partecipazione degli uomini alla sovranità, aveva diminuito nelle capitali, perchè il numero de' cittadini s'andava sempre più ristringendo; aveva diminuito nelle città suddite, perchè i privilegi di queste città erano stati considerabilmente ristretti: finalmente aveva diminuito d'intensità, se posso così esprimermi, perchè i diritti di coloro ch'erano rimasti cittadini nelle repubbliche indipendenti, erano stati intaccati o circoscritti, e la sovranità del popolo più non era rispettata. Mentre che la repubblica di Venezia si andava sempre più ciecamente assoggettando ad una gelosa aristocrazia, la libertà a Firenze, a Genova, a Lucca, a Siena, era per lo meno esposta a rimanere frequentemente e lungo tempo sospesa. I Fiorentini, nel quindicesimo secolo, lasciarono usurpare alla famiglia de' Medici un potere di poco inferiore a quello dei re in una monarchia temperata. I Genovesi precipitarono più volte da frenetici la loro repubblica sotto il giogo di un principe straniero. Lucca rimase trent'anni sotto la tirannide di Pandolfo Petrucci; Bologna, che aveva così nobilmente figurato tra le repubbliche italiane, s'avvezzò poc'a poco al giogo dei Bentivoglio; Perugia, che brillò alcun tempo con quasi eguale splendore, poichè fu assai malmenata dalle fazioni degli Oddi e de' Baglioni, abbandonò finalmente agli ultimi il sovrano potere; e tutte le città dello stato della Chiesa, che pel corso di due o tre secoli avevano avuto governo repubblicano, perdettero fin l'ombra della libertà.

Dopo essersi lasciati privare dell'esercizio dei loro diritti, i popoli conservavano tuttavia qualche sentimento d'orgoglio nazionale, quando risguardavano come opera loro l'autorità cui dovevano sottomettersi. In principio del quindicesimo secolo, la maggior parte de' principi che regnavano nelle città d'Italia erano stati innalzati alla sovranità da un partito formatosi tra i loro concittadini; così nominatamente ricevevano la loro autorità dal popolo, e, quando ancora non mostravano verun riguardo per la sua libertà, conservavano per lo meno, e riscaldavano in esso l'amore dell'indipendenza nazionale. Tutti i diritti esercitati da una nazione sono di una natura in parte metafisica, e non è facile il definirli per le persone di non fino intendimento, onde non dobbiamo maravigliarci, se vengono spesso confusi gli uni cogli altri. Infatti l'indipendenza riceveva dagli Italiani il nome di libertà; gli abitanti di Ravenna chiamavansi liberi sotto l'autorità della casa di Pollenta, perchè non ubbidivano nè al papa, nè ai Veneziani; i Milanesi dicevansi liberi sotto i Visconti, perchè non ricevevano ordini, nè dall'imperatore, nè dal papa, nè dal re di Francia. La stessa illusione prodotta da un nome ancora caro, affezionava il popolo alla cosa pubblica, e non poteva essere distrutta senza lasciare scopertamente vedere che la sola spada dava la legge. Ma il quindicesimo secolo distrusse, rispetto alla maggior parte dei sudditi dei principi, quest'illusione d'indipendenza, come distrusse il sentimento della libertà per quasi tutti i cittadini delle repubbliche; e con questo funesto cambiamento si privarono i governi del loro carattere nazionale, e si rendette l'Italia più debole.

Veramente niun secolo fu più fatale alle principesche case d'Italia, nè distrusse più dinastie: e questa fatalità andò inoltre crescendo negli anni che decorsero, dopo l'epoca in cui ci siamo fermati, fino al 1500. I primi anni del secolo videro perire i Carrara di Padova ed i Scaligeri di Verona, videro nello stesso tempo scomparire tutti que' soldati avventurieri allevati da Giovan Galeazzo Visconti, che dopo la di lui morte eransi fatti sovrani nella loro città natale, o in quelle in cui si trovavano di guarnigione, ma che non si poterono lungamente mantenere. Le conquiste di un altro soldato avventuriere più illustre di tutti loro, di Francesco Sforza, furono ancora più fatali alle antiche dinastie italiane. Egli aveva da principio spogliati molti feudatarj della Chiesa nelle guerre cui dovette il suo primo stabilimento nella Marca d'Ancona, e, quando poi occupò colle armi l'eredità di suo suocero e fece succedere gli Sforza ai Visconti, privò l'intera Lombardia, uno de' più potenti ed importanti stati d'Italia, della illusione della legittimità, che compensava i sudditi di quella libertà che avevano perduta. Tutti gli abitanti del ducato di Milano seppero alla fine che ubbidivano al potere della spada, e che, come solo questa aveva loro dato un padrone, solo questa aveva un eguale diritto di rapirlo loro.

Un secondo stato monarchico, che abbracciava più d'un terzo della popolazione di tutta l'Italia, il regno di Napoli, aveva ancor esso colla forza delle armi mutato padrone alla metà del secolo. Il titolo, che Alfonso d'Arragona vantava sull'eredità di Giovanna II, pareva a lui medesimo così dubbioso, che preferì di fondare la propria autorità sul diritto di conquista; e considerò pure questa conquista come una bastante ragione per disporre per testamento del regno di Napoli a favore di suo figliuolo naturale, Ferdinando, mentre lasciava gli stati che possedeva per diritto ereditario a suo fratello ed ai figliuoli di questi.

Per ultimo, nel centro dell'Italia, ambiziosi papi, poco scrupolosi, e pei loro costumi poco degni di rispetto, rialzarono con continuati sforzi la temporale monarchia della Chiesa, che in principio del quindicesimo secolo trovavasi ridotta in estrema debolezza. Ma ossia ch'essi alienassero di nuovo a favore de' loro figli e nipoti i feudi apostolici che andavano ricuperando, o pure gl'incorporassero alla diretta della Chiesa, essi staccavano egualmente i popoli dai loro rispettivi governi, sostituendo la propria autorità a quella che gli antichi feudatarj avevano nella loro patria; e lasciavano in ogni città un seme di malcontento, levando ad ognuna colla sua piccola corte tutti i proprietarj, tutti i ricchi, tutti gli uomini attivi, che passavano alla capitale per attaccarsi al governo. Per tal modo, mentre l'osservatore superficiale risguarda il quindicesimo secolo in Italia come poco fertile di rivoluzioni, mentre tutti gli storici hanno celebrato la sua tranquillità, la sua prosperità, in confronto alle terribili guerre che vennero in appresso, una più accurata disamina fa scoprire in questo stesso secolo le prime cagioni di quelle guerre e delle funeste loro conseguenze. Queste cause furono il rilasciamento del nodo sociale dall'una all'altra estremità d'Italia, l'indebolimento del patriottismo, e la diffusione in ogni luogo dei semi del malcontento.

Ma se l'Italia non fosse in fatti stata ruinata nel seguente secolo, mai non sarebbesi conosciuto che gli avvenimenti del quindicesimo secolo dovessero produrre tanta rovina. I contemporanei, benchè senza dubbio vedessero con dispiacere dimesse molte istituzioni cui erano stati affezionati i loro padri, non ebbero motivo di lagnarsi di straordinarie calamità, e probabilmente credettero il loro paese in uno stato di crescente prosperità. Quelle stesse rivoluzioni, che mutarono il governo di quasi tutte le parti dell'Italia, svilupparono i più grandi ingegni, ed i più grandi caratteri, e spesso ne ricompensarono gloriosamente i loro autori. Francesco Sforza non riconosceva la sua potenza che dai suoi soldati, mentre i Visconti avevano ricevuta la loro dal popolo; ma lo Sforza era superiore ai Visconti per la nobiltà de' sentimenti, per i suoi talenti amministrativi, per le sue virtù militari. Il re Alfonso era ancor esso forestiero nel regno di Napoli, e la sua violenta usurpazione poteva appena dare fondamento ad un potere legale; ma Alfonso era un grand'uomo, che succedeva ad una donna debole, spregevole, scostumata. Colle sue virtù cavalleresche inspirava entusiasmo a tutti coloro che l'avvicinavano; era inoltre ardente ammiratore dell'antichità, il padre de' letterati, il fondatore di tutte le instituzioni che apportarono splendore a Napoli. Niccolò V diminuì la libertà de' cittadini romani, e Pio II riunì alla santa sede i feudi di molti piccoli principi di Romagna, ma tutti e due illustrarono la santa sede con tanto amore per le lettere, con un sapere, con un'eloquenza, con una liberalità, che forse non troverebbersi in veruno de' loro predecessori, o de' loro successori. Cosimo de' Medici scosse la costituzione della sua patria, ma così vasti furono i suoi progetti, così elevati i suoi pensieri, tanto grande la sua magnificenza, che la posterità è tuttavia disposta, come i suoi concittadini, a chiamarlo il padre della patria. Niun periodo fu più ricco di sommi uomini quanto il quindicesimo secolo, e lo splendore che sfolgoreggia intorno a loro sembra riverberare sulle loro famiglie, sulla loro patria, su tutti coloro che furono subordinati alla loro autorità.

Il quindicesimo secolo non andò esente da guerre: questa calamità, la più terribile di quelle cui trovasi esposta l'umana generazione, è forse necessaria alle società politiche per conservare la loro energia; ma nelle guerre del quindicesimo secolo si osservò ancora qualche rispetto per l'umanità. In questo secolo la città di Piacenza fu la sola delle grandi città d'Italia, che fu esposta agli orrori del saccheggio ed all'intera cupidigia de' soldati. Veruna campagna venne guastata in maniera da distruggere per molti anni la speranza dell'agricoltore; i prigionieri furono dolcemente trattati, e quasi sempre liberati senza taglia dopo essere stati spogliati; le battaglie furono poco micidiali, e troppo poco senza dubbio, poichè talvolta ridussero la guerra a non essere che un giuoco tra i soldati mercenarj, che reciprocamente sfuggivano ogni occasione di nuocersi. Ma niuno in allora avrebbe potuto prevedere che questi vicendevoli riguardi esporrebbero gl'Italiani a vergognose disfatte, quando dovessero sostenere l'urto delle altre nazioni. Le loro truppe venivano continuamente esercitate, le loro armi erano della tempra migliore, i loro cavalli della più vigorosa razza. Gli uomini d'arme italiani, che Francesco Sforza aveva mandati a Lodovico XI, erano tornati gloriosi dalle guerre civili della Francia, ed i Veneziani non eransi trovati inferiori ai Tedeschi, quando furono in guerra coll'Austria. Un grandissimo numero di capitani tutti italiani eransi formati nelle due scuole de' Bracceschi e de' Sforzeschi: eransi tenuti esercitati, e mai non avevano deposta l'armatura dopo qualunque trattato di pace, perchè prestavano alternativamente i loro servigj a tutti gli stati che guerreggiavano; infine essi avevano applicate allo studio teorico del loro mestiere tutte le cognizioni dello spirito più illuminato. Non è a dubitarsi che colui, il quale avanti la fine del quindicesimo secolo avesse predetto agl'Italiani che le loro truppe non farebbero testa un solo istante alle oltramontane, sarebbesi renduto ridicolo; gli sarebbe stato domandato, s'egli credeva che i Barbiano, i Carmagnola, i due Sforza, i Braccio, i Caldera, i due Piccinini, i Coleoni, i Malatesta, non avessero lasciati successori, e se gli oltramontani avevano un sol uomo, che conoscesse al par di loro la teoria e la pratica dell'arte della guerra.

Il tempo de' capi d'opera della lingua italiana non era ancora giunto, ma verun secolo non provò forse maggiore entusiasmo per le lettere quanto il quindicesimo, nè si trovò meglio sulla via della gloria letteraria. Mentre nel restante dell'Europa la nobiltà facevasi un punto d'onore di non saper leggere, non eravi un principe, non un capitano, non un solo de' grandi cittadini d'Italia, che non fosse stato educato nelle lettere, che non istudiasse l'antico con qualche passione, e che non si affezionasse alla gloria degli eroi degli andati tempi con tanto maggiore ardore, quanto più aspirava egli stesso alla gloria. I grandi filosofi che di quest'epoca ristaurarono tutti i monumenti letterarj dell'antichità, i dotti che rinnovarono la filosofia platonica, i poeti che risvegliarono le muse italiane, furono tutti membri de' consiglj de' principi o delle repubbliche, ed ottennero nel governo della loro patria un'influenza cui rare volte c'innalzano le lettere.

L'ultimo Visconti ed il primo Sforza furono egualmente generosi verso i dotti che chiamarono alle loro corti. Vi trattennero lungamente Francesco Filelfo, l'uomo più famoso del secolo per la profonda erudizione, per l'infaticabile studio, e per il grandissimo numero dei suoi discepoli, Cecco Simonetta, segretario di Francesco Sforza, suo primo ministro e governatore de' suoi figliuoli, era ancor esso uomo dottissimo. I consiglj d'Alfonso e la corte di Napoli offrivano la stessa mescolanza di erudizione e di politica. Bartolomeo Fazio, Lorenzo Valla, e soprattutti Antonio Beccadelli, più conosciuto sotto il nome di Panormita erano de' più intimi confidenti e de' più abituali consiglieri del monarca. La repubblica fiorentina aveva contati tra i suoi principali segretarj, Coluccio Salutato, Leonardo Aretino, e Poggio Bracciolini. Cosimo de' Medici contava tra i suoi più cari amici Ambrogio Traversari e Marsilio Ficino. Niccolò V e Pio II, che dallo studio delle lettere erano stati portati sul trono pontificio, pareva che tutta la sovranità loro consacrar volessero a quelle lettere da cui la riconoscevano. Flavio Biondo, Platina, Jacopo Ammanati ebbero l'intima loro confidenza. Il Guarino e Giovan Battista Aurispa ornarono le meno potenti corti di Ferrara e di Mantova, e ne educarono i principi. I Montefeltri ad Urbino, i Malatesta a Rimini trasformarono in qualche maniera i loro palazzi in accademie.

Con questa costante emulazione fra tanti piccoli stati, con tanti lumi sparsi in tutte le province, la letteratura italiana fece rapidissimi progressi. Ma se tutta la penisola fosse stata riunita in una sola monarchia, quest'emulazione sarebbe immediatamente cessata. Con una sola capitale gl'Italiani non avrebbero formata che una sola scuola, i medesimi pregiudizj, i medesimi errori, renduti dominanti dal talento d'un professore, l'intrigo d'una cabala o la protezione di un padrone, si sarebbero uniformemente sparsi in tutte le contrade. Sarebbesi creduto di non potere pensare, scrivere, parlare puramente la lingua che a Roma, per modo d'esempio, come in Francia si crede non poterlo fare che a Parigi: la poesia italiana vi avrebbe perduta la sua originalità e varietà; ed il danno sarebbesi principalmente sentito nelle province, che più non isperando di riaver l'antico lustro, avrebbero cessato di contribuire ai progressi dello spirito, ed in conseguenza non ne avrebbero più risentito il beneficio. Nel quindicesimo secolo non v'ebbe capitale d'uno stato indipendente, per piccola che si fosse, e che non contasse molti uomini distinti, non ebbevi città suddita, per grande che si fosse, che un solo ne conservasse nel suo seno. Pisa, malgrado il suo decadimento, era una città assai più ricca, più popolata, più ragguardevole di Urbino, di Rimini, di Pesaro; ma Pisa, una volta fatta suddita dei Fiorentini, più non produsse un solo uomo distinto nelle cose delle lettere o della politica, mentre le piccole corti di Federico di Montefeltro in Urbino, di Sigismondo Malatesta in Rimini, di Alessandro Sforza in Pesaro, avevano tutte molti filosofi e molti letterati. Ferrara e Mantova non avevano maggiore popolazione di Pavia, di Parma, di Piacenza; ma nelle prime brillavano in tutto il loro splendore le arti, la poesia, le scienze, mentre che, in tutto lo stato di Milano, la sola Milano aveva lo stesso lustro. Il regno di Napoli era un esempio ancora più convincente della depressione delle province, quando una capitale s'innalza a loro spese. In questo bel regno, che abbracciava solo il terzo della nazione italiana, che più del rimanente della penisola era favorito dalla natura, e che, non avendo che un solo confine ed un solo vicino, la Chiesa, era meno esposto ai guasti della guerra che ogni altro stato d'Italia, la sola capitale aveva partecipato del movimento che nel quindicesimo secolo rianimò lo studio delle lettere e della filosofia. Malgrado il favore d'Alfonso, malgrado la fama dei grandi letterati che formarono la di lui corte, verun uomo di singolari talenti aveva aperto scuola nelle città così numerose e così felicemente situate della Calabria e della Puglia. Queste province appartenevano ancora alla barbarie, e fino alla presente età non hanno ancora sentita tutta l'influenza dell'incivilimento europeo.

I progressi di questo incivilimento avevano, dovunque si erano estesi, prodigiosamente accresciuti i godimenti della vita: gli studj del quindicesimo secolo, non erano, gli è vero, rivolti verso le scienze naturali, i di cui risultamenti sono applicabili all'utilità pratica, ma verso l'erudizione e la poesia, che arrecano diletto solamente allo spirito. Pure da una banda l'abitudine dell'osservazione, dall'altra lo studio degli antichi, avevano fatte risorgere alcune delle scienze che si propongono per loro scopo la felicità degli uomini. La legislazione aveva fatto de' progressi, la giurisprudenza era illuminata, le finanze regolarmente amministrate, e l'economia politica, sebbene il suo nome non fosse ancora conosciuto, non veniva oltraggiata con assurdi regolamenti, come lo fu tra le mani degli Spagnuoli, poichè l'Italia perdette la sua indipendenza. I governi si lasciarono spesso strascinare in grandissime spese, e talvolta imposero enormi contribuzioni ai loro sudditi, ma la loro maniera d'imporre le tasse non accresceva il danno di pagarle, non soffocava il commercio, non opprimeva l'agricoltura.

Quanto più un'istoria è circostanziata, tanto meglio mette in chiaro, quando è veridica, gli errori ed i patimenti degli uomini. Forse quella dell'Italia nel quindicesimo secolo avrà lasciato nello spirito del lettore molto maggior numero di sventure e di delitti, che non suole offrirne il più delle volle un paese della stessa estensione nello stesso spazio di tempo. C'inganneremmo non pertanto, credendo che di que' tempi gl'Italiani fossero più sventurati o più viziosi che i loro contemporanei nel rimanente dell'Europa, o che lo fossero quanto i loro successori nel proprio loro paese. La privata vita degl'Italiani in così piccoli stati, quali erano quelli che componevano allora l'Italia, era tutta visibile, e tutte le disgrazie venivano registrate nella storia. Ogni individuo trovavasi, per così dire, in contatto colla sovranità, e le sue passioni, i suoi intrighi, le sue vendette, si associavano alle rivoluzioni dello stato, agli avvenimenti pubblici. Nelle grandi monarchie, in cui i provinciali vivono avviluppati in una profonda oscurità, e nei piccoli principati moderni, ove lo stato medesimo non ha storia, e dove un immenso spazio divide ii sovrano dal suddito, ognuno soffre in silenzio la parte sua delle pubbliche calamità, e questa parte gli viene inflitta piuttosto per effetto delle cattive leggi, che per le violenze degli uomini. Le malversazioni dei ministri subalterni non richiamano la pubblica attenzione; la denegata giustizia, gli arresti arbitrarj, ordinati da oscuri magistrati, non sono avvenimenti storici; i delitti de' privati sono di competenza soltanto de' tribunali, e la ruina delle famiglie, dell'agricoltura, del commercio, dell'industria, viene tutt'al più indicata dagli storici complessivamente, senza che mai diano risalto alle infortune individuali. Per confrontare nel quindicesimo secolo i patimenti del popolo francese e dell'italiano, sarebbe d'uopo che la storia dei primi ci descrivesse colle grandi rivoluzioni della monarchia tutte le ingiustizie sofferte nello stesso tempo dai borghesi di Blois e d'Angers, di Tours e di Bourges, e di tutte le altre città del regno; che ci narrasse l'innalzamento e la ruina delle private famiglie, le segrete gelosie, le colpevoli pratiche colle quali i più oscuri cittadini si soppiantano gli uni gli altri, ed i delitti puniti dai tribunali. Ma quando non trovansi nelle province nè libertà, nè indipendenza, queste particolarità sono senz'interesse, come senza dignità; sebbene le passioni private esercitino tutta la loro forza nell'abitazione del più piccolo barone, e nella sfera dei poteri dell'ultimo scabino, il loro risultamento non ferisce che gl'individui, e non si associa in verun modo ai destini della nazione: veruna generosa passione nobilita agli occhi delle vittime la calamità ch'esse soffrono in comune, e la storia non degnasi nemmeno di nominare due o tre volte per secolo varie grandi città, che, se fossero state libere, avrebbero tutte somministrati tanti argomenti agli studj de' moralisti.

Per conoscere se una nazione è felice o sventurata, se la massa degli individui, che la compongono, è partecipe della sua prosperità, se la gloria che raccolgono i suoi capi è per essa sterile o fruttifera, conviene esaminare lo stato de' suoi lavori, la sua agricoltura, le manifatture, il commercio; conviene formarsi un'idea della privata vita di queste diverse classi di cittadini; è d'uopo osservare un capo di famiglia ne' varj stati della società, e vedendolo incamminare in qualche esercizio ognuno de' suoi figli, chiedere quali speranze di buon successo egli veda sul cammino per cui gli addirizza. Giudicando l'Italia con queste regole, troveremo che nel quindicesimo secolo era giunta ad un alto grado di prosperità, da cui è assai discesa a' nostri giorni; e rimarremo convinti che veruna contrada d'Europa non poteva in allora sostenere il confronto dell'Italia.

Sotto il rapporto dell'agricoltura l'Italia era in allora come adesso coltivata da gastaldi, che facevano tutti i lavori e tutte le anticipazioni, ritenendo in compenso la metà de' raccolti. Così mentre nel rimanente dell'Europa i contadini erano tuttavia attaccati alla gleba, o per lo meno sottomessi alle usanze del gius villico ed all'oppressione dei loro padroni, quelli dell'Italia erano liberi, erano uguali ai cittadini rispetto ai diritti civili, non dipendevano dai capricci di un padrone, non ricevevano da lui salario, e, sebbene non fossero proprietarj, essi non ricevevano il loro sostentamento che dalle terre e dal loro lavoro. La fertile Lombardia era, come al presente, industriosamente livellata, la coltivazione del grano di Turchia, e quella de' fieni vi avevano introdotte vantaggiose successive raccolte; le acque erano state industriosamente, per mezzo di canali fatti con grandissime spese, ripartite sopra la campagna, e questo sistema d'irrigazione, che la copre tutta intiera a foggia di rete, era stato condotto a perfezione da Lodovico il Moro, che diede il proprio nome ad alcune delle opere idrauliche fatte a sue spese. Le colline della Toscana erano, come nell'età nostra, coperte d'uliveti e di viti; e perchè le acque non si strascinassero dietro la terra vegetale, questa veniva sostenuta con diversi piani di muri senza cemento nelle vicinanze di Firenze, e nei contorni di Lucca con terrapieni di zolle.

Gli storici contemporanei non si presero cura di dipingere l'aspetto del paese, ed è il più delle volte dietro le descrizioni delle battaglie, e per gli accidenti d'un accampamento d'armata, che ci è dato di conoscere quale fosse lo stato dell'agricoltura, o la sorte de' contadini ne' tempi da noi lontani. Ma se queste circostanze staccate non ci lasciano punto dubitare che l'Italia non presentasse lo stesso aspetto dell'età presente nelle province che conservarono la loro prosperità, ci fanno altresì vedere che la campagna era coperta di villaggi e di agricoltori ancora nelle province, che adesso sono scambiate in deserti. La desolazione si è stesa sopra una ragguardevole ed altre volte fertilissima estensione dell'Italia, dalle rive del Serchio fino a quelle del Volturno. Vero è che le ricche campagne di Pisa furono ruinate dalle inondazioni e rendute, dal quindicesimo secolo in poi, insalubri dalle acque stagnanti, e in appresso dalla negligenza o dalla gelosia de' Fiorentini; ma potenti borgate animavano ancora tutto il littorale, oggi affatto deserto, da Livorno fino all'Ombrone. Possiamo formarci un'idea della numerosa popolazione dello stato di Siena e della sua Maremma dalla quantità dei villaggi che il marchese di Marignano vi fece spianare nel susseguente secolo, facendo passare a fil di spada tutti gli abitanti. Le guerre dei baroni, feudatarj della Chiesa, mostrano che la campagna di Roma aveva pure una numerosa popolazione, possedendovi i soli Colonna, nel quindicesimo secolo, maggior numero di popolosi villaggi, che tutta questa provincia non conta adesso case d'affittajuoli. Non può negarsi che tutta la provincia marittima, ossia la Maremma, come chiamasi ancora presentemente, non fosse riputata malsana, ma non quanto al presente. Flavio Biondo, facendone la descrizione sotto il pontificato di Niccolò V, si accontenta di dire, che nell'età sua più non era così fiorente come ai tempi dei Romani, e quando parla di Ostia, dice che questa città mai non godette di un clima troppo salubre, perchè esposta in riva al mare[1]; ma se avesse dovuto parlare del presente suo stato, avrebbe a stento trovate espressioni per dipingere la spaventosa desolazione del paese e gli effetti dell'aere pestilenziale che vi si respira.

Nel quindicesimo secolo i contadini italiani distinguevansi da quelli de' nostri in ciò, che, invece di abitare in mezzo ai loro campi, ove tenevano per altro una casa rustica, alloggiavano quasi tutti in terre murate; di là recavansi ogni mattina ai loro lavori, e, quando la loro sicurezza era minacciata da nemica invasione, conducevano entro la borgata i loro bestiami e gli attrezzi inservienti all'agricoltura, ed i loro raccolti. Gli storici, parlando di molte imprevedute invasioni, aggiungono spesso che i contadini non avevano avuto tempo di condurre nei luoghi murati le loro bestie e le loro famiglie; lo che mostra, che, in tempi tranquilli, solevano tenerli alla campagna.

La riunione de' contadini nelle borgate riusciva, non v'ha dubbio, perniciosa all'agricoltura, e scemava i prodotti che la loro famiglia poteva cavare da un terreno fertile. Ma quando si esaminano queste borgate, che sono presentemente quasi tutte spopolate, si trovano nelle loro case, abbandonate da più secoli, indizj dell'opulenza di coloro che le abitavano. In generale queste case sono vaste e comode, aggiungono l'eleganza alla solidità, e danno a conoscere che i contadini italiani, nel quindicesimo secolo, erano assai meglio alloggiati che non lo sono al presente i borghesi di una mediocre fortuna ne' più prosperi paesi dell'Europa.

Inoltre questa riunione di contadini in villaggi fortificati, che chiamavano castelli, attribuiva loro un'importanza e diritti politici, di cui non avrebbero potuto godere rimanendo isolati. Erano essi incaricati della difesa della patria, ed il governo perciò aveva loro affidate armi, un tesoro pubblico ed un'amministrazione diretta da magistrati scelti coi loro suffragi. Gli aveva in tal modo posti in istato di difendersi contro un nemico straniero, ma nello stesso tempo aveva loro dati mezzi di respingere ogni oppressiva operazione d'ogni altro corpo dello stato.

Tale era la sorte di questa metà della nazione italiana, che col suo lavoro faceva nascere tutti i frutti della terra. Se si paragona a quella de' contadini della Francia, dell'Inghilterra, della Spagna, della Germania alla stessa epoca, si troverà senza dubbio infinitamente più felice. I padri di famiglia erano esenti da qualunque schiavitù e da ogni vassallaggio domestico. Non erano inquieti rispetto alle condizioni del loro affitto che mantenevasi sempre eguale di generazione in generazione, nè intorno al pagamento delle contribuzioni, che spettava soltanto al proprietario del feudo, nè intorno al pagamento dell'affitto delle terre, che si eseguiva in natura. Potevano senza timore allevare i loro figliuoli, sapendo che il lavoro somministrerebbe loro un abbondante sostentamento; e se la loro famiglia diventava più numerosa che non richiedeva il perfezionamento del loro podere, trovavano sempre per quest'eccesso di popolazione un impiego nell'armata, nel clero, nelle professioni meccaniche della città.

Tutti coloro che lavoravano i campi vivevano colla metà dei frutti della terra; onde si può supporre che formassero per lo meno la metà della nazione[2]. La parte del raccolto, che i gastaldi davano in natura ai loro padroni, veniva consumata nelle città, e vi manteneva un'altra metà della nazione. Ma la condizione di questa seconda parte del popolo era ben diversa da quella che lo è presentemente; invece di languire nell'ozio per mancanza di lavoro, o per non avere conservata l'abitudine e l'abilità di lavorare, questa classe produceva valori commerciali con non minore attività di quella che avesse la prima nel produrre valori agricoli. L'Italia era tuttavia il più ricco paese dell'Europa in manifatture; le sete, ch'ella somministrava in tanta abbondanza, le lane, il lino, la canape, le pelli, i metalli, l'allume, lo zolfo, il bitume, tutti i prodotti bruti della terra, che dovevano essere modificati dall'industria, lavoravansi in Italia e da mani italiane, prima di essere rilasciati all'interno o all'esterno consumo. Ma le materie prime somministrate dall'Italia non bastavano alle sue manifatture; era una delle più importanti operazioni del suo commercio l'importarne altre dagli scali del mar Nero, dell'Affrica, della Spagna e dei paesi del Nord, e in quelle medesime terre tornarle a distribuire in appresso, dopo che il lavoro italiano ne aveva accresciuto il prezzo. Questo lavoro era costantemente ricercato; quando il povero recava le sue braccia sul mercato, era sicuro di trovarvi imprenditori disposti a farlo lavorare, ed a ricompensarlo in proporzione della sua abilità.

Non devesi per altro confondere l'ingegno degli artefici col lavoro meccanico degli operaj; ma tutte le arti erano pure una lucrativa carriera, ed ancora riguardandole dal lato dell'economia politica, non dobbiamo scordare che quello stesso paese che aveva maggior numero di cartolaj e le più attive tipografie, possedeva ancora la maggior parte di que' dotti, i di cui libri diventavano un oggetto di commercio per tutta l'Europa; che a poca distanza dalle cave del marmo statuario[3] di Carrara, e dalle fonderie delle Maremme, trovavansi gli studj degli statuarj Donatelli e Ghiberti, e la maravigliosa cupola di santa Maria Reparata a Firenze, innalzata dal Brunelleschi: e che a canto agli operaj che fabbricavano le tele, i pennelli ed i colori, vedevansi sorgere il Masaccio, il Ghirlandajo e tutti i fondatori delle scuole di pittura[4]. Così prosperavano simultaneamente tutti i lavori, da quello del tessitore, condannato ad un'operazione sempre uniforme, fino a quello dell'artefice destinato a formare la gloria del suo paese. In tale stato di cose quel padre di famiglia che altra eredità non lasciava a' suoi figliuoli che sanità, attività e coraggio di tutto intraprendere, lo abbandonava in sul cammino della vita senza timore.

Il commercio italiano aspettava, ed anticipatamente pagava tutti questi prodotti dell'industria nazionale, per distribuirli in seguito tra le diverse popolazioni del mondo. Ancora non era venuto quel tempo, in cui principi, gelosi dell'indipendenza di tali uomini, che potevano facilmente sottrarre le loro sostanze alla tirannide, armarono il disprezzo contro l'attività e l'industria mercantile. Gli oltremontani non avevano peranco insegnato agli Italiani, che il commercio faceva torto alla nobiltà; e le più illustri famiglie di Firenze, di Venezia, di Genova, di Lucca e di Bologna, davano contemporaneamente capi alle case mercantili, cardinali alla Chiesa e gran priori all'ordine di Malta. Mentre che i più riputati uomini della nazione arrecavano col loro esempio maggior lustro al lavoro, che insegnavano a risguardare l'ozio come un vizio, come un disonore, come un delitto contro la società, essi medesimi, applicandosi ad un commercio che abbracciava la metà del mondo allora conosciuto, acquistavano l'accortezza di esperti mercanti, le cognizioni positive dei legislatori, ed avevano opportunità di studiare i principj della prosperità pubblica, che dovevano prendere di mira nella loro amministrazione. Altronde i commercianti, che formavano un così distinto ordine della società, accostumavansi a trafficare con maggiore lealtà, con modi più liberali, con più svariate cognizioni. La mente, applicata a vicenda ora ai pubblici, ora ai privati affari, andava acquistando maggiore pieghevolezza, e meglio soddisfaceva all'una ed all'altra incumbenza.

La quantità del lavoro che può fare una nazione, la sussistenza che si può procacciare, e la popolazione che può nutrire si misurano sempre sulla quantità dei capitali di cui può disporre. Ora il capitale produttivo che apparteneva agli Italiani nel quindicesimo secolo pareggiava forse quello di tutte le altre nazioni d'Europa assieme unite, e questo capitale, affidato a mani economiche ed industriose, non giaceva mai ozioso. Oggi l'entrata annuale dell'Italia consiste quasi unicamente nella metà dei prodotti del suolo, che i gastaldi danno in natura ai proprietarj, e che questi, da sè medesimi, o col mezzo de' loro diversi salariati, consumano nell'ozio[5]. Nel quindicesimo secolo eranvi tra i proprietarj delle terre molti commercianti che aggiugnevano ogni anno ai loro capitali produttivi la parte, molte volte considerabilissima, de' prodotti de' loro poderi, che non consumavano oziosamente. In tal maniera andavano di continuo impinguendo i capitali, il di cui prodotto superava forse d'assai quello delle terre. Una più numerosa popolazione poteva adunque vivere sullo stesso suolo e più agiatamente. Mentre oggi una non piccola parte delle sete, degli olj d'Italia, ed ancora dei grani, si cambiano con oggetti di lusso, allora quasi i soli oggetti di lusso, che esportavansi dall'Italia, cambiavansi in grani che s'importavano dall'estero. Verun argine vincolava le speculazioni del mercante, che vedeva sempre crescere il fondo destinato alle sue intraprese; il povero trovava la ricchezza nel suo lavoro, il ricco era sicuro di accrescere le sue sostanze con un'incessante attività; e l'uno e l'altro potevano vedere l'accrescimento della loro famiglia senza temere la miseria.

Nell'istante in cui l'Italia usciva dalla barbarie abbiamo fatto osservare la gloriosa maniera con cui presentavasi in sul sentiero delle lettere e delle arti. Ma nel quindicesimo secolo la storia delle lettere e delle arti non è meno importante che la storia della politica; conviene adunque abbandonarla a coloro che la trattarono di proposito. In altra opera presentai un breve prospetto della letteratura italiana, mentre che una compiuta storia di questa stessa letteratura si andava pubblicando da uno de' più illustri scrittori della Francia[6]. Molti altri hanno descritti i maravigliosi progressi dell'architettura, della scultura, della pittura, delle quali non potrebbesi qui parlare degnamente con poche parole, nè trattare a fondo senza uscire dall'unità d'un soggetto storico. Non sarà adunque che come un nuovo argomento di quella prosperità, di quel sentimento di riposo e di felicità sparso in tutta la nazione nel quindicesimo secolo, ch'io ricorderò i rapidi progressi delle arti. Senza dubbio quando si videro giunte all'apice della perfezione, quando uomini come Michelangelo, Raffaello, Tiziano, ebbero pubblicati i loro capi d'opera, le arti si sostennero in tutto il sedicesimo secolo, e di maravigliosa luce folgoreggiarono in mezzo alle più terribili calamità. Le disgrazie non offendono sempre il genio; ma sibbene è necessario uno stato di sicurezza e di godimento della vita, per accendere la prima volta la di lui fiaccola. D'uopo è che una nazione osservi il presente con confidenza, e l'avvenire senza timore, per aggiungere ai fuggiaschi piaceri dell'opulenza l'immortale pompa delle belle arti.

