Il Richiamo della Foresta


JACK LONDON

IL RICHIAMO
DELLA FORESTA

ROMANZO

PREFAZIONE E TRADUZIONE DI
GIAN DÀULI

MCMXXIV
MODERNISSIMA
MILANO


PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano



[INDICE]


JACK LONDON

Credo che non vi sia scrittore il quale abbia vissuto e sofferto, amato e odiato con tanta disperata e selvaggia intensità, come Jack London. I Gorki, i Dostoiewski, gli Upton Sinclair, i Rimbaud, i Baudelaire, tra miserie fisiche e morali, hanno saputo, sì, rappresentare visioni mai concepite da altri, ma vivendo una vita che, per quanto agitata, non soffrì che in parte del grandioso e avventuroso travaglio che agitò l’esistenza dura ed eroica del grande scrittore americano, le cui opere suscitano in noi sentimenti di paura e di tenerezza, di amore e di dolore e, soprattutto, di ammirazione. Ci pare di trovarci di fronte all’uomo delle caverne che riveli alla nostra sensibilità moderna i misteri e le ferree leggi della vita primitiva.

Perciò, con senso di pena, ho visto in questi giorni pubblicata, a cura del Prezzolini, la prima traduzione italiana di uno dei romanzi di Jack London, «Il lupo di mare», come uno dei tanti libri per ragazzi. Poveri innocenti! Le opere di London affidate nelle mani di adolescenti che s’affacciano alla vita, e non conoscono ancora il male, e ignorano i feroci egoismi degli uomini, la cecità del Dio cristiano, le leggi inesorabili della natura? Quale errore!

***

La favola di questi romanzi, per quanto avventurose ne siano le vicende e pittoresco il paesaggio entro il quale si svolge, appare poca cosa in confronto dello spirito realistico che l’ànima e della visione totale della vita e del destino dell’uomo che l’autore vuole e riesce a comunicarci. Egli mira al nostro cuore e alla nostra coscienza, più che alla nostra mente e alla nostra fantasia, da selvaggio armato di frecce avvelenate e infallibili. Ossequiente alle leggi naturali della vita che accomunano l’uomo all’animale, nella foresta, egli ci mostra, a fini sociali, nell’animale, l’uomo, e gli istinti dell’uno nell’altro, rivivendo, con profondo senso primigenio, selvagge emozioni ereditarie che dormono nella natura umana, attraverso il ricordo di antenati preumani e di migliaia di generazioni.

Così che si ripensa, per associazione d’idee, alle crudeltà della guerra mondiale, agli errori ed orrori della rivoluzione russa, ai massacri degli ebrei, alle violenze dell’attuale guerriglia sociale, alle aberrazioni quotidiane della vita umana costantemente insidiata da brutale malvagità, e vien fatto di pensare: — Possiamo, dunque, senza vergogna, affermare d’essere fatti ad immagine di Dio? O non forse è vero che anche noi, come gli altri animali, barcolliamo nelle tenebre, spinti dagl’istinti più bassi, che nelle forme più estreme e più elementari sono legge di vita per i cani e per i lupi? Pare oggi, infatti, che la legge della mazza e dei denti abbia sopraffatto millennî di diritto civile, e ci riconduca in pieno mondo londoniano, dove il più forte, per istinto, non per crudeltà, abbatte ed uccide il più debole, divorandoselo poi, e la ferocia della passione sensuale fa strage, e i maschi si uniscono e combattono insieme sotto il pungolo della fame, e s’uccidono l’un l’altro appena il pungolo è attenuato, ciascuno conducendo via la compagna quando ha ucciso i rivali. Solo ritegno conosciuto, in questo mondo primigenio, è l’istinto della propria conservazione, che tiene unito il maschio alla femmina e spinge il maschio a nutrirla! Dappertutto è libertà assoluta, dappertutto è la paura della morte onnipresente e sovrana.

Ma il London non si limita a mostrarci, con crudele realismo, il rapporto naturale tra la vita selvaggia e la vita civile, ma rappresenta il contrasto diretto tra l’una e l’altra, affermando, invece della licenza, la legge; invece dell’istinto, il trionfo dell’autorità. Devozione del forte al debole, venerazione del debole per il forte, ecco la grande legge della vita che combatte gli impulsi selvaggi: ideale questo o, meglio, regola di vita veramente civile, che la società umana potrebbe a dovrebbe attingere se non fosse così mal ordinata da sembrare fatta per la conservazione e lo sviluppo degli istinti primitivi.

***

Per dare degnamente inizio alla pubblicazione delle opere complete di Jack London, scegliemmo, nella sua vasta produzione, due romanzi: «Il richiamo della foresta» («The Call of the Wild») e «Zanna bianca» («The white fang»), i quali a nostro avviso, caratterizzano, meglio di tutti gli altri, non solo il temperamento dello scrittore, ma il processo di sviluppo della sua anima di pensatore temprato dall’esperienza della vita.

Nel primo, «Il richiamo della foresta», è il racconto di un cane che, attraverso perigliose vicende, per la crudeltà degli uomini e l’asprezza dell’esistenza finisce col diventar lupo, facendo, cioè, a ritroso, di gradino in gradino, il cammino inverso della civiltà, da una vita sicura, tranquilla, soleggiata, familiare, quale godeva. Aveva fede negli uomini, e la perde; credeva nell’onestà e nell’onore, e finisce col rubare per vivere, e uccidere per non essere ucciso: e quando l’ultimo amore umano cade, egli si ritrova nella selva, animale primitivo signoreggiato dai soli istinti naturali.

La vita di questo cane che diviene lupo, rispecchia materialmente e spiritualmente la vita dello stesso scrittore. Egli ebbe certamente un primo albore d’infanzia felice nell’amore dei suoi, sino a quando, fanciulletto, passava intere giornate sotto un albero a sorvegliare, per i contadini, il ritorno degli sciami delle api dalla loro vita operosa e errabonda. Breve albore al quale seguì ben presto la miseria più dura. Non ancora decenne, per aiutare la sua famiglia caduta in povertà, egli vende giornali per le vie di San Francisco, per le vie della sua amata «Frisco», dove egli era nato il 12 gennaio del 1876. Poco dopo, è operaio in una fabbrica di prodotti alimentari, dove sente i primi morsi dell’odio contro la piovra sociale, e i primi impeti di ribellione. Infatti, a soli quindici anni egli abbandona la famiglia e il lavoro per unirsi a una banda di pirati, e a sedici anni possiede una sua barca, la Razzle Dazzle, e la sua donna, una fanciulla della stessa età, ed è chiamato dai contrabbandieri il Principe del Banco delle Ostriche, perchè egli solo osa fare il contrabbando nella baia di San Francisco, sotto gli occhi della polizia, con una donna a bordo. Vestito di lana grigia, con scarponi da marinaio, e la larga cintola di cuoio rigonfia d’una grossa rivoltella, solido e robusto benchè ancora imberbe, egli si sente re del proprio destino, e con pacata sfrontatezza ingoia alcool, tra perduta gente, con la tenera mantenuta al fianco, nella bettola dell’Ultima Fortuna. Durò un anno quella vita selvaggia ch’egli definiva, sette anni dopo, come la più rischiosa della sua esistenza; durante la quale guadagnava in una settimana quello che più tardi non riusciva a guadagnare in un anno.

Diciassettenne, si decide o per amore di avventure o forse con la speranza di liberarsi dall’abitudine di bere, a partire, mozzo, per una crociera al Giappone, su un trealberi; ma non muta tenore di vita; come egli stesso confessa nel suo libro «Memorie di un bevitore»: «Incominciava la sera quando arrivammo ad un caffè e... è tutto quello che vidi del Giappone! E purtanto il nostro veliero stette quindici giorni nel porto di Yokohama! Quindici giorni passati a bere in compagnia dei migliori ragazzi di questo mondo».

Dal Giappone passa alla caccia delle foche nei mari della Russia orientale, e quando ritorna in patria, si dà a tutti i mestieri, ma soprattutto a quello del vagabondo, contro il suo vangelo sociale che considerava il lavoro fisico come un dovere per l’uomo, un dovere che conferisce alla salute e santifica la vita. «L’orgoglio che io traevo», scriss’egli, «da una giornata di lavoro ben compiuto, non si può nemmeno concepire. Io mi sentivo lo sfruttato ideale, lo schiavo tipo, ed ero quasi felice della servitù». Ma forse egli traeva a quel tempo più orgoglio dall’essere considerato da tutti come il «boy socialista», il vagabondo rivoluzionario. Per un certo tempo egli fa parte dei «two thousand stiffs», dei duemila irrigiditi, i terribili sovversivi che, condotti dal generale Kelly, mossero dalla costa del Pacifico alla socializzazione del mondo. La piccola armata di ribelli catturava treni, metteva a sacco città e villaggi, militarizzava tutti gl’uomini che incontrava sul suo cammino. Quando le autorità governative riescono ad arrestare la marcia di questi sovversivi e a disperderli, Jack London ritorna al suo vagabondaggio ed è spesso messo in prigione, come disoccupato senza fissa dimora.

Così, Jack London è in condizioni da ascoltare e sentire in sè tutto il fascino dell’appello della vita selvaggia, the call of the wild, e alla vita selvaggia si abbandona con l’impeto inconsiderato della sua esuberante natura. E davanti agli aspetti sempre più terribili della realtà, fra esperienze strazianti, lo spirito gli si rinvigorisce e s’affina. Il destino l’afferra, l’attanaglia, l’abbatte, l’abbrutisce: il cane diventa lupo, ma il lupo è signore della selva, dominatore nella vita selvaggia. Ma Jack London è un sensitivo, un delicato a dispetto della sua vita, uno spirito universale che non può perire schiacciato dal contingente; ed ecco ricominciare il travaglio affannoso dell’uomo che, per virtù del suo ingegno, pur rincantucciato nell’antro, ad affinar la selce, nella desolata solitudine della Vita selvaggia, spia se stesso, studia le voci arcane della natura, e, attraverso ostacoli tremendi, risale alla superficie della civiltà, mercè la potenza del patissero.

Il lupo diventa cane. (White fang).

Jack London ritorna spesso col pensiero al primo libro letto da bambino, l’Alambra, di Washington Irving, e cerca altre letture. Vuole istruirsi, e finisce — ha allora diciannove anni — per far ritorno alla famiglia, stabilita, a quel tempo, ad Oakland, dove l’attende la dolorosa sorpresa di trovare il padre graduato dell’odiata polizia. Egli vince, tuttavia, la ripugnanza che l’occupazione del padre e la vita ordinata destano in lui, ed accetta il posto di portinaio in una scuola secondaria. Poco dopo, collabora al bollettino letterario della stessa scuola, e, ad un tratto, diviene scrittore. Un giornale di San Francisco offre un premio per un articolo descrittivo: Jack London tenta la prova a vince. Incoraggiato dal primo successo, invia un altro articolo allo stesso giornale, che glielo rifiuta, questa volta. Allora, disgustato del suo mestiere di portinaio, riprende la vita nomade, e attraversa a piedi tutto il continente americano fino a Boston. Visita il Canadà, diviene minatore d’oro e pescatore di salmone nell’Alaska. Ma, intanto, il suo pensiero, in mezzo a tante traversie, si forma e precisa. Ha letto Spencer e Carlo Marx: la società gli appare sempre più mal combinata, il capitalismo odioso, con i suoi eccessi che ne fanno un mostro crudele, divoratore; allora il socialista per istinto diviene socialista rivoluzionario per ragionamento, convinto che il socialismo «mira, se non altro, a mettere ciascuno al suo posto».

Al ritorno dall’Alaska, incomincia a predicare in pubblico le sue idee socialiste, la bellezza della rivoluzione e del mondo nuovo che deve sorgere dal crollo della società capitalistica, ed è, alla fine, arrestato, non più come vagabondo, ma come rivoluzionario.

Uscito di prigione, Jack London sente il bisogno di compiere la sua istruzione: va a San Francisco e riesce a farsi ammettere nell’Università, conciliando il bisogno dello studio con la necessità di guadagnarsi il pane, giorno per giorno. Si occupa in una stireria. «Il ferro e la penna si alternavano nella mia mano», ricorda egli più tardi, «ma dalla mia mano stanca la penna cadeva sovente, e sovente i miei occhi si chiudevano sui libri».

Dopo tre mesi di accannito lavoro, egli, robustissimo, non riesce più a reggersi. Allora decide di ritornare a piedi ad Oakland, di riconciliarsi con la famiglia; ma una nuova crudele delusione l’attende. Il padre è morto, la madre e i fratelli sono in miseria. Questa nuova traversìa, se lo costringe per qualche tempo ancora al lavoro manuale, non gli toglie la speranza di un avvenire diverso e migliore. Nelle solitudini nevose della terra del Nord «dove nessuno parla, dove tutti pensano», egli s’era ripiegato su se stesso ed aveva intravisto il suo vero orizzonte, che era quello del lavoratore intellettuale. Riprende a scrivere. Un giornale di California accetta un suo racconto, un altro gli chiede degli scritti. «Le cose incominciavano a prendere una buona piega, e sembrava che io non dovessi aver più bisogno, per qualche tempo almeno, di scaricare carbone». In fondo, la Società, maledetta da Jack London, incominciava a tendergli la mano. Nel 1900 appare il suo primo Volume: The son of the wolf, «Il figlio del lupo»[1], raccolta di racconti del paese dell’oro, che gli fece acquistar subito fama di scrittore originale e poderoso, a ventiquattr’anni!

D’allora seguirono nuovi libri quasi senza interruzione e con crescente successo. Sposatosi, con la sua amata compagna, London gira il mondo e attende alle sue opere. Ma lo spirito d’avventura non si spegne in lui. Egli vive un certo tempo nei bassifondi di Chicago e di Londra, fa il giro del mondo in un minuscolo yacht, lungo appena quindici metri, fa il corrispondente di guerra al Giappone e in Manciuria nel 1904 e al Messico nel 1914, nè cessa mai la sua inesorabile requisitoria contro la Società mal costituita.

A soli quarantanni, nel 1916, dopo aver pubblicato una cinquantina di volumi, la Morte lo coglie proprio all’inizio della sua vera gloria di scrittore più letto e più discusso, più odiato e più amato, nel suo paese. Ancora oggi non si sa come egli sia morto; e il mistero che vela gli ultimi istanti della vita del rude avventuriero e scrittore di genio, è degno di quel capolavoro di irrequietezza che fu, tra opere pari, l’anima di questo Grande.

***

Così visse Jack London, lo strano romanziere che s’avvia a diventar popolare in tutto il mondo, popolare, per la ragione semplicissima che nello scrittore è l’uomo, ricco di una sua esperienza nuova da raccontare, con parola nuova.

Già scrivendo di Jack London nell’Azione di Genova, nel febbraio del 1921, lamentavo che, purtroppo, bisogna cercare nelle opere straniere quei più vasti orizzonti ideali e quell’aria pura e vivificante di cui ha bisogno il nostro spirito, stanco o viziato, per ritornare fattivamente alla meditazione dei più profondi problemi dello spirito e della vita sociale.

Oggi, più che nel ’21, c’incalzano e premono da tutte le parti formidabili problemi rivoluzionarî, e ci sentiamo oppressi da un alito di continuata tragedia nascosta che gli sbandieramenti patriottardi non riescono a mascherare del tutto, nè le fanfare e i canti a completamente soffocare. Il domani si presenta pauroso agli spiriti alacri e indipendenti, nei quali è un’avidità di sapere, di udire la verità, o parole coraggiose e nuove che aiutino a rintracciare la verità, a risolvere la profonda crisi di pensiero e di sentimento che travaglia le coscienze migliori. Che ci dà oggi la letteratura nostrana? Lettere alle sartine d’Italia e vergini da diciotto carati, romanzetti pornografici e sentimentali ed esercitazioni stilistiche e cerebrali, senza mai un accento di umana commozione per le tragedie politico-sociali del mondo o anche solo una parola che la mostri consapevole del profondo travaglio spirituale della patria. Oh, intellettuali italiani! eccovi una folata d’aria gelida purificatrice! Anche senza farvi uscire dal sicuro romitaggio del vostro egoismo o dai caffè affumicati cari alla vostra presuntuosa pigrizia, anche senza farvi deporre livree o indossare armi. Jack London vi condurrà, con le sue opere, dalla bettola dell’Ultima Fortuna ai confini del mondo, sui perduti sentieri di tutti gli ideali e di tutti gli ardimenti! Giova almeno con lo spirito partecipare alla grande avventura del mondo! Senza l’azione, l’azione costante, la Morte è là in agguato e non tarda a lanciarsi su di noi, inesorabile.

Troverete nel «Richiamo della foresta» e in «Zanna bianca» la rappresentazione realistica dell’Umanità che lotta costantemente contro la prepotenza dell’infinito, dell’inafferrabile, dell’imponderabile. Scenda o risalga il millenario cammino della civiltà — il cane diventi lupo o il lupo diventi cane — ogni creatura vivente, insoddisfatta, cerca sensazioni nuove, è costretta a sgombrare il proprio cammino, a vincere mille ostacoli, chè la vita si rinnova con sempre maggiore Varietà di forme e con più rapidi mezzi di distruzione. Questi due romanzi racchiudono una lezione in atto; questa: che la civiltà non deve indebolire il carattere nè affievolire lo spirito; il lupo che diviene cane è travolto, e forse il cane trova il suo completo sviluppo nel lupo! Da questa crudele lezione, i socialisti, conservatori, comunisti e aristocratici possono trarre elementi per scindere la parte viva da quella morta della propria filosofia o del proprio credo. La lettura di queste opere ci può lasciare immutati, ma non impassibili: l’odio e l’amore trovano in esse accenti definitivi che toccano le radici della nostra coscienza e dello nostra sensibilità. E mentre l’occhio spazia per vastità nuove e terribili, e ammira terre e solitudini sconosciute, e vede esperienze impensate, il cuore, il cuore dell’eterno fanciullo che è in noi, mormora inconsapevolmente una parola d’amore e di solidarietà ultraumana.

***

Pubblicheremo, in seguito, «Martin Eden», «L’amore della vita», «Il vagabondo delle stelle» e gli altri romanzi nei quali Jack London profuse i ricordi e le impressioni dei suoi movimentati viaggi e vagabondaggi attraverso il mondo. Ma forse daremo ai lettori italiani, prima di essi, la traduzione di almeno uno dei suoi romanzi sociali, del terribile Tallone di ferro, che a noi sembra oggidì opera di viva attualità.

Il «Tallone di ferro», scrisse Anatole France, presentando, l’anno scorso, il volume ai lettori francesi, «è il termine energico col quale Jack London disegna la plutocrazia. Il libro che, tra le sue opere, porta questo titolo, fu pubblicato nel 1907. Rintraccia la lotta che scoppierà un giorno tra la plutocrazia e il popolo, se il Destino, nella sua collera, lo permetterà. Ahimè! Jack London aveva il genio che vede quello che è nascosto alla folla degli uomini e possedeva una scienza che gli permetteva d’anticipare i tempi. Egli previde l’assieme degli avvenimenti che si sono svolti nella nostra epoca. Lo spaventevole dramma al quale ci fa assistere in ispirito, nel Tallone di ferro, non è ancora divenuto una realtà, e noi non sappiamo dove e quando si compierà la profezia dell’americano discepolo di Marx.

«Jack London era socialista spinto, socialista rivoluzionario. L’uomo che, nel suo libro, distingue la verità e prevede l’avvenire, il saggio, il forte, il buono, si chiama Ernesto Everhard. Come l’autore, fu operaio e lavorò con le sue mani. E voi sapete che colui che fece cinquanta volumi prodigiosi di vita e d’intelligenza e morì giovane, era figlio di un operaio e incominciò la sua illustre esistenza in un’officina. Ernesto Everhard è pieno di coraggio e di saggezza, pieno di forza e di dolcezza, tratti tutti che sono comuni a lui e allo scrittore che l’ha creato. E a integrare la somiglianza che esiste tra loro, l’autore assegna, a colui ch’egli realizza, una moglie d’anima grande e di spirito forte, della quale il marito fa una socialista. E noi sappiamo, d’altro canto, che Mrs. Charmian lasciò, con suo marito Jack, il Partito del Lavoro dopo che cotesta associazione diede segni di moderatismo.

