Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the
Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)
Il Processo Bartelloni.
DEL MEDESIMO AUTORE (edizioni Treves).
La Principessa. 3.^a edizione. L. 1 — La vita capricciosa. 3.^a edizione. 1 — L'assassinio nel vicolo della Lima. 4.^a edizione. 1 — I ladri di cadaveri (esaurito). La figlia dell'aria. 4.^a edizione. 1 — Apparenze. Due volumi. 2.^a edizione. 2 — La polizia del diavolo (esaurito). L'Istrione. 2.^a edizione. 1 — La duchessa di Nala. 3.^a edizione. 1 —
Storia di un Cuore, di EMILIO CASTELAR, ridotta dallo spagnuolo da Jarro. 3.^a edizione. 1 —
Il Processo Bartelloni
ROMANZO
DI
JARRO
(Giulio Piccini)
Quarta Edizione
riveduta e corretta, dall'autore.
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI
1906.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
IL PROCESSO BARTELLONI
I.
Il 2 decembre 1831, circa le dieci antimeridiane, i sei auditori della Rota Fiorentina, che formavano il Turno Giudicante sugli affari criminali, erano tutti congregati nella stanza in cui solevano tener consiglio.
Arrivati alla spicciolata, si eran messi a discorrer fra loro degli argomenti più estranei allo scopo pel quale si riunivano.
Un auditore raccontava che un suo bambino di tre anni aveva ruzzolato la scala: un secondo si lamentava del mal di capo: un terzo deplorava di non trovar rimedio alle sue insonnie. Non posso dormire, diceva, neppur all'udienza!
Dopo un quarto d'ora giunse il presidente.
Tutti gli mossero incontro per stringergli la mano e dargli il buon giorno.
Il presidente entrò sorridendo, fece riverenze a destra e a sinistra, e strinse con tutte e due le mani la mano che gli porgeva ciascuno degli auditori.
—Vostra signoria sta bene?—domandò l'auditore Lechini, un omettino di bassa statura, magrolino, sempre ligio, cerimonioso, e che faceva uno sforzo per non buttarsi in ginocchioni quando parlava col presidente, con gli alti magistrati della Consulta, o con qualche altro dignitario da cui dipendeva il suo avanzamento.
—Sto benissimo, caro Lechini,—rispose il presidente, gratificando di un sorriso speciale il suo prediletto.—Loro, signori, stanno tutti ottimamente, lo vedo!—continuò, volgendo attorno un'occhiata benevola e con un gesto di cordiale protezione.—Ci sono notizie da Pisa sulla salute di Sua Altezza la Granduchessa?
—Lo stato di Sua Altezza—rispose il Lechini, inchinandosi nel pronunziare la parola Altezza, e andando a cercare tra molte carte sopra una tavola la Gazzetta di Firenze, del giovedì—è sempre il medesimo. Ecco quello che dice il giornale.
Il presidente, sedutosi nella sua poltrona, faceva sembiante di prepararsi ad ascoltare con grande raccoglimento.
Il Lechini lesse, sotto la data di Pisa:
«Tutto quello che ha rapporto allo stato attuale della nostra adorabile Sovrana forma ora, può dirsi, la principale e più importante occupazione di tutta questa popolazione. Tra le altre pie funzioni dedicate a tale interessantissimo oggetto…»
Gli auditori, tutti in piedi, intorno al banco del presidente, ascoltavano attenti, o ne facevan sembiante, la lettura del giornale.
Quando l'auditore Lechini ebbe finito, il presidente esclamò:
—E' ammirabile in ogni circostanza l'esempio, che dà la famiglia regnante, di sentimento religioso… A proposito, Lechini, avete sentito la messa del maestro Andrea Nencini nell'Oratorio dei Preti di San Firenze?
—Sicuro, signor Presidente!—disse il Lechini—Anzi l'arcivescovo
Minucci mi ha domandato notizie di lei.
—E' un buon lavoro questa messa?
—Stupendo!—rispose l'auditore—L'esecuzione poi magnifica… Il tenore Giovanni Duprez ci ha imparadisati. Anche il basso Domenico Cosselli ha fatto prodigi. L'orchestra del Teatro della Pergola è stata eccellente…
Il presidente della Rota, colto, ingegnoso, faceva pompa volentieri del suo gusto per la letteratura, per le arti, e in specie per la musica.
—Ho sentito sere sono—riprese il presidente—al Teatro degl'Infuocati una ragazza, che canta di contralto, in modo…—creda, Lechini….—da sbalordire…. Si chiama Clementina Vecchietti. E cantava quella bellissima aria del nostro Mercadante:
Ah! s'estinto ancor mi vuoi…
E il magistrato ripeteva l'aria a mezza voce, e con la mano destra batteva la misura sopra un bracciuolo della poltrona.
—Sembra che sia piaciuto molto il Torquato Tasso recitato dalla Compagnia Internari e Paladini… La Internari mi scrivono che nella parte della duchessa Eleonora è insuperabile.
—Ma l'autore del lavoro si è scoperto?
—Oh! si scopre facilmente l'autore di un lavoro che piace, anche se voglia sulle prime farsi pregare…. Si è quindi saputo subito che il Torquato Tasso è dell'autore della Monaca di Monza.
Fu picchiato alla porta.
—Entrate!—disse il presidente.
Un usciere entrò, portando una lettera, e la consegnò al presidente.
Il presidente l'aprì e lesse: «Vostra signoria è invitata ad assistere alla prima adunanza, che l'I. e R. Accademia dei Georgofili terrà domenica mattina, 4 decembre, a ore 10 e mezzo.»
La porta fu spalancata di nuovo con grande strepito ed entrò, tutto accigliato, e con mal garbo, l'auditore Pantellini.
Questo auditore rappresentava in tutte le discussioni la contradizione, l'opposizione.
Mentre l'auditore Lechini credeva suo obbligo di essere sempre dello stesso parere del presidente, l'auditore Pantellini si compiaceva di esporre sempre un parere contrario a quello del suo superiore.
—Buon giorno!—disse bruscamente, appena entrato, e come se avesse voluto addentare tutti i presenti. E, mentre posava il cappello sopra una sedia, guardava il Lechini con un piglio quasi stesse in forse di divorarlo.
L'auditorìno aveva paura delle violenze e delle escandescenze del suo collega, alle quali serviva spesso di bersaglio.
—Buon giorno, signor auditore!—rispose il presidente al saluto quasi minaccioso del collega.
Il presidente, che non si era mosso dalla poltrona, tendeva la mano al nuovo arrivato con fisonomia ilare e in atto di molta cortesia.
Il presidente apparteneva ad una famiglia nobile, frequentava i più eletti convegni della città, era uomo di squisita educazione, di animo mitissimo, di carattere amabile.
Mise la sua mano bianca, morbida, in quella ruvida e nervosa dell'auditore Pantellini: quindi, alzandosi, esclamò:
—Signori!… è tardi, dobbiamo entrare in udienza.
L'auditore Lechini corse al cordone del campanello e lo tirò.
Subito comparve un usciere.
—Andate ad avvertire il signor Avvocato Fiscale e il Cancelliere che il signor presidente vuol cominciare l'udienza…
L'usciere, che aveva lasciato la porta aperta, fece un cenno.
Altri due uscieri entrarono: e cavarono da due armadii le toghe dei magistrati.
—Il prigioniero è sceso?—domandò il presidente all'usciere capo, mentre questi gli legava con molta diligenza le facciòle.
—Sì, signor presidente: si trova nella stanza di custodia, accompagnato dall'agente Lucertolo che è ora di servizio alle carceri, e con il quale l'inquisito parla molto volentieri.
—L'Avvocato Fiscale, il Cancelliere sono già in sala d'udienza!…—disse, tornando con la toga già in dosso, e col berretto in mano, l'usciere, che era stato mandato a far l'ambasciata.
—Signori, sono pronti?—interrogò il presidente.
E visto che tutti avevano infilato la toga, aggiunse, rivolto al capo usciere:
—Dunque, possiamo andare!
—Prendete!—disse all'usciere l'auditore Pantellini, relatore nella causa, tendendogli, con un gesto molto brusco, un grosso fascio di fogli.
Pochi secondi dopo, i sei magistrati della Rota entravano nella sala d'udienza, preceduti dall'usciere, che alzando una mano verso il pubblico, gridava: abbasso i cappelli!
Gli auditori sedettero.
Il presidente scambiò un lieve saluto con l'avvocato fiscale, quindi rivolto al birro graduato, che stava dinanzi una porta chiusa, a sinistra della sala, vicino al banco dei magistrati:
—Fate entrare—gli disse—l'inquisito.
Ci fu un mormorìo di curiosità.
Subito entrarono un gruppo di birri e dietro di loro comparve, sereno, tranquillo, quasi sorridente, Nello Bartelloni, accompagnato da altri birri.
Da un'altra porta entrava nel medesimo istante l'avvocato Arzellini.
Prima di sedersi al banco della difesa, si tolse di capo il berretto nero, e s'inchinò rispettoso al Presidente e all'Avvocato Fiscale.
II.
La sala nella quale teneva le udienze la Rota Criminale fiorentina, al pianterreno, nel palazzo detto del Bargello, riceveva luce da finestre che davano sul cortile: era piuttosto oscura.
Vi si accedeva dalla porta, che è oggi quasi sulla cantonata di Via del Proconsolo e della piazza San Firenze. Allora quel tratto di via del Proconsolo si chiamava Via de' Librai: la porta era più bassa, adorna di fregi e di un gran cornicione, e in alto, posati su due aggetti, erano due leoni.
Sulla testa di questi leoni, in certi giorni solenni, si metteva una corona in ferro dorato.
Una scaletta segreta metteva in comunicazione gli ufficii della Cancelleria con la stanza del Soprastante alle carceri della Rota e per questa scaletta scendevano i prigionieri, condotti alle udienze, e passavano spesso anche i Cancellieri, recandosi a visitare i detenuti.
Un trabocchetto che, movendo da una gran sala del palazzo rasentava gli uffici della Rota Criminale e andava a finire nei sotterranei, dette in antichissimi tempi origine alle più cupe leggende.
La disposizione e l'ornamento della sala d'udienza poco differivano dal modo oggi per tal rispetto praticato.
I sei auditori sedevano dietro a un lungo banco coperto da un tappeto verde; a destra dei giudici sedeva l'Avvocato Fiscale, a sinistra il Cancelliere.
Dinanzi al banco dei giudici, più in basso, era il banco al quale sedevano gli avvocati, e dietro una lunga fila di sedie sulle quali prendevano posto gli attuarii, giovani, cioè, che nella Cancelleria facevano pratiche per abilitarsi alla magistratura, e altri giovani, che studiavano per diventare avvocati.
Un cancello di legno, alto quasi fino al collo di un uomo di ordinaria statura, spartiva la sala delle udienze dal posto riservato al pubblico.
La curiosità destata dal processo di Nello era acutissima.
Tutti volevano vedere il presunto assassino.
Un'ora prima che l'udienza cominciasse, la gente era entrata nella sala.
Alcuni venditori del Mercato avevano persino chiuso le botteghe per assistere all'interrogatorio di Nello, che doveva esser fatto dopo la lettura della relazione.
Uomini e donne erano lì pigiati e si alzavano in punta di piedi, e quelli rimasti indietro cercavano spingersi innanzi a furia di gomiti e d'imprecazioni. I due birri, che stavano di guardia alla porta della sala, ogni tanto facevano cenni con le mani, prima che cominciasse l'udienza, e il silenzio a un tratto si ristabiliva.
Poco dopo le vociferazioni, le esclamazioni d'impazienza ripigliavano, e i birri, chiamandoli per nome, minacciavano di far uscire i più rumorosi.
Due consiglieri di Stato, alcuni magistrati della Consulta, un segretario del ministro inglese, alcuni ragguardevoli personaggi dell'aristocrazia erano seduti nel posto riservato agli attuarii, e ai giovani avvocati.
Ogni tanto essi si volgevano indietro, come disgustati per gli acri odori che emanavano dalla folla dei mercatìni.
Nello aveva fatto atto di buttarsi a sedere, ma Lucertolo, afferratolo per un braccio, glielo aveva impedito.
—Devi stare alzato!—gli mormorò, digrignando i denti,—finchè il presidente non ti dica di sederti.
L'auditore Pantellini era occupato a mettere in ordine le pagine della sua relazione.
Il presidente richiese il cancelliere di adempiere alle solite formalità, e quindi, rivoltosi all'auditore Pantellini che gli sedeva a destra:
—Signor auditore!—gli disse a bassa voce,—può leggere la sua relazione!
Il pubblico s'impazientiva di non veder Nello.
Lucertolo, Zampa di Ferro, il Matto, Vendifumo, il birro più agghindato e più elegante della città, ritti e vigilanti attorno all'inquisito, ne toglievano la vista agli astanti.
L'auditore Pantellini cominciò a leggere con voce dura, e ogni tanto accompagnava la lettura con un gesto minaccioso e vibrato.
Il delitto del Vicolo della Luna era esaminato in tutti i suoi particolari.
L'auditore parlava della stanza misteriosa, della constatazione della ferita, dei precedenti di Nello.
Spesso il nome di un mercatìno, citato come testimone, pronunziato dal giudice in mezzo alla sua relazione, faceva scorrere un brivido, un sommesso mormorìo nella folla accalcata di là dal cancello.
La relazione, che leggeva l'auditore Pantellini, era imparziale, ma da essa la colpabilità di Nello risultava chiara, quasi indiscutibile.
I deposti di alcuni testimoni erano molto gravi: tutti i più piccoli precedenti del povero ragazzo presentati nel modo più odioso.
Esclamazioni di orrore si udirono nella sala, quando il giudice cominciò a parlare delle condizioni in cui era stato trovato il corpo del ferito in mezzo a una gora di sangue nella Piazza della Luna.
La sala, sempre scarsa di luce, appariva anche più buia per la giornata piovigginosa. Il giudice leggeva con accento quasi lugubre.
Le sue descrizioni brevi, evidenti, aumentavano l'atrocità della scena, che ricordava.
Quando egli cominciò a dire della ferita, per la quale l'assassinato aveva perduto il dono della parola, quando accennò ai lunghi mesi di acute sofferenze sopportate dal paziente, quando annunziò che, sebbene fosse stato necessario di fargli cambiar clima, e trasportarlo con ogni precauzione, come un moribondo, pure si avevano di lui notizie che tuttora inducevano a sperar poco della sua vita, quando accennò che la ferita era stata resa più larga e più dolorosa dal modo violento, brutale con cui l'assassino n'aveva tratto fuori il pugnale, da diecine di petti si alzò un grido di esecrazione!
Negli atti del processo non si trovava un solo argomento in favore di Nello, non ostante la buona volontà dell'auditore Nolmi, che lo aveva preparato: invece si accumulavano contro di lui le risultanze più compromettenti.
Come sa il lettore, l'auditore Francesco Nolmi aveva raccolto la convinzione morale che Nello non fosse colpevole, o per lo meno che la sua colpabilità fosse dubbia; ma il suo era sentimento, basato sopra osservazioni da filosofo, e sopra induzioni di una mente delicata, fondato su ingegnose, sottili ipotesi piuttosto che su fatti certi e positivi. Ora agli animi volgari doveva naturalmente sfuggire ciò che aveva colpito il magistrato, uomo dottissimo, e di grande intelletto. Non era già sfuggito anche a' suoi colleghi? E nel Turno di Revisione non era stato deciso di rinviare il processo alla Rota con due voti contro il suo?
La relazione volgeva al termine.
Lucertolo era tra coloro che l'ascoltavano più ansiosamente.
Di tanto in tanto, durante la lettura, egli faceva col capo un lieve cenno, appena percettibile, come se rispondesse a qualche suo interno ragionamento.
Il birro attento, trepidante, aveva aspettato di scorgere da un momento all'altro nell'arida relazione uno di quei tratti, che nella loro evidenza e semplicità bastano ad illuminare tutto un processo, che recano un raggio di verità nelle tenebre più intricate di un'istruttoria mal riuscita, che dimostrano ai veri intelligenti come il giudice abbia a traverso il fitto velo, che ingannevoli apparenze gli mettevano innanzi, veduta la strada da battersi e dalla quale i suoi colleghi, che l'hanno preceduto nelle ricerche, si sono allontanati.
Ma nulla di ciò traspariva da quella relazione.
Il giudice, severo, implacabile, seguiva le traccie del processo inquisitorio: non si alzava di una spanna dal terreno, che già aveva trovato battuto.
Spesso a certi punti della relazione, Lucertolo e Zampa di Ferro scambiavano sguardi significativi.
Allorchè il giudice arrivò al punto in cui sosteneva apertamente che Nello doveva aver commesso il delitto da sè solo, senza il menomo aiuto di complici, senza istigazione, secondo che si poteva con sicurezza inferir dagli atti del processo, Lucertolo battè un piede sul pavimento, facendo tal rumore, che molti torsero il capo verso di lui.
Accortosi, benchè troppo tardi, dell'imprudenza, il birro cercò di comporre la fisonomia ad una espressione di profonda concentrazione e di serietà.
Sebbene si sentisse mira agli sguardi di molti, non alzò gli occhi, non mosse ciglio, volendo dare ad intendere, o che non era stato lui che aveva battuto il piede in terra, o che aveva compiuto quell'atto inconsciamente.
Del resto, in quel momento, Lucertolo era bello a vedere. Ormai si teneva sicuro di non essere scoperto del furto da lui commesso nella camera della vecchia Tittoli, agonizzante: aveva ripreso tutta la sua maestà, tutta la sua alacrità e, a dire il vero, aveva speso una parte dei denari rubati a render più agevoli le indagini a cui si era consacrato.
L'amore dell'arte era potentissimo, radicato in questo poliziotto, che ad ogni costo, e pei fini da noi palesati, voleva far carriera e spingersi in alto.
Una prova del suo genio era stata quella di farsi mettere di servizio alle Carceri della Rota.
In tal guisa egli esercitava una duplice ed efficace sorveglianza.
Vegliava fuori su Bobi Carminati, ed entro le carceri si trovava di continuo in contatto con Nello.
Così egli non perdeva mai di vista i due punti estremi a' quali, secondo il suo pensiero, il delitto del Vicolo della Luna era strettamente collegato.
Ma Bobi Carminati, dopo pochi mesi, gli era sfuggito.
Audace sino alla temerità, non scaltro quanto Lucertolo, ma come lui arrischiato e avventuroso, Bobi Carminati lasciava il Corpo dei Pompieri, dove era inviso, e con una misteriosa protezione trovava nientemeno il modo d'entrare nella polizia.
Cinque mesi dopo il delitto, il pompiere Bobi Carminati era divenuto famiglio in uno dei sobborghi più lontani di Firenze, e sotto la dipendenza del Capitan Bargello di Brozzi.
Appena entrato nella milizia civile, appellativo ambizioso che il governo aveva dato ad una polizia sulla quale contava molto, e che guardava con occhio davvero paterno, il Carminati non fu più chiamato per nome, perdette anche il suo nomignolo di Marrone e ricevette un soprannome, ispirato dal suo truce aspetto, dai propositi feroci, che spesso teneva, il soprannome di Boia.
Quando si trattava di fare qualche spedizione penosa, di mettere un birro risoluto, che non scherzasse, alle calcagna di qualche manigoldo, il caporale diceva:—Ci manderemo il Boia!—E già Bobi Carminati era in pochi mesi divenuto lo spauracchio dei ladri campestri e dei rompicolli che infestavano le campagne.
Il disegno di Lucertolo si era dunque allargato.
La sua operazione diveniva più brillante, acquistava nuova importanza.
Non si trattava più per lui soltanto di scoprir l'innocenza di Nello, di scovar il vero autore dell'assassinio commesso sul pittore Gandi, ma si trattava eziandio di provare che l'assassino era un suo collega, di mostrare che la polizia degenerava, che andava troppo abbassandosi, raccogliendo i suoi agenti nella feccia dello stesso volgo.
