IL GIRO DEL MONDO IN OTTANTA GIORNI.


IL
GIRO DEL MONDO
IN OTTANTA GIORNI

DI

GIULIO VERNE

MILANO
Fratelli Treves, Editori

Quindicesimo migliaio.


La presente opera è messa dagli editori Fratelli Treves sotto la tutela delle vigenti leggi di proprietà letteraria per tutto il Regno d’Italia, Trieste, Trentino e Canton Ticino.

Milano. Tip. Treves — 1914.



[INDICE]


IL GIRO DEL MONDO IN OTTANTA GIORNI

CAPITOLO PRIMO. Nel quale Phileas Fogg e Gambalesta si accettano reciprocamente l’uno come padrone l’altro come servitore.

Nell’anno 1872, la casa recante il numero 7 di Saville-row, Burlington Garden, — casa in cui morì Sheridan nel 1814, — era abitata da Phileas Fogg, esq.[1], uno dei membri più singolari e più segnalati del Reform-Club di Londra, quantunque sembrasse studiarsi di non far nulla che potesse attirare l’attenzione.

Ad uno dei più grandi oratori che onorano l’Inghilterra, succedeva dunque in quella casa codesto Phileas Fogg, personaggio enigmatico, di cui nessuno sapeva niente, fuorchè essere un fior di galantuomo, ed uno dei più bei gentlemen dell’alta società inglese.

Si diceva che rassomigliasse a Byron, — nella testa, poichè era senza difetti ai piedi — ma un Byron con mustacchi e favoriti, impassibile, da poter vivere mille anni senza invecchiare.

Inglese senz’alcun dubbio, Phileas Fogg non era forse Londinese. Non lo si era mai visto nè alla Borsa nè alla Banca, nè in alcuno degli ufficii della City. Nè i bacini nè i docks di Londra avevano mai ricevuto una nave avente per armatore Phileas Fogg. Codesto gentleman non figurava in alcun comitato d’amministrazione. Il suo nome non era mai risuonato in un collegio d’avvocati, nè al tempio, nè a Lincoln’s inn, nè a Gray’s inn. Non litigò mai nè alla Corte del Cancelliere, nè al Banco della Regina, nè allo Scacchiere, nè in Corte ecclesiastica. Non era industriale, nè negoziante, nè mercante, nè agricoltore. Non faceva parte nè dell’Istituto Reale della Gran Brettagna, nè dell’Istituto di Londra, nè dell’Istituto degli Artigiani, nè dell’Istituto Russel, nè dell’Istituto letterario dell’Ovest, nè dell’Istituto del Diritto, nè di quell’Istituto delle Arti e delle Scienze riunite, che è posto sotto il patronato diretto di Sua Graziosa Maestà. Insomma non apparteneva ad alcuna delle numerose società che pullulano nella capitale dell’Inghilterra, dalla Società dell’Armonica sino alla Società entomologica, fondata principalmente allo scopo di distruggere gli insetti nocivi.

Phileas Fogg era membro del Reform-Club, ed ecco tutto.

A chi si stupisse che un gentleman tanto misterioso si noverasse fra i membri di questa onorevole associazione, sarà risposto che egli vi fu ammesso dietro raccomandazione dei signori Fratelli Baring presso i quali aveva un credito aperto. La regolarità posta da essi nel pagamento a vista dei suoi mandati sul conto corrente, in cui egli era invariabilmente creditore, gli aveva procacciato una certa stima.

Codesto Phileas Fogg era egli ricco? Incontestabilmente. Ma in che modo si fosse arricchito, ecco ciò che i meglio informati non potevano dire, e il signor Fogg era l’ultimo cui convenisse rivolgersi per saperlo. Comunque, egli non era prodigo di nulla, ma non avaro, giacchè ogni volta fosse richiesto di danaro per un’opera nobile, utile e generosa, egli lo portava silenziosamente ed anche anonimamente. Insomma, nulla di meno comunicativo di quel gentleman. Parlava il meno possibile, ed appariva perciò tanto più misterioso. Eppure, la sua vita era palese; ma era tanto matematicamente uniforme, che l’immaginazione, insoddisfatta, cercava al di là.

Aveva viaggiato? Probabilmente, poichè nessuno conosceva meglio di lui la carta del mondo. Non eravi luogo remoto ch’egli non mostrasse averne cognizione speciale. Qualche volta, ma in poche parole, brevi e chiare, rettificava le mille dicerie che circolavano nel club circa i viaggiatori perduti o smarriti; indicava le vere probabilità, e le sue parole erano parse di sovente quasi ispirate da una seconda vista, tanto l’avvenimento finiva sempre per giustificarle. Era un uomo che aveva dovuto viaggiare dappertutto, per lo meno in ispirito.

Peraltro era sicuro che da lunghi anni Phileas Fogg non aveva lasciato Londra. Le persone che avevano l’onore di conoscerlo più da vicino, attestavano che nessuno poteva pretendere d’averlo mai visto altrove che in quella strada diretta che egli percorreva ogni giorno per recarsi da casa sua al club. Suo solo passatempo era leggere i giornali e giocare al whist. A questo giuoco del silenzio, tanto adatto al suo temperamento, egli vinceva spesso; ma i suoi guadagni non entravano mai nella sua borsa e figuravano per una somma importante al suo bilancio di carità. E poi, è bene notarlo, il signor Fogg giocava evidentemente per giocare, non per vincere; il giuoco era per lui un combattimento, una lotta contro una difficoltà, ma una lotta senza moto, senza spostamento, senza fatica, e ciò si confaceva al suo carattere.

Nessuno gli conosceva nè moglie, nè figli — ciò che può accadere alle più brave persone, — nè parenti, nè amici, — cosa più rara in verità. Phileas Fogg viveva solo nella sua casa di Saville-row, dove nessuno penetrava. Del suo interno, non s’era parlato mai. Un solo servo bastava a servirlo. Faceva colazione e desinava al club, ad ore cronometricamente determinate, nella medesima sala, alla stessa tavola, senza la compagnia di colleghi, senza invitar mai un estraneo. Rincasava soltanto per coricarsi, a mezzanotte precisa, senza far mai uso di quelle stanze ben addobbate che il Reform-Club tiene a disposizione dei membri del Circolo. Su ventiquattr’ore, ne passava dieci al suo domicilio, sia che dormisse, sia che s’occupasse della sua teletta.

Se passeggiava, lo faceva invariabilmente, con passo uguale, nella sala d’accesso dal pavimento intarsiato, o sulla galleria circolare del club, al disopra della quale sorge una cupola coi vetri azzurri, sorretta da venti colonne ioniche di porfido rosso. A colazione e a pranzo, erano le cucine, la dispensa, la pescheria, la latteria del club che fornivano alla sua tavola le loro succolenti riserve; erano i camerieri del club gravi personaggi in abito nero, calzati con scarpe a suole di mollettone, che lo servivano in porcellana speciale e sopra stupende tovaglie di tela di Sassonia; erano i bicchieri di purissimo cristallo del club che contenevano il suo sherry, il suo porto od il suo claretto corretto con cannella, capelvenere, cinnamomo; era finalmente il ghiaccio del club — ghiaccio venuto con forti spese dai laghi d’America — che manteneva le sue bevande in un soddisfacente stato di freschezza.

Se vivere in tali condizioni si chiama eccentricità, bisogna confessare che la eccentricità ha del buono!

La casa di Saville-row, senza essere sontuosa, si raccomandava per un comfort davvero superlativo. D’altronde, con le abitudini invariabili del suo abitatore, il servizio si riduceva a ben poco. Però, Phileas Fogg esigeva dal suo unico servo una puntualità, una regolarità straordinarie. Quel giorno appunto — 2 ottobre — Phileas Fogg aveva licenziato James Forster perchè codesto servitore erasi reso colpevole di portargli per radere la barba dell’acqua ad ottanta quattro gradi Farenheit invece che ad ottantasei ed aspettava il suo successore che doveva presentarsi tra le undici e le undici e mezzo.

Phileas Fogg, ben adagiato nel suo seggiolone coi piedi ravvicinati come quelli di un soldato alla parata, le palme delle mani sulle ginocchia, il corpo ritto, la testa alta, guardava camminare la sfera della pendola — macchina complicata che indicava le ore, i minuti, i secondi, i giorni, i mesi e l’anno. Allo scoccare delle undici e mezzo, il signor Fogg doveva, secondo la sua abitudine quotidiana, lasciare la casa e recarsi al Reform-Club.

In quel punto, si udì picchiare all’uscio del salotto in cui se ne stava Phileas Fogg.

James Forster, il servo licenziato, apparve.

“Il nuovo servo,„ diss’egli.

Un giovinotto di una trentina d’anni si mostrò e salutò.

“Siete francese e vi chiamate John? gli chiese Phileas Fogg.

— Gianni, se così piace al signore, rispose il nuovo venuto, Gianni Gambalesta, soprannome che mi è rimasto in grazia della mia attitudine a trarmi d’impaccio. Credo di essere un onesto figliuolo, signore; ma, per essere schietto, ho fatto parecchi mestieri. Sono stato cantante ambulante, poi cavallerizzo in un circo, ho emulato Léotard nei voli aerei, e Blondin danzando sulla corda; poi son diventato professore di ginnastica, per utilizzare meglio i miei talenti; ed in ultimo ero sergente dei pompieri, a Parigi. Ho anzi nel mio stato di servizio diversi incendi notevoli. Ma ora son già cinque anni che ho lasciato la Francia, e che, bramoso di gustare la vita di famiglia, faccio il cameriere in Inghilterra. Trovandomi senza posto, e saputo che il signor Phileas Fogg è l’uomo più esatto e più sedentario del Regno-Unito, mi presento in casa del signore colla speranza di vivervi tranquillo e di dimenticare persino questo nome di Gambalesta....

— Gambalesta mi conviene, rispose il gentleman. Mi siete stato raccomandato. Ho buone informazioni sul vostro conto. Conoscete i miei patti?

— Sì, signore.

— Bene. Che ora fate?

— Le undici e ventidue minuti, rispose Gambalesta estraendo dalle profondità del suo taschino un enorme oriuolo d’argento.

— Voi tardate, disse il signor Fogg.

— Chiedo perdono al signore, ma è impossibile.

— Voi ritardate di quattro minuti. Non monta. Basta conoscere l’errore. Dunque, da questo momento in avanti, undici ore e ventinove minuti del mattino, mercoledì, 2 ottobre 1872, voi siete al mio servizio.„

Ciò detto, Phileas Fogg si alzò, prese il suo cappello con la mano sinistra, se lo pose in testa con un movimento da automa e scomparve senza aggiungere una parola.

Gambalesta udì l’uscio di strada chiudersi una prima volta: era il suo nuovo padrone che usciva; indi una seconda volta: era il suo predecessore, James Forster, che se n’andava da parte sua.

Gambalesta rimase solo nella casa di Saville-row.

CAPITOLO II. Nel quale Gambalesta è convinto d’aver finalmente trovato il suo ideale.

“Affè! disse in cuor suo Gambalesta, a tutta prima un po’ sbalordito, ho conosciuto presso la signora Tussaud dei fantocci non meno vivi del mio nuovo padrone!„

I “fantocci„ della signora Tussaud sono figure di cera, che tutti vanno a visitare a Londra, e alle quali non manca davvero che la parola.

Durante i pochi istanti del suo colloquio con Phileas Fogg, Gambalesta aveva rapidamente ma diligentemente esaminato il suo futuro padrone. Era un uomo sulla quarantina, di faccia nobile e bella, alto di statura, cui non guastava una leggera pinguedine, biondo di capelli e di favoriti, fronte piana senz’apparenza di rughe alle tempie, faccia piuttosto pallida che colorita, denti magnifici. Egli dimostrava possedere al più alto grado ciò che i fisionomisti chiamano “il riposo nell’azione,„ facoltà comune a coloro che fanno più fatti che rumore. Calmo, flemmatico, occhio puro, palpebra immobile, era il tipo finito di quegl’Inglesi di sangue freddo che s’incontrano di frequente nel Regno-Unito, e di cui Angelica Kauffmann ritrasse meravigliosamente col suo pennello l’attitudine un po’ accademica. Veduto nei diversi atti della sua esistenza, quel gentleman dava l’idea di un essere ben equilibrato in tutte le sue parti, giustamente ponderato, perfetto come un cronometro di Leroy o Earnshaw. E difatti Phileas Fogg era l’esattezza personificata; il che appariva chiaramente “nell’espressione dei suoi piedi e delle sue mani;„ poichè presso l’uomo, come presso gli animali, le membra stesse sono organi espressivi delle passioni.

Phileas Fogg era di quegli uomini matematicamente esatti, che, mai frettolosi e sempre pronti, sono economi dei loro passi e dei loro movimenti. Battendo sempre la via più corta, egli non faceva un passo soverchio. Non sciupava mai uno sguardo verso il soffitto. Non si permetteva un gesto superfluo. Non lo si era mai visto commosso o turbato. Era l’uomo meno frettoloso di questo mondo, ma giungeva sempre in tempo. Perciò viveva solo e per così dire al di fuori di qualunque cerchia sociale. Sapeva che nella vita bisogna far la parte degli attriti, e siccome gli attriti fanno indugiare, egli evitava ogni contatto.

Quanto a Gianni, detto Gambalesta, — vero parigino di Parigi, da cinque anni che abitava l’Inghilterra e vi faceva a Londra il mestiere di cameriere, aveva cercato indarno un padrone cui affezionarsi.

— Gambalesta, dell’età di trent’anni, non era uno di quei Frontini o Mascarilli che, colle spalle alte, il naso al vento, lo sguardo sicuro, l’occhio asciutto, non sono che impudenti cialtroni. No, Gambalesta era un bravo giovine, di fisonomia amabile, dalle labbra un po’ sporgenti, sempre pronte a gustare o ad accarezzare, un’indole buona e servizievole, con una di quelle buone teste rotonde che piace vedere sulle spalle di un amico. Aveva gli occhi azzurri, la carnagione accesa, la faccia grassa al punto che poteva, abbassando gli occhi, vedersi il pomello delle gote, il petto largo, la vita ampia, la muscolatura vigorosa, e possedeva una forza erculea che gli esercizi della giovinezza avevano ammirabilmente sviluppata. I suoi capelli bruni erano un pochino arruffati. Se gli scultori dell’antichità conoscevano diciotto modi di acconciare la capigliatura di Minerva, Gambalesta non ne conosceva che uno per rassettare la sua; tre colpi di pettine, ed era bell’e pettinato.

Dire che il carattere espansivo di questo servo si accorderebbe con quello di Phileas Fogg, gli è quanto la prudenza più elementare non permette. Gambalesta sarebbe quel domestico impeccabilmente esatto che occorreva al suo padrone? Lo si vedrà col tempo.

