ZANNA BIANCA (WHITE FANG)
JACK LONDON
ZANNA BIANCA
(WHITE FANG)
ROMANZO
MCMXXV
«MODERNISSIMA»
MILANO — Via Vivaio, 10
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano (7)
Nel presentare il primo volume delle opere complete di Jack London, «Il richiamo della foresta», misi in particolare rilievo il profondo significato allegorico riposto nel semplice racconto della vita di un cane, perchè il lettore non si fermasse alla maestrìa descrittiva e fantasiosa dell’artista, ma ne penetrasse l’anima e si guardasse dallo scambiare un’opera profondamente umana e sociale con un racconto d’avventure per ragazzi, cioè dal rischio di vedersi sfuggire elementi essenziali dell’opera d’arte, e il capolavoro nella sua interezza.
Leggere le opere di Jack London e non conoscere, sia pure sommariamente, la sua vita avventurosa e travagliata, è ignorare la fonte vera della sua poesia e la qualità della poesia stessa. Seguire soltanto le vicende dei suoi personaggi e le crudeltà cui il Destino li sottopone, fremendo alle loro disperate ribellioni e commovendosi per le loro prodigiose abnegazioni, ma ignorando l’ideale ultimo al quale l’autore si è ispirato e per il quale ha lottato tutta la vita, significa far torto agli ideali sociali dello scrittore, ignorare le ragioni profonde che lo muovono, e valutare incompiutamente i sentimenti che ne alimentano impulsi ed azioni e le rendono ragionevoli e possibili, aderenti alla vita, illuminatrici del destino, del passato e dell’avvenire dell’uomo.
Il poeta ci commuove, l’artista ci riempie di meraviglia, ma è l’uomo che tramuta la poesia e la bellezza in pensiero, le sensazioni in travaglio interiore, affinchè, mediante la nostra sensibilità artistica, un lato nuovo della verità universale appaia alla nostra coscienza. I capolavori hanno sempre l’intima virtù di aggiungere ad un godimento puramente spirituale una forza morale che ci rende partecipi di esperienze universali, chè, se questa forza non avessero, mancherebbero del loro elemento più vitale.
Io volli, appunto, con la mia prefazione al «Richiamo della foresta», mostrare il London uomo, e non credo di aver fatto cosa inutile o superflua, giacchè persone che avevano già letto il volume nel testo inglese o nella traduzione francese, rileggendolo dopo la mia prefazione, sono rimaste stupite di trovare, in quello che prima era sembrato un semplice racconto d’animali, una rappresentazione realistica e dolorosa del destino umano. Tanto in Buck, il cane che diventa lupo, come in Zanna Bianca, il lupo che acquista la domesticità e socievolezza del cane, il sentimento dominante è la ribellione contro la tirannìa del più forte, ribellione che si muta, nel tiranneggiato, in un bisogno di prevalenza sui simili e sui più deboli di lui, di diventare a propria volta, il trionfatore e il tiranno. Entrambi sperimentano la fredda, implacabile e spesso folle e inutile ferocia degli uomini, e finiscono coll’assoggettarvisi; ma mentre si affina, in questa schiavitù, ogni spirito peggiore, il naturale germe d’amore non inaridisce in essi, e allorchè Buck incontra Giovanni Thorton, e Zanna Bianca Weedon Scott, cioè l’uomo buono, il forte devoto al debole, quel germe d’amore si sviluppa prodigiosamente, sino a diventare forza irresistibile e travolgente, la forza che spinge al sacrificio gioioso della vita per la creatura amata.
«Weedon Scott s’era posto il compito di redimere Zanna Bianca, o, piuttosto, di redimere l’Umanità dal male che aveva fatto a Zanna Bianca. Era una questione di principio e di coscienza. Sentiva che il male fatto a Zanna Bianca era un debito assunto dagli uomini, e che doveva essere pagato. E così si sforzò d’essere più che mai buono verso Zanna Bianca... E col passare dei giorni, l’evoluzione della simpatia in amore s’accelerò. Lo stesso Zanna Bianca incominciò a rendersene conto, ancorchè esso non avesse consapevolezza alcuna di ciò che fosse l’amore. Gli si manifestava come un vuoto nel suo essere, un nuoto che assomigliava alla fame, che faceva male, che voleva essere riempito».
Zanna Bianca sentiva ciò che Buck aveva già provato dopo la morte di Giovanni Thorton. «Sentiva che quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male e che il cibo non poteva riempire».
Nelle straordinarie avventure di Buck e di Zanna Bianca ci affascina lo spettacolo grandioso del paesaggio dell’Alaska terribile e selvaggio, le paurose lotte dell’uomo e degli animali contro la solitudine e le insidie di terre inesplorate; ma ci conquista e ci commuove, soprattutto, in un tragico quadro di miserie e crudeltà, questa misteriosa forza dell’Amore «questa forza calda e radiante, nella cui luce la natura animale si espande come un fiore sotto i raggi del sole». E ad un tratto, la vita dell’Umanità travagliata s’immedesima e identifica nella vita di queste creature dal London, così che proviamo anche noi la sensazione di un vuoto interiore, di un vuoto che assomiglia alla fame, che fa male e che deve essere riempito, e dal profondo di noi sale la sensazione della sola cosa che può redimere l’Umanità e mutar faccia al mondo, l’antichissimo e nuovissimo miracolo dell’Amore, l’amore che si manifesta e disciplina nella devozione del forte per il debole, nella venerazione del debole per il forte, con senso religioso universale. Visti sotto questa luce, ch’è la vera luce dell’animo di Jack London, uomo forte, doloroso e appassionato, «Il richiamo della foresta» e «Zanna Bianca» formano una maestosa sinfonia del dolore del mondo, di questo dio folle che muove, come l’antico Deus ex machina, la tragedia spaventevole dell’Umanità governata dalla tirannide del forte sul debole. Nel «Tallone di ferro», che pubblicheremo subito dopo «Zanna Bianca», vedremo la tragedia in atto, gli animali sostituiti dagli uomini, più bestialmente crudeli, governati da leggi inesorabili, come quella della mazza e del dente, ma infinitamente più raffinati e perversi. In luogo delle grandi foreste vedremo le grandi città, piene di mortifere insidie, e udremo l’urlo di ribellione alla tirannide del forte levarsi più formidabile e farci fremere e inorridire...
Ma mentre ripenso, rabbrividendo, agli orrori del «Tallone di ferro» divenuti realtà nella guerra mondiale e nella rivoluzione russa; mentre rievoco i compagni lacerati dalla mitraglia nelle putride trincee del Podgora...
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... tutte le aberrazioni e miserie della nostra povera Umanità insanguinata, violenta, lurida, avida, egoista, risento quel vuoto interiore che alcun cibo non può riempire, quel vuoto che fa male, e mi chino ad abbracciare il povero cane dal cuore fedele che insegna con la sua illimitata devozione ciò che gli uomini non m’hanno insegnato: l’amore che sa dare e non chiedere, l’amore che ama l’amore.
GIAN DÀULI.
Rapallo, dicembre del 1924.
ZANNA BIANCA
I. LA TRACCIA DELLA CARNE.
Da ciascun lato del fiume gelato, si stendeva l’immensa foresta d’abeti, fosca e minacciosa. Gli alberi, sbarazzati di fresco del loro manto di brina dal vento, sembravano appoggiarsi gli uni sugli altri, neri e fatidici, contro la luce del giorno che impallidiva. La terra era tutt’una desolazione infinita e senza vita, dove nulla si moveva, e così fredda e deserta che, davanti ad essa il pensiero stesso si ritraeva, sorpassando la tristezza. Una specie di voglia di ridere pareva sopraffare l’animo ed era un riso tragico, come di Sfinge, un riso agghiacciato e senza gioia, come un sarcasmo dell’Eterno sulla futilità della vita e sulla vanità dei nostri sforzi. Era il Wild, il Wild selvaggio, gelido nel profondo del cuore, della terra del Nord[1].
Sul ghiaccio del fiume e come una sfida al nulla del Wild, s’affaticava una muta di cani lupi. Il loro pelame arruffato era greve di neve, e il loro fiato, appena uscito dalla bocca, si condensava in vapore, gelandosi subito e ricadendo in forma di cristalli trasparenti, come se mandassero una lava di ghiaccioli.
I cani erano attaccati, per mezzo di cinghie di cuoio e guarnimenti, a una slitta che li seguiva, a distanza, sobbalzando. La slitta, senza pattini, era fatta di pezzi di corteccia di betulla, solidamente legati e poggiava, con tutta la sua superficie, sulla neve. La parte anteriore era ricurva in forma di rullo, in modo da respingere, senz’affondare i cumuli di neve che formavano come delle onde increspate. Sulla slitta era, solidamente tenuta, una grossa cassa, stretta e oblunga, che occupava quasi tutto lo spazio. Accanto ad essa erano ammucchiati oggetti varî: coperte, un’ascia, una caffettiera e una padella per friggere. Davanti ai cani, su larghe racchette, si affaticava un uomo, e dietro la slitta, un altro. Dentro la cassa posta sulla slitta giaceva un terzo che aveva finito di penare: il Wild lo aveva stroncato, in modo da impedirgli per sempre di muoversi e di lottare. Al Wild ripugna il moto, e la vita è come un’offesa. Esso congela l’acqua per impedirle di correre al mare, gela la linfa sotto la corteccia robusta degli alberi, sinchè questi non muoiono, e, in modo anche più feroce e implacabile, si accanisce contro l’uomo per sottometterlo e schiacciarlo. Perchè l’uomo, fra tutti gli esseri viventi, è il più agitato e non trova requie e non è mai stanco, e il Wild odia il moto.