Questo doveva, tornando in discredito di coloro che allora dirigevano la polizia, sempre più mettere in grido Lucertolo, procacciargli nome tra' suoi, poichè nei birri in quel periodo del 1831 era grande l'odio simulato verso gli altissimi capi della polizia: grande quasi quanto l'obbedienza, l'umiltà che ostentavano dinanzi ad essi.
Dieci minuti dopo che Lucertolo si era lasciato sfuggire l'improvvido atto d'impazienza, l'auditore Pantellini aveva finito di leggere la sua relazione.
L'accusa era formidabile, stringata, logica, convincente. Il rigido auditore aveva fatto un capolavoro. Nulla era sfuggito al suo acume; i più piccoli indizii, raccolti con abilità, accortamente disposti, acquistavano una forza indicibile. Il povero Nello era avvinghiato in una rete di ferro.
Durante l'esposizione dei fatti, così stringata e così inesorabile, il pubblico era rimasto di continuo perplesso, sospeso, agitato.
Tutti erano esasperati, irritati contro Nello e, dopo che l'auditore ebbe pronunziata l'ultima parola della sua relazione, vi fu un secondo di silenzio, di terribile e angoscioso silenzio.
Bisognava passare all'interrogatorio dell'inquisito,
I cuori battevano, tutti gli occhi erano rivolti verso Nello.
Lucertolo, cercato destramente il modo di parlare più volte solo con lui nella carcere, lo aveva, senza parere, o eccitar sospetti, preparato a questo interrogatorio.
Egli, dunque, ne aspettava più impaziente di ogni altro i risultati.
All'invito del presidente, Nello si alzò.
Pallido, e col labbro inferiore cadente, ma tranquillo, quasi sorridendo, fissava i suoi occhi nei giudici con una strana espressione.
Dopo averlo interrogato sulle generalità, il presidente gli disse.
—Come avete udito, voi siete accusato del delitto di tentato omicidio a scopo di furto nella persona del signor Roberto Gandi. Che cosa potete dire a vostra discolpa?
Il momento era solenne.
Tutti quelli che erano dietro la cancellata, allungavano il collo, si rizzavano sempre più in punta di piedi per veder Nello.
Quattro o cinque de' mercatìni più arditi si permisero alcune esclamazioni, proferite a mezza voce fra le più energiche del loro linguaggio, come se volessero indurre i birri che circondavano Nello a tirarsi in disparte e così dar modo al pubblico di sodisfare la sua curiosità di veder l'inquisito.
Ma Zampa di Ferro, il Matto, Lucertolo, si voltarono con certi ceffi, che consigliavano il silenzio a' più loquaci.
Le esclamazioni cessarono immantinente.
Nello non rispose alla prima interrogazione.
Allora il presidente con voce più scolpita rinnovò la domanda.
—Come avete udito, voi siete accusato del delitto di tentato omicidio a scopo di furto nella persona del signor Roberto Gandi. Che cosa potete dire a vostra discolpa?
—Io dichiaro—rispose Nello con voce ferma—che sono innocente.
Si udì un mormorìo di disapprovazione.
—Ricordo—disse il presidente in tuono minaccioso—che la maestà del luogo non consente interruzioni indecorose ed inutili. Dò fin d'ora ordine agli esecutori di vigilare da chi partano certe voci e di arrestare i disturbatori!… La giustizia ha bisogno di calma, non di intempestive eccitazioni.
Altri due birri entrarono nel recinto riservato al pubblico.
Pareva ormai sicuro che tutti avrebbero trattenuto anche il respiro.
—Voi dunque insistete—continuò il presidente, parlando a Nello—nell'affermare la vostra innocenza, che del resto avete dichiarato sempre nei vostri costituti?
—Giuro—disse Nello, questa volta alzando anche più la voce—che io sono innocente!
—Signor presidente—soggiunse l'Avvocato fiscale—vorrei che a complemento di quanto si trova in atti nel processo scritto, fosse domandato all'inquisito come egli passò la notte del 14 gennaio.
—Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio?—richiese a
Nello il presidente.
Nello rimase un istante perplesso: egli non si ricordava più di nulla.
Come abbiamo già raccontato, la sua mente debole era piena di lacune: la sua memoria era imperfetta.
L'idiota aveva tratti di apparente lucidità, si fermava con pertinacia su certe idee, ma il legame tra l'una e l'altra idea sovente gli sfuggiva; si confondeva, titubava, precipitava nelle tenebre della ragione.
Il modo con cui sapeva parlare di certi fatti estrinseci, di certe circostanze più ordinarie, impediva che i non esercitati nella conoscenza di certe misteriose malattie, di certe profonde imperfezioni dell'intelletto si persuadessero, sentissero che quel disgraziato non poteva essere responsabile.
Anche questa volta il presidente dovè tornare a ribattere la domanda.
—Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio?
—Nel mio letto… a dormire!—rispose Nello.
—A che ora voi eravate andato a dormire?
—Sarò andato alla solita ora… quasi appena buio… non avendo mai avuto lume per vegliare, ed essendomi proibito dalla polizia di girare la notte.
—E perchè la polizia ve lo aveva proibito?
—Perchè alle volte, senz'accorgermene, cascavo per la strada, e mi addormentavo… e mi trovavano addormentato lungo i muri, sugli scalini delle porte: e spesso… dice… mi pigliavano le convulsioni: poi perchè i ragazzi mi davano noia… Una sera un branco di ragazzi mi si avventarono addosso verso le Loggie del Mercato Nuovo, mi portarono a forza di spinte nell'osteria dell'Impannataccia; là mi fecero bere; c'erano altri uomini, che mi misero le mani addosso, e fui trovato sotto una tavola ferito alla testa e tutto insanguinato…
—Basta! Basta!—accennò il presidente—Voglio sapere…
—Vostra Signoria mi perdoni!—interruppe in tuono cortese, ma serio, l'avvocato Arzellini, alzandosi. E tenendo nella mano destra il berretto e congiungendo i polpastrelli del pollice e dell'indice della mano sinistra, che agitava in aria, continuò nel gergo curialesco di allora:
—Con licenza di V. S. io credo che il racconto dell'inquisito giovi all'interesse della difesa perchè ci dimostra come l'inquisito fosse inviso, perseguitato in mezzo a quella classe di mercatìni dalla quale il Fisco ha scelto le testimonianze più gravi, che si trovano nel suo libello…
—Parlerà dopo, signor avvocato—osservò il presidente.—Ella entra ora nel merito…
—È dovere del mio sacro ministero… ripigliava l'avvocato.
—La prego!…—E il presidente accompagnò l'invito con un gesto affabile e risoluto.
L'avvocato sedette, senza protestare, e in atto molto rispettoso.
—Voi assicurate—disse il presidente indirizzandosi a Nello—che vi coricaste appena buio? Prima di addormentarvi, o durante il sonno avete sentito qualche rumore?
—No, Eccellenza!—rispose Nello tutto intimorito.—Non mi pare.
—Spiegateci, dunque, come accadde che essendo voi andato a dormire di prima sera, siete stato trovato la notte nel vostro letto tutto coperto di sangue? Come può essere avvenuto che un uomo sia stato assassinato, trascinato sino alla porta della vostra stanza, senza che voi abbiate udito il più piccolo rumore?
—Ma, signor presidente!—tuonò l'avvocato Arzellini, alzandosi impetuoso.—Mi permetto far notare a V. S. che nessuno dei vicini ha udito alcun rumore.
—Signor avvocato… non interrompa… la prego!—replicò asciutto e un po' sconcertato il presidente.—Voi… Nello… siete stato trovato nel vostro letto, insanguinato… Ma non basta… Sotto il materasso furon trovati nascosti l'orologio, la catena, uno spillo rubati all'uomo che giaceva dinanzi alla vostra porta, e il pugnale col quale era stata fatta la ferita da lui riportata alla testa.
—Il pugnale, la catena, l'orologio li ho presi io—rispose Nello, senza turbarsi,—ma l'uomo non l'ho assassinato io!
—Dove e come avete preso questi oggetti, se dianzi avete asserito che vi coricaste di sì buon'ora e vi addormentaste?
La mente di Nello già principiava a smarrirsi.
Egli non sapeva dare alcuna risposta.
—E voi siete in mendacio—proseguì il presidente, parlando con molta rapidità—poichè, mentre asserite di esser rimasto a letto sin dalle prime ore della sera, ci è un testimonio, che abita nel palazzo della Cavolaja, il quale la sera del 14 gennaio, circa le 10, mentre egli suonava il violino, vi ha udito cantare nella Piazza Luna.
Nello restò come fulminato.
Nella sala, ove regnava il più profondo silenzio, si sarebbe sentito alitare una mosca.
Ma ad un tratto, il silenzio fu turbato dai suoni di un organetto.
Una specie di zingaro, che la polizia tollerava pe' misteriosi servigi da lui resi, passava nella via de' Librai, suonando un'arietta popolarissima.
Nello, come già è noto al lettore, aveva una qualità, che si riscontra pure in molti poco sani della mente: una spiccata propensione alla musica.
La memoria musicale però in lui aveva bisogno per agire, secondo già dicemmo, d'essere aiutata dal ritmo. Era incapace di ripetere le parole senza l'accompagnamento della musica, e di rammentarsene altro che cantando.
Gli uomini di scienza conoscono questo fenomeno.
Dopo le prime note dell'organetto, Nello, invece di rispondere alla interrogazione del presidente, cominciò a cantare.
Cantava a squarciagola nella sala, come quando si trovava nella Piazza
Luna.
Lì per lì tutti furono presi da stupore.
Poi nacque un baccano indiavolato.
Il pubblico si agitava.
Gli auditori, l'Avvocato fiscale, il cancelliere si alzarono.
L'avvocato Arzellini si accostò, anch'egli meravigliato, al suo cliente.
Ma già Lucertolo aveva steso una mano e sbarrato la bocca al mentecatto.
Nessuno capiva la vera ragione di quel canto improvviso.
Neppure uno tra coloro, che si trovavano nella sala, dubitò di attribuire a impostura, a raffinata simulazione, quell'atto di demenza del disgraziato.
—Impostore!
—Ipocrita!
—Birbante!
—Assassino!
Così il pubblico, e i birri, eccettuato Lucertolo, salutavano Nello.
L'eccitazione era immensa.
Specialmente dopo le risposte dell'inquisito, che avevano tanto aumentato, in apparenza, gl'indizii della sua colpabilità.
—Silenzio!—gridò l'usciere.
E tutti i birri rivolsero al pubblico le loro fisonomie accigliate.
Lo zingaro continuava a suonare l'organetto.
E Nello, appena Lucertolo gli ebbe lasciato la bocca libera, principiò di nuovo a cantare.
Allora gli esecutori, ad un cenno del presidente, lo trassero fuori della sala.
Ritornò due minuti dopo, tutto eccitato.
Lo zingaro si era ormai allontanato nella direzione della piazza San
Firenze e Nello non cantava più.
Non rammentava anzi neppure di aver cantato.
Il pubblico strabiliava, ma ormai nessuno osava più far mormorii o atti, che provocassero rigori, secondo gli ordini dati dal presidente.
Il presidente fece a Nello un severo rabbuffo, gli spiegò come egli sempre più aggravava la sua condizione, tentando d'ingannare i giudici con mezzi tanto irrispettosi e grossolani, annunziandogli che, in separato giudizio, sarebbe stato chiamato a rispondere per schiamazzi, disordini nella sala d'udienza.
—Persistete—riprese il presidente—nel dichiarare di non aver commesso voi l'omicidio nella persona del pittore Roberto Gandi?
—Io dichiaro davanti a Dio, davanti ai giudici, davanti al popolo—disse Nello, in preda ad una singolare esaltazione—che qualcun altro ha commesso l'assassinio: io sono innocente… innocente… innocente…
E si mise a piangere.
—Signor presidente!—disse alzandosi l'avvocato Arzellini.—Credo anch'io—proseguì commosso—che il vero assassino non sia dinanzi alla Rota…
—Signor avvocato?
—Credo insomma che l'Attuario, che il Fisco abbiano troppo precipitato…
—Le ripeto!…
—Voglio far intendere, come spiegherò più ampiamente nella difesa, che altra mano versò il sangue dell'illustre artista Gandi… che sia opportuno rivolgere all'inquisito una domanda, che è stata negletta in tutta l'inquisizione…. cioè se egli abbia sospetti su colui, che può aver tentato di assassinare il signor Gandi.
—Signor avvocato!—rispose il presidente—non è questa domanda, che io creda strettamente necessaria, pure… per massima deferenza alla difesa, io la farò.
Ed il presidente formulò la domanda.
Lucertolo ascoltava ansioso.
Egli aveva indirettamente suggerito più volte a Nello di accusare il
Carminati.
Aspettava dunque la risposta con impazienza.
III.
Il birro era sui carboni ardenti.
Ma Nello restò muto.
I suoi occhi si erano posati sopra un tavolino sul quale si trovavano i corpi del delitto: il pugnale, l'orologio, la catena, lo spillo, trovati sotto il materasso di Nello.
Egli ora guardava quegli oggetti con avidità; la vista di quei metalli luccicanti lo occupava, lo distraeva.
—Vede…. signor avvocato—osservò il presidente, rivolto all'avvocato Arzellini—l'inquisito non dà alcuna risposta.
—Prego V. S. di voler rinnovare la domanda.
Il presidente aderì.
L'inquisito fece un lieve moto con le labbra.
Tutti credevano che questa volta avrebbe parlato.
Ma non gli uscì di bocca un solo accento e continuò a guardare i metalli.
Sullo stesso tavolino erano gettati da un lato le vesti, il cappello del pittore Roberto Gandi, le vesti di Nello, e sotto il tavolino, in una cassetta, erano ammonticchiati i sozzi e sucidi panni insanguinati, che a Nello servivano di coperte nel suo giaciglio e fra' quali era stato trovato ravviluppato, dagli esecutori nella notte del delitto.
Il presidente rivolse altre domande all'inquisito, ma questi rispose in modo subdolo, indeterminato.
Fu concordato, con l'assenso del difensore, che poteva ormai considerarsi l'interrogatorio come esaurito.
—Il signor Avvocato Fiscale ha la parola!—disse il presidente, voltandosi verso il banco al quale sedeva il primo magistrato del Fisco.
Il magistrato si alzò, e appoggiando le mani all'orlo del banco, protendendo la persona alquanto in avanti, pronunziò, con vibrato accento, e con voce sonora le seguenti parole:
«Signori, presidente e auditori!
«Nei molti anni, dacchè esercito l'alto mio ministero, di rado mi fu dato studiar causa nella quale apparissero più chiari indizi della colpabilità dell'inquisito.
«La pubblica discussione ha sempre più messo in evidenza l'esattezza dei precedenti atti processuali.
«Giammai la mia coscienza è stata più tranquilla nel chiedere la esemplare punizione di un reo.
«Vindice della società offesa, io ho il dovere di parlare con severità. Il delitto sul quale voi, esimii signori, dovete dare il vostro onorando iudicato, è de' più nefandi e odiosi, che da molti anni si sieno commessi nella nostra città: è tale, che quasi toglie ad una mite popolazione il suo vanto di miti, temperati costumi e ci mette in mala vista fra le altre genti.»
Dopo essersi addentrato, alla minuta, in certi particolari della causa, l'oratore esclamava:
«Ah! signori, la causa nella quale io debbo concludere, è una causa tremenda, una di quelle cause per cui il magistrato con secura coscienza può ben parlare di catene e di patibolo!
«È inutile che io abusi della bontà vostra, cercando di provare con lunghi ragionamenti la responsabilità dell'inquisito.
«Alle speciose ipotesi di una pazzia incipiente, di uno stato mentale irregolare, rispondono con molta eloquenza le perizie dei medici fiscali.
«Che cosa potrei io aggiungere a ciò che con tanta limpidezza hanno detto uomini dottissimi?»
L'avvocato fiscale raccolse alcuni fogli, che aveva dinanzi e ne dette lettura.
Due medici, fra' più ragguardevoli che avesse Firenze, asserivano che Nello possedeva compiuta coscienza de' suoi atti, e che poteva tenersi per fermo avesse agito la notte del 14 gennaio con proposito deliberato, se non con una vera e lunga premeditazione.
La lettura di tali dichiarazioni produceva nel pubblico il più vivo eccitamento: rendeva sempre più acuta l'avversione contro Nello.
—Ma abbiamo pure le perizie estragiudiciali!—ribattè l'avvocato
Arzellini.
Il presidente con un gesto benevolo fece cenno al difensore che non interrompesse.
—Lei parlerà a suo tempo… la prego… potrà dire tutte le sue ragioni—aggiunse l'egregio magistrato.
Si capiva che il presidente, nonostante la sua apparente severità, era già guadagnato o quasi alla causa di Nello.
Uomo di mente elevata, di molta esperienza, educato alla lettura delle opere dei filosofi, di intelligenza facile e pronta, aveva già capito ciò che i suoi colleghi non capivano: cioè che l'avvocato Arzellini combatteva in quei momenti per disputare un disgraziato, se non al patibolo, ad una pena che per lui sarebbe stata equivalente alla morte.
L'Avvocato fiscale riprese il suo discorso.
Descrisse con grande sfoggio di colori, con tutta la pompa retorica e declamatoria, della quale si faceva allora un immenso scupìo nei tribunali, la scena avvenuta tra il Vicolo della Luna e Piazza Luna la notte in cui era stato commesso il delitto.
Cercò di rimettere in azione quella cupa tragedia; parlò dell'assassinato, giovane, bello, famoso, caro a tutti, ospitato con orgoglio nella città, visitato, ricercato da cospicui personaggi, amato dal Sovrano, che era stato addoloratissimo del truce misfatto.
Lo mostrò proditoriamente aggredito, vacillante sul lubrico suolo del Vicolo, piombato a terra, atrocemente trascinato da un punto all'altro, lasciando per tutto quel luogo immondo le traccie del suo nobile sangue, poi spogliato, derubato.
La sua parola fluida, abbondante, efficace, scuoteva il pubblico, e, quello che più importava, s'insinuava abilmente nell'animo de' giudici, e per lo meno quattro degli auditori sentivano nascere, svilupparsi potente, irresistibile nei loro intelletti la convinzione della reità di Nello.
Il rappresentante della legge toccava da maestro, e con peculiare accortezza, tutti i punti della causa, deboli per l'inquisito, raccoglieva di tanto in tanto una falange di argomenti indiziarli e se ne serviva con la bravura di un uomo, abituato a tali conflitti, e che non temeva rivali: memore del dettato sì spesso ripetuto nel foro: Et quæ non prosunt singula, juncta juvant.
Naturalmente sfuggiva tutta la parte contraddittoria, che doveva poi esser raccolta, sviluppata, con sì valido acume, dal suo grande avversario, l'avvocato Arzellini, del quale però egli cercava con molta finezza screditare in precedenza gli argomenti; supponendo che gli fossero mosse obiezioni a quello che asseriva, e poi confutandole.
«Per stornare la inquisizione dal suo vero scopo—disse a un certo punto l'Avvocato fiscale—si è voluto far credere che il delitto, consumato nel Vicolo della Luna nella funesta notte del 14 gennaio, non fosse un semplice e volgare latrocinio, ma bensì un delitto cui sia collegato il più poetico, il più forte dei sentimenti umani:—l'amore!
«Ma come una tale tesi potrà essere sostenuta dalla difesa dell'inquisito?
«Non distruggerebbe essa a dirittura l'edificio, già così fragilmente architettato, sulla base dell'idiotismo del giudicabile?
«Si parla di amori… di una donna, che si sarebbe trovata nella stanza misteriosa del Vicolo, che vi avrebbe lasciato fuggendo il velo, del quale aveva coperto il suo volto, prima di recarsi ad un desiderato convegno, di una donna, la cui presenza alla stessa polizia, dopo le sue prime indagini, parve rivelata, oltre che dal velo dimenticato, dalle impronte lasciate da denti affilati e minutissimi in un pezzetto di candito… Ben lieve e frivolo indizio!…. Si è parlato di colloquio fra due amanti perchè si scuoprirono due bicchieri, l'uno quasi accanto all'altro sopra una tavola, e nei quali era stato versato il vino di una stessa bottiglia.
«Queste sono avventure ingegnose, bizzarrie, che starebbero bene in un romanzo, che non sono conformi davvero alla gravità della causa che ci occupa.
«E, anzi, sono persuaso che la difesa rinunzierà a inoltrarsi in così vani strattagemmi.»
L'avvocato Arzellini, che guardava fisso l'avvocato fiscale, e non perdeva sillaba di tutto quello che diceva, scosse vivamente il capo, e battendo un pugno sulla tavola, esclamò ad alta voce:
—Vedremo…. se saranno vani!
Il presidente fece al focoso patrocinatore un'altra ammonizione.
«Vani stratagemmi!—riprese l'Avvocato fiscale, in tuono sempre più veemente.—Imperocchè, ammesso questo dramma d'amore, qual parte vi avrebbe avuto l'inquisito? Sarebbe stato egli forse il bel cavaliere, per cui la donna sospirava e si comprometteva, andandolo a visitare nella stanza misteriosa? Sarebbe stato egli, che aspettava una amante e la rifocillava di canditi e di vino di Cipro? Egli, che avrebbe nell'impeto, nell'accecamento della gelosia assassinato il pittore Gandi suo rivale?
«E come potrà la difesa darci un racconto plausibile del modo con cui il Gandi fu condotto, tratto nell'agguato?….
«Chi si rivolgerà ad uno stolido, ad un idiota per commettergli sì ardua, sì delicata, sì terribile impresa, e in che modo un idiota la forniva con tanta intelligenza, con tanta audacia, con tanto abominevole precisione?
«Perchè egli oggi ha così avvedutamente taciuto il nome del suo complice, e lo ha sottratto alle insistenti ricerche della giustizia?
«È questa la critica che ci permettiamo, secondo la nostra ragione cui non possiamo rinunziare, e la nostra coscienza che non vogliamo tradire.
«È egli d'uopo ch'io mi soffermi a dimostrare gli esecrabili antecedenti dell'inquisito?
«E, per citare un estremo della più temeraria ferocia, non basta che noi ripensiamo alla brutale aggressione dell'inquisito contro il nostro esimio collega, il cancelliere Buriatti, durante la preparatoria inquisizione del processo?»
E l'Avvocato fiscale andava innanzi, abbellendo il suo dire di tutta quelle suppellettile oratoria che era allora in voga.
Avvocati fiscali, e avvocati difensori citavano versi di Orazio, di Virgilio, di Catullo, a profusione, intere ottave dell'Ariosto e del Tasso, versi del La Fontaine, diluviavano le massime dei pratici e dei dottori; i tropi, le metafore, le similitudini, le allusioni storiche e mitologiche, le parole altisonanti, sesquipedali.
«Ma io debbo accennare alla stanza misteriosa del Vicolo della Luna,—proseguiva l'avvocato fiscale—alla connessione che essa può avere col barbaro delitto, da cui fu la notte del 14 gennaio contaminata quella già località così sinistra.
«Ascoltatemi con attenzione.
«La stanza N. 5 serviva di certo ai convegni di qualche strano e capriccioso amatore; ma ogni retta induzione ci porta ad escludere qualsiasi relazione fra coloro che vi s'incontravano e il delitto che dette origine a questo processo.
«Il Fisco appose i suggelli alla porta, e vi sono tuttora, e sebbene la stanza sia piuttosto sfarzosamente arredata, nessuno si è presentato fino ad oggi a ripetere la proprietà degli oggetti che essa contiene.
«Ci è ignoto dunque chi fossero le persone che vi convivevano. Chi l'aveva presa in affitto si è circondato di tali precauzioni che non è stato possibile chiarirne la identità!
«Ad ogni modo si tratta di una galante avventura, che non è davvero interesse della giustizia l'approfondire nella presente causa.
«Per noi è certo che l'inquisito meditava da vario tempo il suo latrocinio. Per noi è certo che egli si è appostato alcune ore, aspettando una preda.»
Dopo una lunga perorazione, nella quale ricapitolò tutte le resultanze del processo, l'avvocato fiscale fece intendere che egli avrebbe preso le sue conclusioni.
IV.
Aveva parlato da circa tre ore, e il pubblico lo aveva sempre ascoltato con l'attenzione più concentrata.
Nella perorazione scongiurò i giudici a non lasciarsi vincere da alcuna perplessità per le incoerenze dimostrate dall'inquisito nel suo interrogatorio, pel suo rifiuto a rispondere, per gli schiamazzi con cui non aveva esitato ad offendere la stessa Rota.
Tali simulazioni non erano nuove, altri rei se n'erano valsi come espediente a sviare la meritata severità della Legge.
L'Avvocato fiscale terminò dicendo, che egli domandava per l'inquisito la stessa condanna da lui già domandata nelle sue conclusioni, che si trovavano fra gli atti del processo scritto.
«Concludo dunque—queste furono le ultime parole dell'oratore fiscale—che la Regia Rota condanni l'inquisito Nello Bartelloni nella pena di servizio ai pubblici lavori per anni venti, previa un'ora di esposizione, a indennizzare la parte lesa, e nelle spese della procedura.»
Previa un'ora di esposizione!
I mercatìni quasi non si tenevano più. Il loro desiderio era sodisfatto! Nello sarebbe messo alla gogna; lo avrebbero riveduto: avrebbero ricavato da lui i numeri del Lotto. Insomma si preparava ad essi in quel triste avvenimento una eccellente occasione di darsi bel tempo, di andar attorno con le spose, coi figliuoli, e far gazzarra.
Ma il pubblico, agitato, commosso, non ebbe tempo di lasciarsi sfuggire la più piccola espressione di sodisfazione o di meraviglia, poichè già si era alzato il celebre avvocato Arzellini.
Eravamo, dunque, al punto di quella lotta da atleti fra i due ragguardevoli oratori, che già abbiamo annunziato al lettore, e alla quale il pubblico ardeva di assistere.
L'avvocato Arzellini era quasi circondato da giovani avvocati, che, non avendo potuto trovare posto nelle sedie, gli si erano avvicinati, e, in piedi, gli stavano dappresso con la reverenza, l'affettuoso raccoglimento di discepoli, che non volevano perdere una sola parola del maestro venerato.
Tutti i cuori battevano, tutte le orecchie erano tese.
Gli stessi giudici si erano rivolti verso il difensore, e mostravano di esser disposti ad ascoltarlo con la maggior deferenza.
Lucertolo si era messo quasi accanto all'avvocato.
L'orazione non doveva avere ascoltatore più attento e più appassionato di lui.
—«Se grave e dolorosa causa—cominciò l'avvocato Arzellini—fu mai al mio patrocinio commessa, come non dirò io esser tale quella che quasi tremando mi accingo a discutere?… Nè le tristezze di questa causa, sebbene di fatti e varia e complicatissima sia, nascono dagl'intrinseci, che la presentano come problema giuridico da risolversi. Esse nascon piuttosto dagli sventurati estrinseci, che la circondano.
«Grave la fa l'inaudito e quasi inesplicabile coraggio di chi ispirò gli aliti primi dell'accusa… formando nella contradizione evidente di ogni diretto, o indiretto mezzo di prova un'ipotesi, la quale obietta un delitto della più incallita umana ferocia a giovane di tenera età, quasi demente, e peregrino nel cammin della vita.
«Grave la fanno il terrore e la perplessità in cui l'accusa ha gettato i nostri animi.
«Fa grave questa causa l'incontro fatale di circostanze, le quali, sebben nate dalla sciagura, o dalla imprudenza, assumono aspetto fallace di delittuose apparenze ad eccitare lo straordinario zelo, con cui l'encomiabile Uffizio fiscale sostiene l'accusa con tutte le forze dell'ingegno e dell'eloquenza.
«Grave fa pesar questa causa nell'afflitto mio cuore il dovere di un padre, che corre alla difesa del proprio figlio. Non mi fè certo la natura padre dell'inquisito: ma tal mi fece la Legge collocando tra le mie braccia questo sventurato innocente, questo tapino, solo nel mondo, senza guida, e senza alcun'altra tenerezza, affinchè io lo difenda e lo protegga. Di rado sentii più, ottimi giudici, quanto fosse sacro il mio ufficio.
«E qui un lamento mi sia permesso se non utile alla causa, e agli ottimi giudici, utile a me, ed al pubblico, che mi ascolta e che la Legge ammette a questo congresso solenne.»
L'avvocato lamentò quindi con parole energiche la condotta seguìta dalla polizia nelle prime indagini; la sua cieca persuasione di aver messo subito le mani sul delinquente, trascurando ogni altra ricerca, e adoperandosi anzi a propalare contro l'inquisito la più spaventevole leggenda.
Deplorò che alte influenze avessero pur regolato l'andamento del processo e che più volte in esso si fosse pronunziato, come potentissima arme contro il disgraziato, che egli doveva difendere, il nome dell'augusto Sovrano.
«Abbiamo, o giudici—proseguì l'avvocato—ben luttuoso argomento a trattare: un tentativo d'omicidio, seguíto da furto. Una vittima illustre, che, trafitta da pugnale, cade ferita, in mezzo alle più terribili angoscie, merita l'attenzione del magistrato e la società offesa reclama la severa ed esemplare punizione dell'assassino. Ma, se la società offesa nel più sacro de' suoi diritti domanda vendetta, la legge richiede imperiosamente che sia chiaramente ed evidentemente dimostrata la reità di chi è accusato, affinchè il giudice, trascinato da una fallace apparenza, non sacrifichi la vita di un innocente.
«È egli o no dimostrato, nel concreto del nostro lacrimevole caso, chi abbia sparso il sangue dell'infelicissimo pittore Roberto Gandi?
«Esiste un tentato omicidio; ma fatalmente per la Giustizia, come io vi mostrerò, s'ignora ancora la mano feritrice, il colpevole. Possiamo classificare questo delitto fra quei tanti, che sfuggono tutto giorno alla scure delle Leggi. Se ne cruccia la società, ne ha dispetto il giudice virtuoso, ma quanti innocenti ha salvata la tollerata impunità di alcuni colpevoli! Se si freme sul delitto fortunato, non si piange sulla innocenza sacrificata!
«Mettiam fine alle considerazioni generali.
«Credo che altro ordine non voglia questa causa, se non quello di sottoporre al criterio legale, l'un dopo l'altro, gl'indizii tutti di reità, con infinito studio raccolti dall'analitica penetrazione del Fisco.
«Esamineremo la natura di ciaschedun indizio, la sua qualità, la prova che lo assiste.
«Se un lodevole zelo per il ben pubblico, se l'orrore per gli atroci delitti hanno a pregiudizio del Bartelloni fatta illusione al magistrato inquirente ed al Fisco, religiosamente da voi, sapientissimi giudici, dopo le risultanze processuali, verrà riconosciuta la loro legale insussistenza, e il vostro equo giudicato, la ragione e la giustizia porranno fine alle tante immeritate sciagure ed al carcere in cui ha dovuto gemere il mio difeso.
«Scusabile è il Fisco nell'accusare, ed io di buon grado lo scuserò: ma perchè, eziandio chiedendo una minor pena, è venuto a parlarci di patibolo e di catene: ad atterrire un debole innocente con la sanguinosa suppellettile del suo spaventevole armamentario?
«Il Fisco vi ha raccontato, prestantissimi giudici, come si svolgesse, giusta i suoi criterii, la scena nefasta, che macchiò di sangue la notte del 14 gennaio il Vicolo della Luna e la Piazza Luna.
«Di nuovo io ammiro la fervida fantasia dell'oratore, il suo immenso, sconfinato zelo per perseguitare il delitto.
«Ma, ad ordire la sua tragica favola, il Fisco non tien conto neppure dei costituti, delle giudiciali dichiarazioni, dei giurati asserti dei testimoni, che già si trovano in atti.
«Dice il Fisco che il mio cliente si appostò varie sere nell'orrendo
Vicolo, deciso a commettere un latrocinio.
«Egli non aspettava il Gandi, aspettava una preda qualsiasi, aspettava un uomo che potesse derubare.
«E pure, o signori, il testimonio Cosimo Pardilli, suonatore nell'orchestra del Teatro della Pergola, non ha giurato dinanzi al giudice inquirente che la sera del 14 gennaio, dopo le 10, mentre chiuso nella stanza, che egli abita nel così detto Palazzo della Cavolaia, suonava il violino, udì il mio cliente che cantava sotto la sua finestra, rispondente in Piazza Luna?
«Ah, è nuovo l'esempio, concedetemelo, eccellentissimi giudici, di questo assassino, che aspetta, cantando, col pugnale alzato, la sua vittima.
«Il Fisco non ha sentito quanto diventava grottesca la sua accusa?»
Sebbene cercasse di frenarsi, a Lucertolo sfuggivano segni non dubbi di approvazione.
«Gran trionfo mena il Fisco pel ritrovamento del pugnale insanguinato nello squallido e misero giaciglio del mio povero cliente.
«Però, o signori, concedetemi pure che diviene sempre più singolare questo assassino, il quale, invece di gettare lontano da sè il materiale del delitto, lo raccoglie quasi con cura e se ne circonda!
«È singolare un assassino, che trascina l'uomo che si suppone da lui ferito, proprio dinanzi all'uscio della sua abitazione, e quando gli ha posato il capo quasi sulla soglia, egli stesso la varca e si chiude, e si getta nel proprio letto senza pensare ad allontanare da sè i sospetti, anzi studiandosi di accumularli, di renderli, a così dire, palpabili, cercando di insanguinarsi le mani, i piedi, il volto, le vesti!
«Fino ad ora gli assassini, commesso il loro crimine, fuggivano, loro primo pensiero era di gettare il ferro omicida, di allontanarsi dal luogo del delitto, ma l'assassino pervicace che il Fisco vuole scuoprire nel mio infelice cliente, è un fenomeno, un fenomeno, che viola tutte le leggi di natura, ma che si accomoda mirabilmente alle crudeli esigenze dell'accusa.»
Dopo una breve pausa, che l'avvocato occupò nel consultare alcuni appunti, che aveva sparpagliati dinanzi a sè, così riprese:
«Nell'accurato, sintetico documento che ci ha letto il rispettabilissimo Auditore, relatore della causa, trovo una deplorevole lacuna.
«Egli non ci ha dato descrizione della struttura fisica del ferito, della struttura fisica del supposto feritore.
«Tal punto è di somma importanza!
«Il supposto feritore voi l'avete dinanzi ai vostri occhi nella compassionevole delicatezza e gracilità delle sue membra, nella triste debolezza delle sue forze, del suo mancato sviluppo, nella sua deficiente statura. Nel gramo corpicciuolo del mio cliente la Regia Rota ha uno straziante compendio di tutti i patimenti, di tutte le privazioni, di tutte le torture, che questo derelitto deve aver subito sin dalla nascita.
«Il pittore Roberto Gandi, il ferito, è invece di alta statura, di robusta corporatura, di forza muscolare straordinaria.
«Eppure il Fisco vuole indiscusso che il mio sventurato cliente, non ostante la sua piccolezza, il suo breve e debol braccio, abbia potuto ferire alla testa, gettarsi ai piedi, di un colpo, un uomo che tanto lo superava e di statura e di forze!
«Omicidio tentato per latrocinio, grida il Fisco. E sia pure! Ma è strano l'autore di questo latrocinio, che mentre non lascia nel corpo del ferito il pugnale, anzi lo strappa a forza, gli lascia nelle tasche il portamonete contenente una somma cospicua, e che, rinvenuto dagli agenti della polizia, si trova appunto su quel tavolino fra i corpi del delitto come una fra le tante prove d'innocenza dell'inquisito.
«Ed ora, prima che io entri a trattare più alto tema, a mostrarvi cioè le condizioni morali e intellettuali del mio sciagurato cliente, lasciate che io vi accenni al modo incompleto, assurdo, inumano, con cui la preparatoria inquisizione è stata condotta, adulterata….»
V.
—Signor avvocato, la prego a moderarsi…
—Non si può moderare, signor presidente, l'amore della verità, della giustizia… la convinzione profonda, che io ho della innocenza di un infelice perseguitato…
Si udirono nel pubblico mormorii ostili a Nello.
—La impopolarità non mi spaventa,—continuò il sommo avvocato, voltandosi e lanciando intorno a sè occhiate di sprezzo.—Non spaventò Socrate quando quel grandissimo, divino….
—Signor avvocato, ella deve parlare alla Rota e non al pubblico… E alla più piccola vociferazione avverto il pubblico che non sarà più ammesso ad assistere alla continuazione del processo.
I poteri del presidente della Rota erano amplissimi.
Il pubblico tornò in un attimo ad essere tranquillo.
Il focoso oratore, incoraggiato dai giovani entusiasti, che gli stavano sempre dattorno, e lo salutavano di tanto in tanto con un mal simulato fremito d'ammirazione, andò innanzi dicendo:
«Io devo insistere nell'affermare che l'inquisizione è stata in questo processo mal condotta, e senza imparzialità…»
—Ma, signor avvocato…
—Qui dunque si vuol violare la mia coscienza?
—Continui… ma l'avverto di tenersi nei limiti.
«Sì, la mia coscienza di galantuomo si ribella nel percorrere le carte, preparate nei silenzi della Cancelleria, quelle carte, su cui il Fisco fonda il suo spietato Vangelo!
«Il Fisco vuole esclusa ogni relazione fra il delitto consumato la notte del 14 gennaio, e la stanza misteriosa, segnata di N. 5, che si apre nel Vicolo della Luna. Ma noi sogniamo, o siamo desti? Assistiamo allo svolgimento di un terribile, serio dramma giudiziario, o all'intrigo di una commedia?»
Il presidente tornò a interrompere l'oratore. Di rado gli avvocati davano allora in tali escandescenze, e lo stesso avvocato Arzellini, sebbene noto per una insolita impetuosità, non era mai andato tant'oltre.
Il presidente lo avvertiva con benevolenza perchè anch'egli si sentiva sempre più propenso in favore di Nello, e la convinzione della innocenza di lui gli si approfondiva nell'animo.
«Quasi avrei abbandonato tale argomento,—aggiunse l'avvocato Arzellini,—se nelle stesse carte processuali, preparate dagli attuarii, non avessi trovato un gravissimo indizio.
«E a comprendere che sia gravissimo non vi è bisogno davvero di avere sfogliato i ponderosi volumi de' Bruni, de' Bianchi, dei Casonii, de' Farinacci sulla materia indiziaria.
«Gli agenti della polizia, allorchè fecero l'accesso nella stanza misteriosa, vi trovarono… fate bene attenzione, o signori… vi trovarono acceso un lume.
«Dunque quel lume avea servito ad illuminare le carezze, i trasporti di un convegno amoroso… aveva servito ad illuminare qualcuno, che poco innanzi era presente nella stanza, seduto alla tavola sulla quale si trovarono bicchieri sempre umidi del vino versatovi, i dolci a metà morsicchiati…
«Forse per il Fisco la lampada pendeva accesa da quel soffitto sin dalla creazione del mondo?… Chi dunque si trovava nella stanza, al momento in cui il delitto era consumato dinanzi alla porta, anche ammesso che le persone in tale stanza convenute al delitto sien rimaste estranee?
«Chi vi si trovava? Quali rumori ha udito? E che cosa ha fatto la polizia, non sapendo scuoprire, perdendo, anzi, a dirittura, le traccie di tal gente?
«E non basta!
«Attiguo al luogo del delitto è un infame raddotto.
«Perchè la polizia non ha spinto oltre quelle infette pareti le sue indagini?
