VIAGGI
DI
GULLIVER.


VIAGGI
DI
GULLIVER

NELLE LONTANE REGIONI,

PER

GIONATAN SWIFT.

VERSIONE DALL'INGLESE
DI GAETANO BARBIERI
CON DISEGNI DI GRANDVILLE.

MILANO
VEDOVA DI A. F. STELLA E GIACOMO FIGLIO.
1842.


TIPOGRAFIA GUGLIELMINI E REDAELLI.



[INDICE]


NOTIZIA
BIOGRAFICA E LETTERARIA DI GIONATAN SWIFT

TOLTA
DA GUALTIERO SCOTT.

La vita di Gionatan Swift è un soggetto inesausto di vezzo e d'istruzione per tutti coloro cui piace meditare le vicissitudini degli uomini celebri pei loro talenti e per la loro rinomanza. Privo d'ogni sussidio al suo nascere, debitore del suo sostentamento e della sua educazione alla fredda e non curante carità di due zii, non distinto per laurea conseguita a veruna università, abbandonato per molti anni al patrocinio impotente del cavaliere Guglielmo Temple, le prime pagine della storia di Swift presentano il quadro del genio umiliato e deluso nelle sue speranze. A malgrado di tutti questi svantaggi, egli pervenne ad essere l'anima d'un ministero britannico, il più abile difensore di un sistema di amministrazione, l'intimo amico di quanti personaggi notabili per nobiltà od ingegno vissero sotto il regno della regina Anna.

Gli avvenimenti degli ultimi anni della sua vita offrono un'antitesi non meno sorprendente. Avvolto nella disgrazia de' suoi protettori, vittima della persecuzione, costretto a bandirsi dall'Inghilterra e a disgiugnersi dai suoi amici, salì tutt'in un tratto a tal grado di popolarità che lo rese l'idolo dell'Irlanda e il terrore di quanti governarono quel reame. Nè meno straordinaria è la sua vita privata. Amò, teneramente riamato, due delle più belle ed avvenenti donne della sua età; pur era ne' suoi destini il non unirsi con nessuna di esse in un nodo fortunato e tranquillo, e il vederle l'una dopo l'altra scendere nella tomba, lasciandogli il convincimento che morivano dal cordoglio di saper deluse le loro speranze e il loro amore mal compensato.

I talenti di Swift, sorgente della sua rinomanza, il cui splendore avea per sì lungo tempo formato la sorpresa e il diletto de' suoi contemporanei, vennero appannati dalle infermità, pervertiti dalle passioni nella proporzione dell'avvicinarsi del termine de' suoi giorni, e prima che vi arrivasse erano già inferiori a quelli del più volgare degli uomini.

La vita di Swift è pertanto una lezione importante per gli uomini celebri; essa insegna loro che, se per una parte il genio non dee mai lasciarsi sconfortare dalla sventura, la rinomanza, comunque grande ella sia, non dee mai incoraggiare la presunzione. Nel leggere la storia di quest'uomo illustre, tutti coloro i quali non sortirono dalla natura le fulgide qualità del suo ingegno, o mancarono d'occasioni per farle valere, si convinceranno che la felicità umana non dipende o da una grande influenza politica o da una gloria abbagliante.

I.

Gionatan Swift, dottore in teologia e decano di San Patrizio a Dublino, discendea da un ramo cadetto della famiglia degli Swift della contea d'York, stanziatasi in questa provincia da molti anni.

Il padre di lui era il sesto o settimo dei figli di Tomaso Swift, vicario di Goodrich; la numerosa prole avuta da questo ecclesiastico, e la tenuità del patrimonio che le lasciò, non hanno permesso il notare con maggiore esattezza l'ordine della sua discendenza. Il decano ne racconta egli stesso che suo padre ebbe qualche impiego amministrativo nell'Irlanda.

Gionatan nacque a Dublino in una casipola posta nella Corte d'Hocys, che gli abitanti di quel quartiere additano tuttavia alla curiosità dei viaggiatori. La sua infanzia venne contrassegnata da un avvenimento in qualche modo corrispondente ad altro occorso al padre di lui, la culla del quale poco dopo il suo nascere fu portata via dai soldati: questa volta la cosa involata fu lo stesso fanciullo, ma i rapitori non furono soldati.

La nudrice di Gionatan, nativa di Whitehaven, era stata richiamata nel suo paese da un parente moribondo, dal quale ella si aspettava un legato. Affezionata oltre ogni dire al bambino affidato alle sue cure, se lo portò via con sè senza renderne consapevole la madre, che lo seppe più tardi. Rimase tre anni a Whitehaven, perchè in vista della gracile di lui salute, la madre stessa non volle si rischiasse un secondo viaggio, e preferì lasciarlo alla buona donna che avea dato sì grande prova, ancorchè bizzarra, d'amarlo. Questa cordialissima balia mise tanta sollecitudine nell'educare il suo allievo, che, quando tornò a Dublino, sapea compitare; a cinque anni leggeva la Bibbia.

Partecipe dell'indigenza di una madre ch'egli amava teneramente, visse delle beneficenze d'uno zio, di nome Godwin, stato di dipendenza che parve sin dall'infanzia aver prodotta una profonda impressione su l'altero animo di Gionatan; fin d'allora principiò a manifestarsi in lui quello spirito di misantropia che perdè soltanto col perdere le morali sue facoltà. Nato dopo la morte del padre, si avvezzò di buon'ora a riguardare come infausto il giorno della sua nascita, nè tralasciò mai nel suo anniversario di leggere quel passo della Scrittura in cui Giobbe deplora ed impreca l'ora nella quale fu annunziata nella sua casa paterna la nascita d'un maschio.

Di sei anni fu mandato alla scuola di Kilkenny, fondata e dotata dalla famiglia d'Ormond. Si mostra tuttavia agli stranieri il suo leggio, ov'egli aveva intagliato il proprio nome con un temperino.

Giunto all'età di quattordici anni, venne trasferito da Kilkenny al collegio della Trinità di Dublino. Apparisce dai registri locali che vi sia stato ricevuto come pensionario il 21 aprile 1682; ebbe per maestro Sante Giorgio Ashe. Sotto la medesima data venne ammesso nella stessa qualità il cugino di lui, Tomaso Swift, onde i due cognomi eguali portati a registro senza i nomi di battesimo hanno fatto nascere qualche incertezza sopra alcuni più minuti particolari della biografia del decano.

Ammesso all'università; si pretese che desse opera agli studii più in voga a quell'epoca, alcuni dei quali al genio di lui mal s'affacevano; invano gli fu raccomandato l'applicarsi a quella che allora chiamavasi logica, e che veniva riputata la regina delle scienze; Swift sentì una naturale repugnanza per gli Smiglecius, i Keckermannus, i Burgersdicius e altri gravi dottori che sappiamo appena oggidì se abbiano mai esistito. Il suo maestro non riuscì mai a fargli leggere due pagine di quei dotti dalla desinenza in us, e d'altra parte era indispensabile l'avere almeno una tintura dei comentarii d'Aristotele per uscir dell'esame con buon successo. Ma a ciò non badando il giovinetto Swift trasandava, come gli studii aristotelici, tutti gli altri che non gli garbavano. Se leggeva, lo facea meno per addottrinarsi che per divertirsi, e scacciar da sè i pensieri malinconici. Ma tal genere di letture era necessariamente variato; convien dire per altro che avesse letto assai, perchè avea già messo in carta un abbozzo del suo Tale of a tub,[1] che fece vedere al suo collega Waryng. Che dobbiamo concludere da ciò? Che uno studente svogliato del secolo decimosettimo potea, mercè le letture di passatempo fatte in ore d'ozio, acquistar nozioni da far trasecolare uno studente attento dei nostri giorni.[2]

Manchiamo d'indizii certi per giudicare su l'estensione del sapere di Swift, possiamo soltanto affermare che era variato. Gli scritti di lui danno a vedere che la storia e la poesia, antiche e moderne, gli furono famigliari; nol vediamo mai imbarazzato nel citare ad appoggio del soggetto da lui trattato i brani dell'opere classiche più adatti a rischiararlo. Benchè non mostrasse fare un gran caso delle proprie nozioni, e incolpasse la propria negligenza ed ignoranza dell'aver perduto un grado d'università, benchè non risparmiasse veementi censure a coloro che accordavano una patente di dotto a chi non aveva dedicata la maggior parte della propria vita allo studio, pure non apprezzava molto uno studente il cui solo merito fosse la diligenza.

Intantochè Swift continuava così il corso de' suoi studii a seconda de' propri capricci, avrebbe dovuto interrompere anche questi, atteso la morte del suo zio Godwin (dalla quale apparve che nemmeno gli affari domestici di chi lo manteneva in collegio, erano splendidissimi), se non avesse trovato un novello soccorritore in un altro zio paterno Dryden Guglielmo Swift, che nell'aiutarlo mise un po' più d'impegno e di discernimento del fratello Godwin; il male era che il suo patrimonio non gli permetteva di essere gran fatto più liberale del defunto. Ad ogni modo Swift ne ha sempre benedetta la memoria, ed ha parlato di lui come del migliore de' suoi congiunti. Raccontava spesse volte un incidente occorsogli mentre era in collegio, incidente di cui fu l'eroe un suo cugino, Willoughby Swift, figlio di Dryden Guglielmo.

Gionatan Swift, in un momento di tal penuria che non gli lasciava avere un soldo in borsa, sedea pensieroso nella sua camera, donde vide nel cortile un marinaio che pareva chiedesse conto della stanza di uno studente. Gli saltò in pensiere che quest'uomo potesse essere incaricato d'un qualche messaggio inviatogli da suo cugino Willoughby, in quel tempo negoziante stanziato in Lisbona. Stava accarezzando una simile idea, allorchè, apertosi l'uscio della sua camera, gli si offre alla vista il marinaio, che trattasi di tasca una grande borsa di cuoio piena di danaro, lo versa sopra una tavola, additandolo effettivamente per un presente del cugino Willoughby. Swift, fatto estatico, offre al messaggere una parte del suo tesoro che l'onesto marinaio non volle accettare.

Da quel momento Swift, che avea conosciute le disgrazie dell'indigenza, fermò il proposito di regolare le sue tenui rendite in guisa da non vedersi più mai ridotto a simili estremità. Infatti mise tanto ordine nel suo sistema di vivere, che, come apparisce dai suoi giornali che si sono conservati, ha potuto render conto esatto a un dipresso della sua spesa annuale, cominciando dal tempo della sua dimora in collegio, e venendo al momento in cui perdè l'uso delle mentali sue facoltà.

Nel 1688 scoppiò la guerra in Irlanda: Swift allora toccava il ventunesimo anno; leggiero di borsa, se non d'istruzioni, in concetto di mancare anche di queste, col credito in oltre d'insubordinato e accattabrighe connesso col suo carattere, senza avere un solo amico che potesse proteggerlo, fargli buona accoglienza, agevolargli i mezzi di vivere, diede un addio in tal momento e sotto tali auspizi al collegio di Dublino. Mosso, è da credersi, più da tenerezza filiale che da nessuna speranza, s'avviò alla volta dell'Inghilterra, donde cercò tosto sua madre, che dimorava allora nella contea di Leicester. Mistress Swift, che si trovava anch'essa in uno stato di dipendenza ed angusto, gl'insinuò di sollecitare la protezione del cavaliere Guglielmo Temple, la cui moglie le era parente, e che avea conosciuto la famiglia degli Swift; infatti, Tomaso Swift, cugino del nostro autore, era stato cappellano del cavaliere Guglielmo.

La domanda fu fatta, e venne ben accolta; ma su le prime Guglielmo Temple non diede alcuna notabile prova di fiducia e di affezione al suo protetto. Il perfetto statista, l'amabile letterato non fu probabilmente soddisfatto gran che del carattere irritabile e delle nozioni imperfette del novello commensale. Ma le preoccupazioni sfavorevoli del cavaliere si andarono gradatamente diminuendo. Swift era fornito di uno spirito osservatore, e questo spirito, un po' prima, un po' dopo, dovè acquistargli grazia presso l'illustre patrocinatore; oltrechè, Swift in allora accrebbe le proprie nozioni con uno studio continuato cui dedicava otto ore di ciascun giorno. Un tempo sì ben impiegato e congiunto colle facoltà intellettuali che Swift possedea, lo resero ben presto un inestimabile tesoro pel signor Temple, col quale convisse due anni. La cattiva salute di Swift lo costrinse ad interrompere i suoi studi. Una indigestione gli aveva indebolito lo stomaco ed assoggettato lui a certi vaneggiamenti che lo trassero una volta in punto di morte, e dei quali sperimentò le infauste conseguenze per tutto il resto della sua vita. Vi fu un tempo in cui si trovò sì ridotto in mal essere, che cercò l'Irlanda colla speranza di trovar qualche miglioramento nel clima nativo; ma deluso in tale espettazione, tornò a Moor-Park, ove dedicava allo studio gl'intervalli che gli lasciava liberi quella specie d'infermità.

Dopo questo suo ritorno, il cavaliere Temple gli diede il massimo contrassegno di confidenza, col permettergli di essere presente ai suoi intertenimenti segreti col re Guglielmo, ogni qual volta il monarca si trasferiva a Moor-Park, onore che il cavaliere Temple doveva all'intrinsichezza antica tra lui e Guglielmo statolder d'Olanda, che Temple riceveva con rispettosa famigliarità, e che contraccambiava con suggerimenti costituzionali. Ogni qual volta la gotta confinava in letto Temple, Swift aveva l'illustre incarico d'accompagnare il monarca; tutti i biografi di questo poeta hanno ripetuto che il re Guglielmo gli offerse il comando d'una compagnia di cavalleria, e gl'insegnò ad apparecchiare gli sparagi alla foggia olandese; non accettò quel comando. Sarebbe un'ingiustizia il tacere al leggitore qual vantaggio Swift potesse ritrarre dal secondo di tali regii favori; esso consisteva nell'abilità di mangiare la testa e la coda di questo frutto degli orti. Ma vantaggi ben più rilevanti lusingarono l'ambizione di lui; gli fu fatta sperare una promozione nella carriera ecclesiastica, cui s'era dedicato per inclinazione e per la prospettiva che gli si schiudeva dinanzi. La grande fiducia di cui veniva onorato in allora giustificava cotali espettazioni. Il cavaliere Guglielmo Temple gli affidò la commissione di presentare al re Guglielmo i motivi per cui gli sarebbe tornato a conto l'acconsentire al partito che voleva triennale la durata del parlamento; e Swift di fatto sostenne l'opinione del suo commettente, giovandosi di parecchi argomenti tolti dalla storia medesima dell'Inghilterra; ciò non ostante il re persistette nella sua opposizione, onde alla Camera dei Comuni il partito venne respinto per l'influenza della corona. Tal si fu la prima relazione che Swift ebbe con la Corte, ed era solito dire co' suoi amici essere stata questa il rimedio che lo guarì dalla sua vanità; da quanto apparisce, avea fatto grandi conti sul buon esito della sua negoziazione, e d'altrettanto più grave fu la sua amarezza al vederla andata a vuoto.

Tale disastro lo pose anche in qualche rotta col suo protettore, onde se ne tornò in Irlanda, proveduto nondimeno d'un impiego che gli assicurava un onorario di cento lire sterline. I vescovi cui si volse per essere ordinato prete, gli domandarono un certificato di buona condotta durante la sua dimora presso il cavaliere Guglielmo Temple. La condizione era spiacevole; per ottenere un tale ricapito gli conveniva sottomettersi, chiedere scusa pei torti che aveva e per quelli che non aveva. Prima di ridursi a ciò volle pensarci tre mesi; finalmente si risolvè; la sua domanda venne esaudita, e probabilmente questa circostanza fu il primo passo verso la riconciliazione seguita in appresso tra lui ed il suo protettore. In meno di dodici giorni ottenne il certificato ch'egli desiderava; le patenti in virtù delle quali è ordinato diacono, portano la data del 18 ottobre 1694, quelle del suo sacerdozio sono del 13 gennaio 1795. È a credersi che il cavaliere Guglielmo Temple unisse al chiestogli certificato una commendatizia presso lord Capel, in allora vicerè dell'Irlanda, perchè non appena Swift fu ordinato prete, venne nominato alla prebenda di Kilroot, nella diocesi di Connoor, che dava una rendita di circa cento lire sterline l'anno, dopo di che si ritirò alla sede del suo beneficio a far la vita del parroco di villaggio.

Una tal vita sì diversa da quella ch'egli conduceva a Moor-Park, ove godea della società di quante persone eranvi più distinte per genio o per natali, gli divenne ben tosto insipida e stucchevole. In questo mezzo Temple, privo della vicinanza di Swift, sentiva anch'egli la perdita che aveva fatta, onde gli manifestò il suo desiderio di vederlo restituirsi a Moor-Park. Intantochè Swift esitava prima di abbandonare il genere di vita che aveva scelto per riassumere quello da cui s'era distolto, una circostanza sommamente atta a far comprendere quanto fosse dotato di un'indole benefica, sembrò stabilire la sua determinazione. In una delle sue corse di diporto aveva imparato a conoscere un ecclesiastico, col quale, avendolo trovato ed istrutto e modesto e morigerato, si legò in amicizia. Quel povero prete, padre di otto figli, non ritraeva dalla sua prebenda maggior rendita di quaranta lire sterline. Swift, che non aveva cavalli, chiese in prestito all'amico il suo cavallo nero, senza dirgli a qual fine, e se ne valse per recarsi a Dublino, ove rassegnò la sua prebenda di Kilroot, ottenendo che gli fosse surrogato nell'usufrutto della medesima il novello suo amico. Dilatò la fronte il buon prete, tanto il consolò la notizia di essere nominato ad un benefizio, ma appena seppe che spettava al suo benefattore, dal quale veniva rinunziata in favor suo la prebenda conferitagli, la sua gioia prese una espressione di sorpresa e di riconoscenza sì commovente, cui lo stesso Swift fu tanto sensibile, che confessa non aver mai provata al mondo una contentezza più viva come in quel giorno. Quando Swift partì alla volta di Moor-Park, il suo successore lo pregò aggradire il presente di quel cavallo che il primo non ricusò per paura di dare col suo rifiuto una mortificazione al donatore. Montato per la prima volta su d'un cavallo che potesse dir proprio, e con ottanta lire sterline nella sua borsa, Swift prese la via dell'Inghilterra, ove giunto ripigliò a Moor-Park l'antico incarico di segretario privato del cavaliere Guglielmo Tempie.

II.

Mentre Swift consacravasi interamente al suo gusto per la letteratura, mentre e questa e l'amicizia del suo illustre mecenate sembravano promettergli il più ridente avvenire, egli s'apparecchiava da sè medesimo, senza avvedersene, una sequela di disgrazie pel rimanente de' suoi giorni. Durante il suo soggiorno a Moor-Park fece la conoscenza di Ester Johnson, più conosciuta sotto il poetico nome di Stella.

Swift, troppo fidandosi nel suo temperamento freddo ed incostante, che, secondo lui, lo avrebbe salvato dai contrarre impegni di cuore imprudenti, aveva risoluto di non pensare ad ammogliarsi se non quando si fosse procacciati saldi e sicuri mezzi di sussistenza; conscio in oltre a sè stesso della propria incontentabilità, prevedea possibile il caso di differir tanto una tale risoluzione, che lo sopraggiugnesse prima la morte. Laonde, allorchè il suo nobile amico credea scorgere in lui i sintomi d'una amorosa passione, egli rispondeva queste apparenze altro non essere che l'effetto del suo umore attivo, inquieto e bisognoso sempre di nuovi alimenti; essere sempre suo stile il cogliere la prima occasione di divagamento che gli si offriva; trovarla talvolta in una galanteria insignificante; così accadere nella corrispondenza interpostasi tra esso e la giovinetta di cui si parlava.

«È un'assuefazione,» dicea, «dalla quale son padrone di staccarmi quando me ne verrà il talento, e che abbandonerò sul più bello senza dolermene di sorta alcuna.»

A questa specie d'amore ne succedè un altro ben più serio; Giovanna Waryng, sorella del suo amico di collegio che abbiamo dianzi commemorato, da lui chiamata, con una ricercatezza poetica, fredda anzichè no, Varina, si era conciliate le attenzioni di lui durante il soggiorno che avea fatto in Irlanda.

