STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO XIV.


ITALIA
1819.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO CVI.

I Veneziani riprendono e difendono Padova; loro guerra nel Ferrarese e loro disfatta alla Polisella. Giulio II gli assolve dalla sentenza di scomunica. Campagna del principe d'Anhalt nello stato di Venezia e sue crudeltà.

1509 = 1510.

Tra le angustie in cui si trovò il senato di Venezia dopo la disfatta di Vailate, aveva presa la risoluzione di abbandonare tutti i possedimenti di terra ferma, d'aprire tutte le sue porte ai nemici, di richiamare tutte le guarnigioni, di sciogliere i sudditi dal giuramento di fedeltà, per ultimo di rinunciare tutto ad un tratto a ciò che per più secoli era stato l'oggetto della sua politica, e di ridursi egli medesimo in più basso stato che non avrebbe potuto farlo la contraria fortuna dopo molte e tutte infelici battaglie. Una così strana risoluzione veniva da molti risguardata come una singolare testimonianza della pusillanimità di così illustre senato, da altri come quella della sua profonda politica. Coloro che lo videro riconquistare in appresso con tanta difficoltà e col dispendio di tanto danaro e di tanto sangue, ciò che aveva abbandonato in un'ora sola, inclinavano ad accusarlo di vergognosa debolezza. Altri per lo contrario, i quali osservavano, che con tale abbandono, che aveva posto il colmo alla sua malvagia fortuna, la repubblica aveavi ancora posto un termine; e che dopo tale epoca aveva cominciato ad essere secondata da favorevoli circostanze, preferirono di credere che il senato avesse prevedute tali circostanze, ed anticipatamente calcolati tutti i vantaggi che poteva ottenere coll'atto romoroso, col quale si assoggettava alla sorte. La signoria, che aveva grandissimo interesse di far credere al popolo, che in verun tempo non si era mai allontanata da quella prudenza, su di cui fondava il suo miglior diritto al comando, si vantò in appresso d'avere colla sua abilità dissipata la burrasca; e tutti gli storici veneziani gli attribuirono in questa stessa occasione il merito della più profonda antiveggenza.

Conviene non pertanto riconoscere che tutte le circostanze di questo avvenimento annunziano un grandissimo e giustissimo terrore. Tutti i mezzi erano in un medesimo istante venuti meno: l'armata trovavasi totalmente disciolta; e le poche reclute che vi si conducevano con inauditi sagrificj non compensavano le giornaliere perdite che arrecava la diserzione. Il generale, conte di Pitigliano, non meno che il suo collega Bartolomeo d'Alviano, allora prigioniere, erano ambidue vassalli di Ferdinando il Cattolico. Vero è che prima della battaglia avevano ricusato di ubbidire all'ordine di abbandonare il servigio de' nemici del loro re[1], ma poteva temersi che non fossero inaccessibili a nuove profferte quando fosse loro tolta ogni ragionevole speranza di buon successo a più ostinata resistenza. Le città, spaventate dalla minaccia del saccheggio e dalla ferocia degli oltremontani, non si mostravano altrimenti apparecchiate a sostenere un assedio per conservarsi fedeli alla repubblica. All'avvicinarsi di una rivoluzione, si risvegliavano le loro antiche fazioni, ed i Guelfi ed i Ghibellini erano a vicenda lusingati dalla speranza di essere protetti dal vincitore. I gentiluomini veneziani, incaricati del comando delle piazze, vedevansi esposti ad inevitabile prigionia, che avrebbe ruinate le loro famiglie per le esorbitanti taglie che da loro esigeva il re di Francia. Tutto pareva perduto; ogni cosa disperata; ed è perciò probabile che la maggior parte de' senatori, scoraggiati da tanta sciagura, piegassero in faccia ad un turbine cui credevano di non poter resistere.

Ma se per lo contrario i più abili politici tra i pregadi avevano calcolate le conseguenze della sommissione, i risultamenti non ingannarono la loro aspettazione. Più d'uno stato venne distrutto dal funesto errore dei popoli, che speravano di migliorare la loro sorte per l'invasione degli stranieri. Il peso de' mali presenti, l'illusione di un nuovo avvenire, persuasero spesse volte le città ad aprire le loro porte ai pretesi liberatori. La è cosa utilissima il non lasciar ignorare ai popoli che il nemico è sempre nemico. Se questo popolo non manca di virtù correggerà egli medesimo i vizj del proprio governo; ove ne manchi, li soffra pazientemente, riflettendo che non deve aspettare la riforma dal nemico. Tosto che questi avrà occupata la città, ed avrà in sua mano la provincia, non tarderà a far sentire quanto il suo giogo sia più duro e più vergognoso che non quello de' suoi compatriotti. In allora i traditori che lo avevano chiamato, e che si davano vanto d'un amore ipocrita per il popolo, perdono ogni credito presso i loro partigiani, e sono l'oggetto dell'orrore e del disprezzo de' loro concittadini. Di quanti vantaggi il senato veneto potè sperare dal subito abbandono di tutte le sue fortezze, fu questo il primo che raccolse. Non erano ancora passate sei settimane da che le truppe francesi e tedesche erano entrate nelle città veneziane, che i capi di parte, che le avevano chiamate, più non ardivano sostenere lo sguardo de' loro compatriotti.

Per lo contrario se i Veneziani avessero voluto ostinarsi in una inutile resistenza, il delitto d'avere chiamati i nemici, che non attribuivasi che a pochi individui, sarebbe stato quello di tutti gli abitanti. Da Bergamo fino a Padova tutte le città sarebbersi rendute colpevoli di ribellione per evitare gli orrori d'un assedio, e tutte sarebbersi in conseguenza trovate costrette dalla loro ribellione a difendere i nuovi possessori per sottrarsi alla vendetta degli antichi padroni. Sciogliendole tutte dal giuramento di fedeltà, il senato diede loro licenza di cedere alle circostanze senza rimorsi e senza timore dell'avvenire. Si scaricò egli stesso di tutta l'odiosità della guerra; ed oltre al non avere ancora loro chiesto verun doloroso sagrificio, cercava pure di salvarle nell'istante medesimo in cui da loro si separava; lasciando così sulle spalle de' nemici tutte le vessazioni inseparabili dagli assedj e dalle ostili conquiste.

Questa politica otteneva pure un utile risultamento sia presso le potenze nemiche che presso le neutrali. La coalizione di tutti contro un solo, quand'è offensiva, è sempre imprudente ed impolitica. Giugne tosto o tardi l'istante in cui ogni potenza sente il pericolo d'avere rovesciato l'equilibrio degli stati. Altronde ognuna, cominciando a dare esecuzione ai suoi progetti, vede sorgere imprevedute difficoltà ed ostacoli, e la divisione delle spoglie del debole diventa la prima cagione della divisione tra i forti. Finchè Venezia conservava una parte delle province destinate ad altri dal trattato di Cambrai, si andava dilazionando ogni discussione intorno alla nuova divisione, e la lega, intenta solamente a vincere rimaneva sempre unita. Ma evacuando le armate veneziane tutta la terra ferma, chiamarono gli alleati a dare immediata esecuzione al trattato di Cambrai, e permisero che si manifestassero tutte le gelosie ed i timori che quel trattato dovea produrre. Frattanto il senato avea il vantaggio di avere tra le lagune un sicuro asilo, ove la sede del governo, il tesoro, l'armata e la flotta potevano tenersi senza sospetto, aspettando che le vessazioni dei nemici dessero nuovi alleati alla buona causa.

Mentre Massimiliano, che nulla aveva fatto, nè attenuta veruna promessa, proponeva di spingere ancora più in là quei successi, cui egli non aveva contribuito, di prendere la stessa città di Venezia, di dividerla in quattro giurisdizioni, fabbricando in ognuna una fortezza, e dandone una in guardia ad ogni potenza alleata[2], Ferdinando il Cattolico, pago d'avere ricuperati i suoi porti di mare, cominciava di già a desiderare il ristabilimento della potenza veneziana; Lodovico XII, che aveva acquistato tutto quanto eragli assegnato dal trattato di Cambrai, e che non aspirava ad occupare altri paesi, aveva licenziata la sua formidabile armata, e ritornava in Francia; finalmente Giulio II si rimproverava di avere schiacciata la Custode delle porte d'Italia, e di avere introdotti i barbari in seno a così bel paese. Le potenze neutrali tremavano per la funesta preponderanza ottenuta dagli stati condividenti, e quelle stesse, che per debolezza e per timore avevano preso parte all'alleanza, facevano voti per vederla disciolta.

Andrea Foscolo, ambasciatore della signoria a Costantinopoli, scrisse al senato che il sultano Bajazette II gli aveva manifestato il dolore con cui udì i disastri della repubblica, ed il suo rincrescimento che i Veneziani non fossero a lui ricorsi, quando si videro minacciati da così potente lega; aggiugneva d'essere apparecchiato ad assisterli con tutte le sue forze di terra e di mare, come buono e fedele alleato e vicino. Questa notizia giunse a Venezia quasi contemporaneamente alle prime lettere degli ambasciatori mandati a Roma, che davano parte dell'estremo orgoglio con cui erano stati ricevuti da Giulio II, e delle insultanti sue inchieste. Aveva domandato che la repubblica abbandonasse a Massimiliano tutti i suoi stati di terra ferma; che rinunciasse alla sovranità del golfo Adriatico, ed a tutte le sue immunità ecclesiastiche, ed umilmente confessasse d'avere peccato contro la santa sede. Lorenzo Loredano, figlio del doge, propose alla signoria di domandare immediatamente gli ajuti del sultano contro Giulio, certo meno papa che carnefice de' Cristiani; ma i più savj senatori, che conoscevano il carattere di Giulio II, pensarono che si dovesse qualche cosa condonare alla di lui alterigia ed impetuoso temperamento, e che quando non si rompessero con lui le negoziazioni, si ridurrebbe in breve ad abbracciare con calore gl'interessi di quella stessa repubblica ch'egli sembrava ancora perseguitare[3].

Massimiliano tenevasi sempre ai confini dell'Italia, continuando a passare da un luogo ad un altro, senza che i suoi più favoriti cortigiani ne sapessero mai il motivo. Credeva con tale profondo segreto d'acquistarsi nome di grande politico, come colla incessante sua attività quello di sommo capitano. Intanto l'armata, ch'egli avrebbe dovuto ragunare, ancora non trovavasi in verun luogo, e le città che gli si erano volontariamente date non avevano guarnigione bastante per tempi di pace. Leonardo Trissino con trecento fanti tedeschi e Brunoro di Serego con cinquanta cavalieri occupavano Padova, sebbene questa città, vicinissima a Venezia, fosse una delle più esposte. I gentiluomini padovani avevano quasi tutti abbracciato il partito imperiale, ed eransi tra di loro divisi i palazzi ed i poderi che avevano i Veneziani nel loro territorio[4]. Avevano sperato, dichiarandosi per l'imperatore, che otterrebbero distinzioni alla sua corte, e che col di lui appoggio otterrebbero di stabilire il sistema feudale nelle belle pianure della Lombardia. Desideravano ardentemente di far rientrare i borghesi ed i contadini di Padova in quello stato di abbietta sommissione, in cui tenevano i loro vassalli e servi i gentiluomini dell'Austria e dell'Ungheria. I Tedeschi non avevano comandato in Padova che quarantadue giorni, e la nobiltà di quella terra aveva di già avuto il tempo di far sentire a tutti i loro compatriotti quella arroganza che andava crescendo in ragione che la patria era più umiliata; ma quanto più la nobiltà rendevasi ligia all'Austria, la repubblica poteva avere maggiore fiducia nell'attaccamento di tutti i contadini e di quasi tutti i borghesi[5].

Per altro il doge Loredano non credeva ancora giunto l'istante di riprendere l'offensiva; ma il senatore Molino comunicò ai senatori il coraggio di ricominciare le battaglie. L'armata francese era licenziata, Giulio II e Ferdinando lasciavano sperare che potrebbero staccarsi dalla lega: il Molino giudicò quest'istante opportuno per azzuffarsi con Massimiliano, e ritorgli colla forza ciò che gli era stato ceduto senza resistenza. Il provveditore Andrea Gritti s'incaricò di sorprendere Padova, ove teneva segrete intelligenze. Era cominciato il raccolto de' secondi fieni, ed ogni mattina entravano in città carichi di questa derrata tanti carri, che impedivano ai landsknechts, che stavano di guardia alle porte, di vedere a qualche distanza. La mattina del 17 di luglio Andrea Gritti fece avanzare per la porta di Coda Lunga un grosso convoglio di carri di fieno; ma tra il quinto ed il sesto carro trovavansi sei uomini d'armi veneziani, con sei pedoni dietro di loro. Nell'istante in cui trovaronsi entro la porta, ognuno uccise un landsknecht, indi suonarono il corno per chiamare i rinforzi. Il Gritti, che li seguiva a poca distanza, occupò la porta con quattrocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e tre mila fanti, prima che gli imperiali avessero potuto apparecchiarsi alle difese. Nello stesso tempo Cristoforo Moro, l'altro provveditore, con trecento fanti e due mila contadini, faceva un falso attacco al portello per deviare l'attenzione de' nemici[6].

Padova era in allora, come lo è presentemente, una vastissima ma deserta città, i di cui quartieri sono separati dalle mura, e formano altrettante diverse città. In quelle strade senza abitatori la stessa notizia dell'attacco non aveva potuto diffondersi, ed era presa la città prima che la metà dei Padovani sapessero d'essere minacciati. Il Trissino ed il Serego si ordinarono in battaglia colla loro poca truppa in sulla piazza, sperando d'essere bentosto raggiunti dai gentiluomini, ch'eransi mostrati così zelanti per la loro causa; ma niuno si mosse per soccorrerli. I Tedeschi furono respinti con perdita nella fortezza, la quale non essendo provveduta di vittovaglie dovette arrendersi dopo poche ore. Non fu possibile di contenere i contadini, i quali saccheggiarono i palazzi di ottanta gentiluomini i più parziali per gli alleati, ed il quartiere degli Ebrei. La folla dei contadini del vicinato accorreva per aver parte al saccheggio; e per lo stesso oggetto partivano numerose barche da Venezia e rimontavano la Brenta ed il Bacchiglione; finalmente prima di sera arrivò l'intera armata del Pitigliano: ma i provveditori fecero bandire che cessasse il sacco sotto pena di morte; ed in tal modo sottrassero Padova al totale esterminio. All'indomani la fortezza capitolò, ed i suoi comandanti furono mandati prigionieri a Venezia[7].

Il giorno in cui fu ricuperata Padova si consacrò dal senato ad una solenne festa di rendimento di grazie: ed infatti in questo giorno potè fissare l'epoca del risorgimento della repubblica. Tutto il territorio di Padova seguì immediatamente la sorte della sua capitale. Vicenza, che pure trovavasi in sul punto di sollevarsi, fu a stento contenuta da Costantino Cominates, che v'introdusse tutte le truppe imperiali che gli riuscì di raccogliere. Legnago colle sue fortezze aprì le porte ai Veneziani, e diede loro un punto d'appoggio per essere a portata di attaccare come loro meglio piacesse o Vicenza, o Verona. La torre Marchesana, lontana otto miglia da Padova, che apriva l'ingresso del Polesine di Rovigo, non fu salvata che dai pronti soccorsi mandati dal cardinale d'Este[8].

Il vescovo di Trento, che si era incaricato della difesa di Verona, non aveva in quella città che dugento cavalli e settecento fanti: temeva di vedersela tolta ad ogni istante, e chiamò in suo ajuto il marchese di Mantova. Questi, essendosi avanzato in sui confini del Veronese fino all'isola della Scala, terra aperta in riva al Tartaro, press'a poco ad eguale distanza tra Mantova e Verona, entrò in negoziazione con alcuni Stradioti, che sperava di far disertare dall'armata veneziana; ma essi lo ingannavano con un doppio trattato. Avevano avvisato Lucio Malvezzi e Zittolo di Perugia, ch'eransi segretamente recati a Legnago con dugento cavalli ed ottocento pedoni, e che investirono la Scala la notte del 9 agosto. Gli Stradioti, avvicinandosi, andavano ripetendo il grido di guerra del marchese, onde non eccitare la diffidenza delle sue guardie: altronde i contadini erano tutti per loro, e loro se ne aggiunsero bentosto più di mille cinquecento. Boissì, luogotenente del marchese, e nipote del cardinale d'Amboise, venne arrestato nel suo letto e fatto prigioniere con tutti i suoi soldati; il Gonzaga fuggì in camicia fuori da una finestra, e si nascose in un campo di miglio turco; ma, scoperto dai contadini che ricusarono con inaudito disinteresse le prodigiose somme loro promesse per la sua liberazione, lo consegnarono alla signoria, che lo tenne in prigione nella torre del palazzo pubblico[9].

Erasi da principio creduto che questi due così subiti rovesci avuti dalla lega, tratterrebbero Lodovico XII, che trovavasi tuttavia a Milano, e non gli permetterebbero di tornare in Francia; ma questo monarca, dopo d'avere conquistate le province altra volta milanesi, solo oggetto della sua ambizione, cominciava ad avvedersi d'avere con un fallace calcolo sagrificata la sicurezza del totale all'acquisto d'una parte. La volubilità di Massimiliano gli faceva sentire quanto poco potesse fidarsi d'un tale alleato, e malgrado la diffidenza che in allora mantenevasi viva tra questo monarca e Ferdinando, l'avanzata età dell'ultimo faceva prevedere vicino l'istante in cui il loro comune nipote riunirebbe sul di lui capo le corone della Germania a quelle della Spagna: allora quella stessa casa d'Austria, la di cui alleanza era sì poco utile, diventerebbe una pericolosa nemica, ed il possedimento delle province venete, che la Francia aveva poste in sua mano, comprometterebbero il ducato di Milano.

Lodovico XII non desiderava, nè la vittoria de' Veneziani, troppo giustamente contro di lui irritati, nè quella di Massimiliano, che porrebbe tutta l'Italia a discrezione de' Tedeschi. L'imperatore chiedeva ragguardevoli soccorsi d'uomini e di danaro, e non era prudente consiglio il rifiutarli, perciocchè l'incostanza del suo carattere, e la conosciuta disposizione delle altre potenze, rendevano possibile agli occhi del re di Francia una alleanza di Massimiliano coi medesimi Veneziani, colla Chiesa e con Ferdinando, per iscacciare i Francesi d'Italia. Fra tanti dubbj e timori, accresciuti da così luminose vittorie, Lodovico XII risolse di lasciare ai confini del Veronese la Palisse con cinquecento lance, cui si unirono Bajardo e dugento gentiluomini volontarj; loro ordinò di soccorrere, in caso di bisogno, l'imperatore; ma egli tornò subito in Francia per togliersi ad ulteriori istanze di più potenti ajuti. Sperò che l'imperatore ed i Veneziani s'anderebbero reciprocamente consumando con una ruinosa guerra, e che Massimiliano in circostanze d'estremo bisogno gli venderebbe Verona, colla quale acquisterebbe la chiave dell'Italia dalla banda del Tirolo[10].

Prima d'abbandonare la Lombardia aveva Lodovico XII conchiuso ad Abbiategrasso un nuovo trattato d'alleanza col cardinale di Pavia, legato di Giulio II. Il papa ed il re si obbligavano reciprocamente a difendere gli stati l'uno dell'altro, riservandosi l'uno e l'altro la libertà di trattare con chiunque volessero, purchè ciò non tornasse in pregiudizio d'una delle due parti contraenti; ma il re prometteva dal canto suo di non accettare la protezione di veruno mediato o immediato feudatario della Chiesa, espressamente annullando qualunque protezione di tale natura cui potesse inaddietro essersi obbligato. Distruggeva in tal modo i solenni trattati che aveva stipulati coi duchi di Ferrara, alleati ereditarj della casa di Francia. Il papa si riservava la nomina ai beneficj attualmente vacanti in tutti gli stati del re; ma accordava a Lodovico la nomina di quelli che si renderebbero in appresso vacanti[11].

Pareva finalmente che Massimiliano cominciasse ad arrossire dell'estrema sua negligenza; egli risguardava la perdita di Padova come un affronto personale, e le sue truppe, tanto tempo aspettate, arrivavano finalmente ai confini. Rodolfo, fratello del regnante principe d'Anhalt, entrò nel Friuli con dieci mila uomini. Dopo avere attaccato invano Montefalcone, occupò Cadore[12], di cui uccise la guarnigione; mentre i Veneziani s'impadronivano di Serravalle[13] e di Belluno. Dall'altro canto il duca di Brunswick dovette abbandonare l'assedio di Udine, poi strinse Cividale del Friuli, che Giovanni Paolo Gradenigo, provveditore di quella provincia, valorosamente difese con cinquecento pedoni. In Istria Cristoforo Frangipani, generale ungaro al servizio di Massimiliano, dopo avere battuti i Veneziani presso Verme, occupò Castelnuovo e Raprucchio, mentre che Angelo Trevisani, capitano delle galere della repubblica, riprendeva Fiume ed attaccava Trieste. Tutte le quali province, diventate il teatro della guerra, erano ridotte nella più spaventosa desolazione, perciocchè la stessa città, lo stesso castello, erano in pochi giorni presi e ripresi, ed ogni volta saccheggiati. I soldati delle due armate erano egualmente barbari, egualmente stranieri al paese in cui combattevano, e la loro cupidigia nella vittoria non veniva contenuta da veruna disciplina. I Tedeschi, non contenti di tormentare i contadini che cadevano nelle loro mani, aveano ammaestrati certi cani per discoprire le donne ed i fanciulli appiattati ne' campi[14].

Non dubitavano i Veneziani, che quando fosse tutta unita l'armata dell'imperatore, non attaccasse Padova; onde nulla ommisero per porla in istato di resistere lungamente. Vi fecero entrare il conte di Pitigliano, loro generale, con tutta la sua armata. Bernardino del Montone, Antonio de' Pii, Lucio Malvezzi e Giovanni Greco, comandavano la loro cavalleria, composta di seicento uomini d'arme, di mille cinquecento cavaleggieri e di mille cinquecento Stradioti. Erano alla testa di dodici mila fanti, i migliori dell'Italia, Dionigi Naldo, Zittolo di Perugia, Lattanzio di Bergamo e Saccoccio di Spoleti; tutti i quali capitani eransi acquistato gran nome nelle lunghe guerre d'Italia. Inoltre il senato aveva mandati a Padova dieci mila fanti, schiavoni, greci o albanesi, levati dalle galere della repubblica, che sebbene inferiori agli Italiani chiamati Brisighella, erano pure capaci di rendere importanti servigj[15].

I capitani veneziani avevano condotto a Padova un magnifico treno d'artiglieria; ed avevano approfittato dei due fiumi che attraversano la città per introdurvi tutte le munizioni necessarie in un lunghissimo assedio. I contadini di tutta la provincia, temendo il vicino arrivo de' Tedeschi, eransi affrettati di trasportare in Padova le messi in allora raccolte, e vi si erano rifugiati ancor essi colle loro famiglie e colle loro gregge: di modo che così vasta città, che d'ordinario era quasi deserta, aveva potuto raccogliere entro le sue mura una popolazione quasi quattro volte maggiore della consueta. Nè tanta gente erasi tenuta oziosa, perciocchè coll'ajuto di tante braccia si aggiunsero ogni giorno nuove fortificazioni al ricinto della città. Le fosse eransi riempiute d'acqua fin quasi al livello del terreno, le porte furono tutte coperte da opere avanzate, ed alle cortine, giudicate troppo lunghe, erano stati aggiunti nuovi bastioni. Tutte queste opere esteriori erano minate, e caricate le mine, onde poterle far saltare quando gli assediati fossero forzati ad abbandonarle. Le mura venivano sostenute in tutta la loro estensione da un largo terrapieno, dietro al quale erasi cavata una seconda fossa larga sedici braccia, ed altrettanto profonda, ed internamente difesa da casematte. Finalmente, al di dietro di questa fossa, cingeva tutta la città un nuovo baluardo ancor esso armato d'artiglieria. In tal modo veniva Padova difesa da una triplice linea di fortificazioni, che presentava quasi l'immagine di quelle che costumansi nell'età presente[16].

Affinchè la costanza degli assediati fosse proporzionata agli immensi apparecchj destinati a sostenere l'assedio, i Veneziani vollero dare una luminosa prova ai Padovani ed all'armata, ch'essi associavano la salvezza della repubblica a quella di questa città, e che perduta questa non si riserbavano altre speranze. Le leggi e le costumanze della repubblica escludevano i gentiluomini veneziani dal servigio delle armate di terra, mentre gli avevano in ogni tempo incoraggiati a servire sulle flotte. Ma in un'assemblea del senato il venerabile doge, Leonardo Loredano, persuase i suoi compatriotti a deviare da quest'antica costumanza, ed a permettere ai giovani gentiluomini di dar prove del loro zelo, ovunque il loro valore potrebbe riuscire utile alla patria, dichiarando che i suoi due figli, Luigi e Bernardo, anderebbero a chiudersi in Padova con cento fanti da loro assoldati. Il suo esempio eccitò una nobile emulazione, e cento sessanta nobili veneziani andarono a rinforzare la guarnigione di Padova, tutti conducendo un numero di militari proporzionato alla ricchezza della loro famiglia[17].

Finalmente Massimiliano aveva raggiunta la sua armata, e stabilito il suo quartiere generale al ponte della Brenta, tre miglia lontano da Padova; mentre stava colà aspettando l'artiglieria che gli doveva essere condotta dalla Germania, aveva attaccati i castelli dei Monti Euganei: Este e Monselice furono presi d'assalto, e Montagnana capitolò. In appresso Massimiliano occupò Limena, dove una fortezza protegge la divisione delle acque della Brenta, facendone scorrere una parte verso Padova, e l'altra per Vico d'Arzere al mare. Di già i suoi zappatori avevano atterrata porzione dell'argine che impedisce al fiume di scorrere con tutte le sue acque pel letto naturale, quando il lavoro venne d'ordine dell'imperatore improvvisamente interrotto, senza che mai si potesse penetrarne il motivo; e fu lasciato in tal modo ai Padovani il godimento delle loro acque. Massimiliano aveva inoltre tentato d'impadronirsi del divisorio delle acque del Bacchiglione a Longara, ma gli Stradioti, che battevano la campagna, mai non permisero a' suoi guastatori di terminare i loro lavori[18].

Quando giunse l'artiglieria tedesca, Massimiliano stabilì il suo campo in faccia alla porta di santa Croce; e perchè vi si trovava troppo esposto al fuoco degli assediati, lo trasportò avanti a quella del Portello, che conduce a Venezia, tra la Brenta ed il Bacchiglione. Colà pose il suo quartiere generale soltanto il giorno 15 di settembre, dopo avere guastato tutto il paese vicino, ma dopo avere altresì dato ai Veneziani tutto il tempo necessario per terminare i loro apparecchj di difesa[19].

Trovavansi sotto gli ordini di Massimiliano, La Palisse con settecento lance francesi, Luigi Pico della Mirandola con dugento lance di papa Giulio II, il cardinale Ippolito d'Este con altrettante del duca di Ferrara, il cardinale Gonzaga con un numero simile di Mantova, e seicento uomini d'arme italiani al soldo dell'imperatore sotto diversi condottieri. L'infanteria consisteva in diciotto mila fanti tedeschi, ossia landsknecht, in sei mila Spagnuoli, in sei mila avventurieri di varie nazioni, ed in due mila Ferraresi. Eransi condotti dalla Germania centosei pezzi d'artiglieria montati sulle loro ruote; sei bombarde erano così grosse, che non si erano potute collocare sui loro carri; quando erano poste al loro luogo rimanevano immobili, e non potevano tirare più di quattro volte al giorno. Erano giunti da Milano e da Ferrara due altri treni d'artiglieria, ed in tutto contavansi nel campo dell'imperatore dugento cannoni sui loro carri. Da più secoli non eransi impiegate mai tante forze nell'attacco e nella difesa di una città. L'armata di Massimiliano ammontava dagli ottanta ai cento mila uomini, e sebbene non fosse quasi mai pagata, il soldato, che amava la bravura e la prodigalità dell'imperatore, che sapeva di essere da lui amato, e che si rifaceva sopra gli sventurati abitanti della mancanza di danaro del suo generale, non pensava ad abbandonarlo[20].

Fin allora l'imperatore non avea dato agl'Italiani che lo spettacolo della sua versatilità, della sua mancanza di fede e delle sue prodigalità; ma ne' primi giorni dell'assedio di Padova, dispiegò ai loro occhi quell'attività, quell'intelligenza militare e quel valore personale, che rendettero ai Tedeschi tanto cara la di lui memoria. Egli aveva il suo alloggio nel convento di sant'Elena, lontano un quarto di miglio dalle mura; il suo campo, che occupava tre miglia d'estensione, trovavasi in quasi tutta la sua linea sotto al fuoco della piazza; e Massimiliano vi si esponeva continuamente. Vedevasi sempre in mezzo agli operaj per dirigere ed affrettarne i lavori; ed infatti colla sua attività le batterie si aprirono su tutta la linea nel termine di cinque giorni[21].

Quattro giorni dopo che le batterie giuocavano, furono aperte nelle mura diverse brecce praticabili, onde all'indomani Massimiliano ordinò in battaglia l'esercito per dare l'assalto; ma durante la notte i Padovani avevano potuto introdurre nuove acque nelle fosse, e l'attacco venne giudicato impraticabile, finchè non fossero diminuite. Convenne impiegare ventiquattr'ore per farle scolare, dopo di che Massimiliano attaccò il bastione che cuopre la porta di Coda Lunga; ma fu respinto; risoluto però di voler prenderlo ad ogni modo, fece avanzare da questa banda l'artiglieria francese, che allargò notabilmente la breccia, e dopo due altri giorni diede un secondo assalto. I fanti tedeschi e spagnuoli, incoraggiati dall'emulazione fra le due nazioni, penetrarono all'ultimo per la breccia dopo una furiosa zuffa, nella quale perdettero moltissima gente, e si stabilirono sul bastione. Ma non l'ebbero i Veneziani appena abbandonato, che diedero fuoco a tutte le mine, la di cui esplosione fece perire la maggior parte de' vincitori, tra i quali i più distinti compagni d'armi e soldati della scuola di Gonsalvo di Cordova[22]. Nello stesso tempo gli imperiali costernati vennero furiosamente attaccati da Zittolo di Perugia, e scacciati da tutte le opere che avevano con tanto loro danno occupate[23].

Questa rotta scoraggiò tutta l'armata, ed intiepidì l'ardore di Massimiliano. Gli assediati non tenevansi chiusi entro le mura; e gli Stradioti, che avevano voluto mantenersi ne' sobborghi, battevano continuamente la campagna. Vero è che non mancavano agli assedianti le vittovaglie, perciocchè, malgrado tutta l'autorità del governo veneziano e lo zelo dei contadini, non era stato possibile di spogliare affatto così ricca campagna; onde i saccomanni non ebbero mai bisogno di allontanarsi più di sei miglia dal loro quartiere per trovare munizioni da bocca. Ma se l'assedio si fosse protratto ancora alcun tempo, le truppe avrebbero all'ultimo provate le conseguenze della loro indisciplina e della povertà del loro capo[24].

Prima che i Veneziani avessero chiusa la breccia per la quale erano entrati gli Spagnuoli ed i Tedeschi, e dove tanto avevano sofferto, Massimiliano fece proporre alla Palisse di far mettere piede a terra ai suoi uomini d'armi per montare all'assalto coi landsknecht. Ma, così consigliato da Bajardo, La Palisse rispose, che questo corpo francese era tutto composto di gentiluomini, e che non sarebbe cosa onesta il farli combattere in compagnia dei pedoni tedeschi, ch'erano ignobili. Se l'imperatore, soggiunse, voleva far mettere piede a terra a' suoi principi ed alla sua nobiltà tedesca, la nobiltà francese loro mostrerebbe la strada della breccia. Massimiliano comunicò questa provocante risposta ai Tedeschi, i quali risposero che non combatterebbero che come si conveniva a gentiluomini, cioè a cavallo. Massimiliano impazientato abbandonò il campo, allontanandosi quaranta miglia in sulla strada della Germania, e lasciando ordine ai suoi luogotenenti di levare l'assedio[25]. Questi ritirarono la loro artiglieria il tre di ottobre, sedici giorni dopo l'apertura della trincea, e portarono il quartiere generale a Limena, lungo la strada di Treviso. Dopo pochi giorni Massimiliano li ricondusse a Vicenza, ove poi ch'ebbe ricevuto da quel popolo solenne giuramento di fedeltà, congedò la maggior parte del suo esercito[26].

Con questo inutile tentativo aveva Massimiliano perduta gran parte della sua riputazione, e Chaumont era venuto nel Veronese per conferire con lui. L'imperatore gli disse: che ove il re di Francia non gli desse potenti ajuti, troverebbesi in breve esposto ancor esso a perdere le sue conquiste; che i Veneziani di già pensavano ad attaccare Cittadella e Bassano; che non mancherebbero di portare in appresso le loro armi contro di Este, Monselice e Montagnana, e che il solo mezzo di tenerli a freno era quello di attaccare Legnago colle forze riunite francesi e tedesche. Ma il governo francese non era altrimenti disposto ad incaricarsi solo delle spese e dei pericoli di una guerra, i di cui vantaggi non erano suoi; e quando Massimiliano, dopo molte irrisoluzioni, prese la strada di Trento, La Palisse ritirò le sue truppe dal territorio veronese per rientrare nello stato di Milano[27].

Le armate di questa lega, in addietro così formidabile, eransi ritirate da tutte le bande. Omai i Veneziani, invece di temere per sè medesimi, minacciavano coloro che avevano invase le loro province; ed inoltre la malintelligenza cominciava ad introdursi tra i loro nemici. Lagnavasi Massimiliano d'essere stato abbandonato dai suoi confederati, incolpandoli de' suoi infelici successi. Il re di Francia si doleva del papa, che, fondandosi sulla circostanza che il vescovo di Avignone era morto nella corte di Roma, aveva conferito quel vescovado, invece di lasciarne la nomina al re; ed il risentimento del re si spinse tant'oltre, che furono per suo ordine confiscate tutte le entrate degli ecclesiastici romani nel ducato di Milano[28].