Dopo aver avuto, come sappiamo a quest’ora, una giovinezza quasi vagabonda, egli aspirava al riposo. Avendo udito lodare il metodismo inglese e la freddezza proverbiale dei gentlemen, egli andò a cercar fortuna in Inghilterra. Ma, fin allora, la sorte lo aveva mal servito. Non aveva potuto piantare radici in nessun luogo. Era stato in dieci case. In tutte c’era il bislacco, l’ineguale, il cacciatore d’avventure o il curioso di veder paesi: ciò non poteva più convenire a Gambalesta. Il suo ultimo padrone, il giovine lord Longsferry, membro del Parlamento, dopo aver passato le sue notti nelle oysters-rooms[2] di Hay-Market, tornava troppo spesso a casa sulle spalle dei policemen. Gambalesta, volendo anzitutto poter rispettare il suo padrone, arrischiò alcune rispettose osservazioni che furono mal accolte. Allora la ruppe. Riseppe in quella che il signor Phileas Fogg, esq., cercava un servo. Prese informazioni su questo gentleman. Un personaggio che menava una esistenza tanto regolare, che non dormiva fuori di casa, che non viaggiava, che non si assentava mai, neppure un giorno, doveva convenirgli appuntino. Si presentò e fu ammesso nelle circostanze che il lettore conosce.

Gambalesta, — scoccate le undici e mezzo, — si trovava dunque solo nella casa di Saville-row. Senz’altro ne incominciò l’ispezione. La percorse dalla cantina al granaio. Quella casa pulita, ordinata, severa, puritana, ben organizzata pel servizio, gli piacque. Gli fece l’effetto di un bel guscio di lumaca, ma di un guscio rischiarato e scaldato dal gas, poichè l’idrogeno carburato vi bastava a tutti i bisogni di luce e di calore. Gambalesta trovò senza fatica, al secondo piano, la camera che eragli destinata. Essa gli convenne. Dei campanelli elettrici e dei tubi acustici la mettevano in comunicazione con gli appartamenti dell’ammezzato e del primo piano. Sul caminetto, una pendola elettrica corrispondeva con la pendola della camera da letto di Phileas Fogg, e i due congegni segnavano in uno stesso istante il medesimo minuto secondo.

“La mi va, la mi va d’incanto!„ disse tra sè Gambalesta.

Egli notò pure, nella sua camera, una tabellina affissa al muro, al disopra della pendola. Era il programma del servizio quotidiano. Comprendeva, — dalle otto del mattino, ora regolamentare in cui si alzava il signor Phileas Fogg, sino alle undici e mezzo, ora in cui egli usciva di casa per andar ad asciolvere al Reform-Club, — tutte le particolarità del servizio: il thè e i crostini dalle otto e ventitrè, l’acqua per la barba dalle nove e trentasette, la teletta dalle dieci meno venti, ecc. Poi, dalle undici e mezzo del mattino fino alla mezzanotte, — ora in cui si coricava il metodico gentleman, — tutto era notato, previsto, regolarizzato. Gambalesta meditò con gioia quel programma e se ne impresse nella mente i diversi articoli.

Quanto alla guardaroba del signore, essa era assai ben fornita e meravigliosamente ordinata. Ogni pantalone, abito o panciotto portava un numero d’ordine riprodotto sopra un registro di entrata e di uscita indicante la data in cui, secondo la stagione, i suoi vestiti dovevano essere volta a volta portati. Stessa norma per le calzature.

Insomma, in quella casa di Saville-row, — che doveva essere il tempio del disordine all’epoca dell’illustre ma dissipatore Sherindan, — arredamento, che annunziava una bella agiatezza. Nessuna biblioteca, nessun libro: sarebbero stati senza utilità pel signor Fogg, giacchè il Reform-Club metteva a sua disposizione due biblioteche, una consacrata alle belle lettere, l’altra al diritto ed alla politica.

Nella camera da letto stava una cassa-forte di mezzana grandezza, che per la sua costruzione era guarentita dagl’incendi al pari che dai ladri. Non c’erano armi in casa, e neppure utensili da caccia o da guerra. Tutto vi dinotava le abitudini più pacifiche.

Dopo aver esaminato minutamente quell’abitazione, Gambalesta si fregò le mani; la sua larga faccia si spianò ed egli ripetè giocondamente:

“La mi va d’incanto! ecco quel che cercavo! C’intenderemo perfettamente, il signor Fogg ed io! un uomo casalingo e regolato! Una vera macchina! Ebbene, sono felicissimo di servire una macchina!„

CAPITOLO III. Nel quale s’impegna una conversazione che potrà costar caro a Phileas Fogg.

Phileas Fogg aveva lasciato la sua casa di Saville-row alle undici e mezzo; e dopo avere posto cinquecentosettantacinque volte il piede destro innanzi al piede sinistro, e cinquecentosettantasei volte il piede sinistro innanzi al piede destro, giunse al Reform-Club, vasto edificio eretto in Pall-Mall, e la cui costruzione costò non meno di tre milioni.

Phileas Fogg si recò subito nella sala da pranzo le cui nove finestre si aprivano sopra un bel giardino dagli alberi già indorati dall’autunno. Lì egli prese posto alla tavola abituale dove già l’aspettava la sua posata; la sua colazione si componeva di un antipasto, di un pesce lessato condito con una reading sauce di prima qualità, di un rosbeef scarlatto acidulato da condimenti muhseron, di un pasticcio farcito di cime di rapontico e di lamponi verdi, di un pezzo di chester, il tutto inaffiato da qualche tazza di un thè specialmente raccolto pel consumo del Reform-Club.

A mezzodì e quarantasette, il nostro gentleman si alzò e si avviò verso la gran sala, sontuoso hall, adorno di dipinti riccamente incorniciati. Ivi un servo gli diede il Times non tagliato, di cui Phileas Fogg operò il laborioso spiegamento con sicurezza di mano che dinotava una grande abitudine di sì difficile operazione. La lettura di quel giornale occupò Phileas Fogg sino alle tre e quarantacinque, e quella del Standard, — che gli succedette, — durò sino al pranzo. Questo pasto si compì nelle stesse condizioni della colazione con aggiunta di royal british sauce.

Alle sei meno venti, il gentleman ricomparve nel gran salone e vi rimase assorto nella lettura del Morning-Chronicle.

Da lì a mezz’ora, diversi frequentatori del Reform Club facevano il loro ingresso e si avvicinavano al camino in cui ardeva un fuoco di carbon fossile. Erano i compagni abituali del signor Phileas Fogg, al par di lui arrabbiati giocatori di whist: l’ingegnere Andrew Stuart, i banchieri John Sullivan e Samuel Fallentin, il birraio Thomas Flanagan, Gualtiero Ralph, uno degli amministratori della Banca d’Inghilterra, personaggi ricchi e riputati, benanco in quel club che conta fra i suoi membri le sommità dell’industria e della finanza.

— Ebbene! Ralph, domandò Thomas Flanagan, avete notizie sul furto?

— Ehi la Banca, rispose Andrew Stuart, ci rimetterà anche stavolta il suo danaro.

— Io spero invece, disse Gualtiero Ralph, che porremo le mani addosso al ladro. Diversi ispettori di polizia, persone abilissime, sono state mandate in America ed in Europa, in tutt’i principali porti d’imbarco e di sbarco, e sarà difficile a quel galantuomo di sfuggir loro.

— Si hanno dunque i connotati del ladro, chiese Andrew Stuart.

— Anzitutto, non è un ladro, rispose seriamente Gualtiero Ralph.

— Come? non è un ladro l’individuo che sottrasse per cinquantacinquemila sterline di banconote (1 milione e 375 mila franchi?)

— No, rispose Ralph.

— È dunque un industriale? disse John Sullivan.

— Il Morning Chronicle assicura che è un gentleman.

Colui che diede questa risposta non era altri che Phileas Fogg, la cui testa emergeva allora dall’onda di carta che erasi ammansata intorno a lui. In pari tempo, Phileas Fogg salutò i suoi colleghi, che gli restituirono il saluto.

Il fatto in discorso, che i diversi giornali del Regno Unito discutevano con ardore, era accaduto tre giorni prima, il 29 settembre. Un fascio di banconote, formante l’enorme somma di cinquantacinquemila sterline, era stato preso sul tavolino del cassiere principale della Banca d’Inghilterra.