I monumenti, onde si coprì l'Italia nel quindicesimo secolo, non dinotano solamente che un delicato sentimento del bello diresse lo scalpello, il pennello e la squadra de' più illustri scultori, pittori, ed architetti; ma il tutt'insieme di questi monumenti ci fa vedere una nazione piena di fiducia nelle proprie forze, di speranze pel suo avvenire, di soddisfaccimento per gli ottenuti successi. I suoi templi superano infinitamente in magnificenza ed in solidità tutti i più celebri della Grecia; i palazzi de' suoi cittadini, per estensione e per colossale spessezza di muraglie, vincono quelli degli imperatori romani; ed anche alle semplici case non manca un carattere di forza, di agiatezza, di comodità[7]. Quando oggi si attraversano molte città dell'Italia quasi deserte, e tanto decadute dall'antica loro opulenza, quando entrasi nei templi che nemmeno la folla delle grandi solennità può riempire, quando si osservano que' palazzi, i di cui proprietarj occupano appena la decima parte, quando si riflette alle spezzate sculture di quelle finestre fatte con tanta eleganza, all'erba che germoglia presso le mura, al silenzio che regna in quelle vaste abitazioni, alla povertà degli abitanti, al lento camminare, all'aria disoccupata di tutti coloro che attraversano le strade, ai mendicanti che ti pajono formar soli la metà della popolazione; ben si sente che tali città furono fabbricate per un popolo diverso da quello onde sono presentemente abitate, che furono il prodotto dell'attività, e sono ora l'eredità della scioperatezza; che appartennero all'opulenza, cui tenne dietro la miseria; che sono l'opera d'un gran popolo, e che questo gran popolo più non esiste.

Il lusso dei re può talvolta creare una magnifica capitale, ancora quando la loro nazione è tuttavia miserabile e mezzo barbara, e che punto non desidera di privarsi di porzione del suo necessario per circondarsi d'una pompa di cui ella non gode. Lodovico XIV e non la Francia, Federico e non la Prussia, Pietro e Catarina e non la Russia, si vedono ne' palazzi di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo; perciò le lontane province all'epoca che s'innalzavano quegli edificj erano tanto più miserabili, quanto più sontuose diventavano le capitali. Ma spontanee sono la ricchezza e l'eleganza dell'architettura italiana; in villa come in città conservano lo stesso carattere, in ogni luogo sono superiori alla condizione de' presenti proprietarj; ovunque si vedono abitazioni più vaste, più agiate che quelle che la medesima classe della società occupa ne' paesi oggi riputati i più prosperi. Le non conosciute borgate di Uzzano, di Buggiano, di Montecatino, poste in sul pendìo delle colline di Val di Nievole, se fossero trasportate tutte intiere in mezzo alle più antiche città della Francia, di Troyes, di Sens, di Bourges, ne formerebbero i più bei quartieri; i loro templi sarebbero fatti per recare ornamento alle più grandi città. Quando c'interniamo nelle valli degli Appennini, lontane dalle men frequentate strade, da ogni commercio, e sto per dire da ogni viaggiatore, vi si trovano ancora dei villaggi, ove dal quindicesimo secolo in poi non si fabbricò veruna casa, ove verun'antica casa venne ristaurata; tali sono Pontito, la Schiappa o Vellano; oppure sono unicamente formati di case di pietra a cemento, a più piani, e d'una non inelegante architettura.

In quasi tutta l'Italia, l'agricoltura, le strade, la forma data al terreno dalla mano degli uomini, l'architettura delle città e quelle dei villaggi, conservano monumenti dell'antica opulenza, d'una prosperità comune a tutte le classi, d'una attività di spirito, d'uno zelo intraprendente ch'erano l'effetto, e di nuovo diventavano la causa della nazionale felicità. Quest'opulenza, malgrado tutte le rivoluzioni di cui abbiamo parlato, mantenevasi ancora in sul declinare del quindicesimo secolo. Solo ci resta a vedere per quale concatenamento di calamità venne distrutta, da quali impedimenti fu oppresso lo spirito della nazione; sicchè ancora dopo la cessazione delle guerre e di tutti i flagelli, che si succedettero pel corso d'un mezzo secolo, dopo il ritorno della tranquillità, dopo il godimento d'una lunga pace invidiata dalle altre nazioni europee, più l'Italia ricuperare non potesse un'ombra soltanto dell'antica sua felicità.

CAPITOLO XCII.

Elezione di Alessandro VI. — Progetto di riforma di Girolamo Savonarola; vanità di Piero de' Medici, nuovo capo della repubblica fiorentina. — Lodovico Sforza eccita Carlo VIII a far valere i suoi diritti sul regno di Napoli; fermento di tutta l'Italia. — Ferdinando I muore prima d'essere attaccato.

1492 = 1494.

Le opinioni religiose e la politica concorrevano in Italia a collocare il papa alla testa degli stati indipendenti, ne' quali era divisa questa penisola. Fu principalmente nel corso del quindicesimo secolo che i papi innalzarono la loro monarchia temporale, riducendo la città di Roma a non avere che un governo municipale, e sostituendo la propria autorità a quella del senato e della repubblica, talchè dopo la congiura di Stefano Porcari avevano aboliti gli ultimi avanzi della romana libertà. Nelle vicine province i papi avevano lavorato con ardore a rendersi ubbidiente la nobiltà feudataria; e la violenza con cui furono perseguitate le due più potenti case, quella dei Colonna da Sisto IV, e quella degli Orsini da Innocenzo VIII, in principio del suo pontificato, le aveva molto indebolite. Quasi tutti i piccoli principi e quasi tutte le città libere, poste tra Roma, gli stati di Firenze e quelli di Venezia, erano state costrette a riconoscere la suprema autorità della santa sede. Gli è vero che i principi di Romagna conservavano la loro sovranità sotto l'autorità della Chiesa, ma essi ubbidivano con zelo al papa, che temevano, e gli somministravano in tutte le sue guerre eccellenti capitani e buoni soldati. Perciò gli ultimi pontefici ebbero più virtù guerriere che ecclesiastiche, e fecero fortemente sentire l'importanza militare dello stato della Chiesa.

Altronde il papa, che aveva l'alta signoria del regno di Napoli, ch'era direttore del partito guelfo in Lombardia ed in Toscana, e supremo capo della Chiesa, non misurava la propria potenza sopra la sola estensione degli stati sottoposti alla sua immediata giurisdizione. Ben al di là ed a molta distanza dai proprj confini poteva senza danaro guadagnarsi partigiani, fare la guerra senza soldati, minacciare ed atterrire senza forze reali. Perciò la storia dei papi era forse la parte più essenziale della storia d'Italia. Le rivoluzioni delle repubbliche e quelle delle monarchie trovavansi costantemente legate a quelle della corte pontificia, e quasi tutte le grandi catastrofi, che dovevano squarciare l'Italia, erano state predisposte dagl'intrighi o dalle passioni de' preti.

Il principio dell'ultimo periodo della libertà italiana, cui siamo arrivati, ed il cominciamento della lunga guerra che gli oltremontani dovevano portare in quasi tutta la penisola, fu pure un istante di crisi pel potere pontificio; imperciocchè appunto in allora venne innalzato sulla cattedra di san Pietro il più odioso, il più impudente, il più malvagio di tutti coloro che fecero abuso d'una sacra autorità per oltraggiare ed opprimere gli uomini. Alessandro VI fu eletto successore d'Innocenzo VIII. Lo scandalo della corte di Roma, sempre crescente da un mezzo secolo, non poteva essere spinto ad un più ributtante eccesso; ed infatti dopo tale epoca andò gradatamente diminuendo. Veruno scrittore ecclesiastico ebbe l'ardire di difendere la memoria di questo papa, indegno del nome di cristiano; e l'obbrobrio, che in tempo del suo regno coprì la Chiesa romana, distrusse quel religioso rispetto, che proteggeva tutta l'Italia, e l'abbandonò agli stranieri come più facile preda.

Innocenzo VIII era morto il 25 di luglio del 1492; vennero, secondo l'uso, consacrati alcuni giorni alla pompa dei suoi funerali, ed il 6 agosto susseguente i cardinali si chiusero in conclave per eleggere il successore. Si trovarono ridotti al numero di ventitre[8]. Ognuno di loro sentiva ingrandirsi la propria importanza, vedendo scemarsi il numero di coloro che avevano diritto di sedere in questo senato; la divisione delle ricchezze, degli onori, dei principati, disponibili dalla Chiesa, in gran parte spettava a loro; ognuno in ragione del piccolo numero de' suoi competitori, poteva riservare per sè medesimo o per le sue creature una più vantaggiosa porzione in questa grande eredità. Quindi, malgrado l'esperienza dell'inutilità di tutte le condizioni imposte ai futuri pontefici ne' precedenti conclavi, i cardinali, provvedendo prima di tutto ai proprj interessi, promisero con giuramento, che quello di loro che avrebbe la tiara, non farebbe nuove promozioni senza l'assenso del sacro collegio[9].

Tutti i voti trovaronsi uniformi per questa prima risoluzione che giovava al comune interesse; ma quando si venne all'elezione di un nuovo capo della Chiesa, ognuno diede nuovamente orecchio ai consigli della propria ambizione e privata cupidigia. Il conclave era quasi interamente composto di creature d'Innocenzo VIII e di Sisto IV, e non potevasi sperare da uomini eletti in tempi di tanta corruzione, nè molto disinteressamento, nè elevati sentimenti. Un solo tra di loro, Roderigo Borgia, era di più antica creazione, il quale, più degli altri invecchiato nelle dignità della Chiesa, aveva potuto accumulare maggiori ricchezze degli altri. Era costui figliuolo di una sorella di Calisto III, e per fare cosa grata allo zio, che lo aveva adottato, aveva lasciato il suo cognome di Lenzuoli per prendere quello di Borgia. Essendo ancora giovinetto era stato colmato dal vecchio Calisto di tutte le grazie che un papa può conferire ad un nipote: a lui aveva il pontefice resignato il proprio arcivescovado di Valenza nella Spagna; e lo aveva il 21 settembre del 1456 creato cardinale diacono, aggiugnendovi in pari tempo la lucrosa carica di vice cancelliere della Chiesa. Sisto IV, che aveva adoperato Roderigo Borgia in molte legazioni, gli aveva dati i vescovadi di Alba e di Porto. Altre più fresche missioni, nelle quali il Borgia aveva dato luminose prove della sua accortezza, gli avevano fruttate nuove ricompense[10], e nel 1492 aveva l'entrate di tre arcivescovadi in Ispagna, e di molti altri beneficj in tutta la Cristianità. Le ricchezze di un cardinale influiscono quasi necessariamente sopra i suffragj de' suoi colleghi, perciocchè, non potendo per sè ritenere i beneficj, fatto papa, è cosa ovvia che li ripartisca sopra tutti coloro che più contribuirono alla sua elezione; e quanto più partecipò egli stesso ai favori della Chiesa, tanto più può darne ai suoi partigiani, senza muovere giuste lagnanze. Il Borgia, nel corso di quasi un mezzo secolo di prosperità, aveva accumulati immensi tesori, e la natura gli aveva accordati tutti i talenti proprj a farne uso per la sua ambizione: aveva una facile eloquenza, sebbene non fosse che mediocremente versato nelle lettere, e la sua mente, straordinariamente pieghevole, era di tutto capace: ma soprattutto era in particolar modo provveduto di singolari talenti per trattare gli affari, e di una inarrivabile destrezza nel saper condurre ai suoi fini lo spirito de' suoi rivali[11].

Collocato dalle immense sue ricchezze e dalla sua anzianità nel collegio de' cardinali tra i principali candidati per la santa sede, il Borgia sembrava, anche agli occhi de' più savj, giustificare in parte le sue pretese co' distinti talenti impiegati la servigio della Chiesa; se non che i suoi costumi potevano dar luogo a potenti eccezioni. Fin sotto il pontificato di Pio II, le sue dissolutezze, in allora più condonabili in grazia della gioventù, l'avevano esposto alla pubblica censura[12]; aveva poi preso seco un'amica, detta Vanozia, colla quale viveva come se stata fosse sua moglie, e nello stesso tempo l'aveva fatta sposare ad un cittadino romano; aveva da lei avuti quattro figliuoli ed una figlia, che tra poco vedremo prendere una molto importante parte negli affari. Egli nelle parole e ne' fatti non aveva la riservatezza conveniente a uomo di Chiesa: ma il libertinaggio era di già salito sul trono con Sisto IV e con Innocenzo VIII, ed il sacro collegio non era più composto di uomini abbastanza irreprensibili perchè i vizj di Roderigo Borgia fossero un sufficiente motivo d'esclusione.

Pareva che due rivali potessero disputare la tiara al Borgia, cioè Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere. Ascanio, figliuolo del grande Francesco Sforza, duca di Milano, era zio di Giovanni Galeazzo, allora regnante, e fratello di Lodovico il Moro, che governava in suo nome la Lombardia; era stato creato da Sisto IV cardinale diacono del titolo dei Santi Vito e Modesto, era dopo il Borgia uno de' cardinali più ricchi di beneficj ecclesiastici, ed era inoltre spalleggiato da suo fratello e dagli alleati del duca di Milano. Ma dopo avere fatte alcune infruttuose prove delle forze del proprio partito, preferì di vendere la propria adesione al suo rivale, piuttosto che vedersi da lui vinto; trattò col Borgia e si fece promettere la carica di vice cancelliere, e gli guarentì in iscambio tutti i suffragi da lui disponibili[13].

Giuliano della Rovere, figliuolo di un fratello di Sisto IV, prete cardinale del titolo in san Pietro in vincula, era il terzo candidato. I suoi distinti talenti, e l'avere luminosamente figurato nel pontificato dello zio, gli avevano procurati molti suffragj; ma Roderigo Borgia, spargendo danaro a piene mani, seppe guadagnarsi coloro che ancora pendevano incerti. Sotto colore di porli in luogo sicuro finchè durava il conclave, egli aveva mandato quattro muli carichi di danaro alla casa del cardinale Ascanio Sforza, e questo danaro fu impiegato nell'acquisto delle coscienze incerte. La voce del cardinale patriarca di Venezia fu pagata cinque mila ducati, tutte le altre furono mercanteggiate nella stessa maniera[14], ed il sabato mattina, undici di agosto, Roderigo Borgia fu proclamato papa, colla maggiorità di due terzi de' suffragj, sotto il nome di Alessandro VI[15].

Si conobbe subito a quali vergognosi mercati andava il pontefice debitore della sua elezione, perciocchè fu veduto nei primi giorni dopo l'elezione pagare i convenuti premj. Risegnò al cardinale Ascanio Sforza la lucrosa sua dignità di vice cancelliere; cedette al cardinale Orsini il suo palazzo di Roma coi due castelli di Monticello e di Soriano; diede al cardinale Colonna l'abbazia di Subbiaco con tutti i suoi castelli; al cardinale di sant'Angelo, il vescovado di Porto con tutti i suoi mobili sommamente magnifici, oltre la sua cantina ricca de' più squisiti vini; al cardinale di Parma la città di Nepi; a quello di Genova la chiesa di santa Maria in via lata; al cardinale Savelli la chiesa di santa Maria maggiore, e la città di Città Castellana: gli altri furono premiati a danaro sonante. Cinque soli, alla testa de' quali furono posti Giuliano della Rovere e suo cugino Raffaello Riario, non acconsentirono a vendere i loro suffragj[16].

I Romani celebrarono l'elezione di Alessandro VI con tali feste, che sarebbero state più convenienti alla coronazione di un giovane conquistatore che a quella di un vecchio pontefice. Sarebbesi detto che il popolo re chiedeva al suo nuovo sovrano di richiamare sotto il suo impero le nazioni altre volte soggiogate dalle armi romane. La maggior parte delle iscrizioni che ornavano le case romane alludevano al nome di Alessandro assunto dal Borgia, e se in qualche modo ricordavano la religione di cui era capo, lo facevano, promettendo al nuovo Alessandro tanto più luminose vittorie in quanto che egli era un Dio, e non un semplice eroe[17]. Quest'eccesso d'adulazione non venne immediatamente smentito dal fatto. Una spaventosa anarchia era nata sotto il venale ed effeminato regno d'Innocenzo VIII; erasi aggrandita nella letargia di questo pontefice in modo che dugento venti cittadini romani erano stati assassinati dall'ultima crisi della sua malattia fino alla morte[18]. Alessandro VI, che voleva regnare, e che sapeva farsi temere, pose subito rimedio a tanto disordine e ridonò la sicurezza alle strade di Roma. Il solo cardinale della Rovere non lasciossi sedurre da questa apparente calma: l'apostata spagnuolo, il marrano, com'egli lo chiama[19], non poteva ispirargli troppa confidenza. Si chiuse nel castello d'Ostia fino all'istante in cui credette più prudente partito il recarsi in più lontani paesi, e non assistette alle scandalose feste colle quali il papa celebrò nel proprio palazzo il matrimonio di sua figlia Lucrezia con Giovanni, figlio di Costanzo Sforza, signore di Pesaro[20].

L'istante in cui la Chiesa romana, disonorata dai vizj di alcuni capi del clero, alzava sul trono un pontefice di cui doveva vergognarsi, non poteva sottrarsi ai tentativi di riforma di coloro che, più sinceri nella loro fede, cercavano nella religione un appoggio alla morale, e prevedevano le funeste conseguenze dell'esempio dato a tutta la Cristianità da un papa adultero e fors'anche incestuoso. In sul declinare del quindicesimo secolo, e ne' primi anni del susseguente, era ancora troppo fervente, e troppo sincero era il sentimento della religione perchè i grandi scandali non fossero cagione di grandi rivoluzioni. Coloro che per una virtuosa indignazione s'allontanavano da un Sisto IV, da un Innocenzo VIII, da un Alessandro VI, non lasciavano perciò d'essere Cristiani, o affezionati alla Chiesa disonorata da alcuni suoi capi; essi attribuivano tutti i vizj agli uomini e non al sistema; e quanto più vedevano accrescersi i disordini e gli scandali, facevansi un più stretto dovere di scacciare l'abbominazione dal santuario, e mostravansi più disposti a compromettere anche la vita per una riforma, che risguardavano come l'opera del Signore.

Lo scandalo della corte di Roma non era ancora che imperfettamente conosciuto al di là delle Alpi. Prima delle guerre degli oltremontani in Italia, un profondo rispetto copriva d'impenetrabil velo il palazzo di san Pietro a Roma; ed ai riformatori, che più tardi spiegarono lo stendardo della ribellione contro la Chiesa romana, sarebbe stato impossibile il dare compimento all'opera loro in Germania ed in Francia avanti questa mescolanza delle nazioni. La stessa intrapresa doveva piuttosto tentarsi in Italia, ove più che altrove conoscevansi gli abusi: questa doveva ricevere un diverso carattere dal popolo che cominciava la riforma; doveva scoppiare tra gl'Italiani con maggiore entusiasmo, doveva parlare d'avvantaggio all'immaginazione ed al cuore, doveva farsi meno spalleggiare dalla filosofia, e forse essere meno indipendente dalle opinioni religiose, ma invece legarsi più strettamente alla politica. In Italia l'ordine civile e l'ordine religioso erano egualmente corrotti, mentre i principj costitutivi dell'uno e dell'altro erano stati profondamente penetrati con un lungo studio: onde i riformatori dovevano tentare di dar mano contemporaneamente a tutti e due. Tali infatti furono i divisamenti di Girolamo Savonarola; e questo precursore di Lutero non fu da lui diverso, se non quanto un Italiano deve esserlo da un Tedesco.

Girolamo Francesco Savonarola apparteneva ad un'illustre famiglia originaria di Padova, ma chiamata a Ferrara dal marchese Niccolò d'Este. Nacque in quest'ultima città il 21 settembre del 1452 da Niccolò Savonarola e da Annalena Bonaccorsi di Mantova[21]. Distintosi di buon'ora ne' suoi studj, in particolare, nella teologia, s'involò alla sua famiglia in età di 23 anni, e, rifugiatosi nel chiostro de' Domenicani di Bologna, professò il 23 aprile del 1475 con un fervore religioso, un'umiltà ed un desiderio di penitenza, che non si smentirono giammai[22]. I suoi superiori, conoscendo bentosto i singolari talenti del giovane domenicano, lo destinarono a leggere pubblicamente filosofia. Il Savonarola, chiamato a parlare in pubblico, doveva lottare contro i difetti del suo organo ad un tempo debole e duro, contro la sua mal aggraziata declamazione, e contro lo spossamento delle sue forze fisiche, prodotto da una severa astinenza.

Fu ammirata l'erudizione del nuovo professore, ma egli non piacque come predicatore quando salì sul pulpito, ed allora non fu al certo preveduto quel potere che in breve acquistar doveva la sua eloquenza sopra più numerosi uditori[23]. La forza dell'ingegno e quella della volontà vinsero tutti gli ostacoli. Il Savonarola acquistò nel ritiro quei vantaggi che supponevansi essergli stati dalla natura negati. Coloro che nel 1482 erano stati offesi dalla sua declamazione, appena potevano riconoscerlo quando nel 1489 l'udirono modulare a suo piacimento una voce armoniosa e robusta, e sostenerla con una nobile, imponente e graziosa declamazione[24]. Egli stesso, temendo d'insuperbirsi per gli sforzi che aveva felicemente fatti onde perfezionarsi, riferiva al cielo i suoi progressi con cristiana umiltà, e risguardava le proprie metamorfosi come un primo miracolo, che provava la sua divina missione.

Fu nel 1483 che il Savonarola credette sentire in sè medesimo un segreto profetico impulso che lo destinava riformatore della Chiesa, chiamandolo a predicare ai Cristiani la penitenza, e ad annunciare ai medesimi anticipatamente le calamità onde lo stato e la Chiesa erano egualmente minacciati. A Brescia cominciò la sua predicazione intorno all'apocalisse nel 1484, e predisse ai suoi uditori che le loro mura sarebbero un giorno bagnate da torrenti di sangue. Questa minaccia pare che avesse compimento due anni dopo la morte del Savonarola, quando nel 1500 i Francesi, sotto gli ordini del duca di Nemours, presero Brescia d'assalto, e lasciarono gli abitanti in preda ad un'orrenda uccisione[25]. Nel 1489 Savonarola recossi a piedi a Firenze, e fissò la sua residenza nel convento del suo ordine, sotto il titolo di san Marco, dove pel corso di otto anni doveva continuare a predicare la riforma, fino al momento in cui fa mandato al supplicio, come, a seconda di quanto attestano i suoi discepoli, aveva egli stesso prenunciato.

La riforma, che il Savonarola raccomandava, siccome un'opera di penitenza, per allontanare le calamità ch'egli diceva vicine a piombare sull'Italia, doveva cambiare i costumi del mondo cristiano e non la sua fede. Il Savonarola credeva corrotta la disciplina della Chiesa, credeva infedeli i pastori delle anime, ma non erasi mai fatto lecito di muovere un solo dubbio intorno ai dommi che professava questa Chiesa, o di assoggettarli a veruna disamina. La stessa natura del suo entusiasmo non glielo doveva permettere; non era già in nome della ragione ch'egli attaccava l'ordine stabilito, ma in nome d'una inspirazione ch'egli credeva soprannaturale, non per mezzo di esame, ma colle profezie e coi miracoli.

L'ardire del suo spirito, che si era trattenuto in faccia all'autorità della Chiesa, aveva per altro misurate con minore rispetto le autorità temporali. In tutto ciò ch'era opera dell'uomo voleva che potesse riconoscersi per iscopo l'utilità degli uomini e per regola il rispetto dei loro diritti. La libertà non sembravagli meno sacra della religione; risguardava come un bene mal acquistato, e che non si poteva conservare senza rinunciare all'eterna salute, il potere che un principe aveva usurpato, innalzandosi nel seno d'una repubblica. Ai suoi occhi Lorenzo de' Medici era un illegittimo detentore della proprietà dei Fiorentini: malgrado i replicati inviti, fattigli da questo capo dello stato, mai non volle visitarlo, o attestargli veruna deferenza, onde non si supponesse ch'egli ne avesse riconosciuta l'autorità[26]; e quando Lorenzo, sul letto della morte, chiamò presso di sè questo confessore per ricevere dalle sue mani l'assoluzione, il Savonarola gli chiese preventivamente se aveva intera fede nella misericordia di Dio, ed il moribondo dichiarò di sentirla nel fondo del suo cuore; se era apparecchiato a restituire tutto il bene che aveva illegittimamente acquistato, e Lorenzo dopo qualche incertezza si dichiarò disposto a farlo; finalmente se ristabilirebbe la libertà fiorentina ed il governo popolare della repubblica; ma Lorenzo ricusò di assoggettarsi a questa terza condizione, e rimandò il Savonarola senza avere ricevuta l'assoluzione[27].

Se il Savonarola avea creduto di dover predicare a Lorenzo de' Medici la restituzione della sovrana autorità a Firenze, siccome d'un bene mal acquistato, egli aveva ancora più gagliarda ragione per persuadere Pietro de' Medici a dimettersi da un'autorità ch'egli non aveva nè la forza, nè l'abilità di conservare. Pietro, il maggiore de' tre figli di Lorenzo, non aveva che ventun anni quando suo padre morì, e la sua prudenza era al di sotto dell'età. A Firenze, le leggi determinavano l'età richiesta per l'esercizio d'ogni magistratura, ed avevano generalmente protratta assai quest'epoca: i consiglj dispensarono Pietro dalle condizioni dell'età, e lo dichiararono proprio a ricevere tutte le onorificenze, e ad esercitare tutte le magistrature di suo padre[28]. Questa violazione della costituzione era una conseguenza della schiavitù della signoria; ma questa ferì i Fiorentini facendo loro vedere il giogo sotto cui erano caduti.

Pietro, appassionato pei piaceri della gioventù, per le donne, per gli esercizj della persona che potevano farlo brillare ai loro occhi, d'altro omai non intratteneva la repubblica che di feste e di divertimenti, cui consacrava tutto il suo tempo. La sua statura era più che mezzana, aveva petto e spalle assai larghe e straordinarie erano la di lui forza e destrezza. Egli ragunava presso di sè i più insigni giocatori di palla di tutta l'Italia; ma in quest'esercizio superava tutti, come in quelli della lotta e del cavalcare. Aveva facilità somma di dire, pronuncia aggradevole, armoniosa voce, mentre che suo padre per una cattiva conformazione del suo organo parlava col naso. Pietro aveva fatti singolari progressi nelle lettere greche e latine sotto Angelo Poliziano: improvvisava versi con somma facilità; variata e gradevole era la sua conversazione, ma il suo orgoglio mostravasi con insultante maniera qualunque volta vedevasi contraddetto. Questo era di tutti il suo più dominante difetto, difetto in lui accarezzato da sua madre Clarice, e da sua moglie Alfonsina, l'una e l'altra della famiglia Orsini, le quali aveano portata in casa dei Medici l'arroganza della loro famiglia. Egli pretendeva che la repubblica ricevesse ciecamente i suoi ordini, ed intanto risguardava come cosa indegna del suo grado la fatica dello studiare i pubblici affari; perciò gli abbandonava alle persone di sua confidenza, ed in particolare a Pietro Dovizio di Bibbiena, fratello maggiore di quel Bernardo, che Leon X creò poi cardinale ed acquistò illustre nome nelle lettere volgari. Pietro di Bibbiena era stato segretario di Lorenzo, aveva pratica degli affari, ed il Medici, accordandogli la sua confidenza, metteva questo subalterno, nato in una provincia suddita, al di sopra degli antichi magistrati della repubblica[29].

Meno era Pietro de' Medici capace di governare uno stato, e più diffidava di coloro che potevano nella repubblica aspirare ad un rango eguale al suo. Un altro ramo della casa de' Medici cominciava in allora a richiamare l'attenzione dei Fiorentini; erano questi i nipoti di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo. Il più giovane di costoro aveva quattro anni più di Pietro; avevano ereditate le ricchezze accumulate colla mercatura del loro avo; ma ossia che verun singolare talento si fosse sviluppato in questo ramo della famiglia, o che i suoi membri si riputassero abbastanza onorati dal parentado loro coi capi dello stato, non eransi mai veduti nè Pier Francesco, padre di questi giovani, nè Lorenzo, loro avo, prendere veruna parte nelle politiche contese di Firenze. Piero fu il primo a scoprire de' rivali ne' suoi cugini; li fece arrestare in aprile del 1493, e prese a deliberare se dovesse farli morire; ma i loro amici ottennero a fatica che fosse contento di mandarli fuori di città, assegnando loro per prigione le loro due case di campagna. Ma il popolo aveva risguardato il loro arresto come una violazione de' suoi diritti, e la libertà loro come un trionfo: gli accompagnò colle sue acclamazioni e co' suoi voti mentre uscivano di città, e fece vie meglio sentire a Pietro, ch'egli andava perdendo tutto il favore popolare[30].

Forse Pietro avrebbe più facilmente soppressi questi primi sintomi di fermento, se si fosse affrettato di allontanare da Firenze colui che dirigeva lo spirito popolare, comprendendo la libertà nella riforma della Chiesa e dei costumi. Ma Girolamo Savonarola scuoteva ogni giorno una numerosa udienza coll'interpretazione delle profezie, nelle quali credeva di vedere prenunciata la ruina di Firenze. Parlava al popolo in nome del cielo delle calamità che lo minacciavano, e lo supplicava di convertirsi; in appresso dipingeva a' suoi occhi il disordine dei privati costumi, i progressi del lusso e dell'immoralità in tutte le classi de' cittadini, i disordini della Chiesa e la corruzione de' suoi prelati, i disordini dello stato e la tirannide de' suoi capi; invocava la riforma di tutti questi abusi, e la sua immaginazione era altrettanto vivace ed entusiasta, quando parlava degli interessi del cielo, quanto vigorosa era la sua logica ed affascinatrice la sua eloquenza, quando regolava gl'interessi della terra. Di già i cittadini di Firenze attestavano colla modestia dei loro abiti, coi loro discorsi, col loro contegno, ch'essi andavano abbracciando la riforma del Savonarola; di già le donne avevano rinunciato alle loro acconciature; sorprendente in tutta la città era il cambiamento de' costumi, ed era facil cosa il prevedere che l'istruzione politica del predicatore non farebbe minore impressione sugli uditori di quel che lo faceva l'istruzione morale[31].

Le predicazioni del Savonarola erano appoggiate alla minaccia di nuove spaventose calamità che straniere armate dovevano recare all'Italia; in fatti ogni giorno queste calamità si andavano avvicinando, e cominciavano a rendersi visibili a tutti gli occhi. Le pretese della casa d'Angiò sul regno di Napoli avevano turbata l'Italia un intero secolo, e l'Italia era avvezza a volgere lo sguardo verso la Francia per discoprirvi gl'indizj della burrasca che si addensava per distruggere la sua pace. Erano già vent'anni che i diritti della casa d'Angiò erano passati nel re di Francia, e ben poteva prevedersi, che quando il giovane principe fosse in età da credersi in istato di condurre gli eserciti, potrebb'essere solleticato dalla gloria di conquistatore. Sentivasi perciò da molto tempo che si rendeva necessaria l'unione delle potenze d'Italia per chiudere la porta di questo paese agli oltremontani. Quest'unione esisteva nelle pubbliche convenzioni, ed era stata inoltre raffermata dal trattato di Bagnolo del 7 agosto del 1484, e da quello di Roma dell'11 agosto del 1486, l'uno e l'altro in pieno vigore; ma intanto quest'unione non aveva spente le segrete rivalità dei sovrani, le gelosie e gli odj che dividevano l'Italia in due rivali fazioni, e che aspettavano l'opportunità per iscoppiare.

Lodovico Sforza, detto il Moro, che governava il ducato di Milano in nome di suo nipote Giovanni Galeazzo, pareva sentire più che gli altri, siccome più degli altri vicino agli oltremontani, la necessità dell'unione degli stati d'Italia, e voleva non solo che esistesse realmente, ma ancora che fosse solennemente annunciata a tutta l'Europa. L'assunzione di Alessandro VI al pontificato parvegli una favorevole circostanza per farlo, perchè all'elezione di un nuovo papa tutti gli stati cristiani mandavano a Roma una solenne ambasciata per prestargli ubbidienza. Il duca di Milano era unito con una particolare confederazione, rinnovata per 25 anni nel 1480, col regno di Napoli, il duca di Ferrara, e la repubblica fiorentina. Lodovico il Moro propose ai suoi alleati di far partire nello stesso tempo gli ambasciatori di queste quattro potenze, di ordinare per lo stesso giorno il loro ingresso in Roma, e di farli presentare insieme al papa, incaricando quello del re di Napoli di parlare egli solo a nome di tutti. Voleva così mostrare al papa, ai Veneziani ed alle altre potenze d'Europa, che intima e forte era la loro unione, persuadere le due prime ad unirsi a loro per la difesa dell'Italia, e far conoscere alle altre che questa provincia non aveva di che temere dagli stranieri. La puerile vanità di Pietro de' Medici mandò a monte questo progetto, ed eccitando la diffidenza del Moro, lo gettò in una politica affatto contraria[32].

Era Pietro de' Medici uno degli ambasciatori nominati dalla sua repubblica per recarsi a Roma; voleva figurare in questa solenne circostanza, spiegando agli occhi de' Romani e de' forastieri i tesori di gemme ammassati da suo padre, il lusso de' suoi equipaggi e l'eleganza degli abiti de' suoi servitori. La sua casa era stata due mesi ingombra di sartori, di ricamatori ec.; tutti i suoi giojelli erano stati seminati sulle assise de' suoi paggi, ed un solo collare, che doveva portare uno di costoro, stimavasi del valore di dugento mila fiorini. Tanto lusso sarebbe stato meno osservato se quattro solenni ambasciate avessero dovuto fare nello stesso tempo il loro ingresso. Collega di Pietro era Gentile, vescovo d'Arezzo, uno dei precettori di Lorenzo de' Medici; Gentile era incaricato di parlare, e non aveva questi minor voglia di recitare il discorso che aveva composto, che Pietro di far vedere le sue assise. Ma, secondo il progetto di Lodovico il Moro, avrebbe parlato il solo ambasciatore del re di Napoli[33]. Il Medici non sapeva rinunciare a tutte queste soddisfazioni dell'amor proprio, e persuase Ferdinando, re di Napoli, a ritirare la parola già data al Moro. Questi sentì la sua vanità ferita in vedere con tanta leggerezza abbandonato un progetto da lui proposto e sostenuto da plausibili motivi; perciò si fece ad indagare le cagioni che potevano dare a Pietro tanto ascendente sull'animo di Ferdinando, e scoprì l'esistenza di una segreta lega tra questi ed il capo della repubblica fiorentina. Un'alleanza, indipendente da quella di cui egli stesso faceva parte, pareva minacciarlo; la casa de' Medici, costantemente alleata degli Sforza, era disposta ad abbandonarlo per la casa rivale di Arragona, e poteva derivarne un intero cambiamento in tutto il sistema politico dell'Italia[34].

Bentosto nuove prove di questa intelligenza accrebbero i timori del Moro. Ferdinando e Pietro de' Medici consigliarono Virginio Orsino, parente d'ambidue loro, ad acquistare i feudi d'Anguillara e di Cervetri, che Innocenzo VIII aveva dati in sovranità a suo figlio Franceschetto Cibo. Il loro prezzo venne portato a quarantaquattro mila ducati, ed il Medici ne sovvenne quaranta mila[35]. I feudi degli Orsini, posti in gran parte tra Roma, Viterbo e Civitavecchia, assicuravano la comunicazione del re di Napoli colla repubblica fiorentina, ed in qualche modo inceppavano il papa, i di cui feudatarj venivano per tal modo, fino alle porte della sua capitale, protetti dai due più potenti vicini. Lodovico il Moro fece sentire questo pericolo ad Alessandro VI, confortandolo, poichè verun feudo della Chiesa non poteva alienarsi da un feudatario senza il consentimento del papa, a non approvare la vendita d'Anguillara[36].

Lodovico il Moro approfittò de' sospetti che questo negoziato e le minacce di Ferdinando e di Pietro de' Medici davano ad Alessandro VI per intavolare con lui e colla repubblica di Venezia un'alleanza, che potesse servire di contrappeso all'ascendente che pareva prendere la casa d'Arragona. Tale alleanza fu sottoscritta il 22 aprile del 1493, malgrado l'opposizione del doge di Venezia, il quale, conoscendo il carattere d'Alessandro VI, non sapeva ridursi a riporre in lui veruna confidenza. Poco dopo entrò in questa lega ancora Ercole III, duca di Ferrara, ma la repubblica di Siena non volle prendervi parte[37].

