BEN HUR


LEWIS WALLACE

Ben Hur

UNA STORIA DI CRISTO

Prima Traduzione Italiana

di H. MILDMAY e GASTONE CAVALIERI

MILANO
casa editrice BALDINI, CASTOLDI & C.º
Galleria Vittorio Emanuele 17-80
1900


PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano — Stabilimento Tipografico BASSI & PROTTI, — Via V. Monti, 31


AL LETTORE

Dopo che il Quo Vadis ha portato una vera rivoluzione nel campo dei romanzi storici, parrà per lo meno ardito presentare al pubblico una nuova opera dello stesso genere sostenendo che, per elevatezza di concetti ispiratori, e per larghezza di erudizione, l'autore di essa non sia meno raccomandabile ed encomiabile dello Sienckievicz. Non facciamo vane parole. Le quattrocento edizioni inglesi, francesi, tedesche, svedesi, rispondono del nostro giudizio. Ben Hur è la produzione meravigliosa di un più meraviglioso ingegno; Lewis Wallace, noto come valoroso ufficiale distintosi nella guerra di secessione, dimorante attualmente a Crowfordsville Indiana (S. U. A.), ex diplomatico, è divenuto uno dei più popolari scrittori dei suo paese; nel volume, Gerusalemme, Antiochia; tutto l'Oriente, a differenza degli altri libri che pongono la scena principale in Roma; costumi e vita del tempo di Cristo, sono magnificamente descritti. Il prologo, l'introduzione del primo libro, benchè traducendo dal testo inglese, sono stati da noi ridotti a proporzioni alquanto più brevi e più conformi all'indole del nostro pubblico, il quale, se non li salterà a piè pari, farà cosa buona, e se ne troverà contento per la bellezza che riscontrerà nei libri seguenti, cui, Prologo e prima parte, sono necessaria seppur lunga preparazione.

I Traduttori

················

Ma questa ripetizione della vecchia storia è appunto il fascino più bello del racconto famigliare. Se noi ci ripetiamo sovente dolci pensieri senza provarne noia perchè non permetteremmo ad altri di destarli in noi?

J. Paul Richter — Hesp.

Ve' d'Orïente per le vie, lontani,

attraversando l'aria profumata,

corrono i saggi addotti da le stelle..,

. . . . . . . . . . . . .

Ma già tranquilla era la notte quando

Nacque il Bambino annunciator di pace.

Tacevan l'aure di stupor percosse

e s'acquetavan l'onde a le carezze

dolci de i venti, in murmure soave

narranti nove gioie al cheto mare:

torme d'augelli s'assidean su l'onde

calme, trillando cantici festosi.

La natività di Cristo. — L'Inno — di Milton

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I.

Jebel es Zubleh è una catena di monti dell'estensione di oltre cinquanta miglia ma così breve in larghezza da figurare sulle carte geografiche come un misero bruco che segua, strisciando, la sua via, dal Nord al Sud. Essa sta, immobile, eretta sulle sue rupi rosse e bianche, guardando verso il disco pallido del sole nascente, e dalle sue vette si scorge solo il deserto dell'Arabia, dove i venti dell'est, così dannosi ai vigneti di Gerico, hanno, fin dai tempi più remoti, creato un campo propizio alle loro orribili battaglie. Le falde della catena del Jebel son ricoperte da uno strato fitto di sabbia lasciatevi dall'Eufrate, e destinate a rimanervi, essendo essa una linea di divisione alle praterie di Moab e Ammon all'ovest, praterìe che, una volta, facevan parte del deserto.

L'arabo si parla in tutto il sud e in tutto l'oriente della Giudea: epperò, in lingua araba, Jebel significa letto d'innumerevoli canali, che, interrompendo la strada Romana — ora un semplice sentiero a paragone di una volta — strada polverosa per i pellegrini siriani provenienti dalla Mecca o diretti ad essa, formavano dei solchi, approfondentisi sempre più nel loro corso, e riversanti i torrenti nella stagione piovosa, nel Giordano, oppure nel Mar Morto.

Da uno di questi canali, e più precisamente da quello che nasce ai piedi del Jebel e si estende in direzione nord-est, si forma il letto del fiume Iablok; per questo letto passava, diretto all'infinita stesa del deserto, di buon mattino, un viaggiatore, cui occorre rivolgere la nostra attenzione.

All'apparenza dimostrava quarantacinque anni, e la sua barba, per l'addietro di un nero castagno, faceva bella mostra di sè fluendo, brizzolata, sul suo petto.

Il suo viso era scuro come cioccolatte, e nascosto da un rosso Kufiyeh, nome dato dai figli del deserto, anche al giorno d'oggi, ai fazzoletti che servon loro da copricapo.

Di quando in quando alzava gli occhi, ed essi erano grandi e scuri. Era vestito con abiti comunissimi nell'oriente, abiti di cui però non può esser fatta una descrizione minuta, perchè egli era nascosto sotto una piccola tenda sul dorso di un dromedario bianco, gigantesco. I popoli dell'occidente forse non si sono ancora abituati a veder i cammelli in assetto per la traversata del deserto. Altre cose, può essere, li avrebbero disinteressati a poco a poco, non questa, per la quale, ogni volta, si sentono massimamente attratti. Anche alla fine di lunghi viaggi, compìti insieme a carovane, anche dopo anni ed anni di permanenza fra i Beduini, i nativi dell'ovest, in qualunque posto si trovino, si fermano ed attendono i cammelli quando sanno ch'essi debbono passare. Il fascino di questi enormi quadrupedi non è nella figura ridicola, nei movimenti poco aggraziati, nel passo silenzioso, o nel camminare pesante: come le navi forman l'ornamento più gentile del mare, così gli animali del deserto sono, per il deserto, l'ornamento migliore. Nel cammello esso ha un misterioso rappresentante, di modo che, mentre noi lo guardiamo, il nostro pensiero si trasporta di riflesso sui misteri che incarna e in ciò consiste il miracolo dell'attrazione inspirataci.

Il quadrupede, che usciva ora dal canale, avrebbe potuto pretendere il solito omaggio dei curiosi. Il colore e l'altezza del corpo, la grandezza del piede, un complesso, non grasso ma muscoloso; un collo lungo, sottile, ricurvo come quello di un cigno; il muso, con uno spazio largo fra gli occhi, e terminato a punta, in modo che un braccialetto femminile avrebbe potuto rinchiuderlo; l'andatura a passi lenti, cauta e sicura; tutto certificava il suo sangue siriano, assolutamente impareggiabile. Portava il solito frontale, che gli copriva la fronte, con una frangia scarlatta, e gli guarniva il collo con delle catene di rame, pendenti, ognuna delle quali terminava con un campanello d'argento dai leggeri tintinnii; però, al frontale, non si accompagnavano le redini per il cavaliere nè la cinghia di cuoio pel servo conducente. La sella, posta sul dorso, era una meraviglia, e presso qualsiasi popolo, che non fosse stato quello dell'Oriente, sarebbe derivata fama d'inventore a chi ne avesse costruita una di simile. Consisteva in due casse di legno, appena lunghe un quattro piedi, bilanciate, e pendenti una per parte; all'interno erano foderate, tappezzate, ed accomodate in modo da permettere al padrone di sedere o di giacere, mezzo sdraiato; sopra tutto questo ammennicolo, poi, era distesa una tenda verde, assai larga di dietro, tenuta ferma da cinghie e da correggie di cuoio strette fra loro da innumerevoli nodi. Così gl'ingegnosi figli di Cush avevano cercato di rendere comoda la via soleggiata del deserto lungo la quale si recavano tanto per loro dovere come per loro piacere.

Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giunto allo sbocco, il viaggiatore aveva passato il confine dell'El Belka, l'antico Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il sole coperto da vapori di nebbia, e il deserto sterminato; non le regioni delle sabbie in balìa del Simun, le quali eran più lontane, ma la regione ove il verde si fa meno frequente, e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietre grigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffi d'erbe, dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli, eran rimasti addietro, al confine del deserto, quasi allineati, a gruppo, come se fossero venuti fin lì e poi si fossero fermati a guardare l'arida stesa, spauriti, senz'aver il coraggio d'inoltrarsi. Il giorno era alto. Quella parte di strada che era ben mantenuta stava per terminare.

Il cammello sembrava più che mai seguire una direzione costrettovi dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettava il passo col muso rivolto all'ampio orizzonte, aspirando l'aria a più riprese per le larghe narici. La lettiga dondolava, si sollevava e s'abbassava come un battello alla mercè delle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie secche calpestate e, di quando in quando, un profumo simile all'odore d'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavano intorno, e pernici bianche s'allontanavano emettendo strani sibili. Meno di frequente una volpe od una iena correvano veloci per venir a studiare gli ospiti intrusi a una relativa distanza.

A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel; il velo grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momento all'altro, in un colore di porpora che il sole poco dopo rendeva anche più rosso. Sopra le più alte cime un avvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi sulle grandi ali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tenda verde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno. I suoi occhi fissi, immobili, sembravano essere in preda ad un sogno. Uomo ed animale procedevano come guidati da una mano invisibile.

Per due ore il dromedario camminò, certo della propria via, rivolto ad oriente. E il viaggiatore non cambiò mai di posizione e non guardò nè a destra nè a sinistra.

Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o a leghe, ma a saat (ore) o a manzil (tappe); il saat corrisponde a tre leghe e mezza, il manzil a quindici o venticinque; e il saat è, su per giù, la velocità dei cammelli comuni. Un cammello siriano da trasporto, può, facilmente, compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica, competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio, lungo il cammino, subì una completa trasformazione. Il Jebel si stendeva lunghissimo, come un nastro color celeste chiaro. Mucchi d'argilla e di sabbia calcarea si trovavano ad ogni passo. Di quando in quando si vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelle avanzate della montagna ai confini della pianura. E, infine, stese immense di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, ora come divisa in solchi, e simile al fondo d'un mare non molto prima agitato dalla tempesta. Anche l'atmosfera non era più la stessa di poco innanzi. Il sole, già alto, aveva trionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coi raggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto la tenda; la terra tutt'all'ingiro era illuminata da una luce biancastra, e anche il cielo aveva degli splendidi riflessi.

Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutar direzione. Ormai tutto era sterile ed arido intorno. La sabbia stessa era così indurita e formava una leggiera crosta che si rompeva crepitando ad ogni passo del cammello.

Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di essere nel letto di un oceano sconfinato. L'ombre del cammello e del suo cavaliere, che prima si disegnavano dietro ad essi, ora si riproducevano davanti, e continuavano ad essere le loro uniche compagne. Il viaggiatore però, non vedendo alcuna oasi, si sentiva preso da un forte scoraggiamento. Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per semplice piacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercio o da ragioni famigliari, lo compie per sentieri cosparsi di ossa di morti, dimenticate a guisa di tristi emblemi funebri. Tali sono le strade interminabili che disgiungono l'ultima sorgente dalla sorgente più prossima, e pascolo da pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco batte forte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senza sentiero. Così il nostro amico non poteva certo essere in viaggio per puro divertimento, nè aveva l'aspetto di un fuggitivo poichè non guardava mai dietro a sè. Allorchè uno si trova in una situazione come questa, sente paura e curiosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomo quando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunque compagnia; il cane gli diviene un buon camerata, il cavallo un amico, ed egli non si vergognerebbe di colmarli di carezze e parlar loro d'affetto. Il cammello però non riceveva mai dall'uomo un simile tributo, una carezza, una parola gentile.

A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente, emettendo un lamento pietoso. Pareva volesse protestare per il peso soverchio e chieder un trattamento cortese e un po' di sonno. Il padrone si scosse come se si destasse dall'aver dormito a lungo. Alzò la tenda del houdah, guardò il sole, esaminò il paese da tutte le parti, minutamente, come per identificare la posizione. Soddisfatto poi dell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo come per dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopo incrociò le mani sul petto, chinò la testa e pregò in silenzio. Compiuto questo dovere, si preparò a discendere. Gli uscì di bocca un suono gutturale, famigliare senza dubbio ai cammelli di Giobbe: Ikh! Ikh! cioè il segnale d'inginocchiarsi. Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in un lungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio del magro collo dell'animale, scese sulla sabbia.