A chi si stupiva che un tal furto avesse potuto effettuarsi tanto facilmente, il vice-governatore Gualtiero Ralph si limitava a rispondere che in quello stesso momento il cassiere era occupato a registrare un incasso di tre scellini e sei pence, e che non si può aver gli occhi dappertutto.

Conviene far osservare qui, — lo che rende il fatto più spiegabile, — che quell’ammirabile stabilimento della Bank of England pare affannarsi estremamente per la dignità del pubblico. Nessuna guardia, nessun invalido, nessun cancello! L’oro, l’argento, i biglietti sono esposti liberamente e per così dire in balìa del primo che capita. Non si oserebbe porre in sospetto l’onorabilità di un passante qualunque. Uno dei migliori osservatori degli usi inglesi narra perfino questo: In una delle sale della Banca in cui egli si trovava un giorno, ebbe la curiosità di vedere più da vicino una verga d’oro del peso di sette ad otto libbre, che si trovava esposta sopra il tavolo del cassiere; egli prese quella verga, l’esaminò, la porse al suo vicino, questi ad un altro, dimodochè la verga, di mano in mano, se ne andò sino al fondo di un corridoio oscuro, e non ritornò che mezz’ora dopo a ripigliare il suo posto, senza che il cassiere avesse soltanto alzata la testa.

Ma, il 29 settembre, le cose non andarono precisamente così; il fascio di banconote non ritornò, e quando il magnifico orologio, collocato al disopra del drawing office, suonò alle cinque ore la chiusura degli uffici, la Banca d’Inghilterra doveva notare sul conto profitti e perdite la bagattella di 55,000 sterline.

Appena il furto fu debitamente constatato, degli agenti, dei detectives[3] scelti fra i più abili, vennero inviati nei principali porti, a Liverpool, a Glascow, all’Havre, a Suez, a Brindisi, a Nuova York, ecc., con promessa, in caso di riuscita, di un premio di duemila sterline (50,000 franchi) e il cinque per cento della somma che sarebbe stata ricuperata. In aspettativa delle informazioni che doveva fornire l’inchiesta immediatamente incominciata, quegl’ispettori avevano per missione di osservare scrupolosamente tutti i viaggiatori in arrivo o in partenza.

Ora, appunto come diceva il Morning Chronicle, c’era motivo a supporre che l’autore del furto non facesse parte di nessuna delle associazioni di ladri dell’Inghilterra. Durante quella giornata del 29 settembre, un gentleman ben vestito, di bei modi, di aspetto distinto, era stato visto andare innanzi e indietro nella sala dei pagamenti, teatro del furto. L’inchiesta era riuscita a raccogliere tutt’i connotati di quel gentleman, connotati che furono subito comunicati a tutt’i detectives del Regno Unito e del Continente. Alcune anime buone, — e Gualtiero Ralph era del bel numer’uno, — credevano di poter sperare con fondamento che il ladro non la scapperebbe.

Come ognuno può immaginarsi, questo fatto era all’ordine del giorno a Londra ed in tutta Inghilterra. Si discuteva, si scommetteva pro o contro le probabilità del successo della polizia metropolitana. Nessuna meraviglia dunque che i membri del Reform-Club trattassero la stessa questione, tanto più che uno dei vice governatori della Banca si trovava fra loro.

L’onorevole Gualtiero Ralph non voleva dubitare del risultato delle indagini, opinando che il premio offerto dovesse aguzzare singolarmente lo zelo o la intelligenza degli agenti. Ma il suo collega, Andrew Stuart, era ben lungi dal dividere tanta fiducia. La discussione continuò adunque fra i due gentlemen che eransi seduti alla tavola del whist, Stuart dirimpetto a Flanagan, Fallentin di fronte a Phileas Fogg. Durante il gioco, i giocatori non parlavano, ma tra i robbres[4], la conversazione interrotta si riappiccava ognor più animata.

“Io sostengo, disse Andrew Stuart, che le probabilità sono in favore del ladro, che dev’essere certamente un uomo molto abile!

— Evvia! rispose Ralph, oramai non c’è più un paese in cui possa rifugiarsi.

— Questo poi....

— Dove volete che vada?

— Non ne so nulla, rispose Andrew Stuart, ma, alla fin fine, il mondo è grande.

— Lo era una volta,„ disse a mezza bocca Phileas Fogg; indi: “sta a voi ad alzare„ soggiunse presentando le carte a Thomas Flanagan.

La discussione venne sospesa durante il robbre. Ma ben presto, Andrew Stuard la riappiccava dicendo:

“Come, una volta! È forse diminuita la terra?

— Senza dubbio, rispose Gualtiero Ralph: io sono del parere del signor Fogg. La terra è diminuita, giacchè ora la si percorre dieci volte più presto che non la si percorresse cento anni fa. Ed ecco ciò che, nel caso attuale, renderà le ricerche più rapide.

— E renderà anche più facile la fuga del ladro!

— Tocca a voi a giocare, signor Stuart„ disse Phileas Fogg.

Ma l’incredulo Stuart non era convinto, e finita la partita:

“Bisogna confessare, signor Ralph, ripigliò egli, che avete trovato un modo curioso di dire che la terra è diminuita! Così, perchè adesso se ne fa il giro in tre mesi....

— In ottanta giorni soltanto, disse Phileas Fogg.

— Difatti, signori, soggiunse John Sullivan, ottanta giorni dopo che la sezione fra Bothal e Allahabad venne aperta sul Great Indian peninsular railway, ed ecco il calcolo stabilito dal Morning Chronicle:

Da Londra a Suez pel Moncenisio e Brindisi, ferrovia e battelli a vapore 7 giorni
Da Suez a Bombay, battello a vapore 13
Da Bombay a Calcutta, ferrovia 3
Da Calcutta a Hong-Kong (Cina), battello a vapore 13
Da Hong-Kong a Yokohama (Giappone), battello a vapore 8
Da Yokohama a San Francisco, battello a vapore 22
Da San Francisco a Nuova York, ferrovia 7
Da Nuova York a Londra, battello a vapore e ferrovie 9
Totale 80 giorni

— Sì, ottanta giorni, esclamò Andrew Stuart che per disattenzione tagliò una carta reale, ma non compreso il cattivo tempo, i venti contrari, i naufragi, gli sviamenti, ecc.

— Tutto compreso, rispose Phileas Fogg, continuando a giocare, perchè stavolta la discussione non rispettava più il whist.

— Anche se gl’Indù, e gl’Indiani, come li vorrete chiamare, portan via le rotaie esclamò Andrew Stuart: se fermano i treni, saccheggiano i forgoni e pelano il cranio ai viaggiatori!

— Tutto compreso„ rispose Phileas Fogg, che scoprì le sue carte, avendo vinto.

Andrew Stuart, cui era venuto il turno di fare mazzo, raccolse le carte dicendo:

“Teoricamente, voi avete ragione, signor Fogg, ma nella pratica....

— Nella pratica pure, signor Stuart.

— Vorrei proprio vedervici.

— Non dipende che da voi. Partiamo insieme.

— Il cielo me ne guardi! esclamò Stuart, ma scommetterei volentieri quattromila sterline (100,000 franchi), che un tale viaggio, fatto in tali condizioni, è impossibile.

— Possibilissimo, invece, rispose il signor Fogg.

— Ebbene, fatelo allora!

— Il giro del mondo in ottanta giorni?

— Sì.

— Lo farò volentieri.

— Quando!

— Subito. Soltanto vi avverto che lo farò a vostre spese.

— Che pazzia! esclamò Andrew Stuart, che incominciava a spazientirsi dell’insistenza del suo compagno di giuoco. Via! è meglio giuocare.

— Rimeschiate allora, rispose Phileas Fogg, giacchè avete dato male.„

Andrew Stuart ripigliò le carte con mano febbrile; indi, tutt’ad un tratto, deponendole sulla tavola:

“Ebbene, sì, signor Fogg, diss’egli, sì, scommetto quattromila sterline!...