Una lettera scritta da esso quattro anni dopo alla stessa persona, portava l'impronta di sentimenti ben diversi dai primi; Varina era sparita; scriveva a miss Waryng; ma durante l'intervallo di quattro anni potevano esser accadute ben molte particolarità a noi sconosciute; e sarebbe forse un'ingiustizia il giudicar severamente la condotta di Swift, che la resistenza ostinata di Varina non avea predisposto ad una subitanea offerta di capitolazione[3].

La morte del cavaliere Guglielmo Temple pose fine a quella fortunata e tranquilla esistenza che Swift avea goduto pel corso di quattro anni a Moor-Park. Il cavaliere Guglielmo, che aveva saputo valutare l'amicizia disinteressata di Swift, gli lasciò un legato in danari, oltre ai suoi manoscritti, che senza dubbio Swift apprezzava molto di più.[4]

Poco appresso, Swift si trasferì nell'Irlanda in compagnia di lord Berkeley. Dopo alcune dissensioni avvenute tra lui e questo lord, ottenne il benefizio di Saracor: ma non tardò a gettarsi di nuovo dalle cure ecclesiastiche in quelle della politica.

Nel 1710 si restituì in Inghilterra, ove allora incominciarono le sue ostilità contra i whigh e la sua lega con lord Harley e col ministero.

La sua nomina al decanato di San Patrizio fu sottoscritta il 23 febbraio 1715, e nei primi giorni del successivo giugno Swift partì da Londra per andare a prendere possesso di un benefizio che a' suoi occhi era tutt'al più, come lo ha detto spesse volte, un onorevole esilio. Di fatto niuno sarebbesi mai aspettato che l'inaudito favore in cui fu avuto dal governo lo condurrebbe unicamente al godimento d'un benefizio in Irlanda, allontanandolo da quegli stessi ministri, i quali essendo soliti consultarlo, oltre alle delizie che ritraevano dalla sua società, ne impiegavano i talenti a difendere la loro causa. Senza dubbio non fu minore del cruccio la sorpresa prodotta in Swift da un simile tratto, sorpresa tanto più giusta, perchè alcuni anni prima gli stessi ministri aveano ricusato di nominarlo vescovo d'Irlanda pel bisogno in cui si vedeano di tenerselo appresso.

Mistress Johnson aveva abbandonata la patria e compromessa la propria fama per dividere il destino dell'uomo amato fin d'allorquando questo destino non presentava alcuna prospettiva di divenir luminoso. Quand'anche non vi fosse stata una stipulazione di nozze, tanti sagrifizi fatti da questa donna per lui avrebbero dovuto per Swift tener luogo d'una solenne promessa di matrimonio. Pure Swift ci pensava sì poco, che pregò il suo antico istitutore ed amico Sante Giorgio Ashe, allora divenuto vescovo di Clogher, a cercare di scoprire quali fossero i motivi della malinconia che opprimeva Stella; i motivi erano tali quali doveva rappresentarli a Swift la sua coscienza medesima; egli non aveva altro che un mezzo per farla convinta di amarla tuttavia e per metterla in salvo dalle dicerie della calunnia. La risposta di Swift alla comunicazione del suo vecchio istitutore si fu: aver egli, Swift, stabilite due risoluzioni rispetto al matrimonio, l'una di non ammogliarsi finchè non si fosse assicurato un patrimonio sufficiente, l'altra di non pensare a ciò se non in un'età nella quale egli potesse ragionevolmente sperar di vedere collocati convenientemente i propri figli; non creder egli che fosse abbastanza indipendente la propria sussistenza; essere tuttavia molestato da debiti; quanto agli anni, avere già passata l'età in cui aveva risoluto di non contrarre più nozze; che nondimeno avrebbe sposata Stella, purchè il loro matrimonio fosse tenuto segreto, e sotto patto di continuare a vivere separati ed osservando la stessa circospezione di prima. A queste dure condizioni Stella si rassegnò, perchè se non altro la liberavano dai suoi scrupoli, e calmavano i gelosi timori da lei concepiti che Swift potesse una volta o l'altra sposare la sua rivale. Swift e Stella vennero uniti in nozze nel giardino del decanato dal vescovo di Clogher, correndo l'anno 1716.

Seguita appena, a quanto sembra, la cerimonia, Swift fu in preda ad una spaventosa agitazione di spirito. Delany (a quanto si è saputo da un amico della stessa vedova di Swift), chiamato a dire la sua opinione su questa stravaganza, raccontò di avere ai giorni in circa in cui le nozze erano seguite, notata in Swift una straordinaria cupa malinconia confinante col delirio, che si portò quindi presso l'arcivescovo King per notificargli i propri timori. Mentre entrava nella biblioteca di questo prelato, Swift ne usciva precipitosamente con fisonomia stralunata, e gli passò da vicino senza dirgli nulla. Trovò l'arcivescovo dolente, e chiestogliene il motivo, udì rispondersi: «Voi avete incontrato l'uomo il più infelice che viva sopra la terra; ma guardatevi dal farmi nessuna interrogazione su l'origine della sua disgrazia». Giova soggiugnere la conclusione che Delany dedusse da tutto ciò; secondo esso, Swift sarebbe dopo il matrimonio venuto a scoprire di essere parente in prossimissimo grado della Stella, e ne avrebbe fatta allora la confidenza all'arcivescovo; ma le espressioni del prelato non indicano nulla di simile; oltrechè v'ha delle prove positive che tal parentado non poteva sussistere.

Dopo la celebrazione delle predette nozze, Swift stette diversi giorni senza vedere nessuno. Uscito del suo ritiro, continuò a vivere serbando la stessa circospezione con la Stella a fine di allontanare ogni sospetto d'intrinsichezza con essa, quasi che una tale intrinsichezza non fosse stata d'allora in poi e legittima e lodevole. Ancorchè dunque la Stella continuasse ad essere la diletta ed intima amica di Swift, ancorchè ella facesse i convenevoli della sua mensa, non vi comparve giammai che in qualità di persona convitata; fedele di lui compagna, ne era l'infermiera in tempo di malattia, ma non mai formalmente moglie, ed anzi cotali nozze rimanevano un segreto per la generalità.

Gli affari della sua chiesa cattedrale, scompigliati dalla resistenza del suo capitolo, e talvolta ancora dall'intervento dell'arcivescovo King, impiegavano molta parte del suo tempo, ma tali difficoltà vennero insensibilmente appianate dal convincimento divenuto universale delle rette intenzioni del decano e del disinteressato di lui zelo pel mantenimento dei diritti e degl'interessi della sua chiesa; laonde coll'andar del tempo acquistò tal preponderanza nel capitolo, che ben di rado le proposte fatte da lui trovarono oppositori. La bisogna delle investiture ecclesiastiche e delle loro rinovazioni gli diede lunghe occupazioni in appresso. Dee credersi ciò non ostante che in tutto quel tempo Swift non lasciasse affatto da un lato lo studio; si sono trovate alcune osservazioni ch'egli scriveva in quel tempo sopra Erodoto, Filostrato ed Aulo Gellio, le quali danno a supporre che s'intertenesse assai nella lettura di quegli antichi, ciò che s'accorda con le molte pagine in bianco che si sono vedute intromesse ad arte nella legatura dei volumi su i quali ha lasciate delle annotazioni. È naturale l'immaginarsi che non avesse dimenticato gli scrittori classici, quand'anche d'altra parte non fosse noto che, durante il suo soggiorno a Gaulstown, il poema di Lucrezio era la lettura sua favorita. Il catalogo dei libri che componeano la sua biblioteca e le note di lui manoscritte sono la più autentica prova dello squisito suo gusto.

Cotali studi non bastavano ad un uomo che aveva presa una parte sì operosa nella politica durante la sua dimora nell'Inghilterra. Si è creduto, ed è assai probabile, che in quel tempo Swift abbia concepito il disegno dei Viaggi di Gulliver. Si trova il germe di tale opera famosa nei Viaggi di Martino Scriblero, probabilmente divisati prima che la proscrizione avesse sgominato il club letterario. L'aspetto, sotto cui Swift considerava i pubblici affari dopo la morte della regina Anna collima coi tratti satirici dei Viaggi di Gulliver. Oltrechè, in una lettera a Vanessa allude al caso occorso a Gulliver con la scimia di Brobdingnac, e si trae dalla stessa corrispondenza, che nel 1722 Swift leggeva parecchie relazioni di viaggi. Egli racconta a mistress Whiteway, ciò che ha ripetuto in appresso, di aver tolti dall'opere dei viaggiatori tutti i termini marinareschi del Gulliver. È pertanto credibile che i Viaggi di Gulliver sieno stati abbozzati nel tempo da noi indicato, ancorchè vi si trovino commemorate delle particolarità che si riferiscono alla politica di un'epoca posteriore.

Nell'anno 1720, Swift abbandonò le sue occupazioni ed i suoi passatempi per mostrarsi di bel nuovo sul politico aringo, non per dir vero in forma di avvocato e panegirista di un ministero, ma qual difensore intrepido ed incessante d'un popolo oppresso. Mai fuvvi nazione che più dell'Irlanda abbisognasse di un simile difensore. La prosperità di cui dessa aveva goduto sotto gli Stuardi, era stata interrotta da una guerra civile, l'esito della quale avea costretto il fiore della nobiltà e degli ufiziali militari nazionali ad andar banditi dalla loro patria. La popolazione cattolica di quel reame, eccitando diffidenza, veniva tacciata della più assoluta incapacità.

Il parlamento d'Inghilterra, che si era arrogata l'autorità di crear leggi per l'Irlanda, se ne prevaleva per restrignerne in tutti i modi possibili il commercio e per assoggettarla al regno dell'Inghilterra, da cui la tenea dipendente. Gli statuti del decimo e dell'undecimo anno del regno di Guglielmo III vietavano l'asportazione delle mercanzie di lana in qualunque luogo che non fosse l'Inghilterra o il principato di Galles, in conseguenza della qual legge le manifatture irlandesi soggiacquero ad una perdita che fu valutata un milione di lire sterline.

Non surse nella camera dei comuni un'unica voce per combattere quelle massime altrettanto contrarie alla politica, quanto tiranniche e degne d'una piccola corporazione di bottegai di villaggio, non mai del senato antiveggente d'un popolo libero. Col voler seguire tali principii, si accumulavano ingiustizie sopra ingiustizie, al che si aggiugneva l'insulto, col vantaggio per gli aggressori di poter atterrire gli oppressi popoli dell'Irlanda e ridurli al silenzio col gridarli ribelli e giacobiti. Swift contemplava questi mali con tutta l'indegnazione d'un carattere inclinato per natura ad opporsi alla tirannide. Pubblicò le Lettere del Pannaiuolo, invigorite dalla forza della ragione, scintillanti di spirito, maestrevoli per l'arte con cui vengono ordinati e presentati i ragionamenti e collocati i frizzi a lor posto.

La popolarità di Swift fu quella di tutti quegli uomini che in un'epoca critica e decisiva hanno avuta la fortuna di prestare alla patria loro un grande servigio. Per tutto il tempo in cui gli fu dato uscire di casa, le benedizioni del popolo lo accompagnarono; per ogni città donde passava, riceveva l'accoglienza che sarebbesi fatta ad un principe. Al primo avviso di un pericolo che sovrastasse al DECANO (titolo che era divenuto il sinonimo di Swift), tutti accorrevano in sua difesa. Walpole si era posto in mente di far arrestare Swift; un prudente amico gli chiese se avesse diecimila uomini da dare di scorta al messo che porterebbe il mandato d'arresto.

Le fragilità umane di Swift, se bene atte di loro natura a dar pascolo al cicaleccio maligno del volgo, venivano coperte dal pietoso rispetto di un'affezione filiale. Tutti i vicerè dell'Irlanda che, comprendendo fra essi l'affabile Cartenet e l'altero Dorset, non poteano del certo amare la politica di Swift (forse non ne amavano nemmeno la persona), si videro costretti a rispettarne la politica ed a capitolare col suo zelo. Lo scadimento delle mentali di lui facoltà fu un lutto per quella intera contrada; il dolore del suo popolo lo accompagnò nel sepolcro, e sono ben pochi gli autori irlandesi che non abbiano tributato alla memoria di Swift un tale omaggio di gratitudine sì giustamente dovutogli.

III.

I Viaggi di Gulliver comparvero dopo il ritorno di Swift nell'Irlanda, accompagnati da quel mistero ch'egli faceva quasi sempre intervenire nella pubblicazione delle sue opere. Aveva abbandonata l'Inghilterra nel mese di agosto, e in data all'incirca contemporanea il manoscritto del Gulliver fu gettato da un calesse nella bottega del libraio Motte.

Il Gulliver venne pubblicato nel successivo novembre con diversi cangiamenti e stralci che vi praticò la timidezza dell'editore. Swift se ne dolse ne' suoi carteggi, e riprovò le alterazioni mediante una lettera che venne inserita nelle edizioni successive.[5] Il pubblico nondimeno non vide nulla di troppo timido in quello straordinario romanzo allegorico, che produsse una universale impressione, e fu letto da ogni classe di persone, cominciando dai ministri e scendendo fino alle maestre di fanciulli. Ciascuno voleva a tutti i costi conoscerne l'autore, e persino gli amici di Swift, quali erano Pope, Gay, Arbuthnot, gli scrissero come se avessero dei dubbi su tal particolare.

Non ne aveano sicuramente, e se bene si sieno valsi di termini atti a trarre in inganno alcuni biografi, che hanno credute reali le loro dubbiezze, tutti i predetti dotti, dal più al meno, conoscevano l'opera prima che fosse pubblicata. La loro perplessità era ostentata, o facessero così per prestarsi al capriccio di Swift, o fors'anche per timore di veder le loro lettere intercette, e di trovarsi costretti a deporre contra l'autore, se mai l'opera di lui avesse destato in più efficace guisa il dispetto del ministero.

Non fuvvi forse giammai alcun libro che venisse più ricercato da ogni ceto di persone. I lettori spettanti all'alte classi della società vi ravvisavano una satira personale e politica; il volgo, avventure di proprio gusto; gli amici del genere romanzesco, il maraviglioso; i giovani vi ammiravano lo spirito; i gravi personaggi vi trovavano lezioni di morale e di politica; la vecchiezza posta in non cale e l'ambizione delusa vi leggeano le massime di un'amara e viva misantropia.

L'orditura della satira varia nelle diverse sue parti. Il viaggio a Lilliput è un'allusione alla Corte e alla politica dell'Inghilterra; il cavaliere Roberto Walpole, dipinto nel personaggio del ministro Flimnap,[6] non la perdonò più mai all'autore, e ne è una prova la sua costante opposizione a quanti partiti furono posti per richiamare nell'Inghilterra il decano.

Le fazioni dei wigh e dei tory vengono additate dai calcagnini alti e bassi: i papisti ed i protestanti dai piattuoviani e dagli antipiattuoviani (pag. [52], [63]). Il principe di Galles, che vedeva ugualmente di buon occhio i wigh ed i tory, rise di gusto al leggere il temperamento d'un calcagnino alto e d'un calcagnino basso, adottato dall'erede presuntivo della corona di Lilliput. Il regno di Blefuscu, in cui l'ingratitudine della Corte lilliputtiana costringe Gulliver a cercare, se non vuole aver cavati gli occhi, un rifugio, è la Francia, ove la sconoscenza della Corte inglese obbligò ripararsi il duca d'Ormond e lord Bolingbroke. Le persone istrutte delia storia segreta del regno di Giorgio I, comprenderanno facilmente le altre allusioni. Lo scandalo fatto nascere da Gulliver col metodo adottato per estinguere (p. [64]) l'incendio dell'imperiale palazzo, allude alla disgrazia della regina Anna, incorsa dall'autore per aver composto la Fola (Tale of a tub), di cui la Corte si ricordò per fargliene un delitto, senza sapergli grado che l'opera stessa avea, siccome la Corte lo desiderava, resi importanti servigi all'alto clero. Noteremo parimente che la costituzione e le norme di educazione pubblica dell'impero di Lilliput vengono proposte siccome modelli, e che la corruttela introdottasi nella Corte non avea data più antica degli ultimi tre regni scorsi. Quanto alla costituzione dell'Inghilterra, tale era effettivamente il sentimento dell'autore.

Nel Viaggio a Brobdingnag la satira è di un'applicazione più generale, ed è difficile lo scoprirvi cose che si riferiscano agli avvenimenti politici ed ai ministeri dell'epoca in cui venne pubblicato. Il fine di tale opera si è indicare le opinioni che adotterebbe su gli atti ed i sentimenti dell'uomo un essere fornito di un'indole fredda, ponderata, filosofica e d'un'immensa forza fisica. Il monarca di quei figli di Titani è la figura di un re patriota, indifferente a quanto è di mera curiosità, freddo per quanto è solamente bello, ed unicamente interessato a ciò che concerne l'utilità generale ed il bene pubblico. I rigiri e gli scandali di una corte europea sono agli occhi di un tal principe altrettanto odiosi negli effetti, quanto spregevoli nei loro motivi. La duplice antitesi offerta da Gulliver, che da Lilliput, ov'era un gigante, arriva in mezzo ad una schiatta d'uomini fra i quali non è più che un pigmeo, è di un effetto felice. Se vogliamo, si ripetono necessariamente le stesse idee, ma poichè cangiano d'aspetto nella parte rappresentata dal narratore, ciò merita piuttosto il nome di continuazione che di replica.

V'ha alcuni tratti intorno alla corte di Brobdingnag che sono sembrati applicabili alle damigelle d'onore della corte di Londra, per le quali, a quanto sembra, Swift non professava una infinita venerazione.

Arbuthnot, uno degli scienziati di quei giorni, si chiariva contra il Viaggio a Laputa, in cui vedeva probabilmente uno scherno versato su la Società reale. Egli è certo che vi si trovano alcune allusioni ai più reputati filosofi di quell'epoca. Pretendesi fino che vi sia un frizzo scoccato contra Isacco Newton. L'ardente patriota non aveva dimenticato che questo filosofo pronunziò il suo voto in favore della moneta erosa di Wood. Un sartore di Laputa dopo essersi valso d'un quadrante e delle proprietà di certa curva per prendere la misura di un abito a Gulliver, gli porta un vestito senza garbo che non gli si affaceva nè poco, nè assai; vuolsi che ciò alluda ad un errore da attribuirsi piuttosto al tipografo di Newton, il quale, aggiugnendo, ove non andava, uno zero ad un calcolo astronomico dello stesso Newton su la distanza del sole dalla terra, aumentava questa distanza a tal segno, che nemmeno il sole avrebbe potuto più illuminarci. Gli amici di Swift credeano parimente che l'idea del percussore (colui che avea l'incarico di suscitare con una bacchetta le idee dei grandi di Laputa) gli sia stata suggerita dalle distrazioni abituali di Newton. Il nostro decano solea dire a Dryden Swift: «Il signor Isacco Newton è l'uomo di compagnia più insulso che si trovi sopra la terra. Se lo interrogate su qualche quistione anche ovvia, fa girar e rigirare circolarmente le idee nel cervello un gran pezzo prima che vi dia una risposta.» Swift, nel far questo racconto, s'andava descrivendo colla mano due o tre circoli su la fronte.[7]

Ma benchè Swift abbia forse mostrato men rispetto di quanto ne era dovuto al più grande filosofo della sua età, e benchè in molti de' suoi scritti sembri avere in lieve conto le matematiche, la satira di Gulliver è piuttosto vôlta contra l'abuso della scienza, che contra la scienza in sè stessa. I progettisti dell'accademia di Laputa ci vengono presentati come uomini che con una leggiera tintura delle matematiche pretendevano perfezionare le ideali loro costruzioni meccaniche a furia di ghiribizzi fantastici e di storture di mente. Vivevano ai giorni di Swift molti individui di tale razza che abusavano della credulità degl'ignoranti, li rovinavano, e per la loro imperizia indugiavano i progressi della vera scienza. Nel mettere in derisione tali progettisti, zimbello alcuni delle loro mezze nozioni, altri effettivi impostori, da lui presi in tanta avversione da che furono lo sterminio del suo zio Godwin, ha accattato molti tratti, e probabilmente l'idea generale di Rabelais, ove nel libro V, capitolo XVIII, Pantagruel passa in rassegna le occupazioni dei cortigiani di Quintessenza, regina di Eutelechia (Perfezione intellettuale).