Obbligavansi i confederati a tenere in armi pel mantenimento della pubblica pace un esercito di venti mila cavalli e di dieci mila fanti, cui il papa contribuirebbe per un quinto, e, cadauno per due quinti, il duca di Milano ed il governo veneto. Quest'alleanza non aveva verun fine ostile, e tutti gli stati d'Italia potevano, quando loro piacesse, entrarvi[38].

Lodovico il Moro temeva meno Ferdinando che suo figliuolo Alfonso, perchè vedeva nell'ultimo il protettore naturale del suo proprio nipote, Giovanni Galeazzo, di cui aveva usurpata tutta l'autorità. Quando nel 1479 erasi il Moro impadronito mano armata della reggenza di Milano, soppiantando la duchessa Bona ed il vecchio Simonetta, aveva avuto un plausibile motivo per arrogarsi tutti i poteri di suo nipote Giovanni Galeazzo, il quale era evidentemente troppo giovane per governare; e, sebbene dichiarato maggiore di quattordici anni, sapevasi a Milano, come in tutte le monarchie, che questa formalità non aveva altro effetto che quello di levare l'autorità ai tutori indicati dalla legge per trasmetterla ai favoriti del giovanetto principe, o a coloro che avevano a suo nome occupato il supremo potere.

Ma erano omai quattordici anni che il Moro teneva le redini del governo, e suo nipote era giunto a tale età che la sua ragione non aveva più nulla a sperare dal tempo. Erasi ammogliato con Isabella, figlia d'Alfonso e nipote del re Ferdinando; «la quale fanciulla, dice il Comines, era coraggiosa assai, ed avrebbe volentieri, se l'avesse potuto, dato il potere a suo marito; ma egli non aveva troppa prudenza, e palesava ciò che la consorte gli diceva»[39]. Effettivamente la fortuna o l'educazione data al principe favorivano i disegni del Moro. Venne questi accusato d'averlo avvertitamente allontanato dallo studio delle lettere, da ogni esercizio militare, e da qualunque istruzione potesse renderlo capace di governare, affidando la di lui educazione ad inetti adulatori onde avvezzarlo al lusso ed alla mollezza[40]; ma sarebbe ingiustizia l'attribuire al Moro così reo disegno, mentre tale era l'ordinaria educazione che di que' tempi soleva darsi ai principi. Giovanni Galeazzo, avanzando in età, mai non era uscito dall'infanzia; la di lui debolezza, pusillanimità ed incapacità, erano aperte a tutti coloro che lo avvicinavano, onde a Lodovico il Moro bastava il lasciarlo conoscere, per giustificarsi dal tenerlo affatto lontano da ogni pubblica amministrazione.

La stessa Isabella d'Arragona conosceva l'incapacità di suo marito, ma parevale di aver essa il diritto di governare in sua vece. Educata presso al trono, e sempre alimentata dalla speranza di regnare, credeva il proprio orgoglio fermezza d'animo, e la sua risolutezza abilità, onde avrebbe voluto governare lo stato come governava il marito. D'altra parte la sposa di Lodovico, Beatrice d'Este, non trascurava occasione di umiliarla, volendola in tutto soverchiare. Magnifica era la corte di Beatrice per affluenza di cortigiani e di servili adulatori, e per la pompa degli abiti e degli equipaggi; ed intanto Isabella viveva solitaria nel palazzo di Pavia, ove in qualche modo contrastava colla povertà; ed i suoi parti, che dovevano dare un erede allo stato, erano appena resi noti al pubblico. Isabella aveva fatte contro il Moro amare lagnanze a suo padre, il quale, per mezzo de' suoi ambasciatori, aveva formalmente domandato che al giovane duca venisse affidata l'autorità che per diritto gli apparteneva[41].

Invece di rinunciare all'amministrazione del ducato di Milano, Lodovico il Moro cominciò dopo tale epoca a mendicare pretesti per sedere egli stesso sul trono: l'imperatore Federico III era morto in età di ottant'anni, nella notte del 19 al 20 agosto del 1493, e suo figliuolo Massimiliano, che gli era succeduto col titolo di re de' Romani, provava ne' principj del suo regno quella mancanza di numerario, in cui per i suoi disordini e per le sue prodigalità restò fino agli ultimi suoi giorni. Lodovico gli offrì in matrimonio Bianca Maria, sua nipote, colla dote di quattrocento mila ducati[42], chiedendogli in contraccambio l'investitura per sè del ducato di Milano. I cancellieri imperiali trovarono facilmente pretesti per velare quest'ingiustizia. Francesco Sforza e dopo di lui suo figlio Galeazzo mai non avevano ottenuta l'investitura imperiale; il diploma accordato a Lodovico dichiara che gl'imperatori romani eransi fatta una legge di negare il legittimo possedimento di un feudo a chiunque lo avesse violentemente usurpato, e che per questo motivo Massimiliano aveva rigettate tutte le istanze fatte da Lodovico Sforza a favore di suo nipote, ed aveva preferito di scegliere invece lo stesso Lodovico[43]. Pure questi non si diede premura di dare pubblicità a questo diploma, e continuando ad intitolarsi duca di Bari, e lasciando al nipote i titoli, tutta per sè conservava la potenza e la pompa della sovranità.

La personale ambizione di Lodovico appagavasi dell'esercizio della reggenza: bensì desiderava di procurare ai suoi figliuoli, piuttosto che a quelli del nipote, l'eredità del ducato di Milano; ma non s'arrischiava senza timore in così spinosa intrapresa, nella quale avrebbe avuto contrario il re di Napoli. Abbastanza conosceva il nuovo re de' Romani per non isperarne verun soccorso; cominciava a travedere la versatilità del papa, che a principio erasi lusingato di poter dirigere coi consiglj del cardinale Ascanio, suo fratello; poca fiducia riponeva ne' Veneziani, in ogni tempo nemici della sua famiglia; i Fiorentini gli erano contrarj, ed i medesimi suoi sudditi di Lombardia potevano improvvisamente manifestare un'aperta opposizione ai suoi progetti, che tendevano a balzare dal trono la legittima linea de' loro principi. In tale imbarazzo credette il Moro conveniente di cercare oltremonti un alleato, di cui non aveva ancora potuto calcolare la potenza, e si volse a Carlo VIII, re di Francia.

Carlo VIII era succeduto, il 30 agosto del 1583, a suo padre Lodovico XI alleato del padre di Lodovico il Moro; ma non avendo allora che tredici anni e pochi mesi, Lodovico XI aveva, morendo, affidato il governo del regno a madama di Beaujeu, sua figlia primogenita, moglie di Pietro di Borbone. In dieci anni d'una gloriosa amministrazione questa principessa aveva represse le pretese de' principi del sangue, terminate le pericolose guerre civili, ed assoggettati o riuniti alla corona vasti feudi fino allora indipendenti[44]. Carlo VIII non aveva propriamente cominciato a governare da sè medesimo che dopo il 1492. Lo splendore d'una brillante spedizione, e l'acquisto d'un regno, ottennero a questo monarca una gloria non conveniente alla sua fisica costituzione o alla sua educazione. Mentre la maggior parte degli storici francesi lo rappresentarono, secondo Luigi de la Trémouille, come «piccolo di corpo e grande di cuore»[45]; i due migliori osservatori del secolo, Filippo di Comines e Francesco Guicciardini, ne fanno il più svantaggioso ritratto. Il primo lo dice, «molto giovane, e appena uscito dal nido; mal provveduto d'intelletto e di danaro, di debole persona, ostinato nei proprj consiglj e non accompagnato da uomini prudenti»[46]. «Dice l'altro che questo giovane in età di ventidue anni e per natura poco intelligente delle azioni umane, era trasportato da ardente cupidità di dominare e da appetito di gloria, fondato piuttosto in leggiere volontà, e quasi impeto, che in maturità di consiglio; e prestando, o per propria inclinazione, o per l'esempio e ammonizioni paterne, poca fede a' signori ed a' nobili del regno, dacchè era uscito della tutela di Anna duchessa di Borbone sua sorella, non udiva più i consiglj dell'ammiraglio e degli altri, i quali erano stati grandi in quel governo, ma si reggeva col parere di alcuni uomini di piccola condizione, allevati al servigio della persona sua, che facilmente erano stati corrotti»[47].

La figura di Carlo VIII corrispondeva a tanta debolezza di spirito e di carattere; era piccolo, aveva grossa la testa, e corto il collo, petto e spalle larghe e sollevate, coscie e gambe lunghe e gracili. «Carlo fino da puerizia fu di complessione molto debole, e di corpo non sano, di statura piccolo e d'aspetto (se tu gli levi il vigore e la dignità degli occhi) bruttissimo; l'altre membra erano sproporzionate in modo che pareva quasi più simile a mostro che a uomo: non solo non ebbe alcuna notizia delle buone arti, ma appena gli furono cognite le figure dell'abbicì: aveva animo cupido di imperare, ma abile più ad ogni altra cosa, perchè aggirato sempre da' suoi, non riteneva con loro nè maestà, nè autorità: alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva, povero di prudenza e di giudicio: se pure alcuna cosa in lui pareva degna di laude, risguardata intrinsecamente, era più lontana dalla virtù che dal vizio; era inclinato alla gloria, ma più con impeto, che con consiglio; era liberale ma inconsideratamente, e senza misura o distinzione; era immutabile talvolta nelle deliberazioni, ma ciò era spesso ostinazione mal fondata anzi che costanza: e quello che molti chiamavano bontà, meritava più convenientemente il nome di freddezza e di remissione d'animo»[48]. Tale era l'uomo, di cui le circostanze formarono un conquistatore, e che la fortuna caricò di maggiore gloria che non poteva sostenerne.

Lodovico Sforza mandò in Francia Carlo di Barbiano, conte di Belgiojoso, ed il conte di Cajazzo, figliuolo primogenito di Roberto di Sanseverino, morto da pochi anni, per invitare il re Carlo VIII a venir a conquistare la corona di Napoli, che gli s'aspettava, ad approfittare delle favorevoli disposizioni dei signori del regno stanchi di soffrire il giogo della casa d'Arragona, ed a giovarsi del risentimento del papa contro di Ferdinando. Nello stesso tempo gli offriva un'intima alleanza che gli aprirebbe l'Italia a traverso della Lombardia, e gli assicurerebbe il dominio del mare coi porti dello stato di Genova. Lusingava inoltre la sua vanità ed ambizione colla speranza di conquiste ancora più luminose, facendogli travedere in lontananza la sommissione della Turchia e la liberazione di Costantinopoli e di Gerusalemme, siccome impresa riservata al valor francese[49].

Il conte di Cajazzo, capo del ramo bastardo della casa di Sanseverino, che erasi in Lombardia acquistata tanta gloria co' suoi rari talenti militari e politici, aveva trovati alla corte di Francia i capi del ramo primogenito e legittimo della sua casa, cioè Antonello di Sanseverino, principe di Salerno, e Bernardino, principe di Bisignano, i quali, dopo essersi sottratti alle persecuzioni della casa d'Arragona, cercavano di concerto con tutti gli emigrati del partito d'Angiò di tirare le armi francesi nel regno di Napoli. Ingannati dalle illusioni che si fecero gli emigrati d'ogni tempo, misuravano le disposizioni de' loro compatriotti sul proprio risentimento, e vedevano con piacere una guerra straniera offrir loro speranze, che più non ravvisavano nel proprio partito. Assecondarono perciò a tutto potere il conte di Cajazzo[50].

Dal canto suo il conte di Belgiojoso assicurava la buona riuscita de' suoi consiglj con tutti i segreti intrighi di un esperto cortigiano. Aveva cercato tutti coloro che godevano del favore del re, corrompendo gli uni coi doni, gli altri colle promesse; aveva fatti loro sperare feudi ed impieghi luminosi nel regno di Napoli, titoli alla corte di Roma, beneficenze ecclesiastiche in tutta la Cristianità. Aveva in particolare sedotti Stefano di Vesc, di Linguadoca, ch'era stato lungo tempo semplice cameriere del re, in appresso era diventato siniscalco di Beaucaire, e Guglielmo Briçonnet, che di mercante era diventato appaltatore della generalità di Linguadoca, col titolo di generale, ed all'ultimo vescovo di san Malò, conservando nello stesso tempo la sovraintendenza della finanza[51]. Questi due personaggi con tutti i loro subalterni applaudivano ad una spedizione che loro apriva nuove vie verso l'opulenza, senza troppo esporli alla gelosia de' magnati. Coloro per lo contrario che pel loro rango e pel loro credito ereditario erano più attaccati alla Francia che alla fortuna del re, disapprovavano un'intrapresa che loro non sembrava presentare probabili speranze di durevole successo, e che preventivamente richiedeva che la Francia, per assicurarsi da ogni straniera invasione, comperasse la pace dai suoi vicini, sagrificando sicuri vantaggi a lontane speranze.

Finalmente dopo molti contrasti, tra il re e gli ambasciatori di Lodovico il Moro si fece una convenzione per opera di Briçonnet e del siniscalco di Beaucaire. Fu convenuto che, quando Carlo VIII passerebbe in Italia, o vi farebbe scendere la sua armata, il duca di Milano sarebbe obbligato ad accordargli il passaggio per i suoi stati, a farlo accompagnare a sue spese da cinquecento uomini d'armi, a permettergli d'armare a Genova quanti vascelli egli volesse, ed a prestargli duecento mila ducati all'atto della sua partenza dalla Francia. In corrispettivo il re si obbligava a difendere contro chicchefosse il ducato di Milano e la personale autorità di Lodovico il Moro, a lasciare in Asti, città appartenente al duca d'Orleans, duecento lance francesi, sempre apparecchiate a difendere la casa Sforza; per ultimo a regalare a Lodovico il principato di Taranto, fatta che avesse la conquista del regno. Queste condizioni si tennero per molti mesi segrete; e quando cominciò a spargersi in Italia la voce della prossima invasione de' Francesi, Lodovico il Moro, anzi che convenire d'essere loro alleato, cercò di persuadere agl'Italiani ch'egli non meno di loro era atterrito da questa invasione di barbari[52].

Da che Carlo VIII ebbe determinato di far l'impresa del regno di Napoli, ad altro più non pensò che ad avere le mani libere, facendo trattati di pace con tutti i suoi vicini, anche con sagrificio de' vantaggi che madama Beaujeu aveva colla sua prudenza ottenuti nel glorioso corso della sua amministrazione. Carlo VIII, quando prese le redini del governo, trovossi in guerra con due de' più potenti vicini della Francia, Enrico VII, re d'Inghilterra, e Massimiliano, re de' Romani; era nello stesso tempo poco sicuro per parte di Ferdinando e d'Isabella, re d'Arragona e di Castiglia. Ma tutti questi sovrani erano ad un tempo nemici della Francia, e non d'accordo tra di loro. Il re Carlo fece a ciascheduno separatamente tali lusinghiere offerte, che non gli riuscì difficile di ottenere la pace. Trattò da prima con Enrico VII, che era sbarcato a Calé con una formidabile armata, ed il 3 di novembre del 1492 convenne ad Etaples di sborsare al re inglese quarantacinque mila scudi d'oro a titolo di rimborso delle spese della guerra della Bretagna, con che questi abbandonasse l'alleanza del re dei Romani[53].

La guerra di Francia sembrava che dovesse essere più accanita a cagione del doppio affronto fatto da Carlo VIII a Massimiliano, rimandandogli Margarita di Borgogna sua figlia, cui era promesso sposo, per ammogliarsi con Anna di Bretagna, che doveva sposare lo stesso Massimiliano. Pure la corte di Francia ottenne col trattato di Senlis, del 28 maggio 1493, di pacificare il sovrano austriaco, restituendogli le contee di Borgogna, di Artois, di Charolois, e la signoria di Noyers, che Carlo VIII occupava di già come dote di Margarita. Si obbligò pure di restituire a Filippo d'Austria, giunto che fosse in età maggiore, le città di Hesdin, Aire e Bethune, sulle quali Filippo vantava parziali diritti[54].

Il terzo trattato fu ancora più svantaggioso. Lodovico XI aveva ricevuto, in pegno per 300,000 ducati, dal re Giovanni d'Arragona Perpignano, il contado di Rossiglione e della Cerdaigne. Queste piazze erano come le chiavi della Francia dalla banda de' Pirenei, e Lodovico XI le credeva di tanta importanza, che in appresso non aveva volute restituirle all'Arragonese contro il pagamento del danaro prestato. Per lo contrario Carlo VIII le restituì gratuitamente a Ferdinando il Cattolico, a condizione che questi non soccorrerebbe suo cugino Ferdinando di Napoli, e non si opporrebbe ai progetti del re di Francia sull'Italia. Fu questo il risultato del trattato di Barcellona del 19 di gennajo del 1493[55].

Mentre che Carlo VIII con questi trattati assicurava la pace alla Francia, altri ne andava intavolando per apparecchiare la guerra in Italia. Aveva colà spediti quattro ambasciatori con ordine di visitare tutti gli stati della provincia e di chiedere a tutti la loro cooperazione per far ricuperare i suoi diritti alla corona di Francia. Perron de' Baschi, la di cui famiglia, originaria d'Orvieto, diede in seguito alla Francia i marchesi d'Aubais, era capo di quest'ambasceria. Aveva precedentemente accompagnato in Italia Giovanni d'Angiò, e perfettamente conosceva gl'interessi di tutti i principi. Il Baschi s'accostò prima ai Veneziani, ed aveva ordine di chiedere ajuto e consiglio pel re suo padrone. Risposero i Veneziani che sarebbe presunzione la loro di dare consiglj ad un principe circondato da uomini tanto prudenti, e che imprudente cosa sarebbe il promettergli soccorso, mentre dovevano star sempre apparecchiati a respingere le armi turche; ma che Carlo VIII non doveva dubitare dell'attaccamento e della devozione della repubblica verso la corona di Francia. Con queste equivoche frasi credeva il senato di porsi al coperto da ogni rimprovero dal canto de' sovrani d'Italia. Per altro celatamente desiderava l'abbassamento della casa d'Arragona, e si sarebbe alleato colla Francia se non avesse temuto di essere poi abbandonato da questa potenza, e ridotto a sostenere solo tutto il peso della guerra[56].

Perrone de' Baschi passò in seguito a Firenze. Erano suoi colleghi d'ambasciata il d'Aubignì, il sovraintendente Briçonnet ed il presidente del parlamento di Provenza. Vennero questi signori introdotti nel consiglio de' settanta, cui erano intervenuti col nome d'aggiunti tutti coloro che negli ultimi trentaquattr'anni avevano seduto come gonfalonieri nella signoria. E per tal modo quest'assemblea veniva ad essere composta di persone ligie alla casa Medici. Chiesero gli ambasciatori che la repubblica promettesse all'armata francese il passaggio pel suo territorio e vittovaglie contro pagamento. Ma il consiglio, subordinato a Pietro de' Medici, fu di unanime sentimento di mantenersi fedele alla casa d'Arragona. Come però i Fiorentini avevano in Francia molti de' loro più ricchi banchi di commercio, si limitarono a dare al re una risposta evasiva; e gli spedirono inoltre Pietro Capponi e Guid'Antonio Vespucci per cercar di conservare la sua amicizia[57].

L'ambasceria francese arrivò a Siena il 9 maggio del 1494. Questa repubblica manifestò il suo vivissimo desiderio di mantenersi scrupolosamente neutrale, facendo sentire, che nell'estrema sua debolezza non poteva, senza estremo pericolo, dichiararsi anticipatamente contra così formidabili rivali[58]. Alessandro VI, che fu l'ultimo ad essere visitato dagli ambasciatori, loro dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordata l'investitura del regno di Napoli ai principi della casa d'Arragona, non poteva ritorgliela senza un precedente giudizio, che evidentemente provasse che i diritti della casa d'Angiò vincevano quelli della casa di Arragona. Incaricò gli ambasciatori di rappresentare al loro sovrano che il regno di Napoli era un feudo della santa sede, che al solo papa spettava di pieno diritto la decisione tra i competitori per via forense, e che, occupando il regno colla forza, sarebbe lo stesso che attaccare la Chiesa[59].

Ferdinando dal canto suo non trascurava le vie delle negoziazioni. Spedì alla corte dello stesso Carlo Camillo Pandone, in cui moltissimo confidava, per chiedere al re il rinnovamento de' trattati precedentemente conchiusi con Lodovico XI, offrendosi di assoggettare all'arbitrio del pontefice ogni loro controversia; lasciandogli inoltre travedere la possibilità di riconoscere, senza venire all'esperimento delle armi, la corona di Napoli per tributaria della Francia[60]. Ma tutte queste proposizioni furono rigettate dal presuntuoso Carlo VIII, che ordinò all'ambasciata napolitana di uscire all'istante da' suoi stati[61].

In pari tempo Ferdinando negoziava ancora col papa e con migliore successo che in Francia. Alessandro VI ardentemente desiderava di appoggiare la fortuna della sua famiglia ad illustri parentadi. Aveva richiesto che la sua riconciliazione colla casa d'Arragona fosse suggellata con un matrimonio; e, sebbene si accontentasse d'una figlia naturale d'Alfonso, figlio di Ferdinando, per uno de' proprj figli, aveva da Ferdinando avuto un rifiuto; ma il timore de' Francesi aveva reso più mansueto l'orgoglioso Alfonso, e don Giuffrè Borgia, il più giovane de' figliuoli di Alessandra VI, sposò donna Sancia, figlia d'Alfonso. I due sposi non erano ancora nubili; pure don Giuffrè passò subito al servizio della casa d'Arragona con una compagnia di cento uomini d'armi, ed andò a soggiornare in Napoli per godere della rendita di dieci mila ducati e del ducato di Squillace, cedutogli a titolo di dote. Nello stesso tempo il papa approvò la vendita delle due contee d'Anguillara e di Cervetri, che era stata la prima cagione del suo mal umore con Ferdinando. Obbligò per altro l'Orsini a fare un secondo pagamento in sua mano, e Ferdinando gli somministrò il danaro[62].

Non ommise Ferdinando d'intavolare trattati ancora con Lodovico Sforza; gli fece rappresentare che le loro famiglie erano unite da tanti legami di parentela, che, come suol farsi tra congiunti, all'amichevole dovevano trattarsi le loro differenze. Che se la figlia di suo figlio aveva sposato Giovanni Galeazzo, la figlia di sua figlia, la duchessa di Ferrara, aveva sposato Lodovico il Moro; di modo che, qualunque di loro due conservasse il ducato di Milano, sarebbe sempre erede del trono un suo nipote[63]. Il matrimonio di Bianca Maria Sforza col re de' Romani pareva annunciare che Lodovico il Moro abbandonasse l'alleanza della Francia, perciocchè sapevasi che a dispetto del trattato di Senlis, Massimiliano conservava un profondo odio contro Carlo VIII[64]. Ma il Moro trovavasi omai ridotto a doversi abbandonare tra le braccia della sorte ch'egli stesso aveva provocata, ed a correre tutte le vicissitudini della pericolosa alleanza ch'egli aveva contratta. Poi ch'ebbe risvegliata l'ambizione e la vanità del giovine re più non era in suo arbitrio il calmarle. Nè avrebbe prudentemente operato, staccandosi da Carlo, e privandosi della sua assistenza, dopo avere così gravemente provocati i suoi nemici; onde studiavasi soltanto di guadagnar tempo per non essere attaccato prima della discesa de' Francesi in Italia; ed invece d'entrare di buona fede nelle proposizioni di accomodamento che gli faceva il re di Napoli, sforzavasi di persuadergli, ch'egli non aveva veruna convenzione coi Francesi, e che più d'ogni altro sentiva i pericoli cui sarebbe esposto, se le armate francesi penetravano una volta in Italia[65].

Ferdinando non trascurava intanto di apparecchiarsi a respingere i nemici colle armi. Non sapendo per quale strada tenterebbero di penetrare ne' suoi stati, aveva posta sotto gli ordini del suo secondogenito, don Federico, una flotta di cinquanta galere e di dodici grossi vascelli per chiuder loro la via del mare; mentre che Alfonso, duca di Calabria, cui la presa d'Otranto aveva acquistata somma riputazione militare, adunava ai confini dei regno un'armata che con ogni mezzo cercava d'ingrossare[66]. Ma la difesa di Napoli pareva principalmente appoggiata all'alleanza della Chiesa, sebbene Alessandro VI cercasse fino all'ultimo istante di approfittare delle inquietudini e delle angustie del suo alleato per giungere a' suoi privati fini. Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro ad vincula, non aveva voluto ad alcun patto riconciliarsi con Alessandro VI; erasi ritirato nel suo vescovado d'Ostia, ed erasi fortificato nel castello ch'egli aveva fabbricato in questa città, e le di cui torri hanno ancora al presente i suoi stemmi. Il papa s'infinse di credere che Giuliano colà si tenesse di concerto con Ferdinando, cui dichiarò di tornare all'alleanza della Francia se non gli faceva consegnare Ostia. Invano protestava Ferdinando, che il cardinale della Rovere non dipendeva altrimenti da lui, ed eccitava il papa a pensare piuttosto ai guasti de' Turchi in Croazia, che alla guarnigione d'Ostia; un nuovo lievito di discordia andava fra di loro fermentando, ed il re di Napoli chiaramente conosceva che non doveva fare fondamento sopra un alleato comperato a così caro prezzo[67].

La situazione del vecchio Ferdinando rendevasi ogni dì peggiore; i suoi alleati ad altro non pensavano che a vendergli più care le loro promesse di soccorsi, senza allestire i mezzi di assisterlo. Vero è che ancora i suoi nemici non avevano dispiegata attività che negl'intrighi; ma avevano intanto sciolta quella confederazione dell'Italia che poteva inspirar timore agli oltremontani. Da parecchi anni l'Italia godeva piuttosto pace che felicità; più prospero era il di lei stato, ma i suoi desiderj non erano soddisfatti; confidava nelle proprie forze ancora intere, e segretamente desiderava di fare nuovi sperimenti del suo valore. Avanti che i popoli sentano il peso delle calamità della guerra, futili passioni, l'inquietudine, la curiosità, il bisogno di vive emozioni, l'amore del più grande de' giuochi d'azzardo, li consigliano spesse volte a provocare le rivoluzioni. Il solo Lodovico il Moro aveva negoziato colla Francia, ma dall'una all'altra estremità della penisola la metà degli uomini aspettava con impazienza un'invasione di cui essi medesimi avevano paura. Lo stesso duca Giovanni Galeazzo Sforza andavasi lusingando che la venuta ne' suoi stati di un re, suo parente, potrebbe mutare la sua sorte. Il duca Ercole III di Ferrara, che si era associato alle negoziazioni di suo genero, Lodovico il Moro, operava nelle future turbolenze di riavere il Polesine di Rovigo rapitogli dall'ultima pace. I Veneziani desideravano di vedere umiliata la casa d'Arragona; i Fiorentini di scuotere il giogo della casa de' Medici; il papa di farsi arbitro tra i due potentati; i numerosi nemici della casa d'Arragona nel regno di Napoli di vendicarsi della lunga oppressione. Assicurasi che Ferdinando, testimonio di questo universale fermento, pensò a malgrado della sua avanzata età di recarsi a Genova per abboccarsi col Moro, onde fargli sentire a quali pericoli esponeva l'Italia e sè medesimo, aprendo imprudentemente le sue porte ad un nemico di tutti loro più forte. Supponeva di potere tuttavia esercitare l'impero della ragione e della sana politica sopra un principe di cui conosceva il pieghevole ingegno e la singolare accortezza[68]. Mentre occupavasi di questi progetti, tornando un giorno dalla caccia, fu in un modo affatto impensato preso da un'affezione catarrale che lo trasse in due giorni al sepolcro. Morì il 25 gennajo del 1494, in età di settant'anni dopo un regno di trentasei, lasciando due figliuoli, Alfonso e Federico, di già riputati nella carriera militare, e il primo de' quali fu all'istante riconosciuto per suo successore[69].

La fortuna, che aveva in tutto il tempo del viver suo prodigati a Ferdinando quei doni di cui egli non sembrava meritevole, gli fu ancora favorevole in ciò, che lo rapì al mondo nell'unico istante in cui la sua morte poteva riuscire spiacevole. Non solo i suoi natali erano illegittimi, ma tanto vergognosi, che suo padre mai non aveva voluto palesarne il segreto, lo che diede luogo ad opposte conghietture; ma questa macchia non gl'impedì di occupare un trono che dovevano invidiare i più potenti monarchi. Non mostrò nè singolare valore, nè sommi talenti militari, sia nelle spedizioni di cui l'incaricò suo padre, sia nelle violenti lotte ch'ebbe a sostenere contro i suoi sudditi ribelli; e non pertanto trionfò di tutti i suoi nemici. Non aveva da suo padre Alfonso ereditato nè la sincerità, nè la galanteria, nè la generosità, nè verun'altra delle sue amabili qualità, sebbene avesse avuta la fortuna di cattivarsi tutta l'affezione di così grand'uomo. Ebbe per competitori due principi, che gli erano di lunga mano superiori per virtù militari, politiche e morali. Uno di loro, il conte di Viane, suo nipote, aveva a suo favore tutte le fazioni arragonesi; l'altro, il duca di Calabria, quella degli Angiovini. Quei baroni napolitani, che non avevano apertamente abbracciato verun partito, sembravano inclinati a porsi con quello che poteva liberarli da Ferdinando; ma l'uno e l'altro furono perdenti, e Ferdinando regnò trentasei anni. Egli fece perire in prigione coloro che avevano più volte tentato di scuotere il suo giogo, e consolidò colla crudeltà e colla perfidia un'autorità sempre più detestata. I primi prosperi avvenimenti sono il più delle volte l'opera di una cieca fortuna, ma la loro costanza vuolsi ascrivere ad un'accortezza, che, per esserci troppo odiosa, ricusiamo di riconoscere: tale fu quella di Ferdinando. Non possedette veruna delle qualità che caratterizzano i grandi uomini, non generosità, non nobiltà; ma possedeva una consumata prudenza, e la sua politica fu poche volte fallace. Conseguì quanto volle, in quel modo che gli scellerati giungono ai loro fini, in onta delle regole della giustizia e della morale. Regnò lungamente, e morì sul trono. Se questo era il suo scopo, l'ottenne; ma regnò detestato, e morì lasciando la sua famiglia in gravissimo pericolo, e quando quella prudenza, ch'era in lui conosciuta ed abborrita, poteva sola salvare suo figlio da imminente ruina.

Ferdinando era di mediocre grandezza, aveva volto grande e bello, circondato da lunghi capelli di color castagno; aveva aggradevole fisonomia, fronte aperta, corpo piuttosto pingue e proporzionata grandezza. Straordinaria era la di lui forza: essendosi un giorno scontrato in un toro fuggito, che attraversava la piazza del mercato di Napoli, lo prese per le corna e lo fermò. Aveva coltivati gli studj, e possedeva varie scienze, ed in particolare la giurisprudenza, che risguardava come necessaria ai re. Aveva grazioso parlare; dando udienza ai suoi sudditi, sapeva dissimulare tutti i sentimenti che potevano renderlo odioso, ed in generale aveva l'arte di congedarli soddisfatti. Non debbono tutte attribuirsi a politica le innumerabili sue crudeltà; gliene suggerì molte la sua passione per la caccia, avendo provveduto alla conservazione della selvagina riservata ai suoi piaceri con atroci ordinanze, che faceva senza pietà eseguire contro gli sventurati contadini del suo regno[70].

CAPITOLO XCIII.

Apparecchi di difesa di Alfonso II. — Primi attacchi de' Francesi nello stato di Genova ed in Romagna. — Discesa di Carlo VIII in Italia. — Pietro dei Medici gli dà in mano tutte le fortezze della Toscana. — Ribellione di Pisa; rivoluzione di Firenze; esilio dei Medici.

1494.

Alcune di quelle grandi rivoluzioni che cambiano la faccia del mondo, fanno conoscere tutte le forze dello spirito umano; vengono calcolate negli attacchi e nelle difese tutte le più accorte combinazioni; tutti gli accidenti sono preveduti, e tutti gli ostacoli, dagli uni ingranditi coll'arte, vengono rimpiccoliti dall'altrui accortezza. La fortuna, che non si può escludere dalle cose umane, è stata in parte corretta da una costante antiveggenza; e la giusta confidenza in sè medesimo, che si acquista facendo uso di tutte le proprie facoltà, si comunica dai capi ai subordinati; tutti hanno fatto il dover loro come cittadini o come soldati, ogni ordine fu eseguito come fu dato, e quegli ancora che rimangono perdenti possono non pertanto vantarsi di essere stati alla migliore scuola della guerra e della politica. Ma altre rivoluzioni, egualmente importanti nei loro risultati, vengono alcuna volta condotte a fine con mezzi affatto diversi; l'imperizia si oppone all'imperizia; l'errore, che perdere dovrebbe un partito, non lo perde, perchè viene compensato da un altro più grande commesso dalla contraria parte. L'umana previdenza non può allora calcolare le vicende d'una tal lotta; perchè si possono bensì assoggettare al calcolo gli umani interessi, ma non mai le follie degli uomini; a petto di un savio partito incontransene mille di sragionevoli, e l'impero della fortuna è prodigiosamente esteso, quando vi si trova compreso lo stesso concatenamento delle idee. La sorte dell'Italia si decise nel 1494 con una lotta di simile natura tra l'incapacità e l'inesperienza: l'una e l'altra parte, isolatamente considerate, pareva che dovessero essere perdenti, e vedendo la condotta del re di Francia, e quella del re di Napoli, sembrava ugualmente impossibile che Carlo VIII potesse conquistare l'Italia, e che Alfonso II potesse impedirlo.

Due ore dopo la morte di Ferdinando, Alfonso II, siccome era l'uso d'Italia, aveva corse a cavallo le strade di Napoli, e le sei piazze o seggi, ove si adunavano la nobiltà ed il popolo per le cose del governo municipale; era stato accolto in mezzo agli applausi popolari, e, dopo avere preso possesso della corona nella cattedrale, si era fatta dare la guardia de' castelli[71].

Il nuovo re aveva molte volte comandate le armate di suo padre contro i Fiorentini, i Veneziani ed i Turchi, aveva scacciati gli ultimi da Otranto, e questa spedizione gli aveva procacciata non poca riputazione militare. Aggiugneva a questo vantaggio quello di disporre di un immenso tesoro ammassato con avarizia dal padre, e ch'egli stesso accrebbe con una straordinaria contribuzione assai pesante imposta in occasione del suo avvenimento al trono[72]. Finalmente Alfonso godeva riputazione di non avere eguali in quella perfida politica, che credesi accortezza fin che è coronata da felici successi. «I nostri nemici, dice Filippo di Comines, erano tenuti savissimi e sperimentati in fatto di guerra, ricchi ed abbondanti d'uomini accorti e di buoni capitani, ed in possesso del regno[73].» Ma tutta la loro riputazione non sostenne una prima prova.

Alfonso, salendo sul trono, doveva apparecchiarsi a difenderlo contro il vicino assalto che gli era annunciato: da un canto gli era perciò necessario di spalleggiarsi con un buon sistema di alleanze; dall'altro di adunare un'armata che potesse anche sola tener testa al nemico, perciocchè mai non doveva lusingarsi che veruno alleato abbracciasse la sua causa con maggior vigore di quel che la difenderebbe egli medesimo; ma parve che il nuovo re avesse maggiore confidenza nelle negoziazioni che nelle armi.

Mandò subito Camillo Pandone, uno de' suoi confidenti ministri, lo stesso che tornava dall'ambasciata di Francia, a Bajazette II, imperatore dei Turchi, per rappresentargli che Carlo VIII diceva scopertamente che non risguardava la conquista di Napoli che come uno scalino necessario per occupare l'impero d'Oriente; e che effettivamente i suoi porti dell'Adriatico, i quali non erano lontani che pochi giorni di navigazione da quelli della Macedonia, quando fossero in potere di una nazione così potente e bellicosa quanto lo era la francese, potrebbero facilitare i più pericolosi attacchi contro l'impero turco. In conseguenza Alfonso domandava a Bajazette sei mila cavalli ed altrettanti pedoni, offrendosi di pagarli per tutto il tempo che sarebbero al suo servigio in Italia[74]. Dopo pochi mesi Pandone fu nuovamente spedito a Bajazette, cui il papa, volendo pure trattare in nome proprio, aggiunse Giorgio Bucciardo, Genovese, che Innocenzo VIII aveva altra volta incaricato di poco onorevole missione presso la sublime Porta[75]. Alessandro VI, che nelle sue bolle esortava Carlo VIII a volgere tutte le sue forze contro il Turco, poichè le guerre con un principe cristiano erano indegne di un monarca che prendeva il titolo di Cristianissimo, e di figlio primogenito della Chiesa[76], cercava nello stesso tempo di eccitare i Turchi contro lo stesso monarca. D'altra parte accordava a Ferdinando il cattolico il prodotto delle tasse della crociata che faceva predicare nelle Spagne, purchè questo re le adoperasse contro i Francesi e non contro gl'infedeli[77]. Maometto II non avrebbe certo trascurata così bella occasione di mettere piede in Italia, e ridurre ad una specie di vassallaggio un nuovo principe cristiano; ma il suo debole successore non istendeva tant'oltre la sua politica, e temeva di turbare la propria tranquillità; si limitò pertanto di ordinare al pascià d'Albania di adunare circa quattro mila soldati turchi alla Valona, e non prese veruna parte nella guerra[78].

Intanto Alfonso aveva mandati quattro ambasciatori al papa per rendere più intima l'alleanza con lui conchiusa da suo padre, ed ottenere l'investitura della Chiesa. Alessandro VI, la di cui politica consisteva nel porre sfrontatamente all'incanto la sua fedeltà, aveva mostrato di dare orecchio alle proposizioni del cardinale Ascanio Sforza, che nel collegio de' cardinali spalleggiava il partito francese, mentre che il cardinale Piccolomini era alla testa dell'arragonese. Ma questa non era che un'astuzia del papa per vendere a più alto prezzo le sue concessioni, ed il 18 aprile del 1494 accordò ad Alfonso le bolle d'investitura per il regno di Napoli sotto le condizioni espresse nelle precedenti investiture[79].

Il cardinale Giovanni Borgia, figlio del papa ed arcivescovo di Monreale, era stato nominato legato a latere per la cerimonia della coronazione d'Alfonso, e questi andò a Napoli a raccogliere per la sua famiglia le ricompense, colle quali questo monarca aveva comperata l'alleanza de' Borgia. Eranvi a Napoli sette grandi cariche della corona, che a seconda delle istituzioni feudali erano ministeri a vita, quasi indipendenti dall'autorità reale: una di loro, quella di protonotario fu accordata a Giuffrè Borgia col principato di Squillace, la contea di Cariati e dieci mila ducati d'entrata; un'altra, cioè la prima che rimarrebbe vacante, fu promessa al duca di Candia, secondo figlio del papa, col principato di Tricarico, i contadi di Chiaramonte, Cauria e Carinola, e dodici mila ducati d'entrata; finalmente Virginio Orsini, che aveva condotto questo trattato, ricevette un'altra di queste grandi cariche della corona, ed era quella di grande contestabile la più eminente di tutte[80]. Diverse rendite ecclesiastiche vennero accordate nel regno a Cesare Borgia, che suo padre aveva di fresco creato cardinale, facendo con testimonj e giuramenti provare ch'era figlio legittimo di un cittadino romano e capace d'esercitare le più sublimi dignità della Chiesa[81].

L'alleanza di Pietro de' Medici non era stata comperata a così alto prezzo, ed aveva bastato per sedurlo la propria vanità. Credevasi che Alfonso gli avesse promesso d'ajutarlo a mutare la sua autorità sopra Firenze in assoluto dominio, col titolo di principato[82]. In contraccambio il Medici, in forza di segreta convenzione, non comunicata ai consigli della repubblica, prometteva al re di Napoli di ricevere la sua flotta nel porto di Livorno, di fare per lui in Toscana leve di soldati, e di resistere colle armi all'attacco de' Francesi[83]. Inoltre credeva il Medici di potere rispondere delle repubbliche di Siena e di Lucca, che trovavansi quasi affatto chiuse nel territorio fiorentino, e che non potevano pensare a tenere una diversa politica. Alfonso aveva pure estesi i suoi trattati dalla banda della Romagna. Cesena era rientrata sotto l'immediata autorità del pontefice che ne rispondeva; Faenza, principato del giovane Astorre Manfredi, trovavasi allora sotto la tutela de' Fiorentini; Imola e Forlì, che appartenevano ad Ottaviano Riario, sotto la tutela di sua madre, la famosa Catarina Sforza, presero parte alla lega mercè un sussidio promesso da Alfonso e dai Fiorentini; finalmente Giovanni Bentivoglio di Bologna abbracciò lo stesso partito ad eguali condizioni[84]. Per tal modo tutta l'Italia meridionale sembrava unita da una sola alleanza, e più non presentava che un solo confine dalle rive dell'Adriatico a quelle del mar Tirreno. La Toscana e Bologna erano i soli paesi per i quali l'armata francese potesse avanzarsi verso Roma e Napoli; Alfonso si obbligò di custodire l'uno e l'altro confine con due armate, che occuperebbero la linea delle montagne, ed i passaggi fortificati dei fiumi. Nello stesso tempo, perchè aveva avuto avviso de' grandi apparecchi marittimi che i Francesi facevano a Genova, e ricordandosi che Giovanni, duca di Calabria, l'ultimo dei principi Angiovini, aveva invaso per mare il regno di Napoli, diede a don Federico, suo fratello, il comando di una flotta di trentacinque galere, diciotto grandi vascelli e dodici più piccoli, coi quali doveva portarsi a Livorno per aspettare i Francesi in quelle acque, e chiuder loro il passaggio del mare di sotto, se mai volessero tentarlo[85].

Per disporre, d'accordo co' suoi alleati, le forze di terra, Alfonso andò il 13 luglio a Vicovaro, presso Tivoli, ove dovevano trovarsi Alessandro VI e gli ambasciatori Fiorentini. Assicurasi che in questo congresso Alfonso parlò con molta eloquenza intorno alla necessità di salvare co' più vigorosi sforzi, non il suo trono, ma l'indipendenza di tutta l'Italia, l'esistenza di tutti gli stati, l'esistenza delle loro leggi e delle loro costumanze. D'uopo era, diceva egli, o persuadere Lodovico il Moro a rinunciare all'alleanza contratta col monarca francese ed a rientrare negl'interessi italiani, o forzarlo a scendere dal trono, rendendo l'autorità al nipote[86]. Per giugnere a questo scopo Alfonso offriva la sua flotta, comandata da suo fratello don Federico, e l'armata di terra, composta di cento squadroni di cavalleria pesante, di venti uomini d'armi per ogni squadrone, e di tre mila arcieri o cavalleggeri. Pensava di attraversare la Romagna con queste truppe e di far rivoltare la Lombardia, prima che il Moro avesse ricevuti soccorsi dai Francesi[87].

Ma questi vigorosi consigli vennero attraversati dagl'interessi e dalle private passioni del papa. Voleva questi approfittare delle forze adunate ne' suoi stati, per liberarsi prima di tutto dai suoi nemici. Aveva di già stretta d'assedio Ostia per disfarsi del cardinale Giuliano della Rovere che caldamente perseguitava; questi, non ignorando la sorte che gli era riservata se cadeva in mano ai suoi nemici, fuggì d'Ostia il 23 d'aprile a tre ore di notte, e si fece sopra un brigantino trasportare a Savona, di dove passò a Lione presso Carlo VIII[88]. Dopo la di lui fuga la sua fortezza non fece lunga resistenza. Alessandro VI voleva pure adoperare le truppe napolitane per sopprimere i Colonna. Prospero e Fabrizio due capi di quest'illustre casa avevano di già acquistata molta riputazione nelle armi stando al soldo del re Ferdinando, ma eransi aombrati de' favori ultimamente prodigati a Virginio Orsini, capo di una casa rivale, e s'erano segretamente obbligati a prendere servigio sotto il re di Francia; intanto, finchè loro si presentasse l'opportunità di passare sotto le sue bandiere, si erano ritirati ne' loro feudi col cardinale Ascanio Sforza, cercando di guadagnar tempo con false negoziazioni intavolate col papa e col re di Napoli[89].

L'inimicizia del papa contro i Colonna obbligò Alfonso a dividere l'armata. Rinunciò alla risoluzione di condurla egli stesso in Romagna, e ne affidò il comando a suo figlio Ferdinando; ma prima ne staccò trenta squadroni di cavalleria, che tenne ai confini degli Abruzzi, onde coprire lo stato ecclesiastico ed il suo, ed una parte de' suoi cavalleggeri, che diede a Virginio Orsini con dugent'uomini d'armi del papa, onde accantonarsi ne' contorni di Roma e tenere in dovere i Colonna. Ferdinando, duca di Calabria, valoroso principe, in età di venticinque anni, non meno caro ai sudditi che ai soldati, doveva entrare in Romagna con settanta squadroni, ed il rimanente della cavalleria leggiera, riunire alla sua armata le compagnie degli uomini d'armi promesse dal Riario e dal Bentivoglio, tentare di promovere una rivoluzione in Lombardia, e, non potendo ciò ottenere, chiudere almeno ai Francesi fino all'inverno la strada della Romagna.

Non supponevano gl'Italiani che si potesse guerreggiare in tempo d'inverno, e, se potevano guadagnare sei mesi, non dubitavano che l'attacco de' Francesi, intrapreso con leggerezza, con eguale leggerezza non fosse abbandonato[90]. Gian Giacopo Trivulzio, guelfo milanese, il conte di Pitigliano della casa Orsini, ed Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara, furono dati per consiglieri al giovane principe. Promise Pietro de' Medici d'incaricarsi della difesa della Toscana, e delle gole degli Appennini; ma con una inconcepibile imprudenza non si procurò truppe straniere.

All'assemblea di Vicovaro erasi trovato il vecchio cardinale, Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, che tanto tempo era stato in questa città capo de' faziosi. Offrì la sua assistenza per cacciare da Genova gli Adorni, suoi avversarj, e con loro i Milanesi; promise che coll'ajuto d'Ibletto de' Fieschi e della propria fazione, renderebbesi facilmente padrone della repubblica, ove potesse presentarsi nel mare ligure colla flotta napolitana, prima che le galere del contrario partito fossero del tutto armate, nè arrivata a Genova la flotta francese. Venne accettata la sua offerta, e la flotta di don Federigo, avendo ricevuti a bordo gli emigrati genovesi con circa cinque mila fanti ragunati nello stato di Siena ed in Livorno, si diresse verso la riviera di Levante[91].

Ma il cardinale Giuliano della Rovere, che da Ostia era passato a Savona sua patria, vi aveva scoperte le fila ordite dal cardinale Fregoso in tutta la Liguria, ed erasi affrettato di recarsi a Lione per darne avviso a Carlo VIII. Lo aveva persuaso a far passare due mila svizzeri a Genova per isventare queste trame; e nello stesso tempo aveva impiegata la sua eloquenza e tutto l'impeto dell'ardente sua anima ad affrettare gli apparecchi di guerra contro l'Italia ed a dissipare tutte le dubbiezze e le incertezze di Carlo VIII, sperando in tal modo di affrettare la propria vendetta[92].

Infatti Carlo VIII, a dispetto di tante sue minacce e di tutte le sue negoziazioni che non avevano altro scopo che la spedizione d'Italia, pendeva tuttavia incerto, e rispetto alla strada che terrebbe e rispetto alla stessa esecuzione del progetto. Pure, omai determinato essendo ad attaccare per mare il regno di Napoli, mandò a Genova tutto il danaro di cui poteva disporre; fece per sè medesimo apparecchiare sontuosi appartamenti ne' palazzi Spinola e Doria, e vi mandò il suo grande scudiere Pietro d'Urfè, per farvi armare una possente flotta, che doveva poi unirsi a quella che per suo conto si stava armando a Villafranca ed a Marsiglia[93]. La prima, che non gli rendette verun servigio, perciocchè abbandonò tutti i suoi progetti colla stessa leggerezza con cui gli aveva formati, fu la più magnifica che si fosse mai veduta nel porto di Genova. Eranvi dodici grandi vascelli per trasportare la cavalleria, capaci di mila cinquecento cavalli, novantasei più piccoli per l'infanteria, diciassette speronare, ventitre vascelli di cinquecento sessanta tonellate e ventisei di cinquecento ottanta, una grande galeazza capace di cento cavalli, trenta galere da guerra; e per ultimo la galera reale colla poppa dorata, e tutta coperta da un padiglione di seta[94].

Per difendere e comandare questo prodigioso armamento, Carlo VIII mandò a Genova colla flotta francese suo cugino, il duca d'Orleans, che fu poi Lodovico XII. Questi entrò in città lo stesso giorno in cui la flotta napolitana fu a vista delle coste liguri[95], e mentre Antonio di Bessey, barone di Tricastel e balivo di Digione, incaricato di trattare per parte del re cogli Svizzeri, presso i quali aveva grandissimo credito, conduceva a Genova i due mila fanti levati ne' loro cantoni[96].

Ibletto de' Fieschi aveva promesso a Paolo Fregoso ed a don Federigo d'Arragona che tutti i suoi partigiani gli aspetterebbero armati nella riviera di Levante; onde la flotta napolitana si presentò a Porto Venere, piccola città in faccia a Lerici, che signoreggia l'ingresso dal magnifico golfo della Spezia. Ma lo stesso suo fratello, Giovan Luigi de' Fieschi, affezionato al contrario partito, erasi recato alla Spezia, ed aveva esortati gli abitanti di quelle coste a conservarsi fedeli alla repubblica, e Giacomo Balbi era entrato con quattrocento fanti in Porto Venere[97].

Di verso terra questa città non aveva che una debolissima muraglia; alcuni corpi d'infanteria napolitana l'attaccarono, mentre la flotta, provveduta di grossa artiglieria, era entrata in rada, e tentava uno sbarco sulla stessa riva. Ma tutti gli abitanti e perfino le donne di Porto Venere, essendosi posti coi soldati dietro le mura, rispingevano gli assalitori facendo rotolare sopra di loro grosse pietre. Alcuni scogli a fior d'acqua erano stati anticamente ridotti in modo da servire di comodo sbarco ai marinai; gli abitanti avevano avuta l'antiveggenza di ugnere di sego questi levigati scogli, che s'innoltravano in mezzo a profondo ed agitato mare. I Napolitani vi si avvicinavano colle scialuppe dei loro vascelli, e, quando si credevano abbastanza vicini, lanciavansi di salto tutt'armati su quest'insidiosa riva, da cui sdrucciolavano nel mare; ciò che dando motivo di ridere ai difensori di Porto Venere, potentemente contribuiva ad accrescer loro il coraggio. La zuffa si prolungò sette ore con eguale accanimento da ambo le parti; finalmente, avvicinandosi la notte, don Federigo richiamò sulle navi le sue truppe e prese il largo, allontanandosi da una così piccola città, sotto la quale ebbe principio la sua malvagia fortuna[98].

Dopo questa mala riuscita don Federigo tornò a Livorno per rinfrescare la sua flotta e per ricevere a bordo altri soldati; indi ripartì dopo un mese all'incirca, quando seppe che Carlo VIII aveva presa la strada delle Alpi. Il 4 di settembre presentossi in faccia a Rapallo, ricca terra posta ad uguale distanza tra Porto Fino e Sestri di Levante. Non essendo fortificata, Lodovico il Moro non vi teneva guarnigione, onde i Napolitani l'occuparono senza trovare ostacolo. Sbarcarono Ibletto de' Fieschi con tre mila pedoni, e gli emigrati genovesi, i quali provvisoriamente si chiusero entro un ricinto formato con grandi forche piantate in terra, su le quali erano assicurati de' travicelli all'altezza di circa due braccia. Di più non abbisognava per difendersi dalla cavalleria e per inspirare coraggio agli uomini che dovevano difendere questi deboli ripari[99].

Ma nè lo Sforza nè il duca d'Orleans volevano permettere che i loro nemici si afforzassero a Rapallo. Il primo aveva preso al suo servigio i sette fratelli Sanseverini, figli del vecchio Roberto, che nella precedente generazione aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia. Lo Sforza aveva trovati tra questi fratelli i suoi più accorti consiglieri ed i più valorosi generali. Due di loro, Anton Maria e Fracassa, erano stati incaricati della difesa di Genova, ed il primo di loro partì subito alla volta di Rapallo per la via di terra con due coorti di veterani ed uno squadrone di cavalleria, mentre che il duca d'Orleans vi s'accostava colla sua flotta, composta di diciotto galere e dodici grossi vascelli aventi a bordo le truppe svizzere. Don Federigo, non osando di lasciarsi chiudere nel golfo di Rapallo da una flotta che sapeva meglio muoversi della sua, ed era armata di colombrine di maggiore calibro, prese il largo e permise al duca d'Orleans di sbarcare senza ostacolo. Le truppe venute per la via di terra, e quelle sbarcate dalla flotta, avendo impiegato lo stesso tempo nel fare le venti miglia che contansi tra Genova e Rapallo, erano giunte presso questa borgata molte ore prima di sera. I loro capi non pertanto pensavano di farle accampare in un'angusto piano poco lontano di Rapallo, rimettendo l'attacco all'indomani: ma ciò non potè farsi per la rivalità che si manifestò tra i soldati veterani dello Sforza, e le guardie ducali di Genova. I primi, per occupare il posto d'onore per la battaglia del susseguente giorno, e per insultare ad un tempo i nemici chiusi in Rapallo, presero a piantare i loro alloggiamenti alla più breve distanza possibile dalla terra. La guardia ducale, avvezza a vivere in una ricca città, ed a fare di sè vaga mostra colla forbitezza delle armature e la ricchezza degli abiti e ad ostentare bravura, non seppe tollerare che un altro corpo d'armata la precedesse; ella si fece innanzi per accamparsi nel brevissimo spazio, che restava tra i veterani dello Sforza e Rapallo. Credendo i Napolitani che si avanzassero per attaccarli, uscirono incontro agli assalitori[100].

Così cominciò la scaramuccia senza che fosse ordinata dai capi delle opposte parti, e si sostenne lungo tempo con molto accanimento; finalmente l'emulazione tra le diverse nazioni che servivano nell'armata del duca d'Orleans e la sua flotta, che, trovandosi presso alla riva, faceva fuoco contro i Napolitani assicurarono la vittoria ai Genovesi. Fu questa la prima zuffa di così terribile guerra, in cui siansi veduti alle mani cogl'Italiani gli stranieri, i quali si distinsero assai più colla loro ferocia che col valore; imperciocchè non solo gli Svizzeri non fecero grazia ai soldati che loro s'arresero, ma uccisero la maggior parte di quelli che si erano dati prigionieri ai loro alleati. Nè gli abitanti di Rapallo furono meglio trattati: tutti senza misericordia e senza distinzione di partito vennero spogliati d'ogni avere e maltrattati con estrema ferocia; furono perfino barbaramente uccisi cinquanta ammalati che stavano in quello spedale. I Genovesi non soffrirono pazientemente di vedere posti in vendita gli effetti di quegli sgraziati abitanti: il popolo si ammutinò, uccise una ventina di quegli Svizzeri, ed a stento Giovanni Adorno riuscì a calmarlo[101].

Erano stati dall'armata vittoriosa condotti a Genova alcuni distinti prigionieri, tra i quali Fregosino, figliuolo naturale del cardinale, Giulio Orsini ed Orlando Fregoso. Ibletto dei Fieschi, principale capo del partito vinto, fuggì con suo figlio Rolandino a traverso alle montagne, e tre volte venne consecutivamente spogliato dai masnadieri. Le prime due volte i contadini del vicinato gli diedero degli abiti; ma la terza volta disse a suo figlio colla sua consueta imperturbabile tranquillità: «Andiamo, mio caro, ed accontentiamoci delle vesti del nostro primo padre, altrimenti vedo che la cosa non avrebbe più fine[102].» Don Federigo, tenuto da un vento di terra lontano dalle coste tutto il tempo della battaglia, non potè raccogliere che un piccolo numero di fuggiaschi, coi quali tornò tristamente a Livorno[103].

Intanto don Ferdinando si avanzava a traverso alla Romagna, intenzionato di entrare nel l'autorità del loro legittimo sovrano, Giovanni Galeazzo, ed a scuotere il giogo di un tiranno, che voleva esporli a tutte le furie degli oltremontani. Ma Ferdinando non aveva sotto gl'immediati suoi ordini che mille quattrocento uomini d'armi, e circa due mila cavalleggeri: ed ancora dopo avere ingrossata la sua armata con quella di Guid'Ubaldo, duca d'Urbino, colle truppe de' Fiorentini, e con quelle somministrate dai piccoli principi della Romagna, questa armata, secondo i più alti calcoli, non contava più di due mila cinquecento corazze e di cinque mila pedoni[104]. Dal canto suo Carlo VIII, prima di fissare la sua irrisolutezza, aveva fatto scendere in Italia il signore d'Aubignì, della casa Stuardo e della linea di Lenox, con circa duecento maestri, ossia cavalieri francesi, e diversi battaglioni di fanteria svizzera, che, valicati il san Bernardo ed il Sempione, eransi uniti a Vercelli[105]. Lodovico il Moro fece che queste truppe si recassero subito nelle province minacciate dal nemico, loro associando Francesco Sanseverino, conte di Cajazzo, con circa seicento uomini d'armi e tre mila fanti veterani. Il conte di Cajazzo occupò una forte posizione a Fossa Giliola, ai confini del Ferrarese, di là osservando le mosse di Ferdinando[106].

In sul finir di luglio questo giovane principe aveva avuta una conferenza con Pietro de' Medici a Città di Castello. Aveva in appresso attraversata Val di Lamone, ed assoldata molta gente in quella armigera provincia. Tutti i rinforzi che poteva sperare lo avevano raggiunto, onde pareva maturo l'istante di attaccare l'armata del conte di Cajazzo e del signor d'Aubignì, prima che ricevesse gli Svizzeri ed i Francesi che scendevano ogni giorno le Alpi. Ma Alfonso II, dando a suo figlio un'armata affatto sproporzionata all'affidatagli intrapresa, lo aveva reso del tutto dipendente dai consiglieri che gli aveva posti al fianco. Il principale di loro, il conte di Pitigliano, riconosceva la sua riputazione militare assai più dal prudente temporeggiare, che da quell'audacia che signoreggia gli avvenimenti. Questi nel consiglio di guerra si ostinò perchè l'armata di Ferdinando si limitasse a stare in su le difese, non potendo, siccome egli diceva, la sua fanteria tener testa agli Svizzeri, nè la sua artiglieria sostenere, nella rapidità delle cariche, il confronto della francese; per ultimo, diceva, che gli uomini d'arme napolitani non sosterrebbero l'impeto degli oltremontani[107].

Per lo contrario Gian Jacopo Trivulzio, il di cui carattere era altrettanto bollente quanto era circospetto quello del Pitigliano, attestava d'avere battuti gli Svizzeri a Domo d'Ossola, gli uomini d'armi e l'artiglieria francese in Francia nelle guerra del ben pubblico, e che niente trovavasi in quest'armata, che potesse sorprendere gl'Italiani; ch'egli prometteva la vittoria, ove si attaccasse all'istante, e che non sapeva quale resistenza farebbe l'armata francese, se gli si dava tempo di ricevere nuovi rinforzi[108].

Ma omai la notizia degl'infelici successi di don Federico aveva scoraggiati e renduti incerti alcuni degli alleati. Giovanni Bentivoglio temeva la vendetta de' Francesi e del duca di Milano, se prendeva parte in una guerra offensiva; ed il consiglio di guerra decise che non si attaccherebbero i nemici ne' loro trincieramenti. Tutto quanto ottennero le calde istanze d'Alfonso d'Avalos e di Bartolomeo d'Alviano, in allora allievo del Pitigliano, fu la licenza di mandare un trombetta al conte di Cajazzo per isfidarlo ad uscire in aperta campagna. Non avendo questi voluto rinunciare a' suoi vantaggi per accettare il dubbio esperimento di una battaglia, Ferdinando si ritirò sotto le mura di Faenza dietro ad un lungo canale, in cui derivavansi le acque del Lamone, locchè ne rendeva la posizione fortissima; e quando seppe che Carlo VIII aveva passate le Alpi, pensò di starsi colà aspettando le truppe tedesche che suo padre faceva, sebbene troppo tardi, levare nella Svevia e nell'Austria[109].

Carlo VIII erasi recato a Lione con tutta la sua corte per avvicinarsi all'Italia, e vi aveva passata la state in feste e tornei, tra i quali pareva avere dimenticati tutti i suoi progetti di conquiste. Aveva consumato nell'armamento della flotta di Genova quasi tutto il numerario di cui poteva valersi. Madama di Beaujeu, il duca di Borbone e quasi tutti i principali signori biasimavano una lontana impresa, che nulla poteva aggiungere alla forza reale del regno. Briçonnet, che l'aveva lungo tempo consigliata, più non ardiva addossarsene la responsabilità; il siniscalco di Belcario che ardentemente la promoveva, era stato di que' tempi costretto ad allontanarsi dal re, perchè uno de' suoi servitori era morto con sintomi di peste[110]. I cortigiani davano al re opposti consiglj, secondochè aderivano ora agli agenti del re di Napoli, ora a quelli del duca di Milano: Pietro de' Medici aveva inoltre cercato di rendere quest'ultimo sospetto alla corte di Francia, facendo che si tenesse un messo del re di Francia nascosto entro un gabinetto, mentre egli s'intratteneva confidenzialmente con un ambasciatore del Moro[111]. Tra tanti timori e tante contraddizioni, Carlo VIII abbandonò più volte i suoi progetti, a ciò persuaso continuamente dall'allettamento de' piaceri; aveva perfino ordinato a molti signori, di già partiti colle loro truppe, di tornare alla corte, quando il cardinale Giuliano della Rovere, fatto più che tutt'altri bramoso della spedizione d'Italia dall'immenso suo odio verso Alessandro VI, parlò al re con un tale ardire, che verun altro non sarebbesi permesso di farlo. Disse, che il re sarebbesi coperto di vergogna rinunciando a pretese proclamate in tutta l'Europa, non raccogliendo verun frutto de' sagrificj che fatti aveva co' suoi trattati col re de' Romani e coi re della Spagna, ed abbandonando i suoi alleati ed i suoi soldati, che di già per lui valorosamente combattevano nella riviera di Genova e nella Romagna. Carlo VIII, vinto dalle calde ammonizioni del cardinale, di cui rispettava l'eminente dignità, e sedotto dalle adulazioni del siniscalco di Belcario, cui era stato di fresco permesso di liberamente tornare alla corte, partì da Vienna nel Delfinato, il 23 agosto del 1494, prendendo la strada del monte Ginevra, e valicando le Alpi, senza che scontrasse verun ostacolo[112].

L'armata francese contava tre mila seicento uomini d'armi, sei mila arcieri a piedi, assoldati in Bretagna, sei mila balestrieri delle interne province della Francia, otto mila fanti della Guascogna, armati di fucili e di spade a doppio taglio, ed otto mila tra Svizzeri e Tedeschi, armati di piche e di alabarde[113]. Moltissimi servitori seguivano l'armata, ingrossata, poichè fu scesa in sul piano d'Italia, dal contingente di Lodovico il Moro; di modo che quando attraversò la Toscana non aveva meno di sessanta mila uomini[114]. Tra i suoi più illustri generali contavansi il duca d'Orleans, poi Lodovico XII, che allora aveva il comando della flotta a Genova, il duca di Vandome, il conte di Montpensier, Lodovico di Lignì, signore di Lussemburgo, Lodovico de la Trimouille e molti altri principali signori della Francia. Ma il siniscalco di Belcario ed il sovrintendente Briçonnet, vescovo di san Malo, confidenti del monarca, che pure lo accompagnavano, avevano presso di lui maggior credito che tutti i signori della sua corte[115].

Una così grossa armata avrebbe potuto difficilmente attraversare le Alpi, se avesse trovato qualche nemico; ma la disgrazia d'Italia aveva fatto sì che il Piemonte ed il Monferrato, egualmente governati da principi indipendenti, fossero ambidue a quello stato di debolezza e d'incapacità ridotti, cui sono condannate le monarchie in tempo di minorità. Carlo Giovanni Amedeo, nato il 24 giugno del 1488, era in allora duca di Savoja, e non contava che nove mesi, quando il 13 marzo del 1489 successe al duca Carlo suo padre. Sua madre, Bianca di Monferrato, sebbene affatto giovane, aveva ottenuta la tutela pel favore del popolo di Torino in pregiudizio de' suoi cognati, i conti di Ginevra e di Bresse. Bianca aveva bensì il 20 giugno del 1493 soscritto un trattato d'alleanza con Ferdinando, re di Napoli, ma in appresso non aveva osato provocare il turbine sui proprj stati; fece aprire a Carlo VIII tutte le sue città e castella, e l'accolse ella stessa in Torino con estrema magnificenza[116]. Maria, marchesana di Monferrato, tutrice di Guglielmo di Monferrato, nato il 20 agosto del 1486, non si dipartì dalla politica di Bianca[117].

Queste due reggenti, una a Torino, l'altra a Casale, parvero dinanzi a Carlo VIII ornate di molte gemme, onde il giovane re, che di già cominciava a mancare di danaro, se le fece prestare per depositarle in mano di alcuni usurai che gli diedero ventiquattro mila ducati[118]. Il 19 di settembre entrò in Asti, città posseduta in piena sovranità dal duca d'Orleans, siccome dote di sua madre, Valentina Visconti. Colà venne ad incontrarlo Lodovico Sforza con sua moglie e suo suocero, Ercole d'Este, duca di Ferrara[119]. Questi principi conoscevano le inclinazioni di Carlo VIII, e, volendo guadagnarselo colle voluttà, avevano seco condotte le signore milanesi che godevano opinione di seducente bellezza e di poca austera virtù[120]. Si consumarono più giorni in feste ed in piaceri, che vennero all'ultimo interrotti da grave malattia onde fu il re sorpreso, la quale fu giudicata vajuolo a motivo delle pustule che gli coprirono il volto. Pure questa prima campagna de' Francesi in Italia ottenne infame celebrità da una malattia ancora più crudele, cui più che a tutt'altra pareva essersi Carlo esposto. Egli però non tardò a rimettersi in salute, e passò a Pavia ove fu splendidamente accolto[121].

Lo sventurato Giovanni Galeazzo dimorava colla consorte e co' figliuoli nel castello di questa città. Già da alcun tempo vedevasi la di lui salute andar declinando a gran passi; la presumeva taluno distrutta da immoderato abuso de' piaceri sensuali, ed altri, sospettando l'esistenza di un delitto, ove vedevano un motivo di commetterlo, accusavano Lodovico il Moro di avergli fatto dare un lento veleno. A veruno de' cortigiani francesi fu permesso di vedere il duca, ed il solo re fu ammesso ne' suoi appartamenti: questi due sovrani erano cugini germani, figliuoli di due sorelle della casa di Savoja. Ma Carlo VIII, che temeva di spiacere a Lodovico il Moro, si trattenne con Giovanni Galeazzo soltanto intorno a cose indifferenti, e sempre alla presenza dello zio[122]; ma in tempo di questo intrattenimento, la duchessa Isabella sopraggiunse, gettandosi alle ginocchia del re, e supplicando di risparmiare suo padre Alfonso e suo fratello Ferdinando. Rispose Carlo, alquanto imbarazzato, che oramai era troppo avanzato per poter dare a dietro, ed affrettossi a lasciare una città dove aveva sotto gli occhi una così dolorosa scena, ch'egli stesso rendeva ancora più penosa. Ebbe da Lodovico il Moro i convenuti sussidj, e la sua armata, poichè si fu provveduta d'armi e di equipaggi avuti dall'arsenale di Milano, proseguì il cammino alla volta di Piacenza[123].

Lodovico il Moro accompagnava Carlo VIII, ma avendo a Piacenza o a Parma avuta notizia che suo nipote era agli estremi, tornò subitamente a Milano per raccogliere l'eredità. Giovanni Galeazzo Sforza morì il 20 di ottobre[124], ed il senato di Milano tutto ligio al Moro si affrettò di fargli presente, che, nelle critiche circostanze in cui trovavasi l'Italia, un fanciullo di cinque anni, quale era quello di Giovanni Galeazzo, non poteva avere il carico del governo; che lo stato non doveva ricadere di una in altra minorità, che abbisognava di un sovrano che regnasse effettivamente; all'ultimo che Lodovico il Moro era necessario alla patria, e che questa gli chiedeva il sagrificio di salire sul trono. Lodovico parve opporsi; pure all'indomani prese il titolo e le insegne di duca di Milano, e protestò, anche segretamente, che le riceveva come cosa che gli apparteneva a giusto diritto dietro l'investitura datagli da Massimiliano[125]. Si affrettò poi di raggiugnere l'armata francese, dalla quale, senza esporsi a qualche pericolo, non poteva sempre tenersi lontano[126].

In fatti quest'armata era stata colpita da un sentimento di spavento per la morte di Giovanni Galeazzo: tutti s'andavano interpellando ansiosamente in qual modo il re poteva penetrare nel fondo dell'Italia senza lasciarsi alle spalle verun altro alleato che quello stesso duca, che si era aperta col veleno la via del trono. Ogni movimento dei Milanesi rendevasi sospetto ai Francesi, cui mille cose erano state raccontate intorno alle trufferie degli Italiani, ed i Francesi spesso agivano di mala fede per guarentirsi da quella di cui si credevano minacciati. Il duca d'Orleans, che aspirava all'intera eredità dello Sforza, cercava di far sentire a suo cugino che più facile riuscirebbe la spedizione di Napoli incominciandola dalla conquista del Milanese[127]. Il principe d'Orange, il signore di Miolans, Filippo delle Corde e gli altri tutti che risguardavano la marcia dell'armata fino a Napoli come troppo pericolosa, approfittarono di tale fermento per istringere il re a rinunciarvi; ma Carlo non dava orecchio che alla sua ostinazione, ch'egli credeva amore di gloria; e, a seconda de' concerti avuti col nuovo duca di Milano, prese la strada che da Parma conduce nella Lunigiana, onde entrare in Toscana[128]. Questa strada toccava Fornovo e san Terenzio e sboccava a Pontremoli, città che in allora era posseduta dallo Sforza; onde non percorreva che paesi amici, ed era sempre a portata della divisione che occupava Genova, e della flotta francese. Pei quali motivi era così aperto che doveva preferirsi dai Francesi a quella della Romagna, che mal si può spiegare l'incauto consiglio de' Napolitani che l'avevano trascurata, portando tutte le loro forze nella Romagna[129].

Papa Alessandro VI e Pietro de' Medici eransi obbligati a chiudere ai Francesi l'ingresso della Toscana; ma se pure il papa era intenzionato di spedirvi truppe, ne fu impedito dalla ribellione dei Colonna, che, quando ebbero avviso dell'avvicinamento de' Francesi, rifiutarono le vantaggiose offerte che loro aveva fatte Alfonso II, dichiararonsi scopertamente al soldo di Carlo ed occuparono Ostia, ove, senza dubbio, aspettavano la flotta francese. Il papa, lungi dal potere mandar truppe in Toscana, si vide costretto a richiamare quelle che teneva in Romagna sotto gli ordini di Virginio Orsini, per far testa ai Colonna[130].

La repubblica fiorentina aveva mandati ambasciatori a quella di Lucca ed al duca di Ferrara, per persuaderli a non permettere di passare per i loro stati a chiunque volesse invadere la Toscana; aveva in pari tempo nominati commissarj straordinarj per provvedere alla sicurezza dello stato; ma Pietro de' Medici non aveva voluto che loro si affidassero truppe[131]. Pure così grande e così mal disciplinato esercito, qual era quello de' Francesi, poteva bentosto trovarsi senza vittovaglie in una provincia montuosa, che non ne produce quanto basta per alimentare i suoi abitanti. L'esercito, scendendo da Pontremoli lungo la Magra, attraversava i feudi del marchese Malaspina, in mezzo ai quali è posto il borgo di Fivizzano appartenente ai Fiorentini. Era questo il primo paese nemico. Il marchese di Fosdinovo, vinto da gelosia di vicinanza, mostrò ai Francesi i lati deboli delle fortificazioni di quella terra, ed i mezzi di occuparla. In fatti fu attaccata e presa d'assalto. Vennero uccisi tutti i soldati e molti abitanti, e saccheggiate tutte le case; e questa prima esecuzione militare, che sparse grandissimo terrore, fece conoscere la diversità della nuova guerra e delle guerre senza spargimento di sangue che si erano fin allora sostenute[132]. Nello stesso tempo Gilberto di Montpensier, che comandava l'avanguardia francese, sorprese in riva al mare un corpo di truppe che Paolo Orsini mandava per ingrossare la guarnigione di Sarzana, e non diede quartiere a verun soldato[133].