— Mio caro Stuart, disse Fallentin, calmatevi. Ciò non è serio.

— Quando io dico: scommetto, rispose Andrew Stuart, è sempre sul serio.

— E sia!„ disse il signor Fogg. Indi volgendosi verso i suoi colleghi:

“Ho ventimila sterline (500,000 franchi) depositati presso i Fratelli Baring. Li rischierò volentieri....

— Ventimila sterline! esclamò John Sullivan. Ventimila sterline che un ritardo impreveduto può farvi perdere!

— L’impreveduto non esiste, rispose semplicemente Phileas Fogg.

— Ma, signor Fogg, codesto lasso di 80 giorni è calcolato come un minimum di tempo!

— Un minimum ben impegnato basta a tutto.

— Ma per non oltrepassarlo, bisogna saltare matematicamente dalle ferrovie nei battelli a vapore, e dai battelli nelle ferrovie!

— Salterò matematicamente.

— È uno scherzo!

— Un buon Inglese non scherza mai quando si tratta d’una cosa seria qual’è una scommessa, rispose Phileas Fogg. Io scommetto ventimila sterline contro chicchesia, che io farò il giro della terra in ottanta giorni o meno, cioè in millenovecentoventi ore ossia centoquindicimila e duecento minuti. Accettate?

— Accettiamo, risposero i signori Stuart, Fallentin, Sullivan, Flanagan e Ralph, dopo essersi posti d’accordo.

— Bene, disse Fogg. Il treno di Douvres parte alle 8 e 45. Lo prenderò.

— Stasera stessa? domandò Stuart.

— Stasera stessa, rispose il signor Fogg. Dunque, soggiunse consultando un calendario tascabile; giacchè è oggi mercoledì, 2 ottobre, dovrò essere di ritorno a Londra in questo stesso salotto del Reform-Club, il sabato 21 dicembre, alle ore 8 e 45 di sera; in mancanza di che le ventimila lire sterline, depositate attualmente a mio credito presso i Fratelli Baring, vi apparterranno di fatto e di diritto, o signori. Ecco un bono per tale somma.„

Fu steso il processo verbale della scommessa, e venne sottoscritto immediatamente dai sei cointeressati. Phileas Fogg era rimasto freddo. Egli non aveva certamente scommesso per guadagnare ed aveva impegnato soltanto quelle ventimila sterline, — metà della sua sostanza, — perchè prevedeva che forse gli sarebbe necessario spendere l’altra metà per condurre a buon termine quel difficile, per non dire ineseguibile progetto. Quanto a’ suoi avversari, sembravano commossi, non già a cagione del valore della posta, ma perchè avevano un certo scrupolo a lottare in quelle condizioni.

Nove ore suonavano in quel punto. Si offerse al signor Fogg di sospendere il whist, affinchè potesse far i suoi preparativi di partenza.

“Io sono sempre pronto!„ rispose l’impassibile gentleman; e dando le carte:

“Volto quadri, diss’egli; tocca a voi il tratto, signor Stuart.„

CAPITOLO IV. Nel quale Phileas Fogg sbalordisce Gambalesta, suo servo.

Alle sette e venticinque, Phileas Fogg, dopo aver guadagnato una ventina di ghinee al whist, prese commiato dai suoi onorevoli colleghi e lasciò il Reform-Club. Alle sette e cinquanta egli apriva la porta della sua casa ed entrava nelle sue stanze.

Gambalesta, che aveva coscienziosamente studiato il suo programma, fu non poco sorpreso nel vedere il signor Fogg, colpevole d’inesattezza, comparire a quell’ora insolita. Secondo la tabella, il pigionale di Saville-row non doveva rincasare che alla mezzanotte precisa.

Phileas Fogg era a tutta prima salito nella sua camera, poi chiamò:

“Gambalesta.„

Gambalesta non rispose. Quella chiamata non poteva essere diretta a lui. Non era l’ora.

“Gambalesta„, riprese il signor Fogg, senz’alzare la voce.

Gambalesta si presentò.

“È la seconda volta che vi chiamo, disse il signor Fogg.

— Ma non è mezzanotte, rispose Gambalesta col suo orologio in mano.

— Lo so, riprese Phileas Fogg, e non vi faccio rimprovero. Noi partiamo da qui a dieci minuti per Douvres e Calais.„

Una specie di smorfia si delineò sulla rotonda faccia del francese. Era evidente che non aveva inteso bene.

“Il signore cambia abitazione? domandò egli.

— Sì, rispose Phileas Fogg. Noi andiamo a fare il giro del mondo.„

Gambalesta, l’occhio smisuratamente aperto, le palpebre e il sopracciglio in alto, le braccia distese, il corpo accasciato, presentava allora tutti i sintomi della maraviglia spinta fino allo stupore.

“Il giro del mondo! mormorò egli.

— In ottanta giorni, rispose il signor Fogg. Dunque, non abbiamo un solo istante da sciupare.

— Ma le valigie?... disse Gambalesta che dondolava inconsciamente la testa a destra e a sinistra.

— Nessuna valigia, un sacco da viaggio soltanto. Dentro, due camicie di lana, tre paia di calze. Altrettanto per voi. Compreremo strada facendo. Prenderete il mio makintosh[5] e la mia coperta da viaggio. Provvedetevi di buone scarpe. D’altronde cammineremo poco o punto. Andate.„

Gambalesta avrebbe voluto rispondere. Non lo potè. Lasciò la camera del signor Fogg, salì nella sua, cadde sopra una sedia, e valendosi di una frase alquanto volgare del suo paese:

“Affè, disse tra sè, questa è forte, questa! Io che volevo starmene tranquillo!...„

E macchinalmente egli fece i suoi preparativi di viaggio. Il giro del mondo in ottanta giorni! Che si fosse imbattuto in un pazzo? No.... Si trattasse di uno scherzo? Si andava a Douvres, e sta bene. A Calais, sia pure. In fin dei conti, tutto ciò non poteva porre di malumore il buon figliuolo che già da cinque anni non aveva più calpestato il suolo della patria. Si andrebbe fors’anco a Parigi, e senza ombra di dubbio, egli rivedrebbe con piacere la gran capitale. Ma certamente, un gentleman tanto economo de’ suoi passi, si fermerebbe colà.... Sì, senza dubbio; pure non era meno vero ch’egli partiva, che si traslocava, quel gentleman tanto casalingo sin’allora!

Alle otto, Gambalesta aveva apparecchiato il modesto sacco che conteneva la sua guardaroba e quella del suo padrone, e, con la mente ancora scombuiata, lasciò la sua camera di cui chiuse accuratamente l’uscio, e raggiunse il signor Fogg.

Il signor Fogg era pronto. Portava sottobraccio il Bradshaw’s continental railway steam transit and general guide[6], che doveva fornirgli tutte le indicazioni necessarie al suo viaggio. Egli prese il sacco dalle mani di Gambalesta, l’aprì e vi cacciò dentro un grosso pacco di quelle belle banconote che hanno corso in tutt’i paesi.

— Non avete dimenticato nulla? chiese egli.

— Nulla, signore.

— Il mio makintosh e la mia coperta?

— Eccoli.

— Bene, prendete questo sacco.

Il signor Fogg consegnò il suo sacco a Gambalesta.

— E abbiatene cura, soggiunse. Ci son dentro ventimila sterline (500.000 franchi).

Mancò poco che il sacco sgusciasse dalle mani di Gambalesta, come se ventimila sterline fossero state in oro e di un peso considerevole.

Il padrone e il servo discesero allora, e la porta di strada fu chiusa a doppio giro.

