STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
DEI
SECOLI DI MEZZO
DI
J. C. L. SIMONDO SISMONDI
delle Accademie italiana, di Wilna, di Cagliari,
dei Georgofili, di Ginevra ec.
Traduzione dal francese.
TOMO XVI.
ITALIA
1819.
STORIA
DELLE
REPUBBLICHE ITALIANE
CAPITOLO CXXI.
Apparecchj de' Fiorentini per difendere la loro libertà; sono assediati dal principe d'Orange. Imprese nello stato fiorentino di Francesco Ferrucci, commissario generale; viene a battaglia col principe d'Orange, e nella mischia periscono ambidue; capitolazione di Firenze.
1529 = 1530.
Mentre che tutti gli altri stati d'Italia, traditi dai loro capi, saccheggiati dagli stranieri, spossati da lunga guerra, divisi da una mal intesa politica, e venduti dai loro alleati, si andavano, senza resistenza, assoggettando al giogo che loro dava Carlo V, la repubblica di Firenze apparecchiavasi, sebbene sola, a cadere coraggiosamente in nobile olocausto, piuttosto che rinunciare all'antica sua libertà. Depositaria di tutto lo splendore, di tutte le virtù, di tutto il sapere di quelle repubbliche de' secoli di mezzo, tra le quali si era innalzata, e le quali tutte aveva superate in fama, in potenza, in ricchezze, dessa pareva ricuperare le antiche forze colla ricordanza della passata gloria; e se più non aveva speranza, se la sua resistenza non poteva essere coronata da felice avvenimento, non perciò si credeva meno obbligata a difendersi per l'onore delle sue rimembranze.
Firenze non era mai stata repubblica militare; ed anche in que' tempi, in cui, tenendo il primo posto tra le potenze d'Italia, poneva argine alla potenza dei duchi di Milano, dei re di Napoli e degl'imperatori, non aveva nella sua armata quasi verun cittadino. Quegli stessi uomini, che, in mezzo alle più terribili sciagure, mostravano ne' consiglj una costanza, una fermezza invincibile, non sapevano esporsi a personali pericoli; ma quando un'estrema ruina venne a minacciare la loro patria, gli stessi Fiorentini impugnarono le armi. Abbandonati dalla Francia, minacciati da tutte le forze della Chiesa, dell'impero e dei regni di Spagna e di Napoli, sentirono di non potere in altro confidare che nel proprio valore. Senza trascurare veruno de' mezzi che poteva tuttavia attaccare alla loro causa, in qualità di condottieri, i piccoli principi loro vicini, previdero che potevano essere da costoro abbandonati nell'istante del bisogno; e si fecero a reggimentare ed addestrare la milizia nazionale, che sola non poteva venir meno. E sebbene lo spirito di parte abbia potuto presiedere allo stabilimento dei varj corpi di questa milizia, uno stesso zelo militare e patriotico animava tutto il popolo, e lo fece capace di un'eroica resistenza.
Il popolo fiorentino, prendendo successivamente le armi, aveva formato tre diversi corpi; il primo, che si era raccolto in dicembre del 1527 per la guardia pel pubblico palazzo e del gonfaloniere, era composto di trecento giovani quasi tutti appartenenti a nobili famiglie. Ma perchè l'amore di libertà era tra questi giovani più vivo, che non tra i vecchi, così erano essi ancora più proclivi alla diffidenza. Gli estremi riguardi di Niccolò Capponi verso i Medici li teneva inquieti; avevano di già concepito qualche sospetto intorno alla segreta di lui corrispondenza con papa Clemente VII, e si risguardavano meno destinati a fargli la guardia, che a custodire il palazzo pubblico contro di lui[1].
Ma con una vista affatto diversa erasi formata la guardia nazionale de' cittadini fiorentini, dietro un ordine del gran consiglio del 6 novembre del 1528. Doveva questa essere composta di sedici compagnie, cadauna di dugento cinquant'uomini, sotto il comando dei sedici gonfalonieri di quartiere, i quali formavano il collegio della signoria; pure non si trovarono sui ruoli che mille settecento archibugieri, mille armati di picca, e trecento alabardieri, ossiano soldati armati di alabarde e di spade a due mani, in tutto tre mila uomini, dell'età dai diciotto ai trentasei anni, ed appartenenti a padri ammessi a prendere posto nel gran consiglio. La signoria accordò ad ogni compagnia, in principio del 1529, il diritto di nominare il proprio capitano, ed affidò l'addestramento di questo corpo a varj distinti ufficiali, che avevano militato nelle bande nere. Questo corpo in breve superò la migliore truppa di linea[2].
Per ultimo il terzo corpo era formato delle milizie del territorio fiorentino, che chiamavansi tuttavia le bande dell'ordinanza. Questa milizia, arrolata sotto il gonfaloniere Pietro Soderini dietro i consiglj datigli dal Macchiavelli, era stata dai Medici licenziata e disarmata, e di nuovo ragunata nel 1527. Nella prima revista si era trovata non minore di dieci mila uomini; era formata dal fiore dei contadini dell'età dai diciotto ai trentasei anni, che ogni mese venivano addestrati a tirare coll'archibugio, e ricevevano un tenue pagamento anche quando non erano forzati ad abbandonare le proprie case: eransi fatte venire per loro dalla Germania armi d'ogni qualità, ed erano essi stati divisi in trenta battaglioni, secondo le province cui appartenevano. I sedici battaglioni della destra riva dell'Arno erano stati, in giugno del 1528, posti sotto gli ordini di Babbone di Bersighella, nipote di quel Naldo di Val di Lamone, che primo d'ogni altro aveva illustrata la fanteria italiana nella battaglia di Agnadello; i quattordici battaglioni della sinistra erano stati affidati a Francesco del Monte. E questi due capitani avevano seco condotti cadauno cinquecento uomini di truppe di linea, per esercitare la milizia[3].
In sul finire del 1528 i Fiorentini scelsero per capitano generale dei loro uomini d'armi don Ercole d'Este, figlio del duca Alfonso di Ferrara, il quale era in allora tornato dalla Francia, dove aveva sposata madama Renata, figlia di Luigi XII e cognata di Francesco I. Pareva impossibile che questi l'abbandonasse, ed i Fiorentini credevano attaccarsi più fortemente alla casa di Francia, scegliendo un generale che le apparteneva così da vicino; e di ciò gli aveva assicurati il Visconte di Turenna, ambasciatore del re presso la repubblica. Dall'altro canto mantenevasi un odio ereditario fino dai tempi di Leon X tra la casa d'Este ed i Medici, ed Alfonso, minacciato su tutti i punti dei suoi stati da Clemente VII, pareva dovere essere il più fedele alleato della repubblica contro un nemico ad ambidue egualmente formidabile[4].
Le fortificazioni cominciatesi in Firenze nel 1521, per ordine del cardinale Giulio de' Medici, prima di avere il papato, non erano ancora ultimate. Non potevansi condurre a termine senza distruggere o danneggiare i poderi di alcuni cittadini, e la magistratura dei nove della milizia fu incaricata, in principio d'aprile del 1529, di fare stimare tutti que' terreni, dandone credito ai proprietarj sul libro del Monte coll'interesse del cinque per cento. In pari tempo Michel Angelo Bonarruoti venne creato direttore generale delle fortificazioni della città[5].
A misura che il pericolo si andava avvicinando, i dieci della guerra facevano nuovi sforzi per accrescere le difese della repubblica. Siccome avevasi opinione che le province d'Arezzo e di Cortona somministrassero i migliori soldati di Toscana, i Fiorentini vi mandarono Raffaele Girolami, loro quartier mastro generale, ed otto capitani, che tutti avevano militato nelle bande nere, con ordine di levarvi cinque mila fanti. Presero nello stesso tempo al loro soldo, in maggio del 1529, Malatesta Baglioni, signore di Perugia, dandogli il titolo di governatore generale, con mille fanti. Il Baglioni era figliuolo di quel Gio. Paolo, che Leon X aveva fatto tanto ingiustamente morire; e perciò egli desiderava di vendicarsi del Medici, egli doveva temere l'ambizione del papa, ed occupava a Perugia un'importante situazione per chiudere la strada della Toscana ad un'armata che venisse da Napoli e da Roma. Molti altri distinti capitani, quali erano Stefano Colonna, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, presero servigio dai Fiorentini; questi per altro eran forzati ad accarezzare l'orgoglio di tutti questi piccoli principi, che, non avendo verun grado in un'armata di già stabilita, non volevano riconoscere altra superiorità che quella dei sovrani. Era appunto per questo motivo che nè l'incapacità di Ercole d'Este, nè la più volte sperimentata malvagia fede di Malatesta Baglioni, non avevano ritratti i Fiorentini dal porre gli occhi sopra di loro per il comando. Si sarebbero potuti preferire migliori capitani; ma gli altri ufficiali non avrebbero voluto esser loro subordinati[6].
Mentre che la repubblica si premuniva con attività contro i pericoli onde era da ogni banda minacciata, fu atterrita dalla scoperta di cosa che a bella prima parve una congiura del suo primo magistrato. Il gonfaloniere, Niccolò Capponi, confidava assai meno in tutti i mezzi di difesa che riunivano i dieci della guerra, che nelle negoziazioni che potevano disarmare la collera del papa. Egli stesso di moderato carattere, e nulla avendo sofferto sotto il governo de' Medici, apparteneva ad una famiglia, che aveva saputo conservare una tal quale neutralità nelle dissensioni della sua patria. Suo padre Piero, ed i suoi antenati Neri e Gino, non si erano trovati arrolati nè sotto le insegne degli Albizzi, nè sotto quelle de' Medici, ed in tempo di quelle amministrazioni avevano saputo rendere eminenti servigj allo stato. Dacchè il Capponi era gonfaloniere, erasi studiato di calmare il furore del popolo, di difendere i partigiani de' Medici, ed in pari tempo di addolcire il risentimento del papa con esteriori dimostrazioni di rispetto. Egli non aveva trovate le medesime disposizioni in coloro che i suffragj del popolo ponevano con lui alla testa dello stato; ma aveva seguita l'usanza praticata dai Medici, e prima di loro dagli Albizzi, di chiamare alle deliberazioni i cittadini che, senza essere rivestiti di veruna autorità, avevano acquistata una lunga abitudine de' pubblici affari. A queste consulte, che a Firenze avevano il nome di pratica, il Capponi chiamava moltissimi cittadini, conosciuti pel loro attaccamento ai Medici, tra i quali egli trovava sempre chi spalleggiasse le misure di conciliazione ch'egli andava proponendo[7].
I consiglieri nominati dal popolo, ed in possesso della confidenza pubblica, lagnavansi acerbamente perchè le deliberazioni, invece di decidersi coi loro suffragj, dipendessero da quelli di persone senza missione, che il gonfaloniere chiamava a votare con loro, e non pochi dei quali, come Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi, si erano renduti così sospetti pel loro attaccamento ai Medici, che il popolo non aveva voluto affidar loro veruna incumbenza. Perciò una legge regolò la pratica, che doveva tener luogo di consiglio ai dieci della guerra; questa legge la formò dei dieci magistrati che uscivano in allora di carica, e di venti aggiunti scelti dal grande consiglio ogni sei mesi, cinque per cadaun quartiere della città. Il gonfaloniere, privato da questa legge del suo consiglio abituale, non per questo rinunciò a lasciarsi dirigere dai soli uomini di stato che si fossero guadagnati la sua confidenza, e d'allora in poi li tenne quasi sempre ne' suoi appartamenti per consultarli in ogni occorrenza[8].
Questi suoi privati consiglieri lo avevano incoraggiato a tener viva una segreta corrispondenza con Clemente VII, per cercare di calmare la di lui collera; questa corrispondenza aveva cominciato ne' tempi in cui Lautrec assediava Napoli. Temeva questo generale che l'irritamento di Clemente VII contro i Fiorentini non lo consigliasse a porsi tra le braccia dell'imperatore, ed aveva egli medesimo eccitato il gonfaloniere a mostrare dei riguardi verso il papa, ed a dargli delle speranze[9]. Dopo la sconfitta di Lautrec, il Capponi aveva continuato a carteggiare con Jacopo Salviati, che dopo la ritirata dalla corte pontificia di G. M. Chiberti, era diventato il principale segretario di Clemente VII[10]. Certo Jachinotto Serragli era il segreto mezzano di tale corrispondenza, che il gonfaloniere teneva nascosta alla signoria. Una lettera, caduta di seno al Capponi, fu raccolta il 16 aprile del 1529 nella stessa sala dei priori da Jacopo Gherardi, priore egli stesso, e forse quegli che di già nudriva i più gagliardi sospetti contro il gonfaloniere. La lettera rendeva conto in ristretto di un abboccamento avuto tra il Serragli, che la scriveva, e Jacopo Salviati; dessa annunciava che il papa, sotto certe condizioni, acconsentirebbe a mantenere la libertà fiorentina; ma chiedeva al gonfaloniere di spedire segretamente a Roma suo figliuolo, per intendersi intorno a ciò che non potevasi convenientemente affidare ad uno scritto[11].
Questa lettera, comunicata dal Gherardi ai più violenti avversarj del gonfaloniere, fu da loro risguardata come una manifesta prova di tradimento: venne denunciata alla signoria, che per l'indomani convocò il consiglio degli ottanta, proponendogli che fosse deposto e tratto in giudizio il gonfaloniere. Niccolò Capponi, atterrito dalla violenza dei suoi nemici, invece di giustificare la propria condotta, si limitò a dichiarare con estrema perturbazione, che suo figlio non era in verun modo colpevole, non avendo pure contezza di quest'affare. Con ciò veniva quasi a confessarsi egli stesso delinquente; onde fu deposto nel medesimo giorno, e nel susseguente il grande consiglio nominò suo successore Francesco, figlio di Niccolò Carducci, che doveva occupare tale carica fino alla fine dell'anno[12].
Questa deposizione e la nuova elezione eransi fatte con una precipitazione e violenza proporzionate al turbamento ed alla timidità mostrata dal Capponi nella propria difesa, ed all'accanimento di coloro tra i suoi nemici che speravano di rimpiazzarlo. Tosto che fu nominato il di lui successore, e che i di lui invidiosi nemici perdettero la speranza d'avere le sue spoglie, il loro furore si calmò, ed egli medesimo ricuperò quella tranquillità e presenza di spirito che si conveniva al suo stato. Tratto innanzi alla signoria giustificò con nobile fermezza le sue intenzioni e la sua condotta; sostenne d'avere fatto per la repubblica precisamente quello che far doveva, e la sola cosa che potesse salvarla. Di già più non eravi alcuno cui fosse ancora sospetta la di lui buona fede; coloro ch'erano a parte delle di lui segrete negoziazioni, e coloro, che senza averne contezza, interamente si affidavano alla di lui lealtà, lo difendevano caldamente, di modo che venne onoratamente assolto dal giudizio; ed il popolo, per compensare la fattagli ingiuria, lo ricondusse con pompa alla di lui casa[13].
Appena aveva il nuovo gonfaloniere preso possesso del suo impiego, quando la repubblica ricevette una dopo l'altra le più sconfortanti notizie. Alla sconfitta di San-Paolo, alla di lui prigionia, alla dispersione di tutta l'armata francese, tennero subito dietro gli avvisi del trattato di Barcellona, nel quale Carlo V abbandonava i Fiorentini alle vendette del papa, e prometteva di rimettere nella loro città la tirannia della casa dei Medici. Pochi giorni dopo si ebbe notizia del trattato di Cambrai, col quale Francesco I, ad onta dei più solenni trattati, escludeva i Fiorentini dalla pace generale, e si obbligava a non dar loro protezione. Si seppe nello stesso tempo essere Carlo V sbarcato a Genova con un'armata spagnuola, e scendere in Italia un'armata tedesca per raggiugnerlo. Questi replicati colpi erano fatti per atterrire il più saldo coraggio; e tanto più grande era lo spavento sparso in Firenze, in quanto che i preti ed i monaci, ravvivando la setta del Savonarola, e secondando con tutte le forze loro il governo popolare, avevano accertato, come cosa loro palesata per divina rivelazione, che quest'anno l'imperatore non sarebbe venuto in Italia. Questo primo avvenimento, che smentiva le loro profezie, fece vacillare la fede che il popolo accordava a tutte le altre[14].
Non pertanto i Fiorentini, determinato avendo di far testa a questi nuovi pericoli con indomabile coraggio, adottarono in allora le più energiche misure per potere resistere. Il gonfaloniere, fornito di irremovibile costanza, comunicava il proprio vigore ai consiglj ed al popolo. Era in particolar modo secondato da Bernardo di Castiglione, Gio. Battista Cei, Niccolò Guicciardini, Jacopo Gherardi, Andrea Niccolini e Luigi Soderini, i quali tutti si erano dichiarati pel partito popolare[15].
Prima d'ogni altra cosa conveniva trovar modo di sostenere le spese di una guerra, che i più ricchi monarchi non potevano lungo tempo sopportare. Il gonfaloniere ottenne una prima legge derogante alla costituzione fiorentina, colla quale veniva autorizzato il gran consiglio a fissare qualunque prestito o nuova imposta colla sola maggioranza de' suffragj[16]. In fatti le leggi fiscali, che la necessità fece emanare in tempo dell'assedio, non avrebbero giammai potuto essere sanzionate secondo le antiche forme; poichè dovendosi sostenere inaudite spese, in tempo che tutte le ordinarie entrate erano cessate a motivo dell'occupazione del territorio e della soppressione delle gabelle delle porte, convenne aver ricorso a misure arbitrarie e rigorose per levare danaro. Più volte si percepirono prestiti forzati da coloro che i commissarj, nominati per quest'oggetto, indicavano come i cinquanta, i cento, i dugento più ricchi cittadini della repubblica. Tutti gli argenti delle chiese, e tutti quelli de' privati, vennero portati alla zecca; furono date in pegno le pietre preziose che ornavano le reliquie, e venduta la terza parte dei poderi ecclesiastici, degli immobili delle corporazioni delle arti e mestieri e dei beni dei ribelli. Con tali mezzi spesso violenti, ma giustificati dalla necessità, la repubblica si vide in istato di opporre lunga resistenza ad un'armata destinata a spogliarla, non meno della sua proprietà che della sua libertà[17].
Il gonfaloniere e la signoria ordinarono in seguito alle genti del contado di riporre in Firenze, o nelle terre murate, tutte le loro granaglie; ma i raccolti erano in quell'anno stati così ubertosi, che quest'ordine venne male eseguito; onde i nemici, assai più che i cittadini, approfittarono di tanta ricchezza di messi. Le città di Borgo san Sepolcro, Cortona, Arezzo, Pisa e Pistoja, ove il governo non era amato, dovettero dare ostaggi a Firenze. In tutte le altre ed in tutte le fortezze, la signoria mandò fidati comandanti. All'ultimo furono nominati sette commissarj con quasi dittatoriale autorità, per vegliare alla salvezza della repubblica; ma sgraziatamente la scelta cadde sopra uomini troppo disuguali per talenti, per esperienza, per energia, i quali nè furono abbastanza d'accordo fra di loro, nè abbastanza pronti nelle loro risoluzioni, perchè l'opera loro riuscisse di grande utile[18].
Avvicinandosi il pericolo, i dieci della guerra intimarono ad Ercole d'Este di recarsi al suo posto, e nello stesso tempo gli mandarono il soldo dei mille fanti che doveva seco condurre. Ma di già il duca di Ferrara di lui padre stava negoziando per riconciliarsi coll'imperatore e col papa, e non voleva esacerbarli mandando il figliuolo ai servigj dei loro nemici. Dopo avere accettato il danaro de' Fiorentini, e promesso che il figliuolo suo non tarderebbe a porsi in istrada colle sue truppe, andò, sotto varj pretesti, procrastinando la di lui partenza; poi rifiutò perentoriamente, senza rendere il danaro che aveva ricevuto. Poco dopo richiamò da Firenze il suo ambasciatore, ed all'ultimo prestò al papa artiglieria e due mila zappatori, per adoperarli contro i Fiorentini[19].
Allorchè la signoria ebbe notizia dello sbarco dell'imperatore a Genova, credette di dovergli mandare una deputazione. Questo passo somministrò un pretesto avidamente accolto da tutti gli alleati dei Fiorentini, per pretendere violata la lega. In fatti le potenze italiane si erano obbligate a non trattare separatamente; e fin allora niun'altra aveva scopertamente mancato a tale promessa. D'altronde la deputazione fiorentina era stata scelta altrettanto male, quanto mandata inopportunamente. I quattro membri che la componevano tenevano opinioni e partiti diversi, onde mai non furono uniti per agire concordemente. L'imperatore ricusava di trattare con loro, se preventivamente non si riconciliavano col papa, e risguardò come insufficienti le loro facoltà, sebbene queste portassero che la repubblica acconsentiva a tutte le condizioni che le verrebbero imposte, eccettuata l'alienazione della propria libertà. Il gran cancelliere dell'imperatore dichiarò loro, che, a motivo degli ajuti dati alla Francia, avevano meritato di perdere questa libertà, ed ogni altro loro privilegio, e non volle ammettere la risposta dei deputati, i quali dicevano essere Firenze uno stato indipendente, che non riconosceva i suoi privilegj da qualche concessione degli imperatori, ma dai suoi proprj diritti. In appresso gli ambasciatori vennero congedati; ma non pertanto due di loro, atterriti dalle disposizioni della corte imperiale, non ripresero la strada della loro patria. Matteo Strozzi rifugiossi a Venezia e Tommaso Soderini a Lucca. Niccolò Capponi, l'antico gonfaloniere, che era il terzo ambasciatore, quando giunse a Castelnuovo di Garfagnana, scontrossi in Michel Angelo Bonarruoti, che fuggiva con Rinaldo Corsini, e che gli diede le più tristi notizie intorno ai rovesci di già provati dalla repubblica. Il Capponi, oppresso dalla fatica, dall'età, dal dolore, venne subito sorpreso da una malattia che lo trasse al sepolcro il giorno 8 di ottobre. Raffaello Girolami tornò solo a Firenze a rendere conto della sua ambasciata, ed incoraggiò i suoi concittadini ad affrontare coraggiosamente la burrasca ond'erano minacciati[20].
L'imperatore aveva commessa la conquista di Firenze ed il compimento delle vendette di Clemente VII al principe di Orange, in allora vicerè di Napoli. Clemente stava dunque per volgere contro la sua patria quello stesso generale e quell'armata medesima, che tre anni prima l'avevano con tanto rigore tenuto assediato, che avevano saccheggiata sotto i suoi occhi la sua capitale con sì atroce barbarie, e che non gli avevano renduta la libertà, che dopo avergli estorta una scandalosa taglia. Il prezzo pel quale il papa acconsentì a perdonare tante ingiurie, era l'assunto che prendeva cotal gente ferocissima di trattare colla stessa barbarie la di lui città natale. L'esercito che aveva saccheggiata Roma, e che aveva vissuto in Milano a discrezione, fu richiamato sotto le bandiere dei suoi capi dalla speranza di saccheggiare Firenze; e furono veduti alcuni soldati spagnuoli, che erano trattenuti innanzi ai tribunali per cause civili, protestare alla parte avversaria tutti i danni e perdite nei quali incorrere potrebbero per non avere parte al sacco di Firenze[21].
Pure, quando in sul finire di luglio, il principe d'Orange recossi a Roma per avere un abboccamento col papa intorno ai mezzi occorrenti per dare cominciamento alla spedizione, venne qualche tempo trattenuto dall'avarizia e dalla diffidenza di Clemente VII, il quale non voleva privarsi del danaro che gli si chiedeva. All'ultimo acconsentì a stento a pagare trenta mila fiorini contanti, ed a prometterne altri quaranta mila entro breve termine[22]; ma trovò un altro mezzo per cattivarsi l'amore de' soldati, senza danno del suo tesoro. Questi, abbandonando Roma il 17 febbrajo del 1528, non avevano terminato di riscuotere le taglie ed il prezzo de' riscatti che avevano arbitrariamente imposto ai cittadini, e dopo tale epoca più non credevano potere pretenderne il pagamento. Clemente VII loro accordò il privilegio di farsi pagare tutto quanto era loro dovuto ad estinzione delle cedole da loro estorte ai Romani colla violenza[23].
L'esercito del principe d'Orange adunossi tra Foligno e Spello ai confini dello stato perugino. Vi si trovavano tre mila cinquecento Tedeschi, avanzo dei tredici mila landsknecht, che Giorgio Frundsberg aveva condotti al Borbone nel 1526; gli altri erano caduti vittime della peste di Roma e della fame di Napoli: vi si trovavano pure cinque mila Spagnuoli del marchese del Guasto, invecchiati come i Tedeschi in tutte le guerre d'Italia. Soltanto dopo la pace di Lombardia vi si videro inoltre giugnere sotto Pietro Velez di Guevara due mila Spagnuoli di fresco sbarcati a Genova, che per anco non avevano militato, e che giunti essendo, secondo il consueto delle reclute spagnuole, affatto ignudi, chiamavansi dagl'Italiani Bisogni: circa lo stesso tempo il conte Felice di Wirtemberga condusse altre reclute tedesche: il rimanente dell'esercito consisteva in soldati italiani, ed era la maggior parte che servivano sotto i loro più distinti capitani, senza paga e per la sola speranza del saccheggio. Quando il principe d'Orange entrò in campagna, in sul cominciare di settembre, non aveva sotto i suoi ordini più di quindici mila soldati; ma avanti che terminasse l'assedio ne contò più di quaranta mila[24].
Per entrare in Toscana l'Orange doveva attraversare lo stato di Perugia, difeso da Malatesta Baglioni con tre mila uomini al soldo de' Fiorentini. Il castello di Spello, posto in sull'estremo confine del Perugino, ove l'abate Leone de' Baglioni, fratello naturale del Malatesta, erasi chiuso, trattenne alcun tempo i nemici. Giovan d'Urbina, luogotenente generale dell'armata imperiale, vi fu ucciso; ma Spello all'ultimo fu preso il primo dì di settembre e saccheggiato con estrema crudeltà[25]. L'esercito giunse in appresso sotto Perugia; ma l'assedio di questa città posta in sulla vetta d'una piccola montagna, ed in gagliarda situazione, offriva grandissime difficoltà. Il principe d'Orange, che non osava intraprenderlo, offrì a Malatesta Baglioni onorate e vantaggiose condizioni. Obbligavasi a farlo assolvere dal papa da tutte le censure ecclesiastiche che aveva incorse, a fargli permettere di continuare nel servigio dei Fiorentini colla sua compagnia di ventura, e finalmente a conservargli la signoria di Perugia, purchè evacuasse questa città, che l'Orange nè voleva assediare, nè lasciarsi alle spalle in mano de' nemici. Il Baglioni chiese ai Fiorentini, o di acconsentire a questo trattato, o di accrescere considerabilmente la sua armata. Siccome questi non potevano interamente affidarsi al Baglioni, nè ai Perugini, accettarono il primo partito. Si sottoscrisse il trattato il 10 di settembre, ed il 12 Malatesta Baglioni prese la via d'Arezzo colle truppe sue e fiorentine[26].
Il principe d'Orange gli tenne dietro da vicino: il 14 di settembre s'accostò a Cortona difesa da soli 700 fanti di guarnigione, e dopo avere sofferto qualche perdita in un assalto, ch'egli fece dare lo stesso giorno alla città, la ricevette all'indomani per capitolazione. In appresso l'Orange, seguendo la cominciata strada sopra Arezzo, dove era stato mandato per commissario Francesco Albizzi con due mila uomini; ma questi, sconcertato dal vedere sopraggiugnere Malatesta Baglioni, e dalla pronta capitolazione di Cortona, evacuò Arezzo colla sua truppa, e, ritirandosi precipitosamente a Firenze, sparse la costernazione in tutta Val d'Arno disopra. Affermarono i nemici del gonfaloniere, che questi, senza partecipazione della signoria e dei dieci della guerra, aveva ordinato a Francesco Albizzi di ritirarsi, onde riunire in Firenze tutta la fanteria, invece di perderla alla spicciolata nel sostenere assedj. Anche in tale supposizione il disordine di questa ritirata sarebbe stato non meno colpevole che imprudente[27].
Arezzo, evacuato dai Fiorentini, aprì il 18 settembre le porte all'armata imperiale. Allora questa città sperò di ricuperare la sua antica libertà: fece battere moneta, spedì commissarj in tutte le castella dell'antico suo territorio, rifece la sua amministrazione sotto il nome di repubblica d'Arezzo, e durante l'assedio di Firenze somministrò agl'imperiali continui ajuti, senza prevedere che all'istante che fosse presa Firenze, Arezzo ricaderebbe sotto il giogo[28].
Alla perdita di Cortona e di Arezzo tenne dietro immediatamente quella di Castiglione Fiorentino, di Firenzuola e di Scarperia: l'armata imperiale si andava avanzando, e pareva che verun ostacolo non potesse più trattenerla. Il suo avvicinamento riempì Firenze di terrore; ed allora si videro fuggire dalla città coloro che la pusillanimità o l'attaccamento ai Medici consigliava a non partecipare alla sorte della loro patria. Ne diede l'esempio Bartolomeo o Baccio Valori, e fu imitato da Roberto Acciajuoli, da Alessandro Corsini, da Alessandro de' Pazzi, e finalmente dallo storico Francesco Guicciardini, il quale, dopo avere menata vita principesca nel suo governo di Parma e di Modena, non credeva che nella sua repubblica si avesse per lui abbastanza rispetto e riconoscenza. Egli recossi al campo nemico; ebbe una parte odiosa nelle vendette della fazione trionfante, e contribuì in una maniera ancora più fatale al finale stabilimento della tirannide, adoperando la sua abilità politica nella ruina del proprio paese. L'odio che in Firenze, anche quando questa città fu fatta schiava, perseguitò in appresso tutti coloro che avevano tradita la libertà, pare aver consigliato il Guicciardini a scrivere la storia de' suoi tempi onde ricuperare la pubblica stima. E senza dubbio lo stesso motivo trasse Filippo de' Nerli a dettare i suoi commentarj. Si era costui renduto talmente sospetto col suo zelo pei Medici, che il giorno 8 ottobre del 1529 venne arrestato con altri diciotto cittadini, e custodito in palazzo fino alla fine dell'assedio[29].
La signoria aveva di fresco spediti quattro ambasciatori al papa; ma troppo limitate erano le facoltà loro date, per soddisfare all'ambizione della casa de' Medici. Clemente VII rispose loro che il suo onore richiedeva che la città gli si rendesse a discrezione; che allora farebbe a vicenda vedere al mondo ch'egli ancora era Fiorentino, e che amava la sua patria[30]. Questa risposta fu comunicata ad un'assemblea generale de' cittadini adunati nella sala del gran consiglio; in appresso questi si divisero in sedici sezioni per deliberare sotto i loro gonfalonieri, e quindici di queste sezioni dichiararono, che preferivano di sagrificare i loro beni e le loro vite in una battaglia piuttosto che l'onore e la libertà in un trattato[31].
Malgrado i progressi fatti dall'arte di attaccare le città, le fortificazioni di Firenze erano tuttavia risguardate come quasi inespugnabili dalla banda del piano; ma quella parte delle mura che attraversa le colline al mezzodì dell'Arno, era mal situata, signoreggiata in più luoghi ed assai debole. Della porzione montuosa di questo ricinto, chiamato Monte a Samminiato, fu affidata la difesa a Stefano Colonna, che poca cura prendevasi del rimanente dell'assedio, e che nel suo quartiere non riconosceva verun superiore[32]. Gli indugj del principe d'Orange, che consumò quasi quindici giorni in Val d'Arno, quando aspettavasi di vederlo ad ogni istante giugnere sotto la città, diedero il tempo di afforzare, con nuovi lavori, quelle mura che si credevano più deboli; permisero pure di dare effetto ad un ordine emesso il 19 di ottobre dal consiglio degli ottanta, ciò era di spianare tutti i sobborghi, tutte le case, tutti gli orti entro il raggio di un miglio dalle mura di Firenze. Quest'ordine, che sagrificava migliaja di ricchi edificj e di deliziosi orti nella più popolata e più riccamente coltivata situazione d'Italia, venne eseguito con uno zelo veramente patriotico dai medesimi proprietarj, i quali si vedevano entrare in città carichi di fascine che avevano tagliate per le fortificazioni, tra gli oliveti, le ficaje, gli aranci ed i cedri de' loro proprj giardini[33].
Soltanto il 14 di ottobre il principe d'Orange venne ad alloggiarsi a Pian di Ripoli, sotto Firenze. Aveva chiesta dell'artiglieria ai Sienesi, che, prestandola a mal in cuore, la facevano avanzare assai lentamente. Perciò le prime batterie non si scoprirono che sul principio di novembre; ed in quell'intervallo i Fiorentini avevano lavorato con tanta costanza intorno alle loro fortificazioni, che più non credevano di dover temere gli attacchi de' loro nemici. La repubblica pagava allora il soldo di diciotto mila fanti e di seicento cavalli: ma effettivamente non aveva che tredici mila soldati in attività, sette mila de' quali in Firenze, e sei mila nelle guarnigioni di Prato, Pistoja, Empoli, Volterra, Pisa, Colle e Montepulciano. Malatesta Baglioni aveva sotto il suo comando tre mila Perugini, ed il capitano Pasquino, a lui subordinato, tre mila Corsi; Stefano Colonna comandava ai tre mila uomini della milizia urbana, che servivano non altrimenti che se fossero truppe di linea. Tutta la popolazione aveva contratte abitudini militari, e tranne i lavori affatto meccanici erasi in città abbandonata ogni altra occupazione. La spesa di questo nuovo stato di guerra ammontava ogni mese a settanta mila fiorini[34].
