LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL RINASCIMENTO IN ITALIA
VOLUME II.


LA CIVILTÀ
DEL SECOLO
DEL RINASCIMENTO
IN ITALIA

SAGGIO
DI
JACOPO BURCKHARDT

TRADOTTO SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA
DAL PROFESSORE
D. VALBUSA
con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore

VOLUME II

IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1876


In Firenze — Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno.



[INDICE]


PARTE QUARTA SCOPERTA DEL MONDO ESTERIORE E DELL'UOMO

CAPITOLO I. Viaggi degli Italiani.

Colombo. — La Cosmografia nelle sue attinenze coi viaggi.

Vinti gl'innumerevoli ostacoli, che altrove arrestarono il progresso, raggiunto un alto grado di sviluppo individuale ed educati alla scuola dell'antichità, gli Italiani si volgono ora alla scoperta del mondo esteriore e si accingono a riprodurlo nella scienza e nell'arte. Ma, rispetto a quest'ultima, non è ufficio nostro il segnalarne ora i progressi, che più convenientemente dovrebbero riserbarsi ad una trattazione speciale.

Anche sui viaggi compiuti dagli Italiani in lontane regioni noi non possiamo permetterci qui che alcune considerazioni generali. Le Crociate aveano aperto agli Europei paesi da lungo tempo sconosciuti, e risvegliato dovunque l'istinto della vita errabonda ed avventuriera. Non è, nè sarà mai facile il dire quando questo istinto si sia collegato con lo spirito d'investigazione scientifica o si sia posto del tutto al servigio di quest'ultima; ma non v'ha dubbio che ciò accadde in Italia assai per tempo e in modo più largo e compiuto, che non in qualsiasi altro paese. Già anche alle Crociate gl'Italiani aveano preso una parte molto diversa da quella degli altri popoli d'occidente, avendo essi flotte e interessi commerciali in oriente; e da tempo immemorabile il Mediterraneo aveva svolto negli abitatori delle sue rive tendenze affatto speciali, per cui avventurieri nel senso nordico gli Italiani non poterono, per la stessa loro indole, diventar mai. Ma quando si furono sufficientemente famigliarizzati con tutti i porti orientali del Mediterraneo, accadde invece che i più intraprendenti si sentissero portati ad abbracciare la vita nomade e vagabonda dei viaggiatori arabi, che vi s'incontravano dappertutto, avendo già dinanzi a sè gran parte della terra omai più o meno scoperta. Ovvero, come i Polo veneziani, trovaronsi involti nelle correnti del mondo mongolico e furono portati sempre più innanzi sino ai piedi del gran trono dei Tartari. Anche nel mare Atlantico noi troviamo assai per tempo singoli Italiani associati a questa o a quella scoperta; furono infatti i Genovesi, che ancora sin dal XIII secolo trovarono le Canarie,[1] e genovesi pur furono quelli, che nello stesso anno 1291, quando appunto andava perduta Tolemaide, ultimo avanzo dell'oriente cristiano, fecero il primo tentativo, che si conosca, di trovare una via marittima alle Indie orientali:[2] sotto questo riguardo adunque Colombo non fu il solo, ma il più grande in una schiera numerosa di Italiani, che navigarono in mari remoti al servizio delle potenze occidentali. Ora, se vero scopritore non è già colui, che casualmente approda pel primo ad un paese, ma chi, dopo averlo cercato, lo trova, e se costui soltanto raccoglie la gloria di tutti gli sforzi de' suoi predecessori e acquista il diritto di portar pel primo la parola sugli altri, non v'ha dubbio che gl'Italiani, quando anche si volesse loro contrastar la priorità dell'arrivo in qualsiasi spiaggia, rimarranno pur sempre il popolo scopritore per eccellenza durante tutto il periodo ultimo del medio-evo.

Il corroborare questa asserzione con prove spetta alla storia speciale delle scoperte. Ma non per questo verrà mai meno l'ammirazione dovuta alla grandiosa figura del Genovese, che divinò, cercò e ritrovò un nuovo continente al di là dell'oceano, e che pel primo potè dire: il mondo è poco, la terra non è così grande, come si crede. Mentre la Spagna dava all'Italia un Alessandro VI, l'Italia dava alla Spagna un Colombo: poche settimane prima della morte di quel Papa (7 luglio 1503), questi scriveva dalla Giamaica quella splendida lettera agli ingrati re cattolici, che la posterità non potrà mai leggere senza un senso di profonda commozione. E in un codicillo, datato da Valladolid nel 4 maggio 1506, lascia egli «alla sua diletta patria, la repubblica di Genova», quel libro di preghiere, che gli fu regalato da papa Alessandro, e dal quale attinse «sommo conforto nel carcere, nelle lotte e in ogni specie di avversità». Si direbbe quasi che con ciò il grand'uomo avesse avuto in mira di diffondere un ultima aureola di perdono e di pace sull'abborrito nome dei Borgia.


La stessa legge di brevità che ci è imposta rispetto ai viaggi degli Italiani, ci si impone altresì, per l'indole del nostro lavoro, rispetto allo sviluppo che ebbe presso di loro l'esposizione dei dati e delle dottrine geografiche, ossia riguardo alla parte, che essi presero al progressivo allargarsi della cosmografia. Ma anche un semplice confronto superficiale con quanto fecero gli altri popoli mostra negli Italiani una priorità e superiorità incontrastabili. Dove, fuori d'Italia, alla metà del secolo XV, avrebbesi potuto trovare in un uomo solo tante cognizioni geografiche, statistiche e storiche, quante si riscontrano in Enea Silvio? Dove una esposizione altrettanto larga e compiuta? E non solo nel suo principale lavoro cosmografico, ma anche nelle sue Lettere e nei Commentarli egli descrive con sempre uguale maestria paesi, città, costumi, industrie prodotti, condizioni politiche e costituzioni, quando può parlare di veduta propria o sulla fede di testimonianze viventi; mentre invece in ciò che ha attinto dai libri si nota generalmente una certa fiacchezza e quasi perplessità. Anche il breve schizzo,[3] che egli ci dà di una vallata del Tirolo, dove Federigo III gli conferì una prebenda, non lascia senza osservazione nessuno dei rapporti più disparati della vita e rivela nel suo autore un dono, ed un metodo d'indagine obbiettiva e comparativa, quale soltanto poteva avere un connazionale di Colombo, nutrito di buoni studi. Mille altri videro e seppero, almeno parzialmente, ciò che egli vide e seppe, ma senza risentire un prepotente impulso a darne un'immagine, e senza la coscienza che il mondo e il tempo la domandavano.

Del resto, anche nella, cosmografia sarà fatica perduta[4] il voler distinguere con precisione ciò che si deve riguardare come un portato degli studi dell'antichità da ciò, che è da ascrivere al genio speciale degli Italiani. Essi considerano e trattano le cose di questo mondo da un punto di vista obbiettivo prima ancora di conoscere esattamente gli antichi, perchè essi stessi sono tuttavia un popolo semi-antico e perchè le loro condizioni politiche ve li predispongono; ma non sarebbero così rapidamente giunti ad un tal grado di maturità, se gli antichi geografi non avessero già loro additato la via. Incalcolabile da ultimo è l'influenza, che esercitarono le cosmografie italiane già esistenti sullo spirito e sulle tendenze dei viaggiatori e degli scopritori. Anche il semplice dilettante di una scienza, quale, ad esempio, sarebbe Enea Silvio, se per un momento lo si volesse collocar tanto in basso, può benissimo circondarla di quel fascino prepotente, che per nuovi intraprenditori costituisce il nuovo terreno indispensabile di una opinione pubblica prevalente, di un preconcetto favorevole ad una impresa. Solo i veri scopritori in qualsiasi ramo dello scibile sanno valutare tutta l'importanza del servigio, che con ciò vien reso agli arditi loro concepimenti.

CAPITOLO II. Le scienze naturali in Italia.

Tendenze all'empirismo. — Dante e l'astronomia. — Ingerenza della Chiesa. Influenza dell'umanismo. — Botanica; i cultori del giardinaggio. — Zoologia: i serragli. — Il seguito di Ippolito de' Medici; gli schiavi.

Quanto al posto che spetta agli Italiani nel campo delle scienze naturali, noi non possiamo far altro che rinviare il lettore ai trattati speciali, fra i quali non ci è nota che l'opera evidentemente troppo superficiale e dogmatica del Libri.[5] La contesa sulla priorità di singole scoperte ci par tanto meno importante, in quanto siamo del parere, che in ogni tempo e in ogni popolo civile è possibile che sorga un uomo, il quale, fornito di una cultura assai limitata, per irresistibile impulso si getta in braccio all'empirismo e, per una felice disposizione naturale, fa progressi maravigliosi. Tali furono Gerberto di Reims e Ruggero Bacone; e se essi, per soprappiù, si appropriarono poi nella loro specialità tutto il sapere del loro tempo, ciò non fu che una conseguenza legittima dello scopo, che avevano in vista. Una volta squarciato il velo dell'errore, tolto il fascino delle tradizioni, e dell'autorità delle scuole e superato quel religioso terrore che soleva ispirar la natura, i problemi abbondarono d'ogni parte ai loro occhi. Ma la cosa è molto diversa quando lo spirito d'osservazione e d'investigazione della natura è privilegio speciale di un popolo intero, e conseguentemente lo scopritore non è nè minacciato, nè condannato al silenzio, ma può anzi contare sul consenso e sul favore universale. E in tali condizioni pare essersi trovata appunto allora l'Italia.[6] Non senza orgoglio i naturalisti italiani additano le prove e gl'indizi, pei quali non si può dubitare dell'empirismo di Dante nello studio della natura.[7] Intorno a certe singole scoperte o priorità nella menzione di speciali fenomeni, che essi gli attribuiscono, noi non arrischieremo nessun giudizio; ma anche l'uomo il più profano dovrà restar sorpreso dinanzi alla grande potenza di osservazione, che traluce da tutte le sue immagini e similitudini. Più assai che in qualsiasi altro poeta moderno, esse appariscono in lui desunte dalla vita reale tanto della natura, che dell'uomo, ed egli se ne serve non già a semplice studio di ornamento, ma per porgere un'idea quanto più sia possibile adeguata di ciò che vuol dire. Nell'astronomia poi egli dà prove di cognizioni affatto speciali, quantunque non si debba disconoscere che molti di quei passi del suo gran poema che ora destano stupore, in allora fossero intesi universalmente. Dante infatti, senza tener conto della sua erudizione, si fonda sopra un'astronomia popolare molto diffusa al suo tempo e che gli Italiani, popolo essenzialmente marittimo, avevano ereditato già degli antichi. La cognizione esatta del sorgere e del tramontare delle costellazioni non è oggidì più necessaria per l'uso introdotto degli orologi e dei calendari, e con essa andò perduto anche tutto quell'interesse, che il popolo era solito di prendere per tanti altri fatti astronomici. Presentemente abbondano i manuali e gli insegnamenti per guisa, che ogni fanciullo sa ciò che Dante non sapeva, che cioè la terra si gira intorno al sole; ma, fatta eccezione degli uomini della scienza, l'interesse pei grandiosi fenomeni celesti ha fatto luogo alla più completa indifferenza.

Ciò non ostante, neanche i delirj astrologici, nei quali deviò poscia l'astronomia, non provano nulla contro le tendenze empiriche degli Italiani d'allora; esse non furono che attraversate e vinte per un momento dalla smania ardentissima di conoscere l'avvenire. E anche di questi delirj avremo occasione di parlare, quando ci faremo a studiare il carattere morale e religioso della nazione.


Contro questa ed altre scienze erronee la Chiesa s'era mostrata quasi sempre assai tollerante, ed anche contro la schietta investigazione della natura essa non procedette mai con rigore, se non quando le accuse — vere o non vere — involgevano anche un sospetto di eresia e di negromanzia, che per vero ci andava molto dappresso. Ma la questione, che importerebbe risolvere, sarebbe propriamente di sapere sino a qual punto ed in quali casi gli Inquisitori domenicani, ed anche in parte i francescani, abbiano avuto in Italia la coscienza delle falsità delle accuse che si portavano al loro tribunale, e tuttavia abbiano continuato a condannare, sia per connivenza verso i nemici degli accusati, sia per tacita avversione contro lo studio della natura in generale e più specialmente poi contro ogni esperimento scientifico. Quest'ultimo caso può essersi talvolta verificato, ma sarebbe pressochè impossibile l'addurne le prove. Ciò che può aver cagionato nel nord simili persecuzioni, l'opposizione ostinata del sistema ufficiale della scienza fisica accettato dagli scolastici contro i novatori, come tali, non potrebbe quasi affatto tenersi a calcolo rispetto all'Italia. Si sa che Pietro d'Abano (vissuto al principio del secolo XIV) non cadde vittima che dell'invidia collegiale di un altro medico, che lo accusò presso l'Inquisizione di eresia e di magia,[8] ed altrettanto si può supporre anche rispetto al suo contemporaneo padovano, Giovannino Sanguinacci, perchè, come medico, inclinava alle innovazioni; ma questi ne uscì con una semplice condanna di esiglio. Per ultimo non bisogna dimenticare, che in Italia i domenicani, come inquisitori, non ebbero mai tanta potenza, come nei paesi settentrionali; sì i tiranni, che le repubbliche più d'una volta nel secolo XIV diedero prove tali di disprezzo verso il clero in generale, che non la semplice investigazione della natura, ma molte altre cose ben più rilevanti andarono impunite. Ma quando, col secolo XV, l'antichità prevalse in tutti i rapporti della vita, la breccia aperta nel vecchio sistema s'allargò in favore d'ogni specie di indagine profana, con questo però che l'umanismo tirò a sè le migliori forze e nocque con ciò allo studio empirico della natura.[9] In mezzo a ciò si risveglia pur sempre qua e là di nuovo l'Inquisizione e punisce o manda al rogo qualche medico, perchè bestemmiatore e negromante, nè, in tali casi, si può mai dire con certezza quale sia stato il vero e più riposto motivo della condanna. Ma, anche in onta a tutto questo, sul finire del secolo XV l'Italia con Paolo Toscanelli, Luca Paccioli e Leonardo da Vinci era senza paragone il primo paese d'Europa in fatto di matematiche e di scienze fisiche, e i più gran dotti del mondo moderno si riconoscevano suoi discepoli, non esclusi nemmeno il Regiomontano e il Copernico.


Un indizio importante dell'amore generalmente diffuso alle scienze naturali si ha anche nello zelo, con cui si cercò assai per tempo di mettere insieme delle collezioni per lo studio comparativo delle piante e degli animali. Innanzi tutto l'Italia è solita darsi il vanto di essere stata la prima a possedere orti botanici, sebbene parrebbe che in sulle prime essi non esistessero che con intenti di pratica utilità, e d'altronde sia anche discutibile il vanto di priorità, ch'essa si arroga. Senza paragone più importante invece è il fatto, che tanto i principi, quanto i ricchi privati, nel mettere insieme i loro giardini di piacere, si trovarono naturalmente condotti a far collezioni di piante quanto più si potesse nuove e di specie diverse. Così nel secolo XV il magnifico giardino di villa Careggi dei Medici ci vien dipinto pressochè come un orto botanico,[10] ricco di innumerevoli specie di alberi e di piante. Ed altrettanto, al principio del secolo XVI, ci vien detto di una villa del cardinale Triulzio nella campagna romana,[11] non lungi da Tivoli, dove erano siepi di rose d'ogni specie, alberi d'ogni sorta, piante fruttifere di tutte le possibili varietà e un grande orto con venti specie di uve. Qui evidentemente si ha qualche cosa di più che un pajo di dozzine di piante medicinali universalmente conosciute, quali non mancano nei giardini di tutti i castelli e dei conventi degli altri paesi d'occidente: oltre ad una cultura assai progredita delle piante fruttifere pei vantaggi che se ne ritraggono, si vede un interesse speciale per le piante in sè medesime, per ciò che esse hanno in sè di notevole. La storia dell'arte c'insegna come solo più tardi questa passione delle collezioni fece luogo alle esigenze del gusto architettonico pittoresco.


Anche l'allevamento di animali rari e forestieri non si può immaginare scompagnato da uno spirito superiore d'osservazione. Il facile trasporto dai porti meridionali ed orientali del Mediterraneo e le condizioni favorevoli del clima italiano rendevano possibile l'acquisto delle maestose belve del sud e accettabili i doni, che di quando in quando ne facevano i Sultani.[12] L'animale preferito tanto nelle repubbliche, che nei principati è di regola il leone, anche se non figuri nel loro stemma, come era appunto il caso di Firenze.[13] Le tane, dove si tenevano rinchiusi, erano o nei palazzi del governo o in prossimità di essi, come, ad esempio, in Perugia e in Firenze; quelli di Roma erano nei sotterranei del Campidoglio. Infatti questi animali si adoperavano talvolta per l'esecuzione delle sentenze capitali in affari politici,[14] e tenevano inoltre vivo nel popolo un certo rispettoso spavento. Di più, il loro contegno si aveva in conto di un misterioso pronostico: la loro fecondità si riguardava come un segno d'imminente prosperità generale, ed anche Giovanni Villani non crede di derogare alla propria dignità notando di avere assistito di persona al parto di una leonessa.[15] I lioncelli usavasi di regalarli alle città e ai principi vicini, ed anche ai Condottieri, qual premio al valore.[16] I Fiorentini ebbero pure assai per tempo dei leopardi, pei quali tenevano ai loro stipendi un apposito domatore.[17] Borso da Ferrara faceva combattere i suoi leoni con tori, orsi e cinghiali.[18]

Sul finire del secolo XV poi trovansi, come oggetti di necessario lusso, in parecchie corti principesche dei veri serragli. «Alla magnificenza di un gran, signore, scrive Matarazzo, s'appartiene di possedere cavalli, cani, muli, sparvieri ed altri uccelli, come altresì buffoni, cantanti e bestie feroci».[19] Il serraglio di Napoli al tempo di Ferrante conteneva una giraffa ed uno zebro, doni del monarca di Bagdad, a quanto sembra.[20] Filippo Maria Visconti possedeva non solo dei cavalli, che vennero pagati 500 e sin 1000 ducati d'oro ciascuno, e pregiatissimi cani inglesi, ma anche molti leopardi, fatti venire da diverse regioni d'oriente: il mantenimento de' suoi uccelli da caccia, che avea fatto raccogliere in tutto il settentrione, non gli costava meno di 3000 ducati d'oro ogni mese.[21] Emanuele il grande, re di Portogallo, sapeva bene qual prezioso regalo faceva a Leone X, quando gli mandò un elefante ed un rinoceronte.[22] E per tal modo si veniva ponendo le basi della scienza zoologica e della botanica.

Lo studio pratico della zoologia ebbe impulso poi dall'allevamento delle razze cavalline, delle quali quella mantovana di Francesco Gonzaga passava per la prima d'Europa.[23] L'uso di attribuire un pregio speciale a certe razze è certamente tanto antico, quanto l'arte del cavalcare, e la produzione artificiale di razze ibride deve essere stata comune specialmente sin dal tempo delle Crociate; ma, quanto all'Italia, la conquista dei premi nelle corse, che si davano in qualunque città di qualche importanza, era il movente più efficace per cercarvi la produzione dei cavalli pregiati sopratutto per somma celerità. E appunto nella razza mantovana crescevano gl'infallibili corridori di questa specie, ma, oltre a ciò, anche i più nobili cavalli da battaglia, e in generale cavalli tali, che, fra tutti i doni fatti a gran signori, si avevano pei più degni di un principe. Il Gonzaga teneva nelle sue stalle stalloni e giumente di Spagna e d'Irlanda, nonchè d'Africa, di Tracia e di Cilicia, e, per avere quest'ultime, egli coltivava costantemente l'amicizia dei Gransultani. Tutte le varietà furono quivi tentate per produrre quanto più si potesse di eccellente e di perfetto.


Ma a questo tempo non mancò neanche quello che si direbbe un serraglio d'uomini: il celebre cardinale Ippolito de' Medici,[24] figlio bastardo di Giuliano duca di Nemours, manteneva nella strana sua corte una schiera di selvaggi, che parlavano più di venti lingue differenti ed erano ciascuno quanto di più perfetto poteva dare la razza, alla quale appartenevano. Qui infatti si vedevano incomparabili volteggiatori di puro sangue moresco tolti alle regioni settentrionali d'Africa, arcieri tartari, lottatori negri, palombari indiani e turchi, che tutti insieme, specialmente nelle cacce, formavano il seguito del cardinale. Quando egli fu rapito da una morte precoce (1535), questa turba svariata ne portò a spalle la salma da Itri a Roma, e al lutto generale della città per la perdita di un signore così liberale confuse le sue nenie funebri, espresse in tante lingue e accompagnate da animatissime gesticolazioni.[25]

Queste sparse notizie sulla parte che ebbero gl'Italiani nello studio delle scienze naturali e della varietà e ricchezza dei prodotti della natura in generale, non sono che cenni imperfettissimi del molto di più, che potrebbe dirsi in proposito. Nessuno, meglio dell'autore, sente la lacuna, ch'egli a questo riguardo è costretto di lasciare in questa parte del suo libro; ma egli non esita a confessare che di molte delle opere speciali, che potrebbero abbondantemente riempirla, non ha potuto vedere presso a poco che il titolo o il frontispizio.

CAPITOLO III. Scoperta del Bello nel paesaggio.

Il paesaggio nel medio-evo. — Il Petrarca e le ascensioni alpine. — Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — La scuola fiamminga. — Enea Silvio e le sue descrizioni.

Ma, oltre all'investigazione scientifica, eravi anche un'altra maniera di accostarsi alla natura, ed in un senso affatto particolare. Gli Italiani sono i primissimi fra i moderni, che intravidero e gustarono il lato estetico del paesaggio.[26]

Questa attitudine è sempre il risultato di un lungo e complicato svolgimento della cultura, e la sua origine è assai difficile da rintracciare, in quanto che un sentimento segreto di questa specie può esistere da lungo tempo, prima che si manifesti nella poesia e nella pittura e con ciò acquisti la coscienza di sè medesimo. Presso gli antichi, per esempio, l'arte e la poesia si restrinsero alla rappresentazione di tutto il ciclo della vita umana, prima di passare e descrivere quella della natura, e quest'ultima rappresentazione rimase pur sempre dentro limiti molto ristretti, non ostante che, da Omero in poi, in un numero grandissimo di espressioni e di versi apparisca evidente l'impressione sempre più forte, che la natura veniva facendo sull'uomo. Più tardi le stirpe germaniche, che fondarono le loro signorie sulle rovine dell'Impero romano, portavano già con sè una naturale predisposizione a sentire altamente il lato spirituale della scena campestre, e quand'anche il Cristianesimo le abbia costrette per un certo tratto di tempo a non vedere nelle fonti e nei monti, nei laghi e nei boschi sino allora venerati che la presenza di spiriti falsi e bugiardi, non v'ha dubbio però che questo stadio di transizione fu presto assai da esse superato. Egli è un fatto che ancora nel colmo del medio-evo, intorno all'anno 1200, esiste nuovamente un sentimento schietto e profondo del mondo esteriore, che si manifesta chiaramente nei canti dei menestrelli delle diverse nazioni.[27] Da essi traspare un vero entusiasmo pei fenomeni più semplici, quali l'apparir della primavera e dei fiori, il rinverdire delle foreste e dei boschi. Ma sono scene senza sfondo, talmente che anche i loro personaggi, i crociati, che pur corsero tanta parte di mondo, in quei canti quasi non figurano più come tali. Anche la poesia epica, la quale, ad esempio ci descrive con tanta esattezza gli abbigliamenti e le armature dei guerrieri, non è che imperfettissima nella descrizione dei luoghi, e il grande Volframo di Eschenbach ci dà appena un'immagine sufficiente della scena, nella quale si movono i suoi personaggi. Da quei canti infatti nessuno indovinerebbe, che questa nobiltà poetante d'ogni paese abitasse o avesse visitato e conoscesse perfettamente migliaja e migliaja di castelli situati nelle posizioni le più pittoresche. Anche nelle poesie degli scolari vaganti (v. pag. 235) manca il senso della prospettiva, il paesaggio propriamente detto, mentre invece le cose vicine sono talvolta dipinte con tal vivezza di colorito, che non se ne trova riscontro in nessun menestrello della Cavalleria. Infatti dove trovare una descrizione della foresta d'amore simile a questa, che noi crediamo di un poeta italiano del secolo XII?

Immortalis fieret

Ibi manens homo:

Arbor ibi quaelibet

Suo gaudet pomo:

Viae myrrha, cinnamo

Fragrant et amomo —

Conjectari poterat

Dominus ex domo[28] ecc.

Egli è evidente che per gli Italiani la natura è già da lungo tempo monda e purificata da ogni influsso di potenze soprannaturali. San Francesco d'Assisi nel suo Inno al sole loda il Signore non per altro, che per la creazione delle luci del cielo e dei quattro elementi.

Ma le prove più convincenti della profonda impressione esercitata dalla natura sull'animo dell'uomo cominciano con Dante. Egli ci ritrae al vivo in poche linee non solo il sorgere dell'aurora e il tremolar della marina sotto la brezza mattinale o la tempesta che fa tremar le selve ed i pastori, ma sale altresì sulle cime dei monti coll'unico intento di goder grandiose prospettive[29], uno dei primi o il primo forse, dopo i poeti antichi, che abbia sentito la bellezza di tali spettacoli. Il Boccaccio lascia indovinare, più che non descriva egli stesso, quanta sia l'impressione che fanno su lui le scene della natura; tuttavia ne' suoi romanzi pastorali non si può disconoscere qualche tratto di squisito e delicato paesaggio, che, se non altro, avrà esistito nella sua fantasia.[30] Con coscienza poi ancor più compiuta il Petrarca, uno dei primi uomini perfettamente moderni, mostra l'importanza delle grandi scene della natura per un anima sensitiva. Quel lucidissimo spirito, che pel primo cercò in tutte le letterature le origini e i progressi del sentimento pittoresco della natura, e che ha dato egli stesso ne' suoi Tableaux de la nature i quadri descrittivi più perfetti che esistano, Alessandro Humboldt, non s'è mostrato del tutto giusto riguardo al Petrarca, ed è perciò che, anche dopo quanto egli ne scrisse, a noi pure rimane qualche cosa da aggiungere.

Il Petrarca non fu soltanto un valente geografo, — si vuole che a lui si debba la primissima carta d'Italia,[31] — e nemmeno ripetè semplicemente quanto avevano detto gli antichi,[32] ma il vero aspetto della natura trovò nel suo spirito un eco immediato. Il godimento degli spettacoli naturali gli vien gradito in qualsiasi mentale occupazione: associando l'una cosa coll'altra, s'intende assai facilmente quel desiderio di solitudine erudita, che lo incatena a Valchiusa ed altrove, e le sue fughe periodiche dal suo secolo e dal mondo.[33] Gli si farebbe un gran torto, se dalla sua ancor debole e scarsa potenza descrittiva della natura si volesse inferire in lui una certa mancanza di sentimento. La descrizione del maraviglioso golfo della Spezia e di Porto Venere, per esempio, ch'egli innesta sulla fine del sesto canto dell'«Africa», e che non fu mai fatta da nessuno nè degli antichi, nè dei moderni,[34] non è, a dir vero, niente più che una semplice enumerazione. Ma egli conosce omai la bellezza, che risulta dal contrasto dalle rupi, e sa in generale separare l'importanza pittoresca di un sito dalla sua utilità.[35] In occasione della sua dimora nei boschi di Reggio, l'improvviso spettacolo di un grandioso paesaggio agisce talmente su lui, che egli continua una poesia da lunghissimo tempo interrotta.[36] Dove però il suo entusiasmo raggiunge il colmo, è nell'ascesa ch'egli fece al monte Ventoux, non lungi da Avignone.[37] Un vago desiderio di godere un ampio orizzonte s'esalta in lui sino al punto di una vera passione alla lettura accidentale di quel passo di Livio, dove è narrata l'ascensione al monte Emo di Filippo di Macedonia, l'eterno avversario di Roma. Egli pensa fra sè: come non sarà da scusare in un giovane di condizione privata ciò che non si biasima nemmeno in un vecchio re? Infatti il salire alle cime di un monte senza uno scopo prestabilito pareva stranezza inaudita a quanti lo circondavano, nè certo era il caso di pensare a trovar amici o conoscenti che lo accompagnassero. Il Petrarca non prese adunque con sè che il minor suo fratello e, dall'ultima stazione di riposo in avanti, due uomini del luogo in qualità di guide. Mentre con costoro avea cominciato già la salita, un vecchio pastore lo scongiurava di tornar sui suoi passi: aver egli pure, un cinquant'anni innanzi, fatto un simile tentativo, ma non averne riportato altro, fuor che le membra rotte e le vesti lacere; prima e dopo di allora nessuno essersi avventurato in tale impresa. Ma essi non si lasciano atterrire per questo, e tra indicibili stenti s'avanzano ognor più, sinchè si trovano colle nuvole sotto i piedi e hanno raggiunto la cima. Ora egli è vero bensì che noi, giunti a questo punto, ci attendiamo indarno ad una descrizione della prospettiva che si apre loro dinanzi; ma ciò non accade già perchè il poeta sia rimasto freddo e insensibile a quella vista, bensì invece, perchè l'impressione fu troppo forte in lui. In quell'altezza solitaria gli passano dinanzi alla mente tutti i fantasmi e le follie della sua vita passata: egli si rammenta come per l'appunto dieci anni prima era partito ancor giovane da Bologna, e volge uno sguardo d'ansioso desiderio all'Italia; per ultimo apre un libriccino, che s'era preso a compagno di quel viaggio, le confessioni di S. Agostino, e l'occhio gli cade appunto casualmente su quel passo del capitolo decimo, dove è scritto: «e gli uomini se ne vanno attorno e ammirano l'altezza dei monti e l'ampiezza dei mari e il romorio dei torrenti e il corso dei pianeti, immemori, in mezzo a tutto questo, di sè medesimi». Suo fratello, al quale egli legge queste parole, non sa comprendere, perchè, dopo ciò, egli chiuda nuovamente il libro e se ne stia meditando in silenzio.