Intanto, davanti e dietro la slitta, indomiti e senza scoraggiarsi, scarpinavano i due uomini ancora vivi. Essi erano coperti di pelliccia e di cuoio morbido conciato. Il loro fiato, gelando come quello dei cani, aveva ricoperto di cristalli ghiacciati le loro ciglia, le guance, le labbra, tutta la persona, così ch’era impossibile distinguere l’uno dall’altro. Sembravano becchini mascherati che accompagnassero, verso un mondo soprannaturale, il feretro di qualche fantasma. Ma sotto quella maschera c’erano uomini che avanzavano ad ogni costo, su quella terra desolata, sprezzanti, ironici e beffardi, erti e impassibili come l’infinito abisso dello spazio. Avanzavano con i muscoli tesi, evitando ogni sforzo inutile, e facendo economia persino del respiro. Intorno intorno ad essi si stendeva il silenzio, il silenzio che pareva schiacciarli col suo greve peso, come l’acqua sul corpo del palombaro, che gli grava addosso sempre più, a mano a mano ch’egli sprofonda nell’Oceano.
Trascorse un’ora, poi mezz’ora, e la livida luce del giorno, una luce senza sole, stava per spegnersi, allorchè, improvvisamente, s’udì un grido debole e lontano, nell’aria tranquilla. Poi il grido ingrandì, a sbalzi, sinchè non divenne acuto, e insistette, così, poi cessò. Sarebbe parso il richiamo di un’anima perduta, senza quel non so che di selvaggio e feroce che l’improntava: era uno strepito ardente e bestiale, uno schiamazzo di affamato che vuole la sua preda.
L’uomo che era davanti volse la testa in modo da incontrar lo sguardo dell’uomo che era dietro, e, al disopra della cassa rettangolare posta sulla slitta, tutt’e due fecero un segno d’intesa.
Risuonò un altro grido, nel silenzio. I due uomini ne stabilirono la provenienza: veniva dietro di loro, lungo la distesa di neve che avevano attraversata. Un terzo grido rispose agli altri; proveniva anch’esso di dietro le loro spalle e a sinistra del secondo grido.
— Ci seguono, Bill, — fece l’uomo che era davanti.
La voce risuonò, rude e come irreale: pareva ch’egli avesse fatto uno sforzo per parlare.
— La carne è scarsa, — aggiunse il compagno. — Da parecchi giorni non vedo neppure la traccia di un coniglio.
Quindi tacquero; ma tendevano l’orecchio verso quello strepito di caccia che ingrandiva dietro di essi.
Quando fu notte fatta, gli uomini staccarono i cani e li istallarono, in riva al fiume, in una macchia di abeti, poi a una certa distanza dagli animali, posero l’accampamento. La bara, accanto al fuoco, servì, insieme, da sedia e da tavola. I cani lupi brontolavano e rissavano tra loro, ma non tentavano di fuggire, nè di salvarsi nelle tenebre.
— Mi sembra, Enrico, ch’essi si mantengano insolitamente fedeli alla nostra compagnia, — osservò Bill.
Enrico, chino sul fuoco e occupato a fare sciogliere un po’ di ghiaccio, per preparare il caffè, approvò con un cenno della testa, poi, sedutosi sulla bara e preso qualche boccone, disse:
— Sanno che stando con noi hanno la pelle assicurata. Meglio mangiare, che essere mangiati. Quei cani non sono privi di spirito.
Bill scosse la testa:
— Oh io non ne so nulla!
Il compagno lo guardò sorpreso.
— È la prima volta, Bill, che vi sento dubitare dell’intelligenza dei cani.
— Avete osservato, — rispose l’altro, masticando delle fave, energicamente, — come si sono agitati quando ho portato loro il pasto? Quanti cani avete, Enrico?
— Sei.
— Bene, Enrico.
Bill indugiò un po’ come per aggiungere peso alle parole:
— Dicevamo di avere sei cani e ho preso sei pesci dal sacco e li ho distribuiti dandone uno a ciascun cane. Beh, mi mancava un pesce.
— Avrete contato male.
— Noi possediamo sei cani. — proseguì Bill, con calma. — Ora io ho preso sei pesci e «Un’Orecchia» non ha avuto il suo; allora sono tornato al sacco, e ho preso un settimo pesce, che gli ho dato.
— Eppure abbiamo sei cani.
— Non volevo dire che i cani erano sette, ma che erano in sette a mangiare, le bestie alle quali ho dato del pesce.
Enrico cessò di mangiare, e di sopra al fuoco, contò a distanza gli animali.
— Comunque — fece — ora sono sei.
— Ho visto il settimo che mangiava, fuggire sulla neve.
Enrico osservò Bill con aria pietosa, ed affermò:
— Sarò molto contento di finire questo viaggio.
— Che vorreste dire?
— Voglio dire che i troppi stenti vi hanno logorato i nervi, e che cominciate a veder cose....
— Così ho pensato anch’io, là per là, — rispose Bill, con gravità. — Ma le tracce che il settimo animale ha lasciate dietro di sè sono ancora segnate sulla neve. Ve le mostrerò, se volete.
Enrico non rispose e ricominciò a mangiare in silenzio. Terminato il pasto, egli annaffiò il cibo con una tazza di caffè e, pulitasi la bocca col dorso della mano:
— Dunque, Bill, voi credete che sia così?
Un lungo grido di appello, lamentoso e selvaggio insieme, sorse dall’oscurità e l’interruppe. L’uomo tacque per ascoltare, e, tendendo la mano nella direzione del grido, fece:
— È venuto uno di essi?
Bill approvò con la testa:
— Darei chissà quanto per poter pensare altrimenti. Voi stesso avete osservato il chiasso fatto dai cani.
Urli e urli, e altri urli si rispondevano, vicino, lontano, in tutte le direzioni, e parevano mutare a un tratto il Wild in un manicomio. I cani, spaventati, avevano spezzato i tiranti ed erano venuti ad ammucchiarsi, gli uni contro gli altri, attorno al fuoco, e così vicino che il loro pelo era bruciacchiato dalla fiamma.
Bill gettò altra legna sul fuoco, accese la pipa e trattone qualche sbuffo:
— Penso, Enrico, che questo qui che è dentro — e indicava, col pollice, la cassa sulla quale erano seduti — è incredibilmente felice, come voi e io non saremo mai. Anzichè viaggiare così comodamente, avremo noi, un giorno, una pietra almeno sulla nostra carcassa? Io non riesco a capire come mai un ragazzo come questo che doveva essere, nel suo paese, un lord o qualche cosa di simile, e che non ha avuto mai da scalmanarsi per la cuccia e per la fabbrica dell’appetito, abbia avuto l’idea di venire a trascinare i suoi stivaletti su questa terra che è alla fine del mondo, abbandonata da Dio. Francamente, questo io non riesco a capire bene.
— Poteva godersi una buona vecchiaia, se rimaneva in casa sua, — aggiunse Enrico, approvando.
Bill stava per seguitare la conversazione, quando vide, nel nero muro di tenebre che gravava su di essi, dove ogni forma era indistinta, un paio d’occhi lucenti come brace. Egli li mostrò ad Enrico che a sua volta gliene mostrò un altro paio, e poi un terzo. Un cerchio d’occhi scintillanti li circondava. A tratti, un paio di quegli occhi si spostava, o spariva, per riapparire subito dopo.
Il terrore dei cani aumentava: essi balzavano come pazzi di spavento attorno al fuoco, o andavano, strisciando, a rannicchiarsi tra le gambe dei due uomini, così che, fra quello scompiglio, uno di essi andò a finire nella fiamma e incominciò a lanciare urli di lamento, mentre l’aria si impregnava dell’odore di strinato del pelo. Questo trambusto fece disperdere il cerchio d’occhi, che si riformò appena l’incidente ebbe termine e i cani ridivennero tranquilli.
— È — fece Bill, — un’incresciosa e deplorevole condizione il trovarsi con poche munizioni.
Egli dato fondo alla sua pipa, aiutava il compagno a stendere, sui rami di abete ben disposti sulla neve, un letto di coperte e di pellicce.
Enrico borbottò mentre slacciava i suoi mocassini di pelle di daino.
— Dite un po’, Bill quante cartucce ci rimangono?
— Tre, e vorrei che fossero cento, per mostrare il fatto loro a quei dannati.
E agitò il pugno, con collera, verso gli occhi lucenti. Poi, slacciati a sua volta, i mocassini, li posò con cura davanti al fuoco.
— Desidererei proprio, anche, che questo freddo fosse spazzato. Abbiamo avuto 50 gradi sotto zero da due settimane. Volesse Iddio che non avessimo mai intrapreso un viaggio come questo, che ha preso una piega che non mi piace. La faccenda non va bene, lo sento. Ma giacchè ci siamo è bene ormai che termini al più presto, e non se ne parli più! Saremo felici quel giorno in cui ci troveremo, voi e io, nel forte M’Gurry, tranquillamente seduti accanto al fuoco, a giocare alle carte. Ecco quel che mi auguro!
Enrico emise un altro brontolìo e si ficcò nel letto. Ma mentre stava per addormentarsi, ecco Bill domandargli con vivacità:
— Dite, Enrico, perchè i cani non si sono lanciati addosso all’intruso, ch’è venuto ad unirsi alle nostre bestie e a beccarsi un pesce? Mi dà da pensare questa faccenda.
