IL TALLONE DI FERRO
JACK LONDON
IL
TALLONE DI FERRO
ROMANZO DI PREVISIONE SOCIALE
A cura di GIAN DÀULI
MODERNISSIMA
MILANO — Via Vivaio, 10
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano (7)
«E io so che un terzo di tutto il genere umano sulla terra perirà nella Grande Guerra, e un terzo perirà nella Grande Distruzione, ma l’ultimo terzo vivrà nel Grande Millennio, che sarà il Regno di Dio sulla Terra».
Selma Lagerfel
Jack London scrisse il Tallone di ferro nel 1907[1]. Dopo un attento esame del disordine economico del secolo XIX e delle condizioni di lotta tra plutocrazia e proletariato egli, seguendo i maggiori uomini di scienza e statisti del suo tempo, comprese come un inesorabile dilemma si dibattesse nella coscienza della Società contemporanea oppressa dagli armamenti e da una produzione inadeguata, eccessiva ed artificiosa insieme: la rivoluzione, o la guerra.
Davanti a questo terribile dilemma, la sua grande anima di poeta, di sognatore e di ribelle previde l’avvenire, e visse, con le creature immortali della immaginazione, parte del grande dramma che culminò, sette anni dopo, nella guerra mondiale.
Ma più che la guerra, il London previde la rivoluzione liberatrice, per successive rivolte di popolo, delle quali egli descrisse una, così sanguinaria e feroce, che fu accusato, nel 1907, di essere «un terribile pessimista». In realtà il London anticipò con l’immaginazione ciò che accadde negli Stati Uniti ed altrove tra gli anni 1912 e 1918; così che oggi, nel 1925, noi possiamo giudicarlo profeta di sciagure, se si vuole, ma profeta.
Infatti, nell’autunno del 1907, mentre il mondo s’adagiava nelle più rosee e svariate ideologie umanitarie, Jack London, osservatore acuto e chiaroveggente, anticipando e descrivendo gli avvenimenti che sarebbero accaduti nel 1913, scriveva: «L’oligarchia voleva la guerra con la Germania, e la voleva per molte ragioni. Nello scompiglio che tale guerra avrebbe causato, nel rimescolìo delle carte internazionali e nella conclusione di nuovi trattati e di nuove alleanze, l’oligarchia aveva molto da guadagnare. Inoltre, la guerra avrebbe esaurito gran parte dell’eccesso dì produzione nazionale, ridotto gli eserciti di disoccupati che minacciavano tutti i paesi, e concesso all’oligarchia spazio e tempo per perfezionare i suoi piani di lotta sociale.
«Tale guerra avrebbe dato all’Oligarchia (si parla di quella degli Stati Uniti) il possesso del mercato mondiale. Inoltre, avrebbe creato un esercito permanente in continua efficienza, e nello stesso tempo avrebbe sostituito nella mente del popolo l’idea di «America contro Germania» a quella di «Socialismo contro Oligarchia». In realtà, la guerra avrebbe fatto tutto questo se non ci fossero stati socialisti. Un’adunanza segreta dei capi dell’Ovest fu convocata nelle nostre quattro camerette di Pell Street. In essa fu esaminato prima l’atteggiamento che il partito doveva assumere. Non era la prima volta che veniva discussa la possibilità d’un conflitto armato; ma era la prima volta che ciò si faceva negli Stati Uniti. Dopo la nostra riunione segreta, ci ponemmo in contatto con l’organizzazione nazionale, e ben presto furono scambiati marconigrammi attraverso l’Atlantico, fra noi e l’Ufficio Internazionale del Lavoro. I socialisti tedeschi erano disposti ad agire con noi... Il 4 dicembre (1913), l’Ambasciatore americano fu richiamato dalla capitale tedesca. La stessa notte una flotta da guerra tedesca si lanciava su Honolulu affondando tre incrociatori e una torpediniera doganale e bombardando la città. Il giorno dopo, sia la Germania che gli Stati Uniti dichiararono la guerra, e in un’ora i socialisti dichiararono lo sciopero generale nei due paesi. Per la prima volta il Dio della Guerra tedesco si trovò di fronte gli uomini del suo impero, gli uomini che facevano funzionare il suo impero. La novità della situazione stava nel fatto che la rivolta era passiva: il popolo non lottava. Il popolo rimaneva inerte; e rimanendo inerte legava le mani al Dio della Guerra... Neppure una ruota si muoveva nel suo impero, nessun treno procedeva, nessun telegramma percorreva i fili, perchè ferrovieri e telegrafisti avevano cessato di lavorare, come il resto della popolazione».
La guerra mondiale preconizzata da Jack London pel dicembre del 1913 ebbe inizio, invece, otto mesi dopo, nell’agosto del 1914, ma l’azione delle organizzazioni operaie per impedire il conflitto, benchè tentata, non ebbe buon successo per colpa del proletariato tedesco[2].
Se Jack London avesse potuto prevedere la sconfitta del socialismo nella guerra, avrebbe certamente mutato corso allo svolgimento del suo racconto, pur lasciandone immutata la sostanza, ma non è da pensare — dato il carattere sociale e ideale di tutta la sua opera — che egli potesse seguire l’illusione di quelli che accettarono la guerra come una soluzione tragica, ma definitiva della crisi mondiale, o dei sognatori wilsoniani che credettero di aver combattuto e vinto la guerra contro la guerra, e di poter ottenere il disarmo mediante la Società delle Nazioni, o di coloro che vanno ripetendo che la guerra ha trasformato la società e iniziato un’êra nuova.
Non c’è menzogna maggiore e peggiore di questa, e, a volerle credere, più fatale ai destini umani.
La guerra non fu la soluzione di una crisi, ma tragico inevitabile risultato delle condizioni della Società di prima della guerra, per amoralità, immoralità, egoismo, ignoranza, avidità di ricchezza e di piacere, squilibrio economico, ingiustizia sociale, e un’infinità di altri mali nascosti dall’ipocrisia, svalutati dall’ottimismo, giustificati con sofismi. La crisi perdura tuttora, perchè gli uomini, anzichè ravvedersi degli errori passati che causarono la guerra, sembrano quasi compiacersene e gloriarsene, giudicando la grande strage come un fenomeno meraviglioso, e vanto non vergogna dell’Umanità.
La spaventosa esperienza collettiva, che dovrebbe essere considerata come un’esperienza di colpe comuni o, almeno, come una dura e crudele necessità imposta da colpe altrui, e tale da far ravvedere e rendere, comunque, pensosi delle cause che recarono tanti lutti e tante rovine, pare, infatti, che faccia perdere ai più coscienza del bene e del male, e li imbaldanzisca come se fossero tutti trionfatori e salvatori della Patria e dell’Umanità. Ed è di oggi il triste spettacolo dei pusillanimi, degli imboscati e intriganti di ieri, che, sorretti dagli arricchiti di guerra, dòminano la piazza e tentano di usurpare la gloria dei pochi veri benemeriti della Nazione, per creare, a proprio e totale beneficio, l’ingiusto privilegio del governo del proprio paese e dell’amministrazione della cosa pubblica.
Ma ritorniamo a Jack London, a proposito del quale questa digressione non può considerarsi oziosa. Vien fatto di pensare, infatti, che se le condizioni della Società prima del 1914 crearono la Grande Guerra, il perdurare e l’aggravarsi delle stesse condizioni non possa che preparare quella catastrofe anche maggiore, a breve scadenza, e cioè quella Grande Distruzione prevista e magistralmente descritta dal London. La Grande Distruzione sarà inevitabile e vicina se gli uomini di buona volontà non agiranno prontamente, con coraggio, e perseveranza.
Ma come agire, come evitare la nuova sventura?
* * *
Anatole France scrisse che è necessario che coloro che hanno il dono prezioso e raro di prevedere, manifestino i pericoli che presentono. Anche Jack London «aveva il genio che vede quello che è nascosto alla folla degli uomini, e possedeva una scienza che gli permetteva d’anticipare i tempi. Egli previde l’assieme degli avvenimenti che si sono svolti nella nostra epoca». Ma, ahimè! chi gli diede ascolto? Le sue previsioni furono lette prima della guerra da centinaia di migliaia di uomini sparsi in tutto il mondo. Forse qualche pensatore solitario gli credette, ma i più lo considerarono pazzo o visionario, molti lo chiamarono pessimista, e i suoi compagni di fede l’accusarono di seminare lo spavento nelle file del proletariato.
Pertanto, l’ottimismo di prima della guerra non dovrebbe essere più possibile.