Pochi decenni più tardi, intorno all'anno 1360, Fazio degli Uberti nella sua cosmografia,[38] scritta in versi rimati (v. vol. I, pag. 240), descrive la vasta prospettiva che si gode dal monte Alvernia, con quella freddezza che è propria d'un geografo e di un antiquario, ma al tempo stesso con quella verità, che contraddinstingue il testimonio oculare. Egli deve però aver ascese cime ancora più elevate, perchè conosce fenomeni, che non si possono osservare se non a più di 10,000 piedi sopra il livello del mare, quali le vertigini, il rigonfiamento degli occhi e le palpitazioni del cuore, da cui lo guarisce il suo mitico duce, Solino, con una spugna intrisa in una particolare essenza. Del resto, non v'ha dubbio che le ascensioni del Parnaso e dell'Olimpo, delle quali pure egli parla,[39] non sono che prette finzioni.


Col secolo XV poi tutto ad un tratto i grandi maestri della scuola fiamminga, Uberto e Giovanni van Eyk, strappano interamente alla natura il suo velo e ne rubano la vera immagine. Ma il loro paesaggio non si ferma lì, nè è soltanto una naturale conseguenza del loro sforzo di presentare in generale un riflesso della realtà; esso ha già un concetto poetico suo proprio, un'anima, benchè tuttavia in modo ancora convenzionale. L'influenza di questo paesaggio su tutta l'arte occidentale è innegabile, e non poterono quindi non risentirla anche gli artisti italiani. Ma, colti ed esercitati già da sè in questo genere, non la subirono che in parte, nè ciò bastò a distoglierli dalla via, che s'erano tracciata essi stessi.


Anche in questo riguardo, come nella cosmografia, la voce di Enea Silvio è una delle più autorevoli del tempo. Quand'anche non si volesse tenere alcun conto di lui come uomo, si sarebbe però sempre costretti a confessare che ben pochi son gli altri, nei quali l'immagine di quel tempo e della sua cultura spirituale si trovi così viva ed intera, e che assai pochi altresì s'accostarono, al pari di lui, al tipo normale dell'uomo del Rinascimento. Del resto, lo diciamo incidentalmente, anche dal punto di vista morale non lo si giudicherà mai con piena giustizia sino a che si porranno a base del giudizio le lagnanze della Chiesa tedesca defraudata, colpa le di lui oscillazioni, del tanto invocato Concilio.[40]

Qui egli chiama a sè tutta la nostra attenzione per essere stato il primo non solamente a sentire la magnificenza del paesaggio italiano, ma anche a descriverla sin nelle più minute particolarità con vero entusiasmo (v. vol. I, pag. 244). Lo Stato della Chiesa e la Toscana meridionale (sua patria) sono i due paesi ch'egli conobbe in modo speciale, e, fatto Papa, usò sempre d'impiegare i suoi ozi nella migliore stagione dell'anno in escursioni campestri più o meno lunghe. Ora almeno la podagra, di cui era affetto da lunghissimo tempo, non gli era più un serio ostacolo a visitar monti e valli, dove si faceva trasportare in lettiga; e se con questi suoi gusti si paragonano quelli dei Papi che gli successero. Pio, entusiasta della natura e dell'antichità e appassionato pei modesti, ma eleganti edifizi, apparirà quasi un santo. Ed egli stesso nello splendido e vivace latino de' suoi Commentari ci ha lasciato la più veridica testimonianza di quanto in tali piaceri si sentisse felice.[41]

Il suo occhio appare variamente esercitato, quanto quello di qualsiasi uomo moderno. Egli si sente rapito in una specie di estasi dinanzi alla grandiosa magnificenza della scena, che si gode dal più alto dei monti Albani, il monte Cavo. Di là egli prospetta la spiaggia del territorio a lui soggetto da Terracina e dal monte Circello sino all'Argentaro, nonchè tutto l'ampio tratto di paese che contiene le rovine delle antichissime città, coi profili dei monti dell'Italia di mezzo, con le grandiose foreste tutto all'intorno verdeggianti nelle pianure e coi laghi delle montagne, che l'illusione fa credere vicini. Egli sente tutta la bellezza della posizione di Todi, che sta come in trono in mezzo a' suoi vigneti e boschetti di ulivi, con la prospettiva delle lontane foreste e della valle del Tevere, dove brulicano d'ogni parte i castelli e le piccole borgate poste lungo le sponde del fiume. Il delizioso paese vagamente ondulato intorno a Siena colle sue ville e i suoi chiostri sul vertice d'ogni collina è la sua patria, e ad esso quindi si volgono con predilezione speciale le sue descrizioni. Ma egli è felicissimo altresì nel rilevare le più minute particolarità pittoresche, come, per esempio, quando descrive quella lingua di terra, che si protende nel lago di Bolsena, e che è detta Capo di Monte: «gradinate di pietra, ombreggiate da vigneti, conducono giù dirittamente alla spiaggia, dove tra gli scogli verdeggiano perpetuamente le quercie, rallegrate del continuo dal canto dei tordi». Sulla via che costeggia tutto all'intorno il lago di Nemi, seduto all'ombra dei castagni e d'altri alberi fruttiferi, egli sente che, se mai vi fu luogo atto ad ispirare un poeta, egli è certamente questo «segreto asilo di Diana». Spesse volte si sa aver egli tenuto il concistoro e fatta la segnatura o dato udienza agli ambasciatori sotto quegli antichi e giganteschi castagni o all'ombra di quegli ulivi, sedendo su un verde prato o presso il zampillo di qualche fontana. Alla vista di una gola montuosa, che si va restringendo e sulla quale arditamente si stende in arco un ponte, si risveglia immediatamente in lui il suo senso d'artista. Non v'è cosa, per quanto minuta, che non lo interessi vivamente colla perfezione e specialità caratteristica, che le è propria: i campi azzurri di lino mollemente ondeggianti, il giallo della ginestra che riveste le colline, e perfino i dumi selvaggi di qualsiasi specie, nonchè singole piante e sorgenti, che gli sembrano miracoli di natura.

Ma il colmo dell'ebbrezza lo aspetta sul Monte Amiata, dove salì nell'estate del 1462, quando la peste e un'afa infocata rendevano assolutamente inabitabile la pianura. A metà dell'altezza del monte, nell'antico convento longobardo di S. Salvatore, fermò egli colla Curia la sua residenza: di là, tra i boschi dei castagni sospesi sul dirupato pendio, si domina tutta la Toscana meridionale e si veggono in lontananza le torri di Siena. Egli non salì sino alle più alte cime del monte, ma vi salirono i suoi seguaci, ai quali si unì anche l'oratore veneziano, e lassù essi trovarono due enormi massi di pietra addossati l'un all'altro, che forse servirono di altare a qualche popolo primitivo, e credettero di scorgere in gran lontananza, oltre il mare, le due isole di Corsica e di Sardegna.[42] In quella deliziosa frescura, all'ombra delle annose querce e de' castagni, sul verde smalto dell'erba, dove nessuno spino trafiggeva il piede e nessun insetto o serpente insidiava la vita, il Papa godette i suoi dì più felici: per la segnatura, che aveva luogo in giorni determinati, egli cercava sempre nuovi siti e nuove ombre,[43] novos in convallibus fontes et novas inveniens umbras, quae dubiam facerent electionem. — In tali circostanze gli accadde anche una volta di vedere la caccia che i cani diedero ad un cervo enorme, che fu visto fuggire sul monte difendendosi del suo meglio colle unghie e colle corna. Sulla sera il Papa soleva sedere nel piazzale del convento dal lato che prospetta la valle del Paglia, trattenendosi coi cardinali in piacevoli ragionamenti. I curiali, che si sbandavano qua e là per cacciare, riferivano che alle falde del monte il caldo era insopportabile, e che la campagna arsa e deserta rendeva immagine di un vero inferno, al cui paragone il monastero co' suoi freschi e verdi contorni poteva dirsi una dimora di paradiso.

In tutto questo c'è vero gusto moderno, non imitazione od influenza antica. E, ammesso anche che gli antichi abbiano anch'essi sentito a quel modo, certo è che le poche espressioni di qualche scrittore, che Pio può benissimo aver conosciuto, non furono, nè potevano esser quelle, che bastassero ad accendere in lui un sì vivo entusiasmo.[44]

Il secondo periodo di splendore, che sul finire del secolo XV e sul principiare del XVI ebbe la poesia italiana accanto alla latina, che era pur sempre in fiore, ci somministra prove in gran numero della forte impressione prodotta sugli animi dalle scene naturali, e a convincersene basta dare un'occhiata ai lirici di quel tempo. Ma vere descrizioni di grandiosi prospetti campestri non s'incontrano quasi mai, appunto perchè e la lirica e l'epopea e la novella avevan ben altro a fare in quell'energica età. Il Bojardo e l'Ariosto tratteggiano i loro paesaggi con molta evidenza, ma quanto più brevemente possono, e senza tirarli, col mezzo di lontananze e di prospettive, a contribuire all'effetto,[45] che deve uscir tutto intero dai personaggi e dall'azione. Questo sentimento sempre crescente della natura trova un'espressione molto più spiccata nei tranquilli scrittori di dialoghi e di lettere.[46] Singolarmente ligio a questo riguardo si mostra il Bandello alle leggi del genere letterario, ch'egli stesso s'è imposto: nelle novelle non mai una parola più del necessario per designare i luoghi, dove si compiono gli avvenimenti;[47] nelle dediche invece, che precedono ciascuna novella, ampie e particolareggiate descrizioni dei medesimi, come scena necessaria ad attuarvi i dialoghi e le conversazioni. Fra gli epistolografi ci duole di dover nominare l'Aretino,[48] come colui che forse fu il primo a descrivere minutamente qualche splendido effetto di luce e di ombre nelle ore del tramonto.

Ma anche presso i poeti s'incontra talvolta un singolare intreccio di vita sentimentale con graziose pitture di scene naturali, quasi altrettanti quadretti di genere. Tito Strozza descrive (intorno al 1480) in una elegia latina[49] la dimora della sua innamorata: una vecchia casetta, rivestita d'edera con alcuni affreschi sacri corrosi dal tempo, nascosta fra gli alberi: accanto ad essa una cappella assai malconcia dalla violenza delle piene del Po, che vi scorre in vicinanza: poco lungi di là la casa del cappellano, che coltiva i suoi sette magri jugeri di terreno con una coppia di buoi presi a prestito. Queste non sono certamente reminiscenze, nè imitazioni da veruno tra gli antichi poeti elegiaci romani, ma schietto sentimento moderno, al quale, sulla fine di questa parte del nostro lavoro, troveremo far degno riscontro una altrettanto semplice e schietta descrizione della vita campestre.

Ora si suol dire comunemente che anche i grandi maestri tedeschi dei primi anni del secolo XVI seppero talvolta rappresentare egregiamente tali scene naturali, come fece, per esempio, Alberto Durer nella celebre sua incisione del Figliuol prodigo. Ma altro è che un pittore, cresciuto in mezzo al realismo, aggiunga tali scene a' suoi quadri in via complementare e accessoria, ed altro che un poeta, avvezzo di solito a spaziare nelle idealità o a vivere artificialmente nella mitologia, discenda nella realtà per un intimo impulso suo proprio e senta il bisogno di rappresentarla. Oltre a ciò la priorità di tempo, tanto in questa, come nella descrizione della vita campestre, sta tutto in favore dei poeti italiani.

CAPITOLO IV. Scoperte sull'uomo.

Espedienti psicologici; i temperamenti.

A queste vittorie riportate nel campo della natura la civiltà del Rinascimento aggiunge un servigio ancor più segnalato, la scoperta e la rappresentazione dell'uomo in tutto ciò, che ne costituisce l'intima essenza e le manifestazioni esteriori.[50]

Innanzi tutto quest'epoca promuove, come vedemmo, un forte e completo sviluppo dell'individualità; poi guida l'individuo al riconoscimento di questo stesso elemento sotto tutti gli aspetti e le forme possibili. Lo sviluppo della personalità è essenzialmente legato alla coscienza, che se ne ha in sè e negli altri. In mezzo ad ambedue questi grandi fatti abbiamo dovuto dar posto all'influenza esercitata dall'antica letteratura, appunto perchè il modo di riconoscere e di rappresentare l'individualità e di sceverarla da ciò che vi ha di comune in tutti gli uomini, riceve una determinazione o tinta speciale da questo elemento intermedio. Ciò non toglie però che quella potenza di riconoscimento non sia un privilegio esclusivo dell'epoca e della nazione.

I fatti, ai quali ci riporteremo per fornirne le prove, saranno pochi. Se mai in altre parti di questo lavoro, qui principalmente noi ci accorgiamo di essere entrati nel pericoloso sentiero delle divinazioni, e sappiamo benissimo che non a tutti parrà sufficientemente provato quel tenue, ma pure evidente digradar di colori, che noi crediamo di scorgere nella storia della vita morale dei secoli XIV e XV. Questo lento e successivo apparire dello spirito di un popolo è tal fenomeno, che ad ogni osservatore può presentarsi sotto mille aspetti diversi. Al tempo spetta di vedere e di giudicare.

Fortunatamente questo riconoscimento dello spirito umano non cominciò dall'andare in traccia di una psicologia teoretica, — in tal caso avrebbe bastato quella di Aristotele, — ma dal prendere a punto di partenza l'osservazione dei fatti e la loro classificazione. L'indispensabile corredo delle teorie si limita omai alla dottrina dei quattro temperamenti in connessione col dogma allora universalmente ricevuto dell'influsso dei pianeti. Questi implacabili elementi si mantengono, da tempo immemorabile, come qualche cosa di inesplicabile nella mente dei singoli uomini, ma senza tuttavia che ne resti pregiudicato il grande progresso universale. Certamente parrà cosa strana il vederli tirati in campo in un'epoca, nella quale oggimai non soltanto l'osservazione paziente ed esatta, ma l'arte stessa e la poesia, portate all'ultima perfezione, furono in grado di rappresentar tutto l'uomo tanto nell'essenza profonda del suo organismo spirituale, quanto nelle sue più caratteristiche esterne accidentalità. E non sappiamo quasi trattenere il riso, quando, per esempio, vediamo un osservatore, del resto assai perspicace, attribuire bensì a Clemente VII un temperamento melanconico, ma tuttavia sottoporre il proprio giudizio a quello dei medici, che danno invece al Papa un temperamento collerico-sanguigno.[51] E lo stesso ci accade quando leggiamo che a Gastone di Foix, al vincitore di Ravenna, di cui abbiamo il ritratto dipinto da Giorgione e la statua scolpita dal Bambaja, e che oltre a ciò ci vien descritto da tutti gli storici, si attribuisce un temperamento saturnio.[52] Non vi ha dubbio che chi usò tali espressioni, aveva in animo di designare con esse qualche cosa di preciso e di determinato; ma le categorie, alle quali si attenne per manifestare la propria opinione, sono pur sempre quelle già viete e bizzarre di un altro tempo.

CAPITOLO V. Rappresentazione dell'elemento spirituale nella poesia.

Valore intrinseco del verso sciolto — e del sonetto. — Dante e la sua «Vita nuova». — La Divina Commedia. — Il Petrarca pittore degli affetti e dei sentimenti. — Il Boccaccio e la Fiammetta. — Scarso sviluppo della tragedia. — La pompa della rappresentazione nociva al dramma. — Intermezzi e balli. — Commedia in genere e commedia dell'arte. — Epopea romantica. — Scoloriture necessarie nella pittura dei caratteri. — Il Pulci e il Bojardo. — Legge intima dei loro componimenti. — L'Ariosto e il suo stile. — Il Folengo e la parodia. — Il Tasso come antitesi.

Nel campo della libera rappresentazione dello spirito ci si fanno incontro per primi i grandi poeti del secolo XV.

Se da tutta la poesia cortigiana e cavalleresca dei due secoli precedenti noi ci facciamo a raccogliere le gemme le più preziose, avremo un complesso di splendide divinazioni e singole pitture d'affetti, che a prima vista potranno far parere assai disputabile il primato, cui aspirano gli Italiani. Anche non tenendo conto delle produzioni liriche propriamente dette, Goffredo di Strasburgo col suo poema «Tristano ed Isolda» ci offre il quadro di una passione, che ha dei tratti che non moriranno mai. Ma queste gemme nuotano in un mare di convenzionalità artificiali, e in sostanza sono ancor troppo lontane dal dare una completa rappresentazione obbiettiva dell'uomo interiore e delle sue potenze morali.

Anche l'Italia ebbe nel secolo XIII una parte attiva nella poesia cortigiana e cavalleresca per mezzo de' suoi trovatori. Furono questi che crearono la canzone propriamente detta, la quale nelle loro mani procede artificiosa e stentata, al pari di qualsiasi canto dei menestrelli settentrionali, ed anche quanto alla sostanza tradisce il solito convenzionalismo di corte, qualunque sia la condizione sociale alla quale appartiene il poeta.

Ma già s'aprono due nuove vie, che accennano ad un avvenire proprio e speciale della poesia italiana, e che non si possono al tutto riguardare come prive di una certa importanza, specialmente se la questione sia soltanto di pura forma.

Dallo stesso Brunetto Latini (il maestro di Dante), che nelle canzoni rappresenta la solita maniera dei trovatori, derivano i primi versi sciolti che si conoscano,[53] e in questa apparente assenza di forme trovasi espressa d'un tratto una vera e reale passione. È una volontaria rinuncia ad ogni artificio esterno suggerita dalla speranza che tutta l'efficacia risulti dal concetto, come alcuni decennî più tardi accadde colla pittura a fresco e più tardi ancora colla pittura a tempra, dalle quali sono banditi i colori e l'effetto risulta soltanto dal movimento delle ombre. Per quel tempo, che nella poesia teneva pur tanto al convenzionale, questi versi di Brunetto segnano il primo passo verso un indirizzo del tutto nuovo.[54]

Ma accanto a ciò, anzi ancora nella prima metà del secolo XIII, una delle molte forme ritmiche rigorosamente ripartite in strofe, che l'occidente allora inventò, va diventando per l'Italia la forma normale prevalente: il sonetto. La collocazione delle rime ed anche il numero dei versi oscillano ancora per un centinaio d'anni,[55] sino a che il Petrarca li fissa in modo stabile e definitivo. Questa è la forma, nella quale da principio si fonde ogni elevato pensiero lirico e contemplativo e, più tardi, ogni concetto possibile, per guisa che i madrigali, le sestine e perfin le canzoni, accanto ad essa, non tengono più che un posto al tutto secondario. Molti italiani si sono in epoche posteriori lagnati, ora scherzando ed ora sul serio, di questo inevitabile modello, di questo letto di Procuste, che obbliga a torturare nelle morse de' suoi quattordici versi i pensieri e gli affetti. Ma non mancarono e non mancano tuttavia anche quelli, che amano invece questa forma e ne usano migliaia di volte, per depositarvi vuote reminiscenze e oziose tiritere senza serietà e senza senso. Questo spiega perchè abbondino tanto i futili e cattivi sonetti e vi sia tanta penuria di buoni.

Ciò non ostante, noi siamo del parere che il sonetto sia stato un grande beneficio ed una vera fortuna per la poesia italiana. La chiarezza e la bellezza della sua forma, la necessità di elevare il concetto nella sua seconda metà, più intimamente legata insieme, la facilità stessa dell'apprenderlo a memoria, dovevano renderlo, e lo resero infatti, caro e pregiato anche ai grandi maestri. Nè certo essi lo avrebbero conservato ed usato in ogni secolo ed anche nel nostro, se avessero pensato diversamente. Chi oserà dire che ad essi mancasse la potenza di esprimersi altrettanto gagliardamente adottando un'altra forma qualunque? Ma appunto perchè essi del sonetto fecero una delle principali forme della lirica italiana, accadde che anche moltissimi altri, forniti di belle, se non somme, attitudini, e che in altri generi più distesi della lirica avrebbero fatto naufragio, impararono necessariamente un modo corretto e conciso di esprimere le loro idee. Il sonetto diventò un condensatore generale dei pensieri e degli affetti, quale non si ritrova nella poesia di verun altro popolo moderno.

Per tal modo ci si fa incontro ora il mondo sentimentale italiano in una moltitudine di immagini molto spiccate e concise e nella stessa loro brevità straordinariamente efficaci. Se anche altri popoli avessero posseduto una forma convenzionale di questa specie, forse noi sapremmo molte cose di più intorno alla loro vita intima; fors'anche avremmo in quadri nettamente delineati una serie di situazioni interne ed esterne e pitture vive e parlanti di passioni e di affetti, che indarno cerchiamo in una pretesa lirica dei secoli XIV e XV, che non ha quasi nulla da doversi riguardar come tale. Negli Italiani si nota un progresso incontestato ed evidente pressochè dalla nascita del sonetto in poi; infatti ancora nella seconda metà del secolo XIII i trovatori della transizione, come furono detti recentemente,[56] costituiscono il termine intermedio tra i trovatori propriamente detti e i poeti che risentono l'influenza antica: il sentimento semplice e vigoroso, l'energica dipintura delle situazioni, la precisione della frase e la serrata brevità della chiusa nei loro sonetti e in altre composizioni fanno già presentire imminente l'apparizione di Dante. Alcuni sonetti ispirati dall'amore di parte tanto guelfi, che ghibellini, (1260-1270) respirano una passione, che si rassomiglia molto alla sua; altri ricordano quanto v'ha di più dolce nella sua lirica.


Come egli stesso teoricamente la pensasse intorno al sonetto, noi no 'l sappiamo, perchè le ultime parti del suo libro «Del volgare eloquio», nelle quali appunto voleva trattare delle ballate e dei sonetti, o non furono mai scritte o andarono perdute. Ma praticamente qual tesoro di pensieri e d'affetti non ha egli a piene mani versato e nel sonetto e nella canzone! E qual cornice non ha egli saputo lavorarvi all'intorno! La prosa della «Vita nuova», nella quale egli rende conto delle cause che occasionarono ciascuna delle sue poesie, non è meno maravigliosa dei versi stessi e forma con questi un tutto armonico, nel quale regna il sentimento il più delicato e profondo. Aperto e sincero, egli mette in piena evidenza tutte le gradazioni, per le quali il suo spirito passò successivamente dall'ebbrezza al dolore, e fonde poi il tutto con potente energia nella più severa forma dell'arte. Leggendo attentamente questi sonetti e queste canzoni e in mezzo ad esse quei maravigliosi frammenti del giornale della sua vita, si direbbe quasi che per tutto il medio-evo gli altri poeti abbiano fatto uno studio speciale di non interrogar sè medesimi ed egli solo, pel primo, abbia osato affrontare il testimonio della propria coscienza. Di strofe artefatte si ha copia grandissima anche prima di lui; ma egli solo è il primo vero artista nel pieno senso della parola, perchè è il primo a fondere scientemente un grande concetto in una forma perfetta. Qui si ha veramente una lirica soggettiva improntata della più schietta verità e grandezza obbiettiva, e ciò con sì armonico accordo, che tutti i popoli e tutti i secoli ponno appropriarsi una tal maniera di sentire e di scrivere.[57] E se talvolta dal tema è condotto ad uscir fuori di sè medesimo, e non può manifestare la potenza del suo sentimento se non da un fatto estrinseco a lui, come nei grandiosi sonetti Tanto gentile ecc. e Vede perfettamente ecc., egli sente tosto il bisogno di giustificarsene.[58] In sostanza a questo genere appartiene anche il più bello di questi componimenti, il sonetto Deh peregrini che pensosi andate ecc.

Anche se non avesse scritto la Divina Commedia, basterebbe questa storia intima della sua vita giovanile per far di Dante l'ultimo uomo del medio-evo e il primo del tempo moderno. È la vita dello spirito, che tutto ad un tratto acquista la coscienza di sè medesimo e si manifesta quale si sente.

Dopo ciò sarebbe impresa disperata e soverchia il voler dire quante di simili manifestazioni s'incontrino nella Divina Commedia, e noi dovremmo seguire canto per canto l'intero poema, se volessimo metterne in evidenza i pregi in questo riguardo. Ma fortunatamente non siamo in questa necessità, dappoichè la Commedia già da lungo tempo è divenuta il libro prediletto di tutti i popoli occidentali. Il suo organismo e il concetto fondamentale appartengono ancora al medio-evo e non si legano colle nostre idee se non per un nesso di continuità storica; ma il poema è essenzialmente la fonte primitiva d'ogni moderna poesia tanto per la sua ricchezza, come per l'alta sua potenza plastica nella rappresentazione dell'elemento spirituale in tutte le sue gradazioni e trasformazioni.[59]

Da questo tempo in avanti potrà benissimo accadere che questa poesia abbia i suoi momenti di oscillazione e accenni anche per qualche mezzo secolo ad un apparente regresso: — ciò non ostante però il suo principio vitale è salvo per sempre, e dovunque in Italia nei secoli XIV e XV e nei primi anni del XVI uno spirito veramente originale e profondo vi si accosta, egli rappresenta da sè solo una potenza di gran lunga superiore a quella di qualunque poeta non italiano, presupposta l'eguaglianza delle attitudini, che del resto non è così facile a stabilire.

Come nella storia italiana si vede ordinariamente la cultura (di cui la poesia è un elemento) precedere l'arte figurativa e contribuire essenzialmente a darle il primo impulso, così vediamo ora anche qui ripetersi il fatto identico. Ci volle più d'un secolo prima che il movimento intellettuale, la vita dell'anima trovasse nella pittura e nella scultura un'espressione, che in qualche modo fosse analoga a quella di Dante. Se ed in quanto ciò si verifichi nella vita artistica degli altri popoli[60] e quale importanza possa avere in sè una tale questione, non è questo il luogo, in cui ciò debba discutersi. Ma il fatto ha un peso decisivo nella storia della cultura italiana.


Quale in questo riguardo sia il posto da assegnarsi al Petrarca, potranno dirlo da sè i lettori, trattandosi di un poeta tanto universalmente conosciuto. Ma non bisogna accostarsi a lui con gl'intendimenti di un giudice inquisitore e andar rintracciando minutamente le contraddizioni tra l'uomo e il poeta, e gli amori secondari oggimai comprovati ed altri suoi lati deboli, poichè in tal caso non si durerà gran fatica a trovar noiosa la lettura de' suoi sonetti, e si perderà di vista il poeta per la smania d'imparar a conoscere l'uomo, come suol dirsi, nella sua «totalità».[61] E questo pur troppo è quanto a suo riguardo è accaduto. Invece di ringraziare il cielo che non s'abbia bisogno di investigare come e attraverso quali lotte un poeta sia giunto a mettere in salvo la parte più preziosa della travagliata sua vita, da poche e sparse «reliquie» di questo genere s'è cercato di cucire insieme anche pel Petrarca una biografia, che potrebbe dirsi piuttosto un atto d'accusa. L'ombra sua però se ne consoli: se la stampa e i commenti degli epistolari degli uomini illustri continuano ancora per altri cinquant'anni, come hanno cominciato in Germania ed in Inghilterra, il banco degli accusati, sul quale egli è stato posto a sedere, diverrà addirittura il seggio, su cui saranno chiamati l'un dopo l'altro a rispondere tutti gli uomini grandi.

Senza disconoscere il molto di artificiale e di ricercato, in cui il Petrarca imita sè stesso e continua a poetare alla sua maniera, noi ammiriamo in lui una copia straordinaria di concetti e di immagini, che s'aggirano tutte nel campo della spiritualità, descrizioni di momenti di ebbrezza o di abbandono, che debbono riguardarsi come al tutto propri di lui solo, perchè in nessuno prima di lui ci accade di incontrarli, e che costituiscono appunto il suo merito principale dinanzi alla sua nazione e al mondo intero. Non sempre l'espressione è ugualmente schietta; e non è raro il caso che alle più delicate idealità si frammischi qua e là qualche cosa che per noi ha dello strano, qualche allegoria che somiglia ad un giuoco di parole, qualche argomentazione che dà nel sofistico: ad ogni modo però la parte sana prevale di gran lunga su tutti questi difetti.


Anche il Boccaccio co' suoi sonetti così poco pregiati raggiunge talvolta una forza non comune di espressione nella pittura, che fa de' suoi sentimenti.[62] Il ritorno ad un luogo reso sacro da memorie amorose (son. 22), la melanconia primaverile (son. 33), la tristezza del poeta che si sente invecchiare (son. 65), sono argomenti da lui trattati con somma maestria. Oltre a ciò, nell'«Ameto» egli ha descritto la forza purificante e rigeneratrice di amore, come nessuno avrebbe creduto doversi aspettare dall'autore del Decamerone.[63] E finalmente la sua «Fiammetta» è una grande e circostanziata analisi psicologica fatta con un profondo spirito di osservazione, quantunque non sempre condotta colla desiderata equabilità di stile e d'immagini ed evidentemente padroneggiata qua e là dalla smania di sfoggiare in frasi lussureggianti, nonchè pregiudicata anche dall'innesto, inopportuno affatto, di allusioni mitologiche e di citazioni erudite. Se non andiamo errati, la Fiammetta costituisce, sotto un certo aspetto, un riscontro alla «Vita nuova di Dante», o almeno ebbe l'impulso da questa.