CAPITOLO II.

Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva il kufiyeh alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla; i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana. Indossava il kamis, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone, chiamato aba, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il kamis.

Bisogna notare che il viaggiatore dimostrava un gran coraggio, giacchè s'arrischiava solo nella traversata del gran deserto, ch'è ritrovo di leoni, di leopardi e di uomini selvaggi. Non portava con sè alcun'arma, nemmeno il bastone adoperato per guidare i cammelli. Quindi si poteva dedurne la sua missione pacifica: o egli era straordinariamente audace o godeva di una straordinaria protezione.

Le membra del viaggiatore erano indolenzite per il lungo e faticoso cammino; si stropicciò le mani, battè i piedi per terra come per isgranchirli, passeggiò in su e in giù davanti al quadrupede fedele, che s'era sdraiato socchiudendo gli occhi, felice di quel po' d'erba che aveva trovato. L'uomo, ogni tanto, si fermava, facendosi ombra col palmo della mano, e, scrutando in lontananza, il suo volto si rannuvolava come per un disinganno subìto, di guisa che chi lo avesse osservato avrebbe capito com'egli avesse atteso qualcuno e avrebbe nel medesimo tempo provato la curiosità di conoscere il motivo che aveva condotto un viaggiatore in un paese così poco civile. Sebbene ad osservarlo paresse il contrario pure non era da metter in dubbio ch'egli fosse certo dell'arrivo della persona attesa. Nel frattempo si diresse alla lettiga e, dalla cassa opposta a quella ch'egli medesimo aveva occupata, tolse una spugna, un piccolo recipiente d'acqua, e lavò gli occhi, le narici e il muso del cammello. Dalla stessa cassa tolse un panno rotondo, a righe bianche e rosse, un mucchio di bacchette ed un grosso bastone. Quest'ultimo era composto di diversi pezzi posti l'uno dentro l'altro, i quali, poi, uniti insieme, formavano un bastone più alto della sua persona. Dopo aver piantato il bastone in terra e averlo circondato di bacchette, lo coprì col panno, a guisa di tenda, e gli parve, lì sotto, di essere in una casa, molto più piccola, è vero, di quella degli Arabi, ma simile, sotto ogni aspetto, ad una di esse. Sempre dalla cassa, prese un tappeto di forma quadra, e ne ricoprì il suolo entro la capanna testè fabbricata. Preparata in tal modo la tenda, uscì, e si mise a spazzare con cura il terreno che la circondava. Eccettuato uno sciacallo che scorrazzava in distanza, e un'aquila che si dirigeva verso il sasso di Akaba, il deserto era silenzioso e vuoto come silenziosa e vuota era la volta del cielo.

Il viaggiatore si rivolse al cammello dicendo a voce bassa e in una lingua sconosciuta al deserto:

— «Siamo lontani da casa, o veloce mio corsiero, ma Dio è con noi. Bisogna aver pazienza.» —

Levò dei fagioli da una tasca della sella, li mise in un sacco che appese sotto al collo dell'animale, e, quand'ebbe visto l'accoglienza fatta al cibo, si guardò intorno e tornò a scrutare l'immensità del deserto sul quale il sole dardeggiava infuocato.

— «Verranno — disse assai calmo fra sè. — Colui che mi ha guidato li guida. Mi terrò pronto a riceverli.» —

Dalle tasche interne della tenda e da un cesto di vimini che formava parte del mobilio, levò il necessario per approntare una colazione: piatti di terra, intessuti di paglia, vino in piccoli fiaschi di pelle, carne di montone affumicata, shami o melagrane siriane, piene di semi, datteri dell'El Shelebi, eccellenti, cresciuti nei nakhil o frutteti dell'Arabia Centrale; formaggio come le «fette di latte» di Davide, e pane, fatto col lievito, proveniente dal forno della città.

Tutto questo egli aveva portato con sè, ed ora poneva premurosamente sotto la tenda, sul tappeto. In fine prese tre pezze di seta per coprire, secondo l'uso delle persone più altolocate dell'Oriente, le ginocchia degli invitati durante il pasto, e da ciò si poteva comprendere quante fossero le persone da lui attese a partecipare alla sua colazione. Tutto era pronto. Egli uscì dalla tenda e un punto nero gli apparve lontano, nel deserto. Rimase come pietrificato a quella vista; gli occhi gli si dilatarono, sentì un brivido pervadere la sua persona. Il punto nero si avvicinava sempre più, mutava colore ed era divenuto grande, quasi quanto una mano; infine, a poco a poco, prese proporzioni definite. Era un dromedario quasi uguale a quello del nostro viaggiatore, alto e bianco, portante un houdah, o lettiga dei passeggieri dell'Indostan.

L'Egiziano incrociò le mani sul petto e guardò verso il cielo.

— «Dio solo è grande» — esclamò reverentemente e cogli occhi pieni di lagrime.

Lo straniero s'accostò e si fermò. Sembrava si ridestasse da un lungo sonno. Osservò il cammello inginocchiato, la capanna, e l'uomo che se ne stava fermo davanti alla porta, in atto di supplica; incrociò le mani, abbassò il capo e si mise a pregare silenziosamente. Poco dopo scese dal collo del cammello, e, posto il piede sulla sabbia, si avanzò verso l'Egiziano nel medesimo momento che questi muoveva ad incontrarlo. Si guardarono fissi, per un momento, poi si abbracciarono, e ognuno mise il braccio destro sulla spalla dell'altro ed il sinistro sui fianchi, posando il mento sul petto, reciprocamente, prima a sinistra, poi a destra.

— «Pace sia con te, o servo del vero Dio!» — esclamò lo straniero.

— «Sii il ben giunto, o fratello della vera fede! Anche a te pace» — rispose l'Egiziano con fervore.

Il nuovo venuto era un uomo alto e magro, dal viso grande, dagli occhi infossati, dai capelli e dalla barba bianca, dalla carnagione di un colore tra la cannella ed il bronzo. Anch'egli era privo d'armi.

Il suo costume era Indiano; gli copriva il capo uno scialle che scendeva sulla nuca a pieghe profonde, a guisa di turbante; il suo vestito era come quello dell'Egiziano, eccettuata l'aba, ch'era più corta, e lasciava intravvedere dei larghi calzoni ben aderenti, però, al collo del piede. In luogo dei sandali portava delle mezze scarpe di pelle rossa, terminate a punta. Meno le scarpe, dalla testa ai piedi, era vestito di tela bianca. Aveva un bel portamento, un'aria dignitosa, severa. Visvamitra, uno dei più grandi eroi ascetici dell'Iliade orientale, avrebbe potuto aver in lui un perfetto rappresentante. Era un uomo degno, in sapienza, di esser figlio di Brahma e ne incarnava la devozione.

Nei suoi occhi era rispecchiata una grande vitalità, ma quando rialzò il viso dal petto dell'Egiziano, essi erano pieni di lagrime.

— «Dio solo è grande!» — esclamò sciogliendosi dall'abbraccio.

— «E benedetti siano quelli che lo servono!» — rispose l'Egiziano meravigliato della parafrase della sua esclamazione di poc'anzi. — «Ma attendiamo — aggiunse — attendiamo: l'altro viene laggiù.» —

Si volsero verso il nord ov'era già in vista un terzo cammello, bianco come i precedenti, e che s'avanzava dondolandosi come una nave in alto mare.

Attesero, rimanendo vicini l'uno all'altro e silenziosi, finchè giunse il nuovo viaggiatore che discese ed avanzò ad incontrarli.

— «Pace a te, o mio fratello» — egli disse mentre abbracciava l'Indiano. E l'Indiano rispose: — «Sia fatto il volere di Dio!» —

L'ultimo arrivato non rassomigliava affatto ai suoi amici; la sua persona era più snella; la carnagione bianca; un volume di capelli chiari ondulati coronava la sua testa piccola ma bella, e i suoi grandi occhi neri davano segno di molta intelligenza, di natura sincera e di un carattere forte.

Aveva il capo scoperto ed era privo di armi. Sotto le pieghe della coperta bianca, ch'egli indossava con grazia, appariva una tunica scollata e dalle maniche corte, fermata alla vita da una cintura che gli scendeva quasi fino alle ginocchia, lasciando nudi il collo, le braccia, e le gambe. I piedi calzavano dei sandali. Aveva cinquant'anni e forse anche di più ma non li dimostrava. Gli anni avevano dato solo una certa austerità al suo contegno e una certa moderazione alla sua parola, ma non gli avevano aggrinzito il viso o imbiancati i capelli.

Aveva un fisico robusto e un'immensa intelligenza. Non fa mestieri il dire di che paese egli fosse: s'egli non era di Atene dovevan essere Greci per lo meno i suoi antenati.

Quando l'Egiziano ebbe terminato di abbracciarlo disse con voce tremula:

— «Iddio mi fece arrivare qui per il primo; quindi io so di essere scelto come ospite dei miei fratelli. La tenda è al suo posto e la tavola è preparata per noi. Lasciatemi esercitare le mie mansioni.» —

Prendendoli per mano li fece entrare; tolse loro i sandali, lavò loro i piedi, e gettò dell'acqua sulle loro mani, ch'essi quindi asciugarono con salviette.

Poi, dopo aver lavate anche le proprie mani, egli disse;

— «Bisogna aver cura della nostra persona, fratelli, come lo richiede il nostro ufficio, e mangiare per renderci forti onde compiere il nostro dovere durante il rimanente della giornata. Mentre mangeremo impareremo a conoscerci vicendevolmente, e ci diremo l'un l'altro i nostri nomi, le nostre patrie, e i nostri intenti.» —

Li accompagnò al posto che aveva loro destinato e li fece sedere in modo che si potessero trovare di fronte.

Contemporaneamente le loro teste si chinarono, le loro mani s'incrociarono sul petto, ed essi recitarono, in coro, ad alta voce, questo semplice ringraziamento:

— «O padre dell'Universo, o nostro Dio! Tutto quello che abbiamo qui è tuo; accetta i nostri ringraziamenti e benedicici, perchè possiamo continuare sempre ad agire secondo i tuoi desideri.» —

All'ultima parola essi alzarono gli occhi e si guardarono in faccia meravigliati. Ognuno di loro aveva parlato in una lingua sconosciuta agli altri; eppure tutti e tre avevan compreso perfettamente ciò che s'era detto. Le loro persone tremarono per l'emozione, perchè, dal miracolo, essi dicevano di riconoscere la presenza divina.

CAPITOLO III.

L'incontro di cui sopra avvenne nell'anno di Roma 747. Si era nel mese di dicembre e l'inverno regnava sopra tutte le regioni orientali del Mediterraneo.

Quelli che attraversano il deserto in questa stagione non possono proseguire molto tempo senza sentirsi presi da un grande appetito. La compagnia sotto la piccola tenda non faceva certo eccezione alla regola. Aveva molta fame e quindi mangiava di gusto; dopo che fu mesciuto il vino i tre principiarono a discorrere.

— «Nulla riesce di più gradito ad un viaggiatore del sentirsi chiamare per nome da un amico in paese sconosciuto» — disse l'Egiziano che aveva voluto esser l'anfitrione del pasto.

«Resteremo molti giorni insieme e sarebbe ora d'incominciare a conoscerci. Così, se vi aggrada, l'ultimo venuto sarà il primo a parlare.»

Principiando pian piano, come un individuo prudente, il Greco incominciò:

— «Quello ch'io ho da dire, fratelli, è così strano che non so proprio donde principiare e in qual guisa parlar correttamente. Io non capisco ancora me stesso. Son tanto sicuro che ciò che sto facendo, sia ciò che vuole il maestro, che il servirlo è per me una costante estasi. Quando penso allo scopo cui debbo adempiere provo una gioia così grande che riconosco essere ciò il volere divino.»

