LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL RINASCIMENTO IN ITALIA
VOLUME I.


LA CIVILTÀ
DEL SECOLO
DEL RINASCIMENTO
IN ITALIA

SAGGIO
DI
JACOPO BURCKHARDT

TRADOTTO SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA
DAL PROFESSORE
D. VALBUSA
con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore

VOLUME I

IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1876


In Firenze — Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno.



[INDICE]


PREFAZIONE

Se nella storia del movimento intellettuale dell'Europa moderna v'è un'epoca, che a buon diritto reclami tutta l'attenzione dello storico e del filosofo, ella è certamente quella, di cui, sotto forma italiana, si presenta ora al pubblico una splendida e dotta illustrazione nell'opera del signor Burckhardt. È cosa omai consentita da tutti che il pensiero moderno, cui l'Europa va debitrice dell'attuale sua grandezza e potenza, non è che la maturazione di un pensiero che nacque presso di noi negli anni del Rinascimento, quando l'Italia, prima di scadere dal rango delle nazioni, dischiuse ancora una volta le fonti della civiltà e del sapere a tutto il mondo occidentale. Il Rinascimento inaugurò quella battaglia fra due opposti principj, fra la libertà e il despotismo, fra la ragione e il pregiudizio, che non è peranco finita e che forse non finirà così presto. Le città libere del medio-evo sono certamente degne di ammirazione e di lode; ma esse non fecero che i primi tentativi per giungere a quel fine, cui il Rinascimento ebbe la mira colla piena coscienza di ciò che chiedeva. Esse domandavano delle libertà e mossero guerra ad alcuni privilegi: gli uomini del Rinascimento vollero la libertà e si ribellarono contro ogni privilegio. La lotta, limitata sino a quest'epoca a singole corporazioni, divenne tutto ad un tratto generale, e dai diritti tradizionali si volse ai diritti originarj e universali dell'umanità. Non fu una semplice cultura quella che si ridestò, ma un mondo intero, la società tutta, che, anelando a rigenerarsi, agli ordini esistenti sostituì ordini nuovi, alla divisione per ischiatte contrappose il libero ed audace arbitrio dell'individuo, alla consuetudine che soggioga fe' subentrare la ragione che impera. Non a torto adunque fu detto che la storia del Rinascimento è il proemio di ogni rivoluzione moderna sì nel campo dell'azione, che in quello del pensiero, od anche, se si vuole, il primo atto di quel gran dramma, che si svolse successivamente nella Riforma tedesca, e nella Rivoluzione francese, e che partorì da ultimo la civiltà attuale.


Questa uscì dal concorso maraviglioso delle stirpi latine da un lato e delle germaniche dall'altro: le une vi contribuirono colla restaurazione del paganesimo classico, le altre col ritorno al Cristianesimo secondo i principj evangelici. Ridestando a nuova vita le scadute divinità, i sapienti e i poeti dell'antica Grecia e di Roma, i Latini rischiararono colla face dell'antico sapere le fitte tenebre, nel bujo delle quali aveano prevalso la scolastica, i delirj fantastici e la superstizione; abbellirono la vita col fascino irresistibile delle forme, e al tempo stesso ruppero le barriere dell'antico mondo, navigando arditi oltre le colonne d'Ercole, trovando una nuova via alle Indie e scoprendo un mondo intero al di là dell'Atlantico. I Germani, accettando dall'Italia i tesori dell'antica cultura, come già una volta il Cristianesimo, non solo se ne impadronirono con quella profondità e pienezza, che lasciavano fin d'allora presentire la loro futura superiorità nel campo della speculazione, ma trovarono essi stessi l'arte della stampa, che diede al pensiero ali per distendersi e per durare eternamente, e rovesciarono o riformarono col loro spirito filosofico due sistemi già vecchi, il tolomaico del mondo astronomico, e il gregoriano del despotismo papale. Al tempo stesso la caduta allora verificatasi del vecchio e crollante Impero d'oriente per opera dei Turchi, che minacciavano l'Europa di una nuova invasione asiatica, concorse mirabilmente a dare un indirizzo nuovo alla politica di tutti gli Stati. Di fronte all'impotenza dei Papi, che invano credettero di poter scongiurare il pericolo evocando le vecchie Crociate, più vivo si fece sentire in tutti il bisogno di unirsi in più stretti rapporti al di dentro e al di fuori, e al principio teocratico fu sostituita la politica degli Stati autonomi, creando unità nazionali o monarchie ereditarie e ponendo in luogo dei Concilj i congressi e l'equilibrio politico invece dell'autorità internazionale degli Imperatori e dei Papi.

Tra le stirpi latine spetta in modo particolare agli Italiani la gloria di aver nella scienza e nell'arte dischiuso nuovi ed immensi orizzonti, ridonando all'Europa, dopo la lunga barbarie del medio-evo, tutti i tesori dell'antico sapere. Con questo fatto essi si riconobbero ancora una volta come i legittimi eredi della gloria e del nome latino in un momento, in cui il loro paese, francatosi dal giogo imperiale, non era ancora caduto nei fatali amplessi di Francia e di Spagna ed era il più florido di tutta Europa. Che se anche l'antica cultura non potè mai dirsi del tutto morta presso di loro, e se ne potrebbero additare le tracce attraverso i secoli sino al tempo in cui Carlomagno rinnovò l'Impero d'occidente ed anche più addietro, non fu tuttavia se non nel secolo XV che essa ruppe definitivamente le dighe, che ne arrestavano il corso, e si diffuse coll'impeto di una forza irresistibile per tutte le fibre del corpo sociale. Un fremito di vita nuova parve allora discorrere da un capo all'altro della penisola, e gl'Italiani, che stavano sul punto di perdere la propria patria, non sembrarono quasi rammaricarsene, felici di averne trovata un'altra da tanto tempo perduta. Il genio dell'antichità, troppo grande per perire del tutto nel Cristianesimo, riapparve quasi fenice dalle ceneri del passato: i poeti e i filosofi dell'antica Grecia e di Roma, scossa la polvere dei conventi, uscirono di nuovo ad insegnare l'emancipazione dello spirito umano, gli Dei del vecchio Olimpo risuscitarono il culto della forma e della bellezza, e gli eroi dei primi tempi si ripresentarono all'ammirazione del mondo come i tipi più perfetti e ideali dell'umanità. Un paganesimo neo-latino rifece e colorì la letteratura, le arti e perfino i costumi. Quella rinnegò la sua origine popolare e si avvolse nella toga maestosa della lingua e dello stile latino: sorsero accademie ad imitazione di quelle di Platone e di Cicerone; si apersero biblioteche come al tempo de' Tolomei; perfin l'educazione famigliare fu classica, e un alito dell'antica gentilezza corse in tutte le vene del corpo sociale, mentre al tempo stesso la scaduta moralità giunse a tal grado di corruzione da far ricordare i tempi dell'antica Roma imperiale. Questa grande risurrezione di morti è un fatto unico nella storia, nè si ripeterà forse mai più, attesa l'indole molto più larga e cosmopolitica della civiltà moderna. Ma, per quanto essa attesti splendidamente della grandezza immortale della civiltà antica, non sarebbe pur sempre in ultimo che una frivola mascherata, se in fondo ad essa non vi stesse un'altra missione provvidenziale. Il latinismo, che una volta avea conquistato il mondo per l'opera della Chiesa, dovea padroneggiarlo di nuovo come principio di cultura sociale. Quando l'Europa, dopo il Concilio di Costanza, sollevò un grido di protesta contro la Chiesa già corrotta e invecchiata, cominciò la grande opera nazionale degl'Italiani, vale a dire il compito di abbattere lo sterile sistema della cultura scolastica col sostituirvi lo spirito vivificatore dell'antichità, e di porre al posto del vuoto formalismo delle scuole monastiche l'eterna sostanza del sapere antico. La libertà dello spirito e l'emancipazione della scienza dai ceppi del dogmatismo furono le preziose conquiste che ne derivarono: così l'uomo fu ridonato all'umanità e sorse una civiltà nuova, nel cui ambito ci moviamo ancora oggidì e di cui non possiamo ancora misurare lo svolgimento progressivo e la meta. A ragione adunque questo grande momento chiamasi quello dell'umanismo, poichè con esso comincia veramente l'umanità moderna.


L'opera del signor Burckhardt mira appunto a darci un quadro quanto più si possa completo delle condizioni del nostro paese in un'epoca così feconda di notevoli rivolgimenti. Essa non è tanto una storia della cultura nel vero senso di questa parola, quanto un Saggio, come all'Autore piacque modestamente d'intitolarla; ma, anche sotto un titolo così modesto, non si saprebbe dire se più si debba lodare in essa la copia stragrande della erudizione, o la maestria artistica con cui le parti bellamente son disposte tra loro. Egli vi si accinse colla piena coscienza della natura, dell'estensione e delle difficoltà proprie del carico assunto, e candidamente lo confessa sin dalle prime linee. «I contorni ideali del quadro di una data civiltà, egli scrive, presentano già di per sè un'importanza diversa ad ogni osservatore; e quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo tanto di chi scrive, che di chi legge». Ma appunto per questo egli procede anche estremamente cauto nelle sue conclusioni, nelle quali anche la critica più minuziosa cercherebbe invano quel fare sentenzioso e assoluto, che è il solito indizio di una superficialità frivola ed ignorante. I caratteri distintivi della nazione sono messi in piena evidenza da un paragone continuo colle condizioni analoghe d'altri tempi e d'altri paesi, ma senza allusioni e circostanze attuali, atte più a rivelar le tendenze dell'autore che a mettere in rilievo la verità, scopo supremo, anzi unico della scienza. Dappertutto la stessa cura di evitare la vuota frase filosofica con quello stesso studio, che altri pongono a farne sfoggio in sostituzione alla frase rettorica oggimai fuor d'uso; dappertutto il fermo proposito di tenersi nel campo della più scrupolosa obbiettività, senza torturare i fatti per cavarne la confessione voluta; dappertutto chiamati a giudici supremi il retto sentimento di umanità e la ragione, giudici certo assai competenti in questioni di fatti umani; dappertutto una esposizione omogenea, eppur varia, limpida, vivace, senza affettazioni o contorsioni o mordacità; dappertutto infine quella serenità, quella calma, che carpiscono la fiducia, perchè soliti indizi di scrittore coscienzioso e profondo.

Fu scritto che tra quest'opera ed una storia propriamente detta corra quella medesima differenza, che si riscontra tra un quadro di figura ed un paesaggio, dove ciò che si guadagna rispetto allo splendor della scena, si perde poi rispetto agli eroi che vi agiscono e al movimento drammatico. La sentenza può accogliersi come giusta, se con essa s'intese soltanto di mettere in più viva luce la lodevole sobrietà dell'Autore, che in tanta ricchezza di materiali non ha voluto giovarsi se non di quelli, che più strettamente facevano al suo scopo, per non recare soverchio ingombro turbare l'armonia dell'insieme. Egli è un fatto che nel leggere il libro del signor Burckhardt ci par quasi di essere trasportati nel bel mezzo di una selva incantata, dove a nostro agio possiamo abbracciar con lo sguardo l'infinito serpeggiar de' viali, le vedute, i prospetti, e dove qua e là fra i boschetti vediamo, ad un suo cenno, spuntare ora la testa, ora il braccio marmoreo di una statua, or, mezzo nascoste tra il verde, le magnifiche forme di un gruppo, senza che per questo ne sia dato di maggiormente avvicinarci, o che i nostri sforzi per afferrarne più intrinsecamente le parti, restino compiutamente appagati. Ma l'apparente manchevolezza nei particolari, voluta dall'indole stessa sintetica del lavoro, non è difetto, e infondata affatto sarebbe l'accusa, se nella brevità impostasi dall'Autore altri volesse scorgere una lacuna effettiva, che, ove realmente esistesse, nessun titolo, per quanto modesto, avrebbe potuto giustificare. Altra cosa è il lavorar sulle fonti che si conoscono, lo studiarle e il confrontarle fra loro per accertar fatti, precisar date e arricchire di nuovo materiale utile la grande suppellettile storica; altro il mirare ad abbracciar in un tutto e a mettere in più vera e piena luce i risultati acquistati alla spicciolata e ridurli in armonia con disegno artistico, per renderli più accetti all'universale e per distribuire i frutti del sapere anche a coloro, cui manca l'agio o la volontà di attingere alle fonti originali. Evidentemente il signor Burckhardt si attenne di preferenza al secondo di questi due metodi, come quello che meglio anche rispondeva al suo scopo, di darci un'idea chiara e compiuta del tempo preso a trattare, anzichè di rettificare o correggere questo o quel fatto particolare. L'opera sua non va dunque giudicata come una semplice opera di erudizione, benchè questa non vi faccia difetto in nessun punto dove è domandata, ma bensì come una di quelle che, mantenendosi in una sfera più elevata, mirano innanzi tutto a tener desto lo spirito della scienza e rammentano agli scopritori ed investigatori solitari, che l'indagine per sè sola non basta. Come tale essa porta realmente la vita, il movimento, il colore in un cumulo di materiali che, senza una parola vivificante, avrebbero chi sa per quanto ancora, continuato a rimaner lettera morta, e risponde pienamente alle esigenze della critica più severa, perchè nel fatto dà più di quanto in sul principio non sembri promettere, e perchè riempie al tempo stesso, e nel miglior modo che mai si potesse desiderare, una lacuna, che era pur sempre rimasta aperta rispetto ad uno dei periodi più luminosi della nostra storia.


Assumendo l'incarico di rendere accessibile all'universale dei nostri compatriotti un libro scritto con tanta serietà di propositi e con sì piena coscienza della dignità e dell'alta missione della storia, noi ci lusinghiamo di aver fatta opera, che non debba parere nè superflua ai bisogni del nostro paese, nè discara a quanti amano fra noi l'incremento de' buoni studi. Altri giudicherà come abbiamo soddisfatto agli obblighi nostri di fronte al Pubblico ed all'Autore. A noi non resta che d'invocare l'indulgenza di entrambi e di porgere a quest'ultimo il tributo della nostra più viva riconoscenza per la squisita cortesia, colla quale, autorizzando la nostra traduzione, volle arricchirla di numerose aggiunte e correzioni inedite, che danno un pregio tutto affatto speciale alla presente edizione e la pongono, per questo riguardo, al di sopra delle stesse edizioni finora comparse del testo tedesco.

Mantova, 1º Dicembre 1875.

Il Traduttore.

A

LUIGI PICCHIONI

VENERATO MAESTRO COLLEGA ED AMICO

L'AUTORE

PARTE PRIMA LO STATO COME OPERA D'ARTE

CAPITOLO I. Introduzione.

Condizioni politiche d'Italia nel sec. XIII. — La Monarchia normanna sotto Federico II. — Ezzelino da Romano.

Questo scritto porta il titolo di semplice Saggio nel senso più rigoroso della parola, perchè nessuno sa meglio dell'autore, ch'egli s'è posto ad una impresa di vasta mole con mezzi e forze di gran lunga sproporzionate. Ma, quand'anche egli potesse sino ad un certo grado dichiararsi soddisfatto del proprio lavoro, non oserebbe tuttavia lusingarsi di aver con ciò meritato la lode degl'intelligenti e dei maestri. Già forse di per sè i contorni ideali del quadro di una data civiltà presentano una importanza diversa ad ogni osservatore; e quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo tanto di chi scrive, che di chi legge. Nell'ampio mare, nel quale ci avventuriamo, le vie e le direzioni possibili sono molte; e gli stessi studi intrapresi per questo lavoro assai facilmente potrebbero in mano ad altri non solo ricevere uno sviluppo ed una trattazione diversa, ma porgere occasione altresì a conclusioni del tutto contrarie. E per vero il soggetto ha in sè tanta importanza da far desiderare di vederlo studiato sotto tutti gli aspetti e da punti di vista i più disparati. In mezzo a ciò noi saremo contenti, se la nostra parola non cadrà affatto inascoltata e se questo libro sarà giudicato nel suo insieme come un tutto organico, che può stare da sè. La più grave difficoltà in una storia della cultura sta appunto nel dover rompere la continuità del processo storico, scomponendolo in parti che spesso sembrano arbitrarie, per pur giungere a darne comecchessia un'immagine. — Alla maggior lacuna del libro pensavamo altra volta di poter supplire con un'altra opera, che avrebbe dovuto intitolarsi: l'Arte nel secolo del Rinascimento; ma questo proposito non ha potuto effettuarsi che in parte.[1]


La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare l'Italia in uno stato politico essenzialmente diverso da quello degli altri paesi occidentali. Mentre in Francia, in Ispagna, in Inghilterra il sistema feudale era ordinato per modo che, dopo percorso lo stadio della sua vita, dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria; mentre in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente, l'unità dell'Impero, in Italia invece s'era quasi interamente sottratto ad ogni specie di dipendenza. Gl'imperatori del secolo XIV, anche nei casi più favorevoli, non vi furono più accolti come supremi signori feudali, ma solamente come capi e sostegni possibili di potenze già costituite; e dal canto suo il Papato, ricco di aderenti e di appoggi, era forte abbastanza da impedire ogni futura unificazione del paese, ma non già da poter fondarne una esso stesso.[2] Fra l'uno e l'altro di questi rivali eravi una moltitudine di aggregazioni politiche — repubbliche e principati — talune già preesistenti, altre surte da poco, la cui esistenza non era fondata che puramente sul fatto.[3] In esse lo spirito della moderna politica europea scorgesi per la prima volta abbandonarsi liberamente a' suoi propri istinti, trascorrendo assai di frequente agli eccessi del più sfrenato egoismo, conculcando ogni diritto e soffocando il germe di ogni più sana cultura; ma dove queste tendenze furono arrestate od almeno comecchessia controbilanciate, quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella storia, si ha lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, lo Stato come opera d'arte. Questa nuova vita si manifesta tanto nelle repubbliche che nei principati in mille modi diversi, e ne determina non solo la forma interna, ma altresì la politica estera. — Noi ne prenderemo in esame il tipo più completo ed esplicito negli Stati retti a forma principesca.


Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello illustre nel regno normanno dell'Italia meridionale e della Sicilia, dopo la trasformazione che esso aveva subìto per opera dell'imperatore Federico II.[4] Questi, cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in prossimità ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a giudicar delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto obbiettivo, anticipando così il tipo dell'uomo moderno sul trono. A queste sue qualità bisogna aggiungere altresì la profonda conoscenza ch'egli aveva delle condizioni interne degli Stati saraceni e della loro amministrazione, nonchè la guerra a morte sostenuta coi Papi, che obbligò entrambi i contendenti a mettere in campo tutte le forze ed i mezzi, di cui poteano disporre. Le ordinanze di Federico (specialmente dal 1231 in avanti) non mirano ad altro, fuorchè alla distruzione completa del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in una moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo grado tassabile. Egli centralizzò l'intera amministrazione giudiziaria e politica in un modo sino a quel tempo affatto sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio poteva più essere conferito in virtù dell'elezione popolare, sotto pena di veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti gli abitanti in condizione servile. Le imposte, basandosi sopra uno sconfinato catasto e sulle consuetudini maomettane, venivano percette con quei modi vessatorii e crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è impossibile estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma non si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi sottoposti a sì rigido sindacato, che non possono nemmeno, senza speciale permesso, nè prender moglie, nè studiare all'estero: — l'università di Napoli infatti fu la prima a metter leggi restrittive agli studi; — quando lo stesso Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico il sistema di esercitare il commercio per conto proprio in tutto il mare Mediterraneo, riserbandosi, con molto scapito de' suoi sudditi, il monopolio di parecchi oggetti. — I califfi fatimiti colle loro tendenze eterodosse non ancor ben manifeste erano stati (almeno sul principio) abbastanza tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico al contrario corona il suo sistema di governo con una persecuzione contro gli eretici, che sembrerà tanto più riprovevole, quando si ammetta, come par quasi certo, che egli in costoro abbia inteso di perseguitare i partigiani non tanto della libertà di coscienza, quanto del libero vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre dappresso, quali agenti di polizia all'interno e come nucleo dell'armata contro i nemici esterni, quei Saraceni trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera, che con uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e alle scomuniche papali. — I sudditi, disavvezzi alle armi, lasciarono più tardi, con indolente apatìa, consumarsi la rovina di Manfredi e il trionfo dell'Angioino; ma questi alla sua volta fece suo quel sistema di governo, e se ne giovò a' suoi scopi ulteriori.


Accanto all'imperatore, che mirava a centralizzare ogni cosa, sorge un usurpatore di un genere tutto affatto particolare, Ezzelino da Romano, vicario e genero di lui. Egli non rappresenta propriamente nessun sistema di governo o di amministrazione, poichè tutta la sua attività fu sprecata in guerre continue per l'assoggettamento delle Provincie orientali dell'Italia superiore; ma, come tipo politico pei tempi posteriori, non è meno importante del suo imperiale protettore. Sino a questo tempo ogni conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi effettuata in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o a danno degl'infedeli e degli scomunicati. Ora per la prima volta si tenta la fondazione di un trono sulla strage delle moltitudini e su altre infinite crudeltà, che è come dire, impiegando ogni sorta di mezzi, pur di riuscire allo scopo. Nessuno dei tiranni posteriori, non lo stesso Cesare Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei delitti; ma l'esempio era dato, e la caduta di Ezzelino non ricondusse la giustizia fra i popoli, nè fu di alcun freno agli usurpatori venuti dopo.

Indarno S. Tommaso d'Aquino, nato suddito di Federico, pose innanzi la dottrina di una costituzione di governo, in cui il principe s'immagina assistito da una Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco nelle scuole, e Federico ed Ezzelino rimasero per l'Italia le due più grandi figure politiche del secolo XIII. La loro personalità, rappresentata sotto un aspetto per metà, leggendario, costituisce la parte più importante delle «Cento novelle antiche», la cui originaria redazione cade certamente in questo secolo.[5] In esse si parla di Ezzelino con quella specie di reverente paura, che sogliono inspirare le cose grandi, e in breve un'intera letteratura si forma intorno alla sua persona, dalla cronaca dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi un mito.[6]

Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi, principalmente dalle lotte partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, i singoli tiranni, in generale quali capi dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni così diverse, che è impossibile non riconoscere in questo fatto una legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi, di cui si servono, essi non hanno bisogno che di continuare sulla via adottata già dai partiti: l'espulsione o la distruzione degli avversari e delle loro case.

CAPITOLO II. La Tirannide nel secolo XIV.

Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo.

Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono una prova evidente del come esempi consimili non andarono punto perduti. Le loro immanità parlavano abbastanza altamente, e la storia le ha circostanziatamente descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e a non contare che sopra le proprie forze, e organizzati in conformità a questo scopo, presentano pur sempre una particolare importanza.

Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in allora nessun principe fuori d'Italia aveva nemmeno un'idea, congiunto con una potenza quasi assoluta dentro i limiti dello Stato, fece sorgere qui uomini e forme politiche affatto speciali.[7] Il segreto principale del regnare stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente le imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate al principio della sua signorìa. Tali erano: un'imposta fondiaria basata sopra un catasto; determinati dazi di consumo, e gabelle pure determinate sopra l'importazione e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite dei dominii privati della casa regnante. Esse non oltrepassavano mai un certo limite, tranne il caso di un notevole aumento nella pubblica prosperità e nel commercio. Di prestiti, quali si vedevano effettuarsi nelle comunità repubblicane, qui non si parlava neppure; e più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, quando si poteva prevedere che non avrebbe prodotto veruna scossa, come, per esempio, la destituzione e la spogliazione, all'uso affatto orientale, dei supremi magistrati della finanza.[8]

Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti i bisogni della piccola corte, alla guardia personale del principe, ai mercenari assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè ai buffoni ed agli uomini d'ingegno, che formavano il seguito del regnante. L'illegittimità, circondata da continui pericoli, isola il tiranno: l'alleanza più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. La liberalità dei principi del nord nel secolo XIII s'era ristretta ai cavalieri, vale a dire alla nobiltà che serviva e cantava. Non così il tiranno italiano: sitibondo di gloria e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia l'ingegno come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito si sente sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di una nuova legittimità.


Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno di Verona, Can Grande della Scala, il quale negl'illustri esuli accoglieva alla sua corte i rappresentanti di tutta Italia. Gli scrittori se ne mostrarono riconoscenti: Petrarca, le cui visite a questa corte trovarono un biasimo così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe del secolo XIV.[9] Dal suo mecenate — il signore di Padova — egli pretende molte e grandi cose, ma in modo tale da mostrare ch'egli ne lo crede anche capace. «Tu non devi essere il padrone, ma il padre de' tuoi sudditi e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra del tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare contro i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener tutto a forza di benevolenza. Bene inteso, io dico i soli cittadini che amano l'ordine; poichè chi ogni giorno va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un nemico dello Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve aver sempre il suo corso».[10] Entrando poi ne' particolari, vi si scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza dello Stato: il principe deve aver cura di tutto, restaurare e mantenere le chiese e i pubblici edifizi, sorvegliare la polizia delle strade, prosciugar le paludi, regolare la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar la sua protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, perchè questi soli gli assicurano un posto glorioso presso la posterità.[11]

Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi e i meriti personali di taluni fra questi principi, tuttavia il secolo XIV riconosceva o almeno presentiva la breve durata e l'effimera sussistenza della maggior parte delle tirannidi. Siccome istituzioni politiche di questo genere per lor natura son destinate a mantenersi tanto più stabilmente, quanto maggiore è l'estensione del loro territorio, così era anche naturale che i principati più potenti fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. Quale ecatombe di piccoli signori non fu sacrificata in questo tempo ai soli Visconti! — A questi pericoli esterni poi corrispondeva quasi sempre un cupo fermento all'interno, e questo stato di cose non poteva certamente non esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe. L'arbitrio male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, i nemici e i cospiratori dall'altro lo trasformavano quasi inevitabilmente in tiranno nel peggior senso della parola. Avesse egli almeno potuto fidarsi de' suoi più prossimi congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo alla successione al trono, come altresì riguardo alla ripartizione dei beni, e appunto nei momenti di maggior pericolo un risoluto cugino od uno zio si sostituivano, nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al posto del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione o il riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione a liti continue. E così accadde, che un numero ragguardevole di queste famiglie si trovò avere nel seno non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi di vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento aperto e alle stragi domestiche. Altri, vivendo all'estero in qualità di fuggiaschi, si chiudono in paziente aspettativa, come ad esempio quel Visconti che, stando a pescare sul lago di Garda,[12] al messo del suo rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare a Milano, seccamente rispose: «non prima che le scelleratezze del tuo padrone abbiano superato le mie». Talvolta sono altresì i congiunti del principe che lo sacrificano alla pubblica moralità troppo altamente offesa, per salvare così gl'interessi della dinastia.[13] Altrove la signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo che il capo di essa è obbligato di sentire il parere dei membri che la compongono, ed anche in questo caso la divisione del possesso e della potenza è causa frequente di acerbi rancori.


Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo negli scrittori fiorentini d'allora. Già il fasto stesso ed il lusso, col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla propria vanità, quanto d'impressionare la fantasia del popolo, è fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno scettro d'oro in mano e, tornato a casa, mostravasi dalla finestra appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo che soglionsi mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore.[14] Ma più spesso ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della cupidigia e dell'ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite, venite, carnefici, venite, avoltoi?».[15] Il castello della tirannide non s'immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d'insidie e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderìe.[16] Altri predicono sventure a chiunque s'accosti o serva il tiranno,[17] che da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com'è, ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa e a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi la speranza della sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro l'elemento segreto, che deve trarlo a rovina».[18] E tuttavia si tace di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e i principati: Firenze infatti tendeva allora a promovere il maggiore sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono emergere che essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova gli uffici allora generalizzati dei passaporti.[19]

Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni astrologiche e per l'empietà di taluni fra quei tiranni. Quando l'ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani (1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio della notte invocare il demonio, «perchè lo uccidesse!».


Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò pel primo riscontrasi una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci imperatori romani:[20] l'affare di Stato più importante è la caccia dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie ricevono una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta a ciò, un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che, come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385), per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali trema il cuore anche agli storici più lontani.[21] In Giangaleazzo si vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali. Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in gigantesche opere d'arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due città,[22] e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì ad un prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il più maraviglioso di tutti i conventi»[23] e il Duomo di Milano, «che in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»; e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a meno che al regno di tutta Italia[24] o alla corona d'imperatore, quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di violenze avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel 1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione.

Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi cani, ma non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli aveva addestrati a sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi, come degli orsi dell'imperatore Valentiniano I.[25] Allorquando nel maggio dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo affamato gridava sul suo passaggio pace! pace!, egli scatenò su di esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò proibì, pena la forca, di pronunciar le parole pace e guerra, e prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa dona nobis tranquillitatem, in luogo di pacem. Da ultimo alcuni congiurati giovaronsi destramente del momento, in cui il gran condottiere del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano; ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a quest'ultimo,[26] ciò che si verificò anche ben presto.


Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava di poter fondare sull'entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo Stato, che comprendesse tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o di un folle.

CAPITOLO III. La Tirannide nel secolo XV.

Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni illegittime. — I condottieri quali fondatori di stati. — Loro rapporti coi propri signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei condottieri.

Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso. Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono riordinati all'interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio elevato all'ingegno e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male, che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; — e questo veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt'al più vi si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno. Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica utilità, era un vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e quand'anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in tale lotta! Quand'anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno di 5000 ducati» ecc.[27] Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che co' suoi ufficiali e comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l'esercito sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora tutti i diplomatici del mezzodì lo diedero per ispacciato.[28] Ma da un altro lato Luigi XI, che nella politica superò gli stessi principi d'Italia, e che non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza, rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di civiltà e gentilezza.


Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la sua posizione e pel compito che si propone,[29] che un giudizio su lui dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.

La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose, perchè il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero di passaggio per le loro terre.[30] Se gl'imperatori fossero stati utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: quest'era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno che sanzionato in Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle con altro che con semplici documenti. La comparsa e la dimora di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate politiche, che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani[31] in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da ultimo lo scortarono a' confini, come egli corse da un luogo all'altro a guisa di mercatante girovago per iscambiar con danaro al più presto i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne tornò col sacco pieno al di là delle Alpi.[32] Almeno Sigismondo la prima volta venne con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire; e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e l'Imperatore sull'alto della torre di Cremona per godervi il prospetto di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi di vacanza o di ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa ospitalità ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di Napoli, al quale l'onore della visita imperiale non costò meno di 150,000 fiorini d'oro.[33] In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469), Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini, conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di legittimar bastardi, di crear notari ecc.[34] Tutto ciò era gratuito, in apparenza; sennonchè al di lui cancelliere dovevasi un segno di riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che ai ferraresi parve un po' cara.[35] Che cosa pensasse il duca Borso nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice. Ma gli umanisti, che allora avevano l'ultima parola in tutto, erano divisi in due schiere, secondochè si trovavano, o no, cointeressati in quel traffico. Perciò, mentre gli uni[36] festeggiavano l'imperatore con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia propriamente significare l'incoronazione: avvegnachè gli antichi non coronassero che gl'imperatori vittoriosi e di niun'altra corona, fuorchè di alloro.[37]

Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento generale dei popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l'Italia. Il fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura di Lodovico il Moro coll'esclusione dell'infelice suo nipote dal trono — non era di tal natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l'impero adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più da parlare di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia, lo storico Senarega[38] chiese dappertutto che cosa propriamente significasse quell'aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali diritti l'Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro, fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una camera imperii. E infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone ad un tempo e dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, ma bensì della monarchia di Spagna.


Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla sua volta anche l'indifferenza rispetto alla nascita legittima che agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio, ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi, come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi, in Italia invece non v'era casa principesca, che non avesse avuto e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda della casa, perchè l'Aragona propriamente detta toccò al fratello di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova (1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi della famiglia d'Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente illegittimo.[39] Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.[40] Gl'illegittimi erano anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità dell'individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse in tutti gli altri paesi d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo XVI, prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, che allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».[41] Il cardinale Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe, mentre il duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.[42] Ora cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun senso.


Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell'illegittimità nel secolo XV è quella del condottiere, il quale — qualunque sia la sua origine — giunge a procacciarsi un principato. In sostanza anche l'occupazione dell'Italia meridionale operata nel secolo XI dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni. L'insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini e terre,[43] le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al sicuro i suoi quartieri d'inverno e le provvigioni più indispensabili. Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima l'occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di Giangaleazzo (1402): il governo de' suoi due figli (v. sopra pag. 19) fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400,000 fiorini d'oro, senza contare gli uomini d'arme del primo marito che Beatrice condusse pure con sè.[44] Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo XV. Un vecchio aneddoto,[45] di quelli che sono veri e non veri in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta gli abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano un capitano, che li aveva liberati dall'oppressione straniera: ogni giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, erano riguardati come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col Carmagnola (1432).[46] Dal punto di vista morale è un fatto degno di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri, o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi puri dall'odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono in sì alto grado da imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti, nei quali la forza impellente è senz'altro il credito personale del duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza,[47] contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo salutarono rispettosamente a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva in lui «il padre comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti per giungere al principato.[48] Il fondamento di questa fortuna fu la grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine da una tenda tutta circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, — sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo, di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito e potenza, tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia. Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata per tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo a Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò dalla morte. Altri indizii della larghezza delle sue viste si ebbero in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca; che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi sempre libero di passare, data l'occasione, a nozze principesche. Ed in quest'ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà e dalla vita perduta e rotta de' suoi compagni d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de' tuoi e se l'hai battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di esercizi; si conciliava la popolarità co' suoi modi franchi e schietti, e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio, i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana; ma nelle ore d'ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare. Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai destramente mascherato giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450).

Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo scriveva:[49] «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla ha stabilità e non sussiste omai più nessuno dei vecchi governi, non è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò. Era una questione d'interesse vivissimo e generale quella di sapere, se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui. Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente nell'occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con lui (dicevan essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le nostre terre».[50] Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli potè da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino. Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti ch'egli aveva nelle regioni più elevate, quest'ultimo lo fece uccidere nel Castel Nuovo.[51] Anche i condottieri, che possedevano stati pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri: quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di essi, morendo, raccomandava all'altro il suo stato.[52] Il fatto è che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii, tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s'era sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa di Montalto e n'aveva avuto anche una figlia: — una zia le avvelenò entrambe, per appropriarsi l'eredità.[53]


Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e Venezia sii unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne la rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli, stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo di Sisto IV i soli nepoti del Papa s'attribuirono esclusivamente il privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto padrone, in mano a' Turchi;[54] e si dovette andar più che contenti, quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s'indusse ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell'anno 1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un Vidovero, condottiere da Brescia, volle fare esperimento delle sue forze:[55] egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini, figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse all'arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, il suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè «a malincuore»; poco dopo gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non potè usargli altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo notevole esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale, fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como.

CAPITOLO IV. Le Tirannidi minori.

I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei Pico e dei Petrucci.

Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, che le maggiori scelleratezze s'accumularono nelle più piccole di esse. Frequentissime in famiglie, i cui membri volevano vivere tutti secondo il loro grado, erano le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da Camerino si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), unicamente perchè i suoi figli ne agognavano le ricchezze.[56] Se in qualche città un tiranno si distingueva per un governo saggio, moderato, alieno dal sangue e per la protezione accordata alla cultura, questi era di regola un discendente di qualche grande famiglia, o almeno ne dipendeva per ragioni politiche. Di questa specie fu, per esempio, Alessandro Sforza principe di Pesaro,[57] fratello del grande Francesco e suocero di Federigo da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e giusto ed affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera guerresca, ebbe un regno tranquillo, durante il quale raccolse una splendida biblioteca e passò il suo tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica era modellata su quella degli Estensi e degli Sforza, potrebbe essere registrato nel numero di costoro. — Qual brutale ferocia invece non si riscontra nelle famiglie dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, dei Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di Perugia! — Delle vicende di questi ultimi sul finire del secolo XV noi abbiamo ampie notizie da eccellenti fonti storiche — le cronache del Graziani e del Matarazzo.[58]


I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria non si era mai trasformata in un vero principato, ma consisteva soltanto in una supremazia esercitata dentro la cerchia della città e basata sulle grandi ricchezze e sull'influenza effettiva nel conferimento delle pubbliche dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato come il capo supremo di essa; ma un profondo e nascosto rancore regnava tra i membri de' suoi rami diversi. Di fronte ad essi mantenevasi un partito contrario, composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno al 1487 tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di bravi: non passava giorno che non si commettesse qualche atto di violenza: nell'occasione che dovea portarsi a seppellire uno studente tedesco, stato quivi ucciso, due collegi si posero in armi l'un contro l'altro, e talvolta i bravi di diverse case venivano a battaglia tra loro sulla pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano o se ne andavano al più presto possibile. Da ultimo gli Oddi furono costretti ad abbandonare Perugia, e allora la città si convertì in una fortezza assediata sotto la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese venivano represse con terribili vendette: nell'anno 1491, dopo avere scannato d'un tratto ben cento trenta congiurati introdottisi in città, e dopo averne appeso i corpi alle mura del palazzo del comune, furono alzati sulla pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si fecero celebrar messe e far processioni, per purgare e riconsacrare quel luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo VIII fu pugnalato di pieno giorno sulla pubblica via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato spedito a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa dominante, Guido e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui colla santa e taumaturga monaca domenicana suor Colomba da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la pace. — In mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia anche in questa occasione di mettere in rilievo la devozione e la pietà dei migliori fra i perugini. — Mentre Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli esigliati, accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici furono atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini si trasformarono in audaci masnadieri, e non solo i cervi, ma i lupi altresì corsero a loro agio quel terreno fatto deserto e vi trovarono gradito pascolo nei cadaveri dei caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana». Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi a Carlo VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi a Perugia, concepì l'idea di sbarazzarsi per sempre dei Baglioni, e propose a Guido una festa qualunque, un torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che «il più bello di tutti gli spettacoli sarebbe stato il vedere riuniti insieme tutti gli uomini d'arme di Perugia»; e allora il Papa rinunziò al suo progetto. Poco dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, nella quale i Baglioni non ottennero la vittoria se non in virtù del loro eroismo personale. Fu in quella occasione che Simonetto Baglione, appena diciottenne, tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, si rialzò di nuovo a combattere, sino a che accorse in suo aiuto Astorre Baglione, il quale, alto sul suo cavallo e tutto armato di ferro dorato e con un gran falcone sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio Marte nelle gesta e nell'aspetto».

Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor dodicenne, studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse le impressioni di quei giorni sono riprodotte e fatte eterne nelle sue prime figure in piccolo di S. Giorgio e di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello stesso S. Michele fatta in grande posteriormente; e se Astorre Baglione ha per avventura avuto in qualche cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove, fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro di Eliodoro.

Gli avversari parte erano periti, parte per paura si erano allontanati, nè in seguito ebbero più la forza di tentar nuovi attacchi. Dopo qualche tempo seguì una parziale riconciliazione e ad alcuni fu concesso il ritorno. Ma Perugia non ridivenne per questo nè più tranquilla nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. Contro Guido, Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, Astorre, Gismondo, Gentile, Marcantonio ed altri sorsero uniti due pronipoti, Grifone e Carlo Barciglia: quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe Varano di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, Geronimo dalla Penna. Indarno Simonetto, che aveva sinistri presentimenti, scongiurò suo zio a permettergli di uccidere questo Penna: Guido glielo proibì. La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione delle nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo l'estate dell'anno 1500. La festa cominciò e durò alcuni giorni tra sinistri indizi, il cui aumentarsi ci vien descritto egregiamente dal Matarazzo. Il Varano, che era presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica fe' balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò credere vera una supposta tresca di sua moglie con Giampaolo, e quando tutto fu ordito, ad ognuno dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare. (I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior parte nel luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, che erano presenti, ognuno ebbe quindici uomini a' suoi ordini: gli altri furono posti in vedetta. Nella notte del 15 luglio le porte furono forzate e compiuti gli assassinii di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: gli altri poterono fuggire.

Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello di Simonetto, sulla pubblica via, gli spettatori «e specialmente gli studenti stranieri» furono uditi paragonarlo con quello di qualche antico romano: tanto imponente e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi trovavano l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, come se la morte stessa non avesse potuto domarlo. I vincitori si recarono attorno dagli amici della famiglia, cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono tutti in lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire alla campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano fuggiti, raccolsero genti al di fuori, e poi, con Giampaolo alla testa, penetrarono il giorno seguente nella città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati di morte dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso S. Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che lo abbandonò a' suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia ed il Penna riuscirono a fuggire a Camerino presso il promotore principale di quella tragedia, e così in un momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò padrone della città.

Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, la quale il giorno innanzi, insieme alla di lui moglie Zenobia e a due figli di Giampaolo, si era ritirata in un podere e avea respinto da sè più volte, non senza lanciargli la sua maledizione materna, il figlio che s'affrettava a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò del figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle due donne: nessuno voleva essere riconosciuto per l'uccisore di Grifone, per non tirarsi addosso gli sdegni della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza mista di pietà tutti guardavano poscia alle due donne, quando con vesti ancora intrise di sangue attraversarono la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale più tardi Raffaello dipinse la celebre sua Deposizione. Con quel quadro ella depose il proprio dolore ai piedi della Regina di tutti gli addolorati.

Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste tragedie nelle sue vicinanze, fu lavato con vino e consacrato di nuovo. Ma rimase pur sempre in piedi l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte le gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che ci narrò tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo.

In seguito si formò una storia affatto leggendaria de' tempi anteriori dei Baglioni, che non è se non un riflesso di queste atrocità. Secondo questa leggenda, tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da tempo immemorabile di morte violenta, una volta non meno di ventisette d'un tratto; le loro case sarebbero state già anteriormente atterrate, e coi materiali delle medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma il fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi non ebbe luogo che più tardi, sotto il governo di Paolo III.

In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando in quando abbiano avuto anche de' buoni intendimenti, come è certo che misero un po' d'ordine nel loro partito e che protessero i pubblici ufficiali dagli arbitrii della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli, e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio solo apparentemente domato. Giampaolo fu con lusinghe attirato a Roma nel 1520 sotto Leone X e quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che tenne Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime, specialmente perchè parteggiava pel duca di Urbino ugualmente minacciato dal Papa, inferocì ancora una volta in modo atrocissimo contro la propria famiglia, assassinando uno zio e tre cugini, tanto che il duca stesso gli fe' dire che era tempo di farla finita.[59] Suo fratello, Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel 1530 si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il figlio di questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, che coll'uccisione del Legato papale e dei pubblici ufficiali conseguì nel 1534 una breve, ma spaventevole signoria.


Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci ancora qua e colà. — Audacia, empietà, talento guerresco e cultura assai raffinata raramente si riunirono in un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta (morto nel 1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi altra qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. Il già menzionato Pandolfo, nipote di Sigismondo, non giunse a sostenersi se non perchè i Veneziani non volevano, ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta di nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per motivi ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella di Rimini (1497), e poi lo lasciarono fuggire,[60] un commissario veneziano lo ripose nella signoria, benchè macchiato di fratricidio e di ogni sorta di scelleratezze. In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 fu, come quella di Cesare Borgia, veramente fatale a queste piccole tirannidi, delle quali ben poche sopravvissero, ed anche queste con assai scarsa fortuna. — Alla Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della famiglia Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, Lilio Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal sacco di Roma al tetto ospitale del canuto Giovan Francesco Pico (nipote del celebre Giovanni). I dialoghi che egli ebbe col principe intorno al monumento sepolcrale, che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine ad uno scritto,[61] che nella dedica porta la data dell'aprile di quello stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! «Nell'ottobre dello stesso anno lo sventurato principe, assalito di notte tempo, perdette il trono e la vita per opera di un figlio di suo fratello, ed io stesso, gittato nella più profonda miseria, potei a stento salvare la vita fuggendo».

Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, come fu quella, che Pandolfo Petrucci esercitò dal 1490 in poi nella città di Siena, lacerata allora dalle frazioni, è appena degna di essere ricordata. Incapace e crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore di diritto e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto in estate era di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, senza pensare dove e su chi cadessero. A lui riuscì quello, a cui non avean potuto giungere nemmeno i più astuti, di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia: tuttavia morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi figli però si sostennero ancor lungamente in una specie di mezza signoria.

CAPITOLO V. Le maggiori case principesche.

Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli Estensi a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere.

Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi vuol essere considerata a parte. L'ordinamento feudale, che qui sin dal tempo dei Normanni si mantenne come una signoria inerente al possesso fondiario dei Baroni, vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel resto d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio della Chiesa e poche altre regioni, non sussiste omai più che il semplice possesso come tale, e lo Stato non permette più che diventi ereditario nessun ufficio. Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che sin dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole affatto diversa da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. Splendido in tutto, dignitosamente affabile e quindi caro al popolo, non biasimato nemmeno, anzi ammirato, per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli non aveva che un solo difetto, quello di una grande prodigalità,[62] ma con tutta la sequela delle inevitabili conseguenze, che sogliono derivarne. Infedeli amministratori delle finanze furono dapprima onnipotenti, e da ultimo vennero dal re, caduto in fallimento, spogliati dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo di poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: in occasione di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, i superstiti dovettero continuare a pagar l'imposta anche pei morti. In mezzo a tutto ciò Alfonso accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza sino allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche pe' suoi stessi nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar poi i lavori letterari non conobbe misura; al Poggio regalò una volta d'un solo tratto cinquecento monete d'oro per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte.

Ferrante, che venne dopo di lui,[63] passava per suo figlio illegittimo avuto da una dama spagnuola, ma forse discendeva da qualche Moro bastardo di Valenza. Fosse il sangue o le congiure ordite contro la sua vita dai Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra i principi di quel tempo egli figura come il più terribile di tutti. Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti come una delle più forti menti politiche e alieno al tempo stesso da ogni sregolatezza, egli volge tutte le sue forze, tra le quali anche quella di un implacabile odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di più geloso un principe, mentre i capi dei Baroni erano da un lato congiunti a lui per parentela e dall'altro alleati di tutti i suoi nemici esterni, egli s'abituò alle imprese le più arrischiate, come a faccende, per così dir, quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette a un di presso con quei modi violenti, che erano stati tenuti già da Federico II. Infatti avocò a sè il traffico dei grani e degli olii, e al tempo stesso concentrò il commercio in generale nelle mani di un ricco negoziante, Francesco Coppola, il quale divideva con lui gli utili e teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: prestiti forzosi, esecuzioni e confische, aperte simonìe e gravose contribuzioni imposte alle corporazioni ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi di Ferrante, oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar legge alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso di sè i suoi nemici o vivi in ben custodite prigioni o morti e imbalsamati nello stesso costume, che soleano portare da vivi.[64] Egli sogghignava ferocemente, quando parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. Le sue vittime erano quasi tutti uomini, dei quali egli s'era impadronito per tradimento, ordinariamente invitandoli al suo reale banchetto. Del tutto infernale poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo servizio, e del cui spavento sempre crescente Ferrante si valse per estorcerne doni, finchè da ultimo un'apparente complicità nell'ultima cospirazione dei Baroni gli fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire, insieme al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato dal Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei figli del re il maggiore, Alfonso duca di Calabria, ebbe negli ultimi tempi una specie di correggenza: dissipatore brutale e feroce, superava il padre in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese anche il suo disprezzo per la religione e i suoi riti. Indarno si cercherebbero in questi principi almeno quei tratti di coraggio e di generosità che s'incontrano in altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano talqualmente dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti in Italia sono tutti più o meno profondamente corrotti: ma gli ultimi rampolli di questa dinastia di Mori bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità, che oggimai può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante muore tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento il proprio fratello Federigo, l'unico della casa che non fosse uno scellerato, e lo offende nel modo il più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure fino a questo momento era stato riguardato come uno de' più valenti capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e abbandona in preda ai francesi e al tradimento di tutti il proprio figlio, il minore Ferrante. Una dinastia, che avesse regnato come questa, avrebbe dovuto almeno far pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma jamais homme cruel ne fut hardi, come disse in questa occasione assai giustamente, benchè da un solo punto di vista, Comines.

Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare il principato nei duchi di Milano, la signoria dei quali da Gian Galeazzo in poi è stata una monarchia assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno dei personaggi più notevoli del tempo, e fortunatamente ne possediamo una eccellente biografia.[65] In lui si vede con rigore pressochè matematico ciò che la paura può fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e collocato in una posizione elevata. Tutta la sua politica non ha che uno scopo, la sicurezza della sua propria persona, con questo solo di buono, che il suo crudele egoismo non degenerò mai in furibonda sete di sangue. Nel castello di Milano, che allora era circondato da magnifici giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, senza uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar la città. Le sue escursioni si restringono a quelle città di provincia, dove egli ha grandiosi castelli: la flottiglia che, tirata da rapidi destrieri, lo porta qua e là pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo da prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una visita rigorosissima: là dentro poi nessuno doveva affacciarsi a qualsiasi finestra, per timore che si facessero cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso di esami era prescritto per coloro, che erano destinati a formar parte del seguito personale del principe: indi venivano loro affidati i più alti uffici diplomatici e privati, perchè non si faceva differenza tra questi e quelli. — E, in mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe e difficili guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della più alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente qua e là uomini muniti di pieni poteri. Ma la sua sicurezza stava in ciò, che nessuno nella sua corte si fidava degli altri, che i condottieri erano sorvegliati da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori erano tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre un uomo onesto con un ribaldo. Anche nell'interno della sua coscienza Filippo Maria si garantisce una perfetta tranquillità, adottando al tempo stesso una doppia linea di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i santi del cielo,[66] studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi altresì dei romanzi francesi della cavalleria. Per ultimo egli, che non voleva mai sentir menzionare la morte e che faceva perfino trasportar fuori del castello, se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della felicità non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,[67] egli stesso affrettò volontariamente la propria fine, col farsi chiudere una ferita e col ricusare una cavata di sangue, ed è morto con dignitosa fermezza.


Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco Sforza (1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, l'uomo più di qualunque altro fatto secondo l'indole del suo tempo. In nessun altro, quanto in lui, si parve la vittoria del genio e della forza individuale, e chi non voleva credere alla superiorità de' suoi talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna. I milanesi andavano orgogliosi di avere ora un signore di tanta fama; ed infatti nella circostanza del suo ingresso nella città la folla del popolo acclamante gli si fece talmente d'attorno, che lo portò a cavallo sin dentro al Duomo, senza che egli potesse smontare.[68] Udiamo ora che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita perspicacia: «nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne al congresso dei principi in Mantova, toccava oggimai il suo sessantesimo anno (più precisamente il cinquantottesimo), ma stava a cavallo come un giovane, alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii, calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, ed un complesso di doti corporali e mentali senza pari nel nostro secolo: — tale era l'uomo, che dalla più umile condizione seppe sollevarsi al possesso di un trono. La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli graziosi come angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide il compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette egli subire altresì qualche contrarietà: la moglie gli uccise per gelosia la ganza; i suoi antichi compagni d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo abbandonarono, disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone, dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da parte del fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati contro i francesi: uno de' suoi figli cospirò contro di lui e dovette essere imprigionato; la Marca di Ancona, da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto incontrastata, che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. Felice colui che la incontra di rado!». Con questa definizione negativa della felicità il dotto Papa si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a considerare in generale le conseguenze di una forma di governo affatto assoluta, non gli sarebbe certamente sfuggita la causa vera di quella debolezza, che stava tutta nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari. Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati con tante cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero fatti adulti, a tutte le seduzioni del più sconfinato egoismo. Galeazzo Maria (1466-1476), vago soltanto delle esterne apparenze, andava superbo della sua bella mano, degli stipendi elevati che pagava, del credito finanziario che godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, degli uomini illustri che lo circondavano, dell'armata e delle cacce che manteneva. Egli dava inoltre facili udienze, perchè aveva la parola facile, massimamente quando si trattava di ridurre al silenzio qualche ambasciatore veneziano.[69] Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano i capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a figure una stanza in una sola notte; e quel che è peggio, spaventevoli atrocità contro coloro che più gli stavano da vicino, o insensate sregolatezze. Ma tale contegno parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e diedero con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei quali, Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato nipote, avocò a sè l'intera signorìa. A questa usurpazione si connettono l'intervento dei Francesi e le sventure di tutta Italia. Ma il Moro è la più perfetta figura principesca di questo tempo, e, come figlio dell'epoca sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più profonda immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità affatto caratteristica nell'uso che ne fa: probabilmente si sarebbe maravigliato, se qualcuno avesse voluto fargli comprendere, che vi è una responsabilità morale anche per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato, come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità astenuto da qualsiasi sentenza di morte. La venerazione quasi favolosa che gli Italiani mostravano per la sua abilità politica, egli l'accettava come un omaggio dovutogli:[70] e ancora nel 1496 si vantava che il papa Alessandro era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo corriere, che doveva andare e venire, secondochè a lui talentava.[71] Perfino nel supremo pericolo egli fu visto calcolare con maravigliosa freddezza (1499) tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il che gli torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che proponeva di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè prima aveano avuto acerbe contese fra loro: «Monsignore, non abbiatelo a male, di voi non mi fido, quand'anche siate mio fratello»; e prepose al comando del castello stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un uomo, che aveva sempre beneficato,[72] — e che però lo tradì alla sua volta. — All'interno il Moro pose ogni cura per amministrare bene e vantaggiosamente lo Stato, per modo che anche nell'ultimo tempo egli contava, tanto a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava; ma è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 in poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano sui contribuenti, usando talvolta mezzi crudeli, come fece, per esempio, a Cremona, dove per viste puramente precauzionali fece impiccare un ragguardevole cittadino, che osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze usò tener lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,[73] in guisa che bisognava elevare il tono della voce per farsi intendere da lui. — Alla sua corte, la più splendida d'Europa, dopochè non esisteva più quella di Borgogna, l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso: il padre prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello la sorella.[74] Ma il principe si mantenne almeno sempre attivo, e, come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre nella schiera di coloro, che appunto dovevano la propria posizione alle loro qualità personali, i dotti, i poeti, e gli artisti in genere. L'accademia da lui fondata[75] dovea servire innanzi tutto all'uso suo particolare, anzichè al comodo di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, quando ne cercava la compagnia e i servigi. Si sa che Bramante in sul principio non ebbe che uno scarsissimo emolumento;[76] Leonardo però sino al 1496 fu stipendiato assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe potuto trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto forse a nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha cosa che dimostri esservi stata pur qualche qualità superiore in Lodovico, essa è certamente questa prolungata dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed anche più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare Borgia e ad un Francesco I, non è improbabile che egli lo abbia fatto sol per aver trovato in ambedue qualche cosa di straordinario e di superiore al loro tempo.

Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono malamente allevati da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, non ha più alcuna rassomiglianza col padre; ma il minore, Francesco, non era almeno inaccessibile a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che in questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, cercò almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i Francesi, che nel 1512 si ritiravano dinanzi alle armi della Lega Santa e a quelle di Massimiliano, a rilasciarle una dichiarazione, nella quale era detto che i Milanesi non ebbero veruna parte nella loro espulsione e potevano quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un nuovo conquistatore.[77] Anche sotto il rapporto politico è da notare che l'infelice città in simili momenti di transizione era solita, al pari di Napoli al momento della fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un formale saccheggio esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche assai ragguardevoli).

Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate da principi abilissimi sono, nella seconda metà del secolo XV, quella dei Gonzaga in Mantova e quella dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga, quanto ai rapporti di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro, ed era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di loro non si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, quando qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente il cadavere. Il marchese Francesco Gonzaga[78] e sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche vi sia stato qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una coppia rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo Stato si trovò esposto a gravissimi pericoli. Che Francesco, come principe e condottiere, avesse dovuto seguire una politica leale ed onesta, non era cosa, alla quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore, nè i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno dopo la battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava l'onore delle armi, di sentimenti patriottici, e comunicò questi stessi sentimenti alla propria consorte. Ed infatti da quel tempo in poi ella non vede in qualsiasi manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la difesa di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo diretto a salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei noi non abbiamo bisogno di ricorrere a quanto ne dissero gli artisti e gli scrittori, che largamente ricambiarono la bella principessa della protezione loro accordata; le sue stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la donna intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile al tempo stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo Tasso mandavano i loro lavori a questa corte, benchè piccola e impotente e spesso anche scarsa a danari; ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte di Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro di maggiore cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era in complesso superata, specialmente per la maggior libertà che vi si godeva. Isabella s'intese molto addentro nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta pinacoteca non può esser letto senza ammirazione da alcun vero amico dell'arte.


Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), fosse egli un vero Montefeltro o no, uno dei più illustri rappresentanti del potere principesco. Come condottiere, egli aveva quella politica moralità, che era propria di questo genere di persone, e di cui essi non erano colpevoli che per metà: come principe del suo piccolo territorio, egli seguì la politica di consumare in esso il danaro guadagnato al di fuori e di opprimerlo il meno possibile di gravezze. Di lui e de' suoi due successori Guidobaldo e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici, promossero l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al loro soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe cari».[79] Ma non solamente lo Stato, bensì anche la corte era un organismo in ogni senso egregiamente architettato e condotto. Federigo intratteneva cinquecento persone: le cariche di corte vi erano complete quanto in qualsiasi delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla vi si sprecava, tutto aveva uno scopo, e un severissimo sindacato vegliava su tutto. Qui non giuochi, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva essere al tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente onorato di far impartire una soda istruzione. Il palazzo ch'egli si edificò, non era de' più splendidi, ma spirava un'aria di pieno classicismo per la felice sua disposizione: in esso egli raccolse il suo maggior tesoro, la celebre biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii e nessuno elemosinava, così egli usciva sempre disarmato e quasi senza seguito; e in ciò nessun principe avrebbe potuto certamente imitarlo, sia quando egli s'aggirava pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva ad un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, facendosi leggere qualche passo di Livio o libri ascetici in tempo di quaresima. Dopo il pranzo egli si recava ad udire una lezione di antichità, e di là passava al chiostro delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio coll'abbadessa di cose spirituali. La sera assisteva volentieri agli esercizii ginnastici della gioventù della sua corte nel prato di S. Francesco, dove si ha una così splendida prospettiva, e s'interessava grandemente perchè nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a muoversi con arte perfetta. La sua costante preoccupazione era quella di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava gli artefici, che lavoravano per lui, nelle officine, dava udienze e sbrigava le istanze dei singoli possibilmente il giorno stesso che gli venivano presentate. Nessuna maraviglia quindi che la gente, quando egli passava per le vie, s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse dietro: «Dio ti mantenga, signore!» Gli eruditi poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».[80] Suo figlio Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 affidare il suo Stato a mani sicure, vale a dire al nipote Francesco Maria, nipote al tempo stesso di papa Giulio II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da una stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, con cui questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo dinanzi a Cesare Borgia, Francesco Maria dinanzi alle truppe di Leone X: essi sanno che il loro ritorno riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i sudditi avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche Lodovico il Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli dimenticava i molti altri motivi d'odio che stavano contro di lui. — La corte di Guidobaldo, come scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il Tirsi, dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio (1506), e più tardi (1518) collocò i dialoghi del suo Cortegiano nel circolo della coltissima duchessa (Elisabetta Gonzaga).


La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio tiene in modo affatto speciale una via di mezzo tra l'assolutismo e la popolarità.[81] Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventevoli: una principessa è decapitata insieme ad un figliastro per supposto adulterio (1425): principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni dal di fuori: il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede (Ercole I): più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia avvelenato la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar lui, e ciò per incarico avuto dal di lei fratello Ferrante di Napoli. L'atto finale di questa tragedia lo si ha nella congiura di due bastardi contro i loro fratelli, il reggente duca Alfonso e il cardinale Ippolito (1506); congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere a vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo in questo Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è il più minacciato di tutti gli altri grandi e mediocri d'Italia, sia perchè ha bisogno in sommo grado di agguerrirsi e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti gravezze avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale benessere del paese, ed infatti il marchese Niccolò (molato nel 1441) espresse più volte il desiderio che i suoi sudditi potessero dirsi più ricchi di quelli di qualunque altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente aumentata può far testimonianza di un benessere veramente raggiunto, egli è anche un fatto importante e degno di considerazione, che ancor nel 1497 in Ferrara (comecchè straordinariamente ampliata) non si trovavano più case da affittare.[82] Ferrara è la prima città moderna di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere dei principi ampie e regolari contrade: qui, col concentramento degli ufficii e coll'attirarvi l'industria, si formò una vera capitale: ricchi esuli da tutta l'Italia, e più specialmente da Firenze, trovarono qui allettative bastanti per fermarvi la loro dimora e costruirvi palazzi. Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena sopportabile. Bensì il principe ebbe anche qui la stessa cura che ebbero altri altrove, per esempio Galeazzo Maria Sforza a Milano, di far cioè venire grano dall'estero in casi di grandi carestie[83] e di ripartirlo gratuitamente, a quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli di sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta e le civaie, le quali ultime venivano con molta cura coltivate intorno e sulle mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata più considerevole era pur sempre quella che proveniva dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta Italia, ma della quale non abbiamo precise informazioni se non in ciò che riguarda la città di Ferrara. In occasione del nuovo anno 1502, per esempio, si narra espressamente, che moltissimi comperarono i loro ufficii a prezzi salati, e si citano singolarmente nomi di amministratori di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di notai, di podestà, di giudici e perfino di capitani, vale a dire degli ufficiali superiori del duca sparsi nella provincia. Fra questi «mangia-popoli», come allor si chiamavano, e che realmente erano odiati dal popolo «più che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, che vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno alla medesima epoca usava ogni duca di fare un giro in persona per Ferrara, che dicevasi andar per ventura, e di farsi regalare almeno dai più abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente in prodotti naturali.

Ora l'orgoglio del duca[84] era questo che in tutta Italia si sapesse, che in Ferrara i soldati ricevevano esattamente il loro soldo e i professori dell'Università il loro stipendio nel giorno della scadenza, che le truppe non potevano in nessun caso mai aggravar la mano arbitrariamente sulle popolazioni della città e della campagna, che Ferrara era imprendibile e che nel castello vi era un ingente tesoro in danaro sonante. Di una separazione delle casse non si parlava nemmeno: il ministro di finanza era al tempo stesso ministro della casa ducale. Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di Ercole I (sino al 1505), e di Alfonso I (sino al 1534) furono assai numerose, ma per lo più di poco rilievo:[85] e in ciò si riconosce una casa principesca, che, in onta al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava mai in pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e carico di gioielli), — non vuol però mai lasciarsi andare a veruna spesa inconsiderata. Si direbbe anzi che Alfonso presentisse già anticipatamente la triste sorte, a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole ville, tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, quanto quella di Montana co' suoi begli affreschi e le sue fontane zampillanti.

Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente minacciata suscitò in questi principi una grande abilità personale: in una esistenza cotanto artificiale non poteva moversi con buon successo che un uomo di genio, che dovea provare col fatto di esser degno della signoria che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale dei lati deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era qualche cosa di ciò che allora costituiva il tipo ideale di un principe, quale se l'erano formato gl'Italiani. Qual regnante d'Europa, per esempio, può citarsi, che in quel tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra e nei Paesi Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli procacciò effettivamente una conoscenza molto profonda del commercio e dell'industria di quei paesi.[86] Ella è cosa veramente stolta il rimproverargli, come altri fa, i lavori da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio, quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità veramente magistrale nella fonderia dei cannoni e una liberalità superiore ad ogni pregiudizio nel saper attirare intorno a sè i maestri in ogni genere d'industria. — I principi d'Italia non si limitano, come i loro contemporanei del nord, a trattare esclusivamente con una nobiltà, la quale si crede l'unica classe degna di considerazione a questo mondo e trascina anche il principe in questo errore: in Italia il regnante può e deve conoscere ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta in una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti sociali ha bisogno di un valore affatto personale e non di casta, come più innanzi avremo occasione di dimostrare.


I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante sono il più strano miscuglio di una tacita venerazione, di una devozione ben calcolata e riflessa, di una fedeltà e sudditanza intese affatto nel senso moderno: si sente che all'ammirazione personale si sostituisce già un nuovo sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua equestre in bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò punto (1454) a collocare vicino ad essa la propria, pure in bronzo, ma seduta, ed oltre a ciò la città gli decretò, ancor nei primordi del suo reggimento, una «colonna trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in Venezia) avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo ritorno, denunciato, fu punito dal tribunale col bando e colla confisca dei beni, e poco mancò che un cittadino zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi ai giudici: egli dovette però colla corda al collo venire dinanzi al duca e implorarne il perdono. In generale questo principato è molto ben provveduto di spie, e il duca stesso esamina dì per dì la lista dei forestieri, che gli albergatori sono rigorosamente tenuti di presentare. Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto per viste di ospitale liberalità,[87] non volendo lasciar partire da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza avergli reso onoranza: ma è certo che Ercole I invece riguardava la cosa come una semplice misura di sicurezza.[88] Anche in Bologna, sotto Giovanni II Bentivoglio, ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando in città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.[89] — Grandissima popolarità si procaccia il principe quando improvvisamente priva d'ogni potere i pubblici funzionarii che ne abusano, quando, come fece Borso, arresta di propria mano anche i suoi più intimi consiglieri, quando destituisce vituperosamente, come fece Ercole I, un esattore, che per lunghi anni avea succhiato il sangue del popolo: egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, s'accendono fuochi e si suonano le campane. Ma con uno di costoro Ercole lasciò andar le cose troppo oltre, vogliamo dire col direttore di polizia o, come allora lo si chiamava, col capitaneo di giustizia, Gregorio Zampante di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava adatto nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi a costui tremavano perfino i figli e i fratelli del duca: le ammende ch'egli infliggeva, ammontavano sempre a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura cominciava prima ancora del processo. Al tempo stesso però egli era tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, e con menzogna sapeva procurare ai più grandi malfattori l'impunità e la grazia del duca. Non è a dire quanto caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di questo «nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece l'aveva fatto suo compare e cavaliere, e il Zampante poneva in serbo ogni anno non meno di 2000 ducati, benchè in mezzo a questo egli continuasse a non cibarsi d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri e di sgherri. Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; e poichè non lo faceva il duca, se ne incaricarono due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli aveva mortalmente offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua abitazione (1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli tenuti pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori fuori, abbiamo ucciso il Zampante!» La truppa spedita ad inseguirli non giunse che troppo tardi, quando essi erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al confine. Naturalmente piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire, le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di canzoni. Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è affatto conforme all'indole di questo principato, che il sovrano detti altresì a tutta la sua corte e alla popolazione le attestazioni di stima, ch'egli vuole accordate a coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun ufficio e nessuna bottega nella città, come anche nessuna scuola nell'Università, rimase aperta nel giorno che lo si portò a seppellire, e ognuno dovette accompagnarne la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa d'Este, che abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se ne veniva piangendo e vestito a bruno subito dopo la bara, e dietro di lui seguivano immediatamente, accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte, due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa, alcuni nobili portarono il corpo del borghese fuori della chiesa nella crociera del sagrato, dove fu sepolto. In generale la partecipazione ufficiale alle gioie e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il suo principio appunto in questi Stati italiani.[90] Il fondo di questa usanza può avere il suo lato bello in uno squisito senso di umanità, ma la manifestazione di esso, specialmente nei poeti, è di regola molto ambigua. Una delle poesie giovanili di Ariosto,[91] scritta per la morte di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene mani in tutti i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano lo stile moderno: «questa morte ha percosso Ferrara di tal colpo, che essa ne serberà la memoria per lunghi anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè la terra non era più degna di possederla: l'angelo della morte non le si avvicinò colla falce insanguinata, come agli altri mortali, ma con aria onesta e in aspetto così benigno, che ella stessa non temette». Ma noi c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva star tanto a cuore, quanto il favore delle case ove frequentavano (perchè di questo favore vivevano), che ci narrano le avventure galanti di principi ancora viventi[92] in guisa tale, che nei secoli posteriori avrebbe sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche i poeti lirici cantavano le facili passioni dei loro eccelsi protettori talvolta anche legittimamente ammogliati: Angelo Poliziano, fra gli altri, quelle di Lorenzo il Magnifico, e con tuono ancor più accentato Gioviano Pontano quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo scritte da quest'ultimo[93] rivelano, senza volerlo, l'animo abbietto dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso vuol essere sempre il più fortunato, e guai a chi lo fosse più di lui! — S'intende poi da sè che i più grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni.


Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi dagli altri, e se la regalarono invece da sè medesimi. Borso si fece ritrarre nel suo palazzo di Schifanoia in una serie di quadri, che lo rappresentavano in diversi momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento al trono con una processione, che non pare fosse in nulla inferiore a quella del Corpusdomini: tutte le botteghe erano chiuse come in giorno festivo: tutti i membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel centro in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che ogni potere e dignità partisse dal principe e dovesse riguardarsi come una prova di particolare distinzione da parte sua, era cosa ormai universalmente ammessa a questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine dello Sprone d'oro, che non aveva nulla che fare colla Cavalleria del Medio-Evo.[94] Ercole I, oltre allo sprone, dava anche una spada, un mantello ricamato in oro ed una dotazione, per la quale senza dubbio si esigeva una servitù regolare. La protezione accordata alle lettere e alle arti, per la quale questa corte acquistò rinomanza mondiale, si estendeva in parte all'Università, che era una delle più complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un servizio a corte e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. Il Bojardo, quale ricco gentiluomo di provincia e pubblico funzionario, entrava senza dubbio in quest'ultima categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, nè la corte di Milano, nè quella di Firenze, e ben presto neanche quella di Urbino, per tacere di quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi di una posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi buffoni del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse al proprio servizio. Diversamente andarono più tardi le cose con Torquato Tasso, del cui possesso la corte si mostrò veramente gelosa.

CAPITOLO VI. Gli avversari della tirannide.

Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassini nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinari. — Opinioni dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori.

Di fronte a questa concentrata potenza principesca ogni opposizione dentro i limiti dello Stato era impossibile. Gli elementi necessari alla esistenza di una repubblica erano sciupati per sempre, tutto tendeva al potere assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva di diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva bensì continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e ghibellini e ad assumere o far assumere i relativi emblemi, facendo portare in questo o in quel modo la piuma al berretto e i guancialini ai calzoni;[95] — ma tutti gli uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,[96] erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a Napoli vi era omai «troppa corruzione», per potervi rifare una repubblica. Abbastanza strani sono i giudizi che s'incontrano su questi due pretesi partiti, nei quali da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie inimicizie di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. Un principe italiano, al quale Agrippa di Nettesheim[97] consigliava di disfarsene, rispondeva ingenuamente: «le loro questioni mi rendono ogni anno sino a 12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, per esempio, nell'anno 1500, durante il breve ritorno di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, i guelfi di Tortona chiamarono nella loro città una parte del vicino esercito francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi tutto di dare il sacco alle case di questi ultimi, ma non risparmiarono poscia nemmeno quelle dei guelfi, per modo che la città tutta ne rimase completamente devastata.[98] — Anche in Romagna, dove le passioni e le vendette duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da lungo perduto ogni significato politico. E non meno fatale al popolo fu il pregiudizio, pel quale i guelfi qua e colà si tenevano come obbligati a nutrir simpatie per la Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, benchè quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, non ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. La Francia infatti, dopo tanti interventi, finì pur sempre col dover sgombrare d'Italia, ed ognuno può toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo aver soffocato l'Italia.


Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima pia e timorata avrebbe fors'anche allora concluso che, ogni potenza essendo da Dio, anche questi principi, purchè sostenuti con sincerità e buon volere, col tempo avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini appassionati ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari dei cattivi medici, stimavano guarita la malattia quando fossero giunti ad eliminarne i sintomi, e credevano che, uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta da sè medesima. E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi i loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero sfogo all'odio generale, o ad esercitare vendette private cagionate da rancori ed offese puramente personali.

Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni freno legale, incondizionati erano pure i mezzi usati dai suoi avversari. Sin dal suo tempo il Boccaccio lo dice espressamente:[99] «debbo io chiamar re o principe un usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No! perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui sono bene usate le armi, le congiure, le spie, le insidie, le astuzie: sono anzi opera santa e necessaria. Non vi è sacrificio più accetto che il sangue di un tiranno!» Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare: il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi Discorsi,[100] ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e le ha giudicate colla sua solita imparzialità secondo i diversi loro fini e il loro esito. Ci accontenteremo dunque di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii eseguiti nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra sull'influenza esercitata dagli esempi antichi.


Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista il tiranno, sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle chiese, e in queste soltanto poi potevasi sperare di sorprendere un'intera famiglia principesca riunita. Così quei di Fabriano[101] spensero nel 1435 la famiglia dei Chiavelli loro tiranni durante un servizio religioso e precisamente, secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: et incarnatus est. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti (1412) fu ucciso mentre entrava nella chiesa di S. Gottardo, e nel 1476 il duca Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico il Moro poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto, che entrò nella chiesa di S. Ambrogio per una porta diversa da quella, dove era aspettato. Nè pare che si credesse di commettere con simili assassinj veruna speciale empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo non aveano mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi a pregare il santo titolare della chiesa e di ascoltarvi la prima messa. Tuttavia nella congiura de' Pazzi contro Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause, per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto questa, che il bandito Montesecco, impegnatosi dapprima in un convito di eseguire l'assassinio, vi si era poi rifiutato nel Duomo di Firenze, e in luogo di lui vi si indussero poi alcuni ecclesiastici, «che erano più famigliari con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna paura».[102]


Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni morali e più particolarmente sulle politiche avremo occasione di rilevare frequentemente anche in seguito, i primi a dare l'esempio furono i tiranni stessi, che non di rado, tanto nel concetto che s'erano formati dello Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano di non voler espressamente seguire altro modello, fuorchè l'antico impero romano. Ed altrettanto fecero alla loro volta i loro avversari studiandosi, sin da quando con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile il dimostrare che essi nell'idea principale, vale a dire nel risolversi al fatto, abbiano ricevuto il maggiore impulso da questi esempi, ma non è neanche vero per questo che le allusioni continue all'antichità fossero semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima ne abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza, il Lampugnani, l'Olgiati e il Visconti.[103] Tutti e tre avevano motivi affatto personali d'odio contro di lui, e tuttavia la risoluzione di ucciderlo parve essere derivata da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro di eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un drappello di giovani appartenenti alla nobiltà milanese un vago desiderio di gloria e d'imprese magnanime in pro della patria, e s'era finalmente aperto col Lampugnani e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà a Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed essendo espulso, dovette abbandonare quei giovani in preda al loro ardente entusiasmo. Circa dieci giorni prima del fatto convennero essi nel monastero di S. Ambrogio e giurarono solennemente di compierlo: «poi, dice l'Olgiati, ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine di S. Ambrogio, levai gli occhi ad esso ed invocai il suo aiuto per noi e per tutto il suo popolo». Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui chiesa essa ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri furono iniziati nella congiura e tennero notturni convegni nella casa del Lampugnani, dove si esercitavano nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai seguaci del duca e gli altri due furono presi. Il Visconti mostrò pentimento, ma l'Olgiati, in onta a tutte le torture, sostenne che quell'uccisione era stata gradita a Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice gli ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente a te: la morte è amara, ma la gloria sarà eterna!»

E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli intendimenti e i propositi di costoro, dal modo stesso con cui la congiura fu condotta trapela evidente un tentativo d'imitazione del più scellerato di tutti i cospiratori, di colui che non pensò mai neanche alla libertà, vogliamo dire di Catilina. I Diarii sanesi dicono espressamente, che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò appare anche indirettamente dalla confessione stessa dell'Olgiati.[104] Quel terribile nome noi lo incontreremo anche altrove, ed è pur troppo vero, che per congiure volgari, e se si prescinda dallo scopo, non v'era un tipo più seducente di questo.


Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente si sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi de' Medici, il tirannicidio era accolto come un'idea accetta universalmente. Dopo la fuga dei Medici nell'anno 1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne, opera del Donatello,[105] e fu posto dinanzi al palazzo della Signoria, dove ora sta il Davide di Michelangelo, con questa iscrizione: exemplum salutis pubblicae cives posuere 1495. Ma più specialmente ora si usò di tirare in campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda Iscarioto[106] nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore dell'impero. Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura contro Giuliano, Giovanni e Giulio de' Medici ebbe un esito così infelice (1513), era stato egli pure ardente entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo, se avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito a lui Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel carcere,[107] documento importantissimo per rilevare le credenze religiose d'allora, fanno fede dello sforzo ch'egli dovette esercitare sopra sè stesso, per liberarsi da quelle fantasie e reminiscenze romane e morire cristianamente. Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S. Tommaso d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma il confessore più tardi confessò a quello stesso amico, che S. Tommaso fa invece una distinzione e permette la congiura contro un tiranno, il quale si sia imposto al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve una apologia del fatto,[108] probabilmente autentica, o per lo meno scritta per suo incarico, nella quale egli si vanta dell'uccisione del tiranno come di opera sommamente meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro fosse stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano, suo congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo. Altri usarono anche in questo caso il paragone con Bruto, e sembrerebbe che Michelangelo stesso non sia stato del tutto alieno da questa idea, almeno se si vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue opere, ma non certamente perchè l'uccisione di Cesare gli pesasse troppo sul cuore, come dice il distico scrittovi sotto.

Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto formando nei tempi moderni di fronte alla monarchia, indarno si cercherebbe negli Stati principeschi dell'epoca del Rinascimento. Bensì ognuno protestava isolatamente nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda sotto lo stesso, anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci volevano eccessi quali si videro a Camerino, a Fabriano ed a Rimini (pag. 44), perchè una popolazione si decidesse a distruggere o a cacciare una casa regnante. Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe fatto altro, fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche era decisamente nel suo tramonto.

CAPITOLO VII. Le Repubbliche.

Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato.

Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo grado quella energia, che vale a tramutare una città in uno Stato. Non sarebbe occorso che un passo ulteriore, vale a dire che queste città si fossero strette tra loro in una grande confederazione, concetto, che in Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche, rispetto ai particolari, appaia rivestito ora di una forma, ora di un'altra. Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi infatti grandi e potenti federazioni di città, e il Sismondi crede (II, 174), che il tempo degli ultimi armamenti della lega lombarda contro il Barbarossa (dal 1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si sarebbe resa possibile una federazione italiana universale. Ma le più potenti fra le città aveano già palesato troppa fierezza e originalità di carattere, perchè la cosa potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza nel commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed estremi l'una contro dell'altra, e tenevano le vicine città minori in una ingiusta dipendenza; il che vuol dire, che da ultimo esse credevano di poter fare ciascuna da sè, senza aver bisogno delle altre, preparando per tal modo il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione. Questa non tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte intestine dei nobili fra di loro, e della borghesia colla nobiltà, fecero nascere il desiderio di un governo forte e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano pronte a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti governi di parte s'erano da lungo tempo abituati a veder ineseguito il bando generale di guerra da loro intimato.[109] La tirannide inghiottì la libertà della maggior parte delle città; qua e colà si cercò di sbarazzarsene, ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre, perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le forze che contro-operavano, si trovavano già esauste.

Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza, due sono della massima importanza per la storia dell'umanità: Firenze, la città dei continui rimutamenti, che ci trasmise le manifestazioni di tutti i disegni e le aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che per tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la città della calma apparente e del silenzio politico. Esse formano fra di loro la più forte antitesi, che si possa immaginare, ed ambedue alla loro volta sono tali, da non poter essere paragonate con verun'altro Stato del mondo.


Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione affatto eccezionale e misteriosa, nella quale da tempo remotissimo si sentiva l'azione di qualche altra cosa, che non era l'ingegno umano. Intorno alla solenne fondazione della città correva una leggenda evidentemente mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno i profughi di Padova gettarono la prima pietra a Rialto, per farne un asilo sacro e inaccessibile in mezzo all'Italia corsa e lacerata dai Barbari. Scrittori venuti più tardi attribuirono ai primi fondatori il presentimento di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili esametri, mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione, questa preghiera a Dio: «se un giorno tenteremo qualche cosa di grande, accordaci il tuo favore! Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare, ma se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno a te, o Dio, centinaia di templi ricchi di marmo e d'oro».[110] — La città delle isole, sul finire del secolo XV, riguardavasi ormai come il gioiello più prezioso del mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come tale[111] colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate, co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua pomposa grettezza altresì, per la quale sotto tetti dorati si dava a pigione ogni più piccolo angolo della casa. Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza di S. Giacometto a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non tra grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso e svariato bisbiglio, dove siedono, lunghesso i portici che la fiancheggiano e sotto quelli delle vie adiacenti,[112] banchieri ed orefici a centinaja, dove le botteghe e i magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi, sotto il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni, e dinanzi al quale i vascelli si addossano gli uni agli altri nel canale: indi più innanzi ci mostra un'intera flotta carica di vini e di olio, e parallelle ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le officine dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla piazza di S. Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie. Per tal maniera egli guida il lettore di quartiere in quartiere sin fuori ai due lazzaretti, stabilimenti non solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo portati ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura attenta e sollecita pel benessere personale dei sudditi era il distintivo del governo di Venezia non solo in pace, ma anche in guerra, dove l'assistenza che si prestava ai feriti, anche nemici, era oggetto di ammirazione per tutti.[113] In generale non v'era stabilimento di pubblica beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato con regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava i superstiti. La ricchezza, la sicurezza politica, la pratica del mondo avevano per tempo vôlto il pensiero de' veneziani a queste cose. Quei cittadini svelti, biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso sensato,[114] non differivano quasi fra loro sia nelle fogge del vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico: di ornamenti (fra i quali primeggiavano le perle) non si curavano, se non per fregiarne il collo delle loro donne o fanciulle. In allora la prosperità generale era veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate dai Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio generale d'Europa bastarono anche più tardi a far sopravvivere Venezia anche ai colpi più aspri della fortuna, quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio dei Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega di Cambray.


Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli e abituato alla franca loquacità dei filologi d'allora, nota in un altro luogo[115] con qualche maraviglia, che i giovani nobili, i quali andavano ad udire le sue lezioni del mattino, non volevano a nessun patto entrare con lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa si pensi, si dica e s'aspetti da questo o quel moto in Italia, tutti mi rispondono ad una voce di non saper nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più severa inquisizione di Stato, più d'una cosa potè risapersi per opera di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben caro prezzo. Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano dei traditori perfino tra i funzionari, che coprono le più alte dignità dello Stato;[116] i papi, i potentati italiani e perfino alcuni condottieri in condizioni affatto mediocri e stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al loro soldo speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che il Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare al Consiglio dei Pregadi alcune importanti notizie politiche, e si accreditò universalmente l'opinione, che Lodovico il Moro in questo stesso Consiglio disponesse a suo talento di un certo numero di voti. Noi non siamo in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare quegli abusi le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e l'alto premio concesso a chi li denunciasse (fino a sessanta ducati di pensione vitalizia); ma certo è che una delle cause principali, la povertà di molti nobili, non poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi misero innanzi una proposta, che lo Stato dovesse sborsare annualmente 70,000 ducati a sollievo di quei nobili poveri, che non avessero alcun pubblico ufficio; la cosa era sul punto di essere portata dinanzi al gran Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu ancora in tempo di intervenire, e mandò ambedue i proponenti a confine per tutta la loro vita a Nicosia e a Cipro.[117] Intorno a questo stesso tempo un Soranzo fu fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego, ed un Contarini posto in catene per furto violento: un altro della stessa famiglia si presentò nel 1499 dinanzi alla Signoria, lamentando di essere da molti anni senza impiego alcuno, di aver soli sedici ducati di rendita e nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato in debiti per sessanta ducati, di non essere in grado di esercitare verun mestiere e di essere stato ultimamente gettato sulla pubblica via. In presenza di tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi imprendono a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente i poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi testamenti annoverata tra le opere di carità.[118]


Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie fondavano per avventura serie speranze, s'ingannavano grandemente. A prima vista si potrebbe credere che lo slancio stesso del commercio, che anche al più povero garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro, nonchè le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo, dovessero aver distrutto tutti gli elementi pericolosi nel campo politico. Ma Genova non ha forse avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia politica delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di Venezia sta piuttosto in un concorso di circostanze, che non si verificarono mai in nessun altro Stato. Inespugnabile come città, essa non si era da tempo remotissimo occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri se non dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo le sue alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri ed al maggior prezzo possibile. Il fondo adunque del carattere veneziano era quello di un superbo e dispettoso isolamento, e conseguentemente di una più compatta solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche dal rancore di tutti gli altri Stati d'Italia. Di più, nella città stessa tutti gli abitanti eran tenuti uniti da fortissimi interessi comuni di fronte alle colonie ed ai possessi di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima (vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non poteva esercitare atti commerciali altrove, fuorchè a Venezia. Un vantaggio fondato su mezzi cotanto artificiali non poteva essere mantenuto che mediante una grande tranquillità e concordia interna; — questo lo sentiva certamente la grande maggioranza, e quindi il terreno quivi era assai disadatto per qualsiasi cospirazione. Che se pure vi erano taluni malcontenti, costoro furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento diventava quasi impossibile. Ed anche nel seno della nobiltà a quelli, che per avventura fossero pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava affatto l'occasione principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò per la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi e per la parte continua che doveano prendere alle guerre coi Turchi, i quali incessantemente tornavano a farsi vedere. Vero è che i comandanti in queste li risparmiavano a tutto potere, e talvolta in modo ingiustificabile, il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta della Repubblica, se avesse durato a spese della giustizia quella stolta paura dei nobili «di farsi del male l'un l'altro».[119] Tuttavia questo libero moto all'aria aperta diede alla nobiltà veneziana, presa nel suo complesso, un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia e l'ambizione pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione, non mancavano mai le vittime ufficiali condannate dall'autorità e con mezzi legali. La lunga tortura morale, alla quale fu sottoposto sotto gli occhi di tutta Venezia il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è forse il più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei Dieci, che aveva una mano in tutto e possedeva un illimitato diritto di vita e di morte, nonchè una sorveglianza sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata, che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò il Foscari come tanti altri potenti, veniva ogni anno rieletto dall'intera casta dominante, dal gran Consiglio, ed era per ciò stesso l'organo più immediato della stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore responsabilità dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato. Ma dinanzi a questa e ad altre autorità indigene, per quanto il loro modo di agire fosse tenebroso e violento, il vero veneziano non cercava già di nascondersi, ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la Repubblica aveva le braccia lunghe e poteva, invece che su lui, vendicarsi sulla sua famiglia, ma perchè, nella maggior parte dei casi almeno, si procedeva secondo la norma di certi principii, piuttosto che per sete di sangue.[120] In generale nessuno Stato ha avuto più di questo una grandissima autorità morale sui propri sudditi, anche lontani. E se, per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi dei traditori, non è meno vero da un altro lato che ogni veneziano, che si trovasse all'estero, si credeva obbligato a farsi referendario o spia del proprio governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma s'intendeva da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava nei concistori segreti del Papa. Il cardinale Domenico Grimani fece rapire non lungi da Roma (1500) i dispacci, che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico il Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora si trovava sotto il peso di una grave accusa, fece valere pubblicamente questo servizio del figlio dinanzi al gran Consiglio, che era come dire, dinanzi a tutto il mondo.[121]


Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è stato già accennato di sopra (pag. 30). Che se essa avesse cercato una più solida garanzia della loro fedeltà, avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran numero che ne contava, pel quale, come si rendeva più difficile il tradimento, ne diventava anche più facile la scoperta. Dando uno sguardo ai quadri dell'armata veneziana, sorge spontanea la domanda: come fosse possibile una azione comune con truppe messe insieme da elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 figurano non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole squadre:[122] il Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo milleducento, e Gioseffo Borgia settecentoquaranta: a questi tenevano dietro sei condottieri con un contingente di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con una forza di due a quattrocento, quattordici con cento in duecento, nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta ecc. Sono in parte vecchi corpi di truppe veneziane, in parte veterani condotti da nobili veneziani di città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si compone di principi italiani o capitani di città o dei loro congiunti. A questi sono da aggiungere 24,000 uomini di fanteria, sull'arrolamento e la condotta dei quali non abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri 3300 uomini, che probabilmente vi rappresentano le armi speciali. In tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non si basava tanto sull'affezione, quanto sulla prudenza de' suoi sudditi; nella guerra contro la Lega di Cambray (1509) è noto universalmente, che essa li sciolse da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al punto, che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze di una occupazione straniera col mite suo modo di governare; e siccome essi non ebbero bisogno di staccarsi da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si verificò ciò ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono con molta premura sotto il di lei dominio. Questa guerra era, lo diciam di passaggio, l'effetto di un secolare grido d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento di Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle persone troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre nessun colpo di testa ne' suoi avversari, perchè, secondo la sua maniera di vedere, sarebbe stato troppo folle e sconsiderato.[123] In questo ottimismo, che forse è proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva una volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto II per la presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi per la spedizione di Carlo VIII, finchè si avverò ciò che meno si aspettava.[124] Ed altrettanto accadde ora colla Lega di Cambray, la quale effettivamente era contraria al vero interesse de' principali suoi fondatori, Luigi XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio odio di tutta Italia contro la Repubblica conquistatrice, in guisa che egli chiuse gli occhi sulla venuta degli stranieri; e per quanto riguardava la politica del cardinale d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta Italia, Venezia avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi delle sinistre loro intenzioni e mettersi in guardia. I più fra gli altri presero parte alla Lega per quell'invidia, che è bensì un salutare ritegno posto alla potenza ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, ma non senza durevoli danni, da quella lotta.


Una potenza, le cui basi erano così complicate, la cui attività e i cui interessi abbracciavano un campo sì vasto, non si potrebbe immaginare senza una grandiosa sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo bilancio delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle perdite. Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto di essere la patria della moderna Statistica: tutt'al più Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in seconda linea, e più sotto ancora i principati italiani maggiormente sviluppati. Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti generali dei diritti e dei possessi detti urbariali del principe: esso riguarda la produzione come qualche cosa di stazionario, ciò che essa effettivamente è anche, sino a che si tratti unicamente della proprietà fondiaria. Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da tempo antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata specialmente sull'industria e sul commercio, come qualche cosa di estremamente mobile ed hanno agito conformemente a questo concetto, ma si arrestarono — perfino nei tempi più floridi della lega anseatica — ad un bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello Stato non trovavano posto che tra il dare e l'avere di un libro mastro di commercio. Soltanto negli Stati italiani trovansi per la prima volta congiunti quelli che potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza politica con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria agricola e commerciale, per creare una vera statistica.[125] La monarchia assoluta di Federico II nell'Italia meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere una lotta, in cui si trattava di essere o non essere. In Venezia per contrario gli scopi supremi sono il godimento dei comodi della vita e dei vantaggi della potenza, l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati, la riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di sempre nuovi sfoghi al commercio.

Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su tutte queste cose.[126] Da essi noi apprendiamo che la popolazione della città nell'anno 1422 ammontava a 190,000 anime. Forse questo modo di calcolare non più per focolari, nè per uomini atti a portar le armi o per tali che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma per anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni altro offrire una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè i fiorentini intorno al medesimo tempo insistevano per una lega con Venezia a danno di Filippo Maria Visconti, la Repubblica pel momento li rimandò, nella persuasione evidente, e del resto confermata anche da un esatto bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano e Venezia, vale a dire tra compratori e venditori, fosse una vera follìa. E già perfino quando il duca aumentava la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè, dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se ne risentiva e il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino soccombere i fiorentini, perchè in tal caso, avvezzi come sono alla vita delle città libere, essi emigreranno a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma ancor più notevole è il discorso del doge Mocenigo[127] tenuto dal suo letto di morte ad alcuni senatori (1423) come quello che contiene gli elementi più importanti di una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia. Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione di questo difficile documento; ma come una specialità mi sia lecito di riportarne qui alcuni dati. Dopo fatto il pagamento di quattro milioni di ducati per un prestito di guerra, il debito dello Stato (il monte) ammontava ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del commercio (come sembra) ascendeva a dieci milioni, i quali ne fruttavano quattro (così il testo). Su tremila navigli, trecento navi e quarantacinque galere stavano 17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di duecento per galera). A questi erano da aggiungere 16 mila costruttori nell'arsenale. Le case di Venezia avevano un valore di stima di sette milioni e fruttavano in affitti un mezzo milione.[128] Vi erano mille nobili, che avevano una rendita da settanta a quattromila ducati annui. — In un altro luogo la rendita ordinaria dello Stato in quello stesso anno è calcolata un milione e centomila ducati: intorno alla metà del secolo, per le perdite sofferte dal commercio in causa della guerra, essa era discesa ad ottocentomila ducati.[129]


Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica applicazione, Venezia rappresentava completamente e prima d'ogni altro Stato un lato importantissimo del moderno organismo politico, trovavasi per converso in certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, che allora in Italia stava in cima d'ogni altra cosa. Quello che manca qui è l'attività letteraria in generale e specialmente quell'entusiasmo per la classica antichità, che prevaleva dovunque.[130] Bensì il Sabellico afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza non erano punto minori di quelle che si scorgevano pel commercio e per la politica, ed è anche vero che nel 1459 Giorgio da Trebisonda fece omaggio al doge di una traduzione latina del libro di Platone sulle Leggi, e ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e cencinquanta ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria il suo libro sulla Rettorica.[131] Ma se si dà un'occhiata alla storia della letteratura veneziana, che il Sansovino aggiunse al noto suo libro su Venezia,[132] non s'incontrano per tutto il secolo XIV che sole opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV l'umanismo non vi è, in paragone all'importanza della città, se non assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao Barbaro e ad Aldo Manuzio. Anche la biblioteca che il cardinal Bessarione lasciò alla Repubblica, a stento andò salva dalla dispersione. Per le quistioni di erudizione si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri politici, aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità vi si scorge a questo tempo per ciò che riguarda le produzioni poetiche, che pur tanto abbondarono nei primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito artistico dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime come importazione estera, e non comincia a dar frutti degni della sua grande potenza se non sul finire del secolo XV. Ma vi hanno indizi di tardità intellettuale ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo Stato, che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava il conferimento di tutte le dignità più importanti, e che quasi sempre si metteva in opposizione colla Curia romana, fu schiavo di un ascetismo ufficiale di genere tutto affatto particolare.[133] Corpi di santi ed altre reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge in solenne processione.[134] Pel sacro Pallio inconsutile nel 1455 s'era deciso di spendere sino a diecimila ducati, ma non si potè averlo. Questo fanatismo non era l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da una fredda deliberazione della più alta autorità dello Stato, che pure senza scandolo avrebbe potuto astenersene, come in eguali circostanze a Firenze la Signoria se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo nulla, dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca loro fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo Stato, che pure aveva assorbito la Chiesa più di qualunque altro, aveva qui realmente in sè una specie di elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente, il doge, in dodici solenni processioni (che si dicevano andate) procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.[135] Erano feste fatte puramente in onore di avvenimenti politici, che coincidevano colle grandi feste ecclesiastiche: la più splendida di esse, il celebre sposalizio del mare, cadeva sempre nel giorno dell'Ascensione.

CAPITOLO VIII. Ancora delle Repubbliche.

Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della statistica; i Villani. — La statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca.

La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo, la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato d'Italia.[137]


Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di questo memorabile Stato, bensì soltanto di additare sommariamente la parte che questa storia ebbe nel risvegliare nei fiorentini tanto amore alla libertà e un senso pratico così profondo.

Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le lotte cittadine del suo tempo. La condizione politica della città, i moventi più riposti dei partiti, il carattere dei capi, tutta insomma la tela delle cause e degli effetti prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che si tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle sue narrazioni. E la vittima più illustre di queste crisi, Dante Alighieri, qual tipo d'uomo politico, maturato fra le contradizioni della patria e le torture dell'esiglio! Egli ha scolpito il suo disprezzo pei continui mutamenti e sperimenti di governo in terzine di bronzo,[138] che rimarranno proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche cosa di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria parole tanto orgogliose e appassionate ad un tempo, che il cuore dei fiorentini non potè certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si allargano a tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo entusiasmo per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che un errore, si dovrà tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie giovanili della speculazione politica, che allora era in sul nascere, hanno in lui una sublime grandezza poetica. Egli va superbo di essere stato il primo a mettersi per questa via,[139] guidato a mano senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera padrone di sè e indipendente. Il suo imperatore ideale è un giudice supremo, giusto, benevolo e dipendente solo da Dio, l'erede della signoria mondiale di Roma, voluta dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. La conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il suo impero prendendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi nella sua nascita al censo di Augusto e nella sua morte al giudizio di Ponzio Pilato; e così via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire questo suo modo di argomentare, non manca però mai di commoverci la sua passione. Nelle sue lettere[140] egli è uno dei più antichi nella serie dei pubblicisti, forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. A ciò egli pose mano assai presto: subito dopo la morte di Beatrice egli pubblicò un opuscolo sullo stato di Firenze, mandandolo «ai grandi della terra», ed anche le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In queste lettere e nel libro Del volgare eloquio torna, sotto forme diverse, il sentimento espiato con tanti dolori, che l'esule anche fuori della propria città può trovare una nuova patria intellettuale nella lingua e nella cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul qual punto avremo occasione di tornar nuovamente.


Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo debitori non tanto di profonde considerazioni politiche, quanto di giudizi schietti e convalidati dall'esperienza, degli elementi primi della statistica fiorentina e di notizie importanti sopra altri Stati d'allora[141]. Il commercio e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande nessuno aveva altrove idee più precise, a cominciare dalla curia papale di Avignone, l'enorme ammontare della cui cassa (25 milioni di fiorini d'oro alla morte di Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse dato da fonti così autorevoli[142]. Qui soltanto, a Firenze, udiamo di prestiti colossali, per esempio di quello del re d'Inghilterra con le case fiorentine Bardi e Peruzzi, le quali ci perdettero un valore di 1,365,000 fiorini d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia si riebbero[143]. — Ma la cosa più importante sono le notizie di quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato[144], vale a dire: le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le spese; la popolazione della città (calcolata qui ancora molto imperfettamente, giusta il consumo del pane, in bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello Stato; l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in 6000 battezzati annuali del Battistero[145]; la frequenza delle scuole, in sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano a leggere, e da 1000 a 1200 a far conti; oltre a 600 scolari circa, che in quattro scuole venivano istruiti nella grammatica (latina) e nella logica. Segue la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali (con più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, con notizie di sommo valore, la zecca, l'approvigionamento della città, i pubblici ufficiali[146] e così via. Altre cose si apprendono incidentalmente, per esempio come nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (il monte), i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore, gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse[147]; e per ultimo le conseguenze economiche della peste nera (1348) nè furono, nè poterono essere osservate ed esposte in nessuna parte d'Europa, come avvenne in questa città[148]. Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi abbiano incarito del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse più lavorare, ma darsi buon tempo; come nella città non potessero più aversi nè servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, lasciando incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati a favore dei poveri apparissero dopo la peste inutili affatto, perchè i poveri o erano morti o poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio di una ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione di un grande legato di sei danari a ciascuno di essi lasciato da un filantropo senza prole.[149]

Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in appresso condotta dai Fiorentini al massimo grado di perfezione, e piace ancor più il vedere come i loro computi lascino per lo più trasparire il loro legame e rapporto colla parte più sostanziale della storia, vale a dire colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno 1422[150] tocca col medesimo tratto di penna le settantadue botteghe di cambio intorno al Mercato nuovo, l'ammontare del giro di danaro (2 milioni di fiorini d'oro), l'industria allora nuova dell'oro filato, le stoffe di seta, Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura antica, e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che risuscita l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente la generale prosperità della città allora tranquilla e la buona fortuna d'Italia, che s'era francata dai mercenari stranieri. La statistica di Venezia da noi più sopra riportata (pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno, parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto maggiori: Venezia da lungo tempo padroneggia il mare colle sue navi, quando Firenze spedisce la sua prima galera ad Alessandria (1422). Ma chi non trova le notizie fiorentine redatte con maggiore ampiezza di vedute? Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati di decennio in decennio in veri prospetti, mentre altrove nel miglior dei casi si ha qualche isolata indicazione. Da essi impariamo a conoscere approssimativamente gli averi e gli affari dei primi Medici, e vediamo, p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine, costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 fiorini d'oro, dei quali il solo Cosimo oltre 400,000[151], e come Lorenzo il Magnifico si rallegrasse che quel danaro fosse stato così bene impiegato. Dopo il 1478 si ha poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto nel suo genere, del commercio e delle industrie della città[152], e in esso parecchi dati che per metà od interamente versano sulla storia dell'arte, come, per esempio, sulle stoffe d'oro e d'argento e sui damaschi, sull'intaglio e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in marmo e pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo di tutta la vita esterna si mostra perfino nei loro libri di amministrazione famigliare, commerciale ed agricola, che di gran lunga primeggiano su quelli di tutti gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di pubblicarne dei brani scelti[153], non ostante che molti studi saranno ancor necessari per desumerne risultati precisi e generali. In ogni caso, anche in questo si dà a conoscere la città, nella quale i padri morenti pregano per testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli una multa di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria regolare.[154]

Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città forse al mondo possiede un documento simile alla splendida descrizione di Firenze lasciata dal Varchi.[155] Come in molti altri rapporti, anche nella statistica descrittiva qui ci viene presentato un'ultima volta un raro modello, prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano nel sepolcro.[156]

Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna procedeva di pari passo quella continua pittura della vita politica, di cui più sopra s'è fatto cenno. Firenze non solo perdura in mezzo a forme e mutazioni di governo più frequenti che in qualsiasi altro Stato libero d'Italia e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì in modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio più fedele dei mutevoli rapporti dei singoli individui o di intere classi verso un tutto estremamente variabile. I quadri delle grandi demagogie cittadine in Francia e nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da Froissart, i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma quanto alla pienezza degli argomenti e allo svolgimento razionale del corso degli avvenimenti restano infinitamente al di sotto alle descrizioni dei Fiorentini. Aristocrazia, tirannide, lotta delle classi medie col proletariato, democrazia piena, mezza ed apparente, primato di una famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a quelle forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, tutto è scritto in modo che i più riposti moventi degli attori vengono messi in piena luce.[157] Per ultimo il Machiavelli nelle Istorie fiorentine (sino al 1492) considera la sua città come un essere vivente, e come individuali e volute dalle stesse leggi di natura le vicende che accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, che abbia saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro assunto il ricercare se ed in quali punti egli abbia fatto con ciò violenza alla storia, come gl'intervenne nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno da lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle Storie fiorentine vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, non ne resterebbe per questo scemato il valore sommo, inestimabile, che hanno nel loro complesso. E i suoi contemporanei e continuatori, Jacopo Pitti, Guicciardini, Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi! E che storia è quella che è scritta da tali maestri! Niente meno che il gran dramma degli ultimi decenni della repubblica fiorentina! In questa immensa eredità di memorie sulla caduta della città più agitata e più originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga se non una congerie d'interessanti curiosità, altri si compiaccia con gioja maligna di scorgere il naufragio di ogni idea nobile e grande, ed altri ancora non vi ripeschi che i materiali come di una gigantesca procedura giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere l'oggetto delle più serie considerazioni sino alla consumazione dei secoli. Il tarlo che ad ogni istante rodeva ogni cosa, era la signorìa di Firenze su nemici soggiogati una volta potenti, come i Pisani, che di necessità manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, violento esso pure, che solo il Savonarola, ma non senza il soccorso di circostanze al tutto favorevoli, avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato lo scioglimento, fatto a tempo, della Toscana in una federazione di città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, condusse poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.[158] Da questo malanno e dalla malaugurata simpatia guelfa de' Fiorentini per un principe forestiero, come altresì dalla conseguente abitudine agli interventi stranieri, provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida del santo suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, dà il primo esempio in Italia della pietà verso i vinti nemici, mentre tutte le memorie del tempo passato non gli predicano che la vendetta e la distruzione? Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo e di entusiasmo religioso e morale, guardato dopo alcuni secoli, sembra essersi spento assai prestamente; ma non è men vero per questo, che i suoi migliori effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza dubbio, come il Guicciardini allora scriveva, coloro che attirarono sopra Firenze quella tempesta, ma egli stesso confessa che fecero cosa non creduta possibile; e se stima che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò non significa altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente e senza una parola di protesta darsi in mano a' suoi nemici. Vero è che in tal caso essa avrebbe conservato i suoi magnifici sobborghi e i giardini e la vita e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le mancherebbe altresì una delle più grandi e più gloriose pagine della sua storia.


