STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO XIII.


ITALIA
1819.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO XCIX.

Negoziazioni di Lodovico XII in Italia. — Continuazione della guerra di Pisa; questa città, abbandonata dai Veneziani, continua a difendersi. — I Francesi conquistano il ducato di Milano. — Lodovico Sforza vi rientra dopo cinque mesi, ma per tradimento degli Svizzeri è fatto prigioniere a Novara.

1498 = 1500.

Nell'istante in cui il Savonarola, abbandonato dal favore popolare, vedeva cambiarsi in accuse contro di lui quelle rivelazioni con cui aveva in Firenze pasciuti i suoi seguaci, pareva che la più importante sua profezia avesse adesso compimento. Aveva predetto a Carlo VIII che Dio lo aveva scelto per liberare l'Italia dai suoi tiranni e per riformare la Chiesa; dopo ciò mai non aveva lasciato di rimproverargli a nome del cielo irritato la lentezza sua nell'esecuzione di questa grand'opera, e di minacciargli un esemplare gastigo. Il Savonarola aveva cercato di far risguardare come principio di tale gastigo la successiva morte di due delfini, che Carlo VIII perdette in tenera età; ma un nuovo gastigo, diceva egli, minacciava tuttavia il monarca abbandonato in preda ai piaceri, e nello stesso giorno in cui doveva fare sulla piazza di Firenze la terribile prova della sua dottrina, mandando il suo discepolo, Domenico Buonvicini, in mezzo alle fiamme, il 7 aprile del 1498, vigilia della domenica delle Palme, Carlo VIII fu colpito da apoplessia nel suo palazzo d'Amboise, e non si potendo trasportare fuori della galleria in cui allora si trovava, passaggio lordo d'immondezze ed il più indecente luogo di quel palazzo, dice il Comines, fu steso sopra un letto di paglia, ove morì entro nove ore[1].

Carlo VIII non lasciava figli, e la sua corona passava al duca d'Orleans il più vicino principe del sangue. Era questi nato a Blois, il 27 di giugno del 1462; era figlio di Carlo, nipote di Lodovico, lo sposo di Valentina Visconti e pronipote di Carlo V. Questo principe quantunque genero di Lodovico XI, ed il più prossimo erede del trono aveva passati i suoi giorni fra le sciagure; si era più volte fatto capo dei partiti malcontenti della Francia, aveva a vicenda sofferti i mali della prigionia e dell'esilio, ed aveva dalla fortuna avuta la sola educazione, che possa far conoscere ai re la condizione degli altri uomini. Era giunto ai trentasei anni quando salì sul trono sotto il nome di Lodovico XII, e sebbene non fosse provveduto di una mente assai vasta e capace di lunga applicazione, sebbene avesse manifestata la propria debolezza col continuato bisogno di un favorito; non pertanto ispirava agli stati limitrofi maggiore considerazione e timore assai che non Carlo VIII, di cui ne avevano conosciuta l'instabilità e l'inapplicazione[2].

Ma più che a tutt'altri, salendo sul trono Lodovico XII, poteva incutere timore agl'Italiani. Egli aveva sempre cercato di far valere i diritti sul ducato di Miliano di sua ava, Valentina Visconti. Affinchè questi pretesi diritti fossero valutabili sarebbe stato necessario che la sovranità di Milano stata fosse uno stato necessariamente ereditario di padre in figli, e non già una signoria italiana, nella quale il diritto del principe non aveva verun altro fondamento fuorchè il presunto assenso del popolo; sarebbe stato inoltre necessario che questa eredità potesse cadere in una femmina, lo che non era meno contrario al diritto pubblico francese che all'italiano. Carlo, duca d'Orleans, padre di Lodovico XII, ora prigioniero de' francesi, ora capo di parte nelle guerre civili della Francia, non aveva potuto fare colle armi esperienza de' suoi diritti, ed era morto lasciando suo figliuolo in età di tre anni. Intanto Lodovico XI si era collegato cogli Sforza; Carlo VIII aveva conservata la medesima alleanza, e lungi dall'appoggiare le pretese di suo cugino sul ducato di Milano, allorchè fece l'impresa d'Italia, aveva più che in tutt'altro riposte le sue speranze nell'ajuto di Lodovico il Moro, figliuolo di Francesco Sforza. Dopo avere sperimentata la mala fede di questo principe, non aveva pure valuto privarlo d'ogni speranza di riconciliazione, mentre nello stesso tempo si era invece dato a conoscere diffidente e geloso del duca d'Orleans, allorchè questi, dimorando in Asti, aveva minacciato d'invadere il Milanese. Ma montando sul trono Lodovico XII, non tardò a manifestare l'intenzione di far valere le pretese che non gli si era permesso per tanto tempo di mandare ad effetto. Al titolo di re di Francia aggiunse quelli di duca di Milano e di re delle due Sicilie e di Gerusalemme, e non dissimulò le sue intenzioni di sostenere questi titoli con tutte le forze d'una potente monarchia[3].

Era di que' tempi l'Italia da tante passioni agitata, che questa seconda invasione de' Francesi, la quale, dopo i mali prodotti dalla prima, doveva essere da tutti temuta, nutriva per lo contrario le speranze di molti potenti stati; di modo che prima d'intraprenderla Lodovico XII trovò il mezzo di variare il sistema delle alleanze del suo predecessore, e di guadagnarsi utili cooperatori per le meditate conquiste.

La guerra di Pisa rimasta accesa, come una fiaccola destinata ad eccitare un nuovo incendio, aveva più che ogni altra circostanza contribuito a cambiare le inclinazioni de' diversi partiti. Aveva questa guerra ruinati i Fiorentini, facendo loro provare tutta la mala fede di Carlo VIII e de' suoi luogotenenti, e lasciando nel cuor loro vivissimo rincrescimento di avere data fede alle promesse della Francia. La stessa guerra, dopo di avere solleticate le speranze di Lodovico il Moro, più non prometteva che ai suoi rivali il prezzo cui egli stesso aspirava. Trovavasi per la seconda volta deluso dai propri calcoli, seguendo quell'astuta politica di cui tanto si gloriava; ed omai cominciava a desiderare un ravvicinamento coi Fiorentini per iscacciare di Pisa i Veneziani, dopo avere in qualche modo posta egli medesimo questa città nelle loro mani. Dall'altro canto i Veneziani, che si davano il vanto di avere due volte salvato il Moro, erano così sdegnati di quella che dicevano sua ingratitudine, che per vendicarsi di lui erano disposti a commettere lo stesso errore ch'era stato così aspramente rimproverato al Moro, ed a provocargli contro un antagonista di loro e di lui più potente[4].

Infatti non ebbero appena avviso della morte di Carlo VIII, che ordinarono al segretario della loro repubblica, residente in Torino, di recarsi alla corte del suo successore, il quale fu bentosto seguito da tre ambasciatori, incaricati di scusarsi delle precedenti ostilità, e di fargliele risguardare come una conseguenza di una contesa terminata colla morte dell'ultimo re. Il papa, che circa lo stesso tempo aveva determinato di sciogliere suo figlio, Cesare Borgia, dagli ordini sacri, e di farlo passare dal grado di cardinale a quello di principe temporale, colse dal canto suo con premura quest'occasione di eccitare nuove guerre, e di vendere ad un possente alleato tutto l'appoggio della sua temporale sovranità e tutte le grazie spirituali ch'erano in suo arbitrio. Sapeva che il re di Francia aveva di lui bisogno per soddisfare alle sue passioni ed alla sua politica; che, trovandosi da vent'anni ammogliato con una figlia di Lodovico XI, che mai non aveva amata, desiderava di fare da lei divorzio; che, da gran tempo avendo concepita una calda passione per la vedova del suo predecessore, desiderava di sposarla e di conservare con tal mezzo la Bretagna alla Francia. Alessandro VI era il solo che potesse sanzionare questo divorzio, e questa nuova unione; incaricò i suoi ambasciatori di farne l'offerta al re di Francia, contando di vendere a caro prezzo lo scandalo che con tale atto darebbe alla Cristianità. Dal canto loro i Fiorentini mandarono ambasciatori a Lodovico XII per rinnovare l'antica loro alleanza, e ricordargli tuttociò che avevano di fresco sofferto per essersi conservati fedeli alla causa della Francia. Tutti questi ambasciatori furono dal nuovo re egualmente ben accolti, e con tutti aprì negoziazioni, ma con fermo proposito di non fare l'impresa d'Italia senza avere preventivamente posti in sicuro i confini della Francia con nuove convenzioni con tutti i suoi vicini[5].

Infatti consacrò il primo anno del suo regno alle cure dell'interna amministrazione de' suoi stati, ed alle negoziazioni esterne che rimasero sepolte nel silenzio del gabinetto. Soltanto si potè conoscere che quelle che manteneva col papa avevano avuto il felice risultamento di ravvicinare strettamente le due corti, quando si vide Giorgio d'Amboise, favorito di Lodovico XII ed arcivescovo di Roven, ricevere il 17 di settembre il cappello cardinalizio. Nel susseguente mese Cesare Borgia rinunciò in pieno concistoro la romana porpora, protestando la violenza fattagli da suo padre per farlo entrare negli ordini ecclesiastici; partì in appresso alla volta della Francia per trattare a nome di Alessandro intorno al divorzio del re. Poco mancò per altro che per avere adoperata soverchia accortezza non perdesse il prezzo cui sperava di vendere questa grazia. Pretese di non avere seco portata la bolla del papa che annullava il precedente matrimonio di Lodovico, il quale, avvisato dal vescovo di Cettes che la bolla era stata spedita, invece di fare istanza perchè fosse a lui consegnata, il 12 dicembre del 1498 fece pronunciare dai giudici ecclesiastici da lui dipendenti la sentenza di divorzio, e l'8 marzo del 1499 passò a seconde nozze con Anna di Bretagna. Allora Cesare Borgia cercò di riconciliarsi col re, di sottoscrivere il trattato che si andava tra di loro discutendo, e di rimettergli la bolla di suo padre, ricevendo in ricompensa da Lodovico il ducato di Valenza nel Delfinato, onde prese il titolo di duca Valentino, invece di quello di cardinale vescovo di Valenza in Ispagna che aveva fin allora portato. Ma egli più non perdonò al vescovo di Cettes lo aver rivelato al re il suo segreto, e l'avergli fatto in pari tempo conoscere, che quand'era spedita la bolla, sebbene a lui non consegnata, la sua coscienza doveva essere pienamente tranquilla. Il vescovo di Cettes morì poco dopo avvelenato dal Borgia[6].

Mentre che Lodovico XII formava in Italia nuove alleanze, e si apparecchiava a portarvi le sue armi, in Toscana si continuava la guerra. Questa aveva ricominciato intorno a Pisa in ottobre del 1497, all'epoca in cui cessava l'armistizio stipulato dai re di Francia e di Spagna, senza che per altro fino al maggio del 1498 producesse avvenimenti di qualche importanza. In tale epoca i Pisani spedirono Giacomo Savorgnano, capitano veneziano al loro soldo, nello stato di Volterra per saccheggiarlo. Desso ritornava da questa spedizione alla volta di Pisa, carico di bottino, con settecento cavalli e mille pedoni, quando presso san Regolo fu attaccato dal conte Rinuccio da Marciano e da Guglielmo de' Pazzi, generali dei Fiorentini. Il Savorgnano fu sconfitto, ma, nel mentre che i vincitori stavano saccheggiando i suoi equipaggi, furono attaccati da Tommaso Zeno, che giugneva allora da Pisa con soli cento cinquanta cavalli, e che, trovandoli disordinati, liberò i prigionieri, ricuperò il bottino, e fece grande uccisione dei nemici[7]. In questo fatto i Fiorentini perdettero molta gente, e perchè i loro generali reciprocamente s'incolpavano di questa disgrazia, il sei di giugno la repubblica diede il comando delle sue forze ad un capo più rinomato, ma la cui ambizione poteva inspirar loro maggiori timori: fu questi Paolo Vitelli di città di Castello, il quale aveva opinione di avere imparato nell'armata francese tuttociò che gli oltremontani sapevano nell'arte della guerra[8]. La stessa disfatta consigliò Lodovico il Moro a soccorrere efficacemente i Fiorentini, per impedire che facessero la pace, acconsentendo che i Veneziani si stabilissero in Pisa. Spedì loro tre cento alabardieri; prese al suo soldo in comune con loro Gian Paolo Baglione, signore di Perugia, ed il signore di Piombino, e loro sovvenne in diverse volte tre cento mila ducati[9].

I Veneziani tenevano in allora in Pisa sotto gli ordini di Marco Martinengo quattrocento uomini d'armi, ottocento Stradioti e due mila fanti. Non avevano fin allora incontrata difficoltà veruna nel far giugnere rinforzi a quest'armata; ma il duca di Milano, scopertamente abbracciando l'alleanza de' Fiorentini, chiuse il passo alle truppe destinate contro di loro: inoltre persuase Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, a fare lo stesso, ed il suo esempio fu seguito da Catarina Sforza, madre di Ottaviano Riario, signore d'Imola e di Forlì, e dalla repubblica di Lucca; così fu chiusa alle truppe veneziane la più diretta strada a Pisa pel Ferrarese pel Modonese e per lo stato di Lucca: oltre di che il duca di Milano si era incaricato di ridurre i Genovesi a non accordare il passaggio ai nemici de' suoi alleati[10]; la strada di Romagna sembrava egualmente chiusa dal Bentivoglio e dal Riario; ma siccome questi piccoli principi potevano temere di compromettersi colla potente repubblica di Venezia, i Fiorentini, per impedire che si prendessero a ritroso i loro confini, vollero pure guadagnarsi la neutralità di Siena, onde non avere verun vicino nemico. Sottoscrissero una tregua di cinque anni con Pandolfo Petrucci, che col solo favore della guarnigione di Siena, di cui era capitano, si usurpava la tirannia di quella repubblica[11].

I Fiorentini, dopo di avere tolta ai Pisani ogni comunicazione coi loro alleati, spedirono contro di loro Paolo Vitelli con forze superiori a quelle comandate dal Martinengo, il quale fu malmenato assai in un'imboscata presso Cascina; egli perciò abbandonò la campagna, ed il Vitelli, avanzandosi lungo la destra riva dell'Arno, prese i castelli di Buti, di Calcinaja, di Vico Pisano e la Vallata di Calci, che di tutto il territorio Pisano è la più ricca contrada e la più facile a difendersi, perchè fortificata dagli scoscendimenti dei monti di san Giuliano e dalle acque del lago di Bientina[12].

I Veneziani, che avevano accolti i Pisani sotto la loro protezione, avevano ad ogni modo determinato di non lasciarli privi de' loro soccorsi. Vero è che non restava loro aperta veruna strada fino al territorio pisano, ma quella non era chiusa che metteva ai confini di Firenze. Il signore di Faenza aveva riconosciuta la loro protezione, e non poteva loro ricusare il passaggio per Valle di Lamone da lui dipendente. Carlo Orsini e Bartolommeo d'Alviano, partendo dalla Romagna veneziana, giunsero per tale strada fino a Marradi, rocca assai forte che loro chiudeva l'ingresso della Romagna toscana. Pietro e Giuliano dei Medici, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro patria, perchè speravano di rientrarvi col favore delle armate straniere, erano passati nel campo de' Veneziani, ed avevano promesso ai loro capi che troverebbero traditori fra i comandanti fiorentini de' castelli dell'Appennino, non potendo essere che non si abbattessero in qualche antico partigiano della loro famiglia. Infatti la terra di Marradi, sotto la quale si presentarono in settembre, aprì loro le porte senza resistenza; ma la rocca, chiamata Castiglione, che signoreggia e chiude la via della Toscana, fu ostinatamente difesa da Dionigi Naldo, con che si diede tempo ai Fiorentini di adunare su quel punto le truppe destinate a proteggerli[13].

Mentre che l'armata veneziana era trattenuta negli Appennini, quella de' Fiorentini, comandata da Paolo Vitelli, proseguiva prosperamente le sue operazioni contro Pisa, ed in sul cominciare d'ottobre conquistò Librafratta[14]. I generali veneziani cercavano di penetrare sollecitamente in Toscana per soccorrere i Pisani: tentavano tutte le vie, ma tutte le trovavano chiuse da gagliarde rocche. All'ultimo un piccolo signore feudatario, Ramberto di Sogliano, di un ramo cadetto della casa Malatesta, aprì loro il castello da lui posseduto ai confini tra lo stato d'Urbino ed il Casentino[15]; Bartolommeo d'Alviano approfittò colla celerità sua propria del passaggio accordatogli. In una sola notte, per la via di Sogliano, si recò da Cesena all'Abbazia di Camaldoli, dove arrivò mentre i monaci cantavano il mattutino senza credersi esposti a verun pericolo. Assicurano i monaci che san Romualdo, fondatore del loro convento, li difese, e che fu veduto, finchè durò l'assalto, lanciare con vigorosa mano mattoni contro gli assalitori. Per lo contrario i Veneziani sostengono di essersi impadroniti del convento, e certo è almeno che non trattenne l'Alviano[16]. Questi mandò immediatamente, come venisse dai dieci della guerra, un falso avviso a Bibbiena di apparecchiare l'alloggio per cinquanta cavalieri dell'armata del Vitelli, e tenendo dietro immediatamente al messo, entrò in Bibbiena il 15 di ottobre con cento uomini d'armi, prima che il paese sapesse ch'egli aveva passati i confini, e fu ricevuto in quella terra murata come capitano fiorentino. Lo seguiva da vicino il grosso dell'armata veneziana, e Carlo Orsini assicurò con ottocento cavalli una conquista, che l'Alviano doveva non meno all'inganno che alla sua intrepidezza[17].

Bartolommeo d'Alviano aveva sperato di spingere più oltre questi suoi primi vantaggi, e di occupare senza grande difficoltà il castello di Poppi, che in sua mano sarebbe diventato la chiave di Val d'Arno e dell'Aretino, e gli avrebbe dato modo di scendere finalmente nelle pianure della Toscana; ma Antonio Giacomini, uno de' più valorosi e risoluti cittadini fiorentini, trovavasi in allora commissario a Poppi, e fece andare a vuoto l'ardita intrapresa dell'Alviano[18].

L'autunno era di già innoltrato, e la guerra trovavasi trasportata nella più aspra e più montuosa provincia della Toscana; paese sterile, chiuso da strette gole, e le di cui montagne erano coperte di alte nevi. Paolo Vitelli, premurosamente chiamatovi dai Fiorentini, e che non aveva lasciato nella campagna di Pisa che le guarnigioni delle conquistate fortezze, era altrettanto cauto e metodico, quanto l'Alviano impetuoso. Aveva sotto di lui Fracassa Sanseverino, mandato dal duca di Milano, e Rinuccio di Marciano. La sua armata, cui i Fiorentini spedivano continui rinforzi, si trovò bentosto più numerosa di quella de' Veneziani, che pure contava, sotto Carlo Orsini, Bartolommeo d'Alviano ed il duca d'Urbino, settecento uomini d'armi e sei mila fanti, tra i quali si trovavano alcune compagnie di Tedeschi. Ma il Vitelli aveva fissato di non venire a battaglia, potendo più facilmente trionfare de' nemici col chiuderli nello sterile paese che in allora abitavano. Con tale vista occupò i passi dell'Avernia, di Chiusi e di Montalone, pei quali l'armata veneziana poteva avere comunicazione colla Romagna, ed afforzò Arezzo e tutte le gole del Casentino. Dalla banda della Toscana, eccitò i contadini ad armarsi, e a porsi ovunque in su le difese contro i nemici: per tal modo, sempre più rinserrandoli entro augusti confini, gli espose bentosto a mancare di vittovaglie e di foraggi[19].

Con ciò l'armata che i Veneziani avevano spedita in Toscana, per far levare l'assedio di Pisa, trovavasi assediata; ed il duca d'Urbino lungi dal poter liberare Marco Martinengo, siccome portavano le sue commissioni, aveva invece bisogno di essere liberato egli medesimo. La repubblica non perdette tempo ad occuparsene, e mandò a Ravenna, in principio del 1499, il conte Niccola di Pitigliano per ragunarvi un'altra armata. Tosto che questi ebbe sotto i suoi ordini quattro mila fanti si avanzò ad Elci, rocca situata ai confini del ducato d'Urbino, con intenzione di penetrare da quella banda nel Casentino e liberare l'armata assediata. Ma il Vitelli venne ad accamparsi in faccia al Pitigliano, a Pieve di santo Stefano, per chiudergli il passo. Le due repubbliche, egualmente stancheggiate dalle enormi spese di una ruinosa guerra, affrettavano i loro generali di venire ad una decisiva battaglia; ma i due capitani, Pitigliano e Vitelli, educati secondo il cauto sistema della scuola militare italiana, chiusero le orecchie a tutte le istanze che loro si facevano, e non vollero affidare la propria riputazione all'incerto esperimento di una battaglia[20].

E a dir vero le due repubbliche avevano le più gagliarde ragioni di allontanarsi nella presente circostanza dalla consueta loro prudenza, e di porre in balìa di una dubbiosa battaglia la sorte loro. Ognuna sperava, ottenendo la vittoria, di fare la pace a più vantaggiose condizioni, ed ognuna sentiva che, anche soffrendo una sconfitta, a tanta distanza dalla capitale ed in paese così facile a difendersi, la sua esistenza non sarebbe altrimenti compromessa. Forse ambedue avrebbero piuttosto desiderato che una sconfitta le forzasse a rinunciare alle loro pretese, anzi che continuare con poca speranza una ruinosa interminabile contesa. I Veneziani erano impazienti di liberare le loro tre armate ridotte all'immobilità in Pisa, a Bibbiena e ad Elci; i Fiorentini non desideravano meno di licenziare il loro generale Paolo Vitelli, contro del quale avevano concepiti gagliardi sospetti. Aveva questi di fresco accordato un salvacondotto al duca di Urbino, che era ammalato, e Giuliano dei Medici aveva approfittato di tale salvacondotto per uscire di Bibbiena col duca, onde i Fiorentini si erano amaramente lagnati che un ribelle della loro repubblica, assediato dalla loro armata, fosse stato sottratto dal proprio loro generale al gastigo comminatogli dalle leggi[21].

Le due repubbliche erano ancora più bramose della pace che della battaglia, e due potenti mediatori si offrirono contemporaneamente per trattare fra di loro. Da un canto Lodovico XII cercava di avere l'alleanza sì dell'una che dell'altra repubblica; e per riconciliarle chiedeva che Pisa si depositasse nelle sue mani, promettendo segretamente ai Fiorentini di rendere loro quella città, ed ai Veneziani di procurar loro larghi compensi nello stato di Milano[22]. Dall'altro canto Lodovico il Moro, affrettando i Fiorentini a riconciliarsi coi Veneziani, sperava con tal mezzo di rappacificarsi egli medesimo cogli ultimi. Vedeva il re di Francia tener dietro ai progetti manifestati ne' primi giorni del suo regno d'invadere la Lombardia, era informato delle negoziazioni di quel monarca col papa, della sua nuova alleanza col re d'Inghilterra e della tregua convenuta per più mesi con Massimiliano, senza che questi, in conformità della sua promessa, vi avesse fatto comprendere il ducato di Milano; nello stato di guerra tutto doveva il Moro temere dal risentimento de' suoi vicini; ma se giugneva a ristabilire la pace in Italia, poteva sperare che la repubblica di Venezia, tornando a più prudenti consiglj, abbandonerebbe i progetti di vendetta troppo per lei medesima pericolosi[23].

Avendo Lodovico XII rinunciato alle parti di mediatore per unirsi più strettamente alla repubblica di Venezia, i Fiorentini, che vivamente desideravano la pace, diedero perciò più facile orecchio ai consiglj di Lodovico il Moro. Dal canto loro i Veneziani, che secretamente si apparecchiavano ad una guerra contro il duca di Milano, che sapevano che i Turchi armavano per attaccare i loro possedimenti nella Grecia, che per ultimo erano inquietati dalle strane pretese e dalle minacce di Massimiliano, sebbene accostumati a vederle sfumare, non vollero essere distratti dalla guerra di Pisa in circostanze che potevano diventare più difficili. Gli affari di Pisa si passarono dal consiglio de' pregadi a quello de' dieci, risguardato siccome meno accessibile alle generose passioni, ed assai più dominato dalla sola politica. Questo consiglio, accettando la proposizione fatta da Lodovico il Moro, sottoscrisse un compromesso, in forza del quale riponeva tutti i diritti della repubblica in mano d'Ercole d'Este, duca di Ferrara, suocero del duca di Milano, il quale obbligò pure i Fiorentini ad accettare lo stesso arbitro: e furono accordati otto giorni per proferire la sentenza tra le due repubbliche, che si obbligarono ad assoggettarvisi[24].

Il 16 aprile del 1499 il duca di Ferrara pronunciò la sentenza tra le due repubbliche che l'avevano scelto per arbitro. Obbligò i Veneziani a ritirare prima della prossima festa di san Marco tutte le loro truppe dal territorio pisano, da Bibbiena e dal Casentino; ed ingiunse ai Fiorentini di pagare per dodici anni ai Veneziani, a titolo delle spese della guerra, quindici mila ducati all'anno. Volle ancora che i Fiorentini accordassero un'illimitata amnistia agli abitanti di Bibbiena e di Pisa, e che agli ultimi accordassero inoltre la licenza d'esercitare, siccome i Fiorentini, ogni specie di mercatura tanto per mare quanto per terra; che lasciassero ai Pisani le loro fortezze, a condizione d'ottenere l'assenso della signoria fiorentina per tutti i capitani che prenderebbero al loro servigio, e di ridurre le guarnigioni al numero de' soldati che vi tenevano i Fiorentini prima della ribellione. Il duca di Ferrara ordinò pure che i giudizj civili si pronuncierebbero in Pisa da un podestà forestiere scelto dagli stessi Pisani in un paese alleato di Firenze, e che le sentenze criminali si farebbero dal capitano di giustizia fiorentino, ma sotto l'ispezione d'un assessore nominato dal duca di Ferrara[25].

Potrebbe risguardarsi come prova dell'imparzialità del duca di Ferrara il generale malcontento eccitato da questo arbitramento. Altra sentenza mai non venne accolta tanto sfavorevolmente da tutte le parti. I Veneziani, vergognandosi di mancare apertamente a tutti gli obblighi contratti coi Pisani, non vollero che un atto pubblico potesse far prova della loro mala fede, e sebbene eseguissero la sentenza, e richiamassero dalla Toscana nel fissato termine le loro truppe, non acconsentirono giammai ad assoggettarvisi formalmente. Dolevansi i Fiorentini, che loro non venisse restituita Pisa, finchè lasciavansi le fortezze in mano ai loro sudditi ribelli, e che fossero ingiustamente condannati a pagare le spese d'una guerra, nella quale erano stati attaccati senza avere provocati i nemici. Pure accettarono espressamente la sentenza arbitramentale; ma la loro accettazione rimase senza effetto; perchè i Pisani, risguardando tutte le guarenzie loro offerte dal duca di Ferrara come facili ad eludersi, e preferendo la morte alla servitù, ricusarono di sottomettersi, e quantunque da tutti abbandonati, protestarono di volere difendersi, affrettandosi a far uscire dalla loro città e fortezze le truppe veneziane per paura che non le consegnassero ai loro nemici[26].

Quando i Fiorentini ebbero avviso della risoluzione presa dai Pisani di continuare a difendersi, richiamarono dal Casentino Paolo Vitelli colla sua armata, e lo mandarono contro Pisa, che a loro credere non poteva fare lunga resistenza. Lodovico il Moro, sempre più atterrito dagli apparecchj di guerra che facevano i Francesi, come aveva eccitati i Fiorentini ad accettare l'arbitramento del duca di Ferrara, eccitava non meno i Pisani ad accomodarvisi, e faceva ogni sforzo per ristabilire la pace in Toscana, ed assicurarsi i soccorsi di quella provincia; ma non trovava chi gli credesse. Rammentavansi i Pisani, che sotto colore di proteggere la loro libertà egli aveva tentato d'insignorirsi della loro città; ed i Fiorentini lo avevano sospetto di covare tuttavia questi progetti, e d'incoraggiare segretamente i loro nemici a fare resistenza. Perciò gli uni e gli altri, chiudendo le orecchie a' suoi consiglj, ed abbandonando la Lombardia alle rivoluzioni che dovea destarvi una nuova invasione, ricominciarono le ostilità fra di loro con maggiore accanimento di prima.

Il 25 di giugno Paolo Vitelli si unì al conte Rinuccio di Marciano sotto Cascina, che fu subito attaccata con tanto vigore, che dopo 26 ore questa ragguardevole terra dovette capitolare[27]. Le deboli guarnigioni pisane che tuttavia occupavano la torre di Foce d'Arno ed il ridotto dello Stagno si ritirarono alla prima intima che venne loro fatta, onde più non restavano ai Pisani in tutto il loro territorio che la fortezza della Verrucola, e la piccola torre d'Ascagno. Invece d'attaccarle, Paolo Vitelli credette opportuno l'istante di cominciare l'assedio della stessa città. Il primo di agosto si avanzò a tracciare il suo campo sotto le mura di Pisa, seco conducendo tanta cavalleria che bastava anche sola a tenere la campagna, una formidabile artiglieria e diecimila pedoni. Fece sapere alla signoria di Firenze, che dietro i suoi calcoli l'assedio non poteva durare più di quindici giorni. Le mura di Pisa non erano circondate da fosse, nè sostenute da terrapieni, ma tanta era la grossezza loro e la tenacità del cemento, che ben potevano più d'ogni altra muraglia resistere ai guasti dell'artiglieria. I Pisani non avevano al loro soldo verun altro capitano forastiere che Gurlino Tombasi, valoroso ufficiale ravennate, che aveva abbandonato per loro il servigio de' Veneziani. Ma tutti gli abitanti della città, tutti i contadini, che vi si erano rifugiati, agguerriti da cinque anni di continue battaglie, potevano risguardarsi come non inferiori alle migliori truppe di linea[28].

Il Vitelli aveva collocato il suo campo alla sinistra dell'Arno, e piantate le batterie contro il muro attiguo alla torre o rocca di Stampace. Accampandosi sull'altra riva avrebbe più efficacemente prevenuto l'arrivo di ogni rinforzo; ma nella posizione in cui trovavasi in allora l'Italia, non credeva che veruna potenza pensasse a soccorrere i Pisani, e sapeva inoltre che questi dal lato di Lucca avevano internamente afforzate le loro mura, lo che non avevano creduto necessario di fare dal lato che guarda Livorno.

Si continuarono nello stesso tempo due attacchi, uno fra sant'Antonio e Stampace, l'altro fra Stampace e la porta a Mare, con venti pezzi d'artiglieria. Il Vitelli, fedele all'antica tattica italiana, nè volendo combattere senza essere sicuro di vincere, aveva determinato di non venire all'assalto finchè le brecce aperte dalla sua artiglieria non offrissero un libero passaggio alle sue squadre. Di già erano caduti larghi pezzi di muro, ma egli credeva che la breccia non fosse ancora praticabile; ed intanto i suoi indugj davano agio ai Pisani d'innalzare dietro la muraglia ch'egli batteva in breccia un gagliardo parapetto difeso da una fossa. L'ardore de' Pisani non era vinto da verun pericolo; l'artiglieria scopava i loro lavori, senza che le donne o i fanciulli lasciassero il badile. Due sorelle lavoravano assieme; una fu uccisa da una palla da cannone; l'altra, raccogliendo all'istante le sparse sue membra, le seppellì entro lo stesso gabbione che stava riempiendo, e nell'atto che le dava colle lagrime e coi singhiozzi l'estremo addio, proseguiva il suo lavoro, esposta al fuoco della stessa batteria che le aveva tolta la sua compagna[29].

Finalmente le mura che univano Stampace alle fortificazioni della città erano state abbattute dall'una banda e dall'altra di quella gran torre. Il conte Rinuccio era stato ferito in una scaramuccia; e Paolo Vitelli, rimasto solo al comando dell'armata, risolse il decimo giorno dell'assedio di dare l'assalto alla torre. Questa era già stata in più luoghi ruinata, e sebbene i Pisani opponessero un'ostinata resistenza, i Fiorentini inalberarono la loro bandiera sulla sommità della Stampace. Nel primo terrore cagionato da questo avvenimento credettero i Pisani che anche la città loro più non avesse riparo. Pietro Gambacorti fuggì per l'opposta porta verso Lucca con quaranta arcieri a cavallo che militavano sotto di lui, e la guardia del parapetto, che oramai formava la sola difesa della città, era atterrita ed in sul punto di fuggire: ma il Vitelli aveva ordinato soltanto di dare l'assalto alla rocca e non alla città. Era troppo contrario al suo carattere ed alla sua pratica militare il porre in pericolo un vantaggio di già ottenuto volendolo spingere più in là, e coglierne frutti che non si fosse prima proposto di conseguire. Temeva d'essere avviluppato in una città difesa da una valorosa popolazione, e fece ritirare i suoi soldati che aspiravano a dare un secondo assalto. Bentosto perdette per sempre la propizia occasione di cui non volle prevalersi. Moltissimi Pisani, che avevano cercato di nascondersi nelle proprie case, furono dalle loro mogli confortati a tornare contro al nemico, e rioccuparono la breccia coraggiosamente. La loro artiglieria fu diretta dalle vicine mura contro gli assalitori, e dopo la presa di Stampace si trovò che la città poteva ancora difendersi[30].

Il Vitelli aveva pensato di collocare una batteria sopra la stessa torre di Stampace, onde signoreggiare le opere degli assediati; ma la torre, di già ruinata dalle brecce fattevi da lui medesimo ed in appresso dai Pisani, non fu creduta abbastanza forte per sostenere i cannoni che di già vi aveva fatti portare. Intanto continuava a far battere in breccia le mura della città: vi era di già stata fatta un'apertura di cinquanta braccia, e non era ancora soddisfatto. Egli non voleva che i suoi soldati fossero esposti a verun pericolo, o piuttosto, come apertamente e concordemente lo dicevano i Fiorentini, egli non voleva prendere la città, ma desiderava di conservare il più che poteva gli onori e gli emolumenti del comando, di restare alla testa di potente armata per offrire il suo ajuto al miglior offerente tosto che le rivoluzioni di Lombardia determinassero una delle potenze in guerra a chiamare un nuovo condottiere, e forse a farsi pagare da' Pisani il prezzo della sua moderazione o della sua lentezza. Ma tali ambiziosi progetti vennero distrutti dalla natura. Nell'umido suolo del piano di Pisa le fosse sono d'ordinario piene d'acqua nella maggior parte della state; ma verso la metà d'agosto sono asciugate dal sole, i di cui raggi, percuotendo sulla putrefatta melma ne sollevano pestilenziali esalazioni. In due soli giorni la metà dell'armata si trovò assalita dalla febbre maremmana. Paolo Vitelli aveva dato avviso che il giorno 23 d'agosto darebbe l'assalto: la breccia era praticabile, ed il successo sarebbe stato sicuro, s'egli avesse potuto mettere in movimento un sufficiente numero di soldati per dare esecuzione a' suoi progetti; ma i suoi ufficiali, i commissarj fiorentini presso l'armata, ed egli medesimo, erano tutti presi dalla stessa malattia. Frattanto si diede ordine di spedire al campo nuovi rinforzi per abilitare il generale a dare nello stabilito giorno un assalto che doveva essere decisivo. Ma ogni loro diligenza tornò vana; il numero degli ammalati superava sempre quello de' nuovi venuti onde il Vitelli trovavasi sempre più inabile a fare uno sforzo vigoroso. Dietro alla siccità vennero le piogge calde, che invece di purgare l'aria accrebbero la mortalità. All'ultimo, perduta ogni speranza di buon successo, il Vitelli abbandonò l'assedio, e traslocò la sua armata a Cascina. Fece imbarcare sull'Arno la sua grossa artiglieria per mandarla a Livorno, e parte di questo convoglio cadde in potere de' Pisani. Malgrado le calde istanze de' commissarj fiorentini egli abbandonò la torre di Stampace, dichiarando che trovandosi così maltrattata dalle proprie batterie, non poteva difendersi, e che la guarnigione che vi lascerebbe sarebbe tosto fatta prigioniera di guerra[31].

Quanta era stata grande l'opinione de' Fiorentini ne' talenti militari di Paolo Vitelli, tanto maggiore fu il loro sdegno nel vedere il cattivo esito dell'impresa. Credettero che gli esagerati indugj e le precauzioni del generale non potessero essere che l'effetto della sua perfidia. Di già gli rimproveravano il salvacondotto dato al duca d'Urbino ed a Giuliano de' Medici per uscire da Bibbiena; avevano pure palesata molta diffidenza per le conferenze avute dal Vitelli collo stesso Giuliano e con Pietro de' Medici, sebbene fossero state pubbliche alla presenza di due armate, e stando gli uni sopra la destra, gli altri sulla sinistra riva dell'Arno. Ma dopo il colloquio il Vitelli aveva regalati i Medici; aveva tenuta una corrispondenza quasi egualmente sospetta con Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena; era entrato in negoziazioni con Lodovico XII per prendere servigio sotto di lui, e tutto il complesso della sua condotta era oggetto de' pubblici sospetti e delle più gravi accuse. Altronde mantenevasi più che mai viva la gelosia tra il Vitelli ed il conte Rinuccio di Marciano, che aveva con lui divisi gli onori del comando. Il Vitelli si era strettamente legato colla fazione degli arrabbiati e coll'aristocrazia, che segretamente si ravvicinava ai Medici. Rinuccio per lo contrario aveva tutto il favore de' piagnoni e de' discepoli del Savonarola, i quali, avendo perduto il loro maestro, condannato a crudele supplicio, colsero avidamente l'occasione di vendicarsi contro la creatura e lo strumento del contrario partito[32].

Avendo il Vitelli condotta la sua armata a Cascina, chiedeva alla signoria di spedirgli sufficienti rinforzi onde ricominciare l'assedio tosto che cessassero le piogge. Infatti i Fiorentini gli mandarono altri soldati, di cui potevano fidarsi, sotto gli ordini di due commissarj, Antonio Canigiani e Braccio Martelli, ai quali i decemviri della guerra avevano dati segreti ordini. I commissarj recaronsi nella rocca di Cascina, posta dieci miglia al levante di Pisa sulla sinistra dell'Arno, dalla qual rocca il campo del Vitelli era lontano un miglio. Ma questo capitano, dietro invito de' commissarj fiorentini, si portò presso di loro a Cascina, e pranzò con loro. Vitellozzo Vitelli, fratello di Paolo, che pure era stato invitato allo stesso abboccamento, era rimasto ammalato al campo. Perciò i commissarj spedirono alcuni uomini fidati per arrestarlo. Di già Vitellozzo era stato senza rumore posto a cavallo, e veniva condotto alla volta di Cascina, quando, scontratosi in alcuni de' suoi uomini d'armi, uno di loro gli porse la lancia che portava, esortandolo a non si lasciar condurre come una pecora al macello. Vitellozzo la prese, e l'adoperò vigorosamente per liberarsi. Gli arcieri che lo conducevano, vedendo i soldati disposti a difenderlo, non osarono di provocare una più aperta resistenza, e lasciarono fuggire Vitellozzo, che salvossi in Pisa, dove fu ricevuto con trasporti di gioja. I commissarj fiorentini, cui era male riuscito il loro attentato contro di lui, fecero arrestare Paolo Vitelli e lo spedirono subito a Firenze, ove fu immediatamente posto alla tortura per cavargli di bocca la confessione de' tradimenti che gli venivano imputati. Non eravi contro di lui veruna prova autentica, veruna carta da lui scritta, ed i tormenti ch'egli sostenne con maschia costanza non gli estorsero alcun nuovo argomento di reità, alcuna confessione. Non pertanto fu condannato a morte, e questa crudele sentenza si eseguì la mattina del susseguente giorno, primo ottobre, in una delle sale del palazzo[33].

