NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell’opera originale. L’immagine è posta in pubblico dominio.

CRONACA

DELLA

RIVOLUZIONE DI MILANO

CRONACA
DELLA
RIVOLUZIONE DI MILANO

DI

LEONE TETTONI

Noi fummo da secoli
Calpesti, derisi,
Perchè non siam popoli,
Perchè siam divisi;
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?

Mameli.


A PROFITTO

DELLE FAMIGLIE DE’ MORTI NELLE GLORIOSE 5 GIORNATE

MILANO

COI TIPI DI CLAUDIO WILMANT

1848

L’edizione vien posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti nei diversi Stati Italiani, che guarentiscono la proprietà delle lettere.

AGLI ILLUSTRI MEMBRI
DEL GOVERNO PROVVISORIO CENTRALE DELLA LOMBARDIA
GABRIO CASATI PRESIDENTE
VITALIANO BORROMEO, GIUS. DURINI, POMPEO LITTA,
GAETANO STRIGELLI, ANTONIO BERETTA,
CESARE GIULINI, ANSELMO GUERRIERI, GIROLAMO TURONI,
PIETRO MORONI, FRANCESCO REZONICO,
AZZO CARBONERA, AD. LUIGI ANELLI, ANNIBALE GRASSELLI
QUESTO
TENUE LAVORO CHE RICORDA I FATTI
DELLA PIU GLORIOSA FRA LE RIVOLUZIONI
INTERPRETI DEI VOTI
DEGLI AMICI E DEI CONCITTADINI RICONOSCENTI
AL LORO INFATICABILE ZELO E SANTO AMOR DI PATRIA
RIVERENTI INTITOLANO
L’AUTORE E LO STAMPATORE


I.

PRIMA RIVOLUZIONE DI MILANO.

Dalle tombe levarono il venerabile capo gli eroi della Tassera e di Legnano, insusurrarono misteriose parole, sparsero un alito di fuoco e di vita, e la moderna Milano, la Sibari dell’Italia, la città degli agi e delle feste, delle mollezze e dei piaceri, la città che trentatrè anni di sempre vigile e sempre artificiosa corruzione, sembrava l’avessero snervata, imbastardita per sempre, questa città si trovò all’improvviso trasformata in una palestra di eroi.

Bianchi-Giovini.

I fatti che sto per narrare non richiedono poesia, non esaltazione, ma purità di stile senza ricercatezza; e quindi con anima schietta e corrucciata, e colla più santa verità ricordo a’ miei amati fratelli d’Italia cose orrende, non credibili al nostro secolo, non credibili all’intera Europa, e tali che desteranno sul Tedesco l’esacrazione universale. Le epoche in cui la nostra Lombardia ricorda i nomi di Attila, di Uraja, di Federico Barbarossa e delle barbare soldatesche Scile, Unne, Gote, Visigote, Ostrogote e Borgognone, sono epoche troppo felici messe a riscontro dei trentaquattr’anni della ultima dominazione austriaca su questa bella parte d’Italia; e gli storici che con orrore ci tramandarono i fatti d’allora, certo sarebbero d’opinione diversa, chiamando orde barbariche i Tedeschi del secolo XIX, ed Eroi quelle nordiche legioni dei primi tempi della bella Milano!

Il frequente soggiorno degli imperatori in questa città, e particolarmente di Massimiano Erculeo, le donò lustro, ricchezze e magnificenza, ciò che formò la sua rovina: mentre i Barbari del Settentrione, che a torme calavano a devastar l’impero di Roma, allettati da sì belle pompe le si avventarono addosso furiosamente e la resero infelice per più secoli.

Milano diede già il suo nome ad uno dei più ragguardevoli ducati d’Europa. Questo paese, abitato in antico dagli Insubri, fu sottomesso ai Romani l’anno 221 avanti Cristo, e passò quindi nell’anno 568 dell’era nostra, insieme colle provincie vicine, sotto alla dominazione dei Longobardi. Lo Stato di Milano con gran parte dell’Italia cominciò allora a riaversi dal suo abbattimento e a respirare dai lunghi mali onde in parte era lacerato. I Longobardi del Settentrione coi loro figli e le loro donne scesero tra noi, e fugati o distrutti gli altri Barbari, formarono un nuovo regno, dove, per le savie leggi in uso presso quelle genti crebbe e si rinvigorì la popolazione pressochè distrutta, e le campagne da prima coperte di squallore e deserte, ritornarono a rifiorire tra le speranze del laborioso agricoltore; regno in fine, al dir degli storici, il più felice che paragonar si potesse alla favolosa età dell’oro. Sede dei re longobardi fu Pavia.

L’ambizione e la diffidenza di alcuni pontefici, a cui dovette l’Italia gran parte delle sue ruine, come ci lasciò scritto Macchiavello, spinse i Francesi sotto Carlo Magno a scendere in questa provincia, e con la disfatta di Desiderio ultimo re de’ Longobardi, a stabilirvi il regno dei Franchi. Pipino, primogenito di Carlo Magno, ebbe questa provincia con titolo di regno d’Italia.

Indi dalla storia si vede come estintasi la linea Carolina fu usurpato dai principi italiani, l’ultimo de’ quali, Berengario I, fu disfatto da Ottone I imperatore, che ben meritamente seppe acquistarsi il nome di Grande.

Nel dominio della stirpe Carolina gli arcivescovi di Milano salirono al loro più eminente grado di autorità. È pur cara la memoria degli arcivescovi Ansperto da Biassono ed Eriberto d’Intimiano. Il primo, sottraendosi da ogni comando straniero si attese con zelo a ristorare la città dalle passate disgrazie e ruine, ad abbellirla di utili fabbriche e a cingerla di valide mura, cercando nel tempo stesso di cattivarsi l’amore e la giusta riconoscenza del popolo: il secondo, coll’aver insegnata ed aperta la strada della gloria a’ suoi concittadini, conducendoli in campo contro le città vicine e i re della Germania, e riconducendoli trionfanti ai patrii lari fra i viva dei congiunti e degli amici seppe dalla grata posterità meritarsi un posto luminoso tra i benefattori del suo paese.

La vittoria di Ottone gli sottomise l’Italia, che egli ed i suoi successori riguardarono di poi come una dipendenza dell’Impero. Dopo il dominio d’alcuni re che successivamente godettero con interrotte vicende questa sovranità, ottenne finalmente la corona italica l’imperatore Arrigo IV, principe di pessima indole ed incapace di regnare, il quale riempì co’ suoi disordini tutto il paese di confusioni e di turbolenze. Fu allora la prima volta che i Milanesi a viva forza si sottrassero dal giogo imperiale, e si misero in libertà. Nei primi momenti della repubblica ebbe molta autorità l’arcivescovo, indi fu eretto un consiglio generale, le cui attribuzioni erano di far la guerra e la pace, stringere confederazioni, spedire ambasciatori, eleggere i consoli ed altre dignità primarie. Il consiglio generale eleggeva un altro consiglio particolare, o senato, appellato Consiglio di credenza, cui spettavano il governo delle cose di giustizia e delle pubbliche entrate.

In questo stato d’indipendenza continuò Milano sino all’anno 1152, in cui ascese al trono Federico Enobarbo, o Barbarossa.


II.

IL GIURAMENTO DI PONTIDA.

In Pontida l’han giurata
La disfatta del Tedesco.

Antica leggenda.

Il nome di Federico I, imperatore, comunemente conosciuto col soprannome di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno sa che Milano fu distrutta da lui. Molte favolose tradizioni, come accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si ricorda come un barbaro. L’epoca di questo imperatore è stata funesta. Siamo stati avviliti, ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due epoche di somma umiliazione; le forche Caudine e l’invasione de’ Galli. Noi avemmo Uraja e Federico.

Verri, Cap. vii.

Federico, straziato dalla forte smania d’ingrandimento, fissò pure lo sguardo sull’Italia. Assicurato dell’appoggio del pontefice Eugenio, dei Baroni della Puglia, del Marchese di Monferrato, dei Consoli di Lodi e di Como, discese nel 1154 per la prima volta in Italia alla testa di poderoso e ben agguerrito esercito. Egli venne tra noi non qual conquistatore, ma qual mediatore od arbitro di contese. Nondimeno eccolo imporre ai Milanesi che lo provvedano di vittovaglie, e coglier pretesti per dichiararsi loro nemico. Era nella politica di Federico l’estinguere in Lombardia la libertà, il soggiogare coll’ajuto delle minori la città maggiore, e quindi tutte nella sua obbedienza ridurre[1].

Federico co’ suoi soldati scorre il territorio Milanese, ed ovunque porta il sacco, il fuoco, la distruzione ed il macello di uomini, di donne, di fanciulli. Rosate, Trecate e Galliate ne sentirono il maggior danno. Tortona, perchè amica dei Milanesi, viene assediata, ed intorno alla città sono piantate alcune forche per appiccarvi tutti i prigionieri fatti nelle varie sortite dei Tortonesi, che sostennero valorosamente un assedio di settantadue giorni. Tortona data alle fiamme si arrese salva la vita dei suoi cittadini. Federico si porta quindi a Roma, ove fu coronato imperatore e re d’Italia da Adriano IV, e compiute le feste della sua incoronazione, stanchi i suoi soldati della guerra, lo costrinsero a far ritorno in Germania. Passando per Verona tenne un gran consiglio, nel quale spogliò la Milano del diritto di zecca, che concedette a Cremona, città a lui affezionata.

