JOLANDA
Dal mio Verziere
SAGGI DI POLEMICA E DI CRITICA
Terza Edizione
ROCCA S. CASCIANO
LICINIO CAPPELLI, Editore
Libraio Editore di S. M. la Regina Madre
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PROPRIETÀ PRIVATA
Rocca S. Casciano Stabilimento Tipografico Licinio Cappelli 1910.
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INDICE
- [Per un sasso in colombaia.]
- [Un libro che giunge a proposito.]
- [Impressioni di un sogno.]
- [Poeta o Scienziato?]
- [Per colpa di un Poema.]
- [Aspettando un Alessandro.]
- [Sfumature.]
- [Giosuè Carducci: — Cadore.]
- [Il conte zio.]
- [Questioni femminili.]
- [Pleiade nuova.]
- [Edoardo Bellamy.]
- [Maternità.]
- [Narcisi e Poeti.]
- [Alberto Cantoni.]
- [I poeti nella Prosa.]
- [Cipressi.]
- [Fiori d'arancio.]
- [L'ultima Primavera.]
- [Opere buone.]
- [Italia e Poesia.]
-
[Dal mio Verziere.]
- [I. Antonio Fogazzaro.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [II. Gabriele D'Annunzio.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [III. Enrico Panzacchi.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [IV. Arturo Graf.]
- [Piccolo intermezzo in prosa]
- [V. Emilio Praga.]
- [Piccolo intermezzo in prosa]
- [VI. Guido Mazzoni.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [VII. Edmondo De Amicis.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [VIII. Contessa Lara.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [IX. Mario Rapisardi.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [X. Lorenzo Stecchetti.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [XI. Arrigo Boito.]
- [Piccolo intermezzo in prosa.]
- [XII. Giosuè Carducci.]
[pg!5]
ad ELDA GIANELLI
[pg!6]
[pg!7]
Dilettissima,
Ti ringrazio d'avere affettuosamente assentito ch'io scriva in fronte a questa raccolta il tuo nome che è uno dei vanti gentili d'Italia. I gracili prodotti del mio verziere presentati così sembreranno forse meno meschini. A te, buona, qualcuno parrà anche dolce: come per me qualcuno, avvolto già nelle lontane luci del ricordo, ha perduto il suo qualunque valore reale per acquistarne uno fantastico, inestimabile.
Questo libro contiene i documenti della nostra amicizia. Cominciammo, ti ricordi? con un bisticcio. Un mio interrogativo a proposito d'un poeta ti diede sui nervi: vi rispondesti con amabile vivacità. Io replicai, tu rispondesti di nuovo. E così ci accanimmo per qualche tempo intorno alla produzione intellettuale d'una persona ad entrambe affatto sconosciuta, la quale non avrà probabilmente mai saputo di questa cortese tenzone di dame per causa sua. [pg!8]
Vennero, come messaggi di pace dall'una all'altra, libri, fotografie, lettere. Facemmo quello che gli avversari, in arte o in politica, dell'altro sesso non fanno: ci manifestammo con leale schiettezza la reciproca stima che le discordi opinioni non avevano punto scemato; ci stendemmo la mano attraverso il mare.
Molte circostanze dolorose della mia vita, la tua costante e tenera sollecitudine verso di me, affrettarono poi la nostra amicizia che si è fatta sempre più intima, sempre più soave, che ancora dura, che ho fede non dilegui mai, perchè negli elementi che la compongono v'ha dell'immortalità.
Oltre la carissima traccia di te, altre reminiscenze care e meste veggo evaporare da ogni parte di questo volume che ho composto senza saperlo, colle impressioni delle mie letture nello spazio di qualche anno, a intervalli, in un luogo o nell'altro; sempre però fra pareti santificate dai sogni, dalle lagrime, dal lavoro. Ad ognuno di questi miei scritti potrei indugiare per dirti in quale posizione della stanza era la mia scrivania quando fu composto, e che paesaggio vedevo dalla finestra, l'ora, e le emozioni che mi agitavano, e il pensiero dominante a cui molto spesso la mia opera non era legata che attraverso ad una più o meno lunga catena d'idee. Ci sarebbe, te lo assicuro, la tavolozza per un altro libro, e te ne parlerei se questa lettura fosse riservata a te. Ma agli altri, capirai, non importerà proprio nulla di saper di più. [pg!9]
Pure temo di non essere capace di nascondere che riordino commossa queste pagine su cui l'atmosfera di giorni diversi e lontani ha lasciato un riflesso percepibile a me sola, come un atomo di quella parte della mia vita che si è spenta. Penso alle persone che mi erano vicino e che hanno raccolto la primizia di questa fioritura che doveva durare più di loro, sparite nell'infinito della morte (come voi, povero Alberto Sormani!) o nel vuoto della lontananza in cui s'addensa il silenzio lieve ed enorme, isolatore, più amaro, spesso, della morte. Ed io errando in ispirito lungo le pagine del mio Verziere mi somiglio alla Dama Pensosa d'un poeta squisito di cui è fatta menzione qua dentro, a lei che errava nell'occaso autunnale, lungo i viali sfrondati, fra l'ineffabile e simbolica mestizia delle foglie cadenti... Se non che io, al limite, trovo ancora te ad aspettarmi, te che mi stendi le braccia e mi sorridi ancora.
Cento, Settembre 1895
Jolanda.
[pg!10]
[pg!11]
[Per un sasso in colombaia.]
Ad Alberto Sormani[1]
Un caso dei più fortuiti mi mette sott'occhi un giornale che non conoscevo e il nome di uno scrittore che ammiravo, il quale ha la pazienza di occuparsi di noi. Di noi, ahimè.... perchè anch'io ho la disgrazia di avviarmi con la reproba schiera verso la via della perdizione. Io sono una donna che scrive! e che legge anche! e, quel che è peggio, che medita su quello che ha letto, quando c'è di che meditare, come in quell'articolo che era il vostro signor Sormani, nella Vita moderna, uno scritto fiero, forte, adamantino.
Gettate il guanto con un'insolenza così bella e così nuova che m'invoglia a raccattarlo, deplorando però, credetelo, di non contrapporre al vostro che il mio nome, un nebuloso nome. Meritavate di più; ma, pazienza: forse l'avversaria degna verrà.
[pg!12] Premetto dunque che io odio sinceramente, accanitamente i Ganimedi, i Narcisi e tutti gli Arcadi passati, presenti e futuri; che i madrigali non mi hanno mai fatto nè caldo nè freddo.... se mai, più freddo che caldo; e che quindi le qualità belle e vere che esaltate nel vostro sesso non avrebbero ammiratrice più fervente di me; ma..... bisogna proprio essere uomini per non accorgersi della differenza immensa, spaventosa, lagrimevole che passa fra l'archetipo-uomo perdentesi oramai nelle brume dell'ignoto, e i suoi milioni d'esemplari sempre più degeneri, sempre più trascurati, sempre più capricciosamente modificati. Mi fate venire in mente, vedete, certi vecchi codici del trecento, nei quali, a furia d'essere copiati e ricopiati sulle copie, non ci si raccapezza più. Figuratevi: erano centinaia e centinaia di copisti press'a poco nell'ordine di un albero genealogico, e mentre un ramo si ricordava troppo del dialetto paesano, un altro ramo rinfronzoliva per migliorare, finchè arrivati a un passo duro postillavano tutti: Graecum est, non potest legi.
E per noi questo non sarebbe neanche il peggior male. Il peggior male è quello di conoscer la lingua, perchè allora si è obbligati ad accorgersi degli strafalcioni. E più vi scalmanate a descriverci l'uomo quale dovrebbe essere, più ci disgustate dell'uomo quale è.
Come!? L'uomo è più forte, più intelligente, più ardito, più prepotente, meno istintivo e più sensibile, — dite; e tengo a lasciarvi la piena responsabilità di questa corona di aggettivi: poi dobbiamo assistere tutti i giorni nelle gran scene dell'ambizione e dell'amore a vigliaccherie incredibili, a transazioni ignominiose, a cretinerie classiche, a pusillanimità [pg!13] senza scusa? Dov'è l'uomo forte delle vostre scritture in quella pallida falange di larve maschili che certe donne succhiano come le uova gettandone il guscio per le povere mogli future? Dov'è l'uomo intelligente in quella moltitudine di rari ingegni, ciascuno dei quali ha inventato una scuola o risolto un problema senza però aver tempo nè previdenza per scioglier quello d'una vita dignitosa e serena coltivando il cuore e lo spirito della donna sua? Dov'è l'uomo meno istintivo e più sensibile fra quegli apostoli dell'umanitarismo che colgono un fiore più o meno rusticano sapendo che lo getteranno quando cadranno i pètali e resterà il frutto? — E indugiando un momento sul capitolo dell'intelligenza, che è quello che m'interessa di più, l'intuizione, questa qualità oramai ammessa quasi come esclusiva della donna, il buon senso pratico, che ci si concede pure in preminenza, o non sono manifestazioni d'un intelletto che ha uno sviluppo diverso, ma non inferiore a quello dell'uomo? E, badate, qui bisogna ch'io citi un gran nome anche a costo di farvi inorridire: è Spencer che lo dice. La donna, al dire dello Spencer, non intende meno dell'uomo, ma comprende in altro modo: l'uno studia, l'altra indovina; questi rammenta, quella profetizza. E non è poco mi pare.
Dirò di più: quando la donna vuole (e lo vuole poco, per fortuna!) o riesce a liberarsi dagli innumerevoli viluppi che le fanno un ginepraio della via dell'arte dove voi potete incamminarvi tranquillamente con il sigaro in bocca, non solo vi uguaglia, ma vi sorpassa, giacchè acquista la vostra larghezza di mente senza perdere la sua finezza divinatrice che voi ottenete sempre poco e a stento, e artificiosamente. [pg!14] Vorrei che fosse possibile dare ad un giovinetto e ad una fanciulla un'educazione ed un'istruzione identica con la medesima libertà di vita, e vi assicuro che a vent'anni la giovinetta si sarebbe lasciato indietro il suo coetaneo. La donna ha dalla sua, per riuscire, una pazienza, una astuzia, una tenacità, un raccoglimento, un'elasticità di fibra che voi non avete. Per questo anche s'invecchia prima. La nostra vita è più intensa e più completa, come quella degli abitanti del mezzogiorno, che pagano con un precoce sfiorire il precoce rigoglio d'ogni loro facoltà. Voi avete cento modi di spendere le forze che la donna serba tranquillamente per il trionfo de' suoi ideali. In voi la materia bruta prevale, e raramente siete capaci di vincere una sola delle rudi battaglie che la donna doma in silenzio, sorridendo. I vostri affetti, se sono veri, arrivano fino al Dio Termine del campo sconfinato dell'egoismo; se lo sorpassano, sono sensazioni, non più sentimenti. Non avete neanche di spontaneo il sentimento della paternità, che in voi non è che un'abitudine.
Passiamo al capitolo della bellezza. Voi uomini non fate che invocarla, in prosa e in versi, nella vita e nel sogno. Non sarebbe questa, per avventura, una divina nostalgia della natura che tenta completarsi, come in noi è quella della forza, accennata così argutamente da voi? Che volete! risalendo al prototipo della specie, non mi riesce proprio di immaginare, fra la novella frescura d'un mondo appena schiuso, Adamo più bello di Eva. Avrò torto, forse, e lascio al Mantegazza e a voi la difficile soluzione di questo problema d'estetica. Del resto, la maternità e la moda deformano presto la donna, le passioni la solcano, la fatica l'avvizzisce. [pg!15] Ma trovo pure qui, nel vostro paragone animalesco, una ragione che avvalora le mie precedenti: se il maschio è il più bello in tutta la creazione, la femmina è la più intelligente ed emerge nella scala dei bruti, là dove esiste la parità dell'educazione.
Io adoro il Fogazzaro perchè è idealista e perchè la sua arte ha sfumature delicatissime d'ombra. Quel posto «alto e glorioso» ch'egli e voi ci offrite, noi lo occuperemmo con gioia credetelo, e la nostalgia che ne sentiamo non è meno forte dell'altra, tanto che un'infinità di donne si ostina e si logora per conquistarlo, accorgendosi sempre troppo tardi del miraggio. Se nella vita ci fossero dei Daniele Cortis, ci sarebbero anche delle Elene, ve lo assicuro. Ma dove sono, ditelo, queste creature privilegiate, ben degne di assorbire tutti i tesori di abnegazione profonda e di affetto intelligente, di cui può disporre un'eletta natura muliebre? Credete voi, per esempio, che i fanatici indiani si lascierebbero pestare così allegramente, se l'elefante che li calpesta non fosse un dio?
L'arte (ci siamo!) l'arte può affinare, corrompere, e non sempre elevare l'anima. Ma, badiamo, è una legge uguale e severa per tutti. Una donna non eleva il suo livello morale scrivendo un bozzetto o un romanzo, come l'uomo non lo eleva pubblicando una dozzina di Elzeviri. Perchè scriviamo? E voi, perchè scrivete? Per migliorarvi? no. Per dire delle cose grandi? ma allora perchè ne dite tante delle futili? Per insegnare? Ebbene anche noi! e la letteratura dei bambini non è mai stata così bella e così buona come ora che è quasi tutta nelle nostre mani.
Una donna che scrive, in questo anno di grazia 1892 non è più lo spauracchio di nessuno. Oramai si è scoperto che la donna che scrive sa anche lavorare, [pg!16] mentre le donne che lavorano solamente, non sanno scrivere. Ma qui l'argomento si fa vasto come un mare. Voi ci volete a vostra immagine e somiglianza, avete la bontà di occuparvi del nostro miglioramento intellettuale e sociale, vi degnate di farci muovere con più o meno garbo nei vostri romanzi in cui si trovano persino donne ideali che conversano in latino.... (vedi Val di Olivi del Barrili) poi se una di noi, poveretta, un bel giorno trovandosi con tre idee in testa preferisce sedersi alla scrivania e metterle giù nella pace onesta della sua casa invece di oziare passeggiando o di far della maldicenza nei five o'clock thea, le gridate la croce addosso e la mandate a far la calza che qualche ora innanzi le toglieste di mano per farla assistere ad una conferenza dedicata a lei magari sull'origine dei Comuni e delle Monarchie.... Che... originali siete voi!
La penna è galeotta, dite. E la musica no? Eppure nessuno pensa a rimproverar la musica alle signore. Credete voi che se Francesca non avesse saputo leggere, Paolo non l'avrebbe baciata sulla bocca tutto tremante? O che si sarebbero salvati entrambi dalle ire di Lanciotto se invece di leggere avessero per esempio suonato il mandolino? — Anzi, guardate, io credo che la letteratura sia per la donna la meno pericolosa di tutte le arti. La fantasia vi si sbizzarisce e si appaga; la mente è obbligata a letture serie che la ritemprano, a un lavorio d'indagine che ne acuisce il senso intuitivo a giovamento dell'educazione dei figli e della pace domestica.
Ricercando le cause ascose nelle pagine di psicologia, ella si rende ragione di molte sensazioni che le apparivano ingrandite dalla nebbia del mistero, [pg!17] mette a posto molte fantasticherie umiliandole, trionfa di molte debolezze: qualchevolta, guardate, si salva perchè non hanno più effetto su di lei, che ha rimestato nel crogiuolo, gli artifizi della seduzione.
Pensate un po' ai giovani e alle ragazze che vanno insieme all'Università e ditemi se è frequente il caso di un amoreggiamento, di uno scandalo, se piuttosto la dolce fatica intellettuale durata in comune non crea fra i due sessi una fratellanza, la sola destinata a degenerare in amicizia vera. Molti esempi così d'un affetto disinteressato, profondo, potrei citarvi fra uomini e donne che scrivono, in tutti i secoli.