La barbara giurisprudenza che ammetteva l'uso della tortura avrebbe pure dovuto salvare la vita di Paolo Vitelli, perchè quest'odiosa procedura non era stata inventata che dal credersi necessaria la confessione del prevenuto al di lui convincimento. La condotta tenuta dal Vitelli era stata sospetta; le sue secrete relazioni cogli Orsini, amici e parenti dei Medici, dovevano far pensare che mirasse come loro a ristabilire i Medici in Firenze. La corrispondenza de' suoi segretarj, trovata tra le sue carte, non lasciava verun dubbio che non avesse parte in una segreta trama, di cui non si arrivò a conoscere l'oggetto. La prudenza voleva che gli si levasse un comando che gli si era incautamente affidato, ma la giustizia richiedeva di rispettare la di lui vita, poichè non era convinto di verun delitto. Il di lui supplicio fu altrettanto impolitico quanto crudele, lasciò ne' signori di Città di Castello un violento desiderio di vendetta contro Firenze, del quale Firenze ebbe a soffrire finchè si mantenne nello stato di repubblica; irritò egualmente tutti i generali francesi che avevano militato coi fratelli Vitelli nella guerra di Napoli, e che gli stimavano assai. Ma mentre ciò succedeva in Toscana, in Lombardia avevano avuto luogo tali avvenimenti che consigliavano potentemente i piccoli stati d'Italia ad accarezzare il re e l'armata francese.

Precisamente nell'epoca in cui la repubblica di Venezia accettava il duca di Ferrara come arbitro delle sue contese con Firenze, e ritirava le sue armate dalla Toscana, conchiudeva con Lodovico XII un assai più importante trattato, e prendeva parte ad un'alleanza che sembrava smentire l'antica sua riputazione di prudenza e di moderazione. Il trattato tra la repubblica di Venezia e Lodovico XII fu sottoscritto il 9 di febbrajo del 1499, ma per tre mesi si mantenne nascosto ai sospetti di Lodovico il Moro e di tutta l'Italia: e quando fu pubblicato portava la data di Blois del 15 di aprile[34]. Con questo trattato i Veneziani riconoscevano i diritti di Lodovico XII sul ducato di Milano, e si obbligavano a concorrere colle loro forze a dargliene il possedimento. Dovevano perciò somministrargli mille cinquecento cavalli e quattro mila pedoni, che sarebbero spesati dal re; nello stesso tempo promettevano d'attaccare il ducato di Milano ai confini verso levante, nello stesso tempo in cui l'armata francese l'attaccherebbe dalla banda d'occidente. In ricompensa di questo servigio Lodovico XII loro cedeva Cremona e la Ghiara d'Adda fino alla distanza di ottanta piedi dal fiume di tal nome; ed i due stati sì promettevano la vicendevole garanzia di tali possedimenti, divisi prima di conquistarli[35].

Senza avere avuta diretta notizia di questo trattato Lodovico il Moro non ignorava quanto i Veneziani l'odiassero, e con quanta attività Lodovico XII apparecchiavasi a muovergli guerra; onde dal canto suo cercava di fortificarsi con nuove alleanze. Aveva particolarmente riposta la sua fiducia in quella di Massimiliano, che aveva sposata la di lui nipote, e che in ricompensa delle sue proteste di attaccamento e di protezione si faceva continuamente prestare danaro. Massimiliano nudriva contro i Francesi un'animosità sempre pronta a scoppiare; egli voleva far rivivere sulle province venete e su tutta l'Italia i diritti dell'impero, da più secoli dimenticati. Pareva dunque che i suoi interessi e le sue passioni dovessero portarlo a difendere Lodovico il Moro; ma non poteva farsi maggior conto de' suoi progetti che delle sue promesse: conciossiacchè, non prendendo consiglio che dalle presenti circostanze, egli si riduceva quasi sempre a fare ciò che non aveva preveduto e ciò che non aveva voluto. Erasi obbligato verso Lodovico il Moro a non fare convenzioni colla Francia senza comprendervelo, e ciò non gli aveva impedito di prolungare fino alla fine d'agosto la tregua che aveva fatta con Lodovico XII, senza far parola del duca di Milano[36]. Intanto egli faceva la guerra nella Gueldria; ma essendo scoppiata in sul finire di febbrajo qualche ostilità fra i suoi sudditi e gli Svizzeri ne' paesi posti alle sorgenti del Reno, la lega di Svevia prese a difendere i possedimenti austriaci, e Massimiliano vi si recò immediatamente per porsi alla testa delle sue armate. Fece dichiarare l'impero contro gli Svizzeri; entrò nel loro paese con forze di lunga mano maggiori, e non pertanto venne sempre respinto: senza poter venire ad una generale battaglia, vide le sue truppe consumarsi in sanguinose scaramucce. Assicurasi che perirono ventimila uomini in così breve guerra, e che un numero ancor maggiore perì vittima della fame e della miseria. Massimiliano, che aveva presa parte in questa lite piuttosto per collera e per orgoglio che per politica, faceva bruciare le case, le capanne, i granai, i villaggi, lusingandosi di far perire di fame, in mezzo ai loro ghiacci ed alle loro rupi, i contadini, che non aveva potuto raggiugnere. Ma cotali atti di ferocia producevano orribili rappresaglie, e Lodovico Sforza, vedendolo consumare tutte le sue forze contro gli Svizzeri, nulla poteva da lui sperare[37].

Lodovico il Moro aveva pure chiesto ajuto a Bajazette II, imperatore de' Turchi, al quale oggetto gli spedì due segretarj per rappresentargli che Lodovico XII rinnovava i progetti di conquiste del suo predecessore, e minacciava l'impero di Oriente; che essendosi collegato coi Veneziani, aveva maggiori mezzi di nuocere alla Porta ottomana che non aveva avuto Carlo VIII; che perciò era d'uopo prevenirlo col fare una diversione contro i Veneziani, e che i Turchi salverebbero la Grecia attaccando l'Italia. Federico di Napoli appoggiò con tutta la sua influenza i deputati di Lodovico Sforza, onde Bajazette, cedendo alle loro istanze, ordinò d'attaccare i Veneziani nel Peloponneso, nella Macedonia e nell'Istria[38].

Diffatti in ottobre del 1499 Scander Bassà, governatore della Bosnia, penetrò nel Friuli colla sua cavalleria, e tutta la saccheggiò fino alla Livenza, distruggendo e bruciando tutte le ricchezze del paese che scorreva. Vi aveva fatto un grandissimo numero di schiavi, ma quando ritirandosi giunse in sulle rive del Tagliamento non volle imbarazzare la sua armata con tanta gente, e dopo avere scelti coloro che potevano essere più utili, fece uccidere tutti gli altri[39].

Sebbene i re di Spagna non avessero quasi preso parte nella guerra contro Carlo VIII, erano non pertanto entrati nella precedente lega d'Italia: ma il duca di Milano più non poteva avere in loro veruna fidanza avendo essi rinunciato ai precedenti loro obblighi, ed avendo col trattato sottoscritto da Ferdinando e da Isabella con Lodovico XII a Marcussi il 5 agosto del 1498, nominato, tra gli alleati che si riservavano di poter difendere contro la Francia, soltanto l'imperatore, l'arciduca suo figlio, il duca di Lorena ed il re d'Inghilterra, senza aver fatto un'eguale riserva a favore di verun sovrano d'Italia[40].

Il papa aveva dato qualche speranza a Lodovico il Moro: tutta la sua ambizione aveva per iscopo di fare sposare a suo figlio, Cesare Borgia, una principessa di sangue reale, ed aveva fissate le sue viste sopra Carlotta, figliuola di Federico, re di Napoli. Incaricò Lodovico il Moro di trattare per lui questo matrimonio, che doveva essere seguito da un'intima alleanza tra il papa, il re di Napoli ed il duca di Milano. Ma e Federico, e sua figlia Carlotta sentivano pel prete apostata, bastardo e figlio d'un prete, per l'assassino del proprio fratello, per l'amante della propria sorella, una così invincibile ripugnanza, che non vollero a tale prezzo comperare la loro sicurezza. A cagione del loro rifiuto Cesare Borgia sposò Carlotta, figlia d'Alano d'Albretto, e sorella del re di Navarra. Il quale parentado lo univa alla reale famiglia di Francia e lo attaccava al partito francese[41].

Il re Federico di Napoli aveva promesso a Lodovico il Moro di mandargli Prospero Colonna con quattrocento cavalieri e mille cinquecento fanti; ma, spossato com'egli era dalla precedente guerra, non tenne la promessa, sebbene l'avesse fatta non meno pel vantaggio del suo alleato che pel proprio. I Fiorentini, implicati trovandosi nella guerra di Pisa, non potevano ajutare il duca di Milano, ed il duca di Ferrara, quantunque suo suocero, non volle promettergli il più leggiere ajuto per timore di compromettere la sua neutralità in faccia al re di Francia.

Lodovico Sforza, da tutti abbandonato, non perciò perdette il coraggio; fortificò diligentemente il castello d'Annone, posto a breve distanza da Asti, come pure Alessandria e Novara; incaricò Galeazzo di Sanseverino d'opporsi ai Francesi che volessero dal Piemonte o dal Monferrato penetrare in Lombardia; gli diede seicento uomini d'armi, mille cinquecento cavalleggieri, diecimila fanti italiani e cinquecento tedeschi, perciocchè la guerra tra la lega sveva e gli Svizzeri non gli avea accordato d'assoldare presso gli ultimi maggiore quantità di gente. Contava d'opporre ai Veneziani il marchese di Mantova con un'altra armata, ma scontentò il marchese per fare cosa grata a Galeazzo Sanseverino, la cui vanità non poteva soffrire che un altro generale avesse un più elevato grado del suo: onde dietro il rifiuto del Gonzaga diede quest'armata al conte di Cajazzo. Dicesi per cosa certa che un servitore fedele avvisò Lodovico il Moro, che quel Galeazzo di Sanseverino, cui aveva affidato col comando di tutte le sue forze una quasi assoluta autorità, lo tradiva. Lodovico, dopo avere alcun tempo ponderati gl'indizj che gli si davano di tale perfidia, rispose sospirando che non poteva figurarsi tanta ingratitudine, e che quand'anche fosse vera non saprebbe come rimediarvi; che niuno poteva avere maggiori diritti alla sua confidenza quanto coloro ch'egli aveva colmati di beneficj, e che tornava lo stesso l'arrischiare di essere tradito dagli amici, quanto l'esporsi a perdere i loro ajuti per mal fondati sospetti[42].

Lodovico Sforza aveva raccomandato a' suoi generali di schivare ogni decisiva battaglia, di chiudersi nelle fortezze, e di condurre la guerra in lungo, per dar tempo a Galeazzo Visconti, che aveva mandato tra gli Svizzeri, di negoziare un trattato di pace tra Massimiliano ed i cantoni, e di condurre a' suoi servigi quelle armate che si andavano consumando in una guerra impolitica. Infatti il Sanseverino non si mosse contro i Francesi che si andavano adunando in Piemonte, ed aspettò d'essere attaccato. Questi valicavano le Alpi sotto gli ordini di Gian Giacomo Trivulzio, di Lodovico di Lussemburgo, conte di Lignì, e di Everardo Stuardo, signore d'Aubignì, i quali tenevano sotto i loro ordini 1,600 lance, ossia 9,600 cavalli, cinque mila Svizzeri, quattro mila Guasconi, e quattro mila avventurieri levati nelle altre province della Francia. Lodovico XII era rimasto a Lione, di dove dirigeva i movimenti de' suoi generali ed i rinforzi che loro abbisognavano[43].

L'armata francese, essendosi finalmente adunata, attaccò il 13 agosto del 1499 la rocca d'Arazzo posta in riva al Taro in faccia d'Annone. Sebbene difesa da cinquecento pedoni questa fortezza fu vilmente ceduta ai primi colpi di cannone, e subito dopo venne attaccato Annone. Questa grossa terra era stata diligentemente fortificata da Lodovico Sforza, ma i settecento uomini di guarnigione erano fresche reclute, e quando il Sanseverino volle mandarvi qualche rinforzo, più non potè farlo. La breccia fu aperta il secondo giorno; Annone presa d'assalto, e passata a fil di spada tutta la guarnigione. Allora i Francesi si allargarono per tutto il paese d'Oltrepò. Il Trivulzio faceva ai popoli in loro nome le più lusinghiere promesse; i soldati italiani non ardivano di venire alle mani con quelle barbare armate, ed i borghesi temevano la sorte degli abitanti d'Annone; perciò Valenza, Bassignana, Voghera, Castel Nuovo, Ponte Corone, ed all'ultimo Tortona colla sua rocca affrettaronsi d'aprire ai Francesi le loro porte[44].

Il popolo di Milano soffriva di mal animo la signoria di Lodovico Sforza; lagnavasi delle eccessive contribuzioni ond'era aggravato; trovava ridicolo l'orgoglio del sovrano, la sua politica imprudente e macchiata di mala fede; ed inoltre non gli perdonava l'usurpato dominio, cui aggiugneva il sospetto dell'avvelenamento di suo nipote. Frattanto quando Lodovico il Moro conobbe la sua potenza vacillante per le rapide conquiste de' Francesi, tentò di riacquistare la popolarità, onde avere i sudditi in sua difesa. Adunò un consiglio, al quale chiamò tutte le più distinte persone di Milano per nobiltà, per ricchezze o per riputazione. Spiegò loro la sua condotta e la necessità in cui erasi trovato di mantenere molte truppe, di pagare sussidj a straniere potenze, e perciò di dover levare considerabili imposte per allontanare la guerra dai confini dello stato. Ricordò che durante la sua lunga amministrazione i Milanesi mai non avevano veduti soldati forastieri, che se il suo governo aveva costato al popolo molto danaro, era però stato sempre giusto ed eguale; ch'egli stesso erasi sempre fatto accessibile ai suoi sudditi, che mai non aveva trascurate le cure ed i lavori amministrativi per darsi in braccio ai piaceri, che non gli si poteva rimproverare veruna crudeltà, e che non eravi sovrano in Italia che avesse al pari di lui risparmiati i supplicj ed il sangue. Invitò i Milanesi a confrontare la sua liberale amministrazione con quella che dovevano aspettarsi dai Francesi, stranieri di costumanze e di lingua, orgogliosi e sempre disposti a sprezzare e ad opprimere la nazione italiana. Non trattavasi, loro diceva egli, che di opporre un poco di fermezza e di costanza al primo urto del nemico, perchè i soccorsi del re di Napoli, dell'imperatore e degli Svizzeri non tarderebbero[45].

Ma questi ragionamenti facevano pochissimo effetto sullo spirito di un popolo scosso ed intimidito, che cercava scuse al suo terrore affettando il malcontento. Lo Sforza aveva fatto fare in Milano le liste di tutti gli uomini in istato di portare le armi; aveva in pari tempo abolite alcune delle più odiose imposte, ma non altro si ravvisava in queste troppo tarde misure che il suo terrore e la sua debolezza. Quantunque i Veneziani, attaccandolo contemporaneamente ai Francesi, si fossero di già impadroniti di Caravaggio[46], egli richiamò il conte di Cajazzo destinato a far loro testa, per farlo passare a Pavia, onde unirsi poi a suo fratello presso Alessandria. Ma questo fratello, favorito e genero di Lodovico il Moro, questo Galeazzo di Sanseverino, che aveva opinione d'essere un gran militare, perchè trattava con grazia la lancia ne' tornei, e vinceva in simulate battaglie, era di già stato segretamente guadagnato dai Francesi. Tre giorni dopo l'arrivo di questi presso Alessandria, egli fuggì vilmente nella notte del 25 di agosto dalla sua armata che tuttavia contava mille dugento uomini d'armi, altrettanti cavalleggeri e tremila fanti. Lo accompagnò Giulio Malvezzi, ed in breve, essendosi in Alessandria sparsa la voce della sua fuga, più ad altro i soldati non pensarono che a fuggire, o a nascondersi, e tutta l'armata si disperse[47].

I Francesi entrarono in Alessandria nella susseguente mattina, svaligiarono i soldati italiani che non erano fuggiti, ed abbandonarono la città al saccheggio. Frattanto il Sanseverino per coprire il suo fallo spargeva voce d'avere avuti pressanti ordini da Lodovico il Moro di tornare a Milano. Credettero alcuni che le lettere da lui citate fossero state falsificate da suo fratello, il conte di Cajazzo, e nell'universale disordine non fu possibile di riconoscere se fu perfido o ingannato, onde Lodovico il Moro non lo privò della sua confidenza. Intanto i Francesi, avendo passato il Po, attaccarono Mortara e ricevettero la capitolazione di Pavia prima di giugnere alle sue porte. In pari tempo i Veneziani s'erano impadroniti della fortezza di Caravaggio, ed i loro avamposti arrivavano fino a Lodi. Tutte le città della Lombardia erano in grandissimo fermento, e nella stessa Milano il popolo già sollevato uccise di bel mezzogiorno Antonio Landriano, tesoriere del duca, nell'atto che usciva dal castello[48]. Conoscendo lo Sforza l'impossibilità di sostenersi più oltre, fece partire i figli alla volta della Germania sotto la custodia di suo fratello, il cardinale Ascanio, con il residuo del suo tesoro in allora ridotto a 240,000 ducati. Pose in libertà Francesco Sforza, figliuolo di Giovan Galeazzo, suo nipote e suo predecessore, e lo consegnò a sua madre, Isabella d'Arragona, eccitandola per altro a sottrarlo alla gelosa diffidenza di Lodovico XII. Isabella, cui egli mostrava un troppo tardo affetto, lo temeva assai più che i suoi nemici. Invece di ritirarsi in Germania volle aspettare i Francesi per porre nelle loro mani il suo figliuolo; ma questi vindici da lei invocati non tardarono a mostrarsi ancora verso di lei più crudeli che non lo era l'usurpatore cui felicitavasi d'essersi sottratta[49].

Lodovico il Moro fece entrare nel castello di Milano, che in allora veniva risguardato come inespugnabile, approviggionamenti e munizioni di guerra bastanti per sostenere un lungo assedio. Portò la guarnigione a tre mila fanti, diretti da ufficiali da lui scelti con estrema diligenza, e ne affidò il comando a Bernardino Corte nativo di Pavia, e da lui educato, e nel quale aveva tanta confidenza che lo preferì a suo fratello Ascanio, che volontariamente si offriva di chiudersi nel castello. Lasciò il comando di Genova ad Agostino ed a Giovanni Adorno; accordò grazie ai principali gentiluomini di Milano, ed il 2 di settembre uscì dal suo castello protetto da un piccolo corpo di truppe, comandato da Galeazzo di Sanseverino e da Giulio Malvezzi, e si avviò per la Valtellina in Germania[50]. Ma non era appena uscito di Milano che gli si accostò il conte di Cajazzo per dirgli che, abbandonando egli i suoi stati, veniva con ciò a sciogliere i suoi soldati dal giuramento di fedeltà, e li lasciava in libertà di provvedere come meglio loro piaceva alla propria sicurezza. Nello stesso tempo alzò le insegne della Francia, e colla truppa formata a spese del duca di Milano tenne dietro al principe come nemico, finchè questi si trovò fuori de' suoi stati. Lo Sforza, giunto a Como, s'imbarcò sul lago alla volta di Bellagio di dove passò a Bormio ed in appresso ad Inspruck[51].

I Francesi avanzarono rapidamente per approfittare della sollevazione della Lombardia e del terrore della famiglia Sforza. In distanza di sei miglia da Milano incontrarono i deputati di quella città che venivano ad offrire le chiavi delle sue porte, colla riserva per altro di capitolare collo stesso re, quando verrebbe a prendere il possesso de' suoi nuovi stati. Cremona, di già assediata da' Veneziani, chiese di arrendersi ai Francesi; ma questi addirizzarono i deputati della città ai generali della repubblica. Genova si arrese colla medesima facilità; e gli Adorni e Giovan Luigi del Fiesco facevano a gara nel mostrarsi più affezionati alla Francia. All'ultimo il comandante del castello di Milano, che lo Sforza aveva scelto fra tutti i suoi più affezionati per affidargli una fortezza di tanta importanza, non aspettò pure il primo colpo di cannone, e la cedette al nemici per una grossa somma di danaro dodici giorni dopo il loro arrivo: ma in appresso que' medesimi che lo avevano corrotto, gli mostrarono tanto disprezzo, che, sostenere non potendo tanta infamia, morì disperato dopo pochi giorni[52].

La conquista del ducato di Milano erasi dai Francesi effettuata in venti giorni. Il popolo, oppressato dal governo cui era stato fin allora subordinato, erasi volontariamente posto sotto il giogo degli stranieri. Lodovico XII appena ebbe avviso dell'accoglimento fatto a' suoi capitani, che si affrettò di scendere in Italia per prendere possesso de' suoi nuovi acquisti. Quando seppesi il suo imminente arrivo tutti gli ordini de' cittadini si portarono per riceverlo tre miglia fuori di Milano: lo precedevano nel suo ingresso quaranta fanciulli vestiti di stoffe di seta e d'oro, cantando inni in onor suo, e chiamandolo il gran re, il liberatore della patria. I senatori, i giudici, il clero, la nobiltà, i mercanti, tutti s'affrettavano di fargli corona come se Lodovico XII recasse alla loro patria la pace e la libertà[53].

Il primo pensiero di Lodovico fu quello di rassodarsi ne' suoi nuovi possedimenti, facendo trattati cogli stati d'Italia suoi vicini. Trovò nella sua capitale gli ambasciatori di tutti i sovrani d'Italia, a riserva di quello del re di Napoli, don Federico. Accolse con dimostrazioni di singolare favore il marchese di Mantova, cui tenevasi obbligato per non avere preso servigio sotto Lodovico Sforza; ma non volle ricevere sotto la sua protezione nè il duca di Ferrara, nè Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, che mediante l'esborso di ragguardevoli somme, come compenso del favore che mostrato avevano verso il Moro. Accolse ancora più ostilmente gli ambasciatori di Firenze. Tutti i capitani del suo esercito accusavano quella repubblica d'avere fatto ingiustamente perire Paolo Vitelli, che aveva con loro militato nel regno di Napoli e guadagnata la loro stima ed affetto. Altronde non avevano dimenticata l'antica loro parzialità per i Pisani, che trovarono meritevoli di maggiore stima dopo la generosa loro resistenza. Dimenticavano invece i lunghi servigj e l'antica alleanza de' Fiorentini per non ricordarsi che della fresca loro alleanza con Lodovico Sforza. All'ultimo, dopo infinite difficoltà, il re acconsentì a rinnovare l'alleanza fra i due stati. Prometteva che, venendo attaccati i Fiorentini, li difenderebbe con seicento lance e con quattro mila fanti; ed i Fiorentini si obbligavano a guarentire gli stati del re in Italia con quattrocento lance e tre mila fanti; inoltre si obbligavano a somministrargli cinquecento lance e cinquanta mila ducati per l'impresa di Napoli; ma ciò soltanto dopo che avrebbero ricuperata Pisa. A tali condizioni il re prometteva d'ajutarli a riacquistare Pisa e Montepulciano[54].

Lodovico XII non si trattenne in Milano che poche settimane, ma in quel breve spazio di tempo tutto perdette quel favore popolare che gli aveva procurato il dominio della Lombardia. I partigiani della Francia, per prevenire il popolo in suo favore, avevano sparsa voce che il re era bastantemente ricco per abolire tutte le imposte, o almeno per ridurle nello stato in cui si trovavano ai tempi de' Visconti. Infatti Lodovico XII accordò alcune grazie pecuniarie ai nuovi suoi sudditi, ma minori di lunga mano delle imprudenti speranze che si erano loro date, di modo che il malcontento fu così generale, quanto fallace era stata la speranza. Altronde Gian Giacopo Trivulzio, che il re, partendo, aveva nominato suo luogotenente nel ducato di Milano, era piuttosto fatto per acquistare un nuovo stato che per conservarlo. Era costui capo del partito guelfo, e non sapeva dimenticare questa parzialità nell'istante in cui soltanto avrebbe dovuto pensare a governare con eguale giustizia le due fazioni, ed a ravvicinare l'una all'altra. I nobili ghibellini altro in lui non vedevano che un capo di faziosi, ed i cittadini un soldato che portava in una grande città la rozzezza e la ferocia degli accampamenti. Era stato veduto uccidere colle proprie mani alcuni macellaj sulla piazza del mercato, perchè si rifiutavano al pagamento della gabella, e co' suoi modi arbitrarj ed arroganti aveva eccitato l'odio universale contro di sè medesimo e contro il sovrano da lui rappresentato[55].

Intanto Lodovico il Moro ed il cardinale Ascanio, giunti alla corte di Massimiliano, l'avevano trovato rappacificato cogli Svizzeri. Erano da lui stati accolti con quel vivo interesse che doveva eccitare il loro infortunio, ed avevano ottenute larghe promesse di soccorsi, delle quali Massimiliano era così prodigo. Ma questo principe mai non aveva saputo condurre a compimento una sola delle grandi cose da lui annunciate: diceva uno de' suoi consiglieri, ch'egli non volle giammai gli altrui consigli, nè mai fece ciò ch'egli voleva, perchè, nascondendo nel più profondo segreto i suoi disegni, non ammetteva veruno a disaminarli con lui profondamente; e quando li faceva conoscere, allorchè cominciava ad eseguirli, lasciavasi scoraggiare dalle prime opposizioni che gli venivano fatte[56]. Massimiliano, dopo avere promessi i più potenti ajuti al duca di Milano, di cui aveva sposata la nipote, non si vergognò di chiedergli, per levare la sua armata, quel danaro che lo Sforza aveva, e che era il solo avanzo della passata sua potenza. Non ignorava il Moro che tutto il danaro che presterebbe al re de' Romani sarebbe immediatamente dissipato tra i suoi favoriti; onde preferì d'impiegare questo residuo de' suoi tesori nell'assoldare egli medesimo un'armata. La guerra della Svizzera, poc'anzi terminata, aveva lasciato nello stesso paese in cui egli si trovava molti soldati senza impiego. Gli fu dunque facile d'adunare e prendere al suo soldo cinquecento uomini d'armi borgognoni ed ottomila fanti svizzeri; e senza aspettare che tutta questa gente fosse interamente ragunata sotto le sue insegne, s'incamminò verso i confini della Lombardia[57].

Quando Gian Giacopo Trivulzio ebbe avviso che si avvicinava lo Sforza, domandò al senato di Venezia di far avanzare le sue truppe sull'Adda, e richiamò Ivone d'Allegre, che si era recato in Romagna per ispalleggiare i progetti di Cesare Borgia. Ma la rapidità dello Sforza non lasciò tempo di riunirsi ai Francesi e ai loro alleati. In sul cominciare di febbrajo del 1500 egli valicò le Alpi, ed attraversò il lago di Como colle barche che trovò alle sue rive. Gli abitanti di Como, quand'ebbero avviso della sua venuta, manifestarono così vivamente la loro parzialità per lo Sforza, che i Francesi si videro costretti a ritirarsi, abbandonandogli quella città. I cittadini di Milano, ed in particolare coloro che appartenevano alla fazione ghibellina, sentendo che trovavasi in Como Lodovico il Moro, ne festeggiarono il ritorno con un entusiasmo che incuteva terrore agli attuali loro ospiti. Il Trivulzio, credendo vicina a scoppiare una sollevazione, si chiuse precipitosamente in castello, e dopo avervi posta una sufficiente guarnigione, ne uscì il susseguente giorno e si ritirò verso Novara, inseguito dal popolo sollevato fino alle rive del Ticino. Il Trivulzio lasciò pure quattrocento lance in Novara, indi condusse il rimanente della sua armata a Mortara, per ricevere colà gli ajuti che aveva caldamente chiesto al re di mandargli dalla Francia[58].

Appena si erano i Francesi ritirati da Milano, quando vi rientrò il cardinale Ascanio, e poco dopo suo fratello. Era questi uscito dalla sua capitale il 2 di settembre del 1499, accompagnato dalle maledizioni del popolo che affrettava la sua fuga, vi rientrò cinque mesi dopo, il 5 febbrajo del 1500, ed i Milanesi sembravano inebbriati di gioja nel rivedere l'antico loro sovrano. Questi rapidi cambiamenti non devono risguardarsi come indizj dell'incostanza del popolo: questo popolo abborriva sempre egualmente le vessazioni arbitrarie, le estorsioni de' finanzieri, le perfidie della corte ed il despotismo: soltanto porgeva troppo facile orecchio alle promesse de' principi; inconsideratamente rigettava con troppo favorevole prevenzione tutti i vizj de' sovrani sui loro ministri, attribuendo ai primi tutti i nobili e generosi sentimenti; troppo facilmente davasi a credere che la disgrazia avrebbe emendati coloro che vedeva esposti a' suoi colpi; ed il sovrano presente, non iscordando giammai di scioglierlo dalla data fede colla violazione delle sue promesse, il popolo non aveva altro torto che quello di conservare una troppo tenera memoria del precedente sovrano; era troppo più sedotto dalla costanza delle sue affezioni che dalla sua leggierezza.

Tutta la Lombardia era animata dai medesimi sentimenti verso lo Sforza. Parma e Pavia proclamarono immediatamente l'antico loro duca, Lodi e Piacenza erano sul punto di fare lo stesso; ma l'armata veneziana, rapidamente marciando verso quelle città, riuscì a tenerle in dovere. Alessandria e tutto il paese d'oltre Po, trovandosi più esposti agli attacchi de' Francesi, aspettavano gl'avvenimenti per decidersi; Genova non volle prendere parte nella rivoluzione. Frattanto lo Sforza non perdeva tempo, e niente trascurava di tutto quanto poteva contribuire a dare maggiore consistenza a' suoi nuovi successi; mandò il cardinale di Sanseverino a Massimiliano per informarlo de' primi avvenimenti e chiedergli soccorso, ed il vescovo di Cremona a Venezia per offrire a quella repubblica d'accettare qualunque condizione piacesse al senato d'imporgli: fece chiedere ai Fiorentini qualche pagamento in conto d'alcune somme loro sovvenute, ciò che questi ricusarono di fare con maggior lode di prudenza che di buona fede. I piccoli principi colsero avidamente quest'occasione di riprendere un servigio attivo: il fratello del marchese di Mantova, i signori della Mirandola, di Carpi e di Correggio, Filippo de' Rossi ed i conti del Verme, ricuperarono i feudi ch'erano stati confiscati a loro pregiudizio da' Francesi o dallo stesso Sforza, ed in appresso raggiunsero il duca di Milano colle compagnie d'uomini d'armi che ognuno di loro aveva formate. Coll'ajuto di costoro lo Sforza riunì mille cinquecento uomini d'armi e molti fanti italiani: incaricò suo fratello Ascanio dell'assedio del castello di Milano, mentre ch'egli, passato il Ticino, prese Vigevano ed assediò Novara. Frattanto Ivone d'Allegre, tornando di Romagna coll'armata francese, e con tutti gli Svizzeri rimasti in Italia al soldo della Francia, attraversò il territorio di Parma e di Piacenza dopo avere con questi due popoli patteggiata una sospensione delle ostilità durante il passaggio della sua armata. Giunto presso Tortona ricevette una deputazione dei Guelfi di quella città che gli chiedevano vendetta contro i Ghibellini, i quali, secondo essi dicevano, avevano segrete intelligenze con quelli di Milano, e si rallegravano per la ritirata de' Francesi. Ivone d'Allegre s'incaricò volentieri di questa vendetta; si fece aprire le porte della città, e l'abbandonò tutta al saccheggio senza fare distinzione tra Guelfi e Ghibellini. Dopo ciò continuò il suo cammino alla volta d'Alessandria[59].

Gli Svizzeri, che in addietro dimoravano chiusi nelle loro montagne, e non guerreggiavano che per difesa della propria libertà, erano da sei anni in poi diventati quasi i soli soldati dell'Europa. Non eravi altra fanteria che potesse fargli fronte, onde tutte le potenze mettevano all'incanto i loro servigj. Permettendo loro tutti gli eccessi dell'indisciplina, esse li cuoprivano di oro, e conducendoli ne' più ricchi e più voluttuosi paesi dell'Europa, gli avvezzavano a tutte le delizie dell'opulenza. Una spaventosa corruzione era stato il frutto di così subita mutazione in tutte le abitudini di un popolo in addietro tanto riputato per la purità de' suoi costumi e per la sua buona fede. Tutta la nazione era diventata avventuriera e mercenaria; la Svizzera aveva somministrato alle varie armate delle potenze belligeranti assai maggior numero di uomini, di quello che un saggio governo non armerebbe nemmeno per difendere la patria nel più grave pericolo. L'abitudine di non vedere altro nella guerra che il danaro da guadagnare, ed i piaceri di una vita indipendente, erasi sparsa in tutta la popolazione; l'antico punto d'onore veniva sagrificato alla cupidigia ed al gusto de' piaceri, e finchè si mantenne l'incantesimo di questa nuova bevanda, la nazione non fu più riconoscibile. In allora fu perfino in procinto di macchiare la sua gloria con odiosi tradimenti.

I Francesi furono i primi a soffrire i danni della mala fede degli Svizzeri. Quattrocento di loro, che con Ivone d'Allegre si erano chiusi in Novara per rinforzare la guarnigione, non tardarono ad avere comunicazione coi loro compatriotti che gli assediavano; e sentendo da questi che nel campo nemico si viveva meglio e si aveva più grosso soldo, e che, per quanto potevano essi giudicarne, si avevano più fondate speranze di buon successo, passarono tutti sotto le bandiere dello Sforza. Il loro arrivo agevolò la presa di Novara, che si arrese per capitolazione. Lo Sforza fece religiosamente condurre a Vercelli la guarnigione francese rimasta in Novara, ed intraprese l'assedio della rocca, che forse era miglior senno di abbandonare per andare ad attaccare l'armata francese a Mortara, prima che ricevesse nuovi rinforzi[60].

Infatti Lodovico XII opponeva alla diligenza dello Sforza un'eguale diligenza: dopo avuta notizia della rivoluzione di Milano aveva affrettata la partenza di tutti i suoi uomini d'armi; aveva mandato il balivo di Digione ad assoldare nuovi Svizzeri, e lo stesso suo ministro, il cardinale d'Amboise, aveva passate le Alpi e si era fissato in Asti per affrettare l'unione dell'armata, che in poco tempo s'ingrossò a dismisura: perciocchè la Tremouille vi condusse mille cinquecento lance e sei mila fanti francesi, ed il balivo di Digione dieci mila Svizzeri. Quest'armata ne' primi giorni di aprile, trovandosi più numerosa di quella dello Sforza, andò ad accamparsi tra Novara e Milano. In ambedue le armate gli Svizzeri formavano essi soli quasi tutta l'infanteria, e, trovandosi in procinto di venire alle mani gli uni contro gli altri, ricominciarono ad unirsi agli avamposti, ad abboccarsi fra di loro, ed a ristringere le relazioni d'amicizia o di parentela che gli univa gli uni agli altri. Coloro che militavano nell'armata francese erano stati levati con espressa licenza della federazione, ed avevano alla loro testa le bandiere de' rispettivi cantoni: per lo contrario quelli del duca erano individualmente entrati al suo soldo, senza l'assenso dei loro governi. Sì gli uni che gli altri ricevettero nello stesso tempo un ordine della dieta, che li richiamava in patria, e loro vietava di spargere reciprocamente il sangue de' proprj fratelli. Gli Svizzeri del duca, sedotti dalle pratiche de' loro compatriotti, e probabilmente dall'oro francese, si tennero come più particolarmente obbligati ad ubbidire. Essi dichiararono che, combattendo contro le bandiere de' loro cantoni, rendevansi colpevoli di ribellione e si esponevano a capitale castigo. Frattanto andavano cercando qualche pretesto per abbandonare il principe cui servivano, e chiesero allo Sforza con minacciose e tumultuarie grida di pagar loro il soldo arretrato. Il duca corse subito tra le loro linee, e raccomandandosi alla loro generosità, distribuì tutta l'argenteria e tutti gli effetti preziosi che aveva con sè: inoltre attestava con giuramento di avere fatto chiedere danaro a Milano, e li supplicava a pazientare tanto solamente che giugnesse questo danaro. Ottenne in tal modo di calmarli per brevi istanti; indi scrisse a suo fratello per affrettarlo a condurgli quattrocento cavalli ed otto mila fanti italiani ch'egli aveva adunati, onde servirgli di difesa in mezzo a così barbara soldatesca[61].

Intanto i Francesi si andavano avanzando fra il Ticino e Novara, sicchè, volendo Lodovico Sforza mantenersi libera la comunicazione con Milano, era costretto di venire a battaglia; e così risolse di fare: il 10 d'aprile fece uscire dalle mura la sua armata, e cominciò la battaglia colla sua cavalleria leggiera e co' suoi uomini d'armi borgognoni. Ma gli Svizzeri, di già disposti in ordine di battaglia, dichiararono di non volere combattere contro i loro compatriotti, e di volere immediatamente prendere la strada della loro patria. Nello stesso tempo rientrarono disordinatamente in città, e tutti gli altri soldati, vedendosi da loro abbandonati, furono costretti a seguirli. Lo Sforza, disperando di poterli ricondurre sul campo di battaglia, o di essere vittorioso con truppe così mal disposte, domandò almeno nella più commovente maniera, che le truppe che volevano ritirarsi provvedessero prima alla sua sicurezza, e lo conducessero con loro. Era questo il preciso dovere degli Svizzeri, e l'onore della nazione vi era talmente interessato, che l'avrebbero sentito gli stessi loro compatriotti che militavano nell'armata nemica, e non sarebbe stata difficil cosa che la ritirata dello Sforza fosse stata per espressa condizione convenuta nella loro capitolazione. Ma gli Svizzeri lo ricusarono aspramente, e solo offrirono al duca ed a quelli dei suoi generali che potevano avere ragioni di essere personalmente maltrattati, di nascondersi travestiti tra i loro squadroni. Lo Sforza, di già vecchio, di colore oscuro, e di scarna corporatura, non poteva passare per uno di que' robusti montanari. Prese un abito di frate francescano, e, postosi sopra un cattivo cavallo, tentò di passare pel loro cappellano. Galeazzo di Sanseverino, il Fracassa ed Anton Maria, suoi fratelli, vestirono gli abiti di soldati Svizzeri, e sfilarono così tra le linee dell'armata francese, ma furono tutti quattro riconosciuti e fatti prigionieri senza che i pretesi loro fratelli d'armi si movessero in loro difesa. Alcuni traditori accrebbero in tal modo l'infamia degli Svizzeri, additando queste quattro vittime ai loro nemici[62].

Gli Svizzeri, dopo essersi infamati con questo tradimento, ripigliarono la via delle loro montagne. Pure, passando per Bellinzona, quelli di loro ch'erano usciti dai quattro cantoni posti in sulle rive del lago di Lucerna, occuparono quella piccola città, che diventava per loro la chiave della Lombardia, ed approfittarono della circostanza in cui Lodovico XII trovavasi implicato in mille affari per assicurarsi una conquista fatta in tempo d'intera pace[63].

Le truppe italiane, abbandonate in Novara dagli Svizzeri, vennero svaligiate. Il cardinale Ascanio non potendo in Milano difendersi colle poche truppe che gli restavano, fuggì coi principali capi della nobiltà ghibellina. Prese la strada dello stato di Piacenza per recarsi nel regno di Napoli; ma giunto essendo a Rivolta presso Corrado Lando, gentiluomo suo parente e suo antico amico, gli chiese ospitalità per riposarsi una notte, trovandosi stanco all'estremo. Corrado gli promise piena sicurezza, ed intanto fece avvisati dell'emergente alcuni capitani veneziani, che si trovavano in Piacenza, i quali durante la notte circondarono la sua casa e fecero prigioniere Ascanio con tutti i gentiluomini che lo accompagnavano. Lodovico XII, sapendo in appresso che questi prigionieri erano stati tradotti a Venezia, li domandò al senato. Egli non voleva lasciare in mano di un popolo vicino pretendenti allo stato che aveva allora conquistato, ed accompagnò le sue inchieste con tanta alterigia e tante minacce, che non solo il cardinale Ascanio e tutti gli arrestati con lui furono consegnati alla Francia, ma le furono inoltre ceduti altri gentiluomini Milanesi, ai quali aveva accordata una formale salvaguardia[64].