Per difendere le più lontane parti del territorio, ed in particolare Borgo san Sepolcro e Montepulciano, i Fiorentini avevano stipendiato Napoleone Orsini, più conosciuto sotto il nome di abate di Farfa, sebbene già da lungo tempo egli avesse riconsegnata quest'abazia per far il mestiere di condottiere. Era costui uno dei più formidabili tra que' gentiluomini che passavano la loro vita tra la guerra e gli assassinj. Aveva nel suo feudo di Bracciano adunato un numeroso corpo di soldati e di banditi, coi quali, per vendicare, secondo egli diceva, i Romani, esercitava grandi crudeltà contro gli imperiali, e poi contro i soldati del papa[35]. Da principio servì utilmente i Fiorentini coi trecento cavalli che aveva seco; ma in appresso si lasciò sorprendere da Alessandro Vitelli tra Borgo san Sepolcro e Città di Castello: la di lui truppa fu totalmente dispersa, ed egli medesimo salvossi a stento, abbandonando, dopo quest'accidente, il servigio de' Fiorentini[36].
Altri fatti d'armi di non molta importanza accaddero ne' contorni di Firenze, sia lungo le linee che voleva formare il principe d'Orange, sia nell'attacco delle piccole fortezze di Val d'Arno, ch'egli cercava di occupare. Francesco Ferrucci segnalossi in queste scaramucce per la sua intrepidezza e per le sue cognizioni militari, e si acquistò non meno la confidenza de' suoi concittadini che la stima de' nemici. Sebbene antica fosse la famiglia del Ferrucci, era povera, e da più generazioni non aveva dato verun distinto magistrato. Suo avo Antonio si era fatto nome negli assedj di Pietra Santa e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone avevano militato sotto Anton Giacomino Tebalducci, il migliore ufficiale che i Fiorentini avessero avuto da lungo tempo: avevano da lui imparata l'arte della guerra, e si erano poi fatto nome nelle bande nere sotto Giovanni de' Medici. Francesco Ferrucci aveva sempre servito in questa ragguardevole milizia, e nella spedizione di Napoli, di dove era recentemente tornato, aveva le incumbenze di pagatore[37]. Dalla signoria fu spedito in qualità di commissario generale prima a Prato, in appresso ad Empoli; e dopo avere poste quelle piccole città in istato di difesa, egli tenne la campagna con tanto vantaggio, e prese così spesso ai nemici grossi convoglj di cavalleria o di vittovaglie, seppe mantenere tanta disciplina nella sua piccola armata, che i soldati, che egualmente lo amavano e rispettavano, credevansi sotto i di lui ordini invincibili[38].
Gli Spagnuoli, appena giunti presso Firenze, avevano preso Samminiato, dove avevano lasciato dugento fanti, che, spalleggiati dagli abitanti della terra, infestavano tutto il circostante paese, e rendevano più difficile la comunicazione tra Firenze e Pisa. Avendo il Ferrucci determinato di scacciarli, andò ad assalirli con sessanta cavalli e quattro compagnie di fanteria; fu il primo a piantare la sua scala contro le mura, ed il primo a salirvi; e sebbene gli Spagnuoli facessero, coll'ajuto degli abitanti, una vigorosa resistenza, il Ferrucci prese Samminiato d'assalto, ed occupò pure la fortezza, uccidendo quasi tutti gli Spagnuoli che avevano difese le mura. Mentre che stava eseguendo questa spedizione, fu attaccato dagl'imperiali il castello della Lastra posto sulla stessa strada, ma più di Samminiato vicino a Firenze. Questo castello oppose una gagliardissima resistenza, e gli Spagnuoli avevano di già perduta molta gente, quando fecero avanzare l'artiglieria. Allora gli assediati chiesero di trattare, ed ottennero un'onorata capitolazione. Ma gli Spagnuoli, appena passata la porta, assalirono la guarnigione che stava senza sospetto, e tutta la passarono a fil di spada[39].
Fin qui l'esercito imperiale nulla aveva tentato contro la stessa piazza di Firenze; ma il 10 di novembre, vigilia di san Martino, supponendo l'Orange che i Fiorentini non facessero attenta guardia in quella notte consacrata al piacere, approfittò della profonda oscurità, renduta ancora maggiore dall'abbondante pioggia che cadeva, per tentare la scalata: furono poste in opera quattrocento scale lungo le mura, dalla porta di san Niccolò fino a quella di san Friano; cioè in tutta la più montuosa parte di Firenze; ma in ogni luogo le sentinelle chiamarono all'armi, la guardia nazionale gareggiò colla truppa di linea, ed il nemico fu respinto[40].
Appunto un mese dopo questo primo sperimento, Stefano Colonna, che comandava nel quartiere che gl'imperiali avevano tentato di sorprendere, si provò ancor egli di attaccarli all'impensata nelle loro linee. Era egli personalmente nemico di suo parente Sciarra Colonna, che serviva nel campo nemico, e la notte dell'undici di dicembre andò ad attaccarlo nel suo quartiere di santa Margarita a Montici, con cinquecento fanti, ai quali aveva fatto porre sopra le armi, per conoscersi nell'oscurità, delle camicie bianche. Gl'imperiali, sorpresi in mezzo a tanta oscurità, perdettero molta gente prima che potessero ordinarsi, ed un ridicolo accidente accrebbe ancora il loro disordine: i Fiorentini, andando dovunque in traccia de' nemici, forzarono le porte d'una stalla, nella quale erasi chiusa una mandra di majali delle Maremme quasi selvaggi, i quali, spaventati dalle voci dei soldati, precipitaronsi tra i fuggiaschi con orribili grugniti, ed atterrarono moltissimi soldati, che nulla potendo discernere in così grande oscurità credevansi inseguiti dai nemici. Di già erano accorsi il principe d'Orange e don Ferdinando Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed andavano ponendo qualche ordine nelle difese, quando da tre porte di Firenze sortirono, secondo il preventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre nuovi corpi d'armata per attaccare gl'imperiali. Gli assedianti vennero forzati in molte posizioni, e più volte si credettero in sul punto di essere scacciati dal loro campo. Finalmente Malatesta Baglioni fece suonare a raccolta assai più presto che non abbisognava; e forse perdette così l'unica occasione di mettere fine alla guerra con una vittoria[41].
Due giorni dopo il commissario Ferrucci tese presso Montopoli un'imboscata al colonnello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e gli uccise o prese molta gente. Questi fatti, benchè di non molta importanza, giovavano però a rianimare il coraggio degli assediati, ed a far dimenticare le loro perdite. N'ebbero spesso di assai dolorose. Il 16 di dicembre due de' loro migliori capitani, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, furono uccisi da un solo colpo di colombrina, mentre stavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle fortificazioni[42]. Lo stesso giorno i Fiorentini ricevettero una notizia che li liberò da un cocente pensiero; Girolamo Moroni era morto il 15 di dicembre nel campo degli assedianti. Quest'uomo così versato in tutte le arti dell'intrigo, che aveva governato con dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco Sforza, e che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia, era passato all'armata imperiale come prigioniero del Pescara. Era di già condannato a pena capitale, quando giunse ad acquistarsi il favore del Borbone, che lasciossi poscia da lui governare fino alla sua morte sotto le mura di Roma. Il principe d'Orange aveva coll'armata raccolto il consigliere del suo predecessore, ed oramai non faceva nulla senza il di lui parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalla opinione del sorprendente ingegno politico del Moroni, e gli perdonava il male che aveva da lui ricevuto in visto del male che sperava di poter fare col di lui mezzo ai nemici. Pareva che il Moroni tenesse dietro alla fortuna piuttosto che ad un determinato oggetto; voleva rendere potenti coloro cui erasi attaccato, e condurre a felice fine le loro imprese; del resto pareva indifferente rispetto alle persone ed ai principj, e dopo avere lavorato per escludere gli stranieri d'Italia, si adoperava con eguale ardore per servirli contro gl'Italiani. Morì naturalmente e quasi senza malattia in età decrepita. Lusingavansi i Fiorentini che la di lui morte lascerebbe il principe d'Orange senza mezzi nel consiglio, e senza opinione nell'armata, perchè credevano che il destro Moroni fosse stato fin allora l'anima del campo nemico[43].
Frattanto le negoziazioni di Bologna si accostavano al loro fine, e colla mediazione del papa tutti gli stati d'Italia si andavano riconciliando coll'imperatore, abbandonando i Fiorentini. Questi vedevano separarsi da loro un dopo l'altro tutti i membri di quella lega, chiamata santa, per la quale il re d'Inghilterra, il re di Francia, il duca di Milano, i Veneziani, il duca di Ferrara, eransi obbligati a difendere la loro repubblica ed a non trattare senza di lei; ma li ferì tanto più l'abbandono de' Veneziani che avevano maggior ragione di risguardarsi come uniti da una medesima causa, e che ancora recentemente avevano raffermata la loro alleanza[44]. D'altra banda mentre perdevano i loro alleati vedevano crescere i nemici, perciocchè una delle condizioni della pacificazione di Lombardia portava che Carlo V ne ritirerebbe le sue truppe; ed infatti negli ultimi giorni di dicembre circa venti mila tra Spagnuoli e Tedeschi passarono gli Appennini con una numerosa artiglieria, e vennero ad accamparsi sulla riva destra dell'Arno, che fin allora si era preservata dai guasti della guerra[45]. I Fiorentini, atterriti dall'arrivo di questi nuovi nemici, evacuarono Pistoja e Prato con quella stessa precipitazione con cui al sopraggiugnere della prima armata avevano evacuata Cortona ed Arezzo. Le più lontane fortezze di Pietra Santa e di Motrone aprirono volontariamente le loro porte agl'imperiali, di modo che prima che terminasse l'anno l'autorità della repubblica più non era conosciuta che in Livorno, Pisa, Empoli, Volterra, Borgo san Sepolcro, Castrocaro e nella cittadella d'Arezzo[46].
Malgrado i pericoli dello stato, la prima magistratura veniva ricercata con eguale ardore. Francesco Carducci, ch'era stato sostituito al Capponi negli otto ultimi mesi del 1529, aveva dato prove del vigore del suo carattere e del suo ingegno. Desiderava di essere confermato pel susseguente anno, ed espresse abbastanza chiaramente tale suo desiderio nel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi concittadini che in così difficili circostanze, non potevasi quasi mutare il capo dello stato, senza esporsi altresì a cambiare tutte le misure, ed a sovvertire tutti i progetti maturati lungo tempo innanzi. Ma questo stesso avvertimento parve offendere coloro che credevansi non meno di lui capaci di sostenere la prima carica della stato, ed il Carducci non venne pure annoverato tra i sei candidati designati pel gonfalone. Il gran consiglio scelse il 2 di dicembre Raffaele Girolami, il solo degli ambasciatori mandati a Carlo V a Genova, che fosse tornato in patria a rendere conto della sua missione. Dopo tal giorno il Girolami visse nel palazzo del pubblico, ed assistette alle deliberazioni della signoria, sebbene non entrasse in funzione che il primo gennajo del 1530[47].
Dopo l'arrivo della seconda armata imperiale provegnente dalla Lombardia, Firenze era circondata da ogni banda, ed il principe d'Orange aveva una formidabile artiglieria, e più che bastante per istringere vivamente l'assedio; pure non cercò di battere in breccia le mura, e solo tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di atterrare alcune torri dalla di cui artiglieria veniva incomodato, limitandosi a bloccare la città colla speranza di affamarla[48].
Oltre l'ordinaria numerosa sua popolazione, Firenze conteneva in allora molti contadini che vi si erano rifugiati dalle circostanti campagne, e dodici in quattordici mila soldati. Gli ultimi non si erano accostumati in veruna delle precedenti guerre d'Italia a soffrire le privazioni. La loro moderazione, la loro disciplina, la loro pazienza formarono un singolare contrasto colle vessazioni sofferte dalle altre città per parte de' soldati ricevuti entro le loro mura. Senza dubbio Firenze andava di ciò debitrice alla guardia urbana, che colla sua lodevole condotta serviva d'esempio alle altre truppe, e le teneva in dovere. Nondimeno tutti i granaj di Firenze sarebbersi a lungo andare vuotati, se il commissario generale Francesco Ferrucci non avesse trovato il mezzo, mercè una costante attività ed uno zelo eguale al suo coraggio, d'introdurre in città varj convoglj di bestiami, di granaglie e di foraggi, e di farvi passare le munizioni che si trovavano ammassate ad Empoli, a Volterra ed a Pisa[49].
L'accordo d'Ercole d'Este in qualità di capitano generale era terminato col 1529, senza ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uomini d'armi da lui mandati avevano ubbidito al conte Ercole Rangoni, di lui luogotenente; ma si erano contenuti assai mollemente, dietro gli ordini stessi ricevuti da Ferrara. Alla fine dell'anno il principe li richiamò. Egli più non desiderava di conservare il posto di capitano generale, ed i Fiorentini non avevano verun pensiero di confermarlo in cotale carica. I dieci della guerra procedettero a nominargli un successore; ma pendevano incerti tra Malatesta Baglioni, che ancora non aveva titolo di governatore generale, e Stefano Colonna, generale della loro ordinanza; ma quest'ultimo, uomo circospetto, e che trasparire non lasciava le segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a considerarsi come soldato del re cristianissimo, ch'egli rimaneva in Firenze per di lui servigio, e che non desiderava verun'altra distinzione[50]. Per lo contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la prima carica. Sebbene indebolito e quasi storpiato da lunghe malattie, non era meno illustre per coraggio, che per militari talenti; aveva gloriosamente militato negli eserciti veneziani; sapeva farsi amare e rispettare dai soldati, sebbene facesse mantenere la più severa disciplina; e comecchè in appresso l'esperienza dimostrasse, che preferiva il suo personale interesse al dovere, ebbe, mancando ancora a quest'ultimo, certi riguardi per l'onor suo, che il più delle volte venivano dai condottieri trascurati. Fu il 26 di gennajo che il gonfaloniere Raffaele Girolami gli consegnò lo stendardo della repubblica ed il bastone del comando, dopo averlo esortato in presenza di tutto il popolo a versare, se il bisogno lo richiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà fiorentina, e dopo avere ricevuto il di lui giuramento[51].
Pochi dì avanti Francesco I, per fare cosa grata al papa ed all'imperatore, aveva fatto dare ordine a questo stesso Malatesta Baglioni, ed allo stesso Stefano Colonna, di abbandonare il servigio de' Fiorentini, dichiarando di non li volere incoraggiare nella loro ribellione contro la Chiesa e contro l'impero; ma in pari tempo che loro pubblicamente mandava quest'imbasciata, li faceva segretamente avvisare di non ubbidire. Richiamava il signore de Viglì, ma vi lasciava Emilio Ferreto in qualità di segretario dell'ambasciata, commettendogli di sostenere il coraggio de' Fiorentini, e di accertarli, che ricuperati che avesse i figliuoli col pagamento della loro taglia, tornerebbe a dar loro aperti ajuti[52].
Dietro una decisione del gran consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva spediti ambasciatori all'imperatore ed al papa a Bologna per chiedere la pace. Erano essi incaricati di offrire il richiamo de' Medici in Firenze, a condizione che tutto lo stato fiorentino sarebbe restituito alla repubblica, che sarebbe conservata la di lui libertà, e che la presente costituzione non verrebbe alterata. Carlo V non volle trattare con loro, e sempre li rinviò al papa; questi parve volere accordare le due prime condizioni, ma si alterò grandemente contro coloro che proponevano la terza; giurò che rovescierebbe un governo abbandonato alla plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione avrebbe dovuto rispettare; e costrinse gli ambasciatori, a mezzo febbrajo, ad uscire immediatamente da Bologna senza avere niente convenuto[53].
Ma nè la durezza dell'imperatore e la collera del papa, nè l'abbandono del re di Francia, nè la fuga di varj capitani che passarono tra i nemici, nè le trame dei partigiani de' Medici, perseguitati con un rigore e con forme di giudizj indegni di una repubblica, nè la successiva perdita di tutto il dominio dello stato, ebbero forza di scoraggiare i Fiorentini. I monaci del convento di san Marco ed i proseliti di Girolamo Savonarola avevano ricominciate le loro prediche. Fra Benedetto da Fojano di santa Maria Novella, e fra Zaccaria, domenicano di san Marco, erano tra costoro i due più eloquenti oratori, e quelli che il popolo ascoltava con maggiore entusiasmo. Incoraggiavano essi i divoti colla promessa che Cristo, nominato loro re, penserebbe a difenderli, e profetizzavano che quando parrebbe impossibile ogni umano soccorso, quando gl'imperiali avrebbero di già innalzate sulle mura le loro insegne, gli Angeli del Signore scenderebbero in mezzo alla battaglia, e scaccierebbero colle infuocate loro spade i nemici del Signore dalla città che si era data in di lui potere[54].
Mentre i Fiorentini aspettavano ogni venerdì di essere attaccati dal principe d'Orange, perchè gli Spagnuoli risguardavano tale giorno siccome fausto, non lasciavano dal canto loro passare un sol dì senza tentare con qualche sortita di sorprendere alcun posto de' nemici. In molte di queste zuffe perirono parecchj uomini che alla repubblica erano utilissimi, e si prese da ciò motivo di accusare Malatesta Baglioni di aver voluto spossare la guarnigione con questa piccola guerra. Con ciò, a dir vero, il Baglioni riuscì a rendersi affatto dipendente il consiglio di guerra, perchè gli ufficiali, che si andavano perdendo in queste scaramucce, venivano sempre rimpiazzati da creature proposte da lui medesimo; e dall'altra parte potev'essere fondato a credere che con queste piccole perdite non comperava a troppo caro prezzo il vantaggio di agguerrire i suoi soldati, d'inspirar loro confidenza e di dissipare quell'impazienza e quella noja che spesso riescono alle truppe assediate più funeste che le spade nemiche[55].
Alcune delle sortite de' Fiorentini avevano un piano più generale. Sorprendendo di notte i quartieri de' nemici, potevano lusingarsi di disordinare tutto l'esercito e di forzarlo a levare l'assedio. Queste notturne sorprese chiamavansi incamiciate, perchè gli assalitori si coprivano con una camicia bianca, ad oggetto di riconoscersi nell'oscurità. Talvolta i Fiorentini non temevano di attaccare i loro nemici in pieno giorno; ed il 21 di marzo, dietro gli ordini di Malatesta Baglioni, cinque corpi, cadauno di cinque in sei cento uomini, sortirono da cinque diverse porte per attaccare contemporaneamente gl'imperiali, onde occupare un ridotto, chiamato il cavaliere, innalzato dal principe d'Orange in faccia alla porta Romana: un corpo doveva condurre a fine quest'impresa, mentre gli altri distrarrebbero l'attenzione del nemico. Sgraziatamente i Fiorentini furono traditi da un disertore, che uscì di città mezz'ora prima di loro; pure, sebbene gl'imperiali si trovassero da per tutto apparecchiati a riceverli, l'attacco dei Fiorentini fu così vivo, che molti di loro giunsero sul Cavaliere; e quando si ritirarono all'avvicinarsi della notte, avevano fatto ai nemici assai maggior male che non ne avevano ricevuto[56]. Rinnovarono lo stesso attacco il 28 di marzo, ma meno felicemente. Il giorno di Pasqua ed i seguenti giorni, ebbero ancora luogo alcune brillanti scaramucce. Intanto l'imperatore era partito alla volta della Germania, il papa era tornato a Roma, e l'armata dell'Orange cominciava a sentire il bisogno di danaro. I Fiorentini erano persuasi che se riusciva loro in tale circostanza di ottenere qualche importante vantaggio sull'armata imperiale, farebbero levare l'assedio; mentre che invece sottomettendosi ad un più lungo blocco, la fame avrebbe all'ultimo consumate le loro forze[57].
Sentendosi Malatesta Baglioni accusato dal popolo di trarre in lungo la guerra, vedendo che le guardie nazionali desideravano di fare una sortita generale, e che la volevano i dieci della guerra e la signoria, dichiarò che condurrebbe i Fiorentini alla battaglia, sebbene egli non lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di maggio fece sortire più di mezza guarnigione fuori di porta Romana e di due altre porte dallo stesso lato dell'Arno; prese d'assalto il convento di san Donato, difeso dagli Spagnuoli; gettò il disordine in tutta l'armata del principe d'Orange, e se avesse fatto uscire il restante delle truppe di cui poteva disporre, o se Amico di Venafro, da lui destinato a comandare una delle tre colonne, non fosse stato ucciso nel precedente giorno, avrebbe probabilmente costretto il principe d'Orange a levare l'assedio[58].
Dal canto suo Stefano Colonna diresse un attacco contro il campo de' Tedeschi in sulla destra dell'Arno, dove il conte Luigi di Lodrone era subentrato a Luigi di Wirtemberga. Il Colonna sortì dalla città il 10 di giugno, alcune ore prima che facesse giorno, per la porta di Faenza, onde marciare direttamente contro i nemici, mentre dovevano assecondarlo, il capitano Pasquino Corso uscendo dalla porta di Prato, e Malatesta Baglioni tenendo d'occhio il fiume per impedire che il principe d'Orange non ajutasse i Tedeschi. Il Colonna combattè valorosamente; forzò la doppia trincea de' Tedeschi, e loro uccise molta gente: ma il capitano Pasquino non venne in suo ajuto, secondo gli era stato imposto, e Malatesta Baglioni, nel caldo della battaglia, invece di avanzarsi egli stesso, fece suonare a raccolta. Stefano Colonna la fece in buon ordine riportando un immenso bottino, preso ne' quartieri del nemico[59].
Nello stesso tempo si combatteva ancora in altre parti dello stato fiorentino. Lorenzo Carnesecchi era commissario generale nella Romagna toscana; risiedeva d'ordinario a Castrocaro; e con pochissimi soldati e senza danaro, trovò il modo di allestire una piccola armata in questa provincia; rispinse gli attacchi delle truppe papali; portò invece il terrore ed i guasti in tutta la Romagna pontificia, e sforzò il governatore della legazione a chiedergli una parziale tregua. Il Carnesecchi non vi acconsentì, che quando ebbe egli medesimo esaurite tutte le sue forze per continuare la guerra[60].
La cittadella d'Arezzo, assediata dagli Aretini, capitolò il 22 di maggio. I soldati che vi stavano di guarnigione si erano ammutinati, per non assoggettarsi più lungo tempo alle privazioni rendute necessarie dallo stato d'assedio. Gli Aretini non l'ebbero appena in loro potere che la spianarono all'istante, affinchè il principe d'Orange non potesse mandarvi guarnigione[61]. Il 23 di giugno si arrese agli Spagnuoli per capitolazione Borgo san Sepolcro, senza avere prima sostenuto un assedio[62]. Volterra si era data alle truppe del papa il 24 di febbrajo[63]: ma perchè questa città credevasi di somma importanza, i dieci della guerra, dopo avere nominato Francesco Ferrucci commissario generale, ed avergli date illimitate facoltà, e tali che mai non le aveva avute verun cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere la fortezza di Volterra, che tuttavia si difendeva, e di tentare, se fosse possibile, di riavere ancora la città.
Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola armata in Empoli, dove aveva pure raccolti abbondantissimi magazzini di vittovaglie, che successivamente spediva a Firenze; ed aveva posta quella città in così buono stato di difesa, ch'egli accertava che le sole donne avrebbero potuto coi loro fusi respingere gli Spagnuoli; egli partì il 27 di aprile, a seconda degli ordini ricevuti, e affidò il comando della città ad Andrea Giugni ed a Pietro Orlandini[64].
La partenza del Ferrucci ebbe per Empoli funeste conseguenze: il principe di Orange spedì Diego Sarmiento, coi Bisogni spagnuoli, per assediarla; vi aggiunse tutta la cavalleria di don Ferdinando Gonzaga, e varie vecchie bande del marchese del Guasto. Nello stesso tempo Fabrizio Maramaldo batteva la campagna, e vietava al Ferrucci di avvicinarsi all'assediata città. Le batterie spagnuole cominciarono a battere Empoli il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali diedero alla piazza un sanguinosissimo assalto; ma dopo molte ore di battaglia furono respinti. Nella susseguente notte, gli abitanti d'Empoli, temendo i patimenti di un assedio, mandarono segretamente al campo spagnuolo per capitolare, ed avendo ottenuta una salvaguardia per le persone e proprietà loro, non fecero parola dei soldati che gli avevano valorosamente difesi. I due capitani Giugni ed Orlandini avevano avuto parte in questa vergognosa transazione. Quando in seguito gli Spagnuoli vennero introdotti entro le mura di Empoli, disprezzarono la capitolazione, ed abbandonarono al saccheggio non solo i ricchissimi magazzini adunati con tanto zelo e stento dal Ferrucci per assicurare l'approvvigionamento di Firenze, ma inoltre tutte le case degli abitanti[65].
Intanto Francesco Ferrucci aveva condotta a buon fine la sua spedizione: partito da Empoli il 27 d'aprile, con circa mille quattrocento fanti e dugento cavaleggieri, cui aveva fatto prendere provvigioni per due giorni, giunse non pertanto lo stesso giorno a Volterra, tre ore prima di notte. Dopo essere entrato nella cittadella per la porta del soccorso, ed avere dato un'ora di riposo a' suoi soldati, scese nella città e forzò i primi trinceramenti innalzati dai Volterrani, e gl'inseguì vivamente fino alla piazza di sant'Agostino, dove eransi eretti altri trinceramenti. Intanto era sopraggiunta la notte, ed i suoi soldati, oppressi dalla fatica del lungo cammino fatto e dalla recente ostinata battaglia, più non potevano reggersi in piedi; fu d'uopo perciò trincerarsi sulla piazza, aspettando il vegnente mattino. All'indomani ricominciò la battaglia in sul fare del giorno. I Volterrani attendevano ad ogni istante gli ajuti loro promessi da Fabrizio Maramaldo, il quale occupava la provincia con due mila cinquecento Calabresi, i quali, non ricevendo il soldo, vivevano a discrezione. Ma il Ferrucci costrinse i Volterrani a capitolare, prima che il Maramaldo potesse soccorrerli[66].
Il Ferrucci si affrettò di mettere Volterra in istato di difesa: doveva nello stesso tempo tenersi in guardia contro gli abitanti della città, pieni di rancore verso i Fiorentini, e contro Fabrizio Maramaldo, che non tardò ad attaccarlo colla sua infanteria leggiere. Prolungaronsi fra di loro le zuffe tutto il mese di maggio con un accanimento che si cangiò in odio personale. Dopo la presa di Empoli, il marchese del Guasto e don Diego di Sarmiento raggiunsero Maramaldo coi loro corpi d'armata. Il 12 di giugno scoprirono le loro batterie contro le mura di Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci rimase gravemente ferito in due parti durante quest'attacco; ma senza dar tempo di farsi medicare, fecesi portare sopra una seggiola in tutti i posti più minacciati dal nemico, e continuò egli solo, senza perdere un solo istante, a dirigere la difesa[67]. Il 17 di giugno, il marchese del Guasto, che aveva ricevuto dal campo del principe d'Orange un rinforzo d'artiglieria, aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della città. La febbre erasi aggiunta alle ferite del Ferrucci; ma non pertanto questi, lasciando in non cale ogni cura della sua salute, fece testa al nemico, e dopo un'accanita zuffa lo costrinse a levare vergognosamente l'assedio[68].
Dopo avere assicurato il possedimento di Volterra, il Ferrucci rivolse il pensiero ad eseguire la commissione che gli era stata data dai dieci della guerra; cioè di ragunare tutti i soldati fiorentini che trovavansi nelle varie parti del territorio tuttavia soggetto al governo della repubblica, e di venire, dopo avere in tal guisa ingrossato il più che poteva la sua piccola armata, ad attaccare il campo degli assedianti, mentre che i Fiorentini lo asseconderebbero con una vigorosa sortita; imperciocchè il gonfaloniere, la signoria, i dieci della guerra, e lo stesso consiglio degli ottanta, desideravano la battaglia, ed ordinavano ai loro generali d'attaccare il nemico. Invano Malatesta Baglioni e Stefano Colonna dichiaravano di non poter condurre le milizie contro soldati veterani, superiori di numero, e protetti dai loro trinceramenti in gagliarde posizioni: i consiglj replicavano l'ordine d'attaccare il nemico, onde almeno conservare alcuna possibilità di prosperi avvenimenti, mentre che la fame, ch'essi vedevano non lontana, e la peste, che dal campo nemico era entrata in città, gli andavano distruggendo, quasi con tanta rapidità come avrebbe fatto la battaglia, senza lasciar loro nè gloria, nè speranza[69].
Il Ferrucci ricevette il 14 di luglio le nuove facoltà che gli venivano affidate, le quali lo rendevano in autorità eguale alla signoria ed all'intero popolo di Firenze; in pari tempo ebbe ordine di porsi in cammino per salvare la sua patria, che tutte in lui solo riponeva le sue speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini venti compagnie, sette delle quali lasciò alla custodia di Volterra, e seco condusse le altre tredici, che non ammontavano in tutto a più di mille cinquecento uomini, sebbene in origine fossero tutte composte di dugento soldati. Scese la Cecina, ed arrivò per Vado e Rossignano a Livorno, senza lasciarsi trattenere dagli archibugieri di Maramaldo, che tentavano di precludergli la strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore Giampaolo Orsini lo stava aspettando con un corpo quasi eguale al suo. Era questi figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior pericolo della repubblica, le si era offerto con una specie di cavalleresco sagrificio, onde avere parte in quest'ultima battaglia in favore della libertà e dell'indipendenza italiana[70]. Per pagare queste due piccole armate, convenne levare danaro in Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni; e mentre che il Ferrucci, oppresso dalle fatiche e dalle cure, doveva provvedere personalmente a tutto, fu sorpreso da violenta febbre, che lo tenne tredici giorni in una forzata e disperante inazione[71].
Il piano che stava per eseguire il Ferrucci non era suo. Egli aveva offerto alla signoria di condurre la sua piccola armata contro Roma, dove sapeva trovarsi il papa senza veruna difesa; avrebbe dato voce d'andare a mettere a sacco per la seconda volta la corte romana, ed avrebbe richiamati così sotto le sue insegne la folla dei mercenarj senza onore e senza religione, che non guerreggiavano che per bottinare: soprattutto contava di guadagnare facilmente i Bisogni spagnuoli di Diego Sarmiento. Il papa, atterrito all'avvicinarsi di questa truppa, avrebbe fatta la pace, o per lo meno avrebbe richiamato il principe d'Orange per difendersi. Ma la signoria ricusò di approvare cotale progetto, da lei giudicato troppo ardito[72].
Francesco Ferrucci, avendo finalmente ricuperate le forze, prese tutte le convenienti misure per la sicurezza di Pisa; in pari tempo si provvide d'artiglieria, di fuochi artificiali, e di tutto quanto poteva dare alla sua piccola armata maggiore fiducia in se medesima; indi si pose in cammino la notte del 30 luglio, tre ore dopo il tramontare del sole, con un'armata di tre mila pedoni e di quattro in cinquecento cavalli. Uscì di Pisa per la porta di Lucca, ed attraversando tutto lo stato lucchese tentò da prima di entrare nel piano di Pescia pel ponte di Squarcia Boccone; ma perchè vi trovò qualche resistenza, penetrò nelle montagne lucchesi, e si accampò la prima notte a Medicina; indi passò la seguente a Calamecca nelle montagne di Pistoja. Sperava di ragunare in questa provincia tutta la fazione dei Cancellieri, i quali erano ben affetti alla repubblica, e, dopo avere ingrossata la sua armata con bande d'insorgenti, d'impadronirsi di Pistoja, ove potrebbe adunare i magazzini che destinava a vittovagliare Firenze. Ma i partigiani dei Cancellieri, ch'egli trovò a Calamecca, volendo approfittare del di lui arrivo per vendicarsi del partito nemico de' Panciatichi, lo traviarono dalla strada che avrebbe dovuto tenere, e lo condussero a San Marcello, ove signoreggiavano i Panciatichi. Infatti il Ferrucci prese questa terra, la saccheggiò, e la bruciò, perdendo in tal modo un tempo prezioso. Una dirotta pioggia gli fece inoltre differire alcune ore la partenza; egli condusse poi la sua armata a Gavinana, castello spettante alla fazione dei Cancellieri, lontano quattro miglia da San Marcello ed otto dalla città di Pistoja[73].
Ma qualunque stata fosse la rapidità del Ferrucci e l'accortezza della sua marcia, che, girando la metà de' confini toscani, lo conduceva in soccorso di Firenze per la parte più opposta a quella ond'era partito, egli era quasi circondato da tutte le bande. Fabrizio Maramaldo trovavasi sulla di lui manca, e lo aveva sempre seguito senza tentare di venire alle mani. Alessandro Vitelli stava alla destra col corpo dei Bisogni spagnuoli, che poc'anzi si erano ammutinati e ritirati ad Alto Pascio, di dove egli aveali ricondotti all'ubbidienza colla speranza di una battaglia. Il Bracciolini lo seguitava con un migliaja d'uomini della fazione dei Panciatichi, armati sulle montagne. Pure il Ferrucci credevasi ancora in situazione di sottrarsi a tutti, o di attaccarli e vincerli separatamente, quando lo stesso principe d'Orange gli si fece incontro con mille veterani tedeschi, altrettanti spagnuoli e quattro colonnelli italiani[74].