Che gli antichi poeti, specialmente gli elegiaci e il libro quarto dell'Eneide, non sieno rimasti senza una grande influenza su questi e sugli Italiani venuti più tardi,[64] è cosa che già s'intende da sè; ma ciò non impedisce minimamente che la sorgente del sentimento sgorghi spontanea e potente dal loro intimo. Chi sotto questo aspetto li paragona coi loro contemporanei non italiani, troverà generalmente in essi la primissima e completa manifestazione dei sentimenti dell'Europa moderna. Infatti non si tratta tanto di sapere, se altri uomini eccellenti d'altre nazioni abbiano sentito con pari squisitezza e profondità, ma chi sia stato il primo a rivelare colla parola una più ricca e profonda cognizione dei sentimenti interni.


Ma perchè gl'Italiani del Rinascimento non hanno fatto se non cose del tutto mediocri nel campo della tragedia? Niun genere infatti sarebbe stato più acconcio a dar risalto in mille guise diverse ai caratteri, ai pensieri ed alle passioni degli uomini nel loro nascere, crescere e svilupparsi. Perchè dunque, per dirla in altre parole, non ebbe anche l'Italia il suo Shakspeare? Nè formuliamo a caso in tal modo la domanda. Sta di fatto che con tutti i rimanenti teatri del nord gl'Italiani dei secoli XVI e XVII non ebbero nessun motivo di temere il confronto, e, quanto al teatro spagnuolo, se non poterono farvi concorrenza, ciò accadde e perchè il fanatismo religioso s'era spento in essi già da gran tempo, e perchè del punto astratto d'onore non si curavano che in apparenza, e perchè da ultimo erano troppo prudenti da un lato e troppo orgogliosi dall'altro per piegarsi a idolatrare e glorificare il principato, che per lo più era tirannico ed illegittimo presso di loro.[65] La questione si restringe adunque unicamente al confronto col teatro inglese, ed anche rispetto a questo soltanto pel breve periodo del suo massimo splendore.

Innanzi tutto sarebbe facile il rispondere che tutto il resto d'Europa non fu in grado di produrre che un solo Shakspeare, e che genii simili non sono in generale se non rari doni del cielo. Ma, oltre a ciò, si potrebbe anche soggiungere, che non è per nulla provato che anche il teatro italiano non fosse in sulla via di prendere uno slancio potente, quando invece scoppiò la Contro-riforma e soffocò, d'accordo col dominio spagnuolo (diretto su Napoli e su Milano, e indiretto sul resto d'Italia), i più fecondi prodotti dell'ingegno italiano, o li lasciò miseramente isterilire. Si supponga, per esempio, anche solo per un momento, lo stesso Shakspeare sotto un vicerè spagnuolo o in vicinanza del Santo Uffizio a Roma, od anche nel suo stesso paese soltanto un pajo di decennj più tardi, all'epoca della Rivoluzione inglese, e ci si dica poscia in qual modo egli avrebbe potuto lasciar libero il volo al suo genio. Il dramma perfetto, tardo figlio di ogni cultura, ha bisogno, per svolgersi, di tempi e condizioni affatto speciali.

Del resto, giacchè l'occasione ci si offre, ci sia lecito di ricordar qui alcune circostanze, che parevano fatte appositamente per difficultare o ritardare in allora un più perfetto sviluppo del dramma in Italia, e che non cessarono se non quando era già troppo tardi per poter rivaleggiare colle altre nazioni.

Senza alcun dubbio la principale di queste circostanze fu il fatto, che l'attenzione degli spettatori fu ancora assai per tempo assorbita di preferenza dalla parte decorativa della rappresentazione, per opera specialmente dei Misteri e delle ceremonie religiose. In tutto l'Occidente le rappresentazioni della storia sacra e delle leggende sacre drammatizzate sono state la fonte diretta e il principio del dramma e del teatro; ma l'Italia, come sarà dimostrato altrove, aveva messo nei Misteri un tale sfoggio di pompa artistica decorativa, che necessariamente l'elemento drammatico doveva restarne in buona parte sopraffatto. Da tali innumerevoli e pompose rappresentazioni non si svolse neppure più tardi un genere poetico speciale, quali gli autos sagramentales di Calderon e di altri poeti spagnuoli, e molto meno poi un vantaggio e un punto d'appoggio pel dramma profano.


Tuttavia quando quest'ultimo sorse e fiorì, prese subito parte, secondo le sue forze, alla magnificenza della decorazione, alla quale per l'appunto si era già troppo avvezzi sin dal tempo dei Misteri. Non senza stupore si legge quanto fosse ricca e svariata la decorazione della scena in Italia in un tempo, nel quale nei paesi settentrionali si andava contenti ad una semplice e grossolana indicazione dei luoghi. Ma anche questo forse non sarebbe bastato a far preponderar la bilancia, se la rappresentazione stessa, parte colla magnificenza dei costumi, parte e principalmente per mezzo di svariati Intermezzi, non avesse sviato l'attenzione dal contenuto poetico della composizione.

Che in molti luoghi, ma più specialmente poi a Roma e a Ferrara, si sieno rappresentate delle commedie di Plauto e di Terenzio, ed anche talora delle tragedie antiche (v. vol. I, pag. 320 e 342), ora in lingua latina ed ora in italiano; che le accademie sorte a quel tempo (v. ibid. pag. 375) si sieno fatte di tali rappresentazioni un'occupazione principalissima, e che i poeti del Rinascimento anche nei loro drammi si sieno dati, più di quanto conveniva, alla imitazione di quei modelli, fu certamente un fatto, quanto vero, altrettanto pregiudicievole al dramma italiano pei decennj, in cui ciò avvenne; ma tuttavia a queste circostanze non bisogna dare un'importanza maggiore di quella, che realmente hanno. Se non fosse sopraggiunta la Contro-riforma e con essa il dominio straniero, quello stesso svantaggio avrebbe potuto convertirsi perfino in un passo di più fatto sulla via della rigenerazione, e non sarebbe stato senza una certa utilità. Già poco dopo il 1520 la vittoria della lingua volgare nella tragedia e nella commedia era stata omai, a gran dispetto degli umanisti, vinta definitivamente.[66] Da questo lato adunque niun ostacolo avrebbe impedito alla più colta nazione d'Europa di sollevare il dramma nel più alto senso della parola ad una spirituale rappresentazione della vita umana. Furono gli Inquisitori e gli Spagnuoli, che terrorizzarono gl'Italiani e che resero impossibile la riproduzione dei più veraci e sublimi contrasti, specialmente se allusivi alla vita dell'intera nazione. — Ma, accanto a ciò, noi dobbiamo prendere in più vicina considerazione anche gli allegri Intermezzi, come veramente nocivi allo sviluppo del dramma.

Allorchè furono festeggiate le nozze del principe Alfonso di Ferrara con Lucrezia Borgia, il duca Ercole mostrò in persona a' suoi illustri ospiti centodieci costumi, che doveano servire per la rappresentazione delle commedie di Plauto, affinchè ognuno vedesse, che nessuno di essi dovea servire due volte.[67] Ma che cosa era mai questo lusso di vestiti di seta e di cambellotto in paragone col corredo dei balli e delle pantomime, che si rappresentavano quali «Intermezzi» delle commedie plautine? Che Plauto, di fronte a questi, riuscisse nojoso ad una giovine principessa quale era Isabella Gonzaga, e che ognuno, durante il dramma, ardentemente li aspettasse, non si durerà fatica a comprenderlo, quando si pensi alla varietà ed al lusso, con cui venivano rappresentati. Vi si vedevano lotte di antichi guerrieri romani, che a suon di musica imbrandivano e palleggiavano le loro armi secondo le più severe leggi dell'arte, danze di Mori portanti fiaccole accese, o di selvaggi che agitavano i cornucopia, dai quali usciva un'onda di fuoco, e ciò costituiva la parte ballabile di una pantomima, che rappresentava il salvamento di una fanciulla dalle fauci di un dragone. Poi venivano dei pazzi, che ballavano in veste da Pulcinella e si battevano l'un l'altro con vesciche di majale e simili. Alla corte di Ferrara non si dava mai una commedia senza il «suo» ballo (la moresca).[68] In qual modo sia stata quivi eseguita (nel 1491) la rappresentazione dell'«Anfitrione» di Plauto (in occasione del primo matrimonio di Alfonso con Anna Sforza), se cioè qual pantomima con musica od invece qual vero dramma, non si sa con certezza.[69] In ogni caso però è fuor di dubbio, che gli elementi estranei introdottivi superavano la composizione stessa: vi si vide infatti un ballo di giovinetti rivestiti d'edera e disposti in gruppi artificiali, che cantavano in coro, poi Apollo, che, toccando la lira col plettro, accompagnava una canzone in lode di casa d'Este, indi, quasi intermezzo nell'intermezzo, una scena o farsa campestre, dopo la quale tornava in campo la mitologia con Venere, Bacco e il loro seguito e con una pantomima rappresentante il giudizio di Paride sull'Ida. Allora appena subentrava la seconda metà della commedia, nella quale erano frequenti le allusioni alla futura nascita di Ercole di casa d'Este. Quando questa stessa commedia fu per la prima volta rappresentata nel cortile del palazzo ducale (1487), continuava a splendere, durante la rappresentazione, «un paradiso con stelle ed altre ruote», vale a dire probabilmente una illuminazione con fuochi d'artificio, che senza dubbio avrà assorbito, a danno della commedia, l'attenzione del pubblico. È chiaro quindi da sè che assai meglio sarebbe stato se simili scene, innestate a forza nella composizione, fossero state rappresentate a parte, come forse usavano di fare altre corti. Delle sfarzose rappresentazioni promosse dal cardinale Pietro Riardo, dai Bentivogli di Bologna e da altri avremo occasione di discorrere, parlando delle feste in genere.

Questo lusso eccessivo nelle cose accessorie, venuto in uso universalmente, nocque in modo speciale allo sviluppo della tragedia originale italiana. «In passato, scriveva Francesco Sansovino[70] intorno all'anno 1570, si rappresentavano, oltre alle commedie, anche alcune tragedie di antichi e moderni autori con molta pompa. Attratti dalla fama degli apparati, gli spettatori vi affluivano da paesi vicini e lontani. Ma oggidì le feste che vengono allestite dai privati, hanno luogo appena fra quattro pareti, e da qualche tempo è invalso da sè l'uso, che la stagione del carnevale si passi in commedie ed altri allegri e preziosi passatempi». Ciò equivale al dire che la pompa ha aiutato ad uccidere la tragedia.

I primi saggi e tentativi di questi tragici moderni, tra i quali ebbe maggior celebrità il Trissino colla sua Sofonisba, (1515), appartengono alla storia della letteratura. Ed altrettanto può dirsi della commedia più colta, di quella imitata da Plauto e da Terenzio; nella quale lo stesso Ariosto non riuscì a far nulla di veramente singolare. Per contrario la commedia popolare in prosa, quale la trattarono il Machiavelli, il Bibiena e l'Aretino, avrebbe in realtà potuto avere un avvenire, se il suo stesso contenuto non l'avesse condannata sin dalle prime a perire. Infatti questo era il più delle volte o estremamente immorale o rivolto a mordere singole classi di persone, le quali dal 1540 in avanti non parevano più disposte a lasciarsi offendere così pubblicamente. Se la pittura dei caratteri nella Sofonisba era stata sopraffatta dalla pomposa declamazione, qui invece era trattata con soverchia franchezza al pari della di lei sorella germana, la caricatura. In ogni caso però queste commedie italiane, se non andiamo errati, furono le prime ad essere scritte in prosa e imitate completamente dal vero; per questo non devono essere dimenticate nella storia della letteratura europea.

L'uso di scrivere tragedie e commedie, una volta introdotto, continuò a mantenersi, e non mancarono anche più tardi numerose rappresentazioni di opere drammatiche antiche e moderne; ma esse non servirono omai ad altro fine, che a quello di spiegare nelle feste un lusso maggiore o minore, secondo i mezzi di chi le promoveva, e il genio della nazione se ne venne di mano in mano scostando, come da un genere troppo vero e volgare. Perciò, non appena vennero in voga le favole pastorali e le «opere» non si durò fatica ad abbandonare del tutto quei tentativi.

Nazionale non fu e non rimase che una specie, la Commedia dell'Arte, che non si scriveva, ma s'improvvisava sopra una tessera che si teneva dinanzi. Essa non giovò gran fatto a rialzare la pittura dei caratteri, perchè aveva poche maschere e sempre fisse, delle quali tutti sapevano a memoria il carattere. Ma il genio della nazione inclinava talmente a questo genere, che anche in mezzo alla rappresentazione di commedie scritte gli attori si abbandonavano spesso ad una capricciosa improvvisazione,[71] in guisa che qua e la si venne introducendo un genere misto, una vera mostruosità. Di tal maniera parrebbero essere state le commedie rappresentate in Venezia dal Burchiello e poscia dalla compagnia di Armonio, Valerio Zuccato, Lodovico Dolce ed altri;[72] del Burchiello si sa già che, a caricare il lato comico della rappresentazione, mescolava nel dialetto veneziano vocaboli greci e slavi. Una perfetta commedia dell'arte, o poco meno, fu quella adottata in seguito da Angelo Beolco, detto il Ruzzante (1502-1542), le cui maschere stabili erano contadini padovani (Menato, Vezzo, Villora ed altri): egli soleva studiarne il dialetto, quando passava l'estate nella villa del suo mecenate Luigi Cornaro a Codevico.[73] A poco a poco poi prendono piede tutte le maschere locali, degli avanzi delle quali il popolo italiano si compiace ancora oggidì: Pantalone, il dottor Ballanzoni, Brighella, Pulcinella, Arlecchino e così via. Certamente per la massima parte esse sono assai vecchie, anzi non è impossibile che talune derivino dalle maschere delle antiche farse romane, ma il secolo XVI fu il primo a riunirne parecchie in una sola rappresentazione. Attualmente ciò non accade più così di leggeri, ma ogni grande città ha conservato almeno le sue maschere locali: Napoli il suo Pulcinella, Firenze il suo Stenterello, Milano il suo celebre Meneghino.[74]

Misero compenso invero per una grande nazione, che forse prima d'altra avrebbe avuto le più splendide attitudini a riprodurre nel dramma i momenti più importanti della sua vita. Ma ciò doveva esserle impedito per secoli da potenze nemiche, del predominio delle quali ella non ebbe colpa che in parte. Tuttavia il talento drammatico degli Italiani, riconosciuto universalmente, non potè mai essere distrutto completamente, e colla musica, quando non potè con altro, l'Italia mantenne il suo primato sull'intiera Europa. Chi in questi trionfi musicali crede di trovare un compenso sufficiente pel dramma che le fu negato, può compiacersene a suo talento.


Ciò che non fu fatto dal dramma, poteva per avventura attendersi dall'epopea? — Per l'appunto il rimprovero maggiore, che si suol fare all'epopea romanzesca italiana, sta in questo, che l'invenzione e la pittura dei caratteri non sono in proporzione con gli altri suoi pregi.

Infatti molti altri pregi non le possono essere contestati, e fra gli altri quello che da tre secoli e mezzo i poemi romanzeschi italiani continuano ad essere letti e ristampati, quando quasi tutta la poesia epica degli altri popoli non è divenuta oggimai che una semplice curiosità letteraria. Si dirà forse che ciò dipende esclusivamente dai lettori, i quali nelle regioni del mezzodì cercano e ammirano qualche cosa di diverso che non in quelle del settentrione? Ma in tal caso resterà sempre che i settentrionali debbano, almeno in parte, appropriarsi il modo di sentire degli Italiani per poter apprezzare il vero merito di queste poesie: e ciò è tanto vero, che in Germania vi sono uomini anche distintissimi, che confessano di non sapervisi al tutto acconciare. Non v'ha dubbio infatti che chi si facesse ad esaminare e giudicare il Pulci, il Bojardo, l'Ariosto e il Berni dal solo lato del nudo concetto, non giungerebbe ad intenderli mai perfettamente. Essi sono artisti di un genere affatto speciale, che scrissero e cantarono per un popolo eminentemente artistico.

I cicli leggendari del medio-evo erano sopravvissuti dopo il graduato e successivo spegnersi della poesia cavalleresca, parte sotto la forma di compilazioni e raccolte rimate, parte come romanzi profani. In Italia durante il secolo XIV s'era verificato l'ultimo di questi due fatti; ma le rimembranze risorte dell'antichità vi crebbero giganti d'accanto e gettarono nell'ombra tutte le creazioni fantastiche del medio-evo. Vero è che il Boccaccio nella sua «Amorosa Visione» nomina fra gli eroi da lui introdotti nel suo palazzo incantato anche un Tristano, un Arturo, un Galeotto ed altri, ma non lo fa che brevemente e quasi alla sfuggita, come se si vergognasse di ricordarli, e tutti gli scrittori posteriori di qualsiasi specie o non li nominano più, o solo per celia. Tuttavia il popolo ne conservò la memoria, e dalle sue mani essi passarono poscia di nuovo in quelle dei poeti del secolo XV. Questi poterono ora concepire e trattare quella stessa materia da un punto di vista del tutto nuovo; ma essi fecero ancor di più: vi innestarono nuovi elementi, anzi rifecero pressochè tutto da capo a fondo. Non si poteva infatti più pretendere da essi, che trattassero una materia così invecchiata con quel timido riguardo che s'era avuto per essa in altri tempi. L'intera Europa moderna può ben invidiar loro la fortuna di aver saputo riaccendere nei loro connazionali l'antico entusiasmo per un mondo fantastico già quasi spento, ma essi non avrebbero dovuto essere che ipocriti, se vi si fossero accostati con quella venerazione, colla quale soglionsi riguardare le leggende mistiche.[75]


In luogo di ciò essi spaziano liberamente nel campo nuovamente aperto alla poesia dell'arte. Il loro scopo principale pare essere stato quello di ottenere il più bell'effetto possibile in ogni canto per mezzo della recitazione; e nel fatto è anche vero, che questi poemi guadagnano moltissimo, quando vengano recitati a frammenti e con una leggera tinta d'ironia comica nella voce e nel gesto. Una pittura più profonda e completa dei caratteri non avrebbe contribuito gran fatto ad aumentare quell'effetto; e se il lettore potrebbe per avventura desiderarla, l'ascoltatore non ci pensa nemmeno, perchè non ode sempre che un brano. Riguardo ai personaggi prescritti, l'animo del poeta si trova in una condizione, che potrebbe dirsi doppia: da un lato la sua cultura umanistica protesta contro il carattere medievale dei medesimi, dall'altro però le loro lotte, quale riscontro ai tornei e all'arte della guerra allora in uso, richieggono una grande conoscenza della materia e un certo slancio poetico in chi scrive, ed una splendida attitudine in chi declama. Egli è appunto per la mancanza di tali qualità che il poema stesso del Pulci[76] non giunge ad essere una vera parodia della Cavalleria, benchè l'intonazione comica e franca de' suoi paladini ci tocchi assai spesso dappresso. Vero è che, accanto a ciò, egli pone un tipo ideale dello spirito battagliero nel bizzarro e pur buono Morgante, che sbaraglia interi eserciti con un battaglio di campana; anzi lo eleva qua e là notevolmente, contrapponendo ad esso l'assurdo, e pur notevolissimo, mostro Margutte. Ma il Pulci non dà nessuna importanza affatto speciale a questi due caratteri rozzamente e vigorosamente disegnati, e il suo racconto segue lo strano suo corso anche dopochè entrambi ne sono da lungo tempo scomparsi. Anche il Bojardo[77] conosce perfettamente i suoi personaggi e a suo talento li adopera sul serio e comicamente: anzi egli va ancora più innanzi e si prende giuoco perfin dei demonj, che talvolta deliberatamente condanna a sostener parti goffe e balorde. Ma il punto artistico, ch'egli tratta colla maggior serietà, al pari del Pulci, è pur sempre la descrizione vivacissima e, si direbbe quasi, tecnicamente fedele di tutti gli avvenimenti. — Il Pulci recitava il suo poema canto per canto, mano mano che li veniva componendo, dinanzi alla società che si raccoglieva intorno a Lorenzo il Magnifico, ed altrettanto faceva il Bojardo nella corte di Ercole a Ferrara: egli è quindi assai facile l'immaginare a quali pregi quivi più si badasse, e quanto poca lode vi avrebbero raccolto i caratteri interi e compiuti. Naturalmente anche i poemi stessi nati in tal modo non costituiscono nessun tutto organico, e potrebbero senza inconvenienti essere del doppio più lunghi o più brevi che non sono: il loro organismo non è quello di un gran quadro storico, ma semplicemente di un fregio o di un magnifico festone, attorno al quale stanno disposte mille svariate figure. A quel modo che nelle figure e negli altri rilievi di un fregio non si domandano, e neanche sono permesse, forme individuali perfette, profonde prospettive e varietà di piani, altrettanto se ne fa senza in questi poemi.

La svariata ricchezza delle invenzioni, per mezzo delle quali specialmente il Bojardo ci prepara sempre nuove sorprese, si burla di tutte le nostre definizioni scolastiche sull'essenza della poesia epica sin qui accettate. Per quel tempo essa era la più piacevole diversione dagli studi archeologici, anzi l'unico espediente possibile per chi in generale agognava di arrivar ad una forma di poesia narrativa nuova ed originale. Imperocchè il dare una veste poetica alla storia dell'antichità non conduceva ad altro, fuorchè a quel fallace pensiero, sul quale si mise il Petrarca col suo poema «l'Africa» in esametri latini, e nel quale entrò pure un secolo e mezzo più tardi il Trissino con la sua «Italia liberata dai Goti» in versi sciolti, poema enorme, irreprensibile, se si vuole, quanto alla lingua ed alla versificazione, ma in cui non si saprebbe dire se sia più maltrattata la storia o la poesia, per l'unione forzata alla quale entrambe furono costrette. E dove mai non trascinò Dante stesso coloro che lo imitarono? I «Trionfi» in forma di visione del Petrarca sono tutto quel di meglio che in questo genere potè ottenersi senza grave offesa al buon gusto; l'«Amorosa Visione» del Boccaccio, invece, non è altro che un'arida enumerazione di personaggi storici e favolosi disposti in tante allegoriche categorie. Altri incominciano, qualunque sia l'argomento che trattano, con una barocca imitazione del primo canto di Dante, e si provvedono anch'essi di un duce allegorico, che deve tenere il posto di Virgilio: l'Uberti pel suo poema geografico (il «Dittamondo») si trascelse Solino, Giovanni Santi pel suo panegirico a Federigo da Urbino volle avere a compagno Plutarco.[78] Ora da tutte queste false peregrinazioni distolse per l'appunto quell'epica poesia, che aveva a suoi rappresentanti il Pulci e il Bojardo. La curiosità e l'ammirazione con cui fu accolta, — e che forse, rispetto all'epica, non si rinnoverà più finchè duri il mondo, — mostrano splendidamente quanto essa rispondesse ad un bisogno del tempo. Sia che queste creazioni incarnino o non incarnino in sè il concetto ideale della vera poesia epica, quale nel nostro secolo s'è voluto stabilire, deducendolo da Omero e dai Nibelungi, certo è che esse rappresentano, in ogni caso, un'idealità esistente al loro tempo. Inoltre colle loro grandiose descrizioni di battaglie, che per noi sono la parte che più ci annoia, esse soddisfano, come s'è detto, ad una passione allor prevalente per la cosa in sè stessa, passione della quale difficilmente noi possiamo formarci una giusta idea,[79] nè più nè meno come dell'alta stima, in cui allora era tenuta la schietta vivacità della descrizione o del racconto in generale.


Per la stessa ragione non si potrebbe usare un criterio più fallace, quanto se, per giudicare l'Ariosto, si andasse in cerca di caratteri nel suo «Furioso».[80] Certo che anche essi non mancano qua e colà ed anzi vengono trattati con molta cura, ma il poema non s'appoggia mai essenzialmente su essi, e se avessero un maggiore risalto, ci perderebbe, anzichè guadagnarvi. Ma una simile esigenza si collega con un desiderio assai più largo, al quale l'Ariosto non soddisfa nel senso del nostro tempo: da un poeta di tanta potenza e celebrità si avrebbe bramato in generale qualche cosa di più che le avventure di Orlando. Si avrebbe voluto ch'egli avesse rappresentato in un grande lavoro i più grandi conflitti del cuore umano, che avesse riprodotto le idee più sublimi del suo tempo su ogni cosa umana e divina, in una parola si avrebbe voluto da lui una di quelle grandi sintesi mondiali, che s'incontrano nella Divina Commedia e nel Fausto. Invece, egli procede al modo degli artisti d'allora e raggiunge l'immortalità astraendo dall'originalità nel senso moderno, lavorando ulteriormente sopra una tela di figure universalmente note e servendosi perfino degli elementi esistenti, quante volte gli tornano acconci. Qual grado di perfezione si possa raggiungere anche procedendo in tal guisa, non è cosa che possa tanto facilmente intendersi da gente sfornita del senso dell'arte, e molto meno lo intenderà chi in ogni altra cosa si troverà più istrutto e capace. L'ideale artistico dell'Ariosto è «l'avvenimento», fatto splendidamente rivivere e sparso equabilmente per tutto il grande poema. Per riuscire in tale intento egli ha bisogno non solo di essere dispensato dal dare un'impronta più spiccata ai caratteri, ma anche dal mantenere un più stretto legame fra le leggende che narra. Bisogna che egli possa riannodare fila spezzate e dimenticate, a suo talento: le sue figure devono essere tali da poter con uguale facilità apparire e sparire, non perchè lo richiegga l'indole loro speciale, bensì perchè lo vuole il poema stesso. Ma anche in un modo di comporre tanto slegato e irrazionale in apparenza egli trova e sa riprodurre un tipo di bellezza perfetta. Egli non descrive per descrivere, ma dipinge le scene e i personaggi sino a quel punto, nel quale possano fondersi armonicamente col procedere degli avvenimenti; e meno ancora poi si perde in dialoghi e monologhi,[81] mantenendo invece sempre e costantemente il privilegio sovrano della vera epopea, quello di trasformar tutto in un passato vivo e reale. Il lato appassionato e sentimentale non emerge in lui mai dalle parole,[82] nemmeno nel celebre canto vigesimo terzo e nei seguenti, dove è descritta la pazzia di Orlando. Che gli episodi amorosi non abbiano mai in questa epopea un carattere lirico, è un merito di più del poeta, quantunque non sempre sieno irreprensibili dal lato morale. Ma, quasi a compenso di ciò, essi hanno talvolta in sè tanta verità e realtà, in onta anche a tutte le fantasticherie magiche e cavalleresche, che li circondano, che si crederebbe quasi scorgervi per entro casi ed avventure personali occorse al poeta stesso. Conscio del proprio valore, egli ha poi innestate senza esitare nel poema molte allusioni relative al suo tempo e proclamatavi la gloria di casa d'Este col mezzo di evocazioni e di profezie. L'onda meravigliosa delle sue ottave porta con sè questo enorme ammasso di cose con moto sempre eguale e maestoso.


Con Teofilo Folengo o, come egli stesso si chiama, Limerno Pitocco la parodia della Cavalleria entra in possesso di quei diritti, ai quali da tanto tempo agognava,[83] ma al tempo stesso coll'elemento comico e il suo realismo mostrasi necessariamente il bisogno di dare un'impronta più spiccata ai caratteri. In mezzo alle baruffe e alle sassate dell'infima plebe di una piccola città delle Romagne (Sutri) cresce il piccolo Orlando, predestinato evidentemente a divenire un coraggioso eroe, nemico di ogni ipocrisia ed impostura, e alquanto millantatore. Il mondo fantastico convenzionale, quale s'era svolto dal Pulci in avanti e avea servito di cornice all'epopea, qui se ne va veramente in frantumi: l'origine e la personalità dei paladini vengono messe in aperta derisione, per esempio nel secondo canto, in occasione di un torneo d'asini, nel quale i cavalieri si fanno comparire nelle più goffe divise ed armature. Il poeta mostra talvolta una comica compassione per l'inesplicabile slealtà, che è tradizionale nella casa di Gano da Magonza, per la faticosa conquista della spada Durindana e simili, anzi la tradizione non gli serve in generale che come un campo opportuno per invenzioni ridicole, episodi, allusioni mordaci (talune assai belle, come quella sulla fine del capo sesto), e oscenità. Accanto a tutto questo non manca qualche sarcasmo contro l'Ariosto, e sotto questo punto di vista fu una vera fortuna per l'Orlando Furioso, che l'Orlandino sia caduto assai presto nelle mani dell'Inquisizione e sia stato condannato ad una comandata dimenticanza per le eresie luterane che conteneva. La parodia, per esempio, è evidente quando (cap. VI, str. 28) la casa Gonzaga è fatta derivare dal paladino Guidone, dal momento che da Orlando doveano derivare i Colonnesi, da Rinaldo gli Orsini e da Ruggero — secondo l'Ariosto — gli Estensi. Può darsi che il mecenate stesso del poeta, Ferrante Gonzaga, non sia rimasto del tutto estraneo a questi attacchi contro la casa d'Este.