— Voi vi create troppe preoccupazioni, Bill — rispose Enrico, con voce assonnacchiata. — Prima non eravate così. Credo che digeriate male. Ma abbiamo discusso abbastanza! Dormite, altrimenti domani starete male in gamba. Voi vi rompete il cervello senz’alcuna ragione. E così i due compagni s’assopirono, con respiro grosso, a fianco a fianco sotto la stessa coperta.
Il fuoco cadde a poco a poco e gli occhi brillanti restrinsero il cerchio che formavano, ma allorchè due di essi s’avvicinarono più d’appresso i cani brontolarono, tra impauriti e minacciosi. A un punto, i loro gridi divennero così acuti che Bill si svegliò.
Egli scese dal letto con cautela per non turbare il sonno del compagno, e pose altra legna sul fuoco. Rialzatasi la fiamma, quel cerchio d’occhi indietreggiò. Bill lanciò uno sguardo sul gruppo dei cani, poi, sfregate le palpebre, tornò a guardare con maggior attenzione, e, ciò fatto, rificcatosi sotto le coperte, chiamò:
— Enrico... Oh! Enrico!
Enrico gemette, come fa uno quando è destato.
— Che c’è? — domandò.
— Nulla. Ma li ho contati: sono sette, nuovamente.
Enrico accolse la notizia senz’alcun turbamento, e poco dopo russava coi pugni chiusi.
Al mattino, egli si svegliò per primo e trasse fuori del letto il compagno. Erano le sei, ma bisognava che passassero altre tre ore prima che fosse giorno chiaro. Egli incominciò, al buio, a preparare la colazione, mentre Bill arrotolava le coperte e preparava la slitta per la partenza.
— Dite, Enrico, — domandò a un tratto, — quanti cani, secondo voi, abbiamo?
— Sei.
— È un errore! — esclamò Bill trionfante.
— Ancora sette? — oppose Enrico.
— No: cinque. Uno se ne è andato.
— All’inferno! — esclamò Enrico, con collera.
E interruppe le sue faccende, per andare a contare i cani:
— Avete ragione, Bill. «Palla di Sego» è partito.
— È sparito con la rapidità d’un lampo. Deve essere stato il fumo a nasconderci la sua fuga.
— Nè lui nè noi siamo fortunati. L’avranno inghiottito vivo. Scommetto che urlava come un dannato, quando lo sgozzavano. Maledetti!
— È stato sempre un cane pazzo — fece Bill.
— Per quanto pazzo fosse, può un cane essere tanto matto da suicidarsi così?
Enrico lanciò uno sguardo sui superstiti del tiro, valutando, con un sommario calcolo mentale, il loro carattere e le loro attitudini.
— Posso giurare che neppure uno di questi si abbandonerebbe ad un gesto simile: anche a picchiarli a bastonate, rifiuterebbero d’allontanarsi.
— Io ho sempre pensato, — fece Bill — e lo ripeto, che «Palla di Sego» doveva avere il cervello un tantino guasto.
Tale fu il discorso funebre in morte di un cane che lasciò la vita lungo il viaggio, seguendo un cammino della terra del Nord.
Ma quanti altri cani, quanti uomini, non hanno avuto neppur questo!
II. LA LUPA.
Terminata la colazione, e ricaricato il rudimentale materiale da campo sulla slitta, i due uomini voltarono le spalle al fuoco allegro e si spinsero innanzi nelle tenebre, che non s’erano ancora schiarite. I gridi di richiamo, funebri e feroci, continuavano a risuonare e a rispondersi, nel buio e nel freddo.
Tacquero quando il giorno, alle nove, cominciò a spuntare. A mezzodì, il cielo verso Sud, parve riscaldarsi, e tingersi di color rosa; e quella linea di separazione che la rotondità della terra forma tra i paesi meridionali, dove luce il sole, e il mondo del Nord, apparve; ma il color rosa impallidì, e gli successe una luce grigia che durò sino alle tre, e sparì a sua volta, quando il pallido crepuscolo artico, ridiscese sulla terra solitaria e silenziosa. Ritornata l’oscurità, i gridi belluini, a destra, a sinistra, ricominciarono, suscitando tra i cani, che pure erano molto stanchi, un folle pànico.
— Sarebbe ora, — disse Bill, rimettendo, per la centesima volta, i cani sul diritto sentiero, — che se ne andassero al diavolo e ci lasciassero in pace.
— Certo si è, che ci fanno un gran ribrezzo, — approvò Enrico.
L’accampamento fu posto come la sera prima. Enrico stava vigilando la pentola dove bollivano delle fave, allorchè un grand’urlo lanciato da Bill, e seguito da un grido acuto, di dolore, lo fece sussultare. Fece appena in tempo ad alzare il naso per vedere una forma vaga che correva verso la neve e spariva nel buio.
Poi, scorse Bill, che, in piedi tra i cani, tra allegro e dolente, teneva in una mano un forte randello e nell’altra la coda e una parte del corpo d’un salmone seccato.
— Mi è riuscito di salvarne soltanto la metà, — disse Bill. — Ma il ladro ha avuto abbastanza, per il resto: non lo sentite come urla?
— E che aspetto aveva il ladro? — domandò Enrico.
— Non ho potuto vederlo bene. Ma so che ha quattro zampe, una bocca e un pelame che rassomiglia a quello di un cane.
— Deve essere, lo giurerei, un lupo addomesticato.
— Accidenti! e come addomesticato, se lo è! È venuto proprio all’ora del pasto, a portarsi via un pezzo di pesce.
I due uomini, seduti sulla cassa rettangolare, avevano, dopo desinato, accese le pipe, come erano soliti di fare, ed ecco il cerchio di occhi fiammeggianti, circondarli come la sera precedente e stringerli più da vicino.
Bill ricominciò a lamentarsi.
— Voglia Iddio che incontrino una torma di alci o altra grossa selvaggina, e che sgombrino il terreno per seguirli. Sarebbe una liberazione, per noi...
Enrico fece finta di non aver capito, ma quando Bill si disponeva a ricominciare le sue lamentele, egli divenne tutto rosso dalla stizza.
— Bill, finitela con quel vostro crocidare: avete i crampi allo stomaco, ve l’ho già detto, e perciò divagate. Inghiottite una buona cucchiaiata di bicarbonato di soda: vi calmerete, e vi assicuro che ridiventerete di piacevole compagnia. Il mattino seguente, delle energiche bestemmie dette da Bill svegliarono Enrico, il quale si sollevò su un gomito, e alla luce del fuoco che risplendeva, vide il compagno che, attorniato dai cani, agitava drammaticamente le braccia, e si abbandonava a delle orribili smorfie.
— Hello — chiamò Enrico, — che c’è di nuovo?
— «Ranocchio» se ne è andato, — fu la risposta.
-No!
— Dico di sì!
Enrico saltò fuori dalle coperte, e andò verso i cani, e, dopo averli contati con cura, si unì a Bill per maledire le potenze maligne del Wild, che gli avevano rapito un altro cane.
— «Ranocchio» era il più vigoroso della muta, — fece Bill.
— E non era un cane pazzo, — aggiunse Enrico.
E questo fu nel corso di due giorni, il secondo discorso funebre.
La colazione fu malinconica, e i quattro cani superstiti furono legati alla slitta. La giornata non fu diversa dalla precedente: i due uomini s’affaticavano senza parlare, il silenzio era rotto soltanto dai gridi che li inseguivano e che parevano attaccarsi, invisibili, al loro cammino. Ci fu lo stesso pànico dei cani, si ripetè lo sbandamento fuori del sentiero, tracciato, e la stessa stanchezza fisica e morale dei due uomini, derivante da tutto ciò.
Stabilito l’accampamento, Bill, secondo l’uso indiano, avvolse attorno al collo dei cani una solida correggia di cuoio tenuta da un bastone di cinque o sei piedi di lunghezza, che all’altra estremità era legato, per mezzo di un’altra correggia, a un piuolo fisso nella terra. I nodi erano così stretti che i cani non potevano nè mordere nè rodere il cuoio.
— Guardate, Enrico, — fece Bill, con soddisfazione. — se non ho fatto un buon lavoro! Questi imbecilli saranno costretti a star tranquilli sino a domani. Se mancasse uno solo all’appello, rinunzierei al mio caffè.
Enrico trovò che la cosa era fatta a perfezione; ma, mostrando a Bill il cerchio delle ardenti pupille che, per la terza sera, li stringeva, fece:
— Eppure è un peccato non potere assestare a queste bestiaccie qualche buona fucilata! Hanno capito che non abbiamo cartucce, e diventano perciò sempre più audaci.
I due uomini indugiarono un po’ prima di coricarsi. Guardarono le forme vaghe andare e venire, fuori del campo di luce segnato dal fuoco, e, osservando attentamente il punto in cui apparivano un paio di occhi, finivano per scorgere i contorni dell’animale che si profilava e si muoveva nelle tenebre. Una specie di pànico che avvenne tra i cani, li fece voltare da quella parte. «Un’Orecchia», gemendo e lamentandosi con urli acuti, tirava con tutte le sue forze verso la direzione dell’ombra, sul suo bastone, ch’egli mordeva freneticamente e addentava con tutti i denti.
— Bill, guardate, — mormorò Enrico.
Al chiarore del fuoco, un animale, simile a un cane, s’insinuava, con un movimento obliquo e furtivo, di soppiatto. Pareva, insieme, audace e timoroso, osservava i due uomini, con precauzione, e cercava, evidentemente, di accostarsi ai cani. «Un’Orecchia», appiattandosi verso l’animale, sul suolo, raddoppiava i gemiti.