«Le due insurrezioni che formano materia del libro che io presento al lettore francese sono così sanguinarie, e presentano nel disegno di quelli che le provocano una tale perfidia e nell’esecuzione tanta ferocia, che ci si chiede se esse sarebbero possibili in America, in Europa, specie in Francia. Io non lo crederei, se non avessi l’esempio delle giornate di Giugno e la repressione della Comune del 1876, che mi ricorda come tutto sia permesso contro i poteri. Tutto il proletariato d’Europa ha sentito, come quello d’America, il Tallone di ferro.

«Per il momento, il socialismo in Francia, come pure in Italia e in Ispagna, è troppo debole per temere il Tallone di ferro, poichè l’estrema debolezza è l’unica salvezza dei deboli. Nessun Tallone di ferro calpesterà questa polvere di partito. Qual’è la causa della sua diminuzione? Ci vuol ben poco per abbatterlo in Francia dove la cifra dei proletarî è esigua. Per diverse ragioni la guerra, che si dimostrò crudele col piccolo borghese spogliandolo senza farlo gridare, giacchè questi è un animale muto; la guerra non fu troppo inclemente per l’operaio della grande industria, che trovò da vivere fabbricando armi e munizioni e un salario, magro sin troppo dopo la guerra, ma non caduto, tuttavia, mai troppo in basso. I dominatori del momento vegliavano, e quel salario non era, in sostanza, che della carta che i grossi proprietarî, vicini al potere, non penavano troppo a procurarsi. Bene o male, l’operaio visse. Aveva udito tante menzogne che non si stupiva più di nulla. Fu quello il momento che i socialisti scelsero per disgregarsi e ridursi in polvere. Questa pure è, senza morti e feriti, una bella disfatta del socialismo. Come accadde? E come mai tutte le forze di un grande partito s’addormentarono? Le ragioni da me esposte non sono sufficienti a spiegarlo. La guerra ci deve entrare per qualche cosa, la guerra che uccide gli spiriti come i corpi.

«Ma un giorno la lotta del lavoro e del capitale ricomincerà. Verranno allora giorni simili alle rivolte di San Francisco e di Chicago, delle quali Jack London ci mostra, per anticipazione, l’indicibile orrore. Non vi è alcuna ragione, pertanto, di credere che in quel giorno (o vicino o lontano) il socialismo sarà ancora frantumato sotto il Tallone di ferro e affogato nel sangue.

«Avevano gridato nel 1907 a Jack London: «Voi siete uno spaventevole pessimista!». Socialisti sinceri l’accusavano di gettare lo spavento nel partito. Avevano torto. Bisogna che quelli che hanno il dono prezioso e raro di prevedere, pubblichino i pericoli che presentono. Ricordo di avere udito dire parecchie volte dal grande Jaurès: «Non si conosce abbastanza fra noi la forza delle classi contro le quali abbiamo a combattere. Hanno la forza e si attribuisce loro la virtù; i preti hanno messo da parte la morale della chiesa per coltivare quella dell’officina; cosicchè la società tutt’intera, allorchè queste classi saranno minacciate, accorrerà a difenderle». Egli aveva ragione, come London ha ragione di porgerci lo specchio profetico dei nostri errori e delle nostre imprudenze.

«Non compromettiamo l’avvenire: ci appartiene. La plutocrazia perirà. Nella sua potenza si scorgono di già i segni della rovina. Essa perirà perchè ogni regime di casta è votato alla morte; il salariato perirà perchè è ingiusto. Perirà gonfio d’orgoglio, in piena potenza, come perì la schiavitù e la servitù.

«E già, assentandolo attentamente, ci si accorge che è caduco. Questa guerra, che la grande industria di tutti i paesi del mondo ha voluto, questa guerra che è stata la sua guerra, questa guerra nella quale essa riponeva la speranza di nuove ricchezze, ha causato tante distruzioni e così profonde, che l’oligarchia internazionale è essa stessa scossa e s’avvicina il giorno in cui essa crollerà su un’Europa rovinata.

«Non posso annunziare che perirà d’un colpo e senza lotta. Essa lotterà. L’ultima sua guerra sarà forse lunga e avrà diverse fortune. O voi, eredi del proletariato, o generazioni future, figli di giorni nuovi, voi lotterete, e allorchè dei crudeli rovesci vi faranno dubitare del successo della vostra causa, riprenderete fiducia, e direte col nobile Everhard: «Perduro per questa volta, ma non per sempre. Abbiamo appreso molte cose. Domani l’idea risorgerà, più forte in saggezza e in disciplina».

***

Non abbiamo potuto resistere alla tentazione di riprodurre nella sua interezza la presentazione che Anatole France fa del Tallone di ferro, perchè, confortati dal suo giudizio, nell’ora torbida che attraversa l’Europa tutta, premuta com’è dal tallone del bolscevismo dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, dalle dittature rosse e da quelle monarchico-militaristiche, è più che mai necessario che quelli «che hanno il dono prezioso e raro di prevedere, rendano noti i pericoli che presentono».

A parte il grande godimento intellettuale che dà l’opera di Jack London, essa racchiude in sè un insegnamento e un ammonimento che non debbono andare del tutto perduti. Sin dal 1904, egli aveva scritto una terribile requisitoria contro la società capitalistica attuale. Il suo inesorabile «j’accuse», dal titolo «War of the Classes», Guerra delle classi, vibra di sincera e profonda rivolta contro la borghesia trionfante, e predica il socialismo come una santa crociata. In lui l’amore del proletario è qualche cosa di più alto, di più universale dell’amore di patria; e nell’accusare e nel difendere trova accenti che impressionano e commuovono, perchè ci fa sentire nella sua personale e dolorosa esperienza tutta l’ingiustizia di una società «dove sono uomini che sprecano ricchezze non guadagnate col proprio lavoro, e uomini che languono nella miseria per mancanza di lavoro».

Non sono certo «La guerra delle classi» e «Il tallone di ferro» le opere più interessanti del London, dal punto di vista dell’arte, ma esse aiutano, meglio di tutte le altre, a capire l’anima dell’eterno vagabondo e le crisi ch’egli patì, al punto di abbandonare gli uomini per gli animali, e a rappresentarli con così tremendo realismo.

Questi libri di Jack London, come quelli di Upton Sinclair, di Giuseppe Conrad, di Bernardo Combette, di H. G. Wells e di Israele Zangwill, appartengono ad una letteratura d’eccezione, sono i libri di una generazione tormentata, che ha vissuto la grande tragedia degli uomini oppressi e schiacciati dall’attuale ordinamento — o disordine — economico che ci condusse alla guerra mondiale.

Tuttavia, essi non scrivono per odio di classe, ma per indomabile amore di questa travagliata Umanità che vorrebbero vedere libera da tanti mali e da tante ingiustizie, riunita in una sola famiglia laboriosa, generosa, tollerante, concorde!

GIAN DÀULI.

Rapallo, aprile 1924.


CAPITOLO I. VERSO LA VITA PRIMITIVA.

I desiderî nòmadi ed atàvici

Squassano la catena sociale;

Nuovamente, dal suo sonno letàrgico,

Si risveglia la bestia primordiale.

Buck non leggeva i giornali; altrimenti avrebbe saputo che maturavano guai, non soltanto per lui, ma per tutti i cani da guardia dai muscoli forti e dal pelo lungo e soffice; da Puget Sound a San Diego. Perchè uomini brancolanti nelle tenebre artiche avevano trovato un metallo giallo, e perchè compagnie di navigazione e di trasporti, propagavano con gran rumore la scoperta, migliaia di uomini si precipitavano in Northland, la terra del Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani, e occorrevano cani grossi, dai muscoli robusti, con i quali faticare e dal pelo lanoso per proteggerli dal gelo.

Buck abitava in una grande casa della soleggiata Valle di Santa Clara. La chiamavano la tenuta del Giudice Miller, ed era lontana dalla strada, mezza nascosta dagli alberi, attraverso ai quali poteva scorgersi la fresca veranda che si stendeva intorno ai quattro lati. Si giungeva colà per viali cosparsi di ghiaia minuta; viali che serpeggiavano per prati ben tenuti e sotto i rami intrecciati d’alti pioppi. Dietro, le cose erano s’una scala ancor più spaziosa che sul davanti. V’erano ampie scuderie con una dozzina di staffieri e ragazzi, file di casette inghirlandate di viti, per la servitù, e uno spiegamento ordinato, senza fine, di rimesse e tettoie, di pergolati lunghi, di pascoli verdi di frutteti e cespugli di more. Vi erano poi le macchine per il pozzo artesiano e la grande vasca di cemento dove i figli del giudice Miller si tuffavano ogni mattina e si rinfrescavano nei pomeriggi caldi.

E sopra questo grande dominio, Buck regnava. Là, esso era nato e là, aveva trascorso i quattro anni della sua vita. Esistevano, è vero, altri cani: non era possibile, infatti, che non vi fossero altri cani in una tenuta così vasta; ma essi non contavano. Venivano e andavano, risiedevano nei popolosi canili o vivevano oscuramente nei recessi della casa, secondo il costume di Toots, il botolo giapponese, o di Isabella, la messicana senza pelo — strane creature che raramente mettevano il naso fuori di casa o i piedi a terra. Poi v’erano i fox-terriers, almeno una ventina, che latravano in atto di spaventosa minaccia contro Toots e Isabella, che li guardavano dalle finestre, protetti da una legione di cameriere annate di scope e scopette.

Ma Buck non era nè cane da casa nè cane da canile: era padrone di tutto il reame. Si tuffava con i figli del giudice nella vasca o andava con loro a caccia; scortava Mollie e Alice, le figlie del giudice, in lunghe passeggiate, al tramonto o al mattino, per tempo; nelle sere invernali si stendeva ai piedi del giudice, davanti al gran fuoco avvampante della libreria; portava sulla schiena i nipotini del giudice o li rotolava sull’erba, e vigilava i loro passi attraverso straordinarie avventure sino alla fontana nel cortile della scuderia, e persino più lontano, dov’erano i recinti dei cavalli e i cespugli di more. Tra i terriers camminava maestosamente: e pareva che Tools e Isabella non esistessero, agli occhi suoi, chè egli era re — re di tutti gli esseri striscianti, camminanti o volanti della tenuta del giudice Miller, compresi gli umani.

Suo padre, Elmo, un enorme Sambernardo, era stato il compagno inseparabile del giudice, e Buck prometteva di seguire in tutto e per tutto la carriera del padre. Non era tanto grosso — pesava soltanto sessantatrè chili — perchè sua madre, Step, era una cagna da pastori, scozzese. Tuttavia, sessantatrè chili, ai quali andava aggiunta la dignità che viene dal viver bene e dal rispetto universale, gli davano la possibilità di assumere una perfetta aria regale. Durante quattr’anni, dacchè era cucciolo, aveva vissuto una vita da sazio aristocratico; era orgoglioso di sè, sempre un po’ egoistico, come divengono talvolta i signori di campagna, a causa del loro isolamento. Ma s’era salvato dal pericolo di divenire un semplice cane di casa viziato. La caccia e simili divertimenti all’aria aperta avevano impedito il grasso e induriti i suoi muscoli; e, per lui, come per tutte le razze dal bagno freddo alla mattina, l’amore dell’acqua era stato un tonico e un conservatore della salute.

Questa razza di cane era Buck, alla fine del 1897, quando la scoperta di un giacimento aurifero a Klondike attirava uomini da tutte le parti del mondo nel gelato Nord. Ma Buck non leggeva i giornali, e non sapeva che Manuele, aiuto-giardiniere, era uomo non desiderabile. Manuele aveva una passione prepotente; adorava il gioco alla lotteria cinese. Inoltre, nella sua passione pel giuoco, aveva una debolezza dominante, la fede in un sistema; il che rendeva sicura la sua dannazione. Giacchè, per giocare secondo un sistema occorre danaro, mentre il salario di un aiuto-giardiniere basta appena a soddisfare i bisogni di una moglie e di una numerosa progenie.

Nella memorabile notte del tradimento di Manuele, il giudice partecipava ad una riunione dell’Associazione dei Viticultori, e i ragazzi erano affaccendati ad organizzare un club atletico. Nessuno lo vide, e Buck se ne andò attraverso il frutteto a fare quella che credeva una semplice passeggiata. E nessuno, tranne un solo uomo, li vide arrivare alla fermata facoltativa di College Park. Quest’uomo parlò con Manuele; del danaro passò fra loro.

— Dovreste almeno avvolgere la merce prima di consegnarla, — osservò rudemente lo sconosciuto, e Manuele passò una grossa corda, doppia, intorno al collo di Buck, sotto al collare.

— Non avrete che a torcerla per strangolarlo, quando vorrete, — disse Manuele, e lo sconosciuto brontolò affermativamente.

Buck aveva accettato la corda con tranquilla dignità. Certamente, non era cosa gradevole; ma aveva imparato ad avere fiducia negli uomini che conosceva e a riconoscere loro una saggezza superiore alla sua.

Senonchè, quando i capi della corda passarono nelle mani dello sconosciuto, egli ringhiò minacciosamente. Aveva soltanto espresso il suo scontento, credendo, nel suo orgoglio, che esprimere significasse comandare. Ma, con sua grande sorpresa, la corda si strinse intorno al suo collo, togliendogli il respiro. In un impeto di rabbia, si lanciò sull’uomo, il quale, però, lo fermò a mezzo, l’afferrò per la gola, e con abile giro di mano se lo gettò sulla schiena. Allora la corda si strinse senza pietà, mentre Buck si dibatteva furibondo, con la lingua a penzoloni dalla bocca e il largo petto ansante, invano. Mai in tutta la sua vita, egli era stato trattato così vilmente, e mai, in vita sua, era stato così arrabbiato. Ma la forza gli venne meno, gli si offuscarono gli occhi e perse la conoscenza, quando arrivò il treno e i due uomini lo gettarono nel bagagliaio.

Ritornato in sè, si rese confusamente conto che gli faceva male la gola e che veniva trasportato in una specie di convoglio che lo faceva trabalzare. Il rauco strido di un fischio di locomotiva ad un passaggio a livello gli fece capire dov’era, avendo viaggiato troppo spesso col giudice per non conoscere la sensazione del viaggiare in un bagagliaio. Aprì gli occhi, nei quali fiammeggiò l’irrefrenabile collera di un re rapito. L’uomo si lanciò per afferrarlo alla gola, ma Buck, ch’era sin troppo agile per lui, gli addentò una mano e non la lasciò andare fino a che non gli fecero perdere i sensi un’altra volta.

— Sì, soffre di spasimi, — fece l’uomo, nascondendo la mano morsicata al bagagliere accorso al rumore della colluttazione. — Lo conduco, per incarico del mio padrone, a San Francisco, dov’è un medico per i cani, molto celebre, che lo curerà.

Circa quel viaggio notturno, l’uomo parlò nella maniera più eloquente, a proprio vantaggio, in un piccolo ricovero dietro una taverna, sul molo di San Francisco.

— Non prendo altro che cinquanta, — borbottò, — e non rifarei il viaggio neppure se me ne dessero mille in contanti sonanti.

Aveva la mano avvolta in un fazzoletto insanguinato, e un calzone stracciato, sulla gamba destra, dal ginocchio alla caviglia.

— Quanto ha preso l’altro? — chiese il padrone della taverna.

— Cento, — fu la risposta. — Non volle neppure un soldo di meno, che il diavolo mi porti.

— Sono centocinquanta, — calcolò il taverniere, — e li vale, se non sono un idiota.

Il rapitore sciolse la benda insanguinata e si guardò la mano morsicata.

— Se non divento idrofobo...

— Sarà perchè sei nato per essere impiccato. — disse il taverniere, ridendo. — Su, dammi una mano prima di prendere i soldi, — aggiunse.

Stordito, con un dolore intollerabile alla gola e alla lingua, mezzo strangolato, Buck tentò di tener testa ai suoi aguzzini. Ma fu gettato per terra e ripetutamente preso per la gola, fino a che riuscirono a limare e a togliergli dal collo il pesante collare d’ottone. Allora gli sciolsero la corda e lo lanciarono in una specie di gabbia.

Là rimase per il resto della penosa notte a covar rabbia ed orgoglio ferito. Non poteva capire che significasse tutto ciò. Che cosa volevano da lui, quegli strani uomini? Perchè lo tenevano chiuso in quella angusta gabbia? Egli non ne sapeva la ragione, ma si sentiva oppresso da un vago senso di sciagura imminente. Parecchie volte, durante la notte, balzò in piedi, allorchè la porta della rimessa si spalancava rumorosamente, attendendosi di rivedere il giudice o almeno i ragazzi. Ma ogni volta era la faccia gonfia del taverniere che veniva a spiarlo alla luce di una candela di sego; e allora l’abbaiare gioioso che tremava nella gola di Buck si mutava in un ringhiare feroce.

Ma il taverniere lo lasciò stare; al mattino, entrarono quattro uomini e presero su la gabbia. Altri tormentatori, pensò Buck, giacchè erano brutti ceffi, stracciati e sporchi; ed egli s’agitò e ringhiò contro di loro attraverso le sbarre. Essi ridevano e lo punzecchiavano con dei bastoni, che egli prontamente afferrava coi denti fino a quando si rese conto di far, così, piacere a quella gente. Allora s’accucciò tristemente, e lasciò che la gabbia fosse sollevata s’un carro. Da quel momento egli, e la gabbia in cui era prigioniero, incominciarono un viaggio attraverso molte mani. Impiegati dell’agenzia dei trasporti lo presero in consegna; fu portato in giro s’un altro carro; un carrello se lo portò, con un assortimento dì scatole e di pacchi, s’un vaporetto; dal vaporetto passò nuovamente s’un carrello, sino ad un grande deposito ferroviario, e finalmente fu posato in un bagagliaio, in coda a sbuffanti locomotive; e per due giorni e due notti Buck non mangiò nè bevve. Nella sua rabbia, egli aveva accolto, da principio, con ringhi l’interesse dei conduttori del treno, i quali lo avevano contraccambiato col prenderlo in giro. Quando si lanciava contro le sbarre della gabbia, tremante e con la bava alla bocca, essi ridevano e lo beffeggiavano. Ringhiavano e abbaiavano come detestabili cani, miagolavano, sbattevano le braccia come ali e si sgolavano a far chicchirichì. Era molto stupida quella commedia, lo sapeva; ma, perciò, di maggiore oltraggio alla sua dignità; e la sua rabbia aumentava. Non gli importava molto della fame, ma la mancanza d’acqua gli causava una grande sofferenza e gli accresceva la rabbia sino allo stato febbrile. E, in realtà, animoso e delicatamente sensitivo com’era, il cattivo trattamento gli aveva dato subito una gran febbre, alimentata dall’arsura della gola e della lingua gonfia.

Di una cosa era contento: di non avere più la corda al collo. La corda aveva dato loro un vantaggio non giusto; ma ora che non l’aveva più, avrebbe mostrato loro chi era. Non sarebbero più riusciti a mettergli un’altra corda al collo. A ciò era deciso e risoluto. Per due giorni e per due notti, non mangiò nè bevve, e durante i due giorni e le due notti di tormento, accumulò tale provvista di rabbia da non promettere nulla di buono a colui che gli capitasse fra le zampe per primo. I suoi occhi iniettati di sangue lo facevano parere un diavolo infuriato. Egli era così mutato che lo stesso giudice non lo avrebbe riconosciuto; così che i bagagliari mandarono un respiro di sollievo quando lo scaricarono in fretta a Seattle.