In questo torno di tempo i Milanesi rialzarono la città di Tortona, concorrendo alla spesa nobili, cittadini, popolani e campagnuoli. Tentarono pure colle armi di riprendersi qualche città o terra che loro si era ribellata, e la potenza loro ritornava al pristino stato, quando le discordie insorte tra il Pontefice e l’Imperatore costrinsero quest’ultimo a ritornarsene in Italia nel 1158 con un esercito di 100,000 combattenti capitanati da Ladislao, re di Boemia, Corrado, duca di Rottenburgo, Lodovico, conte palatino del Reno, Federico, duca di Svevia, Enrico, duca d’Austria, Alberto, conte del Tirolo, Ottone, conte palatino di Baviera, Federico, arcivescovo di Colonia, Arnaldo, arcivescovo di Magonza, Hellino, arcivescovo di Treveri, Vikmanno, arcivescovo di Magdeburgo, il principe di Zaringhen ed altri principi sovrani. A questo formidabile esercito si unirono contro di noi le forze di quasi tutte le città d’Italia del partito imperiale, siccome abbiamo da Vincenzo di Praga, cronista contemporaneo, il quale nomina tra esse Pavia, Cremona, Lodi, Como, Verona, Mantova, Bergamo, Parma, Piacenza, Genova, Tortona, Asti, Vercelli, Novara, Ivrea, Padova, Alba, Treviso, Aquileja, Ferrara, Reggio, Modena, Bologna, Imola, Cesena, Rimini, Ancona ed altre città che tutte avevano mandate le loro truppe. Così fatta spaventosa unione di forza atterrì i Milanesi, e li costrinse, dopo alcune sortite, ad un trattato di pace per interposizione del conte Guido di Biandrate[2]. Non fu di lunga durata, poichè l’Imperatore rinforzato l’esercito di nuove truppe venute di Lamagna, tormentò di nuovo i Milanesi, fino a tanto che questi avendo avuto la peggio dovettero arrendersi alla discrezione del nemico, che abusandosi delle sue forze sfogò la più canina rabbia sopra la bella capitale degli Insubri. Rifugge l’animo al solo pensiero di tante vittime sacrificate e di tanti danni riportati in quell’occasione. Basti il dire, che a fine di tutto manomettere e distruggere entro di essa, commise ciascuna porta di Milano all’insolenza e all’arbitrio d’altre città nemiche, le quali vendicarono i torti antichi con lo sfogare in quella il loro proprio furore. Tesori e monumenti di inestimabile magnificenza e rara antichità caddero nella rovina di una tanta distruzione. Lo storico Sire Raul, altro autore contemporaneo, ci descrive molte crudeltà praticate dall’Imperatore ai prigionieri che andava facendo in alcune scorrerie de’ nostri. Ad alcuni fece tagliar le mani, a cinque nobili milanesi fece cavar gli occhi, e ad un sesto gliene fece cavar uno solo, acciocchè servisse di guida a ricondurre nella città i suoi compagni; le donne venivano violate, mutilati gli uomini. Nè men barbari erano i guasti fatti per le campagne: tagliate le viti e gli altri alberi fruttiferi, abbruciate le messi, incendiati i casolari. Ai Cremaschi, intimando di arrendersi sotto pena della sua indignazione, fa impiccare 40 ostaggi dei loro presi in tempo di pace, ed insieme con questi vengono morti con lo stesso supplizio sei deputati Milanesi mandati a Piacenza, uno dei quali era nipote dell’Arcivescovo[3]. Fece inoltre costruire una torre di travi posta sulle ruote e legarvi gli altri ostaggi cremaschi, e spingendola verso la città obbligava in quel modo i Cremaschi alla scelta o di essere i carnefici dei loro concittadini, dei loro parenti ed amici, ovvero di sacrificare la patria loro.

I Milanesi vagavano raminghi per alcuni anni nei dintorni della loro desolata patria, quando il mal governo di Federico fece conoscere a gran parte della Lombardia il bisogno di unirsi, di formare una lega e di abbattere in Federico stesso il comune nemico. Agli interessi de’ Milanesi aveva congiunti i suoi il pontefice Alessandro III, guidati tutti dal solo principio di torsi dalla dispotica dominazione dell’Imperatore. L’assunto era malagevole, nè pareva possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e sospettosamente custodite da un terribile vincitore; nè il papa aveva forze bastanti per farvi contro. Dell’opera dei frati si pretende che il Comitato, come ora direbbesi, dei congiurati siasi servito per condurre a buon termine questa memorabile impresa. Essi in ciascuna città mantenevano pratiche cogli uomini più accreditati, sì che tornò facile di insinuare il progetto di questa liberazione e di prepararne i mezzi che ne assicurassero la buona riuscita.

Il congresso per formare la lega si tenne segretamente nel monastero di Pontida, posto sopra un piccolo colle tra la distrutta Milano e Bergamo. Ivi i Lombardi, tutti d’un sol pensiero, strette insieme le valorose destre pronunciarono il fatale giuramento di liberarsi dall’abborrito giogo tedesco, e presero il nome di Lega Lombarda per rispetto ai Milanesi che s’avevano meritato la compassione e l’ammirazione de’ loro stessi nemici.[4]


III.

LA BATTAGLIA DI LEGNANO.

Nel coglier dell’uve, nel mieter del grano
Dovunque è una gioia, sia sempre Legnano
L’altera parola che il canto dirà.

Ma guai pei nipoti, se ad essi discesa
Diventa parola che muor non compresa;
Quel giorno l’infame dei nostri sarà.

Berchet.

E voi, spose, se salva una prole
Dalle verghe tedesche bramate,
Al marito l’amplesso negate
Finchè libera Italia non è.

Vallotti.

Il primo articolo trattato e conchiuso nel congresso di Pontida fu quello di ristabilire i Milanesi nella loro patria, di riparare le fortificazioni, di aiutarli a ripristinare le case loro, e così dare ancor nuova vita alla città che doveva essere la prima della confederazione[5]. Per condurre a termine questo disegno vi voleva l’aiuto de’ collegati, i quali, a ben riuscir nell’impresa, aspettarono che Federico si trovasse sotto le mura di Roma per discacciarne il Papa. Le novelle di Milano indussero l’Imperatore ad abbandonare la Romagna e a rivolgersi verso la Lombardia. I Milanesi non si perdettero di coraggio. Si portarono ad assediare il castello di Trezzo presidiato dagli Imperiali, e fecero prigioniera la guarnigione che condussero a Milano, e costringendo di poi Lodi ed altre città ad entrare nella Lega. Le città di Lombardia che erano entrate nella Lega furono poste al bando dell’impero. Federico tenta alcune scorrerie, ma è respinto. Doveva lottare con ben 23 città, che unite avevano giurato la sua rovina, e la distruzione dei Tedeschi. Erano collegate fra esse Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. L’Imperatore fu costretto a ritirarsi nuovamente nella Germania per la strada della Savoja, l’unica che gli rimaneva. Tutto questo aveva saputo preparare e condurre l’accorto Alessandro III.

Fermata la loro unione le città confederate pensarono di fortificare i confini della Lombardia verso le Alpi, ed in particolare quelli che toccavano le terre del Marchese di Monferrato, possente signore, che colla città di Pavia rimaneva del partito imperiale; ed a rendere immortale la fama del Sommo Pontefice, vollero creare una città che ne ricordasse ai secoli futuri il nome ed il beneficio.

«Adunque[6] alli 22 del mese di aprile 1168, le milizie di Cremona, Milano e Piacenza si portarono fra il confine del Marchese di Monferrato, ed il confine pavese oltre Po; quivi i confederati fecero scelta di un luogo che natura istessa pareva aver fortificato; era il confluente della Bormida e del Tanaro, e là dove sorgeva il piccolo castello di Rovereto, concorsi gli abitanti di Marengo, Foro, Gamondo e di parecchi altri liguri castelli, fu per opera d’uomo innalzata una nuova città abitata in un subito da quindici mila persone, alle quali giorno per giorno venivano ad aggiungersi molte nobili famiglie di Milano e di Tortona. La città fu ben presto circondata da un fosso scavato all’ingiro e da terrapieni a modo di mura, chè mura vere così in fretta non si erano potute fare per la vicinanza del Marchese di Monferrato che instava coll’armi, e per tema d’altra repentina discesa di Federico». Il Conte di Savoja, il Marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano l’imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella Lombardia a distruggere la nuova Lega. Accettò l’invito, e con poderosa armata e’ si trovò nel 1174 sotto le mura della nuova città, e la cinse di un assedio che durò tutto l’inverno. Nella primavera del 1175 gli alleati misero insieme un forte esercito e si portarono in soccorso di Alessandria per la via di Piacenza, onde obbligarlo a toglierne l’assedio, come avvenne. L’Imperatore è costretto a domandar un trattato di pace, ma in capo a 12 mesi, impiegati dagli arbitri nel discuterne gli articoli, egli riceve nuovo soccorso di gente; nè anche gli alleati erano stati colle mani alla cintola. Federico smania e si dibatte. Unisce le sue forze a quelle di Como, di Pavia, del Marchese di Monferrato e del Conte di Savoja che gli erano stati fedeli. Ma nell’istante appunto che la schiavitù d’Italia pareva inevitabile e sicuro il trionfo del tedesco, nella celebre battaglia data presso Legnano il 29 maggio del 1176, una coorte milanese appellata Coorte della Morte, si slancia come lione affamato sulla preda, scompone, incalza e distrugge le falangi nemiche, e costringe Federico a non più tentare la sorte delle armi contro i Milanesi[7].

L’esito della battaglia presso Legnano, fu tanto felice per i Milanesi, che tutto l’esercito dell’Imperatore venne annientato. Molti restarono sul campo. I fuggitivi inseguiti fin al Ticino, vi furono gettati ed affogarono. Il rimanente si arrese, ed i prigionieri furono condotti a Milano. Fra questi ultimi si trovavano il duca Bertoldo, un Principe, nipote dell’imperatore, ed il fratello dell’Arcivescovo di Colonia. La cassa militare, lo scudo e la lancia dell’imperatore, vennero in potere dei Milanesi.