Francesco Sforza aveva fondata la sua sovranità co' suoi talenti militari, ed aveva dovuto credere la propria dinastia solidamente stabilita; per lo contrario Lodovico XII, che risguardavasi quale legittimo erede del ducato di Milano, era animato da non minore invidia che odio contro colui ch'egli chiamava l'usurpatore. Egli fece conoscere questi suoi sentimenti dopo la vittoria, e trattò tutti i membri della famiglia di Francesco Sforza caduti in suo potere con quella implacabile durezza con cui la mediocrità suole vendicarsi quando la fortuna le fa buon viso. Tra i prigionieri del re trovavansi due figliuoli del grande Francesco Sforza, Lodovico il Moro ed Ascanio, un nipote legittimo, Ermes, e due bastardi, Alessandro e Contino, tutti e tre figliuoli di Galeazzo, e finalmente un pronipote, Francesco, figlio di Gian Galeazzo e d'Isabella d'Arragona, la quale aveva avuto l'imprudenza di porlo essa medesima in mano di Lodovico XII. Il re forzò quest'ultimo a vestire in Francia l'abito monastico[65]. Fece chiudere il cardinale Ascanio in quella medesima torre di Bourges in cui era stato egli stesso da due anni prigioniere. Fece gettare i tre figli di Galeazzo in un oscuro carcere. Lodovico il Moro, di tutti il più pericoloso per i suoi straordinari talenti, per la sua eloquenza, pel suo spirito insinuante, per la memoria di suo padre, e per la compassione che ispiravano la sua fortuna e le sue disgrazie, fu condotto a Lione ove in allora trovavasi il re. Venne introdotto in quella città di pieno mezzo giorno tra un affollato popolo che rallegravasi della sua miseria; fece calda istanza per vedere il re, ma gli fu rifiutata questa grazia, e dopo essere stato traslocato da Pietro in Scisa al Lis San Giorgio, venne chiuso nella rocca di Loches, dove terminò i suoi giorni, dopo dieci anni di prigionia, di assoluta solitudine, di rigorosi trattamenti e di dolori[66].

CAPITOLO C.

Conquista della Romagna fatta da Cesare Borgia e sua invasione della Toscana. — Alleanza di Lodovico XII con Ferdinando il Cattolico contro Federico d'Arragona. — Si dividono tra di loro il regno di Napoli.

1499 = 1501.

In sul finire del quindicesimo secolo la Chiesa aveva per capo l'uomo più immorale della cristianità, un uomo che il pudore più non frenava nelle sue dissolutezze, la buona fede non legava ne' suoi trattati, la giustizia non tratteneva nella sua politica, non moderava nelle vendette la compassione. Questo prete, che non pertanto mostrava di voler essere il difensore della fede, ed il vindice delle eresie, non aveva maggior rispetto per le cose della religione di cui era sommo pontefice, di quel che avesse riguardi per le umane cose, e scandalizzava i fedeli non meno con decisioni contrarie alle leggi della sua Chiesa, che colla sua condotta. I divorzj dei principi, i voti dei prelati, i tesori destinati dai cristiani per la guerra sacra, tutto a' suoi occhi era subordinato alla politica, tutto sagrificato al più leggiere vantaggio temporale di sè medesimo o di suo figlio.

Ma se alcuna cosa può giustificare o spiegare in parte la profonda immoralità del sovrano di Roma, è la deplorabile corruzione del paese soggetto al di lui governo. Forse in allora lo stato della Chiesa era di tutti i paesi della terra il più male amministrato: ogni giorno si avevano sotto gli occhi tanti esempi di assassinj, di perfidia e di ferocia, e l'abitudine di vederli rinnovati ad ogni istante aveva talmente diminuito l'orrore che devono naturalmente inspirare, che la pubblica morale aveva perduta la sua maggiore guarenzia, che consiste nella maraviglia e nello spavento che dovrebbe sempre produrre l'aperta violazione delle sue leggi fondamentali.

La parte del territorio ecclesiastico più vicina a Roma era quasi tutta caduta sotto il dominio di due potenti famiglie, Orsini e Colonna. Gli Orsini in particolare avevano vasti dominj nel patrimonio di san Pietro dalla banda occidentale del Tevere, i Colonna nella Sabina e nella Campagna di Roma dalla banda di levante e di mezzodì dello stesso fiume. I primi venivano risguardati come capi dei Guelfi, gli altri de' Ghibellini; e questi nomi di fazioni, che omai più non indicavano opposte opinioni, ma soltanto la memoria d'antichi odj, davano non pertanto maggiore accanimento a tutte le contese che lordavano di sangue Roma ed il suo territorio. Tutta la nobiltà seguiva queste due insegne; i Savelli ed i Conti stavano d'ordinario pel partito Ghibellino, i Vitelli per quello de' Guelfi.

Queste famiglie avevano fondata la loro potenza nella professione delle armi e nell'amore de' soldati, mentre che i governi avevano imprudentemente abbandonata a gente mercenaria la difesa dello stato. Tutti gli Orsini e tutti i Colonna, i Savelli, i Conti, i Santacroce, e, per dirlo in una parola, tutti i nobili feudatari romani erano condottieri: ognuno di loro comandava ad una compagnia di uomini d'armi più o meno numerosa, ma loro sommamente affezionata; ognuno separatamente trattava coi re, colle repubbliche, coi papi, per porsi al loro servigio; ognuno negl'intervalli di riposo, che loro lasciavano l'esterne guerre, riparavasi in uno de' suoi castelli, lo afforzava diligentemente, e cercava di addestrare nell'arte della guerra i suoi vassalli, per trovare fra di loro onde mettere a numero la compagnia; e per tal modo quanti più giovani capi contava una famiglia, e più riputavasi potente.

Le frequenti accanite guerre dei Colonna cogli Orsini avevano affatto spogliate le campagne di agricoltori. Tutti gli abitanti dimoravano entro le terre murate, perchè ne' villaggi aperti non potevano trovare sicurezza per i loro ricolti, pei bestiami e per le stesse loro persone. Tutto ciò che avessero lasciato in una casa isolata sarebbe stato preda de' soldati; non potevano nè pure sperar profitto da verun genere di coltivazione che occupasse lungamente il suolo. Ne' crudeli guasti cui andavano così frequentemente esposti, erano state svelte tutte le viti e bruciati gli ulivi, onde più non ritraevano dai loro fondi che gli uniformi prodotti annuali del pascolo e delle messi. Così andavasi allargando la desolazione delle campagne romane, che, prive di abitanti e di alberi, senz'ornamenti, senza siepi, non distinguevansi dai deserti che a cagione di un lavoro fuggitivo, che dopo un anno non lasciava veruna traccia. Pure i villaggi murati, la di cui vicina campagna veniva tuttavia ravvivata da un annuale lavoro, non potevano essere ruinati dalla guerra senza che l'intero distretto cessasse di essere coltivato. Spesse volte dopo che un villaggio era stato bruciato e trucidati i suoi abitanti, i loro eredi si trovavano tuttavia a portata di rialzare le mura, e di porvisi in istato di difesa; ma se non avevano forza o danaro per farlo, se le loro brecce restavano aperte, e se non erano in istato di resistere ad un colpo di mano, invano si sarebbero lusingati di godere essi medesimi i frutti de' loro sudori; perivano di miseria, oppure, abbandonando quelle proprietà che non erano di veruna utilità, portavano il loro lavoro in paesi ove potesse procurar loro un sicuro sostentamento. Bentosto il cattivo aere del deserto occupava gli abbondanti campi, e se in più tranquilli tempi i loro antichi abitatori ardivano di ritornarvi, soggiacevano alle febbri maremmane. Vero è per altro che, finchè i gentiluomini abitarono le loro rocche in mezzo ai proprj vassalli, si fecero un essenziale dovere di riparare i disastri della guerra, e finchè non mancarono loro affatto i mezzi, ripararono sempre le ruinate fortificazioni, e mantennero ancora ne' loro feudi qualche ramo d'industria, qualche popolazione, qualche ricchezza. Ma quando in tempi più tranquilli stabilirono la loro dimora nella capitale, gli estremi effetti delle funeste guerre de' loro antenati si fecero sentire alla posterità, e gli ultimi avanzi della popolazione scomparvero dalle campagne di Roma.

Alessandro VI non erasi conservato neutrale tra i Colonna e gli Orsini, e ne' primi tempi del suo pontificato si era dichiarato contro i primi, che aveva trovati partigiani della Francia, mentre egli stava per gli Arragonesi di Napoli. Vero è che nel susseguente anno i Colonna passarono sotto le insegne di Ferdinando II, e con ciò si riconciliarono per qualche tempo col papa; ma questi si dichiarò bentosto per l'opposto partito, ed essendosi unito alla Francia, si fece di nuovo a perseguitare i Colonna. Armava sempre una di quelle famiglie contro l'altra, e qualunque delle due rimanesse perdente o ruinata, egli credevasi egualmente avvantaggiato. Cesare Borgia, duca del Valentinese, e di lui figliuolo, s'appigliava per maggiormente abbassarli ad un altro mezzo: erasi fatto egli medesimo condottiere; aveva raccolti sotto le sue bandiere tutti i gentiluomini che prima servivano sotto i Colonna e gli Orsini, e largamente pagandoli e loro dando soldati e castella, aveva sostituito l'attaccamento per la sua persona all'antico spirito di parte, che favoriva i Colonna e gli Orsini[67].

Se l'autorità del pontefice era pochissimo conosciuta nella stessa campagna di Roma, e s'egli era forzato a guerreggiare perfino nelle strade della sua capitale ora contro i Colonna ora contro gli Orsini, era cosa naturale che le più lontane province avessero scossa ancora più compiutamente la sua autorità. Alcune città avevano sempre mantenuta se non altro la forma di un'amministrazione repubblicana; Ancona, Assisi, Spoleto, Terni, Narni, eransi sottratte al giogo de' domestici tiranni, o l'avevano scosso; ma le proprie loro fazioni e le continue guerre de' loro vicini, le avevano sempre tenute in uno stato di debolezza e di oscurità. Le altre città erano venute in balìa de' vicarj pontificj, i quali, mercè la promessa di un annuo censo che mai non pagavano, avevano ottenuta una intera indipendenza. Quasi tutta la Marca era divisa tra le due case di Varano e di Fogliano, e la prima si era sollevata alla sovranità di Camerino. Giulio di Varano regnava allora in quel piccolo principato: Giovanni di Fogliano, che non molto dopo fu barbaramente assassinato da suo nipote Oliverotto, regnava in Fermo[68]. Sinigaglia nel 1471 era stata data in feudo da Sisto IV a suo nipote, Giovanni della Rovere, col titolo di prefetto di Roma, e questo principe era nello stesso tempo genero e presuntivo erede del duca d'Urbino. L'alpestre provincia posta tra le Marche e la Toscana era governata da Guid'Ubaldo, illustre ed ultimo erede dell'antica casa di Montefeltro: questa provincia comprendeva il ducato d'Urbino da cui s'intitolava, il contado di Montefeltro e la signoria d'Agobbio. L'Italia non aveva nè più bellicosa gente, nè altra corte più letterata e più gentile. A ponente il ducato d'Urbino confinava colle due sovranità che si erano formate nella Vallata del Tevere Gian Paolo Baglioni a Perugia, e Vitellozzo Vitelli a Città di Castello. Avevano ambidue abbracciata la professione delle armi, ed il Vitelli aveva renduto importante il suo piccolo stato coi rari talenti militari da lui spiegati e da' suoi quattro fratelli, e coll'eccellente disciplina introdotta tra i suoi vassalli.

Dalla banda della Romagna trovavasi successivamente Pesaro, piccolo principato staccato nel 1445 da quello dei Malatesta da Francesco Sforza, a favore del ramo cadetto della sua famiglia; n'era sovrano in allora Giovanni Sforza, che nel 1497 aveva fatto divorzio con Lucrezia Borgia, figliuola del papa. Il principato di Rimini che veniva in seguito più non conservava la potenza cui era stato innalzato da Pandolfo III e da suo fratello Carlo nel quattordicesimo secolo; era in quel tempo governato da Pandolfo IV, che aveva cominciato a regnare nel 1482. Questo principe, figliuolo naturale di Roberto Malatesta e genero di Giovanni Bentivoglio, non si era per anco dato a conoscere che colle sue dissolutezze e colle crudeltà; ma trovavasi sotto la protezione della repubblica di Venezia, che per dilatare più sicuramente la sua influenza su tutte le coste dell'Adriatico, offriva soldo a tutti i principi di quella provincia. Coloro che volevano accettarlo non erano tenuti a condurre essi medesimi le compagnie degli uomini d'armi che si obbligavano a mantenere, altro ciò non essendo che un pretesto per avere un'onorevole pensione. Cesena, posta a ponente di Rimini, trovavasi in allora sotto l'immediato dominio della Chiesa, che l'aveva tolta ad un ramo della casa Malatesta[69]. Ma Forlì, antica signoria degli Ordelaffi, era del 1480 passata in Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, che nel 1473 era pure stato investito da suo zio della signoria d'Imola. Questi due principati, separati l'uno dall'altro da quello di Faenza, fino dal 1488 erano soggetti al giovane Ottaviano Riario, sotto la tutela di sua madre, la coraggiosa Catarina Sforza, figlia naturale di Galeazzo, duca di Milano. Aveva costei sposato in seconde nozze Giovanni de' Medici appartenente al ramo cadetto di quella casa, da cui ebbe un figliuolo, che acquistò poi tanta celebrità nelle guerre d'Italia. Suo marito era morto nel 1498, ma Catarina non aveva perciò conservato minore attaccamento verso la repubblica fiorentina, la quale per arra della sua protezione pagava un soldo al giovane Ottaviano Riario. Tra i principati di Forlì e d'Imola trovavasi chiuso quello di Faenza, che per la valle del Lamone si stendeva fino ai confini della Toscana. I Veneziani avevano data somma importanza all'apertura di questo passaggio per attaccare la repubblica fiorentina; si erano procurata la tutela del giovane Astorre III di Manfredi, che aveva soltanto sedici anni; avevano compresse le guerre civili tra Astorre e suo fratello naturale Ottaviano, ed erano quasi assoluti padroni di Faenza e di Val di Lamone[70]. Gli stessi Veneziani si erano impadroniti di Ravenna e di Cervia, togliendo la prima alla casa di Pollenta, l'altra ad un ramo cadetto della casa Malatesta. Giovanni Bentivoglio fino dal 1462 regnava con assoluto potere sulla ricca e potente città di Bologna. Per ultimo il duca Ercole d'Este era il più lontano ed il più indipendente de' feudatarj della Chiesa. Egli riconosceva da questa il Ferrarese, che da più secoli era governato dalla sua famiglia; lo univa ai feudi imperiali di Modena e di Reggio, ed appena pensava che la sua causa potesse aver nulla di comune con quella degli altri vicarj pontificj.

Le numerose corti di tanti piccoli signori davano alla Romagna un'apparenza d'eleganza e di ricchezza: ogni capitale era ornata di templi e di palazzi vagamente fabbricati, ognuna aveva la sua biblioteca, ed ogni corte cercava in tal maniera di abbellirsi col lusso dell'ingegno: alcuni poeti, alcuni eruditi, alcuni filosofi si trovavano sempre tra i cortigiani d'ogni principe, e la rivalità di tutti questi piccoli stati giovava indubitatamente ai progressi delle lettere, sebbene il più delle volte avvilisse il carattere de' letterati. Ma l'assoluta potenza suole generare dispendiosi vizj; tutti gli adulatori del più piccolo sovrano ripongono la munificenza nel novero delle sue virtù, ed egli stesso non sa porre maggior limite ai suoi desiderj che se fosse sovrano del più vasto impero. Perciò ogni principe della Romagna trovava sempre le sue entrate sproporzionate ai bisogni della sua difesa, della sua vanità, dei suoi piaceri. Era sempre attento ad approfittare di ogni occasione per istrappare a' suoi sudditi qualche parte delle loro sostanze; e siccome le imposte non bastavano di lunga mano, vi aggiugneva il prodotto delle ammende e delle confische. «Uno de' loro disonesti modi di far danaro, era, dice Machiavelli, quello di pubblicare leggi proibitive di qualche azione; erano poi i primi a dar motivo di violarle, e si astenevano dal punire i delinquenti, finchè un grandissimo numero di cittadini fossero caduti nello stesso fallo. Allora gli attaccavano tutti ad un tratto, non per amore dell'osservanza delle leggi, ma per guadagnare le ammende. Così i popoli diventavano poveri senza correggersi; e quand'erano ridotti in miseria, cercavano di riavere quello che avevano perduto a danno di coloro che non potevano difendersi»[71].

V'hanno certi delitti che sembrano di esclusiva pertinenza di quelle famiglie, che, separate da tutte le altre, sciolte da ogni legame sociale, non appresero a sentire come la comune degli uomini, e non si credono soggette alla stessa morale. In fatti le case sovrane della Romagna avevano dati al popolo frequenti esempi d'assassinj fra i congiunti, d'avvelenamenti e di tradimenti d'ogni genere. Le nobili famiglie credevano inoltre di comprovare l'indipendenza di cui godevano colla crudeltà delle loro vendette. Numerose bande di sicarj venivano continuamente adoperate per attaccare o per difendersi: i nemici non erano soddisfatti, finchè conservavasi un solo individuo, di qualunque sesso egli si fosse, nella casa che volevano distruggere. Quando Arcimboldo, arcivescovo di Milano, fu nominato cardinale di santa Prassede e legato di Perugia e dell'Ombria, trovò in quella provincia un gentiluomo, che aveva schiacciato contro le pareti il capo de' figliuoli del suo nemico e strozzata la consorte di lui gravida; dopo di che, avendo scoperto un altro figlio dello stesso uomo ch'era rimasto vivo, l'aveva inchiodato alla porta della propria casa quale trionfo della sua vendetta, come talvolta i cacciatori vi appiccano le aquile e i gufi da loro uccisi. E ciò che più importa, tanta atrocità non era sembrata ai suoi compatriotti una cosa straordinaria[72].

Siccome la desolazione della campagna di Roma è ancora ai nostri giorni un testimonio delle antiche guerre dei Colonna e degli Orsini, così l'attuale carattere dei Romagnoli ricorda tuttavia l'educazione che diede loro il governo dei piccoli loro principi, e l'esempio troppo frequente di tante famiglie sovrane. Dante fino nel 1300 li denunciava all'Italia come crudeli e perfidi, ed i loro vicini hanno di loro anche nell'età presente la stessa opinione[73].

Un così fatto governo non potev'essere amato dal popolo; la forza lo aveva stabilito, e la forza lo manteneva: se poteva altresì essere rovesciato dalla forza, non doveva riuscire assai difficile lo stabilirne un altro, che gettasse nel cuore dei sudditi più profonde radici. Avendo Alessandro VI presa la risoluzione d'ingrandire suo figlio a spese del patrimonio della Chiesa, Cesare Borgia non s'ingannò, giudicando, che, ove potesse occupare i piccoli stati di Romagna, que' popoli gli condonerebbero tutti i delitti, tutte le crudeltà, tutti i tradimenti diretti soltanto contro i loro antichi signori, purchè lo stato loro diventasse più tranquillo. e vi si mantenesse la giustizia e la pace[74].

La segreta condizione in forza della quale Lodovico XII aveva ottenuta l'alleanza del papa e la bolla pel suo divorzio, era stata la promessa del re di Francia di assecondare Cesare Borgia nella sua impresa della Romagna. Infatti non appena fu per la prima volta conquistato il ducato di Milano dai Francesi, che il duca Valentino, il quale era con loro tornato dalla Francia, ottenne che si staccassero dalla loro armata trecento lance pagate dal re, sotto gli ordini d'Ivone d'Allegre, e quattro mila Svizzeri, comandati dal balivo di Digione, e pagati dalla Chiesa[75]. Con queste truppe il Borgia si presentò sotto Imola in sul finire di novembre del 1499. La città, ch'era mal fortificata, capitolò immediatamente, ma la rocca oppose qualche resistenza, e negli ultimi tre giorni di novembre il suo fuoco recò molto danno ai Francesi. All'ultimo dovette capitolare il 9 di dicembre[76]. Il Valentino si presentò subito dopo a Forlì. Catarina Sforza aveva prudentemente mandato a Firenze suo figlio e tutti i suoi più preziosi effetti; e perchè non giudicò la guarnigione sotto i suoi ordini sufficiente a tenere la città, si chiuse nella rocca, e la difese con un coraggio degno di quello col quale aveva salvata la medesima rocca nel 1488 dalle mani degli assassini di suo marito. Intanto l'artiglieria francese fece una larga breccia nelle mura, che cadendo strascinarono seco il terrapieno che sostenevano, e colmarono parte della fossa. Catarina ed i suoi soldati, abbandonando allora il restante della fortezza, vollero difendere ancora la torre maestra, ma i Francesi, che montavano all'assalto, vi penetrarono coi fuggiaschi, uccisero la maggior parte della guarnigione, e mandarono Catarina prigioniera a Roma. Il papa la tenne per alcun tempo chiusa in Castel sant'Angelo, ma Ivone d'Allegre, vergognandosi del male che fatto aveva ad una donna così illustre, fece per lei così calde istanze, che venne posta in libertà[77].

Di quest'epoca le conquiste di Cesare Borgia vennero interrotte dalla rivoluzione di Milano. Ivone d'Allegre fu dal Trivulzio richiamato in Lombardia, allorchè il duca Valentino era in procinto d'attaccare Pesaro[78]. La rivoluzione di Milano fu inoltre cagione di qualche raffreddamento tra il papa ed il re, perchè Alessandro ricusava di prestare veruna assistenza ai Francesi. Ma Giorgio d'Amboise, cardinale di Rovano, e favorito di Lodovico, credeva cosa di troppo grande importanza l'alleanza colla corte di Roma, perchè non riuscisse ad Alessandro di riconciliarsi facilmente colla Francia. Il prezzo di tale riconciliazione fu la missione di legato a latere in Francia, che il papa accordò al cardinale per diciotto mesi, obbligandosi in pari tempo ad ajutare il re con tutte le sue forze, allorchè questi farebbe l'impresa del regno di Napoli; in contraccambio Lodovico rimandò d'Allegre in Romagna con trecento lance e due mila fanti, facendo inoltre partecipare a tutti i potentati d'Italia che risguarderebbe come un'ingiuria fatta a lui medesimo ogni opposizione alle conquiste di Cesare Borgia[79].

Le minacce di Lodovico XII riuscivano a Cesare Borgia assai più vantaggiose che non lo sarebbero state le sue armate. La seconda vittoria de' Francesi nel Milanese aveva incusso un terrore universale, ed i loro alleati non tremavano meno de' loro nemici. Giovanni Bentivoglio, che a stento aveva ottenuto il perdono dei soccorsi dati allo Sforza, mediante una contribuzione di quaranta mila ducati[80], si astenne dal prestare ajuto ad Astorre III di Manfredi, sebbene fosse figlio d'una sua figliuola. Il duca di Ferrara ed i Fiorentini si mostrarono egualmente paurosi di offendere la Francia, e ricusarono ogni soccorso; per ultimo i Veneziani, che si erano obbligati a proteggere gli stati di Manfredi e di Malatesta, quando avevano fatto con loro un trattato d'alleanza e di condotta, fecero sapere ad Astorre III, signore di Faenza, ed a Pandolfo IV, signore di Rimini, che ritiravano la loro protezione e rinunciavano alla loro alleanza. In pari tempo fecero inscrivere il duca Valentino nel loro libro d'oro, ammettendolo in tal modo nel numero de' loro gentiluomini sovrani della repubblica[81].

Avendo Cesare Borgia uniti alle truppe francesi settecento uomini d'armi di sua spettanza e sei mila fanti, entrò in Romagna. Al suo avvicinarsi i signori di Rimini e di Pesaro fuggirono e gli abbandonarono senza fare veruna resistenza le capitali e stati loro; ma per lo contrario il giovane Astorre di Manfredi si apparecchiò a difendersi in Faenza, sebbene altro appoggio non avesse che lo zelo e l'amore de' suoi concittadini. Per altro la metà del suo piccolo stato non aveva seguite le disposizioni della capitale; e Valle di Lamone colla rocca di Bersighella, che n'era la chiave, era stata ceduta al duca Valentino da Dionigi Naldo, il più riputato personaggio di quella valle, che da gran tempo trovavasi ai servigj del duca. In appresso il Borgia andò ad accamparsi sotto Faenza tra i fiumi Lamone e Marzano, e scoprì le sue batterie il 20 di novembre dal lato che guarda Forlì e chiamasi il Borgo, sebbene chiuso entro il ricinto delle mura. Il quinto giorno diede un assalto che fu valorosamente sostenuto dagli assediati; onde, incoraggiati da quello avvenimento, i Faentini attaccarono gli assalitori con frequenti sortite, e quasi sempre felicemente. Avevano essi bruciate tutte le case poste intorno alle mura, e tagliati tutti gli alberi fino ad una considerabile distanza dalla città; e perchè di già cominciava a farsi sentire un rigoroso inverno, e perchè le truppe degli assedianti trovavansi sepolte in profonde nevi, il duca Valentino dovette nel decimo giorno levare il campo per ritirarsi ai quartieri d'inverno. Per altro giurò che nella vegnente primavera si vendicherebbe della inaspettata resistenza che gli aveva opposta un fanciullo[82].

In principio di gennajo del 1501 il Borgia tentò di sorprendere Faenza, dandole la scalata, ma venne respinto; riaprì la campagna in sul cominciare di primavera, prese diverse rocche dipendenti da quel piccolo principato, ed il 12 di aprile fece giuocare le sue batterie contro la città dalla banda della rocca; il 18 di aprile fece dare un primo assalto che fu respinto; il 21 Vitellozzo, Paolo e Giulio Orsini ne diedero un altro; essi superarono la muraglia, ma furono trattenuti da una fossa che avevano a fronte, mentre l'artiglieria della piazza li batteva di fianco. Dopo avere sofferto una perdita considerabile furono costretti a ritirarsi. Per altro i Faentini avevano dal canto loro perduta molta gente nei diversi fatti; non eravi alleato che si muovesse a soccorrerli, e le fortificazioni della città erano ruinate. Offrirono perciò di capitolare, a condizione che il loro giovane signore, Astorre Manfredi, sarebbe libero di ritirarsi dove gli piacesse, conservando le sue entrate patrimoniali. L'accordo fu sottoscritto, e le porte di Faenza si aprirono al Valentino il 22 di aprile del 1501. Il duca accolse con apparente benevolenza il giovane Manfredi, che non aveva allora più di diciotto anni; dichiarò di volerlo ritenere alla propria corte, onde addestrarlo nel mestiere delle armi. Con tale pretesto di là a pochi giorni lo mandò a Roma, dove il giovane principe di Faenza, dopo essere stato vittima delle lubricità del papa o di suo figlio, fu strozzato con suo fratello naturale, e tutti e due gittati di notte nel Tevere[83].

La conquista della Romagna era compiuta colla sommissione di Faenza, ma tuttavia mancava un atto che potesse chiamarsi legittimo, il quale servisse di fondamento al nuovo potere del duca Valentino. Il papa non poteva alienare i dominj della Chiesa senza l'assenso dei cardinali; perciò Alessandro VI con una nuova promozione volle assicurarsi la maggiorità del concistoro. Dodici nuovi cardinali, comperando a danaro contante i loro cappelli, rifecero il tesoro del pontefice, oltre l'avere anticipatamente obbligati i loro voti[84]. Il sacro concistoro acconsentì all'alienazione della Romagna, la quale si eresse in ducato a favore di Cesare Borgia, che, dopo averne ricevuta l'investitura, aggiunse questo nuovo titolo a quello di duca dei Valenziani[85].

Cesare Borgia non aveva risparmiato verun tradimento per rendersi padrone della Romagna, e non lasciava ancora di tendere lacci ai piccoli principi che egli aveva spogliati per farli perire, conoscendo, che fin a tanto che rimarrebbero le antiche famiglie sovrane in istranieri paesi, cercherebbero sempre di eccitare contro di lui sollevazioni, ed il suo trono sarebbe sempre vacillante. Ma voleva nello stesso tempo adonestare agli occhi del popolo tali atti di crudeltà con un'amministrazione che facesse nei suoi stati fiorire la giustizia e la sicurezza. Erano quelle province da tanti malfattori infestate, erano in preda a così crudele anarchia, che trovò necessario di reprimere in sul principio tanti delitti con estrema severità. Creò governatore di quello stato messer Bamiro d'Orco, uomo attivo ed inesorabile, più severo per carattere che per principj, e che sembrava trovar diletto nell'ordinare supplicj. Valendosi dell'illimitata autorità accordatagli da Cesare Borgia questo supremo giudice sparse il terrore in tutte le città con sanguinose esecuzioni; perseguitò i malfattori fino negli ultimi loro nascondigli, moltissimi ne fece perire, forzò gli altri a fuggire dalla provincia, nella quale fece rivivere quella regolarità di polizia, e quella piena sicurezza nelle strade e nelle campagne, che da gran tempo più non si conoscevano. Ad ogni modo il Valentino non voleva che gli si attribuissero le crudeltà dell'amministrazione del suo luogotenente: l'ordine era ristabilito, la crudeltà più non era necessaria, e gli abitanti di Cesena furono una mattina compresi da profondo orrore e da maraviglia, trovando sulla pubblica piazza innalzato un palco sul quale stava diviso in due parti l'uomo terribile innanzi al quale avevano fin allora tremato. Il ceppo, la scure insanguinata e le due metà del cadavere rimasero esposti agli occhi di tutti senz'altra spiegazione[86].

La conquista della Romagna, ben lungi dal soddisfare l'ambizione di Cesare Borgia, non servì che ad invogliarlo di più alte intraprese. Il Bolognese, la Toscana, le Marche ed il ducato d'Urbino stuzzicavano a vicenda la sua cupidigia, e sembravangli premj promessi ad ulteriori imprese. La Toscana contava nuovamente quattro repubbliche, Firenze, Pisa, Siena e Lucca, oltre il piccolo principato di Piombino. Ma questo paese non era mai stato ridotto a tanta debolezza come al presente da imprudenti guerre, nè meno atto a resistere ad un esterno nemico. Una di queste repubbliche, quella di Siena, pareva inoltre che avesse rinunciato a quella libertà, che l'aveva renduta gloriosa. Si era data un padrone, che aveva bisogno di tutta la propria accortezza e di tutta la sua possanza per istare in sulle difese contro i suoi proprj concittadini, e per conseguenza più non poteva valersi al di fuori di una forza che consumavasi in seno allo stato.

Nel 1495, temendo i Sienesi la vendetta de' Fiorentini, cui avevano tolto Montepulciano, introdussero nella loro città un corpo permanente di truppe di linea, cui avevano dati per capi due loro concittadini Lucio Bellanti e Pandolfo Petrucci. Avevano in pari tempo accordato a questi due capitani un'illimitata autorità giudiziaria per castigare le cospirazioni da cui si credessero minacciati. Le funzioni di questi due giudici militari non dovevano durare che pochi mesi[87]; ma Pandolfo Petrucci era troppo ambizioso per rinunciare ad un potere di cui era stato una volta rivestito, e troppo accorto per lasciarselo rapire. A lui solo essendo affezionati i soldati da lui dipendenti, fece accusare Lucio Bellanti, suo collega, di segrete pratiche coi Fiorentini e con ciò lo costrinse a fuggire. E perchè suo suocero, Niccolò Borghese, capo d'una fazione opposta alla sua, cercava ancora di limitare la di lui autorità, Pandolfo lo fece tagliare a pezzi sulla pubblica piazza il giorno 19 di luglio del 1500[88]. Fu questa, a dir vero, la sola circostanza in cui versò sangue; ma con ciò atterrì gli altri suoi avversarj, che presero volontario esilio. Egli palliò la sua autorità sotto quella dell'ordine dei Nove cui apparteneva e cui mostrava di servire; nè mai prese verun titolo, nè mai si allontanò dalle costumanze di semplice cittadino: nè col proprio matrimonio, nè con quello dei suoi figliuoli cercò d'imparentarsi con famiglie principesche, ma soltanto coi suoi concittadini, fin allora suoi eguali. Conservò sempre le semplicità delle vesti, il mantello nero che portavano tutti i Sienesi; e ne' suoi pranzi si contenne costantemente entro i limiti di modesto ed economo cittadino; non edificò che una privata comoda abitazione, senza darle la sontuosa eleganza de' palazzi; e per dirlo in una parola, in tutto il corso del viver suo cercò di coprire e di far dimenticare l'assoluta sua autorità[89].

Non pertanto il duca Valentino risguardava il nuovo principato di Pandolfo Petrucci e la piccola signoria di Piombino, appartenente a Giacomo IV d'Appiano, come le due parti della Toscana che potrebbe attaccare con migliore speranza di felice successo, e quelle che dovevano fargli strada ai suoi vasti disegni di conquiste; nello stesso tempo gli altri stati della provincia gl'inspiravano poco timore; perciocchè la repubblica di Firenze, che ne' precedenti tempi era sempre stata la gelosa custode dell'indipendenza italiana, trovavasi talmente spossata dalla guerra di Pisa, dallo spirito rivoluzionario de' suoi sudditi, e dai disordini dell'interna sua amministrazione, che tutto aveva a temere dall'ambizioso vicino che attaccava un dopo l'altro e si assoggettava tutti i confinanti stati, prima di venire con essa all'esperimento delle armi.

Mentre che Cesare Borgia terminava colle truppe francesi la conquista della Romagna, i Fiorentini avevano cercato di sottomettere Pisa, valendosi ancor essi delle truppe francesi, ma non avevano provati che rovesci. Lodovico XII, dopo la conquista di Milano e mentre si apparecchiava a fare l'impresa di Napoli, aveva cercato di tenere in Italia esercitati i suoi soldati e di mantenerveli a spese de' suoi alleati, ed aveva con tali viste prestato orecchio alle contrarie negoziazioni dei Fiorentini e de' Pisani. I primi chiedevano al re l'adempimento de' trattati tante volte rinnovati con Carlo VIII, e la restituzione di Pisa e delle sue fortezze; domandavano gli altri che sostenuta fosse una indipendenza loro data dalla Francia, e di concerto coi Sienesi, coi Genovesi, coi Lucchesi, offrivano cento mila ducati per prezzo della libertà di Pisa, di Montepulciano e di Pietra Santa; inoltre promettevano l'annuo tributo di cinquanta mila ducati, se il re obbligava i Fiorentini a rendere a Pisa il porto di Livorno, che in addietro apparteneva a quella repubblica. Gian Giacopo Trivulzio e Gian Luigi del Fiesco caldamente appoggiavano i Pisani, ma in quest'occasione il cardinale d'Amboise preferì l'onore e la parola del re all'esca del danaro che venivagli offerto. Con tutti i suoi trattati la Francia aveva guarentita la restituzione di Pisa ai Fiorentini, e pareva che questi avessero acquistati ulteriori diritti alla riconoscenza del re collo zelo con cui avevano somministrati sussidj in danaro per ricuperare lo stato di Milano dopo l'invasione di Lodovico il Moro. Perciò Giorgio d'Amboise stipulò con loro un nuovo trattato, in forza del quale loro prometteva di ajutarli a ricuperare Pisa e Pietra Santa, ed obbligavasi a mandar loro a tal fine pel primo di maggio del 1500 seicento lance e cinque mila Svizzeri, coll'artiglieria e munizioni necessarie. Durante questa spedizione gli uomini d'armi dovevano essere al soldo del re; ma gli Svizzeri dovevano essere pagati dalla repubblica fiorentina[90].

Il re aveva determinato di dare il comando di quest'armata ad Ivone d'Allegre, uno de' suoi migliori ufficiali; ma i Fiorentini, che più volte avevano avuto cagione di non essere contenti de' generali francesi, un solo ne conoscevano nel quale avessero intera confidenza, e questi era Ugone di Belmonte, il quale, essendo stato nella precedente guerra incaricato del comando di Livorno, avea loro consegnata quella piazza nel convenuto termine, senza cercare pagamento per aver fatto il suo dovere, e senza pensare come i suoi colleghi a vendere a' nemici del suo padrone l'ingresso della sua fortezza. Perciò chiesero premurosamente a Lodovico XII il Belmonte per comandare la loro armata, e l'ottennero, sebbene il re trovasse questo gentiluomo di meno elevato grado che non si conveniva per tenersi ubbidiente e rispettosa una così ragguardevole armata[91].

Intanto il Belmonte si pose in cammino; ma prima che giugnesse ai confini della Toscana, i Fiorentini ebbero nuove occasioni di lagnarsi della mala fede de' Francesi. Fin dal primo di maggio i pedoni erano al soldo della repubblica; si era calcolato che costerebbero ventiquattro mila ducati al mese, lo che corrisponde ad una lira e 92 centesimi dell'attuale moneta al giorno per ogni pedone svizzero. Non pertanto tutto il primo mese si consumò nel porre a contribuzione i piccoli signori di Carpi, di Correggio e della Mirandola, che si erano dichiarati a favore di Lodovico Sforza. Dopo avere estorti a questi piccioli principi di Lombardia venti mila ducati ed altri quaranta mila a Giovanni Bentivoglio[92], l'armata francese entrò finalmente in Toscana per la strada di Pontremoli; ma le prime ostilità furono dirette contro Alberico Malaspina, alleato della repubblica, che i Francesi spogliarono della signoria di Massa per darla a suo fratello Gabriele. Colà i commissarj fiorentini, Giovan Battista Ridolfi e Luca Antonio Albizzi, trovarono l'armata del Belmonte e la passarono in revista. Avevano seguite le bandiere due mila Svizzeri di più di quelli ch'erano stati domandati; e fu d'uopo cominciare dal pagar loro due mesi di soldo senza che avessero prestato verun servigio. Per altro l'armata si avanzò e si fece aprire le porte di Pietra Santa; ma invece di consegnare quella fortezza ai Fiorentini, in conformità del trattato, la ritenne in deposito, finchè il re potesse decidere, dopo la sommissione di Pisa, intorno alle ragioni di coloro che la pretendevano[93].

Finalmente l'armata arrivò sotto Pisa, e il 29 di giugno aprì la trincea tra la porta a Mare e la porta di Calci: durante la notte furono posti i cannoni in batteria, ed all'indomani, tre ore prima di notte, erano di già state atterrate quaranta braccia di mura. I Francesi e gli Svizzeri corsero subito all'assalto senza voler altro aspettare e senza aver fatta riconoscere la breccia. Ma quand'ebbero appena passata la muraglia, furono trattenuti da una larga fossa, che non credevano di trovare, e che non potevano superare. Dopo avere fatto qualche inutile sforzo per attraversarla ed avere perduta molta gente, furono dall'oscurità della notte costretti a ritirarsi nel loro accampamento; e dopo questo sperimento più non vollero tentare verun vigoroso attacco[94].

Non è già che alle truppe francesi mancasse il coraggio, ma sibbene la volontà di nuocere ai Pisani. Appena avevano questi veduto avvicinarsi l'armata destinata ad espugnarli, che avevano trovato il modo di risvegliare nella medesima col loro affetto, colla loro confidenza, e nello stesso tempo col loro valore l'antica parzialità tanto chiaramente dichiarata ai tempi di Carlo VIII. L'armata francese trovavasi ancora nel territorio di Lucca, allorchè due ambasciatori pisani eransi presentati al Belmonte per dichiarargli che ponevano la loro città sotto la protezione del re di Francia. Altri nello stesso tempo erano stati a portare una simile dichiarazione a Filippo di Rabenstein, governatore di Genova a nome del re, e questo capitano l'aveva imprudentemente accettata a nome di Lodovico XII. Allorchè il Belmonte spedì un araldo d'armi ad intimare ai Pisani d'aprirgli le porte della città, risposero di non aver altro desiderio che quello d'ubbidire al re di Francia, e di ricevere la sua armata entro le loro mura; al che non mettevano che una sola condizione: che il re non gli assoggetterebbe giammai ai Fiorentini[95].

