STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO

DI

J. C. L. SIMONDO SISMONDI

delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.

Traduzione dal francese.


TOMO XV.


ITALIA
1819.


[INDICE]


STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE


CAPITOLO CXIV.

Elezione e papato d'Adriano VI; sconfitta de' Francesi alla Bicocca; convenzione di Cremona, in forza della quale sgombrano l'Italia; i Veneziani si staccano dalla Francia; ingresso di Bonnivet in Lombardia; morte di Adriano VI.

1521 = 1523.

La guerra riaccesa in Italia dalla inconsiderata ambizione di Leon X doveva, a seconda de' suoi risultamenti, decidere se gl'Italiani rimarrebbero una nazione indipendente, o se caderebbero sotto il giogo di quegli stranieri ch'essi chiamavano barbari. Non trattavasi al presente della divisione di alcune province tra potentati che potevansi risguardare come compatriotti, ma della intera nazione e della sua medesima esistenza. Nè i più grandi interessi della patria loro trattavansi oramai tra gl'Italiani; chè tutte le potenze d'Europa si occupavano della futura sua sorte; e le cagioni degli avvenimenti che cambiavano i destini dell'Italia dovevano cercarsi in lontani paesi.

Poichè potenze così formidabili quali erano le monarchie di Francia, di Spagna, di Germania, d'Inghilterra erano entrate in campo, le piccole sovranità d'Italia sentirono la comparativa loro debolezza, la quale era smisuratamente cresciuta a cagione delle ruinose guerre che da oltre venticinque anni desolavano questa infelice contrada. Avevano tali guerre consumate tutte le sue ricchezze, e distrutti i mezzi di riproduzione in un paese in addietro il più fertile, in allora il più sgraziato dell'Europa: onde Venezia, Firenze, Siena e Lucca che conservavano tuttavia il nome di repubbliche; i duchi di Milano, di Savoja, di Ferrara, ed i marchesi di Mantova e di Monferrato che si chiamavano ancora sovrani, aspettavano tremanti che la loro sorte fosse decisa dalla politica, dai trattati, o dalle armi degli oltremontani.

Soltanto la sede pontificia si era innalzata in tempo del decadimento degli altri stati italiani. Le conquiste di Alessandro VI, di Giulio II e di Leon X avevano assoggettate ai pontefici province effettivamente indipendenti, sebbene di nome riconoscessero la supremazia della santa sede. Quando in appresso si trovarono aggiunte allo stato della Chiesa Parma, Piacenza, Modena e Reggio; quando in pari tempo il capo di questa Chiesa signoreggiava come assoluto padrone la repubblica fiorentina, i suoi stati sorpassarono di lunga mano in estensione, in popolazione ed in ricchezze quelli de' più potenti principi che l'Italia avesse veduto innalzarsi dal principio del medio ævo. I re di Napoli, i duchi di Milano, o la repubblica di Venezia, non avevano mai disposto di tante forze, principalmente quando si pongano in conto le grandissime entrate, che la camera apostolica sapeva ritrarre dalla superstizione de' popoli degli altri stati della Cristianità.

Se Leon X alla profonda dissimulazione che lo faceva risguardare come un grande politico non avesse associata la prodigalità di principe nuovo e la inconsideratezza di un uomo dedito ai piaceri, avrebbe facilmente potuto mantenere l'equilibrio tra le due potenze che si contendevano l'Europa; avrebbe fatta rispettare non solo la neutralità de' proprj stati, ma ancora di quegli altri che volontariamente si fossero posti sotto la sua protezione; e tutti i popoli d'Italia si sarebbero procacciato a gara questo vantaggio. I diversi avvenimenti d'una lunga contesa che doveva durare quanto il regno di Carlo V, gli avrebbero somministrate molte opportunità per rialzare l'indipendenza nazionale: egli non avrebbe avuto bisogno per essere veramente grande, che del sincero desiderio di voler il bene de' suoi compatriotti, inspirando loro fiducia nella sua buona fede. Ma Leon X per una giovanile ambizione, che non appoggiavasi a verun piano ben ragionato, e non era sostenuta da veruna idea che portasse l'impronto della vera grandezza, cooperò all'annientamento della libertà italiana, mentre lo scandaloso traffico delle indulgenze, cui si appigliò per supplire alle smoderate spese, scosse il trono pontificio, e staccò metà del Cristianesimo dall'ubbidienza fin allora renduta a' suoi predecessori.

In tempo del suo regno e precisamente nel 1517, avea in Germania cominciato la riforma colle prediche di Lutero. Ma sebbene questo coraggioso novatore fosse di già passato dall'attacco contro le indulgenze a dubitare dell'autorità del papa, a sovvertire tutta la disciplina ecclesiastica, e finalmente alle controversie intorno al medesimo domma, non aveva per anco tentato verun cambiamento nella esteriore forma del culto; i suoi settatori non formavano una nuova Chiesa, e non potevasi ancora fondatamente giudicare intorno alla estensione del pericolo che minacciava da questo canto la corte di Roma. Vero è che universale era il fermento di tutta la Germania. Presso i popoli settentrionali la religione associavasi agli affetti del cuore; si univa intimamente a tutto l'uomo; veniva esaminata dalla sua ragione, riscaldata dal suo amore, ed ammessa per norma delle sue azioni. Diversamente disposta rispetto alle idee religiose era la nazione italiana, la quale dopo avere ammesso l'intero sistema dei dommi della Chiesa, li riguardava come non soggetti ad ulteriore disamina, e mostrava il suo rispetto per la fede col non prendersene verun pensiero. Gli uomini di perduti costumi, siccome i più costumati, i più filosofi, come i più superstiziosi, non muovevano mai dubbj intorno al complesso delle dottrine della Chiesa; ma d'altra parte pochissima cura si prendevano delle cose della fede, che non eccitava verun affetto nel loro cuore, e niente influiva sulle azioni della loro vita. La religione segregata affatto dal raziocinio, dalla sensibilità, dalla morale, dalla condotta, altro omai non era che un'abitudine dello spirito, che ordinava certe pratiche, e proscriveva certi pensieri.

In fatti la riforma eccitò in Italia alquanto di maraviglia e d'inquietudine, ma niuna curiosità. Erano gl'Italiani accostumati a resistere al papa, a fargli la guerra, a sprezzare le sue scomuniche; sapevasi da molto tempo, che corrottissimi erano i costumi della sua corte, perfida la politica, e che le più odiose passioni potevano celarsi sotto il manto della religione. Il rimanente del clero non godeva in Italia le immunità e le ricchezze del clero della Germania: pure si era veduto commettere infami azioni; e perchè queste più non erano cagione di scandalo, l'accusa diretta contro di lui più non eccitava la sorpresa della novità. Coloro che volevano riformare la disciplina passavano per entusiasti, che si adiravano contro il corso ordinario delle cose del mondo; coloro, che attaccavano la dottrina, passavano per insensati che sconvolgevano i fondamenti delle opinioni; imperciocchè quelle basi medesime che il pregiudizio ha stabilite, e che sottrae ad ogni esame, non sembrano agli uomini meno solide di quelle fondate dalla ragione. Mentre che nuove dottrine fermentavano in tutta l'Europa, verun Italiano non muoveva dubbj intorno a ciò che gli era stato dato a credere, e passò ancora lungo tempo prima che qualche opinione luterana valicasse le Alpi.

Lo stesso Leon X morì prima d'essersi formato una giusta idea del pericolo ond'era minacciata la Chiesa romana per la sollevazione degli spiriti in Germania; ma la morte lo sottrasse altresì a difficoltà, di cui avrebbe assai più presto sentito il peso; ed erano quelle stesse che si era procacciate colle sue inconsiderate prodigalità. Non solo egli aveva dissipato il ragguardevole tesoro adunato da Giulio II, ed impegnate tutte le gioje e tutti gli effetti preziosi di san Pietro; ma aveva inoltre contratto un grosso debito, e venduti tanti nuovi impieghi che i soli loro salarj avevano accresciute di quaranta mila ducati le annue spese delle Chiesa[1].

Leon X sarebbesi trovato in grandissime difficoltà, dovendo continuare, senza avere danaro, la guerra da lui cominciata in Lombardia; ma i luogotenenti che lasciava morendo in sua vece, trovaronsi in una situazione ancora più difficile che la sua. I cardinali di Sion e de' Medici che avevano fin allora sostenuto il peso degli affari, si affrettarono di abbandonare l'armata, per passare a Roma onde assistere al conclave. Carlo V trovavasi abbastanza occupato dalla guerra che gli facevano i Francesi ne' Paesi Bassi; la Castiglia si era ribellata, ed i regni di Valenza e di Majorica erano desolati dalla guerra mossa ai nobili dalle comunità, talchè tutte le forze della Spagna venivano consumate da queste intestine discordie. La piccola armata che l'imperatore teneva in Lombardia non era pagata; essendosi fin allora fatta la guerra coi soli tesori della Chiesa; ed essendo questi mancati tutt'ad un tratto, Prospero Colonna ed il marchese di Pescara furono costretti di licenziare tutti i Tedeschi e tutti gli Svizzeri che tenevano al loro soldo, ad eccezione di mille cinquecento uomini. Nello stesso tempo gli ausiliari fiorentini che non erano chiamati in questa guerra da un immediato interesse, e che ignoravano perfino se sarebbero o no gli alleati del futuro pontefice, tornarono in Toscana[2].

Se dal canto suo il signore di Lautrec non fosse stato abbandonato a cagione della scandalosa negligenza di Francesco I, che d'altro non prendevasi pensiero che de' suoi piaceri e delle sue galanterie, e che non gli mandava danaro per pagare le truppe, avrebbe potuto facilmente ricuperare Milano e tutte le piazze che aveva perdute. Aveva ancora guarnigione ne' castelli di Milano, di Novara, di Trezzo e di Pizzighettone; comandava in Cremona, in Genova, in Alessandria, in Arona, ed in tutto il Lago Maggiore; ma senza danaro non poteva adunare fanteria. Poco conto poteva fare de' suoi uomini d'armi scoraggiati; e quando tentò di sorprendere la città di Parma, ove comandava lo storico Guicciardini, fu respinto dalle sole compagnie della milizia[3].

Intanto scoppiavano in ogni parte degli stati della Chiesa ammutinamenti o rivoluzioni. I piccoli principi, che Leon X aveva spogliati della loro sovranità, invocavano l'ajuto de' loro partigiani per riavere lo stato de' loro padri. Il duca di Urbino erasi collegato coi due fratelli Baglioni, ed avevano, a spese comuni, adunati in Ferrara dugento uomini d'armi, trecento cavaleggieri e tre mila fanti. Con questa piccola armata attraversarono senz'ostacolo la Romagna. Il duca d'Urbino fu ricevuto con entusiasmo dagli antichi suoi sudditi, e ricuperò senza sguainare la spada il ducato d'Urbino, mentre che il contado di Montefeltro, da Leon X ceduto ai Fiorentini, fu difeso dalle loro guarnigioni. Orazio e Malatesta, figliuoli di Giampaolo Baglioni, si presentarono ancor essi alle porte di Perugia. Vitello Vitelli, che ne aveva il comando, fece una breve resistenza; perciocchè essendo stato leggiermente ferito in un piede, colse avidamente questo pretesto per farsi portare a Città di Castello sua patria, siccome colui che copertamente desiderava che i feudatarj della Chiesa ricuperassero l'antica indipendenza. Subito dopo la di lui partenza Siena capitolò, ed aprì le porte ai figli di Baglioni il 5 gennajo del 1522. In pari tempo Sigismondo di Varano scacciava da Camerino Giammaria della stessa famiglia, cui Leone X aveva dato il titolo di duca di quel piccolo stato, e vi si stabiliva in sua vece[4].

Gli emigrati di Todi vennero ricondotti in quella città a mano armata da Camillo Orsini. Il duca d'Urbino dopo di essersi occupato pochi giorni a ristabilire la propria autorità ne' suoi stati, volle altresì riporre in Siena i figli di Pandolfo Petrucci; ma fu respinto dall'attività in particolare de' Fiorentini, affezionati al cardinale de' Medici[5]. Nè forse questi non avrebbero schivata una rivoluzione nella loro patria se all'istante della morte di Leon X non avessero ordinato l'arresto nel palazzo pubblico a tutti i cittadini più conosciuti pel loro attaccamento alla libertà[6]. Sigismondo Malatesta, figliuolo di Pandolfo, venne introdotto in Rimini dagli antichi partigiani di sua famiglia, e per poco tempo ricuperò una sovranità, di cui suo padre era stato privato vent'anni prima da Cesare Borgia[7]. Finalmente quello che più aveva sofferto dalla nimicizia, quello che più d'ogni altro doveva temere le ultime prosperità di Leone, Alfonso, duca di Ferrara, si affrettò di ricuperare tutto quanto aveva perduto. Era costui colpevole agli occhi del papa per avere pochi mesi prima impedita la conquista di Parma con un'ardita diversione. Perciò dopo i primi felici avvenimenti dell'armata di Prospero Colonna, una seconda armata pontificia era venuta ad attaccare Finale e san Felice, ed aveva in appresso occupato il Bondeno e saccheggiato; mentre che dalla banda della Romagna, gli agenti della Chiesa s'impadronivano di Lugo, di Bagnacavallo, di Cento e della Pieve; mentre i Fiorentini acquistavano la Garfagnana, e Francesco Guicciardini entrava nel Frignano colle truppe modenesi. Alfonso, minacciato d'assedio nella sua stessa capitale, apparecchiavasi a vendere a carissimo prezzo la propria vita quand'ebbe la notizia della morte di Leone. Nell'entusiasmo della sua gioja fece coniare una moneta d'argento, nella quale vedevasi un pastore che strappava dalla bocca d'un leone un agnello, con questa leggenda presa dal libro dei re: de ore leonis. Egli in pochi giorni ricuperò il Bondeno, Finale, san Felice, il Frignano, la Garfagnana, Lugo, Bagnacavallo, e soltanto fu perdente sotto al Bondeno valorosamente difeso dai Bolognesi[8].

Frattanto i cardinali, moltiplicati dalle promozioni di Leon X, erano entrati in conclave il 16 di novembre. Sapevasi essere divisi tra il partito imperiale ed il partito francese. L'ultimo avrebbe voluto portare sul trono pontificio il cardinale di Volterra, fratello di Piero Soderini, il quale era stato perpetuo gonfaloniere; e questi era il rivale più temuto da Giulio de' Medici, che rimasto alla testa delle creature di suo cugino poteva disporre di sedici suffragi, cioè più di un terzo e meno della metà; perciocchè questa volta il conclave conteneva quaranta cardinali; e Giulio senz'essere abbastanza forte per farsi nominare, lo era bastantemente per l'esclusione d'ogni altro[9].

Il cardinale de' Medici aveva sperato di essere secondato da tutto il partito imperiale. Era stato il principale ed il più esperto ministro di suo cugino Leon X; anzi quello che lo aveva persuaso a fare alleanza coll'imperatore; i successi della guerra di Lombardia venivano in gran parte attribuiti ai suoi consiglj ed alla sua abilità; ed egli solo poteva aggiugnere alla potenza della Chiesa quella della repubblica fiorentina di cui era capo. Ma Giulio aveva nel sacro collegio e nel partito dell'impero un rivale, come lui militare prima di essere prelato, giovane come lui, e non meno di lui ambizioso; questi era Pompeo Colonna, il quale piuttosto che favorire il Medici parve apparecchiato a darsi al partito francese. Di già costui rappresentava ai suoi colleghi la vergogna di portare un bastardo sulla santa sede; poichè Giuliano, fratello del magnifico, non era mai stato marito d'Antonia del Cittadino, dalla quale era nato Giulio il 26 maggio del 1478. Ricordava le crudeltà commesse da Leon X dopo scoperta la supposta congiura di Petrucci, e faceva sentire il pericolo di perpetuare la dignità pontificia nella stessa famiglia[10].

Mentre i cardinali andavano opponendo l'intrigo all'intrigo, ogni mattina, come è l'usanza dei conclavi, procedevano ai voti intorno a qualche nuovo soggetto che loro si proponeva. Uno di loro, il giorno 9 di febbrajo, nominò il cardinale Adriano Florent, vescovo di Tortosa, Fiammingo, il quale era stato precettore di Carlo V, e che l'imperatore aveva ultimamente nominato governatore di Castiglia. Adriano nato in Utrecht il 7 maggio del 1458 da padre fabbricatore di tappeti o di birra, non era mai venuto in Italia, e non sapeva la lingua italiana, non conosceva verun cardinale, aveva mostrato poco ingegno nell'amministrazione affidatagli dal suo illustre alunno, e pareva esservi così poca apparenza per la sua elezione, che tutto lo squadrone del Medici (così veniva chiamato il suo partito) senza volerlo gli diede il suo voto. Il cardinale di san Sisto prese da ciò motivo per encomiarlo lungamente, e perchè i cardinali desideravano d'uscire di prigione, gli diedero i loro suffragi quasi senza riflettere, e lo nominarono così inconsideratamente, che non potendo in appresso giustificare innanzi a sè medesimi o agli altri la loro imprudenza, l'attribuirono a subita inspirazione dello Spirito Santo[11].

Non fu che in sul declinare d'agosto che il nuovo pontefice, il quale prese il nome d'Adriano VI, arrivò in Italia per prendere possesso della tiara. Ne' primi nove mesi dell'anno la Chiesa fu amministrata a nome del sacro collegio de' cardinali da una signoria somigliante assai a quella delle antiche repubbliche toscane. Tiravansi a sorte ogni mese tre priori tra i membri del sacro collegio, i quali formavano il governo. Ma questi prelati mal d'accordo fra di loro, ed ogni mese mutando sistema, non erano in istato di difendere il potere papale. Ad altro non pensarono che a guadagnare tempo ed a mantenere un'apparente pace, pel quale oggetto conchiusero un armistizio col duca d'Urbino, che pose fine alle rivoluzioni dell'Umbria[12].

Il cardinale de' Medici, umiliato dalla esclusione dal pontificato, e credendosi tradito dal partito imperiale, tornò per mare a Firenze, ove temeva di trovare compromessa la sua autorità; fece il suo ingresso il 21 di gennajo del 1522, portando il corrotto di suo cugino, e cogli indizj in fronte della tristezza e del sospetto[13]. In fatti i repubblicani di Firenze credevano giunto l'istante di ricuperare la libertà della loro patria; il signore di Lescuns loro prometteva l'appoggio del re di Francia; le sue truppe dovevano entrare in Toscana per la via della riviera di Genova, nello stesso tempo che Renzo di Ceri vi giugnerebbe dalla banda di Siena. Il duca d'Urbino ed i Baglioni favorivano caldamente un progetto che doveva vendicarli dei Medici. In Firenze queste pratiche erano dirette da Giambattista Soderini, nipote del cardinale di Volterra, e del gonfaloniere perpetuo. Ingrossava il suo partito la società de' poeti e de' filosofi, che diede tanta celebrità agli Orti Rucellai, nei quali si adunava. Vi si contavano Luigi Alamanni, Zanobio Buondelmonti, Cosimo Rucellai, Alessandro de' Pazzi, Francesco e Jacopo Diaceto, e per ultimo Niccolò Macchiavelli che loro dedicò i suoi Discorsi sopra Tito Livio, e la sua arte della guerra. Educati ne' medesimi principj desideravano tutti la libertà di Firenze, ma non avevano verun odio personale contro il cardinale de' Medici, anzi accordavano che di tutta la sua famiglia era quello che si era più dolcemente e cittadinescamente comportato nella sua amministrazione, onde preferivano di ricuperare i loro diritti con un compromesso piuttosto che di strapparglieli colla forza[14].

Il cardinale de' Medici che conosceva la propria debolezza, e la necessità di accarezzare i suoi avversarj, convenne che il supremo potere male s'accordava colle sue funzioni ecclesiastiche, e colla carriera che gli era aperta alla corte di Roma, dando voce d'essere apparecchiato a rinunciarlo. I giovani patrizj degli Orti Rucellai diedero facilmente fede alle speranze che loro dava il cardinale, ed invece d'agire contro di lui, si ristrinsero a meditare intorno alla migliore costituzione da darsi alla repubblica all'atto che si rinnoverebbe; fu questo l'argomento di tre opere politiche del Macchiavelli, di Zanobio Buondelmonti, e di Alessandro de' Pazzi, tutte dedicate al cardinale de' Medici[15].

Frattanto il signore de Lescuns, troppo occupato in Lombardia, e lasciato dal re di Francia senza danaro, aveva abbandonato il progetto d'entrare in Toscana per lo stato di Genova. Renzo di Ceri si era ostinato nell'assedio del piccolo castello di Turrita nello stato di Siena, e non passò mai oltre. Il partito francese, ch'era quello della libertà, andava declinando in tutta l'Italia, onde il cardinale de' Medici credette giunto il momento favorevole di trarre d'inganno coloro che avevano potuto lusingarsi ch'egli renderebbe alla sua patria la libertà. Fu arrestato un corriere francese mandato a Renzo di Ceri, dal quale il cardinale si procurò con un sacrilegio la manifestazione del suo segreto, mandandogli in prigione invece del confessore da lui domandato, una spia della polizia vestita da prete. E per tal modo venne in cognizione della corrispondenza di Giacomo di Diaceto con Renzo di Ceri. Giacomo, posto in prigione il 22 di maggio, e minacciato di tortura, confessò quello che ancora non si sapeva, d'avere voluto assassinare il cardinale perchè avesse ingannato i repubblicani con fallaci speranze. L'interrogatorio del prevenuto essendo stato differito di ventiquattr'ore, i di lui amici, Luigi Alamanni il poeta, e Zanobio Buondelmonti ebbero il tempo di salvarsi; ma un altro Luigi Alamanni subì l'ultimo supplicio con Jacopo di Diaceto il giorno 7 di luglio. I figli di Paolo Antonio Soderini dovettero fuggire, ed i loro beni furono sequestrati; mentre il loro zio, Pietro Soderini, ch'era stato gonfaloniere perpetuo, moriva in Roma il 14 di giugno, lasciando eterno desiderio di sè presso tutte le persone dabbene[16].

Le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Toscana erano opera degl'Italiani, ma l'influenza loro era limitatissima; per lo contrario quelle della Lombardia erano opera degli oltremontani, e da queste dipendevano non solo la futura sorte dell'Italia, ma ancora quella dell'Europa. Francesco I colla sua inconsiderata prodigalità aveva lasciato che si perdesse nel precedente anno lo stato di Milano, mentre il suo cancelliere Duprat aveva con nuove imposizioni, con intollerabili estorsioni e colla vendita de' beni della corona, raccolto assai più danaro che non sarebbe abbisognato per mantenere la più formidabile armata. Francesco tutt'inteso a' suoi amoreggiamenti ed alle feste che dava alle sue amiche, dissipava il danaro strappato a' suoi popoli, o lasciava che sua madre ne disponesse, compromettendo l'onore nazionale colle sconfitte delle sue armate, e col mancare a tutte le convenzioni fatte co' suoi alleati. Vantavasi d'essere il primo re di Francia, che si fosse liberato dalla tutela de' suoi familiari, perchè disponeva solo, ed a voglia sua di tutti gli scrigni de' suoi sudditi, mentre che prima di lui le domestiche spese de' suoi predecessori erano a carico de' beni della corona, ch'essi non si facevano lecito d'impegnare, concorrendo liberamente alle spese della guerra i tre ordini dello stato. Ma il vescovo di Beucaire non dubitò di dire che Francesco cambiò la libertà francese in una miserabile schiavitù; e le sciagure provocate sul di lui regno mostrano abbastanza che colla libertà de' suoi sudditi sagrificò pure la personale sua gloria ai suoi capriccj[17].

La gloria nazionale era stata pure sagrificata in altra maniera da lui e da' suoi predecessori all'ingrandimento della sua autorità o di quella de' gentiluomini. Era stato severamente vietato l'uso delle armi al terzo stato, onde tenerlo in una assoluta dipendenza dai suoi padroni: erasi con ciò renduto vile ed incapace di servire nelle armate, di modo che era cosa maravigliosa il vedere una delle più valorose nazioni dell'Europa ridotta a non avere fanteria nazionale. I suoi re erano forzati di ricorrere agli Svizzeri per tutte le loro guerre, perchè, ad eccezione degli uomini d'armi tutti presi tra la nobiltà, la Francia non aveva soldati. La Svizzera, che non contava l'ottava parte della popolazione della Francia, le somministrava i suoi battaglioni; ma per ottenerli, bisognava che i Francesi si ponessero in balìa della venalità, dell'orgoglio, dell'incostanza di que' montanari, renduti arroganti dal vedersi accarezzati da tutti i sovrani. Francesco I, che di fresco aveva perduto Milano per la loro mala fede, fu ridotto a mercanteggiare separatamente con ogni cantone, e profondere doni tra i loro magistrati, a promettere pensioni agli uomini che avevano fra loro maggiore riputazione, e ad inghiottire senza lagnarsene la loro arroganza. A questo prezzo Renato, bastardo di Savoja, gran maestro di Francia, e Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, persuasero nella primavera del 1522 circa due mila Svizzeri a passare il san Bernardo ed il san Gottardo per iscendere in Italia[18].

Dal canto suo il Lautrec adunò la cavalleria francese dispersa nella pianura lombarda; la riunì presso Cremona all'armata veneziana comandata da Andrea Gritti e da Teodoro Trivulzio; poi andò ad unirsi agli Svizzeri, ed il primo giorno di marzo passò l'Adda per venire ad accamparsi con tutta la sua armata due sole miglia lontano da Milano[19].

Prospero Colonna difendeva questa città con Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara. Il cancelliere del ducato, Girolamo Moroni, vi teneva la rappresentanza del suo signore, che per anco non aveva potuto fare il suo ingresso nella capitale. Esortava i Milanesi a conservare la loro indipendenza; loro mostrava i pericoli delle vendette de' Francesi; e per aggiugnere inoltre un sentimento religioso all'amore della patria, aveva persuaso un eloquente monaco dell'ordine di sant'Agostino, Andrea Barbato, a riscaldare lo zelo de' Milanesi con una serie di sermoni contro i barbari[20]. Con tale pratica ottenne il Moroni dai suoi compatriotti volontarie contribuzioni abbastanza copiose per assoldare dieci mila Tedeschi. Girolamo Adorno, e Giorgio Frundsberg ne condussero cinque mila con tanta rapidità a traverso alla Valtellina ed al Bergamasco, che entrarono in Milano prima che arrivassero i Francesi; gli altri vi furono condotti alquanto più tardi dallo stesso Francesco Sforza[21].

Dall'altra parte l'armata francese aveva ancor essa ricevuto un inaspettato rinforzo, essendo stata raggiunta da Giovanni de' Medici, che le condusse a Cassano tre mila pedoni e dugento cavalli. Queste truppe avevano bandiere nere in segno di corrotto per la morte di papa Leon X, ond'ebbero poi il nome di Bande Nere; nome che in appresso esse rendettero famoso rivendicando la gloria della fanteria italiana. Queste Bande avevano fino a tale epoca combattuto nell'armata della lega; ma trovandosi Giovanni de' Medici in libertà per la morte di Leon X, le aveva condotte ai servigj della Francia, che gli aveva offerte migliori condizioni[22]. Circa lo stesso tempo, un colpo di colombrina, che alcuni pretesero essere stato diretto dallo stesso Prospero Colonna, uccise Marcantonio Colonna, suo nipote, che serviva nell'armata francese, e Camillo, figliuolo del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio. Il cadavere del primo fu mandato in Milano allo zio, che fu estremamente afflitto per avere veduto cadere tra le file nemiche un nipote che grandemente amava[23].

Prospero Colonna ed il Pescara avevano approfittato della lentezza de' Francesi per riparare tutte le fortificazioni di Milano, e per circondare il castello con una circonvallazione, che non permettesse a Lautrec di soccorrere la guarnigione assediata. Questi, prevenuto ne' suoi progetti, non aveva avuto che il debole compenso della presa di Novara; in appresso aveva attaccato Pavia, difesa dal marchese di Mantova; ma fu forzato ad abbandonarne l'assedio, vedendo avvicinarsi coll'armata imperiale Prospero Colonna. Finalmente erasi diretto per la via di Landriano alla volta di Monza, onde accostarsi ad Arona, ove sapeva trovarsi il danaro mandatogli dalla Francia per pagare le sue truppe[24].

Sapevano gli Svizzeri che il danaro destinato pel loro soldo era stato condotto ad Arona, sul lago Maggiore, e che Anchise Visconti, che occupava Busto con un corpo di truppe milanesi, impediva al convoglio di venire fino all'armata. Perciò facevano calde istanze al Lautrec di forzare il passo fino al lago Maggiore onde far loro avere il danaro, mentre Andrea Gritti, generale de' Veneziani, protestava dal canto suo che non si allontanerebbe cotanto dai confini della sua repubblica, e che, se gli Svizzeri prendevano la strada del lago Maggiore, egli prenderebbe quella di Verona[25]. Desiderava il Lautrec di calmare l'impazienza degli Svizzeri: ma l'armata imperiale soffriva ancora più che la sua per mancamento di danaro e di vittovaglie; e di già intere compagnie di disertori avevano abbandonate le insegne del Colonna per porsi sotto quelle di Lautrec; onde questi sperava, tenendo la campagna ancora qualche tempo, di disperdere l'armata nemica[26].

Ma gli Svizzeri, entrando in campagna, si erano ripromessi più rapidi successi, ed il saccheggio delle più ricche città della Lombardia. Di più terre da loro attaccate, la sola città di Novara era venuta in loro potere, ed era stata da loro barbaramente saccheggiata. Avevano sofferto assai sotto Pavia, ove continue piogge avevano impedita la condotta delle vittovaglie. Mostravansi annojati d'una guerra di posizioni e di marcie, ed accostumati come erano a far tutto cedere ai loro capriccj, si adunarono intorno alla tenda di Lautrec per domandare con altissime grida o la battaglia o il loro congedo[27].

Il Lautrec e tutti i generali francesi impiegarono inutilmente il loro credito presso gli Svizzeri, per persuaderli a confidare ne' loro capi, ad approfittare dei patimenti del nemico, ad aspettare se non altro pochissimi giorni, ne' quali il generale francese, con un nuovo movimento, forzerebbe Prospero Colonna a mutare posizione: tutto fu inutile, e gli Svizzeri risposero a tutti i ragionamenti degli ufficiali dell'armata con una sola voce: domani, o il congedo, o la battaglia[28].

Lautrec, prima di cedere, incaricò Crequì, signore di Pontdormì, di andare a riconoscere il nemico con quattrocento uomini d'armi e sei mila Svizzeri. Prospero Colonna si era accampato alla Bicocca, casa di campagna di un signore milanese, lontana tre in quattro miglia da Milano. Una strada, più bassa de' fondi laterali, gli teneva luogo di fossa; ed egli ne aveva coperti gli orli con artiglieria e con archibugeri; a destra ed a manca il suo campo era chiuso da due canali d'acqua corrente destinata all'irrigazione; ed a non molta distanza dietro al campo uno de' canali era attraversato da un ponte di pietra. Crequì, dopo avere esaminata questa posizione, riferì al generale francese che riuscirebbe difficilissimo il forzarla; onde il consiglio di guerra tentò nuovamente di persuadere gli Svizzeri a rinunciare ad una battaglia che doveva avere un'infelice riuscita. Risposero questi, che attaccherebbero di fronte la linea del nemico e che colle loro picche e colle alabarde s'impadronirebbero di quelle batterie credute tanto formidabili. Dichiararono in pari tempo che domani si metterebbero in cammino per tornare nei loro paese ove non fossero condotti alla battaglia. Il solo Pietro Navarro propose di far morire i più sediziosi e di ridurre così gli altri all'ubbidienza; ma gli altri generali e lo stesso Lautrec, che conoscevano gli Svizzeri, e che si sentivano assolutamente tra le loro mani, preferirono la dubbiosa sorte d'una battaglia alla certezza d'una sconfitta, necessaria conseguenza della partenza di tutta la loro fanteria; e sebbene vivamente sentissero l'imprudenza che stavano per commettere, nondimeno ordinarono alle loro truppe di apparecchiarsi per combattere nel susseguente giorno[29].

In fatti il Lautrec sortì da Monza la mattina del 29 aprile, giorno di Quasimodo, e marciò alla volta della Bicocca. A seconda della loro domanda aveva incaricati otto mila Svizzeri del principale attacco sulla fronte del nemico; Montmorencì col conte di Montforte, i signori di Miolans, di Granville, d'Auchì, di Launai e molti altri marciavano a piedi alla loro testa. Giovanni de' Medici aveva avuto ordine di celare il loro avanzamento, tenendo occupato il nemico colle evoluzioni della sua cavalleria e della sua fanteria leggiere. Lescuns, maresciallo di Foix, con trecento lance ed una parte dell'infanteria doveva girare intorno alla sinistra dell'armata imperiale, passare il ponte di pietra ch'era stato riconosciuto, e piombare alle spalle di Prospero Colonna, ove stava di guardia Francesco Sforza colle milizie milanesi uscite di città, per prender parte nella battaglia; il Lautrec col restante della cavalleria e della fanteria francese doveva piegare a destra; e per penetrare nel campo nemico aveva fatto prendere ai suoi soldati la croce rossa, che portavano gl'Imperiali, invece della bianca che portavano i Francesi; poichè non si costumavano ancora gli uniformi. L'armata veneziana formava la retroguardia e non era chiamata a prendere immediatamente parte nella battaglia[30].

I varj corpi dell'armata francese, non avendo un eguale spazio da percorrere, non potevano giugnere alla rispettiva posizione nello stesso tempo: onde il Montmorencì, giunto a poca distanza dagl'imperiali, ordinò agli Svizzeri di trattenersi per dare tempo al maresciallo di Foix di fare il giro che gli era stato ordinato. Ma gli Svizzeri, pieni di disprezzo pei loro nemici, e volendo avere soli l'onore della vittoria, mai non vollero ubbidire, continuando ad avanzarsi di fronte al nemico, ove trovavansi Giorgio di Frundsberg colla fanteria tedesca ed il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola. Questi aveva insegnato ai suoi fucilieri a fare un continuo fuoco, loro facendo ricaricare il fucile stando in ginocchio, mentre che la linea di dietro tirava. L'attacco degli Svizzeri fu ricevuto con un fuoco così sostenuto, tanto dei fucilieri, che delle batterie, ch'erano caduti morti più di mille Svizzeri prima ch'essi giugnessero alla strada bassa, la quale fu da loro trovata assai più profonda che non credevano, conciossiachè, scesi nella medesima, potevano a stento colla punta delle loro picche ferire i landsknecht che ne custodivano gli orli. Ventidue de' loro capitani e più di tre mila soldati furono uccisi in questo sciagurato attacco, senza quasi potere offendere il nemico. All'ultimo si ritirarono in buon ordine, riconducendo i quattordici pezzi d'artiglieria che loro erano stati dati; ma disprezzando anche in sul finire del combattimento, siccome avevano fatto in principio, gli ordini dei loro capi, non vollero trattenersi in faccia al campo di battaglia in aspetto minaccioso per assecondare gli attacchi del maresciallo di Foix e di Lautrec, che non erano giunti a portata del nemico che quando gli Svizzeri si erano di già ritirati[31].