Il signor Felice Govean (vivendo sotto gli auspici del generoso Carlo Alberto, re di Sardegna, che non ultimo fra i principi Italiani, accordava a’ suoi sudditi la libertà della stampa) diede in quest’anno non dubbie prove del suo ingegno e del suo sentire veramente italiano, illustrando alcuni fatti celebri della storia d’Italia. Fra questi lavori trovasi pure descritta la battaglia di Legnano, da cui riporto i seguenti particolari.

Nel 1176 ai 29 di maggio[8], un giorno di sabbato, giorno del Signore, o popolo italiano, ricordati bene di questa data; o madri italiane, imparatela ai vostri bimbi, l’esercito dei Lombardi si trovò a fronte dell’esercito imperiale.

Il cielo era bello e sereno, e le armature risplendevano per i torrenti di luce che il sole pioveva.—Natura istessa pareva ansiosa per l’esito della gran lite.—Fra poche ore il ladro tedesco incrudelirà padrone sulla terra d’Italia, oppure morderà la polvere sotto il fiero vincitore dei repubblicani. Forse le ombre fiere degli antichi Romani, che tante volte avevano debellati i barbari Goti e Cimbri, vagolavano in quel momento taciturne e tementi che i loro figli fossero imbelli.

Dio Onnipossente non guardare ai nostri peccati, ma muoviti nella tua misericordia a far salva la cara contrada che creasti con divina compiacenza per dare agli uomini un presagio della bellezza del tuo paradiso.

Ecco spuntare da lungi la vanguardia tedesca, una schiera dei nostri spronano ad incontrarla, spronano i tedeschi. A metà cammino s’urtano, e così cominciò la battaglia. Mentre i due eserciti eseguivano i loro movimenti, gli antiguardi menavano le mani.

E Iddio sin dal principio di quella tremenda giornata, volle dare un pegno del suo amore per noi.

Imperocchè la disciplina tedesca male reggendo alla furia degli Italiani, la vanguardia imperiale fu costretta a retrocedere, ripiegando all’indietro ed a stento conservandosi in nodo.

Gli Italiani non concedono sosta; animati da quel primo favore, scostandosi troppo dai loro inseguono e ricacciono gl’imperiali sin contro alla grossa testa dell’esercito nemico.—A quel punto la vanguardia tedesca scompare riparandosi dietro la gran massa della cavalleria, la quale scuote le briglie, abbassa le lancie e sprona in lunghissima linea contro la vanguardia italiana, che per vicenda di guerra dovè retrocedere a sua posta.

Alto come una torre sul mezzo della sua sterminata cavalleria a spron battuto procede trionfante il Barbarossa, dinanzi a lui come per fiero turbine il terreno si spazza.

Allora i settecento della morte si sacrificarono per la patria; ristretti assieme quei soli si gettano sulla via del Barbarossa. Urtati da migliaja e migliaja di lancie non si rimovano dal luogo, avevano giurato di non retrocedere, trafitti cadono senza cedere sotto le zampe dei cavalli ungaresi, e morti ricoprono il posto che vivi occuparono combattendo.

La strage che fecero dei nemici fu cosa di spavento. Figuratevi che disperato valore mostrassero uomini che avevano deciso morire, e che per tanta disparità di numero sapevano dover morire.

Di questa coorte 600 perirono, un centinajo dalle lancie nemiche stretti da ogni parte e quasi sollevati da terra, venivano per incontrastabile forza portati addietro, sempre però guardando il nemico in faccia, sempre gettandosi a petto perduto contro migliaja di punte, inviperiti, furiosi, colla spuma alle labbra bestemmiando la sorte che loro non voleva togliere la vita.

Ora tutto lo sforzo imperiale, cavalleria, fanteria, le schiere dei frombolieri, balestrieri, le macchine di guerra si rovesciano sopra le sei schiere dei cittadini che stavano davanti al carroccio; dietro in lontananza e silenziosi stavano i trecento.

Il Barbarossa giunse a forare, spezzando in due le schiere dei Lombardi, di modo che una metà rimase a difesa del carroccio.—Ed egli sempre animando i suoi si getta sulle file degli Italiani, ad ogni poco queste si diradano, si rassottigliano, si mostrano sceme.—O sacro carro della libertà, a te d’intorno i tuoi difensori cadono rotti come le canne dinnanzi al petto di fiero cinghiale.—La vittoria abbandona i repubblicani, e Federico imperversa nell’opera di distruzione; tempestando già s’avvicina al Carroccio, sprona il suo possente cavallo fiammingo, il quale nitrendo, lacerato nei fianchi si rizza sulle coscie e batte colle ferrate zampe del davanti sul tavolato del Carroccio.—Gli accesi candelieri caddero d’in sull’altare, un traverso della croce si ruppe, ed il Cristo rimase col braccio destro inchiodato e disteso.... Come in atto di fulminare.—Ogni cosa era sossopra, il sangue correva a rivi fumanti. Davanti all’eremita i nostri guerrieri si facevano scannare, uno gli rottola ai piedi inzozzandogli le mani e gli abiti pontificali di sangue; in quel mentre Federico trafigge a furia di sproni il suo cavallo, e tenta farlo salire di sbalzo sul carro.—L’eremita gli si pianta di faccia, e sollevata la destra insanguinata, scaglia sul capo del Barbarossa le parole della scomunica fulminategli dal papa, Anathema, anathema tibi sit!

Il volto di Federico diventò livido come cenere; il suo cavallo sbuffando, a criniera svolazzata, retrocesse, e colle larghe narici fiutò lungamente il terreno. Federico, come leone che si flagelli colla propria coda, cercava ridestar la sua smarrita ferocia.

Frattanto cosa fanno i trecento, perchè non si precipitano essi pure a morire per la patria e per la libertà?

I trecento sono discesi da cavallo, hanno posto il ginocchio a terra e baciano il suolo.—A quella vista l’imperatore con alta voce di scherno grida: «Ecco i vili Italiani che mi domandano misericordia».

O Imperatore imbecille, gl’Italiani non dimandano misericordia che a Dio.

I trecento non risposero, tranquillamente risaliti in sella abbassarono le visiere, calarono le lancie, e solo allora ruppero il silenzio con un terribile: Viva l’Italia! e spronarono.

Parve che il Dio delle vendette avesse finalmente sprigionato i suoi fulmini. Accanto a Federico era un Alfiere che portava lo stendardo imperiale; trapassato da una lancia, cade ravvolto nella sua odiata bandiera dell’aquila a due teste.—Viva l’Italia! in un momento gli approcci del carroccio sono sgombri da ogni peste tedesca, la martinella torna a suonare a distesa. L’ira degli Italiani si rovescia in Federico. Invano Ungari e Fiamminghi tentano di fargli riparo, quel riparo è superato; gl’Italiani sono addosso a Federico.

O per Iddio! finalmente ci sei, o Barbarossa, a corpo a corpo coi nostri guerrieri. Per la tua vita io non darei l’ultima moneta di rame.

Un milanese aveva lasciata l’azza nelle interiora d’un Fiammingo, la spada l’aveva fatta a pezzi fendendo quattro elmetti di seguito, il pugnale rotto sino al manico crepando la corazza del vescovo di Magdeburgo. Così senz’armi colla sola manopola di ferro alza la destra a modo di ferrea tanaglia su Federigo, la piena degli Ungaresi lo respinge, ritorna alla prova e questa volta le sue unghie strisciano sulla corazza del Barbarossa, gli strappa l’imperiale collana e gliela sbatte sul viso. La pugna che si faceva intorno all’imperatore era così terribile; i giganti Fiamminghi, i bravi Ungaresi morivano anch’essi da eroi per il loro padrone, ferivano a tutta possa per liberarlo. Ma se in quel punto agl’Italiani fosse anche fuggita l’anima di petto, credo che non se ne sarebbero accorti. Un Piemontese grida al Milanese della manopola:—Qua, qua fratello, che ti dia una mano e s’apra la strada a questo modo: distende un pugno sull’elmo ed un Magontino, il quale capitombola versando il sangue dalla visiera, segno che era morto,—tira via un altro tedesco prendendolo pel braccio e lo fa ululare, segno che il braccio glielo aveva rotto; arriva a Federigo, gli mette a modo nostro la destra sul collo, e colla sinistra lo stringe alla vita; Veronesi, Piemontesi e Milanesi son tutti sopra al tiranno; il Milanese poi della manopola fattosi, Dio sa come, nuovamente largo, piomba su Federico, e mentre il Piemontese lo scuote alla vita, egli afferratolo per le punte della corona gli fece battere e ribattere la testa sulla testa del cavallo, gridando: Muori assassino della mia patria—ed il Piemontese gridava egli pure: Ammazzalo, ammazzalo questo cane; ed un Toscano: Ne voglio un lacerto per farlo cuocere—a pezzi a pezzi—vivo vogliamo mangiarlo!—vogliamo vedergli il cuore—a brani a brani.—E veramente la cosa sarebbe terminata a questo modo, ma un’ondata di Fiamminghi, fatto uno sforzo estremo, tentò di rompere quel cerchio. La zuffa andò in un convulso di uomini e cavalli, italiani e tedeschi, di gambe che si agitavano in aria, di mani che tentavano appoggiarsi in terra, e si sentivano masticare le dita dai denti di chi era sotto calpestato da tanti piedi e ginocchi. Era un turbine di cento mila diavoli che si divoravano fra di loro.—I gridi di Viva l’Italia, ammazza, scanna quei cani, rochi per l’arsura delle gole, crescono, oramai non sentesi più altro.—Dov’è la famosa guardia imperiale dei giganti Fiamminghi? uccisa.—Dove gli Ungaresi? uccisi.—E Federico Barbarossa?—Il suo cavallo è là sventrato, attorno sono i pezzi dell’armatura.—Il suo corpo? chi può riconoscerlo fra tanti cadaveri che han tronche le mani, le gambe e la testa? L’imperatore è morto[9].—Su tutti i punti del campo i Tedeschi, gettate le armi, fuggono alla disperata, fuggono chiedendo misericordia, ma non la trovano che nella fuga.

