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LE AVVENTURE D'ALICE
NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE.
LE AVVENTURE D'ALICE
NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE.
PER
LEWIS CARROLL.
TRADOTTE DALL'INGLESE DA
T. PIETROCÒLA-ROSSETTI.
CON 42 VIGNETTE DI GIOVANNI TENNIEL.
Londra:
MACMILLAN AND CO.
1872.
(Proprietà letteraria dell'autore.)
LONDRA:
R. CLAY, FIGLI, E TAYLOR, STAMPATORI,
BREAD STREET HILL.
In su' vespri giocondi, dolcemente
Sul lago tranquillissimo voghiamo,
Da delicate mani facilmente
Son mossi i remi, e alla ventura andiamo,
E pel timon che incerto fende l'onda
Va la barchetta errante e vagabonda.
Mentre oppresso dal sonno, in luminose
Visioni il mio pensiero vaneggiava,
Mi destaron tre voci armonïose
Chiedendomi un Racconto! Io non osava
Fare il broncio severo ed il ribelle
A tre bocche di rose,—a tre donzelle!
La Prima, con la voce di comando,
Fieramente m'impone "Cominciate!"
La Seconda mi dice "Io ti domando
Un racconto di silfidi e di fate."
La Terza (io non l'avrei giammai creduto),
M'interrompe una volta ogni minuto.
Eccole! ferme, attente, silenziose,
Seguire con l'accesa fantasia
La Fanciulla vagante in portentose
Regïoni di sogni e poesia,
Che con bestie ed uccelli ognor favella,
E con forma del Ver l'Errore abbella.
La Storia non toccava ancora il fine
E appariva di già confusa e incolta;
Allor pregai le care fanciulline
Di finir la novella un'altra volta,
Ma risposer più vispe e più raggianti,
"No, questa è la tua volta! Avanti, avanti!"
E così le Avventure raccontai
Ad una ad una alle fanciulle amate,
Ed or questa novella ne formai
Ch'è un tessuto di favole accozzate;—
Ma il Sol già volge al suo tramonto, andiamo!
Alla sponda! alla sponda, orsù, voghiamo!—
O Alice, accogli questa mia Novella,
E fra i sogni d'infanzia la riponi,
Deh! fanne d'essa una ghirlanda bella,
E sulla tua memoria la deponi,
Qual pellegrin che serba un arso fiore
Di suol lontano, e lo tien stretto al côre!—
INDICE.
| CAP. | PAGE. | |
| I. | GIÙ NELLA CONIGLIERA | [1] |
| II. | LO STAGNO DI LAGRIME | [15] |
| III. | CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA | [29] |
| IV. | LA CASETTINA DEL CONIGLIO | [41] |
| V. | CONSIGLI D'UN BRUCO | [58] |
| VI. | PORCO E PEPE | [74] |
| VII. | UN TÈ DI MATTI | [93] |
| VIII. | IL CROQUET DELLA REGINA | [110] |
| IX. | STORIA DELLA FALSA-TESTUGGINE | [128] |
| X. | LA CONTRADDANZA DE' GAMBERI | [145] |
| XI. | CHI HA RUBATO LE TORTE? | [158] |
| XII. | TESTIMONIANZA D'ALICE | [172] |
CAPITOLO I.
GIÙ NELLA CONIGLIERA.
Alice cominciava a sentirsi mortalmente stanca di sedere sul poggio, accanto a sua sorella, senza far nulla: una o due volte aveva gittato lo sguardo sul libro che leggeva sua sorella, ma non c'erano imagini nè dialoghi, "e a che serve un libro," pensò Alice, "senza imagini e dialoghi?"
E andava fantasticando col suo cervello (come meglio poteva, perchè lo stellone l'avea resa sonnacchiosa e grullina), se il piacere di fare una ghirlanda di margherite valesse la noja di levarsi su, e cogliere i fiori, quand'ecco un Coniglio bianco con gli occhi di rubino le passò da vicino.
Davvero non c'era troppo da meravigliarsi di ciò, nè Alice pensò che fosse cosa troppo stravagante di sentire parlare il Coniglio, il quale diceva fra sè "Oimè! Oimèi! ho fatto tardi!" (quando se lo rammentò in seguito s'accorse che avrebbe dovuto meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa assai naturale): ma quando il Coniglio trasse un oriuolo dal taschino del panciotto, e vi affisò gli occhi, e scappò via, Alice saltò in piedi, perchè l'era venuto in mente ch'ella non avea mai veduto un Coniglio col panciotto e il suo rispettivo taschino, nè con un oriuolo da starvici dentro, e divorata dalla curiosità, traversò il campo correndogli appresso, e giunse proprio a tempo di vederlo slanciarsi in una spaziosa conigliera, di sotto alla siepe.
In un altro istante, giù Alice scivolò, correndogli appresso, senza punto riflettere come mai avrebbe fatto per riuscirne fuori.
La buca della conigliera sfilava diritto come una galleria di tunnel, e poi s'inabissava tanto rapidamente che Alice non ebbe un solo istante per considerare se avesse potuto fermarsi, poichè si sentiva cader giù rotoloni in qualche precipizio che rassomigliava a un pozzo profondissimo.
Una delle due, o il pozzo era arci-profondo, o ella vi ruzzolava assai adagino, poichè ebbe tempo, mentre cadeva, di guardare tutto intorno, e stupiva pensando a ciò che le avverrebbe poi. Prima di tutto aguzzò la vista e cercò di vedere nel fondo per scoprire ciò che le accaderebbe, ma gli era bujo affatto e non ci si vedea punto: indi guardò alle pareti del pozzo ed osservò ch'erano ricoperte di credenze e di scaffali da libri; quà e là vide mappe e quadri che pendeano da' chiodi. Andando giù prese di volo un vasettino che aveva un cartello, lo lesse: "CONSERVA D'ARANCE," ma oimè! era vuoto e restò delusa: non volle lasciar cadere il vasettino per non ammazzare chi era in fondo, e andando sempre giù lo depose in un'altra credenza.
"Bene," pensò Alice, "dopo una caduta tale, mi parrà proprio un niente il ruzzolare per le scale! A casa poi, come mi crederanno coraggiosa! D'ora innanzi, ancorchè cadessi dal tetto, non ne farei caso!" (E probabilmente dicea la verità.)
E giù—e giù—e giù! Finirà mai quella caduta? "Chi sa quante miglia ho percorse a quest'ora?" sclamò. "Davvero io stò per toccare il centro della terra. Vediamo: suppongo che saranno quattrocento miglia di profondità—" (come vedete, Alice aveva imparate molte di tali cose nelle sue lezioni, ma non era quella la migliore occasione per fare sfoggio della sua erudizione, poichè non c'era niuno che l'ascoltasse, ciò non di meno era bene di ripassarle a mente)—"sì, la sarà questa la vera distanza, o press'a poco—ma vorrei sapere a quale grado di Latitudine o di Longitudine io sia giunta!" (Alice non sapea mica che fosse Longitudine o Latitudine, ma pensò ch'erano belle parolone a dire, e le disse!)
Passò qualche istante e poi rincominciò. "Che dovessi io traversare la terra? Sarebbe bella s'io uscissi fra le genti che camminano col capo in giù! Credo che si chiamino le Antipatie—" (questa volta fu contenta che non ci fosse niuno che l'ascoltasse, perchè quel nome non le suonava giusto all'orecchio) "—ma domanderò loro che nome abbia quel paese. Di grazia, Signora, è questa la Nuova Zelanda? o l'Australia?" (e cercò di fare una riverenza mentre parlava—figuratevi, far riverenza mentre si casca giù a precipizio! Dite, potreste farla voi?) "Ma se farò una tale domanda mi crederanno una sciocca. No, non la farò: forse troverò scritto il nome in qualche parte colaggiù."
E giù—e giù—e giù! Non avendo nulla da fare, Alice rincominciò a cinguettare. "Dina mi cercherà stanotte!" (Dina era il nome della gatta). "Spero che si rammenteranno di darle il suo piattino di latte quando prenderanno il tè. Cara Dina mia! Vorrei che tu fossi meco quaggiù! Non vi son sorci nell'aria, ma sai, tu potresti afferrare una nottola ch'è simile al sorcio. Ma che! i gatti mangiano le nottole?" E quì Alice cominciò a sonniferare, e fra il sonno e la veglia continuò a ruminare fra' denti, "I gatti mangiano le nottole? I gatti mangiano le nottole?" E talvolta, "Le nottole mangiano i gatti?" perchè, vedete, non potendo rispondere a nessuna delle due quistioni, non le importava se invertiva il senso di esse. Sonnecchiava di già, e proprio allora cominciava a sognare che se ne andava a braccetto con Dina e che le diceva con faccia austera: "Dina, dìmmi la verità: hai tu mai mangiata una nottola?" quando, tonfete! cascò d'un subito sopra un mucchio di ramicelli e di foglie secche, e la caduta finì.