Il Maresciallo di Foix, che gl'imperiali avevano veduto avanzare sulla loro sinistra, e che sospettavano aver presa la strada di Milano, era finalmente giunto al ponte di pietra che attraversava il canale; era entrato nella posizione di Prospero Colonna, aveva rovesciati i Milanesi di Francesco Sforza ed avrebbe guadagnata la battaglia se fosse stato seguito dalla sua fanteria, o se gli Svizzeri, rinnovando il loro attacco, avessero impedito a Prospero Colonna di condurre tutti i suoi landsknecht ed i fanti spagnuoli contro di lui. Il Lautrec, dopo d'avere posti in fuga sulla diritta i cavalli di Girolamo Adorno, calcolava che i suoi cavalieri entrerebbero assieme con loro nel campo nemico, ove li farebbe ricevere la croce rossa che portavano; ma Prospero Colonna, di ciò prevenuto, aveva ordinato ai suoi soldati di porsi in sul capo una frasca; sicchè, riconoscendo i nemici, gli fu facile di tenerli fuori de' suoi alloggiamenti[32].

I tre corpi dell'armata francese essendo stati tutti respinti, questa ritirossi in buon ordine, coperta dalle bande nere di Giovanni de' Medici, e protetta dall'armata veneziana, che non aveva combattuto. Il Pescara voleva inseguirla, ma Prospero Colonna vi si ricusò perentoriamente, perchè un movimento sedizioso tra i suoi landsknecht che in premio dell'ottenuta vittoria domandavano doppia paga, poteva rendere per lui pericolosa una nuova azione. Gli Svizzeri lo liberarono bentosto da ogni timore, essendosi ritirati a Monza con tutta la loro artiglieria ed i loro equipaggi. All'indomani Lautrec avviossi verso Trezzo e passò l'Adda; colà più non gli fu possibile di trattenere gli Svizzeri al tutto determinati di tornare ne' loro paesi. Dopo averli inutilmente eccitati a rimanere, affidò a suo fratello Lescuns, maresciallo di Foix, il comando degli uomini d'armi francesi, e la difesa delle terre che la Francia possedeva ancora in Lombardia; si congedò da Andrea Gritti, che coll'armata veneziana prese a coprire i confini della repubblica; e, fermo nella risoluzione di volersi personalmente giustificare innanzi al re, accompagnò gli Svizzeri, che rientravano ne' loro paesi attraversando il territorio bergamasco, e passò alla corte di Francia[33].

Il Lautrec era fratello di madama di Chateaubriand, amante del re; e questa era la cagione della grandezza di lui, e di quella di Lescuns e di Lesparre di lui fratelli, uno dei quali perdette il Milanese e l'altro la Navarra. Pure Francesco I rimproverò al maresciallo di Lautrec le sue perdite. Rispose questi d'avere prevenuta S. M. che non potrebbe difendere il Milanese senza danaro; che gli uomini d'armi avevano servito diciotto mesi senza soldo; che gli Svizzeri non gli avevano imposta la legge, e non l'avevano finalmente costretto a combattere alla Bicocca che per non essere stati pagati. Francesco I maravigliando dimandò cosa fosse accaduto dei quattrocento mila scudi che gli aveva mandati. Confessò Semblanzai d'avere avuto ordine di mandarli, ma di esserne stato in seguito impedito da Luigia di Savoja, madre del re, che aveva il titolo di reggente di Francia. Questa, gelosa di Lautrec, e volendo che andasse a male la di lui spedizione, si era fatto dare quel danaro che diceva a sè dovuto. L'onore della madre del re veniva compromesso dalla pubblica processura di Semblanzai. Il cancelliere di Francia Duprat, per salvare la madre del re e per perdere il sovraintendente, suo nemico, lo fece giudicare da alcuni commissarj, e strascinare al supplicio in età di sessantadue anni pel solo delitto d'avere ubbidito alla madre del re, che nè pure fu interpellata in questa causa[34].

Il maresciallo di Foix Lescuns non difese lungamente ciò che ancora possedevano i Francesi in Lombardia. Sei compagnie di uomini d'armi, che aveva posti in Lodi sotto gli ordini di Federico da Bozzolo e di Bonneval, vi si lasciarono sorprendere e far prigionieri, mentre che la città venne saccheggiata dagl'imperiali[35]. Pizzighettone, che poteva lungamente resistere e che tenevasi tra le migliori fortezze d'Italia, capitolò alle prime minacce fattegli dal marchese di Pescara. Finalmente in Cremona, dove si era ritirato il maresciallo di Foix, sollevaronsi le truppe di Giovanni de' Medici chiedendo il loro soldo, drizzarono la loro artiglieria contro i Francesi, e minacciarono di consegnare agl'Imperiali una porta della città. Lescuns cercò di soddisfarle, prendendo a prestito il vasellame di tutti i suoi amici e distribuendolo ai soldati; ma sentì l'impossibilità di sostenersi più lungamente in Italia, e propose a Prospero Colonna una capitolazione che fu subito accettata. Convenne di evacuare non solo Cremona, ma tutta la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli di Novara, Milano e Cremona, se prima che passassero quaranta giorni una nuova armata francese non forzava il passaggio del Po, o non occupava una delle grandi città di Lombardia. Fino allo spirare del termine stabilito dalla capitolazione, che fu sottoscritta il 26 di maggio, le ostilità dovevano cessare intorno a Cremona, dovevano essere somministrate le vittovaglie all'armata francese. Ma perchè passarono i quaranta giorni senza che il re potesse mandare soccorsi al maresciallo di Foix, questi evacuò la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli eccepiti dalla capitolazione, e ricondusse la sua armata in Francia[36].

Uno de' motivi che determinarono Prospero Colonna ad accordare ai Francesi la capitolazione di Cremona, fu il desiderio di trovarsi in libertà per attaccare Genova. Finchè i Francesi avevano in mano quella città, egli non risguardava come sicura la conquista della Lombardia. Vero è che la dolcezza di Ottaviano Fregoso, luogotenente del re, aveva accostumati i cittadini ad un giogo straniero, di modo che Antoniotto e Girolamo Adorno, che seguivano il campo imperiale e che si lusingavano di sollevare la loro fazione colla promessa di tornare alla repubblica l'antica libertà, non cagionarono, avvicinandosi a Genova, verun movimento negli abitanti. Pure i generali imperiali, senza perdere un solo istante, avevano approfittato della capitolazione di Cremona. Prospero Colonna era entrato coi landsknecht nella Valle di Bisagno, ed il marchese di Pescara in quella della Polsevera. Non trovavansi in Genova che due mila soldati, cui era venuto ad aggiugnersi da Marsiglia Pietro Navarro, e perchè i Genovesi non volevano nè sollevarsi contro Ottaviano Fregoso, nè armarsi per difenderne l'autorità, ogni resistenza pareva impossibile. Dodici ufficiali della balìa furono incaricati di trattare una capitolazione. Ma nel tempo che questi trattavano, e che la promessa della sospensione delle ostilità rendeva le guardie più negligenti, alcuni soldati spagnuoli si avvidero che una breccia delle mura non era difesa; essi se ne impadronirono e vi chiamarono i loro commilitoni. Per tal modo l'accidente diede Genova in mano ai nemici il 30 di maggio, senza che i generali ne avessero ordinato l'assalto. La città fu presa, e gli abitanti, che non avevano voluto difendersi, furono saccheggiati, senza distinzione di partito, con estrema barbarie. Pietro Navarro ed Ottaviano Fregoso rimasero prigionieri, e molti altri ufficiali fuggirono per mare. Quella città, in altri tempi la più commerciante e la più ricca dell'Italia, fu ruinata e ridotta ad una assoluta dipendenza dagli stranieri; ma nello stesso tempo riconobbe per doge Antoniotto Adorno[37].

Francesco I, per soccorrere Cremona o Genova, aveva bensì fatte passare le Alpi al duca Claudio di Longueville con quattrocento uomini d'armi e sei mila fanti; ma questi, arrivato a Villanuova di Asti, ebbe la notizia dell'occupazione di Genova, e non trovandosi abbastanza forte per dare battaglia all'armata imperiale, o per istornare la convenzione di Cremona, ebbe ordine dal re di ritirarsi; ed i Francesi abbandonarono per quest'anno ogni loro progetto sull'Italia, tanto più che dovevano difendersi contro l'aggressione inaspettata d'Enrico VIII, che il 29 di maggio aveva dichiarata la guerra alla Francia, facendo in pari tempo sbarcare a Calais il conte di Surrei con sedici mila uomini, per secondare l'armata di Carlo V in Fiandra[38].

La cacciata de' Francesi non apportò verun sollievo ai popoli d'Italia oppressi dalla guerra. L'armata di Prospero Colonna non riceveva verun sussidio nè da Carlo V, nè dal regno di Napoli: ed i soldati tedeschi e spagnuoli vivevano a discrezione nel Milanese. Ogni giorno i generali angustiavano le città con inaudite contribuzioni o con prestiti forzati; il più piccolo ufficiale, posto con un distaccamento in un villaggio, credevasi autorizzato ad inventare una nuova tassa; tutto si riportava alla decisione della violenza militare, e l'ubbidienza si cimentava con crudeli supplicj dettati dal capriccio de' soldati spagnuoli[39]. Omai il Milanese era così ruinato che più alimentare non poteva le truppe necessarie alla sua difesa. Il marchese di Pescara le acquartierò negli stati della Chiesa, loro permettendo di vivervi a discrezione, malgrado la stretta alleanza dei papa coll'imperatore. Carlo di Lannoi, nuovo vicerè di Napoli, di concerto con don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'imperatore a Roma, tassò nello stesso tempo gli stati indipendenti dell'Italia, per far loro mantenere l'armata imperiale. Obbligarono il ducato di Milano a pagar loro venti mila ducati al mese, Firenze quindici mila, Genova otto mila, Siena cinque mila, e Lucca quattro mila. Dovettero pure pagare una contribuzione i marchesi di Monferrato e di Saluzzo: e, malgrado le loro rimostranze, tutti questi stati sovrani dovettero assoggettarsi agli ordini che loro davano subalterni ministri[40].

Lusingavansi gl'Italiani che giugnendo Adriano VI a Roma, arrecherebbe qualche sollievo alle loro miserie; ma il nuovo papa erasi di già trattenuto sei mesi in Ispagna dopo ricevuta la notizia della sua elezione, e non apparecchiavasi ancora alla partenza: e ciò che in ultimo lo persuase a porsi in viaggio, fu precisamente la circostanza cui fin allora erasi attribuito ogni suo ritardo. Sapevasi che Carlo V, che ancora trovavasi in Fiandra, annunciava di voler passare in Ispagna, e credevasi che Adriano, che era stato suo precettore, indi suo ministro, volesse conferire con lui prima di venire in Italia a prendere le redini della propria sovranità. Ma Adriano aveva fermamente stabilito d'agire qual comune padre de' fedeli, ed egli si era intimamente persuaso che il suo dovere lo chiamava prima di tutto a ristabilire la pace nella Cristianità, e che doveva far tacere la sua parzialità per Carlo V, se voleva che Francesco I l'accettasse per mediatore. Aveva scritto a quest'ultimo, a Luigia di Savoja di lui madre, alla duchessa d'Alenzon di lui sorella[41], per incoraggiarli ad adottare sentimenti di pace, promettendo loro la sua benevolenza. Stimò che aspettando Carlo V a Barcellona, siccome quegli gliene faceva istanza, avrebbe rendute sospette le sue parole; e quando seppe che Carlo, dopo avere fatta una visita ad Enrico VIII per tenerlo costante nella sua alleanza, era sbarcato a Villaviciosa, nelle Asturie, si affrettò di partire il 4 di agosto dalle coste della Spagna; e dopo avere dato fondo a Genova, indi a Livorno, fece il suo ingresso in Roma il giorno 29 dello stesso mese[42].

Adriano VI aveva le virtù ed il sapere di un monaco, ed andava debitore della sua celebrità e della sua grandezza ai sorprendenti progressi che aveva fatti nello studio della teologia e della filosofia scolastica. Era di buona fede, zelante, temperato, umile, nemico del fasto, della simonia e della corruzione della corte di Roma. Ma bentosto agli occhi de' Romani parve un barbaro, straniero affatto alle loro arti, ai loro costumi, alla loro politica, siccome al loro linguaggio. Leone X aveva raccolti nella sua corte i principali poeti del secolo; Adriano, invece di accordar loro il suo favore, li risguardava quali profani imitatori de' gentili, che macchiavano il Cristianesimo. Quando gli fu mostrato il Laocoonte del Belvedere, siccome il più bel monumento delle antiche arti, ne torse gli occhi con orrore, gridando «questi sono idoli dei pagani!» Cominciavasi a temere, che, come narrasi di san Gregorio, ordinasse un giorno di far calce per il tempio di san Pietro con tutte quelle statue, ultimo monumento della gloria e della grandezza romana[43].

Le eresie di Lutero offendevano assai più Adriano VI che il suo predecessore, perchè attaccavano quella filosofia scolastica, ch'egli risguardava come la prima scienza; ma d'altra parte aveva le stesse opinioni del riformatore intorno alla corruzione della disciplina; voleva seriamente mettere mano alla riforma degli scandali che avevano sollevata la Germania; ed i suoi pii disegni, forse più che la sua barbarie, facevano tremare i Romani che vivevano col prodotto degli abusi della corte di Roma. Oltre a ciò, per terminare di renderlo del tutto esoso al popolo, due calamità resero celebre l'epoca della di lui venuta in Italia: da un canto la peste manifestossi in Roma, di dove passò anche a Firenze; ed Adriano, risguardando tutte le precauzioni sanitarie, ed i lazzeretti come superstizioni italiane, sospese le rigorose discipline, che vietavano ogni comunicazione cogli appestati, e contribuì in tal modo a dilatare il contagio[44]: d'altra parte nella stessa epoca fu da Solimano presa l'isola di Rodi al gran maestro Villiers de Lille Adam, dopo un memorando assedio, nel quale i cavalieri di Malta mostrarono estremo valore, mentre che l'imperatore, il re di Francia ed il papa, non pensavano a soccorrerli. Solimano fece il suo trionfale ingresso in Rodi lo stesso giorno di Natale del 1522, e così ebbe fine questo calamitoso anno per la Cristianità[45].

Frattanto Adriano VI cercava di restituire la pace agli stati della Chiesa: non trovò ostacolo a scacciare da Rimini Sigismondo Malatesta; perciocchè i popoli, che da principio lo avevano accolto con entusiasmo, non avevano tardato ad accorgersi che questo piccolo principe non rendeva loro i vantaggi de' passati tempi, che avevano sperato di ricuperare con lui. I sudditi dei duchi di Ferrara e d'Urbino nutrivano affatto opposti sentimenti; essi conservavano un reale affetto verso le case d'Este e della Rovere, e quest'affetto regolò la condotta d'Adriano VI. Egli accordò al duca d'Urbino l'assoluzione da tutte le censure incorse sotto i due precedenti pontificati, e gli diede una nuova investitura de' suoi stati; ma lasciò il contado di Montefeltro ai Fiorentini, ai quali questo feudo era stato ceduto in pagamento dei debiti della Camera apostolica[46]. Accordò pure al duca Alfonso d'Este una nuova investitura del ducato di Ferrara, cui aggiunse i castelli di san Felice e di Finale in Romagna: gli avrebbe egualmente rendute Modena e Reggio, la restituzione delle quali al duca era stata effettivamente promessa da Carlo V con un trattato firmato a Ferrara il 29 novembre del 1522; ma i ministri ed i cortigiani di Adriano, che risguardavano quest'atto di giustizia come una prova di debolezza o d'imbecillità, riuscirono ad impedirgli di rinunciare così alle conquiste de' suoi predecessori[47].

Adriano VI, appena giunto a Roma, aveva scelto per suo principale ministro e confidente il cardinale di Volterra Soderini: desideroso com'egli era di riconciliare l'imperatore col re di Francia, aveva trovato nel Soderini, segreto partigiano della Francia, un linguaggio di moderazione e d'imparzialità, il quale gli si confaceva. Aveva ricusato di dare verun soccorso alla lega formata dal suo predecessore, e le sue offerte di mediazione erano state considerate come parziali per la Francia, a segno d'irritare assai don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'impero[48]. Ma Francesco I, che aveva accolte con grandissima deferenza tutte le proposizioni del papa, e che sempre aveva protestato di non desiderare che la pace, credeva impegnato il suo onore a non rinunciare al ducato di Milano. Perciò ne chiedeva la restituzione come principale condizione del trattato, e questa condizione non poteva in verun modo piacere a Carlo V; il quale, dopo tale conquista avendo acquietate le turbolenze della Castiglia e rinnovata l'alleanza coll'Inghilterra, era più a portata di difendere questo ducato, che non lo era stato di conquistarlo. L'ostinazione di Francesco I a domandare una restituzione che non poteva ottenere, persuase il papa che Francesco non desiderava sinceramente la pace. Nel mese di febbrajo[49] Adriano cominciò a minacciare scomuniche e censure ecclesiastiche contro que' principi che ricusassero di accettare ragionevoli condizioni di pace. In tale stato di cose il duca di Sessa intercettò alcune lettere del cardinale Soderini a suo nipote, il vescovo di Saintes, colle quali esortava Francesco I ad attaccare la Sicilia, ove un partito sarebbesi dichiarato per lui. Tre grandi ufficiali di quest'isola vennero squartati a cagione delle loro intelligenze coi Francesi. Il papa, irritato che il suo proprio ministro, esortandolo alla pace, cercasse celatamente di accendere la guerra, fece arrestare e trarre in giudizio il Soderini, ed anche prima che fosse condannato ordinò la confisca de' suoi beni, ch'erano moltissimi, e nello stesso tempo abbracciò il partito dell'imperatore[50].

Le armi di Carlo V erano in Italia onnipotenti. La capitolazione di Cremona e la presa di Genova avevano poste in sua mano tutte le grandi città; ed i castelli, ne' quali i Francesi avevano lasciato guarnigione, cadevano uno dopo l'altro. Quello di Milano erasi renduto il 14 d'aprile, ed il duca Francesco Sforza ne aveva fatto prendere il possesso dai generali imperiali il 24 dello stesso mese[51]. Francesco I annunciava di nuovo grandiosi apparecchj per riconquistare il Milanese; ma alle sue parole non rispondevano gli effetti; e siccome era continuamente occupato de' suoi piaceri, e sempre prodigo de' tesori dello stato per le sue feste e per i suoi amori, poteva credersi che mai non sarebbe in istato di ricuperare ciò che aveva perduto. Altro alleato più non gli restava che la repubblica di Venezia, la quale credevasi bensì obbligata a difendere il possedimento dei Milanese, ma non già a riconquistarlo per lui, dopo ch'egli avealo perduto. Venezia era tuttavia, in faccia all'imperatore, sotto la protezione della tregua che aveva terminata la guerra della lega di Cambrai. Finchè Carlo V avea dovuto lottare contro le ribellioni de' suoi sudditi e contro formidabili esterni nemici, aveva cercato di non accrescere il numero degli ultimi, ed acconsentito a non risguardare i Veneziani come in guerra con lui, malgrado i soccorsi che si erano obbligati di dare alla Francia. Ma quando cominciò a sentirsi più potente, parlò con un tuono più orgoglioso, e dichiarò di non volere più lungamente soffrire che uno stato quasi chiuso da ogni banda tra i suoi, godesse di tutti i vantaggi della pace, nel mentre che desso stato si manteneva per lui continuamente ostile[52].

Il papa, di concerto coll'imperatore, esortava tutte le potenze d'Italia a collegarsi per la difesa comune, volendo che reciprocamente si guarentissero gli attuali possedimenti. Dava inoltre per motivo di quest'alleanza il desiderio di mettere l'Italia in istato di difesa contro Solimano, imperatore dei Turchi, la di cui ambizione, riscaldata da nuove conquiste, facevasi sempre più minacciosa: ma i Veneziani, che conoscevano l'ordinaria sorte delle leghe formate dalla Chiesa, e che si applaudivano d'essere in pace col sultano, non volevano essere strascinati dal papa in guerra con quel formidabile vicino, a rischio d'essere poi abbandonati da tutti i loro alleati. Questo timore ed il rincrescimento di rinunciare all'alleanza della Francia, alla quale avevano fatti così grandi sagrificj, li tennero lungamente dubbiosi. La negoziazione si prolungò nove mesi, ne' quali fecero vani sforzi per sapere se Francesco I era finalmente disposto ad assecondarli potentemente, o se dovevano abbandonare un principe che abbandonava sè stesso. Il vescovo di Bayeux e Federico da Bozzolo furono mandati a Venezia dal re di Francia per attraversare una negoziazione di cui temeva i risultamenti; ma le magnifiche loro promesse, così spesso smentite dalla esperienza, più non ispiravano confidenza. Dall'altro canto Girolamo Adorno, ambasciatore di Carlo V, morto prima di avere condotta a fine la negoziazione di cui era incaricato, venne rimpiazzato da Marino Caraccioli, protonotaro apostolico. Finalmente dopo lunghi contrasti, duranti i quali era pure morto il doge Antonio Grimani, cui era succeduto Andrea Gritti, fu sottoscritto, in sul finire di luglio, il trattato d'alleanza tra l'imperatore, suo fratello l'arciduca Ferdinando, Francesco Sforza, duca di Milano, e la repubblica di Venezia[53].

Le potenze contraenti si guarentivano reciprocamente i loro stati d'Italia, ma soltanto contro i principi cristiani; perchè la repubblica di Venezia, ferma nella presa risoluzione di non lasciarsi strascinare in veruna guerra contro i Turchi, ricusò perentoriamente di promettere la garanzia del regno di Napoli contro di loro. Il reciproco soccorso promesso dall'imperatore a nome del duca di Milano, e dai Veneziani, era di seicento uomini d'armi, seicento cavaleggieri e sei mila pedoni. Inoltre il senato si obbligava a somministrare, in caso di bisogno, venticinque galere per la difesa del regno di Napoli. Ferdinando, fratello dell'imperatore, pienamente rinunciava per la somma di dugento mila ducati, che la repubblica obbligavasi a pagargli nel termine di otto anni, a tutte le pretese dell'arciduca d'Austria e dell'impero sullo stato veneziano[54].

Questo trattato, che, staccando i Veneziani dalla Francia, gli obbligava alla difesa de' suoi nemici, sembrava che dovesse rimuovere Francesco I da ogni nuovo tentativo sulla Lombardia, ove più non doveva trovare alleati. Pure il trattato non era appena sottoscritto, che si seppe che il re di Francia adunava nella Svizzera, a' piè dei Pirenei ed ai confini dell'Italia, una numerosa fanteria, e sembrava apparecchiato a dare esecuzione alle minacce che andava da gran tempo facendo. A tale notizia Adriano VI credette di dovere abbandonare le parti di pacificatore cui fin allora erasi conservato fedele. L'Italia era in pace, sebbene continuamente divorata dall'armata imperiale, ed omai seguiva una sola bandiera; ma l'invasione di Francesco I vi riconduceva la guerra. Il papa giudicò che non si scosterebbe dal carattere di comun padre de' fedeli guarantendo lo stato attuale, e respingendo di concerto con tutti gli altri Italiani una straniera invasione: per ciò il 3 di agosto sottoscrisse in Roma col vicerè di Napoli una confederazione che si andava da lungo tempo trattando, colla quale il papa, l'imperatore, il re d'Inghilterra, l'arciduca d'Austria, il duca di Milano, il cardinale de' Medici a nome de' Fiorentini, i Genovesi, i Sienesi, i Lucchesi, obbligavansi a provvedere in comune alla difesa dell'Italia. Tra questi confederati, gli uni doveano somministrare l'artiglieria e le munizioni, altri il danaro, altri i soldati. La nomina del generalissimo spettava al papa ed all'imperatore; ed in quest'occasione l'imperatore affidò il comando di tutte le forze dell'Italia a Prospero Colonna. Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che nella precedente campagna aveva con lui diviso il comando, geloso dei favori che l'imperatore accordava al suo vecchio collega, con cui erasi disgustato, aveva rinunciato alla carica di comandante della fanteria spagnuola, ed erasi recato a Valladolid, alla corte di Carlo V, per fare le sue lagnanze[55].

Le ostilità erano in sul punto di ricominciare, ma furono precedute dall'esplosione di due cospirazioni, che scoppiarono contemporaneamente in due opposte parti. Tra i cortigiani di Francesco Sforza, duca di Milano, trovavasi Bonifacio Visconti, suo ciambellano, che nudriva un segreto odio contro di lui e contro il Moroni, a motivo dell'assassinio di Ettore Visconti, suo parente, ch'egli credeva giustiziato per ordine loro, e perchè da loro era stato spogliato della prefettura di Val di Sesia. Il 25 di agosto, mentre tornava col duca da Monza a Milano, aveva questi ordinato ai dugento cavalli della sua guardia di tenersi a qualche distanza da lui per non incomodarlo colla polvere che facevano sollevare. Il duca cavalcava una mula, e trovavasi lontano da tutta la sua gente, quando Bonifacio Visconti, che aveva un gagliardissimo cavallo turco, corse a briglia sciolta verso di lui in atto di ricevere qualche ordine; ma, fattosegli vicino, gli diede un colpo di pugnale in sul capo. L'impazienza del cavallo turco, e la paura della mula del duca, fecero strisciare il colpo, e lo Sforza non rimase che leggermente ferito in una spalla. Il Visconti, spronando il suo cavallo, fuggì con tanta rapidità, che invano fu inseguito dalla cavalleria del duca, e potè porsi in sicuro prima in Piemonte, poscia in Francia. All'istante Galeazzo Birago, Milanese del partito francese, avuto avviso della cospirazione, e non dubitando della morte del duca, s'impadronì di Valenza in sul Po e della sua cittadella, per aprire ai Francesi questa porta della Lombardia; ma non arrivarono i soccorsi di Francia che gli erano stati promessi; ed Antonio de Leyva, che aveva il comando di Pavia, venne subito co' suoi Spagnuoli ad assediare Valenza, che fu presa dopo due giorni, senza che questa cospirazione avesse altri risultamenti, che di far trarre alla tortura, indi al supplicio molti gentiluomini milanesi sospetti di avervi avuto parte[56].

Il ritardo dei soccorsi francesi, aspettati dal Birago, procedeva in parte dalla cospirazione del contestabile di Borbone. Francesco I, dopo di avere respinti gli Inglesi ed i Fiamminghi in Picardia, aveva posta ogni sua cura nel formare una potente armata per riconquistare il ducato di Milano. Aveva caricate tutte le città e tutte le province d'inaudite imposte, e pressochè intollerabili; aveva domandate decime al clero, impegnate le sue entrate ai mercanti lionesi per procurarsi danaro contante; e con tali modi aveva infatti ragunato un sufficiente tesoro per supplire ai bisogni della più dispendiosa campagna. Scontento di tutti coloro che fin allora avevano comandate le sue armate, volle condurre egli medesimo le sue truppe in Italia, e tali erano i suoi apparecchj, che gli presagivano un buon successo. Aveva adunate mille ottocento lance, sei mila Svizzeri, due mila Valesani, due mila Grigioni, sei mila Landsknecht, tre mila Italiani e dodici mila avventurieri francesi, che finalmente si era determinato di chiamare al mestiere delle armi, dopo avere sperimentato quanto gli fosse riuscita fatale la sua confidenza nelle truppe straniere[57].

Quest'armata erasi di già riunita tra Lione e le montagne del Delfinato, quando Francesco I ebbe i primi indizj del tradimento che meditava contro di lui il contestabile di Borbone. Carlo III, conte di Montpensieri e duca di Borbone, era il più ricco ed il più rispettato di tutti i principi del sangue; era capo del ramo di Borbone-Montpensieri, che, nel suo diritto alla corona, avrebbe preceduti i Borboni-Vendomi, avi d'Enrico IV. A grande valore ed a molte belle qualità univa un orgoglio irascibile, una smisurata ambizione, ed una prodigalità senza limiti che gli aveva fatti contrarre enormi debiti. Due anni prima aveva risentita con indignazione l'ingiustizia che pretendeva essergli stata fatta da Francesco I nelle guerre di Fiandra, quando questi aveva data al duca d'Alenzon, suo cognato, piuttosto che a lui, contestabile di Francia, il comando della sua vanguardia[58]. Ma ciò che aveva spinto all'estremo il suo risentimento era il processo che gli aveva intentato innanzi al parlamento di Parigi Luigia di Savoja, madre del re, per riclamare da lui una parte dell'eredità di sua moglie, morta da poco tempo. Credeva non potere sperare giustizia dai tribunali in questa sua lite colla reggente, e risguardava questo processo come una prova della gelosia di Francesco I, che voleva ruinare la sua fortuna per poterlo più facilmente opprimere[59].

In Francia ed in altre monarchie feudali eransi frequentemente veduti i grandi signori ed i principi del sangue cospirare contro il capo dello stato, e non solo cercare di limitarne l'autorità, ma di precipitarlo dal trono, e di levargli la vita. Pure era riservato al Borbone di cospirare, non solo contro il suo re, ma altresì contro la sua patria; di volere distruggere l'indipendenza nazionale, e la stessa esistenza del nome francese; di adoperarsi perchè la nazione francese, cui aveva l'onore di appartenere, fosse divisa tra gli stranieri, di lei ereditarj nemici. Il Borbone erasi venduto ad Adriano di Buren, deputato dell'imperatore, ed a Russel, deputato d'Enrico VIII. Col danaro da loro ricevuto erasi obbligato ad assoldare dodici mila uomini, e ad attaccare alla loro testa la Borgogna, tostocchè Francesco I avrebbe colla sua armata valicate le Alpi. In premio di questo tradimento la Provenza doveva essere per lui eretta in regno; egli dovea sposare Eleonora, sorella dell'imperatore Carlo V, e vedova d'Emanuele, re di Portogallo: tutto il restante della Francia doveva essere diviso tra l'imperatore ed il re d'Inghilterra; ed il nome di Francese doveva essere cancellato dai nomi delle nazioni[60].

Avendo alcuni indizj eccitati i sospetti del governo, Boisì, fratello di La Palisse, San Valorì, direttore generale delle poste, ed il vescovo d'Autun, tutti complici della cospirazione del Borbone, furono arrestati. Francesco I andò a Moulins a visitare il duca di Borbone, che fingeva d'essere ammalato; gli comunicò i sospetti che si erano formati contro di lui, ma soggiunse che veruna prova non potrebbe parergli bastante a convincere suo cugino di così enorme delitto; e dichiarò che più non dubiterebbe della sua innocenza, se Borbone gliene dava la sua parola d'onore, e si obbligava nello stesso tempo a seguirlo in Italia. Il Borbone prese la mano del re con apparente trasporto di riconoscenza; gli protestò d'essere accusato a torto; domandò perdono della inconsideratezza de' suoi discorsi, che senza dubbio avevano dato motivo di calunniarlo, e giurò che, infermo come egli era, voleva farsi portare in lettiga dietro l'armata reale. In fatti questa lettiga seguì due giorni il re; ma non era destinata che ad ingannarlo. Borbone era partito la stessa notte da Moulins, e, fuggendo a precipizio, era giunto a Besanzon, fortezza in allora dell'imperatore, dove aveva ordinato ai gentiluomini associati agl'infami suoi progetti di raggiugnerlo[61].

Grande era il numero di coloro che avevano congiurato contro la patria, e molti appartenevano alle più illustri famiglie. Vi si annoveravano Filiberto di Chalons, principe d'Orange, destinato come il Borbone a figurare nelle calamità dell'Italia; Pomperano, Le Pelloux, Lurcì, Montbardone, Lalliere, Aymar di Prie, Hennuyer della Mothe, che si erano renduti gloriosi nelle precedenti guerre; e Francesco I stendeva i suoi sospetti, e non senza ragione, sul duca di Vendome e su tutta la casa di Borbone: quindi pensò di non potere in tale istante allontanarsi dal suo regno senza pericolo[62].

Dall'altro canto egli non voleva lasciar d'approfittare della più bella armata che avesse mai adunata. Sgraziatamente ne affidò il comando a Guglielmo di Gouffier, più noto sotto il nome di ammiraglio Bonnivet, il più amabile tra i suoi cortigiani, quegli che più d'ogni altro sapeva adulare e piacere al suo padrone; ma quegli altresì ch'era men d'ogni altro capace di condurre un'armata, e che non aveva imparato ciò che saper deve un generale[63].

Prospero Colonna, che, come generalissimo della lega, trovavasi incaricato della difesa dell'Italia, giaceva a quest'epoca abbattuto da lunga malattia, che non gli aveva soltanto indebolito il corpo ma ancora lo spirito. Erasi dato a credere di non aver a temere un'invasione francese, ed aveva licenziata parte della sua truppa; non aveva riparate le fortificazioni di Milano; per l'abituale negligenza dell'imperatore trovavasi senza danaro; e quando seppe, in principio di settembre, che i Francesi passavano le Alpi, sentì tutto il pericolo della sua posizione. Ad ogni modo egli sperava tuttavia di potere difendere contro l'armata francese il passaggio del Ticino; mentre che Antonio di Leyva, abbandonando tutto il paese posto al di là di questo fiume, erasi ritirato a Pavia colla fanteria spagnuola, e che la difesa del Cremonese restava affidata ad una guarnigione di mille fanti[64].