Per ultimo il fatto stesso che nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso la pittura dei caratteri è una delle particolarità meglio curate dal poeta, dimostra da sè quanto diverse fossero le idee che egli aveva intorno al poema epico, da quelle che prevalevano un mezzo secolo prima. Il suo maraviglioso poema è essenzialmente un monumento della Contro-riforma e del nuovo indirizzo, sul quale in questo frattempo era stata avviata la società.

CAPITOLO VI. Le Biografie.

Progresso degli Italiani di fronte al medio-evo. — Biografi toscani. — Biografi d'altre regioni d'Italia. — L'autobiografia: Enea Silvio. — Benvenuto Cellini. — Girolamo Cardano. — Luigi Cornaro.

Ma anche fuori del campo della poesia gli Italiani hanno avuto, primi fra tutti gli Europei, una decisa propensione e attitudine a descrivere esattamente l'uomo storico ne' suoi tratti e nelle sue qualità intime ed esteriori.

Vero è che anche il medio-evo assai per tempo fece dei tentativi notevoli di questo genere, e la leggenda, come compito permanente della biografia, dovette, almeno fino ad un certo grado, tener viva la tendenza e l'attitudine alla pittura individuale. Negli annali dei conventi e dei capitoli delle cattedrali s'incontrano ritratti abbastanza vivi e spiccati di qualche gran dignitario ecclesiastico, come per esempio, di Meinwerk di Paderborn, di Gottardo di Hildesheim ecc., e di parecchi degl'imperatori tedeschi esistono descrizioni composte su modelli antichi, probabilmente di Svetonio, che hanno tratti pregevolissimi: anzi queste e somiglianti Vitae profane costituiscono a poco a poco uno stabile riscontro alle leggende dei santi. Ma sarebbe un errore assai grossolano se si volessero contrapporre le biografie scritte da Eginardo o da Radevico[84] a quella che di S. Luigi ci dà il Joinville, e che sola, per vero, merita di essere contrassegnata come la prima pittura caratteristica di un uomo europeo alla moderna, completamente riuscita. Caratteri come quello di S. Luigi sono in generale assai rari, e a ciò s'aggiunge anche la non comune fortuna, che un narratore veramente schietto e sincero sa in tutti i singoli tratti e avvenimenti di quella vita far emergere in modo vivo e parlante le intenzioni che li guidarono. Da che povere fonti invece siamo costretti ad indovinare il carattere di Federico II o di Filippo il Bello! Molte altre narrazioni, che poi sino all'uscire del medioevo si dànno per biografie, non sono propriamente che storia contemporanea e senza importanza alcuna per la caratteristica individuale dei personaggi, di cui si scrive.

Ora negli Italiani questo studio dei tratti caratteristici degli uomini più importanti è una tendenza prevalente, e quest'è appunto ciò che li contraddistingue dagli altri popoli occidentali, nei quali nulla di simile si riscontra, o solo casualmente e in circostanze affatto straordinarie. Questo senso assai sviluppato per l'individualità non può averlo in generale se non chi esce da una razza, che ne sia naturalmente dotata e che abbia portato lo sviluppo dell'individuo all'ultima perfezione.

In stretta relazione colla passione universalmente prevalente per la gloria (v. vol. I, pag. 193 e segg.) sorge una scienza biografica compilatrice e comparata, che non ha più bisogno di attenersi all'ordine dinastico o alla serie dei grandi dignitari ecclesiastici, come fanno Anastasio, Agnello e i loro successori od anche i biografi dei dogi di Venezia. Essa fa anche di più, e si prova a descriver l'uomo, ogni qualvolta egli ne appaia degno. Quali modelli per questo scopo, oltre Svetonio, servono anche Cornelio Nepote e Plutarco (viri illustres), là dove quest'ultimo era conosciuto: per le notizie di storia letteraria sembrano aver servito principalmente le biografie dei grammatici, retori e poeti, che si conoscono sotto il nome di Appendici allo Svetonio,[85] nonchè la vita di Virgilio del Donato, assai letta in allora.


In qual modo nel secolo XIV sieno sorte le collezioni biografiche e le vite di uomini e di donne celebri, fu già altrove indicato (v. vol. I, pag. 199 e segg.). Esse tutte, quando non parlano di contemporanei, seguono naturalmente le narrazioni precedenti; il primo importante lavoro non imitato in questo riguardo è la «Vita di Dante», scritta dal Boccaccio. Sebbene si risenta di una certa precipitazione e dia spesso nell'enfasi, essa ci porge tuttavia una viva idea di ciò che v'era di straordinario nella tempra dell'Alighieri. Poi, sulla fine del secolo XIV, seguono le «Vite di illustri fiorentini» di Filippo Villani. Vi figurano uomini d'ogni classe: poeti, giuristi, medici, filologi, artisti, uomini politici, guerrieri, taluni di essi ancor vivi. Firenze in queste Vite è trattata come una famiglia di uomini d'ingegno, dove si notano particolarmente quei rampolli, nei quali lo spirito della casa si manifesta in modo più segnalato. La pittura dei caratteri è sempre breve, ma fatta con vero talento descrittivo e con una perfetta intelligenza di ciò che li contraddistingue, e abbraccia molto abilmente sotto un solo punto di vista le qualità interne ed esterne di ciascun individuo. D'allora in poi[86] i Toscani non hanno più cessato di considerare la pittura degli uomini come un affare di loro spettanza esclusiva, e ad essi dobbiamo le caratteristiche più importanti degli Italiani dei secoli XV e XVI in generale. Giovanni Cavalcanti (nelle appendici alla sua «Storia fiorentina» anteriormente all'anno 1450) raccoglie esempi di virtù civile e di abnegazione, di sapienza politica e di valor militare, desumendoli tutti dal popolo fiorentino. Papa Pio II ne' suoi «Commentari» dà pregevoli ritratti di illustri suoi contemporanei; anche recentemente è stato ristampato uno scritto suo giovanile,[87] che contiene, si può dire, i lavori preparatorii per quei ritratti, ma con carattere e colorito affatto originali. A Jacopo da Volterra andiam debitori di notizie molto piccanti su taluni uomini della Curia[88] del tempo posteriore a Pio. Di Vespasiano fiorentino s'è già parlato più volte, e nel complesso come fonte storica esso va collocato sempre fra i più importanti, che possediamo, ma, quanto alla perizia nello scolpire i caratteri, non può certamente reggere al paragone con un Macchiavelli, un Niccolò Valori, un Guicciardini, un Varchi, un Francesco Vettori ed altri, dai quali la storiografia di tutta Europa ebbe forse, non meno che dagli antichi, norma e indirizzo. Non bisogna infatti dimenticare, che le opere di parecchi di questi scrittori, tradotte in latino, furono assai per tempo diffuse nelle provincie settentrionali. E sta altresì di fatto che senza Giorgio Vasari d'Arezzo e l'opera sua importantissima, noi mancheremmo forse ancora d'una storia dell'arte del settentrione e in generale dell'Europa moderna.


Fra i biografi dell'Italia superiore nel secolo XV il primo posto sembra doversi concedere a Bartolommeo Fazio, oriundo della Spezia (v. vol. I, pag. 203 nota). Il Platina, nativo del cremonese, nella sua «Vita di Paolo II» (v. ibid. pag. 304) rappresenta, più che altro, la caricatura della biografia. Ma una attenzione tutt'affatto speciale è dovuta a Piercandido Decembrio per la vita che ci ha lasciato dell'ultimo dei Visconti,[89] dove imita a larghi tratti Svetonio. Sismondi deplora che si sia impiegato tanto tempo e tanta fatica intorno a un tale soggetto; ma forse l'autore non avrebbe bastato ad un argomento di maggiore importanza, mentre è riescito perfettamente nel ritrarci con maravigliosa esattezza un carattere così doppio, come fu quello di Filippo Maria, e nel darci al tempo stesso un quadro delle circostanze, che prepararono accompagnarono e seguirono una tirannide di un'indole tanto speciale. L'immagine del secolo XV sarebbe incompleta senza questa biografia unica nel suo genere, e così accentuata da non lasciare inavvertita ogni benchè minima particolarità. — Più tardi Milano ha nello storico Corio un pittore di caratteri degno di speciale menzione; e a questo tien dietro il comasco Paolo Giovio, cui procacciarono fama universale dapprima le estese sue biografie, poi i compendiosi suoi elogi, che divennero un modello pei biografi posteriori d'ogni paese. Sono frequentissimi i passi, nei quali si può accusare il Giovio di superficialità ed anche, se si vuole, (ma non però con ugual frequenza) di malafede, come è certo altresì, che in lui non bisogna cercare nessuno di quegli elevati intenti morali, di cui egli stesso si confessava sfornito. Ma, in onta a tutto questo, non può negarsi che lo spirito del secolo traspare da tutte le sue pagine, e il suo Leone X, il suo Alfonso, il suo Pompeo Colonna ci stanno dinanzi vivi e parlanti, quali egli ce li descrive, quand'anche non ci faccia penetrare nei misteri più reconditi del loro spirito.

Fra i napoletani va certamente innanzi a tutti, per quanto ci è dato di giudicare, Tristano Caracciolo, (v. vol. I, pag. 50), quantunque il suo scopo non sia propriamente quello di scrivere biografie. In modo abbastanza strano vedesi nei personaggi ch'egli ci mette dinanzi, intrecciarsi l'arbitrio umano e il destino, tanto che lo si potrebbe dire un tragico a sua insaputa. La vera tragedia, che allora non trovò sulla scena posto veruno, penetrò ardita nei palazzi o si mostrò sulle pubbliche vie e sulle piazze. — I «Detti e fatti di Alfonso il Magnanimo» di Antonio Panormita, scritti vivente il re, sono notevoli come una delle primissime congeneri raccolte di aneddoti, schizzi e sentenze.

Con molta lentezza soltanto il resto d'Europa seguì l'Italia nella pittura morale dei caratteri,[90] quantunque i grandi moti politici e religiosi avessero spezzato omai tanti vincoli e ridestato alla vita dello spirito tante migliaia d'uomini. Ma le migliori informazioni sui personaggi più importanti d'Europa in quel tempo ci son sempre date dagli Italiani, tanto letterati che diplomatici. Tutti sanno a questo riguardo qual grado di autorità e d'importanza è stato al tempo nostro, e con ragione, attribuito alle «Relazioni degli ambasciadori veneziani» dei secoli XVI e XVII.


Anche l'autobiografia prende presso gl'Italiani qua e là un'impronta affatto propria di profondità e d'ampiezza, e, accanto alla vita esteriore la più svariata, ci dipinge con molta verità la vita intima, mentre presso altre nazioni, compresa anche la tedesca del tempo della Riforma, si restringe alle sole vicende esterne più notevoli e lascia indovinare il carattere soltanto dal modo della narrazione. Si direbbe che la «Vita nuova» di Dante, con quella tinta di schietta ingenuità, che l'anima da capo a fondo, abbia additato alla nazione la via da tenere.

Il primo avviamento viene dalle «Memorie famigliari» molto in uso nei secoli XIV e XV, delle quali deve esistere un numero considerevole fra i manoscritti delle biblioteche fiorentine. Contengono biografie semplici e schiette, scritte ad esclusivo ammaestramento dei posteri, come ad esempio quella di Buonaccorso Pitti.

Nè una critica un po' più profonda di sè medesimo è da cercarsi nemmeno nei Commentari di Pio II: anzi, se si giudica dalle apparenze, ciò che qui si apprende intorno a lui, come uomo, si restringe esclusivamente al modo, col quale egli ha saputo aprirsi la via a salire tanto alto. Tuttavia, approfondendo un po' meglio l'esame, si porterà anche un giudizio diverso su questo libro veramente notevole. Vi sono degli uomini portati naturalmente ad essere uno specchio vivo e fedele di quanto li circonda; da costoro si ha torto di esigere che ci narrino al tutto le loro opinioni, le loro lotte intime, o che ci presentino un quadro serio e profondo di tutte le circostanze della loro vita. Uno di questi è appunto Enea Silvio, che crebbe esclusivamente in mezzo agli affari, senza curarsi gran fatto delle contraddizioni morali, alle quali lo obbligò talvolta la sua carriera: da questo lato gli era una sufficiente garanzia, quante volte gli era necessaria, la costante ortodossia delle sue opinioni. Per tal modo, dopo aver preso parte a tutte le questioni morali che agitarono il suo secolo, e dopo averne suscitato più d'una egli stesso, conservò tuttavia ancor sulla fine di una vita cotanto tempestosa ed attiva tanto di vigor giovanile e di entusiasmo, da predicar la crociata contro i Turchi, e da morir di dolore quando la vide andar fallita.


Non al tutto dissimile, sotto questo punto di vista, è l'autobiografia di Benvenuto Cellini. Anch'essa non contiene alcuna di quelle osservazioni, che rivelano l'interno dell'anima, e tuttavia noi vi troviamo dipinto tutto l'uomo, in parte anche contro sua voglia, con tal verità e pienezza, che incanta e rapisce. È singolare infatti che Benvenuto, i cui maggiori lavori rimasero allo stato di semplici abbozzi e perirono, e che come artista non ci appare perfetto se non nella minuta decorazione, dovendosi nel resto (a giudicare dalle opere che di lui ci rimangono) collocarlo al di sotto di tanti altri suoi contemporanei, che Benvenuto, diciamo, solo come uomo, abbia potuto esercitare, ed eserciti tuttavia un fascino così irresistibile sugli altri uomini. E non gli nuoce nemmeno che il lettore assai di frequente sia in grado di accorgersi, che egli ne' suoi racconti o non è veritiero affatto, o trascende in esagerazioni e millanterie; l'impressione che lascia una natura così energica e piena, prevale su tutto. E per convincersene basta il confronto con qualunque degli autobiografi del settentrione, nei quali, se anche qua e là si deve pur ammirare un indirizzo morale molto più elevato, si nota però una inferiorità incontrastabile nel modo dell'esposizione. Egli è un uomo che sa tutto, osa tutto e non piglia norma se non da sè stesso.[91]


Ma di un altro ancora noi dobbiamo qui far menzione, che non sempre sembra aver detto l'esatta verità: egli è Girolamo Cardano, milanese (nato nel 1500). Il suo libretto De propria vita[92] sopravviverà anche quando sarà ecclissata la fama, ch'egli giustamente ha levato di sè nelle scienze naturali e filosofiche, nè più, nè meno come la Vita di Benvenuto sopravvive alle sue opere, quantunque il valore dei due libri sia essenzialmente diverso. Cardano è un medico, che si tocca il polso da sè medesimo e descrive tutta la sua personalità fisica, intellettuale e morale insieme alle circostanze, in mezzo alle quali s'è svolta, con tutta quella sincerità schietta e obbiettiva, che gli è possibile. Il modello che egli, per sua confessione, prende ad imitare, lo scritto di Marco Aurelio intorno a sè stesso, potè essere da lui superato, perchè egli non si trovò anticipatamente preoccupato da nessuna massima di virtù stoica. Egli non ha indulgenza alcuna nè per sè medesimo, nè per gli altri; tanto è vero che comincia la sua narrazione col dirci, che venne al mondo, perchè a sua madre non riuscì di disperdere il frutto del proprio seno. È un fatto degno d'essere notato che alle costellazioni, che presiedettero alla sua nascita, egli attribuisca soltanto le sue attitudini e facoltà intellettuali, non però le morali: tuttavia si ha da lui un'aperta confessione (cap. X), che la predizione fatta da un astrologo, che non sarebbe sopravissuto oltre il suo quarantesimo o, al più, oltre il quarantesimo quarto anno di vita, gli nocque moltissimo nella sua gioventù. Ma qui non è del nostro assunto di fare un compendio del suo libro, del resto universalmente conosciuto e facile a rinvenirsi in qualsiasi biblioteca. Bensì non vogliamo tralasciar di notare che chiunque prenderà a leggerlo, ne resterà talmente affascinato, che non lo lascierà se non quando sarà giunto all'ultima pagina. Il Cardano confessa di essere stato giocatore sleale, uomo vendicativo, ostinato nelle colpe e deliberatamente offensivo nei discorsi; ma lo confessa senza impudenza o ipocrita compunzione, anzi senza nemmen cercare di rendersi con ciò più interessante: si direbbe che, nell'esame di sè medesimo, egli non s'attiene ad altra norma, fuorchè a quello schietto e sincero amore della verità, da cui era guidato in tutte le sue ricerche scientifiche. E parrà ancora più strano, che un uomo come lui, giunto a settantasei anni dopo una vita tempestosissima,[93] e con sì poca fede negli uomini, quale egli doveva avere, si dichiari tuttavia abbastanza felice, compiacendosi di un nipote che gli sopravviverà, dell'immenso sapere di cui si trova in possesso, della fama procacciatagli dalle sue opere, delle ricchezze, degli onori, delle potenti amicizie, che seppe acquistarsi, dei mille segreti affidatigli, e, ciò che è più singolare, della sua fede in Dio. In una aggiunta egli enumera i denti che gli rimangono, e ci fa sapere che sono quindici.

Ma quando il Cardano scriveva, avevano cominciato omai in Italia gl'Inquisitori e gli Spagnuoli a fare ogni sforzo, perchè uomini simili o non potessero sorgere più o in qualche modo perissero. E infatti corse del bel tempo da questa alla «Vita», che di sè medesimo scrisse l'Alfieri.


Frattanto sarebbe ingiusto il chiudere questa rassegna di autobiografie senza cedere la parola ad un uomo, quanto rispettabile, altrettanto felice. Egli è appunto il notissimo filosofo morale Luigi Cornaro, la cui abitazione in Padova, classica dal punto di vista architettonico, poteva dirsi un tempio di tutte le Muse. Nel suo celebre trattato Della vita sobria[94] egli descrive innanzi tutto la dieta rigorosa, mediante la quale potè, da infermiccio che era stato in gioventù, procurarsi una tarda e sana vecchiaia, per modo che, quando si pose a scrivere, toccava già l'ottantesimo terzo anno di sua vita; poi si occupa di rispondere a coloro, i quali in generale dispregiano la vita umana oltre i sessantacinque anni, chiamandola una vita morta, e prova ad essi, che la sua è vita eminentemente viva e vitale. «Vengano, egli esclama, e veggano e si maraviglino del mio benessere, e come monto da me a cavallo senza vantaggio alcuno, e come ascendo non una scala sola, ma tutto un colle a piè gagliardamente: poi come io sono allegro, piacevole e contento, e libero dalle perturbazioni dell'animo e da ogni noioso pensiero. La gioia e la pace non si dipartono mai dal mio cuore.... Io mi ritrovo avere bene spesso comodità di ragionare con molti onorati gentiluomini, e grandi d'intelletto e di costumi e di lettere, ed eccellenti in alcuna altra virtù. E quando la loro conversazione manca, mi dò a leggere e a scrivere, cercando in questo e in ciascun altro modo, ch'io posso, giovare altrui, quanto le mie forze me lo concedono. E tutte queste cose io fo con mia grandissima comodità e alli lor tempi e nelle mie stanze, le quali sono veramente belle e nella più bella parte di questa dotta città di Padova, e di quelle che più non sono state fatte alla nostra etade, con una parte delle quali mi difendo dal gran caldo, con l'altra dal gran freddo, perchè io le ho fabbricate con ragione di architettura.... e provvedute di giardini con acque correnti, che loro corrono a canto. Io vo l'aprile e il maggio, e così il settembre l'ottobre, per alquanti giorni, a godere un mio colle, che è nel più bel sito di questi monti Euganei, e che ha fontane e giardini e sopratutto comoda e bella stanza, e quivi mi trovo ancora alcune fiate a qualche caccia conveniente alla mia etade, comoda e piacevole. Godo poi altrettanti giorni la mia villa di piano,[95] che è piena di belle strade, le quali concorrono tutte in una bella piazza, in mezzo alla quale è la sua chiesa ornata assai secondo la condizione del luogo: un poderoso braccio del Brenta la divide in due parti, e dall'una e dall'altra vi è grande spazio di paese, tutto di campi fertili e ben coltivati, e ora (Dio grazia) molto ben abitato, mentre prima era paludoso e di mal aere e stanza piuttosto da bisce, che da uomini. Io ho levate le acque, e l'aere si fece buono e le genti vi vennero ad abitare, e le anime cominciarono a moltiplicare assai, e si ridusse il luogo alla perfezione che si vede oggidì, talchè io posso dire con verità, che ho dato in questo luogo a Dio altare e tempio e anime per adorarlo; cose tutte, che mi danno infinito piacere, sollazzo e contento, ognor che le ritorno a vedere e godere. A questi medesimi tempi vo ancora ogni anno a rivedere alcune di queste città circonvicine, e piglio piacere ragionando con li miei amici, che in esse si trovano, e, per loro mezzo, con gli altri che vi sono, uomini di bell'intelletto, architetti, pittori, scultori, musici e agricoltori.... Veggio le opere loro fatte per l'addietro, e sempre imparo cose, che mi è grato il saperle. Vedo i palazzi, i giardini, le anticaglie e con queste le piazze, le chiese, le fortezze. Ma sopra tutto godo nel viaggio, ove considero la bellezza dei siti e de' paesi, per li quali vo passando, altri in piano, altri in colle, vicini a fiumi e fontane, con molte belle abitazioni e giardini d'intorno. Nè questi miei sollazzi e piaceri mi son men dolci e cari, perchè io non veda ben lume e non oda ciò che mi vien detto facilmente, chè tutti i miei sensi (Dio grazia) son perfettissimi, e specialmente il gusto; che più gusto ora quel semplice cibo, ch'io mangio ovunque io mi trovi, che non faceva già quelli tanto delicati al tempo della mia vita disordinata».

Quindi, dopo aver accennato ai lavori di prosciugamento delle paludi da lui promossi per la Repubblica, e a' suoi progetti messi innanzi ripetutamente pel mantenimento delle lagune, conclude: «Questi sono i veri e importanti miei sollazzi, queste sono le recreazioni e i diporti della mia vecchiezza, la quale, per Dio grazia, è sanata dalle perturbazioni dell'animo e dalle infermità del corpo, e non prova alcuno di quei contrari, i quali miseramente tormentano infiniti giovani e altrettanti languidi vecchi e del tutto impotenti. E se alle cose grandi e importanti è lecito comparar le minori, o per dir meglio, quelle che si sogliono riputare da scherzo, dirò anco tal essere il frutto di questa vita sobria in me, che in questa mia età di anni ottantatrè ho potuto comporre una piacevolissima commedia, tutta piena di onesti risi e piacevoli motti. La qual maniera di poema ordinariamente suol essere frutto e parto dell'età giovanile, siccome la tragedia suol essere effetto della vecchiezza. Ora se fu lodato quel buon vecchio, greco di nazione e poeta, per avere nell'età di settantatrè anni scritto una tragedia, perchè debbo essere tenuto io men fortunato e sano di lui, avendo in età d'anni dieci più di lui composto una commedia?... E perchè niuna consolazione manchi alla copia degli anni miei, veggo quasi una spezie d'immortalità nella successione de' miei posteri: poichè ritrovo poi, come ritorno a casa, non uno o due, ma undici miei nipoti, il maggiore dei quali è di diciotto anni, il minore di due, tutti figliuoli di un padre e d'una madre, tutti sanissimi, tutti bellissimi e, per quanto ora si può vedere, molto atti e dediti alle lettere e ai buoni costumi; dei quali alcuno dei minori sempre godo, come un mio buffoncello; e veramente che i putti dell'età di tre anni infino a quella di cinque sono naturali buffoni: gli altri di maggiore età tengo ad un certo modo miei compagni, e perchè hanno dalla natura perfette voci, io godo ancora udendoli a cantare e sonare con diversi instrumenti; anzi io medesimo canto seco, perchè ho miglior voce e più chiara e più sonora ch'io avessi giammai.... Questi sono i sollazzi della mia etade; onde si vede, che la vita ch'io vivo, è vita viva e non morta.... nè in verità io cambierei la mia vita, nè la mia etade con alcun giovane di quelli, che vivendo seguono i loro appetiti».

Nella «Esortazione», che il Cornaro aggiunse assai più tardi, nel suo novantacinquesimo anno, egli si chiama fortunato, fra molte altre cose, anche perchè il suo «Trattato» fece molti proseliti. Egli morì a Padova nell'anno 1565, in età di oltre cento anni.

CAPITOLO VII. Caratteristica dei popoli e delle città.

Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — Descrizioni del secolo XVI.

Accanto alla caratteristica dei singoli individui noi vediamo svolgersi anche una certa attitudine a giudicare e descrivere intere popolazioni. Durante il medio-evo le città, le famiglie e i popoli di tutto l'Occidente s'erano reciprocamente assaliti con appellativi di scherno e di dileggio, nei quali per lo più c'era un fondo di vero più meno svisato. Ma da tempo antichissimo gli Italiani si segnalarono nel saper cogliere ed additare le differenze morali tra città e città e tra paese e paese; il loro patriottismo affatto locale, più vivo forse che quello di qualsiasi altro popolo nel medio-evo, creò assai per tempo in questo riguardo una letteratura speciale, e si alleò all'idea della gloria: sorse la topografia, quasi a far riscontro alla biografia (v. volume I, pag. 200). Ora, mentre ogni città alquanto considerevole prese a cantare le proprie glorie in prosa ed in versi,[96] sorsero anche scrittori, i quali parte descrissero con tutta serietà, l'una dopo l'altra, tutte le più importanti città e popolazioni, parte le misero apertamente in derisione, ne parlarono in modo, che non si sa se vi prevalga l'ammirazione o lo scherno.

Dopo alcuni celebri passi della Divina Commedia, merita, su questo argomento, di essere consultato il «Dittamondo» di Fazio degli Uberti (intorno al 1360). Vero è però che in esso non vengono messe in rilievo se non talune specialità al tutto caratteristiche di questo e di quel paese: la festa delle cornacchie, che si celebra il dì di S. Apollinare in Ravenna, le fontane di Treviso, la grande cantina di Vicenza, le elevate gabelle di Mantova, il bosco di torri di Lucca; ma in mezzo a ciò si incontrano anche lodi esagerate e critiche mordaci: Arezzo figura già pel sofistico ingegno de' suoi cittadini, Genova per gli occhi e pei denti tinti in bruno (?) delle sue donne, Bologna per le sue dissipazioni e prodigalità, Bergamo pel suo dialetto grossolano e per l'ingegno de' suoi abitatori, e così via.[97] Nel secolo XV poi ognuno esalta la propria città anche a spese delle altre. Michele Savonarola, per esempio, non pone la sua Padova se non al di sotto di Venezia e di Roma, come più grandiose, e di Firenze, come più allegra;[98] nè fa mestieri di dire, che queste parzialità rendono un assai cattivo servigio alla cognizione vera ed effettiva dei luoghi. Sulla fine del secolo Gioviano Pontano, nel suo «Antonio» finge un viaggio per l'Italia non con altro intendimento, che di fare qua e là maligne osservazioni. Ma col secolo XVI comincia una serie di vere e profonde caratteristiche, quali in allora non possedeva verun altro popolo.[99] Il Machiavelli descrive in alcune preziose relazioni i costumi e le condizioni politiche dei tedeschi e dei francesi in guisa tale, che anche un settentrionale, che conosca la propria storia, non potrà non essere grato al gran politico fiorentino per la luce, che vi portò colla profonda e chiara sua intuizione. In seguito i Fiorentini si trattengono assai volentieri (v. vol. I, pag. 101 e 110) a parlare di sè medesimi[100] e a specchiarsi con compiacenza nello splendore, invero grandissimo, delle loro glorie nel campo artistico e letterario; e forse si potrebbe scorgere il sommo della vanità in ciò stesso, che li vediamo attribuire il primato artistico della Toscana sul resto d'Italia non tanto ad una speciale disposizione naturale, quanto ad uno studio ostinato e costante, per essere eglino (gl'ingegni toscani) molto osservanti alle fatiche e agli studi di tutte le facoltà sopra qualsivoglia gente d'Italia.[101] Essi accettarono poi gli omaggi d'illustri italiani d'altri paesi, come per esempio lo splendido Capitolo sedicesimo dell'Ariosto, nè più, nè meno che come un tributo, al quale sapevano di aver diritto.

Di una, a quanto sembra, importantissima fonte storica sulle differenze caratteristiche delle popolazioni d'Italia, non possiamo sgraziatamente citare che il nome.[102] Leandro Alberti[103] non è nella descrizione del genio delle singole città copioso, come si potrebbe attendersi. Un piccolo Commentario anonimo[104] contiene, fra molte sciocchezze, anche qualche cenno pregevole sulle condizioni infelici e scadute d'Italia intorno alla metà del secolo.[105]

Come poi questo studio comparativo delle diverse popolazioni possa avere esercitato sulle altre nazioni un'influenza, specialmente per mezzo degli umanisti italiani, non è del nostro assunto di dimostrarlo qui. Sta di fatto però, che anche in ciò, come nella cosmografia in genere, l'Italia tiene sempre il vanto della priorità.

CAPITOLO VIII. Descrizione dell'uomo esteriore.

La Bellezza negli scritti di Boccaccio. — L'ideale della Bellezza del Firenzuola. — Definizioni generali di quest'ultimo.

Ma le scoperte fatte intorno all'uomo non si arrestano alla descrizione del lato morale degli individui e dei popoli; anche l'uomo esteriore è oggetto d'osservazione in Italia, e in modo essenzialmente diverso, che non al nord.[106]

Della condizione in cui si trovarono i grandi medici di fronte ai progressi della fisiologia, noi non ci arroghiamo di parlare, e lo studio della figura umana sotto il punto di vista artistico è compito tutto affatto speciale della storia dell'arte. Ufficio nostro sarà adunque soltanto di mostrare come si sia venuto formando quello che suol dirsi l'occhio artistico, perchè fu per esso che in Italia divenne possibile un giudizio obbiettivo, universalmente accettato, sulla bellezza e bruttezza corporale.