Dal canto suo il Belmonte aveva mandato ai Pisani due gentiluomini, Giovanni d'Arbouville ed Ettore di Montenart, per invitarli a darsi volontariamente agli antichi loro padroni. Questi cavalieri, condotti in cerimonia al palazzo del comune, vi trovarono il ritratto di Carlo VIII esposto alla venerazione del popolo col titolo di liberatore di Pisa: furono supplicati a non distruggere l'opera di questo re, protettore della libertà pisana, ma piuttosto ad invitare il loro capo a ricevere sotto il dominio francese i liberti di Carlo, o almeno ad accordar loro un asilo in Francia, poichè i Pisani erano apparecchiati ad abbandonare le case e la patria loro, piuttosto che tornare sotto il comando de' Fiorentini. Cinquecento fanciulle, vestite di bianco, si fecero loro intorno, e stringendo le loro ginocchia, e piangendo gli andavano scongiurando a mostrarsi, secondo il loro giuramento di cavalleria, i difensori delle matrone e delle vergini contro la brutale insolenza de' loro nemici: «Se voi non potete, soggiunse una di loro, accordarci l'ajuto delle vostre spade, non ci rifiuterete quello delle vostre preghiere;» ed all'istante li trassero innanzi all'immagine della Beata Vergine, dove cominciarono a cantare in così pietosi modi e con tali lamentevoli voci, che cavavano le lagrime a tutte le persone[96].

Il Belmonte aveva ottenuto di spingere le sue truppe al primo assalto, perchè il sentimento dell'onore e della militare disciplina avevano fatto tacere gli affetti del cuore. Ma dopo essere stati perdenti in questo primo attacco, i Francesi cercarono avidamente qualche pretesto per non tentarne altri. I Pisani mai non ricusavano, fosse di giorno o di notte, di aprire le porte ai soldati francesi che desideravano di entrare in città. Sempre gli accoglievano colla medesima ospitalità e collo stesso affetto; li colmavano di doni, e loro mostravano pure le batterie coperte, affinchè i loro amici, che stavano al campo, non vi si esponessero. I Francesi non erano meno attenti a gratificare i Pisani, lasciando entrare i rinforzi che loro giugnevano dalle altre città della Toscana, e lasciando tra gli altri passare Tarlatino di Città di Castello, luogotenente di Vitellozzo, che tanto si rese illustre in questa guerra coll'intelligenza somma e colla costanza con cui diresse dopo tale epoca la difesa dei Pisani. Dall'altro canto i Francesi saccheggiarono i convoglj di vittovaglie, che venivano condotti al proprio accampamento, per avere poi occasione di lagnarsi dei Fiorentini che loro mancar lasciassero i viveri. Ogni giorno manifestavasi sempre più contro di questi la loro animosità. Non potendo il Belmonte rimettere la disciplina nel suo campo, all'ultimo disse a Luca degli Albizzi, commissario rimasto presso di lui, ch'egli era determinato di levare l'assedio; e perchè l'Albizzi si opponeva con vivacità per l'onore medesimo del re di Francia e delle sue armi, gli Svizzeri lo fecero prigioniero, dichiarando di volerlo custodire come pegno di certi soldi dovuti ad alcuni loro compatriotti fin dal tempo della guerra di Livorno. Convenne assoggettarsi a questa nuova violenza; Luca degli Albizzi venne redento con mille trecento ducati, e l'armata, che aveva fatta una così vergognosa campagna, ripigliò il 18 di luglio la strada della Lombardia[97].

La ritirata delle truppe francesi ridusse i Fiorentini alla disperazione. Contando essi sulla potente loro assistenza, e non potendo nel medesimo tempo sostenere una duplicata spesa, avevano licenziati i proprj soldati, di modo che si trovavano quasi del tutto disarmati, onde i Pisani non durarono fatica a riprendere Librafratta ed il bastione della Ventura. Inoltre Lodovico XII, siccome usano di fare le potenze alleate a più deboli stati, imputava ai Fiorentini la cagione del mal esito, dovuto all'indisciplina delle sue proprie truppe. Estremo era il suo sdegno contro la repubblica, ch'egli accusava d'avere lasciato il campo senza vittovaglie, d'avere male assecondati i suoi generali, ed in particolare di essersi ostinata a scegliere il Belmonte piuttosto che Ivone d'Allegre. Convenne che i Fiorentini pensassero a giustificarsi innanzi a quegli di cui avevano ragione di dolersi, e convenne addolcire il rifiuto, che la repubblica credette di dover fare, di condurre nel susseguente anno una nuova armata francese sotto Pisa per attaccare quella città con maggiore vantaggio[98].

Dopo così sgraziata campagna, Firenze rimase debole e circondata di nemici: le rivali città di Genova, di Lucca e di Siena si rallegravano della sua umiliazione, ed apertamente soccorrevano i Pisani. Nello stesso territorio fiorentino, in proporzione delle sventure della metropoli, si accrescevano il malcontento e le disposizioni alla ribellione. A Pistoja le due fazioni dei Cancellieri e dei Panciatichi ricominciarono una guerra civile di cui credevasi spenta ogni ricordanza dopo un intero secolo di un più fermo governo. In sul cominciare del 1501 tutti i Panciatichi furono cacciati di città; il 25 di febbrajo furono condannati come ribelli, e si bruciarono le loro case, abbandonando ai soldati i loro effetti. In appresso i Cancellieri li perseguitarono anche fuori di città fino a san Michele e gli assediarono nella chiesa di tal nome; ma vennero colà sorpresi dai partigiani de' Panciatichi, che si erano adunati in gran numero per liberare i loro capi, e gli assedianti perdettero più di dugento persone[99]. La repubblica fiorentina, che non aveva quasi più soldati sotto i suoi ordini, ed il di cui tesoro era stato affatto smunto dalle incessanti domande del re di Francia, nè poteva tenere la campagna contro Pisa, nè frenare i Pistojesi, nè gastigare i capi delle nuove sedizioni.

La libertà toscana pareva minacciata dal più triste avvenire; un'invincibile gelosia acciecava tutti i vicini di Firenze e li faceva cospirare alla ruina di lei; un generale fermento faceva temere nuove rivoluzioni tra i sudditi di lei; l'instabilità di un governo che rifacevasi ogni due mesi, e che non conservava per verun rispetto la tradizione dell'antica sua politica, inspirava uguale diffidenza agli stranieri ed ai cittadini. Venezia aveva preso a proteggere la famiglia usurpatrice, che voleva risalire sul trono; il duca di Milano ed il re di Napoli più non tenevano alternativamente la bilancia dell'Italia, ed il re di Francia, ch'era succeduto al primo e stava per rovesciare l'altro, più non proteggeva la repubblica. Il papa di lei più prossimo vicino era pure il di lei più pericoloso nemico, perciocchè, sagrificando ogni sentimento di dovere, ogni cura dell'indipendenza della Chiesa, e la buona fede ed il pudore all'ingrandimento di suo figlio, aggiugneva le perfidie ed i falsi giuramenti alle armi spirituali e temporali per assoggettare la Toscana a Cesare Borgia.

La repubblica, costretta dalla sua povertà a deporre le armi, pareva comprovare ai suoi vicini le pacifiche sue disposizioni, ed invece somministrò precisamente con tale atto a Cesare Borgia il pretesto che desiderava per cominciare le ostilità. Questi, dopo avere occupata Faenza il 22 aprile del 1501, disponevasi ad attaccare Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, quando il condottiere Rinuccio di Marciano, licenziato dai Fiorentini, passò al soldo di questo signore colla sua compagnia; il papa e suo figliuolo si dolsero subito altamente che la repubblica spedisse soccorsi ai loro nemici, cercando soltanto di travisarli con una troppo comune astuzia[100].

Cesare Borgia si era innoltrato verso i confini del Bolognese fino a castel san Piero sulla strada d'Imola. Colà ebbe ordine da Lodovico XII di non passar oltre, perchè il Bentivoglio si era posto sotto la speciale protezione della Francia[101]. Infatti si astenne dall'attaccarlo, ma si valse dello spavento che gli faceva per dettargli nuove condizioni. Da lui ottenne la cessione di Castel Bolognese posto tra Imola a Faenza, la promessa di un tributo di nove mila ducati, e quella di cento uomini d'armi e di due mila fanti, che il Borgia contava di adoperare contro Firenze. Per prezzo di questa nuova alleanza il perfido Borgia rivelò al Bentivoglio le intelligenze che aveva coi Marescotti, potente e ricca famiglia e seguìta da numerosi clienti, la quale fin allora erasi mostrata interamente attaccata al principe. Il Bentivoglio ordinò a suo figliuolo Ercole di assassinare Agamennone Marescotti, capo di quella famiglia, ed in seguito fece uccidere altre trentaquattro persone tra fratelli, figli, figlie o nipoti, e altre dugento parte parenti e parte amici. Finchè tanta carnificina non fu terminata, le porte di Bologna si tennero chiuse. Il Bentivoglio costrinse tutti i figli delle più nobili famiglie a prendervi parte, per renderli odiosi al partito contro cui voleva inferocire, e per attaccarli alla propria fortuna col timore della rappresaglia[102].

Il duca Valentino non aveva mai calcolato di trattenersi lungamente per soggiogare Bologna. Firenze era l'oggetto de' suoi apparecchi; egli aveva chiamato alla sua armata Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, che ardentemente desiderava di vendicare la morte di suo fratello, e gli Orsini, parenti ed alleati dei Medici. Fino dal mese di gennajo aveva mandati a Pisa alcuni rinforzi sotto gli ordini di Ranieri della Sassetta, e di Pietro Gambacorti[103]. Poi ch'ebbe terminata la conquista della Romagna, mandò a Pisa altri distaccamenti comandati da Oliverotto di Fermo, favorito ed uno de' più riputati luogotenenti del Vitelli[104]. Aveva avuti alcuni abboccamenti con Giuliano de' Medici, che si era portato fino a Bologna, e sperava col di lui mezzo di armare contro la sua patria tutti i partigiani della sua esiliata famiglia. Egli ben sapeva che i Medici sarebbero sempre disposti ad accettare alle più vergognose condizioni qualunque si fosse parte della sovranità della Toscana che offrisse loro; ed infatti Giuliano de' Medici, dopo avere tutto convenuto con Cesare Borgia, partì in posta alla volta della Francia, onde persuadere Lodovico XII a rifiutare ogni soccorso ai Fiorentini[105].

Pure tutte le operazioni del Valentino dovevano rimanere subordinate ai vasti progetti che Lodovico XII aveva formati contro Napoli. E di già l'esercito destinato a tale impresa cominciava a porsi in cammino. La più forte colonna, condotta dal d'Aubignì, doveva attraversare la Romagna, e raccogliervi le truppe francesi, che sotto il comando d'Ivone d'Allegre avevano fin allora secondato il duca Valentino; un'altra colonna, sotto gli ordini del balivo d'Occan, doveva tenere la strada della Lunigiana, attraversare Pisa ed unirsi nello stato di Piombino con Cesare Borgia, ch'erasi obbligato a seguire i generali francesi nel regno di Napoli. E precisamente in occasione di questa sua andata alla volta di Piombino, egli pensava di dare compimento alle rivoluzioni di cui minacciava la Toscana.

Cesare Borgia entrò in quella provincia dalla banda di Bologna con settecento uomini d'armi e cinque mila fanti, partecipando alla repubblica fiorentina di volere attraversare il suo territorio come amico, per passare a Roma, e altro non chiedendo che vittovaglie contro pagamento a danaro. Ma quando ebbe passate le gole delle montagne, e fu arrivato a Barberino, mutò linguaggio. Allora dichiarò di non potere mostrarsi l'amico della repubblica, fintanto che non la vedesse sottomessa ad un governo del quale potesse fidarsi; che la chiamata dei Medici poteva sola rispondere a' suoi occhi di una stabile amministrazione; che in conseguenza chiedeva il ristabilimento di Piero de' Medici in tutta l'autorità che aveva avuta in addietro; e questi stava aspettando a Lojano, villaggio posto al confine del Bolognese, il risultamento di tali minacce. Inoltre il Borgia chiedeva, che sei cittadini, indicati da Vitellozzo, fossero posti in suo potere, onde portare la pena dell'ingiusta sentenza pronunciata contro Paolo Vitelli; che la signoria si obbligasse a non soccorrere il signore di Piombino; e finalmente che prendesse lui medesimo al suo soldo con una condotta conveniente all'elevata sua dignità[106].

I Fiorentini avevano in allora alla testa della loro repubblica una signoria che non inspirava nè rispetto nè confidenza, molti suoi membri si avevano sospetti di essere segretamente d'accordo coi Medici o col Borgia per sopprimere il gran consiglio, e per ritirare la sovranità dalle mani del popolo. Verun uomo di straordinario ingegno, veruno di grande riputazione si era acquistata una decisiva influenza sulle risoluzioni del governo; e perchè le circostanze erano realmente difficili, niuno osava prendere ardite misure per uscire d'imbarazzo. Vero è che la signoria armò una parte della milizia delle campagne, che pose alla loggia de' Pazzi, a Fiesole ed a Bello Sguardo per difendere Firenze; ma nello stesso tempo vietò qualunque ostilità, minacciò di punire severamente i contadini che opporrebbero qualche resistenza ai soldati del Borgia, ed accordò a costui di attraversare a piccole giornate il territorio fiorentino, saccheggiando e guastando tutto ciò che incontrava, sebbene pretendesse sempre di essere l'amico ed il confederato della repubblica.

Tra i capitani di Cesare Borgia eranvene due, che non parevano fatti per inspirare diffidenza ai Fiorentini. Raffaele dei Pazzi e Marco Salviati discendevano da due famiglie, rendute illustri dalla congiura del 1478, e poco doveva temersi che facessero causa comune coi Medici. Tuttavolta la vanità offesa delle grandi famiglie suole piuttosto riconciliarsi con ogni specie di tirannide che col governo popolare. I due figli di coloro che avevano congiurato a favore della libertà, congiurarono per l'assoluto potere; concertarono coi loro amici di Firenze, che i partigiani dei Medici si renderebbero padroni del palazzo, mentre ch'essi medesimi coi soldati dei Vitelli si presenterebbero alle porte della città[107]. Questa cospirazione era in sul punto di scoppiare, quando Cesare Borgia, che non aveva che pochi giorni da trattenersi in Toscana, e che, nell'istante in cui dovrebbe partire alla volta di Napoli, non potrebbe cavarne tutto quel partito che poteva sperarne in migliore congiuntura, preferì di protrarre i suoi progetti, e di approfittare del timore che aveva inspirato ai capi della repubblica per estorcere una grossa somma di danaro. Infatti si fece promettere per tre anni l'annuo soldo di 36,000 ducati, promettendo di tenere trecento uomini d'armi pronti a soccorrere la repubblica in ogni suo bisogno. Costrinse la signoria a rinunciare alla protezione del signore di Piombino, ma non si ostinò rispetto al domandato cambiamento della costituzione, o riguardo alla soddisfazione da darsi a Vitellozzo[108].

Non fu che il 4 luglio del 1501, che Cesare Borgia entrò finalmente nel territorio di Piombino. Il signore di quel piccolo stato, Giacomo IV di Appiano, aveva preventivamente guastato il proprio paese, bruciati i foraggi, tagliati gli alberi e le viti, e distrutte le poche fonti che somministravano acque salubri. Erasi in appresso chiuso nel castello di Piombino co' suoi più affezionati vassalli, e con alcuni Corsi che aveva preso al suo soldo. In pochi giorni Suvereto, Scarlino, l'isola d'Elba e quella di Pianosa si arresero al duca Valentino; ma il castello di Piombino richiedeva un regolare assedio; ed esso aveva di già resistito più giorni, quando il Borgia si vide forzato ad allontanarsi il 28 di giugno per seguire l'armata francese[109]. Nulladimeno lasciò ai suoi luogotenenti, Vitellozzo Vitelli e Gian Paolo Baglioni, l'ordine di stringere l'assedio. Giacomo d'Appiano, che vedevasi vicino a doversi arrendere, e che temeva di cadere in mano del crudele Borgia, passò il 17 di agosto a Livorno, ed in appresso a Genova, sperando di persuadere i Genovesi a comperare il suo piccolo feudo, e porlo così sotto la protezione della Francia; ma la guarnigione, che più non veniva incoraggiata dalla presenza del capo, si arrese il giorno 3 di settembre, ed il Borgia pose allora il primo fondamento della sua potenza in Toscana[110].

Il compimento degli ambiziosi disegni del Borgia veniva sospeso dal passaggio dell'armata francese a traverso all'Italia, e la politica di tutti i potentati della penisola era subordinata a quella della corte di Francia, la quale omai non risguardava la conquista del Milanese che come un passo necessario per far quella del regno di Napoli; l'imprudente intrapresa di Carlo VIII pareva diventata pel di lui successore di facile ed indubitata esecuzione. Le truppe francesi, quando avevano valicate le Alpi, trovavano in Lombardia abbondanti granai e fortissime città, di cui liberamente disponevano, e che loro assicuravano il cammino fino nel centro dell'Italia. La repubblica di Venezia, che aveva contrariati i progetti di Carlo VIII, era alleata di Lodovico XII; e trovavasi inoltre implicata in una pericolosa guerra coll'impero turco, onde non poteva temersi che volesse provocare ostilità sugli opposti confini. La Toscana divisa e debole dipendeva dagli ordini della Francia, e non erano meno ubbidienti i principi confinanti coi Veneziani. Il papa, non prendendo consiglio che dall'ambizione di suo figliuolo, era diventato egli stesso un affezionato servitore del re. Don Federico, riposto sul trono dall'affetto dei popoli, non aveva nè tesoro nè armate; il suo regno guastato, le fortezze atterrate, gli arsenali vuoti, non gli lasciavano quasi verun mezzo di resistenza; ed i suoi sudditi, ruinati da una guerra crudele, non potevano pagare le imposte necessarie per ristaurare tutto ciò ch'era stato distrutto.

Ma se Lodovico XII risguardava facile la conquista del regno di Napoli, non vedeva la stessa facilità di conservarlo; aveva timore dei re di Spagna, i quali dai porti della Catalogna e della Sicilia potevano con estrema facilità spedire rinforzi al re di Napoli, e nello stesso tempo fare una diversione dalla banda dei Pirenei; temeva Massimiliano, che, pubblicando in ogni dieta il proprio risentimento, poteva finalmente armare contro di lui la Germania; non si fidava degli Svizzeri, che, fatti più inquieti ed intrattabili dopo avere tradito Lodovico Sforza, mostravano di voler cancellare con qualche luminoso fatto la vergogna di cui si erano coperti, e che da Bellinzona, in cui si afforzavano, minacciavano tutta la Lombardia. All'ultimo Lodovico XII temeva che le proprie truppe cadessero vittime di quel clima meridionale, di cui avevano di già sperimentata la funesta influenza.

Dal canto suo don Federico tutta conosceva la propria debolezza, e non aveva risparmiate nè le preghiere, nè le più rispettose pratiche per ottenere la pace. Aveva offerto di riconoscersi feudatario del re di Francia, di pagargli un tributo, di dargli in mano le più forti sue piazze e di ricevervi guarnigione francese. Si era insomma fatto conoscere apparecchiato di cedere al re tutti i vantaggi di una conquista, senza esporre i soldati alle vicende della guerra, nè i paesi contestati ai loro guasti[111]. Per uno strano accecamento Lodovico XII rifiutò tutte queste offerte, e preferì di trattare a meno vantaggiose condizioni con un uomo, che doveva inspirargli maggiore diffidenza, e che, non potendo secondarlo senza commettere una perfidia, avrebbe dovuto farlo arrossire di così fatta alleanza.

Lodovico XII riaprì adunque con Ferdinando il cattolico le negoziazioni cominciate sotto Carlo VIII, e ch'egli aveva rotte, smentendo le facoltà de' suoi agenti, quando aveva creduto di non aver che temere da quel monarca. Pretendeva Ferdinando che Alfonso I non avesse avuto il diritto di disporre del regno di Napoli, da lui conquistato, a favore di suo figlio naturale; e, dichiarandosi egli medesimo erede di quel monarca, offriva a Lodovico XII di dividere quel regno, sul quale la casa di Francia pretendeva di avere legittimi diritti quale erede della casa d'Angiò, e la casa di Arragona quale erede di quella di Durazzo, senza venire nuovamente all'esperimento delle armi per cotali diritti controversi che avevano tanto tempo lordato di sangue l'Italia. Ferdinando facevasi garante verso Lodovico XII del buon successo dell'impresa; conciossiachè Federico aprirebbe egli medesimo le migliori sue piazze alle truppe spagnuole, che vi sarebbero ricevute per difenderle, ma che invece non vi entrerebbero che per darle alla Francia. L'undici di novembre del 1500 venne sottoscritto in Granata questo trattato d'Alleanza tra Lodovico XII e Ferdinando ed Isabella, ma si tenne gelosissimamente segreto. Le parti contraenti convennero di attaccare contemporaneamente il regno di Napoli, e di dividerselo in maniera, che a Lodovico restasse Napoli, la Terra di Lavoro e gli Abbruzzi coi titoli di re di Gerusalemme e di Napoli, ed al re Ferdinando toccasse la Puglia e la Calabria col titolo di duca di quelle due province. I due re non si obbligavano ad ajutarsi reciprocamente nell'acquisto delle province rispettive, ma soltanto a non nuocersi. In seguito dovevano ambidue ricevere l'investitura dal papa, riconoscendosi immediatamente dipendenti dalla Chiesa[112].

Nello stesso tempo in cui Ferdinando sottoscriveva questo trattato, prendeva le opportune misure per eseguirlo, senza nè risvegliare i sospetti di don Federico, nè di verun principe dell'Europa, ma per lo contrario affettando, secondo la consueta sua politica, di essere soltanto inteso ai vantaggi della Chiesa ed alla difesa della Cristianità. Erasi mostrato vivamente commosso dalle vittorie ottenute dai Turchi sopra i Veneziani nel Peloponneso e nell'Adriatico, ed aveva mandato in ajuto della repubblica il suo migliore generale, Gonsalvo di Cordova, con una flotta di quasi sessanta vascelli armati a Malaga, e montati da mille dugento cavalli e da otto mila fanti della miglior milizia. Quest'armata, di cui dovremo parlare in appresso, secondò valorosamente i Veneziani, poi svernò in Sicilia, per essere pronta ad eseguire i segreti disegni di Ferdinando il Cattolico[113].

Lodovico XII più svelatamente apparecchiavasi alla guerra per eseguire un trattato non meno imprudente che vergognoso, in forza del quale introduceva in quell'Italia, di cui era arbitro, un rivale che un giorno potrebbe scacciarnelo. Il suo esercito, comandato dal d'Aubignì, contava mille lance, quattro mila Svizzeri e sei mila tra Guasconi ed avventurieri. In pari tempo Filippo di Rabenstein, fratello del duca di Cleves, governatore di Genova, conduceva sulle coste del regno di Napoli sedici vascelli brettoni e provenzali, sei caracche genovesi e sei mila cinquecento uomini da sbarco[114].

Dal canto suo don Federico, il quale aveva preso al suo soldo i Colonna, teneva sotto i suoi ordini settecento uomini d'armi, seicento cavalleggeri e sei mila fanti; ma riponeva ogni sua speranza in Gonsalvo di Cordova, che sapeva trovarsi in Sicilia con un'armata composta di eccellenti truppe, e che gli era annunciato da suo cugino Ferdinando come apparecchiato a difenderlo. Federico affrettava Gonsalvo a raggiungerlo a Gaeta, e gli faceva aprire tutte le città della Calabria, nelle quali diceva il generale esservi bisogno di porre guarnigioni per guarentire le posizioni della sua armata. Nello stesso tempo Federico faceva istanza all'imperatore dei Turchi di difendere un regno che poteva risguardare come antimurale del suo impero. Mandò a Taranto, la più forte città de' suoi stati, il suo figliuolo primogenito Ferdinando, sebbene ancora fanciullo; ed egli andò ad accamparsi a san Germano, dove dovevano raggiugnerlo tutte le truppe che gli conducevano i Colonna e quelle di Gonsalvo di Cordova[115].

Ma il 6 di giugno del 1501, essendo l'armata francese, divisa in due colonne, entrata già nello stato della Chiesa, gli ambasciatori francesi e spagnuoli presentaronsi insieme al papa ed al sacro collegio per partecipar loro il trattato di divisione del regno di Napoli, sottoscritto già da sei mesi dai proprj sovrani. Nello stesso tempo dichiararono che i loro padroni non miravano ad altro, mettendosi in possesso del regno di Napoli, che ad acquistare nuovi mezzi per attaccare di concerto l'impero ottomano. Chiesero al papa di appoggiare così pia intenzione, accordando ai loro sovrani l'investitura delle province toccate nella divisione all'uno ed all'altro. Alessandro VI non poteva che applaudire ad un accomodamento che veniva a farlo arbitro fra i suoi due potenti feudatarj. Pure non pubblicò la sentenza che spogliava Federico del trono di Napoli che quando l'esito della guerra era già deciso, sebbene cotale sentenza fosse già stata pronunciata in un segreto concistoro tenuto il 25 di giugno[116].

Ferdinando era il più prossimo parente di don Federico, ed il suo più intimo alleato; gli aveva inspirato una illimitata confidenza; aveva di fresco impetrato ed ottenuto il soprannome di Cattolico, e sempre ostentava in faccia alla Cristianità l'ipocrita suo zelo pel dilatamento della fede e per la difesa della Chiesa; onde l'insigne suo tradimento eccitò quasi tanta indignazione negli stranieri che nello stesso don Federico. Gonsalvo di Cordova, volendo fino alla fine ingannare questo sventurato principe, gli scrisse per ismentire ciò che l'ambasciatore spagnuolo aveva pubblicato in Roma, e per dichiarare d'essere sempre disposto a difendere colla sua armata il nipote ed il più caro alleato del suo padrone. Queste proteste gli servirono a calmare le province ch'egli voleva attraversare, ed a facilitargliene l'occupazione: e soltanto dopo che l'armata francese toccò i confini del regno, Gonsalvo, confessando la vergognosa sua commissione, spedì sei galere a Napoli per levare le due vecchie regine, una sorella, l'altra nipote dei suo re[117].

I mezzi di resistenza che Federico aveva apparecchiati più non bastavano contro questa doppia aggressione. I suoi soli alleati, i Colonna, erano dal canto loro attaccati ad Alessandro VI, ed avevano preso il necessario partito di abbandonare tutte le loro terre, ad eccezione di Amelia e di Rocca di Papa, nelle quali avevano poste guarnigioni[118]. La ribellione era di già scoppiata in san Germano e ne' vicini luoghi, non perchè Federico non fosse amato più che i Francesi, ma perchè i suoi sudditi non volevano prender parte in una guerra che loro non lasciava veruna speranza. Federico, tuttavia incerto sul partito cui doveva appigliarsi, e non potendo mantenersi in campagna, chiuse le sue truppe nelle migliori piazze, per darsi tempo di prendere più maturi consiglj. Fabrizio Colonna, cui fu dato per compagno il conte Rinuccio di Marciano, entrato recentemente al servizio di Napoli, fu incaricato della difesa di Capoa con trecento uomini d'armi, alcuni cavalleggeri e tre mila fanti; don Federico occupò Aversa con un'altra parte della sua armata, e Prospero Colonna prese sopra di sè la difesa di Napoli[119].

Frattanto il d'Aubignì aveva, avanzandosi, bruciato Marino, Cavi ed altri castelli dei Colonna, per vendicare alcuni baroni, partigiani della Francia, che questi avevano fatto uccidere in Roma. Giulio Colonna, che doveva difendere Montefortino, abbandonò quella piazza in un modo poco onorevole, e l'armata francese si trovò padrona di tutto il paese di confine fino al Volturno. Questo fiume sarebbesi difficilmente passato in faccia a Capoa, ma il d'Aubignì, avvicinandosi alle montagne, lo attraversò a minore distanza dalla sua sorgente, ed occupò Aversa, da cui Federico dovette ritirarsi, indi sottomise Nola e tutto il paese fino a Napoli. In seguito ripiegò verso Capoa e la investì contemporaneamente dalle due bande del fiume. La guarnigione rispinse valorosamente il primo assalto dato dai Francesi, ma si trovò molto danneggiata: aveva veduto da vicino il pericolo, e temeva di soggiacere in un altro attacco; di modo che il 24 di luglio del 1501 domandò di capitolare. Il conte di Cajazzo venne ricevuto sul bastione ad un abboccamento con Fabrizio Colonna, per trattare intorno alle condizioni della resa. La guarnigione, che già da otto giorni veniva chiamata alla custodia delle mura, credette non essere più necessaria tanta vigilanza, quando erano omai convenute le condizioni della resa; e mentre si stava trattando, i Francesi penetrarono in città. Assicurasi che un borghese ne aprì loro le porte, ma che fu all'istante ucciso dai vincitori. Capoa, sorpresa mentre credeva di arrendersi, venne trattata con tutta la crudeltà in allora propria delle guerre degli oltremontani in Italia: furono uccisi sette mila abitanti nelle strade[120], tutte le proprietà saccheggiate, e tutte le donne abbandonate alla brutale libidine de' soldati; ma tanto grande era l'orrore che inspiravano, che non poche matrone si precipitarono nei pozzi per sottrarsi colla morte al disonore. Nè più degli altri luoghi furono rispettate le chiese ed i conventi, e finchè agli sventurati Capoani rimase qualche cosa da perdere, i generali francesi, che in faccia a que' nuovi sudditi pretendevano di rappresentare il legittimo sovrano, non li coprirono colla loro protezione. Finalmente il saccheggio era cessato, il soldato era calmato e ristabilita la disciplina, quando si seppe che una torre della città aveva servito di rifugio a molte donne. Cesare Borgia le fece tutte condurre presso di sè, e dopo averle diligentemente esaminate, scelse le quaranta più belle e le mandò nel suo palazzo di Roma per formare il suo serraglio[121].

Fabrizio Colonna, don Ugo di Cardone, e più altri distinti capitani rimasero tra i prigionieri. Il conte Rinuccio di Marciano, ferito da una freccia, era pure rimasto in mano de' soldati del Valentino, ma morì il secondo giorno; e fu creduto che Vitellozzo Vitelli avesse fatte avvelenare le sue ferite, sovvenendosi che la rivalità di questo capitano con suo fratello Paolo era stata una delle cagioni del di lui supplicio[122].

La perdita di Capoa portò l'ultimo colpo alla di già vacillante fortuna di Federico. Egli abbandonò la sua capitale, che più non poteva difendere, si chiuse in Castel Nuovo, e permise alle città di Napoli e di Gaeta di aprire, senza essere attaccate, le porte ai Francesi. La prima si riscattò dal sacco con una contribuzione di sessanta mila ducati; ed il 25 di agosto, sei giorni dopo l'ingresso dei Francesi in Napoli, don Federico consegnò loro anche Castel Nuovo. Egli convenne col d'Aubignì di porlo pacificamente in possesso di tutto ciò che ancora possedeva in quella parte del regno di Napoli, che dava ai Francesi il trattato fatto con Ferdinando il Cattolico, riservandosi soltanto l'isola d'Ischia che per lo spazio di sei mesi non potrebbe essere attaccata. Nello stesso tempo stipulò un'amnistia per tutti coloro che si erano dichiarati contro la Francia dopo la conquista di Carlo VIII, e riservò ai cardinali Colonna e di Arragona il godimento delle rendite ecclesiastiche che avevano nel regno[123].

Giammai non si erano vedute più illustri vittime delle politiche rivoluzioni, di quelle che allora si trovavano nell'isola d'Ischia. Eravi in quel castello Beatrice d'Arragona, sorella di don Federico, da prima consorte del gran Mattia Corvino, re d'Ungheria, poi di Uladislao, re di Boemia. Costei aveva col suo favore procurata ad Uladislao la corona d'Ungheria; e questi in contraccambio l'aveva ripudiata per isposare un'altra donna. Eravi pure Isabella, duchessa di Milano, nipote di don Federico, che aveva tutt'ad un tratto perduta la sua sovranità, quella di suo padre, il consorte e il figlio; finalmente lo stesso Federico, che trovavasi in quella rocca con sua moglie e quattro figliuoli in tenera età. Vero è che non istette lungamente in questo ritiro, dove avrebbe più prudentemente adoperato, aspettandovi qualche cambiamento di fortuna. Così violenta era la sua indignazione contro suo cugino, Ferdinando d'Arragona, che preferì di darsi in braccio ad un nemico che lo aveva sempre combattuto a forza aperta. Egli si attenne al consiglio di Filippo di Rabenstein ch'era giunto presso Ischia colla sua flotta: da quest'ammiraglio ebbe un salvacondotto per passare in Francia con cinque galere leggeri, mentre spedì la maggior parte de' suoi uomini d'armi a Taranto che si difendeva ancora a nome di suo figlio primogenito. Affidò il comando d'Ischia al marchese del Guasto ed alla contessa di Francavilla. Lasciò pure in quell'isola Fabrizio e Prospero Colonna, il primo de' quali era stato forzato a riscattarsi dai Francesi dopo la presa di Capoa. Lodovico XII, commosso dalla confidenza di don Federico, gli accordò infatti il ducato d'Angiò e trenta mila scudi di rendita, invece del regno che aveva perduto; ma a condizione che mai non uscirebbe dalla Francia: e sebbene non fosse suo prigioniere, e fosse venuto sotto la fede di un salvacondotto, Lodovico XII lo pose sotto la sopravveglianza del marchese di Rothelin, che con trecento uomini ebbe ordine di fare onorevole guardia alla sua persona, ma in fatto per tenerlo ubbidiente[124].

La conquista dell'altra metà del regno di Napoli che faceva Gonsalvo di Cordova non fu così rapida; l'aveva cominciata più tardi e con più deboli forze, ed inoltre aveva incontrato maggior resistenza negli abitanti. Vedevano questi con estremo dolore la loro patria divisa, e poichè dovevano cessare d'avere il proprio re, avrebbero almeno preferito di passare sotto il dominio francese. Pure, perchè il loro sovrano gli aveva abbandonati, e niun altro principe prendeva a difenderli, si andarono assoggettando di mano in mano che gli Spagnuoli intimavano loro di arrendersi. Le sole città di Manfredonia e di Taranto sostennero un assedio: breve fu quello di Manfredonia, ma quello di Taranto lunghissimo, sebbene diretto dallo stesso Gonsalvo. La città, posta in un'isola unita da due ponti al continente e abbondantemente provveduta di vittovaglie, era abbastanza forte per rendere lungamente vani tutti gli sforzi degli assedianti; e Giovanni di Guevara, conte di Potenza, governatore del giovanetto Ferdinando, che vi comandava, affidato alla naturale forza della piazza, evitava le sortite, le scaramucce ed ogni piccola zuffa che ad altro non avrebbero servito che ad indebolire la guarnigione. All'ultimo avendo Gonsalvo trasportato una ventina di navi armate entro al seno di diciotto miglia di circuito, detto dai Tarentini mare interno, il conte di Potenza, che non credeva di essere attaccato da quella banda, e non vi aveva fatte nuove opere di difesa, si mostrò disposto a capitolare, tanto più che il Gonsalvo gli aveva fatte offrire onoratissime e vantaggiose condizioni. Il generale del re cattolico giurò sull'ostia nella più solenne forma, che accorderebbe al giovane Ferdinando, duca di Calabria, la libertà di ritirarsi ove più gli piacesse. La città fu ceduta a tal patto, ed il giovane principe si affrettò, in conformità agli ordini avuti da suo padre, di prendere la strada di Bitonto per passare nella parte del regno occupata dai Francesi. Ma non era appena giunto in quella città, che fu arrestato per ordine di Gonsalvo, ricondotto a Taranto, e di là imbarcato e mandato prigioniero in Ispagna, malgrado le rimostranze sue e del governatore, che amaramente rimproveravasi d'averlo precipitato nella rete. Gonsalvo di Cordova era un uomo religioso fino alla superstizione ed al fanatismo; e non pertanto si rendeva per politica colpevole del più insigne spergiuro; ma non volendo illuminare la propria coscienza, rimettevasi in tutto al suo direttore, e trovò teologi che gli dissero e pubblicarono per sua difesa, che aveva giurato non per sè medesimo, ma pel suo padrone, onde non era personalmente vincolato, come non lo era pure il suo sovrano, poichè il Gonsalvo erasi per lui obbligato senza sua saputa[125].

Così cadde per non rialzarsi più questo ramo della casa d'Arragona, che aveva regnato a Napoli con tanto splendore per lo spazio di sessantacinque anni, e avuto tanta influenza nell'incremento delle lettere italiane. Federico colla troppo precipitosa sua ritirata si privò dei mezzi che poteva presentargli la mala intelligenza dei monarchi che si erano diviso il suo regno. Egli morì in Angiò il 9 di settembre del 1504. Suo figlio Ferdinando, duca di Calabria, morì in Ispagna soltanto nel 1550, dopo essersi ammogliato due volte, ma sempre, secondo le viste della politica spagnuola, con donne conosciute sterili. Alfonso, il secondogenito, che aveva seguito il padre in Francia, morì a Grenoble nel 1515 non senza sospetto di veleno, e l'ultimo, Cesare, morì a Ferrara in età di diciott'anni. Tra le figlie del re Federico, la sola Carlotta, maritata col conte di Laval, lasciò prole[126].

CAPITOLO CI.

Guerra nel regno di Napoli tra Lodovico XII e Ferdinando il cattolico; rivoluzione d'Arezzo; conquiste di Cesare Borgia; carnificina di Sinigaglia; battaglia di Cerignole; i Francesi scacciati dal regno di Napoli.

1501 = 1503.

Gli oltremontani, che in principio del sedicesimo secolo guerreggiavano in Italia, non dissimulavano in verun modo i sentimenti di diffidenza, di disprezzo, o di odio che nudrivano verso la nazione che venivano a combattere. Questi sentimenti mostravansi scopertamente nelle scritture de' contemporanei, e perchè i successivi avvenimenti più d'una volta li giustificarono, contribuirono a fondare in tutta l'Europa un pregiudizio svantaggioso alla nazione che all'ultimo soggiacque. Pure, almeno a quell'epoca, l'avversione degli oltremontani per gli Italiani altro non era che l'odio che nutrono tutti i barbari contro le nazioni ridotte a maggiore civiltà. Sentivano la superiorità dello spirito, del senno, delle cognizioni dei loro nemici, ma si esasperavano perciò contro la nazione. Essi rappresentavano questi vantaggi come necessariamente legati alla dissimulazione ed alla perfidia; si appropriavano invece la palma del valore e della lealtà, ed abbandonavano con dispregio agli Italiani il merito dell'astuzia e dell'avvedutezza. Ogni nazione, paragonandosi agli Italiani, si attribuiva qualità incompatibili con que' meschini artificj che sono proprj di un popolo giunto all'estrema civiltà; vantavano a vicenda la buona fede teutonica, la rozza franchezza elvetica, l'onore francese, la lealtà castigliana. Per altro ognuna di queste nazioni parve farsi carico di dare nel periodo di pochi mesi, in seno alla stessa Italia, tali prove di mala fede, che i più diffamati politici italiani non avrebbero mai pareggiate.

Massimiliano d'Austria, che ambiva di essere ancora più cavaliere che re, non aveva fino a tale epoca presa veruna importante parte negli affari d'Italia; soltanto più tardi ed in occasione delle sue contese con Venezia mostrò in particolar modo il suo disprezzo per le proprie promesse. Pure la sua inconseguenza aveva di già renduta la di lui alleanza fatale a coloro che l'avevano comperata: questa aveva ingannati i Pisani, cagionata la ruina di Lodovico Sforza, e contribuito a quella di Federico d'Arragona. Questo re di Napoli aveva prestati a Massimiliano quaranta mila fiorini, a condizione che non farebbe accordi colla Francia senza comprendervelo. Ma Massimiliano, che dalla sua insensata prodigalità veniva reso dipendente da tutti gli avvenimenti, e che durante tutto il suo regno altro non fece che dare parole a prezzo di danaro, e che mancare di fede per ricevere altre somme, acconsentì per un sussidio pagatogli dalla Francia a fare con questa una tregua di più mesi senza comprendervi don Federico, dando così tempo a Lodovico XII d'attaccare il re di Napoli e di precipitarlo dal trono[127].

Il tradimento degli Svizzeri a Novara, di cui fu vittima Lodovico Sforza, lasciava a quella nazione pochi titoli per vantare la sua lealtà; tanto più che quella transazione fu preceduta e seguita da molte altre, che, sebbene meno strepitose per l'importanza degli avvenimenti, e meno funeste nelle loro conseguenze, non perciò riuscivano meno contrarie alla fedeltà ed all'onore militare.

La condotta del governo francese era quasi sempre stata macchiata da un'eguale mala fede: aveva trafficate le sue alleanze coi Pisani, coi Fiorentini, col duca Valentino; aveva per una somma di danaro abbandonati ai suoi nemici coloro cui avevano più solennemente accordata protezione; e la costante sua alleanza con Cesare Borgia l'aveva fatto partecipe di tutti i delitti di quell'uomo perfido. Ad ogni modo la Spagna superava tutte le altre potenze per la impudenza della sua mala fede. Pareva che Ferdinando il Cattolico si recasse a merito di non promettere che per mancare, si facesse un trastullo de' giuramenti, come i fanciulli de' fantocci, e pigliasse diletto a moltiplicare gl'inganni anche più che non richiedeva il buon esito de' suoi disegni. I due spagnuoli, Alessandro VI e Cesare Borgia suo figlio, fondarono in certo qual modo col loro esempio la terribile scuola machiavellica; e lo stesso eroe della Spagna, Gonsalvo di Cordova, si espose più volte al rimprovero di perfidia.

Ma veruna transazione del secolo non portava l'impronta d'una violazione più perfida di tutti i diritti, di tutti i doveri, quanto il trattato di Granata per la divisione della monarchia di Napoli: verun'altra transazione disvelava in coloro che sottoscrissero un più alto disprezzo per le obbligazioni morali e per le leggi dell'onore. Bisognava essere accecati dalla cupidigia per isperare che l'una parte o l'altra eseguirebbe di buona fede una convenzione fondata sopra la sovversione di ogni fede, di ogni principio. Una tale convenzione non poteva produrre che la guerra e non la pace; ed infatti appena fu terminata la conquista del regno di Napoli dai due principi che avevano concertato tale tradimento, che cominciarono a contendersene le province.

Il trattato di divisione di Granata aveva avuto per base l'antica divisione del regno di Napoli in quattro province, attribuendosene due ogni potenza. La Campania comprendeva ciò che oggi chiamasi Terra di Lavoro ed i due principati; l'Abbruzzo comprendeva i due moderni Abbruzzi e la contea di Molise. Queste erano le province assegnate alla Francia. La Puglia comprendeva la Capitanata, la terra di Bari e quella di Otranto; la Calabria comprendeva la Basilicata e le due moderne Calabrie. Per altro quest'antica divisione di province era stata cambiata dal re Alfonso I. Le province della Capitanata e della Basilicata, staccate una dalla Puglia l'altra dalla Calabria, non erano state chiaramente indicate nel trattato di Granata siccome devolute al re di Spagna. Alcune città della prima erano state occupate, senza rimostranze in contrario, a nome del conte di Lignì, cui erano state accordate in feudo da Carlo VIII: altronde pareva che la Capitanata non si potesse separare dagli Abbruzzi; il quasi intero prodotto delle quali due province consisteva nelle gabelle delle mandre che in tempo d'estate pascolavano le erbe delle alte montagne dell'Abbruzzo e nell'inverno quelle delle aduste campagne della Puglia[128].

Le ostilità cominciarono ad Atripalda nella Basilicata; i Francesi vi si erano stabiliti, e gli Spagnuoli li sorpresero e li discacciarono. Pure nè gli uni, nè gli altri erano apparecchiati ad una nuova guerra. Luigi d'Armagnacco, duca di Nemours, vicerè di Napoli a nome di Lodovico XII, acconsentì di scontrarsi con Gonsalvo di Cordova nella chiesa di sant'Antonio tra Atella e Melfi, per regolare i punti intorno ai quali non andavano d'accordo. Convennero che in pendenza della decisione dei loro monarchi per la dilucidazione del trattato, le città controverse sarebbero governate in comune dai due vicerè, che vi spiegherebbero le insegne delle due nazioni, e che le gabelle pel pedaggio delle mandre, che davano cento mila ducati all'anno, e che formavano il reddito più depurato del regno, ma che sarebbe stato totalmente perduto pei Francesi se avessero rinunciata la Capitanata, verrebbe in eguali porzioni diviso fra loro e gli Spagnuoli[129].

Quest'accomodamento favorevole ai Francesi non era stato dal Gonsalvo accettato che per conoscersi più debole; egli diede il tempo di scrivere alle corti. Confessarono i due re di non conoscere il paese e di non avere prevedute le difficoltà che si affacciavano; ma sentendo ambidue l'impossibilità di conservare la pace, invece di commettere al rispettivo luogotenente di ultimare la controversia all'amichevole, l'invitarono ad approfittare il più che potesse delle presenti circostanze, ed a spiegare a suo vantaggio tutto ciò che fosse oscuro. L'uno e l'altro volevano la guerra, ma i Francesi trovaronsi apparecchiati a sostenerla prima degli altri. Perciò il 19 di giugno del 1502 il Nemours fece dichiarare al Gonsalvo, che se non gli veniva restituita la Capitanata, i Francesi si farebbero da sè giustizia colle armi; e subito dopo attaccò Atripalda, l'occupò di nuovo, e nello stesso tempo fece cominciare le ostilità su tutta la linea. Il Gonsalvo, sentendo che i principi di Salerno e di Bisignano eransi dichiarati a favore dei Francesi, e che tutto il paese era in fermentazione, fuggì di notte da Atella, e si ritirò successivamente verso Andria, Bitonto e Barletta, distribuendo tutte le truppe che gli restavano nelle fortezze, ed abbandonando la campagna alle incursioni de' Francesi[130].

Gonsalvo di Cordova aveva scelta Barletta per riunirvi la sua armata, aspettarvi i soccorsi della Spagna, e lasciar tempo ai Francesi di snervarsi in una guerra di avamposti. Questa città, fabbricata dall'imperatore Eraclio al sud-est della foce dell'Ofanto, era stata spesse volte la sede degli antichi re di Napoli: angusto era il suo porto e non sicuro per tutti i venti, e le vecchie sue mura non avevano terrapieni. Ma il Gonsalvo vi adunava i suoi più valorosi soldati, ed i baroni del regno che si erano dichiarati a favore della Spagna. Le era rimasto fedele l'antico partito arragonese, il quale non aveva preso parte al vivissimo sdegno di Federico, e mentre che questo re aveva preferito di porsi in mano della Francia, piuttosto che commettersi a suo cugino, quasi tutti coloro che l'avevano seguito nel suo esilio, e particolarmente Prospero Colonna trovavansi in allora presso Gonsalvo. Per lo contrario l'antica fazione d'Angiò si era ovunque dichiarata favorevole ai Francesi, ed era appunto più potente nelle province cedute alla Spagna.

Nel consiglio di guerra tenuto dal duca di Nemours intorno al suo piano di campagna, Andrea Matteo d'Acquaviva, duca d'Adria, il più riputato tra i baroni angiovini e come letterato e come guerriero, propose di assediare Bari, la più florida città ed il miglior porto che gli Spagnuoli avessero sull'Adriatico. Diceva che la sua conquista trarrebbe seco quella di Giovenazzo e di Bitonto, e la rivoluzione di tutta la provincia. Ma Isabella di Arragona, figlia di Alfonso II e vedova di Giovan Galeazzo Sforza, aveva il comando di Bari assegnatale per suo appannaggio; ed i generali francesi non sapevano senza ripugnanza risolversi ad attaccare una donna, il di cui padre e marito erano stati da loro privati del trono, e di cui ne tenevano in prigione il figliuolo; una donna fatta da loro tanto infelice, e di cui rispettavano il carattere. Ivone d'Allegre e la Palice dissero ch'essi credevano più conveniente al carattere de' cavalieri francesi ed in pari tempo alle regole dell'arte militare di attaccare lo stesso Gonsalvo nella città in cui si era chiuso, di non dargli tempo di accrescere le fortificazioni, e di approfittare dell'impeto francese per terminare la guerra sulle medesime brecce di Barletta[131].

Il duca di Nemours, che non aveva nè talenti distinti nè carattere, appigliossi, come il più delle volte sogliono fare gli uomini mediocri, ad un partito di mezzo tra i due che gli venivano proposti, e con una fallace prudenza rinunciò ai vantaggi dell'uno e dell'altro. Attaccando Bari, temeva di lasciare il Gonsalvo in libertà; temeva, assediando Barletta, di avere a lottare coi talenti di un grande generale e col vigore di una grossa armata, e risolse di bloccare soltanto Barletta. Luigi d'Ars, Chatillon de Formant, e Chandieu o Chandenier, comandante degli Svizzeri, furono dello stesso parere. Il d'Aubignì fu staccato con un terzo dell'armata francese per fare un'invasione nella Calabria. Egli si era fatto amare e rispettare in quella provincia in tempo della precedente guerra colla giustizia e colla dolcezza del suo governo; ed infatti non vi fu appena rientrato, che i principi di Salerno e di Bisignano, della casa di Sanseverino, ed il conte di Mileto, si posero sotto le sue bandiere; tutte le città, e la stessa Cosenza, capitale della provincia, aprirono le loro porte ai Francesi; e le guarnigioni ed i magistrati spagnuoli si ritirarono in Sicilia, lasciando che il d'Aubignì stendesse il suo dominio fino allo stretto di Messina[132].

Intanto il duca di Nemours andava prendendo varie posizioni intorno a Barletta, ed occupando tutti i vicini castelli; tentava di togliere al Gonsalvo i viveri e le comunicazioni colle altre parti del regno: egli non entrava colle sue truppe che in iscaramucce di poca importanza; e rinnovava l'errore in cui caddero diversi generali francesi, di lasciar languire il soldato, di annojarlo ed impazientarlo, dissipando in tal modo quell'ardore e quell'impeto nazionale, che gli avrebbero data la vittoria.

Mentre che i due generali scansavano le regolari battaglie e le azioni sanguinose, uno per prudenza l'altro per imperizia, le due armate, la di cui cavalleria era tutta formata di coraggiosa nobiltà, cambiava la guerra in tornei ed in duelli nelle forme. Gli uomini d'armi francesi, confessando il valore della fanteria spagnuola, sprezzavano la cavalleria, che risguardavano come formata nella scuola dei Mori, e più fatta per caracollare che per combattere. Loro rispondevano gli Spagnuoli, che con armi eguali ed in egual numero, non temevano i Francesi. Si convenne perciò che si proverebbero undici cavalieri contro undici. Erano i più distinti tra i campioni francesi, Bajardo, il cavaliere senza paura e senza macchia, e Francesco d'Urfè, signore d'Orose; tra gli Spagnuoli Diego de Vera e Diego Garcia de Paredes. I Veneziani, che comandavano a Trani, e che osservavano una perfetta neutralità fra le due armate, accordarono lo steccato e nominarono i giudici della zuffa. Doveva terminare al tramontare del sole, e coloro che verrebbero scavalcati, o cacciati fuori dell'aringo più non dovevano prendervi parte. Al primo urto furono rovesciati sette francesi o uccisi i loro cavalli; ma i quattro che rimanevano, cioè Bajardo, Orose, Torci, luogotenente de la Palice, e Montdragon, chiudendosi come in un baluardo dietro i cavalli de' loro compagni, stesi sul campo di battaglia, vi si difesero tanto valorosamente e con tanta costanza, che dopo sei ore d'inutili sforzi, essendo caduto il sole, i giudici della battaglia divisero i combattenti, e dichiararono la gloria fra di loro eguale[133].

Le due nazioni avevano fatto un accordo pei prigionieri, e si facevano un punto d'onore di trattarli con umanità. Don Alonzo de Sotomajor, il quale era stato prigioniere del cavaliere Bajardo, lagnavasi di essere stato trattato con soverchia severità. Protestava il Bajardo di non averlo ristretto che dopo che il Sotomajor aveva tentato di fuggire malgrado la data parola. I due cavalieri terminarono la loro lite in uno steccato, ove il Sotomajor fu ucciso; e gli stessi Spagnuoli fecero plauso alla vittoria del guerriero che rispettavano, risguardandola come un giudizio di Dio contro il loro compatriotta[134].

Queste battaglie in isteccato chiuso, questi cavallereschi riguardi tra i soldati delle due armate non avevano luogo che tra i gentiluomini; i pedoni ignobili non erano trattati con minore crudeltà che in addietro, nè i contadini spogliati meno barbaramente. Intanto il Gonsalvo andava ogni giorno afforzando Barletta con nuove opere, ed il Nemours, che aveva trascurato di attaccarlo vivamente nel primo istante, non avrebbe oramai potuto farlo con isperanza di riuscita. Si limitò quindi ad occupare le fortezze del vicinato, Cerignole, l'antica rocca di Gerione, che aveva resistito ad Annibale, e dove Zarate e d'Acunha comandavano agli Spagnuoli, e Canosa difesa da Pietro Navarro. Questi due assedj furono valorosamente sostenuti; ma conoscendo il Gonsalvo che finalmente quelle guarnigioni avrebbero dovuto cedere, e non volendo esporsi a perdere così buoni ufficiali e tanti valorosi soldati, ordinò loro di evacuare quelle due città e di ritirarsi a Barletta[135].

Erano di già più mesi passati da che Gonsalvo di Cordova teneva chiusa la sua armata entro le mura di una povera città, che gli offriva così pochi mezzi. La corte di Spagna colla consueta sua lentezza nulla aveva fatto per soccorrerlo. Egli più non aveva nè danaro, nè vesti; ed ai suoi soldati cominciavano pure a mancare le vittovaglie e le armi, ma loro aveva saputo inspirare tanto amore, aveva così profondamente penetrato il carattere spagnuolo, e approfittato così destramente dell'orgoglio, della costanza e della sobrietà nazionali, che in mezzo a tante privazioni i suoi soldati non diedero verun indizio d'impazienza, d'indisciplina, o di scoraggiamento. Finalmente una nave siciliana portò a Gonsalvo il frumento di cui aveva urgentissimo bisogno; un'altra gli recò da Venezia armi, vesti, scarpe, che affatto mancavano alla sua truppa; comperò tutti questi oggetti sul credito di Isabella di Arragona e de' più ricchi mercanti di Bari, e mentre trovavasi affatto senza danaro, fece credere ai suoi soldati che un forziere, che loro mostrava, fosse tuttavia pieno d'oro, e che lo teneva in serbo per pagare il loro soldo il giorno dopo la battaglia[136].

In tal modo si consumò tutta la campagna del 1502. Frattanto il duca di Nemours, avanti di distribuire le sue truppe ne' quartieri d'inverno, le condusse sotto le mura di Barletta, ed invitò il Gonsalvo per mezzo di un araldo d'armi a misurarsi con lui in aperta campagna. Il Gonsalvo lo ringraziò della sua offerta, ma gli fece dire che gli sarebbe ancora più tenuto, se da lui otteneva di aspettare la propria convenienza, tanto più ch'egli non aveva costume di ricevere consiglio dal suo nemico circa al tempo di combattere o no. Il Nemours, contento di avere terminata la campagna con questa braveria, si ritirò verso Canosa, e senza temere un nemico che ricusava di venire a battaglia, non camminava ordinatamente, lasciando che i suoi battaglioni si sbandassero a molta distanza gli uni dagli altri. Tutt'ad un tratto Diego di Mendoza, che gli teneva dietro con Prospero Colonna, piombò sulla retroguardia, l'avviluppò cogli uomini d'armi italiani, e gli fece moltissimi prigionieri[137].

Trovavasi tra costoro Carlo Hennuyer de la Mothe, illustre ufficiale francese, che co' suoi compagni di sventura, fu il giorno susseguente invitato ad un banchetto in casa del Mendosa, di cui era prigioniero. Il capitano spagnuolo, rendendo giustizia al valore francese, attribuì tutta la riuscita della vigilia all'intrepidezza ed alla precisione dei movimenti della cavalleria italiana comandata da Prospero Colonna. I Francesi erano ben contenti di dividere la palma del valore cogli Spagnuoli, ma risguardavano come un insoffribile affronto il paragone cogl'Italiani. Il La Mothe sostenne caldamente che gl'Italiani, tante volte vinti, non potevano con verun'arme, in veruna sorta di zuffa essere eguali ai Francesi. Non si astenne nel susseguente giorno di ripetere a sangue freddo le stesse ingiuriose parole in faccia a Prospero Colonna, che lo aveva interpellato appostatamente, e che in risposta gli diede una mentita. L'onore delle due nazioni parve interessato in questa privata contesa; e i due generali furono contenti che si venisse solennemente all'esperimento delle armi. Tredici Italiani e tredici Francesi armati di tutto punto dovettero trovarsi in campo chiuso per battersi fino all'ultimo sangue. Il campo venne scelto ad eguale distanza tra Barletta, Quadrata e Andria; gli fu dato l'estensione di un ottavo di miglio quadrato, e segnato con semplice solco d'aratro: e fu convenuto che chiunque verrebbe spinto fuori di questo recinto, si riconoscerebbe per vinto, nè più potrebbe rientrare nella pugna. I due generali in capo, che avevano acconsentito ad una tregua, eransi avanzati colle loro armate in ordine di battaglia per la guardia del campo. I campioni erano stati diligentemente scelti, ed in particolare dal lato degl'Italiani, il di cui onore sembrava più gagliardamente compromesso. In conformità della disfida di La Mothe ogni parte doveva armarsi a piacere, e come troverebbe più vantaggioso di fare; sicchè le armi non erano eguali. Gl'Italiani usavano lance più lunghe di un piede, ed avevano inoltre piantato sul campo di battaglia due spiedi di riserva per uso de' cavalieri che si troverebbero scavalcati. I vinti dovevano restar prigionieri dei vincitori, a meno che non si riscattassero con cento scudi d'oro per cadauno.

Questo conflitto, cui gl'Italiani diedero maggiore importanza che ad una formale battaglia, ebbe luogo il 13 di febbrajo del 1503. I loro campioni erano stati scelti tra gli uomini d'armi di Prospero Colonna, il quale per altro aveva avuto l'avvedutezza di prenderne qualcuno di ogni provincia d'Italia. I voti dei generali, dell'armata, del popolo, gli accompagnarono; e non dobbiamo maravigliarci, che una nazione oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria indipendenza, cogliesse avidamente l'occasione di salvare il proprio onore, quando aveva perduta ogni altra cosa, e che accogliesse poi con trasporti di gioja e con entusiasmo i campioni che lo difesero. Questi campioni furono vittoriosi. Invece di mettere in piena corsa i loro cavalli, come fecero i loro avversarj, gli aspettarono di piè fermo, ed ingannandoli rispetto allo spazio che dovevano percorrere, li disordinarono. Alcuni cavalli francesi oltrepassarono il solco, ed i loro cavalieri rimasero esclusi dalla pugna. Altri cavalieri furono rovesciati dalle più lunghe lance degl'Italiani, senza che potessero raggiugnerli colle loro. Due cavalieri italiani, caduti nel primo urto, diedero di mano agli spiedi posti in serbo, ed atterrarono varj cavalli francesi. Un solo francese fu ucciso; i suoi camerata, scavalcati gli uni dopo gli altri, s'arresero successivamente agl'Italiani che li fecero prigionieri, e dopo un'ostinata lotta si diedero per vinti e furono condotti in trionfo a Barletta: niuno di loro aveva portati i cento scudi pel suo riscatto, perchè niuno aveva creduta possibile la loro sconfitta[138][139].

Mentre che i generali francesi conservavano la loro superiorità nel regno di Napoli, piuttosto pel vantaggio del numero, che per quello de' talenti, i loro commilitoni non erano senza qualche inquietudine nel ducato di Milano. I figli di Lodovico il Moro si erano rifugiati alla corte di Massimiliano, re de' Romani. Questo principe, che aveva sposata una loro cugina, ed era vincolato col loro genitore non meno dall'amicizia che dai trattati, nudriva da gran tempo tanta gelosia contro la Francia, che non aspettava che l'istante propizio di manifestarsi. Egli non aveva riconosciuti i pretesi diritti della casa d'Orleans; rifiutava a Lodovico XII l'investitura del ducato di Milano, e con tale rifiuto annullava, secondo il diritto feudale, la di lui conquista. Il ministero francese mai non aveva potuto ottenere da Massimiliano che tregue di pochi mesi, e le aveva tutte comperate col danaro. Temeva ad ogni istante che l'imperatore invadesse la Lombardia, e con ciò mettesse in pericolo il regno di Napoli. Il cardinale d'Amboise, primo ministro di Lodovico XII, risoluto di non risparmiare alcuna cosa per conservare la pace con Massimiliano, recossi a Trento per avere con lui un abboccamento. Lodovico XII non aveva figli maschi, ed il cardinale offrì la figlia del suo re, madama Claudia di Francia, in matrimonio al nipote di Massimiliano, Carlo, figliuolo di Filippo e di Giovanna di Castiglia, il quale trovavasi ancora in fasce. Questi due sposi fanciulli dovevano avere per loro appannaggio il ducato di Milano, di cui Massimiliano darebbe loro l'investitura. Filippo, sovrano de' Paesi Bassi, era stato illuminato dall'interesse de' suoi industri sudditi; desiderava conservare la pace colla Francia, ed incaricavasi con zelo delle parti di mediatore tra Massimiliano, suo padre, e Lodovico XII, suo formidabile vicino. Perciò la negoziazione, cominciata molto prima dell'abboccamento di Trento, pareva portata a buon termine: il cardinale d'Amboise vi aveva aggiunto il progetto della riforma della Chiesa nel suo capo e nelle sue membra, credendo con ciò di farsi strada al papato. Si mostrò quindi facile rispetto alle condizioni accessorie, e tra le altre cose promise di porre in libertà Lodovico Sforza, il cardinale Ascanio e gli altri prigionieri milanesi. Ma non era facile a regolarsi la quistione principale. Lodovico XII poteva ancora avere un figlio, e non voleva preventivamente diseredarlo a favore di sua figlia: e l'imperatore non volle mai acconsentire alla riserva che Lodovico avrebbe voluto fare di questo diritto contingente, onde si ruppe la conferenza di Trento, senz'altro risultamento che quello di aver prolungata di pochi mesi la tregua[140].

Intanto Massimiliano, che credevasi chiamato a far rivivere tutti i diritti della casa di Sassonia o di Hohenstauffen sopra l'Italia, vi spedì due ambasciatori, il marchese Ermes Sforza ed il proposto di Brixen, per rivendicare le prerogative de' suoi predecessori. Costoro entrarono solennemente in Firenze il 21 di febbrajo del 1502. Esposero alla signoria che il loro padrone, apparecchiandosi a venire a prendere la corona imperiale a Roma, per andare in appresso ad attaccare i Turchi, domandava alla loro repubblica, quale parte dell'impero, ed in conformità delle antiche sue obbligazioni il pagamento di cento mila fiorini per le spese della spedizione, metà subito, e l'altra metà nel passaggio del monarca, che a questo prezzo dichiaravasi disposto a porre in obblio la predilezione che i Fiorentini avevano sempre mostrato per la casa di Francia[141].

I Fiorentini non avevano altrimenti vaghezza di trattare con Massimiliano, particolarmente a così onerose condizioni; ma la sola apparenza di questa negoziazione riuscì loro vantaggiosa. Lodovico XII, dopo la sgraziata spedizione del signore di Belmonte, non aveva loro perdonati i torti suoi proprj, gli aveva privati della sua protezione, ed abbandonati alle malvage pratiche del duca Valentino. Ebbe finalmente paura che i Fiorentini stancheggiati cercassero in Massimiliano un altro protettore, ed il 16 di aprile acconsentì a sottoscrivere con loro un trattato, col quale, mercè un annuale sussidio di quaranta mila fiorini, assicurava per tre anni i loro attuali possedimenti, e lasciava che colle forze loro tentassero di ricuperare ciò che avevano precedentemente perduto[142].

Il solo nome della protezione di Francia era per la repubblica una potente salvaguardia, che la guarentiva dagli aperti attacchi di Cesare Borgia, il quale, circondando di già i di lei confini, ed avendo in sul piede di guerra un formidabile corpo d'uomini d'armi, minacciava ad ogni istante la stessa di lei esistenza. Il Borgia, padrone della Romagna, arbitro supremo di tutto lo stato della Chiesa, aveva di fresco afforzata la sua casa con una potente alleanza. Il 4 di settembre del 1501 aveva fatta sposare sua sorella Lucrezia ad Alfonso, figliuolo primogenito del duca di Ferrara; ed il 5 di gennajo del 1502 Lucrezia era partita da Roma per recarsi alla corte degli Estensi[143].

Il duca di Ferrara aveva veduto Cesare Borgia attaccare successivamente tutti i vicarj pontifici; l'aveva veduto ajutato dalla Francia, accarezzato dai Veneziani, non trovare chi si opponesse a' suoi disegni. Onde non sapeva qual sorte si riservasse a lui medesimo, e si pose premurosamente al coperto degli attacchi di così potente ad un tempo e perfido vicino con un parentado, che a dir vero la casa d'Este doveva trovare alquanto vergognoso. Lucrezia Borgia, sebbene ancora giovane assai, aveva di già avuto tre mariti. Suo padre prima di giugnere al pontificato l'aveva data ad un gentiluomo napolitano mentre ella non era ancora nubile. Ma poichè fu fatto papa, pronunciò il suo divorzio per maritarla a Giovanni Sforza, signore di Pesaro. Tra poco parve ai Borgia che il parentado di così piccolo principe non fosse corrispondente al grado loro, ed il papa nel 1497 pronunciò un secondo divorzio per maritare sua figlia nel susseguente anno ad Alfonso d'Arragona, duca di Biseglia, principe di Salerno, e figliuolo naturale di Alfonso II re di Napoli[144]. Mentre ciò si trattava, il regno di Napoli fu conquistato dai Francesi; il principe di Biseglia, che non aveva che diciassette anni nel momento del matrimonio, invece di essere il nipote di un gran re, più non fu che quello di un proscritto. I Borgia non avevano mai avuta l'ambizione di mantenersi fedeli a coloro che la fortuna abbandonava. Il 15 di luglio del 1501 il terzo sposo di Lucrezia venne assassinato sulla scala della basilica di san Pietro. Si vietò qualunque processura contro gli uccisori; e perchè non moriva abbastanza sollecitamente per le riportate ferite, il 18 di agosto fu strozzato nel suo letto[145]. I disordini della privata vita di Lucrezia superavano ancora lo scandalo de' suoi matrimoni e dei suoi divorzj: perciocchè il pubblico l'accusava di essere stata l'amante di suo padre e de' suoi fratelli: era stata veduta presiedere ai banchetti delle cortigiane ed alle scandalose feste con cui Alessandro infamava il Vaticano: invece di tornei Lucrezia instituiva lotte di libertinaggio; giudicava co' suoi occhi il valore de' combattenti, e distribuiva premj ai vincitori[146][147].

Lucrezia portò al suo sposo cento mila ducati di dote, la cessione di alcuni feudi ecclesiastici in Romagna, e la protezione del papa per la casa d'Este, che valeva più di tutt'altra cosa. L'alleanza poi del duca di Ferrara copriva il nuovo ducato di Romagna dalla banda de' confini più esposti, e lasciava a Cesare Borgia la facoltà di volgere tutte le sue forze e tutta la sua attenzione verso la Toscana e verso l'Ombria. In fatti partì da Roma il 13 giugno del 1502 per avvicinarsi a quelle province[148].

Il giorno 1.º di maggio del precedente anno il papa aveva pronunciato in concistoro una sentenza contro Giulio Cesare da Varano, signore di Camerino, colla quale, per castigo dell'assassinio di suo fratello Rodolfo, e dell'asilo che aveva accordato ai banditi ed ai ribelli dello stato della Chiesa, il Varano era spogliato del suo feudo, ed il piccolo principato di Camerino riunito alla camera apostolica[149]. Il duca Valentino, poichè fu arrivato ai confini del territorio perugino, diede voce che stava per dare esecuzione a tale sentenza. Mandò il duca di Gravina Orsini ed Oliverotto di Fermo, suoi luogotenenti, a guastare la Marca di Camerino; e nello stesso tempo domandò a Guid'Ubaldo di Montefeltro, duca d'Urbino, di prestargli tutti gli uomini d'armi e tutta l'artiglieria che aveva; e perchè Guid'Ubaldo non aveva veruna contesa col pontefice e niun motivo di diffidenza, si affrettò di ubbidire, onde non compromettersi con un così formidabile vicino. Ma quando il Borgia ebbe in sua mano tutti i mezzi di difesa del duca, condusse improvvisamente le sue truppe nel suo ducato, ed occupò lo stesso giorno Cagli, una delle quattro città di quello stato. Guid'Ubaldo spaventato fuggì senza far resistenza, si ritirò a Ravenna in abito di contadino e di là passò a Mantova; suo nipote, Francesco Maria della Rovere, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia, fuggì nello stesso tempo, e Cesare Borgia non incontrò verun ostacolo a ridurre in suo potere tutto il ducato d'Urbino, tranne le fortezze di san Leo e di Majolo[150].

Questa è una delle occasioni assai rare in cui viene dagli storici accennata la repubblica di san Marino. Due villaggi presso la sommità del monte Titano formano tutt'intero quel piccolo stato, che si era fin allora conservato libero, ma sotto la protezione del duca d'Urbino. Gli abitanti, spaventati dalla ruina del loro protettore, offrirono ai Veneziani di darsi a loro, se volevano difenderli contro Cesare Borgia; ma i Veneziani non ardirono di accettarli. Dall'altra banda il Borgia loro domandò soltanto di ricevere un podestà dalle sue mani; i cittadini di san Marino vi acconsentirono, ed approfittarono delle prime rivoluzioni della Romagna per riporsi in libertà[151].

Mentre il Valentino conquistava il ducato d'Urbino, e teneva aperti gli occhi sulle rivoluzioni che scoppiavano in Toscana, il suo luogotenente, Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello aveva intavolata una cospirazione con alcuni cittadini d'Arezzo per farsi dare in mano la città. Guglielmo de' Pazzi, ch'era colà commissario della repubblica fiorentina, la scuoprì, e fece arrestare due de' più colpevoli; ma il partito de' ribelli, ch'era più numeroso ch'egli non credeva, fece che prendesse le armi tutta la città per liberarli, ed avendo imprigionato il commissario stesso con tutti i suoi ufficiali, gli Aretini proclamarono nello stesso giorno, il 4 giugno del 1502, il ristabilimento dell'antica loro repubblica, e cinsero d'assedio la rocca[152].

Cosimo de' Pazzi, vescovo d'Arezzo e figlio del commissario, essendosi chiuso nella rocca, fece frettolosamente chiedere soccorsi a Firenze: ma quelli de' ribelli erano più vicini, e Vitellozzo Vitelli entrò quasi subito in Arezzo cogli uomini d'armi di Città di Castello. Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia lo seguì immediatamente, seco conducendo Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, ed i due Medici, Pietro e suo fratello cardinale, sempre apparecchiati ad unirsi a tutti i nemici della loro patria. Pandolfo Petrucci loro mandò da Siena danaro ed artiglieria, ed il 18 di giugno la rocca d'Arezzo, che i Fiorentini non avevano potuto soccorrere, dovette arrendersi[153].

Tutti i capitani che avevano preso parte nella rivoluzione d'Arezzo, Vitellozzo, gli Orsini, Baglioni e Petrucci erano al soldo del duca Valentino; e se questi non erasi immischiato nella trama, almeno sembrava tenersi pronto a coglierne i frutti; ma quando era in sul punto di entrare in Toscana, ebbe comunicazione del trattato di protezione soscritto il 16 di aprile tra il re di Francia e la repubblica fiorentina, ed un formale divieto di Lodovico XII di molestare i Fiorentini. Egli si vide costretto ad ubbidire, almeno in apparenza, e si accontentò di far passare segretamente a Vitellozzo tutti gli uomini d'armi di cui poteva disporre[154]. Nello stesso tempo rivolse le sue forze dalla banda di Camerino, entrò in quella città per sorpresa, si assicurò della persona di Giulio Cesare di Varano e di due de' suoi figliuoli, e li fece subito strozzare[155].

Intanto Vitellozzo teneva sotto i suoi ordini ottocento uomini d'armi e tre mila fanti; assumeva il titolo di generale dell'armata della Chiesa, e continuava la guerra contro Firenze. E perchè tutto il raccolto era ancora ne' campi, i contadini, temendo di esporli ad essere bruciati, non osavano fare resistenza; onde Vitellozzo non incontrò difficoltà alcuna ad impadronirsi di Monte Sansovino, di Castiglione Aretino, di Cortona e di tutte le terre murate di Val di Chiana[156]. Se si fosse immediatamente avanzato nel Casentino sarebbe giunto fino alle mura di Firenze, non vi essendo armata apparecchiata a resistergli; perchè la fanteria adunata a Quarata nell'istante della ribellione d'Arezzo, era stata compresa da tale terrore per l'occupazione de' Castelli di Val di Chiana, che si era tutta dispersa. Ma Vitellozzo non si prendeva verun pensiero di rimettere i Medici in Firenze, finchè poteva sperare di tenere in suo dominio le conquiste che farebbe ne' contorni del suo piccolo stato di Città di Castello. Invece adunque di passare avanti, piantò le sue batterie da principio contro Anghiari, in appresso sotto Borgo san Sepolcro, e prese quelle due terre. D'altra parte i Fiorentini avevano ricorso in principio di questa guerra a Chaumont d'Amboise, governatore del Milanese, per avere i soccorsi cui Lodovico XII si era obbligato. Di già dugento lance francesi, comandate dal capitano Imbault, erano giunte a Firenze, ed altre dugento si avvicinavano. Vitellozzo, che aveva fatto intimare la resa al castello di Poppi, quand'ebbe avviso della loro venuta, si ritirò immediatamente e si chiuse in Arezzo[157].

Il Vitellozzo non era entrato in quest'intrapresa senza l'assenso del duca Valentino; ma tosto che il duca vide che realmente eccitava la collera del re di Francia, che le lagnanze di tutta l'Italia contro di lui avevano scosso Lodovico XII al suo arrivo in Asti, e l'avevano finalmente persuaso a tarpare le ali alla di lui ambizione; che il re aveva mandato a Parma Lodovico della Tremouille con dugento lance e con grosso treno d'artiglieria; che vi faceva andare tre mila Svizzeri, e che si apparecchiava a frenare i troppo turbolenti capitani dello stato della Chiesa, si affrettò di negare le commissioni date al suo luogotenente; anzi minacciò di attaccarlo a forza aperta, e Vitellozzo, che ben sapeva che dal suo padrone non aveva a sperare nè pietà nè buona fede, che ne' freschi esempi del duca d'Urbino e del signore di Camerino vedeva fin dove poteva giugnere la sua crudeltà e la sua perfidia, temeva di essere da lui sagrificato. Per tirarsi con qualche onore dalla sua spedizione si affrettò di trattare col capitano Imbault; il 1º di agosto gli consegnò Arezzo, e tutto ciò che aveva conquistato in Toscana, assoggettandosi al giudizio del re di Francia intorno alla sorte di quella provincia[158].

La collera di Lodovico XII contro Cesare Borgia pareva essere foriera di una rapida rivoluzione nello stato della Chiesa: tutti i nemici di quest'uomo crudele e perfido, tutte le vittime che si erano sottratte ai precedenti suoi tradimenti, tutti coloro che temevano di esserne in breve le vittime, eransi riuniti in Asti presso il re di Francia per affrettarlo a liberare dal padre e dal figlio la Chiesa e l'umanità. Ma dal canto loro Alessandro e Cesare Borgia non si tenevano inattivi, ed avevano spediti presso Lodovico e presso il cardinale; d'Amboise i loro più destri negoziatori. Sapevano che quel cardinale aspirava alla tiara, e che per giugnervi aveva bisogno di far entrare alcune sue creature nel sacro collegio; perciò Alessandro VI gli promise di fare una promozione di sua scelta, gli riconfermò per diciotto mesi il titolo di legato a latere in Francia, e lusingò la sua vanità facendolo figurare quale protettore della Chiesa. Il cardinale d'Amboise, guadagnato dai Borgia, rappresentò allora a Lodovico XII che non poteva riporre veruna confidenza nelle sue negoziazioni con Massimiliano; che le pretese dei quattro cantoni sopra Bellinzona potevano essere cagione di dissapori con tutto il corpo elvetico; che la guerra di Napoli coi re di Spagna poteva riuscire molesta; che i Veneziani, sempre occupati nella guerra coi Turchi, vedevano con occhio geloso i progressi della Francia; che il papa e suo figlio erano alla fine le sole potenze d'Italia che avessero un'armata, un tesoro ed una posizione degna di essere comperata. Tosto che fu noto a Cesare Borgia che Lodovico XII erasi lasciato calmare da tali considerazioni politiche, partì in posta da Roma il 3 agosto del 1502 e recossi a Milano alla corte del re[159]. Lodovico XII lo accolse con tali onorificenze e testimonianze di affetto, che ridussero alla disperazione coloro che avevano contro di lui implorata giustizia. Si confermò l'alleanza tra la Francia e la casa Borgia; le truppe francesi mandate in Toscana furono richiamate; la repubblica di Siena e Pandolfo Petrucci, pagando quaranta mila ducati, vennero nuovamente ricevuti sotto la protezione della Francia; due mila Svizzeri e due mila Guasconi ebbero ordine di passare nel regno di Napoli per raggiugnervi il duca di Nemours; e Lodovico XII, contento di avere così regolati gli affari d'Italia, ripartì in settembre per tornare in Francia[160].

Le condizioni della nuova alleanza del Valentino col re non si conobbero che dopo la partenza di questi, ed eccitarono l'universale indignazione. Lodovico XII, associandosi alle sue perfidie, gli prestava trecento lance francesi per continuarle impunemente. Egli non avea riclamato a favore del principe di Piombino e del duca d'Urbino, ambidue suoi alleati, e che avevano somministrati i piccoli loro contingenti alle sue armate. Era pure alleato di Giovanni Bentivoglio, ed aveva ricevuto in danaro il prezzo della protezione che gli aveva promessa, pure lo sagrificava egualmente al Valentino. Le trecento lance che prestava a costui dovevano impiegarsi contro Bologna, Perugia e Città di Castello, per cacciarne il Bentivoglio, Gian Paolo Baglioni e Vitellozzo Vitelli[161].

Non sapevasi se la repubblica fiorentina fosse stata egualmente abbandonata dal re alla cupidigia di Cesare Borgia, ma il trattato che la univa a Lodovico XII, e ch'essa aveva fin allora risguardato come la sua guarenzia, non era nè più chiaro, nè più sacro che quelli del principe di Piombino, del duca d'Urbino, del Bentivoglio, che vedevansi posti in non cale. Altronde sapevasi che Alessandro VI e suo figlio si erano accusati di pusillanimità per non avere spinti più vivamente i vantaggi che ottenuti avevano contro i Fiorentini, resi sicuri dalla conoscenza che fatta avevano della corte di Francia, che questa perdonerebbe sempre le cose fatte, e che se avessero aspettato a trattare colla medesima dopo essersi impadroniti di Firenze, non avrebbero trovate maggiori difficoltà a fare la loro pace, di quello che ne avessero incontrate rispettando quella città[162].

Ai Fiorentini erano state restituite in agosto tutte le città e castelli che Vitellozzo loro aveva tolti; ma essi non andavano debitori di tale restituzione che ad una protezione straniera, mentre che le loro perdite facevano conoscere la loro debolezza. Spossati da otto anni di guerra con Pisa, questa interna piaga rodeva continuamente le loro finanze, mentre che con tutto il restante dell'Italia erano partecipi de' mali dell'invasione straniera e di tutte le pubbliche calamità. Avendo il re fatto conoscere che gl'increscerebbe che prendessero al loro soldo il duca di Mantova, ch'egli risguardava come suo nemico, essi nè avevano preso questo capitano, nè verun altro per rispettare tale insinuazione, e si trovavano quasi disarmati[163].