I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la primissima espressione degl'Italiani e dei moderni europei, ma sono tali altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. Quando Dante a' suoi tempi paragonava Firenze, che non cessa di correggere la propria costituzione, con quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a' suoi dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri più stabili di questa città. Il grande errore moderno che una costituzione possa farsi e rifarsi mediante il calcolo delle forze e dei partiti esistenti,[159] a Firenze si vede risorgere sempre in tempi di qualche commozione, e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, che con un artificioso spostamento e frastagliamento del potere, con sistemi elettorali lambiccatissimi, con magistrature di sola apparenza e simili, vogliono fondare uno stato di cose durevole, e accontentare o almeno illudere tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito da quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, degli ottimati, dell'aristocrazia ecc.[160] D'allora in poi il mondo s'è abituato a queste denominazioni e ha dato ad esse un senso convenzionale europeo, mentre dapprima tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi secondo i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome non dà o toglie di colorito alle cose!


Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee, ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro. Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte, fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo Memoriale da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli aveva dedicato il suo libro del Principe. Le cose sono agli estremi e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio, come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni, confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei Discorsi, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti, perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire, per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati una procedura giudiziaria (accusa), in luogo della quale Firenze da tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza. Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive, che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente. In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164] Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio impulso.[165]


Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate» città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168] Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia conciliabile il possesso di lontane colonie.

Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de' privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della maggiore assemblea dei cittadini (Consiglio generale), sostituendovi soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (i soldati si faccino amici, confidenti e savî). Per ultimo si parla delle miserie del tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione.

CAPITOLO IX. Politica estera degli Stati italiani.

Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva della politica. — Arte diplomatica.

A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili, artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima. Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto, e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.

Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a sostenerla.


Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori) tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi specialmente ai Francesi ed ai Turchi.

Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente da parte delle popolazioni. Con una ingenuità che fa rabbrividire, Firenze confessa le sue vecchie predilezioni guelfe per la dinastia francese.[173] E quando Carlo VIII effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse incontro con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso e le sue genti.[174] Nella fantasia degli italiani (si rammenti per tutti il Savonarola) era pur sempre viva l'immagine ideale di un grande e giusto redentore del loro paese venuto dal di fuori, con questo soltanto che non doveva essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto svanire colla di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima che si riconoscesse generalmente che tanto Carlo VIII, quanto Luigi XII e Francesco I non intesero la vera loro missione in Italia, e si lasciarono invece guidare da moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi interessi! — I principi dal canto loro cercarono di servirsi anch'essi della Francia, ma in modo affatto diverso. Allorchè furono finite le guerre anglo-francesi e Luigi XI stendeva d'ogni parte le sue reti, mentre Carlo di Borgogna si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti italiani si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento francese doveva necessariamente prima o dopo avverarsi, anche senza le pretensioni straniere su Napoli e su Milano, con altrettanta certezza, quanto era quella che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani l'aspettavano ancora fin dall'anno 1462.[175] Quali angosce mortali abbia provato il duca Galeazzo Maria di Milano durante la guerra di Borgogna, nella quale egli, alleato apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di entrambi, lo si tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.[176] Il sistema di un equilibrio dei quattro Stati principali d'Italia, quale lo intendeva Lorenzo il Magnifico, non fu in ultimo che il postulato di una mente chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel quale, sollevandosi al di sopra della scellerata politica degli esperimenti, nonchè dei pregiudizi guelfi de' fiorentini, egli si ostinava sempre a sperare il meglio. E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa ch'egli disse: «io non posso ancora anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse Iddio, che ai re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando ciò accada, l'Italia sarà perduta».[177] Ma per altri principi invece il re di Francia è alternativamente un mezzo o una causa di terrore, ed essi minacciano di chiamarlo ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non sanno trovare da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura di poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di qualsiasi altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di poter nel suo dispetto ritirarsi al di là delle Alpi, per tornar poscia in Italia in qualità di conquistatore alla testa di un'armata francese.[178]

Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista straniera ancor lungo tempo prima della discesa di Carlo VIII.[179] E quando questi, ritirandosi, ripassò le Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che da quel momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata. D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra e troppo tardi si comprende, che la Francia e la Spagna, i due principali invasori, sono divenute frattanto due grandi potenze moderne, che non possono omai più star contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno di lottar sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza e un possesso in Italia. Esse hanno cominciato a somigliare agli Stati italiani centralizzati, anzi ad imitarli, ma in proporzioni ben più colossali. I progetti di rapine o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò alla Spagna, la quale, come spada e scudo della Controriforma, tenne anche il Papato in una lunga soggezione. Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in poi non ebbero altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che aveano chiamati i barbari.


Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi Turchi, nè ciò parve destare alcun ribrezzo, stimandosi questo un espediente politico, come qualunque altro. L'idea di una solidarietà degli stati cristiani d'occidente avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata del tutto. Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi da un lato, e la profonda miseria e lo scadimento dell'Impero greco dall'altro, avevano in seguito risvegliato quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì anche in questo riguardo una singolare eccezione. Infatti, per quanto grande vi fosse lo spavento dei Turchi e per quanto serio il pericolo, non vi fu tuttavia quasi nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno una qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto II e co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. E dove ciò non seguì effettivamente, lo si sospettò almeno sempre reciprocamente, nè in ciò v'era maggiore malignità di quando, per esempio, i Veneziani incolparono l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia[180]. Da un ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, non poteva aspettarsi nè si aspettava di meglio, se non che una volta o l'altra chiamasse in Italia i Turchi[181]. Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto — e, si pretende, ad istigazione di altri governi italiani[182] — tolse un giorno Otranto, aizzarono in seguito il sultano Bajazet II contro Venezia[183]. Della stessa colpa fu accusato anche Lodovico il Moro: «il sangue dei caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in mano ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive l'annalista del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, si sapeva anche che Giovanni Sforza, principe di Pesaro e cugino del Moro, aveva albergato in sua casa gli ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a Milano[184]. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, Nicolò V e Pio II, sono morti in profondo rammarico pei progressi dei Turchi, anzi l'ultimo in mezzo agli apprestamenti di una crociata, che egli stesso voleva guidare: i loro successori invece truffano il così detto obolo turco raccolto in tutta la cristianità e profanano l'indulgenza accordata, facendone una sordida speculazione pecunaria per sè.[185] Innocenzo VIII si presta a far da carceriere al fuggiasco principe Zizim verso un tributo annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II, e Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte da Lodovico il Moro per provocare un attacco dei Turchi contro Venezia (1498), su di che questa lo minaccia della convocazione di un Concilio.[186] Da ciò può ben vedersi che la famosa alleanza di Francesco I con Solimano II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. Del resto non mancavano neanche talune popolazioni, alle quali la signoria dei Turchi non pareva omai più una cosa così spaventevole. E quand'anche esse non l'avessero fatta servire che come una minaccia contro governi eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur sempre questo un indizio, che si era già cominciato a famigliarizzarsi con questa idea. Già ancora nel 1480 Battista Mantovano lascia chiaramente intendere, che la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne mostrava desiderosa.[187] Allorquando la Romagna sotto Leone X sentì più che mai il peso dell'oppressione, un inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente al legato pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore, la serenissima Repubblica di Venezia non ci vuole, per non entrare in contese colla Chiesa; ma se il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a lui»[188].

Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia per opera degli Spagnuoli è un conforto ben meschino, ma non del tutto irragionevole, il pensare, che almeno per questo assoggettamento l'Italia andò salva dalla barbarie, alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.[189] Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto sottrarsi a un tale destino.


Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può dirsi della politica italiana d'allora, ciò non può riferirsi che al modo positivo, spregiudicato e pratico di trattar le questioni, che non erano intorbidate nè da paura, nè da passione, nè da male intenzioni. Qui non esiste più il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali, co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di fatto che ognuno possiede, la possiede, di regola, per intero. Qui al seguito del principe non si ha quella nobiltà riottosa, che altrove tien desto nell'animo del monarca un astratto punto d'onore e tutte le strane conseguenze che ne derivano, ma principi e consiglieri convengono in questo, che non si deve agire che conformemente allo stato delle cose e secondo gli scopi, che si vogliono conseguire. Contro gli uomini, dei quali si accettano i servigi, contro gli alleati, da qualsiasi parte essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta, che possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una prova anche soverchia se ne ha nella posizione fatta ai Condottieri, dei quali riesce perfettamente indifferente l'origine. Per ultimo i governi, in mano di despoti illuminati, conoscono il proprio paese e quello dei lor vicini incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano la capacità di giovare o di nuocere di amici e nemici sin nei menomi particolari, tanto nel rispetto morale che economico: in una parola, appajono, ad onta dei più grossolani errori, nati fatti per la politica.


Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si poteva tentare la persuasione e sperare anche di convincerli, quando si mettessero loro dinanzi buone ragioni di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli cadde prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, egli seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della casa d'Angiò sopra Napoli, sostituito al suo, avrebbe reso i Francesi padroni di tutta Italia, e il duca mutò proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto, e si strinse in alleanza con esso.[190] Difficilmente un principe settentrionale avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, che in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj del Visconti. Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni di fatto appare anche nella celebre visita, che Lorenzo il Magnifico fece, tra lo spavento generale dei Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale certamente risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo prigioniero.[191]

Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi vivo e libero, dopo strappatagli qualche concessione e inflittegli profonde umiliazioni, come fece Carlo il Temerario con Luigi XI a Péronne (1468), agli Italiani d'allora sarebbe sembrata una vera follia;[192] per ciò Lorenzo o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria. — Del medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione politica tutta propria degli ambasciatori veneziani, della quale oltre le Alpi non s'ebbe un'idea se non per mezzo degl'Italiani, e che non deve essere giudicata dai discorsi recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè questi ultimi sono un prodotto rettorico delle scuole umanistiche, e nulla più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità singolari,[193] a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente è osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, quanto il Machiavelli nelle sue «Legazioni». Fornito di scarse istruzioni, malamente equipaggiato, trattato sempre come un incaricato di secondo ordine, egli tuttavia non perde mai il suo spirito elevato di osservazione e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia è e rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e delle «Relazioni» politiche. Anche altri Stati certamente negoziano con somma abilità, ma l'Italia soltanto ce ne ha conservato in sì gran numero le prove documentate, che risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo dispaccio intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del Pontano e indirizzato al gabinetto di Alessandro VI, porge la più alta idea di questo genere di scritti politici, eppure non è stato citato che incidentalmente e come uno dei moltissimi da lui lasciati.[194] Ma quanti di non minore importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI, non giaceranno inediti, per tacere anche dei posteriori! — Però dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e privato, che va di pari passo con lo studio delle condizioni generali di questi italiani, ci occuperemo più innanzi in apposita trattazione.

CAPITOLO X. La guerra come opera d'arte.

Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi.

Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole come a questo tempo anche la guerra abbia assunto il carattere e l'aspetto di una vera opera d'arte. Durante il medio-evo l'educazione guerresca in tutto l'occidente era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo ingegnosi inventori nell'arte delle fortificazioni e degli assedi; ma tanto la strategia, quanto la tattica trovarono non pochi ostacoli al pieno loro svolgimento nella natura stessa e nella durata del servizio militare, nonchè nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte al nemico era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza del posto e di mandar a male in tal modo colla sua indisciplina le più importanti fazioni, come accadde in quelle di Crécy e di Maupertuis. Presso gl'Italiani invece prevalse assai per tempo il sistema delle truppe mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche la sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì dal canto suo non poco a demoralizzare in certo modo la guerra, non solamente perchè i castelli meglio agguerriti tremavano all'urto delle bombarde, ma perchè l'abilità dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere, sorti dalla borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva infatti, e non senza rincrescimento, che il valore personale — che era tutto nelle piccole compagnie mercenarie egregiamente organizzate — veniva a scemare non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di distruzione che agivano sì da lontano, e non mancarono Condottieri, che, non potendo altro, si rifiutarono almeno di ammettere il fucile da poco inventato in Germania,[195] come fece Paolo Vitelli, il quale per di più faceva cavar gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri che gli capitavano tra mano[196], mentre poi accettava e adoperava i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità si lasciarono prevalere le nuove invenzioni e si cercò di trarne il maggior profitto possibile, per modo che gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco, quanto per la costruzione delle fortezze divennero i maestri di tutta Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso di Napoli, si procurarono tali cognizioni in questa materia da far parere quasi un principiante in loro confronto lo stesso imperatore Massimiliano I. In Italia, prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte della guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale, e qui pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte con un intento puramente artistico, quale poteva conciliarsi benissimo coi frequenti mutamenti di parte o col modo di agire affatto spassionato e neutrale dei Condottieri. Durante la guerra milanese-veneziana del 1451 e 52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino, seguiva il quartier generale di quest'ultimo il letterato Porcellio, incaricato dal re Alfonso di Napoli di stendere su di essa una Relazione.[197] Questa è scritta in un latino non troppo puro, ma facile, colle ampollosità umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni, prodigi e simili: e siccome da cento anni si disputava, se Scipione l'Africano il vecchio fosse stato più grande di Annibale o Annibale di Scipione,[198] così il Piccinino dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale. Ma anche sulle truppe milanesi dovendo pur riferire qualche cosa di positivo, il sofista non esitò di presentarsi allo Sforza, il quale lo fe' condurre per tutte le file: egli lodò altamente ogni cosa e promise di eternare ne' suoi scritti quanto aveva veduto.[199] Del resto, la letteratura italiana d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti tanto per uso del dotto teorico, quanto delle persone colte in generale, e ciò forma un forte distacco dalle relazioni contemporanee redatte al nord, dove per esempio, quella di Diebold Schilling sulla guerra di Borgogna conserva ancora la nuda ed arida esattezza di una informe cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,[200] il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra». Ma lo sviluppo subbiettivo del guerriero preso individualmente trovò la sua più compiuta espressione in quelle lotte solenni di due o più parti, che già molto tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.[201] In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi, che gli mancava al nord: quella che gli veniva dalla bocca dei poeti e degli umanisti. Nell'esito di queste lotte non si vede più il giudizio di Dio, ma una vittoria del valor personale, e — per gli spettatori — la decisione di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione data alle velleità ambiziose di un esercito o della intera nazione.

S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le cose di guerra da un punto di vista razionale e subbiettivo non mancavano, in date circostanze, di far luogo anche ad orribili crudeltà, senza che ci entrasse nemmeno l'odio politico, ma solo in vista di permettere un saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo la spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta giorni e che lo Sforza avea dovuto concedere ai suoi soldati (1447), la città per buon tratto rimase vuota del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette usar la violenza.[202] Ma tali fatti sono ancor poco in paragone dei mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe straniere, e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei quali forse una vena di sangue arabo e fors'anche l'abitudine alle atrocità della Inquisizione svegliarono il lato più perverso della natura umana. Chi impara a conoscerli nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove, non sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando il Cattolico e di Carlo V, che, pur conoscendo l'indole di tali mostri, non si peritarono tuttavia di lasciarli inferocire a loro talento. Il cumulo degli atti consumatisi nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti alla luce del giorno, potrà restare come una fonte storica della più alta importanza; — ma nessuno negli scritti di tali principi cercherà più un pensiero politico vivificatore.

CAPITOLO XI. Il Papato e i suoi pericoli.

Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il Papato della Contro-riforma.

Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni affatto eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se non incidentalmente affatto e solo per istabilire il carattere degli Stati italiani in generale.[203] Allo Stato pontificio mancava quasi affatto ciò che invece caratterizza in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il ben calcolato aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza, appunto perchè il potere spirituale aiutava dal canto suo a coprire e a sostituire il difettoso svolgimento del temporale. Eppure per quali solenni prove non è esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del XV! Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone, tutto andò in sulle prime a soqquadro, ma la corte avignonese aveva danari, truppe ed un grand'uomo di Stato, che al tempo stesso era un gran capitano, lo spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo di un definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma, e coll'andar del tempo nè il papa romano, nè quello di Avignone aveano forze e ricchezze bastanti per sottomettere nuovamente lo Stato perduto; ma, dopo restaurata l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè sotto Eugenio IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè lo Stato della Chiesa era, e rimase per allora, una completa anomalia fra tutti gli altri Stati d'Italia: in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli, degli Orsini, degli Anguillara ed altre: nell'Umbria, nelle Marche, nelle Romagne, se non v'era più quasi nessuna di quelle repubbliche, alle quali il Papato s'era mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche, l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano dire gran cosa. Come dinastie a sè e sussistenti per forza propria, hanno tuttavia anche esse la loro speciale importanza, e da questo punto di vista noi trovammo più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno di quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante, non vogliamo dispensarci qui da alcune brevi considerazioni sullo Stato della Chiesa preso nel suo insieme. Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi esposto a nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche la Curia e di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che vengono dal di fuori o dal popolo, sono sempre i minori; i maggiori hanno la loro origine nelle tendenze stesse dei Papi.

Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là dalle Alpi. Se in Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia di pericoli gravissimi, non era certamente quello il momento, in cui avessero potuto o voluto prestargli un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi XI, nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose, nè la Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la Germania stessa tradita nel concilio di Basilea. Anche in Italia v'era bensì un certo numero di uomini colti ed idioti, che riguardavano come un vanto nazionale la presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle benedizioni papali,[204] tra i quali quello stesso Vitellozzo Vitelli, che invocava l'assoluzione di Alessandro VI nel momento stesso, in cui il figlio del Papa lo faceva strozzare.[205] Ciò non ostante, tutte queste simpatie non sarebbero bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto dall'odio e dal rancore che esistevano contro di lui.

Ora egli fu appunto in un momento di così generale abbandono, che anche all'interno si manifestarono i più serii pericoli. Già pel fatto stesso del trovarsi la Chiesa imbevuta delle stesse massime che informavano la politica degli altri principati italiani, essa doveva sentirne le scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi urti affatto particolari.


Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città di Roma, era già da tempo invalsa la consuetudine di non dare importanza alcuna alle sue agitazioni interne, poichè tanti Papi cacciati da tumulti popolari erano sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. Ma non è men vero per questo, che Roma di tempo in tempo non solo si mostrò proclive ad idee più o men radicali,[206] ma nelle cospirazioni che minacciavano la sicurezza dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la guidavano dal di fuori. Così accadde, per esempio, nella congiura di Stefano Porcari contro quel Papa, che per l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori vantaggi, Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento della signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi complici, i quali bensì non vengono nominati,[207] ma devono cercarsi fra i governi italiani d'allora. Sotto lo stesso pontificato Lorenzo Valla chiudeva la sua famosa invettiva contro la donazione di Costantino, augurando l'immediata secolarizzazione dello Stato pontificio.[208]

Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a lottare Pio II (1495), non nascondeva che il suo scopo era in generale la caduta del dominio dei preti, e il capo di essa, Tiburzio, ne riversava la colpa sui profeti, che gli avevano promesso l'adempimento di quel suo desiderio in quello stesso anno.[209] Parecchi grandi romani, il principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino n'erano complici e promotori. E se si ripensa al ricco bottino, che ad ogni momento poteva riguardarsi come pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i congiurati aveano messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale di Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi sempre così priva di sorveglianza tali tentativi non fossero invece più frequenti e più fortunati. Non per nulla Pio II risiedeva più volentieri dovunque, anzichè a Roma, ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte spavento per una congiura, supposta o reale, di questa specie[210]. I Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere a tali assalti, o domare colla forza le fazioni dei grandi, sotto la protezione dei quali simili rapaci tentativi venivano ogni dì più aumentando.


E questo fu appunto il compito che si propose il terribile Sisto IV. Egli fu il primo ad aver Roma e il suo territorio quasi compiutamente nelle sue mani, massimamente dopo la persecuzione inflitta ai Colonnesi, e per questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come in quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza di fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di convocare un Concilio, che venivano dall'occidente. I mezzi necessarii li forniva una simonia, che tutto ad un tratto cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale soggiacevano tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei dignitari inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi specie[211]. Sisto stesso non avea potuto ottenere la dignità papale senza ricorrere ad un tal mezzo.

Era naturale che una corruzione così universalmente estesa dovesse quando che sia tirare addosso alla sedia papale disastrosissime conseguenze; ma queste in allora sembravano ancora molto lontane. Diversamente invece andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò perfino un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra tutti i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in sulle prime godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore di Sisto, nel tempo stesso che del suo nome riempiva tutta l'Italia, sia pel suo lusso smodato, sia per le voci che correvano sulla sua empietà e sulle sue mire politiche.[212] Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano (1473), allo scopo che questi dovesse diventar re della Lombardia ed aiutar poi lui con danaro e con uomini a salire sul trono papale al suo ritorno in Roma: Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto spontaneamente.[213] Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà del trono, fallì poi per la morte subitanea di Pietro. Il secondo nipote, Girolamo Riario, non abbracciò lo stato ecclesiastico e non toccò quindi il Pontificato; ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in continui scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi aveano tentato di far valere la loro supremazia feudale su Napoli a favore dei loro congiunti;[214] ma, dopochè ciò non era riuscito neanche a Calisto III, non era il caso di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri progetti), dovette accontentarsi di fondare una Signoria nello Stato stesso della Chiesa. Fino ad un certo punto la cosa poteva giustificarsi col dire che la Romagna, co' suoi principi e tiranni sparsi per le città, minacciava già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia papale, che essa in breve avrebbe potuto divenir preda degli Sforza o dei Veneziani, se Roma non si appigliava a questo spediente. Ma chi, in tempi simili e in tali condizioni, si sarebbe fatto mallevadore di un'obbedienza durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani o dei loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più alcun vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi non erano sicuri dei propri figli o nipoti, perchè troppo prossima era la tentazione di cacciare il nipote di un predecessore per sostituirvi il proprio. Il contraccolpo di questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un pericolo gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar tutti i mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo dei più equivoci, al quale dovevano subordinarsi tutti gli altri della sedia papale; e se l'intento era raggiunto con tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava una dinastia, che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta del Papato.

Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel principato usurpato (Imola e Forlì) se non a gran fatica e soltanto colla protezione e l'aiuto della famiglia Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel Conclave successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova garanzia esterna del Papato, vale a dire due cardinali di case regnanti, che per denaro e dignità si lasciarono vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona, figlio del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.[215] Così almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, per amor del bottino, al mantenimento della signoria papale. Anche nel Conclave seguente, nel quale tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione di soli cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con forti donativi, non senza riserbarsi però la speranza di divenir Papa egli stesso un'altra volta.[216]

Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì che la casa Medici non andasse colle mani vuote. Egli diè in moglie sua figlia Maddalena al figlio del nuovo Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva non solo ogni specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone X), ma anche un sollecito innalzamento del genero.[217] Però, quanto a quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. Sotto Innocenzo VIII non era il caso di veder sorgere quell'audace nepotismo, che fondava Stati, appunto. per questo che Franceschetto era uomo di scarso ingegno e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito d'altro che di godere la potenza nel modo il più grossolano, specialmente accumulando enormi somme di danaro[218]. Tuttavia la maniera, colla quale il padre e il figlio condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento dello Stato.

Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali, nella quale, dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e delitto: di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, come era naturale, negli ultimi anni specialmente di questo pontificato, formicolava d'ogni parte di assassini protetti e non protetti: le fazioni, la cui repressione era stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in modo spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano, non si preoccupava d'altro, che di porre qua e là qualche agguato, per farvi cader dentro malfattori, che avessero mezzi di ben pagare. Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avesse potuto piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che il Papa venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione che di questa morte, omai aspettata, corse una falsa notizia (1490); addirittura egli voleva portare con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e quando quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli riguardava come un capitale vivente da potersi cedere per avventura a patti vantaggiosissimi a Ferrante di Napoli.[219] Egli è sempre malagevole il voler calcolare tutte le eventualità politiche di un'epoca omai remota: ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata in grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo genere? Di fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza che lasciar andare le cose tant'oltre, che non soltanto i viaggiatori e i pellegrini, ma un'ambasceria intera spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in prossimità di Roma assalita e spogliata così completamente, che taluni degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno aver toccato le porte della città!


Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, salì al potere coll'idea di goderlo nel pieno significato della parola (1492-1503): e siccome con questa idea non poteva certamente conciliarsi uno stato di cose, quale lo abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato ristabilimento della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento di tutti gli stipendi.

Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere questo Pontificato, appunto perchè non parliamo che delle diverse forme che assunse la civiltà italiana, e i Borgia non erano italiani più di quello che lo fosse la casa allora regnante di Napoli. Alessandro, parlando in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove portò le mode spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure spagnuoli: di spagnuoli si compose il servidorame più fidato della famiglia, nonchè le bande famigerate di Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano Pinzon sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente anche Cesare, fra le altre sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, quando atterrò, secondo tutte le regole dell'arte, sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione soltanto, di cui questa famiglia sembra la personificazione vivente, non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, quando già, come vedemmo, vi preesisteva e in sì larga misura.

Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più modi fu scritto. Il loro scopo immediato era l'assoggettamento completo dello Stato della Chiesa, e lo ottennero in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori — più o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,[220] e togliendo di mezzo in Roma le due grandi fazioni che la padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano a Guelfi, i Colonnesi che avrebbero voluto passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece uso, furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente avrebbe dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale (l'avvelenamento contemporaneo del padre e figlio) non avesse improvvisamente mutato la faccia delle cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno di badare gran fatto: intorno a sè egli sapeva farsi temere e rispettare: i principi stranieri si lasciavano comperare e Luigi XII specialmente gli prestò ogni ajuto possibile; e quanto alle popolazioni, esse non avevano nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di mezzo. L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi di Carlo VIII, passò contro ogni aspettazione felicemente, e d'altronde anche allora non trattavasi del Papato come tale,[221] ma di una deposizione di Alessandro per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole e sempre crescente pericolo pel Pontificato stava in Alessandro stesso e più ancora in suo figlio Cesare Borgia.

Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione erano congiunte con un'indole energica, e con tendenze assai splendide. Tutti i godimenti che può dar la potenza, egli volle goderli sino dal primo giorno e in ampia misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo al suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle prime tutti seppero che egli non intendeva di rifarsi soltanto dei sacrificii fatti per ottenere il Papato[222], ma voleva senz'altro che la simonia dell'acquisto fosse ampiamente sorpassata dalla simonia delle vendite. S'aggiungeva poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, conosceva meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili di far danaro. Nè egli nominò mai nessun cardinale senza un deposito anticipato di somme considerevoli. — Del resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da Genova, che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, fu trovato morto nel suo letto con ben venti ferite.


Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio del proprio figlio, i mezzi violenti presero quel carattere veramente infernale, che necessariamente reagisce perfin sugli scopi. Ciò che si fece nelle lotte coi grandi di Roma e coi tiranni delle Romagne supera, in linea di crudeltà e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi di Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, erano assai più raffinate. Affatto spaventevole è il modo, con cui Cesare giunse ad isolare il padre, togliendo di mezzo il fratello, il cognato ed altri congiunti e cortigiani, non appena il favore che essi godevano presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche ombra di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di dare il suo consenso all'uccisione del figlio suo prediletto, il duca di Gandia,[223] perchè tremava per sè stesso dinanzi a Cesare.

Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? Ancora negli ultimi mesi della sua signoria, quando egli appunto aveva finito di sterminare i condottieri a Sinigaglia ed era di fatto divenuto padrone dello Stato della Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non le fazioni e i tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, ritenendo per sè tutt'al più la Romagna, e che quindi non gli sarebbe mancata la riconoscenza anche di tutti i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio, abbattendo gli Orsini e i Colonna.[224] Ma chi potrebbe ammettere che questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? Un po' più apertamente una volta si espresse Papa Alessandro in una conversazione avuta coll'ambasciatore veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, diss'egli, che un giorno il Papato tocchi o a lui o alla vostra Repubblica».[225] Veramente Cesare aggiunse, che non doveva divenir Papa, se non colui che avesse avuto l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali veneziani non aveano bisogno che di star bene uniti e compatti. Nessuno è in grado di dire, se egli con tali parole intendesse alludere a sè medesimo; ma, in ogni caso, le espressioni del padre bastano bene a provare quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono papale. Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta da Lucrezia Borgia, potendosi presumere che certi passi delle poesie d'Ercole Strozza non sieno che l'eco di espressioni, alle quali ella, come duchessa di Ferrara, può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui innanzi tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi Papa,[226] ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa che alluderebbe ad una sperata signoria su tutta l'Italia,[227] e sulla fine si accenna al fatto che Cesare, qual principe secolare, macchinava cose grandissime e per questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.[228] Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse eletto Papa o no dopo la morte di Alessandro, pensava a conservare per sè ad ogni costo lo Stato della Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse, più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, che come Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di secolarizzare lo Stato,[229] e nessuno più di lui avrebbe dovuto farlo, se voleva continuare a tenerlo. Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe il motivo principale della segreta simpatia, che il Machiavelli manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno sarebbe stato capace di «estrarre il ferro dalla ferita», vale a dire, di annientare il Papato, causa di tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni d'Italia. — Gl'intriganti che credevano d'indovinare le mire di Cesare, quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità di regnare sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, a quanto sembra, da lui medesimo.[230]

Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano da tali promesse, riescono vane, — non tanto per una speciale genialità satanica, di cui altri lo volle fornito, ma che in lui non v'era, come non v'era, per esempio, nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli si servì, erano di quelli che in generale non si conciliano con nessuna maniera pienamente logica di agire in grande. E nessuno può dire se, quando l'eccesso dei mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una prospettiva di salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente pose fine alla sua signoria.

Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione di tutti i piccoli signori sparsi qua e là nello Stato della Chiesa avesse procacciato a Cesare le simpatie universali, e quand'anche si volesse altresì far servire di prova ai suoi grandiosi disegni la scelta schiera di ufficiali e soldati (i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla testa del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le sue bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale ferocia, che contrastano apertamente con tali supposizioni e che rendono incerto il nostro giudizio su lui, come fu quello dei contemporanei. Tali sono, per esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda lo Stato da lui appena conquistato[231] e che pur pensava di conservare e di governare: tali sono altresì le condizioni, a cui furono ridotte Roma e la Curia negli ultimi anni di quel pontificato. Sia che padre e figlio avessero preparato una vera lista di proscrizione,[232] sia che le uccisioni sieno state comandate separatamente, certo è che i Borgia agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente tutti coloro, che comecchessia fossero loro d'inciampo o dei quali essi agognassero farsi eredi. In questi casi essi non si preoccupavano più che tanto dei capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, e assai più, delle loro rendite personali provenienti dagli ufficii coperti, che il Papa era sollecito di tener lungamente vacanti per goderne i proventi, e ch'egli poi rivendeva a nuovi aspiranti a prezzi assai elevati. L'ambasciatore veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva al Senato:[233] «ogni notte si hanno a Roma quattro o cinque uccisioni di vescovi, prelati ed altri dignitari, tanto che tutta la città trema di essere a poco a poco uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava notturno per le vie accompagnato da' suoi,[234] e non tanto, a quel che pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto deforme, quanto e assai più per soddisfare la sua pazza sete di sangue anche su persone del tutto a lui sconosciute. Ancor nell'anno 1499 la disperazione per tali fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, rotto ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia del Papa.[235] Ma chi andava salvo dal ferro dei Borgia, non riusciva poi a sottrarsi al loro veleno. In quei casi, nei quali sembrava necessaria una certa discrezione, usarono essi di quella polvere candida come neve e piacevole al gusto,[236] che non uccideva istantaneamente, ma a poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi con ogni cibo e con ogni bevanda. Il principe Zizim n'avea già fatto il saggio prima di essere consegnato da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine della loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio, avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un ricco cardinale. Il compendiatore ufficiale della storia dei Papi, Onofrio Panvinio,[237] cita i nomi di tre cardinali, che Alessandro fece avvelenare (Orsini, Ferrerio e Michiel), e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); ma in generale può dirsi che quasi nessun prelato alquanto ricco non morì a Roma in quel tempo, senza che sulla sua morte non si elevassero sospetti di questo genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino qualche pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi in qualche oscura città di provincia.

Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non andar più così allegramente come prima: fulmini e tempeste, che fecero crollare pareti e stanze, lo avevano già visitato anteriormente e colmatolo di spavento: ed ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano «cosa diabolica».[238] La voce di questi fatti sembra abbia cominciato a diffondersi fra i popoli nell'occasione del Giubileo dell'anno 1500 che fu frequentatissimo;[239] e il traffico scandaloso che allora si fece delle indulgenze, fece il resto e richiamò l'attenzione di tutti sulle ignominie di Roma.[240] Oltre ai pellegrini che tornavano alle loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in lunghi abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi dello Stato pontificio, i quali assai probabilmente non avranno taciuto. Ma chi potrebbe dire sino a qual punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e l'indignazione di mezza Europa, prima che per Alessandro ne sorgesse un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice Panvinio altrove,[241] avvelenato anche gli altri cardinali e prelati, ch'erano in voce di ricchi, per divenir loro erede, se, in mezzo ai grandi progetti che macchinava pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo padre, non si fosse egli pure trovato infermo sul letto di morte? Qual Conclave non sarebbe stato quello, dal quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui poteva disporre, fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di cardinali convenientemente ridotto a furia di veleno, in un momento in cui non c'era neanche da temere la vicinanza delle armi francesi? La fantasia si perde in un abisso, qualora soltanto si provi a tener dietro ad una somigliante ipotesi.


Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e quasi subito dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II, due elezioni, che evidentemente accennano ad un principio di reazione, che manifestavasi d'ogni parte.

Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire sui costumi privati di Giulio II, certo è nondimeno che nei punti più sostanziali egli fu l'uomo che salvò il Papato. Osservando attentamente l'andamento delle cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV, egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi avea bisogno la potenza papale per sostenersi, e, divenuto Papa, ordinò tosto il suo governo in piena conformità a tali viste, portando all'attuazione de' suoi progetti tutta quell'energia di carattere, che non si arresta dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere in virtù di abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima cosa, lo scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche. Anche alla sua corte non mancarono i favoriti, e talvolta erano i meno degni, ma egli ebbe l'inestimabile fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata l'erede di Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo dei Montefeltro, e da questa unione era nato nel 1491 un figlio, Francesco Maria della Rovere, che al tempo stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino e nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque obbligo di creare uno Stato alla sua famiglia, e per questo noi lo veggiamo, in tutti gli acquisti, che o coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra venne facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò completamente ricostituito e per di più ingrandito di Parma e di Piacenza, mentre al suo avvenimento l'avea trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette nemmeno da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli sempre teneva in serbo in Castel S. Angelo, non dovevano essere in qualsiasi momento, per ordine suo, rimessi ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari degli altri Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i prelati che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi dispotici,[242] ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno. L'essere andato in persona al campo non gli giovò certamente, ma fu una necessità ineluttabile, che tanto più facilmente doveva essergli perdonata in Italia, in quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere o essere battuti e in cui il credito personale valeva più di qualsiasi diritto legittimamente acquistato. Che se poi, ad onta del suo celebre grido «fuori i barbari!», egli contribuì più di qualunque altro a far sì che gli Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta di fatto altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo aspetto, favorevole e vantaggiosa. E da chi altri, meglio che dalla Spagna, poteva la Chiesa attendersi una sincera e durevole devozione,[243] nel momento stesso in cui tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente ed originale, che non poteva soffocare in sè veruno sdegno e neanche nascondere nessun vero affetto, preso in tutto il suo insieme era l'uomo del tempo, il Pontefice terribile invocato da tutti. Egli ebbe quindi pienamente ragione di appellarsi con coscienza relativamente tranquilla al giudizio di un Concilio e di rispondere in tal modo vittoriosamente al grido de' suoi avversarii, che da tutte le parti d'Europa ne domandavano la convocazione. Un regnante di questa tempra aveva bisogno anche d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità de' suoi concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e all'ampliamento della chiesa di S. Pietro, e le aggiunte che vi fece il Bramante sono forse l'espressione più sublime di una potenza, che è conscia di quanto può e deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le tracce dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè è senza importanza il fatto che perfino la poesia latina di quei giorni, parlando di lui, appare infiammata di un estro, che non seppero mai ispirarle i di lui predecessori. L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla fine dell'Iter Julii secundi del cardinale Adriano da Corneto, ha una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni Antonio Flaminio in una delle sue più belle Elegie ha cantato nel Papa il redentore d'Italia[244].

Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio lateranense[245] proibito la simonia nell'elezione del Papa. Dopo la sua morte (1513) i cardinali, mossi da un sordido istinto di avarizia, volevano eludere quel divieto col proporre un patto generale, secondo il quale le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si sa che il loro intendimento sarebbe stato di eleggere per l'appunto quegli che godeva le prebende più pingui, l'inetto Raffaello Riario.[246] Ma una riscossa, che partiva principalmente dai membri più giovani del sacro Collegio, mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto Giovanni de' Medici, il celebre Leone X.


Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo Papa, ogni volta che ci accadrà di discorrere dei momenti più splendidi dell'epoca del Rinascimento: qui adunque e pel nostro scopo ci basterà di accennare, come sotto di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi non contiamo la congiura dei cardinali Petrucci, Sauli, Riario e Corneto, perchè questa tutt'al più, riuscendo, avrebbe cagionato un mutamento di persone e non altro: e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione, inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola volta, la quale del resto non fece che produrre un'eccellente impressione, perchè, in parte almeno, premiava il vero merito.[247]

Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle quali si lasciò tirare Leone nei due primi anni del suo pontificato. Egli aveva infatti intavolato pratiche molto serie per procurare il regno di Napoli a suo fratello Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran regno nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano, la Toscana, Urbino, e Ferrara.[248] È evidente a chiunque che lo Stato della Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte parti, avrebbe dovuto finire col diventare un appannaggio mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto bisogno di secolarizzarlo.

Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni politiche generali d'allora. Giuliano morì a tempo; tuttavia, per provvedere a Lorenzo, Leone intraprese l'espulsione del duca Francesco Maria della Rovere da Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519 morì[249], col dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica aveva per altri acquistato: così egli non ne raccolse nemmen quella gloria, che certamente non gli sarebbe mancata, se quella cessione fosse stata anteriore e spontanea. Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso di Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro un pajo di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui potesse venirne incremento alla sua reputazione. E tutto questo accadeva nel momento stesso, in cui i monarchi d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor più abituando ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto alle spese di questo o di quel territorio d'Italia[250]. Chi avrebbe voluto farsi garante che essi, dopochè la loro potenza all'interno negli ultimi decenni era immensamente cresciuta, non fossero per allargare quando che sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone visse abbastanza per essere testimone di un fatto, che era come il preludio di ciò che si verificò poi nel 1527: un pugno di fanti spagnuoli apparve nel 1520, — di proprio impulso, a quanto sembra, — ai confini dello Stato pontificio, unicamente allo scopo di taglieggiare il Papa[251], ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo. Anche la pubblica opinione, di fronte alla corruzione della Curia e della corte romana, s'era negli ultimi anni svegliata più imperiosa che mai, ed uomini che vedevano nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico della Mirandola[252], invocavano con forza pronte riforme. Infrattanto era comparso sulla scena Lutero.


Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI, (1521-1523), ma scarse e insufficienti e ritardate di troppo, di fronte alla foga invadente del grande movimento tedesco. Adriano non potè far altro, fuorchè manifestare l'orrore, di cui era compreso per tutte le piaghe che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale a dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio e la più profonda immoralità. Nè per allora il pericolo, che minacciava da parte del luteranismo, sembrava neanche il maggiore: un arguto osservatore veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime il proprio dolore apertamente[253].


Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale, che talvolta vi rende così pericolosi gli ultimi mesi d'estate. Il Papa è inviso ai vicini e ai lontani: gli uomini più gravi crollano tristamente il capo[254], e infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze s'affacciano eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del mondo intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa medesimo[255]:la fazione colonnese solleva arditamente il capo in atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, la cui presenza soltanto è una minaccia permanente pel Papato[256], tenta una sorpresa su Roma (1526) nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto vivo o morto nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun vantaggio, che quest'ultimo abbia potuto trovare un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla quale egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della morte, alla quale ora sfuggì.

Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre permesse ai forti, ma che recano la rovina ai deboli, Clemente provocò la venuta delle truppe austro-spagnuole comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). Egli è fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V meditava di prendere del Papa una fiera vendetta[257], e che l'imperatore non poteva prevedere anticipatamente quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè gratuito non avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se non si avesse saputo che si doveva marciare contro Roma. Forse si ritroveranno quando che sia le istruzioni date in questa occasione al Borbone, e può darsi anche che esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; ma la storia non si lascerà travolgere per questo a men severi giudizii. Fu una fortuna pel cattolico re e imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali sia stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun sofisma al mondo avrebbe potuto salvarlo da una gravissima responsabilità. Ma l'uccisione di innumerevoli persone delle infime classi e la spogliazione delle altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato, che se ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu permesso di spingere le atrocità nel sacco di Roma.

Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, che si era nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, a Napoli, dopo avergli estorto enormi somme, e se Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto, non pare che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte degli Spagnuoli[258]. Se poi Carlo abbia, almeno per un momento, pensato alla secolarizzazione dello Stato della Chiesa (alla quale l'opinione pubblica[259] omai era preparata), e se nel fatto egli se ne sia poi lasciato distogliere dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che non potrà mai essere messo in chiaro.

Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono certo di lunga durata; e intanto dalla desolazione stessa della città sorge uno spirito di riforma, che promette una completa restaurazione della Chiesa e del principato. Il primo a presentirla fu il cardinal Sadoleto[260]: «Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo una dovuta soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di Dio, se queste terribili punizioni ci aprono la via a migliorare le nostre leggi e i costumi, noi forse potremo dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che ci potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura Dio stesso; ma noi abbiamo dinanzi a noi una via di miglioramento, dalla quale nessuna violenza potrà farci deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri e le nostre azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo».

E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno questo, che la voce degli uomini più gravi e assennati non cadde inascoltata affatto, come tante altre volte. Roma avea troppo sofferto per poter pensare a tornar, nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra e corrotta Roma di Leon X.

Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di tante umiliazioni, una simpatia d'indole in parte politica e in parte religiosa. I monarchi non potevano permettere che un loro uguale si arrogasse l'ufficio di carceriere privilegiato del Papa, e nell'intento di ridonare a quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero almeno di far ricadere sull'imperatore tutta l'odiosità dei fatti testè commessi dalle truppe imperiali. Ma contemporaneamente all'imperatore creavansi serii imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i grandi lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor dato di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione generale del clero e della cittadinanza, che minacciavano di presentarsi a lui in forma solenne e in abito di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo si rinnovassero le scene della insurrezione delle comunità poco prima domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.[261] Egli non poteva adunque, nemmen volendo, prolungare più oltre la persecuzione contro il Papato, anzi, prescindendo anche dalla politica estera, trovavasi imperiosamente costretto a riconciliarsi con esso al più presto possibile, molto più che non volle mai tener conto nè in questa, nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione pubblica in Germania, che per vero gli avrebbe additato un'altra via da tenere. Finalmente non è neanche impossibile, come opinava un veneziano,[262] che la ricordanza del sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, e che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, che doveva essere suggellata con lo stabile assoggettamento dei Fiorentini sotto la tirannide de' Medici. Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale dell'imperatore fu data in moglie al nuovo duca Alessandro.

In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre il Papato nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo proteggerlo ed opprimerlo. Ma il maggior pericolo, la secolarizzazione, e propriamente quella che dovea partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della Riforma. Nella stessa maniera che essa sola rese possibile la spedizione contro Roma (1527), fu anche causa che il Papato sentisse il bisogno di essere l'espressione vivente di una potenza mondiale nel campo delle coscienze, obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta ad una vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, che negli ultimi anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo IV e dei loro successori a poco a poco e in mezzo alla defezione di mezza Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova e rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere i maggiori e più pericolosi scandali interni, e massimamente il nepotismo avido di ingrandimenti,[263] e poscia, sostenuta da tutti i principi della cattolicità e portata da un impulso religioso del tutto nuovo, fece ogni sforzo per riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano abbandonata: in un certo senso si può dunque affermare con tutta verità, che il Papato sotto il punto di vista morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi nemici. E con la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto l'assidua sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, tanto da accampare in ultimo il privilegio della inviolabilità, e così le fu possibile, allo spegnersi de' suoi vassalli (le linee legittime degli Estensi e dei Della Rovere), costituirsi erede incontrastata dei due ducati di Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se si potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della Chiesa sarebbe passato da lungo tempo in mani secolaresche.

CAPITOLO XII. L'Italia dei patriotti.

Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo sguardo al contraccolpo di questo stato di cose sullo spirito della nazione in generale.

Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza delle condizioni politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel secolo XIV e nel XV, dovesse naturalmente destare sentimenti di patriottico sdegno e di aperta opposizione in tutti gli uomini privilegiati di attitudini superiori. Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di un'Italia unita,[264] alla quale devono tendere gli sforzi di tutti. Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un entusiasmo di pochi spiriti colti, di cui la nazione intera non mostrò nemmeno di accorgersi; ma a costoro si potrebbe domandare se a quel tempo la nazione tedesca si sarebbe condotta diversamente, quantunque, di nome almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le prime voci patriottiche della letteratura tedesca (se si eccettuino pochi versi dei menestrelli) non si odono che in bocca agli umanisti del tempo di Massimiliano I,[265] e non sembrano che un'eco delle declamazioni degl'Italiani. Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità, quale l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani. La Francia va debitrice della coscienza della sua unità nazionale principalmente alle lotte ch'ebbe a sostenere contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo tratto di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu in grado nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur le è tanto affine. Per l'Italia l'esistenza dello Stato della Chiesa e le condizioni, nelle quali soltanto esso poteva esistere, crearono un ostacolo permanente alla sua unificazione, ostacolo, la cui eliminazione non parve pressochè mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e colà nelle corrispondenze politiche del secolo XV si parla con qualche enfasi della patria comune, ciò non accade, pur troppo, che per provocare il dispetto di qualche altro Stato pure italiano.[266] I richiami veramente serii e profondamente tristi al sentimento nazionale non si odono di nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi, e Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese.

Quanto al patriottismo locale o di campanile, non potrebbe dirsi altro, se non che esso teneva il luogo di questo sentimento, ma non lo sostituiva.

PARTE SECONDA LO SVOLGIMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ

CAPITOLO I. Lo Stato e l'individuo.

L'uomo del Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I tiranni e i loro sudditi — L'individualismo nelle Repubbliche. — L'esiglio e il cosmopolitismo.

Nell'indole delle repubbliche e dei principati, di cui fin qui s'è tenuto discorso, sta, se non l'unica, certo la più potente causa, per cui gl'Italiani, prima d'ogni altro popolo, si trasformarono in uomini moderni e meritarono di esser detti i figli primogeniti della presente Europa.

Nel Medio-Evo i due lati della coscienza — quello che riflette in sè il mondo esterno e quello che rende l'immagine della vita interna dell'uomo — se ne stavano come avvolti in un velo comune, sotto al quale o languivano in lento torpore o si movevano in un mondo di puri sogni. Il velo era tessuto di fede, d'ignoranza infantile, di vane illusioni: veduti attraverso di esso, il mondo e la storia apparivano rivestiti di colori fantastici, ma l'uomo non aveva valore se non come membro di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una corporazione, di cui quasi interamente viveva la vita. L'Italia è la prima a squarciar questo velo e a considerare lo Stato e tutte le cose terrene da un punto di vista oggettivo; ma al tempo stesso si risveglia potente nell'italiano il sentimento di sè e del suo valor personale o soggettivo: l'uomo si trasforma nell'individuo,[267] e come tale si afferma. Così una volta il greco si era emancipato di fronte ai Barbari, e così anche in altri tempi l'arabo si isolò dalle altre stirpi dell'Asia. Non sarà malagevole il dimostrare come tutto ciò non fosse che l'effetto delle condizioni politiche, in cui si trovava il paese.