Chi non vede che la guerra ha reso più selvaggio l’urto degli interessi, accresciuto smisuratamente l’avidità del potere, della ricchezza e del piacere, fra contese sociali e politiche esasperate e il terrore delle continue minacce fra nazioni, e classi, segni tutti del rapido processo di decomposizione della società contemporanea? Mai nella storia dell’Umanità fu vista una maggiore miseria spirituale e morale, mai l’anima umana fu così offesa e degradata da tanti delitti!
Perciò il Tallone di ferro riappare oggi, dopo quasi vent’anni dacchè fu scritto, come specchio di dolorosa attualità, riflette fedelmente i mali che travagliano la vita e la coscienza degli individui e delle nazioni, mostra i pericoli del nostro disordine sociale. Però, mentre vediamo quello che in realtà fu ed è il tallone di ferro della plutocrazia, non possiamo non meditare sulle deformazioni del movimento operaio che, incapace, ieri, per insufficiente preparazione morale e spirituale, d’impedire la guerra, minaccia oggi la società col terribile tallone di ferro della demagogia e dell’ignoranza. Se volessimo generalizzare, dovremmo ricordare un infinito numero di talloni di ferro! Ma già il quadro è troppo fosco e pauroso nel suo assieme per attardarci nei particolari. Lasciamo anzi che la speranza rientri nei cuori, sia pure per un istante, con le immagini delle creature che raddolciscono e rendono caro questo libro di orrori: con l’immagine di Ernesto Everhard, il rivoluzionario «pieno di coraggio e di saggezza, pieno di forza e di dolcezza», che tanto somiglia allo scrittore che l’ha creato: con quella della moglie di Everhard, dall’anima grande e innamorata e dallo spirito forte; con quelle del vescovo Morehouse e del padre di Avis, indimenticabili, l’uno per l’ingenua anima evangelica, l’altro per l’amore della scienza, che lo rende immune dalle cattiverie degli uomini e superiore alle traversie della vita. Creature buone e sublimi come queste creature del London esistono pure nella vita reale e mantengono accesa, anche nelle epoche più buie, con la fiamma dell’amore, la lampada della civiltà.
È da sperare comunque che se la società contemporanea dovrà precipitare, con tutte le passate ideologie e gli antichi ordinamenti, nell’abisso approfondito dalla guerra, sia almeno rapida la rovina per una più rapida rinascita, e che non occorreranno i tre secoli di tallone di ferro preconizzati dal London perchè l’umanità rinnovata riprenda il cammino verso altitudini mai toccate. È certo intanto che il problema, da economico e politico qual era nel secolo scorso, è divenuto oggi essenzialmente morale; e sarà domani semplicemente religioso. Ormai sappiamo che non trionferanno nè le idee di Carlo Marx, nè quelle di Guglielmo James, nè del Sorel, nè del Bergson. Vi sarà probabilmente un ritorno alla morale cristiana, e si considererà nuovamente la vita come una prova di rinuncia e di dolore; ma dovranno alla fine cadere le barriere tra classe e classe, tra nazione e nazione, scomparire le diversità di lingua e di religione, perchè gli uomini possano riconoscersi membri di un’unica famiglia umana. Abbandonate le discordie, i vivi ascolteranno la voce dei morti, si caricheranno con lietezza la loro parte di lavoro per il progresso umano, e comprendendosi ed amandosi, prepareranno un mondo migliore per le future generazioni. Allora le antiche verità degli Evangeli avranno una nuova interpretazione e, soprattutto, una nuova pratica; sarà, in altre parole, il trionfo dell’amore, della Religione, dell’Umanità secondo una nuova disciplina morale, coscientemente accettata in regime di libertà Universale; e la devozione del forte per il debole, la venerazione del debole per il forte diventeranno norma di vita veramente civile. Jack London ha previsto e auspicato tutto ciò, con grandezza di cuore.
La certezza di una Umanità riconciliata, unita, concorde, solidale davanti al dolore ed al mistero illumina, appunto, e riscalda come un chiarore di sole, tutte le opere di Jack London; il quale ci appare come un Cavaliere della Verità, e poeta e profeta dell’amore universale.
Rapallo, gennaio del 1925.
GIAN DÀULI.
Questa traduzione è dedicata allo spirito formidabile di GIOVANNI ANSALDO.
G. D.
IL TALLONE DI FERRO
(THE IRON HEEL)
CAPITOLO I. LA MIA AQUILA.
La brezza d’estate agita i pini giganteschi, e le onde della Wild Water rumoreggiano ritmicamente sulle pietre muscose. Numerose farfalle danzano al sole e da ogni parte freme ed ondeggia il ronzio delle api. In mezzo ad una quiete così profonda, io me ne sto sola, pensierosa ed agitata.
È tale e tanta la mia serenità, che mi turba, e mi sembra irreale. Tutto è tranquillo intorno, ma è come la calma che precede la tempesta. Tendo l’orecchio e spio, con tutti i sensi, il minimo indizio del cataclisma imminente. Purchè non sia prematuro, o purchè non scoppi troppo presto[3].
La mia inquietudine è giustificata. Penso, penso continuamente, e non posso fare a meno di pensare. Ho vissuto così a lungo nella mischia, che la calma mi opprime, e la mia immaginazione prevede, istintivamente, quel turbine di rovina e di morte che si scatenerà ancora, fra poco. Mi pare di sentire le grida delle vittime, mi pare di vedere, come pel passato, tanta tenera e preziosa carne contusa e mutilata, tante anime strappate violentemente dai loro nobili corpi e lanciate verso Dio[4]. Poveri esseri noi siamo: costretti alla carneficina e alla distruzione per ottenere il nostro intento, per far regnare sulla terra una pace e una felicità durature!
E poi sono proprio sola! Quando non penso a ciò che deve essere, penso a ciò che è stato, a ciò che non è più. Penso alla mia aquila che batteva l’aria colle sue instancabili ali, e prese il volo verso il suo sole, verso l’ideale radioso della libertà umana.
Non potrei starmene inerte ad aspettare il grande avvenimento, che è opera sua, un’opera della quale egli non può più vedere il compimento. È lavoro delle sue mani, creazione della sua mente. Egli le ha dedicato gli anni migliori, l’ha nutrita della sua vita[5].
Perciò voglio consacrare questo periodo di attesa e di ansia al ricordo di mio marito. Io sola, al mondo, potrò far luce su quella personalità così nobile, che non sarà mai abbastanza nota.
Era un’anima immensa! Quando il mio amore si purifica di ogni egoismo, rimpiango sopratutto che egli sia scomparso e che non veda l’aurora vicina. Non possiamo fallire! Egli ha costruito troppo solidamente e con troppa sicurezza. Dal petto dell’umanità atterrata, strapperemo il maledetto Tallone di Ferro! Al segnale della riscossa insorgeranno, ovunque, le legioni dei lavoratori, così che mai, nella storia, si sarà veduto alcunchè di simile. La solidarietà delle masse lavoratrici è assicurata; per la prima volta scoppierà una rivoluzione internazionale, in tutto il mondo[6].
Vedete bene, sono così assillata da questo pensiero, che da lungo tempo vivo, giorno e notte, persino i particolari del grande avvenimento. E non posso disgiungerli dal ricordo di colui che ne era l’anima.
Tutti sanno che ha lavorato molto e sofferto crudelmente per la libertà; ma nessuno sa meglio di me che, durante i venti anni di tumulto nei quali ho condiviso la sua vita, ho potuto apprezzare la sua pazienza, il suo sforzo incessante, la sua totale dedizione alla causa per la quale è morto, or sono appena due mesi.
Cercherò di raccontare semplicemente come mai Ernesto Everhard sia entrato a far parte della mia vita, come il suo influsso su me sia cresciuto al punto di farmi diventare parte di lui stesso, e quali mutamenti meravigliosi abbia operato sul mio destino; così, potrete vederlo con i miei occhi e conoscerlo come l’ho conosciuto io, a parte certi segreti troppo intimi e dolci per essere rivelati.
Lo vidi la prima volta nel febbraio del 1912, quando, invitato a pranzo da mio padre,[7] entrò in casa nostra a Berkeley; e non posso dire che ne ricevessi una buona impressione. C’era molta gente in casa; e nella sala dove aspettavamo l’arrivo degli ospiti, egli fece un’entrata molto meschina. Era la sera dei «predicatori», come mio padre ci diceva confidenzialmente, e certo Ernesto non era a suo agio fra quella gente di chiesa.
Prima di tutto, era mal vestito. Portava un abito di panno oscuro, acquistato già fatto, che gli stava male. Veramente, anche in seguito, non riuscì mai a trovare un vestito che gli stesse bene addosso. Quella sera, come sempre, quando si moveva, i suoi muscoli gli sollevavano la stoffa, e, a causa dell’ampio petto, la giacca gli si aggrinziva in una quantità di pieghe fra le spalle. Aveva il collo d’un campione di boxe[8], grosso e robusto. Ecco dunque, dicevo fra me, quel filosofo sociale, ex maniscalco, che papà ha scoperto. Infatti, con quei bicipiti e quel collo, ne aveva l’aspetto. Lo definii immediatamente come una specie di prodigio, un Blind Tom[9] della classe operaia.