L'arte è un conforto, voi lo sapete da tanto tempo, or bene non lo negate a noi questo conforto, questa tormentosa gioia. Vi sono tante donne, non belle, non più giovani, a cui fu negato, non solo l'amore, ma anche la dolcezza della famiglia e della maternità, poichè le loro qualità erano tutte intime e umili e voi uomini non vi curaste di rilevarle: — dunque se queste zitellone, invece d'inacidire rodendo sè e gli altri, invece d'immalinconire a far le cenerentole o le monachine, diventassero Vestali del bello e cercassero di colmare il vuoto delle loro esistenze vivendo una vita ideale fuori del tempo; se tentassero di sopire le loro tristezze suggendo l'oblio dalla divina fonte incantata — in nome di chi vi arroghereste il diritto di condannarle? di dar loro l'ostracismo? perchè sono donne che scrivono?..... Ma scrivano, in nome di Dio! Della carta e dell'inchiostro ce n'è per tutti; e se non faranno capolavori, se non ne verrà che un libro atto a raddolcire le [pg!18] veglie di un malato o le angoscie d'una reclusione, non avranno fatto un'opera inutile. Via, è meglio che scrivano le donne che gli studenti di Liceo!
Vorrei proprio sapere se è solamente la penna che vi ispira orrore fra le bianche dita femminili, o se la vostra contrarietà si estende a tutte le arti coltivate da loro. Poichè ve ne sono che stonano di più. La pittura per esempio: una donna che va alla scuola del nudo... che ve ne pare? E le scultrici che si impiastricciano le mani delicate? E le violiniste? E le donne che suonano il flauto.... Che ribrezzo, non è vero? E la drammatica? Credete voi che una scena d'amore in azione non sia più dannosa alla nostra natura che una scena d'amore scritta? Bando all'arte dunque per noi, e tutte a farsi monache. O santo cielo...! ma che avesse ragione Gemma Ferruggia, quando vi diceva placidamente.... codino?
Io non lo credo, però. Non lo suppongo nemmeno. Siete troppo intelligente, troppo fervido, troppo ardito. Un codino autentico ci avrebbe detto forse le cose che ci avete detto voi, ma ce le avrebbe dette male, mentre voi ce le regalate elegantemente. Poi mi fate degli scarti! Altro che codinismo!
Gemma Ferruggia vi osserva dolcemente, sapientemente, che la donna ricorre all'arte per salvarsi dalla passione. Voi le rispondete che parla come S. Paolo e come Tolstoî; voi le dite che non trovate perniciosa la passione, l'amore, nella vita d'una donna, anzi che per voi è l'ideale della vita femminile, e che ce l'avete con l'opera artistica perchè sottrae all'opera naturale degli affetti. A me pare che parliate, voi, un poco come.... un Mussulmano. Amore libero? Quand même? ma e tutta la vostra morale?
[pg!19] Anch'io conosco delle donne oneste che non scrivono, ma ne conosco ancora più di quelle altre che... non hanno tempo di scrivere. E posso anche assicurarvi che i Don Giovanni preferiscono cercarle nei salotti, anzichè nelle biblioteche. Volete che vi confidi qual'è il vero Galeotto nella vita d'una donna? È l'ozio dello spirito. Una donna che non sa cosa pensare, pensa a far dei malestri, come i bambini. L'arte corrompe, vi ho detto; ma ora vi dico che l'ozio corrompe ancora di più.
In quanto al pudore femminile, a cui fate appello a proposito della stampa, via c'è un po' di sensibilità morbosa in tutto questo. Il pudore del pensiero! dell'osservazione! nei lavori d'indole (come avete notato) esclusivamente idealista di cui si compone la produzione letteraria femminile! Quanto credete che ci perda il pudore in una pagina, per esempio, di critica letteraria? Io preferisco di leggere in un giornale un sonetto della mia sorellina che canta agli astri il suo amore, piuttosto che di vederle certi libri sul tavolino. Il pudore ci patirebbe di più. E se proprio volete esserne i custodi gelosi, se proprio desiderate che la donna non perda un atomo del suo profumo di mammola, ebbene, allora perchè non cominciate a bandire una crociata contro le scollature?
Ah uomini, uomini! Vi piacciono i veli e il pudore delle turche, a voi!...
E vi confesso un orribile sospetto: mi pare d'aver capito che l'ammirazione di cui ci onorate scema in ragione dell'aumento del nostro peso cerebrale. Come sarà?
Ma io sono alla fine, e mi accorgo di avervi detto, più meno garbatamente, un sacco di vituperi. [pg!20] Per fortuna che siete un uomo giovane e forte e che posso risparmiarmi di dirvi pardon, anche se vi ho camminato un poco sui piedi. Che volete? Il vostro articolo mi ha messo addosso cento diavolini, e vi assicuro che se non fossi una donna che scrive, avrei cominciato oggi a scrivere per aver il piacere di potervi rispondere. Io non sono una virago, tutt'altro; ma sono una donnina che ha più coraggio di quello che pare. Poi mi chiamo Jolanda, e gli scacchi matti non mi spaventano troppo. Anzi, qualche volta, me li lascio dare apposta.
[pg!21]
[Un libro che giunge a proposito.]
[E. Zola: La Débacle.]
È un romanzo. Un volume tutto pieno di sangue e di fuoco, lanciato come un fulmine da un piccolo Giove fra la pensosa trepidazione della lunga vigilia di un migliore avvenire. È un libro sulla guerra scritto da Emilio Zola, il solo fra gli scrittori moderni, credo, che potesse adoperare l'ardente materia senza sminuirla, senza accrescerla di qualche elemento soggettivo, senza scottarsi le dita. La gente che legge non avrebbe più il diritto di lagnarsi per un anno almeno, poichè un lavoro così poderoso, così imparziale, d'un interesse così unanime basta a determinare il valore artistico d'un periodo non breve di tempo.
Quaranta o cinquanta anni fa, prescindendo dalle condizioni sociali e politiche d'Italia, un libro simile avrebbe menato chiasso; chi sa per quanti mesi si sarebbe commentato e discusso, ci sarebbero stati partigiani bollenti e avversarii ostinati; ma quell'ingenuo tempo è passato: ora nel mondo intellettuale si sbriciola con un feroce sorriso o, se l'opera s'impone, ci si abitua subito alla sua superiorità. L'ammirazione muore, ahimè, l'ammirazione che ingentiliva e metteva le ali alle giovinezze. Nulla colpisce più.
[pg!22] Pure la Débacle deve scuotere; è impossibile che non scuota. Mentre si parla della necessità del disarmo ed echeggiano ancora le voci che nei congressi domandano la pace, mentre ancora per l'aria vola come un fragrante fior di gelsomino un volumetto scritto per la buona causa da un'aristocratica mano femminile, e sottovoce ne implorano il trionfo milioni di cuori, e un vecchio Slavo sogna, con la pace, di rinnovare il mondo, ecco un brusco e involontario cambiamento di sistema, ecco la malattia curata omeopaticamente, ecco lo Zola a dimostrarci che la guerra è non solo necessaria ma salutare, ma provvidenziale, come un rimedio energico contro la putredine delle nazioni. Mi par di ricordare che il libro dovesse intitolarsi «La Saignée» — titolo che ai simbolisti sarebbe piaciuto di più e che avrebbe forse meglio sintetizzato lo spirito, non voglio dire l'intento, del volume. Débacle, «lo scioglimento — lo sgombero — la catastrofe» è meno brutale, meno... Zoliano. Del resto è con compiacenza che qui noto come il Maestro accenni a sbrattare la sua arte che resta così di un sincero e sano naturalismo ben degna di esser madre di un'arte nuova ideale. In seicentotrentasei pagine fitte non ve n'ha una che obblighi la signora che legge a velarsi la faccia; e, come osserva acutamente il Depanis nel suo sagace articolo della Gazzetta Letteraria, questa volta non bisogna attribuire la straordinaria tiratura delle copie a una ragione di pornografia.
No; la ragione, grazie a Dio, è affatto spirituale. Nessuno più ignora che il romanzo dello Zola è tramato sulla guerra franco-prussiana; si può dire anzi che romanzo non c'è: sono episodi, macchiette, figure che aiutano a ricostruire dilettevolmente e [pg!23] sommariamente la storia di quella disgraziata campagna, permettendoci di penetrare con una rara verosimiglianza nell'ambiente dell'atroce dramma, direi nei cuori. I vecchi ricordano, i giovani respirano l'aria di un passato che evapora già nell'epopea, nella leggenda: tutti poi in quest'ora, in cui gli spiriti bellicosi sono anestetizzati, vogliono osservare riflessa l'immagine dello spaventoso fantasma già lontano.
L'immagine è orribile infatti. Ora, a mente fredda, pare impossibile di averlo potuto sopportare tanto tempo; pare impossibile che si avesse a tollerarlo ancora fra noi. È ancora e sempre la selvaggia moralità dell'opera zoliana, che par derivata dalle teorie di un certo filosofo vero o immaginario di cui parla in qualche luogo il Bourget, un filosofo che consigliava agli ammalati di qualche amorazzo dei sensi la cura d'un'osservazione all'ospedale delle infermità più schifose che affliggono il corpo umano. È il rudimentale rimedio degli antichi, che disgustavano dall'ubriachezza con l'esposizione dello schiavo ebro. Forse questo libro che mette la guerra come una condizione imposta dalla natura nell'eterna lotta d'ogni giorno; che la dice necessaria all'esistenza stessa delle nazioni; che la chiama la forza mantenuta e rinnovellata dall'azione, la vita rinascente sempre giovine dalla morte; questo libro popolato di larve e scritto da un romanziere è destinato alla gloria di essere un condottiero ideale della gran crociata bandita contro la guerra in nome della civiltà.
Non ci sarebbe troppo da stupirne. Alla foglia di rosa il vanto di far traboccare la coppa. Ognuno sa l'efficacia che ebbero nei nostri moti di libertà [pg!24] nazionale gli inni del Mameli e le poesie del Berchet. I tempi sono mutati e le abitudini. Ora lo Zola col suo epico poema in prosa potrebbe essere senza saperlo, magari senza volerlo, il bardo della pace.
Poichè è impossibile di scorrere quelle pagine con indifferenza. Zola ha visitato e studiato palmo per palmo il teatro della guerra: l'illusione della realtà è quindi perfetta. Si vive negli orrori, nelle ambascie, nei carnai, nell'abbrutimento della specie umana e questo dà sopratutto la tristezza infinita dei mali che gli uomini potrebbero e non vogliono evitare; dà l'avvilimento d'una degradazione cercata, la vergogna d'un affratellamento con le razze primitive e bestiali per cui pensiero è una parola vana. È un'angoscia inesprimibile che opprime riflettendo che solamente vent'anni ci separano da quelle barbarie, da quel flagello i cui episodi sono degni di far riscontro alle scene del Terrore... È una lettura che spossa quasi materialmente per il continuo fremito d'orrore e di pietà che sospende la vita; per il coraggio vero di cui bisogna disporre per vincere la ripugnanza e la tentazione di chiudere il libro e scappar via, via nel verde, nella serenità, accanto a qualche bell'opera feconda e pacifica per dimenticare... Certi episodi non si possono leggere due volte: quello del bambino febbricitante e assetato che rimane arso nell'incendio di gioia; quello del prussiano scannato su una tavola come una bestia da macello, episodio feroce in cui par che lo Zola stesso voglia infine concedere uno sfogo a una punta inevitabile di rancore costantemente e ammirabilmente domo dalla perfetta imparzialità. Tutta l'immoralità della guerra può essere sintetizzata, in [pg!25] questa scena nella quale una donna può assistere col suo figliuoletto, passivamente, al supplizio di colui che l'ha resa madre, quasi anzi provocarlo, perchè è un nemico dei suoi, e profittare della loro reciproca posizione per vendicarsi orribilmente d'un amore, non d'uno sfregio.
Poi l'amico che uccide l'amico all'impazzata, mentre ambedue combattono divisi da un'idea; e la donnina leggera che si concede al vincitore; e le masse condotte alla strage quasi inconscie; e le speculazioni indegne; e le rassegnazioni stupide; e i sacrifici inutili; e tutta la immensa miseria, infine, della guerra che rimesta e mette a galla il limo del l'umanità.
Dei vari pregi di colorito, di andamento, di forma sarebbe lungo, e per me arduo, il parlare. Poi oramai lo Zola non si discute più: a qualunque scuola si appartenga, qualunque concetto artistico si difenda, allo Zola ci si inchina. La sua opera resterà forse sola a rappresentare la letteratura romantica francese di questo scorcio di secolo, e sarà un monumento grandioso dalla cima fiorita di emblematiche guglie rilucenti e leggiere. Ah, non gli si faccia carico di affinarsi nel simbolo! Il simbolo è un prezioso elemento d'arte per i pensatori profondi! Mi pare che l'opera zoliana spogliandosene, si spoglierebbe d'un'irradiazione luminosa, si rimpicciolirebbe in tanti piccoli circoli viziosi e terreni, mentre così assurge alla dignità efficace e grandiosa d'una teoria universale.
Non c'è bisogno d'esser molto acuti nel pensiero e gagliardi nella immaginazione per intendere la poesia suggestiva di certe vignette, dirò così, ornamentali. La vecchia incognita, lacera e scapigliata [pg!26] come una furia, che dalla soglia della sua capanna urla «vili!» ai soldati che hanno l'ordine di retrocedere, indicando loro il Reno tedesco, mentre la sua scarna persona pare giganteggiare in quell'atto; il tranquillo lavoratore che durante una sanguinosa giornata di battaglia continua imperturbabile a spingere innanzi il suo aratro giacchè «non sarebbe perchè si combatteva che le messi cesserebbero di crescere e gli uomini di vivere»: la gloriosa spada del capitano vinto, spezzata con una forza atletica dalla gracile mano d'una madre dolorosa; l'aiuola di margherite, nell'ambulanza, arrossata senza posa di acqua insanguinata fino a diventare un piaccicchiccio nauseabondo; e tanti e tanti che io sciupo citando sommariamente così.
Ancora una parola, però: un'esclamazione ammirativa per il racconto della fatale battaglia di Sèdan, racconto elaborato con sommo magistero; per la figura dell'imperatore che s'intravede a intervalli, così oggettivamente; per la descrizione del grande incendio di Parigi titanicamente grandiosa. Si finisce per avere le vertigini di quell'eterna porpora di sangue e di fuoco, di quella distruzione pazza, diabolica, vorticosa, orgiasticamente macabra; e la mente eccitata par travolgersi nel delirio del povero Maurizio, il soldato ferito, morente, che inneggia alla distruzione, all'ecatombe, come a una salutare disinfezione, come a una pasqua di vita...
Ebbene, no; gli Dei sono sazi di respirare sangue e fuoco, e non è con un sacrifizio umano che si schiuderà agli uomini la feconda e pacifica landa sognata da Faust. L'amore deve estinguere, siccome invocava il De Amicis in una vecchia e nobile poesia, questo «fiume dai vortici cruenti», questo [pg!27] «mare di lagrime infinite». Ma però si innalzi, secondo il desiderio del poeta, un grande monumento di gloria a tutti i morti delle guerre umane, e la paura di ridiventar barbari o romantici non ci faccia — per pietà — rinnegare o sminuire il bello e santo eroismo italiano dove fu.
[pg!28]
[Impressioni di un sogno.]
[Neera: Nel Sogno. — Milano, Chiesa e Guindani 1893.]