Finalmente cedette Giulio II, ma suo malgrado: altero, impetuoso e ad un tempo diffidente, verun altro sentimento più omai non nodriva per la corte di Francia, che la malevolenza ed il desiderio di vendicarsi: fondavasi sul religioso rispetto dei popoli e sulle forze della Chiesa, e non voleva essere spalleggiato da verun confederato: s'alienava nello stesso tempo da tutti, e, se pure prendeva tuttavia qualche parte nella guerra, era in favore dei Veneziani. Pure non gli aveva per anco assolti; voleva preventivamente farli rinunciare alla giurisdizione del loro Visdomino in Ferrara, come cosa indecente in un feudo della Chiesa, ed all'esclusivo diritto che si arrogavano della navigazione e del commercio nel mare Adriatico[29].

I Fiorentini, accecati a dismisura dalla loro gelosia contro Venezia, desideravano prosperi successi alla lega di Cambray, ed avevano mandato ambasciatori a Massimiliano, quando era entrato in Italia, per regolare con esso lui tutte le pretese della camera imperiale, rispetto alla quale non avevano potuto andare d'accordo un anno prima. Massimiliano avanti che lasciasse Verona accolse questi ambasciatori, tra i quali trovavasi Pietro Guicciardini, padre dello storico. Le sue finanze erano affatto esauste, urgenti i suoi bisogni, e perciò le sue domande furono assai più moderate di quelle fatte a Macchiavelli nel 1508. Mercè il pagamento di quaranta mila fiorini, da farsi in quattro termini avanti la fine di febbrajo, assolse i Fiorentini da tutti i censi non pagati, e da tutte le investiture di cui potessero andargli debitori; riconfermò i loro privilegj su tutti i feudi imperiali ch'essi possedevano, ed inoltre si obbligò a non turbare, nè ad attaccare giammai il loro governo[30].

Intanto le armate Veneziane andavano facendo rapidi progressi. Il provveditore, Andrea Gritti, si accostò a Vicenza, e la vista delle insegne di san Marco cagionò subito una sollevazione in quella città, di cui gli furono aperte le porte il 26 di novembre. Il principe d'Anhalt, che ne aveva il comando, ritirossi nella cittadella con Fracassa di Sanseverino, ma dopo tre giorni fu costretto a capitolare[31]. Se, invece di perdere un tempo troppo prezioso nell'assedio di questa fortezza, il Gritti si fosse immediatamente recato sotto Verona, questa città, che di già tumultuava, gli avrebbe pure aperte le porte. Il vescovo di Trento, cui Massimiliano l'aveva data in guardia, ebbe tempo di farvi entrare trecento lance francesi sotto gli ordini di Daubignì, ed un grosso corpo d'infanteria spagnuola e tedesca. Non pertanto tutte queste truppe appena bastavano a contenere gli abitanti, i quali, minacciati, insultati, saccheggiati a vicenda dai soldati di tutte le nazioni che alloggiavano nelle loro case, ardentemente desideravano il paterno governo degli antichi padroni. L'armata veneziana, dopo un mal diretto attacco sopra Verona, si divise in due corpi, uno de' quali ricuperò Bassano, Feltre, Cividale e Castelnovo del Friuli, l'altro riprese Monselice, Montagnana ed il Polesine di Rovigo[32].

Questo corpo d'armata, teneva ordine di dare esecuzione contro la casa d'Este ad una vendetta che sommamente stava a cuore alla repubblica. I Veneziani non sapevano perdonare al debole loro vicino, che aveva tanto tempo vissuto sotto la loro protezione, d'essersi approfittato dei loro disastri per attaccarli, quando si trovavano oppressi da tutti i loro nemici; l'insulto de' piccoli, che abusano del momentaneo trionfo de' loro alleati, eccita assai più profondi risentimenti che le più gravi ingiurie de' potenti. Il primo uso che far voleva il senato delle sue forze tendeva a dimostrare che non era poi caduto in così basso stato da non potersi far rispettare da un duca di Ferrara. Angelo Trevisani, che aveva il comando della flotta, dopo avere incendiato Trieste proponevasi d'attaccare Ancona, Fano o le città di Ferdinando nella Puglia; ma la signoria lo richiamò, e malgrado la sua ripugnanza ad innoltrarsi nel letto di un fiume, gli ordinò di andare, di concerto coll'armata di terra, a punire il duca Alfonso nella sua stessa capitale[33].

La flotta veneziana entrò in Po per la foce delle Fornaci, bruciò Corbola, e si avanzò fino a Lago Scuro, bruciando lungo le due rive da lei percorse i palazzi, i castelli ed i villaggi. Lago Scuro è il porto di Ferrara sul Po; non è discosto più di due miglia dalla città; ed i cavaleggieri veneziani ch'erano venuti a porsi sotto la protezione della flotta, partivano da Lago Scuro per portare la desolazione in tutto il territorio ferrarese. Il gusto che aveva Alfonso, duca di Ferrara, per le arti meccaniche, gli aveva procurata la più bella artiglieria dell'Europa. La fonderia dei cannoni era stata il suo maggior divertimento, l'oggetto principale del suo lusso, ed ora giovò alla sua difesa. Egli innalzò le sue batterie a Lago Scuro, sulle rive del fiume, e costrinse la flotta del Trevisani a ritirarsi fin sotto a Polisella, ov'ella gettò l'ancora dietro una piccola isola[34].

Per porre in tale situazione i suoi vascelli in sicuro, il Trevisani alzò due bastioni sulle due rive del fiume, e gli unì con un ponte. Il 30 dicembre Alfonso tentò di sorprendere questi trinceramenti, e fu respinto con grave perdita. In questa zuffa fu fatto prigioniero dagli schiavoni Ercole Cantelmo, emigrato di Napoli, e figlio del duca di Sora; e perchè non potevano fra di loro accordarsi gli schiavoni rispetto alla divisione di così ricca preda, uno di loro gli troncò il capo con un colpo di sciabola. L'Ariosto invocò la compassione delle future età per questo giovine, uno de' più distinti cortigiani del duca, e l'amico del poeta[35].

Frattanto Chaumont, non volendo lasciar perire il duca di Ferrara, venne a Verona, e diede voce di marciare sopra Vicenza, con che sforzò l'armata veneziana ad allontanarsi dalla flotta per difendere gli stati della repubblica; il cardinale d'Este, approfittando della circostanza che il Trevisani non era più padrone della campagna intorno alla Polisella, fece di notte trasportare un grosso treno d'artiglieria in faccia alla flotta. Le acque del fiume erano in modo cresciute per le dirotte piogge, cadute in que' giorni, che le navi sorgevano quasi a livello delle dighe. Il cardinal d'Este fece in queste praticare alcune aperture, e collocarvi con grandissimo silenzio parecchi cannoni al dissopra ed al dissotto della flotta. Il rumore delle acque, che in allora scorrevano impetuose oltre l'usato, celarono i lavori del nemico al Trevisani, il quale non aveva altronde preveduto che il subito innalzamento del fiume permetterebbe di collocare l'artiglieria a fior d'acqua. Il 22 dicembre allo spuntare del giorno fu risvegliato dal continuo fuoco di queste batterie a lui ignote, ed alle quali le sue navi non potevano sottrarsi nella lunghezza di tre miglia. Non avendo sufficienti truppe da sbarco per attaccarle ed impadronirsene, perdette il senno, ed in cambio di far tagliare la diga del fiume, per la quale operazione, spargendosi le acque sul territorio ferrarese, sarebbersi in modo abbassate nell'alveo del fiume, che la flotta non sarebbe stata così esposta al fatal fuoco della batteria, egli, credendo la cosa affatto disperata, fuggì sopra una piccola barca in principio dell'azione. Quasi tutti gli equipaggi de' vascelli seguirono l'esempio del loro capo, quando videro una galera bruciata e due altre colate a fondo. Quasi due mila persone perirono sotto i colpi del nemico, o furono sommerse; e furono dal cardinale d'Este condotte in trionfo a Lago Scuro quindici galere, molte piccole navi, e sessanta bandiere. Il Trevisani avrebbe dovuto pagare colla sua testa tanta imprudenza e tanta viltà; ma così grande era il numero dei gentiluomini che avevano prevaricato nell'ultima campagna, che formavano un partito nello stato, e reciprocamente si difendevano, onde il Trevisani non fu punito che coll'esilio di tre anni[36].

Per tal modo la campagna del 1509 terminava pei Veneziani con una disfatta quasi egualmente strepitosa quanto quella che avevano avuta in principio. Ma la distruzione della flotta alla Polisella non ebbe le funeste conseguenze di quella dell'armata di terra a Vailate. Da niun canto trovavansi avere addosso nemici in istato di trarne vantaggio. I Francesi vendevano la loro protezione a Massimiliano, e si facevano cedere il castello di Valleggio sul Mincio, che solo mancava alla loro linea di difesa. Spedivano inoltre a Verona soldati e danaro per pagare la truppa tedesca, a condizione però che occuperebbero le principali fortezze di quella città; ma nemmeno con tali sussidj i generali tedeschi erano in grado di tenere la campagna. Bajardo, che coi Francesi era entrato in Verona, non sapeva trovare pascolo alla sua attività che combattendo cogli stratagemmi e colle sorprese il suo antagonista Gian Paolo Manfrone; ed intanto macchiava la sua gloria con frequenti crudeltà, ricordate con ostentazione dal suo leale servitore, perchè non venivano esercitate che sopra soldati ignobili, ai quali i gentiluomini non credevano dovuta niuna compassione[37].

Il duca di Ferrara era ancora meno degli altri a portata di approfittare dei suoi vantaggi: il papa, che non perdeva veruna occasione di far sentire che questo duca era feudatario della Chiesa, e che di già pensava a riconciliarlo coi Veneziani, da loro chiese ed ottenne, che non spingerebbero più oltre le loro vendette contro Ferrara, e che restituirebbero ad Alfonso la città di Comacchio presa e bruciata il 4 di settembre. Il duca si riputò felicissimo di potere a tal prezzo sospendere le ostilità[38].

In principio del seguente anno 1510, i Veneziani perdettero il supremo comandante delle loro armate, che tanto si confaceva col suo pacato e cauto carattere alla prudenza del senato, sebbene a motivo della sua lentezza e diffidenza potesse forse accagionarsi della disfatta di Vailate. Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, sfinito dalle fatiche sostenute nella difesa di Padova, si era fatto portare a Lonigo, nel territorio di Vicenza, ove morì di lenta febbre in sul finire di febbrajo in età di sessantott'anni. La signoria fece trasferire il suo cadavere a Venezia, e gl'innalzò un magnifico mausoleo con statua equestre nella Chiesa de' santi Giovanni e Paolo[39].

Frattanto i Veneziani avevano acconsentito a tutto quanto loro chiedeva il papa: avevano rinunciato all'appello al concilio generale; promesso di non frapporre ne' loro stati ostacoli alla giurisdizione ecclesiastica; rinunciato al diritto di nominare un visdomino in Ferrara, e per ultimo dato licenza a tutti i sudditi della Chiesa di navigare e di commerciare liberamente nel mare Adriatico[40]. Avevano mandata a Roma un'ambasciata composta di sei de' più riputati cittadini della repubblica, ed il pontefice loro accordò il 24 febbrajo del 1510, seconda domenica di quaresima, l'assoluzione dalle censure, senza imporre ai loro ambasciatori altra penitenza che quella di visitare le sette basiliche di Roma; levò inoltre dal ceremoniale d'assoluzione i colpi di bacchetta, che il papa ed i cardinali in tempo della recita del Miserere dovevano dare agli scomunicati, colpi che in alcune fresche circostanze eransi scambiati in dura flagellazione sulle spalle de' penitenti spogliati di tutte le loro vesti[41].

Gli ambasciatori di Massimiliano e di Lodovico XII eransi caldamente adoperati per impedire questa riconciliazione de' Veneziani colla Chiesa; ma Giulio II non si lasciava facilmente svolgere dalle sue risoluzioni; egli aveva concepito un sommo disprezzo per Massimiliano, che giudicava incapace di mai eseguire ciò che aveva premeditato; invece Lodovico XII gli si era renduto estremamente sospetto; il papa non temeva meno il di lui potere che la di lui debolezza, e condiscendenza a tutte le volontà del cardinale d'Amboise, ch'egli risguardava sempre come apparecchiato a contrastargli il pontificato. Perciò Giulio II si adoperava caldamente per distruggere la grande autorità che Lodovico XII erasi nell'ultima guerra acquistata in Italia: e cercava nello stesso tempo di fargli muovere guerra dall'Inghilterra, di disgustarlo cogli Svizzeri e di staccarlo dal duca di Ferrara.

Enrico VII, re d'Inghilterra, era morto il 21 aprile del 1509; e sebbene, morendo, avesse caldamente raccomandato a suo figliuolo, Enrico VIII, di tenersi in pace colla Francia, questi, potendo disporre di un ragguardevole tesoro, e vedendo ricercarsi avidamente la sua alleanza da tutte le potenze d'Europa, era montato in tanto orgoglio, che credeva di avere in suo potere la bilancia del continente. Nelle feste di Pasqua del 1510, Giulio II gli mandò la rosa d'oro, regalo in allora spedito ogni anno dalla santa sede a quel sovrano di cui maggiormente apprezzava la protezione[42]. Non pertanto, nell'istante medesimo in cui Giulio II gli faceva queste aperture per ridurlo ad attaccare la Francia, Enrico VIII soscriveva in Londra il 23 marzo del 1510 un nuovo trattato di pace con Lodovico XII, non riservandosi che il diritto di potere difendere la Chiesa quando fosse dal re di Francia attaccata[43].

Miglior fine ebbero le pratiche di Giulio II cogli Svizzeri. Orgogliosi costoro per tutte le vittorie ottenute in Italia da Carlo VIII e da Lodovico XII, volevano che tutta la gloria ne fosse data alla loro fanteria; si persuadevano che le armate francesi non potessero combattere senza di loro, e pretendevano un prezzo assai maggiore alla loro alleanza. Perciò ricusavano di rinnovare il trattato, omai giunto al suo termine, quando la Francia non acconsentisse di accrescere di sessanta mila franchi l'annua pensione che loro pagava, oltre molti altri particolari stipendj agli uomini più autorevoli di ogni cantone. Lodovico XII, irritato da tale inchiesta, dichiarò che in verun modo non assoggetterebbe la corona di Francia all'insolenza di un'aggregazione di contadini e di montanari. Fece una parziale convenzione coi Valesani e coi Grigioni, e pensò di non aver bisogno de' soccorsi de' cantoni. Dall'altro canto Giulio II si era guadagnato Matteo Schiner, che nel 1500 era stato promosso al vescovado di Sion, e che sempre erasi fatto conoscere accanito nemico de' Francesi. Colla di lui interposizione trattò colla confederazione: promise ad ogni cantone una pensione di mille fiorini del Reno; li persuase ad accettare la protezione degli stati della chiesa, facendosi accordare il privilegio di levare nella Svizzera, e per conto della santa sede, tutti i soldati di cui potesse avere bisogno[44].

Giulio II erasi lusingato di essersi obbligato senza limiti il duca di Ferrara, facendogli restituire la città di Comacchio, e non lasciando che i Veneziani lo attaccassero durante l'inverno. Era questi il solo feudatario della Chiesa cui avesse mostrato de' riguardi, e perciò se ne riprometteva un'illimitata ubbidienza: ma estrema fu la di lui collera, quando vide il duca di Ferrara stringere sempreppiù i legami che aveva colla Francia, e rendere la sua politica subbordinata a quella di Lodovico XII. Siccome il papa era tuttavia in pace con questo monarca, e non si dipartiva dal trattato di Cambray, non poteva ascrivere a delitto ad Alfonso un'alleanza, che a niente l'obbligava che contrario fosse ai suoi doveri verso la santa sede. Andò perciò in traccia di altri torti: gli fece proibire di far sale a Comacchio in pregiudizio delle saline pontificie stabilite a Cervia. Rispose Alfonso, che quando i Veneziani possedevano Cervia, lo avevano per forza obbligato ad una convenzione, che gli vietava di raccogliere il sale che la natura formava sul di lui territorio; ma che non era stretto dalla stessa obbligazione verso la Chiesa, e che Comacchio, ove raccoglieva il sale, non era altrimenti un feudo della santa sede, ma dell'impero. Voleva Giulio II annullare nuovamente il contratto dotale fatto da Alessandro VI pel matrimonio di sua figlia; chiedeva che l'annuo censo pagato da Ferrara fosse portato dai cento fiorini ai quattro mila, e che i varj castelli di Romagna, recati da Lucrezia Borgia in dote ad Alfonso, fossero renduti alla Chiesa. Rispondeva il duca che il suo trattato con Alessandro VI era della stessa natura di tutti quelli che stipulava la Chiesa; ch'era stato sanzionato colle medesime autorità, e che, non avendolo egli violato, non era giusto che l'altra parte contraente si sciogliesse dalle sue obbligazioni[45].

Lodovico XII prendeva le difese del duca di Ferrara, in virtù del trattato con cui erasi obbligato a proteggerlo pel prezzo di trenta mila ducati. Ma questo stesso trattato era un nuovo delitto agli occhi del papa, perchè contrario alla lega di Cambray ed alla posteriore convenzione di Abbiate Grasso. Lodovico XII, che temeva di romperla affatto coll'impetuoso pontefice, cercava invano espedienti per conservare la sua influenza sul ducato di Ferrara, risguardato come importantissimo alla sicurezza del Milanese, e per soddisfare Giulio II riconciliandolo con Alfonso[46].

Non avendo avuto effetto queste negoziazioni, Lodovico XII giudicò conveniente di stringere più intimamente la sua alleanza con Massimiliano, e di ricominciare la guerra contro Venezia con forze abbastanza considerabili da intimidire il papa, e troncare tutte le di lui pratiche. Chaumont entrò nel Polesine di Rovigo con mille cinquecento lance, e dieci mila fanti di diverse nazioni. A questi aggiunse Alfonso dugento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri, e due mila fanti; dal canto suo il principe d'Anhalt trasse fuori da Verona l'armata imperiale, composta di trecento lance francesi, di dugento uomini d'armi, e di tre mila fanti tedeschi; e dopo essersi unito a Chaumont tutta l'armata si avanzò alla volta di Vicenza[47].

Per fare testa a quest'invasione, i Veneziani erano impazienti di dare un successore al conte di Pitigliano. I diversi condottieri che si erano separatamente obbligati al loro servigio, non erano subbordinati gli uni agli altri, e tale era la vicendevole gelosia, che, dando la preferenza ad alcuno di loro, il senato temeva di dare motivo a tutti gli altri di ritirarsi. D'uopo era, per soddisfare al loro amor proprio, che il generalissimo fosse principe sovrano. Questa difficoltà consigliò la signoria a dare il comando delle sue truppe a Francesco Gonzaga, duca di Mantova, ch'ella teneva allora in prigione. Il doge lo fece venire in palazzo e gli comunicò quest'inaspettata disposizione, che fu ricevuta colla più alta riconoscenza. Il doge si limitò soltanto a chiedergli un pegno della sua più che dubbiosa fedeltà; Gonzaga offrì tosto in ostaggio suo figlio Federico, e scrisse subito alla consorte di consegnarlo ai Veneziani. Ma la Marchesana ed il suo consiglio erano affatto devoti alla Francia, e, non volendo esporsi al risentimento de' Francesi e de' Tedeschi, che da ogni banda circondavano lo stato di Mantova, ricusarono di consegnare il figlio, e Francesco Gonzaga restò prigioniere[48].

In allora i Veneziani cercarono un generale tra i feudatarj della Chiesa, a ciò il papa acconsentendo. Avevano essi assoldati due Vitelli di città di Castello, nipoti di quel Vitellozzo, che Cesare Borgia aveva fatto perire: a Lorenzo Orsini, signore di Ceri, che ottenne poi tanta celebrità sotto il nome di Lorenzo di Ceri, avevano dato il comando di tutta la loro infanteria; ed all'ultimo risolsero di dare il bastone di generalissimo a Gian Paolo Baglioni di Perugia, che, per le sue aderenze colla repubblica fiorentina, aveva dato luogo a molti dubbj intorno alla sua fedeltà, e che non pertanto si mostrò degno della confidenza in lui dal senato riposta[49]. L'armata, che la repubblica gli affidava, era in allora composta di seicento uomini d'armi, di quattro mila cavaleggieri e Stradioti, e di otto mila fanti; e non trovandosi abbastanza forte per resistere all'armata combinata de' Francesi e degl'imperiali, si andò sempre ritirando, abbandonando il Vicentino ai nemici fino alla Brentella, ove si afforzò. Era in tal luogo coperta da tre fiumi, dalla Brenta, dalla Brentella e dal Bacchiglione, mentre che faceva custodire Treviso e Mestre da sufficienti guarnigioni[50].

Gli sventurati Vicentini trovavansi esposti a tutta la ferocia de' loro nemici. I Veneziani non avevano creduta la loro città in istato di tenere lungamente, ove fosse assediata, e non vollero esporsi a perdere la guarnigione che avrebbe dovuto difenderla. I Vicentini spedirono una deputazione al principe d'Anhalt, generale di Massimiliano, per impetrare grazia. Ma il principe, che stava in Vicenza quando si era sollevata la città, rispose che i Vicentini erano colpevoli di ribellione contro il loro legittimo sovrano l'imperatore; che altro partito loro non restava che quello di porre a sua discrezione i loro beni, l'onore e la vita, senza lusingarsi ch'egli chiedesse così assoluta sommissione soltanto per dare maggiore risalto alla sua magnanimità, loro perdonando; che anzi dichiarava di volerli a sua discrezione, perchè Vicenza fosse al mondo miserando esempio del castigo che merita la ribellione[51].

I deputati Vicentini non riportarono ai loro compatriotti che questa desolante risposta; ma l'insolente barbarie dei Tedeschi contribuì ad ingannare la loro cupidigia. Fin dal principio della guerra i Vicentini avevano dovuto affaticarsi sempre nel salvare le loro ricchezze dal saccheggio. Non essendo la città loro lontana più di diciotto miglia da Padova, aveva colà poste in sicuro le loro donne, i figli, ed i migliori effetti. Il corso del Bacchiglione aveva facilitato il trasporto delle cose loro: onde quando si avvicinarono i Tedeschi, gli uomini seco trasportarono anche gli oggetti di minore importanza che tuttavia restavano in Vicenza; e questa città, abbandonata dal principe d'Anhalt al saccheggio, non satollò in verun modo la cupidigia dei suoi soldati[52].

Parte de' Vicentini e degli abitanti delle vicine campagne avevano scelto un altro luogo di rifugio. Ne' monti, alle di cui falde è posta Vicenza, trovasi un vasto sotterraneo, chiamato la grotta di Masano o di Longara, scavata dalla mano degli uomini per levarne le pietre che servirono a fabbricare Vicenza e Padova. Assicurasi che si stende a molta profondità, formando un labirinto, i di cui scompartimenti non comunicano gli uni cogli altri che per mezzo di angusti passaggi, e che talvolta sono pure occupati dalle acque.

Non avendo questo sotterraneo che un angusto ingresso, può facilmente essere difeso, e nella precedente campagna aveva servito di rifugio agli abitanti del vicinato. Vi si erano ritirati coi loro effetti sei mila sventurati; le donne ed i fanciulli occupavano il fondo della grotta, gli uomini ne custodivano l'ingresso. Un capitano di avventurieri francese, chiamato l'Herisson, scoprì questo ritiro, ed invano cercò di penetrarvi colla sua truppa; vietandoglielo l'oscurità e gli andirivieni del luogo; ma risolse di soffocarvi tutti coloro che vi si trovavano, e perciò riempì di fascine la parte che aveva occupata, e vi appiccò il fuoco. Alcuni gentiluomini Vicentini, che trovavansi tra i rifugiati, supplicarono allora i Francesi, che fosse loro permesso di redimere con una taglia sè stessi, le loro mogli e figli, e tutti coloro che appartenevano a nobil sangue. Ma i contadini, loro compagni d'infortunio, gridarono che tutti dovevano assieme perire o salvarsi. Frattanto tutta la caverna ardeva, e la sua bocca rassomigliava quella di una fornace. Gli avventurieri aspettarono che il fuoco avesse terminati i suoi guasti, prima di visitare il sotterraneo e di estrarne la preda acquistata con tanta crudeltà. Tutti i miseri rifugiati erano periti soffocati, ad eccezione di un giovinetto, che, trovandosi vicino ad uno spiraglio, riceveva un poco d'aria. Verun corpo era stato danneggiato dal fuoco, ma la sola loro attitudine faceva conoscere le angosce che sofferte avevano prima di morire. Molte donne gravide avevano partorito fra que' tormenti, ed i loro figliuoli erano morti colle madri. Quando gli avventurieri portarono la loro preda al campo, e raccontarono come l'avevano conquistata, eccitarono l'universale indignazione: il cavaliere Bajardo recossi alla caverna col carnefice dell'armata, e fece appiccare in sua presenza, in mezzo a questa scena d'orrore, due di que' miserabili che avevano acceso il fuoco. Ma nè pure questo castigo potè presso gl'Italiani cancellare la memoria di tanta inumanità[53].

Altronde la negligenza di Massimiliano nel mandare il soldo alle sue truppe esponeva le città, in cui queste soggiornavano, alle più crudeli vessazioni: la sola Verona, dice il Fleuranges, ch'era presente, fu saccheggiata tre volte in una settimana dai Landsknecht, che non avevano nè viveri, nè denaro[54]. Massimiliano sempre loro annunciava l'imminente suo arrivo, ma omai cominciavasi a non prestar fede alle sue parole, o alle sue promesse, ed i soldati Tedeschi, impazienti di aspettare inutilmente, partivano senza congedo.

Il Chaumont, gran maestro di Francia e governatore di Milano, era oramai stanco di continuar solo una guerra, i di cui frutti non erano raccolti dal suo padrone. Prima per altro di ritirarsi, trovò conveniente di porre in sicuro le precedenti sue conquiste, impadronendosi della città e del porto di Legnago, che, posto in su le due rive dell'Adige, dava ai Veneziani grandissima facilità di portare la guerra su quello de' vicini stati che meglio amassero di attaccare.

La guarnigione di Porto Legnago aveva avuta la precauzione d'inondare tutto all'intorno il paese posto sulla sinistra dell'Adige; ma il capitano Molard, entrando co' suoi avventurieri, che formavano la vanguardia di Chaumont, nell'acqua fino al petto, sloggiò la fanteria italiana, la pose in fuga, e la inseguì con tanta rapidità, ch'entrò insieme alla medesima in Porto Legnago. Tentarono i fuggiaschi di attraversare l'Adige, ma vi si annegarono quasi tutti. La guarnigione della città, posta sulla destra del fiume, non tenne miglior contegno. Carlo Marino, provveditore veneziano, fu il primo ad abbandonare vilmente il suo posto, per salvarsi nella cittadella, ch'egli rese bentosto per capitolazione, restando così prigioniere de' Francesi con tutti i gentiluomini veneziani, mentre i soldati furono rimandati senz'armi[55].

Il piacere che poteva dare a Chaumont la conquista di Legnago, venne amareggiato dalla notizia, che colà ricevette della morte di suo zio, il cardinale d'Amboise, al di cui favore andava egli debitore della sua rapida fortuna. Giorgio d'Amboise, che aveva esercitato il più assoluto impero sul suo padrone, e che, dopo la coronazione di Lodovico XII, aveva solo diretta la politica francese, era morto a Lione il 25 di maggio del 1510. Sebbene i suoi talenti non si sollevassero oltre la mediocrità, la di lui perdita fu universalmente compianta: egli, se non altro, intendeva gli affari, e conosceva le potenze con cui la Francia doveva trattare, ed i varj loro interessi; invece Lodovico XII, il quale, dopo la morte del suo favorito, pretese di governare da sè solo, non aveva nè conoscenza degli uomini e delle cose, nè memoria, nè applicazione. Diventato geloso della propria autorità, più non permise che i ministri operassero in di lui nome, senza consultarlo; e non osando questi ricordargli ciò che poteva riuscirgli spiacevole, la negligenza e la dimenticanza facevano andare a male i migliori progetti. Florimondo Robertet che successe al cardinale nella direzione delle finanze e degli affari esteri, non dissimulò egli stesso a Niccolò Macchiavelli, che in allora trovavasi legato della repubblica fiorentina in Francia, il danno grandissimo che la morte del suo predecessore cagionerebbe agli affari[56].

Al cardinale d'Amboise devono ascriversi quel buon ordine nelle finanze e que' riguardi pei popoli nella percezione delle imposte, che rendettero cara la memoria di Lodovico XII, malgrado la debolezza del suo spirito, e le sciagure del suo regno. Ma questo ministro economo e ordinato non era altrimenti disinteressato. Lasciò un'eredità di undici milioni di lire, equivalenti a cinquantacinque milioni della moneta presente, acquistati in dodici anni d'un'amministrazione di cui non rendeva verun conto. Col suo testamento dispose per trecento mila scudi in legati; Giulio II pretese che tali somme derivassero dai beni della Chiesa, de' quali il cardinale d'Amboise non aveva diritto di disporre, e li riclamò per la camera apostolica. Questa bizzarra inchiesta non fece che accrescere la malintelligenza tra la Chiesa e la Francia[57].

Stando ancora a Legnago il Chaumont ricevette l'ordine di licenziare la fanteria de' Grigioni e del Valese che teneva sotto i suoi ordini; di lasciare cento lance e mille fanti nella terra di nuovo conquistata, e di ricondurre il rimanente dell'armata nello stato di Milano: per altro pochi giorni dopo ebbe un contr'ordine ottenuto dalle pressanti istanze di Massimiliano. Il re gli ordinava di continuare ad assecondare i Tedeschi per tutto il mese di giugno, ed infatti in sul declinare di questo mese prese Cittadella, Marostica e Bassano, indi Scala e Covolo[58]. Ma Lodovico XII era ad ogni modo determinato di non voler tenere in campagna un'armata tanto ragguardevole senza proprio vantaggio, e sperava, minacciando ogni giorno di richiamare il Chaumont, di ridurre all'ultimo Massimiliano a cedergli Verona e la sua provincia. Per lo contrario l'imperatore credevasi sempre vicino all'esecuzione de' suoi progetti, e mai non rinunciava alle sue speranze, sebbene fosse sempre incapace di ridurle ad effetto. Chiese un secondo dilazionamento di un mese, promise che nel termine di un anno rimborserebbe i cinquanta mila ducati, che in questo mese costerebbe al re l'armata di Chaumont; che inoltre rimborserebbe altri cinquantamila ducati, di cui era precedentemente debitore, e che, non facendolo, lascerebbe Verona e tutto il suo territorio per pegno nelle mani del re di Francia[59].

Massimiliano aveva trattato con Ferdinando il Cattolico per avere la sua cooperazione in questa campagna, nella quale riponeva le sue vaste speranze; gli aveva a tale oggetto abbandonata senza riserva l'amministrazione della Castiglia, eredità del comune loro nipote, ed il cardinale d'Amboise era stato il mediatore di questo trattato così poco conforme agl'interessi della Francia. Per ottenere che Massimiliano desistesse dalla tutela di Carlo, Ferdinando aveva promesso tutto quanto gli si era chiesto, con ferma intenzione di fare in appresso nascere ostacoli all'esecuzione delle promesse. Erasi riservata l'alternativa di spedire all'armata imperiale nel Veronese o truppe o danaro; e perchè Massimiliano, sempre mancante di danaro, desiderò piuttosto danaro che gente, appunto per tale ragione Ferdinando mandò i soccorsi in natura. Il duca di Termini si pose in viaggio con quattrocento lance spagnuole per raggiugnere l'armata; ma si avanzò così lentamente, che non arrivò al quartier generale prima della fine di giugno[60].

L'armata combinata cominciò poi a mancare di vittovaglie, perchè si era condotta con tanta barbarie ed indisciplina in queste due campagne, che aveva assolutamente spogliato d'ogni cosa questo paese de' più ricchi e fertili del mondo; oltre di che aveva provocato contro di sè il più implacabile odio de' contadini, e reso più tenace il loro attaccamento per la repubblica. Erano questi affezionati con tanto entusiasmo al governo della loro patria, che nè le minacce, nè le promesse, nè l'aspetto del patibolo stesso potevano ridurli ad abiurare san Marco, ed a gridare viva l'imperatore! Il vescovo di Trento ne fece appiccare molti in Verona, onde punire così nobile costanza[61]. L'assistenza de' contadini rendeva facili e sicure le spedizioni degli Stradioti. Essi intercettavano i convogli ed i carrettieri, e sorprendevano i corpi staccati: in una di queste occasioni cadde nelle loro mani Soncino Benzone di Crema, e, sebbene questo capo di parte si trovasse in allora ai servigi del re di Francia, Andrea Gritti lo fece immediatamente appiccare, perchè, essendo gentiluomo veneziano ed incaricato di un comando in Crema, sua patria, aveva data per tradimento questa città ai Francesi[62].

Il castello di Monselice era uno dei principali asili degli Stradioti per le scorrerie loro alle spalle dell'armata nemica: desso è posto sopra una delle più elevate cime de' monti Euganei, che s'innalzano essi medesimi in mezzo ad un piano formato e livellato dalle acque, tra Vicenza, Padova, Rovigo e Legnago: era circondato quel castello da tre ricinti, il più basso de' quali richiedeva per lo meno due mila uomini per difenderlo, ed i Veneziani non ne tenevano in Monselice che sette cento sotto gli ordini di Martino di Borgo san Sepolcro. Non pertanto questi sortirono con estrema audacia per attaccare un corpo di landsknecht. Ma oppressi dal numero, vivamente inseguiti, essi soggiacquero alla fatica; vennero forzati nel primo ricinto, ed inseguiti con tanta rapidità che non ebbero tempo di chiudersi nel secondo; non valsero a difendersi nel terzo, sebbene le mura si andassero ristringendo, come richiede la forma della montagna a guisa di pane di zucchero: e la stessa torre, posta in sulla sommità del colle, non valse a salvarli. Invano offrirono d'arrendersi; salva soltanto la vita; i Tedeschi non vollero dar quartiere; appiccarono il fuoco alle legne ammucchiate nel fondo della torre, e ricevettero sulla punta delle picche quegli sciagurati che tentavano di fuggire per le feritoje. Con eguale furore i Tedeschi distrussero tutte le case di quella grossa borgata, una delle più ridenti dell'Italia[63].