Il buon uomo si fermò, incapace di proseguire, mentre gli altri, come lui, abbassarono gli occhi.

— «Nel lontano Occidente — proseguì — vi è un paese che non potrà mai esser dimenticato. Il mondo gli deve troppo ed il potersi sdebitare è cosa che arreca all'uomo un grande piacere. Non parlerò di belle arti, di filosofia, d'oratoria, di poesia, di guerra. O miei fratelli, la gloria è quella che splenderà luminosamente, e, per mezzo di essa, Colui che noi cerchiamo sarà conosciuto su tutta la terra. Il paese di cui vi parlo è la Grecia. Io sono Gaspare, figlio di Cleonte, ateniese. I miei antenati si dedicarono interamente allo studio, e da essi io ho ereditata la stessa inclinazione. Due dei nostri filosofi, i maggiori, insegnano, l'uno, che esiste un'anima in ogni uomo, e ch'essa è immortale, l'altro che vi è un Dio solo il quale è infinitamente giusto. Io scelsi fra le molte teorie quelle dei due filosofi come le sole degne di attenzione, giacchè mi pareva che vi potesse essere un legame sconosciuto fra Dio e l'anima. Su questo tema la mente può discutere fin ad un certo punto ma poi trova una barriera insormontabile, giunti alla quale si è obbligati a chieder aiuto. Così feci ma non ebbi alcuna risposta. Disperato mi allontanai dalle scuole e dalle città.» —

A queste parole l'Indiano ebbe un sorriso di approvazione.

— «In Tessaglia, verso settentrione, — continuò il Greco — v'è una catena di montagne famosa per esser riputata dimora degli Dei, chiamata l'Olimpo, dove Zeus, ch'era considerato il sommo di essi dai miei compatrioti, abitava. — Andai sulla vetta di quelle montagne. Trovai una caverna nel monte, dove la catena, che principia ad occidente, piega a sud-est, e là mi fermai abbandonandomi a meditare, anzi no, mi abbandonai attendendo, sapendo che ogni sospiro era una preghiera, una rivelazione. Credendo in Dio, invisibile ma supremo, credevo anche che, qualora io mi fossi commosso, egli avrebbe avuto compassione di me e mi avrebbe risposto.»

— «Ed egli rispose! ed egli rispose!» — esclamò l'Indiano alzando le mani dalla pezza di seta che teneva sulle ginocchia.

— «Ascoltatemi, fratelli» — disse il Greco calmandosi con difficoltà — La porta del mio eremitaggio guardava verso il mare sopra il golfo di Thermaic. Un giorno vidi cader da un battello che navigava non molto lontano, un uomo. Egli nuotò verso la riva. Io lo raccolsi e ne presi cura. Era un Ebreo, sapiente nella storia e nella legge del suo popolo; da lui appresi come esistesse davvero il Dio delle mie preghiere e come avesse composto le sue leggi e fosse stato per secoli padrone e re degli Ebrei. Ciò non era forse la Rivelazione di cui avevo sognato? La mia fede mi aveva fruttato. Iddio mi aveva risposto.» —

— «Com'Egli risponde a tutti quelli che lo implorano con tale fede!» — disse l'Indiano.

— «Ma ahimè! esclamò l'Egiziano, vi son pochi saggi abbastanza per capire quando egli risponda!» —

— «Questo non è tutto — continuò il Greco. — L'uomo che mi è stato inviato mi ha detto di più. Disse che i profeti, che nell'epoca che seguì la prima Rivelazione passeggiavano e parlavano con Dio, dichiararono ch'egli sarebbe ritornato. Mi diede i nomi dei profeti e dei libri sacri e mi citò le loro parole. Mi disse anche che la seconda venuta era vicina ed attesa da un momento all'altro in Gerusalemme.» —

Il Greco si fermò e il suo viso si rabbuiò.

— «È vero — disse dopo una breve pausa — è vero che l'uomo mi ha detto che come Dio e la Rivelazione di cui mi parlava erano stati solo per gli Ebrei così lo sarebbero ancora questa volta. — «E non avverrà nulla pel resto del mondo? — chiesi — «No — fu la risposta che mi diede con voce altera. — «No, noi siamo il suo popolo preferito.» — La risposta però non mi scoraggiò. Perchè dovrebbe un simile Dio limitare il suo amore e la sua beneficenza ad un regno solo e ad una sola razza? Mi ripromisi di venir a capo d'ogni verità. Penetrai il suo orgoglio e trovai che i suoi padri erano stati tutti servi eletti per mantenere la Verità in vita perchè il mondo imparasse a conoscerla e fosse salvato. Quando l'Ebreo se ne fu andato, e mi ritrovai solo ancora, innalzai al cielo una nuova preghiera! cioè che mi fosse permesso di vedere il Re al suo arrivo e di imparare ad idolatrarlo. Una notte mi sedetti sulla soglia della porta della mia camera cercando di avvicinarmi ai misteri della mia esistenza, conoscendo ciò che significa conoscere Dio; tutto ad un tratto, nel mare ch'era sotto di me, o piuttosto nell'oscurità che copriva la sua superficie, vidi una stella che cominciava a brillare; lentamente essa spuntò; si avvicinò e si fermò sopra la collina e sopra la mia porta, di guisa che la sua luce splendeva pienamente su di me. Io caddi a terra, mi addormentai e udii in sogno una voce che mi diceva: — «O Gaspare! La tua fede ha vinto! Che tu sia benedetto! con due altre persone venute dalle estreme parti del mondo, vedrai Colui che deve venire, sarai testimonio della sua venuta, e, in qualsiasi occasione potrai testimoniare in suo favore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarlo, fidandoti dello Spirito che ti guiderà.» —

Di buon mattino mi destai sentendo in me lo Spirito e provando una luce in me assai maggiore di quella del sole.

Mi tolsi il vestito da eremita e mi abbigliai da vecchio, levando da un nascondiglio il denaro che mi ero portato dalla città.

Una nave passò poco lontana; le feci cenno d'arrestarsi, fui accolto a bordo, e mi feci sbarcare ad Antiochia. Là acquistai un cammello colle relative bardature. Fra i giardini e gli orti che coprono le spiaggie dell'Oronte soggiornai a Emesa, a Damasco, a Boston, a Filadelfia; quindi venni a questa volta. E così, o fratelli, voi conoscete la mia storia per intero. Ora lasciate che io ascolti la vostra.» —

CAPITOLO IV.

L'Egiziano e l'Indiano si guardarono reciprocamente; il primo fece un cenno colla mano; il secondo salutò e principiò: — «Nostro fratello ha parlato bene. Possan le mie parole essere così saggie come le sue.» — Egli s'interruppe, riflettè un istante, poi ricominciò:

— «Voi potete chiamarmi, fratello, col nome di Melchiorre. Io vi parlo in una lingua che, se non è la più vecchia del mondo, fu almeno la prima a scriversi — intendo dire il Sanscrito dell'India. Io son Indiano di nascita. Il mio popolo fu il primo ad avviarsi pel cammino della sapienza, il primo a distinguerla nei varî rami delle scienze, il primo a renderla bella. Checchè avvenga d'ora in poi i quattro Vedi devono essere conservati perchè son le prime fonti della religione e della cultura dello spirito. Da essi derivarono gli Upa-Vedi, che come furon dettati da Brahma, trattano di medicina dell'arte della guerra, dell'architettura, della musica e delle 64 arti meccaniche: i Vedi Angas dettati da saggi ispirati e dedicati all'astronomia, alla grammatica, alla prosodia, alla pronuncia, alle bellezze ed incanti, ai riti religiosi e alle cerimonie: gli Upa-Angas scritti dal sapiente Vyâsa e dedicati alla cosmogonia, alla cronologia, e alla geografia; inoltre il Ramayana e il Mahabhârata, poemi eroici, sono destinati alla perpetuazione dei nostri Dei e dei nostri semi Dei. Questi, o fratello, sono i sûtra, o grandi libri di riti sacri. Per me ora non servono più; tuttavia in eterno resteranno ad illustrare il genio incomparabile della mia razza. Essi erano promesse di rapida perfezione. Voi chiedete perchè le promesse caddero? Ahimè! I libri stessi chiusero tutte le porte del progresso e sotto pretesto di cura delle anime i loro autori divulgarono il principio fatale che un uomo non deve dedicarsi alle scoperte o alle invenzioni perchè Iddio lo ha provveduto di tutte le cose che gli abbisognano. Quando tale comandamento divenne legge sacra la lucerna Indiana si sprofondò in un pozzo, ove, d'allora in poi, rischiarò strette mura ed acque amare. Queste allusioni, fratello, non provengono dall'orgoglio come ben capirète quando vi avrò detto che i sûtra insegnarono che v'è un Dio supremo chiamato Brahma, e anche che i Purâna o poemi sacri degli Upa-Angas, ci parlano della virtù, delle opere buone, e dell'anima. Così se mio fratello mi concederà di parlare — e l'oratore s'inchinò rispettosamente davanti al Greco — dirò che secoli avanti che il suo popolo fosse conosciuto, le due idee Dio ed Anima assorbivano già tutte le forze dell'intelletto Indiano. Per spiegarmi meglio lasciatemi dire che Brahma è indicato dagli stessi libri sacri come una triade — Brahma — Vishnù — Shiva. Di questi Brahma si dice sia stato l'autore della nostra razza, creando la quale egli la divise in quattro rami. Prima egli popolò la terra, e i cieli; indi preparò la terra per gli spiriti terrestri; dalla di lui bocca furon poi create le caste Brahmine a lui più prossime per somiglianza, più sublimi e più nobili, uniche maestre esplicatrici dei Vedi, che, nel medesimo tempo egli dettava ordinatissimi e pieni di utili cognizioni. Dalle sue braccia uscirono i Kshatriya o guerrieri; dal suo petto, la sede della vita, vennero i Vaisya, o pastori, o coltivatori, o mercanti; dal suo piede, in segno di degradazione, scaturirono i sudra, o schiavi, destinati a servire le altre classi, lavoratori, artigiani e così via. Prendete nota per di più, che la legge, nata con loro, proibiva all'uomo di una data classe di divenire membro di un'altra; il Brahmino non poteva iniziarsi ad un ordine più basso; s'egli violava le leggi del suo grado diveniva un bandito, abbandonato da tutti meno chè dai banditi compagni a lui.

A questo punto l'imaginazione del Greco, precorrendo sopra a tutte le conseguenze di tale degradazione, ebbe uno slancio superiore all'interesse fin qui dimostrato ed esclamò: — «In tale stato, o fratello, si trovano quanti abbisognano di un Dio misericordioso!» —

— «Sì, aggiunse l'Egiziano, di un Dio misericordioso come il nostro.» —

Le ciglia dell'Indiano si contrassero dolorosamente ma quando l'emozione fu passata egli procedette con voce raddolcita.