Già anche in epoche di molto anteriori è facile notare quà e colà in Italia uno sviluppo della personalità indipendente, quando al tempo stesso nei paesi al di là delle Alpi non se ne ha ancora indizio veruno. Il celebre gruppo di ribaldi del secolo X che ci è dipinto da Luitprando, nonchè più tardi alcuni contemporanei di Gregorio VII e alcuni avversarii dei primi imperatori di Svevia, presentano tipi di questo genere. Ma col finire del secolo XIII l'Italia comincia addirittura a formicolare d'uomini indipendenti, d'individui che fanno parte per sè stessi; l'anatema, che prima avea pesato sull'individualità, è tolto per sempre, e a migliaja sorgono le personalità dotate d'un carattere affatto proprio. Il gran poema di Dante sarebbe stato impossibile in qualunque altro paese appunto per questo, che tutto il resto d'Europa sentiva ancora il peso di quell'anatema: per l'Italia adunque il divino poeta, portando al suo pieno sviluppo il sentimento dell'individualità, è diventato l'interprete più fedele e nazionale del proprio tempo. Ma la caratteristica speciale delle singole attività nel campo della letteratura e dell'arte sarà più innanzi oggetto di apposita trattazione: qui ci basti di rilevar il fatto in sè stesso e come fenomeno psicologico in generale. Esso si mostra ora apertamente in tutta la sua pienezza: l'Italia del secolo XIV conobbe poco la falsa modestia e l'ipocrisia in generale, perchè nessun uomo fu schivo di emergere,[268] di essere e di apparire, quale era, diverso dagli altri.[269]


I primi a mettere in piena mostra una siffatta individualità, come vedemmo, sono i tiranni e i Condottieri,[270] e poi a poco a poco gli uomini d'ingegno da loro protetti, ma anche in ogni occasione fatti strumento di governo, i cancellieri, i segretari, i poeti e gli uomini di corte. Tutti costoro imparano necessariamente a tener conto di tutte le risorse, stabili o momentanee, che ciascuno sa trovare in sè stesso; ed anche nel godimento della vita esteriore ricorrono a mezzi men grossolani e di un'indole più spirituale, per circondare del maggior prestigio possibile un periodo forse assai breve di potenza e d'influenza.

Ma anche i sudditi non andarono del tutto esenti dal risentire un impulso simile. Senza tener conto di quelli che consumarono la loro vita in congiure segrete e in tentativi di resistenza, menzioneremo coloro, che si rassegnarono a rimaner chiusi nella vita privata, forse come la maggior parte degli abitanti delle città nell'Impero bizantino o negli Stati maomettani. Certamente deve essere stato più volte assai difficile, per esempio, ai sudditi dei Visconti il mantenere la dignità della propria casa e della loro stessa persona, e innumerevoli sono coloro che hanno dovuto scontare con la schiavitù la fierezza di quello, che strettamente suol dirsi carattere morale di un uomo. Ma quanto al carattere individuale, ossia all'originalità e specialità delle tendenze di ognuno, la cosa andava diversamente, perchè in mezzo all'universale impotenza politica si spiegavano tanto più forti e molteplici le diverse direzioni della vita privata. Ricchezza e cultura, in quanto possano mostrarsi in piena luce e gareggiare fra loro, congiunte con una libertà municipale ancora abbastanza larga, e con una Chiesa, la quale non era, come a Costantinopoli e nel mondo islamitico, una cosa identica con lo Stato, — tutti questi elementi presi insieme favorivano senza dubbio la formazione di una opinione individuale, cui l'assenza stessa delle lotte di partito forniva agio ed opportunità a svilupparsi. Non è dunque improbabile che l'uomo privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue occupazioni in parte professionali e in parte affatto accessorie, si sia per la prima volta venuto formando sotto queste tirannidi del secolo XIV. Ma sarebbe follia il pretendere di trovarne testimonianze esplicite e documentate; i novellieri, dai quali potrebbe attendersi in proposito almeno qualche cenno, ci parlano bensì di uomini originali e bizzarri, ma sempre da un solo punto di vista e unicamente in relazione al racconto, che si accingono a dare: ed, oltre a ciò, il teatro dell'azione presso di loro è quasi sempre nelle Repubbliche.


Anche in queste ultime lo sviluppo del carattere individuale era promosso al pari che nei Principati, ma in guisa affatto diversa. Quanto più frequentemente i partiti si scambiavano fra loro la signoria, tanto più forte gli uomini che li componevano, sentivano la tentazione di sfruttare il potere e talvolta di abusarne. Egli è appunto per tal modo che nella storia fiorentina[271] gli uomini politici e i caporioni del popolo acquistano una personalità così spiccata, che altrove non si riscontra se non in via al tutto eccezionale in un uomo solo, in Jacopo d'Arteveldt.

Ma gli uomini dei partiti soccombenti venivano spesso a trovarsi in una condizione simile a quella dei sudditi dei tiranni, con questo di più che la libertà o la signoria già gustate, e forse anche la speranza di riacquistar l'una e l'altra, davano al loro individualismo uno slancio più ardito. Appunto fra questi uomini condannati ad un ozio involontario trovasi, per esempio, un Agnolo Pandolfini (morto nel 1446), il cui trattato «Del governo della famiglia»[272]è il primo programma di una vita privata portato al massimo suo sviluppo coll'aiuto della educazione. Il raffronto ch'egli fa tra i doveri di un privato e le incertezze e le molestie della vita pubblica,[273] merita di essere riguardato, nel suo genere, come un vero monumento del suo tempo.


Ma ciò che sopra ogni altra cosa ha la forza o di logorare un uomo o di portarlo al massimo grado del suo sviluppo, è l'esiglio. «In tutte le nostre città più popolate, scrive Gioviano Pontano,[274] noi vediamo una moltitudine di persone, le quali spontaneamente hanno abbandonato la loro patria; ma le virtù si ponno portare con sè dovunque». Ed era vero: quegli uomini non erano semplici fuggiaschi banditi dalla loro patria, ma l'avevano abbandonata di proprio impulso, perchè le condizioni politiche ed economiche di essa erano divenute omai insopportabili. I Fiorentini emigrati a Ferrara e i Lucchesi rifugiatisi a Venezia costituivano delle vere colonie.

Il cosmopolitismo, che si manifesta negli esuli più colti, è l'individualismo portato al suo più alto grado. Dante, come abbiamo già accennato (pag. 103), trova una nuova patria nella lingua e nella cultura di tutta Italia, ed anzi va ancora più in là ed esclama: «la mia patria è il mondo intero!»[275] — E quando gli fu offerto di tornare a Firenze, ma a condizioni ignominiose, egli rispondeva: «non posso io contemplare la luce del sole e delle stelle dovunque? Non posso io meditare dovunque le più alte verità, senza perciò presentarmi oscuramente, anzi vituperosamente dinanzi al mio popolo ed alla mia città? Un pane non sarà per mancarmi in nessun luogo, nè mai».[276] Con fiero orgoglio alzano più tardi la voce anche gli artisti, affermando la propria libertà indipendentemente dal luogo ove si trovano. «Colui che è ricco di cognizioni, dice il Ghiberti,[277] non è, anche fuori di patria, straniero in nessuna parte del mondo: anche privo de' suoi beni e abbandonato dagli amici, egli è pur sempre cittadino in qualunque città, e può senza timore sprezzare la instabilità della fortuna». E in modo non molto diverso anche un umanista fuggiasco scriveva: «dovunque un dotto fissa la sua dimora, quivi ei trova tosto una patria».[278]

CAPITOLO II. Perfezionamento dell'individualità.

Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti.

Uno sguardo molto acuto e profondamente versato nella storia della civiltà non durerebbe fatica a seguir passo passo nel secolo XV lo svolgersi successivo di individualità per ogni verso perfette. Vero è che nessuno potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato esterno della loro vita in conseguenza di un solo atto fermo e deliberato della loro volontà, o non anche per un fortunato concorso di favorevoli circostanze: ma, ad ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi giunsero, almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione della natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente impossibile il fare una distinzione esatta di ciò che Lorenzo il Magnifico dovette alla fortuna, da ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire) si ha il caso contrario, il caso cioè di una potente individualità, nella quale cospirano mirabilmente la dignità dell'uomo e l'orgoglio del poeta, l'ironia e la passione, il sarcasmo e la benevolenza.


Ora, quando questo prepotente impulso veniva a cadere in una natura straordinariamente gagliarda e versatile, tale da appropriarsi ad un tempo tutti gli elementi della cultura di quell'età, s'aveva allora l'uomo universale, che appartiene esclusivamente all'Italia. Uomini di sapere enciclopedico ve ne furono per tutto il Medio-Evo in più paesi, perchè il sapere era più ristretto e i rami dello scibile più affini tra loro: e per la stessa ragione sino al secolo XII s'incontrano artisti universali, perchè i problemi dell'architettura erano relativamente semplici ed uniformi, e nella scultura e nella pittura il concetto o la sostanza della cosa da rappresentarsi prevaleva sulla forma. Nell'Italia del Rinascimento invece noi ci scontriamo in singoli artisti, i quali in tutti i rami danno creazioni affatto nuove e perfette nel loro genere, e al tempo stesso emergono singolarmente anche come uomini. Altri sono universali e abbracciano, oltrechè la cerchia dell'arte, anche il campo incommensurabile della scienza con sintesi maravigliosa.

Dante, il quale ancor vivo dagli uni era qualificato come poeta, dagli altri come filosofo, e da altri ancora come teologo,[279] versa in tutti i suoi scritti tal piena di prepotente individualità, che il lettore se ne sente al tutto soggiogato, anche prescindendo dall'importanza degli argomenti ch'egli prende a svolgere. Qual forza di volontà non presuppone l'esecuzione così perfettamente equabile della Divina Commedia! Ma se si guarda al suo contenuto, non vi è forse in tutto il mondo fisico e morale un solo punto di qualche importanza, che egli non abbia studiato ed investigato e intorno al quale la sua opinione — spesse volte condensata in poche parole — non sia la più autorevole di quel tempo. Anche nell'arte le sue teorie hanno la forza di principj, e ciò è ben più dei pochi versi, ch'egli ci lasciò sugli artisti d'allora; ma non andò molto, che egli divenne anche la fonte delle più alte ispirazioni.[280]

Il secolo XV è innanzi tutto e per eccellenza il secolo degli uomini dotati di una grande versatilità. Non v'è biografia di quel tempo, che, parlando di qualche uomo illustre, non metta in risalto, oltre alle qualità sue principali, altre qualità secondarie stimate necessario complemento di quelle. Il mercatante e l'uomo di Stato fiorentino sono spesso dotti filologi: i più celebri umanisti sono chiamati ad istruire i figli loro nella Politica e nell'Etica di Aristotile:[281] anche le figlie ricevono una cultura superiore, e in generale egli è in questi circoli che bisogna cercare gli inizi di una educazione privata, che esce dal comune. Dal canto suo l'umanista viene eccitato ad allargare quanto più può la sfera delle sue cognizioni, in quanto il suo sapere filologico non era semplicemente, come oggidì, la conoscenza oggettiva della classica antichità, ma un'arte che trovava applicazione continua nella vita. Egli studia Plinio, a modo di esempio, e raccoglie un museo di storia naturale;[282] sulla geografia degli antichi diventa un cosmografo nel senso moderno; s'innamora degli storici antichi, e scrive secondo quei modelli la storia de' suoi tempi; traduce le commedie di Plauto, e ne dirige al tempo stesso la rappresentazione; imita quanto meglio può tutti i generi della letteratura antica sino al dialogo di Luciano, e in mezzo a tutto ciò serve lo Stato qual cancelliere o diplomatico, e non sempre con suo proprio vantaggio.


Ma sopra questi uomini dotati di attitudini così molteplici emergono alcuni veramente universali. Prima di farci a studiare partitamente le condizioni della vita sociale e della cultura d'allora, ci sia concesso di porre qui, sul limitare del secolo XV, l'immagine di uno di quegli uomini strapotenti: Leon Battista Alberti. La sua biografia — che non abbiamo se non a frammenti — parla assai poco di lui come artista e niente affatto come architetto.[283] Or si vedrà ciò che egli è stato, anche fatta astrazione da queste sue glorie speciali.

In tutte le discipline che rendono bella e lodata la vita di un uomo, Leon Battista era il primo sino dalla sua fanciullezza. Della sua perizia in tutti gli esercizi ginnastici raccontansi cose incredibili, come egli, per esempio, saltando a piè pari scavalcasse le persone ritte in piedi, come una volta nel Duomo gettasse una moneta tanto alta, che la si sentì risonare toccando la vôlta sospesa sul suo capo, come non ci fosse cavallo indomito che sotto di lui non tremasse e ubbidisse, e simili; — ed infatti egli voleva apparire irreprensibile e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare. Egli apprese la musica senza maestro, eppure le sue composizioni furono ammirate dai più competenti nell'arte. Stretto dal bisogno, studiò per lunghi anni ambo le leggi, sino a caderne ammalato per spossatezza: e quando a ventiquattro anni s'accorse di un indebolimento della sua memoria nel ritenere le parole, ma si sentì ancor vigoroso l'intelletto per penetrare nella sostanza delle cose, s'applicò alla fisica ed alla matematica, e al tempo stesso volle rendersi esperto in tutte le professioni possibili, interrogando artisti, eruditi, operai d'ogni specie sui segreti e sulla pratica di ogni mestiere. A tutto ciò aggiungeva egli una particolare perizia nel disegno e nel modellare specialmente ritratti somigliantissimi, di pura memoria. Particolar maraviglia destò il misterioso suo congegno a guisa di camera ottica,[284] nel quale faceva apparire ora le stelle e la luna a illuminare scoscese montagne, ora vasti paesaggi con ridenti colli e seni di mare in lontananze sconfinate, con flotte che s'avanzano, o rischiarate dallo splendore del sole e avvolte d'ombre e di vapori a guisa di nuvole.

In mezzo a tutto ciò era egli di una modestia singolare, e con gioja accoglieva anche quanto gli altri facevano, appunto perchè in ogni produzione dell'ingegno umano, che si uniformasse alle leggi del bello, egli riconosceva come una emanazione della divinità stessa.[285] La sua attività letteraria comincia co' suoi scritti d'arte, che segnano un'importante evoluzione della stessa col risorgere della forma, specialmente nell'architettura, e si estende quindi a composizioni in prosa latina, a novelle e simili, delle quali talune furono credute opere di scrittori antichi, a brindisi, elegie ed egloghe, e per ultimo ad un trattato in quattro libri in lingua italiana «Sul governo della famiglia»,[286] e ad un elogio funebre del suo cane. I suoi motti, tanto serii che faceti, parvero abbastanza importanti da dover esser raccolti, e se ne ha un saggio in molte serie compilate in colonne, che possono vedersi nella biografia surriferita. Al pari di tutte le nature veramente grandi e generose, egli non faceva mistero a nessuno del suo sapere, come era largo con tutti de' suoi beni di fortuna e comunicava a chiunque, purchè se ne presentasse l'occasione, le sue più grandi invenzioni. — Che se si domandasse qual fu la fonte, da cui scaturì tanta pienezza di vita, di forza e di attività, la risposta sarebbe una sola: un senso profondo della natura, una facoltà pressochè unica di compenetrarsi e quasi di identificarsi con tutto ciò che egli vedeva e sentiva. All'aspetto di una grandiosa foresta o di campi ondeggianti di spighe egli si sentiva commosso sino al pianto: dinanzi ad un vecchio dai bianchi capelli, dal passo grave e dall'aspetto dignitoso egli s'arrestava estatico, e non potea saziarsi di ammirare quel «prodigio della natura»: anche gli animali più perfetti erano per lui oggetto di studio e di ammirazione costante, e per ultimo più di una volta l'incanto di un bel paesaggio bastò, se infermo, a ridonargli la sanità.[287] Nessuna maraviglia adunque, se tutti coloro che lo videro stretto in un rapporto così misteriosamente intimo colla natura, gli attribuirono anche il dono della profezia. Si pretende infatti ch'egli abbia predetto molti anni innanzi e con esattezza maravigliosa una crisi sanguinosa avvenuta in casa d'Este, nonchè la sorte che era riserbata a Firenze ed ai Papi, e gli si attribuiva altresì una facoltà al tutto speciale di leggere sul viso degli uomini i loro più segreti pensieri. S'intende da sè che una forza di volontà straordinariamente intensa era la facoltà, che prevaleva in una personalità così perfetta e ne manteneva le forze in costante equilibrio. Infatti, come tutti i grandi uomini del Rinascimento, anch'egli poteva dire: «gli uomini, purchè vogliano, riescono a tutto».

E con tutto ciò l'Alberti, messo a riscontro con Leonardo da Vinci, non potrebbe dirsi che uno scolaro paragonato col suo maestro. Così avessimo l'opera del Vasari anche rispetto a lui completata da una biografia, come l'abbiamo per l'Alberti! Ma l'immensità dell'ingegno di Leonardo non si potrà mai che presentir da lontano.

CAPITOLO III. La gloria nel senso moderno.

Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria locale; Padova. — Letteratura della gloria universale. — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria come passione.

Allo sviluppo sin qui descritto dell'individuo corrisponde anche una nuova specie di valore estrinseco, la gloria nel senso moderno[288].

Fuori d'Italia le singole classi vivevano appartate fra loro e chiuse ciascuna nei loro diritti e privilegi portati dalle consuetudini del medio-evo. La gloria poetica dei trovatori e dei menestrelli, per esempio, non esisteva che per la classe dei cavalieri. In Italia per contrario si ha già l'uguaglianza delle classi come conseguenza della tirannide o della democrazia, e vi si scorge una società nuova in formazione, che deve il suo primo impulso all'influenza delle letterature italiana e latina, come in seguito più ampiamente sarà dimostrato; nè certo ci voleva un terreno diverso per far vivere e fruttificare questo nuovo elemento. S'aggiunga a ciò che la lettura degli autori latini, che appunto allora si cominciarono a studiare con tanto ardore, era un eccitamento continuo agli Italiani non solo per l'insaziabile sete di gloria, onde quegli antichi appajono dominati, ma per l'oggetto stesso che è il tema costante dei loro scritti, il dominio universale di Roma su tutto il mondo. Egli è naturale adunque, che da quel tempo in poi in Italia ogni uomo di forte volontà ed operoso si trovi interamente sotto l'impulso di un nuovo movente morale, che è ancora ignoto a tutti gli altri popoli d'occidente.


Anche in ciò, come in ogni altra questione importante, il primo a manifestare il proprio sentimento fu Dante. L'alloro poetico è stata la prima e la più alta sua aspirazione[289]; ma, anche come pubblicista e letterato, egli non manca di notare che le sue produzioni sono del tutto nuove, e che nella via ch'egli s'è tracciata, non solo è il primo, ma vuole anche essere riconosciuto come tale[290]. Tuttavia egli accenna altresì nei suoi scritti in prosa agli incomodi e alle molestie, che sono inseparabili dall'acquisto di una gran fama: egli sa come taluni, imparando a conoscere personalmente un uomo celebre, ne restano mal soddisfatti, e dimostra come di ciò sia da accagionare in parte l'infantile semplicità dei più, in parte l'invidia, e in parte anche le imperfezioni stesse dell'uomo ammirato[291]. E più apertamente ancora il suo poema ci attesta quanto egli fosse persuaso della nullità della gloria, benchè al tempo stesso sia facile a vedere che il suo cuore non se n'era ancora completamente staccato. Nel Paradiso la sfera di Mercurio è la dimora assegnata a quei beati[292], che sulla terra furono vaghi di gloria, e con ciò hanno offuscato in sè alquanto «i raggi del vero amore». Egli è altresì altamente caratteristico, che i miseri dannati nell'Inferno chieggono instantemente a Dante che voglia rinfrescare e tener viva sulla terra la loro memoria e la loro fama[293]; mentre gli spiriti del Purgatorio non domandano che preghiere espiatorie[294]; anzi in un passo celebre[295] l'amor della gloria — lo gran disio dell'eccellenza — è biasimato, appunto perchè la gloria che nasce dalle opere dell'ingegno, non è assoluta, ma sottoposta alle condizioni diverse dei tempi, e secondo le circostanze può venire oscurata da quella di chi sopraggiunge più tardi.


Dopo quel primo esempio, la schiera numerosa dei poeti filologi, che pullulano d'ogni parte, s'impadronisce della gloria in doppio senso: per sè, in quanto essi divengono le più rinomate celebrità d'Italia; per gli altri, in quanto, come poeti e storici, si fanno dispensatori della fama altrui. Emblema esterno e materiale di questa specie di gloria è l'incoronazione de' poeti, della quale sarà parlato altrove.

Un contemporaneo di Dante, Albertino Musatto o Mussato, incoronato a Padova quale poeta dal Vescovo e dal Rettore dell'Università, godeva già d'onori tali, che confinavano, si può dire, con l'apoteosi: ogni anno il giorno di Natale venivano dottori e scolari di ambedue i collegi dell'università in pompa solenne con trombe e, pare anche, con fiaccole accese dinanzi alla sua abitazione, per fargli augurii e regali[296]. Questa onorificenza durò sino a che egli cadde in disgrazia del Carrara allora regnante (1318).

Anche il Petrarca assaporò a pieni tratti questa nuova glorificazione destinata dapprima soltanto agli eroi ed ai santi, benchè negli ultimi anni confessi egli stesso, che gli riesce inutile e perfino molesta. La sua «Lettera alla Posterità» è un conto, che un uomo celebre, divenuto vecchio, si crede in dovere di rendere intorno a sè stesso, per appagare la pubblica curiosità[297], e da essa rilevasi, ch'egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri avrebbe rinunciato a quella, che godeva fra i contemporanei.[298] Nei suoi «Dialoghi della felicità ed infelicità» egli fa prevalere con molti argomenti l'opinione di quello fra' suoi interlocutori, che sostiene la nullità della fama.[299] Ma dopo tutto ciò è anche vero, che egli si rallegra pur sempre che il suo nome sia noto, pe' suoi scritti, al grande autocrate di Bisanzio[300] non meno che all'imperatore Carlo IV di Germania. E per verità la sua fama, essendo egli ancor vivo, si estendeva già molto oltre i confini d'Italia. E quanto non dovette egli sentirsi commosso, quando in occasione di una sua gita ad Arezzo, sua patria, gli amici lo condussero nella casa dove era nato, e gli annunciarono che la città avea decretato non doversi in essa permettere un mutamento qualsiasi![301] Per lo innanzi si conservavano e si veneravano le sole abitazioni di qualche gran santo, come per esempio, la cella di S. Tommaso d'Aquino nel convento dei domenicani di Napoli, e la porziuncula di S. Francesco in prossimità di Assisi: o tutt'al più anche qualche singolo giurisperito godeva di quella celebrità mezzo mitica, che era come la scala ad un simile onore; così il popolo ancora sul finire del secolo XIV usava di designare un vecchio edifizio esistente in Bagnolo, non lungi da Firenze, come lo «studio» dell'Accorso (nato intorno al 1150), sebbene non abbia poi fatto nulla per impedirne la distruzione.[302] Chi ne cercasse la ragione, probabilmente la troverebbe nelle enormi ricchezze e nella grande influenza politica procacciatasi da costoro coi lor pareri e consulti, ricchezze e influenza, che non potevano mancare di colpire per un tratto di tempo abbastanza lungo la fantasia popolare.


Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe d'illustri personaggi;[303] anzi, quanto al Petrarca, è oggetto di venerazione anche il luogo dov'egli morì, ed Arquà, appunto per la memoria che ivi si conserva di lui, diviene un soggiorno di predilezione pei Padovani, che vi innalzano eleganti edifizi[304] in un tempo, in cui nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa. Le città si tengono onorate di possedere le ossa di qualche grand'uomo o loro propizio od anche straniero, e fa veramente meraviglia il vedere come — lungo tempo prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora nel secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo in un Panteon. L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e il giurista Zanobi della Strada dovevano, per volere della repubblica, avervi ciascuno uno splendido monumento.[305]

Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero cedere pel Panteon suddetto il corpo di fra Filippo Lippi pittore, ma essi se ne scusarono allegando la propria povertà in fatto di monumenti e di uomini celebri, e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli soltanto un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il quale, in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio con enfatica eloquenza eccitava la propria città,[306] continuò a rimanere nella sua tomba presso S. Francesco in Ravenna, «circondato da antichissimi sepolcri d'imperatori e di santi, in compagnia ben più onorevole di quella che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che un bizzarro spirito potè una volta impunemente levare le fiaccole che ardevano dinanzi all'altare del Crocifisso, e portarle alla tomba del poeta, con queste parole: «accettale; tu ne sei più degno di Lui».[307]


Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano anche la memoria dei loro concittadini o fondatori della più remota antichità. Napoli non avea forse mai dimenticato la tomba ch'essa possiede di Virgilio, perchè intorno al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito e della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo XVI di possedere non solo le vere ossa del troiano suo fondatore Antenore, ma altresì quelle di T. Livio.[308] «Sulmona, dice il Boccaccio[309] si lagna che Ovidio abbia tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio; Parma invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue mura». I Mantovani coniarono nel secolo XIV una medaglia portante il busto di Virgilio, ed eressero una statua, che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso spirito di casta[310] il tutore del principe allora regnante, Carlo Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè la fama del poeta era più forte di lui, fu costretto altresì a rialzarla ben tosto. Forse a quel tempo additavasi ancora la grotta a due miglia dalla città, dove pretendevasi che Virgilio usasse di recarsi a meditare,[311] presso a poco come a Napoli si mostrava la così detta scuola di Virgilio. Como si appropriò ambedue i Plinii[312] e li onorò verso la fine del secolo XV con due statue sedenti sotto due splendidi baldacchini sul lato anteriore della sua cattedrale.


Anche la storia propriamente detta e la topografia (nata appena) si propongono di non lasciar senza menzione veruna gloria indigena, mentre le cronache dei paesi settentrionali sol raramente qua e colà accennano all'esistenza di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori, di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti e la comparsa di qualche cometa, che non mancano mai di notare. Altrove sarà dimostrato in qual modo dalla moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso delle biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti; qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo locale del topografo, che enumera i fasti gloriosi della propria città.

Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei loro santi e dei corpi e delle reliquie, che se ne conservavano nelle chiese.[313] Anche il panegirista di Padova, Michele Savonarola, ne dà una lunga lista in capo al suo libro (intorno al 1450);[314] ma poi egli passa agli «uomini celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza dell'ingegno e l'energia del carattere (virtus) meritarono di essere annoverati (adnecti) in quella serie», precisamente come nell'antichità l'uomo celebre si tocca dappresso coll'eroe.[315] Questa seconda enumerazione è eminentemente caratteristica per quel tempo. Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una schiera di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano, che vinse Attila sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente e a Rimini lo uccise con uno scacchiere; l'imperatore Enrico IV, che edificò il duomo; e un re Marco, il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e chiese; il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una schiera di filosofi con Paolo Veneto e il celebre Pietro d'Abano alla testa; il giurista Paolo Padovano; poi Livio, e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si nota qualche difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se ne consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo scientifico e colla maggior durata della fama basata sulle opere dell'ingegno; mentre la gloria guerresca cessa assai spesso col cessar di chi l'ha conquistata, o, se dura più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni caso però è sempre onorifico per la città, che almeno celebri guerrieri d'altri paesi abbiano desiderato essi stessi di essere sepolti in Padova, quali, ad esempio, Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli di Piacenza e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442), la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla chiesa del Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare trionfante». Dopo ciò, l'autore passa in rassegna una moltitudine di giuristi, medici e nobili, che non solo, come tanti altri, «furono onorati del nome di cavalieri, ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i nomi anche di celebri meccanici, pittori, e compositori di musica, e chiude la serie col citare un maestro di scherma, Michele Rosso, di cui in più luoghi vedevasi il ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte sua.


Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre le quali concorrono insieme il mito, la leggenda, la rinomanza letteraria e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi lavorano a costruire un Panteon universale della fama mondiale, e allestiscono collezioni biografiche di uomini e di donne celebri, attenendosi per lo più al sistema seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio Massimo, da Plutarco (mulierum virtutes), da Geronimo (de viris illustribus), e da altri. Ovvero inventano trionfi immaginari ed assemblee olimpiche pure immaginarie, come fecero specialmente il Petrarca nel suo Trionfo della fama e il Boccaccio nella sua Amorosa visione, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre quarti appartengono all'antichità e gli altri al medioevo[316]. A poco a poco questa parte nuova e moderna vi prende un posto sempre maggiore: gli storici s'indugiano volentieri nelle loro opere a tratteggiare il carattere de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano Fiorentino, Bartolommeo Facio[317], e, per ultimo, quelle altresì di Paolo Giovio.

Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad esercitare una certa influenza sui suoi scrittori (per esempio sul Tritemio), non ebbe che storie di santi e isolate vite di principi e di ecclesiastici, che evidentemente si basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama, vale a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale. La gloria poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune classi determinate, ed anche il nome degli artisti non ci viene all'orecchio, se non in quanto essi emergono fra gli operai o i membri di qualche corporazione.


Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo e pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro della fama e dell'immortalità, che dispensa o ricusa a suo talento[318]. Ancora al suo tempo il Boccaccio si lagna di una bella da lui corteggiata, la quale non per altro gli si mostrò ritrosa che per continuare ad essere cantata da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella del biasimo[319]. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia una vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente fuggiva dinanzi a Carlo VIII[320]. Angelo Poliziano dà serii avvertimenti (1491) al re Giovanni di Portogallo riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste d'Africa[321], consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi, onde possano esservi ripuliti (operiosus excolenda); chè, in caso diverso, gli accadrebbe come a tutti coloro le cui gesta, prive dello splendore che ricevono dalla penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il re (o il suo cancelliere proclive alle idee umanistiche) acconsentì alla domanda e promise che gli annali delle cose africane, già redatti in portoghese, sarebbero stati inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere poi quivi rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in sostanza così prive di fondamento, come potrebbe sembrare a prima vista: la forma, nella quale si espongono le cose (anche le più importanti) al giudizio dei contemporanei e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma e l'eleganza del linguaggio, hanno esercitato un fascino abbastanza grande sul mondo dei lettori occidentali, e per la stessa ragione anche i poeti italiani sino al secolo passato hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli di qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino Americo Vespucci divenne il nome della quarta parte del mondo solo in virtù della relazione ch'egli scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio, con tutta la sua superficialità ed elegante negligenza, si aspettava l'immortalità[322] da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto.


Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per assicurarsi una fama, noi ci facciamo a studiarne più dappresso i moventi, non senza spavento ci accorgeremo, che questi non hanno altra radice, fuorchè una smisurata colossale ambizione, un desiderio smodato di gloria, indipendente affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio se ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue Storie fiorentine, dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo Aretino e il Poggio) di essersi serbati troppo timidamente silenziosi intorno ai varii partiti, che tennero agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive egli, e mostrarono di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro antichi o di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opra lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla. Nè considerarono come le azioni che hanno in sè grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati, comunque le si trattino, qualunque fine abbiano, pare portino sempre agli uomini più onore, che biasimo»[323]. Anche in altri storici gravi e assennati vedesi dei fatti più strani e terribili assegnato il movente ad uno sfrenato desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui dunque non si ha soltanto una deplorevole esagerazione della comune vanità, ma qualche cosa di veramente spaventoso e diabolico, che non lascia più campo alla riflessione e fa dar di piglio ai mezzi più violenti, senza preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli concepisce e ci presenta il carattere di Stefano Porcari (v. pag. 143)[324], ed altrettanto presso a poco ci dicono i documenti intorno agli uccisori di Galeazzo Maria Sforza (pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del duca Alessandro de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel libro V) attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato Lorenzino (pag. 80). Intorno al quale ancor più esplicitamente si esprime Paolo Giovio[325], narrando che Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche, meditava un qualche gran fatto, la cui «novità» facesse dimenticare quell'onta, e si risolvette infine di uccidere il suo congiunto e sovrano. — Sono tratti eminentemente caratteristici di quest'epoca di forze e passioni vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado dell'ultima disperazione, nè più nè meno come fu quella di Filippo di Macedonia al tempo del famoso incendio del tempio di Efeso.

CAPITOLO IV. Il motto e l'arguzia nel senso moderno.

Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione.

Freno non solamente a questo furore moderno di gloria, ma in generale all'individualismo soverchiamente sviluppato, fu lo scherno e il dileggio manifestantisi, quanto più si poteva, sotto la forma vittoriosa dell'arguzia del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto fra gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi e i grandi che erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco, che pure era vivissimo, rivestiva sempre una forma simbolica, e simbolica era pure l'onta suprema che s'infliggeva ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni teologiche il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza dell'antica rettorica e dell'epistolografia, a diventare un'arma, e la poesia provenzale sviluppò poscia una specie particolare di canti satirici e beffardi, dei quali, secondo le occasioni, vi ha un riverbero anche nei menestrelli settentrionali, come appare dalle loro poesie politiche[326].

Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della vita, gli occorreva una vittima da colpire, e questa non poteva essere che l'individuo nel suo pieno sviluppo e colla coscienza del suo valor personale. Allora esso non si limita più alle semplici parole e agli scritti, ma si traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che sotto il nome di burle e di beffe offrono il tema a parecchie raccolte di novelle.


Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere state scritte ancora sulla fine del secolo XIII, non si incontra nè il motto, che nasce dal contrasto, nè la burla[327]; il loro scopo non è altro che di riferir savii detti e storie e favole piene di morale in un dettato semplice e schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è quella, che più d'ogni altra cosa attesta l'antichità di quella raccolta. Imperocchè subito dopo, col secolo XIV, troviamo Dante, che nell'espressione dello scherno si lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del mondo, e che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran maestro del genere comico solo pel quadro veramente sublime, in cui l'astuzia dei demoni resta vinta da quella de' barattieri[328]. Col Petrarca[329] cominciano le raccolte di motti arguti alla maniera di Plutarco (apoftegmi ecc.). Le beffe poi, che durante quel secolo si vennero sempre più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità registrate nelle celebri Novelle di Franco Sacchetti. Per lo più non sono vere storie, ma risposte spiritose, che vengono date secondo le circostanze, e confessioni di una ingenuità che fa spavento, fatte da uomini semplici, da buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate: il lato comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità, vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità allora in uso: e questo contrasto non potrebbe invero dirsi maggiore. Tutti i mezzi che l'arte può suggerire son buoni, non esclusa l'imitazione di speciali dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la bestemmia, l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono assolutamente quanto di più brutale e maligno fu mai registrato[330]. Qualche burla è veramente comica, ma in qualche altra non ci si vede che l'intenzione di sfoggiare in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa sia stata reciprocamente scagliata, e quante altre le vittime abbiano cercato di guadagnarsi gli ascoltatori con una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo: ma gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a Firenze deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo[331]. Omai il burlone di professione è diventato un personaggio inevitabile, e ce ne devono essere stati di classici e di gran lunga superiori ai semplici buffoni di corte; ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori. Per ciò alcuni fiorentini pensarono di prodursi, in qualità di ospiti, alle diverse corti dei tiranni di Lombardia e di Romagna[332] e vi trovarono il loro conto, mentre in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti, non facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti costoro è l'uomo piacevole, il più abbietto è il buffone e il volgare scroccone, che assiste a tutti i matrimoni e a tutti i banchetti col solito ritornello: «se non sono stato invitato, non è colpa mia». Qua e colà essi ajutano a dissanguare e a spolpare qualche giovane dissipatore[333], ma nel complesso vengono trattati col dispregio in cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori più altamente locati si credono uguali ai principi e riguardano le proprie arguzie come qualche cosa di veramente superiore e sovrano. Dolcibene, che l'imperatore Carlo IV aveva qualificato come «il re dei buffoni in Italia», gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada, il Papa coi suggelli e io con le parole»[334]. Questo è più che uno scherzo: è un preludio di Pietro Aretino.

I due più celebri motteggiatori della metà del secolo XV erano un Piovano delle vicinanze di Firenze, Arlotto, per le arguzie più raffinate (facezie), e il Gonnella, buffone della corte di Ferrara, per le buffonerie. Sarebbe pericoloso il voler istituire un confronto tra le loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di Till Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa ed hanno un carattere più generale e riescono intelligibili ad una sfera più larga di persone, mentre Arlotto e il Gonnella sono personaggi storici affatto locali. Ma, se il paragone una volta si accetti e si voglia estenderlo alle «facezie» in generale di tutti i popoli non italiani, nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi loro fabliaux,[335] quanto presso i tedeschi, la burla, prima d'ogni altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre l'arguzia di Arlotto e gli scherzi del Gonnella non hanno altro scopo che la vittoria e il trionfo sugli avversari. (Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere affatto proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per lo più scipita, della celia contro classi o corporazioni particolari). Il buffone di casa d'Este più d'una volta con amari motteggi o con ingegnose vendette prese delle rivincite splendidissime.[336]


Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero lungamente alla libertà di Firenze. Sotto il duca Cosimo fiorì il Barlacchia, e al principio del secolo XVII ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio Marignolli. È nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di una società colta ed elegante e cultore appassionato di ogni liberale disciplina, questo Papa si compiace tuttavia di circondar la sua mensa di buffoni e scrocconi, tra cui due monaci e uno storpio,[337] ai quali egli nei giorni festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza, imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto l'apparenza di arrosti delicatissimi. In generale Leone non intende la burla se non a modo suo, e in quanto gli torni; ed è anche una specialità tutta sua quella di divertirsi a fare la parodia delle due arti, che amava sopra tutte le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più goffe e strane caricature.[338] Infatti nè l'uno, nè l'altro non credettero di venir meno al proprio decoro nel prendersi giuoco di un vecchio segretario sino a fargli credere di essere un gran compositore di musica. Leone poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante e così smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò sul serio alla corona di poeta in Campidoglio. Nel giorno anniversario dei santi Cosma e Damiano, protettori di casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e incoronato di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con qualche improvvisazione, e poi, fra le risa universali, montare in groppa ad un elefante riccamente bardato in oro, che Emmanuele il Grande di Portogallo aveva mandato in dono: il Papa intanto stava sull'alto di una loggia osservando attentamente col cannocchiale[339] ogni cosa. Ma la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei timpani, e per le acclamazioni del popolo, nè fu possibile condurla al di là del ponte S. Angelo.


La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si fa incontro sotto la forma di una mascherata solenne, aveva in allora preso oggimai un posto assai importante nella poesia.[340] Bensì ella dovette cercarsi vittime ben diverse da quelle, che avea potuto colpire, ad esempio, Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci. Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci in un'epoca determinata produsse la parodia, la fece fiorire anche qui. Già ancora sul finire del secolo XVI trovansi nel sonetto messe in caricatura le querele petrarchesche, esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette in derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in quattordici versi col farla servire a scipitaggini senza senso. Inoltre la Divina Commedia era un potente incentivo alla parodia, e infatti Lorenzo il Magnifico, imitando lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere splendidamente comico (il Simposio e i Beoni). Luigi Pulci nel suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori, ed oltre a ciò tanto il suo, come il poema del Bojardo, per questo stesso che sfiorano appena l'argomento, sono in più luoghi una parodia almeno per metà volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi viene il grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì nel 1520), il quale vi si getta con un ardimento tutto suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco egli scrive l'Orlandino, dove la Cavalleria non figura che come una ridicola cornice barocca intorno ad un mondo di figure e d'immagini, che si risentono della vita moderna: sotto il nome di Merlin Coccai, egli descrive le gesta e le spedizioni del suo bizzarro cavaliere errante, con contorni non meno risentitamente maligni, in esametri mezzo-latini, e nella forma comicamente travestita dell'epopea classica del suo tempo (Opus Macaronicorum). D'allora in poi la parodia continuò a figurare nel Parnaso italiano, e talvolta sotto forme veramente splendide e piene di vita.


Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo della sua carriera, anche il motto viene studiato dal punto di vista teorico, e si stabilisce più precisamente l'uso che si può farne nelle società più elevate. Il primo ad occuparsene fu Gioviano Pontano,[341] il quale nel suo scritto De Sermone, specialmente nel libro quarto, coll'analisi di molti singoli motti o facetiae cerca di riuscire ad un principio generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini di fina creanza lo insegna Baldassare Castiglione nel suo Cortegiano.[342] Naturalmente si suppone che non si tratti principalmente d'altro che di destare l'ilarità di terze persone col racconto di comici e graziosi motti o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende gli infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta i potenti od i loro favoriti, ed anche nel raccontare l'uomo di condizione deve serbare una giusta misura e non lasciarsi andare a troppo goffe contraffazioni. Poi segue, quasi schema pei futuri narratori e motteggiatori, una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole, disposti metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente felici. Assai più severi e circospetti suonano, forse due decennj più tardi, i precetti di Giovanni Della Casa nel suo celebre Galateo;[343] dove, fra le altre cose, tenuto conto delle conseguenze che possono derivarne, si vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro ch'egli è il precursore di una reazione, che doveva necessariamente sopravvenire.

Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza, che il mondo d'allora in poi non ne vide altro esempio, non eccettuata neanche la Francia del tempo di Voltaire. Non già che la tendenza a mordere e a satireggiare sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei; ma dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le vittime adatte, quella schiera innumerevole d'uomini singolari, quelle celebrità d'ogni specie, politici, ecclesiastici, scopritori, inventori, letterati, poeti ed artisti, che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la propria originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito di grandi esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la cultura, aveva educato altresì, accanto ad essi, una spaventosa genìa di uomini di spirito sfaccendati, di criticastri e maldicenti nati, di calunniatori, l'invidia dei quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano le rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo, il Poggio ed il Valla, mentre invece gli artisti di quello stesso tempo vivono insieme in emulazione quasi del tutto pacifica, del che per vero deve tenere il debito conto la storia dell'arte.


Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre, come dicemmo, in questo riguardo e per un certo tempo tutte le altre città. «Occhi acuti e male lingue» è la caratteristica, che si usa dare de' Fiorentini[344]. Un lieve sarcasmo su tutto e su tutti sembra essere stata l'intonazione prevalente di ciascun giorno. Machiavelli, nell'importantissimo prologo della sua Mandragora, ascrive, a ragione o a torto, la visibile depravazione morale alla maldicenza universale, ma avverte al tempo stesso i suoi avversari che anche a lui stava bene la lingua in bocca. Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio di tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le facetiae del Poggio, dalla data, appajono tolte dal bugiale degli scrivani apostolici, e se si considera qual numero di aspiranti, di nemici e rivali dei favoriti, di oziosi intenti a trastullare gli scostumati prelati dovea quivi trovarsi, non sorprenderà certamente che Roma sia divenuta la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore generale contro il dominio dei preti e la miseria universalmente nota del popolo minuto, si comprenderà quanto facile fosse il trovar quivi materia per mettere in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità[345]. Chi poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col disprezzo, tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto se erano false, o col far pompa di un lusso, che pel suo stesso splendore abbagliava[346]. Ma le anime più sensibili e delicate erano condannate quasi alla disperazione, se la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue reti[347]. A poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca di tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si tirava addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande oratore frate Egidio da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti innalzò al cardinalato e che nell'eccidio del 1527 sposò risolutamente la causa del popolo[348], il Giovio dà ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata, e simili. In generale il Giovio in queste occasioni scrive da vero curiale[349], vale a dire, narra dapprima le sue storielle, soggiunge tosto che non vi crede, ma con qualche leggera scoloritura lascia da ultimo trasparire, che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa Adriano VI, del quale parve anzi che non si sia voluto considerare altro che il lato ridicolo. Egli si guastò sin da principio con quella mala lingua che fu Francesco Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere — non già la statua di Pasquino, come si disse[350], — ma quelli che la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo «contro Papa Adriano», dettato non tanto dall'odio, quanto da un profondo disprezzo pei barbari olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali, che l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì[351] il seguito del Papa con quel colorito di piccante menzogna, con cui il moderno appendicista di qualche grande giornale sa far apparir bianco il nero e dar importanza alle più frivole inezie. La biografia che Paolo Giovio ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e che realmente doveva essere un elogio, è invece un cumulo di sarcasmi e di contumelie. In essa infatti si legge, in modo abbastanza comico, specialmente per l'Italia d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente presso il capitolo della cattedrale di Saragozza per avere una mandibola di S. Lamberto; come un'altra volta i devoti spagnuoli lo sopraccaricassero di ornamenti «per farne un Papa talquamente pulito ed elegante»; come egli abbia impreso la tempestosa e insensata sua spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato per far atterrare od ardere la statua di Pasquino; come solesse interrompere improvvisamente qualunque affare più importante quando gli si annunziava l'ora del pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia morto per aver ecceduto nell'uso della birra, e come la casa del suo medico da buontemponi notturni sia stata subito ornata di ghirlande, tra le quali leggevasi l'iscrizione Liberatori patriae S. P. Q. R. Vero è anche che il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche, perdette la sua e in compenso non ricevette che una semplice prebenda, perchè «non era poeta», vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano dovesse essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della vita venne anche visibilmente mancando la maldicenza.


Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente a Roma, il più grande maldicente del tempo moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo a quest'uomo ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa risma.

Quella parte della sua vita che più particolarmente è conosciuta, sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che egli passò a Venezia, unico asilo divenuto possibile per lui. Di là egli tenne tutte le celebrità d'Italia in una specie di stato d'assedio; e quivi anche affluivano i doni dei principi stranieri, che si servivano della sua penna o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano ambedue una pensione, perchè ognuno di essi sperava che l'Aretino avrebbe offeso le suscettibilità dell'altro: egli adulò entrambi, ma naturalmente si tenne più stretto a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo la spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura in una ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza nudrita costantemente dall'Aretino di diventar cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare improbabile che egli godesse di una protezione speciale in qualità di agente segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il suo silenzio potevano esercitare una certa influenza sui principi minori d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto al Papato, egli si dava l'aria di disprezzarlo profondamente, sotto il pretesto di conoscerlo da vicino; ma il vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva e non voleva accordargli più alcun favore[352]. Di Venezia, che gli dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente. Tutti gli altri suoi rapporti coi grandi non possono qualificarsi che come un accattonaggio volgare e impertinente.

Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso della pubblicità per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti polemici, che cento anni prima s'erano scambiati tra loro il Poggio ed i suoi avversari, non sono certo più castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla forma: ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa, non mirano neanche ad avere una pubblicità troppo estesa e restano sempre chiusi in una sfera ristretta: l'Aretino invece si giova appositamente della stampa per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle sue impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto un certo punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare tra i precursori del giornalismo moderno. Infatti era suo uso di far stampare insieme periodicamente le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima erano corsi manoscritti in moltissimi circoli[353].

Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII, l'Aretino ha il vantaggio di non fare ostentazione di principj nè di razionalismo, nè di filantropia, nè di qualunque altra virtù, e nemmeno di qualsiasi scienza: tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: Veritas odium parit. Per questa ragione egli non si trovò mai in posizioni false, come, per esempio, toccò più volte a Voltaire, il quale e dovette sconfessare il suo poema sulla Pulcella, e dovette tener nascosti per tutta la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino dava ad ogni cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava un gran vanto de' suoi Ragionamenti, che ebbero una sì scandalosa celebrità. Il suo talento letterario, la sua prosa netta e piccante, la sua fina osservazione degli uomini e delle cose lo renderebbero degno in ogni caso di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata del tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente detta, nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio veramente drammatico di qualsiasi commedia. Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità la più grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno di stare a fianco allo stesso Rabelais[354].

In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti egli si lancia talvolta sulla sua preda, talvolta le gira d'attorno. L'invito ch'egli fa a Clemente VII, perchè, invece di querelarsi, perdoni[355], mentre il grido doloroso di Roma straziata è tanto forte da dover essere udito anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non è che un amaro dileggio, il sorriso infernale di satana o la smorfia brutale di una scimmia. Talvolta, quando perde affatto la speranza di un qualche dono, il suo furore prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio, nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo tempo l'aveva stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per contrario sembra che il terribile Pier Luigi Farnese, duca di Parma, non si sia mai curato di lui. Siccome a questo principe tornava affatto indifferente che si dicesse bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo in guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò, qualificando il suo contegno come quello di uno sgherro, di un mugnajo e di un fornajo[356]. Comicamente buffo è l'Aretino ogni qualvolta assume il tuono del querulo accattonaggio, come, per esempio, nel capitolo a Francesco I; mentre invece parranno sempre ributtanti, ad onta di tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le sue poesie, dove le minacce si alternano sempre colle più vili adulazioni. Una lettera come quella da lui diretta nel novembre del 1545 a Michelangelo[357] non ha forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della più grande ammirazione (pel Giudizio universale), egli esce contro di lui in invettive e minacce per la sua irreligione e scostumatezza, e lo accusa perfino di ladroneccio (a danno degli eredi di Giulio II), aggiungendo da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente mostrare che se voi siete di-vino (divino), anch'io non sono d'acqua». Infatti anche l'Aretino teneva molto — non si sa se per boriosa vanità o pel gusto di parodiare ogni cosa celebre — ad esser detto il divino, e realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto, che in Arezzo si additava la casa dov'egli era nato, come una rarità degna d'essere veduta[358]. D'altra parte è vero altresì, che vi furono circostanze, nelle quali egli per mesi interi non osava varcare la soglia di casa sua in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche fiorentino da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane degli Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone, che a guisa di avvertimenti[359] doveano farlo stare in sull'avviso, sebbene non abbiano avuto quelle terribili conseguenze, che il Berni gli aveva predette in un famoso sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia.

Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo, ed anche ciò va notato. Con gli stranieri procede gonfio ed ampolloso[360], con gli italiani e specialmente col duca Cosimo di Firenze muta affatto registro. In quest'ultimo egli loda specialmente la bellezza della persona, che in fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari d'Augusto, in grado eminente; loda il suo contegno, affatto morale, non senza però dare un tocco incidentalmente alle speculazioni pecuniarie della madre di Cosimo, Maria Salviati, e chiude al solito con un piagnucoloso fervorino, nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza dei viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione[361], ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua parsimonia (negli ultimi anni ammontava a centosessanta ducati annui), ciò non accadde certamente che per uno speciale riguardo alla sua qualità di agente segreto di Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino avrebbe potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al tempo stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare dal duca stesso l'immediato suo richiamo. E se anche il Medici da ultimo s'accorse di essere stato già indovinato da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo essere contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente gli scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui. Di buon genere altresì è l'adulazione da lui usata col tanto celebre marchese di Marignano, che «qual castellano di Musso» avea cercato di crearsi una signoria. Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive: «tutte le qualità che un principe deve avere, si trovano in voi, e questo lo potrebbe facilmente vedere ognuno, se l'uso della violenza, che è necessaria in tutte le cose sul loro principiare, non vi facesse apparire ancora un po' aspro»[362].

Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità il fatto, che l'Aretino non disse male degli uomini soltanto, ma di Dio stesso. Qual genere di fede religiosa possa egli avere avuto, torna perfettamente inutile il ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici, ch'egli compose con viste tutt'altro che religiose[363]. Ma del resto non si saprebbe davvero trovare una ragione, per cui egli avesse dovuto prendersela colla Divinità. Egli non fu mai un pensatore nel senso più rigoroso della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza di estorcere da Dio, o con le adulazioni o con le minacce, un soccorso qualsiasi in danaro; egli per ultimo non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da un eventuale rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato le sue forze inutilmente e senza un immediato e pratico tornaconto?

Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani è appunto questo, che un carattere come quello dell'Aretino ed un modo di agire pari al suo sarebbero oggidì in mille guise impossibili. Ma dal punto di vista storico quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza.

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