Malgrado le tante volte ripetute promesse, Massimiliano non giugneva mai all'armata. Dopo la perdita fatta nel precedente anno sotto Padova, più non lusingavasi di avere quella piazza, ma faceva istanza a Chaumont d'attaccare Treviso, che credeva di poter occupare con maggior facilità. Gli rispondeva il Chaumont: che quella città era egualmente difesa da una forte armata; ch'egli non vedeva ingrossarsi la sua colle promesse truppe tedesche, e senza le quali nulla poteva intraprendere; ch'era stato di già forzato a staccare il duca Alfonso d'Este e Chatillon, per difendere lo stato di Ferrara pel quale cominciava ad essere inquieto; che tutta la campagna all'intorno di Treviso era guastata, onde l'armata non vi troverebbe vittovaglie, e difficilmente vi farebbe giugnere i convogli, perchè gli Stradioti battevano la campagna, ed erano secondati con zelo da tutti i contadini. Ma mentre ancora duravano queste dispute tra Chaumont e Massimiliano, il primo ebbe dal suo signore espresso ordine di lasciare all'armata imperiale Preci con quattrocento lance e mille cinquecento fanti spagnuoli, che teneva al suo soldo, e di ricondurre con sollecitudine il resto dell'armata nel ducato di Milano, dove lo rendevano necessaria inaspettati pericoli[64].

CAPITOLO CVII.

Giulio II fa attaccare i Francesi a Genova, a Ferrara e nel Milanese. — Dirige l'assedio della Mirandola, ed entra in questa città per la breccia; è costretto a fuggire da Bologna; e la sua armata viene dispersa a Casalecchio.

1510 = 1511.

La maggior parte de' papi ottiene il pontificato in un'età, che d'ordinario ammorza le passioni, spegne un'ambizione di cui non rimane il tempo di raccogliere i frutti, e che fa desiderare un riposo, renduto quasi necessario dall'indebolimento degli organi. Inoltre l'educazione avuta dagli ecclesiastici d'ordinario non è tale da sviluppare una grande energia; e la religione, che forma la parte principale de' loro studj, deve loro inspirare moderazione e tolleranza, piuttosto che violenza o determinazione di tutto assoggettare alla loro volontà. Non pertanto molti papi, da Gregorio VI fino a Sisto V, manifestarono nel loro carattere un'ostinazione invincibile, un irritamento contro tutto ciò che non cedeva alla loro volontà, uno sdegno contro coloro che gli avevano offesi, sconvenienti alla loro età, alla loro educazione, al loro ministero. E spesso quest'inflessibile carattere non si manifestò in loro, che quand'ebbero ricevuta la tiara, e di uomini dolci e modesti, quali erano stati fin allora creduti, diventarono dopo il loro innalzamento implacabili vendicatori delle più leggieri offese, e crudeli persecutori degli antichi loro amici.

Questo cambiamento del loro carattere sarebbe forse una conseguenza della persuasione dell'infallibilità delle loro decisioni, comune ai papi ed a tutti i loro fedeli[65]? Tale credenza viene in ajuto di un'inclinazione di già anche troppo naturale all'uomo. Chiunque può riconoscere la superiorità d'un altro sopra di sè medesimo per conto delle facoltà dello spirito; ma siccome altra misura egli non ha del giudizio che il suo proprio giudizio, non accade mai, a suo credere, che un altro abbia il giudizio più retto di lui. Dietro il suo proprio istinto, pargli sempre di potere rettificare il giudizio degli altri; e sotto qualsiasi modesto nome ch'egli indichi in sè medesimo questa facoltà, sotto quello di senso comune o di buon senso, è sempre al suo tribunale che assoggetta tutte le umane opinioni.

Ammesso il principio che la consacrazione di un papa apporti seco tutti i doni dello Spirito Santo, viene in certo modo a santificarsi in chi la riceve quest'interno ed universale pregiudizio. Il presentimento, che fin allora non era stato da lui risguardato che come un felice istinto, sebbene creduto infallibile, è per lui diventato il linguaggio stesso della divinità. Il proprio raziocinio, cambiasi a' suoi occhi in evidenza, le sue decisioni più non vanno soggette a dubbj o ad incertezza, e coloro che ardiscono opporsi alle volontà ch'egli esprime di conformità a questa eterna sapienza da cui credesi inspirato, gli sembrano ribelli, che disprezzano ad un tempo tutte le autorità divine ed umane.

Oramai il carattere di Giulio II era dominato da questo stesso irritamento contro tutti coloro che prontamente non accorrevano ad assecondare i suoi disegni. Tutto ciò ch'egli aveva una volta determinato, parevagli talmente conforme ai dettami dell'eterna giustizia, ch'era sempre apparecchiato a punire come nemici del cielo coloro che frapponevano qualche ostacolo all'esecuzione de' suoi progetti. Le sue impetuose volontà eccedevano quasi sempre i confini che avrebbero dovuto contenere l'uomo di Dio; ma egli poteva sempre rendere testimonianza a sè medesimo, che le sue risoluzioni non erano figlie di personali interessi, e che, formandole, non aveva ascoltata che una certa elevazione, una certa grandezza d'animo ed ancora un certo dettame di giustizia a lui naturale. Ne' primi tempi del suo regno aveva cercato di ricuperare alla Chiesa il suo patrimonio scandalosamente dilapidato dai suoi predecessori. Aveva conseguito cotale intento coi piccoli feudatarj; ma i soli Veneziani avevano fatto argine ai suoi progetti, ed avevano eccitato il suo risentimento. Allora aveva creduto che la gloria della stessa Chiesa richiedesse di castigarli, e gli aveva infatti severamente castigati; ma dopo averli ridotti ad un'umile penitenza, voleva che gli altri imitassero il di lui esempio e gli perdonassero: voleva che i disastri dell'Italia terminassero ad un suo cenno, come avevano ad un suo cenno cominciato. Lo irritavano le personali viste, la cupidigia, la crudeltà de' suoi antichi alleati; e dopo di avere adoperato il braccio dei Barbari per castigare gl'Italiani, credevasi dalla propria conscienza e dal patriottismo italiano obbligato a scacciare questi stessi Barbari dall'Italia.

Ferdinando il Cattolico, che per interesse seguiva quella stessa politica che Giulio aveva adottata in conseguenza dei suoi principj, non dissentiva da lui; e Massimiliano, che per propria colpa aveva perdute le conquiste che le vittorie dei Francesi avevano poste in di lui potere, non eccitava che il suo disprezzo. Giulio altamente accusava la di lui incapacità e la di lui instabilità, e lo contava tra i suoi nemici senza temerlo. Di affatto diversa natura era il sentimento del papa verso Lodovico XII, l'odiava e lo temeva, sebbene non lo stimasse. Conosceva il debole carattere e la poca abilità di questo monarca; ma d'altra parte non ignorava quale fosse l'irresistibile valore delle armate francesi, il cieco attaccamento al loro governo, la virtù de' loro ufficiali, e l'attività con cui giugnevano al loro scopo qualunque volta i falli de' loro re non cagionavano la loro ruina. Sapeva che Lodovico XII aveva saputo farsi amare in Francia dal suo popolo, onde poteva disporre a posta sua di tutte le forze di così vasta monarchia; ch'era padrone di Milano e di Genova, e che la metà del rimanente dell'Italia cercava la sua alleanza. Conosceva dunque che per vincerlo aveva bisogno di riunire contro di lui le forze di quasi tutta l'Europa, e non osò attaccarlo che con una dissimulazione, che non pareva conveniente al suo focoso carattere.

Lodovico XII, sinceramente pio, rispettava la santa sede; inoltre era dominato dagli scrupoli di Anna, sua consorte, onde risguardava una rottura col papa come un grande disastro. Cercava però tutti i mezzi di soddisfare Giulio II rispetto agli affari di Ferrara, ch'egli credeva essere il solo oggetto di controversia tra di loro. Ma in questo stesso tempo il papa stava contro di lui preparando un triplice attacco a Ferrara, a Genova e sui laghi di Lombardia, e negoziava per unire al suo partito Ferdinando d'Arragona ed Enrico VIII d'Inghilterra. Siccome ben tosto conobbe l'impossibilità di nascondere tutte queste pratiche, fece se non altro in modo che quelle che potrebbero essere scoperte dai suoi avversarj, si attribuissero al progetto ch'egli dissimulava meno degli altri, dell'attacco di Ferrara.

Lodovico XII aveva fatte a Giulio II alcune proposizioni relativamente alla protezione da lui accordata al duca di Ferrara, le quali avrebbero dovuto piacere al pontefice, se questi non avesse portate le sue mire molto al di là degli antichi feudi della Chiesa. Vero è che il re di Francia aveva scelto per quest'affare un cattivo negoziatore, cioè Alberto Pio, conte di Carpi, il quale, avendo egli stesso motivo di temere il duca di Ferrara per la conservazione del suo piccolo feudo, fu accusato di avere pregiudicato presso la corte pontificia quello che aveva ordine di proteggere[66]. Non erano per anco rotte le negoziazioni, quando il 9 agosto del 1510 Giulio II fulminò una bolla contro Alfonso d'Este. Lo chiamava figlio d'iniquità ed allievo di perdizione; gli rimproverava la sua ingratitudine verso la santa Chiesa, la sua disubbidienza, le imposte estorte al popolo, le immunità ecclesiastiche violate, il sale che faceva in Comacchio a pregiudizio delle saline di Cervia, e in ultimo l'ambita protezione del re di Francia. A motivo di tanti delitti lo dichiarava decaduto da tutti gli onori, da tutte le dignità, da tutti i feudi dipendenti dalla santa sede, scioglieva i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, i suoi soldati dall'ubbidienza; inoltre loro ingiungeva di prendere le armi contro di lui per darlo in mano alla giustizia di Dio, lo scomunicava, ed assoggettava alla stessa sentenza tutti i preti che avrebbero con lui comunicazione[67].

Un mese prima di questa ostile denuncia Giulio II aveva stretta intima alleanza con Ferdinando il Cattolico: gli aveva il 7 di luglio accordata l'investitura del regno di Napoli, che fin allora non aveva voluto dargli, fissandone l'annuo tributo su quello che erano soliti pagare i re arragonesi; aveva dichiarato che annullava la clausola del trattato di Blois, in forza della quale la riversione dell'Abruzzo e della Campania veniva accordata alla corona di Francia, qualora Germana di Foix, moglie di Ferdinando, morisse senza prole: in ricompensa delle quali concessioni aveva obbligato il re d'Arragona a promettergli per difendere la Chiesa trecento uomini d'armi, che desso re farebbe marciare ad ogni richiesta del papa. Lusingavasi Giulio II che queste truppe ausiliarie farebbero l'effetto di strascinare la Spagna in una guerra colla Francia, e si compiaceva dell'animosità che risvegliava annullando di propria autorità il trattato di Blois: imperciocchè Lodovico XII non dava colpa di quest'atto arbitrario al solo papa, ma accusava pure Ferdinando d'averlo impetrato, incaricando i suoi ambasciatori di farne espressa doglianza alle Cortes d'Arragona[68].

Tutti gli andamenti del papa davano apertamente a conoscere la di lui animosità contro la Francia; di già egli risguardava i cardinali francesi come ostaggi o prigionieri alla sua corte. Il cardinale d'Auch era uscito da Roma il giorno di san Pietro per andare alla caccia con cani e reti, ed il papa, supponendo che volesse fuggire in Francia, lo fece arrestare e custodire nelle prigioni di castel sant'Angelo. Pochi giorni dopo obbligò il cardinale di Bayeux a giurare che non si allontanerebbe dalla corte di Roma, ed a riconoscere che, facendolo, perderebbe con questo solo atto la dignità cardinalizia[69].

Ma sebbene più non fosse dubbiosa l'inimicizia del papa, Lodovico XII non sapeva prevedere il punto in cui eseguirebbe il primo attacco. Giulio non aveva mai saputo perdonargli il crudele trattamento fatto ai Genovesi in onta alla sua raccomandazione; era egli stesso originario della riviera di Genova, e la sua famiglia apparteneva al partito popolare oppresso dal re; perciò aveva accolti alla sua corte moltissimi esiliati liguri, e cercava per mezzo delle sue corrispondenze di ravvivare la speranza di tutti coloro che bramavano l'antica libertà[70]. Volendo giovarsi del loro odio, pensò di dirigere contro Genova le prime ostilità. Promise ad Ottaviano Fregoso, uno degli emigrati che stavano presso di lui, la corona ducale che avevano portata suo padre e suo zio; con tutti gli altri rifugiati lo mandò a bordo di una galera pontificia, che unì per questa spedizione ad undici galere veneziane; fece in pari tempo passare nello stato di Lucca Marc'Antonio Colonna, ch'egli aveva persuaso a lasciare il servizio de' Fiorentini; gli fece adunare cento uomini d'armi, settecento fanti e molti emigrati genovesi, dando a credere che meditasse di attaccare Ferrara; poi tutt'ad un tratto gli fece attraversare tutta la riviera di Levante per accamparsi nella valle di Bisagno, mentre la flotta, della quale niuno in Italia aveva avuto sentore, venne nel principio di luglio ad ancorarsi alla foce del fiume d'Entello affatto vicina al porto di Genova[71].

Ma per quanto inaspettato riuscisse quest'attacco, non ebbe i prosperi successi che si ripromettevano il papa e gli emigrati genovesi, o perchè la vista delle bandiere veneziane risvegliasse l'antica gelosia de' patriotti di Genova, o perchè sembrasse ai cittadini in quel punto troppo grande la potenza francese per poterne trionfare. Le città di Sarzana e della Spezia, attraversate dall'armata di terra, e quelle di Sestri, Chiavari e Rapallo, occupate dalla flotta, cedettero alla forza senza dar segno di entusiasmo per coloro che si vantavano loro liberatori. Il figlio di Gian Luigi del Fiesco ed il nipote del cardinale di Finale, avevano ambidue condotti in Genova sette in ottocento fanti per difendere il governo francese ed impedire ogni movimento; nello stesso tempo il signor Prejan entrò in porto con sei galere provenzali, senza che Ottaviano Fregoso o Grillo Contarini, che comandavano la flotta veneziana, potessero trattenerlo. Questi due capi della spedizione perdettero allora ogni speranza di buon successo; Marc'Antonio Colonna s'imbarcò a Rapallo con circa sessanta cavalieri, ma gli altri vollero ritirarsi coll'infanteria per la strada di terra, e furono in cammino spogliati dai contadini irritati pei loro rubamenti. La flotta, ritirandosi, venne inseguita dalla flotta francese fino a Monte Argentaro sulle coste della Sardegna, e rientrò senz'essersi battuta in Cività Vecchia[72].

Intanto una più grossa armata pontificia, sotto gli ordini del nipote del papa, Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino, avanzavasi per attaccare il duca di Ferrara, e togliergli la piccola provincia della Romagna Ferrarese cedutagli da Alessandro VI. Entrò senza incontrare opposizione in Lugo ed in Bagnocavallo; ma mentre stringeva d'assedio la fortezza di Lugo ebbe notizia che si avvicinava il duca Alfonso, e fuggì disordinatamente abbandonando parte della sua artiglieria. Vero è che si riunì di nuovo ad Imola, e riprese subito l'offensiva; e mentre tutta a sè richiamava l'attenzione del duca di Ferrara, Gherardo e Francesco Maria Rangoni, gentiluomini di Modena, aprirono le porte di quella città al cardinale di Pavia, che si era avanzato da Bologna a Castelfranco. Probabilmente sarebbe stato occupato nella stessa maniera anche Reggio, ed invasa la metà degli stati della casa d'Este, se il signore di Chaumont non si fosse affrettato a mandarvi dugento lance[73].

Ma Giulio II aveva apparecchiato un terzo attacco, sul quale fondava più che negli altri le sue speranze. Una dieta adunata a Lucerna, offesa dal costante rifiuto di Lodovico XII di accrescere le pensioni dei cantoni, e strascinata dall'attività e dall'animosità di Matteo Schiner, vescovo di Sion, aveva risoluto di attaccare i Francesi in Lombardia. Il Chaumont per difendersi contro di loro aveva posti cinquecento uomini d'armi ad Ivrea; aveva dal debole Carlo III, duca di Savoja, ottenuta la promessa di non lasciar passare gli Svizzeri per la valle d'Aosta; finalmente aveva fatte ritirare tutte le barche dei laghi che sono alle falde delle montagne, rompere tutti i ponti, riporre tutte le vittovaglie nelle terre murate, e distruggere tutti i mulini[74].

Per lungo tempo gli Svizzeri avevano formata la sola buona fanteria delle armate francesi; onde inspiravano grandissimo terrore agli uomini d'armi, accostumati ad averli per loro appoggio. Ma gli Svizzeri medesimi non avevano meno bisogno per poter tenere la campagna degli uomini d'armi cui erano stati sempre associati, e contro i quali portavano adesso le armi. Gli Svizzeri avevano de' buoni contestabili di reggimento, ma non uno sperimentato generale; onde avevano posto alla testa di quest'impresa il vescovo di Sion[75]: mancavano di ponti, di battelli e d'artiglieria, e poca era la loro cavalleria. Quando passarono il san Gottardo, in principio di settembre, con un corpo di sei mila uomini, non avevano che quattrocento cavalli, metà carabinieri. Due mila cinquecento de' loro fanti erano armati di fucile, cinquanta di lunghi archibugi, gli altri di picche o di alabarde[76].

Gli Svizzeri, essendo usciti dal loro territorio per la strada di Bellinzona, s'impadronirono del ponte della Trezza, mal difeso contro di loro da seicento fanti francesi; poi fecero alto a Varese, aspettandovi un altro corpo di quattro mila uomini, che non si fece lungamente aspettare. Chaumont, che li teneva di vista con cinquecento lance e quattro mila pedoni, aveva determinato di non attaccarli, ma di andarli stancheggiando con piccole scaramucce e con continui movimenti. Mancando loro bentosto i viveri che avevano trovato a Varese, piegarono a sinistra verso Castiglione attraverso di un paese disuguale, marciando a grossi distaccamenti con ottanta o cento uomini di fronte, e coi fucilieri in coda. Si avanzarono con tale ordinanza senza mai lasciarsi avviluppare dalla cavalleria, che s'aggirava sui loro fianchi, bastando loro il far uscire dalla linea cento o cento cinquanta soldati per respingere la cavalleria, indi riprendere il loro luogo.

Il primo giorno l'armata svizzera si trattenne ad Appiano; il secondo attraversava, alla volta di Cantù, il ridente paese che i Milanesi chiamano i Monti di Brianza. Quand'ebbe fatto la metà del cammino, abbandonò la prima direzione per accostarsi alle montagne; restò un giorno nei sobborghi di Como, ed un altro a Chiasso. Tuttavia credevano i Francesi che gli Svizzeri fossero intenzionati di attraversare l'Adda sopra zattere, dov'esce dal lago di Lecco; ma tutt'ad un tratto essi tornarono verso la Trezza, di dove erano venuti, e rientrarono nelle loro montagne, o perchè sentissero l'impossibilità di penetrare senza barche in un paese attraversato da tanti fiumi, o perchè la mancanza de' viveri, e della cavalleria per andare a prenderne a qualche distanza, facesse loro temere la fame, o perchè, come alcuni vogliono, ricevessero settanta mila scudi dal re e dal signore di Chaumont per rinunciare ad un'impresa, per fare la quale ne avevano ricevuti altrettanti dal papa. La loro riputazione di lealtà era totalmente perduta, e più non guerreggiavano che a prezzo d'oro; e se la massa dell'armata non era partecipe di questi vergognosi contratti, la condotta de' condottieri non li liberava da ogni sospetto[77].

Il piano di tutti questi simultanei attacchi era stato da Giulio II assai ben concertato, ma i diversi loro capi non avevano saputo agire nello stesso tempo. Il tentativo sopra Genova aveva preceduto quello di Ferrara e di Modena; in appresso si fece la spedizione degli Svizzeri, e quando questi rientravano nelle loro montagne, l'armata veneziana, sotto gli ordini di Lucio Malvezzi, approfittò della lontananza de' Francesi per avanzarsi. Ricuperò in pochi giorni senza combattere Este, Monselice, Montagnana, Marostica e Bassano; rientrò in Vicenza, che i Tedeschi nè meno tentarono di difendere, e giunsero finalmente presso Verona, incalzando da vicino il duca di Termini, Andrea di Capoa, che si ritirò coll'armata imperiale, da lui comandata dopo la morte del principe di Anhalt accaduta pochi dì prima, e che ebbe l'accortezza di non lasciarsi avviluppare[78].

Poi ch'ebbe ragunate in Verona tutte le sparse guarnigioni, il duca di Termini si vide alla testa di trecento lance spagnuole, di cento lance tedesche o italiane, di quattrocento lance francesi e di quattro mila e cinquecento pedoni. Contavansi nell'armata veneziana ottocento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri, quasi tutti Stradioti, e dieci mila fanti. Furono poste in batteria le artiglierie contro le mura della fortezza di san Felice, situata sulla sinistra riva dell'Adige, e dopo pochi giorni avevano aperte larghe brecce e fatto tacere il fuoco degli assediati. Di già i Veneziani si apparecchiavano all'assalto con grandissima probabilità di buon successo, quando mille ottocento soldati tedeschi, sostenuti da alcuni uomini d'armi francesi, fecero di mezza notte una sortita, inchiodarono due cannoni, ruppero la fanteria italiana ed uccisero Zittolo di Perugia, uno de' suoi migliori capitani. Il Malvezzi, trovando all'indomani i suoi soldati scoraggiati, abbandonò l'assedio di Verona e tornò all'antico quartiere di san Martino, lontano cinque miglia[79].

Dopo queste brevi spedizioni, ogni spirito d'intrapresa parve da tutti abbandonato, fuorchè dal pontefice: il senato di Venezia fu alcun tempo in qualche agitazione per l'imperiosa domanda fattagli dal re d'Ungheria di tutte le terre della Dalmazia, che gli venivano accordate nel trattato di Cambrai; ma diversi magnati si affrettarono di rassicurare l'ambasciatore veneziano, protestando che il loro re non procederebbe più in là dell'intimazione, fatta soltanto per compiacere a Massimiliano ed a Lodovico XII, e che la nazione ungara non somministrerebbe danaro per attaccare la repubblica[80]. I comandanti, francesi, tedeschi, spagnuoli, ferraresi, guastavano il paese all'intorno delle loro stazioni, ma non intraprendevano veruna cosa d'importanza. Soltanto Giulio II pareva accendersi di nuovo ardore ad ogni disfatta, ed il di lui irritamento veniva maggiormente esacerbato dalle pratiche di Lodovico XII presso il clero di Francia.

Il re risguardava come crudeli ingiurie i non preveduti attacchi che il pontefice avea contro di lui provocati a Genova, in Lombardia e nel Ferrarese; aveva palesato al Macchiavelli, che trovavasi in legazione presso di lui, l'ardente suo desiderio di vendicarsi esemplarmente; aveva perciò voluto persuadere i Fiorentini ad entrare in guerra contro il papa, facendo loro sperare il possedimento di Lucca o del ducato d'Urbino. Voleva ad ogni modo levare questo ducato al nipote di Giulio II, per fargli sentire nella propria famiglia gli amari frutti della guerra[81]; ma nello stesso tempo voleva combattere contro il papa colle armi spirituali, e ne' primi giorni di settembre adunò a Tours un concilio della Chiesa Gallicana, al quale denunciò questo papa, eletto con mezzi così poco canonici, e che col suo bellicoso temperamento turbava in così crudele maniera tutta la Cristianità. Il concilio francese autorizzò il re a respingere le armi del papa colle armi, ed a portare innanzi ad un concilio ecumenico, convocato di concerto coll'imperatore, le sue lagnanze contro il capo della Chiesa[82].

Queste pratiche di Lodovico XII accrebbero a dismisura l'odio di Giulio contro la Francia ed il suo desiderio di vendicarsene, onde ricominciò i suoi attacchi. Da un canto rimandò in faccia a Genova la sua flotta, unita a quella dei Veneziani, per suscitarvi a forza aperta la rivoluzione che poc'anzi aveva invano tentato di eccitare per sorpresa: la cosa non ebbe effetto, ed egli avrebbe ben dovuto prevederlo[83]. D'altra parte risolse di recarsi in persona fino a Bologna, per ridurre Ferrara sotto il diretto dominio della Chiesa. Egli non aveva abbandonato i suoi progetti coll'imperatore, con Enrico VIII e con Ferdinando il Cattolico, che sempre lusingavasi di potere scatenare contro la Francia, ma ripromettevasi di potere, anche senza il loro ajuto, fare coi Veneziani la riconquista di Ferrara; dal canto loro i Veneziani, senza spingere tant'oltre le loro speranze, credevano vantaggioso di assecondarlo con tutte le loro forze, per tenerlo fermo nella loro alleanza. Giulio II aveva con insolita fierezza, che ogni giorno facevasi sempre maggiore, rigettate le proposizioni fattegli dalla Francia per una separata pace. Lodovico XII lasciò travedere che non rinuncierebbe alla protezione del duca di Ferrara; ma pretese subito il pontefice che rinunciasse ancora ad ogni sovranità sopra Genova. Il Macchiavelli fu incaricato da Robertet di persuadere la repubblica di Firenze ad offrire la sua mediazione, ma il papa la rifiutò disdegnosamente. Per lo stesso motivo venne ancora più maltrattato un segretario d'ambasciata del duca di Savoja. Giulio II lo accusò di spionaggio, lo fece gettare in prigione, e poco dopo sottomettere alla tortura[84].

Il 22 di settembre Giulio II fece il suo solenne ingresso in Bologna con tutta la sua corte, mentre che la sua armata si avanzava nel Ferrarese fino al Po. Per compiacerlo i Veneziani nello stesso tempo facevano rimontare il fiume a due loro flotte, una per la bocca delle Fornaci, l'altra per il Po di Primaro. I soldati veneziani e pontificj guastavano senza riguardo il territorio ferrarese, ma senza mai avvicinarsi alla città; il papa era stato ingannato intorno alla qualità ed al numero de' soldati ch'egli pagava; e la sua armata non aveva bastanti forze per intraprendere un assedio di tanta importanza[85].

I Veneziani avevano più di un anno tenuto in prigione il duca di Mantova; ma lo avevano di fresco rilasciato dietro le riunite istanze del papa e dell'imperatore de' Turchi, Bajazette II. Fino dal principio del suo regno Giovanni Francesco Gonzaga aveva cercato di guadagnarsi la grazia del gran signore, gli aveva mandati diversi regali, ed aveva avuta cura d'intrattenere con lui una non interrotta corrispondenza: e Bajazette, riconoscente di questa lunga confidenza, avvalorò le sue istanze pel marchese di Mantova con tali minacce, che non permisero al senato di discutere l'affare[86]. Ad ogni modo i Veneziani rilasciarono al papa il loro prigioniere, poichè per una singolare circostanza egli aveva inallora eccitata la compassione del papa e del sultano; e Giulio II, che aveva solennemente privato il duca di Ferrara del titolo di gonfaloniere della Chiesa, accordò tale dignità al Gonzaga, sperando in tal modo di vincolarlo irrevocabilmente alla sua lega coi Veneziani. Il marchese di Mantova trovavasi in una difficilissima posizione tra la politica e la riconoscenza. I Veneziani lo avevano ancor essi nominato capitano generale della loro armata col soldo di cento uomini d'armi e di mille dugento fanti; pure s'egli si attaccava alla lega, in cui volevano strascinarlo il papa ed il senato veneto, i suoi stati erano i più esposti agli attacchi de' Francesi. Infatti questi colsero tale istante per invadere il Mantovano, ed il Gonzaga, che forse aveva fatto istanza al signore di Chaumont di somministrargli questo pretesto, abbandonò le altre dignità che gli erano state accordate, per occuparsi della difesa de' suoi sudditi[87].

Intanto il pontefice era caduto gravemente infermo, e si curava contro il parere di tutti i medici, come trattava la guerra contro il sentimento di tutti i militari. Egli non voleva essere consigliato, le difficoltà non lo scoraggiavano, e sempre affrettava l'attacco de' nemici[88]. Ma la discordia tra il duca d'Urbino ed il cardinale di Pavia, che dividevano tra di loro il comando dell'armata, rendeva questo attacco pericolosissimo. Il duca d'Urbino, in un primo impeto di collera, fece arrestare e condurre a Bologna il cardinale di Pavia, per esservi giudicato come colpevole di tradimento; ma il cardinale seppe così pienamente giustificarsi presso al papa, che ricuperò maggior credito ed autorità che prima non aveva[89].

Finalmente il duca d'Urbino aveva potuto far sentire al papa, che prima di attaccare Ferrara doveva aspettare che si unissero all'armata le truppe veneziane composte di trecento uomini d'armi, di molta cavalleria leggiere e di quattro mila fanti, ch'eransi avanzati sul Po fino a Ficheruolo ed erano secondati da alcune galere. Alfonso d'Este precludeva la strada a questa truppa: attaccava separatamente con molta attività le galere veneziane, e faceva loro sentire a quanto rischio si esponessero, avanzandosi nel letto dei fiumi[90]. Mentre Alfonso non permetteva alle galere di rimontare più alto verso Ferrara, il signore di Chaumont, così consigliato dai Bentivoglio, risolse di portarsi rapidamente sopra Bologna, e di sforzare Giulio II alla pace. Prese, cammino facendo, Spilimbergo e Castelfranco, che non si difesero che un giorno, ed il 12 di ottobre si accampò a Crespolano, lontano dieci miglia da Bologna, con intenzione di presentarsi all'indomani sotto le mura della città.

Non si trovavano allora in Bologna che pochi e mal disciplinati soldati pontificj: vero è che il papa aspettava trecento uomini d'armi, che il re d'Arragona doveva mandargli, e l'armata veneta trattenuta a Ficheruolo; ma non sembrava probabile che potesse sostenersi fino all'arrivo degli uni e degli altri, tanto più che i partigiani dei Bentivoglio cominciavano a darsi qualche movimento, e che la massa del popolo, dimenticando tutti i vecchi torti, si andava attaccando al loro partito per quella cieca affezione che lega tutti gli uomini al tempo passato. I prelati ed i cortigiani, accostumati soltanto agli agi ed alle delicatezze di Roma, lagnavansi amaramente che il papa gli avesse seco strascinati in così pericolosa situazione per le sostanze loro e per la gloria della santa sede. Con caldissime istanze, che prima d'allora Giulio II non avrebbe in verun modo tollerate, lo andavano affrettando a provvedere alla comune sicurezza con una pronta ritirata, o trattando con Chaumont a quelle condizioni che potesse ottenere più sopportabili[91].

Giulio II, senza promettere di seguire i loro consiglj, chiamò gli ambasciatori veneziani e dichiarò loro che se all'indomani prima di sera non riceveva in Bologna un rinforzo, staccato dalle truppe ch'essi avevano nel campo della Stellata, tratterebbe coi Francesi. Adunò in appresso il consiglio ed i collegj di Bologna, loro dipinse con vivissimi colori l'antica tirannide dei Bentivoglio, dalla quale gli aveva egli sottratti; gli esortò a difendere il paterno governo della Chiesa e la libertà di cui godevano; loro raccomandò di procurarsi vittovaglie per sostenere un assedio, accordando per questa circostanza esenzione di gabelle alle porte. Ma Giulio II, malgrado la debolezza dell'età e della malattia, era il solo uomo che in quel momento di pericolo conservasse il vigore dell'animo. Fece venire sulla pubblica piazza tutti i Bolognesi che avevano promesso di combattere, e venne assicurato che non v'erano meno di quindici mila pedoni e di cinque mila cavalli. Giulio II stava in allora a letto, preso da un accesso di febbre; tosto che udì le grida del popolaccio, balzò dal letto, si affacciò alla finestra, diede alle truppe la benedizione nelle forme adoperate quando marciano alla battaglia, ed, abbandonandosi ad un trasporto di gioja, gridò ch'era di già vittorioso dell'armata francese[92].

Ma intanto questa gente, che aveva salutato il papa colle sue grida, non prendeva le armi per combattere. I cortigiani si mostravano sempre più atterriti; gli ambasciatori dell'imperatore, del re Cattolico, dell'Inghilterra, pressavano Giulio II ad entrare in negoziazione. All'ultimo si lasciò vincere, e mandò a domandare a Chaumont un salvacondotto pel conte Francesco Pico della Mirandola, che voleva incaricare di trattare con lui. Nello stesso tempo fece partire alla volta di Firenze i più preziosi giojelli della Chiesa, e tra questi la mitra giojellata, che chiamasi il triregno[93].

Sapeva il Chaumont che Lodovico XII era tormentato dagli scrupoli, combattendo contro il papa, e che quasi ad ogni patto avrebbe con lui fatta la pace; perciò accondiscese di buon grado a trattare. Domandò l'assoluzione di tutte le censure pronunciate contro Alfonso d'Este, i Bentivoglio e loro aderenti; la restituzione ai Bentivoglio de' loro beni, a condizione ch'essi starebbero per lo meno ottanta miglia lontani da Bologna; domandò che fossero rimesse al giudizio di arbitri le difficoltà tra il papa ed il duca di Ferrara; che fosse deposta Modena tra le mani dell'imperatore, e finalmente sospese le ostilità per sei mesi, nel corso de' quali ognuno conserverebbe ciò che possedeva[94].

Tali condizioni sembravano a Giulio II infinitamente dure; lagnavasi a vicenda dell'insolenza de' Francesi e della lentezza de' Veneziani; contro il suo costume ascoltava le istanze de' cardinali, ma non prendeva verun partito, e lasciava passare il tempo, quando poco prima di sera del giorno 13 d'ottobre Chiappino Vitelli entrò in Bologna con seicento cavaleggieri veneziani, e con un corpo di cavalleria turca in servigio della repubblica, e ritornò al papa la perduta audacia e la consueta alterigia.

Erasi il Chaumont innoltrato fino al ponte del Reno, a tre miglia da Bologna; aveva accettata la mediazione degli ambasciatori dell'imperatore, del re di Spagna e del re d'Inghilterra; ma la vegnente mattina tutto aveva mutato faccia; il papa più non voleva discendere a verun accordo, gli amici dei Bentivoglio non avevano in Bologna fatto alcun movimento, un secondo corpo di Stradioti doveva prima di notte entrarvi per una porta, mentre che Fabrizio Colonna vi condurrebbe per un'altra parte degli uomini d'armi spagnuoli e della cavalleria leggiere; onde Chaumont poteva credersi ancor esso in pericolo. Vergognoso e disperato d'essere stato uccellato dal vecchio pontefice, ritirossi lentamente verso Castel Franco, poi sopra Rubiera. Giulio gli aveva fatto sapere che non darebbe orecchio a verun trattato, se per condizione preliminare la Francia non rinunciava alla difesa del duca di Ferrara; ed intanto non sapeva darsi pace che i suoi generali non avessero inseguita e distrutta l'armata francese. Tanto dispetto aggravò in modo la di lui malattia, che il 24 di ottobre disperavasi della sua vita[95].

Quando cominciava appena a riaversi scrisse una circolare a tutti i principi cristiani. Accusò il re di Francia d'avere fatta avanzare la sua armata contro il papa ed i suoi cardinali con una esecranda sete del sangue del romano pontefice. Dichiarò che non darebbe orecchio a veruna negoziazione, se prima non gli veniva consegnata Ferrara; ed affrettò caldamente i Veneziani ad unire la loro armata alla sua per istringere di assedio quella città[96].

Infatti l'armata pontificia si unì in Modena a quella de' Veneziani, ma stavano ambedue aspettando il marchese di Mantova che aveva avuto il titolo di capitano generale, e che fece loro perdere un tempo prezioso, senza mai assumere il comando. Nello stesso tempo la flotta veneziana venne attaccata a Bondeno dal duca di Ferrara e dal signore di Chatillon, e fu costretta ad abbandonare con perdita il Po. Finalmente si mosse l'armata pontificia, ed intraprese l'assedio di Sassuolo; e il pontefice ebbe il conforto di udire, stando nella sua camera, il rumore della propria artiglieria, ed espresse la sua gioja colla stessa vivacità con cui pochi dì prima aveva manifestato il suo malcontento udendo l'artiglieria de' nemici a Spilamberto. Dopo due giorni Sassuolo capitolò; e Giulio II, rinunciando all'attacco di Ferrara, fece avanzare l'armata contro la Mirandola. Questo castello e quello della Concordia formavano il piccolo feudo o principato della famiglia dei Pichi, tanto illustre nella storia delle lettere. Il conte Lodovico Pico della Mirandola aveva sposata la figliuola del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, chiamata Francesca: era costei rimasta vedova, ed erasi senza riserva abbandonata alla direzione di suo padre, che aveva fatto della Mirandola una piazza d'armi francese, mentre che il conte Giovan Francesco Pico, cugino di Lodovico, il quale pretendeva l'eredità di questo feudo, erasi interamente dedicato al papa[97].

Il duca di Ferrara trovavasi spossato dai lunghi sforzi che aveva dovuto fare; omai più non aveva che poche truppe nella sua capitale, e Chaumont non era in troppo buono stato per poterlo soccorrere; onde dovette ascrivere a sua somma ventura che l'armata del papa si volgesse contro la Mirandola, e non contro di lui. Si credette pure che il cardinale di Pavia fosse stato segretamente guadagnato da lui o dalla Francia, quando consigliò il papa ad attaccare la Mirandola. Frattanto il Chaumont mandò Marino di Montchenu e Chantemerle, nipote del signore di Lude, con cento fanti e due cannonieri a rinforzare la guarnigione della Mirandola, ove la contessa Francesca e suo cugino, Alessandro Trivulzio, si apparecchiavano a sostenere un assedio[98].

L'armata pontificia era lenta in tutte le sue operazioni, e sempre esposta ai raggiri di coloro che volevano celatamente attraversare l'esecuzione dei disegni del papa, onde non potè avvicinarsi a Concordia che circa nella metà di dicembre. La piazza fu presa lo stesso giorno in cui si aprirono le batterie, la cittadella capitolò, e l'armata pontificia passò ad assediare Mirandola.

Non cominciò il fuoco contro la Mirandola che quattro giorni dopo l'arrivo dell'armata. L'impaziente Giulio II non sapeva accomodarsi a tanta lentezza; altronde diffidava di tutti; accusava ora l'uno ora l'altro de' suoi capitani, e lo stesso suo nipote, il duca d'Urbino, di incapacità, o di perfidia. Finalmente nei primi giorni del 1511 risolse di dare al mondo uno spettacolo non meno scandaloso che inaspettato: il due di gennajo si fece portare in lettiga da Bologna al campo sotto Mirandola coll'accompagnamento di tre cardinali[99]. Si alloggiò nella piccola casa di un contadino, distante soltanto due tiri di balestra dalle mura, ed esposta al fuoco del cannone della piazza; colà, senza lasciarsi atterrire dalle continue nevi, indispettito dalla viltà degli operaj che faceva adunare e che fuggivano ad ogni scarica d'artiglieria, o perchè mancavano le vittovaglie, cominciò egli stesso a dirigere i lavori a far mettere sotto i suoi occhi i cannoni in batteria, e ad affrettare il fuoco. Dopo aver tenuto dietro ai suoi lavoratori nell'eccessivo freddo di un rigorosissimo inverno con un'attività che non sarebbesi mai aspettata da un vecchio infermo, non che da un papa, tornò a Concordia, quando tutte le batterie furono aperte, per sentirne l'effetto. Ma sebbene non si trovasse che poche miglia lontano dal campo, per la sua impazienza era tuttavia troppo lontano, e tornò il quarto dì ad alloggiarsi a canto alle sue batterie ancora più vicino alle mura, di quel che lo fosse la prima volta. In allora, tutto abbandonandosi all'impeto del suo carattere, rampognava quando l'uno e quando l'altro de' suoi capitani, tranne Marc'Antonio Colonna; visitava in seguito l'armata, castigava alcuni soldati, altri incoraggiava, e a tutti prometteva di non capitolare, per lasciare che i soldati saccheggiassero la piazza[100].

Il cavaliere Bajardo trovavasi in allora nel campo del duca di Ferrara presso il Po: ebbe avviso che il papa, che passava quella notte nel castello di san Felice, doveva ripartire all'indomani per tornare alla Mirandola. Bajardo sapeva trovarsi su questa strada a due miglia da san Felice ed a quattro dalla Mirandola due o tre case abbandonate a motivo della guerra; andò prima di giorno ad appostarvisi con cento uomini d'armi. «Domattina, disse al duca di Ferrara, quando il papa sloggierà da san Felice, sono informato che non ha che i suoi cardinali, vescovi e protonotarj, e circa cento cavalli di guardia; uscirò dalla mia imboscata, e non mi fuggirà dalle mani.» Il progetto del cavaliere senza paura e senza difetti fu altamente approvato, e tutto puntualmente si eseguì a seconda de' suoi ordini. Di già i primi chierici del corteggio del papa erano passati oltre l'imboscata, da cui uscì Bajardo per caricarli ed inseguirli. «Ma il papa, che era partito ultimo, fu appena pochi passi lontano da san Felice, che cominciò a cadere la più aspra ed impetuosa neve che si fosse veduta da cent'anni in qua.» Prima che i fuggiaschi, sottrattisi all'imboscata, fossero giunti fino al papa, il cardinale di Pavia lo aveva di già persuaso a rientrare nel castello per lasciar passare il cattivo tempo. «Quando il buon cavaliere giugneva a san Felice, il papa rientrava appunto nel castello, ed, udendo le grida de' soldati, ebbe tanto spavento che subitamente e senza che persona lo ajutasse uscì di lettiga, ed egli stesso ajutò ad alzare il ponte; ed in ciò mostrossi uomo di molto spirito, perchè se avesse tanto ritardato quanto abbisogna di tempo per dire un Pater noster, era preso.... Il papa, rimasto nel castello di san Felice, tremò tutto il giorno di febbre per la paura che aveva avuta, e la notte mandò a darne avviso a suo nipote, il duca d'Urbino, il quale venne a prenderlo con quattro cento uomini d'armi e lo condusse all'assedio[101]

Alessandro, nipote del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, difendeva la Mirandola. Aveva sotto il suo comando quattrocento fanti stranieri, e mostrava tanta maggiore ostinazione e coraggio, quanto tenevasi più sicuro di essere soccorso dal signore di Chaumont: ma questi, che detestava il maresciallo Trivulzio, non vedeva con dispiacere che la figlia del suo rivale perdesse l'eredità, e non curavasi di accorrere in suo soccorso.

Una palla di cannone aveva traforata la casa in cui alloggiava il papa ed uccisi due uomini nella sua cucina; ma quest'accidente non fece che accrescere la collera di Giulio II. Finalmente il violento freddo agghiacciò le fosse della Mirandola in tal modo che l'acqua che dovea servire a difenderla aprì per lo contrario un passaggio onde giugnere fino sulla breccia. Vide allora Alessandro Trivulzio l'impossibilità di sostenere un assalto, e capitolò il 20 di gennajo. Pagò una contribuzione di sei mila ducati per salvare la Mirandola dal saccheggio; ed il papa, cedendo alle istanze di tutti i suoi cortigiani, l'accettò. Alcuni ufficiali restarono prigionieri di guerra, mentre il rimanente della guarnigione potè ritirarsi libera; e perchè le porte della città, che erano state afforzate per di dietro con terrapieni, non erano più praticabili, il vecchio pontefice non fu abbastanza paziente per aspettare che si sgombrassero: montò per una scala sulla breccia, e dopo aver fatto in tal maniera il suo ingresso in questa città, ne diede il possesso al conte Giovan Francesco Pico, parente del conte Lodovico, sebbene suo nemico[102].

Dopo la presa della Mirandola il papa ed i Veneziani tentarono di nuovo d'impadronirsi della Bastia sul basso Po, onde impedire il trasporto dei viveri a Ferrara; ma mentre assediavano questo castello vi furono sorpresi dal duca Alfonso d'Este, in conseguenza di un piano datosi dal cavaliere Bajardo, e perdettero tanta gente che più non pensarono all'assedio di Ferrara[103].

Intanto Lodovico XII, disperando omai di ridurre colle negoziazioni a pacifici pensieri un papa, che in tutte le sue azioni annunciava tanta violenza, ordinò al signore di Chaumont di attaccarlo vivamente e di fargli sentire quale fosse la potenza di un re di Francia. Chaumont, che dalla sola protezione di suo zio, il cardinale d'Amboise, riconosceva l'alta riputazione di cui godeva, dopo la morte dello zio veniva giudicato secondo il vero suo merito. Non gli si attribuivano nè singolare ingegno, nè bastante perizia dell'arte della guerra, nè la debita deferenza all'avviso di coloro che l'avevano meglio di lui studiata, nè la necessaria attenzione pel mantenimento della disciplina, che omai più non era osservata nel campo francese. Gli si rimproverava un'eccessiva gelosia verso il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio, il quale avrebbe condotta la guerra a più felice fine, se Chaumont avesse più frequentemente seguiti i suoi consiglj. Non è questi, a dir vero il carattere che gli attribuisce il maresciallo di Fleuranges, che lo chiama: «il più savio uomo dabbene in ogni stato che io mi ricordi d'avere mai veduto, e della più grande diligenza, e del più raro spirito.» Ma Fleuranges era nipote di Chaumont, e gli doveva in parte il suo avanzamento[104].

Il Trivulzio tornava appunto dalla corte di Francia, quando fu presa la Mirandola; fu chiamato ad un consiglio di guerra in cui doveva essere deciso il piano di attacco da seguirsi contro il papa. L'armata veneziana erasi fortificata al Bondeno sul Panaro[105] presso alla sua foce in Po. Questa posizione nello stato di Ferrara veniva renduta quasi inattaccabile a cagione delle inondazioni e de' numerosi canali. Proponeva il Trivulzio di non cercare di forzarla; di piegare a mezzodì, minacciando Modena e Bologna; di sorprendere queste città se non venivano difese, e, se l'armata veneziana abbandonava la sua forte posizione per accorrere in difesa di quella città, di tentare di distruggerla in una battaglia. Ma bastò agli occhi di Chaumont e de' suoi adulatori, che questo consiglio fosse uscito di bocca al Trivulzio, per seguirne uno contrario. Egli rappresentò, che Alfonso d'Este non doveva lasciarsi più lungamente esposto alla desolazione del suo paese; che se non accorrevasi prontamente in suo soccorso, Ferrara avrebbe dovuto arrendersi; che per quanto fosse forte la posizione de' Veneziani al Bondeno, il valore francese e la superiorità dell'artiglieria francese avrebbero trionfato di tutto; finalmente che, avvicinandosi agli stati di Mantova, trarrebbe il marchese Gonzaga dalla sua lunga irrisoluzione e si unirebbe alle armate francesi, come ne aveva fatto celatamente conoscere il desiderio[106].

Infatti l'armata francese si pose in movimento lungo la destra riva del Po, e giunta che fu a Sermidi in riva a questo fiume, il Chaumont si avanzò con alcuni ufficiali fino alla Stellata per avere una conferenza col duca Alfonso. Questi gli fece meglio conoscere lo stato del paese fino al Bondeno, e di là fino a Finale ed a Cento, ove trovavansi alloggiati i soldati della Chiesa e gli Spagnuoli. Erano state rotte tutte le dighe dei fiumi, tutto il piano inondato, ed era lungo lo stretto argine, che sostiene le acque dei canali o quelle del Panaro, ch'era forza avvicinarsi al nemico. Questi argini erano stati in più luoghi tagliati e guarniti di truppe e d'artiglieria. Vero è che Alfonso, il quale sospirava di sbarazzarsi di ospiti che facevano più compiuta la sua ruina, sforzavasi di provare colle carte degli ingegneri che la disposizione del terreno sarebbe sempre vantaggiosa all'artiglieria francese. Ma in un secondo consiglio di guerra, tenuto a Sermidi, il Trivulzio dimostrò l'estrema imprudenza di avventurare un'intera armata, in mezzo ad un paese inondato, sopra l'angusta linea di una diga, ove il più piccolo accidente accaduto all'artiglieria o ai carri delle munizioni poteva rompere ogni comunicazione dalla testa alla coda della colonna, e il più piccolo ritardo farla perire per mancanza di vittovaglie. Questo progetto, accarezzato più lungo tempo che non conveniva, fu dunque abbandonato nell'istante in cui volevasi eseguire[107].

Nè il Chaumont fu più felice nel persuadere il marchese di Mantova ad uscire dalla sua neutralità. Questi seppe contenersi con molta destrezza tra le due parti. Supplicava i Veneziani di non obbligarlo a dichiararsi, finchè il suo paese trovavasi circondato da tante armate nemiche, che non avrebbe potuto unirsi a loro senza abbandonare tutto il territorio mantovano al guasto dei Francesi. Supplicava egualmente il Chaumont a pazientare ancora poche settimane, mentre stava trattando col papa per levargli dalle mani suo figlio che gli avea dato in ostaggio. Così mostrandosi cogli uni e cogli altri disposto ad abbracciare la causa loro, obbligava gli uni e gli altri a rispettare la sua neutralità[108].

Il cardinale Ippolito d'Este pretendeva d'avere delle corrispondenze in Modena, e faceva istanza al signore di Chaumont di attaccare quella città per tornarla alla sua famiglia. Ma frattanto le negoziazioni del re d'Arragona avevano provveduto alla sua difesa. Ferdinando vedeva di mal occhio la potenza francese estendersi verso il mezzogiorno d'Italia; e cercava con ogni mezzo di separare gl'interessi di Massimiliano da quelli di Lodovico XII. Alfonso d'Este teneva Modena in feudo dall'impero, e Massimiliano aveva giusti titoli di lagnarsi del papa, perchè avesse occupata una città totalmente dipendente dall'imperatore. Ferdinando si sforzò di persuadere a Giulio II che lasciando questa città in deposito nelle mani del capo dell'impero, provvederebbe più efficacemente alla sua difesa, e getterebbe semi di divisione tra Lodovico XII e Massimiliano. Per determinare Giulio II a rinunciare alle pretese che cominciava a formare sovra Modena, fu d'uopo che concepisse timore dell'avvicinamento dell'armata francese; egli non cedette che quando il pericolo si fece urgentissimo, e per sottrarvisi consegnò Modena a Witfrust, ambasciatore di Massimiliano presso di lui[109].

Soltanto dopo di avere inutilmente tentato di sorprendere Modena, e dopo avere provata l'impossibilità di far avanzare la sua artiglieria, implicata ne' profondi fanghi di Carpi, il Chaumont acconsentì a riconoscere il depositario imperiale, a condizione che questi dal canto suo si obbligasse a tenersi neutrale nella guerra tra il suo re ed il papa. Questa serie di cattivi successi aveva fatta perdere a Chaumont la confidenza dell'armata e della corte; si teneva per cosa certa che avesse lasciata prendere la Mirandola a cagione del suo odio verso il maresciallo Trivulzio, e si fosse per incapacità lasciata fuggire di mano l'occasione di ricuperare Modena o di liberare Ferrara. Egli stesso si accorgeva che la sua riputazione andava declinando, e che aveva omai perduto il favore del suo padrone; oltre a che era tormentato dai rimorsi di dover combattere contro il papa. L'eccesso del cordoglio lo rese infermo; un accidente che lo rovesciò da un ponte nell'acqua, mentre trovavasi assai riscaldato, contribuì pure ad accrescere le sue infermità; ma egli stesso si credette avvelenato e lo disse a suo nipote Fleuranges, congedandosi da lui. Si fece portare a Coreggio, e da quell'istante non ebbe più altro pensiere che di ottenere dal papa l'assoluzione per avere portate le armi contro di lui. Quest'assoluzione gli fu di fatti accordata, ma Carlo di Chaumont d'Amboise, gran maestro di Francia, e governatore di Milano, era di già morto, l'undici febbrajo del 1511, quando arrivò ai suoi amici[110].

Tutti i nemici del papa non avevano la coscienza così timorata; il cavaliere Bajardo non erasi fatto scrupolo di tendergli un'imboscata; e se dobbiamo credere al suo leale servitore, che scrisse le sue memorie, il duca Alfonso d'Este andò ancora più in là: egli sedusse un segretario del papa, chiamato Agostino di Guerlo, che gli era stato mandato per distaccarlo dall'alleanza coi Francesi, e lo persuase a promettergli di avvelenare Giulio II; ma avendo il duca comunicato il suo progetto a Bajardo, questi gli rispose: «Ah, monsignore, io non crederò mai che un così gentil principe, come voi siete, acconsenta a così grande tradimento; e quando io lo sapessi, vi giuro sull'anima mia, che prima che fosse notte ne darei avviso al papa.» — «Poichè voi non l'approvate, disse il duca, la cosa non si farà; ma se Dio non vi provvede voi ed io dovremo pentircene.» Dobbiamo per altro dire per la riputazione del duca di Ferrara, che si può spesse volte dubitare della veracità dei racconti del servitore di Bajardo, che ha scritte queste memorie[111].

Alla morte di Chaumont prese il comando dell'armata il maresciallo Trivulzio, in aspettazione degli ordini del re; ma finchè non seppe se gli restava o no il comando, non volle tentare un'impresa che non era sicuro di poter condurre a termine. Accordò dunque ai suoi soldati un riposo, di cui le altre potenze approfittarono per entrare in attive negoziazioni.

Massimiliano, sempre dominato dal suo risentimento contro i Veneziani, aveva fin allora continuato nella sua alleanza colla Francia, ed aveva mostrata un'insolita costanza. Era vivamente entrato nei progetti di Lodovico XII per la riforma della Chiesa nel capo e nelle membra, ed aveva convocata in Augusta un'adunanza di vescovi tedeschi, onde persuaderli a domandare un concilio: ma nella sua nazione aveva trovata una più gagliarda opposizione che non credeva[112]. Soltanto in allora diede orecchio al re d'Arragona che lo consigliava ad assicurarsi con un trattato di pace di quanto possedeva in Italia, e di ciò che ancora pretendeva, e di mettere fine a tutte le controversie che aveva col papa, persuadendosi che i Veneziani si accomoderebbero alle volontà del loro solo alleato.

Dietro questo consiglio Massimiliano mandò Matteo Lang, vescovo di Gurck, suo segretario intimo, a Mantova, per tenervi un congresso; ed invitò il papa, il re di Francia e quello di Arragona a mandarvi i loro ambasciatori. Giulio II colse avidamente quest'apertura, credendo di potere disporre dei Veneziani a suo piacimento; e, quando potesse riconciliarli con Massimiliano, punto non dubitava di potere inimicare questi colla Francia, contro la quale nudriva un odio implacabile. Dall'altro canto Lodovico XII accolse quest'invito con estrema diffidenza; conosceva la volubilità del suo alleato, e temeva che il papa glielo togliesse, o coll'offrirgli il Milanese, oppure col dare al vescovo di Gurck la dignità cardinalizia, e colmarlo de' favori della Chiesa. Nè Lodovico temeva meno rispetto a Ferdinando, i di cui ipocriti avvisi intorno ai pericoli di turbare la pace della Chiesa con un concilio, di distrarre lui medesimo dalla sua santa spedizione contro gl'infedeli dell'Africa, probabilmente celavano qualche pernicioso progetto[113].

Malgrado questi sospetti Lodovico XII mandò il vescovo di Parigi, prelato assai versato nel diritto, al congresso di Mantova, sia per iscoprire gli andamenti dei nemici, sia per non essere accusato di volere solo la guerra. Questo vescovo vi arrivò nel mese di marzo, pochi giorni dopo il vescovo di Gurck e don Pedro d'Urrea, ambasciatore del re d'Arragona alla corte dell'imperatore. Vi arrivò non molto tempo dopo anche Girolamo di Vich di Valenza, ambasciatore di Ferdinando presso la santa sede; ma a solo fine di persuadere Matteo Lang a visitare subito Giulio II a Ravenna, onde disporlo favorevolmente a suo pro, rendendogli nello stesso tempo un omaggio che il papa aveva diritto di ripromettersi per parte di un vescovo incaricato di trattare con lui. Il segretario di Massimiliano, uomo arrogante ed altero, contrastò lungo tempo rispetto alla condiscendenza che gli si domandava, sebbene gli si facesse travedere che sarebbe probabilmente ricompensata con alcuna delle principali dignità della Chiesa. Finalmente partì il 26 di marzo per incontrare il papa; e Giulio II, che voleva ad ogni costo guadagnarsi questo favorito, lusingarne l'orgoglio e risvegliarne l'ambizione, risolse di andargli incontro fino a Bologna; locchè eseguì dopo d'avere nominati in pieno concistoro otto nuovi cardinali, tra i quali trovavasi l'accanito nemico de' Francesi, Francesco Mattia Schiner, vescovo di Sion, e dopo avere dichiarato, col consenso del sacro collegio, che teneva il nono in petto, onde poter offrire quest'esca al vescovo di Gurck[114].

L'ingresso del vescovo di Gurck in Bologna, ch'ebbe luogo tre giorni dopo l'arrivo del papa, venne celebrato colla pompa che poteva convenire ad un sovrano. Assumeva il titolo di luogotenente dell'imperatore in Italia, ed era seguito da molti signori e gentiluomini, che spiegavano ne' loro equipaggi la più grande magnificenza. Nè meno magnifico era l'accoglimento che gli veniva preparato; lo stesso ambasciatore di Venezia alla corte pontificia si frammischiò modestamente ancor esso tra coloro che volevano fargli onore; ma Matteo Lang protestò con estrema insolenza che riputavasi offeso, vedendo presentarsi innanzi a lui l'ambasciatore dei nemici del suo padrone. Il papa gli accordò una pubblica udienza in pieno concistoro, nella quale il vescovo di Gurck dichiarò alla presenza di tutti i cardinali, che Massimiliano lo mandava in Italia, perchè preferiva di riacquistare ciò che gli apparteneva piuttosto colla pace che colla guerra, ma che non tratterebbe che a condizione di ricuperare dai Veneziani tutto ciò che gli avevano usurpato, o del territorio dell'impero o dei dominj di casa d'Austria, pel quale si fosse titolo[115]. Parlò colla medesima arroganza nella privata udienza del pontefice; e maggiore insolenza dimostrò finalmente all'indomani; perchè avendo saputo che il papa aveva delegati per conferire con lui i tre cardinali di san Giorgio, di Reggio e de' Medici, risguardò come cosa indegna del suo rango il trattare con tutt'altri che col sommo pontefice, e deputò tre de' suoi gentiluomini per conferire con loro[116].

Il papa era troppo orgoglioso perchè non gli sembrasse cosa dura l'arroganza di questo subalterno; pure pazientava, sperando di riuscire con questa negoziazione ad inimicare l'imperatore coi Francesi. Il suo odio contro di loro andava sempre rinforzandosi, e ne diede una prova colle scomuniche fulminate il giorno di Pasqua, leggendo la bolla In cœna Domini. Sebbene le negoziazioni fossero attualmente aperte, vi comprese, indicandoli nominativamente, Alfonso d'Este, Gian Giacopo Trivulzio, ed i magistrati di Milano e delle altre città di Lombardia, che ajutavano il re a percepire le imposte, di cui questo monarca faceva uso contro la Chiesa. Fu compreso, ma implicitamente, lo stesso Lodovico XII tra coloro che avevano posto ostacolo alla giurisdizione ecclesiastica, ed ammesse le opinioni degli scomunicati[117].

Stando alle proteste del vescovo di Gurck, Massimiliano non avrebbe acconsentito di lasciare ai Veneziani Padova e Treviso, unici avanzi di tutto il loro territorio, a meno che non pagassero dugento mila ducati per una prima investitura di queste due città, obbligandosi in appresso ad un annuo tributo di cinquanta mila ducati. I Veneziani, vedendosi dal papa abbandonati, furono costretti di accondiscendere a trattare sulla base di così esorbitanti domande, ed offrirono di pagare in varie rate a lunghi termini i dugento mila ducati. Ottennero una diminuzione dell'annuo censo che loro si domandava; e più non restava altro titolo di contesa che il patriarcato d'Aquilea, che pretendevano di conservare[118], quando il vescovo di Gurck domandò al papa una seconda udienza per trattare egualmente intorno alle differenze del re di Francia e del duca di Ferrara colla santa sede. Gli dichiarò che Lodovico XII, mosso dal più ardente desiderio di fare la pace, era apparecchiato di acconsentire al sagrificio di molti de' più cari interessi della casa d'Este; ma Giulio II non potè soffrire di ascoltarlo più oltre. Egli disse che non alcune concessioni, ma soltanto un intero abbandono poteva renderlo soddisfatto; perciocchè era determinato di esporre senza riserva la sua tiara ed anche la vita per castigare il duca di Ferrara. Soggiunse di non comprendere come mai Massimiliano non approfittava dell'occasione, che gli veniva offerta, di vendicarsi colle armi e col danaro altrui delle ingiurie senza numero ricevute dai Francesi; che tale essere doveva lo scopo di tutti i trattati, ed il prezzo de' sagrificj ch'egli imponeva ai Veneziani per riconciliarli all'impero.

Il vescovo di Gurck disputò alcun tempo intorno a queste proposizioni, ma sentivasi che non le aveva prevedute; in breve conobbe l'impossibilità di conciliare le pretese di Giulio II colle affatto diverse istruzioni che aveva ricevute dal suo padrone. Allora, atterrito dall'impeto del pontefice, dichiarò di voler partire all'istante; ed infatti, appena terminata l'udienza, partì da Bologna il 25 d'aprile alla volta di Modena, amaramente lagnandosi del papa, ed intimando agli ambasciatori di Spagna di far ritirare le trecento lance che il re Cattolico, come sovrano di Napoli, aveva fin allora tenute al servigio della santa sede[119].

Il maresciallo Gian Giacopo Trivulzio era stato raffermato nel comando dell'armata francese in Italia, ma nello stesso tempo aveva avuto ordine di non disturbare le conferenze per la pace. Quando furono rotte per la partenza del vescovo di Gurck, risolse di mostrare il partito che un vecchio capitano poteva tirare dai mezzi che fin allora erano stati trascurati dagl'inesperti e prosontuosi luogotenenti di Lodovico XII. Si mosse in principio di marzo con mille dugento lance e sette mila fanti, e nel primo giorno s'impadronì di Concordia[120]. Non volle egualmente attaccare la Mirandola, onde non mostrarsi soltanto sollecito degli stati tolti a sua figlia; ma, diretto dalla di lui esperienza, Gastone di Foix, duca di Nemours, arrivato all'armata nel precedente anno, fece prigioniero a Massa di Finale Gian Paolo Manfroni, distinto capitano de' Veneziani, che colà si trovava con trecento cavaleggieri[121].

Aveva il papa mandato a Genova Alessandro Fregoso, vescovo di Ventimiglia, per tentare di farvi nascere una ribellione. Questo prelato venne arrestato per la vigilanza del Trivulzio, e fu condotto a Milano, ove confessò tutti gl'intrighi di cui era incaricato[122]. Il Trivulzio risolse di tirarne vendetta. Dopo avere rimontato il Panaro, sempre in vista dell'armata nemica, lo passò finalmente a guazzo tra Spilamberto e Piumaccio, e venne ad acquartierarsi in quest'ultimo villaggio, lontano tre sole miglia dall'armata ecclesiastica. Questa, più non si trovando coperta dal fiume, e non volendo avventurare una battaglia, ritirossi al ponte di Casalecchio dietro al Reno, tre miglia sotto Bologna, in un luogo forte, e reso famoso in principio del precedente secolo da una grande battaglia[123].

Giorgio di Frondsberg, che in appresso acquistossi tanta riputazione nelle guerre d'Italia, aveva raggiunto il Trivulzio con due mila cinquecento landsknecht, che gli conduceva da Verona[124]; il Trivulzio, dopo avere occupato Castelfranco, venne ad appostarsi sulla grande strada tra questa fortezza e la Samoggia, irrisoluto intorno al partito che prenderebbe. Giudicava pericoloso l'attaccare l'armata pontificia nella forte posizione da lei occupata, e credeva ancora meno sicuro il tentare un colpo di mano sopra Bologna, malgrado le istanze dei Bentivoglio, che promettevano di eccitare nello stesso tempo una sollevazione per mezzo de' loro partigiani. Il Trivulzio accordava poca fede alle speranze degli emigrati, di cui il Chaumont aveva di fresco sperimentata la vanità; ma la notizia che Giulio II aveva abbandonata Bologna, troncò tutto ad un tratto le sue irrisoluzioni.

Il coraggio de' preti, siccome quello delle donne, è d'ordinario il risultato dell'ignoranza del pericolo; così poche volte trovasi proporzionato alla circostanza; talvolta sorprende colla sua temerità, e talora si smentisce, quando uno spirito più tranquillo, o meglio istrutto non vedrebbe ragione alcuna di turbarsi. Sentendo Giulio II che il Trivulzio si era mosso, egli partì alla volta della sua armata, onde colla sua presenza persuadere i suoi capitani a venire a battaglia. Il duca di Urbino vi si era fin allora sempre rifiutato, e la ritirata degli Spagnuoli, dopo la rottura delle negoziazioni col vescovo di Gurck, lo teneva fermo in quest'opposizione, malgrado tutte le lettere del papa. Aveva questi intenzione d'alloggiare il primo giorno a Cento; ma fu costretto di trattenersi alla Pieve, perchè mille fanti, che occupavano Cento, non volevano uscirne, se non se gli pagava il loro soldo. Irritato dalla loro ostinazione, tornò all'indomani a Bologna; egli fu colà che nuove particolarità intorno alla marcia del Trivulzio gli inspirarono tutto ad un tratto quella paura, che pareva non avere fin allora conosciuta. Pensò di ritirarsi a Ravenna in sicuro dai pericoli della guerra; ma prima di partire, chiamò presso di sè il senato de' quaranta di Bologna. Fece sentire ai senatori ch'egli era stato quello che gli aveva liberati da dura schiavitù, che loro aveva accordate molte esenzioni, distribuite grazie pubbliche e private, che loro aveva abbandonata la nomina de' loro magistrati e l'amministrazione delle pubbliche entrate, che il legato che loro dava altro non era in Bologna che un monumento dell'alta signoria della Chiesa, perciocchè limitatissimo era il di lui potere, e sempre regolavasi a seconda de' loro consiglj. Che in fatto dopo che Bologna era tornata sotto l'autorità della santa sede, il suo commercio aveva prosperato, le manifatture eransi fatte più attive, e molti dei suoi concittadini avevano ottenute le più sublimi dignità della gerarchia. Che il tempo era venuto di mostrare se sapevano apprezzare così grandi vantaggi, difendendo la città loro con energia contro quest'improvviso attacco. Che dal canto suo non si prenderebbe minor cura della difesa di Bologna, di quello che farebbe della stessa Roma; che aveva dato ordine ai Veneziani di gettare un ponte a Sermidi sul Po, e di venire a raggiugnere la sua armata; che aveva mandato danaro agli Svizzeri per farne scendere dieci mila in Lombardia; che dimandava soltanto ai Bolognesi di dirgli francamente se volevano o non volevano difendere la loro città. Il priore del senato dei quaranta riepilogò nella sua risposta tutte le espressioni di riconoscenza, di fedeltà, di divozione, di coraggio, che gli somministrava lo studio della rettorica; e Giulio II partì senza muovere alcun dubbio intorno alla bella difesa che farebbero i Bolognesi[125].

Sebbene il pontefice fosse scortato dalle trecento lance spagnuole che tornavano nel regno di Napoli, non osò prendere la diritta strada di Ravenna, e passò per Forlì. Giulio II confidava oltremodo nel cardinale di Pavia, cui aveva lasciato il comando di Bologna col titolo di legato. Per altro questo prelato, signore di Castello del Rio, discendente dell'antica famiglia degli Alidosi, ch'era stata sovrana d'Imola, aveva invano domandato a Giulio II di rimettere i suoi nipoti nell'antico loro principato, che da lungo tempo loro era stato tolto, ed i suoi nemici pretesero, che, offeso dai rifiuti di Giulio, avesse fin d'allora segretamente cercato tutti i mezzi di vendicarsi. Di concerto col senato dei quaranta aveva il cardinale di Pavia fatto scelta dei venti capitani della milizia sotto i quali tutta la gioventù di Bologna era stata inscritta; e sia per imprudenza, o sia per infedeltà aveva acconsentito che si prendessero quasi tutti tra i partigiani dei Bentivoglio. La fazione, che richiamava questi antichi signori, e che si rallegrava, vedendoli avvicinarsi nel campo del Trivulzio, erano in allora assecondati dai ricchi proprietarj di terre che temevano che l'armata francese guastasse le loro campagne, dai mercanti che temevano ancora più pei loro magazzini e per le loro botteghe, in ultimo da tutti coloro che senza avere precisamente sofferto sotto Giulio II sentivansi umiliati dal governo de' preti. Costoro non tardarono ad avvedersi d'essere in Bologna il partito più numeroso, e siccome per l'imprudenza del legato trovavansi armati e padroni delle porte, questi non aveva verun mezzo di farli ubbidire[126].

Quando il cardinale si avvide tutto ad un tratto della cattiva disposizione delle milizie, volle far credere che il duca d'Urbino gli avesse dato l'ordine di spedirle a Casalecchio: ma le milizie ricusarono di uscire di città; volle in appresso far entrare mille uomini di fanteria, comandati da Ramazzotto, ma gli stessi capitani delle milizie non vollero ammetterli.

Questa doppia disubbidienza atterrì il cardinale di Pavia, il quale sapeva di avere molti nemici e tra la nobiltà e tra il popolo; e che di fresco aveva fatti ingiustamente perire tre o quattro distinti cittadini. Quando fu notte, uscì travestito dal palazzo per rifugiarsi nella fortezza, e così grandi erano il suo terrore e la sua precipitazione, che dimenticò perfino di prendere il suo danaro ed i suoi giojelli. Li mandò a cercare quando si vide in luogo di sicurezza, ed appena ebbe ricevuta la sua cassetta uscì dalla fortezza per la porta esterna, e si ritirò ad Imola con i cento cavalli che gli erano rimasti per la sua guardia[127].

Quando si seppe in Bologna il 21 di maggio la fuga del legato, Lorenzo Ariosti e Francesco Rinucci, due de' capitani della milizia, conosciuti pel loro attaccamento ai Bentivoglio, attaccamento ch'era divenuto maggiore per via delle persecuzioni sofferte, accorsero alle porte di san Felice e di Lame, le atterrarono a colpi di scure, e le consegnarono ai Bentivoglio, cui il Trivulzio aveva dato cento lance per occuparle.

Il campo del duca d'Urbino stendevasi da Casalecchio fino alla porta chiamata Saragozza. Bentosto si ebbe avviso della fuga del legato e della sollevazione del popolo bolognese; ed un panico terrore s'impadronì all'istante del generale e dei soldati. Il duca d'Urbino ordinò la ritirata, sebbene fosse già notte avanzata; le truppe si posero in marcia con estremo precipizio, abbandonando tutte le loro tende, i loro equipaggi, ed i loro commilitoni, che stavano di guardia sull'opposta riva del fiume, ove non ricevettero verun ordine. I Bolognesi osservavano dalle loro mura questo movimento dell'armata pontificia, ed i Bentivoglio ne diedero avviso al Trivulzio. Il popolo, sempre ardito contro coloro che fuggono, fece un'impetuosa sortita per attaccare i soldati della Chiesa che passavano lungo le mura. Nello stesso tempo i paesani scesero dalle montagne con ispaventose grida per partecipare al saccheggio del campo. L'oscurità che accresce il terrore e diminuisce il sentimento della vergogna, l'impensata rivoluzione de' cittadini e dei contadini, il timore dell'armata francese, diedero bentosto alla ritirata l'aspetto della fuga. Se Raffaello de' Pazzi, che aveva il comando delle truppe lasciate sull'altra riva del Reno non avesse al ponte di Casalecchio opposta ai Francesi una ostinata resistenza, pochi o niun soldato del duca avrebbero potuto salvarsi. All'ultimo la di lui posizione fu forzata, ed egli fatto prigioniere; allora gli uomini d'armi francesi, inseguendo l'armata fuggiasca, raggiunsero bentosto gli equipaggi e ricondussero al loro campo tante bestie da soma cariche di bottino, che chiamarono questa disfatta, ottenuta senza combattere, la giornata degli asini. Vennero in potere dei Francesi ventisei pezzi di cannone, quindici de' quali di grosso calibro, la bandiera del duca d'Urbino e molte altre, parte degli equipaggi dell'armata della Chiesa, e quasi tutti quelli dell'armata veneziana. Furono fatti prigionieri Orsino da Mugnano, Giulio Manfrone e molti altri capitani, e fu dispersa quasi tutta l'infanteria: il solo Ramazzotto, che con un corpo dell'armata veneziana occupava la montagna di san Luca, riuscì, sebbene fosse assai tardi avvisato della disfatta de' suoi compagni d'armi, a condurre a traverso alle montagne le sue truppe fino in Romagna, senza perdere un solo uomo[128].

Quando Giulio II ebbe avviso a Ravenna della presa di Bologna, ne fu oltremodo dolente, perchè attaccava a quella conquista grandissima importanza, risguardandola la più gloriosa impresa del suo pontificato. La condotta del popolo bolognese lo afflisse ancora di più; egli, a dir vero, non vi aveva sparso sangue, nè fatta violenza a veruna persona della nobiltà o del popolo, ma furono riservati a lui solo tutti gli oltraggi: la sua statua colossale di bronzo, lavoro di Michelangelo Buonarotti, ch'era stata innalzata sulla facciata della chiesa di san Petronio fu dal popolo atterrata in mezzo agli insulti ed al disprezzo, ed i Bentivoglio la fusero per formarne un doppio cannone, col quale il quinto giorno dopo la rivoluzione tirarono contro la fortezza[129]. Era questa assai vasta e ben fortificata, ma nel momento del bisogno si trovò sprovveduta di guarnigione, di vittovaglie, ed in particolare di munizioni da guerra, di modo che il vescovo Giulio Vitelli, che ne aveva il comando, fu costretto ad arrendersi dopo una settimana. I Bentivoglio, i quali temevano che il re di Francia mettesse guarnigione nella cittadella, indussero il popolo a spianarla. Il duca di Ferrara, approfittando della ritirata dell'armata pontificia, avea ricuperato Cento, Pieve, Cotignola, Lugo, e le altre piazze della Romagna toltegli dal papa. Il Trivulzio avrebbe pure potuto occupare Imola; ma volle aspettare gli ordini della corte di Francia, prima di spingere più oltre una guerra, che ripugnava alla coscienza del re, e più ancora a quella della regina Anna di Bretagna[130].

Francesco degli Alidosi, vescovo e cardinale di Pavia, e legato di Bologna, poteva essere accusato come cagione di tanto disastro; la di lui amministrazione aveva eccitato l'odio dei Bolognesi contro la Chiesa, la sua imprudenza sollevata la città, e la sua viltà fatto perdere e Bologna e l'armata che doveva difenderla. Tutti gli ufficiali, che si erano sottratti alla disfatta di Casalecchio, rigettavano tutta sopra di lui la vergogna del loro terrore e della loro fuga; ed il duca di Urbino, suo antico nemico, l'accusava più scopertamente degli altri. Dal canto suo il cardinale per giustificarsi accusava il duca d'Urbino di tradire il papa, perchè sua moglie Eleonora Gonzaga era figliuola d'Isabella d'Este, sorella d'Alfonso, che aveva sposato il marchese di Mantova. Il duca, egli diceva, non cercò mai di buona fede di spogliare lo zio della sua sposa; ed infatti lo stesso Fleuranges replica più volte, che il duca d'Urbino era di cuore francese, e che desiderava la pace[131].

L'Alidosi si portò a Ravenna per giustificarsi, e Giulio II, che lo amava, ed a lui ciecamente fidavasi, lo accolse con piacere, e lo invitò a pranzare lo stesso giorno con lui. Infatti mentre tornava a palazzo, scortato da suo cognato Guido Vaina, capitano della sua guardia, fu incontrato dal duca d'Urbino. Questa pompa militare nel momento in cui le disgrazie dell'armata procedevano tutte da lui, accrebbe oltremodo la collera del duca; egli innoltrossi in mezzo ai soldati del legato, che per rispetto gli facevano luogo, e lo pugnalò in sugli occhi di tutti. Quando pochi istanti dopo fu dato avviso al papa di tale violenza, egli si abbandonò a furibonde e disperate grida. Non dolevasi soltanto della morte d'un cardinale, a lui tanto caro, ma ancora dell'offesa recata alla dignità ecclesiastica, cui in tutto il corso del suo pontificato aveva in ogni modo cercato di rendere più venerabile e sacra, e cui adesso vedeva così sfacciatamente oltraggiata sotto i suoi proprj occhi, ed inoltre dal suo proprio nipote. Lo stesso giorno, sempre oppresso dal più angoscioso dolore, ripartì da Ravenna per tornare a Roma[132]; ma era di poco giunto a Rimini, che per colmo di amarezza seppe che in tutti i luoghi pubblici, a Modena, a Bologna ed in molte altre città, si affiggevano cedole di convocazione di tutti i prelati ad un concilio generale in Pisa per il giorno primo di settembre; e che veniva citato egli stesso a recarvisi, affinchè la Chiesa fosse riformata nel suo capo e nelle sue membra[133].

CAPITOLO CVIII.

Amministrazione del gonfaloniere Soderini a Firenze. — Concilio di Pisa; alleanza di Ferdinando il Cattolico con Giulio II e coi Veneziani. — La loro armata combinata s'innoltra verso Bologna. — Gastone di Foix la costringe a retrocedere, e ricupera Brescia che si era ribellata.

1511 = 1512.

La maggior parte degli stati italiani erano scomparsi dalla scena del mondo, e quelli che tuttavia conservavano un'ombra d'indipendenza, cercavano salvezza nella propria nullità, mentre tutti i gravissimi interessi della patria si decidevano, bensì in mezzo a loro, ma senza di loro, da quelle potenze la di cui superiorità era tale che sarebbe stato affatto impossibile il volervi far testa. Alle porte dell'Italia il duca di Savoja ed il marchese di Monferrato non lasciavano di chiamarsi sovrani; ma il re di Francia, diventato duca di Milano ed in pari tempo doge di Genova, li circondava da ogni banda colle sue province; egli faceva continuamente passare per i loro stati le sue armate, si valeva dei loro arsenali, dei loro magazzini, delle stesse loro fortezze, e non credeva omai più necessario di chiedere il loro assenso, o di cercare la loro alleanza ed in tempo di queste guerre, che li ruinavano, questi principi non facevano mai sentire la loro esistenza. Vero è che l'uno e l'altro paese avevano in tale epoca sovrani senza talenti e senza carattere. Guglielmo IX, figlio e successore di Bonifacio V, regnava nel Monferrato. Era salito sul trono nel 1493, in età di soli sette anni, e ne' primi tempi aveva avuta per tutrice sua madre Maria, affatto ligia alla Francia; morta questa, la tutela del giovanetto marchese era passata nelle mani di Costantino Cominate, di lui parente. Quando Guglielmo giunse alla maggiorità, obbligò Costantino ad abbandonare il Monferrato, ed allora quest'uomo intrigante ed accorto si attaccò a Massimiliano ed ebbe una parte attivissima nelle negoziazioni dell'imperatore e del papa. Il giovane marchese per lo contrario non uscì dall'oscurità in cui era stato tenuto fino dall'infanzia: aveva il 31 agosto del 1508 sposata Anna, figlia di Renato, duca d'Alençon, dalla quale ebbe un figlio che gli successe nel 1518, e la figliuola che portò in appresso l'eredità del Monferrato alla casa Gonzaga. Dopo la morte di questa prima moglie, Guglielmo IX sposò Maria, figlia di Gastone IV, conte di Foix. Egli aveva scelta l'una e l'altra sposa tra le signore francesi, come s'egli avesse effettivamente sentito, che, dacchè i possedimenti della Francia lo circondavano da ogni banda, egli più non era un sovrano indipendente, ma soltanto un principe francese.

Nello stesso tempo, e dopo il 1504, Carlo III era succeduto nelle signorie della Savoja e del Piemonte a suo fratello, Filiberto II figlio di Filippo, lungo tempo conosciuto sotto il nome di conte di Bresse. Quando era salito sul trono, aveva trovata la maggior parte de' suoi stati obbligati per gli appannaggi di tre vedove duchesse; onde gli restavano scarsissime entrate e poca autorità. Egli non oltrepassava i diciotto anni, era di carattere debole e tutte le altre sue facoltà non uscivano dall'ordinario. Non era sperabile, che da sè ricuperasse quell'importanza, che gli avvenimenti anteriori al suo regno avevano tolti alla di lui corona. Quindi, finchè potè vivere ignorato ed ozioso nella dipendenza della Francia, preferì alla gloria militare questa tranquilla oscurità. Ma gli avvenimenti della guerra lo chiamarono suo malgrado a figurare tra i sovrani; e fu costretto a scegliere tra due potentati nemici, che trasportarono ne' suoi stati il teatro delle loro battaglie. La sua indecisione fu causa che allora perdesse tutti i suoi stati; ma le sue lunghe calamità non cominciarono che dopo i tempi in cui propriamente perì l'indipendenza d'Italia[134].

Il duca di Ferrara ed il marchese di Mantova, dopo avere con imprudente ambizione preso parte nella lega di Cambrai, avevano perduto, il primo la libertà, l'altro la metà de' suoi stati. Per altro Gian Francesco Gonzaga era riuscito in mezzo al turbine a rientrare nella mal abbandonata neutralità. Per lo contrario Alfonso d'Este sosteneva il più grande sforzo della guerra; pareva che la sorte dell'Italia dipendesse interamente da quella de' suoi stati, tanto era l'accanimento con cui lo trattavano il papa ed i Veneziani. I regni di Napoli e di Sicilia più non appartenevano agl'Italiani; tutti i principi, tutte le repubbliche, che così lungamente avevano conservata l'indipendenza nello stato della Chiesa, erano state spogliate della loro sovranità da Alessandro VI o da Giulio II; quelli che tuttavia conservavano qualche autorità erano scesi al rango di feudatarj ubbidienti e timorosi innanzi al loro abituale signore: ed il duca d'Urbino, generale e nipote del papa, che solo tra tutti sembrava essere stato fin allora risparmiato, era incorso per la morte del cardinale di Pavia in una sentenza di deposizione, che veramente non ebbe mai esecuzione, anzi venne rivocata dopo cinque mesi[135].

In tutta l'Italia omai non restavano altri stati indipendenti, oltre Venezia, la Chiesa, e quelli che abbiamo or ora ricordati, che le tre repubbliche di Toscana, Firenze, Siena e Lucca, tutte tre neutrali e spettatrici inquiete d'una guerra cui erano attaccati i destini della loro contrada; tutte tre si stavano immobili e bramose di far dimenticare colla presente nullità l'attività passata, onde non fossero istigate ad associarsi a qualcuna delle potenze belligeranti. Da lungo tempo Lucca e Siena avevano per la debolezza loro adottato questo sistema. Era più nuovo per Firenze, la quale erasi tanto lungamente risguardata come il centro di tutte le negoziazioni d'Italia: ma senza molti anni di riposo non poteva questa repubblica rifarsi dallo spossamento in cui l'avevano gettata la guerra accesa da Carlo VIII, e la ribellione di Pisa. Il gonfaloniere, Pietro Soderini, il 22 dicembre 1510, rendendo conto della sua amministrazione al gran consiglio, assoggettò all'esame de' suoi concittadini gli stati delle esazioni e delle spese di otto anni, che ammontavano a 908,300 fiorini d'oro, ossia a 10,899,600 franchi; e sebbene questa somma, avuto riguardo al valore del danaro in quell'epoca, fosse ragguardevole, dimostra una grandissima diminuzione delle ricchezze della repubblica, ove si paragoni a ciò che Firenze poteva spendere, senza grave incomodo nelle guerre coi signori della Scala, o co' Visconti[136].

All'indomani dello stesso giorno, in cui il gonfaloniere aveva dato all'Italia il nuovo esempio di chiamare il pubblico ad esaminare la sua contabilità, si scoprì in Firenze una congiura contro di lui tramata per assassinarlo. Si era questa formata in Bologna alla corte del papa, e l'implacabile odio di Giulio II contro chiunque ardiva opporsi alle sue volontà, le aveva dato cominciamento. Non poteva Giulio perdonare al Soderini la sua parzialità verso la Francia: gli è vero che lo vedeva mantenere la sua repubblica nella neutralità, ma lo aveva però sospetto a cagione delle segrete offerte di Lodovico XII e temeva che la repubblica fosse inclinata a dichiararsi contro di lui in una critica circostanza. Il Soderini lo aveva particolarmente offeso accordando salvacondotto ed asilo in Firenze a cinque cardinali che attraversavano la Toscana. Questi prelati eransi spaventati a cagione della morte d'uno de' loro colleghi in Ancona, ed avevano ricusato di raggiugnere il papa a Bologna. Sdegnavasi Giulio II, o di essere sospettato autore della morte del cardinale, o di vedere sottratti alla sua vendetta coloro ch'egli voleva perdere. I cinque cardinali di santa Croce, Cosenza, Bayeux, san Malò e Sanseverino, che, partendo da Firenze presero la strada di Milano, si posero subito nel clero alla testa della fazione contraria a Giulio II, ed abbracciarono tutti gl'interessi della Francia[137].

Giulio II, confondendo nella sua collera il Soderini con Lodovico XII e coi cardinali ribelli alla sua autorità, pensò di spogliarlo d'ogni potere e di cambiare il governo di Firenze. Prinzivalle della Stufa, cittadino fiorentino, dell'età di venticinque anni, figlio di uno zelante partigiano dei Medici, trovavasi in allora a Bologna: egli era abbastanza destro e coraggioso per eseguire le più difficili imprese, e si offrì spontaneamente a servire la collera del papa uccidendo il gonfaloniere. Marc'Antonio Colonna promise di trovargli dieci uomini scelti per assecondarlo, e Prinzivalle partì alla volta di Firenze onde associare al suo attentato alcuni nobili fiorentini. Parlò dapprima a Filippo Strozzi, che aveva sposata una sorella dei Medici, e ch'egli perciò credeva affezionatissimo a quella famiglia; ma lo Strozzi rispose di avere dichiarato ai suoi cognati che tosto rimanderebbe loro la sorella, qualora gli facessero parlare di politica; non volle pure promettere di tenere segreta la confidenza che gli era stata fatta; e Prinzivalle, dopo avere cercato invano d'intimorirlo, fuggì subito a Siena, onde salvarsi dalle indagini de' decemviri, ai quali lo Strozzi lo aveva denunciato. Fu in sua vece tratto in giudizio suo padre, Luigi della Stufa, e rilegato per cinque anni nel vicariato di Certaldo, sebbene non fosse altrimenti provata la sua complicità[138].

Intanto essendosi il 29 dicembre adunato il gran consiglio per eleggere i gonfalonieri delle compagnie, alzossi Piero Soderini, ed informò i suoi concittadini della congiura scopertasi contro di lui. I congiurati, egli disse, avevano trovato difficile l'ucciderlo nel suo appartamento nel pubblico palazzo, pericoloso l'assalirlo in pieno consiglio, e, siccome egli non usciva giammai che colla signoria in occasione delle pubbliche cerimonie, si erano veduti forzati ad aspettare una di queste solennità. La scoperta della loro congiura costringerebbe bensì i nemici a mutare i loro progetti, ma non perciò lusingavasi egli che la sua vita venisse ad essere così posta in sicuro, essendo già per lui apparecchiato il veleno. Egli non affettò nè un coraggio nè un'indifferenza ai quali non era stato predisposto dalla passata sua vita: altamente convinto del proprio pericolo, non vi si rassegnò che con dolore, ed il suo discorso venne spesso interrotto dalle lagrime. Pure lo confortava il testimonio della propria coscienza, di non avere mai meritato l'odio de' suoi concittadini, nè i pugnali da cui vedevasi circondato; e invocò sulla propria condotta il giudizio di tutti i Fiorentini che avevano con lui seduto nella signoria. Più di trecento cittadini erano stati priori durante gli otto anni ne' quali egli era stato capo dello stato: gli scongiurò di dire, se giammai erasi egli proposto altro scopo che il bene della comune loro patria, se giammai aveva seguite private viste, o personali interessi, se aveva mai raccomandato qualche individuo al podestà, ai tribunali, ai corpi di mestieri, per sottrarlo al rigore delle leggi. Non volle per sè chiedere veruna guardia, nè adoperare per la sua difesa che quella stessa dignità di cui il popolo lo aveva rivestito; ma invitò i consiglj a prendersi cura della difesa dello stato popolare, piuttosto che di quella della sua persona. Egli non era già lo scopo principale degli attentati de' nemici, bensì lo erano la libertà, l'eguaglianza, e quello stesso consiglio per via del quale tutti i Fiorentini partecipavano all'amministrazione della repubblica. I partigiani dell'oligarchia miravano a chiudere il gran consiglio; e la sua morte, per la quale avevano cospirato, altro non doveva essere che il segnale di quella più importante rivoluzione ch'essi meditavano[139].

Effettivamente il gran consiglio risguardò l'attentato contro la vita del Soderini, come l'indizio di un progetto tendente a rovesciare lo stato popolare; e perchè il partito vincitore aveva sempre trovato facile di sanzionare una rivoluzione in Firenze coll'adunare un parlamento, il consiglio volle privare i faziosi di questa dannosa facilità, quando ancora riuscissero ne' loro criminosi progetti. Il 20 gennajo del 1511 proclamò una legge, nella quale previde il caso in cui i cospiratori privassero la repubblica del suo gonfaloniere, de' suoi priori, de' suoi colleghi, oppure distruggessero le borse destinate all'estrazione della magistratura, talchè l'autorità delegata dal popolo sembrasse sospesa; volle in tal caso, che, invece di adunare un parlamento, che mai non delibererebbe individualmente e liberamente, fosse al medesimo gran consiglio, o alla parte di questo consiglio che potrebbe adunarsi, devoluto il diritto di formare il nuovo governo della repubblica[140].

Circa lo stesso tempo andava a terminare la tregua convenuta in aprile del 1506 tra Pandolfo Petrucci ed i Sienesi; dessa era stata protratta due anni, mentre ancora durava la guerra di Pisa, ed i Fiorentini avevano acconsentito a non riclamare per tutto quel tempo i loro diritti sopra Montepulciano. Ma oramai niuna ragione giustificava una simile accondiscendenza. Lodovico XII, che bramava di valersi dei Fiorentini contro il papa, loro prometteva potenti soccorsi, e faceva loro sperare l'acquisto non solo di Montepulciano, ma della stessa Siena. Per approfittare del favore del re, il gonfaloniere spedì il Macchiavelli a Siena, incaricandolo di denunciare a questa repubblica la cessazione della tregua, dichiarando in pari tempo, che Firenze non sarebbe mai per rinnovarla, se non venivano restituiti Montepulciano ed il suo territorio. Intanto il gonfaloniere mandò ai confini gli uomini d'armi che teneva nello stato di Pisa[141].

Come i Fiorentini si affidavano alla protezione della Francia, così i Sienesi speravano in quella di Giulio II. Pandolfo Petrucci, che disponeva a voglia sua di questa repubblica, nulla aveva dimenticato per procacciarsi il favore del vecchio pontefice; aveva di fresco riacquistato ed a lui offerto in dono il castello della Suvera, principal luogo e residenza degli antichi conti di Ghiandaroni, nello stato di Siena. Nello stesso tempo la balìa aveva riconosciuto in Giulio II un discendente di quell'estinta famiglia, che portava come lui lo stemma della quercia; ma la loro agnazione non poteva quasi provarsi con altro, che con quella della ghianda della Rovere colle ghiande dei Ghiandaroni. Il papa, che ardentemente desiderava di procacciare lustro alla propria famiglia plebea ed oscura, accolse questo dono con vivissimo piacere; d'allora in poi non ommise di comprendere Siena in tutte le sue alleanze; accordò il cappello di cardinale ad Alfonso, figlio di Pandolfo Petrucci, e si dichiarò il difensore di tutti gl'interessi di quello stato[142].

Non perciò poteva Giulio incoraggiare i Sienesi ad entrare in guerra pel possedimento di Montepulciano. Quanto Lodovico XII desiderava questa guerra per volgere tutte le forze dei Fiorentini contro la Chiesa, altrettanto la temeva il pontefice, perchè apriva un più vasto confine agli attacchi de' Francesi; onde avrebbe dovuto misurarsi con loro non solo nella Romagna, ma ancora in Toscana. Mandò dunque ai Sienesi Giovanni Vitelli e Guido Vaina, per proteggerli, con alcune compagnie d'uomini d'armi e di cavaleggieri; ma in pari tempo si offerse mediatore tra le due repubbliche. Fece sentire a Pandolfo l'estremo pericolo d'introdurre i Francesi in Toscana; ottenne dai Fiorentini un perdono senza eccezione pei ribelli di Montepulciano e la restituzione di tutti i loro privilegj; il 3 di settembre del 1511 fece finalmente soscrivere un trattato d'alleanza tra le due repubbliche per venticinque anni, in forza del quale Montepulciano fu restituito con tutto il suo territorio ai Fiorentini, che dal canto loro si obbligarono a guarentire tutti gli altri possedimenti della repubblica di Siena, ed a mantenervi l'autorità di Pandolfo Petrucci e de' suoi figli[143].

Non perchè avesse adottate più pacifiche disposizioni, ma tutt'al contrario per tener dietro con minori impedimenti ai bellicosi suoi progetti di cacciare, secondo soleva egli ripetere, i barbari dall'Italia, erasi il papa fatto mediatore tra le due repubbliche toscane. La vittoria de' Francesi sotto le mura di Bologna, e la totale dispersione della sua armata, avevano lasciato il papa a discrezione del re di Francia, il quale avrebbe potuto senza trovare ostacolo spingere le sue armate fino a Roma, e colà dettare la pace a Giulio II. Ma Lodovico XII, in mezzo ai suoi prosperi avvenimenti, non lasciava di essere agitato dagli scrupoli di fare la guerra alla Chiesa. Appena ebbe avviso della disfatta dell'armata pontificia, che ordinò a Gian Giacopo Trivulzio di ricondurre le truppe nel Milanese; vietò ogni pubblica dimostrazione di gioja per vittorie di cui si vergognava; e dichiarò, che, sebbene non credesse d'aver commesso errori, era pronto, per ottenere la pace, ad umiliarsi ed a chiedere perdono alla santa sede[144].

Per lo contrario il papa, conoscendo la debolezza del re, non rinunciava alle sue prime domande, e pareva che nelle sue perdite trovasse motivi di accrescere la sua arroganza. Un vescovo Scozzese, ambasciatore del suo re in Roma, aveva offerta la sua mediazione e riaperte le negoziazioni abbandonate dal vescovo di Gurck. Giulio II gli comunicò le sue pretese. Chiedeva che il duca di Ferrara rinunciasse a tutto quanto aveva ricevuto pel suo matrimonio con Lugrezia Borgia; che pagasse alla camera apostolica l'antico tributo; che restituisse Lugo e tutta la Romagna Ferrarese, e ricevesse in Ferrara un visdomino pontificio, invece del visdomino veneziano che vi avea ricevuto in addietro. Lodovico era disposto ad accettare queste condizioni, sebbene gli sembrassero dure; ma in questo tempo Gian Giacopo Trivulzio, dopo avere rioccupata la Mirandola, aveva licenziata la sua armata, ad eccezione di cinquecento lance e di mille trecento fanti tedeschi che aveva mandati a Verona. Quando il papa ebbe di ciò avviso, trovandosi liberato dal timore di quell'armata vittoriosa, mutò linguaggio, e mise in campo nuove condizioni, affatto inammissibili, oltre le già proposte. Voleva che la pace tra Massimiliano ed i Veneziani si conchiudesse nello stesso tempo che la sua colla Francia; che Alfonso d'Este gli pagasse tutte le spese della guerra; e che i Bentivoglio ed i Bolognesi ribellati fossero abbandonati alla sua vendetta. Questi ultimi avevano di già cercato di placarlo, offrendo alla camera apostolica il tributo che pagavano i loro padri ed i loro antenati, e richiamando in palazzo, come luogotenente del papa, il vescovo di Chiusi, prima loro prigioniere. Ma Giulio II aveva corrisposto colle censure alla loro sommissione, ed aveva incaricati due suoi capitani, Marc'Antonio Colonna e Ramazzotto, di guastare senza pietà il territorio bolognese[145].

Lodovico XII aveva sperato che la domanda del concilio, fatta dal clero di Francia, riuscirebbe molesta ad un papa, la di cui elezione era stata così poco canonica, ed il di cui guerriero carattere era cagione di continuo scandalo. Aveva persuaso Massimiliano a concorrere alla convocazione del concilio, e tutti e due avevano invano eccitato Ferdinando ad unirsi a loro. Eransi in appresso rivolti al papa, per intimargli di dare esecuzione al canone del concilio di Costanza, che ordinava la tenuta di un concilio ecumenico ogni dieci anni: gli avevano ricordato il suo proprio giuramento all'atto della sua consacrazione, col quale erasi obbligato sotto pena di spergiuro e di anatema ad adunare, prima che spirassero due anni, un concilio universale. Finalmente lo avvisavano che il conclave da cui era stato eletto, avendo pronunciato che i due terzi dei cardinali avevano il diritto di convocare il concilio, se il papa non lo faceva, essi erano determinati, dietro la sua negativa, di rivolgersi a questi[146].

Tale domanda presentata al papa altro non era che una vana formalità: nè l'imperatore, nè il re di Francia avevano sperato ch'egli se ne farebbe carico; essi pensavano di convocare il concilio di propria loro autorità, o con quella de' cardinali che avevano abbandonato Giulio e si erano ritirati a Milano. Ma li trattenne alcun tempo la scelta della città in cui adunarlo; Massimiliano stava per Costanza, Lodovico XII per Lione, ed i prelati Italiani non volevano uscire d'Italia. I due monarchi risolsero di compiacerli; e, coll'assenso de' Fiorentini, scelsero Pisa, dove un secolo prima, quasi nelle stesse circostanze, era stato tenuto un altro concilio. La vicinanza di Roma, la facilità di andarvi per la via del mare, e la protezione di un governo neutrale, parevano dover togliere al papa ogni pretesto di ricusare d'intervenirvi co' suoi prelati.

Gli ambasciatori dell'imperatore e del re di Francia proposero, il 16 maggio, ai cardinali rifugiati a Milano di convocare a Pisa un concilio ecumenico; questi sotto certe condizioni, tendenti ad assicurare la libertà dell'assemblea, acconsentirono all'inchiesta, e pubblicarono le loro lettere di convocazione pel primo di settembre. Altre ne aveva pubblicate Massimiliano in proprio nome, nella sua qualità di avvocato e di protettore della Chiesa, fin dal 16 di gennajo, ed altre ancora in data del 15 febbrajo Lodovico XII, esortando i vescovi francesi e tedeschi a recarsi a Pisa[147].

Ma per quanto fossero grandi l'autorità dei due monarchi, la sommissione del loro clero, e lo scontento generale della Chiesa, Giulio II nulla arrischiava in questa contesa; ed egli lo vedeva; infatti opponeva l'ardire e l'impeto del suo carattere ai risguardi ed agli scrupoli de' suoi avversarj, che colle loro medesime apologie, col mostrare avido desiderio di entrare in negoziazioni, sembravano confessare di non essere assistiti dalla giustizia. Giulio II, per togliere loro qualunque pretesto, convocò egli stesso con una bolla del 18 luglio un concilio in san Giovanni di Laterano pel 19 aprile del 1512. Pubblicò nello stesso tempo un monitorio contro i cardinali ribelli, per privarli del cardinalato e di tutti i loro beneficj ecclesiastici, qualora entro sessanta giorni non si presentassero a lui per giustificarsi[148].

Gli apparecchj per due concilj vennero tutt'ad un tratto sospesi a cagione della malattia del papa, il quale, essendosi trovato male il 17 di agosto, fu dopo quattro giorni ridotto all'estremo. Cadde in un deliquio che durò più ore; tutti coloro che lo assistevano lo tennero per morto; se ne sparse la voce in città; vennero ovunque spediti corrieri per portarne la notizia; ed i cardinali assenti da Roma, senza eccettuare quelli che avevano convocato il concilio di Pisa, si affrettarono di porsi in cammino per ritornarvi. Frattanto Giulio II, rinvenuto dalla sua letargia, volle ordinare gli affari di sua famiglia, che poteva da un secondo attacco simile essere improvvisamente privata del suo capo. All'indomani adunò un concistoro, nel quale accordò al duca d'Urbino, suo nipote, la grazia per l'omicidio del cardinale di Pavia, rimettendolo nel godimento di tutti i feudi ricevuti dalla Chiesa. Nello stesso tempo pubblicò una bolla intorno all'elezione del nuovo papa, per prevenire o punire colle più severe pene una simonia simile a quella di cui egli stesso erasi renduto colpevole, quando aveva ottenuta la tiara[149].

In pochi giorni Giulio si trovò sano come per lo innanzi, sebbene continuasse a non curarsi de' consigli de' medici, ed a tenere un regime di vita direttamente opposto a quello ch'essi gli prescrivevano. Colle forze andò pure ricuperando il suo ardore guerriero, e sempre più si confermò nel favorito suo progetto di cacciare i barbari d'Italia. Le lagnanze e le miserie dei popoli, oppressi dagli oltremontani, avrebbero somministrati a Giulio i più giusti motivi per quest'impresa, se le sue forze fossero state proporzionate alla lotta in cui voleva entrare.

Frattanto la campagna di quest'anno non aveva prodotto verun'azione clamorosa. Massimiliano, sempre consentaneo a sè medesimo, si andava perdendo in vasti progetti che non era capace d'eseguire. Sebbene i Veneziani fossero assai snervati, non aveva potuto approfittare della diversione fatta dalla Francia per spingere con vigore la guerra contro di loro. Vero è che guastava il territorio friulano, e spargeva la più spaventosa desolazione in quelle contrade; ma, lungi dal conquistare Treviso o Padova, cui non aveva mai voluto rinunciare, non avrebbe pure conservata Verona, senza la guarnigione francese mandata in questa piazza da Lodovico XII. L'imperatore erasi recato ad Inspruck, e si proponeva ancora di marciare colla sua armata fino a Roma, per ristabilire l'impero germanico in tutte le prerogative possedute ai tempi di Carlo Magno o di Ottone il grande; ma le truppe dell'impero, sulle quali egli faceva sempre fondamento, non arrivavano mai, e le proprie non bastavano per tener testa alla repubblica di Venezia. Così passava rapidamente da una smisurata ambizione allo scoraggiamento, e mai non mantenevasi con costanza nell'una o nell'altra disposizione. Talvolta dava orecchio alle proposizioni che gli venivano fatte da Ferdinando il Cattolico, di riconciliarsi coi Veneziani e colla Chiesa, e di attaccare di concerto i Francesi. In uno de' suoi accessi di scoraggiamento, invitò pure i Veneziani a mandargli un inviato per trattare con lui. Il senato fece subito partire alla volta d'Inspruck Antonio Giustiniani, e fece fare in ogni chiesa preghiere pel felice successo della sua missione; ma Massimiliano aveva prima del suo arrivo mutato parere. Ridusse a soli otto giorni il salvacondotto del Giustiniani, e rigettò tutte le proposizioni che gli recava[150]. Non erano ignote a Lodovico XII queste di lui irrisoluzioni, e sapeva che questo alleato, ch'egli pagava, e pel quale doveva combattere, era sempre in procinto di passare nelle file dei suoi nemici[151].

Dal canto suo Giulio II appena degnavasi di contare Massimiliano tra i suoi nemici, sebbene lo avesse veduto prendere parte alla convocazione del concilio; egli fondava le sue speranze nel re d'Arragona, in quello d'Inghilterra e negli Svizzeri, e di già le sue negoziazioni presso queste tre potenze prendevano il più favorevole aspetto. La constante politica di Ferdinando il Cattolico era quella di coprire la propria ambizione colla maschera della religione; onde dacchè il papa erasi dichiarato alleato dei Veneziani, non avea cessato mai di dare a Lodovico XII ipocriti consiglj intorno all'empietà di far guerra al capo della Chiesa. Fino a tale epoca erasi egli occupato intorno alle sue conquiste nell'Africa; il suo generale, Pietro Navarra, gli aveva sottomesse Orano e Bugia; i re di Algeri e di Tremisene si erano dichiarati suoi feudatarj, e pareva che un nuovo impero spagnuolo fosse vicino a stabilirsi al di là dello stretto di Gibilterra[152]. Ma quand'ebbe notizia della disfatta di Bologna, richiamò dall'Africa Pietro Navarra, e lo mandò nel regno di Napoli con tre mila de' suoi migliori fanti spagnuoli, per non lasciare questo regno in balìa di un monarca vittorioso, che vi aveva dei diritti.

Enrico VIII d'Inghilterra, cedendo alle istanze di Giulio II, aveva acconsentito a fare di concerto con Ferdinando calde rimostranze a Lodovico XII intorno allo scisma ch'egli andava a suscitare nella Chiesa, gli aveva domandato pel bene della cristianità di mandare i cardinali ed i prelati del suo regno al concilio di Laterano, e di permettere alla Chiesa di ricuperare la sua città di Bologna. Gonfio d'orgoglio, e fidando nelle immense ricchezze lasciategli da suo padre, egli credevasi l'arbitro dell'Europa, e risguardava tutte le istanze fattegli da questi monarchi, quali omaggi dovuti al suo potere ed ai suoi talenti.

Per altro il papa riponeva negli Svizzeri le principali sue speranze; e l'imprudenza di Lodovico XII lo aveva ancora meglio servito che le proprie negoziazioni. Questo monarca in un movimento d'orgoglio aveva di nuovo ricusato di riconciliarsi cogli Svizzeri e di accrescere le loro pensioni. Aveva giurato di non lasciarsi taglieggiare da paesani, ed aveva proibita l'esportazione delle granaglie dalla Francia e dalla Lombardia ne' paesi Svizzeri. Aveva creduto di ridurli colla carestia a ricevere da lui la legge, ed invece, esasperandoli, gli aveva precipitati nell'alleanza del papa e de' Veneziani[153].

Finalmente i progetti di Giulio II cominciavano a prendere migliore consistenza; ed i nemici, che andava suscitando alla Francia, incoraggiati dalla loro unione, affettavano verso di lei un più minaccioso contegno. Gli ambasciatori d'Inghilterra e d'Arragona fecero unitamente nuove rappresentanze a Lodovico XII rispetto alla protezione da lui accordata al concilio di Pisa ed ai Bentivoglio; il re rispose loro di essere apparecchiato a desistere, purchè i cardinali del suo partito fossero di nuovo rimessi dal papa nella sua grazia, ed i Bentivoglio venissero conservati nella stessa subordinazione feudale, in cui da circa un secolo erano stati tenuti i loro antenati; ma non volendo gli ambasciatori ammettere queste basi di negoziazioni, all'ultimo Lodovico XII dichiarò loro, che non poteva senza scapito dell'onor suo abbandonare la protezione di Bologna, non altrimenti che quella della sua propria città di Parigi[154].

Tosto che seppesi in Roma la risposta di Lodovico XII, il giorno 5 di ottobre si pubblicò solennemente nella chiesa di santa Maria del popolo una confederazione tra il papa, il re cattolico ed il senato di Venezia. Dichiaravano i confederati che gli oggetti della loro alleanza erano: l'unione della Chiesa, minacciata d'uno scisma dal conciliabolo di Pisa; la restituzione alla santa sede di Bologna e di ogni altro feudo, che mediatamente o immediatamente poteva appartenerle, volendo indicare con queste parole lo stato di Ferrara; per ultimo la cacciata dall'Italia con una potente armata di chiunque s'opporrebbe a questo doppio oggetto, vale a dire del re di Francia. Per formare quest'armata il papa prometteva quattrocento uomini d'armi, cinquecento cavaleggieri e sei mila fanti; la repubblica di Venezia ottocento uomini d'armi, mille cavaleggieri ed otto mila fanti; il re d'Arragona mille dugento uomini d'armi, mille cavaleggieri, e dieci mila fanti spagnuoli. Ma ritenendosi il contingente dell'ultimo come sproporzionato alle sue finanze, il papa ed il senato si obbligavano a pagargli ciascheduno venti mila ducati al mese, finchè durerebbe la guerra. L'armata della lega doveva essere comandata da don Raimondo di Cardone, Catalano, vicerè di Napoli. Una flotta, di dodici vascelli catalani e di quattordici veneziani, doveva nello stesso tempo portare la guerra sulle coste della Francia. Tutti quei paesi conquistati dai confederati, che in addietro avessero appartenuto ai Veneziani, dovevano essere loro restituiti. L'imperatore ed il re d'Inghilterra potevano, ove lo desiderassero, essere ricevuti in quest'alleanza. Il papa aveva stipulata questa riserva a favore del primo colla fortuita speranza di staccarlo dalla Francia; ed il cardinale di Yorck, ambasciatore del secondo, ed uno de' negoziatori della lega, non avendo ancora ricevute le opportune istruzioni per sottoscrivere, aveva domandata la stessa riserva pel suo padrone[155].

Fatta quest'alleanza, Giulio II trattò con maggior rigore i prelati disubbidienti. Passato il termine del monitorio, il 24 ottobre dichiarò in concistoro decaduti dalla loro dignità, e soggetti a tutte le pene dalla chiesa inflitte agli eretici ed agli scismatici, i cardinali di santa Croce, di san Malò, di Cosenza, di Bayeux. Pubblicò poi un altro monitorio contro il cardinale di Sanseverino, che aveva risparmiato fin allora, e fulminò l'interdetto e le scomuniche contro i Fiorentini, che avevano permessa ne' loro stati l'adunanza di un conciliabolo scismatico[156].

Il concilio che tanto irritava il papa, era stato convocato per il primo giorno di settembre; ma a tale epoca non eransi presentati a Pisa che un commissario dell'imperatore, uno del re di Francia ed un ecclesiastico, a nome di alcuni prelati ed abati. Questi tre personaggi chiesero la licenza de' magistrati fiorentini, i quali dichiararono di avere ordine di non prendere parte nelle loro operazioni. In appresso i commissarj si recarono alla chiesa cattedrale, ove fecero cantare la messa dello Spirito Santo e le litanie per l'apertura del concilio; immediatamente dopo la quale ceremonia tutti i preti italiani, che si trovavano a Pisa, si ritirarono dalla città per non trovarsi avvolti nell'interdetto fulminato dal papa contro tutti i luoghi in cui si adunerebbe il concilio[157].

I Fiorentini avevano accordata la loro città di Pisa per la celebrazione del concilio, persuasi che, procedendo d'accordo il re di Francia e l'imperatore di Germania, l'assemblea de' vescovi di queste due nazioni sarebbe abbastanza numerosa per inspirare rispetto alla Cristianità e timore al papa. Si trovarono però assai sconcertati, quando videro che il concilio cominciava con tre sole persone, tanto più quando seppero che non si era posto in cammino un solo prelato tedesco, e che i ventiquattro vescovi francesi, che per ordine del re avevano abbandonato le loro diocesi, procedevano assai lentamente e con estrema ripugnanza. Nè il clero italiano si pronunciava anticipatamente contro il concilio con minor forza; di modo che vedevasi impossibile che un'assemblea aperta con tali auspicj acquistasse giammai qualche credito. D'altra parte le censure del papa, le minacce di confisca, la nomina del cardinale dei Medici alle legazioni di Perugia e di Bologna, inspiravano un altissimo terrore alla repubblica. I decemviri della libertà e della balìa il 10 dicembre spedirono il Macchiavelli ai cardinali, che si erano trattenuti a san Donnino, ed al re di Francia, per dissuaderli dal tenere il concilio in Pisa, e persuaderli a trasferirlo in altra città, se non riputavano cosa ancora più conveniente lo scioglierlo e rappacificarsi col papa[158].

Ma il Macchiavelli altro non potè ottenere dal re, che di trasferire il concilio in un'altra città, dopo che avrebbe tenute a Pisa le prime due o tre sessioni. I quattro cardinali non osavano avventurarsi a Pisa senza la protezione di una guarnigione francese; ed i Fiorentini si mostravano difficili a riceverla. All'ultimo i cardinali arrivarono a Pisa con alcuni prelati il primo giorno di novembre. Vollero adunarsi nella cattedrale, ma il popolo ammutinato non vi acconsentì. Recaronsi successivamente ad alcune altre chiese, che furono loro similmente chiuse; finalmente si stabilirono a stento nella chiesa di san Michele per cantarvi la prima messa[159].

I cardinali ed i prelati francesi erano giunti a Pisa protetti da una guardia di cinquanta arcieri, comandati da Odetto di Foix, signore di Lautrec, e da Chatillon; ma, sebbene questa guardia fosse un oggetto di gelosia pei Fiorentini, non era però sufficiente a far rispettare i prelati in Pisa, nè a porli in salvo da un insulto per parte di Roma. Il clero italiano mostrava per loro una smisurata avversione, ricusando loro tutti gli arredi delle chiese, onde non li profanassero; ed il popolo gl'insultava per le strade con amare invettive. Essi medesimi operavano contro la propria coscienza, per quella deferenza verso l'autorità reale che fu così frequentemente la sola conseguenza delle libertà riclamate dalla chiesa gallicana contro la santa sede. Essi desideravano che loro si offrisse qualche motivo di abbandonare una città, ove trovavansi così a disagio, ed approfittarono di un'occasione che male si conveniva alla dignità della loro assemblea. Essendo nata contesa il 13 di novembre tra i loro servitori ed alcuni giovani pisani a cagione di certe prostitute, gli arcieri accorsero in ajuto dei primi, e tutto il popolo in ajuto de' giovani pisani: Lautrec e Chatillon furono feriti nella mischia mentre cercavano di separarli, e, sebbene per le cure loro e degli ufficiali fiorentini si calmasse il tumulto, all'indomani i cardinali abbandonarono Pisa, dopo avere intimata la loro riunione a Milano[160].

La fuga da Pisa de' padri del concilio ammansò alquanto Giulio II contro il gonfaloniere Soderini, e rallentò l'esecuzione de' progetti che formati aveva per levargli la suprema magistratura della repubblica; tanto più che Pandolfo Petrucci gli rappresentò, che, attaccandolo a forz'aperta, avrebbe messe a disposizione della Francia tutte le forze dei Fiorentini, che di presente altro non chiedevano che la neutralità. Giulio, senza portare la guerra nello stato fiorentino, lasciò che avessero libero corso le pratiche del cardinale de' Medici, che egli aveva ravvicinato ai confini della repubblica confidandogli le legazioni di Perugia e di Bologna[161].

Durante la sua amministrazione il gonfaloniere Soderini aveva perduti alcuni suoi partigiani, e si erano accresciuti quelli de' Medici in tempo del loro esilio; o fosse a motivo della naturale disposizione dei popoli di desiderare il tempo passato, che hanno veduto colle illusioni della gioventù, e di perdere più facilmente la memoria de' mali che quella de' beni, sebbene sentano i primi con maggiore vivacità quando sono presenti; o fosse perchè la prudenza del gonfaloniere accompagnata alle volte della debolezza, eccitando l'invidia senza temperarla col timore; o fosse finalmente perchè il cardinale de' Medici aveva ottenuto con molta accortezza e prudenza di cancellare l'animosità eccitata da suo fratello Piero. Egli erasi in ogni occasione mostrato in Roma il protettore de' Fiorentini, manifestando la stessa benevolenza verso coloro che avevano operato contro la sua famiglia, come verso quelli che le si erano mantenuti attaccatissimi. Ascriveva la nimicizia de' primi agli sgraziati errori di suo fratello, e voleva che la memoria loro rimanesse spenta colla di lui morte[162].

Il gonfaloniere, che vedeva avvicinarsi il turbine, non voleva in verun modo, per mettere la repubblica in istato di difesa, chiedere al popolo nuove contribuzioni, onde non fare maggiore il malcontento di lui. Giudicò adunque più conveniente di far portare ai soli ecclesiastici le spese di una guerra eccitata dagli stessi ecclesiastici. Domandò al clero fiorentino una sovvenzione di cento mila fiorini, da pagarsi in quattro termini. Tale somma doveva poi restituirsi ai sovventori entro l'anno, se non vi era guerra colla Chiesa, entro cinque, se la guerra scoppiava. Si ottenne con difficoltà l'approvazione dei consiglj per questo prestito; perciocchè in ogni famiglia trovavasi un prete, che, per difendere le proprie entrate ed i suoi beneficj, faceva valere le censure ecclesiastiche, e tratteneva i suffragj de' suoi parenti[163].

La stagione più propria a tenere la campagna era passata senza che accadesse verun'azione clamorosa. Il re di Francia aveva licenziata la sua armata dopo la battaglia di Bologna, ed altro non teneva in presenza del nemico che un ristretto numero di uomini d'armi di guarnigione a Verona. I Veneziani, compatendo la debolezza del vecchio Lucio Malvezzi, avevano avuta la compiacenza di lasciarlo alla testa delle loro armate, sebbene più non fosse in istato di condurle, perchè non avevano potuto persuaderlo a chiedere la sua dimissione, e non volevano affliggere negli estremi suoi giorni un uomo che in altri tempi aveva ben meritato della repubblica. Questi morì finalmente, e gli fu dato per successore Gian Paolo Baglioni[164]. Massimiliano si era alternativamente fatto vedere in Inspruck, a Trento, a Bruneck. Di là aveva negoziato colla Francia, col papa, con Venezia, e sempre minacciata l'Italia di nuova invasione; ma, quando si credeva imminente la sua comparsa, tutt'ad un tratto si allontanava per una partita di caccia; recavasi in un'altra città, in un'altra provincia, ove non era aspettato, e credeva dar prove di sottile politica, quando rendeva vani tutti i calcoli fatti dagli altri sopra di lui[165].

Intanto le province veneziane e quelle del ferrarese continuavano ad essere guaste con più furore che mai. I borghi ed i castelli venivano presi e ripresi, taglieggiati e saccheggiati, quando potevano sottrarsi all'incendio; le campagne erano affatto spogliate, ed i contadini, ridotti alla disperazione, perivano nella miseria. Massimiliano, cagione di tutti questi mali, non rinunciava ad alcuna delle sue pretese, sebbene non fosse in istato di farle valere. Egli non voleva la pace, e non faceva la guerra. Per lo contrario Lodovico XII voleva la pace, e faceva la guerra per un alleato che non lo assecondava, e che gl'inspirava una giusta diffidenza. Egli dolevasi delle inutili spese che Massimiliano gli cagionava, e, siccome alquanto inclinava all'avarizia, ricusava spesso di sostenere alcune spese, che, riducendo la guerra ad una pronta conclusione, avrebbero prodotta una reale economia. I Veneziani bramavano ardentemente la pace, ma non potevano ottenerla dalla volubilità di Massimiliano; non meno ardentemente la desiderava il duca di Ferrara, ma gli veniva rifiutata dall'ostinazione del papa.

Essendo rimaste senza effetto tutte le negoziazioni per la pace, ed essendosi pubblicata in principio d'ottobre la lega del papa con Ferdinando, Lodovico XII ordinò al signore della Palisse di ragunare di nuovo l'armata francese, d'assoldare la fanteria, e di attaccare la Romagna prima che gli Spagnuoli vi fossero giunti. Proponevasi di scendere egli stesso in Italia nella vegnente primavera con istraordinarie forze, onde finalmente obbligare i suoi nemici a fare la pace. Ma prima che a questi ordini fosse data esecuzione, la Lombardia fu agitata dalla notizia che gli Svizzeri si apparecchiavano ad una seconda invasione.

Lodovico XII non erasi limitato a ricusare agli Svizzeri l'accrescimento di venti mila franchi alla domandata pensione; ma inoltre aveva in ogni occasione parlato di loro con disprezzo, ed offeso il loro orgoglio nazionale. In Lombardia aveva fatto arrestare con umilianti circostanze un corriere de' cantoni di Schwitz e di Friburgo, secondando in tal modo gl'intrighi del papa, che cercava di eccitare quei fieri alpigiani promettendo loro la gloria di scacciare i Francesi dall'Italia. Gli Svizzeri avevano fatto chiedere a Venezia cinquecento uomini di cavalleria ed alcuni pezzi di cannone[166]; avevano pure ricevuto da questa repubblica qualche somma di danaro, ed in principio di novembre valicarono il san Gottardo, e si adunarono a Varese in numero di dieci mila uomini, con un treno di sette piccoli cannoni da campagna e varj grossi archibugj portati dai cavalli. La dieta aveva a quest'armata accordato quello stendardo, che, spiegato nel precedente secolo a Nancì contro il duca di Borgogna, non era più stato dopo quell'epoca portato in guerra. Questo venerato stendardo allettava continuamente nuovi volontarj, onde in breve l'armata si trovò forte di sedici mila uomini. I Francesi non avevano in Lombardia che mille trecento lance e dugento gentiluomini volontarj; inoltre parte di queste truppe servivano a custodire Verona, Brescia e Bologna, onde Gastone di Foix per trattenere gli Svizzeri non aveva con sè che trecento uomini d'armi e due mila fanti[167].

Gli Svizzeri si erano avanzati da Varese a Gallarate, e di là a Busto senza trovare opposizione. Gastone di Foix e Gian Giacopo Trivulzio si tenevano ai loro fianchi per molestarli, ma non osavano dar loro battaglia; intanto Teodoro Trivulzio faceva fortificare Milano, ed i Milanesi, sebbene detestassero il governo francese, temevano ancora più la venuta di questi barbari montanari, ed assoldavano fanti a loro proprie spese per custodire le mura. I generali francesi andavano bensì spargendo di non avere verun timore, ed essere facil cosa il difendere la città; ma si vedevano nello stesso tempo vittovagliare il castello, e fare tali apparecchj, che svelavano la loro intenzione di ritirarvisi.

Gli Svizzeri, non trattenuti nella loro marcia, si avanzarono a sole due miglia dalle porte di Milano; ivi bruscamente piegarono sopra Monza, e, probabilmente conoscendosi incapaci di attaccare le città, non tentarono nemmeno di occupar questa; ma parvero intenzionati di passare l'Adda, le di cui opposte rive venivano dai Francesi cautamente fortificate onde impedire agli Svizzeri di unirsi all'armata veneziana. A Milano si stava tuttavia in grandissimo timore, quando un capitano svizzero, munito di salvacondotto, venne a nome de' suoi compatriotti ad offrire di ritirarsi, purchè loro si pagasse un mese di soldo. Egli ripartì, per informare gli Svizzeri di un'offerta molto inferiore alla loro domanda, e tornò all'indomani con pretese molto più alte. Gastone di Foix aggiunse qualche cosa all'offerta fatta nel precedente giorno, ma non quanto bastava a soddisfare gli Svizzeri, ed il trattato fu rotto; ciò nullameno, con sorpresa di tutta l'Italia, gli Svizzeri presero nel susseguente giorno la via di Como, e ripatriarono[168]. Loro non era stato pagato il danaro che avevano chiesto per l'armata; e se l'inquietudine che loro dava Gastone di Foix, fu, come lo suppone il Giovio, il solo motivo che li persuase a ritirarsi[169], non si sa concepire perchè non abbiano accettata l'ultima offerta. Vero è che altri scrivono che i capitani svizzeri furono corrotti dal danaro che Foix loro fece celatamente pagare, e viene indicato per negoziatore di questo vergognoso contratto un capitano d'Alt-Sax, o di Super-Sax[170].

Per la seconda volta gli Svizzeri avevano delusa la confidenza del papa e de' Veneziani, che gli avevano pagati; e la loro mala fede, o la loro imperizia, andavano scemando quell'alta opinione che si erano acquistata col loro valore nelle guerre in cui avevano combattuto appoggiati dagli uomini d'armi francesi. Per altro la breve loro invasione faceva sentire tutto il pericolo della situazione de' Francesi, coll'armata del papa e di Raimondo di Cardone in faccia, quella de' Veneziani da un lato, Genova sempre agitata dagl'intrighi del papa dall'altro, e gli Svizzeri alle spalle. Lodovico XII spaventato mandò in Italia a Gastone di Foix tutte le truppe di cui poteva disporre; gli ordinò di nulla risparmiare per la leva di un nuovo corpo d'infanteria, ed eccitò i Fiorentini a mostrarsi fedeli alleati della Francia, a mandargli non già trecento lance, secondo l'obbligazione dei trattati, ma tutte le forze che potevano riunire; ricordò loro che la causa per cui gli eccitava a combattere non era meno la sua che la loro propria, poichè, conoscendo essi l'odio di Giulio II e l'ambizione di Ferdinando, non potevano dubitare che questi principi non abusassero della vittoria contro di loro, sia che i Fiorentini prendessero le armi, o si mantenessero neutrali[171].

Il gonfaloniere Soderini sentiva tutta la forza delle ragioni addotte dal re di Francia; era persuaso del principio così spesso ripetuto dal Macchiavelli, che il partito di mezzo è di tutti il più pernicioso; e che, chi non si dichiara per una parte o per l'altra, scontenta sempre entrambe le parti. Vedeva che, dopo avere offeso il papa, si offenderebbe ancora il re di Francia, il quale non troverebbe che si fosse per lui fatto abbastanza, mandandogli soltanto i soccorsi stipulati dal trattato, e che ciò non pertanto sarebbe un'ostilità agli occhi di Ferdinando d'Arragona. Ma il partito, che si opponeva al gonfaloniere con intenzione di perderlo, s'ingrossava in tale occasione di tutti quelli che la debolezza del loro carattere attaccava alle misure di mezzo, e di tutti quelli che un giusto risentimento contro Lodovico XII e la casa di Francia, per le transazioni relative alla guerra di Pisa, rendeva diffidenti verso una famiglia che gli aveva così lungo tempo ingannati. Perciò, malgrado tutti gli sforzi del gonfaloniere, la repubblica si attenne strettamente all'esecuzione del trattato conchiuso con Lodovico XII, e mandò inoltre lo storico Francesco Guicciardini ambasciatore presso Ferdinando, onde scusarsi d'avere dati questi soccorsi al di lui nemico[172].

In sul finire di dicembre l'armata spagnuola e pontificia cominciò ad avanzarsi verso la Romagna. Il vicerè, don Raimondo di Cardone, si trattenne ad Imola per aspettare il rimanente delle sue truppe e la sua artiglieria, e intanto mandò Pietro Navarro, capitano generale della fanteria spagnuola, ad attaccare i possedimenti del duca di Ferrara in Romagna. Tutte le borgate e le fortezze, che il duca possedeva al mezzodì del Po, si arresero a Navarro alla semplice intimazione di un trombetta, tranne la bastia della Fossa Geniolo, ch'era stata attaccata nel precedente anno, ed opportunamente da Bajardo soccorsa. Vestidello Pagano, distinto ufficiale del duca di Ferrara, che vi comandava una guarnigione di cento cinquanta fanti, oppose una gagliarda resistenza agli attacchi di Pietro Navarro fino all'ultimo giorno dell'anno, in cui la bastia fu presa d'assalto. La guarnigione fu passata a fil di spada, e Vestidello, ferito, oppresso dalla fatica e costretto ad arrendersi, fu in seguito ucciso a sangue freddo dai Musulmani, che formavano in allora il grosso della fanteria spagnuola[173].

Il possedimento della bastia di Geniolo era della più alta importanza agli occhi del duca Alfonso per l'attacco o la difesa di Ferrara, perchè questa fortezza signoreggiava la navigazione del Po. Perciò, quando Alfonso seppe che il Navarro era tornato presso al vicerè, e che non vi aveva lasciati che dugento uomini di guarnigione, venne ad attaccarla con nove pezzi di cannone. Le muraglie della bastia erano ancora squarciate dal sostenuto assedio, e gli Spagnuoli non avevano avuto tempo di riparare tutte le brecce; di modo che Alfonso la prese d'assalto lo stesso giorno; ma egli riportò una ferita nel capo, ed i suoi soldati, per vendicar lui e lo sventurato Vestidello, uccisero il capitano e tutta la guarnigione, senza lasciarne un solo che portasse al papa la notizia della rotta. Tutti questi piccoli fatti ottennero un'importanza classica nel poema dell'Ariosto: essi accadevano sotto gli occhi del poeta, erano il principale titolo della gloria del di lui padrone, ed egli gli illustrò coi suoi versi[174].

Frattanto l'armata del re di Spagna e del papa erasi riunita in Imola, e da molto tempo non erasene veduta altra più formidabile. Vi si contavano al soldo di Ferdinando mille uomini d'armi, ottocento cavaleggieri di quei, che gli Spagnuoli chiamavano Ginetti ad esempio de' Mori, ed otto mila fanti spagnuoli. Fabrizio Colonna militava sotto il vicerè, col titolo di governatore generale; Prospero Colonna aveva ricusato di servire sotto il comando di un altro. Lo stesso orgoglio aveva ritratto il duca d'Urbino dall'accettare il comando dell'armata pontificia, la quale doveva essere subordinata a quella di Raimondo di Cardone; il duca di Termini, che Giulio II aveva voluto sostituirgli, era di fresco morto a Cività Castellana; ed era perciò il cardinale legato, Giovanni de' Medici, che comandava l'armata del papa, avendo sotto i suoi ordini Marc'Antonio Colonna, Giovanni Vitelli, Malatesta Baglioni e Raffaello de' Pazzi, con ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri ed otto mila fanti[175].

Il più ardente desiderio di Giulio II era quello di ricuperare Bologna, e l'armata combinata cominciò la campagna coll'assedio di quella città. Si accampò il 26 di gennajo del 1512 sul terreno coperto di nevi tra la montagna e la gran strada che va da Bologna in Romagna, mentre che Fabrizio Colonna venne colla vanguardia, composta di settecento uomini d'armi, di cinquecento cavaleggieri e di sei mila fanti, ad appostarsi sulla strada di Lombardia tra Bologna ed il ponte del Reno, occupando nello stesso tempo a sinistra le eminenze di san Michele in Bosco, e di santa Maria del Monte. Gli assedianti cominciarono subito a svolgere i canali, che conducono le acque del Reno e della Savenna nelle fosse di Bologna, ed a formare le loro spianate intorno alla città per appostarvi le batterie[176].

Odetto di Foix, signore di Lautrec, ed Ivone d'Allegre avevano il comando della guarnigione francese di Bologna, composta di dugento lance francesi e di due mila fanti tedeschi. I quattro fratelli Bentivoglio avevano dal canto loro armati tutti i loro partigiani. Pure le antiche fortificazioni di Bologna, che non si aveva avuto tempo di appoggiare con nuove opere, non sembravano tali da potere lungamente resistere all'artiglieria: troppo vasto era il giro delle mura, il popolo atterrito, e molti capi della nobiltà ai Bentivoglio sospetti[177].

Vero è che l'attacco di Bologna non presentava minori difficoltà di quello che la difesa ne presentasse. Gli assedianti avevano avuto avviso che Gastone di Foix era giunto a Finale, a metà strada tra la Mirandola e Ferrara, e ad una breve giornata da Bologna; che la sua armata era di già considerabile assai, e che andava sempre ingrossandosi con nuove truppe. Non potevasi in tanta vicinanza lasciare l'avanguardia di Fabrizio Colonna al di là di Bologna, mentre che il rimanente dell'armata trovavasi dall'altro lato; conveniva dunque richiamarla presso al quartiere generale, o andare a raggiugnerla: nel primo caso lasciavasi la città aperta ai soccorsi che cercherebbero d'introdurvi i Francesi; nel secondo l'intera armata sarebbe esposta a mancare di vittovaglie. Se, come lo consigliava Pietro Navarro, si ordinava a tutti i soldati di provvedersi di viveri per cinque giorni, s'arrischiava ancora che Bologna resistesse più a lungo, o che l'armata, costretta a ritirarsi, provasse, passando in allora sotto le mura della città, tutti gl'inconvenienti ch'erano riusciti così fatali nella rotta di Casalecchio. D. Raimondo di Cardone, incerto fra questi due partiti, non ardiva mettere in batteria la grossa artiglieria, temendo di non avere tempo per ritirarla, se Gastone di Foix veniva a dargli battaglia. D'altra parte il cardinale de' Medici, che non conosceva il mestiere della guerra, non sapendo persuadersi di tutte queste difficoltà, lo andava caldamente eccitando a cominciare l'attacco di Bologna con una insistenza che offendeva i militari spagnuoli[178].

Finalmente il Cardone, avvisato che Gastone di Foix aveva preso a sottomettere Cento, la Pieve ed altri castelli bolognesi dalla parte di Ferrara, mentre si andava ragunando la sua armata, pensò che avrebbe tempo di stringere l'attacco di Bologna; ed aprì le sue batterie verso porta a santo Stefano, che conduce in Toscana, avvicinandosi alla sua vanguardia. In breve tempo fu aperta nelle mura una breccia di più di cento braccia di lunghezza, e la torre della porta fu talmente danneggiata, che gli assediati furono forzati ad abbandonarla. Dopo ciò si sarebbe potuto dare l'assalto con qualche speranza di prospero successo; ma Pietro Navarro volle che si aspettasse l'esplosione di una mina ch'egli faceva scavare sotto la cappella del Barracano, onde attaccare contemporaneamente la città sopra due punti. Intanto Nemours, informato del pericolo di Bologna, vi mandò cent'ottanta lance e mille fanti[179].

La mina apparecchiata da Pietro Navarro era terminata; egli vi appiccò il fuoco; ma non produsse lo sperato effetto: il muro non crollò, e la piccola cappella rimase al suo luogo. Pretesero gli assalitori d'avere veduto nell'istante dell'esplosione la piccola cappella alzata in aria, la città aperta, ed i soldati ordinati in battaglia entro la medesima; ma che ricadendo nello stesso luogo in un solo blocco, dessa cappella aveva riempita esattamente la breccia che aveva prima lasciata. Si prestò fede avidamente a coloro che pretendevano di avere veduto questo miracolo frammezzo ad un denso fumo in un istante di terrore e di pericolo; non si domandò punto al capitano Brisson, banderale del maresciallo di Fleuranges, che difendeva questa stessa cappella, in qual modo non si fosse accorto del prodigio: ed il piccolo santuario si trasformò in un tempio colle offerte dei devoti[180].

Questo miracoloso avvenimento fu seguito da un altro, che non pare meno incredibile. Gli assedianti, informati dei soccorsi che Nemours aveva introdotti in Bologna, supposero ch'egli avesse rinunciato al progetto di avvicinarsi coll'armata alla città, e diventarono più trascurati a guardare la campagna. Frattanto Nemours aveva sentita la necessità di respingere gli Spagnuoli prima che si avanzassero i Veneziani, onde non avere addosso nello stesso tempo le due armate; perciò era partito da Finale la notte del 4 al 5 di febbrajo, con mille trecento lance, sei mila fanti tedeschi, ed ottomila tra francesi ed italiani, per entrare in Bologna. Era stato in viaggio continuamente accompagnato da un vento e da una neve terribili, e non aveva trovato in verun luogo, presso i molti canali che avea dovuto attraversare, nè corpi di guardia, nè scolte; verun contadino per la malvagità del tempo era uscito di casa per portarne notizia al nemico, e due ore prima di notte il Nemours era entrato in Bologna senza aver dato un colpo di lancia. Si era a bella prima determinato ad attaccare gli Spagnuoli la mattina del susseguente giorno, 6 di febbrajo; ma perchè non dubitava che il nemico non fosse informato della di lui venuta, e non isperava di sorprenderlo, facilmente si accomodò al parere di coloro che lo consigliavano di dare un giorno di riposo alle sue truppe dopo una tanto penosa marcia. Ad ogni modo Raimondo di Cardone non ebbe avviso della venuta del Nemours lo stesso giorno, nè all'indomani prima del mezzodì. Quando gliene diede avviso un cavaleggiere, fatto prigioniere dalle sue truppe, egli giudicò subito necessario di ritirarsi. Nella notte del 6 al 7 di febbrajo fece levare i cannoni dalle batterie, e la seguente mattina, appena fatto giorno, si recò ad Imola, lasciando il fiore delle sue truppe in coda dell'armata per respingere gli attacchi dei Francesi[181].

Ma Nemours, mentre faceva levare l'assedio di Bologna, provava le più vive inquietudini sul conto di Brescia. In questa città ed in tutte quelle della Lombardia veneta il governo francese era detestato: i contadini mantenevano il più vivo attaccamento verso la repubblica, l'armata veneziana s'avvicinava ai confini, ed era comandata dal provveditore Andrea Gritti, che alla politica di un senatore veneziano aggiugneva l'attività di un generale. I timori di Nemours non tardarono a realizzarsi; il 3 di febbrajo, due giorni prima dell'ingresso dell'armata francese in Bologna, Andrea Gritti erasi impadronito di Brescia, ed aveva assediata la fortezza[182].

I Francesi avevano pensato di tenere Brescia ubbidiente col rigore. Avevano fatto decapitare il conte Giovan Maria Martinengo; avevano mandati in Francia, come ostaggi, molti altri gentiluomini, ed in una contesa, accaduta tra il conte Gambara ed il conte Luigi Avogaro, avevano mostrato contro il secondo una parzialità che lo avea determinato alla vendetta[183].

L'Avogaro scrisse al consiglio dei dieci a Venezia per offrirgli la sua assistenza e quella di un numeroso partito, onde ricondurre la sua patria sotto l'autorità della repubblica. Egli erasi trattenuto in Brescia per dare esecuzione alla trama che aveva formata; ma al primo avvicinarsi d'Andrea Gritti, la moglie di uno dei congiurati, amica del comandante della fortezza, rivelò a questi la congiura: l'Avogaro appena ebbe tempo di sottrarsi all'arresto ordinato dal comandante. Intanto il Gritti erasi incamminato verso Brescia con trecento uomini d'armi, mille trecento cavaleggieri, e tre mila fanti: aveva passato l'Adige ad Alberé presso Legnago, ed il Mincio tra Goito e Valeggio, e si era presentato nel convenuto giorno alla porta che doveva essergli aperta dal conte Avogaro; ma la fuga d'Avogaro e la scoperta della sua trama, resero vano il tentativo, ed il figlio dell'Avogaro venne dai Francesi posto in prigione[184].

Questa stessa sventura raddoppiò l'attività del conte ed il suo desiderio di vendicarsi. Egli si recò nella val Trompia e nella val Sabbia, tra i fiumi Mella e Chiesa, chiamò alle armi tutti i montanari e gli abitanti delle rive del lago di Garda, ed il giorno 3 di febbrajo rinnovò l'attacco di concerto con Andrea Gritti. Mentre questi richiamava l'attenzione dei Francesi ad una delle porte, una banda di contadini passò sotto le mura attraversando la griglia che chiude il canale del ruscello, detto Garzetta, là dove questo ruscello sbocca fuori dalla città. Bentosto in tutte le contrade si udì gridare: san Marco! san Marco! ed il signore di Lude, che aveva il comando della guarnigione di Brescia, i suoi soldati e i gentiluomini attaccati al partito francese si ripararono nella rocca; le loro case furono dal popolo saccheggiate, come pure gli equipaggi della guarnigione; furono uccisi molti Francesi che si trovarono sparsi per le strade, e demolito il palazzo del conte Gambara rivale dell'Avogaro[185].

Alla sollevazione di Brescia tenne dietro subito quella di tutti i paesi che i Francesi avevano occupati nel territorio della repubblica. Bergamo inalberò lo stendardo di san Marco, e la guarnigione francese si ritirò ne' due castelli che signoreggiavano la città: Orci Vecchi, Orci Nuovi, Pontevico, e tutti i castelli bresciani e bergamaschi aprirono le loro porte ad Andrea Gritti. Cremona e Crema aspettavano ansiosamente che si avvicinasse; ma i Veneziani, che festeggiarono queste conquiste con trasporti di gioja, e all'istante nominarono governatori per tutte le piazze che avevano ricuperate, non adoperarono un'eguale diligenza nello spedir loro i necessarj soccorsi. Per altro ordinarono a Giovan Paolo Baglioni di far avanzare la sua armata per secondare il Gritti, e per attaccare la cittadella di Brescia, le di cui mura erano di già mezzo aperte, e dove il de Lude col capitano Herigoye non avevano che poche vittovaglie[186].

All'indomani della ritirata degli Spagnuoli, Gastone di Foix ricevette a Bologna il messo del signor de Lude, che gli partecipava la perdita di Brescia, e gli chiedeva pronti soccorsi. Egli lasciò trecento lance e quattro mila fanti nella città che aveva liberata, e ripartì subito col rimanente dell'armata, che fece camminare con una sollecitudine fin allora sconosciuta. Per tenere una linea più diritta attraversò il Mantovano, senza chiederne licenza al sovrano, che dopo essere di già entrato nel di lui territorio; a tre miglia d'Isola della Scala sorprese Gian Paolo Baglioni, che non lo sospettava vicino, e che non sapeva adoperare tanta diligenza. Gastone attaccò immediatamente coi pochi uomini d'armi che aveva intorno il Baglioni, il quale sostenne il primo urto assai valorosamente; ma l'armata francese andava sempre ingrossando, ed il Baglioni fu costretto a fuggire dopo avere perduta molta gente. Gastone dopo ciò proseguì il suo viaggio, e giunse innanzi a Brescia il nono giorno dopo la sua partenza da Bologna[187].

La porta esterna ossia del soccorso del castello di Brescia era aperta all'armata francese; la porta interna, che comunicava colla città, non era per anco chiusa che da un terrapieno innalzato in fretta da Andrea Gritti, ma difeso da otto mila uomini di buone truppe. Nemours fece loro intimare la resa della piazza, loro promettendo salve le persone e gli averi. Risposero che la città apparteneva ai Veneziani, e che speravano, coll'ajuto di san Marco, di potergliela conservare. All'indomani, 19 di febbrajo, giorno del giovedì grasso, i Francesi in su lo spuntare dell'aurora scesero dal castello nella corte. «Tutta l'armata del re di Francia, dice il leale servitore, non contava allora più di dodici mila combattenti; ma non eravi da che dire sul poco numero, perchè era tutto fiore di cavalleria[188].» Il capitano Bajardo, avendo domandato d'essere il primo ad attaccare, si pose alla testa della colonna francese colla sua compagnia di cento cinquanta uomini d'armi, che aveva fatti smontare da cavallo; stavano a' suoi fianchi i capitani Molart e Herigoye coi loro Baschi a piedi; venivano in appresso due mila landsknecht del capitano Jacob, ed in ultimo circa settemila fanti francesi sotto i capitani Bonnet, Maugiron ed il bastardo di Cleves. Il duca di Nemours veniva in coda coi suoi uomini d'armi ch'eran pure smontati da cavallo e con Luigi di Breze, gran siniscalco di Normandia, coi cento gentiluomini della casa del re. Ivone d'Allegre era stato lasciato fuori di città con trecento uomini d'armi a cavallo onde custodire la porta di san Giovanni, la sola che i Bresciani non avessero murata[189].

Una leggiera pioggia aveva renduto il terreno sdrucciolevole, e gli uomini d'armi, coperti delle loro pesanti armature, colle quali non erano accostumati a camminare a piedi, sdrucciolavano frequentemente, tanto nello scendere dal castello, che nel salire sul bastione con cui il Gritti aveva chiusa la città. Il duca di Nemours diede a tutti l'esempio di levarsi le scarpe, per tenersi più fermo sul terreno, e la cavalleria francese, avendo l'abitudine dei più duri esercizj, marciava a piedi ignudi con passo più sicuro[190]. L'assalto fu violento; ostinata la resistenza; finalmente Bajardo superò il primo il bastione; ma quando l'ebbe appena oltrepassato ricevette nella parte superiore della coscia un così fiero colpo di picca, che la picca si ruppe, ed il ferro e parte dell'asta rimasero nella ferita. «Ben pensò, al dolore che sentì, di essere mortalmente ferito, e voltosi al signore di Molart, gli disse: compagno, fate avanzare le vostre genti; la città è presa; per me altro non posso fare, perchè io sono morto.» Due de' suoi arcieri, staccando una porta, ve lo posero sopra, e lo portarono in una delle più appariscenti case della città, che la presenza del cavaliere salvò dal saccheggio[191].

La caduta del cavaliere senza paura e senza difetti aveva inspirato ai soldati francesi che lo seguivano un vivo desiderio di vendicarlo. I ripari erano stati superati, ed i Veneziani inseguiti si erano ritirati avanti al palazzo del capitano di giustizia sulla piazza del Broletto. Subito dopo di loro vi giunsero i Francesi, e la battaglia ricominciò con maggiore accanimento. Gli abitanti non si scoraggiavano, e facevano piovere dalle finestre e dai tetti, pietre, tegole, travi infiammati, ed acqua bollente sopra gli assalitori. La truppa veneziana diede sulla piazza del Broletto una seconda battaglia non meno ostinata di quella sostenuta sui bastioni; ma essa venne egualmente respinta, e dopo ciò più non trovò rifugio. I vincitori l'andavano inseguendo di strada in strada per farne un'orribile carnificina. Il Gritti e l'Avogaro speravano tuttavia di fuggire per la porta di san Giovanni; ma appena fecero abbassare il ponte levatojo, che Ivone d'Allegre vi si precipitò, attaccandoli di fronte, mentre che avevano Nemours alle spalle. Ambidue furono fatti prigionieri, e veruno de' loro soldati fu risparmiato. L'uccisione si andò continuando, finchè durò la resistenza in qualche lato; onde i più moderati contano sette in otto mila morti, le Memorie di Bajardo ventidue mila, e quelle di Fleuranges quaranta mila[192].

Il saccheggio non cominciò che quando si cessò di spargere il sangue; ma l'avidità del soldato non fu minore della sua ferocia. Non contento di prendere tutti i mobili delle case, e tutto ciò che aveva qualche valore, fece prigionieri gli abitanti, e li forzò coi tormenti a palesare in qual luogo avessero nascoste parte delle loro ricchezze. Spesse volte, quando non potevano ridurli a manifestare il segreto, o quando sospettavano che quegli sventurati non avessero palesata ogni cosa, li facevano perire sotto la tortura. Tutto ciò ch'era stato deposto nelle chiese e ne' conventi diventò preda de' soldati; le donne più illustri, e le stesse claustrali non si sottrassero alle ultime violenze. Bajardo difese da ogni insulto la signora che lo aveva accolto nella sua casa, e le due di lei figlie, ma la profonda loro riconoscenza provò quanto quest'atto di generosità fosse parso raro. Due interi giorni vennero accordati a tutti gli orrori della militare licenza. Finalmente Gastone di Foix fece cessare il saccheggio, ed uscire le sue truppe dalla città; ma fece decapitare sulla pubblica piazza il conte Avogaro, e poco dopo i di lui due figliuoli. Il sacco di Brescia fu valutato trecento milioni di scudi, e fu osservato che inflisse egli stesso ai vincitori la punizione delle crudeltà che l'avevano macchiato. «Niente è così certo, dice il leal servitore di Bajardo, che la presa di Brescia fu in Italia la ruina de' Francesi; imperciocchè avevano essi tanto guadagnato in questa città, che la maggior parte tornarono in Francia stanchi della guerra, e sarebbero pure stati utili nella giornata di Ravenna siccome voi intenderete tra poco[193]

CAPITOLO CIX.

Battaglia di Ravenna; morte di Gastone di Foix, ed indebolimento dell'armata francese; Giulio II si ostina a ricusare la pace; dissimulazione di Massimiliano; irritamento degli Svizzeri; questi si uniscono ai Veneziani e scacciano i Francesi d'Italia.

1512.

Uno dei più grandi mali cagionati dalla violenza delle passioni popolari, è quello di distruggere nel cuore umano le primitive nozioni del giusto e dell'ingiusto, di confondere ciò che è onesto con ciò che è turpe. Quando giudichiamo con calma la condotta de' partiti e dei loro corifei, ci sorprende e ci affligge per l'umana natura il vedere interi popoli applaudire a rivoltanti azioni, individui distinti per le loro belle qualità macchiarsi senza rimorso con atti di ferocia e di perfidia che oltraggiano l'umanità. Noi saremmo a tal vista tentati di dubitare dell'universale potere della coscienza, primaria legge della nostra esistenza, se non volgessimo lo sguardo alla prepotente influenza, che gli altrui giudizj esercitano sopra di noi. L'amore del bello e del giusto è dato ad ogni uomo; ma la conoscenza di ciò che è bello, di ciò che è giusto non è rapida abbastanza per andare innanzi all'istruzione che gli viene offerta dagli altri. La lentezza del suo spirito, e più di tutto la sua infingardaggine, hanno bisogno d'essere diretti dalla pubblica opinione; ed il più delle volte l'universale consenso ha segnata quella linea morale, che cadauno separatamente avrebbe potuto a stento determinare. E per tal modo la coscienza diventò quasi sempre l'eco della voce popolare; ed anche l'uomo d'eminente intelletto, non avendo tempo di esaminare partitamente tutte le quistioni della morale, abbraccia per lo più il giudizio suggeritogli dagli altri, ma ch'egli crede dovuto ad affezioni od a ripugnanze innate in un cuore onesto.

Ma quando lo spirito di parte, impadronendosi d'una società, la divide in due, ogni parte ammette una credenza, che per coloro che la seguono, presentasi con tutti i caratteri della pubblica opinione, e diventa in sua vece il regolatore ed il supplimento della coscienza individuale. La violenza dello spirito di parte si attacca quasi sempre a quistioni morali, che vengono decise dal pregiudizio, ed intorno alle quali la ragione rimane in sospeso. Tali sono, l'origine del potere e la sua legittimità, i doveri de' sudditi, i diritti de' cittadini, la fedeltà che i primi credono dovuta al loro monarca, che i secondi credono di potere pretendere dal loro governo. L'esame di cadauna di tali quistioni, da cui può dipendere la condotta dell'uomo d'onore, nelle più importanti occasioni, spaventa colla sua difficoltà: ma gli uomini di partito non si curano di esaminarle; adottano il pro o il contro con una cieca fede, che poi risguardano come il loro sentimento morale, come la voce della loro coscienza; accusano di mala fede coloro che hanno abbracciato il contrario sistema, e, sentendosi appoggiati dall'assenso de' soli uomini con cui essi parlano, disprezzano i loro avversarj, e non vedono che colpevoli in tutti coloro che essi combattono. Il solo filosofo conosce quanto difficile sia lo stabilire principj nelle astratte quistioni della politica, e sotto quanti differenti aspetti esse si presentino ai migliori ingegni: per tal modo egli abbraccia tutte le opinioni, tutte le scuse, ed altro non vede nelle politiche dissensioni che vincitori e vinti.

Il conte Luigi Avogaro, ed il numeroso partito da lui strascinato nella ribellione, potevano giustificare la loro causa con tutti i nomi tra gli uomini più sacri. Quando l'Avogaro volle ristabilire nella sua patria quella stessa autorità della repubblica veneta, sotto la quale egli era nato, e sotto la quale vissuto era suo padre, prendeva le armi per ciò che gli uomini hanno convenuto di chiamare legittimo potere: nello stesso tempo combatteva per la libertà, che l'Italia credeva di vedere nel governo repubblicano di Venezia; combatteva per l'indipendenza italiana contro il giogo d'una nazione straniera; finalmente combatteva per la religione e per la Chiesa, perciocchè il papa aveva abbracciata la difesa di Venezia, ed i suoi avversarj erano macchiati col nome di scismatici. Pure uno degli eroi della Francia, Gastone di Foix, condannò l'Avogaro al supplicio coi due suoi figli; cercò d'infamarlo col nome di traditore; non credette di sagrificarlo alla politica, ma alla giustizia, e volle egli stesso trovarsi presente ad un'esecuzione, di cui pareva gloriarsi. Un poeta francese, risguardando l'Avogaro quale uomo abbandonato all'infamia, non si fece scrupolo di calunniarlo con perfide supposizioni; e quanto più ristretto è in Francia il numero delle tragedie storiche, tanto più l'odioso carattere che Du Belloy ha dato al conte Avogaro, ha lasciata contro di lui una gagliarda impressione popolare[194]. Finalmente gli storici francesi, lungi dal vergognarsi della carnificina di Brescia, sonosi compiaciuti di esagerarne le conseguenze. Non vi scorsero che fatti gloriosi per Lodovico XII, il padre del popolo, e per Nemours, l'idolo dell'armata; ed hanno coperto col loro disprezzo quelli che erano stati vinti dai loro compatriotti, senza farsi carico de' nobili sentimenti che loro avevano poste le armi in mano.

La riputazione ed il carattere di Gastone di Foix, duca di Nemours, sono altri esempi dell'influenza dei pregiudizj di partito. Questo principe, nato il 10 dicembre del 1489, e che di poco era entrato nel suo ventesimo terzo anno, ove si debba giudicare dalla sua gloria, è uno de' più grandi uomini che producesse la Francia, ove poi si esaminino le azioni sue, sembra uno de' più feroci capi d'esercito. Durante la battaglia, egli eccitava continuamente i suoi soldati alla carnificina, e poche volte dava quartiere ai nemici; verun capitano trattò con maggiore asprezza i popoli delle città conquistate, o gli assoggettò a più pesanti contribuzioni: nel suo campo, in cui la negligenza del signore di Chaumont aveva permesso che s'introducesse l'indisciplina, non era stato da altro generale rimesso l'ordine con una più costante severità e con più inflessibile rigore: per ultimo niuno risparmiava meno di lui la vita dei soldati, che strascinava con rapidissime marcie a traverso ai pantani o tra le profonde nevi, e teneva le intere notti a cielo aperto in mezzo ai ghiacci nel più rigoroso inverno.

Ma un generale, più ancora che un politico, è l'opera del suo secolo e di quel potente pregiudizio che copre di tanta gloria le militari fortunate imprese. È cosa ingiusta il rendere un individuo risponsabile d'un'opinione popolare, cui forse cadauno di noi ha contribuito. Gli applausi che i più deboli diedero in ogni occasione ai forti, quell'entusiasmo che il più timido sesso sente per il valore, quella corona di gloria onde i poeti cinsero la fronte de' vincitori, furono altrettante offese fatte all'umanità. La pubblica opinione si compiacque d'inebbriare i guerrieri per iscatenarli in appresso contro la società; riserbò tutti i suoi allori per le loro vittorie, senza farsi da costoro rendere conto nè dei motivi delle guerre, nè de' mezzi adoperati per ottenere la vittoria; ella rimane sola risponsabile della formidabile frenesia de' conquistatori. Questi non sono che ciò che li fa il mondo; e Gastone di Foix, uno forse degli uomini che recarono maggior danno alla umanità, in proporzione della sua breve carriera, per l'elevazione della sua anima e per i singolari suoi talenti, era meritevole della stima che gli fu accordata.

Gastone di Foix, che di ventidue anni aveva ottenuto l'importantissimo comando della Lombardia, aveva date nella sua prima gioventù tali prove di talenti militari, che pochi vecchi guerrieri pareggiarono. Circondato da nemici, tutti egualmente pericolosi, aveva nel cuore dell'inverno fatto testa a tutti successivamente colla stessa armata; e sempre gli aveva sopraggiunti in una perfetta sicurezza, mentre lo supponevano in faccia ad altre armate. Dal mese di novembre in poi aveva inquietati gli Svizzeri scesi in Lombardia, e forzatili a rientrare nelle loro montagne; aveva costretta l'armata del re di Spagna e del papa a levare l'assedio di Bologna, ed a ritirarsi in Romagna; aveva battuto Gian Paolo Baglioni coi Veneziani tra l'Adige ed il Mincio, e finalmente aveva ripresa Brescia, distruggendovi l'armata del Gritti e dell'Avogaro. Dopo quest'ultima vittoria Gastone pareva abbandonarsi ai piaceri, non d'altro occupandosi che delle feste del carnovale; ma frattanto la sua armata era in cammino, ed apparecchiavasi a nuove intraprese; e per tirarlo da questo apparente dissipamento non abbisognavano gli eccitamenti di Lodovico XII, che gli pervennero uno dietro l'altro, affrettandolo di correre alla battaglia[195].

Lodovico XII vedeva finalmente addensarsi sul proprio capo tutti i turbini che Giulio II da tanto tempo andava preparando. Aveva Ferdinando saputo approfittare della sua influenza sul suo genero, il re d'Inghilterra, per persuaderlo a firmare in Londra, il 17 novembre del 1511, un'alleanza il di cui oggetto manifesto era quello di far ricuperare all'Inghilterra il possedimento della Guienna, mentre Ferdinando contava di approfittarne per riconquistare egli stesso la Navarra. Giovanni d'Albretto, re di Navarra, era ciecamente entrato in tutti gli interessi della Francia: per far cosa grata a Lodovico XII aveva riconosciuto il concilio di Pisa, e si trovava colpito dalle scomuniche fulminate contro i fautori di Lodovico. Ferdinando non credeva d'abbisognare di verun altro pretesto per invadere i suoi stati; ma conveniva rendere altrove necessarj i soccorsi che avrebbe potuto dargli la Francia. A tale oggetto Ferdinando persuadeva Enrico VIII ad attaccare la Guienna, e gli offriva per ajutarlo a conquistarla cinquecento uomini d'armi, mille cinquecento cavaleggieri e quattro mila fanti[196].

Enrico VIII tenne per qualche tempo segreto il trattato che sottoscritto aveva con Ferdinando; negò a Lodovico XII, che ne aveva avuto qualche sentore, l'esistenza del medesimo; ed il 9 di dicembre ricevette da questi l'ultimo pagamento de' sussidj, che il re di Francia aveva promesso di dargli pel mantenimento della pace[197]. Ma in occasione dell'apertura del parlamento, il 4 febbrajo 1512, partecipò a quest'assemblea il suo progetto di attaccare la Francia, per isciogliere il concilio di Pisa, e far restituire Bologna alla Chiesa. Ottenne dal parlamento considerabili sussidj per l'esecuzione di tali progetti, che pure sembravano affatto stranieri all'Inghilterra[198]. Una nave del papa, la prima che spiegasse bandiera pontificia nelle acque del Tamigi, giunse a Londra carica di vini greci e di frutta del mezzogiorno, che il papa mandava in dono ai prelati, ai lordi ed ai membri della camera dei comuni: questo nuovo inaudito onore sedusse non meno gl'Inglesi che il loro re; e l'intera nazione si associò con entusiasmo ad una guerra senza motivo[199].

Lodovico XII doveva temere l'attacco degl'Inglesi su tutte le coste, quello di Ferdinando su tutta la linea de' Pirenei, quello degli Svizzeri sulla Borgogna o in Italia. Nella quale ultima contrada il papa, il vicerè di Napoli ed i Veneziani, minacciavano di nuovo il suo luogotenente, il duca di Nemours, mentre che Massimiliano, il suo solo alleato, pel quale erasi fin allora esaurito di uomini e di danaro, non solo non lo assecondava, ma inoltre gli faceva ad ogni istante temere di porsi coi suoi nemici. Massimiliano gli aveva nuovamente promessa la continuazione della sua amicizia, ma l'aveva accompagnata con tali esorbitanti domande, con lagnanze tanto ingiuste e ridicole, che facevano presagire una vicina rottura[200]; e siccome egli non manifestava i suoi segreti a verun confidente, non si sa accertare se fin d'allora avesse intenzione d'ingannare Lodovico XII, o se cedesse senza un premeditato progetto alla sua abituale instabilità.

I medesimi Fiorentini vacillavano nell'alleanza colla Francia; i loro soccorsi non giugnevano all'armata; il termine dell'alleanza andava a spirare entro pochi mesi, ed essi ricusavano di rinnovarla; intanto negoziavano con Ferdinando e con don Raimondo di Cardone, ed avevano ottenuto dal papa l'assoluzione della scomunica contro di loro pronunciata. Egli è vero che il duca di Ferrara ed i Bentivoglio mantenevansi fedeli a Lodovico XII; ma la loro alleanza era piuttosto un carico che un beneficio; incapaci di difendersi da sè medesimi, non isperavano salvezza che dalla Francia. Ogni speranza di Lodovico XII era riposta nell'armata di Gastone di Foix; la quale, se batteva Raimondo di Cardone, poteva inspirare a Giulio II tanto terrore da ridurlo a sottoscrivere la pace[201].

Quando Gastone di Foix seppe che l'armata era giunta a Finale di Modena, si affrettò di raggiugnerla: aveva ricevuto rinforzi dalla Francia, ed aveva a sua disposizione mille seicento lance, cinque mila fanti tedeschi, cinque mila Guasconi ed ottomila tra Italiani e Francesi. Il duca di Ferrara gli condusse pure cent'uomini d'armi, dugento cavaleggieri, ed un treno d'artiglieria, il più bello che allora si vedesse presso verun principe d'Europa. Il cardinale di Sanseverino, che dal concilio di Pisa trasferitosi a Milano, si era fatto dare il titolo di legato di Bologna, aveva raggiunta l'armata con militare apparato, trovandosi felice di poter abbandonare un'assemblea che non riceveva che mortificazioni, perciocchè i prelati non erano stati più favorevolmente ricevuti a Milano, di quello che lo fossero stato a Pisa. Il popolo li caricava d'ingiurie nelle strade, ed il clero, assoggettandosi all'interdetto pronunciato dal papa, aveva sospeso i divini ufficj[202].

Il 26 di marzo Gastone partì da Finale di Modena per innoltrarsi nella Romagna. Quant'egli desiderava di venire a battaglia, altrettanto Raimondo di Cardone cercava di schivarla. Aveva questi sotto i suoi ordini mille quattrocento uomini d'armi, mille cavaleggieri, sette mila fanti spagnuoli, e tre mila Italiani: aspettava inoltre sei mila Svizzeri, che il cardinale di Sion aveva promesso di condurgli a spese comuni del papa e de' Veneziani. Frattanto Ferdinando gli avea ordinato di non esporsi ad una battaglia, per aspettare che l'invasione degl'Inglesi obbligasse Lodovico a richiamare dall'Italia la sua armata. Perciò si andava Raimondo ritirando in faccia all'armata francese, occupando sempre vantaggiose posizioni, ove non poteva essere attaccato che con grande svantaggio[203].

Gastone tentò da principio di penetrare tra Castel Guelfo e Medicina, al levante di Bologna, e gli Spagnuoli presero posto in distanza di quattro miglia, sotto le mura d'Imola. Gastone andò a cercarli, avvicinandosi fino ad un miglio dall'armata nemica; ma conoscendone la posizione quasi inattaccabile, continuò a marciare verso Forlì. Mentre le due armate erano vicine, gli Spagnuoli credendosi in sul punto di essere attaccati si andavano affollando intorno al legato Giovanni dei Medici, per ottenere l'assoluzione de' loro peccati. Avevano un così vivo desiderio di toccare le sue vesti, che, abbandonando le loro insegne e le loro file per affollarsi intorno a lui, eccitarono ne' loro capitani la più viva inquietudine. Intanto, racconta Giovio, che il legato piangeva di gioja, vedendo come questi tanto feroci Spagnuoli, dediti alla rapina ed alle stragi, nudrivano nello stesso tempo così religiosi sentimenti. Il Medici si recò fra di loro con una croce d'argento, pronunciò la loro assoluzione, loro promettendo l'eterno premio, se venivano uccisi per la difesa dell'autorità papale; ma nello stesso tempo gli scongiurò a non uscire dalle loro file, finchè il nemico si trovava così vicino[204].

Ne' susseguenti giorni Nemours cercò con accorte marcie di tirare gli Spagnuoli fuori della loro posizione; ma questi tenevano appoggiata la loro sinistra all'Appennino, e trovavano sempre vantaggiosi accampamenti, tenendo quest'ala per perno; mentre i Francesi, che si avanzavano in una pianura bassa e tagliata da frequenti canali, mai non trovavano una posizione in cui potessero con vantaggio dare battaglia[205].

Mentre i due generali spiegavano la loro cognizione militare in questi movimenti, Gastone di Foix ricevette da Lodovico XII un corriere per affrettarlo a venire a battaglia. Il re aveva penetrato che Massimiliano coll'intervento del papa aveva conchiusa una tregua di dieci mesi coi Veneziani, a condizione che questi gli pagherebbero 50,000 fiorini, e che l'una e l'altra potenza conserverebbero ciò che possedevano. Nello stesso tempo Girolamo Cavanilla, ambasciatore del re d'Arragona, aveva domandata l'udienza di congedo, lo che sembrava annunciare un vicino attacco dalla banda de' Pirenei. Lo stesso Gastone aveva ricevute notizie tali che accrescevano la sua impazienza di combattere, ma che teneva cautamente celate a tutti i suoi ufficiali. Il capitano de' suoi landsknecht, Giacomo von Embs, o Empser, trovavasi da molto tempo al servigio della Francia; era stato ben trattato dal re, e, sebbene non parlasse l'idioma francese, aveva un onorato grado nella milizia. L'8 di aprile, il giorno susseguente alla venuta di Bajardo al campo, Empser ricevette un ordine dall'ambasciatore dell'imperatore Massimiliano a Roma, diretto a tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese, col quale veniva loro ingiunto a nome dell'imperatore di abbandonare immediatamente l'armata e di ricusare di combattere contro le truppe del papa o del re d'Arragona. Giacopo Empser, senza comunicare quest'ordine a chicchessia, lo portò a Bajardo, chiedendogli consiglio. Bajardo lo condusse al duca di Nemours; e tutti due persuasero il capitano Giacomo a promettere di tenere la cosa segreta: ma un secondo corriere poteva recare un somigliante ordine ad altri capitani tedeschi; e se questi ubbidivano, se i loro compatriotti, che formavano il terzo dell'armata francese, si ritiravano, quest'armata era perduta senza combattere[206]. Tali motivi consigliarono Nemours a volgersi bruscamente verso Ravenna, persuaso che Raimondo di Cardone non acconsentirebbe che fosse presa sotto i suoi occhi una così importante città, e accorrendo per difenderla gli offrirebbe la bramata occasione di tentare la sorte d'una battaglia[207].

Infatti il Cardone risolse di difendere Ravenna; vi mandò Marc'Antonio Colonna con sessanta uomini d'armi, cento cavaleggieri e seicento fanti spagnuoli; ma per ridurre Marc'Antonio a chiudersi in quella città convenne che il vicerè, il legato, Fabrizio Colonna e Pietro Navarro, obbligassero la loro fede a soccorrere Ravenna, se i Francesi l'assediavano.

I due primi fiumi che scendendo dagli Appennini mettono foce in mare e non nel Po, il Ronco ed il Montone, passano uno a destra, l'altro a sinistra di Forlì, a non molta distanza dalla città, e, riunendosi sotto le mura di Ravenna, si gettano in mare tre miglia più abbasso. Il Nemours erasi avanzato fra questi due fiumi, vi aveva preso e saccheggiato il forte castello di Russi, indi aveva segnato il suo accampamento innanzi a Ravenna, appoggiando l'ala destra al Ronco, e la sinistra al Montone ed aveva aperte le sue batterie. Di già cominciavano a mancargli le vittovaglie; i suoi saccomanni dovevano fare sette o più miglia di strada per trovare qualche cosa da prendere in campagna, ed i Veneziani, padroni del Po, gli toglievano ogni comunicazione con Ferrara[208].

Conveniva ad ogni modo uscire bentosto da così pericolosa situazione, ed il Nemours, avendo colla sua artiglieria aperta nelle mura di Ravenna una breccia larga trenta braccia, risolse di dare l'assalto, sebbene detta breccia fosse alta tre braccia, e non vi si potesse giugnere che colle scale. Per risvegliare l'emulazione tra le nazioni che servivano insieme nella sua armata, la mattina del 9 aprile, giorno del venerdì santo, fece marciare separatamente all'assalto i Tedeschi, gl'Italiani ed i Francesi. Avanti ad ogni corpo marciavano a piedi dieci uomini d'armi compiutamente armati, e scelti fra tutta la cavalleria. Gli assalitori montarono infatti sulla breccia colla maggiore intrepidezza, e vi si mantennero sotto il fuoco dei nemici con grandissima ostinazione; ma l'apertura fatta nella muraglia era così angusta e di così difficile accesso, che dava ai suoi difensori tutto il vantaggio. Gli Spagnuoli si mantennero immobili al loro posto, ed i Francesi furono respinti. Francesco di Beusserailhe, signore de l'Espì, comandante dell'artiglieria, e Chatillon, furono mortalmente feriti; Federico di Bozzolo, cadetto della casa Gonzaga, che in appresso si rendette così famoso, fu ancor esso ferito; e rimasero sul campo di battaglia, morti dall'una e dall'altra parte, circa mille cinquecento uomini[209].

L'armata spagnuola stava sotto Faenza, fuori della porta che mette a Ravenna: quand'ebbe avviso dell'intrapresa di Gastone di Foix, si avanzò immediatamente, passò il Montone a Forlì, e dopo d'avere camminato alcun tempo fra i due fiumi, passò di nuovo il Ronco, e si avanzò sulla sua riva destra. Voleva Fabrizio Colonna che l'armata facesse alto in distanza di tre miglia dal campo di Nemours, onde tenere così i Francesi in timore. Se questi prendevano Ravenna, siccome il loro generale non avrebbe potuto impedire che gli avventurieri si disperdessero per saccheggiare, gli Spagnuoli sarebbero piombati sopra di loro in quel momento di disordine, e facilmente gli avrebbero compiutamente disfatti[210]. Se poi si restavano inattivi, la mancanza delle vittovaglie non poteva tardare a riuscir loro molesta, ed a ridurli agli estremi. Ma il Navarro non approvava giammai gli altrui consiglj; egli desiderava una battaglia, nella quale dar prova della superiorità della sua fanteria, e persuase Raimondo di Cardone ad avanzare; infatti il 10 d'aprile il Cardone presentossi tutto ad un tratto innanzi all'armata francese sull'altra riva del Ronco, mentre che questa stava esaminando le proposizioni che facevano, per arrendersi, gli abitanti di Ravenna[211].

Il Nemours fece subito ritirare i cannoni dalle batterie per dirigerli contro l'armata spagnuola; adunò nello stesso tempo un consiglio di guerra per iscegliere tra i diversi partiti che si offrivano. Se permettevasi agli Spagnuoli d'entrare in Ravenna, perduta era ogni speranza di prendere quella città, e la ritirata poteva riuscire pericolosa e vergognosa; per fermarli rendevasi necessario di passare il Ronco sotto i loro occhi, ed attaccarli nella loro marcia; ma, anche ciò facendo, non potevasi impedir loro di giugnere, se volevano, alla pinaja che stendesi fino al mare, e di arrivare alle porte della città senza venire a battaglia[212].

L'errore o la presunzione del Cardone trasse il duca di Nemours dall'imbarazzo in cui si trovava. Il primo, invece d'entrare in Ravenna, come avrebbe potuto farlo, segnò il suo campo in faccia ai Francesi, tre miglia distante dalla città, con intenzione di metterli tra due fuochi; ed impiegò tutta la notte nel coprire con una larga e profonda fossa la fronte della sua armata. Il Nemours, avvisato di ciò che stava facendo il generale nemico, fece sentire al suo consiglio di guerra che non dovevasi ritardare l'attacco de' nemici, malgrado i loro trinceramenti. Fece perciò in tempo di notte gettare dei ponti sul Ronco e spianare gli argini che lo contengono in tempo di piena; in appresso in sullo spuntare del giorno, la domenica di Pasqua, 11 aprile del 1512, fece passare il ponte alla sua fanteria tedesca, mentre il restante dell'armata guardava il fiume. Lasciò soltanto sulla sinistra del Ronco Ivone d'Allegre con quattrocento lance e l'infanteria della retroguardia, per tenere in dovere la guarnigione di Ravenna; e diede a due capitani italiani, i fratelli Scotti, mille fanti, per guardare il ponte del Montone, e tenere aperta, in caso di sinistro successo, la strada su cui avrebbe dovuto ritirarsi l'armata[213].

Il Nemours dispose la sua armata in semicerchio; appoggiò al fiume l'estremità dell'ala destra, colla quale voleva cominciare l'attacco, rinculò il suo centro, ed avanzò di nuovo l'ala sinistra. Aveva collocata sulla diritta l'artiglieria comandata dal duca di Ferrara, e settecento uomini d'armi francesi; dopo di questi veniva la fanteria tedesca; indi otto mila fanti, parte Guasconi e parte Picardi, formavano il corpo di battaglia; per ultimo cinque mila Italiani, comandati da Federico di Bozzolo, componevano l'ala sinistra, la quale era coperta da tre mila arcieri o cavaleggieri. La Palisse aveva il comando d'una retroguardia di seicento lance, collocate in riva al fiume, e con lui trovavasi il cardinale Sanseverino, legato del concilio, che si era coperto da capo a piedi di lucidissima armatura, ed era a motivo della gigantesca sua statura conosciuto a molta distanza[214].

Gastone di Foix non aveva preso il comando di verun corpo in particolare, per trovarsi in libertà di andare con un certo numero di gentiluomini, ove lo chiamasse il bisogno. «Ed il detto signore Nemours, dice il maresciallo di Fleuranges, era solito, per amore della sua dama, di non portare armatura dal gomito fino alla manopola, e di tenere coperta colla sola camicia questa parte del braccio. Egli pregava tutta la compagnia d'uomini d'armi, loro dolcemente parlando e caldamente scongiurando, che volessero in questo giorno prendersi cura dell'onore della Francia, del suo e del loro, e che volessero seguirlo. Soggiunse, che vedrebbero ciò che in quel giorno farebbe per amore della sua dama; ed all'istante partì, e fu il primo uomo d'armi che ruppe la sua lancia contro i nemici»[215].

Così consigliato da Pietro Navarro, Raimondo di Cardone non aveva attaccati i Francesi mentre passavano il fiume; ma si era afforzato nel suo campo, coperto da un canto dal fiume Ronco, dall'altra dal fosso ch'egli aveva fatto scavare. Questo fosso era verso il mezzo interrotto da un'apertura di quaranta piedi di larghezza, che aveva lasciata per poter far uscire la sua cavalleria; ma aveva collocati di dietro dell'apertura una ventina di carri, armati di lance e carichi di grossi archibugi, che compivano la fortificazione. All'angolo formato dal fiume colla fossa trovavasi Fabrizio Colonna, che comandava la sinistra con ottocento uomini d'armi, e sei mila fanti; veniva dopo di lui il corpo di battaglia, composto di seicento lance e di quattro mila fanti, sotto gli immediati ordini del vicerè e del marchese della Palude. Vi si trovava pure il cardinale de' Medici; ma o sia che la sua corta vista lo tenesse lontano da ogni esercizio militare, o che considerasse detto esercizio come contrario ai doveri del suo stato, egli aveva conservato in mezzo alla battaglia il pacifico abito di prelato. La retroguardia finalmente, che formava ancora la diritta dell'armata, e che aveva egualmente alle spalle il fiume e avanti la fossa, era composta di quattrocento uomini d'armi e di quattro mila fanti comandati da Carvajale. L'estremità della diritta era poi coperta da un corpo di cavaleggieri sotto gli ordini del giovane Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che faceva allora i primi fatti d'armi. Tutta la fronte era guarnita d'artiglieria[216] consistente in venti pezzi, tra cannoni e lunghe colombrine, e in circa dugento archibugi a miccia, posti sopra carri armati di spontoni, i quali tenevano il di mezzo tra i moschetti ed i cannoni[217].

L'armata francese aveva passato il Ronco circa due miglia al di sotto del campo di Cardone, e vedendo che gli Spagnuoli non uscivano dai loro trinceramenti, si avviò verso di loro, conservando la sua ordinanza, senza che la sua diritta abbandonasse la riva del fiume, e tenendo sempre la forma d'una mezza luna. Quando si trovò a quattrocento passi distante dal fosso, fece alto, e cominciò il cannonamento. L'infanteria francese era quasi affatto scoperta, ed esposta ad un fuoco terribile: ma quella degli Spagnuoli per ordine di Navarro si era buttata col ventre per terra dietro la linea del fiume, e non soffriva quasi nulla dall'artiglieria nemica. Il grande Fabiano, uno de' migliori capitani della fanteria tedesca fu la prima vittima del cannone. Giacopo Empser ed il signore di Molart si posero a sedere sotto il fuoco alla testa della loro truppa e si fecero recare da bere, ma l'uno e l'altro furono uccisi. Di quaranta capitani d'infanteria francesi ne rimasero sul campo di battaglia trentotto; e questa fanteria aveva di già perduti sei mila uomini, quando gli altri, più non potendo soffrire tanta carnificina, vollero dare l'assalto alle batterie di Pietro Navarro. Colà fu ucciso il signore di Maugiron sopra una carretta che voleva prendere. Dopo avere perduti più di mila dugento uomini in quest'attacco, i Francesi furono respinti; ma quando gli Spagnuoli vollero inseguirli, furono a vicenda respinti da un corpo di Landsknecht e di Picardi, che non avevano avuto parte nell'azione: indi ciascuno rientrò nel suo posto, e continuò il cannonamento[218].

Intanto il duca di Ferrara aveva rapidamente fatta passare una parte de' suoi cannoni dietro la linea francese dall'ala destra, ove si trovavano prima, all'estremità dell'ala sinistra. Colà egli vedeva perfettamente scoperto il fianco degli Spagnuoli, e questa nuova batteria colpiva longitudinalmente tutta la loro linea. Le palle giugnevano pure fino all'ala destra francese, e vi fecero non poco guasto. Fu detto, che, volendo taluno per questo rispetto far sospendere il fuoco, Alfonso gridasse a' suoi cannonieri: «coraggio amici! non importa sapere chi sia colpito, sono tutti stranieri, e perciò tutti agl'Italiani nemici»[219]. La fanteria spagnuola, sempre appiattata per terra, non era molto esposta ai colpi dei cannoni; ma lo erano assaissimo gli uomini d'armi, ch'erano più alti, ed occupavano una superficie maggiore. Bentosto il campo di battaglia si vide coperto delle sparse membra de' soldati e de' cavalli. Pietro Navarro, che aveva egli stesso formata la fanteria spagnuola, e che tutta riponeva in questa la sua confidenza, vedeva con perfetta indifferenza la distruzione de' suoi uomini d'armi italiani; pensava che i Francesi non soffrirebbero minor danno, e calcolava che quando gli uomini d'armi delle due armate sarebbero stati egualmente distrutti dall'artiglieria, la fanteria spagnuola, che egli aveva conservata intatta, non mancherebbe di far presto a pezzi la fanteria tedesca e francese[220].

Ma gli uomini d'armi erano sotto il comando de' più illustri personaggi dell'armata, e di coloro che meno degli altri rassegnarsi potevano a vedersi sagrificati alla salvezza di un corpo ch'essi disprezzavano. Fabrizio Colonna mandò messi sopra messi al vicerè per chiedergli licenza di uscire dai suoi trinceramenti e di caricare il nemico. Non lo potendo ottenere, nè più oltre contenere i suoi uomini d'armi, gridò: «Non s'aspetta a noi altri il morire vergognosamente a cagione dell'ostinazione e della gelosia d'un malcreato Marrano. Non vogliamo sagrificargli più in là l'onore della Spagna e dell'Italia. Sortiamo; e se dobbiamo morire, si cada per lo meno vendendo a caro prezzo la nostra vita ai Francesi.» Trasse così senz'averne ricevuto l'ordine la sua truppa al di là della fossa, e caricò i nemici. Questo movimento costrinse Pietro Navarro a seguirlo, il quale fece alzare la sua fanteria spagnuola, fin allora rimasta col ventre per terra, e la condusse con furioso impeto contra la fanteria tedesca[221].

Gli uomini d'armi di Fabrizio Colonna, anche prima della battaglia, non erano stimati eguali ai Francesi; ma dopo la spaventosa perdita che avevano sofferta sotto il fuoco dell'artiglieria, più non potevano venire con questi alle mani con qualche speranza di buon successo. Mentre si avanzavano contro l'artiglieria del duca di Ferrara, furono assaliti di fianco da Ivone d'Allegre, che al romore dell'artiglieria era giunto con tutta la retroguardia, e malgrado la più ostinata difesa furono rotti, rovesciati o posti in fuga. Fabrizio, circondato da un branco di cavalieri, si andava ancora difendendo, quando Alfonso d'Este gli si avvicinò e gli disse: «Romano, non ti fare uccidere per la tua ostinazione; riconosci che la battaglia è perduta, e renditi a me. — Chi sei tu, rispose Fabrizio, tu che mostri di conoscermi? Io sono Alfonso d'Este; da me non puoi nulla temere. — Io mi arrendo volentieri a così generoso nemico, ma a condizione che tu non mi darai nelle mani dei Francesi, nemici della mia famiglia.» Alfonso alzò la mano per prometterlo, ed in quell'istante ebbe cominciamento un'amicizia, che non molto dopo salvò il duca di Ferrara dalla prigionia[222].

Il vicerè e Carvajale, dopo il primo urto della cavalleria, presero la fuga troppo presto per l'onor loro, e mentre la vittoria potev'essere ancora contrastata. Antonio de Leyva, che serviva tuttavia in oscura condizione, gli scortò nella loro ritirata. Il marchese della Palude, che aveva condotta alla carica la seconda battaglia di già assai maltrattata dall'artiglieria, fu fatto prigioniere dopo avere perduto un occhio; non ebbero miglior sorte i cavaleggieri, ed il loro capo, il giovane Pescara, destinato in appresso a tanta gloria, cominciò la sua carriera militare colle ferite e colla prigionia[223].

La pugna dell'infanteria non fu così presto decisa. I fanti spagnuoli avevano attaccati i Tedeschi: la loro armatura non era eguale. I Landsknecht portavano una picca di sedici a diciotto piedi di lunghezza, ed una sciabola al fianco. Il loro petto era coperto da un corsaletto di ferro, e non avevano nè scudo, nè altra arma difensiva. Per lo contrario gli Spagnuoli non avevano per armi offensive che la spada ed il pugnale; ma essi portavano lo scudo, e la loro testa, le gambe, le braccia e tutto il corpo erano difesi da un'intera armatura[224]. Al primo urto i Tedeschi, avanzandosi colla picca abbassata, rovesciarono molti Spagnuoli; ma questi non per ciò si sgomentarono, e spingendosi innanzi, riuscirono all'ultimo a penetrare fra le picche. Allora i Tedeschi, in certo modo disarmati, trovaronsi esposti a tutti i colpi; le picche, invece di servir loro di difesa, loro impedivano di muoversi, e le loro stesse sciabole, quando le sguainavano, richiedevano spazio e tempo per ferire di taglio, mentre che gli Spagnuoli li ferivano di punta, e penetravano facilmente ove mancava l'armatura. Spaventosa fu la carnificina, ed i Tedeschi sarebbero tutti periti sotto i colpi de' fanti spagnuoli, che spesso s'introducevano, chinandosi a terra, tra le loro gambe e li ferivano col pugnale, se Ivone d'Allegre e subito dopo Gastone di Foix non sopraggiugnevano in loro soccorso con tutta la cavalleria francese, cui dalla spagnuola era stato abbandonato il campo di battaglia[225].

Ivone d'Allegre aveva nel precedente anno perduto Melilot, uno de' suoi figliuoli in una scaramuccia presso Ferrara; l'altro, il signore Viverots, fu ucciso sotto i suoi occhi nella battaglia di Ravenna, nell'istante in cui attaccava gli Spagnuoli. D'Allegre, non volendo sopravvivere a quest'ultima sventura, si gettò in mezzo ai nemici, bramoso soltanto di vendetta, e non di salvare la propria vita, e cadde traforato da mille colpi. La fanteria spagnuola si andava non pertanto ritirando in buon ordine, lentamente e sempre combattendo, lungo la sponda del fiume, tra le acque e l'argine. Gastone di Foix, irritato dalla spaventosa carnificina che questa aveva fatto della sua gente, non volle permetterle la ritirata senza cercare di avvilupparla. La caricò in persona colla sua cavalleria, e cadde ferito da cavallo. Lautrec, che stava al suo fianco, invano gridava al soldato spagnuolo, che lo aveva gittato a terra: «non l'uccidete, egli è il nostro vicerè, il fratello della vostra regina.» Lo spagnuolo gl'immerse la sua spada nel seno. Anche Lautrec fu lasciato per morto carico di venti ferite. La cavalleria francese, atterrita per la caduta de' suoi capi, si fermò, e la fanteria spagnuola continuò la sua ritirata senz'essere molestata[226].

In questo secolo, insanguinato da tante battaglie, niuna aveva ancora uguagliato in accanimento quella di Ravenna: in niuna non avevano preso parte all'azione tutti i corpi di così grosse armate, nè il campo di battaglia era rimasto coperto di tanti morti. Quasi tutti gli storici ne contano diciotto in venti mila, due terzi de' quali appartenevano all'armata alleata; il solo Guicciardini, più moderato ne' suoi calcoli, li porta in tutto a dieci mila[227]. Gli equipaggi, le insegne e l'artiglieria dei vinti caddero in potere dei vincitori. Il cardinale de' Medici, legato del pontefice, che pochi mesi dopo doveva essere papa, fu fatto prigioniero da alcuni Stradiotti di Federico da Bozzolo, e condotto al cardinale di Sanseverino, legato del concilio. Fabrizio Colonna, Pietro Navarro, i marchesi della Palude, di Bitonto e di Pescara, con moltissimi ufficiali d'importanza, contavansi tra i prigionieri; mentre i Francesi piangevano la perdita di Gastone di Foix, d'Ivone d'Allegre, dei capitani della fanteria guascona e tedesca, Molard e Giacomo Empser, e di molti altri distinti ufficiali o capi appartenenti alla più illustre loro nobiltà[228].

«Ognuno seppe la morte di così virtuoso e nobile principe, il gentil duca di Nemours, onde cominciò nel campo francese un così maraviglioso rammarico, ch'io punto non dubito, se fossero giunti due mila uomini freschi e dugento uomini d'armi, che non avessero tutto disfatto, tanto per la pena, che per la fatica sostenuta in quel giorno»[229]. Infatti la morte di Nemours era in quelle circostanze il più fatale avvenimento che accadere potesse all'armata francese. S'egli fosse vissuto, non vi ha dubbio, che seguendo l'ordinaria sua rapidità, e valendosi dell'entusiasmo che inspirare sapeva ai suoi soldati, non si fosse allontanato dal luogo in cui aveva combattuto, per indebolire la memoria di tante perdite; e che, spingendo a Roma la sua vittoriosa armata, non avesse colà dettata la pace al papa, indi distrutta la potenza spagnuola a Napoli, ove non era apparecchiata veruna resistenza, e forse conquistato quel regno per sè medesimo: perciocchè era comune opinione che Lodovico XII gli avesse ceduti quegli stessi diritti, che in un precedente trattato avea trasferiti alla di lui sorella, Germana di Foix, in allora regina di Spagna[230]. Ma i Francesi, piangendo il duca di Nemours, non erano disposti ad ubbidire a verun altro; il loro rammarico e le numerose perdite che avevano fatto ispiravano loro quasi tanto scoraggiamento, come se fossero stati vinti. Il cardinale di Sanseverino contrastava a la Palisse il comando dell'armata; e non potendo accordarsi, erano stati costretti di ricorrere al re di Francia per chiedere nuovi ordini. Intanto l'amministratore delle finanze, che portava il titolo di generale di Normandia, e che comandava a Milano, non consultando che una sordida economia, aveva, secondando le inclinazioni del re, licenziata tutta la fanteria italiana, e gran parte della francese[231].

I fuggiaschi dell'armata della lega avevano presa la strada di Cesena, di dove in appresso si sparsero nelle vicine province. Il vicerè si fermò solamente in Ancona, ove giunse accompagnato da pochi cavalieri. Gli altri cadevano quasi tutti nelle mani de' contadini sollevati, e sempre apparecchiati ad opprimere ed a spogliare i vinti. Per altro la repubblica fiorentina protesse coloro che si erano rifugiati nel suo territorio, mentre che il duca d'Urbino, dopo d'aver fatto per mezzo del conte Baldassare Castiglioni, celebre autore del Cortigiano, la sua pace parziale col re di Francia, inseguì egli stesso i fuggitivi[232].

Marc'Antonio Colonna, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna, dopo la rotta dell'armata che veniva per soccorrerlo, si ritirò nella cittadella. Gli abitanti chiesero subito di capitolare; ma mentre si trattavano le condizioni, Jacquin, capitano degli avventurieri, s'avvide che più non eravi chi custodisse la breccia, e condusse i suoi camerata all'assalto ed al saccheggio. Jacquin, accusato d'avere in tal modo macchiato l'onore francese, venne appiccato per ordine del signore della Palisse; ma il comando de' capi più non poteva contenere i soldati; e la città fu saccheggiata con una barbarie incredibile dai soldati, resi più feroci dalle perdite fatte nella battaglia[233]. Il quarto giorno Marc'Antonio Colonna rese la fortezza; bentosto le città d'Imola, di Forlì, di Cesena, di Rimini, e molte delle loro fortezze, mandarono la loro sommissione al campo francese; ed il cardinale legato di Sanseverino prese possesso di tutte a nome del concilio di Milano[234].

La notizia della disfatta di Ravenna era stata portata a Roma in quarantotto ore da Ottaviano Fregoso e vi aveva sparsa la costernazione. I cardinali, affollandosi intorno al papa, lo avevano supplicato d'approfittare delle pacifiche disposizioni manifestate da Lodovico XII, per salvare Roma e la Chiesa da una invasione che omai niuna umana forza più non poteva impedire. Gli rappresentavano che lo stesso suo nipote era d'accordo coi Francesi; che tra i baroni romani, Roberto Orsini, Pompeo Colonna, Antonio Savelli, Pietro Margano, Renzo de Ceri, avevano ricevuto danaro dal re per assoldar gente, e si apparecchiavano a raggiugnere l'armata; all'ultimo che doveva risguardare come un giudizio di Dio la sconfitta che rovesciava i suoi progetti per l'indipendenza d'Italia. Dall'altro canto gli ambasciatori del re d'Arragona e de' Veneziani gli andavano ricordando i mezzi che ancora gli restavano, ed i soccorsi che doveva ripromettersi dagli Svizzeri e dal re d'Inghilterra. Ravvivavano la sua collera contro il concilio di Pisa, ed in particolare contro i cardinali di Sanseverino e di Carvajale: gli facevano calde istanze perchè non tardasse a porsi colla sua corte in luogo sicuro, o nel regno di Napoli, o nello stato di Venezia, e gli rappresentavano che l'occupazione di Roma non sarebbe in ultimo che la disgrazia d'una città, mentre che la pace trarrebbe seco la perdita dell'autorità pontificia[235].

Giulio II, abbandonandosi alternativamente al terrore o alla collera, non prendeva verun partito, ed a tutti rispondeva quasi sempre con ingiuriose parole. Coloro avidamente ascoltava che gli facevano travedere qualche mezzo di resistenza; ma l'idea di abbandonare Roma, e farsi dipendente da un'altra potenza, gli riusciva oltremodo odiosa. Aveva fatto venire a Cività Vecchia il genovese Biascia, capitano delle sue galere, affinchè la flotta fosse pronta a riceverlo qualunque volta fosse costretto a fuggire; ma poco dopo lo rimandò senza manifestare quale partito avesse preso. Acconsentì finalmente a dare orecchio alle proposizioni di pace che erano incaricati di fargli, a nome di Lodovico XII, i cardinali di Nantes e di Strigonia. Queste condizioni erano state mandate prima che la corte di Francia avesse notizia della battaglia di Ravenna; e sapendo quanto il re desiderasse la pace, i cardinali non credettero di doverle cambiare, sebbene fossero vantaggiosissime pel papa. Lodovico XII offriva lo scioglimento del concilio di Pisa, la restituzione di Bologna, la cessione di Lugo e di tutti i possedimenti di casa d'Este in Romagna, finalmente la rinuncia al diritto di far sale in Comacchio, e non chiedeva in contraccambio che la revoca dell'interdetto e di tutte le sentenze ecclesiastiche, e la restituzione dei loro beni ai Bentivoglio. Il papa, dopo le reiterate preghiere de' suoi cardinali, acconsentì di trattare su queste basi, e ne diede la commissione al cardinale di Finale ed al vescovo di Tivoli, che risedevano in Francia; ma non gli autorizzò a conchiudere; anzi dichiarò agli ambasciatori d'Arragona e di Venezia, che questa apparente condiscendenza non era che uno stratagemma per disarmare la Francia e guadagnar tempo[236].

Infatti Lodovico XII, lungi dall'invanirsi per la vittoria di Ravenna, di fidarsi alle proteste di Massimiliano che prometteva di non ratificare l'armistizio con Venezia, segnato senza suo ordine, o di riposarsi sull'alleanza che i Fiorentini avevano rinnovata nel primo terrore della vittoria de' Francesi, non manifestava che maggior ardore per riconciliarsi col papa. Accettò la mediazione offerta dai Fiorentini, e mandò loro il presidente del parlamento di Grenoble colla sua accettazione delle proposizioni che gli erano state fatte[237].

Ma intanto il papa, avendo saputo da Giulio de' Medici, mandatogli dal cardinale legato, in quale disordine si trovava l'armata francese, si andava alquanto rassicurando. Aveva Ferdinando promesso di rimandare in Italia il gran capitano Gonsalvo di Cordova, il di cui solo nome rianimava le speranze di tutto il suo partito, e di già vi aveva mandato Solis con due mila soldati spagnuoli, ed Ugone di Moncade, vicerè di Sicilia[238]. Il duca d'Urbino aveva domandato ed ottenuto di rientrare in grazia del papa, suo zio; gli aveva promessi dugento uomini d'armi e quattro mila fanti, ed era stato nuovamente dichiarato generale dell'armata pontificia[239]. I baroni romani, che avevano trattato colla Francia, eransi di nuovo accomodati col papa, ed avevano convenuto di tenere il danaro ricevuto, dispensandosi dalle contratte obbligazioni[240]. Finalmente La Palisse, sulla vociferazione di una prossima invasione degli Svizzeri, erasi ravvicinato a Milano, e non aveva lasciato al cardinale di Sanseverino per proteggere la Romagna che trecento lance, trecento cavaleggieri e sei mila fanti[241]. Allora il papa, deponendo ogni pacifica disposizione, scrisse a Venezia al cardinale di Sion, che invece di levare per lui sei mila Svizzeri, ne levasse dodici mila, o pure che accettasse al suo servigio tutti coloro che si fossero presentati[242].

Era giunta l'epoca annunciata per l'apertura del concilio di Laterano, e, malgrado la guerra, molti prelati d'Italia, di Spagna, d'Inghilterra e d'Ungheria, eransi adunati in Roma. Tre settimane dopo la battaglia di Ravenna, il giorno 3 di maggio, Giulio II potè fare la solenne apertura del concilio; e trovaronsi alla prima sessione ottantatre vescovi[243]. Sentendosi appoggiato dalla Chiesa adunata, volle Giulio ispirare coraggio ai cardinali, che fin allora lo avevano consigliato alla pace. Fece leggere in pieno concistoro le proposizioni di Lodovico XII; ma il cardinale di Ebora, suddito del re d'Arragona, e quello di Jorck, suddito del re d'Inghilterra, chiesero ambidue la parola, per rappresentargli che sarebbe cosa vergognosa il trattare col comune nemico senza tutti gli alleati. Il papa mostrò d'acquietarsi al consiglio che si era fatto suggerire; e per dare a conoscere che aveva rinunciato ad ogni pensiere di pace, pubblicò un monitorio contro il re di Francia, per ordinargli, sotto tutte le pene che può pronunciare la Chiesa, di mettere in libertà il cardinale de' Medici, da lui tenuto prigioniere[244].

Agli Svizzeri appoggiava Giulio II le principali sue speranze, ed aveva trovato nel cardinale di Sion un agente presso di loro, nè meno impetuoso, nè meno costante di lui ne' suoi odj. La contesa degli Svizzeri colla Francia, cominciata per avarizia, era per loro diventata un affare d'orgoglio. Non erano più le ricusate pensioni, ma il tuono insultante del re, era il disprezzo di lui per gente di contado ed ignobile, che loro mettevano le armi in mano. I partigiani della Francia avevano, finchè era stato loro possibile, resistito nella dieta di Zurigo al torrente dell'odio popolare, ed avevano prevenuta una dichiarazione di guerra; ma non avevano potuto impedire che non si desse licenza al papa di levare ne' cantoni dieci mila uomini; ed in appresso il cardinale di Sion aveva facilmente potuto aumentare questa leva a suo piacere[245].

Malgrado i riclami della Francia, la prima unione di quest'armata si fece a Coira. I Grigioni dichiararono, che tra la loro alleanza coi cantoni e quella colla Francia, doveva preferirsi la prima siccome la più antica. L'esperienza degli ultimi due anni aveva provato, che gli Svizzeri, per tenere la campagna, non potevano dispensarsi dall'avere un corpo d'uomini d'armi e di cavaleggieri. Perciò vedevano la necessità di unirsi ad un'armata veneziana o pontificia, prima di entrare nel territorio nemico. La più breve strada per giugnere nello stato veneto era quella che attraversa il vescovado di Trento, ed ottennero da Massimiliano la licenza di toccare il suo territorio.

Si può dubitare se la condotta di Massimiliano debba attribuirsi all'instabilità del suo carattere o alla sua perfidia; ad ogni modo i risultamenti furono quelli della più insigne mala fede. La città di Verona era sempre stata custodita da una guarnigione francese, qualunque fosse stato il bisogno in cui si fosse trovato Lodovico XII di valersi altrove delle sue truppe. Massimiliano aveva in proprio nome convocato il concilio di Pisa, ed in appresso non erasi curato di farlo riconoscere sia nell'impero che nei suoi stati ereditarj, lasciando a Lodovico XII tutta l'odiosità d'avere eccitato uno scisma. In Roma il suo ambasciatore aveva sottoscritta, il 6 d'aprile, una tregua di dieci mesi coi Veneziani, non solo senza comprendervi il suo alleato, che in allora trovavasi attaccato da potenti nemici, ma cercando inoltre di levargli parte delle sue truppe. Massimiliano aveva giurato di non ratificare questa tregua, e mercè una nuova gratificazione di dieci mila fiorini la ratificava, ma celatamente. Nascondendo a Lodovico XII tale transazione, ne accresceva il pericolo per la Francia. Finalmente accordando agli Svizzeri un passaggio a traverso ai proprj stati per attaccare i Francesi, passava, senz'esserne provocato, da un'intima alleanza ad un aperto atto d'ostilità.

L'accortezza di Ferdinando il Cattolico, il più falso ed il più versipelle monarca d'Europa, aveva diretta la condotta, e mutate tutte le disposizioni di Massimiliano. Questi, anche nel tempo della sua più intima unione colla Francia, non aveva giammai deposto l'antico suo odio contro quella corona: altronde egli formava sempre giganteschi progetti, che poi abbandonava prima di dar loro esecuzione. Ferdinando, per consolarlo di non aver terminata la conquista dello stato di Venezia, e di non avere in seguito condotta in trionfo un'armata tedesca a Roma ad oggetto di prendervi la corona imperiale, gli propose di scacciare i Francesi da tutta la Lombardia, di far valere sui paesi ch'essi occupavano i diritti dell'impero, da gran tempo dimenticati, finalmente di restituire il ducato di Milano al cugino germano di sua moglie, a Massimiliano Sforza, figliuolo di Lodovico il Moro, che da molto tempo erasi rifugiato alla di lui corte. In tal modo, risvegliando la di lui ambizione e vanità, lo ridusse ad associarsi alla santa lega, cui poteva riuscire utile[246].

Sei mila Svizzeri al soldo del papa, ed altrettanti al soldo de' Veneziani, dovevano adunarsi a Coira; ma sebbene il primo per avarizia, gli altri per la povertà cui erano stati ridotti da lunga guerra, non mandassero che lentamente il danaro necessario alle reclute, sebbene queste due potenze non pagassero per l'arrolamento che un fiorino del Reno per uomo, mentre i Francesi avevano sempre data un'assai maggior somma; nondimeno tale era l'odio del popolo per questi ultimi, ed il furore con cui gli Svizzeri prendevano parte in una guerra che risguardavano come nazionale, che l'armata adunata in Coira si trovò numerosa di venti mila uomini, e nella sua marcia pel vescovado di Trento e pel Veronese soffrì senza lagnarsene il ritardo della paga, la mancanza delle vittovaglie ed ogni genere d'incomodità[247].

La condizione del signore de La Palisse, che comandava l'armata francese, era diventata estremamente difficile. Poco d'accordo col cardinale di Sanseverino, legato del concilio, che gli contrastava l'autorità, non lo era meglio col generale di Normandia incaricato della civile amministrazione del ducato di Milano, il quale, risguardando la guerra con occhio da finanziere, piuttosto che da uomo di stato, dopo la vittoria si era affrettato di licenziare l'infanteria italiana, e che poscia, quando diede a Federico da Bozzolo l'ordine di levare di bel nuovo sei mila uomini, si trovò senza danaro per pagare il loro arrolamento, e senza credito a motivo del rapido cambiamento della fortuna. Altronde La Palisse non era che generale interinale, e non abbastanza elevato di rango per far tacere tutte le gelosie de' suoi subordinati, o per soddisfare pienamente al loro orgoglio; perciò non poteva ottenere da loro l'ubbidienza mostrata a Gastone di Foix. Gli uomini d'armi francesi davano agli altri corpi l'esempio dell'indisciplina: stanchi di così lunga guerra, e con poca speranza di prosperi successi, desideravano la perdita del ducato di Milano, per potersi ritirare in Francia. Altronde le censure della Chiesa, e la vergogna di combattere per sostenere uno scisma, facevano impressione sullo spirito de' soldati. Erasene avuta manifesta prova quando il cardinale de' Medici era stato condotto prigioniere a Milano; egli era stato, sotto gli occhi del concilio nemico, ricevuto con infinito rispetto; e siccome Giulio II gli aveva accordata l'autorità di sciogliere dalle censure ecclesiastiche que' soldati che si fossero obbligati a non servir più contro la Chiesa, e d'accordare ai moribondi la sepoltura in luogo sacro, un'avida folla gli stava sempre intorno per ottenere tali grazie, ed i generali francesi, malgrado le rimostranze del concilio, non si opponevano alla distribuzione delle medesime[248].

Per formare l'armata da opporre al re d'Inghilterra Lodovico XII aveva richiamati in Francia i dugento gentiluomini, e gli arcieri della sua guardia, come pure dugento lance: d'altra parte aveva riclamati dai Fiorentini i trecento uomini d'armi ch'erano obbligati a somministrargli. Non restavano a La Palisse, che mille trecento lance francesi, e dieci mila fanti; ma anche queste truppe trovavansi disperse sopra una vasta estensione di paese, in Romagna, al Finale di Modena, a Parma ed ai confini del Veronese. Ordinò a tutti d'adunarsi a Pontoglio, per essere a portata d'osservare e di fermare gli Svizzeri; e per questo motivo fu costretto a lasciare scoperta Bologna, per difendere la quale i Francesi avevano fin allora fatti così grandi sagrificj[249].

Gli Svizzeri, scesi pel vescovado di Trento nel Veronese, avevano trovato a Villafranca presso Verona Gian Paolo Baglioni, generale de' Veneziani, con quattrocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, sei mila fanti ed una buona artiglieria. Nel mentre che dopo tale unione erano incerti se dovessero o no incamminarsi verso Ferrara, fu loro portata una lettera del signore de La Palisse al generale di Normandia, che loro fece conoscere l'impossibilità in cui trovavansi i Francesi di difendere Milano, onde risolsero di volgere da quella banda le loro armi. La Palisse si era da prima avanzato da Pontoglio a Castiglione delle Stiviere, poi a Valeggio sul Mincio; ma disperando di conservarsi in questa posizione, ripiegò sopra Gambara, poi sull'Oglio a Pontevico. Intanto l'armata spagnuola e pontificia, cui erasi lasciato tutto il tempo di potersi rifare, aveva ricuperato Rimini, Cesena, Ravenna, con tutte le fortezze e tutte le piazze della Romagna; e già minacciava Bologna, per difesa della quale, La Palisse, cedendo alle istanze dei Bentivoglio, aveva fatto avanzare le trecento lance lasciate a Parma. Sotto gl'immediati suoi ordini La Palisse non aveva a Pontevico che mille lance francesi, e tutt'al più sei in sette mila fanti; il rimanente trovavasi distribuito nelle piazze di Brescia, di Peschiera e di Legnago[250].

La Palisse seppe bentosto che l'armata del Baglioni e degli Svizzeri aveva passato il Mincio sulle terre del marchese di Mantova, il quale non poteva ricusare il passaggio a chicchefosse. Il suo consiglio di guerra giudicò cosa impossibile il far testa ai nemici in altra maniera, che distribuendo l'armata nelle piazze forti, per istancheggiare l'impeto degli Svizzeri, ed esaurire le finanze del papa e de' Veneziani. Per tale oggetto mandò due mila fanti a Brescia con centocinquanta lance francesi, e cento uomini d'armi fiorentini; a Cremona cinquanta lance e mille fanti; a Bergamo cento uomini d'armi e mille fanti, e più non gli rimasero a Pontevico che settecento lance, due mila fanti francesi e quattro mila tedeschi. Non aveva appena fatta questa distribuzione, che un araldo d'armi di Massimiliano venne ad intimare a tutti i Tedeschi, che si trovavano nell'armata francese, d'abbandonarla e d'astenersi dal combattere contro il papa. I Tedeschi, quasi tutti Tirolesi ed immediati sudditi dell'imperatore, ubbidirono immediatamente, contenti di separare la sorte loro da quella d'un'armata che si andava ritirando, e che cominciava a provare le avversità. La loro partenza lasciò La Palisse nell'impossibilità di difendere il ducato di Milano; onde la sua armata abbandonò Pontevico con movimento tumultuoso, per ritirarsi a Pizzighettone sull'Adda[251].