— «Io nacqui Brahmino. La mia vita, per conseguenza, fu regolata da leggi fino al minimo atto, fino alla mia ultima ora. Il primo mio cibo, il mio battesimo, la prima volta che vidi il sole, l'iniziazione mia nel primo ordine, furono celebrati con testi sacri e con rigide cerimonie. Io non potevo camminare, mangiare e dormire senza la tema di violare una legge. E vi sarebbe stato, o fratello, un castigo per l'anima mia! A seconda dei gradi di peccato, la mia anima sarebbe andata nell'uno o nell'altro dei cieli; in quello d'Idra ch'è il più basso, o nel più alto che è quello di Brahma; oppure sarebbe stata respinta per risorger alla vita sotto il corpo di un verme, d'una mosca, di un pesce, oppure di un bruto. La ricompensa per la perfetta osservanza sarebbe stata la Beatitudine, o l'assorbimento nell'Essere di Brahma che non sarebbe stato tanto un'altra esistenza quanto piuttosto un assoluto riposo.» —

L'Indiano si fermò un momento per pensare, poi, continuando, disse: «Il compito dello stadio della vita di un Brahmino chiamato del primo ordine è quello della vita di studioso. Quando fui pronto ad entrare nel second'ordine — cioè quando fu il momento di ammogliarmi, di divenire capo di famiglia io dubitavo di tutto persino di Brahma: ero un eretico. Dalla profondità del pozzo, cioè dall'oscurità in cui mi trovavo nella mia ignoranza, avevo scoperto una luce verso l'alto, verso l'orifizio di esso, e desideravo intensamente di salire a livello di quella fiamma luminosa. Finalmente — oh con quali anni di fatiche affannose! — potei trovarmi in pieno giorno e ammirai il principio della vita, l'elemento principale delle religioni, il vincolo migliore fra l'anima e Dio: l'amore!»

La faccia del buon uomo, tutta grinze, s'imporporò all'improvviso ed egli congiunse le mani con forza. Ne seguì un silenzio durante il quale gli altri lo guardavano, e il Greco in ispecie, cogli occhi pieni di lagrime.

Finalmente egli ripigliò:

— La felicità dell'amore sta nell'azione; la prova è ciò che uno è disposto di fare per altri. Io non poteva trovar un minuto di riposo. Brahma aveva riempito il mondo di tante persone misere. I Sûdra chiedevano consigli a me e così facevano i devoti e le vittime. L'isola di Gang e Lagor era situata ove le acque sacre del Gange scompaiono nell'oceano Indiano. All'ombra del tempio costruitovi pel sapiente Kapila, in una riunione di preghiere coi discepoli che la memoria beatificata dell'uomo santo tiene intorno alla casa, tentai di trovar riposo. Ma due volte all'anno venivano pellegrinaggi Indiani. La loro miseria rinforzò il mio amore. Contro il suggerimento che mi spingeva a parlare tenni il silenzio poichè una parola contro Brahma o la triade dei Sûtra mi avrebbe perduto, e mi avrebbe condannato un atto di gentilezza coi banditi Brahmini che ogni tanto si trascinavano a morire sopra le sabbie ardenti, o una benedizione concessa, o una tazza d'acqua data; ed io sarei divenuto uno di coloro che son paria per la famiglia, per il paese, per la propria casta. L'amore vinse! Io parlai ai discepoli nel tempio; mi trascinarono fuori; parlai ai pellegrini; mi cacciarono a sassate dall'isola. Sulle strade maestre tentai di predicare: i miei uditori mi fuggivano o attentavano alla mia vita. In tutta l'India infine non v'era luogo ov'io potessi trovare asilo o salvezza. Nemmeno fra i banditi, perchè, nonostante fossero caduti in peccato credevano tuttora in Brahma.

Nella mia miseria cercavo un po' di solitudine, nella quale nascondermi da tutti meno che da Dio. Seguii il corso del Gange fino alla sorgente all'Hymalaya. Quando entrai nel valico a Hurdwar, dove il fiume, nella sua immacolata purezza, slancia la sua corrente fra le bassure melmose, pregai per la mia razza, e mi credetti perduto a lei per sempre. Fra gole, fra rupi, attraverso ghiacciai, vicino a cime che sembravano attingere le stelle, continuai la mia via fino al Lang Tso, un lago di meravigliose bellezze, addormentato ai piedi del Tigri Gange, e del Kailas Parbot, giganti che sfoggiano la loro corona di neve biancheggiante in eterno di faccia al sole. Là, al centro della terra, dove l'Indo, il Gange ed il Brahmaputra, nascono per correre nei loro alvei rispettivi; dove l'umanità prese la sua dimora e si divise per popolare il mondo, lasciando Balk, la madre delle città, ad attestare il gran fatto; dove la Natura, ritornata alle sue primitive condizioni e sicura nelle sue immensità, invita il sapiente e l'esiliato con promessa di salvezza ad uno e di solitudine all'altro, là io mi recai per restar solo con Dio, pregando, digiunando, attendendo la morte.» —

La sua voce si abbassò e le mani ossute si strinsero in una fervida stretta.

— «Una notte camminavo presso la spiaggia del lago e parlavo al silenzio ascoltatore: — «Quando verrà Iddio a redimerci? Non vi sarà mai salvezza?» — allorchè, all'improvviso una luce cominciò ad ardere tremula fuori dell'acqua; una stella si sollevò e si mosse verso di me, soffermandosi sul mio capo. Lo splendore mi abbagliò. Mentre giacevo a terra udii una voce di dolcezza infinita: — «Il tuo amore ha vinto. Che tu sia benedetto, o figlio dell'India! La Redenzione è prossima. Con due altri dell'estreme parti della terra tu vedrai il Redentore e sarai testimone della sua venuta. Di buon mattino alzati, va ad incontrare queste due persone e poni tutta la tua fede nello Spirito che ti guiderà.» — E da allora la luce rimase meco: così sapevo ch'era la presenza visibile dello Spirito. Il mattino dopo cominciai a far ritorno nel mondo abitato, dalla via donde ero venuto. In una fenditura della montagna avevo trovato una pietra di notevole valore che vendetti a Hurdwar. Da Lahwe, per Cabul, e Yezd giunsi ad Ispahan. Là comperai il cammello e quindi fui condotto a Bagdad, non aspettando le carovane. Viaggiai solo senza paura perchè lo Spirito era ed è tuttora con me. Quale gloria è la nostra, o fratelli! Noi vedremo il Redentore, gli parleremo, lo adoreremo! Ho finito.» —

CAPITOLO V.

Il Greco proruppe in vivaci espressioni di gioia e congratulazioni; dopo le quali l'Egiziano prese a dire con gravità caratteristica:

— «Vi saluto, mio fratello, voi avete molto sofferto ed io gioisco del vostro trionfo. Se entrambi desiderate ascoltarmi vi dirò chi sono e come fui indotto a venire. Attendetemi un momento.» — Uscì; diede un'occhiata ai cammelli e poi riprese il suo posto.

— «Le vostre parole, fratello, le aveva dettate lo Spirito — disse per incominciare — e lo Spirito me le fa comprendere. Ciascuno di voi parlò particolarmente dei vostri paesi: in ciò v'era un gran motivo che adesso vi spiegherò: lasciatemi ora dirvi di me e del mio popolo. Io sono Balthasar, Egiziano.» —

Le ultime parole furon dette adagio ma con tale dignità che ambedue gli uditori s'inchinarono all'oratore.

— «Vi sono parecchie glorie che posso attribuire alla mia razza — continuò — ma io mi contenterò di una. La storia cominciò con noi. Noi fummo i primi a perpetrare gli eventi tenuti dagli annali. Così noi non abbiamo tradizioni, ed invece della poesia vi offriamo certezza. Sulle facciate dei palazzi e dei templi, sugli obelischi, sulle pareti delle tombe, noi scrivemmo i nomi dei nostri re e le loro gesta; e ai delicati papiri noi confidammo la sapienza dei nostri filosofi ed i segreti della nostra religione — tutti i segreti meno uno — del quale vi parlerò ora. Più antico dei Vedi, o Melchiorre; più antico delle canzoni d'Omero o delle metafisiche di Platone, o mio Gaspare, più vecchie dei libri Sacri o dei re dei Chinesi, o di quelli di Syddàrtha, più vecchio della Genesi di Mosè l'Ebreo; più vecchio di tutti insomma gli annali umani sono le scritture di Menes, il nostro primo Re.» —

Riposando un istante egli fissò i suoi grandi occhi dolcemente sul Greco dicendo: — «Nella giovinezza dell'Ellade quali, o Gaspare, furono i Maestri dei suoi maestri?» —

Il Greco s'inchinò sorridendo.

— «Da questi annali» — continuò Balthasar — «noi sappiamo che quando i padri vennero dal lontano deserto, dalle fonti dei tre fiumi Sacri, — dal vecchio Iran del quale voi parlaste, o Melchiorre — recarono con sè la storia del mondo e del Diluvio quale fu tramandata dai figli di Noè agli Ariani, e insegnarono i concetti di Dio, del Creatore, dell'Anima, immortale come Dio. Quando il compito, che ora ci chiama, sarà felicemente terminato, se vorrete venire con me, vi mostrerò la biblioteca Sacra del nostro sacerdozio; fra tanti il Libro dei Morti, nel quale è il rituale che deve essere osservato dall'anima dopo che la Morte l'ha inviata al Giudizio eterno.

Queste idee — Dio e l'anima Immortale — furon portate da Mizraim al di là del deserto, sino alle rive del Nilo, facili e semplici nella loro primitiva purezza, come è tutto ciò che proviene direttamente dalle mani di Dio. Tale era pure il primo rito — una canzone ed una preghiera, adatta per un'anima gioconda, piena di speranze ed innamorata del suo Creatore.» A questo punto il Greco alzò le mani esclamando:

— «Oh la luce si fa dinanzi ai miei occhi!»

— «Ed in me pure» — disse l'Indiano con egual fervore.

L'Egiziano li guardò benignamente, poi proseguì dicendo:

— «La religione è soltanto una legge che lega l'Uomo al suo Creatore: nella sua purezza non ha che questi elementi: Dio, l'anima e il loro mutuo riconoscimento, dai quali, allorchè sono messi in pratica, nascono l'Adorazione, l'Amore e la Ricompensa.

Tale, fratelli miei, era la religione di nostro padre Mizraim nella sua primitiva semplicità. La maledizione delle maledizioni è che gli uomini non la lasciarono stare così.» —

Egli si fermò come pensando in che modo dovesse continuare.

— «Parecchie nazioni hanno amato le dolci acque del Nilo» — aggiunse — «l'Etiope, l'Ebrea, l'Africana, la Persiana, la Macedone, la Romana, delle quali nazioni, tutte, eccettuata l'Ebrea, ne furono, ora l'una ora l'altra, padrone. Tale succedersi di popoli corruppe l'antica fede Mizraimica. La Valle delle Palme divenne una Valle degli Dei. Di un Dio se ne fecero otto ognuno rappresentante un principio costitutivo della Natura, con Ammon Re alla testa. Poi vennero Isis e Osiris, poi furono divinizzate le qualità umane come la Forza, la Sapienza, l'Amore ed il Piacere».

— «In tutto ciò spirava l'antica follìa!» — gridò il Greco, con moto istintivo.

L'Egiziano s'inchinò e procedette:

— «Ancora qualche parola, o fratelli: gli annali mostrano come Mizraim abbia trovato il Nilo in possesso degli Etiopi, un popolo di genio e di fantasia, totalmente dato all'adorazione della natura. Il poetico Persiano, sacrificò al Sole come l'imagine più perfetta di Ormuzd, suo Dio. I devoti figli del lontano Oriente, intagliarono nel legno e nell'avorio le loro divinità; ma l'Etiopia, senza scritture, senza libri, si abbassava al culto degli animali, degli uccelli, e degli insetti, tenendo il gatto sacro per il Re, il toro per Iris, lo scarabeo per lo Phtah. Così nacque la religione del nuovo impero. Allora s'innalzarono i magnifici monumenti che ingombrano la spiaggia del fiume ed il deserto: l'obelisco, il labirinto, la piramide e la tomba del re, confusa con la tomba del coccodrillo.

In tale profondo avvilimento, o fratelli, erano caduti i figli di Ario!»

Qui per la prima volta la calma abbandonò l'Egiziano; sebbene il suo aspetto fosse tranquillo la sua voce lo tradiva.

— «Non disperate troppo, o miei amici — ricominciò — non tutti dimenticarono Dio. Poco fa dissi, forse vi ricorderete, che ai papiri confidammo tutti i segreti della nostra religione, meno uno: di quello parlerò adesso. Una volta avemmo per Re un certo Faraone che si prestava ad ogni genere di riforme e di innovazioni. Per stabilire il nuovo sistema cercò di far dimenticare intieramente quello vecchio.