A questi esterni pericoli aggiugnevansi pei Fiorentini quelli che dipendevano dall'instabilità del proprio governo. Dopo che non avevano più la balìa, non più elezioni fatte alla mano, non più fazioni estranee all'amministrazione, che segretamente governassero i magistrati; dopo che questi venivano scelti ogni due mesi dai suffragi del gran consiglio, si sentiva più gagliardamente l'inconvenienza di non avere nello stato una stabile autorità. La politica esterna aveva tutt'affatto mutata natura: trovavasi presentemente concentrata nel gabinetto di pochi principi assoluti; richiedeva segreto, accortezza, ed una personale conoscenza degli uomini e de' ministri; richiedeva l'impiego non de' buoni cittadini, ma de' diplomatici. Le potenze straniere non cessavano mai di rinfacciare ai Fiorentini quel continuo rinnovamento della loro amministrazione, che non permetteva di penetrare per entro ai misterj della politica. Il duca Borgia ed il re di Francia, nelle loro negoziazioni colla signoria, avevano più volte osservato, che il confidarle i loro segreti era lo stesso che pubblicarli. I partigiani dei Medici non avevano verun altro pretesto da mettere in campo pel ristabilimento della tirannide, e dal canto loro gli amici della libertà sentirono che in una così pericolosa crisi dovevano dare alquanto più di stabilità al loro governo. Alamanno Salviati, uno de' priori, propose alla signoria di porre alla testa della repubblica un gonfaloniere a vita, quale era il doge di Venezia; d'alloggiare questo gonfaloniere in palazzo, assegnandogli pel suo mantenimento dugento ducati al mese; d'accordargli il diritto d'intervenire a tutti i consiglj e tribunali, e metà dell'iniziativa col proposto giornaliero della signoria; ma in pari tempo di dichiarare che queste eminenti incumbenze non lo assolvevano da un giudizio capitale se venisse contro di lui pronunciato dal supremo tribunale degli otto di balìa. Questa proposizione, approvata da principio dalla signoria e dai collegi, venne sanzionata il 16 agosto del 1502 dal gran consiglio[164].

Nell'istante in cui si portò questa legge, i voti del popolo non si erano per anco riuniti a favore di verun individuo; ma il gran consiglio in cui si adunarono più di due mila cittadini, consultato da uno scrutinio segreto, presentò per questa sublime dignità tre candidati, il giudice Antonio Malegonnelle, Giovachino Guascone e Piero Soderini. L'ultimo in un secondo giro di scrutinio riunì la pluralità assoluta, e fu proclamato il 22 di settembre, sebbene non dovesse entrare in carica che il primo di novembre. Era questi un uomo di matura età, d'una indipendente fortuna, d'una illustre famiglia, d'una riputazione intangibile. E perchè non aveva figli, non si aveva ragione di temere che l'ambizione di famiglia nuocesse ai suoi sforzi pel bene di tutti[165]. Poco tempo prima era stato in Firenze riformato anche l'ordine giudiziario. Una legge del 15 aprile del 1502 aveva soppressi gli uffici di podestà e di capitano di giustizia, e fondata la ruota fiorentina, composta di cinque giudici, quattro dei quali dovevano essere d'accordo per portare una sentenza. Si era per altro conservato pel presidente del tribunale il titolo di podestà. Ogni membro esercitava per turno quest'incumbenza sei mesi; e fu appunto questa rotazione, che in Italia fece dare ai tribunali il titolo di ruota[166].

Dopo di avere con queste interne riforme consolidata la stabilità del loro governo, i Fiorentini si posero in istato di difendersi: ottennero da Lodovico XII cento cinquanta lance francesi, cui pagavano essi il soldo, e nello stesso tempo spedirono Gio. Vittore Soderini ambasciatore a Roma, e Niccolò Machiavelli, lo storico, ad Imola presso al duca Valentino per sapere fino a qual punto potevano contare sulla durata della pace[167].

I vicarj pontificj ed i condottieri, contro i quali il duca Valentino aveva dichiarato di voler condurre la sua armata e le genti sovvenutegli dalla Francia, erano tutti segreti o dichiarati nemici della repubblica fiorentina: tutti dall'altro canto si trovavano ancora in principio di quest'anno medesimo al soldo dei Borgia, ed avevano lungo tempo servito d'istrumenti alla sua politica. I Fiorentini potevano adunque temere, o che l'apparente loro discordia non fosse che una astuzia destinata ad ingannare i loro vicini, o che la loro riconciliazione non si facesse a spese della repubblica. Ma que' capitani conoscevano essi meglio degli altri il pericolo che loro sovrastava. Il Borgia aveva dichiarato di volere ricondurre all'ubbidienza della Chiesa Bologna, Perugia e Città di Castello: con ciò veniva a dire ch'egli voleva occupare quelle città, e far perire le famiglie de' loro signori come aveva fatto rispetto a quelle dei Varani e dei Manfredi. Gli Orsini, strettamente uniti ai Vitelli, ben sentivano che verrebbe presto la volta loro. Pandolfo Petrucci vedevasi stretto da ogni banda dalle conquiste del Valentino, il quale, padrone della Romagna, dell'Ombria e del Patrimonio, afforzava ancora Piombino. Tutti e due avevano, siccome Vitellozzo, i medesimi diritti alla riconoscenza di Borgia, e tutti due più non potevano dubitare che la sua riconoscenza non avesse alcuna influenza sulla sua anima. Questi capitani, che vedevano il turbine vicino a cadere sopra di loro, si riunirono segretamente alla Magione, nello stato di Perugia, per concertare i comuni mezzi di difesa. I più di loro trovavansi tuttavia al soldo di Cesare Borgia, ma avevano avuta la precauzione di far ritirare in luogo sicuro i loro uomini d'armi; e, secondo i calcoli loro, trovarono di potere adunare all'istante settecento uomini d'armi, quattrocento alabardieri a cavallo e nove mila fanti. Altronde occupavano tutto il paese posto tra la Romagna e Roma, e speravano di potere impedire ogni comunicazione tra Cesare Borgia e suo padre[168].

Trovavansi alla dieta della Magione il cardinale Orsini, che aveva sprezzato il divieto del papa di passare a Milano presso Lodovico XII, e che più non ardiva di tornare a Roma; Paolo Orsini suo fratello, il quale era padrone di molta parte del Patrimonio di san Pietro; Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello; Giovan Paolo Baglioni, signore di Perugia; Ermes Bentivoglio, che rappresentava suo padre Giovanni, signore di Bologna; Antonio di Venafro, ministro e confidente di Pandolfo Petrucci, signore di Siena; e per ultimo Oliverotto, che con esecrabile perfidia si era fatto padrone della signoria di Fermo e della sua Marca[169]. Rimasto questi orfano in tenera età, era stato allevato da Giovanni Fogliano, suo zio materno, e trattato con tutta la tenerezza di un padre verso un prediletto figlio. Volendo il Fogliani farlo entrare nella carriera militare, l'aveva posto presso Paolo Vitelli, sotto il quale Oliverotto si distinse. Dopo la morte di Paolo venne annoverato tra i più bravi ed intraprendenti luogotenenti di Vitellozzo, e finalmente la spedizione del Borgia contro Camerino lo ricondusse ai confini della sua patria. Scrisse in allora al Fogliani, che desiderava di rivedere la casa paterna, e mostrarvisi cogli onori acquistati in guerra, facendosi accompagnare da cento de' suoi cavalieri. Il Fogliani ottenne per lui la licenza d'introdurli in città; gli procurò il più lusinghiero accoglimento; lo alloggiò in sua casa con tutta la truppa, e pochi giorni dopo, per onorarlo, diede un banchetto a tutta la magistratura di Fermo. A mezzo il pranzo Oliverotto fece entrare i soldati che l'avevano seguito, fece assassinare il Fogliani e tutti i commensali, indi, assediata la signoria ch'era rimasta in palazzo, la costrinse a riconoscerlo per principe di Fermo e del suo territorio[170].

I nemici di Cesare Borgia non erano quindi nè meno perfidi, nè meno di lui macchiati di delitti; e non potevano avere confidenza gli uni negli altri, nè ispirarne ai loro vicini. Invano cercarono che i Fiorentini prendessero parte nella loro associazione; questi vi si rifiutarono costantemente[171]. I Veneziani, sia per lo stesso motivo, sia a motivo dell'imbarazzo e dell'inquietudine che loro dava continuamente la guerra coi Turchi, ricusarono egualmente di entrare nella loro lega; ma scrissero a Lodovico XII per dissuaderlo dall'assecondare per lo innanzi le intraprese del duca Valentino. Gli rappresentavano quanto torto facesse alla sua riputazione ed al nome di Cristianissimo ch'egli portava, spalleggiando un mostro, la di cui ambizione non era frenata da verun pudore, da verun sentimento d'umanità; un tiranno che non risparmiava nè donne, nè fanciulli, nè i proprj fratelli; che faceva perire i prigionieri ricevuti sotto la fede del giuramento; che raggiugneva col ferro o col veleno coloro che cercavano di sottrarsi alla sua potenza, e che aveva dati al mondo esempj di ferocia fin allora sconosciuti: Lodovico XII rispose alle rimostranze de' Veneziani, come sogliono fare i potenti il di cui orgoglio si offende trovandosi colto in fallo: dichiarò che niuno poteva vietare al pontefice di disporre come più gli piaceva delle terre della Chiesa, che niuno poteva dargli colpa ch'egli ajutasse il papa in così legittima impresa, e che, se i Veneziani tentassero di porvi ostacolo, li tratterebbe come nemici. Non contento di avere così risposto, mandò copia della sua lettera al duca Valentino, che la fece leggere al Machiavelli[172].

I confederati della Magione invitarono pure il duca d'Urbino, allora rifugiato in Venezia, ad entrare nella loro lega. Questi, che, tutto avendo già perduto, non correva verun rischio, accettò avidamente l'offerta. Sbarcò a Sinigaglia, dove una congiura gli diede in mano il forte san Leo, e tutti i popoli del ducato di Urbino che lo amavano, prendendo subito le armi in favor suo, gli diedero modo di ricuperare i proprj stati colla stessa rapidità con cui gli aveva perduti[173]. In tal guisa scoppiò in principio di ottobre la sommossa de' capitani di Cesare Borgia contro di lui: a ciò egli non era apparecchiato; molti di loro facevano ancora parte della sua armata, ed egli aveva calcolato di assicurarsi de' soldati di tutti gli altri prima di attaccare il Bentivoglio, il solo ch'egli avesse scopertamente minacciato. Nel momento in cui ebbe notizia della rivoluzione del ducato d'Urbino, trovavasi in Imola con poche truppe; ed il Bentivoglio, che aveva alcune compagnie a Castel san Pietro, ordinò loro di battere il paese fino a Doccia a breve distanza da Imola. Il Valentino scrisse frettolosamente a don Ugo di Cardone ed a don Michele, due de' suoi capitani ch'erano nel ducato d'Urbino, di schivare ogni zuffa, di piegare in faccia al nemico, e di condurgli a Rimini cento uomini d'armi, dugento cavaleggieri e cinquecento fanti da loro comandati. Ma i due luogotenenti non ubbidirono ai suoi ordini: tentati da un'occasione che si presentò loro d'impadronirsi della Pergola e di Fossombrone, rientrarono nel ducato d'Urbino, e si lasciarono sorprendere presso Cagli da Paolo Orsini e dal duca di Gravina, suo cugino, che avevano con loro seicento fanti di Vitellozzo. Le truppe del Borgia furono battute, Ugo di Cardone fatto prigioniere, ucciso il suo luogotenente, e don Michele, rifugiatosi a Fano, si ritirò poscia a Pesaro[174].

Il Valentino trovavasi in Imola in grandissimo pericolo, e vi ragunava quanti più soldati poteva; ma quelli che gli erano stati promessi dal re di Francia non erano ancora arrivati, e gl'Italiani che prendeva al suo soldo non avevano meno ragione di diffidare di lui che quelli che avevano allora prese contro di lui le armi. Un subito impetuoso attacco de' confederati l'avrebbe probabilmente sgominato; ma questi temevano particolarmente di provocare lo sdegno del re di Francia, cui avevano fatto dichiarare che ben lungi dal voler combattere contro i suoi soldati, erano apparecchiati ad eseguire i suoi ordini. Avevano pure ricusato di ricevere i Colonna nella loro lega pel solo motivo che erano aperti nemici della Francia. Questi vani riguardi diedero tempo a Cesare Borgia ed a suo padre di negoziare, tanto per riconciliarsi coi capi nemici, quanto per seminare tra loro la discordia. In particolare Alessandro VI cercava di riacquistare la confidenza del cardinale Orsini per mezzo di suo fratello, Giulio Orsini, che si era trattenuto in Roma[175].

Cesare Borgia era dotato di singolari talenti per le negoziazioni, e di una straordinaria facilità di guadagnarsi l'affetto di coloro che lo avvicinavano. Questo così falso e perfido tiranno sapeva sopra tutto prendere a voglia sua il linguaggio della franchezza e della confidenza. Trovasi nelle lettere che il Machiavelli scriveva alla signoria in tempo della sua legazione presso il Valentino l'impronta di quel tuono di bonomia che prendeva nelle sue negoziazioni. Spesso il segretario fiorentino riferisce le precise parole dell'abboccamento avuto col duca. «Quando tu sei venuto per la prima volta, gli diceva il Borgia, il 23 di ottobre, io non ti ho parlato così apertamente (del mio intero soddisfacimento della condotta tenuta dalla repubblica, e del mio desiderio di servirla), perchè io mi trovava allora in difficilissima situazione; Urbino si era ribellato, e non sapevo su quale appoggio contasse presso di me tutto era disordine, e nulla poteva parere stabile con quei nuovi stati; perciò io non voleva che i tuoi signori si dessero a credere che la paura che io aveva mi facesse abbondare in promesse. Presentemente che ho meno da temere, ti prometto assai più; e quando non temerò più nulla, i fatti, ove fia d'uopo, terranno dietro alle promesse». Il Machiavelli dopo di avere nella sua lettera dello stesso giorno riferita circostanziatamente questa conversazione soggiugne: «Voi vedete, o signori, di quali parole si serve questo signore, sebbene io non ne scriva che la metà; le loro signorie considereranno d'altra parte la persona che parla, e giudicheranno secondo la consueta loro prudenza»[176].

L'immobilità del Borgia, che dopo il cominciamento della guerra si tenne dieci settimane in Imola senza nè avanzare, nè retrocedere, fece credere ai confederati che sentisse la propria debolezza, e che a qualunque patto si riconcilierebbe; entrarono perciò di buon animo in negoziazioni con lui, tanto più che nello stesso tempo le loro truppe andavano facendo nuovi acquisti. Il popolo di Camerino si era ribellato ed aveva richiamato dal suo esilio all'Aquila Giovan Maria di Varano, figlio dell'ultimo signore; Vitellozzo aveva presa la fortezza di Fossombrone, poscia le rocche di Urbino, Cagli ed Agobbio; di modo che nel ducato d'Urbino agli ufficiali di Borgia non restava che sant'Agata; Fano e tutta la provincia erano stati egualmente occupati dai confederati. Intanto il Valentino chiamava da ogni banda al suo soldo lance spezzate; che così si chiamavano que' piccoli gentiluomini, che non avendo sotto i loro ordini che cinque o sei cavalli, pure prendevano soldo separatamente. Siccome non si presentavano per compagnie da sè, e che non erano comandati da un riputato capitano, pareva che non formassero corpo[177].

Il Valentino voleva ridurre Paolo Orsini a venire a trattare con lui personalmente in Imola, e per averlo acconsentì di mandare ai confederati in ostaggio il cardinale Borgia. In fatti Paolo Orsini giunse ad Imola il 25 di ottobre[178]. Il Valentino lo accolse amichevolmente; convenne che non doveva accusare che la propria imprudenza, se que' capitani che lo avevano fin allora servito con tanta fedeltà, si erano tutt'ad un tratto da lui alienati; che era tutta sua colpa il non avere con loro agito in maniera da liberarli da così mal fondati sospetti; ma che poichè questa mal intelligenza non avea avuto verun reale motivo, sperava che ben lungi da lasciare tra di loro semi d'inimicizia, servirebbe per lo contrario a formare tra di loro una perpetua indissolubile unione; perciocchè da una banda vedendo i suoi capitani che il re di Francia lo ajutava con tutta la sua potenza, si convincerebbero di non lo potere opprimere; e dall'altra egli stesso aveva per questa esperienza aperti gli occhi, e confessava ingenuamente che dai loro consiglj e dal loro valore doveva riconoscere tutta la sua felicità e la sua riputazione[179].

Le proteste di Cesare Borgia venivano accolte con tanta maggiore confidenza da Paolo Orsini, in quanto ch'egli era persuaso non potersi un papa mantenere, quando aveva nello stesso tempo contro di sè la sua famiglia e quella dei Colonna. E tale fu la sua cocciutagine, che, non credendosi per parte del duca esposto a verun pericolo, poichè questi non dava segno di veruno risentimento, sottoscrisse con lui il 28 di ottobre una convenzione in forza della quale tutte le ricevute vicendevoli ingiurie dovevano essere dimenticate. Il soldo che i condottieri confederati avevano inaddietro avuto dal duca doveva essere loro conservato; essi obbligavansi ad ajutarlo a ricuperare con tutte le loro forze gli stati d'Urbino e di Camerino, senza per altro essere obbligati a venire in persona nelle sue armate, od a porsi in poter suo. Finalmente le vertenze del papa con Giovanni Bentivoglio, rispetto alla sovranità di Bologna, dovevano decidersi dal cardinale Orsini, dal duca Valentino e da Pandolfo Petrucci[180].

Ma questa convenzione, che fu comunicata al Machiavelli da un segretario del duca con un sorriso ironico[181], perchè avesse effetto era necessario che venisse ratificata dal papa e dai singoli confederati. Non fu difficile il portare in lungo tale formalità, e di accrescere in tal maniera la diffidenza del Bentivoglio, che con estremo rincrescimento vedeva tenersi in sospeso i suoi interessi, mentre che regolati erano quelli di tutti gli altri. Il Valentino seppe approfittarne per conchiudere con lui, per mezzo di suo figlio il protonotajo, un parziale trattato di pace che fu sottoscritto in Imola il giorno 2 di dicembre. Il Bentivoglio si obbligò a staccarsi assolutamente dai Vitelli e dagli Orsini; promise di servire il duca a proprie spese nelle sue guerre con cento uomini d'armi e con cento alabardieri a cavallo; ed a tale prezzo fu dalla Chiesa riconosciuta la sua sovranità sopra Bologna: inoltre doveva pagare a Cesare Borgia sotto il titolo di condotta, per cento lance, dodici mila ducati all'anno. Suo figliuolo Annibale doveva sposare la sorella del vescovo d'Enna, nipote del duca Valentino. Finalmente il re di Francia, che non vedeva volentieri l'incorporazione di Bologna allo stato della Chiesa, il duca di Ferrara ed i Fiorentini, dovevano essere garanti di questo trattato[182].

Intanto essendo giunta la ratifica del trattato degli Orsini, ed essendo sottoscritto il trattato del Bentivoglio, il duca d'Urbino sentiva che, per quanto fosse grande l'affetto che gli mostravano i suoi sudditi, non potrebbe in verun modo difendere il suo principato. Si affrettò dunque a demolire tutte le sue fortezze, onde non avere bisogno di assediarle in più felici tempi, e ritirossi a Città di Castello. Il Valentino fece pubblicare un perdono universale pei popoli sollevati del ducato d'Urbino, i quali rientrarono sotto la sua ubbidienza l'otto di dicembre[183].

Lo stato di Camerino seguì l'esempio di quello d'Urbino, ed il signore fuggì di nuovo nel regno di Napoli. Vitellozzo ritirò le sue truppe da Fano, e la guerra pareva terminata. E questo fu l'istante scelto dal Valentino per muoversi colla sua armata. Partì da Imola il dieci di dicembre[184].

La marcia del Borgia con una così potente armata, che pareva essergli diventata inutile sparse l'inquietudine e lo spavento ne' vicini stati. I Veneziani facevano così attenta guardia alle loro terre di Romagna, come se il nemico fosse accampato sotto le loro mura; i Fiorentini temevano che la riconciliazione di tanti capitani, da loro egualmente temuti, non si fosse fatta a danno loro; ma più d'ogni altro i condottieri rientrati di fresco in grazia col duca cominciavano a credere che potrebbero essere vittime della sua doppiezza[185]. Ma, tutto ad un tratto, il 22 dicembre, le quattrocento cinquanta lance francesi, che accompagnavano il duca, lo abbandonarono a Cesena e ripigliarono la strada di Bologna, senza che si potesse sapere se ciò fosse l'effetto di qualche subito disgusto colla Francia, o se fossero chiamate a Milano da qualche impreveduto bisogno[186]. Comunque la cosa fosse, il Borgia, perduta la metà delle sue forze, e disgustato, almeno in apparenza, dall'alleato che aveva inspirato tanto terrore, continuò ad avanzare colla sua armata con meno minaccioso apparato. Oliverotto di Fermo fu il primo de' confederati della Magione che ardisse raggiugnerlo. Consultarono assieme se attaccherebbero la Toscana o Sinigaglia, ed il Borgia si decise per Sinigaglia. Questo piccolo principato veniva governato da una figlia del precedente duca d'Urbino, Federica, che chiamavasi prefettessa. Papa Sisto IV l'aveva fatta sposare a suo nipote Giovanni della Rovere, ch'egli aveva nominato prefetto di Roma. Rimasta vedova, ella aveva mandato in Francia suo figlio, Francesco Maria della Rovere, per sottrarlo alle trame del Valentino; quegli era il presuntivo erede del ducato d'Urbino, poichè il duca regnante, Guidubaldo, suo zio, non aveva figliuoli. La prefettessa era rimasta in Sinigaglia sotto la protezione dei confederati della Magione, e conoscendo che non poteva difendersi senza di loro si ritirò per mare a Venezia; ma coloro cui aveva affidato il comando della rocca, dichiararono di non volerla cedere che allo stesso duca Valentino, onde Oliverotto e gli Orsini lo invitarono ad avvicinarsi per prenderne possesso[187].

Il Borgia, che aveva di già rinviate le truppe francesi per dissipare i sospetti dei capitani confederati, conobbe quanto poteva ripromettersi dalla loro confidenza quando si vide chiamato da loro medesimi. Li fece avvisare di distribuire i loro soldati ne' villaggi del territorio di Sinigaglia, per lasciare ai suoi il quartiere nella stessa città, ed il 31 di dicembre partì da Fano per giungere lo stesso giorno in quella città, avendo con lui almeno due mila cavalli e due mila fanti. Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini e Francesco Orsini, duca di Gravina, si avanzarono disarmati per incontrare il duca Valentino e fargli onore. Prima di giugnere a lui dovettero attraversare tutta la sua cavalleria ch'era distribuita in due file ai due lati della strada. Il duca li salutò amorevolmente, e li consegnò a due gentiluomini destinati a corteggiarli, ed a non abbandonarli finchè non fossero giunti al palazzo. Mancava tuttavia Oliverotto, il quale comandava la parata della sua compagnia, che sola era rimasta in Sinigaglia per onorare la venuta del Valentino. Uno de' confidenti del duca andò ad avvisarlo, che se non faceva prendere ai suoi soldati i loro quartieri, non potrebbesi impedire alle truppe che giugnevano di occuparli. Oliverotto in allora licenziò i suoi uomini d'armi, e si portò presso al duca, che lo accolse non meno gentilmente degli altri tre; ma che sotto lo stesso pretesto di fargli onore, lo fece come gli altri guardare a vista. Scesero tutti assieme da cavallo all'alloggio destinato al duca; ma non appena i quattro capitani vi furono entrati che trovaronsi arrestati. Allora il Valentino rimontò subito a cavallo, e conducendo i suoi uomini d'armi ad attaccare i quartieri di Oliverotto, fece svaligiare i di lui soldati. Nello stesso tempo ordinò di attaccare quelli degli Orsini e del Vitelli che trovavansi a cinque in sei miglia di distanza; ma questi, essendo stati a tempo avvisati di ciò che accadeva, si ritirarono in buon ordine. La stessa sera il Borgia fece strozzare Vitellozzo ed Oliverotto, e protrasse fino al giorno 18 la morte di Paolo Orsini e del duca di Gravina, perchè voleva prima sapere se suo padre aveva eseguito quanto aveva seco concertato contro gli altri membri della casa Orsini[188].

La perfidia colla quale Cesare Borgia trattò i capi delle bande adunate a Sinigaglia non indisponeva i popoli contro di lui. Questi capitani erano quasi tutti amati dai loro soldati e detestati dai loro sudditi; il solo timore poteva tenere i popoli ubbidienti verso un governo puramente militare, e che non conosceva nè giustizia, nè moderazione; e Cesare Borgia era troppo accorto per non rendere il proprio giogo meno pesante ai nuovi suoi sudditi. Volle subito approfittare dello spavento de' suoi nemici, persuaso che i popoli si dichiarerebbero a suo favore; ed il primo di gennajo del 1503 partì alla volta di Conrinaldo, Sassoferrato e Gualdo per avvicinarsi ad Agobbio e di là minacciare nello stesso tempo Perugia e Città di Castello[189]. Il 4 dello stesso mese ricevette gli ambasciatori di Città di Castello, che gli annunciavano che il vescovo di quella città e tutti i Vitelli erano fuggiti, e che gli abitanti si affrettavano di manifestargli la loro ubbidienza. Giulio Vitelli, rimasto il capo della sua famiglia dopo che i suoi quattro fratelli maggiori, tutti rinomati guerrieri, erano successivamente periti di morte violenta, era partito alla volta di Venezia col duca d'Urbino, dopo di avere mandati i suoi nipoti a Pitigliano[190]. Gian Paolo Baglioni era fuggito da Perugia, tostocchè gli era giunta la notizia della carnificina di Sinigaglia; e gli abitanti di quella città avevano fatto chiedere alla repubblica di Firenze di ajutarli a mantenere la loro libertà; ma i Fiorentini risposero, che in ogni altra occasione avevano potuto fare sì poco conto dell'amicizia e dei buoni ufficj di Perugia che non volevano per salvare così fatti vicini correre rischio di romperla con un papa tanto potente. I Perugini spedirono in allora ambasciatori al duca Valentino, i quali gli si presentarono il 5 di gennajo per dichiarargli che le truppe degli Orsini, dei Vitelli e dei Baglioni avendo evacuata la loro città per ritirarsi a Siena, essi lo avevano proclamato loro sovrano. Pure il Borgia, o perchè così gli avesse ordinato suo padre, o perchè gli convenisse di tenere celati i suoi ulteriori disegni, non ricevette l'omaggio di Perugia e di Castello che come gonfaloniere della Chiesa, e non in proprio nome. Dichiarò di avere determinato di scacciare tutti i tiranni dai paesi ereditarj de' romani pontefici, e di spegnervi le fazioni; ma che non voleva dilatare la propria signoria al di là del suo ducato di Romagna, e che perciò lusingavasi che qualunque si fosse il papa che occuperebbe dopo Alessandro VI la cattedra di san Pietro, desso papa gli saprebbe buon grado dell'avere distrutti i nemici dell'autorità pontificia. Egli non volle pure entrare nelle due sottomesse città, ne ricondurre gli esiliati a Perugia, ma si apparecchiò subito a scacciare da Siena Pandolfo Petrucci. Egli risguardava quest'uomo, distintissimo per la sua accortezza, siccome l'anima del partito. Lo vedeva chiuso in una fortissima città, provveduto di danaro, e circondato da numerosa armata a lui affezionatissima; perciò chiese al Machiavelli di persuadere la sua repubblica ad unirsi a lui per iscacciare quest'ultimo nemico, che i Fiorentini non dovevano temere meno di quello ch'egli lo temeva. Desiderava che questi mandassero gente ai confini, mentre ch'egli si avanzerebbe colle sue truppe; e nello stesso tempo Alessandro VI intavolava negoziazioni con Pandolfo Petrucci per ingannarlo, se possibile fosse, e trovar modo di averlo nelle sue mani[191].

I Sienesi non erano disposti ad esporsi ai pericoli di un assedio al solo oggetto di salvare il Petrucci; ma nello stesso tempo diffidavano del papa e del suo figliuolo, ed erano determinati a difendersi fino all'ultimo sangue, se sotto pretesto di scacciare un tiranno Cesare Borgia voleva entrare nella loro città, o faceva qualche tentativo per rendersene padrone. Pandolfo Petrucci approfittò di questa disposizione per negoziare e non cedere alla burrasca che a seconda del bisogno. Acconsentì di uscire da Siena, purchè il duca Valentino, che si era avanzato fino a Pienza, uscisse in pari tempo dal territorio della repubblica. Questa convenzione si eseguì il 28 di gennajo: Pandolfo Petrucci si ritirò a Lucca con Gian Paolo Baglioni, e gli avanzi delle truppe dei Vitelli; ma i suoi partigiani continuarono ad esercitare in Siena la suprema autorità, mentre che il Valentino ricondusse la sua armata alla volta di Roma, per approfittare della carnificina di Sinigaglia, e terminare l'abbassamento degli Orsini[192].

Il papa si era dato tutto l'impegno di assecondare i delitti di suo figlio; dietro i suoi avvisi dell'accaduto in Sinigaglia fece invitare il cardinale Orsini a portarsi al Vaticano per un abboccamento. Il cardinale aveva avuta l'imprudenza di tornare a Roma; viveva senza sospetti, e niente sapeva dell'arresto de' suoi due parenti; onde recossi a palazzo, ove fu subito imprigionato. Nello stesso tempo Alessandro VI fece prendere nelle loro case Rinaldo Orsini, arcivescovo di Firenze, il protonotajo Orsini, l'abbate d'Alviano, fratello di Bartolommeo e Giacomo di Santa Croce. Questi prigionieri, spaventati dalle minacce del papa, acconsentirono di dargli tutte le loro fortezze, ed a tale prezzo riebbero la libertà, ad eccezione del cardinale; perchè Alessandro voleva obbligare questi a consegnargli tutti i suoi beni. Il papa aveva di già fatta occupare la di lui casa a Monte Giordano, e trasportarne gli effetti ed i mobili tutti al palazzo pontificio. Esaminando i libri delle ragioni del cardinale, trovò che questi aveva un credito di due mila ducati verso qualcuno il di cui nome non era stato scritto; vide inoltre che aveva acquistata pel prezzo di due mila ducati una perla che non si trovava. Perciò il primo di febbrajo fece vietare l'ingresso della prigione del cardinale a coloro che gli portavano da mangiare per parte di sua madre, dichiarando che questo sciagurato prelato più non mangerebbe finchè non si rinvenissero que' due effetti. La madre del cardinale pagò subito col proprio danaro i due mila ducati, e l'amica di lui, vestita da uomo, andò in persona a consegnare al pontefice la perla che aveva ricevuta dal prelato. Alessandro acconsentì allora che si portassero al cardinale i cibi che gli venivano mandati, ma prima gli fece dare una bevanda avvelenata che lo trasse a morte il 22 di febbrajo[193].

Ma non tutti gli Orsini erano caduti nelle mani del pontefice o di suo figliuolo; la loro famiglia era assai numerosa, perchè tutti i figli cadetti, appigliandosi al mestiere delle armi, trovavano sempre una carriera aperta: Giulio Orsini con molti suoi parenti si afforzava a Pitigliano; Fabio, figliuolo di Paolo Orsini, strozzato a Sinigaglia, ed Organtino Orsini adunavano la loro cavalleria a Cervetri. Muzio Colonna era tornato dal regno di Napoli, ed era entrato in Palombara che aveva tolta al papa. I Savelli si erano rappattumati cogli Orsini, di modo che tutta l'alta nobiltà di Roma faceva causa comune contro i Borgia. Gian Girolamo Orsini era in allora ai servigj del re di Francia, nel regno di Napoli; Niccolò, conte di Pitigliano, al servigio dei Veneziani; e questi due capitani interessavano alla loro difesa i potenti padroni per cui guerreggiavano. Il Borgia volle tentare di opprimerli prima che potessero ottenere assistenza, persuaso che gli riuscirebbe più facile la giustificazione, quando non vi fosse più rimedio per coloro che voleva distruggere. Ma sebbene riuscisse ad impadronirsi di Palombara e di Ceri, le altre fortezze degli Orsini gli opposero una resistenza abbastanza lunga da dare tempo ai Veneziani ed al re di Francia di dichiarare altamente, che prendevano Gian Giacomo Orsini ed il conte di Pitigliano sotto la loro protezione[194].

Le minacce del re determinarono Cesare Borgia a levare l'assedio di Bracciano, ma non senza lagnarsi amaramente della Francia; mentre che Alessandro VI faceva condannare dai tribunali ecclesiastici tutti gli Orsini come ribelli. Lodovico XII, vedendo che i Borgia cominciavano a mancare di rispetto alla sua autorità, e perchè nello stesso tempo era di già inquieto rispetto agli affari di Napoli, risolse di mettere fine al rapido ingrandimento della potenza del duca Valentino; prevedendo che, quando sentirebbe la propria indipendenza, si farebbe pagare a troppo caro prezzo la sua amicizia. Parvegli più di tutto importante di porre in salvo la Toscana da nuovi attentati; a tale oggetto trovò opportuno di formare un'alleanza tra Firenze, Siena, Lucca e Bologna, ed incaricò di negoziarla Francesco Cardulo di Narni, protonotajo apostolico. Questi presentossi il giorno 14 di marzo alla balìa di Siena, ed offrì ai partigiani di Pandolfo Petrucci di ricondurre nella città loro questo capo di parte coll'assenso de' Fiorentini, ai quali si prometteva la restituzione di Montepulciano. L'alleanza venne sottoscritta, e Pandolfo tornò a Siena il 29 di marzo del 1503, senza che la rivoluzione che l'aveva scacciato, o quella che lo richiamava, fossero accompagnate da verun disordine[195].

Ma non sì tosto trovossi Pandolfo in Siena, che chiese dilazione alla restituzione di Montepulciano. Pretese che i Sienesi fossero in modo attaccati a questo possedimento da non voler comperare a sì alto prezzo l'amicizia de' Fiorentini; questi dal canto loro, malgrado le istanze del ministro francese, non volevano entrare nella lega che a tale condizione; onde non potevasi avere la ratifica del trattato, senza del quale sembrava che la Toscana rimanesse in balìa del duca Valentino[196].

Altronde gli affari di Pisa, che da quasi dieci anni avevano sempre riaccese guerre vicine a spegnersi, eccitavano nuovamente la diffidenza e l'animosità dei popoli toscani. I Fiorentini avevano fatto capitano delle loro armate il balivo d'Occan, capitano francese, il quale coll'assenso del re aveva condotte cinquanta lance; eransi lusingati che le bandiere francesi sarebbero per loro una salvaguardia contro le intraprese del papa e di suo figlio, dalle quali non li guarentiva la santità dei trattati. Avevano mandata la loro armata nello stato di Pisa per guastare le messi, sperando che quella città si ridurrebbe colla fame, se perdeva per più anni consecutivi i suoi raccolti: e di già nel precedente anno avevano distrutto prima che maturasse tutto il frumento dei Pisani. Questa volta ruinarono soltanto le campagne del Val d'Arno, non avendo potuto penetrare nella vallata del Serchio meglio difesa[197].

Intanto il balivo d'Occan, poi che ebbe guastato il paese, condusse la sua armata sotto Vico Pisano, difeso da cento fanti svizzeri al soldo dei Pisani. Il balivo li minacciò di farli appiccare se portavano le armi contro un re alleato della loro nazione; nello stesso tempo i Fiorentini loro offrirono del danaro, onde gli Svizzeri, atterriti o corrotti, il 16 di giugno aprirono le porte della fortezza che dovevano difendere. Il loro tradimento spianò ai Fiorentini la strada della fortezza assai più importante della Verrucola, che, attaccata dal lato fin allora inaccessibile di Vico Pisano, si arrese il 18 di giugno. Questa signoreggiava il piano di Pisa, e così bene lo scopriva tutto intero, che nulla entrar poteva o sortire dalle porte della città senz'essere veduto dalla Verrucola. E quanto questa posizione era stata utile ai Pisani per prevenire gli attacchi dei loro nemici, altrettanto poteva riuscirle fatale dopo ch'era venuta in mano de' Fiorentini[198].

Questa perdita risvegliò l'interesse de' Sienesi e de' Lucchesi a favore de' loro vicini. Scordarono gli uni e gli altri la lega toscana, sebbene Pandolfo Petrucci andasse debitore ai Fiorentini del fresco suo ristabilimento in patria, e spedirono ajuti ai Pisani, i quali dal canto loro fecero fare l'offerta al duca Valentino di darsi a lui. Veruna città era da questo principe più ardentemente desiderata, risguardandola egli come quella che gli darebbe modo di conquistare tutta la Toscana. Ma finchè il re di Francia trovavasi in Italia onnipotente, il Valentino per non esporsi alla sua collera non aveva osato di accettare una così seducente offerta. Ma da qualche tempo pareva che la fortuna abbandonasse le armi francesi, ed il Valentino, che mai non era l'ultimo ad allontanarsi da coloro cui la fortuna volgeva le spalle, cominciava a prendere coi generali di Lodovico XII un più audace contegno; trattava segretamente con Gonsalvo di Cordova e colla Spagna, temporeggiava coi Pisani, si armava, metteva la sua alleanza a più alto prezzo, e non pertanto aspettava per prendere una definitiva decisione un ultimo esperimento delle forze dei due re, che pareva dover essere imminente[199].

Ferdinando il cattolico aveva lasciato, in tutto il primo anno della guerra, il suo generale, Gonsalvo di Cordova, senza soccorsi. I rinforzi che aveva per lui apparecchiati non lo raggiunsero che quando era già cominciata la campagna del 1503. Anche prima che questi giugnessero, il generale Spagnuolo ricevette a Barletta un sollievo dovuto soltanto all'imprudente avarizia de' generali francesi. Ivone d'Allegre aveva presa la città di Foggia, dove aveva trovati grandissimi magazzini di grani, formati coi raccolti di quella ubertosa provincia. Invece di acconsentire che si vendessero a credenza ai Napolitani, che ne avevano urgente bisogno, o di tenerli custoditi per l'armata, la mancanza di danaro lo consigliò a venderlo ad alcuni mercanti veneziani che lo trasportarono a Barletta[200]. Subito dopo l'ammiraglio spagnuolo, Liscano, ottenne presso alla punta della terra di Otranto, ossia l'antico promontorio Japiga, una vittoria sopra il signore di Prejan, che aveva il comando della flotta francese, la quale sarebbe stata interamente distrutta, se non avesse trovato un rifugio nel porto d'Otranto che apparteneva ai Veneziani, ed era egualmente rispettato dalle due nazioni belligeranti. Dopo questa vittoria il mare rimase libero ai vascelli spagnuoli e siciliani, che poterono trasportare senza pericolo soldati, vittovaglie e danaro a Barletta. Le quali cose si facevano senza che i Francesi potessero impedirle, anzi senza che niente sapessero di ciò che accadeva in mare[201].

Non pertanto l'armata francese continuava ad acquistar terre nell'interno del regno. Da una parte il Nemours aveva ridotte alla sua ubbidienza tutte le città della Puglia, che formavano un circolo intorno a Barletta; cioè Canosa, Altamura, Cerignole, Quadrata, Robio, Foggia e Siponto: dall'altra erasi avanzato fino all'estremità della terra d'Otranto, ed aveva costretto Lecce, san Piero, Nardo, Rodea, Oria e Matula ad arrendersi. Vero è che non aveva potuto occupare Gallipoli, nè Taranto, ma bensì costretto aveva il conte di Conversano a passare al suo partito, ed aveva lasciata guarnigione in Castellaneta, onde reprimere le incursioni delle truppe spagnuole che Pietro Navarra comandava a Taranto[202].

Il Nemours era di già tornato sotto Barletta, quando seppe che gli abitanti di Castellaneta, più soffrire non potendo l'insolenza de' soldati francesi alloggiati nella loro città, aveano aperte le loro porte agli Spagnuoli di Taranto, e dati prigionieri i loro ospiti. Accecato dalla sua collera, il Nemours non volle dare orecchio alle rimostranze dell'Acquaviva, che gli dava avviso che il Gonsalvo uscirebbe presto in campagna. Partì coll'armata alla volta di Castellaneta, e, non ascoltando che il caldo suo desiderio di vendetta, non volle ricevere gli abitanti alle condizioni da loro offerte. Ma Gonsalvo di Cordova, approfittando della sua lontananza, uscì di notte da Barletta con tutte le sue genti, e lasciò pure quella città così sguarnita, che per essere sicuro della sua fedeltà trovò necessario di condurre con sè i magistrati in ostaggio, e passò a sorprendere Rubio, dove comandava La Palice. Colle prime scariche la sua artiglieria aprì varie brecce nelle mura; i suoi soldati volarono intrepidamente all'assalto, e sebbene i Francesi si difendessero per sette ore con non minor valore, fu fatto prigioniere La Palice ferito, e la città di Rubio presa e saccheggiata. Il Gonsalvo non cercò pure di conservarla; trasportò frettolosamente tutto il bottino a Barletta, dov'era rientrato avanti che il Nemours, che per opporsi al Gonsalvo aveva abbandonato l'assedio di Castellaneta, fosse tornato a Rubio colla sua armata[203].