«Ha forse essa avuto paura, mettendo il piede in quella soglia di sozzure, di contaminarsi, di lasciarvi il proprio candore?
«Perchè il processo inquisitorio è muto su tutti questi particolari?
«Perchè noi non sappiamo oggi—e l'elevatissimo accento dell'avvocato scuoteva tutti—chi è entrato nell'immondo raddotto della Palla tra la sera e la notte del 14 gennaio, se qualcuno vi entrò titubante, eccitando sospetti; infine perchè non si è cercato anche là, dove ben potevano trovare, o cercare asilo un delinquente, e i complici, gli ausiliarii di un delinquente?
«Altra lacuna imperdonabile e di suprema gravità è negli atti.
«Chi ci dice dove il pittore Gandi abbia passato la sera del 14 gennaio?
«È vero che egli non poteva parlare, che non si potevano ottener da lui risposte, ma se il suo labbro era muto, perchè la polizia, l'autorità inquisitoria non è eloquente e zelante nel fornirci tutti i particolari della causa, almeno quanto è eloquente e zelante il Fisco nell'accusare questo sfortunato?
«Sopra un tal punto io debbo esser molto circospetto, alti riguardi mi prescrivono una necessaria discrezione, ma di un indizio molto importante dobbiamo tener conto, che il pittore Roberto Gandi indossava panni umili, dimessi, la sera del delitto… si era insomma travestito!
«Ciò risulta dagli atti del processo.
«Ma travestito si era a quale scopo?
«Vedete quante oscurità; quanti dubbii, quante ambagi solleva questo processo!…
«Solo il Fisco è sicuro, egli non ama i complicati problemi. Non gli va a grado l'analisi, la quale separa e decompone. Egli vagheggia la sintesi, che tutto riduce ad un'asserzione compatta e unica.
«Meno a lui piacciono il dubbio, la lentezza di esame e la
irresolutezza alla quale conduce. Lo incomoderebbe la titubanza di
Ercole al bivio tra i due opposti inviti di Aretea e di Edonide.
Valendosi della sua forza, taglia e non scioglie il nodo gordiano.
«Questa causa gronda da ogni lato di umano sangue!
«Sia pace dunque al Fisco ed a noi! Bene egli fece a perseguitare nell'inquisito le apparenze di reità, e meglio faremo noi dileguandole. Egli non dubita, come non dee dubitare, delle proprie asserzioni, essendo esse separate e disgiunte, come esser debbono gli articoli dell'accusa, a guisa di chi chiamato non a edificare, a lapidare altrui, è costretto a prendere alla rinfusa una pietra dopo l'altra. Noi raccoglieremo queste pietre per studiarne il peso, la foggia e la tempra, e vedere se, come quelle che Deucalione lanciò, possano acquistare e moto e vita di valutabile indizio.
«La fattispecie, che ci porge il Fisco nel suo libello, è compendiata, anzi storpiata; bisogna darle una maggiore estensione, che ci scorga passo passo, nel cammino diretto, alla ricerca del vero.
«Nulla prepara la catastrofe, nulla vi s'incatena, come anello per anello, come causa ed effetto, come provenienza e flusso di antecedenti e conseguenti, perchè anzi dell'effetto, che spunta improvviso, non abbiamo precedenza di causa, e ben possiamo chiamarlo: prolem sine matre creatam!
«Dove, dite in verità, o giudici, è la causa proporzionata a delinquere? Nec enim, mi è grato ripetere col sommo Farinaccio, factum quaeritur, sed causa faciendi.»
E qui l'avvocato sviluppava una delle parti più belle, più eloquenti della sua arringa.
A un certo punto ripigliava in tal modo:
«L'innocenza non salva dalla sventura, anzi la sventura suol essere dell'innocenza indivisibile compagna. Ben disse l'ingenuo La Fontaine:
Et c'est d'être innocent que d'être malheureux!
«Avete trovato alcuni oggetti appartenuti al ferito nascosti nello squallido abituro del mio cliente?
«Il minor figlio e più caro del credente Giacobbe è sorpreso, avendo presso di sè una preziosa coppa furtiva. Se Iddio nol proteggeva, egli avrebbe dovuto soccombere sotto un'accusa di furto».
L'avvocato Arzellini combattè uno a uno gli argomenti, contenuti nel libello fiscale; venne ad affermare che non l'inquisito, ma altri era stato l'assassino del pittore Roberto Gandi. Nello, uscito di notte tempo dalla sua catapecchia, si era imbattuto nel cadavere, e da pazzo com'era lo aveva spogliato di alcuni oggetti preziosi, si era tutto imbrattato di sangue, aveva preso il pugnale, tale e quale come avrebbe forse fatto un fanciullo.
Che Nello avesse come una certa mania pei metalli non era stabilito da una testimonianza così cara al Fisco, e registrata in atti, quella della donna Lazzarini?
«Essa non ci ha detto—esclamava l'avvocato—che il mio cliente ebbe un giorno diverbio con una bambina di lei per toglierle di mano un pezzo di metallo; e a che motivo, se non agli occhiali d'oro che portava il giudice Buriatti, è dovuta la sua tanto decantata ed esagerata aggressione?
«Lungi da me l'idea di dir cosa spiacevole a quell'egregio e solerte magistrato, ma l'aggressione non è mai esistita che nella sua eccitata fantasia: mancano di essa, non già le prove, ma perfino gl'indizii più lievi. Ed è chiaro che il mio cliente in un suo vaneggiamento protese la mano soltanto per il metallo prezioso degli occhiali, che a lui apparivano come un trastullo.»
Nel pubblico molti e molti scuotevano la testa quasi in segno di dileggio per l'insufficienza di tale ragionamento; un osservatore attento avrebbe potuto scorgere segni di ironia, appena visibili ad altri, nel volto degli stessi magistrati.
L'avvocato Arzellini si mise a dimostrare, con la scorta delle perizie estragiudiciali, che lo stato mentale dell'inquisito non era sano. Egli, sin dalla prima fanciullezza, aveva dato prove di demenza.
Accusarlo di simulazione negli interrogatorii, nella sua condotta, era contrario ad ogni dettame della scienza; ad ogni retto criterio.
Come, egli non si era mai smentito, non aveva mai avuto un momento di titubanza, non aveva mai vacillato?
Ormai era incarcerato da mesi, aveva subìto interrogatorii dagli ufficiali della polizia, dai ministri processanti, e alla pubblica udienza.
E sempre, a gran distanza di tempo, si erano riscontrate in lui le medesime, identiche incoerenze. Esse non potevano essere frutto di simulazione, corrispondevano bensì ad una condizione permanente, immutabile, dello stato mentale, morboso dell'individuo.
«Vi fu chi scrisse—osservò l'avvocato Arzellini—un libro intitolato: Della Ciarlataneria degli Eruditi. Dopo ciò che i periti fiscali dissero sulla potenza ragionativa e intellettiva dell'inquisito, si potrebbe a quel libro aggiungerne un altro, intitolandolo: Della Ciarlataneria della Medicina Legale!
«Leggo a pagina 180 negli atti del processo:
«Si ripose in atti una relazione dei medici fiscali signor dottor F***
M*** e dottor F*** S*** del tenore ecc.»
«E leggo più oltre:
—«Presentata la suddetta relazione dai nominati signori dottor F*** M*** e dottor F*** S*** medici fiscali, ai quali letta di parola in parola, e a loro chiara e piena intelligenza come asserirono, quella e suo contenuto con la viva voce, tanto unitamente che separatamente confermarono e ratificarono in tutte le sue parti, con giuramento per me deferitogli, e da essi rispettosamente preso tacta imagine C. J., asserendo di averla firmata di proprio pugno e carattere.»—
«Non era questo il metodo, o signori, che doveva tenersi coi periti nella loro qualità di testimoni. Essi ratificarono prima, e dopo giurarono, e il testimone deve prima giurare, e poi deporre, mentre egli giura de veritate dicenda, e non de veritate jam dicta.
«I periti udiron leggere la loro relazione dall'Attuario, e concordarono i fatti, vale a dire, produssero in atti un attestato scritto, nè come testimoni alle legittime interrogazioni deposero, lo che non ne' giudizii civili, non ne' criminali è permesso.
«Ma spingiamo più oltre le osservazioni della difesa.»
L'avvocato Arzellini s'ingolfò quindi in lunghe elaborate e peregrine considerazioni.
Insistè di nuovo specialmente sul fatto che altri che Nello era stato di certo l'assassino del pittore Roberto Gandi, che la poca oculatezza, la negligenza della polizia lo avevan lasciato sfuggire: che i ministri processanti, accecati subito dalle prime prevenzioni, non avevano, con grave jattura, ricercato.
Lucertolo si sarebbe gettato al collo dell'avvocato Arzellini.
Quello per lui era un grand'uomo! Come egli aveva subito indicato, e con quanta chiarezza, i metodi per scoprire il vero colpevole!… Come era fino, giusto, da artista, il suggerimento di fare indagini su chi era entrato, tra la sera e la notte del 14 gennaio, nel raddotto della Palla.
E dire che, lasciamo stare i suoi compagni, ma egli, egli Lucertolo, che si teneva così furbo, così destro, non ci aveva pensato! Da qualche tempo le sue facoltà erano ottuse!
—Ma mi rifarò, mi rifarò!—pensava l'irrequieto e ardente esecutore.
L'avvocato, giunto alla fine della sua orazione, dopo aver esaminato la causa in ogni suo lato e averla esaminata con tutto il calore della sua eloquenza, e la dirittura della sua logica, persuaso di aver luminosamente provato l'innocenza del suo cliente, così terminava:
«Altri che l'inquisito fu il feritore. Questo diverso assassino vi è certo; ma il Fisco si scusa e dice di non vederlo. Vorrà dunque egli valersi delle pene, delle ingiuste sofferenze inflitte al mio cliente come medicina a meglio vederci? E la pena, che tanto desidera pel mio cliente, sul cui capo una deplorevole fatalità accumulò apparenze delittuose, gli dirà forse chi fu il vero autore dell'assassinio?
«Il barbaro conquistatore di Roma, dopo aver convenuto il peso dell'oro, che dovea esser prezzo del suo riscatto, giunta la bilancia alla misura del peso, vi gettò sopra la propria spada per aggiungere un nuovo prezzo al già convenuto, intuonando quell'epifonema terribile: Guai ai vinti!
«Non altrimenti opera il Fisco con l'inquisito. Sostituendo al criterio la forza, getta sulla bilancia della causa per farla preponderare a suo grado un numero di congetture, che la ragione, la equità, e la giustizia rigettano.
«Ove è certa la reità e il reo non men certo, la giustizia inesorabile colpisca il reo, ma ove la reità non abbia altro appoggio che apparenze ingannevoli, sempre tenga di tutto sommo conto la giustizia per non punire, essendo questo il suggerimento della clemenza non già, di cui è vano rammentare ai giudici il nome, ma della scritta ragione, guida indeclinabile di chi accusa, di chi difende, e di chi siede per giudicare.
«Concludo che la Regia Rota debba assolvere il mio cliente.»
L'avvocato Arzellini uscì dalla sala, mentre un domestico gli gettava sulle spalle una grossa pelliccia.
Egli era in preda ad una specie di febbre, tanto aveva parlato con zelo, con convinzione, e commozione, tale era lo sforzo da lui fatto, la tensione della mente in cui aveva perdurato alcune ore.
L'Avvocato fiscale rinunziò a rispondere al difensore. Ripetè in brevissime parole che egli era profondamente convinto della reità dell'inquisito, e aspettava fidente dalla Regia Rota la severa condanna dell'assassino.
Adempite le formalità, il presidente dichiarò levata l'udienza.
L'ora era tarda: gli uscieri già avevano portato i lumi.
La sentenza doveva essere pronunziata, come vedrà il lettore, due giorni dopo.
Subito Lucertolo correva alla Palla per effettuare il piano di guerra, indicato dall'avvocato Arzellini.
Quali persone erano entrate nel raddotto la notte del 14 gennaio?
Fra queste persone ci era Bobi Carminati?
Era espediente lo scoprirlo!
VI.
Nello fu ricondotto nel carcere, molto abbattuto, affranto.
Le lunghe ore della udienza, il tormento degli interrogatorii, gli urli e le minaccie del Fisco, i rabbuffi del presidente, le grandi parole commoventi dell'avvocato, i mormorii del pubblico lo avevano stancato, confuso, stordito.
Appena entrato nella prigione, sedette, poi si accasciò come una massa inerte sull'intavolato, che gli serviva di letto, e, senza prender cibo, si addormentò.
Più volte i carcerieri lo udirono la notte urlare, schiamazzare nel sonno.
Lo stolido farneticava, rivedeva le immagini guaste e corrotte dei fatti, che tutta la giornata aveva udito ripetere, raccontare distesamente: un uomo ferito, morente, e poi sangue, pugnale, birri, persecuzioni, giudici, patibolo, altri terribili fantasmi.
La discussione fra gli auditori di Rota per compilare la sentenza fu lunga e tempestosa.
Le varie opinioni furono ventilate con passione; più che con zelo, con acrimonia.
Come già sa il lettore, gli auditori erano sei, il loro modo di giudicare severo, truce, inflessibile, peggio che inesorabile.
«Terminata la sessione,—scrive Agostino Ademollo¹—i giudici si ritiravano in segreto e quindi davano la sentenza a pluralità di voti, determinati non già dalla morale convinzione, ma dalla prova o, convinzione legale, resultante dalle carte processuali, il che spesso situava il giudice nella inumana posizione di condannare un inquisito contro di cui concorreva la prova legale, sebbene l'animo suo non fosse convinto della di lui reità…
¹ Agostino Ademollo. Il giudizio criminale in Toscana.
«Dalla sentenza non si dava appello, nè cassazione.
Soltanto si accordava al condannato la facoltà di esperimentare la revisione del giudicato, o la grazia del principe per mezzo di supplica da inviarsi per il canale della Regia Consulta.
«Così finiva il giudizio criminale prima del 1838.
«Il processo inquisitorio, fin qui praticato, aveva questo gravissimo difetto e questa fatale conseguenza che, appena avvenuta la trasmissione della speciale inquisizione, essa nuoceva grandemente alla fama e al benessere del cittadino. Egli veniva generosamente ritenuto per delinquente, veniva sospeso da ogni pubblica carica; veniva cassato dai ruoli delle milizie se militare; veniva privato del consorzio degli onesti cittadini; e difficilmente si lavava la macchia dell'inquisizione, nonostante che con la difesa avesse provato la sua innocenza, non ostante che la sentenza la proclamasse.»
Il lettore attento faccia su questi rapidi cenni le sue meditazioni, chè gli gioveranno.
Noi torniamo alla Camera di Consiglio ove erano riuniti i sei auditori.
Il presidente sedeva ad una gran tavola, che era quasi nel mezzo della stanza. Accanto al presidente, quasi incollata alla sua poltrona, era la sedia su cui appoggiava il gramo dorso l'auditorino Lechini.
Dirimpetto al presidente, torbido, minaccioso, rannuvolato, con un cipiglio da augurarne ogni sinistro, sedeva il Relatore della causa, auditore Pantellini.
L'auditore Biscotti era a destra del Relatore.
Questo Giudice era un fanatico studioso dei Testi di lingua: spesso costringeva i suoi colleghi a sospendere la compilazione di una sentenza per i motivi che diremo.
Si trattava, poniamo, di mandare un disgraziato per quindici, venti anni, per tutta la vita, in galera.
L'estensore della sentenza, rigido, raccolto, dettava il racconto delle circostanze, che avevano potuto servire ad aggravare, o render migliori le condizioni dell'inquisito.
Si scrivevano allora lunghe, interminabili sentenze, i cui attesochè si prolungavano per quaranta e cinquanta pagine.
D'un tratto si udivano un grido, un'escandescenza, il rumore di una sedia, che si moveva. L'auditore Biscotti si alzava, tutto irritato, rosso in volto, solenne.
—Che cosa c'è, signor auditore!—domandava il presidente.
—Se io debbo firmare la sentenza non ammetto che si metta il participio concernente con il dativo…
—Signor auditore!…
—Non son disposto a transigere, signor presidente. La proprietà dei vocaboli è cosa sempre necessaria, necessarissima in una sentenza. Abbiamo l'obbligo di mostrar prima di tutto che sappiamo far giustizia alle parole, esser giusti nella espressione. Bisogna dire «concernente il delitto:» «concernente al delitto» è un solecismo. So bene che il poeta mugellese ha scritto nel suo Torracchione:
Fè quel tanto ordinare e porre in punto,
Che ad opra così pia fu concernente.
Però l'esempio è del seicento: c'è anche un altro esempio nel Segneri, ma questi autori bisogna citarli con cautela…
—Andiamo!… Basta!… Sempre tali questioni!—ripetevano gli auditori in coro.
Però erano sempre costretti a modificare la frase.
L'auditore Biscotti non si impauriva.
Alla prima occasione, egli tornava ad interrompere, ad esigere il cambiamento dell'espressione difettuosa.
Se il presidente talvolta gli rispondeva con una certa severità, e dichiarava assolutamente con la sua autorità che una parola era propria, che la discussione doveva troncarsi, il giorno dopo l'auditore arrivava in Camera di Consiglio col suo bravo volume del Vocabolario della Crusca, con un'osservazione di Basilio Puoti, con la Grammatica del Corticelli.
Bisognava, o dargli la sua parola, o… la vita!
A sinistra dell'auditore Pantellini, relatore, sedeva l'auditore Comettini, che tutte le sere andava a giuocare a calabresella, o a picchetto, col vicario dell'arcivescovo, e in Camera di Consiglio meditava, preparava i suoi più bei colpi.
Il sesto auditore, Dario Salti, vedovo, aveva per casa una grossa, ossuta fantesca, che lo dominava, lo raggirava, gl'incuteva un inesplicabile terrore, co' suoi modi pazzeschi e indiavolati.
L'arcigna creatura aveva un odio furibondo contro i libri. Non voleva che l'auditore ne comprasse, nè gli aveva mai permesso di metter su, in casa, uno scaffale.
L'auditore, per studiare, per consultare un volume, andava qua e là, or con un pretesto, or con l'altro, nelle case de' suoi colleghi.
Le stanze della Rota erano per lui il Paradiso. Non avrebbe mai voluto uscire dalla Camera di Consiglio: vi si trovava più contento che in casa sua.
Quando una sessione, una discussione era finita, mentre i suoi colleghi si alzavano in fretta, e apparivano sodisfatti di andarsene, egli diventava cupo, attristato; l'idea di dover tornare a casa, delle accoglienze, che gli avrebbe fatto la rozza e irosa Megera, il suo carnefice in gonnella di rigatino, lo atterriva.
Era lungo lungo, secco, calvo, con un naso sperticato, di larghe narici. Aveva circa sessant'anni.
Il presidente quella mattina, appena entrato, fece con gli auditori la sua solita conversazione.
—Avevano letto la poesia a Santa Cecilia del canonico Trenti?… Un nuovo Metastasio!… Si preparava alla Pergola un bello spettacolo… Era arrivata a Firenze Miss Zigstown… È dovuta venir via da Londra, dicono, perchè una sera un grande personaggio della Corte è stato sorpreso nel corridoio, che metteva alla cappella del palazzo dove la Miss, che è cattolica, si trovava… a pregare. Un altro magistrato, mio amico, mi scrive da Lucca che la marchesa Flabelli è fuggita col tenore Ottavini…
—Sempre bene informato il nostro presidente!—diceva in atto estatico l'auditore Lechini.
—Ora dunque passiamo agli affari!—osservò il presidente, interrompendo ad un certo punto la conversazione.
Era tornato molto serio. Si preparava a ribattere con la sua coscienza, con la finezza e il vigore del suo ragionamento le obiezioni, che prevedeva gli sarebbero mosse dall'auditore Pantellini. La lotta doveva essere combattuta fra que' due magistrati, d'indole così diversa, sempre avversarii, l'uno, il Pantellini, geloso e rabbiosamente invidioso dell'altro, ma tutti e due le migliori teste, che avesse quel Turno della Rota. Secondo che l'uno o l'altro prevalesse nella discussione, era certo avrebbe avuto con sè il maggior numero de' colleghi, salvo il Lechini, che dava sempre il suo voto conforme a quello del presidente, l'auditore Comettini, che votava sempre con l'auditore Pantellini suo pigionale.
L'auditore Pantellini fece un gesto brusco, come se avesse voluto dire:—Era tempo!
—Come sanno,—ripigliava il presidente,—dobbiamo occuparci della causa pel latrocinio commesso nel Vicolo della Luna. La Rota deve giudicare dei punti seguenti:
«È provato, in genere, il fatto che il signor Roberto Gandi pittore, come risulta dal libello fiscale, fosse proditoriamente assalito la sera del 14 gennaio nel Vicolo della Luna, che fosse ferito, e in conseguenza della ferita riportata alla testa, sia da varii mesi obbligato a guardare il letto…
—Costrutto francese! costrutto francese!—brontolò l'auditore
Biscotti.
—A stare a letto, dunque, signor auditore, si calmi!… È provato che la ferita abbia messo in grave pericolo la vita del signor Gandi?
«È provato, in specie, che colui che produsse la ferita fu l'inquisito Nello Bartelloni?
«È provato che lo facesse a scopo di furto e con premeditazione?
«È provato che l'inquisito fosse in stato mentale, come ha dedotto la difesa, tale da escludere, o diminuire la sua imputabilità?»
—Ah se mi fosse toccato ieri sera l'asso di cuori!—pensava tra sè l'auditore Cometti!
—Questa causa è grave, molto grave, secondo me—riprese il presidente—Non so quali sieno i pareri degli egregî auditori, ma quanto a me dichiaro che il libello fiscale non mi ha lasciato molto persuaso.
—Come? Come?—domandò subito esasperato l'auditore Pantellini—lei può dubitare della reità dell'inquisito?
—Sì, signor auditore, io ne dubito…
—Ed io pure e da un pezzo!—interruppe l'auditore Lechini.
—Mi sembra che anche scartando…. molte prove—soggiunse l'auditore Comettini, che aveva sempre per la mente un resto di partita a calabresella—ci rimangano pur sempre prove irrefragabili….
—Se ci rimangono!… Ma dica che a ogni parola del processo si moltiplicano!—replicava ingrugnito il relatore.
—Prove… prove: è presto detto. Ma scrutiamole un poco, ventiliamole queste prove… Non si accorgono, lor signori, quanto appunto ci sia deficienza di prove assolute sulla origine del delitto?… Ecco, io apro il processo a pag. 26. Leggo la querela, in atti, dello Scrivano della Piazza. Stiano bene attenti! in questo documento è dichiarato che le prime traccie del sangue furon trovate nel Vicolo dinanzi alla porta della stanza segnata col num. 5.
—È chiaro—continuò il presidente—che l'assassinato ha ricevuto davanti a questa porta la ferita, l'ha ricevuta, cioè, dopo aver fatto alcuni passi nel Vicolo. È spiegato, è provato bene come il signor Gandi abbia potuto essere indotto a inoltrarsi a tale ora, in tal luogo? Per ricevere la ferita alla testa da un giovane di piccola statura come l'inquisito, è evidente che egli ha dovuto chinarsi, prestarsi all'aggressione… In che modo?… Il pugnale, che ha prodotto la ferita è stato brandito da mano robusta… Ora l'inquisito ha appena la forza di un fanciullo. Avranno osservato, durante l'udienza, che il suo braccio trema con una specie di movimento paralitico…
—Solite simulazioni di questi furfanti!—interruppe l'auditore
Pantellini.
—Per ammettere che tutto ciò che ha fatto, o detto l'inquisito sia una simulazione, bisognerebbe ammettere che egli sia dotato di una intelligenza veramente straordinaria… Egli non si è smentito un momento… Per varii mesi è stato sempre eguale a sè stesso, non si è tradito un solo istante…. Dove ha attinto questa forza d'intelletto, questa sagacità un giovinastro, che sino a che non è stato arrestato, fu sempre creduto uno stolido, un imbecille?… Ci sono certi ragguagli insignificanti, in apparenza, ma de' quali noi, cui è affidato un sì prezioso tesoro, l'onore, la tranquillità, la felicità talvolta dei nostri simili, siamo obbligati a tener conto. Non vi è nulla anzi di piccolo, d'insignificante per la giustizia.
—Il signor Presidente è stato convertito dal canto di sirena dell'avvocato Arzellini!—osservò con piglio ironico, il relatore della causa.
—No, caro auditore, io non mi lascio convertire, ma neppure mi ostino contro le evidenze, che mi porgono la scienza e la ricerca della verità. Mi ascolti. Abbiamo un ragguaglio, che ricorre più volte nel processo. L'inquisito la sera in cui fu commesso il delitto, è stato udito cantare. Ha cantato spesso, nel carcere: talora, lasciando il cibo e interrompendo di parlare con coloro che l'interrogavano… ha cantato all'udienza. Queste vociferazioni sono considerate come un espediente, di cui l'inquisito si serve a sviare l'accusa. Però si dice che egli è rimasto colto nella propria rete: volendo ingannare, ha rivelato invece la propria malizia perchè la sera del 14 gennaio egli cantava, ripetendo con precisione l'aria eseguita dal testimone Pardili sul violino; all'udienza cantava un'aria, che si è verificato esser quella eseguita, sull'organetto, da uno zingaro che passava per la strada in quel momento. Dunque, si conclude, egli non è stolido, non è idiota, è intelligente.
—Sicuro! sicuro!—bofonchiava l'auditore Pantellini.
—Ma, no, signor auditore! Posso mostrarle libri di scienziati, provarle con casi antichi e recenti che ci sono veri e propri idioti, i quali hanno speciali attitudini per la musica, si commovono, si esaltano all'udire melodie, le ritengono con estrema facilità, le ripetono con orecchio sì fine da disgradarne certi artisti dei teatri minori. Alcuni arrivano a suonare e ad inventare delle arie…. Questo delinquente, che cantava con premeditazione al momento di commettere il delitto, e ha cantato all'udienza, è troppo abile e troppo incauto al tempo stesso; per credere alla sua prodigiosa penetrazione, alla sua acutezza, ci vuole, mi lascin pur dire, uno sforzo maggiore che per credere alla sua innocenza, alla sua irresponsabilità.
Le sottili osservazioni del valoroso magistrato andavano perdute.
Gli auditori, Pantellini, Comettini e Salti non dissimulavano più i gesti della loro impazienza.
Il presidente non li vedeva. Egli era tutto assorto nella sua teoria.
—Le perizie estragiudiciali sono dovute ad uno scienziato eminente, ad uno di quegli osservatori perspicaci, che hanno studiato i fenomeni morali con una pazienza sublime. Ciò che si dice sulle condizioni mentali dell'inquisito, confesso, che mi ha colpito… Egli ha apparenza in certi istanti di uomo ragionevole, ma l'esistenza in certi infermi della mente di una facoltà qualunque, di una attitudine speciale, superiore, se vuolsi, non solo alle altre, ma eziandio a quelle degli uomini psichicamente sani, pone spesso in inganno gli osservatori superficiali… Io sento che abbiamo dinanzi un tipo degenerato: un eccentrico piuttosto che un delinquente.
—Ah, ma queste, scusi, sono utopie!—disse con la sua voce stridula il Pantellini.
—Ed io l'assicuro, signor auditore—ribattè il presidente—che la mia coscienza è molto titubante, e molto agitata. Io sono turbato da un'idea che mi è tornata spesso alla mente durante il processo, che cioè l'origine del delitto commesso la sera del 14 gennaio è sempre un mistero per la giustizia: che esso ci sfugge nel suo complesso: che non ne abbiamo in poter nostro che una parte accidentale. Una voce, che non posso far tacere, la voce della mia coscienza, mi grida che il sangue, di cui fu trovato cosparso l'inquisito, non è stato versato da lui. Egli è la vittima di un delinquente accorto quanto feroce. Nella debolezza del suo intelletto, invece di difendersi, egli si accusa, corre da sè incontro al precipizio.
Il magistrato, con la sua esperienza, con la sua squisita sensibilità, con la sua profonda intelligenza, vedeva, in quel momento d'immensa lucidità, la vera condizione del fatto luttuoso di cui la Rota doveva giudicare.
La sua mirabile intuizione parve a un tratto dissipare le oscurità del processo.
Nessuno fino allora aveva scrutato con tanta chiaroveggenza nell'intricatissimo e tenebroso affare.
Svolse più ampiamente le circostanze di fatto, le prove, le risultanze del processo, e finì esclamando:
—Riflettiamo; ponderiamo bene, o signori, prima di condannare un innocente!
I quattro auditori, che sedevano dall'altro lato della tavola, presero tutti insieme la parola.
—Lascino parlar me!—disse il relatore della causa,—poi ciascuno di loro farà le sue osservazioni…. Il ragionamento del dotto nostro presidente—si capiva che quell'aggettivo aveva scottato le labbra dell'auditore Pantellini—è ingegnoso, sottile, ma non distrugge le prove materiali, che ci sono contro l'inquisito. Alle teorie sullo stato mentale dell'inquisito io sono incredulo…. peggio che incredulo!—dichiarò con crudezza l'auditore,—per me sono ammennicoli…. Li detesto come argomenti di difesa, ma in qual via c'inoltreremo, se noi magistrati li raccogliamo e cominciamo a ripeterli in Camera di Consiglio?
Il presidente fece un lieve movimento d'impazienza, ma uomo di tatto squisito, di educazione eletta, si rattenne.
—Lei auditore,—rispose con calma il presidente, gingillandosi con la catena dell'orologio, e mezzo rovesciato sulla spalliera della poltrona,—insiste tanto sulle prove materiali, mentre fa assoluta astrazione dall'origine, dalla sostanza del delitto…
Il più grande scoglio,—aggiunse il presidente—quando si tratta di scoprire un delitto misterioso, è un errore sul movente di esso… Se le prime ricerche prendono una falsa direzione, più uno si avventura in queste, più si allontana dal vero… Mi pare, scusi, che Lei segua un poco la strada che pur troppo è stata tenuta dagli attuarii nel formare il processo. Essi hanno dimenticato l'assioma: prius de re quam de reo inquirendum! Quanti innocenti, in casi consimili, sarebbero stati condannati, se il magistrato non si fosse elevato a considerazioni, che sono imprescindibili nel nostro ufficio, e si fosse fermato ai soli indizii, per quanto gravi?… Tutti loro conoscono ciò che ha detto uno dei nostri più grandi dottori sulla importanza delle prove congetturali: «Etiam si mille conjecturas Fiscus cumularet, tamen illae nihil prorsus efficerent non data… ascoltino bene… non data… probatione præcedenti in qua præsumptiones et adminicula fundari possint!….
—Bella dottrina!—interruppe con certo sdegno l'auditore Pantellini.—Dottrina da avvocato! E in fatti è roba del Farinaccio… Le prove necessarie alla convinzione legale abbondano negli atti del processo, per me ce n'è anche troppe. E la Rota…. mi par superfluo ricordarlo… deve giudicare secondo la convinzione legale, non già ingolfarsi in ipotesi scientifiche, morali…
Il presidente combattè anche questa obiezione.
La discussione divenne sempre più irritante.
—Va bene,—disse alla fine il presidente.—Veniamo ai voti.—
Succedette allora un grande silenzio.
Que' giudici, tutti noti per la loro severità, alcuni proverbiali per il carattere bisbetico, per una certa ferocia nel condannare, vero spavento dei delinquenti e disperazione dei difensori, che sapevano bene come erano composti i turni; que' giudici, gelosi della loro indipendenza, rigidissimi, alieni dalle facili indulgenze, si preparavano a dir alto la loro opinione.
—Al voto! al voto!—mormorava, tutto rubicondo l'auditore Pantellini girando attorno gli occhi, che dardeggiavano sotto le folte sopracciglia grigie.
Gli pareva di esser certo di aver guadagnato il Collegio, di averli tirati quasi tutti dalla sua.
Sul primo quesito in genere non ci furono negative.
Naturalmente nessuno degli auditori poteva pensare a negare che il pittore Gandi fosse stato ferito.
Al presidente tremava la voce, formulando il quesito in specie:
«È provato, che colui che produsse la ferita fu l'inquisito Nello
Bartelloni?
Il magistrato era divenuto pallido.
Egli si trovava in una grande angoscia.
—Sì!—rispose con accento limpido, spiccato, sicuro, l'auditore Pantellini.
—Sì!—rispose l'auditore Comettini.
—Sì!—rispose in tuono aspro anche l'auditore Salti.
Tre auditori si erano già dichiarati contrarii all'inquisito.
L'ansietà del presidente aumentava.
Egli sapeva che il suo voto, quello del suo amico Lechini, sarebbero stati favorevoli all'inquisito.
Mancava il voto dell'auditore Biscotti.
Se egli avesse dato il voto negativo all'accusa, l'inquisito era salvo!
A parità di voti, tre contrarii, tre favorevoli, non si pronunziava condanna.
Se non si assolveva, poichè le assoluzioni fossero rare, l'inquisito era però liberato dal carcere, prosciolto da ogni pena: soltanto egli poteva di nuovo per nuovi indizii esser richiamato in giudizio, e allora la sentenza, assolvendolo pel momento, dichiarava che il processo rimaneva aperto.
Il presidente si sarebbe contentato di questa vittoria!
Ma, prima che fosse spirato il minuto secondo, in cui egli faceva tali riflessioni, l'auditore Biscotti aveva già aperto le labbra per pronunziare egli pure il monosillabo fatale a Nello.
—Sì!—egli disse, e il suo sì ebbe un'eco sinistra nel cuore del primo dei magistrati presenti.
Ormai la sorte di Nello era decisa!
—No!—egli proferì tristamente.
—No!—ripetè l'auditore Lechini con voce più forte, come se mettesse il suo più legittimo orgoglio nel mostrare che egli era della stessa opinione del suo superiore.
Le altre domande ebbero eguale risposta.
L'auditore Salti si alzò.
—Ho bisogno di assentarmi per un momento!—egli mormorò.
—L'aspetteremo,—soggiunse il presidente.—Dobbiamo deliberare sul quantitativo della pena…
—Oh, facciano pure… Quando la Rota ha giudicato reo un inquisito, circa la pena… lo sanno…. il mio voto è sempre per il più!
E uscì per una certa porticina a muro, che si trovava in un canto della stanza.
—La Rota,—continuò il presidente,—ha ammesso dunque come provato che l'inquisito è reo dell'assassinio, di cui fu vittima il pittore Roberto Gandi la sera del 14 gennaio… Sotto questo titolo sono varie le pene comminate dal Codice… Attendiamo pure che torni il signor auditore Salti per discutere sulla maggiore, o minor quantità della pena.
—Intanto possiamo dettare il principio della sentenza!—osservò l'auditore Pantellini, che si stropicciava le mani, e che ardeva di uno di quelli inesplicabili e rabbiosi amor proprii, che pur si trovano in ogni professione, stimolato, inasprito, centuplicato dal trionfo ottenuto allora sul presidente, dalla sicurezza di aver persuaso, convinto i colleghi, su' quali si vedeva cresciuto di autorità.
Ma l'auditor Salti tornava nella Camera di Consiglio.
La discussione pel quantitativo della pena fu breve; fu adottata la pena richiesta dal Fisco.
Il presidente fu battuto anche in questo, non ostante che il suo voto nel genere minimo della pena fosse preponderante, se unito a quello di soli due auditori.
Si cominciò a dettare la sentenza:
«La Rota Criminale di Firenze, Turno di sei, nella causa contro
«Nello Bartelloni, nato in Firenze, e quivi domiciliato, senza mestiere, ecc. ecc.
«Veduto il processo:
«Udita la relazione dell'auditore Pantellini;
«Sentito il signor avvocato fiscale nelle sue conclusioni con le quali ha domandato la condanna dell'inquisito come urgentissimamente indiziato, nella pena dei pubblici lavori per anni venti.
«Sentito il signor avvocato G. B. Arzellini difensore del reo, e che ha parlato in ultimo luogo in difesa di esso.
«Sentito il Bartelloni medesimo, presente al giudizio, che ha confermato essere autore del furto, commesso sul ferito, sebbene abbia negato d'esser egli autore del ferimento.
«Attesochè la prova in genere resulta, ecc.»
(Qui erano sviluppati sedici o diciassette attesochè).
«Vedute le disposizioni aggiunte al Motuproprio del 22 giugno 1816.
Deliberatis deliberandis
condanna l'inquisito Nello Bartelloni, addebitato nella speciale inquisizione di latrocinio, ecc. ecc….»
Una esclamazione del presidente interruppe il copista, che scriveva la sentenza.
Costui rimase con la penna in aria, guardando i giudici.
—Prima che sia scritta l'ultima parola di questa sentenza, da cui dipende la sorte di uno sventurato—affermò il presidente—io chiedo alla Rota di poterle sottoporre alcune nuove riflessioni.
—Ormai è tardi!—replicò l'auditore Pantellini.—La Rota ha già deciso!
—Ma il presidente deve parlare!—disse l'auditore Salti.
—Deve parlare!—soggiunse il Lechini.
Nacque di nuovo tra gli auditori un dialogo vivace.
E, mentre i giudici erano occupati a compilare la sentenza, Lucertolo si affaccendava nella stanza degli uffici della Rota, in cui si accumulavano e si conservavano gli oggetti pertinenti a qualche delitto.
Fra tali oggetti era il tappeto, tolto dalla stanza misteriosa nel
Vicolo della Luna.
In un punto di questo tappeto si vedevano molte orme sanguigne; le orme, le traccie lasciatevi dai birri, dagli ufficiali di polizia, che erano entrati nella stanza la sera del delitto, dopo aver messo il piede sulla gora del sangue.
Lucertolo, sempre spinto dalla sua smania di ricerche, esaminava il tappeto.
Ad un tratto gettò un grido.
Fra le traccie del sangue egli ne aveva scorta una, la più singolare di tutte, poi un'altra simile, poi un'altra….
Queste traccie erano indefinite, confuse, ma rappresentavano l'orma più o meno completa di un piede scalzo. Si scorgevano le dita, in due punti diversi anche la pianta del piede.
Tale traccia non era stata di certo lasciata dagli agenti di polizia.
Naturalmente, nessuno era scalzo fra gli agenti accorsi nel Vicolo la sera del delitto.
Dunque era chiaro che l'assassino era entrato nella stanza.
A lui solo poteva appartenere l'orma del piede ignudo.
Ed il povero Lucertolo si smarriva in congetture che dovevano sempre più allontanarlo dalla verità.
L'orma sanguinosa di un piede scalzo era sul tappeto, ma non era quella del piede dell'assassino.
La sera stessa, in cui finiva la pubblica discussione sul processo di
Nello, il celebre birro si avviava alla Palla.
Poi pensò che l'entrare nel raddotto a tale ora, il sottoporre ad interrogatorii la Sguancia e le altre donne, avrebbe eccitato sospetti.
Bisognava trovare un espediente per entrare, senza troppo richiamar su di sè l'attenzione, nella casa malfamata.
L'espediente era facile.
Sorgevano quasi ogni giorno diverbii in quel luogo frequentato da precettati, da pregiudicati, da pessimi arnesi.
Occorreva dunque vigilare ed entrare alla prima occasione di rumori. La sua qualità di agente della polizia non poteva allora dar luogo a sinistre congetture.
In fatti il giorno stesso in cui Lucertolo scopriva sul tappeto, custodito tra i corpi del delitto, le traccie del piede scalzo, verso le sei pomeridiane, mentre stava appostato verso il canto di Via Naccaioli, vicino al mercato, udì un grande schiamazzo, che usciva dalla stanza d'ingresso della Palla.
In pochi secondi lo schiamazzo si fece sempre più forte, poi, proferendo parole grossolane frammiste a bestemmie, uscì precipitando per la scaletta esterna un giovinastro inseguito da un omaccio, che pareva ubriaco, e che si voleva scagliare contro colui che fuggiva, e gli lanciava mille vituperii.
—Che c'è?—che c'è, birbanti!—urlò Lucertolo, staccandosi dalla cantonata alla quale stava appoggiato.—Tu, canaglia—disse, acciuffando pei capelli il giovinastro, che aveva lasciato nella stanza il berretto cadutogli durante il tafferuglio—sei in contravvenzione al precetto. Che fai qui e a quest'ora? E tu, Astrologo—disse, rivolgendosi all'uomo più adulto—fai all'amore da capo con la prigione?… Ti contento subito!
Il birro prese per mano i due vagabondi, stringendoli ai polsi con le sue dita di acciaio, come fra le morse di una tanaglia, e li ricondusse dentro la stanza da cui uscivano.
—Che cos'è stato?—domandò Lucertolo, dopo avere cacciato i due litiganti in mezzo alla stanza, e aver richiuso l'uscio.
—Nulla… io credevo che scherzassero!—rispose la Sguancia, alzandosi dalla panca su cui era seduta.
—Ho capito io quel che bisogna fare perchè finiscano questi scherzi!—esclamò Lucertolo in tuono minaccioso.—Ci vuole un rapporto all'ispettore… ottener l'ordine che la casa sia chiusa.
—Ma perchè, Lucertolo?—rispose la paffuta zitellona.—Mi pare—proseguì, accostandosi al birro per non esser udita dagli altri due—che non mi sono mai rifiutata in tante occasioni ad aiutare la polizia…
—Bene! questo si chiama parlare!—rispose Lucertolo, in tuono reciso.
Poi, guardando con occhio torvo i due ribaldi, che erano stati la sua provvidenza:
—Voialtri andate per ora!—disse loro.—Con vostra licenza verrò più tardi a farvi visita io!… E state sicuri che saprò ritrovarvi!
I due non se lo fecero ripetere e sgattaiolarono via, come se avessero alle spalle il boia, che li frustasse.
—Ed ora a noi, Sguancia!
Pronunziando queste parole Lucertolo era andato a sprangare l'uscio, e si era seduto sulla panca accanto alla donna.
—Che cosa volete?—domandava la triste mezzana, guatando il birro con occhi imbambolati.
—Ehi, biondina!—disse il birro con malizia ironica e con un piglio che non ammetteva repliche—non sono qui per far la celia!… O rispondi alle mie domande, o fra dieci minuti ti sbatacchio davanti al Commissario.
La mezzana rabbrividì.
—Ma io sono qui al vostro comando, Lucertolo,—rispose balbettando.
—Capisco!…. Ti devo dunque dire che la polizia ha ricevuto molti rapporti contro di te.
—Contro di me!—interrogò con un affettato stupore la baldracca scozzonata.
—Contro di te, appunto!
E Lucertolo fissava gli occhi in quelli di lei.
—La scena avvenuta ora è una delle tante che si ripetono spesso in questo luogo, che sono occasione di scandalo, una vergogna per tutto il Mercato… La gente si lamenta e ha ragione… Questo è il riparo di tutti i peggiori arnesi di Firenze…
—Io però vado di tanto in tanto a denunziare al capo agente del quartiere chi viene qui, che cosa fanno, che cosa dicono…
—Senti, Sguancia—ricominciava il birro in modo più amorevole, quasi mostrando una certa premura verso di lei—già che mi trovo qui, voglio dirti per tuo bene una cosa.
—Dite! dite!—insistè la donna, che già era presa dallo spavento; tanto la polizia ne incuteva allora ai malviventi.
—Ti pende sul capo un gran castigo!… Non mi meraviglierebbe che un giorno o l'altro tu fossi chiamata al Commissariato di Valfonda, stesa sulla panca e…
Il birro fece un gesto, imitando uno che menasse colpi…
—Gesummaria!—ripetè la Sguancia inorridita, e portandosi le mani al viso.
—C'è qualcuno, io credo, che ti ha fatto la spia…
La donna dette uno scatto sulla panca.
Essa aveva la mano in tante turpi azioni, che mille sospetti la assalivano di un tratto.
—Che dite? che dite?
—Dico che tu, disgraziata, sei già segnata nel Libro Nero.
Queste parole bastavano allora a far rimescolare il sangue alla gente grossolana.
La Sguancia non aveva più fiato, non poteva più spiccicare parola, la lingua le si era attaccata al palato.
—Si pretende… sta' bene attenta—continuava il birro con aria tragica, e stringendo in modo febbrile le rozze mani della donna, che squassava con forza—si pretende che tu sia complice…
—Complice?—esclamò la donna, gettando un grido di raccapriccio.
—Complice del delitto commesso qui nel Vicolo la sera del 14 gennaio…
La Sguancia era divenuta livida.
—Complice!—ripetè la donna, dopo un istante.
Aveva appoggiati i gomiti alla rozza tavola sulla quale ardevano due candele di sego, e si copriva il volto con le mani carnose.
Poi, avvezza com'era al mentire, piena di diffidenze, consumata nelle male arti, un'idea le balenò: che cioè il birro non sapesse nulla della verità, e volesse sobillarla.
—A che pensi?—disse Lucertolo buttandole giù una mano, e guardandola in faccia.
La vide molto conturbata, e capì l'effetto delle sue parole.
—Penso—soggiunse la donna in apparenza più calma—che ci sono dei mascalzoni… e chi sa per qual fine, a sfogo di quale vendetta… mi calunniano, mi vogliono rovinare…
E teneva d'occhio Lucertolo.
Il birro comprese che per quel momento la donna gli sfuggiva.
—Ma io non ho paura!—ripetè la Sguancia alzandosi.—Chi tentò d'ammazzare il signore, trovato steso qui nel vicolo fu il birbante di Nello. Ormai è stato giudicato… E come si può credere ch'io sia stata sua complice?
—La sbagli! La sbagli!—esclamò Lucertolo—Il pericolo nasce da questo: che si comincia a dubitare che Nello sia innocente, vittima di qualchedun altro… e se il sospetto si propala…
—Che sospetto?
—Vedi, Sguancia, io non ti dovrei parlare come fo; noi siamo obbligati al segreto; ma io ti vorrei salvare, perchè… insomma… anch'io comincio a dubitare che certe spie abbiano ragione.
—In che cosa?
—Si racconta che l'assassino sia stato un altro… uno, che bazzicava in questa casa… che la sera del 14 gennaio, dopo aver tirata la coltellata, sia entrato qui…
—Che orrore! che orrore! come si possono dire queste infamie? Non l'avrei subito denunziato?
—E anzi l'assassino nel venir qui era tutto insanguinato…
La Sguancia allibiva.
La brutta scena a cui aveva assistito in quella sera, ormai lontana, le tornava ora alla memoria nel modo più spiccato.
Rivedeva Bobi Carminati nella piccola cucina, che chinato sulla catinella, si lavava il sangue.
Fu per tradirsi, ma soffocò a tempo il grido che voleva proromperle dal petto.
Lucertolo notava tutti i movimenti della donna, i più lievi cambiamenti della sua fisonomia.
Una voce chiamò la Sguancia dal piano di sopra.
La voce giungeva in buon punto.
La Sguancia fu chiamata una, due, tre volte.
—Salgo… e torno subito—disse al birro, lieta di sottrarsi anche per un momento alle incalzanti domande e di avere il tempo di riflettere, e preparare altre risposte.
Lucertolo, rimasto solo, si mise a pensare.
Le sue parole avevano prodotto sulla donna grande effetto.
Si era confusa, era impallidita, aveva tremato.
Dunque egli si accostava alla verità; questa volta dirigeva bene le sue ricerche e sarebbe giunto ad un buon resultato.
La trepidanza con cui la Sguancia lo aveva ascoltato gli rivelava che egli non si era ingannato nel descrivere il modo onde l'assassino era entrato alla Palla la sera del delitto.
E restava assorto nelle sue meditazioni.
La polizia è fidente: i suoi agenti obbediscono talvolta a ispirazioni che sembrano inesplicabili, ma che essi attingono naturalmente alla pratica della loro professione, ad un certo sentimento, che è in essi acuito, perfezionato dall'esperienza. Così alcuni agenti, visitando talvolta il luogo dove fu compiuto un misfatto, anche alcuni mesi dopo l'avvenimento, sono riusciti a ricostruire, con indizii i quali sarebbero sfuggiti ad ogni altro, la storia di un delitto dei più tenebrosi.
Lucertolo immaginò che l'assassino, se era entrato alla Palla la sera del 14 gennaio, doveva avervi lasciato traccie.
Cercò di ripristinare la scena in tutti i suoi particolari.
Quando l'assassino era entrato, nessuno doveva trovarsi di certo nella stanza d'ingresso.
Se avesse udito rumori, se avesse sentito che vi si trovava gente, egli non avrebbe spinto la porta, sarebbe anzi tornato indietro.
L'assassino era insanguinato!
Naturale che il suo immediato pensiero, entrando, fosse stato quello di far sparire i segni che lo accusavano.
Al primo piano non era di certo salito perchè sempre frequentato.
Era lecito supporre che egli si fosse subito diretto alla cucina.
E, dominato dal suo pensiero, Lucertolo prese una delle candele sulla tavola e si avviò alla cucina, tale e quale come aveva fatto il pompiere Bobi Carminati la sera del 14 gennaio, dopo aver colpito la sua vittima.
Arrivato in cucina, Lucertolo cominciò a fiutare per tutto, a rifrustare ogni angolo.
La cucina era sucida, mandava fetori, l'acquaio, il camino luccicavano per l'untuosità ai crassi bagliori della candela di sego.
Guardò prima l'acquaio. Per tutto dove la pietra fa orlo si vedeva un fitto strato di fimo, formatosi con le scolature delle acque putride, delle sostanze oleose, non rimosse col granatino.
Lucertolo si mise a grattare quel fimo aderente alla pietra verso il reticolato.
A un tratto vide una materia rossastra.
Allora raccolse tutti quegli atomi rossi, e li gettò, a uno a uno, sopra un pezzo di carta.
Arrivò così a scuoprire la pietra, sulla quale vide ben chiara l'impronta di un grosso spruzzo di sangue, che vi era rimasto accagliato, penetrando a traverso le altre materie, che aveva imbevute.
La sera del delitto Bobi si era lavato due volte, e la prima volta, allontanando da sè il cane, che si accostava a lambire la catinella, avea gettato il liquido denso di sangue nell'acquaio, e andando giù a fiotto, sbattendo nell'angolo della pietra presso il reticolato, alcune particelle del sangue vi si erano fermate, infiltrandosi per le altre materie.
—Oh!—esclamò Lucertolo a tal vista, alzando il labbro superiore, con espressione di vera meraviglia.
Osservò ben bene la macchia, poi la ricoprì subito con altra di quella sozzura.
Non bisognava distruggere tale indizio, se pur fosse un indizio!
Intanto chiudeva nel foglio accuratamente gli atomi insanguinati, e si metteva il foglio in tasca, riserbandosi di sottoporre il contenuto agli esami di persone più autorevoli di lui, e di valersene come sarebbe stato meglio.
Frugò tutta la cucina, infuriato, quasi un ladro che stesse in timore di esser sorpreso; gli premeva di non farsi trovar lì dalla Sguancia.
E teneva sempre l'orecchio teso verso la scala per sentire se ella scendesse.
Non trovò nulla, e stava per uscire, quando a un tratto vide una catinella sbocconcellata, e screpolata, in un angolo del camino.
La prese, la guardò; niente che attraesse la sua attenzione.
La catinelletta era piena di cenere.
Gli venne in mente di rovesciarla.
O stupore!
Qua e là, in varii punti, nella parte sottoposta della catinella vi erano macchiuzze, appena visibili, di sangue rappreso. La catinella non era mai stata lavata.
E, in mezzo alla cucina, tra le profonde anfratture, gli screpoli dei mattoni, rimovendo gli straticelli di lordure, che vi si erano addensati, Lucertolo, guardando bene, vide nuove e corrose e scolorite macchiuzze di sangue.
Non poteva più dubitare!
Egli non si era ingannato nelle sue previsioni.
L'assassino era venuto lì di sicuro la sera del delitto.
Prese la catinella, la nascose sotto il tabarro, e andò via.
Pensò che il più savio partito era di rimettere ad altro tempo il colloquio con la Sguancia.
Ora gli dava martello la traccia sanguinosa del piede scalzo.
Si recò nella prigione, paragonò le misure, che aveva preso, col piede di Nello.
Le misure non corrispondevano.
Il piede di Nello era più lungo e più affilato.
Occorreva confrontare le misure col piede di Bobi Carminati.
Come fare?
Pochi giorni appresso, Lucertolo si recava a Campi, dove si celebravano feste popolari, cui dovevano accorrere i famigli di tutta la squadra dei dintorni per vigilare; Lucertolo v'incontrò, infatti, il Carminati.
Si accompagnò con lui, gli guardò il piede, ma neppure il piede del
Carminati corrispondeva alla misura.
Il piede scalzo, che si era posato sul tappeto, era un piede più grosso, quasi quadro, e cortissimo.
Il Carminati aveva il piede lungo e assai stretto.
Dunque nè Nello, nè il pompiere erano entrati nella stanza del Vicolo della Luna la sera del 14 gennaio.
O chi vi era entrato?
V.
Circa tre settimane dopo i fatti da noi narrati, Lucertolo si trovava una sera sulla Piazza del Granduca: oggi soltanto: Piazza della Signoria.
Tra le quattro e le cinque pomeridiane, la Piazza era frequentatissima: vi si affollavano operai, impiegati, le coglie, come si chiamavano allora i giovanotti eleganti, le più vispe donnette del popolino, le serve coi bambini, qualche prete, e, diremo più sotto il perchè, tutti i soldati.
Intorno al castello mobile dei burattini, collocato di solito rimpetto alla fonte del Biancone, si affollava la gente, e dava in grandi scrosci di risa.
Il castello era formato da quattro tavole unite insieme e coperte all'esterno da un rozzo panno.
Ad una certa altezza, quasi l'ordinaria altezza di un uomo, sul dinanzi del castello era praticata un'apertura, che raffigurava un piccolo palcoscenico.
Un uomo nascosto tra le quattro tavole, faceva agire sul palcoscenico i suoi bizzarrissimi attori, e una donnaccola girava tra i gruppi degli spettatori, tendendo un piccolo vassoio, sul quale gli scioperati gettavano un quattrino, due quattrini.
Finito lo spettacolo l'impresario se n'andava, camminando in mezzo alle strade, sempre dentro al suo teatro.
Qua e là per la piazza erano i bruciatai, i lupinai, i venditori di ciambelle e di sommommoli caldi e tutti urlavano, davano in lazzi, facevano affari eccellenti.
Verso la cantonata di via Calzaioli, davanti a un vetusto usciolino, che si vede tuttora, e che rammenta l'antico livello della Piazza più basso dell'attuale, metteva banco ogni sera un venditore di cannelloni, conditi con cacio romano e pepe, a una crazia la porzione, delicatamente servita in un piattino coperto da altro piattino.
Sul banco del venditore erano in gran numero forchette di ferro.
La povera gente, gli operai, si accalcavano al banco: il venditore smerciava perfino duecento porzioni del suo manicaretto in una sera.
Alcuni avventori, preso il piatto e la forchetta, si allontanavano dal banco, si mettevano vicino alle case, e voltati verso il muro, diluviavano allegramente.
Era quella l'ora della ritirata militare!
Dopo le ventitrè, quando la Piazza cominciava a popolarsi, arrivavano i drappelli de' suonatori di tamburo e di pifferi, addetti al corpo dei granatieri acquartierati nel forte di Belvedere, o a quello dei fucilieri, accasermati nella fortezza da Basso, arrivavano i tamburi dei Veterani, acquartierati nello stabile della Zecca, con ingresso in Via Lambertesca, le trombe dei dragoni alloggiati nel Corso dei Tintori, dei Cacciatori a piedi e dei Cacciatori volontarii.
Tutti si riunivano alla Gran Guardia, schierandosi sulla gradinata maggiore del palazzo della Signoria, dove giornalmente stava di servizio una compagnia di linea, circa 80 uomini fra ufficiali, sott'ufficiali e soldati.
Alle ventiquattro precise, la Milizia si metteva in parata e gli strumenti suonavano.
Dopo il «presentate arme», i soldati di servizio, portando la mano al gasco, facevano la seconda preghiera della giornata, poichè la prima era fatta allo scocco del mezzogiorno.
Il capo-tamburo maggiore, che di tanto in tanto lanciava e riprendeva per aria, molto destramente, una gran mazza con grosso pomo d'argento, si poneva alla testa dei suonatori di tamburo, di pifferi, e dei trombettieri, e comandava diverse evoluzioni attorno alla Piazza.
Andavano loro innanzi frotte di ragazzacci, che messi in ruzzo dai rulli de' tamburi, dagli squilli delle trombe, dalle note acute dei pifferi, si davano con smania a far di quelle capriole, conosciute nel loro gergo col nome di cameruzzoli.
Spesso un ragazzo o l'altro rotolava per terra, e incontanente si rizzava, richiamato a migliori consigli dai calci, che prodigava un celebre comandante di piazza, il quale, adempiendo al suo ufficio, precedeva ogni sera, senza sguainare la sciabola, il capo-tamburo al momento della ritirata.
Era questa forse per il pubblico una delle parti più attraenti del curioso spettacolo.
Fatto il giro della piazza, i drappelli si separavano all'imboccatura di Via Calzaioli, e, suonando, muovevano ai rispettivi quartieri.
La descrizione, raccolta da uomini provetti, e che furono più volte testimoni di simili scene, crediamo debba essere esatta.
Una sera del decembre, come abbiamo detto, Lucertolo si trovava nella Piazza e girava tutto stranito in mezzo alla folla, con le mani nelle tasche profonde della sua carniera di velluto, e col bastone sotto l'ascella del braccio destro, nel suo favorito atteggiamento.
Una strana notizia correva quella sera di bocca in bocca.
Nella giurisdizione del Capitan Bargello di Brozzi era avvenuto un fatto sinistro.
La notte innanzi due famigli perlustravano lungo la sponda dell'Arno, all'aperta campagna.
Il fiume era grosso, minacciava di straripare.
I famigli avevano tutti e due una lanterna.
Ad un tratto sentono un rumore, fatto da persone che correvano, e che senza dubbio, accortesi della presenza dei famigli, aveano gettato a terra qualche cosa, che era caduto con strepito, e si eran fermate.
I famigli, insospettiti, chiuse le lanterne, per non esporsi a servir di mira a colpi di sassi, o a colpi anche più micidiali, avevan fatto più volte le loro intimazioni.
Nessuno rispose.
Si trattava certo di delinquenti.
Allora Bobi Carminati, uno dei famigli, sparava in aria il suo schioppo, come se volesse impaurire i malandrini.
Non sì tosto sparato il colpo, il Carminati e l'altro famiglio avevano cambiato posizione appostandosi pian piano dietro a due alberi.
L'ispirazione era stata ottima.
Due altri colpi di schioppo furono quasi subito sparati dai malandrini in direzione del luogo, che i famigli avevano così cautamente abbandonato.
I due birri, o famigli, stavano nascosti sotto una siepe l'uno accanto all'altro.
—Che cosa dobbiamo fare?—disse Bobi Carminati al compagno, dopo che i malandrini ebbero sparati i loro colpi.
Le acque del fiume ingrossato, gorgogliando, mulinando, levavano alto rumore.