Gli Ebrei allora abitarono con noi come schiavi. Si ostinarono ad adorare il loro Dio, e quando la persecuzione divenne intollerabile, furono liberati in un modo che mai si potrà dimenticare. Mosè, anch'egli un Ebreo, venne al palazzo e domandò il permesso che gli schiavi, milioni di numero, lasciassero il paese. La domanda veniva a nome del Dio d'Israele. Faraone si rifiutò. Sentite ciò che ne seguì.

Prima, tutta l'acqua, tanto quella dei laghi e dei fiumi come quella nei pozzi e nei recipienti si cambiò in sangue. Ancora il monarca si rifiutò. Allora nacquero delle rane che coprirono tutta la terra. L'altro si mantenne sempre ostinato. Allora Mosè gettò un pugno di cenere nell'aria e la peste prese gli Egiziani.

Poi tutto il bestiame tranne quello degli Ebrei venne a morire. Le locuste divorarono quanto di verde era nella valle. A mezzodì il giorno si mutò in un'oscurità così profonda che le lampade non facevano luce. Finalmente durante la notte tutti i primogeniti degli Egiziani morirono; neppur quello di Faraone si salvò. Allora egli cedette. Ma quando gli Ebrei se ne andarono egli li inseguì col suo esercito.

All'ultimo momento il mare si divise, cosicchè i fuggitivi poterono scampare.

Quando i persecutori vollero imitarli le onde si precipitarono loro addosso e travolsero cavalli, cocchieri e Re. Voi avete parlato di rivelazioni, o mio Gaspare...» —

Gli occhi celesti del Greco brillarono.

— «Io appresi qual'era la storia degli Ebrei — gridò egli — voi la confermate, o Balthasar!» —

— «Sì, ma per bocca mia parla l'Egitto, non Mosè. Io interpreto i marmi. I sacerdoti di quell'epoca scrivevano alla loro maniera ciò di cui eran testimoni.

Così vengo al segreto non riferito dagli annali. Al nostro paese abbiamo sempre avuto, dai tempi di quello sfortunato Faraone due religioni, una privata, l'altra pubblica; una di Dei innumerevoli adottata dal popolo; l'altra di un Dio solo adorato dal clero.

Rallegratevi con me, o fratelli! Tutti i flagelli inventati dai tiranni, furono vani. La verità gloriosa è vissuta; e proprio questo è il suo giorno!» —

Il corpo deperito dell'Indiano si curvò in segno di gioia ed il Greco gridò forte:

— «Mi sembra di sentire il deserto stesso cantare.» —

Da un vicino ruscelletto d'acqua l'Egiziano bevve un sorso e procedette:

— «Io nacqui ad Alessandria, principe e sacerdote, ed ebbi un'educazione adatta alla mia classe. Ben presto però mi disgustai. Parte della fede imposta, era che dopo la morte, oltre la distruzione del corpo, l'anima cominciasse la sua lenta ascensione sino alla più alta ed ultima esistenza; e questo indipendentemente dalla vita vissuta in terra.

Quando udii del Regno della Luce del Persiano, del suo paradiso attraverso il ponte Chinevat, ove vanno solo i buoni, il pensiero mi tormentò, ed in tale modo che tanto di giorno come di notte fantasticai sulle idee della transmigrazione Eterna.

Se, come m'insegnò il mio maestro, Dio era giusto, perchè non v'era alcuna distinzione tra i buoni e i cattivi? Finalmente venni alla conclusione che la morte fosse soltanto il punto di separazione fra i cattivi, che venivano abbandonati e puniti, e i fedeli che venivano innalzati ad una vita più nobile; non il ricovero di Budda nè il riposo negativo di Brahma, o Melchiorre; nè il soggiorno agli Elisi, ch'è tutto ciò che il Cielo permette secondo la fede olimpica, o Gaspare; ma vita — vita attiva, allegra, eterna. Vita assieme a Dio! — La scoperta mi trascinò ad un'altra inchiesta. Perchè deve la verità esser tenuta come un segreto a conforto egoista del clero?

Il motivo per tale segreto non v'era più. La filosofia ci aveva almeno data la tolleranza. In Egitto avevamo Roma invece di Rameses. Un giorno nel Bruccheio, il quartiere più bello e più abitato di Alessandria, predicai. L'Oriente e l'Occidente mi diedero uditori. Studenti che frequentavano la Biblioteca, sacerdoti del Serapeo, oziosi del Museo, patroni dello stadio, paesani del Rhacotis, una folla, insomma, si fermò per sentirmi.

Predicai su Dio, sull'anima, sul giusto e l'ingiusto e sul Cielo, ricompensa alle vite virtuose. Voi, o Melchiorre, foste preso a sassate: i miei uditori dapprima furono sorpresi, poi risero.

Parlai di nuovo ed essi mi fecero bersaglio di epigrammi, coprirono il mio Dio di ridicolo ed offuscarono il mio paradiso collo scherno. Per non dilungarmi troppo, io cedetti dinanzi a loro.» —

L'Indiano sospirò dicendo: — «L'uomo è nemico dell'uomo, o fratelli!» — Balthasar riprese:

«Io pensai a lungo intorno alla ragione dell'insuccesso dell'impresa.

Rimontando il fiume, ad una giornata di viaggio dalla città, si trova un villaggio di pastori e di orticultori; presi un battello e mi vi ci recai. Sul far della sera chiamai a raccolta la popolazione, uomini e donne, i poveri tra i poveri; tenni loro il medesimo discorso che avevo tenuto nel Bruccheio: essi non risero.

Alla terza riunione, venne formata una società religiosa. Allora tornai in città.

Andando alla riva del fiume, sotto le stelle che mi sembravano così brillanti e vicine, mi venne quest'idea:

D'incominciare una riforma, di non andare nei palazzi dei grandi e dei ricchi, bensì nei tuguri dei poveri e degli umili. Mi proposi di sacrificare la mia vita. Come primo passo affittai le mie vaste proprietà affinchè il reddito fosse certo aiuto ai sofferenti. Da quel dì, o fratelli, peregrinai lungo il Nilo, nei villaggi, e presso tutte le tribù, predicando un Dio, una vita retta, e la ricompensa in Cielo. Feci del gran bene; non sta a me il dirlo. Io pure so che una parte del mondo è pronta per ricevere Colui che noi andiamo a cercare.» —

Un rossore si diffuse sulle guancie abbronzate dell'oratore, ma passato che fu, egli riprese:

— «Gli anni trascorsi così, o fratelli miei, furon tormentati da un solo pensiero. Qualora morissi che diverrebbe, della causa da me iniziata? Finirebbe con me? Avevo sognato tante volte di un'organizzazione come della meta conveniente a coronare il mio lavoro. Per non nascondervi nulla vi dirò che avevo provato a metterla ad effetto, ma fallii. Fratelli, il mondo è ora in tali condizioni che per ristorare la fede Mizraimica il riformatore deve avere di più dell'umana sanzione; non deve venire solamente in nome di Dio, egli deve avere le prove soggette alla sua parola; egli deve dimostrare tutto ciò che dice, perfino Iddio. Così preoccupata è la mente di miti e di sistemi, è tale l'affluire ovunque di false divinità in terra, nell'aria, nel cielo, che il ritorno alla prima religione non può compiersi che attraverso vie sanguinose, attraverso campi di persecuzione; cioè come dire che i convertiti devono essere disposti a morire piuttosto che disdirsi.

E chi, in quest'epoca, può portare la fede degli uomini a tal punto se non Dio medesimo?

Per redimere la razza, non intendo dire di distruggerla; per redimerla, Egli deve manifestarsi ancora una volta: Egli deve venire in persona.» —

Un'emozione intensa s'impadronì di tutti e tre.

— «Non andiamo noi forse a cercarlo?» — esclamò il Greco.

— «Voi comprenderete perchè fallii nell'impresa d'organizzare — disse l'Egiziano allorchè l'emozione fu passata. — Io non avevo l'approvazione divina. Il sapere che il mio lavoro si sarebbe perduto mi rendeva estremamente infelice. Io credevo nella preghiera, e, per rendere le mie orazioni pure e forti, come voi, fratelli miei, mi ritirai dal mondo abitato e cercai conforto nella solitudine.

Andai al di là della quinta cataratta, al di là dell'incontro dei fiumi in Sennar, al di là di Bahr el Abiad, nella parte più sconosciuta dell'Africa. In quei luoghi, una montagna celeste come il cielo, getta una fresc'ombra su tutta la parte occidentale del deserto, e, con le sue cascate di neve disciolta alimenta un vasto lago formatosi all'est della sua base. Il lago è la sorgente del gran fiume.

Per più di un anno la montagna mi diede ricetto. I datteri mi nutrirono: le preghiere sollevarono il mio spirito. Una sera andai nell'orto vicino al lago e pregai così: — «Il mondo sta per morire. Quando verrai? Perchè non potrò io vedere la Redenzione, o mio Dio?» — L'acqua cristallina brillava al riflesso delle stelle. Una di esse parve abbandonare il suo posto e innalzarsi alla superficie dove diventò di uno splendore tale da abbagliare gli occhi. Poi si mosse verso di me e si fermò sopra il mio capo, apparentemente a portata di mano. Caddi a terra e mi coprii il viso. Una voce che non era terrena mi disse: — «Le tue fatiche hanno vinto. Che tu sia benedetto, o figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altri, venuti dalle estreme parti del mondo, tu vedrai il Salvatore. Di buon mattino alzati e va ad incontrarli e quando sarete giunti tutti alla città santa di Gerusalemme, chiedete al popolo: «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei? Poichè noi abbiamo veduto la sua stella sorgere dall'Est e siamo inviati qui per adorarlo.» — Poni tutta la tua fiducia nello Spirito che ti guiderà.» —

E la luce divenne per me una Rivelazione indubitabile e rimase mia unica inspiratrice ed unica guida.

Essa mi condusse per la via del fiume a Memfi dove mi preparai ad attraversare il deserto. Comperai il mio cammello e venni qua senza riposarmi dalla via di Suez e Kufileh attraverso le pianure di Moab ed Ammon. Iddio è con noi, o fratelli.» —

Egli fece una pausa; poi con prontezza insolita si alzarono tutti e si guardarono.

— «Dissi che v'era un motivo che c'inspirava a dire in un certo modo dei nostri popoli e delle loro tradizioni — proseguì. — Colui che noi andiamo a cercare era chiamato Re degli Ebrei; con quel nome noi dobbiamo chiedere di lui. Ma ora che ci siamo incontrati, che ci siamo uditi, possiamo conoscerlo come Redentore, non solo degli Ebrei, ma di tutte le nazioni della terra. Il Patriarca, che sopravvisse al Diluvio, aveva seco tre figli, e le loro famiglie, dalle quali il mondo fu ripopolato. Nella vecchia Ariana Vaêjo, la conosciutissima regione di Siria nel cuor dell'Asia, essi si divisero. L'India e il lontano Oriente ricevettero i figli del primo figlio; i discendenti del minore, dal Nord, sbarcarono in Europa; quelli del secondo (attraverso i deserti vicino al mar Rosso), passarono in Africa: e, sebbene per la massima parte abitino ancora in tende nomadi, alcuni di essi divennero edificatori di case lungo il Nilo.» —

I tre unirono le palme mossi da un medesimo impulso.

— «Potrebbe esservi alcunchè di meglio ordinato? di più chiaramente divino?» — esclamarono ad una voce.

Balthasar continuò:

— «Quando avremo trovato il Signore, o fratelli, tutte le generazioni venture s'inginocchieranno a lui in segno di omaggio, imitandoci. E quando ci divideremo, per andar ognuno per la nostra via, il mondo avrà imparato una nuova dottrina — e cioè che il Paradiso può esser meritato non solo colla spada, non solo colla saggezza umana, ma bensì colla Fede, coll'Amore, colle Opere Buone.» —

Vi fu un silenzio interrotto da sospiri e santificato con lagrime poichè la gioia che li riempiva tutti era ineffabile.