Quattro uomini trasportarono delicatamente la gabbia dal carro in un piccolo cortile interno circondato d’alte mura. Un uomo grasso, in maglia rossa, generosamente larga intorno al collo, uscì fuori a firmare il libro per il conducente.

Buck indovinò in quell’uomo il nuovo aguzzino, e si lanciò furiosamente contro le sbarre. L’uomo sorrise con una brutta smorfia e andò a prendere un’accetta e una mazza.

— Non lo tirerete mica fuori adesso? — domandò il conducente il carro.

— Certamente. — rispose l’uomo, inserendo l’accetta tra le sbarre della gabbia per far leva ed aprirla.

Immediatamente, avvenne un fuggi fuggi dei quattro uomini che avevano portata la gabbia; i quali da sicuri osservatori, in cima al muro, si prepararono ad assistere allo spettacolo.

Buck si lanciò contro il legno che si fendeva, affondandovi i denti, battagliando con esso. In qualunque punto cadesse l’accetta al di fuori, egli era pronto dentro, ad affrontarla, ringhiando e digrignando i denti, altrettanto furiosamente ansioso di uscir fuori quanto l’uomo dalla maglia rossa era premuroso di dargli modo di uscire.

— Eccoti, diavolo dagli occhi rossi, — diss’egli, quand’ebbe fatto un’apertura sufficiente per il passaggio del corpo di Buck. Contemporaneamente, lasciò cadere l’accetta e passò la mazza nella mano destra.

E Buck pareva davvero un diavolo dagli occhi rossi, mentre si raccoglieva tutto per lanciarsi, il pelo irto, la bocca bavosa, con un luccichìo furioso negli occhi pieni di sangue. Egli lanciò dritti sull’uomo i suoi sessantatrè chili di furia, accresciuti dalla repressa rabbia di due giorni e due notti, ma a mezz’aria, quando le sue mascelle stavano per chiudersi sull’uomo, egli ricevette un colpo che arrestò lo slancio del corpo e gli fece stringere i denti in uno spasimo d’agonia. Volteggiò nell’aria e toccò terra con la schiena e col fianco. Non era mai stato battuto con una mazza, in tutta la sua vita, e non comprendeva. Con un ringhio che era in parte abbaiare e più ancora lamento, fu di nuovo in piedi e ancora una volta si lanciò nell’aria. E ancora una volta gli toccò un nuovo colpo che lo abbattè per terra, annientato. Questa volta si rese conto della mazza; ma la sua rabbia non conosceva cautele. Egli tornò all’assalto una dozzina di volte e altrettante volte la mazza ruppe l’assalto abbattendolo al suolo. Dopo un colpo particolarmente terribile, egli si trascinò sui piedi, troppo stordito per lanciarsi. Andò qua e là, barcollando e zoppicante, col sangue che gli colava dal naso, dalla bocca e dalle orecchie, il magnifico manto spruzzato e macchiato di bava sanguigna. Allora l’uomo gli si avvicinò e, deliberatamente, gli assestò un terribile colpo sul naso. Tutta la pena che aveva già sofferto fu niente al paragone della raffinata tortura di questa.

Con un ruggito che pareva, nella sua ferocia, quasi leonino, egli si lanciò ancora una volta sull’uomo. Ma l’uomo, passando la mazza dalla destra alla sinistra, l’afferrò freddamente per la mascella inferiore, torcendola indietro e in giù. Buck descrisse un intero circolo e mezzo nell’aria, poi s’abbattè per terra, sulla testa e sul petto.

Per l’ultima volta si slanciò. Allora l’uomo gli assestò il colpo di grazia, che aveva appositamente trattenuto a lungo, e Buck cadde privo di sensi.

— Non è certo lento a domar cani, dico io! — gridò con entusiasmo uno degli uomini sul muro.

— Preferirei domare, piuttosto di una bestia simile, un lupo ogni giorno e due volte la domenica, — rispose il conducente mentre saliva sul carro e avviava i cavalli.

Buck ricuperò i sensi, ma non le forze. Giaceva dov’era caduto, e di là osservava l’uomo dalla maglia rossa.

— Risponde al nome di Buck, — diceva l’uomo, ad alta voce, da solo, citando dalla lettera del taverniere che aveva annunciato la consegna della gabbia e del suo contenuto.

— Ebbene, Buck, mio caro, — continuò allegramente, — abbiamo avuto una piccola disputa, e ora la miglior cosa da fare è di considerare la cosa una cosa finita. Tu hai imparato qual è il tuo posto ed io conosco il mio. Sii un buon cane e tutto andrà bene. Capisci?

E mentre parlava, accarezzava senza paura la testa battuta implacabilmente, e benchè il pelo di Buck divenisse irsuto al tocco della mano, la sopportava senza protestare. Allorchè l’uomo gli portò dell’acqua, il cane la bevve avidamente, e più tardi prese a volo un generoso pasto di carne cruda, pezzo per pezzo, dalla mano dell’uomo.

Egli era vinto (lo sapeva); ma non fiaccato. Vide, una volta per sempre, ch’egli non aveva alcuna probabilità di vincere contro un uomo armato di mazza. Aveva imparato una lezione, che non dimenticò più per il resto della vita. Quella mazza era una rivelazione. Era la sua presentazione nel regno della legge primitiva, e s’avanzò ad incontrarla a mezza via. I fatti della vita assumevano, ora, un aspetto terribile; ma, affrontando quel nuovo aspetto, indomito, egli l’affrontava con tutta la penetrazione viva della sua natura risvegliata. Col passar dei giorni, arrivarono altri cani, in gabbia o al guinzaglio, alcuni docili e altri, ringhiando e digrignando i denti, come era capitato a lui; e li vide tutti passare sotto il dominio dell’uomo dalla maglia rossa. E ogni volta che assisteva a quello spettacolo brutale, Buck ripensava alla sua lezione: un uomo con una mazza era uno che dettava legge, un padrone da ubbidire, benchè non fosse necessario, riconciliarsi con lui. E a questo riguardo, Buck non fu mai colpevole; benchè avesse visto dei cani bastonati divenire servili con l’uomo, e agitar la coda e leccargli le mani. Vide pure un cane, che non voleva nè conciliarsi nè obbedire, essere alla fine ucciso nella lotta di sopraffazione.

Di tanto in tanto venivano degli uomini sconosciuti, che parlavano concitatamente, pieni di moine, e in vario modo con l’uomo dalla maglia rossa. E allorchè del danaro passava tra loro, gli sconosciuti conducevano via uno o più cani. Buck almanaccava dove potessero andare, perchè non tornavano più indietro; ma aveva un gran timore dell’avvenire, ed era soddisfatto, ogni volta, di non essere prescelto.

Ma infine giunse il suo turno, col presentarsi di un omino aggrinzito che parlava un inglese scorretto e vomitava molte strane e pazze esclamazioni che Buck non poteva comprendere.

Sacredam! — esclamò l’omino, allorchè i suoi occhi si posarono su Buck. — Quel diavolo di cane là! Eh! Quanto?

— Trecento, e un regalo in più, — fu la pronta risposta dell’uomo dalla maglia rossa. — E giacchè il danaro è del Governo, non avremo da questionare, eh, Perrault?

Perrault fece una smorfia. Considerato che il prezzo di cani era stato oltremodo elevato dalle numerose richieste, non era quella una somma esagerata per un animale così bello. Il Governo Canadese non ci avrebbe perduto, nè avrebbero i suoi messaggi viaggiato più lentamente, per ciò. Perrault, che se ne intendeva di cani, quando aveva visto Buck s’era accorto che quella era una bestia che si distingueva tra mille. — Uno tra diecimila. — pensò mentalmente.

Buck vide del danaro tra i due, e non fu sorpreso allorchè Curly, una piacevole terranova, e lui furono condotti via dall’omino aggrinzito.

Quella fu l’ultima volta che vide l’uomo dalla maglia rossa; e fu l’ultima volta anche che vide, mentre Curly e lui guardavano Seattle che s’allontanava, dal ponte del Narwhal, la calda Terra del Sud. Curly e lui furono condotti giù da Perrault e consegnati a un gigante chiamato François. Perrault era un francese del Canadà, abbronzato dal sole; ma François era un francese del Canadà, di sangue misto, e doppiamente abbronzato dal sole. Essi costituivano una nuova specie d’uomini agli occhi di Buck (che era destinato a vederne molti altri ancora); cosicchè mentre egli non nutrì alcuna affezione per loro, tuttavia finì per onestamente rispettarli. Egli conobbe rapidamente che Perrault e François erano uomini giusti, calmi e imparziali nell’amministrare giustizia, e tanto saputi di tutto quanto riguardava i cani, da non poter essere ingannati da cani.

Sul secondo ponte del Narwhal, Buck e Curly s’unirono ad altri due cani. Uno di essi era un grosso cane bianco come la neve dello Spitzbergen, condotto via da un capitano di nave, per la pesca delle balene; e aveva ultimamente accompagnato un’Esplorazione Geologica nelle Barrens. Egli era amichevole, ma in certo modo traditore, e sorrideva in faccia mentre meditava qualche tiro nascosto, come, ad esempio, allorchè rubò il cibo di Buck, il primo pasto. Mentre Buck si lanciava per punirlo, sibilò nell’aria la frusta di François, che raggiungeva prima il colpevole; e a Buck non rimase altro che ricuperare l’osso. François era stato giusto, pensò Buck, e l’uomo dal sangue misto crebbe nella stima del cane.

L’altro cane non dava confidenza, e non ne riceveva; non tentava neppure di rubare ai nuovi venuti. Era un triste e malinconico cane di pessimo umore, il quale fece capire chiaramente a Curly che desiderava di essere lasciato solo; altrimenti sarebbero guai. Era chiamato «Dave», e mangiava e dormiva, o sbadigliava negli intervalli, e non prendeva interesse a nulla, neppure quando il Narwhal attraversò lo stretto della Regina Carlotta e rullò e beccheggiò come se fosse stregato. Quando Buck e Curly divennero agitati, mezzi pazzi per la paura, egli alzò la testa, come se fosse annoiato, li degnò di uno sguardo non curioso, sbadigliò, e si riaddormentò.

Giorno e notte, il bastimento vibrava scosso dal pulsare instancabile dell’elica; e benchè i giorni s’assomigliassero, era chiaro per Buck che la stagione diveniva rapidamente più fredda. Finalmente, una mattina, l’elica si fermò, e il Narwhal fu pervaso da un’atmosfera di agitazione. Egli lo sentiva, come lo sentivano gli altri cani, e sapeva che un cambiamento era prossimo. François pose loro il guinzaglio e li condusse sul ponte. Al primo passo sulla fredda superficie, i piedi di Buck sprofondarono in una specie di muschio bianco, molto simile al fango. Balzò indietro con uno starnuto; ma altra roba bianca della stessa specie cadeva dal cielo. Egli si scrollò, ma ne vide ancora cadere su di lui. L’annusò, curioso, e poi ne leccò un po’; bruciava come fuoco, e là per là svaniva. Ciò gli sembrava assai strano. Riprovò, con lo stesso risultato. Gli spettatori risero rumorosamente, ed egli ebbe vergogna; non sapeva perchè, giacchè conosceva per la prima volta la neve.

CAPITOLO II. LA LEGGE DELLA MAZZA E DEI DENTI

Il primo giorno che Buck passò sulla spiaggia di Dyea fu come un incubo. Tutte le ore erano piene di mutamenti e di sorprese. Egli era stato improvvisamente strappato dal cuore della civiltà e gettato nel cuore delle cose primordiali. Non era questa una vita pigra baciata dal sole, senz’altro da fare che bighellonare e annoiarsi. Qui non vi era nè pace, nè riposo, nè un momento di sicurezza, ma tutto era confusione ed azione, e ogni momento la vita e le estremità del corpo erano in pericolo. Vi era la necessità continua e imperativa d’essere sempre vigile; chè quegli uomini e quei cani non erano uomini e cani di città, ma esseri selvaggi, tutti, che non conoscevano altra legge se non quella della mazza e dei denti.

Non aveva mai visto dei cani combattere come combattevano quelle creature simili a lupi: e la prima esperienza gli servì da lezione indimenticabile; chè se non fosse stata lezione per lui, non avrebbe certo vissuto per avvantaggiarsene. Curly ne fu la vittima. Erano accampati vicino al magazzino di legnami, ed essa, con quella sua maniera amichevole, cercò di entrare in relazione con un rude cane dalla taglia di un grosso lupo, che però non era neppure la metà di essa. Non vi fu alcun preavviso, ma solo un salto in avanti, come un lampo, un colpo metallico di denti, un altro salto altrettanto rapido indietro, e il muso di Curly apparve squarciato, dall’occhio alla mascella.

Era quella la maniera di combattere del lupo, che colpiva e saltava indietro; ma la cosa non finì lì. Trenta o quaranta di quei cagnacci corsero sul luogo e circondarono i combattenti, in cerchio intento e silenzioso. Buck non comprendeva quella attenzione silenziosa; nè l’avidità con cui si leccavano le zampe. Curly si lanciò sul suo antagonista, il quale colpì di nuovo e di nuovo saltò indietro. Esso arrestò un altro assalto di Curly col petto, in una maniera speciale che le fece perdere l’equilibrio stendendola ruzzoloni a terra. Non si rialzò più: gli altri cani, che parevano attendere quell’avvenimento, si lanciarono su di essa mugolando e latrando, ed essa fu sepolta, urlante di terrore, sotto la massa dei corpi irsuti.

La cosa era accaduta così improvvisamente e inaspettatamente, che Buck rimase stordito. Vide Spitz tirar fuori la sua lingua scarlatta come se ridesse, e François, lanciarsi nella confusione dei cani, agitando una scure. Tre uomini con mazze l’aiutarono a disperdere i cani. Non ci misero molto. Due minuti dopo che Curly era caduta, l’ultimo dei suoi assalitori era cacciato via a mazzate. Ma essa giaceva inerte nel sangue, quasi sbranata, a pezzi: e il bruno meticcio stava chinato su lei bestemmiando spaventevolmente. La scena ritornò spesso a turbare i sonni di Buck. Quella era dunque la maniera; e gli appariva ingiusta. Una volta a terra, era la fine. Ebbene, sarebbe stato attento a non andare mai a terra. Spitz tirò fuori la lingua e rise di nuovo: e da quel momento Buck l’odiò di un odio amaro e mortale.

Prima ancora che si fosse riavuto dal colpo risentito per la morte tragica di Curly, ricevette un altro colpo. François gli legò addosso una combinazione di cinghie e di fibbie. Erano dei finimenti, come quelli che aveva visto mettere dagli staffieri addosso ai cavalli, quand’era a casa. E come i cavalli che aveva visto lavorare, così era messo egli stesso a lavorare, per trascinare François s’una slitta alla foresta, nella valle, e ritornare con un carico di legna da ardere.

Benchè la sua dignità fosse dolorosamente ferita dal fatto di essere così ridotto ad un animale da tiro, egli era troppo saggio per ribellarsi. Si curvò risoluto e fece del suo meglio, benchè tutto ciò fosse nuovo e strano. François era rigido, reclamava ubbidienza immediata, e per virtù della frusta otteneva immediata ubbidienza; mentre Dave, che era un tiratore esperto, morsicava i fianchi di Buck quando sbagliava, Spitz era alla testa, pure egli esperto, e non potendo sempre afferrare Buck, ringhiava di tempo in tempo brevi ammonimenti, o abilmente gettava il suo peso sui tiranti per costringere Buck ad andare a modo. Buck imparò facilmente, e sotto la guida dei suoi due compagni e di François, fece notevoli progressi. Quando ritornò all’accampamento, sapeva già che doveva fermarsi ad ogni «ho» e correre ad ogni «mush», e girare largo nelle curve, e tenersi fuori dal percorso degli strisci quando la slitta, carica, scivolava come una freccia alle loro calcagna.

— Sono dei buoni, — disse François a Perrault. — Quel Buck tira come un diavolo, e impara presto, come niente fosse.

Nel pomeriggio, Perrault, che aveva fretta di mettersi in cammino con i suoi dispacci, ritornò con altri due cani. Li chiamava «Billee» e «Joe», due fratelli, e dei veri huskies entrambi. Benchè figli della stessa madre, erano differenti come il giorno e la notte. Il difetto di Billee era d’essere di eccessiva bontà, mentre Joe era tutto l’opposto; acre e chiuso, con un perpetuo ringhio e un occhio maligno. Buck li ricevette con cameratismo. Dave non li guardò neppure; mentre Spitz incominciava a battere prima l’uno e poi l’altro. Billee agitò la coda per pacificarlo, e poi scappò via quando s’accorse che ogni tentativo di pacificazione era sprecato, e strillò (ancora col tono di chi vuol essere amico) allorchè gli acuti denti di Spitz gli penetrarono nella coscia. Ma per quanto Spitz girasse, Joe girava pure sui suoi piedi, per tenergli testa, con il pelo irto, le labbra convulse e ringhiose, le mascelle che battevano insieme il più rapidamente possibile per minacciare morsi, e gli occhi diabolicamente luminosi — incarnazione della paura belligerante. Il suo aspetto era così terribile, che Spitz fu costretto a rinunciare a disciplinarlo; ma per coprire la sua sconfitta si rivolse contro l’inoffensivo e gemente Billee rincorrendolo sino ai confini dell’accampamento.

Prima di sera, Perrault si assicurò un altro cane, un vecchio cagnaccio, lungo, magro e mal nutrito, col volto pieno di cicatrici e un occhio solo, che lanciò una minaccia e un avvertimento di persona che non teme nulla. Si chiamava Sol-leks, che vuol dire il Collerico. Come Dave, non chiedeva nulla, non dava nulla, non s’attendeva nulla; e quando camminò lentamente e deliberatamente in mezzo a loro, persino Spitz lo lasciò stare. Egli aveva una particolarità, che Buck ebbe la sfortuna di scoprire: non gli piaceva di essere avvicinato dalla parte dell’occhio cieco. Di questa offesa Buck si rese stupidamente colpevole: e si accorse della sua indiscrezione soltanto quando Solleks gli fu sopra e gli squarciò la spalla sino all’osso per tre pollici di lunghezza. Da allora in poi, Buck evitò il lato dov’era l’occhio cieco, e sino alla fine della loro vita in comune i due non ebbero più guai tra loro. La sua sola ambizione, pareva che fosse quella di Dave, di essere lasciato in pace: però Buck doveva apprendere in seguito, che ciascuno dei due possedeva un’altra, e ancor più vitale, ambizione.

Quella notte, Buck si trovò a dover risolvere il gran problema di dormire. La tenda, alla luce di una candela, appariva luminosa e calda nel mezzo della bianca pianura; senonchè, quand’egli vi entrò, naturalmente, tanto Perrault che François lo bombardarono con bestemmie e utensili di cucina, fino a che egli, riavutosi della sua costernazione, non fu costretto a fuggire ignominiosamente, nel freddo. Soffiava un vento gelato che lo pizzicava acutamente e gli mordeva con speciale veemenza la spalla ferita. Si sdraiò sulla neve e tentò di dormire, ma il gelo lo costrinse ben presto ad alzarsi tutto tremante. Misero e sconsolato allora, andò vagando tra le molte tende, per constatare nient’altro che un luogo era freddo quanto un altro. Qua e là, dei cani selvaggi si lanciavano contro di lui, ma egli arruffava il pelo del collo e ringhiava (come aveva imparato rapidamente), e quelli lo lasciavano andare senza molestie.