Swift ha parimente posti in ridicolo certi professori di scienze speculative dedicatisi allo studio di quanto veniva denominato in allora magia fisica e matematica; studio che non fondato su verun saldo principio, non indicato o comprovato dall'esperienza, penzolava tra la scienza ed il misticismo; di tal genere furono l'alchimia, la fabbricazione di figure di bronzo parlanti, d'augelli di legno volanti, di polvi simpatiche, di balsami efficaci senza applicarli alle ferite, ma bensì all'arma che le aveva fatte, d'ampolle di essenza atte a concimare iugeri sopra iugeri di terreno, e d'altre simili meraviglie predicate da impostori, i quali trovavano sfortunatamente i creduli che ne divenivano le vittime. La macchina del buon professore di Lagado, intesa ad affrettare i progressi delle scienze speculative, ed a comporre libri su tutti gli argomenti senza verun soccorso di genio o di sapere, era una allusione derisoria all'arte inventata da Raimondo Lullo, e perfezionata da quelle belle teste de' suoi comentatori, o al così intitolato metodo meccanico, la cui mercè Cornelio Agrippa, uno fra i discepoli di Lullo, s'arrogava il provare «che ciascun uomo può discutere su qualsivoglia argomento e, con un certo numero di nomi propri, di sostantivi e di verbi, tirare in lungo con molto splendore e sottigliezza una tesi, sostenendo ad un tempo due pareri contrari sopra la stessa quistione.»

Certamente al giorni di Swift un galantuomo poteva credersi trasportato in seno alla grande accademia di Lagado, allorchè leggeva la Breve e grande arte della dimostrazione, consistente nell'adattare il soggetto da trattarsi ad una macchina composta di diversi circoli fissi e mobili. Il circolo principale doveva essere immobile, e vi si leggevano i nomi delle sostanze e di tutte le cose che potevano somministrare un soggetto, come angelo, terra, cielo, uomo, animale, ec. Entro questo circolo fisso ne veniva introdotto un altro mobile su cui stavano scritti gl'incidenti, così chiamati dai logici, come quantità, qualità, relazione, ec. In altri circoli apparivano gli attributi assoluti e relativi, ec., con le formole delle quistioni. Girando i circoli in modo di far cadere gli attributi su la quistione proposta, doveva derivarne un guazzabuglio di così detta logica meccanica, che Swift senza dubbio aveva di mira nel descrivere la sua famosa macchina per comporre libri. Quante volte infatti vi erano stati ciarlatani che istituivano esperienze per portare al massimo grado della perfezione l'Arte dell'Arti (chè così fu chiamata). Mediante un tal metodo di comporre e di ragionare, Kircher che ha insegnato cento arti diverse di tal natura, ha rinnovellata e perfezionata, egli dicea, la macchina di Lullo; il gesuita Knittel ha composta su lo stesso stampo la Strada reale di tutte le scienze ed arti; sopra un egual sistema Bruno ha inventato l'arte della logica; e Kuhlman fa dubitare se siate desto, o sogniate, quando annunzia la sua macchina che conterrà non solamente l'arte delle cognizioni universali, o il sistema generale di tutte le scienze, ma eziandio quella di saper le lingue, di comentare, criticare, imparare la storia sacra e profana, di conoscere le biografie d'ogni specie, senza comprendervi la Biblioteca delle Biblioteche, ove si contiene l'essenza di quanti libri furono pubblicati. Quando si era arrivato a tanto che uomini reputati dotti millantavano con prosopopea ed in un sufficente latino la possibilità d'acquistare tutte le immaginabili cognizioni coll'aiuto d'uno stromento meccanico, assai somigliante ad un fanciullesco balocco, era tempo che la satira facesse giustizia di tante orride fanfaluche. Non è pertanto la scienza ciò che Swift ha cercato di mettere in ridicolo, ma bensì gli studi chimerici cui talvolta era stato compartito il nome di scienza.

Nella caricatura dei progettisti, Swift lascia trapelare le idee che lo affezionavano, mentre scriveva, alla fazione dei tory. Quando leggiamo la storia malinconica degli strulldbrugg (degl'immortali stanchi in formidabil guisa della loro immortalità), siamo condotti all'epoca in cui l'autore concepì quella indifferenza per la morte che a miglior diritto avrebbe sentita negli ultimi anni della sua vita scompagnati dalla ragione.[8]

Alcune severe diatribe contra la natura umana, non hanno potuto essere inspirate se non dall'ira che, come il medesimo Swift lo ha confessato nel comporsi il suo epitafio da sè, rodea da lungo tempo il suo cuore.

Confinato in un paese ove la specie umana era divisa in piccioli tiranni[9] ed oppressi schiavi, idolatra della libertà e dell'indipendenza che vedeva ad ogni istante calpestate, l'energia de' suoi sentimenti, fattasi omai incapace di freno, gli fece prendere in orrore una specie di viventi capaci gli uni di commettere, gli altri di sopportare tante ingiustizie. Non perdiamo di vista la sua salute che declinava ogni giorno, la sua felicità domestica distrutta dalla morte di una compagna da lui amata e dall'affliggente spettacolo del pericolo che minacciava la vita di un'altra donna statagli non meno cara, i giorni di lui appassiti nel loro autunno, la certezza di dover finire i suoi anni in un paese venutogli in avversione per non esser quello ove aveva concepite sì lusinghiere speranze, e dove avea lasciati i migliori fra i suoi amici. Questa totalità di circostanze può fargli perdonare una misantropia generale, che per altro non chiuse mai il cuore di Swift alla beneficenza. Tali considerazioni che non si restringono alla persona dell'autore, sono anche una specie d'apologia alla sua opera, la quale, ad onta del rancore che l'ha suggerita, offre una lezione morale. Certamente Swift non s'è inteso pignere in tutti gli enti fantastici della sua immaginazione l'uomo rischiarato dalla religione o anche dai soli lumi naturali della ragione; ma l'uomo digradato dal torpore volontario delle sue facoltà intellettuali, e dall'essersi fatto schiavo dei propri istinti, l'uomo sfortunato che vediamo nelle classi ultime della società, quando si abbandona all'ignoranza ed ai vizi ch'ella produce. Considerata la cosa sotto un tale aspetto, il ribrezzo inspirato da alcuni quadri debb'essere utile alla morale.

Non per ciò arriveremo ad affermare che la moralità dello scopo giustifichi la nudità del dipinto, nè l'artista, il quale ne ha presentato l'uomo nello stato di digradazione che lo accosta ai bruti. I moralisti dovrebbero imitare i Romani, che sottoponendo a pene pubbliche la generalità dei delitti, punivano con castighi segreti gli oltraggi fatti al pudore.

A malgrado d'inverisimiglianze giudicate tali or dalla ragione, or dalla preoccupazione, i Viaggi di Gulliver destarono un universale interesse; lo meritavano e per la novità e per l'intrinsico loro merito. Luciano, Rabelais, More, Bergerac, Alletz, e parecchi altri scrittori avevano ideato l'artifizio di far raccontare ad alcuni viaggiatori le scoperte da essi fatte in regioni ideali. Ma tutte le utopie immaginate per l'addietro si fondavano su puerili finzioni, o divenivano impalcamento ad un sistema d'impraticabili leggi. Era serbato a Swift il condire la morale della sua opera col sale della facezia, il farne sparire l'assurdo col frizzo della satira, il dare agli avvenimenti i più inverisimili l'aspetto della verità mercè il carattere e lo stile del narratore. Il carattere dell'immaginario viaggiatore Gulliver è esattamente quello di Dampier e d'ogni altro testardo navigatore di quell'età, che fornito di coraggio e di comune discernimento, dopo avere solcati rimoti mari, riportava a Portsmouth o a Plymouth i suoi pregiudizi inglesi, e raccontava gravemente e alla buona quanto avea veduto e quanto gli era stato fatto credere nei paesi percorsi. Un tal carattere è cotanto inglese che difficilmente gli stranieri lo possono valutare. Le osservazioni di Gulliver non sono mai più acute o profonde di quelle d'un capitano di bastimento mercantile o d'un chirurgo della City di Londra che torni da una lunga corsa marittima.

Robinson Crusoè, che racconta avvenimenti ben più prossimi alla realtà, non è forse superiore a Gulliver per la gravità e semplicità della sua narrazione.

La persona di Gulliver si scorge disegnata con tal verità che un marinaio affermava di aver conosciuto il capitano Gulliver; null'altro esservi di sbagliato fuorchè il luogo del suo domicilio, che era a Wapping, non a Rotherhithe. Una tal lotta tra la facilità naturale e semplicità dello stile e le meraviglie raccontate, è quanto produce uno dei grandi vezzi di questa memorabile satira delle imperfezioni, delle follie e dei vizi della specie umana; i calcoli esatti, che vengono istituiti nelle due prime parti contribuiscono a dar qualche verisimiglianza alla favola. Suol dirsi che ogni qual volta nella descrizione di un oggetto naturale le proporzioni sono ben conservate, il maraviglioso prodotto dall'impicciolimento o ingrandimento enorme dell'oggetto stesso è meno sensibile allo spettatore. Certo è che in generale la proporzione è un attributo essenziale della verità, e che, quando una volta il lettore ha ammessa l'esistenza degli uomini che il viaggiatore narra di aver veduti, egli è difficile il ravvisare veruna contradizione nel suo racconto; sembra al contrario che i personaggi in cui Gulliver si è scontrato, si comportino precisamente come lo avrebbero dovuto nelle circostanze ove gli ha immaginati l'autore. In ordine a che, il maggior elogio che possa citarsi dei Viaggi di Gulliver, è la critica stessa fattagli da un dotto prelato irlandese: È tutt'uno; Swift non m'indurrà mai a credere che tali uomini, tali animali, tali alberi abbiano avuata una esistenza reale. Vi è parimente una grand'arte nel far vedere come Gulliver, per l'influenza degli oggetti dai quali è attorniato arrivando a Lilliput e a Brobdingnag, perda a gradi a gradi le idee che aveva sulle proporzioni di statura, e adotti quelle dei pigmei o dei giganti fra' quali visse.

Per non protrarre di troppo queste considerazioni eccito soltanto il leggitore a notare con quale infinita maestria, per rendere più solleticante la satira, le azioni vengano ripartite fra quelle due razze di esseri immaginari. A Lilliput i rigiri, i brogli politici, che sono la principale faccenda dei cortigiani in Europa, trasportati in una corte di omettini alti sei dita, divengono un oggetto di ridicolo, intantochè la leggerezza delle donne e i pregiudizi delle corti europee, che l'autore presta alle dame di palazzo del regno di Brobdingnag, divengono nauseanti mostruosità presso una nazione di sterminata statura. Con queste arti e mille altre, dalle quali trapela il tocco del grande maestro, e delle quali sentiamo l'effetto senza arrivare a scoprirne la causa se non in forza di una lunga analisi, Swift ha convertito una fola buona per le balie in un romanzo cui niun altro può essere paragonato sia per la maestria della narrazione, sia pel vero spirito della satira che vi domina. Voltaire, che quando uscì questo romanzo trovavasi in Inghilterra, lo esaltò ai suoi compatrioti; raccomandando loro di farlo tradurre. L'abate Desfontaines si prese l'assunto di una tale versione. Le perplessità, le paure, le apologie di questo Desfontaines si leggono nella singolare introduzione che egli premise al suo lavoro; prefazione ben atta a dare un'idea su lo spirito e le opinioni di un letterato francese di quell'età.

L'abate Desfontaines crede accorgersi che quest'opera dà un calcio a tutte le regole; chiede grazia per le stravaganti fole che egli si è ingegnato di vestire alla francese; confessa che a certi tratti dei Viaggi di Gulliver si sentiva cader di mano la penna, tanto grandi erano l'orrore e la sorpresa che lo comprendeano al vedere sì audacemente violata dall'autore satirico inglese ogni buona creanza.[10] Paventa non vadano a cadere su la corte di Versaglies alcune frecciate scoccate dalla penna di Swift, si affaccenda con mille circollocuzioni a protestare che la totalità del romanzo è allusiva ai toriz e ai wigts (chiama così i tory e i wigh) da cui è infestato il fazioso regno dell'Inghilterra. Conchiude assicurando i suoi leggitori di aver non solamente cangiati molti incidenti onde accomodarli al gusto dei suoi compatrioti; ma di aver omesse le particolarità nautiche ed una quantità di minuzzame tanto detestabile nell'originale.[11] A malgrado di questa ostentazione di gusto prelibato e di dilicatezza, la versione di cui si parla è tollerabile. L'abate Desfontaines fece la sua palinodia per aver tradotta un'opera secondo lui sì difettosa; col pubblicare una Continuazione dei Viaggi di Gulliver, in uno stile tutto suo e affatto diverso da quello del suo prototipo.[12]

Anche in Inghilterra è stata pubblicata una Continuazione dei Viaggi di Gulliver, un preteso terzo volume. È questa il più impudente accozzamento di pirateria e di falsità ch'uomo si sia mai fatto lecito nel mondo letterario. Mentre vi era chi sosteneva essere stata composta dall'autore del vero Gulliver questa Continuazione, si scoperse che non era nemmeno l'opera del suo imitatore, ma la cattiva copia d'un romanzo francese affatto oscuro, ed intitolato la Storia dei Severambi.

Indipendentemente dalle indicate continuazioni, era impossibile che un'opera di tanto grido non facesse nascere la voglia d'imitarla, di farne la parodia, di pubblicarne la chiave; com'era impossibile che non somministrasse inspirazioni a qualche poeta; che non fruttasse al suo autore ora encomi, ora satire, in somma tutto quanto per solito si connette con un trionfo popolare, non omesso lo schiavo incatenato al carro, le cui grossolane ingiurie ricordano all'autor trionfante ch'egli è sempre uomo.

I Viaggi di Gulliver doveano sempre più aumentare, siccome accadde, il favore di cui godeva il loro autore alla corte del principe di Galles. Ricevè lettere le più cortesi, le più affettuose e sparse anche di amichevoli lepidezze su Gulliver, su gl'Yahoo, su gli abitanti di Lilliput. Nel partirsi dall'Inghilterra, Swift avea chiesto alla principessa e a mistress Howard un picciolo dono, un pegno che attestasse qual differenza entrambe ponevano tra l'autore dei Viaggi di Gulliver e un ordinario pretazzuolo. Non pretendeva che il regalo della principessa oltrepassasse in valore dieci lire sterline, nè una ghinea quello di mistress Howard. La principessa promise un dono di medaglie che non furono mai spedite. Mistress Howard, più memore della parola data, spedì a Swift un anello; alla lettera che lo accompagnava Swift rispose a nome di Gulliver, ed aggiunse alla sua risposta una picciola corona d'oro che rappresentava il diadema di Lilliput. La principessa accettò un taglio di drappo di seta, di manifattura irlandese, del quale si fece una veste. Nella sua corrispondenza, Swift torna un po' troppo spesso su questo presente; e vi è gran luogo di credere che se il principe fosse salito sul trono, Gulliver, valendoci dell'espressione di lord Peterborough, avrebbe fatto dar del gesso ai suoi scarpini, ed imparato a ballar su la corda per diventar vescovo.

IV.

Swift era uomo d'alta statura, robusto e ben fatto. Aveva occhi turchini, carnagione bruna, sopracciglia nere e folte, un naso piuttosto aquilino, lineamenti che esprimevano tutta l'austerità, l'altezza e l'intrepidezza del suo carattere.

In sua giovinezza passava per bellissimo uomo; in vecchiezza, la fisonomia, benchè severa, ne era nobile e dignitosa. Aveva il dono di parlare in pubblico con facilità e calore: il talento delle sue risposte apparve sì atto alle discussioni politiche, che i ministri della regina Anna dovettero più d'una volta esser dolenti perchè non riuscirono a farlo sedere al banco dei vescovi nella Camera dei pari. I governatori inglesi spediti in Irlanda ne temettero l'eloquenza non men della penna.

I suoi modi sociali erano facili ed affabili, nè privi d'una certa tinta d'originalità; ma sapeva sì bene adattarli alle circostanze, che si voleva universalmente averlo di brigata. Anche allorchè gli anni e le malattie ne ebbero alterato la flessibilità dello spirito e l'equanimità del carattere, continuò ad essere accetta e desiderata la sua compagnia. Il suo conversare riusciva interessante non solo per la cognizione che avea del mondo e dei costumi, ma per le facezie non prive di frizzo colle quali condiva le sue osservazioni e le storielle che raccontava. Secondo Orrery, fu questa l'ultima delle prerogative intellettuali che lo abbandonò; s'accôrse per altro da sè il nostro decano che a proporzione dell'indebolirsi della sua memoria ripetea troppo spesso le stesse cose. Del resto il suo far conversevole, le sue risposte pungenti, i suoi frizzi, vennero considerati come impareggiabili; benchè, come accade a tutti quelli che sono soliti a dominare con certo dispotismo la brigata, si scontrasse talvolta in resistenze inaspettate che lo riducevano al silenzio.

Era tenerissimo dei giuochi di parole. Uno dei più felici che sieno forse mai stati fatti fu l'applicazione del verso di Virgilio:

Mantua, væ! miseræ nimium vicina Cremonæ!

ad una signora che col suo manto gettò in terra un violino di Cremona.

Più grottesco è il giuoco di parole con cui confortò un uomo attempato che aveva perduto i suoi occhiali, ma un Italiano non ne comprende la forza se non sa o non si ricorda che in inglese spectacles vuol dire occhiali. Il verso consolatorio fu questo:

Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane.[13]

La sua superiorità in un genere di spirito più reale è confermata da parecchi aneddoti. Un personaggio ragguardevole, di condotta non troppo regolare, aveva per impresa gentilizia le parole: Eques haud male notus. Swift la comentò in questo modo: Sì ben noto che se ne fidano poco. Aveva una passione tutta sua d'improvvisare proverbi. Un giorno, in compagnia d'altri suoi conoscenti, passeggiava lungo il giardino d'un suo amico, e vedendo che il padrone del giardino non pensava ad offrirgli un frutto, disse: — La mia povera madre m'insegnava questo proverbio:

Quando a tiro hai la pesca

Di corla non t'incresca.

Always pull a peach

When it is in your reach.

Detto ciò, diede ai compagni il buon esempio di spiccarsi le pesche da sè.

Un'altra volta, egli ed un amico passeggiando a cavallo, il compagno cadde col suo cavallo, senza per altro farsi male, entro un pantano; Swift esclama:

Più è il fango, men disagio

Soffri nel tuo naufragio.

The more dirt,

The less hurt.

L'uomo caduto si levò quasi contento della sua caduta, perchè amava anch'egli i proverbi, e si maravigliava di non aver mai udito questo, che in realtà il decano aveva improvvisato opportunamente in quel momento. Swift si dilettava ancora di comporre adagi rimati; il suo giornale a Stella prova come a tutte le menome occasioni avesse pronta la rima.

Fu sollecito oltre ogni dire dell'esterna mondezza, sollecitudine che portò sino allo scrupolo; amava grandemente gli esercizi della persona, massime il camminare a piedi. I moderni nostri camminatori riderebbero della scommessa ch'egli fece di andare a piedi a Chester, facendo dieci miglia per giorno (un viaggio di circa dugento miglia); non è men vero che, a quanto si crede, Swift faceva troppo esercizio, e che la sua salute ne soffriva. Era assai buon cavallerizzo, cavalcava molto, e s'intendea di cavalli; scelse questo nobile animale per farne l'emblema del merito morale sotto il nome di houyhnhnm. Swift sollecitava le persone alle quali era affezionato, singolarmente Stella e Vanessa, a far molto esercizio; a queste ne faceva pressochè un dovere. Non vi è quasi una sola delle sue lettere, nella quale non finisca parlando dell'esercizio del corpo come di cosa essenziale alla propria salute, che rendevano sì incerta la sordità e gli svenimenti cui andava soggetto. Il suo fisico soffriva d'un'affezione scrofolosa, che precipitò forse il disordinamento della sua mente, benchè ne sia stato immediata cagione un dilatamento di serosità al cervello, come rimase comprovato nella sezione del suo cadavere.

La beneficenza del decano si manifestava con atti superiori d'assai alla carità ordinaria. Portava sempre con sè una certa somma ripartita in diverse qualità di monete per distribuirle proporzionatamente a coloro che gli sembrassero meritevoli di soccorso; chè il suo grande scopo era quello di aiutare i veri bisognosi senza esporsi possibilmente al rischio di essere ingannato dalla infingardaggine. Scrisse parecchi trattati su questi argomenti.

Veniva ricevuto per ogni dove con contrassegni del più profondo rispetto, e solea dire che avrebbe bisognato istituire una colletta per mantenerlo di cappelli, perchè i suoi erano frusti in un attimo a furia di restituire i saluti che gli venivano fatti. Una volta fece una prova assai gaia della fede che il pubblico prestava ad ogni suo detto. Si era unita una grande folla attorno al suo decanato per vedere un'eclissi. Swift, importunato dallo strepito, fece dire a quella gente che per ordine del decano di San Patrizio l'eclissi veniva differita. Un tale annunzio straordinario fu accolto sul serio, e la calca immantinente si dissipò.

Considerato Swift quale scrittore, il suo carattere presenta tre notabili particolarità. La prima (qualità che lo distingue, e che ben di rado è stata accordata, almeno dai suoi contemporanei, ad un autore), è l'originalità. Il medesimo Johnson confessa non esservi stato forse un solo autore che abbia sì poco accattato dagli altri, siccome Swift, e che per conseguenza abbia altrettanti diritti ad essere considerato originale. Non era infatti stata pubblicata verun'opera che potesse servir di modello a Swift, e le poche idee da lui tolte ad altri son divenute sue per l'impronta che loro ha dato.

La seconda particolarità che abbiamo già fatta notare, si è l'assoluta indifferenza per la rinomanza letteraria. Swift si valea della sua penna come un volgare artigiano degli stromenti del proprio mestiere senza dar loro una grande importanza. Swift potea bene sentir ansia sul successo dei suoi ragionamenti, irritarsi delle contradizioni, prendersela contra gli avversari che facevano guerra ai suoi principii, e volevano impedirgli di raggiungere la meta cui aspirava, ma in ogni occasione mostrò pel buon successo dei propri scritti una indifferenza che presentava tutti i caratteri della sincerità. La non curanza con cui li lanciava nel mondo, il velo d'anonimo che cercava sempre di conservare, l'abbandono dei guadagni che potevano derivargliene, dimostrano com'egli disdegnasse il mestiere d'autore di professione.

La terza singolarità dalla quale andava contraddistinto il carattere letterario di Swift si è che, eccetto la storia, non si è mai provato in veruno stile di componimento, senza riuscirci. Ognuno comprende ch'io non intendo ora parlare d'alcuni saggi pindarici o de' suoi versi latini, cose di troppo lieve importanza, perchè se ne tenga qui un conto. Certamente si può dar la taccia di frivola o di assai volgare alla maniera onde talvolta ha messo in opera il suo talento: pure i suoi versi anglo-latini, i suoi enigmi, le sue descrizioni poco dilicate, le sue violenti satire politiche sono nel loro genere perfette altrettanto quanto lo comporta il soggetto, e lasciano l'unico rincrescimento di non vedere un sì bel genio impiegato nel trattare argomenti più nobili.

Nella finzione egli possedeva in supremo grado l'arte della verisimiglianza, o come lo abbiamo osservato nei Viaggi di Gulliver, l'arte di pignere e sostenere un carattere fittizio in tutti i luoghi ed in tutte le circostanze. Una gran parte di questo secreto consiste nell'esattezza dei piccioli fatti staccati che formano siccome il prologo o, per così esprimerci, la sinfonia di una storia raccontata da un testimonio oculare. Tali sono le cose che direbbesi non interessar vivamente altri fuor del narratore. Son queste la palla d'archibuso che fischia all'orecchio del soldato, e fa più impressione in lui di tutta l'artiglieria che di poi non ha cessato di tuonare durante l'intera battaglia. Ma per uno spettatore posto in distanza tutte quelle prime minuzie vanno perdute nel corso generale degli avvenimenti. Ci voleva tutto il discernimento di Swift o di De Foe, autore del Robinson Crusoè e delle Memorie d'un soldato di cavalleria, per afferrare i minuti incidenti atti a fare impressione su lo spettatore che la levatura del suo ingegno e della sua educazione non hanno assuefatto a comprendere le cose sotto un aspetto di generalità. L'ingegnoso autore della Storia della finzione, il signor Dunlop, mi ha preceduto nel paralello ch'io mi era prefisso d'istituire tra il romanzo di Gulliver e quello di Robinson Crusoè. Mi gioverò delle sue espressioni che rendono le mie proprie idee.

Dopo avere dispiegata la sua proposizione dimostrando come Robinson Crusoè renda verisimile il suo racconto d'una tempesta, «quei minuti particolari (egli dice) ne portano a credere tutto il resto della narrazione. Niuno s'immagina che il narratore avesse fatto menzione di simili bagattelle se non fossero state vere. Queste medesime bagattelle sono da notarsi nei Viaggi di Gulliver; ne guidano in parte a credere i racconti meno probabili.»

Niuno ha mai revocato in dubbio il genio di De Foe, ma non era gran fatto estesa la sfera delle sue cognizioni: donde procede che la sua immaginazione non ha potuto creare al di là d'uno o due eroi delle sue finzioni: un marinaio ordinario come Robinson Crusoè, un soldato grossolano come il suo soldato di cavalleria, alcuni cialtroni di bassa condizione come alcuni altri personaggi fittizi, ecco le sole parti che l'estensione delle sue cognizioni gli permetteva di far comparire su la scena. Egli si è precisamente trovato nel caso dello stregone indiano, la cui virtù magica non va più oltre dell'aiutarlo a trasformarsi in due o tre animali. Swift è il dervis persiano che ha la potestà di far passare la sua anima nel corpo ove le piace trasmigrare, di vedere cogli occhi del nuovo corpo, d'adoperarne gli organi, d'impadronirsi perfino dell'intelletto che lo animava. Lemuel Gulliver, l'astrologo Isacco Bickerstaff, il Francese che scrive il nuovo viaggio a Parigi, mistress Harris, Maria la cuciniera, l'Uomo che con l'intenzione di sollevare i poveri, divisa di mangiare i loro figli, il violento politico Whig che fa rimostranze su le insegne di Dublino, son personaggi disparati fra loro altrettanto quanto appariscono esserlo col decano di San Patrizio. Ciascuno serba il proprio carattere, ciascuno si move nella sua propria sfera, sempre colpito da quelle circostanze che la sua posizione sociale o la sua maniera di vedere gli hanno rese più interessanti come individuo.

La proposizione che ho stabilita su l'arte di dare verisimiglianza ad un racconto immaginario, trova il suo corollario nel principio medesimo. Giova che minute circostanze facciano impressione su lo spirito del narratore ed usurpino una certa parte del suo racconto, e giova ad un tempo che circostanze più importanti di propria natura conciliino solo in parte la sua attenzione, o in altri termini, così in un racconto, come in un quadro, vi è una lontananza ed un primo piano; e la scala visuale degli oggetti decresce a proporzione del loro allontanarsi da chi li racconta. Nè in ciò è men notabile l'arte di Swift; Gulliver racconta d'una maniera più vaga le cose giunte per voce d'altri al suo orecchio che non quelle di cui vuol far credere d'essere stato testimonio egli stesso. Non trovate qui come negli altri viaggi ai paesi d'utopia, un quadro esatto del governo e delle leggi di quelle contrade, ma le nozioni generali che un viaggiatore curioso cerca procacciarsi nell'intervallo di alcuni mesi del suo soggiorno fra gli stranieri. In somma il narratore è il centro, il grande organo della storia; non racconta fatti che le circostanze non gli abbiano permesso di osservare, ma non ne omette veruno, le cui circostanze connettendosi a dirittura con lui lo rendano importante ai suoi occhi.

Le principali opere in prosa di Swift sono le Fole (Tales of a tub), il Viaggio di Gulliver, le Lettere del Pannaiuolo; le migliori in versi sono il Club della legione, Cadeno e Vanessa, poema, la Rapsodia su la poesia. Alcune di queste traggono in molta parte il loro vezzo dalle circostanze che le inspirarono all'autore e dalla natura dei tempi in cui vennero pubblicate. Fra le molte e notabili produzioni di questo autore che Voltaire chiama il Rabelais dell'Inghilterra, il Gulliver è l'opera meglio destinata a vivere presso la posterità. È per altro giustizia il dire che un'opera di tanta levatura basta di per sè sola a stabilire una rinomanza.



L'EDITORE AI LEGGITORI.

L'autore di questi viaggi, il signor Samuel Gulliver, è mio antico ed intimo amico; anzi vi è qualche parentela fra noi dal lato di madre. Circa tre anni fa, lo stesso signor Gulliver, noiato dalla folla di tanti curiosi che andavano a visitarlo nella sua casa di Redriff, fece acquisto di un podere cui era annessa una conveniente casa, presso Newark, nella contea di Nottingham, paese ov'è nato; quivi or conduce vita ritirata, benchè lo tengano in molta considerazione i suoi vicini.

Se bene sia nato, come vi ho detto, nella contea di Nottingham, ove dimorava suo padre, io per altro ho udito raccontare dal medesimo signor Gulliver che la sua famiglia procedeva in origine dalla contea di Oxford; e ciò si combina coi molti sepolcri e monumenti d'individui di questo casato che ho veduti a Baubury ov'è il cimitero della contea.

Prima di partirsi da Redriff, depositò in mia mano gli scritti che leggerete, lasciandomi la piena facoltà di disporne come avrei creduto opportuno. Gli ho letti diligentemente per ben tre volte: semplice e piano me ne è parso lo stile, nè vi ho trovato altro difetto fuor quello che l'autore, secondo il solito dei viaggiatori, particolarizza troppo i suoi racconti. Di mezzo ad essi trapela una grande apparenza di verità; e realmente l'autore è sì conosciuto per la sua veracità, che ogni qual volta sia occorso autenticare un fatto presso quei di Redriff, è passato in proverbio il dire: «La cosa è vera come se il signor Gulliver l'avesse narrata».

Non senza aver prima consultato più d'un degno personaggio, cui il signor Gulliver mi ha permesso comunicare tal manoscritto, m'avventuro darlo alla pubblica luce, nella speranza che possa, almeno per qualche tempo, offrire alla nobile nostra gioventù un intertenimento migliore di quanto essa può aspettarsene dai soliti libercoli ove non si parla d'altro che di politica e di fazioni.

Questa edizione sarebbe riuscita voluminosa almeno dodici volte di più, se non mi fossi presa la libertà di stralciare dall'originale una farragine di tratti che si riferiscono ai venti ed alle maree, alla direzione e variazione delle coste nei singoli viaggi, o che contengono minute descrizioni del modo di governare i bastimenti al sopravvenire della burrasca, genere di rinfresco che i viaggiatori marittimi non vi risparmiano mai, così pure i ragguagli delle longitudini e delle latitudini; del qual mio arbitrio ho ben paura che il signor Gulliver non si chiami molto contento; ma venuto nella determinazione di pubblicare questi viaggi, io doveva anche studiarmi d'adattarli all'intelligenza del maggior numero de' miei leggitori. Nondimeno, se la mia ignoranza, in quanto concerne affari di mare, mi è stata cagione di cadere, nel far tali stralci, in qualche sproposito, me ne prendo io, com'è ben giusto, tutta la colpa; e se qualcuno della professione avesse la curiosità di esaminare in grande tutta l'opera quale uscì dalle mani dell'autore, m'offro pronto ad appagar la sua brama.

Quanto agli altri particolari che riguardano personalmente l'autore, i leggitori potranno tosto conoscerli dalle prime pagine di questo libro.

Riccardo Sympson.


PARTE PRIMA VIAGGIO A LILLIPUT

CAPITOLO I.

L'autore dà qualche notizia di sè medesimo e della sua famiglia. — Prime cagioni che lo invogliarono di viaggiare il mondo. — Naufragio e vita salvata a nuoto. Tocca sano e salvo la spiaggia a Lilliput; fatto prigioniero, è condotto attorno per quel paese.

Mio padre era un picciolo possidente della contea di Nottingham; fui il terzo de' suoi cinque figli. Mi pose, ch'io avea quattordici anni, nel collegio Emmanuele di Cambridge, ove rimasi tre anni, applicandomi seriamente ai miei studi; ma il peso di mantenermi, benchè m'avesse fatto un ben magro assegnamento, essendogli tuttavia greve, atteso lo scarso suo patrimonio, fui costretto entrare qual novizio di chirurgia sotto il magistero del signor Giacomo Bates, esimio professore di quest'arte in Londra; presso il quale rimasi quattro anni. In questo intervallo, mio padre mi spediva a quando a quando qualche po' di danaro ch'io spesi nell'imparare la nautica e diverse parti delle scienze matematiche, utili grandemente a chi vuole imprendere navigazioni, giacchè ho sempre creduto che, una volta o l'altra, sarei chiamato dal mio destino su questa carriera. Licenziatomi dal signor Bates, tornai a trovare mio padre; e coll'assistenza di lui, del mio zio Giovanni e d'alcuni altri parenti, misi insieme quaranta lire sterline oltre alla promessa di altre trenta ogn'anno per mantenermi a Leida. In questa università mi dedicai per due anni e sette mesi alla fisica, ben comprendendo come tale scienza mi sarebbe stata di grande sussidio nel far lunghi viaggi.

Appena tornato da Leida, il mio buon maestro signor Bates mi raccomandò perchè fossi ammesso in qualità di chirurgo nel vascello La Rondine, comandato dal capitano Abramo Pannel, con cui rimasi tre anni e mezzo, facendo seco un viaggio o due nel Levante ed in altre parti. Tornato addietro, risolvei stabilirmi in Londra, al che mi confortò il detto maestro mio, signor Bates, procurandomi con le sue raccomandazioni più d'una clientela. Preso un appartamento in una piccola casa posta in Jewry Vecchia, mi pesò il celibato, onde mi sposai con mistriss Maria Burton, seconda figlia del signor Edmondo, calzettaio, conosciuto con tal cognome in contrada Newgate, e ne conseguii una dote di quattrocento sterlini.

Sfortunatamente venne a morire due anni appresso il mio buon maestro Bates: onde, avendo io pochi amici, le clientele principiarono a mancarmi; tanto più che la mia coscienza ci avrebbe patito se per amor di guadagno avessi voluto darmi alle male ciarlatanesche pratiche d'alcuni miei colleghi. Consigliatomi pertanto con mia moglie e qualche mio conoscente, presi la determinazione di mettermi nuovamente al mare. Chirurgo successivamente in due vascelli, feci per sei anni diversi viaggi in tal qualità alle Indie orientali ed occidentali, dond'ebbe qualche miglioramento la mia condizione. A bordo impiegava le mie ore di libertà nel leggere i migliori autori antichi e moderni (chè andai sempre proveduto d'una suppellettile abbondante di libri); su le spiagge, nello studiare le usanze e l'indole dei diversi popoli, e nell'impararne le lingue in che riuscivo con grande facilità, siccome dotato di una tenace memoria.

L'ultimo di questi viaggi per altro non fu gran che fortunato, onde credei d'averne abbastanza di mare, e feci proposito di rimanermene a casa con mia moglie e la mia famiglia. Venuto via da Jewry Vecchia andai a stare di casa in contrada Fetter, poi al Wapping, sperando trovar faccende fra que' marinai; ma nemmeno lì ci vidi il mio conto. Dopo essere rimasto tre anni nella speranza che le cose prendessero miglior piega, dovei buttarmi all'acqua di nuovo, ed accettai un'offerta fattami del capitano Guglielmo Prichard, comandante dell'Antilopa, che era in procinto di fare un viaggio all'Oceano australe. Salpammo da Bristol ai 4 di maggio del 1699, ed avemmo su le prime un viaggio assai prospero.

Non ci sarebbe forse il prezzo dell'opera se io incomodassi il mio leggitore, raccontandogli i particolari delle nostre avventure su quei mari: basti l'informarlo che nel nostro tragetto di li all'Indie orientali una violenta burrasca ci trasportò a maestro (nord-owest) della terra Van-Diemen, ad una latitudine, come apparve dalle nostre osservazioni, di 30 gradi, minuti 2 ad ostro. Dodici di noi erano morti per effetto delle immoderate fatiche e del cattivo nutrimento; si trovavano tutt'altro che in buona condizione i sopravvissuti. Ai 5 novembre, che è il principio della state in que' climi, era sì nebbiosa la giornata che i piloti s'avvidero di uno scoglio sol quando il vascello ne fu lontano di un mezzo tratto di gomona, ed il vento era sì gagliardo che ne spinse irremissibilmente a rompere contro di esso. Sei della brigata, ed io ne fui uno, lanciata la scialuppa nel mare, fecero con essa una giravolta onde liberarsi e dallo scoglio e dal bastimento andatovi addosso. Remigammo per circa tre leghe, secondo i miei computi, finchè già mezzo morti dalle fatiche e dai disagi sofferti nel bastimento, non fummo più buoni di durarla in questo lavoro. Ci abbandonammo pertanto alla discrezione dell'onde, nè passò mezz'ora che la scialuppa fu volta di sotto in su da un subitaneo buffo di vento settentrionale.

Che cosa divenisse de' miei compagni della scialuppa, o di quelli che poterono aggrapparsi allo scoglio, non ve lo so dire; ma dovetti crederli tutti periti. Quanto a me, mi diedi a nuotare verso dove mi dirigeva la fortuna, e lasciandomi spignere dal vento e dalla marea, spesse volte mi sono lasciato andare le gambe all'ingiù, ma senza trovare mai fondo. Sol quando fui quasi spedito, nè ero più abile ad aiutarmi da me in alcun modo, sentii che il mio piede toccava la terra; e da quel momento la burrasca aveva cominciato a calmarsi tanto ch'io era padrone di tenercelo senza lasciarmi trasportare dai marosi. Il declivo della spiaggia era sì tenue che dovei camminare circa un miglio prima di raggiugnerla, e quando ci fui, saranno state, secondo le mie congetture, le otto all'incirca della sera.

Andai innanzi quasi un mezzo miglio senza scoprire alcun vestigio di abitanti o di case; o certo, se v'erano, non me ne accôrsi, tanto la prostrazione assoluta del mio corpo m'avea ridotto a tristo partito. Alla stanchezza ed al caldo della stagione aggiugnete che io aveva in corpo quasi un boccale e mezzo d'acquavite, bevuta nel bastimento all'atto del licenziarmene, e crederete che tutte queste combinate circostanze mi resero molto proclive al sonno. Mi coricai dunque su l'erba che era cortissima, pur fitta e soffice assai, ove diedi la più profonda dormita ch'io mi ricordi avere mai fatta in mia vita, e che ha ad essere durata circa nove ore, perchè quando mi svegliai, cominciava appunto a vedersi il giorno.

Feci per alzarmi, ma non fui capace di movermi, perchè, essendomi occorso d'addormentarmi supino, mi trovai tutt'a due le braccia e le gambe attaccate con forti legami al terreno; ed alla mia capellatura assai lunga e folta era stato praticato lo stesso servigio. Sentii nel tempo stesso che alcune sottili funicelle mi legavano tutto il corpo dalle ascelle fino alle cosce. Io non potea guardar altro che all'insù, ed il sole cominciava a scottare e la sua luce ad incomodarmi gli occhi. Io udivo un confuso bisbiglio d'intorno a me; ma nella postura in cui giacevo non mi era dato vedere altra cosa che il firmamento.

Di lì a poco sentii alcun che di vivo moversi su la mia gamba sinistra, e che avanzandosi gentilmente sul mio petto mi montò quasi sul mento. Chinando gli occhi all'ingiù quanto potei con la mia testa, fatta immobile dalle legature, vidi che quel vivente era una creaturina umana, non alta sei dita, con proporzionato arco e con proporzionate frecce nelle mani ed il suo turcassino dietro le spalle. In questo mezzo sentii circa un'altra quarantina d'esseri della medesima specie (tali almeno li congetturai) che venivano dietro al primo.