—Devono essere in diversi—ripetè l'altro birro, appena articolando la voce.—Gli ho sentiti dianzi al correre, e poi si capisce… perchè hanno tirato insieme due colpi, e, come hai veduto, i colpi scattavano da due schioppi l'uno poco distante dall'altro.
—Aspettiamo!—disse il Carminati.
Intanto il suo compagno stava in orecchi per accertarsi se gli altri si movessero.
I malandrini erano sei.
Tre di loro, al momento in cui si erano incontrati ne' famigli, andavano di corsa, e ciascuno portava in spalla un grosso sacco: gli altri due seguivano con gli schioppi carichi in mano, e pronti a far fuoco nel caso che si avvedessero di esser sorpresi o inseguiti.
Venivano dall'aver commesso un furto in una casa colonica.
Le notizie di ciò che era accaduto la notte verso la sponda dell'Arno erano state recate la mattina a Firenze dallo stesso famiglio, che insieme col Carminati aveva affrontato i malviventi.
E le notizie erano davvero straordinarie, e tutta la gente che si trovava quella sera in Piazza del Granduca ne parlava; ognuno, travisando il racconto a suo modo, vi aggiungeva, vi toglieva, lo modificava a suo talento.
Ma più incaloriti di tutti nel discorrere, nel gesticolare apparivano i birri, che a tale ora calavano ogni sera nella Piazza.
Il famiglio, trattenuto da' superiori a Firenze, era chiamato da un gruppo all'altro e a tutti ripeteva la sua storia.
Ed eccola ne' suoi particolari.
—Io mi era gettato quasi in terra—raccontava il famiglio—e aspettava ansiosamente quello che avrebbero fatto costoro, che si dovevano trovare a venti o trenta passi di distanza… Per un quarto d'ora circa non ho udito altro che scrosciar l'acqua e il fischiare del vento… Ad un tratto mi par di sentir qualcuno che si muove… passi che si fanno, a poco a poco, precipitosi… Accosto l'orecchio quasi alla terra e subito sento che a poca distanza da noi sette o otto persone almeno fuggivano.
Il famiglio esagerava a bella posta per aumentare l'importanza del pericolo da lui corso.
—Allora—continuava—io chiamo: Bobi! Bobi!… ma nessuno risponde. Pensai che, mentre io era intento a vigilare i movimenti dei malandrini, il Carminati si fosse allontanato allo stesso scopo… Chiamai più forte… non ebbi daccapo nessuna risposta… Senza più pensare ai malandrini, se si fossero tutti dati alla fuga, o se qualcuno ne rimanesse, io apro la lanterna e guardo tutt'all'intorno… In quell'istante sento verso l'acqua un gemito acuto, un grido di: aiuto, aiuto!… Il vento impetuoso mi spense la lanterna!
—E poi? e poi?—domandava la gente raccapriccita a questo punto del racconto.
Il famiglio, dando a divedere una estrema commozione, ripigliava tutto conturbato:
—Non mi è riuscito, per quanto abbia fatto, di riaccendere la lanterna.. Ho chiamato cinque o sei volte il Carminati, e ad alta voce… ma sempre senza risposta… Allora ho avuto un brutto presentimento… Ma come fare? Non mi restava altro che tornare indietro, fermarmi alla prima casa, e poi venir di nuovo lì con lumi e accompagnato da altri… Pratico come sono di que' luoghi, feci il conto che in mezz'ora sarei arrivato a svegliare una famiglia di contadini, che abitavano in una casa poco lontana… e sarei tornato. Mi tenni a questa idea… E quasi una mezz'ora dopo arrivo, preceduto da lumi, circondato da gente con schioppi e altri lumi, al punto dal quale insieme al Carminati avevamo fatte le prime intimazioni… Tutti chiamammo il Carminati, e sempre indarno… Allora ci mettemmo a cercare… Fatti una diecina di passi, vedemmo poco lontano da noi tre sacchi, gettati sull'erba, uno qua, uno là… Due erano pieni di farina, uno di grano. Quello era il bottino lasciato dai malandrini…
—E il Carminati?—interrompevano i curiosi.
—Non si trovava… Finalmente, mi viene un pensiero… Che si sia avanzato verso l'acqua e nel buio… con la piena… Su, ragazzi… dico ai contadini che mi accompagnavano, guardiamo un poco giù verso il fiume… alle volte… non vorrei fosse successo… Tutti gettarono un grido d'orrore. Camminammo alcuni secondi nel più tetro silenzio… Vi assicuro che il cuore mi batteva! Alla fine un giovinotto, che andava innanzi a tutti, dette un urlo.
—Che c'è? che c'è?—domando io.
—Ho trovato un cappello!—mi risponde un giovinotto. «Corro verso di lui, prendo il cappello, e subito lo riconosco… era il cappello di Bobi… Ci guardammo tutti costernati… Di sicuro, disse il più attempato dei contadini, qui si tratta di una grande disgrazia!… Mi sentii rabbrividir… Ma mi restava una speranza… Avanti! avanti!—ripetei. Ci avanzammo di più, sempre chiamando il Carminati, e cercando con le nostre voci dominare il rumore dell'acqua, che scrosciava, e del vento.»
Giunto a questo tratto del racconto, il famiglio invariabilmente si strusciava sulla fronte una pezzolaccia giallognola, che si cavava di tasca.
Il racconto finiva sempre con queste parole: «A una diecina di passi dal cappello, proprio rasente all'acqua, e mezzo affondato nella fanghiglia, abbiamo trovato… indovinate che cosa?… lo schioppo di Bobi… Nessuno ha più dubitato… Era chiaro che Bobi, forse dopo che il vento gli aveva portato via il cappello, volendolo ricercare, cacciandosi nel buio per esplorare… aveva inciampato, ed era cascato all'improvviso nel fiume… Aveva cercato di salvarsi disperatamente… e da lui veniva il grido di aiuto, aiuto! che avevo udito. Povero Bobi! e sino ad ora non si è avuta notizia del ritrovamento del cadavere!… Già con questa piena!»
E tutti si scalmanavano, si spolmonavano, si arrovellavano a commentare il fatto.
Gli autori del furto dei sacchi erano stati subito scoperti, e si trovavano in prigione.
Ma Bobi?
La sua tragica fine era motivo di stupore.
Lucertolo si era fermato sotto la Tettoia, detta de' Pisani, grottesca e barocca costruzione, tirata su a metà del caseggiato, che formava allora il lato della piazza di contro al Palazzo della Signoria.
La Tettoia serviva di riparo alle finestre degli Uffici Postali, rispondenti sulla Piazza, dalle quali si faceva la distribuzione delle lettere.
Visto comparire il capo agente del quartiere. Lucertolo lo salutava e gl'indicava il famiglio venuto da Brozzi, di bizzarra apparenza co' suoi rozzi panni, e che raccontava per la cinquantesima volta la catastrofe della notte precedente.
—Ebbene!—disse il capo agente—lasciate vociare quel tanghero!…
I birri delle città, specialmente quelli residenti in Firenze, si consideravano molto superiori ai famigli che servivano nei Capitanati.
—Lasciatelo vociare!—soggiungeva l'agente.—E' l'elogio funebre che merita un arnese, com'era quel Bobi… E' affogato… e meglio per lui… Altrimenti ne avrebbe fatte un giorno delle sue… Ricordatevi che nel Corpo dei Pompieri non ce l'avevano più voluto… Era stato un bel regalo per la polizia…
—Ma credete voi—osservò Lucertolo, tutto pensoso—che il Carminati sia affogato davvero?
—E chi ne può dubitare?
—Io!—replicò Lucertolo con voce cupa.
—Siete pazzo?
—Chi sa!
—Spiegatevi.
I due birri, camminando mentre discorrevano; erano arrivati all'imboccatura del Chiasso dei Lanzi.
—Sì! io ne dubito—tornò a dire Lucertolo.—Il Carminati è un uomo capace di tutto… A quest'ora chi sa dove se l'è svignata.
—Ma perchè?
—Eh, perchè… perchè… lo so io, insomma. L'uomo da un pezzo non si sentiva più tanto sicuro. Aveva capito che io mi era accorto… e che un giorno o l'altro sarebbe rimasto alla pania, che io gli tendevo… E così ha preso il volo… Lo riacchiapperò, lo riacchiapperò!…
E Lucertolo si accendeva nel parlare.
Il suo confabulatore non si raccapezzava bene in quella foga di parole, poichè il birro discorreva, come se rispondesse a' suoi interni ragionamenti, in modo confuso e interrotto.
—C'è qualche cosa di nuovo!—osservò l'agente.
Infatti una gran folla si andava sempre più accalcando in un certo punto della piazza.
Tra la folla si sbracciava, vociava un contadino tutto trafelato e senza cappello.
Costui giungeva da Montelupo e recava notizia che un cadavere era stato gettato dalle acque gonfie sopra un greto del fiume.
Il cadavere dell'annegato aveva però la testa tutta sfracellata.
La violenza della corrente lo aveva di certo sbattuto forte contro le pile dei ponti. Il cranio si era spaccato, gli occhi pesti, il naso infranto, la bocca squarciata; era impossibile riconoscerlo.
Il colore dei capelli, della barba, la statura inducevano a credere che l'affogato fosse il Carminati.
Il cadavere era vestito di una giacchetta simile a quella che indossava il birro.
Due famigli di Montelupo avevano dichiarato esplicitamente di riconoscere nel cadavere il Carminati, per quanto fosse arduo ritrovare il ricordo di note fattezze su quella testa così lacerata.
—Domani—asseverava il contadino—il cadavere sarà seppellito!
Lucertolo si sentiva affranto.
Tutto cospirava contro di lui.
Ormai le sue ricerche per provare l'innocenza di Nello sarebbero state anche più difficili.
Gli restava però una speranza.
L'orma del piede scalzo da lui scoperta sul tappeto doveva almeno rivelargli un complice.
E il birro entrava in una via di nuove e strane ipotesi.
Strane, perchè l'orma del piede scalzo, come già forse ha indovinato il lettore, era stata lasciata sul tappeto dal povero ebreo Isacco la sera del delitto, quando era accorso a liberare Antonietta.
E Lucertolo sarebbe mai arrivato a scovare l'ebreo?
VI.
In una stanza al primo piano d'un antico palazzo, appartenuto a gloriosa famiglia fiorentina, la mattina del 20 decembre 1831 era seduto davanti ad un gran banco, tutto ingombro di libri, di fogli, un uomo piuttosto corpulento, con la testa calva, di bellissime linee, chinata sopra le pagine ingiallite di un grosso volume, ed ogni tanto la agitava, la scrollava nel modo più significativo.
Lo studioso, entrato nella stanza con un lume acceso fin dalle primissime ore della mattina, non si era alzato, nè distratto un istante, sebbene in quel momento scoccassero le dieci.
Di tratto in tratto, pronunziava a voce alta qualche parola.
Le parole da lui proferite erano: Fisco… indizii… Tribunale supremo:
E interrompeva la lettura e scriveva con mano febbrile alcune righe.
La stanza era altissima, sul soffitto erano dipinte ad affresco donne simboliche, dalle forme massiccie, con elmi in capo, con ampli panneggiamenti dai colori vivaci, circondate da nubi, da amorini paffutelli, da genietti scherzosi, ridanciani, chiassoni.
Le pareti, scombiccherate anch'esse da scene mitologiche, nelle quali si era sbizzarrita la fantasia di un pittore, che vedeva tutto grasso, paffuto, adiposo, erano fortunatamente quasi tutte coperte sino ad una certa altezza da scaffali pieni zeppi di libri.
Come abbiamo detto, suonavano le dieci.
Lo studioso non pareva stanco, anzi era forse più che mai infervorato nelle sue ricerche.
La stanza aveva tre porte, ognuna aprentesi a una diversa parete; porte da palazzo, larghe e pesanti, verniciate di bianco, luccicanti e filettate d'oro.
Da circa due minuti una mano leggiera picchiava lentamente ogni pochi secondi ad una delle porte.
Ma il nostro personaggio, assorto nella lettura e nelle sue meditazioni, non aveva udito.
Alla fine fu dato un picchio più forte, poi un altro.
Lo studioso alzò la testa, guardò verso la porta da cui veniva il rumore, quindi, come se non si fosse accorto di nulla, tornò a leggere.
La persona che stava di fuori pare avesse motivo di insistere perchè dette un terzo colpo.
Allora lo studioso cessò di nuovo la lettura, e guardando la porta con un lieve sorriso che rivelava un sentimento dei più teneri e soavi, domandò:
—Chi è?
—Io!—rispose una vocina molle, carezzosa, la quale si capiva che doveva vibrar su due labbra anch'esse sorridenti in quel momento.
La porta si aprì, ed entrò una giovane signora, ravviluppata in una magnifica veste da camera, coi capelli sciolti e cadenti sulle spalle in un disordine delizioso.
L'uomo si alzò dalla poltrona, lasciò il banco, i libri, i fogli, e come dimentico di tutto, corse incontro alla incantevole visione…
Pareva un altro.
Gli occhi erano coruscanti, da tutta la fisonomia gli traspariva una grande contentezza.
Baciò le mani, che gli tendeva la giovane signora, le ribaciò, e la guardava quasi estatico.
—È tanto che batto lì alla porta!—essa disse, rivolgendosi indietro.
—O come?
—Tu eri forse troppo occupato, e non mi hai sentito… Sai che ho ordine di non entrare qui nello studio senza avvertirti… E non volevo, entrando all'improvviso, procurarti uno di quei sussulti, che anche il medico ha detto ti sono molto nocivi, e che ti procura facilmente il più piccolo rumore, quando sei tutto distratto, pensoso, in mezzo a' tuoi scartafacci.
La giovane sorrideva con un'espressione quasi celeste.
Fra lei e il marito vi era una notabile differenza di età, poichè essi aveva oltrepassati di poco i ventotto anni: il marito si avvicinava ai sessanta.
Ma essa lo adorava: e que' due cuori battevano uno per l'altro con tutto l'entusiasmo sincero delle vere e profonde affezioni.
—Ti levi ora, mia cara!—disse l'uomo grave, e piuttosto corpulento.—E' il primo raggio di sole che entra nella mia stanza.—E tutto ilare le accarezzava i bei capelli biondi.—Vieni, siedi…
—No! no!… c'è un tale che aspetta da una mezz'ora in anticamera, e che dice ha bisogno di parlarti ad ogni costo… Non ti hanno avvisato perchè al solito ho voluto esser io la prima, come tutte le mattine, a entrare nello studio.
E gettava le sue braccia, che uscivano nude e meravigliose di venustà dalle ampie maniche, al collo del marito.
Egli accoglieva con giubilo, con una allegria giovanile quelle caste effusioni: la sua testa intelligente si appoggiava ad una spalla della graziosa signora, e si rialzava come irradiata da lampi di tenerezza.
—Tu sei il mio angiolo, Ilma—ripeteva il marito innamorato—il mio caro angiolo, nessuno può esser più felice di quanto sono io nell'amarti… Oggi pensi di uscire?… quali sono i tuoi disegni per la giornata?… parla, Ilma, da' ordini al tuo schiavo, che è così orgoglioso di obbedirti.
E l'uomo serio, lo scienziato, faceva un gesto di amabile ostentazione, inchinandosi dinanzi alla moglie, e rimirandola come se pendesse dal suo labbro per ascoltare i comandi, che a lei fosse piaciuto di impartirgli.
Eseguire quei comandi preziosi, esaudire i desiderii di colei che aveva tutto il suo amore, era per lui sempre la più grande consolazione della giornata.
—Dunque parliamo!
E così dicendo, aveva porto il braccio alla moglie, e con lei si era messo a fare alcuni passi per la stanza, tutto gaio e quasi leggero nella sua corpulenza.
—Ma…—interrompeva la moglie—di là c'è sempre quell'uomo… E pare che abbia un affare di gran premura.
—Hai ragione! hai ragione!… Ha detto chi è?
—Sì.
—Chi?
—Un agente della polizia.
—Un agente?… che cosa vuole?—domandò a se stesso l'avvocato
Arzellini (poichè siamo appunto nello studio del celebre avvocato).
—Basta!… io ti lascio!…—disse la signora Arzellini, avvicinandosi alla porta e, prima di uscire, facendo al marito con la sua mano bianca un affettuoso cenno di addio.
L'avvocato, rimasto solo, suonò il campanello. Entrò un vecchio servitore.
—C'è qualcuno che domanda di me?—egli chiese subito.
—Sì, signore—rispose il vecchio.—C'è un birro…
—Vi ha detto il nome?
—No, ma io l'ho riconosciuto… E' quel famoso Lucertolo!…
—Lucertolo! Lucertolo!—mormorò l'avvocato.—Ah, ho capito!—ripeteva fra sè.—E' il birro che non mi si staccava mai dattorno, durante il processo di Nello. Che cosa vorrà?… Fatelo pure passare.
Poco dopo il servitore tornava ad aprire la porta, e Lucertolo entrava, col cappello in mano, un po' imbarazzato, e fermandosi in mezzo alla stanza, salutava l'avvocato nel modo più rispettoso.
—Voi siete un agente…—domandò l'avvocato.
—Sì, signor avvocato!—rispose l'altro, senza lasciarlo finire—e sono venuto a trovarla per un motivo di molta importanza.
L'avvocato squadrò l'agente di polizia con un'occhiata, e quindi, allargando le braccia, e chinando leggermente il capo, fece un gesto, come se volesse dire:—Parlate pure, io vi ascolto!
—La sera del 14 gennaio—così esordì Lucertolo—mentre fu commesso il delitto nel Vicolo della Luna io era di servizio nel Ghetto…
—Ah!—interruppe l'avvocato, mostrando una grande attenzione.
—Sebbene il delitto accadesse lì, a due passi, l'assassino operò con tali precauzioni, che io non ne ebbi notizia sino al momento in cui giunsero varii agenti, varii ufficiali, guidati dall'Ispettore che, incontratomi nella Piazza dell'Olio, mi domandarono se avessi a denunziare nulla di nuovo… Risposi negativamente… Soltanto dichiarai che avevo udito un grido acuto entro il Ghetto proferito di certo da una donna, e che ero subito accorso, ma senza poter riuscire a scuoprir nulla… L'Ispettore mi rispose brusco, irritato, e proseguì, accompagnato dagli agenti, fino alla cantonata di Via Naccaiòli. Si svoltò, arrivammo al Vicolo… trovammo il cadavere…
—Scusate—osservò l'avvocato con una certa espressione di diffidenza—quale scopo vi proponete nel farmi questo racconto?
—La prego di aver pazienza, signor avvocato—riprese il birro con un piglio di grottesca dignità—e quando avrò parlato lei saprà…
—Vi avverto che sono molto occupato…
—Ho capito!—disse il birro alzandosi con mal simulata alterezza.—La riverisco! Da alcuni mesi io mi affatico, ho perduto il sonno, mi logoro il cervello per fare ricerche, indagini contro le indagini e le ricerche già fatte dalla polizia, e tutto per provare l'innocenza di Nello…
—Pigliate una sedia!—E l'avvocato proseguì con tuono autorevole, e meravigliato della serietà con cui parlava l'agente:—Ora vi comprendo! Voi volete dirmi cose che è mio dovere professionale l'ascoltare… Voi, a quello che intendo, siete disposto ad associare le vostre forze alle mie per provare l'innocenza di un accusato… Ma, permettetemi di dirvi che nella vostra condizione di «esecutore» l'idea che vi è venuta è un po' strana!
—Non le parrà strano se ha la bontà di lasciarmi parlare.
—Dunque, parlate!
—Dalla sera del delitto io ebbi un solo pensiero, prendere una rivincita della umiliazione subita, riparare lo scacco, che avevo ricevuto, e che poteva nuocere alla mia carriera…. Prevedevo che i miei rivali se ne sarebbero valsi… Cominciai dal ripensar bene tutte le circostanze del delitto… Subito vidi chiaro che la polizia aveva messo le mani sopra un disgraziato, il quale aveva contro di sè i più gravi indizii… in apparenza, ma che il vero delinquente c'era sfuggito…. Insieme ad un esecutore, mio collega, principiammo una serie di nuove ricerche e avevo trovato alla fine il vero colpevole.
—Eh?—interrogò l'avvocato, divenuto tutto acceso nel volto, e battendo un pugno sul banco.
—L'argomento è delicato… è inutile che io raccomandi alla sua prudenza quello che le confido…
—Andate avanti…
—Mi sono dato alle mie ricerche con tutta l'anima, con tutto l'ardore. Per me si trattava di arrivare a mostrare che tutta la polizia era caduta in errore, di liberare un innocente, di metter il vero colpevole nelle mani della giustizia, di distinguermi su gli altri, di trionfare.
—E dunque?
—Le mie pene sono state inutili.
—Ma non avete trovato l'assassino?
—Ora sono certo di averlo trovato…
—Bravo!
—Però non potremo raggiungerlo.
—Perchè?—domandò ansioso l'avvocato, inchinandosi verso Lucertolo.
—Si è suicidato!…—rispose il birro con voce lenta e solenne.
—Suicidato?…
Lucertolo raccontò la catastrofe avvenuta, la supposta caduta del
Carminati nelle acque del fiume, accennò al cadavere ritrovato.
Palesò all'avvocato come fossero sorti in lui i primi sospetti sul Carminati, parlò della sua visita notturna alla casa del pompiere, dello spavento cagionato dal suo arrivo, della fuga pei tetti, delle menzogne della sorella, del modo col quale aveva scoperto che il Carminati era in casa quella notte.
Ma fu magnifico, eloquente, allorchè si mise a descrivere l'effetto da lui provato ascoltando l'arringa dell'avvocato Arzellini dinanzi alla Rota. Il suo entusiasmo per l'oratore, che aveva così acutamente indicato la via, che avrebbe dovuto seguire la polizia nelle sue indagini, lo inebriava.
Un lieve sorriso di compiacenza sfiorava le labbra dell'avvocato.
Lucertolo rammentò che, finita l'udienza, aveva subito messo ad effetto l'idea manifestata dal difensore di far ricerche nel sozzo locale della Palla.
Riferì tutto il dialogo con la Sguancia; insistè sulle particelle di materia insanguinata che aveva raccolto, sulla catinella, che aveva trovato nel rovescio tutta impiastrata di sangue, e di sangue che vi si era accagliato, e poteva esser rimasto lì fin dalla sera del delitto.
—L'ho fatto esaminare—soggiunse Lucertolo con un gesto pien d'orgoglio—ed è sangue umano!
L'avvocato dette in uno scroscio di risa.
—Di che lei ride?—chiese il birro perplesso.
—Ve lo dirò… ve lo dirò!… Continuate!
Lucertolo si diffuse nello esporre le prove che egli aveva sulla tresca, sulla intimità fra la Sguancia e il Carminati; rivelò il turbamento cui la donna era stata in preda durante l'interrogatorio al quale l'aveva sottoposta; corroborò di tutti gli argomenti, che aveva alle mani, la sua convinzione circa la reità del Carminati.
Finito che ebbe il suo discorso, vi fu una breve pausa.
L'avvocato era pensoso, teneva sugli occhi la mano sinistra, come in atto di raccogliersi.
Poi, drizzandosi sulla persona, proruppe in queste parole:
—Voi siete ingegnoso, intelligente! Ma non mi pare che vi siate messo ad una bella impresa per far carriera, come desiderate…
Il birro inarcava le ciglia dallo stupore.
—Nello non è reo… voi sapete quanto io ne sono convinto… ma è reo, come voi dite, il Carminati?… Prima di tutto, siete sicuro che egli sia morto?
—Il suo cadavere—rispose Lucertolo—sebbene la testa fosse sfracellata e deformata, è stato riconosciuto da due famigli, sono stati riconosciuti alcuni vestiti…
—E voi credete?…
—Io credo che il Carminati, ridotto alle strette dalle mie ricerche insistenti, avvisato del mio dialogo con la Sguancia, avvertito da certe mie occhiate, si sia impaurito, si sia gettato nel fiume… non ammetto che vi possa esser caduto inavvertitamente per… sfuggire alla sua pena…
—Ah! inezie!… inezie!… Dato che questo Bobi fosse l'assassino, gli uomini come lui non si suicidano… L'idea dell'onore può armare la mano di un gentiluomo, che ha commesso un delitto in un momento di aberrazione, contro sè stesso, ma non udirete mai che un delinquente volgare si sia ucciso per sottrarsi alla giustizia… E, del resto, le prigioni sono piene di gente che ve lo dimostrano… Non riconosco qui il vostro acume… E poi, a che scopo il Carminati avrebbe commesso il delitto?
Lucertolo rifletteva.
L'avvocato gli scuopriva un altro punto debole delle sue ricerche.
Egli aveva negletto di risalire all'origine del reato.
Però non si perdette d'animo.
—La massima legale che l'autore del delitto deve ricercarsi in colui al quale il delitto giova, signor avvocato, non è sempre vera, e lei deve saperlo meglio di me… Ci sono delitti, il cui movente è così nascosto, così celato, che sfugge alle nostre prime osservazioni. Nella ricerca di essi bisogna procedere per induzioni. E bisogna diffidare ad ogni passo di mettere il piede in fallo. Quando un agente lavora per scoprire un delitto è alle volte disposto ad evitare le cose più facili, a non tener conto delle circostanze più semplici, a supporre in tutti i delinquenti un grande artifizio… E questo è causa di molti errori… Inoltre, nelle ricerche spesso si vede un lato solo, e si trascurano gli altri… Io sono sicuro che Nello è innocente, che il Carminati era il reo, e le giuro che presto avrò trovato la prova materiale di questi fatti.
—Spiegatemi il vostro ragionamento, ditemi in qual modo con le vostre ipotesi voi ricostruirete, per così dire, il delitto.
—Ecco… Io sono persuaso che il Carminati ha dato il colpo di pugnale… Quindi egli è fuggito alla Palla… Là ha parlato con la Sguancia… si è lavato il sangue… il sangue di cui restano tuttora scarse, ma sufficienti traccie, quasi distrutte, ma evidenti, nella lurida cucinaccia, ove di rado è adoperata la scopa e dove, pare, si fa risparmio di acqua.
L'avvocato dette di nuovo in uno scroscio di risa; come aveva fatto poc'anzi, quando Lucertolo gli aveva parlato della catinella da lui trafugata, e che conservava come un prezioso indizio.
—Mi rincresce di dover demolire a pezzo a pezzo l'edificio da voi architettato… Ma mi fa troppo ridere l'insistenza che voi mettete a voler considerare come un grande indizio quelle traccie… trovate in un tal luogo… in casa della Sguancia.
—Sangue umano!—disse Lucertolo bruscamente.
L'avvocato continuava a sghignazzare.
—Per Bacco!…—esclamò a un tratto Lucertolo, battendosi la fronte. Poi, lasciando ricadere la mano sul ginocchio, e chinando la testa, mormorò:
—L'equivoco è troppo ritorto!… Ora capisco—proseguì Lucertolo a voce più alta—perchè anche la Sguancia rideva alcuni giorni dopo… e quasi mi sfidava. Aveva già preparato una difesa… se pure…
—Su che fondate ancora—ripetè con serietà l'avvocato—le vostre presunzioni circa l'innocenza di Nello e la reità dei Carminati?
—Non potrei specificarlo con più minuti particolari di quelli che le ho riferiti…. Ma è una convinzione che io sento, che mi domina, che mi viene da un esame attento, da una sorveglianza continua di certe persone, che per alcuni mesi ho sempre pedinato; una convinzione che è nata, si è rafforzata in me, dopo certi sguardi che ho sorpreso, dopo che ho veduto in alcuni momenti certi volti impallidire… Insomma, sono uomo vecchio del mestiere…. ho fiducia assoluta che proverò l'innocenza di Nello.
—Ve lo auguro… Intanto io dubito che la Consulta accetti il ricorso in grazia, che ho già presentato, e prevedo che Nello fra qualche settimana sarà esposto alla gogna, insieme all'ultimo assassino condannato dalla Rota, e poi mandato a Pisa, a Livorno, o altrove, a fare i pubblici servizii con altri galeotti. Ed è innocente! innocente!…—ribatteva l'avvocato, esasperandosi.
—Anderà a scontare la sua pena, sì… ma ne uscirà… Anni sono,—così si esprimeva Lucertolo—quando io era famiglio nel capitanato di Siena, mi sono trovato a un caso, il cui ricordo ravviva ora tutte le mie speranze. Una donna dimorava in una casetta ad un solo piano insieme col marito. Dormivano separati, ciascuno in una stanza diversa… Un amante della donna si arrampicava talvolta di notte ad una terrazza, di là entrava nella camera della donna… Una notte entra, spinge la fragile porta, che dava nella terrazza, si accosta dove credeva che fosse la sua innamorata… La chiama, essa non si muove. Tenta di scuoterla, e si sente le mani bagnate… Riesce ad accendere un lume, e vede la donna immersa nel proprio sangue, con una gran ferita sotto la mammella sinistra… L'amante fugge, ma nel fuggire lascia sul muro traccie delle sue mani insanguinate. La mattina si scuopre il delitto… Nessuno pensò ad accusare il marito!… Si sapeva che la donna aveva un amante. La polizia si recò alla casa di quest'ultimo, gli trovò le vesti insanguinate, fu riscontrato che la traccia sanguinosa lasciata nel muro corrispondeva alla mano di lui… Due donne deposero che il giorno innanzi avevano udito fra i due amanti un grande alterco, seguito da violenti minaccie… Le circostanze, gl'indizii erano gravi contro l'inquisito… Fu condannato…
Lucertolo si riposò un istante, quindi aggiunse:
—Anche allora io dubitavo della reità dell'inquisito… A forza di induzioni, e di domande, mi parve di avere scoperto che il marito era sonnambulo. Ci nascondemmo per alcune notti in quattro persone, tutti d'accordo, nella casa… Una notte, sentiamo un rumore… L'uomo esce dalla sua camera con un lume, va nella cucina, prende un coltello, si accosta alla camera dove aveva dormito la defunta sua moglie, si avvicina al letto, che vi era sempre, e fa l'atto di menar giù un colpo di coltello. Tutti gettammo un grido!… Il sonnambulo si svegliò, il mistero era spiegato.
L'avvocato si era alzato e passeggiava su e giù per la stanza.
Si fermò dinanzi al caminetto, e volgendo le spalle al fuoco, mentre guardava il birro, che, sempre seduto, si dimenava sulla seggiola per vedere in viso il suo interlocutore, l'avvocato dette in un'esclamazione.
—Ah! ah!—egli ripetè—se io volessi raccontare tutti i casi ne' quali dopo una condanna, è stata riconosciuta l'innocenza di un inquisito, vi dovrei trattenere qui un pezzo… Sono quasi quarant'anni che esercito la mia professione, e mai, fortunatamente, fino ad ora, io mi era trovato nel caso di difendere un innocente e vederlo condannato… Ma oggi, oggi è altrimenti… Io sono certo che quel ragazzo non è reo.
—Dunque?…
—Dunque—soggiunse l'avvocato molto perplesso, e cogitabondo—gl'indizii contro di lui, dirò meglio le apparenze son tali da rendere timoroso anche il giudice più benevolo che si sentisse disposto in favore del disgraziato… Pure abbiamo un giudice dalla nostra, e il giudice più autorevole del Collegio della Rota, il presidente… Concorde con quello di lui ha dato il voto anche un altro auditore… Se un terzo auditore, dubbioso sulla reità dell'inquisito, avesse esitato… avesse dato il voto favorevole… il mio cliente sarebbe stato assoluto… Il processo è ora sottoposto alla revisione della Consulta, appunto per il dissenso del presidente con gli altri quattro auditori… Questo dissenso, secondo la nostra legge, autorizza la revisione!
—E allora—ripigliò Lucertolo, anch'egli tutto concentrato e pensieroso—abbiamo dinanzi a noi un mese, due mesi forse, fino a che pende la revisione, per continuare, per completare le ricerche.
—Sì, ma vi dico chiaro—insistè l'avvocato—che io non spero nulla dalla revisione! Conosco troppo quei giudici, conosco le severe abitudini della Consulta nei processi criminali… E poi, parliamoci franchi, io e voi siamo convinti della innocenza del mio cliente… sta bene; ma possediamo un solo, un valido argomento, che la provi in modo da dileguare ogni contradizione?… E bisogna ricordare che i nostri giudici, sempre secondo la legge, debbono inspirarsi nel dar il loro voto alla convinzione legale, non alla convinzione morale.
—Mi pare che lei disperi troppo!—affermava l'agente di polizia, che non voleva lasciarsi sfuggire quella occasione di segnalarsi, occasione che egli teneva per molto propizia.—Io, invece, sono pieno di fiducia… Io vedrò Nello alla gogna, lo vedrò partire per la galera… e pure avrò sempre una speranza, quella di riuscire a salvarlo…
—Forse!—interruppe l'avvocato.
—E la mia vittoria sarà tanto più grande quanto saranno stati maggiori gli ostacoli, che avrò superato, e i pericoli a cui sarà stato esposto un innocente.
Sembrava che il giureconsulto fosse a poco a poco guadagnato dalla fede del poliziotto, riscaldato da quell'ardore, e che il suo scetticismo in parte cedesse.
—Riflettete bene—egli prese a dire con molta lentezza—che per strappare un uomo dalla galera, quando ci è entrato, ci vuole quasi un prodigio… Nello non ha per sè neppure quell'effimero favore, che certi condannati trovano nell'opinione pubblica… Il pubblico sino dai primi giorni del processo si è pronunziato contro di lui… Questo ragazzo povero, vagabondo, che andava in giro ogni giorno pel Mercato, guardato da tutti con sospetto, bisognoso di chiedere a tutti, di carattere strano e bisbetico, idiota, come io lo credo, aveva fra i mercatini molti nemici: i nemici che ha naturalmente chi è sciagurato, derelitto, chi ha necessità di tutto, e vive fra gente, la quale pensa di continuo ai guadagni, e vuol esser circondata soltanto di persone che le profittino.
—L'odiosità—notò Lucertolo—nasce appunto da questo. Il giovinastro non ha mai lavorato, perchè inetto ad ogni lavoro, e pure si sapeva che doveva campare. Come?… Ecco la domanda di tutti. Quindi ogni volta che avveniva un piccolo furto se ne accusava Nello: quelli stessi forse che lo commettevano preparavano più o meno abilmente prove, lievi indizi contro di lui… Allorchè si accostava a un banco era guardato con sospetto, allontanato con urli… Il ragazzaccio melenso diventava torvo, talvolta minacciava… ne avvenivano conflitti… Ecco perchè i mercatini sono lieti di vedersi sbarazzati di lui.
—Però la vostra impresa non è facile: da una parte indizii, che paiono concludenti, e che escludono ogni dubbio; dall'altra la voce pubblica ostile… Aggiungete la immensa prevenzione di una condanna… E poi, ammettiamo l'innocenza di Nello, dove è l'uomo che noi possiamo presentare come reo, con sicurezza?… E quando è commesso un delitto, la giustizia cerca e vuole un delinquente… No, credetelo. Nello è innocente, ma farà i suoi venti anni di galera…
—Non li farà, signor avvocato!… non li farà!…—disse il birro con voce enfatica, e balzando sulla sedia.—Parola di Lucertolo, sangue della…—e il birro si mise l'indice della mano destra fra i denti, come se rattenesse a dispetto la fine della sua violenta esclamazione—non li farà!
—Io spero che potrò tutt'al più, mediante alte influenze, trovar modo che giunga all'orecchio del Sovrano la storia veridica del caso… Però anche il Sovrano, dato fosse inclinato alla clemenza, sarà rattenuto dalla gravità dell'ingiuria fatta ad un forestiero, ad un ospite così ragguardevole, e che personalmente gli era caro… Insomma, da ogni lato che ci voltiamo, troveremo un terreno infuocato o irto di spine… Pure io ho qualche fiducia in una modificazione della pena per grazia del principe.
—Ed io confido nelle mie ricerche, le quali paleseranno la verità!
Sino allora l'avvocato aveva tergiversato, aveva tentennato, ad un solo scopo: di chiarirsi qual fosse l'energia, il vigore, la forza di carattere dell'agente, qual fosse l'impegno, quanta fosse la serietà, la costanza con cui si era messo all'opera.
Ma appurato con che zelo, con che indomito, intrepido, pertinace volere vi si accingeva, egli mutò.
La sua fronte, sino allora rannuvolata, si rasserenò, apparve più tranquillo, più disinvolto, più umano.
Tornò a sedersi dinanzi al birro.
Fissò gli occhi in quelli di lui, e dopo un istante:
—Fino ad ora,—così parlò,—ho voluto mettervi alla prova.
L'agente di polizia trasecolava.
—Sapete già quanto profonda sia la mia convinzione sull'innocenza di Nello… Ve l'ho detto oggi, l'avrete udito il giorno in cui svolsi la mia difesa!
Lucertolo assentiva, facendo cenni col capo.
—Non vi nascondo che la vostra venuta, le vostre prime parole hanno eccitato in me la diffidenza… la diffidenza che è sempre esistita, che esisterà sempre fra gli uomini della mia professione e quelli della vostra…
Il birro contrasse lievemente le labbra.
—Dovete convenire che era assai naturale che il vostro atto mi sembrasse strano. Nella mia lunga carriera… non ve lo dissimulo… è la prima volta che m'incontro in un agente della polizia, il quale piglia in cotesto modo le difese di un accusato… In generale, nei processi, l'agente comparisce unicamente per aggravare, per inasprire l'accusa; per ingigantire, avvalorare gl'indizii, non per combatterli. Gli agenti sono, a così dire, il braccio destro con cui il Fisco combatte la difesa: un agente ausiliario del difensore è raro, raro, lasciate che ve lo ripeta, e… se volete… che me ne commova!
A Lucertolo non sfuggiva la benevola e sottile ironia di tali parole.
—Voi vi proponete, in questo processo per tentato omicidio di scoprire la verità… Per la conoscenza, che ho ormai acquistato degli uomini, mi accorgo che simil proposito è in voi serio, radicato, incrollabile. Vi faccio un'offerta.
—Quale?—domandò Lucertolo, i cui occhi già brillavano di mille ansietà e di cupidigia.
—Vi offro—rispose solennemente l'avvocato—di diventare vostro cooperatore nelle nuove ricerche che farete. Voi agirete con la stessa alacrità con cui avete agito fino ad ora, però, affinchè la vostra operosità non vada perduta, non vi sobbarchiate a fatiche superflue, inutili… io vi dirigerò.
—Bravo! bene!—disse Lucertolo, battendo le mani, a palma a palma—è proprio quello che ci voleva.
E allungando un braccio verso l'avvocato, col gomito appoggiato sul banco:
—Perchè io… veda, signor avvocato… io sento qui—e parlando si percuoteva la fronte con una mano—sento che ci è stoffa… sento che ci sono idee e che idee!… Se mi lasciassero fare, se gli ufficiali, i capi-agenti gelosi non mi tarpasser le ali, a quest'ora, in fede mia, non sarei no, il misero birracchiuolo Lucertolo, povero e in carniera, sarei arrivato anch'io, mi sarei slanciato ai primi posti… Ma mi è sempre mancato qualche cosa… Una certa facoltà, che hanno gli uomini come lei, di poter far nascere un'idea da un'altra rapidamente, di collegarle, di vedere fra un'idea e l'altra certe relazioni sottili, che sfuggono a noi di cervello grossolano… Quando io ascoltavo la sua difesa, mi dicevo: se io avessi l'acutezza, l'ingegno pronto di quest'uomo unito alle mie facoltà di esame e di osservazione!… E oggi lei mi offre… Oh, benissimo, ora poi sono tranquillo sulla vittoria…