Per otto miglia di seguito la furia degli Italiani perseguitò i fuggiaschi imperiali, per otto miglia di seguito lo spazio fu seminato di carne tedesca. Sin sulle sponde del Ticino le spade repubblicane continuarono a ferire, e le acque di quel fiume andarono rigonfie pel barbaro annegato bestiame.

I Lombardi ritornando dal cacciare i nemici, ripassarono nel campo di Legnano dov’era rimasto ad aspettargli il carroccio. Quivi quei prodi Lombardi trattisi l’elmo, col sorriso sulle labbra asciugarono il sudor dalla fronte, altri frammezzo ai compagni festanti pestavano, rompevano e sfracellavano gli esecrati stendardi dell’aquila a due teste. Quindi caricato il Carroccio delle spoglie imperiali, cantando i cantici della vittoria fra le grida di Viva l’Italia, fra lo suonare a festa di mille trombe trionfalmente rientrarono in Milano.


IV.

GIROLAMO OLGIATI.

Dal Visconteo castello
Ove ogni fe’ tradì,
Già l’Attila novello
Dal ferro ultor fuggì.

Fur di Milano i figli
Eroi più che guerrier....
E li dicean conigli
Dell’Austria i masnadier!

Di schiavi in man le spade
Non son che un giunco, un stel;
In man di libertade
Son fulmini del ciel.

O. T....

Diamo un rapido sguardo a questi tempi per vedere a quali tristi condizioni si trovò nuovamente esposta la bella capitale di Lombardia. Pertanto cessate le guerre e rassicurato lo Stato a forza di combattimenti, sembrava che i Milanesi dovessero godersi in pace i frutti delle loro fatiche in seno delle amate consorti e framezzo ad una diletta corona di figli; ma no, la fiaccola incendiatrice della discordia nata nella culla stessa della libertà ed accresciuta fra i partiti pone la città in continue combustioni e tumulto, di maniera che tutta fu piena di turbolenze e di rivoluzioni, conseguenza di così abbominevol mostro distruttore d’ogni buon governo, e da cui venne l’orribil crollo alla libertà di Milano. I tanti partiti si ridussero a due soli, ognuno dei quali s’era nominato il suo capo. Il popolo dirigevasi dalla famiglia Torriani, ed i nobili dai Visconti. Sì gli uni che gli altri lottavano aspramente fra loro, ed ingannandosi vicendevolmente disputavansi a vicenda il principato a scapito della libertà.

La celebre battaglia data da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, ai Torriani, a Desio, decise del loro destino, ed i Visconti, ora con simulazione, ora con promesse, trassero il popolo milanese a dura servitù, e posero sotto un nuovo tirannico giogo i nostri padri.

Non si può non rabbrividire scorrendo la storia dei Visconti nel leggere le loro avanie, le crudeltà di Luchino[10], di Barnabò[11] e di Galeazzo suo fratello, la perfidia di Gian Galeazzo e di Filippo Maria. Se si volesse ricercare tra loro un’ombra di virtù, ben ci sarebbe malagevole, e non avremmo che a correre tra i rivi di sangue d’uomini onesti ed innocenti, fra l’ombra inspirata di una sorda e tirannica politica, e fra le grida dello sventurato popolo oppresso, e a tal segno conculcato da non essergli talvolta permesso di mostrare le sue piaghe, non che di risanarle. In tempi così luttuosi parve che Dio stesso si servisse del braccio di questi despoti per fargli piovere sopra di lui peste, fame, guerre e ruine, e tutti in somma i flagelli dello sdegno celeste e delle umane passioni. Tali furono mai sempre le conseguenze d’una spirata libertà[12].

In Filippo Maria spenta rimase la famiglia dinastica Visconti sebbene altre linee naturali vivessero ancora in Milano, alcune delle quali continuano anche a’ giorni nostri. Il popolo, stanco dei sofferti disagi sotto il tirannico governo dei tristi che per più di un secolo e mezzo li governò, volle proclamare la libertà e reggersi in comune. Ma esso non era più il popolo che aveva giurato la disfatta dei tiranni a Pontida, non era più quello che sbaragliò e sconfisse il nemico a Legnano. Era un popolo senza fermezza, senza coraggio, privo di quel maschio valore che fa superare ogni ostacolo, col quale avrebbero trionfato anche questa volta, e Francesco Sforza, marito di Bianca Visconti, che tutta possedeva l’arte di fingere e simulare, seppe approfittarsi di queste circostanze per ingannare i Milanesi e gettarli di bel nuovo in un mare di guai, facendosi proclamare loro duca[13]. I suoi successori ora ambiziosi e deboli, ora crudeli e capricciosi, rinnovarono le triste scene dei Visconti.

Galeazze Maria Sforza destò l’indignazione in tutti i suoi sudditi. I primordi del suo governo furono quelli di principe cattivo e dissoluto. Si mostrò ingrato verso la propria madre, la quale volendo egli lontana da sè, fu costretta ritirarsi nel castello di Melegnano, ove chiuse solitaria e trista i suoi giorni. Oltre ad essere cattivo, dissoluto ed ingrato, la storia lo qualifica per libidinoso, impudente, feroce e brutale. Si narra che egli facesse seppellir vivo un uomo, e che ad un altro caduto in sua disgrazia per aver violate alcune leggi da lui promulgate intorno alla caccia, volesse far inghiottire una lepre intera. Tante atrocità gli suscitarono contro una congiura, a capo della quale erano i nobili Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti. Il Duca venne trucidato sul limitare della chiesa di S. Stefano in mezzo alle stesse sue guardie il giorno 26 dicembre del 1476, mentre solennemente entrava nel tempio per onorare la festività di quel santo protomartire.—E Girolamo Olgiati, pieno di fuoco per il santo amor di patria, inutilmente si affannò di richiamare alla perduta libertà, colla morte del tiranno, l’avvilito popolo Milanese, il quale anzi che dare ajuto ai congiurati che lo salvavano dall’oppressione, li perseguitò. L’Olgiati caduto nelle mani della giustizia, morì da uomo grande e valoroso nell’età di anni 23, proferendo queste parole: Girolamo fatti cuore: il dolore è di breve durata, ma eterna ne sarà la memoria.

Gli Sforza non godettero tranquilli i frutti delle loro usurpazioni, perchè vennero in mille guise sbalzati ora dai Re di Francia pretendenti all’eredità del ducato di Milano per ragione di Valentina Visconti, maritata nella loro famiglia da Gian Galeazzo di lui padre, ed ora dagli Austriaci e dagli Spagnuoli per la ragione dell’Impero. Cessata però la linea retta degli Sforza, dopo vari combattimenti or favorevoli ai Francesi, ora agli Spagnuoli sempre di grave danno ai Milanesi, la fortuna arrise all’imperatore Carlo, re di Spagna.


V.

SPAGNUOLI, FRANCESI E TEDESCHI
o
IL GIRO DI TRE SECOLI.

Non sempre i fatti che hanno la maggior importanza in sè stessi, e la maggior estensione pei loro effetti, sono poi anche i meglio conosciuti, sia ne’ loro principj, sia nella loro mole. Il più delle volte il pubblico non prende per guida de’ suoi giudizj che pure apparenze. Le sue opinioni si modellano sui racconti che egli riceve, per lo più da mani le meno versate nella materia, l’onore è attribuito a chi non tocca, il biasimo è applicato a chi nulla ha fatto per meritarlo. Così l’errore va circolando e prendendo piede, e la credulità dei contemporanei tramanda alle generazioni che succedono un retaggio d’erronee nozioni, frutto dell’ignoranza degli uni e della confidenza degli altri, o nell’affermare ciò che ignorano, o nell’ammettere ciò che trovano affermato. Formasi quindi una falsa istoria, specie di favola convenuta, che nulla insegna, che fa anzi qualche cosa di peggio, poichè insegna l’errore, sfigura i fatti, e mette gli attori fuori del suo posto.

Di Pradt, Sulla ristaurazione del
Governo reale in Francia.

Carlo V, che nell’età di diciannove anni era stato creato imperatore, era il più potente sovrano di Europa. A lui come ad assoluto padrone obbedivano le Spagne, l’America, i regni di Napoli e di Sicilia, i Paesi Bassi, gli Stati Austriaci, e per ultimo, tutti gli Stati del ducato di Milano, lasciatigli da Francesco Sforza ultimo duca. Questo monarca, il primo che possedesse tanta estensione di stati dopo Carlo Magno, volle prima di morire dividerli tra suo figlio Filippo II e suo fratello Ferdinando, e fece il primo re di Spagna, dell’America, dei Paesi Bassi e del ducato di Milano, chiamando questo ramo primogenito austro-spagnuolo; al secondo lasciò tutti gli Stati austriaci, distinguendolo dall’altro come secondogenito, chiamandolo austro-tedesco. Passata così la Lombardia sotto i Re di Spagna, e dallo strepito della guerra, all’ozio della pace, vediamo il commercio estinto, l’agricoltura negletta e disprezzata, le imposte esorbitanti, il pubblico erario per cattiva amministrazione sempre esausto. La politica spagnuola spirò nei Lombardi insensibilmente mollezza, pusillanimità ed un pensar superstizioso, che terminò di cancellare ogni traccia di quel carattere fermo e guerriero che distinse gli antichi nostri avi. Nel cuor dei nobili nacque un puerile orgoglio, nella plebe inerzia e viltà, che continuarono sino all’epoca della prima rivoluzione di Francia, con grave rammarico di chi ama l’onor nazionale. Dalle quali cose tutte pur troppo si comprende che i Milanesi sempre più avidi d’imitare i costumi ed il carattere delle straniere nazioni alle quali furono soggetti che di sostenere il loro proprio.