Le loro mani si disgiunsero ed insieme si protesero fuor della tenda. Il deserto era calmo come il cielo. Il sole tramontava rapidamente. I cammelli dormivano. Poco dopo la tenda fu levata, e gli avanzi dei viveri rimessi nelle casse; gli amici montarono in sella e s'avviarono in fila diretti dall'Egiziano. Il loro cammino nella rigida notte era rivolto all'occidente. I cammelli camminavano a trotto sicuro mantenendo le distanze e la linea retta così esattamente che quelli che seguivano parevano camminare sulle orme del capo. I cavalieri non parlarono una sol volta durante il tragitto.

A poco a poco spuntò la luna. E mentre le tre bianche ed alte figure avanzavano a passo silenzioso, sembravano, alla luce d'opale, spettri in fuga dinanzi ad ombre odiose. Tutto ad un tratto, nell'aria, avanti a loro, sulla cima di una bianca collina, scintillò una fiamma sottile; mentre la guardavano l'apparizione si mutò in un fuoco di un immenso splendore. I loro cuori batterono forte; le loro anime fremettero; essi gridarono ad una voce sola:

— «La stella! La stella! Iddio è con noi!» —

CAPITOLO VI.

Ad oriente, nelle mura di Gerusalemme, si trovano le porte di Betlemme e di Joppa. Il recinto che le circonda è uno dei posti più importanti della città. Molto prima che Davide aspirasse a Sion, si trovava in quel posto una cittadella. Quando il figlio di Jesse scacciò Jebusite, e cominciò a fabbricare, la cittadella divenne l'estremità nord-ovest della nuova mura, difese da una torre più imponente di quella antica. Tanto il campo come la porta, non di meno, non furon toccati, per la ragione che le strade le quali s'incontravano e si dividevano davanti ad essi non potevan essere trasportate a nessun altro punto, mentre il recinto che le circondava era diventato un vero centro di mercato. Ai tempi di Salomone v'era in quella località gran traffico dovuto in parte ai commercianti Egiziani e ai ricchi negozianti di Tiro e di Sidone. Sono passati quasi tremila anni; eppure ancor oggi v'esistono traccie di commercio. Un pellegrino in cerca di merce non ha che a rivolgersi alla porta di Joppa. Qualche volta la scena riesce assai animata e fa pensare che cosa dev'esser stato questo sito ai giorni di Erode il Costruttore. Il lettore deve trasportarsi col pensiero a quei tempi, e a quel mercato.

Secondo il Calendario degli Ebrei l'incontro degli uomini saggi, descritto nei capitoli precedenti, ebbe luogo nel pomeriggio del 25º giorno del terzo mese dell'anno, cioè il 25 di dicembre; l'anno era il secondo della 193.ma Olimpiade o il 747 di Roma, il 67º di Erode il Grande, ed il 35º anno del suo regno; il quarto prima dell'Era Cristiana. L'ora del giorno, secondo il costume giudaico cominciava col sole, la prima ora essendo la prima dopo il levar del sole; così, per esser precisi, il mercato di Joppa, durante la prima ora del giorno, era molto animato. Le porte massiccie eran state aperte fino dall'alba.

Il commercio sempre crescente aveva invaso anche un vicolo stretto ed una corte sotto le mura della grande torre. Siccome Gerusalemme è situata sulla parte montuosa del paese, l'aria del mattino era piuttosto fredda. I raggi del sole, che promettevano di riscaldare l'aria, si fermavano provocanti sui merli delle torri, dalle quali s'udiva il tubare dei piccioni e lo stormire delle loro ali. Per far conoscenza col popolo della città santa, e per comprendere le pagine seguenti, sarà necessario di fermarsi alla porta e di passare in rivista la scena.

Migliore opportunità di questa non può esser offerta per conoscere il popolino. La scena appare, a tutta prima, una gran confusione, di rumori, di colori e di cose. Questo avviene specialmente nel vicolo e nella corte. Il terreno è selciato da larghe ed irregolari piastre che ripercuotono il calpestìo ed il vocìo. Unendoci alla folla e prendendo un po' di famigliarità cogli affari del mercato, ci sarà possibile di fare l'analisi di questo popolo.

In un angolo, un asino, sonnecchiava sotto il peso dei panieri ricolmi di lenticchie, di fagiuoli, di cipolle e di citrioli, provenienti freschi dalle terrazze e dai giardini di Galilea. Quando non era occupato a servire ai clienti, il padrone gridava, vantando ai passanti la sua merce. Nulla di più semplice del suo costume: portava dei sandali; aveva una greggia coperta incrociata su di una spalla e fermata alla vita da una cintura di cuoio. Là vicino, assai più imponente e grottesco, sebbene non così paziente come l'asino, stava inginocchiato un cammello, ossuto, grigio, con dei lunghi, irti peli rossicci sotto alla gola, il collo ed il corpo; e carico di ceste e di scatole curiosamente accomodate su di un'enorme sella. Il proprietario era un Egiziano piccolo e snello. La sua carnagione aveva preso il colore delle strade polverose e delle sabbie del deserto. Portava uno smunto tarbooshe, una blusa sciolta, senza maniche, senza cintura, e cadente, larga, dal collo alle ginocchia. I suoi piedi erano nudi. Il cammello, irrequieto pel carico, si lagnava, di quando in quando, mostrando i denti, e l'uomo passeggiava, indifferentemente, in su ed in giù, tenendo le briglie e vantando i suoi frutti freschi provenienti dagli orti di Kedron: uva, datteri, fichi, mele e melagrane.

Ad un lato, ove la strada sboccava nella corte, eran sedute delle donne colle spalle rivolte al muro. Il loro abito era quello comune alla classe più modesta del paese; una veste di tela che s'estendeva per tutta la lunghezza della persona, leggermente attillata alla vita, ed un velo abbastanza ricco perchè, dopo aver coperto la testa, potesse avvolgere le spalle. La loro merce era contenuta in una quantità di vasi di terra come quelli tuttora adoperati in Oriente per trasportare l'acqua dei pozzi, ed in bottiglie di pelle. In mezzo ai vasi e alle bottiglie, rotolando sul terreno sabbioso, noncurante della folla e del freddo, giuocava, spesso in pericolo, ma incolume, una mezza dozzina di bambini, seminudi, coi corpi abbronzati, e che cogli occhi neri lucenti come perle nere, e i folti capelli neri attestavano il sangue d'Israele. Qualche volta le madri mostravano i visi liberi dai loro veli e con ostentazione gridavano la propria merce: nelle bottiglie vino, nei vasi bevande spiritose. Le loro preghiere si perdevano di solito tra il frastuono generale esse ricavavano un ben meschino guadagno a cagione dei molti concorrenti: uomini tarchiati, dalle gambe nude, dalle tuniche sudicie, dalla barba lunga, erranti di qua e di là colle bottiglie legate dietro le spalle, gridando: «vino dolce! uva di Engaddi!»

I venditori di uccelli non fanno meno chiasso — colombe, anitre, spesso usignuoli, ma più di frequente piccioni, sono venduti ai compratori che, ricevendoli, non pensano alla vita pericolosa di coloro che li prendono, arrampicandosi sulle più alte rupi, sospesi ora all'orlo dei precipizi colle mani e coi piedi, e ora dondolanti in una cesta fra i crepacci delle montagne. Confusi con essi, dei merciaiuoli ambulanti di gioielli, uomini furbi, vestiti di scarlatto e di bleu, con dei turbanti bianchi, e coscienti dell'abbaglio che produce un nastro colla lucentezza dell'oro, o un braccialetto, o una collana, o un anello per le dita o pel naso; girovaghi venditori d'utensili domestici, venditori di vesti, venditori al minuto d'unguenti per ungere i corpi delle persone, venditori insomma di qualsiasi articolo sì di lusso che d'uso, i quali tirando, qua e là con forza delle corde, ora con grida, ora con lusinghe, s'affaticavano; venditori d'animali, asini, cavalli, vitelli, pecore, capre belanti, e goffi cammelli; animali di tutte le specie eccettuato il maiale, che era proibito dalle leggi ebraiche. Tutte queste scene potevano vedersi, a ogni piè sospinto per l'antico mercato.

CAPITOLO VII.

Fermiamoci alla porta, appena fuori di essa, dove la gente affluiva e donde partiva; guardiamo ed ascoltiamo aprendo bene occhi ed orecchie.

Giungiamo proprio in tempo opportuno! Ecco due uomini ragguardevoli che si avanzano in modo da esserci bene in vista.

— «Dio, come fa freddo!» — diceva uno di essi ch'era ricoperto d'una gagliarda armatura e portava sul capo un elmo di rame e sul petto una corazza lucente. — «Come fa freddo! ti ricordi, mio caro, quel sotterraneo nel Comitium, che la storia dice servire d'entrata al mondo intero? Per Plutone! Io potrei fermarmi lì questa mane, finchè mi sono scaldato!» —

L'individuo interrogato lasciò cadere il cappuccio del suo mantello militare, e, scoprendo il viso, rispose con un sorriso ironico: — «Gli elmi delle legioni che vinsero Marco Antonio eran ricoperti di neve Gallica; ma tu — mio povero amico — sei appena giunto dall'Egitto ed hai ancor vivo il ricordo dell'estate.» —

Dette queste parole sparvero entrando in città. Quando anche non avessero parlato, dall'armatura e dal passo pesante, si sarebbero giudicati soldati romani. Dietro ad essi veniva un Ebreo, magro di statura, dalle spalle ricurve, vestito d'una tonaca rossa; gli occhi e il viso erano ombreggiati dalla lunga capigliatura scomposta. Egli era solo. Quelli che l'incontravano ridevano, se non facevano di peggio, perchè egli era un Nazzareno appartenente alla setta spregevole che rifiutava i Libri di Mosè e si dedicava ai riti e non si tagliava i capelli mentre duravano i voti. Mentre questa abbominevole figura si allontanava, avveniva un improvviso tumulto nella folla che si divideva prontamente a destra e a sinistra con pungenti esclamazioni. Cagione di ciò era un individuo che lineamenti e costume rivelavano Ebreo. Il suo mantello di tela bianca, era allacciato al collo con dei cordoni di seta gialla svolazzanti liberamente sulle spalle; il suo abito riccamente ricamato, una fusciacca rossa con frangie d'oro gli girava parecchie volte intorno alla vita; la sua fisonomia era calma, egli sorrideva anche a coloro che in modo rozzamente frettoloso, gli facevano largo. Un lebbroso? No; egli era solo un Samaritano. La folla che si allontanava, se interrogata, avrebbe risposto che egli era un mulatto, un assiro; il solo contatto del suo abito era così ripugnante che un Israelita, nemmeno se in agonia, avrebbe a prezzo di tale contatto accettata la vita. Quando Davide pose sul monte Sion il suo trono col solo aiuto di Giuda, le dieci tribù si stabilirono a Sheckem, una città molto più vecchia e a quel tempo infinitamente più ricca di sacre memorie. L'unione finale delle tribù non acquetò la disputa cominciata. I Samaritani difendevano i loro tabernacoli per Gerizim e mentre sostenevano superiore la loro santità, ridevano degli irati dottori di Gerusalemme. Il tempo non mitigò il loro odio. Sotto Erode la conversione alla fede era aperta a tutto il mondo eccetto che ai Samaritani. A loro soli era proibita assolutamente, e per sempre, la comunanza cogli Ebrei.

Mentre il Samaritano si incamminava sotto l'arco della porta di là uscirono tre uomini così diversi da tutti quelli da noi finora veduti.