E quando, poi, mi strinse la mano; era la sua, una stretta di mano sicura e forte, ma mi guardò arditamente con i suoi occhi neri... troppo arditamente, anzi, secondo me. Capirete, ero una creatura nata e vissuta in quell’ambiente, ed avevo, a quel tempo, istinti di classe molto forti.
Quell’ardire mi sarebbe sembrato imperdonabile in un uomo della mia stessa classe. So che dovetti abbassare gli occhi, e che quando me ne liberai, presentandolo ad altri, provai un vero sollievo nel voltarmi per salutare il Vescovo Morehouse, uno dei miei prediletti, uomo di mezza età, dolce e serio, dall’aspetto buono di un Cristo, e di un sapiente.
Ma quell’ardire, che io attribuii a presunzione, fu, in realtà, il filo conduttore per mezzo del quale mi fu possibile conoscere il carattere di Ernesto Everhard, ch’era semplice e retto, non aveva paura di nulla, e non voleva perdere il tempo in forme convenzionali. «Mi siete subito piaciuta», mi disse molto tempo dopo. «Perchè, dunque, non avrei dovuto riempire i miei occhi di ciò che mi piaceva?». Ho detto che nulla lo intimoriva. Era un aristocratico per natura, sebbene combattesse l’aristocrazia; un superuomo, la bestia bionda descritta da Nietzsche[10], e, nonostante ciò, un democratico appassionato.
Occupata com’ero ad accogliere gli altri invitati, e forse anche per la cattiva impressione avuta, dimenticai quasi del tutto il filosofo operaio. Attirò la mia attenzione una o due volte, durante il pranzo, mentre ascoltava la conversazione di alcuni pastori. Gli vidi brillare negli occhi una luce strana, come se egli si divertisse; e conclusi che doveva essere pieno di umorismo, e gli perdonai quasi il modo ridicolo di vestire.
Ma il tempo passava: il pranzo era inoltrato, ed egli non aveva aperto bocca una volta sola mentre i pastori discorrevano animatamente della classe operaia, e dei suoi rapporti col clero, e di tutto ciò che la chiesa aveva fatto e faceva per essa. Osservai che mio padre era seccato di quel mutismo, e approfittò di un momento di calma per chiedergli quale fosse il suo parere. Ernesto si limitò ad alzare le spalle, e dopo un secco: «non ho niente da dire», riprese a mangiare delle mandorle salate.
Ma mio padre non si dava tanto facilmente per vinto, e dopo pochi secondi, disse: «Abbiamo in mezzo a noi un membro della classe operaia. Sono certo che egli potrebbe presentarci le cose da un punto di vista nuovo e interessante. Alludo al signor Ernesto Everhard».
Tutti manifestarono il loro interesse, e sollecitarono Ernesto ad esporre le sue idee, con un atteggiamento così largo, tollerante, benevolo, che pareva condiscendenza. E vidi che anche Ernesto osservò questo con una specie di allegria, perchè girò lentamente gli occhi intorno, lungo la tavola, e io scorsi in quegli occhi uno scintillare di malizia.
— Non sono tagliato per le cortesi discussioni ecclesiastiche, — cominciò modestamente: poi esitò.
Si udirono delle voci di incoraggiamento:
— Avanti, avanti!
E il Dottor Hammerfield aggiunse:
— Non temiamo la verità da chiunque sia detta, purchè in buona fede.
— Voi separate dunque la sincerità dalla verità? — chiese vivamente Ernesto, ridendo.
Il Dottor Hammerfield rimase un momento perplesso e finì col balbettare:
— Il migliore fra noi può sbagliare, giovanotto, il migliore.
Un mutamento improvviso apparve in Ernesto. In un attimo, sembrò un altro uomo.
— Ebbene, allora lasciatemi cominciare col dirvi che vi sbagliate tutti. Voi non sapete niente, meno che niente della classe operaia. La vostra sociologia è errata e priva di valore come il vostro modo di ragionare.
Più che le parole, mi colpì il tono con cui le diceva, e fui scossa alla prima parola. Era uno squillo di tromba che mi fece vibrare tutta. E tutti ne furono scossi, svegliati dalla solita monotonia e dal solito intorpidimento.
— Che c’è dunque di così terribilmente falso e privo di valore nel nostro modo di ragionare, giovanotto? — chiese il Dottor Hammerfield, con voce che rivelava dispetto.
— Voi siete dei metafisici, potete provare ogni cosa con la metafisica, e naturalmente qualunque altro metafisico può provare, con sua soddisfazione, che avete torto. Siete degli anarchici nel campo del pensiero. E avete la passione delle costruzioni cosmiche. Ognuno di voi vive una concezione personale, creata dalla sua fantasia, e secondo i suoi desiderii. Ma non conoscete nulla del vero mondo nel quale vivete, e il vostro pensiero non ha posto nella realtà, se non come fenomeno di squilibrio mentale.
«Sapete che cosa pensavo sentendovi parlare a vanvera? Ricordavo quegli scolastici del Medio Evo che discutevano gravemente e saggiamente questa questione: Quanti angeli possono ballare sulla punta di un ago? Voi, signori, siete lontani dalla vita intellettuale del secolo XXº, quanto poteva esserlo, una diecina di migliaia d’anni fa, un mago pellirossa che facesse incantesimi in una foresta vergine.
Ernesto lanciò questa frase come se fosse adirato, a giudicare dal volto acceso, dalle sopracciglia contratte, dal lampeggiare degli occhi, dai movimenti del mento e delle mascelle; tutti segni di un umore aggressivo. In realtà, quello era il suo modo di fare, che però eccitava le persone, esasperandole con quegli assalti improvvisi. Già i nostri convitati perdevano il loro contegno abituale. Il Vescovo Morehouse, inchinato in avanti, ascoltava attentamente; il viso del dottor Hammerfield era rosso d’indignazione e di dispetto; gli altri erano anch’essi esasperati; solo alcuni sorridevano con aria di superiorità. Per me, la scena era divertentissima. Guardai mio padre, e mi parve di vederlo scoppiare dalle risa, all’effetto di quella bomba umana introdotta audacemente nella nostra cerchia.
— Vi esprimete in modo un po’ vago, — interruppe il dottor Hammerfield. — Che volete dire precisamente, chiamandoci metafisici?
— Vi chiamo metafisici, — riprese Ernesto, — perchè parlate metafisicamente; il vostro metodo è contrario a quello della scienza e le vostre conclusioni non hanno validità alcuna. Provate tutto e non provate nulla: e non riuscite in due a mettervi d’accordo su un punto qualsiasi. Ognuno di voi si tuffa nella propria coscienza per spiegare l’universo e se stesso. E voler spiegare la coscienza con la coscienza, è come se voleste sollevarvi tirando a voi i legacci delle scarpe.
— Non capisco, — interruppe il Vescovo Morehouse. — Mi sembra che tutte le cose dello spirito sieno metafisiche. La matematica stessa, la più esatta e profonda di tutte le scienze, è puramente metafisica; il minimo processo mentale dello scienziato che ragiona, è atto di natura metafisica. Certo, sarete d’accordo con me su questo punto, non è vero?
— Come dite voi stesso, non capite, — replicò Ernesto. — Il metafisico ragiona per deduzione, partendo dalla sua stessa soggettività. Lo scienziato ragiona per induzione, basandosi sui fatti forniti dall’esperienza. Il metafisico procede dalla teoria ai fatti, lo scienziato va dai fatti alla teoria. Il metafisico spiega l’universo secondo se stesso, lo scienziato spiega se stesso secondo l’universo.
— Dio sia lodato che non siamo scienziati, — mormorò il dottor Hammerfield, con un’aria di soddisfazione beata.
— Che siete, dunque?
— Siamo filosofi.
— Eccovi lanciati, — disse Ernesto ridendo. — Avete abbandonato il terreno reale e solido, per lanciarvi in aria con una parola, come macchina volante. Per favore, ridiscendete quaggiù, e vogliatemi dire, alla vostra volta, che intendete esattamente per filosofia?
— La filosofia è... — il dottor Hammerfield si raschiò la gola — qualche cosa che non si può definire in modo comprensibile se non a menti e a temperamenti filosofici. Lo scienziato che si limita a ficcare il naso nei suoi provini non potrà mai capire la filosofia.