Una stazione di carrozze si trovava all’estremità di Saville-row. Il signor Phileas Fogg ed il suo servo salirono in un cab (cittadina) che si diresse rapidamente verso lo scalo di Charing-Cross, a cui metteva capo una delle diramazioni del South Eastern railway.

Alle otto e venti, il cab si fermò al cancello della stazione. Gambalesta balzò a terra. Il suo padrone lo seguì e pagò il cocchiere.

In quel momento, una povera mendicante, che teneva un fanciullo per mano a piedi nudi nel fango, coperta da un cappello svecchiato da cui pendeva una piuma miserabile, uno sciallo a brandelli sui suoi cenci, si avvicinò al signor Phileas Fogg e gli chiese l’elemosina.

Phileas Fogg trasse di tasca le venti ghinee guadagnate poc’anzi al whist, e presentandole alla mendicante:

— Prendete, buona donna, diss’egli, io sono contento di avervi incontrata!

Indi tirò innanzi.

Gambalesta ebbe come un senso d’umidità agli occhi. Il suo padrone aveva fatto un passo nel suo cuore.

Il signor Fogg e lui entrarono ben tosto nella gran sala della stazione. Lì, Phileas Fogg diede a Gambalesta l’ordine di prendere due biglietti di prima classe per Parigi. Indi, volgendosi indietro, egli vide i suoi cinque colleghi del Reform-Club.

— Signori, io parto, diss’egli, e le diverse vidimazioni apposte sopra un passaporto che porto con me a questo scopo, vi permetteranno, al ritorno, di verificare il mio itinerario.

— Oh! signor Fogg, rispose garbatamente Gualtiero Ralph, era inutile. Siamo garantiti dal vostro onore di gentiluomo!

— Lo sarete meglio così, disse il signor Fogg.

— Non dimenticate che dovrete essere di ritorno!... obbiettò Andrew Stuart....

— Fra ottanta giorni, rispose il signor Fogg, il sabato, 21 dicembre 1872, a otto ore e quarantacinque minuti della sera. A rivederci, signori.

Alle otto e quaranta Phileas Fogg e il suo servo presero posto nello stesso scompartimento. Alle otto e quarantacinque, si udì un fischio e il treno si pose in cammino.

La notte era nera. Cadeva una pioggia minuta. Phileas Fogg, rannicchiato nel suo angolo, non parlava. Gambalesta, ancora sbalordito, si stringeva macchinalmente al petto il sacco delle banconote.

Ma il treno non aveva oltrepassato Syden-ham, quando Gambalesta gettò un grido di disperazione!

— Che avete! domandò Phileas Fogg.

— C’è che... nella mia precipitazione... nel mio turbamento... ho dimenticato....

— Che cosa?

— Di spegnere il becco a gas della mia camera!

— Ebbene, caro mio, rispose freddamente il signor Fogg, esso arde per conto vostro!

CAPITOLO V. Nel quale un nuovo valore comparisce sulla piazza di Londra.

Phileas Fogg, lasciando Londra, non supponeva certamente il gran chiasso che susciterebbe la sua partenza. La notizia della scommessa si sparse dapprima nel Reform-Club, e produsse una vera emozione tra i membri dell’onorevole circolo. Indi, dal club, quell’emozione si trasfuse nei giornali per mezzo dei reporters, e dai giornali al pubblico di Londra e di tutto il Regno-Unito.

La questione del giro del mondo fu commentata, discussa, anatomizzata, con pari passione ed ardore, che se si fosse trattato di una nuova questione dell’Alabama. Gli uni parteggiarono per Phileas Fogg, gli altri, — che formarono in breve una maggioranza considerevole, — si pronunciarono contro di lui. Il giro del mondo da compiere diversamente che in teoria e sulla carta, in quel minimum di tempo coi mezzi di comunicazione attualmente in uso, non era solamente impossibile, era insensato!

Il Times, lo Standard, l’Evening Star, il Morning Chronicle e venti altri giornali di grande pubblicità, si dichiararono contro il signor Fogg. Il solo Daily Telegraph lo sostenne, limitatamente però. Fogg fa trattato da maniaco, da pazzo, ed i suoi colleghi del Reform-Club furono biasimati d’aver accettato quella scommessa, che accusava un indebolimento nelle facoltà mentali del suo autore.

Su questa questione, furono pubblicati articoli pieni di passione, ma logici. Ognun sa l’interesse che desta in Inghilterra tutto ciò che ha riguardo alla geografia. E però non c’era lettore, di qualsiasi condizione, che non divorasse le colonne dedicate al caso di Phileas Fogg.

Durante i primi giorni, alcune menti audaci, le donne principalmente, furono a lui favorevoli; sovratutto allorchè l’Illustrated London News ebbe pubblicato il suo ritratto, secondo la sua fotografia deposta negli archivii del Reform-Club. Alcuni gentleman osavano dire: “Ehi perchè no, alla fin fine? se ne son viste di più straordinarie!„ Erano segnatamente i lettori del Daily Telegraph. Ma si sentì in breve che anche questo giornale cominciava a cedere.

Infatti, un lungo articolo comparve il 7 ottobre nel Bollettino della Società Reale di geografia. Esso trattava la questione da tutti i punti di vista, e dimostrava chiaramente la follia dell’impresa. Secondo quell’articolo, tutto era contro il viaggiatore, ostacoli dell’uomo, ostacoli della natura. Per riuscire in quel progetto, bisognava ammettere una concordanza miracolosa delle ore di partenza e di arrivo, concordanza che non esisteva, che non poteva esistere. A tutto rigore, e in Europa, dove trattasi di tragitto di una lunghezza relativamente mediocre, si può contare sull’arrivo dei treni ad ora fissa; ma quando impiegano tre giorni ad attraversare l’India, sette giorni ad attraversare gli Stati Uniti, come fondare sulla loro esattezza gli elementi di un tal problema? E gli accidenti di macchina, gli sviamenti, gli scontri, la cattiva stagione, l’accumulamento delle nevi, non era forse tutto contro Phileas Fogg? Sui piroscafi, non troverebbesi egli durante l’inverno, in balìa dei venti o delle nebbie? È dunque così raro che i migliori camminatori delle linee transoceaniche subiscano ritardi di due o tre giorni? Ora, bastava un ritardo, uno solo, perchè la catena delle comunicazioni fosse irreparabilmente spezzata. Se Phileas Fogg mancava, magari di poche ore, la partenza di un piroscafo, sarebbe costretto ad aspettare il piroscafo susseguente, e da ciò solo il suo viaggio era compromesso irrevocabilmente.

L’articolo fece gran rumore. Quasi tutti i giornali lo riprodussero, e le azioni di Phileas Fogg ribassarono singolarmente.

Durante i primi giorni che seguirono la partenza del gentleman, importanti affari eransi intavolati sull’alea della sua intrapresa. Ognun sa che v’è in Inghilterra tutto un mondo di scommettitori, mondo più intelligente e più elevato di quello dei giocatori. Scommettere è nel temperamento inglese. Così, non solo i diversi membri del Reform-Club stabilirono scommesse considerevoli pro o contro Phileas Fogg, ma la massa del pubblico entrò nel movimento. Phileas Fogg venne inscritto, come un cavallo da corsa, in una specie di stud-book. Se ne fece un valore di Borsa che fu immediatamente quotato sulla piazza di Londra. Si domandava, si offriva del “Phileas Fogg„ fermo o con aggio, e si fecero affari enormi. Ma cinque giorni dopo la sua partenza, dopo l’articolo del Bollettino della Società di geografia, le offerte incominciarono ad affluire. Il “Phileas Fogg„ ribassò. Lo si offerse a pacchi. Preso dapprima a cinque, poi a dieci, non lo si prese più che a venti, a cinquanta, a cento!

Un solo partigiano gli rimase; fu il vecchio paralitico lord Albermarle. L’onorevole gentiluomo, inchiodato sul suo seggiolone, avrebbe dato la sua sostanza per poter fare il giro del mondo, fosse pure in dieci anni! e scommise cinquemila sterline (125,000 franchi) in favore di Phileas Fogg. E quando, in un con la stoltezza del progetto, glien’era dimostrata l’inutilità, egli si contentava di rispondere: “Se la cosa è fattibile, è bene che sia un Inglese che l’abbia fatta pel primo!„

Le cose stavano dunque così: i partigiani di Phileas Fogg sminuivano sempre più; tutti, e non senza ragione, si schieravano contro di lui; non lo si prendeva più che a centocinquanta, a duecento contro uno, allorchè sette giorni dopo la sua partenza, un incidente completamente inaspettato, fe’ sì che non lo si prendesse addirittura più.

Difatti, in quella giornata, a nove ore di sera, il direttore della polizia metropolitana aveva ricevuto un dispaccio telegrafico così concepito:

“Suez a Londra (Inghilterra).

Rowan, direttore polizia,
amministrazione centrale, Scotland place.

“Seguo a vista ladro della Banca, Phileas Fogg. Spedite senza indugio mandato d’arresto a Bombay. (India inglese).

Fix, detective.„

L’effetto di questo dispaccio fu immediato. L’onorevole gentleman scomparve per far luogo al ladro di banconote. La sua fotografia, deposta al Reform-Club con quella di tutti i suoi colleghi, fu esaminata. Essa riproduceva lineamento per lineamento l’uomo i cui connotati erano stati forniti dall’inchiesta. Ognuno si richiamò alla memoria ciò che l’esistenza di Phileas Fogg aveva di misterioso, il suo isolamento, la subitanea sua partenza, e parve evidente che quel personaggio, allegando come pretesto un viaggio intorno al mondo, ed appoggiandolo sopra una scommessa insensata, non aveva avuto altro scopo che quello di far perdere le sue tracce agli agenti della polizia inglese.

CAPITOLO VI. Nel quale l’agente Fix mostra un’impazienza più che legittima.

Ecco in quali circostanze era stato spedito quel dispaccio, concernente il signor Phileas Fogg.

Il mercoledì, 9 ottobre, si aspettava per le undici del mattino, a Suez, il Mongolia, della Compagnia peninsulare ed orientale, piroscafo ad elice ed a falso ponte[7], della portata di duemila ottocento tonnellate e della forza nominale di cinquecento cavalli. Il Mongolia faceva regolarmente i viaggi da Brindisi a Bombay pel canale di Suez. Era uno dei più rapidi camminatori della compagnia, e le celerità regolamentari, cioè 10 miglia all’ora tra Brindisi e Suez, e 9 miglia e 53 cent. tra Suez e Bombay, le aveva sempre sorpassate.

In attesa dell’arrivo del Mongolia, due uomini passeggiavano sul molo d’imbarco in mezzo alla folla d’indigeni e di stranieri che affluiscono in quella città, che non ha guari era appena una borgata, ed a cui oggi la grande opera del signor Lesseps assicura un avvenire considerevole.

Di quei due uomini, uno era l’agente consolare del Regno-Unito, stabilito a Suez, il quale, — ad onta dei tristi pronostici del governo britannico e delle sinistre predizioni dell’ingegnere Stephenson, — vedeva ogni giorno navi inglesi attraversare quel canale, abbreviando così di metà l’antica strada dall’Inghilterra alle Indie pel Capo di Buona Speranza.

L’altro era un ometto magro, dalla fisonomia abbastanza intelligente, nervoso, che contraeva con notevole persistenza i suoi muscoli sopraccigliari. Tramezzo alle sue lunghe ciglia brillava un occhio pien di vita, ma di cui egli sapeva a volontà spegnere l’ardore. In quel momento, egli manifestava dell’impazienza, andando innanzi e indietro, non potendo star fermo un momento.

Quell’uomo si chiamava Fix, ed era uno di quei detectives o agenti di polizia inglesi, che erano stati mandati nei diversi porti, dopo il furto commesso alla Banca d’Inghilterra. Codesto Fix doveva sorvegliare con la massima cura tutti i viaggiatori che pigliavano la strada di Suez, e se uno di essi gli pareva sospetto, porglisi alle calcagna aspettando un mandato d’arresto.

Precisamente, già da due giorni, Fix aveva ricevuto dal direttore della polizia metropolitana i connotati del presunto autore del furto. Erano quelli del personaggio distinto e ben vestito, che era stato osservato nella sala dei pagamenti della Banca.

Il detective, evidentemente più che allettato dal grosso premio promesso in caso di buon esito, aspettava con impazienza facile a comprendere l’arrivo del Mongolia.

“E voi dite, signor console, chies’egli per la decima volta, che il battello non può tardare?

— No, signor Fix, rispose il console. È stato segnalato stamattina al largo di Porto Said, e i centosessanta chilometri del canale sono un nonnulla per un tal camminatore. Vi ripeto che il Mongolia ha sempre vinto il premio di venticinque sterline che il governo conferisce per ogni anticipazione di ventiquattr’ore sui tempi regolamentari.

— Codesto piroscafo viene direttamente da Brindisi? domandò Fix.

— Appunto da Brindisi, dove ha preso la valigia delle Indie: da Brindisi che ha lasciato sabato alle 5 pom. Abbiate quindi pazienza, non può tardare a giungere; ma non so veramente come, coi connotati che avete ricevuti, potrete riconoscere il vostro uomo se è a bordo del Mongolia.

— Signor console, rispose Fix, tali persone si fiutano più che non si riconoscano. Un buon naso bisogna avere, e il fiuto è quasi un senso speciale al quale concorrono l’udito, la vista e l’odorato. Ho arrestato nella mia vita più d’uno di codesti galantuomini, e purchè il mio ladro sia a bordo, vi giuro che non mi sguscerà tra le mani.

— Ve lo auguro, signor Fix, poichè si tratta di un furto importante.

— Un furto magnifico, rispose l’agente entusiasmato. Cinquantacinquemila lire sterline! Cuccagne che capitano di rado! I ladri diventano meschini! la razza degli Sheppard si ecclissa! Ora si fanno appiccare per pochi scellini!

— Signor Fix, rispose il console, voi parlate in modo tale che io vi auguro vivamente di riuscire; ma, ve lo ripeto, nelle condizioni in cui siete, temo che sia difficile. Dai connotati che avete ricevuti, codesto ladro si assomiglia assolutamente ad un onest’uomo, sapete?

— Signor console, rispose dogmaticamente l’ispettore di polizia, i grandi ladri rassomigliano sempre alle persone oneste. Capite bene che coloro che hanno faccie da furfanti non possono far altro che rimanere probi, altrimenti si farebbero arrestare. Le fisonomie oneste, ecco quelle che bisogna specialmente indovinare. Lavoro difficile, ne convengo, e che non è già un mestiere, ma arte.

Si vede che il nostro Fix non mancava di una certa dose d’amor proprio.

Frattanto, il molo andava mano mano animandosi. Marinai di diverse nazionalità, commercianti, sensali, facchini, fellah, vi affluivano. L’arrivo del piroscafo era dunque imminente.

Il tempo era bellino, ma freddo, con quel vento di levante. Alcuni minareti si delineavano al disopra della città, sotto i pallidi raggi del sole. Verso il sud, una scogliera lunga duemila metri si allungava come un braccio sulla rada di Suez. Alla superficie del Mar Rosso scorrevano parecchi battelli da pesca o da navigazione costiera, non pochi dei quali hanno serbato nelle loro forme l’elegante sesto della galera antica.

Pur circolando in mezzo a quella gente, Fix, per abitudine della sua professione, scrutava i passanti con una rapida occhiata.

Erano allora le dieci e mezzo.

“Non arriverà mai questo piroscafo! esclamò egli udendo suonare l’orologio del porto.

— Non può esser lontano, rispose il console.

— Quanto tempo si fermerà a Suez? chiese Fix.

— Quattr’ore. Il tempo occorrente ad imbarcare il suo carbone. Da Suez ad Aden, all’estremità del Mar Rosso, si contano milletrecentodieci miglia, e bisogna far provvista di combustibile.

— E da Suez, questo piroscafo va direttamente a Bombay?

— Direttamente, senza interruzione alcuna.

— Ebbene, disse Fix, se il ladro ha preso questa strada e questo battello, dev’essere nel suo piano di sbarcare a Suez, affine di portarsi per altra via nei possedimenti olandesi o francesi dell’Asia. Egli deve ben sapere che non sarebbe al sicuro nell’India che è terra Inglese.

— Eccetto che non sia un uomo di prima forza rispose il console. Voi lo sapete, un delinquente inglese è sempre meglio nascosto a Londra di quel che potrebb’essere all’estero.„

Fatta questa riflessione, che diè molto da pensare all’agente, il console tornò ne’ suoi uffici posti a poca distanza. Fix rimase solo, colto da un’impazienza nervosa, col bizzarro presentimento che il suo ladro dovesse trovarsi a bordo del Mongolia, — e in verità se quel furfante aveva lasciato l’Inghilterra coll’intenzione di portarsi al Nuovo Mondo, la via delle Indie, meno sorvegliata o più difficile a sorvegliare di quella dell’Atlantico, doveva aver ottenuto la sua preferenza.

Fix non istette un pezzo immerso nelle sue riflessioni. Acuti fischi annunziarono l’arrivo del piroscafo. Tutta l’orda di facchini e di fellah si precipitò allora verso il molo di sbarco, in un tumulto un po’ inquietante per le membra e gli abiti dei passaggeri.

In breve si scorge il gigantesco scafo del Mongolia, che passava tra le rive del canale, e undici ore suonavano allorchè lo steamer andò ad ancorarsi in rada mentre il suo vapore si sprigionava con grande strepito dai tubi di sfogo.

I passaggieri erano in buon numero a bordo. Taluni rimasero sul falso ponte a contemplare il panorama pittoresco della città: ma i più sbarcarono nei cannotti che erano andati ad accostare il Mongolia.

Fix esaminava scrupolosamente tutti quelli che mettevano piede a terra.

In quel momento, uno di essi gli si accostò, dopo di aver vigorosamente respinto i fellah che l’assalivano con le loro offerte di servizio, e gli chiese con tutta cortesia se poteva indicargli gli uffici dell’agente consolare inglese. E in pari tempo quel passeggiero presentava un passaporto, sul quale bramava senza dubbio far apporre il visto britannico.

Fix, istintivamente, prese il passaporto, e con rapida occhiata ne lesse i connotati.

Un movimento involontario stette per isfuggirgli. Il foglio tremò nella sua mano; i connotati registrati nel passaporto erano identici a quelli ch’egli aveva ricevuti dal direttore della polizia metropolitana.

“Questo passaporto è vostro? diss’egli al passaggiero.

— No, rispose questi, è il passaporto del mio padrone.

— E il vostro padrone?

— È a bordo.

— Ma, replicò l’agente, è d’uopo ch’ei si presenti in persona agli uffici del console, a fine di stabilire la sua identità.

— Come, è proprio necessario?

— Indispensabile.

— E dove sono gli uffici?

— Laggiù, all’angolo della piazza, rispose l’ispettore indicando una casa discosta duecento passi.

— Allora vado a cercare il mio padrone: al quale però garberà poco d’incomodarsi.„

Ciò detto, il passaggiero salutò Fix e risalì a bordo dello steamer.

CAPITOLO VII. Che prova una volta di più l’inutilità dei passaporti in materia di polizia.

L’ispettore ridiscese sul molo e si diresse rapidamente verso gli uffici del console. Dietro sua urgente domanda, egli fu subito introdotto presso quel funzionario.

“Signor console, gli diss’egli senz’altro preambolo, ho gravi ragioni per credere che il nostro uomo abbia preso passaggio a bordo del Mongolia.„

E Fix narrò ciò ch’era avvenuto tra quel servo e lui circa il passaporto.

“Bene, signor Fix, rispose il console, non sarei malcontento di vedere la faccia di quel furfante. Ma forse egli non si presenterà al mio ufficio se è quegli che voi supponete. Un ladro non ama lasciar dietro di sè le traccie del suo passaggio, e poi, la formalità dei passaporti non è più obbligatoria.

— Signor console, rispose l’agente, se è un uomo di prima forza come convien supporre, verrà!

— A far vidimare il suo passaporto?

— Sì. I passaporti non servono mai ad altro che ad impacciare le persone oneste ed a favorire la fuga dei bricconi. Vi assicuro che questo sarà in regola; ma spero bene che voi non lo vidimerete....

— E perchè no? Se il passaporto è regolare, rispose il console, non ho il diritto di rifiutare il mio visto.

— Però, signor console, è pur necessario ch’io trattenga qui quest’uomo finchè io abbia ricevuto da Londra un mandato di arresto.

— Ah! questo poi, signor Fix, è affar vostro, rispose il console; ma io, non posso....„

Il console non terminò la frase. In quel momento venne picchiato alla porta del suo gabinetto, e il ragazzo dell’ufficio introdusse due stranieri, dei quali uno non era precisamente quel servo che erasi poc’anzi intrattenuto col detective.

Erano infatti il padrone e il servitore. Il padrone presentò il suo passaporto, pregando laconicamente il console di compiacersi ad apporvi il suo visto.

Questi prese il passaporto e lo lesse attentamente, mentre Fix, in un canto del gabinetto, osservava o meglio divorava cogli occhi lo straniero.

Quando il console ebbe terminato la sua lettura:

“Voi siete il signor Phileas Fogg, esquire? chiese egli.

— Sì, signore, rispose il gentleman.

— E quest’uomo è il vostro domestico?

— Sì. Un francese di nome Gambalesta.

— Venite da Londra?

— Sì.

— E andate?

— A Bombay.

— Bene, signore. Sapete che questa formalità del visto è inutile, e che noi non esigiamo più la presentazione del passaporto.

— Lo so, signore, rispose Phileas Fogg, ma desidero comprovare col vostro visto il mio passaggio a Suez.

— Son pronto a soddisfarvi, signore.

E il console, avendo firmato e datato il passaporto, vi appose il suo bollo. Il signor Fogg pagò i diritti di vidimazione, e, dopo aver freddamente salutato, uscì seguito dal suo domestico.

“Ebbene? chiese l’ispettore.

— Ebbene, rispose il console, egli mi ha l’aria di un perfetto galantuomo.

— Possibile, rispose Fix; ma non si tratta di questo. Vi pare, signor console, che quel flemmatico gentleman rassomigli lineamento per lineamento al ladro di cui ho ricevuto i connotati?

— Ne convengo; ma lo sapete, tutt’i connotati....

— Io ci voglio veder chiaro, rispose Fix, il servo mi sembra meno indecifrabile che il padrone: inoltre è un francese che non potrà frenarsi dal parlare. A rivederla, signor console.„

Ciò detto, l’agente uscì e si pose alla ricerca di Gambalesta.

Intanto il signor Fogg, lasciando la casa consolare, erasi diretto verso il molo d’imbarco. Lì, egli diede alcuni ordini al suo servo; poi, s’imbarcò in una lancia, tornò a bordo del Mongolia e si ritrasse nel suo camerino! Prese allora il suo taccuino, che conteneva le seguenti annotazioni:

“Lasciato Londra, mercoledì 2 ottobre, ore 8 e 45 m., sera.

“Giunto a Parigi, giovedì 3 ottobre, ore 7 e 20 m., mattina.