Essi erano di una statura straordinaria, e di una straordinaria complessione; i loro occhi erano azzurri e la loro carnagione tanto delicata che il loro sangue traspariva attraverso la pelle come azzurre pennellate; i loro capelli pure chiari e corti, le teste piccole e rotonde, riposavano ferme sui colli come tronchi d'albero, tuniche di lana aperte sul petto, senza maniche, fermate con una larga cintura, avvolgevano il loro corpo lasciando scoperte le braccia e le gambe talmente forti che si sarebbero dette di gladiatori; e quando vi aggiungessimo i loro modi trascurati, confidenziali ed insolenti, non ci meraviglieremo che il popolo lasciasse loro il passo, si fermasse e si voltasse addietro dopo che erano passati per dar loro un'ultima occhiata. Erano giuocatori nell'arena, lottatori, corridori, pugillatori, schermidori, professionisti sconosciuti nella Giudea prima della venuta dei Romani, i quali, eccettuato il tempo che dedicavano all'addestrarsi e al gironzolare pei giardini reali, si facevano vedere seduti in compagnia delle guardie alla porta del palazzo, o forse erano ospiti provenienti dalla Cesarea, Sebaste o Gerico, dove Erode, più Greco che Ebreo, e con tutto l'amore di un Romano amante di giuochi e di spettacoli sanguinosi, aveva fabbricato vasti teatri e vi teneva ora delle scuole di scherma come quelle d'uso nelle provincie galliche, o nelle tribù slave del Danubio.

— «Per Bacco! — esclamò uno di essi, portando il pugno all'altezza della spalla — i cranî degli avversarî non hanno lo spessore di un guscio d'ovo!» —

Lo sguardo brutale che accompagna quel gesto ci disgusta e noi siamo lieti di rivolgerci a qualche cosa di più piacevole.

Di rimpetto a noi sta un banco di frutta. Il proprietario è calvo, ha il viso lungo e un naso fatto a guisa del becco di un falco. È seduto sopra un tappeto disteso sulla sabbia e volge le spalle al muro; sopra la sua testa pende una misera tenda; intorno a lui, alla mano, disposti sopra piccoli sgabelli, stanno scatole piene di mandorle, uva, fichi e melegrane. Gli si avvicina un uomo che non possiamo a meno di guardare, ma per ben altra ragione di quella che ci fece alzare gli occhi sui gladiatori: egli è veramente bello, un bellissimo Greco. Una corona di mirto alla quale sono ancora attaccati pallidi fiori e bacche mature, gli tiene fermi i capelli e circonda le sue tempia. La sua tunica scarlatta è fatta di una morbida stoffa di lana; sotto alla cintura di cuoio di bufalo, allacciata davanti da una fibbia d'oro lucente, gli cade la sottana fino alle ginocchia con profonde pieghe e guarnizioni dello stesso metallo; una sciarpa, pure di lana, mista di bianco e di giallo, gli circonda il collo. Le braccia e le gambe sono scoperte, sono bianche come l'avorio, d'un candore che rivela l'uso continuo di bagni, d'olio, di spazzole e di forbici. Il venditore, fermo al suo posto, si piega in avanti, e alzando le mani, colle palme all'ingiù e le dita distese.

— «Che hai questa mattina, o figlio di Pafo?» — gli domandò il giovane Greco guardando più alle scatole che al Cipriotto. — «Io ho fame; che hai da colazione?» —

— «Frutta genuine del Pedio, come ne fanno uso solo i cantanti di Antiochia ogni mattina per rinforzare la loro voce» — rispose il venditore in tono lento e nasale.

— «Non me ne importa un fico dei cantanti di Antiochia» — esclamò il Greco. — «Tu sei, come sono io, un adoratore di Afrodite, quindi ti assicuro che le loro voci sono fredde come il vento del Caspian. Vedi tu questa cintura? è un regalo della grande Salomè.» —

— «La sorella del Re!» — esclamò il Cipriotto con un altro inchino.

— «È di un gusto regale e ammirevole. E perchè no? Essa è più greca del Re. Ma... la mia colazione? Ecco il tuo danaro. Rame rosso di Cipro. Dammi dell'uva e...» —

— «Non vuoi anche dei datteri?» —

— «Non sono arabo.» —

— «Neppure dei fichi?» —

— «Questo sarebbe come prendermi per un Ebreo. No, solo dell'uva desidero. Per i Greci nulla vi è di migliore del vino.» —

Questo cantore azzimato, in mezzo alla confusione del mercato è una figura che difficilmente si dimentica, ma, come per sfidarci al paragone, un'altra persona lo segue destando tutta la nostra meraviglia.

Egli s'avanza piano piano, colla testa bassa; si ferma ad intervalli, rivolgendo gli occhi al cielo, come per pregare. Un simile tipo non può trovarsi che in Gerusalemme. Appesa ad un nastro che gli tiene fermo il mantello sporge sulla fronte una busta di pelle, di forma quadrata; un'altra uguale è legata da una fettuccia al braccio sinistro, gli orli del suo abito sono ornati di una frangia alta: e da questi indizi, dal suo costume e dall'odore di santità intensa che si diffonde intorno a lui, lo riconosciamo per un Fariseo di una società religiosa, una setta politica, il cui bigottismo e il cui potere porteranno in breve tempo molti dispiaceri al mondo. La folla è assai densa al di là delle porte sulla strada di Joppa. Lasciando il Fariseo siamo attratti da alcuni gruppi di persone, le quali, ad agevolare il nostro studio, se ne stanno opportunamente in disparte. Vediamo, primo fra essi, un uomo di nobile aspetto, dalla carnagione chiara e fine, dagli occhi neri e lucenti, dalla barba lunga ed abbondante, ricco d'unguenti, vestito riccamente in modo adatto alla stagione. Teneva in mano un bastone e portava sospeso al collo, per mezzo di un cordone un grande sigillo d'oro. Era scortato da parecchi servi; alcuni di essi portavano delle piccole spade alle cinture, e, quando gli rivolgevano la parola, lo facevano col massimo rispetto.

Il resto della carovana consisteva in due Arabi genuini, magri come un filo, col viso abbronzato, colle guancie infossate, e cogli occhi d'una lucidezza quasi malvagia; sopra alla loro testa portavano dei rossi tarbooshes; sopra i loro abas, avviluppanti la spalla sinistra ed il braccio destro, delle coperte di lana. C'era un gran contrattare perchè gli Arabi stavano vendendo i cavalli offrendoli con tutto il loro ardore e con voci squillanti. Il personaggio elegante lasciava parlare i suoi servi, di quando in quando rispondeva con gran dignità; ad un tratto, scorgendo il Cipriotto, si fermò e comprò dei fichi.

Se dopo che l'intera compagnia ha passata la porta vicino al Fariseo noi ci portiamo dal venditore di frutta, egli ci racconterà con grandi reverenze come lo straniero fosse un Ebreo, uno dei principi della città che ha viaggiato ed imparato a distinguere la differenza che passa tra l'uva comune di Siria e quella di Cipro.

E così, fin verso mezzodì, e qualche volta più tardi, vi è costante corrente d'affari alla porta di Joppa, affari d'ogni sorta, che fanno intervenire al mercato rappresentanti di ogni tribù di Israele, di tutte quelle sette fra cui l'antica fede è stata suddivisa e frazionata, di tutte le religioni e le divisioni sociali, di tutta la plebe avventurosa, che, gaudente e tumultuante, gozzoviglia alle spalle d'Erode e dei Cesari suoi successori.

In altre parole, Gerusalemme, ricca nella storia sacra, più ricca nelle sacre profezie, — la Gerusalemme di Salomone, nella quale l'argento era abbondante come le pietre, e i cedri numerosi come i siccomori della valle — non era che una copia di Roma, un centro di pratiche profane, una sede di potere pagano. Un re Ebreo indossò un giorno vestiti sacerdotali ed andò nel Tempio a offrire incenso. Ne venne fuori un lebbroso; ma, nell'epoca della quale parliamo, Pompeo entrò nel tempio di Erode ed anche nell'ehal, e sortì senza timore, non trovando che una stanza vuota, e di Dio non una vestigia.

CAPITOLO VIII.

Torniamo alla corte descritta come parte del mercato della porta di Joppa. Erano le tre di giorno e parecchia gente era andata via; nondimeno la folla continuava ad accorrere senz'alcun'apparente diminuzione. Dei nuovi venuti, v'era un gruppo laggiù vicino alla parete, composto di un uomo, una donna e un asino, gruppo che meritava di essere notato. L'uomo era vicino alla testa dell'animale e teneva in mano una redine di cuoio appoggiandosi sopra un bastone che sembrava fosse stato scelto per il doppio uso di pungolo e di sostegno; il suo abito era come quello degli Ebrei che gli erano attorno, eccetto che aveva l'apparenza d'essere nuovo. Il mantello lo ravvolgeva fino alla testa, e la veste, che copriva la sua persona dal collo alle calcagna, era, probabilmente, quella ch'ei soleva indossare alla Sinagoga nei giorni festivi. Il viso però era scoperto e dimostrava una cinquantina d'anni, ciò che confermava il grigio screziante la sua barba nera. Guardava intorno a sè, per metà curioso e per metà smarrito, come un forestiere od un provinciale.

L'asino mangiava tranquillamente una bracciata d'erba della quale vi era abbondanza al mercato. Il suo naturale restìo non ammetteva che lo si disturbasse e non si rammentava già più della donna seduta sul suo dorso e accoccolata sulla sella imbottita. Una veste di stoffa di lana scura copriva completamente la persona di lei, mentre un bianco velo le adornava il capo ed il collo. Ogni tanto, spinta dalla curiosità di vedere e di sentire qualche cosa, ella si tirava da parte il velo, ma così poco che il volto non restava del tutto visibile.

Finalmente vi fu chi si accostò all'uomo e gli chiese:

— «Non siete voi Giuseppe da Nazareth?» —

Chi lo interrogava gli stava proprio vicino.

— «Così mi chiamo — rispose Giuseppe voltandosi con gravità. — E voi? Ah! pace sia con voi, amico mio, Rabbi Samuele!» —

— «Lo stesso v'auguro anch'io». —

Il Rabbi si fermò guardando la donna, poi aggiunse:

— «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». —

Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassò il capo in segno di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò la propria, portando poi le palme alla fronte.

— «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti — disse il Rabbi, famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa città dei nostri padri.

— «No, — rispose Giuseppe, — poichè non potendo arrivare che a Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». —

— «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a Joppa spero». —

— «No, terminerà a Betlemme». —

Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come di consueto.

— Sì, sì, capisco — diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto: solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i possenti!» —

Giuseppe rispose senza scomporsi:

— «La donna non è mia figlia». —

Ma il Rabbi s'era infatuato in politica e proseguì senza notare la spiegazione:

— «Cosa stanno facendo i fanatici laggiù nella Galilea?» —

— «Io sono un falegname, e Nazareth è un villaggio — disse Giuseppe prudentemente. — La strada sulla quale si trova il mio banco di operaio non è una via che conduce ad alcuna città. Spaccando e segando assi non trovo tempo per prender parte alle discussioni dei partiti».

— «Ma voi siete un Ebreo» — disse con serietà il Rabbi — e siete un'Ebreo discendente di Davide. Possibile che voi possiate trovar piacere nel pagar qualsiasi tassa all'infuori del siclo dato per antico costume a Jeova?» —

Giuseppe si mantenne calmo.

— «Io non mi lamento» — continuò l'altro — dell'aumento della tassa. Un denario è una bagatella. È l'imposizione che io ritengo un'offesa. Che cos'è il pagarla se non una sottoscrizione alla tirannia? Ditemi: è vero che Giuda pretende esser il Messia? Voi vivete fra i suoi seguaci.» —

— «Io intesi dire dai suoi seguaci ch'egli era il Messia.» —

Il velo della donna si alzò con rapidità e per un secondo tutto il suo volto fu visibile. Gli occhi del Rabbi si volsero verso di lei e fecero in tempo a vedere un sembiante di rara bellezza, reso più attraente da uno sguardo di intenso interesse; ma un lieve rossore si sparse per le sue gote e sulla sua fronte ed il velo tornò a coprirla agli occhi dei curiosi.

