MARTIN EDEN
JACK LONDON
MARTIN EDEN
ROMANZO
A cura di GIAN DÀULI
MODERNISSIMA
MILANO (13) — Via Vivaio, 10
PROPRIETÀ LETTERARIA
Impresso da FED. SACCHETTI e C. in Milano
Copyright 1925 by
Casa Editrice «MODERNISSIMA»
PRINTED IN ITALY
Pubblicammo prima i due romanzi: «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», volutamente, per mostrare la potenza visiva e intuitiva del London, e la vastità della sua esperienza d’osservatore, e cioè, accanto all’artista sempre vigile, la forza volitiva e l’irrefrenabile impeto avventuroso dell’uomo.
I due primi volumi sono il poema delle forze vergini e delle creature primitive, della lotta disperata e crudele, eppur grandiosa, delle cose vive contro la insidia della morte. Simbolo di questa tragedia è il lupo che, ucciso il rivale, ulula, col muso verso le stelle, il tormento millenario della carne che dilania e divora, per non essere dilaniata e divorata, ma che sa, tuttavia, come la vittoria finale spetti, non già alla vita, ma alla morte.
La vita contro la morte!
Par di udire l’antico canto caldeo drammatizzato in una rappresentazione favolosa di animali e di uomini, fra le solitudini nevose e le foreste vergini dell’Alaska.
«L’Angelo della morte ha ucciso lo scannatore che scannò il bue, il bue che bevve l’acqua, l’acqua che spense il fuoco, il fuoco che bruciò il bastone, il bastone che battè il cane, il cane che morse il gatto, il gatto che divorò il capretto, l’unico figlio della capra!
Chad Gadya! Chad Gadya!«
Chad Gadya! Chad Gadya! E chi verrà ad uccidere l’Angelo della Morte?
«E il Santo Uno, sia Egli benedetto, viene e uccide l’Angelo della Morte». conclude l’antico canto caldeo, e il London ripete la profezia. Per lui, il Santo Uno è l’Amore!
* * *
L’Amore.
Forse nessuno l’ha sentito, desiderato, cercato, sofferto, cantato come Jack London.
Per l’amore egli è vissuto, per l’amore è morto: per questa essenza divina che illumina e pacifica il mondo. L’amore che accomuna tutte le creature viventi, gli uomini, gli animali, le piante, i macigni, le stelle; l’amore che riempie l’infinito, supera la morte e scioglie ogni mistero: l’amore, vita, bellezza, luce!
Quest’innamorato dell’amore, finì, così, coll’amare la vita degli altri più della propria; al punto che la terra gli parve angusta e la propria forza impari a un sogno che abbracciava l’universo.
La giovinezza di Jack London fu come un razzo infocato lanciato nelle tenebre del mondo, come uno sprazzo di luce abbagliante che ascende, prodigiosamente, poi precipita, e si spegne. A vent’anni è già un uomo maturo; a trenta, vecchio; a quaranta, scomparso.
Anche per lui l’Angelo della Morte viene prima del Santo Uno e gli strozza in gola il suo Chad Gadya.
Ma quanta intensità di vita, quanta luce d’ideali, quanta grandezza morale e spirituale in quei suoi quarant’anni! e quale miseria, la nostra, al confronto!
Bastano questi quattro possenti volumi — e ne ha scritti più di quaranta — per rivelarci tutta l’angustia del nostro orizzonte e la povertà dell’animo nostro di letterati che cianciamo d’amore e d’arte e di lotte politiche e sociali; scettici, egoistici, meschini.
* * *
Non a caso, ripeto, pubblicammo prima «Il Richiamo della foresta» e «Zanna Bianca», cioè il poema della vita selvaggia. Volevamo, mediante «una folata d’aria gelida, purificatrice», far sentire l’ossigeno agli sparuti e intristiti uomini che fanno da padroni nelle patrie accademie dell’arte; e dare almeno un guizzo al loro lucignolo dell’ideale, fumoso e pestilenziale; alla gentaccia inorpellata, irretita negl’intrighi eppure altosonante, per mostrare la differenza che passa tra il volo di un’aquila e lo starnazzare di un’anitra.
E col terzo volume, «Il Tallone di Ferro», ci proponemmo di mostrare l’uomo nell’artista, e come non vi sia artista grande dove non è grandezza d’uomo e altezza morale e spirituale, altruismo, in una parola, cioè sogno del bene assoluto, universale, e dedizione di tutta una vita a questo sogno.
«Il Tallone di Ferro» è il crogiolo ardente che fonde in un’orribile massa d’odio le miserie, le vergogne, le crudeltà dell’epoca nostra. Non più canto, ma urlo: non l’urlo per i proprî dolori, ma per i dolori degli altri.
I dolori degli altri.
Ecco, in sintesi, una realtà e una fede sofferte con cuore tra cristiano e prometeico: una fede e un programma di redenzione. I dolori degli altri sono il problema della torbida e perigliosa vita contemporanea.
E qui, il cuore di London, uomo, non è inferiore alla mente dell’artista. Egli ci rivela, nel Tallone di Ferro, la sua forza e la sua dolcezza, il suo coraggio e la sua saggezza, e ci addita la via che ogni uomo onesto deve seguire; una via che non mena ai facili onori e alle più facili ricchezze, premii plutocratici, ma con gli umili, i denutriti, con le creature dell’abisso, conduce alla verità e al cielo della bontà. Oggi, il mondo è tale, che «vive pericolosamente» colui che difende la propria rettitudine, secondo gli immortali principî di bontà, libertà e giustizia, ch’è più facile sentire che definire.
Il London ci mostra che la lotta è mortale, e che, sebbene nolenti e riluttanti, come ieri dovemmo partecipare ad una guerra non nostra, così domani dovremo partecipare alla rivoluzione degli altri; ma ci mostra anche che nella libertà di scelta del nostro posto di combattimento, sta il giudizio dell’anima nostra, e la sua salvezza.
* * *
Ed ora che dai primi tre volumi ci è dato il modo di conoscere l’artista e l’uomo, ecco in «Martin Eden» la sua vita.
Ogni commento è inutile, ogni chiarificazione superflua: davanti ad una vita vissuta con così semplice e profonda umanità, e rappresentata con tale scultorea, precisa evidenza, ciascuno di noi può vedere il meglio del proprio cuore e riconoscere la propria anima.
Ma benchè in «Martin Eden» il London racconti la propria anima di scrittore e tutto il tormento per realizzare il suo sogno d’arte, temo che molti letterati e critici italiani stenteranno a riconoscersi in Martin Eden, e considereranno forse questo romanzo autobiografico, o come «noioso», o, addirittura, come falso, perchè qui è la vita e non una meschina parodia della vita; perchè qui è l’arte, e non virtuosismo, mestiere, commercio.
No, questi volumi del London non sono fatti per animucce letterate.
Vanno per il mondo a cercare cuori che non abbiano ancora perduto il sentimento romantico e cavalleresco della vita; a cercar cuori in cui canti ancora una canzone, in cui palpiti ancora una fede. Cuori che, per fortuna dell’anima nostra e dell’Umanità, esistono ancora. I fratelli di Martin Eden sono fuori delle accademie, fuori dei partiti politici, fuori delle consorterie e delle camorrette di vanità; fuori della gazzarra che infuria per le piazze e per le vie. Essi vivono in solitudine, ma in solitudine lavorano, meditano e soffrono. Oh potessero conoscersi tutti, ed unirsi per raccogliere e riagitare la fiaccola che cadde bruscamente dalle mani di Jack London, quarantenne!
* * *
Veramente, Martin Eden ci dice che la fiaccola non gli cadde dalle mani, ma che egli la gettò perchè credette che gli fosse venuto meno l’amore. Senza l’amore, la gloria gli apparve vana, e la vita insopportabile. Jack London morì come Martin Eden, sprofondato volontariamente e disperatamente negli abissi dell’Oceano?
Noi non sappiamo come Jack London sia morto.
Però se tale non fu la sua morte, certo egli tale l’immaginò e desiderò. E forse non v’è uomo di genio che nella sua vita non abbia pensato, almeno una volta, a questa suprema sfida, a questo atto sereno di volontà dell’uomo che sfugge al ricatto dell’istinto per varcare, sdegnoso d’ogni legge umana e divina, la soglia del Mistero.
Per due cose soltanto l’uomo può sentirsi proletario dell’Eternità: per l’Amore e per la Gloria. Ma se esse mancano o tradiscono, come adattarsi ad accrescere, sino a vedere decadere in sè ogni bellezza ed ogni forza, il numero dei morti-vivi o dei vivi che non vivono?
Anche se il Santo Uno ritarda, sia benedetto l’Angelo della morte, il liberatore!
Il tristo Angelo strozzò in gola a Jack London quarantenne il canto del Chad Gadya, ma non l’uccise. Le sue opere serbano l’impronta eterna del suo cuore e del suo genio, e tramandano, con la bellezza, fede e speranza agli uomini.
Passi, dunque, in altre mani la sua fiaccola e su altre labbra il Chad Gadya: il Santo Uno verrà, l’Angelo della Morte sarà ucciso; e Prometeo, dal cuore incatenato, sarà finalmente libero fra uomini liberi e padroni della propria anima.
Rapallo, aprile del 1925.
Gian Dàuli.
MARTIN EDEN
CAPITOLO I.
Arturo aprì la porta ed entrò, seguito da un giovane che si tolse, con gesto goffo, il berretto. Costui indossava un rozzo vestito da marinaio, che stonava in mondo singolare con quell’hall grandioso.
Il copricapo lo imbarazzava molto, e già egli se lo ficcava in tasca, quand’ecco Arturo toglierglielo dalle mani, con un gesto così naturale, che il giovanotto intimidito ne apprezzò l’intento: «Si capisce!... — disse fra sè, — mi ha aiutato a trarmi d’impaccio.»
Camminava sulle calcagna dell’altro, ondeggiando colle spalle e inarcando le gambe sull’impiantito, senza volerlo, come per resistere a un rullìo immaginario. Quelle sale spaziose sembravano troppo anguste al suo cammino, ed egli era addirittura spaventato dal timore di collusioni delle sue larghe spalle con gli stipiti delle porte o con i ninnoli delle mensole. Si scostava bruscamente da un oggetto per isfuggirne un altro e si esagerava i pericoli che in realtà erano solo nella sua immaginazione. Fra il pianoforte a coda e la grande tavola centrale sulla quale erano accatastati innumerevoli libri, avrebbero potuto procedere di fronte una mezza dozzina di persone; eppure egli vi s’arrischiò con angoscia. Non sapeva dove tener le mani e le braccia che gli pendevano pesantemente lungo i fianchi, e quando nell’immaginazione atterrita gli si prospettò la possibilità di sfiorare col gomito i libri della tavola, egli scartò così bruscamente, che mancò poco non rovesciasse lo sgabelletto del pianoforte. L’andatura disinvolta di Arturo lo colpì, e per la prima volta egli s’avvide che la sua differiva da quella degli altri uomini. Una punta di vergogna gli strinse il cuore, ed egli si fermò per asciugarsi la fronte dalla quale gocciava il sudore.
— Un momento, Arturo, ragazzo mio! — fece egli, tentando di dissimulare la sua angoscia. — Francamente! tutto questo in una volta è troppo per me!... Datemi il tempo di rimettermi. Sapete bene che non volevo venire, e penso che la vostra famiglia non morrebbe dalla voglia di vedermi!...
— Va bene! — fu la risposta rassicurante. — Non abbiate timore; noi siamo gente alla buona... Toh! una lettera per me.
Arturo s’avvicinò alla tavola, lacerò la busta e incominciò a leggere, dando così modo al forestiero di riacquistare la padronanza di sè. E il forestiero capì e gliene fu grato. Questa simpatia intelligente gli tolse il disagio; egli s’asciugò nuovamente la fronte madida e lanciò sguardi furtivi attorno a sè. Il suo viso era diventato calmo, ma gli occhi avevano l’espressione degli animali selvatici presi in trappola. Era circondato da mistero, pieno di preoccupazione per l’ignoto, ignaro di ciò che dovesse fare, conscio soltanto del suo impaccio, e temeva che tutto in lui potesse essere ugualmente spiacevole. Egli era eccessivamente sensibile, e così deplorevolmente compreso della sua inferiorità, che gli sguardi di persona che se la gode lanciatigli dall’altro di sulla lettera, lo ferivano come punte di spilli; ma egli non fiatava, giacchè aveva appreso, tra le altre cose, ad essere padrone di se stesso. Poi, quei colpi di spilli ferirono il suo orgoglio; pur maledicendo all’idea che gli era venuta di andar là, decise di resistere a quella prova, a qualunque costo. I lineamenti del viso gli s’irrigidirono e negli occhi gli s’accese un chiarore come di chi si prepari a una lotta. Egli si guardò intorno con maggior libertà, osservando tutto con acume, in modo da imprimere nella mente ogni particolare di quella bella casa. Nulla sfuggì alla vista de’ suoi occhi spalancati; i quali, a mano a mano che si rendevano conto dell’ambiente, perdevano quel bagliore combattivo per cedere il posto a una calda luminosità. C’era della bellezza intorno a lui, ed egli sentiva la bellezza.
Un quadro gli attira e trattiene lo sguardo. Rappresentava uno scoglio assalito da una mareggiata furibonda, sopra la quale della nuvolaglia d’uragano copriva il cielo basso; oltre lo scoglio, uno schooner dalle vele serrate e così sbandato, che mostrava tutti i particolari del ponte, spiccava su un tramonto drammatico. Era una bella cosa, che l’attraeva irresistibilmente. Egli dimenticò le sue movenze impacciate, si accostò di più al quadro... e ogni bellezza scomparve dalla tela. Sbalordito, egli fissò quel che gli pareva ora uno scarabocchio qualsiasi, e indietreggiò. Ed ecco riapparire quel magico splendore. «È un dipinto che illude,» fece egli fra sè, e non vi pensò più che tanto, pur risentendo una certa indignazione pel fatto che tanta bellezza potesse essere soggetta a un inganno. Egli non aveva mai visto dei quadri; la sua educazione artistica s’era formata su oleografie e litografie, i cui contorni netti e definiti, visti da vicino o da lontano, erano sempre gli stessi. Vero è che aveva visto delle pitture a olio nelle mostre dei negozî, ma i vetri gli avevano impedito di osservarle da vicino.
Egli lanciò uno sguardo verso l’amico che seguitava a leggere la lettera e vide i libri sulla tavola; allora nei suoi occhi risplendette la luce d’un desiderio vivissimo, simile a quello d’un uomo che muoia di fame, alla vista di un pezzo di pane. D’un passo, fu vicino alla tavola, dove incominciò a maneggiare i libri con mano quasi tenera. Con occhi carezzevoli diede uno sguardo ai titoli e ai nomi degli autori; lesse qua e là qualche brano, e a un tratto riconobbe un libro che aveva già letto un tempo. Poi, capitatogli un volume di Swinburne, incominciò a leggerlo attentamente, dimentico del luogo dove si trovava. Aveva il viso raggiante; due volte egli girò il volume per leggere il nome dell’autore... «Swinburne». Non avrebbe dimenticato quel nome. Quell’uomo aveva il dono dell’osservazione; quale senso del colore! che luce!... Ma chi era quel Swinburne? forse era morto da secoli, come tanti poeti? oppure viveva ancora? scriveva ancora?... Scorse nuovamente il titolo; sì, aveva scritto altri libri. Ebbene, la mattina dopo sarebbe andato alla biblioteca popolare per cercare di trovare un’opera di quel genere. Poi s’immerse nel testo e vi si abbandonò al punto che non s’accorse neppure di una giovane che era entrata. Se ne avvide solo quando udì la voce di Arturo che diceva: — Ruth, ecco il signor Eden...
Il suo dito segnava ancora la pagina del libro chiuso, quando la sua persona, già prima di voltarsi, sussultò, non tanto, forse, per l’apparizione della giovane, quanto per le parole pronunziate dal fratello di lei. Quel corpo d’atleta nascondeva una sensibilità straordinariamente sviluppata. Al minimo urto, pensieri, simpatie, emozioni, balzavano in lui, insorgendo come fiamme vive. La sua immaginazione meravigliosamente ricettiva, sempre desta, tendeva senza requie a stabilire rapporti fra le cause e gli effetti. «Il Signor Eden». Queste parole lo avevano colpito, giacchè, durante la sua vita, lo avevano sempre chiamato «Eden» o «Martin», semplicemente. «Signore»!... che stonatura! Nel suo cervello, mutato in un’ampia camera nera, sfilarono innumerevoli quadri della sua vita, camere di macchine e castelli di prua, accampamenti e sponde, prigioni e bettole, ospedali e viuzze sordide, che gli si associavano nella mente a seconda del modo come era stato pronunziato il suo nome in quei luoghi diversi.
Poi si volse, e quelle fantasmagorie del cervello scomparvero. Era una creatura eterea, pallida, aureolata di capelli d’oro, dai grandi occhi immateriali. Egli non vide com’era vestita; vide soltanto che la sua veste era meravigliosa come lei. E la paragonò a un fiore d’oro pallido, su uno stelo fragile. No! era uno spirito, una divinità, un idolo!... Una bellezza tanto sublime non era di questa terra. O poteva darsi che i libri avessero ragione, e che ce ne fossero come lei nelle sfere superiori della vita. Swinburne avrebbe potuto cantarla: forse egli pensava a un essere così fatto quando descrisse la sua «Isotta». Visioni, sentimenti, pensieri in grande abbondanza gli affluirono insieme nella mente. Egli vide lei stender la mano e guardarlo fissamente negli occhi, dandogli uno schietto shake-hand un po’ mascolino. Le donne ch’egli aveva conosciute non davano la mano a quel modo, anzi, di solito, non la davano affatto. Fu inondato da un fiotto di ricordi ch’egli però respinse lontano, e la guardò. Non aveva visto mai una donna simile! Le donne da lui conosciute!... Per un momento che gli parve eterno, egli s’immaginò trasportato in una specie di pinacoteca piena di ritratti. Nel centro troneggiava l’immagine di Ruth, tutte le altre erano assoggettate alla prova d’un confronto. Egli vide clorotiche facce di operaie di officina e le ragazze sciocche e rumorose di South-Market, le guardiane di bestiame dei «ranches» e le femmine abbronzate del vecchio Messico che fumavano la loro eterna sigaretta. Poi, in loro vece, le giapponesi, bambolette leziose che trotterellavano sui loro zoccoli di legno; poi le eurasiane dai lineamenti delicati e degenerati, e le polinesiane incoronate di fiori, dai bei corpi bruni. Poi tutto ciò fu cancellato da un brulicame grottesco e terribile, e furono le abbiette creature di White-Chapel, che trascinavano le ciabatte, megere gonfie di gin, dei luoghi di malaffare, e la teoria diabolica di quelle disgustose arpie dalla parola sudicia che fanno la parte di femmine presso i marinai — preda facile — e che sono il rifiuto dei porti e la feccia della più bassa umanità.
— Non vuol sedere, signor Eden? — fece la giovane. — Desideravo vederla dacchè Arturo ci ha parlato tanto di lei. Com’è stato coraggioso!
Egli fece un gesto negativo e mormorò che non aveva fatto proprio niente e che chiunque si sarebbe comportato allo stesso modo. Lei osservò che tutt’e due le mani di lui erano ricoperte di scorticature non ancora guarite, che una cicatrice gli attraversava una guancia, un’altra, attraverso la fronte, gli si perdeva fra i capelli, e una terza spariva a mezzo sotto il colletto inamidato. Ella contenne un sorriso alla vista della riga rossa prodotta dallo sfregamento del colletto contro il collo abbronzato; evidentemente, quell’indumento non era usato di solito da lui! Il suo occhio di donna osservò anche i vestiti a buon mercato, dal taglio inelegante, le pieghe della giacca e delle maniche che nascondevano male i bicipiti rigonfi.
Pur protestando che egli non aveva fatto nulla, intanto cedeva all’invito di lei e si dirigeva in modo maldestro verso una poltrona di faccia a lei. Con che disinvoltura vi si sedeva lei!... Ed ecco una nuova impressione. In tutta la sua vita, egli non s’era mai chiesto se fosse grazioso o goffo. Sedette con cura all’orlo della poltrona, imbarazzatissimo dalle mani. Dovunque le mettesse, le mani lo impacciavano. Così che quando Arturo uscì dalla stanza, Martin Eden lo seguì con uno sguardo d’invidia. Si sentiva perduto, come abbandonato in quel salotto, con quella donna spirituale, simile a uno spirito. Non c’era lì, purtroppo!, neppur traccia d’un bar-man cui chiedere delle bibite, neppure un piccolo groom da mandare al cantone per l’acquisto d’una piccola birra, allo scopo di suscitare una corrente di simpatia mediante una bevanda di quelle che rendono comunicativi...
— Che cicatrice ha sul collo, signor Eden! — esclamò la giovane. — Come se l’è fatta? Certamente in seguito a un’avventura!
— È stato un messicano, col suo coltello, signorina! — rispose lui. E inumidì le labbra inaridite e tossì per schiarirsi la voce. — Fu un combattimento. Quando gli ho tolto il coltello, ha cercato di strapparmi il naso con i denti.
Non era cosa ben detta, ma davanti ai suoi occhi passò la visione sontuosa di quella calda notte stellata, a Salina-Cruz, con la lunga spiaggia bianca, i lumi degli steamers carichi di zucchero, ammarrati nel porto, le voci dei marinai ubriachi in lontananza, la calca degli «stevadores», il bagliore degli occhi di carnivoro del messicano, e, a un tratto, il morso dell’acciaio sul collo, il flottar del sangue, la folla e le grida. I due corpi, il suo e quello del messicano, avvinghiati rotolavano nella sabbia che volava, e, chissà da dove, veniva un melodioso tintinnìo di chitarra. Tale era la scena, ed egli vibrò evocandone il ricordo. Colui che aveva dipinto lo schooner, laggiù sul muro, sarebbe stato capace di dipingere quella scena?... Egli pensò che la spiaggia bianca, le stelle, i lumi degli steamers sarebbero apparsi uno spettacolo superbo, come pure quel capannello fosco, sulla sabbia, attorno agli avversarî in lotta. Anche il coltello avrebbe fatto un bell’effetto, così lucente al lume delle stelle! Ma di tutto ciò, nulla trasparve dalle sue parole.
— Ha tentato di strapparmi il naso con i denti, — concluse.
— Oh! — esclamò la fanciulla, con voce fioca; ed egli osservò la contrazione dei lineamenti delicati di lei. Egli stesso risentì un urto; un rossore d’imbarazzo gli si diffuse sulle guance abbronzate, e il viso gli scottò, come se fosse stato esposto alla fornace della ferriera. Evidentemente, delle cose così brutte e sconvenienti, delle risse a coltellate, non erano argomenti da trattare in una conversazione con una donna. In quel genere di società, la gente di cui parlano i libri, non s’occupa di argomenti simili, forse li ignora persino. La conversazione ch’essi cercavano di avviare subì una piccola sosta. Poi lei lo interrogò circa la cicatrice sulla guancia. Egli osservò immediatamente che lei faceva uno sforzo per mettersi a livello di lui, e decise: «Sarò io a mettermi al suo livello!»
— Fu per un accidente, — diss’egli indicando la guancia. — Una notte, per una mareggiata, il buttafuori dell’albero maestro fu strappato, e anche il paranco. Il buttafuori era di filo d’acciaio e s’attorcigliava nell’aria come un serpente. Tutti gli uomini di guardia tentavano di strapparlo. Allora, io mi ci sono gettato sopra, e mi son fatto taccheggiare.
— Oh! — fece lei, stavolta con accento di comprensione, sebbene, in fondo, quella spiegazione di lui fosse ebraico per lei, che si domandava che cosa significasse un «buttafuori» e «taccheggiare».
— Quest’uomo, Swinburne, — riprese lui, seguendo il filo d’un’idea fissa, — è morto da molto tempo?
— Ma non ho sentito dire che sia morto! — fece lei guardandolo con curiosità. — Dove lo ha conosciuto?
— Io?... non so neppure come sia fatto. Ma prima che lei entrasse leggevo alcuni versi di lui, in quel libro là, sulla tavola. Le piace quella poesia?
Allora lei cominciò a parlare a suo agio, con vivacità, attorno a quell’argomento lanciato da lui. Egli si sentì rinfrancato e s’affondò un po’ di più nella poltrona, alla quale s’aggrappava con tutt’e due le mani, per paura che non gli sfuggisse di sotto. Finalmente, egli era riuscito a farla parlare, e mentre lei chiacchierava, egli cercava di seguirla, meravigliandosi di tutta la scienza accumulata in quella testa graziosa e impregnandosi della pallida bellezza di quel viso. E gli riusciva di seguirla, sebbene turbato dalle parole sconosciute che lei usava, dalle critiche e dal processo del pensiero di lei, tutte cose nuove per lui, ma che però gli stimolavano la mente e la facevano vibrare. «Ecco la vita intellettuale! — si diceva — ed ecco della bellezza intensa e meravigliosa». Egli dimenticò se stesso e se la divorò con sguardo d’affamato. Vivere per una donna simile!... per meritarsela, per conquistarla, ah, sì!... e morire per lei. I libri avevano ragione: donne simili esistevano: lei era una di quelle. Ella dava ali all’immaginazione di lui, così che grandi quadri luminosi gli si stendevano davanti, contesti di vaghi e giganteschi profili d’amore, di poesia e di gesti eroici compiuti per una donna, per una pallida donna simile a un fiore d’oro. E attraverso la visione lucente palpitante, come attraverso un magico miraggio, egli guardava avidamente la donna reale seduta presso di lui, che parlava di letteratura e d’arte. La guardò febbrilmente, inconscio della fissità del suo sguardo e del fatto che tutta la virilità della sua maschia natura gli luceva negli occhi. Ma lei, che sapeva poco degli uomini, sentiva il bruciore di quello sguardo. Mai un uomo l’aveva guardata in quel modo, e ne rimase turbata. Si impigliò nel mezzo d’una frase e si fermò lì, avendo perso di botto il filo delle idee. Egli la spaventava, ma intanto provava piacere nell’essere guardata così. La sua educazione la avvertiva d’un pericolo e d’una tentazione cattiva, sottile, misteriosa. D’altra parte sentiva prepotente in tutta la persona la voce dell’istinto che l’induceva a respingere lo spirito di casta e a sedurre quell’abitante d’un altro mondo, dalle mani piene di cicatrici, dal collo segnato a vivo dallo sfregamento d’un coltello, e, in modo troppo evidente, insozzato, degradato da una vita grossolana. Ella era pura, e sentiva il suo senso morale ribellarsi, ma era donna e cominciava a imparare i paradossi della donna.
— Come le dicevo... Ma che le stavo dicendo, dunque? — E lei si interruppe a un tratto e rise della sua storditaggine.
— Lei diceva così che quell’uomo — Swinburne — non è stato un grande poeta, perchè... E a questo punto s’è fermata, signorina, — fece egli con premura. Sentiva, ad un tratto, una specie di fame, e piccoli deliziosi fremiti percorrergli la spina dorsale, ascoltando il suono del riso di lei.