Il principe d'Orange, che confidato aveva il comando dell'armata, durante la sua assenza, a don Ferdinando Gonzaga, ed al conte di Lodrone, non poteva allontanarsi tanto da Firenze, che sull'appoggio di un tradimento. Sapeva il gonfaloniere che la salvezza della repubblica era tutta ridotta nel solo Ferrucci, onde voleva assecondarlo col più vigoroso attacco contro il campo degli assedianti. Qualunque si fosse la superiorità della posizione, del numero o della disciplina degli Spagnuoli e de' Tedeschi, voleva affrontarla, ed ordinò a Malatesta Baglioni di apparecchiarsi ad una generale sortita. Dichiarò in pari tempo che si porrebbe egli stesso alla testa della scelta milizia fiorentina, e che seguirebbe la truppa di linea ovunque il Malatesta la condurrebbe, lasciando la guardia di Firenze ai vecchi ed all'ordinanza dei contadini[75].
Ma il Baglioni non aveva più che sperare o temere dalla repubblica fiorentina, e non voleva più oltre legare la propria fortuna a quella di uno stato che vedeva in sul punto di perire. Aveva segretamente negoziato col principe d'Orange, e per mezzo di lui anche con Clemente VII; erasi fatta confermare la sua sovranità di Perugia e promettere nuovi favori ecclesiastici e temporali, obbligandosi per iscrittura verso il principe d'Orange a non attaccare il campo, mentre il principe ne starebbe lontano per andare contro il Ferrucci. Successivamente oppose tre proteste agli ordini datigli dalla signoria di attaccare il nemico; ed il suo collega Stefano Colonna ebbe la debolezza ancor esso o la falsità di sottoscriverle. Diceva in queste scritture che la battaglia cui volevasi sforzarlo cagionerebbe l'irreparabile ruina della sua armata e della repubblica; e quando all'ultimo ebbe un perentorio ordine di marciare, vi si prestò con tanta lentezza, che prima ch'egli si fosse mosso, i Fiorentini ebbero notizia dell'esito della spedizione del Ferrucci[76].
Il principe d'Orange era partito dal suo campo la sera del primo giorno di agosto; camminò tutta la notte, ed all'indomani diede riposo alle sue truppe a Lagone, villaggio posto tra Gavinana e Pistoja: colà stavano mangiando nella stessa ora in cui quelle del Ferrucci facevano lo stesso a San Marcello. Le due armate ripresero di nuovo il cammino press'a poco nello stesso istante, e giunsero nello stesso tempo innanzi a Gavinana. La campana a stormo che suonavasi in questo villaggio, avvisò il Ferrucci dell'avvicinarsi del nemico, senza che per altro potesse sospettare che fosse lo stesso principe d'Orange, ed una tanto ragguardevole parte della di lui armata, che avessero abbandonato il campo sotto Firenze[77].
La fanteria del Ferrucci era divisa in due corpi, ognuno di quattordici compagnie; egli comandava il primo, e Giampaolo Orsini il secondo, che serviva di retroguardia. Era egualmente divisa in due squadroni la cavalleria; uno de' quali era condotto da Amico d'Ascoli, l'altro da Carlo di Castro e dal conte di Civitella[78]. Prima di venire a battaglia, il Ferrucci esortò brevemente i suoi commilitoni; loro ricordò che la salvezza di Firenze e l'ultima speranza della repubblica erano riposte nella piccola loro armata, e non altro domandò loro che di seguirlo dovunque lo vedessero avanzarsi[79].
Il Ferrucci, essendosi rimesso il caschetto, scese da cavallo ed entrò in Gavinana colla picca in mano nell'istante medesimo in cui Fabrizio Maramaldo, avendo fatto atterrare un muro secco, vi entrava per un'altra strada. La fanteria delle due armate s'incontrò sulla piazza del castello, intorno ad un alto castagno che ne occupava il centro; ed in tal luogo la pugna fu più lunga e più accanita, mentre che il principe d'Orange colla sua cavalleria attaccava impetuosamente quella del Ferrucci, ch'erasi trattenuta fuori delle mura. I cavalieri fiorentini tennero saldo; alcuni archibugieri, frammischiati nelle loro linee, fecero replicate scariche contro i cavalli nemici e gli sgominarono. Il principe d'Orange, cercando di riordinarli, attraversò solo di galoppo una ripida costa sotto il fuoco de' Fiorentini, e colpito nello stesso tempo da due palle nel collo e nel petto, cadde subito morto. Antonio d'Herrera ed il rimanente de' cavalieri, presenti alla caduta del principe, si posero in fuga, e non si trattennero che a Pistoja, ove sparsero il terrore nella loro fazione. I soldati del Ferrucci trovarono nelle tasche del principe d'Orange lo stesso viglietto di Malatesta Baglioni, con cui il Malatesta gli prometteva di non attaccare il di lui campo[80].
La cavalleria del Ferrucci, dopo avere dispersa quella del principe d'Orange, ed ucciso questo generale, faceva echeggiare l'aria colle grida della vittoria. Ma nello stesso tempo Giampaolo Orsini era stato attaccato da Alessandro Vitelli; la retroguardia da lui comandata aveva perdute le insegne disordinandosi, e Giampaolo era stato forzato a ritirarsi a piedi in Gavinana, dove aveva raggiunto il Ferrucci. Questi dal canto suo aveva cacciato fuori di Gavinana Maramaldo ed i di lui Calabresi, i Landsknecht ed i cavalli del principe; ma dopo avere combattuto tre ore sotto un cocente sole di agosto, egli riposavasi appoggiato sulla sua picca, quando venne attaccato da un altro corpo di Landsknecht che non aveva per anco combattuto; in quell'istante il Ferrucci e Giampaolo non avevano presso di loro che pochi ufficiali, essendosi alquanto allontanati i loro soldati per riposarsi qualche minuto. Con questo piccolo corpo scelto l'Orsini ed il Ferrucci si difesero ancora lungo tempo. Frattanto Giampaolo, ferito, e coperto di polvere, più non vedendo speranza di salvezza, rivoltosi al Ferrucci gli disse: Signor commissario, non vogliamo ancora arrenderci? No! rispose il Ferrucci, e scagliossi contra un nuovo squadrone di nemici che veniva ad attaccarlo. Infatti lo respinse fuori delle porte; ma mentre lo inseguiva vide chiudersi le porte alle spalle. La terra era presa, tutti i suoi soldati morti, feriti, o fuggitivi; lo stesso Ferrucci aveva ricevuto più d'una ferita mortale, e nel di lui corpo omai rimanevano poche parti sane; finalmente egli si arrese ad uno spagnuolo, che, per guadagnare il di lui riscatto, procurava di salvargli la vita. Ma Maramaldo, fattoselo condurre innanzi sulla piazza del castello, lo fece disarmare e lo pugnalò colle sue mani. Il Ferrucci si contentò di dirgli: tu uccidi un uomo di già morto[81].
Nello stesso tempo fu fatto prigioniere Giampaolo Orsini, che poi riebbe la libertà pagando una taglia; era venuto in mano de' vincitori anche Amico d'Ascoli, ma il di lui personale nemico, Muzio Colonna, lo comperò per seicento ducati da colui che lo aveva preso, per ucciderlo poi a voglia sua; Guglielmo Frescobaldi, che il Ferrucci aveva pel suo migliore luogotenente, morì a Pistoja in conseguenza delle sue ferite; rimasero sul campo di battaglia circa due mila morti, ed ancor maggiore fu il numero de' feriti. L'armata del Ferrucci era distrutta; ma gl'imperiali avevano a caro prezzo acquistata la vittoria: grandissima era la perdita dell'armata imperiale, e la morte del suo generale poteva disordinarla, tanto più che il marchese del Guasto l'aveva in allora abbandonata per passare ai servigj di Ferdinando d'Ungheria[82].
Vero è che il Ferrucci era ancora più necessario ai Fiorentini, che non il principe d'Orange agl'imperiali. Allorchè il 4 di agosto si ebbe in Firenze la notizia della morte di lui, tutta la città fu compresa da dolore e da spavento. Invano il gonfaloniere e la signoria si sforzavano di rianimare gli abbattuti spiriti, e di far mostra de' mezzi che tuttavia restavano. La sconfitta del Ferrucci veniva in parte attribuita ad una dirotta pioggia che aveva spente le trombe a fuoco, specie di artificio che i fanti fiorentini portavano attaccato alle loro picche, e che, costantemente vomitando fiamme, spaventava i cavalli. Ma il gonfaloniere ricordava che quella stessa pioggia che aveva perduto il Ferrucci, poteva salvare la città; che le acque dell'Arno erano così gonfie, che varj quartieri del campo nemico non potevano più avere comunicazione cogli altri; e che i Fiorentini, con una generale sortita, potevano avere il vantaggio del numero, attaccando ad uno ad uno i posti nemici. Affrettava perciò Malatesta Baglioni a venire a battaglia, e la signoria, per affezionarsi i capitani delle sue truppe di linea, prometteva loro per premio della vittoria la continuazione del soldo finchè vivrebbero; ma Malatesta Baglioni ricusò di ubbidire, e dichiarò altamente di volere oramai salvare una città, vicina a perdersi a cagione dell'ostinazione e della temerità de' suoi capi[83].
Il Baglioni trovava in Firenze un grosso partito che faceva eco al suo rifiuto di combattere. Tutte le persone deboli e pusillanimi, tutti gli egoisti e coloro che sospiravano dietro i godimenti d'una vita tranquilla, desideravano la pace, e l'avrebbero accettata a qualunque patto. I partigiani dell'aristocrazia più non si curavano di esporsi ulteriormente pel mantenimento dell'autorità popolare: i segreti partigiani dei Medici osavano essi pure di manifestare i loro voti; e gli storici di questo partito confessano il tradimento del Baglioni per fargliene un merito[84]. Oramai i cittadini attaccati alla libertà non venivano indicati con altri nomi che con quelli di ostinati e di arrabbiati. Il Malatesta dichiarò che piuttosto che attaccare il campo imperiale, comandato, dopo la morte del principe d'Orange, da don Ferdinando Gonzaga, darebbe la sua dimissione. I dieci della guerra credettero di poterlo prendere in parola, e l'otto agosto gli spedirono Andreolo Niccolini per portargli il congedo dettato colle più lusinghiere espressioni. Estrema fu la sorpresa del Baglioni quando lo ricevette, e maggiore della sorpresa la rabbia: senza volerlo accettare, senza volerlo leggere, si fece addosso al Niccolini che lo recava, e lo ferì con ripetute pugnalate[85].
Il gonfaloniere volle fare un altro esperimento per mantenere la vacillante autorità della repubblica; ordinò a tutte le compagnie della milizia di adunarsi in piazza, e si pose alla loro testa per andare contro il Baglioni. Ma il terrore aveva di già sbandita ogni subordinazione, ed invece delle sedici compagnie, otto sole si trovarono sulla piazza. Dall'altro canto Malatesta Baglioni aveva di già introdotto nel suo bastione il capitano imperiale, Pirro Colonna di Stipicciano; aveva disarmata o congedata la guardia fiorentina della porta Romana, ed aveva rivolta contro la città l'artiglieria destinata a difendere le mura[86].
Firenze era perduta, e non eravi umana forza che potesse salvarla. Mentre che molti cittadini volevano ancora morire liberi e colle armi alla mano, gli altri conoscevano che verun ostacolo più non poteva oramai trattenere quella feroce armata, che si era infamata colla tirannide esercitata in Milano, e col sacco di Roma: si riparavano nelle chiese colle loro donne, i figliuoli e le loro ricchezze, e senza potersi appigliare a verun partito, senza nutrire veruna speranza, più non ubbidivano alle magistrature, e non facevano che imbarazzare coloro che non avevano per anco tutto perduto il coraggio, e mostravano ancora costanza.
La signoria colla più profonda umiliazione, e col più acerbo dolore, restituì il bastone del comando al Malatesta, in arbitrio del quale stava il permettere agli imperiali d'inondare la città, o l'imporre loro qualche condizione. Quattrocento giovani, tra i quali si videro con dolore i figli ed i generi del gonfaloniere Niccolò Capponi, eransi schierati in armi sulla piazza di santo Spirito, risoluti di appoggiare il Baglioni e di non riconoscer più la signoria. Fece questa un estremo sforzo per richiamarli sotto le sue insegne; rappresentò loro, che separandosi dai proprj concittadini in così difficili circostanze, esponevano la patria e sè medesimi ai più spaventosi pericoli; ma per tutta risposta non ebbe che insulti e minacce da quei giovani che vennero in armi sulla piazza del palazzo, e costringerla a porre in libertà tutti coloro che ella teneva custoditi a motivo del loro attaccamento alla fazione dei Medici[87].
Fra tanto perturbamento la signoria nominò quattro ambasciatori, che spedì al campo di Ferdinando Gonzaga per chiedere una capitolazione. Scelse Baldo Attuiti, Jacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari. Non ebbero questi d'uopo di cercare lontano coloro coi quali dovevano trattare, perchè Bartolomeo Valori, uno degli emigrati che il papa aveva nominato suo commissario in Toscana, e che a nome dei Medici governava tutto il paese occupato dall'armata imperiale, era venuto in quella medesima casa dei Pini, in cui abitava Malatesta Baglioni. Le condizioni che ottennero gli ambasciatori erano più vantaggiose che sperare si potessero in così tristi circostanze; ma le condizioni sono di poca importanza, quando vengono giurate da sovrani senza fede, ed in seguito riclamate da uomini senza potenza. È probabile che il papa avesse ordinato al Valori di acconsentire a tutto, riservandosi poi l'interpretazione del trattato a modo suo. L'imperatore nulla affatto somministrava pel soldo e pel mantenimento dell'esercito sotto Firenze, e Clemente VII non aveva più credito per essere state le sue entrate assorbite da lunghe guerre, e le sue ricchezze perdute nel sacco di Roma: perciò non poteva più oltre sostenere cotali spese, che oltrepassavano i settanta mila fiorini al mese[88].
Il trattato, che venne sottoscritto il 12 di agosto del 1530 a santa Margarita di Montici, portava che la forma del governo di Firenze sarebbe regolata dall'imperatore entro il termine di quattro mesi, a condizione che sarebbe salva la libertà. Prometteva la repubblica di pagare all'armata cinquanta mila scudi in danaro sonante, e trenta mila in cambiali; ed in compenso le truppe imperiali dovevano immediatamente allontanarsi. Dovevansi consegnare al commissario del papa le fortezze di Pisa, di Volterra e di Livorno. Per guarenzia del pagamento delle cambiali, della consegna delle fortezze e dell'ubbidienza del popolo a quel governo che gli darebbe l'imperatore, i Fiorentini dovevano dare nelle mani di Ferdinando Gonzaga cinquanta ostaggi a sua scelta. Finalmente a nome del papa e dell'imperatore veniva accordata un'amplissima amnistia, tanto a tutti i Fiorentini senza eccezione per tutto ciò che potessero avere fatto contro la casa dei Medici, quanto a tutti i sudditi dell'impero e della Chiesa che gli avevano serviti in tempo della guerra, portando le armi contro i loro abituali signori[89].
In conseguenza di questo trattato, che bentosto si rimase negli archivj, quale monumento della scandalosa mancanza di fede dei due sovrani, in nome de' quali era stato convenuto, tutti gli emigrati fiorentini ed i commissarj del papa rientrarono in città. Bartolomeo Valori fece occupare il 20 di agosto la piazza del palazzo da quattro compagnie di soldati corsi; costrinse in appresso la signoria a scendere sul balcone, e fece suonare la maggiore campana per adunare il popolo a parlamento. Appena si trovarono adunati nella piazza trecento cittadini; taluno di coloro che voleva andarvi per emettere per l'ultima volta un libero suffragio, venne respinto a colpi di pugnale[90]. Salvestro Aldobrandini volgendosi a questa irrisoria assemblea del popolo, gli domandò se acconsentiva, «che si creassero dodici uomini che avessero essi soli altrettanto d'autorità e di potere, quanto ne aveva tutt'insieme il popolo di Firenze.» Tre volte fu rinnovata questa domanda, e tre volte il popolaccio ed i fanciulli risposero: Sì! sì! le palle, le palle! (stemma dei Medici) i Medici! i Medici! Dopo questo preteso assenso popolare, furono dal commissario apostolico nominati dodici signori della balìa. Questi deposero la signoria, i dieci della guerra, gli otto della guardia e balìa, ossiano supremi giudici criminali. Fecero deporre le armi al popolo, e così la libertà fiorentina soggiacque per l'ultima volta. Avanti che spirasse l'autorità di costoro, lo stesso nome di repubblica venne annullato[91].
CAPITOLO CXXII.
Violazione della capitolazione di Firenze; persecuzione di tutti gli amici della libertà. Regno e morte di Alessandro de' Medici: successione di Cosimo I al titolo di duca di Firenze. Siena, oppressa dagli Spagnuoli, abbraccia il partito francese: assedio ed ultima capitolazione di questa città.
1530 = 1555.
L'indipendenza dell'Italia, che aveva cominciato col XII secolo, e che era stata solennemente riconosciuta in forza delle vittorie della lega lombarda sopra Federico Barbarossa, cessò all'epoca del coronamento dell'imperatore Carlo V a Bologna, o a quella dell'occupazione di Firenze fatta da' generali imperiali in marzo o in agosto del 1530. Prima del dodicesimo secolo, l'Italia, rammentando ancora l'antica sua grandezza, sdegnavasi di essere ridotta in servitù dai vicini popoli. Credevasi meritevole di miglior sorte; ma pure ubbidiva. L'Italia faceva prima parte dell'impero de' Franchi, poi di quello della Germania. La sua sorte era regolata dalle passioni, dalla politica e dalle vittorie de' popoli d'oltremonti, dei quali essa non conosceva nemmeno il linguaggio. Tale tornò ad essere la sua situazione dal 1530 fino all'età nostra.
La libertà aveva dati all'Italia quattro secoli di grandezza e di gloria. In quei quattro secoli fece poche conquiste al di là de' naturali suoi confini; ma non pertanto assicurò a' suoi popoli il primo posto tra le nazioni dell'occidente. L'Italia mai non esercitò la sua potenza sugli stati limitrofi in modo di porre in pericolo la loro indipendenza; divisa in molti piccoli stati, le era assolutamente interdetta quest'ambiziosa carriera; ma quella stessa divisione, che gli toglieva ogni esterno dominio, aveva moltiplicati i suoi mezzi e sviluppato lo spirito ed il carattere in tutte le sue piccole capitali. In allora gl'Italiani non avevano d'uopo di conquiste per farsi conoscere come grande nazione. I Tedeschi, i Francesi, gl'Inglesi, gli Spagnuoli avevano e privilegj municipali, e feudatarj, e monarchi da difendere: soltanto gl'Italiani avevano una patria, e lo sentivano. Essi avevano rialzata l'umana natura degenerata, e dando a tutti gli uomini i diritti che all'uomo si convengono, e non privilegj, avevano essi i primi studiate le teorie de' governi, e dati agli altri popoli modelli di liberali instituzioni. Gl'Italiani avevano ridonate al mondo la filosofia, l'eloquenza, la storia, la poesia, l'architettura, la scultura, la pittura, la musica, ed avevano fatti far rapidi progressi al commercio, all'agricoltura, alla nautica, alle arti meccaniche; in una parola erano stati i precettori dell'Europa. Appena si potrebbe nominare una scienza, un'arte, una nozione qualunque, di cui non abbiano insegnati i principj ai popoli che dopo gli hanno superati[92]. Questa universalità di cognizioni aveva sviluppato il loro ingegno, il loro gusto, le loro maniere, e per lungo tempo conservarono quella civiltà anche dopo perduti tutti gli altri vantaggi; l'eleganza e la gentilezza sopravvissero all'antica dignità: ma questa n'era stato il fondamento, e durò quanto la libertà italiana. Tale fu la grandezza della nazione ne' tempi della sua gloria; e certo questa grandezza non aveva bisogno di vittorie per sostenersi.
Avanti il XII secolo alcuni piccoli principi italiani si credevano indipendenti, alcuni popoli poco numerosi si credevano liberi, e forse erano tali. Pure pei soli duchi di Spoleto o di Benevento, e per le repubbliche di Amalfi o di Napoli, non abbiamo creduto di dover cominciare la storia dell'Italia dalla caduta dell'impero romano in occidente; e parimenti non crediamo doverla continuare dopo la caduta di Firenze, pei duchi di Toscana o di Parma, e per le repubbliche di Venezia o di Genova.
In tutto il tempo che gl'Italiani furono veramente nazione, abbiamo cercato di raccogliere con iscrupolosa esattezza tutti i fatti che potevano dipingere il loro carattere, spiegarne la politica, far conoscere i motivi delle loro leggi, e risvegliare ne' loro discendenti istruttive memorie, o servire di specchio agli altri popoli liberi. Non abbiamo temuto di scendere a troppo minute particolarità; cotali particolarità non sono inutili, quando giovano a dipingere gli uomini. Non abbiamo inoltre temuto di mescolare alla nostra narrazione i principali avvenimenti degli altri paesi d'Europa; perciocchè l'influenza dell'Italia facevasi sentire sopra tutti, e non poteva intendersi la politica de' suoi stati senza volgere di quando in quando lo sguardo sulla Grecia, la Spagna, l'Ungheria, la Francia, la Turchia e la Germania. Abbiamo in appresso veduto l'abbassamento di quest'influenza italiana sopra le straniere contrade. Abbiamo veduta l'Italia, vittima a vicenda della falsa politica dei suoi capi, della mala fede degli oltremontani, della ferocia de' soldati mercenarj; guastata dalle armate, dalla peste e dalla fame pel corso di trentasette anni di quasi continue guerre; l'abbiamo veduta nell'estremo esaurimento. Siamo finalmente giunti all'epoca in cui cessò di esistere. Abbiamo osservato per l'ultima volta un imperatore di Germania venire in una chiesa italiana per ricevervi la corona d'oro dalle mani del papa; e questa cerimonia, diventata futile, più non si rinnovò dopo Carlo V. Nel 1530 egli aveva cominciato a regnare pel solo diritto della spada; egli più non aveva bisogno, per assumere il titolo d'imperatore, che un rappresentante dell'Italia sanzionasse la sua inaugurazione con un'autorità religiosa.
Da quest'epoca fino all'età nostra, otto in dieci principi continuarono in Italia a credersi sovrani, ma senza godere di veruna indipendenza, senza mai difendersi colle proprie forze, senza giammai esercitare sopra gli stranieri quell'influenza che gli stranieri esercitavano continuamente sopra di loro. Tre e se vogliamo ancora quattro repubbliche, comprendendovi San Marino, continuarono a respingere dal loro seno il potere di un solo, ma senza mantenere la loro libertà, senza conservare verun'ombra nè della sovranità del popolo, nè della guarenzia de' diritti e della sicurezza de' cittadini. D'allora in poi l'Italia altro non fu che un vasto museo, nel quale trovansi deposti sotto gli occhi de' curiosi i monumenti della morte. Più non si ebbe occasione di chiedere una sola volta a Vienna, a Madrid, a Parigi, a Londra cosa vorrebbero, cosa farebbero i principi ed i popoli d'Italia. I popoli avevano cessato di avere o di esprimere una volontà; ed i principi, distruggendo lo spirito vitale de' loro sudditi, si erano distrutti essi medesimi. L'Italia snervata più non parlava che alla memoria; e che l'interpellava intorno a ciò che aveva fatto in altri tempi, era certo ch'ella non si rianimerebbe mai più.
Non perciò abbandoneremo questi popoli, co' quali abbiamo, per così dire, vissuto tanto tempo, senza gettare un'ultima rapida occhiata sulla sorte che loro era riservata nella nuova organizzazione. Siccome ne' sei primi capitoli di quest'opera abbiamo corso lo spazio di sei secoli, e ci siamo appagati di fissare nella nostra memoria alcune date ed alcuni principali tratti, così speriamo che il nostro lettore indulgente ci vorrà permettere di concedere ancora pochi capitoli ai tre ultimi secoli, affinchè la nostra storia comprenda, sebbene in differentissime proporzioni, la prima fanciullezza, la virilità e la decrepitezza della nazione italiana.
La Toscana, che per così lungo tempo era stata la patria della libertà, a sè richiama i primi nostri sguardi. La storia di Firenze non sembra totalmente terminata colla capitolazione di questa città; finchè i cittadini, che si erano veduti animati da così ardente patriottismo, erano ancora vivi, finchè continuavano a lottare contro l'assoluto potere, la repubblica fiorentina esisteva tuttavia, almeno nella loro memoria, e noi dobbiamo ammirare i loro estremi sforzi. Essi seppero associare la loro causa a quella della libertà di Siena, e la caduta di quest'ultima repubblica merita altresì dal canto nostro qualche attenzione.
La repubblica fiorentina venne distrutta (1530) con forme repubblicane. Per creare una balìa si convocò un parlamento, e venne consultata una pretesa assemblea di tutto il popolo fiorentino. Si era chiesto a questo popolo di conferire la totalità del suo potere ai commissarj che dovevano riordinare la tirannide. Ciò era un riconoscere la sovranità del popolo, nell'istante medesimo in cui il popolo rinunciava per sempre a tale sovranità. Ma il parlamento fiorentino che creò la balìa del 1530 doveva essere l'ultimo; ed infatti fu in appresso ordinato di spezzare la campana che serviva ad adunarlo, onde più servire non potesse dinnanzi a tale uso[93].
Firenze fu per parecchj mesi governata in proprio nome dalla sola balìa, e non già a nome del papa o de' Medici. Ma era Clemente VII che aveva così voluto, affinchè i suoi commissarj, che in ogni cosa operavano soltanto dietro i suoi ordini e che aspettavano da Roma la decisione di tutti gli affari, non si credessero legati dalla capitolazione sottoscritta a nome suo da Bartolomeo Valori. Il papa e l'imperatore avevano promesso a Firenze libertà ed amnistia; ma Clemente pretendeva che se la repubblica voleva ella medesima mutare le sue leggi, e castigare i suoi cittadini, non poteva esserne impedita dalla capitolazione. Ed affinchè la balìa sembrasse ancora meglio rappresentare la repubblica, il papa volle che fosse formata da un corpo più numeroso, depositario della sovranità; perciò nel mese di ottobre fu eletta una seconda balìa di cento cinquanta individui, tra i quali trovavansi tutti i capi di quella parte dell'aristocrazia che si era mostrata affezionata a' Medici[94].
Allora cominciarono le vendette del papa e de' suoi partigiani. I più riputati membri dell'antico governo vennero assoggettati ad una rigorosa tortura; indi furono condannati a perdere la testa il Carducci, per lo addietro gonfaloniere, Bernardo di Castiglione, ed altri quattro di que' venerandi magistrati[95]. L'altro gonfaloniere, Raffaele Girolami, ottenne grazia della vita per l'intercessione di Ferdinando Gonzaga, ma venne chiuso nella cittadella di Pisa, ove poco dopo morì di veleno[96]. Il predicatore Benedetto da Fojano fu dato nelle mani del papa, e tradotto a Roma. Clemente, nell'atto di farlo imprigionare in castel sant'Angelo, ordinò che ogni giorno gli si diminuisse la razione di acqua e di pane, e con tal mezzo lo fece lentamente morire di fame. Frate Zaccaria, ch'era egualmente cercato, trovò modo di fuggire travestito da contadino. Riparossi a Ferrara, poi a Venezia, ed all'ultimo morì a Perugia, dov'erasi recato per gittarsi ai piedi di Clemente VII ed implorare perdono[97]. Una ventina di coloro che si credevano più compromessi si sottrassero al supplicio colla fuga. Infatti furono condannati a morte in contumacia, e confiscati vennero i loro beni. Cento cinquanta cittadini all'incirca furono relegati per tre anni in determinati luoghi, e d'ordinario a grandissima distanza dalla loro patria e dai loro affari; ma il nuovo governo, che invece di colpire tutti ad un tratto i suoi nemici diventava più severo di mano in mano che si andava rassodando nella sua autorità, desiderò bentosto un'occasione di condannare quei medesimi esiliati come ribelli, e di confiscarne i beni. Poichè que' miseri si furono conformati alla loro condanna con gravissimo dispendio, la balìa, passati i tre anni, li relegò in un altro esilio più incomodo del primo, e costrinse in tal guisa la maggior parte di loro a disubbidire[98].
Pareva che la repubblica esistesse ancora; un corpo aristocratico assai numeroso sembrava investito della sovranità; il papa, che non aveva voluto mandare a Firenze niuno della sua famiglia, e che fingeva di non esercitarvi la più assoluta autorità, onde non essere risponsabile de' supplicj che ordinava, lasciava agire Bartolomeo Valori, lo storico Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Roberto Acciajuoli. Questi parevano i capi della repubblica, e questi versarono il sangue e confiscarono le sostanze de' più virtuosi cittadini; questi condannarono a perpetuo esilio coloro che mostravano di risparmiare; questi con arbitrarie tasse ruinarono tutti coloro ch'eransi fatti conoscere affezionati alla libertà; questi fecero restituire senza verun compenso tutti i beni patrimoniali o ecclesiastici venduti d'ordine della giustizia; questi fecero disarmare il popolo, promulgando le più severe pene contro qualunque ritenesse armi, e questi finalmente furono coloro che per conservare la propria autorità col terrore, assoldarono due mila de' Landsknecht che avevano assediata Firenze[99].
Ma Clemente VII che riponeva ogni fiducia nello zelo de' capi di partito per vendicarsi, non ignorava che non sarebbero poi egualmente proclivi ad eseguire i suoi ulteriori progetti, ed a mutare la costituzione della loro patria, per farne un'assoluta sovranità a favore di uno de' suoi nipoti. Aveva perciò mandato Alessandro de' Medici in Germania ed in Fiandra alla corte di Carlo V, per sollecitare l'imperatore a regolare il governo di Firenze a norma delle facoltà conferitegli dalla capitolazione. Sebbene l'imperatore avesse promessa ad Alessandro la sua figlia naturale, era ben lontano dal corrispondere all'impazienza del papa. Aveva non solo lasciati decorrere i quattro mesi fissati dalla capitolazione, ma quasi un anno intero, prima di rimandare a Firenze Alessandro dei Medici, che di già portava il titolo di duca di Cività di Penna. Questo giovane signore fece il suo ingresso soltanto il 5 di luglio del 1531; e nel susseguente giorno Giovan Antonio Mussetola, ambasciatore di Carlo V, comunicò alla signoria ed alla balìa il decreto sottoscritto dall'imperatore in Augusta il 21 ottobre del precedente anno, col quale rimetteva i Fiorentini nel possedimento degli antichi loro privilegj, a condizione che riconoscerebbero per capo della repubblica Alessandro de' Medici, e dopo di lui i suoi figliuoli, ed in loro mancanza il più attempato degli altri Medici, e ciò a perpetuità, e per ordine di primogenitura[100].
Sembrava che il decreto d'Augusta non sovvertisse interamente lo stato; perciocchè apparentemente esso conservava tuttavia la libertà e la riforma repubblicana. Il decreto imperiale non accordava alla casa de' Medici che le prerogative di cui godeva avanti il 1527, trasmutandole in diritti, ed assicurava al duca Alessandro ventimila fiorini d'oro di pensione, invece di lasciare in di lui arbitrio tutte le entrate dello stato. Ma Clemente VII non si accontentava di questa limitata autorità, e non erano del tutto tranquilli coloro che lo avevano servito nelle sue vendette. Sapevano costoro di essere l'oggetto dell'odio, non già di una fazione, ma di tutti i proprj concittadini, e temevano di essere di bel nuovo cacciati da Firenze alla morte del papa, o quando accadesse la prima rivoluzione d'Italia. Il Guicciardini, interpellato da Clemente VII, rispose non essere possibile che il governo acquistasse veruna popolarità; che altro mezzo non gli rimaneva per minorare l'odio pubblico che quello di darsi dei compagni; che doveva meno pensare a formarsi de' partigiani fra gli uomini ricchi e versati negli affari, che a comprometterli con tutto il popolo, affinchè, come il governo medesimo, e come quelli che avevano tenute le di lui stesse direzioni, costoro ancora si persuadessero non esservi per loro salvezza che nel mantenimento della casa de' Medici. Dietro questi principj si apparecchiò una nuova rivoluzione[101].
Il papa, disponendo ed ordinando ogni cosa, volle ancora che i cittadini fiorentini che di que' tempi governavano, si addossassero soli la responsabilità del nuovo cambiamento. Mandò il suo piano bello e fatto da Roma, ma ne commise l'esecuzione a Bartolomeo Valori, al Guicciardini, a Francesco Vettori, a Filippo de' Nerli ed a Filippo Strozzi. Non ignorando quest'ultimo di essere l'oggetto della diffidenza e del segreto odio di Clemente VII, cercava di ricuperare la di lui grazia, eseguendo i di lui voleri con maggiore zelo che tutti gli altri[102].
Questi confidenti del papa forzarono in certo qual modo la balìa ad ordinare, il 4 aprile del 1532, la creazione di un comitato di dodici cittadini incaricati della riformagione del governo dello stato e della città di Firenze; dello stato e della città dissero, conciossiachè d'allora in poi si cessò di pronunciare il nome di repubblica. Fu accordato loro il termine di un mese per terminare questo lavoro; ma perchè tutto era stato preventivamente apparecchiato dal papa, questi commissarj furono a portata di pubblicarlo ancora più presto[103].