Vi lascio immaginare se rimasi attonito. Misi un sì forte grido che tutti si diedero spaventati alla fuga; anzi alcuni di loro (questo poi l'ho saputo dopo) si fecero male nel saltar giù dai miei fianchi per far più presto. Ciò non ostante tornarono quasi subito, e un di loro arrischiatosi al punto di fisare e squadrare i miei lineamenti, sollevò gli occhi e le mani in atto di ammirazione, e sclamò con voce strillante ma distinta: Hekina degul! esclamazione che gli altri ripeterono a coro parecchie volte, senza che certamente io capissi allora che cosa si volessero dire.

Rimasi tutto questo tempo, ed il leggitore me lo crederà facilmente, in uno stato di grande agitazione; finalmente a furia di sforzi per mettermi in libertà, ebbi la fortuna di rompere le cordicelle che mi strignevano attorno la vita e di staccare dal suolo le caviglie che tenevano legato il mio braccio sinistro. Allora, portandomi alla faccia questo braccio, potei capire la meccanica di cui si erano valsi per legarmi a quel modo, e nel medesimo tempo con una violenta strappata, che mi produsse tutt'altro che gusto, arrivai ad allentare i legamenti che attaccavano i miei capelli al terreno, ciò che mi diede abilità quanta bastava per dare alla mia testa una voltata di circa due dita. Ma quelle creature tornarono a fuggire dal mio corpo prima che potessi acchiapparne una sola.

In questa, udii un nuovo grido stridulo oltre ogni dire, dietro cui uno di que' campioni profferì ad alta voce queste parole: Tolgo phonac, ed in un subito sentii volar su di me la scarica d'un centinaio di frecce che cadute su la mia mano sinistra la forarono come altrettanti aghi da cucire. Poi, senza darmi tregua, scoccarono all'aria una folata di dardi, come facciamo noi colle bombe in Europa, alcuni de' quali caddero, suppongo, sul mio corpo, ancorchè io non li sentissi grazie ai miei panni: ed altri su la mia faccia che mi copersi con la mano destra. Cessata questa pioggia d'armi da lancio, misi un gemito di dolore, poi voleva far gli ultimi sforzi per isciogliermi, ma que' signorini non me ne diedero il tempo, chè mi mandarono addosso una rugiada di quelle galanterie, copiosa più della prima, anzi alcuni si arrischiarono a tribolarmi i fianchi con le loro aste; ma per buona sorte li riparava la mia casacca di cuoio di bufalo, onde non riuscirono a trafiggerli. Credei quindi che il più saggio partito per me fosse lo starmene quieto per allora; e divisai starci fino alla notte, durante la quale, avendo la mano destra già in libertà, non mi sarebbe stato difficile far libero il resto della mia persona; chè poi, in piedi una volta, io mi giudicava un competitore bastantemente gagliardo per un intero de' loro eserciti, se pure ciascun soldato era dello stesso calibro di quello che venne a trovarmi la prima volta. Ma il destino dispose altrimenti di me.

Poichè quella popolazione si fu accorta che io mi era messo quieto, non mi vennero scaricate addosso altre frecce; ma dallo strepito che io udiva, capii che cresceva sempre di numero, e ad una distanza di circa quattro braccia, rimpetto al mio orecchio destro, udii per una buon'ora continua un picchiamento come di gente intenta ad una fabbrica. Arrivato, sin quanto me lo permettevano le caviglie conficcate in terra e le mie legature, a voltare il capo da quella banda, vidi un palco alto all'incirca un piede e mezzo da terra, capace di contenere quattro di quegli abitanti, con due o tre scale a mano per salirvi; dalla quale tribuna un di loro, che all'aspetto pareva un personaggio di distinzione, mi tenne un lungo discorso di cui non intesi una sillaba.

Avrei dovuto premettere che quel personaggio principale, prima di cominciare la sua concione, gridò forte per tre volte: Langro dehul san (e queste parole e le precedenti mi furono in appresso ripetute e spiegate). Non appena furono profferite, ebbi presso di me una cinquantina di quei nativi, che tagliò la cordicella da cui era reso immobile il lato sinistro del mio capo, ond'ebbi la libertà di voltarlo a destra e di contemplare la persona ed i gesti dell'oratore. Parvemi fosse di mezza età e più alto dei tre altri; un de' quali era un paggio del corteggio, un po' più lungo del mio dito di mezzo, collocato fra due che gli servivano di braccieri. Egli adempì tutte le incombenze di un oratore, perchè mi parve notare nella sua aringa molti periodi di minaccia, ma molt'altri ancora di promesse, di compassione e persino di cortesia.

Risposi in pochi cenni, ma d'una guisa la più sommessa, sollevando la mia mano sinistra ed entrambi gli occhi al sole, come chiamandolo in testimonio della mia sincerità. Ma c'era un'altra cosa: io mi sentiva morto di fame, che non avevo preso un morsello di cibo fin da più ore prima di abbandonare il bastimento, e questo bisogno della natura era sì imperioso, che non potei starmi dal far conoscere il mio mal essere (anche a costo di mancare alle strette regole dell'etichetta), col cacciarmi sovente le dita in bocca per dar a capire la mia necessità di mangiare. L'hurgo (così viene colà denominato un gran personaggio, come seppi da poi) mi comprese ottimamente. Sceso dalla sua tribuna, ordinò s'appoggiassero ai miei fianchi diverse scale, su cui salì un centinaio circa di que' nativi, i quali presero la via della mia bocca, carichi di canestri pieni di vivande, che il re aveva fatte preparare e mandar qui alla prima notizia del mio arrivo su quella spiaggia. Notai che erano composte di carni d'animali diversi, ma al palato non potei distinguerne le specie. Vi erano spalle, piedi e lombi come quelli di castrato, cucinati a perfezione, ma più piccioli di un'ala di lodola. Io ne mangiava due o tre in un boccone, e ad una volta con essi tre pagnotte, grosse ciascuna come una palla di moschetto. Mi rinovarono questa provista il più presto che poterono, dando mille segni di stupore e sbalordimento all'enormità della mia mole e del mio appetito.

Indicai allora per cenni un altro bisogno: quello di bere. A proporzione di quello ch'io aveva mangiato, capirono che una piccola quantità di vino non mi sarebbe bastata; ed essendo creature di molto ingegno, fecero con gran destrezza salir su' miei fianchi una delle più ampie botti, e, ruzzolatala verso la mia mano, ne tirarono fuori la cannella. Ne bevei tutto il liquido in una sorsata, perchè la botte non arrivava a contenere un mezzo boccale di vino, della natura del mezzo borgogna, ma più delizioso d'assai. Fecero arrivarmi una seconda botte che mi tracannai nella stessa maniera, poi feci segni per nuovo vino, ma non ne avevano lì altro da darmi. Terminate che ebbi queste meraviglie, misero grida e salti di gioia sopra il mio corpo, ripetendo più volte quelle parole della prima volta: Hekinah degul! Allora mi fecero segno di gettar giù le due botti, raccomandando per prima cosa ai passeggeri di tirarsi da banda e gridando forte: Borach mevolah; poi quando videro le botti in aria, fu un grido universale: Hekinah degul!

Confesso che mentre costoro passeggiavano così in lungo ed in largo sopra il mio corpo, mi era venuta più d'una volta la tentazione di agguantarne con la mia mano sinistra una quarantina o una cinquantina dei primi che mi fossero venuti a tiro e batterli contro al terreno. Ma la ricordanza di quanto io aveva sofferto, nè forse era il peggio che avessero potuto farmi in quella mia posizione, e la parola d'onore che aveano ricevuto da me, perchè io riguardava per tale la rassegnazione data loro a divedere, mi scacciarono dalla testa un tale estro. Poi mi consideravo anche legato dai vincoli dell'ospitalità verso un popolo che m'avea trattato con tanta spesa e magnificenza. Ciò non ostante non potevo in mio cuore desistere dallo stupirmi dell'intrepidezza di quegli esseri in bassorilievo, che salivano e si diportavano sul mio corpo, mentre io aveva una mano libera, senza tremare alla vista d'una sì sterminata creatura com'io doveva ad essi parere.

Dopo qualche tempo, e quando videro ch'io non faceva più alcuna domanda di cibo, mi comparve innanzi un personaggio d'alto conto inviato da sua maestà imperiale. Sua eccellenza, dopo essere salita su la parte sottile della mia gamba destra, venne su fino alla mia faccia, e tratte fuori le sue credenziali, munite del regio suggello, che mi piantò rasente gli occhi, parlò all'incirca dieci minuti, senza manifestare alcuna sorta di sdegno, per altro con un certo fare risoluto, spesse volte accennandomi un punto in distanza, che seppi più tardi essere la metropoli del regno, lontana di lì un mezzo miglio a un dipresso, ove, dietro beneplacito manifestato da sua maestà nel consiglio de' suoi ministri, io doveva essere condotto. Gli risposi poche cose, ma che non istavano in tuono con la proposta; poichè gli feci un segno con la mia mano sciolta che portai su la legata (tenendola ben alta dalla testa di sua eccellenza per paura di buttar giù lui o il suo corteggio), indi mi toccai con la stessa mano il capo ed il corpo per fargli capire il mio desiderio di essere libero.

Parve in fatti che m'intendesse, perchè crollò la testa in atto di dire che non andava bene il mio conto, indi diede alla propria mano tale atteggiamento donde compresi che volea condurmi di lì in istato di prigioniero. Pur fece altri segni, bisogna rendergli questa giustizia, per significarmi che avrei avuto da mangiare e da bere pel mio bisogno, e che sarei stato trattato eccellentemente. Qui pure mi tornò la voglia di provarmi ad infrangere i miei ceppi, ma sentii di nuovo il dolore della mia faccia e delle mie mani piene in parte di pustole, grazie al complimento degli spilli che vi erano stati scoccati, e alcuni de' quali ci rimanevano tuttavia conficcati, ed osservai ad un tempo che il numero de' miei nemici andava crescendo. I miei cenni pertanto furono intesi ad accertarli che mi sarei acconciato in tutto e per tutto ai loro voleri. Dietro tal mia promessa l'hurgo ed il suo seguito partirono da me con civiltà ed ottima grazia.

Immediatamente dopo, udii un generale grido e ripetutamente esclamate queste parole: Peplom selan; poi mi sentii al fianco sinistro una gran folla di gente, la quale allentò i miei legamenti tanto che fui in istato di voltarmi sul destro e dispormi ad una operazione che la mia vescica piena rendea d'inevitabile necessità: al qual bisogno soddisfeci compiutamente a grande stupore di quella popolazione che, dal primo mio atto, avendo congetturato benissimo che cosa fossi per fare, si aperse immediatamente in due ale a destra e a sinistra per non rimanere sommersa dal torrente che con tanta violenza e strepito sgorgò dal mio corpo.

Ma io dovea dire come prima di questo incidente, m'avessero spalmate le mani e la faccia con certo unguento piacevole all'odorato, che in pochi minuti mi fece passare tutto il dolore derivato dalle loro frecce. Queste circostanze, unite al ristoro portatomi dai nudrimenti e dalle bevande che mi recarono, il tutto d'una sostanza assai nutritiva, mi disposero al sonno. Dormii circa otto ore, come ne venni assicurato da poi, nè c'era di che stupirne, perchè i medici mandatimi per ordine dell'imperatore, aveano versata una dose di sonnifero nelle botti del vino che io aveva bevuto.

Sembra che fin dall'istante del mio primo addormentamento su la spiaggia, gli abitanti di que' dintorni, accortisi del prodigioso gigante dormente, ne avessero spedita per espresso la notizia all'imperatore, e che questi in pien consiglio mettesse subito il decreto perchè fossi legato nella maniera che vi ho descritta; la qual fazione seguì nella notte stessa mentre io era immerso nel sonno; sembra pure che nel medesimo tempo ordinasse l'apparecchio delle vettovaglie inviatemi e la fabbricazione di una macchina da trasporto per condurmi alla metropoli.

Una tal decisione può forse apparire arrischiata e pericolosa al massimo grado, e credo che nessun sovrano dell'Europa, in uguale occasione, la prenderebbe ad esempio. Pure a mio avviso fu una decisione circospetta e generosa oltre ogni dire. Mettete un poco che quegli abitanti si fossero provati, mentre io dormiva, ad ammazzarmi con quelle loro frecce, con quelle loro lancie. Mi sarei certamente svegliato alla prima sensazione di dolore, e questo avrebbe incitata la mia rabbia e le mie forze al segno di rompere, a costo di far male a me stesso, que' legamenti che mi teneano; e sciolto che fossi stato, quegli omettini inabili a resistermi non avrebbero potuto aspettarsi misericordia da me.

È a sapersi che quel popolo era potente nelle matematiche, ed avea raggiunta una grande perfezione nelle meccaniche, mercè le disposizioni e gl'incoraggiamenti di quel monarca, famoso proteggitore delle scienze e dell'arti. Ha questi al suo comando parecchie macchine su le ruote pel traslocamento d'alberi e d'altri grandi pesi. Spesse volte fa fabbricare le sue navi da guerra, alcune delle quali hanno sin nove piedi di lunghezza, nelle foreste stesse ove abbonda il legname da costruzione, e tali navi, poste su le macchine dianzi accennate, fanno viaggi di trecento, di quattrocento braccia per giugnere al mare. Cinquecento carpentieri ed ingegneri pertanto furono messi in opera per allestire uno de' maggiori carri che avessero. Il corpo di questo carro, alto quattro dita da terra, avea sette piedi di lunghezza e quattro di larghezza, e si movea sopra ventidue ruote. Quel grido Peplom selan che udii prima d'addormentarmi la seconda volta, contrassegnava l'arrivo di questo carro, posto all'ordine, a quanto sembra, in quattro ore di tempo dopo il mio arrivo. La macchina fu portata parallela al mio corpo giacente. Ma la difficoltà principale consistea nel sollevarmi da terra e mettermi steso su questo carro. Vennero alzati a tal uopo ottanta pilastri, alti un piede ciascuno, e gagliardissime funi, della grossezza dello spago degli uffizi di spedizione, furono attaccate con uncini a larghe fasce, di cui gli operai subalterni aveano cinto il mio collo, le mie mani, la mia vita e le mie gambe. Novecento tra i più vigorosi facchini, addetti al dicastero del genio, furono scelti per tirarmi su mediante un apparato di girelle poste all'estremità d'ogni colonna, di modo che in men di tre ore fui levato da terra, portato e disteso e legato stretto sul carro. Tutte queste cose mi vennero raccontate, perchè mentre si faceano, io era immerso nel più profondo sonno per una conseguenza de' narcotici infusi entro il mio vino. Mille e cinquecento de' più grossi cavalli dell'imperatore, ciascuno alto quattro dita e mezzo, vennero adoperati per condurmi alla volta della metropoli che, come ho detto, era lontana di lì un mezzo miglio.

Quattro ore circa dopo esserci messi in viaggio, mi svegliai per un caso il più ridicolo. Essendo avvenuto che il carro si fermasse un istante per raggiustare alcun che di andato fuor d'ordine in quella compostissima costruzione, due giovani nativi, mossi dalla curiosità di vedere che figura io facessi addormentato, s'arrampicarono tanto che arrivarono ad entrare nel carro; poi, avvicinatisi pian piano alla mia faccia, l'un d'essi, un uficiale della guardia imperiale, introdusse nella mia narice sinistra un buon tratto della sua picca, che facendomi il solletico in quella parte come se fosse stata una paglia, mi promosse un violento starnuto; il che gl'indusse a battersela alla presta per paura di essere veduti. Sol tre settimane dopo, seppi il motivo di questo subitaneo mio svegliamento. Marciammo lentamente tutto il restante di quella giornata, e fermatici la notte, rimasero sino a giorno schierate ai lati del mio carro cinquecento guardie, la metà munite di torce a vento, l'altra metà di archi e di frecce per esser pronte a scaricarle su me se avessi tentato disciogliermi. Nella successiva mattina, al levar del sole ci rimettemmo in cammino, ed era all'incirca il mezzogiorno quando ci trovammo ad una distanza di duecento braccia dalla città. L'imperatore e tutta la sua corte ne vennero incontro, ma i suoi grandi uficiali non vollero comportare in verun modo ch'egli s'avventurasse a salir sul mio corpo.

Laddove si fermò il carro sorgeva un antico tempio, giudicato il più vasto che vi fosse nell'intera monarchia. Contaminato, alcuni anni addietro, da un esecrabile omicidio, il religioso zelo di que' popoli lo ebbe per profano da quell'istante, onde non servì più che ai bisogni del comune, e tutti i sacri arredi e suppellettili del medesimo vennero trasportati altrove. Entro questo edifizio fu deciso che sarei alloggiato. La porta maggiore che guardava a settentrione, era alta a un dipresso quattro piedi e larga quasi due, onde, benchè un po' a stento, io poteva far passare per essa il mio corpo. A ciascun lato della porta era una finestra non più alta di sei dita da terra. In quella di sinistra il fabbro ferraio di sua maestà fermò novant'una catene, simili a quelle che vediamo ai dì nostri (nel 1726) pendere dagli orologi delle signore in Europa, e quasi altrettanto larghe, le quali catene venivano a cignere la mia gamba sinistra, e ve le fermavano trentasei chiavistelli. Rimpetto a questo tempio, all'altro lato della grande strada maestra, e ad una distanza di venti piedi sorgeva una torre di cinque piedi almeno d'altezza. In questa salì l'imperatore coi primari personaggi della sua corte, per avere il comodo di ben osservarmi; così mi fu detto, perchè io non potei allora avere la fortuna di vedere questi alti personaggi. Fu fatto un computo da cui risultò che cento mila abitanti all'incirca della metropoli ne erano usciti, tutti spinti dalla medesima curiosità; e, a malgrado degli sforzi delle mie guardie, credo non saranno stati meno di diecimila quelli che per più riprese salirono sul mio corpo col mezzo di scale. Fu presta per altro ad uscire una grida che proibiva il far ciò sotto pena di morte. Poichè gli esperti ebbero giudicato cosa impossibile che mi sciogliessi dalle nuove catene, vennero tagliate tutte le cordicelle che mi legavano prima; onde mi trovai in piedi, dominato da un mal umore, di cui non ho mai provato l'eguale in mia vita. Ma non vi so descrivere lo strepito e lo stupore di quella popolazione al vedermi saltare in piedi e camminare; e dico camminare, perchè le catene che legavano la mia gamba sinistra erano lunghe circa due braccia, e mi davano la libertà di girare innanzi addietro, stando sempre nondimeno in quella periferia; mi procuravano un altro vantaggio, che essendo cioè infitte alle pareti quattro dita al di dentro della porta, mi permettevano il ficcarmici entro e giacervi con tutta la lunghezza del mio corpo.

CAPITOLO II.

L'imperatore di Lilliput accompagnato da parecchi de' suoi nobili, si reca a vedere l'autore nel luogo del suo confine. — Descrizione della persona e delle vesti del monarca. — Dotti incaricati d'insegnare all'autore la lingua del paese. — Favore che questi si acquista per la sua mansuetudine e bontà di cuore. — Visita fatta alle sue tasche; toltagli la spada e le pistole.

Quando mi trovai in piedi, mi guardai attorno, e confesso di non aver mai veduta una più dilettevole prospettiva. Contemplato da tutte le bande il paese, mi apparve un continuato giardino, ed i campi chiusi, ciascuno in generale dell'estensione di quaranta piedi quadrati, mi sembravano altrettante aiuole di fiori. Questi campi andavano interpolati da boschi larghi mezza pertica quadrata, e i più alti alberi, a quanto potei giudicare in distanza, dovevano arrivare fino ai sette piedi. La metropoli che stava alla mia mano manca mi presentava l'aspetto d'una scena dei nostri teatri, su cui sia dipinta una città.

Per alcune ore io era stato pressato da alcune necessità indispensabili della natura, ned è meraviglia, perchè passavano due giorni da che non m'ero alleggerito di certe incomode superfluità. Io mi vedeva orridamente alle strette tra l'urgenza del caso e tra la vergogna. Non vidi miglior espediente del cacciarmi entro della mia casa, e chiuderne la porta dietro di me. Così feci, poi andatomene tanto lontano, quanto la mia catena me lo permetteva... il resto non ha bisogno di spiegazione. Fu questa l'unica volta che mi resi colpevole di un atto sì sconcio; intorno a che supplico il candido leggitore ad accordarmi qualche perdono, e spero ottenerlo, quand'egli avrà ponderato l'arduità delle circostanze che mi premevano. Da quella volta in poi fu costante mio studio il liberarmi di questo pensiero ogni mattina appena alzato, fuor della porta, e lontano quanto mel permettevano i miei ceppi; in guisa che prima che mi arrivasse compagnia, ogni immondo vestigio veniva fatto sparire da due servi muniti di carriuole, assegnatimi per la mondezza esterna ed interna della mia casa-tempio. Non avrei forse dovuto fermarmi sì a lungo sopra una particolarità, a prima vista, non d'alto momento; ma mi parea necessario giustificare agli occhi del mondo la maniera mia di sentire in ordine a pulitezza; argomento su cui non sono mancati i maligni che, e nel caso presente ed in altre circostanze de' viaggi da me narrati, si sono divertiti spargere qualche dubbio.