Ernesto sembrò insensibile a quella puntata. Ma aveva l’abitudine di ritorcere l’attacco contro l’avversario, e così fece subito, con viso e voce oltremodo fraterni.
— In questo caso, voi capirete certamente la definizione della filosofia, che voglio proporvi. Ad ogni modo, prima di cominciare, vi prego, o di rilevarne gli errori, o di serbare un silenzio metafisico. La filosofia è semplicemente la più vasta di tutte le scienze. Il suo sistema di ragionamento è uguale a quello di una scienza particolare qualunque o di tutte le scienze in generale. Ed appunto per questo sistema di ragionamento, il sistema induttivo, la filosofia fonde insieme tutte le scienze particolari, in una sola grande scienza. Come dice Spencer, i dati di ogni scienza particolare non sono altro che nozioni parzialmente unificate; mentre la filosofia sintetizza le nozioni fomite da tutte le scienze. La filosofia è la scienza delle scienze, la scienza maestra, se volete. Che pensate di questa definizione?
— Molto bella, degna di credito, — mormorò il Dottor Hammerfield.
Ma Ernesto era senza pietà:
— Guardatevene: la mia definizione è fatale alla metafisica. Se fin da ora non potete trovare un’incrinatura nella mia definizione, sarete squalificati quando vorrete opporre poi argomenti metafisici. Dovrete passare la vita a cercare questo filo di appiglio, e restare muti fin quando l’avrete trovato.
Ernesto aspettò. Il silenzio si prolungava e diventava penoso.
Il dottor Hammerfield era tanto mortificato, quanto incuriosito. Quell’attacco a colpi di maglio lo disorientava. Non era abituato a quel metodo semplice e diretto di discussione.
Egli, con uno sguardo implorante, fece il giro della tavola, ma nessuno rispose per lui. Sorpresi il babbo che soffocava le risa dietro il tovagliolo.
— C’è un altro modo di squalificare i metafisici, — riprese Ernesto, quando la sconfitta del dottore fu ben verificata — e consiste nel giudicarli dalle loro opere. Che cosa fanno per l’umanità se non tessere delle fantasie aeree e scambiare per divinità la propria ombra? Ammetto che abbiano aggiunto nuovi motivi all’allegria del genere umano, ma quale bene reale hanno mai apportato? Essi hanno filosofeggiato, scusatemi la parola di cattivo gusto, sul cuore, considerandolo come la sede delle emozioni, mentre gli scienziati studiavano la circolazione del sangue. Hanno declamato sulla peste e sulla carestia, considerandole flagelli di Dio, mentre gli scienziati costruivano depositi di rifornimento o epuravano gli accentramenti urbani. Descrivevano essi la terra come centro dell’universo, mentre degli scienziati scoprivano l’America e scrutavano lo spazio per scoprirvi le stelle e le leggi degli astri. In conclusione, i metafisici non hanno fatto niente, assolutamente per l’umanità. Hanno dovuto indietreggiare a passo a passo davanti alle conquiste della scienza. Ma, appena i fatti constatati scientificamente rovesciavano le loro spiegazioni soggettive, essi ne fabbricavano altre su più vasta scala per spiegare gli ultimi fatti accertati. E così, senza dubbio, continueranno a fare sino alla fine dei secoli. Signori, i metafisici sono impostori. Fra voi e l’esquimese che immaginava Dio come un mangiatore di grasso e rivestito di pelliccia, non intercorre alcun divario se non quello costituito da qualche migliaio di anni di constatazione di fatti. Ecco tutto!
— Eppure il pensiero di Aristotele ha governato l’Europa durante dodici secoli, — disse pomposamente il dottor Ballingford, — e Aristotele era un metafisico.
Il dottor Ballingford girò lo sguardo intorno alla tavola e fu ricompensato con cenni e gesti di approvazione.
— Il vostro esempio non è felice, — rispose Ernesto. — Voi rievocate proprio uno dei più oscuri periodi della storia dell’umanità, di quelli che noi chiamiamo secoli d’oscurantismo, un’epoca in cui la scienza era schiava della metafisica, e la fisica si limitava alla ricerca della pietra filosofale, e l’alchimia aveva preso il posto della chimica, e l’astrologia quello dell’astronomia. Triste dominazione, quella del pensiero di Aristotele!
Il dottor Ballingford sembrò indispettito, ma subito il viso gli si rischiarò, ed egli riprese:
— Anche ammettendo il nero quadro che ci avete dipinto, dovete però riconoscere alla metafisica un grande valore intrinseco, poichè ha potuto liberare l’umanità dall’oscurantismo e avviarla verso la luce dei secoli posteriori.
— La metafisica non c’entra in questo, — ribattè Ernesto.
— Come! — esclamò il dottor Hammerfield, — ma, forse, il pensiero speculativo non ha condotto alle grandi scoperte?
— Ah! caro signore — disse Ernesto sorridendo, — vi credevo squalificato. Non avete ancora trovato una pagliuzza nella mia definizione della filosofia, e siete sospeso nel vuoto. Ma è un’abitudine dei metafisici e vi perdòno. No, ripeto, la metafisica non ebbe alcun influsso in tutto questo. I viaggi di scoperta furono provocati da quistioni di pane cotidiano, di seta e gioielli, di monete d’oro e danaro, e incidentalmente, dalla chiusura delle vie commerciali di terra verso l’India. Alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, i Turchi chiusero il cammino delle carovane dell’India, e i trafficanti Europei dovettero cercarne un altro.
Tale fu la causa vera, originale di quelle esplorazioni. Cristoforo Colombo navigava per trovare una nuova via per le Indie; tutti i libri di storia ve lo diranno. Si scopersero incidentalmente dei fatti nuovi in natura: la grandezza, e la forma della terra: e il sistema Tolemaico diede loro nuova luce.
Il dottor Hammerfield emise una specie di grugnito.
— Non siete d’accordo con me? — gli chiese Ernesto. — Allora ditemi in che consiste il mio errore.
— Posso sostenere soltanto il mio punto di vista, — replicò aspramente il dottor Hammerfield. — Sarebbe una storia troppo lunga.
— Non c’è storia troppo lunga, per uno scienziato. — osservò con dolcezza Ernesto. — Ecco perchè lo scienziato scopre e ottiene, ecco perchè è arrivato in America.
Non ho intenzione di descrivere tutta la serata, sebbene sia una gioia per me ricordare ogni particolare di quel primo incontro, di quelle prime ore passate con Ernesto Everhard.
La discussione era animatissima, e i ministri avvampavano, quando Ernesto lanciava loro gli epiteti di filosofi romantici, di proiettori da lanterna magica, e altri del genere. Ad ogni istante li fermava per ricondurli ai fatti.
— Il fatto, mio caro, il fatto irrefragabile, — proclamava trionfante, ogni qualvolta assestava un colpo decisivo. Era irto di fatti e lanciava loro i fatti fra i piedi, per farli inciampare: drizzava loro davanti i fatti per farli cadere in una imboscata, li bombardava con i fatti a volo.
— Tutta la vostra devozione è per l’altare del fatto — lanciò a sua volta, con aria sprezzante, il dottor Hammerfield.
— Il fatto solo è Dio, e il signor Ernesto è il suo profeta, — parafrasò il dottor Ballingford.
Ernesto, sorridendo, approvò col capo.
— Sono come un abitante del Texas, — disse. E poichè insistevano perchè spiegasse, aggiunse: — L’uomo del Missouri dice sempre: Bisogna farmi vedere questo; ma l’uomo del Texas dice: Bisogna mettermelo in mano. Donde appare evidente che non è un metafisico.
In altro momento, avendo Ernesto detto che i filosofi metafisici non potrebbero sopportare la prova della verità, il dottor Hammerfield tuonò:
— Qual’è la prova della verità, giovanotto? Vorreste avere la bontà di spiegarci ciò che ha lungamente imbarazzato menti più sagge della vostra?
— Certamente, — rispose Ernesto con quella sicurezza che li indispettiva. — Le menti sagge sono state a lungo imbarazzate dalla ricerca della verità, perchè la cercavano per aria, lassù! Se fossero rimaste sulla terra ferma, l’avrebbero facilmente trovata. Quei saggi avrebbero certamente scoperto che essi stessi costituivano precisamente la prova della verità, in ogni azione e pensiero pratico della loro vita.
— La prova, la prova. — ripetè con impazienza il dottor Hammerfield. — Lasciate da parte i preamboli. Datecela e diventeremo come gli Dei.
C’era in queste parole e nel modo con cui erano dette, lo scetticismo aggressivo e ironico che provava la maggioranza dei convitati, quantunque il Vescovo Morehouse sembrasse colpito.
— Il dottor Jordan[11] l’ha stabilito molto chiaramente. — disse Ernesto. — Ecco il suo modo di verificare una verità: È essa concreta, in atto? le affidereste la vostra vita?
— Bah! — sogghignò il dottor Hammerfield.
— Dimenticate, nei vostri calcoli, il Vescovo Berkeley[12]. In conclusione, non gli hanno mai risposto.
— Il metafisico più nobile di tutti, — disse Ernesto ridendo, — ma scelto proprio male come esempio. Si può considerare Berkeley stesso come testimonio che la sua metafisica era campata in aria.
Immediatamente, il dottor Hammerfield si infuriò, come se avesse sorpreso Ernesto nell’atto di rubare o mentire.
— Giovanotto, — esclamò con voce tonante, — questa dichiarazione è pari a tutto quanto avete detto stasera. È un’asserzione indegna e senz’alcun fondamento.
— Eccomi annientato — mormorò Ernesto, con aria compunta. — Disgraziatamente non mi pare d’essere colpito. Bisognerebbe farmelo toccare con mano, dottore.
— Benissimo, benissimo, — balbettò il dottor Hammerfield. — Non potete dire che il Vescovo Berkeley abbia dimostrato che la sua metafisica non fosse pratica. Non ne avete le prove, giovanotto, non ne sapete niente. Essa è stata sempre concreta e reale.
— La miglior prova ai miei occhi, che la metafisica di Berkeley era pura astrazione, sta nel fatto che Berkeley stesso, — ed Ernesto riprese fiato tranquillamente — aveva l’abitudine inveterata di passare per le porte e non attraverso i muri, e s’affidava, per nutrir la sua vita, al pane e burro, e al buon arrosto, e si radeva con un rasoio che radeva bene.
— Ma queste sono cose della vita fisica, — esclamò il dottore, — e la metafisica è dello spirito.
— E funziona in spirito anche? — chiese con dolcezza Ernesto.
L’altro assentì con un cenno del capo.
— E, in ispirito, una miriade di angeli può ballare sulla punta di un ago, — continuò Ernesto, con aria pensosa. — E può esistere in ispirito, un Dio impellicciato e bevitore d’olio, perchè non ci sono prove contrarie in ispirito. E suppongo, dottore, che lei viva in ispirito non è vero?
— Il mio spirito è il mio regno, — rispose l’interrogato.
— Cioè, vivete nel vuoto. Però ritornate sulla terra, ne sono sicuro, all’ora dei pasti, o al sussultare d’un terremoto. Obiettereste per caso, che non avreste nessun timore, in un simile cataclisma, perchè convinto che il vostro corpo immateriale non può essere colpito da una tegola immateriale?
Istintivamente e in modo insolito, il dottor Hammerfield si toccò la testa, dove i capelli nascondevano una cicatrice. Ernesto aveva toccato proprio un fatto avvenuto, perchè, durante il grande terremoto[13], il dottore aveva corso il rischio di essere schiacciato da un camino. Risero tutti.
— Ebbene, — disse Ernesto quando l’ilarità cessò, — aspetto sempre la prova del contrario. — E nel silenzio di tutti, aggiunse: — Passi quest’ultimo vostro argomento, ma non è ancora ciò che desidero.
Il dottor Hammerfield era fuori di combattimento; ma la battaglia continuò in un’altra direzione. Su tutti i punti, Ernesto sfidava i ministri.
Quand’essi pretendevano di conoscere la classe operaia, egli esponeva loro delle verità fondamentali che essi non conoscevano, e li sfidava a contraddirlo. Esponeva loro fatti, sempre fatti, frenava i loro slanci verso la luna e li riconduceva verso un terreno solido.
Come mi ritorna alla mente tutta questa scena! Mi pare di rivederlo, col suo tono aggressivo, colpirli col fascio dei fatti di cui ciascuno era una verga sferzante! Senza pietà: non chiedeva tregua e non ne accordava. Non dimenticherò mai la scudisciata finale che inflisse loro:
— Avete riconosciuto questa sera, più volte, spontaneamente o con le vostre dichiarazioni d’incompetenti, che non conoscete la classe operaia. Non vi biasimo per questo: come potreste conoscerla infatti? Non vivete fra il popolo, ma pascolate in altre praterie, con la classe capitalista. E perchè dovreste agire diversamente? La classe capitalista vi paga, vi nutre, vi dà gli abiti che portate questa sera. In cambio, voi predicate ai vostri padroni le poche citazioni di metafisica che sono loro gradite e che essi accettano perchè non minacciano l’ordine naturale delle cose.
A queste parole, ci fu una protesta generale.
— Oh! non metto in dubbio la vostra sincerità. — proseguì Ernesto. — Voi siete sinceri. A ciò che predicate voi credete! In questo consiste la vostra forza e il vostro valore agli occhi della classe capitalista. Ma se pensaste di modificare l’ordine stabilito, la vostra predicazione diverrebbe inaccettabile agli occhi dei vostri padroni, i quali vi metterebbero fuor dell’uscio. Così, ogni tanto, qualcuno di voi viene congedato. Non ho forse ragione?[14].
Questa volta, non ci fu nessuna protesta: tutti conservarono un silenzio significativo, tranne il dottor Hammerfield, che dichiarò:
— Solo quando il modo di pensare di questi tali è falso, si chiedono le loro dimissioni.
— Cioè quando il loro modo di pensare è inaccettabile. Così vi dico sinceramente: continuate a predicare e a guadagnare il vostro danaro, ma, per amor del cielo lasciate in pace la classe operaia. Non avete nulla di comune con essa; voi appartenete al campo nemico. Le vostre mani sono bianche perchè altri lavorano per voi i vostri stomachi pieni, i vostri ventri rotondi. A questo punto il dottor Hammerfield fece una smorfia e tutti sbirciarono la sua straordinaria corpulenza; a causa della quale si diceva che da anni egli non vedesse più i suoi piedi! — E le vostre menti sono infarcite di dottrine che servono a reggere l’arco dell’ordine stabilito. Siete dei mercenari sinceri, lo ammetto, ma come lo erano gli uomini della Guardia Svizzera[15] sotto l’antica monarchia francese. Siete fedeli a coloro che vi danno il pane, il sale e la paga: sostenete con le vostre predicazioni gli interessi dei vostri signori, ma non scendete verso la classe operaia per offrirvi come falsi condottieri! Non potreste vivere onestamente in due campi opposti. La classe operaia ha fatto senza di voi, e credetemi, continuerà a farne senza. E inoltre potrà sbrigarsi meglio senza di voi che con voi.
CAPITOLO II. SFIDE.
Appena gli invitati se ne furono andati, mio padre si lasciò cadere su una poltrona, e si abbandonò all’allegria d’una pantagruelica risata.
Mai, dalla morte della mamma, lo avevo visto ridere così di cuore.
— Scommetterei che il dottor Hammerfield non ha mai affrontato nulla di simile in vita sua — disse fra l’uno e l’altro scoppio di risa. — La cortesia delle dispute ecclesiastiche! Hai osservato che ha cominciato come un agnello, parlo di Everhard, per mutarsi subito in un leone ruggente? Ha una mente disciplinata meravigliosamente. Sarebbe diventato uno scienziato di prim’ordine se la sua energia fosse stata orientata in tal senso.
Occorre confessare che Ernesto Everhard mi interessava molto: non soltanto per quanto aveva detto, e per il modo con cui l’aveva detto, ma per se stesso, come uomo. Non ne avevo incontrato mai di simile, e credo che per questo, a ventiquattro anni suonati, non ero ancora sposata. Comunque, sentii che mi piaceva e che la mia simpatia era dovuta non alla sua intelligenza nella discussione, ma ad altra cosa. Nonostante i suoi bicipiti e il torace di boxeur, mi pareva un giovanotto d’animo puro. Sotto l’apparenza di chiacchierone intellettuale, indovinavo uno spirito delicato e sensibile.
Le sue impressioni mi erano trasmesse in modo che non posso definire altrimenti, se non come per intuito femminile. C’era nel suo dire tonante qualcosa che mi era andato al cuore: e mi sembrava sempre di udirlo e desideravo udirlo ancora. Sarei stata lieta di vedere nei suoi occhi quel lampo di gaiezza che smentiva l’impassibilità del resto del viso.
Altri sentimenti vaghi, indistinti, ma più profondi si agitavano in me. Lo amavo già quasi. Pertanto, se non lo avessi più riveduto, suppongo che questi sentimenti indefiniti si sarebbero cancellati ed avrei dimenticato facilmente.
Ma non era nel mio destino non rivederlo più: l’interesse che prendeva mio padre, da un po’ di tempo, alla sociologia, ed i pranzi che dava regolarmente, escludevano una simile possibilità. Il babbo non era un sociologo. La sua specialità scientifica era la fisica, e le sue ricerche in questo campo erano state fruttuose. Il matrimonio lo aveva pienamente soddisfatto, ma dopo la morte della mamma, le ricerche che egli faceva non riuscivano a colmare l’orribile vuoto. Si occupò di filosofia con poco interesse dapprima, poi con maggiore attrattiva, e fu trascinato verso l’economia politica e le scienze sociali, e siccome possedeva un vivo sentimento di giustizia, non tardò ad appassionarsi e a volere la riparazione dei torti. Osservai con somma gioia questi indizî d’un rinascente interesse per la vita, senza immaginare dove la nostra vita potesse indirizzarsi.
Il babbo, con l’entusiasmo degli adolescenti, si immerse in nuove ricerche senza chiedersi menomamente dove l’avrebbero condotto.
Abituato da tempo al laboratorio, trasformò la sala da pranzo in un laboratorio sociale: persone di ogni specie e condizione vi si trovavano riunite, scienziati, politicanti, banchieri, commercianti, professori, capi d’officina, socialisti ed anarchici. Ed egli li spingeva a discutere fra loro, poi esaminava le loro idee sulla vita e sulla società. Aveva conosciuto Ernesto poco tempo prima della «serata dei predicatori». Dopo la partenza degli ospiti, mi raccontò come l’avesse incontrato. Una sera, in una via, si era fermato ad ascoltare un uomo che, salito sopra una cassa di sapone, parlava a un gruppo di operai. Era Ernesto. Molto apprezzato dalla Direzione del partito socialista, costui era considerato come uno dei capi del partito, e riconosciuto tale dai dottrinarî del socialismo. Possedendo il dono di presentare in forma semplice e chiara anche le questioni più ardue, questo educatore nato, non credeva di avvilirsi salendo su di una cassa di sapone per spiegare l’economia politica ai lavoratori.
Mio padre si fermò per ascoltarlo, si interessò al discorso, stabilì un convegno con l’oratore, e, fatta la presentazione, lo invitò al pranzo dei reverendi. E solo in seguito mi rivelò alcune informazioni che aveva potuto raccogliere su di lui.
Ernesto era figlio di operai, quantunque discendesse da un’antica famiglia stabilitasi da più di duecento anni in America[16]. All’età di 10 anni era andato a lavorare nelle officine, e più tardi aveva imparato il mestiere del maniscalco. Era un autodidatta, aveva studiato, da solo, il francese e il tedesco, e in quell’epoca si guadagnava modestamente la vita, traducendo delle opere scientifiche e filosofiche per una casa precaria di edizioni socialiste di Chicago. A questo stipendio egli aggiungeva i diritti di autore provenienti dalla vendita, ristretta, delle opere sue.
Ecco ciò che seppi di lui prima di coricarmi, e stetti a lungo sveglia ascoltando, con la mente, il suono della sua voce. Mi spaventai dei miei stessi pensieri. Assomigliava così poco agli uomini della mia classe! Sembrava così estraneo a tutti, e così forte! La sua padronanza mi piaceva e mi spaventava insieme, e la mia fantasia galoppava tanto, che mi sorpresi a considerarlo come innamorato e come marito. Avevo sempre sentito dire che la forza in un uomo è un’attrattiva irresistibile per le donne; ma egli era troppo forte.
— No, no! — esclamai, — è impossibile, è assurdo! — E il giorno dopo, svegliandomi, sentii in me il desiderio di rivederlo, di assistere alla sua vittoria in una nuova discussione, di vibrare ancora al suo tono di combattimento, di ammirarlo nella sua sicurezza e nella sua forza, quando spezzava la loro albagia e distoglieva il loro pensiero dal solito circolo vizioso. Che cosa importavano le sue smargiassate? Secondo quanto aveva detto egli stesso, esse trionfavano in realtà, raggiungevano la mèta. Inoltre, erano belle a sentirle, eccitanti come un principio di lotta.
Passai parecchi giorni a leggere i libri di Ernesto, che il babbo mi aveva prestato. La sua parola scritta era come quella parlata, chiara e convincente. La sua semplicità assoluta vi convinceva mentre dubitavate ancora. Aveva il dono della lucidità. L’esposizione dell’argomento era perfetta. Ciò nonostante, malgrado il suo stile, molte cose mi spiacevano. Dava troppa importanza a ciò che chiamava la lotta di classe, all’antagonismo fra lavoro e capitale, al conflitto degli interessi.
Il babbo mi riferì allegramente l’apprezzamento del dottor Hammerfield su Ernesto: «Un insolente bòtolo, gonfiato di boria da un sapere insufficiente», e come non avesse punto voglia di rivederlo.
Invece, il vescovo di Morehouse si era interessato molto di Ernesto e desiderava vivamente avere una nuova conversazione con lui. «Un giovanotto forte», aveva dichiarato, e «vivace, molto vivace, ma troppo sicuro di sè, troppo sicuro!».
Ernesto ritornò un pomeriggio, con papà. Il vescovo di Morehouse era già arrivato, e sorbivano il thè sulla veranda. Devo dire che la prolungata assenza di Ernesto a Berkeley si spiegava col fatto che egli seguiva dei corsi speciali di biologia all’Università, e anche perchè lavorava molto a un’opera nuova intitolala: «Filosofia e Rivoluzione».[17]
Quando Ernesto entrò, la veranda sembrò improvvisamente rimpicciolita: non perchè egli fosse straordinariamente alto (era alto un metro e settantadue) ma perchè sembrava irradiare un’atmosfera di grandezza. Fermandosi per salutarmi, mostrò una leggera esitazione, in istrano contrasto con i suoi occhi arditi e la sua stretta di mano ferma e sicura. I suoi occhi non erano meno sicuri, ma, questa volta, sembravano interrogare, mentre mi guardavano, come il primo giorno, indugiando un po’ troppo.
— Ho letto il vostro libro: «Filosofia delle classi lavoratrici», — gli dissi, e vidi i suoi occhi brillare di contentezza.
— Naturalmente, — rispose, — avrete tenuto conto dell’uditorio al quale la conferenza era rivolta.
— Sì, ed è appunto su ciò che vorrei interrogarvi.
— Anch’io, — disse il vescovo di Morehouse, — ho una questione da definire con voi.
A questa doppia sfida, Ernesto alzò le spalle, con aria di rassegnato buon umore, e accettò una tazza di thè.
Il vescovo s’inchinò per darmi la precedenza.
— Voi fomentate l’odio di classe, — dissi a Ernesto. — E mi pare che sia uno sbaglio, un delitto, fare appello a tutto ciò che vi è di ristretto e di brutale nella classe operaia. L’odio di classe è anti-sociale, e mi sembra anti-socialista.
— Mi difendo, pur essendo innocente, — rispose Ernesto. — Non c’è odio di classe nè nella parola, nè nello spirito di nessuna mia opera.
— Oh! — esclamai in tono di rimprovero.
Presi il libro e lo apersi.
Egli beveva il suo thè, tranquillo e sorridente mentre io sfogliavo il volume per trovare il punto che cercavo:
— Pagina 132 — lessi ad alta voce: «Così la lotta delle classi si produce nelle attuali condizioni di sviluppo sociale, fra la classe che paga i salarii, e le classi che li ricevono».
Lo guardai con aria di trionfo.
— Non si tratta di odio di classe, là dentro, — mi disse sorridendo.
— Ma voi dite «lotta di classe».
— Non è affatto la stessa cosa. E credetemi, noi non fomentiamo l’odio. Noi diciamo che la lotta delle classi è una legge dello sviluppo sociale. Non ne siamo responsabili. Non siamo noi a farla. Ci limitiamo a spiegarla, come Newton spiegava la gravitazione. Noi esaminiamo la natura del conflitto d’interessi, che produce la lotta di classe.
— Ma non dovrebbe esserci conflitto di interessi! — esclamai.
— Sono del vostro preciso parere, — rispose. — E noi socialisti tendiamo all’abolizione di questo conflitto di interessi. Scusate, lasciatemi leggere un altro punto. — Prese il libro e ne voltò alcuni fogli. — Pagina 126: «Il ciclo della lotta di classe, cominciato con la dissoluzione del comunismo primitivo della tribù e la nascita della proprietà individuale, finirà con l’abolire la proprietà individuale dei mezzi dell’esistenza sociale».
— Ma non sono d’accordo con voi, — interruppe il vescovo, dal pallido volto d’asceta, leggermente arrossato dall’intensità dei suoi sentimenti. — Le vostre premesse sono false. Non esiste conflitto d’interessi fra il lavoro e il capitale, o almeno, non dovrebbe esistere.
— Vi ringrazio, — disse gravemente Ernesto — di avermi restituito le mie premesse, con la vostra ultima proposizione.
— Ma perchè ci sarebbe conflitto? — domandò il vescovo, con calore.
Ernesto alzò le spalle:
— Perchè siamo fatti così, suppongo.
— Ma non siamo fatti così!
— Parlate forse dell’uomo ideale, divino, privo di egoismo? — chiese Ernesto, — ma ce n’è tanto pochi, che si ha il diritto di considerarli inesistenti, oppure parlate dell’uomo comune, ordinario?
— Parlo dell’uomo ordinario.
— Debole, fallibile, e soggetto ad errare?
Il vescovo fece un segno di consenso.
— E meschino, egoista?
Il pastore rinnovò il gesto.
— State attento, — dichiarò Ernesto. — Ho detto egoista.
— L’uomo ordinario è egoista. — affermò calorosamente il vescovo.
— Che vuole avere tutto ciò che può avere?
— Vuole avere il più possibile. È deplorevole, ma è vero.
— Allora ci siete. — E la mascella di Ernesto scattò come una molla.
— Consideriamo un uomo che «lavora sui tranvai».
— Egli non potrebbe lavorare se non ci fosse il capitale, — interruppe il vescovo.
— È vero, e voi sarete con me nell’ammettere che il capitale perirebbe se la mano d’opera non facesse guadagnare i dividendi.
Il vescovo non rispose.
— Non siete del mio parere? — insistette Ernesto.
Il prelato acconsentì col capo.
— Allora le nostre due proposizioni si annullano reciprocamente, e ci ritroviamo al punto di partenza. Ricominciamo: I lavoratori dei tranvai forniscono la mano d’opera, e gli azionisti il capitale. Da quest’unione del lavoro col capitale nasce il guadagno[18]. I due fattori si dividono questo guadagno: la parte che tocca al capitalista si chiama dividendo, la parte che tocca al lavoro si chiama salario.
— Benissimo, — interruppe il vescovo. — Ma non c’è motivo perchè questa divisione non avvenga amichevolmente.
— Avete già dimenticato le premesse, — replicò Ernesto. — Eravamo già d’accordo nell’ammettere che l’uomo ordinario è egoista; l’uomo ordinario così com’è. Voi svisate la questione se volete fare una distinzione fra quest’uomo e gli uomini come dovrebbero essere, ma come non sono in realtà. Ritorniamo al soggetto: il lavoratore, essendo egoista, vuole avere quanto più può nella divisione; il capitalista, essendo egoista, vuole, del pari, avere tutto ciò che può prendere. Quando una cosa esiste in quantità limitata, e due uomini vogliono averne ciascuno il massimo, nasce un conflitto d’interessi. È il conflitto che esiste fra capitale e lavoro, ed è una lotta senza possibilità di conciliazione. Finchè esisteranno operai e capitalisti, litigheranno per la divisione del guadagno. Se foste stato a S. Francisco, questo pomeriggio, sareste stato obbligato ad andare a piedi: neppure un tranvai girava per le vie.
— Un altro sciopero?[19] — chiese il vescovo, preoccupato.
— Sì, litigano per l’equa divisione dei guadagni delle ferrovie urbane.
Il vescovo si stizzì.
— Hanno torto! — esclamò. — Gli operai non vedono di là dal loro naso. Come possono sperare di conservare la nostra simpatia?...
— Quando ci obbligano ad andare a piedi — disse maliziosamente Ernesto.
E il vescovo, concluse, senza badargli:
— Il loro punto di vista è troppo angusto. Gli uomini devono agire da uomini e non da bruti. Ci saranno ancora violenze ed uccisioni, e vedove ed orfani addolorati. Il capitale e il lavoro dovrebbero essere uniti, dovrebbero procedere insieme, per il reciproco interesse.
— Eccovi di nuovo nelle nuvole, — osservò freddamente Ernesto. — Vediamo, ridiscendete sulla terra, e non perdete di vista la nostra asserzione: l’uomo è egoista.
— Ma non dovrebbe esserlo! — esclamò il vescovo.
— Su questo punto sono d’accordo con voi: non dovrebbe essere egoista, ma lo sarà sempre finchè vivrà secondo un ordinamento sociale fondato su una morale da porci.
Il dignitario della Chiesa ne fu spaventato, mentre il babbo si torceva dal ridere.
— Sì una morale da porci. — riprese Ernesto, senza rimorso. — Ed è l’ultima parola del vostro sistema capitalista, è ciò che sostiene la vostra Chiesa, ciò che voi predicate ogni qualvolta salite sul pulpito: un’etica da porci, non c’è altro nome da darle.
Il vescovo si voltò come per appellarsi a mio padre, ma questi alzò la testa ridendo.
— Credo che il nostro amico abbia ragione — disse. — È la politica del laissez-faire, dell’ognuno per sè e che il diavolo trascini l’ultimo. Come disse l’altra sera il signor Everhard, il compito vostro di gente di Chiesa consiste nel mantenere l’ordine stabilito, e la Società è fondata su tale principio!
— Ma non è la dottrina di Cristo. — esclamò il vescovo.
— Oggi la Chiesa non insegna la dottrina di Cristo. — rispose Ernesto. — Perciò gli operai non vogliono avere a che fare con essa. La Chiesa approva la terribile brutalità, la forza selvaggia con la quale il capitalista tratta le masse dei lavoratori.
— Non l’approva affatto. — obbiettò il vescovo.
— Ma non protesta neppure. — replicò Ernesto; — e perciò approva, perchè non bisogna dimenticare che la Chiesa è sostenuta dalla classe capitalistica.
— Non avevo mai considerato le cose da questo punto di vista — disse innocentemente il vescovo. — Ma credo che sbagliate. So che sono molte le tristezze e le brutture del mondo; so che la Chiesa ha perduto il... ciò che voi chiamate proletariato[20].
— Non lo avete mai avuto il proletariato, — esclamò Ernesto. — Esso si è sviluppato fuori della Chiesa, e senza di essa.
— Non afferro più il vostro pensiero, — disse debolmente il vescovo.
— Vi spiego. Dopo l’introduzione delle macchine e delle officine, verso la fine del sec. XVIII, la grande massa dei lavoratori fu distolta dalla terra, e l’antico modo di lavorare, mutato. I lavoratori, tolti dai loro villaggi, si trovarono rinchiusi nelle città industriali: le madri e i fanciulli furono impiegati a servizio delle nuove macchine; la vita di famiglia ne fu infranta, e le condizioni divennero atroci. È una pagina di storia scritta col sangue e con le lagrime.
— Lo so, — interruppe il vescovo, con espressione angosciosa. — Fu terribile, ma ciò avvenne in Inghilterra, un secolo e mezzo fa.
— Così un secolo e mezzo fa, nacque il proletariato moderno, — continuò Ernesto. — E la Chiesa stava muta, ed oggi conserva la stessa inerzia. Come dice Austin Lewis[21], parlando di quell’epoca, coloro che avevano ricevuto il comandamento: «Pascete agnelli miei», videro, senza protestare, quegli agnelli venduti e mortalmente sfruttati[22]. Prima di continuare vi prego di dirmi sinceramente se siamo o non d’accordo. La Chiesa ha protestato o no, a quel tempo?
Il vescovo Morehouse esitò: come il dottor Hammerfield, non era abituato a quel genere di offensiva a domicilio, secondo l’espressione di Ernesto.
— La storia del secolo XVIII è scritta, — suggerì questi. — Se la Chiesa non è stata muta, si devono trovare le tracce della sua protesta, in qualche libro.
— Disgraziatamente credo che sia stata muta, — confessò il dignitario della Chiesa.
— E rimane muta anche oggi.
— In questo non siamo più d’accordo.
Ernesto tacque, guardò attentamente il suo interlocutore e accettò la sfida.
— Benissimo, — disse, — vedremo. Ci sono, a Chicago, delle donne che lavorano tutta la settimana per novanta cents. Protesta forse la Chiesa?
— È una novità per me, — fu la risposta. — Novanta cents? È orribile!
— La Chiesa ha forse protestato? — insistette Ernesto.
— La Chiesa lo ignora. — E il prelato appariva penosamente agitato.
— Eppure la Chiesa ha ricevuto il comandamento: «Pascete, agnelli miei!», — disse Ernesto, con amara ironia. Poi, riprendendosi:
— Scusatemi queste parole acri, Monsignore, ma potete essere sorpresi se perdiamo la pazienza con voi? Avete forse protestato con le vostre congregazioni capitalistiche per l’impiego dei fanciulli nelle filature di cotone del Sud?[23]. Bimbi di sei o sette anni lavorano tutte le notti, in isquadre, per dodici ore: non vedono mai la santa luce del giorno, e muoiono come le mosche. I dividendi sono pagati col loro sangue. E con quel danaro si costruiscono chiese magnifiche nella Nuova Inghilterra, e i vostri simili predicano in esse delle piacevoli frasi davanti le pance ripiene e lucenti dei salvadanai dei dividendi.