La nuova costituzione venne pubblicata il 27 di aprile del 1532. Questa sopprimeva il gonfaloniere di giustizia e la signoria, e vietava per sempre il ristabilimento di tale magistratura, ch'erasi con tanta gloria mantenuta dugento cinquant'anni. Dichiarava Alessandro dei Medici capo e principe dello stato, col titolo di doge, ossia duca della repubblica fiorentina, trasmissibile a perpetuità ai suoi discendenti per ordine di primogenitura, e stabiliva due consiglj vitalizj per dividere con lui le cure del governo. Uno, chiamato i dugento, comprendeva tutti gli attuali membri della grande balìa e quasi un centinajo d'altre persone, delle quali Alessandro si era riservata la nomina; l'altro, detto il senato, doveva essere composto di quarantotto membri scelti fra i dugento dell'altro consiglio, che avessero oltrepassati i trentasei anni. Quattro consiglieri eletti ogni tre mesi, ogni volta da un quarto del senato, dovevano tener luogo della signoria nelle onorifiche sue funzioni; il gonfaloniere o per meglio dire tutta la repubblica dovea venire rappresentata dal doge o dal suo luogotenente. Il doge solo od il suo luogotenente, potevano proporre progetti alla deliberazione dei consiglj, e niun progetto poteva avere forza di legge senza il loro formale assentimento; i nuovi consiglj non diedero un solo esempio di una proposizione del principe, che non fosse con servile sollecitudine sanzionata[104].
Alessandro de' Medici fu tale quale doveva essere un principe posto sul trono da straniere armate, contro il voto di tutti i suoi concittadini, dopo una guerra che aveva affatto ruinata ed umiliata la sua patria. Diffidando di tutti, e sforzandosi di ottenere col terrore ciò che sperare non poteva dall'amore, si circondò di stranieri soldati, capitano dei quali creò Alessandro Vitelli di Città di Castello, perchè lo conosceva irritato contro i Fiorentini e lo stato popolare, che aveva fatto morire il di lui padre Paolo Vitelli. Afforzò in riva all'Arno un bastione che poteva servirgli di rifugio in caso d'insurrezione popolare; ma non credendosi con ciò abbastanza sicuro, il 1.º giugno del 1534, fece porre i fondamenti di una fortezza nel luogo in cui trovavasi la porta di Faenza, e vi fece lavorare con tanta attività che prima che terminasse l'anno fu messa in istato di difesa. Alessandro assecondò vigorosamente la disposizione data dai commissarj per disarmare i cittadini, e pronunciava la pena di morte e la confisca dei beni contro coloro nelle di cui case si trovavano armi: nello stesso tempo aveva formata una milizia di sudditi della repubblica, armandola ed accordandole privilegj, onde tenere in dovere gli antichi sovrani col timore de' loro antichi vassalli[105].
I soldati d'Alessandro tutto credevano permesso al loro libertinaggio ed all'avarizia loro; e non eravi oltraggio, pel quale i cittadini chiedessero giustizia, che venisse mai punito in verun militare, nè in veruno ufficiale o servitore della casa del duca. Pareva che questi mirasse continuamente ad umiliare i suoi compatriotti, paragonandoli sempre agli stranieri. Aveva successivamente offesi quasi tutti coloro che gli si erano mostrati più affezionati; i capi di quelle grandi famiglie che avevano diretta la fazione de' Medici, e che in tempo dell'assedio avevano portate le armi contro la loro patria, di bel nuovo abbandonata avevano quella patria, dove più non potevano vivere sotto il tiranno ch'essi medesimi le avevano dato. Francesco Guicciardini, che Clemente VII aveva nominato governatore di Bologna, non provava ancora il dolore di ubbidire dove aveva comandato; ma Bartolomeo Valori, sebbene governatore della Romagna a nome del papa, non si poteva dar pace della parte avuta nella rivoluzione, e della schiavitù in cui egli medesimo erasi ridotto. Filippo Strozzi, malgrado tutti i suoi sforzi per guadagnarsi la benevolenza del duca, lo sapeva geloso delle smoderate sue ricchezze, e sempre apparecchiato ad offenderlo; perciò in occasione del matrimonio di Catarina dei Medici col duca d'Orleans, nel 1533, recossi alla corte di Francia, e nel susseguente anno vi chiamò pure la sua numerosa famiglia. Tutti i cardinali fiorentini, che in allora erano quattro, si erano uniti ai nemici di Alessandro; ma di tutti il più caldo era Ippolito de' Medici, di lui cugino, il quale risguardandosi come più onoratamente nato di Alessandro, e di età maggiore, non sapeva darsi pace che si fossero concesse ad un bastardo d'incerto padre e di madre infame quelle prerogative di cui aveva egli stesso goduto alcun tempo, ed alle quali sapevasi pure chiamato dall'amore de' suoi concittadini[106].
Infatti la stessa madre di Alessandro non sapeva se fosse figliuolo di Lorenzo duca d'Urbino, di Clemente VII, o di un mulattiere. Nel primo caso sarebbe stato fratello germano di Catarina dei Medici, unica figliuola di Lorenzo e di Maddalena della Torre d'Alvergna, cui Clemente VII aveva procurato un collocamento al di là delle sue speranze. Clemente, incerto nella sua politica ed instabile nelle sue alleanze, si era ravvicinato alla Francia; era stato a Nizza per abboccarsi con Francesco I; era di là passato a Marsiglia; ed all'ultimo aveva maritata Catarina, il 27 ottobre del 1533, con Enrico d'Orleans, secondogenito di Francesco I, cui quest'Enrico successe nel trono di Francia[107]. La pace durava tuttavia tra Francesco e Carlo V; e Clemente VII, alleandosi colla Francia, non si era perciò dichiarato contro l'imperatore, dal quale conoscevasi dipendente: il matrimonio del suo prediletto Alessandro colla figlia naturale di Carlo V, sebbene da gran tempo convenuto, non si eseguiva ancora a motivo della tenera età di Margarita d'Austria, ed il papa non voleva esporsi a farlo rompere: sapeva che Alessandro non troverebbe verun appoggio in Catarina, che lo detestava come tutti i suoi parenti; ma più Alessandro aveva nemici e più Clemente VII gli si affezionava: rallegravasi vedendo questo giovane esercitare le proprie vendette, lo dirigeva, approvava tutti gli atti del governo di lui, e lo copriva col manto di una protezione che sapeva dovergli in breve mancare, perciocchè in giugno del 1534 Clemente VII era stato sorpreso da lenta febbre, della quale morì il 25 di settembre dello stesso anno, lasciando il suo protetto esposto agli attacchi de' molti nemici che s'era procacciati[108].
Da principio Clemente VII aveva avuto intenzione di far continuare ogni sei mesi le liste di proscrizione in occasione che si rinnovava il tribunale degli otto di balìa, e ne fu soltanto impedito dalle grida che contro di lui s'innalzarono in tutta l'Europa[109]. Pure infinito era di già il numero degli esiliati e degli emigrati fiorentini; e quando Clemente intimò al duca di Ferrara di cacciarli da' suoi stati, eransene trovati in quella sola provincia più di trecento[110]. Il loro partito si fece ancora più formidabile dopo la morte del papa. Paolo III, della casa Farnese, che gli successe, favoreggiava tutti i nemici di Clemente e della memoria di lui; e con ciò aveva incoraggiati i cardinali fiorentini a dichiararsi più scopertamente.
Il cardinale Ippolito de' Medici aspirava alla gloria di restituire la libertà alla sua patria. Gli Strozzi, ch'erano i più ricchi privati d'Europa, i Valori, i Ridolfi, i Salviati, che nell'ultima guerra si erano dichiarati tutti per la fazione dei Medici, eransi adunati in Roma per trovare i mezzi di rovesciare il tiranno. Tutti gli altri fuorusciti, avendoli raggiunti, vennero formando fra di loro una specie di governo, e spedirono in Ispagna all'imperatore tre de' principali cittadini di Firenze, per impetrare che privasse della sua protezione un principe, la di cui crudeltà, dissolutezza e perfidia non potevano paragonarsi che a quelle di un Falaride o di quei pochi altri famosi mostri dell'antichità, e per riclamare l'osservanza della capitolazione di Firenze[111].
Carlo V, maravigliato delle orribili ingiustizie, delle atroci crudeltà, degli assassinj, degl'imprigionamenti infiniti che udiva imputarsi ad Alessandro, promise di esaminare la di lui condotta, quand'egli stesso tornerebbe dalla sua spedizione di Tunisi. Infatti, mentre riposavasi in Napoli dalle fatiche sostenute in quell'impresa, gli emigrati fiorentini gli deputarono il cardinale Ippolito dei Medici per terminare d'illuminarlo intorno alla condotta di Alessandro; ma Alessandro aveva prese le opportune misure per disfarsi del suo antagonista. Il cardinale giunto ad Itri, in sulla strada da Roma a Napoli, fu avvelenato il giorno 10 d'agosto dal suo coppiere, e morì dopo tredici ore di atroci tormenti. Morirono all'indomani, vittime dello stesso veleno, Dante di Castiglione e Berlinghiero Berlinghieri che lo accompagnavano: ma il duca non riuscì a fare assassinare Filippo Strozzi, sebbene lo avesse più volte tentato, e furono egualmente scoperte le insidie che tendeva agli altri suoi nemici[112].
La morte d'Ippolito, liberando Alessandro dal suo più formidabile nemico, aggiugneva non pertanto una nuova macchia alla sua riputazione. Infami erano i suoi costumi, viziose tutte le sue abitudini; e perchè aveva riempita tutta l'Europa dei suoi nemici, i suoi delitti venivano dovunque predicati. Gli era stata promessa la figlia dell'imperatore; ma essa non gli era per anco stata data, e dacchè il suo parentado non era più un'arra dell'alleanza della Chiesa, poteva temere che Carlo V non cogliesse con piacere un plausibile pretesto di rompere i progettati sponsali, e per disporre del suo stato a favore di un altro. Ma Carlo nudriva un inveterato odio contro le repubbliche, e contro le pretese dei popoli alla libertà; diffidava principalmente dei Fiorentini che sapeva da tanto tempo attaccati alla Francia, colla quale stava per ricominciare la guerra; ed Alessandro, fidato a questa parzialità, passò a Napoli, per perorare personalmente la sua causa alla corte dell'imperatore[113].
Il duca aveva saputo riguadagnare al suo partito Bartolomeo Valori, che seco condusse a Napoli, come pure Francesco Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi. Anche gli emigrati si erano nello stesso tempo recati a Napoli, e tra gli altri vi si trovavano Filippo Strozzi co' suoi figliuoli, i cardinali Salviati e Ridolfi, ed i loro fratelli, tutti prossimi parenti di coloro che tenevano le parti del duca. La città e la corte erano pieni di Fiorentini de' due partiti, e quelli che stavano per la libertà della loro patria sembravano favorevolmente accolti dai ministri dell'imperatore. Furono invitati a presentare in iscritto le loro accuse, e Filippo Parenti, e dopo di lui lo storico Jacopo Nardi, lo fecero con molta forza, dando circostanziate prove de' varj delitti di Alessandro, e delle spaventose estorsioni colle quali ruinava la Toscana. Francesco Guicciardini prese a confutare queste scritture articolo per articolo, ed accrebbe in tal guisa verso di sè medesimo l'odio popolare, cui di già si lagnava di vedersi esposto. Finalmente l'imperatore pronunciò in febbrajo del 1536 la sentenza che gli veniva chiesta. Tutti gli esiliati ed emigrati fiorentini dovevano, secondo il suo rescritto, essere richiamati in patria, rimessi nel possedimento de' loro beni, e guarentiti nelle persone; ma non si dava verun provvedimento intorno alla costituzione dello stato, nè si accordava al popolo verun privilegio[114].
In allora tutti gli emigrati fiorentini, sebbene molti sentissero di già il peso per sua guarenzia della miseria, si riunirono per ricusare un compromesso che tendeva soltanto a salvare le loro persone, e sagrificava la patria loro. La loro risposta, una delle più nobili che si conservino negli archivj della diplomazia, cominciava con queste parole: «Non siamo qui venuti per chiedere alla imperiale maestà sotto quali condizioni dobbiamo servire il duca Alessandro, nè per ottenere il di lui perdono, dopo avere volontariamente, con giustizia, e secondo il dover nostro, lavorato per mantenere o ricuperare la libertà della nostra patria. Non l'abbiamo invocata per ritornare schiavi in una città, dalla quale siamo usciti poc'anzi liberi, nè per riavere i nostri beni. Ma siamo ricorsi all'imperiale maestà, affidati alla di lei bontà e giustizia, affinchè si degnasse di restituirci quell'intera e verace libertà, che gli agenti e ministri di lei si obbligarono a conservarci nel trattato del 1530.... Altra cosa non sappiamo dunque rispondere al decreto che ci fu rimesso per parte di sua maestà, se non che siamo tutti determinati di vivere e di morire liberi, quali siamo nati, e che nuovamente supplichiamo sua maestà di sottrarre questa sventurata città al giogo crudele che l'opprime....[115].»
Francesco Sforza, duca di Milano, era morto il 24 ottobre del 1535. Suo fratello naturale, Giovanni Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, che aveva qualche pretesa alla successione, perchè nelle investiture vi era stato chiamato in mancanza della linea legittima, fu avvelenato mentre passava per Firenze in poste, onde recarsi alla corte dell'imperatore; la di lui morte risolse a favore della casa d'Austria una lite assai difficile. Stava per ricominciare tra l'Austria e la Francia una furiosa guerra: il duca Alessandro prometteva danaro, e non era dubbiosa la di lui fedeltà, mentre la repubblica fiorentina, se fosse stata ripristinata, non avrebbe tardato ad ascoltare l'antica sua inclinazione verso la Francia. Carlo V non fu più incerto tra le due parti: il 28 di febbraio maritò sua figlia naturale, Margarita d'Austria, al duca Alessandro, ed in contraccambio ricevette da lui una ragguardevole somma di danaro; e rimandandolo più potente, che prima non era, ne' suoi stati. Il matrimonio d'Alessandro, fu per la seconda volta festeggiato in Firenze il 13 giugno del 1536[116].
Erano pochi mesi passati dopo la celebrazione di questo matrimonio, ed Alessandro era vissuto nelle abituali sue dissolutezze, portando alternativamente il libertinaggio ed il disonore ne' conventi e nelle più nobili case di Firenze, quando fu assassinato il 6 di gennajo del 1537, da un uomo che aveva saputo guadagnarsi la sua confidenza. Era costui Lorenzino de' Medici, suo cugino, primogenito del ramo cadetto di questa casa, e quegli stesso che il rescritto imperiale chiamava successore di Alessandro, qualora questi mancasse senza figli. Lorenzino, assai più stimato pel suo raro ingegno e pel suo gusto pelle lettere che pei suoi costumi o pel suo carattere, era vissuto ne' piaceri, ed aveva servito da vile adulatore il duca Alessandro ne' di lui impudici amori. Lo aveva ajutato a sedurre parecchie nobili donne, e spesso prestava la propria casa attigua a quella del duca, in Via larga, pel loro abboccamento. Gli promise di condurgli la consorte stessa di Lionardo Ginori, sorella di sua propria madre, ma di questa assai più giovane. La bellezza della dama aveva già da lungo tempo ferito il duca, fin allora respinto dalle di lei virtù. Dopo cena lo stesso giorno dell'Epifania, in cui comincia il carnovale, Lorenzino avvisò il duca, che, se voleva trovarsi in sua casa affatto solo, e mantenendo il più profondo segreto, vi troverebbe sua zia Catarina Ginori. Alessandro accettò l'abboccamento, allontanò tutte le sue guardie, si tolse di vista a tutti coloro che potevano osservarlo, ed entrò senza che veruno lo vedesse nella casa di Lorenzino. Trovavasi affaticato, e voleva riposare; ma prima di gettarsi sul letto, si discinse la spada, e Lorenzino prendendola dalle sue mani per attaccarla alla spalliera del letto, fece passare il cinturone intorno all'elsa in maniera che non fosse facile il poterla sguainare. Uscì in appresso, dicendogli di riposarsi intanto ch'egli andava in cerca della zia, e lo chiuse sotto chiave. Tornò un istante dopo con un sicario, chiamato per soprannome Scoronconcolo, ch'egli aveva preventivamente appostato, dicendogli di volersi servire di lui per disfarsi di un ragguardevole personaggio di corte, che non nominò; conciossiachè Lorenzino era giunto fino all'estremo momento dell'esecuzione senza manifestare a veruno il proprio segreto.
Entrando pel primo nella camera, Lorenzino disse al duca: Signore, dormite? e nello stesso tempo lo passò da banda a banda con una spada corta che teneva in mano. Alessandro, quantunque mortalmente ferito, tentò di lottare contro il suo uccisore; ma Lorenzino, per impedirgli di gridare, nell'atto di dirgli, signore, non abbiate paura, gli cacciò due dita in bocca. Alessandro lo morse con quanto aveva di forza, rotolandosi sul letto con Lorenzino, che teneva strettamente abbracciato. Scoronconcolo, non potendo ferire l'uno senza pericolo di ferire anche l'altro, cercava di giugnere Alessandro tra le gambe di Lorenzino, mentre si dibattevano; ma tutti i suoi colpi si perdevano ne' materassi. All'ultimo si ricordò di avere un coltello in tasca, e cacciandolo nella gola del duca, lo uccise[117].
Lorenzino era ben sicuro che per quanto si gridasse nel suo appartamento, niuno si accosterebbe a chiederne la cagione, essendo i suoi servitori a ciò accostumati. Niuno sapeva il suo segreto; egli aveva più ore di vantaggio, nelle quali non sarebbe da chicchessia fatta inchiesta del duca, nè avvertita la di lui mancanza; ora d'altro più non si trattava che di raccogliere i frutti della congiura da lui condotta a fine con tanta destrezza e così segretamente. Ma Lorenzino colla precedente sua vita aveva eccitata la diffidenza di tutte le persone dabbene; non aveva amici cui chiedere consiglio o assistenza; non aveva partigiani; non aveva mai dato indizio di quello zelo di libertà che affettò in appresso, e che forse non era che un mascherato eroismo. Sebbene fosse il primo de' Medici nella linea della successione, niuno a lui pensava, o perchè non dubitavasi che Alessandro, giovane vigoroso e di fresco ammogliato, non dovesse aver prole, o perchè non risguardavasi lo stato monarchico come abbastanza solidamente stabilito per supporre che la successione fosse per passare in un ramo lontano. Egli era agitato dall'azione commessa, dal timore di Scoronconcolo suo complice, e forse ancora dal dolore cagionatogli dalla sua mano violentemente morsicata da Alessandro. Altronde egli suppose distrutto il presente governo dalla morte del tiranno, il quale non aveva figliuoli, nè fratelli pronti a succedergli; egli stesso era il più prossimo erede, e non poteva nemmeno prevedere a qual persona il partito de' Medici potesse deferire l'autorità monarchica. Ad altro adunque più non pensò che a porsi egli stesso in salvo pei primi momenti di effervescenza, ed a riunire gli emigrati che dovevano raccogliere il frutto del suo ardire. Chiuse la porta della sua camera, e ne portò seco la chiave; poi, facendosi dare un ordine perchè gli si aprissero le porte della città e gli si somministrassero cavalli di posta, sotto pretesto che aveva avuto avviso della malattia di suo fratello in villa, partì subito alla volta di Bologna, e di là per Venezia con Scoronconcolo[118].
Lorenzino raccontò a Salvestro Aldobrandini a Bologna, ed a Filippo Strozzi a Venezia, d'avere dato morte al tiranno. Il primo non volle credergli, l'altro rimase lungamente incerto, ed all'ultimo, dandogli fede, lo chiamò il Bruto di Firenze, e gli promise che i due suoi figliuoli sposerebbero le due sorelle di Lorenzino. Ad ogni modo la dissimulazione del nuovo Bruto, che venne in allora celebrato dai poeti e dagli oratori di tutta l'Italia, non ebbe i felici risultamenti di quella del primo. Il senato, ch'era stato creato per secondare Alessandro, non aveva verun motivo di essere contento del governo del duca; ma quanto più violenta e crudele era stata la rivoluzione che lo aveva stabilito, tanto più coloro che vi avevano contribuito temevano il ritorno e le vendette degli emigrati. Il cardinale Cibo, principale ministro d'Alessandro, fu il primo ad essere informato che il duca non si trovava nel suo appartamento, che quella notte non si era veduto tornare, e che non sapevasi dove si trovasse. La subita partenza di Lorenzino, della quale ebbe poco dopo notizia, gli fece sospettare l'accaduto; ma sebbene il popolo fosse disarmato e spaventato dalla fortezza eretta dal duca, nutriva tanto odio verso i Medici e verso tutti i loto agenti, che si doveva temere una sollevazione nell'istante che sarebbe pubblicata la morte del duca. Il cardinale Cibo fece dire a tutti i cortigiani che venivano a palazzo, che il duca riposava ancora, perchè aveva vegliato tutta la notte. Nello stesso tempo mandò un corriere ad Alessandro Vitelli, comandante della guardia, per affrettarlo a tornare all'istante con tutti i soldati che potrebbe adunare, perciocchè Lorenzino aveva scelta per l'esecuzione del suo progetto la circostanza in cui il Vitelli erasi recato a città di Castello. Il Cibo fece pure avvisare tutti i comandanti di piazza, tutti i capitani d'ordinanza, di tenersi pronti; e non fu che nella notte del 7 all'8 gennajo, ch'egli ebbe coraggio di far aprire col più profondo segreto l'appartamento di Lorenzino, ove trovò il duca giacente nel proprio sangue[119].
Lorenzino de' Medici aveva bensì fatto dare notizia della morte del duca ad alcuni patriotti fiorentini; ma o questi non l'avevano creduta, o non avevano osato promulgare un così pericoloso segreto. Quando finalmente cominciava questo segreto a divulgarsi tra il popolo, si vide giugnere in poste Alessandro Vitelli, il lunedì mattina, 8 di gennajo, e tutti i luoghi forti della città, ed i capi strada principali, munirsi di soldati e di artiglieria. La difficoltà di tirare vantaggio da un avvenimento di cui tutti si rallegravano, ma di cui veruno non osava per anco tenersi sicuro, andava di mano in mano crescendo. Frattanto i quarantotto senatori si adunarono nel palazzo de' Medici sotto la presidenza del cardinale Cibo. Uno di loro, Domenico Canigiani, propose di deferire la dignità a Giulio, figlio naturale, ancora nell'infanzia, di Alessandro; Francesco Guicciardini propose per capo della repubblica Cosimo, figlio di Giovanni, l'illustre capitano delle bande nere. Questo giovinetto, ignorando ciò che accadeva, trovavasi in allora nella sua villa di Trebbio in Mugello, lontana quindici miglia da Firenze. Ma Palla Rucellai si oppose sdegnosamente a queste due proposizioni. Poichè la provvidenza, disse egli, ci ha liberati da un odioso tiranno, consolidiamo questa libertà che il cielo ci accorda, e rendiamo alla repubblica l'antica sua costituzione: soprattutto non adottiamo veruna risoluzione, mentre tanti nobili cittadini esiliati o emigrati, i quali hanno i medesimi diritti di noi alla sorte della patria comune, si trovano lontani[120].
La maggior parte de' senatori stavano per l'opinione del Rucellai, ma tremavano tuttavia innanzi ai quattro uomini che avevano avuta la maggiore influenza nell'ultimo governo; e questi, cioè Francesco Vettori, il Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi, credevano di non potersi con altro mezzo salvare dall'odio dei loro concittadini, che innalzando un nuovo principe in luogo di quello ch'era perito. Rappresentarono ai senatori tuttociò che l'oligarchia aveva a temere dall'indignazione del popolo, e dalle vendette degli emigrati; e non potendo condurli ad una più precisa risoluzione, li persuasero almeno a deferire per tre giorni piena autorità al cardinale Cibo, il quale, essendo figliuolo di una sorella di Leon X, poteva essere risguardato quale rappresentante della casa de' Medici, sebbene non fosse fiorentino[121].
Ma questa risoluzione non bastava a contentare il Guicciardini ed i suoi compagni: sapevano essi che la fazione repubblicana teneva dal canto suo segrete adunanze, pensavano che una più lunga irrisoluzione poteva ruinare la loro fazione, e tennero di notte un segreto comitato, cui furono presenti, oltre i quattro capi del partito, il cardinale Cibo, Alessandro Vitelli, comandante della guardia, ed il giovane Cosimo de' Medici, che sollecitamente era giunto da Trebbio per cogliere l'occasione che gli veniva dalla fortuna offerta. Convennero di adunare nuovamente all'indomani mattina il senato, e di persuaderlo ad eleggere Cosimo de' Medici non in qualità di duca, ma come capo e governatore della repubblica fiorentina, con limitati poteri, adoperando, ove il bisogno lo richiedesse, la forza per affrettare la risoluzione de' senatori. Infatti, mentre questi, il martedì 9 di gennajo del 1537, tenevansi ancora titubanti di accettare e sanzionare le condizioni che Francesco Guicciardini aveva scritte, Alessandro Vitelli, che aveva fatta empire tutta la strada di soldati, fece risuonare le grida di viva il duca ed i Medici! e avvisò i senatori di affrettarsi, perchè più non si potevano contenere i soldati. In tal guisa si risolse in senato l'elezione di Cosimo I con grande maggiorità di voti[122].
Cosimo de' Medici, figliuolo di Giovanni, che era egli medesimo pronipote di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo, aveva concetto di lentezza e di timidità. Il Guicciardini, che aveva avuta la principale parte nell'elezione di lui, tenevasi sicuro di governare questo giovane privo di esperienza, e che supponeva non avere inclinazione che per la caccia e per la pesca. Aveva fatto ristringere a dodici mila scudi il trattamento annuale del duca, mentre credevasi diventato egli stesso il vero sovrano di Firenze. Ma niun giovane più di Cosimo de' Medici seppe ingannare l'universale aspettazione: sotto il suo contegno taciturno e riservato nascondeva la più sospettosa gelosia del potere, la più smisurata ambizione, la più profonda dissimulazione; colui che tutti speravano di governare, non ebbe confidenti, e non volle ricevere consiglj da veruno[123].
I tre cardinali fiorentini, Salviati, Ridolfi e Gaddi, quand'ebbero avviso di quest'elezione, partirono subito da Roma alla volta di Firenze con due mila uomini di truppe levate a loro spese. Bartolomeo Valori, che aveva abbandonato il duca Alessandro nel suo ritorno da Napoli, e che dopo tale epoca erasi associato agli emigrati, accompagnò i cardinali con moltissimi fuorusciti. Dal canto suo Filippo Strozzi erasi da Venezia recato a Bologna, e vi assoldava truppe. Il più piccolo attacco poteva bastare a rovesciare il nuovo governo; ma perchè i figliuoli dello Strozzi avevano preso servizio in Francia, e perchè gli emigrati speravano di già ajuti da questa corona, i generali dell'imperatore si affrettarono di dare assistenza a Cosimo, facendo passare in Toscana due mila Spagnuoli in allora sbarcati a Lerici. Frattanto il duca di Firenze aveva dirette ai cardinali le più rispettose proteste coll'invito di rientrare senz'armi nella loro patria, accertandoli del suo desiderio di uniformarsi in ogni cosa alle loro volontà. Il cardinale Salviati, riconosciuto dagli altri prelati e da tutti gli emigrati per loro capo, era fratello della madre di Cosimo; e questa stretta parentela pareva che dovesse agevolare le negoziazioni. Gli emigrati acconsentirono a licenziare le loro truppe; entrarono in Firenze con doppio salvacondotto di Cosimo de' Medici e di Alessandro Vitelli; ma non tardarono ad accorgersi di essere stati ingannati, perciocchè le truppe spagnuole, che, secondo le promesse di Cosimo, dovevano essere rimandate nello stesso tempo che le loro, si andavano invece sempre più avvicinando a Firenze, che la cittadella era stata occupata per sorpresa da Alessandro Vitelli ed era guardata a nome dell'imperatore, che non si accordavano loro le condizioni che si erano fatte loro sperare, finalmente che il Vitelli cominciava a farli minacciare da' suoi soldati: perciò tutti si ritirarono di bel nuovo precipitosamente il 1.º di febbrajo dopo la breve dimora in Firenze di nove giorni. E perchè il cardinale Salviati, credendo di non avere che temere da suo nipote, era rimasto in città dopo di loro, Alessandro Vitelli fece circondare la di lui casa da' suoi soldati, e minacciandolo di farlo tagliare a pezzi, lo costrinse a fuggire[124].
L'imprudenza ed i replicati falli di coloro che gli emigrati avevano riconosciuti per loro capi, perchè erano i soli del partito che fossero abbastanza ricchi per fare la guerra col loro privato peculio, contribuivano a consolidare il governo di Cosimo I. Cotale governo acquistò maggiore stabilità per la venuta di Ferdinando di Silva, conte di Sifonte, ambasciatore dell'imperatore, il quale in un'adunanza del senato del 21 giugno produsse una bolla imperiale del 28 di febbrajo, colla quale Cosimo de' Medici veniva dichiarato legittimo successore di Alessandro nel principato di Firenze, mentre che Lorenzino, il fratello di lui, e tutti i discendenti di Pier Francesco, venivano per sempre privati del loro diritto all'eredità a motivo dell'uccisione dell'ultimo principe. Vero è che questa sentenza attaccava crudelmente l'indipendenza dello stato fiorentino, ed era inoltre accompagnata da condizioni ancora più contrarie agli antichi diritti della repubblica. Le fortezze di Firenze e di Livorno ricevettero guarnigione imperiale, e non furono restituite al sovrano della Toscana che nel 1543[125].
Non però per questo gli emigrati avevano deposta la speranza di rovesciare colla forza il governo di Cosimo I. Dopo essere rimasti perdenti colle truppe assoldate a loro spese, ricorsero all'assistenza della Francia. Era scoppiata la guerra tra Carlo V e Francesco I, senza che le armate dell'ultimo avessero potuto penetrare al di qua del Piemonte. Ma il conte della Mirandola si era conservato sotto la protezione della Francia; aveva aperta ai Francesi la sua fortezza, e questi tentavano tuttavia di ricuperare presso gli stati d'Italia quell'opinione di cui avevano goduto nell'ultima guerra. Perciò alla Mirandola col danaro di Francesco I e con quello di Filippo Strozzi gli emigrati assoldarono in principio di luglio quattro mila fanti e trecento cavalli sotto gli ordini di Pietro Strozzi, primogenito di Filippo, di Bernardo Salviati, priore di Roma e di Capino di Mantova[126].
Tutta la provincia di Pistoja era in aperta insurrezione; le antiche fazioni de' Panciatichi e de' Cancellieri avevano ricominciato ad attaccarsi con furore. Uno de' capi de' Panciatichi, Niccolò Bracciolini, offrì a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoja, che dipendeva quasi totalmente da lui; egli lo tradiva ed era fin allora d'accordo con Alessandro Vitelli; pure riuscì ad ispirare tanta confidenza agli emigrati, che Filippo Strozzi, che fino a tale punto aveva dato prove di singolare prudenza, Bartolomeo Valori e quasi tutti gli altri capi della fazione, risolsero di entrare in Toscana in sul finire di luglio del 1537, sotto la protezione di alcune compagnie di cavalleria; essi s'innoltrarono fino a Montemurlo, castello posto in vantaggiosa posizione, alle falde degli Appennini, tra Pistoja e Prato, mentre che Capino ed il Salviati venivano più lentamente dalla Mirandola per raggiugnerli[127].
Tutti gli emigrati fiorentini avevano raggiunta l'armata di Pietro Strozzi e del priore di Roma, e tutti gli scolari fiorentini delle università di Padova e di Bologna eransi fatto un dovere di venire a combattere per la libertà. Dal canto suo Cosimo de' Medici aveva al suo servigio un grosso corpo di veterani spagnuoli e tedeschi, che l'imperatore gli aveva dati per mantenere la di lui autorità, ma più ancora per assicurarsi della di lui ubbidienza. Aveva inoltre sufficienti truppe italiane per farsi rispettare; pure affettò la più viva inquietudine, richiamò in città tutte le sue truppe spagnuole, e non prese che misure difensive. Con questo simulato terrore ingannò tanto bene gli emigrati, che Filippo Strozzi, Bartolomeo Valori e gli altri ch'erano meno accostumati alle fatiche della guerra, andarono ad alloggiarsi come in piena pace nella casa dei Nerli a Montemurlo, che in addietro aveva servito di rocca, ma che ora non ne conservava che il nome; mentre che Pietro Strozzi con poche centinaja d'uomini stava a piè del colle, e che l'armata, trattenuta da dirotte piogge, trovavasi tuttavia distante quattro miglia[128].
Cosimo de' Medici approfittò accortamente della confidenza che aveva saputo ispirare a' suoi nemici: nella notte del 31 di luglio fece uscire tutta la sua armata sotto gli ordini di Alessandro Vitelli, e la mandò senza far alto a Montemurlo. Pietro Strozzi aveva divisa la piccola sua truppa per tendere un'imboscata ad un debole corpo di cavalleria, col quale si era battuto nel precedente giorno. Sandrino Filicaja, che aveva il comando de' soldati appiattati, sorpreso di vedersi passare innanzi un'intera armata invece di uno squadrone, non uscì d'aguato, e non potè prevenire Pietro Strozzi; questi fu sorpreso nel suo quartiere, la sua truppa sgominata, ed egli medesimo fatto prigioniere, ma senz'essere conosciuto; onde trovò in appresso il modo di fuggire, attraversando a nuoto un piccolo fiume[129].
Quando si raccontò a Filippo Strozzi che suo figliuolo era stato ucciso o fatto prigioniere, egli si smarrì, e sebbene fosse ancora in tempo di salvarsi, aspettò di essere attaccato da Alessandro Vitelli. Questi, giunto sotto l'antica rocca di Montemurlo, che gli emigrati avevano barricata alla meglio, la fece attaccare ed appiccare il fuoco alla porta. Dopo una sanguinosa pugna, che durò più di due ore, gli assalitori penetrarono da ogni banda nella fortezza, e gli emigrati si diedero prigionieri ai soldati, italiani o spagnuoli, ch'erano i primi ad arrestarli. Per tal modo Filippo Strozzi, che fin allora era stato creduto il più felice privato cittadino d'Italia, siccom'era ancora il più ricco, si arrese allo stesso Vitelli. Avendo questi avviso che l'armata di Capino e del priore Salviati avvicinavasi, ed era di già arrivata a Fabbrica, poco distante da Montemurlo, egli non volle aspettarla ed esporre all'incertezza d'una nuova pugna i molti prigionieri che aveva fatti. Rientrò in Firenze il primo giorno d'agosto colla sua vittoriosa truppa, conducendo prigionieri nella loro patria per lo meno un individuo di ognuna delle illustri famiglie dell'antica repubblica; mentre che l'armata degli emigrati, informata della sventura de' suoi capi, si ritirava a precipizio oltre gli Appennini[130].
Era Cosimo persuaso che non sarebbe mai sicuro del suo potere finchè non avesse distrutti tutti coloro che amavano la loro patria, e che vi avevano qualche considerazione. Ma sebbene tutti i suoi nemici fossero prigionieri della sua armata, non poteva ancora disporre della loro sorte; perciocchè, essendosi essi arresi in una battaglia ai soldati come prigionieri di guerra, erano diventati proprietà di coloro che gli avevano presi. Cosimo incaricò il supremo tribunale di balìa di entrare in trattato coi soldati per acquistare da loro i proscritti, e di sorpassare le taglie che le loro famiglie sarebbero disposte a dare. Il dispotismo avvilisce talmente coloro cui confida le sue dignità, che i giudici e i magistrati accettarono questa vergognosa incumbenza. La più parte de' soldati spagnuoli ricusarono di trattare con loro; ma gl'Italiani furono meno delicati, ed appunto tra le loro mani si trovavano i più illustri prigionieri[131].
Cosimo I aveva voluto vedere tutti i prigionieri nello stesso giorno in cui erano entrati in Firenze, ed aveva seco loro parlato con apparente moderazione; pure all'indomani il tribunale degli otto, avendone riscattati alcuni dai soldati, li fece porre alla tortura, ed in appresso decapitare sulla piazza della signoria. Nello spazio di quattro giorni ne perirono in tal modo quattro al giorno, ed era il duca intenzionato di continuare lungamente; ma, intimidito dai clamori del popolo, egli spedì gli altri, tra i quali trovavasi Niccolò Macchiavelli, figliuolo dello storico, nelle carceri di Pisa, di Livorno, di Volterra, ove perirono in breve. I prigionieri più illustri, cioè Bartolomeo Valori, Filippo suo figlio, ed un altro Filippo suo nipote, Anton Francesco Albizzi ed Alessandro Rondinelli, vennero riservati a morire il 20 d'agosto, anniversario del giorno in cui lo stesso Valori aveva, sett'anni prima, adunato il parlamento, violata la capitolazione di Firenze, ed assoggettata la sua patria alla tirannia di quegli stessi Medici, che lo ricompensavano a quel modo che i tiranni sogliono ricompensare chi li serve. Prima del supplicio vennero tutti cinque posti alla tortura, ed il duca, per seminare sospetti in tutto il partito degli emigrati, si fece carico di pubblicare che le loro deposizioni svelavano una privata ambizione e personali progetti, che ognuno di loro nascondeva sotto la maschera del patriottismo e dell'amore di libertà[132].
Filippo Strozzi era tuttavia prigioniero di Alessandro Vitelli; e questo generale aveva avuta l'antiveggenza di chiuderlo nella fortezza di cui era padrone, trattandolo colà con molti riguardi. Ricusava di consegnarlo a Cosimo, prometteva d'interporsi presso l'imperatore per la liberazione di lui, e con tali mezzi riusciva ad estorcere dal suo prigioniere ragguardevoli somme. Filippo Strozzi, sposo di Clarice de' Medici, nipote del magnifico Lorenzo, aveva contribuito al ritorno dei Medici nel 1530; aveva prestato danaro al duca Alessandro per fabbricare quella stessa rocca, ove si trovava chiuso, e non aveva abbandonato il partito di lui, che dopo avere provato come ogni grandezza, ogni vantaggiosa opinione, ogni indipendenza di fortuna, riuscivano sospette ad un assoluto padrone. L'immensa sua ricchezza non era la sola circostanza che richiamava sopra di lui gli sguardi dell'Europa; egli era rinomato pel suo sapere, pel suo gusto in fatto di arti e di letteratura, pel suo cortese contegno, per la generosità del suo carattere. Aveva date prove di quest'ultima coll'accoglimento che aveva fatto a tutta la famiglia di Lorenzino de' Medici, scacciata da Firenze e spogliata d'ogni avere. Aveva ricevuti la madre ed il fratello in propria casa, ed aveva maritate le due sorelle ai due suoi figliuoli, senz'altra dote che quella di appartenere al Bruto fiorentino[133].
Per qualche tempo Carlo V difese Filippo Strozzi contro la vendetta di Cosimo; all'ultimo, vinto dalle reiterate istanze del duca, acconsentì nel 1538, che questo illustre cittadino fosse posto alla tortura, ed in appresso mandato al supplicio; ma nello stesso giorno in cui giugneva a Firenze l'assenso dell'imperatore, ne fu dato avviso a Filippo Strozzi, il quale, temendo che il dolore lo riducesse ad accusare i suoi amici, si tagliò egli stesso la gola, dopo avere scritto sul muro della sua prigione quel verso di Virgilio: Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor! cui parve conformarsi l'intera vita di suo figlio Pietro, in appresso maresciallo di Francia[134].
Lorenzino de' Medici non si trovava cogli emigrati che s'innoltrarono fino a Montemurlo contro Cosimo: egli non ignorava d'essere nello stesso tempo perseguitato dal duca di Firenze e dall'imperatore, e che la sua vita era dovunque in pericolo. Perciò da Venezia, dove si era da principio riparato, passò in Turchia; di là tornò in Francia, ma non facendosi conoscere, e stando sempre in guardia contro le insidie; poi ritornò a Venezia, ove all'ultimo fu assassinato, nel 1547 col suo zio Soderini, per ordine di Cosimo[135].
Il nuovo duca di Firenze non si era per anco liberato che dai suoi nemici; ma non erano costoro ch'egli più temesse o più odiasse. Sapeva che mentre una repubblica non ha ragioni di temere coloro che l'hanno istituita o salvata, un tiranno può compensare i servigj, ma perdonare i beneficj non mai. Andrea Doria poteva tutto ripromettersi dall'amore e dalla riconoscenza de' Genovesi, ma Cosimo doveva sempre paventare coloro che avevano contribuito a collocarlo sul trono. E siccome questi non potevano essere persuasi d'avere fatta una buona azione, così non potevano in sè medesimi trovare la costanza di mantenerla. Cosimo colla battaglia di Montemurlo e col patibolo erasi di già liberato dalla maggior parte di coloro che nel 1530 avevano chiamata la casa de' Medici alla sovranità di Firenze; ma egli temeva inoltre coloro che direttamente gli avevano trasmessa l'eredità di Alessandro, e che credevano con tale segnalato beneficio d'avere acquistati diritti alla sua gratitudine; questa rivoluzione era stata l'opera del cardinale Cibo, di Alessandro Vitelli e di quattro Fiorentini, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi; onde egli pensò a disfarsi a poco a poco ancora di questa gente.
Il cardinale Cibo si era presa la cura di educare i figli naturali di Alessandro. Scoprì, o credette di scoprire, che uno speziale, chiamato Biagio, era stato sedotto dai ministri del duca per avvelenare Giulio, il maggiore di que' fanciulli, e quello stesso ch'era stato a bella prima proposto per successore ad Alessandro. Egli ne fece lagnanza, e Cosimo si dolse ancora più altamente col cardinale di un'accusa, com'egli diceva, affatto calunniosa, tanto lo minacciò che lo costrinse a ritirarsi a Massa di Carrara presso la marchesa sua cognata[136].
Alessandro Vitelli aveva forzato il senato ad eleggere Cosimo col terrore de' suoi soldati, ed aveva in appresso consolidato il di lui trono colle vittorie. Vero è che se n'era fatto ampiamente pagare; che aveva ammassati grandissimi tesori in occasione delle rivoluzioni di Firenze; e che, quantunque bastardo della sua casa, era più ricco che i capi della linea legittima. Si era inoltre impadronito per sorpresa della fortezza di Firenze, e ne aveva dato il possesso all'imperatore piuttosto che a Cosimo. Questi si adoperò molto tempo invano per iscreditare il Vitelli presso l'imperatore; finalmente ottenne nel 1538 che gli fosse dato per successore don Giovanni de Luna nel comando della fortezza di Firenze, e ch'egli fosse allontanato da questa città[137].
I quattro senatori fiorentini che avevano innalzato Cosimo sul trono, sentivansi ad un tempo esposti al disprezzo ed all'odio dei loro compatriotti, ed alla gelosa diffidenza del tiranno, che li teneva lontani da tutti gli affari: costoro, abbandonati ai loro rimorsi, non tardarono a cadere vittime del loro pentimento. Francesco Vettori più non uscì dalla sua casa dopo la morte di Filippo Strozzi, con cui aveva avuta la più stretta famigliarità, per essere portato al sepolcro. Il Guicciardini ritirossi colmo di dolore nella sua villa, ove morì nel 1540 non senza sospetto di veleno. Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi lo seguirono in breve. Maria Salviati, madre di Cosimo, morì nel 1543. Francesco Campana, intimo di lui segretario, che aveva avuta grandissima parte nella di lui elezione, morì pure disgraziato; ed in allora Cosimo sentì finalmente che non aveva più amici e che cominciava a regnare[138].
Le scintille di libertà, che rimanevano tuttavia disperse in Italia, si andavano n poco a poco spegnendo. Negli stati del papa Ancona aveva conservata un'amministrazione repubblicana ed indipendente fino al mese d'agosto del 1532: essa godeva senza strepito di questa libertà, quando Clemente VII fece avvisati i magistrati di questa piccola città, che una flotta di Solimano, entrata nell'Adriatico, apparecchiavasi ad attaccarla; ed in pari tempo gli offrì l'ajuto di una piccola armata sotto gli ordini di Luigi Gonzaga. Gli Anconitani accolsero senza diffidenza le truppe del papa; ma queste, avendo occupati le porte, arrestarono tutti i magistrati, tagliarono la testa a sei di loro, disarmarono tutti i cittadini, fabbricarono una rocca sul monte San Ciriaco, e privarono la città di tutti gli antichi suoi privilegj[139].
La repubblica d'Arezzo, che era risorta in tempo dell'assedio di Firenze, non aveva durato lungamente. Dopo avere nudrita l'armata imperiale per tutto il tempo che Firenze si difese, dopo avere fatti i più grandi sagrificj, questa città fu ancor essa attaccata dai suoi vittoriosi alleati, ed il 10 ottobre del 1530 venne forzata a ritornare sotto il dominio dei Fiorentini[140]. Il conte Rosso di Bevignano, che aveva avuta tanta parte nella sollevazione d'Arezzo contro la repubblica fiorentina, e che così vigorosamente aveva assistiti Clemente VII ed i Medici, venne arrestato nello stato pontificio, dato nelle mani del duca Alessandro ed appiccato[141]. Cosimo I fece rifabbricare una rocca in Arezzo nel 1538, ed un'altra in Pistoja; fece disarmare gli abitanti delle due città, e si assicurò in tale maniera della loro sommissione[142].
La repubblica di Lucca tentava l'ambizione del nuovo duca di Firenze; egli la costrinse ad uscire dalla sua oscurità, approfittando di tutte le occasioni di offendere il di lei governo per trarla in una guerra che sperava di potere terminare colla conquista di quel piccolo stato. Si esercitarono più volte degli atti ostili tra i villani dei due dominj; e la gelosia e l'odio di vicinato scoppiarono tra di loro con un carattere che mai non avevano avuto fin ch'era durata la repubblica fiorentina. Ma i Lucchesi, conoscendo la loro debolezza, avevano riposta ogni speranza nella protezione dell'imperatore. Comperavano con ragguardevoli somme di danaro difensori nel di lui consiglio, ed in tal guisa evitarono un attacco cui probabilmente avrebbero dovuto soggiacere[143].
Furono più fortunati i progetti di Cosimo I sopra la repubblica di Siena. La prudenza, la dissimulazione e la costanza del duca trionfarono di una città indebolita da una lunga anarchia, e più ancora dalla contraria fortuna de' Francesi, che, strascinando la repubblica di Siena nel loro partito, la ruinarono coi medesimi loro soccorsi, come avevano già ruinati i Fiorentini abbandonandoli.
Sebbene la repubblica di Siena fosse da gran tempo attaccata alla parte imperiale, il trattato di Cambrai le aveva fatto, come a tutti gli altri stati dell'Italia, perdere la sua indipendenza. Carlo V la lasciava in preda senza rammarico a tutti gl'inconvenienti dell'anarchia, purch'ella gli desse una sufficiente guarenzia del costante suo attaccamento al partito imperiale. Altronde la corte, per via di quell'inclinazione naturale ai principi, ai cortigiani ed ai ministri, riservava all'aristocrazia sola tutti i suoi favori; e la repubblica di Siena, invece d'essere agitata, come nel precedente secolo, dalle tumultuose passioni del popolo, lo era allora dalle contese non meno sanguinose che violente delle grandi famiglie.
Il duca d'Amalfi, Alfonso Piccolomini, discendente da un nipote di Pio II, era stato prescelto mediante l'influenza dell'imperatore, in maggio del 1538, per capo della repubblica di Siena[144]. D'allora in poi era stato il principale agente di Carlo V presso di questo stato; ma perchè era egli medesimo poco capace di governare, erasi totalmente abbandonato ai consiglj di Giulio Salvi e de' sei fratelli di costui, la di cui famiglia si era sollevata ad un cotal grado di potenza e di arroganza, che sprezzava tutte le leggi ed assoggettava alla sua tirannide le sostanze, le mogli e le figlie dei cittadini. I Sienesi portarono le loro lagnanze all'imperatore, che ritornava dalla sua spedizione di Algeri; e Cosimo de' Medici diede a queste maggior peso, denunciando a Carlo V un supposto trattato, ch'egli pretendeva d'avere scoperto tra Giulio Salvi ed il signore di Montluc, in allora segretario d'ambasciata a Roma pel re di Francia. Lo scopo di questo trattato doveva essere quello di dare Porto Ercole in mano de' Francesi, di que' tempi in procinto di ricominciare la guerra contro l'imperatore, d'introdurli da quel porto in Toscana, di attaccare la repubblica di Siena alla loro alleanza, e di dar loro il mezzo in tal modo d'influire nuovamente negli affari d'Italia[145].
Infatti i Francesi cercavano avidamente l'occasione di rinnovare qualche negoziazione coll'Italia, e di ricuperarvi qualche considerazione; e l'imperatore si adoperava con egual zelo a precludere loro ogni comunicazione con que' piccoli stati. Carlo V incaricò il Granvella di riformare il governo di Siena; questi recossi in questa città colla guardia tedesca di Cosimo de' Medici; ed affidò la sovranità ad una balìa, o stretta oligarchia di quaranta membri, trentadue dei quali vennero nominati dai diversi Monti, ossia ordini de' cittadini, ed otto dallo stesso Granvella. La presidenza de' tribunali fu riservata ad un suddito dell'imperatore, da nominarsi ogni tre anni dal senato di Milano o da quello di Napoli. Tale era la libertà che Carlo V lasciava alle repubbliche sue più antiche alleate, quando acconsentiva di proteggerle[146].
Siena era scontenta assai di questa nuova costituzione, e senza le truppe che Cosimo I aveva ai confini, questa repubblica non avrebbe tardato ad iscuotere il giogo[147]. Nella guerra che si era riaccesa tra la Francia e l'impero, Pietro Strozzi e suo fratello Leone, priore di Capoa, sempre meditando di vendicare il loro padre Filippo e di rovesciare dal suo trono Cosimo I, cercavano una piazza d'armi in Toscana, ove potere unire i soldati che loro dava la Francia ai malcontenti sempre apparecchiati ad assecondarli. Lo stato di Siena sembrava loro eminentemente opportuno a ricevere i loro sbarchi; e perchè Francesco I aveva fatto contro Carlo V alleanza coll'impero turco, e che la flotta francese si univa tutti gli anni a quella del famoso Barbarossa, queste due flotte unite attaccarono più volte i porti dello stato sienese, ed all'ultimo il Barbarossa occupò nel 1544 Telamone e Port'Ercole, ed assediò pure Orbitello che gli fece resistenza. I Sienesi erano atterriti, vedendo i Turchi sbarcare sulle loro coste; pure loro riuscivano ancora più sospetti gli ajuti offerti da Cosimo I. Un tale stato di alterni sospetti e pericoli si protrasse fino al trattato di Crespi, del 18 settembre 1544, col quale per poco tempo si ristabilì la pace tra la Francia e l'impero[148].
Dopo la pace don Giovanni de Luna continuò a tenere a Siena una piccola guarnigione spagnuola sotto colore di mantenere l'ordine in città, ma infatto per mantenerla dipendente dal partito imperiale. Carlo V però mai non mandava danaro ai suoi soldati, ed in tempo di pace lasciava che vivessero a discrezione nelle province suddite o alleate, le quali perciò non soffrivano meno dalla crudele avidità degli Spagnuoli, che non un paese nemico in tempo di guerra[149]. Il malcontento cagionato dalle ruberie degli Spagnuoli era di già arrivato all'estremo, e venne accresciuto dal costante favore che don Giovanni de Luna, d'accordo con Cosimo I, mostrava all'aristocrazia. Volevano questi due che ogni potere fosse concentrato nella nobiltà e nel monte dei nove, che quasi colla nobiltà si confondeva; e mostravano agli altri ordini quel disprezzo che i borghesi soffrivano nelle monarchie. Il popolo, spinto agli ultimi estremi, sollevossi il 6 di febbrajo del 1545; furono uccisi circa trenta gentiluomini, e gli altri cercarono rifugio in palazzo presso don Giovanni de Luna. Cosimo I, che teneva le sue truppe apparecchiate ai confini per approfittare di questo tumulto, cui forse ebbe qualche parte, voleva che don Giovanni le lasciasse entrare in città; ma questi mancò di risoluzione o di antiveggenza; lasciò licenziare la propria guarnigione spagnuola, ed all'ultimo fu costretto ad uscire egli medesimo di Siena il 4 di marzo del 1545 con un centinajo di membri dell'aristocrazia; nello stesso tempo tutto il monte dei nove venne privato d'ogni partecipazione al governo[150].
Mentre che in Toscana omai più non restava orma dell'antica libertà, che tutta l'Italia aveva perduta la sua indipendenza, e che veruna potenza estera pareva in istato di soccorrerla, un gonfaloniere di Lucca formò l'audace disegno di richiamare in vita tutte quelle antiche repubbliche, di unirle con una confederazione, di scuotere il giogo dell'imperatore, in allora trattenuto in Allemagna dalla lega di Smalcalde, di schivare d'assoggettarsi a quello della Francia, e di riconquistare nello stesso tempo l'indipendenza dell'Italia, la libertà politica dei cittadini e la libertà religiosa, di cui ne aveva a Lucca inspirato il desiderio la predicazione della riforma. Francesco Burlamacchi, autore di questo progetto, era uno de' tre commissarj dell'ordinanza ossia milizia del territorio di Lucca. Aveva sotto il suo comando circa mille quattrocento uomini, e poteva portarli a due mila senza dare sospetto. Secondo l'usata pratica di ogni anno, contava di farli passare in rassegna sotto le mura di Lucca, e quando le porte della città si chiuderebbero dopo la rassegna, voleva sotto finto pretesto condurre la sua truppa, a traverso al monte di san Giuliano, a sorprendere Pisa che non aveva guarnigione, ed ove il comandante della rocca era con lui d'accordo; voleva rendere ai Pisani quella libertà per la quale avevano combattuto quarant'anni prima con tanto valore; unirli ai suoi Lucchesi per marciare insieme sopra Firenze, ed approfittare dell'universale malcontento dei popoli, e della sicurezza dei tiranni, per dilatare ovunque la rivoluzione. Un altro corpo di truppe doveva incamminarsi verso Pescia e Pistoja, ove lo spirito di fazione aveva mantenute le abitudini militari. Arezzo che di fresco aveva mostrato il suo attaccamento alle idee repubblicane, Siena che temeva il risentimento dell'imperatore, Perugia che nel 1539 aveva pure cercato di scuotere il giogo del papa[151], Bologna che lo sopportava impazientemente, dovevano entrare nella nuova lega, la quale doveva ad ogni città guarentire la rispettiva libertà e tutti i necessarj mezzi di resistenza. I due fratelli Strozzi avevano promessi trenta mila scudi in effettivo danaro, i soccorsi della Francia, e l'attiva cooperazione degli emigrati fiorentini; ma essi persuasero il Burlamacchi a differire l'esecuzione del suo disegno per aver tempo di conoscere i risultamenti della guerra incominciata dall'imperatore contro i protestanti della Germania: intanto un Lucchese, che i congiurati volevano associarsi, andò a Firenze a darne avviso al duca Cosimo I. Il Burlamacchi era in allora gonfaloniere; e sebbene la sua carica non potesse sottrarlo al gastigo meritato da una tanto ardita impresa, fatta senza l'assenso della sua patria, avrebbe ancora avuto tempo di fuggire quando seppe che il suo disegno era stato rivelato a Cosimo, se le generose cure ch'egli volle avere per alcuni emigrati sienesi che temeva di avere compromessi, e che lo denunciarono ai consiglj di Lucca, non fossero stati, trattenendolo, cagione del di lui arresto. Cosimo I persuase l'imperatore a domandare un prigioniere che aveva voluto sollevare tutta l'Italia. I Lucchesi non ebbero il coraggio di ricusarlo: e il Burlamacchi fu tradotto a Milano, posto alla tortura, poi condannato all'estremo supplicio[152].
La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò, malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati colla sua Storia della guerra di Granata, le sue poesie, ed il suo romanzo di Lazarillo di Tormes, ma che in Italia si rendette detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua perfidia. La guardia spagnuola entrò in Siena il 29 di settembre del 1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il 20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].
Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena una rocca, malgrado la costante ed unanime opposizione di tutte le classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza, era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze; ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando sopraggiunse il pericolo[154].
Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato, prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizione a quello della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel 1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro capo[155].
Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato, scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era sempre quello di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri, non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe di Cosimo in Siena[156].
Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano, sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi, eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando il nome di libertà. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don Giovanni Franzesi, essendo stati gli altri mandati ad Orbitello ed in varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati, e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo, richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3 agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].
Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far penetrare le sue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].
Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così trovandosi liberato da Maurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico, risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui poteva disporre[159].
Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V, che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del vicerè, n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il suo esercito nell'Italia meridionale[162].
Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano, una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo, ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del 1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i nemici del duca[163].
Ad ogni modo Cosimo I era ben lontano dal volere religiosamente osservare il trattato che aveva conchiuso; egli non poteva mantenersi sul trono, a dispetto dell'odio di tutti i suoi sudditi, senza essere spalleggiato da estera potenza; onde gli era impossibile di conservarsi neutrale tra la Francia e l'impero. Al servigio della Francia vedeva ricolmo di onorificenze Pietro Strozzi, figliuolo di quel Filippo ch'era perito nelle sue prigioni. Pietro, favoreggiato dalla regina Catarina de' Medici sua cugina germana, andava non pertanto assai più debitore della sua fortuna al proprio valore ed al singolare suo ingegno; era maresciallo di Francia e luogotenente del re in Italia, e non aveva altro più ardente desiderio che quello di balzare Cosimo I dall'usurpato suo trono. Cosimo non poteva dunque fare a meno di non attaccarsi al contrario partito, e di non assecondare l'imperatore; e benchè fosse stato più volte ingannato dai ministri di Carlo V; benchè fosse stato strascinato in enormi spese per la difesa di Piombino, che poi questo monarca gli aveva ritolto senza verun compenso, dopo averglielo dato; benchè si aspettasse d'avere lo stesso trattamento quando riuscisse a conquistare Siena a proprie spese; risolse nulladimeno di entrare in guerra, di sostenerne tutto il peso, e di prendere in oltre sopra di sè la vergogna di cominciarla con un tradimento[164].
I Sienesi si riposavano tranquillamente sul trattato fatto con Cosimo I, ed improvvidi ad esempio de' Francesi, loro alleati e loro ospiti, non pensavano che a godersi il presente senza apparecchiare i mezzi di difesa per l'avvenire. Intanto Cosimo faceva guardare severamente i suoi confini, onde niuno potesse dare ai Sienesi notizia de' suoi apparecchj; assoldava nuove genti, poneva in movimento le sue milizie e dava ordine ad ogni corpo della sua armata di trovarsi il 26 gennajo del 1554 a Poggibonzi, ultimo castello dello stato fiorentino sulla strada di Siena. Cosimo non prendeva giammai egli stesso il comando delle sue truppe, e nominò supremo comandante di queste Gian Giacomo Medici, o Medichino, da prima conosciuto sotto il nome di castellano di Musso, poi di marchese di Marignano, uomo intraprendente, e non pertanto cauto, perseverante, crudele, e che risguardavasi come uno de' migliori generali dell'imperatore. Nello stesso tempo, per lusingare la di lui vanità, finse Cosimo di trovare tra i Medici di Milano e quelli di Firenze un parentado che mai non aveva esistito[165].
Il 27 gennajo del 1554 il territorio sienese doveva contemporaneamente essere attaccato su tutti i punti; ma le dirotte piogge che caddero la notte sospesero tutti gli attacchi ad eccezione di quello del marchese di Marignano. Essendosi questi partito da Poggibonzi due ore prima di notte con quattro mila fanti e trecento cavaleggieri, arrivò senz'essere conosciuto fino alla porta di Siena, detta Camullia, e prese d'assalto il bastione destinato a difenderla, ch'era stato lasciato in piedi quando il popolo, scacciando gli Spagnuoli, aveva spianata la fortezza eretta da don Diego di Mendoza[166].
Il cardinale di Ferrara, don Ippolito d'Este, che risiedeva in Siena a nome del re di Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze e dalle adulazioni di Cosimo I, e, credendo di non dover nulla temere da lui, passava il tempo in continue feste. Trovavasi al ballo nell'istante in cui fu sorpresa porta Camullia, ed i Sienesi poterono trattenerlo a stento in città quando n'ebbe avviso. Ma siccome questi opposero una vigorosa resistenza al Marignano, e gli vietarono di penetrare in città, il cardinale di Ferrara si rassicurò, e subito dopo Pietro Strozzi, che in allora visitava Grosseto, Massa, Porto Ercole e le altre fortezze della Maremma, rientrò in Siena, e la pose in migliore stato di difesa. Il Marignano credette cosa imprudente l'aprire le sue batterie contro le mura di Siena, coperte di buona artiglieria e difese da numerosa guarnigione, e giudicò più conveniente di bloccare la città. I raccolti del precedente anno erano stati distrutti dalla guerra, e sembrava facile il distruggere altresì quelli dell'anno che cominciava. La città, sorpresa da inaspettato attacco, non aveva potuto fare grandi approvvigionamenti, ed il Marignano, prendendo successivamente i castelli che signoreggiavano tutte le strade che conducono a Siena, lusingavasi d'impedire che vi si recassero vittovaglie da esteri paesi[167].
Le truppe spagnuole e tedesche, che dall'imperatore erano state promesse a Cosimo I, arrivarono le une dopo le altre quando era già cominciata la guerra, e l'armata sotto Siena contò in breve ventiquattro mila fanti e mille cavalieri. Dall'altro canto arrivarono pure a Pietro Strozzi, o per mare, o a traverso allo stato romano truppe francesi o al soldo della Francia; ma queste erano sempre in minor numero che quelle che giugnevano al Marignano, onde questi, a seconda del suo piano di campagna, potè dare principio all'attacco de' castelli del territorio sienese. Il primo che prese fu l'Ajuola, i di cui abitanti si arresero a discrezione dopo averlo valorosamente difeso. Il Marignano li fece appiccare quasi tutti, dichiarando che riservava lo stesso trattamento a tutti coloro che aspetterebbero in una rocca da nulla il primo colpo della sua artiglieria[168]. Ma questa barbarie non ebbe altro risultamento che quello di accrescere gli orrori della guerra; i contadini sienesi con una costanza degna di miglior sorte, mostraronsi sempre irremovibili nella loro fedeltà verso la patria, qualunque si fosse il governo della medesima. Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola opposero la medesima resistenza e provarono lo stesso trattamento. Un generale, che si piccava di bravura e di lealtà, diede ovunque in mano ai carnefici quegli uomini valorosi cui altro non poteva rimproverare che la loro fedeltà ed il loro valore[169].
Dal canto loro i Sienesi ebbero alcuni vantaggi che sostennero la loro costanza. In sul declinare di marzo il Marignano aveva mandato il suo generale di fanteria, Ascanio della Cornia, con Ridolfo Baglioni a Chiusi, che, secondo la promessa di alcuni traditori, doveva essergli consegnato. Ma i traditori, ch'egli credeva di avere sedotti, lo avevano ingannato; Ascanio della Cornia fu fatto prigioniero, il Baglioni fu ucciso, e la loro truppa, che ammontava a più di quattro mila uomini, fu interamente distrutta[170]. Ma Cosimo I si affrettò di somministrare altri fondi per fare nuove leve di soldati e riparare questa perdita. Poi ch'ebbe ricevuti alcuni rinforzi, il Marignano continuò l'assedio e l'incendio delle terre murate dello stato di Siena. Prese successivamente i castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano, Ancajano e Mormoraja. Ogni terra gli costò ostinate pugne, ed ogni terra fu trattata con eguale barbarie; parte degli abitanti fu mandata al supplicio, tutte le messi immature distrutte, e guastate tutte le campagne[171].
Estrema era la desolazione del territorio sienese, gli ajuti della Francia tardi ed insufficienti, e la sorte della guerra che nello stesso tempo trattavasi in Fiandra era contraria ad Enrico II. Nondimeno le speranze dei Sienesi e quelle dello Strozzi venivano ravvivate dall'odio universale che i Fiorentini portavano alla casa de' Medici. Ovunque due Fiorentini si scontrassero, fuori del dominio di Cosimo, essi riconoscevansi tosto per le maledizioni che scagliavano contro il tiranno. Coloro che il commercio aveva adunati a Roma, a Lione, a Parigi, aprivano soscrizioni per mandare danaro a Pietro Strozzi, onde ajutarlo a scuotere il vergognoso giogo che opprimeva la loro patria[172].
Sapendo Pietro Strozzi che si adunavano alla Mirandola alcuni corpi di truppe francesi, egli risolse di aprire loro la strada di Siena. Uscì l'undici di giugno dalla città assediata con circa sei mila uomini[173]; passò l'Arno a Pontedera, e si avanzò, per la macchia di Cerbaia, verso lo stato di Lucca, che poi attraversò. Colà infatti ricevette i promessigli rinforzi di truppe che avevano tenuta la strada di Pontremoli; ma la flotta francese, che nello stesso tempo doveva giugnere a Viareggio, non comparve; essa fu ritardata più di quaranta giorni, ed il priore Strozzi, fratello di Pietro, che stava aspettandola con due galere, fu ucciso presso Scarlino. Due dì dopo la morte del gran priore, Biagio di Montluc, che Enrico II aveva scelto per comandare a Siena, venne a sbarcare a Scarlino con dieci compagnie francesi ed i tedeschi di Giorgio di Ruckrod, che di là passarono a Siena[174].
La spedizione del maresciallo Strozzi più avere non potendo quel successo che egli ne aveva sperato, quando aveva creduto di tener solo la campagna e di assediare Firenze coll'ajuto delle truppe che dovevano essergli condotte dalla flotta, egli ripassò l'Arno colla medesima rapidità e felicità con cui l'aveva guadato la prima volta, e ricondusse la sua armata a Casoli, nello stato di Siena[175].
Non pertanto la spedizione dello Strozzi aveva sparso il terrore in tutti i partigiani del duca in Toscana, e pareva promettere i più felici risultamenti. Il Marignano, che lo aveva seguito con tutta l'armata dell'assedio, soprappreso da panico terrore, erasi ritirato da Pescia verso Pistoja; e già stava in sul punto di abbandonare anche Pistoja come aveva fatto Pescia[176]. La fertile provincia di Val di Nievole si dichiarò pel partito dello Strozzi e della repubblica; i castelli di Monte Catini e di Monte Carlo avevano ricevuto guarnigione francese, e l'ultimo sostenne non molto dopo un assedio di più mesi; finalmente l'allontanamento delle due armate in tempo del raccolto avrebbe dato opportunità agli abitanti di Siena di fare grossi approvvigionamenti di vittovaglie, se avessero saputo approfittarne[177].