I Veneziani, per soddisfare agli obblighi contratti coll'imperatore, avevano tolto il comando delle loro truppe a Teodoro Trivulzio, zelante partigiano della Francia, e datolo a Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino. Il senato non poteva scegliere altro generale che nel modo di fare la guerra meglio accordare si potesse colla sua prudente politica: pareva che verun altro scopo non si proponesse nel comando delle armate, che quello di evitare ogni battaglia, ogni pericolo; e quando Prospero Colonna lo affrettò ad occupare Lodi, ad avanzarsi sulle sponde dell'Adda, o a passare questo fiume per proteggere Milano, egli vi si ricusò costantemente per tema d'incontrare i nemici[65].

Era stato da Adriano VI nominato gonfaloniere della Chiesa il marchese di Mantova, il quale aveva allestita un'armata in riva al Po; ma questi ancora era egualmente disposto a non passare Parma, per non compromettersi; onde non dava a Prospero Colonna alcuno effettivo soccorso. Giovanni de' Medici, comandante delle Bande nere, che suo cugino il cardinale Giulio aveva persuaso a lasciare il servizio della Francia per ritornare di nuovo a quello dell'imperatore, non aveva adottata così timida maniera di guerreggiare, ma le sue forze erano poco considerabili. Finalmente la barriera del Ticino, sulla quale principalmente confidava Prospero Colonna, per una straordinaria siccità, che aveva diminuite assai le acque del fiume, non presentava la consueta difficoltà al nemico. Questo vecchio generale, sebbene infermo, erasi fatto portare in lettiga in faccia a Vigevano, dove si era accampato Bonnivet. Bentosto trovandosi colà sotto il cannone del nemico, e vedendo che non solo la cavalleria francese, ma ancora i pedoni potrebbero guadare il Ticino, ne abbandonò le sponde, e ripiegò verso Milano senza avere perduto un solo uomo[66].

Il 14 di settembre del 1523, nello stesso giorno in cui l'armata di Bonnivet passò il Ticino per cominciare una decisiva campagna, un impreveduto avvenimento cambiò un'altra volta la bilancia delle parti, e gettò il disordine nella lega che aveva preso a difendere l'Italia contro i Francesi. Papa Adriano VI aveva celebrata la Messa il giorno 4 d'agosto sul monte Esquilino, ove festeggiavasi un miracolo della Vergine, e lo stesso giorno aveva con grande cerimonia pubblicata la lega conchiusa coll'imperatore. Affaticato da queste funzioni, rendute più penose da un eccessivo caldo, si era ritirato per desinare alla villa Mellini: colà lo assalì una leggiere febbre, ch'egli non credette in verun modo pericolosa; nè i suoi medici lo prevennero che corresse alcun rischio. Pure il suo male andava peggiorando, senza che veruna delle persone che lo assistevano paressero accorgersene; ed egli morì il 14 di settembre, quasi senza aver avuto il tempo di apparecchiarvisi[67].

Appunto in tale epoca cominciava la guerra, nella quale Adriano aveva impegnata la Chiesa; gl'Italiani sapevano di già per esperienza tutto quanto avrebbero a soffrire dall'invasione di un'armata barbara, e temer potevano con ragione di essere, a cagione della morte del pontefice, del burrascoso conclave che pareva promettere l'animosità de' contrarj partiti abbandonati quasi senza difesa ai Francesi da loro provocati. Tuttavia agli occhi de' Romani non eravi calamità che potesse pareggiare quella d'avere alla testa del loro governo un papa barbaro, che non sapeva il loro linguaggio; che aborriva la poesia e le arti, cui essi dovevano quasi tutta la presente loro gloria; un papa che colla sua avarizia aveva ruinate tutte le famiglie arricchite sotto i precedenti pontificati; che aveva confiscati tutti gli ufficj venduti dai suoi predecessori; che mai non accordava una grazia, e che pareva essersi fatto un dovere di rimandare malcontenti tutti quelli che a lui si presentavano. Perciò la notizia della sua morte risvegliò in Roma un generale tripudio; ed all'indomani fu trovata la porta del suo medico, Giovanni Antracino, ornata di festoni di fiori con questa iscrizione: Il senato ed il popolo romano al liberatore della patria[68].

CAPITOLO CXV.

Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in Italia sotto l'ammiraglio Bonnivet; campagna ancora più infelice di Francesco I, che viene fatto prigioniero nella battaglia di Pavia.

1523 = 1525.

La gioja manifestata dai Romani per la morte di Adriano VI non deve inappellabilmente fissare la nostra opinione intorno al carattere ed alla politica d'un pontefice, contro il quale avevano le più gagliarde prevenzioni nazionali. Adriano non visse che un anno fra di loro, e sopra un così breve regno difficile cosa sarebbe il portare giudizio intorno alle sue opinioni ed a' suoi progetti. Da lungo tempo non erasi veduto sulla cattedra di san Pietro un papa di più buona fede; ma questa lealtà non era, per vero dire, troppo utile alla Chiesa, o allo stato da lui governati; questa lo rendeva più intollerante de' suoi predecessori intorno a tuttociò che spettava alla fede; lo dava quasi del tutto in balìa agl'intrighi de' suoi consiglieri negli affari di stato, che egli confessava di non conoscere. Pure i torti che gli venivano più severamente rinfacciati, dipendevano dalle circostanze e dallo stato di spossamento in cui Leon X aveva lasciate, morendo, le finanze della Chiesa.

Più istrutto che il suo predecessore intorno all'importanza delle nuove opinioni che si diffondevano in Germania, il 25 di novembre del 1522 aveva addirizzato alla dieta dell'impero, adunata a Norimberga, un breve, con cui severamente condannava le opinioni di Lutero, e richiamava contro quest'eretico e contro i suoi seguaci l'applicazione delle più rigorose pene. Ma in pari tempo candidamente confessava la corruzione della corte romana, e prometteva d'occuparsi intorno alla riforma de' di lei numerosi abusi, chiedendo intorno a questa necessaria riforma i consiglj della dieta. Fu questa domanda, che persuase i principi secolari della Germania a pubblicare quella lista, famosa nella storia della riforma, dei cento gravami contro la corte di Roma, lista che appoggiava le principali accuse de' luterani, e che mostrava quanto tutti gli spiriti erano nelle parti settentrionali disposti ad abbracciare le nuove opinioni[69].

Il religioso zelo d'Adriano gli aveva fatto adottare tutti i pregiudizj e tutti gli odj degli Spagnuoli contro i Giudei ed i Mori convertiti, numerosa classe d'uomini, che chiamavansi Marrani, e che si sospettavano sempre segretamente affezionati al culto che avevano dovuto abbandonare per forza; questi erano venuti in grosso numero a Roma con tutte le loro ricchezze, per sottrarsi all'inquisizione di Spagna. Adriano VI, quando morì, stava contro di loro apparecchiando i più severi editti; egli voleva altresì assoggettare a nuove e più rigorose pene i bestemmiatori ed i simoniaci; gli pareva che questa parte della legislazione appartenesse più strettamente a' suoi favoriti studj della teologia; per altri rispetti non aveva volontà sua propria intorno ai pubblici affari, e conosceva di non intenderli bene[70].

Per altro Adriano non aveva confidenza nel collegio de' cardinali; sembravagli che per la scandalosa loro condotta i membri del sacro collegio dovessero essere il primo oggetto della riforma che meditava; ma perchè sentivasi costretto d'abbandonarsi a coloro che conosceva più di lui illuminati, sceglieva un ristretto numero di confidenti e di ministri, ai quali affidava un'eccessiva autorità. Poco dopo diffidava di loro, e gli spogliava d'ogni potere; in tal guisa offendeva i cardinali ed i principali signori di Roma; rendeva la propria autorità vacillante; e non si guadagnava nemmeno il cuore di coloro, cui momentaneamente accordava il suo troppo precario favore.

Il primo d'ottobre del 1523, entrarono in conclave trentasei cardinali per iscegliere un successore ad Adriano VI. Appena chiuso il conclave si videro collocarsi quasi tutti i cardinali sotto la direzione di due capi, che, gelosi l'uno dell'altro, si davano a vicenda l'esclusione, e tennero cinquanta giorni diviso il sacro collegio. Da un canto Pompeo Colonna, potente presso Carlo V in ragione dell'irremovibile attaccamento della sua famiglia alla causa imperiale, veniva riconosciuto come capo dai vecchi cardinali creati ai tempi di Giulio II, o prima; dall'altro canto Giulio de' Medici disponeva di sedici suffragj tra i cardinali ch'erano stati creati sotto suo cugino Leon X. Rispetto a Wolsey, cardinale di York, che, dirigendo la politica dell'Inghilterra, aveva quasi sempre mirato a guadagnarsi i suffragj per una prossima elezione, e che aveva prima ottenuta la promessa di tutto il favore di Francesco I, poi di Carlo V, era al presente dimenticato dai due monarchi, e scartato da tutti i partiti. Altronde, dopo il malcontento cagionato dall'elezione d'Adriano VI, più non si sarebbe pensato a dare la tiara ad un oltremontano[71].

La decisa opposizione del Colonna e della sua fazione, avendo impedita l'elezione del cardinale de' Medici, il quale per altro fin dal principio aveva avuti ventun voti, molti altri cardinali si misero successivamente in rango per essere nominati, come Fieschi, Farnese, Monti, Grassi, Soderini e Carvajale; essi reciprocamente cercavano d'acquistar voti senza per altro esporsi al rimprovero di simonia, e l'espediente, che loro sembrava più convenientemente tranquillizzare le loro coscienze, era quello delle scommesse. Così i partigiani del Medici offrivano a tutti i cardinali del contrario partito di scommettere dodici mila ducati contro cento che il Medici non sarebbe papa; i partigiani del Soderini ne offrivano ancor essi dieci mila; e quest'ultimi avevano favorevole tutto il partito francese[72].

Questa lotta tra le due fazioni si andava prolungando con sì poca apparenza di conciliazione, che si cominciava a temere, che le due parti non si appigliassero a qualche pretesto per uscire dal conclave, formare due assemblee, ed eleggere due papi ad un tratto. Perciò i due capi rendevansi egualmente odiosi al popolo. Accusavansi il moderno Giulio ed il moderno Pompeo di volere colle loro discordie ruinare Roma un'altra volta. Un orribile fetore, che si era sparso nel conclave, ne rendeva insoffribile il soggiorno: i cardinali cadevano infermi, e soprattutto i più vecchi non potevano lungamente sostenere una così penosa reclusione. Il cardinale di Clermont propose Franciotto Orsini, ed il Medici finse di volergli dare i suffragj di tutta la sua fazione, che, uniti a quelli della Francia, avrebbero decisa l'elezione. Temette allora il Colonna di vedere il supremo pontificato passare in una casa ereditaria nemica della sua; sentì la necessità di cedere, e, recandosi presso il cardinale de' Medici, gli offrì di farlo papa, purchè Giulio desse garanzie della sua riconoscenza[73].

Le proposizioni del Colonna furono tutte accettate; domandava che il Medici si riconciliasse col cardinale Soderini, e gli restituisse tutti i suoi beni; che perdonasse egualmente a tutti coloro che avevano operato contro di lui; che cedesse al Colonna l'ufficio di vicecancelliere della Chiesa col magnifico palazzo che occupava, fabbricato da Raffaele Riario. A tali condizioni Giulio fu la stessa notte adorato da quasi tutti i cardinali, ed all'indomani, il 18 di novembre, anniversario del giorno in cui due anni prima era entrato vittorioso in Milano, fu proclamato sotto il nome di Clemente VII. Era questo nome destinato a convalidare la promessa che aveva data di perdonare a Pompeo Colonna, al Soderini ed a tutti i suoi nemici. A fronte dell'apparente unanimità de' voti, questa elezione dispiacque in modo ai vecchi cardinali, che ai sostenuti patimenti del conclave aggiugnendosi questo rammarico, in pochi giorni morirono Soderini, Grassi, Fieschi e Carvajale[74].

Pochi pontefici erano giunti al trono pontificio con una più alta riputazione di Clemente VII: egli si era guadagnato l'amore de' Fiorentini, che governava da più anni con una quasi assoluta autorità, ed aggiugneva in tal modo alle forze della Chiesa quelle di questa repubblica ancora ricca e temuta malgrado il suo decadimento. Sapevasi ch'era stato il ministro principale di Leon X in tempo del suo pontificato, ed a lui s'ascrivevano tutte le più gloriose cose fatte da suo cugino, senza temere di trovare in lui i medesimi difetti. Non veniva accusato nè di amore disordinato per i piaceri, nè di prodigalità, nè di vana pompa, ed erano conosciute la sua applicazione ed attitudine al lavoro; perciò la sua elezione fu celebrata con trasporti di giubbilo, e dai letterati, che da lui speravano i medesimi beneficj ond'erano stati colmati da Leon X, e dal popolo[75].

Il ristabilimento della pace negli stati della Chiesa fu il primo oggetto delle cure di Clemente VII. Alfonso, duca di Ferrara, aveva approfittato della morte di Adriano per riprendere Reggio e Rubbiera, dove lo aveva chiamato l'amore dei popoli; ed era entrato nella prima città il 29 di settembre. Due giorni prima erasi presentato ancora a Modena, ma la fermezza del Guicciardini, che n'era governatore, e l'attaccamento del popolo al dominio della Chiesa, gli avevano impedito d'impadronirsi di questa città. Tuttavolta il Guicciardini non aveva che pochi soldati, ed Alfonso si apparecchiava ad un secondo tentativo, quand'ebbe l'avviso dell'elezione di Clemente VII, la quale gli fece rinunciare a' suoi progetti. Così alcune turbolenze eccitate in Romagna da Giovanni di Sassatello a nome del partito guelfo, ma col segreto appoggio de' Francesi, si acquietarono al solo nome del Medici[76][77].

Il governo di Firenze richiamò in seguito le cure del nuovo pontefice; era questa città tenuta da' partigiani del Medici in uno stato di abietta ubbidienza; e questi ne avevano dato prova in occasione dell'elezione di Clemente VII. Un riputato cittadino di sessantatre anni, il quale nella prossima estrazione dovea essere gonfaloniere di giustizia, Pietro Orlandini, aveva scommesso che il Medici non sarebbe papa. Quando gli fu chiesto il pagamento della scommessa, egli esclamò che l'elezione non aveva potuto essere canonica. Per questa sola parola, che sembrava manifestare mancanza di rispetto verso la casa de' Medici, gli otto della balìa lo fecero arrestare il giorno 24 di novembre, e due ore dopo decapitare[78].

A Clemente VII spiacque quest'esecuzione, che doveva rendere odiosa la di lui autorità. In qualche maniera più non esisteva la famiglia de' Medici; egli stesso era stato legittimato, e consideravasi ancora come rappresentante Cosimo padre della patria, suo avo; ma dopo di lui più non restavano che due bastardi, Ippolito inallora di sedici anni, figliuolo naturale di Giuliano, duca di Nemours, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, ed Alessandro, figliuolo naturale di Lorenzo, duca d'Urbino, figliuolo di Pietro, figlio primogenito del magnifico. Alessandro era nato da una schiava nel 1512, e la paternità di Lorenzo era per lo meno incerta. Non pertanto Clemente VII gli fece ottenere un ducato nel regno di Napoli, e dichiarare abile ad esercitare tutte le cariche della repubblica. Mandò questi due giovanetti a Firenze, Ippolito il giorno 30 luglio del 1524, ed Alessandro il 19 giugno del 1525. Il primo fu fino da principio risguardato come capo dello stato, ed ebbe il titolo di magnifico. I suoi concittadini conservavano per lui l'amore che avevano avuto pel duca di Nemours, di lui padre, mentre Alessandro aveva ereditato l'odio eccitato tra i Fiorentini dall'arroganza di suo padre Lorenzo. Ad ogni modo nè l'uno, nè l'altro era ancora capace di governare lo stato, onde Clemente mandò a Firenze, col titolo di legato, Silvio Passerini, cardinale di Cortona, che fece il suo ingresso l'undici maggio del 1524, ed andò a prendere alloggio nel palazzo de' Medici, amministrando la repubblica con tutta l'autorità usurpata dai Medici dopo la loro tornata[79].

Ma Clemente VII cominciava a governare la Chiesa in difficilissime circostanze, in cui la sorte di tutta l'Italia pareva attaccata alla sorte delle battaglie che avrebbero luogo nelle pianure della Lombardia. L'ammiraglio Bonnivet con quattro mila cavalli e trenta mila fanti aveva passato il Ticino, e cominciate le ostilità il 14 di settembre, nel qual giorno era morto papa Adriano VI. Ne' due mesi che passarono fino all'elezione del suo successore, Bonnivet avrebbe potuto agevolmente ricuperare il Milanese e cacciare gl'imperiali da tutta la Lombardia, ma in quello spazio di tempo fece in cambio conoscere la sua incapacità, e calmò il terrore che aveva prima eccitato.

Prospero Colonna era stato sorpreso, le sue forze non erano in verun modo proporzionate all'estensione del paese che doveva difendere, o ai mezzi del suo nemico; e quando si vide forzato ad abbandonare le rive del Ticino, ed a ripiegare sopra Milano, suppose che non potrebbe mantenersi in questa città. Infatti tutto ciò che potevano promettere gl'ingegneri era di ridurre la città in tre giorni a non essere esposta ad un colpo di mano, facendo intorno alle sue mura lavorare tutti gli zappatori che si potrebbero porre a loro disposizione; mentre che a Bonnivet non abbisognava che una mezza giornata per presentarsi sotto le mura, e non era credibile che egli trascurasse d'approfittare d'un tempo così prezioso[80].

Pure Prospero fece inallora lavorare intorno alle fortificazioni come se fosse stato sicuro d'avere il tempo di ridurre il lavoro a fine; e Bonnivet per lo contrario, temendo di meritarsi i rimproveri d'inconsideratezza e di precipitazione fatti agli altri generali francesi, si trattenne tre giorni senza verun motivo sulle sponde del Ticino. Sperava che Prospero Colonna evacuerebbe spontaneamente la capitale, dalla quale egli allora potrebbe tirare immensi mezzi per la guerra, quando invece l'avrebbe esposta al saccheggio cercando di attaccarvi il nemico[81].

Quando Bonnivet seppe che Prospero Colonna, in cambio di ritirarsi, si fortificava in Milano, venne ad accamparsi a san Cristoforo, presso alle mura della città, tra le porte Ticinese e Romana, in un luogo renduto forte dai canali; di là mandò distaccamenti di cavalleria per il paese onde intercettare le vittovaglie, lusingandosi di forzare in tal modo il Colonna ad uscire da una città nella quale troverebbesi tra poco esposto a grandi privazioni[82]. Bajardo e Federico da Bozzolo occuparono Lodi il 20 di settembre, e vittovagliarono il castello di Cremona, sperando di potere per mezzo del castello occupare ancora la città; ma sebbene conducessero trecento lance ed otto mila fanti, non ottennero l'intento loro[83]. In appresso si avanzarono verso Caravaggio e Monza, per togliere ai Milanesi le vittovaglie dei monti di Brianza. Prospero Colonna, sopraffatto da una malattia che doveva bentosto condurlo al sepolcro, facevasi rappresentare dal duca di Termes e da Alarcone, comandante della fanteria spagnuola. Aveva colla sua attività adunati in Milano ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, quattro mila fanti spagnuoli, sei mila cinquecento tedeschi e tre mila italiani. Faceva avanzare il marchese di Mantova al mezzogiorno del Po dalla banda di Pavia; aspettava ogni giorno nuovi rinforzi dalla Germania e dal regno di Napoli; e di già intercettava ai Francesi i viveri ch'essi avevano creduto di tirare dalla Lomellina[84].

Erasi Bonnivet dato vanto di non imitare l'impeto e l'imprudenza degli altri capitani francesi, ma di fare la guerra agl'Italiani colle precauzioni italiane: pure così perdeva i vantaggi proprj della sua nazione senza poter acquistare quelli d'un'altra. Ogni picciola scaramuccia gli costava alcuni soldati, ed ognuna di tali perdite scoraggiava le sue truppe ed accresceva l'ardire dei nemici. I frequenti rovesci provati da' suoi distaccamenti lo forzarono all'ultimo a non far venire i suoi convoglj che con grosse scorte, a non ispedire a foraggiare che numerosi distaccamenti, ed a richiamare i corpi d'armata che chiudevano ai Milanesi le strade del monte di Brianza, facendo accampare tutte le sue truppe tra Marignano ed Abbiategrasso[85].

La lentezza di Bonnivet aveva dato tempo agli alleati di adunare tutte le loro armate. Oltre le truppe spagnuole e tedesche che Prospero Colonna aveva in Milano, e quelle che Antonio di Leyva teneva sotto i suoi ordini a Pavia, il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, si avvicinava col marchese di Pescara, il quale aveva ripigliato il comando della fanteria spagnuola. Il marchese di Mantova, a richiesta di Prospero Colonna, si era avanzato fino a Pavia coll'armata della Chiesa, il Vitelli, che comandava tre mila fanti al soldo de' Fiorentini, copriva la strada di Genova, ed il duca d'Urbino coll'armata veneziana era giunto in riva all'Adda. Malgrado il loro avvicinamento Bonnivet si era ostinato a mantenere la sua posizione sotto Milano, per tenere dietro ad una trama ordita da alcuni soldati di Giovanni de' Medici, che promettevano di dargli una porta della città; ma quando seppe che questi erano stati scoperti e condannati alla pena di morte, fece proporre a Prospero Colonna un armistizio fino al mese di maggio, obbligandosi a cedere tutte le conquiste fatte oltre il Ticino. Ma i generali imperiali non volevano accettarla che a condizione che fosse evacuata tutta la Lombardia; e Bonnivet, senz'avere ottenuta una sospensione d'armi, fu costretto da abbondanti nevi a ritirarsi. Il 27 di novembre portò tutta la sua armata tra il Ticinello ed il Ticino ad Abbiategrasso ed a Rosate; e malgrado le istanze de' soldati, Prospero Colonna, fedele all'invariabile suo sistema di non fidare mai all'accidente ciò che ottenere poteva dall'ordinario corso delle cose, lasciò che tranquillamente si ritirasse[86].

A dir vero quest'era l'ultima prova che Prospero faceva della particolare sua tattica. Questo grande generale, che dava a vedere d'aver preso per modello Fabio Cunctatore, operò in certo qual modo una rivoluzione nell'arte della guerra. Fu egli il primo ad insegnare con quale arte, scegliendo le posizioni, ed eseguendo movimenti ben calcolati, un generale debole, o che diffida delle sue truppe, può stancheggiare l'attività de' suoi nemici, ammorzarne l'impeto e dissiparne le forze, senza lasciar loro il conforto di dare una sola battaglia. Ne' tempi in cui visse i suoi talenti erano appunto quelli che si richiedevano dal suo partito per ammorzare l'impeto de' Francesi, o rendere inutile il cieco valore degli Svizzeri. Fu egli il primo a difendere senza venire a giornata un paese che da trent'anni era sempre stato o guadagnato, o perduto in una sola battaglia. Pure in quest'epoca stessa veniva già da otto mesi divorato dalla malattia che lo portava al sepolcro. La gelosia che fin allora aveva sentita contro Carlo di Lannoy, vicerè di Napoli, dovette dar luogo all'eccesso del dolore. Chiamò egli stesso a Milano questo ministro dell'imperatore; ma il Lannoy non volle che i moribondi occhi del suo rivale vedessero il successore che tanto avevano temuto. Si avanzò lentamente, onde entrare in Milano col marchese di Pescara solamente quando Prospero Colonna agonizzante avesse perduti i sentimenti. Questo grand'uomo morì il 30 dicembre del 1523[87].

Bonnivet, avendo presi i suoi quartieri d'inverno, licenziò la fanteria francese levata nella Linguadocca e nel Delfinato, siccome quella che conosceva poco utile sebbene fosse molto dispendiosa. Calcolava d'avere in vece un corpo di fanteria svizzera, che faceva assoldare per l'imminente primavera. In pari tempo, per aprirsi una più facile comunicazione coi Cantoni, incaricò Renzo di Ceri di attaccare Arona sul lago Maggiore, dandogli per tale impresa sette mila fanti italiani. Ma Anchise Visconti, che difendeva questa fortezza con una guarnigione milanese, gli oppose una così ostinata resistenza, che Renzo di Ceri si vide costretto a levare l'assedio dopo avere battuta la fortezza trenta giorni, lanciandovi sei mila palle[88].

Era altresì giunto in Milano il contestabile di Borbone con un rinforzo di sei mila Landsknecht. L'imperatore, che voleva protrarre il matrimonio del Borbone con Eleonora di Portogallo, e che cercava pretesti perchè non avesse effetto, invece di permettere al contestabile di venire in Ispagna, gli aveva dato il supremo comando dell'armata d'Italia, incaricando il Pescara del comando della fanteria spagnuola, ed il Lannoy dell'amministrazione civile. Dal canto suo il duca d'Urbino aveva avuto ordine dal senato di Venezia di passare l'Adda, e di raggiugnere a Milano l'armata imperiale: onde era questa diventata più numerosa assai di quella di Bonnivet; ma era in preda al disastro che mai non abbandonava le armate dell'Austria; conciossiachè Carlo V non le mandava danaro. I soldi erano da molto tempo arretrati; i soldati saccheggiavano gli abitanti che loro davano l'alloggio; ed i varj stati dell'Italia venivano angariati dai generali, che da loro pretendevano enormi contribuzioni per supplire alle spese della guerra[89].

L'armata imperiale, a motivo de' prosperi risultamenti della precedente campagna, era piena di confidenza; scoraggiata per lo contrario era quella de' Francesi; e que' medesimi capitani, che fin allora erano stati i favoriti della fortuna, cominciavano a provarla contraria. Il cavaliere Bajardo era stato incaricato di difendere Robecco coi signori di Mezieres e di San-Mesmes con dugento uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e la fanteria del signore di Lorges: ma egli vi si lasciò sorprendere una notte del mese di febbrajo dal Pescara e da Giovanni de' Medici. Tre mila Spagnuoli, che per riconoscersi portavano sopra le armi una camicia bianca, cinsero da ogni banda la borgata, ed attaccarono i Francesi mentre dormivano; questi, quasi senza difendersi, furono in gran parte uccisi e fatti prigionieri; furono presi quasi tutti i loro cavalli; e Bajardo stesso si salvò a stento combattendo[90].

Bonnivet aspettava in primavera potenti soccorsi che gli dovevan giugnere dalla Svizzera. Egli aveva bruciato il borgo di Rosate per riunire tutte le sue truppe in Abbiategrasso; ed avendo il Ticino alle spalle, poteva tirare dal paese coperto da quel fiume abbondanti provvigioni, che dovevano porlo in istato d'aspettare tranquillamente nel suo campo fortificato la nuova stagione. Attaccandolo in tale posizione i nemici non potevano lusingarsi di felice riuscita; ma il marchese di Pescara propose l'ardito movimento di portare l'armata imperiale al di là del Ticino per porre Bonnivet tra quest'armata e Milano. Calcolò che i Francesi scoraggiati non oserebbero d'attaccare la capitale della Lombardia; ad ogni modo vi mandò il duca Francesco Sforza e Giovanni de' Medici con sei mila uomini; ed il 2 di marzo l'armata imperiale passò sopra tre ponti il Ticino, e venne ad accamparsi a Gambalò[91].

Temendo il Bonnivet d'essere circondato, e di perdere ogni comunicazione col Piemonte, di dove riceveva le vittovaglie, passò ancor esso il Ticino, dopo avere lasciata una grossa guarnigione ad Abbiategrasso, e venne ad accamparsi a Vigevano sulla diritta del fiume. Intanto il duca d'Urbino avea attaccato e preso d'assalto Garlasco, terra assai forte tra l'armata imperiale e Pavia, che trovavasi occupata da' Francesi; questi in ogni scaramuccia avevano perduti molti soldati e cavalli, onde Bonnivet, piuttosto che vedere così consumarsi la sua armata, presentò, sebbene più debole, due giorni di seguito la battaglia agl'imperiali. Ma Lannoy ed il contestabile di Borbone avevano determinato di non esporre all'incertezza di una battaglia generale i vantaggi che loro non potevano venir meno, preferendo di sorprendere alla spicciolata le posizioni del nemico. Attaccarono successivamente ed occuparono san Giorgio e Sartirana; persuasero la città di Vercelli a dichiararsi per loro; e prendendo una vantaggiosa posizione all'Arco di Mario, tra Vercelli e Novara, di già si lusingavano di costringere Bonnivet, che si era chiuso in Novara, a capitolare[92].

Ma il generale francese aveva avviso che da ogni banda si avanzavano truppe in suo soccorso. Claudio di Longueville, duca di Rothelin, gli conduceva pel monte Ginevra quattrocento uomini d'armi, i quali erano di già arrivati a Susa. Attraversando il san Bernardo erano giunti a Gattinara, al di là della Sesia, dieci mila Svizzeri; e cinque mila Grigioni, assoldati nel loro paese da Renzo di Ceri, erano entrati nel Bergamasco, e stavano per unirsi a Federico da Bozzolo, che gli aspettava a Lodi con un grosso corpo di fanteria italiana. Ma Giovanni de' Medici si affrettò di passare nel territorio di Bergamo con dugento cavalli e quattro mila fanti, ed unitovisi ad alcune truppe veneziane, chiuse la strada ai Grigioni; indi attaccandoli ogni giorno colla cavalleria o coll'infanteria leggiere, loro intercettando i convoglj, sorprendendo i loro distaccamenti, gli stancheggiò in maniera, che dopo tre giorni li forzò a ritirarsi ne' loro paesi[93].

Dopo aver fatti ritirare i Grigioni, Giovanni de' Medici prese Caravaggio, e ravvicinatosi al Ticino ruppe a colpi di cannone il ponte di Boffalora, che serviva di comunicazione tra il quartiere generale di Bonnivet a Novara ed Abbiategrasso dove teneva molti magazzini. Il duca Francesco Sforza risolse di sforzare il napolitano Caraccioli che comandava mille fanti in Abbiategrasso; onde andò a raggiugnere Giovanni de' Medici sotto le mura di questa piazza colla milizia milanese, e dopo un vivo cannonamento la prese d'assalto. Vero è che i Milanesi pagarono assai caro questo vantaggio. La lunga dimora dell'armata francese in quella terra, i patimenti, la miseria, la sudiceria vi avevan generata la peste. I soldati saccheggiando Abbiategrasso contrassero essi medesimi il contagio; lo portarono a Milano col loro bottino, e questo flagello rapì in quella estate cinquanta mila abitanti alla capitale della Lombardia[94].

Intanto Bonnivet, sempre più chiuso nel suo campo, ogni giorno perdendo qualche posto avanzato, più non potendo tirare vittovaglie dal Piemonte, e più non ritrovandone nelle ruinate vicinanze di Novara, vedeva consumarsi continuamente la sua armata per la malattia e per la diserzione. Non solo i mercenarj che formavano la sua fanteria, ma gli stessi uomini d'armi, tutti appartenenti alla nobiltà francese, lo abbandonavano ogni giorno, dopo d'avere perduti i loro cavalli per mancanza di foraggi, ed avere lottato otto mesi contro le malattie e contro la fame. Dieci mila Svizzeri, che avevano valicato il san Bernardo, erano finalmente arrivati a Gattinara nella Valsesia; ma questi pensavano piuttosto a liberare i loro compatriotti del campo di Bonnivet, che a ricominciare una campagna che loro sperar non lasciava troppo prosperi avvenimenti. Malgrado le istanze di Bonnivet, non vollero passare la Sesia ingrossata da continue piogge; e ricusando di recarsi al suo campo, lo costrinsero a raggiugnerli dove si trovavano[95].

Partì dunque Bonnivet da Novara una notte in sul cominciare di maggio, onde nascondere la sua ritirata ai nemici, e prese la strada di Romagnano, terra quasi in faccia di Gattinara. Sebbene il marchese di Pescara fosse avvisato della di lui partenza, ed avesse progettato di prevenirlo, prendendo una più breve via di cui era padrone, l'armata francese arrivò a Romagnano alcune ore prima dei nemici, ed ebbe tempo di gettare un ponte sulla Sesia. Gli Spagnuoli, che l'avevano inseguito troppo precipitosamente, e che, respinti in alcune scaramucce, avevano prese pericolose posizioni, sarebbero stati facilmente sconfitti, se Bonnivet avesse potuto ridurre gli Svizzeri, arrivati presso Gattinara, a passare essi medesimi la Sesia ed a piombare con lui sopra i nemici che lo avevano inseguito: ma invano egli ne fece loro calde istanze; e quando vide di non poterli persuadere a ricominciare la guerra, passò nella stessa notte la Sesia con tutta la sua armata, per unirsi a loro[96].

Fin qui la ritirata di Bonnivet erasi eseguita abbastanza felicemente, sebbene egli avesse lasciati sette cannoni sulla riva sinistra della Sesia. Aveva trovate le truppe fresche degli Svizzeri, le quali avevano ricevuto in mezzo alle loro schiere i suoi equipaggi e le sue truppe affaticate, ed allo spuntare del giorno prendeva con loro il cammino d'Ivrea per tornare in Francia pel Basso Valese. Aveva collocata sulla riva del fiume una batteria per impedire agl'imperiali di passarlo, e ne aveva affidata la guardia a due battaglioni di Corsi e di Provenzali. Ma il marchese di Pescara ed il duca di Borbone, avendo trovato un luogo guadabile, cominciarono ancor essi a passare la Sesia; onde i Corsi spaventati abbandonarono i loro cannoni. Bonnivet per ricuperarli condusse egli medesimo un corpo di cavalleria col signore di Vandenesse, fratello di La Palisse. Bonnivet, ferito da una palla nel braccio sinistro, dovette ritirarsi dalla zuffa, e Vandenesse, ferito più gravemente in una spalla, morì dopo tre giorni[97].

Bonnivet, trovandosi incapace di supplire più a lungo alle funzioni di comandante, affidò la condotta dell'armata al cavaliere Bajardo, il quale si pose coi suoi uomini d'armi nell'ultima linea, onde coprire la ritirata della fanteria. Aveva appena presa questa posizione che vedendosi stringere dagli archibugeri spagnuoli, li caricò colla sua cavalleria per respingerli. «Ma, come Dio volle, fu tirato un colpo d'archibugio, la di cui pietra venne a ferirlo a traverso alle reni, e gli ruppe tutto il grosso osso della schiena. Quando sentì il colpo, si fece a gridare, Gesù! Poi soggiunse: Ah! mio Dio, io sono morto! Prese la sua spada per l'impugnatura, e baciò l'elsa come segno della croce, dicendo ad alta voce, miserere mei Domine![98]»

«Frattanto Bajardo si fece levare da cavallo dal suo maestro di casa, che mai non l'abbandonò, e si fece porre a piè d'un albero col viso rivolto verso il nemico, ove il duca di Borbone, che inseguiva il nostro campo, venne a trovarlo, e disse al detto Bajardo che sentiva molta compassione di lui, vedendolo in quello stato per essere così virtuoso cavaliere. Cui il capitano Bajardo rispose, signore, voi non dovete compiangere me che muojo da uomo onorato, ma bensì io compiango voi, vedendovi servire contro il vostro principe, la vostra patria, il vostro giuramento. E poco dopo il detto Bajardo spirò, e fu rilasciato un salvacondotto al di lui maestro di casa per portare il di lui corpo nel Delfinato, dove aveva avuti i natali[99]

Gl'imperiali continuarono ad inseguire l'armata che si ritirava; ma l'ultimo corpo svizzero, più soffrire non potendo tanta molestia, si gettò su di loro con tanto furore a piena corsa, che li ruppe e li pese in fuga. Questo corpo di quattrocento uomini, che si era troppo slontanato dal corpo d'armata, fu in appresso, a dir vero, avviluppato ed interamente distrutto; ma la sua ostinata resistenza, ed il ritardo dell'artiglieria imperiale, diedero tempo a Bonnivet di eseguire la sua ritirata sopra Ivrea, ove i nemici cessarono d'inseguirlo. Lasciò ancora nella valle d'Aosta, nel forte di Bar, venti cannoni, disperando di poterli condurre a traverso al san Bernardo, e ricondusse pel Valese la sua armata in Francia[100].

Il duca di Longueville, sentendo a Susa che Bonnivet si era ritirato, riprese il cammino del monte Ginevra senza avere veduto il nemico. Novara si arrese a Giovanni de' Medici: Boisì e Giulio di Sanseverino, che comandavano in Alessandria, consegnarono questa città al marchese di Pescara, e Federico da Bozzolo abbandonò Lodi al duca d'Urbino. In poche settimane più non rimase un solo francese in Italia; anzi al contrario Bozzolo e Sanseverino avevano condotti nella Provenza e nel Delfinato circa cinque mila Italiani al soldo della Francia[101].

L'Italia era omai liberata dall'invasione francese, ed erasi ottenuto lo scopo delle due leghe contratte dall'imperatore sia coi Veneziani, sia col papa e coi piccoli stati d'Italia. Tutti gl'Italiani, oppressi dalle spese e dagli sforzi di una ruinosa guerra, altro omai non bramavano che la pace; il papa lusingavasi di far guarentire lo stato attuale dell'Italia dal re d'Inghilterra che aveva contribuito alla vittoria, e dagli Svizzeri che coprivano i confini, e che in addietro si erano così vivamente adoperati per l'indipendenza della Lombardia. Clemente VII ordinava al suo nunzio in Inghilterra d'invocare i buoni ufficj d'Enrico VIII, per porre un termine all'arroganza ed alle vessazioni de' ministri dell'imperatore in Italia, per far rispettare la santa sede, cessare le contribuzioni straordinarie ricevute ogni mese dai Fiorentini, ristabilire il duca di Milano in un'assoluta indipendenza, e far godere ai Veneziani i vantaggi che si erano riservati in forza del loro trattato. Insomma trattavasi di far vedere se l'Italia aveva combattuto per iscuotere un giogo straniero, o soltanto per mutare il padrone; e dal tuono della lettera del datario apostolico scorgevasi che Clemente VII si era di già accorto che i frutti della vittoria non erano gran fatto meno amari di quelli della guerra[102].

Ma i generali, che avevano trionfato in Italia, desideravano che la guerra producesse nuove guerre. Niun pensiero prendevansi della felicità degli stati che pretendevano difendere; bramavano di continuare il loro mestiere, di farsi nome con nuove imprese, e di trovare altre occasioni di esercitare un assoluto potere sulle fortune e sulla vita degli uomini. Il contestabile di Borbone prendeva maggiore interesse che gli altri per la continuazione della guerra. Scriveva all'imperatore ed al re d'Inghilterra essere giunto l'istante di superare i confini della Francia, di vendicarsi dei loro nemici, e di precipitare dal trono Francesco I. Diceva che al nome di Borbone si solleverebbero i suoi antichi vassalli, e verrebbero spontaneamente a collocarsi sotto le insegne straniere. Ignorava costui che il solo delitto d'avere chiamati gli stranieri nella sua patria, cambiava in odio ed in disprezzo tutto l'affetto che i Francesi avevano potuto avere per lui[103]. Carlo V ed Enrico VIII credettero imprudentemente alle di lui parole; il primo ordinò alla sua armata di penetrare nella Provenza; l'altro gli mandò soccorsi, e promise in pari tempo di attaccare le province settentrionali della Francia.

Fu nel mese di luglio che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara passarono il Varo per entrare nella Provenza con sette mila landsknecht, sei mila fanti spagnuoli, due mila Italiani, e sei cento cavaleggieri: il vicerè Lannoy aveva promesso di seguirli a poca distanza con mille uomini d'armi. Ugo di Moncade con sedici galere costeggiava la Provenza per proteggere l'armata e trasportare l'artiglieria: ma Andrea Doria, che aveva il comando di una flotta francese più forte, prese una di queste galere e fece prigioniere il principe d'Orange; ne forzò tre altre a rompere sulla costa, le quali il Pescara fece bruciare perchè non venissero in mano del nemico; e costrinse il Moncade, dopo avere sbarcata la sua artiglieria ad Aix, a chiudersi nel porto di Monaco[104].

Voleva il Borbone approfittare della sorpresa del re di Francia e dello spossamento cui era stata ridotta la sua armata nell'ultima campagna, per portarsi subito sopra Avignone o sopra Lione. Calcolava che nello stesso tempo un'armata spagnuola penetrerebbe nella Guienna, una inglese nella Picardia, e forse una tedesca nella Borgogna. Ma Carlo V ed Enrico VIII non si curavano di soddisfare per questo rispetto le promesse che gli avevano fatte; ed il marchese di Pescara, non volendo compromettere la sua armata conducendola nel cuore del regno, si ostinò perentoriamente a volere ristringere le sue operazioni all'assedio di Marsiglia[105].

A Filippo di Brion, conte di Chabot, era stata dal re affidata la difesa di Marsiglia, cui venne bentosto giù pel Rodano ad unirsi Renzo di Ceri coi cinque mila Italiani che avevano seguito Bonnivet nella sua ritirata. Tra costoro trovavansi molti gentiluomini, costretti dalle rivoluzioni d'Italia ad esiliarsi per sempre dalla loro patria. Tra gli altri vi si vedevano alcuni emigrati pisani, determinati a non voler più soggiacere al giogo de' Fiorentini, e che, per la valorosa difesa che fecero in Marsiglia, acquistarono il diritto di cittadinanza francese, e vi si stabilirono colle loro famiglie. L'assedio fu infatti sostenuto colle più luminose prove di valore. L'artiglieria imperiale aveva aperte nelle mura larghissime brecce; ma il Pescara, dopo aver fatte riconoscere le disposizioni degli assediati, ricusò di dare l'assalto. Sapeva che Francesco I, accompagnato da La Palisse, erasi avanzato fino ad Avignone; che aveva colà ragunata una formidabile artiglieria, otto mila cavalli, quattordici mila Svizzeri, sei mila landsknecht, e dieci mila tra Francesi ed Italiani.

Sia che l'armata del Pescara venisse respinta in un assalto, sia che prendesse la città dopo avere perduta molta gente nell'attacco, correva pericolo di essere soverchiata da forze tanto superiori. Dichiarò adunque in un consiglio di guerra, che il solo partito da prendersi era quello di una subita ritirata. E la necessità di questo consiglio parve ancora più urgente, quando seppesi nel campo imperiale, che Francesco I, dopo di avere passato il Rodano, aveva spinta la sua vanguardia fino a Salon di Crau posta a metà strada tra Avignone e Marsiglia. Il Borbone s'arrese alla superiore esperienza del suo collega; fu imbarcata la grossa artiglieria; ma perchè il mare non era libero, si spezzò la maggior parte de' cannoni, e si caricò il bronzo sui muli, onde fonderli nuovamente giunti che fossero in Italia; ed alla fine di settembre l'assedio di Marsiglia, che mantennesi quaranta giorni, fu levato dall'armata imperiale, che s'avviò a marcie forzate alla volta di Nizza[106].

Non pertanto i marescialli di Chabannes e di Montmorencì avevano raggiunta la coda dell'armata che ritiravasi con tanta celerità, e che, carica d'un immenso equipaggio, entrava in un povero paese, deserto ed alpestre, ove soffrì infinitamente. Il Pescara potè lodarsi di questa ritirata, siccome della sua più bella impresa militare, poichè salvò da un imminente pericolo la sua armata e più di dodici mila bestie da soma; ma i capi che lo inseguivano hanno pure potuto darsi il vanto d'avere più d'una volta cambiata questa ritirata in una vera fuga, e d'avere arricchiti i loro soldati con una immensa preda. Il Pescara continuò a ritirarsi per Nizza, Albenga e Finale, e finalmente fece in un solo giorno la strada da Alba a Voghera, la quale è lunga ben quaranta miglia. Il vicerè Lannoy lo aspettava a Pavia, ove i generali imperiali erano impazienti di tenere un consiglio di guerra intorno ai mezzi di difendere la Lombardia[107].

Infatti lo stesso giorno in cui il Pescara, uscendo dalle montagne della Liguria, era giunto ad Alba, Francesco I aveva fatto il suo ingresso in Vercelli. Invece di tener dietro all'armata imperiale sulla strada da lei tenuta, Francesco aveva sperato di ottenere più luminosi successi prevenendola in Italia. Egli aveva per difesa della Francia adunata una così potente armata, che parvegli capace delle più grandi conquiste. Vedeva come Carlo ed Enrico non erano in istato di attaccarlo nè in Picardia, nè nella Guienna, e supponeva che l'armata che aveva eseguita una così faticosa ritirata a traverso alle montagne della Liguria, mal potrebbe contro di lui difendere la Lombardia. Si dice che questo progetto fu concepito dal solo re; che La Tremouille, Lescuns, d'Aubigni e Chabannes tentarono ogni via perchè non avesse effetto, mentre Bonnivet, La Barre, Chabot e San-Marsault lo incoraggiavano ad eseguirlo: ma che Francesco I, fermo nel suo pensamento, non volle aspettare sua madre, per la quale aveva sempre mostrata tanta deferenza, e che le aveva chiesta la grazia di abboccarsi con lei prima di partire. Qualunque si fosse l'autore di questo progetto, non deve essere giudicato dalla riuscita; poichè, se la campagna fosse stata condotta con intelligenza eguale all'ardore con cui venne cominciata, sarebbe stata probabilmente coronata da felice riuscita[108].

Ma e Francesco I ed il suo favorito Bonnivet avevano il valore del soldato, non i talenti del generale: invece di regolarsi a seconda delle sole presenti circostanze, pareva che ad altro non pensassero che a correggere gli errori ne' quali erano precedentemente caduti; e perchè le circostanze più non erano le medesime, ciò che evitavano come un errore, spesso sarebbe stato loro di sommo vantaggio. Bonnivet non aveva pensato che a precauzionarsi contro la precipitazione e la temerità francese, e con dilungamenti inopportuni aveva perduta l'occasione di conquistare il Milanese. Dal canto suo Francesco I voleva correggere gli errori di Bonnivet tenendo una condotta affatto diversa. Prima di tutto volle occupare Milano, indi Pavia; ed invece avrebbe dovuto distruggere l'armata fuggitiva, che, scoraggiata da così lunga ritirata, non gli avrebbe potuto tener testa, s'egli non le avesse dato riposo.

Le prime operazioni del re erano state ben dirette. Il signore di Lannoi evacuando Asti prima del di lui arrivo, aveva lasciati due mila uomini in Alessandria, sperando che l'armata francese si tratterrebbe ad assediarla; ma Francesco I voleva avanti tutto occupare Milano, persuaso che le piazze che lasciavasi alle spalle s'arrenderebbero in appresso. La peste, che tutta la state aveva infierito in Milano, e fatte perire cinquanta mila persone, aveva costretto Francesco Sforza ed il suo cancelliere Moroni ad abbandonarla. Questi, malgrado le istanze del Pescara, ricusarono di rientrarvi per sostenere un assedio, e per lo contrario autorizzarono i cittadini a sottomettersi ai Francesi; onde il Pescara, che più non trovava ne' Milanesi, avviliti da tante calamità, nè zelo per la loro indipendenza; nè soccorsi pecuniarj, nè braccia pel lavoro, credette prudente consiglio di non tenere la sua armata in una città infetta di peste, che poteva diventare il suo sepolcro; perciò diede ordine di evacuarla, ed il 26 ottobre del 1524 le ultime truppe imperiali, comandate da Alarcone, uscirono per la porta Romana, mentre che le francesi vi entravano per le porte Ticinese e Vercellina. Il 30 ottobre vi fu mandato la Tremouille per assumere il comando come luogotenente del re: aveva con lui il conte di San-Paul, il signore di Vaudemont, il maresciallo di Foix e Teodoro Trivulzio. Settecento fanti spagnuoli formavano la guarnigione del castello abbondantemente approvigionato[109].

Il disordine in cui trovavasi l'armata imperiale, lo scoraggiamento de' soldati che da oltre un mese ritiravansi a marcie forzate innanzi al nemico; la mal intelligenza che supponevasi tra i generali; l'impossibilità in cui si erano trovati di difendere Milano; tutto faceva conoscere che dovevansi inseguire caldamente senza lasciarli respirare. Il marchese di Pescara, uscendo di Milano, erasi ritirato a Lodi; ma sapevasi che la maggior parte de' di lui soldati, oppressi dalla fatica, e non sentendosi abbastanza forti per difendersi, avevano gettate le armi; che quasi tutta la cavalleria era smontata, avendo perduti i cavalli nelle lunghe marcie sulle montagne; che Lodi non poteva resistere più di Milano; e che, potendo i Francesi passare l'Adda prima degl'imperiali, l'armata degli ultimi non poteva a meno di non essere tagliata fuori e distrutta, o fatta prigioniera. Sgraziatamente avevano persuaso a Francesco I che una guerra reale, una guerra in cui egli comandava personalmente le armate, non doveva trattarsi colle comuni regole della tattica, e che avanti tutto dovevasi osservare ciò che richiedeva l'onore della corona. Quest'onore, gli si diceva, non permetteva ch'egli entrasse in Milano finchè la fortezza era nelle mani de' nemici; che si lasciassero alle spalle piazze non sottomesse; e per ultimo che si perdonasse a coloro che in una terra mal fortificata avevano l'insolenza di resistergli[110].

L'ammiraglio Bonnivet era colui che più d'ogni altro intratteneva il re di questa fallace gloria; e fa pure lo stesso Bonnivet che lo persuase a richiamare le truppe di già in cammino alla volta di Lodi, per far loro prendere la strada di Pavia, non convenendo alla dignità del re di Francia di andare in traccia di nemici lontani, quando altri ne aveva più vicini[111]. I generali imperiali in questa loro disfatta si erano separati. Antonio di Leiva erasi incaricato di difendere Pavia con cinque mila Tedeschi, cinquecento Spagnuoli, e due compagnie di cavalleria comandate da Garzia Manrique. Il marchese di Pescara trovavasi in Lodi col rimanente della fanteria spagnuola, intenzionato di continuare la sua ritirata: ma quando vide che i Francesi lo lasciavano respirare, pensò di afforzarvisi. Il Lannoi passò l'Adda e si accampò in Soncino colla cavalleria; mentre il Borbone recossi precipitosamente in Germania, onde ottenere dall'arciduca Ferdinando potenti soccorsi, senza i quali l'Italia era irremissibilmente perduta per la casa d'Austria. Francesco Sforza ed il cancelliere Moroni si chiusero in Pizzighettone, e poco dopo in Cremona[112].

Francesco I aveva in allora sotto i suoi ordini due mila lance, otto mila fanti tedeschi, sei mila Svizzeri, sei mila avventurieri in gran parte francesi, e quattro mila Italiani. Con questa formidabile armata andò il 28 ottobre ad accamparsi a san Lanfranco presso le mura di Pavia, facendo dall'altra parte del Ticino occupare il sobborgo di sant'Antonio dal signore di Montmorencì. Siccome per prendere questa posizione bisognava impadronirsi di un ponte sul fiume, protetto da una torre, fece appiccare coloro che la custodivano per avere ardito di resistere ad un re di Francia[113].

Il re fece subito porre allo scoperto una batteria in faccia alle mura, e tentò per due giorni di seguito di praticarvi una breccia. Ma dietro la breccia, ch'egli effettivamente aprì nella muraglia esterna, trovò larghe e profonde trincee, ben fiancheggiate, e le case con feritoje occupate dagli archibugeri. Dopo avere perduti molti buoni ufficiali nell'assalto che fece dare, conobbe che contro una guarnigione così numerosa, comandata da così esperimentato capitano qual era Antonio di Leiva, si doveva procedere a regolare assedio. Cominciò dunque ad aprire delle trincee per collocare i cannoni in batteria, coprendo i suoi fianchi con cavalli di frisa. In pari tempo fece cavare delle mine nelle quali bisognava disputarsi il terreno palmo a palmo. Cercò pure col consiglio dei suoi ingegneri di svolgere uno de' due rami del Ticino, per lasciare a secco le mura a piè delle quali scorreva: infatti questo fiume, due miglia al disopra di Pavia, dividesi in due rami, uno de' quali bagna le mura della città, l'altro, chiamato il Gravellone, se ne scosta un buon miglio e si riunisce di nuovo al primo, avanti di mettere foce in Po. Trattavasi di far passare nel Gravellone tutta la massa delle acque. Ma in quasi tutte le circostanze l'impeto delle acque non rispettò i lavori degl'ingegneri militari. Abbondanti piogge distrussero in poche ore l'opera di molte settimane; l'assedio aveva di già assorbito un tempo prezioso, e consumato molto danaro e molta gente, senza che l'armata francese avesse ottenuto verun vantaggio[114].

Mentre che l'assedio di Pavia avanzava con estrema lentezza, facevano maggior danno all'imperatore le negoziazioni che non le armi francesi. Il cardinale Wolsei cercava segretamente di alienare Enrico VIII, suo padrone, dall'alleanza, cui egli stesso avevalo più degli altri consigliato. Il papa Clemente VII protestava di non volere, come padre comune de' fedeli, soccorrere un monarca contro l'altro. Erasi rifiutato di rinnovare la federazione sottoscritta dal suo predecessore, e dopo la ritirata dell'ammiraglio Bonnivet nel precedente anno, si era considerato come straniero in una guerra continuata dalla sola ambizione di Carlo V. I Veneziani sospiravano dietro l'antica loro alleanza colla Francia, ed aspettavano consiglio dagli avvenimenti; tutti avevano osservato con estrema diffidenza, che l'imperatore, non contento di disporre a voglia sua dello stato di Milano come se fosse cosa sua, aveva pretestati i più frivoli motivi per non accordarne l'investitura a Francesco Sforza. Ma quando il papa ebbe certa notizia che l'armata imperiale, incapace di resistere ai Francesi, non faceva verun movimento per liberare Pavia dall'assedio, al malcontento che gli aveva dato Carlo V si aggiunse il timore d'irritare Francesco I. Egli non volle essere più oltre creduto nemico di un principe contro il quale niuna armata ardiva mantenersi in campagna, e mandò Giovanni Matteo Giberti, vescovo di Verona e datario apostolico, a trattare coi Francesi[115].

Presentavasi il Giberti come mediatore ed aveva perciò visitati a Soncino il vicerè e gli altri capitani imperiali, portando loro parole di pace; ma questi, incoraggiati dalla resistenza di Pavia, gli avevano risposto che non tratterebbero con Francesco I, finchè questi conservasse un palmo di terra nel ducato di Milano. Quando in appresso il Giberti arrivò presso il re di Francia, questi che dalla lentezza del fuoco degli assediati supponeva che cominciassero a mancare di munizioni, gli rispose che una fiorente armata qual era la sua, non era destinata alla sola conquista di Milano e di Genova, ma che lusingavasi di ricuperare anche il regno di Napoli[116].

Dopo questi esperimenti di generali negoziazioni, il vescovo di Verona si fece a parlare della riconciliazione del suo padrone colla Francia. Il re altro non gli chiedeva che una semplice neutralità; ed infatti Clemente VII obbligossi in nome proprio ed a nome dei Fiorentini, a non dare veruna nè segreta nè palese assistenza ai nemici del re. Dal canto suo Francesco prometteva la sua protezione al papa ed ai Fiorentini, e si obbligava a mantenere in Firenze l'autorità de' Medici. Nello stesso tempo, ed alle stesse condizioni Clemente VII trattò per i Veneziani, e la negoziazione da lui intavolata venne confermata dal senato di Venezia in principio di gennajo del 1525. Ambidue provavano i medesimi timori sia che i Francesi o gl'Imperiali fossero vittoriosi; ambidue desideravano ardentemente una pace, finchè le forze loro erano press'a poco eguali; ambidue avrebbero voluto impedire alle potenze belligeranti di venire ad un fatto decisivo. Ma il debole carattere di Clemente VII, la sua avarizia, la sua irrisoluzione, lo ritrassero dal seguire i consigli che gli davano i suoi più saggi ministri, cioè di far avanzare una formidabile armata sul Po, di riunirla a quella de' Veneziani, rendendo così rispettabile la neutralità de' due più potenti stati d'Italia, invece di lasciarla in balìa del vincitore[117].

Il mezzo che Clemente VII riputò più conveniente per affrettare le negoziazioni di una pace generale, fu quello di tenere inquieti i generali imperiali rispetto al regno di Napoli. Pare adunque, che consigliasse da principio a Francesco la spedizione del duca d'Albanì nel mezzogiorno d'Italia, dal che però cercò in appresso di dissuaderlo. Francesco I, che vedeva l'impossibilità di spingere vivamente l'assedio di Pavia durante la cattiva stagione, e che di mal animo teneva oziosa una così numerosa armata, aveva date a Giovanni Stuard, duca d'Albanì, dugento lance, seicento cavaleggieri ed otto mila pedoni, perchè s'incamminasse alla volta di Napoli[118].

Tosto che la fazione francese nel regno di Napoli ebbe sentore della mossa del duca d'Albanì, cominciò subito a sollevarsi; i baroni angiovini, la città dell'Aquila e tutti gli Abruzzi, sembravano apparecchiati a tentare una rivoluzione. Il consiglio di Napoli scrisse al signore di Lannoy, che, se non voleva perdere il regno affidatogli, doveva sollecitamente ricondurvi l'armata imperiale per respingere l'invasione straniera, e contenere i malcontenti. Infatti il vicerè, spaventato da questi avvisi, voleva accorrere alla difesa del suo territorio; ma vi si oppose il marchese di Pescara onde non s'indebolisse l'armata di Lombardia. Egli dimostrò che conveniva difendere Napoli e Pavia, conciossiachè un solo vantaggio avuto sopra Francesco I bastava per richiamare il duca d'Albanì anche vittorioso, mentre invece, ove pure il duca rimanesse perdente nel regno di Napoli, i di lui rovesci non potrebbero por fine alla guerra di Lombardia. Si prese quindi il partito di mandare a Napoli il duca di Traietto con ordine di levare contribuzioni nel paese, e di provvedere nel miglior modo che potrebbe alla difesa del regno colle sole milizie nazionali, mentre che si terrebbero in Lombardia tutte le forze imperiali[119].

L'assedio di Pavia procedeva poco vigorosamente, perchè i Francesi cominciavano a mancare di munizioni: dall'altro canto il duca d'Albanì attraversava l'Italia con estrema lentezza, accrescendo così fede all'universale opinione, che piuttosto cercasse d'intimorire gl'Imperiali, che di fare realmente la conquista del regno. Pure la sua marcia serviva ai Francesi per formare nuove alleanze, facendo dichiarare per loro i deboli stati, che il solo timore aveva strascinati nella lega dell'imperatore. Alfonso d'Este, duca di Ferrara, domandò di essere nuovamente ricevuto sotto la protezione francese, e la comperò con un sussidio di settanta mila fiorini, venti mila de' quali vennero pagati in munizioni d'artiglieria. Giovanni de' Medici, il celebre comandante delle bande nere, venne incaricato di condurre a Pavia queste munizioni; egli aveva di fresco mutato nuovamente partito, lagnandosi d'essere stato dagl'Imperiali trascurato nella precedente campagna, ed era giunto al campo francese il 4 di dicembre colla formidabile sua truppa. Il duca d'Albanì penetrava in Toscana per la via della Garfagnana. In principio di gennajo gli si unì Renzo di Ceri con tre mila fanti italiani sbarcati da una flotta francese. Lucca gli pagò dodici mila ducati e gli diede alcuni cannoni. Firenze lo accolse come generale di una potenza amica; Siena non solo acquistò la protezione della Francia con una contribuzione, ma dovette acconsentire al richiamo del figlio di Pandolfo Petrucci, nelle di cui mani Clemente VII desiderava di vedere riposto il governo di quella città. Finalmente il papa, quando l'Albanì fu vicino a Roma, pubblicò il trattato di neutralità conchiuso colla Francia, e fin allora tenuto segreto[120].

Ma sebbene il duca d'Albanì fosse entrato nello stato di Roma, e che assoldasse nuovi fanti nelle terre degli Orsini, mentre che dal canto loro i Colonna ne assoldavano altri a Marino per difendere il regno di Napoli, gli occhi di tutta l'Europa non erano volti a questi avvenimenti, ma soltanto a ciò che accadeva in Lombardia. Il Borbone era colà tornato verso la metà di gennajo, conducendo dalla Germania cinquecento cavalli borgognoni e sei mila fanti che gli erano stati dati dall'arciduca Ferdinando, con un corpo di quasi altrettanti volontarj assoldati dalle città imperiali e dalla nobiltà immediata. Marco Sittich d'Embs e Niccolò, conte di Salm, comandavano i primi, Giorgio Frundsberg gli altri. I Veneziani, che non eransi obbligati che ad una perfetta neutralità, loro accordarono il libero passaggio[121].

Dopo avere ricevuto questo rinforzo, l'armata imperiale si trovò superiore a quella di Francia, ma mancava assolutamente di danaro; Carlo V, seguendo la sua pratica, non ne mandava nè dalla Spagna, nè dalla Fiandra: non poteva somministrarne il regno di Napoli chiamato a difendere sè medesimo; il ducato di Milano, che fin allora aveva mantenuto l'armata, oltre l'essere interamente ruinato, era in gran parte occupato da' Francesi; e gli stati indipendenti d'Italia non pagavano più le contribuzioni loro precedentemente estorte a viva forza. In Pavia Antonio di Leiva non aveva più polvere, mancava di vino e d'ogni altra vittovaglia, ad eccezione del pane. I soldati, anche prima che cominciasse l'assedio, non ricevevano da lungo tempo il loro soldo, e di già cominciavano a domandarlo con minacciose grida, onde Leiva temeva che non dessero la città ai nemici. Prese perciò tutti gli argenti delle chiese, e ne coniò una nuova moneta che loro distribuì; il Pescara trovò il modo di fargli passare tre mila ducati, la quale piccola somma servì a far credere agli assediati che il danaro pel loro soldo si trovava nel campo imperiale; ma ch'era quasi impossibile il farlo giugner loro a traverso alle linee degli assedianti. Finalmente il comandante de' Tedeschi, il conte Eitel Federico di Zollern, il di cui nome viene dal Giovio travisato sotto quello d'Azornio, avendo eccitata la diffidenza di Antonio di Leiva, fu da lui avvelenato in un pranzo[122].

Il marchese di Pescara, Lannoy, e Borbone, sentivano ancora più vivamente il bisogno del danaro per l'armata con cui pensavano di far levare l'assedio di Pavia. Non solo era dovuto il soldo a tutte le loro truppe da molti mesi, ma non ne avevano abbastanza per far trasportare l'artiglieria, per provvedere alcune vittovaglie, nell'istante in cui, volendo trar fuori le truppe da' quartieri d'inverno, più non sarebbero alimentate dagli abitanti. Però i generali imperiali sentivano la necessità di attaccare il campo francese prima che il re ricevesse le nuove truppe che faceva levare nella Svizzera, in Italia ed in Francia, prima che la miseria inducesse gli assediati a capitolare, e prima che per mancanza di pagamento le loro truppe si disperdessero[123].

Il marchese di Pescara cercò di calmare i soldati, i quali avevano dichiarato che non uscirebbero da' quartieri d'inverno finchè non sarebbero loro pagati i mesi arretrati. Cominciò col risvegliare il naturale orgoglio degli Spagnuoli, il loro odio verso i Francesi e la loro cupidigia, promettendo loro le ricche spoglie dell'armata reale. Dopo avere ottenuta la loro promessa di servire ancora un intero mese senza soldo, adducendo il loro esempio si volse ai Tedeschi, e gli esortò a mostrare la medesima generosità in una causa in cui erano più particolarmente interessati, poichè trattavasi di liberare i loro compatriotti assediati in Pavia. Giorgio Frundsberg, il di cui figliuolo Gaspare era chiuso in Pavia con Antonio di Leiva, fece con tutto il suo zelo e con tutto il suo credito valere questo motivo presso i suoi compatriotti, e fece in modo che ottenne da loro la medesima promessa che il Pescara aveva ottenuto dagli Spagnuoli. Solo restavano a persuadersi gli uomini d'armi ch'erano a Soncino con Carlo di Lannoy, i quali si mostravano meno docili degli altri. Il loro orgoglio era umiliato, perchè non avevano avuto occasione di mostrare il proprio valore nelle precedenti campagne. Il Pescara aveva riposta tutta la sua fiducia nella fanteria, ed in particolar modo ne' fucilieri ed archibugieri spagnuoli da lui formati; e gli uomini d'armi, lasciati oziosi, erano non infrequentemente l'oggetto della derisione de' pedoni. Per persuaderli a marciare, d'uopo fu che il Pescara e gli altri capi dividessero tra gli uomini d'armi il privato loro danaro. Egli finalmente ottenne in tal modo che raggiugnessero il restante dell'armata; e il 25 di gennajo si pose in cammino da Lodi per Marignano[124].

Il re, avvisato della marcia dell'armata imperiale, suppose dapprima che fosse intenzionata di occupare Milano, ma quando seppe che, partendo da Marignano, aveva piegato a sinistra lungo il Lambro per avvicinarsi a Pavia, richiamò da Milano all'armata La Tremouille e Lescuns, ed adunò un consiglio di guerra per risolvere intorno al partito da prendersi. Tutti i più vecchi generali, La Palisse, Galeazzo di Sanseverino, La Tremouille, Teodoro Trivulzio, il duca di Suffolck della Rosa Bianca, ed il bastardo Renato di Savoja, si sforzavano di far sentire al re che la peggiore situazione era quella di aspettare d'essere attaccato nel proprio campo, tra una città assediata, ove trovavasi una grossa guarnigione, ed un'armata più numerosa della sua; che non doveva tardare a levare l'assedio di Pavia, portando l'armata tra questa città e Milano a Binasco o alla Certosa; che il paese, tutto intersecato di canali, offriva molti vantaggiosi accampamenti, e ch'era facile lo sceglierne uno, in cui la sua armata tutt'adunata non potrebb'essere attaccata senza un eccesso di temerità; che gl'imperiali, senza danaro e senza viveri, non potrebbero lungamente tenersi in campagna, e che l'imbarazzo loro verrebbe accresciuto col ricevere nel proprio campo la guarnigione di Pavia, cui si era fatto credere che il soldo fosse in pronto, e la quale, non ricevendo danaro dopo tante privazioni, ecciterebbe facilmente una sollevazione in mezzo a truppe tutte egualmente malcontente; che bastava guadagnare tempo per ottenere tutti i frutti della più compiuta vittoria; e che, se la disperazione riduceva il Pescara a cercare la battaglia, la più comune prudenza insegnava al re a schivare ciò che il suo nemico desiderava[125].

Ma Francesco I non ascoltava che Bonnivet, perchè questi lo intratteneva sempre della sua gloria. Indegna cosa sarebbe, questi gli diceva, della maestà di un re di Francia di lasciarsi dagli stessi nemici svolgere dai suoi disegni, di rinculare quand'essi avanzavano, e di abbandonare un'impresa che si era impegnato di condurre a fine in faccia a tutta l'Europa. Che i generali ordinarj potevano lasciarsi guidare da queste comuni considerazioni di prudenza o di tattica militare; ma che, trovandosi compromessa la maestà reale, l'onore della corona doveva essere la prima base dell'arte della guerra. Dietro una così fallace opinione dell'onore e del dovere di un re, Francesco I risolse di continuare l'assedio di Pavia in presenza del nemico, contro il parere de' suoi più sperimentati generali, e contro le istanze del papa[126].

Francesco I ristrinse il suo accampamento, e ne guarnì i trinceramenti con una formidabile artiglieria, credendo in tal modo essersi posto in sicuro contro ogni attacco. Quando era cominciato l'assedio aveva divisa la sua armata in tre campi. Il primo a san Lanfranco, dove comandava in persona, era posto in su la sinistra del Ticino, dalla banda in cui giugne a' piedi delle mura della città; il secondo, in cui comandava La Palisse, era egualmente sulla sinistra del Ticino, ma sotto alla città; il terzo sotto gli ordini di Montmorencì era in su la destra del Ticino nell'isola che forma col Gravellone. Francesco I, avvicinandosi gl'imperiali, abbandonò il suo campo di san Lanfranco, e si unì a La Palisse, chiamandovi ancora il Montmorencì, e non lasciando nell'isola che un piccolo corpo di truppe sotto gli ordini del signore di Clermont. Per tal modo tutte le sue forze si trovarono riunite in un solo campo al levante della città, in riva al Ticino, e sulla strada che tenevano i nemici. Era questo campo fortificato in faccia, verso Lodi, da un parapetto e da una fossa che stendevasi fino al fiume, a destra dal Ticino, ed a sinistra dal muro di un vasto parco, che circondava la casa di caccia dei duchi di Milano a Mirabello. Il re fece in tre luoghi atterrare questo muro, onde formare altrettante porte, per le quali poteva entrare nel parco; il rimanente del muro serviva di difesa al suo campo, e chiudeva ai nemici la via della città[127].

Il Pescara, cui Borbone e Lannoy, tratti dall'irresistibile sentimento della superiorità de' di lui talenti, avevano abbandonata la direzione dell'attacco andava frattanto avvicinandosi, ma lentamente e con precauzione, all'armata reale. Aveva trovato in sul passaggio del Lambro il castello di sant'Angelo difeso da Pirro da Bozzolo, fratello di Federico, con dugento cavalli ed ottocento fanti. Sebbene questo posto fosse fortissimo, e che il re, che lo aveva fatto di fresco riconoscere, si tenesse sicuro che resisterebbe lungamente, il Pescara lo prese in un giorno, essendo entrato egli stesso il secondo per la breccia nella piazza, colla temerità di un granatiere, piuttosto che colla prudenza di un generale[128].

Circa lo stesso tempo altre perdite indebolirono successivamente l'armata del re. Egli aveva ordinato al marchese di Saluzzo di condurgli sollecitamente da Savona, dov'egli trovavasi, quattro mila Italiani precedentemente destinati contro Genova. Questi, attraversando senza precauzione l'Alessandrino, furono sorpresi nel passare la Bormida da Gaspare Maino, comandante delle truppe dello Sforza, ed interamente disfatti o fatti prigionieri[129]. Gian Luigi Palavicino con un corpo ancora più numeroso lasciossi sorprendere il 18 di febbrajo a Casal maggiore, di dove avanzavasi per attaccare Cremona, e fu pure fatto prigioniere[130]. Finalmente Giovan Giacomo Medici, milanese, il quale non apparteneva alla famiglia fiorentina dello stesso nome, riuscì con uno stratagemma a privare il re dell'assistenza di sei mila Grigioni, che servivano nel di lui campo. Costui sorprese la città ed il castello di Chiavenna all'estremità del lago di Como[131], e con tale inaspettato attacco spaventò talmente la lega grigia, che dessa ordinò a tutti i Grigioni che trovavansi nell'armata del re di accorrere in difesa della loro patria; e questi furono accompagnati da alcuni battaglioni svizzeri, i quali dichiaravano che il loro più pressante dovere era quello di soccorrere i loro confederati[132].

L'armata imperiale andava sempre più accostandosi a Pavia. Il primo di febbrajo era venuta ad accamparsi a Vistarino; il 3 dello stesso mese si stabilì nei prati di santa Giustina, due miglia e mezzo distante dalla città, e ad un solo miglio da' corpi avanzati dell'armata francese. Le due armate trovaronsi in allora così vicine, che potevano cannonarsi senz'uscire da' loro campi. Un fiumicello, detto la Vernacula, li separava, e perchè era profondo ed aveva le rive alquanto alte serviva egualmente di difesa agli uni ed agli altri. Ma il Pescara non si era tanto avvicinato che per venire a battaglia, onde andava studiando le posizioni de' Francesi; si avanzava frequentemente sotto il loro fuoco per meglio conoscerle, e per sapere a quale corpo particolare era affidata cadauna parte del campo. Per tal modo aveva conosciuto che sarebbe quasi impossibile di sforzare i Francesi ne' loro trinceramenti; perciò gli andava stancheggiando con continue scaramucce di giorno e di notte, e lusingavasi che alcuna di quelle parziali zuffe potrebbe cambiarsi in generale battaglia. Infatti più d'una volta le due armate si mossero interamente per un accidentale attacco. Un branco di montoni, preteso da ambo le parti, fu in sul punto di cagionare una battaglia generale; pure dopo che Lannoy e Borbone, che Bonnivet e lo stesso Francesco I furono entrati nella mischia, le due armate si ritirarono nel proprio campo press'a poco con eguale danno[133].

Ma il più delle volte gli attacchi del Pescara avevano più felici risultati: egli sorprese consecutivamente i Landsknecht della banda nera comandati dal duca di Suffolck, indi gl'Italiani della banda nera di Giovanni de' Medici. Questi per vendicarsi tirò in un'imboscata una sortita della guarnigione di Pavia; ma mentre, dopo averle uccisa molta gente, stava indicando a Bonnivet il campo di battaglia, e gli andava spiegando le sue disposizioni, fu il 20 di febbrajo ferito in una coscia così dolorosamente da una palla, che fu costretto d'abbandonare l'armata, facendosi trasportare a Piacenza per esservi medicato[134].

In mezzo al ricinto, le di cui gagliarde muraglie coprivano uno de' fianchi del campo francese, era fabbricato il palazzo di Mirabello, antica casa di caccia dei duchi di Milano. Il re vi aveva mandato, come in luogo più lontano da' pericoli, i suoi ministri ed ufficiali che seguivano il campo senz'essere addetti alla milizia, come pure Aleandro, legato del papa. Varj mercanti e magazzinieri avevano nello stesso luogo aperta una specie di fiera, e vi erano protetti dagli uomini d'armi della retroguardia. Disperando il Pescara di forzare i trinceramenti del campo francese, formò il progetto di penetrare nel parco e di avanzarsi sopra Mirabello. Se ciò gli riusciva, contava in appresso di circondare l'armata francese dalla parte sinistra, e di aprirsi una comunicazione colla guarnigione di Pavia. Se il re voleva vietargliene il passaggio, era forzato di rinunciare al vantaggio de' suoi trinceramenti per dargli battaglia nel parco. Però affinchè l'affare si rendesse generale, bisognava per altro che il Pescara facesse entrare la sua armata nel parco prima che i Francesi avessero sentore del suo progetto, altrimenti ne avrebbero difese le muraglie collo stesso vantaggio con cui difendevano i loro trinceramenti. Incaricò adunque lo spagnuolo Salsede di fare nella notte che precedeva il 25 di febbrajo una breccia nelle mura del parco, non già coll'artiglieria, onde non levare a rumore tutto il campo nemico, ma col montone e cogli zappatori, facendo nello stesso tempo eseguire altri attacchi in diversi luoghi per traviare l'attenzione, e soffocare il fracasso; indi avvertì Antonio di Leiva di tentare una sortita ad un convenuto segnale[135].

Soltanto a due ore prima di giorno si trovò la breccia aperta nella muraglia del parco. Il Pescara, che aveva fatta indossare a tutti i suoi soldati una camicia bianca sopra le armi, onde si riconoscessero nell'oscurità, fece da prima entrare nel parco Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, suo cugino, con sei mila fanti tedeschi, spagnuoli ed italiani, e tre squadroni di cavalleria, ordinandogli di portarsi direttamente sopra Mirabello. Lo stesso Pescara gli tenne dietro con un secondo corpo d'armata composto di fanteria spagnuola. Il Lannoy ed il contestabile di Borbone conducevano il terzo ed il quarto corpo, tutto formato di Tedeschi. Gl'imperiali erano di già entrati nel parco, senza che i Francesi si fossero accorti del loro disegno. Ma finalmente questi si erano mossi e posti in ordine di battaglia, onde gl'imperiali, per portarsi a Mirabello, dovevano passare sotto il fuoco dell'artiglieria francese, diretta da Giacomo Galliot, siniscalco d'Armagnacco. Siccome gl'imperiali correvano per sottrarsi più presto alle continue scariche, il re credette che fuggissero, ed uscì dalle sue linee per caricarli. Fidavasi nella superiorità della sua cavalleria in una pianura accomodata alle grandi evoluzioni; ma con tale movimento venne a cuoprire la sua artiglieria, la forzò a sospendere il fuoco, e trovò la cavalleria nemica frammischiata agli archibugeri spagnuoli, le di cui scariche atterrarono bentosto non pochi de' suoi più valorosi cavalieri[136].

Quando il Pescara vide attaccata la battaglia, fece richiamare il marchese del Guasto; ma questi, sentendo il cannone, aveva prevenuti i suoi ordini e di già si trovava in linea. L'armata imperiale poteva in allora contare sedici mila tra fanti spagnuoli e tedeschi, mille italiani e mille quattrocento cavalli. Francesco I credeva di avere nella sua mille trecento lance, e venticinque mila fanti; ma era ingannato da' suoi capitani e dagl'ispettori alle reviste, i quali gli facevano pagare il soldo di moltissimi soldati che più non esistevano, o che mai non avevano esistito[137]. Francesco I affidò a Bussì d'Amboise la custodia del suo campo e la sua difesa contro le sortite d'Antonio di Leiva; oppose i suoi Svizzeri ai Tedeschi, ed i suoi Landsknecht delle bande nere agli Spagnuoli. Nel cominciamento della battaglia Philippe di Chabot e Federico da Bozzolo presero cinque cannoni agli Spagnuoli, e la banda nera de' Landsknecht respinse fino nella Vernacula un corpo di cavalleria leggiere: ma questi medesimi vantaggiosi avvenimenti tornarono in danno de' Francesi; perciocchè gli uomini d'armi, credendo vinta la battaglia, slanciaronsi disordinatamente addosso ai nemici, sguarnirono i fianchi degli Svizzeri e de' Landsknecht, che dovevano proteggere, e fecero cessare affatto il fuoco dell'artiglieria francese, nella quale stava la vera superiorità di Francesco I[138].

Terribile fu questa carica degli uomini d'armi: giammai nelle guerre d'Italia non erasi combattuto con maggiore accanimento; nè mai infatti non furono attaccati alla sorte d'una sola battaglia più grandi destini. Si fu in quest'urto che Ferdinando Castriotto, marchese di sant'Angelo, ultimo discendente di Scanderbeg, fu ucciso, per quanto si disse, dallo stesso Francesco I. Gli uomini d'armi borgognoni, giunti di fresco dalla Germania col contestabile di Borbone furono posti in fuga; e già parevano dover presto cedere anche gli squadroni di Lannoy e di Borbone, allorchè ottocento fucilieri spagnuoli diretti dal Pescara si sparsero sui fianchi degli uomini d'armi francesi, ed uccisero tanti cavalieri che gli altri dovettero separarsi. Quando gli uomini d'armi tornavano poi ad unirsi per dar addosso ai fucilieri, questi disperdevansi egualmente, e colla loro agilità si sottraevano sempre ad un nemico che non cessavano di molestare. Frattanto il marchese del Vasto, approfittando del disordine della cavalleria francese, aveva attaccata l'ala destra composta di Svizzeri comandati da Montmorencì. Questi non sostennero l'antica loro riputazione, malgrado gli sforzi del Montmorencì e del maresciallo di Fleuranges, che furono ambidue fatti prigionieri; essi vilmente fuggirono. Giovanni di Diesbach, il primo de' loro capitani, piuttosto che partecipare al loro disonore, non avendo potuto trattenerli, si gettò a corpo perduto fra i nemici e si fece uccidere. I Landsknecht della banda nera resistettero soli da questo lato all'attacco degl'imperiali; ma, chiusi da un accorto movimento di Frundsberg in mezzo a tre battaglioni, furono quasi tutti uccisi. Colà perirono con Longman d'Ausburgo, loro comandante, Riccardo di Suffolck della Rosa Bianca, pretendente al trono d'Inghilterra, Francesco di Lorena, fratello del duca regnante, Wirtemberg di Lauffen, e Teodorico di Schomberg, fratello del primo segretario di Clemente VII. La Palisse scavalcato, e di già fatto prigioniere, fu ucciso da un soldato spagnuolo; La Tremouille cadde morto presso al re per un colpo d'archibugio; Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, che cercava di trattenere i fuggitivi, fu pure ucciso in sugli occhi del re. L'ammiraglio Bonnivet, dopo aver inutilmente tentato di riordinare gli Svizzeri, e non volendo sopravvivere ad una sconfitta di cui sentivasi colpevole, corse a visiera alzata ove i nemici erano più fitti, e cadde ferito da più colpi di spada nel volto. Il re, avendo di già perduta la maggior parte de' suoi commilitoni, si andava valorosamente difendendo colla sua spada; ma mentre spingeva il suo cavallo verso il ponte della Vernacula, questo cavallo, ferito in più luoghi, cadde presso Diego Abila e Giovanni d'Urbieta, che senza conoscere Francesco vollero farlo prigioniero. La Mothe Hennuyer, che lo riconobbe sebbene ferito nel viso, gli propose di arrendersi al duca di Borbone; ma Francesco domandò il vicerè signore di Lannoy, ed a lui solo acconsentì di consegnare la spada[139].

Poichè i Francesi intesero la prigionia del re, più non fecero resistenza, e più non cercarono che di salvare la propria vita; ma i vincitori si mostrarono senza pietà, ed in particolare quelli della guarnigione di Pavia, che non ebbero parte nella battaglia che quando i nemici erano in fuga, uccidendo barbaramente coloro che i loro commilitoni avevano vinti. Molti Svizzeri, per sottrarsi al furore degli Imperiali, gettaronsi nel Ticino, in cui, non sapendo la maggior parte nuotare, miseramente perirono. Bussì d'Amboise ricondusse sul campo di battaglia la truppa che gli era stata data per la guardia del campo, ma fu dispersa da' Tedeschi di Frundsberg, ed egli medesimo ucciso. Contaronsi tra i morti Giacomo di Chabanes, Lescuns, maresciallo di Foix, Aubignì, il conte di Tonnerre, una ventina de' più grandi signori di Francia, e circa otto mila soldati. Trovavansi tra i prigionieri il re di Navarra, il bastardo di Savoja, Anna di Montmorencì, Francesco di Borbone, conte di san Paolo, Filippo di Chabot, Laval, Chandieu, Ambricourt, Fleuranges, Federico da Bozzolo, due Visconti, e moltissimi altri signori. Gl'imperiali non avevano perduti che settecento uomini[140].

Il duca d'Alenson, cognato del re, che aveva il comando della retroguardia, abbandonò i suoi equipaggi, e si ritirò nel Piemonte con una celerità che fece grandissimo torto alla sua riputazione, onde egli morì bentosto accorato di dolore e di vergogna. Il conte di Clermont, che comandava nell'isola del Ticino, passò il Gravellone, si fece tagliare i ponti alle spalle, e ritirossi in buon ordine. Teodoro Trivulzio, alla prima notizia dell'infelice fine della battaglia, evacuò immediatamente Milano, e ritirossi per il lago Maggiore senz'essere inquietato da' nemici. Prima che terminasse il giorno in cui si diede la battaglia, i Francesi marciavano già da tutte le parti per uscire dal ducato di Milano, senza che gl'imperiali pensassero ad inseguirli. Questi adunavano il ricchissimo bottino che fu per loro il frutto della vittoria, e pensavano a porre in luogo sicuro il loro prigioniere, che deposero sotto una stretta guardia nel castello di Pizzighettone, prodigandogli per altro la testimonianza del loro rispetto e della loro compassione[141].

CAPITOLO CXVI.

Inquietudine e pericoli delle potenze d'Italia; progetto di una lega fra di loro per difesa della propria indipendenza; vi si associa il Pescara, poi li tradisce, e spoglia de' suoi stati il duca di Milano. — Francesco I ricupera la libertà in conseguenza del trattato di Madrid.

1525 = 1526.

La battaglia di Pavia e la prigionia di Francesco I atterrirono le potenze italiane. Fin allora avevano queste creduto di contare qualche cosa di per sè, e di potere farsi rispettare o temere, senza aver bisogno di nulla esporre nel terribile giuoco della guerra. Fidando nella loro politica abilità e nell'antica loro riputazione, si erano persuase che i due principi rivali s'indebolirebbero vicendevolmente in una lunga guerra, e che giugnerebbe l'istante in cui esse si porrebbero tra di loro colle proprie forze ancora intere, e gli obbligherebbero ad evacuare l'Italia. Tutt'ad un tratto s'accorsero, per la sconfitta di Francesco I, che si trovavano in balìa del vincitore, e che il di lui spossamento medesimo, gl'infiniti debiti ond'era caricato, il disordine delle di lui finanze e l'indisciplina delle di lui truppe che chiedevano invano i soldi arretrati, non facevano che accrescere il loro pericolo. Esse si trovarono disarmate, con ai loro confini una numerosa armata, vittoriosa, affamata, e che non aveva che troppo contratta l'abitudine di conculcare tutti i diritti delle genti, e di non avere rispetto alcuno nè per i nemici nè per gli amici.

I più vicini al pericolo erano i Veneziani; ma non per questo i più esposti, perchè erano i soli che in Italia avessero tenuta in piedi un'armata ben pagata, ben disciplinata ed in istato di farsi rispettare. Avevano mille uomini d'armi, seicento cavaleggieri e dieci mila fanti[142]. Vero è che la timida politica del senato, non meno che il carattere del suo generale il duca d'Urbino, teneva sempre quest'armata lontana dalle battaglie. A qualunque partito fosse associato, il duca non faceva che marciare e prendere nuove posizioni, ma non giugneva mai al tempo della battaglia.

Dopo terminate le guerre eccitate dalla lega di Cambrai, i Veneziani, spossati dalle spese enormi che avevano sostenute per difendersi, dalla ruina delle loro più industri e fertili province, dalla nuova direzione che le scoperte de' Portoghesi avevano fatto prendere al commercio, e dalla diminuzione delle pubbliche entrate cagionata da questi diversi motivi, sforzavansi di riparare in silenzio alle loro perdite; evitavano di compromettersi, per non dare la misura delle loro forze; e si coprivano sotto il manto dell'antica riputazione. Per altro un segreto disordine aveva viziate le più nobili parti dello stato. In tempo della passata disastrosa guerra, il senato per far danaro aveva dovuto vendere le magistrature, i governi delle città, gl'impieghi di giudicatura e la nobiltà che dava il diritto di entrare nel sovrano consiglio. Per tali pratiche il potere erasi trovato spesse volte affidato a mani indegne di esercitarlo. Molti privilegj commerciali, monopolj, esenzioni di tasse avevano avuta la medesima origine, ed il commercio e le finanze dello stato ne provavano i funesti effetti. I Veneziani cercavano di non essere in vista, di non essere nominati, di non parere attivi in verun affare, perchè effettivamente lo stato loro altro non era omai che l'ombra dell'antica potenza, onde temevano di venire ad una singolare lotta nella quale il loro avversario avrebbe sentito che non combatteva che con una fantasma senza corpo.

Secondo in potenza dopo i Veneziani era lo stato della chiesa, il quale poteva egualmente considerarsi come una repubblica; ed inoltre ravvisavansi diversi esterni rapporti di forma tra l'un governo e l'altro. A Venezia un doge elettivo presiedeva ad un collegio di nobili, siccome a Roma un pontefice elettivo presiedeva ad un collegio di preti. Nell'uno e nell'altro stato la suprema potenza veniva rappresentata da un monarca a vita; era nell'uno e nell'altro limitata da un'aristocrazia, senza che il popolo avesse la più piccola parte nell'uno o nell'altro governo.

Ma l'aristocrazia veneziana era composta di uomini che, consacratisi dalla loro fanciullezza a' pubblici affari, facevano del governo lo studio della loro vita, e non potevano sperare di guadagnare la stima de' loro compatriotti, e di ottenere i loro suffragj nelle elezioni, che in ragione dei talenti che mostravano nella carriera degl'impieghi. Per lo contrario lo stato della chiesa veniva governato da uomini essenzialmente e costantemente inesperti degli affari che dovevano decidere. Non era già per abuso o a caso che il papa ed i cardinali ignoravano affatto l'arte della guerra, dell'amministrazione civile e della politica; anzi era soltanto per abuso che talvolta si trovavano in istato di soddisfare alle loro funzioni. Quanto più santamente avevano corsa la carriera della loro professione, quanto più dovevano la loro elevazione alle sole virtù del loro stato, tanto più per dovere e per coscienza dovevano tenersi lontani dagl'interessi mondani. La monarchia elettiva e costituzionale della chiesa è probabilmente l'unico stato al mondo, in cui l'essenziale condizione dell'elegibilità pel primo magistrato, sia quella di essersi in tutta la sua vita tenuto affatto lontano dalle funzioni cui viene chiamato ad assumere.

Perciò il governo di Venezia, nel lungo corso di quattordici secoli, s'illustrò colla sua prudenza; ed il governo della chiesa, in un periodo poco meno lungo, diede continue prove d'inesperienza e d'incapacità. Molti papi, molti cardinali mostrarono sommi talenti nella politica esterna, nell'arte delle negoziazioni e degli intrighi, in cui più d'una volta avevano avuta occasione d'istruirsi ne' capitoli dei conventi. A quest'abilità la chiesa andò debitrice delle sue conquiste e del suo progressivo ingrandimento. Ma forse non si trovò un solo papa che fosse buon amministratore, un solo che prosperar facesse l'agricoltura, l'industria, il commercio, la popolazione negli stati da lui dipendenti, un solo che vi stabilisse savie leggi, o vi mantenesse una buona giustizia. Perciò di mano in mano che un nuovo stato veniva sottomesso al dominio della chiesa, svanivano tutte le prerogative che l'avevano fin allora distinto, desso cessava in certo qual modo di esistere per l'Italia, conciossiachè perdeva la propria indipendenza, e non pertanto nulla aggiugneva alla potenza dei papi.

Clemente VII, che allora regnava, sentiva più che veruno de' suoi predecessori la propria debolezza, la propria impotenza. Egli ne poteva incolpare in parte ciò ch'era stato fatto prima del suo pontificato, ed in parte i suoi proprj difetti. Le insensate prodigalità di Leon X avevano anticipatamente dissipate tutte le entrate della chiesa. Leone s'era valso de' suoi capitali e delle sue entrate come colui che non aveva nè famiglia, nè successori; non aveva pensato che al presente; erasi compiaciuto nell'accarezzare progetti giganteschi, senza tenersi i modi di eseguirli; ed era morto opportunamente nel momento in cui aveva terminato di consumare gli ultimi suoi mezzi.

Adriano VI non aveva, in tempo della sua breve amministrazione, arrecato verun riparo ai disordini del predecessore, e Clemente VII le cui province erano ruinate e il tesoro esausto, trovavasi in su le spalle una dispendiosa guerra. Cercò di apportare qualche rimedio a tanto disordine con una talvolta sordida economia, piuttosto che con una buona amministrazione. Non corresse gli abusi, non impedì i rubamenti, non soppresse i monopolj; ma sottrasse tutto il danaro destinato ai pubblici lavori, abolì le pensioni, ristrinse gli assegnamenti de' funzionarj dello stato, il numero de' soldati ed il loro soldo. Ridusse questo a così piccola cosa, che gli uomini d'armi non potevano alimentare i loro cavalli, erano ridotti a miserissimo stato, e tutti coloro che servivano il papa erano apparecchiati ad abbandonarlo tosto che loro si presenterebbe un altro padrone. Spesso quell'avarizia onde i sovrani vengono accusati dai loro cortigiani, forma la felicità de' popoli; ma quella di Clemente VII era la ripugnanza di un usurajo a privarsi di uno scudo, non il prudente calcolo di un padre di famiglia. I preti erano stati aggravati da insolite decime; erano state soppresse le mercedi de' professori delle arti liberali, e chiuse le borse de' collegj per i poveri scolari. Il prezzo del frumento e del pane era stato tre volte aumentato, non a motivo del cattivo raccolto, ma per accrescere i profitti della camera apostolica, che ne appaltava il monopolio. Erano state atterrate molte case sotto lo specioso pretesto di abbellire le strade di Roma; ma invece d'indennizzare i proprietarj di quelle, il papa gli aveva lasciati esposti all'insolenza, ai capricci, alle ruberie degl'ispettori di que' lavori[143].

Clemente VII era accusato come il solo autore de' patimenti del popolo, e non pertanto questi erano in gran parte dipendenti dalle prodigalità di Leon X; ma gli uomini non erano abbastanza giusti per risalire alle cause del disordine: benedivano la memoria di un papa che aveva goduto e fatto godere dissipando le pubbliche finanze, e detestavano il successore che voleva con poca accortezza riparare un male non fatto da lui. Pochi papi erano stati odiati tanto dal popolo quanto Clemente VII; egli fu tanto più severamente giudicato, che maggiori erano state le speranze che si erano concepite della bontà del suo governo. La sua prudenza, che gli aveva procurata l'universale considerazione, non parve in pratica che astuzia e raffinamento; e inutile gli si rese la sua conoscenza del mondo e degli affari, perchè mancavano al suo carattere decisione per appigliarsi ad una risoluzione, e fermezza per mantenerla.

La repubblica fiorentina, che altro più non era che una provincia sottomessa alla casa de' Medici, parve da principio affezionarsi al governo di Clemente VII, a cagione del vantaggioso confronto con quello di Lorenzo, duca d'Urbino, che lo aveva preceduto; ma bentosto i difetti di Clemente si erano renduti più sensibili, e le di lui buone qualità erano scomparse: la memoria dell'antica libertà, quella dell'amministrazione del Savonarola e di Pietro Soderini si andavano ravvivando nel cuore dei Fiorentini, ed i cittadini, senza poter prevedere gli avvenimenti, senza rendersi conto di ciò che desideravano, si andavano rallegrando di tutti gl'imbarazzi, di tutte le calamità che opprimevano il capo dello stato, sperando di vedere alla fine scossa la di lui autorità[144].

I Veneziani ed il papa deploravano egualmente la propria sventura d'avere affidate le loro speranze, e tutte le eventualità d'indipendenza per l'Italia, non ad una nazione, ma ad un uomo; di modo che la contraria fortuna di quest'individuo decideva della loro esistenza, e, sto per dire, di quella dell'Europa. Infatti non era stata battuta a Pavia la nazione francese, ma il re; se Francesco I non fosse caduto prigioniere, o se, venuto in mano ai nemici, non fosse stato risguardato come comprendente in sè solo tutto lo stato, la sconfitta di Pavia non avrebbe avuta cosa alcuna che la diversificasse da tant'altre battaglie guadagnate o perdute, nel corso de' trent'anni precedenti, senza che decidessero in verun modo della sorte degl'imperj. Era stata sconfitta un'armata di circa ventimila uomini, e la perdita, stando ai più alti calcoli, ammontava ad otto mila; ma questi, ad eccezione di mille, o mille dugento uomini d'armi, non erano Francesi; erano per lo più Svizzeri, Italiani o della Bassa Germania. Eransi perduti ricchi equipaggi, e bellissime artiglierie; ma la Francia non era in verun modo esausta, i suoi confini non erano violati, ed erano ovunque coperti dalle naturali loro fortificazioni o da quelle innalzate dall'arte.

Non vi può essere sicurezza per una monarchia militare, quando non vi si riconosca come principio fondamentale, che un re cessa d'essere re nell'istante che vien fatto prigioniere; che il suo potere passa legittimamente nelle mani del suo successore, e che il nemico non tiene in cattività un sovrano, ma soltanto un uomo di elevato rango, la di cui taglia non dev'essere mai pagata col sagrificio degl'interessi della nazione. Se Francesco I si fosse affrettato d'invocare questo principio; se avesse riconosciuto che la sovrana autorità risiedeva sempre in Francia, e non nella sua persona; se, assoggettandosi alla sua prigionia, non si fosse mostrato premuroso d'uscirne o di fare la pace; Carlo V in vista di questa non curanza sarebbesi fatto premura di trattare con lui, gli avrebbe accordate più vantaggiose condizioni, e Francesco, ricuperando forse più presto la sua libertà, sarebbe risalito sul trono senza dover poscia arrossire di aver violato i suoi giuramenti.

Non era dunque vero che tutto fosse perduto, salvo l'onore, come Francesco I scriveva a sua madre, Luigia di Savoja; il solo monarca era perduto, e la monarchia non era altrimenti in pericolo, che per risguardo di lui. I soldati che avevano ottenuta la vittoria di Pavia, sebbene arricchiti da un immenso bottino, non volevano rinunciare ai loro soldi arretrati; anzi li chiedevano più risolutamente che mai, protestando che non tornerebbero in campagna finchè non ricevessero tutti i loro arretrati. In quest'intervallo moltissimi di loro andavano ogni giorno disertando per depositare la loro preda in seno alle proprie famiglie; gli altri, consumando in continue feste e stravizj quanto avevano guadagnato, disprezzavano ogni militare disciplina. Giammai l'armata imperiale era stata meno subordinata ai suoi generali, giammai era stato più difficile di farla tener dietro ai vantaggi che di già aveva ottenuti. La guarnigione di Pavia erasi portata all'eccesso d'impadronirsi de' cannoni della piazza, di fortificarvisi, e di dichiarare che più non ubbidirebbe ai suoi ufficiali finchè non fosse pagata; il rimanente dell'armata pareva disposto a seguire quest'esempio, ed ogni giorno scoppiavano parziali ammutinamenti[145].

La penuria dell'imperatore, il quale possedeva la Spagna, i Paesi Bassi, l'America e gran parte dell'Italia, che inoltre disponeva a voglia sua delle forze e delle entrate di suo fratello, l'arciduca d'Austria, e degli stati dell'impero, è un fenomeno che non può spiegarsi che pei disordini della sua amministrazione. Senza dubbio tra le province suddite molte godevano grandi privilegj, e spesso gli ricusavano i tesori ch'egli dissipava con mano così prodiga. In tempo della spedizione di Francia, le cortes di Castiglia gli avevano rifiutata una sovvenzione straordinaria di quattrocento mila ducati, ch'egli aveva loro domandata; ma le ordinarie entrate de' paesi i più ricchi, i più industriosi dell'Europa, avrebbero dovuto bastare per sostenere le spese di una guerra trattata con così piccole armate, quali erano le sue. I re di Castiglia, di Arragona, di Granata, di Navarra, di Sicilia, di Napoli; i sovrani de' Paesi Bassi e quelli dell'Austria, avevano tutti in diverse circostanze mantenute armate egualmente numerose, e sostenute spese tanto considerabili quanto quelle ond'era caricato l'imperatore, sovrano di tutti questi diversi stati. Altronde fra questi stati molti non avevano costituzione, nè assemblea rappresentativa; ed il regno di Napoli e il ducato di Milano dovevano assoggettarsi a tutti i carichi che il vicerè o il duca Sforza loro imponevano per conto dell'imperatore; e così la maggior parte de' più piccoli stati, sebbene indipendenti di nome, non potevano rifiutarsi di pagare continue contribuzioni di guerra. Ma in tutte le province sulle quali stendevasi l'autorità di Carlo V, si vedeva stabilire un sistema distruttore di ogni economia politica. I monopolj si moltiplicavano, la giustizia era subordinata ad un'autorità arbitraria e capricciosa; il commercio vincolato, le proprietà incatenate dai fedecommessi, l'ozio risguardato come onorevole, l'industria come una macchia; e gli stati, poc'anzi più floridi, trovavansi in breve ridotti all'ultima miseria.

I generali imperiali sentivano l'impossibilità di condurre in Francia un'armata insubordinata; diedero quindi alla reggente ed a' suoi consiglieri tutto il tempo di provvedere alla difesa del regno, di cercare l'alleanza dell'Inghilterra, di assicurarsi degli Svizzeri, e di concertarsi cogli stati d'Italia; ma Francesco I non supponeva nè pure che si potesse resistere al nemico, dov'egli non si trovava; e dopo la sua prigionia egli risguardava la Francia come assolutamente perduta; di già internamente rinunciava a tutti i suoi progetti sull'Italia, e non riponeva le sue speranze di terminare la guerra che nella lealtà e nella generosità del suo vincitore. Perciò affrettossi di accordare al commendatore Pennalosa, che portava in Ispagna all'imperatore la relazione della battaglia di Pavia, un passaporto per attraversare la Francia, onde più sicuramente e più presto arrivasse a quella corte; lo stesso motivo gli fece in appresso dare orecchio alle proposizioni del signore di Lannoy, che voleva condurlo in Ispagna, promettendogli che al primo abboccarsi con Carlo V terminerebbero le sue pene[146].

L'armata che il duca d'Albanì aveva condotta verso il mezzogiorno dell'Italia, era tuttavia intatta, e non aveva passati i confini del regno, quando il duca ricevette, presso Velletri, la notizia della battaglia di Pavia e della prigionia del re. Risolse all'istante di ritirarsi verso Bracciano, onde porre la sua armata in luogo sicuro, ne' feudi, ed in mezzo alle fortezze degli Orsini affezionati alla Francia. Ma i Colonna, che apertamente si mostravano partigiani dell'imperatore, attaccarono un corpo di truppe italiane che andava a raggiugnere il duca d'Albanì in vicinanze delle Tre Fontane, a non molta distanza da Roma; lo inseguirono fino entro Roma, ed uccisero i soldati degli Orsini nel Campo di Fiore, facendo in tal modo sentire al papa quanto la sua autorità fosse poco rispettata, e come la sua stessa persona poteva, quando che fosse, facilmente cadere nelle mani dell'uno o dell'altro partito. Frattanto il duca d'Albanì continuò la sua ritirata verso Bracciano, senza provare altri danni, e la sua armata conservavasi sempre in istato di farsi temere[147].

In mezzo al turbamento che dava a Clemente VII il disastro di Francesco I, ed il sapere caduta in mano degl'imperiali nel campo francese la sua corrispondenza con quel re, la quale mostrava apertamente la sua parzialità per il medesimo[148], le minacce de' generali imperiali e le loro esorbitanti inchieste di sussidj per l'armata, finalmente l'audacia dei Colonna, il papa ripigliò un poco di coraggio quando i Veneziani, che sentivano egualmente i loro pericoli, gli proposero di collegarsi per la comune sicurezza; di farvi entrare il duca di Ferrara, i di cui stati facevano che quelli della chiesa comunicassero direttamente con quelli della repubblica; di prendere in comune al loro soldo dieci mila Svizzeri, e d'invitare la reggente di Francia ad aggiugnere alla loro armata il duca d'Albanì, e le quattrocento lance che il duca d'Alenson aveva ricondotte da Pavia. Gli rappresentavano i Veneziani, che i generali imperiali, non meno poveri che prima della battaglia, e sprovveduti d'artiglieria di munizioni e di carriaggi, non potevano essere gran fatto formidabili, se le potenze d'Italia si mettevano subito in situazione di opporre loro una valida resistenza; che se per lo contrario si dava loro tempo, i più deboli potentati farebbero la pace pagando contribuzioni, e somministrando col danaro italiano il mezzo di soggiogare l'Italia[149].