Morto nel 1701 Carlo II, re delle Spagne, senza figli del miglior sesso, per la sua successione si accese lunga ed accanita guerra tra i principali sovrani d’Europa, che aspiravano all’eredità di uno stato florido ed ubertoso; la qual guerra scompigliò tutte le cose d’Italia e non ebbe fine se non per la pace d’Utrecht, tra la Francia, l’Inghilterra e la Casa di Savoja, e per la pace di Rastadt, conchiusa nel 1714 colla Corte di Vienna. In questi trattati si riconobbe Filippo V, duca d’Angiò, re delle Spagne, e Carlo VI, imperatore di Germania della famiglia austriaca, ebbe il regno di Napoli, gli Stati della Toscana, la Sardegna, il territorio Milanese e la Fiandra. Così dopo sanguinose contese la Lombardia venne all’ultimo in potere della germanica Casa d’Austria.

L’imperatore Carlo VI morendo pure senza prole, chiamò all’eredità de’ suoi Stati l’arciduchessa Maria Teresa, già moglie a Francesco di Lorena, la quale seppe coraggiosamente sostenere i diritti della sua eredità, che le venivano contrastati dai principali Sovrani d’Europa. Emanò provvide leggi amministrative, tra le quali deve annoverarsi quella del censimento, immaginata sino dai tempi di Carlo V, proseguita sotto Carlo VI, e compita solamente nel suo regno. A lei succedeva il figlio Giuseppe II, principe, al dire del Botta, per vigor di mente e per amor verso l’umana generazione facilmente il primo se si paragona ai principi dei suoi tempi estranei alia sua casa, il primo forse ancora, od il secondo se si paragona a Leopoldo suo fratello, che molto pensò e molto operò in beneficio delle austriache dominazioni. Fu in questo torno di tempo che Milano vide fiorire i Beccaria, i Verri, ed altri cospicui suoi cittadini, i quali animati d’un fervido amor di patria, osavano insegnarci col loro esempio a rompere la gran folla degli errori in cui eravamo perdutamente avvolti. Ma il dispotismo monarchico, l’orgoglio feudale, la mollezza dei potenti, la corruzione de’ costumi di un popolo abbrutito nella schiavitù e nell’infingardaggine, avea estinto quello spirito eroico di libertà, onde tanto s’erano un giorno illustrati i Lombardi. La politica di Giuseppe II, di Leopoldo e di Francesco II parea dover per sempre raffermare la schiavitù in Lombardia, quando la rivoluzione di Francia (1789) nell’atto che crollava dai fondamenti il grand’edificio della monarchia, divenuto troppo pesante alla massa del popolo, venne all’Europa tutta preparando una rigenerazione politica che sarà mai sempre di esempio e di ammirazione a tutti i popoli della terra.

I sovrani, soliti a vedersi circondati da folla di gente, cui era perfino delitto il pensiero d’indipendenza, credevano che la sommossa della Francia sarebbe soffocata nel suo nascere. L’austriaco Imperatore congiunto con i vincoli del sangue alla famiglia dei Borboni, fu il primo a prendere le armi per porre un argine ai progressi della rivoluzione. Ma nè gl’inconsiderati tentativi della Corte di Berlino, nè gl’impotenti attacchi della Spagna, nè tutti i dispendiosi sforzi dei gabinetti di Londra e di Germania, nè tampoco la debole barriera opposta dal Re di Sardegna, poterono trattenere le vittoriose falangi della Francia, le quali, non più curando le inaccessibili sommità delle Alpi, piombano in Italia, fugano per ogni dove gli eserciti de’ suoi dominatori e recano ai popoli da loro conquistati quella libertà che da più secoli avevano perduta.

Milano, abbandonata dall’ultimo suo governatore, l’arciduca Ferdinando, divenne conquista del vincitore, intantochè immersa nelle sue antiche abitudini, spaventata da’ falsi presagi di un avvenire burrascoso, ondeggiò per qualche tempo fra la speranza ed il timore, e la discordia che divideva spesso l’opinione de’ cittadini, ritardavale un’epoca che in apparenza la doveva restituire al lustro delle sue antiche glorie. Alcuni personaggi che sostenevano la rappresentanza del popolo, avendo chiesto di costituirsi in repubblica, sebbene tuttora fervesse la guerra tra la Francia e la Germania, il supremo generale Bonaparte accordò loro, il 9 luglio 1797, la desiderata nuova forma di Stato col titolo di Repubblica Cisalpina, al governo della quale era un direttorio esecutivo, composto dai cittadini Serbelloni, Moscati, Paradisi e Sommariva, e un corpo legislativo, il tutto sul modello della repubblica francese. La solennità di questo giorno sacro alla libertà della Lombardia ebbe luogo nel Lazzaretto fuori di porta Orientale, che chiamossi Campo di Marte. Alli 17 ottobre dello stesso anno, vinta l’Austria dal valore delle truppe francesi, dovette l’Imperatore segnare il trattato di Campo Formio. Ma l’Austria aveva sottoscritto questo trattato col solo fine di prender tempo, per rimettersi in forza ed indurre l’imperatore delle Russie a mandar ad effetto i trattati di un’antica alleanza che sussisteva fra le due corti imperiali. Cosicchè quando i Milanesi credevano di esser sollevati dai pesi di una guerra così lunga e rovinosa si videro di nuovo involti in un turbine ancora più spaventevole. Calati i discendenti de’ Goti in Italia ad accrescere le forze, in quel breve spazio di tregua aumentate, della Casa d’Austria, le falangi repubblicane non potendo resister a questi primi urti impetuosi, dovettero in pochi mesi cedere quanto si erano acquistato in Italia, e Milano riprende l’antica livrea. L’imperatore di Germania non ritenne di aver segnato a Campo Formio l’indipendenza dei Milanesi, e dichiarò intruso un governo che egli stesso aveva riconosciuto coll’atto istesso. Tutto venne soppresso, distrutto, proscritta ogni ricordanza del passato sistema, e coloro i quali si erano mostrati più caldi per la causa della libertà vennero perseguitati coi più barbari modi e confinati nelle bastiglie dell’Adriatico e del settentrione. Così si estinsero un’altra volta al loro nascere i semi dell’indipendenza che cominciavano a germogliare negli animi dei Milanesi, ed il fasto dei potenti, il dispotismo e la mollezza ristabilirono in Lombardia la loro sede. Poco godettero gli Austriaci il nuovo acquisto che loro avea costato gravi sacrifici d’oro e di sangue. Essi trascurarono il porto e la città di Genova che si doveva espugnare a tutto costo, prima anche di prendere le altre piazze d’Italia; fra i comandanti austriaci e russi nacquero sanguinose gare; la spedizione nella Svizzera delle truppe Moscovite sotto il comando del generale Suwarov andò fallita; le gloriose vittorie del generale francese Massena; più di tutto lo strepito delle armi di Bonaparte, che sebbene impegnato nella spedizione d’Egitto, al primo avviso che l’Italia era ritornata in potere degli antichi suoi tiranni, volò in Francia e sciolto il Direttorio, che era forse stato causa degli sconvolgimenti militari in Italia, raccolse all’infretta un’armata di coscritti a Digione, penetrò nella Svizzera al rinnovar della stagione, fe’ arrampicare i suoi combattenti sulle impraticabili cime del gran San Bernardo, precipitò nel Vallese, scorse il Piemonte ed entrò il giorno 2 giugno dell’anno 1800 nuovamente fra le acclamazioni in Milano, che trovavasi abbandonata dal generale Melas, mentre teneva occupate le sue genti nell’inutil blocco di Genova.

Due giorni dopo il Governo di questa città manifestò a’ suoi cittadini i generosi sentimenti del Primo Console della prima nazione, Bonaparte, pubblicando le seguenti norme da inviolabilmente osservarsi:

I. Sarà riorganizzata la repubblica Cisalpina come nazione libera ed indipendente.

II. Dovrà da chiunque essere rispettato il libero e pubblico esercizio della religione Cattolica, secondo gli usi che praticavasi al tempo che il prelodato Primo Console come generale in capo dimorava in Milano; venendo perciò vietato qualunque disprezzo contro la medesima e li suoi ministri; in modo che non ne venga impedito in tutta la sua estensione il libero e pubblico esercizio della medesima, nè per alcun modo sia fatto disprezzo ai simboli che la riguardano, sotto le più rigorose pene estensibili anche alla morte a giudizio delle autorità competenti.

III. Saranno pure rispettate le proprietà e le persone di tutti i Cittadini indistintamente, e per conseguenza non potrà alcuno farsi lecito di usare de’ termini che possono in qualunque maniera indicare divisione di partito e di sentimenti.

IV. In conseguenza di queste massime regolatici riesce disgustoso all’Amministrazione provvisoria di vedere che molte persone abbiano abbandonata la loro patria, e quindi per espresso ordine del sullodato Primo Console diffida chiunque si è allontanato dalla patria stessa di doversi restituire al più presto a misura della lontananza in cui ciascuno si troverà al tempo della pubblicazione del presente: eccettuati però quelli che avrebbero prese le armi contro la repubblica Cisalpina dopo il trattato di Campo Formio, dovendo questi ritenersi come traditori e nemici della patria.

V. Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi, che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del fatto sequestro.

VI. Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per contratti fra privati.

Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del glorioso Eroe che le dirige, tende alla repristinazione della libertà e dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime, all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra, unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi.

Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII (4 giugno 1802).

L’Amministrazione Provvisoria

Marliani
Sacchi
Goffredo
} Delegati

Levato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino alla pace di Luneville, celebrata il 9 febbrajo del 1801, nella quale l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si presentavano[14].

Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina, formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi, dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un collegio di Dotti.

Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:

«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male. Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... La protezione della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville. Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».

«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali, ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche, ne hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»

Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini. Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi, nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi, della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.

Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi ritornossene in Francia.