Un sogno in cui non sia che terra e cielo: il cielo cristallino, uguale, soffuso d'un calmo e un po' freddo sorriso verso la terra; le vette estreme rivolte come braccia adoranti e aspettanti verso il cielo: tutto il pallore e il silenzio e i terrori e la grandiosità selvaggia delle altezze, come in qualche vasta e gentile concezione di Shakespeare. Ecco la scena. E in questo sfondo primordiale un asceta, umile, ardente, pio, che benedice i suoi fratelli invisibili con la rugiada e gli aromi fluttuanti dei rododendri in fiore, e due fanciulle, due purezze assolute, ma l'una come l'acqua, l'altra come la fiamma. Intorno ad essi tutta la vita organica, vegetativa; in essi tutta l'elevazione spontanea del pensiero nella contemplazione mistica dei fenomeni naturali: la rispondenza immediata, come un riflesso, fra le più belle cose create e i sentimenti più casti, tendenti tutti verso l'infinito, tutti nati dallo stesso principio di adorazione. Il visibile e l'invisibile, gli aspetti e le visioni, la realtà e il simbolo insieme fusi ai confini del mondo.
[pg!29] L'autrice di questa concezione un po' insolita, una donna d'attività e d'ingegno, si domanda se l'essere umano, sbocciato e allevato così al riparo di tutte le brutture, nell'ignoranza completa del male, possa affrancarsene; ma dal fondo della storia, dall'ideale e leggendario paradiso terrestre che forse le attraversò la mente mentre ella sognava questo sogno verginale, tutto accenna mestamente di no; tutto dice che il male, l'antico avversario, è annidato come un germe mortale in noi, non fuori di noi; che è in nostro potere di arrestarne il progresso, ma non di strapparne la radice; che l'ignorarlo non sarebbe un aumento di difesa, ma un aumento di debolezza, e la inevitabile, brusca rivelazione porterebbe la morte.
Le Marie, le due gemelle, affidate quasi nasciture dalla madre derelitta all'asceta che impose loro lo stesso nome, il nome grave e soave ad un tempo, crescono come due asfodeli in quella solitaria sfera di sogno. Ma nell'una, l'ho detto, era la purezza dell'acqua lustrale, nell'altra la purezza struggitrice del fuoco. I canti e l'opera dei minatori, a piè della montagna, che sbigottiscono l'una, rivelano all'altra la vita ed essa si slancia, vi si perde, mentre la sorella muore per la sola divinazione della verità.
L'autrice, che si chiama Neera, ha circonfuso l'austero e delicato lavoro di una semplice leggiadrìa di stile che forma un insieme armonioso con l'idea. Ma non tutti, temo, l'hanno compresa. La maggioranza ha aperto il libro credendo di imbattersi in un romanzo dei soliti, un romanzo analitico sentimentale, come quelli a cui la penna industre della scrittrice lombarda ci ha abituati; poi non trovando case, nè ville, nè salotti, nè signore, nè [pg!30] sfumature psicologiche, nessun vestigio di civiltà, insomma, i più restano disorientati, scontenti, come dinanzi a una mistificazione. Invece questa opera di Neera è un'originale e aristocratica opera d'arte, la più originale e la più aristocratica ch'ella abbia scritto fin qui. Poichè il valore d'una creazione non risiede nella mole e nemmeno nell'importanza del lavoro, ma nell'equilibrio, nella completa fusione del pensiero con la parola, nel raggiungimento di quel qualunque ideale vagheggiato. Una volta lessi, non mi ricordo più dove, ma certo in un libro bello e buono, questa gran verità che dovrebbe apparire come il famoso Mane Tekel Fares sulla prima pagina d'ogni libro che s'imprende a giudicare: Non bisogna domandarsi perchè l'autore ha voluto far così invece che in altro modo: ma esaminare come è riuscito: non giudicare l'opera dal punto di vista della nostra simpatia o antipatia per quel tal soggetto o per quel tale ambiente, ma giudicarla nella luce in cui si rivelò all'autore: vedere se ha o no raggiunto il suo fine. Le parole, come si vede, sono mie, ma non importa; la massima che mi colpì è questa. L'arte deve essere libera, la critica d'un oggettivismo assoluto.
Però io penso pure che il pubblico, i lettori, hanno i loro diritti. Il diritto, cioè, di trovare qualche mano dipinta che indichi la vera via quando ci si trova fuori dalle strade maestre. Ora le prefazioni non fanno più paura a nessuno, le prefazioni non si saltano più, si leggono, si gustano e... anche qualche volta, fanno risparmiare di leggere il libro. Sul serio: quando si abbia la fortuna d'avere un'idea un po' insolita, un po' originale, e la fortuna ancora più grande di saperla esporre con garbo e [pg!31] con ingegno in pochi tratti da maestro, bisogna avere anche la compiacenza di indicarne un po' la topografia, di fare qualche onore di casa. Noblesse oblige, non c'è rimedio.
Neera potrebbe dirmi che non ha scritto per tutti, che le basta di essere intesa e apprezzata da coloro pei quali il titolo è un appoggio bastevole, ma non importa: doveva dire anche questo. Allora il volumetto elegante e severo sarebbe stato assunto in una sfera superiore, nella sua vera. Ad ogni modo, chi ha fine intelletto d'arte ha l'obbligo di ammirarlo e d'intenderlo come una musica classica religiosa, come una pagina di Bach o di Palestrina. Le ardue difficoltà dell'ambiente insolito, dell'esposizione di sentimenti primordiali, del rimanere nell'idealità senza smarrirsi nel misticismo, nella semplicità e nella purezza senza cadere nella rigidità, sono state affrontate e vinte dalla valente scrittrice con molta bravura. Ella deve aver letto a lungo i Vangeli, deve aver gustato la rozzezza sublime di quella letteratura primitiva che significava le cose più alte, più belle, più grandi che siano nella natura umana. Deve averne intesa la poesia silvestre, l'efficacia, la vera religiosità, poichè nelle umili e ispirate e ardenti aspirazioni dell'asceta passa un soffio biblico, veramente; e nella selvatica e mite adolescenza delle fanciulle ritroviamo il riflesso di qualcuna delle vergini dolci e ardenti che ridono come fiori fra le mèssi in quell'antica opulenza patriarcale. Qualchecosa di semplice, di solenne, di poetico è filtrato nello stile e nell'idea; qualchecosa di profondamente sincero: sia ispirazione, sia fede.
Ecco, per dare un saggio del bellissimo libro la [pg!32] scena più leggiadra e più ideale, quella della morte di Maria dopo la sparizione della sorella:
«Era il tramonto; le ombre invadevano la cameretta, ed ella non aveva voluto che si accendesse il lume. Davanti alla piccola finestra la neve scendeva lenta.
«— Padre, recitami le litanie della Vergine.
«Egli incominciò.
«Nella luce crepuscolare, con quell'uomo inginocchiato per terra, con quella fanciulla che moriva, la bellissima fra le preghiere acquistava un fascino soprannaturale. Ad ogni versetto Maria rispondeva col semplice movimento delle labbra, calma ed assorta in una visione interna. Come al prete mancava la voce per lo strazio, ella gli pose la mano sulla spalla, quasi a confortarlo, ed egli continuò. Giunto alle parole Virgo fidelis, un singhiozzo gli spezzò la voce.
«Oh! era ben lei la vergine fedele, la vergine martire del proprio ideale, l'ermellino che non sopravvive alla macchia! Virgo fidelis, riprese due o tre volte nell'esaltamento del proprio dolore; nè altro aggiunse, ed ella non lo richiese.
«L'ombra diveniva sempre più nera. Egli fece un movimento per accendere il lume, ma la mano posata sulla sua spalla lo trattenne, e, mentre cercava di distinguere al buio il dolce viso, Maria disse:
«— Quanta luce!»
————
La morte di questa fanciulla immacolata come un giglio, il suo seppellimento sulla più alta vetta, nella neve candida che velava la terra e riempiva lo spazio, hanno un carattere simbolico in cui lo [pg!33] spirito si diletta e si raccoglie. Lo svolgimento graduato delle emozioni e dell'amore nell'altra Maria, è pure reso a tratti delicati e sicuri, da artista. D'un'elevatezza d'apostolo e di martire sono tutte le aspirazioni e i pensieri dell'eremita rivolti a Dio.
————
«.... che cosa egli aveva fatto? Aveva creduto di poter compiere da solo quello a cui non riuscirono milioni di martiri e di eroi, quello che Dio non permette ancora. Aveva creduto di allontanare ogni male dalle sue pecorelle, tenendole lontane dal mondo, quasi Egli non fosse laggiù come Difensore e dappertutto come Punitore».
Così l'atto d'umiliazione lo quetava, e come un eroico neofita dei primi tempi, questo martire spirituale finisce per benedire la mano che lo flagella, per trovare nel suo dolore, come i veri eletti, il sublime marchio dei privilegiati, un elemento di perfezione:
————
«— Colpitemi ancora, ancora, mio Dio, e fate che il mio cuore arda d'amore per Voi, poichè non nell'appagamento sta la perfezione, bensì in un crescendo di ardore. — »
————
E il sogno cessa a questo triste e sublime matutino...
[pg!34]
[Poeta o Scienziato?]
Mentre quasi tutti i giornali letterari fanno a gara per innalzare in un'apoteosi sfolgorante Camillo Checcucci e il suo poema della Vita, il Fanfulla della Domenica ci fa una risatina su e gli volta le spalle. Anche elevando la risatina e l'atto all'ufficio salutare dello schiavo antico dietro il carro del conquistatore, dispiace di non vederne ammessa la discussione da uno dei giornali più simpatici d'Italia. Oh, bel paese, dalle facili ebbrezze e dai facili disdegni! bel paese in cui ogni giorno spicca il volo e... si tuffa un Icaro, sei pur adorabile coi tuoi novi entusiasmi di nazione ardente e giovinetta! Intanto la novellina di Cornelio Lapide e l'esempio dell'Alfieri che qualcuno tirò in ballo per questo poeta emergente dalle ombre, mi sembrano abusi d'un effetto di gran cassa in una marcia, sia pure trionfale. E innanzi tutto è proprio vero poeta il Checcucci? poeta nell'anima, nella fantasia, nelle sensazioni, nelle divinazioni? o piuttosto la poesia non è in lui che la fodera del geologo, dell'ignologo, dell'areologo, del naturalista?... Egli sale, è vero, a vertiginose altezze, e si immerge nei bagliori di atmosfere luminose; ma vi sale in pallone: non coll'ala libera e poderosa; ed assai spesso mentre l'anima [pg!35] e lo sguardo saturi di quei splendori provano la voluttà del dissolversi nell'infinito, una cordicella che si strappa, un sacchettino di zavorra che cade, una valvola che sibili ci ricordano che viaggiamo sull'aria per via di combinazioni fisiche e non sul mantello di Mefistofele o sull'aquila di Giove. Fa tristezza ed ira cadere così da un bello squarcio di lirismo in una frase giuridica o in una fredda formula tecnica di chimica e d'astronomia; e al moltiplicarsi degli esempi, incalzanti verso il fine, si arriva a far un atto d'impazienza e concludere che la Vita del signor Checcucci è un delirio scientifico, uno di quei deliri splendidi e tremendi che il Lombroso potrebbe additarci come affermazione di qualche sua teoria: — o, — più fantasiosamente, balena l'idea di un incubo punitore cagionato da un rimorso: per esempio il rimorso d'aver abbandonato una professione per un'altra, ambedue poi cozzanti e soverchiantesi nel sogno.
Citare è difficile per la copiosità della vena poetica, abbondanza inevitabile forse per un poema cui «poser mano e cielo e terra». Un'immagine delicatissima; Shelleyana — un po' troppo Shelleyana anzi — è questa nel Canto del Regno Vegetale:
E tu m'affida, o gracil sensitiva,
Chi vesta in te sensibile persona,
Chi teco tremi nelle tue paure;
E se del viver mio tu pur sei viva
Vieni e allevia alle mie le tue sventure.
e quest'altra ardita e assai bella, nello stesso canto parlando ai fiori:
Ma quando il triste inverno e gli uragani
Vi sfrondano gli steli,
[pg!36]
E quali aperte mani
Volan le foglie a scongiurare i cieli,
Allor mi vince una pietà profonda
Come d'un volgo preso da terrore,
E qual piovesse vittima ogni fronda,
Conforme ai rami mi si schianta il cuore.
E alla terra parla così:
. . . . genuflesso sulle tue rugiade
Vedrò che gioie alle muscose rocce
E che conforti infonda all'arse biade
La fresca carità di quelle gocce;
Verrò le notti ad arrestar per l'ombre
Gli odorosi messaggi
Spinti alla luna dalle tue vallee
E a spiar l'amor suo calar sui raggi
E l'amor tuo salir dalle maree.
Emanazione di poesia fresca e gentile: come questa al Fuoco è davvero una vampa scoppiettante, striata, gagliarda:
Eccola; scocca e vola
Miracolosa, indomita e possente
L'elettrica scintilla
Che scatta al mondo la vittoria e leva
Dall'agitata argilla
Le fiamme dei metalli e gli occhi d'Eva.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Dai fatui fuochi all'albe nebulose
Balza, lampeggia e crea,
E ardendo cuori e cose
Nei soli è luce e nelle teste idea.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ed io l'invoco con la testa ignuda
Questa tremenda dia
Che brucia a baci e a spasimi si dona;
Penetri stimma nella carne mia,
Paga se solca d'un suo raggio santo
La croce del dolor da dove io canto.
[pg!37] Dal mare dipinge più efficacemente i tumulti che le immensità:
E quanto più sollevi le procelle
Ad insultar gli scogli;
Tanto maggior la tua tristezza pare,
E fra loro accenandoti le stelle,
Ti chiameranno l'astro dei cordogli.
Ma va' per l'universo a dar l'allarme
Col tuo tetro fragore
Come in tempesta stormo di campana.
E sia quel verbo ansante di dolore
L'eco fedel d'ogni sciagura umana.
Cantando l'aria, accenna ad intuirne fantasticamente, e ne rende qualchevolta magicamente, le fluttuazioni frementi di vita e piene di mistero:
Spiriti esulta il regno tuo, vanenti
Divinità camminan le tue sfere;
Son limpide città d'ombre viventi
Queste sul capo mio tacite sere?
Non forse ospiti in seno
L'anime che migran dai petti umani
Ferme sull'ali a scongiurar l'oblio
Dai consueti mani,
Sospese in te fra il camposanto e Dio?
E quando sui sopiti
Sfiorano i sogni ed erran le visioni,
È forse allor che quei poveri estinti
Tentan parlare ai vivi...
E così dopo i quattro elementi il Checcucci ci canta i tre regni della natura, poi l'Uomo, il Sole, l'Atomo, l'Etere, la Materia, la Forza, e Dio; e quasi tutti i canti hanno un corruscare multicolore di gemme e si svolgono in fili d'oro. Ma, purtroppo, [pg!38] quasi in ogni canto c'imbattiamo anche in versi di questo genere (parla all'Universo):
E come tu combaci ed utilizzi
A governar gli empiri
Senza sbilanci e senza incagliamenti,
o come questi, che fanno agghiacciare il sangue:
Chi sa da dove è emerso
Per capillarità di sensazioni
Questo respiro....
oppure:
Han le carezze dell'amor gli artigli
E la maternità dai marsupiali
Insegna al mondo a palpitar sui figli;
od anche, parlando all'uomo:
A tutte le convalli e tutti i mari
Rapisti i sali, i fosfori, e gl'incensi
E son tuoi tributarî
Tutti i vissuti a ingentilirti i sensi.
E intanto quei «tributari» richiamano alla mente le tasse e l'esattore con una lucidità spaventosa. L'uomo è proprio il più maltrattato dal signor Checcucci. Un po' più giù lo consiglia a tracciar sulla creta:
L'itinerario delle tue sventure;
gli dice di costringere i cieli
A imbeverar d'elettrico le valli
[pg!39] concludendo che la vaporiera
. . . . . . ridestrutto nel torace il sole
Il suo monarca rapida trascina.
Inoltre il Checcucci dimostra una certa predilezione per le similitudini... come chiamarle? sociologiche?... tendenza allarmante in un poeta; e canta le sponde colonizzate dai baci del sole, i pianeti in sodalizio di pietà, la nazionalità dei mondi, le teorie, ruggenti entro i vulcani (teorie persuasive!) la fratellanza dell'universo, i raggi delinquenti e i lampeggi degradati, l'assemblea torrida, l'atomo che non presenzierà più «dei cieli al gran lavoro» l'umanesimo dei cieli, il genio collettivo ecc.; poi da sociologo diventa impresario e sogna
I drammi dell'amore
Rappresentar nella platea dei cieli
Maestro il tempo e metodo il dolore
avvertendoci però del suo temperamento un po'...... nervoso, poichè l'energia che rattiene gli atomi componente il suo corpo gli
.... apre in solchi elettrici le vene
E in batterie magnetiche il costato.
Ancora, nel canto: Forza e Materia, ci ammanisce versi come i seguenti:
Tanto chi ozia, quanto chi lavora
Per vie segrete fatalmente crea.
Tramonta il sol, ma dura l'afa ancora,
Muore la testa ma riman l'idea,
In tutta questa universal famiglia
[pg!40]
Non siamo che congiunti
Dal tempo per l'abisso spatriati,
Dispersi in cielo a grumoli di punti
Economicamente utilizzati.
Ecco: che questo sia linguaggio da buon padre di famiglia è indiscutibile; ma da poeta poi... avrei i miei dubbi e non pochi. Dubbi che si fanno giganti udendolo riprendere più avanti sullo stesso tono che
Nel gran tesoro della creazione
Ogni tormento tuo sarà quotato:
E perchè il bello e il buono
Possan compire la loro evoluzione
Fa d'uopo al ciel che venga utilizzato
Ogni tuo pianto ed ogni tuo perdono.
E in un altro punto, chiamandoci con un sonoro «Quà, quà» che fa venir voglia di cedere il passo agli anatrotti, fra le tante belle cose che ci promette, trovo anche questa:
Annunzio ai proletari
La carità dei codici venturi
Sfamati, a domicilio, dagli armenti
E annunzio ai nascituri
Come parlar coi fuochi ai firmamenti.
È uno sgomento, Dio buono! E vado domandandomi con melanconico rammarico come mai un verseggiatore che ha saputo pennelleggiare così finamente e così grandiosamente certe alate visioni, sia poi caduto in queste goffaggini che mutano le iri variopinte in un abito da Arlecchino e farebbero diventar monella una suora di carità. — Perchè quell'insistenza sul verbo mugliare, insistenza che ci [pg!41] trasporta troppo spesso vicino alle... cascine? — Perchè quella predilezione per un'immagine già sfruttata completamente dal De Amicis in un verso solo della sua migliore poesia «Come vorrei morire» nell'ultimo splendido verso:
«Col sole in fronte ed una palla in core»
dopo il quale, tutti questi del signor Checcucci: «Col fuoco ai fianchi e con la luce in testa», «Col genio in testa ed il coraggio in cuore», «Con la porpora ai labbri e il riso agli occhi», «Coi cori a rango e coi vessilli in testa», ecc. non sono che parodìe? Peccato! Forse se il poeta della Vita si contentava di cantarci i miti e le leggende e i simboli degli elementi, dei regni della natura, dei paesi del sole, invece di farci della cosmogonìa, della cosmologia e dell'archeologia da trattato scientifico, l'Italia esulterebbe oggi per una originale e artistica creazione di più. Così come è, i bei versi vigorosi, iridati e fluenti cingono un'aureola al loro cantore: ma temo forte che i vapori terrestri, stagnanti, finiranno per offuscarne la luminosità. In alto dunque, e voli: abbracci un po' meno e idealizzi un po' più e perdoneremo volentieri all'angelica farfalla di non essere un elefante. Dal grandioso che sbalordisce, al grottesco che attira il frizzo, il passo è così breve!
[pg!42]
[Per colpa di un Poema.]
Credevo proprio di non parlarne più. Ma poichè un'amabile quanto valente scrittrice ha voluto ricordarmi, a proposito di Cammillo Checcucci e della sua Vita, mi sento tentata di aggiungere una parola in coda all'argomento.
Qualche mese addietro, appena letto il volume, dissi ad alta voce le mie impressioni nella Battaglia Bizantina, e le intitolai così: «Poeta o Scienziato?» La risposta mi veniva da sè; me la dava l'eco dell'ultima parola. Ora la signorina Gianelli, invertendo appunto forse per ragione d'eco la domanda, mi grida: — Poeta, poeta, poeta. — Vediamo un po'.
Ricordo che mentre m'accingevo con gioia a far la conoscenza di questo nuovo astro, che per il fervore dell'entusiasmo di molti pareva destinato a impallidire il sole, mi venne fra le mani un periodico fiorentino che fra un coro di lodi riportava un brano del poema. Era una parte del canto alla Terra. Ebbene, mi ci accostai con una specie di reverenza, come ogni volta che so di stare per essere iniziata al culto d'una nuova manifestazione del bello; lo lessi, lo rilessi, con un'attenzione quasi religiosa ma ahimè, dopo non mi trovai nel cuore e nella mente che l'interrogazione fatale: — Sta tutto qui? — E [pg!43] questa interrogazione, allora forse un tantino imprudente, mi assediò anche terminato il libro che chiusi triste per la delusione. Al solito. Fuori di qualche ispirazione felice, specialmente nei primi canti, io non trovai, confesso, che aridità, che monotonia, che goffaggine, che... presunzione. Delle immagini leggiadre, degli squarci lirici efficaci, degli accenti delicati, dissi tutto il bene che potevo; sul resto risi. Un poeta a cui è balenato il concetto colossale di un poema sulla Vita, che ha domandato la sua ispirazione agli elementi, alle forze, a Dio, doveva darci qualche cosa di più, doveva dirci qualche cosa di nuovo, doveva farci entrare nel mondo riflesso dalla sua fantasia e non trascinarci in una faticosa spedizione geologica, facendoci inciampare nei ciottoli ad ogni momento. Non ho dimenticato ancora certi marsupiali, certe capillarità di sensazioni, certi sbilanci e certi incagliamenti.
«Il poeta», dice uno degli ingegni più chiari e più penetranti d'Italia, il Nencioni, «il vero poeta, non è un sognatore ma un veggente,» ed io gli faccio eco con intima convinzione. Un veggente, sì; egli deve aver lo sguardo più acuto di noi e l'orizzonte più vasto; egli deve fissare e discernere ciò che non è che una fluttuazione iridata e luminosa ai nostri occhi; egli deve sviscerar l'anima delle cose e intenderne il linguaggio arcano: intuirne il simbolo, e senza enumerarci le sfere celesti farci sentire con una parola tutta l'immensità dell'infinito, evocarci con un'immagine tutto un mondo di larve e di splendori; richiamarci, con un metro o con un'intonazione, le visioni delle età passate; farci respirare, insomma, l'aria dei secoli e illuminarci di tutte le luci e avvolgerci di tutti i colori. Oh, non [pg!44] chiediamo al poeta il perchè delle cose; l'analisi svela e distrugge; la poesia deve afferrare complessivamente gli aspetti, i sentimenti, per farsene un'anima e rivestirla poi di tutti gli splendori dell'idealità. E sempre dall'alto, qualunque soggetto ci svolga, storia leggenda, ci canti le sinfonie della natura o le battaglie del cuore.
L'estensione non fa l'altezza, la vastità di un concetto non fa l'opera d'arte. In nessun'epoca, credo, si fece tanto spreco di grandiosità come nel seicento; parole, monumenti, pitture, vita, tutto doveva essere grande, magnifico. E quanto orpello invece! quanto presuntuoso barocchismo! Che abbondanza opprimente di materia, che assenza malinconica di classica sobrietà!
Mancava l'essenza, quell'essenza che ho cercato invano fra i quindici canti che compongono il poema della Vita; quell'essenza che deve scorrere sotto la trama d'un'opera d'arte come una linfa vivificatrice, che dà freschezza, e intensità, e vigorìa, e tumulti fecondi. Che m'importa se sono quattro versi invece che quattrocento quelli che mi dànno la divinazione dell'infinito o che mi fanno piangere sulle lotte degli umani? La corda ha vibrato, l'emozione artistica o del sentimento c'è; basta. Io preferisco un piccolo bronzo di Jerace alla torre Eiffel che ha sbalordito mezzo mondo. Questione di gusti.
E voi stessa, signorina, che difendete l'autore della Vita, non potete trattenervi dal convenire che accanto alle bellezze che io pure riconosco, v'è nel poema «l'ampollosità che affanna e la minuzia pedantesca che agghiaccia. A profondità filosofiche, dite, seguono declamazioni, in cui il pensiero diluisce; agli slanci più arditi, ai più vigorosi colori, [pg!45] alle grazie più schiette dell'arte, sono spesso vicini subentrano lunghi periodi intralciati, che accusano la preoccupazione ed hanno quasi l'aria di bisticci scientifici.» Ebbene, a me pare che ce ne sia abbastanza per distruggere il poeta. Come volete che la poesia alata, eterea, inafferabile e luminosa, e ingannatrice come il regno della fata Morgana, non dilegui all'apparire della scienza, che ci avverte di tutte le menzogne, che ci mette in guardia contro tutti gli incanti, che ci sveglia da tutti i sogni?
Un poema scientifico per me è una contraddizione, un paradosso. Si reggerà se la scienza si personifica in larve fantasiose come nel Faust di Goethe, in spiriti smaglianti come nel capolavoro dantesco, (lasciando dormire i genii) se si diffonde nel panteismo, come nei versi puri e freddi del Marradi, oppure se diverrà favola come in una delicata creazione di Alfredo Baccelli. Ma un poema cosmogonico e solitario come quello del Checcucci, in cui non si sente che la sua voce come quella di Dio, durante i sei giorni della Creazione, non può che trascinarci sotto il suo peso soffocando in sè ogni melodioso accento di passione, frenando ogni volo, spegnendo bagliori, ottenebrando l'immensità. Poi, che ne dite voi, signorina, voi l'autrice elegante di tanti versi armoniosi, fra cui non dimentico certi «Fiori d'Arancio» fragrantissimi: che ne dite di certe trascuraggini di forma che accuserebbero la fretta, se non si sapesse anche troppo che la Vita costò sei anni di lavoro al suo poeta? di certe ripetizioni, stucchevoli, d'immagini e di vocaboli? di certe parole così barbare, così barbare che fanno accapponar la pelle come lo stridere d'una lama sul vetro?
[pg!46] Cuore e fede, cara signorina, possono fare un galantuomo, ma non bastano per formare un poeta. Del resto che importa? meglio per lui e per noi. I galantuomini sono così rari! e dei poeti ce ne sono tanti...
[pg!47]
[Aspettando un Alessandro.]
. . . . . un Alessandro, sì, o meglio forse nel caso nostro un'Alessandrina, che col suo bravo paio di forbici (arma più umile, ma qualche volta più spiccia della spada) venisse a tagliare il nodo Checcucciano intorno al quale da troppo tempo la signorina Gianelli ed io stanchiamo le mani delicate.
Se al silenzio non si potesse dare che un'unica interpretazione, starei zitta e addio; ma si ha un bel indorare il silenzio; tacerà sempre chi non sa più cosa dire. Veramente gran che di nuovo da dire non l'ho più neppur io; feci le mie considerazioni e ridissi le mie impressioni come la signorina Gianelli fece e ridisse le sue. Ora vorrei solamente domandarle il permesso di stenderle non la mano, ma tutte e due le braccia, per ringraziarla del troppo bene che disse di me e della simpatia di cui mi onora; vorrei dirle il desiderio di vederla qui in una poltroncina, accanto alla mia, nella beata solitudine del mio salottino di studio, per continuare la nostra polemica in tutta intimità e difendermi dall'accusa d'incoerenza, che con un garbo tutto femminile mi fa più intuire che leggere fra le sue righe cortesi.
No, cara signorina Elda, non ho mutato opinione, l'ho solamente accentuata e forse per quel cattivo [pg!48] vezzo d'ostinarsi vieppiù nel proprio parere, magari di esagerarlo, quando insorge qualcuno che vuol dimostrarci il contrario. Parlando subito di quel libro, fresca di lettura e trovandomi contro al gusto dei più, non osai, confesso, di impancarmi a dir crudo e netto il mio parere, come lo spifferavo al piccolo crocchio dei miei amici, ma vi gettai su un velo di dubbio, abbastanza trasparente, mi parve per farlo conoscere a chi lo voleva intendere.
Ora che non temo più l'immaturità delle mie impressioni, ora che la falange partigiana dell'astro novello non s'è accresciuta, non solo, ma si sfronda di molte illusioni; ora con voi, signorina, e in un giornale di signore, mi attento a togliere quel velo e a confidarvi all'orecchio che l'autore della mastodontica Vita, secondo il mio umilissimo modo di vedere, non è niente affatto poeta, che qualche emanazione di poesia fresca e gentile e il corruscare di gemme e i fili d'oro e tante belle cose che scovai esultante fra i fossili della Vita, e anche i bei versi vigorosi iridati fluenti, di cui feci perfino al signor Checcucci un'aureola (badate; scrissi i bei versi per distinguerli da... quegli altri del poema), tutta questa fragilità in sboccio, insomma, — il fummo del ruscel di sopra aduggia — e, come io temevo, ora un po' di lontano, stempera tutto in una tinta greve e monotona di cielo piovorno.
Non dallo scienziato scorgevo io sprigionarsi il poeta, ma ascoltavo con malinconica curiosità lo scienziato delirare, poichè, persuadetevi, signorina, anche agli scienziati è permesso di aver il delirio qualchevolta, e fantasticavo monellescamente (non lo dimenticate!) su un incubo punitore cagionato dal rimorso di aver abbandonata una professione [pg!49] per un'altra. E se dissi che il Checcucci, prendendo il suo soggetto da un diverso lato e con diversi intenti, sarebbe forse riuscito a donare all'Italia una artistica creazione, non lo dissi perchè avessi riconosciuto in lui, come voi dite, la stoffa del poeta, ma per misurare la distanza che lo separava da un supposto poeta vero. Se l'autore della Vita, prese il suo soggetto da quel lato, gli è segno che lo ha sentito così. Se la Vita non fosse la Vita, Checcucci non sarebbe più Checcucci. E perdonatemi il bisticcio.
Ancora: perchè, signorina, non volete ricordare accanto alla mia ammirazione per le bellezze che mi vanto di aver spigolato nel vostro prediletto poema, le impertinenze che mi scivolarono dalla penna? Perchè non ricordarvi del mio sconforto per quelle nubi che salivano, salivano, togliendomi ogni illusione d'azzurro? non ricordarvi delle mie nervose impazienze crescenti fino a risolversi in una risata irriverente? perchè non ricordarvi che lo collocavo, più volentieri fra i buoni padri di famiglia che fra i poeti, udendo parlare di grumoli di punti economicamente utilizzati: — dite, perchè?
«È uno sgomento, Dio buono, (finivo guardandomi intorno fra le rovine), e vado domandandomi con melanconico rammarico come mai un verseggiatore che ha saputo pennelleggiare così finamente e così grandiosamente certe alate visioni, sia poi caduto in queste goffaggini che mutano le iridi variopinte in un abito da Arlecchino...
«.... In alto dunque, e voli; abbracci un po' meno e idealizzi un po' più, e perdoneremo volentieri all'angelica farfalla di non essere un elefante. Dal [pg!50] grandioso che sbalordisce al grottesco che attira il frizzo, il passo è così breve!
Così finivo la mia succinta recensione nella Battaglia Bizantina, e così ripeto ora e non vorrei ripeterlo solamente a voi, signorina, ma a coloro che credono che pur di far dello spirito si rida scioccamente di tutto. Qualche volta si ride per non piangere, e ci sarebbe proprio da piangere se si pensasse un poco alle nostre condizioni letterarie d'Italia, e come dal vecchio seicento e dalla giovine America s'annida in modo allarmante fra noi la mania del concettoso, dello stracarico, dell'enorme, dell'immane. Tutti si fermano a guardare l'orso che balla, pochi a meditare sulla variopinta meraviglia di un insettuzzo che vola!
Oh, no, gentile Elda, credete, credete a me, non è un mito il poeta quale tentai di dipingerlo, nè dovrebbe essere un taumaturgo; basterebbe che fosse un poeta e non un verseggiatore, basterebbe che appunto si trovasse a disagio in un secolo come il nostro che voi chiamate a ragione positivo, scettico, investigatore; basterebbe che non sapesse il peso specifico del sole, ma che si prostrasse ad adorarlo. Potrei fare la scommessa che un vero poeta (e grazie a Dio, sebbene scarsi, ne conosco ancora), un vero poeta non scriverà mai una sola delle parole dotte che il Checcucci mi ha insegnato. La scienza, questa spietata carità, ci darà faticando dei versi, dall'ignoranza popolare fluirà essenza vera di poesia. Omero non sapeva come fosse fatto il mondo, e Dante ha detto degli strafalcioni astronomici. Non lo dimentichiamo.
[pg!51]
[Sfumature.]
(dal diario di Maria)
1 Gennaio 189...
Quanti potranno intendere questa mia manìa delle sfumature? le sfumature che si insinuano, si dilatano, avvolgono, s'addensano dappertutto senza occupar troppo spazio, senza risvegliar troppa critica, senza determinare nulla? le sfumature che non si pesano sulla bilancia della esistenza e che, forse per questo, si trovano distribuite così poco equamente! Talvolta io penso che cosa sarebbe il mondo dell'arte, del pensiero, dell'azione, senza le sfumature che fondono, che adornano, che ammorbidiscono, che smorzano o ravvivano previdentemente. All'arte danno ora la divinazione, ora l'eleganza, o la verità, o l'umorismo, o il patetico nella più delicata ed alta efficacia; nel pensiero sono l'analisi, l'intuizione, la finezza, il profumo — ricchezza e travaglio dei pallidi abitatori del regno spirituale; nella vita, oh nella vita quanto bisogno di sfumature! esse sono la parola amabile o generosa o conciliativa venuta a tempo; sono la carità d'un silenzio e d'un sorriso; la cortesia che ammanta l'indifferenza e la noja; le attenzioni e la riconoscenza verso chi ci vuol bene; tutto ciò insomma che forma l'aureola della femminilità.
[pg!52]
11 Gennaio
È la stagione delle lunghe serate. Non ne diciamo troppo male. Gli affetti e le dolcezze del focolare si avvivano come le stanze all'accendersi dei lumi dopo il livido svanire dell'ultima luce. Gli ambienti sono più tepidi, gli spiriti più gai. La solitudine stessa nelle sere d'inverno, si riveste d'un colore d'austerità feconda che la rende meno triste. Non è come in certi tramonti di primavera o d'autunno, in cui l'anima indocile ai legami della volontà migra in alto insieme alle nubi di rosa e di viola per tornare più mesta, più solitaria più infelice. Nelle veglie invernali ci si accomoda nell'angolo più simpatico del salottino, e là, protette dalla penombra raccolta del gran paralume, si scrive. Sia all'amico venerando, alla sorella giovinetta, al figliuolo collegiale, al fratello, alla madre, ma le nostre lettere devono portare una forza, un sorriso, un esempio, un pensiero, una fede... Qualchevolta è un libretto che esce dalle misteriose profondità della scrivania — un libretto come questo, dove si notano da anni le impressioni, i pensieri, i libri letti, i versi preferiti, i progressi morali e intellettuali dei figliuoletti che sbocciano al nostro alito amoroso... È un'utile abitudine; insegna a pensare, ad analizzare, a determinare; poi è una pallida conservazione della vita passata che non svapora del tutto, chiusa così in essenza fra le pagine. Ma per far ciò fruttuosamente, occorre sopratutto la sincerità; una sincerità acuta, spietata, che disgombri affatto la coscienza dalle nebulose fra cui si vizia e si falsa. Bisogna avere il coraggio delle contraddizioni, dell'opinione intima, che è quasi sempre la più timida, della rigidezza [pg!53] per le fantasticherie e i languori; bisogna pervenire allo sdoppiamento completo di sè; foggiarsi e alimentare in noi un piccolo giudice giusto ma supremamente severo. Allora il libriccino diventa una specie di controllo morale, e solo allora un consigliere efficace.
Io aspetto con delizia le sere di solitudine per dare l'ultima mano alla novella, all'articolo, per trionfare d'una pagina ribelle, per incominciare un lungo e più arduo lavoro. Alla sera i bambini dormono, i parenti, gli amici, i servi non interrompono — si sa che nulla reclama il nostro intervento, si sa di potersi abbandonare con pieno diritto e dedizione totale all'opera faticosa e gentile. E nel gran silenzio che si addensa intorno, balenano copiose le idee, e scendono in raggi fecondi nell'espressione agile ed efficace. Si scrive, si scrive, si sogna senza dormire, si vive con persone che non si conoscono, che non esistono, ma che si agitano e soffrono e vivono e parlano animati da noi, figli del nostro dolore, quasi sempre. Poi ad un tratto uno scricchiolio, un suono, una voce ci scuotono, si guarda l'oriuolo e sfugge un'esclamazione di meraviglia. Già terminata la sera? E ci troviamo nel cervello un capriccio di meno e qualche idea di più.
12 Gennaio
Giulia mi ha detto che non tutte le signore possono usare del magico specifico, cui accennai ieri, per occupare il tempo. Certo; ma molte però possono impiegarlo vivendo nello spirito dei sommi che nella solitudine scrissero per la solitudine. Tutte poi possono procurarsi il sano diletto intellettuale [pg!54] di leggere un libro che non sia dei soliti romanzi e neanche un arido sfoggio di erudizione. Uno di quei libri di cui non scarseggia la moderna letteratura italiana; che aiutano a formarsi criterii e gusti proprii, e che ci permettono di seguire con discernimento, oltre che con amore, gli studi dei nostri figliuoli.
E il pianoforte non è un potente ausiliario nelle sere di solitudine? Si può suonare tutta la sinfonia o la suonata classica, o la «fuga» senza annoiare nessuno: si può ripetere a sazietà e canterellare anche, senza giudici incomodi, la pagina preferita dello spartito; si può umilmente eseguire degli studi e pazientemente compitare il pezzo di musica, senza fare in presenza di testimoni la parte di scolarine.
E i lavoretti destinati a una persona cara, che non devono essere veduti da nessuno, proprio da nessuno? E le sorprese per i bambini? i raffazzonamenti segreti all'abito e al cappellino per una data circostanza? L'esercizio delle lingue straniere? L'adornamento nuovo per il salottino o per la tavola da desinare? E i corredini, i corredini per i piccoli incogniti che si aspettano dal regno dei sogni e che le mamme amano preparare nel raccoglimento, quasi sgomente d'uno sguardo indifferente, come d'una profanazione?
Oh, no, no: sono gli uomini i più da compiangere nelle sere di solitudine, non noi!
14 Gennaio
Ho prolungato la passeggiata sulla via maestra più del solito, oggi. Tornando, vedevo qua e là nelle case le finestre basse illuminate. Allora ho pensato [pg!55] che le famiglie numerose e casalinghe sanno veramente, esse, tutta la mite bontà delle serate invernali. Sparita la bianca tovaglia, il tappeto si popola di cestelline, di libri, di cartelle, di giornali, di giuochi. I bambini fanno gli ultimi schiamazzi prima di sedersi a fare il còmpito di scuola o di andare a letto. Il nipotino più assennato o la signorina più amabile, si accingono a far la partita alle carte colla nonna. Gli uomini accendono il sigaro, le signore si scaldano un momento in crocchio al caminetto, prima di mettersi alle loro occupazioni serali. È il momento delle discussioni, delle chiacchiere vivaci. L'ultimo numero della rivista letteraria o del giornale di moda circola; le testoline si accostano, i nasi maschili s'intromettono, le celie impertinenti volano. Qualche mamma, sola, rimane un momento in silenzio, con le braccia conserte e la fronte china, pensando a un caro lontano; qualche volta è l'immagine d'un perduto che passa nell'attimo silente, nel sospiro, nell'eloquenza d'uno sguardo...
15 Febbraio
Ho letto un sublime lavoro di Edoardo Schurè: Le drame musical. La prima parte tratta dell'estetica nell'arte in generale; la seconda è quasi tutta occupata dall'opera Wagneriana. Ma non è punto inaccessibile nè gravoso. È un ricamo che uno fra gli ingegni più illuminati dei nostri tempi ha voluto fare sulla trama di tutto il bello, fiorito da secoli nelle immaginazioni colorite dai tempi. Un lavoro di mago sulla concezione d'un titano. Ah che bellezza! Le favole diafane e leggiadre dell'antica Grecia ci passano sul capo, e le danze e l'armonia. [pg!56] È un'accolta di genii e un mite raggiare di larve del loro pensiero: Dante e Goethe, Palestrina e Beethoven, Shelley e Virgilio, e finalmente Wagner nell'impero dei suoi fulgidissimi sogni. L'opera Wagneriana dopo la lettura del secondo volume composto dell'analisi di ogni suo dramma, diventa comprensibile e facile anche ai non iniziati alle sfere superne del divino mondo della melodia. Trascrivo dal volume I, dal capitolo della danza primitiva e l'epopea:
«Tandis que les peuples montagnards ont vu apparaître le cortége de Pan et du divin Dionysos, les peuplades maritimes se sont familiarisées, dans leurs courses avec le cycle des divinités voluptueuses ou tristes, rêveuses ou enjouées de la mer. Chose étrange, les plus aimés de ces dieux, ce ne sont pas toujours les plus puissants, mais ceux qui meurent jeunes et beaux, ceux qui fascinent et qui tuent. C'est le bel adolescent Adonaïs, aimé d'Aphrodite, qui meurt déchiré par un sanglier, mais qui renaît tous les printemps avec la floraison; c'est Attis qui se suicide dans un désespoir d'amour et dont le sang répandu sur la mousse refleurit en violettes; c'est Hylas, ravi par les nymphes des sources; c'est surtout l'étrange et significative Proserpine, qui symbolise le décevant mystère de la nature, son ardeur de destruction et de résurrection, la mort éternelle dans la vie, et la vie éternelle dans la mort».
2 Marzo
Le giornate si allungano, pigramente, lentamente, ma si allungano; in certe ore si può spalancare le finestre al sole dimenticando la stufa, od uscire a pigliarselo. Gli alberi sono ancora rigidi e muti, [pg!57] l'aria sgarbata, ma in certi riflessi più vivi, in certe ondulazioni più dolci, in qualche corolla bianca di margheritina, c'è già la promessa della primavera; come nello spesseggiare dei spiragli luminosi sotto le nere gallerie che forano le montagne, c'è la speranza dell'aperto, della liberazione. Ah! la luce! — pensano con un profondo sollievo i viaggiatori guardandosi in faccia. Ah! la vita! — sospirano gli umani, malinconici viaggiatori anch'essi, e ad ogni schiudersi annuale di gemme, è una sorpresa e un sorriso come dinanzi ad una inattesa concessione benigna del rigido Destino.
17 Marzo
Ho scoperto dei tesori in granaio. Uno sgabello imbottito di cuoio, una lucernina, una ròcca, un cofanetto e una cornice rococò. Ho trovato delle ragnatele, della polvere, dei topi, ma non ho indietreggiato; — avevo un coraggio veramente da esploratrice. Oh dolce e fine poesia dei granai, ben io tutta ti sento! La poesia dei tetti a grondaia e dell'accavallamento misterioso e pauroso di travi; la poesia delle finestrette a fior di terra, dalle quali si scopre un nuovo orizzonte, e le scalette pericolose che menano agli abbaini soleggiati, dal fascino strano, austero e selvaggio; e i vecchi quadri accatastati che vi guardano dalle pareti; visi o scene che l'ombra del fondo per sommergere come quella del Tempo; le scranne dei nostri vecchi, che vi lasciarono un po' l'impronta della loro personalità, le seggioline alte che ci accolsero bimbi e che ci guardano con stupore come noi le guardiamo con meraviglia; e qualche vecchio strumento muto e [pg!58] cadente come la bocca o le mani che lo animarono; e qualche giocattolo rudimentale che dorme fra una generazione e l'altra, rinnovandosi come la fenice; e vecchie tavole che sanno i gai e cerimoniosi conviti degli avi; i piccoli tavolini da lavoro, coi cuscinetti fissi per gli aghi, che sanno soli, forse, lagrime e romantici segreti che nessuno dubitò... Buoni e vecchi granai dove il presente diventa il passato, dove le cose tutte hanno una voce, una leggenda, un'anima, siete forse voi che mettete nel cuore di tanta infanzia che vi predilige, i germi, che più tardi porteranno il loro frutto, d'una delicata idealità, d'una sana poesia?
9 Maggio
Primavera! la magica parola evocatrice di sogni, di rose, di speranze; la blanda medicina in una coppa d'oro! Quanti ti aspettano o Dea! I vecchi per riacquistare un po' di forza, i malati un po' di salute, i mesti un po' di serenità; ti aspettano le scolarine per cogliere le viole, gli studenti per le vacanze di Pasqua, le mamme per veder prosperare e sviluppare i loro piccini, le fanciulle per unirsi a un desiderato compagno fra il sorriso del cielo e della terra...
Anche Elisa si sposa. Me lo ha detto cogli occhi raggianti. Voleva vestirsi di celeste per la cerimonia religiosa: io l'ho sconsigliata vivamente. L'abito da sposa deve essere bianco, interamente bianco. E una stola, è un simbolo; se si modifica non ha più alcun significato, resta un abbigliamento da sera poco concordante con la serietà e la santità del rito memorando. Un abito bianco, austero, molti fiori [pg!59] d'arancio, freschi possibilmente, un lungo e finissimo velo... Ecco, così.
Ho spezzato un'altra lancia in favore della villettina nascosta nel verde a preferenza del viaggio di nozze, inopportuno, assurdo, barbaro. Nei primi tempi le spose si rapivano, poi si simulò il ratto, ora si portano a spasso solamente... ma è sempre una brutalità.
Ho detto ad Elisa di non sciorinare il suo amore, di non disperdere i più cari e tumultosi ricordi nella volgarità degli hôtels e delle pensioni: le ho detto di scegliersi il suo nido con cura amorosa, di trovarlo lontano dal mondo curioso e irrisorio, sia fra i pini sulle alpi o fra gli aranci sull'azzurro mare, fra il verde boscoso di un colle o nella distesa di smeraldo d'un'ubertosa pianura; le ho detto di nascondere la sua felicità, esile fiammella, come si protegge la lampada con la mano...
1 Giugno
Mentre lavoravo è venuto Ettore S. che ha posato sul mio tavolino un libro soffuso di aristocratica e soave femminilità. È quello intitolato: «Poesie d'una regina», la regina di Romania che si vela dello squisito pseudonimo di Carmen Sylva. Il volumetto piccolo, bianco, fregiato d'oro e contenente un ritratto e un autografo della regina-artista; tutto palpitante di onesti sensi di madre e di donna, ha messo una nota fine e ideale di più nel mio salottino. La traduzione dal tedesco, quantunque lodata anche dall'autrice, a me par molto mal riuscita; ma se pur è possibile astrarsi dalla forma e rintracciare lo spirito originale che circola dentro, l'impressione [pg!60] è fragrantissima. Questa dama, che dalla vergine rozzezza silvestre distilla arte raffinata, mi fa pensare alle favolose ninfe dei boschi, diafane e bionde nella selvaggia natura. Il mio amico interpretando i miei gusti o il mio sentimento aveva messo il segno ad una pagina dove si legge questa poesia:
NEL PAESE DEI SOGNI
Vorrei esser regina, ma soltanto
Se la corona mia fosse di fiori,
E il tessuto d'un ragno il regal manto
E stille di rugiada i suoi splendori.
E sarebbe il dio Sol cerimoniere,
Una nube il mio cocchio — mie donzelle
Le muse — allor, nè ironiche, nè fiere,
Ci guarderebber di lassù le stelle.
E vorrei tutte accoglier nel mio regno
Le foreste del mondo — e l'arti in fiore —
De' nobili pensieri esser sostegno
Vorrei — e forte reggere ogni core. —
Ma invece il serto è greve — e poichè è detto
Che mai non accadranno queste cose,
Vorrei essere il folle ruscelletto
A l'ombra delle roccie alte e muscose.
15 Giugno
..... La casa è uno dei pochi ideali della donna che effettuandosi non si sfata. Quando la fanciulla fatta moglie mette piede per la prima volta fra quelle pareti in cui aleggia col suo vago incanto il futuro, ella le ama già, ella vi ha abitato nei suoi sogni, vi ha architettato degli episodii, vi ha già vissuto ore divine. Quindi è quasi con un sorriso di riconoscimento che, stretta al suo compagno, ne [pg!61] fa la prima ricognizione. Era proprio così: c'è proprio tutto, e c'è l'amore volatilizzato nell'atmosfera che illumina, riscalda, e facilita e abbellisce azioni e cose. Dopo un paio d'ore, la casa ideale di ieri è identificata nella casa reale di oggi, e la dimora vera si riflette fedelmente nel paese del sogno. Quelle pareti sono già piene di memorie, di speranze; appartengono già alla nostra vita interiore; e le adoriamo come il passato e le difendiamo come l'avvenire.
Pure non saranno consacrate che il giorno in cui vi piangeremo per la prima volta.
Mi piacerebbe di domandare a cento donne scelte a gruppi nelle diverse classi sociali come sognano una casa. Scommetto che anche fra quelle medesime che preferiscono un palazzo o un castello, un châlet o un villino, una casetta o una capanna, non si troverebbero le stesse aspirazioni. La donna rispecchia nella casa le gradazioni più indistinte della sua natura. Si potrebbe dirle: Dimmi come è la tua casa e ti dirò chi sei.
Io credo che la mia casa ideale farebbe disperare più d'un ingegnere. La vorrei fra un giardino pieno di alberi e di fiori, non importa dove; bassa, a un sol piano, terminata alle due estremità da due stanze rotonde, coperte a cupola, e circuite di finestre; indi fiancheggiate da due torrette alte e snelle e accessibili per spaziare nell'orizzonte. Il corpo della casa dovrebbe essere tutta una sala, e tutta la parete di mezzogiorno fatta di vetri, come una serra. La luce verrebbe mitigata dalle piante rampicanti di fuori e dalle tende nell'interno: la gran sala si dividerebbe in stanze e salottini per mezzo di grandi paraventi e di pareti sottili e rientranti, all'uso giapponese.
[pg!62] Fiori ed arte dappertutto; e viver là fra i miei affetti e i miei libri. Non chiederei mai di uscirne... Oh il sogno divino!
Fine Giugno
Ettore S. e Filiberto U. mi hanno accompagnato ieri, sul vespro, nella visita che ho dovuto fare alla signora Armanda. Malgrado la mia coraggiosa difesa e la mia aria severa, quei due monelli hanno riso tutto il tempo del ritorno pensando al grembiule all'enfant della povera signora. Infatti i grembiuli danno tale un aspetto di semplicità ingenua che una signora non li può portare senza stonatura. I soli grembiuli permessi alle signore sono quelli messi unicamente per salvar l'abito, per far qualche faccenduola, per giocare coi bambini; i grembiuli ampi di lana nera o grigia che l'infanzia adora come tutte le cose che sanno di bontà e di vecchiezza — i provvidi grembiuli che asciugano le lagrimette, che si riempiono dei balocchi, che si chiazzano di polvere o di fango, che servono così bene a far lo strascico, legati alla cintura; i grembiuli che restano nei ricordi dell'età ignorante e lieta, insieme al viso grinzoso d'una governante, alla dolcezza dei baci materni.
1 Luglio
Come alle prime brezze pungenti e alle prime brume che il sole non riesce più a diradare, ci assale il desiderio dolce di un nido tepido e illuminato, ora a questi primi soffi molli, a questi primi fulgori che spossano, s'insinua una tentazione terribile d'ozio e di vagabondaggio.
[pg!63] La scarsa falange dei felici per rinnovare in un diverso ambiente e colorire diversamente la propria felicità: la gran maggioranza dei malcontenti per l'illusione d'un sollievo alle noie, alle difficoltà quotidiane che aduggiano la vita più degli stessi grandi dolori; e finalmente lo stuolo numeroso degli afflitti che vogliono esser soli col loro martirio e Dio.
C'è chi sogna il mare ed il suo odor salso ritemprante, la sua sabbia fine e ardente in cui è così voluttuoso seppellirsi, i suoi cento aspetti di colori, la sua immensità ritmica e sonante. C'è chi aspira ai monti, alle stradicciuole petrose, ombreggiate dai castagni, al rezzo verde mattutino, fra cui mormora e scintilla un fonte salutare. Chi si slancia col pensiero ancor più in alto, sulle vette purissime soffuse di delicati riflessi d'aurora, dove solo gli abissi paiono vegliare insaziati e feroci. V'ha chi si contenta di meno: di una bianca casetta fra una distesa aromatica di fieno falciato; v'ha chi vorrebbe di più: una peregrinazione attraverso mari e paesi non veduti; c'è chi tende agli incanti un po' mesti dei laghi; ci sono poi, finalmente, dei fortunati che hanno ancora qualche castello turrito, più o meno autentico, dove ritirarsi al fresco e annoiarsi, magari, un pochino, da castellani. Ma esiste pure un gran numero di persone per cui tutti questi paesaggi rimangono nella sfera durevole e insieme intangibile delle cose sognate. Quante! Tutti coloro per cui il problema non è di viver meglio, ma semplicemente e terribilmente di vivere. Coloro che s'agitano nella sfera del piccolo commercio, le famiglie di impiegati di quarto o quinto ordine che hanno per tutta rendita il magro stipendio; quelli che campano col piccolo provento d'un'industria o d'una scuola. Quante [pg!64] volte io penso a questa povera gente che non ha l'epidermide abbastanza dura per mescolarsi alle distrazioni del popolo e per non sentire la nostalgia delle distrazioni dei ricchi; tante povere piccole mani sciupate dall'ago; tanti begli occhi affaticati dai libri; tante teste grigie indolenzite dai fornelli e dai pazienti rammendi, tante gambuccie di fanciulli anelanti agli spazii erbosi, alle arene benefiche.
Ma per loro, per questa povera gente, non c'è che qualche sosta in qualche pubblico giardino, di sera, quando i negozi e le cure sono finite, con la prospettiva delle stanzuccie al quarto piano anguste, brucianti nelle notti affannose; qualche gita fuori di porta la domenica, coll'incubo, per i giovani, dei desiderii perpetuamente insoddisfatti; per i vecchi, dei perpetui dinieghi; ci sono le pianticine di geranio e di viola sul davanzale, le piccole fortune invidiate di un pergolato di volubilis su un terrazzo di due metri — gli orizzonti di qualche punta d'albero, di qualche scorcio di viale...
1 Novembre
Dopo un'assenza un po' prolungata riapro il mio diario che potrei chiamare il libro delle sfumature. Malinconiche sfumature quelle d'oggi. Le sfumature del grigio, del marrone, del bianco; dei colori della penitenza e delle fredde purezze solitarie. Mi pare che nell'inverno le tinte gaie dormano il giorno e vivano la notte come la gioconda e lieve falange dei silfi e delle fate, come tutte le cose ridenti che non si sa più dove siano. La notte trionfano, folleggiano nei ritrovi, nei teatri, nei balli, nei conviti; fra pareti rabescate ed ornate, sotto un sole di gas o d'elettricità, [pg!65] fra il profumo delle essenze, nel prorompere d'una vita fittizia e artificiale che brucia e non riscalda. Il giorno si rinchiudono, non si sa dove, negli armadi, negli spogliatoi, nei cofani, negli angoli, per ricomparire coi primi lumi.
Richiusi, segregati, abbandonati, i vividi colori dormono e sognano. Sognano la primavera così lontana, così inverosimile, colle sue fresche tinte di rosa e di viola, col lume del suo tepido sole fecondo, coll'alito intriso di vivo profumo. Sognano l'estate così morta, l'estate col suo azzurreggiare di marine, le pompe de' suoi papaveri fra il grano biondo, la frescura dei verdi colli, la ferocia del suo sole meridiano. E anche l'autunno di ricordo recente sognano: l'autunno, divinamente stanco e mesto delle troppe cose vedute, delle grandi opere compite, ancora un poco ridente, ma già raccolto, già pio, già presago dell'imminente sonno eterno... Refrigeranti sogni di ricordi che conservano ai colori la loro freschezza nativa.
18 Novembre
L'inverno viene. E sono pochi quelli che lo vedono venire con gioia. Pochissimi. Voi, forse, che nel dolce settembre consacraste il vostro amore sognando la luminosa e tepida intimità del nido recente; lei, freschissima signorina, a cui la stagione dei balli e dei ritrovi promette facili trionfi; voi, novellini che vi confondete ancora con le ballerine e le divettes da caffè-concerto, e voi, grandi egoisti, per cui l'inverno non è che una sfilata di sere illuminate a luce elettrica e riscaldate a calorifero, affollate di visioni intellettuali e di realtà elette. Ma per questi pochi, che sterminato numero torce il [pg!66] viso al Vecchio secolare e fedele, e lo respinge fino a perdita di forze, e chiama a raccolta per opporglisi tutto l'eroismo di cui può disporre anima umana! Chi ha intorno al desco famigliare delle teste canute e venerande e chi ne ha delle piccine e fragili; chi ha uno stuolo d'angioletti senz'ali da coprir di lana da cima a fondo e chi vigila su un diletto infermo come su un fiore; chi si prepara faticosamente un avvenire nella povertà laboriosa e chi lotta per la vita nella miseria. Tutti, collegiali e soldati, scolari e maestri, operaie e signore, hanno un movimento d'odio e di ribellione per la stagione spietata che aggrava ad ognuno il fardello dell'esistenza. Oh il dolore di una recente perdita, quando la neve fiocca copiosa e lenta dietro ai cristalli a cui appoggiamo la fronte colla mente alla tomba gelida e lontana! Oh l'amarezza sconsolata di qualche addio più assoluto della morte, quando la nebbia cala sulla campagna intorpidita e qualche squilla lontana saluta il giorno e fumano i casolari dove s'accende qualche lume! Oh le lontananze lunghe, le attese snervanti, le lotte segrete, le dissimulazioni eroiche, i desiderii ardenti e vani, nelle brevi e grigie giornate invernali, quando tutto s'impregna d'umidore malsano, e i marciapiedi luccicano, e gli ambienti più raccolti e più gentili e più gai paiono illividire! Oh inverno, come bisognerebbe essere felici per vederti inoltrare senza sgomento!
30 Novembre
.... Si è detto e ripetuto che non vi furono mai, come al presente, tante istituzioni benefiche e un maggior numero di scontenti e di bisognosi. È perchè la società nella sua evoluzione verso il progresso [pg!67] si crea necessità che prima non conosceva? È perchè la vita civile odierna ci pone maggiormente a contatto dei nostri simili e ne sentiamo più i lamenti e ne vediamo più i bisogni? Fatto si è che i poveri ci sono e restano, e che ora più del solito sentiamo l'impulso e il dovere di soccorrerli; ora, nel desolato inverno che le miserie morali e fisiche ingigantisce come in certi paesi polari s'ingigantisce l'aspetto delle cose per un fenomeno di rifrazione.
Per i poveri si danza, si canta, si suona, si recita, si fanno gli alberi di Natale e le lotterie e va benissimo, non sofisticherò: il fine giustifica i mezzi. Ma la carità vera, cristiana, benefica per l'anima di chi la fa quanto per l'anima di chi la riceve, è praticata da pochi, purtroppo. Tutti sanno che la carità diretta, nascosta, da simile a simile, esercitata con discernimento ed alacrità è nobile e buona: ci esaltiamo tutti per un atto di filantropìa ben diretto; i libri che ci nutrirono lo spirito nella giovinezza ne sono sàturi, imbevuti ne sono quelli che diamo in mano ai nostri figliuoli. Dunque in teoria tutti d'accordo, ma in pratica? Noi daremo un soldo a un vagabondo per levarcelo di torno sulla via; ma quante volte, assidendoci al desco famigliare innanzi alla minestra fumante, ne leviamo una ciotola per la vecchierella da cui ci separa un muro, che fa rammollire per i suoi denti malfermi il tozzo di pane nell'acqua e intirizzisce sotto lo scialle sdruscito? Noi insegniamo ai bambini di cospargere di briciole il davanzale nevoso della finestra per i passeri vaganti, ma non li conduciamo che assai raramente nelle case del povero per sollevarlo.
Sarebbe così bello, invece, e così proficuo che ogni mamma dedicasse un'ora la settimana a qualche [pg!68] visita di carità fatta coi suoi figliuoli! Che li avvezzasse a veder da vicino miserie che neppur sospettano, e senza troppa paura della loro tristezza! I piccoli cuori, puri ancora e impressionabili, si stringerebbero, sì, le tenere menti aperte istintivamente alla giustizia avrebbero forse un senso di ribellione contro le leggi supreme ed incomprensibili; ma dalla pietà e dallo sdegno non germinerebbe uno zelo di compensare, di riparare che porterebbe il suo frutto nelle età mature?
Se avessi autorità, vorrei raccomandare a tutte le mamme che vigilano con intelletto amoroso sullo sviluppo morale delle creature di cui sono la guida e l'esempio primo — vorrei raccomandare di fare del sentimento della carità una delle basi dell'educazione. Ciò si può fare a qualunque classe sociale si appartenga: poichè non è l'entità dell'elemosina che la rende utile e santa. Se ricchi, i ragazzi abbiano un salvadenaro per i loro piccoli mendicanti protetti, e le bimbe imparino a confezionare gli abitini, a far calze per loro, e il passaggio nelle squallide soffitte lasci largamente dolci e doni, come quello delle buone fate possenti. Se in condizione modesta, fare in modo che i bambini si privino qualche volta d'un giocattolo, d'un indumento per darlo al povero; fare che lo dia da sè, a costo del sacrifizio, combattendo inesorabilmente con ingegnosa cautela ogni possibile spunto di egoismo o d'indifferenza, due cattivi germi non infrequenti di cui vediamo purtroppo fra gli uomini lo sviluppo rovinoso. «Quando un bambino fa l'elemosina, dice il gran bardo dei fanciulli, il De Amicis, è come se dalla sua mano cadesse insieme un obolo e un fiore». È infatti una così suggestiva gentilezza, una [pg!69] visione così pura, così spirante tenerezza e bontà, che invita a inginocchiarsi per pregare....
5 Dicembre
... Ho letto in questi giorni un libro non nuovo, assai vecchio anzi; ma, senza far torto a nessuno, quante volte ci si pente d'aver aperto un libro vecchio a preferenza d'uno nuovo? un libro ch'io chiamerei volentieri di stagione. È il Voyage autour de ma chambre di Saverio de Maistre e lo dico di stagione, perchè insegna a viaggiare in modo molto comodo ed opportuno per l'inverno, viaggiare senza muoversi dal canto del fuoco; e, come Dante nel pelago buio, discendere negli oscuri recessi dell'anima, e risalire come lui di stella in stella nei campi luminosi del sogno. Viaggiare intorno alla propria camera, sostando sugli oggetti noti e cari, vuol dire viver fuori del tempo, nel passato e nell'avvenire, sfilar ad una ad una le ore vissute come i chicchi di un rosario, chiudendo con un'invocazione pia e ansiosa che par preghiera, contar ad una ad una le giornate del futuro come i bocciuoli di un virgulto accarezzato e protetto. Il letto, che è il santuario della vita e della morte, il rifugio del dolore; lo specchio il consigliere fedele e schietto che accoglie lagrime e sorrisi, freschezze e rughe, veli bianchi e veli neri; e il tavolino da lavoro a cui ci assidemmo nelle trepide vigilie e negli squallidi indomani; e la piccola scrivania complice e responsabile, e la poltroncina insidiosa per la nostra attività, di dove udimmo una voce, una parola che non dimenticheremo più.
Poi i quadretti, le fotografie, i gingilli, ognuno dei quali ha una storia, un episodio, un ricordo, [pg!70] cristallizzazioni tenui e gentili di goccie che caddero nel gran mare dell'eternità. Se ogni donna raccontasse la storia della sua camera, racconterebbe quella della sua vita. Nessuna lo vorrebbe forse, ma qualcuna, chi sà? la racconta come me a sè stessa e pensa col Mantegazza che il piacere della proprietà, per quanto esigua, è uno dei più dolci piaceri. Una signorina, intelligente quanto simpatica, mi ha detto un giorno: — Io non amo una cosa quando è bella, l'amo quando è mia.
..... una sera di Dicembre
Ho incominciato questo libriccino inneggiando, quasi, alla solitudine delle serate invernali; ora, all'ultima pagina ne provo un improvviso sgomento.... È il tempo dell'intimità, della vita buona della famiglia. Non c'è scapolo, per quanto sventato, che non abbia sognato in una rigida sera nevosa un angolo di caminetto e una personcina sottile; non c'è vecchio celibe, per quanto impenitente, che non abbia pensato un attimo, udendo battere la pioggia contro i vetri, a un sorriso di bimbo e a una mano di donna più accurata di quella della fedele governante. Oh, sogni e pensieri brevi, s'intende, che non tornano più in primavera, che in primavera si disfarebbero anzi, se un momento galeotto avesse permesso che si desse loro la tessitura della realtà. D'accordo. Ma anche per il sogno d'un attimo e per il pensiero d'un istante s'accresce la gloria radiosa del focolare; gloria che è un poco quella di noi donne, poichè ne siamo le vestali e le regine.
Tutte le donne che vogliono essere e rimanere squisitamente tali, dovrebbero amare l'inverno; e non perchè la vita mondana che riprende con maggior [pg!71] impulso permette loro di mostrarsi più belle, ma perchè la vita della casa nella sua maggior fragranza permette loro di mostrarsi più buone. Lo sport, i viaggi, l'alpinismo, il ciclismo, tutti i pretesti di vagabondaggio estivo non ci rubano più gli uomini; molti affari anche, molte professioni, danno qualche tregua l'inverno; le forti mani, leggermente incallite nei violenti esercizi fisici e stanche di regger la penna, si riposano volentieri a far l'arcolaio a una matassa di lana, o a riordinare le gradazioni delle matassine seriche, o a prendere e posare il porta-aghi, le forbici, gli innumerevoli ninnoli che ingombrano gli astucci e le cestelline da lavoro. Sono le ore in cui i teneri e vigili cuori femminili irraggiano e riscaldano; le ore in cui tutte le donne devono diventare un po' mamme: collo sposo, col fratello, coll'amico. Quanti preziosi consigli, quante refrigeranti parole, quante efficaci esortazioni, quanto luminoso seme d'idee può cadere dolce e lento da un labbro femminile sul cuore del suo compagno, mentre le piccole mani s'industriano, creatrici o riparatrici, e le leggiadre teste sono chine sul lavoro e gli occhi belli non guardano e non turbano! Chi può dire le opere magnanime, i capolavori, le decisioni coraggiose e riabilitatrici di cui hanno gettato il primo filo queste Aracni pie dell'intelletto d'Amore? Cherchez la femme, la donna, sì, cercate la donna, ma non solo in fondo agli intrighi volgari; cercatela in fondo a tutte le opere belle, a tutte le opere grandi, a tutte le opere buone: un sorriso o una lagrima di donna sono nella base d'ogni ideale opera umana, come nelle fondamenta degli antichi edifizii i frammenti di marmi preziosi e le monete d'oro......
[pg!72]
[Giosuè Carducci: — Cadore.]
[Pubblicato la prima volta nella «Cordelia» giornale per le giovinette, anno XI.]
È il terzo anno che mentre il settembre tramonta nella sua placidità cristallina, e precisamente in una giornata che ha l'aureola d'oro di un anniversario glorioso, il più grande dei viventi poeti italiani ci regala un fior dell'Alpe come un'ideale medaglia di commemorazione. A Giosuè Carducci, che pare aver soltanto la nobile ambizione d'udirsi chiamare il poeta civile d'Italia, inchiniamoci oggi in atto di ringraziamento: noi signore, che rappresentiamo la gentilezza presente: voi, signorine, che con miglior fortuna forse, continuerete a rappresentarla nel futuro.
Piemonte, La bicocca di San Giacomo, Cadore — possono essere tre canti d'una non lontana epopea destinata a eternare nelle plaghe dell'arte ciò che nel torbido mondo degli uomini potrebbe essere dimenticato.
Nessuno più degno del Carducci di questa alta missione.
Egli non tramanderà alle genti nuove le ricchezze eroiche del nostro passato vestite puerilmente all'ultima moda, ma drappeggiate classicamente in tutta la purezza di un'arte che non morirà, perchè in lei [pg!73] palpitano elementi della bellezza immortale. L'ode è scritta nel metro inventato dal più antico dei poeti lirici eolii — il metro prediletto dal Carducci che amò dirsi l'ultimo de' loro figli; con un intermezzo in archilochio-eroico efficacissimo. La ideò, pare, nella piazza di Pieve di Cadore la cui fotografia si vede unita all'opuscolo. Come gli antichi nelle loro creazioni si compiacevano di avvicinare la forza alla bellezza, così il Carducci canta riuniti un artista e un martire: il Tiziano, che rese illustre il paesetto in cui nacque; Pietro Calvi, che lo rese glorioso. Il monumento dell'uno grandeggia; il profilo dell'altro si disegna in un medaglione, modestamente, fra un ricordo marmoreo dedicato ai Cadorini caduti nel 1848 per l'indipendenza Italiana. Ma ambedue sono ugualmente grandi per la patria; ambedue ugualmente degni di esser celebrati dal poeta.
È bellissima questa fusione dei raggi luminosi delle due anime: quella del genio e quella dell'eroe. «Sei grande» dice il poeta al genio:
«Sei grande. Eterno co 'l sole l'iride
de' tuoi colori consola gli uomini,
sorride natura a l'idea
giovin perpetua ne le tue
forme. Al baleno di quei fantasimi
roseo passante su 'l torvo secolo
passava il tumulto del ferro,
ne l'alto guardavano le genti;
e quei che Roma corse e l'Italia,
struggitor freddo, fiammingo cesare[2]
sè stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.
[pg!74] E dopo aver richiesto dello spirito magno l'austero silente chiostro de' Frari e i monti paterni e il cielo azzurro che ride e bacia la candida statua, continua:
Sei grande. E pure là da quel povero
marmo più forte mi chiama e i cantici
antichi mi chiede quel baldo
riso di giovine disfidante.
Che è che sfidi, divino giovane?
la pugna, il fato, l'irrompente impeto
dei mille contr'uno disfidi,
anima eroica: Pietro Calvi.
Poi con forza ed emozione crescenti — poichè pare che l'eroe tocchi più dell'artista il cuore e l'estro del bardo — egli scongiura che finchè il Piave scorra ingombro dei ruderi delle selve che diedero pini al vecchio S. Marco, e finchè il sole occiduo colori i monti delle Marmarole, sì che
rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,
Suoni soave, suoni terribile,
ne i desideri da le memorie,
o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l'arme.
***
O gentili e trionfali figure del nostro Risorgimento, come siamo liete noi donne e fanciulle, noi giovani, di rintracciarvi rilucenti fra i versi magnifici, come i guerrieri eletti nel dantesco dolce aere luminoso! E pare davvero un personaggio dantesco questo giovane capitano
«biondo, diritto immobile,»
[pg!75] che nel sole di maggio sventola fieramente contro al nemico il segnale della guerra, la guerra dell'affrancamento, l'unica guerra santa.
Afferran l'armi e a festa i giovani tizïaneschi
scendon cantando Italia;
stanno le donne a' neri veroni di legno, fioriti
di geranio e garofani.
Udite: Un suon lontano discende, approssima, sale,
corre, cresce, propagasi;
un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria
insistente, terribile.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Che è? chiede il nemico venendone all'abboccamento,
e pur con gli occhi interroga.
Le campane del popol d'Italia sono: a la morte
vostra o a la nostra suonano.
Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett'anni la morte
da le fosse di Mantova
rapirà. Tu venisti cercandola come la sposa
celatamente un esule.
Quale già d'Austria l'armi, tal d'Austria la forca or ti guarda
sereno ed impassibile,
grato a l'ostil giudicio che milite il manda a la sacra
legïon de gli spiriti.
Non mai più nobil alma, non mai sprigionando lanciasti
a l'avvenir d'Italia
Belfiore, oscura fossa d'austriache forche, fulgente
Belfiore, ara di martiri.
Dopo le rapide ed efficaci impressioni di quei giovani belli e arditi che corrono alla morte cantando il nome della loro terra, di quelle donne ai balconi, di quel rintocco insistente, crescente, diffuso delle campane, di quell'intrepido martire nella valle dal poetico nome — impressioni date magistralmente; [pg!76] il cantore in un ultimo impeto patriottico impreca a chi dimenticasse quel martire, a chi negasse la patria:
e a chi la patria nega, nel cervello, nel sangue
sozza una forma brulichi
di suicidio.....
la tortura morale più orribile, la tortura dei vili....
Nella terza parte il Carducci, «lasciando dietro a sè mar si crudele,» torna alle serene bellezze del Cadore nel metro alcaico, in una pittura di paesaggio stupenda:
..... Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti
da te, carezza lunga sú 'l magico
sonno de l'acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno
falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
cèruli rapidi gli occhi: mentre
il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante
. . . . . . . . . . . . . . .
Ma poi sul finire gli sfugge di nuovo uno de' suoi gridi titanici: un grido di Prometeo:
Io vo rapirti, Cadore, l'anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l'ali del canto
aralda mandarla.
[pg!77] Per ora è questa — dice il poeta — non quella del Vecellio che richiede l'Italia. Quando l'Italia sarà tutta forte, tutta vittoriosa anche nello spirito dei suoi figliuoli, allora chiederemo a Tiziano che ne dipinga il trionfo nel più bello e nel più memorabile dei suoi monumenti: nel Campidoglio.
Spirito eroico e gentile evocato da un sommo, fa che non sia remoto quel tempo! fa che i giovani d'Italia non ti sentano vanamente passare!
[pg!78]
[Il conte zio.]
[Scritto per una specie d'inchiesta aperta dal Fanfulla della Domenica su una pretesa contradizione riscontrata nel carattere del «Conte zio» dei Promessi Sposi. N. d. A.]
L'invito è cortese, la questione attraente e tentatrice; ma, consapevole della mia pochezza, scendo in lizza timidamente, nascondendomi il più che è possibile all'ombra di quel gran nome, che i vecchi adorano e che tutti i giovani — manzoniani o no — dovrebbero inchinare reverenti. Intanto rileggendo attentamente quel bellissimo capitolo decimonono dei Promessi Sposi, in cui le qualità più simpatiche dell'autore rifulgono di viva luce, si è tratti subito ad ammirare la magistrale sapienza del Manzoni nel dialogo, tanto per la fine ed ingegnosa condotta alla conclusione, come per la naturalezza inimitabile. Quelle esitazioni, quelle frasi lasciate a mezzo, e non solamente in bocca al Conte Zio, per cui sono una caratteristica, ma pur anche in bocca del padre provinciale, è arte finissima per indurre il lettore a credersi veramente spettatore invisibile dei due interlocutori, che parlano con le esitazioni vere di chi cerca la parola esatta o l'immagine appropriata nel discorso.
[pg!79] Ed ora entrando in materia, per esporre coraggiosamente il mio parere, soggiungo che non mi pare di riscontrar contradizione alcuna fra le linee generali del carattere del Conte Zio e il suo modo di trattare la faccenda col molto reverendo padre: giacchè se il Conte ci viene raffigurato dall'autore come un barattolo di farmacia vuoto di dentro, sappiamo pure che aveva su certe parole arabe per mantenere il credito alla bottega; e il credito non l'avrebbe mantenuto, se invece di usare di quelle «spalmature di vernice che la politica a più mani aveva messe sopra il suo viso,» fosse entrato impazientito a piè pari nell'argomento, narrando brutalmente al religioso la storiella scandalosa di fra Cristoforo: tanto più che da certe reticenze del padre provinciale, da certi tentativi di difesa, egli ha dovuto intendere facilmente che non era quello il bandolo, e che la stima in cui si teneva o a torto o a ragione fra Cristoforo, avrebbe forse reso inefficace quell'accusa troppo grave facendo gridare alla calunnia.
Quindi bisognava che il magnifico signore s'attenesse al verosimile per non urtar troppo il molto reverendo padre, tanto più che fra i due (parla il Manzoni) «passava un'antica conoscenza; s'erano veduti di rado, ma ogni volta con gran dimostrazioni d'amicizia e con proferte sperticate di servigi:» un'amicizia insomma piena di riguardi e di cerimonie.
L'offesa recata a fra Cristoforo con quell'accusa era un'offesa all'abito che portava l'amico molto reverendo, il quale stava appunto cantando di quell'abito la gloria e i miracoli. Così la confidenza di un semplice urto fra il padre Cristoforo e don Rodrigo, condite con le solite reticenze di quel «parlare [pg!80] ambiguo, quel tacere significativo, quello spingere d'occhi che esprimeva non posso parlare,» era proprio quello che ci voleva in quel momento per conseguire il suo intento senza metterlo nell'imbarazzo di parlar chiaro — cosa, che con quel suo metodo doveva riuscirgli abbastanza difficile. Insomma, fece nè più nè meno del solito, e questo mi pare che vada d'accordo con le linee generali: la mancanza di coltura, di dottrina, d'ingegno, la sua sufficienza boriosa con cui si convinceva certo che se un individuo qualunque dava noia alla sua casa, quell'individuo era bell'e spacciato — si scacciava come una mosca importuna — motivo di sfratto che doveva solleticare la sua vanità più del racconto esplicito dell'intrigo di fra Cristoforo.
Inoltre, essendosi Attilio scaltramente indugiato sulla necessità di garantire l'onore del casato dalle ironie di quel frate che «trova maggior gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perchè questi ha un protettore naturale di tanta autorità come Vossignoria (il Conte Zio) e che egli se ne ride dei grandi e dei politici, e che il cordone di San Francesco tien legate anche le spade...», la boria spagnolesca del Conte Zio dovè sentirsi punta tanto sul vivo da queste parole ardimentose riferitegli, da fargli mettere subito in seconda riga la storiella scandalosa, salvo poi a servirsene come ausiliario, se il padre avesse negato o promesso vagamente ciò ch'egli chiedeva.
Ed ora mi parrebbe che si possa continuare a giudicare il Conte Zio per quello che è sempre stato — uno cioè che ha solamente la verniciatura del grand'uomo — per il barattolo vuoto, per lo spaccone che crede di acquistar credito — e lo acquista [pg!81] in quel pubblico! — raccontando d'essersi sentito domandare, in presenza di mezza la Corte, come gli piacesse Madrid: di aver visto da un posto distinto le caccie del toro, e di essersi udito dire dal conte duca, a quattr'occhi, nel vano di una finestra, che il duomo di Milano era il tempio più grande che fosse nei dominii del re. L'omissione di un accenno a Lucia nel dialogo col provinciale non è avvedutezza, ma imbarazzo complimentoso, boria e un pizzico di quella diplomazia che l'autore gli dona, e che non si può a meno di concedergli in una posizione come la sua, che poco o tanto della diplomazia ne doveva insegnare.
[pg!82]
[Questioni femminili.]
A Neera.
È con tutta la deferenza ch'io oso dirigervi la parola, signora, maestra. La vostra voce dolce e ferma è la sola voce di donna in Italia che ci ripeta con gentile ritornello qualche cosa che sta un po' più in su dell'arte di ornare un abito o di addobbare un salotto, ma che non cessa forse di esser arte: arte spirituale. Io sento il desiderio, intanto, di ringraziarvene vivamente per conto mio; e perchè no? anche a nome delle tante che vi innalzano in silenzio la loro riconoscenza — le quali poi forse, dopo, ringrazieranno me.
Ed ora che vi è noto il mio animo, continuo con più coraggio. Vorrei esporvi qualche riflessione che sono andata facendo fra me mentre leggevo il vostro ultimo articolo, Il lavoro della donna, con molta attenzione, come leggo ogni scritto firmato da voi.
Signora, voi parlaste di felicità; voi intendete di guidarci animosamente col vostro magico filo di seta attraverso al laberinto fosco e intricato della vita, fino alla terra promessa, dove non piangeremo più. Oh, ditemi, sarà possibile? Io che vi seguo con energia, con impazienza quasi, quando mi parlate di conforti, di lotte, di altezze, ora, alla rilucente parola vana m'assale tutta la stanchezza del cammino. No, [pg!83] gentile, non ci parlate di felicità: in casa o fuori, nella cattedra o nella poltrona accanto al fuoco, noi non la troveremo mai, lo sappiamo: è la voce dei secoli che ce lo dice: è l'eco della vostra voce di ieri che ci incitava severamente al martirio. Non c'illudiamo, dunque, è meglio; poi la ricerca ostinata affannosa della felicità è un egoismo supremo. Lasciamolo agli uomini. Mettiamo un'altra parola invece, una parola pia, umile, buona; diciamo: consolazione.
Si tratta quindi di consolarci con un'elevazione morale delle ingiustizie, dei travagli, delle pene che piovono sul debole capo della donna — non so perchè — in maggior quantità. E se questa consolazione, per le circostanze, o per l'indole, o per l'educazione, qualche donna può trovarla vera ed efficace fra le miserie di un ospedale o fra le luminosità del regno dell'arte, perchè l'uomo, il suo compagno, dovrà dire a costei che non sarà mai una fuggitiva ma sempre una diseredata: vattene, qui non c'è posto per te!? — Per rimetterla ad ogni costo nello stretto circolo delle attribuzioni domestiche? Ma se il suo focolare è freddo? E questa anima grande e severa avida di ritemprarsi alle fonti della scienza, credete che potrà raccogliervisi e rassegnarsi a spegnersi anch'essa inutile e infeconda? A vantaggio di che?
Mi fanno ridere quelli che parlano di concorrenza. Come se non fosse molto più comodo e più facile per la donna di rimanersene nella sua casa a far qualche lavoruccio, leggere qualche romanzo, a strimpellare qualche melodia; come se la via che ci guida a un ideale qualunque, appena fuori della soglia domestica non fosse, per noi, infinitamente più ardua e più ingombra che per gli uomini!
[pg!84] Spero che avrete notato ch'io non ho parlato di toga, nè di cattedra, cose ch'io credo incompatibili con la natura femminile, almeno nelle razze latine. Io non ho perorato che per l'arte — tutta l'arte — e una sola scienza dove sono convinta che la donna può esplicare mirabilmente tutte le buone doti del suo sesso: la medicina. Del resto, biasimandola o encomiandola, lasciatele libero, pienamente, il campo d'azione: fate che non sia relegata accanto alle culle dei bimbi o alle poltrone dei vecchi, ma che vi rimanga lei per elezione, per scelta, e ci resterà, io sono sicura che ci resterà, finchè i vecchi e i bambini avranno bisogno di lei. E se non ci resterà, io preferisco saperla misericordiosamente china su un altro bambino malato, piuttosto che su di una tazza di thè in un salotto pieno di galanteria; io preferisco vederla strappata al focolare dall'arte o dalla scienza, piuttosto che dagli aridi ascetismi del monastero... Voi siete intelligente, non vi scandalizzerete, lo so.
Poi, ditemi, signora: credete che la donna ci perderebbe assai a mascolinizzarsi (come voi dite) un poco? Trovate voi che la donna del secolo decimonono sia arrivata a un punto tale di sprezzatura, di praticità, di aridezza, di pedanteria, da dover dirle: arrestati o la donna non ci sarà più!? Io veramente non me ne accorgo, e finchè una maggioranza femminile mi dà a meditare sulla causa dell'attività e della stanchezza delle loro giornate, e finchè veggo le mamme inculcare ai futuri legislatori, agli artisti futuri l'arte difficile del vestirsi elegantemente, mi pare che a quegli estremi siamo ancora lontani, e sopratutto mi pare per il bene [pg!85] delle generazioni future che un po' più di serietà, di tempra nella donna, non sarebbe proprio male.
Che volete, signora; io ho a questo proposito idee tutte mie, false forse, ma ho delle idee, ciò che è sempre meglio che non ne avere: io credo che una franca, geniale, semplice scambievolezza di rapporti morali fra un sesso e l'altro, senza misticismi e senza sensualità, quella simpatica e sana amicizia che si ordisce solo quando le anime sono rivolte a un faticoso intento comune, non farebbe perdere nè alla donna la sua delicatezza, nè all'uomo la sua forza. Sono elementi naturali in essi e la natura si lascia mitigare, mai fuorviare. L'uomo imparerà a stimarci e ad apprezzarci di più; la donna diventerà più forte e meno civetta: e se anche a lei resterà un po' meno di tempo per amare, gliene resterà anche di meno per... pentirsi a tornare da capo.
Via, gentilissima, non ci facciamo illusioni: siccome non siamo santi e siccome io spero che non lo diventiamo del tutto, una collaborazione spirituale come voi e molti eletti la sognano non si può ottenere per ora che mediante un tale esaltamento e a casi tanto isolati che avrà tutta l'aria di una mostruosità. Non bisogna forzarla, bisogna prepararla. La donna, ieri schiava, non può diventar regina oggi senza esser prima la compagna vera, intelligente, operosa; senza saper prima di che sono fatte certe lotte e certe vittorie. Quando l'uomo cesserà di dirle: — Taci, tu non te ne intendi, — solo allora ella potrà animarlo, ispirarlo, consolarlo, efficacemente, durevolmente. Noi conosciamo poco e male gli uomini, credete; e gli uomini conoscono malissimo noi. In ogni modo una dedizione cieca, assoluta, quasi suggestionata, sia anche della donna [pg!86] superiore, per l'uomo superiore, io non la ammetto; perchè quella donna non sarà mai compensata, nè intesa, nè adorata abbastanza; perchè l'uomo superiore se vedrà un bel visino malinconico (che magari non sarà che la maschera di una testa vuota), quell'uomo ci farà su una creazione così splendida e così inverosimile, che l'amica intellettuale e meno favorita dalla fortuna non avrà di meglio a fare che volatilizzarsi e sparire.
Io, mia signora, confesso, non ho la vostra bella fede che nessun sacrifizio di donna sia stato perduto, nessuna lagrima dispersa; io penso prosaicamente che molte margherite furono gettate... a chi sapete, e, per consolarmi, che la maggior parte dei nomi di donna che si leggono nelle opere d'arte d'un uomo non furono degni della lor parte di gloria.
Pure, quando trovo nelle letterature nordiche che ora pare gettino una fredda ombra anche sulla vita — quando trovo un modello di donna eletta compiere freddamente, calcolatamente, un adulterio nel morboso delirio di fabbricare in quell'ora l'uomo ideale, e ritornarsene poi nella sua casa, fra i suoi figliuoli a viverci come prima aspettando che le nasca il Messia — io mi sento fortemente tentata di preferire a questo mostro intellettuale les jolis zéros della fresca e ignorante amante di Rivarol il quale non le chiedeva che d'aver dello spirito come... una rosa!
[pg!87]
[Pleiade nuova.]
[I.]
Elda Gianelli: «Riflessi»
[Pubblicato la prima volta nella Cordelia, giornale per le giovinette — anno XI.]
L'altra mattina — una mattina caliginosa di questo inverno musone — un fior di biancospino è piovuto nella mia stanza. Veniva di lontano, da un lembo estremo d'Italia sorriso dall'azzurro mare, veniva sull'aria umidiccia a portarmi una carezza di primavera.
Parlo di un volumetto; niveo, leggiadro, su cui riluce un gentil nome femminile non più nuovo, e un titolo (oh i titoli!) per delicatezza e per simbolo affascinante. Lo apersi, lo scorsi, e l'impressione di primavera rimase; il fior di biancospino mi donò tutto l'olezzo schietto della sua corolla silvana di un'amarezza velata di soavità. Così sono i versi di Elda Gianelli, nati dal dolore di un'anima ancor giovine; alimentati da una fresca vena di poesia abbondante qualche volta sino all'insofferenza dei limiti. Spesso la coppa trabocca. La causa è carina, non c'è che dire: è un petalo di rosa: pure, quando manca, i [pg!88] riflessi sono più coloriti e più profondi. Io la vorrei sempre come in «Romanticismo» e in «Pace», due bozzetti in cui la fine sobrietà lascia navigar la mente in un mare di fantasie donandole più godimento di una lunga lirica o di un poema ingegnoso dopo i quali non resta più nulla da indovinare. Udite, signorine:
PACE
Strani su l'acqua cheta
L'ombre formando vanno
Intrecci; una segreta
Storia quell'ombre sanno.
Passa la luna lieta,
Le immobili alghe stanno;
La storia del poeta
Non esse tradiranno.
Si riuniron lente
Sovra la testa bruna
Ch'or posa dolcemente
Nel molle greto. Alcuna
Sul bel fronte pallente
Cura più non s'aduna.
Il dramma di quelle ombre conscie e mute, che traspare appena dalla breve poesia come il delitto da una poetica leggenda, evocandoci fronde e mormorii intorno a una pallida parvenza, suscitandoci una pietà strana per un ignoto martirio, ci scuote, non è vero? come un'arma corrosa trovata per caso in un'aiuola fiorita. Leggiamo ora questa, che io, non so bene perchè, prediligo:
ROMANTICISMO
Piegò la bella dama
La bianca fronte austera:
In atto di preghiera
Giunse le mani e: M'ama,
[pg!89]
M'ama! tra sè proferse,
La intese appena il core;
Pur tutta di rossore
La fronte si coverse.
E con triste abbandono
Si sciolsero le mani...
E de i detti profani
Al cor pregò perdono.
***
Oh la poetica visione! Vedete voi, seduta nella gran scranna massiccia la fragile dama rigida e pura come una Vergine di Sandro Botticelli? Le mani giunte sono fini e lunghette, china l'altera fronte di castellana, pensoso e vigile l'occhio che sogna l'amore. Intanto dal balcone gotico inghirlandato di gelsomini sale la melodia d'un liuto e d'una voce che plora nel fresco e rustico idioma provenzale....
La dama sogna, l'incognita dama; ma ecco s'agita, s'anima, vive: le mani le cadono prosciolte in grembo, il petto si gonfia di sospiri. Chi sei tu? Forse Maria di Champagne, la patrona dell'amor cortese? o Giovanna di Fiandra, auspice di poemi? o Jolanda, contessa di Saint-Pol, che presiedeva alla prima traduzione della vecchia cronaca di Turpino? o Maria di Francia, la soave cantatrice di «Lai» in cui vibra una tenera passione tutta nuova, l'autrice immaginosa che fantastica di cavalieri amati dalle fate, di regine amoreggianti coi misteriosi cavalieri del lago, di paesi incantati dove trecento anni passano come tre giorni; la creatrice dei leggendari nomi di Bisclavret, d'Eliduc, di Guingamor, di Tiolet, di Grisedelis, cespiti di chi sa che fioritura....
[pg!90] O Dio, ma dove volo con la fantasia? Signorine, non v'arrabbiate.... mi pareva d'esser sola....
Ora, ai piedi dei due componimenti ispiratori, se io non fossi un'orecchiante in materia poetica, vorrei osservare che fra la non scarsa varietà di metro che la Gianelli adopera sapientemente, il settenario è quello che le s'addice di più. Ma non facciamo questioni tecniche. La tecnica è come l'osso: guai se la intacca un ferro inesperto. E in grazia dell'esattezza non arricciate il naso, vi prego, al chirurgico paragone.
Un sonetto che rispecchia una Provenza autentica è quello ispirato a Clemenza Isaura di Tolosa, il quale insieme ai due sul Verno e all'altro intitolato: «Ruina» accentuano tra gli altri una nitidezza disinvolta e una certa profondità d'osservazione e di pensiero che meraviglia e rallegra in una giovane autrice. Leggiamone uno per saggio:
CLEMENZA ISAURA
Dolci, o soave tolosana, i mali
Che il vostro labro in dolci versi ha pianto;
Vaghi i casti pensier del vostro canto
Come colombe da le candid'ali,
Visser nel puro ciel de gl'ideali
La mente vostra e il vostro cor d'incanto,
E secolar di voi rimase il vanto,
O regina de' giuochi floreali.
Bei tempi i vostri! A l'innocente gara
I poeti correan; stuolo cortese,
Per un fior d'eglantina ed un sorriso.
E Amor sol era dilettosa o amara
Cagion de' carmi, e del dolor palese
D'uno, pronto ogni cor gemea conquiso.
[pg!91] Che ve ne sembra? Non par di sentire il Marradi con una sottil vena di passione di più?
Volevo voltare in fretta alcune pagine, ma non posso. Questi due sonetti mi attraggono irresistibilmente:
PENSIERO D'INVERNO
I.
Oh, l'inverno del cor! la nebbia greve
Che sul vibrante cerebro s'adima!
E la memoria d'ogni sogno lieve
Fa che, peso insoffribile, l'opprima!
Oh, l'inverno nel cor, quando ancor breve
È la via corsa, allettatrice in prima;
E dormon sotto a la precoce neve
Per sempre i fiori onde appariva opima,
Passa il garrulo maggio, e ride in festa
La terra, e dice al cor: vedi? la vita
Si rinnova e l'amore. Or, su, ti desta!
Ma come a maggio landa isterilita
Non dà fil d'erba, il cor gelido resta,
La virtù del rinascere smarrita.
II.
E al capo mio ridea la primavera
Quando il verno sul cor impronto scese;
E s'aprìa l'alma giovinetta altera
A' lieti sogni, quando il gel la offese.
E rapida calò da l'alba a sera
La sua giornata, a la stagion scortese;
Ella non fe' lamenti, non preghiera,
E romita tra l'ombre ombra si rese,
[pg!92]
Ed amò il verno, che la pace assente
Profonda, e al germe di fallaci fiori
Chiude la vita, inesorabilmente:
Il verno, immite a' giovanili cuori,
Ma non ingrato alla severa mente
Nel suo disprezzo di lucenti errori.
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Ecco l'amara e copiosa fonte dell'ispirazione: il Dolore; ed ecco i versi più spontanei di Elda Gianelli. Qui anche la chiusa è serrata e succosa, mentre, lo dico per incidente, spesso gli ultimi versi delle sue composizioni sono meno felici dei primi. Per esempio questo principio di due fluenti ottave:
Come una vela candida e romita
Naviga il mio pensier per l'ampio mare
promettevano per la fine qualche cosa di più; ed anche l'altro grazioso primo verso: