VIAGGJ
DEL CAPITANO
LEMUEL GULLIVER
In diversi Paesi lontani.
Traduzione dal Franzese.
DI F. ZANNINO MARSECCO.
Tomo Primo:
PARTE PRIMA.
Contenente il Viaggio di LILLIPUT
IN VENEZIA, MDCCXLIX.
Appresso Giovanni Tevernin.
All’Insegna della Providenza
Con Licenza de’Superiori, c Privilegio.
LO
STAMPATORE
A chi Legge.
SE mai con vostro gradimento vi ho servito colle mie Stampe; di servirvi con vostro piacere pel mezzo delle presenti non poco presumo. L’Inglese Aurore di quest’immaginarj Viaggj, comechè sotto il finto nome di Capitan LEMUEL GULLIVER, scontento (al suo dire,) non già della prediletta sua Patria, e neppure del generale della sua stimata Nazione; di certi difetti bensì notati da lui in taluni de’suoi Campatrioti, meditó di assalire i difetti stessi non affatto alla scoperta, ma si bene per imboscata. Anzi dunque (se siete Leggitore erudito) che vi rincresca il tornio ond’egli si è prevaluto, ammiratene l’industria, e la graziosità: rendendovi persuaso che non sono puramente inezie quelle che a prima vista per tali vi compariranno. Vivete felice.
TAVOLA
DE’CAPITOLI
Del Viaggio di Lilliput.
[CAPITOLO I.] CHI sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla spiaggia di Lilliput; vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese resta condotto.
[Cap. II.] L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone riguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della Persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore del linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilità. Formasi l’Inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.
[Cap. III.] Strana maniera dell’Autore per tener ricreata Sua Maeftà Imperiale, e la Nobiltà tutta dell’uno, e dell’altro sesso della Corte di Lilliput, Altri divertimenti di questa Corte. Sotto certe condizioni è l’Autore rimesso in libertà.
[Cap. IV.] Descrizione della Città Capitale di Lilliput, nomata Mildendo, e del Palagio dell’Imperadore. Conversazione dell’Autore con uno de’primi Segretarj degli affari dell’Imperio. Offresi l’Autore di servir al Monarca contro agl’inimici di Lui.
[Cap. V.] Con uno stratagemma inudito l’Autore previene una incursione, Titolo d’onore che viengli conferito. L’Imperadore de Blefuscu spedisce Ambasciadori per chieder la pace. Appicciasi il fuoco all’Apartamento dell’Imperadrice; ma col soccorso dell’Autore resta estinto.
[Cap. VI.] Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. In qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.
[Cap. VII.] L’Autore, essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è ricevuto.
[Cap. VIII.] Per una singolar buona sorte, presentasi all’Autore il modo di lasciare Blefuscu; e dopo di aver superare alcune difficoltà, sano e salvo alla sua Patria ei ritorna.
DEL VIAGGIO DI BROBDINGNAG.
[Cap. I.] DEscrizione d’una suriosa tempesta. E’inviato a terra lo Schifo per provvedersi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese, Egli è lasciato sulla spiaggia; vien preso da uno degli Abitanti, ed è condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu ricevuto. Descrizione degli Abitanti.
[Cap. II.] Descrizione della figliuola del Fattor di Campagna. L’Autore è condotto a una vicina Città , e di poi alla Capitale. Particolarità di questo Viaggio.
[Cap. III.] L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maeftà; e alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.
[Cap. IV.] Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitale. Maniera con cui l’Autore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di Lorbrulgrud.
[Cap. V.] Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilità nell’Arte Nautica.
[Cap. VI.] L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, e della Regina. Dà saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha narrato l’Autore.
[Cap. VII.] Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fa al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ingnoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringosi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.
[Cap. VIII.] Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna in Inghilterra.
DEL VIAGGIO DI LAPUTA BALNIB. ec.
[Cap. I.] IMprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa.
[Cap. II.] Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne.
[Cap. III.] Fenomeno spiegato col soccorso della Filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de’Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni.
[Cap. IV.] L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibarbi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del suo Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esse lui.
[Cap. V.] L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori.
[Cap. VI.] Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti.
[Cap. VII.] L’Autore lascia Lagado, e arriva a Maldonada. Non essendovi pronto alla vela verun Vascello, fa un giro a Glubbdubdribb. Accoglimento che gli fa il Governatore.
[Cap. VIII.] Curioso specificato racconto sopra la Città di Glubbdubdribb. Alcune correzioni dell’Antica e della Moderna Storia.
[Cap. IX.] Ritorna l’Autore a Maldonada, e fa vela pel Regno di Luggnagg. Vi è posto prigione, ed è poscia spedito alla Corte. Maniera con cui egli vi è ricevuto. Clemenza estrema del Re verso i suoi Sudditi.
[Cap. X.] Elogio de’Luggnaggiani. Particolar descrizione degli Strulbdruggs, con molte conversazioni fra l’Autore ed alcune persone del primo carattere, su questo Suggetto.
[Cap. XI.] L’Autore lascia Luggnagg, e va al Giapone: donde sopra un Vascello Ollandese si restituisce ad Amsterdam, e d’Amsterdam in Inghilterra.
DEL VIAGGIO AL PAESE DEGLI HOUYHNHNMS.
[Cap. I.] IN qualità di Capitano d’un Vascello imprendesi dall’Autore un Viaggio. La sua Ciurma cospira contra di lui; per qualche spazio di tempo il tiene sequestrato uella di lui Camera, e il mette a terra in un Paese incognito. Ei s’interna nel Paese medesimo. Descrizione d’un strano animale nominato Yahoo. Due Houyhnhnms sono riscontrati dall’Autore.
[Cap. II.] Un Houyhnhnms guida l’Autore alla sua Casa. Descrizione di questa Casa. Maniera con cui vi è ricevuto l’Autore. Nutritura degli Houyhnhnms. E’Ll’Autore proveduto d’alimenti dopa d’aver temuto di mancarne. Suo modo di nutricarsi in quel Paese.
[Cap. III.] Applicasi l’Autore ad apprendere la favella del Paese, e il suo Padrone, l’Houyhnhnms, gliene dà delle lezioni. Descrizione di questa favella. Molti Houyhnhnms di qualità vanno a visitare l’Autore. Fa egli al suo Padrone un compendiato racconto del suo Viaggio.
[Cap. IV.] Intelligenza degli Houyhnhnms in proposito del vero e del falso. Discorso dell’Autore disapprovato dal suo Padrone. Introducesi l’Autore in un racconto più specificato di se medesimo, e degli avvenimenti del suo Viaggio.
[Cap. V.] Per ubbidire agli ordini del suo Padrone,lo informa l’Autore dello Stato dell’Inghilterra, ed altresì de’motivi della Guerra fra alcuni Potentati dell’Europa, e ad inspirargli qualche idea della Natura del Governo Inglese incomincia.
[Cap. VI.] Continuazione del discorso dell’Autore, sopra la stato del suo Paese, sì ben governato da una Regina, che vi si può far di meno d’un Primo Ministro. Ritratto d’un tal Ministro.
[Cap. VII.] Amor dell’Autore per la sua Patria. Riflessioni del Padrone di lui sopra il Governo dell’Inghilterra, tale che avealo descritto l’Autore; con alcune comparazioni e con alcuni paralelli sopra il medesimo Argomento. Osservazioni dell’Houyhnhnm sopra la Natura umana.
[Cap. VIlI.] Particolarità concernenti gli Yahoos. Eccellenti qualità degli Houyhnhnms. Qual sia la loro educazione, e in quali esercizj nella lor giovinezza s’impiegino. Loro Assemblèa generale.
[Cap. IX.] Gran dibattimento nell’Assemblea generale degli Houyhnhnms, e in qual modo terminò. Scienze che anno corso fra loro. Loro Edifizj, Maniera con la quale essi seppelliscono i loro Morti. Imperfezione del loro Linguaggio.
[Cap. X.] Qual beata vita menasse l’Autore fra gli Houyhnhnms. Progressi ch’egli fa nella Virtù conversando con esso loro. L’Autore è avvertito dal suo Padrone di dover abbandonar il Paese. Egli sviene per lo dolore, e dopo di aver ricuperati i suoi sensi, promette d’ubbidire. Riesce gli di costruire una barchetta, e all’avventura in mare ei si mette.
[Cap. XI.] Quali pericoli asciugò l’Autore.Approda alla Nuova Ollanda, sperando di fissarvi il suo soggiorno. E’ferito con un colpo di freccia da un Naturale del Paese, ed è trasportato sopra un Vascello di Portogallo. Gli usa gran cortesie il Capitano, e arriva in Inghilterra l’Autore .
[Cap. XII.] Veracità dell’Autore. Disegno ch’ei si è proposto in pubblicar quest’Opera. Ei censura que’Viaggiatori che non anno un inviolabile rispetto per la verità. Confuta l’Autore l’accusa che forse potrebbesi addossargli di aver avuto qualche sinistro oggetto nello scrivere. Risposta a un’obbiezione. Metodo di piantar Colonie. Elogio del suo Paese, Ei pruova che l’Inghilterra possiede giusti titoli sopra que’Paesi ond’egli ne ha fatta la descrizione. Difficoltà che si opporrebbe all’impadronirsene. L’Autore si licenzia da chi legge; dichiara in qual modo ei pretende di passare i rimanenti suoi giorni; dà un buon consìglio, e finisce.
Noi Refformatori dello Studio di Padoa.
COncedemo Licenza à Zuanne Tavernìn Stam pator di Venezia di poter ristampare il Libro intitolato Viaggi del Capitanio Lemuel Gulliver in diversi paesi lontani. Traduzione del Francese in Italiano già stampato in Venezia: osservando gl’ordini soliti in materia di Stampe, e presentando le Copie alle Pubbliche Librarie di Venezia, e di Padoa.
Dat. li 2. Agosto 1748.
Gio, Emo Proc. Rif.
Barbon Morosini Cav, Proc. Rif.
Registrato in Libro a Carte 30. al Num. 239.
Mihiel Angelo Marino Seg.
Licenziato dal Mag. Eccell. contro la Bestemia
Gio; Gadaldin Seg.
VIAGGIO
DI
LILLIPUT.
PARTE PRIMA.
CAPITOLO I.
Chi sia, e di qual Famiglia, l’Autore di questo Viaggio: primarj motivi che lo indussero a viaggiare. Fa egli naufragio, e si salva a nuoto sulla spiaggia di Lilliput: vi è fatto prigioniero, e più a dentro nel Paese resta condotto.
POchi erano i beni di fortuna di mio Padre, situati nella Contea di Nottingham: ma in ricompensa egli era ricco di cinque figliuoli, onde io sono il Terzogenito. In età di quattordici anni inviommi al Colleggio di Cambridge, ove per lo spazio d’anni dodici m’applicai con serietà agli studj: ma perchè i paterni sussidj, per supplire a’dispendj del mio mantenimento, (che, per dir vero, troppo lunge non istendevansi,) un po troppo erano mediocri, allogato fui in allievo del Signor Jacopo Bates, uno de’migliori Chirurghi di Londra, presso cui quattr’anni me ne rimasi. Di tempo in tempo riceveva io da mio Padre qualche danajo, che restava da me impiegato nel farmi rendere instruito di quella parte delle Matematiche che ha rapporto colla Navigazione, e la cui conoscenza è necessaria agl’intenzionati di viaggiare; divisamento, onde l’esecuzione, in qualche modo, a me destinata mi sembrava.
In lasciando il Padrone, fui di ritorno alla Casa di mio Padre; il quale con l’ajuto di Giovanni mio Zio, e di diversi altri parenti, providemi di quaranta lire Sterline, con promissione di annualmente somministrarmene trenta, per mantenermi a Leide; ove per due anni, e lette mesi, mi appigliai allo studio della Medicina; essendo ne’Viaggj di lunga tratta utilissima questa Scienza.
Poco dopo il mio ritorno di Leide, il mio buon Padrone Signor Bates raccomandommi in Chirurgo della Nave nomata la Rondine, e governata da Abramo Panell suo Capitano. Due Viaggi pe Levante, e per altre parti effettuai con essolui nel termine di due anni e mezzo; e dopo ciò, determinai di stabilirmi a Londrai. Approvò il Signor Bates il mio disegno, e diverse pratiche mi piocurò. Presi un meschino allegio; e saltatomi in capo di ammogliarmi, sposai la figliuola d’un buon Borghese, che quattrocento lire Sterline mi portò in dote. Ma la morte del mio Padrone accaduta due anni dopo, o circa; e la scarsezza degli Amici miei, furono la cagione che ben presto io non avessi ad operare gran cose. D’altra parte, non volea la mia coscienza che io imitassi certuni de’miei Confratelli, i quali trattano in un modo i loro pazienti, che poco temer non deggiono di restarsene inoffiziosi. Consultati, per tanto, la moglie, ed alcuni amici, risolvetti di darmi di nuovo al Mare. Successivamente fui Chirurgo di due Vascelli; e pel corso d’anni sei, compiei diversi Viaggi all’Indie Orientali, e dell’Occidente, che qualche cosa mi profittarono. Le mie ore di ricreazione erano impiegate nella lettura degli antichi, e moderni migliori Autori, standone io sempre ben provveduto; e quando io poneva piede a terra, m’applicava ad istudiare il genio, e la maniera de’Popoli, co’quali io conversava, ed altresì ad apprendere i lor linguaggj, il che sempre mi fu agevolissimo, essendo assistito da una memoria felice.
Poco ben riuscitomi l’ultimo Viaggio, m’infastidj del Mare, e formai il disegno di restarmene colla Moglie, e co’miei figliuoli. Cambiai per due volte d’abitazione, lusingandomi di cambiar fortuna, ma era sempre a un di presso la stessa cosa, e vale a dire, nulla. Dopo tre anni d’inutili tentativi, aderj ad un offerta assai vantaggiosa fattami dal Capitano Guglielmo Prichard, comandante un Vascello nomato la Gazella, e che disegnava di mettersi alla vela pe’Mari d’Ostro. A’quattro di Maggio 1699. levammo l’ancora da Bristol, e da principio fu prosperissimo il nostro cammino.
Con qualche ragione io penso non essere necessario di stancare il Leggitore con la recitazione delle Avventure che in que’Mari ci accadettero: basterà l’avvertirlo, che scorrendo alla volta dell’Indie Orientali, fummo assaliti da una violenta tempesta, che al Ponente Maestro del Paese di Diemen ci sospinse. Osservatasi la meridionale latitudine, ci trovammo a trenta gradi, e due minuti. Gli eccessivi patimenti, e la pessima nodritura ci avean fatti perdere dodici Marinaj; e in assai cattivo stato trovavansi i rimanenti.
Nel giorno quinto di Novembre, tempo, in cui la State in que’Paesi comincia, annebbiatasi straordinariamente l’aria, scoprirono i Marinaj una Roccia in distanza dal Vascello di circa la metà d’una gomena; ma era sì furioso il vento, che la Nave gettatavi a traverso, poco dopo restovvi infranta. Cinque uomini ed io, procurammo di salvarci nello Schifo, e di staccarci dalla Rupe, e dal Vascello. A forza di remi ottennemmo l’intento; e, se non m’inganno, ci allontanammo per nove miglia: ma allora sì che a mal partito ci ritrovammo; nercè che intieramente fummo abbandonati dalle nostre forze, di già estenuate dall’operar nella Nave. Lasciammo dunque alla discrezion de flutti il nostro schifo, che mezz’ora dopo restò ingojato. Emmi ignoto il destino de’cinque miei, compagni, e degli altri che io lasciati avea sul Bastimento; ma è probabilissimo che sieno periti tutti. Quanto a me; sospinto dal vento, e dalla marea, nuotai alla ventura; e più d’una volta, comechè inutilmente, procurai di sentir fondo: alla fine, per rara felicissima sorte, sul punto che io stava di già mancando, ne sentj; e quasi nel tempo stesso la burrasca si mitigò. Pria di guadagnare la terra asciuta, faticai per quasi un miglio; essendo poco men impercettibile il pendio di quel lido; e non fu che alle ore otto della sera che vi pervenni. Camminai presso poco un mezzo miglio senza scuoprire nè Case, nè Abitatori: gli estremi sofferti stenti, il caldo che regnava; oltraccio, una mezza boccia d’acquavite che io aveva tracannata innanzi di lasciar il Vascello, m’oppressero di sonno. Era morbida l’erba; mi vi corcai, e dormj più di nove ore così profondo, che nol feci mai per tutta la mia vita; poichè sullo spuntar dell’alba solamente mi risvegliai. Volli levarmi; ma mi riuscì impossibile, per aver da due lati le mie braccia, e le mie gambe strettamente attaccate al terreno: e gli stessi miei capelli, ch’erano lungi, e folti, talmente annessi vi si rinvennero, che alzar il capo non potei; e pure avrei sommamente desiderato di farlo, giacchè cominciava ad incomodarvi il calore del Sole. Sentiva io qualche confuso strepito d’intorno a me; ma null’altro che il Cielo scorgere io poteva, a cagion dell’attitudine nella quale me ne stava. Poco tempo dopo, qualche cosa sentj che muovevasi sopra la mia manca gamba, e che piano piano avanzandosi sopra il mio petto, arrivò sino al mento. Procurando, per quanto potea permettermi la situazione onde mi trovava, di saper ciò che fosse, ravvisai una creatura umana, di altezza non più che di sei grosse dita, con in mano un arco, e una freccia, e in sulle spalle un carcasso, di saette ripieno. M’accorsi nell’instante stesso, per via di conghietture, d’una quarantina di piccoli’uomini del medesimo taglio, che seguivano il primo. Nell’enorme stordimento in cui men giaceva, gettai un sì forte grido, che tutti spaventati si diedero alla fuga; e per quanto seppi da poi, alcuni d’essi saltando dalle mie coste a terra, non si fecero poco male. Con tutto questo, poco tardarono a ritornarsene; ed uno di loro che tanto si avanzò per potere guatarmi in faccia, levando tutto maraviglia le mani, e gli occhj al Cielo, esclamò con piccola, ma distinta voce: Hekinach Degul: per più volte ripeterono gli altri le parole medesime, ma per allora ciò che spiegassero io non sapeva. Malagevolmente non concepisce il Leggitore, che in tutto quel frattempo me la dovessi passar poco bene. Finalmente, tentati tutti i possibili sforzi per istaccarmi dal terreno, ebbi la buona sorte di spezzare i legaccioli del sinistro braccio, e in levandolo, mi avvidi della maniera da coloro tenuta per imprigionarmi, che fu con piccole caviglie confitte in terra, a cui i legacioli stessi stavano raccomandati. Tanto nel tempo medesimo mi dimenai; benchè non senza un tal qual dolore, che i legami, che a sinistra attaccavano i miei capelli, avendo ceduto di due dita, mi permisero di girare, ma molto poco, la testa fuggirono allora per una seconda volta quelle piccole creature, senza che io potessi afferarne veruna, e saltando a terra, gettarono un orribile grido, (già intendesi a proporzione del loro taglio) che fu seguito da queste due parole Tolgo phonac, che uno d’essi con alto suono pronunziò. Già detto appena; sentj cento, e più frecce scoccate contrala mia sinistra mano, che mi ferirono dal pià a meno come tante aguglie; e oltracciò, lanciarono nell’aria un’altra sorta di saette a somiglianza delle nostre bombe; molte di cui (comecchè sentite io non l’abbia) certamente sul corpo mi son cadute, ed alcune altre sulla faccia, che io stava con la mano mia mancina cuoprendo. Cessato che fu cotale tempestoso saettame, con gran crepacuore mi misi a gemere; e tentando di bel nuovo di disbrigarmi, asciugar dovetti un’altra scarica, maggiore della prima. Alcuni di loro, tutto fecero per traforarmi colle loro picche; ma per buona mia ventura non vi riuscirono, stando io guarnito d’una camiciuola di bufalo. Credetti miglior partito il restarmene cheto cheto per fin alla notte nella positura medesima; assicurato, che potendo prevalermi della mano manca interamente allora mi sarei sciolto: essendo che io pensava con molta ragione, che a riguardo di quegli Abitanti, anche che un compiuto esercito se ne assembiasse contra di me, potessi tenere lor fronte, quando tutti della statura di que’che io vedeva esser dovessero. Ma svanirono tutti i miei progetti. Scortasi da’Paesani la mia tranquilità, cessaron eglino dal tirare, ma dallo strepito che io sentiva, conobbi che aumentava il lor numero; e in distanza di circa quattro verghe (misura del braccio d’Inghilterra,) rimpetto alla mia destra orecchia, intesi, per più d’un’ora, una sorta di sussurro, somigliante a quello che si fa quando si fabbrica. Al meglio che potei, girai la testa a quella parte, e vidi una spezie di Teatro, elevato da terra d’un piede e mezzo; e due, o tre scale per salirvi. Potea il Teatro esser capevole di quattro Abitatori. Un di coloro che vi erano, e che mi sembrava un uomo di distinzione, m’indirizzo un lungo discorso, onde una sola parola neppur capj. Non mi sovveniva di dire, che prima di dar principio alla sua aringa, gridato egli avea per tre volte Langro Dehulsan: (cotali termini e gli altri di cui parlai, mi furono poscia spiegati:) e appena pronunziati gli ebbe, che cinquanta Paesani, e più, si accostarono, e recisero i legaccioli, a’quali stava attaccata la sinistra parte della mia testa; cosicchè rivolgerla potei alla destra, e considerare attentamente colui che mi perorava. Ei mi pareva di mezza na eta, e di maggiore statura che veruno degli altri tre che tenevanlo accompagnato; uno de’quali era un Paggio che gli sosteneva la coda, e che a’miei occhj non più grande comparve del mio dito medio; e gli altri due stavano a’suoi lati per fiancheggiarlo.
Bastevolmente son persuaso ch’egli fosse molto eloquente; mercè che, non ostante il non intendersi da me la sua favella, m’accorsi della somma di lui pratica ne’patetici muovimenti, e che a vicenda metteva egli in uso le promesse, e le minacce, per persuadermi. Risposigli con la più sommessa rassegnazione, alzando la mano manca, e gli occhj verso del Sole, come chiamandolo in testimonio. Mi suggerì la fame una parte della mia risposta, non avendo mangiata la menoma cosa da venti quattr’ore addietro, cosicchè non potei di meno di far conoscere che io avea bisogno di nodrimento, sovente mettendo un dito nella ma bocca: cosa che, per dir vero, non suonava di buona creanza. Mi comprese molto bene l’Hurgo; (questi si è il nome con cui essi onorano un gran Signore, come susseguentemente ne fui informato,) calò dal suo Teatro, e comandò che a’miei fianchi si applicassero molte scale furono montate da più di cento Abitatori, recando perfino al margine della mia bocca de’cofanetti ripieni d’alimenti, che il Re, immediate che intese il mio arrivo nel suo Paese, diede ordine mi si spedissero. Osservai fra le altre cose che mi si offerivano, la carne di animali diversi, ma mi riusciva impossibile di distinguere le parti col solo tatto. Aveavi spalletti, lacchette, ed altre membra, formate come quelle d’un Castrato, e a perfezione imbandite, ma più picciole che l’ale d’un’Allodola. Due o tre d’esse non mi valevano che una boccata; giuntandovi altrettanti pani grossi, ciascuno, come una palla da moschetto.
Non può esprimersi lo stordimento che la mia voracità in coloro produsse. Satollo che quasi fui, feci un altro segno per dimandar a bere, e sembrò loro che se la sete fosse proporzionata al mio appetito, poca bevanda non mi basterebbe; e perciò quegl’ingegnognissimi Popoli rotolarono sopra la mia mano un de’loro più gran barili, che sfondarono un momento dopo, e che in un sol tratto io rendei voto, cosa che non fummi disagevole, non contenendo neppure una mezza boccia, ed avendo il sapore del vinetto di Borgogna, ma delizioso assai più. Mi recarono un secondo barile, che votai nella guisa stessa, facendo segni che di più ne desiderava; ma in tal genere mancò loro la provvisione. Compiute ch’ebbi tali maraviglie, lanciaron eglino mille giocondi gridi, e danzarono sopra il mio stomaco, ripetendo, come prima, frequentemente questi termini: HtKinach Degul. Mi accennarono di gettar a terra i due barili, con l’antivedimento tuttavia di rendere avvertiti que’che stavan di sotto, di levarsi dal mezzo, cautela ch’essi espressero con queste due parole: Borach Mivola. L’eseguj; e scortisi da loro capienti sì prodigiosi nell’aria, rinnovarono gli schiamazzi di allegrezza, e di stupore. Confessar deggio, che più d’una volta patj la tentazione, in tempo che stavano passeggiando d’ogni parte sul mio corpo, di prenderne una quarantina oppur cinquanta de’più portati alla mia mano, e di schiacciarli a terra: ma non dimentico di quanto intesi a dire, che secondo tutte le apparenze non era il peggio che far potessero; e d’altra parte, la parola d’onore che io impegnata loro avea di non far loro male di sorta, (che in questo senso intesi di prendere l’aria di sommessione allor quando addrizzai loro la mia aringa,) tolsemi ben presto qualunque vaghezza di simil fatta. Aggiugnete, se vi piace, che sarebbe ciò stato un violare le Leggi sacre dell’ospitalità, verso un Popolo che testè sì prodigamente, e con tanta magnificenza regalato mi avea.
Con tutto questo, io non poteva a sufficienza ammirare l’intrepidezza di cotali diminutivi d’uomini; che in tempo che se ne stava libera una delle mie mani, ardissero di rampicarsi, e di trastullarsi, senza timore, sul ventre d’una creatura sì portentosa, che io doveva loro parere. Qualche tempo dopo, quando videro che io a mangiare più non chiedeva, un Inviato di sua Imperial Maestà, montato al fondo della diritta mia gamba, avanzossi con una dozzina di persone di suo seguito perfino sulla mia faccia. Mostrommi le sue credenziali improntate coll’Imperiale suggello, le accostò ben vicino a’miei occhj, e tenne un discorso di circa dieci minuti senza colleroso verun contrassegno; bensì con un tuono di risoluzione, ed intrepido, rivolgendo ben sovente i suoi atteggiamenti verso un certo luogo, che di poi compresi essere la Capitale, lontana un mezzo miglio; ove l’Imperadore, dopo di aver esatti i pareri del suo Consiglio, comandato aveva il mio trasporto. Fu brieve, ma inutile, la mia risposta. Feci cenno con la mano mia libera, che io desiderava sciormi da’legami, procurando di ciò esprimere col riporla sull’altra mano, sopra il mio capo, e sopra il mio corpo. Parve per altro ch’egli mi capisse; perchè crollò in un certo modo la sua testa, che bastevolmente diede a conoscere la disapprovazione della mia supplica; e con certe gesta saper mi fece, che io doveva essere condotto come prigione: aggiugnendo, non ostante, non sò quali altri contrassegni, per rendermi accertato che non sarebbe per mancarmi un alimento sufficiente, e che non mi verrebbe praticato il menomo maltrattamento. L’idea d’essere trasportato alla Dominante in figura di schiavo, m’instigò a tentare nuovi sforzi per ispezzare le mie legature; ma per disgrazia non valsero tali sforzi che per tirarmi addosso una nuova grandine di saette, che alle mani, e a la faccia, un sensibile dolore mi cagionarono. Vedendo per tanto impossibile l’eseguimento del mio disegno, e che altronde ad ogni instante aumentava il numero de’miei nemici, diedi segno ch’essi potean trattarmi a loro voglia. L’Hurgo allora, ed il suo seguito, licenziaronsi da me in un modo il più civile del mondo. Pochi momenti dopo intesi gridar più fiate. Peplom Selam, e senti un gran numero d’Abitatori, che talmente allentarono le funi che mi tenevano attaccato a sinistra, che mi era agevole il rivolgermi a dritta, e nel tempo stesso l’ajutarmi a far una pisciata da per me solo, il che in gran copia effettuai, ma con orrido stupore del Popolo; il quale conghietturando da’miei movimenti ciò che far io voleva, si allargò al più presto dal torrente che il minacciava. Prima però di questo, mi avevan eglino strofinato il volto e le mani con una sorta d’unguento, la cui fragranza era gratissima, e che in pochi minuti mi tolse il sentimento di dolore, che le frecce loro mi avean prodotto. Un tal rimedio, e la lautezza del banchetto, mi conciliarono il sonno, che, come seppi nel progresso, ott’ore in circa durò; cosa, che recar non dee stupore veruno, se riflettasi, che per ordine dell’Imperadore, i Medici riposte aveano nel barile di vino alcuno droghe sonnifere.
E’probabile, che immediate che fui scoperto dormiente sull’erba, ne fosse stato informato l’Imperadore; il quale, avutone il raguaglio, dopo di aver presi i pareri del suo Consiglio, ordinato avesse che io fossi legato nel modo che ho sopra espresso; (il che praticossi in tempo del mio dormire,) che mi fosse somministrato il mangiare, ed il bere; e che una macchina per trasferirmi alla sua Capitale, si construisse.
Parerà forse ardita, ed arrischiata, una somigliante risoluzione; e ben persuadomi che in tal congiuntura verun Principe dell’Europa non prenderebbe ad imitarla; comechè, secondo il mio credere, non siavi cosa nè più prudente, nè più generosa. Mercechè, supposto che in tempo del mio sonno, procurato avessero i Paesani d’uccidermi colle loro picche, e colle loro frecce; certamente immediate mi sarei svegliato, e forse il dolore che risentito avessi, mi avrebbe impartita la forza di rompere i miei legami; dopo di che, incapaci eglino di risistermi, non avrebbono potuto sperare grazia veruna. Gli Abitanti di quel Paese sono valorosi Matematici, e soprattutto eccellentissimi nelle Meccaniche, incoraggiti a cotali studj dal loro Imperadore, il qual è un gran Patrocinante delle Scienze. Possiede questo Principe diverse macchine movibili sopra ruote, e che vagliono al trasporto degli Alberi, e d’altre some. Presiede egli medesimo alla struttura de’maggiori suoi Vascelli di guerra; alcuni de’quali, nove piedi son lunghi, e dall’Arsenale per fino al mare, che tal volta n’è discosto tre, o quattrocento verghe, trasportar gli fa sopra queste macchine. Cinquecento Falegnami, ed altri Operaj ricevettero l’ordine d’allestire sul punto stesso la massima delle loro vetture. Quest’era un ordigno di legno, sette piedi lungo, e largo quattro, che sopra venti e due ruote aveva il suo movimento. Al gettarsi l’occhio sopra una macchina così enorme, scoppiarono que’gridi che io aveva intesi. Fu ella adattata in linea paralella col mio corpo: ma la maggiore difficoltà cadeva sul modo di ripormivi. Ottanta pertiche, cadauna d’un piede d’altezza, furono inalberate a quest’effetto; e fortissime funi, della grossezza d’uno spaghetto, attaccate furono a delle legature, onde il mio collo, le mie braccia, e tutte le restanti mie membra stavano inviluppate. Novecento de’più vigorosi di loro furono impiegati a levarmi di terra; e in minore spazio di tre ore, coll’ajuto di molte girelle, riuscì loro il caricarmi sulla vettura, ed ebbero l’attenzione di ben legarmivi. Tutto ciò mi venne riferitto dopo il fatto; conciossiacosachè io nulla vidi, nè sentj, standomi profondamente assonnato pel soporifero che io traccannato avea. Mille e cinquecento de’più forzuti Imperiali cavalli, alto ognuno a un di presso di quattro grosse dita e mezzo, servirono per istrascinarmi alla Dominante, che, come penso di averlo detto, era discosta d’un mezzo miglio. Avevamo già camminato per tre, o quattr’ore; allor quando per un assai ridicolo avvenimento mi risvegliai. Arrestatasi la carriuola pel bisogno ch’essa aveva di qualche cosa, due o tre giovinastri degli Abitanti, ebbero la curiosità di vedere con qual aria me ne stessi dormendo; e perciò salirono sulla macchina, avanzandosi cheto cheto perfino alla mia faccia. Uno d’essi, ch’era Uffiziale di Guardie, cacciommi nella sinistra delle nari una gran parte della sua mezza-picca, la quale dileticò il mio naso, presso poco come avrebbe potuto farlo una pagliuzza; cosicchè mi promosse un violentissimo starnuto. Senza avvedermene batterono que’Signori la ritirata; e solamente tre settimane dopo restai instruito della cagione d’un sì improvviso risvegliamento. Praticammo una lunga marcia nel rimanente del giorno, e passai la notte fra cinquecento guardie; la cui metà teneva alla mano accese torcie; e l’altra, degli archi, e delle saette per iscoccarle contra di me, per poco che io dessi indizj di voler distaccarmi. Il giorno dietro, al levar del Sole, continuammo il nostro cammino; e sul mezzo dì arrivammo a un certo luogo, lontano dalla Città dugento verghe, o circa. Scortato da tutta la sua Corte venne a rincontrarci l’Imperadore: ma i primarj Ufficiali di lui, non vollero mai permettere che egli, montando sul mio corpo, la sagrata sua persona mettesse a risico.
Nel sito, ove la macchina si arrestò, aveavi un antico Tempio, riputato pel maggiore del Regno; che essendo stato da alcuni anni addietro profanato da un omicidio che fa orrore alla Natura, se gli erano tolti tutti i suoi ornamenti, e più non serviva ad usi sacri. Si trattò che quegli fosse l’alloggio mio. La porta maggiore che riguardava a Tramontana, era alta da quattro piedi, e al più de’più, due ne aveva di larghezza; di modo che agiatamente io poteva introdurmivi. Da cadaun lato della porta era costrutta una piccola finestra alta da terra sei grosse dita; e a quella del lato sinistro vi erano novanta ed una catena, somiglianti a quelle che pendono dagli oriuoli delle Dame in Europa, e quasi così larghe, che furono attaccate alla sinistra mia gamba con trenta e sei catenacci. Rimpetto di questo Tempio, e in distanza di venti piedi, aveavi una Torre, alta di cinque piedi per lo meno; ove l’Imperadore erasi trasferito con un gran numero de’principali Signori di sua Corte, per contemplarmi a suo bell’agio. Secondo il calcolo che ne fu fatto, più di cento mila abitatori, pel suggetto medesimo uscirono della Capitale; ed io scommetterei, che al dispetto de’miei custodi, col benefizio di molte scale, più di dieci mila successivamente me ne son montati sul corpo. Ma una tale sfrontatezza ben presto restò repressa da un Editto, che sotto pena di morte la proibiva. Vistasi dagli Operaj l’impossibilità del mio scampo, recisero essi tutti i leggacciuoli che servivano ad attaccarmi. Mi levai con un’aria la più svogliata, e la più malinconica, che in mia vita non ebbi mai. Non può esaggerarsi abbastanza lo stordimento del Popolo nel vedermi in piedi, e che un momento dopo me ne stessi spasseggiando. Le catene onde era la mia gamba avvinta, aveano due verghe, o circa di lunghezza, e mi lasciavano, non solo la libertà di muovermi avanti, e indietro in semicircolo, ma raccomandate in distanza di quattro grosse dita dalla porta, permettevano eziandio che tutto disteso nel Tempio mi coricassi.
CAPITOLO II.
L’Imperadore di Lilliput, scortato da molte persone ragguardevoli, va a vedere l’Autore. Descrizione della persona, e delle vestimenta dell’Imperadore. Alcuni Letterati del primo ordine sono incaricati d’instruire l’Autore dei linguaggio del Paese. Ei si fa amare per la sua affabilita. Formasi l’inventario di quanto si rinviene nelle tasche di lui, e se gli tolgono le pistole, e la spada.
RIto in piedi che fui, risguardai d’intorno a me, e negar non posso che in verun tempo non mi si affacciò prospettiva più vaga. Mi sembrava tutto il Distretto un sol giardino; ed ogni campo, d’un fiorito letto portava l’aria. Eran que’campi, il cui maggior numero stendevasi a quaranta piedi in quadrato, framescolati di boschi; e gli alberi più minuti, per quanto io poteva giudicarne, erano dell’altezza di sette piedi. Vidi alla mia sinistra la Città Capitale, la quale, da quel lato ond’io la ravvisava, non malamente appariva che una di quelle Città, che si ambiranno delle Teatrali rappresentazioni. Erano già molte ore che estremamente mi trovava incomodato da non so quali necessità; il che poi non è gran maraviglia; essendo che per quasi due interi giorni non vi aveva io soddisfatto. Fieramente dunque contrastavano insieme la necessità, ed il rossori. Miglior espediente non potei immaginarmi, quanto ritirarmi carpone nella mia Casuccia; e di fatto l’eseguj. Chiusi la porta dietro di me; e allontanandomi per quanto potea accordarmelo la mia catena, mi scaricai d’un peso molto importuno. Ma l’unica volta questa si è, che per tutta la mia vita rimprocciar mi deggio una somigliante impulitezza; di cui tuttavia ne spero il perdono da chiunque ragionevole Leggitore, che senza parzialità di sorta bilancerà le circostanze che mi strignevano. Da quel tempo in poi, immediate che mi era levato, fu mio costume di fare la cosa medesima a Cielo scoperto, il più lungi dal mio domicilio che m’era possibile; e ogni mattina, pria che sopravvenisse compagnia, due servidori, di cui una tal incombenza era peculiare, non mancavano mai di togliere tutto ciò che offendere poteva l’odorato di chi mi onorava delle sue visite. Si a lungo non averei insistito sopra un particolare, che forse a primo aspetto non sembrerà di molta conseguenza, se creduta non avessi cosa indispensabile di formar l’apologia della mia pulitezza, che alcuni de’miei invidiosi, cogliendo l’opportunità dell’accidente or or narrato, ebbero l’audacia di rivocare in dubbio.
Sbrigatomi da una tal avventura, uscj della mia casa per prender l’aria. Era già calata dalla torre Sua Imperial Maestà, e a Cavallo portavasi alla mia volta; cosa che stette per costarle caro; atteso che l’animale montato da lei, ancorchè, per altro, ben disciplinato, non avvezzo a vedere una creatura di mia fatta, che parer gli doveva un mobile monte, s’inalberò. Ma il Principe, perfettissimo Cavaliere, non perdè staffa, e vi si mantenne finchè il suo seguito mettesse mano sulla briglia della bestia, e ch’ei poscia ne discendesse. Posto piede a terra, mi contemplò da tutti i lati; sempre però fuori di mia portata. Comandò a’Cucinieri, e a’Bottiglieri, ivi già lesti, di recarmi a mangiare, e a bere; il che essi effettuarono, col ripporre l’imbandigione, ed i liquori, sopra una spezie di macchine a ruote, ch’eglino spignevano fin al segno che vi giugnessero le mie mani. Diedi l’assalto a queste macchine, e in un batter d’occhio le lasciai nette. Venti n’erano riempiute di vivande, e dieci di pozioni: cadauna delle prime mi valeva due o tre boccate; e riguardo alla bevanda, n’era molto ben osservata la proporzione. Sopra seggj d’appoggio, e in certa distanza, stavano assisi l’Imperadrice, i Principi, e le Principesse del sangue: ma veduto l’accidente che minacciò l’Imperadore a cagione del Cavallo di lui, levaronsi, e se gli accostarono. Ecco com’è fatto questo Monarca. Egli supera in Matura chiunque della sua Corte, una buona grossezza d’una delle mie unghie; il che solo, è sufficiente per inspirar rispetto in chi lo risguarda. Sono maschili i suoi delineamenti; le labbra grosse, ed olivastra la sua carnagione; si tiene molto diritto, ha le sue membra assai ben proporzionate, abbonda di graziosità, ed è maestisissimo in tutte le sue azioni. Lasciavasi egli allora addietro la primavera della sua età, avendo ventott’anni, e alcuni mesi, onde sette ne avea regnato compiutamente felice. Affin di ravvisarlo a mio piacere, mi corcai sull’uno de’miei fianchi, lungi da lui lo spazio di tre Verghe; attitudine tale, che precisamente costituì il mio capo, paralello a tutto il di lui corpo. Non può darsi, per altro, che non sia esatta la descrixion che quì faccio: giacchè da quel tempo avanti, più d’una fiata l’ebbi nelle mie mani. Èra positiva la sua vestitura; e per quanto può spettare alla moda, ei ritenea una spezie di mezzanità fra gli Asiatici, e gli Europei Abitatori; in sulla testa pero portava egli una celata d’oro leggerissimo, ornata di giojelli, e guarnita d’una piuma. Teneva in mano una sorta di spada nuda, che dovea servirgli di difesa in caso che da’legami mi fossi sciolto: ella era lunga tre pollici al più, e l’impugnatura, e la guaina n’erano d’oro, arricchito di diamanti. Era sottile, ma molto chiara la sua voce; cosicché distintamente poteva io intenderla tutto che me ne stessi in piedi. Con tanta magnificenza comparivano abbigliate le Dame, ed i Cortigiani, che il luogo da essi occupato avea la mina d’una sottana distesa a terra, e di diverse figure d’argento e di oro ricamata. Sua Maestà Imperiale non di rado m’impartì l’onore di parlar meco; e dal mio canto non si mancò di renderla appuntino soddisfatta con le risposte; ma ella nè pur parola potè capire di quanto io le diceva; come altresì, per parte mia, potestar posso, che del discorso di lei non ho compresa silliba. Stavan presenti (per quanto fummi lecito di conghietturare dalle vestimenta) alcuni Sacerdoti, ed uomini di Legge, cui fu ingiunto di attaccar meco conversazione. Parlai loro tutti i linguaggj che mi erano noti; ed eziandio quegli, ond’io ne aveva una tintura men che superficiale; voglio dire il Tedesco, il Fiamengo, il Latino, il Franzese, lo Spagnolo, e l’Italiano: Tutto vi rimescolai, perfino alla lingua Franca, ma senza riuscimento. Due ore dopo, la Corte si ritiro, e mi lasciò sotto una huona guardia, con l’oggetto di prevenire l’impertinenza, e verisimilmente la malizia della canaglia, che moriva di voglia d’avvicinarmisi; avendo alcuni, in tempo che me ne stava sedendo sull’uscio della mia casa, avuta l’insolenza di lanciarmi molte saette, una delle quali poco vi volle che non mi cavasse un occhio. Ma il Colonello comandò che si arrestassero sei de’principali complici dell’attentato, e che in pena del loro delitto fossero rimessi in mio potere; il che fu eseguito dalla milizia, che gl’incalzò colle sue picche, finchè fossero alla mia portata. Tutti gli presi colla destra mano; e cinque d’essi ne riposi nella tasca del mio giubbone, facendo sembiante per lo stesso, di volermelo assorbere vivo vivo. Il meschino misesi a gridare orribilmente; e del pari al Colonnello, da terribili dolori di ventre furono sopraffatti gli altri Ufficiali, spezialmente quando mi videro a dar di mano al mio temperino. Poco tuttavia tardai a togliere lor l’affanno, conciosiachè prendendo io un’aria di piacevolezza, e tagliando di là a un instante le funi che il teneva no legato, il rimisi pianamente a terra, ed egli in un subito si dileguò. Dopo di aver tratti ad uno ad uno dalla tasca gli altri miei prigionieri, mi contenni con esso loro nella guisa medesima: ed osservai che i Soldati, ed il popolo, furono incantati da un sì clemente procedimento, che in un modo, al segno maggiore vantaggioso per me, fu riferito alla Corte.
Sull’imbrunir del giorno m’introdussi, strisciando, nella mia abitazione, ed a terra mi vi corricai: altro letto non ebbi pel corso di quindici giorni; ma dopo questo tempo, uno ne ottenni per ordine dell’Imperadore. Secento materasse d’una misura comune, furono trasferite, ed adagiate nel mio Palazzo. La lunghezza, e la larghezza del mio letto eran composte di cinquanta de’loro ricuciti insieme, e l’altezza di quattro; e pure ciò non impediva che io male non me ne trovassi, perchè il pavimento era di pietra. Lo stesso calcolo si osservò riguardò alle lenzuola, e alle coperte. Per dir vero, non n’era io per niente pago; ma accostumato di lunga mano a’patimenti, dovetti mettermi in pace. Sparsa che fu pel Regno la nuova del mio arrivo; affin di vedermi, portossi alla Capitale un infinito numero di scimuniti; e sì prodigiosa funne la quantità, che i più de’villaggj rimasero senza campajuoli, non ostante il sommo pregiudizio de’domestici loro affari, e altresì dell’agricoltura. Ma diversi editti di Sua Imperial Maestà provvidero a un tal disordine; comandato avendo, che quei, che mi avessero di gia veduto, tornassero alle loro case, e non si accostassero per cinquanta verghe alla mia, senza una permissione della Corte: ristrignimento, che a Segretarj di Stato profittò riguardevoli somme.
Furono frequenti le Consulte tenutesi dall’Imperadore per deliberare della mia persona: e seppi da poi da uno de’migliori amici che io abbia avuto in quel paese, uomo di primaria qualità, e che senz’altro potea aver mano negli affari: seppi, dico, che la Corte stavasene enormemente imbarazzata a mio riguardo. Vi si temeva che mi riuscisse spezzare una volta le mie catene; o che la mia voracità cagionasse una orribile carestia. Tal fiata vi si risolveva di lasciarmi morire di fame; ed altre, di ferirmi le mani, e la faccia con frecce vennate; il che, ben presto, tratto mi avrebbe di briga. Nessuno pero di tali divisamenti fu postò in esecuzione: riflettutosi che il puzzo d’un cadavero sì smisurato come il mio, avrebbe, senza alcun dubbio, infettata l’aria, e prodotta nella Dominante qualche contagiosa malattia che seguitamente si sarebbe dilatata per tutto il Regno. Nel forte di queste deliberazioni, furono alla porta della Sala del Consiglio molti Uffiziali delle Soldatesche, ed ottenutone l’ingresso due di loro, fecero il riferto del modo che io avea tenuto in proposito a’sei criminosi, di cui, non e guari che si è parlato. Non solo nell’animo del Monarca, ma eziandio di tutto il suo Senato produsse sì fatte impressioni il rapporto degli Uffiziali, che tutti i Villaggi fin alla distanza di novecento Verghe dalla Città, ebber ordine di somministrare cadaun giorno, sei buoi, quaranta castrati, ed alcune altre vittuaglie pel mio nutrimento; con pane, vino, ed altri liquori a proporzione. Il pagamento di tutto questo, era loro assegnato sull’Erario di Sua Maestà; essendo che questo Principe sussiste colle rendite de’suoi Dominj, non esigendo che molto di rado, e in congiunture eccessivamente strignenti, sussidj da’suoi Suggetti, quali, dal canto loro, sono obbligati a servire nelle guerre di lui, a proprie loro spese. Cogli stipendi Imperiali eran pagate secento persone scelte in miei domestici, e furon loro piantate delle tende a cadaun lato della mia porta. Comandossi pure che trecento Sarti travagliassero per mio servigio un compiuto assortimento di vestimenta alla foggia del Paese: Che sei de’primarj Letterati del Imperio avessero la cura d’ammaestrarmi nel loro idioma: e finalmente, che le Guardie dell’Imperadore; e stessamente i suoi Cavalli, e que’della Nobiltà, frequentemente mi passassero d’avanti, perchè si avvezzassero della mia vista. Furono eseguiti tutti questi ordini con la più esatta precisione; e nello spazio di tre settimane feci gran progressi nella lingua del Paese. Nel frattempo, parecchie volte mi onorò il Monarca di sue visite; e insino mi giuntò la grazia di mescolar sovente le sue instruzioni con quelle de miei Precettori. Cominciavamo già a strignere insieme una spezie di conversazione; e co’primi termini da me appresi, mi sforzai d’esprimere la brama che m’incalzava di conseguire la libertà, e ginocchione gliene ripeteva ogni giorno la supplica. Per quanto pote comprendere, ei rispondeva: che la mia dimanda esigeva tempo; e che senza il parere del suo Consiglio non era cosa neppur da badarvi: che prima di tutto, io doveva, Lumos Kelmin pesso desmar lon Emposo; cioè a dire, giurarli, che io vivrei in pace con esso lui, e con tutti i suoi sudditi: che frattanto, ben trattato io sarei. Consigliommi, per altro, a procurar di guadagnarmi la sua benevolenza, e quella de’suoi Suggetti, col mio sofferimento, e con la mia discretezza. Mi pregò non perdere in mala parte, se egli ingiugnesse ad alcuni de’suoi Uffiziali di far revisione alle mie tasche; poichè era verisile che io avessi sopra di me qualche arme, che al certo dovea straordinariamente pericolosa, se ella corrispondeva all’immensità della mia corporatura. Io replicai che Sua Maestà sarebbe ubbidita, e che io stava pronto ad ispogliarmi, e a rovesciare le mie saccocce; il che espressi a forza di contrassegni, mancandomi per allora i termini. Soggiunse l’Imperadore: che per le leggi del Regno, due Uffiziali dovevano visitarmi: che egli non ignorava che era impossibile il potersi ciò effettuare senza la mia cooperazione: che vantaggiosamente egli era prevenuto della mia generosità, e della mia giustizia, perchè affidar potesse nelle mie mani le persone loro: che tutto mi fosse stato tolto, mi sarebbe renduto al mio staccarmi dal Paese, oppur pagato secondo il prezzo che io medesimo tassato avessi. Presi dunque i due Ufficiali nelle mie mani, e a prima giunta gli messi nelle tasche del mio giubbone, e poscia in tutte l’altre; eccettuatine i due borsellini, e un’altra tasca ancora contenente alcune bagattelluzze, che solo valevano per lo speziale mio uso. In uno de’miei taschetti aveavi un oriuolo d’argento; e nell’altro alcune monete d’oro in una borsa. Que’Signorini che tenevano con esso loro carta, penna, ed inchiostro, formarono, di tutto ciò che vi rinvennero, un’inventario esattissimo; e compiuto il fatto loro mi pregarono di mettergli a terra, perchè all’Imperadore farne potessero il riferto. Tempo dopo trasportai in Inglese quest’Inventario; ed eccone parola per parola la traduzione. Primieramente; nella saccoccia a parte dritta del Giubbone del grand’Uomo-Montagna, (che così sembrami si abbiano a tradurre i vocaboli Quibus Flestrim,) dopo la più diligente visitazione, vi trovammo solamente un drappo di estensione sì enorme, che servir potrebbe di tappeto per la maggior Sala del Palazzo di Vostra Maestà. Nella tasca sinistra vi abbiani veduto un esorbitante forziere, tutto d’argento. Avendo chiesto fosse aperto, uno di noi vi entro, e sprofondovvisi per fino a mezza gamba in una sorta di polvere; parte di cui sparsasi nell’aria, molte volte ci fece stranutire. Nella saccoccia dritta della vesta di lui, visitammo un prodigioso volume, composto di molte bianchicce sostanze piegate l’une in sull’altre, della lunghezza all’incirca di tre uomini, strettamente serrate fra d’esse, e contrassegnate di figure nere: ci ha egli detto che son elleno scritture, onde cadauna lettera è tanto larga, quanto la metà della palma delle nostre mani. Nell’altra saccoccia a mano manca, aveavi una sorta di macchina composta di venti lunghe pertiche, che mai non assomigliavano al palizzato che regna dinanzi alla Corte di Vostra Maestà. Conghietturiamo che con cotale strumento Uomo-Montagna si pettini la testa, mercechè non tutte le volte il tormentiamo con le nostre quistioni, durando noi un sommo stento per farci intendere. Nella dritta gran tasca del suo invoglio di mezzo, (che in questi termini io rendo i vocaboli Ranfu Lo, ond’essi disegnavano i miei Calzoni,) scorgemmo una colonna di ferro scavata, della lunghezza d’un uomo, e strettissimamente annessa a un pezzo di legno, ancor più grande della colonna. Sopra uno de’lati di questa macchina vi erano smisurati pezzi di ferro, per la cui bizzara figura noi non sappiamo che crederne. Uno strumento del tutto somigliante trovammo nella tasca manca. In un altra più piccola a parte destra, stavano molti pezzi d’un bianchiccio, e rossigno metallo, di differenti grandezze; ed alcuni de’pezzi bianchi, che ci parevano d’argento, erano sì larghi, e sì pesanti, che il mio camerata ed io, levargli appena potevamo. Due nere colonne, d’irregolare figura, ritrovammo nella saccoccia sinistra; e una d’esse stava coperta, e sembrava d’un solo pezze: ma nella parte superiore dell’altra, aveavi una spezie di rotonda, e bianchiccia sostanza: al doppio più grossa che le nostre teste: ognuna di queste macchine conteneva una prodigiosa lamina d’acciajo. A mostrarcele l’obbligammo; temendo noi che non fossero strumenti perniziosi. Ei levolle dalle loro nicchie; e ci fece avvertiti, che nel Paese di lui egli avea il costume di servirsi dell’una per radersi la barba; e per trinciare non so quali cibi, dell’altra. Egli ha due borse, in cui introdurci non potremmo, e le chiamava i suoi borsellini. Eran questi, due larghe fessure, tagliate nella parte superiore del suo invoglio di mezzo, ma rendute molto anguste per la pressione del ventre di lui. Al di fuori del dritto borsellino, pendeva una gran catena d’argento alla cui estremità stava attaccata una macchina la più singolare, che vertimo di cavar fuori ciò che teneva alla catena; ei lo fece; e mostrocci un globo, in parte d’argento, e in parte d’un altro trasparente metallo. Riguardandolo noi dalla parte trasparente, vi ravvisamo strane figure disposte in cerchio; che avendo tentato di toccarle, trovaronsi arrestate da quella diafana sostanza le nostre dita. Accostò egli alle nostre orecchie questa macchina, e vi udimmo un continuato fracasso, somigliante a quello d’un mulino da acqua. Pensiamo che cosa tale sia qualche incognita bestia; oppure la divinità che colui adora: ma quest’ultima opinione ci sembra più verisimile; avvendoci egli assicurati, (se pure ben il comprendemmo, poichè si esprime in un modo molto imperfetto,) che ciò era una sorta d’Oracolo assai sovente consultato da lui, e che distinguevagli il tempo di cadauna azione della sua vita. Dal manco suo borsellino egli estrasse una spezie di rete tanto grande, che può servire alla pesca, ma che a guisa di borsa si apre; e si chiude; valendosene egli per un tal uso. Vi trovammo alcuni massiccj pezzi d’un metallo giallicio; che se son eglino d’oro vero, deggiono essere d’un valor immenso.
Dopo di aver, in eseguimento degli ordini di Vostra Maestà, scrupolosamente rivedute, e visitate le saccocce tutte di lui, osservammo che d’intorno alla sua vesta egli aveva un cinturone, che certamente non può essere stato fatto, che della pelle di qualche portentoso animale. Al lato manco di esso cinturone, pendeva una spada della lunghezaza di cinque uomini, e alla dritta una spezie di sacco diviso in due serbatoj, ognun de’quali contener potrebbe tre sudditi della Maestà Vostra. In uno di questi serbatoj stavano molti globi d’un pesantissimo metallo, cadauno della grossezza delle nostre teste, e molto disagevoli per levargli. Vedemmo nell’altro una gran quantità di granineri, assai piccoli, e di non grave peso, potendo noi, in una sola volta, più di cinquanta tenerne in mano.
Quest’è l’Inventario fedele di quanto trovammo indosso all’Uomo-Montagna, il quale trattò con noi in un onestissimo modo, e col rispetto dovuto alla commissione di Vostra Maestà. Soscritto e suggellato il quarto giorno dell’ottangesima nona Luna dell’Augusto Regno di Vostra Maestà Imperiale.
Glefren Frelock.
Marsi Frelock.
Letto, e riletto ch’ebbe da un capo all’altro l’Imperadore quest’Inventario, mi ordinò, comechè in civilissimi termini, di rimettere qualunque cosa nelle mani di lui. A prima giunta mi ricercò la mia spada, che tolsi dal cinturone col suo fodero. Comandò nello stesso tempo, che tre mila uomini delle sue più guerriere milizie, da cui egli stava allora circondato, prendessermi nel mezzo da tutti i lati, e gli archi loro, e le loro frecce lesti tenessero: ma, per dir vero, io non me ne avvidi, perchè i miei sguardi eran fissati nel solo Imperadore. Ciò fatto, ei mi pregò di sguainare la mia spada; la quale, non ostante che per l’acqua marina fosse in qualche parte irruginita, non lasciava d’essere molto risplendente. L’eseguj; e nell’instante tutta la Soldatesca gettò un orribile grido, segno manifesto e della sua sorpresa, e del suo spavento, essendo che i raggi Solari, dopo d’essersi ribattuti sulla mia spada, ripercuotevano gli occhj de’soldati. Il Monarca, che è un Principe magnanimissimo, fu assalito da minor terrore che io non avrei creduto. Mi commise di rimettere la spada nel fodero, e di gettarla la terra il più leggiermente che potessi, e in distanza di sei piedi dall’estremità della mia catena. Chiesemi in secondo luogo una di quelle colonne di ferro, che erano scavate, per le quali egli intendeva le mie pistole da saccoccia. Una gliene mostrai; e feci tutto, stante il desiderio ch’ei manifestava d’averne, di fargliene comprendere l’uso. In fatti, la caricai con sola polvere, che io avuto avea l’avvedimento di guarentire dall’umidità del mare; (inconvenienza, contra cui chiunque prudente marinajo si premunisce) e dopo di aver avvertito l’Imperadore di non temere, feci il mio tiro nell’aria. O allora sì che più che alla vista della mia spada, fu orribile il loro spavento. Cadevan eglino a centinaja come tanti morti; e l’Imperadore medesimo, tutto che rimasto in piedi, ebbe bisogno di qualche tempo per ripigliarsi. Nel modo stesso che io fatto aveva della spada, consegnai le pistole, e susseguentemente la taschetta da polvere, e le palle di piombo; con l’avvertenza a que’Signori di tener lontana dal fuoco con somma attenzione la polvere, perchè la menoma scintilla potuto avrebbe accenderla, e così far saltar in aria tutto l’Imperiale Palazzo. Rimisi eziandio il mio oriuolo, che il Monarca desiava ardentemente di vedere; ed egli ordinò a due delle sue guardie più nerborute d’appenderlo ad una pertica, e di portarlo in sulle loro spalle, nella guisa stessa che in Inghilterra i bastaggj portano un barile di birra. Il sorprese l’incessante strepito della macchina, ed altresì il movimento dell’aguglia che i minuti disegna, e che egli facilissimamente ravvisò; essendo la vista degli Abitatori di quel Paese molto più fina della nostra. Parecchi Letterati richiesti dall’Imperadore della natura di questa macchina, fecero, come chi legge può agevolmente immaginarselo, differenti risposte; di cui, confessarlo deggio, non ne ho compreso il menomo senso.
Consegnai poscia tutto il danajo in argento, e in rame; la borsa contenente nove grosse monete d’oro, ed alcune altre di minor valore; il mio coltello, il rasojo, il pettine, la tabacchiera d’argento, il fazzoletto, e l’almanacco. La spada, le pistole, furono caricate sopra carrette, e trasferite negli Arsenali di Sua Maestà.
Come già il dissi, teneva io una segreta tasca che restò sottratta alle occhiute lor revisioni, e in cui serbava un pajo d’occhiali (onde alle volte mi servia in ajuto della debol mia vista,) un Cannocchiale, ed alcune altre bagattelluzze, che credetti non essere obbligato di discoprire; pel timore di perderle, e che, per altro, per uso veruno dell’Imperadore servir non potevano.
CAPITOLO III.
Strana maniera dell’Autore per tener ricreata Sua Maestà Imperiale, e la Nobiltà tutta dell’uno, e dell’altro sesso della Corte di Lilliput. Altri divertimenti di questa Corte. Sotto certe condizioni è l’Autore rimesso in libertà.
LA mia placidezza, e la buona mia direzione mi aveano talmente acquistata la benevolenza, non solo dell’Imperadore, e della Corte di lui, ma eziandio della Milizia, e di tutto il Popolo in generale, che cominciai a nodrirmi di speranza d’essere fra poco rimesso in libertà. Operai tutto il possibile per coltivare sì favorevoli disposizioni. Io non faceva più paura a’Naturali del Paese: anzi talvolta cercandomi per terra, io permetteva che cinque, o sei d’essi danzassero sulla mia mano. In somma; perfino i giovinetti, e le donzelle si arrisicarono di givocare alla Cieca ne’miei Capelli, ed io, a parlar, e ad intendere passabilmente il lor linguaggio, già cominciava. Venne un giorno in capo all’Imperadore di regalarmi con alcuni spettacoli del Paese; nel che certamente confessarsi si dee, che i Lillipuziani superano tutte le Nazioni del mondo, sì a riguardo della loro industria, che della loro magnificenza. Fra tutti spettacoli io rimasi più ricreato da quello de Saltatori da corda. Facean eglino le più arrischiate capriole sopra un fil bianco assai sottile, di due piedi di lunghezza, e che era teso all’altezza da terra di dodici pollici. Su che, con buona permission di chi legge, è forza che io mi stenda alquanto più.
Non è in uso un tale divertimento che fra que’soli che aspirano alla grazia del Principe, o a grand’impieghi. Fin dalla prima giovinezza si esercitano essi in quest’arte, e non sempre si distinguono con un nascimento illustre, o con una bella educazione. Vacante che fia qualche Carico riguardevole, o per la morte, o per la grazia dell’investito, (il che non di rado avviene,) cinque, e sei, de’Candidati implorano dall’Imperadore la permissione di danzar sulla corda alla presenza di lui, e della sua Corte; e colui che senza cadere salta più alto, conseguisce la Carica onde si tratta. Frequentissimamente i primi Ministri stessi son tenuti di far pompa della loro destrezza, e di dar saggi sulla faccia del Monarca della conservata antica loro agilità, Conviene ognuno che Flimnap, il Tesoriere, in facendo sopra una tesa fune una Capriola, elevasi in aria, per lo meno, d’un grosso dito più alto che quale siasi Signore di tutto l’Imperio. L’amico mio Reldresal, primo Segretario degli affari segreti, per quel che me ne pare, se tuttavia non mi trovo un po troppo prevenuto a favore di lui, e il secondo dopo il Tesoriere: quanto agli altri Grandi, nè pure se ne avvicinano.
Cotali divertimenti, allo spesso non piccoli infortunj cagionano, onde la Storia ne abbonda. Co’proprj miei occhj vidi due o tre Candidati a dislogarsi, o a fracassarsi qualche membro, è ben maggiore il pericolo, quando i Ministri medesimi sono costretti a manifestare la propria sveltezza, mercechè per superare i lor emoli, e in qualche modo se stessi, praticano sforzi sì prodigiosi, che quasi niuno ve n’ha che fatta non abbia qualche caduta, ed alcuni pure per fino a due, o tre. Fui accertato che due anni in circa prima del mio arrivo, sarebbesi, senza altro, Flimnap accoppato, se uno de’guanciali Imperiali, che a sorte trovossi a terra, la forza della percossa non avesse diminuita.
Avvi un altro genere di ricreamento, ma che non si prende tuttavia che in certe occasioni, e alla sola presenza dell’Imperadore, dell’imperadrice, e del primo Ministro. Ripone il Principe sopra un tavoliere tre fila di seta, ciascuno della lunghezza di sei pollici. E’di color porporino il primo, il secondo giallo, e bianco il terzo. Propongonsi queste fila come altrettanti premi a quegli soli che l’Imperadore vuol distinguere con un sonoro, e speziale contrassegno della sua grazia. Celebrasi la cerimonia in una delle maggiori Sale di Sua Maestà; ed ivi sono tenuti i Candidati di soggiacere ad una pruova di agilità molto diversa dalla precedente, e tale, che nel vecchio, e nel nuovo Mondo, in qualunque parte che sia, somigliante non ne vidi, e neppure che vi abbia il menomo rapporto. Tiene l’Imperadore in sue mani un bastone, le cui due estremita sono paralelle dell’Orizzonte; ed a’Candidati tocca di avanzarsi ad uno ad uno, e di saltare ora al di sopra del bastone, ora di sguizzarvisi pel di sotto, a misura che più elevato, o più basso egli è. Più d’una fiata si ripete quest’esercizio; tenendo tal volta il Principe una estremimità del bastone, e il primo Ministro l’altra; ed altre volte pure il tiene il primo Ministro solo. Quegli che da saggio di maggior industria, e che men fatica nel saltare, e nel rampicarsi, conseguisce in ricompensa il filo color di porpora; del giallo si mette in possesso il secondo, e del bianco il terzo. Ognuno de’vincitori se ne fregia a foggia di cintura; pochi essendo i Signori di distinzione, che adorni non ne sieno.