— Come d’argento! — diss’egli fra sè. — Un accordo veramente: un carillon di sonagli d’argento! — E immediatamente, per un attimo solo, si sentì trasportato in un paese lontano, dove, sotto ciliegi in fiore, egli fumava una sigaretta ascoltando le campanelle d’una pagoda puntuta che chiamavano alla preghiera i fedeli dai sandali di treccia di paglia.
— Sì, grazie, — disse lei. — Swinburne ci delude, insomma, perchè, Dio mio, manca di delicatezza. Molti poemi suoi non dovrebbero neppure esser letti. Un poeta veramente grande non scrive neppure un rigo che non sia pieno di magnifiche verità e che non sia rivolto alla parte nobile e pura ch’è in noi. Non si dovrebbe poter togliere neppure un rigo d’un grande poeta senza causare un’irreparabile perdita del patrimonio comune!
— M’è parso bello. — fece egli esitando, — quel poco che ho letto. Non pensavo neppure che potesse essere un così... cattivo soggetto. Immagino che riesca meglio negli altri libri suoi.
— Nel volume che leggevate, ci sono tante cose che potevano essere evitate, — disse lei con voce sicura, dommatica.
— Mi debbono essere sfuggite, — affermò egli. — Ciò che ho letto era sorprendente. Era tutto chiaro e caldo, e mi ha penetrato, riscaldato come il sole, e illuminato come un riflettore. Questo effetto ha prodotto in me... Ma può darsi che io non capisca gran che, della poesia, signorina.
E si fermò impacciato; era confuso, penosamente cosciente della sua inettitudine a esprimersi. Egli sentiva la grandezza, l’intensità di ciò che aveva letto, ma le parole sfuggivano al suo pensiero e non poteva descrivere ciò che risentiva, e si paragonò a un marinaio sperduto in una notte buia su un mare ignoto, che manovrasse alla cieca. Ebbene! — decise egli fra sè —; spettava a lui avvezzarsi a quel mondo nuovo. Non c’era cosa ch’egli non avesse ottenuta quando aveva voluto, ed era tempo ch’egli imparasse ad esprimere ciò che sentiva in sè, perchè Ella potesse comprenderlo. «Ella» riempiva già tutto l’orizzonte di lui.
— Ora, Longfellow, — disse lei.
— Sì, l’ho letto, — interruppe egli vivamente, desideroso di far valere il suo piccolo corredo letterario e di mostrarle che non era assolutamente un imbecille. — Il Salmo della Vita, Excelsior e... Credo che non vi sia altro.
Ella scosse il capo affermativamente, sorrise, ed egli sentì che il sorriso di lei era accondiscendente, pieno di pietà. Era pazzo nel tentare di farsi valere su quell’argomento! Quel Longfellow doveva avere scritto una quantità d’altre cose.
— Scusi, signorina, se parlo a vanvera. Francamente non conosco gran che di tutte queste faccende. Non sono cose familiari, del mio mestiere. Ma farò il possibile perchè lo diventino.
L’affermazione risuonò come una minaccia; la voce di lui era risoluta, i suoi occhi lanciavano lampi, i lineamenti gli s’erano induriti. Lei vide che le mascelle gli si contraevano; gli angoli erano diventati spiacevolmente aggressivi. Nello stesso tempo, una virilità intensa parve emanare da lui, sommergendolo come un’onda.
— Credo che potrebbe riuscirci, infatti, — concluse lei ridendo. — Lei è fortissimo!
Per un istante lo sguardo di lei fissò la nuca del torello possentemente muscolosa, abbronzata dal sole, impressionante per salute e forza. E, sebbene egli se ne stesse umilmente seduto, arrossendo nuovamente, ella si sentì attratta verso di lui. Un pensiero folle le attraversò la mente; le sembrò che posando tutt’e due le sue mani su quella nuca, tutta quella forza e tutta quella salute sarebbero passate in lei. E questo pensiero la urtò, giacchè le parve che rivelasse una insospettata depravazione della sua natura, tanto più che sino a quel giorno, la forza fisica le era apparsa come cosa brutale e volgare. Il suo ideale di bellezza maschile era sempre stato un ideale formato tutto da grazia e finezza. Eppure quel desiderio strano persisteva; ella ammattiva pensando che potesse avere la voglia di posare le sue mani su quel collo adusto. In realtà non si rendeva conto che era l’istinto che la spingeva ad attingere la forza di cui il suo organismo mancava. Essa non sapeva altro che questo, che mai alcun uomo l’aveva impressionata come quello, che, pure, la urtava ogni momento con quel suo impossibile modo di esprimersi.
— Sì, non sono uno stupido, — diss’egli. — Alla occorrenza, so digerire ciottoli!... Ma, ora come ora, sono affetto da dispepsia morale!... Non sono allenato, capisce? Mi piacciono i libri e la poesia e ogni qual volta ho avuto del tempo libero, ho letto, ma la lettura non mi ha fatto mai riflettere come lei. Ecco perchè non posso parlarne. Sono come un navigante alla deriva, su un mare ignoto, senza carta nè bussola. Ora voglio mettermici d’impegno. Forse lei potrebbe aiutarmi... Come ha fatto a imparare tutto quanto mi ha detto sin qui?
— A scuola, evidentemente, e lavorando.
— Io sono stato a scuola che ero un marmocchio...
— Sì, ma parlo delle scuole superiori, dei corsi, dell’Università!...
— Lei è stata all’Università!
Egli era confuso dallo stupore; gli pareva che lei si fosse allontanata da lui d’un milione di leghe perlomeno.
— Io ci vado sempre. Frequento i corsi superiori di letteratura inglese.
Egli ignorava che cosa lei volesse significare con ciò, ma si limitò a rilevare mentalmente quella nuova prova d’ignoranza e passò oltre.
— Quanto tempo bisognerebbe lavorare per entrare all’Università? — domandò egli.
Essa gli rivolse un raggiante sorriso d’incoraggiamento e rispose:
— Dipende dagli studi che lei ha fatti sinora. Non è mai stato al liceo? No, naturalmente. Ma ha compiuto le classi elementari?
— Mi rimanevano due anni da fare quando le ho abbandonate, — rispose lui. — Ma mi son portato sempre abbastanza bene, — s’affrettò ad aggiungere. E subito, furioso per essersi così vantato, strinse il braccio della poltrona con tanta violenza, che le punte delle unghie ne formicolarono. Nello stesso tempo si accorse che una donna entrava nella stanza. La giovane si alzò e corse a lei. Egli pensò che dovesse essere la madre della signorina. Era una donna bionda, dalla persona alta, sottile, maestosa, magnifica. Egli godette nel contemplarne la linea armoniosa della veste che gli fece ricordare delle donne viste sulla scena. Poi gli venne in mente d’aver visto delle grandi dame simili, vestite nello stesso modo, entrando a teatro, a Londra, mentr’egli guardava, in piedi, e una guardia di città lo respingeva fuori del tendone, sotto la pioggia. D’un balzo, l’immaginazione lo portò a Yokohama, dove, lungo la passeggiata, egli aveva incontrato altre grandi dame. Come in un caleidoscopio, il porto e la città di Yokohama gli sfilarono davanti agli occhi. Ma egli scacciò subito quella visione, oppresso com’era dal richiamo urgente della realtà. Sapeva che doveva essere presentato, dimodochè si alzò penosamente sui piedi, con i calzoni segnati da ginocchielli, le braccia penzoloni, e il viso contratto dallo sforzo di quella prova da sostenere.
CAPITOLO II.
Fu un’operazione da incubo, per lui, recarsi nella camera da pranzo. Gli parve di non arrivar mai, e vi giunse infatti a furia di vacillamenti, trabalzi e sterzate. Ma finalmente arrivò e si trovò seduto accanto a Lei. Lo spiegamento dei coltelli e delle forchette lo spaventò e gli parve erto d’insidie. Egli osservò le posate, affascinato, al punto che il loro luccichio divenne come quello di uno specchio sul fondo del quale si movesse una successione d’immagini. Si rivide sulla coperta di uno schooner; egli e i compagni mangiavano della carne di bue salata, con le dita e con i coltelli a scatto, o prendevano, con i cucchiai di ferro ammaccati, una densa minestra di piselli in grosse gavette. Allucinante, il lezzo del manzo di cattiva qualità gli empì le narici, mentre egli udiva i rumorosi scricchiolii delle mascelle che accompagnavano quelli dell’ossatura della nave e il gemere degli scompartimenti-stagni. Guardò i suoi compagni che mangiavano e fu colto da un immenso disgusto, da una profonda tristezza al pensiero che rassomigliava a loro. Ebbene! no! non avrebbe più rassomigliato a quella gente, e tutta la sua volontà si sarebbe tesa a quello scopo. Il suo sguardo fece il giro della tavola. Arturo e Norman erano in faccia a lui. Erano suoi fratelli, fratelli di Lei. Il suo cuore fu mosso da un generoso slancio verso di loro. Com’era affiatata quella famiglia... Egli rivide la giovane che correva incontro alla madre, il loro bacio, il quadro che tutt’e due formavano avanzando con le braccia intrecciate. Simili prove d’affetto tra figlioli e genitori non esistevano punto, nel suo ambiente! Era una rivelazione di cose che solo quel mondo superiore poteva pretendere, ed egli ne rimase abbagliato, e per simpatia si sentì il cuore pieno di tenerezza. Durante tutta la sua vita egli era stato affamato d’amore, ma aveva dovuto farne senza, e s’era indurito al compito. Aveva ignorato che l’amore gli era necessario, e persino in quel momento seguitava a ignorarlo. Ma ne vedeva manifestazioni che lo commovevano profondamente.
Il signor Morse non era là, grazie a Dio. Egli era già abbastanza scottato dal dover parlare con Lei, la madre e il fratello Norman. (Arturo lo conosceva già da un po’). Durante la sua vita non aveva penato mai tanto; così gli pareva. I lavori più faticosi erano stati trastulli da ragazzi al confronto di quello!... Aveva la fronte madida di sudore e la camicia bagnata, per tanti esercizî insoliti. Gli toccava mangiare in modo al quale non era avvezzo, servirsi di strani utensili, adocchiare furtivamente intorno per sapere come compiere ogni nuovo rito; inoltre accogliere il flusso d’impressioni nuove che l’inondavano, distinguerle, classificarle. Forse lo sforzo più duro era quello di frenare quello slancio verso di Lei, che lo attanagliava in una forma d’irrequietezza sorda e dolorosa, con un desiderio tormentoso di accostarla, di seguire lo stesso cammino. Ma come diminuire la spaventosa distanza che li separava?... Doveva anche furtivamente spiare gli altri per decidere dell’impiego opportuno del coltello o della forchetta, imprimere i lineamenti della persona, valutarli e paragonarli a quelli della Donna Spirituale. Inoltre, doveva parlare, ascoltare e rispondere al momento opportuno, sorvegliandosi severamente, proprio lui, avvezzo a un’assoluta licenza di linguaggio! E, per colmo d’imbarazzo, c’era l’incessante minaccia del maggiordomo, terribile sfinge che gli appariva silenziosamente dietro la spalla e parlava per enigmi che bisognava risolvere immediatamente. Durante tutto il pranzo fu oppresso dal pensiero dello sciacquabocca il cui spettro non cessava dall’ossessionarlo. Quando sarebbero venuti? e a che cosa potevano verosimilmente assomigliare?... fra pochi minuti forse sarebbero là, ed egli, Martin Eden, seduto alla stessa tavola alla quale sedevano i superuomini che ne facevano uso, se ne sarebbe servito come loro! Infine, sopra tutto, dominava il ritorno dell’angoscioso problema: quale contegno tenere? Ora, vilmente, egli decideva di sostenere una parte; ora, più vilmente ancora, si diceva che non vi sarebbe riuscito, che non era adatto alla menzogna, e che sarebbe diventato ridicolo.
Al principio del pranzo fu taciturno, tanto grande era la tensione nervosa di tutta la sua persona. Egli ignorava che il suo silenzio avrebbe dato una smentita ad Arturo che il giorno prima aveva annunziato che avrebbe condotto a pranzo un selvaggio, ma che non c’era da spaventarsi, perchè quel selvaggio li avrebbe certamente interessati. Mai, Martin Eden avrebbe immaginato il fratello del suo idolo capace di un tale tradimento, dato specialmente il fatto che egli aveva avuto la fortuna di aiutare quel fratello a trarsi fuori d’una baruffa dalla quale l’uscita minacciava di diventar fastidiosa. Egli era dunque seduto a quella tavola, turbato dalla sua indegnità e, insieme, affascinato da quanto accadeva attorno a lui. Per la prima volta egli rilevava come l’atto di mangiare potesse essere una manifestazione che non fosse una semplice funzione. D’altra parte, ignorava la natura di ciò che mangiava; era del nutrimento, ecco! Egli alimentava la sua gran fame di bellezza a quella tavola dove il mangiare diventava estetico. Il cervello gli ribolliva. Egli udiva parole che per lui non avevano alcun significato, altre che aveva viste solo nei libri e che neppure una delle persone di sua conoscenza, di prima, sarebbe stata capace di pronunziare. Quand’egli udiva una di quelle parole cadere distrattamente dalle labbra di un membro di quella straordinaria famiglia, la famiglia di Lei, un brivido delizioso gli percorreva la persona. Tutto il romanzesco, tutta la bellezza dei libri si realizzavano. Egli si trovava in quello stato raro e meraviglioso di chi vede i sogni svincolarsi dai limbi della fantasia e acquistar corpo.
Egli si teneva quindi sullo sfondo, ascoltando, gustando, rispondendo a monosillabi, dicendo «Sì, signora» e «no, signorina», «no, signorina» e «sì, signorina». Soffriva a non dire come i marinai: «Sì, Capitano,» al fratello, ma sentiva che avrebbe dato un’altra prova d’inferiorità; e che cosa avrebbe detto Colei ch’egli voleva conquistare?...
— Perbacco! — si diceva orgogliosamente, — io valgo quanto loro, e, se è vero che essi sanno un mucchio di cose che io non so, è vero anche che io potrei insegnare loro altre che non immaginano neppure.
Un momento dopo, quando Lei o sua madre lo chiamavano signor Eden, il suo aggressivo orgoglio svaniva, ed egli esultava dalla gioia. Era una persona civile, perdiana!, e pranzava a fianco a fianco con degli eroi da romanzo; egli stesso agiva in quel romanzo, e i suoi fatti e le sue gesta sarebbero un giorno impressi in un libro.
Intanto, mentre egli dava ad Arturo una così flagrante smentita rivelandosi un agnello belante e timido, il suo cervello si torturava ad elaborare un modo di comportarsi, giacchè non aveva veramente nulla dell’agnello belante, e una parte di second’ordine non conveniva punto alla sua natura orgogliosa. Egli parlava soltanto quando era proprio necessario, e allora la sua conversazione rassomigliava alla sua entrata nella sala da pranzo; piena d’intoppi e di bruschi arresti, mentr’egli sfogliava nel suo vocabolario, in cerca della parola propria, esitando nel servirsi di parole ch’egli sapeva giuste, ma che temeva di non pronunziare in modo esatto, scartando altre che riteneva grossolane. Ma egli era, durante tutto questo tempo, oppresso dalla sensazione che quella ricerca di espressioni lo rendesse stupido e gl’impedisse di esprimere il suo pensiero intimo. Anche il suo amor di libertà s’inalberava contro la costrizione, così del pensiero, come di quella specie di collare che gli circondava il collo, in forma di colletto. Eppoi, egli non sapeva se potesse resistervi. La sua potenza di pensiero e di sensibilità era tanto grande, quanto pertinace e vivo era il suo spirito; così che, trascinato dalla spontaneità delle sensazioni, gli capitava di dimenticare dov’era, e finiva coll’usare il suo povero linguaggio d’una volta.
A un certo punto, avendolo il cameriere interrotto per offrirgli un piatto, egli rifiutò con un «Puh!» enfatico, sonoro, che fu una gioia pel cameriere e per tutta la tavola, e lo riempì di vergogna. Ma egli si rimise subito e spiegò:
— È una parola di gergo, che significa «finito». M’è venuta con la più grande naturalezza.
Poi, siccome la fanciulla gli guardava curiosamente le mani, continuò:
— Son ritornato da un viaggio lungo le coste, su uno dei corrieri del Pacifico. Siccome era in ritardo, abbiamo dovuto, nei porti del Puget-Sound, scarpinare come negri per imbarcare il carico — nolo misto... Loro sanno di che si tratta, no? Ecco, perchè la mia pelle è lacerata.
— Oh! non è questo, — rispose lei vivamente. — Le sue mani sono troppo piccole pel suo corpo.
Egli arrossì, persuaso ch’ella avesse scoperto in lui una nuova tara.
— Sì, — disse scusandosi. — Non sono abbastanza forti pel resto. Con le mie braccia e le spalle posso picchiare come un mulo; ma quando rovino la faccia di qualcuno, anche le mie mani si guastano. — Ma subito si dolse di questa frase e si disgustò di se stesso. Aveva parlato senza riflettere, di cose brutte.
— È bello da parte sua, essere andato in aiuto di Arturo, come ha fatto lei che era un estraneo, — disse gentilmente la giovane, scorgendone l’imbarazzo, di cui, d’altra parte, ignorava la causa. Egli la comprese, e la calda riconoscenza che gli invase l’animo, gli fece ancora una volta dimenticare quella sua lingua così maldestra.
— Non conta parlarne, — diss’egli. — Un altro avrebbe fatto altrettanto. Quella banda di mascalzoni andava in cerca di litigi, e Arturo non badava. Gli sono piombati addosso... e allora io mi son messo in mezzo... E appunto nel far cadere loro qualche dente, mi sono lacerate le mani... Non volevo a nessun costo lasciarmi mancare un colpo simile! Quando vedo... — Si fermò di botto, a bocca aperta, cosciente dell’abisso che la separava da lui e lo rendeva indegno di respirare l’aria ch’essa respirava. E, mentre Arturo, per la ventesima volta, raccontava la sua avventura con gli ubriachi sul trasbordatore, e come Martin Eden, balzando in suo aiuto, lo avesse soccorso, il Martin Eden in questione, con le sopracciglia aggrottate, meditava sulla sua incorreggibile volgarità e rifletteva nuovamente al problema arduo della sua condotta di faccia a quella gente là. Sino a quel punto, egli aveva compiuto certamente delle goffaggini. Egli disse a se stesso che non era della loro razza e ch’era inutile far finta d’esserlo; quel travisamento non sarebbe riuscito, e, d’altra parte, egli odiava ogni specie di simulazione. Non poteva non essere sincero... a qualunque costo. Pel momento non parlava il loro linguaggio, ma un giorno sarebbe riuscito a parlarlo, com’era sua ferma intenzione. Pel momento bisognava parlare magari il proprio linguaggio, intonato, beninteso, alla loro comprensione e dirozzato in modo da non urtarli. Eppoi egli non si darebbe l’aria, sia pure tacita, di conoscere cose che gli erano totalmente ignote. In fede di che, quando i due fratelli, che parlavano dei loro studi, usarono più volte la parola «trigo», Martin Eden domandò loro:
— Trigo? che cosa significa?
— Trigonometria, — rispose Norman. — Una forma superiore di «mat».
— E che cos’è un «mat»?
— Le matematiche, l’aritmetica, — rispose Norman ridendo. Martino scosse il capo. Intravedeva orizzonti infiniti di scienza, orizzonti sconfinati. E questo pensiero diventava tangibile, giacchè la sua anormale potenza di visione gli faceva concretare le cose più astratte. Trasformate dal suo cervello ribollente, trigonometria, matematica e tutto il vasto campo del sapere ch’esse comprendevano, si mutarono in altrettanti paesaggi. Egli vedeva radure dolcemente luminose, fughe di fogliame fresco brutalmente forato dai raggi d’un sole ardente. In lontananza, l’orizzonte si perdeva in una caligine di porpora: ma, egli ne era certo, dietro quella caligine purpurea abitava l’ignoto meraviglioso, dalle incantevoli attrattive. Egli si sentì come inebriato, giacchè là era l’avventura da tentare, il mondo da conquistare, e dal fondo di lui folgorò un pensiero: diventare degno di Lei, conquistarlo, quel giglio pallido che fioriva là, accanto a lui.
La visione magica fu fatta svanire da Arturo che, durante tutta la sera, s’era sforzato di mostrare «l’uomo selvaggio» a proprio profitto. Martin ricordò a se stesso la decisione presa: per la prima volta egli si mostrò qual era, con un certo sforzo dapprima, ma subito si abbandonò a se stesso osservando come il suo modo di raccontare piacesse all’uditorio. Egli aveva fatto parte dell’equipaggio del contrabbandiere «Alcione» quando questo fu catturato da un caccia delle Dogane. E seppe far vedere loro ciò che i suoi occhi avevano visto: rievocò il gran mare violento, i battelli, i marinai, con tale potenza, che sembrò loro di essere con lui. Con tocco d’artista egli sceglieva i particolari più significanti, l’immagine chiara, balzante, e dava ad essi, poi, un colore ed una luce così vive, che i suoi uditori erano trascinati dall’eloquenza irresistibile del suo entusiasmo creatore. In certi momenti, li urtava con la crudezza realistica della parola, ma sempre la brutalità era unita alla bellezza, e, spesso, il tragico era temperato dall’umorismo, quando raccontava le strane uscite e le trovate dei marinai.
E mentre parlava, la fanciulla non cessava di guardarlo, stupita. Essa s’accendeva a quella fiamma... Era stata dunque, sin allora, nient’altro che una fredda statua?... Le veniva la voglia di curvarsi su quel braciere umano che proiettava forza, salute, un inesauribile vigore. Essa si sentiva irresistibilmente spinta verso di lui. D’altra parte, un sentimento contrario la indisponeva: le mani di lui malconce, talmente insudiciate dal lavoro, che tutta la sozzura della fatica quotidiana sembrava le avesse incrostate, suscitavano in lei una violenta repulsione, come la striscia della nuca e i muscoli rigonfi. Quella rudezza la spaventava; la crudezza di quel linguaggio le insultava l’orecchio; i rudi episodî della vita di lui le insultavano l’anima. Eppure, nonostante questo, l’attrattiva persisteva, così che lei lo immaginò dotato d’una potenza malefica. Tutto quanto era solidamente fondato nel suo cervello, tutto un mondo di convenzioni sociali vacillava, era abbattuto dal vento eroico del romanzesco e dell’avventura. Davanti ai suoi pericoli quotidiani e alla sua gaiezza sempre pronta, la vita non appariva più come uno sforzo e una costrizione, ma diventava un oggetto di divertimento, un gioco a occhio e croce, da respingere poi, negligentemente. «Dunque divertiti!», le gridava una voce interiore. «Chinati su di lui, giacchè ti piace, e posa tutt’e due le mani sulla sua nuca!» L’arditezza di questo pensiero fu tale, che mancò poco ch’ella non gridasse ad alta voce. Invano fece appello alla propria cultura, alla propria raffinatezza, contrapponendo tutto ciò che essa valeva, a tutto ciò ch’egli non valeva. Attorno a lei, gli altri se lo divoravano cogli occhi; ella avrebbe disperato se non avesse visto del terrore negli sguardi di sua madre, del terrore pieno di ammirazione, sia pure, ma, comunque, del terrore. Sì, quell’uomo venuto dalle tenebre era una potenza malefica. Sua madre lo sentiva, e sua madre aveva ragione. Essa si sarebbe confidata con lei, in quella come nelle altre cose. E la fiamma cessò, a un tratto, di bruciarla, e lei cessò di temerlo. Dopo, ella suonò al pianoforte, per lui, contro di lui, per dir così, in modo aggressivo, con la vaga intenzione di accentuare l’insuperabile abisso che li separava. Come una mazzata, ella gli assestava la sua musica nel cervello, brutalmente; ed egli ne rimase stordito, quasi schiacciato, ma più eccitato che mai. La contemplava con stupore rispettoso. Certo, anche nella sua mente, l’abisso s’allargava, ma più rapida cresceva in lui l’ambizione di superarlo. Egli era, d’altra parte, d’una sensibilità troppo complessa, per contemplare quell’abisso durante una sera intera, specialmente ascoltando della musica, alla quale era molto sensibile. Come alcool, ella s’impadroniva dell’immaginazione di lui, gli sovreccitava i sensi e lo trascinava oltre le brutture della vita, in un infinito vaporoso nel quale l’animo suo volava, libero d’ogni materialità volgare. Egli non comprendeva quella musica suonata da lei; musica che non poteva essere paragonata al frastuono dei pesta-pianoforti dei balli pubblici, nè ai rumorosi suoni degli organetti di villaggio, uditi da lui. Le sue letture gli avevano fatto presentire vagamente l’esistenza di quel genere di musica. Egli l’ascoltava religiosamente, contento, dapprima, dei motivi semplici e facili, sorpreso poi quando questi motivi cessavano. Proprio nel momento in cui ne aveva compreso il disegno o la sua immaginazione s’involava per seguirli, un caos di suoni li inghiottiva, e la sua immaginazione, scoraggiata, ricadeva pesantemente sulla terra.
A un punto, egli credette che tutto ciò fosse fatto a bella posta per respingerlo. Egli si rese conto dell’antagonismo voluto, e si sforzò d’indovinare il linguaggio aggressivo delle mani sulla tastiera. Poi, questa idea gli parve impossibile, indegna di Lei, ed egli la respinse e s’abbandonò nuovamente. E nuovamente il suo animo s’involò, liberato dall’involucro carnale; davanti ai suoi occhi e di là, risplendeva una luce trionfale; tutto ciò che lo circondava esteriormente sparì, ed egli partì verso mondi ignoti... Vide strane sponde inondate dal sole, accampamenti selvaggi ed inesplorati, s’inebriò dell’aroma drogato delle isole, quale aveva respirato in certe notti ardenti, sul mare! Egli seguì coste deserte, in pomeriggi tropicali; e dallo specchiettìo di flutti color di turchese emergevano isolotti di corallo incoronati di palme. Rapidissimamente, le immagini si succedevano. Ora egli cavalcava un cavallo selvaggio, e galoppava per un deserto color di sogno; un momento dopo, dalla cima di una montagna, contemplava, in una calda luce sfarfallante, il sepolcro imbiancato della Valle della Morte; oppure remava sull’Oceano Artico tra le grandi banchine scintillanti al sole, oppure si rivedeva, in una calda notte di profumi voluttuosi, disteso sulla sabbia corallina d’una spiaggia orlata da palme di cocco. Alla luce fantasticamente azzurrina d’un relitto di nave in fiamme, gli «hulas» danzavano al suono di selvagge nenie, di tintinnanti «ukuleles» e di sonori «tam-tams». All’orizzonte, un vulcano proiettava la sua lingua di fuoco sul cielo; al disopra di esso brillava una pallida falce di luna e, laggiù, in fondo, la Croce del Sud.
Egli vibrava come un’arpa; gli occhi della sua vita passata erano le corde. Il flusso delle melodie che passava come una brezza attraverso le corde, ne faceva cantare i ricordi e i sogni. Ma non erano semplici sensazioni, ma sensazioni che rivestivano di forma, di colori, di raggi e di ardori l’animo suo esaltato che si contraddiceva in modo magico. Il Passato, il Presente, l’Avvenire si confondevano; egli vagava di là dai vasti mondi, attraverso avventure e nobili azioni; vagava verso Lei per conquistarla, tenendola fra le braccia, continuava il suo volo, trascinato dalla sua fantasia trionfante.