Per prima cosa, leggendo attentamente gli scrittori italiani d'allora, si resta stupiti della precisione e della verità, che si scorgono nella delineazione dei tratti esterni, nonchè della pienezza e perfezione di parecchie descrizioni personali in generale.[107] Ancora oggidì i romani in particolare vanno famosi per una attitudine speciale a fare in tre parole il ritratto dell'uomo, di cui discorrono. Questa prontezza nell'afferrare il lato caratteristico delle persone è una condizione essenziale per acquistare la conoscenza del bello e la capacità di descriverlo. Vero è che nei poeti la descrizione particolareggiata e minuta può essere un difetto, perchè un singolo tratto ispirato da una profonda passione può molte volte suscitare nel lettore un'immagine assai più viva ed efficace, che non facciano molte e spesso oziose parole. Dante non ha mai dato un'idea più splendida della sua Beatrice, quanto col descrivere soltanto il riflesso che parte dalla di lei persona e si spande su tutto ciò che la circonda. Ma qui non si tratta tanto della poesia, che, come tale, ha intenti e leggi speciali, quanto dell'attitudine in generale a ritrarre in parole le forme sì nei particolari, che nelle generalità.

In questo il Boccaccio è maestro, non tanto nel Decamerone, dove la novella vieta ogni lunga descrizione, quanto ne' suoi romanzi, dove egli può descrivere a tutto suo agio. Nell'«Ameto» egli ci dà il ritratto[108] di una bionda e di una bruna, presso a poco quali le avrebbe dipinte un pittore cento anni più tardi, — tanto è vero che anche adesso la cultura precede l'arte di lungo tratto. — Nella bruna (o più probabilmente men bionda) appaiono già alcuni tratti, che potremmo dire classici: nelle parole la spaziosa testa e distesa si ha il presentimento di forme grandiose, che vanno al di là della semplice grazia e leggiadria; le sopracciglia non formano più, come nell'ideale dei Bizantini, due archi, ma una sola linea ondeggiante; il naso sembra ch'egli lo immagini pendente nell'aquilino;[109] anche il largo petto, le braccia di moderata lunghezza, la bella mano posata negligentemente sul manto porporino, tutti questi tratti insomma accennano evidentemente ad un sentimento della bellezza, che è quello dell'epoca che s'avvicina, e che, senza saperlo, tiene al tempo stesso assai di quello della classica antichità. In altre descrizioni il Boccaccio parla anche di una fronte piana (non rotondeggiante all'uso del medio-evo), d'un occhio serio, bruno, oblungo, di un collo rotondo, ma non curvato in arco, nonchè, con gusto molto moderno, di un «piccolo piede» e di due occhi «ladri nel loro movimento»[110] in una Ninfa dalle chiome d'ebano, e così via.


Se il secolo XV abbia lasciato testimonianze scritte sull'ideale della bellezza, quale esso la concepiva, noi non siamo in grado di dirlo; ma neanche le opere dei pittori e degli scultori non le renderebbero così del tutto inutili, come potrebbe parere a prima vista; chè anzi, di fronte al loro realismo, avrebbe potuto conservarsi negli scrittori un tipo di bellezza affatto ideale ed astratta.[111] Ma nel secolo XVI emerge in modo speciale il Firenzuola col suo notevolissimo scritto «Della bellezza delle donne».[112] In esso bisogna innanzi tutto sceverare quello che egli ripete sulla fede degli scrittori antichi o sulla autorità degli artisti (per es. la determinazione delle proporzioni secondo la lunghezza del capo, alcune idee astratte e simili), dal molto di più che è frutto di osservazioni sue proprie, confermate con esempj di donne e fanciulle di Prato; e siccome la sua operetta ha la forma di un discorso, ch'egli tiene dinanzi alle donne di questa città, quindi dinanzi ai giudici più severi, non vi ha ragione di credere ch'egli non si sia tenuto scrupolosamente fedele alla verità. Il principio dal quale egli move, è quel medesimo, al quale già un tempo s'attennero Zeuzi e Luciano: la ricerca parziale di molte singole parti belle per costituire un tutto perfettamente bello. Egli definisce le diverse gradazioni dei colori, che possono essere nelle carni e nei capelli, e dà la preferenza al biondo, come il più bello,[113] intendendo però sotto questo nome un giallo delicato pendente nel bruno. Seguitando poscia, egli vuole che i capelli sieno crespi, copiosi e lunghi, la fronte serena, alta la metà della sua larghezza, candida, cioè di una bianchezza rilucente, non morta e dilavata, le sopracciglia brune, sottili e morbide come seta, folte in sul mezzo e dolcemente digradanti verso il naso e gli orecchi, il bianco dell'occhio tendente leggermente all'azzurro, l'iride non assolutamente nera, quantunque tutti i poeti gridino ad una voce occhi neri, quale prerogativa di Venere, mentre invece è certo che l'azzurro celeste fu vanto delle stesse Dee, e che il bruno cupo è più cercato, «perchè crea una vista dolce, allegra, chiara e mansueta». L'occhio poi vuol essere grande e rilevato; le palpebre saranno bellissime, «se bianche e vergheggiate con certe venuzze vermigliate, che a fatica si veggano, i peli delle quali voglion essere raretti, non molto lunghi, nè troppo neri». Quella fossa che circonda l'occhio, non deve essere «nè troppo affonda, nè troppo larga, nè di color diverso dalle guance».[114] L'orecchio, di mediocre grandezza, saldo e bene attaccato, ha da essere «più vivamente colorato nelle parti rilevate, che nelle piane e l'orlo trasparente e risplendente di rosso, come le granella delle melegrane». Delle tempie non c'è da dire se non che sien bianche e piane, nè troppo strette «che non paia ci serrino il cervello»;[115] nelle guance la bianchezza «dalle estremità, pura neve, deve andare, insieme col gonfiamento della carne, crescendo sempre in incarnato». Il naso, che determina essenzialmente il pregio del profilo, deve rialzarsi in principio, di poi, abbassandosi dolcemente, salire verso la fine, sicchè con ugual tratto sempre diminuisca; dove cessa la cartilagine, si rialzi un cotal poco, ma non così che diventi aquilino, «che in una donna comunemente non piace»: la parte inferiore abbia un colore «simile all'orecchio, ma forse anche meno acceso, purchè non sia bianco bianco, come se soffrisse di freddo, e la parete di mezzo sopra il labbro sia leggermente rossa». La bocca l'autore la desidera piuttosto piccola, ma nè appuntita, nè piatta, le labbra non troppo sottili, ma bellamente proporzionate tra loro: nell'aprirle accidentalmente (vale a dire senza parlare e senza ridere) non si veggano mai più di sei denti superiori. Bellezze speciali sono una piccola fossetta nel labbro superiore, un bel rigonfiamento dell'inferiore, un vezzoso sorridere nell'angolo sinistro della bocca ecc. I denti non debbono essere nè troppo piccoli, nè disuguali, ma con bell'ordine separati e candidi come l'avorio: le gingive «paiano piuttosto orli di raso chermisino, che di velluto rosso». Sia il mento rotondo, «non già arricciato, nè aguzzo, e figuri colorito d'un color vermiglietto, un poco acceso nel suo rialto: suo vanto speciale è un poco di fossicella». Il collo ha da essere bianco e rotondo e piuttosto lungo che breve, la fontanella e il così detto pomo d'Adamo appena percettibili; la pelle «nell'abbassarsi vorrebbe far certe rughe circolari in forma di monili e nell'alzarsi vuol distendersi tutta». Le spalle le desidera larghe, ed anche quanto al petto egli ne riconosce nella sua latitudine il maggior pregio; ma, oltre a ciò, deve essere «sì carnoso, che sospetto d'osso non apparisca, e dolcemente rilevandosi dalle estreme parti, deve venir in modo crescendo, che l'occhio a fatica se ne accorga con un color candidissimo macchiato di rose». La gamba deve essere «lunga, scarsetta e schietta nelle parti inferiori, ma con gli stinchi non al tutto ignudi di carne ed oltre a ciò con polpe sode e bianche quanto la neve». Il piede lo vuole «piccolo, snello, ma non magro, e un po' rilevato nel salir del collo, bianco come lo alabastro». Anche le braccia hanno ad essere «bianche con un poco d'ombra d'incarnato sui luoghi più rilevati, carnose e muscolose, ma con una certa dolcezza, come quelle di Pallade, quando si mostrò al pastore sul monte Ida; in una parola, succose, fresche e sode». La mano finalmente si desidera bianca, massimamente nella parte superiore, ma grande «e un po' pienotta, e morbida a toccare come fina seta, rosea nell'interno con linee chiare, rare, ben distinte, non intrigate, nè attraversate: quello scavo, che è tra l'indice e il pollice, sia bene assettato, senza crespe e di vivo colore»; le dita lunghe, schiette e assottigliantisi dolcemente verso la cima, ma sì poco che appena si veggia, con unghie «chiare, non lunghe, non tonde, nè in tutto quadre, nette e tagliate sopra la polpa del dito quanto la costola d'un picciol coltello».


Accanto a questa estetica speciale la generale non vi ha che una parte assai secondaria. Le ragioni più riposte e segrete, dietro le quali l'occhio giudica senza appello, sono un enigma anche pel Firenzuola, come egli apertamente confessa, e le sue definizioni di Leggiadria, Grazia, Vaghezza, Venustà, Aria, Maestà non sono in parte, come s'è detto, che deduzioni filologiche, in parte inutili sforzi per esprimere l'inesprimibile. Il sorriso egli lo definisce — probabilmente dietro qualche antico autore, e molto felicemente — uno splendore dell'anima.

Sull'uscire del medio-evo tutte le letterature possono vantare singoli tentativi fatti per fissar quasi dogmaticamente l'idea della Bellezza.[116] Ma ogni altra opera resta facilmente ecclissata da questa del Firenzuola. Il Brantome, posteriore di un secolo e più, non pare che un dilettante assai grossolano in suo confronto, appunto perchè guidato più dalla concupiscenza, che dal senso della Bellezza.

CAPITOLO IX. Descrizione della vita reale ordinaria.

Enea Silvio ed altri. — Convenzionalismo bucolico dal Petrarca in avanti. — Condizione effettiva dei contadini. — Schietta rappresentazione poetica della vita campestre. — Battista Mantovano, Lorenzo il Magnifico, il Pulci. — Angelo Poliziano. — L'umanità e l'idea dell'uomo in generale.

Alle scoperte che si fecero intorno all'uomo noi dobbiamo finalmente aggiungere anche l'interesse, che si prese alla descrizione della vita ordinaria quotidiana.

Nel medio-evo la vita d'ogni giorno non offerse argomento di poesia che alla satira ed alla farsa. Al tempo del Rinascimento in Italia si prende invece a studiarla e a descriverla per ciò che essa è in sè stessa, perchè è interessante da sè, perchè è una parte della vita umana in generale, nel vortice della quale gli Italiani si sentono come magicamente travolti. Invece della farsa volgare, che s'aggira per le case, sulle vie, nei villaggi per beffarsi indistintamente della piccola borghesia, dei contadini e del clero delle campagne, noi incontriamo qui nella letteratura i primordi di quei quadri di genere, che si fanno poi attendere per lungo tempo ancora nella pittura. Più tardi questi si congiungono spesso con quella farsa volgare e procedono uniti, ma non per questo sono identici con essa, chè anzi differenze essenziali li distinguono pur sempre nettamente fra loro.

Quante cose umane non deve aver Dante attentamente osservato e sperimentato prima di poter descrivere in modo così profondamente vero il suo mondo spirituale![117] Le celebri similitudini desunte dall'operoso affaccendarsi nell'arsenale di Venezia, dall'appoggiarsi dei ciechi l'uno sull'altro alle porte delle chiese[118] e simili, non sono le sole prove che possono addursi in tale riguardo: l'arte stessa, colla quale egli esprime lo stato interno di un'anima nell'atteggiamento esteriore e nel gesto, dimostra un profondo e pertinace studio della vita.

I poeti che vengono dopo di lui, ben raramente lo agguagliano, e ai novellieri è vietato dalla stessa legge suprema del genere che trattano, di indugiarsi nelle particolarità (cfr. a pag. 38 e 94). Ad essi è permesso di esordire con grande larghezza e di essere prolissi, finchè vogliono, nel narrare, ma non mai di far quadri di genere puramente descrittivo. Questi non s'incontrano per la prima volta che presso gli uomini, che fecero rivivere l'antichità.

Il primo che anche in questo riguardo ci si fa innanzi è l'uomo, che avea una speciale attitudine a tutto: Enea Silvio. Egli descrive non soltanto la bellezza del paesaggio, non le cose più interessanti dal lato cosmografico ed archeologico (v. vol. I, pag. 244, vol. II, pag. 10 e 33), ma anche qualsiasi avvenimento ordinario e straordinario della vita.[119] Fra i moltissimi passi delle sue Memorie, in cui si rappresentano scene naturali, alle quali in allora appena qualcuno avrebbe consacrato un lieve tratto di penna, non menzioneremo qui che la gara dei remiganti sul lago di Bolsena.[120] Ma impossibile sarebbe il dire con qualche sicurezza da quali antichi epistolografi o narratori gli sia venuto l'impulso a rivestire di sì splendidi colori le sue descrizioni; nè ciò deve sorprendere, essendo mille nel campo spirituale i punti di contatto tra l'Antichità e il Rinascimento, che non potranno mai essere chiaramente spiegati e resteranno avvolti in una misteriosa penombra.

Dopo ciò formano parte di questa serie quelle poesie descrittive latine, delle quali s'è già parlato altrove (v. vol. I, pag. 350): descrizione di cacce, di viaggi, di ceremonie e simili. E non manca anche qualche lavoro italiano di questa specie, come, per esempio, le descrizioni della celebre giostra medicea del Poliziano e di Luca Pulci. I poeti epici propriamente detti, Luigi Pulci, il Bojardo e l'Ariosto, sono spinti naturalmente dal loro soggetto a passar oltre e a toccar questi punti appena di volo, ma, anche in onta a ciò, non si può non ammirare la facile precisione, con cui dipingono la vita ordinaria, e se ne trae una prova di più della loro grande maestria in tutto. Franco Sacchetti si compiace una volta di ripetere i brevi discorsi di una brigata di belle donne,[121] che in un bosco furono sorprese dalla pioggia.

Altre descrizioni della vita reale ordinaria trovansi, più spesso che altrove, negli scrittori di cose guerresche e simili (cfr. vol. I, pag. 135). Ancora di un tempo anteriore ci rimane in una poesia molto circostanziata[122] un quadro fedele di una battaglia di mercenari del secolo XIV, dove son riferite particolarmente le acclamazioni, le grida e i comandi, che echeggiano durante la zuffa.

Ma la cosa più notevole in questo genere sono le schiette descrizioni della vita campagnuola, che si trovano specialmente in Lorenzo il Magnifico e nei poeti che lo circondano.


Dal Petrarca in avanti[123] ci fu una specie di bucolica falsa, convenzionale, un vero furore di scriver egloghe, ad imitazione di quelle di Virgilio, non importa se in versi latini od italiani. E come sue specie secondarie sorsero il romanzo pastorale del Boccaccio (v. vol. I, pag. 346) e tanti altri sino all'Arcadia del Sannazzaro, e più tardi la farsa pastorale alla maniera del Tasso e del Guarini, tutti lavori dettati in bellissima prosa o in versi perfetti, nei quali però la vita pastorale non figura che come un costume indossato per sola apparenza esterna, esprimendosi sotto di esso sentimenti propri di un genere ben diverso di società.[124]

Ma, accanto a ciò, col finire del secolo XV, sorge nella poesia un modo affatto nuovo di dipingere la vita campestre: la descrizione schietta, naturale, l'antitesi insomma, il contrapposto della bucolica convenzionale di prima. Essa non fu possibile che in Italia, perchè qui soltanto l'abitatore delle campagne (tanto il colono che il proprietario) aveva dignità d'uomo e libertà personale e franchigie speciali, per quanto anche talvolta la sua sorte fosse piuttosto dura. La differenza tra la città e i villaggi è ben lontana dall'esservi così accentuata, come nel nord; anzi un gran numero di piccole città vi è esclusivamente abitato da contadini, che la sera, tornando alle loro case, possono mutar nome e chiamarsi cittadini al pari di tutti gli altri. I Maestri comacini fecero il giro di quasi tutta l'Italia; al fanciullo Giotto fu pure possibile di abbandonar le sue pecore e di essere aggregato in Firenze ad una corporazione; in generale l'affluenza degli uomini del contado alle città era continua, e certe popolazioni di montagna sembravano nate esclusivamente per questo.[125] Ora egli è bensì vero che la boria e l'orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano,[126] e che la commedia improvvisata (v. pag. 61 e segg.) si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un'ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie[127] s'incontrano frequenti e spontanee testimonianze d'onore e di rispetto per una classe di persone, che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine. Gioviano Pontano[128] narra con sensi di vera ammirazione alcuni tratti magnanimi dei selvaggi abruzzesi: nelle collezioni biografiche e nei novellieri non mancano mai eroine campestri,[129] che sacrificano la propria vita per difesa del proprio onore e pel bene della propria famiglia.[130]

Con tali precedenti era ben naturale che in taluni sorgesse il desiderio di rivestir dei colori della poesia anche questo genere di vita. Fra costoro innanzi tutto nomineremo qui Battista Mantovano colle sue Egloghe, una volta assai lette ed anche oggidì degne di osservazione. Esse sono uno de' suoi primi lavori (probabilmente del 1480 o in quel torno), e vi si nota ancora una certa perplessità tra il realismo e il convenzionalismo della rappresentazione, ma in sostanza il primo prevale. Vi si sentono le idee di un buon curato di campagna, non senza qualche sfumatura qua e là di idee liberali. In qualità di monaco carmelitano, Battista deve aver bazzicato assai colle popolazioni del contado.


Ma con forza incomparabilmente maggiore ci trasporta Lorenzo il Magnifico in questo nuovo mondo e ci fa vivere veramente la vita del villaggio. La sua «Nencia da Barberino»,[131] può dirsi la nuova e schietta riproduzione delle canzoni popolari dei dintorni di Firenze, fuse insieme in un'onda maestosa di ottave. L'oggettivismo del poeta è tale, che si resta in dubbio se si risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla (è il contadinello Vallera, che dichiara il suo amore alla Nencia). È evidente il contrasto deliberato colla bucolica convenzionale accompagnata dal solito Dio Pane e dalle solite Ninfe: Lorenzo si getta volontariamente nel nudo realismo della spregiata vita delle campagne, e, ciò non ostante, l'insieme lascia un'impressione veramente poetica.

Rivale della Nencia, per consenso di tutti, è la Beca da Dicomano di Luigi Pulci.[132] Ma essa difetta di una certa serietà obbiettiva, per essere stata cantata non tanto per forza di naturale impulso e allo scopo di rappresentare un lato della vita del popolo, quanto pel desiderio di ottenere l'applauso della più colta società fiorentina. Da ciò la maggiore e deliberata rozzezza del quadro e le frammistevi oscenità. Ciò non ostante, il carattere del contadino innamorato vi è con molta abilità sostenuto.


Terzo in questa società viene Angelo Poliziano col suo Rusticus in esametri latini.[133] Tenendosi lontano da ogni imitazione della Georgica di Virgilio, egli descrive specialmente l'anno campestre in Toscana, cominciando dall'autunno inoltrato, nel quale l'agricoltore sfodera un nuovo aratro e fa le seminagioni dell'inverno. Assai ricca e lussureggiante è la descrizione della campagna in primavera, ed anche nell'«estate» s'incontrano passi di un gusto squisito; ma ciò che può riguardarsi come un vero gioiello della nuova poesia latina, è la festa della vendemmia in autunno. Anche in italiano il Poliziano ha cantato qualche cosa da cui emerge, che nel gruppo che stava attorno a Lorenzo, si poteva dare oggimai qualche quadro veritiero della vita agitata e operosa delle classi inferiori. La sua Zingaresca[134] è uno dei primi saggi della tendenza dei poeti moderni a trasportarsi nella vita e nei costumi di una classe d'uomini diversa da quella, a cui essi appartengono. Con un intento comico qualche cosa di simile era stato, per vero, tentato ancor prima,[135] e in Firenze i canti delle Mascherate ne offrivano sempre nuova occasione al tornare di ogni carnovale. Ma ciò che è nuovo, è il trasportarsi nel mondo dei sentimenti di un'altra classe, con che tanto questa canzone, quanto «la Nencia» tracciano nella storia della letteratura una nuova via, che merita attenta considerazione.

E qui pure in sul finire dobbiamo far notare di nuovo il fatto, che la cultura precede sempre lo sviluppo dell'arte. Non ci vollero infatti, dalla Nencia in poi, meno di ottant'anni prima che s'avessero i quadri di genere e i bozzetti campestri di Jacopo Bassano e della sua scuola.


Avremo occasione in seguito di mostrare come in Italia le differenze sociali fondate sulla diversità della nascita avessero omai perduto ogni valore. Ciò che vi contribuì grandemente fu senza dubbio il fatto, che qui, prima che altrove, s'era acquistata una conoscenza più seria e più perfetta dell'uomo in particolare e dell'umanità in generale. Basterebbe questa sola conquista per imporci un obbligo di eterna riconoscenza verso gli uomini del Rinascimento. Un concetto logico e astratto dell'umanità s'era avuto da tempo antichissimo, ma il Rinascimento ce ne diede la realtà vera e obbiettiva.

I più nobili ed elevati sentimenti a questo riguardo trovansi espressi da Pico della Mirandola nel suo discorso sulla dignità dell'uomo,[136] che può dirsi uno dei lasciti più preziosi di quell'epoca tanto colta. Dio s'è riserbato di crear l'uomo dopo tutte le altre creature, affinchè questi potesse riconoscere le leggi dell'universo, sentirne la bellezza, ammirarne la magnificenza. Egli non lo vincolò a nessuna sede fissa, non gl'impose veruna attività determinata, nessuna necessità ineluttabile; lo dotò anzi di ogni facoltà necessaria a muoversi e a voler liberamente. «Io ti ho collocato in mezzo al mondo, disse il Creatore ad Adamo, affinchè tu tanto più facilmente ti guardi attorno e vegga tutto ciò ch'esso contiene. Io ti creai non celeste e non terrestre, non mortale, nè immortale soltanto, affinchè tu sia libero educatore e signore di te medesimo; tu puoi degenerare sino a divenir bruto, e rigenerarti sino a parer quasi un Dio. I bruti portano con sè dal grembo materno quanto ad essi fa d'uopo per conservarsi; gli spiriti superiori sono sin dal principio, o per lo meno subito dopo,[137] ciò che saranno eternamente. Tu solo hai uno sviluppo, che dipende dalla tua libera volontà, e porti in te i germi d'ogni specie di vita».

PARTE QUINTA LA VITA SOCIALE E LE FESTE

CAPITOLO I. Il pareggiamento delle classi.

Contrasto col medio-evo. — La convivenza nelle città. — Negazione teorica della nobiltà. — Contegno dell'aristocrazia secondo i paesi. — Sua posizione di fronte allo svolgersi progressivo della cultura. — Posteriori influenze spagnuole. — Le dignità cavalleresche dal medio-evo in avanti. — I tornei e le loro caricature. — La nobiltà come requisito indispensabile a' cortigiani.

Ogni epoca di civiltà, che rappresenti in sè qualche cosa di compiuto e perfetto, non si manifesta soltanto nella vita politica, religiosa, artistica e scientifica di un popolo, ma dà altresì un'impronta sua propria all'intera vita sociale. Ciò riscontrasi in modo caratteristico nel medio-evo, dove le rigide consuetudini delle corti e dell'aristocrazia sono presso a poco identiche dappertutto, e dove pure si ha un genere di borghesia affatto speciale.

Gli usi invalsi in Italia nel secolo del Rinascimento sono l'antitesi la più spiccata di tali consuetudini sotto tutti i punti di vista più essenziali. Questa antitesi comincia già alla base, che è affatto diversa, mentre nei circoli più elevati della vita sociale non esistono più distinzioni di casta, ma si ha invece una classe veramente colta nel senso moderno della parola, nella quale la gentilezza del sangue non ha valore se non in quanto le ricchezze, che sogliono accompagnarla, assicurano gli ozi necessari alla propria educazione. Ciò però non deve intendersi in modo assoluto, mentre è pur sempre vero, che gli ordini sopravissuti al medio-evo cercano ora più, ora meno, di prevalere, non fosse altro, per la smania di conservarsi all'altezza, che l'aristocrazia mantiene nelle altre nazioni men progredite d'Europa. Mala tendenza generale dell'epoca è però sempre per la fusione delle classi nel senso moderno.


Ad ottenere un tale intento, di sommo rilievo deve essere stata la convivenza di nobili e borghesi nella stessa città, per lo meno sino dal secolo XII,[138] poichè per essa vennero accomunate le sorti di tutti e furono tronche le ali, ancora in sul nascere, all'insolente albagia dei signori feudali, che dall'alto delle loro rocche sognavano un mondo di schiavi. Oltre a ciò, la Chiesa in Italia non si indusse mai, come nei paesi settentrionali, a fissare appannaggi speciali pei figli cadetti dell'aristocrazia: infatti, se anche i vescovati, i canonicati e le abbazie vi furono spesso conferiti dietro i principii di un indegno favoritismo, questo però non si basava mai esclusivamente sul privilegio dell'origine, e se i vescovi di regola vi furono molto più numerosi, più poveri e privi affatto di quelle prerogative principesche, che avevano altrove, videro in compenso cresciuta la loro autorità morale dalla loro dimora nelle città dove avevano la sede, e dove, insieme coi loro capitoli, formavano un elemento speciale della popolazione più colta. Quando, dopo ciò, pullularono d'ogni parte i principi e le tirannidi, l'aristocrazia ebbe in quasi tutte le città occasione e motivo d'isolarsi nella vita privata (v. vol. I, pag. 181), che, scevra di pericoli dal lato politico e confortata d'ogni comodità ed agiatezza materiale, non era in sostanza gran fatto diversa da quella di tanti altri ricchi abitatori delle città. E quando, da Dante in poi, la nuova poesia e la nuova letteratura divennero patrimonio di tutti,[139] e, più tardi ancora, prevalse una cultura tutta d'indole antica, e l'uomo, come tale, ebbe solo quel valore, che sapeva procacciarsi individualmente, e si videro nel fatto i Condottieri diventar principi e non badarsi più non solo alla dignità, ma nemmeno alla legittimità della nascita nell'eredità del potere (v. vol. I, p. 27-28), — allora si potè ben credere che una nuova êra di uguaglianza fosse spuntata, ed ogni idea di nobiltà scomparsa per sempre.


Dal punto di vista teorico, nel solo Aristotele, riferendosi all'antichità, si potevano già trovar gli argomenti per affermare e per negare la legittimità degli ordini aristocratici. Dante, per esempio, deriva ancora dall'unica definizione aristotelica, che «la nobiltà si basi sull'eccellenza e sulla ricchezza ereditaria», il suo principio, che «la nobiltà riposa sull'eccellenza propria o su quella degli antenati».[140] Ma altrove egli non si dà per soddisfatto di una tale definizione, e si rimprovera da sè stesso[141] di aver perfino in Paradiso, parlando col suo proavo Cacciaguida, alluso alla nobiltà della sua origine, che è manto che tosto raccorcia, e al quale il tempo ogni dì recide un lembo, che giorno per giorno bisogna rimettere. E nel «Convito»[142] egli stacca del tutto dall'idea della nobiltà ogni condizione di nascita privilegiata, e ne fa una cosa sola con l'attitudine a qualsiasi eccellenza morale e intellettuale, accentuando in modo speciale il pregio di una elevata cultura, col fare la nobiltà sorella germana della filosofia.