I Cavalli dell’Esercito, e quegli altresì delle Stalle Regie, essendo stati condotti ogni giorno dinanzi a me, già si erano cotanto accostumati di vedermi, che veniva, no fin su’miei piedi senza scomporsi. Quando io metteva a terra la mia mano, i Cavalieri gli facevano coruettarvi sopra, el uno degl’Imperiali Cozzoni salto col suo cavallo sopra il mio piede, sopra la scarpa, e sopra ogni cosa, il che, per dir vero, poteva si registrare per un salto portentoso. Ebbi io la felicità di ricreare un giorno l’Imperadore in una straordinaria maniera. Il supplicai di dar ordine che mi fossero provveduti alcuni bastoni di altezza di due piedi, e della grossezza d’una canna comune. Comandò egli immediate al suo soprantendente Generale de’Boschi di sarmigli avere; ed in fatti il giorno dietro vidi arrivare sei boscajuoli con altrettanti carri carichi della qualità di bastoni da me richiesta, ed ogni carro era tirato da otto cavalli. Presi nove di que’bastoni che fortemente in terra conficcai, e che disposi in un modo, che formavan eglino un quadrato di due piedi, e mezzo. A cadaun lato attaccai un bastone all’altezza di due piedi da terra, e in tal simmetria, che tutti fra d’essi erano paralelli. Dopo ciò, legai il mio fazzoletto a’nove bastoni che io aveva confitti nel terreno, e ben lo tesi da tutti i lati come la pelle d’un Tamburo; servendo d’ogni intorno di sponda i quattro bastoni paralelli, i quali più del fazzoletto erano elevati di cinque grosse dita. Compiuto il fatto mio, proposi all’Imperadore che due dozzine de’suoi migliori Cavalli facessero il loro esercizio sopra quella pianura. Soddisfece alla mia richiesta il Principe; ed io, l’un dopo l’altro, gli presi tutti cogli Uffiziali che gli montavano, e sopra il mio fazzoletto gli accomodai. Posti che furono in ordinanza, si divisero in due manipoli, scherzevolmente scaramucciarono, scoccarono saette che veruno offendere non potevano, spiegarono le bandiere, vennero alle mani, e per dir tutto in una parola, diedero a conoscere che perfettamente erano instruiti di molte regole della militar disciplina. I bastoni paralelli impedivano che essi, e i loro cavalli a terra non cadessero, e tanto si compiacque l’Imperadore di un tale spettacolo, che ne ordinò la replica per molti giorni; e volle stessamente una volta essere riposto egli medesimo sopra il mio fazzoletto, e comandare in persona le mozioni de’suoi Cavalieri. Rendenne eziandio persuasa l’Imperadrice; tutto che con non poca pena ei mi accordasse di tenerla in mano nella sedia d’appoggio di lei, in distanza di due verghe dal mio fazzoletto, donde ella a suo bell’agio d’ogni cosa potesse essere spettatrice. Buona sorte per me, che in tutti questi divertimenti non n’è accaduto il menomo inconveniente. Una sola volta, un cavallo focoso che apparteneva ad uno de’Capitani, con un colpo d’unghia fece un buco nel mio fazzoletto, e rovescione cadde col Cavaliere che lo montava; ma entrambi al più presto gli rialzai; e dopo di aver turato il buco con una mano, mi servj dell’altra per riporre la brigata a terra. Si era il cavallo stravolta la manca spalla: ma il Cavaliero non ne risentì male di sorta, ed io il meglio che seppi rappezzai il fazzoletto; persuaso però di non esporlo a somiglianti accidenti mai più.
Due o tre giorni prima che io ricuperassi la libertà, in tempo che me ne stava divertendo la Corte con tutte queste maraviglie, capitò espresso un Masseggiere per informare l’Imperadore, che alcuni de’suoi Suggetti, sollazzandosi nel sito medesimo ove io era stato trovato, scoperta aveano una gran cosa, che giacevasene a terra, d’una assai bizzarra figura; i cui margini si stendevano in cerchio, e che nel mezzo era all’altezza d’un uomo; avendo; per altro, poco più, o meno, l’estensione medesima che la camera da letto di Sua Maestà: che non era questa una creatura vivente, come da principio si avea temuto; poichè praticatisi d’intorno a lei diversi giri, non avea ella esibiti indizj veruni del menomo movimento: che in montando in sulle spalle degli altri, alcuni d’essi erano pervenuti sino alla sommità, la qual’era molto piana; e che col battere d’un piede, trovato aveano che la macchina era al di dentro vota: che sembrava loro verisimile che ella dovesse appartenere all’Uom-Montagna; e che se fosse in grado di Sua Maestà, ne avrebber eglino impreso il trasporto alla Corte, purchè fossero loro somministrati cinque cavalli. Immediate compresi ciò che dir volessero, e giubilai nel mio cuore per la recata novella. E’probabil cosa, che dopo d’essermi salvato a terra dal mio naufragio, talmente stordito io fossi, che prima d’arrivare al luogo ove mi addormentai, il mio cappello, che io aveva legato al collo in tempo che me ne stava remando, e che tenne fermo per tutto lo spazio del mio nuotare, caduto fosse senza che me ne avvedessi. Supplicai Sua Imperial Maestà di comandarne il pontuale trasporto, e ne le descrissi la natura, e l’uso. L’ebbi il giorno dietro, ma in pessima condizione; mercechè, a un pollice e mezzo di distanza dal di lui margine, vi avean coloro praticaci due fori, ed a questi, attaccati due uncini, pe’quali passata aveano una lunga fune, per legar meglio il povero mio cappello alle tirella de’Cavalli: e con tal apparecchio ei fece più d’una mezza lega d’Inghilterra. Ma come il terreno di quel Paese è molto piano, non restonne danneggiato quanto sorse avrei creduto.
Due giorni dopo quest’avventura, l’Imperadore, avendo intimato a quella parte di sue milizie che si trovava dentro, e d’intorno alla sua Capitale, di tenersi lesta al primo ordine, immagino un assai singolare divertimento. Egli s’invogliò che io me ne stessi come un Colosso, con le gambe larghe per quanto mi fosse possibile. Comandò allora al suo Generale, il qual era un gran Capitano, e mio amicissimo, di mettere in buona ordinanza gli Squadroni, e di fargli marciare di sotto a me formando l’Infanteria una fronte di venti quattro, e la Cavalleria di sedici, tamburi battenti, insegne spiegate, ed alte le picche. In questo modo mi passarono fra le gambe tre mila Fanti, e mille Cavalieri. Sotto pena di morte promulgò Sua Maestà, che ogni Soldato nella sua marcia osservasse le regole più esatte della decenza a mio riguardo. Con tutto ciò, un tal ordine non impedì che alcuni giovinastri Uffiziali non levassero in alto gli occhj in passandomi pel disotto. E per dir vero, erano allora sì laceri i miei calzoni, che per lo meno traveder facevano alcuni argomenti di beffe, e d’ammirazione.
Furono tante, e tali le mie suppliche per ottenere la libertà, che finalmente fu messo sul tappeto l’affare, prima nel Gabinetto di Sua Maestà, e poscia in pien Senato. Non vi fu chi si opponesse se si eccettua SKyresh Bolgolam; il quale, senza che gliene avessi dato suggetto di sorta, fece scoppiare contra di me una mortale aversione: Ma al suo dispetto, tutto il Consiglio decise a mio favore, e la decisione dall’Imperadore restò ratificata. Quest’atrocissimo nemico era il Galbet; e vale a dire, l’Ammiraglio del Regno, gran Favorito del Monarca, e oltracciò, versatissimo negli affari, ma d’un aspro temperamento, ed importuno d’umore. Cedette alla fine; ma nel tempo stesso se gli acaccordò, che lui medesimo quegli sarebbe che stendesse gli articoli, e le condizioni onde dipendesse la mia libertà, e la cui manutenzione convalidata fosse dal mio giuramento. Skyresh Bolgolam stesso, accompagnato da due sotto Segretarj, e da alcune altre persone ragguardevoli, recommi queste condizioni. Seguita la lettura, dovetti giurarne l’osservanza, primieramente secondo lo stile del mio Paese, e poscia secondo quello che le loro Leggi prescrivono, il qual era di tenere il piede mio dritto nella mia manca mano, di porre il dito di mezzo della mia mano destra sulla sommità della mia testa, ed il pollice sull’estremità superiore della dritta mia orecchia. Come forse può essere curioso il Leggitore di concepir qualche idea dello stile, e della maniera di parlare di quel Popolo, e di aver eziandio il raguaglio delle condizioni, alle quali mi su renduta la libertà, ho creduto ch’ei mal volentieri non ne vedrebbe la traduzione, che ho procurato di fare con la più possibile fedeltà, ed eccola per appunto. Golbasto Momaren Eulame Gurdilo Shefin Mully Gue, Potentissimo Imperadore di Lilliput, le Delizie, ed il Terrore dell’Universo, le cui Regioni an di estensione cinque mila Blustrugs, (dodici miglia in circa di circuito) e che altri limiti noti anno che quelli della Terra: Monarca de’Monarchi, più grande, che i Figliuoli degli Uomini, i cui piedi posano sul centro della terra, e la cui testa arriva perfino al Sole: che con una occhiata sola fa tremare i Principi del Mondo, Amabile come la Primavera, Giocondo come la state, Fecondo come l’Autunno, e Terribile come l’Inverno. La Sublimissima Maestà sua propone all’Uomo Montagna capitato da qualche tempo nel formidabile Imperio di Lei, i seguenti Articoli, la cui osservanza ei con giuramento dovrà promettere.
Primieramente; l’Uomo-Montagna non uscirà de’nostri Stati senza averne una permissione suggellata col gran Suggello.
II. Senza espresso nostro ordine non entrerà egli nella nostra Capitale; e quando vi verrà, gli Abitanti due ore prima ne saranno avvertiti, perchè abbiano il tempo di ritirarsi nelle loro Case.
III. Il sudetto Uomo-Montagna limiterà il suo passeggio alle principali strade maestre e si guarderà dal trattenersi, o dal mettersi a dormire in una Prateria, o in un Campo di biade.
IV. Quando si tratterà nelle Strade Maestre, avrà esatta attenzione di non camminare sul corpo di alcuno de’nostri diletti sudditi, nè sopra i loro cavalli, e le loro carrette; non potrà pure prendere in sua mano veruno degli stessi nostri suggetti, se pero eglino non ci consentissero.
V. Se avviene che all’improvviso si abbia la necessità di spedire per qualche parte un Messaggere, l’Uomo-Montagna sarà obbligato, una volta per cadauna Luna, di trasportare il Messaggiere stesso nella sua tasca alla distanza di sei giornate di cammino, e (se egli ne fosse richiesto,) di riportarlo sano, e salvo in presenza di Sua Maestà.
VI. Sarà egli ammesso alla nostra confederazione contra gli Abitanti dell’Isola di Blefuscu, e farà tutti i suoi sforzi per distruggere l’Armata Navale, con cui coloro si apparecchiano di fare uno sbarco nel nostro Imperio.
VII. Nell’ore di sua comodità, sarà egli tenuto d’ajutare a’nostri Operaj a levare alcune grosse pietre, che servir deggiono alla costruzione della muraglia del nostro gran Parco, e a quelle di alcuni Palaggi Reali.
VIII. L’Uomo-Montagna suddetto, nel termine di due Lune esibirà una diligente descrizione del circuito del nostro Imperio, e in questo calcolo serviranno di misura i suoi passi.
Finalmente quando l’Uomo-Montagna avrà giurato solennomente d’osservare tutti questi Articoli, gli sarà cadaun giorno somministrata tanta quantità di cibi, e di bevande, quanta bastar possa per l’alimento di 1724. de’nostri Suggetti: e oltracciò egli avrà sempre un libero accesso alla Nostra Imperial Persona, con altri contrassegni della grazia nostra. Dato nel Nostro Palazzo di Belfaborac, il giorno duodecimo della novantesima prima Luna del nostro Regno.
Io soscrissi, e giurai con sommo piacere l’osservanza di tali Articoli, tutto che ve ne fossero alcuni di non troppo mio onore, e che io attribuir non poteva che al pessimo genio del Grand’Ammiraglio Shyresh Bolgolam: Dopo ciò, mi furono immediate tolte le catene, e l’Imperadore medesimo m’impartì lo spezioso onore d’essere presente a tutta la cerimonia. Mi prostrai a’piedi di lui per avanzargli i miei ringraziamenti, ma egli m’impose il levarmi; e dopo di avermi dette alcune cose, che la mia moderazione, e il timore d’essere tacciato di vanità non mi permettono di ripetere, ei soggiunse che confidava molto che io fossi per adempiere scrupolosamente qualunque mio dovere, e che fossi per rendermi degno delle grazie di già ricevute, e di quelle ancora che d’impartirmi ei disegnava.
Si risovviene già il Leggitore, che nell’ultimo Articolo, onde io giurata aveva l’osservanza, l’Imperadore mi avea assegnata, ciascun giorno, una quantità di cibi, e di bevande, che avrebbe potuto esser bastevole a 1724. Lillipuziani. Qualche tempo dopo interrogai un Amico mio di Corte, per quale ragione si era un tal numero precisamente determinato: egli mi rispose, che i Matematici di Sua Maestà, avendo presa l’altezza del mio corpo pel mezzo d’un quarto di Cerchio, e trovando che con loro vi era la proporzione di dodici ad uno, conchiuso aveano da cio, che i loro corpi, ed il mio, erano somiglianti, che conveniva che il mio contenesse 1724. de’loro, e che per conseguenza egli avesse bisogno di tanta nutritura, quanta ne bisognava al numero menzionato di Lillipuziani. Il che basta per esibire a’miei Leggitori una idea dell’industria di quel Popolo, e altresì della prudente, ed esattissima economia del Gran Principe che il governa.
CAPITOLO IV.
Descrizione della Città Capitale di Lilliput, nomata Mildendo, e del Palagio dell’lmperadore. Conversazione dell’Autore con uno de’primi Segretarj degli affari dell’Imperio. Offresi l’Autore di servir al Monarca contro agl’inimici di Lui.
LA prima supplica che io presentai dopo di aver conseguita la libertà, fu di avere la permissione di veder Mildendo, la Capitale. Acconsentivi di buon gusto l’Imperadore, raccomandandomi a chiare note non inferir male alcuno a’Cittadini, nè alcun pregiudizio alle loro Case. Con pubblico Editto si fece saper al Popolo la vicina mia andata alla Dominante. Alta due piedi e mezzo, e al più, undeci grosse dita larga, e la muraglia, onde Mildendo sta circondata; cosicché sulla sommità della muraglia stessa, puossi in Carozza far il giro della Città. In distanza di dieci piedi, l’une dall’altre, regnanvi forti Torri, che in caso d’assalimento, un gran soccorso per difesa della Piazza recherebbono. Con una largata di gambe passai al di sopra della gran Porta che risguarda l’Occidente, e trascorsi con la più possibile agilità le due principali strade, non avendo indosso che la semplice mia camiscia, per timore di danneggiar i tetti, e i gocciolatoj delle abitazioni co’lembi de’miei vestiti. Me ne andava con tutta l’immaginabile cautela, per non mettere il piede sopra qualcuno che a caso si fosse dimenticato nelle strade; tutto che l’ordine fosse formallissimo, che chiunque si trovasse fuori di casa, correrebbe il risico a propio suo conto. Contenevano un sì gran numero di spettatori le finestre de’Granari, e delle parti superiori delle fabbriche, che non mi ricordo di aver veduto mai in una sola volta tanto Popolo. E’costrutta in quadro la Città, avendo cadaun lato della muraglia in lunghezza cinquecento piedi. Le due strade maestre che s’incrocicchiano, e dividonla in quattro parti, sono cinque piedi larghe. Le altre strade più strette, nelle quali entrar non potei, ma che solamente vidi in passando, stendonsi in larghezza da dodeci perfino a’diciotto pollici. Di cinquecento milla anime, o circa, sarà capevole quella Città; essendo le sue Case fabbricate da’due Solai insino a’cinque; e abbondando d’ogni cosa i suoi Mercati, e le sue Botteghe.
Nel centro della Città, e sul crocicchio delle due grandi strade, è situato l’Imperial Palagio. Egli è cinto da una muraglia alta due piedi, e disgiunta dalle altre fabbriche per lo spazio di venti. Avea mi permesso sua Maestà di sormontare con un allargar di gambe questo muro, e come era assai vasto il tramezzo tra il Palagio ed esso, ebbi l’opportunità di considerare quello, da tutti i lati. L’esterior Corte è un quadrato di quaranta piedi, e contiene due altre Corti. Nella più interiore son fondati gl’Imperiali Appartamenti, che con impazienza io bramava di vedere; il che però mi riuscì con terribile stento; essendo che gli uscj maggiori, pei quali si entra da un quadrato all’altro, non aveano di altezza che diciotto pollici, e di soli sette erano larghi. Ora, gli Edifizj della Corte esteriore eran alti, per lo meno, cinque piedi, e perciò riuscivami impossibile il passarvi di sopra a gambe larghe, senza risico che la fabbrica restasse estremamente danneggiata; non ostante che le muraglie, che erano di pietra, solidissimamente fossero costrutte, ed a vessero di grossezza quattro pollici. L’Imperadore era allora invaghito che io ammirassi il suo Palagio; ma non fuvvi il modo, che tre giorni dopo, che io impiegar dovetti atagliare col mio coltello alcuni de’più grand’alberi del Regio Parco, il quale, per cento Verghe, o circa, era discosto dalla Città. Formai di questi alberi due sedili, alto ciascuno di tre piedi, e bastevolmente forte per sostenermi. Una seconda volta avvertito il Popolo, fui di nuovo per la Città alla Regia, co’miei due sedili alla mano. Arrivato al margine della esteriore Corte, montai sopra un sedile, tenendo nelle mani l’altro. Levai in alto questo quì, e nello spazio che si frammette fra la prima, e la seconda Corte, e che all’incirca è largo d’otto piedi, il collocai. Fummi allora più che agevole l’allargar le gambe, e da un sedile all’altro passar al di sopra degli Edifizj, e pel mezzo d’un bastone, onde l’estremità era armata d’un uncino, ritirar poscia l’altro sedile presso di me. Col favore di cotale invenzione, penetrai fin nella Corte più interiore, e corcatomi sopra un fianco, mi avvicinai alle finestre del piano di mezzo, a bella posta lasciate aperte, e restai sorpreso dagli oggetti de’più magnifici Appartamenti, che può formarsi l’idea. Ravvisai l’Imperadrice, e le Principesse, attorniate dalle loro Dame d’onore. Sua Imperial Maestà compiacquesi farmi un sorriso il più grazioso del mondo, e fuor del balcone presentommi la destra perchè la baciassi.
Non mi andrò già perdendo in un racconto più diffuso, e in descrizioni di questa fatta, poichè le serbo per un’opera più voluminosa, che ben presto vedrà la luce, e che conterrà una Generale Storia di quell’Imperio. Niuna cosa vi sarà ommessa: io rimonterò perfino alla prima origine, e dopo che avrò scorsi i fatti più memorabili delle vite de’diversi Principi che il governarono, parlerò delle guerre sostenute da quest’Imperadore; delle massime di Politica, e delle Leggi che vi si osservano; delle Costumanze, e delle Scienze che più vi si praticano, e della Religione che vi si professa. Il mio presente disegno si è, di sol narrare alcuni avvenimenti succeduti in quell’imperio, per lo spazio di nove mesi che vi dimorai.
Una mattina, quindici giorni, più, meno, dopo la ricuperata mia libertà, Keldersal, Primo Segretario (come essi il chiamano) degli affari segreti, venne a trovarmi, accompagnato da un solo servidore. Diede egli ordine che a una certa distanza lo attendesse alla sua Carozza, e mi pregò di accordargli udienza per un’ora, il che feci volentierissimo, avuto riguardo non solo alla qualità di lui, e al suo merito personale, ma eziandio a’buoni uffizj che nelle mie sollecitazioni mi avea renduti. Volli corcarmi a terra, perchè lui fosse più a portata di farsi intendere; ma desiderò piuttosto che io il tenesi in mano per tutto il tempo della nostra conversazione. Diede principio da’complimenti in proposito alla mia liberazione; "a cui, diceva egli, io ho contribuito con tutte le mie forze; tutto che principalmente voi ne siate debitore alle circostanze, onde rinvienesi il nostro Imperio: mercechè, (ei soggiunse continuando il suo discorso,) per quanto formidabile sembrar possa agli Stranieri il nostro Dominio, egli è affievolito da due spaventevoli mali; da una violenta Fazione al di dentro, e da un terribile nemico al di fuori. Quanto al primo di questi mali, saper dovete, che da più di settanta Lune in quà, trovasi l’Imperio squarciato da due Partiti, sotto i nomi di TramecKsan, e di SlameKsan; nomi, che dalla diversa altezza de’talloni delle scarpe loro, son derivati. Per dir vero, negar non si potrebbe che l’uso di portare alti talloni non sia il più antico: ma che che siane in tal proposito, Sua Maestà decretò non doversi impiegare nell’amministrazion del Governo, ed investire delle Cariche dipendenti dalla Corona, che que’soli che porteranno talloni bassi, come voi medesimo potuto avrete osservarlo, e se ci fate buona attenzione, vedrete che i talloni di Sua Imperial Maestà sono più bassi d’un Drurr, (misura che presso poco riviene alla quarta decima parte, d’un grosso dito) che verun altro de, suoi Cortigiani. Va a un tal segno l’astio di queste due Fazioni, che elleno non consentirebbono nè di mangiare, nè di bere, e neppur di parlare insieme. Gli TramecKsan, o sien quelli che portano alti talloni, sono in maggior numero che noi, ma militano dal nostro canto la possanza, e l’autorità. Temmiamo che Sua Altezza Imperiale, l’Erede della Corona, non abbia qualche inclinazione per gli talloni alti: ciò che vi ha di certo si è, che uno de’suoi talloni cresce un pocchettino più che l’altro; il che cagiona che in camminando ei alquanto zoppichi.
"Nel mezzo di cotali intestine divisioni, siam noi minacciati d’un assalimento dal canto degli Abitanti dell’Isola di Blefuscu, che è l’altro grand’Imperio dell’Universo, e per lo meno così dilatato, e così potente, che quello di Lilliput. Essendo che, voi ci raccontaste che nel Mondo sienvi altri Regni popolati da Creature umane del vostro taglio, si rivoca in dubbio da’nostri Filosofi, i quali sospettano piuttosto che voi siate caduto dalla Luna, o da qualche Stella; poichè è cosa incontrastabile che un centinajo d’uomini di vostra corporatura, in poco tempo, tutte le frutte, e tutti i greggi di quest’Imperio consumerebbe. Oltre di che, la nostra Storia, che rimonta fin a sei mila Lune, di verun’altra Regione non parla, che delle due smisurate Monarchie di Lilliput, e di Blefuscu: le quali, per quel che già io cominciava a dirvene, sono trenta, e sei Lune, che si fanno una guerra crudele: ed eccone per appunto il motivo. Non ha che opporre il Mondo tutto, che anticamente, quando si volea mangiar delle vova, si rompevan queste dalla più larga estremità. Or accadde un giorno, che l’Avolo dell’Imperadore Regnante, essendo per anche giovinetto, e volendo, secondo il costume antico rompere un vovo, tagliossi un dito. E perciò l’Imperadore, Padre di lui, fece pubblicare un Bando, onde egli commetteva a’suoi suggetti sotto gravissime pene, di rompere in avvenire le vova loro, dalla estremità più stretta. Sdegnossi talmente il Popolo per un tal Editto, che le nostre Storie fan menzione di sei cagionate rebellioni; avendo queste ribellioni costata la vita ad un Imperadore, e la Corona all’altro. I Monarchi di Blefuscu, che an sempre accordato l’asilo a’Ribelli che abbandonavano l’Imperio di Lilliput, an fomentato queste domestiche dissensioni. A conto fatto, undeci mila persone in tempi differenti, anzi che rompere le loro vova dalla estremità più stretta, vollero piuttosto perire. Molte centinaja di Volumi in proposito a questa controversia sono state pubblicate; ma da molto tempo in qua sono stati proibiti i Libri degli ostinati a rompere le loro vova secondo il rito antico, e con una solenne Legge fu il Partito dichiarato incapace di riempire veruna Carica.
"Nel frattempo di tali turbolenze, gl’Imperadori di Blefuscu, colla voce de’loro Ambasciadori si sono di frequente lamentati, che noi producessimo uno Scisma nella Religione, rovesciando una fondamentale dottrina del nostro gran Profeta Lustrog, contenuta nel Capitolo cinquantesimo quarto del Brundecral, (che è l’Alcorano loro.) Ma una querela somigliante, non ha altro fondamento che una vana glosa sopra il Testo, onde eccone i precisi termini: Tutti i veri Credenti romperanno le lor vova dalla estremità convenevole: Ora, a quel che me ne pare, alla coscienza d’ognuno, od anche al Sovrano, appartiene di determinare qual esser deggia quest’estremità. Ma il maggior male si è che i Partigiaui dell’antico metodo di rompere le vova, che sono rifugiti alla Corte di Blefuscu, anno avuto tanto credito presso quell’Imperadore: e con tanta forza sono stati assistiti da que’del partito loro rimastisi nella propria patria, che da trenta e sei Lune in qua, si è accesa fra’due Imperj una sanguinosa guerra, onde l’evento non corrispose sempre a’nostri desiderj; imperocché, non ostante che sieno state grandi, più che le nostre, le perdite degl’Inimici, vi abbiam però sgraziatamente lasciati quaranta Vascelli del primo ordine, e un maggior numero d’altri men riguardevoli, con trenta mila de’nostri più valorosi Soldati, e migliori Marinaj. Eperò; tutto che la somma de’loro morti trascenda quella della nostra parte, anno eglino in questi giorni allestita una numerosa Armata marittima, e stanno per effettuare uno sbarco nel nostro Paese. In tali angustie, Sua Imperial Maestà, la qual è prevenuta dalle più avvantaggiose idee della vostra forza; e del vostro coraggio, mi comandò d’esporvi lo stato de’nostri affari."
Io pregai il Segretario di assicurare Sua Maestà de’profondissimi miei rispetti; e di rappresentarle, che non sembravami cosa di buon ordine, che io, Forestiere, mi rimescolassi negli affari di Partito; con tutto ciò, che io era pronto ad esporre la vita per la Persona, e per gli Stati di Lei, contra chiunque avesse la temerità di fare una incursione nell’imperio.
CAPITOLO V.
Con uno stratagemma inudito l’Autore perviene una incursione. Titolo d’onore che viengli conferito. L’Imperadore di Blefuscu spedisce Ambasciadori ter chiedere la pace. Appicciasi il fuoco all’Appartamento dell’Imperedrice; ma col soccorso dell’Autore resta estinto.
L’Imperio di Blefuscu è un’Isola situata a Greco Tramontana di Lilliput, da cui n’è separata per un canale di sole ottocento verghe di larghezza. Io non aveva mai veduto il Paese di Blefuscu, e stante la nuova dell’incursione onde Keldresal aveami instruito, sfugj di comparire sulla spiaggia che disgiungne quell’Imperio dall’altro di Lilliput, per timore d’essere scoperto da qualche Vascello degl’inimici, i quali non aveano veruna contezza di me; essendo interdetto con pena di morte qualunque commerzio fra’due Imperi, durante la guerra, e avendo comandato l’Imperadore che fosse negato l’ingresso ne’suoi porti ad ogni Bastimento, niuno eccettuato. Comunicai all’Imperadore il progetto da me formato di rendermi padrone della nemica Armata, che, per le relazioni di tutti i nostri Scorridori, si sapeva accertatamente che stava sul ferro in Porto, pronta di mettersi alla vela a primo buon vento. Interrogai gli uomini più esperti di Marina, sopra la profondità del Canale, molte volte da essi già scandagliato, e mi risposero essi, che quando l’acqua trovavasi nella maggior sua escresenza, nel mezzo del Canale aveanvi settanta Glumgluffs di fondo, (il che riviene a piedi sei in Europa,) e altrove da per tutto cinquanta Glumgluffs al più. Mi portai sulla sponda del Canale rimpetto per appunto di Blefuscu, e nascostomi dietro una piccola eminenza, presi il Cannocchiale, e vidi l’Armata nemica sull’ancora, consistente in una cinquantina di Vascelli da guerra, e in un maggior numero di Bastimenti da trasporto. Me ne ritornai allora all’abitazione, e (secondo la permissione che io ne aveva,) diedi ordine mi si provvedessero molte fortissime gomene; e una buona quantità di spranghe di ferro. Era grossa ogni gomena poco più, o men, che uno spago, e le spranghe all’incirca del taglio d’un’aguglia da cucire. Interzai le gomene per renderle più poderose, e per la ragione medesima, unj tre spranghe insieme, e ad un uncino ne appesi l’estremità. Legati in questo modo cinquanta uncini ad altrettante gomene, fui al Canale una seconda volta, e toltomi d’indosso i miei vestiti, le scarpe, e le calze, mi misi in mare con la mia camiciuola di bufalo, e camminai per lo spazio di mezz’ora, prima della marea. Mi affrettai il più che mi riuscì possibile: e nel mezzo del Canale, prima che co’piedi mi riuscisse toccare fondo, fui costretto mettermi a nuoto per trenta verghe. Trenta minuti di tempo non impiegai, finchè pervenni all’Armata di Blefuscu. In vedendomi gl’inimici, un sì orrido spavento gli assalì, che gettaronsi da’loro Vascelli all’acqua, per salvarsi nuotando sopra la spiaggia, ove io vidi raccolti più di trenta mila uomini. Presi allora tutte le mie macchine; ed appicato un uncino alla prua di cadaun Vascello, unj insieme, per l’estremità, tutte le Gomene. Nel tempo dell’azione, mi scoccarono gl’inimici molte migliaja di frecce, onde alcune mi ferirono le mani, ed altre il volto, e che oltra il dolore che io ne risentiva, molto m’inquietarono nel mio lavoro. Gli occhj mi stavano più a cuore; che certamente gli avrei perduti, se non mi fossi risovvenuto d’un maraviglioso spediente per conservargli. Fra l’altre cose, teneva io in una secreta tasca un pajo d’occhiali, che, come penso di averlo detto, non erano stati guatati da’diligenti Esploratori dell’Imperadore. Gli presi, e gli assicurai in sul naso, il più forte che potei. Con una tal difesa, continuai con arditezza l’opera mia, in dispetto delle saette che continuavano a piovere sopra di me, e molte delle quali colpirono i vetri de’miei occhiali, ma senza altro effetto che di leggermente smuovergli. Io aveva di già appiccati tutti gli uncini, e impugnato il nodo ove le gomene tutte riferivano, cominciai a traere gli Vascelli. Ma tutti, e poi tutti, tennero saldo, pel benefizio delle lor ancore. In un tal imbroglio, qual partito prendere? Abbandonai le funi, e lasciando gli uncini attaccati a Vascelli fui così temerario, che col mio coltello tagliai le gomene dell’ancore; ricevendo tuttavia in una spedizione di questa fatta, una tempesta di saette e nelle mani, e nel capo. Dopo ciò, ripresi il nodo che io avea formato coll’estremità di tutte le funi onde stavano appiccati i miei uncini; e con la maggior facilità del mondo, trassi dietro di me cinquanta de’più poderosi Vascelli da guerra degl’inimici.
I Blefuscuani, che tutto altro attendevano che una somigliante burla, a primo tratto bruttamente storditi rimasero. Mi avevan essi veduto a recidere i cavi de’ferri; ed immaginarono che io avessi solamente in testa di lasciar le Navi alla discrezione della Marea, o che urtassero l’une coll’altre: Ma quando si avvidero che l’Armata tutta muovevasi in buona ordinanza, o che io solo era quel desso che strascicava la, disperati vomitarono gridi tanto diabolici, che è forza di avergli intesi, per poter formarsene un’adeguata idea. Scortomi fuor di pericolo, mi arrestai qualche instante per togliermi le saette restate fitte nelle mani, e nella faccia, che poscia ebbi cura di strofinar ben bene con quell’unguento stesso, che non è guari, fu da me mentovato. Mi levai in quell’instante gli occhiali miei, e dopo di aver atteso un’ora che l’acqua abbassasse un poco, guazzai con tutti i Vascelli i1 mezzo del Canale, e sano e salvo all’Imperial Porto di Lilliput, mi transferj.
Era la spiaggia ingombra dall’Imperadore, e da tutta la Corte di lui, in attenzione dell’evento d’un’Avventura sì enormemente stupenda. Vider eglino i Vascelli disposti in mezza Luna avanzarsi alla volta loro; ma non poterono ravvisar me, che me ne stava nell’acqua fino allo stomaco. Pervenuto che fui alla meta del Canale, aumentò la loro apprensione, perchè io ne aveva perfino al collo. Volea in ogni modo l’Imperadore che io fossi annegato, e che gl’inimici sempre si avanzassero per tentare uno sbarco: ma ben presto svanirono i suoi spaventi; mercè che ad ogni passo che io faceva, divenendo il Canale di minor fondo, in pochi momenti fui in istato di farmi intendere, e levando in aria il nodo formato dall’estremità dei cavi che l’Armata legavano, sclamai ad alta voce: Viva il potente Imperadore di Lilliput; viva. Mi ricevè questo gran Principe sul lido un modo il più obbligante del mondo, e sul punto stesso mi creò Nardac, che è il titolo più sublime d’onore, che si possa ricevere in quell’imperio.
Mi pregò Sua Maestà di compiere quanto prima una impresa che sì felicemente cominciata io aveva, conducendo ne’Porti di lei il rimanente della nemica Armata, e tal si era la sua ambizione, che parea che l’Imperadore non pensasse meno che di ridurre in Provincia tutto l’Imperio di Blefuscu, per essere in avvenire governato da un Vicerè, che di sterminare tutti i ribelli, partigiani dell’antico rito di rompere le vova, rifuggiti alla Blefuscuana Corte, e che a costrignere il Popolo a seguire il nuovo metodo; dopo di che sarebbe egli rimasto il solo Monarca di tutto l’Universo. Ma io non mancai di distrarlo da un tal disegno, per l’efficacia di molti argomenti statimi suggeriti dalla Politica, del pari che dall’equità: E gli protestai che morirei disperato, se contribuito io avessi alla schiavitù d’un Popolo libero. In pien Consiglio l’affare restò discusso, e si unì al mio parere la parte più sana del Ministero.
Gustò sì poco di sì ardita dichiarazione Sua Imperial Maestà, che non me la perdonò mai più. Ella ne fece menzione nel suo Senato; ed i più saggi, alle relazioni che n’ebbi, si manifestarono, almen pel loro silenzio, del sentimento mio: ma altri, che covavano contra di me una segreta nemistà, non poterono trattenersi dal lanciare alcuni maligni tratti, tutto che in un indiretto modo. Quindi formossi tra la Maestà Sua, ed alcuni Ministri animati contra di me ingiustamente, una conspirazione, che ebbe a costarmi la vita. Tanto è vero, che i più importanti servigj che rendonsi di certa fatta, interamente sono dimenticati, immediate che una sola volta si manca.
Tre settimane dopo questa spedizione l’Imperador di Blefuscu spedì una solenne Ambasceria per chiedere la pace, che a condizioni assai vantaggiose pel nostro Monarcha ben presto restò conchiusa; ma il cui ragguaglio poco importar dee al Leggitore. Erano sei gli Ambasciadori, e di cinquecento persone era composto il lor seguito. Fu magnifichissimo il loro Ingresso, e per dir tutto in una parola, proporzionato alla grandezza del loro Sovrano, e all’importanza della lor commissione. Quando il Trattato che essi negoziavano, ed io cui rendei loro de’buoni uffizj pel credito che io avea alla Corte, o che per lo meno m’immaginava d’avervi, quando, dissi, il Trattato restò conchiuso, l’Eccellenze loro, di già instruite de’miei maneggj in lor vantaggio, mi renderono una visita nelle forme. Dieder elleno principio dall’innalzare perfino al Cielo il mio valore, e la mia generosità. A nome poscia del loro Signore mi pregarono di portarmi in quell’Imperio, e altresì di regalar loro un qualche saggio di quella prodigiosa forza onde io era dotato, e di cui intese aveano tante maraviglie. Mi accinsi a compiacerle.
Dopo aver io operati molti incomprensibili prodigj, al dir degli Ambasciadori: e che non avrebbono potuto mai credergli, se essi medesimi stati non fossero testimonj di vista, gli supplicai d’assicurare degli umilissimi miei rispetti all’Imperadore di Blefuscu, e di rappresentargli che le gran cose che la Fama pubblicava di lui, mi aveano determinato a non tornarmene al mio Paese, senza l’onore di fargli le mie riverenze. Con tal disegno, la prima volta che vidi l’Imperadore di Lilliput, chiesigli la permissione di andar a salutare il Monarca di Blefuscu; il che egli accordommi con un’aria la più scipita del mondo: ma ne ignorai la cagione, finchè non so chi graziosamente mi rendè instruito, che Flimnap, e Bolgolam, rappresentate aveano le mie aderenze cogli Ambasciadori di Blefuscu, come indizj manifesti delle malvage mie intenzioni. E fu allora solamente che cominciai, per la prima volta, a formarmi qualche idea delle Corti, e de’cattivi Ministri.
E’necessario d’osservare, che quegli Ambasciadori non mi parlavano che pel mezzo d’un Interprete; differendo l’un dall’altro i linguaggj de’due Imperj, come due idiomi in Europa differir possono: glorificandosi, cadauna di quelle Nazioni, dell’antichità, della vaghezza, e dell’energia di sua propria lingua, con uno spregio dichiarato per quella dell’imperio confinante. Con tutto ciò; come l’Imperadore di Lilliput godea d’un riguardevole vantaggio sopra i Blefuscuani, essendosi lui impadronito della parte migliore della loro Armata, obbligò gli Ambasciadori a non parlargli che in Lillipuziano; e ricever non volle le loro Credenziali, se scritte non fossero in questa Lingua. Nel che non fi dee negare che egli non avesse somma ragione: comechè d’altra parte, il Commerzio, che in ogni tempo si era praticato fra’due Imperj; l’asilo, che i malcontenti d’una delle Corti rinvenivano sempre nell’altra; ed il costume scambievole di mandar nell’Imperio vicino tutti i giovani di qualità affine di pulirsi con la conversazione degli Stranieri, renduto avessero l’uso de’due linguaggj assai comune in entrambi gli Dominj; come lo sperimentai alcune settimane dopo, quando fui a tributare i miei doveri all’Imperadore di Blesuscu: e fu questo viaggio, che la malizia de’miei nemici mi sforzò d’intraprendere, quello il quale mi esibì l’opportunità di riguadagnare la mia Patria, come a suo luogo racconterò.
Rammentasi forse il Leggitore, che allor quando soscrissi alle Condizioni, colle quali mi fu accordata la libertà, ve ne avea che troppo non mi gustavano, perchè a mio riguardo erano troppo vili. Ma immediate che creaco fui Nardac, lasciarono d’obbligarmi, e l’Imperadore, (e in questo convien fargli la dovuta giustizia) non me n’ha mai battuto becco. Nulla di meno poco tempo dopo mi si presentò l’occasione di rendere a Sua Maestà, a quel che per lo meno m’immaginava, un segnalatissimo servigio. Nel più profondo d’una tal qual notte fui risvegliato da’grid i d’un infinito numero di persone, che ad ogni instante ripetevano il termine Burglum. Molti domestici dell’Imperadore penetrarono la calca per pregarmi d’essere immediate alla Regia, ove per la trascuratezza d’una Damigella d’onore, che in leggendo un Romanzo si era addormentata, stavasene in fuoco l’Appartamento dell’Imperadrice. Fui in piedi in un momento, e comandatosi che anima vivente non attraversasse i miei passi; col benefizio d’un bel chiaro di Luna, feci in modo che guadagnai il Palazzo senza aver posto piede su creatura umana. Trovai molti uomini che aveano di già presentate delle scale all’Appartamento, e che tenevano alla mano una quantità di secchie di cuojo; ma l’acqua n’era discosta. Erano quelle secchie della grandezza d’un ditale da cucire. I poveri uomini me ne riposero in mano il più che loro fu possibile; ma a cagion della violenza della fiamma; poco valsero. Avrei potuto con facilità smorzare il fuoco col mio vestito; ma per disgrazia, la fretta di correre al soccorso, me l’avea fatto lasciar addietro. A prima giunta non vi scorgeva io rimedio di sorta, e l’incendio divorato avrebbe, senz’altro, quel magnifico Palagio, se, per una prontezza di spirito, che confesso non essermi troppo ordinaria, avvertito non mi fossi d’un espediente maraviglioso. La sera avanti aveva io copiosamente bevuto d’un saporitissimo vino, che essi chiamano Glimigrim, (i Blefuscuani, Flunec,) il quale all’estremo è diuretico. Per la massima delle buone fortune, non ne aveva io per anche renduta goccia. Il calore che la prossimità delle fiamme cagionato mi avea, gli sforzi da me impiegati per estinguerle, e la qualità del bevuto vino, pareva si fossero riuniti per eccitarmi ad orinare; il che feci in copia tale, e con tanta desterità, per rapporto a’luoghi che presi io avea di mira, che in tre minuti il fuoco onnina mensmorzossi, e il rimanente del superbo Edifizio, onde la struttura costati aveva tanti secoli, felicemente si conservò.
Cominciava ad albeggiare il giorno, quando fui di ritorno al mio domicilio, senza aver praticati i dovuti complimenti di congratulazione con l’Imperadore; poichè, non ostante che gli avessi prestato un servigio importantissimo, non era io accertato che ei si fosse compiaciuto del modo: essendo che, per Legge fondamentale dell’lmperio, è un delitto capitale l’orinare nel ricinto del Palagio, e ciò senza distinzione nè di grado, nè di nascimento. Ma alquanto respirai, a vendo avuta il Monarca la bontà di farmi intendere, che avrebbe egli rilasciato un ordine perchè io fossi provveduto di Patenti di suppressione, che tuttavia non ho mai ottenute. E fummi detto sotto sigillo di segretezza, che l’Imperadrice avea conceputo un tal orrore per ciò che io operato avea, che si era ella ritirata nell’altro angolo del Palagio, con ferma risoluzione che in verun tempo non si sarebbe riparato in uso di lei, l’Appartamento danneggiato dal fuoco, Si aggiunse, ch’ella eziandio pensava di vendicarsi di me; ma che a’soli suoi più intimi confidenti, comunicato aveva il suo disegno.
CAPITOLO VI.
Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. Un qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.
TUtto che io serba a un particolare Trattato la descrizione di quell’Imperio, non lasciero nulla di meno di offrirne qualche generale idea a’miei Leggitori. La statura de’naturali del Paese non è affatto affatto di sei pollici: e la proporzione medesima di piccolezza ha luogo, rispetto agli altri animali tutti, del pari che agli alberi ed alle piante. Per esempio: i Cavalli ed i Buoi più grandi che io abbia veduti, più alti non erano di quattro o cinque pollici; ed i Castrati, d’un pollice e mezzo, poco più, poco meno. Le lor Oche sono della grandezza delle nostre Allodole; e così del resto perfino a’loro animali più minuti, che scappavano a’miei sguardi; ma la Natura ha proporzionati gli occhj de’Lilliputziani agli oggetti ond’ella gli ha circondati. E’acutissima la loro vista, ma non troppo si allunga: e per ispiegare con qual esatezza ravvisan eglino le più piccole cose, purchè non ne sieno lontani, vidi un giorno, con piacere sensibilissimo, un Cuciniere spiumando un’Allodola, che era più piccola d’una Mosca ordinaria d’Europa; e una donzella passando un filo invisibile di seta, pel buco d’un’aguglia altresì invisibile. Sette piedi d’altezza anno i lor alberi più eminenti; voglio dire, que’del gran Parco Reale; alla cui sommità poteva io arrivar per appunto col pugno chiuso. Trovansi nella proporzione medesima gli altri vegetabili: ma è d’uopo che anche il Leggitore s’immagini qualche cosa.
Parlerò ora qualche poco delle Scienze, che da molti Secoli presso loro fioriscono. E’singolarissimo il loro modo di scrivere; non già dalla sinistra alla destra, come fanno gli Europei; nè della destra alla sinistra, come gli Arabi; nè dall’alto al basso, come i Chinesi; nè dal basso all’alto, come i Cascajani; ma in traverso, da un angolo all’altro, come le Dame in Inhgilterra.
Seppelliscono i loro morti co’piedi in alto, e la testa al basso, essendo opinione invalsa, che in undici mila Lune tutti risorgeranno; che in questo frattempo, la Terra (che essi credono essere una superficie tutta piana,) si rivolgera sossopra, e che per tal mezzo, al tempo della Risurrezione, tutti si troveranno in piedi. Confessano pero i loro Saggj, che è assurda cotale Dottrina, ma il costume è sempre il medesimo, per compiacenza del Volgo.
Avvi in quell’Imperio alcune Leggi d’un genere assai singolare, onde io patirei la tentazione di farne l’Apologia, se direttamente a quelle della prediletta mia Patria non contrariassero. Risguarda i Querelanti la prima, di cui ne faro menzione. Col più severo rigore si puniscono tutti i delitti di Stato; ma se la persona accusata produce chiare pruove della propria innocenza, a una morte ignominosa è condannato l’Accusatore, e i suoi beni servono a risarcire l’imputato del perdimento di tempo di lui, del risico che egli ha corso, de’disagj del carcere, e delle spese fatte per la propia difesa: Che se non bastano gli averi del Dinunziante, ha la cura di supplirvi l’Imperadore. Sua Maestà eziandio concede al giustificato qualche sonoro contrassegno di favore; e con pubblico Bando; dell’innocenza di lui tutta la Città n’è instruita.
Appo que’Popoli è spacciata la frode come un misfatto, più enorme del furto, e perciò, quasi sempre, ella è punita con pena capitale. Mercè che mi dicevano alcuni, con un poco di accortezza, e di lume di ragione, può l’uomo guardarsi dalle ruberie; ma infinitamente è più difficile il guarentirsi dagl’inganni: e come il Commerzio è un de’principali vincoli della Società: se premessa fosse, o tollerata la frode, un Mercatante guidone sempre avrebbe un gran vantaggio sul galantuomo. Ricordomi che un giorno intercedei presso Sua Imperial Maestà, a favore d’un criminoso, il quale avea asportata al suo Padrone una gran somma di danajo, che egli ricevuta avea per ordine di lui. Per minorare il suo mancamento, mi avvertj di dire, che tutto il suo male consisteva nell’aver abusato della fidanza del Padrone: ma l’Imperadore trovò essere una mia mostruosita, allegare per difesa l’aggravio medesimo del delitto, e negar non posso che mi vidi alle strette di ricorrere, per soddisfattoria risposta, al comune passo: che ogni Nazione ha le sue usanze: e tuttavia non potei allegarlo senza arrossirne.
Comechè per ordinario noi chiamiamo ricompensa e gastigo, i due massimi perni onde aggirasi tutto il Governo, confesso che i Lillipuziani sono il solo Popolo, appo cui io abbia veduta in uso una tale instituzione. Chiunque può dar pruove di aver esattamente osservate la Leggi del suo Paese per lo spazio di settanta e tre Lune, ha il diritto di certi Privilegj a misura della propia qualità, e del propio stato; e riceve una tal qual somma di danajo a proporzione. Resta egli altresì onorato col titolo di Snilpall; che disegna la fedeltà, con la quale ha egli osservate le Leggi; ma questo titolo alla posterità di lui non discende. Risguarda quella Nazione come un prodigioso difetto fra di noi, che l’osservanza delle Leggi, dalle sole punizioni, senza ricompensa di sorta, sia sostenuta. E per questa ragione nelle Corti di Giustizia di quell’Imperio, è dipinta con sei occhj dinanzi questa Divinità, con altrettanti al di dietro, e con uno per ciascun lato, per rappresentare la sua circonspezione: e con un sacco riempiuto d’oro nella sua destra mano; e nella sinistra una spada nel fodero, per dimostrare che ella più inclina a’premj, che a’gastighi.
Nella scelta che fan que’Popoli delle persone destinate a qualunque impiego, più badano alla virtù, che all’abilità; mercè che, poichè è necessario che fra gli uomini vi abbia un Governo; credon essi che una ordinaria misura d’intelligenza sia sufficente per supplirvi; e che non fu mai intenzione della Provvidenza, che l’amministrazione de’Pubblici affari fosse un enigma, il cui termine, essere non potesse indovinato che da un picciol numero di persone d’un genio superiore, che cadaun secolo, una, o due ne produce appena: ma suppongono che ogni uomo ha la potestà d’astenersi dalla menzogna, e di praticar gli obblighi, che gli sono perscritti. Or la pratica di questi obblighi, di con essi, fiancheggiata da un poco di esperienza, e da una somma dritta intenzione, renderà qualunque uomo capace di servire al proprio Paese, purché quel solo picciol numero d’impieghi se n’esenti, che dello studio ricercano. Ma, essi aggiungono, sì poco è vero che da talenti superiori possa essere supplito un difetto di virtù, che, pel contrario, non possono mai i grand’impieghi cader in mani più pericolose, quanto in quelle d’uno scellerato di abilità; perchè inclinato a far del male, possiede tutta l’autorità, e tutta la necessaria industria per rendere soddisfatto un prurito sì abbominevole.
An eglino un’altra assai riguardevole Legge; ed è questa, di non ammettere a runa Pubblica Carica coloro che ni egano una Provvidenza: imperocchè; se protestano i Principi d’essere della Provvidenza i soli Luogotenenti; i Lillipuziani dicono, che è una cosa la più assurda del mondo per un Principe, l’impiegar uomini che non confessano quell’autorità medesima, sotto cui egli opera.
In riferendo tutte queste Leggi, io non parlo che delle Instituzioni primitive; non potendosi, per altro negare, che da molti anni in qua estremamente quel Popolo degenerato non abbia. Per esempio; la costumanza infame d’elevarsi ad eminenti Cariche, e d’essere onorato co’più luminosi caratteri di distinzione, per essersi esercitato a ben danzare sopra la corda, a saltare al di sopra del bastone, e al guizzarvisi pel di sotto, non si era introdotta che dall’Avolo dell’Imperadore Regnante; e non era pervenuta al segno onde io la vidi, che per le fazioni che lo Stato laceravano, e che tutte a segnalarsi con la più vile delle destrezze, andavano in traccia.
E’fra loro l’ingratitudine un delitto capitale; provando essi con la Ragione, che ogni uomo, che mal corrisponde col suo Benefattore, deesi per necessità riputare come l’inimico del Genere umano in generale, onde questi ricevuta non ha veruna beneficenza, e che per conseguenza quegli è indegno di vivere.
Eccessivamente dalle nostre differiscono le lor cognizioni in proposito agli obblighi de’Genitori, e de’Figliuoli. Come la congiunzione del maschio con la femmina è fondata sopra una inclinazione stabilita dalla Natura per la propagazione di tutte le spezie, pretendono i Lillipuziani che l’Uomo e la Donna sien portati l’un verso l’altro, come il rimanente degli Animali, per motivi di concupiscenza, e che la tenerezza loro pe’propj figliuoli, abbia pur la sua origine da una Legge della Natura: per questa ragione son eglino persuasi, che un Figliuolo non è obbligato a veruna riconoscenza verso suo Padre, per averlo generato; nè verso la Madre per averlo messo al mondo: il che, avutasi riflessione alle miserie dell’umana vita, non è in se medesimo nè una beneficenza, nè conferito come tale da’Genitori, che allora a tutto altro pensavano. Somiglianti ragionamenti, ed alcuni altri della medesima spezie, egli anno determinati a non affidare a’Padri l’educazione de’loro Figliuoli, bensì a stabilire in cadauna Città pubblici Collegj, ove tutti i Genitori, eccettuatine i soli Borghigiani, e i Campajuoli, sono obbligati di mandare i propj Figli d’entrambi i sessi, immediate che toccano l’età di venti Lune; supponendosi che allora cominciano ad essere idonei all’instruzione. Cotali Scuole sono di differenti generi, secondo la differente qualità de’fanciulli. Sono incaricati molti abilissimi Professori di allevargli secondo la condizione de’loro Padri; ed eziandio secondo il propio lor genio, e le proprie loro inclinazioni. Dirò ora qualche cosa de’Collegj de’Giovani; e in progresso, di que’che alle Donzelle son destinati.
Di dotti Professori, e d’esperti Sotto-Maestri, son provveduti i Collegj de’Ciovani d’un illustre nascimento; e i vestiti, e la natritura di questi, son semplicissimi. Inculcansi loro de’principj d’onore, di giustizia, di coraggio, di modestia, di clemenza, di Religione, e d’amor per la Patria. Si tengono sempre occupati in qualche cosa; se si eccettua il tempo, da essi impiegato ne’loro pasti, e nel dormire; ed ancora è molto brieve questo tempo. Due ore per cadaun giorno son destinate pei loro passatempi, i quali in esercizj di corpo consistono. Per fino all’età di quattr’anni, altrui gli veste, ma poscia son tenuti a vestirsi essi medesimi, per quanto eminente possa essere il loro carattere. Non anno la permissione d’addomesticarsi con servidori; ma fra essi soli si trastullano, e sempre in presenza d’un Professore, o di qualche Sotto Maestro; il che gli tien guardati da quelle impressioni di sciocchezza, e di vanità, cui soggiacciono i nostri Figliuoli. Due sole volte all’anno ammettonsi i loro Padri a vedergli, e la visita non eccede lo spazio d’un ora. Si accorda loro uno scambievole abbracciamento nell’entrare, e nell’uscire; ma il Professore, che in simili occasioni non manca mai di sua presenza, non foffre che il Padre parli all’orecchio del figliuolo; che gli attesti una sciocca tenerezza, o il regali di confetti, od altre golosità. Se la pensione pel mantenimento, e per la nutritura di qualche ragazzo non è sufficientemente corrisposta, sonovi Imperiali Uffiziali che costringono al necessario esborso.
I Collegj pe’Figliuoli di persone di minor carattere, come di Mercatanti, d’Artisti, e d’altri, son regolati nella proporzione medesima. I destinati a qualche mestiere, son messi in pratica in età d’anni undici; laddove gli altri, che appartengono a Signori di distinzione, se ne restano ne’lor Collegj perfino a’quindici; il che, presso noi, riviene a venti e un anno: Ma nel frattempo degli anni tre ultimi, si diminuisce a grado a grado il loro sugettamento.
Ne’Collegj delle Donzelle, sono allevate le Giovinette a un dì presso come i Ragazzi, con la sola differenza, che son elleno abbigliate da persone del loro sesso, ma sempre alla presenza d’un Professore, o d’un Sotto-Maestro, finchè sieno pervenute all’età di cinque anni; al qual tempo sono obbligate ad obbgliarsi da se medesime. Che se le Governatrici loro restano convinte di aver lor raccontate novelle di Sogni, d’Apparizioni, e d’altre somiglianti impertinenze, onde in Europa le fantesche nostre son solite di guastare l’immaginazion de’figliuoli, son elleno per ben tre volte scopate in pubblico, imprigionate per un anno, e mandate in perpetuo esilio nella parte più disabitata di tutto l’Imperio. Quindi ne deriva, che le Giovinette, del pari che gli stessi uomini, d’essere scioccamente paurose arrossiscono. Avvi un’altra differenza fra l’educazione di questi, e di quelle; cioè, che gli esercizj delle Donzelle non sono così violenti; che prescrivonsi loro alcune regole sopra l’economico governo; e che non avanzano come i Giovani i loro studj, comechè per altro sieno obbligate d’applicarsi a delle scienze; onde le nostre Dame d’Europa non ne posseggono inferior idea. Essendo che egli è massima di quella Nazione, che fra persone ragionevoli, una Donna esser dee sempre una compagna ragionevole, e ornata di graziosità, giacchè la giovinezza sempre in lei non può fiorire. Toccati che abbiano le Vergini gli anni dodici, (età che è nubile presso que’Popoli,) i Parenti loro, o i lor Tutori le ritirano in propria casa dopo di aver adempiuto ai più cordiali ringraziamenti co’Professori; e molto di rado avviene che la Giovinetta, separandosi dalle sue compagne, non versi delle lagrime.
Ne’Collegj delle Donzelle d’inferior grado, son esse ammaestrate in ogni sorta di lavori, al loro sesso convenevoli. Rimandansi all’età di nove anni quelle che son disegnate ad allevarsi in qualche mestiere, od esercizio; e perfino agli anni tredici si custodiscono le altre.
Le Famiglie de’Ragazzi che d’un ordine inferiore s’instruiscono in que’Collegj, oltre all’annuale pensione, che è leggerissima, sono tenute di corrispondere ogni mese all’Intendente della Casa, una parte di quanto elleno an guadagnato, perchè un giorno servir possa allo stabilimento de’Giovani, dovendosi riflettere che vi ha una Legge, la quale regola la pramatica del dispendio de’Parenti; mercè che, dicono i Lillipuziani, è cosa alquanto ingiusta, che persone plebee; Per rendere soddisfatto il propio capriccio, procreino una nidiata di figliuoli, che certamente per le sciocche spese de’loro Padri, non potranno un giorno non essere a carico del pubblico. Quanto alle persone riguardevoli, s’impegnan esse, che ciascuno de’loro figliuoli avrà una destinata somma proporzionata alla sua condizione; e talj vi sono, che an l’incarico di provvedere questi fondi; impegno, onde sempre con saggezza, e con la più esatta giustizia si sciolgono.
I Borghigiani, ed i Campajuoli, custodiscon in propia casa i loro Figli; poichè disegnati unicamente a coltivar la terra, non è di gran conseguenza al Pubblico la loro educazione; ma i Vecchj di loro, e gl’infermi, son curati, e nodriti negli Spedali, non sapendosi in quel Paese cosa sia il dimandare limosina.
Forse che quest’è il luogo che il Leggitore resti informato del metodo onde io vissuto sono in quella Regione, per lo spazio di nove mesi, e tredeci giorni di mio soggiorno. Quanto a’miei mobili, consistevan essi, principalmente, in una tavola, e in un sedile, che io stesso avea lavorato per uso proprio, servendomi de’maggiori alberi del Parco Reale. Dugento Cucitrici impiegate furono per farmi delle camiscie, e per cucire i pannilini del mio letto, e della mia mensa. Questa biancheria era della più grossa qualità: ma siccome a dispetto di tale circostanza, non avrei potuto prevalermene; così esse ebbero l’antivedimento di raddoppiarla molte volte, e oltracciò di trapugnerla, a guisa d’una sottana d’Europa. D’ordinario, tre pollici larghi sono i loro pannilini, e tre piedi formano la loro maggior tirata. Affinchè le Cucitrici potessero prendermi la misura, mi prostesi a terra; si mise l’una sopra il mio collo, e un’altra verso la metà della mia gamba; tenendo cadauna per l’estremità una fune, in tempo, che una terza misuravane la lunghezza con una spezie di braccio, lungo un grosso dito.
Dopo ciò, misurarono il mio pollice dritto, e tanto loro bastò; imperocchè con un calcolo di Matematica, avean elleno compinato che il giro del pollice, preso due volte, riveniva a quello del pugno; e che il giro del pugno due volte preso, corrispondeva a quello del collo; e finalmente che il replicato giro del collo, compone quello del mezzo. Per altro, non era necessario tutto questo calcolo, avendo io stesa a terra la vecchia mia camiscia per servir loro di modello; e dir deggio a loro gloria, che l’imitarono perfettamente bene. Dietro i miei vestiti faticarono trecento sarti, ma valevansi essi d’un altro metodo per prendermi la misura. Mi messi ginocchione; ed eglino inalberarono una scala, che dalla terra arrivava al mio collo, e montata da un di loro la scala medesima, perpendicolarmente ei lasciò cadere dal collo della camiscia perfino a terra una corda; il che appuntino riveniva alla lunghezza intera del mio vestito; ma il mezzo del corpo e le braccia, me gli misurai io medesimo. Compiuti che furono gli abiti miei, (dietro cui io feci travagliar i Sarti in mia Casa, perchè le loro potuto non avrebbono contenergli,) aveano gli abiti stessi, l’aria di quei lavori che le Dame Inglesi formano, cucendo insieme una infinita di differenti frusti; con tale varietà però, che i miei vestiti erano tutti d’un solo, e medesimo colore.
Da trecento cucinieri si apprestavano le mie vivande, stando essi alloggiati colle loro famiglie accosto della mia abitazione sotto tende, ove ognuno avea la cura d’imbandirmi due piatti. Era mio costume di prendere in mia mano una ventina di coloro che mi serviano in tavola, ed avevane più d’un centinajo che se ne restavano a terra, gli uni con piatti, ed altri con l’intera bottiglieria de’liquori. A misura che io bisognava di qualche cosa, i miei domestici, che erano sulla tavola, si valevano con grande artifizio d’una carrucola per ritraerla a se, presso poco come in Europa si traggon le secchie da un pozzo. Uno de’loro piatti conteneva una buona boccata; ed assai agevolmente, in un sol tratto, io mi traccannava una delle loro bottiglie di vino. Il loro Castrato non è sì buono che il nostro; ma in ricompensa è squisitissimo il loro Bove. Mi ricordo d’averne mangiato un taglio di coscia, che mi obbligò a tre boccate; ma ciò avviene di rado. Stranamente stupivano i miei servidori nel vedermi a mangiar le ossa, come facciamo nel nostro paese dell’ala dell’Allodola. Una delle lor Oche, o uno de’loro Galli d’Indie, non mi costava la pena che d’un sol boccone; e confessar deggio, che in fatto di dilicatezza, la vincono sopra i nostri, cotali sorte d’uccellami. Rispetto a’loro Uccelli d’alquanto minor mole, venti, o trenta, io potea metterne sulla punta del mio coltello.
Sua Imperial Maestà informata della mia maniera di vivere, volle un giorno aver la sorte (questi sono i termini di lei,) di pranzar meco. Venne ella accompagnata dalla illustre sua Famiglia: ed io ebbi l’attenzione di collocargli tutti in seggj d’appoggio sopra la mia tavola, rimpetto a me, colle loro Guardie che gli circondavano. Flimnap, il Gran Tesoriere, intervenne anche egli a un tal convito, e teneva in mano la sua bacchetta bianca. Osservai più d’una volta che ei mi guattava di mal occhio, ma senza manifestarne il menomo indizio; ed io in apparenza non mangiai che con più appetito, tanto per far onore alla mia cara Patria, che per riempiere la Corte di ammirazione. Persuasissimo io sono, che questa visita dell’Imperadore ha recata opportunità a Flimnap di rendermi cattivi uffizj presso il suo Padrone. Fu sempre questo Ministro, segreto mio nemico, comechè esteriormente praticassemi più cortesie, che sembrava non permettergliele il brusco suo temperamento. Rappresentò egli all’Imperadore, che il pubblico erario si trovava in istato pessimo, che egli era obbligato di prender a prestito del danajo a grosse usure; che i biglietti del Tesoro circolar non poteano che a nove per cento di perdita, che in pochissimo tempo io avea costato a Sua Maestà più d’un milione e mezzo di Sprugs, (che sono le loro più massicce monete d’oro della grandezza d’un tremolante;) e che, salvo un miglior parere, ei consigliava il Principe a licenziarmi a prima apertura.
Come io fui la cagione, tutto che innocente, che una Dama del primo ordine fosse assalita nel suo onore, innanzi che più stendermi, egli è forza che di giustificarla io procuri. Si era messo in capo il Tesoriere d’essere geloso della propia moglie; essendo che pessime lingue gli aveano rapportato che ella era impazzita di me, ed eziandio perchè alla Corte erasi sparsa voce, che ella una volta venuta fosse in mia casa. Io protesto solennemente che queste sono infamissime calunnie, onde la Sposa del Tesoriere non ha mai contribuito; non avendo io per tutta la mia vita ricevuto per parte di lei, che contrassegni d’amistà innocenti. Vero è bensì, che ella sovente mi visitava, ma sempre in pubblico, nè mai senza essere accompagnata da tre persone; che per ordinario erano sua Sorella, sua nipotina, ed alcuna delle sue amiche; ma ciò non era cosa speziale di lei sola; poichè molte altre Dame della Corte frequentemente venivano a ritrovarmi. Ed io me ne appello a tutti i miei domestici, se in ni un tempo an eglino veduta Carrozza alla mia porta, senza sapere chi fossero le persone che in essa vi stavano. In somiglianti occasioni, immediate che un servidore avea mi avvertito che alla mia porta trovavasi una Carrozza, il mio costume si era di calarvi in un instante, e dopo di aver salutato chi mi visitava, di prendere esattamente in mia mano la Carrozza, e i due Cavalli, (che se ve n’erano sei, l’Ajutante del Cocchiere distaccavane sempre quattro,) e di collocargli sopra la mia tavola, d’intorno a cui regnava una sponda di cinque pollici di altezza, per timore di qualche accidente. Mi è accaduto, non di rado, di aver quattro Cocchj in un sol tempo sopra la mia tavola, ed io starmene nel mio sedile divertendo la Compagnia. Più d’un dopo pranzo mi ricreai col maggior piacere del mondo in tal sorta di conversazione. Ma io ardisco sfidare il Tesoriere, e i suoi due Querelanti Clustril, e Drunlo, (ne pubblico il nome per isvergognarli,) perchè pruovino se ni uno sia mai venuto incognito in casa mia, all’eccezione del Segretario Keldresal, che non vi si portò se non per ordine espresso dell’Imperadore, come par mi di averlo raccontato. Insistito non avrei per sì lungo tempo sopra quest’articolo, se non vi si fosse interessato l’onore d’una gran Dama; per non dir niente di me medesimo; tutto che allora fossi Nardac; carattere di cui non è investito il gran Tesoriere stesso, sapendo ognuno che egli non è che Cumglum; titolo, che ha la proporzione medesima con quello onde io stava onorato, che l’ha il titolo di Marchese con quello di Duca in Inghilterra, comechè, per altro, per ragione dell’impiego suo, ei nel passo mi precedesse. Cotali callunie, che per un accidente che quì non è d’uopo di riferire, mi si sussurrarono alle orecchie, furono la cagione che Flimnap, per lo spazio di qualche tempo, scavasse la mina alla sua sposa, ma assai più a me; ed ancorchè alla fine siasi egli disingannato, e rappattumato si sia con esso lei non potè mai perdonarmela di avermi preso in sospetto contra ragione, e riuscivvi pure per farmi togliere la grazia dell’Imperadore, il quale, per dir vero, lasciavasi un po troppo reggere da questo Favorito.
CAPITOLO VII.
L’Autore; essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è ricevuto.
INnanzi di narrare l’uscita mia di Lilliput, vuol il buon ordine che chi legge resti instruito de’motivi, che ad appigliarmi, e ad eseguire un tal disegno, la spinta mi diedero.
Tutto ciò che chiamasi Corte, era stato fin allora per me una Terra incognita; poichè la bassezza della mia condizione, non aveami permesso in verun tempo di frequentarne. Per vero dire, la conversazione, e la lettura, mi aveano impresse sinistre idee delle Corti stesse; ma creduto non avrei mai, che la propia mia esperienza dovesse un giorno rendermi convinto dell’aggiustatezza di queste idee, in un paese poi molto lontano, e governato, a quel che io ne pensava, con massime onninamente differenti da quelle che in Europa son del bell’uso.
In tempo che io mi allestiva pel Viaggio di Blefuscu affin d’umiliare i rispetti miei a quell’Imperadore, un Signor di Corte di grande stima, (a cui, in tempo ch’ei col Principe se la passava male, aveva io renduto un insignissimo servigio,) venne nottetempo alla mia casa in seggetta chiusa, e senza farmi avanzar il suo nome, chieder mi fece se forse ei non mi recherebbe disturbo. Licenziati i portatori, misi la seggetta, ed il Signore nella tasca del mio giubbone: e poscia a un servidore di mia confidenza dato ordine di dire ad ognuno che io indisposto stavamene dormendo, serrai a catenaccio la porta della mia casa, e mi messi ad attaccare conversazione con colui che praticavami una visita sì misteriosa.
Dopo i primi scambievoli complimenti, osservai in esso lui una grande inquietudine, e chiestone del motivo, pregommi di pazientemente ascoltarlo, giacchè trattavasi d’un suggetto, onde il mio onore, del pari che la mia vita s’interessava. Ècco in sostanza il discorso ch’ei mi tenne, di cui immediate, al licenziarsi di lui, n’estesi in carta i più importanti Articoli.
"Convien sappiate essersi a cagion vostra più volte assembiato il Consiglio con la più possibile segretezza, e che sono solo due giorni che Sua Maestà n’è venuta ad una finale deliberazione.
"Evvi noto che il Grande Ammiraglio Skyris Bolgolam, poco men che dal momento del vostro arrivo, fu sempre vostro mortal nemico. Non so quali esser possano i primi motivi dell’aversione di lui: ma egli è certissimo che ella di molto rinvigorì, dopo il felice successo della vostra impresa contra l’Armata di Blefuscu; perchè egli risente in buona coscienza, che con tutta sua Ammiralità, non ne fece in verun tempo altrettanto. Questo Signore, e Flimnap il gran Tesoriere, la cui nemistà contro a voi, pel motivo della moglie di lui, e cognita a chi che sia; Limtoc il Generale, il Ciamberlano Lalcon, e Balmuff il gran Giustiziere, an piantato Articoli di accusa a vostro disfavore, e di convincervi di Alto-Tradimento, e di alcuni altri capitali delitti essi presumono."
Persuaso che io era della propia mia innocenza, rendemmi così impaziente un tal esordio, che stetti sul punto d’interrompere quegli che mi annunziava novità così strane: ma ei mi pregò di lasciargli proseguire il discorso; il che fece ne’seguenti termini.
"In riconoscimento della buona amicizia che mi testimoniaste, feci in modo di restar instruito di tutta la loro cospirazione, e di aver copia degli Articoli d’accusa; il che non men che la testa mi varrebbe, se discoprir si potesse."
Articoli d’accusa contro a Quinbus-Flestrin, (l’Uomo-Montagna.)
ARTICOLO I.
TUtto che per una Legge creata sotto il Regno di Sua Imperial Maestà Calin Deffar Plune, sia ordinato: Che chiunque piscerà nel ricinto del Palagio Imperiale, sarà riputato come reo di Alto Tradimento: Se per tanto, il mentovato Quinbus-Flestrin, in manifesto infragnimento della suddetta Legge, sotto pretesto di estinguere il fuoco che si era appicciato all’Appartamento dell’Imperadrice, maliziosamente, traditoriamente, e diabolicamente ha estinto il detto fuoco nell’Appartamento summenzionato, situato nel ricinto del suddetto Palaggio, contra la Legge testè allegata, contra il dovere di lui ec.
ARTICOLO II.
IL suddetto Quinbus-Flestrin condotta avendo l’Imperial Flotta di Blefuscu al Porto Imperiale di Lilliput; ed avendo di poi ricevuto ordine da Sua Imperial Maestà di rendersi padrone degli altri Vascelli tutti del detto Imperio di Blefuscu, di ridurre l’Imperio stesso in Provincia per essere da me innanzi governato da un Vicerè; e di sterminare, non solo tutti i Partigiani dell’antico rito di rompere le vova rifuggiti in quel Paese, ma eziandio tutti gli Abitanti di quell’Imperio che sul fatto stesso abjurar non volessero una eresia si orribile; come un traditore che lui è, ha richiesto di essere dispensato dal rendere i servigj suddetti, col ridicolo pretesto di non voler costrignere le coscienze, nè mettere a morte, o ridurre in ischiavitù un Popolo libero.
ARTICOLO III.
QUando gli Ambasciadori di Blefuscu son venuti ad implorar la pace da Sua Maestà, manifestò il detto Flestrin, che lui era un traditore, interessandosi a favore degli Ambasciadori sudetti, e tenendogli ricreati; non ostante che ben sapesse, che eglino a un Principe appartenessero, il quale poco prima era stato apertamente in guerra contra di Sua Maestà.
ARTICOLO IV.
ALlestiscesi il suddetto Quinbus-Flestrin (il che direttamente è contrario all’obbligo d’un fedele Suggetto,) ad imprendere un Viaggio alla Corte di Blefuscu, tutto che sua Imperial Maestà non gliene abbia accordata la permissione che in voce; e sotto pretesto della detta permissione, ei divisa di fare il Viaggio suddetto, affin di dar mano all’Imperador di Blefuscu, il quale di fresco è stato in guerra con la suddetta Maestà Imperiale.
"Vi sono alcuni altri Articoli; ma questi onde l’estratto or ora vi ho letto: sono i più importanti.
"Negar non si può che ne’differenti contrasti che si suscitarono nell’incontro di tutti questi capi d’accusa, Sua Maestà non abbia manifestati contrassegni d’una grandissima clemenza; che ella sovente allegati non abbia i vostri servigj, e procurato di estenuare le vostre reità. Acremente insisterono il Tesoriere, e l’Ammiraglio che soffrirvi si facesse una morte crudele, ed ignominiosa, in appicciando il fuoco alla vostra casa; e che allor quando voi ne sortiste stessevi in aguato il Generale alla testa di venti mila uomini, che sarebbero comandati di ferirvi in faccia, e nelle mani coti saette venenate. Alcuni pure de’vostri domestici dovean ricevere un ordine segreto di strofinare le camiscie vostre con un tal qual sugo attossicato; il che in pochi istantivi avrebbe cagionata una spaventevole ma insieme tormentosa morte. Appigliossi a un tal consiglio il Generale; cosicchè per molto tempo vi ebbe pluralità di voci contra de’voi. Ma risoluta Sua Maestà, se mai si può, di conservarvi la vita, ha staccato il Ciambellano dal partito de’vostri nemici.
"Nel forte di cotali maneggi, Keldresal, Primo Segretario de’segreti affari, il quale veramente si è sempre manifestato vostro Amico, ebbe ordine dall’Imperadore di produrre il proprio sentimento: il che egli fece in un modo il più adattato a confermarvi nell’opinione avvantaggiosa che avete di lui. Ei confessò che erano grandi i vostri delitti; ma che non ostante aveavi luogo per la clemenza, la più bella di tutte le virtù che un Principe adornano; e che da Sua Maestà in un grado così eminente era posseduta. Disse, che era sì nota ad ognuno l’amicizia che regnava tra esso lui, e voi che forse il Consesso Augusto, innanzi a cui ei perorava, lo spaccerebbe in colpevole di parzialità: che con tutto questo, per ubbidire a Sua Maestà Imperiale, direbbe con libertà il proprio parere: Che Sua Maestà, in considerazione de’vostri servigj, e per soddisfare al proprio genio inclinato alla clemenza, avesse la bontà di conservarvi la vita, e comandasse che solo vi si cavassero i due occhj, sembravagli che con un tale espediente, sarebbe in qualche modo appagata la Giustizia, e che l’Universo tutto esalterebbe perfino alle Stelle l’Imperiale misericordia, ed altresì la generosità, e la dolcezza di que’che gustavano dell’onore d’essere suoi Consiglieri: Che la perdita de’vostri occhj nulla vi toglierebbe delle vostre forze, che potreste, non ostante, impiegare a favore di Sua Maestà: Che un coraggio cieco non può non essere più grande, perchè non iscorge verun pericolo: Che il timore che avevate per gli occhi vostri, era stata l’unica difficoltà nella vostra intrapresa contra la nemica Armata; e che dovea bastarvi di vedere per gli occhi de’Ministri.
"Fu altamente rigettato da tutto il Consiglio un tal sentimento. Bolgolam, l’Ammiraglio, non potè contenersi; ma tutto in furia disse: Che stranamente egli stupiva con quale fronte osasse il Segretario di persuadere la conservazion della vita d’un traditore: Che i servigj da voi prestati, per giudizio di tutti gli conoscitori delle Ragioni di Stato, erano l’aggravio medesimo de’vostri delitti: Che voi, che eravate capace, in pisciando, di smorzare il fuoco sopra l’Appartamento dell’lmperadrice, (attentato, che egli nol potea rammemorare senza raccapricciarsi,) potevate, un giorno, cagionare col medesimo mezzo un allagamento, e affogare tutti que’che si trovassero nel Palagio. Aggiunse: Che le forze stesse, con cui v’impadroniste della Flotta nemica, servir potrebbono in un primo vostro disgusto, per ricondurla a Blefuscu: Che valide ragioni gli facean credere che nel fondo del vostro cuore nodriste una criminosa inclinazione all’eretico stile di rompere le vova; e che siccome il tradimento annidasi nel cuore prima di scoppiar colle azioni, così egli vi denunziava come traditore, ed instava che foste fatto morire.
"Uniformossi all’opinione di lui il Tesoriere, e rimostrò che era impossibile che l’Erario di Sua Maestà bastar potesse pel dispendio del vostro mantenimento: Che tanto era lontano che l’espediente di cavarvi gli occhj, proposto dal Segretario, fosse un rimedio al male che si temeva, che pel contrario, secondo tutte le apparenze, non servirebbe che ad aumentarlo, come ciò provasi con l’esempio di certi Uccelli, i quali, tolta che si è lor la vista, più ingrandiscono, e più s’ingrassano: Che Sua Sacra Maestà, e tutto il Consiglio, che erano vostri Giudici, stavano, in loro coscienza, pienamente persuasi che avevate meritata la morte; il che era sufficiente per condanarvi, quando anche contra di voi non ispiccassero quelle pruove che dimanda il precioso della Legge.
"Sua Maestà Imperiale essendo assolutamente portata a salvarvi la vita, ebbe la bontà di dire: Che poichè il Consiglio avea deciso che la perdita de’vostri occhj fosse una punizione assai leggiera, protrebbesi nel progresso farvene soffrire qualche altra. E l’amico vostro, il Segretario, chiedendo efficacemente di essere udito in proposito all’obbiezione del Tesoriere, che il vostro mantenimento fosse un eccessivo aggravio per sua Maestà, disse: Che l’Eccellenza Sua, per le cui mani passavano tutte le rendite Imperiali, agevolmente a una tale inconvenienza provveder potea, col diminuire a poco a poco la pietanza assegnatavi: Che mancandovi la nutritura, vi afievolireste di giorno in giorno, e senza altro in pochi mesi vi morreste di digiuno: Che essendo smagrato, e smunto per metà il vostro corpo, più tanto a temersi non sarebbe il puzzo del vostro cadavere, e che immediate dopo la vostra morte, cinque o sei mila Sudditi di Sua Maestà, potrebbono in due, o tre giorni, scarificar le vostre ossa, ed interrarne il carname in diversi luoghi, affine di prevenire qualunque infezione, lasciando lo scheletro, come un monumento di ammirazione per la posterità.
"In questo modo, per la strettissima amicizia del Segretario, ebbero felicemente fine tutte queste discussioni. Espressissimamente si proibì di rivelar il progetto di farvi morire a grado a grado; ma si estese ne’Registri la sola sentenza di cavarvi gli occhj. Non vi ebbe che l’Ammiraglio, il quale trovasse che voi foste trattato con troppa umanità, e che volesse a tutto costo la vostra morte senza ritardamento. Venivagli inspirato questo furore dall’Imperatrice, che non ha mai potuto perdonarvi l’indecente, ed irregolare metodo, onde estingueste il fuoco appiedatosi all’Appartamento di lei. Da quì a tre giorni, il vostro Amico, il Segretario, verrà a visitarvi per leggervi gli Articoli d’accusa intentata contra di voi: vi notificherà poscia la bontà statavi praticata da Sua Maestà Imperiale, e dal Consiglio, di non condannarvi che a perdere solamente gli occhj; sentenza soavissima, a cui il Monarca non dubita che non siate per soscrivere con riconoscimento: E perchè sia ben fatta l’operazione, saran presenti venti Chirurgi di Sua Maestà, quando vi si scoccheranno appuntate saette nelle pupille.
"Io lascio alla vostra prudenza di prendere le più adattate misure sopra ciò che vi ho riferito. Quanto a me, affin di togliere qualunque sospetto, con la maggior segretezza mi ritiro."
Ei lo fece, e abbandonommi in preda a’più crudeli agitamenti. Era un costume introdotto da quel Principe, e dal Ministero di lui, (costume, che seppi accertatamente non essere stato messo in uso che in quel tempo,) che quando la Corte avea il disegno di praticare qualche barbara esecuzione, fosse, che la vittima immolata esser dovesse al risentimento dell’Imperadore, o all’odio d’un Favorito, il Principe perorava al suo Consiglio, allargandosi sopra la propia bontà, e sopra la propria clemenza, come sopra due caratteri già noti a tutto il Mondo. Dopo d’essersi pronunziato, s’imprimeva immediatamente il discorso, e si spargeva subito per tutto l’Imperio. Non ispaventavasi mai tanto il Popolo, se non quando riceveva tali sorte di prove della benignità dell’Imperadore; imperocchè si avea riflettuto, che a proporzione che si era più esaltata la clemenza di lui, altrettanto il supplizio era inumano, e maggiore l’innocenza del condannato: E per quello spetta a me, ingenuamente confesso, che non essendo io destinato ad essere uomo di Corte, ne pel mio nascimento, nè per la mia educazione, io era un giudice così inesperto, che ravvisar non sapeva nella sentenza grazia di sorta; ma che pel contrario, sembravami, anzi che mite, rigorosissima la sentenza medesima. Io volea talvolta difendere la mia innocenza; mercè che, tutto che negar non potessi gli fatti prodottisi contra di me, non ostante egli era infallibile che nella mia condotta non aveavi veruna reità, e che perciò avrei potuto, come già il divisava, rimettermene alla decisione de’Giudici. Ma scappommi ben presto una tal vaghezza, da che richiami alla memoria la possanza de’miei nemici, e la corruttela delle giudicazioni. Mi trovai un giorno terribilmente tentato di mettermi in difesa; giacchè in tempo di mia libertà, nulla potuto avrebbono contro a me le forze tutte dell’Imperio, e mi sarebbe riuscito assai agevole di distruggere, a colpi di pietra, tutta la Capitale: ma con prontezza rigettai, non senza orrore, un tal progetto, rammentandomi il giuramento impegnato all’Imperadore, le grazie che io ne avea ricevute, e il titolo di Nardac, onde egli aveami onorato. Non aveva io bastevolmente appreso il sistema di gratitudine de’Cortigiani, per credere che l’ingiustizia, che s’intentava di praticarmi, rendesse soddisfatte tutte le obbligazioni che io doveva all’Imperadore.
Presi finalmente una risoluzione che forse da taluni sarà biasimata, e per quello ne penso non contra ragione; dovendo io confessare d’essere debitore della conservazione de’miei occhj, e per conseguenza di quella della mia libertà, alla mia precipitazione, e al mio poco di esperienza; perchè se allora conosciuto avessi il genio delle Corti, come il feci dappoi, e altresì la condotta loro a riguardo di criminosi che lo erano molto meno di me, volentieri mi sarei suggettato a sì facile punizione. Ma trasportato dal fuoco della giovinezza; e a vendo, d’altra parte, la permissione di andar ad umiliar i miei ossequj all’Imperador di Blefuscu; innanzi che se ne spirassero i tre giorni, tener feci una lettera all’amico mio Segretario, in cui io gli esponeva il mio disegno di partir per Blefuscu la mattina medesima; e senza attenderne la risposta fui al luogo dell’Isola, ove stava sull’ancora la nostra Armata. Preso un de’maggiori Vascelli di guerra, gli legai alla prua una fune, e levati i ferri, mi spogliai, e misi i miei vestiti (colla coltre ch’ebbi attenzione di portar meco,) nel Vascello, e strascinandolo dietro di me, in parte camminando, e in parte a nuoto, pervenni al Reale porto di Blefuscu, ove il Popolo mi attendeva da lungo tempo; e furonmi assegnate due guide per condurmi alla Capitale, che ha il nome medesimo. Perfino alla distanza di dugento verghe dalla Città portai le guide nelle mie mani, e allora le riposi a terra, pregandole di notificar il mio arrivo ad uno de’Segretarj, e dirgli ove io mi trovava, e che mia intenzione si era di attendervi gli ordini di Sua Maestà. Un’ora dopo n’ebbi in risposta, che Sua Maestà, tutta l’imperiale Famiglia, e i primarj Signori della Corte, uscivano ad incontrarmi. A tal nuova, mi avanzai un centinajo di verghe; ed appena fui a portata d’essere ravvisato, che l’Imperadore, e tutto il suo seguito; discesero di cavallo, e l’Imperadrice, e tutte le sue Dame, uscirono delle loro Carrozze, senza che nè pur una di quelle persone desse indizio di spavento in vedendomi. Mi corcai a terra per baciar la mano dell’Imperadore, quella dell’Imperadrice. Dissi a Sua Maestà, che io là mi trovava secondo la promessa, e con la permissione dell’Imperador mio Signore, per aver la gloria di ammirare un sì potente Monarca, e affine di prestargli quel serviggio ond’era capace la mia abilità, e che la fede dovuta al mio Sovrano concedere mi poteva; ma profondamente me ne tacqui sul proposito della mia disgrazia; poichè statone io instruito in segretezza, poteva supporre di nulla saperne: e oltracciò, non poteva immaginarmi che l’Imperadore avesse l’imprudenza di discoprirne l’arcano, giacchè io più non mi trovava nelle sue mani: nel che tuttavia restai deluso, come il dirò ben presto.
Io non istancherò il leggitore sopra la relazione distinta del mio ricevimento, che fu proporzionato alla magnificenza di sì gran Principe; nè sopra l’imbroglio in cui mi rinvenni, per non aver nè abitazione, nè letto, essendo costretto di dormir a terra, involto nella mia Coltra.
CAPITOLO VIII.
Per una singolar buona sorte, presentasi all’Autore il modo di lasciare Blefuscu, e dopo di aver superate alcune difficoltà, sano a salvo alta sua Patria ei ritorna.
TRE giorni dopo il mio arrivo, standone passeggiando alla parte Settentrionale dell’Isola, osservai nel mare, in distanza, poco più, o meno, di mezza lega, qualche cosa che avea l’aria d’un schifo roversciato sossopra. Mi tolsi le scarpe, e le calze, e avanzando nell’acqua dugento, o trecento verghe, vidi l’oggetto che la marea continuava di gettar alla spiaggia, e allora chiaramente distinsi uno schifo; il quale secondo le apparenze tutte, erasi staccato di un Vascello, per qualche burrasca. Senza perdere instante fui di ritorno alla Città, e supplicai Sua Maestà Imperiale di prestarmi venti de’suoi maggiori Vascelli, e tre mila Marinaj, sotto il comando del Vice Ammiraglio. Sciolse questa Flotta in tempo che io mi rendei pel cammino più corto al luogo, donde lo schifo aveva io discoperto, e trovai che la marea avealo vie più accostato. I Marinaj tutti erano proveduti di funi di già allestite dalla mia attenzione; avendone attorcigliate molte insieme, perchè fossero più consistenti. Arrivati che furono i Vascelli, mi dispogliai, e marciai per l’acqua sin alla distanza di cento verghe dallo schifo; dopo di che, per arrivarvi, fui costretto di far a nuoto il rimanente cammino. I Marinaj mi gittarono l’estremità d’un cavo, che io legai alla parte anteriore dello schifo, e l’altra estremità a un Vascello di guerra. Ma poco men inutile fu tutta la mia fatica; perchè non riuscendomi sentir fondo, operare io non poteva. In tal urgenza, fui obbligato di guadagnar a nuoto il di dietro dello Schifo, che nella più possibile maniera mi accinsi a sospignere con una mano, e come mi era savorevole la marea, tanto nuotai che toccai fondo, non avendo l’acqua che fino al mento. Per lo spazio di due minuti, o tre, presi alquanto di fiato, e poscia a spignere lo schifo continuai, finch non più che le mieasoelle dall’acqua erano coperte; e come allora aveva io superato il maggior imbroglio, presi d’altre mie funi che erano in uno de’Vascelli, e le legai prima allo schifo, poscia a nove Navi, che io avea fatte avvicinare a tal effetto. Essendo propizio il vento, rimburchiarono i Marinaj lo schifo; ed io, in sospignendo, il loro travaglio agevolai, finchè arrivammo alla distanza dal lido non più che di quaranta verghe. Ivi attesi che abbassasse l’acqua, dopo ciò mi portai allo schifo a piedi asciutti, e pel soccorso di due mila uomini, provveduti di differenti ordini, il dirizzai, e con grandissimo piacere, pochissimo danneggiato il vidi.
Io non istarò tediando il Leggitore nel ragguagliarlo, che durante lo spazio di dodici giorni, soffrj mille, e mille stenti, per condurre il mio schifo al Porto Reale di Blefuscu, ove la novella del mio arrivo attratto avea un infinito numero di Popolo; il cui stupore alla vista di un sì prodigioso Bastimento, eccede qualunque immaginabile esagerazione. Dissi all’Imperadore che un destino felice presentato mi avea quello schifo, per trasferirmi in qualche luogo, donde potrei restituirmi alla mia Patria, e supplicai Sua Maestà di dar gli ordini necessarj, perchè mi venisse somministrato quanto occorresse per rassettare, e vettovagliare lo schifo stesso, e di accordarmi eziandio la permissione d’andarmene; al che assenti l’Imperadore, dopo tuttavia qualche obbligante rimbrotto, di voler io abbandonarlo sì presto.
Stupj fortemente di non vedere in quel frattempo a comparire Corriere di sorta alla Corte di Blefuscu, per parte dell’Imperadore di Lilliput, a mio riguardo. Ma intesi dappoi, che Sua Imperial Lillipuziana Maestà, non potendo immaginarsi che fossemi nota qualche cosa de’disegni di lei, avea creduto che io solamente mi fossi portato a Blefuscu per disimpegnare la mia parola conformemente alla licenza che io ne avea avuta: e che dopo di aver inchinato il Blefuscuano Imperadore, non mancherei fra pochi giorni di ritornamene. Ma finalmente cominciò ad inquietar la lunga mia assenza, e dopo di essersi consultata col Tesoriere, e col resto de’suoi macchinatori, inviò ella alla Corte di Blefuscu Persona di qualità, incaricata d’un esemplare degli Articoli di accusa contra di me. Rappresentar dovea quest’Inviato all’Imperadore la clemenza estrema del suo Padrone, il quale compiacevasi di condannarmi alla sola perdita degli occhj; che io mi era sottratto alle mani della giustizia, e che se nel termine di due ore io non fossi di ritorno, sarei dichiarato traditore, e spogliato del mio titolo di Nardac. L’Inviato aggiunse; che per mantener la pace, e l’amicizia fra’due Imperj, stava il suo Signore in attenzione che Sua Blefuscuana Maestà rilasciasse gli ordini convenevoli perchè io fossi ben bene bastonato, e così condotto a Lilliput, per esservi punito, come un ribelle.
L’Imperator di Blefuscu, presi tre giorni per consultarsi; fece una risposta che in complimenti; ed in iscuse sol consisteva. Disse; che il Monarca di Lilliput ignorar non potea che il progetto delle mie bastonate era onninamente impraticabile; che non ostante che io asportata avessi la sua Armata navale, ei non lasciava di professarmi grand’obblighi per avergli assistito nella stipulazion della pace, che, qualunque a mio riguardo fosse la cosa, ben presto si sarebbero sbrattati di me i due Imperi, avendo io rinvenuto sopra la spiaggia un bastimento sì prodigioso, che era non solo idoneo a contenermi, ma eziandio a trasportarmi per mare in quale sia si altro Paese; che egli avea comandato di provveder misi tutto il bisognevole pel mio cammino; e che in questo modo ei si lusingava che in poche settimane, d’un peso sì intollerabile sarebbero alleggiate entrambe le Monarchie.
Ritornossene l’Inviato a Lilliput con una risposta di tal tenore; e l’Imperador di Blefuscu participommi tutto il Trattato; offrendomi, (ma sotto sigillo di segretezza) la sua protezione, in caso che volessi restarmene al suo servigio; il che ricusai con la più possibile civil maniera; perchè, tutto che sincere credessi le sue esibizioni, io mi avea determinato a non più fidarmi alle Corti, se potessi dispensarmene. Dissi di più; che giacchè la mia sorta, o buona, o trista, aveami dato nelle mani un Vascello, io era risoluto di mettermi in mare, piuttosto ch’essere il motivo della rottura di due sì possenti Monarchi. Non mi parve l’Imparadore disgustato del mio disegno; ed il caso scoprir mi fece, che anzi, sì egli, che i Ministri di lui, se n’erano compiaciuti. Riflessioni tali affrettar fecero la mia partenza, nel che la Corte, la quale altro non desiava che di vederla effettuata, ebbe la bontà di secondarmi. Cinquecento Operai impiegati furono nel lavoro di due vele per lo mio schifo; e queste vele furon formate della più grossa tela che trovar si potè, posta tredeci volte l’una in sull’altra. Io stesso allestj il mio sartiame, ed i cavi, venti o trenta attorcigliandone insieme. Una gran pietra, che dopo molto stento mi riuscì di trovare sul lido, mi servì d’ancora. Il grassume di trecento Vacche valsemi per ispalmare il mio Vascello, e per alcuni altri usi. Non può credersi quanto io abbia faticato per rintracciar legni di tal grandezza, che di remi, e d’alberi servir potessero, nel che, non ostante, molto bene fui ajutato da’Legnajuoli di Nave di Sua Maestà, che assai a pulirgli contribuirono dopo il mio più rozzo lavoro.
Nello spazio d’un Mese fu tutto lesto: e allora feci chiedere a Sua Maestà Imperiale se avesse ella qualche cosa a comandarmi, perchè io divisava d’andarmene. Accompagnato dall Augusta sua Famiglia, uscì della Regia l’Imperadore; ed io mi prostesi a terra per baciargli la mano, ch’ei mi porgè con graziosissimo modo. Fecero lo stesso l’Imperadrice, e le Principesse del sangue. Regalommi Sua Maestà di cinquanta borse, cadauna di cento Sprugs, col suo Ritratto in grande, che immediate riposi in uno de’miei guanti, per guarentirlo dagli accidenti. I complimenti seguiti alla mia partenza furono troppi, perchè io quì ne faccia la descrizione.
Cento Buoi, trecento Pecore, e tante pietanze, quanto quattrocento Cucinieri apprestar poterono, con biscotto, ed ogni sorta di bevanda a proporzione, servirono a vettovagliare il mio schifo. Presi meco sei Vacche, e due Tori vivi; e lo stesso numero di Pecore e di Montoni; intenzionato di trasferirgli al mio Paese, e di moltiplicarne la razza. Per loro nutritura, io avea imbarcata una buona quantità di fieno, ed un sacco di frumento. L’avrei fatto volentieri d’una dozzina di Naturali del paese; ma a patto veruno non volle aderirvi l’Imperadore, ed oltre a una diligentissima visita che si è fatta in tutte le mie tasche, Sua Maestà giurar mi fece da uomo d’onore, di non asportare veruno de’suoi Suggetti, anche che eglino stessi vi consentissero.
Con tal apparecchio, misi dunque alla vela il ventiquattro Settembre 1701. a sei ore della mattina; e dopo quattro lege, o circa, di cammino verso Tramontana, essendo il vento a scilocco, scopri i verso l’ore sei della sera una piccola Isola, lontana una mezza lega a Ponente Maestro, e che mi parve diserta. A distanza ragionevole dalla spiaggia, lasciai cascar l’Ancora; e dopo leggermente cenai, e procurai di riposarmi. Sei buone ore, secondo la mia conghiettura, dormj; mercè, che due ore dopo d’essermi risvegliato, stavasene spuntando l’Aurora. Facea un bel chiaro di Luna; e prima che risorgesse il Sole presi la colezione. Levata l’Ancora col favore d’un buon vento, continuai il cammin medesimo del precedente giorno; nel che il mio compasso da saccoccia egregiamente mi servì. Mia intenzione si era di guadagnar, se il poteva, una delle Isole, che io avea ragione di credere situate al Greco Levante del Paese di Diemen. Nulla vidi per tutto quel giorno; ma nel seguente, verso le tre ore dopo il mezzodì, essendo discosto, secondo il mio calcolo, venti e quattro legge da Belfuscu, scopri i una Vela che per iscilocco navigava. Cacciai la scotta sopra di essa, ma corrisposto non fui; con tutto ciò me le andava accostando sempre più, perchè allenta vasi il vento. Sforzai tutte le mie Vele, e di là a mezz’ora la ciurma del Vascello mi ravvisò, e fece un tiro di moschetto per avvertirmi che io era stato veduto. Egli è invano che io possa esprimere l’allegrezza in me eccitatasi dalla speranza di rivedere la mia cara Patria, e quelle persone, onde io era unito con vincoli di tanta tenerezza. Imbroglio il Vascello le Vele, e fra le cinque e sei ore della sera del venti sei Settembre l’abbordai: ma quali trasporti di mia gioja nel riconoscerlo per Inglese! Misi le mie Vacche, e le mie Pecore nelle tasche del mio vestito, e con tutte le mie piccole provvisioni montai il Vascello,il qual era di Mercanzia, rivenendo dal Giappone pe’Mari di Ponente, e d’Ostro, e il suo Capitano, nomato Giovanni Biddel, era un gran Galantuomo, e peritissimo nella Marina. Ci trovavamo allora a’trenta gradi di Latitudine Meridionale; ed il Vascello potea avere cinquanta uomini di equipaggio, fra quali uno ne rinvenni vecchio mio camerata, col nome di Pier Guglielmo, il qual fece un ritratto vantaggioso di mia persona al Capitano. Quest’onestissimo uomo mi praticò qualunque sorta di convenienze, e mi pregò di dirgli donde io veniva ultimamente, ed ove mi pensava d’indirizzarmi. In pochi termini soddisfeci alla curiosità di lui, ma egli s’immaginava che io sognassi, e che i pericoli da me scorsi mi avessero intorbidato il cervello. Su corale disputa, trassi le mie Vacche, e le Pecore dalla saccoccia, che appena scorte da lui, confessò di non aver che rispondere a una somigliante spezie di dimostrazione. Fecegli poscia vedere l’oro regalatomi dall’Imperador di Blefuscu, il ritratto in grande di Sua Maestà, ed alcune altre curiosità del Paese. Gli presentai due borse, ogniuna di dugento Sprugs; e gli promisi, che giunto che io fossi in Inghilterra, gli avrei dato una delle mie Vacche, e altresì una Pecora pregna.
Nel nostro rimanente viaggio, che generalmente parlando, felicissimo riuscì, non ci accadde cosa di gran momento, degna della notizia del Leggitore. Arrivammo alle Dunes il terzodecimo di Aprile 1702. La sola mia disgrazia fu, che i sorcj mi asportarono una Pecora, onde le ossa, propi issimamente rosecchiate ritrovai in un cantone. Sbarchai sano, e salvo, il restante mio gregge, e lo misi all’erba in una prateria a Greevich, ove a perfezione ei s’ingrassò, tutto che il contrario temuto ne avessi. Non sarebbemi riuscito di tenerlo in vita in un sì lungo viaggio, se il Capitano non mi avesse somministrati alcuni de’migliori suoi biscottini, che ridotti in polvere, ed impastati con l’acqua, egregiamente nodrivano la piccola mia mandra. In mostrandola a qualificate, ed altre persone, considerabilmente profittai pel poco di tempo che me ne restai in Inghilterra; e innanzi d’inprendere il mio secondo viaggio, la vendei per secento Scudi. Dopo l’ultimo mio ritorno, trovai la razza accresciuta di molto, in particolar delle Pecore; le quali, a quello che io ne spero, contribuiranno assai all’avanzamento del lanificio, per la finezza della lana loro.
Due soli mesi me ne restai con la moglie, e co’figliuoli; poichè l’insaziabile brama di veder nuovi mondi, non permettevami un più lungo soggiorno in mia casa. Provvidi la mia Sposa di mille e cinquecento Scudi, e ciò che mi restava oltre a questa somma, commutai in danajo, ed in merci, con la speranza di far fortuna. Mio Zio Giovanni mi aveva lasciato un picciolo podere che mi fruttava trenta scudi per anno; cosicchè io non correva il risico di lasciare la mia famiglia in meschinità, e fuor di questo, io pur avea un’altra piccola tenuta, onde ritraeva anche di più. Giannato mio figliuolo, così chiamato dopo suo Zio, studiava allora il Latino, ed era un ottimo ragazzo, e quanto a mia figliuola Lisaberta, (che al presente è ben maritata, ed ha figliuolanza,) ell’applicavasi a’lavori d’ago. Mi accommiatai dalla moglie, dal figliuolo, e dalla figliuola, rimescolando con le loro le mie lagrime, e fui al bordo dell’Arrisicato, Vascello di Mercanzia di trecento botti, destinato per Surate, e comandato da Giovan Nicola. Che se i miei Leggitori son tentati dalla curiosità di sapere gli avvenimenti di questo secondo Viaggio, mo per appunto soddisfatti gli rendo.
Fine della Prima Parte.
[a/][a/][a/][a]VIAGGIO DI
[a/][a/][a/]BROBDINGNAG.
[a/][a/]PARTE SECONDA.
CAPITOLO I.
Descrizione d’una furiosa tempesta. L’inviato a terra lo Schifo per provvedervisi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese. Egli è lasciato sulla spiaggia, vien preso da uno degli Abitanti, ed è condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu ricevuto. Descrizione degli Abitanti.
COndannato dalla mia inclinazione, del pari che dalla sorte, a un genere di vita sempre inquieto ed in moto, dieci mesi dopo il mio ritorno abbandonai un’altra volta la mia Patria; e alle Dunes il venti di Giugno 1702. m’imbarcai sopra un Vascello destinato per Surate, detto l’Arrisicato, e il cui Capitan Comandante era un tale Giovan Nicola. Perfino all’altezza del Capo Buona Speranza, ove demmo a fondo per provvision di rinfreschi, ci fu il vento più che propizio. Vi fummo arrivati appena, che ci avvedemmo che l’acqua entrava nel nostro Vascello: e cotale ragione, unita all i febbre che nel tempo stesso sorpreso aveva il Capitano, ci determinò a quivi restar sull’ancora tutto l’inverno, non avendo potuto partircene che sul fine di Marzo. Rimettemmo allora alla Vela, ed avemmo un favorevole tempo perfino allo Stretto di Madagascar. Ma lasciata a Ponente quest’Isola, a un di presso a cinque gradi di Meridionale latitudine; i venti, che in que’mari regnano infallibilmente fra il Ponente, ed il Libeccio dal principiar del Decembre fin al cominciamento di Maggio; e che per tutto questo tempo egualmente soffiano, sul diciannove d’Aprile si fecero sentire assai più violenti, e piegarono al Libeccio più che d’ordinario per lo spazio di venti giorni. Spirato questo termine ci trovammo al Levante delle Molucche, e presso che al terzo grado di lattitudine Settentrionale, secondo una osservazione fatta dal Capitano a’due di Maggio; giorno, in cui una tranquillissima calma successe alla tempesta che poco innanzi travagliati ci avea; il che produssemi una non mediocre allegria. Ma il nostro Comandante, che più d’una volta frequentati avea que’Mari, ci rendè avvertiti d’una vicina burrasca. Restò compiuta il giorno dietro la predizione di lui; mercè che cominciò a suscitarsi un vento d’Ostro, che la Mousson du Sud comunementesi chiama.
Vedutosi ad ingagliardire da un instante all’altro, ammainammo la Civadiera, e ci preparammo ad abbassar il Trinchetto: ma a cagion del tempaccio, assai faticammo per ottenerne l’intento. Stavasene in alto mare il Vascello; il che risolver ci fece, anzi che metterci alla cappa, di scorrere a secco. La tempesta era sì violenta, che sembravaci ad ogni momento di colar a fondo. Con tutto ciò, per la massima delle nostre buone fortune, dopo di aver infuriato alcuni giorni, ella si abbonacciò.
Durante il cattivo tempo, che fu seguito da un buon Libeccio, con tanta forza fummo portai al Levante, che niun de’nostri asserir potea ove noi fossimo. Abbondavano per anche le nostre provvisioni, il Vascello poco si trovava danneggiato dalla burrasca, e d’una perfetta sanità godeva tutto l’Equipaggio; e pure, mancandoci l’aqcua, era crudelissima la nostra costituzione. Giudicammo che fosse meglio di continuare il cammino medesimo, che di piegare più al Ponente: il che avrebbe potuto menarci al Ponente-Libeccio della Gran Tartaria, e nel mare Glaciale.
A’sedici Giugno 1723. un mozzo di Nave che era ad alto del Parochetto, discoprì Terra. A’diciassette distinguemmo chiaramente una grand’Isola, o fosse un Continente, (perochè qual de’due nol sapevamo,) alla cui parte meridionale aveavi una picciola lingua di terra sporgente in mare, ed un piccolo seno, tanto nè pur profondo, per ricevervi un Vascello di cento botti. Ci ancorammo a una lega da questo seno; e il nostro Capitano spedì una dozzina d’uomini ben armati nello schifo, co’necessarj arnesi per rintracciarvi dell’acqua. Gli chiesi la permissione di accompagnargli, per vedere il Paese, e procurar di farvi qualche scoperta. Posto piede a terra, non vedemmo nè Riviere, nè sorgenti, ne segno veruno di abitazioni. Costeggiarono i nostri, ansiosi pur di scorgere se fossevi qualche fiume che mettesse in mare, ed io dall’altra parte feci, da per me solo, per quasi un miglio, senza ravvisar altro, che un arrido, e pietroso terreno. Malcontento delle mie discoperte, adagio adagio me ne rivenni al seno mentovato; ma quale stordimento non si fu il mio, quando vidi che le nostre genti, non erano solamente entrate nello schifo, ma che a forza di gran remate smaniavano di riguadagnar il Vascello, econ un affrettamento, onde comprenderne non ne potei la cagione? Stava io per gridar loro che si arrestassero: allorchè mi venne fatto di raffigurare una spezie di Gigante che avanzavasi nel Mare dietro di loro il più velocemente poteva, non avendo l’acqua che fino alle ginocchia, facendo sgambettato, che aveano del prodigioso. Ma i Marinaj, inoltrati più che lui d’una mezza lega, essendo ivi il fondo seminato di roccie, non poterono esser raggiunti dal Mostro. Fummi ciò rapportato dappoi; mercè che non ebbi il coraggio di fermarmi, per essere spettatore del fine d’Un’Avventura sì terribile. Presi il partito di darmi alla più precipitata fuga pel cammino più corto, e dopo uno sfiatato correre di qualche tempo mi rampicai sopra una collina scoscesa, donde allungar potea l’occhio sopra una estensione di Paese assai vasta. Comparvemi allo sguardo d’una buona cultura; ma a prima giunta restai sorpreso dalla lunghezza dell’erba, la qual si alzava per più di venti e quattro piedi, e che nel luogo onde io vedeala, mi parea espressamente conservata per farne fieno. Ad alto della Collina, scoprj una grande strada, per tale almeno la giudicai, comechè non servisse agli Abitatori che d’un piccolo sentiero traversante un campo di frumento. Me ne andai qualche tempo su e giù di questa strada; ma nulla potei vedere nè dall’una, nè dall’altra parte, perchè era ormai la stagione del mietere; avendo gli steli un’altezza di quaranta piedi per lo meno. Bisognai d’un’ora intera innanzi di ritrovarmi all’estremità di questo campo, ch’era circondato da un’alta siepe di cento e venti piedi. Pel passaggio dal campo stesso al campo vicino, aveavi una barricata; e questa barricata quattro gradini avea, al di sopra di cui stava altresì un gran sasso, che bisognava saltare per superarlo. Mi era impossibile di montare questi gradini, essendo ognuno sei piedi alto, e più di venti la pietra. Me ne andava io fiutando qualche apertura nella siepe; allorchè nel vicino campo gettai l’occhio sopra uno degli Abitatori, il quale accostavasi alla barricata, ed era del taglio medesimo che colui che al nostro schifo data avea la caccia. Pareami egli dell’altezza d’un Campanile comune, e cadauna sgambettata di lui, dieci verghe valea, o a un di presso. Stordito dalla maraviglia, e dallo spavento, m’intanai fralle biade, donde il ravvisai all’alto della barricata, risguardando nel campo vicino alla dritta. Un momento dopo lo intesi a gridar non soche, ma d’un tuono così orribile, che il credei da principio uno scoppio di fulmine. Sei mostri accorsero alla sua voce della statura medesima, e tenenti in mano delle salci d’una smisurata grandezza. Non eran questi ultimi così ben abbigliati che il primo, avendo eglino sembianza d’essere servidori di lui; essendo che immediate che ei pronunziò loro alcune parole, si accinsero a mietere le biade del campo ove io mi trovava. Mi staccai da essi il più che potei, comechè con estrema difficoltà; perchè i gambi del frumento non erano, allo spesso, che alla distanza d’un piede gli uni dagli altri, cosicchè stentatamente io passava fra due. Con tutto ciò, in avanzando sempre, pervenni a un certo luogo del campo, ove il vento, e la pioggia, abbattuto avevano il grano. Qui sì che assolutamente mi fu impossibile di far un passo; conciossiacosachè gli steli erano così agruppati, e confusi insieme, che io non poteva pel traverso guizzarmivi; e le reste, che erano cadute, sì forti, che le punte loro traforavano i miei vestiti. Nel instante medesimo io sentiva i mietitori, non più che cento verghe da me lontani. Oppresso di fatiche, e quasi alla disperazione ridotto, mi prostesi fra due solchi, mi augurai di buon cuore la morte. La memoria della mia Sposa, e de’miei figliuoli, che secondo tutte le apparenze io non dovea riveder mai più, vivamente mi tormentava. Un momento dopo io piagneva la mia imprudenza, e la mia pazzia, di aver, contra il consiglio de’parenti, e di tutti gli amici miei, intrapreso un secondo viaggio. In un tale spaventevole agitamento di spirito, non potei di meno di pensare a Lilliput, i cui Abitanti mi spacciavano per una creatura di smisurata grandezza, ove io era capace, da per me solo, d’impadronirmi d’una Imperiale Armata, e di operare tante altre maraviglie, onde la memoria sarà conservata eternamente negli Annali di quella Monarchia, e alle quali difficilmente prestar vorrà sede la posterità, tutto che ratificate dalla deposizione d’un numero infinito di testimonj. Io meditava che molto mortificarmi dovea il comparir così picciolo al Popolo fra cui io mi rinveniva, come un Lillipuziano paruto lo avrebbe fra noi. Ma quest’era il menomo de’miei infortunj: mercè che come si è osservato che le Creature umane son più selvagge, e più crudeli a proporzione della grandezza loro; e che altro poteva io aspettarmi, che l’essere divorato dal primo di que’Mostri che riscontrato avessi? An ben ragione di dire i Filosofi, che nulla vi ha di grande, o di picciolo, che per comparazione. Avvenir poteva che i Lillipuziani trovata avessero una Nazione, il cui Popolo, per rapporto ad essi, fosse così piccolo, che eglino stessi l’erano a riguardo di me. E chi sa se la razza enorme di que’Giganti che io aveva negli occhj, non era un semenzajo di Nani, in comparazione di qualche altro Popolo?
Con tutto il mio sbigottimento, non poteva io non dar luogo a tali riflessioni; allor quando uno de’Mietitori, che dal solco, ove io me ne stava appiattato, non più che dieci verghe discostavasi, temer mi fece, che col dar avanti un sol altro passo, non mi schiacciasse, o con la sua falce non mi dividesse in due. Affine di prevenire entrambe queste disgrazie, veduto che l’ebbi in disposizione di qualche muovimento, gettai un grido che la paura prese a suo conto d’ingrandir molto. Si arresta il Mostro; e risguardando per qualche spazio da tutti i lati sotto di lui, finalmente ravvisommi a terra. Per alcuni instanti mi considerò egli con quell’attenzione medesima che si ha, quando si vorrebbe prender in mano qualche pericoloso animaluzzo, senza ch’ei mordere, o graffiar potesse; come io stesso talvolta in Inghilterra praticato aveva a riguardo d’una donnola. Arrisicossi finalmente a prendermi pel mezzo del corpo fra il suo pollice, e l’indice, e mi avvicinò a tre verghe da’suoi occhj, per poter esaminarmi distintamente. Indovinai il pensiero, e per buona sorte fui assistito da una tal presenza di spirito, che in tempo ch’ei mi teneva sospeso in aria indistanza di più di sessanta piedi da terra, non ostante che crudelmente mi pizzicasse fralle sue dita, nè pur fiatai, per paura ch’ei non mi lasciasse cadere. Rivolsi solo gli sguardi miei verso il Sole; giuntai le mani in aria di supplichevole, e alcune parole proferj con un lamentevole tuono, che conveniva pur troppo alla sgraziata mia costituzione di allora. Mercè che io tremava ad ogni momento ch’ei non mi gettasse a terra, come facciamo per ordinario di qualche odiosa bestioluccia, che vogliamo distruggere. Ma il destino che cominciava a placarsi verso di me, operò che la mia voce, ed i miei atteggiamenti, gli piacessero, e che stupito al maggior segno d’intendermi ad articolar de’suoni, mi contemplasse con una spezie di curiosità. Nel tempo stesso non potei di meno di gettare molti sospiri, di spargere alcune lagrime, e di girar la testa verso quella parte ov’ei mi teneva; dandogli a conoscere, nel miglior modo, che mi faceva male. Parve ch’ei mi capisse; perchè levato il lembo del suo vestito, pianamente mi vi ripose, e un istante dopo corse alla volta del suo Padrone, il qual era un buon Fattor di Campagna, ed il medesimo, che io da prima nel Campo veduto avea. Il Fattore, (come suppongo per le loro maniere) ricevute, in riguardo a me, tutte le informazioni possibili dal suo Famiglio, prese un bruscolo di paglia, quanto una canna, e se ne servì per alzare la parte estrema dell’abito mio, che ei credeva una sorta di pelle, onde la Natura avessemi ricoperto. Chiamò i suoi servidori, e chiese loro, (a quel che dappoi me ne fu detto) se mai ne Campi trovata avessero una picciola creatura che mi assomigliasse? Mi mise poscia con tutta la dilicatezza a terra, nella situazione medesima come una bestia a quattro piedi; ma immediate mi levai, passeggiando avanti, e indietro, a piccoli passi, per far comprendere a quel Popolo che mia intenzione non era di fuggirmene. Stavan coloro tutti sedendo d’intorno a me, per Levai il mio cappello, e feci una riverenza profonda al Fattor di Campagna. Mi gettai alle ginocchia di lui; e avendo alzato gli occhj, e le mani al Cielo, pronunziai alcune parole il più alto che potei. Dalla mia tasca trassi una borsa contenente alcune monete d’oro, che con un’aria tutta rispetto gli offerj. Ei la ricevette nella palma della sua mano; indi accostolla ben da vicino alla sua vista, per veder ciò che fosse: dopo ciò, con la punta d’uno spilletto, ch’ei tirò dalla sua manica, più e più volte la girò, e rigirò, ma sempre senza comprendere qual macchina si fosse. Io addocchiato ciò, gli feci segno di mettere la sua mano a terra, e presa, ed aperta la borsa stessa, versai nella palma della mano di lui, tutto l’oro. Aveavi sei dobbloni di Spagna da quattro l’uno, ed altre venti o trenta monete di minor peso. Osservai che egli sopra la sua lingua bagnava l’estremità del più picciolo suo dito, per poter così prendere una delle monete più grandi, e di poi un’altra; ma mi parve che certamente non le conoscesse. Mi accennò di rimetterle nella borsa, e poscia di rimettere la borsa nella mia tasca; il che feci dopo di avergliela offerita ancora cinque o sei volte.
Il Fattore allora restò convinto che io fossi una Creatura ragionevole. Frequentemente mi parlò, e tutto che a guisa d’un mulino da acqua mi stordisse la voce di lui nulladimeno distintamente ei pronunziava. Col più forte tuono risposigli in linguaggj diversi, e molte fiate ei tanto si abbassò, che fra la sua orecchia, e me, non aveavi di distanza che due sole verghe; ma fui inutile il fastidio d’entrambi, perchè d’intenderci non fu vi mezzo veruno. Inviò allora i suoi famiglj all’opera loro, e tratto dalla saccoccia il suo fazzoletto, piegollo in due, e lo stese sulla sua sinistra mano, che, con la palma al di sopra, aperta la mise a terra, facendomi segno di ripormivi; il che non era disagevole, poichè di grossezza non vi ave che un solo piede. Credetti dover ubbidire, e per timor di cadere, mi distesi per lungo sul fazzoletto; col resto di cui, per sicurezza maggiore, m’inviluppò per fino alla testa, e in cotal positura mi portò in sua casa. Pervenutovi, immediate mi mostrò a sua moglie; ma ella fortemente stridendo diede addietro, come appunto in Inghilterra an costume di fare le Dame in vedendo un rospo, o un ragnolo. Considerata però che ella ebbe la mia continenza, e con quale docilità me ne stessi ubbidendo a’menomi cenni di suo marito, addomesticossi ben presto, e guari non tardò ad amarmi di tutto cuore.
Verso il mezo giorno un domestico recò il pranzo, il quale consisteva in una sola pietanza, ma assai buona nel suo genere, e tale che conveniva a un lavoratore di Campi. Venti e quattro piedi di diametro aveva il piatto: e la compagnia consisteva nel Fattore, nella moglie, in tre figliuoli, e in una Vecchia Nonna. Seduto che fu ognuno, il Fattore mi collocò sopra la tavola, che aveva un’altezza di trenta piedi, in qualche distanza da lui. O che terribili dolori di ventre che allor mi presero! e per timore di ruotolar abbasso, mi staccai il più che potei dalla sponda. Trinciò la moglie un pezzo di carne, e sminuzzato sopra un tondo un poco di pane, il pose d’avante a me. Io le feci un profondo inchino, trassi il mio coltello e la mia forchetta, e a mangiar mi messi, onde eglino parvero soddisfatti. La Padrona comandò alla serva di andar in traccia d’una piccola tazza di tenuta non più che di dodici boccali, o circa, e che ella stessa ebbe la cura di riempiere per conto mio. Per prendere la tazza fui obbligato di valermi d’ambe le mani; e in contegno di rispetto brindai alla sanità della Signora della casa; il che fece fare a tutta la brigata un sì grande schiamazzio di ridere, che pensai divenir sordo. Avea la bevanda un sapore di piccola cervogia, e non era ingrata. Il Marito allora mi accennò di mettermi accanto del tondo di lui; ma come io stava camminando sulla tavola per anche tutto stordito, (e ben penso che il Leggitore facilmente sel persuada,) m’accadde d’intopparmi in una crosta di pane, ed in cadendo, di dar del naso sulla tavola medesima, ma per buona sorte senza farmi male veruno. Mi rilevai in un subito; ed osservando la somma inquietudine di quelle buone persone, presi il mio cappello, (che per pullitezza io avea tenuto sotto il braccio,) e girandola sopra la mia testa, gettai nel tempo stesso due, o tre giocondi gridi, per manifestare che io non era restato offeso. Ma nel punto che io mi avanzava verso il padrone, (che così sempre in avvenire il chiamerò,) il più giovane de’figliuoli di lui, che gli era seduto accosto, e ch’era un furfantello di dieci anni di età, pigliommi per le gambe, e sì sospeso mi tenne nell’aria, che non aveavi membro del corpo mio, che non tremasse di paura. Ma il suo padre me gli tolse dalle mani, diedegli uno schiaffo sì terribile che il più grosso Elefante che in Europa siasi mai veduto, ne sarebbe restato rovesciato, e gl’ingiunse di levarsi immediatamente di tavola. Ma io temendo il rancore del giovane; e ricordandomi perfettamente bene fin a qual segno presso noi i ragazzi sono crudeli verso i passeri, i coniglj, i gattuccj, ed i cagnuoli, mi gettai ginocchioni; e additando il malfattore, procurai di far capire al mio padrone, che io gli chiedeva la grazia del perdono di lui. Acconsentivvi il padre, e permise che il figliuolo ripigliasse il suo posto; per lo che mi addrizzai ver lui, e gli baciai la mano; che presa dal padrone, ei più fiate passolla, e ripassolla sulla mia faccia, come per accarezzarmi.
Verso la metà del pranzo, il gatto favorito della mia padrona le saltò nel grembiule. A giudicarne dalla testa, e da una delle zampe, che io attentamente considerai quand’ella lo accarezzava, ed il nutriva, tre volte più che un Bove parvemi grosso quell’animale. L’aria furiosa d’una tal bestia mi fece tremare da capo a piedi, tutto che mi trovassi all’opposta estremità della tavola; e che la padrona il ritenesse, per timore che saltando sulla tavola stessa, non mi brancasse. Ma per buona fortuna la pagai col solo spavento; mercè che il gatto mi bado appena, non ostante che il padrone me gli avesse avvicinato tanto, che lo spazio di tre verghe ci separasse solamente. Come io sempre avea inteso a dire, e altresì esperimentato ne’Viaggj miei che il fuggire, o il mostrar paura dinanzi ad un animale crudele, è il vero mezzo di farsi assalire; mi risolvetti, in un cimento così scabroso, di prendere una maniera intrepida, e di coraggio. Con un sembiante animosamente fiero, cinque, o sei volte, su, e giù spasseggiai sul ceffo medesimo dell’animale, e accanto accanto poscia me gli accostai; ed egli saltò a terra, come fosse più di me spaventato. Un tratto tale di arditezza sì ben riuscitomi, produsse che io poi non avessi tanto terrore de’cani, essendone tre o quattro di essi nell’instante stesso entrati nella stanza, come per ordinario si pratica nelle case de’Castaldi; ed uno di que’cani, ch’era un mastino, quattro Elefanti uguagliava. Vicino di lui stavasene un levriere, ancora più alto, ma non sì grosso.
Era il pranzo presso che al fine, quando entrò la balia tenendo nelle sue braccia un bambino d’un anno, il quale subito mi pose l’occhio addosso, e cominciò a gridar sì forte, che potevasi sentire per una lega, e non per altro com’è solito de’bamboccj, perchè io gli servissi di suo trastullo. Per pura indulgenza mi prese la Madre di lui, e mi avanzò verso il pargoletto, che incontanente mi afferrò pel traverso, e cacciò la mia testa nella sua bocca; il che mi fece gittar gridi sì spaventosi, che atterrito il bambino mi lasciò cadere, e certamente mi sarei rotto il collo, se la Madre non avesse allargato sotto di me il suo grembiule. La balia, per acquietare il bambino, si valse d’un sonaglio, il qual era una spezie di vase voto, riempiuto di grosse pietre, e appeso con una fune alla metà del corpicciuolo di lui. Ma ciò nulla valse, cosicchè fu ella obbligata di ricorrere all’ultimo de’rimedj, che era di presentargli la poppa. Confessar deggio che a’miei giorni non ho mai veduto un oggetto più mostruosamente disaggradevole, quanto quegli che allora si affacciò a’miei sguardi: Ma voglio risparmiare a’miei Leggitori una somigliante descrizione, e in sua vece rendergli piuttosto partecipi d’una riflessione statami inspirata da una sì laida, ed enorme comparsa. La pelle, diceva io fra me stesso, delle nostre Dame d’Inghilterra, sembraci bellissima: ma non avverrebbe ciò forse, perchè queste Dame non sono più grandi che noi, e perchè non ravvisiamo la pelle loro col microscopio; il quale ci convincerebbe che la più bianca, e più lisciata carnagione, non è in sostanza che una piallata masse di sporchi colori?
Ricordomi che in tempo che io mi trovava a Lilliput, le carnagioni degli Abitanti mi sembravano la più bella cosa del mondo, e che quinstionando su questo punto con un uomo di spirito del Paese, intimissimo amico mio, ei mi disse, che il mio volto gli compariva assai più vago, e più pulito, quand’ei mi risguardava da terra, che quando collocato in mia mano, poteva considerarmi da più vicino. Confessommi, che egli allora raffigurava molto pertugiato il mio mento; che i peli della mia barba erano più irsuti che le setole d’un cignale; e che la mia carnagione era composta di molti colori ingratissimi: tutto che non vanamente io possa dire che le mie sembianze sieno così avvenenti, come il sono quelle de’più degli uomini del mio paese; e che il mio colorito così abbronzato non sia, come il dovrebbe, a cagion de’miei viaggi. D’altra parte, parlando delle Dame della Corte di Lilliput, ei mi disse più volte, che l’una avea delle rossicce macchie; l’altra troppo grande la bocca; un’altra il naso mal fatto; cose tutte ond’era impossibile che io mi avvedessi. Ingenuamente confesso che son naturalissime cotali riflessioni; e che chi legge avrebbe ben potuto farle senza di me. Con tutto ciò non potei trattenermi dal fargliene parte, temendo che ei non s’immaginasse che realmente più difformi, che noi, fossero quelle vaste Creature: poichè per rendere loro la dovuta giustizia, è forza che io pubblichi ch’egli è un Popolo assai ben formato; e in ispezieltà riguardo al mio Padrone; che, comechè un Castaldo, i suoi delineamenti, non ostante, proporzionatissimi mi parevano quand’io gli considerava in distanza di sessanta piedi; che vale a dire, quand’io me ne stava a terra tutto accosto di lui.
Alzati di tavola, andò il Padrone alla visita de’suoi Operaj; e per quanto liquidarlo potei dalla sua voce, e dalle sue gesta, diede ordine alla sua Sposa di aver buona cura di me. Estremamente io mi trovava lasso, e una furiosa voglia di dormire mi tormentava. La mia Padrona, che se ne avvide, mi adagiò sul propio suo letto, e mi ricoprì con un fazzoletto bianco; ma più grande, e più massiccio della principal vela d’un Vascello di guerra. Dormj due ore, più o meno, sognando di starmene in mia casa con la moglie, e co’miei figliuoli; il che accrebbe al doppio la mia maninconia, quando risvegliatomi, mi rinveni, solo, in un vasto Appartamento che stendevasi per dugento, o trecento piedi; e la cui altezza superava i dugento. Era già uscita la Padrona in attenzione de’suoi domestici affari, e dietro di se avea chiusa la porta della mia stanza. Otto verghe da terra era alto il letto; e stimolato da qualche necessità, avrei ben voluto scenderne, ma non ardj di chiamar persona; mercè che i miei gridi sarebbero stati inutili, e certamente non giunti alla Cucina, ove stavasene rutta la Famiglia. Nel frattempo di quest’imbroglio, due topi si rampicarono sul cortinaggio, e dando del naso da per tutto, corsero da una parte all’altra. Venne un d’essi fin sulla mia faccia, e mi cagionò uno spavento orribile. Più che di fretta mi levai, e sguainai la spada per difendermi. Così temerarie furono quelle prodigiose bestie, che mi assalirono da due lati, ed una insino mi saltò sul giubbone; ma prima che mi offendesse, mi riuscì di fenderle il ventre. Cadde ella a’miei piedi; e l’altra, scorto il destino della camerata, se ne fuggì, ma non senza riportare una buona ferita al di dietro. Compiuta l’impresa; per rimmettermi dallo sbigottimento, e dal disagio, mi si misi a spasseggiare da un capo all’altro del letto. Erano que’topi del taglio d’un Alano Inglese, ma infinitamente più agili, e di maggior fierezza: cosicchè se innanzi di mettermi a dormire deposta io avessi la mia spada, infallibilmenmente divorato mi avrebbono. Misurai il topo morto, e il trovai di due verghe, men un pollice, di lunghezza.
Poco dopo entrò nella stanza la mia Padrona; e in vedendomi tutto insanguinato, corse velocemente a me, e mi prese in sua mano: io ridendo, e dando altri segni di allegrezza per farle conoscere che io non avea alcun male, le mostrai il topo morto. Ella ne restò incantata; e ingiunse a una fantesca che con le molli il prendesse, e gettasse dalla finestra. Dopo ciò fui da lei collocato sopra una tavola, donde le feci vedere la mia spada tutta sangue, che in un instante forbj, e rimisi nel fodero. Io mi trovava incalzato da più d’una di quelle sorte di cose, per le quali sono impraticabili le Proccure; e a tal effetto mi sforzai di far comprendere alla Padrona, che io desiderava d’essere messo a terra; il che eseguito, non permisemi il mio rossore di far altri atteggiamenti, che di accennare l’uscio, e d’incurvarmi parecchie volte. Mi comprese finalmente, tutto che con istento, la buona donna: mi pigliò in sua mano, e mi mise a terra nel giardino. Per dugento verghe mi staccai da lei; e fattole segno che mi risguardasse; e non mi seguisse, mi nascosi fra due foglie di acetosa, e soddisfeci alla mie necessità.
Lusingomi che il Leggitore benevolo mi terrà scusato, se talvolta io insisto sopra particolarità di tal fatta; che tutto che poco interessanti agli occhi del volgo ignorante, non lasciano tuttavia di recare un nuovo grado di estensione alle idee, e all’immaginazione d’un Filosofo. Oltracciò, mi sono spezialmente attenuto alla verità, senza adornare il mio stile con le affettate vaghezze della menzogna: e dir posso che tutte le circostanze di questo viaggio an formata una sì viva impressione sopra di me, e sì profondamente si sono scolpite nella mia memoria, che in istendendole in carta, veruna non ne ommisi che alquanto fosse importante: Comechè dopo una esatta revisione ne abbia io scancellati alcuni passi di minor momento, che già stanno registrati nel primo mio esemplare; e ciò per timore d’essere importuno a’miei Leggitori; timore, che, a quel che se ne dice, agitar dovrebbe la maggior parte degli Autori di Viaggj.
CAPITOLO II.[a/]
Descrizione della figliuola del Fattor di Camgna. L’Autore è condotto a una vicina Città, e di poi alla Capitale. Particolarità di questo Viaggio.
AVea la mia padrona una figliuola di nov’anni, fanciulla, per la sua età, amabilissima, che col suo ago operava qualunque cosa, e industriosa a maraviglia nell’abbigliar la sua bambola. La madre, ed ella, pensarono di accomodar la culla della bambola medesima pel mio uso nella vicina notte; ed in fatti fu riposta la culla in una piccola cariuola d’uno stanzino; e la cariuola sopra una tavoletta sospesa in aria, per timore de’topi. Altro letto non ebbi per tutto il tempo che dimorai in quella casa; benchè, dopo di aver alquanto appresa la lingua del Paese, e subito che sui in istato di saper chiedere in qualche modo il mio bisogno, più adagiata renduta io l’abbia. Era sì esperta quella giovinetta, che dopo d’sermi tolti, in presenza di sei, due, o tre volte i miei vestiti; potè ella esser capace di spogliarmi, e di rivestirmi; tutto che un tal fastidio io non le abbia mai recato, quando volea lasciarmi fare da per me solo. Mi lavorò ella sette camiscie, ed alcuni altri pannillini; i quali, comechè finissimi, erano tuttavia più grossi, e più ruvidi d’un ciliccio; e sempre ella compiacevasi di farne bucato con le stesse sue mani. Prese pure a suo conto d’instruirmi della lingua del Paese: quand’io accennava qualche cosa col dito, ella me ne diceva il nome, cosicchè in pochi giorni io avea l’abilità di chiedere ciò che io volea. Era colei una ragazza assai buona, che per anche non avea di altezza quaranta piedi, essendo piccola a proporzion di sua età. Imposemi il nome di Grildrig; nome statomi conservato dalla famiglia di lei, e per cui fui poscia riconosciuto per tutto il Regno. Questo termine, spiega lo stesso che Nannuculus de’Latini, che Nanerettolo degl’Italiani, che Mannikin degl’Inglesi, e che Mirbidon de’Francesi. Principalmente a lei io sono debitore della mia conversazione in quel Paese; non essendomi giammai da lei separato per tutto il tempo del mio soggiorno. Io la chiamava mia Glumdalclitch, o sia mia piccola balia. E certamente io sarei il più ingrato di tutti gli uomini, se menzion non facessi della tenerezza, e delle sollecitudini di lei a mio riguardo; desiderandomi con tutta l’anima in condizione d’un adeguato riconoscimento; quando per altro, secondo le apparenze, io non sono che il fatale, tutto che innocente, strumento della sua disgrazia, Comincia vasi già nel vicinato a parlar di me; sparsa essendosi la fama, che il mio Padrone avea rinvenuto ne’suoi Campi uno straordinario Animale, della grandezza d’uno Splachnuk, ma le cui membra tutte esattamente eran formate come quelle d’una Creatura umana, ond’egli per sopra più in tutte le sue azioni si rassomigliava; che ei parlava un picciolo linguaggio suo propio; che appresi già avea alcuni termini della lingua del Paese; camminava sopra le sue gambe; era piacevole, ad altresì domestico: veniva quando si chiamava: facea tutto che si volea; le parti del suo corpo erano le più graziose del mondo: ed avea una carnagione più dilicata di quella d’una nobile fanciulletta di tre anni. Un altro Fattore che abitava non troppo da noi discosto, e che era amico intrinseco del mio Padrone, venne a fargli visita, con intenzione d’informarsi della verità di questa Storia. Mi si fece immediate comparire, e collocato sopra una tavola, ove su e giù me ne andava spasseggiando secondo mi si ordinava, diedi mano alla spada, la rimisi nel fodero, feci una riverenza a colui che ci visitava, chiesigli in sua lingua come se ne stesse in sanità, e gli dissi che lui era il ben venuto, co’precisi termini che la picciola mia Nutrice insegnati mi avea. Colui, che era un vecchione, e che la vista troppo non gli serviva, prese gli occhiali per meglio considerarmi; ed io confesso che la singolarità d’un somigliante spettacolo strappommi uno scoppio di ridere assai incivile. Ne conobbero i nostri il motivo, e nel tempo stesso rinforzarono il giocondo schiammazzio, cosa, che ebbe a disgustare quel vecchio pazzo. Passava egli per un avaro, e per mia disgrazia, pur troppo un tal mal credito ei giustificò. Consigliò il mio Padrone di far mostra di me come d’una rarità, in un giorno di Fiera nella Città vicina. In ravvisandogli entrambi a lungo quistionanti insieme, e cogli sguardi loro sovente a me indrizzati, temetti di qualche trama a mio discapito, e nel mio timore mi parve pure di comprendere una parte del loro discorso. Ma la seguente mattina Glumdalclitch mi racconto fedelmente ogni cosa, di già informata da sua Madre. Misemi nel suo seno la povera figliuola, e proruppe in lagrime tali che m’intenerirono. Paventava ella qualche mio infortunio, e che qualche villanaccio tenendomi fra le sue braccia non mi schiacciasse. Ell’avea in me osservati alcuni delineamenti di nobile, e fiera modestia, e bastevolmente era convinta che al segno maggiore mi sarei sdegnato, se per denajo fossi stato mostrato a tutti, come un barattino. Disse il suo Papà, e la sua Mamma promesso le aveano che Grildrig sarebbe suo; ma che ben iscorgeva che farebbono come l’anno passato, che promessole un Agnello, immediate che s’ingrassò fu venduto ad un Macellajo. Quanto a me, protestar posso che mi trovava men inquieto della mia Balia, per una tal nuova. Aveva io gia smarrita la speranza di ricuperare un giorno la mia libertà, e per quello concerne il vituperio d’essere qua e là condotto a guisa di mostro, riflettei che in quel Paese io era un Forestiere, e che una tal disgrazia non potrebbe mai essermi rimprocciata in Inghilterra, se mai ritornato me ne fossi; poichè per la trafila medesima, o a buon grado, o a forza, passato sarebbe il Rè stesso della Gran-Bertagna, se trovato si fosse nelle mie veci.
Secondo il consiglio dell’Amico, aspettò il Padrone il primo giorno di mercato per trasferirmi in un cassettino alla vicina Città, non prendendo seco lui che la picciola mia Nutrice. Era il cassettino chiuso da tutti i lati, e non avea che una picciola porta, onde entrare, ed uscire io potea, e alcuni piccioli buchi per respirazione dell’aria. Glumdalclitch si era avvisata di riporvi il materasso del letto della sua fantaccia, per coricarmivi. A dispetto di tal cautella, il viaggio, che una sola mezz’ora durò, mi avea poco men che fracassato; mercè che i Cavalli avanzavano quaranta piedi per cadaun passo, e trottavano in maniera sì poco comoda, che un Vascello aggitato da una gran burrasca si eleva, e si profonda molto meno di quel che faceva io ad ogni istante. Aveavi dalla nostra casa alla Città vicina a un di presso tanta distanza, quanto da Londra a Sant’Albano. Si fermò il Padrone all’albergo suo ordinario, e dopo di aver consultato l’Oste, e fatti alcuni necessarj apparecchj, nolleggiò il Gruttrud, o sia pubblico banditore, per annunziare ad alta voce per tutta la Città, che all’Osteria dell’Aquilaverde vi era a vedersi una Creatura incognita; che questa Creatura non era per anche grande come uno Splacknuck; (animale del Paese di circa sei piedi) e che in tutte le membra del suo corpo rassomigliava ad un uomo; pronunziava molte parole, e faceva mille gentillezze.
Fui adagiato sopra una tavola nella stanza principale dell’Osteria: la quale stanza potea avere trecento buoni piedi in quadro. La picciola mia balia stavasene sopra un basso sedile acosto della tavola, per aver attenzione a me, e per ordinarmi ciò che far dovessi. Per issuggire la calca, volle il padrone che io non fossi veduto che da trenta persone per volta. Spasseggiai sulla tavola come m’imponeva la fanciulla; ella mi fece alcune dimande che ben sapeva che io avrei capite, e risposi col più alto tuono che mi fu possibile. Rivolto molte fiate agli Spettatori, dissi loro che erano i ben venuti, gli accertai de’miei rispetti, e mi servj d’altre frasi di già imparate. Presi un ditale riempiuto di liquore che mi fu sporto dalla picciola mia nutrice in guisa di coppa, e bevvi alla lor sanità. Trassi la mia spada, e schermj nell’aria, come i Mastri di tal arte fanno in Inghilterra. Provvidemi Glumdalclitch d’un bruscolo di paglia, con cui feci l’esercizio della picca, che aveva io appreso nella mia giovinezza. In quel giorno si fece mostra di me a dodici compagnie differenti; ed altrettante volte fui obbligato di ricominciare l’esercizio medesimo, finchè mi trovava mezzo-morto e di stanchezza, e di sbigottimento: poichè coloro che veduto mi aveano, sì strane relazioni avean fatte di me, che il Popolo, per un motivo d’interesse, stava sul punto di sforzare le porte. Non volle mai permettere il mio Padrone che chiunque si fosse mi toccasse, se si eccettui la fanciulla, e per prevenire qualunque inconveniente, si fecero regnare d’intorno alla tavola delle panche in tal distanza, che era impossibile l’arrivarmi. Con tutto questo, uno Scolaro briccone mi lanciò alla testa una noccivola, e buona mia sorte fu, ch’ei non colpì nel segno: perchè senz’altro mi avrebbe fatto saltar il cervello, essendo grossa poco men che una zucca. Ma almeno ebbi il piacere di vederlo molto ben villaneggiato, e poscia scacciato dalla stanza.
Pubblicar fece il Padrone per tutta la Città, che il giorno di fiera susseguente ei mi farebbe un’altra volta vedere, e nel tempo stesso presesi la cura di allestirmi una vettura più comoda, e con gran ragione; essendo che io mi trovava sì stracco del primo mio viaggio, e di tutte l’altre galanterie che mi si fece fare per ott’ore continue, che appena poteva io reggermi in piedi, e profferire parola. Bisognai di tre giorni innanzi di rimmettermi, e come fosse un destino che in casa stessa non dovessi avere un’ora di riposo: tutti i confinanti nostri, per più di cento miglia d’intorno, renderonsi all’alloggio del mio Padrone affine di vedermi, il che gran somme gli profittò. Così, tutto che condotto non fossi alla Città, pochissimo si era il mio respiro cadaun giorno della settimana, se non si mette in conto il Mercoledì il qual era la loro Domenica.
Il Padrone, veduto il vantaggio che egli da me ritraeva, formo il disegno di condurmi a tutte le più riguardevoli Città del Regno. Provvedutosi del bisogno per un viaggio di lunga corsa, e regolati i suoi domestici affari, prese congedo dalla sua Sposa li 17. Agosto 1703. due mesi, o circa, dopo il mio arrivo. Ci mettemmo in cammino per la Capitale, situata presso poco nel mezzo di tutto l’Imperio, e a più di mille leghe dalla nostra Casa; portando il mio Padrone in groppa del suo cavallo la figliuola Glumdalclitch. Mi aveva ella adagiato in un cassettino, e teneva questo nel suo grembiuletto; e il cassettino medesimo era stato guernito dalla buona fanciulla con un panno il più morbido che riuscille di ritrovare; non dimentica pure del letto della sua bambola, nè di quale altra cosa che, o necessaria, od aggradevole, credeva ella dovermi estere. Tutta la nostra compagnia fu un sol ragazzo della casa, il qual seguivaci a cavallo col bagaglio.
L’intenzione del mio Padrone si era di far mostra di me in tutte le Città che incontreremmo in sul cammino, e di lasciare la strada maestra, quando non si trattasse di fare che cinquanta o cento miglia per arrivare a una Terra, o a un Castello di qualche gran Signore; sviamento, ond’egli si lusingava di dover ricavarne qualche profitto; dopo di che, di rimettersi sul sentiero della Capitale ei divisava. Non facevamo noi che cenquaranta, o censessanta miglia per giorno: mercechè Glumdalclitch, per compiacermi, si lagnò d’essere faticata dal trottar del cavallo. A grado mio mi toglieva ella dal cassettino, per farmi prendere l’aria, e veder il Paese. Passammo cinque, o sei fiumi, più larghi che il Nilo, o il Gange; e pochi erano i ruscelli così stretti, che il Tamigi al Ponte di Londra. Dieci settimane consumammo in tal viaggio; ed io fui mostrato in diciotto gran Città, senza annoverare i Villagj, le Castella, ed alcune case particolari. Il venti e sei d’Ottobre alla Capitale giugnemmo, chiamata in loro lingua Lorbrulgrud; cioè, l’Ammirazione del mondo. Il mio Padrone prese ad affitto un Appartamento nella principale strada della Città vicino al Palagio Reale, e fece spargere de’biglietti, che contenevano una esatta descrizione della piccola mia persona. La stanza ove adunar doveansi gli spettatori, si stendeva fra i trecento, e quattrocento piedi; e sopra una tavola di sessanta piedi di diametro, cinta, in distanza di tre piedi dalla sponda, di un palizzato per guarentirmi dal cadere dall’alto al basso, doveva io rappresentar la mia scena. Dieci volte al giorno io era visibile, con grande stupore, e compiuta soddisfazione del Popolo. Già aveva io appreso l’alfabeto loro, e sapeva altresì valermi a proposito, quinci quindi, di alcune frasi; imperocchè Glumdalclitch avuta avea l’attenzione d’intuirmene, mentre ce ne stavamo in casa; e pel corso di tutto il viaggio me ne avea ella continuate le sue lezioni. Quasi sempre ella tenea in sua tasca un libricciuolo, il qual era poco più grande che un Atlante di Sansone: quest’era una spezie di Trattato per uso delle Donzelle, affine d’imprimer loro una compendiata idea della loro Religione. Di cotal libro servivasi ella per farmi conoscere gli caratterj, ed eziandio per inserirmi qualche intelligenza de’termini.
CAPITOLO III.
L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà; è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.
IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali divisamenti, sopraggiunse uno Slardral, o Scudiere della Corte, con ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa (collocato che io fui sopra una tavola,) mi stese il picciolo suo dito, che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua Maestà, le chiedeva in grazia che Glumdalclitch, la quale sempre con tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei, e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore, molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò il Padre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una picciolissima riverenza mi contentai.
Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta presenza di lei era l’unico effetto.
Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite da Glumdalclitch.
La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo. Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego, dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degli Splaknuck? essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: e Glumdalclitch, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.
Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò prendermi per un Automato, fatto per mano di qualche ingegnosissimo artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola tra Glumdalclitch e il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora, secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con grande attenzione, che io era un animale carnivoro, con tutto ciò ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali osservarono che tutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza: essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi. Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamente Relplum Scalcath, cioè che i Latini chiamano Lusus Naturæ: Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui Professori, sdegnando le cause occulte, colle quali i Discepoli Aristotelici cercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con grande avanzamento delle umane conoscenze.
Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo a solo: il confrontò poscia con Glumdalclitch, e con me; e corne non traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul modello di mio piacere, e di quello di Glumdalclitch mi si lavorasse un cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino, col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e che Glumdalclitch si compiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso. Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese; avendo io conosciuto in Inghilterra un Gentiluomo, che ne avea una più grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la chiave nella mia tasca, per timore che Glumdalclitch non la perdesse. Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle nostre coperte da letto in Inghilterra; dovendo io confessare che durai una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi de’Persiani, e quella de’Chinesi.
A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile. Stavasene Glumdalclitch in piedi al mio canto per servirmi, e averne cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli che in tal genere vidi a Londra in una bottega, che servia d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento, recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne, ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto dodici bifolchi Inglesi divorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola, con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al talento mangione di lei esattamente si proporzionava quello del bere.
Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che, come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione, le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’Europa, ed io tutto faceva per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con uno scopio grande di ridere, se io era Vuhig, o Tory? Rivoltosi di poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi: e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia, l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì crudelmente vituperata.
Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava, trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri; l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di Dame Inglesi in tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra sproporzione.
Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,) in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto, quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarlo Fratello, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che sono ordinarie ne’Paggj. In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran risico d’affogarmi; poichè in quell’instante Glumdalclitch si trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi. Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto, ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta. Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò, avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità, cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io nutriva contra quel malizioso ribaldello.
Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di far il suo colpo in tempo che Glumdalclitch se n’era gita alla Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me; imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con un solo buon carico di bastonate.
Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni come me? eccone l’incontro.
In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose; e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole, col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso, oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.
Mi risovvengo, che una mattina che Glumdalclitch aveami adagiato sopra il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor del balcone, come noi in Inghilterra attacchiamo le nostre gabbie,) mi risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mie invetriate; e messomi a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza, facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa, stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho mostrati in molti luoghi dell’Europa. Al mio ritorno in Inghilterra, tre ne ho regalati al Coleggio di Cresham, e il quarto l’ho ritenuto per me.
CAPITOLO IV.
Descrizione del Paese. Progetto per la correzione delle Carte Geografiche. Cosa fosse il Palagio del Re, e la Capitate. Maniera con cui l’Aurore viaggiava. Descrizione d’uno de’principali Templi di Lorbrulgrud.
MIO disegno al presente si è di esibire a’miei Leggitori una brieve descrizione di quel Paese; per lo meno, di ciò che ne ho veduto; non essendo io stato che a mille leghe in giro da Lorbrulgrud la Capitale; mercè che la Regina, la quala da me non era abbandonata mai, avea il costume di non accompagnar più lunge il Re ne’viaggj di lui, fermandosi nella mentovata distanza dalla Dominante fin al ritorno di Sua Maestà dalle frontiere. Tre mila leghe, più o meno, allungasi l’Imperio di quel Principe, e per due mila si dilata; cosa, che conchiuder mi fece, che i nostri Geografi di Europa an presi furiosi abbaglj, collocando una sola vasta estensione di mari fra il Giapone, e la California; poichè sempre fui d’opinione che esservi doveano Terre immense per contrappesare il Continente della Tartaria. Ecco perchè debbon eglino correggere le loro Carte Geografiche, unendo quel grande spazio di Regione al Ponente Libeccio dell’America; nel che io son prontissimo d’ajutar loro colle mie scoperte.
Il Regno è una penisola, circonscritta alla parte di Greco-Levante da una catena di monti alti quindici leghe, che è impossibile, a cagion de’Vulcani che nelle cime vi regnano, di sormontargli. Non è noto a chi che sia quale razza di gente sia abitatrice di que’dirupi; o se neppure vi si rinvengano uomini. Le tre altre parti an per confine l’Oceano. Non vi ha nel Regno Porto di mare di sorta; e i luoghi della Costa, ove le Riviere si gettano nell’Oceano stesso, son sì seminati di roccie, che di navigarvi co’più piccioli schifi non è possibile; e quindi ne proviene che quel Popolo non abbia assolutamente verun commerzio col rimanente dell’Universo. Ma ne’fiumi, che abbondano di pesci di squisìtissimo gusto, vi sono assaissimi Vascelli; conciossiacosache gli Abitanti pescano di rado nel mare, ove i pesci sono della grandezza medesima di que’d’Europa; non valendo per tal ragione la fatica di prendergli: nel che chiaramente apparisce, che il producimento di quelle piante, e quegli animali di mole sì smisurata, si è la Natura unicamente ristretta, a quel Continente, onde lascio a’Filosofi il discuterne la ragione. Di quando in quando, nulladimeno, prendono eglino delle balene che vanno ad urtare in quegli scogli, e con cui il Popolo minuto nobilmente si regala. Ne ho vedute alcune di grandezza sì sterminata, che un uomo sudava assai per portarne una sola in sulle sue spalle; e talvolta per curiosità se ne trasportano entro a panieri Lorbrulgrud. Una un giorno ne fu imbandita per la mensa del Re, e riputavasi per una rarità: io però osservai che egli non ne facea gran caso; immaginandomi che si trovasse nauseato dalla grossezza di quella bestia; comechè nella Nuova Zemhla di assai più grandi io vedute ne abbia.
E’popolatissimo quel Paese, contenendo cencinquanta Città, sì grandi che piccole, e un numero prodigioso di Villaggj. Per formar a chi legge una qualche idea di quelle Città, mi contenterò di fargli la descrizione della Capitale. Ella è traversata pel mezzo da una Riviera che la divide in due parti eguali. Vi si annoverano più di ottanta mila Case, e a un di presso secento mila Abitatori. Per tre Govglungs (che presso poco sono cinquanta quattro miglia Inglesi) stendesi la sua lunghezza; ed è larga due Gonglungs e mezzo; come io stesso in una Carta delineata per ordine espresso del Re, e che a tal effetto fu spiegata in terra, ne ho tolte le misure.
Il Palagio del Re non è già un Edifizio regolare; bensì molte fabbriche unite insieme, il cui circuito gira sette miglia, o circa. Dugento quaranta piedi di altezza, e lunghe e larghe a proporzione, sono le principali Stanze. Glumdalclitch, ed io, avevamo un Cocchio, entro il quale allo spesso la Governatrice di lei la prendeva per veder la Città, o le botteghe; ed io era sempre della compagnia accomodato nel mio cassettino; tutto che la buona ragazza mi togliesse fuori quante fiate io il desiderava; e mi tenesse in sua mano, perchè scorgere potessi le Case, ed il Popolo, quando per le strade noi passavamo.
Oltra il cassettino grande, in cui d’ordinario era io portato, la Regina lavorar ne fece per me un altro più picciolo, di circa dodici piedi in quadro, e di altezza di dieci, per viaggiare con maggior comodità: e questo, perchè il primo non potea ben addatarsi al grembiule di Glumdalclitch, e serviva di troppo imbarazzo nel Cocchio. Questa nuova moda di Gabinetto da viaggio, era un quadrato perfetto; tre lati di cui aveano, cadauno, una finestra nel mezzo, e ciascuna finestra una rete di fil ferro, per riparo di qualunque accidente ne’lunghi cammini. Nel quarto lato non aveavi finestra veruna; bensì due poderosi ritegni, onde il Cocchiere attaccava la mia piccola camera con un cinturone di cuojo a traverso del corpo di lui, quando mi prendeva la voglia d’uscirmene all’aria. Incombenza tale era appoggiata a qualche saggio e posato servidore; fosse che io accompagnassi il Re, e la Regina, ne’loro viaggj; o che visita facessi a qualche Ministro di Stato, o a qualche Dama della Corte, quando accadeva che Glumdalclitch indisposta si trovasse: essendo che guari non istetti ad essere conosciuto, e rispettato dagli Uffiziali della Corona; non tanto, secondo il mio credere, pel merito mio, quanto per la confidenza che mi testimoniava Sua Maestà. In viaggio, quand’io mi sentiva faticato dalla Carrozza, un servidore a Cavallo legava il mio cassettino con una fibbia, e collocava la innanzi a se sopra un guanciale; e allora poteva io vedere il paese da tre parti per le mie finestre. Io aveva in quello studiolo un letto da campagna, e un picciolo materasso appeso alla fronte, due sedie, e un tavolino, raccomandati con madrevitti al soffitto, perchè il muovimento del cavallo, o del cocchio, non gli rovesciasse. Tutto che violentissimi que’generi di muovimenti, men disagiavano me che chiunque altro, il quale non fosse stato avvezzo, come io l’era, agli agitamenti del mare.
Ogni volta che mi prendeva l’umore di veder la Città, sempre ciò seguiva nel mio Gabinetto da viaggio, che Glumdalclitch entro una sedia portatile teneva nel suo grembiule. Da qua tr’uomini era portata questa sedia, e scortata da due altri con la livrea della Regina. Il Popolo che frequentemente avea inteso a parlar di me, affolavasi d’intorno alla mia lettiga; e la mia balietta molto spesso si compiaceva di ordinar a’portatori di arrestarsi, mi pigliava in sua mano, perchè più distintamente ognuno mi ravisasse.
Io moriva di voglia di ammirare un famoso Tempio situato nella Capitale; e in ispezieltà la Torre, la quale passava per la più eminente del Regno. Mi vi condusse un giorno Glumdalclitch, ma cosa vera posso asserire, che molto restai deluso nella mia espettazione; mercè che l’altezza non trascendeva i tre mila piedi; il che, ben riflettutasi la differenza che vi ha fra il taglio di quel Popolo, e quel o degli Europei, non è poi un grande argomento di stupore; anzi, se non m’inganno, in fatto di proporzione col campanile di Salisbury, è quella molto inferiore. Ma, per non inferire torto veruno a una Nazione, a cui per tutta la mia vita professerò grand’obblighi, confessar si dee, che ciò che in altezza manca a quella famosa Torre, sofficientemente è risarcito dalla bellezza, e dalla fortezza di lei. Presso che cento piedi sono grosse le sue muraglie, e son costrutte di pietre dure; essendo ogni pietra di quaranta piedi in quadro, e tutte da tutti i lati adorne di simulacri degli Dei, e degl’Imperadori. Misurai un dito auriculare che era caduto da una di quelle statue, e il trovai appuntino di quattro piedi e un police di lunghezza. Inviluppollo Glumdalclitch in un fazzoletto, e lo portò in casa per unirlo ad altre bagattelluzze ond’ella diveniva pazza, come è solito delle fanciulle di sua età.
E’forza convenire che la Cucina del Re è un magnifico Edifizio, eretto in forma di volta, ed alto quasi che secento piedi. Il forno maggiore non è però sì largo come la cupola della Chiesa di S. Paolo; avendo io a bella posta, dopo il mio ritorno, prese le misure di questa. Che se entrar volessi in una specifica relazione delle suppellettili di cucina, de’pignati, de’caldaj, de’pezzi di carne che giravano agli spiedi, e d’altre cose di simil genere, si stentarebbe a credermi; per lo meno, una critica alquanto rigida taccerebbemi di esagerazione; che è solita della maggior parte de’Viaggiatori. Con tutto ciò, ben lungi dal meritarmi questa spezie di censura, temo di aver urtato nell’altro eccesso: e che se mai questo viaggio è traddoto nella lingua di Brobdingnag, (chè è il nome generale di quel Regno) e trasferito nel Paese, il Re ed il Popolo non si lagnino che io ingiuriati gli abbia, impicciolendogli in grazia della verisimilitudine. Di rado sua Maestà, nelle sue stalle ha un maggior numero di secento Cavalli; i quali, generalmente parlando, an cinquanta e quattro, e sessanta piedi di altezza. Ma, quando ella esce in certi giorni solenni, e scortata da cinquecento cavalli, che certamente era il più magnifico spettacolo onde io essere stato possa testimonio di vista; avendo ancora veduta una parte delle sue milizie schierate in battaglia, come nel progresso avrò l’opportunità di narrare.
CAPITOLO V.
Differenti Avventure ch’ebbe l’Autore. Sentenza d’un criminoso eseguita. L’Autore dà saggio della propia abilita nell’Arte Nautica.
IN un modo aggradevolissimo passato avrei il mio tempo in quella Regione, se la mia picciolezza non mi avesse esposto a parecchie Avventure per me pericolosissime, tutto che assai ridicole in se medesime. Ne farò il racconto di alcune. Ricreavasi sovente Glumdalclitch ne’Giardini della Corte portandomi nel mio più picciolo cassettino, donde ella talvolta mi traeva per mettermi a terra. Mi rammento che il Nano della Regina ci seguì un giorno in que’Giardini; e che avendomi la mia balia messo a terra, come trovavami solo con esso lui accosto di alcuni alberi nani, (eran questi de’pomieri,) non potei trattenermi dal praticargli qualche malizioso motteggio sul rapporto che aveavi fra quegli alberi e lui, chiamandosi eglino, a caso, in loro lingua, nel modo stesso che nella nostra. Per tutta risposta, colse il bricconcello la congiuntura che io mi stessi sott’una di quelle piante; e allora si mise egli a scuoterla sì forte, che una dozzina di mele cadde d’intorno a me: ma fra tutte, una ve ne fu, che piombando sulla mia schiena in tempo che io mi abbassava, fece che in sul terreno io dessi ben bene del naso: nè occorre farsene le maraviglie; poichè que’pomi anno co’nostri la proporzione medesima, che gli Abitanti del Paese anno con noi. Ecco tutto il male ch’ebbi; ed io stesso implorai a favore del Nano, perchè gastigato ei non fosse a motivo di un tale scherzo, da me medesimo, per altro, promosso.
Un altro giorno Glumdalclitch lasciommi sopra una motta di prato assai liscia, tempo che ella se ne stava spasseggiando in qualche distanza con la sua Governatrice; ed ecco nello stesso instante una grandine sì gagliarda, che ne fui improvvisamente gettato a terra. In tale costituzione, operava essa grandine le più dolorose contusioni per tutto il mio corpo; nulladimeno procurando di mettermi al coperto, mi ricovrai in quattro zampe sotto una spalliera di Cedri, ma così ammaccato da’piedi perfino alla testa, che vi volle più di dieci giorni innanzi che senza dolore potessi muovermi. Che se vi ha qualche incredulo di questo fatto, spero che sia per prestarvi fede, quando gli avrò detto che in quel paese i grani della tempesta son mille, e ottocento volte più grossi di que, che cadono in Europa: cosa più che certa, poichè io medesimo gli ho pesati, e misurati.
Ma nel Giardino stesso mi accadde un accidente, di gran lunga più pericoloso, un giorno che la piccola mia Nutrice, supponendo di avermi adagiato in un luogo ove io nulla dovessi temere, del che assai spesso ne la pregava; affine di darmi in preda con libertà a’miei pensieri; ed avendo collocato il mio cassettino a terra per non aver l’incomodo di portarlo, erasi renduta in un altro sito del Giardino con la sua Governatrice, ed altre Dame di sua conoscenza. In tempo di sua lontananza, un picciolo braccio, che apparteneva a un de’principali Giardinieri, entrato a fortuna nel Giardino, venne alla mia volta. Mi fiutò appena, che corse sopra di me, mi prese in bocca, mi portò al suo padrone, e mi pose bellamente a terra. Per la più grande delle buone fortune, e gli era stato sì bene instruito, che in portandomi fra i suoi denti, non mi cagionò verun male, e neppure daneggiò i miei vestiti. Ma il povero Giardiniero che ben mi conosceva, e che mi amava assaissimo, non se la passò senza una furiosa paura. Mi pigliò fra le sue mani, e mi chiese come me ne stessi; ma era sì enorme il mio spavento, e mi trovava così sfiatato, che una sola parola pronunziar non potei. Pochi minuti dopo me ne rinvenni; ed egli mi portò sano e salvo alla mia Nutrice, che in quel tempo si era restituita al luogo ove lasciato mi avea, e che stava in una terribile angoscia per non vendermi comparire, e perchè io non rispondeva alle sue affannose chiamate. Acremente rimbrottò ella il Giardiniero, per aver lasciato andar il Cane; ma la cosa restò sepolta, nè alla Corte mai si seppe cosa veruna del successo, temendo Glumdalclitch che la Regina non si adirasse contra di lei: e per quello tocca a me, usai di discretezza, perchè sembravami che l’Avventura non mi facesse troppo onore.
Un tal accidente risolver fece la mia Nutricina di non perdermi mai più d’occhio. Era già molto tempo che io temeva d’un somigliante disegno di lei: e perciò mi era indotto ad occultarle alcuni minuti miei sgraziati avvenimenti, in tempo che mi trovava solo. Un Nibbio che volava sopra il Giardino, piombò un giorno sopra di me; e se, dopo di aver data coraggiosamente mano alla spada, cacciato non mi fossi in un folto cespuglio, senza altro, asportato egli mi avrebbe fra suoi artigli.
Un altra volta mi sprofondai fino al collo in un buco di topinara, e fui costretto di dire una bugia per mascherare il vero motivo, onde i miei vestiti si erano tutti guasti. E infine un altra volta mi ruppi la dritta gamba urtando in un guscio di lumaca, su cui ebbi la disgrazia di cadere in tempo che me ne stava spassegiando solo, e che pensava alla mia povera Patria.
Non saprei dire quale de’due prevalesse in me, il piacere, o la mortificazione, quand’io osservava ne’miei solitari passeggj che i più piccioli Uccelli non ispaventavansi nel vedermi; anzi in distanza d’una sola verga andavano in busca di vermi, e di altri alimenti, con tanta sicurezza, come non avessero assai vicino anima vivente. Non mi dimenticherò mai che un tordo fu così sfrontato, che col suo becco mi asportò fuor delle mani un pezzo di focaccia, che Glumdalclitch data mi avea per farmene la merenda. Quand’io volea prendere alcuno di quegli Uccelli, essi coraggiosamente mi risistevano, procuravano di pugnermi le dita, e un momento dopo rintracciavano d’intorno a me de’vermi, o delle lumache, con l’indifferenza medesima, e con la medesima tranquillità di prima. Ma un giorno dato di piglio a un grosso bastone, colsi un fanello con un colpo sì forte, e di misura sì giusta, che rovesciatolo a terra, il presi con le due mani pel collo, e in aria di trionfo alla mia Nutrice il recai. Con tutto questo, come l’uccello non era che stordito dalla percossa, si riebbe, e con tanta forza si dibattè, che più d’una volta fui al cimento di abbandonare la preda; ma accorso subito in mio ajuto un servidore, torcè il collo al fanello, che per ordine della Regina fu il giorno dietro imbandito pel mio pranzo: Quest’Uccello, per quanto può la memoria servirmi, era poco pochetto, più grande che i Cigni nostri Inglesi.
Le Damigelle d’onore pregavano sovente Glumdalclitch di andare ne’loro Appartamenti; e di condurmi con esso lei, per goder del piacere di vedermi, e di toccarmi. Talvolta mi adagiavan elleno per lungo nel loro seno; cosa, che enormemente mi disgustava; mercè che per vero dire, non suonavano di troppo buon odore; il che non asserisco con la malizia di discreditare quelle amabili Fanciulle, per cui nodrisco la più possibile considerazione; ma credo che la mia picciolezza la cagion fosse della finezza del mio odorato; e che quelle illustri persone sembrassero sì saporose agli Amanti loro, quanto a’giovani Inglesi le nostre Donzelle. E in fine, io trovai che il loro naturale odore riusciva assai più soffribile di quello de’loro profumi. Sempre mi rammenterò, che uno de’miei intimi amici di Lilliput, un giorno che faceva un grandissimo caldo, e che io avea fatto molto esercizio borbottava d’un odore eccessivamente ingrato che esalava dal mio corpo, tutto che al pari di chi che sia io non patisca d’una somigliante incomodità. Ma conghietturo che l’odorato di lui fosse altrettanto fino a riguardo mio, come il mio l’era a riguardo degli Abitanti di Brobdingnag. E su tal proposito non posso dispensarmi dal rendere una sonora giustizia alla Regina mia Signora, e alla picciola mia Nutricina Glumdalclitch; e dal dichiarare amplamente che in Inghilterra non vi ha Dama, più ch’esse esente dal diffetto testè mentovalo.
Il più che mi spiaceva di quelle Damigelle d’onore quando la mia balia mi conduceva nel loro Appartamento si è, che elleno mi trattavano senza nè pur ombra di complimenti, e come una Creatura assolutamente senza conseguenza. Non vi ha foggia di libertà che non la prendessero me presente: e ben mi sarebbe cosa impossibile l’esprimere il disgusto che la maggior parte di quelle libertà mi cagionava. Una di loro fra l’altre la qual era d’un umore estremamente allegro, facea di me tutto ciò che le saltava in capo, e avvisavasi delle più scherzevoli pazzie del mondo; onde io tuttavia ne prendeva poco gusto, che pregai Glumdalclitch a non più espormivi.
Un giorno un Gentiluomo, che era Nipote della governatrice della mia balia, venne; e pregò entrambe di andar a vedere una Esecuzion di giustizia. Avea il reo ucciso un intimo amico di quel Gentiluomo. Glumdalclitch finalmente si lasciò cogliere dalla proposizione, tutto che contra suo genio, perchè per natura era molto compassionevole: E per quanto tocca me, non ostante che in ogni tempo io abbia avuto dell’orrore per ispettacoli di questa sorta, la curiosità di vedere qualche co a di assai straordinario la vinse sopra la mia inclinazione. Stava il paziente legato ad un sedile sopra il palco, e con un solo colpo di spada, lunga quaranta piedi, fugli levata la testa. Il sangue, che delle vene, e delle arterie uscì, era in tanta quantità, ed elevavasi a una tale altezza, che in suo confronto si sarebbono svergognati i getti d’Acqua di Versailles ed il campo, in cadendo sovra del palco, diede un sì gran colpo, che io ne tremai, ancorchè lontano un mezzo miglio Inglese.
La Regina, la quale assai sil compiaceva del racconto de’miei Viaggj di Mare, e che non perdeva opportunità di divertirmi quando me ne stava di mala voglia, mi dimandò un giorno se m’intendessi del reggere una vela, un remo, e se converrebbe alla mia sanità l’esercitarmi alcuna volta nel vogare. Le risposi che io me ne intendeva assai bene; e che non ostante che il mio impiego stato sia quello di Chirurgo del Vascello, nientedimeno, chiedendolo la necessità, io sovente avea fatta la funzione di semplice Marinajo. Ma che concepire io non poteva come ciò si avesse dovuto eseguire nel suo Paese, ove i più piccioli Navilj erano del caglio de’nostri maggiori Vascelli di guerra. Ella mi replicò che io solamente pensassi come il mio picciolo bastimento costruto esser dovesse, che il suo falegname adempierebbe gli ordini miei in tal proposito; e che ella stessa si piglierebbe la cura di farmi allestire un luogo addattato alla mia navigazione. L’Operajo, che era espeito nel suo mestiere, compiè nello spazio di dieci giorni una Scafa, tale che io ordinata l’avea, e agevolmente capace di dieci Europei.
Tanto se ne compiacque, e trovolla sì gentile la Regina, che collocata la nel suo grembiule, corse a mostrarla al Re, che comandò fosse riposta in una cisterna piena d’acqua, e se ne facesse, standovi io dentro, la pruova. Ma la Regina fatto avea per l’addietro un altro progetto. Avea ella ordinato al Falegname di formare una spezie di Truogolo che avesse trecento piedi di lunghezza, che cinquanta fosse largo, ed otto profondo. Questo Truogolo, dopo di essere stato ben impeciato perchè tenesse all’acqua, fu messo a terra in un Appartamento esteriore del Palazzo. In minore spazio di mezz’ora poteano facilmente due servidori empiere d’acqua quella macchina; e quivi entro me ne stava ricreandomi a far andar avanti, e indietro, a forza di remi, la mia Scafa; non potendosi, per altro, esprimere il godimento della Regina, e delle Dame; in ammirando la mia destrezza, e la mia agilità. Alcune volte io mi metteva alla vela; e allora l’unica mia occupazione si era di tenermi al timone, in tempo che le Dame, co’ventaglj loro, mi somministravano il vento a misura del mio bisogno; e quando erano stanche; i Paggj andar facevano la mio Scafa col soffiar nella vela, nel mentre che io faceva pompa della mia abilità, governando ad orza, e a poggia, secondo che me ne dava il capricio. Finito il mio esercizio, Glumdalclitch portava sempre il mio Vascello nel suo stanzino, e il pendeva a un chiodo per asciugarsi. Un giorno, uno de’servidori che erano incaricati di riempire due volte per settimana d’acqua fresca il mentovato Truogolo, senza avvedersene, misevi un grosso ranocchio, che, secondo tutte le apparenze, si era intruso nella secchia di lui, nell’attignere l’acqua. Il ranocchio non si lasciò mai vedere innanzi che io fossi posto entro il Truogolo con la mia Scafa; ma scopertossi da esso un luogo ove poteva riposarsi, vi si rampicò, e talmente fecela piegare da un fianco, che perchè non si rovesciasse sossopra, fui obbligato di gettarmi all’altro fianco per servirle di contrappeso. Entrato che fu il ranocchio, venne con un solo salto da una estremità della Scafa perfino al mezzo, e poscia sopra la mia testa dal davanti al di dietro spruzzando sulla mia faccia, e su’miei vestiti di quella vischioso materia, onde sempre abbondano questi Animali. La mole delle sue membra fece io il trovassi la bestia più spaventevole del Mondo; non ostante, supplicai Glumdalclitch di lasciarmi terminare, solo, la querela che io avea con esso. Per un mese continuo lo stregghiai molto bene con un de’miei remi; e alla fine a saltar fuori della Scafa lo sforzai.
Ma il maggior pericolo che in quel Regno io abbia corso, mi venne da una una Scimal, la quale apparteneva ad uno degli Scrivani d’Uffizio. Glumdalclitch, avendo qualche cosa a fare, o a rendere qualche visita, nel suo Gabinetto rinchiuso mi avea. Come regnava un gran calore, avea ella lasciata la finestra del Gabinetto aperta, e altresì le finestre e la porta del mio cassettino più grande, in cui per ordinario io mi tratteneva; essendo molto spazioso, ed eziandio assai comodo. Me ne stava asportato da un profondo pensiero; quando all’improvviso intesi qualche cosa che all’uscio del Gabinetto faceva strepito, e che saltellava da un luogo all’altro. Con tutto lo spavento che io aveva indosso, procurai, senza levarmi dal mio sedile, di spirare ciò che fosse: e vidi allora quell’infame bestia, che dopo di aver fatti alcuni salti, e molte sgambettate, accostossi al mio cassettino, che mi parve che ella risguardasse con suo piacere. Ritirai mi nell’angolo più rimoto del cassettino medesimo; ma la Scimia che non lasciava una finestra che per mettersi, un instante dopo, in su d’un’altra, tanta paura ella mi fece, che non ebbi la prontezza di spirito di nascondermi sotto il letto, come avrei potuto assai facilmente. Finite le sue contemplazioni frammescolate di morfie, finalmente mi ravvisò; e avanzando per la porta una delle sue zampe, come appunto fanno i gatti quando si trastullano con un sorcio, tutto spesse volte cambiassi di luogo per non essere afferrato, mi colse alla fine pel lembo del mio vestimento, (ch’era d’un panno fortissimo, ed assai massiccio del Paese,) e mi trasse fuori del cassettino. Mi pigliò nella sua zampa d’avanti, e mi tenne come una balia il suo bambino in positura di dargli il latte; e precisamente come vidi fare la razza, medesima d’animale co’gattucj in Europa: e quando io cercava scuotermi, sì forte colei mi teneva, che giudicai miglior partito il non fare un menomo muovimento. E’assai probabile cosa che ella mi prendesse per qualche scimmiotolo della sua spezie, mercè che in tempo che mi teneva con una zampa, mi accarezzava con l’altra. Uno strepito che la bestia sentì alla porta del Gabinetto, come se alcuno volesse entrarvi, interuppe cotale divertimento: ed ella presto saltossene sulla finestra ond’era entrata, quindi su’tegoli e sulle grondaje, camminando in tre zampe, e tenendomi nella quarta, finchè all’alto del Palagio arrivata fosse. Glumdalclitch l’avea veduta saltando fuori della finestra, e aveva gettato un grido che fu da me sentito. Trovavasi la povera ragazza in una furiosa commozione. Tutta la Regia in un istante si mise sossopra; e i servidori si affrettavano di rintracciar delle scale. Molte centinaja di persone scorgevano distintamente la scimia sul tetto del Palagio che mi teneva fralle sue braccia, e mi accarrezzava come un piccino de’suoi. Uno spettacolo sì curioso rider faceva la maggior parte degli astanti; e, per dir vero, non saprei troppo biasimargli, perchè egli è certo, che all’eccezione di me, ognuno rinveniva la cosa perfettamente ridicola. Pensarono alcuni di voler gettar delle pietre all’animale per isforzarlo a venir a basso; ma espressamente fù ciò proibito: e gran buona sorte per me; poche senza questo, per un eccesso di amore, avrebbesi potuto ben accopparmi.
Inalberatesi le scale, molti uomini vi salirono per soccorrermi, il che appena vedutosi dalla scima, ed altresì l’impossibilità di fuggirsene con la sua preda camminando con sole tre zampe, mi adagiò ella sopra un bucato tegolo, e se ne andò. Ivi me ne ristetti per qualche tempo in distanza di trecento verghe da terra, aspettando ad ogni momento che il vento mi gittasse a basso, oppure che qualche capogiro rotolar mi facesse da’tegoli in una grondaja. Ma un de’servidori della mia Nutrice, il qual era un obbligantissimo giovane, si rampicò perfino a me, e dopo di avermi posto in una saccoccia de’suoi calzoni, mi portò a terra sano, e salvo.
Lo sbigottimento, e il dolore, cagionatimi da quella brutta bestia, mi produssero una malattia, che per quindici giorni mi tenne obbligato al letto. Il Re, la Regina, e tutti i principali Signori della Corte, mandavano, tutti i dì, per sapere dello stato mio, e la Regina in persona, in tempo della mia infermità, volle avere la compiacenza di farmi molte visite.
Quando dopo il mio ristabilimento fui presso il Re per attestargli i propj miei doveri, e ringraziarlo di tutte le sue beneficenze, fecemi egli qualche motteggio sopra l’Avventura, unica cagione dell’incomodo mio. Mi dimandò ciò che pensassi, e quali specolazioni fossero le mie, in tempo che la Scimia mi teneva fralle sue zampe; e di qual tempera avessi trovata l’aria che respirasi in su del tetto del Palazzo? Qual partito avreste preso, egli aggiunse, se somigliante cosa fossevi accaduta nel Paese vostro? Risposi a Sua Maestà, che in Europa non abbiam noi la razza di simili bestie; e che altre non ve ne sono, fuor di quelle che per curiosità vi si trasportano; ma che erano tuttavia sì picciole, che agevolmente avrei potuto tener faccia con una dozzina, se avuta avessero la temerità d’assalirmi. Che quanto al mostruoso animale, (poichè senza esagerazione egli era del taglio d’un Elefante,) che aveami praticato uno scherzo così incivile; se il mio spavento mi avesse lasciato l’uso libero della mia spada, (nel così dire io messi la mano sull’impugnatura, non senza un’aria d’intrepidezza,) quando egli avanzava la sua zampa nella mia camera, gli avrei forse impressa una tal ferita, che ci non avrebbe mancato di ritirarla, per lo meno così presto, come sporgevala. Fu espressa con un tal tuono questa risposta, che bastevolmente spiegava la mia indignazione per la proposta ingiuriosa che mi si faceva: E pure non servì ella che ad eccitare uno schiamazzio di ridere vie più oltraggioso. Patj la tentazione di andar in collora; ma le ne diedi lo sfratto; riflettendo che il presumere di farci valere presso que’con cui è impossibile in qualunque modo di misurarci, è la più pazza di tutte le follie.
Non passava giorno ond’io non regalassi di qualche ridicola scena la Corte, e tutto che Glumdalclitch mi amasse teneramente, non lasciava di narrar alla Regina tutto ciò che poteva promuovere il riso di lei a sole mie spese. Un giorno la sua Governatrice l’avea condotta a una lega dalla Città, per farle prendere un poco d’aria, trovandosi alquanto incomodata. Ancor io tenni accompagnata la mia Nutricina in quel Viaggio; ed ella essendo uscita della Carrozza, ripose il mio picciolo cassettino a terra in un viottolo. Spasseggiar io volea; ma per disgrazia mi abbattei in una bovina, sopra cui m’era forza di far un salto, per superarla. Mi accinsi ad effettuarlo; ma sì mal ci riuscj, che precisamente vi saltai nel mezzo, e mi vi profondai perfino alle ginochia. Me ne trassi nella maniera migliore; e un servidore a piedi, così così col suo fazzoletto mi asciugò; mercè che sì diabolicamente io mi trovava letamato, che Glumdalclitch mi tenne nella mia cassetta finchè a casa fummo ritornati: ove immediate ne fu reccato alla Regina il ragguaglio della mia Avventura; il che per alcuni giorni a costo mio, fece scoppiar dalle risa tutta la Corte.
CAPITOLO VI.
L’Autore, con ogni sorta di mezzi procura di guadagnarsi la benevolenza del Re, e Della Regina. Da saggio della propia abilità nella Musica. Informasi il Re dello stato dell’Europa, e l’Autore soddisfa ampiamente alla curiosità di lui. Riflessioni del Re sopra quanto gli ha raccontato l’Autore.
UNa, o due volte per settimana mio costume si era di trovarmi al levarsi dal letto del Re; e con poche fiate fui presente quando il suo barbiere il radeva; il che, innanzi che mi avvezzassi, mi sembrava uno spettacolo orribile: poichè il raso io era triplicamente luogo quanto una falce comune. Secondo il costume del Paese. Sua Maestà si facea radere due volte in sette giorni. Ottenni, una volta, dal barbiere un poco della saponata che adoprata egli avea, e trattine quaranta, o cinquanta peli, gli accomodai in un pezzo di legno che era formato in ischiena di pettine; ove, un’aguglia, io avea profondati alcuni buchi in eguale distanza. Si industriosamente assettai gli peli in questi bucci, che mi riuscì di farmi un pettine, onde servir mi potenva in difetto del mio, i cui denti, poco men che tutti, erano rotti: non essendovi per altro, verun Artefice nel paese, che avesse l’abilità di lavorarmene un altro. Quest’esperimento un secondo me ne suggerì, che mi tenne a bada per molti giorni. Pregai le Dame della Regina di mettermi a parte alcune pettinature de’capelli di Sua Maestà, onde in poco tempo n’ebbi una quantità ragionevole. Dopo ciò, feci venir da me il Falegname mio amico, il quale già, una volta per sempre, ricevuto avea l’ordine di travagliarmi in picciolo qualunque cosa che fosse di mio gusto, e gli dissi di far due sedie, della grandezza stessa di quelle del mio cassettino, ma che non avessero nè il fondo, nè lo schienale. Aveva io l’intenzione d’intrecciar i capelli in maniera che servir potessero di spalliere, e di sedili; a un di presso, come le sedie a fondo di canna che si praticano in Inghilterra. Compiuta che fu ogni cosa, ne regalai la Regina, che ripor le fece nel suo Gabineto, ove ella mostravale come rarità, e per dir vero, ni un vi fu che di maraviglia non ne restasse preso. Dissemi la Regina che mi sedessi sopra una di quelle scranne; ma a patto veruno ubbidirle non volli, protestando che piuttosto sofferte avrei mille morti, che di collocaro una parte sì indecente del mio corpo, sopra que’preziosi capelli, che servito aveano d’ornamento alla testa di Sua maestà. De’capelli medesimi formai altresì una galante picciola borsa, che in lunghezza non tirava più che cinque piedi, col nome della Regina a lettere d oro, di cui con permissione della Principessa ne feci un presente a Glumdalclitch. Veramente, anzi che per l’uso, serviva quella borsa per sola mostra, non avendo forza bastevole per sostenere il peso delle più massicce monete, e perciò la fanciulla alcune picciole leggierissime bagattelluzze solamente vi riponeva.
Il Re, che di Musica si dilettava all’ultimo grado, ordinava frequentemente de’concerti alla Corte, a’quali talvolta assisteva ancor io, accomodato sopra una tavola entro il mio cassetino. Ma era sì confusamente strepitosa quella Musica, che mi riusciva impossibile di distinguerne i tuoni. Ardisco pur di asserire, che tutte le trombe, e tutti i tamburi d’un Esercito, quando si suonassero, e si battessero tutti in una volta in un Appartamento medesimo, non arriverebbono a far tanto strepito, quanto ne fanno quelle sorte di armonie. Il mio metodo si era di far mettere il mio cassettino il più lungi che era possibile da’Musici; e poscia di chiuderne le porte, e le finestre; dopo di che io trovava assai sopportevole la loro Musica.
Essendo giovane, io aveva alquanto appreso a suonar di spinetta: Una ne tenea in sua camera Glumdalclitch, e un Mastro andava a darlene la lezione due volte per settimana. Dico che era una spinetta; perchè quel musicale strumento molto le rassomigliava, e per la figura, e pel modo di servirsene; mi venne in pensiero di ricreare il Re, e la Regina, suonando su quello strumento un’arietta Inglese. Ma, oh quanto sudai per riuscirvi! mercè che la spinetta era lunga più di sessanta piedi, e ogni chiave, d’un piede larga; cosicchè in istendendo tetto il mio braccio, io non ne poteva scorrere più che cinque, e oltracciò sarei stato obbligato di dare de’furiosi colpi di pugno per abbassarle, e tanto e tanto non ne avrei ottenuto l’intento. Ecco quale fu la mia invenzione. Allestj due bastoni tondi, più grossi da una parte che dall’altra, e ricoprj la loro estremità più grossa con un pezzo di pelle di sorcio, affinchè in battendo non restasse danneggiata la parte superior delle chiavi, e che lo strepito de’colpi, ingratissimamente non si confondesse col suono che la spinetta renduto avrebbe. Al d’avante di quello strumento collocossi un banco più basso di quattro piedi che le chiavi, ed io fui adagiato su questo banco. Vi scorsi sopra, ora da un canto, ora dall’altro battendo co’miei due bastoni le chiavi necessarie, e procurando di suonare una Giga, che parve fosse intesa con gran piacere dalle loro Maestà: ma posso realmente dire che a’giorni miei non ho praticato un sì violento esercizio; e pure mi fu impossibile di scorrere più di sedici chiavi, e per conseguenza di toccare il basso, ed il soprano insieme, come fanno altri Musici; il che avrebbe aggiunta una nuova gentilezza alla mia Giga.
Il Re, che, come il dissi, era un Principe di somma abilità, e spiritosissimo, spesse volte mi facea portare nel mio cassettino, e riporre sopra una tavola nel Gabinetto di lui; dopo di che mi comandava di prendere un de’miei seggi, che i faceva mettere con esso meco al di sopra del cassettino, in distanza di tre verghe dalla sponda; il che più o meno, mi costituiva a livello della faccia di Sua Maestà. In questo modo godei di molte conversazioni con esso lei. Presi un giorno la libertà di dirle, che il dispregio che Ella testimoniava per l’Europa e pel rimanente della Terra, non mi sembrava va accordarsi con quel maraviglioso discernimento, che io sempre avea in lei ravvisato. Che i gradi d’intelligenza non erano regolati secondo la grandezza de’corpi: Che pel contrario osservavasi nel mio Paese, che le persone più grandi, per ordinario, n’erano le men provvedute: Che fra gli animali, le Api, e le Formiche, passavano per le più industriose, e le più sagaci. E che tal che io le pareva, mi lusingava di poter renderle qualche segnalato servigio. Mi ascoltò il Re con attenzione, e di là in poi, egli formò di me un giudizio del tutto opposto. Pregommi di dargli una idea, la più esatta che potessi, del Governo dell’Inghilterra; imperocchè, diceva egli, per quanto sieno comunemente intestate le Nazioni de’propj loro costumi, sarebbegli un gran piacere di apprendere qualche cosa che egli imitare potesse.
Quante volte, e con quale brama io non mi sono augurata in quel momento l’eloquenza d’un Cicerone, o d’un Demostene, per celebrar degnamente tutte le lodi, onde è degna a sì giusto titolo la cara mia Patria!
Cominciai il mio discorso dall’informanre Sua Maestà, che i nostri Stati consistevano in due grand’Isole, che formavano tre possenti Regni sotto un solo Sovrano, non comprese le nostre Colonie d’America. Insistei lungo tempo sopra la fertilità del nostro Territorio, e sopra la tempera del nostro Clima. La trattenni poscia sopra la Costituzione d’un Parlamento Inglese, formato, in parte, da un Corpo illustre, dinominato, la Casa de’Pari, che era d’Uomini d’un Sangue il più nobile, e di Famiglie le più antiche del Regno. Le parlai della straordinaria sollecitudine che sempre prendevasi della loro educazione, affin di rendergli idonei ad essere Consiglieri nati del Re, e del Regno; ad aver parte nella Potestà Legislativa; ad esser Membri della Corte più alta di Giustizia, le cui decisioni sono inappellabili; e a difendere con la loro saggezza, e col loro valore la loro Patria, e il loro Re, contra tutti gl’imprendimenti de’loro nemici: Che eran eglino l’ornamento, e il Baluardo del loro Paese, degni successori degl’Illustri lor Avoli, la cui virtù non aveano giammai smentita: Che ad essi, come Membri ad un medesimo Corpo, erano uniti Personaggj d’una eminente pietà, sotto il titolo di Vescovi, onde la peculiar funzione si era d’invigilare al sostegno della Religione, e all’instruzione del Popolo: Che erano sempre scelti dal Re, e da’più saggj Ministri di lui, fra que’che si distinguevano nel Sacerdozio per la purità de’propj costumi, e per la profondità della propia erudizione.
Che l’altra parte del Parlamento consisteva in un’Assemblea, detta la Casa de’Comuni, e composta di Gentiluomini, e di ben agiati Borghesi, liberamente eletti dal Popolo medesimo, a cagion della loro abilità, e del loro zelo pel vantaggio della Patria: Che questi due Corpi formavano insieme una delle più Auguste Assemblee dell’Europa; e che in essi, congiuntamente col Principe, la Sovrana autorità risiedeva.
Le spiegai allora ciò che sieno le nostre Corti di Giustizia: Che que’che vi presiedono sono Interpreti venerabili delle Leggi, chiamati a mantenerci i nostri Diritti, e i nostri Possessi, a punir il delitto, e a proteggere l’innocenza. Le parlai della prudenza nell’uso de’nostri Erarj, e della grandezza delle nostre Forze, tanto marittime, che terrestri. Le feci l’enumerazione del nostro Popolo, calcolandone i molti milioni che aveavene di differenti Sette in materia di Religione, o di differenti Partiti in fatto di Politica. Non ommisi i nostri divertimenti; per dir brieve, nulla dimenticai di tutto ciò che io credeva poter far onore alla diletta mia Patria. E diedi fine con un Compendio Storico di quanto è accaduto, da un secolo in quà, o più o meno, di più riguardevole in Inghilterra.
Come si vede, era assai vasto l’Argomento: perciò vi vollero molte udienze; ognuna delle quali durò alcune ore, innanzi di poter votarla. Con grande attenzione mi ascoltò sempre il Re; e comechè non m’interropesse mai, non lasciò tuttavia passare cosa veruna senza riflessione, come con le quistioni susseguentemente propostemi, il diede a conoscere.
Detta che ebbi ogni cosa, mi fece Sua Maestà un gran numero di dimande, e di obbiezioni fu cadaun Articolo. M’interrogò sopra la maniera che praticavasi per coltivar i talenti dello spirito, e del corpo della nostra gioventù Nobile; e in qual genere d’occupazioni passava ella la prima, e la più disciplinabile parte della sua vita: Che si faceva, quando estinguendosi qualche Famiglia Nobile, bisognava riempiere il posto nella Casa de’Pari? Quali caratteri eran richiesti in que’che erano investiti del titolo di Lord: Se il genio della Corte, una somma di dannajo presentata a qualche Dama, o l’idea di rinforzare un partito opposto all’interesse pubblico, n’erano sovente le cagioni, creditrici di tali sorte di distinzioni? Fin a qual segno que’Signori eran versati nella conoscenza delle Leggi del loro Paese? Che conveniva che fossero ben eglino d’una grande abilità per poter decidere inappellabilmente quistioni, che risguardavano la vita, e i beni de’loro Concittadini: Se sempre rinvenivano molto esenti dalla taccia d’avarizia, e bastevolmente superiori al bisogno, perchè i regali, o altri criminosi motivi, non avessero la forza di corrompergli? Se i Signori, chiamati a mantenere la Religione, erano sempre innalzati al posto che occupavano, per motivo della loro capacità nelle materie che concernono la lor Professione, o della santità della loro vita? Se in tempo che essi non erano che semplici Cappellani, non disonoravansi mai con una vil compiacenza pe’soro Signori, di cui forse continuavano a seguir servilmente i sentimenti, dopo di essere stati ammessi a quell’Assemblea sì Augusta.
Il Re poscia desiderò d’essere instruito de’mezzi che si mettevano in pratica per essere eletto Membro della Casa de Comuni. Se uno Straniere non potea forse, a forza di denajo, farsi scegliere, con preferenza a un Signor del Paese, o a qualche Gentiluomo qualificato del contorno? Come poteva darsi, che ognuno sollecitasse con tanta premura il carattere di Membro di quella Ragunanza, (giacchè io gli avea detto che un tal intento sempre gli costava caro,) senza mercede di sorta, nè pensione veruna; essendo che, ei diceva, è troppo eminente un somigliante grado di virtù, perchè sempre possa essere sincero, e legittimo? Insiste poscia di sapere precisamente, se que’Gentiluomini zelanti, non istudiavano risarcirsi delle cure, e de’dispendj stati obbligati di fare, in sacrificando il Ben pubblico? A tali quistioni ei ne aggiunse un gran numero d’altre, che io penso non essere necessità di ripetere.
In proposito a quanto io gli avea detto delle nostre Corti di Giustizia, mi pregò Sua Maestà di darlene specificazioni sopra alcuni Articoli; nel che mi fu agevole di contentarla, perchè una volta mi trovai in risico d’essere interamente ruinato per una tediosa lite che ebbi nella Cancelleria, e che ho anche perduta con tutte le spese. Chiesemi quanto tempo s’impiegava, per ordinario, in decidere se giusta, o ingiusta fosse una cosa, e qual fosse il prezzo dell’ottenimento di questa decisione? Se gl’Avvocati aveano la libertà di difendere Cause notoriamente ingiuste? Se la Setta di Religione, o il Partito di Politica, non entrava mai nella bilancia della Giustizia, per farla chinare o dall’una, o dall’altra parte? Se tutti gli Avvocati eran uomini generalmente conoscitori delle Leggi dell’Equità; o solamente di alcune particolari costumanze della Città loro, della loro Provincia, o della loro Nazione? Se in tempi diversi aveano talvolta sostenute due contrarie sentenze in medesimo affare? Se componevan eglino una povera o ricca Comunità? Se riceveano qualche pecuniario riconoscimento per aver trattata, o consultata una Causa? E particolarmente se nell’inferior Senato ammettevansi mai come Membri?
Passò in oltre ad altre quistioni sopra l’amministrazione del pubblico Erario. Convien certamente dicevami Sua Maestà, che vi abbia tradito la vostra memoria; poichè non faceste montare che cinque, a sei milioni per anno le vostre Tasse, e qualche volta al doppio le vostre spese. Ella avea in ispezieltà fatta attenzione a quest’Articolo, perchè sperava, così ella diceva, che la cognizione della nostra condotta potesse giovarle molto, e tenerla lontana dagli abbaglj ne’suoi calcoli. Mi dimandò chi erano i nostri Creditori? E dove prenderemmo dannajo per pagargli? Stupiva che spesse volte portata avessimo la guerra, sempre gravosa, sì lontano dal nostro Paese. E’forza, diceva, che siate un Popolo molto rissoso, o che abbiate confinanti molto cattivi, e che per necessità i vostri Generali, più ricchi divengono che i vostri Re. Mi dimandò quali affari noi avevamo fuori delle nostre Isole, se eccettuansi il Commerzio, e la difesa delle nostre spiagge? Soprattutto si faceva incredibili maraviglie per intendermi parlare d’un Esercito mercenario, mantenuto nel mezzo della Pace, e nel seno d’un Popolo libero. Opposemi, che se eravamo noi governati di nostro assenso da uomini non che servivano che a metterci in iscena, non poteva Sua Maestà concepire di chi avevamo noi paura, o contro a chi pensavamo di batterci: e m’interrogò da chi meglio fosse difesa la casa d’un Particolare; se da lui stesso, da’suo figliuoli, e dal resto di sua famiglia; oppure da una mezza dozzina di vagabondi a caso presi nelle strade, e miseramente pagati; in tempo che possono eglino guadagnar mille volte più, scannando coloro che anno l’imprudenza di destinargli in lor guardie.
Nulla di più ameno riuscivale quanto la mia Aritmetica, nel far entrare nell’enumerazione del nostro Popolo, le differenti Sette di Religione, e le Fazioni diverse dentro lo Stato. Prostava Sua Maestà di non iscoprirvi ragione veruna, perchè que’che anno opinioni pregiudiziali al Pubblico fossero obbligati di cangiare, o obbligati non fossero di occultarle: E che come sarebbe una Tirannia in un Governo l’esigere la prima di queste cose, era una debolezza il non far osservar la seconda: imperocchè è ben permesso a un uomo il tener in Casa de’veleni, ma non già di vendergli per Cordiali.