Intanto Ugone di Cardone aveva ragunati in Sicilia tre mila fanti e tre mila cavalli che trasportò a Reggio. Incontrò prima Giacomo di Sanseverino, conte di Mileto, che sconfisse, poi liberò Diego Ramirez assediato nella fortezza di Terranuova, saccheggiò e bruciò quella città, fugò il principe di Rossano e fece prigioniere il signor d'Humbercourt. In quest'ultima zuffa Antonio di Leyva, che era di fresco giunto dalla Spagna, e che serviva ancora in qualità di semplice soldato, fece le sue prime prove in Italia; egli doveva in appresso passare per tutti i gradi della milizia prima di comandare in capo le armate, e di essere annoverato tra i primi generali di Carlo V[204].

Mentre il Cardone sbarcava le sue genti, il d'Aubignì trovavasi occupato in un'altra parte della Calabria; ma si affrettò di accorrere per attraversare i di lui disegni; ed i principi di Salerno e di Bisignano, della casa Sanseverino, si unirono a lui a Cosenza con molti baroni angioini. Don Ugone di Cardone, avvisato della loro marcia, ebbe prima pensiero di ritirarsi verso le montagne, ma fu ritenuto dall'arrivo di don Emmanuele di Benavides, che gli conduceva quattrocento cavalli e quattro battaglioni d'infanteria siciliana; altronde le sue spie gli avevano dato motivo di credere che al d'Aubignì abbisognavano ancora due giorni per raggiugnerlo, allorchè lo vide sboccare nel piano dalla banda di mezzodì di Terranuova. I cavalieri siciliani e spagnuoli non sostennero l'impeto degli uomini d'armi del d'Aubignì, ed in particolare degli Scozzesi; la fanteria venne egualmente maltrattata dagli Svizzeri e dai Guasconi; l'armata di Ugone di Cardone fu sgominata e dispersa, ed egli medesimo si salvò a piedi tra le montagne, dopo avere tagliata la corda magna al suo cavallo. Il signore di Grignan, luogotenente del d'Aubignì, che aveva più d'ogni altro contribuito a questa vittoria, fu ucciso mentre inseguiva il nemico[205].

La battaglia di Terranuova non bastava a consolidare il dominio de' Francesi nella Calabria, tanto più che in quel tempo la nuova flotta che Ferdinando aveva armata a Cartagena era giunta in Sicilia e poco dopo a Reggio. Eranvi su questa seicento cavalli, comandati da Alfonso Carvajale, e cinque mila fanti di Galizia, di Biscaglia e delle Asturie, sotto gli ordini di Ferdinando d'Andrades. Il re di Spagna aveva dato il generale comando di questa spedizione a Porto Carrero, della casa Boccanegra di Genova, scelto dal re, perchè egli ed il Gonsalvo avevano sposate due sorelle, e che perciò doveva sperarsi che agirebbero di perfetto accordo. Ma passò lungo tempo avanti che quest'armata fosse in istato di combattere; prima perchè la flotta fu contrariata dai venti nel suo tragitto, poi perchè Porto Carrero, appena giunto in Reggio, fu preso da grave malattia in conseguenza della quale morì, dopo d'avere nominato d'Andrades suo successore[206].

Inquietanti notizie intorno agli affari di Napoli circolavano di già in tutte le altre province d'Italia, quando i tre piccoli cantoni svizzeri che si erano fatti padroni di Bellinzona, non potendo soffrire che la Francia loro contrastasse il possedimento di quella città, attaccarono impetuosamente Locarno sul lago maggiore, e la Murata. Dopo parecchj assalti s'impadronirono dell'ultima, che altro non era che una lunga muraglia fatta per frenare le loro incursioni; ma non poterono conquistare Locarno, e bentosto trovaronsi bloccati dai Francesi ed esposti a crudeli privazioni. Frattanto Lodovico XII, che sentiva quanto gl'importasse di evitare una guerra nel Milanese, mentre che aveva così gravi affari nel regno di Napoli, e che aveva più di tutto bisogno di mettere a numero le sue armate colla fanteria svizzera per opporla a quella dei Tedeschi e degli Spagnuoli, ordinò ai suoi commissarj di contentare gli Svizzeri a qualunque condizione. Dietro ciò l'undici aprile del 1503 fu sottoscritto un nuovo trattato di pace fra la Francia e la lega elvetica nel campo sotto Locarno, e Lodovico XII accordò ai tre piccoli cantoni la contea di Bellinzona in piena sovranità[207].

Mentre la guerra tra la Francia e la Spagna si faceva nel regno di Napoli con maggior vigore, l'arciduca Filippo d'Austria, figlio di Massimiliano e genero di Ferdinando e d'Isabella, attraversava la Francia per tornare nella sua sovranità de' Paesi Bassi. Pochi mesi prima aveva accompagnata sua moglie per la prima volta alla corte di Spagna, e l'aveva colà abbandonata bruscamente il 22 dicembre del 1502, lasciando Ferdinando di lui geloso, Isabella scontenta de' pochi riguardi che aveva per sua figlia, e Giovanna, la di cui seconda gravidanza era avanzata, in uno stato di disperazione che turbò la sua mente. Filippo venne in Francia ricevuto con quel rispetto ond'era stato onorato in occasione del suo primo passaggio. Egli desiderava la pace pel vantaggio de' suoi stati de' Paesi Bassi, la desiderava ancora per accrescere il suo credito alla corte di Castiglia, e se ne fece con premura il mediatore. L'accompagnavano due ambasciatori del re d'Arragona e di Castiglia, i quali intervennero alle conferenze che Filippo tenne con Lodovico XII, ed il 5 d'aprile sottoscrissero con loro a Lione un trattato di pace fra le due monarchie. Tutti i diritti della Francia sul regno di Napoli dovevano darsi per dote a madama Claudia di Francia, figlia di Lodovico XII, che Carlo, figlio di Filippo, poi Carlo V, doveva sposare. I due sposi fanciulli dovevano essere dichiarati re e regina di Napoli; ma fino alla consumazione di questo matrimonio, il trattato di divisione di Granata doveva avere piena esecuzione[208].

Pareva che questa convenzione terminasse la guerra a condizioni d'equità, sebbene tutto il vantaggio fosse per la Spagna, poichè l'oggetto in disputa era ceduto interamente all'erede di quella monarchia. Perciò Filippo aveva mostrata molta premura di conchiuderla; e perchè erano illimitate le facoltà da lui prodotte, Lodovico XII non dubitò punto che il trattato di Lione non venisse ratificato; onde più non si prese cura di spedire soccorsi ai suoi luogotenenti in Italia, ai quali solamente raccomandò di schivare ogni fatto d'armi, finchè il cambio delle ratifiche facesse interamente cessare le ostilità. Ma Gonsalvo di Cordova, dopo essere stato lungamente confinato in un angolo del regno di Napoli, cominciava a travedere la possibilità di conquistarlo interamente. Egli non volle andare debitore ad un trattato di ciò che poteva ottenere a forza aperta; ed i suoi padroni, quando meglio conobbero lo stato degli affari, ebbero la stessa ambizione, e ricusarono di ratificare il trattato di Lione.

Ferdinando d'Andrades prese il comando dell'armata di Calabria; egli avea riunito alle sue truppe, condotte da Porto Carrero, gli avanzi di quelle di Ugone di Cardone, e, dopo aver loro pagati i soldi arretrati, le condusse attraverso alla Calabria fino presso a Seminara. In questo stesso luogo sette anni prima Ferdinando II e Gonsalvo erano stati battuti dal d'Aubignì, e Terranuova, dove lo stesso d'Aubignì aveva ottenuta una più fresca vittoria sugli Spagnuoli, trovatasi pure a breve distanza; perciò questo generale francese avanzavasi pieno di confidenza, punto non dubitando di liberare la Calabria dai nemici con una terza vittoria. Sebbene le sue forze fossero alquanto inferiori a quelle d'Andrades, egli lo sfidò a battaglia. Le due armate s'incontrarono il 21 d'aprile al passo di Fiume Secco tra Gioja e Seminara. Emmanuele Benavides, che aveva il comando della vanguardia spagnuola, si trattenne sopra una delle rive del fiume per parlamentare col d'Aubignì, che trovavasi sulla riva opposta. Mentre che l'ultimo era distratto da tale conferenza, il Carvajale, che comandava la retroguardia spagnuola, passò il fiume un miglio al di sopra, e venne a piombare alle spalle dell'armata francese nello stesso tempo che veniva attaccata di fronte. Un istante di confusione e di disordine bastò a perderla; gli uomini d'armi sgominati dovettero fuggire, ed il d'Aubignì con loro: Onorato ed Alfonso di Sanseverino, che comandavano il secondo ed il terzo corpo d'armata, composti di Calabresi, non opposero lunga resistenza; ambidue furono fatti prigionieri; ed in mezz'ora di tempo quasi tutta la fanteria francese fu passata a fil di spada. Il d'Aubignì era fuggito a Gioja, dove trovò il capitano della sua fanteria Mallerbe; essi continuarono a ritirarsi assieme, ma, giunti al forte d'Angitula, furono costretti a chiudervisi, perchè gli Spagnuoli stavano loro alla coda; e questi, non volendo lasciarsi fuggire di mano il più temuto di tutti i generali francesi, lo assediarono appena entrato in Angitula[209].

Press'a poco nel tempo in cui d'Andrades sbaragliava l'armata di d'Aubignì a Seminara, Gonsalvo di Cordova vide giugnere a Barletta un corpo di due mila Tedeschi che gli conduceva Ottaviano Colonna, e che dopo essere uscito dalle montagne della Carniola si era imbarcato a Trieste. Erano sette mesi che il Gonsalvo si trovava chiuso in Barletta, ed aveva ottenuto colla forza del suo carattere e colla sua accortezza nel guidare a voglia sua gli animi di sostenervi la costanza de' soldati in mezzo a tutte le privazioni. Tutte le città di quel vicinato erano in potere de' Francesi, ad eccezione di quella di Andria, ma non ebbe appena ricevute le truppe tedesche che aveva così lungamente aspettate; che risolse di porsi in campagna, e fece passare a Pietro Navarra ed a don Lodovico di Errera l'ordine di condurgli da Taranto tutti que' soldati che potrebbero. Dal canto suo il Nemours, avvisato dei movimenti che si facevano in Barletta, volle pure adunare in un solo corpo i suoi migliori ufficiali. Scrisse ad Andrea Matteo d'Acquaviva che stava a Conversano di recarsi ad Altamura, per incontrarvi Lodovico d'Ars, e ritornare con lui. Questi due ufficiali ebbero qualche corrispondenza insieme per concertare il loro cammino; ma una delle lettere dell'Ars essendo caduta in mano di Pietro Navarra, questi venne a conoscere la strada dell'Acquaviva, e gli tese una imboscata. L'Acquaviva, attaccato all'impensata, fu gravemente ferito e fatto prigioniere, ucciso suo fratello Giovanni, e tutta la sua cavalleria presa o dispersa[210].

L'arrivo a Barletta di Navarra e di Errera, che conducevano prigioniere il più savio e più rispettato barone angiovino e varj capitani dell'armata nemica, parve a Gonsalvo ed a' suoi soldati di buon augurio. Onde non vollero frapporre ulteriore ritardo a rompere il blocco nel quale erano stati così lungamente chiusi. Il 28 di aprile l'armata spagnuola uscì di Barletta, passò l'Ofanto, e dirigendosi verso ponente giunse nello stesso giorno sotto Cerignole. Il calore era di già estremo nelle pianure della Puglia; il soldato non trovava acqua in quelle arse campagne, e soffriva crudelmente la sete, sebbene Gonsalvo, nel passaggio dell'Ofanto, avesse fatte riempire d'acqua molte otri che faceva portare dietro l'armata. Per sollevare i pedoni oppressi dal caldo ordinò ancora ad ogni cavaliere di prenderne uno in groppa, ed egli stesso ne diede agli altri l'esempio facendo dietro di sè montare sul suo cavallo un porta insegne tedesco. Cerignole, lontana soltanto dieci miglia da Barletta, è un castello posto sulla sommità di un colle, i di cui fianchi sono tutti coperti di viti. Il fondo di queste vigne è separato dalla pianura da una fossa. Prospero e Fabricio Colonna, che vi erano giunti prima degli altri, disegnarono di accampare l'armata dietro questa fossa; la allargarono, e colla terra che avevano levata innalzarono sulla sponda interna un piccolo parapetto. Il Gonsalvo diresse in persona questi lavori, e vi fece immediatamente collocare i cannoni in batteria[211].

Il Nemours, partito da Canosa, era giunto presso Cerignole, quasi nello stesso tempo che il Gonsalvo. Nel consiglio di guerra da lui tenuto il Chatillon e Lodovico d'Ars insistevano perchè si differisse la battaglia fino al susseguente giorno, onde meglio conoscere la posizione del nemico, e dar tempo ai soldati di riposarsi. Per lo contrario il Chandieu, che aveva il comando degli Svizzeri, ed Ivone d'Allegre volevano che si approfittasse dell'ardore francese per attaccare in quell'istante. La disputa tra i capitani si protrasse oltre il dovere e fece perdere un tempo prezioso. Per inconsiderata vivacità d'Allegre disse che la lentezza del generale gli rendeva sospetto o il suo coraggio o la sua abilità. Il Nemours, ferito nell'onore, ebbe la debolezza di risolversi contro la propria opinione a venire a battaglia per purgarsi da questo rimprovero: ma prese questa risoluzione così tardi, che nell'istante in cui cominciò la battaglia non restava che mezza ora di giorno. Nell'armata francese eranvi cinquecento lance, mille cinquecento cavaleggeri e quattro mila pedoni[212]. L'armata spagnuola contava mille ottocento uomini di cavalleria pesante, cinquecento cavaleggeri, due mila fanti spagnuoli ed altrettanti Tedeschi[213]. Il Nemours condusse le sue truppe contro il nemico nell'ordine obbliquo, nascondendo la sua sinistra. Egli era con Lodovico d'Ars alla testa dell'ala destra che doveva cominciare la pugna; il Chandieu cogli Svizzeri stava nel centro alquanto a dietro, ed il d'Allegre col resto della cavalleria era alla sinistra ed ancora più a dietro[214].

Il Gonsalvo, che aveva divisa la sua armata in sei battaglioni, aveva mandata avanti tutta la sua cavalleria leggiera sotto gli ordini di Fabrizio Colonna e di don Diego di Mendoza per ritardare il nemico. Nelle arse campagne della Puglia i piedi de' cavalli sollevavano un così denso polverìo, che ai Francesi impedì totalmente di vedere le posizioni degli Spagnuoli. I finocchj, che in que' campi sono d'una smisurata grandezza, occultavano affatto la fossa ed il parapetto che chiudevano il campo; e l'artiglieria col suo fumo accrebbe maggiormente l'oscurità. Una delle prime scariche appiccò il fuoco al magazzino della polvere degli Spagnuoli. Il Gonsalvo, lungi dal mostrarsene spaventato, gridò: «Gli è questo un felice presagio; noi non abbiamo bisogno di polvere perchè nostra è la vittoria.» Frattanto il Nemours, che si avanzava contro i Tedeschi e contro la cavalleria della loro sinistra, fu improvvisamente trattenuto dalla fossa, di cui non sospettava l'esistenza, e mentre cercava un passaggio rivolgendosi di fianco, fu colpito da una palla e cadde morto alla testa delle sue truppe. In quell'istante il Chandieu giugneva in riva al fosso cogli Svizzeri. Ma i Tedeschi, che tenevano l'opposta riva li rispingevano colle loro alabarde, mentre che gli archibugeri spagnuoli li prendevano di fianco, ond'essi si disordinarono e perdettero molta gente. Il Chandieu, che si faceva conoscere in mezzo a loro a motivo delle penne bianche che ornavano il suo caschetto, e che si batteva a piedi alla loro testa, fu ucciso mentre era sceso nella fossa per attraversarla. Vedendo il d'Ars ed il d'Allegre rotti i loro compagni, si posero in fuga; ed il Chatillon, che fuggiva dietro di loro, fu preso e ricondotto prigioniero dalla cavalleria spagnuola. Nello spazio di mezz'ora l'armata francese era stata dispersa, ed aveva perduti tre in quattro mila uomini. Tutti i suoi equipaggi e tutti i viveri vennero in potere del nemico[215].

Il Gonsalvo fece conoscere i suoi singolari talenti col profitto che seppe trarre da questa vittoria. L'oscurità della notte, che era sopraggiunta quando appena cominciava ad essere decisa la sconfitta de' Francesi, aveva salvati i fuggiaschi; ma Lodovico d'Ars ed Ivone d'Allegre non avevano presa la medesima strada; il primo si era posto su quella di Venosa, l'altro su quella che conduce al ducato di Benevento. Il Gonsalvo li fece rapidamente inseguire per impedirne la riunione. Garzia de Paredes inseguì Lodovico d'Ars, e don Fedro de Paz il d'Allegre. Questi nella sua fuga si era riunito a Trajano Caraccioli, conte di Melfi; ma per quanto cercassero di affrettare la loro fuga, erano sempre preceduti dalla notizia del loro disastro; onde tutte le città, tutte le fortezze chiudevano loro le porte in faccia; ed appena a forza di preghiere e di danaro potevan essi ottenere che loro si calassero giù dalle mura colle corde pochi viveri entro le ceste. Ivone d'Allegre, dopo essersi trattenuto un solo giorno ad Atripalda, prese la strada di Napoli; ma nell'avvicinarsi a quella città seppe bentosto che il popolo si era sollevato, e che la guarnigione lasciatavi erasi chiusa ne' castelli coi tesori del re, coi magistrati francesi e coi più dichiarati partigiani della Francia. Piegò a tale notizia verso Capoa e Suessa, e senza trattenersi in quelle città andò fino a Gaeta, dove ragunò gli avanzi dell'armata francese tra quella fortezza e Tragitto[216].

Gli Spagnuoli vincitori si avanzavano da tutte le bande dietro i fuggiaschi, ed occupavano tutte le province del regno. Fabrizio Colonna si portò verso l'Aquila, e soggiogò gli Abbruzzi; Prospero Colonna si fece aprire le porte di Capoa e di Suessa, ed occupò tutta la Campagna Felice, cacciando i Francesi al di là del Garigliano. Tutte le città della Puglia e della Capitanata, informate prima delle altre della vittoria, si erano ancora per le prime sottomesse al vincitore. Le Calabrie aveano preso lo stesso partito, quando aveano avuta notizia della battaglia di Seminara. Il d'Aubignì difendevasi tuttavia nella rocca d'Angitula; ma quando fu pienamente infirmato del rovescio de' suoi commilitoni, capitolò, sagrificandosi solo ad essere prigioniere, mentre che tutti i soldati che servivano sotto di lui ebbero la libertà di tornare in Francia[217].

Gonsalvo di Cordova accolse ad Acerra i deputati di Napoli, che gli portavano le chiavi della città, e gli chiedevano la conferma de' privilegj della capitale; egli lo promise a nome de' suoi padroni, e fecevi il suo solenne ingresso il 14 di maggio. Nel susseguente giorno ricevette a nome di Ferdinando il giuramento de' sei seggi, che rappresentavano la nobiltà ed il popolo di Napoli. I due castelli, in cui si erano ritirati i Francesi, e che d'ordinario opponevano alle armate che gli assediavano una lunga resistenza, soggiacquero in pochi giorni agli attacchi di Pietro Navarra, il quale aveva il primo introdotto nella guerra l'arte di far giuocare le mine colla polvere, e che colle sue inaspettate esplosioni aveva inspirato ai soldati nemici tanto terrore, che i loro capi non avevano ancora potuto vincere. Quando il giorno 11 di giugno le mine del Navarra rovesciarono una metà delle mura di Castel Nuovo sopra i difensori, ed aprirono agli Spagnuoli una spaventosa breccia per la quale montarono all'assalto, Gonsalvo di Cordova cedette a' suoi soldati tutto il saccheggio de' ricchi magazzini che vi erano stati adunati, e de' tesori che vi si erano posti colla fede di metterli in luogo sicurissimo. Pure non era appena terminato questo saccheggio che molti soldati vennero al Gonsalvo, lagnandosi di non avere avuta la parte loro. «Per indennizzarvi andate a saccheggiare il mio palazzo, disse loro ridendo il generale;» ed infatti quello in cui era stato alloggiato, ed apparteneva al principe di Salerno, fu dagli Spagnuoli immediatamente svaligiato[218].

Il Castello dell'Ovo, posto sopra uno scoglio isolato, ai piedi del promontorio di Sant'Elmo, ed in mezzo alle acque, fu preso ventun giorni dopo Castel Nuovo, e cogli stessi mezzi. L'esplosione rovesciò parte della rupe sulla Cappella, dove in quell'istante il comandante della fortezza aveva adunato un consiglio di guerra: quasi tutti coloro che vi assistevano furono schiacciati sotto i rottami della montagna. Ed in tal modo tutto il regno si trovò in potere degli Spagnuoli, ad eccezione di Gaeta, dove tutti si erano uniti gli avanzi dell'armata francese; di Santa Severina, in cui il principe di Rossano era assediato, e di Venosa, dove Lodovico d'Ars con una lunga e valorosa resistenza si coprì di gloria[219].

CAPITOLO CII.

Guerra dei Veneziani coi Turchi. Morte di Alessandro VI. Elezione di Pio III e di Giulio II. Disastri del Valentino; sconfitta dei Francesi al Garigliano. Tregua tra la Francia e la Spagna.

1499 = 1504.

Le due più importanti rivoluzioni che potesse provare l'Italia, l'espulsione della dinastia degli Sforza e quella della linea bastarda di Arragona, la conquista del Milanese fatta dai Francesi e quella del regno di Napoli fatta dagli Spagnuoli, si erano condotte a fine senza che il più saggio e più potente stato d'Italia, senza che la repubblica di Venezia potesse aver parte nell'una o nell'altra. Vero è che Venezia trovavasi impegnata in un'alleanza nominale con Lodovico XII contro la casa Sforza, ma senza per altro associarsi attivamente nella guerra. Non era intervenuta al trattato di divisione del regno di Napoli a Granata; non aveva difesa la casa d'Arragona, nè contribuito a balzarla dal trono; e non aveva preso parte nella guerra, che quasi subito dopo era scoppiata fra gli spogliatori. Fin dalla prima ritirata dei Francesi, dopo la spedizione di Carlo VIII, la repubblica possedeva molte fortezze nella Puglia, sulle coste dell'Adriatico; ma dalle mura di Trani, di Monopoli, di Brindisi e di Otranto, i comandanti veneziani guardavano le battaglie de' Francesi cogli Spagnuoli senza prendervi parte, osservando una rigorosa neutralità. Certo non avevano veduto senza una viva inquietudine gli oltramontani acquistare le due più ricche e più popolate regioni dell'Italia; ma le pretese di Massimiliano sopra quelle province, e le continue sue minacce, gli avevano costretti ad acconsentire alla ruina di Lodovico Sforza, ed anche a concorrervi, sperando che i Francesi, loro nuovi vicini, li difenderebbero, in caso di bisogno, contro i Tedeschi. La pericolosa guerra, che di quest'epoca dovettero sostenere coll'impero ottomano, fu cagione che non prendessero parte negli affari di Napoli, e che lasciassero in quel regno balzar dal trono un monarca italiano per sostituirvi un vicerè spagnuolo: tanto è vero che l'Italia non soggiacque agli attacchi degli oltramontani che per essersi questi tutti riuniti contro di lei sola; e che i Turchi, sebbene nemici degli Spagnuoli, e che i Tedeschi, sebbene nemici dei Francesi, contribuirono alle conquiste de' loro avversarj, perchè con incessanti attacchi esaurirono quella nazione italiana, che sola avrebbe dovuto far testa a tutti.

La guerra dei Turchi con Venezia aveva cominciato nello stesso tempo che quella di Lodovico XII colla casa Sforza. Ella occupò dunque la repubblica in tutto quello spazio di tempo la di cui storia è compresa nei tre ultimi capitoli, e per tutto questo tempo impedì al più potente degli stati italiani di potere opporsi all'ambizione de' Francesi, a quella degli Spagnuoli, ed a quella di papa Alessandro VI e di suo figliuolo. Bajazette secondo, il nono sultano ottomano, non era nè tanto inquieto, nè tanto crudele quanto suo padre Maometto II, o quanto suo figlio Selim. Il suo gusto per gli studj, per la filosofia e pel riposo lo fece perfino tenere, in confronto degl'illustri guerrieri della sua stirpe, per un principe neghittoso. Pure Bajazette II aveva sostenuto una gloriosa guerra contro Cait-Bey, soldano dei Mamelucchi d'Egitto, e contro i Croati ed i Valacchi. Egli aveva, siccome il suo predecessore, allontanati i confini dell'impero ottomano, ed il terrore che aveva inspirato questa costante successione di conquiste, non si era per anco dissipato sotto il suo regno. La repubblica di Venezia, che confinava colla Turchia per una lunga estensione di paesi, e che sola custodiva contro di lei l'Italia e tutto l'Occidente, non entrava senza spavento in una guerra col gran signore; e quando aveva un così potente nemico da combattere, metteva da canto ogni altra rivalità; implorava i soccorsi, e cercava di conciliarsi l'affetto di tutti i principi cristiani. Invece di pensare ancora a tenere la bilancia in bilico tra di loro, il suo primo oggetto era per lo contrario quello di tutti riunirli per la comune difesa.

Varj motivi vengono da varj storici assegnati alla guerra che scoppiò in sul finire del quindicesimo secolo tra Bajazette II e la repubblica di Venezia. Forse tutti contribuirono ad accenderla o come cagione o come pretesto. Bajazette, in seno alla pace, cercava d'indebolire i suoi vicini, incoraggiando l'assassinio ai confini. La Dalmazia veneziana era sempre infestata da bande armate di ladri che uscivano dall'Albania: nè solo assalivano i mercanti ed i viaggiatori, ma saccheggiavano le borgate, bruciavano i villaggi, conducevano gli abitanti in ischiavitù, e gli sforzavano a riscattarsi con ricche taglie; e da tutti i porti dell'impero turco uscivano nello stesso tempo pirati, che saccheggiavano le coste ed interrompevano il commercio. Quando i mercanti veneziani portavano le loro lagnanze a Bajazette, il sultano, invece di prendere le difese di que' malfattori, dichiarava che li vedrebbe volentieri castigati, e ch'egli confortava i suoi vicini a trattarli con estrema severità. Frattanto le province, contro le quali era intenzionato di portare in appresso le armi, venivano da prima così ruinate; la popolazione fuggiva, ed all'ultimo riusciva impossibile il difenderle[220].

Nello stesso tempo il sultano era sempre apparecchiato a porgere orecchio ai traditori che offrivano di dargli in mano qualche fortezza de' suoi vicini posta presso le frontiere. Una trama di tale natura fu formata a Corfù, e Bajazette allestì un potente armamento per occupare quell'isola così importante; ma fortunatamente il capitano della flotta veneziana, che tornava di Candia, sia che segretamente avesse avuto contezza dei traditori, o che il solo accidente lo abbia favorito, fece imbarcare, passando a Corfù, tutti coloro che avevano trattato cogli Ottomani, e rifece la guarnigione dell'isola. Bajazette non volle lasciar sospettare che fosse stato prevenuto; condusse nella Bulgheria e nella Valacchia l'armata che aveva adunata; nello stesso tempo spedì i suoi luogotenenti a saccheggiare i monti della Chimera, i di cui abitanti si mantenevano indipendenti, e conquistò il piccolo stato di Giorgio Czernowitsch, in vicinanza di Cattaro. Ma sospettando che i suoi disegni sopra Corfù fossero stati scoperti dal balivo di Venezia, dichiarò di non voler più soffrire spie presso di sè, e scacciò il balivo da Costantinopoli con tutti gli altri ambasciatori o residenti de' principi cristiani[221].

Verso lo stesso tempo Niccolò Pesaro, ammiraglio della flotta veneziana, incontrò una galera turca che ricusò d'ammainare le vele secondo la cerimonia di pratica. Il Pesaro la colò a fondo. Il senato, inquieto per questo atto di severità e pel rinvio del suo balivo, mandò a Costantinopoli Andrea Zancani per regolare tutte queste differenze colla Porta, e per ottenere dal sultano un nuovo trattato. Pareva che le negoziazioni non incontrassero difficoltà. Bajazette non mostrossi adirato e sottoscrisse il trattato che gli fu presentato dall'ambasciatore. Ma questo trattato era scritto in latino, ed il sultano riservavasi di protestare contro tutto ciò che potev'essere espresso nella lingua degl'infedeli, ch'egli non intendeva. Lodovico Sforza, che ancora aveva la signoria di Milano, e che sperava di salvarsi con una potente diversione, gli aveva di quei tempi spediti accorti negoziatori che lo esortavano ad attaccare la repubblica di Venezia[222]. Bajazette II promise di farlo, e tenne la cosa segretissima. E cominciò a fare grandiosi apparecchj, senza che si sapesse contro quale provincia dell'Asia o dell'Europa erano destinati. Credevano molti che volesse attaccare l'isola di Rodi, posseduta dai cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme. Quando i suoi apparecchj furono terminati, l'irruzione di due mila cavalli turchi nel territorio di Zara fu il principio delle ostilità; e nello stesso tempo tutti i mercanti veneziani, stabiliti in Costantinopoli, furono posti in catene e confiscate le loro proprietà. Trovavasi tra costoro Andrea Gritti, che doveva uscire di prigione per terminare questa guerra e per salire dopo alcun tempo sul trono ducale[223].

La flotta ottomana, di cui Bajazette aveva dato il comando al sangiacco di Gallipoli, e che gli storici veneziani pretendono che fosse composta di dugento settanta vele, si avanzò in traccia de' Cristiani verso le coste della Morea, nelle acque della Sapienza e di Modone. Dal canto suo il senato di Venezia diede il comando di una flotta di cento quaranta vele, con cui sperava di difendere i suoi possedimenti del Levante, ad Antonio Grimani, gentiluomo che, fino all'età di sessantaquattro anni cui era allora pervenuto, aveva goduta una costante felicità. La sua famiglia, sebbene nobile, era assai povera; ma egli aveva in poco tempo ammassate immense ricchezze. Sapevasi che possedeva più di cento mila ducati in capitali o in numerario, oltre i poderi ch'erano considerabili. Aveva costui esercitato il commercio con tanta prosperità, che tutti gli altri mercadanti prendevano il di lui esempio per norma delle loro speculazioni, comperando quando lo vedevano comperare e vendendo quando lo vedevano vendere. Era stato ammesso in senato, e dopo tale epoca aveva occupate le più luminose cariche della repubblica, ed erasene mostrato degno colla sua eloquenza, colla sua prudenza, col suo coraggio. Aveva maritate le sue figlie nelle principali case di Venezia; aveva ottenuto da Alessandro VI, pel prezzo di trenta mila ducati il cappello cardinalizio pel suo figliuolo primogenito, ed in appresso dal senato il patriarcato d'Aquilea. Gli altri suoi figli avevano ottenuto dalla repubblica onoratissimi impieghi, ed egli stesso era rivestito della dignità di procuratore di S. Marco; la prima dello stato dopo quella del doge. Aveva comandate non senza gloria le flotte della repubblica nella guerra di Carlo VIII, e conquistato Monopoli; e il suo ritorno da quella spedizione era stato un trionfo. Pure aveva ricusato con non so quale spavento il comando che gli veniva affidato contro i Turchi, quasi prevedesse che la lunga sua prosperità stava per abbandonarlo; ma quando era stato forzato ad addossarsi tanta responsabilità aveva mandato al tesoro pubblico, come un dono patriottico, venti mila ducati per concorrere alle spese dell'armamento della flotta ch'egli doveva comandare[224].

La flotta veneziana incontrò in agosto presso Modone la flotta turca. La prima aveva poco più che la metà meno delle vele dell'altra; anzi tra le sue cento quaranta navi non vi erano che quarantasei galere; e tutti gli altri bastimenti erano poco proprj ai movimenti militari. Dalla banda dei Turchi non vedevasi che un prodigioso numero di navi male armate, male governate, ed i di cui equipaggi, ignoranti e tolti di fresco all'aratro, non sentivano veruna disciplina; e perciò i musulmani temevano la battaglia non meno di quello che i cristiani la desiderassero, nella ferma fiducia di uscirne vittoriosi.

Le due flotte manovrarono parecchi giorni l'una in faccia all'altra, ma qualunque volta pareva che il Grimani si disponesse all'attacco, i Turchi si ritiravano in Porto Longo. Nella loro flotta trovavasi un vascello di enorme grandezza, della portata di quattro mila tonnellate, il quale pareva sollevarsi in mezzo agli altri come una rocca. Era comandato da Barach Raiz. Il 22 di agosto del 1599 questo vascello si trovava in faccia a Chiarenta, alquanto lontano dagli altri, e fu subito investito dalle due galere d'Andrea Loredano, e dell'Albanese d'Armier, che attaccatesi a lui coi ramponi, vennero all'abordaggio. La zuffa fu accanita, e senza che gli altri equipaggi vi prendessero parte, o perchè tenuti distanti da una subita perfetta calma, come dicono alcuni, o perchè il Grimani, invidiando la gloria del Loredano, come fu creduto dai più, fosse contento di vederlo perire. Più di mille soldati difendevano il vascello turco, e la battaglia pendeva ancora indecisa, quando il fuoco s'appiccò ad uno de' tre bastimenti, e rapidamente comunicossi agli altri due senza che potessero separarsi; così perirono tutti e tre in mezzo alle acque. Quando il Loredano vide affatto perduto il suo, taluno gli propose di salvarsi a nuoto; egli prese per tutta risposta lo stendardo di San Marco che volteggiava sul ponte; È sotto quest'insegna, egli disse, che io sono nato, che ho vissuto e che voglio morire; e dicendo queste parole entrò tra le fiamme. Varie lance turche circondavano i combattenti e raccoglievano le loro genti che si gittavano in mare; ma i Veneziani, abbandonati dai loro compatriotti, perirono quasi tutti[225].

Finchè durò questa zuffa le due flotte si erano cannonate senza troppo accostarsi; ma l'incendio delle navi del Loredano e del Darmier scoraggiò tutti i Veneziani, i quali invece di desiderare la battaglia come avevano fatto fin allora, cominciarono a temerla, ed il Grimani, cedendo alle circostanze, si ritirò sulla Costa del Peloponneso. Colà ebbe avviso che una flotta francese di ventidue galere, che Lodovico XII aveva fatta armare a Genova per soccorrere i cavalieri di Rodi, e che in appresso aveva offerta al senato quando seppe che Rodi non era minacciata, stava ancorata a Zante. Il Grimani andò subito a raggiugnerla e tornò colla medesima in cerca de' Musulmani. Pure allorchè fu a vista della loro flotta, la stessa irrisoluzione, o la stessa pusillanimità, ond'era stato incolpato precedentemente, lo dissuase dall'attaccarli. Le due flotte si limitarono a ricambiarsi alcune cannonate, ed i Francesi, soffrire non potendo questa timida maniera di combattere, si congedarono dall'ammiraglio veneziano, e si ritirarono[226].

Nello stesso tempo i Turchi avevano assediato Lepanto; ed il Grimani non osò soccorrere quella città che si arrese quando vide allontanarsi la flotta veneziana[227]. Il Grimani per ristabilire il suo nome fece dal canto suo un tentativo sopra Cefalonia, ma senza successo. Allora ricondusse la sua flotta a Corfù, e vi trovò Melchiorre Trevisani, che il consiglio dei Dieci gli aveva mandato per successore, e che aveva ordine di spedirlo a Venezia carico di catene per dare conto della sua condotta. La bella flotta da lui comandata pareva ai Veneziani bastante per distruggere quella dei Turchi, e fare in appresso la conquista del Peloponneso e dell'Eubea; ed in ragione delle alte speranze che avevano concepite, erano più inclinati a dare colpa della cattiva riuscita a viltà, o a tradimento. Forse peraltro non calcolavano abbastanza i progressi fatti dai Turchi nell'arte della guerra marittima, ed il Grimani accostandosi ad una flotta di lunga mano superiore alla sua di navi e di equipaggi, aveva conosciuto che più non trattavasi di una moltitudine disordinata come supponevasi a Venezia. I pochi vantaggi ottenuti dagli ammiragli che succedettero al Grimani, ed il trionfo ch'era a lui riservato, quando nell'estrema sua vecchiezza di ottantasette anni fu eletto doge di quella medesima repubblica che lo aveva condannato, sono indizj della sua innocenza. Ma quando arrivò a Venezia, troppo gagliarda era la prevenzione contro di lui perchè potesse resistervi. Invano suo figliuolo, il cardinale Grimani, accorse da Roma per riceverlo, e vestito pontificalmente portò le catene di suo padre, e quando questi attraversò il ponte, e quando fu tradotto innanzi al gran consiglio; la severità di quell'assemblea non si lasciò addolcire. Ella aveva a sè richiamato questo giudizio, temendo che il prevenuto non adoperasse un'illecita influenza sul consiglio dei Dieci, sia colle sue ricchezze che colle aderenze della sua famiglia. Il Grimani venne condannato alla relegazione nelle isole di Cherso e di Ozero nel golfo del Quarnero: dopo alcun tempo fuggì da questo luogo di esilio, e rifugiossi a Roma presso suo figlio cardinale[228].

Le truppe di terra non si comportarono meglio di quelle di mare. Il Zancagno aveva avuto ordine di adunare le milizie dei confini della Carniola, di porre in istato di difesa le rive dell'Isonzo, e di stabilire il suo campo a Gradisca. Ma Scander bassà, sangiacco di Bosnia, avendo condotti sull'Isonzo sette mila cavalli, il 29 di settembre ne mandò due mila al di là del fiume. Il Zancagno non oppose loro veruna resistenza, e tenne i suoi soldati chiusi in Gradisca. I contadini, che vivevano in piena sicurezza dietro l'armata della repubblica, furono presi da estremo terrore quando videro vicine quelle barbare truppe; le rive della Piave e del Tagliamento furono abbandonate, sebbene capaci di difesa. Numerose bande di fuggiaschi lasciarono il Friuli; Treviso e la stessa Padova si salvarono in Venezia, e la campagna fu ruinata fin presso alle Lagune. I Turchi, dopo aver fatto un grosso numero di prigionieri, parte de' quali furono uccisi prima di ripassare il Tagliamento, rientrarono ne' loro paesi, senza aver trovato occasione di combattere[229].

In principio del 1500 i Veneziani, scoraggiati dalla cattiva riuscita dell'ultima campagna, e desiderando di poter volgere tutta la loro attenzione agli affari dell'Italia, le di cui rivoluzioni facevansi ogni di sempre più importanti, spedirono a Costantinopoli per lagnarsi col gran signore di essere stati attaccati senza precedente provocazione, e per ripetere i loro mercanti fatti prigionieri in tutta l'estensione dell'impero turco, e la restituzione di Lepanto; ma Bajazette rispose loro che non accorderebbe la pace alla repubblica che a condizione che questa gli cedesse Modone, Corone e Napoli di Malvasia, e si obbligasse a pagargli l'annuo tributo di dieci mila ducati[230].

Durante l'inverno la flotta turca si era divisa ne' due golfi d'Ambracia e di Lepanto. Melchiorre Trevisani, che aveva preso il comando della flotta veneziana, voleva impedire ai Turchi di riunirsi, ed a tal fine occupava le acque di Corfù e di Cefalonia; ma i nemici ingannarono la sua vigilanza e si riunirono presso al promontorio di Leucade; dopo di che trovandosi più forti fecero dar a dietro i Veneziani. Daüth pascià entrava nel Peloponneso con una formidabile armata, mentre che la flotta turca attaccava dalla banda del mare le città di cui Bajazette aveva chiesta la cessione. I Turchi furono respinti sotto Napoli di Malvasia e sotto Zonchio, l'antico Pilos di Nestore; ma occuparono il sobborgo di Modone, ed all'istante cominciarono l'assedio di quella città di tanta importanza[231].

Girolamo Contarini fu sostituito nel comando della flotta veneziana a Melchiorre Trevisani morto di malattia naturale sotto Cefalonia. Il nuovo ammiraglio volle soccorrere Modone, ma avendo incontrata la flotta turca presso Pilos l'attaccò con isvantaggio, perdette alcune galere, e fu forzato a rifugiarsi a Zanto[232]. Pure perchè non sapeva risolversi ad abbandonare gli assediati, si presentò per la seconda volta il nove di agosto sotto Modone, non con intenzione di venir a battaglia, ma per distrarre l'attenzione de' nemici, mentre che cinque galere, le più leggieri al corso, entrerebbero in porto coi rinforzi e colle munizioni destinate agli assediati. Parve che il suo disegno riuscisse, perciocchè quattro delle cinque galere, attraversando la flotta turca, arrivarono fino allo steccato che chiudeva il porto. Tutti gli abitanti di Modone si affollavano verso le galere per iscaricarle più presto, e la stessa guardia scese dalle mura in riva al mare. Del che avvedutisi i Turchi, dierono in quell'istante l'assalto e superarono le mura. Invano gli abitanti vollero fare resistenza; ma troppo tardi, essendo i musulmani già scesi nelle strade. Pure nè i Greci nè i Veneziani, sebbene perduta avessero ogni speranza, tentarono di fuggire, e, continuando a combattere, furono quasi tutti uccisi sulla piazza, mentre che il fuoco, appiccato dagli assalitori alle prime case, andava rapidamente dilatandosi per tutta la città; ed in breve tempo l'incendio si fece universale come la carnificina. Modone cadde in potere degli Ottomani; ma omai più non vi erano nè edificj, nè abitanti[233].

Il terrore, che questa catastrofe sparse in tutta la Morea, consigliò gli abitanti di Pilos e di Corone ad arrendersi senza fare resistenza. Il generale turco attaccò in appresso Napoli di Malvasia: fece condurre sotto le mura di quella città Paolo Contarini da lui fatto prigioniere a Modone, e lo minacciò di condannarlo al più crudele supplicio se non eccitava gli assediati ad arrendersi. Il Contarini cercò di parlare a quegli abitanti, ma mentre gli arringava, vedendo che le sue guardie distratte non lo tenevano d'occhio, spronò il suo cavallo, e sottraendosi a loro, varcò con un salto la prima fossa delle fortificazioni e giunse in città senz'essere colpito dai dardi o dalle palle che i Turchi facevano piovere sopra di lui; e contribuì potentemente alla difesa di Napoli dove si era rifugiato[234].

Il consiglio dei Dieci aveva incaricato Benedetto Pesaro del comando della flotta veneziana. Questo nuovo capitano la trovò scoraggiata, indebolita e dispersa da una burrasca che aveva sofferta. La riunì a Corfù ed a Zante, vi ristabilì la disciplina, severamente gastigando gli ufficiali che avevano mal fatto il loro dovere, ed in appresso la condusse in traccia di quella dei Turchi; ma era in tempo che questi, soddisfatti degli ottenuti vantaggi, si ritiravano a Costantinopoli. Il Pesaro, rimasto padrone del mare, occupò Egina, saccheggiò Mitilene e Tenedo, prese molte navi da trasporto della flotta turca, e condannò a morte tutti i loro equipaggi, lasciandoli appesi alle forche piantate sulle due rive dell'Europa e dell'Asia, affinchè tutte le navi che attraversavano i Dardanelli vedessero gli effetti della sua crudeltà, ch'egli credeva di giustificare col nome di rappresaglie. Prima di lasciare quelle acque ridusse l'isola di Samotracia sotto il dominio della repubblica[235].

La flotta che Ferdinando ed Isabella avevano armata a Malaga sotto gli ordini di Gonsalvo di Cordova, e che destinavano a fare la conquista del regno di Napoli, sebbene volessero ancora per qualche tempo nascondere i loro disegni, era arrivata a Messina, indi passata a Zante, ove dietro l'invito di Gonsalvo doveva trovarsi Benedetto Pesaro. Colà i due generali furono di parere di attaccare l'isola di Cefalonia, ed approfittando di un vento favorevole entrarono a forza ne' due porti di quell'isola, sbarcarono le loro truppe e strinsero d'assedio la capitale. Era questa difesa dall'epirota Gisdar, che sostenne il loro attacco con valorosa costanza. Gli Spagnuoli soffrirono e fame e malattie crudeli; ma diedero in quest'assedio una prima prova di quella costanza e di quella confidenza nel loro capo che due anni più tardi doveva a Barletta farli trionfare de' loro nemici. Finalmente Pietro Navarra fece una larga breccia nelle mura di Cefalonia con una mina caricata; la città fu presa d'assalto il 1.º di novembre del 1500, e la guarnigione fu passata a fil di spada. Zonchio o Pilos si ricuperò parimenti per sorpresa; ed il Pesaro avrebbe voluto attaccare anche Modone, quando si seppe che i Turchi vi avevano mandati gagliardi rinforzi; onde il Cordova dichiarò di essere costretto a ricondurre la sua flotta ne' porti della Sicilia. Non pertanto, volendo la repubblica mostrarsi grata ai di lui servigj, lo fece inscrivere nel libro d'oro tra i nobili veneziani[236].

Il Pesaro continuò tutto l'inverno la guerra contro i Turchi. Prese o distrusse molti loro vascelli che si stavano fabbricando alla Prevezza, nel golfo d'Ambracia[237]; tentò di bruciare una parte della loro flotta nel fiume di Loüs, ma venne respinto con molta perdita di gente[238]; finalmente accettò la sommissione d'Alessio che si arrese alla repubblica. Dall'altra banda la città di Zonchio e di Durazzo furono di nuovo prese dai Turchi: e tutti questi prosperi avvenimenti o perdite venivano accompagnati da atroci crudeltà tanto per parte de' Cristiani che dei Turchi. Si rendevano responsabili della sorte della guerra gli sventurati abitanti, ai quali, benchè mal difesi dalle guarnigioni, facevasi rendere conto, riprendendoli, dell'infortunio, cui davasi il nome di ribellione; e rispetto ai soldati prigionieri perivano quasi tutti in mezzo ai supplicj[239].

I Veneziani, minacciati di perdere quasi tutti i loro possedimenti d'oltremare, avevano chiesti soccorsi a tutti i principi della Cristianità; tutti risguardavano tuttavia come un dovere la guerra contro gl'infedeli; tutti convenivano intorno alla necessità di soccorrere Venezia nella lotta disuguale in cui si era posta; pure sembravano più disposti a salvare l'onor loro con un momentaneo servigio, che a somministrare ai loro alleati una reale assistenza. Alessandro VI fece armare venti vascelli, de' quali diede il comando a Giacomo Pesaro, vescovo di Pafo, che li condusse in rinforzo della flotta veneziana; ma il più efficace soccorso proveniente dal papa fu la cessione del prodotto delle indulgenze vendute nello stato veneto, che ammontò ad 80,000 ducati[240]. Il Ravenstein, governatore di Genova a nome della Francia, condusse a Zante una flotta francese destinata a secondare quella della repubblica; ma non era stata pagata che per tre mesi, due e mezzo de' quali erano di già scorsi prima che giugnesse ne' mari di Grecia, onde si ritirò senza rendere ai Veneziani verun servigio. Anche una flotta portoghese comparve nello stesso luogo, ma il suo comandante non volle prendere parte negli assedj, dichiarando di avere soltanto ordine di porsi nella linea di battaglia de' Veneziani, e si ritirò ancor essa quando vide che nel presente anno i musulmani non sembravano intenzionati di venire a battaglia[241].

Prima che terminasse l'anno, Filippo di Ravenstein ricondusse la flotta francese in ajuto de' Veneziani; attaccò di concerto con loro l'isola di Mitilene, ma l'indisciplina de' suoi soldati lo costrinse ad abbandonare l'intrapresa quando era quasi sicura la vittoria[242]. Tutti questi efimeri ausiliarj avevano probabilmente impedito alla Porta di far uscire in quest'anno dai Dardanelli la sua flotta, ma non avevano procurato veruno stabile vantaggio ai Veneziani. Lo stesso non deve dirsi dell'attacco di Uladislao, re d'Ungheria e di Boemia, ai confini de' Turchi; perciocchè le scorrerie degli Ungheri costrinsero Bajazette II a mandare le sue armate verso il Danubio. Dal canto loro i Polacchi cominciavano a porsi in movimento, ed il loro re aveva promesso alla repubblica di Venezia di fare una diversione in di lei favore. La morte di questo re impedì, a dir vero, la guerra della Polonia, ma la sola voce de' suoi apparecchi era stata utile ai Veneziani[243].

Nel susseguente anno 1502 un nuovo, e più dei precedenti inaspettato, ausiliario recò pure qualche sollievo alla repubblica. Fu questi Ismaele Sofì, che armò la Persia contro Bajazette II, invase la parte dell'Armenia soggetta ai Turchi, e richiamò in Asia le armi del Sultano[244]. Il Pesaro, che aveva ricevuti alcuni soccorsi dai cavalieri di Rodi, dal re di Francia e da Alessandro VI, volle approfittarne per attaccare l'isola di Leucade o di Santa Maura, che fu da lui conquistata[245]. Questa fu press'a poco la sua sola intrapresa in quest'anno. I Turchi, distratti da due potenti diversioni in Europa ed in Asia, più non diressero i principali loro sforzi contro la repubblica. Ma questa, ancora atterrita dai passati pericoli, e temendo di vedere ogni anno invaso il Friuli, e consumata la conquista del Peloponneso, evitava di provocare maggiormente la collera del Sultano. In sul finire di quest'anno la repubblica ricevette da Achmet, uno de' Pascià di Bajazette II, alcune aperture di pace, che partecipò al re d'Ungheria; e siccome questi non volle acconsentirvi, non ricusò di trattare sola. Andrea Gritti, uno de' mercanti che i Turchi avevano arrestati in principio della guerra, e che in allora trovavasi nelle prigioni di Costantinopoli, trattò a nome della sua patria; avendo la fortuna destinato questo uomo, che non era meno distinto per nobiltà, per la bellezza della persona, e per la forza del suo corpo, che per i militari e politici talenti, a conchiudere in tempo della sua prigionia due de' più importanti trattati che facesse la repubblica. Il Gritti, che alquanto più tardi acquistò tanta gloria nella guerra della lega di Cambray, e che dopo riconciliò la sua patria colla Francia; che all'ultimo, salito sul trono ducale, l'occupò quindici anni, e sottoscrisse il trattato di pace che in principio del 1503 riconciliò la repubblica di Venezia coll'impero turco, e che non fu rotto prima del 1537. I Veneziani restituirono Santa Maura o Leucade ai Turchi, rinunciarono ai loro diritti sopra Lepanto, Modone e Corone, che avevano perdute nel corso della guerra, ed ottennero invece soltanto la restituzione delle private proprietà che dal sultano erano state confiscate in principio della guerra[246].

Questo trattato, che Andrea Gritti non portò a Venezia che in novembre del 1503, fu ricevuto con esultanza dalla repubblica, sebbene sanzionasse la perdita di alcune delle sue migliori fortezze possedute in Levante. Ma finchè era durata la guerra, i Veneziani eransi trovati in faccia ai principi cristiani loro vicini in uno stato di costante umiliazione e d'inquietudine. Ora erano stati forzati ad assecondare gli ambiziosi progetti di Lodovico XII, spesso a soffrire l'insolenza de' suoi luogotenenti, talvolta a chiudere gli occhi sulle pratiche del duca Valentino. Essi nè avevano potuto dar peso alle loro raccomandazioni, nè far rispettare i proprj interessi; e lo stato di crisi in cui erasi trovata l'Italia ne' precedenti anni, non pareva vicino a terminare. La guerra di Napoli aveva accesa l'ambizione di tutti gli oltremontani, ed i sovrani della Francia, della Spagna, della Germania, manifestavano più apertamente che mai le loro pretese sulle province della penisola.

Il re di Francia non poteva darsi pace della perdita del regno, che così rapidamente gli era stato rapito dalla mala fede del re cattolico. Egli si doleva all'arciduca Filippo, che gli avesse legate le mani con una ingannevole negoziazione di pace. Questi, che aveva lealmente trattato, e che trovavasi investito de' più estesi poteri di suo suocero, lagnavasi che il suo onore fosse stato crudelmente compromesso. Ferdinando ed Isabella avevano da prima cercati pretesti per ritardare la ratifica del trattato conchiuso dal loro genero; ma quando ebbero sicuri avvisi de' vantaggi ottenuti da Gonsalvo di Cordova, ricusarono assolutamente di sottoscrivere il trattato, accusando Filippo di avere ecceduti i suoi poteri. Pure proponevano ancora altre negoziazioni per ingannare di nuovo Lodovico XII[247]. Ma questo monarca, conoscendo finalmente che con principi senza fede la sola forza può dare qualche valore ai trattati, risolse di attaccare nello stesso tempo la Spagna dalla banda di Bajona e di Fontarabia, e dalla banda del contado di Rossiglione; di far guastare le coste della Catalogna e di Valenza da una flotta francese, finalmente di mandare nel regno di Napoli un'armata tale da restituirgli la perduta superiorità[248].

Il comando di quest'armata fu dato a Lodovico della Tremouille; e sotto di lui doveva servire Francesco Gonzaga, marchese di Mantova, quello stesso che si era opposto ai Francesi a Fornovo, e che aveva comandata l'armata veneziana spedita contro di loro nella Puglia. Il Balivo di Bissì aveva avuta la commissione di levare e condurre gli Svizzeri. I Fiorentini, i Sienesi, i principi di Ferrara, di Mantova e di Bologna avevano promessi i loro contingenti; l'armata di La Tremouille doveva contare mille ottocento lance, e circa diciotto mila fanti; doveva secondarla una potente flotta, e non si erano mai veduti in Francia più formidabili apparecchi[249]. Pure La Tremouille, prima d'ingolfarsi nel regno di Napoli, voleva essere sicuro della condotta del papa e di suo figliuolo. Ai timori renduti tanto legittimi dal loro carattere aggiugnevasi da qualche tempo la diffidenza che ispirar dovevano le loro contraddittorie negoziazioni; le insolenti pretese del papa, che voleva perseguitare e spogliare de' suoi feudi Gian Giordano Orsini, sebbene fosse sotto l'immediata protezione del re[250]; la licenza data agli Spagnuoli di reclutare in Roma, e le non ignote pratiche del Valentino con Gonsalvo di Cordova. Il Valentino, che aveva sotto i suoi ordini cinquecento uomini d'armi, offriva di unirli all'armata francese, purchè Lodovico XII gli sagrificasse non solo Gian Giordano Orsini, ma ancora lo stato di Siena; ed i Francesi erano in procinto di sottoscrivere così vergognoso trattato allorchè il Borgia ne propose uno meno ignominioso, ma più pericoloso. Egli offriva il passo per lo stato della Chiesa, conservando egli stesso una neutralità armata. Facilmente si comprendeva, che sua intenzione era quella di dichiararsi a seconda delle circostanze per opprimere i vinti; o pure che, malgrado le sue promesse, mentre i Francesi sarebbero nel regno di Napoli, attaccherebbe la Toscana da loro lasciata senza truppe[251]. Ma in mezzo a tali progetti ed a tali speranze, il 18 di agosto, papa Alessandro VI fu colpito da quasi improvvisa morte: il duca Cesare Borgia, suo figlio, ed il cardinale di Corneto furono nello stesso tempo portati a Roma quasi moribondi da una vigna in cui dovevano cenare con lui, ed il corpo di Alessandro VI, copertosi di subito da negra spaventosa gangrena, diede motivo a tutto il pubblico di sospettare, che il papa, il figliuolo ed il commensale fossero vittime di un veleno apparecchiato dallo stesso papa per un altro[252].

L'intera vita d'Alessandro Borgia era stata contraddistinta da tanti delitti, ed egli si era per tanti titoli meritato l'odio di Roma, dell'Italia e di tutta la Cristianità, che non è maraviglia che la di lui morte si attribuisse a quegli stessi delitti cui aveva accostumata la sua corte, e che si cercasse di trovare nel rapidissimo rovesciamento della sua famiglia, e nel giusto gastigo della sua malvagità, una conseguenza degli scellerati mezzi da lui praticati per accrescere la sua fortuna. In tutto il corso del suo pontificato erasi veduto Alessandro VI ricavare molto danaro dalle promozioni al sacro collegio, che in forza delle costituzioni ecclesiastiche aveva il diritto di fare. In undici promozioni aveva creati quarantatrè cardinali[253], e quasi niuna di tali promozioni era stata gratuita. Da ognuna aveva ricavato almeno dieci mila fiorini; quella di Francesco Soderini, fratello del gonfaloniere di Firenze, era stata pagata ventimila: trentamila quella di Domenico Grimani, figliuolo del procuratore di san Marco; ed altre probabilmente un prezzo ancora maggiore. Ma pel papa non era gran cosa la vendita di questa principalissima dignità ecclesiastica. I cardinali da lui adoperati nell'amministrazione si arricchivano rapidamente; ed il papa fu accusato di averne fatti perire moltissimi per usurpare le loro eredità, e disporre nuovamente de' loro beneficj, che ricadevano alla santa Sede. Questi erano, si diceva, i criminosi mezzi con cui il papa suppliva alle enormi spese che richiedevano il mantenimento delle armate del duca Valentino, il lusso della corte pontificia, le prodigalità di Lugrezia Borgia, e il collocamento degli altri figli e nipoti di Alessandro. Fu raccontato e creduto in tutta l'Italia, che il papa aveva invitato il cardinale Adriano di Corneto ad un convito nella sua vigna di Belvedere presso al Vaticano con intenzione di avvelenarlo, come aveva altra volta avvelenati i cardinali di sant'Angelo, di Capoa e di Modena, prima suoi zelantissimi ministri, poi vittime della sua cupidigia; che il duca Valentino aveva mandato una bottiglia di vino avvelenato al coppiere del papa, senza palesargli il mistero, facendogli soltanto dire di non mandarla in tavola senza suo espresso ordine; che nella momentanea assenza di questo coppiere, il suo sostituto avea dato per errore di questo vino al papa, a Cesare Borgia ed al cardinale di Corneto. Quest'ultimo disse egli medesimo molto tempo dopo a Paolo Giovio, che, appena inghiottita tale bevanda, avea sentito nelle sue viscere un ardente fuoco, che subito avea perduta la vista, ed in appresso l'uso di tutti i sensi, e che dopo una lunga malattia, la sua guarigione era stata preceduta dalla totale escoriazione della sua pelle[254].

Gli scrittori contemporanei meglio informati e che più minutamente parlarono di tale avvenimento, convengono rispetto alle circostanze. Pure un giornale della corte di Roma e le lettere dell'ambasciatore della casa d'Este sembrano provare che la malattia del papa durasse otto giorni, che fosse giudicata febbre perniciosa e come tale medicata[255]. Inoltre non sappiamo con precisione l'epoca del banchetto nella vigna di Belvedere: è probabile che avesse luogo il 10 di agosto; che la malattia, prodotta dal veleno diviso in tre invece di essere preso da un solo, abbia durato otto giorni, e che in tale tempo non gli si desse il suo vero nome, per non accusare il papa e suo figlio ancora vivi ed onnipotenti[256].

Alessandro VI, il di cui solo nome ricorda tanti delitti e tante infamie, dovette in tempo del suo pontificato pronunciare a nome della Chiesa Romana molte decisioni che hanno ancora presentemente forza di leggi. Perciò gli scrittori ecclesiastici cercano di provare, che a fronte degli enormi suoi vizj egli non si slontanò mai un solo istante dalla purità della fede[257]. Alessandro VI fu uno degl'istitutori dell'ordine de' Minimi di san Francesco di Paola, ch'egli ratificò colla sua bolla del 1.º di maggio del 1501, e di quello delle sorelle di Maria Vergine, fondato da Giovanna di Valois, moglie divorziata di Lodovico XII[258]. La Chiesa romana gli deve inoltre un'istituzione, che forse più d'ogni altra contribuì a conservare la sua autorità contro gli assalti della filosofia ed i progressi dello spirito, quella della censura ecclesiastica dei libri. Alessandro VI, con suo breve del nove di giugno del 1501, ordinò agli stampatori sotto pena di scomunica di non istampare verun libro senza l'assenso degli arcivescovi o de' loro vicarj ed ufficiali, ed ordinò a questi di far sequestrare e bruciare ogni libro contenente dottrine eretiche, contrarie alla fede cattolica, empie e malsonanti[259].

Il duca Valentino diceva al Machiavelli, che credeva di avere pensato a tuttociò che potrebbe accadere nella circostanza della morte di suo padre, e che a tutto aveva trovato rimedio; ma che mai non aveva pensato che nella circostanza di tale avvenimento potrebbe egli medesimo trovarsi mortalmente infermo[260]. Aveva contato che l'elezione del nuovo pontefice sarebbe in gran parte del voler suo, dovendo, a suo credere, conservarsi da lui dipendenti i cardinali nominati da suo padre, ed in particolare gli otto Spagnuoli ch'egli aveva fatti entrare nel sacro collegio. Aveva ridotta sotto la sua clientela quasi tutta la piccola nobiltà degli stati romani, ed aveva in modo oppressata l'altra nobiltà, che credeva di non aver che temere dalla medesima. Tutte le fortezze tanto in Roma che nel suo territorio erano guardate dai suoi soldati, e l'armata con cui faceva la guerra agli Orsini trovavasi acquartierata ne' contorni di Roma. Ma d'altra parte egli si trovava colpito appunto nell'istante in cui, incerto di decidersi per la corte di Francia o per quella di Spagna, non poteva far capitale del favore dell'una o dell'altra; anzi sentivasi nello stesso tempo stretto dalle due armate nemiche: pure per quanto travagliato fosse dalla malattia, non si lasciò scoraggiare. Mentre che il popolo affollavasi a San Pietro con indicibile gioja per saziare la sua vista sul cadavere di Alessandro VI, ed esprimere tutto l'orrore ond'era verso di lui compreso, Cesare Borgia si tenne nel palazzo del Vaticano; entrò in trattato coi Colonna che suo padre aveva spogliati de' loro feudi; loro restituì Chiazzano, Capo d'Anzo, Frascati, Rocca di Papa e Nettuno, che Alessandro VI aveva notabilmente fortificato, ed a tal prezzo comperò la loro neutralità[261].

Il duca Valentino non aveva abbastanza soldati per potere vietare ai suoi nemici l'ingresso in Roma, e contenere nello stesso tempo il popolo che lo detestava. Era tornato in patria Prospero Colonna alla testa di tutto il suo partito. Dal canto suo Fabio Orsini era rientrato in possesso dei palazzi della sua famiglia a Monte Giordano; aveva fatte saccheggiare le case e le botteghe de' cortigiani e de' mercanti spagnuoli, così favoreggiati sotto il regno dell'ultimo papa, ed altamente domandava la testa dello stesso Cesare Borgia in espiazione del sangue di suo padre e de' suoi parenti che questo tiranno avea versato. Le truppe del Valentino erano tutte acquartierate in Borgo e ne' contorni del Vaticano; di modo che i cardinali, per non cadere nelle loro mani, si adunarono nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; ma non si affrettarono di cominciare l'esequie del papa, che dovevano durare nove giorni, e terminarsi prima del conclave[262].

Fuori delle porte di Roma, e negli stati fin allora occupati dal Valentino, le convulsioni politiche erano ancora più rapide. Gian Paolo Baglioni si era associato a Bartolommeo d'Alviano, capitano della casa Orsini, al servigio de' Veneziani. Col di lui ajuto era rientrato in Perugia, aveva cacciata da Viterbo la fazione dei Gatti; da Todi quella di Chiaravalle; ed aveva uccisi o svaligiati tutti que' cittadini addetti ai due partiti, che gli erano venuti in mano. Fabio Orsini, perseguitando in compagnia de' Savelli nel patrimonio di San Pietro tutti i partigiani del Valentino, ed avendo ucciso un individuo della famiglia Borgia, si lavò le mani e la bocca col di lui sangue[263]. Tutti i baroni romani avevano ricuperate le rocche loro tolte dal papa; i Vitelli erano tornati in Città di Castello, Giacomo d'Appiano in Piombino, il duca d'Urbino, ed i signori di Pesaro, di Camerino e di Sinigaglia negli stati che avevano perduti[264]. Soltanto la Romagna non si mosse, e si mantenne ubbidiente al duca Valentino. Le altre sue conquiste erano più fresche; in quella di Romagna aveva avuto tempo di far gustare i vantaggi del suo governo. Quest'uomo, tanto crudele e di così perversi principj politici, ottimamente conosceva ciò che poteva formare la felicità de' suoi sudditi; egli faceva fare tra di loro rigorosa giustizia, e manteneva inviolabile la pubblica sicurezza. Tutte le fazioni erano compresse; tutti i furti de' magistrati e de' principi erano cessati; tutti gli uomini più distinti avevano nel Borgia un illuminato protettore; i militari trovavano avanzamento nelle armate, o nel comando delle rocche del duca; i letterati venivano riccamente provveduti di benefici ecclesiastici: finalmente lo stato prosperava, e verun Romagnuolo poteva senza timore figurarsi il ritorno de' piccoli antichi signori[265].

Lodovico de La Tremouille, che doveva avere il comando dell'armata francese, era trattenuto in Parma da una malattia che più non gli acconsentì di aver parte nell'impresa di Napoli. Gli era succeduto nel comando il Marchese di Mantova come luogotenente del re; ma in fatto quasi tutta l'autorità era nelle mani del balivo d'Occan e di Sandricourt, perchè i Francesi sdegnavano di ubbidire ad un principe straniero. Era quest'armata entrata in Toscana per la via di Pontremoli, avanzando lentamente a motivo degli Svizzeri, che di mal animo prendevano parte nelle disastrose spedizioni del regno di Napoli. Finalmente attraversò lo stato di Siena, ed arrivò tra Nepi e l'Isola nell'istante in cui i cardinali stavano per entrare in conclave. Il primo ministro della Francia ed il favorito del re, il cardinale d'Amboise, giugneva nello stesso tempo frettolosamente col cardinale d'Arragona e col cardinale Ascanio Sforza, ai quali aveva renduta la libertà, nella ferma fiducia che i loro suffragj sarebbero regolati dal suo. Appoggiato da tutta la protezione del suo padrone, dalla libertà di valersi a voglia sua de' tesori del re, e di una potente armata, giunta presso le mura di Roma, credeva d'avere in pugno la tiara pontificia, e subordinò alle sue personali viste le negoziazioni del gabinetto, ed i movimenti dell'esercito francese. In particolar modo cercò il duca Valentino, che dicevasi arbitro di tutti i voti de' cardinali spagnuoli; e per guadagnarlo al suo partito non temette di scontentare gli Orsini fin allora affezionati alla Francia. Il Borgia dal canto suo sentì che l'armata francese era a lui più vicina che non quella di Spagna, e che poteva fargli più bene e più male; onde troncò le negoziazioni intavolate con Gonsalvo di Cordova per mezzo dei Colonna, ed il primo di settembre sottoscrisse cogli ambasciatori francesi un nuovo trattato, in forza del quale si obbligava a servire Lodovico XII con tutte le sue forze nella guerra di Napoli; a condizione che quel monarca si rendesse garante degli stati che ancora possedeva, e gli promettesse il suo ajuto per riconquistare i perduti[266]. Gonsalvo di Cordova, quand'ebbe avviso di questo trattato, ordinò a tutti i capitani spagnuoli che militavano nell'armata del Borgia, di abbandonarlo per servire sotto le insegne della Spagna, se non volevano farsi colpevoli di alto tradimento. Quest'ordine privò il duca di Ugo di Moncade, di Girolamo Olorico, di Pietro de Castro, di Diego Chignones, e di altri riputatissimi ufficiali[267].

La cessione dei suffragj de' cardinali dipendenti dalla casa Borgia, non formava un'esplicita condizione del trattato del Valentino, sebbene fosse questo il principale motivo che aveva consigliato il cardinale d'Amboise a sottoscriverlo. Ma questi cardinali, di cui si credevano disponibili i voti, miravano assai più ai futuri loro vantaggi che a mostrarsi riconoscenti de' passati beneficj. Desideravano in particolar modo la propria libertà e quella della loro elezione; perciò non acconsentirono di chiudersi in conclave finchè il cardinale d'Amboise non ebbe promesso che l'armata francese non si avanzerebbe oltre Nepi, e finchè Cesare Borgia non fu partito da Roma con dugento uomini d'armi e trecento cavaleggieri per raggiugnere l'armata[268].

I cardinali non avevano ancora presi fra di loro gli opportuni concerti per procedere ad una definitiva elezione. Giorgio d'Amboise non aveva presso il conclave tutta l'influenza che si era ripromessa, ma sperava di guadagnare col tempo nuovi partigiani; invece i suoi avversarj non dubitavano che non perdesse qualche suffragio tosto che l'armata francese sarebbesi allontanata da Roma: d'altra parte tutti i partiti conoscevano egualmente quanto sarebbe pericolosa cosa per la libertà loro e per l'indipendenza della Chiesa il protrarre il conclave in mezzo a tanti militari movimenti. Tutti adunque convennero di scegliere per papa un cardinale, di cui l'estenuate forze, e la conosciuta infermità facevano prevedere vicina la morte. Fu questi Francesco Piccolomini, nipote di papa Pio II, dal quale era stato fatto arcivescovo di Siena ed in appresso cardinale. Questo decano del sacro collegio, che veniva da tutti risguardato come uomo assai virtuoso, riunì i suffragj di trentasette de' suoi fratelli, su trent'otto che si trovavano in conclave. Fu proclamato il 22 di settembre, e coronato l'8 di ottobre sotto il nome di Pio III[269].

Dopo quest'elezione, l'armata francese, che non aveva più motivo di trattenersi, passò il Tevere e proseguì il suo cammino verso il regno di Napoli: ed il duca Valentino, che sempre era ammalato, e che si era fatto portare in lettica a Nepi, si fece nello stesso modo riportare a Roma, dove si afforzò nel Borgo con dugento cinquanta uomini d'armi, altrettanti cavaleggeri, ed ottocento fanti. Gli Orsini, che sospiravano l'istante di potersi vendicare di lui erano essi pure tornati in città colle loro truppe, e si afforzavano in un altro quartiere. Avevano essi chiamati Gian Paolo Baglioni e Bartolommeo d'Alviano, ed ogni giorno venivano alle mani colla gente del Valentino. Nel momento in cui la guerra andava a ricominciare, trattavano come condottieri per mettersi al soldo dell'una o dell'altra potenza. La loro inclinazione li piegava verso la Francia, e quest'inclinazione veniva accresciuta dalla loro rivalità coi Colonna, che servivano nell'esercito spagnuolo. Ma il cardinale d'Amboise gli aveva vivamente offesi col favore accordato al Valentino: aveva in appresso mercanteggiati i loro servigj, come se non facesse gran conto della loro assistenza, o credesse che per difendersi dai Colonna gli Orsini sarebbero sempre obbligati a porsi anche senza soldo sotto le insegne francesi. Bartolommeo d'Alviano, che aveva lasciato il servigio della repubblica di Venezia per venire a Roma a riunirsi alla sua famiglia, si sentì offeso da questa mancanza di riguardi, e trattò con Gonsalvo di Cordova a nome di tutti gli Orsini, promettendo di condurre ai servigj della Spagna cinquecento uomini d'armi per sessanta mila ducati all'anno. Ma volle in contraccambio che il Gonsalvo promettesse di rimettere i Medici in Firenze dopo finita la guerra[270].

L'ambasciatore di Venezia in Roma si adoperava per questa riconciliazione degli Orsini cogli Spagnuoli, ed aveva prestato agli ultimi il danaro necessario per fare il primo pagamento: in appresso gli ajutò ancora a rappattumarsi coi Colonna, che militavano nella medesima armata. Il Valentino, spaventato da questa coalizione, che suppose diretta contro di lui, volle in allora uscire da Roma. Gian Giordano Orsini non aveva fatto causa comune co' suoi parenti, ed aveva promesso al cardinale di Roano che condurrebbe il Borgia sicuro fino all'armata francese; onde il Borgia si mosse per andare a trovarlo a Bracciano; ma nello stesso tempo Fabio Orsini e Gian Paolo Baglioni avevano attaccata la porta del Torrione e l'avevano bruciata, indi erano entrati nel quartiere del Valentino ed aveano caricati i di lui soldati con forze molto superiori. Quando Cesare Borgia vide che la sua cavalleria cominciava a fuggire, si riparò col principe di Squillace suo fratello ed alcuni cardinali spagnuoli nel palazzo del Vaticano, di dove coll'assenso del papa passò in castel Sant'Angelo. Il comandante del castello era una creatura d'Alessandro VI, e non solo promise di difendere il Borgia contro i suoi nemici, ma ancora di lasciare che si ritirasse qualunque volta lo vorrebbe. Intanto l'armata del duca, inseguita dagli Orsini e dal Baglioni, si dissipò interamente, ed i brillanti sogni dell'ambizioso Borgia si dissiparono coll'armata[271].

Pio III non ingannò l'aspettazione de' cardinali, che avevano calcolato sopra un brevissimo papato; dopo ventisei soli giorni di regno, morì il 18 di ottobre in età di sessantaquattro anni e cinque mesi. Fin da quando era stato eletto aveva in una gamba una piaga che poteva farsi pericolosa; non pertanto si sospettò che fosse stata avvelenata per commissione di Pandolfo Petrucci, tiranno di Siena, che temeva di trovare in lui i risentimenti di un gentiluomo sienese, e quindi nemico dell'ordine dei Nove, col di cui appoggio regnava Pandolfo[272].

Durante il breve regno di Pio III i cardinali avevano prese migliori misure; le diverse fazioni avevano conosciute le proprie forze; e quelle che non isperavano di trionfare, avevano se non altro ottenuto di vendere a più alto prezzo la loro adesione. Giorgio d'Amboise pel primo era stato forzato di conoscere ch'egli non otterrebbe mai più la tiara, ed in conseguenza impiegò i suffragj di cui poteva disporre a favore di quel cardinale che al tempo della spedizione di Carlo VIII si era totalmente dedicato agl'interessi della Francia. Era costui il cardinale di San Pietro ad vincula, Giuliano della Rovere, nipote di Sisto IV, il quale, per vendicarsi di Alessandro VI, suo personale nemico, aveva chiamate le armi de' Francesi in Italia, ed, esigliato da Roma, era quasi sempre vissuto alla corte di Francia. Possedeva questo cardinale immense ricchezze e molti beneficj ecclesiastici de' quali poteva disporre a favore de' suoi partigiani.

Alessandro VI, che lo detestava, aveva contribuito a procacciargli riputazione di sincerità, replicatamente dichiarando di conoscere in lui questa sola virtù in mezzo a vizj senza numero; e Giuliano approfittò dell'universale confidenza che ispirava la sua sincerità per meglio ingannare. Ognuno credeva così implicitamente alla sua parola ed alle sue promesse, che moltissimi amici gli affidarono ogni loro sostanza e tutti i loro beneficj ecclesiastici, ond'egli se ne valesse per comperare partigiani. Il cardinale Ascanio Sforza, conoscendo assai meglio che Giorgio d'Amboise lo spirito ambizioso ed inquieto del La Rovere, vide che questo preteso partigiano della Francia era di tutto il sacro collegio l'uomo più disposto a strappare il ducato di Milano dalle mani de' Francesi per restituirlo alla sua famiglia. Finalmente il Valentino, ridotto in così pericolosa situazione da non poter più seguire le regole della consueta sua politica, prestò facile orecchio alle promesse che aveva costume di sprezzare: suppose o volle supporre che freschi beneficj potrebbero far dimenticare le vecchie ingiurie, e il 29 di ottobre sottoscrisse col La Rovere un compromesso confermato con giuramento, in forza del quale assicurò al cardinale i suffragj di tutti i cardinali spagnuoli, mediante la promessa del gonfalone della Chiesa, della conservazione di tutti i suoi stati, e del matrimonio di sua figlia con Francesco Maria della Rovere, nipote del futuro papa. Con questi varj trattati e con tutte queste pratiche l'elezione di San Pietro ad vincula era così bene concertata, che lo stesso giorno 31 di ottobre in cui i cardinali entrarono in conclave, senza che si avesse avuto il tempo di rinchiuderveli, proclamarono Giuliano della Rovere, che prese il nome di Giulio II[273].

Ben furono necessarie grandi sventure per determinare il Valentino a dare le voci di cui disponeva al suo più antico nemico. Ma in fatti dopo la sconfitta della sua piccola armata intorno al Vaticano, la sua potenza era quasi venuta al nulla. Le città della Romagna, che si erano lusingate del suo ritorno, vedendo caduta la sua fortuna, avevano voluto acquistarsi merito presso gli antichi loro padroni, dandosi spontaneamente nelle loro mani. Cesena era tornata sotto l'immediato dominio della Chiesa: a Imola era stato ucciso il comandante della rocca, e la città era divisa tra i partigiani dei Riarj e quelli della Chiesa. Forlì aveva aperte le porte ad Antonio Ordelaffi, erede della famiglia che aveva regnato in quel piccolo stato prima che se ne impadronisse Girolamo Riario. Giovanni Sforza era rientrato in Pesaro, Pandolfo Malatesta in Rimini, di dove fu ben tosto scacciato da Dionigi Naldo, soldato di Cesare Borgia. Faenza aspettò più lungamente il Valentino che niun'altra città di Romagna; ma all'ultimo, perdendo la speranza di vederlo ricuperare l'antica potenza, si diede a Francesco, figliuolo naturale di Galeotto di Manfredi, il solo erede di una famiglia, della quale tutti i legittimi discendenti erano stati uccisi dal Borgia. Le rocche di tutte queste città non presero parte a queste rivoluzioni e furono fedelmente custodite dai loro capitani a nome del duca Valentino[274].

Ma ormai sembrava che la sorte della Romagna dovesse assai meno dipendere dai voti del popolo, dai mezzi del duca Valentino, o dai maneggi dello stesso papa, che dalle armi della potente repubblica, la quale aveva sempre risguardata questa provincia come più particolarmente sommessa alla sua influenza; la quale già da gran tempo dava pensioni ai suoi piccoli principi, ed aveva pure conquistata qualche città. In primavera di questo stesso anno Venezia aveva sottoscritto il suo trattato di pace coi Turchi; Andrea Gritti, che lo aveva negoziato non era peranco tornato da Costantinopoli, e di già la repubblica faceva sentire a' suoi vicini, che le di lei forze più non erano compresse dal terrore degli Ottomani; che i suoi consiglj più non erano esclusivamente occupati intorno ai costanti progressi degl'infedeli, e che trovavasi nuovamente in istato di farsi rispettare e temere. Giacomo Venieri, che comandava a Ravenna, vi adunava ragguardevoli forze; si procurava intelligenze in Cesena, ed all'ultimo tentò di sorprenderla; ma ne fu respinto. Poco dopo Dionigi Naldo, più non isperando di vedere il duca Valentino, e non si volendo assoggettare ai Manfredi, contro i quali si era precedentemente ribellato, consegnò ai Veneziani le fortezze di Val di Lamone, e persuase il comandante della rocca di Faenza a venderla ai medesimi a prezzo d'oro. Queste due vendite non si trassero però dietro la sommissione della capitale, perchè i suoi abitanti, irritati di vedere che il comandante della rocca ed i contadini di Val di Lamone pretendevano di disporre della sorte loro, si difesero ostinatamente, e fecero in pari tempo domandare ajuto a Giulio II ed ai Fiorentini[275].

Tutti gli altri piccoli principati di Romagna erano simultaneamente attaccati dai Veneziani, ai quali aprirono le porte Forlimpopoli ed altre diverse fortezze. Fano, che volevano sorprendere, si difese; Rimini venne loro volontariamente abbandonato da Pandolfo Malatesta, che loro chiese soltanto in cambio la signoria di Cittadella nello stato di Padova, ed il grado di gentiluomo veneziano[276].