Terminata questa faccenda, venni fuori della mia nicchia, chè certo avevo bisogno di respirar l'aria aperta. In quell'intervallo l'imperatore era sceso dalla sua torre, e mi veniva in verso a cavallo; corsa che per poco non gli tornò ben fatale, perchè il suo cavallo ch'era, se vogliamo, ben addestrato, ma niente avvezzo a tal vista, qual si fu quella di un'apparente montagna che si movesse dinanzi a lui, si rizzò su le zampe di dietro; onde ci volle tutta la maestria del principe, per sua buona sorte, eccellente cavallerizzo, perchè si tenesse in arcione tanto che arrivassero i palafrenieri che galoppando si era lasciati addietro: questi, impadronitisi delle redini, gli diedero agio a smontare. Poichè fu a terra, mi girò attorno contemplandomi con grande attenzione, per altro tenendosi sempre ad una distanza maggiore della lunghezza della mia catena. Ordinò ai suoi cuochi e bottiglieri, muniti già d'ordini precedenti, di apprestarmi cibi e bevande, il tutto condotto ivi su certe barelle fornite di ruote, ed alte tanto che fossero a portata della mia mano. Mi presi in mano le barelle e feci presto a vuotarle tutte: venti di esse erano cariche di vivande, dieci di vino; in due od al più tre bocconi io mi mangiava il contenuto di ciascuna delle prime; ogni barella di vino portava l'equivalente di dieci botti diviso in tante caraffine di terra, e i recipienti d'ogni barella io facea vuoti in una sorsata. L'imperatrice ed i giovani principi del sangue d'entrambi i sessi con molto corteggio di cavalieri e di dame stavano in qualche distanza nelle loro carrozze, ma dopo il pericolo corso da sua maestà, smontati tutti, si raccolsero attorno all'imperiale persona che m'accingo ora a descrivere.

Questo monarca è più alto, quasi d'una mia unghia, di tutti gli altri della sua corte: circostanza che bastava di per sè sola a comprendere di rispettosa suggezione chi alzava gli occhi su lui. Vigorose e maschili ne erano le fattezze, austriaco il labbro, il naso aquilino, la carnagione olivastra, la fisonomia dignitosa, ben proporzionato il corpo e le membra, grazioso ogni moto, maestoso il portamento. Era allora fuori della prima giovinezza, poco mancandogli a compire i ventinove anni, de' quali ne contava sette di regno felice e quasi sempre dalle vittorie illustrato. Per poterlo guardar più a mio modo m'ero accosciato in fianco sì che la mia faccia restasse parallela alla sua; ma più tardi, essendomelo tenuto ripetutamente fra le mani, non posso ingannarmi nella descrizione che ne fo adesso. Semplice e liscio ne era il vestito, di foggia tra l'asiatica e l'europea, ma portava sul capo un lieve elmetto d'oro ornato di gemme ed una piuma sul cimiero. Teneva in mano la spada sguainata per difendersi ad un caso che avessi infranti i miei ceppi; era questa lunga all'incirca tre dita, l'elsa ed il fodero ne erano d'oro, tempestati di diamanti. Aveva una voce stridula, ma limpida e sì distintamente articolata, ch'io poteva udirne le parole da stare in piedi. Le dame ed i cortigiani erano messi in tanta magnificenza che il sito ove stavano sembrava un tappeto disteso sul terreno, tutto rabescato di figurine d'oro e d'argento. Sua maestà imperiale mi volgea sovente la parola, ed io rispondeva, ma non intendevamo una sillaba l'uno dell'altro. Vi erano parecchi sacerdoti ed uomini di toga (tali almeno li congetturai dai loro abiti) ai quali fu ordinato di dirmi qualche cosa. Io ebbi un bel parlar loro in tutte le lingue, in quelle, intendiamoci, di cui avevo almeno qualche infarinatura, l'alto e basso olandese, il latino, il francese, lo spagnuolo, l'italiano, la lingua franca, ma fiato gettato!

Dopo due ore a un dipresso, la corte si ritirò; e fui lasciato con una buona guardia per impedire le imprudenze, e probabilmente le malignità che potrebbe commettere la plebaglia ansiosa d'affollarmisi attorno fino al segno cui poteva arrischiarsi; e fra questa plebaglia vi furono alcuni che, mentre me ne stavo seduto per terra alla porta della mia abitazione, ebbero la sfacciataggine di scoccarmi frecce, una delle quali poco mancò non mi trafiggesse l'occhio sinistro. Ma il colonnello ordinò che sei de' capi instigatori del disordine fossero presi, nè trovò per costoro castigo più adatto del darmeli legati nelle mani; a norma di che alcuni soldati me li spinsero inverso con le punte delle loro picche. Presili tutti nella mia mano sinistra, ne misi cinque in una tasca del mio vestito, e quanto al sesto feci mostra di volermelo mangiar vivo. Quel poveretto gridava come una anima dannata, e lo stesso colonnello ed i suoi uficiali erano sbigottiti, tanto più, quando mi videro dar mano al mio coltello; ma li levai ben tosto di pena tutti, perchè serenandomi in viso, tagliai le cordicelle che legavano il paziente, e lo posai gentilmente a terra, d'onde fuggì via con quanta avea gamba. Usai agli altri ugual trattamento, poichè me li fui tolti ad uno ad uno fuor di scarsella. Potei notare allora come i soldati ed il popolo gustassero tale contrassegno di mia clemenza, generoso atto che più tardi, reso noto alla corte, mi fruttò vantaggi ineffabili.

Sul far della notte entrai non senza qualche fatica nella mia casa, ove giacqui sul terreno, e continuai così per due buone settimane; ma in questo mezzo, l'imperatore avea dati ordini perchè mi venisse apparecchiato un letto. Seicento letti di comune misura furono condotti su dei carri, ed introdotti nella mia stanza; centocinquanta de' loro letti uniti insieme facevano appunto la lunghezza e larghezza del mio, di modo che sovrapposti a centocinquanta mi componevano un letto a quattro doppi; ma ad onta di ciò, mi era ben tenue riparo alla durezza del pavimento che era di pietra liscia. Con lo stesso ragguaglio fui proveduto di lenzuola, di coltri e coperte, abbastanza passabili per me che era già assuefatto alle asprezze del vivere.

Divulgatasi la notizia del mio arrivo, tirò questa un prodigioso numero di ricchi, oziosi e curiosi, smanianti tutti dalla voglia di vedermi, di modo che gl'interi villaggi rimanevano deserti, donde sarebbero derivati gravi danni all'agricoltura ed all'economia pubblica e privata, se il provido monarca con gride ed ordini di gabinetto non fosse andato incontro al disordine. Decretò che chiunque m'avesse veduto una volta se ne tornasse a casa, nè s'arrischiasse più a comparire entro un raggio di cinquanta braccia dalla mia abitazione senza una licenza speciale della corte, la qual cosa fu una bella vigna di guadagno ai segretari di stato.

Intanto l'imperatore tenea frequenti consigli ne' quali si discuteva il sistema da adottarsi rispetto a me: affare che dava molto da pensare alla corte, come ne fui assicurato in appresso da un mio particolare amico, personaggio di gran distinzione ed ammesso ai segreti di gabinetto al pari di chicchessia. Or si temea che rompessi le mie catene, ora che il mio mantenimento divenisse eccessivamente dispendioso, e producesse una carestia. Qualche volta si è venuto in discorso di farmi morir di fame, o almeno di scoccarmi frecce avvelenate al volto ed alle mani, che era poi il modo più speditivo per disfarsi di me, ma di lì a poco si considerava che il puzzo d'un così sterminato cadavere come sarebbe stato il mio, avrebbe potuto portar la peste nella metropoli e probabilmente nell'intero reame. In mezzo a tali consulte, parecchi ufiziali dell'esercito arrivarono nell'anticamera della sala del gran consiglio, e due di questi che furono ammessi in sessione, raccontarono il contegno da me usato verso i sei delinquenti de' quali vi ho già parlato. Ciò fece una impressione sì favorevole nel cuore del monarca e di tutti i membri della tavola di stato, che ne uscì un sovrano decreto, in forza del quale tutti i villaggi situati in un circuito di novecento braccia attorno alla città erano obbligati a somministrare ogni mattina sei buoi, quaranta pecore ed altre vettovaglie pel mio sostentamento; ed in oltre una proporzionata quantità di pane, vino ed altri liquori; e pel rimborso de' suddetti generi sua maestà aveva fatto un assegnamento su la sua imperiale tesoreria. Perchè è a sapersi che quel sovrano vive soprattutto su le rendite del suo demanio; e ben rare volte, eccetto casi oltre ogni dire straordinari, leva imposte sopra i suoi sudditi, che hanno per altro l'obbligo di accompagnarlo nelle sue guerre a proprie loro spese.

Nello stesso tempo venne istituita una compagnia di seicento individui obbligati ad essere miei servitori, i quali aveano salari fissi pel loro mantenimento e l'alloggio sotto altrettante tende, convenientemente fabbricate ai lati dell'ingresso della mia abitazione. Fu parimente decretato che trecento sartori mi facessero un corredo di vestiti secondo la moda della metropoli, e che sei fra i primari dotti dell'istituto imperiale fossero impiegati nell'insegnarmi la lingua del paese; finalmente che i cavalli imperiali, quelli della nobiltà e delle guardie del palazzo facessero gli esercizii alla mia presenza per avvezzarsi a non aver paura vedendomi; tutti i quali ordini furono debitamente mandati ad esecuzione.

In tre settimane, poco più, poco meno, si trovò ch'io avea fatto grandi progressi nell'intrapreso studio della nuova lingua. Durante il tempo delle mie lezioni, l'imperatore mi onorava sovente delle sue visite, e si compiaceva assistere egli stesso ai maestri che m'insegnavano. Cominciavamo già in qualche modo a conversare insieme, e le prime parole che imparai, e che di poi gli andai ripetendo ogni giorno mettendomi ginocchione perchè gli giugnessero bene all'orecchio, erano di preghiera perchè si degnasse concedermi la mia libertà. La sua prima risposta a quanto mi parve capire si fu: ciò non poter essere se non l'opera del tempo; non dovercisi pensare finchè non si fosse sentito l'avviso del suo consiglio di stato; che prima avrei dovuto lumos kelmin pesso desmar lon emposo, giurare cioè di mantenermi in pace con lui e col suo regno; che nondimeno sarei stato trattato con ogni cortesia. Mi consigliò intanto a meritarmi con la mia pazienza e la saggezza del mio contegno la buona opinione di lui e de' suoi sudditi.

Un giorno mi chiese che non m'adombrassi se dava ordine a certi suoi uficiali di frugarmi i vestiti; perchè probabilmente avrei avute addosso molte armi che non poteano non essere di pericolosissima conseguenza se corrispondevano nell'efficacia alla mole della mia persona. Io gli risposi, parte per cenni, parte con parole, che sua maestà poteva essere benissimo soddisfatta senza il bisogno di una indagine d'ufizio, perchè io era prontissimo a spogliarmi ed a rovesciare le mie tasche alla sua imperiale presenza. Egli mi fece allora conoscere come le leggi del suo regno portassero che tale investigazione fosse fatta da due de' suoi ufiziali, comunque egli vedesse che ciò non si sarebbe potuto praticare senza il mio consenso ed aiuto; aver egli sì buona opinione della mia rettitudine e nobiltà d'animo che m'avrebbe lasciato senza diffidenza prendere in mano i detti due ufiziali; aggiunse che tutte le cose di cui si giudicherebbe opportuno il privarmi, sarebbero state a me restituite all'atto in cui abbandonassi il paese, o vero pagate ad un prezzo da stabilirsi da me medesimo. Mi presi dunque in mano i due uficiali, e me li posi prima nelle tasche del mio giustacuore, poi nell'altre tasche minori, eccetto due scarsellini ed un altro taschino segreto, che non avevo intenzione di lasciar frugare perchè contenea certe cosucce di mio comodo, che non potevano essere di conseguenza per altri fuorchè per me. In uno dei due scarsellini io teneva un orologio d'argento, nell'altro una borsa con poche monete d'oro. Que' due signori, avendo carta, penne ed inchiostro con loro, stesero un esatto inventario delle cose che videro, poi mi eccitarono a farne anche per parte mia una nota in iscritto, affinchè a norma degli ordini venissero portate all'imperatore. Più tardi mi sono divertito a tradurre quell'inventario ed eccovelo parola per parola.

«Imprimis nella tasca destra del giustacuore del grand'uomo-montagna (così interpretai le parole quinbus flestrin), dopo le più accurate indagini non trovammo altro che un gran pezzo di drappo ruvido largo abbastanza per servire di tappeto alla grande sala del consiglio di vostra maestà. Nella sinistra vedemmo un'enorme cassa d'argento con un coperchio dello stesso metallo, che non eravamo buoni di alzare, onde eccitammo il proprietario ad aprirla. Un di noi che si pose a camminarvi entro si trovò a mezza gamba in una specie di polve, di cui una parte volata su la faccia mia e del mio compagno ne costrinse per qualche tempo a non far altro che starnutare. Nella tasca destra della camiciuola vi era uno sterminato fascio di certe sostanze bianche piegate una su l'altra, grosso come tre uomini, legato con una fortissima fune e screziato da figure nere: erano queste, secondo l'umile nostro parere, scritture di cui ciascuna lettera era larga come il palmo di una delle nostre mani. Nella sinistra trovammo una specie di macchina sul cui dorso stava una fila di venti lunghi pilastri somigliante alla palizzata posta innanzi alla corte di vostra maestà: congetturammo che con questa l'uomo-montagna si pettini il capo, chè non sempre gli facevamo interrogazioni, e ciò per la grande difficoltà che trovavamo nel farci intendere. Nella maggior saccoccia destra del suo vestito di mezzo (così traduco la parola ranfu-lo, e credo sarà stato un modo rispettoso di cui si valsero per indicare a sua maestà le mie brache) vedemmo una colonna concava d'acciaio incastrata entro un torso di legno più grosso della colonna, da cui sporgevano alcuni enormi pezzi di ferro intagliati in una strana guisa, nè sappiamo che cosa si possa farne. Nella saccoccia sinistra vi era un'altra macchina della stessa natura. Nella più piccola scarsella di destra vedemmo molti pezzi rotondi e piatti di metallo bianco e rosso, di calibro diverso fra loro. Alcuni dei bianchi pareano d'argento, ed erano sì larghi e pesanti che il mio compagno ed io durammo non poca fatica a levarli. Nella corrispondente più piccola scarsella di sinistra stavano due pilastri neri di forma irregolare. Da stare su la cima dello scarsellino era cosa quasi impossibile per noi il prenderli per l'estremità superiore e tirarli di lì. Un di questi era tutto di un pezzo; dalla parte superiore dell'altro sporgea fuori un certo globo bianco, grosso all'incirca come dodici delle nostre teste. In entrambi era rinchiuso un enorme pezzo d'acciaio, come avemmo occasione di avverare, perchè immaginando che quelle macchine fossero di molto pericolo, obbligammo l'uomo montagna a farci vedere ogni cosa. Tolti fuori dalle due casse (tali erano que' due pilastri), i pezzi enormi d'acciaio che vi si conteneano, ne raccontò come nel suo paese si usi rader la barba con uno di essi, e trinciar le vivande con l'altro. Vi erano poi due tasche minori nelle quali non potemmo entrare: egli le chiamava i suoi borsellini. Erano ampie fenditure alla cima del suo vestito di mezzo tenute strettamente aderente dalla pressione del suo ventre. Fuor dello scarsellino destro pendeva una grande catena d'argento alla cui cima si attaccava, come ce ne accorgemmo dalla gonfiezza del borsellino stesso, una specie sterminata di macchina. Gl'intimammo di tirar fuori, che che si fosse la cosa cui facea capo la grande catena. Vedemmo allora un immenso globo, metà d'argento, metà d'un metallo trasparente; e ci accorgemmo della trasparenza perchè vedendo su la superficie di esso certe stravaganti figure disegnate all'intorno, volemmo toccarle e la sostanza lucida di quel metallo ce lo impedì. Egli ne appressò agli orecchi questo ordigno che faceva uno strepito incessante, simile a quello di un mulino: noi congetturiamo ch'esso sia o qualche animale sconosciuto o il suo dio, ma incliniamo più alla seconda opinione, perchè (se lo intendemmo a dovere, giacchè si espresse assai imperfettamente) fa rare volte alcuna cosa senza consultarlo. Ne disse in oltre essere questo il suo oracolo che gl'indicava il momento opportuno a ciascuna azione della vita. Trasse dall'altro borsellino una rete larga quanto basterebbe per un pescatore, ma fatta in modo che si apriva come una borsa, e parea gli servisse al medesimo uso. C'erano entro parecchi pezzi massicci di metallo giallo che, se sono realmente d'oro, devono essere di un immenso valore.

«Dopo avere così, in obbedienza agli ordini della maestà vostra, frugate diligentemente tutte le tasche dell'uomo-montagna, osservammo intorno alla sua persona una cintura fatta della pelle di qualche prodigioso animale, dal lato sinistro della quale pendeva una spada della lunghezza di cinque uomini, e dal destro un sacco o gran borsa, diviso in due celle, ciascuna capace di contenere tre sudditi di vostra maestà. In una di queste trovavansi parecchi globi o palle di pesantissimo metallo, grosse a un dipresso come le nostre teste e per alzar le quali ci volea ben della forza; l'altra conteneva un mucchio di certi granellini neri, non di gran peso o mole perchè potevamo metterne fino a cinquanta sul palmo della nostra mano.

«È questo un esatto inventario delle cose che abbiamo trovate su la persona dell'uomo-montagna, il quale ci ha trattati con grande civiltà e con tutto il rispetto dovuto a due commissari della maestà vostra. Firmato e contrassegnato da suggello nel quarto giorno dell'ottantesima nona luna del ben augurato regno di vostra maestà».

Poichè l'inventario fu letto all'imperatore, questi m'intimò, benchè in gentilissimi termini, di consegnare tutti gli oggetti nello stesso inventario descritti. Primieramente mi domandò la mia spada, che sguainai tosto, e il suo fodero e quanto con essa si connettea. Nel tempo stesso aveva ordinato a tremila uomini della più scelta sua soldatesca, che gli faceano la guardia, di attorniarmi ad una certa distanza ed esser pronti co' loro archi e dardi per iscoccarli su me ad ogni evento; ma io non avea fatto attenzione a ciò, tanto i miei sguardi erano fisi sopra sua maestà. Egli mi disse allora di maneggiare la mia arma che, sebbene avesse preso un po' di ruggine dall'acqua del mare, in alcune parti rifletteva ottimamente la luce. Io lo obbedii, e in un attimo tutti i soldati misero un grido tra il terrore e la sorpresa; perchè il ripercotimento de' raggi del sole che splendea chiarissimo in quella giornata, incontrando l'acciaro che io roteava, abbarbagliò i loro occhi. Sua maestà, principe ineffabilmente magnanimo, ne fu meno atterrito di quanto mi sarei aspettato. Mi ordinò di rimetter la spada nel fodero e di gettarla, con quanta dolcezza avrei potuto, sei piedi in circa al di là del confine della mia catena. La seconda cosa che mi domandò fu una delle mie colonne concave d'acciaio, con che intendea le mie pistole da tasca. Trattane fuori una a norma del suo beneplacito, gli spiegai alla meglio e come seppi, il modo di usarla; la caricai indi di sola polvere che aveva avuta la buona sorte di non inumidirsi nel mare, grazie all'impenetrabilità del mio sacco da munizione, e grazie, devo aggiugnere, alla sollecitudine che da ogni avveduto navigante si adopra per guarentirsi da simile inconveniente; finalmente, avvertito l'imperatore di non isgomentarsi, la sparai all'aria.