Dopo ciò, quanto maggiore fu l'influenza che l'umanismo venne acquistando sulle opinioni degli Italiani, tanto più forte si venne in tutti radicando la persuasione, che l'origine non possa mai esser quella che decida del valore di un uomo. Nel secolo XV quest'era omai un principio universalmente accettato. Il Poggio nel suo dialogo «Della nobiltà»[143] si dichiara pienamente d'accordo co' suoi interlocutori — Niccolò Niccoli e Lorenzo de' Medici, fratello del vecchio Cosimo — non esservi oggimai altra nobiltà, fuorchè quella derivante dal merito personale. Con tratti finamente mordaci questo stesso scritto sparge un amaro dileggio su molte distinzioni e prerogative, che, secondo il comune pregiudizio, entrano a far parte della vita dei nobili. «Niuno (v'è detto) trovasi tanto lontano dalla vera nobiltà, quanto colui, i cui antenati esercitarono per lungo tratto di tempo il malandrinaggio. La passione per le cacce non sente meglio di nobiltà, di quello che i nidi della selvaggina, che s'insegue, si risentano di balsamo o d'altri soavi profumi. L'agricoltura, quale fu esercitata dagli antichi, sarebbe ben più nobile occupazione, che non quelle stolte scorrerie per boschi e per monti, che ci fanno più simili alle belve, che a noi medesimi, e che tutt'al più potrebbero di quando in quando servirci di utile passatempo». E se ne adduce la prova mostrando il lato selvaggio e brutale della vita dei cavalieri inglesi e francesi nelle loro campagne o nei castelli e, peggio ancora, di quella della rapace cavalleria tedesca. Dopo ciò, il Medici prende a sostenere in certo modo le parti della nobiltà, ma non già — cosa abbastanza caratteristica — riferendosi ad un sentimento suggerito dalla natura, bensì richiamandosi all'autorità di Aristotele, che nel quinto libro della sua «Politica» riconosce e definisce la nobiltà come qualche cosa di veramente concreto e che si fonda sull'eccellenza del merito e sulla ricchezza ereditata. Ma il Niccoli soggiunge, che Aristotele, dando questa definizione, non esprime una persuasione sua propria, ma una opinione generalmente invalsa al suo tempo; e ciò è tanto vero, che nell'«Etica», dov'egli parla secondo il suo intimo convincimento, non vuol che sia nobile se non colui, che si sforza di conseguire il vero bene. Indarno il Medici gli oppone, che l'espressione greca per designare la nobiltà (Euganeia) suona appunto «nascita illustre»; il Niccoli trova che la voce latina nobilis, vale a dire notabile, è assai più giusta, perchè fa dipendere la nobiltà dalle sole azioni.[144] Dopo questi e simili ragionamenti l'autore ci dà una specie di prospetto delle condizioni di fatto, in cui si trovava al suo tempo la nobiltà nelle diverse regioni d'Italia. A Napoli essa è fiera e disdegna di occuparsi tanto dell'amministrazione de' suoi averi, quanto della mercatura, che riguarda come ignominiosa: così, se ne sta inerte e rinchiusa ne' suoi palagi,[145] o va attorno oziosamente cavalcando per la città. Anche l'aristocrazia romana ha in dispregio il commercio, ma amministra almeno i suoi beni; anzi presso di essa l'attendere all'economia rurale è considerato come cosa onorevole e agevola di per sè l'accesso ai ranghi della nobiltà:[146] tutto sommato, «un'aristocrazia rispettabile, ma paesana». Anche in Lombardia i nobili vivono dei redditi dei possessi ereditati, e si differenziano dagli altri pel vanto dell'origine e per l'astensione da qualsiasi ordinaria occupazione.[147] In Venezia la nobiltà governa, ma al tempo stesso si consacra al commercio; ed ugualmente a Genova tutti indistintamente, nobili e non nobili, sono mercanti e navigatori, e non vi si ammettono altre differenze, fuorchè quelle che provengono dalla nascita: taluni però esercitano una specie di brigantaggio dall'alto dei loro castelli. In Firenze una parte dell'aristocrazia attende al traffico; un'altra (ma certo la men numerosa) si pavoneggia, boriosa dei propri titoli, per le vie della città o perde il suo tempo nelle cacce e in simili divertimenti.[148]

Ma ciò che ha un'importanza al tutto decisiva si è questo, che quasi in tutta Italia anche coloro che possono andar superbi della lor nascita, non hanno ambizioni da far valere di fronte alla cultura ed alla ricchezza, nè dai loro privilegi politici o di corte risentono alcun impulso a considerarsi come una classe superiore alle altre. Venezia sembra costituire a questo riguardo una eccezione, ma essa non è che apparente, perchè in sostanza la vita dei nobili non si differenzia quivi da quella della borghesia, e gode appena qualche privilegio di pura forma esteriore. Diversamente invece vanno le cose nel regno di Napoli, che per l'orgoglioso isolamento e la boriosa vanità della sua aristocrazia, più che per qualsiasi altro motivo, restò completamente escluso dal gran moto intellettuale e morale del Rinascimento. A dar quivi un potente rinforzo alle tradizioni lasciate dal medio-evo longobardo e normanno sopravviene, ancor prima della metà del secolo XV, la dominazione aragonese, e così vi si compie fino da quel momento ciò che nel resto d'Italia non si effettuò che cento anni più tardi, una vera trasformazione sociale, un disprezzo del lavoro e una smania di titoli, che costituiscono appunto il lato caratteristico della popolazione spagnuola. Le conseguenze di un tal fatto non tardano poi a manifestarsi perfino nelle più piccole città ancor prima del 1500, e basta per tutte citare ciò che ci vien detto intorno ad una di esse, la piccola città della Cava. Essa era stata sempre proverbialmente ricca sino a che non diede ricovero che a muratori e a tessitori: «ora che, invece di strumenti da muratori e di telai, non vi si veggono che sproni, staffe e cinghie dorate, e tutti aspirano ad essere dottori, medici, notai, ufficiali e cavalieri, vi è subentrata la più desolante miseria».[149] In Firenze si constata un fatto identico per la prima volta sotto Cosimo primo granduca, e si ha a lui quest'obbligo che la gioventù fiorentina del suo tempo, spregiando il commercio e le industrie, non si preoccupa d'altro che di ottenere cavalierati nel suo nuovo ordine di s. Stefano.[150] È precisamente il rovescio di quanto vi era accaduto un secolo prima,[151] quando i padri, morendo, pregavano lo Stato a diseredare i loro figli, qualora non avessero esercitato una qualche utile professione (vedi vol. I, pag. 108).


Ma una smania speciale di distinzioni distrae spesso in modo molto ridicolo i Fiorentini dal culto dell'arte e della letteratura, nel quale non si ammettono differenze gerarchiche, ed è appunto la sete delle dignità cavalleresche divenuta stoltamente oggetto di moda proprio nel tempo, in cui esse aveano perduto sin l'ombra del proprio valore.

«Non sono molti anni, scrive Franco Sacchetti[152] verso la fine del secolo XIV, che ognuno di noi ha veduta far cavalieri li meccanici, gli artieri, insino a' fornai; ancora più giù, gli scardassieri, gli usurai e rubaldi barattieri.... Come risiede bene che uno judice, per poter andare rettore, si faccia cavaliere? E non dico che la scienza non istea bene al cavaliere, ma scienza reale, senza guadagno.... Oh sventurati ordini della cavalleria, quanto siete andati al fondo! In quattro modi son fatti cavalieri.... e tutti sono obbligati, vivendo, a molte cose che sarebbe lungo a dirle, e fanno tutto il contrario. Voglio pure aver toccato queste parti, acciocchè i lettori di queste cose materiali comprendano, come la cavalleria è morta. E non si ved'elli, che pure ancora lo dirò, essere fatti cavalieri i morti? Che brutta, che fetida cavalleria è questa! Così si potrebbe fare cavaliere un uomo di legno o uno di marmo,... e, perchè no? anche un bue o altra bestia». — I fatti che il Sacchetti adduce a conferma di quanto scrive, sono invero parlanti abbastanza; una volta egli è messer Bernabò Visconti, che per derisione creò cavalieri due ubbriaconi, che bevettero a prova alla sua presenza; un'altra sono alcuni cavalieri tedeschi, dei quali sì si fa beffe a proposito degli ornamenti che portano sull'elmo e simili. Più tardi il Poggio mette in derisione i molti cavalieri del suo tempo senza cavallo e senza esercizio alcuno di guerra.[153] Chi voleva far pompa dei distintivi onorifici del ceto, per esempio, uscire a cavallo portando bandiere ecc., si creava da sè in Firenze una posizione molto difficile, tanto di fronte al governo, quanto a' suoi numerosi motteggiatori.[154]

Riguardando la cosa un po' più dappresso, si scorge che queste tarde ambizioni cavalleresche, indipendenti affatto da qualsiasi nobiltà di sangue, senza dubbio erano in parte il frutto di una ridicola vanità smaniosa di titoli, ma al tempo stesso avevano altresì un'altra radice. I tornei erano ancora in uso, e chi volea prendervi parte, dovea, giusta le formalità prescritte, essere cavaliere. Ma il combattimento in campo chiuso e più particolarmente la corsa delle lance, strettamente regolata e talvolta assai pericolosa, erano un'occasione favorevole per far mostra di forza e di coraggio, e nessuno, qualunque fosse la sua origine, voleva certamente lasciarsela sfuggire in un'epoca, in cui tanto conto si teneva del valor personale.

Quindi è che non giovò a nulla, che ancora il Petrarca fin dal suo tempo si fosse espresso in termini di viva riprovazione contro i tornei, come contro una pericolosa stoltezza: egli non convertì nessuno col suo patetico grido: «in niun libro si legge che Scipione o Cesare siano stati abili giostratori!»[155] La cosa anzi in Firenze acquistò una grande popolarità; ogni borghese cominciò a riguardar la sua giostra — che senza dubbio non era più tanto pericolosa — come una specie di onesto passatempo, e Franco Sacchetti[156] ci ha conservato il ritratto, estremamente comico, di uno di questi giostratori della domenica. Egli esce a cavallo sino a Peretola, dove si potea giostrare a prezzo mitissimo, sopra una rôzza presa a nolo da un tintore, alla quale alcuni burloni poscia appiccano un cardo sotto la coda: la bestia imbizzarrisce, prende il galoppo e porta a precipizio il cavaliere, armato di tutto punto, alla città. L'inevitabile scioglimento della novella è una violenta sgridata della moglie indispettita di simili scappate del marito.[157]

Per ultimo i Medici concepiscono una vera passione per la giostra, come se volessero mostrare per l'appunto, essi non nobili e privati, che la società di cui si circondano, non è in nulla inferiore ad una corte.[158] Già ancor sotto Cosimo (1459), e poi sotto Piero il vecchio ebbero luogo in Firenze delle giostre celebratissime; Piero il giovane poi per tali esercizi trascurò perfino il governo, e non voleva essere dipinto se non rivestito della sua splendida armatura. Anche alla corte di Alessandro VI prevalse un entusiasmo simile; e quando il cardinale Ascanio Sforza chiese al principe turco Zizim (v. vol. I, pag. 149 e 158) come gli piacesse quello spettacolo, il barbaro rispose assai saggiamente, che simili combattimenti nella sua patria si facevano fare agli schiavi, perchè, in caso di disgrazia, non se ne risentiva alcun danno. — L'orientale qui, senza saperlo, si trovava d'accordo con gli antichi romani nel riprovare i costumi del medio-evo.

Del resto, anche non tenendo conto di queste circostanze, che pur non sono di lieve momento per spiegarsi l'ardore insistente con cui si cerca la dignità cavalleresca, noi troviamo omai a questo tempo qua e colà dei veri ordini di corte (per es. a Ferrara), i cui membri hanno di diritto il titolo di cavaliere.


Ma, per grandi che fossero le singole ambizioni e le vanità dei nobili e dei cavalieri, sta di fatto che la nobiltà italiana si collocò sempre nel bel mezzo della vita comune, e non mai alle estremità della medesima. Noi la vediamo trattar colle altre classi costantemente sur un piede di perfetta uguaglianza, e l'ingegno e la cultura sono sempre i suoi naturali alleati. Certamente che in un cortigiano propriamente detto si esige un qualche grado di nobiltà,[159] ma questa esigenza è espressamente dichiarata figlia di un pregiudizio invalso nel pubblico (per l'oppenion universale), nè in ogni caso implica mai la supposizione, che anche un individuo non nobile non possa avere un merito intrinseco equivalente. E nemmeno rimane inteso con ciò che le persone non nobili debbano restar escluse da ogni contatto col principe: si vuole soltanto che all'uomo perfetto, al vero cortigiano, non manchi alcuna di quelle qualità, che costituiscono un ornamento della vita, e quindi neanche questa. Se poi in tutti i rapporti della vita gli vien fatto un obbligo speciale di mantenere un contegno riserbato e dignitoso, non è già perchè egli abbia un sangue più nobile nelle vene, ma perchè così vuole l'alta sua perfezione individuale. Trattasi di una distinzione moderna, il cui momento principale sta nella cultura e nella ricchezza; ma in quest'ultima solo in quanto renda possibile di consacrar la vita alla prima e di promuoverne in grande gli interessi e lo sviluppo.

CAPITOLO II. Raffinamento esteriore della vita.

Abbigliamenti e mode. — Articoli di toeletta delle donne. — Pulitezza esteriore. — Il galateo e la buona creanza. — Comodità ed eleganza.

Ora, quanto meno le differenze di nascita conferiscono un privilegio determinato, tanto maggiore ogni individuo, come tale, sente lo stimolo a mettere in evidenza i suoi pregi personali, e tanto più la vita sociale deve tendere per proprio impulso a restringersi in una cerchia speciale ed a nobilitarsi. Il sorgere dell'individualità e il raffinarsi della vita sociale diventano due fatti necessari, deliberatamente pensati e voluti.

Già l'apparenza esterna dell'uomo e le cose che lo circondano e gli ozj della vita quotidiana mostrano in Italia un'eleganza ed un raffinamento maggiore, che in qualsiasi altro paese. Delle abitazioni dei grandi spetta alla storia dell'arte il parlarne; qui soltanto dobbiamo notare, come esse superassero in comodità e nell'armonica disposizione delle parti i castelli e le corti o palazzi di città dei grandi del nord. Il vestire mutò per guisa, che egli è impossibile l'istituire un completo paragone colle mode degli altri paesi, molto più che, dal finire del secolo XV in poi, spesso si adottarono queste ultime. Ciò che i pittori italiani ci rappresentano come costume di quel tempo, è in generale quanto di più bello e di più accomodato ci fosse allora in Europa, ma non si potrebbe dir con certezza, se quel modo di vestire prevalesse generalmente e se i pittori, ritraendolo, sieno stati sempre esatti. Quello però che è fuori di dubbio si è, che in nessun luogo si tenne del vestire quel conto, che si teneva in Italia. La nazione era alquanto vanitosa; ma, oltre a ciò, anche uomini molto gravi non esitavano a riconoscere in un vestito quanto più si potesse bello e ben fatto un ornamento non dispregevole aggiunto alla persona. In Firenze ci fu perfino un periodo di tempo, in cui il vestire era una cosa affatto individuale, ed ognuno aveva una moda sua propria (v. vol. I, pag. 179 nota); ed anche per buon tratto del secolo XVI questa usanza fu coraggiosamente mantenuta da uomini considerevolissimi,[160] mentre intanto la grande maggioranza si accontentava di variare più o meno la moda dominante, secondo il gusto particolare. Si potrebbe adunque riguardare come un sintomo di decadenza per l'Italia l'ammonizione che si legge in Giovanni della Casa,[161] di evitare le singolarità e di non dipartirsi dalla moda regnante. Il nostro tempo, che, almeno negli abbigliamenti degli uomini, rispetta come legge suprema l'uniformità, rinuncia con ciò ad una caratteristica più importante che non si creda. Ma ciò procura un grande risparmio di tempo, e questo, colle idee di operosa attività che si hanno oggidì, può benissimo riguardarsi come compenso tale da contrabbilanciare ogni altro svantaggio.

In Venezia e a Firenze[162] eranvi, all'epoca del Rinascimento, prescrizioni speciali, che regolavano il modo di vestire degli uomini e ponevano limiti determinati al lusso delle donne. Dove simili leggi non esistevano, per esempio a Napoli, i moralisti deplorano scomparsa ogni traccia di differenza tra la nobiltà e il ceto borghese.[163] Oltre a ciò essi biasimano il rapidissimo mutar delle mode e (se noi interpretiamo rettamente) la stolta venerazione per tutto ciò che veniva di Francia, mentre nel fatto molte delle sue mode non erano che le antiche d'Italia spacciate siccome nuove, perchè rientrate dopo aver fatto il giro del paese straniero. Ora, il determinare sino a qual punto questo frequente mutare delle forme del vestire e l'adozione delle mode francesi e spagnuole[164] abbiano contribuito a tener viva nella nazione la passione abituale del lusso esterno, non è cosa di cui dobbiamo occuparci qui; ma, anche senza di ciò, il fatto merita d'esser notato come una prova di più del rapida sviluppo della vita italiana intorno al 1500.


Degna di speciale attenzione è la cura che pongono le donne, di modificare quanto più possono la loro apparenza esterna con tutti gli aiuti, che può offrire una ricca e minuziosa toeletta. In nessun paese d'Europa, dalla caduta dell'Impero romano in poi, non s'è cercato di dar tanto risalto al pregio della figura, al colore delle carni e alla ricchezza dei capelli, quanto allora in Italia.[165] Tutto tende ad uniformarsi ad un tipo convenzionale universalmente accettato, anche a costo di veder violate in modo strano, e talvolta goffo, le leggi naturali del bello. In questo riguardo noi prescinderemo del tutto dall'abbigliamento in genere, che nel secolo XIV fu estremamente svariato nei colori e carico negli ornamenti,[166] e più tardi ebbe una ricchezza un po' più elegante, e ci limiteremo alla toeletta nel senso più stretto.

Innanzi tutto noi troviamo che si portano, poi vengono proibite, poi tornano a portarsi false acconciature da testa, talune anche di seta bianca e gialla,[167] sino a che giunge un qualche grande oratore sacro, che commove gli animi a penitenza, e allora sulla pubblica piazza s'innalza un gran rogo (talamo) sul quale, insieme a liuti, arnesi da giuoco, maschere, ricette magiche, canzonieri erotici ed altre inezie, vanno a finire anche queste false acconciature:[168] la fiamma purificatrice riduce tutte queste cose in un mucchio di cenere. Il colore ideale, che tanto nei propri, come nei capelli posticci si cercava di preferenza, era il biondo. E siccome si credeva che il raggio solare avesse in sè la virtù di far acquistare quel colore ai capelli,[169] furonvi delle dame, che ebbero il coraggio di stare giornate intere sotto la sferza del sole;[170] del resto, ciò non impediva che si usassero tinture speciali e manteche per accrescerne altresì il volume. A ciò poi bisogna aggiungere un arsenale di acque ritenute confacenti a conservar la bellezza, empiastri ed unguenti per ogni singola parte del viso, perfino per le palpebre e i denti, di cui il nostro tempo non ha nemmeno una idea. E non giovarono nè i sarcasmi dei poeti,[171] nè le invettive dei predicatori, nè la paura stessa di guastarsi precocemente le carni a distogliere le donne da quegli usi e dal dare con ciò un falso colorito, e perfino una falsa forma al proprio viso. Non è impossibile che le frequenti e grandiose rappresentazioni dei Misteri, nei quali centinaia d'uomini apparivano dipinti e mascherati,[172] abbiano contribuito a trasformare quell'abuso in abitudine giornaliera; il fatto è che esso allora era universale, ed anche le fanciulle del contado facevano del loro meglio per uniformarvisi,[173] sin dove potevano. Si aveva un bel predicare, che simili artificii erano i contrassegni delle cortigiane; anche le più rispettabili matrone, che del resto in tutto il corso dell'anno non toccavano alcun empiastro, s'imbellettavano nei dì di festa, quando accadeva loro di dover mostrarsi in pubblico.[174] — Ma, sia che si riguardasse questo eccesso come un tratto di barbarie, di cui s'aveva un riscontro nell'uso di imbellettarsi dei selvaggi, sia che lo si ritenesse anche soltanto come uno sforzo di mantenere nei lineamenti e nel colorito il tipo normale della bellezza giovanile, come farebbe credere la somma accuratezza e la moltiplicità di questa toeletta, — certo è che agli uomini spiacque allora, come in ogni altro tempo, e ne sono prova i richiami continui, che in questo riguardo furono fatti al bel sesso.

Anche l'uso dei profumi eccedette ogni misura e si estese perfino a tutte le cose, colle quali in qualsiasi modo si doveva venire a contatto. Nelle grandi festività, si solevano strofinare con unguenti fin le mule, sulle quali si dovea cavalcare;[175] Pietro Aretino ringrazia Cosimo I per un invio fattogli di scudi profumati.[176]


Ma gl'Italiani vivevano allora altresì nella persuasione di superare in pulitezza esteriore qualsiasi dei popoli settentrionali. Nè parrebbe neanche doversi dire, che questa loro opinione andasse troppo lungi dal vero, se si considera che la pulitezza è una qualità indispensabile al perfezionamento della personalità moderna, che certamente in Italia si svolse più presto e più completamente che altrove; inoltre molti indizi farebbero credere anche, che essi fossero una delle più ricche nazioni del mondo d'allora. Prove assolute tuttavia non sarà mai possibile addurne, e se da ultimo la questione si restringesse al determinare a chi propriamente spetti la priorità, nella redazione dei primi codici di pulitezza e creanza, la poesia cavalleresca del medio-evo potrebbe a buon diritto vantarsi di possedere il più vecchio. Ciò non ostante, di una cosa non può dubitarsi, ed è questa, che alcuni dei più illustri rappresentanti del Rinascimento portarono la pulitezza della persona, specialmente ne' banchetti,[177] all'ultimo grado della perfezione, e che, per un antico pregiudizio, i tedeschi in Italia riguardavansi sempre come il tipo d'ogni sudiceria.[178] Il Giovio non esita ad attribuire molte abitudini poco pulite di Massimiliano Sforza all'educazione primitiva che questi aveva ricevuto in Germania,[179] e nota che gli Italiani n'erano veramente scandolezzati. In mezzo a ciò si ha tanto maggior ragione di sorprendersi che, per lo meno nel secolo XV, si lasciassero condurre le osterie e gli alberghi per lo più da tedeschi,[180] i quali praticarono questa industria principalmente in vista del gran numero di pellegrini, che affluivano a Roma. Ma le testimonianze che si hanno a questo riguardo potrebbero anche semplicemente riferirsi alle osterie e agli alberghi delle campagne, mentre si sa con certezza che nelle maggiori città le migliori locande erano tenute tutte da Italiani.[181] La mancanza poi di buoni alberghi nelle campagne potrebbe spiegarsi dal difetto di sicurezza in generale.

Della prima metà del secolo XVI ci rimane quel manuale della buona creanza, che Giovanni della Casa, nato fiorentino, ci lasciò sotto il titolo di «Galateo». In questo si prescrive non soltanto la pulitezza nel senso più schietto, ma s'inculca altresì l'abbandono di tutte quelle abitudini, che noi siamo soliti di chiamare «sconvenienti», con quello stesso tuono magistrale, con cui il moralista predica le più sublimi leggi morali. In altre letterature qualche cosa di simile non si insegna in via sistematica, ma piuttosto in modo indiretto, cioè colla descrizione di ciò che è sucido e ributtante.[182]

Ma il Galateo, oltre a ciò, è una bella e spiritosa guida per vivere con buona creanza e con fino e delicato sentire in generale. Ancora oggidì può esser letto con molto profitto da persone di ogni condizione, e la gentilezza della vecchia Europa difficilmente si scosterà mai dalle sue prescrizioni. In quanto il delicato sentire è cosa che viene dal cuore, può ben essere che, sin dai primordi di ogni cultura e presso tutti i popoli, sia stato innato in alcuni uomini ed acquisito per forza di volontà in altri; ma, come dovere sociale e come indizio di cultura e di buona educazione, i primi a conoscerlo senza alcun dubbio furono gl'Italiani. E l'Italia stessa da due secoli s'era già grandemente mutata. Adesso infatti si sente apertamente, che il tempo degli scherzi maligni tra conoscenti e vicini, delle burle e delle beffe (v. vol. I, pag. 209 e segg.) nella buona società è passato del tutto,[183] l'idea nazionale prevale su quella delle cittadinanze locali e prepara lo svolgersi di sentimenti di delicatezza e cortesia universali. Ma della vita sociale nel senso più ristretto avremo occasione di discorrere più innanzi.


Tutta la vita esterna in generale avea raggiunto in Italia, nel secolo XV e nei primi anni del XVI, un tal grado di raffinamento e di perfezione, da non vedersi in nessun altro paese l'eguale. Una moltitudine di quelle cose grandi e piccole, che costituiscono nel loro insieme la moderna agiatezza ed eleganza, c'era già in Italia, e si potrebbe provarlo, quando altrove non se ne aveva ancora un'idea. Nelle vie ben selciate delle città italiane[184] l'uso delle carrozze era generale, mentre fuori d'Italia dovunque o s'andava ancora a piedi, o a cavallo, o si usava della carrozza per sola necessità, non per piacere. Letti molli ed elastici, preziosi tappeti e svariatissimi articoli di toeletta vengono menzionati di frequente dai novellieri.[185] La copia e la finezza delle biancherie sono spesso l'oggetto delle loro descrizioni. Essi ci parlano anche di cose, che si direbbero piuttosto appartenere al campo dell'arte, notando con ammirazione come essa da tutte parti nobiliti il lusso, adornando non solo il grandioso armadio, ma eziandio il leggero stipetto di preziosi e magnifici vasi, rivestendo le pareti di pomposi arazzi, arricchendo la mensa di confetture lavorate in mille guise, e aggiungendo infine eleganza e buon gusto al rozzo lavoro del falegname. Tutto l'occidente si prova negli ultimi tempi del medio-evo, e secondo le sue forze glielo permettono, in simili tentativi, ma o non riesce che a dare inezie e freddure, o non sa svincolarsi dalle pastoie convenzionali della decorazione gotica, mentre l'arte italiana del Rinascimento si move liberamente in ogni senso, risponde degnamente alle più svariate esigenze e si crea una sfera d'attività senza confronto più vasta ed estesa. Da ciò la facile vittoria di queste forme decorative italiane d'ogni specie sopra le nordiche nel corso del secolo XVI, quantunque sia anche vero che essa è dovuta altresì a cause di molto maggiore e più generale importanza.

CAPITOLO III. La lingua come base del vivere sociale.

Formazione di una lingua ideale. — Diffusione sempre crescente della medesima. — I puristi più rigidi. — Meschinità dei loro trionfi. — La conversazione.

La società più elevata, che qui oggimai appare come un prodotto della riflessione, anzi come la più alta creazione della vita del popolo, presuppone, come condizione indispensabile, il linguaggio.

Nell'epoca più florida del medio-evo presso tutti i popoli occidentali l'aristocrazia aveva cercato di mantenere una lingua «cortigiana» tanto per la conversazione, che per la poesia. Ed allo stesso modo anche in Italia, i cui dialetti assai per tempo si differenziarono tanto fra loro, si ebbe sin dal secolo XIII una lingua così detta «curiale», che era comune alle corti e ai loro poeti. Ora il fatto più importante si è questo, che di una tal lingua si volle con ogni sforzo far la lingua di tutte le persone colte, la lingua scritta. Nell'introduzione alle «Cento novelle antiche», redatte ancor prima del 1300, un tale scopo è confessato apertamente. Anzi, per vero dire, qui la lingua è trattata espressamente come qualche cosa di completamente indipendente dalla poesia: il meglio che in essa si possa ottenere, è l'espressione semplice, chiara, spiritualmente bella in brevi discorsi, sentenze e risposte. Questa espressione è a questo tempo in pregio non meno che lo fosse in altri tempi presso i greci e gli arabi: «quanti in una lunga vita non sono mai riusciti a mettere insieme una bella frase» (un bel parlare)!

Ma l'impresa diventava appunto tanto più difficile, quanto più vi si lavorava attorno da diverse parti. Dante ci porta addirittura nel bel mezzo di questa lotta: il suo libro «Del volgare eloquio»[186] ha un'importanza grandissima non solo per la questione in sè stessa, ma anche perchè è la prima opera ragionata sopra una lingua moderna in generale. L'esaminare lo sviluppo successivo delle sue idee e le conclusioni, alle quali egli giunge, sono cose che appartengono alla storia della filologia, nella quale quel libro occuperà sempre un posto rilevantissimo. Qui a noi basta di constatare tre fatti: che, cioè, ancor lungo tempo prima che si cominciasse a scriverla, la lingua deve essere stata una delle più importanti questioni della vita quotidiana; che tutti i dialetti erano stati studiati con partigiana predilezione o avversione; e che la nascita della lingua ideale comune non si avverò se non in mezzo a grandi lotte e contrasti.

Il meglio che poteva farsi, lo fece Dante col suo immortale Poema. Il dialetto toscano diventò la base essenziale della nuova lingua comune.[187] Se ciò a taluno paresse eccessivo, valga a nostra giustificazione il fatto che questa, in una questione tanto dibattuta, è ad ogni modo l'opinione la più universalmente ricevuta.


Ora può benissimo darsi che, nel rispetto letterario e poetico, lo screzio insorto intorno a questa lingua, quello che suol dirsi il purismo, abbia altrettanto nociuto, quanto giovato; può darsi altresì che qualche scrittore, del resto dotato di grandi attitudini, sia stato con ciò defraudato di un pregio essenziale, la spontaneità della espressione; e può darsi per ultimo, che altri, padroneggiando in altissimo grado questa stessa lingua, si sieno cullati alla loro volta nell'onda maestosa e nell'armonia della medesima, trascurando per la forma il concetto; stando di fatto che anche una meschina melodia, uscita da un tale strumento, può risonare magicamente. Ad ogni modo e comunque sia, nell'uso sociale essa ebbe un'importanza grandissima, perchè contribuì a dare un andamento grave e dignitoso allo stile in generale, e perchè costrinse l'uomo colto a serbare, tanto nella vita ordinaria quanto nelle circostanze straordinarie, un contegno serio e una costante elevatezza di idee e di sentimenti. Che se anche talvolta, sotto questo abbigliamento classico, come un tempo sotto la veste del puro atticismo, ci accade d'incontrare basse scurrilità e velenosi sarcasmi, non è men vero però, che, quasi a compenso, ogni idea più nobile ed elevata vi trova altresì una condegna espressione. La sua importanza poi emerge ancor più dal punto di vista nazionale, diventando essa come la patria ideale di tutti gli uomini colti dei diversi Stati, in cui così per tempo andò diviso il paese.[188] Di più, essa non è il patrimonio esclusivo di questa o di quella classe in particolare, ma tutti, anche l'uomo il più abbietto e il più povero, possono trovare il tempo ed i mezzi d'impadronirsene, purchè vogliano. Ancora oggidì (e forse ora più che mai) lo straniero resta sorpreso e maravigliato di udire sulla bocca del basso popolo e dei contadini un italiano puro e puramente pronunziato in provincie italiane, dove al tempo stesso regna un dialetto inintelligibile, e cerca indarno di trovare un riscontro ad un fatto simile presso le plebi di Francia e di Germania, dove invece anche gli uomini istrutti sacrificano pur tanto alla pronunzia locale. Vero è che in Italia il numero di coloro che sanno leggere è di gran lunga maggiore, che, a giudicare da tante altre circostanze, specialmente nell'ex-territorio pontificio, non si sarebbe tentati di credere; ma qual peso avrebbe questa circostanza senza quella generale e incontestata venerazione, che si ha per la pura lingua e la pronuncia, come per un tesoro altamente caro e pregiato? Tutte le regioni, l'una dopo l'altra, le hanno ufficialmente accettate, non escluse Venezia, Milano e Napoli, ancora al tempo in cui fioriva la letteratura, soggiogate in certo modo dallo splendore che da esse partiva. Ed anche il Piemonte, benchè soltanto nel nostro secolo, s'è di sua propria iniziativa italianizzato, accettando spontaneamente il più bel tesoro della nazione, la pura lingua.[189] Alla letteratura dei dialetti furono, sin dal principio del secolo XVI, senza sforzo e deliberatamente abbandonati taluni argomenti, per lo più comici, ma talvolta anche serii,[190] prestandosi lo stile di essi a qualsiasi esigenza. Presso gli altri popoli una simile separazione, come frutto di una determinazione calcolata e riflessa, non ebbe luogo se non molto più tardi.


L'opinione delle persone colte sul valore della lingua, come elemento d'unione della società più elevata, trovasi chiaramente espressa nel «Cortigiano».[191] Fin d'allora, cioè fin dal principio del secolo XVI, eranvi taluni, che con ostinato fanatismo tenevano fermo a voler mantenute alcune espressioni invecchiate di Dante e degli altri toscani del suo tempo, non per altro, se non perchè erano antiche. Nella lingua parlata il Castiglione le proibisce assolutamente, e non le accetta nemmeno nella lingua scritta, perchè anche in questa egli non vede che una forma speciale del parlare. Coerentemente poi a questa premessa, egli stabilisce che il miglior modo di parlare sarà quello, che più d'ogni altro s'accosti alla lingua convenientemente scritta. Donde emerge assai chiaro il concetto che tutti quelli, i quali hanno da dire qualche cosa di veramente importante, debbono essi stessi formarsi la propria lingua, e che questa è mobile e mutabile, appunto perchè è qualche cosa di vivo: potersi quindi usare liberamente le più belle espressioni, purchè il popolo le usi, togliendole anche da regioni non toscane, e accettando perfino le francesi e le spagnuole, quando l'uso le abbia consacrate per certe cose speciali:[192] sorgere così, coll'aiuto dell'ingegno e dello studio, una lingua, la quale non sarà invero l'antico toscano puro, ma l'italiano vero, ricco e pieno come un prezioso giardino, abbondante di fiori e di frutta. S'intende da sè che è dovere imprescindibile d'un cortigiano di esprimere sotto questa veste perfetta i suoi affetti e la sua poesia.


Ora, siccome la lingua era divenuta un patrimonio della società viva, così, in onta a tutti i loro sforzi, i puristi non riuscirono in sostanza ad aver vinta la causa. V'erano troppi e troppo valenti scrittori ed uomini di società anche toscani, che o non si curavano o ridevano di quegli sforzi; e l'ultima di queste due eventualità si verificava ogni volta che dal di fuori veniva un dotto qualunque e pretendeva mostrare ad essi, ai toscani, che essi stessi erano «della loro lingua ignorantissimi».[193] Già l'esistenza di uno scrittore quale era il Machiavelli troncava d'un tratto tutte quelle questioni, in quanto egli avea dato ai profondi suoi concetti una veste limpida, schietta, naturale, adottando una lingua, che aveva tutti i pregi, fuorchè quello di imitare il puro Trecento. D'altro lato v'erano troppi lombardi, romani, napoletani ed altri, ai quali non poteva rincrescere, se nello scrivere e nel conversare non si esageravano troppo le pretese di un rigoroso purismo nell'espressione. Essi ripudiavano, è vero, le forme e i modi del loro dialetto, e il Bandello, per tutti, assai spesso (non sappiamo quanto sinceramente) ne fa ampia e chiara protesta: «io non ho stile, io non scrivo in volgar fiorentino, ma barbaramente; io non pretendo insegnar altrui, nè accrescere ornamento alla lingua volgare; io non sono che un lombardo e in Lombardia a' confini della Liguria nato» ecc.[194] Ma, di fronte al partito dei rigidi puristi, tutti cercavano nel fatto di sostenersi, e, rinunciando a bello studio a pretese maggiori, sforzavansi a tutto potere, e quasi a compenso, d'impadronirsi della lingua comune. Non a tutti infatti era dato di poter fare come il Bembo, che, nato a Venezia, scrisse per tutta la sua vita il più puro toscano, (sempre però come lingua appresa e quasi straniera), o come il Sannazzaro, che presso a poco fece altrettanto, essendo napoletano. L'essenziale era questo che ognuno sia parlando, sia scrivendo, doveva trattar la lingua con somma cura. Posto ciò, si poteva benissimo lasciare ai puristi tutto il loro fanatismo, i loro congressi filologici[195] e simili: veramente dannosi essi non divennero che più tardi, quando il soffio dell'originalità era già fatto notevolmente più languido nella letteratura, e stava per soggiacere ad influenze affatto d'altra natura, ma ancor più perniciose. Da ultimo fu libero alla stessa Accademia della Crusca di trattar l'italiano come una lingua morta; ma i suoi sforzi furono talmente impotenti, che non riuscì nemmeno ad impedire che assumesse quell'indirizzo e quel colorito francese, che forma il carattere distintivo della letteratura del secolo XVIII (cfr. p. 144 nota).


Ora fu appunto questa lingua tanto pregiata, curata e portata omai al sommo della pieghevolezza e duttilità, che divenne nella conversazione lo strumento e la base di ogni sociale convivenza. Mentre nei paesi settentrionali i principi e i nobili passavano i loro ozi o chiusi nella solitudine dei loro castelli o in continui combattimenti, cacce, banchetti e ceremonie, e la borghesia era tutta dedita al giuoco e agli esercizii corporali o, se pur si voglia, s'esercitava a scrivere rozzi versi e celebrava feste continue, in Italia, dove pure tali cose esistevano, erasi formato altresì un ambiente più elevato e sereno, dove uomini di qualsiasi condizione e nascita, purchè non privi di talento e di cultura, si raccoglievano in eleganti convegni a discorrere di cose serie e facete, alternando l'utile al dolce. Siccome in tali convegni o non si usava di far trattamenti, o questi si riducevano ad assai poca cosa,[196] non era difficile neanche il tenerne lontani gli uomini più materiali e gli scrocconi. Se ci è permesso di credere a quanto ne scrissero alcuni autori di dialoghi, anche i più elevati problemi della vita avrebbero formato l'oggetto d'importanti discussioni fra gli uomini più distinti: nè la manifestazione di sublimi pensieri vi sarebbe stata, come di regola presso i settentrionali, un privilegio puramente individuale, bensì comune a parecchi. Qui però noi ci restringeremo a toccare della vita sociale nel lato men serio ch'essa presenta, nelle riunioni, che non hanno altro scopo, che sè medesime.

CAPITOLO IV. La forma più elevata della vita sociale.

Convenienze sociali e statuti. — I novellieri e il loro uditorio. — Le grandi dame e le loro sale. — La società fiorentina. — La società di Lorenzo descritta da lui medesimo.

Questa vita, almeno nei primi anni del secolo XVI, era assai saggiamente regolata e si basava sopra quelle convenienze tacite ed espresse, che sono domandate o dalle circostanze o dal decoro, ma che non hanno nulla che fare colla rigida etichetta. In certi circoli più compatti, dove le riunioni assumevano il carattere di stabili corporazioni, v'erano perfino degli statuti e delle formalità per l'accettazione, come, per esempio, in quelle allegre società di artisti fiorentini, alle quali il Vasari attribuisce il merito[197] di aver promosso la rappresentazione delle più importanti commedie d'allora. Le società più leggere invece e che si mettevano insieme per circostanze affatto momentanee, accettavano volentieri le prescrizioni, che eventualmente venivano imposte dalla dama più ragguardevole. Tutti conoscono l'Introduzione del Decamerone del Boccaccio, e sono usi a considerare il regno di Pampinea su tutta quella società come nulla più che una piacevole finzione, e certamente essa è tale in questo caso speciale; ciò non ostante non è men vero, ch'essa si fonda sopra una consuetudine già accettata nella vita sociale. Il Firenzuola, che quasi due secoli dopo premette alle sue novelle un'introduzione simile, s'accosta senza dubbio ancor più alla realtà, quando in bocca alla regina della sua società pone un discorso sul modo di ripartire il tempo durante il soggiorno alla campagna, vale a dire, prima di tutto un'ora di speculazioni filosofiche andando a passeggiare sopra una collina, poi la mensa rallegrata dal suono del liuto e del canto,[198] indi la recita in qualche sito ombroso di qualche nuova canzone, il cui tema vien dato d'ordinario la sera precedente; più tardi una passeggiata ad una fonte, dove ognuno s'asside e narra una novella, e finalmente la cena e i piacevoli ragionamenti, «tali però, che alla onestà delle donne e alla gentilezza degli uomini non disconvengano». Il Bandello nelle introduzioni e nelle dediche di ciascuna delle sue novelle non riferisce, è vero, simili discorsi di circostanza, poichè le diverse società, dinanzi alle quali quelle novelle vengono narrate, esistono già come circoli omai formati, ma lascia in altro modo indovinare, quanto ricche, svariate e piacevoli dovevano essere queste supposte riunioni sociali. Alcuni lettori penseranno, che in società capaci di udire racconti tanto immorali, come son quelli che si leggono, non ci fosse troppo nè da perdere, nè da guadagnare. Ma da un altro lato potrebbe anche dirsi, che ben solide dovevano essere le basi di società, che, ad onta di tali racconti, non uscivano dalle convenute formalità, non andavano a soqquadro, e potevano perfino occuparsi di serie discussioni sugli argomenti più gravi. Ciò vuol dire che il bisogno di una forma elevata di conversazione si faceva sentire più forte che mai e andava sopra ogni cosa. Per convincersene non occorre di prendere a norma la società un po' troppo idealizzata, che il Castiglione introduce a parlare sui più elevati sentimenti e scopi della vita alla corte di Guidobaldo da Urbino e Pietro Bembo nel castello di Asolo. La società del Bandello, invece, anche in onta a tutte le frivolezze alle quali si abbandona, può riguardarsi come il tipo più veritiero di quell'elegante decoro, di quella facile amabilità, di quella schietta franchezza, di quello spirito insomma e di quella cultura letteraria ed artistica, che formano i caratteri distintivi di tali circoli. Una prova assai concludente se ne ha specialmente in questo, che le dame, che ne formavano il centro, godevano l'universale estimazione, nè per tal fatto furono minimamente pregiudicate nella loro fama. Fra le protettrici del Bandello, per esempio, Isabella Gonzaga, nata Estense (v. vol. I, pag. 58), se ebbe una celebrità non scevra di macchie, non fu già pel proprio contegno, ma per quello delle scostumate damigelle che la circondavano:[199] Giulia Gonzaga Colonna, Ippolita Sforza maritata ad un Bentivoglio, Bianca Rangona, Cecilia Gallerana, Camilla Scarampa, ed altre andarono del tutto immuni, qualunque del resto sia stato il loro contegno, da ogni accusa e censura. La più celebre donna d'Italia poi, Vittoria Colonna, godeva fama addirittura di santa. Ora, egli è indubitato che le particolarità che ci vengono date intorno al vivere sciolto, che si conduceva nelle città, nelle ville e nei bagni più celebrati, non sono di tal natura da farne emergere una superiorità assoluta della vita sociale d'Italia su quella del resto d'Europa. Ma si legga il Bandello,[200] e si vegga poscia se un genere simile di società sarebbe, ad esempio, stato possibile in Francia, prima che vi fosse stato trasportato d'Italia da lui e da tanti altri colti e civili al pari di lui? — Certamente che anche a quel tempo le più alte creazioni dell'ingegno umano non ebbero bisogno, per nascere, dell'aiuto o del favore di quelle riunioni, ma si avrebbe gran torto se le si riguardasse come di poco momento nella vita dell'arte e della poesia, non fosse per altro, almeno per questo, che aiutarono potentemente a creare in Italia ciò che allora non esisteva in verun altro paese, un vivo interessamento per tutto quanto si produceva nell'un campo e nell'altro, e un gusto squisito per rettamente giudicarne. Prescindendo poi anche da ciò, questo genere di società è già per sè stesso un necessario portato di quella particolare cultura e di quel modo di vivere, che allora era esclusivamente italiano, e che d'allora in poi divenne europeo.


In Firenze la vita di società è fortemente influenzata da parte della letteratura e della politica. Innanzi tutto Lorenzo il Magnifico è tal uomo, che domina completamente quanti lo circondano, non tanto in virtù della sua posizione, quanto per le sue stesse qualità; sebbene egli, del resto, abbia lasciato sempre piena libertà d'azione anche a quelli, che più gli stavano dappresso.[201] Si vede, ad esempio, con quanto rispetto egli tratti il Poliziano, l'educatore de' suoi figli, e come i modi franchi ed aperti del letterato e del poeta a gran fatica si concilino in lui con quella riserbatezza, che gli è imposta necessariamente dal rango principesco, cui ormai è salita la sua casa, e dai riguardi che egli deve alle suscettibilità di sua moglie; ma dal canto suo, e quasi in ricambio, il Poliziano è l'espressione e quasi il simbolo vivente delle glorie dei Medici. Lorenzo poi si compiace, giusta l'uso della sua famiglia, di lasciare una traccia imperitura del gusto e della passione, che egli ha per tali convegni sociali. Nella sua splendida improvvisazione «La caccia col falcone» egli fa un ritratto comico de' suoi compagni, e nel «Simposio» lo scherzo va ancora più innanzi e tocca il burlesco, ma però sempre in modo, che vi si travede anche il lato serio della riunione.[202] E che questa assumesse talvolta un tale carattere ce lo attestano con piena evidenza le sue corrispondenze, e le notizie rimasteci sulle frequenti sue dispute filosofiche ed erudite. Altri circoli posteriori di Firenze sono, in parte almeno, specie di clubs politici, che però hanno al tempo stesso un lato poetico e filosofico, come, per esempio, la così detta Accademia platonica, che dopo la morte di Lorenzo soleva raccogliersi negli orti de' Rucellai.[203]

Nelle corti principesche la vita sociale dipendeva naturalmente dalle tendenze personali del regnante. Di esse, per vero, al principiare del secolo XVI ce n'era oggimai poche, e queste poche erano anch'esse pressochè senza importanza. Roma faceva un'eccezione colla corte veramente unica di Leone X, dove si raccoglieva una società tanto speciale, quale non si vide ripetersi più in nessun epoca storica.

CAPITOLO V. L'uomo perfetto di società.

Suoi amori. — Sue qualità esterne ed interne. — Gli esercizi corporali. — La musica. — Gl'istrumenti e i virtuosi. — Dilettanti in società.

Ed ora si vien formando per le corti, ma più ancora per sè medesimo, il Cortigiano, quale ci vien descritto dal Castiglione. Egli è propriamente l'uomo ideale, quale lo domanda la cultura di quel tempo, e la corte sembra più fatta per lui, che egli per la corte. Tutto ben ponderato, un tal uomo non potrebbe essere adoperato in nessuna corte, perchè egli stesso ha il talento e la apparenza di un vero principe, e perchè l'eccellenza sua, calma e dignitosa in ogni cosa, presuppone già in lui una assoluta indipendenza. Il movente principale d'ogni sua azione non è, benchè l'autore lo dissimuli, il servizio del principe, ma bensì il suo proprio perfezionamento. Un esempio spiegherà meglio la cosa: nella guerra il Cortigiano deve astenersi da tutte quelle imprese, anche utili e non scevre di sacrifici e pericoli, che non sieno grandiose e belle in sè medesime, perchè deve aver sempre fisso in mente che ciò che lo conduce alla guerra, non è il dovere in sè stesso, ma soltanto l'honore.[204] La posizione morale di fronte al principe, quale è presentata nel quarto libro, è quella di un uomo libero e indipendente. La teoria degli amori del Cortigiano (nel terzo libro) contiene osservazioni psicologiche molto sottili, le quali però per la miglior parte si riferiscono a tutti gli uomini in generale, e la grande e quasi lirica glorificazione dell'amore ideale (sulla fine del quarto libro) non ha più nulla che fare coll'assunto speciale di tutta l'opera. Ma anche qui, come negli Asolani del Bembo, la straordinaria elevatezza della cultura si fa manifesta dal modo delicatissimo, con cui i sentimenti vengono analizzati. Bensì non si deve sempre prestar cieca fede a questi autori, nè creder tutto sulla loro parola; ma ciò non vuol dire che quei discorsi non sieno stati tenuti realmente nelle più elevate società, e più innanzi vedremo, che spesse volte queste convenzionali apparenze nascondevano lampi di vera passione.


Tra le qualità esteriori, quelle che innanzi tutto si esigono in grado perfetto in un Cortigiano, sono i così detti esercizi cavallereschi; ma, oltre a questi, richiedevansi anche parecchie altre cose, che veramente non avrebbero potuto pretendersi se non in corti colte, regolarmente organizzate e basate tutte sull'emulazione personale, quali in allora non esistevano se non in Italia: altre cose ancora si fondano evidentemente sopra un'idea puramente generale ed astratta della perfezione individuale. Il Cortigiano deve aver familiari tutti i giuochi ed esercizi più nobili, il salto, la corsa, il nuoto, la lotta: principalmente poi deve essere un abile danzatore e (come già s'intende da sè) un perfetto cavallerizzo. Oltre a ciò si esige da lui tal conoscenza di più lingue, o almeno almeno dell'italiano e del latino, che s'intenda di amena letteratura e sappia dare un giudizio in fatto di belle arti; nella musica anzi vuolsi una certa abilità pratica, che però egli terrà segreta quanto più gli sarà possibile. Non si pretende tuttavia che queste qualità sieno in lui tutte in grado perfetto, eccezione fatta dell'esercizio delle armi; dal neutralizzarsi reciproco di tante doti risulta per l'appunto quel perfetto individuo, nel quale nessuna primeggia tanto spiccatamente da recar nocumento alle altre.


Egli è fuor d'ogni dubbio che nel secolo XVI gl'Italiani, sia come scrittori teorici, sia come maestri pratici, erano in grado d'insegnare a tutto l'occidente tanto in fatto di esercizi ginnastici d'ogni specie, quanto in fatto di convenienze sociali. Nel cavalcare, nel giostrare e nel danzare furono essi i primi a dar l'indirizzo con opere scritte, con disegni e figure, e con insegnamenti pratici; la ginnastica, come cosa a sè e separata dagli esercizi guerreschi e dai semplici giuochi, fu forse per la prima volta insegnata alla scuola di Vittorino da Feltre (v. vol. I, pag. 282) e rimase poi come parte integrante di ogni completa educazione.[205] L'importanza di un tal fatto sta tutta in questo, che essa fu insegnata allora come una vera arte: quali esercizi fossero in uso, e se per avventura si conoscessero quelli che sono più frequenti oggidì, è impossibile il dirlo. Ma che, oltre la forza e la destrezza, mirassero anche ad ottenere la grazia, lo si può arguire non solo dall'indole della nazione già nota sotto tanti altri aspetti, ma anche da notizie positive che se ne hanno. Basta in proposito ricordare il grande Federigo da Urbino (v. vol. I, pag. 60), che assisteva in persona ai giuochi de' giovani a lui affidati.

I giuochi e le gare non presentavano in fondo nessuna sostanziale differenza da quelli che erano in uso presso gli altri popoli occidentali. Naturalmente nelle città marittime vi si aggiungevano le gare dei remiganti, e le regate veneziane erano assai per tempo famose.[206] Il giuoco classico d'Italia era, ed è, notoriamente il giuoco della palla, ed anche questo all'epoca del Rinascimento pare vi sia stato coltivato con molta maggior passione e con più pompa, che in qualunque altro paese d'Europa. Non se ne hanno però positive testimonianze.


A questo punto non dobbiamo lasciare in dimenticanza la musica.[207] La composizione intorno al 1500 era ancora principalmente nelle mani della scuola olandese, che veniva molto ammirata pel complicato artificio e per la stranezza delle sue creazioni. Ma, accanto a questa, eravi pure una scuola italiana, che senza dubbio s'accostava assai di più al nostro gusto musicale d'oggidì. Un mezzo secolo più tardi sorse il Palestrina, le cui armonie esercitano un fascino prepotente anche sul mondo attuale: egli vien dato altresì come un gran novatore, ma non ci è detto con sufficiente chiarezza, se a lui o ad altri si debba il passo decisivo, che ha fatto il linguaggio musicale del mondo moderno, per cui a noi profani è impossibile il farci un'idea esatta dello stato delle cose in questo riguardo. Lasciando adunque completamente da parte la storia della composizione musicale, cercheremo invece di dir qualche cosa sul posto, che si faceva alla musica nella vita sociale d'allora.

Innanzi tutto un fatto sommamente caratteristico pel Rinascimento e per l'Italia di quel tempo è il multiforme specializzarsi dell'orchestra, il cercar nuovi strumenti, vale a dire nuove combinazioni armoniche, e — in stretta colleganza con ciò — il formarsi di una classe speciale di cultori dell'arte per professione (virtuosi), che è come a dire, l'insinuarsi dell'elemento individuale in determinati rami della musica e in determinati strumenti.

Fra gli strumenti capaci di dare una completa armonia, l'organo ebbe assai per tempo una grande diffusione e un notevole perfezionamento, ma, accanto ad esso, si diffuse anche assai presto il corrispondente strumento a corde, il gravicembalo o clavicembalo, di cui si conservano ancora dei frammenti, che risalgono ai primi anni del secolo XIV, perchè ornati con figure dipinte da sommi maestri. Fra tutti gli altri poi il violino prese il primo posto e diede anche delle grandi celebrità. Presso Leone X, che già anche da cardinale aveva la casa piena di cantanti e di sonatori e che godeva fama egli stesso di grande conoscitore ed esecutore, divennero celebri Giovanni Maria e Jacopo Sansecondo: al primo Leone diè il titolo di conte e il possesso di una piccola città;[208] il secondo credesi rappresentato nell'Apollo del Parnaso di Raffaello. Nel corso poi del secolo XVI sorsero delle celebrità in ogni ramo speciale, e Lomazzo (intorno al 1580) nomina a tre a tre prima i virtuosi di canto, poi quelli di ciascuna specie di strumenti, quali l'organo, il liuto, la lira, la viola da gamba, l'arpa, la cetra, i corni e le tibie, esprimendo il voto che i loro ritratti sieno dipinti sugli stessi strumenti.[209] Una così svariata attitudine a giudicare di tutti i generi fuori d'Italia a quel tempo non si sarebbe potuta neanche immaginare, sebbene quegli strumenti fossero già noti e diffusi dovunque.

Oltre a ciò, la ricchezza in fatto di strumenti emerge specialmente da questo, che s'è trovato prezzo dell'opera di farne, a titolo di curiosità, delle collezioni. In Venezia, dove la passione per la musica era grande,[210] ve n'erano parecchie; e quando per caso vi s'incontrava un certo numero di virtuosi, vi s'improvvisava all'istante un concerto. (In una di simili collezioni vedevansi anche parecchi strumenti costrutti su modelli o descrizioni antiche, ma non è detto se vi fosse chi sapesse suonarli e qual suono dessero). Non è neanche da dimenticare, che taluni di questi strumenti presentavano esteriormente una certa eleganza, per cui, aggruppati insieme, armonizzavano assai leggiadramente fra loro. E appunto per questo accade d'incontrarli anche nelle collezioni d'altre rarità e cose d'arte.


Gli esecutori, oltre i virtuosi di professione, erano o singoli amatori od anche intere orchestre di dilettanti, organizzati a guisa di corporazioni o di «accademie».[211] Molti pittori, scultori ed architetti s'intendevano anche, e talvolta in sommo grado, di musica. — Alle persone appartenenti alle classi più elevate erano sconsigliati gli strumenti a fiato per gli stessi motivi,[212] pei quali una volta se n'erano astenuti Alcibiade e la stessa Pallade Atena. La società più ragguardevole amava il canto solo o con accompagnamento di violino; ma piaceva anche il quartetto a viole[213] e, per la ricchezza de' suoi mezzi, altresì il clavicembalo, non però il canto a più voci, «perchè assai meglio si ascolta, si ode e si giudica una voce sola». In altre parole, siccome il canto, in onta a qualsiasi convenzionale modestia (v. pag. 157), rimane pur sempre un mezzo opportuno per mettere in evidenza un uomo perfetto di società, così è meglio che ognuno sia udito (e veduto) da solo. L'effetto che si suppone prodursi nelle leggiadre ascoltatrici, è sempre dei più vivi e soavi, e appunto per questo alle persone alquanto attempate si sconsiglia sì il canto che il suono, quand'anche posseggano ancora una certa valentia nell'una cosa e nell'altra. L'effetto deve risultare da una gradevole impressione prodotta al tempo stesso sull'udito e sulla vista. — Di un apprezzamento della composizione, come lavoro d'arte a sè, non è fatta parola. Per converso accade talvolta che il contenuto delle parole esprima qualche terribile situazione reale, qualche caso effettivamente occorso al cantore.[214]

Fuor d'ogni dubbio questo dilettantismo tanto delle classi medie, come delle più elevate, in Italia ebbe una diffusione maggiore, e al tempo stesso si tenne più strettamente ligio alle prescrizioni dell'arte, che non altrove. Dovunque si parla di riunioni sociali, non si tralascia mai di parlare altresì dei canti e dei suoni, che vi si udivano; centinaia di ritratti ci rappresentano o singolarmente a gruppi gli artisti, e perfino nei quadri di cui son decorate le chiese, i concerti degli angeli mostrano ad evidenza, quanto famigliari fossero ai pittori queste riunioni vere e reali dei cultori della musica. Un'altra prova della passione con cui si coltiva quest'arte, si ha nel fatto che a Padova, per esempio, un Antonio Rota, suonatore di liuto, (morto nel 1549) divenne addirittura ricco solo col dare lezioni private e col pubblicare un «Avviamento» allo studio del liuto.[215]

In un tempo in cui l'Opera non aveva ancora cominciato ad assorbire tutto il genio musicale e quasi ad arrogarsene il monopolio esclusivo, questi sforzi possono segnalarsi come veramente maravigliosi, ed hanno diritto a tutta la nostra ammirazione. Ella è poi una questione affatto diversa quella di sapere quale interesse desterebbero in noi quelle armonie, se, per una strana ipotesi, ci fosse dato di udirle.

CAPITOLO VI. Condizione della donna.

Sua educazione pari a quella dell'uomo. — Carattere virile delle sue poesie. — Sviluppo completo della sua personalità. — La donna-uomo (virago). — La donna nella società. — Cultura delle cortigiane.

Finalmente, per bene intendere la vita sociale dei circoli più elevati dell'epoca del Rinascimento, è della massima importanza il sapere, che la donna in essi ebbe una posizione uguale in tutto a quella dell'uomo. Non bisogna a questo riguardo lasciarsi trarre in inganno dalle sofistiche e spesso anche maligne argomentazioni, colle quali taluni scrittori di dialoghi di quel tempo cercano di provare la pretesa inferiorità del bel sesso, e neanche da qualche satira del genere della terza dell'Ariosto,[216] nella quale la donna è rappresentata come un pericoloso fanciullo fatto già adulto, che l'uomo deve saper dirigere, sebbene tra lui ed essa esista un abisso. Quest'ultima ipotesi però presenta in un certo senso un lato vero: appunto perchè in Italia la donna, giunta al pieno sviluppo della sua individualità, era uguale in tutto all'uomo, non potè nel matrimonio effettuarsi quella completa identificazione di pensieri e di sentimenti, che più tardi forma la fortunata caratteristica delle morigerate popolazioni del nord.

Dicemmo che l'educazione della donna nelle classi più elevate era essenzialmente uguale a quella dell'uomo. Egli è un fatto che gl'Italiani del Rinascimento non esitarono a far impartire ai loro figli d'ambo i sessi l'identica istruzione letteraria e perfin filologica (v. vol. I, pag. 291). Ma ciò era anche naturale: dal momento che questa cultura neo-antica si riguardava come l'ornamento più bello della vita, non v'era nessuna ragione perchè non dovessero fregiarsene anche le fanciulle. Vedemmo altrove qual grado di valentìa raggiunsero le figlie di alcune case principesche nel parlare e nello scrivere latino (v. vol. I, pag. 299 e 305). Altre dovevano almeno saperlo leggere e intendere, per poter nelle conversazioni tener dietro a ciò che ne costituiva la parte più essenziale, le discussioni erudite su varii punti dell'antichità. A ciò s'aggiunga la parte veramente attiva, che doveano prendere allo studio della poesia italiana, nella quale si voleva che anch'esse sapessero comporre sonetti e canzoni, e si provassero perfino nell'improvvisazione: e una prova se ne ha nel numero considerevole di donne, che in questo genere acquistarono una grande celebrità,[217] dopo l'esempio dato dalla veneziana Cassandra Fedele (della fine del secolo XV); taluna, come Vittoria Colonna, si rese addirittura immortale. — Ora, se v'è cosa che confermi al tutto la nostra superiore asserzione dell'indirizzo veramente virile dato anche agli studi delle donne, sono appunto queste poesie: infatti e sonetti e canzoni, tanto di genere erotico, che religioso, hanno un'impronta tale di serietà e robustezza e si scostano siffattamente da quelle tinte indeterminate e da quei teneri slanci di entusiasmo, che caratterizzano d'ordinario la poesia femminile, che si sarebbe tentati di crederle composizioni d'uomini, se i nomi e notizie precise ed esatte non ci facessero certi del contrario.


Ma, insieme alla cultura, sviluppasi nelle donne delle classi più elevate anche tutta la loro individualità in modo pressochè uguale che negli uomini, mentre fuori d'Italia sino al tempo della Riforma nessuna donna in generale, e ben poche anche tra le principesse emergono personalmente. Eccezioni come Isabella di Baviera, Margherita d'Angiò, Isabella di Castiglia e simili, non appaiono sulla scena che in circostanze affatto eccezionali, e quasi loro malgrado. In Italia, ancora nel corso del secolo XV, le consorti dei regnanti e specialmente quelle dei Condottieri hanno quasi tutte una fisionomia loro propria e distinta, e partecipano non pure alla celebrità, ma anche alla gloria dei loro mariti (v. vol. I, pag. 179). A queste tien dietro a poco a poco una schiera di donne celebri di diversa specie (v. ibid. pag. 203), in talune delle quali, per vero, non saprebbesi riscontrare altra singolarità, fuorchè quella di possedere un bell'accordo di naturali attitudini, di bellezza, di cultura, di morigeratezza e di pietà religiosa.[218] Di una «emancipazione» in senso affatto speciale non si parla nemmeno, perchè la cosa già s'intende da sè. La donna di condizione elevata deve, al pari dell'uomo, curare il proprio perfezionamento sotto ogni riguardo: quindi uguale il modo di pensare e di agire, uguali le tendenze e le aspirazioni. Da lei non si pretende una completa attività letteraria; tutt'al più, se sarà poetessa, le si domanderà qualcuna di quelle potenti armonie, che erompono dal profondo dell'anima, non però quelle rivelazioni intime, che si manifestano sotto la forma di ricordi giornalieri e romanzi. — Queste donne non pensavano punto al pubblico: bastava ad esse di tenere avvinti al loro carro gli uomini più considerevoli[219] e d'imbrigliarne i voleri.


Il vanto maggiore, e che più frequentemente si trova, ripetuto, per le grandi donne italiane di quel tempo, si è di avere mente ed animo veramente virili. Basta guardare al contegno energico e risoluto della maggior parte delle eroine del Bojardo e dell'Ariosto, per vedere come di questa energia e risolutezza si avesse omai un concetto proprio e determinato. Il titolo di «virago», che nel nostro secolo suonerebbe come un complimento assai equivoco, costituiva allora una vera lode. Esso fu portato con grande splendore da Caterina Sforza, moglie e poi vedova di Girolamo Riario, il cui possesso ereditario di Forlì ella difese strenuamente dapprima contro. il partito dei di lui uccisori, poscia contro Cesare Borgia; infine soggiacque, ma procacciandosi l'ammirazione di tutti i suoi concittadini e l'appellativo di «prima donna d'Italia».[220] E una vena di somigliante eroismo riscontrasi altresì in altre donne del Rinascimento, ma ad esse mancarono le occasioni di mostrarsi eroine. Isabella Gonzaga (v. vol. I, p. 58) in modo speciale emerge per un carattere di questa tempra.


È chiaro da sè che donne simili potevano benissimo lasciar raccontare nei loro circoli novelle anche del colore di quelle del Bandello, senza che per questo la loro fama ne restasse pregiudicata. Il genio predominante di queste riunioni non è l'effeminatezza moderna, vale a dire quei riguardi delicati per certe supposizioni, per certe suscettibilità, per certi misteri, che sono indispensabili nel nostro tempo, ma la coscienza della propria forza, della propria bellezza e di condizioni sociali piene di pericoli e di minacce. Perciò, accanto al formalismo più compassato, scorgesi qualche cosa, che nel nostro secolo avrebbe l'aspetto di inverecondia,[221] mentre noi non siamo più in grado di farci un'idea di ciò che contrabbilancia tutti questi svantaggi, la potente personalità delle donne dominanti allora in Italia.

C'è appena bisogno di dire che in nessun trattato e in nessun dialogo di quel tempo s'incontra un'espressione o una frase, che possa costituire una testimonianza decisiva in proposito, per quanto anche vi si discuta diffusamente sulla condizione e sulle attitudini delle donne, nonchè sull'amore in generale.

Ciò che, a quanto sembra, mancò del tutto a queste riunioni, furono le giovani fanciulle,[222] che oggidì ne formano invece il più bell'ornamento, ma che allora n'erano tenute severamente lontane, anche se non venivano allevate nel chiostro. Non si saprebbe dire tuttavia se la loro assenza fosse quella che favoriva la licenziosità della conversazione, o se questa fosse la causa di quella.


Anche la conversazione delle cortigiane assume talvolta un indirizzo notevolmente più elevato, come se si volessero rinnovare i rapporti che un tempo ebbero gli Ateniesi colle loro etere. La celebre cortigiana di Roma, Imperia, non era sprovveduta di spirito e di cultura, ed aveva appreso da un Domenico Campana a far versi, e s'intendeva anche di musica.[223] La bella Isabella de Luna, d'origine spagnuola, aveva fama per lo meno di donna piacevole, e del resto era un misto bizzarro di bontà di cuore e di malignità procace e impudente.[224] A Milano il Bandello conobbe la maestosa Caterina di San Celso,[225] che suonava e cantava maravigliosamente e recitava anche versi. E così dicasi di tante altre. Da ciò si desume che le persone ragguardevoli e colte, che visitavano queste donne e si stringevano in amicizia per un tempo più o meno lungo con esse, le pretendevano talqualmente istrutte, e in generale colle più celebri usavano grandi riguardi; e se ne ha una prova nel fatto, che, anche dopo sciolto ogni rapporto colle medesime, si cercava tuttavia di conservarsi la loro stima,[226] perchè la passione precedente avea pur sempre lasciato di sè una traccia incancellabile. Tutto sommato però, del lato spirituale di questi rapporti non si tiene alcun conto nella società ufficiale, e i vestigi che ne rimasero nella poesia e nella letteratura, sono prevalentemente di genere scandaloso. Anzi si ha tutta la ragione di maravigliarsi che fra le 6800 persone di questa condizione, che nell'anno 1490 — prima quindi che si conoscesse quivi la sifilide — si contavano in Roma,[227] quasi nessuna sia emersa per superiorità di spirito e d'ingegno; quelle che già nominammo, appartengono all'epoca susseguente. Il modo di vivere e di sentire di queste donne, che, in mezzo alla più sfrenata sete dei piaceri e dei turpi guadagni, sono capaci talvolta anche di forti passioni, e l'ipocrisia e la perversità veramente infernale di talune già invecchiate in quel lezzo, sono descritte al vivo, e meglio che da ogni altro, dal Giraldi nelle novelle, che formano l'Introduzione a' suoi «Hecatommithi». Pietro Aretino invece ne' suoi «Ragionamenti» descrive piuttosto la propria, che la depravazione di questa classe infelice di persone, quale era in realtà.

Le belle dei principi, come è già stato altrove accennato (v. vol. I, pag. 70), furono cantate dai poeti e riprodotte dagli artisti, e sono quindi note personalmente tanto ai contemporanei che ai posteri, mentre invece di una Alice Perries, di una Clara Dettin (la bella di Federico il vittorioso) non sono rimasti che i nomi, e di una Agnese Sorel una leggenda amorosa più finta, che vera. La cosa mutò per l'appunto sotto i re dell'epoca del Rinascimento, Francesco I ed Enrico II.

CAPITOLO VII. Il governo della famiglia.

Contrasto col medio-evo. — Agnolo Pandolfini. — Le ville e la vita campestre.

Dopo la vita sociale merita uno sguardo anche quella della famiglia nell'epoca del Rinascimento. Generalmente s'inclina a riguardar questa vita famigliare degl'Italiani d'allora come del tutto disordinata in forza della grande immoralità, che a quel tempo regnava. Noi avremo in seguito occasione di considerare questa questione sotto il punto di vista morale. Per ora ci basta di constatare, che l'infedeltà coniugale non esercitò quivi a gran pezza quelle perniciose influenze sulla famiglia, che si rilevarono nei paesi settentrionali; bene inteso, sino a che non sorpassò certi limiti.

Il governo famigliare del medio-evo era tutto modellato sugli usi prevalenti nel popolo, o, se si vuole, si basava unicamente sulla legge del naturale sviluppo delle nazioni e sull'influenza esercitata dal diverso modo di vivere secondo la propria classe e i propri mezzi. La Cavalleria nel tempo del suo splendore non si curò gran fatto del focolare domestico: lo spirito de' cavalieri fu d'errar per le corti in cerca d'avventure e di risse; il loro omaggio costantemente fu per una donna, che non era la madre dei loro figli; nel castello le cose si lasciavano andare alla meglio. Il Rinascimento invece provossi a fondare la vita di famiglia come qualche cosa di regolarmente ordinato, come frutto di lunga e seria meditazione. Per riuscire a ciò tornò di grande aiuto un sistema di ben intesa economia (v. vol. I, pag. 108) ed un razionale assettamento della casa; ma la cosa principale fu pur sempre uno studio accurato e giudizioso di tutte le quistioni riguardanti la convivenza, l'educazione, l'organizzazione e il servizio della medesima.


Il più pregevole documento in questo riguardo è il dialogo sul Governo della famiglia di Agnolo Pandolfini.[228] È un padre che parla a' suoi figli già adulti e li inizia nella sua amministrazione. Vi si scorge per entro uno stato di famiglia assai largo ed agiato, che, condotto innanzi con parsimonia e con moderazione, promette prosperità e ben essere per molte generazioni. Un podere piuttosto considerevole provvede co' suoi prodotti ai bisogni della famiglia e costituisce la base fondamentale di tutto; accanto ad esso fiorisce un'industria qualunque, una tessitura, per esempio, di seta o di lana. L'abitazione e il vitto sono solidamente assicurati: tutto ciò che riguarda l'ordinamento e l'arredamento interno, deve esser fatto in grande e in modo durevole e senza risparmio; la vita quotidiana per converso vuol essere semplice, quanto è possibile. Ogni altra spesa, dai maggiori pagamenti, nei quali è impegnato l'onore, sino ai più modesti assegni che si fanno ai figli più giovani pei loro piaceri, deve stare con ciò in una proporzione ragionevole, per modo che nè «passi più oltre che richiegga l'onestà, nè sia minore di quello che richiegga il bisogno». La cosa più importante però si è l'educazione, che il padrone di casa ha da procurare non solamente a' suoi figli, ma a tutta la sua famiglia. La prima educazione è dovuta alla moglie, perchè di timida e riservata fanciulla diventi una vera donna di casa, un'abile padrona capace di dirigere e sorvegliare tutti quelli, che stanno sotto la sua dipendenza: poi debbonsi educare i figli con occhio amorevole e circospetto, con esortazioni e persuasioni, piuttostochè con inutile severità, usando in generale «più l'autorità, che la violenza»;[229] finalmente, quanto ai servi e dipendenti, s'hanno a trattare in modo da farne altrettante persone veramente affezionate e fedeli.


Un altro tratto notevole, se non anche esclusivamente caratteristico di questo libro, si è l'entusiasmo con cui vi si parla della vita campestre, donde se ne deduce che l'amore ad un tal genere di vita era passato omai nelle abitudini delle classi colte. Nei paesi settentrionali d'Europa a quel tempo le campagne erano abitate dai nobili rinchiusi nei loro castelli e dai più illustri fra gli ordini monastici, che avevano forti e ben munite abbazie ai piedi sulla cima di qualche monte: la borghesia, anche ricca, non usciva in veruna stagione dell'anno dalle mura delle città. In Italia, invece, la maggior sicurezza personale da un lato, l'amenità dei siti dall'altro sedussero assai per tempo i cittadini ad un soggiorno temporaneo più meno lungo nei dintorni di qualche città,[230] anche a rischio di qualche perdita in caso di guerra. Così sorsero le ville delle classi più agiate, prezioso ricordo degli antichi usi romani, quando la prosperità e la cultura progredite permisero di adottarli.

Il nostro autore trova nella sua villa ogni pace e felicità, e noi in questo riguardo non possiamo far di meglio, che rimandare il lettore a quanto egli stesso ne dice nel suo Trattato (pag. 88). Ma, oltre al piacere, s'ha anche un vantaggio economico quando il podere contenga ogni cosa necessaria alla famiglia, grano, vino, olio, strame e legne (pag. 84), e allora lo si paga volentieri anche di più, perchè non s'ha poi bisogno di comprar nulla sul pubblico mercato. Dei dintorni di Firenze assai notevole ci sembra la descrizione ch'egli ci dà con queste parole: «In quello di Firenze ne sono molti (siti) posti in aere cristallino, in paese lieto, bella veduta, rare nebbie, non venti nocivi, buone acque, sane, pure, e buone tutte le cose, e molti casamenti, i quali sono come palagi di signori (e molti hanno forma di fortezze e di castella), edifici superbi e sontuosi». Egli intende quelle case di campagna, che nel loro genere potrebbero dirsi veri modelli, e che per la maggior parte nel 1529 furono, sebbene indarno, sacrificate dai fiorentini alla difesa della patria.

In queste ville, come in quelle lungo il Brenta, sui laghi di Lombardia, a Posilipo e a Vomero, la vita sociale assunse un carattere più libero e sciolto che non nelle sale dei grandi palagi di città. Le descrizioni degli inviti, delle cacce e di tanti altri passatempi di quella vita condotta quasi per intero all'aperto hanno ancor oggi qualche cosa di attraente negli scrittori, presso i quali s'incontrano. Ma quelle dimore campestri offersero altresì ozio e quiete a profondi pensatori, e in esse furono maturate talvolta le più nobili creazioni dell'ingegno umano.

CAPITOLO VIII. Le Feste.

Loro forme rudimentali, il Mistero e la Processione. — Pregi delle feste italiane su quelle d'altri paesi. — L'allegoria nell'arte italiana. — Rappresentanti storici dell'universalità. — Le rappresentazioni dei Misteri. — Il Corpusdomini in Viterbo. — Rappresentazioni profane. — Pantomime e ricevimenti solenni di principi. — Processioni; trionfi spirituali. — Trionfi profani. — Corse navali. — Carnevale a Roma e a Firenze.

Non è semplice caso o capriccio, che ci consiglia di unire allo studio della vita sociale anche quello delle pompe festive e delle rappresentazioni. La magnificenza veramente artistica che l'Italia spiega[231] in queste ultime, non fu raggiunta che mediante quella stessa convivenza di tutte le classi, che costituisce anche la base fondamentale della società italiana. Nel nord dell'Europa i monasteri, le corti e le comunità cittadine avevano le loro feste e rappresentazioni speciali, come in Italia; ma colà ebbero differenze essenziali di forma e di sostanza, qui furono invece portate ad un alto grado di sviluppo da una cultura e da un'arte, che erano il patrimonio di tutti. L'architettura decorativa, che venne in aiuto a queste feste, merita una pagina speciale nella storia dell'arte, quantunque essa ci apparisca ancora come una creazione puramente fantastica, che noi siamo costretti ad immaginare dalle descrizioni che ci son date. Qui noi ci occupiamo della festa come di un momento di entusiasmo, nel quale le idealità religiose, morali e poetiche assumono una forma visibile. Le feste italiane nella loro forma più elevata segnano un vero passaggio dalla vita reale a quella dell'arte.

Le due forme principali delle rappresentazioni festive sono, come in tutto l'occidente, il Mistero, vale a dire la storia sacra o la leggenda religiosa drammatizzate, e la Processione, vale a dire una marcia solenne per qualsiasi motivo pur religioso.

Ora in Italia le rappresentazioni dei Misteri erano nel complesso assai più splendide e numerose che altrove, e ad accrescerne il lustro largamente vi concorrevano le arti figurative e la poesia. Da esse poi si svolse più tardi non solo la farsa e tutto il dramma profano, ma anche la pantomima, che, accompagnata dal canto e dal ballo, cerca l'effetto nella bellezza e ricchezza dello spettacolo.

Dalla Processione poi ha origine nelle città italiane provvedute di strade ampie, piane e ben selciate,[232] il Trionfo, vale a dire la processione di persone vestite in costume a piedi o su carri, con carattere dapprima prevalentemente sacro, poscia a poco a poco sempre più profano. La processione del Corpusdomini e i carri del carnevale si toccano qui assai da vicino, quanto alla pompa della rappresentazione, ed in seguito vi si aggiungono anche i solenni ricevimenti di principi, che fanno il loro solenne ingresso in qualche città. Vero è, che anche gli altri popoli pretendevano in simili occasioni uno sfoggio straordinario di lusso e di magnificenza, ma gl'Italiani soltanto sapevano portare in tali feste un certo gusto artistico, per modo che ne usciva un concetto armonico in tutte le sue parti.

Ciò che di tali feste oggidì sopravvive non può dirsi che un avanzo ben meschino e quasi un'ombra di esse. Le processioni sacre e i ricevimenti dei principi si spogliarono presso che affatto dell'elemento, che dava loro una certa impronta drammatica, l'abbigliamento in costume, perchè si temono le derisioni del pubblico e perchè le classi colte, che una volta vi prendevano una parte attiva, se ne tengono ora lontane, quale per un motivo, quale per l'altro. Anche le mascherate carnevalesche continuano sempre più a cadere in disuso. Quel poco che ancora rimane, per esempio i singoli travestimenti adottati nelle processioni di certe confraternite religiose, e perfino la pomposa festa di S. Rosalia a Palermo, è una prova manifesta e parlante, che tali usi, dinanzi alla progrediente civiltà, sono destinati irreparabilmente a cadere.

Le feste hanno l'epoca del loro decisivo trionfo sull'aprirsi dell'evo moderno, nel secolo XV,[233] se pure anche in ciò Firenze non ha prevenuto tutto il resto d'Italia. Quivi infatti è relativamente molto più antica la organizzazione per quartieri in occasione di pubbliche rappresentazioni, la cui magnificenza presuppone un grande sfoggio di mezzi artistici. Di questo genere è la celebre rappresentazione dell'Inferno, fatta in parte sopra un palco e in parte su barche appostate nell'Arno, il primo giorno di maggio dell'anno 1304, quando sotto gli spettatori si ruppe il ponte alla Carraia.[234] Anche il fatto che più tardi i fiorentini vengono chiamati, in qualità di festaiuoli, ad organizzar feste in tutte il resto d'Italia,[235] prova chiaramente il grado di perfezione, cui essi aveano saputo portar le proprie.


Ora, se noi cerchiamo di mettere in rilievo i pregi più essenziali delle feste italiane di fronte a quelle degli altri paesi, ci si farà innanzi prima di tutto l'istinto naturale dell'individuo, giunto già ad un grado di completo sviluppo, a rappresentare l'individualità, vale a dire l'attitudine ad inventare una maschera e a sostenerla convenientemente. Pittori e scultori aiutarono poscia notevolmente a dar risalto alla decorazione dei luoghi non solo, ma altresì delle persone, suggerendo abbigliamenti, belletti (v. pag. 131 e segg.) ed altri ornamenti. In secondo luogo poi viene l'intelligibilità manifesta a chiunque dell'intreccio poetico. Nei Misteri essa era uguale in tutto l'occidente, perchè le narrazioni bibliche ed ascetiche erano già anticipatamente note a chicchessia; ma per tutte le altre rappresentazioni l'Italia aveva un deciso vantaggio sugli altri paesi. Per le parti recitative di singoli santi e d'altri personaggi profani essa possedeva una lirica assai armoniosa, che strappava l'applauso di tutti indistintamente.[236] Inoltre la maggior parte degli spettatori (nelle città) aveva una certa famigliarità colle figure mitologiche e indovinava, assai più facilmente che altrove, i personaggi storici ed allegorici, perchè desunti da un ciclo di tradizioni universalmente conosciute.


Ma questo punto vuol essere meglio chiarito. Tutto il medio-evo era stato il tempo classico delle allegorie: la sua teologia e la sua filosofia trattavano le loro categorie come qualche cosa di reale e sussistente da sè,[237] per guisa che la poesia e l'arte aveano bisogno di un ben piccolo sforzo, per aggiungervi ciò che mancava ancora a costituirne la piena personalità. In ciò tutti i paesi d'occidente trovavansi presso a poco, in condizioni uguali: dal mondo ideale di ciascuno d'essi era assai facile derivare dei tipi e delle figure, con questo solo che l'apparenza esterna e gli attributi riuscivano di regola assai enigmatici e impopolari. Quest'ultimo caso è frequente anche in Italia, perfin nell'epoca del Rinascimento e dopo. A produrlo basta che un qualsiasi predicato della figura allegorica, cui si riferisce, venga rappresentato erroneamente sotto la forma di un attributo. Dante stesso non va esente da simili falsi traslati,[238] ed è noto che in generale egli si compiace della oscurità delle sue allegorie.[239] Il Petrarca almeno cerca ne' suoi «Trionfi» di descrivere, per quanto pur brevemente, in modo chiaro e parlante le figure d'Amore, della Castità, della Morte, della Fama ecc. Ma molti altri invece vestono le loro allegorie con una farragine di attributi del tutto sbagliati. Nelle «Satire» del Vinciguerra,[240] per esempio, l'Invidia vien dipinta fornita di «ruvido e ferreo dente», la Voracità in atto di mordersi le labbra e con capelli irti e scomposti, ecc., probabilmente per mostrare (rispetto a quest'ultima) che essa è indifferente a qualunque cosa, che non abbia relazione col mangiare e col bere. Quanto a disagio dovesse trovarsi l'arte in tali equivoci, non fa d'uopo il dirlo. Essa, al pari della poesia, poteva stimarsi fortunata quando l'allegoria era suscettibile di essere espressa da qualche figura mitologica, vale a dire da qualche forma artistica, della quale stava mallevadrice l'antichità stessa, come, per esempio, quando invece della guerra si poteva rappresentare il dio Marte, o invece della caccia la dea Diana e così via.[241]

Ma, tanto nell'arte che nella poesia, v'erano anche delle allegorie meglio riuscite, e rispetto alle figure relative, che s'incontrano nelle feste italiane, il pubblico era oltremodo esigente e voleva vederne il lato caratteristico riprodotto con fedeltà ed esattezza, appunto perchè per la sua cultura generale esso era perfettamente in grado di intenderlo. In altri paesi, e specialmente alla corte di Borgogna, si andava contenti di figure molto indeterminate, ed anche di semplici simboli, perchè quivi era pur sempre un privilegio speciale delle classi più elevate quello di essere, o almen di apparire, iniziate in tali cose. Nel celebre giuramento sul fagiano celebrato nel 1453[242] la bella cavalcatrice, che s'avanza come regina della festa, è l'unica allegoria che abbia qualche attrattiva: i colossali pasticci, per entro ai quali movevansi degli automati ed anche delle persone vive, o sono stranezze senza senso, o, se ne hanno uno, esso è grossolano e al tutto forzato. In una statua di donna ignuda sopra uno di essi, difesa da un leone vivo, doveva ravvisarsi Costantinopoli col suo futuro liberatore, il duca di Borgogna. Il resto, ad eccezione di una pantomima (Giasone in Colchide), ha un significato troppo enigmatico, non significa nulla: lo stesso Olivier de la Marche, che ci descrive questa festa, vi prese parte in costume di donna, che doveva rappresentare la «Chiesa» seduta sopra una torre portata da un elefante guidato da un gigante, e recitò una lunga querimonia sulle vittorie degl'infedeli.[244]


Ma se anche le allegorie nelle poesie, nelle opere d'arte e nelle feste italiane sorpassano nel complesso e per gusto e per unità di concetto quelle d'altri paesi, non è tuttavia in questo, che propriamente consiste il loro lato saliente e caratteristico. Ciò che dà loro una superiorità incontrastata[245] è invece il fatto, che in Italia, oltre la personificazione di concetti generali ed astratti, si conoscevano anche, e in gran copia, dei rappresentanti storici di questi stessi concetti, e vi si era più abituati a veder ricordati in una poesia o rappresentati in un'opera d'arte un più gran numero di celebri personaggi. La Divina Commedia, i Trionfi del Petrarca, l'Amorosa Visione del Boccaccio, e nel secolo successivo la diffusione sempre maggiore della cultura per mezzo dell'antichità risorta aveano reso famigliare alla nazione questo elemento storico. Ed ora queste stesse figure apparvero anche nelle pompe festive o completamente individualizzate in maschere determinate, o per lo meno riunite in gruppi, come seguito caratteristico di qualche figura allegorica principale. Così qui si venivano formando le norme della composizione in generale, quando le più splendide rappresentazioni dei paesi settentrionali bamboleggiavano ancora o in un simbolismo affatto inesplicabile o in giuochi puerili affatto privi di senso.


Cominciamo dalla specie forse più antica, i Misteri.[246] Nel complesso essi non diversificano da quelli del resto d'Europa. Anche qui sulle pubbliche piazze, nelle chiese, nei conventi sorgono grandi palchi, che nella parte superiore contengono un paradiso, che si può chiudere e aprire a volontà, e nell'inferiore, ma molto in basso, hanno talvolta un baratro, che rappresenta l'inferno, e fra l'uno e l'altro vedesi la scena propriamente detta, vale a dire, tutte le località terrene del dramma disposte le une accanto alle altre; e qui pure non di rado il dramma biblico o leggendario s'apre con un dialogo preliminare di apostoli, dottori, profeti, sibille e virtù e si chiude, secondo le circostanze, anche con un ballo. S'intende da sè che non mancano neanche gl'Intermezzi semi-comici di personaggi secondari; ma questo elemento in Italia non spicca così apertamente, come nei paesi settentrionali.[247] Quanto ai voli artificiali su macchine apposite, spettacolo sempre gradito dovunque, parrebbe che in Italia sieno stati più frequenti che altrove, e i Fiorentini ancora nel secolo XIV si divertivano a farne le grasse risa, quando non riuscivano a dovere.[248] Poco dopo il Brunellesco inventò per le feste dell'Annunziata sulla piazza di S. Felice quell'ingegnosissimo apparato di una sfera celeste circondata da due schiere sospese d'angeli, dalla quale Gabriele si calava a volo in una macchina fatta a guisa di mandorla, ed anche il Cecca suggerì nuove idee e congegni meccanici per rendere sempre più splendide tali feste.[249] Le confraternite religiose o i singoli quartieri, che ne assumevano la direzione ed anche in parte l'esecuzione, non tralasciavano, almeno nelle grandi città, d'impiegarvi, secondo le loro forze, tutti i mezzi che l'arte sapea trovare. Altrettanto accadeva, quando, in occasione di grandi feste principesche, accanto al dramma profano od alla pantomima, si rappresentavano anche i Misteri. La corte di Pietro Riario (v. vol. I, pag. 145), quella di Ferrara ed altre non lasciavano certamente in tali circostanze nulla d'intentato, perchè la rappresentazione seguisse col maggiore sfarzo e splendore.[250] Se si cerca di farsi presente il talento comico e i ricchi abbigliamenti degli attori, nonchè la scena abbellita dalle fantastiche decorazioni dello stile architettonico d'allora, da un grande sfoggio di ghirlande e di tappeti e da uno sfondo di magnifici edifizi su qualche grande piazza e di lucidi colonnati in qualche grande atrio o monastero, si potrà in qualche modo avere un'idea della grandiosità di tali spettacoli. Ma, come il dramma profano da tale apparato ricevette notevole nocumento, così anche il pieno sviluppo poetico del Mistero restò impedito da questo eccessivo prevalere della parte spettacolosa. Infatti nei testi che ci son conservati, si trova per lo più un intreccio drammatico assai meschino con appena qualche bel tratto lirico, ma non mai quel grandioso slancio simbolico, che contraddistingue gli autos sagramentales di Calderon.

Talvolta accade che, nelle città minori e con apparato senza paragone più povero, l'effetto di questi drammi spirituali è sull'animo degli uditori di gran lunga più vivo. Ciò si verificò, per esempio a Perugia, quando uno di quei grandi predicatori, dei quali avremo occasione di parlare più innanzi, Roberto da Lecce,[251] vi chiuse la serie delle sue prediche quaresimali durante la peste del 1448 con un gran Mistero della Passione, rappresentato il venerdì santo. I personaggi che presero una parte attiva all'azione drammatica, son pochi, e ciò non ostante tutto il popolo piangeva dirottamente. Ma è pur anche un fatto che, per ottenere simili effetti, in tali occasioni si ricorreva anche a mezzi, che si risentivano spesso di un naturalismo un po' troppo crudo. Così talvolta l'attore, che doveva rappresentare il Cristo, doveva non solo apparir pieno di lividure, ma sudar sangue visibilmente e versarne dal costato.[252] Ciò richiama involontariamente alla memoria le famose pitture di Matteo da Siena, e i gruppi in argilla di Guido Mazzoni.