«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive l’autore del Quadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di Lipsia), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena, Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso, se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato da ogni nuova intrapresa, egli avea raddoppiato la sua audacia, a misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi, la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore, non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo, mentre l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe divenuto una ricompensa.

In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo chiama il Grand’Uomo, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria, chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere, segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona, chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di Mosca.

Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano, e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni; malamente sostenuto, per istanchezza, dalla nazione di cui era il capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.

Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da una rivoluzione.

Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la fortuna e di riprendersi la corona.

Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per terminare degnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena, l’uomo che tanto la spaventava.

Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.

Un proclama del conte di Bellegarde[15] assicurava pace e protezione alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il regno Lombardo-Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello Raineri.


VI.

GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.

All’armi, Italiani!

Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia e a Milano la legge marziale.

Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa, pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie, salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono traditori! e che dovete aspettare?

De Boni, La crociata sull’Austriaco.

Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui e lucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di fatti veri.

.....i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28 aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci spettacolo di miracolosa pazienza.

Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci ogni coscienza, ogni vita. Nel 1815, quando lo sgomentava la fuga di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat, promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni diritto ed anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva, e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte Lombardo-Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di soppiatto pagare con turpe mistero.

Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva.

Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti, ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna, il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di nostro commercio, d nostra industria per servire agli interessi delle altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative, la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise, od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette, più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati, tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno. Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16]. Insidiò, martoriò gli uomini più chiari, protesse in cambio le intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse la delazione e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del patrio amore con gli assassini e coi falsarj.

E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa: tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale. Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni, quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della nostra pazienza.

E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane, noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse giungere il dispotismo della Casa di Lorena[17].

Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami, le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali, tutti i Corpi costituiti amministrativi, giudiziarj, scientifici, i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini inermi, contro cittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo d’infame e dolorosa memoria[18] e Pavia e Padova videro rinnovate le stragi di Galizia.

Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con che si cercò sopire la nostra indegnazione: parole bugiarde benchè movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militare diretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar gli scherni più amari, gli oltraggi più crudeli per oltre due mesi lunghissimi, che ci furono una continua agonia.

Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere a’ suoi popoli istituzioni più larghe, e promettevasi la libertà della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso spargevansi le novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione. Quel bando e quelle novelle rivelavano che si trattava d’una promessa estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero. E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le intenzioni di Vienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una milizia cittadina.

Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone.

Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per sempre.


VII.

18 MARZO (SABATO)

Suonata è la squilla,—già il grido di guerra
Terribile eccheggia per l’Itala terra:
Suonata è la squilla,—su presto fratelli,
Su presto corriamo la patria a salvar:—
Brandite i fucili, le picche, i coltelli,
Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—

Canto del Crociato.

Via da noi Tedesco infido,
Non più patti, non accordi:
Guerra! Guerra! ogn’altro grido
È d’infamia e servitù.
Su que’ rei di sangue lordi,
Il furor si fa virtù.

L. Carrer.

Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che sperava con un buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e patimenti, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare, ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine di tant’odio.

La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima rivoluzione strappava all’Imperatore una promessa di future concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini, parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della città furono affisse e diffuse le seguenti

DOMANDE

DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.

Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere istituzioni.

Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:

1. Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità.

2. Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei detenuti politici.

3. Reggenza provvisoria del Regno.

4. Libertà della stampa.

5. Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.

6. Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità.

7. Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache.

Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi.

ORDINE E FERMEZZA.

Milano, 18 marzo 1848.

Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo, quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini, in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione gittate dalle finestre lungo il Corso.

Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti. Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi di troppo funesta ricordanza[20].

Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono fra il popolo a partecipare, di quella poca gioja che questa prima vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto bianco gridava: Farò quello che volete, tutto quello che volete. E il popolo a rincontro gridava: Abbasso la Polizia, Guardia Civica; ed il conte O’Donell: Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica. Il popolo replicava: Lo vogliamo in iscritto; ed egli l’assicurò che l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte n.o 2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].

Milano, 18 marzo 1848.

Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.

Firmat. Conte O’Donell.

La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.

Firmat. Conte O’Donell.

La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è affidata al Municipio.

Firmat. Conte O’Donell.

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA CITTA’ DI MILANO.

In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.

Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor Bellati, Delegato Provinciale.

I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè.

CASATI, podestà.
Beretta, assessore.
Greppi, assessore.

Silva, segretario.

Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli scrittori, fu gridata la più giusta, la più morale, la più santa di quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie. Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica) narrando di questo fatto[22], scrisse: «La rivoluzione di Milano si è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze, scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile abbiano potuto tollerare per sei lustri.» Ed il Giornale Il 22 Marzo, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:

La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero, che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro, ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno di quegli avvenimenti che la provvidenza suscita, quand’è il tempo, a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta l’ultimo Vespro italiano.

Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale, di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi, vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme contro un esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni che sanno sperare e volere.

Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza. Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata in castello[23]. Quindi un nerbo di soldati si portò ad occupare i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia, furono salutati a fischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla. Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via, non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando un prete dal balcone battendo le mani, gridava: No, no, sono Italiani: viva la Gendarmeria italiana, furono rispettati e poterono passare, senz’essere offesi, alla Corte[24].

I cacciatori Diegher verso le ore due e mezzo si portarono all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo cittadino.

L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età e d’ogni condizione al palazzo di Polizia, da dove respinti colle armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove. Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la disperazione ed il furore suggerivano.

Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie della città verso le ore quattro pomeridiane:

POPOLO DI MILANO.

L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo.

Ordine! Concordia! Coraggio!

Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto della sera.

Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldati unitisi in grosso corpo andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti, all’ex Palazzo Vicereale, sullo spianato del Duomo ed in Piazza Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.

Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri diretti dal loro generale a cavallo, uscendo dal castello, prese la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.

Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.

La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto, impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto, preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza divisione di granatieri.

IL MARESCIALLO RADETZKY
ALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA R. CITTA’ DI MILANO

Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848,
ore 8 della sera.

Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.

Radetzky, Maresciallo.

Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori. Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.

A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:

CITTADINI!

Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.

ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

Altre notizie di questo giorno. Il cittadino Francesco Maglia, munito d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli altri immediatamente alla ritirata.

Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza del Duomo.

Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce: Bravi Pompieri la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano. Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche la vita. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse parole, aggiungendo: Viva la Gendarmeria Italiana. S’adoperava quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza diede non dubbie prove di sè.

Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.

Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].

«Appena giunse a Torino la prima notizia[28] dei gloriosi avvenimenti di questo giorno, alcuni egregi nostri patriotti che si trovavano colà, si affrettarono di invocare da S. M. il Re di Sardegna quegli aiuti che avevamo diritto d’aspettarci e per la nostra qualità di Italiani fratelli da altri Italiani, e per la eroica temerità della nostra impresa contro il nemico comune d’Italia, e per le notorie simpatie in ogni occasione manifestata colà in nostro favore dai gloriosi popoli Liguri e Subalpini. A queste preghiere dei patriotti Milanesi fu risposto che sarebbe stato impossibile al governo di S. M. di prendere l’iniziativa di un sussidio militare in Lombardia, a meno che non pervenisse a S. M. una diretta domanda da parte del popolo di Milano. Un benemerito nostro concittadino, il signor Enrico Martini, s’incaricò di portare a noi questa notizia a traverso i mille pericoli che si opponevano al suo ingresso in Milano. Giunse la mattina del giorno 21: con che gioja fosse accolto dal Governo Provvisorio, è facile imaginarlo: ebbe subito missione di riportare a S. M. il Re di Piemonte i sensi della nostra gratitudine, i fervidi nostri voti, perchè le gloriose sue truppe accorressero in nostro soccorso. Insuperabili difficoltà provenienti dalla sospettosa vigilanza dei soldati Austriaci si opposero per alcune ore alla partenza del signor Enrico Martini: ma finalmente il valore dei cittadini gli aprì la porta della città, ed egli ne approfittò, volando a Torino.»

«Ivi espose il desiderio del popolo Milanese, rappresentato dal Governo Provvisorio, ed ottenne da S. M. il Re le seguenti formali promesse: 1.o La partenza immediata di un esperimentato e patriottico Generale il Conte Passalacqua, il quale arrivò a Milano la sera del giorno 24 per cooperare all’ordinamento delle nostre milizie. 2.o Il passaggio del Ticino d’un corpo di fanteria pronto ad entrare in Milano alla prima rinchiesta del Governo Provvisorio. 3.o Queste truppe porteranno una bandiera neutrale, nè Piemontese nè Lombarda, ma l’italiana, in segno di delicato rispetto verso le future deliberazioni del paese quando sarà legalmente convocato a decidere i proprj destini. 4.o Finalmente il Re di Piemonte si propone di venire egli stesso alla testa del rimanente suo esercito in Lombardia; ma disse al signor Martini queste parole: Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo aver ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso».

Ecco il generoso proclama che il magnanimo Carlo Alberto pubblicava in seguito a questa conferenza il giorno 23[29].

CARLO ALBERTO

PER GRAZIA DI DIO

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME,

ECC. ECC.

Popoli della Lombardia e della Venezia!

I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.

Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.

Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.

Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sè.

E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoja sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.

Torino, 23 marzo 1848.

CARLO ALBERTO.


VIII.

19 MARZO (DOMENICA)

Dal palagio al tetto umile
Tutto tutto il bel paese
Guerra eccheggi, e morte al vile
Che tant’anni ci calcò.
Guerra suonino le chiese
Che il ribaldo profanò.