Ma quest'anno la terra era stata sterile; altronde la guerra aveva impedito ai contadini di lavorare e di seminare i campi intorno alla città, ed i Sienesi o non fecero abbastanza grandi sagrificj, o non ebbero il tempo necessario ne' quindici giorni che le loro strade furono libere, per importare da più lontane parti i loro approvvigionamenti. Di già si cominciava in città a mancare di viveri; ed i due campi dello Strozzi e del Marignano, ch'erano tornati nello stato di Siena, penuriavano egualmente di vittovaglie. Pareva che il Marignano fosse convinto della sua inferiorità: un secondo terrore panico gli fece abbandonare il suo campo, presso la porta Romana di Siena, con non minore precipizio di quello che aveva fatto Pescia poche settimane prima[178].
Pietro Strozzi, volendo coll'allontanamento delle armate lasciar respirare Siena, risolse di trasportare la guerra in Val di Chiana; il 20 di luglio occupò Marciano ed Oliveto, ed accampò la sua armata al ponte della Chiana. Il Marignano gli tenne dietro ed ottenne sopra di lui un notabile vantaggio in una scaramuccia a Marciano, nella quale quasi le due intere armate presero parte; ma questo non fu che un preludio di maggiore disastro. Lo Strozzi, che soffriva nel suo campo mancanza di acqua e di vittovaglie, volle ritirarsi; il Marignano lo seguì, e lo costrinse di venire a formale battaglia, il 2 agosto, sotto Lucignano. Il Marignano aveva due mila Spagnuoli, quattro mila Tedeschi e sei in sette mila Italiani con mille dugento cavaleggieri. Lo Strozzi aveva press'a poco un egual numero di combattenti; ma tre mila soltanto all'incirca erano Francesi, gli altri Tedeschi, Grigioni ed Italiani. La viltà della sua cavalleria, che fuggì in principio della battaglia, e la poca fermezza dei Grigioni, diedero la vittoria agl'imperiali: ma non pertanto venne lungamente contrastata dal valore e dall'abilità di Pietro Strozzi, ed il campo di battaglia rimase coperto da più di quattro mila morti[179].
Dopo la sconfitta di Lucignano, più non restava a Siena speranza di salute; pure i cittadini, incoraggiati da Montluc, che comandava la guarnigione francese, e dai vantaggi ottenuti dal signore di Brissac in Piemonte, non lasciaronsi sgomentare da veruna privazione o pericolo: essi dovevano difendersi contro il più freddamente crudele di tutti i generali imperiali, il cui carattere distintivo pareva essere la ferocia: e se il viaggiatore vede anche nell'età presente lo stato di Siena ridotto a vasto deserto, deve in gran parte darne colpa al marchese di Marignano ed a Cosimo I. Tutte le volte che i Sienesi facevano uscire dalla loro città alcune bocche inutili, il Marignano le faceva uccidere senza misericordia; qualunque volta i contadini Sienesi tentavano d'introdurre viveri in città, il Marignano li faceva appiccare; tutti coloro che ne' loro villaggi o castelli facevano qualche resistenza all'armata, venivano passati a filo di spada; tutte le provvigioni, tutti i viveri degli infelici contadini erano saccheggiati dagli Spagnuoli, e ciò che non si consumava dai soldati distruggevasi rigorosamente. Tutta la provincia di Siena provava gli orrori della fame: la popolazione della Maremma venne allora distrutta, ed in appresso non potè mai più rinnovarsi, essendo l'aria di questa fertile contrada pestilenziale. L'esperienza ha più volte dimostrato che il movimento di una numerosa popolazione migliora l'aere cattivo, mentre lo fa più pernicioso la mancanza degli abitanti. Altronde tutte le abitazioni, tutti i lavori dell'uomo erano stati distrutti dalla ferocia spagnuola; e coloro che dopo quest'epoca vennero da lontane contrade per coltivare quelle campagne, sonosi per la maggior parte trovati allo scoperto, senza veruna comodità della vita, ed esposti alle intemperie di un funesto clima[180].
Il Marignano fondava soltanto nella fame ogni speranza di prendere Siena; tentò, a dir vero, in gennajo del 1555, d'aprire alcune batterie presso porta Ovila e presso porta Ravaniano; ma quest'attacco non ebbe verun effetto, ed il Marignano vi rinunciò[181]. Erasi lo Strozzi lusingato che i vantaggi ottenuti da Brissac in Piemonte moverebbero l'imperatore a richiamare l'armata che assediava Siena, per contrapporla ai Francesi; ma Cosimo non risparmiava nè danaro, nè munizioni, nè viveri per appagare quelle truppe, la cui avidità andava sempre crescendo in ragione ch'esse sentivano diventare più importanti i loro servigj. Pure il timore di vedere richiamata l'armata del Marignano, gli fece ardentemente desiderare la pace. Scrisse al governo di Siena per accertarlo che non voleva distruggere la libertà della repubblica; che null'altro domandava se non che tornasse sotto la protezione imperiale, e ch'egli si offriva per mediatore di un trattato con Carlo V, che gli guarentirebbe tutti i suoi privilegj[182].
Infatti dopo che i Sienesi ebbero sofferti gli orrori del blocco, con una pazienza ed un coraggio a tutta prova, e al di là di tutti i calcoli che avevano fatti da prima; dopo ch'ebbero talmente consumati i loro viveri, che non avevano più nulla nel susseguente giorno, ottennero ancora da Cosimo I onorate condizioni, e press'a poco eguali a quelle che venticinque anni prima aveva ottenuto Firenze; ma desse furono altresì egualmente violate colla medesima impudenza. L'imperatore accolse sotto la sua protezione la repubblica di Siena, promise di conservarle la sua libertà ed i suoi ordinarj magistrati, di perdonare a tutti coloro che si erano adoperati contro di lui, di non fabbricarvi fortezze, di pagare egli stesso la guarnigione che terrebbe in città per la di lei sicurezza, e di permettere a tutti coloro che volessero emigrare di ritirarsi liberamente coi loro beni e famiglie in quella parte dello stato Sienese che non era sottomessa. Il trattato venne sottoscritto il 2 di aprile; ma perchè i viveri non terminarono che il 21, soltanto in questo giorno la guarnigione francese uscì di Siena, e vi entrarono gl'imperiali[183].
La riserva stipulata a favore de' Sienesi che volessero emigrare, non era una inutile precauzione. Moltissimi illustri cittadini, non pochi de' quali avevano mostrato grandissimo zelo per la libertà della loro patria, uscirono di Siena colla guarnigione francese, il 21 di aprile, e si ritirarono a Montalcino, piccola città posta sopra una montagna a poca distanza dalla strada che conduce da Siena a Roma; colà essi mantennero l'ombra della repubblica Sienese fino alla pace di Cateau-Cambresis, del 3 aprile 1559, che gli assogettò alla sorte dell'intera Toscana[184].
Rispetto alla metropoli, non venne eseguito verun articolo della capitolazione; e la violazione di questo sacro patto non fu meno impudente di quella della capitolazione di Firenze. Perciò, Cosimo I, che aveva conquistata Siena a sue spese e colle sue armi, non ne ottenne subito il possesso. Filippo II, a favore del quale Carlo V aveva abdicata la corona, voleva conservare questo stato per meglio assicurare il suo alto dominio sopra la Toscana. La guerra accesa dall'ambizione di Paolo IV e dei Caraffa, di lui nipoti, gli fece porre in disamina se dovesse loro cedere lo stato di Siena in compenso di que' paesi cui essi aspiravano. Finalmente Filippo trovò più utile di valersene per acquistare la cooperazione del duca di Firenze. Con un trattato, conchiuso in luglio del 1557, acconsentì di cedere lo stato di Siena a Cosimo I, il quale ne prese possesso il 19 di luglio, come di una provincia suddita. Ad ogni modo Filippo riservò alla monarchia spagnuola i porti di questa repubblica, cioè Orbitello, Porto Ercole, Telamone, Monte Argentaro, e Porto santo Stefano. Dopo quest'epoca quella piccola provincia formò lo stato detto de' Presidj; la separazione di questa dal rimanente della Toscana privò lo stato di Siena dell'antica sua comunicazione col mare e del suo commercio, e contribuì a perpetuare quello spaventoso stato di desolazione, cui trovasi ridotta la Maremma Sienese[185].
CAPITOLO CXXIII.
Rivoluzioni di diversi stati d'Italia, dopo la perdita dell'indipendenza italiana, fino alla fine del sedicesimo secolo.
1531 = 1600.
La storia d'Italia nel sedicesimo secolo dividesi in tre epoche, ognuna delle quali offre un assai diverso carattere. La prima si stende dal principio del secolo fino alla pace di Cambrai, dell'anno 1529. Fu questo un periodo di continue guerre e di desolazione, durante il quale la potenza della Francia e quella della casa d'Austria parvero bastantemente equilibrate, perchè i popoli d'Italia non potessero prevedere quale sarebbe la trionfante. Essi attaccaronsi alternativamente all'una ed all'altra; sperarono mantenere fra le medesime la loro indipendenza, e non si avvidero che gl'Italiani avevano cessato di esistere come nazione soltanto nell'istante in cui Francesco I li sagrificò col trattato delle dame sottoscritto da sua madre.
Il secondo periodo comincia alla pace di Cambrai, del 5 agosto 1529, e termina con quella di Cateau-Cambresis del 3 aprile 1559. Con questa Enrico II e Filippo II posero fine alla lunga rivalità delle loro due case, e le riunirono col matrimonio di Filippo con Elisabetta di Francia. Questo periodo di trent'anni venne insanguinato quasi con altrettante guerre che il precedente, e sempre tra gli stessi rivali. Ma queste guerre più non si presentavano agl'Italiani sotto lo stesso aspetto, e più in loro non risvegliavano le medesime speranze. Tutti i diversi loro stati o erano caduti sotto l'immediato dominio di casa d'Austria, o avevano riconosciuta la di lei protezione con trattati che loro non lasciavano veruna indipendenza. Se in questo spazio di tempo alcuni di loro si staccarono momentaneamente da quest'alleanza, che si era loro imposta, vennero piuttosto trattati come ribelli che come nemici pubblici. La Francia, non isperando di trovare fra di loro degli alleati, invece di guadagnarseli colle ricompense, sforzavasi di distruggere le loro ricchezze, persuasa che tutti i loro soldati e tutti i loro tesori sarebbero sempre a disposizione dal suo costante nemico. Fece perciò alleanza contro di loro coi Turchi e coi Barbareschi, ed abbandonò le coste dell'Italia ai guasti dei Musulmani.
I trentanove anni che decorsero dopo la pace di Cateau-Cambresis fino a quella di Vervins, sottoscritta il 2 di maggio del 1598, da Enrico IV, Filippo II ed il duca di Savoja, dovrebbero, paragonati ai due primi periodi, considerarsi come un tempo di profonda pace; imperciocchè in tutto questo tempo le province d'Italia non furono attaccate da veruna armata straniera; e gli stati italiani, contenuti dalla coscienza della propria debolezza, giammai fra di loro non si abbandonarono a lunghe ostilità. Per altro l'Italia non gustò in questa sgraziata epoca i vantaggi della pace. La Francia, lacerata da civili guerre, più non aveva peso nella bilancia politica dell'Europa, mentre che il feroce Filippo II, sovrano d'una gran parte d'Italia, e che quasi comandava egualmente ai suoi alleati come a' suoi sudditi, aveva determinato di schiacciare il partito protestante ne' Paesi bassi, in Francia ed in Germania. Durante tutto il suo regno, Filippo non cessò di combattere gli Olandesi ed i Calvinisti della Francia, e di dare ajuto agli imperatori suoi alleati, Ferdinando suo zio, Massimiliano II e Rodolfo II, che tutti parimenti furono di continuo impegnati nelle guerre coi protestanti di Germania, e coi Turchi. Gl'Italiani militarono continuamente in tutto questo periodo ne' lontani paesi in cui Filippo portava la guerra. I loro generali come i loro soldati rivalizzarono di gloria, d'ingegno e di coraggio colle vecchie bande spagnuole, delle quali parevano avere adottato il carattere. In tal guisa la nazione andò ricuperando la sua virtù militare in servigio degli stranieri; e se l'avesse in seguito adoperata in difesa della patria, forse non l'avrebbe pagata troppo cara con tutto il sangue ch'ella versò; ma continuò sempre a servire, finchè nuovamente perdette l'abitudine del combattere.
La più grande disgrazia, inseparabile da questo stato abituale di guerra straniera, fu la continuazione del regime militare, la dimora o il passaggio delle truppe spagnuole nelle diverse province italiane, e più di tutto le insopportabili imposte colle quali la corte di Madrid opprimeva i popoli. L'ignoranza de' ministri spagnuoli, che non conoscevano verun principio di economia politica, era ancora più funesto che la loro rapacità, e le loro dilapidazioni. Essi mai non inventarono un'imposta che non sembrasse destinata a schiacciare l'industria ed a ruinare l'agricoltura. Le manifatture andavano in decadimento, scompariva il commercio, le campagne si disertavano, e gli abitanti, ridotti alla disperazione, erano in ultimo costretti ad abbracciare, come una professione, l'assassinio. Capi distinti pei loro natali e pei loro talenti si posero alla testa di compagnie d'assassini, che formaronsi in sul declinare del secolo nel regno di Napoli e nello stato della Chiesa; e la guerra dei malandrini pose più volte in pericolo la stessa sovrana autorità. In questo tempo le province restavano senza soldati, le coste senza vascelli da guerra, le fortezze senza guarnigione. Nulla opponevasi ai guasti dei Barbareschi, che, non contenti delle prede che potevano far sul mare, eseguivano sbarchi alternativamente su tutte le coste, e strascinavano in ischiavitù tutti gli abitanti. Tutte le atrocità con cui la tratta dei Negri afflisse l'Africa negli ultimi due secoli, vennero nel sedicesimo praticate dai Musulmani in Italia. Questi avidi mercanti di schiavi mantenevano egualmente dei traditori sulle coste per avvisarli e dar loro nelle mani gli sventurati Italiani; egualmente veniva sempre offerta una mercede al delitto, e l'estrema sventura pendeva sempre sul capo della famiglia che credeva poter riporre la sua fiducia nella propria innocenza ed oscurità. Tali erano le calamità, sotto il peso delle quali, in sul finire del sedicesimo secolo, l'Italia piangeva la perdita della sua indipendenza.
Abbiamo negli ultimi volumi esposti circostanziatamente tutti gli avvenimenti del primo dei tre periodi ne' quali si è diviso il sedicesimo secolo. Abbiamo altresì nel precedente capitolo raccolti alcuni de' fatti spettanti, per ciò che risguarda il tempo, al secondo periodo, sebbene sembrino avere tuttavia alcuno dei caratteri del primo; e questi sono l'estrema lotta sostenuta in Toscana per la libertà, e gli sforzi de' Sienesi per respingere il giogo che loro voleva imporre Carlo V. Oramai più non ci resta che di dare un'idea degli avvenimenti che nello stesso tempo o nel susseguente periodo mutarono le relazioni tra gli stati d'Italia, influirono nella sorte de' popoli, o ne alterarono il carattere nazionale. Per farlo terremo dietro ad uno ad uno ai governi tra i quali trovavasi divisa l'Italia, e daremo compendiosamente un cenno delle loro rivoluzioni.
Gli stati della casa di Savoja, i primi che i Francesi scontravano sul loro cammino entrando in Italia, eransi sottratti ai guasti delle prime guerre del secolo. Le relazioni di parentela del duca Carlo III coi due capi delle case rivali aveva al certo contribuito ad ispirar loro de' riguardi per lui. Questa stessa parentela fu poi cagione dell'invasione del Piemonte, quando del 1535 si rinnovò la guerra tra Francesco I e Carlo V. Il duca di Savoja aveva sposata Beatrice di Portogallo, sorella dell'imperatrice, e si era lasciato da lei strascinare in una confederazione colla casa d'Austria. Francesco, per vendicarsene, riclamò una parte della Savoja come eredità di sua madre Luigia, sorella del duca regnante; e sotto questo pretesto la maggior parte della Savoja e del Piemonte fu invasa dai Francesi; mentre dal canto loro gl'imperiali posero guarnigione nelle poche città che poterono sottrarre agli attacchi de' loro nemici. Per lo spazio di vent'otto anni il Piemonte fu il principale teatro della guerra tra i re di Francia e di Spagna. Quando Carlo III morì a Vercelli, il 16 agosto del 1553, trovavasi spogliato di quasi tutti i suoi stati, non meno dai suoi amici che dai suoi nemici; e sebbene suo figlio, Emmanuele Filiberto, si fosse di già acquistato nome di valoroso generale al servigio dell'imperatore, e che continuasse nelle guerre di Fiandra a coprirsi di gloria, non trovò riconoscenza ne' principi pei quali aveva combattuto. La pace di Cateau-Cambresis, che in certo qual modo fu dettata da Filippo II alla Francia, non assicurò gl'interessi d'Emmanuele, avendo essa pace lasciati nelle mani del re francese, Torino, Chiari, Civasco, Pignerolo e Villanuova d'Asti coi loro territorj, e nelle mani del re di Spagna Vercelli ed Asti. Soltanto le guerre civili della Francia persuasero Carlo IX a restituire nel 1562 al duca di Savoja le città che tuttavia occupava in Piemonte[186].
Di quest'epoca soltanto la casa di Savoja fu veduta innalzarsi in Italia quanto gli altri stati erano decaduti. Emmanuele Filiberto, e suo figlio Carlo Emmanuele, che gli successe nel 1580, non avevano più che temere dalla Francia, in allora lacerata dalle guerre di religione. Anzi l'ultimo per lo contrario fece delle conquiste e contese al maresciallo di Lesdiguieres il possedimento della Provenza e del Delfinato. Filippo II, che cominciava a veder declinare la sua potenza, sentì la necessità di accarezzare un principe bellicoso, che copriva i confini dell'Italia; ed il duca di Savoja era il solo tra gli alleati della Spagna, che avesse meno cagioni di lagnarsi dell'insolenza de' vicerè e dei generali di Filippo. Quand'ebbero fine le guerre di religione, il duca di Savoja venne vantaggiosamente compreso nella pace di Vervins del 2 di maggio del 1598. Gli restava tuttavia una vertenza con Enrico IV rispetto al possedimento del marchesato di Saluzzo. In tempo delle guerre d'Italia questi marchesi si erano attaccati alla corte di Francia, che gli aveva colmati di favori: essi avevano richiamate in vita alcune antiche carte, in forza delle quali si riconoscevano feudatarj dei Delfini del Viennese. La loro famiglia dopo essere stata divisa da alcune guerre civili, nelle quali s'immischiò Francesco I, si spense nel 1548, e la Francia occupò il marchesato di Saluzzo che gli apriva la porta dell'Italia. Dall'altro canto il duca di Savoja approfittò delle guerre civili della Francia per andare al possedimento dello stesso feudo nell'anno 1588[187]. I due trattati del 27 di febbrajo 1600, e del 17 gennajo 1601, terminarono queste vertenze tra la Savoja e la Francia, cui tutta l'Italia dava la più grande importanza. Enrico IV accettò la Bresse invece del marchesato di Saluzzo, e con questa transazione egli escluse affatto sè medesimo dall'Italia privando così gli stati di questa contrada della speranza che quel re andava fomentando di ristabilire un giorno la loro indipendenza[188].
In questo secolo aveva la casa d'Austria estesa la sua sovranità sopra quattro de' più potenti stati d'Italia, il ducato di Milano, il regno di Napoli, il regno di Sicilia e quello di Sardegna. Il duca di Milano, Francesco II, ultimo erede della casa Sforza, era morto il 24 ottobre del 1535, dopo aver fatto un inutile esperimento per iscuotere il giogo di Carlo V, che parevagli insopportabile. Egli aveva intavolati col re di Francia pericolosi trattati, ed aveva ottenuto che un ambasciatore di quella corona fosse mandato alla sua corte con una segreta missione; poi tutt'ad un tratto, spaventato dalla collera di Carlo V, aveva fatto decapitare quest'inviato, chiamato Maraviglia, o Merveilles, in occasione di una disputa intentatagli da lui medesimo[189]. Questa fu la cagione principale del rinnovamento della guerra tra la Francia e l'impero, nel 1535; e si pretende che la paura delle vendette del re affrettasse la morte del duca.
Il possedimento del Milanese, quando si spense la famiglia Sforza, non era stato definitivamente regolato nel trattato di Cambrai, e Carlo V, avanti di ricominciare la guerra, lusingò alcun tempo Francesco I, intraprendendo una negoziazione tendente ad infeudare il Milanese al secondo o terzo figliuolo del monarca francese. Nello stesso tempo fece avanzare le sue armate, ed approvvigionò le sue fortezze; e perciò quando scoppiarono le ostilità, i Francesi mai non riuscirono a sottomettere le piazze più importanti del ducato, ed i loro vantaggi si limitarono al guasto de' paesi confinanti.
I Milanesi non potevano in verun modo, sotto l'amministrazione spagnuola, rialzarsi dai disastri sofferti nelle precedenti guerre. Assurde imposte ne avevano ruinate le manifatture ed il commercio; e se le leggi non riuscirono ad isterilire quelle ricche campagne, rendettero almeno miserabili coloro che le coltivavano. Il governo volle inoltre aggravare l'odioso giogo che portavano i Milanesi collo stabilimento dell'inquisizione spagnuola. Quella dell'Italia che da molto tempo era di già stabilita in Milano, non soddisfaceva del tutto il feroce fanatismo, o la politica di Filippo II. Il duca di Sessa, governatore di Milano, annunciò nel 1563 questa reale determinazione alla nobiltà ed al popolo; ma eccitò cotale proposizione una così violenta fermentazione, ed i Milanesi parvero così determinati ad opporsi armata mano allo stabilimento di questo sanguinario tribunale, che il governatore persuase Filippo a rinunciare a questo suo divisamento[190].
Il regno di Napoli trovavasi da molto più tempo che non il Milanese sotto il dominio spagnuolo. Era stato invaso in sul finire del precedente secolo da Carlo VIII, e ne' primi anni del sedicesimo da Luigi XII; ma durante il bellicoso regno di Francesco I le armate francesi non vi furono che momentaneamente sotto il signore di Lautrec, e durante il regno di Enrico II, figlio di Francesco, e la spedizione del duca di Guisa, nel 1557, sebbene concertata con papa Paolo IV, non penetrò al di là dei confini degli Abruzzi. Questa provò che il partito angioino non era del tutto spento in quelle province; ma non pose un solo istante in pericolo la monarchia austriaca in Napoli.
D'altra parte il regno di Napoli fu lasciato quasi senza difesa ai saccheggi de' Turchi e delle potenze barbaresche, che, durante questo stesso secolo, sollevaronsi ad una grandezza fin allora senza esempio. Horuc ed Ariadeno Barbarossa (Aroudi e Khair-Eddyn) figliuoli di un corsaro rinegato di Metelino, dopo avere acquistato nome colla loro audacia come pirati, pervennero ad avere il comando delle flotte di Solimano, ed a salire sui troni di Algeri e di Tunisi[191]. Il mestiere di corsaro, ch'era stato il primo grado della loro grandezza, fu sempre d'allora in poi la scuola de' loro soldati e dei loro marinai, e la sorgente principale delle loro ricchezze. Dal 1518 al 1546, epoca del regno del secondo Barbarossa, si videro flotte di cento e di cento cinquanta vele armate pel solo oggetto di guastare le coste, di rapirne gli abitanti e venderli come schiavi. Il regno di Napoli, che presentava una lunga linea di littorali senza difesa, i di cui abitanti avevano sotto un giogo oppressivo perduto tutto il coraggio e lo spirito militare, e le di cui leggi cacciavano fuori della società numerose partite di banditi, di contrabbandieri, di facinorosi, sempre apparecchiati a servire al nemico in ogni impresa, fu più che tutto il rimanente dell'Italia esposto ai guasti dei Barbareschi. Nel 1534 tutto il paese che stendesi da Napoli a Terracina fu saccheggiato, e gli abitanti fatti schiavi. Nel 1536, la Calabria e la Terra d'Otranto provarono la stessa sorte; nel 1537 furono pure ruinate la Puglia e le adiacenze di Barletta; nel 1543 fu bruciato Reggio di Calabria, e fino alla fine del secolo pochissimi anni passarono senza che i Barbareschi, sotto il comando di Dragut Rayz dopo la morte del Barbarossa, poi di Piali e di Ulucciali, re di Algeri, non predassero e riducessero in servitù gli abitanti di molti villaggi, e talvolta di parecchie città[192].
Mentre che le province napolitane stavano in continuo timore di essere saccheggiate dai Barbareschi e dai malandrini; mentre ognuno doveva ad ogni istante tremare di vedersi rapiti i suoi beni, la moglie ed i figli, o di essere tratto egli medesimo in ischiavitù, l'amministrazione spagnuola affliggeva la capitale con un altro genere di calamità. Don Pedro di Toledo, che fu vicerè di Napoli quattordici anni, e che diede il proprio nome alla più bella strada di quella città, da lui aperta verso il 1540[193], fu in certo qual modo l'istitutore della amministrazione spagnuola a Napoli; ed i suoi successori non fecero che seguire le sue pedate. Fu il Toledo, che, riservando allo stato il monopolio del commercio dei grani, espose la capitale a frequenti carestie, e la ridusse a non avere, negli anni più abbondanti, che un pane di qualità inferiore a quello che negli anni di sterilità mangiavano i poveri quand'era libero il commercio[194]. Egli fu che diede origine a quell'odio che costantemente si mantenne inappresso, e che spesse volte scoppiò in battaglie sanguinose tra la guarnigione spagnuola ed i soldati della città. Egli fu che, geloso della nobiltà napolitana, la rese sospetta all'imperatore, e l'oppresse di mortificazioni che spinsero varj suoi capi alla ribellione. Per ultimo fu il Toledo che in aprile del 1547 volle stabilire l'inquisizione a Napoli; ma trovò nel popolo e nella nobiltà una resistenza, che credeva non doversi aspettare nè dallo stato d'oppressione cui era ridotta la nazione, nè dal di lui fanatismo religioso. I Napolitani risguardarono lo stabilimento dell'inquisizione presso di loro, come ingiurioso all'onore dell'intera nazione, quasi ch'ella fosse colpevole di eresia o di giudaismo: altronde essi sapevano che quest'odioso tribunale era un cieco istrumento nelle mani del despota, per ischiacciare e ruinare ingiustamente tutti coloro che gli si rendevano sospetti. Tutta la città impugnò le armi; si sparse alternativamente il sangue de' Napolitani e degli Spagnuoli; il Toledo e Carlo V dovettero all'ultimo rinunciare al progetto dell'inquisizione; ma quasi tutti coloro che si erano dichiarati protettori della causa del popolo, ed avevano ardito di opporsi ai voleri della corte, furono in appresso sagrificati[195].
Il regno di Sicilia, che dopo i vesperi siciliani era unito alla monarchia arragonese, ed il regno di Sardegna, aggiunto alla stessa monarchia verso la metà del quattordicesimo secolo, dopo tale epoca più non avevano avuta influenza sulla politica d'Italia che per dare ajuto a coloro che dovevano opprimere l'indipendenza nazionale. Nel sedicesimo secolo i popoli di queste due isole, trovandosi sudditi dello stesso governo che possedeva la maggior parte del continente, ricominciarono a risovvenirsi di essere italiani, ma soltanto per soffrire e gemere insieme ai loro compatriotti. L'amministrazione spagnuola aveva di già fatte retrocedere le due isole verso la barbarie; aveva spogliate le città del commercio e delle manifatture; aveva lasciate le campagne in balìa de' banditi e de' contrabbandieri, ed abbandonate le coste ai guasti de' corsari barbareschi. Nel 1565 la Sicilia si trovò esposta ad essere miseramente invasa dalla flotta ottomana, che Solimano aveva spedita per conquistarla; ma, contro i consiglj del pascià Maometto, comandante della spedizione, volle il sultano che prima di scendere sulle coste della Sicilia si assediasse Malta. Questa imprudente risoluzione salvò la Sicilia, che il vicerè, Garzia di Toledo, non avrebbe potuto difendere. Tutta la potenza dei Turchi andò a rompersi contro l'eroica resistenza del gran maestro La Valette e de' suoi cavalieri. Dragut Rayz, re di Tripoli, vi fu ucciso il 21 di giugno del 1565. Hassem, figliuolo di Barbarossa, re d'Algeri, ed i pascià Piali e Mustafà furono respinti; e l'armata, dopo quattro mesi di battaglie, fu costretta a ritirarsi in disordine dall'assedio[196].
Le guerre, che ne' primi anni del secolo avevano precipitata l'Italia nella schiavitù, erano state quasi tutte accese dall'ambizione o dalla politica dei papi Alessandro VI, Giulio II, Leon X e Clemente VII. L'ultimo, dopo essere stato crudelmente punito delle sue pratiche, si era non pertanto alla conclusione della pace trovato sovrano di più vaste province, quali la Chiesa non mai aveva riunite sotto il suo governo. Vero è che tali province erano ridotte in povertà e spopolate da trent'anni di guerre, e più che dalle guerre dalla ferocia de' vincitori spagnuoli; ma la cieca pietà dei Cattolici portava tuttavia alla santa sede ogni anno ricchi tributi; il nome del papa era sempre temuto: desso pareva rendere più formidabili le leghe cui prendeva parte; e passò alcun tempo prima che i successori di Clemente VII si accorgessero, che, sebbene il trattato di Barcellona avesse loro rendute tutte le province che questo pontefice aveva perdute, non avevano però colle province ricuperata l'indipendenza.
Clemente VII ebbe per successore Alessandro Farnese, decano del sacro collegio, il quale, eletto il 12 di ottobre del 1534, prese il nome di Paolo III. Non meno ambizioso che Clemente VII, egli ebbe la stessa passione di dare alla sua famiglia il grado di casa sovrana. Questa famiglia, che possedeva il castello di Farneto nel territorio d'Orvieto, aveva nel quattordicesimo secolo dati alla milizia alcuni distinti condottieri. Ma Paolo III le diede un nuovo lustro, accumulando tutti gli onori di cui poteva disporre sul capo di suo figlio naturale Pier Luigi, e dei figli di questi. Nel 1537 cominciò ad erigere in ducato le città di Nepi e di Castro in favore di Pier Luigi Farnese; e la seconda di queste città, situata nelle Maremme toscane, diventò poi l'appannaggio d'Orazio, il secondo de' nipoti pontificj. Pier Luigi, nominato nello stesso tempo gonfaloniere della Chiesa, segnò lo stesso anno in cui ricevette i primi feudi della camera apostolica, con uno scandaloso eccesso commesso contro il giovane vescovo di Fano, prelato non meno commendevole per la sua santità che per la sua avvenenza. Il tiranno, che assoggettò quest'uomo ad un'indegna violenza, con sì enorme delitto non tanto provava le abituali sue dissolutezze, quanto il desiderio di offendere la pubblica morale e la religione, di cui suo padre era sommo sacerdote[197].
Paolo III non ristringeva le sue viste ai piccoli ducati dati al figliuolo; egli sentiva che per istabilire la grandezza di casa Farnese conveniva porre a prezzo l'alleanza della santa sede, e trovò i due rivali, che si contendevano il dominio dell'Europa, disposti a dare lo stesso prezzo che avevano di già pagato a Clemente VII. Carlo V, per guadagnarsi l'amicizia del papa, accordò nel 1538 sua figlia Margarita d'Austria, vedova di Alessandro de' Medici, ad Ottavio Farnese, nipote di Paolo III, creandolo in pari tempo marchese di Novara. Inoltre il papa acquistò per lui nel susseguente anno il ducato di Camerino[198]. D'altra banda Paolo III ottenne nel 1547 per Orazio, duca di Castro, suo secondo nipote, una figlia naturale di Enrico II.
Ma sebbene Paolo III facesse a vicenda sperare all'imperatore ed al re di Francia di unire le sue alle loro armate, seppe fino alla fine del suo pontificato sottrarsi a qualunque impegno di guerra. Per lo contrario cercò più volte di mettere pace fra i due rivali. Vero è che nello stesso tempo mirava a raccogliere per sè medesimo grandi vantaggi; perciocchè, ammettendo sì l'uno che l'altro essere conveniente al riposo dell'Europa che l'eredità dello Sforza passasse in una nuova famiglia di feudatarj, Paolo III chiedeva il ducato di Milano per suo figlio Pier Luigi, ed offriva ai due sovrani per tale concessione ricche ricompense[199].
Per altro Paolo III non tardò ad avvedersi che il riposo dell'Europa non era il primo oggetto cui mirassero i due monarchi, e che non pensavano a dare il ducato di Milano ad un terzo, che perchè perdevano la speranza di conservarlo per sè medesimi. Carlo V essendosi all'ultimo appropriato questo ducato, Paolo si ristrinse a formare uno stato a suo figlio a spese di quello della Chiesa. Finalmente in agosto del 1545 ottenne l'assenso del sacro collegio per accordare a Pier Luigi Farnese gli stati di Parma e di Piacenza, col titolo di ducato dipendente dalla santa sede. In contraccambio il nipote del papa rinunciò ai due ducati di Nepi e di Camerino, che vennero riuniti alla camera apostolica; ed i cardinali, comperati con ricchi beneficj, credettero, o finsero di credere che tornava più vantaggioso alla santa sede la nuova incorporazione di queste piccole due province, che si trovavano nel centro de' stati pontificj, anzi che la conservazione di due altre, veramente più grandi, ma rispetto alle quali erano tuttavia dubbiosi i diritti della Chiesa, e che più non avevano veruna comunicazione coll'altro suo territorio[200].
Tale principio ebbero i ducati di Parma e di Piacenza, e la nuova grandezza di casa Farnese. Questa si collocò tra le case sovrane quasi nello stesso tempo che quella dei Medici; e la rivalità di queste due case, che si spensero nello stesso tempo, si tenne viva due secoli. Entrambe queste case scosse nella loro origine dall'odio de' loro sudditi e dalla violenta morte del fondatore della loro dinastia, non parevano destinate a durare lungo tempo. Pier Luigi Farnese aveva appena regnato due anni, quando fu assassinato il 10 settembre del 1547 dai nobili di Piacenza, ai quali erasi renduto esoso colle disolutezze, coll'avarizia e colle crudeltà sue. Don Ferdinando Gonzaga, governatore del Milanese a nome dell'imperatore aveva tenuto mano a questa congiura, ed occupò subito Piacenza in nome del suo padrone[201]. Paolo III, non dubitando che non venisse bentosto attaccata anche Parma, la riunì nuovamente agli stati della Chiesa, per dare maggior peso ai diritti della santa sede sopra questa città. Egli offrì in contraccambio ad Ottavio lontane speranze, che questi non osava lusingarsi di vedere ridotte ad effetto a cagione della decrepita vecchiaja di suo avo. Resistè finchè gli fu possibile al volere del papa, ma finalmente dovette cedere. Ferdinando Gonzaga erasi impadronito de' luoghi più forti del circondario di Parma e teneva la città quasi bloccata; nello stesso tempo l'imperatore domandava imperiosamente al papa che gli fosse restituita Parma, siccome parte del ducato di Milano. Il vecchio pontefice cercava di far valere i diritti della santa sede con Memorie e con Manifesti; ma egli si andava sempre più indebolendo: la contesa mantenevasi già da due anni, e le speranze d'Ottavio Farnese diminuivano ogni giorno. Finalmente, supponendo di non avere più tempo da perdere, egli si recò in poste a Parma, e tentò di occuparla di nuovo. I comandanti della città e del castello non vollero ubbidirgli; e Paolo III, avvisato di quest'intrapresa e delle offerte di accomodamento fatte da Ottavio a don Gonzaga, ne concepì tanto dolore, che ne morì dopo quattro giorni il 10 novembre del 1549 in età di ottantadue anni[202].
Sarebbesi dovuto credere che la casa Farnese più non avrebbe potuto rialzarsi da tante calamità. Ottavio era stato spogliato della metà de' suoi stati dall'imperatore suo suocero, e dell'altra metà dal papa suo avo. Più non aveva nè tesori, nè armate, nè fortezze, e pareva ridotto a non avere più speranze, siccome più non aveva nè forze proprie, nè alleati. Ma Paolo terzo nel suo lungo pontificato aveva creati più di settanta cardinali. Sedevano tra gli altri nel sacro collegio due suoi nipoti, i quali ebbero bastante influenza e destrezza per far cadere l'elezione, il 22 di febbrajo del 1550, sopra il cardinale del Monte, creatura del loro avo, che assunse il nome di Giulio III. Questi, due giorni dopo la sua elezione, ordinò che Parma colla sua fortezza si restituisse ad Ottavio Farnese; confermò l'investitura del ducato di Castro ad Orazio Farnese di lui fratello; lasciò ad ambidue le importanti cariche di prefetto di Roma e di gonfaloniere della Chiesa, ed in fine fece per quella casa ciò che Paolo III con tutta la sua ambizione non aveva potuto fare[203].
Ma non per questo poteva credersi assicurata la sorte del duca di Parma: l'imperatore pareva avere dimenticato d'averlo egli stesso scelto per suo genero, e pretendeva di spogliarlo del restante de' suoi stati. Lo ridusse con ciò a gettarsi nelle braccia del re di Francia, a nome del quale Ottavio Farnese fece la guerra dal 27 di maggio del 1551 fino al 29 d'aprile del 1552, ed al servigio del quale Orazio, duca di Castro, fratello di Ottavio, militò fino al 18 di luglio del 1553, ch'egli fu ucciso in Hesdin mentre difendeva questa città contro gl'imperiali[204]. Ma Piacenza non fu restituita al duca Ottavio che il 15 settembre del 1556 da Filippo II, il quale, spaventato dall'invasione del duca di Guisa in Italia, volle procurarsi l'alleanza del Farnese[205]. Ad ogni modo Filippo conservò una guarnigione nella rocca di quella città, che restituì soltanto trent'anni più tardi, nel 1585, in segno di riconoscenza per gli eminenti servigi prestatigli da Alessandro Farnese, figlio d'Ottavio e principe di Parma.
Ottavio andò in parte debitore alla lunga sua vita dello stabilimento della sua sovranità, ch'egli lasciò ai suoi discendenti. Morì il 18 settembre del 1586; e suo figlio Alessandro, che da lungo tempo mieteva allori alla testa delle armate spagnuole in Fiandra, non governò giammai personalmente gli stati da lui renduti illustri. Egli ancora guerreggiava ne' Paesi Bassi, quando morì in Arras il 2 dicembre del 1592, lasciando suo figlio Rannuccio solidamente stabilito nei due ducati di Parma e di Piacenza sotto la duplice protezione della Chiesa e del re di Spagna[206].
Paolo III fu l'ultimo di quegli ambiziosi pontefici che smembrarono il dominio della Chiesa per dare stato alla loro famiglia. Giulio III, che gli successe il 9 febbrajo del 1549, credette di non avere ottenuta la tiara che per abbandonarsi senza ritegno alla pompa ed ai piaceri. Egli soltanto ottenne da Cosimo de' Medici Monte Sansovino sua patria, nel territorio d'Arezzo; eresse quella terra in contea, a favore di suo fratello Baldovino del Monte, e diede a questo stesso fratello il ducato di Camerino, dal Farnese restituito alla camera apostolica. Del resto parve che a null'altro pensasse che a colmare di ricchezze e di onori ecclesiastici un giovanetto da lui amato. Lo fece adottare da suo fratello; lo creò cardinale in età di diciassette anni, sotto il nome d'Innocenzo del Monte, e lo corruppe in modo con tanti favori, che questo giovane, tolto dalla più bassa classe del popolo, diventò a cagione de' suoi vizj lo scandalo del sacro collegio, dal quale lo scacciarono i successori di Giulio III[207].
Questo pontefice degno di non molta stima e di poco biasimo, morì il 29 di marzo del 1555, ed ebbe per successore Marcello II di Monte Pulciano, che regnò soltanto ventidue giorni, dal 9 al 30 aprile. L'immatura morte di lui fece luogo a Giovan Pietro Caraffa, Napolitano, che nell'avanzata età di ottanta anni fu eletto il 23 maggio del 1555 sotto il nome di Paolo IV[208].
Da gran tempo la santa sede non aveva avuto che uomini unicamente animati da mondane viste, che si erano successivamente proposto di soddisfare al loro gusto pei piaceri, per le arti, per la magnificenza o per la guerra. Gli uni avevano voluto dilatare la stessa monarchia della chiesa, gli altri per lo contrario staccarne de' feudi per innalzare le loro famiglie; in tutti l'uomo politico aveva coperto l'uomo di chiesa, ed il fanatismo religioso aveva avuta pochissima influenza sulla loro condotta. Tale fu il carattere dei papi in tutto il tempo che decorse dal concilio di Costanza a quello di Trento; ma papa Paolo IV aveva un affatto diverso sentimento.
Il pericolo che sovrastava alla chiesa romana pei progressi della riforma, mutò alla fine il carattere de' suoi capi. Erasi fin allora veduto il basso clero geloso del clero superiore, i vescovi gelosi della corte di Roma, i cardinali gelosi del papa, e dal canto loro i superiori sempre diffidenti o sempre gelosi dei diritti dei loro inferiori. Avevano i papi lungo tempo risguardati i vescovi come loro segreti ma costanti nemici, e questi avevano effettivamente mostrato uno spirito repubblicano che mirava a limitare il potere del capo della chiesa. Ma nello stesso tempo i riformatori avevano attaccato il basso e l'alto clero e l'intera chiesa; coloro che si erano divisi per attirare a sè tutto il potere, sentirono in allora la necessità di unirsi per la comune difesa. I re, cui il clero aveva tanto tempo contrastata l'autorità, si trovarono dopo quest'epoca in guerra collo spirito repubblicano de' riformatori; perciò fecero alleanza cogli antichi loro nemici contro i nuovi avversarj, e tutti coloro che per qualunque titolo e sotto qualsiasi protesto proponevansi di vietare agli uomini di operare e di pensare da sè, riunironsi in una sola lega contro tutto il resto del genere umano.
Fu questo nuovo spirito di resistenza alla riforma che diede al concilio di Trento un carattere così diverso da quello de' precedenti concilj. Dietro le calde istanze di Carlo V questo concilio erasi convocato da Paolo III ad oggetto di decidere tutte le quistioni di fede e di disciplina che la riforma aveva fatto nascere in Germania. Era stato aperto a Trento il 15 dicembre del 1545; ma poco dopo Paolo III, diffidando di quest'assemblea, l'aveva nel 1547 traslocata a Bologna, affinchè fosse più dipendente dalla santa sede. Giulio III acconsentì nel 1551 a farlo tornare a Trento. Le vittorie di Maurizio di Sassonia contro Carlo V, ed il subito avanzamento verso il Tirolo dell'armata protestante, la disperse nel 1552. Il concilio si riaprì di nuovo nella stessa città di Trento, il giorno di Pasqua del 1561, da papa Pio IV, e durò fino al 4 di dicembre del 1563[209].
Il concilio di Trento si adoperò con eguale ardore a riformare la disciplina della Chiesa, come ad impedire ogni riforma nelle credenze e negl'insegnamenti di lei. Egli allargò la breccia tra i cattolici ed i protestanti; sanzionò come articoli di fede le opinioni più invise a coloro che volevano far uso della ragione o de' loro naturali sentimenti per dirigere la loro coscienza[210]. Spinse al più alto grado il fanatismo dell'ortodossia; ma in pari tempo ritornò al clero il primiero vigore da gran tempo indebolito. I preti avevano troppo apertamente sagrificata la propria riputazione ai loro piaceri; tutti gli abusi che si erano introdotti nella disciplina miglioravano la loro condizione, ma in pari tempo diminuivano la loro riputazione ed il loro potere. Per lo contrario la politica del concilio mirò a renderli rispettabili agli occhi dei divoti, a vincolarli più strettamente collo spirito di corporazione, ad assoggettarli alla regola; e questa stessa ubbidienza avrebbe loro data un'irresistibile forza, ed essi avrebbero signoreggiati i consigli di tutti i re, se i progressi dello spirito umano non si fossero avanzati con maggiore rapidità che questa riforma del clero.
Si sentì l'influenza del nuovo spirito che animava la chiesa, e che si era esteso fino al sacro collegio, nelle prime elezioni che seguirono la convocazione del concilio di Trento. Incominciando da quest'epoca i pontefici furono spesso più fanatici e crudeli che non i loro predecessori; ma più non furono visti disonorare la santa sede coi vizj e con un'ambizione affatto mondana. Vero è che Giulio III, il quale fu eletto dopo essersi adunato il concilio, non corrispose alla vantaggiosa opinione che si era di lui concepita; tuttavolta quest'opinione era fondata sulle virtù e sull'austera condotta di cui diede prove prima di giugnere alle ultime grandezze. Marcello II, che gli successe, e che regnò pochissimi giorni, era riputato un uomo santissimo. Paolo IV, creato il 23 di maggio del 1555, si era dato a conoscere per uno de' più dotti cardinali; era stato in particolar modo notato il di lui zelo per l'ortodossia e l'ordine dei Teatini da lui fondato, gli dava grande riputazione di santità[211].
Il fanatismo persecutore salì con Paolo IV sulla sede di san Pietro. L'intolleranza de' precedenti pontefici non era, per così dire, che l'effetto della loro politica; ma quella di Paolo IV era ai suoi occhi medesimi la giusta vendetta del cielo irritato, e della propria disprezzata autorità. L'impetuoso carattere di questo vecchio napolitano non ammetteva nè modificazioni, nè ritardo nell'ubbidienza ch'egli esigeva; qualunque esitanza parevagli una ribellione, e perchè confondeva in coscienza le sue proprie opinioni colle suggestioni dello spirito santo, avrebbe creduto di peccare egli stesso, se avesse accordato un solo istante a coloro i quali erano tanto empi d'avere l'ardire di opinare diversamente da lui. Era egli stato, fin sotto il regno di Paolo III, il principale promotore dello stabilimento dell'inquisizione in Roma, ed aveva egli stesso coperta la carica di grande inquisitore. Quando salì sul trono raddoppiò il rigore degli editti de' suoi predecessori, e moltiplicò i suplicj di coloro che nello stato della Chiesa rendevansi sospetti di favoreggiare le nuove dottrine.
Filippo II e Paolo IV cominciarono a regnare nello stesso tempo, ed erano ambidue animati dallo stesso fanatismo; pure questa passione non formò tra di loro l'unione che poteva aspettarsi. Sdegnato il papa della dipendenza in cui la casa d'Austria aveva ridotta la chiesa romana, aveva determinato di scuotere cotal giogo; fece perciò alleanza con Enrico II, che, sebbene amico fosse degli eretici di Germania e de' Turchi, trattava i protestanti francesi con non minore ferocia e perfidia del monarca spagnuolo. Quest'alleanza strascinò la corte di Roma in una breve guerra contro Filippo II, la quale fu l'estrema che i papi intraprendessero nel presente secolo per motivi di pura politica; questa ebbe un esito assai più felice che non poteva sperarsi dalla debolezza del papa, e dalla inconsideratezza dei suoi tre nipoti, de' quali aveva troppo ascoltati i consigli, e lusingata l'ambizione. Il duca d'Alba, che comandava gli Spagnuoli, in sul cominciare di dicembre del 1556, entrò nello stato della chiesa ed occupò molti luoghi forti senza quasi incontrare resistenza. Il duca di Guisa accorse in ajuto del papa con un'armata francese; ma la disfatta del contestabile di Montmorencì a san Quintino sforzò bentosto Enrico II a richiamarlo. Il papa restava senza alleati e senza mezzi, quando Filippo II, che non poteva risolversi a stare in guerra contro la santa sede, il 14 settembre del 1557, comperò la pace al prezzo delle più umilianti condizioni. Per altro si vendicò dei Caraffa, che Paolo IV, loro zio, aveva arricchiti colle spoglie della casa Colonna, e ch'egli sagrificò negli ultimi anni della sua vita, conoscendo d'essere stato da loro ingannato[212].
A Paolo IV, morto il 18 d'agosto del 1559, successe Pio IV, fratello del marchese di Marignano della casa de' Medici di Milano. Comincia con lui la serie di que' pontefici, che gli storici ortodossi lodano senza restrizione; Pio V, che gli successe il 17 di gennajo del 1560, e Gregorio XIII, che fu creato il 13 di maggio del 1572, avevano press'a poco lo stesso carattere. Tutti tre d'altro non parvero occupati che della cura di combattere e di sopprimere l'eresia: affatto rinunciando ad ogni disputa per istabilire l'indipendenza della santa sede, ad ogni gelosia verso la corte di Spagna, intimamente si collegarono con un monarca, che col suo zelo per l'inquisizione, per l'uccisione de' Giudei di Arragona, dei Musulmani di Granata, de' protestanti dei Paesi Bassi, che colle sue continue guerre contro i Calvinisti di Francia, gl'Inglesi ed i Turchi, mostravasi il più affezionato figliuolo della chiesa. I papi più non pensarono a fare la guerra pel temporale interesse de' loro stati o delle loro famiglie, ma largamente contribuirono coi tesori e coi soldati della chiesa alle imprese del duca d'Alba ne' Paesi Bassi, al sostentamento della lega di Francia ed alle guerre coi Musulmani. Sotto questi tre papi si videro di nuovo le legioni romane in riva alla Senna ed al Reno, mentre altre guerreggiavano contro i Turchi sulle sponde del Danubio e sulle coste di Cipro e dell'Asia Minore: e Marc'Antonio Colonna, generale delle galere pontificie, ebbe una parte essenziale alla vittoria di Lepanto, ottenuta il 7 ottobre del 1571, da don Giovanni d'Austria sopra i Musulmani[213].
In mezzo a questa serie di papi egualmente onorati per la decenza de' loro costumi, per la sincerità del loro zelo religioso, e per la non curanza de' loro personali interessi, Sisto V, successore di Gregorio XIII, che regnò dal 24 aprile del 1585 fino al 20 agosto del 1590, si distingue pel vigore del suo carattere, per le sue grandiose imprese, per la magnificenza de' monumenti con cui abbellì Roma, e per le forme pronte, severe, dispotiche della sua amministrazione. Egli liberò i suoi stati dagli assassini e vi mantenne una rigorosa polizia; accumulò col mezzo di gravissime imposte un immenso tesoro, e si meritò ad un tempo l'ammirazione e l'odio de' suoi sudditi[214].
Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX, che tennero soltanto alcuni mesi il papato, avevano le stesse virtù ed i medesimi difetti de' loro predecessori dopo il concilio di Trento. Clemente VIII, che fu eletto il 30 gennajo del 1592, protrasse il suo regno fino al 30 di marzo del 1605. Dovremo parlarne, allorchè indicheremo compendiosamente le rivoluzioni del susseguente secolo.
L'amministrazione di tutti i papi che si succedettero dopo l'apertura del concilio di Trento fino alla fine del secolo, è macchiata dalle atroci persecuzioni esercitate contro i protestanti d'Italia. Gli abusi della corte di Roma erano in questo paese assai meglio conosciuti che oltremonti; vi si erano coltivate più presto le lettere, e con maggior cura; la filosofia vi aveva fatti più grandi progressi, ed in principio del secolo aveva discusse le stesse materie religiose con grandissima indipendenza. La riforma si era fatta tra i letterati non pochi partigiani; ma meno assai nella classe povera e laboriosa, che l'adottò con tanto ardore in Germania ed in Francia. I papi riuscirono a spegnerla nel sangue; l'inquisizione, in tutto il secolo, fu la strada che più sicuramente condusse al trono pontificio[215].
I papi non mostrarono meno il loro crudele fanatismo nella parte che presero alle guerre civili e religiose del restante dell'Europa. Pio V, per ricompensare il duca d'Alba dell'atroce sua condotta verso i Fiamminghi, gli mandò nel 1568 il cappello e lo stocco gemmato, che i suoi predecessori avevano talvolta mandati ai gran re[216]. Gregorio XIII aveva fatto rendere grazie a Dio per l'assassinio del giorno di san Bartolomeo[217]. I successori di questo papa ricusarono di ricevere gli ambasciatori di Enrico IV, quando vennero per concertare l'abjura di Enrico, ed ancora quando Enrico stesso si fu pubblicamente ricreduto. Tutti questi pontefici non cessarono di fomentare le guerre civili della Francia, della Fiandra, della Germania, e le congiure contro la regina d'Inghilterra; di modo che le calamità degli ultimi cinquant'anni del sedicesimo secolo furono, in tutta l'Europa, costantemente l'opera dei papi.
I sudditi dei papa, durante la seconda metà del sedicesimo secolo, non furono più felici che quelli della Spagna: un governo non meno assurdo gli opprimeva senza proteggerli, mentre che le più onerose gabelle, i più ruinosi monopolj distruggevano ogni industria; un'amministrazione arbitraria e violenta, vincolando il commercio dei grani, era cagione di frequenti carestie, sempre seguite da contagiose malattie. Quella del 1590 e 1591 rapì alla sola Roma sessanta mila abitanti, molte castella; e molti doviziosi villaggi dell'Ombria rimasero dopo tale epoca affatto spopolati[218]. In tal modo stendevasi la desolazione sopra campagne in addietro tanto feraci, le quali diventavano indi preda d'un aere malsano: in appresso l'effetto si faceva a vicenda causa, e gli uomini più non potevano vivere dove que' flagelli avevano distrutte le precedenti popolazioni.
Sebbene lo stato pontificio avesse il vantaggio di una profonda pace, tutte le sue truppe non bastavano a proteggere i cittadini, nè contro le incursioni dei Barbareschi, nè contro i guasti dei masnadieri. Questi, renduti arditi dal loro numero, e facendosi gloria di combattere contro il vergognoso governo della loro patria, erano giunti a segno di risguardare il proprio mestiere come il più onorato di tutti; lo stesso popolo, da loro taglieggiato, applaudiva al loro valore e risguardava le loro bande come semenzai di soldati. I gentiluomini addebitati, i figli di famiglia sconcertati ne' loro affari, recavansi ad onore di avervi servito per qualche tempo in queste bande, ed alcune volte varj grandi signori si posero alla loro testa per sostenere una regolare guerra contro le truppe del papa. Alfonso Piccolomini, duca di Monte Marciano e Marco Sciarra, furono i più destri ed i più formidabili capi di questi facinorosi: il primo ruinava la Romagna, l'altro l'Abruzzo e la campagna di Roma. Siccome l'uno e l'altro avevano ai loro ordini più migliaja di uomini, non si limitavano a svaligiare i passaggeri, o a somministrare assassini a chiunque volesse pagarli per eseguire private vendette; ma sorprendevano i villaggi e le piccole città per saccheggiarle, e forzavano le più grandi a riscattarsi con grosse taglie, se i loro abitanti volevano salvare dall'incendio le loro ville e le messi[219].
Questo stato di abituale assassinio fu sospeso durante il regno di Sisto V, che col terrore della sua militare giustizia, ottenne di liberare i suoi stati dai banditi, dopo averne fatte perire diverse migliaja; ma così rapide e così violenti furono l'esecuzioni da lui ordinate, che non pochi innocenti vennero avviluppati ne' supplicj de' colpevoli. Altronde gli assassinj ricominciarono sotto il regno de' suoi successori con più furore di prima; i signori dei feudi continuarono a dare asilo ne' piccoli loro principati ai delinquenti perseguitati dai tribunali, ed a riguardare quest'asilo come il più bel privilegio delle giurisdizioni signorili. Quest'usanza si mantenne in vigore fino all'età nostra, e furono più volte veduti i signori avere la parte loro de' prodotti del delitto. Le abitudini nazionali ne rimasero pervertite, ed anche oggi in quella parte dello stato romano ove non fu distrutta tutta la popolazione, specialmente nella Sabina, il contadino non si fa scrupolo di associare il mestiere d'assassino e di ladro a quello di agricoltore.
Abbiamo di già osservato quali furono in questo secolo il principio ed i progressi del ducato di Parma e Piacenza, il più vasto feudo della Chiesa. Quello di Ferrara, che di poco gli cedeva in estensione ed in popolazione, doveva avere una sorte tutt'affatto diversa negli ultimi anni del secolo.
Alfonso I d'Este, che possedeva questo ducato unitamente a quelli di Modena e di Reggio, durante i pontificati di Giulio II, di Leon X e di Clemente VII, morì il 31 ottobre del 1534, un mese più tardi dell'ultimo di questi pontefici, di cui aveva sperimentata la crudele nimicizia[220]. Ercole II, che gli successe, sentì che l'Italia aveva affatto perduta l'indipendenza, e più non si considerò che come un luogotenente di Carlo V. Pure la sua consorte era francese e figlia di Lodovico XII: sua figliuola aveva sposato il duca d'Aumale, che poi fu duca di Guisa; tutte queste relazioni lo attaccavano alla Francia; onde fidando nella forza naturale del suo paese sparso di canali e di paludi, in quella della sua capitale e nella vicinanza de' Veneziani che segretamente favoreggiavano la Francia, egli tentò due volte di scuotere un giogo che provava troppo pesante. Quando il duca Ottavio Farnese fu costretto nel 1551 a porsi sotto la protezione d'Enrico II, il duca di Ferrara non cessò mai di mandargli approvvigionamenti di munizioni; e benchè non la rompesse apertamente coll'imperatore, eccitò in lui il più vivo risentimento[221]. Di nuovo, quando in principio del regno di Filippo II, Paolo IV si alleò colla Francia contro questo monarca, Ercole II accettò nel 1556 le funzioni di generale dell'armata della lega, e colla sua piccola armata venne talvolta a battaglia ai confini de' suoi stati col duca di Parma, che in allora si era dato al partito imperiale. Filippo, poichè si fu riconciliato col papa, incaricò i duchi di Firenze e di Parma di castigare Ercole II; e questi, dopo avere sofferto i guasti delle loro truppe, si dovette credere troppo felice di poter ottenere una pace umiliante colla Spagna, il 22 aprile del 1558. Egli morì il 3 d'ottobre del susseguente anno[222].
Alfonso II, figliuolo d'Ercole, quello stesso principe che si acquistò un'odiosa celebrità colle persecuzioni esercitate contro il Tasso, non si provò giammai a scuotere il giogo della Spagna, nè a rivendicare un'indipendenza ch'era d'uopo risguardare come perduta. Altronde il piccolo e vano suo spirito non era fatto per concepire un progetto che richiedesse vera fierezza; ed egli non cercava altra gloria che quella che potevano dargli le feste della sua corte. Esaurì in una profonda pace le finanze de' tre ducati coi suoi splendidi divertimenti, con tornei e con pompe d'ogni genere; raddoppiò tutte le imposte, e ridusse i suoi popoli alla disperazione. Tutta la carriera politica di Alfonso II si limitò a dispute di precedenza col sovrano della Toscana, ed a dispendiose pratiche per acquistare i suffragj de' Polacchi nel 1575, onde ottenere la corona di quel regno. Sebbene ammogliato tre volte, non ebbe prole, e la legittima linea della casa d'Este finì in lui il 27 ottobre del 1597[223].
Ma Alfonso I aveva avuto, poco prima di terminare i suoi giorni, un figlio naturale da Laura Eustochia, poscia, secondo dicevasi, da lui sposata. Questo figlio, chiamato come lui Alfonso, era stato autorizzato a portare il nome della casa d'Este, ed era stato dato in isposo a Giulia della Rovere, figlia del duca di Urbino, dalla quale aveva avuto un figlio chiamato Cesare, che Alfonso II nominò suo erede. Non era questa la prima volta che l'eredità di casa d'Este passava in mano di bastardi, ed i papi non si erano opposti alla successione di Lionello e di Borso, nel quindicesimo secolo. Sebbene la casa d'Este avesse riconosciuto di tenere il ducato di Ferrara come un vicariato della Chiesa, da circa quattrocento anni n'era effettivamente sovrana, ed i papi si erano accontentati dei vani onori della suprema signoria[224].
Ad ogni modo l'ambizione che Giulio II, Leon X e Clemente VII avevano manifestata nelle loro guerre contro Ferrara, si risvegliò nel loro successore alla morte di Alfonso II. Clemente VIII, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Ippolito Aldobrandino, era salito il 30 gennajo del 1592 sul trono pontificio. Quand'ebbe avviso della morte di Alfonso, si affrettò di dichiarare tutti i feudi ecclesiastici della casa d'Este devoluti alla santa sede per l'estinzione della legittima discendenza, e di mandare verso il Ferrarese suo nipote, il cardinale Pietro Aldobrandino, con una grossa armata. Don Cesare, che mancava di talenti e di vigore di carattere si lasciò atterrire dall'avvicinamento delle milizie pontificie. Non cercò di difendere uno stato che offriva grandissimi mezzi, ed il 13 gennajo del 1598 sottoscrisse un vergognoso trattato, col quale rilasciava alla santa sede Ferrara e tutti i feudi ecclesiastici da lui posseduti, riservandosi solamente i beni patrimoniali de' suoi antenati. Ritirossi in appresso ne' ducati di Modena e di Reggio, il di cui possedimento non gli venne contrastato dall'imperatore Rodolfo II, che ne aveva il supremo dominio[225].
Ferrara, cadendo sotto il dominio ecclesiastico, perdette la sua industria, la sua popolazione, le sue ricchezze. Al presente più non trovasi in questa deserta e ruinata città veruna immagine di quella splendida corte, in cui i letterati e gli artisti venivano accolti con tanto favore. Modena per lo contrario, diventata la sede del governo di casa d'Este, si arricchì sulle ruine della sua vicina, e vestì un aspetto di eleganza, d'industria e di attività che mai conosciuto non aveva ne' migliori tempi de' suoi primi duchi.
Anche i ducati d'Urbino e di Camerino erano feudi della santa sede, meno importanti assai di quelli di Parma e di Ferrara; ma la riputazione militare del duca Francesco Maria della Rovere, e la protezione de' Veneziani, de' quali aveva tanto tempo comandati gli eserciti, contribuivano alla sua sicurezza. Nel 1534 aveva fatta sposare a Guid'Ubaldo, suo figliuolo, Giulia, figlia di Giovan Maria di Varano, ultimo duca di Camerino, e sperava con ciò di riunire questi due piccoli stati; ma Ercole di Varano riclamava Camerino come feudo maschile; e non trovandosi abbastanza potente per fare da sè medesimo valere i proprj diritti, li vendette a papa Paolo III. Quando venne a morte Francesco Maria della Rovere, il primo di ottobre del 1538, suo figlio Guid'Ubaldo, che gli successe, acconsentì a comperare l'investitura di Urbino colla cessione al papa del ducato di Camerino, che fu di nuovo infeudato prima ai Farnesi, indi ai conti del Monte, nipoti di Giulio III, e che all'ultimo ricadde alla camera apostolica[226].
Guid'Ubaldo II, che governò il ducato d'Urbino dal 1538 al 1574, non giunse di lunga mano alla gloria paterna. I suoi confini mai non furono esposti a veruna minaccia, ed il suo montuoso paese era poco esposto al passaggio delle armate. Non aveva coste che potessero essere saccheggiate dai Barbareschi; ma pure la vanità ed il lusso del principe erano tali, che riuscivano ai popoli quasi non meno pesanti che le guerre straniere. Le eccessive imposte ridussero gli abitanti in estrema miseria, cui tennero dietro necessariamente la carestia e le malattie contagiose. Nel 1573 scoppiarono alcune sedizioni, che Guid'Ubaldo punì con estremo rigore, facendo perire in mezzo ai tormenti molti suoi sudditi. Egli morì nel susseguente anno, e gli successe suo figlio Francesco Maria II, il di cui regno fu ancora meno fecondo d'avvenimenti che non quello del padre[227].
I marchesi di Monferrato e di Mantova contavansi ne' precedenti secoli fra i principi indipendenti d'Italia. Federico II, duca di Mantova, raccolse l'eredità di queste due dinastie nell'epoca in cui era moribonda l'indipendenza italiana; ma dopo tale unione egli si trovò meno potente di quel che lo fossero i suoi antenati, quando non erano che semplici marchesi di Gonzaga.
Bonifacio, marchese di Monferrato, era morto per una caduta da cavallo, nel 1531, in sul fiore dell'età. Altri non restava della nobilissima famiglia de' Paleologhi che il zio Bonifacio, Giovan Giorgio, che depose per succedergli le insegne ecclesiastiche, e due sorelle, la maggiore delle quali sposò il duca di Mantova Federico II[228]. Allorchè il giorno 30 aprile del 1533 morì Giovan Giorgio, i commissarj imperiali occuparono il Monferrato, aspettando che Carlo V decidesse a chi spettava quest'eredità. Al duca di Mantova riuscì facile il dimostrare che il Monferrato era un feudo femminile, e che era entrato nella casa Paleologa per mezzo di donne. Ad ogni modo non ne ottenne dall'imperatore il possesso che il 3 di novembre del 1536; e l'imperatore a questo modo rinunciò appena a conservarlo per sè medesimo. I Gonzaghi, che si succedettero in quel secolo, e che nel 1574 ottennero che il Monferrato fosse eretto in ducato come lo era di già il Mantovano, governarono questi due paesi come se fossero luogotenenti della casa d'Austria. Federico II morì il 28 di giugno del 1540. Dopo di lui regnarono i due suoi figliuoli, da prima Francesco III il primogenito che si annegò, il 21 di febb. del 1550, nel lago di Mantova, poi il secondogenito che morì il 13 agosto del 1587, lasciando erede l'unico suo figlio don Vincenzo. Tutta la storia di questi principi non versa che intorno ai sontuosi accoglimenti fatti ai sovrani che attraversarono i loro stati, intorno ai loro proprj viaggi, ed a pochi sussidj dati agli imperatori per fare la guerra ai Turchi.
Nel precedente capitolo abbiamo veduto quale si fosse fino alla metà del secolo il governo del duca di Firenze. Cosimo de' Medici diffidente, dissimulato, crudele, sostenevasi in trono a dispetto di tutta la nazione da lui governata. Meno libero, meno indipendente che gli efimeri magistrati della repubblica da lui soppressa, egli doveva rispettare non solo gli ordini dell'imperatore e di Filippo II, ma quelli inoltre di tutti i loro generali, e dei governatori di Napoli e di Milano, che gli facevano crudelmente sentire tutto il peso dell'insolenza spagnuola. Per dare un compenso all'antico orgoglio de' cittadini fiorentini, egli li decorò con nuovi titoli di nobiltà. Nel mille cinquecento sessanta instituì un nuovo ordine religioso e militare sotto il patrocinio di santo Stefano. I ricchi cittadini di Firenze e del territorio toscano, sedotti dall'allettamento di questa onorificenza, ritirarono dal commercio i loro fondi, impiegandoli nell'acquisto di terreni, che obbligarono in sostentamento delle nuove dignità che ottenevano per le loro famiglie con fedecommessi, sostituzioni perpetue e commendarie. Era questo lo scopo cui mirava Cosimo I, che credeva più facile il bandire da Firenze l'antico suo commercio, che non il piegare lo spirito d'indipendenza di quei ricchi mercanti[229].
Non era lungo tempo passato da che Cosimo erasi liberato dal timore inspiratogli da Pietro Strozzi, ucciso nell'assedio di Thionville del 1558, quando la sua casa fu insanguinata da tragici avvenimenti, avvolti entro dense tenebre, che mai non si dissiparono affatto agli occhi della posterità. Si pretende che don Garzia, il terzo de' suoi figli, assassinasse don Giovanni il secondo, di già decorato del cappello cardinalizio, e che Cosimo lo vendicasse colle proprie mani, uccidendo don Garzia col suo pugnale tra le braccia della madre Eleonora di Toledo, che ne morì di dolore[230]. Sebbene il duca cercasse di nascondere al pubblico così tristi avvenimenti, dessi contribuirono però ad inspirargli il desiderio di ritirarsi dalla scena più attiva del mondo, ed a scaricarsi delle principali cure del governo sopra suo figliuolo primogenito don Francesco. Egli eseguì tale risoluzione nel 1564. Nè meno perfido, nè meno crudele del padre, ma più dissoluto, più vano, più iracondo, don Francesco non aveva i talenti con cui Cosimo aveva fondata la grandezza della sua famiglia. Fu perciò, più che il padre, l'oggetto dell'odio dei popoli, il quale odio non era temperato da verun sentimento di rispetto per l'ingegno di lui. Per altro Cosimo erasi riservata la suprema direzione degli affari, inoltre tutte le relazioni diplomatiche, e la cura continua di lusingare Pio V, dando in mano all'inquisizione di Roma tutti i suoi sudditi che il papa credeva infetti d'eresia, e perfino il proprio confidente Pietro Carnesecchi; le quali cose gli guadagnarono in modo l'affetto del pontefice, che, nel 1569, ottenne da lui il titolo di gran duca di Toscana[231].
La Toscana non era, nè mai era stata, un feudo della Chiesa, di modo che il papa non poteva a buon diritto cambiare il titolo del suo sovrano. Perciò quest'innovazione non solamente eccitò la collera di tutti i duchi, i quali vedevano innalzarsi al di sopra di loro quello di Firenze, ma altresì quella dell'imperatore, che sentiva il torto fatto alle sue prerogative. Cosimo I morì il 21 di aprile del 1574, prima di avere veduto condotte a fine le negoziazioni colle quali cercava di ridurre i sovrani dell'Europa a riconoscere il suo nuovo titolo[232]. Ma don Francesco, che gli successe nel 1575, ottenne dall'imperatore Massimiliano II, che gli conferisse egli stesso il 2 di novembre il titolo di gran duca di Toscana, come una nuova grazia, e senza fare memoria della precedente concessione del papa[233].
Una congiura contro il gran duca, che fu scoperta nel 1578, e punita con molti supplicj, fu l'ultimo sforzo che in Firenze facessero gli amici della libertà per iscuotere l'odiato governo dei Medici[234]. Questo governo erasi stabilito già da quarantott'anni, ed aveva lasciati morire in esilio tutti coloro che avevano un elevato carattere; il commercio fiorentino era distrutto; eransi mutate le costumanze nazionali, e la recente educazione aveva accomodate le anime al giogo.
Il gran duca aveva incaricato Curzio Picchena, suo segretario d'ambasciata a Parigi, di liberarlo dai distinti emigrati che tuttavia si trovavano alla corte di Catarina de' Medici. Gli fece avere sottili veleni, per formare i quali Cosimo I aveva eretta nel suo palazzo un'officina, che diceva essere un laboratorio chimico per le sue esperienze; gli diresse inoltre alcuni assassini italiani superiori a tutti gli altri; e promise il premio di quattro mila ducati per ogni omicidio, oltre il rimborso di tutte le spese che sarebbero occorse. Nel 1578 Bernardo Girolami fu la prima vittima di questa trama; e la di lui morte atterrì in modo tutti gli altri emigrati fiorentini, che questi per salvarsi si dispersero per le province della Francia e dell'Inghilterra. Ma ovunque furono inseguiti dai sicarj di don Francesco, e tutti coloro che avevano recata qualche molestia al gran duca perirono[235].
Don Francesco visse e morì totalmente subordinato a Filippo II: e perciò mostrossi agli occhi de' suoi sudditi sempre spalleggiato da tutta la potenza spagnuola; e sebbene nel 1579 si rendesse più spregievole, che non lo era prima, colle sue nozze coll'accorta e dissoluta Bianca Cappello[236], sebbene nella sua famiglia si andassero continuamente rinnovando gli assassinj, gli avvelenamenti, i delitti d'ogni sorta, i Fiorentini più non tentarono di sottrarsi alla sua autorità; ma soltanto non dissimularono la loro gioja, quando, il 19 ottobre del 1587, Francesco e sua moglie morirono avvelenati a Poggio a Cajano, in occasione di un convito di riconciliazione che colà egli dava al cardinale Ferdinando de' Medici, suo fratello[237].
Questo Ferdinando, che gli successe, e che depose le vesti ecclesiastiche per ammogliarsi, fu il primo a rialzare la nazione toscana dall'oppressione in cui essa aveva sospirato sessant'anni. Egli aveva tutta quell'attitudine al governo che può avere un uomo senza virtù, e tutta la fierezza che può conservarsi senza nobiltà d'animo. Si propose di sottrarsi al giogo spagnuolo che aveva così duramente oppressi i suoi due predecessori: volle di nuovo opporre la Francia alla casa d'Austria, e fu il primo sovrano cattolico che riconoscesse Enrico IV, e si alleasse con lui. In appresso s'interpose per la di lui riconciliazione col papa, e gli ottenne l'assoluzione. Ma il trattato di Parigi del 27 febbrajo del 1600, tra la Francia ed il duca di Savoja, togliendo alla prima la comunicazione coll'Italia pel marchesato di Saluzzo, fece ricadere il gran duca sotto il giogo della Spagna, che aveva cercato di scuotere[238].
Tale fu in compendio la storia di tutti i principi sovrani che in questo secolo contava l'Italia. Quella delle tre repubbliche che tuttavia conservavano la loro libertà fu ancora più povera d'importanti avvenimenti. In Toscana la repubblica di Lucca aveva conservata la sua indipendenza. Se si vuole farne giudizio dalle sue forme esteriori, essa continuava a governarsi democraticamente: la sovranità risiedeva in tre corpi che dovevano approvare tutte le leggi; questi erano, la signoria formata da un gonfaloniere e da 9 anziani che mutavansi ogni due mesi; il senato formato di 36 membri che si rinnovavano ogni sei mesi all'anno; ed il consiglio generale formato di 90 individui che sedevano un anno[239]. Ma perchè i magistrati in esercizio nel corpo dell'anno formavano essi medesimi il corpo elettorale, dal quale venivano nominati i magistrati del susseguente anno, gli stessi uomini trovavano il destro di occupare sempre tutti gl'impieghi, soltanto col cambiare fra di loro le rispettive funzioni, perchè la legge non acconsentiva di essere rieletti senza intervallo. Per ciò gli emigrati fiorentini, assai numerosi in Lucca, rinfacciavano ai loro ospiti di avere abbandonata la repubblica ad una stretta oligarchia, detta burlevolmente i signori del cerchiolino[240].
Alcuni oppressivi regolamenti emanati a favore de' capi manifatturieri contro gli artigiani, ed in particolare contro i tessitori di seta, diedero motivo, il primo maggio del 1531 ad un'insurrezione che costrinse la signoria a transigere col popolo, e ad accrescere di un terzo il numero de' consiglieri, onde accordare queste piazze ad uomini nuovi; ma prima che terminasse l'anno la signoria si fece autorizzare a prendere una guardia di cento soldati forastieri per difendere il palazzo pubblico, e coll'ajuto di questa e delle milizie del territorio, ristabilì l'antico sistema, il 9 aprile del 1532, ed annullò tutte le leggi fatte in favore delle classi inferiori[241].
Per altro non fu che dopo la capitolazione di Siena, e quando la libertà era di già stata esiliata da tutto il rimanente della Toscana, che il gonfaloniere Martino Bernardino, il 9 dicembre del 1556, propose e fece sanzionare la legge che i Lucchesi risguardarono poi come il fondamento della loro aristocrazia, e come equivalente al serrar del consiglio di Venezia, e che intitolarono dal suo autore legge Martiniana. Martino, che voleva ridurre la sovranità in pochissime famiglie, accarezzava non pertanto ancora la pubblica opinione, e non aveva infatti espresso ancora tutto ciò che voleva stabilire. La legge Martiniana vuole soltanto che ogni figlio o di forastiere o di campagnuolo sia perpetuamente escluso da qualunque magistratura. Con tali indiretti modi il corpo aristocratico, che di già era stato ridotto a poche famiglie, si assicurò di non essere mai più rinnovato, perchè tutti i nuovi candidati che vi si sarebbero potuti introdurre, non potevano essere che stranieri naturalizzati, o di già sudditi dello stato fatti nobili. In questo modo la sovranità venne trasmessa per ereditario diritto ad un sempre più ristretto numero di famiglie nobili[242]. Sembra infatti che nell'anno 1600 l'aristocrazia lucchese non contasse che cento sessant'otto famiglie, le quali, nel 1797 in occasione degli ultimi comizj adunati per l'elezione delle magistrature, trovaronsi ridotte a sole ottant'otto, e queste non somministravano un sufficiente numero d'individui per tutti gl'impieghi dello stato[243].
La costituzione che si era data la repubblica di Genova, quando Andrea Doria le aveva renduta la libertà, aveva colmati di riconoscenza tutti i Genovesi, perchè chiamava a governare il maggior numero di loro, nell'istante in cui avevano potuto temere che la sovranità venisse usurpata da un solo: pure questa costituzione era puramente aristocratica, e tendeva a sempre più restringere il circolo dei depositarj della suprema autorità. D'altronde l'assoluta dipendenza in cui si erano poste, rispetto alla Spagna, la famiglia Doria e la repubblica doveva altresì riuscire vantaggiosa all'oligarchia per via di tutti i pregiudizj di nobiltà fomentati dall'orgoglio di Filippo II e della sua corte[244].
Dacchè Andrea Doria, giunto ad una estrema vecchiaja, e molestato dalla gotta, più non usciva di casa, suo nipote Giannettino, aveva preso il comando delle sue galere; onorato come lo zio del favore dell'imperatore, aveva pure le prime parti nella repubblica: ma egli si era arrogata maggior potenza d'assai di quella che aveva avuta lo zio, e la esercitava con maggiore orgoglio. Il popolo, afflitto di vedersi escluso dall'amministrazione della repubblica, e la primaria nobiltà, gelosa della potenza del Doria, sentivano ogni dì crescere il loro malcontento. Giovanni Luigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, ascoltando l'antico odio della sua famiglia contro i Doria, ed offeso dall'orgoglio di Giannettino, progettò di sottrarre la sua patria tutta ad un tratto all'autorità dell'aristocrazia, a quella dei Doria ed a quella della Spagna. Si assicurò degli ajuti di Pier Luigi Farnese, nuovo duca di Parma e di Piacenza, e di quelli della Francia; trasse ne' suoi interessi molti cittadini affezionati all'antica fazione popolare, e gli avanzi del partito dei Fregosi; finalmente fece venire da' suoi feudi molti suoi vassalli, e circa dugento fidati soldati, sotto colore di armare quattro sue galere per andare in corso contro i Barbareschi[245].
Giovan Luigi del Fiesco aveva invitati molti giovani, di coloro ch'egli credeva più scontenti del governo, ad un convito che diede il 2 di gennajo del 1547; e quando gli ebbe tutti adunati in casa sua, e che le porte furono chiuse e custodite da gente fidata, dichiarò apertamente tutto il piano della sua congiura, loro chiedendo di secondarlo e di seguirlo, se volevano salvare la propria vita. I più di costoro, atterriti dalle minacce di lui, piuttosto che strascinati dalle proprie passioni, si obbligarono con giuramento. Giovan Luigi del Fiesco divise in allora la truppa coi suoi fratelli, onde attaccare nello stesso tempo il porto ove il Doria teneva le sue galere, la porta di Bisagno, e quella che conduceva al palazzo ove dimoravano i due Doria fuori di città. La notte era di già molto inoltrata quando la zuffa cominciò contemporaneamente in ogni luogo. Giannettino Doria, avvisato dal tumulto che si era eccitato, fu ucciso presso la porta della città nell'atto che vi accorreva per calmarlo: allora Andrea Doria, credendo la città e le sue galere perdute, fuggì fino a Sestri. In fatti la cospirazione aveva dovunque avuto buon esito; la flotta, che aveva quaranta galere era di già venuta in mano degl'insorgenti, e le porte della città erano state sorprese. Ma invano si andava cercando Luigi del Fiesco per incamminarsi verso il palazzo, scacciarne la guardia della signoria, e mutare il governo; ma Luigi, volendo passare a bordo della galera capitana nell'istante in cui questa si scostava dalla riva, era caduto in mare col ponte su cui passava, ed il peso delle sue armi gli aveva impedito di salvarsi a nuoto. I di lui partigiani, perduto avendo il coraggio alla notizia della sorte di lui, più non osarono di occupare il palazzo, e, sebbene di già vincitori, trattarono colla signoria come se stati fossero vinti; offrirono di cedere le porte a condizione di avere un'intera amnistia, la quale poichè fu accordata e solennemente giurata, i Fieschi si ritirarono a Montoglio[246]. Ma un governo che ubbidiva all'influenza spagnuola non credevasi tenuto all'osservanza delle sue promesse: crudelissime furono le vendette del vecchio Andrea Doria, e non ebbero fine che colla di lui vita, che si prolungò fino ai novantaquattro anni, e si spense il 25 di novembre del 1560[247].
In tutto il restante del secolo i Genovesi furono sempre soggetti agli Spagnuoli, e perdettero nel 1566 l'isola di Scio, conquistata da Solimano sopra i Giustiniani, loro concittadini, che se n'erano arrogata la sovranità. Furono pure in pericolo di perdere la Corsica, che, dopo essere stata invasa dai Francesi nel 1553[248], si sollevò nel 1564, e continuò a respingere con tutte le sue forze il giogo oppressivo della repubblica, fino al 1568, in cui fu di nuovo sommessa[249]. Più non vi fu pace in Genova. Dopo la congiura dei Fieschi i più ricchi e più potenti membri dell'aristocrazia, temendo di vedersi tolto di mano il governo dall'odio popolare, avevano risolto di rialzare una rocca alla Lanterna, con intenzione d'introdurvi una guarnigione spagnuola, onde tenere la città in dovere e consolidare la propria autorità. Questo progetto doveva avere esecuzione nel 1548, in occasione del passaggio per Genova di don Filippo, principe di Spagna: e don Ferdinando di Gonzaga, governatore del Milanese, doveva spalleggiarlo con tutte le sue forze. Ma malgrado la loro ubbidienza, i Genovesi abborrivano gli Spagnuoli; onde pregarono Andrea Doria di opporsi a così vergognoso progetto, cui lo spirito di vendetta lo aveva in sulle prime ridotto ad acconsentire; gli raccomandarono la libertà della repubblica, di cui era il secondo fondatore, ed ottennero da lui la promessa, che nè il principe di Spagna, nè le truppe di lui sarebbero ricevute in città[250].
Nuove dissensioni scoppiarono nella seconda metà del secolo tra l'antica e la nuova nobiltà, i di cui diritti non erano ben definiti; e tanto s'innoltrarono queste da dare speranza a Giovanni d'Austria di potere occupare Genova, quando nel 1571 passò davanti a questa città colla flotta, che in appresso conseguì la vittoria di Lepanto[251]. In questa circostanza papa Gregorio XIII prese sotto la sua protezione la repubblica, e contribuì potentemente a riconciliare le fazioni. Nel 1575 ottenne da queste, che rimettessero le ragioni loro in arbitrio di tre mediatori, cioè egli stesso, l'imperatore ed il re di Spagna. Le tre corti modificarono la costituzione della repubblica, ed in parte distrussero l'opera di Andrea Doria. La recente loro legge, pubblicata il 17 marzo del 1576, accrebbe i privilegj dei nuovi nobili, ma sempre come nobili: restarono dimenticati i diritti dei cittadini, e la libertà venne bandita da questa repubblica quasi come dagli assoluti principati[252].
La libertà non era meglio conosciuta a Venezia; questa città, dopo avere esaurite le proprie forze per resistere alla lega di Cambrai, pareva cercare l'oscurità facendo di tutto per seppellirsi nel silenzio, diffidare de' suoi cittadini, de' suoi alleati, e de' suoi nemici, ed allegando i pericoli che la stringevano ora dal canto della Turchia, ed ora dal canto dell'Austria, sottrarsi dal far mostra di sè medesima. Due crudeli guerre coi Turchi privarono effettivamente la repubblica di molti de' suoi più importanti possedimenti nel Levante. Cominciò la prima nel 1537 col guasto di Corfù, e finì il 20 ottobre del 1540 colla cessione fatta a Solimano di tutte le isole dell'Arcipelago che di già si trovavano in potere dei Turchi, e delle forti città di Napoli e di Malvagia, o Epidauro, che la repubblica possedeva ancora nel Peloponneso[253]. L'altra fu dai Turchi intrapresa nel 1570 per conquistare l'isola di Cipro; la quale, difesa con prodigj di valore e con infiniti sagrificj di uomini e di danaro, fu all'ultimo perduta dai Veneziani, ed abbandonata colla pace che sottoscrissero nel mese di marzo del 1573[254].
Il timore dei Turchi, che in tutte le guerre aveva avuti costanti vantaggi contro la repubblica, costringeva questa ad allearsi colla casa d'Austria. Circondata dagli stati di questa casa, costretta di ricorrere a lei contro un nemico ancora più terribile, la repubblica non ardiva pretendere ad un'assoluta indipendenza. Finchè le due monarchie dei Turchi e degli Spagnuoli conservarono tutto il loro vigore, i Veneziani furono abbastanza fortunati di sottrarsi al pericolo coll'oscurità, e di evitare ogni azione che attirare potesse su di loro gli sguardi dell'Europa.
Tali furono in tutti gli stati d'Italia le rivoluzioni accadute nel sedicesimo secolo. Il nome di questo secolo richiama a principio un periodo di gloria, perchè i primi anni di questo vennero illustrati dai più grandi ingegni che l'Italia producesse nelle lettere e nelle arti. In mezzo ad orribili calamità, ogni speranza non era in allora per anco perduta, e questa sosteneva i talenti di coloro ch'erano nati, o che si erano formati in più felici tempi. Tutti i grandi uomini onde si onora l'Italia appartengono a questa prima metà del sedicesimo secolo, in cui l'Italia sentivasi ancora libera. Il solo Tasso è di tutti il più moderno, perciocchè non pubblicò il suo poema che nel 1581, e di già in allora si trovava isolato, quale rappresentante degli andati tempi, in mezzo ad una degenere nazione. Il genio sparve con lui dalla terra, dalla quale era stata scacciata la libertà; e la fine del sedicesimo secolo, in cui l'umana specie fu in Italia colpita dalle più spaventose sventure, non dev'essere ricordata che coll'orrore che ispirano il delitto, i patimenti e l'avvilimento dei nostri simili.
CAPITOLO CXXIV.
Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del diciassettesimo secolo.
1601 = 1700.
Mentre che presso gli altri popoli inciviliti gli ultimi secoli svilupparono tanti nuovi interessi, e nuovi sentimenti e nuove passioni, che più non potrebbesi ristringere la loro storia nell'angusto circolo che bastava ai precedenti secoli, la storia d'Italia diventa più sterile di mano in mano che ci avviciniamo all'età nostra. Ma tutte le altre nazioni giugnevano lentamente all'esistenza, mentre che la nazione italiana perdeva la sua. Anche dopo terminata l'ultima contesa per l'indipendenza, fu ancora necessario qualche tempo per disingannare gli uomini dai sogni della loro ambizione, per convincerli che più non restava loro a sperare nè libertà, nè grandezza, nè gloria; molti genitori avevano instillati ne' loro figli i sentimenti di cui si erano essi medesimi nudriti in più felici tempi; molti caratteri erano stati di nuovo rinvigoriti dall'esilio, dalle persecuzioni, dai patimenti della guerra e da tutte le calamità dei primi anni del sedicesimo secolo; molti uomini energici, avendo presa una falsa direzione, e servito il comune nemico, erano stati accarezzati da que' medesimi che opprimevano tutti gli altri, ma che sentivano il bisogno di riservarsi alcuni strumenti abbastanza forti per signoreggiare il paese. Molti altri, senz'avere alcuno determinato scopo o speranza di miglior sorte, si andavano tuttavia agitando per l'abitudine delle rivoluzioni, in quello stesso modo che la materia conserva il movimento, per la forza d'inerzia, allorchè l'ha ricevuto una volta. Così tutto il sedicesimo secolo ebbe ancora un'apparenza di vita, ed è per questo, a non dubitarne, ch'egli partecipò tutt'intero alla gloria che gli procacciarono eterna i poeti, i letterati, gli artisti, che fiorirono principalmente ne' primi anni. Per lo contrario il diciassettesimo secolo è un'epoca di compiuta morte; e quanto la storia letteraria lo rappresenta come in preda al più cattivo gusto, alla insipidezza, al languore ed alla sterilità, altrettanto la storia politica lo mostra privo d'ogni azione come d'ogni virtù, d'ogni elevato carattere, d'ogni importante rivoluzione. Di mano in mano che andiamo avanzando ci è forza di rimanere convinti, che la storia, non solo delle repubbliche, ma dell'intera nazione italiana, finì coll'anno 1530.
Ma si verserebbe in un grand'errore, se, osservando che la storia quasi d'altro non si occupa che delle disgrazie degli uomini, si supponesse che i tempi di cui essa non parla siano stati meno infelici. Non tutte le calamità sono istoriche, loro abbisognando un certo qual grado di grandezza e di nobiltà perchè possano richiamare la nostra attenzione, ed imprimersi nella nostra memoria. Acciocchè gli stessi contemporanei ci trasmettano i fatti circostanziati dell'età loro, d'uopo è che le calamità siano comuni a molti individui, e che si possa a prima vista comprendere il rapporto che corre fra la cagione e l'effetto. Le disgrazie del diciassettesimo secolo erano di diversa natura; erano tacite, e non sembravano dipendenti dalla politica: ognuno soffriva, ma ognuno soffriva nella propria famiglia, come uomo e non come cittadino. Avvelenate erano le private relazioni, distrutte le speranze, diminuita la fortuna, mentre che i bisogni di ognuno andavano ogni giorno crescendo: la coscienza invece di essere di sostentamento nella sventura, rinfacciava continuamente le passate colpe; ed aggiugnendosi la vergogna al dolore, ognuno sforzavasi ancora di nascondere agli occhi del mondo le sue pene e d'involarne la memoria alla posterità.
Perciò non si pensò ad enumerare tra le pubbliche calamità dell'Italia la cagione forse più generale de' privati patimenti di tutte le famiglie italiane; il torto, dico, fatto al sacro nodo del matrimonio con un altro nodo, risguardato come onorevole, e che gli stranieri vedono sempre in Italia con eguale stupore, senza poterlo comprendere; ed è quello de' cicisbei, o de' cavalieri serventi. Questa sciagurata moda essendo stata una volta introdotta nel diciassettesimo secolo dall'esempio delle corti, ed essendo posta sotto la protezione di tutte le vanità, la pace delle famiglie fu bandita da tutta l'Italia; verun marito più non risguardò la sua consorte come una fedele compagna, associata a tutta la sua esistenza; più non trovò in essa un consiglio nel dubbio, un sostegno nell'avversità, un salvatore nel pericolo, una consolatrice nella disperazione; niun padre osò assicurarsi che i figliuoli a lui dati dal matrimonio fossero suoi; niuno si sentì legato a loro dalla natura; e l'orgoglio di conservare il proprio casato, sostituito al più dolce ed al più nobile affetto, avvelenò tutte le domestiche relazioni. Quanto non demeritarono dell'umanità que' principi, che riuscirono ad impedire che i loro sudditi conoscessero qualcuno de' dolci affetti di sposi, di padri, di fratelli e di figli!
Sebbene l'instituzione di tutti i ridicoli doveri de' cicisbei fosse per avventura il più efficace mezzo di calmare gli spiriti irrequieti di fresco ridotti in servitù, di snervare i coraggi troppo maschi, d'effeminare i nobili ed i cittadini intolleranti del giogo, facendo loro scordare che avevano perduto ciò che più non dovevano cercare, forse si viene a far troppo onore alla penetrazione di coloro che mutarono le costumanze d'Italia, supponendo che prevedessero tutte le conseguenze delle nuove mode ch'essi introducevano; pure l'istinto del delitto conduce più volte tanto direttamente allo scopo, quanto il calcolo.
Fino alla metà del sedicesimo secolo l'abitudine del lavoro era stata la qualità distintiva degl'Italiani: a Firenze, a Venezia, a Genova il primo ordine era dei mercanti; e le famiglie decorate di tutte le dignità dello stato, della Chiesa o dell'armata, non perciò rinunciavano al commercio. Filippo Strozzi, cognato di Leon X, padre del maresciallo Strozzi e del gran priore di Capoa, amico di molti sovrani, il primo cittadino dell'Italia, erasi fino alla fine della sua vita mantenuto capo di una casa di banco. Ebbe sette figli; ma, malgrado la sua immensa ricchezza, non ne aveva destinato veruno all'ozio. I principi vollero sostituire a questa formidabile attività ciò che essi intitolarono un nobil ozio; le armi castigliane inondavano l'Italia, ed essi chiamarono in loro ajuto i pregiudizj castigliani, che coprivano con un profondo disprezzo ogni specie di lavoro. Trassero tutti i loro cortigiani a convertire le loro sostanze in terre, a destinarle a perpetuità al primogenito della loro famiglia, sagrificando in tal modo all'orgoglio i più giovani fratelli e le femmine, e condannando ad una costante inerzia tutti i figli primogeniti per alterigia, tutti i figli cadetti per impotenza.
Per occupare l'ozio di tutto ciò che era cortigianesco, di tutto ciò che venne onorato col titolo di nobiltà, per offrire nello stesso tempo un compenso a quella folla di cadetti privati di ogni speranza, e per sempre esclusi dal matrimonio, furono inventati i diritti ed i bizzarri doveri dei cicisbei, o cavalieri serventi; questi furono interamente fondati sopra due leggi che s'impose il bel mondo: niuna femmina più non potè con decenza mostrarsi sola in pubblico; verun marito non potè, senza esporsi al ridicolo, accompagnare sua moglie.
L'esempio de' traviamenti de' grandi contribuì senza dubbio assai a corrompere il popolo: quello della impudica Bianca Capello, e di tutti i principi e principesse della casa Gonzaga, nel diciassettesimo secolo, non poteva essere senza influenza: ma sebbene i costumi delle corti fossero più corrotti, si era conosciuto l'intrigo e la galanteria fino ne' tempi delle repubbliche, e questo disordine non bastava solo a distruggere il carattere nazionale. Ciò che distingue il secolo diciassettesimo è l'origine d'un pregiudizio antisociale, più del libertinaggio funesto, dietro il quale facevasi pomposa mostra di ciò che in addietro si nascondeva. Non fu già perchè alcune donne ebbero degli amanti, ma perchè una donna non potè più mostrarsi in pubblico senza un amante, che gl'Italiani cessarono d'essere uomini.
Mentre che tutti i legami di famiglia furono rotti nel diciassettesimo secolo con queste nuove costumanze, che, risguardate in seguito come sole, consentanee all'eleganza, vennero bentosto imitate dalla intera massa del popolo, il commercio fu oppresso da un mortal colpo per la subita ritirata degli uomini industri e dei capitali; ne consumarono la ruina i monopolj e le assurde gabelle sopra ogni vendita di tutti gli oggetti commerciabili, stabilite dagli Spagnuoli in tutte le province loro soggette. Frattanto il fasto andava crescendo a misura che diminuivano i mezzi; quanto, secondo gli antichi costumi, erano apprezzati l'ordine e l'economia, altrettanto furono tenuti in pregio nelle corti lo splendore e il lusso, e a norma di questi furono fissati i gradi. Gl'Italiani impararono in questo secolo (e furono loro maestri gli Spagnuoli) l'arte di economizzare sui più pressanti bisogni per accordare di più all'apparenza, di sopprimere tutti i comodi non veduti per accrescere il fasto che abbacina gli occhi del pubblico. La spesa diventò la misura della considerazione, e si diede lode al capo di famiglia di tutto ciò che accordava al suo fasto ed a' suoi piaceri.
Ne' tempi delle repubbliche, i cittadini, non cercando altra decorazione che i suffragj de' loro concittadini, temevano di eccitare la loro gelosia con ambiziose distinzioni. Nè ricevevano, nè davano titoli, e non mettevano alla tortura il loro linguaggio per trovare formole più ossequiose. In ogni cosa le nuove corti sostituirono la vanità all'orgoglio nazionale; e le questioni di precedenza occuparono tutta la loro politica. La rivalità tra la casa d'Este e la casa dei Medici, fra questa e la casa di Savoja, non aveva altra vera cagione che la rispettiva pretesa di ciascuna di andare innanzi all'altra nelle cerimonie in cui si scontravano i loro ambasciatori. Successivamente i sovrani si andavano arrogando nuovi titoli, mentre ne attribuivano altresì dei nuovi a tutta la loro corte. Mentre passavano essi medesimi per tutti i gradi d'illustrissimi, di eccellenze, di altezze, di altezze serenissime, di altezze reali, creavano pei loro sudditi patenti senza fine di marchesi, di conti, di cavalieri, loro cedendo in appresso la qualificazione che essi avevano portata, e che cominciavano a disprezzare. Tali decorazioni scendevano sempre più a basso nella folla; più non iscrivevasi trent'anni sono al proprio calzolajo senza chiamarlo molto illustre: ma col moltiplicare i titoli, non si erano moltiplicati che i malcontenti e le mortificazioni; ognuno in cambio di ciò che gli era accordato, non vedeva che quanto gli era ricusato; e non eravi così magro gentiluomo, così piccolo ufficiale di milizia, che non si tenesse mortalmente ferito quand'era per errore chiamato chiarissimo ed eccellentissimo, quand'egli aspirava all'illustrissimo.
Le leggi, le costumanze, l'esempio, la stessa religione, tal quale era praticata, miravano a sostituire in ogni cosa l'egoismo ad ogni mobile più nobile. Ma mentre che si sforzavano gli uomini di riportare ogni cosa a sè medesimi, nello stesso tempo si privavano di tutte le soddisfazioni che avrebbero potuto trovare in sè medesimi. Il padre di famiglia, ammogliato con una donna non di sua scelta, da lui non amata, e dalla quale non era amato, circondato da figliuoli di cui non sapeva di essere padre, che non pensava ad educare, e de' quali non si curava di acquistare l'amore, continuamente disturbato nella propria famiglia dalla presenza dell'amico di sua moglie, separato da alcuni de' suoi fratelli e sorelle, e ch'erano stati fino dalla fanciullezza chiusi ne' conventi, e stancheggiato dall'inutilità degli altri, i quali, per loro parte d'eredità, avevano sempre diritto alla sua mensa, non era da tutti risguardato che come l'amministratore del patrimonio della famiglia. Egli era soltanto risponsabile della sua economia, mentre che tutti gli altri, fratelli, sorelle, moglie e figli, erano entrati in una segreta lega per deviare a loro profitto il più che potevano della comune entrata, per godere, per mettersi essi medesimi al largo, senza curarsi delle difficoltà in cui poteva trovarsi il loro capo.
Questo capo di famiglia più non era il vero proprietario del fondo patrimoniale; più non aveva verun mezzo di accrescerlo, mentre che le imposte, le pubbliche calamità e l'accrescimento del lusso lo andavano sempre diminuendo. La sostanza che ricevuto aveva da' suoi maggiori era tutt'intera sostituita a perpetuità. Dessa non apparteneva alla vivente generazione, ma a quella che non era ancora nata. Il padre di famiglia non poteva nè ipotecare, nè mutare, nè vendere; se qualche stravaganza giovanile gli aveva fatto contrarre un debito, le sole sue entrate potevano essere prese per pagarlo, ed intanto egli doveva per vivere contrarne un altro. Il legame impostogli dal suo antenato per conservare la sua sostanza, gl'impediva di usarne. Per ogni impreveduto bisogno doveva valersi dei capitali destinati all'agricoltura, i soli di cui potesse disporre, ed i soli che avrebbero dovuto essere intangibili. Con ciò ruinava quelle terre che non aveva diritto di vendere, e le numerose famiglie de' coloni erano con lui vittime della sua inconsiderazione, di quella de' suoi parenti, o dell'accidentale disgrazia che aveva danneggiata la sua sostanza.
S'egli cercava onori per sottrarsi ai dispiaceri che trovava nella propria casa, si vedeva ad ogni istante mortificato da tutte le vanità gelose della sua; se voleva mettersi in sulla strada de' pubblici impieghi, non poteva avanzarsi che colle arti dell'intrigo, coll'adulazione e colla bassezza; e se aveva delle processure, le sue ragioni venivano compromesse dalle interminabili lentezze del foro, o sagrificate dalla venalità de' giudici; se aveva nemici, i suoi beni, la libertà, la vita, erano in balìa di segreti delatori, di arbitrarj tribunali. Non amando che sè medesimo, non trovava in sè medesimo che pene e cure. Per sottrarsi ai suoi dispiaceri era in certo qual modo costretto a seguire l'universale tendenza della sua nazione verso i piaceri sensuali, ed abbandonandovisi, apparecchiavasi ancora in mezzo a questi nuove pene e nuovi tormenti.