Qui da vero lo sbalordimento fu maggiore che al lampo della spada. I soldati caddero tramortiti a centinaia, come appunto se fossero stati feriti a morte, e lo stesso imperatore, benchè tenutosi su le sue gambe, non potè riaversi dallo stupore se non di lì a qualche tempo. Gli rimisi indi entrambe le mie pistole con le stesse cautele avute nel rassegnargli la spada, e dietro a queste il sacco della polvere e delle palle. Circa alla prima non mancai di raccomandare all'imperatore che la tenesse lontana dal fuoco, perchè la più lieve scintilla sarebbe bastata a soffiargli in aria l'intera sua reggia. Consegnai parimente il mio orologio, che l'imperatore era curiosissimo di vedere, al qual fine ordinò a due delle sue guardie a piedi di sospenderlo al mezzo di una pertica, portando le estremità di essa su le spalle come nell'Inghilterra i facchini trasportano i barili di birra forte. Fu sorpreso al continuo strepito ch'esso facea ed al moto della sfera de' minuti ch'egli discernè tosto, perchè la vista di que' nativi è più acuta assai della nostra. Intorno a questo fenomeno chiese le opinioni de' suoi dotti, che furono varie e lontanissime dal vero, come il leggitore se lo immagina senza che io glielo ripeta; nondimeno, per amore di verità devo aggiugnere che intesi poco qual razza di spiegazioni adducessero.

Rassegnai inoltre le mie monete d'argento e di rame; la mia borsa con nove portoghesi d'oro ed alcune monete d'oro più piccole; il mio coltello e rasoio; il mio pettine, la mia argentea scatola da tabacco, il mio fazzoletto e i quaderni del mio giornale. La spada, le pistole e il sacco della polvere e delle palle vennero portati agli arsenali di sua maestà; il rimanente delle mie suppellettili mi fu restituito.

Io aveva, come notai dianzi, un borsellino privato che sottrassi alle indagini della commissione imperiale. Vi tenevo un paio d'occhiali a me talvolta necessarissimi, attesa la debolezza della mia vista, un cannocchiale da tasca ed altre simili minuzie, che non essendo di veruna entità per l'imperatore, non mi credei in obbligo d'onore di manifestare: io aveva troppa paura che fuor delle mie mani andassero guaste o perdute.

CAPITOLO III.

L'autore offre all'imperatore ed alla sua nobiltà d'entrambi i sessi alcuni divertimenti che si tolgono dall'usato. — Descrizione de' passatempi della corte di Lilliput. — L'autore ottiene a certi patti la sua libertà.

Mercè le mie buone maniere ed il mio buon procedere, io era sì ben giunto a cattivarmi i cuori dell'imperatore, della corte, dell'esercito, ed in generale della popolazione, che principiai a concepire la speranza di ottenere la mia libertà in breve tempo. Non trascurai dal canto mio alcuna sorta di mezzi per coltivare queste buone disposizioni. I nativi a gradi a gradi s'avvezzarono a non temere ch'io facessi loro alcun male. Qualche volta, postomi supino sul suolo, ho permesso a cinque o sei di loro che venissero a ballare su la mia testa, e si arrivò al segno che i fanciulli e le fanciulle s'arrischiavano giocare a mosca cieca fra i miei capelli. Già il mio progresso nell'intendere e nel parlare il loro linguaggio era molto.

Un giorno venne voglia all'imperatore di farmi conoscere diversi fra gli spettacoli del paese, in che quegli abitanti superavano tutte le altre nazioni da me conosciute, sia per destrezza, sia per magnificenza. Niuno spettacolo mi ha divertito mai tanto siccome quello de' loro ballerini su la corda; essi eseguivano i loro salti e danze sopra un filo bianco dell'estensione circa di due piedi ed alto da terra dodici dita; sul quale argomento chiedo all'indulgente leggitore la permissione di diffondermi un qualche poco.

Questa bell'arte è sol professata da coloro che aspirano ad ottenere alte cariche e grandi favori dalla corte. Sono ammaestrati nell'arte stessa sin dalla prima loro gioventù, nè sempre hanno sortiti nobili natali o liberale educazione. Quando viene ad essere vacante un grande uficio, sia per morte o per disfavore incorso da chi lo sostenea (e questo caso è frequente), cinque o sei candidati supplicano sua maestà di potere intertenere lei e la sua corte con un ballo su la corda, e chi salta più alto senza cadere succede nella carica rimasta vacante. Spessissimo accade che gli stessi primi ministri sieno comandati di dar prova della loro abilità e di convincere l'imperatore che il ministero non gli ha fatti dimentichi delle primitive loro virtù. Flimnap, il gran tesoriere, ha il privilegio di tagliare una capriola sul cordino posto d'un dito più in su dell'altezza di prammatica stabilita per qual si voglia altro grande di tutto l'impero. Ho veduto co' miei occhi questo stesso gran tesoriere ripetere per più volte di seguito un salto mortale[14] da una tavola fissata sopra una corda men grossa d'un de' nostri comuni spaghi. Il mio amico Reldresal, primo segretario degli affari privati, è, se non m'inganna la parzialità appunto dell'amicizia, il miglior saltatore dopo il tesoriere. Quanto al resto de' grandi ufiziali della corona, l'abilità dell'uno vale in circa quella dell'altro.

Questi spassi vanno rare volte scompagnati da fatali accidenti, gran numero de' quali è registrato negli archivi imperiali. Ho veduti due o tre candidati rompersi or braccia, or gambe[15]. Ma i pericoli più gravi sono quando i ministri vengono comandati eglino stessi di entrare in aringo; perchè nella gara di ciascun d'essi per rimanere superiore di prodezza agli altri colleghi, fanno tali sforzi per cui è ben difficile che qualcun di loro non istramazzi le due o le tre volte. Venni assicurato che un anno o due prima del mio arrivo, Flimnap si sarebbe infallibilmente rotto l'osso del collo se non si fosse trovato a caso sul pavimento un cuscino imperiale che attenuò la forza della percossa da lui ricevuta cadendo.

Vi è pure un altro divertimento che si dà in alcune particolari occasioni, alla sola presenza dell'imperatore, dell'imperatrice e del primo ministro. L'imperatore stende sopra una tavola tre fili di seta, lungo ciascuno sei dita, uno azzurro, l'altro rosso, il terzo verde. Tali fili sono proposti in premio a quegl'individui che l'imperatore ha in mente di distinguere con qualche contrassegno di speciale favore. La cerimonia viene eseguita nella grande sala di stato di sua maestà, ove i candidati debbono sostenere una prova di destrezza, ma affatto diversa dalla precedente e d'un genere tale che non l'ho mai veduta ideare in nessun altro paese del vecchio e del nuovo mondo.

L'imperatore tiene in mano un bastone con le due estremità parallele all'orizzonte, intantochè i candidati, avanzandosi ad uno ad uno, or saltano sopra il bastone, or ci passano curvati di sotto e ripetono innanzi addietro questa operazione per più riprese continuando sempre con la norma di saltar sopra o curvarsi secondo il più o il meno che il bastone è tenuto alto da terra. Talvolta l'imperatore tiene una estremità sola del bastone ed il primo ministro quell'altra; accade ancora che il ministro ne tenga egli solo le due estremità. Quel dei candidati che fa la sua parte con maggiore agilità e la dura più a lungo nel saltare o passare di sotto, riceve in guiderdone il filo di seta azzurro, il rosso è dato al secondo, il verde al terzo, e tutti lo portano cinto a due giri attorno alle reni; onde vedete ben pochi grandi personaggi addetti alla corte che non vadano decorati di una almeno di queste cinture.

I cavalli dell'esercito e quelli delle regie scuderie non continuarono lungo tempo a prendere ombra di me, e mi sarebbero camminati ne' piedi senza dare il menomo segno di spavento. I cavallerizzi di corte si divertivano a farli saltare sopra una delle mie mani, s'io la posava a terra, ed un picchiere di sua maestà fece saltare un grosso corridore al di sopra del mio piede calzato, che era un salto prodigioso. Io stesso un giorno ebbi la fortuna di offrire a sua maestà un intertenimento d'un genere affatto straordinario. A tal fine io lo avea pregato il dì innanzi a farmi venire una certa quantità di bastoni alti due piedi e della grossezza d'una delle nostre canne d'India (come ben capite, alberi rimondi dai rami e dalle radici); infatti sua maestà diede tosto ordini analoghi all'intendente de' boschi imperiali, e nella mattina del dì successivo mi arrivarono a casa sei boscaiuoli a capo di una falange di carri tirati ciascuno da otto cavalli, carichi de' materiali che avevo chiesti. Pigliati nove di questi bastoni, li disposi in forma quadrangolare sopra uno spazio di due piedi e mezzo quadrati. Presine indi altri quattro li legai in cima paralleli ai lati della base del solido che avevo formato: poi cinque dita disotto dell'estremità dei primi nove pilastri, attaccai il mio fazzoletto e lo distesi ai quattro angoli del mio parallelepipedo con tanta attillatura che pareva una vera pelle di tamburo. I pilastri, sporgenti, come vi ho detto, di cinque dita dal fazzoletto, formavano il parapetto di questo spianato, sul quale pregai sua maestà a permettere che ventiquattro uomini della sua imperiale cavalleria, montati su i più scelti loro destrieri, facessero l'esercizio.

Approvato dal monarca il partito da me propostogli, mi presi in mano ad uno ad uno i suoi ventiquattro soldati belli e montati a cavallo ed armati di tutto punto e gli ufiziali che doveano comandar l'esercizio; poscia li collocai nella lizza. Quivi, non appena si furono ordinati, schieraronsi in due parti, eseguirono finte scaramucce, si lanciarono gli uni contra gli altri frecce spuntate, rappresentarono assalti e ritirate, in somma diedero a vedere tal perfetta militare disciplina che altrove non mi è mai occorso di ravvisarla. I bastoni paralleli guarentivano essi ed i loro cavalli dal pericolo di cadere nell'arena inferiore. L'imperatore n'ebbe tanto diletto che ordinò la replica dello stesso spettacolo per più giorni successivi; ed arrivò persino una volta a volere essere portato su la lizza per dar egli stesso in persona l'ordine di comando. Fece di più, benchè ci sia voluta non poca fatica: persuase la stessa imperatrice a contentarsi ch'io la levassi in palma di mano col suo carrozzino chiuso, ad una distanza di due braccia dal teatro degli esercizi, e così potè anch'essa contemplarne l'intero spettacolo.

Il cielo m'aiutò che niuna disgrazia venne ad intorbidare queste ricreazioni. Una sola volta un cavallo alquanto focoso che apparteneva ad un capitano della guardia, zampettando fece con l'unghie un buco nel mio fazzoletto, onde mancatogli il piano di sotto, poco mancò non affondassero nell'aperta voragine egli ed il suo cavaliere; ma fui presto a salvarli d'una mano entrambi, mentre coll'altra copersi il buco tanto di potere con la mano libera tirar giù da quell'altezza lui ed il rimanente di quella brigata. Il cavallo caduto si fece una slogatura alla spalla sinistra, ma chi lo cavalcava non sofferse alcun male. Io rattoppai il mio fazzoletto alla meglio; per altro non tornai più a fidarmi della sua resistenza in una impresa tanto rischiosa.

Due o tre giorni prima ch'io fossi messo in libertà, mentre io stava intertenendo la corte negli spassi che vi ho descritti, arriva una staffetta per informare sua maestà, che alcuni de' suoi sudditi, cavalcando lungo la spiaggia ove fui preso in principio, aveano veduto giacer su l'erba una grande massa nera stranamente conformata, estesa in fondo alle falde, larga come la stanza da letto di sua maestà, e sporgente nel mezzo all'altezza d'un uomo; che parecchi le erano più volte girati all'intorno; che salendo l'uno su le spalle dell'altro ne aveano raggiunta la cima; che trovatala piatta e spianata vi camminarono sopra, e s'accorsero ch'era vuota di dentro; che secondo il sommesso loro parere doveva essere alcun che di spettante all'uomo montagna, e che quando sua maestà lo avesse desiderato, si compromettevano trasportarla fin qui con l'opera di soli cinque cavalli. Capii subito di che cosa parlavano, e fu tal notizia che mi diede piacere. Pare che nella confusione in cui m'avea messo il mio naufragio, io non m'accorgessi d'una cosa, allorchè, presa terra, venni a pormi nel luogo ove m'addormentai. Fin quando mi accinsi a remigare, il mio cappello era raccomandato alla mia testa con una stringa; bisogna dire che ci sia rimasto anche quando mi diedi al nuoto, e che per qualche incidente la stringa si sia rotta poichè fui sulla spiaggia. Io certo credeva d'aver perduto il cappello nel mare. Pregai dunque l'imperiale sua maestà a volere dar ordini perchè mi fosse portato il più presto che si poteva, e le spiegai ad un tempo l'uso che questo arredo prestavami. Nel dì successivo, i carrettieri comandati a ciò mel portarono, ma non da vero in ottimo stato. Costoro aveano forato due buchi un dito e mezzo al di sopra dell'ala; poi appiccativi due uncini ed attaccata una lunga corda a questi uncini, trascinarono il mio povero cappello per più d'un mezzo miglio inglese; per fortuna la terra di quel paese è soffice e leggiera, onde il danno fu minore ch'io non me lo era figurato.

Due giorni dopo questa avventura, l'imperatore aveva ordinato che tutte le sue soldatesche stanziate nelle vicinanze della metropoli fossero sotto l'armi, e gli venne il capriccio di prendersi uno stravagantissimo divertimento. Bisognò per compiacergli che mi piantassi fermo a guisa di colosso con le mie gambe aperte quanto per me si poteva; poi comandò al suo generale, vecchio condottiero sperimentato e mio grande protettore, che ordinate in file serrate le sue schiere, le facesse passare sotto all'andito formato dalle mie gambe. Di ventiquattro era la fronte dei fantaccini, di sedici quella degli uomini a cavallo, che a tamburo battente, bandiere spiegate, picche brandite, teneano questo cammino, e tutto quel corpo d'esercito consisteva in tremila uomini di fanteria e mille di cavalleria. Certamente sua maestà ordinò che ciascun soldato, durante questo tragetto, si comportasse con la più stretta decenza verso la mia persona. Ma ciò non impedì che alcuni giovani uficiali, passandomi sotto, alzassero la testa in su, e per confessarvi la schietta verità, il mio vestito di mezzo era sì mal andato, che diede loro qualche soggetto di riso e ad un tempo d'ammirazione.

Io aveva umiliato tanti memoriali e suppliche per ottenere la mia libertà, che finalmente sua maestà aperse la discussione su questo affare, prima nel suo gabinetto, indi in pieno consiglio: nè vi fu chi si opponesse, eccetto Skyresh Bolgolam che si divertiva, senza veruna provocazione dalla mia parte, di essere mio capitale nemico. Nondimeno, a suo marcio dispetto, il partito della mia liberazione la vinse a pieni voti di tutti gli altri membri della tavola di stato, ed ottenne la ratificazione imperiale. Il ministro mio nemico era galbet, cioè ammiraglio dell'impero, grandemente innoltrato nella confidenza del suo padrone, e, se vogliamo, versatissimo negli affari, ma d'un tal umore bisbetico ed inquieto, che non si sapeva come prenderlo. Ciò non ostante bisognò finalmente che la intendesse di conformarsi al voto dei più; sol la spuntò in questo che si fece dare l'incarico di stendere egli stesso gli articoli ed i patti a' quali avrei ricevuta la mia libertà, ed i quali dovevo giurare prima di conseguirla. Tali articoli mi furono portati da Skyresh Bolgolam in persona, che venne accompagnato da due sottosegretari e da diversi ragguardevoli personaggi. Dopo essermi stati letti, dovei adempiere la cerimonia del giuramento, prima secondo l'usanza del mio paese, poi giusta il metodo prescritto dalle loro leggi, ed era, pigliarmi il mio piede destro nella mano sinistra, e portarmi l'indice della destra sul mio cocuzzolo, ed il pollice alla punta del mio orecchio destro. Siccome poi il leggitore può essere voglioso di aver qualche idea dello stile e del modo singolare di esprimersi di quel popolo, ed anche di sapere gli articoli condizionali della mia ricuperata libertà ho fatta una versione letterale fin quanto ho potuto dell'intero rogito, e la presento ora al pubblico.

Golbasto monaremevalme gurdilo shefin, mully ully gue, potentissimo imperatore di Lilliput, delizia e terrore dell'universo, i cui dominii si estendono cinquemila blustrug (dodici miglia a un dipresso di circonferenza) sino all'estremità del globo; monarca di tutti i monarchi, il più alto dei figli degli uomini, i cui piedi premono il centro del mondo e la testa tocca il sole; ad un cui cenno tutti i principi della terra s'inginocchiano, piacevole come la primavera, confortevole come la state, fruttifero come l'autunno, formidabile come il verno. La sua sublimissima maestà propone all'uomo-montagna, arrivato testè ne' celesti nostri dominii, i seguenti articoli, all'adempimento dei quali dee con solenne giuramento obbligarsi.

I. L'uomo-montagna non si partirà dai nostri dominii senza la nostra licenza autenticata dal nostro grande sigillo.

II. Non ardirà venire nella nostra metropoli senza uno speciale nostro comando; e questo avverandosi in quel tempo gli abitanti di essa riceveranno l'avviso di non moversi di casa per due ore.

III. Il detto uomo-montagna limiterà i suoi passeggi alle nostre principali strade maestre; nè s'avviserà giacere nelle praterie o ne' campi di biade.

IV. Mentre passeggia per le suddette strade, userà della massima circospezione per non camminare su i corpi d'alcuno dei nostri amatissimi sudditi; loro cavalli o carriaggi, e di non prendere in mano veruno de' predetti nostri amatissimi sudditi senza il proprio loro consenso.

V. Ove accada il bisogno di mandare un espresso con istraordinaria sollecitudine, l'uomo-montagna sarà tenuto portarsi in tasca il messaggero ed il suo cavallo per un viaggio di sei giorni, e ciò una volta ogni luna, poi ritornarlo (se ne è richiesto) sano e salvo alla nostra imperiale presenza.

VI. Sarà nostro alleato contra i nostri nemici dell'isola Blefuscu, e s'adoprerà con tutte le sue forze a distruggere la loro flotta che s'apparecchia ad invadere i nostri stati.

VII. Che il suddetto uomo-montagna nelle sue ore libere dia mano ai nostri operai nell'innalzare le grosse pietre per coprire il muro di cinta del nostro parco imperiale e gli altri nostri imperiali edifizi.

VIII. Che il detto uomo-montagna, in termine a due lune di tempo, presenti una pianta esatta della circonferenza dei nostri dominii con calcolato ragguaglio tra i suoi propri passi e quelli de' nostri sudditi.

IX. Finalmente che, dietro al prestato giuramento di osservare i menzionati articoli, il predetto uomo-montagna riceva un sussidio giornaliero corrispondente al sostentamento di mille ottocentosettantaquattro de' nostri sudditi, con libero accesso alla nostra imperiale persona ed altri contrassegni del nostro favore.

Fatto al nostro palazzo di Belfaborac nel duodecimo giorno della novantunesima luna del nostro regno.

Giurai, e mi sottoscrissi a tutti questi articoli di tutta buona voglia, e con grande contento, se bene alcuni di essi non fossero onorevoli come mi sarei augurato: tutto effetto della malizia del grande ammiraglio Skyresh Bolgolam. Le mie catene dunque vennero sciolte, e rimasi in pienissima libertà. L'imperatore volle egli stesso onorarmi di assistere in persona all'intera cerimonia. Gli feci i debiti ringraziamenti prostrandomi a' suoi piedi, ma egli mi comandò che m'alzassi; poi, dopo molte clementissime espressioni che, per fuggire la taccia di vanaglorioso, non vi ripeterò, soggiunse com'egli sperasse che me gli mostrerei colle opere un utile servo, e che mi renderei sempre più meritevole dei favori di cui mi aveva colmato o di cui avrebbe potuto colmarmi nell'avvenire.

Voglia il leggitore riportarsi all'ultimo articolo dei patti per la ricuperazione della mia libertà, laddove mi viene accordata una quantità di vettovaglie corrispondente al sostentamento di milleottocentosettantaquattro Lilliputtiani. Qualche tempo dopo, avendo chiesto ad un amico con che principio si fosse stabilito questo determinato numero, mi rispose che i matematici di sua maestà aveano misurata l'altezza del mio corpo col mezzo di un quadrante, e che, trovato eccedere questa l'altezza de' corpi loro nella proporzione di dodici ad uno, conclusero dalla qualità omogenea delle nostre nature, dovere il mio corpo contenerne almeno mille settecentoventiquattro de' loro, e conseguentemente abbisognare di altrettanto cibo quanto ce ne voleva a sostentare un tal numero di Lilliputtiani; donde il leggitore può formarsi un'idea dell'ingegno di quel popolo e della prudente ed esatta economia di un così grande monarca.

CAPITOLO IV.

Si descrivono Mildendo, metropoli di Lilliput, e l'imperiale palazzo. — Conversazione concernente gli affari dell'impero avutasi dall'autore con uno de' principali segretari. — L'autore s'offre all'imperatore per servirlo nelle sue guerre.

La prima inchiesta ch'io feci divenuto libero, si fu per ottenere la permissione di vedere Mildendo; metropoli dell'impero. Sua maestà acconsentì di buona voglia, ingiugnendomi per altro l'obbligo di una diligenza la più scrupolosa per non danneggiare gli abitanti o le case. Una grida notificò al popolo ch'io era per portarmi entro le mura della metropoli. I baloardi che la circondavano erano alti due piedi e mezzo, ed aveano per lo meno una larghezza di undici dita che dava abilità alle carrozze ed agli uomini a cavallo di diportarvisi all'intorno. Aggiugnevano forza a questo baloardo le gagliarde torri che ad ogni distanza di due piedi lo fiancheggiavano. Entrato per la grande porta occidentale, mi portai con tutta dilicatezza e camminando di fianco lungo le due strade principali, vestito della sola mia camiciuola per paura che i cantoni del mio giustacuore dessero danno ai tetti o alle grondaie. Ebbi nel mio passeggiare la massima circospezione per non montare addosso a qualche viandante che fosse rimasto lungo la via, benchè gli ordini dati indistintamente a tutti di confinarsi entro le proprie case fossero spiegati in modo, che se alcuno si trovava sopra la strada, ci si trovava a proprio rischio e pericolo. Tutte le finestre dei primi, secondi, terzi, quarti piani, delle soffitte, persino i tetti erano affollati di tanti spettatori ch'io non credo in tutti i miei viaggi aver veduta una più popolata città. Essa è un quadrato perfetto, chè ciascuno de' suoi quattro bastioni è lungo cinquecento piedi. Le due strade principali che, incrocicchiandosi perpendicolarmente, dividono la città in quattro grandi quartieri uguali, sono larghe cinque piedi. Le contradelle ed i vicoli, ove non mi era possibile l'entrare, e cui diedi solo un'occhiata in passando, erano larghi da dodici a diciotto dita. La città è capace di contenere un mezzo milione di anime; le case sono di diversi piani, dai tre ai cinque; ben forniti di tutto i mercati e le botteghe.

Il palazzo dell'imperatore è nel centro della città, propriamente laddove le due principali strade s'incontrano. Esso è chiuso da un muro di cinta alto due piedi e distante venti dagl'imperiali edifizi. Ottenuta da sua maestà la licenza di passare al di là del detto muro (che non era, come vedete, un grande sforzo per me) e tale essendo qual ve l'ho descritta la distanza che lo disgiugnea dal palazzo, potei contemplar questo a mio agio su tutti i lati. Il suo cortile esterno è un quadrato di quaranta piedi, e ne racchiude due altri, nel più interno de' quali sono gli appartamenti reali; questi io era curiosissimo di vedere, ma ciò fu quanto io trovava estremamente difficile, perchè le grandi porte che conducevano da un cortile all'altro non erano più alte di diciotto dita, nè larghe più di sette, e gli edifizi del cortile stesso erano alti almeno cinque piedi; nè io poteva andar di là accavalciandomi ad essi, senza portare un infinito danno a tutta quanta la fabbrica, ancorchè composta di saldi mattoni, e benchè la grossezza de' suoi muri fosse di quattro dita.

Pure era grande nell'imperatore il desiderio ch'io vedessi la magnificenza della sua reggia; ed anche tale sua brama appagai, ma sol di lì a tre giorni, che furono da me impiegati nel tagliare col mio coltello alcuni de' più grossi alberi del parco imperiale, lontano a un dipresso cento braccia dalla città. Di questi alberi mi fabbricai due sgabelli, ciascuno alto tre piedi all'incirca e forte abbastanza per sostenere il peso della mia persona. Poichè il popolo fu avvisato d'una mia seconda comparsa nella metropoli, l'attraversai di nuovo co' miei due sgabelli fra le mani. Quando fui alla parte esterna del cortile, salii sopra uno de' miei sgabelli, tenendomi l'altro in mano che alzai sopra il tetto, ove salito io pure, lo calai giù con bella maniera nello spazio frapposto tra il primo ed il secondo cortile: una larghezza di otto piedi: e quivi feci venir a stare anche lo sgabello lasciatomi addietro col mezzo di un bastone uncinato. Coll'alternato aiuto dei due sgabelli feci la visita di tutte le fabbriche all'intorno; poi, con lo stesso artificio adoprato dianzi, penetrai nell'ultimo cortile, ove postomi a giacere su d'un fianco, io toccava con la faccia le finestre degli appartamenti di mezzo, che erano state lasciate aperte a bella posta. Non si possono immaginare appartamenti più splendidi di quelli che allora mi si pararono all'occhio. Vidi ivi l'imperatrice ed i giovani principi, ciascuno in separati appartamenti, con tutti i primari loro subordinati. Anzi la sovrana si degnò clementemente sorridermi, e persino affacciarsi alla finestra e porgere al bacio mio la sua mano.

Ma mi asterrò dall'anticipare al leggitore nozioni di simil natura, perchè le riserbo ad un'opera di maggior mole che è già quasi pronta pei torchi e che contiene una generale descrizione di questo impero, la quale comincia fin dalla sua prima fondazione, e continua sotto una lunga sequela di sovrani, e ad un tempo uno speciale racconto delle loro guerre, del sistema loro di politica e di legislazione, delle loro nozioni così scientifiche come religiose, e d'altri soggetti di grande curiosità ed utilissimi; qui il mio principale disegno si è riferire quegli avvenimenti ed affari che riguardarono il pubblico e me ne' nove mesi circa del mio soggiorno in quel reame.

Passate circa due settimane dopo la mia ottenuta libertà, Reldresal, primo segretario degli affari privati, così lo chiamavano, venne a casa mia seguito da un sol servitore, perchè aveva ordinato che la sua carrozza lo aspettasse ad una certa distanza. Mostratosi desideroso di avere un colloquio d'un paio d'ore con me, acconsentii di tutto buon grado, e atteso le qualità ed i meriti personali che lo fregiavano, per e tutti i buoni ufizi da lui usatimi durante il tempo delle mie sollecitazioni alla corte. Mi offersi di collocarmi giacente affinchè potesse mettersi meglio a portata del mio orecchio, ma preferì ch'io me lo tenessi in mano per tutto il tempo della nostra conversazione.

Principiò dal farmi congratulazioni su l'acquistata mia libertà, aggiugnendo che potea vantarsi d'aver qualche merito in ciò, ma subito aggiunse che n'aveva anche un grande merito lo stato presente delle cose alla corte, senza di che avrei forse dovuto sospirare anche un bel pezzetto tal mia libertà.

«Sappiate, mi confidò, che i nostri affari non sono in una condizione così florida come apparisce agli occhi degli stranieri. Noi siamo travagliati sotto il peso di due potenti disgrazie: una violenta fazione al di dentro e il pericolo dell'invasione d'un formidabile nemico al di fuori. Quanto al primo male, avete a sapere che da circa settanta lune in qua sursero a lottar fra loro in questo impero due potentissime sette col nome di tramecksan e di slamecksan,[16] così chiamate dai calcagnini alti e bassi delle scarpe che le distinguono. Alcuni pretendono, per dir vero, che i calcagnini alti si conformino meglio con l'antica nostra costituzione; ma, che che ne sia, sua maestà ha deciso che gli impiegati negli ufizi amministrativi del governo e tutte le cariche privilegiate della corona non portino, come senza dubbio dovete esservene accorto, se non calcagnini bassi; e soprattutto avrete notato che i calcagnini di sua maestà imperiale sono almeno un drurr più bassi di tutti gli altri (il drurr in que' paesi è circa la quarta parte di un dito). Le animosità fra le due parti si sono spinte sì innanzi, che l'una non vuole nè mangiare, nè bere, nè conversare con l'altra. A conti fatti i tramecksan o sia quelli dei calcagnini alti, ci superano di numero, ma il potere è tutto dalla nostra banda. Ci fa un po' di paura sua altezza imperiale, l'erede della corona, che vogliono sia alquanto propenso ai calcagnini alti; certo un fatto evidente ad ognuno si è che porta un calcagnino più alto dell'altro, ciò che lo fa parere zoppo quando cammina.

«Ora in mezzo a queste intestine discordie, ne accade essere minacciati d'una invasione da quei dell'isola di Blefuscu, altra grande monarchia dell'universo, quasi vasta e potente siccome quella di sua maestà. Perchè quanto al fatto che v'abbiamo udito asserire più volte, dell'esistenza cioè d'altri reami di questo globo abitati da creature umane della vostra mole, è cosa che i nostri filosofi mettono grandemente in dubbio, ed inclinerebbero piuttosto a pensare che voi foste caduto dalla luna o da una stella. In fatti è cosa indubitata che un centinaio di mortali dotati delle vostre proporzioni farebbero presto a divorarsi tutte le rendite e gli armenti dei dominii di sua maestà, oltrechè le nostre storie, che rimontano a seimila lune, non hanno mai fatto menzione d'alcun altro paese fuor degl'imperi di Lilliput e di Blefuscu.

«Questi due potenti imperi dunque, come vengo ora a dirvi, sono stati impegnati per trentasei lune addietro in un'ostinatissima guerra, e guardate qual ne fu l'origine. Non si era mai revocato in dubbio che il vero posto ove si dee cominciare a rompere un uovo prima di mangiarlo non sia la più piana delle sue estremità. Ma accadde alla buon'anima dell'avolo del vivente monarca che, quand'era fanciullo, volendo mangiare un uovo e rompendolo secondo la pratica inveterata, si fece un taglio alle dita. Da quell'istante l'imperatore padre pubblicò un editto che obbligava, minacciando le più severe pene contra i trasgressori, tutti i suoi popoli a non rompere più le uova se non dall'estremità aguzza. Rincrebbe tanto al popolo questa legge, che, come narrano le nostre storie, nacquero sei ribellioni per cagione di essa, ribellioni in forza delle quali un de' nostri imperatori ci mise la vita, uno de' suoi successori perdè il trono.[17] Queste nostre civili sommosse vennero sempre favoreggiate dai monarchi di Blefuscu, e quando erano represse, i profughi trovavano costantemente asilo e protezione nel loro impero. Si è fatto in più volte il conto di undicimila persone le quali hanno preferita la morte alla schiavitù di rompere le uova dalla parte aguzza. Centinaia e centinaia di volumi in foglio sono stati pubblicati su tal controversia, ed i libri dei piattuovisti furono a lungo proibiti dall'imperiale censura, ed i lor partigiani dichiarati dalla legge incapaci a sostenere qualunque pubblico incarico. Nel tempo di queste turbolenze, gl'imperatori di Blefuscu spedirono, col mezzo de' loro ambasciatori, frequenti rimostranze che ne accusavano di formare uno scisma religioso coll'andar contro alle dottrine fondamentali stabilite al capitolo cinquantesimoquarto del Blundecral: è questo il loro Corano.

«Noi per altro, continuò il mio visitatore, crediamo essere questa obbiezione una vera stiracchiatura fatta sul testo, che dice a lettere di scatola: Tutti i veri credenti romperanno le uova dalla buona banda; e il determinare questa buona banda, secondo il mio debole parere, dipende dalla coscienza di ciascuno, o tutt'al più dall'arbitrio del supremo magistrato della nazione. Ora, i piattuovisti acquistarono tanto credito alla corte dell'imperatore di Blefuscu, e si assicurarono tanti partigiani e cooperatori nell'interno del medesimo nostro regno, che si accese una sanguinosissima guerra tra i due imperi, durata trentasei lune, ve l'ho detto, e con variato successo; perchè in tutto quel tempo, noi dal canto nostro abbiamo perduto quaranta navi di linea e grande numero di bastimenti d'ordine inferiore, oltre a trentamila de' nostri migliori marinai e soldati; ma a calcoli fatti, il danno sofferto dai nemici è alquanto maggiore. Ciò non ostante, nel momento che vi parlo, hanno giù allestita una numerosissima flotta, e s'accingono a fare uno sbarco su le nostre coste. Ora, sua maestà imperiale, che pone grande fiducia nel vostro valore e nella vostra forza, mi ha comandato di presentarvi questo specchio delle cose nel modo in cui sono».

Pregai il segretario ad umiliare gli omaggi del mio rispetto a sua maestà, e volerle ad un tempo far conoscere che non conveniva a me, nella mia qualità di straniero, l'intromettermi siccome giudice fra le parti; che nondimeno sarei sempre stato pronto, col pericolo stesso della mia vita, a difendere la sacra persona di sua maestà ed i suoi stati contro ogni estranio invasore.

CAPITOLO V.

Inaudito stratagemma di cui si vale l'autore per impedire un'invasione. — Alto titolo d'onore conferitogli. — Ambasciatori spediti con istanze di pace dall'Imperatore di Blefuscu. — Caso che mette in fiamme il palazzo dell'imperatore. — Come l'autore arrivi a preservare il rimanente dell'edifizio.

L'impero di Blefuscu è un'isola situata a greco di Lilliput, da cui rimane soltanto divisa per un canale largo ottocento braccia. Io non avea per anche veduto questo canale; e dietro la notizia di una minacciata invasione, mi guardai bene dal mostrarmi su quel lato di costa per paura di essere scoperto da qualche vascello de' nemici, i quali non aveano veruna contezza di me; chè ogni comunicazione era stata vietata sotto pena di morte durante la guerra, ed il nostro imperatore avea posto un embargo su tutti i bastimenti di qualunque natura si fossero.

Comunicai ciò non ostante all'imperatore un disegno da me concepito per impadronirmi dell'intera flotta nemica, che, stando alle assicurazioni dateci dai nostri esploratori, era all'áncora nel porto di Blefuscu, pronta a veleggiare al primo favorevole vento. Io già non avea mancato di consultare i più sperimentati marinai su la profondità del canale ch'essi aveano scandagliato più d'una volta, e che, come mi dissero, nel suo mezzo, in tempo d'alta marea, era profondo settanta glumgluff (sei piedi circa di misura europea), ai lati cinquanta glumgluff al più.

Mi trasferii dunque a greco della costa rimpetto a Blefuscu, e quivi, postomi a giacere dietro un monticello che mi nascondea, scopersi col mio cannocchiale la flotta nemica all'áncora, che consisteva in circa cinquanta vascelli da guerra ed un gran numero da trasporto. Allora, tornatomene a casa, diedi ordine (ne avevo già l'opportuna autorizzazione) che mi venisse portata una grande quantità di gomene delle più gagliarde e di spranghe di ferro. Le gomone erano grosse a un dipresso come spaghi e le spranghe della lunghezza e grossezza di un ferro da calzette. D'ogni tre gomone ne feci una intrecciandole, ed attorcigliai con la stessa norma le spranghe di ferro (furono cinquanta) curvandone le estremità sì che ciascuna mi prendesse la forma d'un raffio. Attaccati ai miei cinquanta graffi altrettante gomone, me ne tornai a greco della costa.

Colà levatomi il giustacuore, le scarpe e le calze, rimasi con la mia sola camiciuola di cuoio: e mezz'ora circa prima dell'alta marea, mi diedi a guadare con quanta fretta potei, indi nel mezzo percorsi a nuoto trenta braccia all'incirca, tanto che finalmente toccai terra: onde raggiunsi la flotta in meno di una mezz'ora. I nemici furono sì spaventati al vedermi, che saltati fuori de' loro bastimenti guadagnarono a nuoto il lido, ove non si saranno unite meno di trentamila anime. Preso allora il mio sartiame, e fatto passare un de' cinquanta raffi a ciascun buco di cinquanta prore, unii tutte le corde in un unico gruppo. Mentre io stava adoperandomi in ciò, i nemici scoccarono su me parecchie migliaia di frecce; molte delle quali ferendomi le mani e la faccia; oltre all'eccessivo dolore che mi faceano sentire, mi davano una paura ben maggiore pe' miei occhi che avrei infallibilmente perduti se non fossi subito corso ad un espediente. Vi ricordate di quel paio d'occhiali che in un riservato borsellino sottrassi alle indagini de' commissari imperiali? Questi occhiali erano con me; me li legai al naso alla meglio, e mercè loro, continuai coraggiosamente nella mia faccenda a malgrado delle frecce nemiche, molte delle quali percuotevano le lenti degli stessi occhiali, ma senza recare altro danno che di scomporli lievemente dal loro posto. Io aveva già legati tutti i raffi; allora, preso in mano il gruppo maestro delle gomone, mi diedi a tirare; ma non un bastimento si volea mover di luogo, perchè troppo bene attaccato alle sue áncore, onde la parte fondamentale della mia impresa rimaneva incagliata. Non per questo m'avvilii, ma lasciato andare il sartiame, e sicuro che i raffi rimanevano sempre attaccati alle prore, andai risolutamente a tagliar col mio coltello tutte le corde che tenevano le áncore, senza prendermi fastidio di una grandine di frecce che mi tempestavano le mani e la faccia. Finita questa fazione, tornai a prendere in mano il gruppo delle mie gomone attaccate con gli uncini, come vi ho detto, alle prore, e con un'ammirabile facilità mi trassi dietro nient'altro che cinquanta navi di primo ordine.

Quei di Blefuscu, che nemmen per ombra si erano immaginati le mie intenzioni, rimasero in principio attoniti e sbalorditi. Al primo vedermi tagliar le gomone delle áncore, aveano creduto che il mio disegno fosse unicamente quello di lasciar andare i bastimenti a seconda dell'acqua, od anche a cozzarsi l'un contra l'altro; ma poichè si furono accorti che l'intero navilio si moveva ordinatamente, e ch'io me lo tirava a mia volontà, misero tali grida di dolore e di disperazione che è quasi impossibile l'immaginarsele o il darne un'idea. Non appena fui fuor di pericolo, mi fermai alcun poco per levarmi le frecce che mi stavano infitte su le mani e su la faccia, e per istrofinarmi queste parti ferite con un poco di quell'unguento che mi fu dato all'istante del mio primo arrivo, e di cui vi ho già fatto parola. Mi tolsi ancora dal naso gli occhiali; poi aspettai circa un'ora finchè la marea fosse data giù affatto; allora guadai per mezzo al canale con tutta la coda del conquistato navilio, e con esso arrivai sano e salvo all'imperiale porto di Lilliput.

L'imperatore e tutta la sua corte stavano su la spiaggia aspettando qual sarebbe l'esito di una sì grande spedizione. Aveano già veduto in lontananza moversi in avanti a guisa di una grande mezzaluna l'armata navale di Blefuscu, ma non poterono discernere me che era sino al petto entro l'acqua. E quando fui al mezzo del canale, sempre più in pena, perchè poteano vedermi tanto meno, che stavo già sott'acqua sino alla gola. L'imperatore anzi giudicò che fossi annegato, e che la flotta nemica si avanzasse a gran passi ostilmente; ma fu presto libero d'ogni timore, perchè il canale divenendo men fondo a ciascun passo ch'io moveva in avanti, gli fui ben presto a portata di voce, ed alzato il gruppo del sartiame cui l'intero navilio nemico era annodato, esclamai con quanto avea di polmoni: «Viva in eterno il potentissimo imperatore di Lilliput!» Quel grande monarca mi ricevè al mio sbarco colmandomi d'ogni sorta d'encomi, e mi creò sul campo del mio trionfo nardac che è fra que' popoli il titolo più eccelso d'onore.