Di sfuggita, ella lo guardò e vide una traccia di tutto ciò sul viso di lui, viso trasfigurato, nel quale i grandi occhi raggianti sembravano vedere molto più in là di ciò ch’ella suonava: la corsa e il balzo della vita e tutti i sogni meravigliosi dell’imaginazione. Ella ne fu avvinta. Il rustico, grossolano marinaio, erano scomparsi, sebbene il vestito mal fatto, le mani malconce fossero ancora lì; sembravano essere il travestimento terrestre d’una grande anima condannata al silenzio per colpa delle sue labbra inabili. In un lampo ella vide tutto ciò: poi, il rustico riapparve agli occhi di lei... e lei si burlò di sè. Pure, l’impressione di quel breve lampo le rimase, e quando Martin Eden fece la sua partenza maldestra come la venuta, essa gli prestò due volumi di Swinburne e di Browning. Lei stava studiando Browning, allora.
In piedi, davanti alla giovane, tutto rosso e balbettando ringraziamenti, egli aveva talmente l’aria d’un fanciullo timido, che un’onda di pietà materna invase lei. Dimenticò il rustico, la grande anima travisata, l’uomo i cui sguardi avidi l’avevano spaventata e rapita; non vide altro che un fanciullo che le stringeva la mano con delle callosità ruvide come una raspa e le diceva goffamente:
— La migliore serata della mia vita!... Io non sono avvezzo a questo genere di cose, capite... — Ed egli si guardò intorno come per invocar soccorso. — A gente come voialtri e a case come questa... Tutto ciò è nuovo e mi piace.
— Spero che ritornerete, — fece lei, mentr’egli si congedava dai fratelli.
Egli si ficcò il berretto sul capo, fece una specie di sterzata verso la porta e disparve.
— Ebbene! che ne pensi di lui? — interrogò Arturo.
— Interessantissimo!... un soffio d’ozono! — rispose lei. — Quanti anni ha?
— Vent’anni, quasi ventuno... Gliel’ho domandato nel pomeriggio, oggi. Non lo credevo così giovane.
... E io, ne ho tre di più! — fece lei tra sè, abbracciando i fratelli.
CAPITOLO III.
Scendendo le scale, Martin Eden mise la mano in tasca, ne trasse un foglietto di carta di riso bruno, un pizzico di tabacco messicano e arrotolò una sigaretta. Profondamente ne aspirò la prima boccata e respinse il fumo con voluttà.
«Buon Dio!», esclamò con accento di rispettosa ammirazione. E, più piano, ripetè altre due volte: «Buon Dio!» Poi strappò il colletto e se lo ficcò in tasca. Un’acquerugiola gelida cadeva, ma egli si scoprì e si sbottonò la giacca, con perfetta noncuranza. S’accorgeva almeno della pioggia? Egli camminava come in sogno, rivivendo le sue ultime estasi e le ore trascorse..
Finalmente aveva incontrato la donna, colei alla quale aveva pensato poco, giacchè egli pensava poco alle donne, ma ch’egli aveva atteso, forse inconsciamente, e che doveva venire. Egli l’aveva avuta accanto, a tavola, ne aveva stretta la mano, aveva visto negli sguardi di lei il riflesso d’un’anima splendida, bella come gli occhi la riflettevano, bella come la carne che l’incarnava. Egli non pensava, d’altra parte, a quella carne come alla carne delle altre donne; di solito, questa soltanto lo interessava. Quella di lei era d’essenza diversa, doveva sfuggire ai mali e alle fragilità umane. Quel corpo era più che la guaina dell’anima; era l’emanazione stessa di quell’anima, una graziosa e pura cristallizzazione del suo essere divino. Questo sentimento del divino lo colpì dapprima, poi egli richiamò nella sua mente riflessioni più calme. Questa percezione del divino non l’aveva mai colpito; egli era stato sempre incredulo e si burlava allegramente dei bigotti e dell’immortalità dell’anima. Non c’era vita futura, sosteneva egli con risolutezza; bisognava vivere e ben vivere, e poi sparire nel nulla. Ma negli occhi di quella donna egli aveva visto un’anima, un’anima imperitura. Nessun’altra gli aveva mai dato quella sensazione, ch’egli aveva avuto dal primo incontro dei loro sguardi. Camminando, egli non cessava di vederne il viso, pallido e serio, soave e delicato, sorridente con una pietà e una tenerezza immateriali, e puro... ah! puro, incredibilmente!... Quella purezza lo colpiva più di tutto il resto. Egli aveva conosciuto del vizio e della bontà, ma della purezza, mai, e l’ignorava totalmente. Ora, concepiva la purezza come il superlativo della bontà e del senso morale, come l’essenza stessa della vita eterna... E subito sentì il desiderio ambizioso di conquistare la vita eterna. Evidentemente, egli non era degno di sciogliere i lacci delle scarpe di lei; era persino un incredibile caso fortunato il fatto che aveva potuto conoscerla, accostarsi a lei, parlarle quella sera. Era un caso ch’egli non aveva suscitato e che non meritava. Pervaso da una specie di umiltà religiosa, accasciato e pieno di disgusto di sè, egli sentiva profondamente il peso dei suoi peccati. Ma, come il peccatore che si prostra davanti al tribunale della penitenza, intravede dal fondo della sua umile miseria, la speranza d’una celeste e radiosa vita, così egli concepiva la suprema salvezza mediante la conquista di quella donna. Quella conquista, d’altra parte, rimaneva irreale, nebulosa, totalmente diversa dal senso ch’egli le dava di solito. Trascinato dalla sua ambiziosa fantasia, egli si vedeva spaziar con lei nelle alture spirituali, attingere in comune alle stesse fonti d’arte e di bellezza. Il suo sogno non andava oltre un possesso d’anima assolutamente eterea, oltre un’amicizia cerebrale ch’egli stesso non avrebbe saputo definire. Egli non era assolutamente in condizioni di definire alcunchè in quel momento. La sensazione vinceva il ragionamento, ed egli palpitava d’emozioni ignote, abbandonandosi deliziosamente al flusso d’impressioni nuove che lo trascinavano verso inaccessibili cime.
Vacillava come un ubriaco, mormorando con fervore: «Dio mio! Dio mio!»
A un cantone, una guardia lo guardava venire e, con occhio diffidente ne osservava l’andatura incerta.
— Dove ti sei ridotto in quello stato? — gli domandò.
Martin Eden ripose i piedi sulla terra; e poichè, per istinto, s’adattava immediatamente alle circostanze, fu il solito Martin Eden che rispose ridendo alla guardia:
— Che piacere, eh? E credo bene che facessi dei discorsi ad alta voce...
— E fra breve canterai, — previde la guardia.
— No, questo no! Datemi un po’ di fuoco, chè voglio cercare di prendere l’ultimo tram.
E, accesa la sigaretta, ringraziò e proseguì il cammino borbottando:
— Pensa un po’!... no, ma potrebbe darsi!... Lo sbirro mi credeva ubriaco! — E sorrise e riflettè un po’. — Lo ero... ma non di vino...
Salì sul tranvai di Berkeley, ch’era pieno di giovanotti che vociavano cantando canzoni e ritornelli in voga nei collegi. Con curiosità, Martin li studiò: erano studenti universitarî, che frequentavano evidentemente la stessa università di lei, appartenevano alla stessa classe sociale, la conoscevano, forse, e potevano a loro agio vederla tutti i giorni... E dunque perchè, quella sera, erano in quel tranvai, anzichè presso di lei, a farla segno d’una rispettosa adorazione?... Egli osservò un giovanotto dagli occhietti rugosi, dal labbro pendulo, un vizioso certamente, si disse. A bordo, quello lì sarebbe stato il piaggiatore, il piagnucolone, la spia dell’equipaggio. Egli, Martin Eden, era ben diverso da quel giovanotto!... Questo pensiero gli fece piacere, perchè sembrava accostarlo a Lei. Ed egli continuò il paragone. A mano a mano ch’egli osservava gli studenti, si rendeva conto del bel meccanismo delle sue membra e della sua superiorità fisica. Sì, ma il loro cervello inzeppato di scienza permetteva loro di parlare lo stesso linguaggio di Lei, e questo pensiero lo depresse nuovamente.
Ma a che serve il cervello?... Ciò che essi avevano fatto poteva essere fatto anche da lui; essi avevano appreso la vita nei libri, ed egli l’aveva vissuta. Il suo cervello conteneva tante cose quante ne conteneva il loro; ma erano diverse: ecco la differenza. Quanti fra loro erano capaci d’annodare un tirante, reggere la barra e fare il nodo?
La sua vita gli si svolgeva davanti in quadri — avventure, pericoli, lavoro da romper le reni, colpi d’audacia disperata... Egli ricordava le disavventure del principio, tutte le avarie sofferte. D’altra parte, era meglio così: quelli avrebbero dovuto a loro volta imparare a vivere. Benissimo! Egli, durante questo tempo avrebbe imparato l’altro lato della vita sui libri.
Mentre il tranvai attraversava la zona cosparsa di miseri abituri che separa Oakland da Berkeley, egli spiava la casa familiare, a due piani, la cui facciata recava questa orgogliosa insegna: Bazar Alimentare Higgingbotham. Giunto là, egli discese, e contemplò un momento l’insegna. Essa racchiudeva per lui, un profondo significato: dalle lettere stesse sembrava emanare tutto un mondo di meschinità, d’egoismo e di bassa ipocrisia. Bernardo Higgingbotham era il marito di sua sorella, ed egli lo conosceva bene.
Aprì la porta con la chiave e s’arrampicò con precauzione sino al secondo piano, dove abitava il cognato. La drogheria era giù; un tanfo di vecchi legumi vagava per l’aria. Tastoni, attraverso il vestibolo, egli intoppò in una carrozzina di bambola che uno dei suoi numerosi nipoti aveva abbandonata là, e la mandò rotoloni, con fracasso, contro la porta.
— Quel vecchio spilorcio! — fece tra sè. — È così scortichino che non spende venticinque centesimi pel gas, per impedire che i suoi pensionanti si rompano l’osso del collo! — Procedendo tastoni, egli girò il pomo della porta ed entrò in una stanza illuminata dove erano seduti sua sorella e Bernardo Higgingbotham. Ella rammendava un paio di calzoni, ed egli, sdraiato su due sedie, con delle ciabatte di stoffa sbrendolate, che gli pendevano a brani dai piedi, leggeva un giornale. Egli sollevò gli occhi neri penetranti e falsi, e Martin Eden, come sempre, provò un senso di repulsione. Che cosa di buono aveva trovato sua sorella in quell’uomo? Gli pareva come un verme da schiacciare col piede. «Un giorno o l’altro gli rompo il grugno», diceva spesso a se stesso, per frenarsi e aver la forza di pazientare. Gli occhi di faina, crudeli e orlati di rosso, lo osservavano con un’espressione di rampogna.
— Ebbene, — domandò Martin, — che c’è?
— Ho fatto ridipingere questa porta la settimana scorsa, — si lamentò il signor Higgingbotham, — e voi sapete quanto costa la mano d’opera. Dovreste usare più attenzione.
Martin sentì la voglia di rispondergli, ma tacque sapendo quanto fosse inutile. Egli guardò l’oleografia che adornava il muro e fu colpito dalla mostruosa volgarità di essa. Sino a quel giorno gli era piaciuta, ma gli parve che la vedesse per la prima volta; era una povera cosa, come tutto il resto, in quella casa. Ed egli ripensò all’appartamento dal quale veniva; rivide dapprima i quadri, poi, subito dopo, lei e la tenera dolcezza del suo saluto. Dimenticò completamente dov’era e persino che esistesse Bernardo Higgingbotham, sino al momento in cui costui non lo interrogò:
— Vedete forse qualche fantasma?
Martin rivide allora gli occhi di cattivo rosicante, beffardi, paurosi, crudeli, poi se li immaginò subito quali erano giù al banco: servili, dolciastri, complimentosi.
— Sì, — rispose, — ho visto un fantasma... Buona sera, Geltrude! — E voltò le spalle con vivacità, inciampando nell’orlo sdrucito del tappeto sudicio.
— Non sbattete la porta, — raccomandò il signor Higgingbotham.
Egli arrossì dalla collera, ma si trattenne e chiuse delicatamente la porta dietro di sè.
Esultante di perfida gioia, il signor Higgingbotham si voltò verso la moglie.
— Ha bevuto! — borbottò con voce enfatica. — Te lo avevo detto che si sarebbe ubriacato.
Ella scosse il capo con rassegnazione, dicendo remissivamente:
— Gli occhi gli lucevano, e non aveva più il colletto che si era messo quando è uscito: ho visto. Ma forse ha bevuto due o tre bicchieri.
— Camminava di sbieco, — affermò il marito. — L’ho osservato. Nell’attraversare la camera vacillava. Non l’hai sentito nell’andito? A momenti cadeva.
— Dev’essere stato quando è andato sopra la carrozzella di Alice, — rispose lei. — Non l’ha vista, allo scuro.
Il signor Higgingbotham alzò la voce e, con essa, la collera. Durante tutta la giornata egli rodeva il freno, nel negozio, e si riserbava la sera, in famiglia, il privilegio di mostrarsi qual era.
— Ti dico che il tuo delizioso fratello era ubriaco.
La sua voce fredda, tagliente, spiccava le parole come col taglio netto d’uno stampo. Sua moglie sospirò e tacque. Era una donna corpulenta, spettorata, che sembrava sempre oppressa dal peso del corpo, del lavoro e del marito.