Ma mentre il papa dava orecchio a queste proposizioni, e che di già occupavasi di far entrare nella stessa lega il re d'Inghilterra, ch'egli conosceva geloso di Carlo V[150], Niccolò di Schomberg, suo segretario e consigliere, che aveva mandato in Ispagna, tornò presso di lui con proposizioni del vicerè di Napoli. I generali imperiali, che volevano cavare danaro da Clemente VII e da' Fiorentini, avevano poste le loro truppe ai quartieri d'inverno negli stati di Parma e di Piacenza, abbandonando que' vassalli della Chiesa a tutte le vessazioni d'una sfrenata soldatesca. Mentre che i deputati di Piacenza imploravano la protezione del papa, il vicerè offriva la sua alleanza e la garanzia dell'imperatore per la casa de' Medici contro una somma di danaro. Clemente VII, sempre irresoluto, sempre privo di vigore, accettò queste proposizioni che lo liberavano da una difficoltà presente, e sospendevano il pericolo. Il 1.º di aprile segnò in Roma, senza l'intervento de' Veneziani, un'alleanza tra l'imperatore ed il duca di Milano da una parte, e la Chiesa ed i Fiorentini dall'altra, per la quale i Fiorentini dovevano pagare cento mila ducati ai generali dell'imperatore, ed altrettanti il papa, ma quest'ultimo soltanto dopo che sarebbe rimesso in possesso di Reggio e di Rubbiera, che il duca di Ferrara aveva rioccupate in tempo dell'interregno[151].

Tostocchè il papa si fu ricomperato a prezzo d'oro, la predizione de' Veneziani si trovò giustificata. I generali imperiali, più non temendo gl'Italiani riuniti, pretesero da cadauno stato spaventose contribuzioni per pagare la loro armata. Domandarono cinquanta mila ducati al duca di Ferrara, quindici mila al marchese di Monferrato, dieci mila ai Lucchesi, quindici mila ai Sienesi, ma in cambio autorizzavano questi ultimi a scuotere la tirannide del monte de' Nove e della famiglia Petrucci: mentre ancora numeravasi il danaro, Girolamo Severini, uno de' capi del partito della libertà, ch'era stato mandato ambasciatore presso il vicerè, uccise Alessandro Bichi, capo dell'ordine de' Nove, che il papa aveva indicato per presiedere al governo[152]. Verso lo stesso tempo arrivarono per mano dei banchieri genovesi ai generali imperiali dugento mila ducati da lungo tempo promessi; e l'armata fu pagata, perchè tuttociò che mancava per saldare gli arretrati venne somministrato dal duca di Milano[153].

Tostocchè le truppe furono pagate, i generali imperiali cercarono di riandare i contratti, in forza de' quali avevano ottenuto il danaro. Riclamarono da' Fiorentini venticinque mila fiorini oltre i promessi. Invece di ritirare le loro guarnigioni dallo stato della Chiesa, spedirono altri soldati nel Piacentino per vivere a discrezione presso gli abitanti; avevano prese contraddittorie obbligazioni col papa e coi duchi di Ferrara e di Milano. Avevano promesso al primo la restituzione di Reggio e di Rubbiera, di cui avevano guarentito il possedimento al secondo; e dopo avere con quest'esca tratto Clemente VII ad alienarsi un principe, la cui alleanza poteva riuscirgli vantaggiosissima a motivo della posizione dei di lui stati, della di lui ricchezza e della di lui potente artiglieria, ricusarono poi di sagrificarglielo. Avevano pure promesso al papa, che in avvenire il ducato di Milano consumerebbe il sale delle saline di Cervia; ma in seguito ricusarono d'accordare questa specie di gabella nel ducato di Milano agli intraprenditori delle saline della Chiesa. Frattanto, dopo avere dichiarato che l'imperatore ricusava di approvare questi due articoli, non vollero restituire al papa il danaro che aveva loro pagato in corrispettivo di tali vantaggi[154].

Nè Carlo V mostravasi di migliore buona fede, nè dopo la vittoria mostravasi più moderato de' suoi generali. Vero è che nel primo istante in cui ricevette il 10 di marzo a Madrid la notizia della battaglia di Pavia ed una lettera scritta di proprio pugno da Francesco I, vietò con ipocrita umiltà di festeggiare un così straordinario avvenimento con tripudj e con fuochi di gioja, dichiarando che questi segni d'allegrezza dovevano riservarsi per le vittorie contro gl'infedeli. Nello stesso tempo aveva manifestato il suo ardente desiderio di ristabilire la pace nella Cristianità, ed aveva protestato, che ciò che più lo lusingava in questa vittoria accordatagli era la certezza di fare bentosto cessare lo spargimento del sangue cristiano[155].

Ma d'altra parte le proposizioni che Carlo V fece fare da Buren, signore di Roeux a Francesco I, mentre che questi era tuttavia tenuto in Pizzighettone, mostravano l'assoluta mancanza di generosità, di compassione o di moderazione pel suo rivale. Domandava non solo la rinuncia di tutte le pretese del re sull'Italia e su la Fiandra, ma inoltre la cessione della Borgogna alla casa d'Austria, e quella della Provenza e del Delfinato al duca di Borbone, per farne, coi feudi che di già aveva, un regno indipendente. Per quanto Francesco I fosse ansioso di uscire di prigionia, rispose di essere contento di rimanervi finchè vivesse, piuttosto che acconsentire allo smembramento della Francia[156].

In pari tempo Carlo V cessò di mostrare al cardinale di Wolsey i riguardi che gli aveva fin allora usati. E per tal modo si alienò quest'orgoglioso ecclesiastico, che non tardò ad accrescere in Enrico VIII una gelosia, che la grandezza di Carlo V aveva di già fatta nascere nel di lui animo. Dall'altro canto i generali imperiali insistevano presso i Veneziani per avere da loro cento mila ducati in compenso de' sussidj cui si erano obbligati per la difesa del ducato di Milano, e che non avevano pagati nella precedente guerra. I Veneziani ne avevano offerti ottanta mila; ma perchè l'offerta loro non fu accettata, ed ebbero più sicuri indizj del malcontento del re d'Inghilterra, si troncò la negoziazione, e le due parti rimasero in libertà[157].

Quando il duca d'Albanì conobbe il trattato di Clemente VII coll'imperatore, giudicò inutile il trattenersi più lungamente negli stati della Chiesa. Coll'assenso del vicerè si fece prestare le galere del papa, e vi si imbarcò per passare in Francia con Renzo di Ceri, coll'artiglieria che si era fatta dare da' Sienesi e dai Lucchesi, con quattrocento cavalli, mille Landsknecht e pochi Italiani, essendosi sbandato il restante della sua armata[158]. Ma nello stesso tempo erasi pure indebolita assai l'armata del marchese di Pescara. A misura che questi aveva pagati i Landsknecht, gli aveva quasi tutti licenziati; e perchè in Italia più non aveva nemici da combattere, e non si sentiva abbastanza forte per tentare un'invasione in Francia, aveva voluto sollevare il tesoro imperiale da uno, quanto esorbitante, altrettanto inutile dispendio[159].

Frattanto tutta l'Italia fermentava; l'armata imperiale sì sbandava, e forse avvicinavasi l'istante in cui un vigoroso sforzo de' partigiani della Francia poteva mettere Francesco I in libertà. Ma il vicerè di Napoli, signore di Lannoi, che aveva saputo acquistarsi la confidenza di Francesco, voleva approfittarne per condurlo in Ispagna, sperando di attribuirsi in tal maniera l'onore principale della vittoria di Pavia. Fece sentire al re che le esorbitanti condizioni presentategli da Adriano di Buren erano state concertate per accontentare il contestabile di Borbone; ma che se Francesco poteva direttamente trattare coll'Imperatore lontano dal suo proprio suddito ribelle, troverebbe in Carlo quella stessa generosità, ch'egli medesimo avrebbegli mostrata, se Carlo si fosse trovato nella presente sua condizione. Accrebbe così il di lui desiderio d'avere un abboccamento coll'imperatore, e lo persuase a tenere il progetto affatto segreto. Il Lannoi ottenne il consentimento de' suoi due colleghi, perchè Francesco I fosse tradotto a Napoli; e a questo fine Francesco medesimo somministrò sei galere francesi per trasportarvelo. Il 7 di giugno Lannoi s'imbarcò col re a Porto Fino presso di Genova, ed otto giorni dopo lo sbarcò a Roses sulle coste della Catalogna, senza che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avessero nemmeno sospettato che si volesse sottrarre alla loro dipendenza il prigioniere, che agli occhi stessi dell'armata era il pegno delle sperate ricompense[160].

Quando gli stati d'Italia seppero che Francesco I era stato condotto in Ispagna, e che aveva egli stesso desiderato di andarvi, ben conobbero che nuovi pericoli minacciavano la loro indipendenza. Il re di Francia, con tanta premura di recarsi presso il suo rivale, mostrava l'estremo suo desiderio di trattare con lui. Bentosto si seppe quali condizioni aveva fatte proporre a Carlo V dal signore di Buren. Offriva di sposare la regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, accontentandosi per dote de' diritti che Carlo V poteva avere sopra la Borgogna. Voleva in contraccambio dare la propria sua sorella, la duchessa d'Alenson, a Carlo, e con questa tutti i suoi diritti sul regno di Napoli e sul ducato di Milano. Dicevasi apparecchiato a pagare al re d'Inghilterra enormi somme per farlo rinunciare alle proprie pretese, ed a Carlo, per sua taglia, la stessa somma che aveva pagata il re Giovanni prigioniere degl'Inglesi; finalmente offriva di far accompagnare l'imperatore da una flotta e da una possente armata francese, allorchè questi andrebbe a Roma a prendere la corona dell'impero; ciò che in altri termini tornava lo stesso che promettergli d'ajutarlo ad assicurarsi la sovranità d'Italia[161].

Non eravi un solo principe in Italia, il quale, dopo avere provata l'insolenza e le vessazioni de' ministri imperiali, potesse contemplare senza terrore il giogo sotto cui stava per cadere la comune patria. Giunto era l'istante di fare un estremo sforzo per l'indipendenza italiana, che più non potrebbesi salvare quando i due monarchi avessero riunite a di lei danno le loro forze. Ma prima che il re di Francia avesse trattato, pareva facil cosa il far sentire a lui, alla reggente, ed ai principi che con lei governavano, che tornava meglio impiegare tutti i tesori del regno per liberare il re colla forza delle armi, di concerto con tutti gli stati d'Italia, gli Svizzeri ed il re d'Inghilterra, che prodigare quei medesimi tesori a titolo di taglia al più costante nemico della Francia, e somministrargli così i mezzi d'incatenarli tutti quanti. Il papa e la repubblica di Venezia, a nome di tutti gli stati italiani, invitarono adunque la reggente a mostrare fermezza ai negoziatori di Carlo V, ed a rifiutare ogni vergognosa condizione, accertandola che in breve l'unione di tutta l'Europa basterebbe forse, senza venire all'esperimento delle armi, per costringere Carlo V a porre il di lui figlio in libertà, purchè dal canto suo ella volesse riconoscere e garantire la libertà dell'Italia[162].

Effettivamente non era la libertà dei soli stati che dicevansi tuttavia indipendenti, ma quella di tutta l'Italia che i ministri di Clemente VII, di concerto col senato di Venezia, lusingavansi di far riconoscere. Tutta l'Italia abborriva egualmente il giogo di coloro che chiamava barbari; tutta l'Italia sentivasi oramai legata da un medesimo interesse, e pareva disposta a fare unanimi sforzi per la propria indipendenza. Francesco II Sforza, a nome del quale era stato conquistato il ducato di Milano, non aveva altro raccolto dal sovrano potere che il triste privilegio d'ascoltare il primo le lagnanze de' suoi popoli, al quali egli non poteva in verun modo apportare rimedio. Gli sgraziati Lombardi, abbandonati a tutta la licenza militare, dovevano a vicenda pagare enormi contribuzioni, e ricevere a discrezione nelle proprie case i soldati spagnuoli, il di cui carattere avaro, dissimulato, orgoglioso, era loro in particolar modo antipatico. Ricorrevano al loro duca, di cui avevano così ardentemente desiderato il ritorno; ma questi, ben lungi dall'esercitare l'autorità di un sovrano, era il primo schiavo de' ministri e de' generali dell'imperatore[163].

Sapeva Francesco Sforza che l'imperatore, non abbastanza pago di averlo ridotto al rango di semplice governatore di provincia, aveva più volte posto in deliberazione, se non dovesse levargli il ducato di Milano per farne un dono a suo fratello, l'arciduca Ferdinando d'Austria, il quale desiderava di unire questo stato ai suoi possedimenti di Germania. Sapeva che questo progetto era senza dubbio in cagione dell'affettata dilazione che apportavasi nella corte di Madrid alla spedizione dell'investitura del suo ducato; e perchè trovavasi di già infermiccio, e non aveva figliuoli, sembrava che, se l'imperatore permettevagli di regnare, egli era soltanto perchè sperava di raccogliere in breve, dopo la sua morte, l'eredità. Quindi tosto che il duca di Milano ed il suo confidente e principale ministro, il cancelliere Moroni, si furono assicurati che la reggente rinuncierebbe a nome di suo figliuolo alle sue pretese sulla Lombardia, che riconoscerebbe la casa Sforza, e si obbligherebbe a mantenerla nella sua sovranità, il duca entrò nella lega italiana, ed il suo cancelliere ne diventò uno dei più caldi promotori[164].

Infatti fu Girolamo Moroni che s'incaricò di una difficile e dilicata negoziazione, che doveva guadagnare alla lega italiana un possente difensore. Egli era stato testimonio dell'indignazione con cui il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avevano ricevuta la notizia della soperchieria di Lannoi; egli conosceva la loro gelosia verso questo favorito ministro di Carlo V, e gli aveva uditi accusare con impeto il loro padrone d'ingratitudine e d'ingiustizia. Il Borbone si era affrettato di andare in Ispagna per contrastare al vicerè il merito della vittoria, che pareva volersi attribuire[165], ed il Pescara era rimasto solo in Italia, incaricato del supremo comando. Sebbene avesse questi adottati i costumi ed i pregiudizj spagnuoli, che quasi sempre parlasse castigliano, e si dolesse frequentemente di non essere nato in Castiglia, il Pescara era Italiano. La sua famiglia, quella degli d'Avalos, erasi stabilita nel regno di Napoli da quasi un secolo; perciò il Moroni suppose che avesse conservati i sentimenti d'un Italiano, il desiderio di vedere la sua patria indipendente, e che tale desiderio si risveglierebbe in lui, se al risentimento, che di già provava, vi si aggiugnesse un'offerta così luminosa da superare d'assai tutte le sue più ambiziose speranze[166].

Il Moroni, dopo avere incoraggiato il Pescara ad esalare tutta la sua indignazione contro l'imperatore, gli fece travedere che non dipendeva che da lui di dare compimento al voto, da tanto tempo formato da tutta l'Italia, di cacciare tutti i barbari dalla penisola; e che, in ricompensa della sua cooperazione, il papa ed i Veneziani erano pronti ad unirsi per porre sul suo capo la corona di Napoli. Il Pescara era violentemente irritato, smisurata era la sua ambizione, il suo carattere artificioso e non facilmente accessibile agli scrupoli: egli accolse con ardore le proposizioni del Moroni, o perchè si abbandonasse alla speranza che gli si presentava, o perchè avesse di già in animo di farsi un merito presso l'imperatore col tradire i suoi socj. Chiese schiarimenti intorno alla trama in cui volevasi farlo entrare, ed il Moroni, con una confidenza contro la quale Giovan Matteo Ghiberti, datario apostolico, l'aveva invano posto in guardia, comunicò al Pescara tutti i progetti de' congiurati[167].

L'armata imperiale, che occupava la Lombardia, era pochissimo numerosa; tutti i Tedeschi erano stati licenziati; degli Spagnuoli molti si erano dispersi per porre in luogo sicuro la preda fatta nell'ultima campagna; altri avevano seguito in Ispagna il vicerè, ed altri vi avevano accompagnato il contestabile di Borbone. Altre truppe non restavano in Italia che quelle d'infanteria spagnuola comandate da Antonio di Leiva, e pochi fanti italiani. Il marchese di Pescara, supremo comandante dell'armata imperiale, poteva facilmente acquartierarla, in modo che riuscisse facile il sorprendere separatamente tutti que' soldati di cui crederebbe di non potersi fidare, e disarmarli o disfarsi di loro. Quando avrebbe esclusi così gli stranieri dalla penisola, dovevano bastare le forze d'Italia per chiuder loro per sempre le porte: pure non si sarebbero adoperate queste sole, perchè la Francia e l'Inghilterra si dichiaravano garanti della di lei indipendenza, e la Svizzera aveva promessi i suoi soldati per difenderla[168].

A questi progetti il Pescara oppose alcuni scrupoli, mostrandosi desideroso di vederli dissipati. Come feudatario del regno di Napoli, riconosceva, diss'egli, che il papa era il supremo suo signore, e che l'imperatore non era che il suo signore diretto; tuttavolta bramava d'essere assicurato dall'autorità de' canonisti e de' giureconsulti, se gli ordini di chi aveva la suprema signoria bastavano a dispensarlo dall'ubbidienza al signore diretto; e se il papa lo poteva sciogliere da un giuramento militare, come da un ordinario giuramento di vassallaggio; per ultimo se il suo onore sarebbe in salvo, ed in riposo la sua coscienza, quando avesse preso parte alla trama che gli veniva proposta contro il suo padrone. Per avere tali schiarimenti spedì a Roma il genovese Domenico Sauli, uno de' più caldi partigiani dell'indipendenza italiana, incaricandolo di abboccarsi col papa e col suo datario. La corte di Roma sapeva con quanta facilità poteva dissipare gli scrupoli del Pescara; ma stava ancora dubbiosa sul conto della di lui buona fede; onde gli mandò il romano Menteboni, uno de' confidenti del Datario, per iscandagliarlo ancora, mentre il cardinale Accolti ed il giureconsulto Angelo Cesi scrivevano a nome del papa dei trattati per tranquillizzare la coscienza del generale[169].

Nello stesso tempo gli agenti della corte di Roma lavoravano in ogni parte per dare esecuzione ad un progetto così bene concertato. Enrico VIII, re d'Inghilterra, aveva fatte a Carlo V le più esorbitanti domande dopo la battaglia di Pavia: egli ne voleva per sè quasi tutti i frutti, e chiedeva che gli si dessero la maggior parte delle province di quella Francia di cui i suoi predecessori, dopo Enrico V, chiamavansi re. Queste esagerate domande non si facevano da Enrico VIII, che per ottenere un rifiuto dall'imperatore, e aver così un pretesto di corrucciarsi con lui[170]. In fatti egli aveva di già accolte le proposizioni della corte di Roma, che voleva ravvicinarlo alla Francia, e renderlo favorevole alla indipendenza italiana; egli era entrato ne' progetti comunicatigli da Girolamo Ghinucci, auditore apostolico, e nunzio alla sua corte: aveva mandato a Roma il vescovo di Bath ed il cavaliere di Casale, per trattare col papa; onde i confederati tenevansi sicuri del di lui appoggio[171].

Il vescovo di Veruli, Ennio Filonardo, nunzio del papa nella Svizzera, fino dall'undici giugno, ma più apertamente il primo di luglio, fu incaricato di scandagliare la dieta elvetica, ed ogni cantone in particolare intorno all'universale desiderio degl'Italiani di armarsi per la propria indipendenza; di far sentire agli Svizzeri in quale pericolo si troverebbero essi medesimi, se la casa d'Austria, venendo a stabilirsi in Lombardia, circondasse quasi da ogni lato i loro confini; di esortarli a non perdere l'occasione di riparare il loro onore militare, crudelmente compromesso dalla cattiva condotta delle loro truppe nelle quattro ultime campagne; finalmente di porsi in istato, di potere, quando ne avrebbe l'ordine, far entrare otto o dieci mila Svizzeri in Lombardia, col patto di portarsi, ove il bisogno lo richiedesse, anche nel regno di Napoli[172].

Finalmente Luigia di Savoja, reggente di Francia, fece dichiarare a Venezia, il 24 di giugno, per bocca di Lorenzo Toscano, suo inviato segreto, che riconosceva Francesco Sforza come duca di Milano; che somministrerebbe all'Italia possenti ajuti, ove questa si determinasse a scuotere il giogo; e che pagherebbe agli alleati, come sussidio, quaranta mila scudi al mese fin che durerebbe la guerra. A fine di proseguire queste negoziazioni, ella mandò ambasciatore a Venezia il conte Luigi di Canossa, vescovo di Bayeux, uno de' più destri diplomatici fra gl'Italiani ch'erano allora ai servigj della Francia, e presso la santa sede, Alberto Pio, conte di Carpi, fratello del conte di Canossa. Nè l'uno nè l'altro di questi negoziatori erano muniti di pieni poteri onde conchiudere, e per più settimane minuziose difficoltà impedirono la soscrizione degli articoli convenuti. Sigismondo Sanzio, segretario del conte di Carpi, fu spedito in poste a Parigi con tutti i trattati, onde farli approvare dalla corte; ma Sanzio venne assassinato da alcuni ladri, mentre, attraversando il territorio di Brescia, si dirigeva per la Svizzera alla volta della Francia. Non ricevendo da lui nessuna notizia, la corte di Roma credette alcun tempo che gli Spagnuoli, fattolo arrestare, non si fossero impadroniti di tutta la sua corrispondenza, e ne fu altamente atterrita; ciò per altro non era la sola causa de' suoi timori. Il Ghiberti temeva molto più ancora di essere tradito dalla reggente; rincrescevagli oltremodo che le fosse stato confidato il segreto della cooperazione del Pescara, e pensava che questa madre, impaziente di ridonare la libertà a suo figliuolo, facilmente potrebbe minacciare gli Spagnuoli di una insurrezione generale dell'Italia, far loro conoscere quanto vicino fosse il momento dell'esplosione, ed ottenere da loro, in vista di cotale imminente pericolo, che suo figliuolo, il quale era già apparecchiato di far loro grandissimi sagrifizj, venisse riposto in libertà sotto moderate condizioni[173].

Sembra cosa fuori di dubbio che questo timore del Ghiberti si verificasse. La duchessa d'Alenson, sorella di Francesco I erasi recata in Ispagna per negoziare un trattato di pace, una delle cui basi doveva essere il suo proprio matrimonio con Carlo V, e quello di Francesco I con Eleonora di Portogallo. È probabilissimo che a fine di meglio riuscire, la duchessa non temette di compromettere il segreto delle potenze italiane; almeno seppesi in Roma, verso la metà di settembre, che Carlo V aveva avuto avviso delle offerte fatte al marchese di Pescara, come pure di tutte le particolarità della negoziazione intavolata colla Francia. La corte di Roma sospettava successivamente tutti i suoi alleati, e tutti forse potevano a buon diritto esserle sospetti: aveva sentito a dire che il Moroni ed il Pescara non aveano mostrato d'entrare nella cospirazione, se non per mettere a prova i principi italiani; ma la corte di Roma comprendeva assai bene che il Pescara, onde conservarsi la confidenza dell'imperatore, e condurre a buon fine i suoi progetti, era stato egli medesimo costretto di dare alla sua corte quegli avvisi, che altri pure nel medesimo tempo le davano; e finchè tali avvisi erano confusi, finchè non erano seguiti da niuna misura di precauzione, si potevano assai bene conciliare colla condotta d'un cospiratore. La condotta tenuta dalla Francia era molto più sospetta; e il datario, in parecchie lettere dirette al vescovo di Bayeux, ne manifestò vivissimo risentimento[174].

Egli è impossibile di sapere se il Pescara siasi da principio impegnato di buona fede nella cospirazione italiana, oppure se, come lo asserì poscia egli medesimo, non vi entrasse che per isvelarla all'imperatore. Diversi avvenimenti, occorsi durante la negoziazione, furono causa forse che cangiasse divisamento; egli prese gran parte all'agitazione cagionata dalla repentina sparizione di Sigismondo Sanzio, e potè credere alcun tempo che le sue carte fossero venute alle mani di Antonio de Leiva; ebbe contezza dell'andata della duchessa d'Alenson a Madrid, e dei progetti della Francia: oltre a ciò fu avvisato forse delle prime rivelazioni fatte dalla duchessa, ed approfittò, per passare dalle parti di cospiratore a quelle di spia, delle confuse e mal certe informazioni, che, per sua propria sicurezza, aveva di già date all'imperatore. Finalmente circa alla medesima epoca Francesco Sforza infermò gravemente; e nel mentre che gli stati italiani chiedevano alla Francia di riporre in libertà Massimiliano, fratello di Francesco, e di assicurargli il possedimento del ducato di Milano, che voleano guarentire alla casa Sforza, il Pescara si lusingò forse d'ottenere egli medesimo dall'imperatore, in guiderdone di un eminente servigio, questa sovranità, che la morte allora toglieva al presente possessore. Egli è certo almeno che giunse a tanta bassezza, di eccitare alla ribellione, per poscia tradirli, coloro stessi che offrivano d'esporre gli averi e la persona per servirlo. Dopo avere comunicato all'imperatore, per mezzo del suo segretario Giovanbattista Castaldi, il segreto della congiura, egli continuò le sue conferenze col Moroni, coi ministri del papa e de' Veneziani, onde impegnare ciascuno de' socj a compromettersi separatamente[175].

Francesco II Sforza ricevette frattanto, nel mese d'agosto, l'investitura del ducato di Milano, spedita da Carlo V; ma vincolata ad onerosissime condizioni. Egli doveva versare nel primo anno cento mila ducati alla camera imperiale, ed obbligarsi a pagarne altri cinquecento mila a termini più lontani; oltre a che doveva costringere d'ora innanzi tutto il Milanese a provvedersi di sale alle saline dell'arciduca Ferdinando d'Austria, e ciò era un abbandonare a questo principe straniero la gabella più importante degli stati di Milano[176]. Francesco Sforza accettò questa investitura, e oltre alle somme enormi ch'egli aveva già consegnate ai generali imperiali, pagò ancora cinquanta mila ducati a conto di quella che gli era recentemente domandata; ma la sua malattia, che peggiorò molto in breve tempo, e manifestavasi con sintomi tali che davano assai da temere, ritardò tutte le misure degli alleati. Alla morte di Francesco Sforza, la quale era da tutti creduta imminente, il di lui feudo doveva cadere all'imperatore. Il Pescara mostrò ai congiurati, che, in vista di cotale avvenimento, egli non si potea dispensare dal raccorre le guarnigioni spagnuole sparse in Lombardia, e dal chiamarvi inoltre due mila landsknecht; per cui era forza d'abbandonare il pensiero di opprimere a un tratto l'armata imperiale. Il Moroni, cui erasi cercato di rendere sospetto il Pescara, aveva fino allora risposto, ch'egli sarebbe stato sempre padrone di arrestarlo nel castello di Milano con tutti i capitani imperiali, ove quel generale avesse voluto abbandonare la causa italiana[177].

Un altro avvenimento ancora teneva sospesi i congiurati; seppesi bentosto che Francesco I, cruciato oltremodo di non avere potuto nel corso di due mesi ottenere un abboccamento con Carlo V, era caduto gravemente ammalato nel castello di Madrid, e pareva, anche a dire dei medici, non dovere ormai vivere che pochi giorni. La di lui morte avrebbe privato a un tratto Carlo V di tutti i vantaggi ch'egli avea creduto ritrarre dalla battaglia di Pavia; perciò l'imperatore, temendo per la vita del suo prigioniero, erasi affrettato di visitarlo, aveagli dato le più lusinghiere speranze, e s'era mostrato vicinissimo a riconciliarsi con lui. Da un momento all'altro un trattato di pace poteva essere sottoscritto fra questi due monarchi, e desso avrebbe rotte tutte le precauzioni della lega, ponendo, per quanto era da supporsi, l'Italia nell'assoluta dipendenza dell'imperatore[178].

Ma i due ammalati, della vita de' quali omai disperavano tutti, risanarono; ed il Pescara fu assalito dalla malattia che dovea prima di due mesi strascinarlo al sepolcro. Egli però non volle aspettare più tardi a levarsi la maschera dal volto; la sua lentezza e la sua apparente irresoluzione aveano di già inquietato non poco gli alleati italiani[179]. Dal canto loro gli ufficiali spagnuoli s'erano accorti delle pratiche che si andavano maneggiando intorno a loro; e Antonio di Leyva aveva pubblicamente minacciato di fare uccidere il Moroni, che i suoi compatriotti odiavano a morte[180].

Il 14 d'ottobre, il marchese di Pescara, che sentivasi già oppresso da grave malattia, invitò il cancelliere Moroni a venirlo a trovare nel castello di Novara, dove risiedeva. Il Moroni, tenuto da tutti pel più astuto, pel più diffidente, pel più doppio degli Italiani, non istimava il marchese, ed avealo più volte rappresentato come il più perfido e crudele fra gli uomini: diceva che qualora avesse dovuto arrestarlo, avrebbe approfittato dell'istante in cui questo generale visitava il duca ammalato nel castello di Milano; pure si lasciò prendere egli medesimo in simigliante insidia. Venne al marchese, che giaceva ammalato nel castello di Novara; entrò di bel nuovo in tutte le particolarità del suo progetto per disperdere i soldati spagnuoli, sorprenderli, svaligiarli o assassinarli. Il Pescara, che lo interpellava, aveva fatto nascondere Antonio di Leyva dietro una tappezzeria, onde potesse udire la loro conversazione. Quando il Moroni uscì dalla stanza, fu arrestato e condotto nel castello di Pavia, ove si recò in breve anche il Pescara per interrogarlo come giudice intorno ad una cospirazione, nella quale era fino allora egli medesimo entrato come complice[181].

Il Pescara, coll'arrestare il Moroni e col cominciare con pubblicità il di lui processo, aveva soprattutto in vista di compromettere il duca di Milano, e di somministrare occasione all'imperatore di dichiararlo scaduto dal suo feudo. Egli aveva di già guarnigione in Lodi ed in Pavia; ma, onde porre in sicurezza l'armata ch'egli comandava, chiese ancora al duca la consegna di Cremona, di Trezzo, di Lecco e di Pizzighettone. Il duca, gravemente ammalato, e che aveva perduto col suo grande cancelliere Moroni il più fermo appoggio del suo carattere, e tutta la prudenza del suo consiglio, cedette senza resistenza. Il Pescara, dopo essersi fatte consegnare queste piazze, dimandò ancora che gli fosse data in mano la fortezza di Cremona, e che il duca, al quale concedeva per abitazione la fortezza di Milano, non gl'impedisse di circondare la medesima con opportuni trinceramenti, e di cominciare tutte le fortificazioni necessarie a metterlo in grado di eseguire senza ritardo gli ordini che riceverebbe dall'imperatore. Francesco Sforza ricusò queste nuove domande, e non volle nè anche dare in consegna al Pescara nè il suo proprio segretario, Giannangelo Ricci, nè Poliziano, segretario del Moroni. Non aveva avuto tempo di raccorre se non che pochi viveri nel castello di Milano; nulla meno vi si rinchiuse coraggiosamente con ottocento fanti scelti, e quando gli Spagnuoli cominciarono ad aprire le trincee per assediarlo, fece fuoco sopra i lavoratori[182].

L'occupazione del ducato di Milano sbigottì tutti i consiglj delle potenze d'Italia; le pratiche loro col Moroni erano palesi, ed esponevanli a tutta la vendetta dell'imperatore, nel tempo ch'essi non erano ancora apparecchiati a fargli la guerra. A quest'epoca il protonotaro Caraccioli, ambasciatore di Carlo V a Venezia, offriva di accettare, sotto condizione che la repubblica rientrasse nell'alleanza imperiale, gli ottanta mila ducati che il senato erasi mostrato disposto di pagare in compenso di que' sussidj che la repubblica medesima avrebbe dovuto somministrare nell'ultima guerra. Ma per grande che fosse il pericolo in cui trovavasi la repubblica di Venezia, ella non si potè risolvere a fabbricarsi in tal modo da se stessa le proprie catene, e il senato ricusò di sottoscrivere, infino a tanto che il ducato di Milano sarebbe occupato dagl'Imperiali; conciossiachè, soggiugneva esso, era appunto per impedire la riunione di questo ducato agli stati di un altro sovrano, già padrone del regno di Napoli, che s'era impegnato per trent'anni continui in tante guerre diverse. La malattia del Pescara, che andava peggiorando ogni giorno, impedì che le ostilità tenessero dietro a questo rifiuto[183].

Nel medesimo tempo due uomini che aveano macchiati coi tradimenti i più rari talenti e un carattere che non era privo di nobile grandezza, conobbero a prova che il favore dei principi non è sufficiente risarcimento alla perdita della pubblica stima sagrificata per compiacer loro. Il contestabile di Borbone era giunto a Toledo il 14 novembre presso all'imperatore. Egli era stato accolto da lui colle maggiori dimostrazioni di stima e d'amicizia, ed onorato siccome quegli che doveva sposare la sorella del monarca ed ascendere un giorno sul trono; ma quanto erano grandi e molte le carezze che Carlo V prodigavagli, altrettanto era umiliante il dispregio in cui i nobili castigliani mostravano di tenerlo. Quest'uomo, che aveva venduto agli stranieri il proprio suo re e la sua patria, non pareva loro potere con nessuna virtù con niuno servigio cancellare cotanta infamia; e quando Carlo V dimandò al marchese di Villena che volesse prestare il suo palazzo al contestabile, questi rispose che non poteva ricusar nulla al suo sovrano, ma che, appena partito il Borbone, egli incendierebbe colle sue proprie mani il palazzo, siccome quello che sarebbe stato infamato dalla presenza di un traditore[184].

Dall'altro canto il Pescara, che, per conciliarsi più sicuramente il favore di Carlo V, erasi avvilito a ciò che v'ha di più abjetto nella condotta d'una spia, a corrompere egli medesimo coloro che voleva denunciare, era divenuto bersaglio dell'orrore e del disprezzo di tutti gl'Italiani che aveva traditi. Nato nel casato catalano d'Avalos, già venuto nel regno di Napoli e domiciliatovisi con Alfonso I, egli aveva cominciato i suoi primi fatti d'armi alla battaglia di Ravenna, nella quale era stato fatto prigioniero. D'allora in poi erasi trovato presente a tutte le guerre d'Italia, e benchè non oltrepassasse i trentasei anni, aveva acquistata grandissima esperienza; erasi distinto col suo ingegno inventore, la sua attività, il suo coraggio, i suoi stratagemmi; avea saputo rendersi caro all'infanteria spagnuola, cui comandò lungo tempo, e soleva dire che gli rincresceva di non essere nato piuttosto in Ispagna che in Italia. In quell'epoca medesima egli era oppresso da una malattia che non aveva diligentemente curata, e morì in Milano il 30 di novembre, nel mentre che Vittoria Colonna, sua moglie, celebre nella letteratura, era partita in tutta fretta da Napoli per venirlo ad assistere, e non aveva ancora oltrepassato Viterbo[185].