Alice non si fece male e saltò in piedi lesta e pronta: guardò in alto, era bujo affatto: davanti a lei sfilava un lungo corridoio percorso dal Coniglio bianco ch'era sempre in vista. Non c'era tempo da perdere: Alice, come se avesse le ali, gli corse appresso, e sentì che sclamava, mentre svoltava a una cantonata,—"Giurammio! gli è tardi davvero!" Stava lì lì per raggiungerlo, ma appena passò la cantonata il Coniglio non si vide più; ed ella si trovò in una sala lunga e bassa, illuminata da una fila di lampade che pendevano dalla volta.
V'erano porte tutt'intorno alla sala, ma erano tutte serrate, e dopo che Alice andò su e giù provando tutti gli usci per vedere se fosse possibile d'aprirne qualcheduno ma sempre inutilmente, si mise a camminar mestamente nel mezzo della sala, pensando come mai avrebbe potuto riuscirne fuori.
Tutt'a un tratto capitò vicina a un piccolo tavolino di cristallo solido e sorretto da tre piedi: non c'era altro su d'esso che una chiavettina d'oro: or la prima idea ch'ebbe Alice fu che quella potesse aprire uno degli usci della sala; e provò—ma oimè! o le toppe erano troppo grandi, o la chiavettina era troppo piccola; ma comunque fosse, non potette aprirne alcuno. Ciò non di meno, avendo fatto un secondo giro nella sala, capitò davanti a una cortina bassa che non aveva osservata prima, e dietro ad essa v'era un piccolo uscio, alto quindici pollici o giù di lì: provò la chiavettina d'oro se andasse alla toppa, e con molta allegrezza vide che c'entrava per l'appuntino!
Alice aprì l'uscio e vide che dava a un piccolo corridoio, largo quanto una buca da topi: s'inginocchiò, e vide al di là del corridoio il più bel giardino del mondo. Oh! quanto desiderò d'uscir fuori da quella sala buja per correre su que' prati di fiori risplendenti, e lungo le chiare e fresche acque delle fontane, ma non l'era dato neppure di cacciare il capo fuori della buca; "e ancorchè il mio capo potesse passarvi," pensò la povera Alice, "mi servirebbe poco senza farci passare anche le spalle. Oh quanto bramerei riserrarmi come un telescopio! Credo che potrei farlo, se sapessi soltanto come cominciare." Poichè essendo ultimamente accadute tante cose straordinarie, Alice avea cominciato a persuadersi che poche fossero le cose veramente impossibili.
Era proprio tempo perso star lì piantata davanti all'usciolino, perciò Alice ritornò verso la tavola con una mezza speranza di potervi trovare sopra un'altra chiave, o almeno un libro il quale insegnasse alla gente a riserrarsi come un cannocchiale: questa volta vi trovò un'ampolla, ("e certo non c'era prima," disse Alice,) e aveva attaccato al collo un cartello sul quale a lettere di scatola era magnificamente scritta questa parola "BEVI."
Và benissimo il dire "Bevi," ma Alice ch'era una ragazzina prudente, lì per lì non volle bere. "Nò, voglio prima vedere se c'è scritto 'veleno;'" poichè ella aveva letto molte belle novellette sopra ragazzi ch'erano stati abbruciati, e mangiati vivi da bestie feroci, e cose simiglianti, e tutto ciò perchè non vollero ricordarsi della prudenza ch'era stata loro insegnata in casi simili; come per esempio, non maneggiare le molle infocate perchè scottano; se col coltello ti fai sul dito un taglio molto profondo, certo n'uscirà sangue; ed ella non avea dimenticato quell'altro avvertimento, se tu bevi smodatamente d'una bottiglia che ha l'iscrizione "veleno," presto o tardi ti farà male.
Ciò non di meno quell'ampolla non aveva l'iscrizione "veleno," perciò Alice si avventurò di assaggiarne il contenuto, e trovandolo delizioso (di fatto aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema, d'ananasso, di tacchino arrosto, di torrone, e di crostini burrati), lo vuotò tutto d'un fiato.
"Che curiosa sensazione!" disse Alice: "mi vo ristringendo come un cannocchiale!"
Ed era proprio così: non aveva più che dieci pollici d'altezza, e il suo bel visino s'illuminò di gioja pensando che finalmente era giunta alla giusta statura per traversare l'usciolino, ed entrare nel bel giardino. Prima aspettò qualche minuto per vedere se rimpicciolisse di più; è vero che provò una certa ansietà su quel mutamento; "perchè, sapete, potrei rimpicciolirmi tanto da sparire affatto come una candela," disse Alice. "A chi assomiglierei allora?" E cercò di farsi un'idea dell'apparenza della fiamma d'una candela smorzata, poichè non potea nemmeno ricordarsi se mai avesse veduta una cosa simile!
E scorsero alcuni momenti, e veggendo che nulla di nuovo le accadeva, si accinse ad entrare nel giardino; ma—povera Alice!—quando fu all'uscio, si accorse che avea dimenticata la chiavettina d'oro, e quando si rivolse verso la tavola dove l'avea lasciata, vide che non potea più arrivarla: essa la vedea chiaramente a traverso del cristallo, e fece ogni sforzo possibile per arrampicarsi ad uno de' piedi della tavola e montar su, ma gli era troppo sdrucciolevole; e dopo essersi affaticata invano per vincere quella difficoltà, la poverina si sedette e pianse.
"Via! che vale abbandonarsi al pianto!" disse Alice a sè stessa; "io ti consiglio invece, o Signorina, di smetter subito quel piagnucolare!" Generalmente ella dava a sè stessa dei buoni consigli (benchè raramente poi li seguisse), e talvolta si rimproverava tanto severamente che le lagrime le scorrevano per le gote; e si rammentò che una volta stava lì lì per schiaffeggiarsi perchè s'era truffata in una partita di croquet che giuocava contro a sè medesima, che questa straordinaria bimba trovava piacere a fingersi di essere due persone. "Ma ora è inutile voler credermi due persone," pensò la povera Alice, "me ne resta appena tanto per comporne una!".
Ed ecco, le cadde sott'occhio una cassettina di cristallo che giaceva sotto la tavola: l'aprì, e vi trovò dentro un piccolo pasticcino, sul quale, con uva di Corinto, era scritto in belli caratteri "MANGIA." "Bene! lo mangerò," disse Alice, "e se mi farà crescere di molto, giungerò ad afferrare la chiavettina, e se mi farà rimpicciolire mi striscerò sotto l'uscio: così in un modo o in un altro entrerò nel giardino, e poi, sarà quel che sarà!"
Ne mangiò un bocconcino, e mettendosi la mano sul capo, sclamò ansiosamente: "In qual modo? In qual modo?" per vedere in qual modo si mutava, ma restò molto sorpresa nel vedersi della stessa statura: certo, così accade a tutti coloro che mangiano pasticci, ma Alice s'era tanto abituata a veder cose straordinarie, che le sembrava una cosa stupida e sciocca quella di crescere, come si cresce generalmente.
E tornò alla bisogna, e in pochi istanti ingoiò tutto il pasticcio.
CAPITOLO II.
LO STAGNO DI LAGRIME.
"Curiosissimo e sempre più curiosissimo!" gridò Alice (era tanta la sua sorpresa che non sapeva più parlar correttamente la sua lingua); "mi stò allungando come un cannocchiale, e il più lungo che mai vi sia stato! Addio piedi!" (perchè appena guardò giù a' suoi piedi le sembrò che li avesse quasi perduti di vista, tanto erano lontani). "Oh i miei poveri piedini! chi mai in terra v'infilerà le calze, e vi metterà le scarpettine? Davvero io non potrò farlo più! Oramai sarò tanto lungi da voi, che certo io non mi prenderò più briga di voi altri: bisogna che vi accomodiate alla meglio;—eppure bisognerebbe ch'io li trattassi bene," pensò Alice, "se nò, non vorranno andare per la via ch'io vorrei battere! Vediamo un po': ogni anno a Natale darò loro un bel pajo di stivaletti."
E andava mulinando col cervello come farebbe. "Glieli manderò col procaccino," pensò la bimba; "ma gli è davvero strano il mandar regali a' proprii piedi! E quanto sarà curioso l'indirizzo!
Al Signor Piedestro d'Alice,
Tappeto,
Presso il parafuoco,
(coi saluti d'Alice).
Meschina! quante sciocchezze vo dicendo!"
Giusto allora il suo capo urtò contro la volta della sala: aveva più di nove piedi d'altezza! Subito adunghiò la chiavettina d'oro, e via, verso l'uscio del giardino.
Povera Alice! Tutto quello che potea fare consisteva nel giacere, appoggiando il fianco per guardare il giardino con la coda d'un occhio; ma il penetrarvi dentro era diventato più difficile che mai: sedette dunque, e si rimise a piangere.
"Ti dovresti vergognare," disse Alice, "figurati, una gran ragazzona come te" (e davvero lo poteva dire allora) "fare la piagnolosa! Smetti subito ti dico!" Ma pure continuò, versando lagrime a secchie, sinchè formò uno stagno intorno a lei di quasi quattro pollici d'altezza, e che giungeva a metà della sala.
Qualche istante dopo sentì in lontananza come uno scalpiccío; subito si forbì gli occhi per vedere chi fosse. Era il Coniglio bianco che ritornava, splendidamente vestito, con un pajo di guanti bianchi in una mano, e un gran ventaglio nell'altra: veniva trottando frettolosamente, e mormorando fra sè stesso, "Oh! la Duchessa, la Duchessa! Se n'andrà sulle furie perchè l'ho fatta aspettare!" Alice era tanto fuori di sè che avrebbe chiesto soccorso a chiunque le fosse capitato: così quando il Coniglio le fu vicino, gli disse con voce tremula e sommessa, "Di grazia, Signore——." Il Coniglio trasaltò, gli caddero a terra i guanti e il ventaglio, e in mezzo a quella tenebrìa si mise a correre di traverso come se avesse le ali alle zampe.
Alice raccattò il ventaglio e i guanti, e perchè la sala pareva una stufaiuola si rinfrescò sventolandosi e parlando fra sè: "Meschina me! Come ogni cosa è strana quest'oggi! Eppure ieri le cose andavano secondo il solito. Non mi sorprenderebbe se stanotte fossi stata scambiata! Vediamo: non ero io, io stessa che mi levai questa mattina? Mi pare di rammentarmi ch'io mi trovai un poco diversa. Ma se non sono la stessa dovrò rivolgermi questa domanda: Chi mai dunque son io? Ah! quì stà l'imbroglio!" E ripensò a tutte le ragazze che conosceva, e che erano dell'età sua, per vedere se per caso fosse stata trasformata in una di quelle.
"Certo io non sono Ada," disse, "perchè i suoi capelli sono inanellati, e i miei non lo sono punto; certo non sono Isabella, poichè io so tante belle cose, e quella poverina sa tanto poco! Eppoi Isabella è Isabella, ed io sono io. Meschina! che imbroglio è questo! Proviamo se io mi rammento tutte le cose che sapeva una volta: quattro volte cinque fanno dodici, e quattro volte sei fanno tredici, e quattro volte sette fanno—oimè! Se vado di questo passo non giungerò mai a venti! Del resto la Tavola Aritmetica non significa nulla: proviamo la Geografia: Londra è la capitale di Parigi, e Parigi è la capitale di Roma, e Roma——, nò, ho sbagliato tutto! Davvero devo essere stata trasformata in Isabella! Proverò a ripetere 'Rondinella pellegrina;'" e si mise le mani conserte al petto come se stesse per ripetere le lezioni, e cominciò a recitare quella Romanza, ma la sua voce suonava rauca e strana, e le parole non le uscivano dalle labbra come una volta:—
"'Rondinella porporina
Che ti posi sul loggione
Raccattando ogni mattina
La zanzara ed il moscone,
Li vuoi friggere in padella
Porporina Rondinella?'"
"Scommetto che le vere parole della Romanza non son queste," disse la povera Alice, e le ritornarono i lucciconi agli occhi. "In somma," continuò a dire,-"io devo essere Isabella, e dovrò andare a vivere in quella casuccia, e non aver quasi più giuocattoli, e tante lezioni da imparare! Ma se sono Isabella, caschi pure il mondo, io resterò quì! Inutilmente, signori miei, caccerete la testa dal soffitto per dirmi 'Carina, vieni su!' Io alzerò soltanto gli occhi, e dirò loro, 'Chi son io? Ditemelo prima, e se sarò quella che voi cercate, verrò su; se no resterò quì inchiodata sino a che sarò qualchedun'altra'—ma, oimè!" sclamò Alice, versando un fiume di lagrime. "Vorrei che mettessero fuori la testa! Son tanto stanca d'esser quì, sola!"
E si guardò le mani, e si meravigliò vedendo che mentre parlava fra sè stessa aveva infilato uno de' guanti bianchi che il Coniglio avea lasciati cadere. "Come mai ho potuto far ciò?" disse. "Forse sono ridiventata piccina."
Si levò ed avvicinossi alla tavola per misurarsi con quella,—osservò che, per quanto le pareva, era ridotta a circa due piedi d'altezza e che andava impiccolendosi rapidamente: indovinò che la causa di questa nuova trasformazione era il ventaglio che aveva in mano, e subito lo buttò a terra,—e fu proprio a tempo, altrimenti assottigliava tanto da sparire totalmente.
"L'ho scampata bella!" disse Alice tutta impaurita da quel subitaneo mutamento, ma lieta, però perchè esisteva ancora; "ed ora andiamo al giardino!" e rivolse sollecitamente i passi verso l'usciolino; ma ahi! l'usciolino era chiuso, e la chiavettina d'oro era sulla tavola come prima; "le cose vanno proprio alla peggio" pensò la derelitta fanciulla, "non sono stata mai tanto piccina! E protesto che tutto ciò è un brutto affare, ma brutto assai!"
Mentre diceva queste parole, sdrucciolò, e zaffete! cascò sino al mento nell'acqua salsa. Imprima credette esser caduta nel mare, "e in tal caso potrò tornare a casa per la ferrovia," disse fra sè. (Alice era stata una volta sola ai bagni di mare, d'allora in poi s'imaginò che dovunque si va, verso la spiaggia, trovansi casotti da bagni lungo il mare, ragazzi che zappano l'arena con le vanghe di legno, poi una fila di case mobiliate, e dietro ad esse una stazione di strada ferrata). Ma subito si accorse ch'era caduta nello stagno delle lagrime che avea versate quando aveva nove piedi d'altezza.
"Peccato ch'io abbia pianto tanto!" disse Alice, nuotando, e cercando d'afferrar la riva.
"Ora sì che sarò punita, affogando nelle mie proprie lagrime! La sarà proprio una cosa strana! Ma tutto è strano oggi."
E sentì qualche cosa che sguazzava nello stagno, si rivolse e credette vedere un elefante di mare o un ippopotamo, ma si rammentò ch'era assai piccina allora, e scoprì ch'altro non era che un sorcio, cascato come lei nello stagno.
Pensò Alice, "Forse farei bene di parlare a questo sorcio. Ogni cosa è talmente straordinaria quaggiù che non mi stupirei se egli potesse parlare: ad ogni modo, proviamo." E cominciò: "O Sorcio, sai tu la via per uscire da questo stagno? O Sorcio, io mi sento veramente stanca di nuotare quì!" (Alice pensò che quello era il vero modo di parlare ad un sorcio: non aveva mai fatto una cosa simile prima, ma si rammentò d'aver letto nella Grammatica Latina di suo fratello, "Un Sorcio—di un Sorcio—a un Sorcio—un Sorcio—O Sorcio!") Il Sorcio la guardò fissamente, la squadrò ben bene co' suoi piccoli occhietti, ma non rispose niente.
"Forse non intende la mia lingua," disse Alice; "scommetto ch'è un Sorcio Francese, venuto quì con Napoleone." (Eh già! con tutte le sue cognizioni storiche, Alice non sapea al giusto le date che citava.) E rincominciò "Où est ma chatte?" era questa la prima frase ch'avea trovata nel suo libriccino di Lingua Francese. Il Sorcio fece un salto nell'acqua, e tremò a verghe. "Le domando perdono!" soggiunse subito Alice, avvedendosi d'avere scossi i nervi delicati della bestiolina. "Avea dimenticato che lei non ama i gatti."
"Amare i gatti, io!" sclamò con voce acuta e rabbiosa. "Amerebbe lei i gatti, se fosse me?"
"Forse no," rispose Alice con voce carezzevole, "ma non si adiri, sa! Eppure io vorrei farle vedere Dina, la gatta nostra; se la vedesse ne sarebbe innamorato pazzo. La è una bestiolina tanto carina e quietina," e nuotando svogliatamente e parlando talvolta a sè stessa, continuava Alice, "e fa le fusa per benino quando giace accoccolata presso al focolare, leccandosi le zampine e nettandosi la faccia—e l'è tanto soffice e soave alle carezze—e l'è proprio un paladino nell'afferrare i sorci—oh mi perdoni!" sclamò di nuovo Alice perchè questa volta il Sorcio aveva il pelo tutto arruffato, e sembrava offeso immensamente, "Noi non ne parleremo più se ciò le incresce."
"No, davvero!" gridò il Sorcio che avea la tremarella sino alla punta della coda. "Come se io volessi parlare dei gatti! La nostra famiglia odiò sempre i gatti; bestiaccie schifose, volgari e basse! Non mi faccia sentir più il nome loro!"
"No, davvero!" rispose sollecitamente Alice, e mutando argomento, soggiunse. "Dica, le piacciono forse—le piacciono—i—i cani?" Il Sorcio non rispose, e Alice seguitò così. "Vicino a casa nostra, c'è un bellissimo cagnolino, se lo vedesse! È un canbassetto con certi belli occhi luccicanti, e col pelo cenerino, arricciato e lungo! Ei busca, benissimo le cose che gli si gittano, e siede sulle zampine di dietro per pitoccare il suo desinaruccio, e fa tante altre belle cosettine—non potrei neppure rammentarne la metà—appartiene a un fattore, ed egli dice che la bestiolina vale proprio un Perù, perchè gli è utile di molto, e uccide tutt'i topi, e—oimè!" gridò Alice tutta sconsolata. "Temo d'averla offesa di nuovo!" E davvero l'aveva offeso perchè il Sorcio si allontanò nuotando furiosamente ed agitando le acque dello stagno.
Alice lo richiamò con un soave tuono di voce, "Sorcio caro, ritorni pure, ed io le prometto che non parlerò più di gatti nè di cani!" A queste parole, il Sorcio si rivoltò indietro, nuotando lentamente verso di lei: la sua faccia era pallida (di rabbia, pensò Alice), e disse con voce sommessa e tremante, "Approdiamo alla spiaggia, e le racconterò la mia storia, allora lei capirà perchè io detesti tanto i gatti e i cani."
Era proprio tempo d'uscir fuori, perchè lo stagno si stava riempendo di uccelli e d'altri animali che v'eran caduti dentro: un'Anitra, un Dronte, un Lori, un Aquilotto, ed altre curiose bestioline. Alice aprì la via, e tutti, nuotando, la seguirono alla spiaggia.
CAPITOLO III.
CORSA ARRUFFATA, E RACCONTO CON LA CODA.
L'assemblea che si riunì alla spiaggia era oltremodo bizzarra—figuratevi, gli uccelli avevano le piume fradice, e gli altri animali avevano il pelo incollato a' loro corpicciuoli; e tutti erano inzuppati, grondanti acqua, tristi e malcontenti.
Naturalmente la prima quistione che fu posta fu quella di sapere come si sarebbero asciugati: si consultarono insieme su questo argomento, e pochi minuti dopo Alice si mise a parlare familiarmente con loro, come se li avesse conosciuti da un secolo. Ebbe una lunga discussione col Lori, ma bentosto quest'ultimo le fece un viso arcigno, e disse perentoriamente, "Son più vecchio di lei, perciò devo saper più di lei;" ma Alice non volle convenirne se prima non le avesse detto quanti anni aveva. Il Lori non volle dirlo, e la loro conversazione cessò.
Finalmente il Sorcio, che sembrava essere persona d'una certa autorità fra loro, gridò, "Si seggano signori, e mi ascoltino! Io seccherò tutti in pochi momenti!" Tutti sedettero, in circolo, col Sorcio in mezzo. Alice gli affisò ansiosamente gli occhi in faccia, perchè era sicura che se non si fosse presto rasciugata avrebbe guadagnata una infreddatura solenne.
"Hem!" disse il Sorcio con aria autorevole, "sono tutti all'ordine? Questa domanda è bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, di grazia! 'Il Generale Oudinot che venne a restaurare il governo papale, fu presto secondato dal Re di Napoli, e dalle truppe della Regina di Spagna——'"
"Uff!" fece il Lori, con un brivido.
"Scusi!" disse il Sorcio tutto accigliato, ma con molta civiltà: "Diceva qualche cosa?"
"Le pare!" rispose frettolosamente il Lori.
"Mi era parso di sì," soggiunse il Sorcio.—"Continuo dunque. 'Il Re di Napoli e la Regina di Spagna, con Oudinot, sposarono la causa del Papa, ed anche il Granduca di Toscana trovò la cosa——'"
"Trovò che cosa?" disse l'Anitra.
"Trovò la cosa," replicò vivamente il Sorcio: "ella sa che significa 'la cosa.'"
"Sò bene che significa 'la cosa' quando io trovo qualche cosa," rispose l'Anitra: "generalmente trovo un ranocchio o un verme. Or la quistione stà 'nella cosa,' che cosa ha trovato il Granduca?"
Il Sorcio non gli badò punto e si affrettò d'andare innanzi, "—trovò la cosa ben fatta cioè di unirsi ad Oudinot, al Re di Napoli ed alla Regina di Spagna, per assistere il Papa e rimetterlo sul trono. Nel principio il Papa usò moderazione ma la violenza dei suoi consiglieri——' Ebbene, carina, come si sente ora?" disse, rivolgendosi ad Alice.
"Bagnata come un pulcino," rispose Alice mestamente, "non mi pare che la sua storiella mi secchi abbastanza."
"Allora," disse il Dronte con voce solenne, e levandosi in piedi, "propongo che il parlamento si aggiorni, acciochè sieno adottati rimedii più energici——"
"Ma parli italiano!" sclamò l'Aquilotto. "Non capisco la metà delle sue parolone, e forse lei stesso non ne intende cica!" E l'Aquilotto abbassò la testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli sghignazzarono apertamente.
"Volevo dire," continuò il Dronte, facendo il broncio, "che il miglior modo di seccarsi sarebbe quello di fare una Corsa arruffata."
"Che è la Corsa arruffata?" domandò Alice; non le premeva molto di saperlo, ma il Dronte taceva come se qualcheduno dovesse parlare, mentre niuno sembrava disposto ad aprire becco o bocca.
"Ecco," disse il Dronte, "il miglior modo di spiegarla è quello di eseguirla." (E siccome vi potrebbe venire la voglia di provare questa Corsa in qualche giorno d'inverno, vi dirò come il Dronte la diresse.)
Imprima tracciò la linea dello steccato, una specie di circolo ("già, non importa che sia ben tracciata," disse), e poi tutta la comitiva entrò nello steccato mettendosi chi quà, chi là. Non si udì "Uno, due, tre,—via!" ma cominciarono a correre a piacere, e si fermarono quando n'ebbero voglia, di tal che non si seppe quando la Corsa fosse terminata. Ad ogni modo, dopo che ebbero corso una mezz'ora o quasi, e si sentirono tutti ben seccati, il Dronte sclamò tutt'a un tratto, "La corsa è finita!" e tutti l'intorniarono anelanti, e sclamando, "Ma chi ha vinto?"
Questa domanda impensierì immensamente il Dronte, perciò sedette e restò lungo tempo con un dito appoggiato alla fronte (tale e quale come è rappresentato Dante), mentre gli altri zittivano. Finalmente il Dronte disse, "Tuttiquanti hanno vinto, e tutti debbon'essere premiati."
"Ma chi distribuirà i premii?" replicò un coro di voci.
"Essa, s'intende," disse il Dronte, indicando Alice con un dito; e tutti si affollarono intorno a lei, gridando confusamente, "I premii! I premii!"
Alice non sapea che fare, e nella disperazione cacciò la mano in tasca, e ne cavò una scatola di confetti (per buona sorte l'acqua non v'era entrata dentro), e ne distribuì tutt'intorno. Ce ne erano appunto uno per uno.
"Ma essa dovrebbe avere un premio," disse il Sorcio.
"S'intende," soggiunse il Dronte assai gravemente. "Che altro ha in saccoccia?" disse, rivolgendosi ad Alice.
"Soltanto un ditale," rispose mestamente la fanciulla.
E tutti l'accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravità le offrì il ditale, e disse, "La preghiamo di accettare quest'elegante ditale;" e appena finito questo breve discorso, tutti applaudirono.
Alice giudicò tutto quest'affare come una cosa sovranamente stupida, ma avevano tutti un contegno talmente grave ch'ella non osò ridere, pure non seppe che cosa rispondere, ma semplicemente s'inchinò e prese il ditale assumendo la migliore serietà del mondo.
Rimaneva ora il mangiare i confetti; ciò produsse un po' di rumore e di confusione, poichè gli uccelli grandi si lagnavano che non avean potuto assaporarne il gusto, e gli uccelli piccoli avendoli inghiottiti ne rimasero pressochè strozzati e si dovette loro picchiar la schiena. Ma anche ciò ebbe un termine e sedettero in circolo, pregando il Sorcio di dir loro qualcosuccia di più.
"Si rammenti che mi ha promesso di raccontarmi la sua storia," disse Alice, "e la ragione per cui odia i 'G' e i 'C'" soggiunse sommessamente, e un poco con paura che di nuovo si offendesse.
"La mia è una storia lunga e trista, e con la coda!" rispose il Sorcio, rivolgendosi con un sospiro ad Alice.
"Certo è una lunga coda," disse Alice, guardando con meraviglia alla coda del Sorcio; "ma perchè la chiama trista?" E continuò a pensarvi sopra imbarazzata mentre il Sorcio parlava; e così l'idea che si fece di quella storia con la coda fu presso a poco questa:
Furietta disse
al Sorcio,
che in casa
avea
trovato:
Andiamo
al Tribunale,
ti voglio
processare.
Non chiedo
le tue scuse,
o Sorcio
indiavolato,
Quest'oggi
non ho nulla
a casa mia
da fare.—
Disse a
Furietta
il Sorcio:
Ma come
andremo
in Corte?
Senza giurì
nè giudici?
Sarebbe
una vendetta!
Sarò giurì
e giudice,
rispose
allor
Furietta,
E passerò
latrando,
La tua
sentenza
a morte.
"Ella non presta attenzione!" disse il Sorcio ad Alice con tuono severo. "A che cosa sta pensando?"
"Le domando scusa," rispose umilmente Alice: "ella è giunta alla quinta curvatura della coda, non è vero?"
"No, doh!" riprese il Sorcio con voce acerba ed irata.
"Che! c'è un nodo?" sclamò Alice sempre pronta e servizievole, e guardandosi attorno. "Mi conceda il favore di disfarlo!"
"Niente affatto," rispose il Sorcio, levandosi e in atto di partire. "Lei m'insulta dicendomi tali scempiaggini!"
"No, davvero!" disse Alice con sottomissione. "Ma lei s'offende tanto facilmente!"
Per tutta riposta il Sorcio si mise a borbottare.
"Di grazia, ritorni, e finisca il suo racconto!" Alice dunque lo richiamò; e tutti gli altri sclamarono in coro, "Via, finisca il racconto!" ma il Sorcio crollò il capo con un moto d'impazienza, ed affrettò il passo.
"Peccato che non sia restato!" disse sospirando il Lori, appena che il Sorcio si perdè di vista; e un vecchio granchio colse quella opportunità per dire alla sua figlia, "Amore mio, ciò ti serva di lezione, e bada a non andar mai in collera!"
"Sta zitto, Babbo," rispose la piccina con un fare sdegnosetto. "Tu provocheresti anche la pazienza d'un'ostrica!"
"Ah se Dina fosse quì!" disse Alice, parlando ad alta voce, ma senza rivolgersi a chi che sia. "Lo porterebbe indietro in un momento!"
"Perdoni la curiosità, chi è Dina?" domandò il Lori.
Alice rispose sollecitamente, perchè la era sempre pronta a parlare della sua prediletta: "Dina è la nostra gatta. È un vero paladino quando va a caccia di sorci! E se la vedeste correr dietro agli uccelli! Visti e presi!"
Questo discorso produsse un impressione vivissima nell'assemblea. Alcuni uccelli volarono via di botto: una gazza vecchia si avviluppò ben bene dicendo, "È ormai tempo di tornare a casa; l'aria della notte mi fa male alla gola!" e un canarino chiamò con voce tremula tutt'i suoi piccini, "Venite, venite carini! Gli è tempo di andare a letto!" E così chi con un pretesto chi con un altro, tutti andarono via, ed Alice rimase sola.
"Ho fatto male di nominare Dina!" disse fra sè assai mestamente. "Ei pare che niuno l'ami quaggiù, eppure la è la miglior gatta del mondo! Oh Dina mia cara! Chi sa, se ti rivedrò mai più!" E la povera Alice rincominciò a piangere perchè si sentiva tutta soletta e sconsolata. Ma alcuni momenti dopo, sentì di nuovo uno scalpiccío in lontananza, e guardò fissamente, nella speranza che il Sorcio avesse mutato pensiero, e tornasse per finire il suo racconto.
CAPITOLO IV.
LA CASETTINA DEL CONIGLIO.
Era il Coniglio bianco che ritornava bel bello indietro, guardando ansiosamente quà e là, come che avesse smarrito qualche cosa, e mormorando fra sè stesso: "Oh la Duchessa! la Duchessa! Oh zampine mie! pelle e baffi miei state freschi ora! Ella mi farà impiccare, e ne son tanto sicuro come son certo che le donnole sono donnole! Ma dove mai mi son caduti?" Alice indovinò subito ch'egli andava ricercando il ventaglio e il paio di guanti bianchi, e buona e servizievole com'era, si dette attorno per ritrovarli, ma fu inutile, non si trovarono più—ogni cosa sembrava mutata dal momento ch'era cascata nello stagno; e la gran sala, e il tavolino di cristallo, e l'usciolino erano svaniti totalmente.
Bentosto il Coniglio si accorse di Alice, mentr'ella si affannava alla ricerca, e gridò con voce irata, "Marianna che cosa stai facendo quì? Via corri a casa, e portami un paio di guanti ed un ventaglio! Subito, ti dico!" Alice fu tanto spaventata da quella voce che senza perder tempo corse velocemente verso il luogo indicato, senza dir nulla sullo sbaglio che il Coniglio faceva.
"Mi ha presa per la cameriera," disse fra sè mentre continuava a correre. "Ei sarà molto sorpreso quando scoprirà chi io sia! Ma è meglio recargli il ventaglio e i guanti, cioè, purchè io li possa trovare." E giunse innanzi a una bella casettina, e sull'uscio v'era un cartello inciso sopra una rilucente lamina di ottone, con questo nome "CONIGLIO B." Entrò, senza picchiare all'uscio, e frettolosamente divorò tutta la scala temendo d'incontrare la vera Marianna, ed esser da lei cacciata via dalla casa prima di trovare il ventaglio e i guanti.
"Gli è proprio curioso," pensò Alice, "d'esser mandata da un Coniglio a far servizi! Mi aspetto che Dina vorrà poi mandarmi a far servizi per lei!" E cominciò a fantasticare ciò che in tal caso avverrebbe: "'Siora Alice! Venga quì subito, e si prepari a trottare!' 'Eccomi quì, tata! Ma dovrei far la guardia a questo buco sinchè Dina venga, acciocchè il sorcio non ne scappi.' Però non crederei," continuò Alice, "che permetterebbero a Dina di restare in casa se essa cominciasse a comandare la gente a questo modo!"
E così ciarlando entrò in una cameretta assai pulitina, con una tavola presso al terrazzino, e sopra di essa v'erano (come Alice avea di già sperato) un ventaglio e due o tre paja di guanti bianchi e nitidi; ella prese il ventaglio ed un pajo di guanti, e stava per uscire, quando le cadde sott'occhio un'ampolla che stava vicino allo specchio. Non avea nessun cartello attaccato, con la parola "BEVI," eppure essa la sturò e se l'avvicinò alle labbra. "Certo qualche cosa di meraviglioso mi accade ogni qual volta bevo o mangio," disse fra sè; "vediamo dunque che cosa produrrà questo liquore. Spero che mi farà crescere di nuovo, perchè sono proprio stanca di vedermi così piccina!"
E così accadde, e molto più presto di quello che si aspettasse: pria che avesse bevuto la metà dell'ampolla sentì che il suo capo premeva contro la volta, e dovette smetter subito, perchè rischiava di rompersi la nuca. Immediatamente depose l'ampolla, dicendo, "Basta per ora—spero che non crescerò di più—ma così come sono non potrò uscire più dall'uscio—ah! magari, avessi bevuto meno!"
Oimè! era tardi il pentirsi! Andò crescendo, crescendo, e dovette inginocchiarsi, perchè non poteva più stare in piedi; e dopo un altro minuto, dovette sdraiarsi appoggiando un gomito all'uscio, e mettendo un braccio intorno al capo. E cresceva ancora; disperata, cacciò una mano fuori della finestra, ficcò un piede nel caminetto, e disse a sè medesima, "Checchè accada, non posso far di più. Che sarà di me?"
Buono per Alice che la virtù dell'ampolla magica era giunta al suo apice, e perciò non crebbe di più: ciò non di meno si sentiva molto male in quello stato, e come che non c'era verso d'uscire da quella gabbia, se ne attristò di molto.
"Stava molto meglio a casa mia," pensò la povera Alice, "colà non passava il mio tempo a crescere ed a impiccolire, e ad esser la serva de' sorci e de' conigli. Quasi quasi mi pento d'esser discesa nella Conigliera—eppure—eppure—l'è curiosetto questo genere di vita! Ma, che cosa mai son'io addiventata? Quando io leggeva le novelle delle fate, credeva che quella sorta di stranezze non potesse mai accadere, ed ora eccomi nel bel mezzo di una di quelle. Si dovrebbe scrivere un libro su queste mie avventure, si dovrebbe, certo! Quando sarò grande ne scriverò uno—ma sono di già grande," soggiunse con mestizia, "e non c'è spazio per crescere di più quì."
"Ma che," pensò Alice, "non crescerò più negli anni? Da una parte sarebbe un bene—non diventare mai vecchia,—ma quell'imparar sempre le lezioni m'annoierebbe! Oh non mi piacerebbe ciò!"
"Ah pazzerella che sei!" rispose Alice a sè stessa. "Come potresti imparare le lezioni, quì? C'è appena spazio per te, come c'entrerebbero i libri?"
E così passava il tempo, ora parlando, ora rispondendo a sè stessa, e facendo una vera conversazione fra Alice ed Alice; ma dopo qualche istante sentì una voce di fuori, e si mise ad ascoltare.
"Marianna! Marianna!" vociava quel tale di fuori; "portami subito i guanti!" E si sentì un calpestìo frettoloso per la scala. Alice pensò che fosse il Coniglio che veniva a sollecitarla a far presto, e tremò tanto da scuoter la casa dalle fondamenta, scordandosi ch'oramai era diventata mille volte più grande del Coniglio, e che non c'era motivo da spiritar di paura.
Il Coniglio giunse all'uscio, e cercò di aprirlo, ma gli era inutile spingere la porta, perchè il gomito d'Alice era puntellato contro. Alice udì che il Coniglio diceva fra sè, "Andrò dietro la casa ed entrerò per la finestra."
"Non ci entrerai!" pensò Alice, ed attese sino a che le parve che il Coniglio fosse sotto la finestra; allora aprì d'un subito la mano come se volesse acchiappare qualche cosa nell'aria. Non afferrò nulla, ma sentì uno strillo e il rumore d'una caduta, poi un fracasso di vetri rotti, e capì che il poverino era probabilmente cascato in qualche vetrina da cetrioli o cosa simile.
Poi s'udì una voce rabbiosa—quella del Coniglio:—"Gianni! Gianni! Dove sei?" E rispose una voce ch'ella non avea mai sentita, "Eccomi qua! Stava scavando patate, illustrissimo!"
"Scavando patate!" tuonò furiosamente il Coniglio. "Vieni qua! Aiutami per uscire da questo!..." (Cricch! si sentì scricchiare il vetro).
"Dimmi Gianni, che mostruosità c'è lassù, alla finestra?"
"Poffare! gli è un braccio, lustrissimo!"
"Un braccio! va via paperone! Chi ne ha mai veduti di quella grossezza? Diamine, riempie tutta la finestra!"
"Gli è proprio così, lustrissimo: ma è un braccio bell'e buono."
"Bene, ma ei non ha niente da fare con la mia finestra; va, portalo via!"
Successe un lungo silenzio, poi Alice sentì un bisbiglio sommesso; e parole come queste, "Davvero, non potrei, lustrissimo; nò, davvero!" "Fa come ti dico, vigliaccone!" allora Alice di nuovo fendette l'aria con la mano minacciando d'acchiappare. Questa volta si udirono due strilli acuti, e cri, cri, scricchiò di nuovo il vetro. "Quante vetrine da cetrioli vi debbon essere colaggiù!" pensò Alice. "Chi sa che faranno dopo! Quanto al cacciarmi fuori dalla finestra, vorrei che potessero farlo! Certo, io non ho mica voglia di rimaner più quì!"
Aspettò un poco, ma non si sentiva nulla; ecco finalmente avvicinarsi un cigolìo di certe ruote di carri, e molti che vociavano e parlavano insieme: e sentì che dicevano: "Dov'è l'altra scala?—Ma, io non ne dovea portare che una; Tonio ha l'altra—Dì, Tonio, portala quì, bambino mio!—Là, appoggiatela a quel cantone—No, no, legatele insieme prima—non vedete che non arrivano!—Oh! vi arriveranno, non sarà tanto difficile!—Quà, Tonio, afferra questa fune—Ma reggerà il tetto?—Bada a quella tegola che vacilla!—Ohè, casca giù!—Bada! bada!" (Patatrac!)—"Chi ha fatto ciò?—Gli è Tonio, credo—Chi scenderà pella gola del caminetto?—Io no!—Vuoi tu?—No, neppur io!—Tonio dovrà scendervi—Ohè, Tonio, il padrone dice che devi scendere pella gola del caminetto!"
"Bellino!" disse Alice fra sè, "così questo Tonio verrà dal caminetto? Pare che quei signori abbian posto ogni carico sulle spalle del povero Tonio! Non vorrei esser mica ne' suoi panni: questo camino è molto angusto, non v'è dubbio; ma potrò tirarvi qualche calcio, credo!"
E ritirò il piede quanto più potè dal caminetto, ed aspettò sino a che sentì un animaluccio (senza che potesse indovinare a che razza appartenesse) che raschiava e scendeva adagino lunghesso il camino: "Gli è Tonio," disse, e tirò un bel calcio, poi attese ciò che seguirebbe dopo.
La prima cosa che sentì fu un coro di voci che diceva, "Ecco Tonio che vola!" e poi la voce sola del Coniglio che gridava—"Pigliatelo, voi altri che siete vicino alla siepe!" e poi silenzio, e poi una gran confusione di voci—"Sostenetegli il capo—Quà l'acquavite—Non lo soffocate—Come andò compare? Che cosa ti avvenne? Sù narraci tutto!"
Finalmente s'udì una vocina debole e sibilante ("È Tonio," pensò Alice), "Non saprei che dirvi—Non più, grazie; stò meglio—ma mi sento troppo agitato per raccontarvelo—tutto quel che mi rammento gli è qualche cosa che mi sbalestrò in aria, ed io schizzai via come un razzo!"
"Schizzasti via davvero poveretto!" dissero gli altri.
"Incendiamo la casa!" sclamò il Coniglio, ma Alice gridò subito con quanta voce aveva in gola, "Se fate ciò, vi farò acchiappar tutti da Dina!"
Si fece subito un gran silenzio, e Alice disse fra sè, "Vediamo, cosa faranno ora! Se avesser cervello, scoperchierebbero il tetto." Qualche istante dopo cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio che diceva, "Basterà, una carrettata per cominciare."
"Una carrettata di che?" disse Alice; ma non restò molto in dubbio, perchè subito una grandine di sassolini cominciò a scoppiettare nella finestra, ed alcuni la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò Alice, e gridò, "Fareste bene di non provarvici un'altra volta!" Queste parole produssero un altro silenzio sepolcrale.
Alice osservò con un pò di stupore che i sassolini si convertivano in pasticcini appena toccavano il pavimento, e subito un idea le sfolgorò in mente. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse, "certo essi produrranno qualche mutamento nella mia statura; e siccome non potranno farmi più grossa di quel che sono, m'impiccoliranno forse."
E mangiò un pasticcino, e si rallegrò di vedersi subito impiccolire. Appena che si sentì piccola abbastanza per uscire dalla porta, scappò dalla casa, e incontrò una folla di animalucci e d'uccelli che aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo, sostenuta da due porcellini d'India, che le davano qualche ristoro da una bottiglia. Appena comparve Alice tutti le si avventarono addosso; ma la bimba si mise a correre sino a che si ritrovò sana e salva in una foresta.
"La prima cosa che dovrò fare," pensò Alice, vagando nella foresta, "la è quella di ricrescere e giungere alla mia statura naturale; e la seconda poi sarà di cercare il modo d'entrare in quell'ameno giardino. È questo, mi pare, il miglior piano."
E davvero sembrava un piano eccellente, e imaginato assai per benino; ma la difficoltà stava in ciò ch'ella non sapea da dove rifarsi per metterlo ad effetto; e mentre aguzzava l'occhio fra gli alberi della foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in su presto presto.
Un enorme cucciolo la squadrava con occhi dilatati e rotondi, e allungando una zampa cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con voce carezzevole, e per allettarlo si provò a dirgli "te', te'!" ma tremava a verghe temendo che fosse affamato, nel qual caso l'avrebbe probabilmente divorata a dispetto di tutte le sue carezze.
Non sapendo che farsi, prese un ramuscello e lo presentò al cagnolino; questo saltò in aria come un razzo, dando fuori un urlo di gioja, e s'avventò al ramuscello come se lo volesse sbranare; allora Alice si mise cautamente dietro ad un cardo altissimo per non esser da lui rovesciata; quando si affacciò all'altro lato, vide che il cagnolino s'era avventato nuovamente al ramuscello, ed aveva fatto un capitombolo nella furia d'afferrarlo; ma siccome ad Alice sembrava che era come scherzare con un cavallo di vetturale, così per evitare d'esser calpestata dalle zampe della bestia, fuggì di nuovo dietro al cardo: allora il cagnolino cominciò una serie di cariche verso il ramuscello, correndo ogni volta al di là del segno, e correndo indietro più di quel che gli conveniva, e sempre abbaiando raucamente sino a che s'accoccolò a una breve distanza, anelante, con la lingua penzoloni, e con gli occhioni semichiusi.
Alice colse quell'occasione propizia per scappar via, e fuggì, e corse tanto da perderne affatto il fiato, e sino a che il latrare del cagnolino si perdè nella lontananza.
"Eppure che caro cucciolo era quello!" disse Alice, appoggiandosi a un ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie: "Oh quanto avrei desiderato d'insegnargli dei giuocolini se—se fossi stata d'una statura adeguata! Oimè! avevo quasi dimenticato che mi convien crescere ancora! Vediamo—come potrei fare? Suppongo che dovrei mangiare o bere qualche cosa; ma quale cosa? quì sta il punto!"
Davvero la gran quistione si aggirava su quale cosa? Alice guardò tutt'intorno, i fiori, l'erba, ma non trovò niente che le paresse adatto a mangiare o bere per quell'occorrenza. C'era però un grosso fungo vicino a lei, press'a poco alto quanto lei, e dopo che l'ebbe osservato di sotto, ai lati, e di dietro, le parve cosa naturale di vedere ciò che v'era di sopra.
Si alzò sulla punta de' piedi, e affacciossi all'orlo del fungo, ed ecco gli occhi suoi s'incontrarono con quelli di un grosso Bruco turchino che se ne stava seduto nel mezzo con le braccia conserte, fumando tranquillamente una lunga pipa turca, non facendo la minima attenzione a lei, nè ad alcun'altra cosa.
CAPITOLO V.
CONSIGLI D'UN BRUCO.
Il Bruco ed Alice si guardarono in faccia per qualche istante senza far motto; finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce languida e sonnacchiosa.
"Chi siete voi?" disse il Bruco.
Questa domanda non invitava troppo a una conversazione. Alice rispose con un pò di timidezza, "Davvero io—io non saprei dirlo ora—so almeno chi ero quando mi levai questa mattina, ma d'allora in poi temo essere stata scambiata più volte."
"Che cosa mi andate contando?" disse il Bruco con voce austera. "Spiegatevi meglio!"
"Temo non potere spiegarmi," disse Alice, "perchè non sono più me stessa, com'ella vede."
"Io non vedo," rispose il Bruco.
"Temo che non mi sarà dato di spiegarmi più chiaramente," soggiunse Alice con modo assai gentile, "perchè io non so capirla neppur io dopo essere stata mutata di statura tante volte in un giorno, ciò confonde davvero."
"Non è vero," disse il Bruco.
"Bene, forse non se n'è ancora accorto," disse Alice, "ma quando ella sarà mutata in crisalide—e ciò le accadrà un giorno,—e poi diverrà farfalla, ciò le sembrerà un pò strano, non è vero?"
"Niente affatto," rispose il Bruco.
"Eh! forse i suoi sentimenti saranno diversi da' miei," replicò Alice; "ma quanto a me mi parrebbe molto strano."
"A voi!" disse il Bruco con disprezzo. "Chi siete voi?"
E ciò li ricondusse da capo al principio della conversazione. Alice si sentiva irritata alquanto veggendo che il Bruco le rispondeva secco secco, e s'impettorì come una matrona romana, e dissegli gravemente, "Perchè non comincia lei, a dirmi chi è?"
"Perchè?" disse il Bruco.
Era quella una domanda imbarazzante; e perchè Alice non sapeva trovare una buona ragione, e il Bruco pareva di cattivo umore, si voltò per andarsene.
"Venite quì!" la richiamò il Bruco. "Ho alcun che d'importante a dirvi."
Quelle parole promettevano qualche cosa: ed Alice ritornò indietro.
"Non andate in collera," disse il Bruco.
"E questo è tutto?" rispose Alice, inghiottendo il suo dispetto.
"Nò," disse il Bruco.
Alice pensò che poteva aspettare, perchè non aveva altro di meglio a fare, e perchè forse il Bruco avrebbe potuto comunicarle alcun che d'importante. Per qualche istante il Bruco pipò senza dir nulla, finalmente spiegò le braccia, staccò la pipa di bocca, e disse, "E così voi credete di essere stata tramutata?"
"Signor mio, ho paura di sì," rispose Alice; "Non posso più rammentarmi bene le cose come una volta—e non posso conservare per dieci minuti la stessa statura!"
"Quali cose non potete rammentare?" domandò il Bruco.
"Ecco, cercai una volta di ripetere 'Rondinella pellegrina' e m'uscì dalle labbra tutto diverso!" soggiunse Alice assai mestamente.
"Ripetetemi 'Guglielmo, tu sei vecchio,'" disse il Bruco.
Alice incrociò le mani sul petto, e cominciò:—
"Guglielmo! tu sei vecchio,"—gli disse il giovanetto,
"Son bianchi i tuoi capelli—e meriti rispetto;
Eppur col capo in terra—ti veggo camminare—
Ma credi che convenga—a un vecchio un tale andare?"
"Quand'ero giovanetto"—rispose il Vecchierello,
"Credea che questo giuoco—sbalzasse il mio cervello;
Ma ormai che son persuaso—che in zucca non ho nulla,
Col capo in giù men vado—quando il cervel mi frulla."
"Guglielmo! tu sei vecchio,"—soggiunse il suo figliuolo,
"Sei grosso e grasso e tondo—che sembri un cedrïuolo,
Eppur fai salti a ruota!—oh dimmi a quale scuola
S'insegna a sfondar l'uscio—con una caprïola?"
Rispose il buon Vecchino—"Nella mia giovinezza
Studiai di conservare—al corpo la sveltezza;
Virtù di quest'unguento—un franco per vasetto,
Ne vuoi comprare un pajo—garbato giovanetto?"
"Guglielmo! tu sei vecchio,—e fiacche hai le mascelle,
Ed ingollar potresti—brodose minestrelle,
Ed hai mangiato un'oca—con l'ossa, e il becco intero?
O Babbo, com'hai fatto?—oh spiegami il mistero!"
"Un dì studiai le leggi"—il Babbo allor gli disse,
"Ed ebbi con mia moglie—sempre querele e risse,
Ciò dètte alle ganasce—tal forza muscolare
Che ormai potrei con l'oca—la moglie divorare."
"Guglielmo! tu sei vecchio"—riprese il giovanetto,
"La vista non ti regge—e sai, ti fa difetto;
E porti in equilibrio—sul naso quell'anguilla!
Oh quì la tua destrezza—davver si mostra e brilla!"
"Risposi a tre domande—e ormai ti può bastare;
Non rompermi le scatole,—non voglio più parlare;
Oh credi che mi piacciano—le sciocche tue questioni?
Via, smetti, o per la scala—ti mando ruzzoloni!"
"Non l'avete recitata bene," disse il Bruco.
"Temo di no," rispose timidamente Alice, "certo alcune parole sono scambiate."
"Male dal principio alla fine," disse il Bruco con accento risoluto, e successe un silenzio per qualche minuto.
Il Bruco fu il primo a parlare.
"Di che statura vorreste essere?" domandò.
"Oh non vado tanto pel sottile in quanto alla statura," rispose in fretta Alice; "soltanto non mi piace di mutar tanto spesso, sa."
"Non so niente," disse il Bruco.
Alice non fiatò: giammai la poverina era stata tante volte contraddetta, e stava lì lì per scoppiare.
"Siete contenta ora?" domandò il Bruco.
"Nò, davvero, vorrei essere un pocolino più grande, se non le dispiacesse," rispose Alice: "si figuri, ho una ben meschina statura, appena tre pollici!"
"L'è una buona statura, cotesta!" disse il Bruco con voce dispettosa, rizzandosi come un fuso mentre parlava (egli era alto tre pollici per l'appuntino).
"Ma io non ci sono abituata!" soggiunse Alice con voce carezzevole e mesta. E poi pensò fra sè: "Vorrei che coteste creaturine non s'offendessero così per nulla!"
"Vi abituerete col tempo," disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in bocca, rincominciò a pipare.
Questa volta Alice aspettò pazientemente che egli stesso riappiccicasse il discorso. Passati due o tre minuti, il Bruco levò la pipa di bocca, sbadigliò un poco, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e andò strisciando nell'erba, dicendo soltanto queste parole "Un lato vi farà crescere di più, e l'altro vi farà diminuire."
"Un lato di che cosa? L'altro lato di che cosa?" pensò Alice fra sè.
"Del fungo," disse il Bruco, come se Alice l'avesse interrogato ad alta voce; e subito disparve.
Alice rimase pensierosa riguardando al fungo e cercando di scoprire quali fossero i due lati di esso; e perchè era tondo come l'O di Giotto, non sapea trovarli. Ciò non di meno allungò quanto potea le braccia per circondare il fungo, e ne ruppe due pezzettini all'orlo con ciascuna delle sue mani.
"Ed ora, quale è l'uno e quale è l'altro?" disse fra sè, e si mise a morsecchiare il pezzettino che aveva alla destra, così per provarne l'effetto, quando si sentì in un attimo un colpo violento sotto il mento; aveva battuto sul piede!
Quel mutamento subitaneo la spaventò moltissimo, ma non c'era tempo a perdere, perchè spariva rapidamente; così si mise subito a morsecchiare l'altro pezzettino. Il suo mento era talmente stretto al piede che a mala pena potette aprir la bocca; finalmente riuscì a inghiottire un bocconcello del pezzettino della mano sinistra.
"Ah! respiro finalmente, la mia testa è libera!" sclamò Alice con gioja, ma tosto la sua allegrezza si mutò in terrore quando si accorse che non potea più trovare le spalle: guardando in giù non potè vedere che un collo lungo, lungo che s'elevava come uno stelo d'in mezzo a un campo di foglie verdeggianti che stavano lungi, sotto a lei.
"Che cosa è mai quel campo verde?" disse Alice. "E dove sono andate le mie spalle? Oh tapina me! come va che non vi veggo più, o mie povere mani?" E andava movendole mentre parlava, ma non sembrava che ne seguisse altro che un piccolo movimento fra le verdi foglie in lontananza.
Non sembrando possibile di portar le mani al capo, cercò di piegare il capo verso le mani, e fu contenta di vedere che il suo collo potea piegarsi e dirigersi dovunque, come un serpente. Era riuscita a curvarlo in giù in forma d'un grazioso zigzag, e stava lì lì per tuffarsi fra le foglie, quando si accorse che erano le cime degli alberi sotto i quali s'era smarrita. E sentì un gemito acuto per cui si ritirò indietro in fretta: un grosso colombo era volato verso di lei, e le sbatteva le ali contro la faccia in modo furioso.
"Serpente!" gridò il Colombo.
"Non sono un serpente, io!" disse Alice, adirata. "Va via!"
"Serpente, dico!" ripetè il Colombo, ma con voce più dimessa, e soggiunse singhiozzando, "Ho cercato tutt'i rimedii, ma nulla m'è giovato!"
"Io non so di che cosa mai tu parli," disse Alice.
"Ho provato le radici degli alberi, ho provato i poggetti, ho provato le siepi," continuò il Colombo senza badare a lei; "ma i serpenti! Oh non c'è modo di contentarli!"
Alice era sempre più meravigliata e confusa, ma pensò ch'era inutile parlare sino a che il Colombo avesse finito.
"Come che fosse poca pena covar le uova," disse il Colombo, "mi abbisogna vegliare a causa dei serpenti, e giorno e notte! Son tre settimane che non ho chiuso un occhio!"
"Mi dispiace di vederti così angosciato!" disse Alice, la quale cominciava a capire il Colombo.
"E giusto quando avevo scelto l'albero più elevato della foresta," continuò il Colombo con un grido disperato, "e mi credea liberato finalmente da loro, ecco che mi piovono giù dal cielo! Ih! Serpentaccio!"
"Ma io non sono un serpente, ripeto!" rispose Alice. "Io sono una—— Io sono una——"
"Bene, chi sei tu?" disse il Colombo. "Vedo bene che tu cerchi dei raggiri per ingannarmi!"
"Io—Io sono una ragazzina," rispose Alice, ma quasi dubitando di sè stessa, poichè si rammentava l'innumerevole serie di trasformazioni che avea passate in quel giorno.
"Bella storiella!" disse il Colombo con voce di profondo disprezzo. "Ho veduto molte ragazzine in mia vita, ma niuna con un collo simile. No, no! Tu sei un serpente; e non serve negarlo. Scommetto che mi dirai che non hai mai gustato un uovo!"
"Ma sì che ho gustato delle uova," soggiunse Alice, la quale era una bambina assai veridica; "sai pure che le ragazzine mangiano quanto i serpenti!"
"Non ci credo," disse il Colombo; "ma se pure è così, esse sono una razza di serpenti, ecco quello che potrei dire."
Questa idea era così nuova per Alice, che restò muta qualche minuto; il Colombo ne profittò per soggiungere, "Tu vai occhiando le uova, lo comprendo; oh che importa a me che tu sia una fanciulla o un serpente?"
"Ma importa moltissimo a me," rispose subito Alice; "pure ora non vado cercando uova; e quando anche ne cercassi non vorrei delle tue; crude non mi piacciono."
"Via dunque da me!" disse brontolando il Colombo, e si accovacciò nel nido. Alice s'appiattò il meglio che potea fra gli alberi, perchè il suo collo s'intralciava fra i rami, e spesso dovea fermarsi per sbrogliarsene. Dopo qualche istante si rammentò che avea tuttavia nelle mani i due pezzettini di fungo, e si mise all'opera con molta avvedutezza morsecchiando or l'uno or l'altro, e così ora cresceva ed or diminuiva, sinchè riuscì a riavere la sua statura naturale.
Era tanto tempo che non avea più avuto la sua statura naturale, che da prima le parve strano, ma vi si abituò in pochi minuti, e rincominciò a parlare fra sè secondo il solito. "Ecco, sono a metà del mio piano! Sono pure strane tutte queste trasformazioni! Non son mai certa di che addiventerò da un minuto all'altro! Ad ogni modo sono tornata alla mia giusta statura: ora bisognerebbe pensare al modo di penetrare nell'ameno giardino—come potrò farlo, pagherei saperlo!" E così dicendo, giunse senza avvedersene a una piazza che avea nel mezzo una casettina alta quattro piedi circa. "Chiunque sia che vi abiti," pensò Alice, "non converrebbe mai con questa mia statura andare a visitarli così all'improvviso; farei loro una paura terribile!" E rincominciò a morsecchiare il pezzettino che aveva alla man destra, e non osò di avvicinarsi alla casa, se non quando si rimpiccolì tanto che avea nove pollici di altezza.
CAPITOLO VI.
PORCO E PEPE.
Per qualche istante si mise a guardar la casa, e non sapea che fare, quando ecco un servo in livrea venne frettolosamente dalla foresta—(lo prese per un servitore perchè era in livrea, altrimenti al viso l'avrebbe creduto un pesce),—e picchiò furiosamente all'uscio colle nocche. La porta fu spalancata da un altro servitore in livrea, con una faccia rotonda, e occhi grossi come un ranocchio; ed Alice osservò che entrambi aveano in testa parrucche incipriate ed inanellate. Tutto questo le eccitò la curiosità, e uscì un poco dalla foresta e si mise ad origliare.
Il Pesce-Servo cavò di sotto il braccio un letterone, grande quasi quanto lui, e lo presentò all'altro, dicendo con voce solenne, "Per la Duchessa. Un invito della Regina per giuocare una partita di croquet." Il Ranocchio-Servo rispose con lo stesso tuono di voce, ma invertendo l'ordine delle parole, "Da parte della Regina. Un invito alla Duchessa per giuocare una partita di croquet."
Ed entrambi s'inchinarono sino a terra, e le ciocche de' loro capelli s'imbrogliarono insieme.
Alice proruppe in una grossa risata, e dovette internarsi nella foresta per paura di esser sentita; e quando poi tornò ad occhiare, il Pesce-Servo era andato via, e l'altro sedeva a terra press'all'uscio, stralunando stupidamente gli occhi verso il cielo.
Alice si avvicinò timidamente alla porta e picchiò.
"Non giova punto picchiare," disse il Servo, "e ciò per due ragioni. La prima perchè io stò allo stesso lato dell'uscio dov'ella sta; la seconda perchè di dentro stanno facendo un tale strepito che niuno potrebbe sentirla." E davvero si sentiva un gran rumore nel di dentro—un guaire e uno starnutire non mai interrotti, e di tempo in tempo un gran fracasso, come se un piatto o una caldaia andasse a pezzi.
"Di grazia," domandò Alice, "che dovrei fare per entrare?"
"Il suo picchiare riuscirebbe a qualche effetto," continuò il Servo senza badare a lei, "se la porta fosse fra noi due. Per esempio se lei fosse dentro, potrebbe picchiare, ed io la farei uscire, capisce." E continuava a guardare il cielo mentre parlava; e ciò pareva proprio scortese ad Alice. "Ma forse non può farne a meno," disse fra sè; "ha gli occhi incastrati sul cranio! Potrebbe però rispondere a qualche domanda—Come potrei fare per entrar dentro?" disse Alice a voce alta.
"Io siederò quì," osservò il Servo, "sino a domani——"