— È una lupa. — mormorò Enrico. — Serve alla torma, come adescamento: quando è riuscita ad attirarsi dietro un cane, tutta la torma gli piomba addosso e se lo divora.
In quel mentre un pezzo di legno della catasta accesa, ruzzolò, rompendosi con fracasso, e lo strano animale, spaventato, diede un salto indietro nelle tenebre e scomparve.
— Penso una cosa, — fece Bill.
— Che cosa, per piacere?
— Che l’animale visto da noi è lo stesso che ho randellato io, ieri.
— Non c’è neppure il minimo dubbio su ciò.
— Bisogna inoltre osservare, — proseguì Bill — che la sua domestichezza eccessiva con la fiamma del nostro fuoco non è naturale e urta contro tutte le nostre idee tradizionali.
— Quel lupo, certo, ne sa più di quanto ne possa sapere un vero lupo, — approvò Enrico. — Conosce persino l’ora del pasto dei cani. È un animale che ha delle esperienze.
— Il vecchio Villano, — fece Bill, riflettendo ad alta voce, — possedeva un cane che era avvezzo a svignarsela per andare a correre con gli altri lupi. Lo so benissimo, tant’è vero che lo ammazzai, un bel giorno, in una pastura di alci, su Little Stik. Il vecchio Villano ne pianse come un neonato. Non vedeva quel cane da tre anni, tre anni, durante i quali il cane era stato con i lupi.
— Credo — dichiarò Enrico, — che abbiate indovinato la verità. Quel lupo è un cane, e da molto tempo mangia il pesce dalla mano dell’uomo.
— Se sarò un po’ fortunato, di quel lupo, che è un cane, finiremo con avere la pelle, — dichiarò Bill. — Non possiamo continuare a perdere altre bestie.
— Ricordatevi però che ci rimangono tre cartucce soltanto.
— Lo so, e le conservo per un colpo sicuro.
Enrico, al mattino, riattizzato il fuoco, fece cuocere la colazione, accompagnato, durante quella faccenda, dal russare sonoro del compagno, che si svegliò sol quando gli alimenti furono pronti. Bill, ancora assonnacchiato, cominciò a mangiare. Poi, avendo osservato che la sua tazza da caffè era vuota, si chinò per prender la caffettiera; ma essa era dalla parte di Enrico, tenuta discosto.
— Dite un po’, Enrico, — fece egli con una specie di amichevole borbottìo, — non avete dimenticato di darmi qualche cosa?
Enrico fece finta di cercare intorno a sè, e scosse la testa.
Bill pone la tazza vuota.
— Non avrete il caffè, — affermò Enrico.
— S’è rovesciato? — domandò Bill con ansietà.
— No, no.
— Se non me lo date, mi guastate la digestione.
— Non ne avrete!
La faccia di Bill divenne, a un tratto, sanguigna, dalla collera.
— Volete, per favore parlare e spiegarvi?
— «Arditone» è partito.
Lentamente, rassegnandosi alla sciagura, Bill voltò la testa e contò i cani. Poi domandò, avvilito:
— E com’è accaduto?
— Non so: certo è che «Arditone» non poteva rodere da sè la correggia, che lo teneva legato al bastone. Dev’essere stato «Un’Orecchia» a servirlo.
— Dannato di un cane! — esclamò Bill. — Non potendo liberare sè, ha liberato il compare.
— Comunque, ormai, «Arditone» è bell’e spacciato. Credo che sia stato già digerito e che ruzzi nel ventre di venti lupi diversi.
Pronunziato, così, il terzo discorso funebre, Enrico proseguì:
— Ora, Bill, volete del caffè?
Bill fece un cenno negativo.
— È proprio sicuro? — insistè Enrico, alzando la caffettiera, — eppure è buono.
Ma Bill ch’era cocciuto scostò la tazza.
— Anzichè accettare, mi farei impiccare: ho dato la mia parola e la manterrò.
Fece colazione senza bere, inaffiandola di maledizioni rivolte a «Un’Orecchia» che gli aveva giocato quel brutto tiro.
— Stanotte, — fece — li legherò tra loro, contro ogni tentativo.
I due uomini ripresero il cammino; ma fatti appena cento yards, ecco Enrico, che andava innanzi, urtare col piede, al buio, in un oggetto. Egli lo raccolse, e voltosi corse incontro a Bill.
— Tenete, Bill, — disse, — ecco una cosa che potrà esservi utile.
Bill lanciò un’esclamazione: era quell’oggetto l’unico avanzo di «Arditone», il bastone al quale era stato attaccato.
— Se lo son mangiato tutto, — fece Bill: — ossa, costole, pelle, tutto hanno divorato. Persino il bastone, non è proprio liscio come la palma della mano: ne hanno mangiato il cuoio che ne guarniva le estremità. Speriamo che a voi e a me non tocchi la stessa sorte, prima di terminare il nostro viaggio!
Enrico rise.
— È la prima volta, — fece, — che sono così perseguitato dai lupi; ma ho conosciuti altri pericoli, e ne sono uscito sano e salvo. Fatevi coraggio, risolutamente, e non temete nulla: non ci avranno, figlio mio.
— Questo non si sa, sì, non si può sapere...
— Voi siete pallido, segno che la circolazione del sangue è cattiva. Dovreste prendere del chinino. Ve ne rimpinzerò quando saremo giunti a destinazione.
Anche quel giorno fu simile ai precedenti: all’alba, alle nove, e a mezzodì il riflesso lontano, verso sud, del sole invisibile; poi il pomeriggio grigio, che precedeva una rapida notte. Quando il sole proiettò il suo fioco chiarore, Bill, prese il fucile dalla slitta, e disse:
— Vado a vedere, Enrico, che cosa possa fare.
— Siate prudente, e badate che non vi capiti una disgrazia!
Bill s’allontanò in quei luoghi deserti. Un’ora dopo, ritornava verso il compagno che l’aspettava con una certa ansia.
— Si sono sparpagliati, — riferì — e vagolano al largo, lontano da noi, correndo qua e là, ma senza abbandonarci. Sono sicuri di averci, e sanno che basta pazientare. Intanto, cercano qualche altra cosa da rosicchiare.
— Secondo voi, — osservò Enrico, — sono sicuri di averci?
Bill fece finta di non aver inteso e continuò:
— Ne ho intravvisto qualcuno: sono magri, da far paura. Non hanno mangiato un boccone da settimane, tranne s’intende i nostri tre cani. Fra loro ve ne sono alcuni che non dureranno; hanno le costole come stropicciapanni, e le pance appiattite a livello della spina dorsale: sono, posso dirvelo, al colmo della disperazione, sono mezzo arrabbiati e aspettano.
Erano trascorsi pochi minuti, quando Enrico, che aveva preso posto dietro e spingeva la slitta, per aiutare il tiro dei cani, lanciò, come richiamo a Bill, un fischio soffocato. Dietro di essi, in piena vista, e seguendo le tracce del cammino percorso dalla muta, s’avanzava, col naso fisso al suolo, una forma villosa. La bestia, che trotterellava senz’alcuno sforzo apparente, pareva che scivolasse, anzichè correre. I due uomini si fermarono, e anch’essa si fermò, e, alzata la testa, li guardò fissamente, dilatando le narici frementi, fiutando il loro odore, come per formarsi un concetto dei due.
— È la lupa! — fece Bill.
I cani s’erano coricati sulla neve, e Bill, dietro alla slitta, raggiunse il compagno. Tutti e due esaminarono lo strano animale, che li seguiva da parecchi giorni e aveva già spazzato metà della muta. Essi lo videro trotterellare ancora qualche passo avanti, poi fermarsi e ricominciare daccapo, a tratti, lo stesso movimento, sinchè non fu a breve distanza. Allora sostò, a testa alta, presso una macchia di abeti e ricominciò a osservare i due uomini, come avrebbe fatto un cane; ma senz’avere negli occhi neppure un segno dello sguardo affettuoso dell’amico dell’uomo. Era la insistenza della fame, implacabile come le zanne della bestia, disumana come la neve e il freddo.
L’animale era alquanto più grosso d’un lupo, le sue forme scarnite rivelavano uno degli esemplari più importanti della specie.
— Dev’essere di quasi due piedi e mezzo di altezza, alla spalla, — osservò Enrico, e ha quasi cinque piedi di lunghezza.
— Per un lupo, — fece Bill — ha uno strano colore: non ne ho mai visti di simili. Ma un manto che tende al rossiccio, quasi all’arancio: una tinta cannella. Veramente, il pelo della bestia, non era di questo colore, ma prevalentemente grigio, com’è di tutti i lupi; ma in quel momento, vaghi e indefinibili riflessi che percorrevano il pelo dell’animale ingannavano e confondevano la vista.
— Parrebbe un rude e grosso cane da tiro, — proseguì Bill. — Non mi meraviglierei di vedergli muovere la coda.
— Neh, cagnaccio, — chiamò. — Venite qua, qua, chiunque siate!
— Non ha nessunissima paura di te, — osservò Enrico, ridendo.
Bill agitò la mano, fece finta di minacciare, gridò a squarciagola, ma la bestia non manifestò alcun timore: si limitò a mettersi un po’ in guardia, non cessando di tener d’occhio i due uomini, con una fissità d’affamata.
Evidentemente, se avesse osato, si sarebbe accostata con piacere a quella carne, per saziarsene.