L. Carrer.

O Tedeschi, tanto le nostre donne, le nostre città, la patria nostra ha sofferto per voi! Cotanto è il tesoro d’odio contro di voi accumulato da secoli, da secoli nutrito con sangue, con lacrime, che per voi sarebbe consiglio di unica salute non che tentare l’ira nostra, ma ginocchioni pregare Iddio che non faccia spuntare il giorno in cui a spade c’incontreremo con voi; perchè in quel giorno combatteremo come gente che non vuole, che non concede quartieri, perchè in quel giorno avremo da esigere da voi, o Tedeschi, per due vendette. Feroce vendetta per le madri, per i nostri padri che dormono sonni invendicati nei loro sepolcri; feroce vendetta per noi loro figli, a cui ora vorreste perfino contendere la luce del sole.

Govean, Stamura d’Ancona.

Ad una notte piovosa, impiegata da tutti i cittadini a formar barricate d’ogni genere, come anderò descrivendo, successe il più bel mattino, che irradiato dal sole pareva arridere alla nostra vicina vittoria. Iddio è con noi. Viva Pio IX, viva l’Italia, morte ai tiranni! Lo sparo de’ moschetti e di tratto in tratto del cannone, il suono a stormo delle campane di tutte le chiese, fanno eco a quelle grida entusiastiche.

I primi movimenti delle truppe sono verso Porta Comasina e S. Giovanni sul Muro, dove scorrono divisi in vari drappelli. Diverse pattuglie a cavallo ed a gran trotto fanno lo stesso, e vengono praticati molti arresti di persone tranquille, le quali sono tradotte in castello e spinte con pugni e puntate di bajonetta. Quindi vanno a rinforzare le guardie alle porte della città, munendole di alcuni pezzi di artiglieria e chiudendone i cancelli onde impedire l’ingresso nella città dei contadini che a migliaja vi accorrono in soccorso dei cittadini: molte pattuglie percorrono i bastioni. Non erano i cento mila ben agguerriti guerrieri che Radetzky ci minacciava colla sua lettera, ma pure un esercito formidabile, in confronto ai nostri, che armati di archibugi da caccia non oltrepassavano a quest’ora i cinquecento, tutti valorosi cacciatori. Questa volta il pigmeo doveva scacciare il gigante.

Un altro reggimento dei nostri si era formato d’ogni sorta di gente, armata la maggior parte d’armi da taglio che venivano somministrate qua e là. Altri portavano, bajonette, altri coltelli da cucina e da tavola, altri picche, lance, chiodi legati a bastoni altissimi, ed ogni altro arnese che si potesse servire a offendere. E quando a questi arnesi si supplì colle carabine e coi fucili? Quando si strapparono di mano al nemico e si vuotarono le caserme prese d’assalto.

All’avanzarsi della mattina persone d’ogni stato e di ogni età van procacciandosi arme di qualunque specie, anche antiche, svaligiando negozi, officine e private gallerie.

Fra quest’ultime ci piange l’animo a veder distrutto, nella galleria d’arme del cittadino Ambrogio Uboldo, il più bel monumento del medio evo che esistesse in Milano. Non vi era principe, non sovrano, non persona cospicua d’ogni nazione che passando per la capitale della Lombardia non si portasse a visitarla e ad ammirare insieme colla quantità degli svariati preziosi oggetti di quella bell’epoca il buon gusto dell’illustre raccoglitore. Alle ore otto di questo giorno, più di cinquanta individui si portarono a questo venerando tempio dell’antichità a nome del Municipio per impossessarsi di tutte le armi. Il cittadino Uboldo accondiscese volentieri a voler distribuire le armi da fuoco e da taglio meglio servibili. Ed oh quanto sacrificio gli dovea costare la sua generosità! Ma il popolo non contento penetra nei corritoi, nelle sale, ed ovunque s’impossessa delle lance, spade, spadoni, pugnali, brandistocchi delle più scelte fabbriche di Milano dei secoli XIV e XV, sciabole moderne con intarsiature a pietre preziose d’ogni nazione, kangiar, archibugi, stutzen, pistole, ec., strumenti di valore inestimabile del numero di circa 350 pezzi, dei quali fino ad ora non arrivò a riacquistare la cinquantesima parte! Fra le armi moderne, molte, consistenti in sciabole, squadroni, spade, giberne, ed un cannone con carro completo, appartennero al cessato governo Napoleonico. In questa specie di saccheggio ebbe pure a soffrire altri guasti di diversi mobili preziosi, e tra questi un tavolo con pietra agata fu rovesciato a terra e spezzato. Vollero inoltre i saccheggianti munizione per le armi da fuoco, ed anche in questo furono fatti contenti dalla generosità dello stesso signore. In mezzo alla sala maggiore eravi un trofeo formato di diverse lance colla tiara ed altri emblemi pontificj, che venne miracolosamente rispettato[30].

Anche il cittadino Merelli, impresario dei grandi teatri alla Scala e Canobbiana, aprì a chi era privo d’armi la poca armeria del teatro, consistente in ischioppi vecchi, molti dei quali inservibili, ed in lance e spade per l’uso della scena e dei mimi, che nelle mani degli ardenti cittadini diventarono brandi d’eroi.

Furono pure svaligiate le sale d’armi del cittadino Pezzoli, consistenti similmente in arme antiche e moderne di molto valore; e alla stessa guisa si andò a prendere tutte quelle da fuoco e da taglio che si trovavano in alcune botteghe d’antichità.

Le barricate che quasi per incanto si erano alzate nel giorno antecedente, si formarono col lastricato delle contrade, con casse e cassoni pieni di ciottoli, con carrozze, carri, panche di chiese e di scuole, tavole, materassi, sedie, pagliaricci, ed ogni altra sorta di masserizie. Fra le moltissime furono distinte a porta Romana che si fecero con tutte le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca. Al teatro della Scala con tutte le scranne del teatro. Al Giardino con tutti ali attrezzi che servirono per le feste dell’incoronazione dell’imperatore Ferdinando in re della Lombardia e Venezia di fatale ricordanza, nella contrada del Monte dello Stato con tutte le diligenze della ditta Franchetti. Al Cordusio con alcune centinaja di balle di libri bollettarj presi nel cortile dell’ufficio del Bollo. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine[31]. Al Leone di Porta Orientale si trovò pure un piano-forte a coda, di ottave sei e mezzo, dell’autore Fritz, che il signor Antonio Vago, fabbricatore e negoziante di piani-forti, volle somministrare al bisogno; e dopo otto giorni avendolo ritirato lo trovò intattissimo, sebbene avesse ricevuto ed acqua e sole, e fosse stato tutto coperto di terra.

Tralascio di parlare e lodare coloro che più o meno si adoperarono nell’erezione di questi potenti ripari contro il nemico, rimettendo il lettore a quanto già scrisse il narratore dei Racconti di 200 e più testimoni oculari. Sebbene taccia di molti non devo passar sotto silenzio fra i valorosi il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni e Valentini Gottardo, dei quali tutti molto si narra nel citato libro.

A guardia delle barricate restavano intanto giorno e notte quelli che non avendo arme da fuoco non potevano esporsi al nemico. La più ricca e la più nobile gioventù, quella che allevata nella mollezza dalla politica austriaca sembrava effeminata ed indolente, fu la più coraggiosa ed intraprendente. Nulla curando il pericolo si affacciava al nemico coll’istessa indifferenza che si sarebbe presentata ad una festa da ballo, valorosa nel combattimento, generosa coi vinti: mentrechè quella sorta di gente la più allevata, come si direbbe, alle risse, al coltello, se ne stava neghittosa e non si moveva che a forza di denaro. E le nostre damine? Esse riposero il telajo dei ricami per attendere con le delicate mani a scavar ciottoli per poi portarli ai piani superiori, a far filacce, a medicar feriti, ad incoraggiar i combattenti, a sopravvedere le barricate se ben custodite, a fabbricar cartucce ed altre munizioni da guerra, ed a distribuir coccarde. La letizia è sul loro volto come nel loro cuore. Esse pure odiano i Tedeschi, e si adoperano per distruggerne la razza. Le donne del popolo avvilite e piangenti, pregano Iddio per la redenzione d’Italia, per la salvezza dei loro mariti, dei loro fratelli! La santa e volontaria incumbenza di esser utile alla patria colla fabbricazione delle cartucce e colle somministrazioni di bende, filacce, ec., viene tutt’ora esercitata da uno scelto numero di gentili signore.

La ferocia austriaca (come più tardi siamo stati edotti dalla corrispondenza trovata presso la scaduta Direzione Generale della Polizia) ci avea preparato un bel regalo per questo giorno. Cinquecento cittadini milanesi d’intemerata vita e di alti natali, oltre quelli delle provincie, dovevano essere arrestati, e chi sa qual sorte sarebbe loro toccata, se non quella espressa nelle due infami lettere del giovine arciduca Raineri al suo fratello Ernesto[32]! Due cannoni celati fuor di porta Romana, dovevano mitragliare l’inerme popolazione che si sarebbe trovata al corso Pio[33]. Ma gli accidenti di jeri avevano messo tutti gli attori fuori di scena, e di ben altro spettacolo eravamo noi attenti ammiratori, il quale ci lasciava fra le angosce e le speranze a desiderarne lo scioglimento.

Tanti di fatto sono gli accidenti di questo giorno, che con diverso aspetto si presentano or favorevole, or contrario a’ nostri; tanti gli attacchi col nemico ed in tutte le parti della città, che difficilmente riesce allo scrittore di narrarli con quell’ordine e quella chiarezza che l’argomento esigerebbe. Procurerò di far alla meglio, ed il lettore mi avrà per iscusato se non giungerò a contentarlo in tutto.

Duomo, piazza mercanti e direzione della polizia. Terribili furono le lotte sostenute in piazza del Duomo per impossessarsi del palazzo vicereale e della piazza dei Mercanti, dove risedea la Gran Guardia, munita di due cannoni e di soldati. Il primo circondario di Polizia era collocato su quest’ultima piazza. I cittadini inferociti nel combattimento e tripudianti tra il fischio delle palle, lo assalirono; e riuscirono a impadronirsene dopo un eroico combattimento. Di là passarono alla residenza della Direzione generale in S. Margherita, posto fortificatissimo di guardie, di poliziotti ed anche di pompieri. Ma quest’ultimi se non si mossero in nostro favore, non si mossero contro: ed anche qui nuova vittoria. Si cercò di Torresani e di Bolza, ma inutilmente: fu sparsa voce che si fossero salvati colla fuga la notte precedente.

Alcuni granatieri ungheresi al palazzo già vicereale vengono appostati alle finestre con moschetti, e di là uccidono quanti passano. Lo stesso fanno i Trabanti dalla parte di contrada Larga, dalle finestre e dal tetto uccidendo il droghiere Ottolini e altri del vicinato. In tutte le contrade vicine al palazzo v’era un allarme spaventevole.

I cannoni della piazza de’ Mercanti, uno collocato al posto della Gran Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti, soffiavano con palle di enorme grossezza. I soldati di linea a tre a tre rimpiattati nelle porte delle contrade degli Orefici, de’ Ratti e de’ Fustagnari sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Uno dei cannoni fu preso dai nostri dopo di aver uccisi tre cannonieri, ed indescrivibile fu la gioja dei vincitori.

Alle ore dodici e mezzo se ne dava l’avviso a tutti i cittadini col seguente proclama:

CITTADINI!

La vittoria è sicura—due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a porta Ticinese. Il nemico in fuga a Porta Orientale, a Borgo Monforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti. Bergamo marcia a nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte, introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartiere generale è organizzato, la Guardia Nazionale in attività.

Continuate a suonare a stormo.

Broletto. I soldati di stazione in Broletto coi loro obizzi e mortaj cannoneggiavano giù per la contrada di Santa Maria Segreta, gettando e piccole bombe e razzi incendiarj; ma alcuni valorosi giovani col riparo di una barricata formata con alcuni cassoni di contro alla farmacia Ravizza, si difesero tutto il giorno.

Porta nuova. Il combattimento di Porta Nuova fu uno dei più accaniti, e tiene un luogo principale nella storia di questa gloriosa rivoluzione. In esso ebbe importantissima parte anche il celebre Augusto Anfossi, che avendo respinto un drappello di granatieri ed un cannone, vi piantò, baciandolo, il vessillo tricolore. Egli rimase vittima del suo valore alla presa del Genio.—Il sacerdote Alessandro Piola, abitante sulla piazza del nuovo Seminario, fu testimonio dalle sue finestre degli scontri fra i Tedeschi e la valorosa Gioventù Lombarda, e ci assicura che l’accanimento della battaglia in questo giorno e nel successivo superò ogni altro.—Il giorno seguente restati per qualche tempo gli Austriaci padroni del campo, penetrarono per la porta dei preti della canonica di San Bartolomeo, forzandoli ad inginocchiarsi, gridando: Pei preti niente perdono; e quindi ne trassero cinque prigioni alla Zecca. Altri invasero la casa dove abitava il predicatore che rinchiuso se ne stava studiando, e non contenti di stenderlo al suolo con un colpo di moschetto, lo pugnalarono. Ascesero di poi sul campanile e di là incominciarono a tirare sui nostri, i quali rispondendo bravamente coi loro archibugi, uccisero fin colassù uno dei loro, il che tanto valse a spaventarli, che stimando inutile ogni tentativo, si diedero a precipitosa fuga, e sempre inseguiti dai nostri bersaglieri, s’intanarono nella Zecca e di là non si mossero. Al martedì gli Austriaci avanzarono un cannone che scaricarono sulla piazza di S. Bartolomeo contro l’imprendibile baluardo del ponte di Porta Nuova non superato giammai, dacchè fu fortificato colla barricata di marmo, custodita notte e dì dai nostri prodi.

Porta Orientale. Tre volte il nemico si spinse verso S. Damiano, ed altrettante venne ributtato. Una palla di cannone portò via di netto una gamba ad un ragazzo di 12 anni, ed egli esclamò: benedetti coloro che muojono per la patria!

Porta Tosa. In sull’albeggiare di questo giorno gli attacchi a porta Tosa incominciarono così gagliardi per parte dei nostri che misero i Tedeschi in grande apprensione. Verso le dieci ore gli abitanti dei sobborghi esterni, caldissimi anch’essi per giusta causa, si portarono per prendere la polveriera, così detta della Bicocca. Era un colpo certo se non fosse stato attraversato dal tradimento. Il conduttore della birreria, situata sul bastione (originario tedesco), si portò dal comandante de’ soldati, accampati lungo il muro del magazzino Cagnola, e lo persuase ad entrare nella casa della birreria stessa, come la più atta a difendere la polveriera, ed a scacciare gl’insorti borghigiani. La disperazione si impadronì tosto degli animi di quegl’inermi inquilini che dovettero sloggiar tutti e ridursi in un solo canto per lasciare ai barbari che li minacciavano della vita il luogo libero donde bersagliare quei che volevano distruggere la polveriera.—Un pezzo d’artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, giunse da porta Romana circa il mezzo giorno. Si combattè per alcune ore, e nel progresso della pugna si faceva più forte il coraggio dalla parte dei nostri. Un colpo di cannone fu diretto al campanile di S. Pietro in Gessate, che lo colpì sotto all’orologio senza atterrarlo. Quel continuo suonare a stormo scendeva tremendo nell’animo degli avviliti Tedeschi. Due altri cannoni vennero più tardi appostati avanti la birreria. La pugna andò rallentandosi coll’approssimarsi della sera. I nostri s’imboscarono dietro la siepe dell’osteria del Giardinetto, nelle circostanti ortaglie, sopra i tetti, dietro le gelosie delle finestre[34].

Porta Romana. Giovanni Cappietti col solo schioppo protesse la ritirata degli alunni del collegio Calchi Taeggi, mentre una masnada di croati ne svaligiava l’abitazione.

Porta Ticinese. Un fatto d’armi alla casa del tenente de’ Poliziotti al ponte delle Pioppette procurò arme e munizioni a quei pochi dei nostri che si erano cimentati.—Nel locale detto della Vettabia si combattè per alcune ore coi Raisingher, cinque dei quali furono fatti prigionieri con l’acquisto di altrettanti moschetti e qualche sciabola.—Il colonnello dei Raisingher, che aveva il suo alloggio in casa Orelli a S. Calocero, chiamò quivi a difesa cento dei suoi soldati che continuarono a bersagliare tutto il giorno su gl’inermi passaggieri e sulle finestre intorno. Portatisi a combattere quella soldataglia una mano de’ nostri prodi, fra’ quali i cittadini Giacomo Colombo, Borletti e Biancardi, e dopo breve combattimento tolsero ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello, ed il cavallo carico di munizioni da guerra che portava ai cento di guardia: l’ufficiale ferito fu steso al suolo, non pochi di quelli che scortavano il carriaggio furono uccisi e gli altri messi in fuga.—Fra i prodi combattenti di Porta Ticinese in questo giorno, va distinto il nome di Giovanni Onetti, che senza aver riguardo al numero bersagliava intrepido il nemico e riusciva sempre vittorioso. E da una dichiarazione del Comitato di pubblica difesa, risulta che egli consegnò tredici prigionieri compiutamente disarmati, del reggimento Sigismondo, da lui presi fuori di Porta Tosa, azione d’inaudito coraggio, molto più sapendo egli che mentre combatteva per la patria, la sua casa veniva svaligiata dalla rabbia tedesca. Ma tanto era l’ardor suo che nei momenti di tregua anzichè badare alle cose sue e a darsi qualche riposo, tutto era in faccende a medicare e confortare i suoi compagni feriti.

Porta Comasina. Alla mattina di buon’ora una pattuglia di circa cento soldati sparando i loro moschetti, s’avviavano dalla Foppa al magazzino delle vivande per provvedersi di pane: ma non sono ancora giunti alla metà della contrada, che vengono respinti da una pioggia di tegole.—Verso sera però vi ritornano e fanno atroce vendetta dell’accoglimento della mattina sugli abitanti della casa che trovasi sull’angolo di detta contrada. Diedero prima il sacco, poi incendiarono due botteghe, abbruciarono vive tre donne, indi fecero prigionieri due giovani, e trascinatigli sui vicini spalti gli attaccarono legati insieme ad una pianta, facendoli così servire da bersaglio ai loro colpi per lunga ora, e quindi semivivi li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina, che furono trovati dai nostri, da’ quali furono subito sciolti, e così poterono terminare il loro martirio coi conforti della religione.

Altri fatti di questo giorno. Nella contrada de’ Bossi, un povero vecchio inerme che andava per provvedersi del pane, incontratosi in alcune compagnie di granatieri (che si portavano a rinforzare il presidio al Broletto) venne dapprima infamemente maltrattato e percosso, e dappoi, perchè si era inginocchiato implorando la vita, uno dei soldati abbassando la bocca del moschetto gli scaricò una palla nel petto. Durò cinque quarti d’ora in angosciosa angonia quell’infelice, chiedendo un sorso d’acqua o la morte; ma non venne soccorso, poichè nessuno poteva uscire senza pericolo della vita, e dovette morire lambendo il proprio sangue a cercar di ammorzare la sete che lo struggeva. Narra l’autore delle lettere Infamie e crudeltà degli Austriaci, che sulla piazza del Duomo un giovinetto, che all’abito bianchiccio sembrava o un fornajo od un garzon da cucina, ebbe la valentia di stendere con quattro colpi quattro cannonieri. A S. Vittore, in una casa nel Borgo delle Oche, essendosi nascosti cinque inermi cittadini, sorpresi da una grossa pattuglia dei Raisingher, furono prima percossi coi moschetti, quindi mutilati, ed infine barbaramente trucidati. Questo atroce assassinio succedeva verso le ore 2 pomeridiane.

Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione, ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimento Kaiser, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia, continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con queste parole: Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero dito; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo delle guardie di Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].