Era Sarzana in qualche modo la chiave della Lunigiana[134]: così chiamasi una spiaggia, chiusa tra il mare e le montagne, che stendesi dai confini del Genovesato fino a Pisa d'una larghezza non mai eccedente le sei miglia. Sarzana era una città assai ben fortificata e la sua fortezza di Sarzanello credevasi inespugnabile. Se l'esercito francese si fosse lasciata questa terra alle spalle, sarebbesi poco dopo trovata chiusa la strada di Pisa da quella di Pietra Santa, posseduta pure dai Fiorentini, e posta nel più angusto punto del littorale. Tutto il paese potev'essere, difeso di tratto in tratto. Non è ferace che di olio, e così sprovveduto di frumento, che importa la metà de' suoi viveri dalla Lombardia a schiena di muli: e l'aere è così insalubre in autunno, che la febbre avrebbe in poche settimane ruinato l'esercito nemico. I capitani francesi mal sapevano perciò risolversi ad innoltrarsi in cotal paese, ma la pusillanimità di Pietro de' Medici dissipò bentosto i loro giusti timori.

L'ingresso de' Francesi in Toscana, spargendo in Firenze un estremo terrore, fece scoppiare un malcontento contro Pietro de' Medici tenuto lungo tempo compresso. I Fiorentini erano da secoli affezionati alla real casa di Francia, da loro risguardata quale protettrice del partito guelfo e della libertà; altamente si lagnavano che il capo dello stato gli avesse strascinati in una guerra contraria ai loro veri interessi, ed esposti prima degli altri a tutti i pericoli d'una lite che punto non li risguardava. Gli ambasciatori fiorentini erano stati dalla corte di Francia rimandati; tutti i socj, tutti i commessi delle case di commercio dei Medici eransi espulsi dal regno; ma tanto rigore non aveva colpiti gli altri Fiorentini, quasi che si fosse voluto far loro sentire che la Francia non li confondeva coll'usurpatore della loro libertà[135]. Sapevasi che Lorenzo e Giovanni de' Medici, que' cugini di Pietro, ch'egli aveva da pochi mesi maltrattati, poi rilegati nelle loro ville, erano passati nel campo di Carlo VIII, supplicandolo di atterrare un governo esoso alla generalità dei cittadini[136]. Il potere di questo vanaglorioso capo, che non aveva voluto conoscere confini, trovossi tutt'ad un tratto non ad altro appoggiato che ad una vacillante opinione.

Pietro de' Medici, spaventato dall'interno fermento, di cui vedeva ovunque le traccie, atterrito dalla guerra straniera ch'egli non era in istato di sostenere, pensò di cedere al turbine, di fare la pace coi Francesi, imitando la condotta tenuta da suo padre con Ferdinando, condotta che aveva così spesso udito lodare. Egli non sapeva che per imitare un grand'uomo conviene avere i suoi talenti, onde discernere le circostanze, e la sua fermezza per disprezzare i pericoli. Pietro de' Medici fece dalla repubblica eleggere una numerosa ambasciata, di cui egli faceva parte, con commissione di recarsi presso il re di Francia e cercare di placarlo. Ma, avvisato in viaggio che un corpo di trecento uomini, che la repubblica mandava a Sarzana, era stato sorpreso e fatto a pezzi, non osò, senza salvacondotto, innoltrarsi al di là di Pietra Santa. Alcuni signori della corte, tra i quali Briçonnet e di Piennes vennero a trovarlo, e lo condussero innanzi al re lo stesso giorno in cui veniva attaccato Sarzanello[137].

Pietro, per giustificare il suo rifiuto di permettere al re d'attraversare la Toscana, ricordò il suo trattato con Ferdinando, conchiuso con approvazione dello stesso Lodovico XI; soggiunse che fino all'istante in cui le armate francesi erano scese in Italia non avrebbe potuto violare questo trattato senza esporsi a tutta la vendetta degli Arragonesi; ma poichè al presente più non vedevasi esposto a tale pericolo era apparecchiato a dar prove della sua divozione verso la casa di Francia[138]. Il re, per tutta risposta a questo discorso, chiese che gli si aprissero le porte di Sarzanello; e Pietro vi acconsentì subito: e senza nè pure interpellare i suoi colleghi, ordinò che Sarzanello fosse dato in mano al re, il quale, sorpreso da tanta facilità, domandò che gli fossero inoltre consegnati Pietra Santa, Librafratta, Pisa e Livorno. Non credevano già i Francesi, che, facendo così alte domande venissero loro accordate quelle piazze, almeno senza grandi guarenzie per la loro restituzione dopo il passaggio dell'esercito; ma Pietro nulla chiese, e si accontentò della verbale obbligazione del re di restituire le fortezze della Toscana, quand'avrebbe ultimata la conquista del regno di Napoli; fu convenuto che i Fiorentini presterebbero al re Carlo dugento mila fiorini; che a tale condizione verrebbero ricevuti sotto la protezione del re, e che il trattato di pace fra di loro sarebbe fatto in Firenze. Dietro questa semplice verbale convenzione fece aprire ai Francesi tutte le fortezze dello stato di Pisa, non senza eccitare lo sdegno de' suoi colleghi d'ambasciata, i quali, essendo arrivati alquanto più tardi, credevano di accordar molto al re coll'accordargli il libero passaggio a traverso al loro stato[139].

I Fiorentini, ricevendo la notizia della convenzione di Sarzana, s'irritarono ancora più dei loro ambasciatori. Da lungo tempo avevano cominciato ad accusare Pietro de' Medici di comportarsi come signore e non come primo cittadino della sua patria; di tenere un contegno da padrone che mai non avevano affettato nè Lorenzo, suo padre, nè Cosimo, suo bisavo; di trascurare affatto d'intervenire ai consiglj e di sedere co' suoi colleghi quand'era rivestito di qualche magistratura[140]. Ma non aveva ancora osato prima d'allora di calpestare con tanta impudenza le leggi della repubblica, nè di arrogarsi un'autorità che non gli era mai stata conferita. Egli era quegli, si diceva, che aveva precipitata la patria in una guerra contraria ai suoi interessi, ed era egualmente quegli che, per salvarla, sagrificava le conquiste di molte generazioni. Il partito della libertà, che si era successivamente ingrossato coll'adesione di tutti coloro ch'erano stati oltraggiati dalla sua insolenza, e di fresco riscaldati dalle prediche del Savonarola, approfittava di questi avvenimenti per mostrare quanto pericolosa cosa fosse il dare un capo ad una città libera; perciocchè sotto il suo dominio uno stato perde bentosto il vigore delle sue armate, la prudenza de' suoi consiglj, ed all'ultimo le sue migliori province o la sua indipendenza. Approfittiamo almanco, dicevano essi, delle nostre sciagure, e, poichè l'armata francese deve attraversare le nostre mura, ci ajuti a rovesciare la tirannide[141].

Mentre che l'armata francese dirigevasi verso Lucca e verso Pisa, Pietro de' Medici, prevenuto del tumulto di Firenze, si affrettava di tornarvi, sperando pure di potersela conservare ubbidiente. Vi arrivò l'8 di novembre, e dopo essersi la stessa sera consigliato co' suoi amici, che trovò tutti scoraggiati, o da lui alienati, risolse di recarsi all'indomani a palazzo presso la signoria. Trovò il palazzo chiuso, con guardie alla porta, come sempre costumavasi in occasione di tumulto. La signoria aveva stabilito di non ricevere la visita di Pietro de' Medici, e gli mandò Jacopo di Nerli, gonfaloniere di compagnia, a parteciparglielo, mentre che Luca Orsini, uno de' priori, si trattenne alla porta per vietargliene l'ingresso, ove si dovesse venire a quest'estremo[142].

Pietro de' Medici non volle fare esperimento della loro costanza; stordito da una resistenza che mai non aveva conosciuta, non si appigliò nè alle preghiere, nè alle minacce; ritirossi in casa per chiamare in suo soccorso Paolo Orsini, suo cognato, cogli uomini d'armi sotto i suoi ordini; ma, essendo stato fermato il messo che gli mandava, i cittadini presero le armi e si adunarono nella piazza del palazzo per essere pronti ad eseguire gli ordini della signoria. Frattanto il cardinale Giovanni de' Medici aveva corse alcune strade coll'accompagnamento de' servitori della sua casa, cui faceva ripetere il grido d'armi di sua famiglia: Palle! Palle! ma questo grido altre volte così caro al popolo non aveva mosso veruno de' suoi partigiani. Il cardinale non aveva potuto oltrepassare la metà della strada de' Calzajuoli; e si udivano da ogni banda minacciose grida contro i Medici. Pietro e suo fratello, di già circondati dai soldati loro condotti da Paolo Orsini, ritiraronsi verso porta san Gallo, e tentarono di nuovo, gettando danaro tra il popolo, di muovere gli artigiani di quel quartiere a prendere le armi per loro; ma non avendo che minacciose risposte, ed udendo suonare la campana a stormo, uscirono di città, di cui gli si chiusero dietro le porte. Il cardinale Giovanni de' Medici, essendosi travestito da frate francescano, si sottrasse ancor egli al tumulto, e raggiunse i suoi due fratelli negli Appennini[143].

Pietro de' Medici aveva inconsideratamente presa la strada di Bologna, invece di volgersi al re di Francia, presso al quale avrebbe probabilmente trovato protezione. I soldati dell'Orsini, che lo seguivano, attaccati dai contadini, si sbandarono quasi tutti, e lo stesso Paolo Orsini conobbe che per la sicurezza di suo cognato era d'uopo separarsi da lui. Pure i Medici arrivarono però a Bologna senza incontrare verun nuovo accidente. Ma quando Pietro presentossi a Giovanni Bentivoglio, suo alleato e suo amico, questi, maravigliato di vedere un uomo che occupava lo stesso suo grado, rovesciato con tanta facilità, gli disse: «Se giammai voi udirete che Giovanni Bentivoglio è stato scacciato da Bologna, come lo siete oggi voi da Firenze, non vogliate crederlo; ma credete piuttosto che si è fatto tagliare a pezzi dai suoi nemici facendo loro resistenza»[144]. Non sapeva Giovanni Bentivoglio, che spesso non è in arbitrio del principe, nè del generale d'armata il trovare la morte che desidera; che, dopo averla lungo tempo affrontata, se sopravvive suo malgrado alla sua disfatta, il desiderio della propria conservazione si risveglia nel cuore più valoroso, e vi si aggiugne una segreta speranza, che, poichè la fortuna si è presa ella sola la cura della sua salvezza, lo riservi tuttavia a tempi migliori. La sua sperienza non tardò ad insegnarglielo; l'istante del rovescio giunse pure per il Bentivoglio, e malgrado la sua risoluzione, non morì, ma condusse i suoi giorni in esilio.

Il popolaccio di Firenze svaligiò le case del cancelliere e del provveditore del monte di pietà, che da molto tempo venivano accusati di avere inventate nuove gabelle, e le varie estorsioni con cui eransi accresciute le imposte. Saccheggiò inoltre i giardini di san Marco, e la casa del cardinale Giovanni a sant'Antonio. Le guardie poste al gran palazzo dei Medici in via larga, destinato al re di Francia, lo salvarono in quel primo istante dal saccheggio. Ma i Francesi, che vi furono alloggiati, presero con impudenza tutto quanto solleticava la loro cupidigia, e dopo la loro partenza tutto ciò che vi restava fu venduto con autorità della giustizia. E per tal modo furono disperse quelle magnifiche collezioni di quadri, di statue, di pietre incise, di libri, con tanta cura raccolti da Cosimo e da Lorenzo in tutti i luoghi cui si estendeva il loro commercio[145].

La signoria, dopo la fuga dei Medici, fece un decreto per dichiararli ribelli, per confiscare i loro beni e per promettere il premio di cinque mila ducati a coloro che gli arresterebbero, e di due mila a chiunque porterebbe la loro testa. Tutte le famiglie esiliate o private dei pubblici onori pel corso di sessant'anni, in cui si era mantenuta l'autorità de' Medici vennero ristabilite ne' loro diritti, i quadri che ricordavano o le condanne del 1434, o quelle del 1478 per la congiura dei Pazzi, furono cancellati, ed i due Medici, figliuoli di Pier Francesco, rientrati in patria nell'istante in cui ne uscivano loro cugini, nulla volendo avere di comune con una famiglia che aveva aspirato alla tirannide, fecero cancellare i sei globi dai loro stemmi per sostituirvi una croce d'argento in campo rosso dei Guelfi, e scambiarono il nome di Medici in quello di Popolani[146].

Intanto il nuovo governo si affrettò di spedire ambasciatori al re di Francia, per incolpare il suo predecessore d'una inimicizia tanto contraria agl'interessi della repubblica, e per dare più autentica forma al trattato conchiuso con tanta balordaggine dal Medici. Nominò ambasciatori Piero Capponi, che di già nella sua ambasciata a Lione aveva fatto conoscere l'ardente desiderio de' Fiorentini di scuotere il giogo che portavano[147], Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni Cavalcanti ed il padre Girolamo Savonarola. Costui, risguardato dai Fiorentini, come dotato del dono dei miracoli e delle profezie, sembrava loro un celeste avvocato, mandato dalla Provvidenza per difenderli.

Gli ambasciatori fiorentini passarono a Lucca dov'era il re, ma non ottennero udienza, e furono costretti di seguirlo a Pisa. Colà il padre Savonarola apostrofò il vittorioso monarca con quel tuono autorevole, ch'era accostumato a prendere in faccia al suo uditorio. Non era il deputato d'una repubblica che parlava ad un re, ma l'inviato di Dio, quegli che aveva predetta la discesa dei Francesi in Italia, che ne aveva lungo tempo minacciati i popoli, come fosse un castigo del cielo, e che adesso parlava a colui che il dito di Dio aveva guidato, per indicargli come doveva terminare l'opera di cui lo aveva incaricato la Provvidenza.

«Vieni, gli disse, vieni adunque pieno di fiducia, vientene lieto e trionfante, perciocchè colui che ti manda è quello stesso che per la nostra salute trionfò sul legno della croce. Pure, ascolta le mie parole, o cristianissimo re! e fanne tesoro nella tua mente. Il servo del Signore, cui queste cose vennero per parte di Dio rivelate.... ti avvisa che sei stato mandato da sua divina Maestà, perchè, seguendo il di lui esempio, tu debba usare misericordia in ogni luogo, ma in particolare nella sua città di Firenze, nella quale, benchè sianvi molti peccati, conservansi altresì molti fedeli servitori tanto nel secolo che nella religione. In grazia loro tu devi risparmiare la città, acciocchè essi preghino per te, e ti secondino nelle tue spedizioni. L'inutile servo, che ti parla, ti avverte di più in nome di Dio, e ti esorta a difendere con tutta la tua possanza l'innocenza, le vedove, i pupilli, gli sventurati, e sopra tutto il pudore delle spose di Cristo che sono ne' monasteri, onde tu non sia cagione di moltiplicare i peccati, perchè per cagione di questi si fiaccherebbe la somma potenza datati da Dio. All'ultimo per la terza volta il servo di Dio ti scongiura in nome suo a perdonare le offese. Se tu ti credi ingiuriato dal popolo fiorentino, o da qualche altro popolo, loro perdona, poichè peccarono per ignoranza, non sapendo che tu sei l'inviato dell'Altissimo. Ricordati del tuo Salvatore, che appeso in croce perdonò a' suoi carnefici. Se tu fai, o re, tutte queste cose, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti farà dovunque vittorioso; e finalmente ti riceverà nell'eterno suo regno de' cieli»[148].

Il re aveva appena udito alcun cenno della fama del Savonarola, ed altro in lui non ravvisò che un buon religioso; il suo ragionamento parvegli una predica cristiana, e senza voler entrare nell'argomento, promise che, subito giunto in Firenze, aggiusterebbe ogni cosa con soddisfacimento del popolo[149]. Pure egli aveva di già violato il trattato conchiuso con Pietro de' Medici, e con l'inconsiderato suo procedere erasi posto in tale imbarazzo, da cui più non potè uscire con onore.

Erano di già ottantasette anni che Pisa trovavasi sotto il dominio de' Fiorentini[150]. I Pisani avrebbero potuto aspettarsi che ne' primi anni della loro servitù il popolo vincitore facesse loro sentire il peso di un risentimento che non era ancora spento, ed una diffidenza, tenuta viva da fresche ingiurie. Ma d'altra parte dovevano sperare dal tempo la fusione de' due stati in un solo, poichè la prosperità del paese conquistato era necessaria a quella del vincitore. Pure accadde tutt'all'opposto; ne' primi anni che tennero dietro alla conquista, l'amministrazione de' Fiorentini fu assai più moderata che quella degli anni successivi. Il primo commissario fiorentino mandato a Pisa, Gino Capponi, era un uomo giusto e moderato, ed aveva cercato di cattivarsi gli animi. Quando due anni dopo i Fiorentini offrirono Pisa alla Chiesa per adunarvi il concilio che doveva terminare lo scisma, cercarono di procurare a questa città pecuniarj vantaggi e di richiamarvi con tal mezzo i cittadini che emigravano. Pistoja colla dolcezza era stata guadagnata per sempre alla sorte della repubblica fiorentina, e gli Albizzi avevano bastante accorgimento per approfittare di questo domestico esempio. Ma la rivoluzione del 1434, diminuendo la libertà fiorentina, scemò pure la liberalità della sua condotta rispetto ai popoli sudditi. I diritti politici del popolo vincitore erano a tanta ristrettezza ridotti, che, paragonandosi ai vinti, egli non sarebbesi trovato in nullo modo avvantaggiato, se questi stessi non fossero stati privati di que' diritti civili che mai non dovrebbero essere violati. La politica fiorentina rispetto alle città suddite si ristrinse ad un proverbio, che giustificava i falli de' magistrati, trasformandoli in massime di stato. Pisa, dicevano, si deve tenere colle fortezze, Pistoja col tener vivi i partiti[151]. In fatti i Fiorentini fabbricarono in Pisa due fortezze che signoreggiavano la città; e contando sopra questa mal sicura catena, crudelmente abusarono del loro potere. A gravose imposte si aggiunsero private esazioni, ed i rubamenti di tutti gli agenti del governo; furono esclusi i Pisani dagl'impieghi, da ogni pubblica funzione, ancora da quelle che le leggi riserbavano agli stranieri, e furono offesi continuamente col disprezzo, coll'odio o colla derisione. Per altro maravigliati di trovare negli spiriti una resistenza proporzionata a questa violenza, e volendo pure domare ciò che chiamavano l'orgoglio de' Pisani, risolsero, per farli poveri, di attaccare nello stesso tempo la loro agricoltura ed il loro commercio.

Tutto il Delta dell'Arno, esposto alle inondazioni, e non avendo verso il mare un facile scolo, era non pertanto stato preservato dalle acque stagnanti, e guadagnato al lavoro ed alla salubrità dalla industria e dalla costante attenzione della repubblica pisana nel conservare liberi tutti i canali che attraversano il piano. Questi canali vennero dai Fiorentini abbandonati[152]. Bentosto le acque stagnanti infettarono le campagne colle loro esalazioni; le malattie distrussero la popolazione e restituirono al deserto que' campi che l'industria gli aveva rubati. Anche la città fu spopolata dalle febbri maremmane; ed all'ultimo gli edificj ed i sontuosi palazzi che l'avevano renduta la più superba tra le città d'Italia, provarono ancor essi l'influenza dell'aria senz'elaterio, dell'umidità e della putrefazione.

D'altra parte i Pisani, che si erano sollevati col commercio, che avevano coperto il Mediterraneo di flotte, ed introdotte i primi nell'Occidente le arti degli Orientali per mezzo delle giornaliere loro corrispondenze con Costantinopoli, colla Siria e coll'Affrica, trovavansi assoggettati alla gelosa amministrazione di un governo di mercanti, che credevano di arricchirsi con tutti i rami del commercio che loro toglievano. Alcune leggi privarono i Pisani delle manifatture delle sete e delle lane; il commercio all'ingrosso venne, quale esclusivo privilegio, riservato ai soli Fiorentini, ed in tal modo Pisa fu ridotta ad un tale stato di miseria e di spopolazione, che formavano la vergogna dei suoi padroni[153].

Ma in questo stato d'abbassamento l'orgoglio del nome Pisano e l'antico amore di libertà non erano spenti nei generosi discendenti de' cittadini di Pisa. I gentiluomini, siccome il popolo, erano animati da uno stesso sentimento; tutti erano disposti a sagrificare per la patria quella vita e quelle ricchezze delle quali appena credevano esser possessori, poichè la volontà arbitraria de' loro padroni poteva loro rapirle ad ogni istante. All'avvicinarsi di Carlo VIII le loro speranze vennero ravvivate artificiosamente da Lodovico il Moro, il quale sovvenivasi che Giovanni Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, aveva posseduta Pisa, e che sperava di unire queste città ai proprj stati, facendosi dare Sarzana e Pietra Santa, città in addietro dipendenti dai Genovesi. Il Moro non aveva accompagnato Carlo oltre Sarzana, ma Galeazzo da Sanseverino, uno de' suoi più fidati capitani, lo rimpiazzava all'armata, e questi ajutò i Pisani nel più difficile istante coi consiglj e col favore che godeva presso la corte[154].

Tra i gentiluomini pisani Simone Orlandi erasi fatto rimarcare pel suo odio contro i Fiorentini: in casa sua, e per sua opera tutti coloro ch'erano stati personalmente offesi si adunavano per trovare i mezzi di vendicarsi e di liberare la patria. Siccome parlava speditamente la lingua francese, fu da' suoi concittadini prescelto per invocare il favore del re, e per supplicarlo di sottrarre Pisa ad insoffribile giogo[155]. Per altro i suoi amici lo baciarono, e gli diedero un addio che ben poteva essere l'estremo, nell'istante in cui, sagrificandosi per la sua patria, si esponeva a tutta la vendetta de' Fiorentini. Egli recossi al palazzo dei Medici ove soggiornava Carlo VIII, e stringendo le sue ginocchia fece un vivo quadro dell'antica grandezza de' Pisani, della deplorabile miseria cui trovavansi adesso ridotti e della crudele tirannide che gli aveva così barbaramente oppressi. Si abbandonò, parlando dei Fiorentini, a tutta la violenza della sua indignazione, e fece raccapricciare il re e tutta la sua corte, enumerando le ingiustizie, che diceva di avere provate. Rammentò a Carlo VIII di essersi annunciato all'Italia come quegli che veniva a liberarla dai tiranni sotto cui gemeva. La prima occasione di mantenere le sue promesse gliela presentava Pisa. Se voleva che i popoli dassero fede alla sua sincerità, doveva affrettarsi di rendere i Pisani liberi. Il vocabolo di libertà, il solo che di tutto il suo discorso avessero potuto comprendere i Pisani che avevano accompagnato l'Orlandi, fu da loro ripetuto con acclamazione. Tutti i gentiluomini di Carlo, commossi dall'eloquenza dell'Orlandi, aggiunsero le loro alle sue preghiere; ed il re, senza riflettervi più che tanto, senza pensare che disponeva di cosa non sua, rispose ch'egli voleva tutto ciò ch'era giusto, e che sarebbe contento di vedere i Pisani ricuperare la loro libertà[156].

Seppesi appena la risposta di Carlo, che il grido di viva la Francia, viva la libertà, eccheggiò in tutte le strade; i soldati fiorentini, i gabellieri, i ricevitori delle contribuzioni, vennero inseguiti e costretti a fuggire dalla città; i lioni di marmo dal popolo chiamati Marzocchi, posti sulle porte e sui pubblici edificj in segno dell'autorità del partito guelfo e della repubblica fiorentina, furono atterrati e gettati in Arno, e dieci cittadini, adunati per formare una signoria, vennero incaricati dell'amministrazione della rinascente repubblica[157]. Per una straordinaria combinazione il 9 novembre, nello stesso giorno in cui i Fiorentini avevano ricuperata la loro libertà colla cacciata dei Medici, i Pisani riavevano la loro, cacciando la guarnigione fiorentina.

Intanto Carlo VIII mostravasi incerto di credersi legato verso la repubblica fiorentina dal trattato stipulato con Pietro de' Medici. La più celebre città dell'Occidente per commercio e per ricchezze tentava la cupidigia della sua armata; egli avrebbe avidamente colta l'occasione di riprendere le ostilità. Dopo d'avere posta una guarnigione francese nella nuova fortezza di Pisa, e data l'antica ai Pisani, egli s'avanzava coll'armata alla volta di Firenze senza aver dato risposta agli ambasciatori della repubblica, e senza pure voler prendere determinazioni intorno ai successivi movimenti, finchè non sapesse quali progressi avesse fatti in Romagna l'armata sotto gli ordini di Daubignì, e quali risoluzioni avesse prese Ferdinando, che colà comandava l'armata nemica[158].

Don Ferdinando aveva saputo impedire al Daubignì di avanzarsi colla felice scelta delle posizioni: ma quando i Colonna avevano prese le armi nelle vicinanze di Roma, era stato forzato ad indebolire la sua armata per mandar gente a suo padre; il quale aveva unite le sue truppe, e quelle mandategli dal figliuolo, alle armi del papa, ed aveva, sebbene senza successo, vigorosamente attaccati i Colonna. Intanto Ferdinando più non si trovò abbastanza forte per tener testa al Daubignì, e non potè impedire che questi prendesse il castello di Mordano, nel contado d'Imola, i di cui abitanti furono tutti barbaramente trucidati[159]. Tanta crudeltà atterrì tutti i piccoli principi della Romagna, che Ferdinando più non aveva bastanti forze per proteggere; Catarina Sforza, la prima di tutti, trattò separatamente con Daubignì e gli aprì gli stati del figliuolo. Nello stesso tempo seppesi in Romagna che Pietro de' Medici aveva date in mano al re le fortezze della Toscani, onde il principe arragonese conobbe di non potersi più mantenere nella sua posizione, e ripiegò sopra Roma, mentre don Federico, suo zio, ricondusse la sua flotta ne' porti del regno di Napoli[160].

Carlo VIII, informato della ritirata di don Ferdinando, ordinò al Daubignì di raggiugnerlo a Firenze cogli uomini d'armi francesi, cogli Svizzeri e con trecento cavalleggeri del conte di Cajazzo, mentre ch'egli licenzierebbe gli uomini d'armi italiani al suo soldo, e quelli del duca di Milano. Dopo ciò Carlo VIII si fermò alla Villa Pandolfini, presso di Signa, lontana otto miglia da Firenze, per dar tempo d'arrivare al Daubignì, onde entrare in Firenze in più imponente maniera[161].

Il vescovo di san Malo, Briçonnet, il siniscalco di Belcario, e Filippo di Bresse, fratello del duca di Savoja, i tre uomini ch'erano più avanti nel favore del re, gli rappresentarono, che Pietro de' Medici non erasi perduto che a motivo de' servigj renduti ai Francesi. I suoi nemici nulla gli rinfacciavano con tanta amarezza quanto la cessione delle fortezze dello stato, e non eransi fatti arditi che allorquando Pietro si era allontanato per venire a trovare il re. Questi tre signori andavano dunque incitando il re a rimettere Piero de' Medici in Firenze, e questi infatti gli spedì un corriere a Bologna per farlo ritornare. Ma Piero, disgustato dal freddo accoglimento fattogli dal Bentivoglio, era passato a Venezia[162], e quando ricevette il messaggio del re, si credette in dovere di darne parte alla signoria, per chiederle consiglio. Supposero i Veneziani, che, rimettendo i Medici a Firenze, il re terrebbe quella città in una più assoluta dipendenza; e, siccome di già cominciavano ad essere aombrati dalla sua potenza, vollero privarlo di questo mezzo di consolidarla. Consigliarono perciò Pietro a non darsi in mano di un monarca da lui offeso, e per essere più sicuri della sua docilità lo circondarono segretamente di guardie, che mai non lo perdevano di vista[163].

Non avendo Carlo VIII ricevuta da Bologna la risposta che desiderava, fece il suo ingresso in Firenze per porta san Friano, il 17 di novembre in sull'avvicinare della sera. Fu alla porta ricevuto sotto un baldacchino dorato, e portato dalla nobile gioventù fiorentina: il clero lo circondava cantando inni, e tutto il popolo mostrava di accoglierlo con affetto e con piacere. Pure lo stesso Carlo non risguardava quest'ingresso come affatto pacifico; portava la lancia sulla coscia, lo che in appresso spiegò come un simbolo della conquista che faceva del paese; lo seguivano tutte le truppe colle armi alzate, ed in minaccioso apparato; il linguaggio straniero e l'impetuosità dei Francesi, le lunghe alabarde degli Svizzeri, non ancora in Toscana vedute, e l'artiglieria volante, che i Francesi erano stati i primi a rendere mobile come le loro armate, non inspiravano meno terrore che curiosità e maraviglia[164]. I Fiorentini, che con animo inquieto ricevevano questi barbari ospiti entro le loro mura, non avevano trascurati tutti i mezzi di difesa. Ogni cittadino aveva adunati nella sua casa in città tutti i suoi contadini, tenendoli apparecchiati a difendere colle armi la libertà, quando suonasse la campana del comune. Eransi pure chiamati entro la città coi loro soldati i condottieri al soldo della repubblica; sicchè a lato all'armata francese, che aveva preso gli alloggiamenti in Firenze, si era segretamente formata un'altra armata, apparecchiata a tenerle testa.

Tostocchè il re si trovò nel palazzo dei Medici che gli era stato destinato dalla signoria, cominciò a trattare coi suoi commissarj. Ma le sue prime domande non cagionarono minore sorpresa che spavento: dichiarò, che, essendo entrato in città colla lancia sulla coscia, Firenze era sua conquista, che ne riteneva la sovranità, e che altro omai non trattavasi che di vedere se vi ristabilirebbe i Medici per governare in suo nome, o se acconsentirebbe di dare la sua autorità alla signoria sotto l'ispezione dei suoi consiglieri di toga lunga, che intendeva di aggiugnerle. Risposero i Fiorentini con rispettosa fermezza, che avevano ricevuto il re come loro ospite, che non avevano voluto prescrivergli un ceremoniale intorno al modo di entrare fra di loro, ma che gli avevano aperte le porte pel rispetto che nudrivano verso di lui, e non per forza; e che mai non sarebbero per rinunciare nè in grazia sua, o di altri, alla menoma prerogativa della loro indipendenza o della loro libertà[165].

Sebbene fossero di così opposti sentimenti, nè l'una parte, nè l'altra desiderava di venire alle mani. I Francesi, maravigliati della straordinaria popolazione di Firenze, di que' solidi palazzi che sembravano altrettante fortezze, e del coraggio mostrato dai cittadini nello scuotere il giogo dei Medici, temevano di azzuffarsi nelle strade, ove si troverebbero oppressi dalle pietre scagliate dall'alto dei tetti e dalle finestre; i Fiorentini, contenti d'imporne ai loro ospiti, non bramavano che di acquistar tempo, aspettando l'istante in cui al re piacerebbe partire. Frattanto continuavano le conferenze, ed il re si era ridotto a domandare una somma di danaro, ma tanto esorbitante, che, quando il suo segretario reale ebbe terminata la lettura di ciò che dichiarava essere l'ultimatumdel suo signore, Pietro Capponi, il primo de' segretarj fiorentini, gli strappò di mano la carta e stracciandola, gridò: «Ebbene! quand'è così, voi suonate le vostre trombe, e noi suoneremo le nostre campane;» e uscì subito di camera. Tanto impeto e tanto coraggio intimidirono il re e la sua corte; supposero che i Fiorentini avessero grandissimi mezzi, poichè ardivano di parlare tant'alto, e richiamarono il Capponi. Allora presentarono più moderate proposizioni, che vennero subito accettate. La prima era di portare a cento mila fiorini il sussidio che pagherebbero i Fiorentini per concorrere all'impresa di Napoli. Questa somma doveva essere pagata in tre termini, il più lontano dei quali spirava nel susseguente giugno. D'altra parte il re si obbligava a restituire le fortezze che gli erano state consegnate, o tosto che avesse occupato Napoli, o quando che avrebbe terminata la presente guerra con una pace o tregua di due anni, o finalmente quando per qualsiasi ragione avrebbe abbandonata l'Italia. Carlo VIII stipulò, a favore de' Pisani, il perdono delle loro offese, purchè tornassero sotto il dominio de' Fiorentini; a favore de' Medici la nullità del sequestro posto sui loro beni, e l'abolizione del decreto che taglieggiava le loro teste; per ultimo, a favore del duca di Milano, che richiamava a nome de' Genovesi la restituzione di Sarzana e di Pietra Santa, chiese che i rispettivi diritti su queste città venissero giudicati da arbitri. A tali condizioni dichiarò di rendere ai Fiorentini la sua protezione e tutti i privilegj di commercio, di cui in addietro godevano in Francia[166]. Questo trattato fu pubblicato nella cattedrale di Firenze il 26 di novembre mentre celebravasi la messa: e le parti si obbligarono con solenne giuramento ad osservarle. Frattanto il Daubignì consigliava il re ad approfittare di un tempo prezioso; onde due giorni dopo la pubblicazione della pace, il re partì con tutta la sua armata, prendendo la strada di Poggibonzi e di Siena, e sollevando così i Fiorentini dalla più mortale inquietudine che avessero da lungo tempo provata[167].

CAPITOLO XCIV.

Terrore ed irrisoluzione del papa all'avvicinarsi di Carlo VIII; questo monarca entra in Roma. — Abdicazione e fuga di Alfonso II; dispersione dell'armata di Ferdinando II. — Il regno di Napoli si sottomette a Carlo VIII.

1494 = 1495.

Papa Alessandro VI aveva ottenuto quell'opinione di prudenza e di destrezza che il mondo suole spesse volte accordare senza riflessione a coloro, i quali, posto da banda ogni rispetto di morale e di onore, non si propongono altro scopo della loro politica che il proprio vantaggio. L'uomo volgare li vede correre verso la meta de' loro disegni con un ardire che lo abbaglia, e si persuade, che non senza matura considerazione abbiano osato atterrare quegli steccati ch'egli stesso è accostumato a rispettare. Quando vede rivocarsi in dubbio quei principj, cui la gran massa degli uomini si mantiene subordinata, e pesare sopra nuove bilance i divini ed umani diritti, egli si abbandona ad una cieca ammirazione verso colui la di cui testa è così forte da innalzarsi al di sopra di tutti i pregiudizj. Pure questi morali principj, che il volgare adottò come pregiudizj, sono per il filosofo la più pura essenza dell'umana ragione, il più perfetto frutto delle sue meditazioni. Come la virtù è per ogni individuo l'unico mezzo di conseguire lo scopo della sua esistenza, di conseguire quella pace dell'anima, costante frutto dello sviluppamento delle nostre facoltà, e del perfezionamento del nostro essere; così la morale è per ogni società politica, e per qualunque governo, la sola, la vera strada della pubblica prosperità e della conservazione dello stato. La perfetta coincidenza della morale colla vera ben intesa utilità è stata più volte osservata; pure quando non trattasi che d'individui, quest'utilità può essere in tante maniere modificata dalle circostanze, dalle passioni e dalle contrarie vicende, che non possiamo a lei attenerci come a sicura guida; ma la sua applicazione alla condotta delle nazioni è assai più avverata, perchè quanto più grande è il numero degl'individui che presero per norma i principj della morale, tanto più il calcolo, dietro il quale furono stabiliti questi principj, va acquistando forza; le accidentali circostanze si compensano, rendonsi neutre le passioni, i contrarj accidenti si distruggono a vicenda, e dal generale risultamento resta sempre dimostrato che la più ben intesa politica è la più conforme alla probità.

La storia somministra infinite applicazioni di questo principio; poche volte mette in vista alcuno degli uomini più famosi per la loro immoralità, senza mostrare come l'abbiano traviato i suoi calcoli personali, e come i suoi delitti siano poi tornati a suo danno. Questi politici creduti tanto accorti, i quali sostituirono il proprio interesse ai grandi principj della società umana, qualunque volta sono in conflitto coll'imminente pericolo, perdono ogni punto d'appoggio, ogni sicura direzione, ogni base per le loro combinazioni. Lo scandaloso Alessandro VI diventò l'uomo il più vile ed irrisoluto; il crudele e perfido Alfonso II, atterrito dalla propria coscienza, si lascia cadere dal trono senza aspettare un urto straniero.

Pare che Alessandro VI colla versatile sua politica avesse presa qualche parte nella chiamata di Carlo VIII in Italia. Voleva in allora ottenere più vantaggiose condizioni dalla casa di Arragona, ed intimidire Virginio Orsini[168]. Ma quand'ebbe ottenuto uno splendido stato ai suoi bastardi nel regno di Napoli, cambiò partito; dichiarò, che, avendo i suoi predecessori accordate tre investiture alla casa d'Arragona, credevasi obbligato a non negarle la quarta: protestò, che, essendo il regno di Napoli un feudo della Chiesa, Carlo VIII non poteva attaccarlo colle armi senza attaccare la Chiesa medesima, ed entrò con ardore nella lega destinata a difenderlo. In tal tempo Alessandro era troppo lontano dal supporre tanto rapidi gli avanzamenti de' Francesi, e non erasi così scopertamente compromesso, che per essersi creduto al coperto da ogni pericolo. Le negoziazioni di Pietro de' Medici a Sarzana e lo sconvolgimento della Toscana portarono un subito terrore nella sua anima, che crebbe a dismisura quando, avendo spedito a Carlo, che soggiornava in Firenze, il cardinale Francesco Piccolomini, suo legato, Carlo rifiutò di riceverlo non meno per odio di suo zio Pio II, che aveva combattuto contro la casa d'Angiò, quanto per l'avversione che nutriva contro il pontefice che lo aveva mandato[169].

Il papa aveva ricevuto il duca di Calabria e la sua armata nelle terre della Chiesa, e gli aveva dati tutti i soldati di cui poteva disporre; aveva fatto leva tra i popoli di compagnie di fanteria, ed invitati con bolle i Romani a prendere le armi per difendere la loro patria.

Ingrandendosi però la sua paura di mano in mano che i Francesi avanzavano, non aveva tardato a far conoscere il suo desiderio d'aprire nuove conferenze. Il cardinale Ascanio Sforza era in allora il capo del partito francese nel sacro collegio. Alessandro lo invitò a recarsi a Roma; e perchè lo Sforza non credevasi sicuro, gli mandò come ostaggio il suo proprio figlio, il cardinale di Valenza, che fu trattenuto a Marino sotto la custodia dei Colonna. Questa prima conferenza non ebbe verun risultamento. Ascanio tornò al campo francese ed il cardinale di Valenza presso suo padre, senza che nulla si fosse convenuto; ma dietro questa prima apertura Alessandro mandò presso Carlo i vescovi di Concordia e di Terni e maestro Graziano, suo confessore, per trattare contemporaneamente a nome suo ed a nome del re di Napoli. Carlo VIII, fermamente determinato a non ascoltare proposizioni per parte di Alfonso II, non ricusò di trattare col papa solo, e perchè l'estrema sua diffidenza erasi alquanto calmata, mandò a Roma la Tremouille, il presidente di Gannay, il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, senza domandare ostaggi per la sicurezza delle loro persone. In quell'istante l'armata napolitana, comandata da Ferdinando rientrò in Roma, ed il papa, riconfortandosi in vista di tanti soldati, non volle lasciarsi cadere di mano l'occasione di sorprendere i suoi nemici: il 9 dicembre fece arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna, e li fece condurre nelle prigioni di Castel sant'Angelo, dichiarando che loro non renderebbe la libertà se prima non gli era data Ostia. Erano stati arrestati anche i due ambasciatori francesi, ma il papa li fece subito liberare[170].

Intanto Carlo VIII andava avvicinandosi a Roma; era entrato in Siena il 2 di dicembre collo stesso militare apparecchio che aveva spiegato a Firenze; aveva fatta uscire di città la guardia della signoria, e domandato che gli si consegnassero alcune fortezze della Maremma Sienese; e quando all'indomani uscì di Siena, vi lasciò un corpo di truppe per tenere a freno un popolo, che gli era sospetto[171]. Ferdinando, duca di Calabria, successivamente abbandonato dai soldati della repubblica fiorentina, da Annibale Bentivoglio e dalla sua truppa, da Giovanni Sforza, signore di Pesaro, e da Guido di Montefeltro, duca d'Urbino, che tutti ritiravansi ne' proprj stati per non compromettersi coi Francesi, aveva inoltre perduta quasi tutta la sua fanteria, che, colpita da terrore, disertava a compagnie. Egli aveva preso a traverso all'Ombria la strada di Roma[172]; da prima era intenzionato di far testa a Viterbo, perchè questa città era posta in mezzo ai feudi degli Orsini ch'egli risguardava come i suoi più fedeli alleati, perchè teneva Roma alle spalle, e perchè, in caso di disfatta, aveva sempre aperta la ritirata verso Napoli[173]; ma le negoziazioni d'Alessandro VI, e le continue sue irrisoluzioni non permettevano a Ferdinando di prendere veruno vigoroso partito. Carlo VIII entrò in Viterbo senza incontrare ostacolo, mentre che Ferdinando ripiegava sopra Roma, e questi faceva lavorare a chiudere le breccie delle antiche mura di questa capitale, onde porle in istato di difesa, nell'istante in cui il papa faceva arrestare il cardinale Ascanio e Prospero Colonna[174].

Per altro questa stessa violazione del diritto delle genti non aveva affatto rotte le negoziazioni; il 19 di dicembre il papa aveva cavato di prigione il cardinale Federigo di Sanseverino, arrestato insieme ad Ascanio, e lo aveva spedito a Nepri presso Carlo VIII, facendogli dire di essere disposto a separare i suoi interessi da quelli del re di Napoli[175]. Ma nella perturbazione della sua anima, non sapeva stabilmente attenersi a veruna risoluzione; ora pretendeva di difendere Roma e s'intratteneva con Ferdinando intorno ai mezzi di ripararne le fortificazioni; ora lo atterrivano le difficoltà di poter tenere contro al nemico in così vasto e debole recinto, il doversi procurare le vittovaglie dalla banda del mare, mentre Ostia era in mano dei nemici, il sordo malcontento del popolo, e le varie fazioni che scoppiavano in Roma. Ora apparecchiavasi a fuggire, e chiedeva ad ogni cardinale per iscritto la promessa di seguirlo in qualunque luogo; poi gli mancava di nuovo il coraggio, e tornava ai suoi progetti di accomodamento.

L'incertezza del capo dello stato riduceva tutti i suoi membri a provvedere separatamente alla propria salvezza. I Francesi avevano passato il Tevere, e scorrevano per ogni verso il patrimonio di san Pietro e la campagna di Roma, onde tutti i feudatarj della Chiesa cercavano di fare con loro separate paci. Lo stesso Virginio Orsini, che per tanti titoli doveva essere affezionatissimo alla casa d'Arragona, ch'era capitano generale dell'armata reale e grande contestabile del regno, che aveva fatta sposare a suo figlio una figlia naturale d'Alfonso II, e che aveva dal re ricevuti i più ricchi feudi del regno, acconsentì, senza lasciare il suo soldo, che i suoi figli trattassero col re francese, che gli accordassero libero passaggio e viveri in tutte le loro terre, dandogli alcune fortezze in pegno della loro fedeltà[176].

Il conte di Pitigliano, e gli altri membri della famiglia Orsini fecero pure il loro particolare trattato: Ivone d'Allegro, e Luigi di Lignì entrarono in Ostia con cinquecento lance, e due mila Svizzeri; Carlo era stato dagli Orsini ricevuto nella loro principale fortezza di Bracciano; Cività Vecchia e Corneto gli avevano aperte le porte; i posti francesi comunicavano con quelli dei Colonna, che dall'altra banda del Tevere sollevavano tutta la campagna di Roma; ed i prelati ed il basso popolo chiedevano con eguale ardore una pace che li liberasse da tanti timori. Pure quanta più s'avvicinava il pericolo, Alessandro, agitato per sè medesimo, s'andava imbarazzando nelle sue negoziazioni. Vedeva nel campo nemico il cardinale di san Pietro ad vincula, Giuliano della Rovere, suo personale nemico; conosceva l'influenza di questo cardinale presso la corte di Francia, il suo impetuoso carattere, la sua inclinazione per le misure estreme, ed il vivo suo desiderio di precipitarlo dal trono papale; ricordavasi per quali vergognose vie vi fosse salito, con quali scandalosi vizj, con quale sfrontata immoralità l'avesse lordato, ed oltremodo temeva un concilio ed un giudizio della Chiesa[177].

Ma Carlo VIII, malgrado le calde istanze de' cardinali nemici di Alessandro, temeva d'entrare in una lunga e spinosa lotta contro il papa. Era impaziente di giugnere a Napoli, e parevagli pericolosa ogni diversione. Altronde in mezzo a' suoi prosperi successi doveva ogni giorno superare difficoltà, proprie di loro natura a far sbandare l'armata. Siccome questa non aveva magazzini, dopo essere entrata nello stato di Roma, aveva bentosto provati gli effetti dell'estrema povertà del paese. I contadini erano stati ruinati dalle continue guerre tra i Colonna e gli Orsini; i più deboli castelli erano stati saccheggiati o derubati, tutto il raccolto era chiuso ne' più forti, ed i soldati francesi non trovavano nelle campagne una sola casa da manomettere. La piazza di Bracciano somministrava abbondanti vittovaglie all'esercito reale, ma questo ne' precedenti giorni aveva sofferti estremi bisogni[178]. Di quei giorni Perron dei Baschi, maestro di casa del re, era giunto da Piombino con venti mila ducati che gli mandava il duca di Milano; ma la flotta che gli aveva portati, comandata dal principe di Salerno, era poi stata battuta da' venti, spinta sulle coste della Corsica e dispersa, di modo che più non poteva servire l'armata, nè trasportare i suoi convogli[179]. Finalmente Carlo VIII trovavasi circondato da consiglieri, che tutti aspiravano ad ottenere dalla Chiesa qualche dignità o beneficio. Il sopraintendente delle Finanze, Briçonnet, di già vescovo di San Malo, desiderava il cappello di cardinale, e sentiva che più facilmente l'otterrebbe da un papa, che si credeva alla vigilia di essere deposto, che da una Chiesa riformata. Consigliò dunque il re a riprendere le negoziazioni.

Dietro tali considerazioni il maresciallo di Giez, il siniscalco di Belcario, e Giovanni di Gannay, primo presidente del parlamento di Parigi, furono un'altra volta mandati al pontefice. Chiesero che il re fosse ricevuto senza resistenza in Roma, promisero che Carlo rispetterebbe l'autorità papale e le immunità della Chiesa, e protestavano che nella sua prima conferenza col papa, svanirebbero tutte le difficoltà che si opponevano alla loro riconciliazione. Pareva ad Alessandro dura cosa il dover mettere la propria capitale in mano ai suoi nemici, ed il dovere rimandare i suoi ausiliarj prima d'avere niente convenuto. Ma l'armata di Carlo si andava ogni giorno avanzando; il re non trattenevasi giammai più di due giorni in una città; i Colonna avevano adunata un'armata a Genazzano; il cardinale della Rovere ne aveva un'altra ad Ostia; ogni resistenza sembrava impossibile, ed Alessandro acconsentì all'ultimo a far ritirare da Roma il duca di Calabria colla sua armata[180]. Chiese per lui un salvacondotto, affinchè il principe napolitano uscisse dallo stato ecclesiastico senz'essere molestato; ma Ferdinando non volle accettarlo. Lo accompagnò soltanto il cardinale Ascanio Sforza, per contenere il popolo, fino alla porta di san Sebastiano, per la quale uscì da Roma, mentre che nella stessa ora, nel giorno 31 dicembre del 1494, il re di Francia entrava in Roma, alla testa del suo esercito, per la porta di santa Maria del Popolo[181].

La comparsa di quest'armata, che per la prima volta faceva conoscere ai Romani la forza e la nuova organizzazione militare degli Oltremontani, inspirò sorpresa mista a terrore. L'avanguardia era composta di Svizzeri e di Tedeschi, che camminavano a suono di tamburo, divisi in battaglioni e sotto i loro stendardi. Corti erano i loro abiti e di svariati colori, e tagliati secondo la stessa forma del corpo. I loro capi portavano per distintivo alte piume sui loro caschetti. I soldati avevano corte spade e lance di legno di frassino lunghe dieci piedi, il di cui ferro era stretto e acuto. Una quarta parte di loro portava alabarde invece di lance il di cui ferro rassomigliava alla banda tagliente di una scure, da cui sorgeva una punta quadrangolare. Essi le maneggiavano con ambidue le mani, ferendo egualmente di taglio e di punta. Ogni migliajo di soldati aveva una compagnia di cento fucilieri. Il primo rango d'ogni battaglione aveva caschetti e corazze che coprivano il petto; questa era pure l'armatura de' capitani, ma gli altri non avevano armi difensive.

Tenevano dietro agli Svizzeri cinque mila Guasconi, quasi tutti balestrieri; notabile era la prontezza con cui tendevano e scoccavano le loro balestre di ferro; del resto la piccola loro statura, ed i loro abiti, privi di ogni ornamento, facevano una svantaggiosa comparsa al confronto degli Svizzeri. Veniva poi la cavalleria, la quale era formata dal fiore della nobiltà francese, e faceva vaghissima mostra co' suoi mantelli di seta, coi caschetti e collane dorate. Vi si contavano due mila cinquecento corazzieri e cinque mila cavalleggeri. I primi portavano, come gli uomini d'armi italiani, una gran lancia scannellata, armata di solida punta, ed una mazza d'armi di ferro. Grandi e forti erano i loro cavalli, ma, secondo l'usanza francese, senza coda e senza orecchie. Essi per la maggior parte non erano coperti da una specie di corazza di cuojo bollito che li difendessero dai colpi. Ogni corazziere era seguito da tre cavalli, il primo montato da un paggio armato come il padrone, e gli altri due dagli scudieri che chiamavansi gli ausiliarj laterali.

I cavalleggeri portavano grandi archi di legno all'uso inglese, fatti per lanciare lunghe frecce; non avevano altre armi difensive, fuorchè il caschetto e la corazza; alcuni portavano una breve picca per trapassare in terra coloro ch'erano stati rovesciati dalla cavalleria pesante. I loro mantelli erano ornati di cimieretti e di laminette d'argento, che rappresentavano lo stemma de' rispettivi loro capi. Quattrocento arcieri, tra i quali cento Scozzesi, camminavano ai fianchi del re, dugento cavalieri francesi, scelti tra il fiore della nobiltà, lo accompagnavano a piedi. Portavano sulle loro spalle mazze d'armi di ferro, a guisa di pesanti scuri. Quando costoro montavano a cavallo, sembravano altrettanti uomini d'arme, e non si distinguevano che per la bellezza de' loro cavalli, e per l'oro e la porpora ond'erano coperti. I cardinali Ascanio Sforza e Giuliano della Rovere stavano ai fianchi del re, lo seguivano immediatamente i cardinali Colonna e Savelli. Prospero e Fabricio Colonna e tutti i generali Italiani marciavano frammischiati coi principali signori della Francia.

Conducevansi dietro all'armata trentasei cannoni di bronzo, lunghi circa otto piedi, pesanti circa sei migliaja di libbre, e del calibro press'a poco della testa d'un uomo: venivano in seguito le colombrine lunghe circa dodici piedi, poi i falconetti, de' quali i più piccoli gettavano palle della grossezza d'un pomo granato; i carri erano formati come gli odierni di due pesanti pezzi di legno uniti da traversi e sostenuti da due sole ruote; ma per farli camminare vi si aggiugnevano due altre ruote con un treno che si adattava dinanzi e si staccava quando il cannone si collocava in batteria. L'avanguardia cominciò a passare per la porta del popolo a tre ore dopo mezzogiorno, e continuò ad entrare la truppa fino alle nove della sera a lume di torcie e di fiaccole, che aggiugnevano all'armata un certo che di più patetico ed imponente[182]. Frattanto il papa erasi ritirato in castel sant'Angelo con soli sei cardinali, essendo stati quasi tutti gli altri vinti dalle istanze di Giuliano della Rovere e di Ascanio Sforza, che consigliavano il re a purgare la Chiesa da un papa che la copriva di vergogna, e la di cui condotta era altrettanto scandalosa, quanto più simoniaca era stata l'elezione. Il vocabolo di concilio, ripetuto in ogni banda da tutte le fazioni che riconoscevano per loro capo il cardinale Ascanio, riempiva di terrore il pontefice[183]. Perciò quanto più tremava per la propria sicurezza, più si ostinava a non volere dare in mano del re castel sant'Angelo, domandato come arra della buona fede di Alessandro, ma che questi risguardava per lo contrario come il suo più sicuro asilo. Due volte l'artiglieria francese, che stava al palazzo di san Marco, ov'era alloggiato il re, vennero appuntati contro castel sant'Angelo, e due volte i cortigiani francesi, che aspiravano alle dignità della Chiesa, riuscirono ad impedire le prime ostilità[184].

Finalmente il giorno 11 di gennajo furono stabilite le condizioni della pace. Prometteva il re di avere in pace ed in guerra il papa come suo amico ed alleato, e di rispettare in ogni parte la sua autorità pontificia; ma nello stesso tempo domandava, che gli si consegnassero, per tenerle fino alla fine della guerra, le fortezze di Cività Vecchia, di Terracina e di Spoleti; che Cesare Borgia, figlio d'Alessandro, seguisse per quattro mesi come ostaggio l'armata francese, sebbene per salvare le apparenze dovesse prendere il titolo di cardinale legato; che Gem[185], fratello di Bajazette, fosse consegnato ai Francesi, per secondarli ne' loro attacchi contro la Turchia; per ultimo, che Briçonnet vescovo di San Malo, venisse ammesso nel sacro collegio. Il papa, determinato a non osservare che i trattati che gli sarebbero vantaggiosi, e risguardandosi come sciolto dai giuramenti per via della violenza che fatta allora gli veniva, non promosse veruna difficoltà intorno alle proposte condizioni. Si recò al palazzo del Vaticano, ove ammise al bacio dei piedi il re e tutta la sua corte; diede di propria mano il cappello di cardinale a Briçonnet ed a Filippo, vescovo di Mans, della casa di Lussemburgo, e consegnò al re il sultano Gem, dopo avere fatto stendere un atto notarile di tale consegna[186].

Lo sventurato figlio di Maometto II, avvicinandosi a Carlo VIII, gli baciò la mano, indi la spalla, poi voltosi al papa lo pregò con modesta nobiltà di raccomandarlo alla protezione del gran re, cui egli lo affidava, e che si apparecchiava a conquistare l'Oriente. Soggiunse, che si lusingava che nè il papa avrebbe luogo di pentirsi d'avergli data la libertà, nè Carlo, se seguirebbe i suoi consigli, poichè fosse passato in Grecia, d'averlo a compagno del suo viaggio. Gem aveva una nobile e dignitosa presenza; era versato bastantemente nella letteratura araba; mostrava nel suo dire una lusinghiera pulitezza ed acutezza nella sua espressione. La grandezza della sua anima e la nobiltà del suo aspetto non ismentivano l'impressione che anticipatamente faceva la sua sventura[187].

Ma mentre Gem si abbandonava alla dolce speranza di uscire in breve dalla sua cattività, e di rivedere la patria, colui, che lo cedeva così ad un nuovo custode, aveva di già fissato il termine della sua vita. La sua prigionia aveva fruttato al papa una considerabile entrata; Bajazette gli pagava quaranta mila ducati a titolo di pensione del fratello, o piuttosto come premio perchè lo teneva lontano da' suoi stati. Quando il genovese, Giorgio Bucciardi, fu dal papa mandato al sultano, per persuaderlo a concorrere alla difesa del regno di Napoli, Bajazette, sempre agitato dall'esistenza di suo fratello, volle approfittare di quest'ambasciata per liberarsi da così molesto pensiero. Rimandò Bucciardi al papa, facendolo accompagnare da Dauth, suo proprio ambasciatore. Questi portava una lettera del sultano scritta in greco ad Alessandro VI. Dopo alcune ipocrite frasi, convenienti al carattere di chi scriveva e di colui al quale la lettera veniva addirizzata, diceva Bajazette di sentire una profonda commiserazione per la sorte di suo fratello; ch'era omai tempo di dar fine alla sua cattività ed alla sua dipendenza presso i non credenti; che la morte per un sultano era mille volte preferibile alla presente sua condizione; e, poichè non era un delitto agli occhi d'un cristiano il dare la morte ad un musulmano, egli invitava Alessandro a liberarlo col veleno da questo domestico nemico, promettendogli il premio di dugento mila ducati[188], la preziosa reliquia della tunica di Gesù Cristo, e la promessa di non portare in vita sua le armi contro i Cristiani[189].

I due ambasciatori, sbarcando sulla costa presso Ancona, furono arrestati da Giovanni della Rovere, prefetto di Sinigaglia, che aveva abbracciato il partito di suo fratello, il cardinale di san Pietro ad vincula, e che aveva cominciate le ostilità verso il papa; questi tolse loro il danaro che portavano per pagare per due anni la pensione di Gem. Dauth riuscì per altro a fuggire, e riparossi presso Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, che aveva contratta alleanza col gran signore, e che lo rimandò a Costantinopoli[190].

Non è ben noto se Alessandro accettasse le condizioni offerte dal sultano, o se la morte di Gem devesi soltanto alla gelosia che concepita aveva contro Carlo VIII; ben si assicura che, prima di consegnargli l'illustre fuoruscito, aveva fatto mescolare collo zucchero, di cui questi faceva grandissimo uso, una polvere bianca, aggradevole al palato, il di cui effetto non era pronto, ma che lentamente opprimeva gli spiriti vitali, e cagionava senza convulsioni una certa morte. Fu lo stesso veleno che Alessandro VI adoperò in appresso per disfarsi di molti cardinali, e di cui fu egli stesso vittima. Gem, appena giunto a Capoa insieme all'armata francese, cadde pericolosamente infermo, e morì in questa città o in Napoli il 26 di febbrajo. Carlo VIII lo fece seppellire a Gaeta, ma nel 1497 il re don Federico mandò il suo cadavere a Bajazette II[191].

Carlo si trattenne quasi un mese in Roma, nel qual tempo continuò a far avanzare le sue truppe verso i confini del regno di Napoli. Aveva diviso l'esercito in due corpi, uno de' quali doveva entrare nel paese nemico dalla banda degli Abruzzi, l'altro per terra di Lavoro. Diede il comando del primo a Fabrizio Colonna, ad Antonello Savelli ed a Roberto di Lenoncourt, balivo di Vitrì. Aggiunse alle compagnie dei primi due alcune brigate di uomini d'arme francesi, ed alcuni battaglioni d'infanteria svizzera e guascona. Questa divisione si avanzò pel contado di Tagliacozzo negli Abruzzi. Quelle provincie ed in particolare l'Aquila, loro capitale, erano tutte piene della memoria degli Angiovini e tutte apparecchiate a ribellarsi, di modo che in breve tempo spiegarono ovunque le bandiere di Francia. Bartolommeo d'Alviano era stato mandato da Ferdinando presso al lago di Celano per difendere le gole delle montagne e l'ingresso dell'Abruzzo; ma si era trovato troppo debole, ed era stato costretto ad evacuare tutta la provincia senza venire ad un fatto d'armi[192].

Dall'altra banda Carlo VIII, alla testa del grosso dell'armata, posesi in cammino il 23 di gennajo[193], attraversando il Lazio, ed avanzandosi alla volta di Napoli per la strada di Ceperano, Aquino e san Germano, che è alquanto più discosta dal mare da quella oggi praticata per andare da Roma a Napoli. Non era appena uscito da Roma che il romano pontefice sentendosi umiliato dalla pace che aveva giurata, prese le opportune misure per iscuotere il giogo. Don Antonio di Fonseca, ambasciatore dei re di Spagna, accompagnava Carlo in questa spedizione; egli non poteva senza pena vedere spogliata la linea bastarda arragonese di un regno originariamente conquistato colle armi della Spagna. Egli conosceva l'inquietudine del papa e l'agitazione di tutti gli stati d'Italia, spaventati dalle rapide conquiste de' Francesi; convenne con Alessandro VI di tentare quale effetto produrrebbe una pubblica protesta, lusingandosi che, se non fermava Carlo, per lo meno ravviverebbe il coraggio de' principi di Napoli. All'arrivo del re a Velletri, Fonseca domandò udienza; allora gli rappresentò, che, quando Ferdinando ed Isabella si erano obbligati, mercè la restituzione di Perpignano, a non passare i Pirenei ed a non attaccare la Francia, avevano creduto alle parole del re, che diceva di avere sopratutto in vista di muovere guerra ai Turchi; avevano creduto che prima di attaccare colle armi il regno di Napoli, il re acconsentirebbe di assogettare la di lui causa ad un giusto arbitramento, che rispetterebbe la libertà di tutto il restante dell'Italia, ed in particolar modo quella della Chiesa. Ma Fonseca non aveva potuto vedere senza estrema maraviglia, ed i suoi padroni non saprebbero senza rincrescimento, che Carlo VIII aveva declinato la giurisdizione del papa, cui Alfonso II era disposto a sottomettersi, mentre che il regno di Napoli, fra di loro conteso, essendo un feudo della Chiesa, non poteva essere legittimamente posseduto dall'uno o dall'altro pretendente, senza una decisione della corte di Roma; che Carlo VIII, lungi dal rispettare l'indipendenza degli altri stati d'Italia, tutti gli aveva obbligati a somministrargli prodigiosi sussidj, ch'egli aveva sconvolte le loro costituzioni, e posto guarnigione nelle loro fortezze. Lucca aveva dovuto salvarsi dal saccheggio col danaro, i Medici erano stati scacciati da Firenze, Pisa era stata incoraggiata alla ribellione, Siena costretta a ricevere guarnigione, e tutte le fortezze di questi diversi stati si trovavano in mano ai Francesi. Finalmente il papa, oggetto della venerazione di tutti i principi cristiani, era stato costretto dal terrore a soscrivere una pace umiliante; aveva ricevute guarnigioni francesi nelle sue fortezze, dato in ostaggio il cardinale di Valenza, abbandonato il sultano Gem a Carlo VIII, e con tante concessioni aveva potuto a stento salvare Roma dall'incendio e dal saccheggio. Poichè il re di Francia non credevasi obbligato ad osservare verun trattato, nè veruna guarenzia del diritto delle genti, l'ambasciatore di Ferdinando e d'Isabella era chiamato a dichiarargli, che i suoi padroni non permetterebbero ch'egli privasse principi arragonesi di un regno, che il possesso di cinquant'anni, e le decisioni di molti papi avevano renduto ereditario nella loro famiglia[194].

I gentiluomini francesi che circondavano il re appena permisero al Fonseca di terminare il suo discorso: risposero impetuosamente e con orgoglio, accresciuto da inaspettati successi, che loro mai non erano venute meno le armi in sostegno dei loro diritti; che se Ferdinando si scordava de' suoi trattati e dei suoi obblighi, pagati colla restituzione di Perpignano, i cavalieri francesi erano buoni di ricordarglieli, e ch'essi farebbergli tosto conoscere qual distanza passi da loro agli arcieri mori, ch'egli andava così altero d'aver vinti nell'Andalusia. Crebbero dell'una e dall'altra parte le ingiurie a segno che il Fonseca, che pure era uomo grave e moderato, si lasciò talmente trasportare dalla collera, che stracciò in faccia al re il trattato soscritto tra la Francia e la Spagna, ordinando a due spagnuoli, che servivano nell'armata francese, di lasciarla entro tre giorni, se non volevano rendersi colpevoli di alto tradimento[195].

Il re di Francia aveva appena ricevuta questa denuncia d'una imminente guerra, quando seppe che il cardinale di Valenza era fuggito da Velletri travestito, e tornato a Roma; che il papa ricusava di consegnare Spoleti ai suoi luogotenenti, secondo aveva promesso, e che finalmente lo sventurato Gem sembrava affetto da un veleno che gli rodeva i visceri. Ma Carlo non si lasciò trattenere da queste prove della cattiva fede di Alessandro VI. La flotta incaricata da Alfonso della difesa delle coste della Campania e dell'occupazione di Nettuno era stata travagliata dalla tempesta, e costretta a rientrare nel porto di Napoli. Nè più fortunata era stata la flotta francese, la quale, dopo essere stata gettata dallo stesso vento sulle coste della Corsica, veniva trattenuta a Porto Ercole, dove quasi tutti i suoi soldati l'avevano abbandonata[196]. Dopo averli riuniti alla sua armata, Carlo attaccò Monte Fortino, castello della campagna di Roma, che apparteneva a Giacomo de' Conti, barone romano. Questi, dopo essere stato alcun tempo ai servigj di Carlo, era passato nel campo degli Arragonesi, per non servire sotto le stesse insegne coi Colonna. In breve l'artiglieria francese aprì una breccia nelle mura di questa rocca che risguardavasi come fortissima. Fu presa, ed uccisi tutti gli abitanti. In appresso i Francesi attaccarono, ai confini del regno, monte san Giovanni, di ragione del marchese di Pescara, Alfonso d'Avalos. Questa fortezza aveva una guarnigione di tre cento uomini e di cinquecento contadini tutti ben armati; ella pure fu presa in poche ore, sotto gli occhi dello stesso re, il quale ordinò di uccidere tutti gli abitanti, senza lasciarsi piegare a compassione nelle otto ore che durò tale carnificina; e monte san Giovanni fu in appresso bruciato. Tanta ferocia, di cui l'Italia non aveva esempio, sparse a molta distanza il terrore del nome francese: i soldati, di già scoraggiati, e gli abitanti, che non amavano i loro principi, rinunciarono allora ad ogni pensiero di difendersi[197]. Ma il terrore del re di Napoli superava quello de' suoi soldati e de' suoi sudditi. Quell'Alfonso II, che nelle guerre d'Italia ed in quelle dei Turchi si era acquistata tanta riputazione di valore, che credevasi non meno accorto che coraggioso, non meno costante che prudente, più non trovò forze in sè medesimo quand'ebbe bisogno di resistere alle pubbliche doglianze, che durante la sua onnipotenza erano state compresse, ma che giunte adesso per la prima volta alle sue orecchie, risvegliarono i rimorsi della sua coscienza.

Vero è che Alfonso non aveva ancora regnato un anno, ma ben da più lungo tempo il regno di Napoli dipendeva dalla sua autorità. Dall'epoca in cui era giunto all'età virile, suo padre Ferdinando gli aveva ceduta un'importante parte dell'amministrazione, e moltissimo deferiva ai suoi consigli. Tutto ciò che si era veduto di più perfido nella politica del gabinetto di Napoli, di più crudele nelle sue vendette, di più vessatorio nel suo sistema delle finanze, era stato dal popolo costantemente attribuito ad Alfonso, piuttosto che a Ferdinando. Intollerabili esazioni impoverivano le città e le campagne; ogni genere d'industria andava soggetta a ruinosi monopolj; il re comperava l'olio, il frumento, il vino ad un determinato prezzo, che appena indennizzava l'agricoltore dalle sostenute spese, ed in appresso lo rivendeva, allorchè col mezzo di una artificiale carestia ne aveva fatto smisuratamente crescere il prezzo[198]. Verun suddito dello stato era sicuro del possedimento de' suoi beni, nè della sua individuale libertà. Il re con atti arbitrarj spogliava, imprigionava, faceva perire senza veruna forma di giudizio non meno i grandi signori, che gli uomini di bassa condizione. Alfonso erasi renduto ancora peggiore di suo padre colle sue vendette e colla sua politica crudeltà. Quand'era salito sul trono, aveva trovati nelle prigioni di Napoli molti signori catturati sotto il regno di Ferdinando. Filippo di Comines, che in questa particolare non va d'accordo cogli storici italiani, dichiara di essersi accertato colla testimonianza di un Affricano adoperato in tali esecuzioni, che tra i prigionieri vi si trovavano tuttavia il duca di Suessa ed il principe di Rossano, arrestati del 1464, contro la fede dei trattati, dopo la guerra, nella quale Giovanni d'Angiò aveva contesa a Ferdinando la successione al trono, e ventiquattro baroni, arrestati nel 1486, dopo la guerra d'Innocenzo VIII e de' signori malcontenti. Soggiugne che quando Alfonso fu sul trono, li fece trasportare ad Ischia e colà morire[199]. Pure veniva universalmente creduto che tutti questi prigionieri fossero periti gran tempo prima, ma in conseguenza de' consigli dati da Alfonso a suo padre.

Quest'odio popolare che i tiranni eccitano contro di loro, ma ch'essi per altro non conoscono, nè possono sospettare in mezzo alle adulatrici lodi de' loro cortigiani, non si manifesta che nell'istante in cui il trono è in pericolo. Da ogni banda nel regno di Napoli invocavansi i Francesi quali liberatori; si detestava la crudeltà e l'avarizia di Alfonso e di suo padre; si malediva il giogo arragonese; e le grida della plebe, renduta più ardita, risuonavano perfino sotto le finestre del palazzo, ove Alfonso temeva ad ogni istante di cadere vittima di un popolo furibondo[200].

Assicurasi che a questi esterni pericoli la turbata coscienza d'Alfonso v'aggiunse bentosto superstiziosi timori. Aveva opinione di essere incredulo, e di non osservare le pratiche della Chiesa[201]. Ma l'anima di un tiranno è sempre accessibile alla superstizione, perchè gli pare che il fatalismo abbia sempre molta parte ne' suoi destini, e quell'autorità suprema, che non trovò sulla terra, la cerca con inquietudine negli esseri sovrumani. Spargevasi voce che Giacomo, primo chirurgo della corte, era venuto a dire ad Alfonso, che l'ombra di Ferdinando gli era apparsa tre volte in diverse notti; che la prima volta gli aveva ordinato con dolcezza, la seconda e la terza colle minacce di andare a dire in suo nome ad Alfonso, che non sperasse di potere resistere al re di Francia, perchè era scritto ne' destini che la sua razza, tormentata da infiniti mali, verrebbe spogliata di così bel regno e bentosto spenta. Che n'erano causa le crudeltà da loro commesse, ed in particolare quelle commesse da Ferdinando dietro i consiglj d'Alfonso, ritornando da Pozzuolo, nella Chiesa di san Leonardo a Chiaja, presso Napoli. Dicevasi che l'ombra, o il chirurgo che la faceva parlare, non si era spiegata più chiaramente; ma supponevasi che in tal luogo avesse Alfonso persuaso suo padre a far morire i baroni che da tanto tempo teneva in prigione[202].

Questa dichiarazione, che facilmente non era che l'effetto dell'odio universale del popolo, accrebbe i terrori che agitavano Alfonso, ed i rimorsi della sua coscienza. Ne' suoi sogni talvolta credeva di vedere le ombre di tanti signori che aveva fatti barbaramente uccidere, ed ora figuravasi essere egli stesso tra le mani del popolo che lo dannava a spaventosi supplicj. Egli non poteva trovare riposo, nè di giorno, nè di notte. Il 23 di gennajo ritirossi in castel dell'Uovo con un ristretto numero di servitori. Questa fuga fu cagione in città di dolore e di estremo spavento: all'indomani il popolo in armi adunossi da tutte le bande, ma piuttosto per effetto di una vaga inquietudine che per un determinato scopo; perciò Ferdinando, duca di Calabria, che, dopo avere ricondotta la sua armata ai confini, era tornato a Napoli, riuscì a sedare il tumulto, scorrendo la città a cavallo, ed invocando l'ajuto delle corporazioni della nobiltà, che in numero di sei, sotto il nome di seggi o sedili, esercitavano l'autorità municipale[203].

Dicesi che il cardinale Ascanio Sforza avesse fatto dare ad Alfonso il consiglio di rinunciare la corona in favore di suo figlio, rappresentandogli che questi era figlio di una sorella del duca di Milano, e che i fratelli Sforza, che odiavano il loro cognato, erano non pertanto apparecchiati a proteggere il loro nipote[204]. Il terrore fece adottare ad Alfonso questo consiglio; il 23 di gennajo sottoscrisse l'atto di rinuncia tal quale venne steso da Gioviano Pontano[205]; e ricusò alla regina, sua suocera, di protrarre due soli giorni quest'atto di debolezza, onde compiere l'anno del suo regno. Fece precipitosamente imbarcare sopra quattro galere tutti i suoi più preziosi effetti: allora il suo tesoro, parte in danaro, e parte in gioje, ammontava a 300,000 ducati, coi quali avrebbe potuto assoldare un sufficiente corpo di truppe per difendersi. Ma non volle lasciare questa somma a suo figliuolo, e mentre che la faceva portare a bordo, mostrava tanto terrore, come se di già fosse in mezzo ai Francesi. Ogni piccolo rumore che udiva lo atterriva, come se il cielo e gli uomini fossero ugualmente contro di lui congiurati. Pure i venti meridionali ritardavano la partenza della sua flotta, e soltanto il giorno 3 di febbrajo potè spiegare le vele alla volta di Mazari, piccola città della Sicilia, di cui Ferdinando di Spagna aveva a lui ceduta la signoria[206]; colà, non volendo altra compagnia che quella de' monaci olivetani, passò il restante de' suoi giorni in opere di penitenza, in digiuni, in astinenze e nel fare elemosine. Una dolorosa malattia venne ad accrescere i suoi tormenti, e lo tolse al mondo il 9 di novembre dello stesso anno, prima che avesse potuto effettuare il progetto che aveva formato di farsi monaco, e di entrare in un convento in Valenza di Spagna[207].

Ferdinando, preceduto dallo stendardo reale, circondato da tutta la sua nobiltà, e seguito dal popolo, fece il giro della città di Napoli il 24 di gennajo, per prendere possesso del regno; indi si recò alla cattedrale, ove fece la sua preghiera ad alta voce, stando inginocchiato, e col capo scoperto, dopo di che ripartì alla volta dell'armata[208]. Questo giovane principe non aveva l'odio che il popolo portava all'avo ed al padre. Non si erano in lui osservate che amabili qualità, umanità, lealtà e coraggio. Forse se fosse più presto salito sul trono sarebbe stato con entusiasmo difeso da tutto il popolo, ma in allora era troppo tardi. In ogni provincia i gentiluomini o i cittadini più riputati eransi di già compromessi in faccia alla casa d'Arragona, alzando lo stendardo della Francia; ed Alfonso, seco trasportando il suo tesoro, non aveva lasciato al figliuolo i mezzi di difesa di cui avrebbe potuto valersi egli medesimo.

Frattanto Ferdinando era venuto ad accamparsi a San Germano, distante quindici miglia dai confini del regno, posto tra aspre ed impraticabili montagne e tra paludi, che si stendono fino al Garigliano. Questo passo, facile a difendersi, veniva risguardato come una delle chiavi del regno di Napoli. Ferdinando aveva avuto il tempo di fortificarlo diligentemente, di alzare terrapieni sull'ingresso della strada e di chiudere tutti i sentieri delle montagne con tagliate d'alberi. Aveva sotto i suoi ordini due mila sei cento uomini d'armi e cinquecento cavalleggeri, che non sembravano per alcun rispetto inferiori alla cavalleria francese; ma la sua fanteria, di fresco arrolata nel regno, non era avvezza alle armi e non poteva in aperta campagna sostenersi contro gli Svizzeri o contro i Guasconi. I Francesi, che avevano avuto notizia dell'abdicazione di Alfonso lo stesso giorno in cui Carlo VIII usciva di Roma[209], credevano d'incontrare a san Germano una vigorosa resistenza. La stagione, che fin allora era stata loro favorevole in un modo che pareva prodigioso, poteva mutarsi da un istante all'altro; e se fossero stati presi dalle piogge o dalle nevi dell'inverno, avrebbero potuto assai difficilmente tirare da lontane parti i viveri ed i foraggi, perchè Ferdinando aveva preventivamente distrutto tuttociò che trovavasi lungo la strada[210].

Ma tutti i calcoli militari non tengono, quando le truppe hanno perduto la confidenza ed il coraggio. Le carnificine di Monte Fortino e di Monte san Giovanni avevano sparso un indicibile terrore nei soldati e ne' contadini; e veruna truppa era disposta a sostenere una guerra in cui non davasi quartiere. Le sedizioni nelle province, di cui si avevano frequenti notizie al campo, facevano temere ai soldati di trovarsi tagliati fuori da una sollevazione; gli avanzamenti di Fabrizio Colonna negli Abbruzzi potevano dargli il modo di circondare l'armata, e di scenderle alle spalle nella Campania[211]. Per ultimo i capitani ai servigj di Ferdinando, risguardando questa lotta come troppo disuguale, pensavano di già a fare la loro pace particolare e schivavano di venire alle mani per timore di eccitare il risentimento di Carlo, o di perdere ai di lui occhi la propria importanza, quando in qualche fatto d'armi la loro compagnia fosse diminuita sensibilmente. Quindi per quanti sforzi avesse fatti Ferdinando per tornare il coraggio ai suoi soldati, per quanta cura avesse posta nel far afforzare san Germano ed il Passo di Cancello, distante sei miglia, quando i Napolitani videro comparire la vanguardia francese, condotta in questo giorno dal duca di Guisa, e da Giovanni, signore di Riena, maresciallo di Bretagna, ritiraronsi disordinatamente fino a Capoa[212].

Non pertanto potevasi tener fermo a Capoa, ed impedire al nemico di avanzarsi verso Napoli. Le varie strade ch'entrano nel regno si riuniscono sotto questa città, la quale è coperta dal Vulturno, fiume assai profondo ed incassato tra alte rive, e che l'armata non avrebbe potuto passare, perchè i Napolitani avevano ritirate dalla loro banda tutte le barche, e facilmente poteva difendersi il solo suo ponte di sasso, che trovavasi tra Capoa ed il sobborgo. Ma mentre che Ferdinando pensava ad afforzarvisi, ebbe da Napoli un messo di suo zio Federico, che gli dava parte di un ammutinamento del basso popolo: annunziavagli che già erano stati svaligiati tutti i banchi de' Giudei da coloro che li accusavano di usura, ch'erano disprezzati gli editti de' magistrati, sconosciuta l'autorità reale, che la guardia urbana si nascondeva, e che la più bassa plebe era la sola che dominava in città[213]. Sebbene Ferdinando sentisse quanto fosse pericolosa cosa l'abbandonare l'armata, giudicò ancora più dannoso consiglio il lasciare che prendesse maggiore estensione la rivoluzione della capitale. Supplicò i capitani, cui affidò il comando delle sue truppe, di continuare gli apparecchi di difesa ch'egli aveva cominciati, ma non di venire a battaglia, finchè non tornasse; e promettendo che sarebbe di ritorno all'indomani dopo avere acquietato il tumulto di Napoli, s'avviò verso la capitale con piccola scorta. La presenza di questo giovane re, così leale, così intrepido, così buono, di questo re, che aveva dato principio alla sua amministrazione col porre in libertà tutti i prigionieri di stato, tenuti in carcere da suo padre[214], produsse sui sediziosi un magico effetto. Il popolo adunato ascoltò in silenzio il suo discorso; Ferdinando promise di sagrificarsi a Capoa per la difesa de' suoi sudditi; ma soggiunse altresì, che, se non gli riusciva di trattenere al di là del Vulturno il barbaro nemico che lo minacciava, non esporrebbe la sua capitale al pericolo di essere presa d'assalto e saccheggiata. Fu risposto a Ferdinando con proteste di attaccamento e di ubbidienza: parve che tutto rientrasse nell'ordine, ed il giovane principe si affrettò di ripartire alla volta del suo campo[215].

Ma durante la sua breve lontananza, i condottieri, abbandonati a sè medesimi, avevano di già cominciato a trattare col nemico. Giovan Giacomo Trivulzio, che fino a quest'epoca non erasi scostato dalle leggi dell'onore, che vi si attenne poi sempre fedelmente nel rimanente della sua carriera militare, avendo avuto ordine da Ferdinando d'intavolare qualche negoziazione coi Francesi, si portò a Calvi, dov'era di già arrivato Carlo VIII, e non avendo trovato veruna apertura per trattare a nome del suo padrone, non ebbe difficoltà di firmare per sè un particolare trattato. Si obbligò al servigio del re di Francia colla stessa compagnia di cavalleria con cui fin allora aveva servito il re arragonese, e per lo stesso soldo[216].

Tosto che giunse a Capoa la notizia di questa vergognosa diserzione, vi sparse egualmente la costernazione ne' soldati e negli abitanti. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, vedendosi traditi dal Trivulzio, fuggirono in disordine verso Nola con tutta la loro cavalleria, lasciando Napoli scoperto. Gli abitanti di Capoa, sebbene fino allora si fossero mostrati attaccati alla casa d'Arragona, abbandonarono il suo partito, vedendosi esposti pei primi al furore di una barbara armata, e mentre che la nobiltà spediva deputazioni al re di Francia, il popolaccio cominciava a saccheggiare gli equipaggi dell'armata e quelli di Ferdinando. Mentre ciò accadeva, alcuni foraggieri francesi si avanzarono fino presso alle porte di Capoa. Due capitani tedeschi, Gasparo e Godefroy, che con alcuni loro compatriotti si trovavano al soldo di Ferdinando, stavano allora di guardia alla porta, ed uscirono colla loro gente per rispingere al di là del ponte i saccomanni francesi. Ma non furono appena fuori delle mura, che gli abitanti di Capoa chiusero le porte alle loro spalle ed innalzarono le insegne della Francia. I Tedeschi di ritorno alla città furono forzati a pregare inginocchiati di essere ricevuti dentro, onde non venire esposti, nell'istante in cui avevano messo a pericolo le loro vite per difendere i Capoani, ad essere tutti uccisi dal nemico che avevano provocato. Dopo molte istanze, loro si permise di attraversare la città, ma disarmati, e soltanto a dieci per volta, facendoli subito uscire per l'opposta porta. Questi Tedeschi non avevano ancora fatte due miglia sulla strada d'Aversa a Napoli, quando scontrarono Ferdinando, che tornava sollecitamente al campo. Sebbene rattristato dalle notizie che riceveva da loro, il giovane principe continuò il suo viaggio alla volta di Capoa che trovò chiusa. Pregò da prima di essere ricevuto in città, poi che i magistrati acconsentissero almeno di venire ad abboccarsi con lui; ma non avendo risposta, nè vedendo comparire coloro che sapeva essergli affezionati, mentre che la bandiera francese volteggiava di già sulle mura, riprese tristamente la strada di Napoli[217].

La nuova della diserzione del Trivulzio, e della sollevazione di Capoa erasi, prima ch'egli vi giugnesse, sparsa nella capitale. Aversa aveva di già spediti deputati a Carlo, la plebaglia napolitana aveva di nuovo prese le armi, aveva chiuse le porte della città, al tutto risoluta di non ricevervi l'armata fuggiasca; onde Ferdinando fu costretto di fare un giro e di passare per Coronata, per entrare nel castello della città cogli avanzi della sua armata. Il popolaccio, che scorreva le strade in tumulto, andò bentosto a saccheggiare sotto i suoi occhi medesimi le scuderie reali. Ferdinando non sostenne tanta indegnità; sortì quasi solo del castello e si gettò tra la gente per trattenerla. La maestà reale, il rispetto, che ancora ispirava il suo carattere, la contenne un'altra volta; gli uni gittarono le armi e caddero ai suoi piedi chiedendo perdono, altri fuggirono abbandonando il loro bottino, e Ferdinando, avendo allontanati i sediziosi dal luogo di sua dimora, rientrò nel castello. Aveva colà ragunati circa cinquecento soldati tedeschi, che fin allora gli si erano mantenuti fedeli, ed aveva posto alla loro testa Alfonso d'Avalos, marchese di Pescaria: ma bentosto ebbe qualche motivo di sospettare che questi medesimi Tedeschi pensassero a farlo prigioniere per consegnarlo ai Francesi: immediatamente abbandonò loro una parte delle ricchezze che si trovavano nel castello, e mentre stavano dividendole fra di loro, fece bruciare quei vascelli che non poteva condur seco, fece dare la libertà a quanti prigionieri di stato si trovavano tuttavia nelle prigioni, ad eccezione del figlio del principe di Rossano e del conte di Popoli, che condusse seco, e poi il 21 di febbrajo andò a bordo delle galere che teneva apparecchiate con suo zio, don Federico, colla regina madre, vedova di suo avo, e colla principessa Giovanna, sorella di suo padre. Erano rimasti sotto i suoi ordini circa venti vascelli[218].

Un nuovo tradimento aspettava Ferdinando ad Ischia, ove diede fondo. Giusto della Candina, Catalano, comandante del forte di quell'isola, non volle ricevere il re fuggiasco. Ferdinando fece calde istanze per essere ricevuto almeno con un solo compagno presso il governatore. Ma trovossi appena a lui vicino che traendo fuori il suo pugnale, rimproverò acremente a Giusto la sua ingratitudine; lo afferrò in mezzo alle sue guardie, ed inspirò tanto terrore e tanto rispetto ai soldati, che potè far aprire le porte alla sua guardia che lo stava aspettando al di fuori, e rendersi padrone dell'isola e della fortezza[219].

Intanto la dedizione di Capoa e subito dopo l'evacuazione di Napoli avevano scoraggiati tutti i partigiani che ancora conservava la casa d'Arragona. Virginio Orsini ed il conte di Pitigliano, che si erano ritirati a Nola con circa quattro cento cavalli, fecero domandare a Carlo un salvacondotto; di già era loro stato promesso, quando vennero attaccati da dugento cavalli della compagnia di Lignì. Essi si arresero senza fare resistenza e lasciaronsi condurre prigionieri alla fortezza di Mandragone, mentre che venivano svaligiati tutti i loro equipaggi[220].

I deputati di Napoli eransi presentati a Carlo fino in Aversa e gli avevano offerte le chiavi della città. Erano stati accolti con tripudio; il re si era dato premura di confermare i privilegi di questa sua nuova capitale, e di accordarne degli altri, ed aveva convenuto che farebbe il suo ingresso all'indomani, domenica 22 di febbrajo[221]. Fu splendido e magnifico quanto avrebbe potuto essere quello d'un vecchio monarca, o di un liberatore, che tornasse dopo una lunga assenza in uno stato in cui fosse teneramente amato. Tutte le fazioni, non escluse quelle, che erano più affezionate alla casa di Arragona, e che da lei ricevuti avevano tanti beneficj, parevano confondersi in una sola per celebrare con tripudio un avvenimento che avrebbe dovuto sembrare così umiliante alla fierezza italiana. Era un re straniero, accompagnato da truppe straniere, che veniva a scacciare dal seno de' suoi compatriotti un re italiano e tutta la sua famiglia, e che saliva sul di lui trono per diritto di conquista. Ma non altro volevasi in lui riconoscere che il rappresentante della casa d'Angiò, il legittimo successore dei principi che avevano renduto illustre questo regno. E perchè castel Nuovo e castel dell'Uovo erano tuttavia occupati dai soldati di Ferdinando, Carlo, dopo essere stato al rendimento di grazie nella cattedrale, andò ad alloggiare nel castello di Capuana, antica residenza dei re francesi[222].

Carlo VIII non pensava di lasciare lungo tempo in mano de' nemici i castelli della sua capitale. All'indomani del suo arrivo fece innalzare le batterie contro castel Nuovo su la piazza che gli sta di fronte e nel giardino reale posto dall'altro lato. Sebbene gli assediati non mancassero di artiglierie, non sapevano, come i Francesi, adoperarle egualmente di giorno e di notte. Altronde le palle, cadendo in un circondario murato, facevano balzare da ogni banda scheggie di sassi e di muraglie, e cagionavano maggior danno che in aperta campagna. Non erano state ancora inventate le bombe, nè verun projettile incendiario; ma una palla, facendo scintillare una pietra, produsse l'effetto di una granata nel magazzino della polvere. Una terribile esplosione uccise e ferì moltissimi soldati; il magazzino della pece e della resina, destinate ad essere gettate infiammate sugli assalitori, prese subito fuoco e riempì di fiamme e di fumo tutta la parte del castello che non era stata ruinata dall'esplosione. I feriti e coloro che fuggivano mezzo abbrustoliti a traverso alle fiamme, non trovavano dove salvarsi, nè chi li soccorresse o medicasse, e le lamentevoli loro grida agghiacciavano di terrore gli altri soldati. Lo stesso capitano tedesco, Gasparo, che tanto si era distinto colla sua costanza a Capoa, credendo omai la causa di Ferdinando affatto disperata, confortò i suoi compatriotti a dividere tra di loro ciò che ancora rimaneva dei tesori de' monarchi arragonesi, affidati alla loro custodia, per poi ritirarsi. Infatti capitolarono dopo questa vergognosa divisione, ed il 6 di marzo aprirono la porta di castel Nuovo ai Francesi, mentre che Alfonso d'Avalos fuggiva sopra una galera leggiera, ch'era rimasta ancorata nel porto[223].

Castel dell'Uovo, seconda fortezza di Napoli, era fidata ad Antonio Piccioli, capitano affezionatissimo alla casa d'Arragona: è questo castello fabbricato in mare sopra uno scoglio isolato e separato dal continente per opera degli uomini, ma signoreggiato da un altro elevato scoglio, che oggi porta il nome di Forte sant'Elmo, e sul quale gli Arragonesi avevano fabbricato un semplice ridotto, chiamato Pizzifalcone. I Francesi occuparono facilmente questo posto, vi portarono dell'artiglieria, e di là fulminando castel dell'Uovo, lo costrinsero a capitolare il 15 di marzo[224].

Don Cesare d'Arragona, fratello naturale del re, che aveva difesi gli Abruzzi con Bartolommeo d'Alviano e con Andrea Matteo d'Acquaviva, erasi ritirato verso il contado di Molise con circa cinquecento uomini d'arme e tre mila fanti. Proponevasi di attraversare la Puglia per far alto a Brindisi, ad Otranto, o a Taranto, ed aspettare colà i soccorsi di Ferdinando il Cattolico, quelli de' Turchi, e quelli degli stati dell'alta Italia, di cui era di già noto il malcontento verso i Francesi. Ma Fabrizio Colonna, che teneva dietro a questa piccola armata, non la lasciava un giorno in riposo; ovunque il paese le si ribellava; tutte le gole, tutti i passaggi de' fiumi erano custoditi da contadini che avevano di già spiegate le bandiere di Francia. Don Cesare, cui la diserzione toglieva ogni ora parte della sua truppa, giunse a Brindisi soltanto con un pugno d'uomini d'arme, e conservò questa fortezza al fratello. Tutto il rimanente della compagnia si disperse, ed in tutte le province che stanno sull'Adriatico più non trovossi in breve neppure un sol piccolo corpo d'armata che difendesse il partito d'Arragona[225].

Il terrore che precedeva le armate francesi, e faceva egli solo le conquiste, si estese ancora sull'altra riva dell'Adriatico. I Turchi dell'Epiro e della Macedonia, vedendo volteggiare le insegne francesi su tutte le città napolitane, furono da tanto terrore compresi che abbandonarono quasi tutte le città delle coste, ov'erano di guarnigione. Per lo contrario i Greci si affrettarono d'acquistar armi, cavalli e viveri, apparecchiandosi con imprudente pubblicità alla carnificina dei loro oppressori, che doveva cominciare, dicevano essi, tostocchè il primo battaglione francese scenderebbe sulle loro spiagge. Queste inconsiderate dimostrazioni portarono bentosto sopra di loro la ruina e la distruzione[226]. Un arcivescovo di Durazzo, nato albanese, era stato incaricato da Carlo VIII delle sue negoziazioni nella Grecia: era costui assecondato da Costantino Arianite, zio di Maria, marchesana di Monferrato, presso la quale erasi rifugiato, pretendendo di essere l'erede del regno di Tessalonica e di Servia[227]. Eransi ambidue uniti in Venezia con Filippo di Comines, ed avevano estese le loro corrispondenze su tutte le coste dell'Albania. Ma l'arcivescovo di Durazzo, uomo leggiero e vanaglorioso, invece di celare queste pratiche, vi poneva tanta ostentazione, che i Veneziani, di già aombrati dei prosperi avvenimenti de' Francesi, lo fecero arrestare nell'istante in cui voleva partire sopra una nave carica di armi alla volta dell'Epiro. Spedirono tutte le sue carte a Bajazette, ed alcune migliaja di Cristiani greci furono vittima dell'imprudenza francese e della perfida politica di Venezia[228].

Pure bastava osservare da vicino l'armata francese per non aver fiducia nella continuazione de' suoi progressi, o del suo dominio in Italia. Papa Alessandro VI diceva che aveva conquistato il regno di Napoli colla creta e cogli speroni di legno, perchè, non trovando in verun luogo resistenza, era sempre preceduta da' suoi forieri, che segnavano gli alloggi nelle città in cui doveva arrivare per prendere i suoi quartieri; e perchè gli uomini d'armi, per non istancarsi portando le loro pesanti armature che tenevano in serbo pel giorno della battaglia, si avanzavano a cavallo in veste da camera, colle pantoffole, a cui adattavano una punta di legno, che loro serviva di sprone[229]. Ma questa armata, che ancora non aveva combattuto, aveva di sè concepita una così alta opinione, e tanto disprezzo per gli Italiani, che erano fuggiti innanzi alla sua vanguardia, che la sua insolenza dovea rendere in breve il suo giogo insoffribile.

Perron de' Baschi e d'Aubignì furono mandati in Calabria senza soldati, per prendere possesso della provincia, e non già per conquistarla; infatti tutte le città loro aprirono la porte, ad eccezione di Tropea e d'Amantea sul golfo di sant'Eufemia: anche queste avevano spiegate le insegne francesi, ma, sentendo ch'erano state date in feudo ad un barone francese, siccome volevano essere direttamente dipendenti dalla corona, rialzarono le bandiere d'Arragona[230]. Reggio, la cittadella di Scilla, quelle di Bari e di Gallipoli in ferra d'Otranto, si mantennero pure fedeli a Ferdinando[231]. Altrove tutte le province erano sottomesse, e tutti i principali signori del regno si affrettarono di recarsi a Napoli, per fare la loro corte al monarca francese. Soltanto il marchese di Pescara, il conte d'Acri ed il marchese di Squillace eransi rifugiati in Sicilia, mentre che vedevasi presso di Carlo VIII il principe di Salerno, ch'era giunto colla flotta francese, il principe di Bisignano, suo fratello, ed i suoi figliuoli, il duca di Melfi, il duca di Gravina, il vecchio duca di Sora, i fratelli ed i nipoti del marchese di Pescara, il conte di Montorio, i conti di Fondi, di Celano, di Troja, quello di Popoli, che fu trovato nelle prigioni di Napoli, il Marchese di Venafro, tutti i Caldoreschi ed i conti di Matalona e di Merillano[232]. Ma mentre che tutti si davano premura di testificare il loro attaccamento ed ubbidienza, i Francesi mostravano di non trovarne veruno degno di riguardo e di stima. Carlo VIII privò la maggior parte di loro de' feudi o degli ufficj che tenevano dalla corona per darli ai Francesi. Non fuvvi forse un solo gentiluomo, cui il re non togliesse qualche cosa, e non gettasse in tal modo nel partito de' malcontenti. Gli antichi partigiani della casa d'Angiò avevano sperato col trionfo della loro fazione d'essere ristabiliti nel possedimento de' beni altre volte confiscati a danno loro; ma un tale sconvolgimento di tutte le fortune, dopo sessant'anni di possesso, sarebbe stato senza dubbio altrettanto impolitico che ingiusto; avrebbe rinnovato il male del primo spoglio invece di ripararlo. Frattanto non potevasi, senza infiniti riguardi, distruggere le speranze del solo partito su cui potesse nel regno contare la casa di Francia: in difetto di riconoscenza, la prudenza avrebbe dovuto consigliare il re di cercare con ogni mezzo compensi alle perdite delle famiglie che avevano sofferto per cagion sua, e di reprimere ogni inclinazione a gratuiti doni, finchè non era soddisfatto un debito così sacro; quindi il partito d'Angiò accolse con indignazione l'editto che manteneva i nuovi acquirenti nel possesso de' beni confiscati, e che loro prometteva mano forte per ristabilirveli, qualora ne fossero stati scacciati colla forza, perchè si seppe che il presidente di Gannay ed il siniscalco di Belcarico erano stati guadagnati col danaro per proclamare questo editto[233].

Sembrava che il re non avesse tentata l'impresa di Napoli che per darsi in preda ai piaceri in questa sua nuova capitale, celebrarvi feste e tornei, ed associare la galanteria francese al lusso ed alla dilicatezza de' Napolitani. I suoi cortigiani, renduti orgogliosi da questa guerra senza battaglie, si davano perdutamente in preda a tutti i piaceri. Gli stessi semplici soldati, svizzeri, francesi e tedeschi erano snervati dalla mollezza che suole ispirare un delizioso clima. L'abbondanza ed il tenue prezzo de' più squisiti vini, la varietà de' frutti e de' prodotti di quel fertile suolo gli avvezzavano a piaceri ancora ignoti. Più non aravi chi pensasse alla spedizione della Grecia, veruno voleva più esporsi a nuove fatiche, a nuovi rischi; e questo progetto, annunciato alla Cristianità per santificare la guerra d'Italia, omai più non sembrava che un vano pretesto, col quale si era cercato d'ingannare tutti i principi d'Europa[234].

Nè Carlo prendevasi maggior pensiere degli apparecchi di difesa, e de' mezzi di mantenersi, che di portare più in là i suoi attacchi. Vero è che due volte si era abboccato con don Federico d'Arragona, che si era recato presso di lui sotto la fede di un salvacondotto. Carlo, per ridurre Ferdinando II a rinunciare alle sue pretese sulla corona di Napoli, gli offriva in compenso un ducato nell'interno della Francia, ma Ferdinando voleva conservare il titolo di re ed il governo di Napoli, offrendo soltanto di rendere la propria corona tributaria di quella di Francia, e di dare alcune piazze in mano a' Francesi. Le negoziazioni si ruppero, ma non perciò Carlo fece verun tentativo per isloggiare il suo rivale da Ischia[235]. Non mantenne approvvigionate le fortezze che aveva occupate; abbandonò inconsideratamente tutte le vittovaglie ragunate nel castello di Napoli a coloro che gliele avevano chieste in dono. Nominò de' Francesi per governatori di tutte le città e fortezze del regno; e questi, colla medesima leggerezza, non pensando che ad accumulare danaro per mezzo della carica che avevano ottenuta, invece di accrescere le loro forze, e di porsi in istato di difesa, vendettero al migliore offerente gli approvvigionamenti e le armi che trovarono nelle fortezze. Fu appunto in mezzo a tale profonda sicurezza, alle feste ed ai dissipamenti, che il re e l'armata francese furono improvvisamente risvegliati dalla notizia della burrasca che si andava condensando contro di loro nella parte settentrionale d'Italia, e che videro succedere ad una quasi miracolosa prosperità il non men rapido torrente dell'avversità[236].

CAPITOLO XCV.

Risoluzioni cagionate in Toscana dal passaggio di Carlo VIII. — Sforzi dei Fiorentini per riconstituire la loro repubblica, sottomettere Pisa e sottrarsi all'odio de' Sienesi, de' Lucchesi, de' Genovesi. — Inquietudini de' Veneziani pei successi di Carlo VIII; lega dell'Italia per conservarne l'indipendenza.

1494 = 1495.

Carlo VIII erasi trattenuto poco più di un mese in Toscana, dal suo ingresso in Sarzana fino all'uscita dallo stato di Siena; ma in così breve spazio di tempo aveva interamente sovvertiti gli ordini tutti di quella provincia. Da oltre un secolo i Fiorentini vi avevano acquistata una tale preponderanza, che soli conservavano una decisa influenza sulla politica del resto dell'Italia e su quella dell'Europa. Le varie città del loro territorio erano così pienamente soggette, che più non parlavasi delle antiche loro fazioni, e che se qualche abuso di autorità, o le pratiche di qualche ambizioso vi facevano nascere una sollevazione era quasi subito compressa. Soltanto Siena e Lucca conservavano la loro indipendenza, ma non potendo lottare con uno stato così potente come quello di Firenze, cercavano di farsi dimenticare, non prendendo parte nella politica generale d'Italia, e, malgrado la segreta loro gelosia, mantenendosi sempre in pace coi Fiorentini. Tutt'ad un tratto l'armata francese, che attraversava la Toscana, rende a Pisa quella libertà che aveva perduta già da ottantasette anni, rovescia il governo stabilito in Firenze da circa sessant'anni, diffonde in tutto lo stato fiorentino semi d'insubordinazione e progetti d'indipendenza cui tenne dietro bentosto la ribellione di Montepulciano, dà incoraggiamento ai Genovesi per ricuperare colle armi Sarzana e Pietra Santa che avevano perdute in una precedente guerra, ridona ai Lucchesi ed ai Sienesi l'audacia da più anni deposta di provocare il risentimento de' Fiorentini e di allearsi coi loro nemici, per ultimo distrugge con questa universale opposizione d'interessi e di passioni le forze di una delle più potenti contrade d'Italia, di una contrada, che più d'ogni altra sarebbesi presa cura di difendere l'indipendenza nazionale, e che ne avrebbe trovata la forza, se non nello spirito bellicoso dei suoi abitanti, almeno nella ricchezza delle sue città e nella saviezza de' suoi governi.

Firenze aveva perduto la maggior parte delle sue abitudini repubblicane ne' sessant'anni ne' quali aveva ubbidito ad una famiglia che, per nascondere il suo despotismo, si circondava con una stretta oligarchia. Ricuperando la massa de' suoi diritti, questa repubblica ignorava quale ne fosse l'estensione. Quasi tutti gl'Italiani desideravano la libertà, ma questa libertà non era in verun modo definita, e niuno rendevasi conto dello scopo cui voleva giugnere. Alcuni notabili abusi nel governo di un solo ferivano tutti coloro che lo avevano sperimentato, e lo stesso nome di monarchia pareva che escludesse qualunque idea di libertà. Per opposizione chiamavasi repubblica il governo, in cui l'autorità di molti teneva luogo di quella di un solo, e risguardavasi come la meglio costituita repubblica quella che aveva cimentata la propria esistenza con maggiori mezzi, e che aveva lungo tempo potuto respingere il potere monarchico. Ma non si esaminava giammai se in tale o tale altra repubblica eravi più o meno libertà, se la medesima instituzione che ne guarentiva la durata non aveva poi distrutta del tutto la sicurezza del cittadino; e mai non si assoggettava il governo alla sola prova che possa far conoscere la sua bontà o i suoi difetti, non esaminando se rendeva felice il maggior numero possibile de' cittadini che gli erano subordinati, e se li rendeva in pari tempo più perfetti, sviluppandone le facoltà.

La provvidenza ha impresso nel cuore dell'uomo il desiderio della felicità, ed è questo il principio delle sue azioni; ma pare avergli nello stesso tempo indicato un più alto scopo, mercè le facoltà che gli diede, il piacere che ha attaccato allo sviluppo delle medesime, il costante desiderio di un più perfetto stato, che dà forza allo spirito dell'uomo. Per ogni condizione, per ogni grado di lumi avvi un corrispondente grado di felicità, che soddisfa coloro che non ne conoscono un più sublime. I popoli più abbrutiti risguardano come felicità il riposo, l'ubbriachezza e gli eccessi di gioja dipendenti da cagioni tutte fisiche. Ci si dice che lo schiavo negro è felice, perchè ne' brevi riposi che gli si accordano ne' giorni festivi, le grida di gioja animano le sue danze, e perchè si abbandona ai piaceri dell'ubbriachezza e dell'amore. Ma di mano in mano che si levano gli ostacoli che si oppongono allo svolgimento delle facoltà dell'uomo, la sua felicità viene formata da più nobili piaceri: il pensiero, il sentimento, la coscienza di sè medesimo contribuiscono principalmente ai suoi piaceri. La di lui anima diventa la parte più grande del suo essere; è l'anima che chiede di essere soddisfatta, che può essere tocca in mille modi, e che sdegnasi contro gli ostacoli onde si cerca di caricarla. In questo stato perfezionato, i patimenti sono forse più vivi, ma più nobili sono i piaceri, più conformi all'umana natura ed allo scopo della provvidenza; perciocchè non ci ha questa dato il desiderio e la forza di elevarci, affinchè cercassimo il piacere nell'abbrutimento; ma per lo contrario vuole che germoglino tutte le facoltà di cui pose in noi le sementi. Non si può rispondere all'inchiesta: se l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero, sia più felice che l'uomo abbrutito, perchè non si può confrontare la felicità del bruto con quella di una celeste intelligenza. Ma ben si può rispondere, che l'uomo pensante, l'uomo morale, l'uomo libero si è uniformato alla propria natura, e che l'uomo, che ha perduta la riflessione, la libertà, e quella fierezza che sta nel sentimento dell'onore e del dovere, ha depravata la sua natura.

Un governo deve dunque essere riputato buono, non solo quando rende gli uomini felici, ma quando li rende felici come uomini; e deve riputarsi malvagio, quando loro non accorda che la felicità dei bruti. Il primo è tanto migliore in quanto rende proporzionatamente un maggiore numero di membri dello stato suscettibili della felicità morale; tanto più malvagio è il secondo, quanto ne riduce un più gran numero a non desiderare che i soli piaceri fisici.

Coloro che una volta assaporarono la libertà politica, sanno che il più sicuro mezzo di elevare l'anima, di farla uscire dallo stretto cerchio degl'interessi egoisti, di abituarla a più nobili pensieri, ad idee più generali, di convincerla della sua propria dignità, di farle desiderare le cognizioni, e preferire i piaceri che derivano dal pensiere o dal cuore, è quello d'innalzare l'uomo al grado di cittadino, di dargli un interesse nella cosa pubblica, ed una qualche parte nella sovranità. Sanno ancora che il più sicuro mezzo di abbassare l'anima è quello di tenerla costantemente sotto tutela, di nudrirla di vani timori, di privarla di ogni confidenza nel suo buon diritto, di ogni indipendenza nelle sue scelte, in fine di assoggettarla ad un'autorità arbitraria, che in tutte le circostanze della vita sostituisce alla volontà dell'individuo il comando del superiore. Così il grande scopo di un buon governo, dovendo essere quello di elevare gli uomini, vi riesce tanto più facilmente, quanto più grande è il numero de' cittadini che mette a parte dell'autorità suprema, e quanto meglio protegge il libero arbitrio di ogni suddito, la sua sicurezza ed i suoi diritti contro tutti gli abusi del potere.

Sotto il nome di libertà si confondono sempre una facoltà ed una guarenzia che non hanno strettissima relazione: la libertà politica degli stati consiste nella partecipazione del maggior numero possibile di cittadini alla sovranità: l'individuale libertà de' cittadini consiste nella garanzia di tutti que' loro diritti di cui non fu necessario lo spogliarli perchè il governo potesse mantenersi; questa adunque consiste nella loro sicurezza personale, nella conservazione della loro proprietà, nella imparzialità dei tribunali, nella certezza della giustizia, nell'impossibilità di arbitrarie vessazioni. Queste due libertà non erano definite nelle repubbliche dei secoli di mezzo, ed erano affatto disugualmente guarentite. Forse in verun paese la gran massa dei sudditi dello stato era più esclusa che a Venezia dal governo. Mentre due in tre mila gentiluomini formavano soli tutta la repubblica, contavansi nella sola Venezia cento cinquanta mila abitanti, e le province di terra ferma, in Italia, in Dalmazia e nella Grecia, contenevano alcuni milioni di sudditi. Tutti erano esclusi dalla più sospettosa gelosia dalla conoscenza di ciò che chiamavasi i segreti dello stato. Qualunque tentativo avessero fatto per essere partecipi del governo sarebbesi considerato come una cospirazione, e punito come un delitto. In verun altro stato, nè meno nel più dispotico, l'autorità del governo era così fondata sul terrore; in niun luogo i tribunali non si cuoprivano di un più profondo segreto e di più spaventose forme; in niun luogo non disponevano più arbitrariamente della libertà e della vita dei cittadini come de' sudditi, in niuna parte i colpi di stato, avvolti nello stesso tempo in più misteriosa oscurità, punivano con più terribili gastighi, coloro che avevano eccitati i sospetti di una gelosa oligarchia.

Non pertanto di que' tempi la repubblica di Venezia aveva già sussistito più di mille anni; appena era stata agitata da alcune guerre civili, e già da più secoli aveva compresse tutte le fazioni, prevenute le congiure prima che scoppiassero, e tutte evitate le rivoluzioni. Al di fuori la sua politica costantemente felice le aveva assoggettati nuovi stati, dilatato da tutte le bande il suo dominio intorno alle lagune, entro le quali stava originariamente chiusa, accresciute le ricchezze, il commercio, l'industria, e ridotti tutti i suoi vicini a rispettarla ed a temerla. Tutti i quali vantaggi non erano veramente dovuti a libertà, perciocchè questa non era a Venezia conosciuta, ma alla forma repubblicana del suo governo, alla prudenza del senato, superiore di lunga mano a quella di un principe, alla sua inalterabile costanza, alla sua parsimonia, che andava continuamente accumulando que' tesori che la prodigalità di una nascente corte avrebbe dissipati, per ultimo all'intero sagrificio per la cosa pubblica della classe meno numerosa ma ricca e provveduta di molte dottrine, cui apparteneva lo stato.

Ma la durata e la potenza sono le due prerogative che più colpiscono gli occhi degli uomini; e Venezia inspirava a tutta l'Italia l'ammirazione ed il rispetto che una repubblica non suole acquistare che per mezzo di una libera e giusta costituzione. Quando si trattò di ricostituire il governo di Firenze, quest'ammirazione per Venezia venne egualmente professata da tutti i partiti: fu l'esemplare che gli uomini di stato presero reciprocamente ad imitare, e sul quale cercarono tutti di giustificare il proprio sistema. In quella guisa che a' dì nostri si è veduto l'esempio dell'Inghilterra proposto a vicenda da tutti i partiti, ed in tutti i paesi che aspiravano ad essere liberi; così si vide a Firenze, dopo la caduta del governo de' Medici, tutti i politici cercare in Venezia un modello per la nuova repubblica. Paolo Antonio Soderini, universalmente riputato, desiderando di allargare la periferia dell'aristocrazia, e di rendere partecipi della sovranità un maggior numero di Fiorentini, propose per modello ai suoi concittadini Venezia; mostrò che il numero de' suoi gentiluomini pareggiava quello degli uomini ch'egli chiamava ad essere riconosciuti a Firenze in qualità di cittadini attivi; si dolse che inveterate abitudini, pregiudizj radicati nel popolo, non permettessero di rendere più perfetta la rassomiglianza delle due repubbliche, e finalmente protestò, che a' suoi occhi la più felice sorte di Firenze sarebbe quella di giugnere allo stesso grado di stabilità e di saviezza che i Veneziani avevano saputo dare al loro governo[237]. In appresso fu veduto Guido Antonio Vespucci, famoso legista, ed in particolar modo rinomato per la sua accortezza e per la forza del suo argomentare, proclamare i vantaggi dell'aristocrazia, inveire contro l'imprudenza e la versatilità del popolo, opporre la saggezza di un senato all'instabilità della moltitudine, e, ritorcendo l'esempio della repubblica di Venezia contro il suo avversario, far vedere che in questa repubblica, oggetto dell'universale ammirazione, non era altrimenti il corpo dei gentiluomini, ma un'oligarchia di pochissimi membri de' supremi consiglj, che effettivamente esercitava la sovranità[238]. Il padre Savonarola, mescolando la divina autorità agli affari dello stato, spalleggiandosi colle proprie rivelazioni, e col diritto che aveva G. Cristo di essere solo il re di Firenze, fu visto consultare non pertanto l'esempio de' Veneziani rispetto alla costituzione che dar voleva alla repubblica[239]. Per ultimo tutti gli speculativi politici dell'Italia, Guicciardini, Giovio, Varchi e particolarmente il Machiavelli, andavano d'accordo nel particolare della loro ammirazione per Venezia. Filippo di Comines, il più filosofo degli storici francesi di quel secolo, e che più d'ogni altro aveva meditata la costituzione de' governi, professava i medesimi sentimenti[240]. Il Machiavelli non ravvisava nella storia del mondo che tre repubbliche, le quali meritassero di essere studiate ed imitate, cioè Roma, Sparta e Venezia. Le ultime due gli sembravano appartenere alla stessa classe, e dalla lunga durata della loro costituzione conchiudeva che la sua forma era la migliore; ma non la riputava propria che allo stato stazionario, in quanto che una città sfugge il pericolo di essere attaccata, e che resiste alla tentazione delle conquiste. Perciò egli risguardava la costituzione della repubblica romana, siccome la più degna di essere imitata, e come più accomodata alle circostanze nelle quali suole strascinare la fatalità o la forza delle umane passioni, non come la migliore. Il difetto di quella di Venezia non era già ai di lui occhi quello di non conoscere la libertà, ma quello di essere esposta a corrompersi, allorchè le conquiste ingrandirebbero il territorio della repubblica[241].

Conoscevansi allora in Firenze tre partiti, tra i quali disaminavasi la nuova costituzione da darsi alla repubblica, ed ognuno cercava di guadagnare per sè solo il potere. Il primo ed il più considerabile, sia pel rango e per l'anzianità delle case che vi erano addette, sia pel numero de' più oscuri cittadini, che seguivano le loro insegne, sia per le disinteressate sue mire e per la moralità che professava, era sotto l'immediata influenza di frate Girolamo Savonarola. Era composto di cittadini che, proponendosi ad un solo tempo la riforma dello stato e della Chiesa, risguardavano la libertà e la religione come inseparabili, accusavano la tirannia dei Medici di avere corrotti i costumi e scossa la fede, e non isperavano il ristabilimento dell'antica purità che in quanto fosse guarentita dalla libertà. Costoro desideravano un governo popolare, cui fosse interessata la gran massa dei cittadini; ma perchè non separavano mai i loro voti per una più libera costituzione dalle esortazioni alla riforma ed alla penitenza, ebbero il soprannome di Frateschi e di Piagnoni. Francesco Valori e Paolo Antonio Soderini, erano, dopo il Savonarola, i più distinti capi di questo partito[242].

La fazione direttamente opposta a questa era principalmente formata da coloro, che, avendo avuto parte nel governo dei Medici, ed in appresso disgustatisi coi capi di quella famiglia, avrebbero voluto conservare per se medesimi l'autorità tolta ai Medici, e sottentrare nelle quasi monarchiche prerogative di Pietro, mercè di una stretta oligarchia. Erano costoro secondati dalla maggior parte della gioventù appartenente alle famiglie nobili, le quali non sapevano assoggettarsi alla riforma de' costumi ed alla monacale austerità ordinata dal Savonarola. Aveano sospetti di frode e d'ipocrisia coloro che andavano sempre intrattenendoli con ragionamenti di profezie, di miracoli, di digiuni, e non volevano accomodarsi ad una cotale libertà, che priverebbe la loro vita di ogni piacere. Avevano questi giovani patrizj formata una società, di cui era capo Dolfo Spini, uomo appartenente ad illustre e ricca famiglia, ma cui mancavano i talenti ed il carattere necessario ad un capo di partito. Sebbene fosse questa società principalmente dedita al piacere, non lasciava di guadagnare colla sua unione una ragguardevole influenza politica. Diede costei il suo nome al partito degli arrabbiati o de' compagnacci; mentre che i più saggi oligarchi, che prevalevansi di lei senza associarvisi, si attenevano principalmente ai consiglj di Guido Antonio Vespucci[243].

Per ultimo eravi nella repubblica un terzo partito, quello de' Medici, che trovandosi egualmente in lotta cogli altri due, non ardiva apertamente professare le sue mire. Si teneva in silenzio ne' consiglj, e sembrava non prendere parte alle deliberazioni; ma quando giugneva l'istante di votare, si rendeva manifesta l'influenza de' suoi suffragi.

Davasi ai membri di questo partito il nome di bigi, volendo quasi indicare l'oscurità in cui s'avvolgevano. L'oligarchia aveva voluto proscriverli, per istabilirsi più solidamente, mentre che il Savonarola predicava al suo partito il perdono e la riconciliazione; tanto bastò, perchè i bigi assecondassero i voti della fazione popolare, che anche senza di loro aveva di già il vantaggio del numero[244].

Carlo VIII era partito da Firenze il 26 di novembre, ed il 2 di dicembre la signoria adunò il popolo a parlamento sulla pubblica piazza. Quantunque il parlamento sanzionasse sempre tutte le rivoluzioni, non pertanto la sua convocazione era un omaggio che rendevasi alla sovranità del popolo, risguardandolo siccome il solo che potesse dispensare dalla costituzione, e stabilire un'autorità superiore alle leggi. Era questa l'autorità che la signoria ed il collegio volevano chiedere sotto il nome di Balìa, onde procedere alla ricostituzione della repubblica. Per altro siccome i priori volevano guadagnarsi i suffragi di quel popolo che mostravano di consultare, appostarono a tutti i capi strada della piazza alcuni giovani delle principali famiglie con alcuni fanti armati, onde impedire, secondo essi dicevano, che la piazza non si empisse di plebei, o di nemici del nuovo governo, quando il suono della campana chiamerebbe tutti i cittadini a ragunarsi disarmati per compagnia sotto i rispettivi gonfaloni[245]. Essendosi il popolo adunato senza tumulto, la signoria scese di palazzo sul balcone che dominava la piazza. Fece leggere le condizioni della balìa ch'essa chiedeva; poi invitò il popolo a dichiarare se trovavansi in piazza adunati i due terzi de' cittadini fiorentini: e fu risposto per acclamazione affermativamente; domandò ancora se il popolo voleva che la signoria ed il collegio fossero temporariamente rivestiti di tutta l'autorità della nazione fiorentina, e fu nuovamente risposto di sì per acclamazione: allora la signoria tornò in palazzo ed il popolo si ritirò[246].

I partiti non avevano per altro fatto bastante esperimento delle loro forze, ed in questa così subita rivoluzione appena si conosceva verso quale scopo tendesse ogni cittadino. Perciò incerte furono le prime operazioni della balìa, e non lasciarono travedere se il governo piegherebbe verso l'aristocrazia o verso la democrazia: limitossi a nominare venti commissarj, i quali, sotto il nome di accoppiatori, dovevano entro lo spazio di un anno, procedere essi soli alle elezioni della signoria, o, secondo il linguaggio adoperato in Firenze, tenere le borse. Uno solo degli accoppiatori poteva avere meno di quarant'anni, e quest'eccezione fu fatta a favore di Lorenzo, figlio di Pier Francesco de' Medici, che il partito oligarchico meditava di sollevare al posto che in addietro occupava suo cugino. In pari tempo la signoria rinnovò l'ufficio dittatoriale de' dieci della guerra, che costumavasi di nominare in tutte le difficili circostanze; soltanto per dar loro un nome di migliore augurio, furono questa volta chiamati i dieci della guerra e della pace[247].

Ma i venti accoppiatori, ai quali era stata imprudentemente dall'autorità essenzialmente popolare conferita la facoltà di tutte le elezioni della repubblica, trovaronsi fino nella prima adunanza così poco d'accordo nelle loro mire, ed in tante parti divisi, che riusciva difficilissima l'esecuzione dell'ufficio loro affidato. Non potendo tra di loro ottenere un'assoluta maggiorità per veruna elezione, e non avendo ancora trovato lo spediente di ballottare in un secondo scrutinio quelli che avevano nel primo riuniti più voti, furono costretti ad accontentarsi d'una maggiorità relativa; e con ciò si videro gonfalonieri e priori eletti soltanto da tre o quattro suffragj[248]. La mancanza di accordo e di unità fece bentosto loro perdere ogni considerazione nella repubblica; ed intanto il Savonarola nelle sue prediche, ed i capi del partito popolare ne' loro discorsi, attaccavano arditamente l'opera del parlamento e della balìa[249]: dicevano che ambedue altro fatto non avevano che mutare di posto la tirannide, invece di distruggerla. Chiedevano che il potere delle elezioni si restituisse al popolo, il quale è più atto a conoscere i soggetti degni di confidenza, che non a deliberare egli stesso; che tutti i cittadini, i di cui antenati avevano partecipato agli onori dello stato, venissero ammessi nel sovrano consiglio, e che questo consiglio dasse la sanzione a tutte le leggi, mentre che un altro assai meno numeroso consiglio, e da lui deputato, concorrerebbe colla signoria alla pubblica amministrazione. Savonarola invitò la signoria ed il popolo a recarsi alla sua chiesa, da cui questa volta escluse le femmine, ed in un eloquente sermone, fatto sul pulpito, ricapitolò queste proposizioni, conchiudendo con una calda preghiera di pubblicare un'amnistia per tutti i delitti, che si erano potuti commettere sotto il precedente governo fino alla rivoluzione[250].

Queste proposizioni non si accordavano colle segrete mire della balìa e degli accoppiatori: ed in ispecial modo l'amnistia veniva ricusata dal loro desiderio di vendetta, e dalla speranza di arricchirsi a spese di coloro che sarebbero proscritti. Però cominciavano a conoscere il potere della pubblica opinione, e vedevansi successivamente forzati a cedere su tutti i punti. Di tutti il più importante era la formazione del consiglio generale: il 23 di dicembre la signoria fece ai due consiglj dei cento e dei settanta la proposizione di formare un consiglio sovrano di tutti i cittadini di Firenze, e questa proposizione fu adottata. Tutti coloro i quali poterono provare che il loro padre, l'avo, o il bisavo, avevano partecipato ai diritti della cittadinanza, furono dichiarati membri del gran consiglio, e questo consiglio, che contò fino mille ottocento cittadini, doveva consultarsi intorno a tutte le imposte, ed a tutte le leggi, dopo che la signoria ne avrebbe fatta la proposizione ad un consiglio di ottanta membri, che venne scelto per intermediario tra il governo ed il popolo. Poco dopo si proclamò come legge dello stato l'amnistia proposta dal Savonarola[251], e dopo non molti mesi, il 1.º luglio del 1495, la facoltà di eleggere la signoria, che per lo spazio di un anno era stata delegata ai venti accoppiatori, venne tolta loro per esser data al consiglio generale. Fu questa la prima volta che in Firenze si sostituisse un'elezione veramente popolare ai due egualmente pericolosi metodi di un'estrazione a sorte, e di una scelta oligarchica[252].

Mentre i Fiorentini riformavano una repubblica corrotta da sessant'anni di abitudini monarchiche, i Pisani ricostituivano la loro dopo oltre ottant'anni d'intera oppressione. Il corso della prosperità non si era interrotto per rispetto ai primi, di modo che, camminando col loro secolo, avevano sempre più coltivato il loro spirito, e giammai la loro repubblica aveva posseduto un maggior numero di reputati scrittori. Per lo contrario i Pisani, ributtati da tutte le strade che potevano tenere per arricchirsi, o per ottenere il premio de' loro sforzi, avevano parimenti abbandonate le lettere ed il commercio, di modo che non è rimasto un solo storico del loro paese, e neppure un'informe cronaca per raccontare i lunghi e generosi sagrificj, coi quali ostinatamente difesero l'indipendenza ricuperata nel 1494. Soltanto appoggiati alla fede di storici esteri, ed il più delle volte loro nemici, ci è forza di riferire tutta questa serie di avvenimenti.

Per altro se in allora Pisa non aveva nè storici, nè legislatori, se poco discusse la costituzione che doveva darsi, e non conservò la memoria delle imprese colle quali seppe difenderla, non perciò fu questa città meno animata da un vero spirito repubblicano, da un caldo amore di patria, che tutti gli ordini dello stato sentivano a gara, da una generale risoluzione di tutto sagrificare, di sostenere le calamità estreme per conservare la ricuperata libertà. Con tal unione d'opinioni ogni governo par buono, perchè diventa sempre l'organo della pubblica volontà.

I Fiorentini non avevano la costumanza d'abolire le magistrature municipali delle città suddite. Avevano in Pisa lasciato che sussistesse una signoria composta d'anziani, il primo de' quali aveva il titolo di priore, cui in appresso, in sull'esempio de' Fiorentini, fu dato quello di gonfaloniere di giustizia. Questa signoria veniva rinnovata ogni due mesi, ed era coadjuvata da altri corpi detti il collegio, i sei buoni uomini ed il segreto consiglio de' dodici[253]. Scuotendo il giogo de' Fiorentini, pare che i Pisani istituissero ancora un consiglio del popolo, che tale era l'antica forma della loro costituzione, e non ebbero bisogno di veruna innovazione, perchè i loro affari fossero bene amministrati.

I Pisani avevano cominciato a scacciare tutti i gabellieri, e tutti i pubblici funzionarj fiorentini; avevano poscia ordinato con un editto a tutti i Fiorentini, domiciliati nella loro città, di uscirne prima che una candela accesa sotto la porta fosse del tutto consumata. Finalmente avevano mandata in tutti i villaggi anticamente dipendenti dalla loro repubblica la croce pisana, siccome insegna della loro libertà; ovunque questa risvegliò le stesse antiche ricordanze, ed eccitò lo stesso entusiasmo, e tutto il territorio pisano in pochi giorni tornò sotto il loro dominio. Intanto i Fiorentini, che da principio non avevano pensato che alle cose loro, ora travagliati dal timore del re di Francia, ora dal bisogno di riunire le loro fazioni, e che inoltre, credendosi sicuri della restituzione di Pisa in forza del loro trattato con Carlo VIII, non volevano affrettarsi di ricorrere all'esperimento delle armi, per timore di non offendere il re[254], videro all'ultimo la necessità d'opporsi colla forza alla ribellione delle loro province. Per tale oggetto presero al loro servigio Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e Rannuccio di Marciano con molte compagnie d'uomini d'armi; nominarono Pietro Capponi commissario della repubblica presso quest'armata, e la spedirono nel territorio pisano in sul cominciare di gennajo del 1495. I Pisani non avevano ancora per difendersi che contadini male armati; onde il Capponi potè facilmente ricuperare Bientina e Pontedera, e prima che terminasse il gennajo aveva ripreso tutto il territorio di Pisa, tranne Vico Pisano, Cascina e Buti[255].

Dal canto suo la signoria di Pisa non aveva trascurato di procurarsi esterni soccorsi; ella cercava di legare Carlo VIII colla stessa riconoscenza ch'ella gli professava, attestandogli tanto amore e tanta gratitudine, che questo giovine monarca, combattuto dagl'incoraggiamenti che aveva dati ai Pisani e dagli obblighi contratti coi Fiorentini, nè sapeva come ritogliere ai primi la grazia loro accordata, nè come liberarsi dalla promessa fatta ai secondi. Altronde quasi tutti i signori della sua corte, commossi dalle lagrime de' Pisani, o dall'accoglimento loro fatto in Pisa, proteggevano con calore il partito di questo popolo oppresso[256]. Il siniscalco di Belcario, sia per gelosia del cardinale di san Malo, che era il solo che insistesse per l'esecuzione del trattato di Firenze, ossia che fosse stato comperato dal denaro de' Pisani, rappresentava al re convenirgli tenere la Toscana divisa, e che la guerra di Pisa non permetterebbe ai Fiorentini di prendere parte nelle pratiche dell'Italia settentrionale[257].

Quattro oratori, scelti nelle più illustri famiglie di Pisa, erano stati incaricati di seguire il re nell'istante in cui usciva di Toscana, e di difendere innanzi a lui gl'interessi della loro repubblica[258]. Il re volle che questi ambasciatori esponessero le loro lagnanze alla presenza di quelli de' Fiorentini, riservandosi così in alcun modo il diritto di sentenziare fra di loro. Infatti i Pisani fecero la pittura dell'oppressione sofferta, e, gittandosi inginocchio, supplicarono il re, versando copiose lagrime, di non ritirare la grazia loro accordata. Francesco Soderini, vescovo di Volterra ed ambasciatore de' Fiorentini, cercò dal canto suo di scolpare la sua repubblica: si appoggiò ai legittimi diritti trasmessile da Gabriele Maria Visconti con un contratto di vendita, e sostenne che i Pisani, governati come tutti gli altri popoli soggetti a Firenze, non potevano lagnarsi di quella sorte di cui gli altri erano contenti, che a cagione che l'orgoglio loro era affatto sproporzionato alla loro potenza ed al loro merito[259].

Il re, durante questa disputa, inclinava evidentemente a favorire i Pisani. Pure si offrì mediatore tra i due popoli, loro proponendo una sospensione d'ostilità fino al suo ritorno dall'impresa di Napoli, promettendo in allora di sentenziare conformemente a ciò che volevano la giustizia ed i trattati. Ma i Fiorentini, che diffidavano di queste ambigue parole, lo stringevano all'esecuzione di una solenne giurata convenzione. E perchè ancora non avevano pagato la maggior parte del sussidio che avevano promesso, il re, che aveva bisogno di danaro, disse che spedirebbe Briçonnet, cardinale di san Malo, a Firenze per ricevere quella somma e far eseguire il trattato.

Briçonnet presentossi il 5 di febbrajo alla signoria di Firenze, e seppe così destramente persuaderla della sua buona fede e delle sue premure a consegnar loro una delle fortezze di Pisa, sempre occupata dai Francesi, che da lei ottenne in compenso che gli si pagherebbero i quaranta mila ducati non ancora maturati[260]. Quand'ebbe ricevuto il danaro partì il 17 febbrajo alla volta di Pisa; ma ritornò il 24, dichiarando che i Pisani non avevano voluto ubbidire, e che non aveva potuto adoperare contro di loro la forza, perchè, come ecclesiastico, sarebbe colpevole in faccia a Dio se facesse spargere sangue. La notizia della conquista di Napoli giunse opportunamente per dargli un pretesto di partire, onde raggiugnere il suo padrone, cavandolo così da un'equivoca situazione[261].

I Pisani avevano pure spediti ambasciatori a Siena ed a Lucca per domandare ajuti a queste due repubbliche, colle quali avevano avute antiche alleanze, e ch'erano rimaste rivali dei Fiorentini. L'una e l'altra parevano nuovamente apparecchiate ad assisterli, ma temevano ambedue di compromettersi troppo apertamente. Non pertanto i Lucchesi loro mandarono del danaro ed alcune centinaja di moggia di frumento[262]; ed i Sienesi spedirono loro immediatamente alcuni uomini d'armi che stavano al loro soldo[263]. I Pisani credevano di poter ottenere una più efficace assistenza dal duca di Milano, Lodovico il Moro, il quale era stato uno de' primi ad incoraggiarli a prendere le armi, e gli aveva protetti con zelo alla corte di Francia, mostrandosi vivamente interessato, perchè non ricadessero di nuovo sotto il giogo. Infatti, se questa guerra si prolungava, lusingavasi che Pisa, troppo debole per difendersi colle sole sue forze, finirebbe col darsi a lui, come in addietro si era data a Giovan Galeazzo Visconti, uno de' suoi predecessori. Pure siccome era legato ai Fiorentini con un trattato d'alleanza, non volle apertamente violarlo, e si limitò a rinviare gli ambasciatori pisani ai Genovesi, che gli avevano data la signoria della loro città, ma che in pari tempo si erano, in forza della loro capitolazione, riservato il diritto di fare a posta loro la pace o la guerra[264].

Due secoli prima i Genovesi, dopo le antiche loro vittorie sui Pisani, eransi lusingati d'estendere il loro dominio a tutta la costa toscana. Di già vi avevano alcuni castelli, e fecero inoltre l'acquisto del porto di Livorno, che il loro doge, Tommaso Fregoso, vendette poi ai Fiorentini. Dopo una tale epoca vennero respinti sempre più lontani dai confini della Toscana. Perdettero successivamente Pietra Santa e Sarzana, ed il fiume Magra venne finalmente stabilito per confine tra il loro territorio e quello di Firenze. Dopo ciò i Genovesi, rimasti gelosi de' Fiorentini, accolsero favorevolmente i deputati di Pisa. Uno storico genovese contemporaneo riferisce il seguente discorso, pronunciato dai deputati pisani innanzi al senato di Genova:

«Scusateci, padri coscritti (essi dissero), se non sappiamo parlare in modo conveniente alla dignità di questo senato e alle nostre sventure; datene soltanto colpa a quella così lunga, così miserabile, così crudele servitù in cui ci tennero i Fiorentini. Un lungo intervallo ci fece dimenticare in qual modo si parli ad uomini del vostro grado. Noi più non avevamo opportunità che di favellare coi nostri terrieri, intorno ai tributi che dovevamo pagare, o intorno alla coltura de' nostri campi che appena ci si lasciavano ancora. Altra cura non ci si accordava che quella di trovar modo a soddisfare a quelle esazioni sempre rinnovate, onde sottrarci al duro carcere di cui eravamo minacciati. La ricordanza di quest'abbietta servitù ci riempie tuttavia di spavento. Perdonateci, illustri senatori, perchè per noi parlano i nostri bisogni, e suppliscono alla nostra incapacità. L'anima nostra respira volgendosi verso di voi. Poc'anzi eravamo ancora tra le catene, ora ci vediamo liberi; eravamo come morti, ora viviamo riponendo in voi tutta la nostra speranza. Dio nella sua misericordia si è di noi ricordato, e ci ha mandata dal cielo la libertà. La ci fu data dal re Carlo; ma imponendoci l'obbligo di difenderci da noi stessi. Soli non siamo in istato di farlo; ci riconosciamo troppo deboli, appena restandoci un soffio di vita: onde tutta la nostra speranza è in voi riposta, e da voi aspettiamo la vita o la morte. Abbiate adunque pietà di noi. Se ci assistete, la nostra città sarà cosa vostra, perciocchè a voi attribuiremo il beneficio di quella libertà che ci fu data da un re clemente. Saremo vostri soldati, e combatteremo con zelo contro tutti coloro che ci additerete come vostri nemici. Ma se da voi non ci è dato di ottenere così segnalato favore, abbiamo determinato d'imitare l'esempio de' Sagontini, e di anticipare la crudeltà de' nostri nemici. Colle nostre proprie mani sveneremo i nostri figli, le nostre spose, brucieremo le case nostre ed i nostri templi; poi ci precipiteremo su questi roghi per non lasciare ai nostri nemici il modo di esercitare le loro vendette[265]

I Genovesi, mossi da così calde preghiere e dalle copiose lagrime con cui i Pisani avevano posto fine al loro ragionamento, loro diedero armi d'ogni genere di cui avevano urgentissimo bisogno, e che i Pisani ebbero l'accortezza d'esporre sulla pubblica piazza, perchè a tutti fosse nota l'assistenza che il loro stato aveva ricevuto e si facessero a sperar bene. In pari tempo Alessandro Negroni fu mandato a Pisa con autorità di chiamare in ajuto de' Pisani, qualunque volta lo credesse necessario, tutti i limitrofi abitanti della Liguria. Finalmente furono prese le convenienti misure per mantenere in servigio dei Pisani, ma a spese delle tre repubbliche di Genova, di Siena e di Lucca dugento uomini d'armi, dugento cavalleggeri ed ottocento pedoni, de' quali fu dato il comando a Giacomo d'Appiano, signore di Piombino, ed a Giovanni Savelli[266].

Gli stessi Pisani avevano preso al loro soldo Lucio Malvezzi, emigrato bolognese, che, dai Bentivoglio acerbamente perseguitato, aveva trovato protezione presso il duca di Milano[267]. Il Malvezzi era buon capitano, ed aveva seco condotti circa trecento soldati veterani. Questi attaccò i Fiorentini, che assediavano Buti, sforzandoli a chiudersi in Bientina. Vero è che poco dopo i Fiorentini avevano in ricambio costretti i Pisani a ritirarsi dall'assedio di Librafratta poi ch'ebbero sotterrati i cannoni che vi avevano condotti. Allora i Fiorentini si erano sparsi per la valle del Serchio, ed avendo occupati i bagni di Pisa minacciavano perfino i sobborghi della città. Lucio Malvezzi che vi si era ritirato, fece suonare a stormo; e, rinforzata la sua armata con tutto il corpo della milizia pisana, venne ad attaccare i Fiorentini lungo il canale derivato dal Serchio, gli sgominò, cacciandoli fino a Librafratta, dove ricuperò i suoi cannoni, e tornò trionfante a Pisa, con molti prigionieri e cavalli[268].

I Fiorentini eransi ritirati attraverso allo stato di Lucca: Lucio Malvezzi gl'inseguì, ed avendo, prima che vi giugnessero i nemici, fatto occupare da un distaccamento il ponte del Serchio, li pose tra due fuochi. La cavalleria, condotta da Ercole Bentivoglio avea potuto per altro fuggire passando il fiume a nuoto, e dopo essersi posta in sicuro a Monte Carlo, era poi tornata ad occupare il suo accampamento a Pontadera; ma i fanti furono quasi tutti uccisi o fatti prigionieri[269].

Mentre che i Fiorentini continuavano la guerra contro i Pisani con sì mala riuscita, una nuova ribellione de' loro sudditi accrebbe la loro inquietudine. Il 26 marzo del 1495 la potente borgata di Montepulciano scosse il giogo della signoria[270]. I Fiorentini avevano in ogni grossa terra del loro territorio una fortezza che sempre aveva una porta esterna per ricevere i soccorsi. In ciascuna fortezza non tenevano che quattro o cinque soldati, che cautamente vi si chiudevano e facevano rigorosa guardia; questi quattro uomini bastavano per difendere la piazza quarantotto ore in caso di ribellione della borgata, o d'impreveduto attacco, e la signoria di Firenze non aveva bisogno che facessero più lunga resistenza per avere il tempo di soccorrerli. Ma le quattro guardie della fortezza di Montepulciano non si erano prese il pensiero di rifare i loro approvvigionamenti; inoltre, male osservando la loro consegna, tre di loro talvolta uscivano insieme, ed un solo restava in castello per chiudere ed aprire la porta. Gli abitanti di Montepulciano, malcontenti del governo fiorentino, della gravezza delle imposte e dell'alterazione delle monete, risolsero di porsi in libertà sotto la protezione de' Sienesi. Si accordarono adunque coi magistrati di quella repubblica, colla quale confinavano; indi cogliendo l'istante in cui tre de' soldati del castello erano usciti, vi chiusero il quarto, spingendolo nella principal torre, lo atterrirono e lo ridussero ad arrendersi entro un'ora[271]. Allora si diedero ad atterrare la fortezza, che non poteva servire che a tenerli dipendenti, ed intanto spedirono deputati ai Sienesi per porsi sotto la loro protezione. I Sienesi, sebbene legati coi Fiorentini da precedenti trattati, non si mostrarono difficili ad accoglierli. Si obbligarono a ricevere Montepulciano sotto la loro perpetua protezione, ed a trattare gli abitanti come confederati, non come sudditi; e tosto mandarono alcune truppe in loro ajuto[272].

I Fiorentini, che si erano sinceramente attaccati all'alleanza della Francia, e che, dietro le esortazioni di Savonarola, continuavano a mantenersele fedeli, malgrado i motivi di malcontento che loro dava il re, mandarono deputati a Napoli, a Carlo VIII, per chiedergli la guarenzia de' loro dominj, in conformità degli obblighi che si era assunti nel trattato, e perchè obbligasse i Sienesi, suoi alleati, a rendere loro una borgata ed il suo territorio, che avevano ingiustamente occupati. Ma Carlo rispose loro con un amaro sarcasmo: «Che posso io fare in vostro favore, se così voi maltrattate i vostri sudditi che tutti si ribellano[273]

Non meno che le parole, le azioni di Carlo mostravano quanto facesse poco conto del suo trattato coi Fiorentini, e dell'appoggio loro, mentre contro di lui si andava condensando un turbine nella parte settentrionale dell'Italia. Gli ambasciatori pisani, ch'erano a Napoli, da lui ottennero seicento soldati tra Svizzeri e Guasconi, che giunsero a Pisa sopra una nave di trasporto, e che in aprile ricominciarono l'assedio di Librafratta, di cui s'impadronirono. Lucio Malvezzi riprese press'a poco tutti i castelli de' Pisani che aveva dovuto prima abbandonare[274]. Aveva occupato la fortezza della Verrucola, la quale, essendo posta sopra la più orientale sommità della montagna che divide dal Pisano il territorio Lucchese, signoreggia la Val d'Arno, e scuopre tutto il piano pel quale i Fiorentini potevano avvicinarsi a Pisa. Questa posizione dava al Malvezzi il vantaggio di conoscere tutti gli andamenti del nemico e di prevenirne i progetti. Francesco Secco, generale fiorentino, si apparecchiava ad attaccare Verrucola, ma il Malvezzi lo sorprese a Buti, sgominandogli l'armata e facendogli molti prigionieri. Occupò poscia san Romano e Montopoli; ed i Fiorentini, vedendo le bandiere francesi tra le truppe nemiche, non vollero battersi contro di loro, ed abbandonarono Pontadera e tutto il territorio pisano[275].

L'antico attaccamento de' Fiorentini per la corona di Francia veniva indebolito da tante ingiurie e da così costante mancamento di fede. Nello stesso tempo tutta l'Italia si muoveva contro i Francesi, ed i deputati di Venezia e di Milano pressavano i Fiorentini ad unirsi alla causa dell'indipendenza d'Italia[276]; vi sarebbero senza dubbio riusciti, se Girolamo Savonarola non avesse colle sue profetiche ammonizioni accresciuto il timore che aveva la signoria per trovarsi la prima in sul passaggio dell'armata francese al suo ritorno. Già da più anni il Savonarola aveva annunciato che una straniera invasione cagionerebbe la ruina d'Italia. Allorchè apparve Carlo VIII aveva dichiarato essere costui il monarca scelto da Dio per gastigare i malvagi e per riformare la Chiesa[277]. Proseguiva a dire che sebbene Carlo VIII non avesse soddisfatto all'incarico impostogli dalla divinità, era però sempre il suo inviato; che Dio continuerebbe a condurlo quasi per mano, liberandolo da tutte le difficoltà in cui si era posto[278]. Cotali profezie, ripetute con tanta asseveranza dal pulpito, venivano pienamente credute dal popolo e dai capi della repubblica. Firenze più non era omai diretta da una politica umana, ma a seconda delle rivelazioni che credeva di ricevere dal cielo; ed il riformatore italiano esercitava sulla repubblica fiorentina quell'influenza che cinquant'anni dopo ebbe il riformatore francese sulla repubblica di Ginevra. Savonarola e Calvino avevano press'a poco gli stessi principj, ed univano egualmente la religione alla politica; ma il Savonarola coll'immaginazione del mezzodì e coll'ardore del suo carattere credeva di ricevere immediatamente dalla divinità quelle ispirazioni che gli venivano dalle sue riflessioni e dalle sue cognizioni. Questa stessa immaginazione signoreggiava troppo la sua ragione, perchè gli venisse in pensiero di assoggettare a disamina il corpo della religione. Limitava la sua riforma all'organizzazione della Chiesa, alla purificazione de' costumi, senza avere mai voluto introdurre veruna variazione nella sua fede.

Gli altri stati d'Italia, la di cui politica non era diretta dalle profezie e dalle prediche di un uomo che credevasi inviato da Dio, non avevano potuto vedere senz'estrema inquietudine l'inaudita prosperità de' Francesi, la conquista di Napoli, fatta senza venire a battaglia, e il subito rovesciamento di quella casa di Arragona che per tanto tempo aveva inspirato terrore a tutti gli stati italiani, ed era scomparsa al primo soffio di contraria fortuna. L'arroganza de' Francesi accresceva quest'inquietudine; siccome la loro mal dissimulata ambizione stendevasi a tutta l'Italia, essa rendeva precaria l'esistenza di tutti i sovrani. Il duca d'Orleans, rimasto in Asti, apertamente manifestava le sue pretese sullo stato di Milano, e minacciava Lodovico il Moro, mentre Carlo VIII a Napoli pareva che a bella posta cercasse d'accrescere la diffidenza di questo suo primo alleato. Erasi Carlo affezionato Gian Giacopo Trivulzio, personale nemico dello Sforza, e proscritto come ribelle dallo stato di Milano, e lo avea preso al suo soldo con cento lance. Erasi pure affezionato con larghe promesse il cardinale Fregoso ed Ibletto de' Fieschi, i due capi degli emigrati genovesi, nemici dello Sforza; per ultimo aveva ricusato a Lodovico il Moro il principato di Taranto, già solennemente promesso, dichiarando di non essere tenuto a dargliene il possesso che dopo che tutto il regno di Napoli sarebbe a lui subordinato[279].