— Sentite, Enrico, — fece Bill, a bassa voce, pianissimo. — Ecco il momento di utilizzare le nostre tre cartucce; ma bisogna che il colpo non fallisca e che sia mortale: che ve ne pare?
Enrico acconsentì, e Bill, con mille precauzioni, avvicinò a sè il fucile; ma aveva fatto appena il gesto d’imbracciarlo, ed ecco la lupa, con un salto di fianco, sparire, fuori di tiro, fra gli abeti.
I due compagni si guardarono; Enrico fischiettò, con aria d’intelligenza, e Bill, dominandosi, rimise a posto il fucile.
— Dovevo aspettarmelo, — disse. — Un lupo che la sa tanto lunga, da venire a spartire il cibo con i nostri cani, deve costarci molto caro: ma io, com’è vero che mi chiamo Bill, lo distruggerò; e giacchè, è troppo scaltro per essere ucciso allo scoperto, l’andrò a scovare.
— Se volete tentare di abbatterlo, fatelo qui, — consigliò Enrico. — Ammesso pure che le vostre cartucce uccidano tre bestie, se sopravviene la torma e vi circonda, le altre si vendicheranno su di voi.
Accamparono di buon’ora, quella sera. I tre cani superstiti avevano tirato lentamente la slitta, e s’erano stancati prima del tempo. I due uomini dormirono con un occhio aperto; il cerchio dei nemici s’era stretto attorno nuovamente, così che bisognava alzarsi senza soste per attizzare il fuoco e non lasciare languire la fiamma.
— Ho udito dei marinai, — disse Bill, — parlare dei pescicani di terra. Nelle loro faccende, queste bestie ne sanno più di noi; sanno che fra breve ci avranno.
— Vi hanno già preso mezzo, — ribattè Enrico, ruvidamente, — se vi abbandonate a questi discorsi. Quand’uno si dichiara perduto, è bello e spacciato. Confessando di esserlo, voi siete mezzo divorato.
— Ne hanno divorati tanti che valevano quanto voi e me, — rispose Bill.
— Basta, basta! voi volete soverchiare un po’ troppo.
Ed Enrico voltò le spalle a Bill, bruscamente, aspettandosi l’irritazione del compagno, ch’egli sapeva di carattere violento e collerico. Ma Bill non rispose nulla.
— Brutto segno! — pensò Enrico, cui le palpebre si chiudevano involontariamente. — Non c’è dubbio che il morale di Bill sia gravemente tocco. Domattina, avrò un bel da fare a rianimare quel ragazzo.
III. L’URLO DELLA FAME.
La giornata incominciò sotto migliori auspici. I due uomini non avevano perduti i cani durante la notte, e con l’animo sollevato ripresero il cammino, nel silenzio, nel buio e nel freddo. Pareva che Bill avesse dimenticato i suoi sinistri presentimenti: i cani rovesciarono la slitta, ed egli accolse scherzando quell’accidente. Eppure era una orribile confusione: la slitta, capovolta, era rimasta incastrata fra un tronco d’albero e un enorme masso. Bisognò, innanzi tutto, togliere i finimenti dei cani per liberarli e scioglierli; ciò fatto, mentre i due uomini erano occupati a raddrizzare la slitta, Enrico scorse «Un’Orecchia» che, strisciando, stava per svignarsela.
— Qui, «Un’orecchia», — gridò egli, rivolto al cane.
Ma il cane, anzichè ubbidire balzò avanti e se la svignò, correndo con tutte le sue forze, trascinandosi dietro i finimenti.
Laggiù, sulla pista, l’attendeva la lupa. Nell’accostarsi ad essa, il cane parve esitare, a un tratto e rallentare la corsa, guardando fissamente l’animale con sospetto e desiderio insieme. Essa pareva che gli ammiccasse e gli sorridesse con tutti i suoi denti, poi avanzò d’un passo verso di lui, a mo’ di approccio, e «Un’Orecchia» s’accostò ma rimanendo in guardia, rizzando la testa, le orecchie e la coda.
Raggiuntala, egli tentò di sfiorare col suo naso il naso dell’altra; ma essa si voltò, con freddezza, e fece un passo indietro e ripetè più volte lo stesso atto, come per trascinarlo lontano dai suoi compagni umani. A un punto (e parve che un sospetto passasse per il cervello del cane) «Un’Orecchia», voltatosi, guardò indietro i due compagni del tiro, la slitta rovesciata e i due uomini che lo chiamavano. Ma avendogli la lupa porto il naso, perchè lo sfregasse, egli dimenticò subito ogni altro pensiero, e ricominciò a seguirla pochi minuti dopo; in un pudico e nuovo indietreggiamento ch’essa fece.
Bill, durante questo tempo, aveva pensato al fucile; ma il fucile era andato a finire sotto la slitta e quando, con l’aiuto d’Enrico, potè afferrarlo, il cane e la lupa erano già troppo lontani, e troppo vicini fra loro, per poter tirare. Troppo tardi, «Un’Orecchia» s’accorse d’avere sbagliato: ma già una dozzina di lupi magri, balzando sulla neve, piombavano ad angolo retto sul cane per tagliargli la via. Quanto alla lupa, messi da parte grazia e pudore, s’era lanciata sull’innamorato, con un rauco mugolìo, e, rovesciatolo con un colpo di spalla s’era unita agli altri inseguitori e lo incalzava, alle calcagna.
— Dove andate? — gridò Enrico, posando una mano sul braccio di Bill.
Bill si svincolò con un brusco movimento.
— Non posso permettere, — disse, — quel che avviene. Essi non debbono avere più, se posso impedirlo, nemmeno uno dei nostri cani.
E, col fucile in pugno, egli sparì nel boschetto che orlava il sentiero.
— Bada, Bill! — gli gridò dietro Enrico ancora una volta, — sii prudente.
Enrico, seduto sulla slitta, vide sparire il compagno. «Un’Orecchia» aveva abbandonato il cammino battuto e tentava di arrivare alla slitta, descrivendo un gran cerchio. Enrico lo intravvedeva a tratti, che se la batteva fra gli abeti radi e si sforzava di vincere i lupi nella corsa, mentre Bill tentava a sua volta, — era evidente — di ostacolare l’inseguimento. Ma la partita era già perduta, tanto più che altri lupi, sbucando da tutte le parti, s’univano alla caccia. A un tratto, Enrico, udì un colpo di fucile seguito immediatamente da altri due, e capì che le cartucce erano finite.
Seguirono un gran fracasso, dei mugolìi e degli urli ed Enrico udì il cane che guaiva ed urlava; un urlo di lupo gli fece comprendere che uno degli animali era stato colpito, poi non intese altro: gemiti e mugolii cessarono, ed Enrico rimase lungo tempo seduto sulla slitta, non sentendo il bisogno di andare a vedere coi propri occhi ciò ch’era accaduto: lo sapeva come se avesse assistito alla scena. Pure, a un tratto, si alzò, con un sussulto, e, con fretta febbrile, cercò l’accetta nel bagaglio, poi ritornò a sedere, e riflettè a lungo, in compagnia dei due cani superstiti che gli stavano accucciati ai piedi, tremanti.
In fine s’alzò, come oppresso da un’enorme stanchezza e credette suo dovere attaccare i cani alla slitta.
Egli stesso, messosi a spalla un arnese da tiro, accompagnò il traino delle bestie. La tappa fu breve. Appena cominciò ad imbrunire, Enrico s’affrettò a predisporre l’accampamento, diede il pasto ai cani, fece cuocere e mangiò il suo cibo e si fece il letto presso il fuoco. Ma non aveva ancora chiusi gli occhi, quand’ecco arrivare i lupi e incalzare così dappresso, che non c’era da pensare a dormire. Erano là, attorno a lui e così poco lontani, che li poteva vedere come in pieno giorno; stavano coricati o accosciati attorno al fuoco, e, strisciando col ventre, ora avanzavano, ora indietreggiavano. Alcuni dormivano, coricati in cerchio sulla neve, come cani. Egli non cessò, neppure un momento, d’alimentare la fiamma, perchè sapeva ch’essa era il solo ostacolo che si frapponesse fra la sua carne e le loro zanne. I due cani gli si stringevano addosso implorando protezione. Di tanto in tanto, il cerchio dei lupi si agitava e tutti urlavano a coro, poi si ricoricavano o si accosciavano e il cerchio si restringeva.
Intanto, avanzandosi un po’ alla volta, i lupi finirono col toccarlo quasi; allora, egli prese dei tizzoni accesi e cominciò a lanciarli nel mucchio dei nemici, i quali balzarono indietro, con un salto precipitoso, accompagnato da urli di collera e da mugolii paurosi quando un ramo ben lanciato ne colpiva qualcuno.
Al mattino, l’uomo aveva un aspetto torvo e accasciato, gli occhi dilatati dal sonno. Egli cucinò e trangugiò la colazione, poi, quando la luce ebbe dispersa la torma dei lupi, s’adoperò a eseguire un disegno che aveva meditato durante le ore della notte. Abbattuti, a colpi d’accetta, alcuni alberi d’abete giovani, formò con essi, legandoli in croce, una specie di palco alquanto alto, sostenuto da quattro abeti robusti, poi, servendosi delle correggie della slitta, come corde, con l’aiuto dei cani, sollevò su quel palco la bara che aveva con sè.
— Hanno avuto Bill, — disse, rivolto al corpo del morto, quando l’ebbe coricato in quella specie di sepolcro aereo, — e, prenderanno, forse, anche me, ma, voi, o giovane, non sarete loro preda.
Poi la slitta riprese la corsa dietro i cani che ansimavano, pieni di slancio, perchè sapevano anch’essi che il canile del forte M’Gurry era la loro salvezza. Ma i lupi non erano rimasti lontano e avevano ricominciato l’inseguimento, ormai apertamente. Essi trotterellavano tranquillamente dietro la slitta, disposti in file parallele, con le lingue pèndule, i fianchi magri sui quali si movevano le costole, accompagnando ogni movimento.
Enrico non poteva non ammirare, come quelle bestie reggessero ancora sulle loro zampe, senza sprofondare nella neve.
A mezzogiorno, verso il Sud, non apparve solo un riflesso di sole, ma il sole stesso, emergendo dall’orizzonte, pallido e dorato nella parte superiore. Enrico ne trasse un buon presagio; riapparso il sole, i giorni s’allungavano. Ma fu una gioia di breve durata; quasi subito la luce s’attenuò, ed egli non tardò a predisporsi per la notte: avrebbe impiegato quelle poche ore di chiarore grigiastro e di velato crepuscolo, che rimanevano, per tagliare una gran quantità di legna da far fuoco.
Con la notte, ritornò il terrore, e fu il massimo.
Enrico era angustiato, più che dai lupi, dal bisogno di dormire. S’addormentò infatti senza accorgersene, raggomitolato presso il fuoco, con le coperte sulle spalle, l’accetta fra le ginocchia, un cane a destra e l’altro a sinistra. In quello stato di dormiveglia, egli intravvedeva tutta la torma che lo contemplava, come un pasto ritardato ma certo, e gli pareva di vedere tanti ragazzi attorno ad una tavola imbandita, in attesa del permesso di cominciare a mangiare.
Poi, irresistibilmente, le palpebre gli si ripiegavano ed egli esaminava il suo corpo con attenzione che gli era insolita. Si toccava i muscoli e li contraeva, interessandosi in modo straordinario al loro movimento; alla luce del fuoco, apriva le dita, distendeva o piegava le falangi delle dita, sorpreso dell’obbedienza e dell’elasticità della sua mano che, bruscamente o dolcemente, trepidava secondo la volontà di lui, sino alla punta delle unghie.
E, come affascinato, si sentiva preso da infinito amore per quel corpo mirabile, al quale non aveva, sin’allora, mai badato; da tenerezza infinita per quella carne viva, destinata a saziare fra breve quei bruti, a essere ridotta a brandelli. Che cos’era egli ormai? Nient’altro che cibo per delle zanne fameliche, nutrimento d’altri stomachi, simile agli alci ed ai conigli, di cui egli s’era tante volte cibato.
A pochi piedi di distanza, la lupa dai riflessi rossi, era accosciata sulla neve e lo guardava, con uno sguardo penoso. I loro sguardi s’incontrarono, ed egli comprese agevolmente ch’essa se lo godeva già, a giudicare dalla gola che si spalancava ghiottamente, scoprendo le zanne bianche, sino alla radice.
La saliva le scolava dalle labbra, ed essa se la leccava. Allora Enrico ebbe un sussulto di spavento: fece un gesto brusco per impadronirsi di un tizzo e lanciarlo sulla lupa; ma questa con eguale rapidità, scomparve. Allora egli ricominciò a osservare la sua mano, con senso di adorazione, a esaminare, l’uno dopo l’altro tutte le sue dita e come si adattassero perfettamente alle rugosità del ramo che egli brandiva.
Poi, siccome, il suo dito mignolo correva il rischio di scottarsi, lo ripiegò delicatamente, tenendolo un po’ discosto dalla fiamma.
Pure, la notte passò senza accidenti di sorta, e apparve il mattino. Per la prima volta, la luce del giorno non disperse i lupi: invano l’uomo attese la loro partenza; essi stavano in cerchio attorno a lui e al fuoco, con un’insolenza che gli avviliva ogni coraggio ritornatogli con la luce crescente. Ciò nonostante, egli tentò uno sforzo sovrumano per rimettersi in cammino.
Ma aveva appena riposta la slitta sul sentiero e s’era scostato di pochi passi dalla protezione del fuoco, allorchè un lupo, più audace degli altri, gli si lanciò addosso. La bestia calcolò male lo slancio: fece un salto troppo corto, i suoi denti, stridendo, afferrarono il vuoto, mentre Enrico per difendersi, faceva un balzo di lato, poi, indietreggiando verso il fuoco, fece piovere una quantità di tizzoni ardenti fra gli altri lupi, che, eccitati dall’esempio, s’erano drizzati in piedi e si preparavano già a gettarglisi addosso.
Rimase assediato tutta la giornata e poichè la legna era quasi esaurita, egli distese progressivamente il fuoco verso un’abete secco che s’innalzava a poca distanza e che egli riuscì, così, ad avvicinare; abbattè l’albero e passò il resto del giorno a preparare, per la notte, rami e fascine.
La nuova notte, fu angosciosa come la precedente, con quest’aggravante, che il bisogno di dormire diventava, per l’uomo, sempre più irresistibile. Enrico, nella sua sonnolenza, vide la lupa accostarsi a lui, al punto ch’egli, brandito un tizzone acceso, potè, con un gesto meccanico, piantarlo nella gola della bestia. La lupa urlò dal dolore e diede un balzo: egli sentì l’odore di strinato della carne e guardò la bestia scuotere la testa con furore.
Poi, per timore, di abbandonarsi a un profondo sonno, Enrico si legò alla mano destra un tizzo di abete, affinchè la bruciatura della fiamma lo svegliasse quando il ramo fosse consumato, e ripetè più volte quell’espediente. Ogni qual volta la fiamma, toccandolo, lo faceva sussultare, egli alimentava il fuoco e coglieva l’occasione per lanciare ai lupi, una pioggia di tizzoni incandescenti che li tenevano momentaneamente a bada. Ma giunse il momento in cui il ramo, mal legato, si distaccò dalla mano senza ch’egli se ne accorgesse. Addormentatosi, egli sognò. Gli parve d’essere nel forte di M’Gurry; il luogo era caldo e comodo, ed egli giuocava con l’agente della fattoria. Il forte era assediato dai lupi che urlavano al cancello d’ingresso; egli e il compagno interruppero un momento il giuoco per ascoltare i lupi, e ridendo dei loro sforzi inutili; ma di botto s’udì uno schianto; la porta aveva ceduto e i lupi invadevano la casa, precipitando su di lui e sul compagno, con un crescendo d’urli tali, ch’egli ne aveva la testa come rotta.
A questo punto si svegliò e il sogno si accostò alla realtà; i lupi urlanti gli erano addosso e già uno di essi aveva addentato un braccio. Con un movimento istintivo, Enrico saltò nel fuoco e il lupo lasciò la preda, dopo avere fatto un largo squarcio nella carne.
Allora cominciò una battaglia di fiamme; protette le mani dai grossi guantoni, Enrico raccolse i carboni ardenti, a piene manciate, e li lanciò in aria, in tutte le direzioni. L’accampamento era come un vulcano in eruzione. Enrico si sentiva gonfiare la faccia, bruciare ciglia e sopracciglia, e, ai piedi, un calore che diventava intollerabile. Con un tizzone in ciascuna mano, egli s’arrischiò a fare qualche passo avanti: i lupi avevano indietreggiato. Egli lanciò loro i due tizzoni, poi fregò con la neve i guantoni carbonizzati e nella neve battè i piedi per raffreddarli. Dei due cani non rimaneva alcuna traccia: essi avevano, senza dubbio, fornito altro pasto ai lupi, continuando la serie delle vittime, ch’era cominciata parecchi giorni prima con «Palla di Sego», e sarebbe finita, probabilmente fra breve, con lui.
— Ma non mi avete ancora! — gridò egli, con voce selvaggia, alle bestie affamate, che gli risposero, come se avessero capito quel che diceva, con un’agitazione generale e con mugolii ripetuti.
Mettendo in esecuzione un nuovo disegno difensivo, egli formò un cerchio con una serie di fascine, disposte torno torno, e le accese; poi si collocò nel centro di quella specie di baluardo di fuoco, disteso sul suo materasso per ripararsi dalla umidità glaciale e dalla neve che il calore liquefaceva, e rimase immobile.
I lupi, non vedendolo più, vennero ad assicurarsi attraverso le cortine di fiamme se la preda fosse ancora là, e, rassicuratisi, ripresero l’attesa paziente, riscaldandosi al fuoco benefico, stirando le membra e ammiccando beatamente con gli occhi. La lupa s’acculò, puntò il naso verso una stella e cominciò un lungo ululato; a uno a uno, gli altri lupi l’imitarono e tutta la torma, acculata, col naso verso il cielo, urlò dalla fame.
Spuntò l’alba, il giorno; la fiamma era diminuita, la provvista della legna era esaurita e bisognava rinnovarla. Enrico tentò di varcare il cerchio ardente che lo proteggeva, ma subito i lupi gli si pararono davanti: egli allora lanciò contro di essi qualche tizzone, ch’essi si limitarono a scansare, senza provarne spavento, e dovette rinunciare alla lotta.
L’uomo, vacillando, si sedette sul materasso e sulle coperte, lasciò cadere il petto sulle ginocchia, come se il corpo gli si fosse spezzato in due, e la testa penzoloni verso il suolo. Era l’abbandono della lotta; di tanto in tanto, egli alzava un po’ il capo per osservare l’estinzione progressiva del fuoco, e vedeva il cerchio dividersi, spezzettarsi, lasciando dei larghi vuoti.
— Credo. — mormorò egli, — che fra poco potrete avvicinarvi e impossessarvi di me. Ma ormai che importa? Io dormirò...
E socchiudendo gli occhi per l’ultima volta, vide attraverso una breccia la lupa che lo fissava.
Quanto tempo dormì? Non avrebbe saputo dirlo. Ma allorchè si svegliò, gli parve che un cambiamento misterioso fosse avvenuto attorno a lui, un mutamento così strano e inatteso, che si svegliò di colpo. Dapprima non capì l’accaduto, poi si accorge di questo; i lupi se ne erano andati; solo le tracce delle loro zampe, impresse nella neve, gli fecero ricordare il numero e l’accampamento dei nemici. Poi, siccome il sonno lo riprendeva, più fortemente egli lasciò ricadere la testa sulle ginocchia.
Stavolta, a svegliarlo, furono grida d’uomini unite a rumor di slitte che s’avanzavano, a scricchiolii di finimenti e all’ansare affannoso dei cani da tiro. Quattro slitte, lasciando il letto ghiacciato del fiume, venivano infatti verso di lui, fra gli abeti: poco dopo una mezza dozzina di uomini, lo circondavano. Rannicchiato in mezzo al cerchio di fuoco che si spegneva, egli li guardò, come inebetito, e balbettò con le mascelle ancora impastate:
— La lupa rossa... Venuta presso i cani al momento del pasto... Prima ha divorato i cani... Poi divorò Bill...
— Dov’è lord Alfredo? — gli vociò uno degli uomini, all’orecchio, scuotendolo ruvidamente.
Egli mosse lentamente la testa.
— No, no, se l’ha divorato... si sta putrefacendo su un albero, nell’ultimo accampamento.
— Morto? — gridò l’uomo.
— Sì, è in una cassa... — rispose Enrico.
E liberò vivamente la spalla dalla mano di colui che l’interrogava.
Gli occhi, che lappolavano, si chiusero, il mento gli ricadde sul petto, e mentre i nuovi arrivati l’aiutavano a distendersi sulle coperte, il suo russare saliva già in alto nell’aria gelida.
Un rumore lontano rispose a quel russare; era l’urlo attenuato dalla distanza, della torma affamata dei lupi, che andavano in cerca d’altra carne, in cambio dell’uomo ch’era loro sfuggito.
IV. LA BATTAGLIA DELLE ZANNE.
La lupa aveva, prima delle altre bestie, udito il suono delle voci umane e gli abbaiamenti affannosi dei cani, attaccati alle slitte. Per prima essa era fuggita lontano dall’uomo rannicchiato nel cerchio di fiamme semispente. Gli altri lupi non riuscivano a rassegnarsi alla rinunzia di quella preda ormai ridotta alle loro brame, e, per qualche minuto rimasero ancora sul posto, ascoltando i rumori sospetti che s’avvicinavano. Finalmente, anch’essi ebbero paura e si lanciarono sulla traccia lasciata dalla lupa.
Un gran lupo grigio, uno dei capi soliti della torma, correva avanti e mugolava per avvertire i più giovani di non rompere la fila, distribuendo loro, quand’era necessario, dei colpi di zanna, quando essi tentavano di oltrepassarlo. Accelerò l’andatura per regolarsi sulla lupa che, ora, trotterellava tranquillamente sulla neve, e non tardò a raggiungerla.
Essa stessa gli si pose allato, come se quella fosse la sua posizione solita, e tutt’e due guidarono l’orda. Il gran lupo grigio, non brontolava nè ringhiava, quando, d’un balzo, essa si divertiva a oltrepassarlo un po’: sembrava, anzi, darle prova d’una benevolenza talmente viva, che tendeva ad accostarsi sempre più a lei, che però, brontolava e mostrava i denti. Talvolta si spingeva sino a mordergli duramente la spalla, ed egli non protestava: si limitava a fare un salto di lato, e, tenendosi discosto dall’irascibile compagna, seguitava a condurre la torma, con aria rigida e imbronciata, come un innamorato respinto.
Così scortata sul fianco destro, la lupa aveva dall’altro lato un vecchio lupo grigiastro e spelato, tutto segnato da cicatrici, ch’erano le stigmate di parecchie battaglie.
Esso possedeva un occhio solo, l’occhio destro, perciò aveva scelto il lato sinistro della lupa. Anch’egli metteva un’ostinazione continua nello stringerla da presso, nello sfiorarla col muso sfregiato, con le spalle e col collo. Ella lo teneva a distanza, come faceva con l’altro corteggiatore; talvolta i due rivali la incalzavano contemporaneamente, spingendola ruvidamente, e, per liberarsi, ella raddoppiava, a destra e a sinistra, i suoi morsi acuti.
Mentre galoppavano a ciascun lato di lei, i due lupi si minacciavano l’un l’altro, con i loro denti lucenti; soltanto la fame, più imperiosa dell’amore, impediva loro di combattersi.
Il vecchio lupo losco, aveva presso, dalla parte esposta alla lupa, un lupacchiotto di tre anni, giunto al termine dello sviluppo, che sembrava uno dei più vigorosi della torma. Le due bestie, quand’erano stanche, s’appoggiavano l’una sull’altra con la spalla e con la testa; ma a un tratto il lupo giovane, con aria ingenua, si lasciava oltrepassare dal vecchio compagno, e senza essere visto s’insinuava tra lui e la lupa, la quale, strofinata da questo terzo innamorato, si metteva a ringhiare e si voltava: il vecchio faceva altrettanto, ed anche il gran lupo grigio, ch’era a destra. Davanti a questa triplice fila di denti, formidabile, il lupacchiotto si fermava bruscamente, e s’acculava, dritto sulle zampe anteriori, digrignando i denti a sua volta, e arruffando il pelo del dorso. Ne veniva una confusione generale, fra gli altri lupi, chè quelli che chiudevano la fila, premevano quelli davanti, che, finalmente, se la prendevano col lupacchiotto, cui davano delle buone zannate. Egli sopportava i maltrattamenti senza protestare, con quella fede senza limiti che è propria della gioventù, ripetendo di tanto in tanto il suo maneggio, quantunque non ne cavasse alcunchè di buono.
I lupi percorsero, quel giorno, un gran numero di miglia, senza spezzare in quegli incidenti, le file. Dietro, zoppicavano i più deboli, i più giovani, come i più vecchi: i più robusti andavano innanzi, e tutti quanti parevano un’esercito di scheletri, ma forniti di muscoli d’acciaio a tutta prova, instancabili. Movimenti e contrazioni si succedevano senza tregua, senza fine previdibile, e senz’alcun sforzo apparente nè stanchezza. La notte e il giorno che seguirono, essi continuarono la loro corsa: correvano solitarii per regioni deserte, dove vivevano soli, cercando un’altra vita da divorare per perpetuare la loro.
Attraversarono pianure basse e oltrepassarono fiumicelli gelati, prima di trovare ciò che cercavano: incontrarono finalmente degli alci, preceduti da un grosso maschio. Finalmente! ecco la preda, della carne e la vita, non difese da fuochi misteriosi e da fiamme che volavano in aria: degli zoccoli, è vero, dei pugnali di corna, ma tutta roba ch’essi conoscevano già. Immediatamente, buttando al vento la solita prudenza e pazienza, essi attaccarono battaglia, la quale fu breve e feroce. Il grande alce fu assalito da tutti i lati; invano, rotolandosi nella neve, egli assestava ai lupi rudi colpi di zoccolo, o li colpiva con le ampie corna, sforzandosi di spaccar loro il cranio o di aprir loro il ventre: la lotta era disperata. Egli cadde al suolo, con la lupa appesa alla gola, e, sotto innumerevoli zanne, addentato in ogni parte del corpo, fu divorato vivo, mentre continuava a lottare, difendendosi sino all’ultimo.
I lupi ne ricavarono un vitto abbondante: l’alce pesava più di ottocento libbre, di modo che alle quaranta gole della torma toccò una buona ventina di libbre ciascuna. Ma se lo stomaco dei lupi poteva resistere a prodigiosi digiuni, era anche vero che il potere d’assimilare non era meno prodigioso. Poche ossa sparse, in poche ore, furono gli unici resti del meraviglioso animale che aveva tenuto testa con tanta bravura all’orda dei nemici.
Poi venne il riposo, e il sonno; poi i giovani maschi cominciarono a quistionare fra di loro. La carestia era terminata, i lupi erano arrivati alla Terra Promessa: essi continuarono durante alcuni giorni, a cacciare in compagnia il branco di alci di cui avevano seguite le traccie; ma ora, usavano delle precauzioni, attaccandosi, di preferenza, alle femmine, più pesanti nei loro movimenti, o ai vecchi maschi. Finalmente la torma dei lupi si divise in due schiere, ciascuna delle quali seguì una direzione diversa.