— Non sapevo, — mormorò il vescovo, con un filo di voce, e con viso pallido, come per effetto di nausea.
— Così, non avete protestato, vero?
Il pastore fece un debole cenno di diniego.
— Così la Chiesa è muta oggi come lo era nel secolo XVIII.
Il vescovo non rispose, e per una volta tanto, Ernesto non insistette oltre.
— E non dimenticatelo: tutte le volte che un membro del clero protesta, lo si congeda.
— Vedo che non è giusto.
— Protestereste voi? — chiese Ernesto.
— Fatemi vedere, nella vostra comunità, dei mali come quelli di cui mi avete parlato, e farò sentire la mia voce.
— Mi metto a vostra disposizione per farveli vedere, — disse tranquillamente Ernesto, — e vi farò fare, un viaggio attraverso l’inferno.
— Ed io protesterò!... — Il pastore si era raddrizzato nella poltrona, e sul suo dolce viso apparve un’espressione di durezza battagliera. — La Chiesa non starà muta.
— Sarete licenziato, — lo avvertì Ernesto.
— Vi fornirò la prova del contrario, — replicò l’altro. — Vedrete se tutto ciò che dite è vero, e se la Chiesa non abbia sbagliato per ignoranza; se tutto quanto v’è di orribile nella società industriale non sia dovuto all’ignoranza della classe capitalistica. Essa rimedierà al male appena riceverà il messaggio che la Chiesa avrà il dovere di comunicarle.
Ernesto si mise a ridere, d’un riso così brutale, che mi sentii indotta a prendere le difese del vescovo.
— Ricordate, — gli dissi, — che voi vedete un solo lato della medaglia. Benchè non ci crediate capaci di bontà, sappiate che c’è molto di buono in noi. Il vescovo Morehouse ha ragione. I mali dell’industria, per quanto terribili sieno, sono dovuti all’ignoranza. Le diversità di condizioni sociali sono troppo profonde.
— L’Indiano selvaggio è meno crudele e meno implacabile della classe capitalistica, — rispose l’altro, e in quel momento sentii d’odiarlo.
— Voi non ci conoscete; non siamo nè crudeli nè implacabili.
— Provatelo, — diss’egli, in tono di sfida.
— Come posso provarlo... a voi?...
Cominciavo ad adirarmi.
Egli scosse il capo.
— Non pretendo che lo proviate a me; vi domando di provarlo a voi stessa.
— So che cosa pensare in proposito.
— Non sapete proprio nulla, — rispose egli brutalmente.
— Andiamo, andiamo, figlioli, — disse il papà, con tono conciliante.
— Me ne infischio... — cominciai indignata; ma Ernesto mi interruppe.
— Credo che abbiate dei capitali impiegati nelle filature della Sierra, o che vostro padre ne abbia; il che è lo stesso.
— Che cos’ha di comune questo, con la questione di cui si tratta? — esclamai.
— Oh, poco, poco, — diss’egli lentamente. — tranne il fatto che l’abito che avete, è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara, gocciolano del sangue di fanciulli e di giovani validi e forti. Basta che chiuda gli occhi per sentirlo scorrere a goccia a goccia, intorno a me.
E accompagnando con la parola il gesto, si arrovesciò sulla poltrona e chiuse gli occhi.
Io scoppiai in lacrime, dalla mortificazione, e per vanità ferita. Non ero mai stata trattata così duramente in vita mia. Anche il vescovo e mio padre erano imbarazzati e turbati. Essi cercarono di sviare la conversazione rivolgendola verso un argomento meno scottante, ma Ernesto aprì gli occhi, mi guardò e volse altrove lo sguardo. La sua bocca era severa, il suo sguardo pure; non c’era nei suoi occhi il minimo riflesso di gaiezza.
Che cosa stava per dire? Quale nuova crudeltà mi avrebbe inflitta? Non potei immaginarlo, perchè in quell’istante un uomo che passava sul marciapiede si fermò a guardarci. Era un giovanotto robusto e vestito poveramente, che portava sulla schiena un pesante carico di cavalletti, dì casse, scrigni di bambù e lana cotonata. Guardava le casa come se non osasse entrare per tentar la vendita della merce.
— Quell’uomo si chiama Jackson, — disse Ernesto.
— Forte com’è, — osservai seccamente, — dovrebbe lavorare, anzichè fare il merciaio ambulante[24].
— Osservate la sua manica sinistra, — mi disse Ernesto dolcemente.
Gettai uno sguardo e vidi che la manica del giovane era vuota.
— Anche da quel braccio scorre un po’ del sangue che sentivo gocciolare dal vostro tetto, — continuò, con lo stesso tono dolce e triste. — Ha perduto il braccio nella filanda della Sierra, e voi l’avete gettato sul lastrico, a morirvi, come un cavallo mutilato. Dicendo voi, intendo il vice direttore e le altre persone impiegate da voi e gli altri azionisti che fanno funzionare le filande in nome vostro. La disgrazia avvenne per lo zelo di quell’operaio nel far risparmiare qualche dollaro alla Società. Il suo braccio fu preso dal cilindro dentato della cardatrice. Avrebbe potuto lasciar passare il sassolino che aveva intravisto fra i denti della macchina e che avrebbe spezzato una doppia fila di punte; volle, invece, toglierlo ed ebbe il braccio preso e spezzato, dalla punta delle dita alla spalla. Era notte: nella filanda si facevano ore supplementari di lavoro. In quel trimestre fu pagato un forte dividendo. Quella notte Jackson lavorava da molte ore e i suoi muscoli avevano perduto la solita vivacità: ecco perchè fu afferrato dalla macchina. Ha moglie e tre bambini.
— E che cosa fece la Società per lui? — chiesi.
— Assolutamente nulla. Oh! scusate, ha fatto, sì, qualche cosa. È riuscita a far rigettare l’istanza che l’operaio aveva presentata per danni e interessi quand’egli uscì dall’ospedale. La Società ha degli avvocati abilissimi.
— Non avete detto tutto, — feci con convinzione. — e forse non conoscete tutta la storia. Forse quell’uomo era un insolente.
— Insolente! ah! ah! — Il suo riso era mefistofelico. — Gran Dio, insolente col braccio sfracellato! Era un servitore dolce e umile, e nessuno mai ha detto che fosse un insolente.
— Ma in tribunale, — insistetti, — la sentenza non gli sarebbe stata contraria, se non ci fosse in quest’affare qualche cosa d’altro oltre quanto ci avete detto.
— Il principale avvocato consulente della Società è il colonnello Ingram, un uomo di legge, molto abile.
Ernesto mi guardò seriamente, per un momento, poi continuò:
— Voglio darvi un consiglio, signorina Cunnigham; potreste fare un’inchiesta privata sul caso Jackson.
— Avevo già presa questa risoluzione, — risposi freddamente.
— Benissimo, — diss’egli raggiante. — E vi dirò dove potrete trovare il nostro uomo. Ma fremo al pensiero di tutto ciò che proverete, circa il braccio di Jackson.
Così, il vescovo ed io accettammo la sfida di Ernesto.
I due ospiti se ne andarono insieme, lasciandomi scossa per l’ingiustizia fatta alla mia casta e a me stessa. Quel giovanotto era un bruto. Lo odiavo, in quel momento, e mi consolavo al pensiero che la sua condotta era quale poteva aspettarsi da un uomo della classe operaia.
CAPITOLO III. IL BRACCIO DI JACKSON.
Non immaginavo punto la parte importante che il braccio di Jackson avrebbe rappresentato nella mia vita. Il protagonista, quando riuscii a trovarlo, non mi fece grande impressione. Abitava in vicinanza della baia, sulla sponda della palude, una casupola indescrivibile, circondata da pozzanghere d’acqua verdastra che esalavano un odore fetido. Era veramente la persona umile e bonaria che mi avevano descritto; e intento a lavorare una latta, lavorava senza tregua, mentre parlavo con lui. Nonostante la sua rassegnazione, afferrai nella sua voce come un senso di amarezza nascente, quando mi disse:
— Avrebbero potuto impiegarmi come guardiano notturno, almeno[25].
Non potei cavarne gran che: aveva un’aria ebete che male si addiceva alla sua abilità nel lavoro. Questo mi suggerì una domanda:
— In qual modo il vostro braccio è stato preso nella macchina?
Egli mi guardò come trasognato, riflettendo, poi scosse il capo.