— Ha ripreso da suo padre, ti dico, — proseguì il signor Higgingbotham. — E finirà nella strada come lui, vedrai. — Lei fece segno di sì con la testa, sospirò e seguitò a cucire. Martin Eden era rientrato ubriaco; bisognava riconoscerlo. Se la loro anima fosse stata capace di comprendere la bellezza, non avrebbero visto in quei suoi occhi raggianti, su tutto il suo volto ardente, il segno evidente del primo amore?
— Un bell’esempio per i bambini! — borbottò ad un tratto il signor Higgingbotham, dopo un silenzio di cui egli tenne il broncio a sua moglie, giacchè avrebbe preferito essere contraddetto di più. — Se ricomincia lo mando via! Capito? Non sopporto più queste sue belle pratiche! Depravare dei poveri innocenti con lo spettacolo delle proprie sbornie!
Al signor Higgingbotham piaceva la parola «depravare», spigolata in un giornale e aggiunta di fresco al suo vocabolario. — Proprio così; non c’è altra parola: li deprava.
Sua moglie sospirò nuovamente, scosse tristemente il capo e seguitò a cucire. Il signor Higgingbotham riprese la lettura.
— Ha pagato la pensione della settimana scorsa?... — lanciò a un tratto di sopra al giornale.
Essa fece segno di sì e aggiunse: — Ha ancora un po’ di denaro.
— Quando s’imbarca?
— Quando avrà consumato la paga, credo. — rispose lei. — È stato ieri a S. Francisco, per l’imbarco. Ma siccome ha ancora del danaro, è meticoloso nella scelta del piroscafo.
— Solo un pidocchioso come lui può fare lo schifiltoso così, — brontolò il signor Higgingbotham. — Gli giova fare il difficile.
— Ha parlato d’uno schooner che si prepara per un viaggio verso un paese lontano in cerca di un tesoro... Se il denaro gli dura, parte con quello.
— Se avesse un po’ di voglia di sistemarsi, potrei impiegarlo qui, a guidar la carrozza, — fece il marito, che non mostrava la minima benevolenza. — Tom se ne va.
La moglie lo fissò con uno sguardo interrogativo e ansioso insieme.
— Se ne va stasera. Va da Carruthers, che gli dà di più.
— Te lo avevo detto che se ne sarebbe andato! — esclamò lei. — Valeva di più di quanto gli davi!
— Senti, vecchia! — ruggì Higgingbotham minacciosamente. — Te l’ho già detto cento volte che non devi ficcare il naso nei fatti miei. Non te lo ripeterò più.
— Per me è lo stesso, — fece lei con le lacrime agli occhi. — Tom era un buon garzone!
Suo marito la fulminò collo sguardo. Era il colmo dell’insolenza, quella.
— Se quel tuo bel fratello non fosse un buono a nulla potrebbe guidar la carrozza, — sibilò.
— Egli paga la pensione come un altro, — ribattè lei. — È mio fratello, e sinchè non ti è debitore, tu non hai il diritto d’insultarlo continuamente. Eppoi, anch’io ho un cuore, sebbene sia tua moglie da sette anni.
— Gli hai detto che pagherà il consumo del gas, se seguita a leggere a letto?
La signora Higgingbotham non rispose: era passata la ribellione, ella era vinta dalla sua carne stanca, e il marito trionfava, aveva il sopravvento. Gli occhi di lui ammiccavano viziosamente, mentr’egli si rallegrava perchè gli era riuscito di farla piangere. Era un gran piacere per lui affannarla, e lei s’angustiava facilmente, ora, molto più di prima del matrimonio, prima che i parti numerosi e le continue grettezze di lui l’avessero avvilita.
— Glielo dirai domani, ecco; — fece lui. — E, a proposito, bisognerà fare cercare Marianna domani perchè badi ai bambini. Andato via Tom, io sarò fuori tutto il giorno con la vettura, e tu puoi prepararti a rimanere al banco, giù.
— Ma domani è giorno di bucato! — fece lei debolmente.
— Tu t’alzerai presto e laverai prima. Prima delle dieci non parto. — E, spiegato rabbiosamente il giornale, proseguì la lettura.
CAPITOLO IV.
Martin Eden, ancora irritato dal contrasto col cognato, seguì nell’oscurità il corridoio ed entrò in camera sua, una specie di nicchietta che conteneva a malapena un letto, un lavandino e una poltrona. Il signor Higgingbotham, da quell’uomo sin troppo pratico ch’era, si guardava bene dall’assumere una domestica, giacchè aveva la moglie. D’altra parte, la camera per la domestica gli dava modo di tenere, anzichè uno, due pensionanti.
Martin posò i volumi di Swinburne e di Browning sulla poltrona; si tolse il soprabito e sedette sul letto risentendo lo stridore lamentoso delle molle sotto il suo peso. S’era curvato per togliersi le scarpe, ma si fermò a un tratto e incominciò a fissare dirimpetto il muro di gesso che la pioggia, filtrando dal tetto, aveva rigato di lunghe bavature brune. Su quel misero sfondo, riapparvero le visioni, come immagini luminose. Egli dimenticò le scarpe e rimase lungamente immobile, sino al momento in cui le sue labbra tremanti mormorarono: Ruth!
Ripetè questo nome infinite volte, come un talismano, una parola magica. Ogni qualvolta lo pronunziava, infatti, il volto amato gli appariva davanti agli occhi, illuminava il povero muro d’un chiarore radioso. E questo chiarore invadeva tutte le cose, gli trasportava l’anima verso di Lei su raggi incandescenti... Tutto quanto era di meglio in lui s’ampliava, magnificamente nobilitato e purificato... Sensazione stranamente nuova!... Mai una donna lo aveva migliorato; anzi! Eppure, molte fra loro avevano fatto il possibile per ciò, ed egli non se n’era accorto. Egli ignorava, privo di vanità com’era, l’attrattiva che esercitava sulle donne la sua bella giovinezza; spesso, anzi, se n’era stancato. Curandosi poco dell’amore, non gli era mai venuto il pensiero d’aver potuto rendere migliori certe donne. Sino a quel giorno era vissuto in perfetta indifferenza; ora gli pareva di aver avuto rapporti solo con persone basse e amori avvilenti; il che era ingiusto per esse e per lui. Ma poichè acquistava coscienza di sè per la prima volta, non era in condizioni da giudicare serenamente, e sprofondava totalmente nella vergogna di ciò ch’egli credeva ricordi infami.
Bruscamente egli si alzò e si sforzò di guardarsi nello specchio offuscato del lavabo. Lo deterse, poi si guardò nuovamente a lungo e minuziosamente, per la prima volta in vita sua. Ora i suoi occhi sapevano vedere; ma sino a quel momento egli se n’era servito soltanto per guardare il mondo nei suoi panorami sempre mutevoli, e non aveva mai speso del tempo per guardare se stesso.
Ciò che vide — senza che egli sapesse rendersene conto — fu il viso d’un giovanotto di vent’anni, dalla fronte quadrata, convessa, incorniciata da una massa folta di capelli castani, i cui riccioli leggermente inanellati dovevano tentare le mani carezzevoli delle donne. Ma egli non degnò d’alcuna attenzione un oggetto così indegno di Lei, limitandosi a studiare a lungo la sua gran fronte quadrata, sforzandosi di penetrarla, di valutarne il contenuto. Che razza di cervello stava lì dentro? Di che cosa era capace? Sino a che punto avrebbe potuto condurlo? Sino a Lei?... Egli si domandò che cosa riflettessero i suoi occhi di acciaio, talvolta azzurri, avvivati dalla brezza salina dei mari soleggiati. Che cosa aveva pensato Lei di quegli occhi? Egli tentò di sostituirsi a Lei... inutilmente. Che sapeva lui del modo di giudicare di Lei? Come avrebbe potuto indovinare uno solo dei suoi pensieri? In Lei tutto era incantamento e mistero.
Ebbene, concluse, sono occhi onesti, senza sottintesi e senza astuzia.
Il colore del suo viso lo sorprese; egli non lo credeva così abbronzato dal sole. Subito, egli rimboccò la manica della camicia per rassicurarsi. Sì, la sua pelle era bianca, in fin dei conti, quantunque le sue braccia fossero anch’esse d’un color tané. Egli tese il braccio e ne tastò i muscoli e cercò il punto meno toccato dal sole... Bene: era bianchissimo... Il pensiero che un tempo il suo viso era stato così bianco, lo fece ridere. Non immaginò neppure per un attimo che poche donne bionde potessero vantarsi d’avere la pelle così bianca e così dolce come la sua, nei punti dove era sfuggita ai raggi del sole.
Aveva la bocca infantile, quando le labbra turgide, sensuali, non si contraevano con troppa durezza sui denti, che allora diventava severa e persino ascetica quella bocca sensuale veramente fatta per l’amore e per la lotta... Si sentiva ch’essa era capace sia di gustare le dolcezze della vita, sia di rinunziare ad esse per dominar la vita. Il mento, la mascella, forti e un po’ aggressivi, la sensualità, la tonificavano in certo qual modo. E i denti, bianchi regolari e solidi, non avevano avuto mai bisogno dell’opera del dentista; com’egli osservò con piacere proseguendo l’esame. Ma un pensiero lo turbò ad un tratto: non c’era della gente che si lava i denti tutti i giorni? gente superiore a lui, di molto, certamente, gente appartenente alla classe sociale di cui faceva parte Lei... Lei, naturalmente, si lavava i denti tutti i giorni... Che avrebbe pensato di lui se avesse saputo che durante tutta la sua vita egli non se li era mai puliti? Decise, dunque, di comperare uno spazzolino da denti e di prendere quell’abitudine dal giorno dopo. Dei tentativi eroici, non sarebbero bastati a conquistarla: bisognava un’educazione compiuta in tutte le cose; avvezzarsi persino a portare il colletto duro, sebbene gli bastasse pensar questo per sentire un vero vincolo alla sua indipendenza.
Egli stese la mano, ne tastò col pollice la palma callosa e contemplò il grassume che vi si era incrostato, ribelle a qualsiasi pulizia. Com’era diversa la palma della mano di Lei! Egli ebbe un tremito delizioso a quel ricordo. Essa era d’un color di petalo di rosa — diss’egli a se stesso — e fresca e dolce come un fiocco di neve. Come mai una semplice mano di donna poteva essere così adorabilmente soave? Immaginando ciò che potesse essere la carezza d’una mano simile, egli arrossì come colto in fallo, si rimproverò un tale pensiero, incompatibile con la venerazione mistica ch’egli votava a quella creatura eterea. Però la soavità di quella mano lo assillò; egli era avvezzo alla pelle rugosa delle operaie e delle donne del popolo. Pure! egli sapeva perchè le mani di queste erano aspre! La mano di Lei era liscia perchè non aveva mai lavorato. L’abisso che li separava si scavò di più, al pensiero conturbante di alcuni che non avevano bisogno di lavorare per vivere. Egli concepì tutto ad un tratto l’aristocrazia; cioè la gente che non ha bisogno di far nulla, e sul muro, davanti agli occhi. Lei assunse forma d’una possente statua di bronzo che lo sfidava con tutta la sua gigantesca statura. Egli aveva sempre lavorato, come tutta la sua famiglia. E Geltrude... quando le sue mani non erano indurite dalle faccende domestiche, erano rosse e screpolate dal bucato. E sua sorella Marianna! Aveva lavorato in una fabbrica di conserve l’estate precedente, e le sue belle mani fini erano tutte tagliuzzate pel taglio dei pomodori. L’altro inverno l’estremità di due dita era stata asportata da una macchina in una manifattura di scatole di cartone. Egli ricordò le mani rugose di sua madre, stesa nella bara... E suo padre, che aveva lavoralo sino all’ultimo respiro: l’epidermide delle sue mani doveva avere lo spessore di un centimetro, quand’egli morì... Ma le mani di Lei erano lisce, come quelle della madre e dei fratelli. Quest’ultimo pensiero lo stupì; era quello un segno terribilmente preciso della loro casta superiore e dell’enorme distanza che li separava da lui.
Egli risedette sul letto, con un riso amaro. Era pazzo: un viso di donna, le mani bianche e morbide di una donna lo avevano ubriacato. Poi, sul muro screpolato, un’altra visione apparve. Egli si vide davanti una sinistra casa di alloggio, una notte a Londra, nell’East-End. Davanti a lui stava Maggie, una piccola operaia di fabbrica, di quindici anni. Egli l’aveva accompagnata a casa, dopo il «beanfeast», in quella sinistra casa dove lei abitava e che i porci avrebbero rifiutato. Egli le avevo teso la mano dicendo buonasera, ed essa gli aveva porto le labbra. Ma lei aveva rinchiuso la sua mano su quella di lui e l’aveva stretta febbrilmente. Egli sentiva i calli delle sue mani sfregarsi su quelli di Lei, e una gran pietà gli gonfiava gli occhi. Vedeva quegli occhi affamati, pieni di desiderio e il povero corpo di giovane femmina mal nutrita, d’una maturità precoce già appassita. Allora, dolcemente, l’aveva circondata con le due braccia, s’era abbassato e l’aveva baciata sulle labbra. Risentiva ancora negli orecchi il piccolo grido felice di lei e la sentiva che si strofinava addosso a lui come una gatta. Povera piccola disgraziata! La visione di quella notte lo perseguitava; le carni gli rabbrividivano ancora come allora quando lei s’era attaccata a lui disperatamente, e il suo cuore era inondato da pietà. Era una sera grigia, d’un grigio sporco, con una pioggia triste che insudiciava il suolo. Poi una luce calda illuminò il muro, sostituendo a quella visione il bianco viso dell’Altra, incoronata d’oro, lontana, inaccessibile come una stella.
Egli prese i volumi di Browning e Swinburne sulla poltrona e li baciò.
— Eppure m’ha detto di tornare, — fece tra sè. E guardatosi nello specchio per l’ultima volta, dichiarò ad alta voce solennemente: — Martin Eden, domattina, presto, andrai alla biblioteca popolare e imparerai le buone maniere. Capito?...
Spense il gas, e le molle cigolarono lamentosamente sotto il suo peso.
— Ma bisogna smettere di bestemmiare, Martin, ragazzo mio; bisogna smetterla assolutamente, — concluse.
Poi s’addormentò e fece sogni simili a quelli dei mangiatori di haschich.
CAPITOLO V.
La mattina dopo, allo svegliarsi, i profumi snervanti dei suoi sogni d’oro s’erano dileguati per dare luogo a un grave odor di liscivia e di biancheria sudicia, che pareva l’emanazione stessa d’una vita miserabile e lamentevole. Uscendo di camera, egli sentì uno scroscio d’acqua, un’esclamazione irritata e il rumore sonoro d’uno schiaffo che sua sorella regalava ora all’uno ora all’altro membro della numerosa figliolanza. Gli strilli del bambino gli urtarono in modo spiacevole i nervi. Egli sentì che tutto ciò, e persino l’aria che respirava, era sordido e ripugnante. Quanta diversità dall’atmosfera pacifica della casa di Ruth! Laggiù tutto era spirito: qui, tutto era materia, e bassa materia.
— Vieni qui, Alfredo, — diss’egli al fanciullo che piangeva; e frugava intanto nella tasca dei calzoni, dove, secondo il solito, teneva il denaro. Ne trasse fuori dieci soldi ch’egli mise nella mano del piccino dopo averlo vezzeggiato un po’. — Va’, subito, corri a comperare delle caramelle d’orzo, e non dimenticare di darne anche ai fratellini e alle sorelline. Soprattutto, cerca di comperare di quelle che durano molto!
Sua sorella sollevò la faccia accalorata, che teneva china sul bucato e lo guardò.
— Bastavano due soldi — disse. — È ben fatto, di’? Non hai alcuna idea del valore del danaro. Il ragazzo ne avrà un’indigestione.
— Va bene, sia. — rispose Martin allegramente. — Quei dieci soldi stanno bene dove sono. Se tu non fossi così occupata ti darei un bacio. — Aveva voglia di essere affettuoso con sua sorella che era buona e l’amava a suo modo. Ma, più gli anni passavano, più essa mutava, più lo sconcertava. Egli pensò che fosse a causa del lavoro così faticoso, dei numerosi bambini, delle eterne grettezze del marito, e gli parve a un tratto ch’essa rassomigliasse un po’ ai suoi legumi sfatti, a quella liscivia, a tutta quella moneta sporca che maneggiava da mattina a sera.
— Va’! va’ a far colazione! — fece lei di cattivo umore, ma contenta in fondo, giacchè di tutti quanti i suoi fratelli nomadi, egli era stato sempre il prediletto. — Be’, in fin dei conti, ti voglio dare un bacio! — aggiunse lei, col cuore un po’ intenerito.
Col dorso della mano ella pulì la spuma del sapone che le scolava dalle braccia, e, quand’egli, abbracciatane la persona massiccia, l’ebbe baciata su tutt’e due le gote, si sentì gli occhi pieni di lacrime, non tanto per la tenerezza quanto per la stanchezza. Poi lo respinse subito, ma egli vide le tracce dell’intenerimento di lei.
— Troverai la colazione nel forno, — fece lei precipitosamente. — Ormai Jim dev’essere alzato. È stato necessario alzarmi presto per lavare. Ora va... e cerca di uscir di casa prestino. La casa non dev’essere sottosopra, oggi che Tom è andato via e Bernardo è costretto a guidar la vettura.
Martin se la battè in cucina, con un peso sul cuore: la vista del volto congestionato di sua sorella e del suo corpo rilassato, gli faceva male. Egli finì col concludere che lei gli avrebbe voluto molto bene se ne avesse avuto il tempo; ma, in realtà, lavorava in modo da creparne. Bernardo Higgingbotham era un bruto, giacchè le faceva rompere lo schiena a quel modo. D’altra parte egli non potè fare a meno di riconoscere che quel bacio datole era privo di qualsiasi gusto. Vero è ch’era molto insolito; da lungo tempo, egli la baciava solo quando partiva o ritornava dal viaggio. Quel bacio col sapore di spuma di sapone mancava d’ogni attrattiva; non era un bacio fraterno e cordiale. Essa lo aveva baciato come una donna così stanca, dopo un tempo così lungo, che pareva avesse dimenticato che cosa fosse un bacio. Egli se la ricordò quand’era giovinetta, lei, e ballava tutta la notte, con le migliori danzatrici, dopo un’aspra giornata di lavatura di biancheria, senza preoccuparsi del duro domani. Poi pensò a Ruth e immaginò la dolcezza delle sue labbra. Il bacio di lei doveva rassomigliare alla stretta di mano e allo sguardo: doveva essere sostenuto e soave insieme. Sì, egli osò evocare la visione della bocca di lei sulla sua, e questo così al vivo, che fu colto da vertigine e gli sembrò di turbinare in una nuvola di petali di rose profumate.
In cucina trovò Jim, l’altro pensionante, che mangiava la minestra con aria dolente e gli occhi distratti e vaghi. Jim era apprendista piombatore: il suo mento floscio e il temperamento linfatico congiunti a una certa apatia nervosa, non erano certo segno ch’egli dovesse arrivar prima nella corsa al pane e al companatico.
— Perchè non mangi? — diss’egli, mentre Martin immergeva con disgusto il cucchiaio nella minestra di avena fredda e mal cotta. — Eri nuovamente ubriaco ieri sera?
Martin scosse negativamente il capo; la sconcezza di tutto ciò lo disanimava. Ruth Morse gli sembrava sempre più lontana.
— Io, lo ero, — proseguì Jim, con un ghigno rumoroso, — e come un asino! Oh! che bella figliuola! Billy m’ha ricondotto a casa.
Martin fece un cenno affermativo (era solito ascoltare sempre colui che parlava) e si versò una tazza di caffè tiepido.
— Vai al ballo del Club del Loto? — domandò Jim. — Avranno della birra e se viene la banda del Temescal, vi sarà del chiasso. Però, io me infischio. Comunque, conduco con me la mia amica! Zitto! acqua in bocca! — E fece una smorfia e sentì il dovere di correggere quel cattivo gusto con del caffè.
— Conosci Giulia?
Martin fece segno di no.
— È la mia amica, — spiegò Jim. — Un amore! Te la presenterei volentieri, ma me la prenderesti. Non so davvero che fai tu alle donne... ma le sgraffigni ai compagni in un modo scoraggiante.
— Io non t’ho mai tolto nessuna, — rispose Martin indolentemente, tanto per dire qualche cosa.
— Proprio? — affermò l’altro con calore. — Maggie, per esempio.
— Non c’è stata mai nessuna relazione tra noi. Ho ballato con lei soltanto quella notte.
— Appunto! E questo è stato la causa di tutto! — esclamò Jim. — Tu hai ballato con lei e l’hai guardata semplicemente, e basta: fatta! Certamente, tu non dai molta importanza alla cosa... Ma questo non impedisce il fatto che sono stato soppiantato! Lei non mi ha degnato più neppure di uno sguardo. Chiedeva d’allora in poi, sempre, prima te, che me. Bastava che tu ti chinassi, per prenderla, se avessi voluto.
— Ma non volevo.
— Pure, lei m’ha piantato lo stesso. — E Jim lo guardò con ammirazione. — Come fai, di’, Mart...
— Io me ne infischio, — fu la risposta.
— Tu fai credere loro che te ne infischi? — interruppe Jim vivamente.
Martin riflettè un istante, poi rispose:
— È un buon sistema, ma per me è diversa la cosa. Io non me ne sono mai curato troppo... Se tu potessi far finta, andrebbe bene lo stesso, credo.
— Avresti dovuto venire al cascinale di Riley, — dichiarò Jim, le cui idee mancavano di nesso logico. — C’era un mucchio di gente in baldoria. C’era un tipo meraviglioso di West-Oakland, che si chiama «Il Topo», agile come un’anguilla. Nessuno ha potuto farlo cadere. Noi ti abbiamo rimpianto. Dov’eri dunque, in conclusione?
— A Oakland, — rispose Martin.
— Allo spettacolo?...
Martin respinse il piatto e si alzò.
— Verrai al ballo questa sera? — gli gridò l’altro.
— No, non credo, — rispose egli.
Uscì e respirò l’aria a pieni polmoni. Quell’atmosfera lo aveva soffocato e la chiacchiera dell’apprendista l’aveva esasperato. In alcuni momenti aveva dovuto lottare con se stesso per non ficcargli la testa nella zuppa. Più l’altro ciarlava più Ruth sembrava allontanarsi da lui. Come avrebbe potuto, in quel gregge di bruti, diventar degno di Lei? Il compito che si era assunto lo atterriva, tanto si sentiva ostacolato dall’atavismo della sua classe. Tutto era coalizzato contro di lui per impedirgli di elevarsi: la sorella, la casa di sua sorella e la famiglia, Jim l’apprendista, tutti i conoscenti e i minimi vincoli relativi. Ed egli sentì che la vita aveva un sapore amaro per lui. Sin allora egli l’aveva accettata quale era, e trovata buona; non l’aveva interrogata, tranne nei libri; ma quei libri erano per lui come favole d’un mondo impossibile e magnifico. Ora che aveva visto quel mondo come reale e possibile, un mondo di cui quel fiore di donna, Ruth, era il centro, tutto il resto non era che amarezza, desiderî dolorosi e disperazioni esasperate dalla stessa speranza.
Egli aveva esitato fra la Biblioteca popolare di Berkeley e quella di Oakland; si decise per quest’ultima, perchè Ruth abitava a Oakland. Si poteva sapere?... Una biblioteca era un punto dov’ella capitava, ed egli avrebbe potuto incontrarla. Poichè egli ignorava il modo di regolarsi là, errò fra innumerevoli scaffali di romanzi, sino al momento in cui la gentile ragazza dall’aspetto francese che sembrava preposta al luogo, gli disse che il servizio delle informazioni era in alto. Egli, che non era abbastanza sicuro per rivolgersi all’uomo dal pulpito, si arrischiò nella sala riservata alla filosofia. Aveva sentito parlare di filosofia, ma non immaginava che tanti libri fossero stati scritti su questa materia. Gli alti palchetti che si piegavano sotto il peso dei grevi volumi, l’umiliarono e lo stimolarono nello stesso tempo. Quale buon compito pel suo cervello vigoroso! S’imbattè in libri di trigonometria nella sezione di matematica, li sfogliò e contemplò, incantato, formule e figure incomprensibili... Certo, egli comprendeva l’inglese, ma quell’inglese gli sembrò ebraico. Norman e Arturo conoscevano quella lingua; l’avevano parlata davanti a lui. Ed erano i fratelli di lei! Egli abbandonò la sala della filosofia disperato. Da tutti i lati i libri sembravano accostarsi a lui per dileggiarlo, sopraffarlo. Mai non s’era immaginato che la scienza umana potesse costituire una massa così imponente di libri, e questo lo spaventava. Come avrebbe potuto il suo cervello immagazzinare tutta quella roba?... Poi ricordò che altri, molti altri, lo avevano fatto; e, sottovoce ardentemente egli giurò a se stesso di far produrre al suo cervello ciò che altri avevano saputo far produrre al loro.
Vagò nuovamente, ora depresso, ora sperando, visitando gli scaffali zeppi di scienza. In una sezione di «varie» mise gli occhi addosso a un Epitome di Norric, e lo scorse con deferenza; finalmente, ecco un linguaggio che capiva; come lui, quell’uomo parlava del mare. Poi trovò un Bowditch e dei libri di Leckey e di Marshall. Ecco, imparava la navigazione. Cessato di bere, avrebbe lavorato e sarebbe diventato capitano, avrebbe potuto sposarla, se ella lo avesse voluto. E se non avesse voluto, be’, avrebbe vissuto una vita migliore fra gli uomini, a causa di Lei, e non avrebbe cessato meno di bere. Poi ebbe presenti gli assicuratori e gli armatori — padroni forzosi del capitano — che avrebbero potuto vessarlo e i cui interessi erano diametralmente opposti ai suoi. Egli lanciò uno sguardo attraverso la sala e abbassò gli occhi davanti ai diecimila volumi. Non più il mare per lui; c’erano infinite ricchezze in tutti quei libri, e se egli fosse riuscito a trarne grandi cose, le avrebbe compiute sulla terra. D’altra parte un capitano non può condurre con sè la moglie.
Venne mezzogiorno, poi il pomeriggio. Egli si dimenticò di mangiare e seguitò a cercar libri sulle buone maniere; giacchè, oltre che dalla scelta d’una professione, la sua mente era assillata da un problema più immediato; questo: se una signorina vi dice di farle visita, quando potete andare? Ma imbattutosi nella scansia dei libri in questione, cercò invano una risposta. I mille e uno arcani dell’etichetta lo confusero molto, ed egli si smarrì in un labirinto di casi vari riguardanti lo scambio di carte da visita fra gente della buona società. Egli si diede per vinto senza essere riuscito a trovare ciò che cercava, ma scoprendo che non basta la vita di un uomo per acquistare una perfetta conoscenza del modo di saper trattare, e che egli, personalmente, avrebbe dovuto consumar tutta la sua esistenza prima di imparare a diventare una persona di modi distinti.
— Ha trovato ciò che cercava? — gli domandò l’uomo del pulpito, quand’egli uscì.
— Sì, signore, — rispose. — Lei ha lì una bella biblioteca.
L’uomo fece un segno di assenso.
— Avremmo molto piacere di rivederla spesso. È marinaio lei?
— Sì, signore, sono marinaio, — rispose Martin. — Ritornerò.
— Come ha fatto a vederlo? — si domandò egli scendendo le scale.
E lungo la via, durante alcuni minuti, si sforzò di procedere con un’andatura rigida, compassata, goffa, sino al momento in cui, assorto nei suoi pensieri, egli riprese quel grazioso ondulamento che gli era solito.
CAPITOLO VI.
Una terribile irrequietezza nervosa, una vera fame dell’anima, tormentò Martin Eden. Egli aveva fame di vedere la giovane le cui mani delicate s’erano impadronite della sua vita, e non riusciva a trovare il coraggio di andarla a visitare. Temeva, andando da lei con troppa precipitazione, di compiere una grave infrazione a quella spaventevole cosa che si chiama etichetta. Egli passava lunghe ore nelle biblioteche di Oakland e di Berkeley, e riempiva le cedole di abbonamento per sè, per le sorelle Geltrude e Marianna, e per Jimmy, dai quali aveva ottenuto il consenso, con qualche bicchiere di birra. Con la provvista di libri che quattro cedole gli permettevano di portare a casa, egli consumava tanto gas nella sua povera cameretta, che il signor Higgingbotham gli fece pagare due franchi e cinquanta di supplemento.
Il cumulo di libri ch’egli lesse non gli servì ad altro che ad eccitare la sua impazienza; la pagina d’ogni volume gli schiudeva appena un minuscolo spiraglio del paradiso intellettuale, e l’appetito, stimolato dalla lettura, aumentava in proporzione. Poi, egli non sapeva da qual parte incominciare, e soffriva continuamente della mancanza di studî preparatorî. I più semplici riferimenti (evidentemente compresi da un lettore qualunque) gli sfuggivano. Lo stesso accadde per la poesia ch’egli adorava. Lesse il libro di Swinburne prestatogli da Ruth, ne lesse altri, capì Dolores da cima a fondo, ma sentenziò, in cuor suo, che Ruth non poteva capirlo! Come l’avrebbe potuto, vivendo una vita così raffinata? Gli capitarono, per caso, alcuni poemi di Kipling, il cui ritmo, slancio, estro, che trasformavano le minime cose, i cui particolari più familiari, lo entusiasmavano. La comprensione di quell’uomo, la sua psicologìa così evidente e netta lo stupivano. «Psicologìa» era una nuova parola nel vocabolario di Martin. Il quale aveva comperato un dizionario, facendo così una breccia alquanto grave nei suoi risparmi, e anticipando la data dell’imbarco. Inoltre, ciò irritava il signor Higgingbotham, che avrebbe preferito che quel denaro andasse a lui.
Di giorno, egli non osava arrischiarsi nei dintorni di Ruth, ma, di notte, s’aggirava come un ladro attorno alla casa dei Morse, guardando furtivamente le finestre, intenerito soltanto alla vista dei muri che la riparavano. Parecchie volte mancò poco che non fosse sorpreso dai fratelli di lei, e una sera seguì il signor Morse in città, studiandone la faccia al chiarore delle vie, e augurandogli di tutto cuore un terribile accidente che gli permettesse di balzare in aiuto e salvare il padre della sua prediletta. Un’altra volta la sua attesa fu premiata, perchè potè intravedere il profilo di Ruth a una finestra del secondo piano. Con le braccia sollevate, essa s’acconciava davanti ad uno specchio. In realtà non ne vide che la testa e le spalle, in un attimo, che gli parve un’eternità di delizie ardenti. Poi, lei fece ricadere la tendina; ma ormai egli sapeva dov’era la camera di lei, e ritornò a spiare di sovente, nascosto nell’ombra di un albero, sul marciapiedi opposto, fumando innumerevoli sigarette. Un pomeriggio incontrò la madre di lei, che usciva da una banca; e il particolare gli mostrò nuovamente l’enorme distanza che lo separava da Ruth. Ella apparteneva alla classe che si serviva delle banche. Egli non era mai penetrato in uno di quei santuarî, e immaginava che potessero essere frequentati solo dai milionari e dai potenti della terra.
Era soggetto a una specie di rivolgimento morale: la purezza, la bellezza d’animo del suo idolo, avevano operato in lui una reazione, sicchè provava un ardente bisogno di nettezza. Bisognava ch’egli fosse pulito, per essere degno di respirare l’aria che essa respirava. Si lavò i denti, si spazzolò le mani con una spazzola per pulir l’acciaio, sino al giorno in cui, visto uno spazzolino per le unghie nella mostra d’un droghiere, indovinatone l’uso, lo comperò. Il venditore, dato uno sguardo alle unghie, propose l’acquisto d’una lima, ed egli fece acquisto immediato di quel nuovo arnese per toeletta. Dopo aver scorso un libro d’igiene personale, decise che gli occorreva un bagno freddo tutti i giorni, facendo stupire Jim e indignare Higgingbotham che non aveva alcuna simpatia per quelle invenzioni d’abracadabra e si domandò seriamente se non era il caso di far pagare a Martin l’acqua che consumava in più. Un altro progresso fu compiuto, riguardante la piega dei calzoni. Martin, orientato verso quel genere di cose, osservò subito la diversità fra i calzoni dell’operaio, che fanno ginocchiello, e quelli la cui linea diritta segnata dal piede all’anca indica gente di un ambiente più elegante. Egli agitò la questione e mise sottosopra la cucina della sorella per cercare dei ferri e una tavola da stiro. Dapprima non riuscì, bruciò un calzone e fu costretto ad acquistarne un altro paio, anticipando così ancora la data dell’imbarco.
Ma il mutamento non avveniva soltanto all’esterno della persona, ma in lui. Fumava ancora, ma non beveva più. Sino a quel tempo, egli aveva pensato che un uomo dovesse bere e s’era vantato d’aver la testa resistente; ciò che gli permetteva di vedere tutti i compagni andare a finire sotto la tavola, mentre egli conservava un aspetto e contegno apparentemente decenti. Quando, per esempio, incontrava un compagno di bordo, ed egli ne aveva parecchi a S. Francisco, l’invitava, o era invitato, come un tempo; ma ora non ordinava altro per sè, che ginger-ale, o limonata, e sopportava allegramente i loro frizzi.
E, mentre essi diventavano brilli, e la bestia ch’era in loro saliva e s’impadroniva della persona, egli li studiava e ringraziava Dio perchè non rassomigliava a loro. Bisognava che dimenticassero le loro miserie; e durante la loro ebbrezza quei bruti istupiditi si sentivano simili a dei e regnavano nel loro paradiso d’attossicati.
D’altra parte, Martin non sentiva più bisogno d’alcool; era ebbro in mille altri modi nuovi ma molto più gravi; ebbro di Ruth che gli aveva acceso il cuore d’amore e di desiderio d’immortalità; ebbro di letture, che avevano fatto sorgere in lui innumerevoli aspirazioni; ebbro, infine, della propria forza, raddoppiata dalle cure ch’egli usava al suo corpo e che gli davano un equilibrio gaio e magnifico.
Andò una sera a teatro sperando vagamente ch’ella vi andasse, ed ecco, dalla seconda fila dov’era seduto, la vide a un tratto! La vide arrivare per uno dei corridoi laterali, con Arturo e un giovanotto interamente calvo e munito d’un paio d’occhiali, la cui vista lo fece sprofondare in angosce di diffidenza e di gelosia. La vide sedere nelle poltrone di prima fila, e in tutta la serata non distinse altro che questo: delle delicate spalle bianche e una massa di capelli d’oro pallido, fatti più pallidi dalla lontananza. Ma anche altra gente era distratta, ed egli osservò, guardandosi intorno, due ragazze sedute non lontano da lui, che gli sorridevano con aria sfrontata. Egli era stato sempre uomo di facili avventure, per natura, giacchè non era solito mandar via la gente. Un tempo avrebbe ricambiato il sorrisetto, e, con l’atteggiamento, incoraggiato il loro sorriso; ma ora le condizioni erano diverse. Egli rispose al sorriso; poi si volse e non guardò più da quella parte. Pure, parecchie volte, senza farlo di proposito, il suo sguardo incontrò il loro sorriso. Non ci si trasforma in un giorno, ed egli non poteva modificare la gentilezza naturale del suo carattere. Così che finì col sorridere alle ragazze, per puro bisogno di cordialità espansiva. Che gli portavano infatti di nuovo? Egli sapeva bene ch’esse tendevano verso di lui le loro mani carezzevoli, ma... ma ora, laggiù, presso l’orchestra, era la donna unica, così incredibilmente diversa da quelle due ragazze della sua classe, ch’egli non poteva fare a meno di considerarle con senso di pena e di pietà. Egli desiderava con tutto il cuore che gli fosse concesso di possedere, fosse pure per un attimo, un po’ della bontà di Ruth e del suo splendore morale. Ma per nulla al mondo avrebbe voluto ferirle per i loro maneggi, che, d’altra parte, non lo lusingavano; egli risentiva perfino una vaga vergogna della propria inferiorità, che giustificava il loro contegno. Se egli fosse stato uno della classe di Ruth, quelle ragazze non si sarebbero permesse alcuna familiarità; i loro sguardi gli sembravano muniti di artigli minacciosi che s’aggrappavano a lui per mantenerlo al loro livello.
S’alzò prima che calasse il sipario, per tentare di vedere Ruth. C’era sempre della gente sotto il peristilio del teatro, così che, calcandosi il cappello sugli occhi, lei non lo avrebbe riconosciuto. Egli uscì per primo tra la folla; ma s’era appena avviato all’uscita, quand’ecco apparire le due ragazze. Esse lo avevano seguito, era evidente; e là per là egli maledisse il fascino che esercitava sulle donne. Esse avanzavano lentamente, nel più folto della folla, così che, sfiorandole, una d’esse s’accorse di lui. Era una flessuosa ragazza bruna, dagli occhi cupi, pieni di sfida. Tutt’e due gli sorrisero, ed egli rispose loro.
— Oh! chi si vede! — diss’egli automaticamente, come aveva fatto in tanti casi simili! D’altra parte, non gli era possibile agire altrimenti, data la sua grande indulgenza e il bisogno di cordialità inerenti alla sua natura. La ragazza dagli occhi neri rinforzò il suo sorriso e fece l’atto di fermarsi, come anche l’amica che l’accompagnava e che rideva, torcendosi. Egli riflettè rapidamente. Bisognava evitare che «Lei», uscendo, lo vedesse in compagnia di quelle ragazze. Con molta disinvoltura, egli manovrò in modo da spingere la bruna verso l’uscita. Là, era libero di sè, e a suo agio; anzichè manifestare impaccio o timidezza, egli scherzò allegramente, usando con un certo brio il gergo e il complimento gentile, preliminari obbligatori in quel genere di avventure rapide. Al cantone, egli volle lasciar la folla che seguiva la strada, per prendere una via trasversale, ma la ragazza dagli occhi neri lo prese pel braccio, ed esclamò trascinando la compagna:
— Fermatevi! Bill! dove correte con tanta fretta?... Non ci vorrete piantare così?...
Egli si fermò, rise, fece un voltafaccia. Al disopra delle loro spalle vedeva la folla che si moveva, passare sotto i riverberi di luce. Il punto in cui si trovava non era illuminato, così che poteva vederla passare senz’essere visto. Lei doveva passare di là, giacchè quella era la via di casa sua.
— Come si chiama? — domandò alla compagna indicando la ragazza bruna...
— Domandaglielo! — rispose lei.
— Dunque, come vi chiamate? — domandò egli, voltandosi alla ragazza.
— Voi non mi avete ancora detto il vostro nome, — ribattè quella.
— Non me l’avete chiesto, — fece lui sorridendo. — D’altra parte l’avete indovinato: mi chiamo proprio Bill.
— Là! Là! — E lei lo guardò negli occhi, mentre i suoi s’intenerivano. — È proprio vero?...
Lei seguitava a fissarlo; l’eterna femminilità luceva negli occhi eloquenti. Ed egli la scrutava, negligentemente, sapendo già che se egli si fosse mostrato aggressivo, lei si sarebbe messa in guardia, con riserbo e pudore a un tratto, ma pronta a invertire le parti s’egli avesse indietreggiato. Da uomo qual era, egli però ne sentiva l’attrattiva e nell’intimo apprezzava quella lusinghiera insistenza. Ah! come conosceva tutto ciò! sin troppo bene, dall’A alla Z... Lei era bella come una dea; sì, come una dea può essere in quell’ambiente, quando si lavora faticosamente, si è mal pagati e si disdegna di vendersi per vivere meglio, e si è ardentemente assetati d’un sorso di felicità per allietare la propria triste vita, e non si ha davanti a sè altra alternativa che una penosa eternità di lavoro o il cupo gorgo d’una miseria anche più terribile, ma che uccide presto ed è meglio pagata.
— Bill, — rispose egli scotendo il capo. — Ve l’assicuro: Bill o Pietro.
— Seriamente?
— Non si chiama affatto Bill, — interruppe l’altra.
— Che ne sapete voi? — disse lui. — Voi non mi conoscete.
— Non c’è bisogno di conoscervi per sapere che dite una bugia.
— Seriamente, Bill, qual è il vostro nome? — disse la bruna.
— Bill mi sta benissimo, — rispose Martin.
Essa gli prese il braccio ridendo.
— Io so che voi mentite, ma, pure, siete gentile lo stesso.
Egli prese la mano che s’offriva, ne sentì subito i segni e le deformazioni famigliari.
— Da quanto tempo avete abbandonato la fabbrica di conserve? — domandò.
— Come lo sapete?... Be’, è uno stregone! — esclamarono le ragazze, a coro.
Mentr’egli scambiava con loro tutte le stupidaggini solite, sentiva passare e ripassare nella mente gl’innumerevoli scaffali della biblioteca dove si accumulavano le meraviglie dei secoli passati. E l’incoerenza dei suoi pensieri lo fece sorridere.