La lupa, il gran lupo grigio, il vecchio lupo orbo e il lupacchiotto di tre anni guidarono una delle schiere in direzione di est, verso il fiume Makenzie, e la regione dei laghi. La torma si diradava di giorno in giorno, i lupi s’allontanavano a coppie, maschio e femmina insieme. Talvolta un maschio, senza femmina con la quale accoppiarsi, era scacciato a colpi di zanne, dagli altri maschi. Cosicchè, in fine, rimase la lupa col terzetto dei suoi spasimanti. Tutti e tre portavano le tracce sanguinose delle sue morsicature, mostrandosi essa inesorabile con ciascun di loro: ma essi seguitavano a non difendersi dalle sue zanne, e si limitavano, per calmarne lo sdegno, a voltarsi dimenando la coda e danzando davanti a lei a piccoli passi. Ma per quanto dolci si mostravano verso di lei, altrettanto erano feroci l’un verso l’altro. Il lupo di tre anni sentiva crescere la sua audacia: afferrata alla sprovvista l’orecchia del vecchia lupo, dalla parte dell’occhio cieco, la lacerò e ridusse a brandelli. Il vecchio lupo, che, pure, era meno vigoroso e meno agile del giovane rivale, ma gli era superiore per esperienza e accortezza, — e l’occhio perduto e il muso sfregiato erano appunto un segno della sua esperienza della vita e della lotta, — avrebbe certamente trovato il modo, a suo tempo, di rivalersi. Infatti al momento propizio, fu un combattimento magnifico e tragico insieme: il vecchio lupo orbo e il gran lupo grigio si unirono per assaltare insieme il lupo di tre anni, e distruggerlo. Essi l’attaccarono implacabilmente, ciascuno a un fianco, dimenticando i giorni di caccia comune, i giochi fatti assieme e la fame sopportata a lato a lato. Queste erano tutte cose del passato: il presente, implacabile e crudele più d’ogni altra cosa, era l’amore. La lupa, oggetto della contesa, acculata, guardava da spettatrice pacifica, pacifica e contenta, perchè sapeva ch’era venuto il suo giorno. Infatti quei peli si arruffavano e le zanne colpivano le zanne, e la carne lacerata fremeva per lei, per possederla.
Il lupo di tre anni, ch’era alla sua prima partita d’amore, perdette la vita in quell’avventura. I due vincitori, quando egli fu morto, guardarono la lupa che, senza muoversi sorrideva nella neve. Ma il vecchio lupo orbo era, dei due superstiti, il più scaltrito: egli aveva imparato molto. Il gran lupo grigio, voltando il capo, incominciò a leccarsi una ferita che gli faceva sanguinar la spalla, e stava così curvato con la schiena rivolta verso il vecchio lupo, il quale, con l’unico occhio rimastogli, colse il momento opportuno, e, abbassatosi per prendere lo slancio, saltò alla gola che si offriva alle sue zanne, e l’attanagliò con la sua mascella. Lo squarcio fu così largo e profondo, da spezzare la grossa arteria: il grosso lupo grigio, con un urlo terribile, si slanciò sul nemico, che aveva rapidamente indietreggiato, ma già la vita gli sfuggiva, e il ringhio gli veniva soffocando, in una tosse precipitosa. Grondante sangue e tossendo, egli combattè ancora un po’, poi vacillò sulle zampe, gli occhi gli si offuscarono, e i sussulti divennero sempre più brevi.
Intanto, la lupa, sempre acculata, continuava a sorridere, beata: giacchè quella non era altro che la battaglia dei sessi, la lotta naturale per l’amore, la tragedia del Wild, tragica solo per quelli che morivano. Quando il gran lupo grigio rimase immobile, il vecchio orbo, «Un Occhio», (così lo chiameremo d’ora in avanti), s’avvicinò alla lupa, con un’andatura nella quale appariva, insieme con l’orgoglio della vittoria, una certa prudenza. Era pronto a sopportare un rabbuffo, cosicchè provò una piacevole sorpresa, vedendo che la lupa non gli digrignava i denti con collera, ma anzi lo accoglieva graziosamente. Ella sfregò il suo naso contro quello del maschio, e acconsenti perfino a saltare, sgambettare e giocare con lui, con modi infantili, e lui, vecchio e saggio com’era, fece il piccolo con lei e s’abbandonò a delle follìe, che superavano quelle della lupa.
Non era più questione di rivali vinti, nè di racconto d’amore scritto in rosso sulla neve: solo una volta, il vecchio lupo fu costretto a fermarsi, per leccare il sangue che colava dalle sue ferite mal chiuse, e le sue labbra fremettero in un vago ringhio, e il pelo del collo gli si eresse involontariamente. Egli si chinò sulla neve ancora rossa, come per prendere lo slancio, e ne morse la superficie, in una contrazione brusca delle mascelle, ma subito dopo egli dimenticò tutto e corse verso lo lupa, che gli sfuggì invitandolo a seguirla, e a condividere con lei il piacere della caccia, attraverso i boschi. D’allora, corsero a fianco a fianco, come buoni amici che hanno finito col comprendersi, cacciando, uccidendo e mangiando in comune.
Così trascorrevano giorni, quando la lupa cominciò a mostrarsi inquieta: pareva che cercasse qualche cosa che le mancava.
Quei ripari che formavano gli alberi caduti erano per lei pieni d’attrattiva; penetrando nelle larghe fenditure che s’aprivano nella neve, nel vuoto formato nei macigni strapiombanti, ella fiutava il luogo a lungo. «Un Occhio» pareva assolutamente estraneo a quelle ricerche, ma tuttavia seguiva con buonumore lutti i passi della lupa, e quando questa s’attardava un po’ troppo, nelle sue indagini, o il passaggio era troppo angusto per due, egli si stendeva sul suolo e aspettava placidamente il ritorno della compagna.
Senza fissarsi di preferenza in alcun luogo, essi vagabondavano per parecchie regioni, poi ritornavano verso il Makenzie, seguivano il fiume, scostandosi soltanto per risalire, sulle tracce di qualche selvaggina, uno dei piccoli affluenti. S’imbattevano talvolta in altri lupi, che camminavano, come loro, a coppie, di solito, ma non c’erano nè dall’una nè dall’altra parte, segni di scambievole amicizia, di piacere di rivedersi, nè desiderio di riunirsi in branco. Altre volte incontravano dei lupi solitarii, ch’erano sempre dei maschi e facevano atto, con insistenza, di volersi unire alla lupa e al compagno, ma tutti e due, a spalla a spalla, col pelo eretto e i denti minacciosi, facevano così brutta accoglienza, che gl’inopportuni pretendenti, voltavano la schiena in breve e riprendevano la loro corsa solitaria.
I due correvano in una calma notte di plenilunio, per le foreste, allorchè «Un Occhio» si fermò di botto: egli drizzò il muso, dimenò la coda, alzò una zampa, come un cane che si ferma, e con le narici dilatate annusò l’aria. E poichè quel sentore non gli parve soddisfacente, egli ricominciò a fiutare di bel nuovo, ostinatamente, cercando di comprendere quell’impalpabile messaggio che gli recava il vento. Una specie di russare leggero era bastato a far capire alla lupa, la quale trotterellò avanti per rassicurare il compagno. Questi la seguì ancora irrequieto e, a un tratto, non potè fare a meno di fermarsi, per annusare l’atmosfera.
Giunsero a un’ampia radura, aperta nella foresta; strisciando con prudenza, la lupa s’avanzò sino al margine dello spazio libero; e il vecchio lupo, dopo aver esitato un po’, con tutti i sensi desti e vigili, col pelame che irradiava sospetto e diffidenza, la raggiunse. Rimasero a fianco a fianco, vigili, aspirando l’aria sospetta dalle narici.
Un rumore di cani che questionavano e si battevano giungeva sino ai loro orecchi, e, con esso, gridi di uomini dal suono gutturale e voci più acute di femmine, stridule e nervose. Udirono persino il frignare lamentoso di un bambino, ma tranne le masse enormi formate dalle pelli delle tende, non riusciva loro di distinguere altro che le fiamme di un fuoco davanti al quale dei corpi andavano e venivano, e il fumo che saliva delicatamente verso il cielo, nell’aria tranquilla. Ma i mille sentori di Un accampamento di indiani giungevano ora alle narici delle due bestie; e quei sentori esprimevano un mucchio di cose che il vecchio lupo non poteva capire e che alla lupa erano ignote.
Essa appariva stranamente agitata, e soffiava, soffiava, aspirando l’aria con voluttà crescente; «Un Occhio» invece, rimaneva sospettoso, e non nascondeva la sua noia nè il desiderio impaziente di andarsene subito. Allora la lupa si voltava verso di lui, gli sfregava il naso sul naso per rassicurarlo e tornava a guardare verso l’accampamento; era evidente, in lei, una voglia imperiosa diversa da quella della fame. Una forza misteriosa, che la faceva sussultare, la spingeva a inoltrarsi, ad accostarsi a quel fuoco, a quella fiamma, a unirsi alla compagnia dei cani, fra le gambe degli uomini. «Un Occhio» finalmente, riuscì a condurla via agitandosi tanto da comunicare la sua irrequietezza alla lupa, la quale si ricordò, a sua volta, di quell’altra cosa che cercava così ostinatamente e che per lei era assolutamente necessario trovare. Essa fece un voltafaccia e trotterellò indietro, nella foresta, con gran sollievo del vecchio lupo, che la precedeva, e che non fu rassicurato se non quando l’accampamento non si vide più.
Così scivolando a fianco a fianco, senza rumore al chiaro della luna, essi incontrarono un sentiero e, i loro due nasi si abbassarono dove apparivano sulla neve delle tracce segnate di recente. «Un Occhio» corse avanti, seguito dalla lupa, e con tutte le precauzioni necessarie. I cuscinetti naturali ch’essi avevano sotto alle piante dei piedi s’imprimevano sulla neve, silenziosi, come capitoni di velluto.
Il lupo scoprì una piccola macchia bianca, che, lievemente, si muoveva sul suolo bianco, e accelerò l’andatura, già rapida. Davanti a lui, quella piccola macchia bianca balzava.