Alla fine, gli venne un’idea. Sarebbe ritornato a vedere come i suoi compagni s’accomodavano. Con sua grande sorpresa, trovò che erano spariti. Ritornò a vagare per tutto l’ampio accampamento, cercandoli, e ancora una volta ritornò sui suoi passi. Erano forse nella tenda? No, non poteva essere; altrimenti, non ne sarebbe stato scacciato. Ma dove dunque potevano essere? Con la coda penzoloni e il corpo tremante, davvero smarrito, girò senza meta intorno alla tenda. Improvvisamente, la neve cedette sotto le sue quattro gambe e si sprofondò. Indietreggiò con un salto, irsuto e ringhioso, spaventato dall’imprevisto e dall’ignoto. Ma un sommesso amichevole latrato l’assicurò, ed egli ritornò ad investigare. Un soffio d’aria calda salì alle sue narici, e là, vide, arrotolato su se stesso come una perfetta palla, Billee che giaceva sotto la neve. Billee mugolò amichevolmente, s’agitò tutto per mostrare la sua buona volontà e le sue buone intenzioni, ed osò persino, come offerta di pace, di leccare il muso di Buck, con la sua lingua calda ed umida.

Un’altra lezione. Dunque, così facevano? Buck, fiducioso, scelse un punto e dopo un grande affaccendarsi e spreco di sforzi scavò una buca per sè. In un momento, il calore del suo corpo riempì lo spazio angusto della buca ed egli s’addormentò. Poichè la giornata era stata lunga ed ardua, egli dormì intensamente e comodamente, ancorchè ringhiasse e abbaiasse agitato da cattivi sogni.

Nè aprì i suoi occhi finchè non fu svegliato dai rumori dell’accampamento che si destava. Al primo momento, non sapeva più dove fosse. Aveva nevicato durante la notte ed egli era completamente sepolto. La neve lo chiudeva da tutte le parti, e un grande brivido di paura lo scosse — la paura della creatura selvaggia che teme la trappola. Era un segno, quello, ch’egli riandava attraverso la sua vita alla vita dei suoi progenitori; poichè egli era un cane incivilito, ma non bene incivilito, e per esperienza personale non conosceva alcuna trappola, e così non poteva pensare d’averne paura. I muscoli di tutto il corpo gli si contrassero spasmodicamente e istintivamente, il pelo del collo e della schiena divenne irsuto: con un feroce ringhio, egli si lanciò diritto nel pieno giorno acciecante, con la neve che gli volava intorno come una nube piena di raggi. Cadde sulle quattro zampe; vide il bianco accampamento stendersi innanzi a lui e ricordò dov’era e tutto quello che era accaduto dal momento che era uscito per una breve corsa con Manuele, al momento che s’era scavato la buca, la notte innanzi.

Un grido di François salutò il suo apparire. «Che avevo detto?» esclamò il conducente di cani a Perrault. «Che Buck impara rapidamente qualunque cosa».

Perrault acconsentì col capo gravemente. Quale corriere del Governo Canadese, poichè recava dispacci importanti, egli era desideroso dei migliori cani, e perciò particolarmente soddisfatto di possedere Buck.

Altri tre cani furono aggiunti al tiro, nel termine di un’ora; in complesso nove; e prima che fosse passato un altro quarto d’ora, essi erano attaccati alla slitta e in cammino verso Dyea Cañon. Buck era contento d’essere partito, e benchè il lavoro fosse duro, non ne risentiva alcun peso o dispiacere. Era sorpreso della intensa volontà che animava l’intero tiro, volontà che gli si comunicò; ma ancora più sorprendente era il mutamento avvenuto in Dave e Sol-leks. Sembravano degli altri cani, trasformati dai finimenti. Ogni loro passività e disinteresse era caduto. Si mostravano, ora, attenti ed attivi, ansiosi che il lavoro procedesse bene, e terribilmente irritabili per qualsiasi incidente, ritardo o confusione che ritardasse il loro lavoro. Il tiro della slitta sembrava la suprema espressione del loro essere, la ragione della loro vita, e la sola cosa in cui prendessero piacere.

Dave era il cane di stanga o cane di slitta, davanti a lui tirava Buck, poi veniva Sol-leks; il resto del tiro si stendeva lungo una fila sino alla guida di testa, ch’era Spitz.

Buck era stato appositamente posto tra Dave e Sol-leks perchè potesse ricevere istruzione. E se ottimo scolaro egli era, quelli erano parimenti ottimi maestri, che non lo lasciavano a lungo nell’errore e imponevano il loro insegnamento, con i denti acuti. Dave era giusto e molto saggio. Egli non l’addentava mai senza ragione, ma non mancava mai di addentarlo se ce n’era bisogno. E siccome la frusta di François coadiuvava, Buck trovò più conveniente emendare i propri difetti anzichè rispondere. Una volta, durante una breve sosta, allorchè s’ingarbugliò nei tiranti e ritardò la partenza, tanto Dave che Sol-leks si lanciarono su lui e lo malmenarono alquanto. Si accrebbe il garbuglio; ma da quella volta Buck ebbe gran cura di tenere separati i tiranti; e prima che il giorno fosse finito, egli aveva imparato così bene il suo lavoro, che i suoi compagni cessarono di premerlo. La frusta di François schioccò meno di frequente, e Perrault onorò perfino Buck sollevandogli le zampe ed esaminandole accuratamente.

Era una corsa di un giorno, molto dura, su per il Cañon, attraverso Sheep Camp, oltre le Scales e la linea delle foreste, attraverso ghiacciai e giacimenti di neve profondi centinaia di piedi, e al disopra del grande Chilcoot Divide, che elevasi tra l’acqua salata e l’acqua dolce e vigila paurosamente il triste e solitario Nord. Andarono molto in fretta giù per la catena dei laghi che riempiono i crateri di vulcani spenti, e quella sera entrarono tardi nell’immenso accampamento al capo del lago Bennet, dove migliaia di cercatori d’oro stavano costruendo barche per la primavera, quando il ghiaccio si sarebbe spezzato. Buck scavò la sua brava buca nella neve e dormì il sonno dell’esausto giusto: che durò breve tempo, perchè presto egli fu tratto dalle fredde tenebre e attaccato con i suoi compagni alla slitta.

Quel giorno percorsero quaranta miglia, essendo il solco battuto; ma il giorno dopo, e per molti giorni ancora, dovettero aprirai un varco, lavorando più duramente e progredendo molto meno. Di solito, Perrault precedeva la slitta, battendo la neve con le sue scarpe munite di racchetta, per facilitare l’avanzare dei cani. François che guidava la slitta dal timone di destra, cambiava posto con lui, ma non molto spesso. Perrault aveva fretta, e si vantava di una grande conoscenza del ghiaccio, conoscenza che era indispensabile, perchè il ghiaccio autunnale era molto sottile, e dov’era dell’acqua corrente non si formava ghiaccio.

Così, un giorno dopo l’altro, per giorni senza fine, Buck faticava ai tiranti. Sempre, levavano il campo quando faceva buio, e i primi albori li trovavano che battevano il sentiero percorrendo nuove miglia, segnate vagamente dal loro passaggio. E sempre s’accampavano dopo che la notte era già scesa; mangiavano il loro pezzo di pesce e s’accovacciavano a dormire nella neve. Buck era vorace. La libbra e mezza di salmone seccato al sole, che costituiva la sua razione giornaliera, sembrava non fosse nulla per lui. Non ne aveva mai abbastanza, e soffriva perpetue fitte di fame. Ma gli altri cani, perchè pesavano meno ed erano nati per quella vita, ricevevano una sola libbra di pesce e riuscivano a mantenersi in buone condizioni.

Egli perdette rapidamente quella schifiltà che aveva caratterizzato la sua vecchia vita. Mangiatore accurato e lento, aveva scoperto che i suoi compagni, terminando prima, lo derubavano della parte di razione che gli rimaneva. Non vi era maniera di difendersi. Mentre egli scacciava due o tre, il cibo spariva nella bocca degli altri. Per rimediare a ciò, mangiò in fretta come loro; e, tanto la fame rincalzava, che egli non aveva ritegno a prendere anche la parte altrui. Osservò e imparò.

Quando vide Pike, uno dei nuovi cani, furbo ipocrita e ladro, destramente rubare una fetta di lardo affumicato, nel momento in cui Perrault voltava le spalle, egli duplicò il furto, il giorno seguente, portando via l’intero pezzo. Ne seguì un gran baccano, ma egli non fu sospettato; mentre Dub, maldestro e pasticcione che si faceva sempre cogliere in fallo, era punito per le malefatte di Buck.

Questa prima ruberia mostrò che Buck era adatto a sopravvivere nell’ostile ambiente delle terre nordiche. Confermò la sua adattabilità, la sua capacità ad adeguarsi a condizioni mutate; qualità questa la cui mancanza avrebbe significato una rapida e terribile morte. Segnò, inoltre, il decadere o frangersi della sua natura morale, cosa vana, e un fardello nella furiosa lotta per l’esistenza. Ottima cosa nel Sud, protetti dalla legge dell’amore e del cameratismo, il rispettare la proprietà privata e i sentimenti personali; ma nel Nord, sotto la legge della mazza e dei denti, chi prendeva queste cose in considerazione era un pazzo, che per quanto si poteva osservare intorno, non avrebbe certo prosperato.

Non che Buck facesse tutto questo ragionamento. Era adatto, ecco tutto; e inconsciamente s’accomodava al nuovo modo di vita. In ogni giorno, della sua vita, qualunque fosse il dissidio, egli non s’era mai sottratto a una lotta. Ma la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva inculcato un codice più fondamentale e primitivo. Incivilito, egli sarebbe stato capace di morire per una idea morale; per esempio, per la difesa del frustino del giudice Miller; ma, ora, la perdita assoluta d’ogni senso di civiltà era messa in evidenza dall’abilità che usava nel sottrarsi alla difesa di una idea morale, per salvarsi il fianco. Non rubava per la gioia di rubare, ma per le imperiose necessità del suo stomaco; e non rubava apertamente, ma nascostamente e con furberia, per timore della mazza e dei denti. In breve, le cose che faceva, le faceva perchè era più facile farle che non farle.

Il suo sviluppo (o regresso) fu rapido. I suoi muscoli divennero duri come il ferro; egli divenne indifferente a tutte le pene ordinarie; e si regolò secondo una perfetta economia interna oltre che esterna. Poteva mangiare qualsiasi cosa, nauseante e indigesta che fosse; e, mangiatala, i succhi del suo stomaco ne estraevano, sino alle più minute particelle, tutto il nutrimento, che il sangue portava poi alle più lontane estremità del corpo, costruendo i più saldi e duri tessuti. La vista e l’odorato gli divennero straordinariamente acuti; mentre l’udito s’era acuito al punto che nel sonno udiva il più leggero suono e distingueva se era segno di pace o di pericolo.

Imparò a strapparsi il ghiaccio coi denti, quando gli si formava tra le dita delle zampe; e allorchè aveva sete e vi era un grosso strato di ghiaccio sull’acqua, lo rompeva saltandovi sopra con le quattro zampe irrigidite. La sua abilità più straordinaria era quella di odorare il vento e di prevederlo una notte prima. Qualunque fossero le condizioni atmosferiche, quand’egli scavava il suo covo accanto ad un albero, ad un monticello, il vento che soffiava più tardi lo trovava sempre ben riparato, coperto e caldo.

E non soltanto egli imparava per esperienza, ma perchè si ridestavano in lui istinti da lungo tempo scomparsi. Si separavano da lui le generazioni addomesticate; vagamente ricordava cose lontane della giovinezza della sua razza, di quando i cani selvatici erravano a torme per le primitive foreste e uccidevano per nutrirsi l’animale che riuscivano ad abbattere. Non gli era difficile imparare a combattere tagliando e strappando, col rapido morso del lupo. In quel modo avevano combattuto obliati antenati, che ravvivavano in lui il senso dell’antica vita, così che le vecchie abilità ed astuzie ch’essi avevano impresso ereditariamente alla razza, diventavano le sue abilità e le sue astuzie. Gli venivano naturali, senza ricerca o sforzo, come se le avesse sempre pensate. E allorchè, nelle notti serene e fredde, puntava il naso verso una stella e ululava a lungo alla maniera dei lupi, erano i suoi antenati, morti, in polvere, che puntavano il naso alle stelle e ululavano attraverso i secoli e attraverso lui. E le sue cadenze erano le loro cadenze, che esprimevano la loro miseria e il silenzio e il freddo e le tenebre.

Così, a dimostrare che specie di buffoneria è la vita, l’antico canto rinasceva in lui ed egli ritornava ad essere se stesso; e ritornava ad essere se stesso perchè gli uomini avevano scoperto un metallo giallo nel Nord, e perchè Manuele era un aiuto-giardiniere il cui salario bastava appena a soddisfare i bisogni della moglie e di varie piccole copie di sè.

CAPITOLO III. LA BESTIA PRIMORDIALE PREPONDERANTE.

La bestia primordiale preponderante era molto forte in Buck, e in quelle terribili condizioni della vita sul duro sentiero del Nord, crebbe ogni giorno più. Cresceva, tuttavia, segretamente. La nuova perspicacia gli dava senno e ritegno. Era troppo occupato ad accomodarsi alla nuova vita, per sentirsi a suo agio; e non soltanto non cercava litigi, ma li evitava sempre, quando poteva. Una certa ponderatezza caratterizzava i suoi atti. Egli non era soggetto a sventatezze o ad azioni precipitate: e nel profondo odio che correva tra lui e Spitz, non tradiva alcuna inesperienza, evitando qualsiasi atto offensivo.

D’altro canto, forse perchè presentiva in Buck un rivale pericoloso. Spitz non perdeva alcuna occasione di mostrargli i denti. Egli si disturbò persino a minacciarlo, cercando sempre di incominciare lui una lotta che poteva finire soltanto con la morte dell’uno o dell’altro. Il che sarebbe accaduto, a principio de! viaggio, se non fosse successo un accidente poco piacevole. S’erano accampati tristemente e miseramente sulla riva del Lago Le Barge. Neve violenta, un vento che tagliava come un coltello di fuoco e tenebre li avevano costretti a cercare a tastoni un luogo dove accampare. Difficilmente avrebbero potuto trovarsi peggio. Dietro loro sorgeva una parete rocciosa perpendicolare, e Perrault e François erano stati costretti ad accendere il fuoco e a stendere la roba per dormire sul ghiaccio del lago stesso. Essi avevano scaricata la tenda a Dyea, per viaggiare più leggeri. Alcuni pezzi di legno trovati lì, sulla riva, servirono a fare un fuoco che si spense nel ghiaccio, lasciandoli, a mezzo della cena, all’oscuro.

Buck scavò il suo giaciglio accanto alla roccia protettrice. Egli vi stava così comodo e caldo che a malincuore ne uscì quando François distribuì il pesce che aveva disgelato sul fuoco. Ma quando Buck finì la sua razione e ritornò alla sua buca, la trovò occupata. Un ringhio minaccioso gli fece capire che l’offensore era Spitz. Sino allora Buck aveva evitato di avere contese col suo nemico; ma quello era troppo. La bestia in lui ruggiva. Si lanciò su Spitz con una furia che li sorprese entrambi, e specialmente Spitz, che per esperienza era giunto alla convinzione che Buck fosse un cane eccezionalmente timido, che riusciva a difendersi solo per il peso e la grandezza.

Anche François rimase sorpreso, quando li vide piombar fuori dalla buca rovinata, confusi insieme e indovinò la causa della lite. «Aaah!» gridò a Buck, «Dàgli, dàgli, perdio! Dàgli, a quello sporco ladro!».

Ma anche Spitz era disposto a darle. Ringhiava con estrema rabbia ed ardore mentre girava avanti e indietro in attesa del momento opportuno per balzargli addosso. Buck non era meno ardente, e non meno cauto, mentre anch’egli girava indietro e avanti in cerca di un momento di vantaggio. Ma fu allora che accadde l’inaspettato, la cosa che lanciò la loro lotta per la supremazia lontana nell’avvenire, al di là di molte tormentose miglia e sentieri e fatiche.

Una bestemmia di Perrault, il risuonare di un colpo di mazza su delle ossa e un acuto urlo di pena annunciarono l’inizio di un pandemonio. Si vide che l’accampamento era improvvisamente popolato di villose forme striscianti — un centinaio di cani affamati, che avevano subodorato l’accampamento da qualche villaggio indiano. S’erano avvicinati strisciando, mentre Buck e Spitz stavano combattendo, e allorchè i due uomini balzarono in mezzo ad essi con grosse mazze, quelli mostrarono i denti e si rivoltarono. Erano pazzi per l’odore dei cibi. Perrault ne trovò uno con la testa affondata nella cassa delle provvigioni. La sua mazza cadde pesantemente sulle scarne costole della bestia, e la cassetta si capovolse per terra. Ed ecco, in un istante, una torma di affamati bruti azzuffarsi per il pane e il lardo affumicato. Le mazze caddero su di essi senza pietà. Essi strillarono e ulularono sotto la pioggia di colpi, ma non cessarono egualmente di lottare con disperazione finchè l’ultima briciola non fu divorata.

Nel frattempo, i cani della slitta, stupiti, erano balzati dalle loro buche, per la paura di essere assaliti dai terribili invasori. Buck non aveva mai visto cani come quelli. Sembrava che le loro ossa dovessero bucare la pelle. Erano scheletri rivestiti da cadenti pelli infangate, con occhi fiammeggianti e bocche piene di bava. Ma la pazzia della fame li rendeva terrificanti, irresistibili. Non vi era maniera di opporsi ad essi. I cani della slitta furono ricacciati sin dal primo momento, contro la parete rocciosa. Buck era assediato da tre di essi, e in un attimo ebbe la testa e le spalle lacerate e ferite. Il baccano era spaventevole. Billee piangeva, come al solito: Dave e Sol-leks, grondanti sangue da una ventina di ferite, combattevano bravamente, a fianco a fianco. Joe morsicava come un demonio. Una volta, i suoi denti si chiusero sulla zampa davanti di uno dei cani spezzandola di netto; Pike, l’infingardo, saltò sull’animale sciancato e gli ruppe il collo con un lampo dei denti e una scossa. Buck afferrò per la gola un avversario bavoso, e fu spruzzato di sangue quando i suoi denti s’affondarono nel giugulare. Il caldo sapore del sangue nella bocca lo stimolò ad una maggiore furia. Si lanciò su un altro, e, allo stesso tempo, sentì dei denti affondare nella propria gola. Era Spitz, che l’attaccava a tradimento da un lato.

Perrault e François, avendo liberato la loro parte d’accampamento, s’affrettarono a salvare i loro cani. L’onda selvaggia delle bestie affamate indietreggiò davanti a loro e Buck si liberò dalla stretta. Ma solo per un momento. I due uomini furono costretti a correre indietro per salvare i viveri, e allora i cani affamati tornarono all’assalto di quelli della slitta. Billee, divenuto coraggioso per lo spavento, balzò attraverso il cerchio selvaggio e fuggì via sul ghiaccio. Pike e Dub lo seguirono da presso, col resto dei compagni dietro. Mentre Buck stava spiccando il salto per seguirli, vide, colla coda dell’occhio, che Spitz si lanciava su di lui coll’evidente intenzione di rovesciarlo. Una volta a terra sotto quella massa di cagnacci, non vi sarebbe stata più speranza per lui. S’aggiustò a sostenere il colpo dell’attacco di Spitz, e poi fuggì anch’egli sul lago.

Più tardi, i nove cani della slitta si riunirono e cercarono rifugio nella foresta. Benchè non fossero inseguiti, erano in condizioni pietose. Non ve n’era uno che non fosse gravemente ferito. Dub aveva una zampa posteriore rovinata; Dolly, l’ultimo cane aggiunto al tiro a Dyea, aveva la gola lacerata; Joe aveva perduto un occhio; mentre Billee, l’allegro, con un occhio maciullato e in brandelli, pianse, gemette tutta la notte. All’alba si trascinarono faticosamente all’accampamento e trovarono i predoni scomparsi e i due uomini di pessimo umore. Avevano perduto metà dei loro viveri. I cagnacci avevano rosicchiato anche le cinghie e le coperture di tela della slitta. Infatti, nulla avevano risparmiato di quanto fosse lontanamente mangiabile. Avevano mangiato un paio di scarpe di pelle di cervo, di Perrault, pezzi dei finimenti, e persino due piedi della striscia di cuoio in fondo alla frusta di François. Egli si destò dalla dolorosa contemplazione di tanta rovina per esaminare i suoi cani feriti.

«Ah, amici miei», diss’egli dolcemente, «può darsi che vi facciano diventare idrofobi, tutti questi morsi. Possono essere tutti idrofobi, sacredam! Che ne pensi, eh, Perrault?».

Il corriere crollò il capo dubbiosamente. Con quattromila miglia di cammino ancora davanti, per arrivare a Dawson, non poteva facilmente permettersi il lusso di avere cani idrofobi. Due ore di bestemmie e di sforzi rimisero a posto i finimenti, e i cani ripresero penosamente il cammino, faticando per le ferite e la strada ch’era la più dura che avessero ancora fatta, e in vero la più dura che ci fosse fra essi e Dawson.

Il Fiume dalle trenta Miglia era tutto disgelato. Le sue acque impetuose sfidavano il gelo; soltanto ai margini e nei punti tranquilli il ghiaccio resisteva. Furono necessari sei giorni di spossanti fatiche per superare quelle trenta terribili miglia. E terribili erano davvero, perchè ogni passo era fatto a rischio della vita del cane e dell’uomo. Una dozzina di volte, Perrault, fiutando la via, cadde giù attraverso i ponti di ghiaccio, salvato dalla lunga pertica che portava con sè, ch’egli teneva in modo che ciascuna volta cadesse traversalmente al buco fatto dal suo corpo. Ma aveva luogo a quel momento un cambiamento subitaneo di temperatura e il termometro registrava cinquanta gradi Fahrenheit sotto zero, e ciascuna volta che s’immergeva nel ghiaccio era costretto, se non voleva morire, ad accendere un fuoco e ad asciugarsi gli abiti.

Non v’era nulla che lo spaventasse: e appunto perchè nulla lo spaventava, era stato scelto come corriere governativo. Egli affrontava ogni genere di rischi, ficcando risolutamente il suo volto secco e tagliente nel gelo, faticando dai primi albori sino alla sera oscura. Girava intorno alle rive a picco, sul ghiaccio degli orli che si piegava e frangeva sotto il piede e sul quale non osavano fermarsi. Una volta la slitta s’affondò nel ghiaccio con Dave e Buck, che erano mezzi gelati e quasi annegati quando riuscirono a trarli fuori. Il solito fuoco fu necessario per salvarli. Poichè erano rivestiti solidamente di ghiaccio, i due uomini li fecero correre intorno al fuoco, facendoli sudare e disgelare, così vicino ai tizzi, che i cani furono abbruciacchiati dalle fiamme.

Un’altra volta il ghiaccio si ruppe sotto Spitz, il quale si tirò dietro l’intero tiro, sino a Buck, che fece leva con tutta la forza delle sue quattro zampe sull’orlo sdrucciolevole del ghiaccio che tremava e scricchiolava tutt’intorno. Ma dietro di lui vi era Dave, che pure tirava indietro con tutte le sue forze, e dietro la slitta vi era François che tirava sino a far scricchiolare i tendini delle braccia.

Una volta, poi, il ghiaccio si ruppe davanti e dietro loro, e non vi era altra via di salvezza che su per la rupe a picco della riva. Perrault le diede la scalata per miracolo, mentre François pregava appunto per quel miracolo; e con tutte le corregge che avevano e le cinghie della slitta, e servendosi anche del più piccolo pezzo di finimento, attorcigliati e legati ad una lunga fune, issarono i cani, l’uno dopo l’altro, sulla cresta della rupe. François salì per ultimo, dopo la slitta e il carico. Poi dovettero cercare un luogo per la discesa, discesa che fu alla fine fatta con l’aiuto della fune; e la notte li ritrovò nuovamente sul fiume, con un solo quarto di miglio a credito di un’intera giornata di pena.

Quando giunsero all’Hootaluiqua e al ghiaccio buono, Buck era sfinito. Anche gli altri cani erano nelle stesse condizioni; ma Perrault, per riprendere il tempo perduto, li spingeva avanti. Il primo giorno percorsero trentacinque miglia, sino al Grande Salmone; il giorno dopo trentacinque ancora sino al Piccolo Salmone; il terzo giorno quaranta miglia, spingendosi molto innanzi verso le Cinque Dita.

I piedi di Buck non erano così saldi e duri come quelli degli altri cani. S’erano indeboliti e ammorbiditi durante le molte generazioni che erano passate dal giorno che l’ultimo suo antenato selvaggio era stato domato da un abitatore delle caverne o del fiume. Zoppicava tutto il giorno penosamente, e allorchè l’accampamento era fatto, si gettava a terra come morto. Affamato com’era, non si muoveva per prendere la sua razione di pesce, e François era costretto a portargliela. Inoltre egli gli fregava i piedi per mezzora ogni sera dopo cena, e sacrificò la parte superiore dei suoi moccasins, i sandali indiani di pelle di daino, per farne quattro per Buck. Fu un gran sollievo per Buck, che fece sorridere persino l’aggrinzita faccia di Perrault, un mattino che François dimenticò i moccasins e Buck giacque sulla schiena, con le quattro zampe che s’agitavano nell’aria, a mo’ di appello, e rifiutando di muoversi senza di essi. In seguito, i suoi piedi divennero duri, e i piccoli sandali, già logori, furono gettati via.

Al Pelly, una mattina, mentre stavano attaccando la slitta, Dolly, che non era mai stata buona a nulla, impazzì improvvisamente. Ella rivelò la sua condizione con un lungo doloroso ululato da lupo, che fece rizzare il pelo dalla paura, a tutti i cani; e poi si lanciò diritta contro Buck. Egli non aveva mai visto un cane diventare pazzo, nè aveva alcuna ragione per temere la pazzìa, e tuttavia ne comprese subito l’orrore e fuggì via preso da panico. Corse davanti a sè come una saetta, con Dolly che gli ansava bavosa un salto indietro; nè essa poteva guadagnare terreno su di lui, tanto grande era il suo terrore, nè egli poteva distanziarla, tanto grande era la pazzia della cagna. Egli si tuffò nel seno boscoso di un isolotto, volò giù alla riva più bassa, attraversò un canale interno pieno di grosso ghiaccio sino ad un’altra isola, guadagnò una terza isola, piegò dietro il corso maggiore del fiume, e, disperato incominciò ad attraversarlo. E tutto mentre, sebbene non guardasse, poteva udire il ringhiare affannoso, un salto indietro, della cagna pazza. François lo chiamò, un quarto di miglio lontano, ed egli tornò indietro di colpo, guadagnando un salto avanti, ansando penosamente, chè gli mancava il respiro, ponendo tutta la sua fede in François, che l’avrebbe salvato. Il conduttore di cani teneva alzata in mano la scure, e allorchè Buck gli passò accanto come una saetta, la scure precipitò con fracasso sulla testa della pazza Dolly.

Buck cadde contro la slitta, esausto, singhiozzando per respirare, smarrito. Spitz, colto il destro, si lanciò su Buck e due volte i suoi denti s’affondarono nell’inerme nemico lacerandogli e squarciandogli la carne sino all’osso. Allora entrò in gioco la frusta di François, e Buck ebbe la soddisfazione di vedere Spitz bastonato come non era ancora mai stato alcuno del tiro.

«È un diavolo, quello Spitz!», osservò Perrault. «Un maledetto giorno, egli ucciderà Buck».

«Buck vale due diavoli», fu la risposta di François. «Più lo osservo, e più ne sono sicuro. Senti: un maledetto giorno diventerà pazzo come un diavolo e allora egli masticherà tutto Spitz e lo risputerà sulla neve. Certo. Lo so io».

Da quel momento, vi fu guerra, tra i due cani. Spitz, come cane conduttore e capo riconosciuto del tiro, sentiva la sua supremazia minacciata da quello strano cane del Sud. Buck, infatti, gli appariva molto strano, perchè dei molti cani del Sud che aveva conosciuto, nessuno s’era mostrato di qualche valore nè al tiro, nè all’accampamento. Erano tutti troppo delicati, e morivano per la fatica, il freddo e la fame. Buck era un’eccezione. Egli solamente sopportava e prosperava, uguale agli «Luskygs» del nord per forza, selvatichezza e furberia. E poi era un cane dominatore; reso pericoloso dal fatto che la mazza dell’uomo dalla maglia rossa gli aveva tolto ogni impulso cieco o impazienza nel suo desiderio di dominare. Egli era eminentemente scaltro e furbo, e poteva aspettare il suo tempo con pazienza davvero primitiva.

Era inevitabile che avvenisse il cozzo per la supremazia; e Buck lo voleva. Lo voleva perchè era della sua natura; perchè era stato irretito dall’orgoglio senza nome e incomprensibile per il tiro della slitta e pel cammino — quell’orgoglio che sostiene i cani nella fatica, sino all’ultimo respiro, e li alletta a morire pieni di gioia nei finimenti, e spezza il loro cuore, se ne sono distolti. Era l’orgoglio di Dave, cane da stanga, di Sol-leks, mentre tirava con tutte le sue forze; l’orgoglio che s’impossessava di loro quando il campo era tolto, trasformandoli da bruti doloranti e torvi in creature ambiziose, piene di ardore; l’orgoglio che li spronava tutto il giorno e li abbandonava allorchè s’accampavano, ripiombandoli in cupa irrequietezza e scontento. Questa ambizione animava Spitz e lo faceva ringhiare contro i cani della slitta, quando sbagliavano o non tiravano o si nascondevano al mattino, al momento d’essere attaccati. Questa stessa ambizione gli faceva temere Buck come un possibile cane guidatore; ciò che Buck voleva appunto, per orgoglio.

Egli minacciava apertamente la supremazia dell’altro; s’intrometteva tra lui e i rilassati che egli doveva punire. E lo faceva deliberatamente. Una notte vi fu una grande nevicata, e al mattino Pike, l’infingardo, non apparì. Era certamente nascosto nella sua buca, sotto un piede di neve. François lo chiamò e cercò invano. Spitz era pazzo dalla rabbia. Girava furioso per l’accampamento, annusando e scavando in ogni possibile luogo, ringhiando così terribilmente che Pike l’udì e ne tremò nel suo nascondiglio.

Ma quando, alla fine, fu scoperto, e Spitz si lanciò su lui per punirlo, Buck si lanciò con pari furia, tra loro. Fu un assalto così inatteso, e condotto con tanta abilità, che Spitz finì ruzzoloni. Pike, da pauroso e tremante qual era prese coraggio da quell’aperta ribellione, e si gettò sul suo capo rovesciato a terra. Buck, pel quale la lealtà nella lotta era codice obliato, si lanciò pure su Spitz, ma François, sogghignando per l’incidente, non deviando tuttavia dai suoi criteri di giustizia distributiva, fece fischiare la frusta, con tutta la sua forza, su Buck, e non riuscendo con ciò ad allontanarlo dal prostrato rivale, usò il manico. Mezzo stordito dal colpo, Buck cadde indietro e la frusta s’abbattè ripetutamente su lui, mentre Spitz puniva duramente l’infingardo Pike.

Nei giorni seguenti, mentre s’avvicinavano sempre più a Dawson, Buck continuò ancora a interporsi tra Spitz e i colpevoli; ma lo faceva astutamente, quando non c’era François. Con la subdola ribellione di Buck, sorse e s’accrebbe una disobbedienza generale. Dave e Sol-leks rimasero immutati, ma il resto del tiro peggiorò ogni giorno più. Nulla più procedeva bene; v’erano continue contese e contrasti, costanti ragioni e possibilità di disordine, e Buck ne era la colpa. Egli teneva sempre preoccupato e affaccendato François, poichè il conducente di cani temeva sempre che avesse luogo la mortale lotta tra i due, lotta ch’egli sapeva essere, prima o dopo, inevitabile; e più di una notte, il rumore delle discordie e delle risse tra gli altri cani lo faceva alzare dal giaciglio spaventato che Buck e Spitz fossero alle prese.

Ma l’occasione non si presentò ed essi entrarono in Dawson, un tetro pomeriggio, e la grande lotta non era ancora avvenuta. V’erano là molti uomini e innumerevoli cani, e Buck li trovò tutti al lavoro. Sembrava che fosse nell’ordine naturale delle cose che i cani lavorassero. Tutto il giorno essi correvano su e giù per la strada principale, in lunghi tiri, e durante la notte si udiva passare il tintinnio dei loro campanelli. Trascinavano travi da costruzioni e legna da ardere, destinati alle miniere, e facevano ogni specie di lavoro, come i cavalli nella Valle di Santa Clara.

Qua e là Buck incontrava dei cani della terra del Sud, ma, per la maggior parte, tutti i cani erano della razza dei lupi selvatici. Tutte le notti, regolarmente, alle nove, alle undici e alle tre, essi alzavano un canto notturno, un canto magico e strano, al quale Buck si dilettava di prender parte. Con l’aurora boreale che fiammeggiava fredda in alto, o le stelle saltellanti nella danza del gelo, e la terra intorpidita e gelata sotto il suo manto di neve, il canto degli huskies pareva la sfida della vita; soltanto, era espressa in tono minore, con lunghi lamenti e mezzi singhiozzi, ed era piuttosto la supplica della vita, l’articolato travaglio dell’esistenza. Era un vecchio canto, vecchio quanto la stessa razza — uno dei primi canti del mondo più giovane, quando i canti erano tristi. Recava l’impronta dei dolori di innumerevoli generazioni, questo lamento che tanto stranamente commoveva Buck. Quel lamento a singhiozzi esprimeva oltre che la pena dei viventi, la pena dei loro selvatici progenitori; e la paura e il mistero del freddo e delle tenebre, di ora e d’allora. Ed egli si commoveva a quel canto sembrandogli ritornare con tutto il suo essere, attraverso alle età del fuoco e del tetto, ai nudi primordi della vita, delle età degli urli.

Sette giorni dopo il loro arrivo a Dawson, essi scendevano il ripido banco accanto alle Barracks sulla Yukon Trail, diretti a Dyea e Salt Water. Perrault riportava dispacci ancor più urgenti di quelli recati a Dawson; egli era poi preso dall’orgoglio della rapidità, e si proponeva di compiere il viaggio più rapido dell’anno. Lo favorivano in questo parecchie cose. Il riposo di una settimana aveva rimesso in piena efficienza i cani. Il sentiero che prima avevano penato ad aprirsi, era stato poi ben battuto da altri; inoltre la polizia aveva stabilito in due o tre luoghi dei depositi di viveri per i cani e gli uomini, e così si viaggiava con carico leggero.

Il primo giorno raggiunsero Sixty Mile, che rappresenta una corsa di cinquanta miglia; e il giorno dopo erano ben innanzi lungo il Yukon verso Pelly. Ma quelle splendide corse non erano ottenute senza grandi pene per François. La insidiosa rivolta incominciata da Buck aveva distrutto la solidarietà del tiro. Non era più come un sol cane che tirasse la slitta. L’incoraggiamento che Buck dava ai ribelli, induceva questi ad ogni specie di meschine cattiverie e insubordinazioni. Spitz non era più il capo da temersi tanto. Il vecchio timore scomparve, e divennero tutti uguali nello sfidarne l’autorità. Pike gli rubò una notte mezzo pesce, e l’ingoiò sotto la protezione di Buck. Un’altra notte Dub e Joe s’azzuffarono con Spitz, e lo costrinsero a rinunciare alla punizione ch’essi meritavano. E persino Billee, il bonario, era meno bonario e non gemeva più, nè implorava così, come nei primi tempi. Buck non s’avvicinava mai a Spitz senza ringhiare minacciosamente col pelo irto. Infatti, la sua condotta era simile a quella di uno che intendesse provocarlo: ed egli si dava delle arie di spavalderia minacciosa sotto il naso di Spitz.

L’infrangersi della disciplina influiva pure sui rapporti tra cane e cane. Si disputavano e azzuffavano più che mai tra di loro, tanto che certe volte l’accampamento era un inferno di ululati: François tirava giù delle strane bestemmie barbare, e pestava i piedi sulla neve, vanamente furioso, e si strappava i capelli. La sua frusta sibilava continuamente tra i cani, ma con scarsi risultati. Appena volgeva le spalle, essi ricominciavano. Egli sosteneva Spitz con la frusta, mentre Buck sosteneva il resto del tiro. François sapeva che in fondo a tutto ciò c’era Buck, e Buck sapeva ch’egli sapeva, ma era troppo furbo per farsi cogliere nuovamente sul fatto. Egli lavorava fedelmente sotto il tiro della slitta, poichè quella fatica era diventata un piacere per lui; ma era un piacere ancora maggiore suscitare una rissa fra i suoi compagni e ingarbugliare così i tiranti.

Alla foce del Tahkeena, una notte, dopo cena, Dub scoprì un coniglio dalle zampe bianche, e gli si lanciò sopra; ma non lo colse. In un momento l’intero tiro fu in moto. Cento metri più in là vi era l’accampamento della Polizia del Nord-ovest, con cinquanta cani, tutti huskies, che s’unirono nella caccia. Il coniglio filò veloce giù per il fiume, voltò per un piccolo ruscello, e sul letto gelato di esso continuò a fuggire rapido. Correva leggero sulla superficie della neve, mentre i cani fendevano lo strato gelato con il solo peso. Buck era alla testa del branco dei cinquanta, seguendo il tortuoso corso del ruscello, senza riuscire a guadagnar terreno. Procedeva, basso, nella corsa, ululando, avido, col magnifico corpo lanciato come una saetta, salto dopo salto, nel pallido chiarore lunare. E salto dopo salto, come un pallido fantasma di ghiaccio, il coniglio dalle zampe di neve filava innanzi a lui.

Tutto quell’agitarsi di vecchi istinti che a dati periodi spinge gli uomini fuori dalle frastuonanti città nelle foreste e nelle pianure per uccidere con pallottole di piombo lanciate chimicamente, la brama del sangue, la gioia di uccidere, tutto ciò provava Buck con qualche cosa di più profondamente intimo. Correva alla testa del branco, per abbattere la preda selvatica, la carne vivente, per uccidere con i suoi denti e immergere il muso sino agli occhi nel sangue caldo.

Vi è un’estasi che segna il culmine della vita, oltre il quale la vita non può andare. E tale è il paradosso della vita, che quest’estasi avvenga quando si è più vivi, come un completo oblìo d’esser vivi. Quest’estasi, quest’oblìo della vita, viene all’artista avvolto e rapito in una gran fiamma; viene al soldato, impazzito nella furia della lotta, che non dà quartiere; e venne a Buck mentre conduceva il branco e risuonava l’antico grido del lupo, sforzandosi egli di raggiungere il cibo ch’era vivente e gli fuggiva leggero dinanzi nella luce lunare. Stava scandagliando le profondità della sua natura, e di parti della sua natura ch’erano più profonde di lui, ritornando nel seno del tempo. Egli era dominato dal fluire impetuoso e puro della vita, dall’onda della marea dell’essere, dalla perfetta gioia di ciascun muscolo separato, da ciascuna articolazione, e da ciascun tendine, in quanto erano tuttociò che non è morte, in quanto erano infiammati e sfrenati, esprimendo se stessi in movimento, volando esultanti sotto le stelle e sopra la faccia di materia morta e immota.

Ma Spitz, freddo calcolatore anche nei momenti supremi, lasciò il branco e attraversò una stretta striscia di terra intorno alla quale girava il ruscello. Buck non ignorava la cosa, e quando girò la curva, con il gelido spettro del coniglio che fuggiva innanzi a lui, vide un altro gelido e più grande spettro balzare dalla sponda soprastante il letto del corso d’acqua, proprio innanzi al coniglio. Era Spitz. Il coniglio non poteva tornare indietro, e mentre i bianchi denti gli spezzavano la schiena a mezz’aria, egli strillò terribilmente, come potrebbe strillare un uomo colpito a morte. A quel suono, al grido della Vita che cadeva dall’apice della Vita nella stretta della Morte, l’intero branco alle calcagna di Buck alzò un infernale coro di gioia.

Ma Buck non gridò. Non rallentò il suo slancio, ma piombò su Spitz, spalla contro spalla, con tanta violenza da sbagliar la gola. Ruzzolarono insieme più volte nel polviscolo della neve. Spitz balzò in piedi istantaneamente come se non fosse stato gettato a terra, lacerando la spalla di Buck e saltando da un lato. Due volte i suoi denti, batterono insieme, come i denti d’acciaio di una tagliola, mentre indietreggiava per prendere posizione, con le scarne labbra alzate, sibilanti e ringhianti.

In un lampo Buck comprese. Era giunta l’ora. Era per la morte. Mentre giravano intorno, ringhiando, con le orecchie basse, cercando intensamente un vantaggio, la scena assumeva per Buck un aspetto familiare. Gli sembrava di ricordare ogni cosa: i boschi bianchi, e la terra, e la luce lunare, e il fremito della battaglia. Al biancore e al silenzio sovrastava una calma spettrale. Non vi era il più debole filo d’aria, nulla si moveva, non tremava foglia; il visibile fiato dei cani s’alzava lentamente e pigramente nell’aria gelata. Avevano spartito rapidamente il coniglio dalle zampe di neve, questi cani ch’erano dei lupi male addomesticati: e s’avvicinavano ora in un cerchio di avida attesa. Essi, pure, erano silenziosi, con gli occhi che scintillavano e i respiri che salivano lentamente nell’aria. Per Buck non era nuova nè strana, quella scena d’altri tempi. Era come se fosse sempre stata la necessaria vicenda delle cose.

Spitz era un combattente pratico. Dallo Spitzberg attraverso le Terre Artiche, e per il Canadà e i Barrens, egli s’era battuto con ogni specie di cani ed era riuscito a vincerli. Terribile furia era la sua, ma mai furia cieca. Preso dalla passione di sbranare e distruggere, non dimenticava mai che il suo nemico era preso dalla stessa passione di sbranare e distruggere. Non si lanciava mai all’attacco prima di essere preparato a ricevere un attacco; non attaccava mai prima di avere difeso quell’attacco.

Invano Buck si sforzò di affondare i denti nel collo del grosso cane bianco. Ogni qual volta i suoi denti miravano alla carne più soffice, incontravano i denti di Spitz. Denti contro denti, e le labbra erano tagliate e sanguinavano, ma Buck non poteva penetrare nella guardia del suo nemico. Allora si riscaldò e avvolse Spitz in un turbine di attacchi. Ripetutamente tentò di afferrare la gola candida, dove la vita palpitava alla superficie, e ciascuna volta Spitz lo feriva e saltava da un lato. Allora Buck prese a slanciarsi contro Spitz come se mirasse alla gola, improvvisamente piegando la testa da un lato, battendo con la spalla contro la spalla di lui, come un montone, per rovesciarlo. Ma invece di rovesciarlo, la spalla di Buck era lacerata dai denti di Spitz, che balzava subito via leggero.

Spitz non era tocco, mentre Buck grondava sangue e respirava affannosamente. La lotta diveniva disperata. E intanto il cerchio silenzioso e lupino attendeva per finire qualsiasi cane soccombesse. Mentre Buck annaspava, Spitz, incominciò a sua volta a lanciarglisi contro, tanto che egli penava a mantenersi in piedi. Una volta Buck cadde, e l’intero cerchio dei sessanta cani balzò in piedi; ma egli si rimise, quasi a mezz’aria, e il circolo si gettò giù ad aspettare.

Ma Buck possedeva una qualità fatta per la gloria e la grandezza: immaginazione. Combatteva per istinto, ma poteva combattere pure con la testa. Si lanciò come se volesse ritentare il vecchio colpo di spalla, ma all’ultimo istante s’abbassò rapido rasente la neve e colpì. I suoi denti si chiusero sulla zampa sinistra, anteriore, di Spitz. Si udì uno scricchiolìo d’osso spezzato, e il cane bianco gli tenne testa su tre zampe. Tre volte cercò di rovesciarlo, e poi ripetè il colpo e gli spezzò l’altra zampa davanti. Nonostante la pena e l’impotenza, Spitz lottò disperatamente per tenersi ritto. Vedeva il cerchio silenzioso, con occhi luminosi, lingue a penzoloni e fiati argentei, salire e chiudersi sempre più su di lui, come aveva visto cerchi simili chiudersi su vinti antagonisti nel passato. Soltanto questa volta egli era il vinto.

Non vi era alcuna speranza per lui. Buck era inesorabile. La compassione era una cosa serbata per climi più miti. Preparò l’ultimo attacco. Il cerchio s’era ristretto tanto ch’egli poteva sentire l’alito degli kuskies ai suoi fianchi. Poteva vederli, oltre Spitz e da ogni lato, mezzi rannicchiati per lanciarsi, con gli occhi fissi su lui. Seguì come una pausa. Ogni animale era immobile, come pietrificato. Soltanto Spitz tremava col pelo irsuto mentre barcollava, ringhiando terribilmente e minacciosamente, come se volesse spaventare la morte imminente. Alla fine, Buck balzò avanti e balzò indietro, ma in quell’ultimo balzo in avanti egli aveva alla fine raggiunta la gola del suo nemico. L’oscuro cerchio divenne un punto sulla neve innondata dalla luce lunare, allorchè Spitz scomparve. Buck rimase da un lato a guardare, campione fortunato, primordiale bestia dominante che aveva ucciso e che aveva trovato piacere nell’uccidere.

CAPITOLO IV. COLUI CHE HA GUADAGNATO IL PRIMATO.

— Eh! Che dicevo? Dicevo il vero quando asserivo che Buck vale per due diavoli.

Fu questo il discorso di François la mattina dopo, quando scoprì che mancava Spitz e che Buck era coperto di ferite. Lo tirò vicino al fuoco e alla luce del fuoco mostrò le ferite.

— Quello Spitz combatte come un diavolo, — disse Perrault, mentre esaminava gli squarci e i tagli.

— E questo Buck combatte come due diavoli. — fu la risposta di François. — Ed ora potremo guadagnar tempo. Non più Spitz, non più disordine, per certo.

Mentre Perrault impaccava gli attrezzi dell’accampamento e caricava la slitta, il conducente incominciò a porre i finimenti ai cani. Buck trottò subito al posto che Spitz avrebbe occupato come capo del tiro; ma François, non badando ad esso, condusse Sol-leks alla bramata posizione. A suo giudizio, Sol-leks era il miglior cane che rimaneva per dirigere il tiro. Buck si slanciò furioso su Sol-leks, spingendolo via e prendendone il posto.

— Eh? eh? — gridò François battendo le mani allegramente. — Guardate un po’ Buck. Ha ucciso Spitz, e crede ora di prenderne il posto.

— Via! via di qui, stupido! — gridò, ma Buck non si mosse.

Afferrò Buck per la collottola del collo, e benchè il cane ringhiasse minacciosamente, lo trascinò da un lato e rimise a posto Sol-leks. Il vecchio cane non era punto contento, e mostrava chiaramente che aveva paura di Buck. François era cocciuto, ma quando voltò le spalle, Buck scacciò via nuovamente Sol-leks, che era contento di andarsene.

François si stizzì. — Ora, perdio! t’insegno io a ubbidire! — gridò, ritornando con una pesante mazza in mano.

Buck, che ricordava l’uomo dalla maglia rossa, si ritirò lentamente, nè ritentò di scacciare Sol-leks quando fu rimesso a posto. Girava intorno, fuori del tiro della mazza, ringhiando furiosamente e amaramente; e mentre girava intorno, teneva d’occhio la mazza per schivarla se mai François gliela avesse gettata contro, giacchè era diventato saggio nei rapporti con le mazze.

Il conducente continuò i suoi preparativi, e chiamò Buck quando fu il momento di porlo al vecchio posto davanti a Dave. Buck indietreggiò di due o tre passi. François lo seguì, ma il cane continuò a indietreggiare. Dopo un po’ di questo gioco, François depose la mazza, pensando che Buck temesse d’essere picchiato, ma Buck era, invece, in piena rivolta. Non voleva sfuggire alla mazza, ma avere il comando del tiro. Gli apparteneva di diritto. Se l’era guadagnato, e non avrebbe rinunciato.

Perrault venne a dare una mano a François. Tutt’e due lo rincorsero per quasi un’ora. Gli gettarono mazze: egli le schivò. Lo maledirono, e maledirono i suoi genitori, e la sua semente sino alle più remote venture generazioni, e tutti i peli del suo corpo e ogni goccia di sangue delle sue vene; ed egli rispondeva ad ogni maledizione con ringhi e si teneva lontano dal loro raggio d’azione. Egli non cercò di scappare, facendo intendere chiaramente che quando l’avessero accontentato, sarebbe rientrato al suo posto e sarebbe stato buono.

François alla fine si sedette grattandosi la testa. Perrault guardò l’orologio e bestemmiò. Il tempo fuggiva, ed essi avrebbero dovuto essere in cammino già da un’ora. François si grattò nuovamente la testa. La scrollò e fece una smorfia di malcontento al corriere, il quale scrollò le spalle, significando ch’erano vinti. Poi François si avvicinò a Sol-leks e chiamò Buck. Buck rise, come ridono i cani, ma tuttavia si tenne a distanza. François staccò i tiranti da Sol-leks e rimise questo al suo solito posto. La slitta, ora, era pronta per partire, coi cani in fila, l’uno dietro l’altro. Non v’era posto per Buck, tranne che in testa. Ancora una volta François lo chiamò e ancora una volta Buck rise e rimase dov’era.

— Getta via la mazza. — gli ordinò Perrault.

François ubbidì, e allora Buck accorse trottando, ridendo trionfalmente, e si girò, in posizione di tiro, alla testa della fila dei cani. Fu attaccato ai tiranti, e la slitta, liberata dalla presa del ghiaccio, filò via lungo la traccia sul fiume, con i due uomini che le correvano dietro.

Per quanto il conducente di cani avesse già dato un gran valore a Buck, con i suoi due diavoli, pure egli trovò, sin dal principio di quella giornata, che non l’aveva valutato al giusto. In un balzo, Buck aveva assunti tutti i compiti del cane di testa; mostrandosi, dove bisognava giudizio, pronto a pensare e pronto ad agire; dimostrandosi persino superiore a Spitz, del quale François non aveva mai visto l’eguale.

Ma nell’obbedire alla legge e nel farla rispettare dai suoi compagni soprattutto, Buck primeggiava. Dave e Sol-leks erano indifferenti al mutamento del capo. Non era faccenda che li riguardasse. Il loro compito era di tirare, e tiravano poderosamente, e finchè non erano impediti nella loro fatica, non importava a loro che cosa accadesse. Anche se fosse stato messo alla testa del tiro Billee, l’amabile, essi non avrebbero fatto alcuna opposizione, purchè tenesse l’ordine. Il resto del tiro, tuttavia, era diventato indisciplinato durante gli ultimi giorni di Spitz, e la sorpresa fu grande quando Buck incominciò a porre ordine, punendo senza misericordia.

Pike, che tirava alle calcagna di Buck, e che non metteva mai un’oncia di più del suo peso di quanto bisognasse contro il pettorale, fu rapidamente e ripetutamente punito per la sua neghittosità: così che prima della fine del primo giorno di viaggio egli tirava come non aveva mai tirato durante tutta la sua vita. La prima notte nell’accampamento, Joe, il maligno, fu punito esemplarmente, cosa che Spitz non era riuscito mai a fare. Buck lo debellò semplicemente per virtù del suo maggior peso, e lo coprì di morsi finchè alla fine smise di ringhiare e incominciò a mugolare chiedendo misericordia.

Il tono generale del tiro migliorò immediatamente; ricuperò la solidarietà di un tempo, e ancora una volta i cani tiravano come un sol cane. Alle Ruik Rapids furono aggiunti due kuskies nativi, Teck e Koona: e la celerità con la quale Buck li istruì alla disciplina del tiro, tolse il respiro a François.

— Mai c’è stato un cane come Buck! — esclamò egli. — No, mai! Vale un migliaio di dollari, perdio! Eh! Che ne dici, Perrault?

Perrault confermò con un cenno del capo. Era già in vantaggio sul record di velocità, e guadagnava ogni giorno. Il sentiero era in eccellenti condizioni, ben battuto e duro, e non era caduta della nuova neve che rendesse più difficile il cammino della slitta. Non faceva troppo freddo: la temperatura, scesa a cinquanta Fahrenheit sotto zero, rimase tale per tutto il resto del viaggio. Gli uomini correvano o andavano sulla slitta, a turno, e i cani erano mantenuti al galoppo, tranne rare fermate.

Poichè il Fiume delle Trenta Miglia era relativamente coperto di ghiaccio, percorsero in un giorno il cammino per il quale nell’andata avevano impiegato dieci giorni. In una sola corsa percorsero le sessanta miglia che separano il Lago Le Barge dalle Cascate del Cavallo Bianco. Attraverso Marsh, Tagish e Bennett (settanta miglia di laghi) volarono con tale velocità, che l’uomo, cui toccava correre, si fece rimorchiare, attaccato con una corda della slitta. E nella notte della seconda settimana raggiunsero la sommità del Passo Bianco e scesero il ripido pendio verso il mare, con le luci di Skaguay e delle navi ai loro piedi.

Avevano raggiunto il record della rapidità. Per quattordici giorni avevano percorso, in media, quaranta miglia al giorno. Per tre giorni Perrault e François si pavoneggiarono su e giù per la via principale di Skaguay ed erano affogati sotto un diluvio d’inviti a bere, mentre il tiro era il centro costante di una folla di adoratori della prodezza e valentia canina. Poi tre o quattro malandrini occidentali tentarono di mettere a sacco la città, e furono massacrati, e l’interesse del pubblico passò ad altri idoli. Vennero poi degli ordini governativi. François chiamò a se Buck, gli gettò le braccia al collo e pianse, e fu l’ultima volta che il cane vide François e Perrault. Come altri uomini, essi scomparvero per sempre dalla vita di Buck.

Un uomo di sangue mezzo scozzese prese in consegna i cani, e in compagnia di una dozzina d’altri cani da tiro, Buck riprese la faticosa via per Dawson. Non era una corsa leggera o rapida da record, ora, ma un duro lavoro d’ogni giorno, con un carico pesante dietro; chè quello era il corriere postale ordinario che portava notizie dal mondo agli uomini che cercavano oro, all’ombra del Polo.

A Buck non piaceva quel nuovo lavoro, ma egli lo sopportava coraggiosamente, provando orgoglio in esso, alla maniera di Dave e di Sol-leks, e sorvegliando che i suoi compagni, prendessero amore o non al lavoro, facessero la loro parte di fatica. Era una vita monotona, che procedeva con la regolarità di una macchina. I giorni s’assomigliavano. Ogni mattina, ad una certa ora, i cucinieri apparivano, venivano accesi fuochi, ed era fatta colazione. Poi, mentre alcuni toglievano l’accampamento, altri attaccavano i cani ed erano già in viaggio da un’ora e più prima che calassero le tenebre che annunciano l’aurora. Alla sera s’accampavano. Alcuni piantavano le tende, altri tagliavano legna da ardere o rami di pini per i letti, e altri ancora trasportavano acqua o ghiaccio per i cucinieri. Davano, inoltre, da mangiare ai cani, per i quali il pasto serale costituiva l’avvenimento più importante della giornata, benchè fosse pure piacevole vagare per l’accampamento, dopo mangiato il pesce, per un’ora e più con gli altri cani, un centinaio circa. Tra essi vi erano dei terribili combattenti, ma tre battaglie con i più temibili diedero il primato a Buck, sicchè quand’egli arruffava il pelo e mostrava i denti tutti lo evitavano.

Più di tutto, forse, egli amava starsene accanto al fuoco accovacciato sulle gambe posteriori, con le anteriori tese innanzi, la testa alta, e gli occhi socchiusi fissi in sogno sulle fiamme. Qualche volta pensava alla grande casa del Giudice Miller, nella soleggiata Valle di Santa Clara e alla vasca di cemento per il nuoto, e a Isabella, la messicana senza pelo, e a Toobs, il cane giapponese; ma più spesso ripensava all’uomo dalla maglia rossa, alla morte di Curly, alla grande lotta con Spitz, e alle buone cose che aveva mangiato e che avrebbe desiderato di mangiare. Non soffriva nostalgia: la Terra del Sole era molto lontana ed incerta, e quelle memorie non avevano alcun potere su di lui. Molto più potenti erano le memorie ereditarie che davano a cose che non aveva ancora viste un aspetto familiare; gli istinti (che non erano altro che le memorie dei suoi antenati divenute abitudini) già assopiti in lui, si ravvivano e tornavano in vita.

Talvolta, mentre stava là accovacciato a guardare con gli occhi socchiusi e persi in sogni le fiamme, sembrava che le fiamme appartenessero ad un altro fuoco, e che mentre egli era accovacciato a quest’altro fuoco vedesse un altro uomo, diverso dal cuoco di razza mista che gli stava, in realtà, innanzi. Quest’altro uomo aveva le gambe più corte e le braccia più lunghe, con muscoli che erano fibrosi e nodosi anzichè rotondi e gonfi. I capelli di quest’uomo erano lunghi e appiccicati, e la testa sfuggente. Emetteva strani suoni, e sembrava avesse terrore delle tenebre, nelle quali spiava continuamente, stringendo in una mano, che arrivava a metà tra le ginocchia e i piedi, un bastone con un sasso pesante infisso all’estremità. Era quasi interamente nudo, con una pelle a brandelli e abbruciacchiata, gettata sulle spalle, ma il corpo era molto peloso. In alcuni punti, attraverso il petto e le spalle e lungo la parte esterna delle braccia e delle cosce, il pelo era folto da divenire quasi una pelliccia. Non stava eretto, ma col tronco inclinato in avanti dai fianchi, su gambe che si piegavano ai ginocchi. Il suo corpo animato da una speciale elasticità, o possibilità di contrazioni e di scatti, quasi da gatto, era sempre vigilissimo, come di chi viva in perpetua paura delle cose visibili e invisibili.

Altre volte quest’uomo peloso si rannicchiava accanto al fuoco, con la testa tra le gambe, e dormiva. In tali occasioni teneva i gomiti sui ginocchi, le mani congiunte sulla testa come per difendersi dalla pioggia colle braccia pelose. E, oltre quel fuoco, nelle circostanti tenebre, Buck poteva scorgere molti carboni accesi, a due a due, sempre a due a due, che egli sapeva erano gli occhi delle grandi bestie da preda. E poteva udire il ruinare dei loro corpi tra l’alta vegetazione, e i rumori che facevano nella notte. E sognando sulla riva dello Yukon, con pigri occhi socchiusi fissi sul fuoco, questi suoni e visioni di un altro mondo gli facevano rizzare lungo la schiena i peli che diventavano irsuti sul collo, sino a che gemeva basso e soffocato o ringhiava dolcemente, e il cuciniere di razza mista gli gridava:

— Ehi! Buck, svegliati! — Allora l’altro mondo svaniva e il cane apriva gli occhi sul mondo reale, e s’alzava e sbadigliava e si stendeva come se veramente avesse dormito.

Il viaggio era così faticoso, con la posta da tirare, che il duro lavoro li rese esausti. Erano diminuiti di peso e in cattive condizioni, quando arrivarono a Dawson, e avrebbero dovuto avere almeno una settimana o dieci giorni di riposo; ma due giorni dopo riscendevano la riva dello Yukon dalle Barracks, carichi di lettere per la gente di fuori. I cani erano stanchi, i conducenti brontolavano, e per aggravare le cose, nevicava ogni giorno. Le conseguenze erano: un terreno molle, maggiore attrito per gli strisci, e maggiore fatica per i cani nel tirare; tuttavia i conducenti si mostrarono giusti durante l’intero viaggio, e fecero del loro meglio per gli animali.

Ogni notte le prime cure erano per i cani. Essi mangiavano prima dei conducenti, e nessun uomo pensava di coricarsi prima di avere esaminate le zampe dei propri cani. Tuttavia, i cani perdettero le loro forze. Sin dal principio dell’inverno avevano percorso mille ottocento miglia, trascinando slitte per tutta la faticosa distanza; e mille ottocento miglia lasciavano una profonda impronta anche sugli organismi più induriti alle fatiche. Buck resisteva, tenendo i suoi compagni al lavoro e mantenendo disciplina, benchè egli, pure, fosse molto stanco. Billee si lamentava e sussultava ogni notte durante il sonno. Joe era bisbetico più che mai, e Sol-leks era inabbordabile, tanto dal lato dell’occhio cieco che dall’altro lato.

Ma era Dave che soffriva più d’ogni altro. Doveva avere qualche malanno. Divenne sempre più cupo e irritabile, e quando s’accampavano, faceva subito la sua buca per dormire e il conducente andava a dargli il pasto nella buca. Una volta fuori dai finimenti s’accasciava e non si rialzava più sino all’ora di essere attaccato, al mattino, alla slitta. Talvolta, in cammino, quando era scosso da un improvviso arresto della slitta, o si forzava per smuoverla, gridava di pena. Il conducente l’esaminò ma non potè trovar nulla. Tutti i conducenti s’interessarono al caso: ne parlavano durante i pasti, e durante le loro ultime pipate prima di coricarsi. Una sera tennero consulto. Dave fu condotto fuori del suo ricovero al fuoco, e fu toccato e tastato sinchè gridò più volte. Qualche cosa c’era che gli faceva male, ma non poterono trovare alcun osso spezzato, nè altra ragione del male.

Quando raggiunsero Cassiar Bar, il povero cane era così debole che cadde ripetutamente sotto i tiranti. Lo scozzese di sangue misto fece fare una fermata e levò Dave dal tiro, ponendo sotto la slitta, al posto di esso, Sol-leks, ch’era il secondo del tiro. L’intenzione del conducente era di fare riposare Dave, lasciandolo correre libero dietro la slitta. Malato com’era, Dave soffriva di essere tolto dal tiro, brontolando e ringhiando mentre lo staccavano, e mugolando, col cuore spezzato, quando vide Sol-leks nel posto ch’egli aveva tenuto amorosamente per tanto tempo. Chè egli aveva l’orgoglio del cammino e del tiro, e, quasi moribondo, non poteva sopportare che un altro cane facesse il suo lavoro.

Quando la slitta s’avviò, si dibattè nella neve lungo la via battuta, attaccando con i denti Sol-leks, lanciandoglisi addosso e cercando di farlo ruzzolare dall’altra parte della neve soffice, sforzandosi di saltare tra i tiranti e di porsi tra lui e la slitta, e tutto il tempo ululando e abbaiando e piangendo di dolore e di pena. Il conducente cercò di allontanarlo con la frusta; ma il cane non badava al bruciore delle frustate, e l’uomo non aveva coraggio di colpirlo più forte. Dave non volle correre tranquillamente seguendo la traccia dietro la slitta, dove era agevole andare, ma continuò ad affaticarsi lungo la slitta nella neve soffice, dove era straordinariamente difficile procedere, finchè fu esausto. Allora cadde, e rimase lì, ululando lugubremente, mentre la lunga fila delle slitte gli passava innanzi.

Con le forze che gli rimanevano, riuscì a trascinarsi barcollando dietro le slitte finchè non fu fatta una nuova fermata e allora si lanciò sino alla sua slitta, e si fermò al fianco di Sol-leks. Il conducente di questa indugiò un momento ad accendere la pipa dall’uomo che veniva dietro a lui: poi ritornò sui suoi passi e diede il via ai cani. Essi balzarono innanzi, con notevole facilità, senza sforzo alcuno; volsero le teste dubbiosi e si fermarono sorpresi. Anche il conducente era stupito: la slitta non s’era mossa. Egli chiamò i suoi compagni a osservare l’accaduto. Dave aveva spezzato coi denti tutt’e due i tiranti di Sol-leks, e stava davanti alla slitta, al suo posto.

Egli supplicò con gli occhi perchè lo lasciassero là. Il conducente era perplesso. I suoi compagni raccontavano come un cane può avere il cuore spezzato se gli venga negato il lavoro che l’uccide, e ricordavano casi in cui cani, troppo vecchi o feriti, erano morti perchè erano stati tolti dal tiro. Inoltre, ritenevano che era un atto di pietà, poichè Dave doveva in ogni caso morire, lasciarlo morire sotto il tiro, a cuor leggero e contento. Sicchè gli furono rimessi i finimenti ed egli ricominciò a tirare orgoglioso come un tempo, benchè più di una volta gridasse involontariamente, per il dolore del male interno.

Parecchie volte cadde e fu trascinato dai tiranti, e una volta la slitta lo travolse, sicchè da allora in poi zoppicò ad una gamba posteriore.

Ma resistette fino a che non pervennero all’accampamento, e il conducente fece un giaciglio accanto al fuoco. All’alba, era troppo debole per viaggiare. Al momento di attaccare la slitta, cercò di trascinarsi sino al suo conducente. Con sforzi convulsi riuscì a porsi in piedi, barcollò e cadde. Allora si trascinò penosamente e lentamente sino al luogo dove stavano ponendo i finimenti ai suoi compagni. Metteva innanzi le sue zampe anteriori e trascinava il suo corpo con un movimento sussultorio: poi rimetteva innanzi le zampe, e ancora si trascinava per qualche pollice. Sinchè le forze non l’abbandonarono, alla fine, e i suoi compagni non lo videro per l’ultima volta boccheggiante nella neve, e anelante verso di loro. Poterono udire il cane che ululava lugubremente finchè non scomparvero dietro una fila di alberi, lungo il fiume.

Là furono fermate le slitte. Lo scozzese di sangue misto ritornò lentamente sui suoi passi all’accampamento che avevano lasciato. Gli uomini cessarono di parlare. Risuonò un colpo di rivoltella.

L’uomo ritornò in fretta. Schioccarono le fruste, tintinnarono gaiamente i sonagli e le slitte scivolarono lungo la traccia; ma Buck sapeva, e tutti i cani sapevano, ciò che era accaduto dietro la fila degli alberi.

CAPITOLO V. LA FATICA DEL TIRO E DEL CAMMINO.

Trenta giorni dopo aver lasciato Dawson, il Corriere dell’Acqua Salata, con Buck e compagni di tiro, arrivò a Skaguay. Essi erano in uno stato deplorevole, stanchi e mal ridotti. Il peso di Buck era sceso da centoquaranta libbre a centoquindici. Gli altri suoi compagni, benchè cani meno pesanti, avevano perduto relativamente più peso di lui. Pike, il finto ammalato, il quale, durante la sua vita d’inganni, era riuscito spesso a simulare con buon successo una zampa malata, zoppicava ora sul serio. Anche Sol-leks zoppicava, e Dub soffriva per un’orribile piaga alle spalle.

Avevano tutti le zampe terribilmente rovinate. Non potevano più nè lanciarsi nè saltare. Le loro zampe battevano il sentiero pesantemente, agitando penosamente i corpi e raddoppiando la fatica d’ogni giorno di viaggio. I cani non erano malati, ma mortalmente stanchi, non della stanchezza mortale che consegue a uno sforzo eccessivo ma breve, dalla quale ci si rimette dopo poche ore; ma di quella stanchezza mortale che succede a un lento e prolungato esaurimento di forze, per fatiche durate mesi. Non vi era più alcuna possibilità di riprendersi, nè riserva di forza a cui ricorrere. Era stata tutta consumata sino all’ultima particella. Non v’era muscolo, fibra, cellula, che non fosse stanca, stanca morta. E c’era bene il motivo. In meno di cinque mesi avevano percorso duemila cinquecento miglia; e durante le ultime mille e ottocento miglia non avevano avuto che cinque giorni di riposo. Quando arrivarono a Skaguay, essi potevano appena reggersi in piedi. Era molto se riuscivano a tener tesi i tiranti. Nelle discesa potevano appena tenersi fuori dal percorso della slitta.

— Coraggio, avanti, povere zampe malate! — l’incoraggiava il conducente, mentre percorrevano barcollando la strada principale di Skaguay. — Questo è l’ultimo sforzo. Poi avremo un lungo riposo. Eh? Certo! Un incredibile lungo riposo.

I conducenti s’attendevano fiduciosi una lunga fermata. Essi stessi avevano percorso mille duecento miglia, con soli due giorni di riposo, e nel campo della ragione e della comune giustizia, essi meritavano un periodo completo di riposo. Ma erano tanti gli uomini corsi nel Klondike, e tante le fidanzate, le mogli e i parenti rimasti indietro, che l’importanza del congestionato corriere assumeva delle proporzioni enormi; inoltre, vi erano degli ordini ufficiali. Nuove consegne di cani dovevano aver luogo alla Baia di Hudson per sostituire i cani non più utili per il tiro. I conducenti dovevano liberarsi di quelli che non erano più buoni a nulla, e, poichè i cani valgono ben poco al confronto dei dollari, dovevano venderli.

Passarono tre giorni, durante i quali Buck e i suoi compagni si resero conto di tutta la loro stanchezza e debolezza. Poi, la mattina del quarto giorno, giunsero due uomini dagli Stati Uniti e comprarono cani e finimenti, per una canzone. I due uomini si chiamavano tra loro «Rico» e «Carlo». Carlo era un omino di mezza età, biancastro di carnagione, con degli occhi deboli e acquosi e baffi vigorosamente e terribilmente rivolti in sù, nascondendo le labbra cadenti e floscie. Rico era giovane, tra i diciannove e i vent’anni, e aveva alla cintura, ben carica di cartucce, una grossa rivoltella «Colt» e un coltello da caccia. Quella cintura era la cosa che più risaltava in quel giovane, di cui rivelava subito la durezza, una durezza estrema e indicibile. Entrambi erano evidentemente fuori di posto, e il fatto che gente come loro s’avventurasse nelle regioni nordiche fa parte del mistero incomprensibile delle cose di questo mondo.

Buck udì mercanteggiare, vide il denaro passare dalle mani dell’uomo nelle mani dell’agente del Governo, e comprese che il conducente mezzo-scozzese e quelli del corriere scomparivano dalla sua vita, dietro le calcagna di Perrault e di François e di quelli che erano scomparsi prima di loro. Allorchè fu condotto con i suoi compagni all’accampamento dei nuovi padroni, Buck vide un gran disordine e una grande trascuratezza: la tenda mezza tesa, piatti sporchi, tutto sottosopra; vide pure una donna. Gli uomini la chiamavano Mercede. Era la moglie di Carlo e la sorella di Rico: nell’assieme, formavano una bella famiglia.

Buck li guardò con apprensione, mentre tiravano giù la tenda e caricavano la slitta. Facevano dei grandi sforzi, ma non avevano alcun metodo o pratica. Rotolarono la tenda così malamente, che formava un fagotto tre volte più grande di quello che avrebbe dovuto essere. I piatti di latta furono riposti senza lavarli. Mercede era sempre tra i piedi dei due uomini e continuava a ciarlare senza interruzione, ammonendo e consigliando. Quando misero un sacco di panni sul davanti della slitta, essa suggerì che il sacco dovesse andare sulla parte posteriore; e quando essi misero il sacco sulla parte posteriore della slitta e lo coprirono con un paio d’altri fagotti, essa s’accorse d’aver lasciato fuori altri oggetti che non potevano essere posti che proprio in quel sacco; ed essi dovettero scaricare nuovamente.

Tre uomini da una tenda vicina uscirono a guardare i preparativi, sghignazzando e ammiccando tra loro.

— Voi avete già un bel carico, — osservò uno di essi: — Non tocca a me a insegnarvi quello che dovete fare, ma, se fossi in voi, non porterei dietro la tenda.

— Fu mai sognata una cosa simile! — esclamò Mercede, alzando le braccia con atto di candido stupore. — Come diavolo potrei mai fare senza della tenda?

— È primavera, e non avrete più tempi freddi. — rispose l’uomo.

Elusa scrollò il capo, decisa, e Carlo e Rico misero le ultime cose su quel carico immenso.

— Credete che potrà camminare? — chiese uno degli uomini.

— Perchè no? — domandò Carlo, piuttosto brusco.

— Oh, va bene, va bene, — s’affrettò a dire l’uomo in tono sommesso. — Pensavo soltanto se poteva, ecco tutto. Mi sembrava alquanto pesante.

Carlo attaccò i cani ai tiranti, quanto meglio potè, ma non nel modo migliore.

— E, naturalmente, i cani non possono andare avanti tutto il giorno con quel peso dietro. — affermò un secondo uomo.

— Certamente — disse Rico, con gelida cortesia, afferrando la stanga di destra con una mano e agitando la frusta con l’altra.

— Avanti! — gridò. — Avanti, ehi!

I cani si lanciarono tendendo le cinghie del pettorale, fecero dei grandi sforzi per un momento, e poi si rilassarono: erano incapaci di muovere la slitta.

— Lazzaroni bruti, vi mostrerò io! — gridò egli facendo l’atto di frustarli.

Ma Mercede s’interpose, gridando: — Oh, Rico, non devi picchiarli, — e gli afferrò la frusta, e gliela strappò di mano. — Poverini! Ora tu devi promettermi che non sarai duro con loro per tutto il resto del viaggio, o io non vado un passo avanti.

— Ah! tu ne sai qualche cosa dei cani, — sghignazzò il fratello. — Vorrei che tu mi lasciassi un po’ in pace. Sono lazzaroni, ti dico, e tu devi frustarli se vuoi ottenere qualche cosa da loro. Questa è la maniera. Domandalo a chi vuoi. Domandalo ad uno di questi uomini.

Mercede guardò, come implorando, gli uomini, con indicibile espressione di ripugnanza per la sofferenza, sul suo volto grazioso.

— Sono deboli come l’acqua, se volete saperlo, — rispose uno degli uomini. — Assolutamente sfiniti. Ecco il loro male. E hanno bisogno di riposo.

— Crepi il riposo, — esclamò Rico, muovendo il suo mento imberbe, mentre Mercede emetteva un — Oh! — di pena e di dispiacere, all’esclamazione del fratello.

Ma poichè era una creatura che parteggiava ciecamente per i suoi, s’affrettò a dire, puntigliosa, in difesa del fratello:

— Non badare a quello che dice. Tu conduci i nostri cani, e devi fare quanto credi meglio.

La frusta di Rico s’abbattè nuovamente sui cani. Essi tesero nuovamente i pettorali, puntarono i piedi sulla neve battuta, s’incurvarono su di essa, e impegnarono tutta la loro forza. Ma la slitta tenne duro, come se fosse un’ancora. Dopo due di quegli sforzi, i cani si fermarono, ansanti. La frusta fischiava furiosamente, allorchè Mercede s’interpose nuovamente. Cadde in ginocchio davanti a Buck, con lagrime agli occhi, e gli pose le braccia attorno al collo.

— Poverino, poverino, poverino — piagnucolò con simpatia, — perchè non tiri forte?... Non saresti frustato.

A Buck non piaceva quella donna, ma si sentiva troppo infelice per resisterle; egli sopportò quelle carezze come una parte del miserevole lavoro di quella giornata.

Uno degli spettatori, che aveva tenuti i denti stretti per reprimere parole violenti, disse alla fine:

— Non perchè m’importi nulla di quanto può succedervi, ma solo per amore dei poveri cani, voglio dirvi che potete aiutarli molto smuovendo la slitta. Gli striscii sono trattenuti dal ghiaccio. Gettatevi con tutto il vostro peso sul timone, a destra e a sinistra, e liberate gli striscii dal ghiaccio.

Fu fatto un terzo tentativo, ma questa volta, seguendo il consiglio, Rico ruppe la neve che si era ghiacciata intorno agli striscii, e la troppo carica e male accomodata slitta scivolò, mentre Buck e i suoi compagni tiravano disperatamente sotto la pioggia delle frustate. Cento metri innanzi, il sentiero voltava e scendeva ripido lungo la strada principale. Sarebbe occorso un uomo esperto per mantenere ritta la slitta con quei carico; ma Rico non era un uomo esperto. Voltando velocemente l’angolo, la slitta si capovolse, e metà del carico cadde tra le corregge allentate. I cani non si fermarono. La slitta, alleggerita, sobbalzava dietro di loro, piegata su un fianco. I cani erano furiosi per il cattivo trattamento e per il carico eccessivo. Buck era idrofobo: si diede a correre e gli altri del tiro seguirono il suo esempio. Rico gridò: — Oho! Oho!, — ma quelli non gli badarono. Egli inciampò e cadde per terra; e la capovolta slitta gli passò sopra, e i cani volarono su per la strada, aumentando il divertimento di Skaguay con lo spargere il resto del carico lungo la via principale della città.

Dei cittadini di buon cuore fermarono i cani e raccolsero gli sparsi indumenti. Essi diedero pure qualche consiglio. Era necessario ridurre il carico di metà e aumentare del doppio i cani, se volevano proprio arrivare a Dawson; fu detto. Rico, sua sorella e suo cognato ascoltarono mal volentieri, ripiantarono la tenda e riesaminarono il loro equipaggiamento. Tirarono fuori delle scatole di carne conservata che fece ridere i presenti; essendo la carne conservata, sul Long Trail, una cosa neppure da sognarsi. — Coperte per albergo, — disse uno degli uomini ridendo ed aiutando. — La metà di queste coperte è già di troppo; liberatevene. Gettate via quella tenda, e tutti quei piatti. Chi li laverebbe, poi? Dio buono, credete di viaggiare in un treno di lusso?

E così seguì l’inesorabile eliminazione del superfluo. Mercede si mise a piangere quando i sacchi d’indumenti furono vuotati per terra, e furono scartati i suoi oggetti, uno dopo l’altro. Piangeva, e specialmente su ogni cosa scartata. Piegata in due, con le mani ai ginocchi, si dondolava avanti e indietro col cuore affranto. Affermava che non sarebbe andata avanti di un passo, neppure per una dozzina di Carli. S’appellava a tutti e a tutto, e, alla fine, s’asciugò gli occhi e incominciò a gettar via persino oggetti di vestiario ch’erano indispensabili. E così indurita, quando finì di gettar via le proprie cose, incominciò a prendersela con le cose dei suoi uomini, che fece volare tutte come sotto un uragano.

Ciò fatto, l’equipaggiamento, benchè ridotto della metà, formava ancora un cumulo formidabile. Carlo e Rico uscirono, la sera, e comprarono sei cani esterni. Questi, aggiunti ai sei del tiro originale, e con Teck e Koona, huskies ottenuti al Rink Rapids, nel viaggio record, formarono un tiro di quattordici cani. Ma i cani esterni, benchè allenati al lavoro, quasi dal momento del loro sbarco, non valevano molto. Tre erano bracchi dal pelo corto; uno era un terranova, e gli altri due erano bastardi di razza indeterminata. Sembrava che non sapessero nulla, questi nuovi venuti. Buck e i suoi compagni li guardarono con disgusto; ma Buck sebbene insegnasse loro rapidamente i loro posti e quanto non dovevano fare, non poteva insegnar loro tutto ciò che dovevano fare. Non s’adattavano volentieri al tiro e al cammino. Tranne i due bastardi, essi erano storditi e avviliti dal selvaggio ambiente in cui si trovavano, e per il cattivo trattamento ricevuto. I due bastardi non avevano punto spirito; tutta la loro sensibilità si riduceva alle ossa

Con i nuovi venuti incapaci e smarriti, e il vecchio tiro esausto per duemila e cinquecento miglia d’ininterrotto cammino, le previsioni erano tutt’altro che liete. I due uomini, tuttavia erano allegrissimi, e orgogliosi per giunta; perchè facevano le cose da gran signori, con quei quattordici cani. Avevano visto altre slitte partire oltre il Pass, per Dawson, o arrivare da Dawson, ma mai una slitta che avesse tanti cani, quattordici cani! Per la natura dei viaggi artici, vi era una buona ragione perchè quattordici cani non dovessero tirare una slitta: cioè, perchè una slitta non può portare il cibo per quattordici cani. Ma Carlo e Rico non lo sapevano. Essi avevano preparato il viaggio, facendo i calcoli a matita: tanto per un cane, tanti cani, tanti giorni, Q. E. D. Mercede guardava dietro le loro spalle, e approvava col capo: era così semplice!

Sul tardi, la mattina dopo, Buck condusse il lungo tiro lungo la strada. Non presentava nulla di vivace, quel tiro; e nè lui nè i suoi compagni mostravano entusiasmo con impeti e strappi. Essi incominciavano il viaggio già mortalmente stanchi. Egli aveva percorsa quattro volte la distanza tra Salt Water e Dawson, e ora, avvilito e stanco com’era, affrontare lo stesso cammino ancora una volta, provava un senso di amarezza. Nè il suo cuore nè quello degli altri cani partecipavano al lavoro.

Gli esterni erano timidi e spaventati, gli interni non avevano fiducia nei loro padroni.

Buck sentiva vagamente che non c’era da fare affidamento su quei due uomini e su quella donna. Non solo non sapevano fare nulla, ma col passare dei giorni apparve chiaro che non potevano neanche imparare: erano manchevoli in tutto, senz’ordine e senza disciplina. Impiegarono metà della notte per preparare un accampamento disordinato, e metà del mattino per togliere l’accampamento e per caricare la slitta così male, che per il resto della giornata dovevano fermarsi e riassettare il carico. Alcuni giorni, non percorsero neppure dieci miglia. Altri giorni non riuscirono neppure a mettersi in cammino. E in nessun giorno riuscirono a percorrere più della metà del cammino ordinario, quale si computava per stabilire il quantitativo del cibo necessario pei cani.

Così era inevitabile che dovessero trovarsi in breve a corto di cibo per i cani. Per giunta, essi affrettarono quel fatto col sovralimentarli, avvicinando così il giorno in cui avrebbero dovuto, per necessità, ridurre, sino all’insufficienza, il cibo per le bestie. I cani esterni, la cui digestione non era stata allenata, da cronica fame, a trarre il massimo alimento dal minimo cibo, avevano un appetito vorace. E quando, per giunta, gli sfiniti huskies tirarono fiaccamente, Rico decise di aumentare la razione normale, ch’egli considerava scarsa. Come se non bastasse tutto ciò, Mercede che, pur con lagrime nei suoi occhi graziosi e un tremito nella voce, era riuscita ad ottenere una maggiore razione pei cani, rubò, dai sacchi, del pesce, e li nutrì di nascosto. Ma Buck e gli huskies avevano bisogno, soprattutto, di riposo. Benchè procedessero molto lentamente, il pesante carico ch’essi trascinavano logorava grandemente le loro forze.

Poi venne la nutrizione insufficiente. Rico, un bel giorno, sì dovette convincere della realtà del fatto che il cibo per i cani era per metà consumato, mentre avevano percorso solo un quarto della distanza; e, che, nè per amore nè per danaro, era possibile ottenere altro cibo per i cani. Così, egli ridusse anche la razione normale e cercò di affrettare il viaggio d’ogni giorno. Sua sorella e suo cognato l’assecondavano; ma erano sforzi vani, a causa del loro pesante equipaggiamento e della incompetenza dei conducenti. Sì, era cosa semplice, dare minor cibo ai cani; ma impossibile farli viaggiare più rapidamente, mentre la incapacità dei conducenti a mettersi in viaggio più presto, il mattino, accorciava le ore del viaggio. Non soltanto essi non sapevano come trattare i cani, ma non sapevano come trattare se stessi.

Il primo ad andarsene fu Dub. Quel povero ladro incapace com’era, sempre scoperto e punito, era stato tuttavia un fedele lavoratore. La sua penosa piaga alle spalle, non curata e sempre tormentata, peggiorò tanto, che alla fine Rico uccise il cane con un colpo della sua grossa rivoltella «Colt». E poichè è noto, in quei paesi, che un cane esterno muore di fame se alimentato con la semplice razione di un husky, i sei cani esterni alle dipendenze di Buck non potevano non morire con mezza razione di quella assegnata di solito a un husky. Il terranova se ne andò per primo, seguito dai tre bracchi dal pelo corto: i due bastardi rimasero più a lungo afferrati alla vita, ma anch’essi furono spacciati, alla fine. Giunti a questo punto, tutte le amenità e le belle maniere della terra del Sud scomparvero dalle persone dei tre conducenti. Svestito dal suo fascino romantico, il viaggio artico divenne una realtà troppo dura per il loro vigore e il coraggio maschile e femminile. Mercede cessò di piangere per i cani, troppo occupata a piangere su se stessa e a disputare col marito e col fratello. Quella di altercare, era l’unica cosa di cui non fossero mai stanchi. La loro irritabilità fu causata dalla miseria, e s’accrebbe con essa, raddoppiò e divenne di gran lunga superiore ad essa. La meravigliosa pazienza che viene agli uomini dagli stenti e dai travagli sofferti pel cammino della slitta, e che li fa diventare buoni e gentili di parola, non venne a quei due uomini e a quella donna, i quali non sospettavano neppure che tale pazienza esistesse. Erano duri, perchè soffrivano; avevano male nei muscoli, male nelle ossa, e male negli stessi cuori; e per ciò s’abbandonavano facilmente alle parole irose; e parole dure erano sulle loro labbra al mattino, e parole dure terminavano la loro sera.

Carlo e Rico questionavano ogni volta che Mercede ne offriva l’occasione. Ciascuno di loro era convinto di fare più della propria parte di lavoro, e ciascuno non lasciava l’occasione per esprimere questa convinzione. Talvolta, Mercede prendeva le parti di suo marito, e talvolta del fratello. Il risultato era una magnifica e interminabile disputa familiare. Incominciando con una discussione su chi toccasse rompere un po’ di legna per il fuoco (discussione che riguardava soltanto Carlo e Rico) finivano poi col trascinare in essa il resto della famiglia: padri, madri, zii, cugini, gente lontana migliaia di miglia, e alcuni anche morti. Come il giudizio sull’arte di Rico o sulle commedie moderne, che scriveva il fratello di sua madre, avessero a che fare con la necessità di procurarsi un po’ di legna, non è comprensibile; eppure, la disputa si sviava sino a quel punto, o in altra direzione, toccando i pregiudizî politici di Carlo. Che poi la pettegola lingua della sorella di Carlo dovesse influire circa il fuoco da accendere in Yukon, era cosa che pareva ragionevole soltanto a Mercede, che si sfogava copiosamente riuscendo a ficcare sempre, incidentalmente, alcuni particolari spiacevoli riguardanti la famiglia di suo marito. Frattanto, il fuoco non era acceso, l’accampamento rimaneva a metà, e i cani restavano senza cibo.

Mercede cullava una speciale afflizione, un risentimento di donna. Graziosa e delicata, ella era stata trattata cavallerescamente, durante tutta la sua vita; ma ora, il trattamento del marito e del fratello era tutt’altro che cavalleresco. Poichè era avvezza ad avere aiuto in tutte le cose, essi se ne lagnavano. E per queste accuse rivolte contro le più essenziali prerogative del suo sesso, essa rendeva le loro vite insopportabili. Ella non aveva più alcun riguardo per i cani, e siccome era stanca e indolenzita, insisteva per voler viaggiare sulla slitta. Era graziosa e delicata, sì, ma pesava cinquanta chili, che costituivano un troppo gravoso colpo per il carico tirato da animali deboli e affamati. Ella si fece portare per dei giorni interi, finchè i cani caddero sfiniti e la slitta si fermò. Carlo e Rico la pregarono di scendere e di camminare, la supplicarono, la minacciarono, mentr’essa piangeva e disturbava il Cielo enumerando le loro brutalità.

A un punto, furono costretti a toglierla dalla slitta a viva forza. Ma non lo fecero più. Essa si mise a zoppicare come un bambino viziato e si sedette sulle tracce lasciate dalla slitta, rimanendo così, senza muoversi, mentre essi proseguivano il cammino. Percorse tre miglia, i due furono costretti a scaricare la slitta, a ritornare indietro, a prenderla, e a metterla sulla slitta a viva forza.

Era tanta la loro miseria, che divenivano noncuranti delle sofferenze dei loro animali. La teoria di Rico, ch’egli applicava agli altri, era che si doveva essere duri. L’aveva incominciata a predicare alla sorella e al cognato; ma non riuscendo con loro, finì con applicare la teoria, a colpi di mazza, ai cani. Alle Cinque Dita, si trovarono senza cibo per i cani. Allora una sdentata vecchia indiana acconsentì a cedere qualche libbra di pelle di cavallo gelata in cambio della rivoltella «Colt» che Rico teneva, col coltello da caccia, nella cintura.

Un misero surrogato al cibo era quella pelle, così, com’era stata tolta ai poveri cavalli morti di fame, dal mandriano, sei mesi prima. Così gelata, pareva fatta di striscie di ferro galvanizzato: e formava nello stomaco dei cani, che la mangiavano a stento, come dei sottili spaghi coriacei privi di nutrimento, o masse di corti crini, irritanti e indigesti.

Attraverso questo inferno, Buck andava avanti, barcollando, alla testa del tiro, come in un penoso incubo. Tirava quando poteva: quando non ne poteva più, cadeva e rimaneva a terra, finchè i colpi di frusta o di mazza non lo rimettevano in piedi. Tutta la compatta lucentezza del suo magnifico pelo era scomparsa; esso pendeva dal corpo: ora floscio e sporco, o appiccicato di sangue, dove la mazza di Rico aveva ammaccato e ferito la pelle. I suoi muscoli erano deperiti al punto che parevano cordoni a nodi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi; sicchè ciascuna costa ed osso del suo corpo appariva chiaramente attraverso la pelle cadente e rugosa. Era in uno stato da spezzare il cuore; ma quello di Buck era infrangibile. L’uomo dalla maglia rossa l’aveva provato.

Come Buck erano i suoi compagni: simili a scheletri in movimento. Erano, ora, in sette, compreso Buck. Nella loro grande miseria erano diventati insensibili ai morsi della frusta e alle ammaccature prodotte dalla mazza. La pena delle bastonature era oscura e lontana, come le cose che i loro occhi vedevano e i loro orecchi udivano. Essi non erano mezzi vivi, nè un quarto vivi: ma ridotti a sacchi di ossa in cui palpitavano debolmente dei bagliori di vita. Ad ogni sosta, essi cadevano sulla traccia del cammino come cani morti, e il bagliore di vita s’affievoliva e pareva spegnersi. E quando la frusta o la mazza cadeva su loro, il bagliore si ravvivava debolmente, e si rimettevano traballanti in piedi e andavano avanti barcollando.

Un giorno, Billee, l’allegro, cadde e non potè più rialzarsi. Rico invece della rivoltella venduta, prese l’ascia e colpì Billee sulla testa mentre giaceva ancora tra i tiranti, poi tagliò la carcassa fuori dai finimenti e la trascinò da un lato. Buck e i suoi compagni videro, e capirono che lo stesso sarebbe accaduto, fra non molto anche a loro. Il giorno dopo, fu la volta di Koona; cosicchè rimasero cinque cani: Joe, troppo malandato per essere ancora maligno; Pike zoppo e storpio, soltanto mezzo conscio e non conscio abbastanza per fingersi ammalato; Sol-leks, quello da un occhio solo, ancora fedele alla fatica del cammino e del tiro, e malinconico perchè aveva poca forza per tirare; Teek, che non aveva viaggiato tanto quell’inverno, e veniva bastonato più degli altri, perchè era più fresco; e Buck, ch’era ancora alla testa del tiro, ma non costringeva più gli altri alla disciplina nè si sforzava di ottenerla; quasi cieco per la debolezza, cosicchè seguiva il cammino intravedendolo come una incerta penombra, e procedeva ancora, sostenuto da quel poco di vigore rimasto alle sue zampe.

Era un magnifico tempo primaverile, ma nè i cani nè le creature umane se ne accorgevano. Ogni giorno, il sole sorgeva più presto e tramontava più tardi: alle tre del mattino spuntava l’alba, e il crepuscolo si prolungava sino alle nove di sera. Tutta la giornata era come una gran fiamma di sole. Lo spettrale silenzio dell’inverno aveva lasciato il posto ai sussurri della primavera e al ridestarsi della vita. I sussurri salivano da tutta la terra, e recavano la gioia del vivere. Venivano dalle cose che erano vive e ritornavano a muoversi, cose che erano state come morte, in letargo, durante i lunghi mesi di gelo. La linfa saliva su per i pini. Dai salci e dalle tremule sbocciavano giovani gemme; i cespugli e le viti selvatiche si rivestivano di verde; i grilli cantavano, la notte; e esseri striscianti e rampicanti, d’ogni genere, uscivano, con infiniti fruscii, al sole. Pernici e picchi risuonavano e picchiettavano nella foresta; gli scoiattoli, cianciavano, gli uccelli cantavano, e sopra il capo s’udivano le anitre selvatiche che venivano dal Sud disposte in abili stormi a cuneo, che tagliavano l’aria.

Da ogni pendice giungeva il mormorìo d’acque correnti, la musica d’invisibili fontane. Tutte le cose sgelavano, si piegavano, s’aprivano. Il Yukon si sforzava di rompere il ghiaccio che lo teneva fermo, rodendolo di sotto; mentre il sole rodeva di sopra. Si formavano dei fori d’aria, si aprivano e s’allargavano fessure, mentre sezioni sottili di ghiaccio cadevano intere nel fiume. E in mezzo a tutto questo aprirsi, sbocciare e palpitare di vita che si risvegliava, sotto il sole fiammeggiante e al dolce sospiro delle brezze, come viandanti della morte, barcollavano i due uomini, la donna e gli huskies.

Coi cani cadenti e Mercede che piangeva sulla slitta, e Rico che bestemmiava, e gli occhi di Carlo terribilmente acquosi, essi entrarono barcollando nell’accampamento di Giovanni Thornton, alla foce del fiume Bianco. Quando si fermarono, i cani caddero come fulminati. Mercede s’asciugò gli occhi e guardò Giovanni Thornton. Carlo si sedette a riposare s’un tronco d’albero: sedette molto lentamente e dolorando, a causa del suo grande indolenzimento.

Rico parlò anche per gli altri. Giovanni Thornton stava dando gli ultimi colpi di coltello ad un manico d’ascia che aveva fatto con un pezzo di betulla. Tagliava e ascoltava, e rispondeva con monosillabi, dando, solo quando era richiesto, chiari e concisi consigli. Conosceva quella razza di gente, e dava consiglio con la sicurezza che non sarebbe stato seguito.

— Ci hanno detto lassù che il fondo avrebbe ceduto, e che la miglior cosa per noi era attendere, — disse Rico, in risposta all’ammonimento di Thornton di non tornare ad esporsi a pericoli sul cattivo ghiaccio. — Ci hanno detto che non avremmo potuto raggiungere il fiume Bianco, ed eccoci qui. — Quest’ultime parole le pronunciò in tono di dileggio trionfante.

— Vi hanno detto la verità, — rispose Giovanni Thornton, — Il fondo può cedere ad ogni momento. Soltanto dei pazzi, assistiti dalla cieca fortuna dei pazzi, possono essere giunti fin qui. Vi dico, francamente, che non rischierei la mia carcassa su quel ghiaccio, per tutto l’oro dell’Alaska.

— Forse perchè non siete un pazzo, — disse Rico. — Ciò nonostante, noi proseguiremo per Dawson. — E agitò la frusta. — Su, là, Buck! Ih! ih! Su, là! Avanti!

Thornton continuò a levigare il suo manico. Era tempo perso, lo sapeva, interporsi tra un pazzo e la sua pazzia; mentre due o tre pazzi o stupidi di più o di meno non avrebbero mutato la faccia del mondo.

Ma i cani non si alzarono al comando. Da lungo tempo ormai erano ridotti in uno stato tale, che a smuoverli e a rialzarli erano necessari dei colpi. La frusta fischiò qua e là, senza pietà. Giovanni Thornton strinse le labbra. Sol-leks fu il primo a levarsi a fatica in piedi. Segui Teek. Poi venne Joe, che ululava dalla pena. Pike fece degli sforzi penosi. Due volte cadde, quand’era già mezzo in piedi, e al terzo sforzo riuscì a levarsi. Buck non fece alcun sforzo. Giaceva tranquillo dove era caduto. La frusta lo colpì ripetutamente, ma egli nè mugolò nè si mosse. Parecchie volte Thornton fece l’atto di voler parlare, ma poi mutò idea. Mentre gli occhi gli s’inumidivano e le sferzate continuavano, egli si alzò e si mise a camminare in su e in giù, irrisoluto.

Quella era la prima volta che Buck mancava, ragione sufficiente per far diventare furioso Rico. Egli lasciò la frusta e prese la mazza. Buck rifiutò di alzarsi anche sotto la scarica di pesanti colpi che ora s’abbattevano su lui. Come i suoi compagni, egli aveva appena la forza sufficiente per alzarsi, ma, contrariamente a loro, aveva deciso di non alzarsi. Egli aveva la vaga sensazione del destino che gli sovrastava. Questa sensazione era stata fortissima in lui dacchè era entrato nel banco, e non l’aveva più lasciato. Il ghiaccio sottile e cattivo che sentiva sotto le zampe, tutto il giorno, pareva che gli annunciasse un disastro vicino, e fuori, sul ghiaccio dove il suo padrone cercava di trascinarlo. Rifiutò di muoversi. Egli aveva talmente sofferto, ed era in così cattive condizioni, che i colpi non gli facevano ormai molto male. Mentre essi continuavano a cadere su di lui, quella scintilla di vita che gli rimaneva, vacillò e si spense. Egli era quasi finito: si sentiva stranamente intorpidito. Quei colpi gli arrivavano come da una lunga distanza. Le ultime sensazioni di pena erano scomparse. Egli non sentiva più nulla, tranne, come attutito, l’urto della mazza sul suo corpo, anzi su quello che non pareva più il suo corpo; tanto era lontano.

Ma, improvvisamente, in modo inatteso, emettendo un grido inarticolato simile al grido di un animale, Giovanni Thornton balzò sull’uomo che maneggiava la mazza, e Rico fu scaraventato indietro, come colpito dalla caduta di un albero. E mentre Mercede strillava, Carlo guardava pensosamente asciugandosi gli occhi pieni d’acqua, immoto, a causa del suo indolenzimento.

Giovanni Thornton stette davanti a Buck, facendo sforzi per dominarsi, troppo agitato dalla collera per parlare.

— Se voi colpite ancora una volta questo cane, vi uccido, — riuscì a dire alla fine, con voce rauca.

— È il mio cane, — rispose Rico, asciugandosi il sangue dalla bocca mentre ritornava sui suoi passi. — Levatevi d’innanzi, o vi accomodo io. Vado a Dawson.

Thornton stava in piedi tra lui e Buck, e non mostrava alcuna intenzione di togliersi di là. Rico tirò fuori il suo lungo coltello da caccia, mentre Mercede strillava, piangeva, rideva, in preda a una crisi d’isterismo. Thornton battè le nocche della mano di Rico col manico dell’ascia, facendo cadere il coltello a terra; e quando l’altro cercò di raccogliere l’arma, picchiò, nuovamente; poi s’abbassò, prese il coltello, e con due colpi tagliò i tiranti di Buck.