La morte del Pescara accrebbe il coraggio de' Veneziani, e di tutti coloro che in Italia volevano assicurare coll'armi la propria indipendenza: supponevano che l'armata imperiale fosse tanto più indebolita da una perdita così grande, che il contestabile di Borbone e il vicerè Lannoy erano assenti entrambi; perciò sollecitavano il papa di sottoscrivere, mentre Francesco Sforza era ancora padrone del castello di Milano, una lega necessaria per salvare l'Italia dall'assoluta schiavitù che la minacciava. La reggente di Francia prometteva di sovvenir loro cinquecento lance francesi e quaranta mila ducati al mese, i quali bastavano ad assoldare diecimila Svizzeri; e nel medesimo tempo doveva cominciare la guerra sulle frontiere della Spagna per impedire a Carlo V di mandare soccorsi in Italia. Enrico VIII, che verso il finire di agosto aveva sottoscritta colla reggente un'alleanza difensiva, e che aveavi messa per condizione ch'ella non abbandonerebbe nessuna provincia del regno per riscattare suo figliuolo, facevasi mallevadore delle promesse cui si obbligava il governo francese. Il papa e i Veneziani, de' quali il primo trattava anche a nome de' Fiorentini, ed i secondi a nome anche del duca di Ferrara, dovevano somministrare a spese comuni mille ottocento uomini d'armi, due mila cavaleggieri e venti mila fanti; la flotta veneziana, unita alla francese, doveva attaccare contemporaneamente Genova o il regno di Napoli[186].

Ma un progetto così difficile e così pericoloso da eseguirsi avrebbe incusso timore anche ad un uomo di carattere più fermo e deciso, che non lo era Clemente VII. Questi, dacchè era salito sul trono, avea delusa l'aspettazione di tutti coloro che credevano conoscerlo; e dava allora a divedere che se l'amministrazione sua era stata gloriosa durante il regno di suo cugino Leon X, ciò doveasi attribuire molto più alla fermezza e risoluzione di Leone, che all'abilità sua nel servirlo. Sempre indeciso, e pronto a disdirsi, sbigottito sempre dagli ostacoli quando s'appigliava ad una risoluzione, e dimenticandosi allora di tutti quelli per cui aveva abbandonata la risoluzione contraria, egli fluttuava sempre fra partiti estremi, lasciava passare il momento d'agire, e quand'era poi costretto a decidersi, ora si abbandonava da disperato a ciò che riguardava come una fatalità, ora cedeva alle sollecitazioni dei suoi ministri, senza essere per altro persuaso di quelle ragioni che per avventura gli allegavano. Questa irrisoluzione veniva accresciuta ancora dalla scissione manifestatasi nel suo più intimo consiglio. Erano confidenti di Clemente VII frate Nicola di Schomberg, dominicano tedesco, creato dal papa arcivescovo di Capoa, e Giovan Matteo Ghiberti, che occupava la carica di datario apostolico; Clemente operava il più delle volte dietro i consiglj di costoro. Ma il Schomberg aveva abbracciato con zelo il partito dell'imperatore; e il Ghiberti, quantunque riponendo poca fiducia nella Francia, ed amaramente lagnandosi del difetto di discrezione e di fede di questa corte, voleva unirsi a lei per difendere l'indipendenza italiana; costoro non temevano di dare la maggiore pubblicità alle loro contese, e le loro alternative vittorie scemavano il credito del papa. Questi erasi finalmente risolto a sottoscrivere la lega proposta; tutti gli articoli erano già convenuti, ed era pure giunto il giorno fissato alla conclusione, quando sentendo egli arrivato a Genova il commendatore Errera con muove proposizioni dell'imperatore, sospese ogni cosa per sentirle[187].

Questi articoli erano tali da lusingare Clemente, e ciò s'era procurato a bella posta per distorlo da un'alleanza che Carlo V temeva. Gli si promettevano la restituzione di Reggio e Rubbiera, il mantenimento di Francesco Sforza nel ducato di Milano, ed ove questi morisse senza eredi, la cessione del ducato medesimo al contestabile di Borbone, che Clemente VII aveva imprudentemente proposto egli stesso, sebbene poscia si fosse di leggieri avveduto che questo ducato non sarebbe meno dipendente dall'imperatore, qualora venisse tra le mani del Borbone, di quello che lo sarebbe se governato fosse da un vicerè; ma presto si potè conoscere che questa proposizione artificiosa era un'insidia tesa al papa. Benchè Carlo V avesse avuto avviso già da due giorni dell'arresto del Moroni e della spogliazione del duca di Milano, egli però non ne faceva alcun cenno negli articoli che presentava, onde aver campo di potere dichiarare in seguito, che tali avvenimenti, venuti posteriormente alla sua saputa, cambiavano lo stato degli affari, e che il prevaricamento del duca di Milano, dovendo essere dietro le leggi imperiali punito almeno colla morte civile, lasciava aperta la successione del duca, e piena libertà all'imperatore d'investirne immediatamente il duca di Borbone[188].

Gli ambasciatori imperiali promettevano di far correggere quest'ommissione, e stipulare la guarenzia del ducato di Milano in que' termini stessi che il papa vorrebbe dettare; ma chiedevano due mesi di tempo per ricevere risposta dalla Spagna, e volevano che fino a quell'epoca Clemente VII non s'impegnasse in nessun modo coi loro nemici. Il papa comprese di leggieri non esser altro cotale dimanda se non che un'astuzia diretta a guadagnar tempo; ma dimostrò a' suoi consiglieri che poteva accordare senza nulla perdere il termine richiesto. Egli giudicava con molta accortezza che un trattato, da lui sottoscritto prima che il re di Francia fosse posto in libertà, non sarebbe che uno spauracchio di cui la reggente approfitterebbe per ottenere dall'imperatore la libertà di suo figliuolo, e ch'ella porrebbe sempre fra le sue prime offerte l'abbandono de' suoi nuovi alleati d'Italia. Ma s'egli invece lasciava che la reggente trattasse come potrebbe coll'imperatore, non eravi quasi più dubbio che le condizioni di questi non fossero intollerabili, e non fossero in conseguenza quasi immediatamente violate. Dall'abuso della vittoria doveva necessariamente nascere una nuova guerra; e tornava assai più conto agl'Italiani trattare con Francesco impaziente di vendicarsi, anzi che con Francesco mercanteggiante ancora per la propria libertà[189].

Tale era lo stato delle negoziazioni al principio del 1526. Carlo V poteva a sua scelta o, trattando con moderazione Francesco I, obbligarselo coi benefizj, e lasciandogli la Francia intatta, persuaderlo ad abbandonare l'Italia alle armi imperiali; o al contrario, accontentando gli stati italiani, tranquillandoli intorno ai suoi progetti di monarchia universale, e sciogliendo così la loro lega, ed assicurandosi dell'amicizia loro, spingere poscia i suoi vantaggi contro la corona di Francia e spogliarla di alcune province. Ognuno di questi progetti era suggerito ed appoggiato da alcuno de' consiglieri di Carlo: ma egli, che per più capi somigliava al suo avo Massimiliano, che, siccome usava quest'ultimo, non misurava giammai i suoi progetti colle sue forze, e dimenticavasi che il denaro gli veniva meno quasi sempre nel primo mese di ogni campagna, s'appigliò egli solo a un terzo partito più gigantesco degli altri due: ciò era di stendere contemporaneamente il suo scettro sull'Italia e sulla Francia, di assicurarsi del ducato di Milano, di ridurre all'ubbidienza il papa e i Veneziani, chiusi entrambi allora nei suoi stati, e di strappare nel medesimo tempo di mano a Francesco I alcuna delle migliori province del di lui regno[190].

Formato cotale divisamento, l'imperatore, a malgrado dell'opposizione costante del suo gran cancelliere Mercurio Gattinara, dettò al suo prigioniero il trattato di Madrid, che fu sottoscritto il 14 di gennajo del 1526. Il re, impaziente della sua cattività, e riguardandosi a cagione della violenza che gli si faceva, sciolto da quegli impegni cui si obbligava, acconsentì a quasi tutto ciò che gli venne dimandato. Abbandonò all'imperatore il ducato di Borgogna, il contado di Charolois, le signorie di Noyers e di Castel-Chinone, il viscontado d'Ausonna e la terra di san Lorenzo; rinunciò alla signoria della Francia sui contadi di Fiandra e d'Artois; s'obbligò pure a rendere al duca di Borbone, e a tutti i ribelli che lo avevano seguito, le loro terre, i loro feudi e le signorie loro. Nel mentre ch'egli sagrificava in questo modo diritti così importanti della corona di Francia, abbandonava anche i suoi alleati alla cupidigia dell'imperatore. Prometteva di ridurre Enrico d'Albretto, fatto ancor egli prigioniere alla battaglia di Pavia, ma sottrattosi poscia alla cattività in grazia dell'ardimento del suo paggio, a rinunciare al nome e alle armi di re di Navarra; cedeva all'imperatore tutte le sue pretese sul regno di Napoli, il ducato di Milano, Genova ed Asti, e prometteva di somministrargli truppe di terra e di mare, che l'accompagnassero in Italia, quando andrebbe a pigliare la corona imperiale; con che esprimeva chiaramente che lo ajuterebbe a soggiogare il papa, i Veneziani, i Fiorentini, i duchi di Milano e di Ferrara, nuovi alleati del re, che soli potevano, colla resistenza che avessero per avventura voluto opporre, far nascere il bisogno di un'armata imperiale in Italia all'istante dell'incoronazione. A guarenzia di questo trattato Francesco I doveva sposare Eleonora, regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, e il Delfino sposare Maria, figliuola di Carlo V. Ad onta però di questa unione delle due famiglie, il re dovea consegnare come ostaggi all'imperatore due de' suoi figliuoli, onde assicurare l'osservazione del trattato, che egli medesimo oltre a ciò era tenuto di ratificare, tostocchè sarebbe libero, nella prima città del suo regno[191].

A tali condizioni Francesco I fu rilasciato in cambio de' suoi due figliuoli, il giorno 18 marzo 1526, in una barca legata nel mezzo del fiume Andaye, il quale divide Fontarabia da Bajonna. L'Italia, consapevole delle clausole e dell'esecuzione di questo trattato, stette tutta tremante in aspettazione delle prime operazioni del re di Francia, onde vedere se egli aveva in animo di osservare le sue promesse, e di condannarla così a perpetua schiavitù[192].

CAPITOLO CXVII.

Lega degl'Italiani per difendere la loro indipendenza. Sono abbandonati dalla Francia, e mal serviti dal duca d'Urbino; crudeltà degl'Imperiali in Lombardia. Clemente VII sorpreso nel Vaticano dai Colonna è forzato di acconsentire ad una tregua, che poi viene da lui violata.

1526.

L'Italia mai non erasi mostrata tanto disposta ad armarsi per la propria indipendenza come nell'istante in cui le fu noto il trattato di Madrid. L'espulsione dei barbari era il voto di tutti gli stati, di tutte le province, di tutte le condizioni: e di questo nome di barbari, che gl'Italiani davano allora ad una voce agli oltremontani, non eransi giammai in altri tempi renduti più meritevoli tutti i popoli che guastarono la bella Italia ne' trent'anni che precedettero quest'epoca. La civiltà aveva, a dir vero, fatti progressi nelle corti e nelle capitali dei principi oltremontani; ma la barbarie regnava tuttavia tra la generalità dei popoli, ed in particolare nelle armate. Giammai tanta cupidigia, tanta crudeltà, tanta perfidia non eransi a gara mostrate dalle diverse nazioni. Giammai le città non erano state più frequentemente e più inumanamente saccheggiate; giammai i contadini ridotti a tale eccesso di disperazione. Dall'una all'altra estremità d'Italia, ogni provincia aveva più d'una volta sperimentata l'asprezza de' comandanti stranieri, l'insolenza e la rapacità dei soldati. La Sicilia, la di cui antica costituzione non veniva più rispettata, dacchè il suo monarca regnava sopra la metà dell'Europa, era così insofferente del giogo spagnuolo, che il timore de' supplicj non bastava a frenare i cospiratori, tenuti ubbidienti soltanto dalla continua forza che gli opprimeva. Il regno di Napoli, dopo avere lungo tempo sofferto il giogo francese, era ridotto a desiderarlo, dacchè i soldati spagnuoli, accantonati senza paga nelle loro campagne, rifacevansi sugl'infelici contadini delle ruberie dei tesorieri reali; dacchè i vicerè opprimevano il commercio coi monopolj, moltiplicavano gli asili accordati ai facinorosi, e non si prendevano verun pensiero della giustizia. Lo stato della Chiesa, ruinato dall'inquieto carattere di tre pontefici che si erano succeduti con eguale ambizione, piagneva tuttavia le perfidie di Alessandro VI, quando Giulio II e Leon X vi chiamarono nuovi sciami di stranieri. La lunga guerra di Pisa aveva lasciata nella desolazione metà della Toscana; e nel sacco di Prato quest'industriosa contrada aveva imparato a conoscere l'avarizia e la crudeltà degli Spagnuoli. In tutta l'estensione degli stati veneziani non si trovava un piccolo distretto che non avesse avuto triste esperimento della brutalità de' Tedeschi, e che nelle guerre eccitate dalla lega di Cambrai non fosse stato più volte saccheggiato. Genova era stata di fresco abbandonata al sacco degli Spagnuoli dal marchese di Pescara. Gli stati di Ferrara, che sì lungo tempo aveano tentata l'ambizione di Giulio II e di Leone X, erano stati irrigati di sangue, e quelli di Mantova esposti ai medesimi guasti. Più sventurata di tutte le altre province, la Lombardia non aveva mai cessato d'essere il teatro della guerra dopo la prima spedizione di Carlo VIII; presa più volte e ripresa dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Tedeschi, dagli Svizzeri, non sapeva quale di questi barbari popoli dovesse più abborrire. Il Piemonte ed il Monferrato, senz'essere in guerra per proprio conto, n'erano ogni anno il teatro, e gli sventurati loro abitanti venivano puniti da un partito per essere stati esposti alle violenze di un altro. In questo universale stato di patimenti, di cui nulla presagiva il fine, gl'Italiani, poichè non potevano sperar pace, invocavano almeno una guerra nazionale, una guerra nella quale combattessero e soffrissero per la loro libertà, per la loro indipendenza, per un governo scelto da loro, e non per passare dalle mani di un padrone che detestavano a quelle di un altro egualmente abborrito.

Le circostanze presenti non sembravano meno favorevoli alla liberazione dell'Italia di quel che lo fosse questa generale disposizione degli spiriti. Lo spogliamento di Francesco Sforza aveva disvelata l'insaziabile ambizione di Carlo V e corrucciati tutti i sudditi di questo sventurato principe, allora assediato nel castello di Milano; e non ve n'era un solo che non si credesse chiamato ad impugnare le armi per difendere un sovrano riconosciuto da tutta l'Europa, ed in favore del quale erano stati conchiusi tanti trattati. In fatti universale era il fermento e le insurrezioni anche in Milano giornaliere, mentre l'armata dell'imperatore, indebolita dalle diserzioni, mancante di munizioni, mal pagata, e per le continue sue vessazioni diventata l'oggetto dell'odio universale, lungi dal poter resistere ad un attacco straniero, non sembrava pure in istato di potersi sostenere contro gli abitanti del paese.

Di quest'epoca Carlo V aveva sposata Isabella di Portogallo, che gli aveva recata in dote la prodigiosa somma di novecento mila ducati; vale a dire quanto abbisognava per mantenere un anno un'armata di venti mila uomini di milizia svizzera, che di tutte era la più dispendiosa; ma tale era il disordine delle finanze dell'imperatore, che anche in tale circostanza aveva trovata la maniera di essere senza danaro. La ribellione dei contadini che aveva cominciato nella Svevia, e che minacciava tutto l'impero, aveva acceso il fuoco nella Germania. La Spagna non si era per anco riavuta dall'ultima sua guerra civile, nè ancora mostravasi prontamente ed interamente ubbidiente al monarca. L'Ungheria, che ne' due precedenti secoli aveva presa tanta parte nelle cose dell'Italia, più non poteva abbadarvi, essendo costretta a sostenere sola, per la difesa della Cristianità, il terribile peso della guerra de' Turchi; ed il giovane Lodovico II, re d'Ungheria e di Boemia, diede il 29 di agosto di questo stesso anno la fatale battaglia di Mohacz, in cui perì colla maggior parte della sua nobiltà, porgendo così occasione a Ferdinando, fratello di Carlo V, di raccogliere quelle due corone, ma nello stesso tempo richiamando tutta la sua attenzione verso i confini de' Turchi[193]. Gli altri, potentati posti in guardia dall'ambizione di Carlo V, vedendolo nello stesso tempo minacciare col trattato di Madrid l'Italia e la Francia, desideravano che gl'Italiani si rendessero indipendenti, ed erano disposti a soccorrerli. Il re di Francia rinunciava a' suoi pretesi diritti sul Milanese e sul regno di Napoli; ed il re d'Inghilterra eccitava il papa a farsi capo di una lega, che assicurasse colla libertà del suo paese quella dell'Europa.

Ma perchè un paese possa liberarsi dal giogo degli stranieri, d'uopo è che i suoi popoli si accostumino alla milizia, e che i suoi capi non manchino di risolutezza: e queste due qualità mancavano agl'Italiani. La fanteria comune levata nel paese era universalmente riconosciuta inferiore alla tedesca, alla spagnuola, alla svizzera. Non è perciò che non si fossero veduti particolari corpi, formati da buoni capitani, uguagliare in valore le migliori truppe d'Europa: Federico da Bozzolo, Renzo di Ceri e Giovanni de' Medici, avevano dato alle loro bande italiane una riputazione confessata da tutte le nazioni; ma la maggior parte de' fanti, assoldati mensilmente e licenziati alla fine d'ogni campagna non potevano pareggiarsi a quelle truppe scelte. Altronde il carattere de' soldati non indicava quello della massa del popolo. Le persone di mala vita, i vagabondi, gli assassini, erano quasi i soli che si lasciassero persuadere ad entrare nelle armate; i contadini non avevano veruna abitudine al servizio, ed i borghesi erano ancora più timidi. Quasi in ogni luogo i sudditi dello stato erano disarmati; e se qualche governo aveva avuto la saviezza d'arrolare e d'esercitare le sue milizie, mancando lo spirito militare nei capi, non poteva diffondersi nella massa del popolo. Per tal modo l'ordinanza de' Fiorentini, ch'era forse la milizia d'Italia e la meglio organizzata, era diventata un continuo oggetto di ridicolo a cagione della sua viltà.

Ma più che il coraggio militare alle truppe, mancava il coraggio di spirito ai governi. Quello che in addietro animava i consiglj della repubblica fiorentina, più non trovavasi in veruna parte d'Italia. I Veneziani erano famosi per conto della loro prudenza, ma il loro sistema riducevasi a salvare il presente a spese dell'avvenire, a sottrarsi con destrezza alle difficoltà, e ad aspettare soccorso dal tempo. Dopo avere lungo tempo fatta buona prova, doveva all'ultimo necessariamente produrre disastri. Clemente VII, la di cui profonda politica era stata lungamente ammirata quando era consigliere di Leon X, e quando credevasi ch'egli avesse tutto calcolato e tutto preveduto, mancava essenzialmente di risoluzione. Nè egli sapeva prendere opportunamente un partito, nè sostenerlo con costanza; scioccamente sagrificava per avarizia i suoi mezzi di difesa; e quand'erasi in tal modo dato in mano de' nemici, era solito d'entrare per pusillanimità in impegni contrarj ai suoi interessi.

Non pertanto i Veneziani ed il papa erano le sole potenze che ancora conservassero in Italia il sentimento della loro indipendenza; e loro toccava il dirigere l'ultimo sforzo a pro della libertà italiana. Essi lo sentivano, e non abbandonarono i progetti formati in tempo della cattività di Francesco I; e quando lo seppero tornato ne' suoi stati, si affrettarono di spedire a Parigi i loro ambasciatori sotto colore di felicitarlo, ma in sostanza per iscandagliare le sue disposizioni, dissuaderlo dall'osservanza del trattato di Madrid, e piuttosto consigliarlo ad entrare con loro in una lega, che porrebbe limiti all'ambizione ed alle usurpazioni dell'imperatore[194].

Gli ambasciatori del papa e di Venezia non tardarono a conoscere le disposizioni del re. Lagnavasi egli altamente della violenza che gli si era fatta per costringerlo a sottoscrivere il trattato di Madrid, e dell'estrema durezza usata a suo riguardo. Andava replicando che il giuramento a cui era stato astretto, era meno valido assai e meno solenne che non quello della sua consacrazione, col quale erasi obbligato verso i suoi sudditi a non ismembrare la Francia. Sua madre e sua sorella, madama d'Alenson, le di cui negoziazioni in Ispagna erano tornate vane, professavano i medesimi principj. I grandi, non meno che il popolo, sembravano impazienti di lavare l'affronto ricevuto dal loro re; ed in pari tempo i ministri francesi si affrettavano di dichiarare agli ambasciatori italiani, che, rinunciando oramai ad un'ambizione ch'era riuscita fatale alla Francia, essi più non muovevano pretese nè sopra Milano, nè sopra Napoli, e soltanto desideravano che quelle province non ingrandissero i possedimenti d'un monarca rivale, ma che l'Italia tutta fosse libera e scuotesse ogni giogo straniero[195].

Queste assicurazioni sembravano proprie ad affrettare la conclusione della lega italiana, che, secondo i desiderj di Francesco I, trattavasi in Francia, affinchè gli ambasciatori inglesi vi potessero più facilmente intervenire: ma coloro che meglio penetravano nell'animo del re avrebbero potuto avvedersi che il suo coraggio, la confidenza nella propria fortuna e la sua ambizione erano stati domati dalla sventura: che oramai non desiderava che la pace; che si affretterebbe di ricuperare a qualunque altissimo prezzo i figliuoli dati in ostaggio; e che, quando Carlo V non gli chiedesse lo smembramento della Francia, e rinunciasse a privarlo della Borgogna, Francesco dal canto suo non farebbe difficoltà di sagrificare l'indipendenza d'Italia; di modo che quando stringeva gl'Italiani ad associarsi a lui, non facevalo che per potere trattare egli stesso poscia con maggior suo vantaggio, e vendere a più caro prezzo l'abbandono de' suoi alleati[196].

Francesco I aveva adunati a Cognacco i principi ed i notabili del regno; gli aveva consultati intorno al trattato che aveva sottoscritto, e ricevuta la loro dichiarazione, ch'egli non aveva il diritto di alienare la Borgogna. Gli stati di questa provincia avevano protestato contro la loro separazione dal regno; e Francesco, da che trovavasi in libertà, avea rifiutato al signore di Lannoi, vicerè di Napoli, che l'aveva seguito, di ratificare il trattato di Madrid. Poco dopo questo rifiuto, il 22 di maggio del 1526, sottoscrisse un trattato d'alleanza con Clemente VII, i Veneziani e Francesco Sforza, il quale trattato, per essere il papa capo della confederazione, fu chiamato la santa lega[197].

Lo scopo di questa lega era quello di far mettere in libertà i figli di Francesco I contro il pagamento di una taglia; di far restituire il ducato di Milano a Francesco Sforza, e la contea d'Asti colla sovranità abituale di Genova al re di Francia. Se Carlo V ricusava queste condizioni, i confederati, per costringerlo ad accettarle, obbligavansi ad unire in Italia a spese comuni un'armata di due mila cinquecento uomini d'armi, tre mila cavaleggieri e trenta mila fanti, mentre due armate francesi penetrerebbero, una in Lombardia e l'altra in Ispagna. Nello stesso tempo i confederati dovevano attaccare il regno di Napoli con una flotta di ventotto galere veneziane e pontificie. Dopo averne cacciati gli Spagnuoli, il papa doveva disporre di questo regno a favore di un principe italiano, il quale pagherebbe al re di Francia, in tacitazione de' suoi diritti, un annuo canone di settantacinque mila fiorini[198].

I confederati sentivano la necessità di non perdere tempo a far avanzare le loro truppe in soccorso dell'infelice duca di Milano, che, assediato nel castello della sua capitale, aveva dichiarato di non avere vittovaglie per tutto il mese di giugno[199]. Le violenze esercitate in Milano dalle truppe spagnuole vi avevano eccitata una sollevazione; ma sebbene il duca ne approfittasse per fare una sortita, non aveva trovati apparecchiati nè soccorsi, nè munizioni, ed era stato forzato a rientrare nel castello senza avere ottenuto verun vantaggio. Dal canto suo il popolaccio si era trattenuto a saccheggiare la corte vecchia in cui risiedeva il tribunale criminale, e dato così tempo agli Spagnuoli di porsi sulle difese. Non pertanto Antonio di Leiva, che li comandava di concerto con Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, e cugino del Pescara, conoscendo il pericolo della sua situazione, promise ai Milanesi per calmarli, che farebbe uscire di città tutte le truppe strettamente non necessarie all'assedio del castello[200]. Intanto altri Spagnuoli taglieggiavano gli stati di Parma e di Piacenza, e la stessa autorità del pontefice veniva o disprezzata o attaccata dagli agenti dell'imperatore[201].

In fatti il papa ed i Veneziani si affrettarono, anche prima che si conchiudesse la lega, di porsi in istato di agire. Il duca d'Urbino, generale dei Veneziani, si avanzò sull'Adda con tutti i suoi uomini d'armi, e sei mila fanti italiani; Guido Rangoni, generale del papa, si portò dal canto suo fino a Piacenza con altri sei mila fanti. Per rendere più formidabili queste due armate, sentivasi il bisogno di unirvi gli Svizzeri. L'istante era giunto di strignere le negoziazioni intavolate già da un anno coi cantoni dal vescovo di Veruli; ma gli si era così strettamente ordinato di non prendere verun positivo impegno, di non lasciar penetrare il segreto, di non compromettere il papa, che non potè far marciare gli Svizzeri colla desiderata prestezza. Gian Giacomo de' Medici, Milanese, che veniva contraddistinto col titolo di castellano di Musso, dal nome di un castello di cui si era impadronito in vicinanza de' Grigioni[202], e che cominciava a farsi nome colle armi e cogl'intrighi, promise al papa di assoldare sei mila Svizzeri ad un mezzo ducato l'uno d'arrolamento: Ottaviano Sforza, vescovo di Lodi, che pretendeva pure di avere grandissimo credito presso i cantoni, promise di levarne un egual numero pei Veneziani: ed i confederati si riposarono sulle promesse di questi raggiratori, cui affidarono il loro danaro in principio di giugno, raccomandando loro estrema diligenza[203].

Ma in questo tempo il re di Francia era entrato in nuove negoziazioni con Carlo V, cui aveva offerti due milioni di scudi d'oro per la taglia de' suoi figliuoli, purchè a tale prezzo potesse conservare la Borgogna; minacciandolo in pari tempo colla lega che si stava formando contro di lui. Per guadagnare tempo intanto coi confederati, ricusava di sottoscrivere il trattato di Cognacco, finchè non avesse ricevute le ratifiche del papa e dei Veneziani; e con tale pretesto non pagava i quaranta mila scudi promessi ogni mese per levare gli Svizzeri, nè faceva avanzare le sue truppe[204].

Gli alleati italiani avevano ordinato di cominciare le ostilità; mandavano ogni giorno rinforzi all'armata; Vitello Vitelli era giunto a quella del papa colle truppe fiorentine; vi si era recato ancora Giovanni de' Medici, dichiarato capitano della fanteria italiana, mentre che lo storico Guicciardini era stato nominato luogotenente del papa in tutti gli stati della Chiesa, ed era partito da Roma il giorno 7 di giugno per recarsi all'armata con una quasi illimitata autorità[205].

Ma in mezzo agli apparecchj di guerra si continuavano le negoziazioni. Ugo di Moncade, che vantavasi d'essersi formato alla scuola di Cesare Borgia, era stato mandato da Carlo V prima al re di Francia, poi a Milano, indi a Roma, per cercare di sciogliere la lega, e per trattare separatamente o cogl'Italiani, o coi Francesi. Il Moncade aveva rifiutati i due milioni offerti dal re in cambio della Borgogna. Aveva date buone speranze al duca di Milano; ma giudicando che questi non potrebbe lungamente difendersi, non aveva voluto far sospendere l'assedio del castello. Giunto presso Clemente VII, gli aveva press'a poco offerto tutto ciò che poteva desiderare per l'Italia, a condizione che egli ed i Veneziani rinuncierebbero al trattato col re di Francia. Clemente per onore e per politica aveva risposto che oramai vi si era obbligato, e che più accettare non poteva condizioni, che in addietro aveva inutilmente domandate all'imperatore. Tutto adunque disponevasi per la guerra, ed i capitani imperiali, che si trovavano in Milano con pochissime truppe, in mezzo ad una popolazione ridotta a disperazione dai loro cattivi trattamenti, e tra nemici più forti, risguardavano omai come pericolosissima la loro situazione[206].

Ma sgraziatamente per l'Italia e pel riposo d'Europa i Veneziani avevano affidato il comando della loro armata a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino; e siccome il rango di questo generale era di lunga mano superiore a quello del conte Guido Rangoni, comandante delle truppe pontificie, il primo dirigeva solo tutte le operazioni degli alleati. Non mancavano al duca d'Urbino talenti militari, nè fors'anco valore personale; ma prendendo per suo modello Prospero Colonna, egli ne aveva esagerato il metodo. Egli riduceva tutta la tattica militare a prendere inattaccabili posizioni, schivando sempre di venire a battaglia, per quanto le sue forze fossero più numerose di quelle del nemico: veruna circostanza sembravagli tanto stringente da determinarlo ad un'ardita azione, ed ostinandosi a non volere arrischiar nulla, giugneva alla certezza di perdere ogni cosa. Egli dichiarò che non si avvicinerebbe ai nemici finchè non sarebbero arrivati alla sua armata gli Svizzeri che gli erano stati promessi.

Ma questi mai non arrivavano: i due negoziatori, che dovevano arrolarli, non godevano presso quella nazione di tutta l'opinione che avevano millantata; altronde un'inopportuna economia non aveva lasciato che il papa vi pensasse a tempo. Gian Giacopo de' Medici ad altro quasi non pensava che a svolgere in suo profitto una parte del danaro che gli era stata affidata per quest'oggetto, e Vespasiano Sforza, vescovo di Lodi, uomo prosontuoso, che aveva menato tanto rumore intorno alle sue aderenze cogli Svizzeri, era loro appena noto[207]. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto, conoscendo che sarebbero attaccati tostocchè arriverebbero gli Svizzeri, vollero in prevenzione assicurarsi dei Milanesi, comprimerli col terrore, e rompere il trattato ch'essi avevano conchiuso con loro. Avevano segretamente fatti entrare nuovi Spagnuoli in città, cui avevano fatto occupare i luoghi più forti: contemporaneamente tutta l'armata ebbe ordine d'avanzare; ed in allora, desiderando che si eccitasse una sollevazione, fecero, per avere un pretesto di punire il popolo, uccidere in faccia sua il 17 di giugno un borghese che aveva ommesso di salutarli, ed immediatamente dopo tre di lui amici, che essi avevano veduti compiangere la di lui sorte. Come lo previdero, il popolo diede subito mano alle armi: ma le loro genti distribuite nelle case provvedute di feritoje, e ne' luoghi forti che signoreggiavano le principali strade, fecero subito fuoco addosso alla moltitudine. Moltissimi Milanesi caddero uccisi senza quasi poter danneggiare i nemici. Però la zuffa mantenevasi ancora, quando si sparse la notizia che il rimanente dell'armata si trovava già presso alle porte; onde i Milanesi si dispersero vinti da subito spavento. D'altra parte il Leiva non voleva abbandonare al saccheggio la capitale della Lombardia, che destinava ad essere più lentamente, più crudelmente, più regolarmente spogliata. Si fece una nuova convenzione col popolo, il quale acconsentì a lasciarsi disarmare, ed all'esilio di tutti i suoi capitani della milizia e di tutti suoi magistrati[208].

Le violenze degl'imperiali non si ristringevano alla sola Milano, ma si rinnovavano in tutte le città, in tutte le borgate della Lombardia, ed ovunque eccitavano il medesimo risentimento. Fabrizio Maramaldo, ufficiale calabrese, era stato posto a Lodi da Antonio di Leiva con settecento fanti italiani al soldo dell'imperatore, ai quali si permetteva la più sfrenata licenza. Lodovico Vistarini, gentiluomo lodigiano, che pure serviva nell'armata imperiale, non potendo più lungamente sostenere quest'oppressione della sua patria, nella notte del 24 di giugno sorprese una piccola torre sopra un bastione di questa città, ove stavano soltanto sei uomini di guardia, che furono da lui uccisi. Padrone d'una pusterla, prima che niuno fosse ancora informato della sua intrapresa, uscì di città per andare incontro al duca d'Urbino, che aveva prevenuto del suo disegno. Malatesta Baglioni entrò prima degli altri in Lodi per questa pusterla con tre in quattro mila fanti veneziani, ed il duca d'Urbino lo seguì poche ore dopo. Maramaldo, sorpreso, ritirossi non pertanto in buon ordine nella fortezza, ove venne bentosto da Milano a raggiugnerlo con tre mila Spagnuoli il marchese del Guasto; ma dopo un sanguinoso combattimento gl'imperiali non avendo potuto ricuperare la città, risolvettero altresì di evacuare la fortezza, e ricondussero tutte le loro truppe a Milano[209].

La conquista di Lodi poteva essere per la lega della più grande importanza; con ciò si assicurava il passaggio dell'Adda, era tolto ogni ostacolo all'unione dell'armata pontificia con quella di Venezia, e rotta la comunicazione tra Milano e Cremona, sicchè niente più impediva all'armata degli alleati di portarsi fin sotto le mura di Milano, dove il popolo invocava un liberatore, e dove lo sventurato Sforza, assediato nel castello, avendo consumate tutte le munizioni, sforzavasi non pertanto di tenersi fino all'arrivo degli alleati. Non contansi più di venti miglia da Lodi a Milano, ed altrettante da Lodi a Pavia: di modo che, essendo minacciata ancora questa seconda città, gl'imperiali, per difenderla, dovevano dividere le loro forze. L'armata alleata aveva più di venti mila fanti, una buona artiglieria, uomini d'armi e cavaleggieri in grosso numero, mentre che gl'imperiali non avevano che tre mila tedeschi, pochissimi cavalli, pochissime vittovaglie, ed erano affatto senza danaro[210].

Ma il duca d'Urbino, alla sua esagerata prudenza e ad una soverchia diffidenza delle truppe italiane, aggiugneva un segreto desiderio di vedere umiliato Clemente VII con tutta quella famiglia de' Medici, la di cui nimicizia gli era stata tanto funesta. Egli non volle mai piegarsi alle calde istanze che Francesco Guicciardini ed i capitani della Chiesa, che lo avevano raggiunto il 26 di giugno, gli facevano, di marciare rapidamente sopra Milano. Sarebbe un'imperdonabile imprudenza, egli loro diceva, il venire a battaglia cogl'imperiali prima d'avere ricevuti i soccorsi degli Svizzeri; e tutto quanto acconsentì di fare per compiacerli, fu di accostarsi lentamente a Milano facendo tre o quattro miglia un giorno e consumando l'altro nel campo per dar tempo agli Svizzeri di arrivarlo. Infatti il 6 di luglio giunse al suo campo a san Martino, lontano tre miglia da Milano, un corpo avanzato di cinquecento Svizzeri; ma le sue lentezze avevano dato tempo al duca di Borbone di arrivare da Genova a Milano con circa ottocento fanti spagnuoli, e cento mila scudi che recava di Spagna per pagare le truppe[211].

Malgrado questo rinforzo, estremamente pericolosa era la situazione dell'armata imperiale in Milano. Con meno truppe assai de' nemici, doveva continuare l'assedio del castello, contenere il popolo, in ogni luogo disposto a ribellarsi, e difendere o il troppo vasto ricinto de' sobborghi, o, abbandonandoli, quello della città che presentava infinite difficoltà. Per ciò i capitani della lega non dubitavano che l'armata imperiale non si ritirasse innanzi a loro. Lo stesso duca d'Urbino ebbe un giorno la stessa credenza, ed il 7 di luglio fece avanzare la sua armata fino ad un tiro di fucile, e fece tirare alcune cannonate contro le porte; ma scoraggiato nel trovare qualche resistenza, fece in principio di sera chiamare i capitani della Chiesa, e loro dichiarando d'avere ordinato alle truppe veneziane di ritirarsi, li consigliò di fare lo stesso se volevano evitare una sconfitta. I comandanti delle truppe della Chiesa, ed in particolare il Guicciardini, vivamente pregarono il duca a rivocare quest'ordine, non sapendo essi ravvisare verun pericolo nella loro posizione; ma il duca trattava il Guicciardini con affettato disprezzo, siccome uomo forense che non poteva comprendere le operazioni militari. Egli fu inflessibile, e la precipitosa ritirata della sua armata, nel cuore della notte, ebbe quasi un'apparenza di fuga; e se può darsi fede alle notizie che ricevette la corte di Roma, quando il duca d'Urbino prese così pusillanime risoluzione, i generali imperiali avevano di già ordinato d'abbandonare Milano[212].

Lo stesso giorno di questa vergognosa ritirata, l'otto di luglio, era stato prescelto dagli alleati per pubblicare solennemente la loro confederazione a Roma, a Venezia ed in tutta la Francia. E la notizia di questa ritirata, che tenne subito dietro a quella dell'alleanza, fu dal popolo risguardata come un cattivo augurio per la continuazione della guerra[213].

Pareva infatti che confermasse l'espressione proverbiale degl'Italiani, che le armi de' Veneziani e quelle della Chiesa non tagliavano. La diffidenza, che è cagione della ruina di quasi tutte le leghe, cominciava di già a manifestarsi in questa. Il re di Francia non aveva ancora fatto nulla, preferendo d'appoggiarsi piuttosto agli sforzi de' suoi confederati che ai proprj; e si appigliava a dispute di parole intorno agli articoli del trattato, onde protrarre la sua cooperazione. Pareva che il duca d'Urbino si fosse proposto soltanto di compromettere il papa, senza esporre l'armata veneziana da lui comandata; e Clemente VII, che lasciavasi ributtare da ogni difficoltà, spaventare da ogni pericolo e da ogni spesa, cominciava di già a lagnarsi amaramente d'essere entrato in questa guerra. Una piccola guarnigione spagnuola, che occupava Carpi, arrestava i corrieri nello stato di Parma e di Piacenza, e faceva poco sicuro quel paese. I Colonna ne' loro castelli, il duca di Sessa ed Ugo di Moncade ai confini del regno di Napoli minacciavano Roma e lo stato della Chiesa, e di già il danaro che il papa avrebbe dovuto apparecchiare per una lunga guerra, mancava nelle prime mosse delle armate[214].

Ma il dolore che la ritirata dell'armata cagionò a tutti i confederati non era in verun modo paragonabile a quello che provarono gli sventurati abitanti di Milano. Antonio di Leiva ed il marchese del Guasto li credevano abbastanza avviliti per non dover più nulla temere da loro, e se avevano ancora avuto qualche riguardo, qualche ombra di disciplina o di giustizia, vi rinunciarono affatto dopo quest'epoca. Essi non ricevevano danaro per pagare la truppa, e conoscevano abbastanza Carlo V per sapere che non dovevano da lui sperarne; ma Milano poteva ancora lungamente mantenere la loro armata, dacchè si arrogavano il diritto di disporre di tutte le ricchezze che aveva la città. Dopo avere diligentemente disarmati gli abitanti, di già ridotti a piccolo numero dall'ultima peste e dalla continua emigrazione, essi acquartierarono i loro soldati in ogni casa, obbligando gli abitanti a somministrar loro non solo i più dilicati cibi, ma tutto ciò che sapevano desiderare, o tutto il danaro che chiedevano per soddisfare ai loro desiderj. Tutte le botteghe erano chiuse, tutte le officine senza lavoratori, vuoti tutti i magazzini. I proprietarj avevano procurato di nascondere le loro merci, ma i soldati frugando in ogni luogo, sotto pretesto di cercar armi, prendevano a discrezione tutto quanto trovavano. Le donne ed i fanciulli erano sempre esposti alla loro libidine; e quando uno Spagnuolo aveva tutto consumato, e più non trovava cosa che gli convenisse nella casa del suo ospite, lo forzava con prolungati tormenti a provvedere nuovamente a' suoi bisogni. Molti di loro tenevano il principale della casa sotto custodia, e legato per essere sicuri di trovarlo qualunque volta avessero qualche nuova inchiesta da fargli. Una severa guardia impediva, alle porte della città, che gli abitanti fuggissero abbandonando ogni loro proprietà; perciò, sebbene il suicidio sia sempre stato presso gl'Italiani rarissimo, ogni giorno si sentiva che qualche sciagurato erasi precipitato ne' pozzi o strozzato, per sottrarsi a così atroce tirannide[215].

Quando giunse a Milano il duca di Borbone, lusingaronsi gli abitanti che sarebbe meno barbaro che gli altri capitani imperiali, in paesi, di cui dicevasi che Carlo V gli aveva promessa l'investitura. I gentiluomini milanesi gli mandarono una deputazione per ricordargli tutte le testimonianze di attaccamento date dalla nobiltà all'impero. Lo stesso Borbone n'era stato testimonio; sapeva che dalla mano dell'imperatore avevano ricevuto quel principe, al quale loro si rimproverava d'essere fedeli, mentre i supplicj che loro s'infliggevano per punirneli, sorpassavano in crudeltà quelli che le leggi riservavano ai più odiosi delinquenti[216]. Il Borbone parve compassionarli, scusò i suoi commilitoni a cagione della necessità de' tempi e dei bisogni dell'armata, e nello stesso tempo promise, che quando i Milanesi potessero dargli trenta mila ducati, onde saziare in parte l'avidità de' soldati, li farebbe uscire tutti di città. Invocò sul proprio capo tutte le vendette del cielo se mancava a questa promessa, ed i suoi giuramenti ottennero fede; ma nello stato di totale esaurimento in cui era caduta una così doviziosa città, trenta mila ducati diventavano un'enorme somma. Ad ogni modo tutti cercarono di contribuire, privandosi delle ultime monete che loro rimanevano; ed il Borbone, quand'ebbe ricevuto il danaro, mancando impudentemente alla parola, non ritirò i soldati dalla città, nè diede veruna salvaguardia agli abitanti[217].

Lo sventurato Sforza, chiuso nel castello di Milano, vedeva finalmente avvicinarsi l'istante in cui la mancanza di vittovaglie lo sforzerebbe a capitolare. Per risparmiare le poche munizioni che ancora gli restavano, risolse di far sortire trecento di coloro che si erano con lui chiusi in castello e non erano capaci di difenderlo. Siccome gli assedianti non vi si opposero, questi infelici attraversarono, nella notte del 17 luglio, le trincee che li circondavano, le quali avevano così poca profondità, che sebbene fossero tutti o vecchi, o donne, o fanciulli, le passarono senza difficoltà. Questi fuggiaschi, giunti al campo di Marignano, rappresentarono ai generali della lega, da un canto l'estremità cui era ridotto il duca di Milano, dall'altro la facilità di soccorrerlo, tenendo la medesima strada che essi avevano battuta[218].

Erano di già arrivati al campo del duca d'Urbino cinque mila Svizzeri con Gian Giacomo de' Medici, castellano di Musso, e sebbene il duca volesse sempre aspettare le truppe della stessa nazione che doveva somministrare il re di Francia, ma che mai non giugnevano, si lasciò strascinare dalle importunità di tutti i suoi luogotenenti, e si avanzò fino a due miglia da Milano; soltanto impiegò quattro giorni in un viaggio che un pedone fa in tre ore, ed andò ad accamparsi il 22 luglio tra l'abbadìa di Casaretto ed il Navilio. Fortissima era la posizione del suo campo, ma per liberare una guarnigione assediata trattavasi di attaccare, non già di difendersi. Tutti gli ufficiali del duca d'Urbino lo supplicavano di condurli alle trincee; il castellano di Musso e gli Svizzeri glielo chiedevano per l'onor loro; ma il duca differiva sempre d'uno in altro giorno, e stava ancora deliberando il 24 di luglio, quand'ebbe avviso che Francesco Sforza, non avendo più viveri, aveva capitolato. A tale notizia il duca d'Urbino disse in pieno consiglio, che ciò lo alleggeriva d'un gran peso, poichè il desiderio di soccorrere un alleato era in procinto di strascinarlo a commettere un'imprudenza[219].

Lo Sforza aveva resistito fino all'ultima estremità, e quando più non poteva tenere che alcune ore, aveva ancora ottenuta dal Borbone un'onorevole capitolazione, tanta era l'inquietudine che dava a questo l'assedio del castello di Milano in vicinanza di un'armata più numerosa della sua. Lo Sforza e tutti coloro ch'erano stati con lui assediati, potevano liberamente ritirarsi ovunque loro piacesse; i diritti del primo vennero conservati nella loro integrità, ed il Borbone gli promise di dargli il possesso della città di Como, che gli fu assegnata per sua residenza. Ma quando vi si recò, dopo aver fatto visita agli alleati nel loro campo, la guarnigione spagnuola di Como ricusò d'evacuare la città; e Francesco Sforza non volle porsi tra le mani degli imperiali. Egli tornò al campo degli alleati, ratificò la lega dal papa e dai Veneziani conchiusa in suo nome col re di Francia, e gli fu dato il possesso della città di Lodi, affinchè una piccola parte almeno del ducato di Milano riconoscesse la sua autorità[220].

Gli affari della lega non procedevano più felicemente in Toscana, dove il papa aveva trovato necessario di mutare il governo di Siena, perchè questo piccolo stato essendo solo che si fosse dichiarato pel partito imperiale, posto tra Firenze e Roma, poteva servire ai nemici della casa de' Medici per attaccare Clemente nell'una o nell'altra delle suddette città. Da principio il papa aveva tenuta qualche pratica con alcuni emigrati sienesi per tentare di sorprendere la loro patria; ma questi movimenti essendo stati scoperti e puniti, aveva poi voluto ricondurre quegli emigrati a forza aperta ne' loro focolari. Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, Luigi, conte di Pitigliano, Gentile Baglione ed altri capitani furono incaricati di adunare una piccola armata sulle rive dell'Arbia. Questi si presentarono il 17 di giugno sotto le mura di Siena con nove pezzi d'artiglieria, mille dugento cavalli e più di otto mila fanti; ma una parte di questi erano contadini adunati nello stato fiorentino, che non erano abituati alla guerra, e mancavano di disciplina e di coraggio. Erasi l'armata imprudentemente accampata in un lungo sobborgo, che non aveva veruna uscita laterale: ed i commissarj avevano permesso, che i vivandieri imbarazzassero coi loro banchi la sola strada che loro serviva di sfogo, di modo che non restavano a questa quindici piedi di larghezza. Tanto disordine regnava nell'armata, ed i soldati, de' quali molti disertavano ogni giorno, mostravansi così indisciplinati e vili, che Clemente, non potendo ripromettersi nulla di buono da questa spedizione, ordinò di ritirare l'artiglieria e di allontanarsi. Quest'ordine doveva eseguirsi il 26 di luglio, ma il 25 a due ore dopo mezzo giorno quattrocento soldati usciti di Siena vennero ad attaccare la guardia che copriva l'artiglieria, composta per la maggior parte di Corsi venuti col conte dell'Anguillara; questi si diedero subito alla fuga, e quando i vivandieri li videro ritirarsi sopra di loro, si fecero a raccogliere i loro effetti, ed ingombrarono talmente l'unica strada per cui i fuggitivi dovevano passare, con bestie da soma cariche di attrezzi e di barili, che più non restò luogo nè per combattere, nè per fuggire. La confusione accrebbe il terror panico: verun soldato più non ascoltò la voce de' capitani; pedoni, cavallieri, capitani e vivandieri più non formarono che un solo ammasso, il di cui terrore pareva andar crescendo a misura che si andavano allontanando dal pericolo. Otto mila uomini vennero disfatti da quattrocento soldati, e fuggirono per dieci miglia fino a Castellina, sebbene i Sienesi non gli avessero inseguiti più d'un miglio fuori della città; abbandonarono dieci cannoni dei Fiorentini e sette dei Perugini, che furono trasportati in trionfo a Siena con tutti i loro equipaggi: finalmente, giunti alla Castellina, sebbene a tanta distanza dai nemici, fecero chiudere le porte, come se fossero tuttavia esposti a vicino pericolo[221].

La vergognosa sconfitta dei Fiorentini forse in parte giustificava la risoluzione del duca d'Urbino di non avere confidenza nella fanteria italiana, e di evitare ogni battaglia. Parevagli che la lega avesse grandi mezzi pecuniari, mentre che i disordini delle finanze dell'imperatore esponevano sempre la di lui armata a disperdersi per mancamento di danaro. Pure avrebbe ancora dovuto pensare che per incoraggiare i popoli, attaccarli al suo partito e rannodare più strettamente i vincoli della lega, aveva bisogno di qualche luminoso fatto; che uno stato, che solo si difende contro molti, può salvarsi temporeggiando, perchè qualunque lentezza non può in esso eccitare la diffidenza; ma che le leghe, sempre esposte a sciogliersi, hanno altrettanti più rischj contro di loro, quanto è maggiore il tempo che richiedono le loro operazioni. Ogni rovescio può privarle di un confederato, e quando fanno conoscere la diffidenza nelle proprie forze, risvegliano ancora in oltre la diffidenza de' loro sudditi.

Infatti i confederati avevano di già gagliarde ragioni per diffidare gli uni degli altri, ed il papa particolarmente poteva a buon diritto lagnarsi d'essere abbandonato da que' medesimi pei quali era entrato nel pericolo. I re di Francia e d'Inghilterra si erano associati alla lega d'Italia, ma avevano lasciato passare più della metà del tempo opportuno ad entrare in campagna senza dare verun soccorso agl'Italiani. La corte di Roma ed il senato di Venezia non potevano omai più dubitare che tanta negligenza non ascondesse qualche segreto progetto. Il vescovo di Bayeux, ambasciatore di Francia a Venezia, scrisse egli stesso il 22 luglio al re Francesco I ed a sua madre, per domandare il suo richiamo, lasciando abbastanza chiaramente conoscere ch'egli credeva gl'Italiani traditi dalla corte di Francia, e che non voleva cooperare alla ruina della sua patria[222]. Giovan Battista Sanga, confidente del datario, ed uno de' più destri politici di Roma, fu mandato in Francia ed in Inghilterra, per far sentire a quelle due corti che il ritardo loro rendeva sicura la vittoria dell'imperatore, per iscandagliare e scoprire le segrete viste di quella di Francia, e per offrire a Francesco I il ducato di Milano, qualora fosse impossibile di farlo concorrere alla guerra disinteressatamente; imperciocchè se la corte di Roma ottenere non poteva il suo principale oggetto di cacciare i barbari fuori d'Italia, crederebbe non pertanto d'avere guadagnato qualche cosa, se faceva in modo che le forze loro vi fossero bilanciate[223].

La missione del Sanga in Francia convinse i confederati che il re era di buona fede, ma che per adesso aveva posto da banda ogni pensiero per rispetto all'Italia, e che sua madre ed i suoi consiglieri vivamente si opporrebbero a qualunque suo disegno di volervi nuovamente dominare: che l'inaudita lentezza de' tesorieri nel pagare il promesso danaro, de' generali per mettersi in marcia, de' marinai nel salpare, dipendevano dal disordinato gusto di Francesco I per i suoi piaceri, dalla sua non curanza e dall'estrema negligenza con cui era servito dai suoi ministri. Dopo avere con vivacità parlato intorno agli affari, il re ne rimetteva sempre la decisione al suo consiglio; questi faceva nuovamente consultare Francesco rispetto ad ogni articolo; ma il re si trovava alla caccia, o dava qualche festa, e perdevansi così sempre due o tre giorni per ogni articolo, intorno al quale avrebbe dovuto bastare una mezz'ora[224]. All'ultimo il Sanga ottenne che il marchese di Saluzzo si mettesse in viaggio per entrare in Piemonte con cinquecento lance francesi, mentre una flotta di sedici galere e quattro gallioni, sotto gli ordini di Pietro Navarro, salperebbe dai porti della Provenza per unirsi a quella degli alleati italiani[225].

Lo stesso nunzio ottenne ancora meno in Inghilterra, ove Enrico VIII ed il suo favorito, il cardinale Wolsey, ricusarono per quest'anno di prendere veruna parte negli affari d'Italia, e si ristrinsero a vane promesse di soccorrere il papa nel seguente anno, qualora l'ambizione dell'imperatore lo mettesse in reale pericolo[226]. Questo pericolo di già esisteva. Carlo V faceva armare nei porti della Catalogna una flotta di venticinque navi, destinate a ricondurre in Italia il signore di Lannoy, vicerè di Napoli, con sette in otto mila uomini di truppe veterane. Non poteva ancora sapersi con precisione nè quando il vicerè farebbe vela, nè dove contava di approdare sulle coste d'Italia. Ad ogni modo la lega, e particolarmente la corte del papa vedevano con estrema inquietudine che gl'imperiali avessero a loro disposizione i porti di Genova e quelli dello stato di Siena; perchè sbarcando ne' primi, mettevano in pericolo l'armata italiana di Lombardia, e scendendo ne' secondi minacciavano Firenze e Roma. Perciò il nunzio del papa e l'ambasciatore veneto affrettavano Pietro Navarro a mettersi in mare colla flotta francese, ed a unirsi alla loro, non solo per opporsi al passaggio del vicerè, ma ancora per assediare Genova e mutarne il governo[227].

L'attacco di Genova, cui di già si apparecchiava Andrea Doria con undici galere pontificie, e tredici veneziane, non poteva riuscire senz'essere secondato dall'armata di terra. Il duca d'Urbino, che non aveva voluto attaccare gli Spagnuoli a Milano, poteva ancora prendere questo partito per ristabilire la riputazione della sua armata; ed il Guicciardini mandò presso di lui il Macchiavelli per persuadernelo[228]. L'armata del duca era stata ingrossata da cinque mila Svizzeri, ed un mese più tardi, dopo infiniti indugi, erano arrivati ancora quelli promessi dal re di Francia, di modo che ne contava nel suo campo tredici mila. Ogni pretesto sarebbegli mancato per restarsene inattivo; ma invece di accingersi ad un'impresa veramente utile, il 6 agosto prese ad assediare Cremona. E quest'assedio fu pure condotto coll'ordinaria sua lentezza e timidità; il duca vi si ostinò malgrado le rimostranze del papa e del commissario generale Guicciardini, ed in tale maniera rese la sua armata inutile alla lega fino al 23 di settembre in cui Cremona capitolò[229].

Intanto le tre flotte della lega si erano finalmente riunite a Livorno, ed il 29 d'agosto Pietro Navarro assediò Genova dalla banda del mare. Le galere francesi avevano un sicuro rifugio in Savona, quelle del papa e de' Veneziani a Porto Fino; e perchè avevano ridotte sotto la loro ubbidienza la maggior parte delle due riviere, impedivano il commercio de' Genovesi, e facevano di già provare alla città grandissima penuria di vittovaglie, era a credersi che Genova non tarderebbe a capitolare, quando fosse attaccata ancora dall'armata di terra[230].

Ma in tale circostanza si potè pure comprendere quanto sia dannoso ad una lega il perdere il tempo, conciossiachè resta così esposta agli accidenti che possono separatamente sopraggiugnere all'uno o all'altro alleato. Il papa scoraggiato dai cattivi successi avuti in Toscana ed in Lombardia, e spaventato dai reclutamenti di soldati che don Ugo di Moncade ed il duca di Sessa andavano facendo ne' feudi dei Colonna, diede orecchio alle proposizioni d'accomodamento, che Vespasiano, figlio di Prospero Colonna, nel quale Clemente fidava assai, venne a fargli a nome di tutta la sua famiglia. Il ventidue agosto fu tra di loro sottoscritto un trattato, in forza del quale i Colonna si obbligavano ad evacuare Anagni ed a ritirare tutti i loro soldati nel regno di Napoli, che si riservavano espressamente di potere difendere contro qualunque potenza; il papa in contraccambio loro prometteva il perdono d'ogni offesa, e sopprimeva il monitorio pubblicato contro il cardinale Pompeo Colonna. Dopo la soscrizione di questi articoli, Clemente VII, che sempre pensava a moderare le sue spese, si affrettò di licenziare tutti gli uomini d'armi, e quasi tutti i pedoni che aveva levati per la propria difesa[231].

Ma Pompeo Colonna, che nudriva contro il papa un implacabile odio non aveva fatta intavolare con lui questa negoziazione che per sorprenderlo più sicuramente. Don Ugo di Moncade, degno allievo di Cesare Borgia, gli aveva consigliato questo tradimento, assicurandolo che Carlo V desiderava di far perire Clemente VII, o per lo meno di farlo deporre da un concilio; e che tutto il partito imperiale si adoprerebbe poscia perchè la tiara passasse sul capo del Colonna. Il duca di Sessa, ambasciatore ordinario dell'imperatore, era allora morto a Marino: Moncade ne faceva le veci; era l'anima di tutti gl'intrighi dei Colonna, e favoreggiava gli adunamenti di truppe che questi facevano ne' loro feudi intorno al lago Albano[232].

Questi militari movimenti non erano rimasti affatto ignoti ai ministri del papa: pure non prevedevano ancora vicina veruna ostilità, quando la mattina del 20 di settembre seppero, che nella precedente notte i Colonna avevano occupata la porta di san Giovanni di Laterano, che si erano innoltrati in que' quartieri disabitati senza incontrare resistenza, e che finalmente erano giunti alla piazza dei santi Apostoli, ove trovasi il loro palazzo. Il cardinale Pompeo, Vespasiano, cui il papa aveva data tanta confidenza, ed Ascanio Colonna erano alla testa di sette in otto mila uomini armati, quasi tutti levati ne' loro feudi[233].

Si mandarono due cardinali ai Colonna per sapere il motivo di questa loro ostile venuta in Roma, e per riclamare che fosse mantenuta la pace conchiusa un mese prima; ma i Colonna non vollero ascoltarli. Due altri cardinali furono mandati al Campidoglio per chiamare il popolo romano alle armi ed alla difesa della santa sede; ma il popolo, che dava colpa al papa di tutti i disordini dell'amministrazione, si rallegrava, in vece di prendere le armi, della di lui disgrazia, ed apriva senza diffidenza le finestre e le porte delle botteghe per veder passare le truppe dei Colonna[234].

Queste attraversarono il più popolato quartiere della città per giugnere a Ponte Sisto; poi, dal quartiere di Transtevere, seguirono il Borgo Vecchio fino al Vaticano. Clemente VII voleva aspettarli nel suo palazzo e sul suo trono; voleva sperimentare se la sua presenza imprimerebbe qualche rispetto, od affrontare la morte di cui lo minacciavano le sacrileghe loro grida. All'ultimo le istanze de' suoi cardinali lo persuasero verso il mezzo giorno a ritirarsi in Castel sant'Angelo, quando i soldati di già occupavano il suo palazzo ed il tempio di san Pietro, e trattenevansi a saccheggiare i suoi mobili e gli ornamenti sacri. Per lo spazio di tre ore la chiesa metropolitana della Cristianità, ed il palazzo del sommo pontefice furono in preda alla loro rapacità. In appresso i soldati si sparsero per le case de' cardinali e de' cortigiani; saccheggiarono altresì il terzo press'a poco di Borgo Nuovo; ma l'artiglieria di Castel sant'Angelo non permise loro di andare più avanti[235].

A notte assai innoltrata i Colonna ritirarono le loro truppe cariche di preda verso il quartiere dove hanno i loro palazzi. Frattanto Clemente VII fece invitare don Ugo di Moncade, luogotenente generale dell'imperatore, e che pareva capo di questa spedizione, ad un colloquio in Castel sant'Angelo. Questi si fece prima dare per ostaggio due cardinali nipoti del papa. Egli era ben lontano dal credere che l'avarizia o la malversazione degli ufficiali pontificj fossero state tali, da non aver provveduto Castel sant'Angelo di viveri per ventiquattro ore; di modo che avrebbevi potuto prendere il papa a discrezione. Perciò si limitò a chiedere al papa una separata tregua di quattro mesi, che fu bentosto conchiusa. Clemente VII doveva immediatamente ritirare tutte le sue truppe sulla riva meridionale del Po, fare che Andrea Doria abbandonasse colle sue galere l'assedio di Genova, perdonare ai Colonna ed a tutti coloro che lo avevano offeso, e dare ostaggi per l'osservanza di queste condizioni[236].

Pompeo Colonna ed i suoi amici si disperarono, perchè il Moncade avesse fatto un trattato che non solo rovesciava le loro speranze, ma che in avvenire li lasciava in balìa del papa, malgrado tutte le guarenzie che gli si domandavano: ma il ministro imperiale aveva ottenuto il suo scopo, e la lega era disciolta. Il Guicciardini, trovandosi nel campo sotto Cremona, ricevette il 24 settembre la notizia della tregua; il marchese di Saluzzo con le cinquecento lance francesi da tanto tempo aspettate, e così crudelmente ritardate, doveva giugnere all'indomani. Il Guicciardini offrì di fingere per due o tre giorni di non avere avute notizie da Roma, se in questo tempo si poteva tentare qualche importante fatto sopra Milano; ma trovò la consueta irrisoluzione e timidità nei capi cui era associato, onde il 7 di ottobre ricondusse le sue truppe a Piacenza sull'opposta riva del Po[237]. Giovanni de' Medici non volle per altro seguirlo; e dichiarando d'essere al soldo del re di Francia, continuò a tenersi nel campo de' confederati con quattro mila fanti[238].

Malgrado la partenza del contingente pontificio, l'armata della lega conservavasi sempre assai superiore di numero a quella degl'imperiali. Il marchese di Saluzzo vi aveva condotte cinquecento lance e quattro mila fanti; vi si contavano inoltre quattro mila fanti italiani di Giovan de' Medici, quattro mila Svizzeri, due mila Grigioni, e la fanteria veneziana che credevasi non minore di dieci mila uomini, sebbene molto al di sotto del numero che avrebbe dovuto avere; ma il duca d'Urbino, che ne aveva il comando, pareva che andasse in traccia di pretesti per non venire alle mani. Se si fosse solamente fatto vedere avanti a Genova, sempre bloccata, e che soffriva crudeli privazioni di vettovaglie, l'avrebbe persuasa ad arrendersi; ma in vece egli si trattenne nel suo campo presso Cremona fino all'ultimo giorno di ottobre. Passò in appresso a Pioltello, ov'ebbe una gagliarda scaramuccia col duca di Borbone; e contava ancora di fortificare Monza, poi Marignano, e forse Abbiategrasso, prima d'avvicinarsi a Genova[239].

Ma gl'imperiali non gli diedero abbastanza di tempo per condurre a termine così tardi progetti. Carlo V, a cui i confederati avevano denunciata la lega soltanto il 4 di settembre, dettandogli le condizioni sotto le quali avrebbe potuto esservi ammesso, le aveva rifiutate come vergognose. Continuava a far armare a Cartagena la flotta che doveva ricondurre il vicerè in Italia con sei mila fanti, e nello stesso tempo eccitava il fratello Ferdinando a mandargli soccorsi dalla Germania; ma perchè non gli mandava danaro, e Ferdinando era assai povero, oltrecchè la sconfitta degli Ungari a Mohacz apriva la Germania ai Turchi, questi ajuti avrebbero ancora potuto tardare lungamente. L'armata che difendeva il ducato di Milano, dopo avere consumato tutto il paese, sarebbe stata a vicenda distrutta dalla miseria, se lo stesso Giorgio Frundsberg, che aveva condotti i Tedeschi in soccorso di Pavia, non avesse supplito colle private sue sostanze e col suo credito a ciò che far non poteva Carlo V. Suo figliuolo Gaspare trovavasi allora chiuso in Milano, come lo era stato nel precedente anno in Pavia: Giorgio Frundsberg per liberarlo chiamò gli antichi suoi commilitoni; loro promise un nuovo ricchissimo bottino da farsi in quelle campagne d'Italia, che i generali più non proteggevano contro veruna depredazione; richiamò con vivi colori alla loro memoria quella licenziosa vita che avevano essi medesimi così lietamente menata, e che tuttavia gustavano i loro commilitoni; e li persuase a seguirlo con un solo scudo d'arrolamento, riponendo nella loro sola spada ogni speranza di più generosa paga, e d'abbondanti provvigioni ovunque si recherebbero. Adunò tra Bolzano e Marrano tredici in quattordici mila landsknecht, con cinquecento cavalli che gli erano stati regalati dall'arciduca Ferdinando, sotto gli ordini del capitano Zucker; ed in sul cominciare di novembre si pose in cammino per iscendere in Italia[240].

I Veneziani non seppero chiudere a Frundsberg la strada delle montagne: egli sboccò per Val Sabbia, Rocca d'Anfo e Salò, e giunse fino a Castiglione delle Stiviere nello stato di Mantova. Il duca d'Urbino, per chiudergli la via, aveva stabilito il suo quartiere a Vaprio sull'Adda, fra Trezzo e Cassano, di dove partì il 19 di novembre, non per attaccare i landsknecht, ma per istancheggiarli nella loro marcia con tutta la sua cavalleria leggiere, toglier loro le vittovaglie e far prigioni i soldati che si allontanavano dal corpo. Frundsberg pareva incerto nei suoi progetti, e non potevasi chiaramente argomentare, se voleva passare l'Adda e portarsi sopra Milano, o passare il Po e marciare alla volta di Modena e di Bologna. Quest'armata aveva di già sparso il terrore in Firenze ed in Roma, perciocchè si temeva, che, attirati dalle ricchezze di quelle capitali, i barbari che la componevano non andassero a saccheggiarle, sapendo che non troverebbero ostacoli. Il 24 di novembre Frundsberg si avvicinò a Borgo forte sul Po, ed entrò in quella doviziosa campagna, circondata di fiumi, che chiamasi il Serraglio di Mantova. Il duca d'Urbino lo seguì, e Giovanni de' Medici lo stringeva assai da vicino col suo consueto ardore. Questi, sapendo che i Tedeschi erano scesi in Italia senza artiglieria, credevasi al sicuro dal loro fuoco: ma il duca di Ferrara aveva loro prestati quattro falconetti, alla seconda carica de' quali Giovanni de' Medici perdette una coscia. Egli fu quindi trasportato in Mantova, ove morì il 30 di novembre[241]. Sebbene nella fresca età di trentanove anni, si era di già acquistata grandissima riputazione, ed era dagl'imperiali il più temuto di quanti capitani si trovavano nell'esercito del duca d'Urbino. Il suo valore, il suo impeto eransi comunicati a tutti i suoi soldati, che per la seconda volta continuarono a formare un corpo separato indicato col nome di bande nere, perchè di nuovo mutarono le loro bandiere di bianche in nere, in segno di dolore, come avevano fatto la prima volta in occasione della morte di Leon X[242].

Siccome vedevasi ogni giorno svilupparsi in Giovanni de' Medici la scienza militare, l'antiveggenza e la giustezza delle viste; siccome ogni giorno egli andava acquistando esperienza e maturità, gl'Italiani si lusingavano di vederlo superiore a tutti i generali del secolo, e da lui solo speravano di vedere restituite all'Italia l'antica gloria delle sue armi e la sua indipendenza. Il Macchiavelli mostravasi penetrato da tale speranza in una lettera scritta al Guicciardini il 15 marzo del 1525, per essere comunicata al papa. Avrebbe voluto che Clemente VII, invece di prendere parte direttamente in una guerra che tanto lo esponeva, e che gli riusciva così fatale, ajutasse segretamente Giovanni de' Medici a formare una compagnia di ventura, in sul fare di quelle del quattordicesimo secolo; e che il Medici, seguendo questa indipendente carriera, non contasse che sulla guerra per nutrire la guerra, e lavorasse all'espulsione dei barbari dall'Italia, onde formarne per sè medesimo una potente monarchia. Ma il papa troppo ardito giudicò questo progetto, e non volle adottarlo[243].