Colui che discorreva di politica dimenticò il suo tema favorito.

— «Vostra figlia è avvenente» — disse parlando quasi fra sè.

— «Non è mia figlia» — replicò Giuseppe.

La curiosità del Rabbi era aumentata; accortosene il Nazareno si affrettò a soggiungere.

— «Essa è figlia di Ioachim e d'Anna di Betlemme dei quali avrete almeno udito parlare, poichè erano gente di gran fama.» —

«Sì, — rimarcò il Rabbi rispettoso — ne ho udito parlare. Erano discendenti in linea retta da Davide e li conobbi, assai bene.» —

— «Ebbene ora sono morti» — procedette il Nazareno. «Morirono a Nazareth. Ioachim non era ricco, pure lasciò una casa e un giardino da dividersi tra le sue figlie, Marianna e Maria. Queste è una delle due figlie, e per salvare la sua parte di proprietà, la legge l'obbligò a sposare un prossimo parente. Adesso essa è mia moglie.» —

— «E voi eravate suo parente?» —

— «Ero suo zio.» —

— «Comprendo. E siccome siete nati a Betlemme così Cesare vi obbliga a condurre colà vostra moglie per computarla tra le persone tassabili.» —

Il Rabbi giunse le mani e guardò sdegnosamente il cielo esclamando:

— «Il Dio d'Israele vive ancora! La vendetta è sua!» —

Detto ciò si voltò e bruscamente partì. Un forestiero lì vicino, osservando lo sbigottimento di Giuseppe, disse tranquillamente:

— «Il Rabbi Samuele è un fanatico. Giuda stesso non è più feroce.» —

Giuseppe non volendo parlare con quell'uomo, finse di non sentire e si affacendò a raccogliere il fascio d'erba che l'asino aveva sparpagliato; poi s'appoggiò al suo bastone, aspettando.

Dopo un'oretta la comitiva oltrepassò il cancello, e, voltandosi a sinistra, prese la via che conduce a Betlemme. La discesa della valle di Hinnom era abbastanza scoscesa, ed era adorna qua e là, di olivi selvatici. Con molta sollecitudine e tenerezza il Nazareno camminava a fianco della donna tenendo nelle mani la cinghia di cuoio del somarello. Alla loro sinistra, a sud est, attorno al Monte Sion, sorgevano le mura della città, e alla loro destra si vedevano delle ripide colline che formavano i confini della valle.

Lentamente passarono il basso stagno del Gihon nel quale il sole rifletteva l'ombre rimpicciolite dei colli, e procedettero adagio adagio tenendosi paralleli all'acqua dallo stagno di Salomone sino al luogo ove era un casino rustico, luogo detto oggi Colle del Cattivo Consiglio. Giunti colà principiarono a discendere verso il piano di Refraim. Il sole riverbava i suoi raggi fortissimi sulla facciata della famosa località e al bacio dei suoi raggi Maria lasciò cader addietro il velo e scoprì il capo.

Giuseppe le raccontò la storia dei Filistei qui sorpresi nel campo da Davide. Ma nel suo racconto era minuzioso e parlava dandosi un'aria solenne e modi che parevano quelli di uno sciocco. Ella non lo ascoltava sempre. Tanto per mare che per terra gli Ebrei, ove s'incontrino, sono riconoscibili. Il tipo fisico della razza è stato sempre il medesimo; però, fra individuo e individuo, vi sono delle dissomiglianze. Il figlio di Jesse ci fu descritto rubicondo e bellissimo di aspetto. Gli uomini, d'allora in poi, si regolarono su quel tipo per giudicare gli Ebrei e dalla fisonomia dell'antenato, pretesero di conoscere quella dei discendenti. Così tutti i nostri Salomoni hanno bei visi e capelli e barba castagna, quando sono all'ombra, e color d'oro quando sono al sole. Così ci fanno credere che fossero le ciocche di Assalonne, il prediletto di Davide. E, non essendovi una storia autentica, la tradizione ci ha detto non meno bene di lei della quale discorriamo ora e che seguiremo nella città del biondo re che fu così bello.

Ella non aveva più di quindici anni. Le sue fattezze, la sua voce e i suoi modi eran quelli tra la fanciullezza e l'età dello sviluppo. Il suo viso era di un'ovale perfetto; la sua carnagione più chiara che bella; il naso regolare; le labbra, leggermente dischiuse, erano rosse come fragole mature, dando alla bocca ardore e tenerezza; gli occhi erano celesti e grandi, dalle lunghe palpebre, e dalle lunghe ciglia, ed in armonia con tutto ciò un volume immenso di capelli d'oro, tenuti nel modo concesso alle giovani spose Ebree, spioventi cioè per la vita sino a toccar la sella sulla quale essa sedeva. La gola ed il collo erano morbide, lanuginose, come talvolta si può osservare in alcune donne, e che mettono in un'artista il dubbio se si tratti di un effetto di linee o di colori. Aveva anche altre indefinibili bellezze, ad esempio un'aria di purezza che solo un'anima angelica può dimostrare, e un certo che di etereo che sembrava non poter essere toccato da mani mortali. Spesso, aveva le labbra tremule, e sollevava i begli occhi al cielo, divenuto anch'esso più chiaro; o incrociava, le mani sul petto come in atto di adorazione o di preghiera o alzava il capo come chi ascolta attento una voce che chiami dall'alto. Ogni tanto, interrompendo le sue noiose narrazioni, Giuseppe si voltava a guardarla, e, ammirando l'espressione del suo viso irraggiato di luce, dimenticava i suoi ragionamenti, e, chinando il capo, fantasticando, continuava a camminare.

Così essi terminarono di percorrere la gran pianura e infine raggiunsero il colle Mar Elias, dal quale, attraverso la valle, ammirarono Betlemme. Là si fermarono e riposarono, mentre Giuseppe indicava a Maria i luoghi sacri. Poi scesero nella valle e andarono ad un pozzo che recava istoriato uno dei meravigliosi fatti d'armi di Davide. Lo spazio angusto era pieno di gente e di animali. Giuseppe ebbe il dubbio, se la città fosse così affollata, che la gentile sua compagna, avesse potuto trovarvi ricovero. Senza por tempo in mezzo egli corse avanti, passò la colonna marmorea che indicava la tomba di Rachele, e, pel versante fiorito, non salutando alcuna delle persone che incontrò per via, continuò a correre finchè si fermò davanti alla porta del Khan che allora era fuori dalle mura del villaggio vicino a un crocicchio di strade.

CAPITOLO IX.

Per capire a fondo ciò che accade al Nazareno il lettore deve ricordarsi che le taverne dell'Oriente eran ben diverse da quelle dell'occidente. Esse erano dai Persiani chiamate Khan e fatte nel modo più semplice; erano recinti chiusi, senza casa o tetto, spesso privi di un cancello o d'una porta. Le loro abitazioni erano scelte a seconda dell'ombra, della sicurezza, o della possibilità di attinger acqua. Tali erano le taverne che ripararono Giacobbe allorchè andò in Paden Aran per cercarvi moglie. Simili a quella possono oggi vedersene delle altre nelle oasi del deserto. Però alcune di esse, in ispecie quelle sulla strada che divideva due grandi città, come Gerusalemme ed Alessandria, erano edifici principeschi che constatavan la pietà dei Re che li avevano fabbricati. Solitamente però non erano che la casa od il podere di uno sceicco nei quali, come in quartieri generali, egli conduceva la sua tribù. L'ospitare i viaggiatori era l'ultimo dei loro usi; erano mercati, fattorie, e fortezze; luoghi d'assemblea, ed abitazioni per i mercanti ed artigiani, come luoghi di ricovero per i viandanti vagabondi e sorpresi dalla notte. La conduzione di questi alberghi colpiva singolarmente i forestieri. Non v'era nè oste nè ostessa, nè cameriere, nè cuoco, nè cucina; nè guardiano alla porta. Gli ospiti che arrivavano, vi dimoravano quanto volevano. Ma bisognava che si portassero con sè i cibi e gli utensili da cucina oppure che li comperassero dai venditori del Khan. La stessa regola valeva pel letto e per il foraggio per le bestie. Acqua, ricovero, riposo e protezione eran tutto ciò che si poteva richiedere dal proprietario, ed era gratuito. La pace della Sinagoga era talvolta disturbata da disputanti schiamazzatori, ma quella dei Khan mai. Le case e tutte le loro attinenze erano sacre: un pozzo non lo era di più.

Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale; cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano, col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole, cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere più di un Khan; e sebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile. Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante, cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà, perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne. Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo com'era, sembrava già pieno.

— «Noi non possiamo arrivare alla porta. — disse Giuseppe col suo parlare lento — fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò che è accaduto.» —

La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo.

L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un che di interessante.

Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo, o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che tramontava.

Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, il gruppo. Il Nazareno gli chiese:

— «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, — un figlio di Giuda — posso domandarvi la causa di questo assembramento?» —

Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose:

— «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta era la terra della tribù di Dan.» —

— «Sulla via fra Joppa e Modin — interruppe Giuseppe.» —

— «Oh voi siete stato in Beth-Dagon — disse l'uomo raddolcendo sempre più il suo viso. — Che persone girovaghe siamo sempre noi, figli di Giuda! Son parecchi anni che manco dal luogo — il vecchio Ephrath come lo chiamava nostro padre Iacob. Ci ritorno ora che si è diffuso l'editto che richiede agli Ebrei d'esser computati per le tasse nella città della loro nascita. Questo è ciò che vengo a far qui, Rabbi.» —

Il viso di Giuseppe rimase impassibile mentre osservò:

— «Io pure venni per questo con mia moglie.» —

Lo straniero lanciò uno sguardo a Maria e tacque. Ella guardava in alto, verso la nuda cima del Gedor. Il sole accarezzò il suo viso rivolto all'insù e le illuminò gli occhi; sulle sue labbra dischiuse corse un fremito. In quel momento tutta l'umanità della sua bellezza sembrava purificata: ell'era come sono immaginati da noi coloro che siedono vicino alle porte del Cielo. I Beth-Dagon videro l'originale di ciò che secoli dopo divenne una visione pel genio di Sanzio il divino e lo rese immortale.» —

— «Di che cosa stavo parlando? Ah! ora mi ricordo. Stavo per dire che allorquando udii dell'ordine di venir qui andai in collera. Ma pensai poi alla vecchia collina, alla città e alla valle sovrastante alla profondità del Kedron; ai vigneti e agli orti e ai campi di grano, fruttiferi fin dai giorni di Booz e di Ruth; alle montagne conosciute — Gedor qua — Gibeah un po' più lontano e Mar Elias là — che, quando ero ragazzo, erano per me i confini del mondo; perdonai i tiranni e venni — io con Rachele, mia moglie — e Deborah e Micol le nostre rose di Sharon.» —

L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo guardava e lo ascoltava.

Poi disse: — «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia?

La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della strada.

Vi accerto — egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro — che il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» —

La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto; egli esitò ma rispose:

«L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno subito.» —

E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta. Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era accovacciato vicino, sul ceppo.

— «La pace di Jeova sia con voi» — disse Giuseppe, finalmente, affrontando il portinaio.

— «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte volte per voi e per i vostri figli — replicò il guardiano gravemente, però senza muoversi.

— «Io son di Betlemme — disse Giuseppe nel modo più calmo — non vi sarebbe posto per me?» —

— «Non ce n'è più.» —

— «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» —

Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero. Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. — Guerre, calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del Khan di Betlemme.

Dicendo come disse Giuseppe: — «Questa era la casa dei miei padri» — era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza che rinculavano innanzi ai Babilonesi.

Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto: