LODOV. ANTONIO MURATORI
ANNALI
D'ITALIA
1
ANNALI
D'ITALIA
DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E
CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta
VOLUME PRIMO
VENEZIA
DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1843
VITA
DI
LODOVICO ANTONIO MURATORI
scritta da
GIAN-FRANC. GALEANI NAPIONE
Che un uomo d'ingegno, il quale sappia far capitale del tempo, non abbia cagion di lagnarsi della brevità della vita, potendo ad infinite cose attendere, il Varrone dell'Italia moderna, Lodovico Antonio Muratori, palesemente il dimostrò; tuttochè non sia giunto a vivere, come dell'antico Varrone ci narra Plinio, ed a scrivere oltre all'ottantesimo ottavo anno, nè a poetare, come il Bettinelli, al nonagesimo. Non oltrepassò egli guari i termini di un corso ordinario di vita, e di una vita impiegata in massima parte negli esercizii religiosi, cioè come cherico attento a' doveri del suo stato ne' primi suoi anni, quindi come parroco zelantissimo sino oltre al sessagesimo, e sempre come sacerdote esemplare sino al fine de' suoi giorni; ma seppe, ciò non ostante, non meno colle azioni sue virtuose che coi dotti suoi libri, giovare agli uomini, instruirli ed eziandio dilettarli; e le opere da lui dettate formano una biblioteca.
Nato in umile fortuna il giorno vigesimo primo di ottobre dell'anno 1672 in Vignola, terra del Modenese, patria del celebre architetto Barozzi, che da quella prese il nome, non potè avere nella età sua fanciullesca altri per institutore che un maestro assai comunale di grammatica latina, che lungamente in quelle spine lo avvolse, per cui tanti vivaci ingegni prendono il più delle volte in abbominio ogni specie di lettere. Essendogli però capitati alle mani i romanzi di madama di Scuderì, ben s'avvide che esistevano libri più dilettevoli che le triviali grammatiche non sieno. Servirono questi in certo modo di correttivo, gli aprirono la mente e l'invogliarono sempre più della lettura. Chi si sarebbe dato a credere giammai che l'autor degli Annali e delle Antichità italiane, e di tante altre opere di storia e di critica la più dotta e severa, abbia incominciata, s'egli stesso non l'avesse asserito, la sua carriera letteraria dal gran Cairo, dall'illustre Bassà e da altre simili fole, leggendole avidamente? Ma il punto sustanzialissimo si è, che curiosa brama, qualunque siasi, di leggere e di imparare sorga nelle anime nuove, non riesce poi arduo gran fatto l'alimentare e meglio dirigere questa nobile fiamma; ma guai! se in principio inavvedutamente altri la spegne, in vece di nutrirla.
Migliori maestri trovò poscia in Modena il Muratori, di grammatica non tanto quanto di umane lettere, ed eziandio di filosofia; anzi quest'ultimo (cosa singolare allora in persona di chiostro), oltre al sistema peripatetico, gli spiegò i sistemi moderni; e se la filosofia neutoniana non era ancora a que' tempi uscita dall'isola natìa, già avea avuto molto prima l'Italia il Galilei ed il Torricelli, e del loro modo di filosofare (che sistema veruno non volle inventare saviamente il Galilei) convien dire che avesse avuta una idea da giovane il Muratori, da che dettò una dissertazione intorno allo innalzamento e depression del barometro, oltrepassando di poco il vigesimo anno. Vestito avea egli l'abito chericale, quando giovanetto per gli studii a Modena si portò. Suoi studii principali doveano essere le leggi civili e canoniche e la moral teologia; così pensava il padre di lui, costretto dalle angustie domestiche, come tanti altri, a riguardar la dottrina come un capo di entrata. La pratica perfino della giurisprudenza intraprese il Muratori; ma da quella professione, al pari di tanti altri uomini insigni nella letteratura, il genio suo dominante il ritrasse. La poesia da prima e l'eloquenza riempivano di delizia gl'istanti che poteva aver liberi; ma essendo a que' tempi in Lombardia comunemente corrotto il gusto delle lettere più amene, di quelle ampollosità che aveano voga, e di quelle argutezze egli s'invaghì tanto, che il nostro ampolloso e concettoso Tesauro era il suo maestro, il suo autore. Corresse però ben tosto il suo gusto, dopochè venne ammesso ad una letteraria conversazione, dove il marchese Giovanni Rangoni ed altri svegliati ingegni modenesi seguivano guide migliori. Ciò non ostante, se si riguarda bene, nel fraseggiare, anche più trascurato, del Muratori, restò un non so che dello stile del Tesauro, segnatamente ne' traslati.
Dalla lettura de' poeti e degli oratori passò a quella dei filosofi. Molto si compiacque di Seneca e di Epitteto, e la filosofia degli Stoici pigliò in concetto grande, sebben presto si avvedesse, come, senza la religione rivelata, quella orgogliosa dottrina è un albero pomposo, ma privo di solida radice, e che non produce frutti di vera sapienza. Lo studio delle massime degli Stoici il condusse alla lettura di Giusto Lipsio, gran partigiano di quella setta, e delle sentenze stoiche zelante promulgatore. E siccome è cosa consueta, che tutto si apprezza in quelle persone che si hanno per qualche rispetto in grande estimazione, passò il Muratori a studiare i libri, assai più pregevoli del Lipsio, riguardanti le antichità romane, e cominciò a dar opera indefessamente alla erudizione profana. Per inoltrarsi in essa vide però che gli mancavano e la copia di libri e il presidio della lingua greca. In una libreria di poveri claustrali trovò il giovane Muratori ciò che di rado o non mai si trova ne' palagi de' facoltosi, voglio dir libri in numero sufficiente e piena facoltà di valersene. Della greca lingua da sè stesso in breve tempo con ostinata fatica s'impadronì. Seguì questo in principio dell'anno 1693, ed a quei giorni maggior ventura gli toccò in sorte, cioè di rinvenire un direttore per gli studii suoi, di cui non potea desiderarne uno migliore, che lo iniziò alla diplomatica ed alle antichità del medio evo, e che a coltivare la sacra erudizione, propria al suo stato, principalmente lo animò. Fu questi l'abate cassinese Benedetto Bacchini, dottissimo personaggio, capitato allora in Modena, il Mabillon dell'Italia, che salito sarebbe ad egual fama, se avesse avuto, come il Mabillon, un più vasto teatro ed i favori di un potentissimo monarca; ma che però ebbe il vanto, che non potè avere il Mabillon, di esser padre, a dir così, nelle cose appartenenti alla soda erudizione, di due uomini sommi, il Muratori ed il Maffei. La storia ecclesiastica e gli ecclesiastici scrittori e i concilii ed i santi padri furono il nuovo pascolo che aprì il Bacchini alla mente avida del Muratori, che non lasciava passar giorno in cui lungamente non si trattenesse con lui, studiandosi di far tesoro di quanto ne' famigliari ragionamenti (la miglior disciplina di tutte) usciva dalla bocca di quell'uomo raro.
Già abbandonato avea egli gli studii delle leggi e della teologia scolastica, punto non curando, purchè soddisfar potesse al genio suo prepotente, que' premii che da chi le professa si ottengono, da' letterati non mai. Ma in questo mezzo avendo il Muratori fatto conoscenza col marchese Gian Gioseffo Orsi, coltissimo patrizio bolognese, e con monsignor Marsigli, poscia vescovo di Perugia, col mezzo loro ottenne di essere invitato dal conte Carlo Borromeo alla famosa biblioteca Ambrosiana di Milano. Singolare ventura fu questa per lui di venir collocato in età giovanile nella piena luce del giorno, aprendosegli in tal modo la strada di far quella luminosa comparsa che ognun sa nella letteraria repubblica; e que' gentiluomini fecero dono del Muratori all'Italia. Novella prova fu questa che per far fiorire le lettere assai più giova la coltura ed il buon giudicio ai privati, che non la potenza ed i tesori stessi de' principi. Laureato prima in leggi in fine dell'anno 1694, si recò adunque il Muratori in Milano in principio del susseguente, dottore dell'Ambrosiana, e prima che terminasse quell'anno medesimo fu ordinato sacerdote.
Gli aneddoti latini, colà due anni dopo pubblicati, (gli aneddoti greci videro la luce poscia in Padova) furono il primo saggio ch'ei diede del suo sapere, molti argomenti trattando di antichità cristiane, di disciplina e di erudizione ecclesiastica, in parecchie dissertazioni, con cui gli aneddoti suoi illustrò. Prima di venirsene a Milano, non poche cognizioni avea già acquistato egli appartenenti alla paleografia, facendone studio colla scorta del p. Bacchini sulle pergamene dell'archivio di Modena: e nell'Ambrosiana, ricca di rari e copiosi codici, vi si perfezionò. Grande fu la fama in cui salì il Muratori, giunto appena a toccare il vigesimo quinto anno, per questa prima opera sua; e si procacciò la benevolenza e la stima de' primi letterati, e principalmente di un Noris, di un Bianchini, di un Ciampini, di un Magliabechi in Italia; di un Mabillon, di un Ruinart, di un Montfaucon, di un Papebrochio oltremonti. Cinque anni interi si passarono da lui nell'Ambrosiana, quasi in proprio elemento, in mezzo a que' codici, facendo studio indefesso di erudizione sacra e profana, d'iscrizioni, di antichità, ed esercitandosi nel tradurre dal greco. Nè lasciava di attendere per sollievo agli studii delle lettere più gentili. Interveniva ad un'accademia, detta de' Faticosi, e ad un'altra di filosofia e di belle lettere, apertasi a suo suggerimento nella casa Borromeo; ed essendo passato ad altra vita in quella città nell'anno 1699 il Maggi, poeta di grido per que' tempi e suo grande amico, intraprese tosto il pietoso letterario ufficio di dettarne la vita, che nell'anno seguente 1700 si pubblicò, e con un idillio e con altri versi (chè poeta pur era allora il Muratori) ne celebrò la memoria.
Le ricerche genealogiche, che per parte dell'elettore di Annover si facevano, onde chiarire l'origine italica della Casa di Brunsvico, derivata dal comun ceppo della Estense, furono quelle che richiamarono il Muratori da Milano alla contrada sua natía. In somma confusione era l'archivio estense. Per riordinarlo, e per compiacere quel principe che avea spedito un letterato tedesco a visitarlo, il duca di Modena, Rinaldo I, nominò suo archivista e bibliotecario il Muratori. Lasciò egli tosto Milano e l'Ambrosiana, non senza però qualche rincrescimento; e si restituì, nel fine della state dell'anno 1700, in Modena ai servigii del suo amato principe: e rinunciando ad ogni più splendida fortuna, mai più abbandonar non volle, durante un intero mezzo secolo, che ancor visse, l'estense biblioteca, pago, come Plutarco, di essere l'ornamento della sua patria, mentre per tutta Italia chiaro suonava il suo nome.
La genealogia de' principi estensi occupò da prima i suoi pensieri; e le Antichità estensi, dotta opera e laboriosa, in cui, d'accordo col famoso tedesco Leibnizio, fissò l'origine di quella, prima in Italia, quindi in Germania ed Inghilterra, nobilissima famiglia, furono il frutto delle sue fatiche. Ma come i chimici valenti, che attenti sono oltremodo a prevalersi delle scoperte ed invenzioni che si presentano nel corso degli esperimenti loro, sebben non formassero l'oggetto principale, lo scopo delle loro ricerche, così il Muratori, dovendo rivoltare tanti diplomi e cronache e monumenti de' bassi-tempi, concepì il vasto disegno dell'unica e dottissima opera delle Antichità italiane del medio-evo, che rese il nome suo immortale, e che, secondo le prime idee, altro non avea ad essere se non una continuazione delle Antichità estensi, cui servir dovea di commento e quasi far loro corteggio.
Dallo studio incessante, a norma delle più sane regole di critica, posto intorno alla storia di que' principi, nacquero non solo quelle tante scritture in favor di essi per lo dominio di Ferrara e di Comacchio, nelle quali superiore di tanto si dimostrò al focoso suo avversario monsignor Fontanini, e mediante le quali si fece conoscere per uno de' più scienziati gius-pubblicisti; ma inoltre la gran raccolta da lui ordinata ed illustrata di tutti gli scrittori originali delle cose d'Italia per lo corso di mille anni; e finalmente gli Annali d'Italia, l'unico ed il miglior corpo che sinora si abbia della storia della nazion nostra, stesi da lui nella età di sessantasette anni nel breve spazio di un anno solo; cosa incredibile, se da testimoni oculari degni della maggior fede non venisse asseverata. Che se dettati sono in istile umile, pedestre, inelegante, come le altre opere sue italiane, non mancano però mai di chiarezza, di precisione, di naturalezza, e talvolta di vivacità, non senza una certa efficacia e festività, direi così, lombarda. Del resto, e chi mai esigere potrà in un colosso la squisitezza del lavoro di un cammeo?
Mentre per altro incominciava il Muratori a gittar i fondamenti dell'edificio immenso di cognizioni storiche che innalzar intendea, compose, quasi per sollievo e diporto, il suo trattato della Perfetta Poesia, in cui spiegò un sistema conforme ai pensamenti dell'oracolo dell'Inghilterra, Bacone da Verulamio, sistema più filosofico di quello che prima di lui da' sottili grammatici, e dopo di lui da Francesco Maria Zanotti e da altri, che han grido di filosofanti, vennero esposti alla luce del giorno. Se filosofico fu il trattato della Poetica del Muratori, poetico, a dir così, fu il disegno della Repubblica Letteraria, che pubblicò in fronte all'opera sua del Buon Gusto, o sia riflessioni sopra le scienze tutte; disegno concertato col dotto Bernardo Trevisano, che reggeva in Venezia quella cattedra di filosofia morale, che sempre occupata era da un veneto patrizio; e disegno con cui tenne lungamente e piacevolmente in sospeso la curiosità degli scienziati. Agli studi suoi di amene lettere riferir si debbono pure le Vite del Petrarca, del Castelvetro, del Sigonio, del Tassoni, del marchese Orsi, da lui in diversi tempi dettate. Ma qui non è il luogo di annoverar distintamente le opere tutte del modenese bibliotecario. Il solo catalogo, colle necessarie notizie bibliografiche, eccederebbe i confini a questa vita prescritti. Basterà il dire che la sua fecondità era tale, che due opere ad un tratto stava scrivendo per l'ordinario; e che temendo ancora non gli mancasse materia, chiedeva agli amici argomenti per comporne delle nuove. Alla erudizione sacra e profana, alle antichità romane e barbariche, alla critica, alla teologia, all'ascetica, alla giurisprudenza, alla filosofia, alla politica e perfino alla medicina, come il trattato del Governo della peste e la dissertazione De potu vini calidi ne fanno fede, a tutto rivolse le sue speculazioni e le sue fatiche.
L'erudizione sacra formò il primo oggetto de' suoi pensieri, e sempre, sino al termine de' suoi giorni, gli studii delle materie ecclesiastiche coltivò, congiungendoli coll'adempimento il più esatto ai doveri tutti del suo stato. Giovane sacerdote in Milano, in mezzo agli studii suoi più fervidi e più graditi, esemplarmente vi attendea. Fatto quindi in Modena preposto della Pomposa, con cura di anime, con vivo zelo e con amor grande le funzioni tutte del sacro suo ministero indefessamente esercitò, trovando ancora tempo, come già il celebre Pignoria, per le letterarie fatiche. Ma non contento di edificar coll'esempio e d'instruire colla voce il popolo suo, le virtù praticando che insegnava, s'ingegnò eziandio di giovare coi libri alla religione ed ai costumi. Non una persona sola, ma più persone e più anime, e tutte attivissime, operose, infiammate dell'amor de' suoi simili, pare che fossero nel Muratori concentrate. Se la vera filosofia consiste nel far del bene agli uomini, qual filosofo antico può venire in paragone con lui? Chè non parlo di coloro che negli ultimi tempi ne usurparono il nome, di tante sciagure infausta e mai sempre deplorabile cagione. Ascetico savio ed illuminato si mostrò egli (per toccar soltanto di alcuno di tali libri) negli esercizii spirituali; espertissimo conoscitore de' santi Padri, compreso del vero spirito della religione nel trattato della Carità cristiana, virtù che tutte perfeziona le cristiane virtù; maestro in divinità profondo nella dotta opera latina De ingeniorum moderatione in religionis negotio, opera in Italia non solo, ma in Germania ed in Francia eziandio riputatissima.
Ma il Muratori, avanzando in età, e già sessagenario, non potea più reggere alle parrocchiali fatiche, e specialmente alla predicazione. Rinunciata dunque la prepositura, attese a scrivere negli anni che ancora gli restarono. In lui si verificò il detto di Cicerone, nulla esservi di più dolce e giocondo di una vecchiaia munita degli studii della gioventù; e non solo gli Annali d'Italia sopraccennati, ma parecchie altre opere di genere disparatissimo furono il frutto degli anni suoi senili; che anzi in quel periodo di tempo videro la luce le opere sue maggiori, già preparate prima, come, per tacer degli ultimi volumi della gran raccolta delle Cose d'Italia, furono le dissertazioni famose delle Antichità italiane del medio-evo (negli ultimi suoi anni poi in lingua italiana compendiate), la seconda parte delle Antichità estensi, il nuovo Tesoro delle Iscrizioni, per non parlar di tante altre opere di minor mole, ma non meno rilevanti, parte filosofiche, come i trattati della morale Filosofia, delle Forze dell'intendimento umano e della Fantasia; le altre riguardanti le antichità profane, come la Dissertazione de' servi e liberti, dei fanciulli alimentari di Trajano, dell'obelisco di Campo Marzio, e parecchie appartenenti alla erudizione sacra e alle materie ecclesiastiche, studii, da' quali avea prese le mosse nella letteraria carriera, da lui mai intermessi, e con lui la terminò. Tali furono l'opera contro l'inglese Burnet, le Missioni del Paraguay, l'antica Liturgia romana, e l'aureo trattato della regolata Divozione. Nè straniero alle, sebben da lui abbandonate, legali dottrine, scrisse dei difetti della Giurisprudenza, opuscolo sensatissimo, il quale se riscontrò obbiezioni, trovò eziandio difensori presso i giurisprudenti medesimi; e col trattato della pubblica Felicità, vale a dire, della vera scienza di governo, che le scienze e le arti tutte dirige al vero bene degli uomini, opera che vide la luce nell'anno antecedente alla sua morte, pose degno ed onorato fastigio a tutte le letterarie sue fatiche.
Fu quel trattato, come disse il dottissimo cardinale Gerdil, la voce del cigno; ed aureo chiamandolo, giusti e meritati trova segnatamente gli encomii in quel sensato libro dal Muratori tributati ad un savio monarca, per avere nella università della capitale de' suoi stati aperto una cattedra di morale filosofia. Nè questo fu il solo provvedimento di quel principe lodato dal Muratori, che in quel medesimo libro per altri rispetti eziandio il celebra, e singolarmente per avere instituito peculiare carica in ciascuna provincia, che al pubblico vantaggio soprantendesse.
Riguardano la maggior parte degli uomini il Muratori semplicemente come critico, come istorico, come antiquario, come filologo ed erudito, e non credono che al vanto di filosofo aspirar possa. Ma se la vera, la utile filosofia consiste nel giudicar delle cose rettamente e nel buon senso (più raro che altri non creda), e nel difendere antiche ed importanti verità piuttosto che sostenere nuovi, ingegnosi, ma inutili e dannosi paradossi, pochi furono al certo più filosofi del Muratori. Combattè come teologo contro l'irragionevole voto sanguinario, contro le pratiche esteriori di religione vane od anche superstiziose, contro l'indiscreto zelo e la ignoranza e le stravaganze divote; ed il dotto suo libro De ingeniorum moderatione, ec. se piacque a' savii tutti, spiacque (il che ascriversi dee a distinto pregio) a quelli del pari che troppo poco, come a quelli che troppo al Capo visibile della Chiesa concedono. Che se ne' libri suoi filosofici ex professo avverso si mostrò al Loke ed all'Uezio, se gliene vuol dar lode piuttosto che biasimo. Al primo si mostrarono pure contrari il celebre Paolo Mattia Doria, ed altri chiari ingegni italiani: nè ebbe seguaci in Italia prima del fiorentino medico Antonio Cocchi, non sempre religiosissimo. Di fatto, la filosofia lokiana, come dimostrò poscia dottamente il prefato cardinal Gerdil, troppo al materialismo inchina, come allo scetticismo quella postuma dell'Uezio. Persino nelle materie mediche, se vi fu chi la opinion sua sulla origine delle pestilenze disapprovò, l'insigne professore di medicina in Torino, Carlo Richa, ne prese la difesa. Le matematiche discipline soltanto furono quelle, a cui, come que' due lumi primari della letteratura francese, il Bossuet ed il Fenelon, non volle mai applicare il Muratori, sia che temesse d'insuperbire, quando alle altre vaste sue cognizioni aggiunto avesse la parte più astrusa e recondita dell'umano sapere, sia che stimasse essere quegli studii incompatibili collo studio di altre facoltà da lui riputate più vantaggiose.
Compiuto egli avea intanto il settuagesimo settimo anno del viver suo, quando un fiero colpo di paralisia gli tolse prima la luce degli occhi, e quindi la vita nel giorno vigesimoterzo di gennaio dell'anno 1750. Placidamente riposò nel Signore tra le braccia del nipote ecclesiastico, dopo compiti tutti gli uffizi e ricevuti tutti i soccorsi della cristiana pietà. Fu il Muratori di statura ordinaria, ma quadrata, e che inclinava al pingue, di faccia colorita, di aspetto misto di gravità e di dolcezza; nel conversare affabile, cortese ed anche gioviale; a lui piaceva la gioventù onestamente lieta. Del rimanente candido, sincero, modesto, frugale, di singolare prudenza dotato, alle morali congiungea le cristiane virtù. Invitato a Padova in modo onorevolissimo, ed a Torino con offerta di pingue stipendio e con tutti gli agi dal marchese di Ormea, mai non volle abbandonar la sua patria ed il servizio del principe suo signore, a cui sagrificò sempre ogni privato suo vantaggio. Di fatto amico di quell'anima ingenua e generosa di papa Benedetto XIV sin prima del pontificato, credesi che per gl'insigni meriti suoi verso la religione cattolica e per l'esemplarità de' costumi lo avrebbe fregiato della sacra porpora, se non avesse temuto di recar dispiacere alla corte per le cose dal Muratori scritte nelle controversie di Ferrara e Comacchio. Non mancò di coraggio, dote non sempre famigliare agli uomini di lettere. Minacciato della vita con lettera anonima, se non ritrattava certe espressioni che credette di dover adoperare parlando di una contrada armigera, consegnò senza turbarsene il foglio alle fiamme, nè se ne pigliò il menomo pensiero. Da Modena manteneva corrispondenza il Muratori con tutti i primi letterati d'Italia, e ne coltivò l'amicizia, e tra gli altri amico fu infino agli estremi della vita del celebre marchese Scipione Maffei, non ostante alcuni dispareri in punto di erudizione. Bello si è negli ultimi giorni in cui visse il Muratori, vedere il Maffei, quasi eguale di età, protestargli di averlo sempre riputato il primo onore d'Italia; ed il Muratori vicendevolmente pregare il cielo che conservasse il Maffei, come il campione più vigoroso e più coraggioso della italiana letteratura.
PREFAZIONE
DI
LODOVICO ANTONIO MURATORI
Allorchè io stesi la prefazione al tomo 1 delle mie Antichità Italiane, stampato in Milano nell'anno 1738; accennai il bisogno che avea la Storia d'Italia d'esser compilata da qualche persona ben conoscente delle antiche memorie, ed amante della verità. Giacchè l'avanzata mia età e varie mie occupazioni non permettevano a me d'imprendere allora tal fatica, animai alla stessa gl'ingegni italiani, dopo averne loro agevolata la via colla gran raccolta degli Scrittori delle cose d'Italia, e colle suddette Antichità Italiane. Pure tanto di vita e di forze a me ha lasciato la divina Provvidenza, che accintomi io stesso alla medesima impresa, ho potuto se non con perfezione, certo con buona volontà, trarla a fine. Parlo io qui non già della Storia che riguarda gli avvenimenti della Chiesa di Dio, perchè di questa ci ha forniti per tempo la penna immortale del cardinal Baronio colla principal parte di essa, accresciuta poi e migliorata dal p. Antonio Pagi seniore, continuata dallo Spondano, dal Bzovio e dal Rinaldi. Abbiamo anche illustrati non poco i primi secoli del Cristianesimo dall'accuratissimo Tillemont, e l'intera Storia di essa Chiesa felicemente maneggiata dal Fleury: talchè per questo conto al comune bisogno pare sufficientemente provveduto; se non che la lingua italiana può tuttavia dirsi priva di quest'ornamento, non bastando certamente l'aver noi qualche compendio degli Annali del Baronio in volgare.
La sola Storia civile d'Italia quella è che dimanda e può ricevere aiuto ed accrescimento dai giorni nostri. Certamente obbligo grande abbiamo a Carlo Sigonio, insigne scrittor modenese, per aver egli assunta questa fatica, e trattata la storia suddetta ne' suoi libri de Occidentali Imperio, et de Regno Italiae, che tuttavia sono in onore, e meritano bene di esserlo. Ma oltre all'aver egli solamente cominciata la sua carriera dall'imperio di Diocleziano e Massimiano, e terminatala nell'imperio di Ridolfo I austriaco; tali e tante notizie si son dissotterrate dipoi per cura di molti valentuomini, tanto dell'Italia che d'altri paesi, gloriosi per avere aumentato l'erario della repubblica letteraria, che oggidì si può ampiamente supplire ciò che mancò al secolo del Sigonio, e rendere più copiosa e corretta la storia Italiana. Aggiungasi, avere il Sigonio tessuto le storie sue senza allegare di mano in mano gli scrittori onde prendeva i fatti: silenzio praticato da altri suoi pari, ma o mal veduto o biasimato oggidì da chi esige di sapere i fondamenti su cui i moderni fabbricano i racconti delle cose antiche. Tralascio di rammentare qualche altro scrittore della Storia universale d'Italia, perchè niuno ne conosco che sia da paragonar col Sigonio, e niun certamente vi ha che abbia soddisfatto al bisogno. Ai nostri tempi poi prese il sig. di Tillemont a compilar le Vite degl'imperadori romani, cominciando dal principio dell'Era cristiana con tale esattezza, che se egli avesse potuto continuare il viaggio, dalle mani sue sarebbe a noi venuta una compiuta storia, ed avrebbe forse risparmiato a tutt'altri il pensiero di tentar da qui innanzi una tal navigazione. Ma egli passò poco più oltre all'imperio di Teodosio Minore e di Valentiniano III Augusti, con esporre gli avvenimenti d'Italia per soli quattro secoli e mezzo, lasciando i lettori colla sete del rimanente. Pertanto ho io preso a trattar la Storia Civile o sia gli Annali d'Italia dal medesimo principio dell'Era di Cristo, conducendoli sino all'anno 1500; nel quale ho deposta la penna, perchè da lì innanzi potrà facilmente il lettore consultare gli storici contemporanei, che non mancano, anzi son molti, se pure non verrà voglia ad alcuno di proseguire la medesima mia impresa sino ai dì nostri. E chi sa che non nasca, o non sia nato alcun altro, che prenda anche a trattar la storia dell'Italia dal principio del mondo sino a quell'anno dove io comincio la mia? Quanto a me, tanto più ho creduto di dover far punto fermo nel suddetto anno 1500, perchè nella Parte II delle mie Antichità Estensi, avendo io stesso in qualche guisa abbozzate le avventure universali d'Italia sino all'anno 1738, mi sarebbe incresciuto di aver da ridire lo stesso.
Ma prima di mettere in viaggio i lettori, mi convien qui istruire i men periti di quel che debbono promettersi dalla mia fatica. Che non si ha già alcun di essi da aspettare, che la Storia d'Italia proceda per tanti secoli sempre con bella chiarezza, e con bastevol cognizione degli avvenimenti e delle azioni de' principi e de' popoli, che successivamente comparvero nel teatro del mondo, e colla tassa dei tempi precisi, ne' quali succederono i fatti a noi conservati dagli storici delle passate età. Un così bell'apparato di cose si può ben desiderare, ma non già sperare. Pur troppo si scorgerà, non essere più felice la Storia d'Italia di quel che sia quella delle altre nazioni. Di assaissime antiche storie ci ha privati l'ingiuria dei tempi, la frequenza delle guerre, e la serie d'altri non pochi pubblici e privati disastri. Nello stesso secolo terzo dell'Era cristiana, ancorchè le lettere tuttavia si mantenessero in gran credito, pure si comincia a provare gran penuria di luce per apprendere le avventure d'allora, e per ben regolare la cronologia di que' tempi. Pur questo è un nulla rispetto al secolo quinto, e incomparabilmente più ne' seguenti, cioè dacchè le nazioni barbare impossessatesi dell'Italia, fra gli altri gravissimi mali v'introdussero una somma e deplorabile ignoranza. Non solamente sono venute meno le storie di quei tempi, ma possiamo anche sospettare, se non credere, che pochissime ne fossero allora composte; e se la nostra buona fortuna non ci avesse salvata la Storia longobardica di Paolo Diacono sino all'anno 744, resterebbe in un gran buio allora la Storia d'Italia. Continua nulladimeno la medesima ad essere anche da lì innanzi sì povera di lumi sin dopo il 1000, che qualora fosse perita la cronica di Luitprando, e non ci recassero aiuto quelle de' Franchi e dei Tedeschi, noi ci troveremmo ora, per così dire, in un deserto per conto di quasi tre secoli dopo il suddetto Paolo. Oltre poi all'essersi perduta la memoria di moltissimi avvenimenti d'allora, quegli ancora che restano, sì mal disposti bene spesso ci si presentano davanti, che di poterne assegnare gli anni via non resta, stante la negligenza o discordia degli scrittori, ed è forzata non di rado la cronologia a camminare a tentoni. A questi malanni si vuol aggiugnerne un altro, comune alla storia di tutti i tempi, cioè la difficoltà, meglio è dire, l'impossibilità di raggiugnere la verità di molte cose che a noi somministra la storia. Lo spirito della parzialità o dell'avversione troppo sovente guida la mano degli storici. Quello che osserviamo nella dipintura delle battaglie accadute a' tempi nostri, fatta da differenti pennelli, con accrescere o sminuire il numero de' morti e prigioni, e talvolta con attribuirsi ognuna delle parti la vittoria: lo stesso si praticava negli antichi tempi. E secondochè l'adulazione o l'odio prevalevano nella penna degli scrittori, il medesimo personaggio veniva innalzato o depresso. C'è di più. Allorchè gli storici prendevano a descrivere quanto era accaduto ne' tempi lontani da sè, per mancanza di documenti o per semplicità e poca attenzione, talvolta ancora per malizia, vi mischiavano favole e dicerie, o tradizioni ridicole dell'ignorante volgo. Di queste false merci appunto abbonda la storia de' secoli barbarici dell'Italia, e più di gran lunga l'ecclesiastica che la secolare.
Ora come mai potere in quell'ampio fondaco di verità e bugie, mischiate insieme, sbrogliare il vero dal falso? In tale stato ognuno ritrova la storia della sua nazione; ma chi vuole oggidì scrivere onoratamente le antiche cose, si studia, per quanto può, di depurarle, di dare schiettamente ad ognuno il suo secondo l'ordine della giustizia, cioè di lodare il merito, di biasimare il demerito altrui; e quando pur non fia possibile di raggiugnere il certo, di almeno accennare ciò che sembra più probabile e verisimile tanto dei fatti che delle persone. Questo medesimo mi son io ingegnato di eseguire nella presente mia Opera, per soddisfare al debito di sincero scrittore. Così avessi io potuto rendere dilettevole tal mia fatica, siccome ho procurato di formarla veritiera. Ma sappiano per tempo coloro, che nuovi si accostano alla antica storia, che io son per condurli talvolta per ameni giardini, ma più spesso per selve e dirupi orridi a vedere: e ciò secondo la diversità dei principi buoni o cattivi, delle felici o infelici influenze delle stagioni, della pace o delle guerre, o d'altre pubbliche prosperità o disgrazie. Anche allorquando era in fiore l'imperio romano, s'incontrano dominanti, obbrobrii del genere umano, mostri di crudeltà, e nati solamente per la rovina altrui, e in fine ancor per la propria. Scatenossi poi il Settentrione contro l'italiche contrade, con introdurvi la barbarie de' costumi, l'ignoranza ed altri malanni. Finalmente cominciarono le guerre a divenire il pane d'ogni giorno nell'Italia, e le pazze e furiose fazioni dei Guelfi e Ghibellini per parecchi secoli sconvolsero le più delle città: di maniera che nella Storia d'Italia assai maggior copia troviamo di quel che può rattristarci, che di quello che è possente a dilettarci. Ma questo non è male della sola Italia. Anche nell'altre nazioni si fan vedere queste medesime brutte scene, così avendo Iddio formato il mondo presente, con volere che più in esso abiti il pianto che il riso, acciocchè ognuno si rivolga a cercarne un migliore, di cui dà una dolce speranza la Fede santa che professiamo. Intanto fra le altre utilità che reca la storia, da noi riconosciuta per una delle efficaci maestre della vita umana, non è picciolo quello che io andrò talvolta ricordando ai lettori. Cioè, che nel mirare sì rozza e sconvolta, sì malmenata ed afflitta in tanti diversi passati tempi l'Italia, possente motivo abbiamo di riconoscersi anche per questo obbligati a Dio, cioè per averci riserbati a questi giorni, non esenti certamente da mali, ma pure di lunga mano men cattivi e dolorosi de' vecchi secoli.
DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500
I
| Anno di | Cristo I. Indizione IV. |
| Cesare Augusto imper. 45. |
Consoli
Cajo Giulio Cesare figlio d'Agrippa, Marco Emilio Paolo.
Già avea la libertà della repubblica romana ricevuto un gran tracollo sotto il prepotente governo di Giulio Cesare, primo ad introdurre in Roma il principato sotto il modesto titolo d'imperadore, non altro significante in addietro che generale d'armata. Non so s'io dica ch'egli pagò le pene della sua ambizione con restar vittima de' congiurati; so bene che fu principe odiato dai più in vita, ma dopo morte scusato ed amato, massimamente da chi avea cominciato ad accomodarsi al comando di un solo; e so del pari che questo principe certamente abbondò di molti pregi, e che pochi pari di credito avrebbe avuto nell'antichità, se non avesse offuscata la sua gloria coll'oppression della patria. Caio Ottavio, o sia Ottaviano, da lui adottato per figliuolo, e da noi più conosciuto col nome di Cesare Augusto, ancorchè giovane, seppe ben deludere l'espettazione del senato. Adoperato per rimettere in piedi la repubblica, si servì egli della fortuna delle a lui confidate milizie, per assoggettar Roma di nuovo, e stabilir quella monarchia che, durata per qualche secolo, cedette in fine al concorso e alla possanza delle barbare nazioni. Di gran politica abbisognò Augusto per avvezzar il senato e popolo romano alla novità del governo cominciato da Giulio Cesare, e per ischivar nello stesso tempo quel funesto fine a cui egli soggiacque. I due suoi favoriti, cioè Marco Vipsanio Agrippa, marito prima di Marcella di lui nipote, e poi di Giulia di lui figliuola, e Mecenate, personaggi di gran senno e onoratezza, non gli furono scarsi di consiglio per fargli ottenere il suo intento. L'arte dunque sua fu quella di saper fare da padrone, senza mostrare di esser tale; e di conservare il nome e il decoro della repubblica, come era in addietro, ma con ritenere per sè il meglio dell'autorità e del comando. Perchè non solamente lontanissimo si diede a conoscere dall'ammettere il nome di Re o Signore, a cui non erano avvezzi i Romani, essendogli anche esibito [Sueton., Vita August., cap. LII.] dal popolo (forse per segreta sua insinuazione) l'usitatissimo di Dittatore, grado portante seco una gran balìa, fece la bella scena di pregar tutti con un ginocchio a terra, che lo esentassero da questo onore, parendogli assai d'essere riguardato e nominato principe, titolo non altro significante allora che primo fra i cittadini. Compariva [Dio. Cass., Histor.] dappertutto la stima ch'egli professava al senato; e per maggiormente cattivarselo, non volle già egli sottoporre alla propria direzione tutte le provincie, ma la maggior parte lasciò alla disposizion del medesimo e de' proconsoli, e d'altri uffiziali scelti e spediti dal medesimo senato. Ad esso parimente lasciò l'erario pubblico, la facoltà di metter imposte, di far nuove leggi, di amministrar la giustizia; con che pareva alla nobiltà di conservar tuttavia l'antico onore e dominio. Nè minor fu il suo studio per guadagnarsi l'amore del popolo, col volere ch'egli continuasse a godere della facoltà di dare i suoi suffragi nelle pubbliche elezioni, col mantener sempre l'abbondanza de' viveri in Roma e la quiete della città, e con tenerlo allegro e divertito mediante la frequente rappresentazione di varii giuochi e spettacoli, e con magnifici congiarii o vogliam dir donativi. Finalmente si conciliò l'affetto dei pretoriani, cioè delle guardie del palazzo, con far loro dar doppia paga, e con usar altri atti di liberalità verso le legioni, cioè verso il resto della milizia. Che meraviglia è dunque, se Roma, che ne' tempi della libertà avea tante traversie patito per la disunion de' cittadini, cominciò a gustare i vantaggi d'esser governata dipendente da un solo?
Ma intanto Ottavio riservò per sè le provincie dove occorreva tener delle soldatesche, o per buona guardia contro dei Barbari confinanti, o per imbrigliar i popoli facili alle sedizioni, con che il nerbo maggiore della repubblica, cioè tutta la milizia, restò in suo potere. A questo fine egli prese o volentieri accettò il titolo di imperadore, conceduto in addietro ai generali d'armate, dappoichè aveano riportata qualche vittoria; ma titolo accordato a lui a perpetuità, e con autorità sopra l'armi, di maniera che niun cittadino da lì innanzi fu onorato del trionfo, ancorchè vincesse, perchè la vittoria non s'attribuiva se non a chi era capo delle armate; e questo capo era il solo imperadore. Gran possanza, insigni privilegi aveano goduto fin qui i tribuni del popolo. Erano sacrosante ed inviolabili le loro persone, di maniera che il mancar loro di rispetto, non che l'offenderli co' fatti, si riputava sacrilegio e misfatto degno di morte. Questo potere volle a sè conferito, ed agevolmente ottenne Ottaviano, per poter cassare, occorrendo, le leggi e le determinazioni che non gli piacessero, come far solevano talvolta i tribuni; e questa fu appellata Tribunizia Podestà; titolo ben caro agli imperadori romani, e mai non obbliato nel loro titolario; perchè, al dire di Cornelio Tacito [Tacit., Annal., t. III, cap. 56.], vocabolo indicante sommo dominio. Inoltre l'autorità primaria sopra le cose sacre era riserbata ai Pontefici Massimi in Roma pagana. Giudicò Augusto, che tal grado stesse meglio nelle sue mani che nelle altrui; e però tanto egli quanto i successori l'unirono con gli altri titoli della loro possanza. Finalmente il senato, già divenuto adulatore, perchè composto di gente che cercava i proprii vantaggi col promuovere quelli del principe, cercò di onorar questo imperadore colla giunta di un titolo glorioso, che facesse intendere la di lui possanza ed autorità quasi sovrana; e fu quello d'Augusto, indicante un non so che di divinità. Questo, che fu poi congiunto coll'altro di Cesare, che era a lui pervenuto per l'adozione di Giulio Cesare, continuò poscia in tutti i suoi successori, come il più luminoso dell'altra lor dignità. Veggonsi rapportati da Dione Cassio varii altri privilegi accordati dal senato a Cesare Augusto, coronati finalmente dal nobilissimo titolo di Padre della Patria, voluto o pure usato dipoi anche da quegli stessi mostruosi imperadori, che sembrarono nati solamente in danno e rovina della medesima. Salì in tal guisa ad un'ampia podestà Augusto, per cui senza nome di re potea tutto quanto poteano i più dispotici dei re, perchè il senato con tutta l'autorità a lui lasciata, nulla d'importante facea, che non fosse conforme all'intenzione e ai desiderii di lui. Tuttavia per un tratto di fina politica (che è ben lecito il pensare così) andava l'accorto imperadore di tanto in tanto dolendosi del grave peso imposto sulle sue spalle, e facea intendere l'ansietà di scaricarsene, per morir da privato. Arrivò sino a proporlo in senato; ma egli dovea ben sapere, che non correa rischio d'essere esaudito. Ed in fatti così fu. S'unirono le voci de' senatori a pregarlo, per non dire a costringerlo, che continuasse nella fatica del comando finchè vivesse. Allora s'indusse ben egli con tutta modestia ad accettar questo carico, ma con impetrare che solamente per dieci anni avvenire durasse un tale aggravio. Finiti questi, e chiesta di nuovo licenza, s'accordò in cinque altri, e poscia in dieci, tanto che senza mai cessare d'essere signore del mondo romano, e con apparenza di comandare, solo perchè così volevano il senato ed il popolo, terminò poi felicemente nel comando i suoi giorni. Nè mancò chi gli succedesse nell'incominciato onore e in quella signoria, la quale a poco a poco nel proseguimento pervenne all'intero despotismo e talvolta alla tirannia.
In tale stato si trovava nell'anno presente Roma sotto Augusto imperadore, nè la di lei potenza si stendeva già sopra tutto il mondo, come l'adulazione talvolta sognò; ma bensì nella miglior parte di Europa, e in moltissime provincie non meno dell'Asia che dell'Africa. Era nato Augusto sotto il consolato di Cicerone e di Cajo Antonio, cioè l'anno sessantatre prima dell'Era cristiana; e però nel presente, in cui essa Era ebbe principio, correva l'anno sessantesimoquarto dell'età sua, e l'anno XXIII della sua tribunizia podestà, e il XLV del suo principato. Giacchè niun figlio maschio avea a lui prodotto Livia sua moglie, era già egli ricorso al ripiego dell'adozione, per desiderio di perpetuar la sua famiglia, e di trasmettere in un figlio anche la dignità imperiale. Avea egli due nipoti, figliuoli di Marco Agrippa e di Giulia sua figliuola, donna famosa per la sua impudicizia, e in questi tempi a cagion di tale infamia relegata nell'isola Pandataria. L'uno Cajo e l'altro Lucio nominati, aveano già talmente conseguito l'amore d'Augusto sì in riguardo al sangue che scorrea lor nelle vene, che per le loro belle qualità, che gli aveva adottati amendue per figliuoli, innestandoli nella famiglia Giulia, e dando loro il cognome di Cesare. L'uno d'essi, cioè Cajo, fu [Noris, Cenotaph. Pisan. Diss. 2, cap. 13.] nell'anno presente alzato alla dignità più eminente, che dopo l'imperiale dar potesse allora la repubblica romana, cioè al consolato. L'altro console fu Lucio Emilio Paolo, cognato d'esso Cajo, perchè marito di Giulia sua sorella, donna, che per aver imitata la madre Giulia nella disonestà, soffrì anch'essa un eguale castigo. Militava in questi tempi Cajo Cesare console per ordine d'Augusto suo padre, nella Siria, ossia nella Soria, contro de' Parti. Questa era allora la sola guerra che tenesse in esercizio l'armi romane; perciocchè Augusto, tra perchè vecchio, e perchè signore di gran senno, il più che potea s'andava studiando di mantener la pace nell'imperio, senza curar molto l'ambiziosa gloria de' conquistatori. Assai vasto era il dominio de' Romani per appagar ogni sua voglia.
Ora in quest'anno si dee fissare il principio dell'Era cristiana volgare, di cui comunemente ci serviamo oggidì. Non fu già essa affatto ignota ai primi secoli della Chiesa; ma il merito d'averla messa in qualche credito in Occidente, è dovuto a Dionigi Esiguo, ossia il Picciolo, monaco assai dotto, che morì circa l'anno 540 nella Chiesa romana, e poscia a Beda, celebre scrittore d'Inghilterra, che nel secolo ottavo usandola, coll'esempio suo la rendè poi familiare fra i Latini. S'ingannarono amendue; ma non c'inganniamo noi in mettere sotto i consoli suddetti il principio di questa. Il cardinal Baronio, che stabilì senza fallo l'immortalità del suo nome colla gran fabbrica degli Annali ecclesiastici, due anni prima del presente, cioè nell'anno XXI della tribunizia podestà di Augusto, ossia nel XLIII del suo principato, pose il principio della medesima; ma con errore manifesto, siccome han dipoi dimostrato uomini sommamente eruditi. Opinione fu di quell'insigne porporato, che nell'anno XLII di Augusto, cioè tre anni prima dell'anno presente, s'incarnasse e nascesse il Figliuolo di Dio nel di 25 di dicembre; e che nel principio del susseguente egli fosse circonciso, dalla qual circoncisione, collocata nelle calende di gennaio, si avesse da cominciare l'anno primo dell'Era cristiana. Ciò non sussiste. Quanto alla nascita del Signor nostro Gesù Cristo ne è tuttavia incerto l'anno. Solamente sappiamo essere la medesima avvenuta molto innanzi all'anno presente, fra l'altre ragioni, perchè Erode figliuolo d'Antipatro (re vivente allorchè nacque il Signore), cessò di vivere [Joseph., Antiq. Judaicar., lib. 7, cap. 8. Pagius, in Critica Baron.] nel marzo dell'anno 750 di Roma, e XLI di Augusto; e per conseguente [Vaillant, Idem. Pagius, Usserius, Noris, ec.] dovette nascere il Signore almeno nell'anno precedente al preteso dal Baronio, o in alcun altro più addietro. È ben sembrato agli eruditi più verisimile il riferire il suo natale al dicembre dell'anno 749 di Roma, e XL di Augusto; ma questa opinione nondimeno vien contrastata da quella di diversi altri, non mancando chi alcuni anni prima con buone ragioni colloca questo memorabil fatto, senza che finora si sia potuto pienamente accertare un punto di storia di tanta importanza. Ma se ciò è tuttavia oscuro, non è già per l'Era cristiana, il cui principio ormai resta deciso che si ha da fissare nell'anno presente, benchè non manchi taluno che lo riferisce nell'anno seguente. Per le ragioni suddette è un comune errore, ma errore condonabile, e di cui niun s'ha da formalizzare, il chiamar questa Era della Natività del divino Salvatore, oppur della Incarnazione, ovvero della Circoncisione. Questa varietà di parlare, da gran tempo introdotta, non è per anche terminata in Italia, dove abbiamo la maggior parte delle città, che chiamano l'anno della Natività, benchè l'incomincino dalla Circoncisione; ed alcune, che nella Pasqua, o nel dì 25 di marzo precedente, o susseguente all'anno comune, cominciato alla Circoncisione, danno principio al loro anno, le une coll'anteciparlo di quasi nove mesi, e le altre col posticiparlo di quasi quattro. Anticamente molti usarono di dar principio all'anno nuovo nel Natale del Signore, e di là poi venne il chiamar l'Era nostra a Nativitate Domini, il qual nome dura presso i più, contuttochè oggidì il primo giorno di gennaio sia anche il principio dell'anno nuovo. Intanto contando noi sotto questi consoli l'anno primo d'essa Era, seguiteremo da qui innanzi col medesimo ordine ad accennare i fatti principali della Storia d'Italia.
II
| Anno di | Cristo II. Indizione V. |
| Augusto imperadore 46. |
Consoli
P. Vinicio e P. Alfenio Varo.
Il primo di questi consoli è chiamato dal padre Pagi Publio Vicinio, dal padre Stampa Publio Vinucio. Sono errori di stampa. Nè la famiglia Vicinia, nè la Vinucia son cognite fra le nobili romane. Bensì la Vinicia, di cui l'Orsino e il Palatino rapportano varie medaglie. Vellejo Patercolo [Vellejus Paterculus, lib. 2.] chiaramente scrisse P. Vinicio Consule, e parla in più d'un luogo di questa famiglia. Il secondo de' consoli è Publio Alfeno presso il Pagi. Altri hanno scritto Alfinio; ma con diversità di poca importanza. Continuò Cajo Cesare, figliuolo adottivo di Augusto, e principe della gioventù, la sua spedizion militare in Soria. Seco era lo stesso Vellejo Patercolo, autore de' pezzi di un'amena storia, che si son salvati dalle ingiurie del tempo. Racconta egli, che inclinando Augusto a far pace coi Parti, perciò seguì un abboccamento di Cajo con Fraate re di que' popoli, sopra un'isola dell'Eufrate, fiume che allora divideva i due imperi. Cajo dipoi sulla riva romana diede un convito a Fraate, ed appresso ricevette anch'egli sull'opposta il medesimo trattamento. Allora fu che Fraate scoprì a Cajo l'infedeltà e venalità di Marco Lollio, a lui dato per aio da Augusto. Però da lì a poco tempo [Plinius, lib. 9, cap. 35.] venne meno la vita d'esso Lollio per veleno, non si sa se preso per elezione di lui, o pure per comando altrui. In questi tempi [Noris, Cenotaph. Pisan. Diss. 2, cap. 14.] Lucio Cesare fratello d'esso Cajo, acciocchè non marcisse nell'ozio della Corte, fu mandato da Augusto in Ispagna. Dovea servir questo viaggio per guadagnargli l'amor delle legioni che soggiornavano in quelle parti. Ma secondo le umane vicende non tardarono ad abortire in breve tante belle speranze di lui e del padre. Giunto egli a Marsilia, s'infermò, e in età di diciotto anni terminò la carriera del suo vivere nell'agosto dell'anno presente. Dione e Tacito non tacquero il sospetto che corse allora di aver Livia moglie d'Augusto procurata con arti indegne la morte di questo giovane principe. Chi fosse questa principessa, convien ora vederlo.
Livia, figliuola di Livio Druso, era in prime nozze stata moglie di Tiberio Claudio Nerone, uno de' più cospicui nobili di Roma [Dio, Suetonius, Tacitus.]. Seppe ella così ben tirar le sue reti, che invaghitosi di lei Augusto, già principe di Roma, ottenne da Nerone che la ripudiasse, per prenderla egli in moglie. Bisogna ben credere che fosse grande in questo principe il caldo, perchè gravida (fu preteso del primo marito) la condusse al talamo suo. Avea già essa partorito Tiberio, che vedremo a suo tempo imperadore. Sgravossi dipoi d'un altro figliuolo, che portò il nome di Nerone Claudio Druso, e fu consegnato al padre, perchè, secondo le leggi, tenuto per figliuolo di lui. Questi poi creato console nell'anno IX, prima dell'Era cristiana, finì quello stesso anno di vivere. Che superba, che scaltra donna fosse Livia, non si può abbastanza dire. Ancorchè Augusto fosse principe di mente svegliata e di raro intendimento, pure possedeva ella il gran secreto di saperlo governare, di condurlo alle voglie sue. L'unico figliuolo a lei restato, cioè Tiberio, era il principale oggetto dell'amor suo, e tutte le sue mire tendevano ad esaltarlo. Essendo morto dodici anni prima dell'Era nostra Agrippa gran confidente di Augusto, e marito di Giulia figliuola del medesimo imperadore, e di Scribonia sua prima moglie, procurò Livia che questa passasse a seconde nozze con Tiberio suo figliuolo [Sueton., in Tiber., cap. 7.], tuttochè a lui dispiacesse assaissimo un tal matrimonio, parte perchè gli convenne ripudiar Agrippina amata sua consorte, e parte ancora perchè non gli era ignota la trabocchevole inclinazione e vita sregolata d'essa Giulia. Suoi figliastri in questa maniera divennero Cajo e Lucio, che già dicemmo nominati Cesari, figliuoli della medesima Giulia e d'Agrippa; ma da lui e da Livia sua madre internamente odiati, perchè adottati per figliuoli da Augusto, e destinati, per quanto si poteva congetturare, ad essere suoi successori nell'imperio. Nacquero in fatti delle gare fra questi due giovanetti fratelli e Tiberio lor padrigno. Sentivano già essi la superiorità della lor fortuna, ed aveano cominciato ad insolentire, e nello stesso tempo miravano di mal occhio il possesso che tenea nel cuore di Augusto la madre di Tiberio, Livia. Per ischivar tutti i pericoli, avea preso Tiberio il partito di ritirarsi: al che s'aggiunse ancora il non poter più egli sopportare i vizii della moglie sua Giulia, castigati in fine colla relegazione da Augusto suo padre. Senza che il potessero ritener le preghiere della madre e del medesimo Augusto, ritirossi Tiberio nell'isola di Rodi, e qui per sette anni in vita privata si fermò. Sazio finalmente di questo volontario esilio, che avea dato occasione di molte dicerie agli sfaccendati politici, fece istanza di ritornarsene a Roma in quest'anno per mezzo della madre. Volle Augusto prima intendere, se a Cajo Cesare fosse rincresciuto il di lui ritorno, perchè i dissapori seguiti fra loro non erano cose ignote. Per buona ventura essendosi allora scoperto, che Lollio, poco fa mentovato, quegli era che seminava zizzanie fra Tiberio ed i figliastri, Caio si mostrò contento che il padrigno rivedesse Roma. Venuto Tiberio, attese da lì innanzi coll'aiuto della madre a promuovere i proprii interessi. E questi presero tosto buona piega per la sopr'accennata morte di Lucio Cesare, non restando più fra i vivi se non il solo Cajo Cesare, cioè quel solo che impediva a Tiberio il poter succedere nello imperio ad Augusto suo padrigno. Cominciò [Vellejus, Historiar. lib. 2.] in quest'anno, se pur non fu nel seguente, anche in Germania una guerra, di cui parleremo all'anno V dell'Era cristiana.
III
| Anno di | Cristo III. Indizione VI. |
| Augusto imperadore 47. |
Consoli
L. Elio Lamia e M. Servilio.
Perchè son perite le storie antiche in questi tempi, mancano a noi le memorie di quanto allora avvenne in Roma e in Italia. Forse anche la mirabil quiete che per opera d'Augusto si godea in queste parti, niun avvenimento produsse assai riguardevole per comparir nella Storia romana. Rimasto senza aio in Soria Cajo Cesare per la morte di Lollio [Tacitus, lib. 3 Annal.], Augusto non volendo lasciare la di lui giovanile età senza direzione e briglia, mandò per governatore di lui Publio Sulpicio Quirinio. Questi è quel medesimo che nel Vangelo di s. Luca è appellato Cirino, e che negli anni addietro avea fatta la descrizione degli abitanti della Giudea: nel qual tempo venne alla luce del mondo il nostro Signor Gesù Cristo, senza sapersene finora con certezza l'anno preciso. Ora Cajo Cesare, che nell'anno prossimo passato [Vellejus, lib. 2. Florus, lib. 4, c. 4. Tacitus, lib. 22. Ann.] avea conchiusa la pace coi Parti, ed era penetrato sino nell'Arabia, si diede in quest'anno a regolare gli affari dell'Armenia. Di là si erano ritirate le milizie ausiliarie de' Parti, in vigor della pace suddetta; ma non per questo volentieri ritornarono all'ubbedienza de' Romani quei popoli: e però sul principio fecero qualche resistenza; ma entrato con tutte le forze nel loro territorio Cajo Cesare, gli astrinse a deporre le armi. E poichè non si arrischiavano i Romani di ridurre in provincia un paese tanto lontano, ed avvezzo al governo de' proprii re, fu scelto da Cajo per quella corona Ariobarzane, medo di nazione, e ben veduto dai medesimi Armeni, il quale dovette promettere una buona alleanza col popolo romano. A così felice successo, per cui Cajo acquistato s'era non poco di gloria, ne tenne dietro un funesto. Mal soddisfatto un certo Addo de' Romani e del re novello, mosse a ribellione Artagera, una delle primarie città dell'Armenia [Dio, in Hist. Strabo, lib. 2. Vellejus, ut supra. Ruffus, Festus, in Breviar.]. Corso con tutta la sua armata Cajo ad assediar quella città, troppo credendo al ribello Addo, si lasciò condurre ad abboccarsi con lui. Nel mentre ch'egli leggeva un memoriale, datogli dallo stesso Addo, proditoriamente fu ferito da lui, o da chi era con lui, e con pericolosa ferita. Per tale iniquità irritate al maggior segno le legioni romane, più vigorosamente che mai strinsero la città, l'espugnarono, la ridussero in un mucchio di pietre. Il traditore Addo ebbe anch'egli la meritata pena.
IV
| Anno di | Cristo IV. Indizione VII. |
| Cesare Augusto imper. 48. |
Consoli
Sesto Elio Cato e Gajo Sentio Saturnino.
Celebre nella storia di Roma per varie sue dignità ed azioni fu questo Saturnino, creato console nell'anno presente. Fra gli altri suoi impieghi [Usserius, Annal. Noris, Cenotaph. Pisan.] avea avuto quello di legato, o sia di vice-governatore, o presidente della Soria, circa l'anno 36 d'Augusto, e undicesimo prima dell'Era volgare. Tertulliano [Tertullian., lib. 4, cap. 19, contra Marcionem.] scrivendo contra Marcione asserì, che Census constat actos sub Augusto tunc in Judaea per Sentium Saturninum. La nascita di Cristo Signor nostro, secondo questo conto, verrebbe a cadere nell'anno suddetto 36 d'Augusto, o pure nel seguente. Ma opponendosi all'asserzione di Tertulliano la canonica di s. Luca, da cui abbiamo che il censo fu fatto da Cirino o sia Quirinio, presidente della Siria o sia della Soria: e sapendosi che a Saturnino nell'anno 38 di Augusto succedette nel governo della Siria Quintilio Varo: altra via non s'è saputa fin qui trovare, che la plausibile e molto ben fondata, di dire che Quirinio, siccome era succeduto altre volte, fosse stato inviato colà con istraordinaria podestà a far la descrizione dell'anime, nel tempo stesso che Saturnino, o pur Varo con ordinaria podestà governava quella provincia. O sì maligna o sì mal curata fu la ferita, da Cajo Cesare riportata sotto Artagera, ch'egli non più si riebbe, e andò peggiorando la sua sanità. Perchè egli [Vellejus, lib. 2. Zonaras, Hist. Svetonius in Aug., c. 68.] non poteva accudire agli affari, gli uffiziali e cortigiani suoi, prevalendosi del tempo propizio, sotto nome di lui vendevano la giustizia, e faceano continue estorsioni ai popoli di quelle contrade. Ed acciocchè non finisse sì presto una sì utile mercatura, indussero l'infelice principe, allorchè Augusto il richiamava in Italia, a rispondere di non voler venire, perchè l'intenzion sua era di passare quel che gli restava di vita, in un ozio privato. Replicò Augusto, che il desiderava e voleva in Italia, dove potrebbe egualmente, ma colla vicinanza ed assistenza de' suoi, se pur così gli piacea, menar vita privata. Convenne ubbidire. Ma mentre egli, benchè suo mal grado, se ne ritornava, giunto a Limira città della Licia, quivi nel dì 24 febbraio dell'anno presente cessò di vivere. Sicchè Augusto, a cui la morte avea rapito Marcello, figliuolo di Ottavia sua sorella, nipote amatissimo, venne ancora nello spazio di diciotto mesi a perdere questi due altri giovanetti Lucio e Cajo, nati nipoti suoi, e poscia adottati per figliuoli; motivo a lui d'inesplicabil dolore. Tuttavia sofferì egli con più di fortezza e pazienza queste perdite, che il disonore cagionatogli dall'impudicizia di Giulia sua figliuola madre dei suddetti due principi, e da lì a pochi anni dall'altra di Giulia sorella de' medesimi. Tante disgrazie faceano ch'egli si augurasse di non essere mai stato padre.
Per lo contrario ne fu ben lieto in suo cuore Tiberio, figliastro di lui, al vedere tolti di mezzo questi due possenti ostacoli al corso della sua fortuna. Livia Augusta sua madre [Tacitus, lib. 1 Annal.], per l'estrema sua ambizione da molti sospettata di aver avuta parte nella morte di que' due principi, non tardò molto ad assalire ed espugnare il cuore del marito Augusto in pro del figliuolo, proponendoglielo qual solo ormai capace e meritevole di succedere a lui nella dignità imperiale. Gli effetti della di lei eloquenza comparvero da lì a pochi mesi. Avea Augusto negli anni addietro conferita ad esso Tiberio la podestà tribunizia per cinque anni che già erano passati. Tornò nel presente ad associarlo seco nel godimento della medesima podestà, nel dì 27 luglio; laonde nelle sue medaglie [Mediobarb., in Numismat.] si cominciò a notare la TRIB. POT. VI. Quel che più importa, l'adottò ancora per suo figliuolo, aprendogli la strada alla succession dei suoi beni, e insieme dell'imperio. Però chi prima era Tiberio Claudio Nerone, cominciò ad intitolarsi e ad essere intitolato Tiberio Cesare figliuolo d'Augusto. Vellejo Patercolo, storico [Vellejus, lib. 2. Dio, Histor., lib. 55.] suo grande amico, si stende qui in immensi elogi di Tiberio, il qual forse allora sotto molte sue virtù sapea nascondere i moltissimi suoi vizii. Nello stesso giorno fu obbligato Tiberio ad adottare per suo figliuolo Marco Agrippa, nato da Giulia figlia d'Augusto dopo la morte di M. Vipsanio Agrippa di lei primo consorte. Ma questi tra per essersi scoperto giovanetto stolidamente feroce, e per le spinte che gli diede Livia Augusta, unicamente intenta ad esaltare i proprii figli, fu dipoi relegato nell'isola della Pianosa, dove, appena morto Augusto, per ordine di Tiberio tolta gli fu la vita. Inoltre nel medesimo giorno 27 di luglio (così volendo Augusto), Tiberio adottò in figliuolo il suo nipote Germanico, nato da Claudio Druso, suo fratello, cioè da chi al pari di lui avea avuto per madre Livia Augusta. Nè pur questa adozione internamente venne approvata da Tiberio; perchè egli avea un proprio figliuolo per nome Nerone Druso, a lui partorito da Agrippina sua prima moglie, verso il quale più si sentiva portato. Non erano mai mancati ad Augusto dei nobili suoi secreti nemici, sì perchè la memoria dell'antica libertà troppo spesso risvegliava lo sdegno contro chi ora facea da signore in Roma, e sì perchè sui principii del suo governo e potere, Augusto, con levare dal mondo non i soli avversari, ma chiunque ancora veniva creduto atto ad interrompere la carriera de' suoi ambiziosi disegni, s'era tirato addosso l'odio dei lor figliuoli e parenti. Traspirò nel presente anno una congiura ordita contra di lui da molti nobili. Capo di essa era Gneo Cornelio Cinna Magno, che per essere nato da una figliuola di Pompeo il Grande, portava nelle vene l'avversione ad Augusto; sì perchè Augusto era successore di chi tanta guerra avea fatto all'avolo suo materno; e sì ancora per essere stato persecutore anch'esso della medesima famiglia. In grande ansietà per questo si trovava Augusto, giacchè il timore o sentore delle congiure quello era spesso che non gli lasciava godere in pace il suo felicissimo stato. Conferito con sua moglie l'affanno, gli diede ella un saggio consiglio, cioè di ricorrere non già alla severità che potea solo accrescere i nemici, ma sì bene ad una magnanima clemenza; predicendogli che in tal maniera vincerebbe il cuore di Cinna, uomo generoso, ed insieme quello di tutta la nobiltà. Così fece Augusto. Dopo aver convinti i rei del meditato misfatto, perdonò a tutti; nè di ciò contento, disegnò console per l'anno prossimo avvenire lo stesso Cinna, benchè primario nell'attentato contra la di lui vita. Un atto di sì bella generosità gli guadagnò non solamente l'affetto di Cinna e degli altri, ma anche una tal gloria e stima presso d'ognuno, che nel resto di sua vita niuno pensò mai più a macchinare contra di lui. Ed ecco i frutti nobili della clemenza; ma ben diversi noi andremo trovando quei della crudeltà e fierezza.
V
| Anno di | Cristo V. Indizione VIII. |
| Cesare Augusto imper. 49. |
Consoli
Gneo Cornelio Cinna Magno, Lucio Valerio Messalla Voluso.
Di Cinna, console nell'anno presente, abbiam favellato nel precedente. L'altro Voluso taluno ha creduto che fosse piuttosto cognominato Voleso, perchè una iscrizione rapportata dal Fabretti [Fabrettus, Inscription., pag. 703.] fu posta L. VALERIO VOLESO, CN. CINNA MAGNO COSS. Il Grutero, riferendo la stessa iscrizione, lesse VOLSEO, ma con errore. Certamente un marmo, veduto co' suoi occhi dal Fabretti, bastar dovrebbe a stabilire il cognome di Voleso. Ma mi ritiene una medaglia pubblicata da Fulvio Orsino e dal Patino [Patinus, Famil. Roman.], dove è la figura d'Augusto, e nel rovescio VOLVSUS VALER. MESSAL. III. VIR. A. A. A. F. F. Questi par certamente lo stesso che fu poi console o almeno della stessa casa. Abbiamo da Vellejo [Vellejus, lib. 2.], che nell'anno secondo oppure terzo dell'Era nostra, s'era suscitata in Germania una gran guerra, la qual durava tuttavia. Dappoichè nell'anno precedente Augusto ebbe adottato Tiberio, e volendo accreditarlo maggiormente nel mestiere delle armi e nel comando delle armate, nel quale si era egli anche molti anni prima esercitato con mollo onore, poco stette a spedirlo in Germania. Andò Tiberio, e con esso lui era Vellejo Patercolo generale della cavalleria. Soggiogò i Caninefati, gli Attuari e i Brutteri, e fece ritornare all'ubbidienza i Cherusci. Terminata poi con reputazione la campagna, nel dicembre se ne ritornò a Roma per visitare i genitori. Quindi nella primavera di quest'anno di nuovo si portò in Germania. Le prodezze ivi fate da Tiberio si veggono descritte ed esaltate da esso Vellejo istorico. Per attestato di lui sottomise gran parte di quei feroci popoli, de' quali nè pur dianzi si sapeva il nome. Fra gli altri domò i Longobardi, gente la più fiera e valorosa dell'altre: il che è ben da avvertire: perchè dopo alcuni secoli vedremo questa medesima nazione dominante in Italia. Le conquiste di Tiberio arrivarono sino al fiume Elba; cosa non mai tentata in addietro nè allora sperata da alcuno. Venuta poi la stagion de' quartieri, volò Tiberio a Roma a ricevere i complimenti de' genitori e il plauso del popolo, per così vantaggiosa e gloriosa campagna.
Circa questi tempi, o pur nell'anno precedente, vennero a Roma gli ambasciadori de' Parti, padroni allora della Persia, per chiedere un re ad Augusto [Sveton., in Tiber., cap. 16. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 18.]. Volle egli che andassero anche in Germania ad esporre la stessa dimanda a Tiberio Cesare, per avvezzar la gente al rispetto e alla stima di questo suo figliuolo. Era stato ucciso Fraate re dei Parti da uno scellerato suo figlio, per iniqua voglia di regnare, benchè egli poi non solo non conseguì il regno, ma vi perdè la vita. Gli altri figliuoli di Fraate stavano in Roma da qualche tempo, mandati colà per ostaggi della sua fede dal padre. Aveano chiesto i Parti per loro re ad Augusto Orode, uno de' figliuoli di Fraate; ma ottenutolo, fra poco l'uccisero. Richiesero poscia un altro d'essi figliuoli, cioè Venone; e questi andò a prendere il possesso di quella corona, per restare anche egli dopo alcuni anni vittima del furore di quella barbara nazione. Ma non è certo, se all'anno presente appartenga l'andata di esso Venone colà. Abbiamo varii regolamenti fatti da Augusto in questo anno [Dio, Histor. lib. 15.]. Difficilmente s'inducevano allora i nobili a lasciar entrare nel collegio delle vergini Vestali le lor figliuole, perchè presso i Gentili non era in pregio, anzi era in dispregio il celibato; nè mancavano disordini succeduti fra le stesse Vestali. Necessario fu un decreto, per cui fosse lecito alle fanciulle discendenti da liberti di entrarvi. Molte di queste si presentarono e furono elette a sorte; ma niuna d'esse vi entrò. Lamentavasi anche la milizia romana della tenuità della paga. Augusto, per animare i soldati a sostenere il peso della guerra, e molto più per conciliarsi l'affetto loro, siccome preventivamente accennai, volle che si accrescesse lo stipendio tanto alle legioni mantenute in varii siti dell'imperio, quanto ai pretoriani destinati a far la guardia dell'imperadore e del palazzo pubblico. Colla sua propria borsa supplì egli per ora, e nell'anno prossimo vi provvide con un altro ripiego. Dione ci dà il registro di tutta la fanteria e cavalleria che allora continuamente era mantenuta in piedi dalla repubblica romana; e questa andò poi crescendo e calando, secondo la diversità de' bisogni, o pur della pubblica felicità. Il pagamento allora de' soldati era ben superiore a quel d'oggidì.
VI
| Anno di | Cristo VI. Indizione IX. |
| Cesare Augusto imper. 50. |
Consoli
Marco Emilio Lepido e Lucio Arruntio.
Il Panvinio ed altri hanno scritto, che a questi consoli ne furono sostituiti nel dì primo di luglio due altri cioè Cajo Ateio Capitone e Cajo Vibio Capitone. Ma non è certo il fatto. Essendo mancante la iscrizione rapportata da esso Panvinio, può restar sospetto che tai consoli appartengano ad un altro anno. Vedemmo accresciute da Augusto le paghe ai soldati [Dio, lib. 55.]. Per soddisfare a tali spese, per le quali non era bastante il privato erario d'Augusto, e nè pure il pubblico, si pensò a mettere un nuovo aggravio. Fu dato ordine a tutti i senatori di esporre il loro parere in iscritto. In ultimo col fingerne uno già meditato da Giulio Cesare, si decretò che da lì innanzi si pagasse la vigesima parte delle eredità e dei legali, eccettuate quelle che pervenivano a' figliuoli ed altri stretti parenti, e quelle de' poveri. Sebbene può dubitarsi, se tale eccezione venisse dipoi mantenuta da lutti i susseguenti imperadori: certo è, che questo pesante aggravio rincrebbe assaissimo al popolo romano, e, secondo l'uso delle cose umane, se fu facile l'introdurlo, riuscì poi difficilissimo il levarlo. E però nelle antiche iscrizioni s'incontra talvolta l'uffizio di chi era impiegato in raccogliere questo tributo. Ai lamenti del popolo se ne aggiunsero dei più gravi nell'anno presente per cagione d'una fiera carestia che afflisse la città di Roma [Sveton., in August., cap. 42.]. Oltre ad altre provvisioni e spese fatte da Augusto in aiuto de' cittadini poveri, fu preso lo spediente di cacciar fuori di città i gladiatori e gli schiavi condotti per esser venduti, e la maggior parte de' forestieri: la qual somma di persone ascese a più di ottantamila. Finita poi quella angustia, cadde in pensiero ad Augusto di abolir l'uso introdotto del frumento, che dai granai del pubblico si donava alla plebe, e di cui talvolta erano partecipi dugento e più mila persone, parendo a lui, che per cagione di questa liberalità si trascurasse l'agricoltura. Non mutò poi questo uso, perchè pericoloso sarebbe stato anche il solo tentarlo; ma attese ben da lì innanzi a far più coltivar le campagne, e volea nota di tutti gli aratori, non meno che di tutti i negozianti e del popolo. Più frequenti divennero in questi tempi gli incendii in Roma, originati forse da chi cercava coi rubamenti di sovvenire alla fame. Stabilì pertanto il provvido Augusto sette corpi di guardia, chiamati i Vigili, che la notte battessero la pattuglia: impiego, che egli pensava di abolire in breve; ma ritrovato utile, anzi necessario, fu dipoi continuato anche sotto gli altri imperadori.
Diversi guai parimente si provarono nelle provincie del romano imperio in quest'anno per le sedizioni e ribellioni dei popoli [Dio, Histor., lib. 55.]. In Sardegna, nell'Isauria e nella Getulia dell'Africa, ebbero delle faccende i soldati romani, per tenere in freno quelle barbare genti. Seguitò la guerra in Germania. Tiberio Cesare era ivi generale dell'armata romana. Ma per attestato di Dione niuna rilevante impresa vi fece, quantunque sì Augusto ch'egli prendessero, il primo, il titolo d'imperadore per la quindicesima volta, ed il secondo per la quarta volta: il che solo succedea, dappoichè s'era riportata qualche vittoria. Potrebbe essere che i prosperosi successi delle armi romane in Germania nell'anno precedente guadagnassero loro questo accrescimento di lustro nel presente. Secondo Vellejo [Vellejus, lib. 2.], s'era messo Tiberio in procinto di procedere contro de' Marcomanni, gente per numero e per bravura fin qui formidabile, e non mai vinta. Meroboduo, re loro, alla potenza sapea unire la disciplina militare, e mandando ambasciatori ai Romani, talora parlava da supplicante, talora da eguale. Stendevasi il suo dominio non solamente per la Boemia, ma molto più in là fino ai confini della Pannonia e del Norico, provincie romane, di modo che poco più di dugento miglia era egli lungi dall'Italia. Ma sul più bello de' suoi preparamenti contra di Meroboduo, Tiberio intese che la Pannonia (oggidì Ungheria) e la Dalmazia, per cagion dei tribuni ribellate, tal copia d'armati avevano messo in piedi, che il terrore ne giunse a Roma stessa; giacchè que' popoli, essendo in concordia coi Triestini, minacciavano di voler in breve calare in Italia. Allora fu che Tiberio trattò e conchiuse, come potè il meglio, la pace coi Germani, per accudire a questo incendio, più importante di gran lunga dell'altro a cagione della maggior vicinanza al cuore dell'imperio. Velleio fa conto, che fossero in armi dugentomila fanti, e novemila cavalli di que' ribelli. Aveano trucidato o carcerati i soldati, i cittadini e i mercatanti romani, e già messa a ferro e fuoco la Macedonia. Gran commozione per questo fu in Roma. I paurosi si figuravano che in dieci giornate veder si potesse intorno a Roma il campo di quei sollevati. Perciò a furia si arrolarono nuovi soldati, e Vellejo Patercolo fu incaricato di condurre a Tiberio questi rinforzi. Una sì grossa armata di fanteria e cavalleria si unì, che Tiberio fu costretto a licenziarne una parte. Marciò egli contro i ribelli della Pannonia; presi i passi, li ristrinse ed affamò. In somma li ridusse a tale, che molti di essi, presso il fiume Batino, vennero a deporre l'armi, e a sottomettersi. Dicono che il lor generale Batone o fu preso, o venne anch'egli spontaneamente all'ubbidienza; e pure nell'anno seguente egli si trova coll'altro Batone dalmatino in armi contro i Romani. Voltossi dipoi Tiberio contro i ribelli dalmatini, alla testa dei quali era l'altro Batone. Valerio Messalino, governatore di quella provincia, più di una volta si azzuffò con loro, ora vincitore ed ora vinto. Tutto il guadagno dei Romani si ridusse a frastornar i disegni fatti dai nemici per passare in Italia, ma senza poter impedire ch'essi non dessero il guasto ad un gran tratto di paese finchè arrivò il verno, che mise fine alle azioni militari.
Dacchè mancò di vita nell'anno 41 d'Augusto Erode il grande, re della Giudea [Joseph., Antiq. Judaic., lib. 17.], Archelao suo figliuolo s'affrettò pel suo viaggio a Roma, affin di succedere nel regno del padre in competenza di Antipa e degli altri suoi fratelli e parenti. Ottenne egli da Augusto, non già il titolo di re, ma il solo di etnarca col dominio della metà degli Stati del padre, consistente nella Giudea, Idumea e Samaria. Per conseguente egli cominciò a dominare in Gerusalemme. Gli avea promesso Augusto il titolo di re, qualora colle sue virtuose azioni se ne facesse conoscere degno. Contrario all'espettazione, anzi tirannico fu il di lui governo, di maniera che nell'anno presente i primati della Giudea e di Samaria spedirono gravissime accuse contra di lui ad Augusto [Dio, lib. 55. Strabo, lib. 16.]. Citato a Roma Archelao, e convinto de' suoi reati, n'ebbe per gastigo la relegazione in Vienna del Delfinato, e la perdita de' suoi patrimoni e tesori, che furono presi dal fisco. Ed allora fu che la Giudea, l'Idumea e la Samaria furono ridotte alla forma delle provincie del romano imperio, ed unite alla Siria o sia alla Soria, e cominciarono ad essere governate dagli ufiziali dell'imperadore: cosa dianzi desiderata dagli stessi Giudei, perchè troppo aggravati dai propri re, speravano essi miglior trattamento dai ministri imperiali. Così cessò lo scettro di Giuda, siccome avea predetto Giacobbe [Genes., cap. 49, v. 10.], nella venuta del divino Salvatore del mondo. Il padre Pagi mette all'anno seguente la caduta di Archelao. Dione ne parla sotto il presente.
VII
| Anno di | Cristo VII. Indizione X. |
| Cesare Augusto imper. 51. |
Consoli
Aulio Licinio Nerva Siliano e Quinto Cecilio Metello Cretico Silano.
Che il secondo di questi consoli usasse il cognome di Silano, l'hanno dedotto gli eruditi dal trovarsi Cretico Silano proconsole della Siria nell'anno di Cristo 16. Se ciò sussista, nol so. Da un antico marmo ancora ricavarono il Sigonio e il Panvinio che nelle calende di luglio ai suddetti consoli ne furono sostituiti due altri, cioè Publio Cornelio Lentulo Scipione e Tito Quinzio Crispino Valeriano. Procedeva assai lentamente la guerra nella Dalmazia e Pannonia, ed andavano a terminar tutte le prodezze dell'una e dell'altra parte in saccheggi ed incendii [Dio, lib. 55. Vellejus, lib. 3.]. Niuna cosa stava più a cuore di Tiberio che il non esporre a rischio i suoi soldati, parendogli troppo cara anche una vittoria, quando si avesse a comperar colla vita di molti de' suoi. Ma non piaceva ad Augusto una sì melensa maniera di guerreggiare; e dubitando egli che Tiberio non si curasse di finir que' romori, per poter più lungamente godere del comando dell'armi: mandò colà con un copioso rinforzo di genti Germanico Cesare, nipote d'esso Tiberio, e figliuolo di lui per adozione, giovane amatissimo dai soldati per la memoria del valoroso suo padre Claudio Druso. Non vi spedì Agrippa Cesare, figliuolo di Giulia sua figlia, perchè, siccome accennai, trovatolo di sregolati costumi, in quest'anno il relegò nell'isola Pianosa vicina alla Corsica. Le imprese fatte da Tiberio e Germanico in questa campagna furono di poca conseguenza. Vero è che i due Batoni, iti ad assalire gli alloggiamenti romani, furono con loro perdita respinti, e che Germanico recò dei gravi danni ai Mazei e ad altri popoli della Dalmazia; ma altro ci volea che questa, per ridurre al dovere quelle feroci nazioni. Anche Marco Lepido, tenente generale di Tiberio, s'acquistò grande onore, e meritò gli ornamenti trionfali, per essere venuto ad unirsi con lui, aver tagliati a pezzi molti dei nemici che se gli opposero nel viaggio, ed aver dato il sacco ad un gran tratto del loro paese.
Era stato inviato da Augusto per governatore nella Siria nell'anno precedente Publio Sulpicio Quirinio, personaggio illustre, e stato console nell'anno dodicesimo prima dell'Era volgare. Perchè la Giudea ridotta in provincia romana, per la caduta di Archelao di sopra accennata, dipendeva allora dalla Siria, Quirinio ebbe ordine di portarsi colà, per confiscare i beni d'esso Archelao, e per fare il censo, o sia la descrizion delle persone abitanti nella Giudea, e l'estimo delle facoltà d'ognuno [Joseph., Antiq., lib. 17.]. V'andò egli nell'anno presente, ed eseguì puntualmente il suo impiego, ma non senza assaissimi lamenti de' Giudei, a' quali parea una specie di schiavitù una tal novità. Nè mancarono sedizioni in quel popolo, e copiosi ammazzamenti e saccheggi per questo. Il suddetto Quirinio altri non fu che quel medesimo che in san Luca [S. Lucas, in Evang., cap. 2.] vien appellato Cirino, ed ebbe l'incumbenza di fare il censo nella Giudea allorchè venne alla luce del mondo Cristo Signor nostro. Indubitata cosa è che non può parlare il santo Evangelista del censo fatto in quest'anno da Quirinio, essendo nato il Signore, quando anche era vivente Erode il grande; ed avendo noi già accennato ch'esso Erode diede fine alla sua vita nell'anno 41 d'Augusto, cioè quattro anni prima dell'Era cristiana, per conseguente si dee ammettere un altro censo anteriormente fatto nella Giudea dal medesimo Quirinio. Ed ancorchè niun vestigio di ciò si trovi presso gli antichi storici profani, pure è bastante l'autorità dell'Evangelista per istabilirne la verità. E tanto più dicendo egli che: Haec descriptio prima facta est a praeside Cyrino. Imperciocchè quel prima acconciamente fa dedurre, chiamarsi così quella descrizione, per distinguerla dall'altra, fatta nell'anno presente. In qual anno poi precisamente seguisse la prima delle suddette descrizioni, cioè se cinque, o sei, o sette, o più anni prima dell'Era cristiana, non s'è potuto chiarire finora.
VIII
| Anno di | Cristo VIII. Indizione XI. |
| Cesare Augusto imper. 52. |
Consoli
Marco Furio Camillo e Sesto Nonio Quintiliano.
A questi consoli ordinari, nelle calende di luglio furono surrogati Lucio Apronio ed Aulo Vibio Habito. Trovavansi [Dio, lib. 55.] già i ribellati popoli della Pannonia e Dalmazia in grandi strettezze, perchè penuriavano cotanto di viveri, che si erano ridotti a mangiar dell'erbe. Sopravvenne ancora un'epidemia che, mietendo le vite di molti, li ridusse ad un infelicissimo stato, in guisa che già erano i più determinati di chiedere la pace; ma perchè s'opponevano a tal risoluzione coloro che mostravano di credere inesorabili i Romani, niuno osava di mandare ambasciatori al campo nemico. Assediò in questi tempi Germanico una forte città, e la costrinse alla resa. Questo colpo fu cagione che, senza più stare in bilancio, Batone, capo dei Dalmatini ribelli, munito di salvocondotto, venne ad abboccarsi con Tiberio per trattar di pace. Gli dimandò Tiberio i motivi della già fatta e tanto sostenuta ribellione. «Ne siete in colpa voi altri Romani, animosamente allora rispose Batone, perchè a custodir le vostre gregge avete inviato non dei pastori e dei cani, ma sì bene dei lupi:» chè non erano già allora cose pellegrine le violenze ed ingiustizie degli uffiziali romani, per le quali anche altri popoli cercarono di scuotere il giogo. Augusto intanto trovandosi inquieto per questa guerra, la quale, per attestato di Svetonio [Sueton., in Tiber., cap. 16.], fu creduta la più grave e pericolosa che, dopo quelle de' Cartaginesi, avesse patito il popolo romano; e volendo egli essere più alla portata di udirne le nuove, e di provvedere ai bisogni, era venuto nell'anno precedente, o pure nel corrente, a Rimini. Approvò egli le proposizioni della pace; e, in questa maniera, parte colla forza, parte coll'uso della clemenza, que' popoli tornarono all'ubbidienza primiera. Niun altro rilevante avvenimento ci porge sotto quest'anno la Storia romana.
IX
| Anno di | Cristo IX. Indizione XII. |
| Cesare Augusto imper. 53. |
Consoli
Cajo Pompeo Sabino e Quinto Sulpicio Camerino.
Furono sostituiti ai suddetti consoli nelle calende di luglio Marco Papio Mutilo e Quinto Popeo Secondo, chiamato da alcuni Secondino; ma più sicuro è il primo cognome. Dopo aver pacificata la Pannonia e la Dalmazia, glorioso se ne tornò a Roma Tiberio Cesare [Idem, ibid., cap. 17. Dio, lib. 56.]. Augusto gli venne incontro fuori della città; il fece entrare in Roma con corona d'alloro in capo; e in un palco, dove amendue si misero a sedere in mezzo ai consoli, coi senatori in piedi, mostrò al popolo questo suo vittorioso figliuolo. Furono in onor suo celebrati alcuni spettacoli. In questi tempi Augusto, raunati i cavalieri romani e trovato che in minor numero erano gli ammogliati che gli altri, pubblicamente lodò i primi, biasimò i secondi. Dione rapporta la di lui allocuzione, in cui egli mostrò appartenere non meno al privato che al pubblico bene che tutti avessero moglie, e si studiassero di mettere figliuoli al mondo, per mantenere le nobili famiglie romane, e sostenere il decoro della repubblica, massimamente ne' bisogni delle guerre, con inveire gagliardamente contra di tanti, i quali non già per amore del celibato, ma per avere più libertà allo sfogo della lor libidine, fuggivano il prender moglie. Pertanto in vigore della legge Papia Poppea concedette varii privilegi a chi avesse o prendesse moglie, e pene a chi dentro un convenevol termine non si ammogliasse. Ed affinchè niuno si prevalesse dell'esempio delle Vestali, le quali pure nel loro stato erano sì accreditate, disse, che quando volessero imitarle, bisognava ancora che si contentassero d'essere puniti al pari di quelle vergini, qualora contravvenissero alle leggi della continenza. Fu poi sotto Tiberio mitigata questa legge.
Poca durata ebbe la pace della Dalmazia [Vellejus, lib. 2.]. Quel Batone, capo de' Pannonii, che dianzi avea mossi alla ribellione anche i Dalmatini, dopo aver preso ed ucciso l'altro Batone, tornò a cozzar coi Romani. Vollero questi prendere la città di Retino, ma per uno stratagemma dei sollevati ne riportarono una mala percossa. S'impadronirono bensì i Romani di alcuni luoghi; ma perchè apparenza non v'era di poter così presto terminar quella guerra, e Roma per quest'imbroglio scarseggiava di viveri, Augusto tornò di bel nuovo ad inviar colà Tiberio con un possente esercito. Nulla più bramavano i soldati, che di venire ad una giornata campale. Tiberio, che non voleva espor le genti all'azzardo, e temeva di qualche sollevazione, divise in tre corpi l'armata, dandone l'uno a Silano (o sia Siliano), l'altro a Lepido, e ritenendo il terzo per sè e per Germanico suo nipote. I due primi fecero valorosamente tornare al suo dovere il paese loro assegnato. Tiberio marciò contro Batone, ed essendosi costui salvato in un castello inespugnabile per la sua situazione, perchè fabbricato sopra alto sasso, e circondato da precipizii, non si scorgeva maniera di poter espugnare quella fortezza. Anderio era il suo nome. Furono sì arditi i Romani, che cominciarono ad arrampicarsi per que' dirupi, e al dispetto de' sassi rotolati all'ingiù, giunsero a mettere in fuga parte dei difensori ch'erano usciti fuori a battaglia. Per questo successo atterriti i restati nella rocca, dimandarono ed ottennero capitolazione. Britannico anche egli forzò Arduba ed altre castella alla resa. Disperato perciò Batone il Pannonico, altro scampo non ebbe, che ricorrere alla misericordia di Tiberio. Gli fu permesso di venire al campo, e concessogli il perdono, si rinnovò ed assodò meglio che prima la pace. Volò Germanico a Roma, a portarne la lieta nuova. Tiberio gli tenne dietro, ed incontrato da Augusto ne' borghi di Roma, fece la sua entrata nella città con molta magnificenza. A Germanico furono accordate le insegne trionfali nella Pannonia; a Tiberio il trionfo e due archi trionfali nella Pannonia, con altri privilegii ed onori; ma del trionfo non potè egli godere, perchè poco stette Roma a trovarsi in gran lutto per una sempre memoranda sventura accaduta all'armi romane in Germania, di cui furono portate le funeste nuove cinque soli giorni dopo l'arrivo di Tiberio.
Siccome accennai di sopra, al governo della Siria, o vogliam dire della Soria, era stato inviato Quintilio Varo; di là poi venne in Germania per generale delle legioni che quivi continuamente dimoravano, per tener in dovere i popoli sudditi, ed in freno i non sudditi [Tacitus, Annal., lib. 1.]. Tacito scrive essere state otto le legioni che si mantenevano dai Romani al Reno. Pare che Vellejo [Vellejus, lib. 2. Dio, lib. 56.] ne nomini solamente cinque. Solevano in que' tempi essere composte le legioni di seimila fanti l'una, ed alcune d'esse avevano la giunta di qualche poco di cavalleria. Il nerbo principale delle armate romane era allora la fanteria. Varo, che povero entrò già nella Siria ricca, e nel partirsene ricco, lasciò lei povera, si credette di poter fare il medesimo giuoco in Germania. Cominciò a trattar que' popoli, come se fossero una specie di schiavi, con abolir le loro consuetudini, esigerne a diritto e a rovescio danari, e volere ridurli a quella total sommessione e maniera di vivere, che si usava fra i Romani. Diede motivo questo suo governo a molti di tramare una congiura. Arminio, figliuolo o pur fratello di Segimero, giovane prode e de' principali di quelle contrade, già ammesso alla cittadinanza di Roma e all'ordine equestre, quegli era che più degli altri animava i suoi nazionali a ricuperar l'antica libertà. Quanto più crescevano i loro odii, e si preparavano a far vendetta, tanto più fingevano sommessione ai comandanti, amore e confidenza alla persona di Varo, in guisa tale, che l'avviso dato da più di uno che si macchinava una congiura contra de' Romani, da lui fu creduto una baia, nè precauzione alcuna si prese. Ora essendosi per concerto fatto fra loro mossi all'armi alcuni de' lontani Tedeschi, Quintilio Varo, messa insieme un'armata di tre legioni, d'altrettante ale di cavalleria, e di sei coorti ausiliarie, che forse ascendevano alla somma almeno di ventiduemila combattenti, la più brava ed agguerrita gente che avesse allora l'imperio romano, si mise in viaggio con grossissimo bagaglio, per opporsi ai tentativi de' nemici. Arminio e Segimero suo padre, restati indietro col pretesto di raunar le lor genti in aiuto di Varo, allorchè i Romani si trovarono sfilati e disordinati per selve e strade disastrose, all'improvviso dalla parte superiore furono loro addosso, e cominciarono a farne macello. Per tre giorni durò il conflitto miserabile per i Romani, che non trovando mai sito in quelle montagne da potersi unire, schierare e difendere, rimasero quasi tutti vittima del furore germanico. Varo, e i principali dell'esercito, dopo aver riportate molte ferite, per non venire in mano dei nemici, da sè stessi si diedero la morte. Tutto il carriaggio, e le insegne romane restarono in poter de' Germani. Per attestato di Tacito, il luogo di questa tragedia fu il bosco di Teutoburgo, oggidì creduto Dietmelle nel contado di Lippa, vicino a Paderbona ed al fiume Wessen, nella Westfalia.
Portata questa lagrimevol nuova a Roma, incredibile fu il cordoglio d'ognuno, non minore il terrore per paura [Sueton., in August., cap. 23.] che i Germani meditassero imprese più grandi, e pensassero a passare il Reno, o a volgersi ancora coi Galli verso l'Italia. Più degli altri se ne afflisse Augusto per la morte di sì valorose truppe, per la perdita delle aquile romane e per la cattiva condotta di Varo, uomo male adoperato negli affari di pace, e peggio in quei della guerra. Perciò per più mesi non si fece tosare il capo, nè tagliare la barba; e andò sì innanzi il suo affanno, che dava della testa per le porte, e gridava da forsennato, che Varo gli restituisse le sue legioni. A sì fatti colpi non erano avvezzi i Romani, e dopo la sconfitta di Publio Crasso in Asia non aveano provata una calamità simile a questa. Si rincorò poscia Augusto al sopraggiugnere susseguenti avvisi d'essere la Gallia quieta, e di non avere i Germani osato di passare il Reno, per l'esatta guardia delle altre legioni ch'erano salve in quelle parti, e per la buona cura di Publio Asprenate, generale di due legioni al Reno, il quale seppe anche approfittarsi non poco delle eredità de' soldati uccisi. Perchè in Roma la gioventù atta all'armi non si voleva arrolare, adoperò Augusto la forza, tanto che tra essi e i veterani, che premiati tornarono all'armi e i libertini, compose un bel corpo d'armata, per inviarlo in Germania. L'anno fu questo, in cui il poeta Ovidio in età di cinquanta anni, per ordine d'Augusto andò a far penitenza de' suoi falli, relegato in Tomi città della Scizia, oggidì Tartaria, nel Ponto. Perchè egli si tirasse addosso questo gastigo, non ben si seppe, ed ora almeno non si sa. Dall'aver detto Apollinare Sidonio, ch'egli amoreggiava una fanciulla cesarea, hanno alcuni creduto qualche suo imbroglio con Giulia figliuola d'Augusto: il che non è probabile, perchè molti anni prima questa impudica principessa era stata relegata dal padre, e gastigati i suoi drudi. Potrebbe piuttosto cadere il sospetto in Giulia figliuola della suddetta Giulia, che non la cedette alla madre nella cattiva fama. Altri ha tenuto che il suo libro dell'Arte di amare, siccome opera scandalosa, fosse cagion delle sue sciagure. La sua relegazione è certa; il perchè, difficil è l'accertarlo.
X
| Anno di | Cristo X. Indizione XIII. |
| Cesare Augusto imper. 54. |
Consoli
Publio Cornelio Dolabella e Cajo Giunio Silano.
Si trova sostituito all'uno di questi consoli nelle calende di luglio Servio Cornelio Lentulo Maluginense. Credono i padri Petavio e Pagio, che Tiberio Cesare, in quest'anno, dedicasse il tempio della Concordia in Roma, ricavando tal notizia da Dione [Dio, lib. 56.]. Ne parla veramente questo istorico, ma dopo aver detto che Tiberio fu inviato in Germania; e però tal dedicazione appartiene piuttosto ad un altro anno. È mancante, a mio credere, in questi tempi, come in tanti altri, la storia d'esso Dione. Vellejo anch'egli, perchè prometteva una storia a parte dei fatti di Tiberio, con due pennellate qui si sbriga: laonde poco si sa in questo e nel seguente anno della Storia romana. Quel che è certo, unito ch'ebbe Augusto quanto potè levar di gente in Roma, spedì con tali milizie, nella Gallia Tiberio Cesare. Ciò avvenne, secondo Svetonio [Sueton., in Tib., c. 18.], nell'anno presente. Seco probabilmente andò anche il nipote Germanico, perchè Dione sotto il seguente anno scrive che unitamente fecero guerra alla Germania. Le imprese di Tiberio in essa guerra o non son giunte a noi, o piuttosto non meritarono d'essere scritte, perchè di poco momento. Vellejo unicamente ci fa sapere [Vellejus, lib. 2.] che Tiberio, ben disposte le guarnigioni della Gallia, passò il Reno coll'esercito romano. Non altro si aspettava Augusto e Roma da lui, se non che impedisse ad Arminio i progressi, sul timore che costui pensasse a molestare l'Italia. Ma Tiberio fece di più. Entrò nella parte nemica della Germania, mettendo a sacco e fuoco il paese, e in fuga chiunque ebbe ardire di contrastargli il passo: il che gran terrore diede ad Arminio. Così quello storico, gran panegirista, anzi adulator di Tiberio. Con queste poche parole Vellejo manda ai quartieri il romano esercito nell'anno presente. Potrebbono nondimeno appartenere all'anno seguente questi pochi fatti, confrontati colla narrativa di Dione. Secondo l'Usserio [Usserius, in Annalib.], a questo anno si dee riferire la morte di Salome sorella del fu re Erode. Essa era padrona del principato di Jamnia, in cui esistevano due bellissime ville, abbondanti di palme, che producevano frutti squisiti. Di tutto lasciò erede Livia moglie d'Augusto, donna che mieteva da per tutto, e con facilità, perchè essendo conosciuta di gran possanza presso il marito, ognun si procacciava la grazia di lei.
XI
| Anno di | Cristo XI. Indizione XIV. |
| Cesare Augusto imper. 55. |
Consoli
Manio Emilio Lepido e Tito Statilio Tauro.
Ad alcuni non par certo il prenome di Manio nel primo di questi consoli. Numio è da essi creduto piuttosto. Marco fu appellato da altri. Un'iscrizione legittima potrebbe decidere questa poco importante quistione. Ad Emilio Lepido fu sostituito nelle calende di luglio Lucio Cassio Longino. Sotto questi consoli, narra Dione, che Tiberio e Germanico con autorità proconsolare fecero un'irruzione nella Germania, misero a sacco un tratto di quel paese; ma niuna battaglia diedero, perchè niuno si opponeva; nè sottomisero alcun di que' popoli, perchè, ammaestrati dalle disgrazie di Varo, non volevano esporsi a pericolosi cimenti. Svetonio, benchè poco d'accordo con Dione, anch'egli attesta [Sueton., in Tiber., cap 18.] che Tiberio (avvezzo per altro a far di sua testa le risoluzioni) nulla intraprese in questa spedizione senza il parere de' suoi primari uffiziali. Aggiugne, aver egli osservata una rigorosa disciplina nell'esercito; e che sebben egli non amava di azzardar la fortuna ne' combattimenti, pure non avea difficoltà a combattere, se nella precedente notte all'improvviso si fosse smorzata da sè stessa la sua lucerna, benchè vi fosse dell'olio; perchè dicea d'aver egli e i suoi maggiori trovato sempre questo un segno di buona fortuna; tanto si lasciavano gli antichi pagani travolgere il capo da tali inezie. Ma riportata vittoria un dì, poco mancò che un di que' barbari non l'uccidesse, siccom'egli confessò di poi ne' tormenti di aver meditato. Dovette ancora succedere in quest'anno ciò che narra Vellejo Patercolo [Vellejus, lib. 3.], cioè che essendo insorto un fiero tumulto e dissensione della plebe in Vienna del Delfinato, città allora floridissima, accorse colà Tiberio; e senza adoperar le scuri, quietò quella pericolosa commozione. Sappiamo inoltre da Dione, che dopo l'incursione fatta nella Germania, Tiberio e Germanico si ritirarono al Reno, e quivi stettero sino all'autunno: nel qual tempo fecero giuochi pubblici in onore del natale d'Augusto, e similmente un combattimento di cavalleria. Poscia verso il fine dell'anno se ne tornarono in Italia.
Intanto Augusto mise in Roma un po' di freno alla astrologia giudiciaria, ch'era e fu anche da lì innanzi in gran voga in quella città, proibendo di predire la morte d'alcuno, benchè egli per sè niun pensiero si mettesse della vanità di quest'arte, ed avesse lasciato correre in pubblico l'oroscopo suo. Vietò ancora per tutte le provincie, che nulla più del consueto onore si facesse ai governatori ed altri ministri pubblici, durante il loro impiego, nè per due mesi dopo la loro partenza, imperciocchè per ottener simili dimostrazioni, si commettevano molte iniquità. Ora qui insorge fra gli eruditi una gran contesa, cioè in qual anno fosse Tiberio dichiarato Collega nell'Imperio, cioè ornato di quella stessa podestà tribunizia e proconsolare, che godeva lo stesso Augusto. In vigore dell'ultima era conceduto il comando di tutte le armate fuori di Roma colla stessa balìa che godevano i consoli. Da questo principio si pensano alcuni letterati di poter dedurre l'anno quindicesimo di Tiberio, enunziato da s. Luca. Non è facile la decision della quistione, perchè gli stessi antichi istorici son fra loro discordi, non già nell'assegnare il giorno, credendosi fatta tal dichiarazione dal senato nel dì 28 di agosto, ma bensì quanto all'anno. Svetonio scrive [Sveton., in Tiber., c. 20 e 21.] che, essendo ritornato Tiberio dalla Germania dopo due anni a Roma, per decreto del senato gli fu conceduto di amministrar le provincie comunemente con Angusto. Ma la autorità di Vellejo Patercolo merita ben di essere preferita a quelle di Svetonio per aver egli scritto le avventure de' suoi tempi; e militato allora sotto lo stesso Tiberio, laddove Svetonio visse e scrisse cento anni dipoi. Ora abbiamo da Velleio [Vellejus, lib. 2.] che, a requisizione d'Augusto, il senato e popolo romano concedette a Tiberio l'uguaglianza nella podestà pel governo delle provincie e delle armate: Ut aequum ei jus in omnibus provinciis, exercitibusque esset. Dopo di che Tiberio se ne tornò a Roma. Adunque piuttosto all'anno presente si dee riferire l'esser egli divenuto collega dell'imperio. Anche da Tacito [Tacitus, Annal., lib. 1.] possiam raccogliere la stessa verità, scrivendo egli, che Tiberio Collega Imperii, consors Tribuniciae Potestatis adsumitur, omnesque per exercitus ostentatur. Pare che Tacito anticipi di qualche anno questa dignità; ma certamente fa intendere la medesima a lui conferita, mentr'esso era all'armata, e non già allorchè fu giunto a Roma. Però assai fondamento abbiamo per credere che dall'anno presente, a cagione di questo innalzamento di Tiberio, alcuni cominciassero a numerare gli anni del suo imperio; sentenza adottata dal padre Pagi e da altri.
XII
| Anno di | Cristo XII. Indizione XV. |
| Cesare Augusto imper. 56. |
Consoli
Germanico Cesare e Caio Fontejo Capitone.
Tiberio Giulio Germanico Cesare, nipote e figliuolo per adozione di Tiberio Cesare, e nipote, a cagion d'essa adozione, di Augusto, pel merito acquistato nelle guerre della Germania, Pannonia e Dalmazia, ottenne quest'anno il consolato e inoltre gli ornamenti trionfali [Vellejus, lib. 2.]. Nelle calende di luglio a Capitone fu sostituito nel consolato Cajo Visellio Varrone. Con esso Germanico venne anche Tiberio [Sueton., in Tiber., c. 20.], nell'anno presente a Roma. Le guerre sopravvenute gli aveano impedito il trionfo destinatogli dal senato per le guerre da lui felicemente terminate nella Pannonia e Dalmazia. Ricevette egli ora quest'onore, con entrare trionfalmente in Roma. Prima di passare al Campidoglio, scese dal carro trionfale, e andò ad inginocchiarsi ai piedi d'Augusto, che con gran festa l'accolse. Seco era Batone, che già vedemmo capo della sollevazion della Pannonia ed è chiamato re di quella provincia da Rufo Festo, ma impropriamente. A costui professava non poca obbligazione Tiberio, perchè nella guerra pannonica trovandosi egli stretto in un brutto sito, e circondato dai ribelli, Batone generosamente il lasciò ritirarsi in luogo sicuro. Per gratitudine Tiberio gli fece de' grandissimi doni, e il mise di stanza a Ravenna. Seguita a dire Svetonio, aver Tiberio dato un convito al popolo con mille tavole apparecchiate, ed oltre a ciò un congiario, cioè un regalo di trenta nummi per testa. Dedicò eziandio il tempio della Concordia, mettendo nell'iscrizione, come asserisce Dione [Dio, lib. 56.] d'averlo rifatto egli con Druso suo fratello già defunto. V'ha chi crede fatta cotal dedicazione nell'anno di Cristo X, e chi nel precedente IX, tirando ciascuno [Petavius, Mediobarbus, Pagius et aliis.] al suo sentimento le parole di Dione. Ma dacchè lo stesso Dione confessa che prima di questa dedicazione Tiberio era passato in Germania, da dove solamente nell'anno presente ritornò, nè essendo verisimile che in lontananza egli dedicasse quel tempio; sembra ben da anteporsi l'autorità di Svetonio che mette quel fatto sotto l'anno presente, che è inoltre autore più vicino a questi tempi, che non fu Dione. Dedicò parimente lo stesso Tiberio il tempio di Polluce e di Castore sotto il nome suo o del fratello Druso, mettendo ivi le spoglie de' popoli soggiogati.
Quantunque Augusto si trovasse in età molto avanzata, e con vacillante sanità, pure non lasciava di pensare al pubblico bene [Dio, lib. 56.]. Perciò in quest'anno fece pubblicare una legge contro i Libelli famosi, ordinando che fossero bruciati, e castigati i loro autori. E perchè intese che gli esiliati da Roma con gran lusso viveano, e andando qua e là si ridevano delle delizie di Roma, nè parea loro di essere gastigati; ordinò che non potessero soggiornare se non nelle isole distanti dalla terra ferma per cinquanta miglia, a riserva di Coo, Rodi, Sardegna e Lesbo. Ristrinse ancora i lor comodi e la lor servitù. Per cagione poi della poca sua sanità mandò a scusarsi coi senatori, se da lì innanzi non poteva andar a convito con loro, pregandoli nello stesso tempo di non portarsi più a salutarlo in casa, come fin qui avevano usato di fare non tanto essi, ma eziandio i cavalieri ed alcuni della plebe. Finalmente raccomandò Germanico al senato, ed il senato a Tiberio con una polizza: segno ch'egli si sentiva già fiacco di forze, e vicino ad abbandonar questa vita. Molti pubblici giuochi furono fatti nell'anno presente dagl'istrioni e dai cavalieri nella piazza d'Augusto; e Germanico diede una gran caccia nel Circo, dove furono uccisi dugento lioni dai gladiatori. Fece ancora la fabbrica e la dedicazione del portico di Livia, in onore di Cajo e Lucio Cesari defunti. Abbiamo da Svetonio [Sueton., in Caligul., cap. 8.], che in quest'anno, nel dì 31 di agosto, venne alla luce Caio Caligola, che fu poi imperadore, figliuolo di esso Germanico Cesare, e di Giulia Agrippina, nata da Marco Agrippa, e da Giulia figliuola di Augusto. Chi il fa nato in Treveri, chi in Anzio in Italia. Di poca conseguenza è questa disputa, perchè egli non diede motivo ad alcun luogo di gloriarsi della di lui nascita.
XIII
| Anno di | Cristo XIII. Indizione I. |
| Cesare Augusto imper. 57. |
Consoli
Cajo Silio e Lucio Munazio Planco.
Di dieci in dieci anni, o pure di cinque in dieci il saggio Augusto soleva farsi confermare dal senato e popolo romano l'autorità ch'egli avea di reggere la repubblica come suo capo, e di comandare le armate, esercitando la podestà tribunizia e proconsolare. Con questo incenso e con quest'atto di sommessione, quasi che il suo comandare fosse una arbitraria concession de' Romani, egli continuava a far da padrone, tutti a lui servendo, quando egli mostrava d'essere dipendente e servo d'ognuno. Nè già egli dimandava la conferma di tali prerogative. Il senato stesso quegli era, che pregava e quasi forzava lui ad accettar il peso del comando. Non mancavano insinuazioni di così fare: ed anche senza insinuazioni ciascun desiderava di farsi merito con lui. Si mutò nel proseguimento dei tempi la sostanza delle cose: tuttavia l'esempio d'Augusto servì a far continuare l'uso de' quinquennali, decennali, vicennali e tricennali degl'imperadori romani, solennizzandosi con gran festa, cioè con giuochi pubblici e sagrifizii, il quinto, il decimo, vigesimo e trigesimo anno del loro imperio, con ringraziare gl'iddii della vita loro conceduta, e pregar felicità e lunghezza al resto del loro vivere, quand'anche erano cattivi. Nello anno presente [Dio, lib. 56.] fu prorogato da Augusto per altri dieci anni a venire il governo della repubblica; e benchè egli si mostrasse renitente alla loro amorevole offerta, pure si sottomise a tali istanze. Prorogò egli la podestà tribunizia a Tiberio, e a Druso figliuolo d'esso Tiberio concedette la licenza di chiedere fra tre anni il consolato, anche senza avere esercitato la pretura. Intanto perchè la inoltrata sua età e gl'incomodi della salute non gli permettevano più di andare al senato, se non rarissime volte, dimandò di poter avere venti senatori per suoi consiglieri (ne tenea quindici negli anni addietro), e fu fatto un pubblico decreto, che qualunque determinazione ch'egli facesse da lì innanzi insieme coi suddetti consiglieri e coi consoli reggenti e disegnati, e coi suoi figliuoli e nipoti, fosse valida, come se fosse emanata dall'intero senato. In vigore di questo decreto, anche stando in letto per cagion delle sue indisposizioni, prese molte risoluzioni opportune al pubblico governo. Sì malcontento era il popolo romano del poco fa introdotto aggravio della vigesima parte delle eredità che si pagava all'erario militare pel mantenimento de' soldati, che si temeva di qualche sedizione in Roma. Scrisse Augusto al senato che ognuno mettesse in iscritto il suo voto, per trovar altra via più comoda da ricavar il necessario danaro, acciocchè, se non si fosse trovata, facesse conoscere che da lui non veniva il male, vietando a Germanico e a Druso di dire il loro parere, perchè non si credesse quella essere la mente sua. Vi fu gran dibattimento; e continuandosi pure a detestar la vigesima, egli mostrò di voler compartire il peso di quella contribuzione sopra i beni stabili del popolo. Inviò pertanto qua e là, senza perdere tempo, estimatori delle case e terre: il che bastò a fare che cadauno, temendo di patir più danno da questo che da quell'aggravio, si quietò, e restò, come prima, in piedi la vigesima.
XIV
| Anno di | Cristo XIV. Indizione II. |
| Tiberio imperadore 1. |
Consoli
Sesto Pompeo e Sesto Appuleo.
Fece in quest'anno Augusto insieme con Tiberio il censo, o sia la descrizione de' cittadini romani, abitanti in Roma e per le provincie; e per attestato della inscrizione ancirana, riferita dal Grutero [Gruter., Thesaur. Inscription., pag. 230.], se ne trovarono quattro milioni e cento settantasettemila. Eusebio nella sua cronica [Euseb., in Chron.] fa ascendere essi cittadini a nove milioni e trecento settantamila persone, forse per error de' copisti, il quale s'ha da correggere coll'autorità dell'iscrizione suddetta. Svetonio [Sueton., in August., cap. ult.] e Dione [Dio, lib. 56.] attestano, avere Augusto sul fin di sua vita fatto un compendio delle sue più memorabili azioni, con ordine d'intagliarlo in varie tavole di bronzo. Se ne conservò in Ancira una copia. Fu poi spedito Germanico in Germania, perchè non era per anche cessata in quelle contrade la guerra. Prese Augusto anche la risoluzion d'inviar Tiberio nell'Illirico, per assodar sempre più la pace ivi stabilita; e però con esso lui da Roma si incamminò alla volta di Napoli, invitatovi da quel popolo nell'occasione de' giuochi insigni che qui ogni cinque anni in onor suo si facevano all'usanza de' Greci. V'andò, ma portando seco una molesta diarrea, cominciata in Roma. Dopo avere assistito a quella magnifica funzione, e licenziato Tiberio, si rimise in viaggio per tornarsene a Roma. Aggravatosi il suo male, fu forzato a fermarsi in Nola, dove poi placidamente morì nel dì 19 agosto, cioè nel mese nominato prima sestile, e poscia dal suo nome Augusto, che tuttavia dura, e in quella medesima stanza, dove Ottavio suo padre era mancato di vita. Sospetto corse [Sueton., Tacitus, Dio.], che la ambiziosa sua moglie Livia, appellata anche Giulia, perchè adottata per figliuola da esso Augusto con istravaganza non lieve, gli avesse procurata la morte con dei fichi avvelenati. Imperocchè dicono che in questi ultimi tempi Augusto, o perchè già conoscesse il mal talento di Tiberio figliastro suo, o perchè gli paresse più convenevole di anteporre Agrippa, figliuolo di Giulia sua figlia, ad un figliuolo di sua moglie Livia, avesse cangiata massima intorno alla successione sua; e che segretamente coll'accompagnamento di pochi si fosse portato a visitar esso Agrippa, che trovavasi allora relegato nell'isola della Pianosa, con dargli buone speranze. Avendo Livia penetrato questo segreto affare, s'affrettò, secondo i suddetti scrittori, ad accelerar la morte del marito. Ma non par già verisimile, che Augusto sì vecchio volesse prendersi lo incomodo di arrivar sino alla Pianosa, vicino alla Corsica, nè potea ciò farsi senza che Livia ed altri nol venissero a sapere. L'affetto poi dimostrato da Augusto sul fine di sua vita alla medesima Livia e a Tiberio, il quale richiamato dal suo viaggio [Vellejus, lib. 2.] arrivò a tempo di vederlo vivo, e di tenere un lungo ragionamento con lui, non lascia trasparire segno di affezione di esso Augusto verso il nipote Agrippa, nè di mal animo contro il figliastro Tiberio e di sua madre.
Comunque sia, terminò Augusto i suoi giorni in età di quasi settantasei anni, e di cinquantasette anni e cinque mesi dopo la morte di Giulio Cesare. Tanto anticamente, quanto ne' due ultimi secoli, si vide posto sulle bilance de' politici e dei declamatori il merito di questo imperadore, lacerando gli uni la di lui fama, per avere oppressa la repubblica romana, e gli altri encomiandolo come uno dei più gloriosi principi che s'abbia prodotto la terra. La verità si è, che hanno ragione amendue queste fazioni, considerata la diversità de' tempi. Non si può negare ne' principii il reato di tirannia e di crudeltà in Augusto verso la sua patria; ma si dee ancora concedere, che il proseguimento della sua vita fece scorgere in lui non un tiranno, ma un principe degno di somma lode pel savio suo governo, per l'insigne moderazione sua, e per la cura di mantenere ed accrescere la pubblica felicità. Può anche meritar qualche perdono l'attentato suo. Trovavasi da molto tempo vacillante e guasta la romana repubblica per le fazioni e prepotenze, che non occorre qui rammentare [Tacitus, Annal., lib. 1.]. Bisogno v'era di un'autorità superiore, che rimediasse ai passati disordini, e non lasciasse pullularne dei nuovi. Però la tranquillità di Roma è dovuta al medesimo, se vogliamo dire, fallo suo. Nè egli a guisa de' tiranni tirò a sè tutto quel governo, ma saggiamente seppe fare un misto di monarchia e di repubblica, quale anche oggidì con lode si pratica in qualche parte d'Europa. Felice Roma, s'egli avesse potuto tramandare ai suoi successori, come l'imperio, così anche il suo senno e il suo amore alla patria. Ma vennero tempi cattivi, ne' quali poi s'ebbe a dire: Che Augusto non dovea mai nascere, o non dovea mai morire. Il primo per mali da lui fatti a fine di rendersi padrone: il secondo per l'amorevolezza e saviezza, con cui seppe dipoi governare la repubblica, e di cui furono privi tanti de' suoi successori, non principi, ma tiranni. Un gran saggio ancora del merito d'Augusto furono gli onori a lui compartiti in vita, e più dopo morte. Vi avrà avuta qualche parte, non vo' negarlo, l'adulazione; ma i più vennero dalla stima, dall'amore e dalla gratitudine de' popoli che sotto di lui goderono uno stato cotanto felice. E tali onori arrivarono sino al sacrilegio [Tacitus, ibidem. Dio, lib. 51. Sueton., in August., c. 59. Philo, in Legation. ad Cajum.]. Imperciocchè a lui anche vivente furono, come ad un Dio, dedicati altari, templi e sacerdoti, e molto più dopo morte. Con pubblici giuochi ancora e spettacoli si solennizzò dipoi il suo giorno natalizio, e memoria onorevole si tenne de' benefizii da lui ricevuti.
Tennero Livia e Tiberio occulta per alcuni giorni la morte d'Augusto, finchè avendo frettolosamente inviato ordine alla Pianosa che fosse ucciso Agrippa, nipote d'esso Augusto, giunse loro la nuova di essere stato eseguito il barbaro comandamento, mostrando poscia di non averlo dato alcun d'essi; che questo fu il bel principio del loro imperio. Allora si pubblicò essere Augusto mancato di vita. Fu portato con gran solennità il di lui corpo a Roma dai principali magistrati delle città, e poi da' cavalieri; furongli fatte solenni esequie, descritte da Dione, con averlo portato al rogo Druso figliuolo di Tiberio e i senatori. Saltò poi fuori Numerio Attico senatore, il quale, mentre la pira ardeva, giurò di aver veduta l'anima d'Augusto volare al cielo [Sueton., in August., cap. 101. Dio, lib. 56.], come si finse una volta succeduto anche a Romolo, facendosi credere con tali imposture alla buona gente ch'egli fosse divenuto un dio o semideo: vana pretensione, continuata ne' tempi seguenti per altri imperadori. Ciò fatto, si trattò nel senato di confermare, o, per dir meglio, di concedere a Tiberio Cesare, lasciato erede da Augusto suo padrigno, tutta l'autorità e gli onori goduti in addietro dal medesimo Augusto. Era allora Tiberio in età di cinquantasei anni, volpe fina e impastato di diffidenza, d'umor nero e di crudeltà; ma che sapeva nascondere il suo cuore meglio d'ogni altro, ed avea saputo coprire i suoi vizii agli occhi, non già di tutti, ma forse della maggior parte dei grandi e de' piccoli. Nel senato non v'era più alcuna di quelle teste forti che potessero rimettere in piedi la libertà romana; tutto tendeva all'adulazione e al privato, non al pubblico bene. V'entrava anche la paura, perchè Tiberio continuò a comandare alle coorti del pretorio e alle armate romane per le precedenti concessioni; e però niuno osava di alzar un dito, anzi ognuno gareggiò a conferir la signoria a Tiberio. All'incontro l'astuto Tiberio, quanto più essi insistevano per esaltarlo, tanto più facea vista di abborrir quegli onori, e di desiderare non superiorità, ma uguaglianza co' suoi cittadini, esagerando la gran difficoltà a reggere sì vasto corpo, e i pericoli di soccombere sotto il peso. Tutto affine di scandagliar bene gli animi di ciascun particolare, e far poi vendetta a suo tempo di chi poco inclinato comparisse verso di lui [Dio, lib. 57.]. Temeva ancora che Germanico suo nipote, già adottato da lui per figliuolo, tra per essere allora alla testa dell'armata romana in Germania, e perchè sommamente amato dal popolo romano e dai soldati, potesse torgli la mano. Lasciossi dunque pregare gran tempo anche dagl'inginocchiati senatori, e finalmente senza chiaramente accettar l'impiego [Sueton., in Tiber., cap. 24.], o pur facendo credere di prenderlo, ma per deporlo fra qualche tempo, cominciò francamente ad esercitare l'autorità imperiale. Qui Vellejo Patercolo [Vellejus, lib. 2.] lascia la briglia all'eloquenza sua, per tessere un panegirico delle azioni di Tiberio sui principii del suo governo. La pace fiorì da per tutto; andò l'ingiustizia, la prepotenza, la frode a nascondersi fra i Barbari; si stese la di lui liberalità per le provincie e città che aveano patito disgrazie. E veramente gran moderazione mostrò a tutta prima Tiberio, e seguitò a governar da saggio, finchè visse Germanico, perchè temeva di lui. Nè qui si ferma Vellejo. Entra ancora a vele gonfie nelle lodi di Elio Sejano, scelto da Tiberio per suo consigliere e primo ministro. S'egli sel meritasse, l'andremo osservando nel progresso degli anni.
Certo che in Roma niun tumulto o sedizione accadde per questo cambiamento di governo; ma non fu così nelle provincie [Dio, lib. 57. Tacit., lib. 1 Annal., cap. 16 et seq.]. Le milizie romane che soggiornavano nella Pannonia, appena udita la morte di Augusto, si rivoltarono contra di Giulio Bleso lor comandante, che corse pericolo della vita, facendo esse istanza della lor giubilazione e d'essere premiate, col minacciar anche di ribellar quella provincia, e di venirsene a Roma. Fu dunque spedito colà da Tiberio il suo figliuolo Druso con una man di soldati pretoriani, ed accompagnato da Sejano, allora prefetto del pretorio. Durò Sejano non poca fatica a mettere in dovere i sollevati che l'assediarono, e ferirono alcuni della di lui scorta. Ma finalmente essendosi ritirati e divisi costoro pe' quartieri; e chiamati sotto altro pretesto ad uno ad uno i più feroci nella tenda di Druso, dove lasciarono la testa, si quietarono gli altri, ed ebbe fine quel romore. Più strepitosa e di maggior pericolo fu la sollevazion de' soldati romani nella Germania, perchè quivi dimorava il miglior nerbo delle legioni sotto il comando di Germanico Cesare, che si trovava allora nella Gallia a fare il censo o sia la descrizione dell'anime. Si ammutinò parte di questo esercito per le stesse cagioni che poco fa accennai. Corse perciò colà Germanico; e siccome egli era sommamente amato, perchè dotato di assaissime lodevoli qualità, e il conoscevano per migliore di gran lunga che Tiberio, vollero crearlo imperadore. Costantissimo egli nel non volere mancar di fede a Tiberio suo zio che l'avea anche adottato per figliuolo, allorchè vide di non potere in altra guisa liberarsi dalle lor furiose istanze, cavò la spada per uccidersi. Quest'atto li fermò. Finse poi lettere di Tiberio, quasi ch'egli ordinasse in donativo ad essi soldati il doppio dello stabilito da Augusto; la promessa di sì fatta liberalità, e l'aver eziandio accordato il ben servito ai veterani, li placò. Ma il danaro non concorreva, e intanto giunsero gli ambasciatori di Tiberio, all'arrivo de' quali di nuovo si sollevarono, e furono vicini a privarli di vita, per timore che fossero spediti ad annullar quanto avea promesso Germanico. Presero anche Agrippina di lui moglie, gravida allora, e il piccolo figliuolo Cajo, soprannominato Caligola. La costanza di Germanico, giacchè non poteano conseguire di più, feceli dipoi tornare al loro dovere. Ed acciocchè stando in ozio non macchinassero altre sedizioni, Germanico li condusse addosso alle terre nemiche dove impiegarono i pensieri e le mani per far buon bottino. Certo è, che Germanico se avesse voluto, sarebbe stato imperatore Augusto; tanto egli avea in pugno l'affetto di quel potente esercito, e il cuore eziandio del popolo romano. Ma superior fu all'ambizione la sua virtù. Cordialissime lettere perciò scrisse a lui e ad Agrippina sua moglie, Tiberio per ringraziarli [Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, c. 56.]: fece anche un bell'encomio di loro nel senato ed ottenne a Germanico la podestà proconsolare, che forse dovea essere terminata la dianzi a lui accordata. Tuttavia internamente continuò più che mai ad odiarli, paventando sempre che in danno proprio si potesse convertire un dì l'amore professato dalle milizie a Germanico [Tacito, Annal., lib. 1, c. 57.]. Non finì quest'anno, che Giulia, figliuola di Augusto e moglie di Tiberio, già per gli eccessi della sua impudicizia relegata in Reggio di Calabria, fu lasciata ovvero fatta morire di stento, se pur non fu in altra più spedita maniera. Sempronio Gracco bandito anch'egli, già passava il quattordicesimo anno, da Augusto nell'isola di Cersina presso l'Africa, in castigo della sua disonesta amicizia colla suddetta Giulia, fu anch'egli tolto di vita.
XV
| Anno di | Cristo XV. Indizione III. |
| Tiberio imperadore 2. |
Consoli
Druso Cesare figliuolo di Tiberio e Caio Norbano Flacco.
Fu massimamente in quest'anno un bel vedere, con che attenzione, moderazione e modestia si applicasse Tiberio al governo [Dio, lib. 57. Suetonius, in Tiber., cap. 26.]. Non volle che si premettesse al suo nome il titolo d'imperadore. Si adirava con chi osasse chiamarlo signore; e a' soldati permetteva il nominarlo per imperadore: giacchè tal nome, siccome dissi, solamente allora significava generale d'armata. Il glorioso nome di Padre della Patria non permise mai che il senato glielo desse, forse perchè abborriva l'adulazione, ed egli in sua coscienza dovea forse sapere di non poterlo meritare giammai. E certamente scrivendo una volta al senato [Sueton., ibid., cap. 67.] che vilmente pregava di ricevere questo titolo, disse: «Se per mia disavventura un qualche dì accadesse, che voi dubitaste della mia buona intenzione e della sincerità dell'affetto che a voi professo (il che se dovesse avvenire, desidero piuttosto che la morte mia prevenga la mutazion della vostra opinione), questo titolo di Padre della patria niente d'onore recherebbe a me, e servirebbe solo di rimprovero a voi per aver fallato il giudicare di me, e per avere spropositatamente dato a me un cognome che non mi conveniva.» Benchè passasse in lui per eredità il titolo d'Augusto, pure non l'usava se non talvolta in iscrivendo ai re; e solamente leggendolo o ascoltandolo a sè dato, non l'avea a male; e però sovente si trova nelle iscrizioni e medaglie d'allora. Il nome di Cesare era a lui famigliare; e talora usò il cognome di Germanico, per le vittorie riportate in Germania, siccome ancor quello di Principe del Senato, cioè di primo fra i senatori. Soleva perciò dire ch'egli era: «Signore de' propri schiavi, imperadore (cioè generale) dei soldati, e primo fra gli altri cittadini di Roma.» Per la stessa ragione vietò sulle prime ad ognuno il fabbricargli dei templi come s'era fatto ad Augusto; nè volle sacerdoti flamini. Col tempo permise ciò alle città dell'Asia, ma nol volle permettere a quelle della Spagna e d'altri paesi. Che se talun desiderava d'innalzargli statue, o di esporre l'immagine sua, nol potea fare senza di lui licenza; e questa si concedea, sempre colla condizione che non si mettessero fra i simulacri degl'iddii, ma solamente per ornamento delle case. Altre simili distinzioni d'onore rifiutò egli, e soprattutto amava di comparire popolare; camminando per la città con poco seguito, e senza voler corteggio servile di gente nobile; onorando non solo i grandi, ma anche la bassa gente, e tenendo al suo servigio un discreto numero di schiavi. Nel senato poi e nei giudizii del foro, non si piccava punto di preminenza, dicendo e lasciando che ogni altro liberamente dicesse il suo parere: nè si sdegnava se si risolveva in contrario al suo. Niuna risoluzione prendeva egli mai senza sentire i senatori consiglieri eletti da lui. Era sollecito in impedire gli aggravi de' popoli e le estorsioni de' ministri; e ad alcuni governatori che l'esortavano ad accrescere i tributi, o pure a quel dell'Egitto, che mandò più danaro di quel che si solea ricavare, rispose: «Che le pecore s'han da tosare, e non già da levar loro la pelle.» In somma Tiberio avea testa per esser un ottimo principe e glorioso imperatore; e pur pessimo riuscì, perchè all'intendimento prevalse di troppo, siccome vedremo, la maligna sua inclinazione [Dio, lib. 57. Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 16. Sueton., in Tiber., cap. 50.]. All'incontro Livia Augusta sua madre, donna gonfia più d'ogni altra di fasto e di vanità, facea gran figura in Roma. Nulla avea omesso, fatte avea anche delle enormità affinchè il figliuolo arrivasse a dominare per isperanza di continuare a dominar come prima sotto l'ombra di lui. Ma era ben diverso da quello d'Augusto l'amor di Tiberio. La tenne egli, per quanto potè, sempre bassa, senza permettere che l'adulatore senato le desse certi titoli d'onore che maggiormente l'avrebbono insuperbita; talvolta diceva a lei stessa, «non esser conveniente alle donne il mischiarsi negli affari di Stato.» Quantunque talvolta si regolasse secondo i di lei consigli, pure il men che potea l'onorava di sue visite; ed anche visitandola, poco vi si tratteneva, affinchè non paresse ch'egli si lasciasse governare da lei. Fece anche di più col tempo, siccome vedremo.
Comandava intanto le armate di Germania il giovane Germanico Cesare. Ancorchè fosse lontano da Roma, per cura di Tiberio gli fu conceduto il trionfo, celebrato poi nell'anno seguente, in ricompensa di quanto egli avea finora operato in quella guerra [Tacitus, Annal., lib. 1, cap. 9.]. Durava questa in Germania, ed erano tuttavia in armi Arminio e Segeste, due primari capitani di quelle contrade; ma fra loro discordi, perchè Arminio, rapita una figliuola di esso Segeste, promessa ad un altro, la avea presa per moglie a dispetto del padre. Con due corpi d'armata assai poderosi, l'uno comandato da Germanico, l'altro da Aulo Cecina, legato dello esercito, fu portata la guerra addosso ai popoli Catti (oggidì creduti gli Assiani) e preso il loro paese. Mosse in questi tempi Arminio una sedizione contra del suocero Segeste, il quale, trovandosi assediato, spedì il figliuolo Segimondo a Germanico per aiuto. Accorsero i Romani; furon messi in rotta gli assedianti, liberato Segeste, e presa con altre nobili donne la di lui figliuola, gravida allora del marito Arminio. Questo fatto e le tante grida d'Arminio cagion furono che presero l'armi per lui i Cherusci ed Ingujomero di lui zio paterno. Seguirono poi due combattimenti. Nel primo toccò la peggio ad Arminio; nell'altro ebbe Cecina colle sue brigate non poca fatica a ridursi in salvo, ma dopo averne riportate molte ferite. Fu allora che Agrippina, moglie di Germanico, fece comparire l'animo suo virile. Per la suddetta disgrazia era corsa voce che i Germani venivano per passare ostilmente nella Gallia. Impedì la valorosa donna che non si guastasse il ponte sul Reno, come volevano que' cittadini. Messasi ella stessa alla testa del medesimo, graziosamente accolse le legioni che malconce ritornavano dal suddetto fatto d'armi, con far medicare i feriti, e donar vesti a chi avea perdute le sue. Riferita a Tiberio questa gloriosa azione d'Agrippina, siccome egli odiava la stirpe d'Agrippa, e il suo pascolo era la diffidenza, ne fece doglianze nel senato, con esporre l'indecenza che una donna si usurpasse lo ufficio de' generali e dei legati, ed accusandola di mire più alte, per esaltare il marito e il figliuolo Caligola. Nè mancò il favorito Sejano di maggiormente fomentar in Tiberio sì fatte gelosie. Meno è da credere che non facesse Livia Augusta, solita a mirar di mal occhio Germanico, e più la di lui moglie secondo lo stil delle femmine. Corsero dipoi gran pericolo di restar affogate nell'acque due legioni comandate da Publio Vitellio. Segimero, fratello di Segeste, col figliuolo si rendè ai Romani; e con questi, poco per altro fortunati avvenimenti, ebbe fine la campagna dell'anno presente. Pagò appunto in quest'anno Tiberio il pingue legato lasciato da Augusto al popolo romano. A ciò fare fu spinto da una pungente burla [Dio, lib. 56.]. Nel passare la piazza un cadavero, portato alla sepoltura, accostatosi alle orecchie del morto un buffone, in bassa voce gli disse o pur finse di dire alcune parole. Interrogato poi dagli amici, rispose di avergli ordinato d'avvertire Augusto della non per anche eseguita testamentaria volontà. Le spie ne rapportarono tosto l'avviso a Tiberio, il quale non tardò a pagare il legato, con far poco appresso morir l'autore della burla, dicendo ch'egli stesso porterebbe più presto ad Augusto le nuove di questo mondo [Panvin., in Fast. Blanchin., in Anast.]. Prese Tiberio in quest'anno nel dì 10 marzo il titolo di Pontefice Massimo.
XVI
| Anno di | Cristo XVI. Indizione IV. |
| Tiberio imperadore 3. |
Consoli
Tito Statilio Sisenna Tauro e Lucio Scribonio Libone.
Al primo d'essi consoli, cioè a Statilio, ho aggiunto il prenome di Tito, ricavandosi ciò da un'iscrizione riferita dal Fabretti [Fabrettus, Inscript., pag. 701.]. Così ancora avea scritto il Panvinio. Al secondo, cioè a Libone, fu sostituito nelle calende di luglio Publio Pomponio Grecino, come consta dalla iscrizione suddetta e dal poeta Ovidio [Ovidius, lib. 4, Ep. 9 Trist.]. In Germania [Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 9 et seq.] al fiume Weser due fatti d'armi seguirono fra i Romani sotto il comando di Germanico, e i Germani regolati da Arminio. In amendue la vittoria si dichiarò per li Romani. Avea Germanico fatto preparar mille legni tra grandi e piccoli nell'isola di Batavia (oggidì Olanda) per assalire dalla parte dell'Oceano i nemici. Sul fine della state, imbarcata che fu la copiosa fanteria, con alquanto di cavalleria, a forza di remi e di vele si mosse la flotta per entrar nel paese nemico. V'era in persona lo stesso Germanico. Per una tempesta insorta ebbe a perir tutta quella gente, e gran perdita si fece d'armi, cavalli e bagaglio. Ma quando i Germani per questo sinistro caso de' Romani si credeano in istato di vincere, Germanico spedì Cajo Silio con trentamila fanti e tremila cavalli contra di loro; il che tal riputazione acquistò ai Romani, tal terrore diede ai Germani che cominciarono ad inclinar alla pace. Avrebbe potuto Germanico dar l'ultima mano a quella guerra, se Tiberio con replicate lettere ed istanze non l'avesse richiamato a Roma con esibirgli il consolato e il trionfo già a lui accordato. Al geloso e diffidente Tiberio premeva forte di staccar Germanico da quelle legioni, paventando egli sempre delle novità a sè pregiudiziali, pel sommo amore che quei soldati professavano a sì grazioso generale. Ancorchè Germanico s'accorgesse delle torte mire d'esso suo zio, pure si accomodò ai di lui voleri, ed impreso il viaggio d'Italia, forse arrivò in Roma sul fine dell'anno. Fece [Dio, lib. 57.] Tiberio nel presente accusare in senato Lucio Scribonio Libone, giovane, diverso dal console, quasichè macchinasse delle novità. Prevenne questi la sentenza della morte con uccidersi da sè stesso. Avea già cominciato Tiberio a permettere i processi contra delle persone anche più illustri per sole parole indicanti mal animo o sedizione contra del governo e della sua persona: laddove prima di salire sul trono avea sempre sostenuto [Sueton., in Tiber., cap. 27.], «che in una città libera dovea ciascuno goder la libertà di dire e pensare ciò che gli piacesse.» Questa bella massima, divenuto che fu principe, perdè presso lui di grazia. Siccome ancora quell'altra ch'egli proferì un dì nel senato con dire, «che se si cominciasse ad ammettere accuse di chi parlasse contra del principe o del senato, andrebbe in eccesso il processar persone; perchè chiunque ha dei nemici, correrebbe a denunziarli come rei di questo delitto.» Questi disordini appunto accaddero da lì innanzi sotto il tirannico di lui governo.
Era in gran voga per questi tempi in Roma la strologia giudiciaria ed anche la magia [Dio, ibidem.]. Della prima si dilettava lo stesso Tiberio, tenendo in sua casa uno di questi venditori di fumo, chiamato Trasillo, e volendo ogni dì udire da lui quel che dovea succedere in quella giornata. Trovandosi beffato da costui, se ne sbrigò col farlo uccidere; poi perseguitò tutti gli altri fabbricatori di pronostici. E perchè non erano eseguiti gli editti intorno a questi impostori, chiunque de' cittadini romani fu per tal cagione denunziato dipoi, n'ebbe per castigo lo esilio. Solennemente ancora fu vietato a chicchessia il portar vesti di seta, perchè di spesa grave, non facendosi allora seta in Europa; siccome fu parimente proibito il tener vasi d'oro, se non per valersene ne' sagrifizii; e nè pur furono permessi vasi d'argento con ornamenti d'oro. Affettava Tiberio la purità della lingua latina, e soprattutto usava i vocaboli antichi d'Ennio e di Plauto. Essendogli in un editto scappata una parola non latina, n'ebbe scrupolo, e volle ascoltare il parere de' più dotti grammatici, i quali quasi tutti la dichiararono buona, dacchè era stata usata da sì gran dottore e principe, qual era Tiberio. Con tutto ciò saltò su un certo Marcello, dicendo, «che potea ben Cesare dar la cittadinanza di Roma agli uomini, ma non già alle parole;» bolzonata che ferì non poco Tiberio, e nondimeno seppe egli, secondo il suo costume, ben dissimularla. Proibì ancora ad un centurione il fare testimonianza nel senato con parole greche, tuttochè egli in quello stesso luogo avesse udito molte cause trattate in greco, ed egli medesimo talvolta si fosse servito dello stesso linguaggio per interrogare.
XVII
| Anno di | Cristo XVII. Indizione V. |
| Tiberio imperadore 4. |
Consoli
Caio Cecilio Rufo e Lucio Pomponio Flacco Grecino.
Il primo de' consoli negli Annali stampati di Tacito è chiamalo Celio; Cecilio in quei di Dione. E così appunto si dee appellare. S'è disputato fra gli eruditi intorno a questo nome. Credo io decisa la lite da un marmo da me dato alla luce [Thesaur. Novus Inscription., pag. 301, n. 1.], che si dice posto C. CAECILIO RVFO, L. POMPONIO FLACCO COSS. Erano insorte nell'anno precedente varie turbolenze fra i re d'Oriente, che dipendevano in qualche guisa da Roma [Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 1. Joseph., Antiq. Judaic., lib. 16, cap. 3.]. Avea Augusto, siccome accennammo, dato ai Parti Vonone per re. Col tempo cominciarono que' barbari a sprezzarlo, poscia ad abborrirlo, e finalmente a congiurare per detronizzarlo. Chiamato alla corona Artabano del sangue degli antichi Arsacidi, questi, sconfitto sulle prime, sconfisse in fine Vonone. Si rifugiò il vinto nell'Armenia, e fatto re da que' popoli non andò molto, che prevalendo presso gli Armeni il partito favorevole ad Artabano, Vonone si ritirò ad Antiochia con un gran tesoro. Ivi risedeva proconsole della Soria Cretico Silano, che adocchiato quell'oro, l'accolse ben volentieri, e permise ch'egli si trattasse da re, ma nel medesimo tempo il facea custodire sotto buona guardia. Vonone intanto implorava con frequenti lettere aiuto da Tiberio; ma non avea Tiberio voglia di romperla coi Parti, gente che non si lasciava far paura dai Romani, e gli avea anche più volte fatti sospirare. Oltre a ciò avvenne [Dio, lib. 57.] che Tiberio fece citar a Roma Archelao re della Cappadocia tributario de' Romani, col pretesto ch'egli meditasse delle rebellioni. L'odiava Tiberio, perchè, allorchè egli dimorava a guisa di relegato in Rodi, Archelao passando per colà non l'avea onorato di una visita, e grande onore all'incontro avea fatto a Cajo Cesare emulo suo. Venne Archelao a Roma vecchio e malconcio di sanità, dopo aver per cinquant'anni governato i suoi popoli; e fu accusato innanzi al senato. Si mise egli in tal affanno per questa persecuzione, che da lì a qualche tempo, non si sa se naturalmente, o pure per aiuto altrui, terminò la sua vita. Allora la Cappadocia fu ridotta in provincia, e spedito colà un governatore. In que' medesimi tempi vennero a morte Antioco re della Comagene e Filopatore re di Cilicia con gran turbazione di que' popoli, parte dei quali volea un re, ed un'altra desiderava il governo de' Romani. Anche la Soria e la Giudea, lagnandosi de' troppo gravi tributi, ne dimandavano la diminuzione.
Fu questa una bella occasione a Tiberio per allontanar l'odiato nipote Germanico Cesare da Roma, e cacciarlo in paesi pericolosi sotto specie d'onore. Propose dunque in senato, che non v'era persona più a proposito di lui per dar sesto agl'imbrogli dell'Oriente. Già avea esso Germanico conseguito il trionfo nel dì 26 di maggio; e a lui per questa spedizione fu conceduta un'ampia autorità in tutte le provincie di là del mare. Ma Tiberio, per mettere a lui un contrapposto in quelle contrade, richiamato Cretico Silano dalla Soria [Tacit., Annal., lib. 2, cap. 43.], spedì a quel governo Gneo Calpurnio Pisone, uomo violento e poco amico di Germanico. Con costui andò anche Plancina sua moglie, addottrinata, per quanto fu creduto, da Livia Augusta, acciocchè facesse testa ad Agrippina moglie di Germanico. Volle inoltre Tiberio, che Druso Cesare suo figliuolo, lasciato l'ozio e il lusso di Roma, andasse nell'Illirico ad apprendere il mestiere della guerra. Andò egli; ma giunto colà fu forzato a passare in Germania, per cagion delle guerre civili nate fra i Germani non sudditi di Roma. Aspra lite quivi era fra Arminio promotore della libertà, e Maroboduo, che avea preso il titolo di re. Ad una campale battaglia vennero questi due emuli. Fu creduto vincitore Arminio, perchè l'altro per la soverchia diserzione dei suoi si ritirò fra i Marcomanni [Dio, Strabo, Eusebius, in Chron.]. Druso colà si portò con apparenza di voler trattar la pace fra essi. Devastò in quest'anno un fiero tremuoto dodici città dell'Asia, alcune delle quali assai celebri, come Efeso, Sardi, Filadelfia. Tiberio dedicò in Roma varii templi, ma edificati da altri; perchè egli non si dilettò di fabbriche, nè di lasciar magnifiche memorie, per non iscomodar la sua borsa. In Africa si sollevarono i Numidi e i Mori per istigazione di Tacfarinate. Furio Camillo, proconsole di quelle provincie, benchè non avesse al suo comando se non una sola legione e poche truppe ausiliarie, marciò contro quella gran moltitudine di gente, e le mise in fuga. Per tal vittoria si meritò dal senato gli ornamenti trionfali [Hieron., in Chron.]. Negli ultimi sei mesi dell'anno presente diede fine alla sua vita il poeta Ovidio in Tomi, città posta alle rive del mar Nero, dov'era stato relegato da Augusto. Credesi ancora, che questo fosse l'ultimo anno di vita del celebre storico romano Tito Livio padovano.
XVIII
| Anno di | Cristo XVIII. Indizione VI. |
| Tiberio imperadore 5. |
Consoli
Claudio Tiberio Nerone imperatore per la terza volta, e Germanico Cesare per la seconda.
Pochi giorni tenne Tiberio il consolato. A lui succedette Lucio Sejo Tuberone; e poscia nelle calende di luglio in luogo di Germanico, fu creato console Cajo Rubellio Blando. Ho aggiunto il prenome di Cajo a Rubellio, secondo la testimonianza di un marmo [Thes. Novus Inscript., pag. 301, num. 2.] da me dato alla luce. Ma si può dubitare, se il consolato di lui appartenga all'anno presente. Germanico si trovava in Nicopoli, città dell'Epiro, allorchè vestì la trabea consolare [Tacitus, Annal., lib. 2, cap. 54.]. Visitò egli le città greche, e massimamente Atene, ricevendo dappertutto distinti onori. Passò a Bisanzio e al mar Nero; e finalmente entrato nell'Asia, arrivò a Lesbo, dove Agrippina sua moglie partorì Giulia Livilla. Intanto Gneo Pisone, inviato da Tiberio per proconsole della Soria, raggiunse Germanico a Rodi. Non era ignoto a Germanico il mal animo di costui; pure avendo inteso ch'egli correa pericolo della vita per una fiera tempesta insorta, spedì alcune galee per salvarlo. Neppur giovò questo per ammansarlo. Appena Pisone fu dimorato un giorno in Rodi, che passò in Soria, dove usando carezze e regali si procacciò l'affetto di quelle legioni, lasciando a' soldati specialmente la libertà di far tutto ciò che loro piacea. Meno non si adoperava Plancina sua moglie, che intanto non si guardava di sparlar dappertutto di Germanico e di Agrippina. Andossene in Armenia Germanico, ed ivi pose per re Zenone figliuolo di Polemone re di Ponto, dopo aver deposto Orode figliuolo di Artabano. Diede dei governatori alle provincie della Cappadocia e della Comagene, con isminuire i tributi di quelle provincie; e poscia continuò il viaggio fino in Soria. Più che mai cresceva la boria e la petulanza di Pisone proconsole; e sforzavasi bensì Germanico di pazientare gl'insulti e i mancamenti di rispetto di costui; ma niuno v'era, che non conoscesse l'aperta nimicizia che passava fra loro. Vennero a trovar Germanico gli ambasciadori di Artabano re de' Parti, per rinnovar l'amicizia e lega, esibendosi quel re di venire alle rive dell'Eufrate per fargli una visita. Una delle loro dimande fu che non permettesse al già deposto re dei Parti Vonone di soggiornar nella Soria. Germanico il mandò a Pompejopoli, città della Cilicia, non tanto per far cosa grata ad Artabano, quanto per far dispetto a Pisone, che il proteggeva non poco a cagion de' regali e della servitù che ne ricavava Plancina sua moglie. Qui ci vien meno la storia di Dione, e però nulla di più sappiamo de' fatti de' Romani nell'anno presente.
XIX
| Anno di | Cristo XIX. Indizione VII. |
| Tiberio imperadore 6. |
Consoli
Marco Giunio Silano e Lucio Norbano Balbo.
Fece in quest'anno Germanico Cesare un viaggio in Egitto [Tacitus, Ann., lib. 1, c. 59.], per curiosità di veder quelle rinomate antichità, e si portò sino ai confini della Nubia, informandosi di tutto. Per cattivarsi que' popoli abbassò il prezzo de' grani, e in pubblico nella città d'Alessandria andò vestito alla greca, perchè quivi predominava quella nazione e la loro lingua [Sueton., in Tiber., c. 52.]. Tiberio, risaputolo, disapprovò la mutazion dell'abito, e più l'essere entrato in Alessandria, afflitta allora dalla carestia, senza sua licenza. Tornossene dipoi in Soria, dove trovò che tutto quanto egli avea ordinato per l'armata e per le città, era stato disfatto da Pisone. Pertanto divampando forte la loro discordia, prese Pisone la risoluzione d'andarsene lungi dalla Soria; ma sopravvenuta una malattia a Germanico già pervenuto ad Antiochia, si fermò, finchè parve che il di lui male prendesse ottima piega; ed allora si ritirò a Seleucia. Ma l'infermità di Germanico andò poscia crescendo. Sparsesi voce, che per malie d'esso Pisone e di Plancina sua moglie l'infelice principe venisse condotto a poco a poco alla morte; e a tal voce si prestò fede, per essersi trovati vari creduti maleficii. In somma se ne morì Germanico nell'età di trentaquattr'anni, lasciando in una grande incertezza, se la morte sua fosse naturale, oppure a lui procurata da Pisone e da Plancina sua moglie; o per segreti ordini di Tiberio. Universalmente fu creduto quest'ultimo. Non si può esprimere il dolore, non solo del popolo romano e delle provincie tutte del romano impero, ma degli stessi re dell'Asia per la perdita di questo generoso principe. Era egli ornato delle più belle doti di corpo e d'animo, valoroso coi nemici [Dio, in Excerptis, et lib. 57.], clementissimo coi sudditi. Posto in tanta dignità, e con tanta autorità, pure mai non insuperbì, trattando tutti con onorevolezza, e vivendo più da privato che da principe. Già vedemmo, ch'egli ricusò l'imperio, per non mancar di fede e di onor a Tiberio. Non mai fu veduto abusarsi della sua podestà, non mai si lasciò torcere dalla fortuna ad azioni sconvenevoli a personaggio virtuoso. Quel ch'è più, con tutti i torti a lui fatti da Tiberio, suo zio paterno, e padre per adozione, e con tutto il suo ben conosciuto mal talento, non mai si lasciò uscir parola di bocca, per riprovar le azioni di lui. Perciò era amatissimo da tutti, fuorchè dallo stesso Tiberio, anzi maggiormente amato, appunto perchè il conoscevano odiato da esso suo zio. Mirabil cosa fu l'osservare, come lo stesso Druso, figliuolo natural di Tiberio, ancorchè Germanico potesse ostargli alla succession dell'imperio, pure l'amasse sempre con sincero amore e come vero fratello. Gran perdita fece Roma in Germanico, ma specialmente perchè Tiberio sciolto dal timore di lui, cominciò ad imperversare, con giugnere in fine a costumi crudeli e tirannici. Restarono di Germanico tre figliuoli maschi, cioè Nerone, Druso, e Cajo Caligola, e tre figlie, cioè Agrippina, che poi fu madre di Nerone augusto, Drusilla e Livilla. Agrippina lor madre, figliuola di Agrippa, e di Giulia nata da Augusto, donna, che ben diversa dalla madre, s'era già fatta conoscere per ispecchio di castità, ed avea dati segni di un viril coraggio, molto più ora abbisognò della sua costanza, rimasta senza il generoso consorte, con dei figliuoli piccioli, e odiata da Livia e forse poco men da Tiberio. Fu consigliata da molti di non tornarsene a Roma: differente ben era il desiderio suo, perchè ardeva di voglia di cercar vendetta di Pisone e di Plancina, tenuti per autori delle sue disavventure. Però sul fine dell'anno colle ceneri del marito e co' figliuoli spiegò le vele alla volta di Roma.
In luogo di Pisone era stato costituito progovernatore della Siria Gneo Sentio Saturnino; ma Pisone, udita la morte di Germanico, dopo averne fatta gran festa, si mise in viaggio con molti legni, e buona copia di milizie, risoluto di ricuperare il suo governo, e di adoperare, occorrendo, anche la forza. Si impadronì d'un castello; ma avendolo Saturnino quivi assediato con forze maggiori, gli convenne cedere, ed intanto fu chiamato a Roma. L'andata di Druso Cesare in Germania, secondo le apparenze, fu per pacificare i torbidi insorti fra Arminio e Maroboduo. Altri documenti avendo ricevuto dall'astuto suo padre, fece tutto il contrario, aggiungendo destramente olio a quell'incendio, acciocchè i nemici si consumassero da sè stessi. Abbandonato poi Maroboduo da' suoi, ricorse a Tiberio, che gli assegnò per abitazione Ravenna, dove aspettando sempre qualche rivoluzione nella Svevia, senza mai vederla, dopo diciotto anni, assai vecchio, compiè la carriera de' suoi giorni. Fin qui Arminio in Germania avea bravamente difesa la libertà della sua patria contro ai Romani; ma avendola poi voluta egli stesso opprimere, fu in quest'anno ucciso dai suoi, in età di soli trentasette anni di vita. Per un decreto d'Augusto era già stato proibito in Roma l'esercizio della religione egiziana con tutte le sue cerimonie; ma seppe essa mantenersi quivi ad onta della legge sino al presente anno. Un'iniquità commessa da que' falsi sacerdoti, collo ingannare Paolina, savia e nobilissima dama romana, e darla per danari in preda a Decio Mondo, giovane perduto dietro a lei, con farle credere che di lei fosse innamorato il falso dio Anubi, siccome diffusamente narra Giuseppe storico [Joseph., Antiq., lib. 18, cap. 4.], diede ansa al senato di esiliar dall'Italia il culto d'Iside, di Osiride e degli altri dii d'Egitto [Tacit., lib. 2, cap. 85.]. Comandò inoltre Tiberio, che si atterrasse il tempio d'Iside, e si gittasse nel Tevere la sua statua. La medesima disavventura toccò ai Giudei [Sueton., in Tiber., cap. 36.], che in gran numero abitavano allora in Roma, a cagion di una baratteria usata da alcuni impostori di quella nazione a Fulvia, nobile dama romana, che avea abbracciata la lor religione; avendo essi convertito in uso proprio l'oro e le vesti ricche, dalla medesima inviate a Gerusalemme, affinchè servissero in onore del tempio. Scelsero i consoli quattromila giovani di essi Giudei di razza libertina, e per forza arrolati li mandarono in Sardegna a far guerra ai ladri ed assassini di quell'isola, senza mettersi in pensiero, se quivi avessero da perire per l'aria che in quei tempi veniva creduta maligna e mortifera. Il rimanente de' Giudei fu cacciato di Roma, e disperso in varie provincie. Vonone, già re de' Parti, volendo in questi tempi fuggir dalla Cilicia, preso da Vibio Frontone, si trovò poi da un soldato privato di vita. Per mettere freno all'impudicizia delle matrone romane [Sueton., in Tiber., cap. 35.], che ogni dì più andava crescendo in Roma, città piena di lusso e di gente, a cui poca paura faceano i falsi dii del Paganesimo, fu con pubblico editto imposta la pena dell'esilio alle figliuole, nipoti e vedove de' cavalieri Romani che cadessero in questo delitto.
XX
| Anno di | Cristo XX. Indizione VIII. |
| Tiberio imperadore 7. |
Consoli
Marco Valerio Messalla e Marco Aurelio Cotta.
Di grandi onori avea ricevuto in Roma la memoria di Germanico, per ordine di Tiberio e del senato [Tacitus, lib. 3, cap. 1.]; ed anche il popolo in varie guise ne avea attestato il suo dolore. Si rinnovò il lutto in quest'anno all'arrivo di Agrippina sua moglie. Dopo essersi per qualche giorno fermata in Corfù, sbarcò dipoi a Brindisi. Druso Cesare, che era tornato a Roma, co' maggiori figliuoli del defunto Germanico, andò ad incontrarla sino a Terracina. Innumerabil gente, massime de' militari, si portò sino a Brindisi. Caldi furono i sospiri, universale il pianto al comparire dell'urna funebre. Per tutta la via i magistrati e popoli fecero a gara per onorar le di lui ceneri. Gli stessi consoli col senato, e gran parte del popolo si portarono a riceverle con dirotte lagrime; e poi queste vennero riposte nel mausoleo d'Augusto [Ibidem, c. 9.]. Giunse dipoi Pisone con sua moglie a Roma, orgoglioso come in addietro; ma non tardarono a presentarsi al senato accusatori, imputando a lui e a Plancina sua moglie la morte di Germanico. Neppure a questo mal uomo mancavano dei difensori; e difficile era il provar le accuse, siccome avviene in somiglianti casi. Tiberio, che ben sapea le mormorazioni del popolo, quasi che fosse passata buona intelligenza tra lui e Pisone, per levar di vita Germanico, da uomo disinvolto si regolava in questa pendenza, mostrando sempre un vivo affanno per la perdita del figliuolo adottivo, e di voler buona giustizia; ma nello stesso tempo di non volere, che sopercheria si facesse all'accusato. Creduto fu che segretamente a Pisone fosse fatto animo e sicurezza di protezion da Sejano, e che per questo egli si astenesse dal produrre gli ordini a lui dati da Tiberio. Ma se non si provava il reato suddetto, si faceano ben constare altri reati di sedizione, d'ingiurie fatte e dette a Germanico: cosa che mise in fiera apprension Pisone, e tanto più perchè il popolazzo vicino la curia gridava contra di lui, minacciando di menar le mani, qualora egli la scappasse netta dal giudizio de' senatori. Perciò vinto dall'affanno, tenendosi tradito, da sè stesso si diede la morte, liberando in tal guisa Tiberio da un bel molesto pensiero. Plancina sua moglie, che era tutta di Livia Augusta, per le raccomandazioni di lei seguitò a vivere in pace. Al di lei figliuolo Marco Pisone fu conceduto un capitale di cento venticinquemila filippi; il rimanente confiscato, ed egli mandato in esilio. Risvegliossi intanto di nuovo in Africa la guerra, essendo risorto più di prima vigoroso Tacfarinate. Per aver egli messa in fuga una coorte di Romani, sì fatta collera montò a Lucio Apronio proconsole allora in quelle contrade, che infierì contra de' fuggitivi. Ciò fu cagione, che cinquecento soli de' suoi veterani sì valorosamente combatterono dipoi contro l'armata di Tacfarinate, che la misero in rotta. Giunto era all'età capace di matrimonio Nerone, figliuolo primogenito del defunto Germanico [Sueton., in Tiber., cap. 29.]. Tiberio a lui diede in moglie Giulia figliuola di Druso suo figlio: cosa che recò non poca allegrezza al popolo romano. Per lo contrario si mormorò non poco, perchè Tiberio avesse fatto contrarre gli sponsali ad una figliuola del suo favorito Elio Sejano con Druso figliuolo di Claudio, cioè di un fratello di Germanico, di Claudio, dico, il qual poi fu imperadore. A tutti parve avvilita con questo atto la nobiltà della famiglia principesca; perchè era bensì nato Sejano di padre aggregato all'ordine de' cavalieri, ma niuna proporzione si trovava fra lui e Druso, discendente non meno dalla casa d'Augusto, che da quella di Livia. Maggiormente ciò dispiacque per la apparenza che Sejano, comunemente odiato pel predominio suo nel cuor di Tiberio, potesse aspirare a voli più alti, cioè all'imperio. Ma non si effettuarono poi queste meditate nozze, perchè il giovinetto Druso mentre da lì a pochi giorni era in Campania, avendo gittato in aria per giuoco un pero [Sueton., in Claudio, cap 27.], e presolo a bocca aperta nel cadere, ne rimase soffocato, non sussistendo, come dice Svetonio, ch'egli morisse per frode di Sejano.
XXI
| Anno di | Cristo XXI. Indizione IX. |
| Tiberio imperadore 8. |
Consoli
Claudio Tiberio Nerone Augusto per la quarta volta e Druso Cesare suo figliuolo per la seconda.
Ci assicura Svetonio [Sueton., in Tib., cap. 26.], che Tiberio, il quale avea preso il consolato per far onor al figliuolo, da lì a tre mesi lo rinunziò, senza sapersi finora se alcuno subentrasse console in luogo suo. Niuno probabilmente, scrivendo Dione [Dio, lib. 57.], che Tiberio, finito il suo Consolato, ritornò a Roma nè egli vi ritornò, se non alla fine dell'anno. In fatti venuta la primavera dell'anno presente, trovandosi esso Tiberio, o pure fingendo d'essere con qualche incomodo di sanità, volle mutar aria, e se n'andò a Campania. Chi credette ciò fatto per lasciar al figliuolo tutto l'onore del consolato, ed altri, perchè gli cominciasse a rincrescere il soggiorno di Roma, essendogli specialmente molesta l'ambizione di Livia Augusta sua madre, che faceva di mani e di piedi per comandare anch'ella, e per dividere il governo con lui: cosa ch'egli non sapea sofferire. Parve perciò che fin d'allora egli meditasse di volontariamente esiliarsi da Roma, siccome vedremo che succedette dipoi. Turbata fu anche nell'anno presente l'Africa da Tacfarinate [Tacit., lib. 3, cap. 35.]; laonde si vide spedito colà Giunio Bleso, zio materno di Sejano, per regolar quegli affari. Tentò in questo anno Severo Cecina nel Senato di far rinnovar l'antica disciplina de' Romani, che non permetteva ai governatori delle provincie di condur seco le loro mogli. Ma Druso console e la maggior parte de' senatori furono di contrario sentimento. Pericoloso era troppo allora il lasciar le dame romane lungi dai mariti, e in loro balìa: tanta era la corruttela de' costumi. Fu anche proposto di rimediare all'abuso introdotto e troppo cresciuto, che chiunque de' malfattori e degli schiavi fuggitivi si ricoverava alle immagini o statue degl'imperadori, era in salvo. Da tanti asili proveniva la moltiplicità de' misfatti, e l'impunità de' delinquenti. Druso cominciò a far provare ad alcuni nobili rifuggiti colà il gastigo meritato dai lor delitti, e ciò con plauso universale. Nella Tracia si sollevarono alcuni di que' popoli, ed impresero anche l'assedio di Filippopoli. Convenne inviare colà a reprimerli Publio Vellejo, forse il medesimo che ci lasciò un pezzo di storia scritta con leggiadria, ed insieme con penna adulatrice. Poca fatica occorse a dissipar quella gentaglia. Neppure andò in quest'anno esente da ribellioni la Gallia. Giulio Floro in Treveri, Giulio Sacroviro negli Edui, furono i primari a commovere la sedizione in varie città, malcontente de' Romani, a cagion della gravezza de' tributi e dei debiti fatti per pagarli. Restò in breve talmente incalzato Floro da Visellio Varrone e da Cajo Silio legati, o, vogliam dire, tenenti generali de' Romani, che con darsi la morte diede anche fine alla guerra in quelle parti. Più da far s'ebbe a domar Sacroviro, che, occupata la città d'Autun, capitale degli Edui, menava in campo circa quarantamila persone armate. Nulladimeno una battaglia datagli da Silio, con fortunato successo, ridusse ancor lui ad abbreviarsi di sua mano la vita. Fu in quest'anno chiamato in giudizio Cajo Lutorio Prisco cavalier romano, e celebre poeta di questi tempi, il quale avea composto un lodatissimo poema in morte di Germanico, per cui fu superbamente regalato. Avvenne che anche Druso Cesare caduto infermo fece dubitar di sua vita; laonde egli preparò un altro poema sopra la morte di lui. Guarì Druso; ma Prisco, mosso dalla vanagloria, non volendo perdere il plauso dell'insigne sua fatica, lesse quel poema in una conversazione di dame romane. Questo bastò al senato per fargliene un delitto, e delitto che fu immediatamente punito colla morte di lui: a tanta viltà d'adulazione e di schiavitù oramai era giunto quell'augusto consesso [Dio, lib. 57. Tacitus, lib. 3, cap. 50.]. S'ebbe a male Tiberio, non già perchè l'avessero condannato a morte, ma perchè aveano eseguita la sentenza, senza ch'egli ne fosse informato. E però fu fatta una legge che da lì innanzi non si potesse pubblicar nè eseguire sentenza di morte data dal senato, se non dieci giorni dappoi, acciocchè se l'imperadore fosse assente dalla città, potesse averne notizia. Teodosio il Grande, augusto, prolungò poi questo termine sino a trenta giorni per li condannati dall'imperadore, e verisimilmente ancora per le sentenze del senato.
XXII
| Anno di | Cristo XXII. Indizione X. |
| Tiberio imperadore 9. |
Consoli
Quinto Haterio Agrippa e Cajo Sulpicio Galba.
Questo Galba console, non so dire se padre o pur fratello fosse di Galba, che fu poi imperadore, asserendo Svetonio [Sueton., in Galba, cap. 3.] essere stato console il padre d'esso Augusto, e poi soggiugnendo che Cajo fratello d'esso imperadore, per non aver potuto conseguire il proconsolato da Tiberio, si uccise da sè stesso nell'anno 36 dell'Era nostra. Ai suddetti consoli nelle calende di luglio furono sostituiti Marco Coccejo Nerva, creduto avolo di Nerva, poscia imperadore, e Cajo Vibio Ruffino. Era cresciuto in eccesso [Tacitus, lib. 3, cap. 55.] il lusso delle nozze, ne' conviti, e per altri capi nella città di Roma, senza far più caso delle leggi e prammatiche pubblicate da Augusto, e prima d'Augusto: il che s'era tirato dietro l'aumento dei prezzi delle robe e dei viveri. Fu proposto in senato di rimediare al disordine col moderar le spese. Ma una lettera di Tiberio, che ne accennava le difficoltà, distrusse tutta la buona intenzion degli edili. Tacito nota, che si continuò in sì fatto scialacquamento fino ai tempi di Vespasiano imperadore, sotto cui cominciarono i Romani a darsi alla parsimonia, non già per qualche legge o comandamento del principe, ma perchè così facea lo stesso Augusto: tanto può a regolare e sregolare i costumi l'esempio de' regnanti. In quest'anno ancora Tiberio scrisse al senato, chiedendo la podestà tribunizia per Druso Cesare suo figliuolo, affine di costituirlo in tal maniera compagno suo nell'autorità e metterlo in istato d'essere suo successore nell'imperio. Fu prontamente ubbidito, e con giunte di novità all'onore: al che nondimeno Tiberio non consentì. Veggonsi medaglie [Mediobarb., in Num. Imperator.] di Druso, nelle quali è espressa questa podestà. Motivo di lungo e tedioso esame diedero dipoi al senato gli asili delle città greche, tanto in Europa che in Asia. Ogni tempio era divenuto un sicuro rifugio d'impunità ad ogni schiavo fuggitivo, ad ogni debitore e a chiunque era in sospetto di delitti capitali. Furono citate quelle città a produrre i loro privilegii. Si trovò per la maggior parte insussistente in esse il diritto dell'asilo; e però fu moderato quell'eccesso. Infermatasi intanto gravemente Livia Augusta, conobbe Tiberio suo figliuolo la necessità di tornarsene per visitarla. Gareggiarono a più non posso i senatori, per inventar cadauno pubbliche dimostrazioni del loro affanno per vita sì cara e della comun premura per la di lei salute; studiandosi di placare gl'insensati loro dii. Andò tanto innanzi la vilissima loro adulazione, che stomacò lo stesso Tiberio in guisa ch'ebbe a dire più volte in uscir dalla curia: Oh che gente inclinata alla servitù! Nè a lui piaceano tanti sfoggi di una stima verso la sua madre, siccome maggiore incentivo alla di lei natìa superbia e voglia di dominare. Continuavano tuttavia le turbolenze dell'Africa. Tacfarinate ribello era giunto a tale alterigia, che, spediti suoi ambasciadori a Tiberio, gli avea chiesto per sè e per l'esercito suo un determinato paese da signoreggiare: minacciando, non esaudito, una fierissima guerra. Per questa ardita dimanda fumò di collera Tiberio, e mandò ordine a Bleso proconsole di tirar colle buone all'ubbidienza i sollevati, per far poscia prigione, se mai poteva, quel temerario. Grande sforzo fece per tale incitamento Bleso, e prese un di lui fratello, ma non fu già egli stesso. Di poco rilievo furono le sue imprese; contuttociò Tiberio, perchè egli era zio materno del favorito Sejano, gli fece accordare gli ornamenti trionfali. Morì in quest'anno Asinio Salonino, figliuolo d'Asinio Gallo e di Vipsania, ripudiata già da Tiberio Augusto, e però fratello uterino di Druso Cesare.
XXIII
| Anno di | Cristo XXIII. Indizione XI. |
| Tiberio imperadore 10. |
Consoli
Cajo Asinio Pollione e Lucio Antistio Vetere o sia Vecchio.
Benchè gli autori de' fasti consolari comunemente dieno ad Antistio Vetere il prenome di Cajo, pure Lucio vien da me nominato sul fondamento d'una iscrizione della mia Raccolta [Thesaurus Novus Inscript., pag. 301, n. 4.], posta Q. IVNIO BLASEO, L. ANTISTIO VETERE; dalla quale eziandio si può raccogliere che nelle calende di luglio ad Asinio Pollione fu sostituito Quinto Giunio Bleso, già da noi veduto governatore dell'Africa. Probabilmente Asinio Pollione, fratello fu del poco fa defunto Asinio Salonino. Mancò di vita sui primi mesi dell'anno presente, dopo lunga malattia Druso Cesare [Tacitus, lib. 4, c. 8.], unico figliuolo di Tiberio Augusto, giovane destinato a succedergli nell'imperio. Voce pubblica fu che un lento veleno, fattogli dare da Elio Sejano, il conducesse a morte. Tacito e Dione [Dio, lib. 58.] danno questo fatto per certo. Druso, giovane facilmente portato alla collera, non potendo digerir l'eccesso del favore di cui godea Sejano presso il padre, un dì venne alle mani con lui, e gli diede uno schiaffo, come vuol Tacito, parendo poco verisimile che il percussore fosse lo stesso Sejano, come s'ha da Dione. Questo affronto, ma più la segreta sete di Sejano di arrivare all'imperio, a cui troppo ostava l'esser vivente Druso, gli fece studiar le vie di levarlo dal mondo. Cominciò la tela, con adescar Giulia Livilla, sorella del fu Germanico Cesare e moglie d'esso Druso, traendola alle sue disoneste voglie. Dopo di che non gli riuscì difficile colle promesse del matrimonio e dell'imperio a farla precipitare in una congiura contro la vita del marito. Scelto Liddo, uno degli eunuchi suoi più cari, un tal veleno gli diede che potesse parer naturale la di lui malattia. Non si conobbe allora l'iniquo manipolator di questo fatto; ma da lì ad otto anni nella caduta di Sejano, ciò venne alla luce per confessione di Apicata sua moglie. Con tal costanza nondimeno portò Tiberio la perdita del figliuolo, che i maligni giunsero fino a sospettare lui stesso complice o autore del veleno, quasichè Druso avesse prima pensato di avvelenare il padre. Neppur Tacito, benchè inclinasse ad annerir tutte le azioni di Tiberio, osò prestar fede a così inverisimil diceria. Del resto non erano tali i costumi e le inclinazioni di Druso, che i Romani internamente si affliggessero della di lui morte. Lasciò egli tre figliuoli di tenera età, ma che l'un dietro all'altro furono rapiti dalla morte, di modo che la succession dell'imperio cominciò a destinarsi ai figliuoli di Germanico. In abbondanza furono fatti onori alla memoria di Druso; ma Tiberio non ammise chi gareggiava per passar seco atti di condoglianza, affinchè non gli si rinnovassero le piaghe del dolore. E perchè da lì a non molto tempo gli ambasciadori d'Ilio, o sia di Troja, venuti a Roma [Sueton., in Tiber., cap. 52.], gli spiegarono il lor dispiacere a cagion della perdita del figliuolo, per deriderli rispose: «Che anch'egli si condoleva con loro per la morte d'Ettore,» ucciso mille e dugento anni prima.
Buone qualità avea Tiberio mostrato in addietro, e competente governo avea fatto [Dio, lib. 57.]. Già dicemmo che tolto di vita Germanico, cominciò egli a declinar al male. Peggiorò anche dopo la morte di Druso. Nondimeno a renderlo più cattivo contribuì non poco l'ambizioso e perverso Sejano, le cui mire tendevano tutte a regnar solo col tempo. Perchè gliene avrebbono impedito l'acquisto i figliuoli di Germanico, nipoti per adozione di Tiberio, e raccomandati in quest'anno dallo stesso Tiberio al senato, nè poteva Sejano sbrigarsi di loro col veleno per la buona cura che avea di essi, e della propria pudicizia Agrippina lor madre: si diede a fomentar ed accrescere l'odio di Tiberio contro d'essi, e il mal animo di Livia Augusta contro d'Agrippina. Chiunque ancora de' nobili sembrava a lui capace d'interrompere i voli della sua fortuna, cominciò egli sotto vari pretesti, e massimamente di aver essi sparlato di Tiberio, a perseguitarli con accuse che in questi tempi ad alcuni, e col progresso del tempo a moltissimi costarono la vita [Tacitus, lib. 4, cap. 14.]. Succedeva talvolta che gl'istrioni, o vogliam dire i commedianti, eccedevano nell'oscenità, e tagliavano i panni addosso a determinate donne romane, o pure porgevano occasioni a risse. Tiberio li cacciò di Roma, e vietò l'arte loro in Italia. Alle persone di merito dopo morte erano state alzate alcune statue da esso Tiberio. Videsi nel presente anno questa deformità, cioè, ch'egli mise la statua di bronzo di Sejano nel pubblico teatro. L'esempio del principe servì ad altri, per esporne molte altre simili. E conoscendo già ognuno che costui era la ruota maestra della fortuna e degli affari, risonavano dappertutto le sue lodi ed anche nello stesso senato; piena sempre di nobili l'anticamera di lui; i consoli stessi frequenti visite gli faceano; nulla in fine si otteneva, se non passava per le mani di lui. Una bestialità di Tiberio vien raccontata sotto quest'anno. Un insigne portico di Roma minacciava rovina, essendosi molto inchinate le colonne che lo sostenevano [Dio, lib. 57.]. Seppe un bravo architetto con argani ed altri ingegni ritornarlo al suo primiero sito. Maravigliatosene molto Tiberio, il fece bensì pagare, ma il cacciò anche fuori di Roma. Tornato un dì costui per supplicarlo di grazia, credendo di farsi del merito, gittò un vaso di vetro in terra; poi raccoltolo fece vedere che possedeva il secreto di racconciarlo. Gli fece Tiberio levar la vita, senza sapersi il vero motivo di così pazza e crudele sentenza. Scrive Plinio [Plinius, lib. 36, cap. 26.] lo stesso più chiaramente, dicendo che quel vetro era molle e pieghevole, come lo stagno, con aggiugnere nulladimeno, essere stata questa una voce di molti, ma poco creduta dai saggi.
XXIV
| Anno di | Cristo XXIV. Indizione XII. |
| Tiberio imperadore 11. |
Consoli
Servio Cornelio Cetego e Lucio Viselio Varrone.
Ancorchè Tiberio non chiedesse al senato la confermazione della sua suprema autorità [Dio, lib. 57.], finito il decennio di essa, come usò Augusto, perchè egli non l'avea dianzi ricevuta per un determinato tempo: pure si solennizzarono i decennali del suo imperio con varii giuochi pubblici e feste. E perciocchè [Tacitus, lib. 4, cap. 16.] i pontefici e sacerdoti aveano fatto dei voti per la conservazione della vita di Tiberio, unendo anche con lui Nerone e Druso, cioè i due maggiori figliuoli del defunto Germanico, se l'ebbe a male il geloso Tiberio. Volle sapere, se così avessero fatto per preghiere o per minacce d'Agrippina lor madre; ed inteso che no, li rimandò, non senza qualche riprensione. Poscia nel senato si lasciò meglio intendere, con dire che non si avea con prematuri onori da eccitare od accrescere la superbia de' giovani per lo più sconsigliati. Sejano anch'egli non lasciava di fargli paura, ripetendo essere già divisa Roma in fazioni; una d'esse portare il nome di Agrippina; e doversi perciò prevenire maggiori disordini. Dato fu quest'anno fine alla guerra, già mossa da Tacfarinate in Africa. Era proconsole di quelle provincie Publio Dolabella, e tuttochè fosse stata richiamata in Italia la legione nona che era in quelle parti, pure raccolti quanti soldati romani potè, all'improvviso assalì i Numidi, mentre sotto il comando di esso Tacfarinate stavano raccolti sotto un castello mezzo smantellato. Fatta fu strage di loro, e fra gli uccisi vi restò il medesimo Tacfarinate, per la cui morte ritornò la quiete fra que' popoli. Fu in quella azione aiutato Dolabella da Tolomeo figliuolo di Giuba, re della Mauritania. Erano dovuti al vincitore proconsole gli onori trionfali, ed egli ne fece istanza; ma non gli ottenne, perchè a Sejano non piacque di vederlo uguagliato nella lode a Bleso suo zio, predecessore di Dolabella nel governo che pure avea ricevuto quel premio, con aver operato tanto meno. A Tolomeo re fu inviato da Tiberio in dono uno scettro d'avorio, e una veste ricamata in segno del gradimento dello aiuto prestato. Perseguitò Tiberio in quest'anno alcuni de' nobili, non d'altro delitto rei che d'aver mostrato il loro amore a Germanico e a' suoi figliuoli; e ad alcuni per questo gran misfatto, tolta fu la vita, crescendo ogni dì più la crudeltà del principe, e per conseguente il comune odio contro di lui. Abbondavano allora le spie; orecchio si dava a tutti gli accusatori, e niuno era sicuro. Nelle contrade di Brindisi un Tito Cortisio, soldato pretoriano ne' tempi addietro, mosse a sedizione i servi o, vogliam dire, gli schiavi di quelle parti; e vi fu paura d'una guerra servile. Ma per la sollecitudine di Tiberio e di Curzio Lupo questore, che con un corpo di armati volò contro di loro, restò in breve estinto il nascente incendio. Hanno osservato gli eruditi [Noris, Cenotaph. Pisan., Dissert. 2, cap. 16. Blanch., in Anastas. Schelestratus et alii.] che nell'anno presente avendo Valerio Grato dato fine al suo governo della Giudea, Tiberio spedì colà per procuratore e governatore Ponzio Pilato, di cui è fatta menzione nel Vangelo.
XXV
| Anno di | Cristo XXV. Indizione XIII. |
| Tiberio imperadore 12. |
Consoli
Marco Asinio Agrippa e Cosso Cornelio Lentolo.
Vien creduto che Cosso sia un prenome particolare della casa de' Cornelii Lentoli. Nuovo esempio dell'infelicità dei Romani, regnando il crudele Tiberio e il prepotente Sejano, si vide nel presente anno [Tacitus, lib. 4, cap. 34.]. Cremuzio Cordo, uno de' migliori ingegni de' Romani d'allora, avea composta [Dio, lib. 57.] una storia delle guerre civili di Cesare e Pompeo, conducendola anche ai tempi d'Augusto. Lo stesso Augusto l'avea letta, e, siccome principe saggio e discreto, non se n'era punto formalizzato. Ma avendo Cremuzio dipoi, forse con qualche parola, disgustato Sejano, si trovarono in quella storia dei delitti gravissimi. Egli avea lodato Bruto e Cassio uccisori di Cesare, e chiamato lo stesso Cassio l'ultimo dei Romani. Male non avea detto di Giulio Cesare, nè di Augusto, ma neppure stato era prodigo di lodi verso di loro. Fu accusato per questo nel senato, e Tiberio con occhio arcigno gli diede assai a conoscere d'essere indispettito contro di lui. Si difese egli coll'esempio di Tito Livio e d'altri scrittori e storici precedenti; ma tornato a casa, ed increscendogli di vivere sotto un sì tirannico governo, si lasciò morir di fame. Sentenziati furono al fuoco i di lui scritti; contuttociò avendone Marcia sua figliuola conservata una copia, vennero dopo la morte di Tiberio alla luce, accolti allora con ansietà maggiore dal pubblico appunto per la persecuzione sofferta dall'autor d'essi, ma a noi poscia rubati dalla voracità de' tempi. Osserva Tacito la mellonaggine di que' potenti, che mal operando non vorrebbono che la memoria de' lor perversi fatti passasse ai posteri; e tutto fanno per abolirla. Ma Iddio permette ch'ella vi passi per castigare anche nel nostro mondo chi s'è abusato della potenza in danno de' popoli. Ai Ciziceni in quest'anno levato fu il privilegio di regolarsi colle proprie leggi e co' propri magistrati; e ciò perchè non avevano per anche terminato un tempio eretto ad Augusto ed avevano imprigionati alcuni cittadini romani. Le città di Spagna in questi tempi, inclinate anch'esse all'adulazione, inviarono ambasciatori a Tiberio, pregandolo di permettere che innalzassero dei templi a lui e a Livia Augusta sua madre, siccome egli avea conceduto alle città dell'Asia. Tacito mette le più belle sentenze in bocca di Tiberio [Tacitus, loc. cit.], con riferire il ragionamento di lui fatto nel senato per cui nol volle loro permettere, riconoscendo sè stesso per uno de' mortali, e bastando a lui di avere un tempio nel cuore de' senatori per l'amore e la stima che sperava da essi. Salì poi tanto alto l'ambizion di Sejano, che nel presente anno arditamente supplicò per ottenere in moglie Giulia Livilla, vedova del fu Cajo Cesare, figliuolo adottivo di Augusto, e poi del defunto Druso Cesare, e nuora del medesimo Tiberio. Quantunque fosse eccessivo il favore di Tiberio verso di lui, pure non si lasciò indurre l'astuto principe ad accordargli tal grazia: il che sconcertò forte le misure di Sejano, e lo rendè malcontento della propria per altro smoderata fortuna. Tuttavia mise in ordine altre macchine, siccome vedremo nell'anno seguente. Credono alcuni letterati [Pagius, in Critic. Baron., Stampa et alii.], che in quest'anno corresse l'anno XV dell'impero di Tiberio, enunziato da san Luca, in cui san Giovanni Batista diede principio alle sue prediche. Prendesi tal anno dal fine d'agosto dell'anno undecimo dell'Era cristiana, in cui Tiberio colla podestà tribunizia fu costituito suo collega nell'imperio d'Augusto.
XXVI
| Anno di | Cristo XXVI. Indizione XIV. |
| Tiberio imperadore 13. |
Consoli
Cajo Calvisio Sabino e Gneo Cornelio Lentolo Getulico.
Ebbero questi consoli nelle calende di luglio per successori nella dignità Quinto Marcio Barea e Tito Rustio Nummio Gallo. V'ha chi crede non doversi attribuire il nome di Cornelio a Lentolo Getulico. Ma certamente i Lentoli soleano essere della famiglia Cornelia, come si può vedere nei Trattati dell'Orsino e Patino, e di Antonio Agostino. S'erano messi in armi [Tacitus, lib. 6, cap. 46.] alcuni popoli della Tracia, perchè non voleano sofferir che si facesse dai Romani leva di soldati nei lor paesi; negavano anche ubbidienza a Remetalce re loro. A Poppeo Sabino fu data l'incombenza di marciar contro di loro con quelle forze che potè raccogliere; e questi sì fattamente gli strinse, che per la fame e più per la sete, parte rimasero uccisi, e il rimanente se n'andò disperso. Per tal vittoria accordati furono a Sabino gli onori trionfali. Crebbero in questo anno le amarezze fra Tiberio ed Agrippina, vedova di Germanico, perchè fu condannata Claudia Pulcra, o sia Bella, cugina di lei. Parlò alto Agrippina a Tiberio, il pregò ancora di darle marito; ma egli, che temeva competenza nel governo, la lasciò senza risposta. Fu poi gran lite in Roma fra gli ambasciadori delle città dell'Asia, gareggiando cadauna per aver l'onore di alzare un tempio ad Augusto. La decision del senato cadde in favore della città di Smirna. Ritirossi nell'anno presente Tiberio nella Campania, col pretesto di andare a dedicare un tempio a Giove in Capoa, e un altro in Nola ad Augusto, morto in quella città. Suo pensiero era di non ritornar più a Roma, e così fu in fatti. Si misero tutti allora a scandagliare i motivi di questa ritirata. Chi pensò ciò avvenuto per arte e suggestione di Sejano, che voleva restar solo alla testa degli affari in Roma, e seppe così ben dipingere gl'incomodi, a' quali era sottoposto il principe per tante visite, suppliche e giudizii, che l'indusse a cercar la quiete nella solitudine. Furono altri di parere, ch'egli se ne andasse, per non poter più sofferire l'ambizion di Livia sua madre, giacchè ella credeva a sè competente il far da padrona al pari di lui: cosa ch'egli non sapea digerire, ma neppure assolutamente vietare, considerando la signoria sua un dono di lei. Credettero finalmente altri, che si movesse Tiberio a tal risoluzione solamente per impulso proprio originato dall'infame sua libidine, in cui da gran tempo ero immerso, e continuava più che mai il sozzo vecchio, ma con istudiarsi di soddisfarla in segreto al che era più proprio un luogo ritirato. Si aggiungeva l'esser egli d'alta, ma gracile statura, col capo calvo e colla faccia sparsa d'ulcere, e coperta per lo più da empiastri. Hanno perciò creduto alcuni, che ciò fosse un frutto della sua sordida impudicizia, e che il morbo gallico somministrasse ancora in que' tempi un castigo, benchè raro, ai perduti dietro alle femmine prostitute. Vergognandosi egli di comparire in pubblico con sì deforme figura, parve ad alcuni di trovare in lui bastante motivo di fuggire dal consorzio degli uomini. In fatti anche dopo la morte della madre e di Sejano, si tenne egli lontano da Roma, benchè talvolta andasse burlando la gente credula, con ispargere voce del suo imminente ritorno. Pochi cortigiani volle seco Tiberio. Fra essi furono Sejano e Coccejo Nerva, personaggio pratico della giurisprudenza e probabilmente avolo di Nerva, che fu dipoi imperadore. Ad assaissimi lunari e ciarle senza fine dei Romani diede motivo la risoluzion presa da Tiberio, nè queste furono a lui ignote. Con levar la vita ad alcuni, forse anche innocenti, egli insegnò agli altri ad esaminare e censurar con più riguardo le azioni de' tiranni.
XXVII
| Anno di | Cristo XXVII. Indizione XV. |
| Tiberio imperadore 14. |
Consoli
Marco Licinio Crasso e Lucio Calpurnio Pisone.
Il primo di questi consoli in due iscrizioni riferite dal Reinesio [Reinesius, Inscription. Class. VII, n. 10, 18.], vien chiamato MARCVS CRASSVS FRVGI. Queste iscrizioni, senz'avvedermi ch'erano già pubblicate, le ho inserite ancor io nella mia raccolta; e sono ben più da attendere, che la rapportata dallo Sponio, per conoscere il vero cognome d'esso console. Andò in quest'anno Tiberio Augusto a fissar la sua abitazione nell'amena isola di Capri, otto miglia distante da Surrento, tre dalla terra ferma, sprovveduta di porto, e solo accessibile a piccole barche, dove ritirato, con suo comodo continuò a sfogare la infame sua lussuria. Non si sa quante guardie egli menasse seco. Molto strano era nondimeno, che un imperadore soggiornasse in sì piccolo sito per dieci anni senza aver paura de' corsari, o di chi gli volesse male. Fors'egli si assicurò sulla difficoltà di approdare colà per cagion degli scogli. Pochi giorni dopo il suo arrivo un pescatore per mezzo di essi scogli penetrò nell'isola [Sueton., in Tiber., cap. 60.], e gli presentò un bel mullo o triglia, pesce allora stimatissimo. Perchè s'ebbe non poco a male Tiberio, che costui per quella difficile via fosse entrato, fece fregargli e lacerargli il volto col medesimo pesce; e buon per lui che non gli accadde di peggio. Sejano intanto non tralasciava diligenza alcuna per accendere sempre più la diffidenza e l'odio di Tiberio contro di Agrippina, vedova di Germanico, e contro di Nerone primogenito d'essa, non quello che fu poi imperadore. Secondo le apparenze dovea questo giovane principe, siccome nipote per adozione di Tiberio, succedere a lui nell'imperio. Sejano, che v'aspirava anch'egli il tenea forte di vista; segretamente ancora inviava persone, che sotto specie d'amicizia il gonfiavano, esortandolo a mostrar più spirito; tale esser il desiderio del popolo romano; tale quel degli eserciti. All'incauto giovane scappavano talvolta parole, che meglio sarebbe stato il tenerle fra i denti. Tutto era riferito a Sejano, e tutto passava, forse anche con delle giunte, alle orecchie di Tiberio, con aggiungere sospetti a sospetti. Però nell'anno presente furono messi soldati alla guardia del palazzo d'Agrippina, affin di risapere chi v'andava e che vi si parlava: tutti segni funesti di maggiore strepito e della futura ruina. Accadde in quest'anno un caso quasi incredibile e sommamente lamentevole, che ha pochi pari nella storia [Tacitus, lib. 2 Annal., c. 62. Sueton., in Tiber., c. 40.]. In Fidene, città lontana da Roma cinque sole miglia, cadde in pensiero ad un uomo di bassa sfera, e neppur ricchissimo, per nome Atilio, di schiatta libertina, di fabbricare un anfiteatro di legno di gran mole, per dar al popolo lo spettacolo de' gladiatori. Siccome non v'era divertimento, di cui fossero sì ghiotti i Romani, come di questo; venuto quel dì, a folla vi corse da Roma la gente, uomini e donne d'ogni età. Ma quella macchina era mancante di buoni fondamenti, e peggio legata; però ecco sul più bello dell'azione precipitar tutto l'anfiteatro. Vi restarono soffocate o per la caduta sfracellate ventimila persone e trenta altre mila ferite in varie guise, con braccia e gambe rotte e simili altri mali, con urli e grida che andavano al cielo. Fu almeno considerabile la carità de' cittadini romani, che nelle loro case accolsero tutti que' miseri, somministrando loro vitto, medici e medicamenti, con isvegliarsi l'antico lodevol costume degli antichi, i quali così trattavano dopo le battaglie i soldati feriti. La pena data ad Atilio per la somma sua balordaggine, fu l'esilio; ed uscì un editto, che da lì innanzi non potesse dare il giuoco de' gladiatori, se non chi possedeva quattrocentomila sesterzi di valsente, e che fosse approvato l'anfiteatro da intendenti architetti. A questa disavventura tenne dietro in Roma un grave incendio, che consumò tutte le case poste nel monte Celio. Tiberio all'avviso di un tal danno spontaneamente si mosse alla liberalità, inviando gran soccorso di danaro a chi avea patito: il che gli fece assai onore, e ne fu anche ringraziato dal senato.
XXVIII
| Anno di | Cristo XXVIII. Indizione I. |
| Tiberio imperadore 15. |
Consoli
Appio Giulio Silano e Silio Nerva.
Gran romore e compassione cagionò in quest'anno in Roma la caduta di Tizio Sabino, illustre cavaliere romano [Tacitus, lib. 4, c. 68. Dio, lib. 58.]. Era egli de' più affezionati alla famiglia di Germanico, praticava in casa d'Agrippina, l'accompagnava in pubblico. Sejano gli tese le reti. Latinio Laziare, d'ordine suo, s'insinuò nella di lui amicizia cominciando con amichevoli ragionamenti intorno alle afflizioni di Agrippina, e del mal trattamento a lei fatto e a' suoi figliuoli da Tiberio: del che andava mostrando gran compassione. Non potè Sabino ritenere le lagrime, e sdrucciolò in lamenti contro la crudeltà e superbia di Sejano, non la perdonando neppure a Tiberio. Con tali ragionamenti si strinse fra loro una stretta confidenza. In un giorno determinato Laziare trasse in sua casa il mal accorto Sabino, per avvertirlo di disgrazie che soprastavano ai figliuoli di Germanico. Stavano ascosi nella camera vicina tre detestabili senatori per udir tutto, ed udirono in fatti Sabino sparlar di Tiberio e di Sejano. L'accusa tosto andò al senato, ed egli imprigionato, fu nel primo dì solenne dell'anno condotto al supplicio con terrore di ognuno che seppe la frode usata. Ebbe da lì innanzi ognuno sommo riguardo nel parlare del governo, nè pur attentandosi d'ascoltare, nè fidandosi d'amici, e sospettando fin delle stesse mura. Gittato il corpo di Sabino nel Tevere, un suo cane, che lo avea seguitato alla prigione, e s'era trovato alla sua morte, andò anch'esso a precipitarsi e a morire nel fiume: del che altri esempi si son più volte veduti. Plinio anch'egli parla [Plinius, lib. 8, c. 40.] della fedeltà di questo cane, ma con pretendere che fosse di un liberto di Sabino, condannato con lui alla morte. Mancò di vita in quest'anno Giulia figliuola di Giulia, e nipote d'Augusto, la quale non men della madre convinta già d'adulterio, e relegata in un'isola da esso imperadore, e sostenuta ivi da Livia Augusta, per venti anni, avea fatto penitenza de' suoi falli. Ribellaronsi in questi tempi i popoli della Frisia, per non poter sofferire i tributi loro imposti, leggeri sul principio, e poscia accresciuti dagl'insaziabili ministri colà inviati. Contra di loro marciò Lucio Apronio vicepretore della Germania inferiore con un buon corpo di armati; ma volendo perseguitarli per quel paese inondato dall'acque e pieno di fosse, vi lasciò morti circa mille e trecento de' suoi in più incontri, con gloria de' Frisj e vergogna sua. Tiberio, ancorchè dolente ne ricevesse la nuova, pure per li suoi fini e timori politici niun generale volle inviare colà. Troppa apprensione gli facea il mettere in mano altrui il comando di grossa armata. Faceva istanza il senato, perchè Tiberio e Sejano ritornassero; e in fatti vennero essi in terra ferma della Campania; e colà si portò non solamente il senato, ma gran copia della nobiltà e della plebe con ritornarsene poi quasi tutti malcontenti o dell'alterigia di Sejano, o del non aver potuto ottenere udienza dal principe. Diede nell'anno presente Tiberio in moglie a Gneo Domizio Enobarbo Agrippina, figliuola di Germanico e di Agrippina, più volte da noi memorata. Da loro poi nacque Nerone, mostro fra gl'imperadori. Era già parente della casa d'Augusto questo Gneo Domizio, avendo avuto per avola sua Ottavia, sorella d'Augusto. Svetonio [Suet., in Neron., c. 5. Dio, in Neron.], parlando di costui, ci assicura ch'egli fu una sentina di vizii; e però da meravigliarsi non è, se il suo figliuolo, divenuto imperadore, non volle essere da meno del padre. Diceva lo stesso Domizio, che da lui e da Agrippina nulla potea prodursi, se non di cattivo e di pernicioso al pubblico. Convien credere che questa Agrippina juniore, ben dissomigliante dalla madre, fosse in sinistro concetto anche in sua gioventù.
XXIX
| Anno di | Cristo XXIX. Indizione II. |
| Pietro Apostolo papa 1. | |
| Tiberio imperadore 16. |
Consoli
Lucio Rubellio Gemino e Cajo Rufio Gemino.
Nelle calende di luglio furono sostituiti altri consoli. Ha creduto taluno, che fossero Quinto Pomponio Secondo, e Marco Sanquinio Massimo. Ma il cardinal Noris [Norisius, in epistola Consulari.] con più fondamento mostrò essere stati Aulo Plauzio e Lucio Nonio Asprenate. Certamente egli è da dubitare, che nell'assegnar i consoli sostituiti, si sieno talvolta ingannati i fabbricatori de' fasti consolari. Più d'un esempio di ciò si trova nel Panvinio. Ora sotto questi due consoli Gemini han tenuto e tengono tuttavia alcuni letterati, che seguisse la Passione del divin nostro Salvatore: opinione fondatissima, perchè assistita da una grande antichità, ed approvata da molti de' santi Padri. Se così è, a noi sia lecito di metter qui l'anno primo del pontificato di san Pietro Apostolo. Tertulliano [Tertull. contra Jud., c. 8.], autore che fiorì nel secolo seguente, chiaramente scrisse, che il Signore patì sub Tiberio Caesare, Consulibus Rubellio Gemino et Rufio Gemino. Furono del medesimo sentimento Lattanzio, Girolamo, Agostino, Severo Sulpizio ed il Grisostomo. Altri poi han riferito ad alcuno degli anni seguenti un fatto sì memorabile della santa nostra religione. All'istituto mio non compete il dirne di più; e massimamente, perchè, con tutti gli sforzi dell'ingegno e della erudizione, non s'è giunto fin qui, e verisimilmente mai non si giugnerà a mettere in chiaro una così tenebrosa quistione. A noi dee bastare la certezza del fatto, poco importando l'incertezza del tempo. Sino a quest'anno era vissuta Livia, già moglie d'Augusto, e madre di Tiberio [Tacitus, lib. 5, c. 1.], appellata anche Giulia da Tacito e in varie iscrizioni, perchè dal medesimo Augusto adottata. Morì essa in età assai avanzata, con lasciar dopo di sè il concetto d'essere stata donna di somma ambizione, e non men provveduta di sagacità per soddisfarla, con aver saputo, a forza di carezze e di una allegra ubbidienza in tutto, guadagnarsi il cuore d'Augusto. Con tali arti condusse al trono il figlio Tiberio, poco amata, ma nondimeno rispettata da lui, e temuta da Sejano, finchè ella visse, pochissimo poi compianta da loro in morte. Prima che Tiberio si ritirasse a Capri [Sueton., in Tiber., c. 51.], era insorto qualche nuvolo fra lui e la madre, perchè facendo ella replicate istanze al figliuolo di aggregare ai giudici una persona a lei raccomandata, le rispose Tiberio d'essere pronto a farlo, purchè nella patente si mettesse, che la madre gli avea estorta quella grazia. Se ne risentì forte Livia, e piena di sdegno gli rinfacciò i suoi costumi scortesi ed insoffribili, i quali, aggiunse, erano stati ben conosciuti da Augusto; e, in così dire, cavò fuori una lettera conservata fin allora del medesimo Augusto, in cui si lamentava dell'aspre maniere del di lei figliuolo. Ne restò sì disgustato Tiberio, che alcuni attribuirono a questo accidente la sua ritirata da Roma. In fatti nell'ultima di lei malattia neppur si mosse per farle una visita; e dappoichè la seppe morta, andò tanto differendo la sua venuta, ch'era putrefatto il di lei corpo allorchè fu portato alla sepoltura. Avendo l'adulator senato decretato molti onori alla di lei memoria, egli ne sminuì una parte, e sopra tutto comandò che non la deificassero (benchè poi sotto l'imperio di Claudio a lei fosse conceduto questo sacrilego onore) facendo credere che così ell'avesse ordinato. Neppur volle eseguire il testamento da essa fatto, e di poi perseguitò chiunque era stato a lei caro, e infin quelli ch'essa avea destinati alla cura del suo funerale.
Soleva Tiberio ad ogni morte dei suoi diventar più cattivo. Ciò ancora si verificò dopo la morte della madre, la cui autorità avea fin qui servito di qualche freno alla maligna di lui natura, e agli arditi e malvagi disegni di Sejano, con attribuirsi a lei la gloria di aver salvata la vita a molti. Poco perciò stette a giugnere in senato un'assai dura lettera di Tiberio contro Agrippina vedova di Germanico, e contro di Nerone di lei primogenito. Erano tutti i reati loro, non già di abbandonata pudicizia, non di congiure, non di pensieri di novità, ma solamente di arroganza e di animo contumace contro di Tiberio. All'avviso del pericolo, in cui si trovavano l'uno e l'altra, la plebe, che sommamente gli amava, prese le loro immagini, con esse andò alla curia, gridando essere falsa quella lettera, e che si trattava di condannarli contro la volontà dell'imperadore. Faceano istanza nel senato i senatori, venduti ad ogni voler di Tiberio, che si venisse alla sentenza; ma gli altri tutti se ne stavano mutoli e pieni di paura. Il solo Giunio Rustico, benchè uno de' più divoti di Tiberio, consigliò che si differisse la risoluzione, per meglio intendere le intenzioni del principe. Di questo ritardo, e maggiormente per la commozione del popolo, si dichiarò offeso Tiberio; ed insistendo più che mai nel suo proposito, fece relegar Agrippina [Sueton., in Tiber., cap. 53.] nell'isola Pandataria, posta in faccia di Terracina e di Gaeta. Dicono che non sapendosi ella contenere dal dir delle ingiurie contro di Tiberio, un centurione la bastonò per comandamento di lui sì sgarbatamente, che le cavò un occhio. I di lei figliuoli, Nerone e Druso, benchè nipoti per adozion di Tiberio, furono anch'essi dichiarati nemici; il primo relegato nell'isola di Ponza, e l'altro detenuto ne' sotterranei del palazzo imperiale. Qual fosse il fine di questi infelici, lo vedremo andando innanzi.
XXX
| Anno di | Cristo XXX. Indizione III. |
| Pietro Apostolo papa 2. | |
| Tiberio imperadore 17. |
Consoli
Lucio Cassio Longino e Marco Vinicio.
In luogo de' suddetti consoli nelle calende di luglio succederono Cajo Cassio Longino e Lucio Nevio Sordino. Qui vien meno la storia romana, essendosi perduti molti pezzi di quella di Cornelio Tacito; e l'altra di Dione si scuopre molto digiuna, perchè assassinata anch'essa dalle ingiurie del tempo. Tuttavia è da dire essere stati sì in grazia di Tiberio i due suddetti consoli ordinarii, cioè Lucio Cassio e Marco Vinicio, ch'egli da lì a tre anni diede loro in moglie due figliuole di Germanico; a Cassio Giulia Drusilla, a Vinicio Giulia Livilla. Appartiene poi a quest'anno il funesto caso di Asinio Gallo, figliuolo di Asinio Pollione, celebre a' tempi d'Augusto. Dacchè Tiberio dovette ripudiar Vipsania, figliuola d'Agrippa, sua moglie primiera, che già gli avea partorito Druso, per prendere Giulia figliuola d'Augusto, questa Vipsania si maritò col suddetto Asinio Gallo, e gli partorì dei figliuoli, i quali perciò vennero ad essere fratelli uterini di Druso Cesare, ed uno d'essi era stato promosso al consolato. Ma, per testimonianza di Tacito, Tiberio mirò sempre di mal occhio Asinio Gallo per quel maritaggio. Tanto più se la prese con lui [Dio, in Excerptis Vales.], perchè osservò ch'egli facea una gran corte a Sejano, e l'esaltava dappertutto, forse credendo che costui arriverebbe un dì all'imperio, o pure cercando in lui un appoggio contro le violenze di Tiberio. Dovendo il senato inviar degli ambasciatori a Tiberio, fece egli negozio per essere un d'essi. Andò, fu ricevuto con volto ben allegro da esso Tiberio, e tenuto alla sua tavola, dove lietamente si votarono più bicchieri; ma nel medesimo tempo ch'egli stava in gozzoviglia, il senato, che avea ricevuta una lettera da Tiberio con alcune accuse immaginate dal suo maligno capriccio, il condannò, con ispedir tosto un pretore a farlo prigione. S'infinse Tiberio d'essere sorpreso all'avviso di quella sentenza, ed esortato Asinio a star di buona voglia, e a non darsi la morte, come egli desiderava, il lasciò condurre a Roma, con ordine di custodirlo sino al suo ritorno in città. Ma non vi ritornò mai più Tiberio; ed egli intanto senza servi, e senza poter parlare se non con chi gli portava tanto di cibo, che bastasse a non lasciarlo morire, andò languendo in una somma miseria, con finir poscia i suoi guai, non si sa se per la fame o per altro verso, nell'anno 33 della nostra Era, siccome attesta Tacito. Eusebio [Euseb., in Chron.], che mette la sua morte nell'anno primo di Tiberio, non è da ascoltare. Anche Siriaco, uomo insigne pel suo sapere, tolto fu di vita non per altro delitto, che per quello d'essere amico del suddetto Asinio. In quest'anno appunto scrisse la sua storia, di cui buona parte s'è perduta, Vellejo Patercolo, con indirizzarla a Marco Vinicio, uno dei due consoli di quest'anno; però non merita scusa la prostituzione della sua penna in caricar di tante lodi Tiberio e Sejano. Le loro iniquità davano negli occhi di tutti; e quegl'incensi sì mal impiegati, sempre più ci convincono di che animi servili fosse allor pieno il senato e la nobiltà romana. Abbiamo da Dione, che sempre più crescendo l'autorità e l'orgoglio di Sejano, tanto più per paura o per adulazione crescevano le pubbliche e le private dimostrazioni di stima verso di lui. Già in ogni parte di Roma si miravano statue alzate in suo onore [Dio, lib. 58.]. Fu anche decretato in senato, che si celebrasse il di lui giorno natalizio. E a lui separatamente, e non più al solo Tiberio, si mandavano gli ambasciatori dal senato, dai cavalieri, dai tribuni della plebe e dagli edili. Cominciossi ancora ne' voti e sagrifizii che si facevano agli dii del Paganesimo per la salute di Tiberio, ad unir seco Sejano; si udivano grandi e piccioli giurare per la fortuna di amendue; il che era riserbato in addietro per gli soli imperadori. Non lasciava quell'astuta volpe di Tiberio, benchè si stesse nell'infame suo postribolo di Capri, d'essere informato di tutto questo; e tutto anche dissimulava, ma coll'andar intanto ruminando quel che convenisse di fare.
XXXI
| Anno di | Cristo XXXI. Indizione IV. |
| Pietro Apostolo papa 3. | |
| Tiberio imperadore 18. |
Consoli
Lo stesso Tiberio Augusto per la quinta volta, Lucio Elio Sejano.
Non ritennero Tiberio e Sejano lungo tempo il consolato, perciocchè, siccome avvertì il cardinale Noris [Norisius, Epist. Cens.], nel dì 9 di maggio subentrarono in quella dignità Fausto Cornelio Sulla e Sestidio Catullino, ciò apparendo da un'iscrizione. Da un'altra ancora da me rapportata [Thesaurus Novus Inscription., pag. 302, num. 4.] apparisce il loro nome, ma con qualche mio dubbio, che SEXTEIDIVS possa essere Sex. Teidius. Il non trovar io vestigio della famiglia Sestidia, ma bensì della Tidia, mi ha fatto nascere un tal dubbio. All'uno di questi due consoli fu surrogato nelle calende di luglio Lucio Fulcinio Trione, e all'altro nelle calende di ottobre, Publio Memmio Regolo, che non era amico di Sejano, come Fulcinio Trione. Con occhi aperti vegliava Tiberio sopra gli andamenti del suo favorito Sejano, pentito ormai d'averlo tanto esaltato. Già s'era accorto che costui avea serrati i passi ai ricorsi, nè gli lasciava sapere, se non ciò ch'egli voleva. Molto più appariva che costui a gran passi tendeva al trono col deprimere i suoi nemici, e guadagnarsi ogni dì più amici e clienti. E giacchè il senato e il popolo erano giunti ad eguagliarlo a lui in più occasioni, ed all'incontro ben sapea Tiberio d'essere poco amato, anzi odiato dai più dei Romani; preso fu da gagliardo timore, che potesse scoppiar qualche gran fulmine sopra il suo capo. Abbiamo ancora da Giuseppe Ebreo [Joseph., Antiquit. Judaic., lib. 18.] che Antonia madre di Germanico e di Claudio, che fu poi imperadore, spedito a Capri Pallante suo fidatissimo servo, diede avviso a Tiberio della congiura tramata da esso Sejano coi pretoriani e con molti senatori e liberti d'esso Tiberio, di maniera che egli restò accertato del pericolo suo. Ma come atterrare un uomo sì ardito e intraprendente, e giunto a tanta possanza? La via di prevenirlo tenuta da quell'astuto vecchio, fu quella di sempre più comparir contento ed amante di Sejano, e di colmarlo di nuovi onori, per più facilmente ingannarlo. Il creò console per l'anno presente, e affine di maggiormente onorarlo, prese seco il consolato. Scrisse anche al senato con raccomandargli questo suo fedele ministro. Potrebbe chiedersi, perchè nol facesse strozzare in Capri, e come mai per abbatterlo il facesse salire al consolato, cioè ad una dignità che aumentava non solo il di lui fasto, ma anche la di lui autorità e potere. Quanto a me vo' credendo, ch'egli non s'attentasse nè in Capri nè in Roma di fargli alcun danno, finchè costui era prefetto del pretorio, cioè capitan delle guardie imperiali, il che vuol dire di un corpo di gente consistente in dieci mila de' migliori soldati fra i Romani, ed abitante unito in Roma. Allorchè Tiberio volea farsi ben rispettare e temere dai consoli e senatori, alla lor presenza dava la mostra ai pretoriani. Ma anche a lui faceano essi paura, perchè comandati da Sejano, e ubbidienti a' di lui cenni; ed esso Augusto era attorniato da sì fatte guardie anche in Capri. Adunque con crear Sejano console, ed inviarlo a Roma, se lo staccò dai fianchi, disegnando di torgli a suo tempo la carica di prefetto del pretorio, per conferirla a Nevio Sertorio Macrone.
Dopo pochi mesi gli fece dimettere il consolato, allettandolo intanto colla speranza d'impieghi e premii maggiori [Dio, lib. 58.], cioè di associarlo nella podestà tribunizia, grado sicuro alla succession dell'imperio, e di dargli moglie di sangue cesareo, verisimilmente Giulia Livilla, figliuola di Germanico. E perciocchè Sejano, dappoichè ebbe deposto la trabea consolare, facea istanza di tornarsene in Capri, per seguitar ivi a far da padrone; Tiberio il fermò con dar ad intendere a lui, e spacciar dappertutto, che fra poco voleva anch'egli tornarsene a Roma. Ne' mesi seguenti andò Tiberio fingendo ora esser malato, ora di star bene, e sempre venivano nuove ch'egli si preparava pel viaggio. Talor lodava Sejano, ed altre volte il biasimava. In considerazione di lui facea delle grazie ad alcuni de' suoi amici, ed altri pure amici di lui maltrattava con varii pretesti: tutto per raccogliere segretamente col mezzo delle spie, quali fossero i sentimenti e le inclinazioni del senato e del popolo. Non andò molto che al non vedersi ritornar Sejano a Capri e all'osservar certi segni di rallentato amore di Tiberio verso di lui, molti cominciarono a staccarsi con buona maniera da lui, e calò non poco il suo credito anche presso del popolo. Ma Sejano, tra perchè non gli parea di mirar l'animo di Tiberio alienato punto da sè, e perchè Tiberio conferì a lui e a suo figliuolo in questo mentre l'onore del pontificato, non pensò, siccome avrebbe potuto, a far novità alcuna. Fu poi ben pentito di non l'aver fatto, allorchè era console. Nulladimeno viveva egli con delle inquietudini e con dei sospetti; e strano gli parve che avendo Tiberio con una lettera recato avviso al senato della morte di Nerone, figliuolo primogenito di Germanico e di Agrippina, e suo nipote per adozione, niuna lode, come era usato di fare, avesse fatta del medesimo Sejano. Relegato, siccome già dissi, questo infelice principe nell'isola di Ponza, finì quivi nell'anno presente la sua vita: chi disse per la fame, e chi perchè essendo in sua camera il boja per istrangolarlo, egli da sè stesso si uccise. Certo fu anch'egli vittima della crudeltà di Tiberio.
Ora informato abbastanza Tiberio, che l'affezion del senato e popolo verso Sejano non era quale si figurava egli in addietro, volle passar all'ultimo colpo, ma tremando per l'incertezza dell'esito. Nella notte precedente il dì 18 di ottobre comparve a Roma Macrone, segretamente dichiarato prefetto del pretorio, e ben istruito di quel che s'avea da fare, mostrando di venir per altro negozio; e fu a concertare gli affari con Memmio Regolo, l'uno de' consoli, perchè l'altro, cioè Fulcino Trione, era tutto di Sejano. La mattina per tempo andò al tempio di Apollo, dove s'avea da unire il senato, ed incontratosi a caso con Sejano, che non era per anche entrato, fu richiesto se avesse lettere per lui. Si annuvolò non poco Sejano all'udire che no; ma avendolo tratto in disparte Macrone, e dettogli che gli portava la podestà tribunizia, tutto consolato ed allegro andò a seder nella curia. Macrone intanto, chiamati a sè i soldati pretoriani, una buona mano de' quali facea sempre corteggio e guardia a Sejano, mostrò loro le sue patenti di prefetto del pretorio, e in luogo d'essi alla guardia del tempio distribuì le compagnie dei vigili, comandate da Gracino Lacone consapevole del segreto. Entrato egli poscia colà, presentò una lettera molto lunga, ma ingarbugliata, di Tiberio. Non parlava egli seguitatamente contro di Sejano, ma sul principio trattava di un differente affare; andando innanzi, si lamentava di lui; poi ritornava ad altro negozio; e quindi passava a dir male di Sejano, conchiudendo in fine, che si facessero morir due senatori molto confidenti di lui, e Sejano fosse ritenuto sotto buona guardia. Non si attentò di dire che il facessero morire, perchè temeva che si svegliasse qualche tumulto da' suoi parziali. Confusi ed estatici rimasero i più de' senatori ad ordini tali, perchè già preparati a far de' complimenti ed elogi a Sejano per la promessa a lui podestà tribunizia. Sejano stesso avvilito senza muoversi dal suo luogo, senza mettersi ad aringare (il che se avesse fatto, forse altrimenti passava la faccenda) pareva insensato; e chiamato tre volte dal console Memmio Regolo, non si movea, siccome usato a comandare, e non ad ubbidire. Entrato intanto Lacone colle coorti de' vigili, l'attorniò di guardie e il menò prigione. Niun movimento fecero i pretoriani, perchè Macrone li tenne a freno, con ispiegar loro la mente del principe, e promettere ad essi alcuni premii per ordine del senato. Si mosse bensì la plebe al mirare quel sì dianzi orgoglioso ministro condotto alle carceri, prorompendo in villanie e bestemmie senza fine, e poi corse ad abbattere e strascinar tutte le statue a lui poste, giacchè non poteano infierir contro la persona di lui [Tacitus, lib. 6, c. 25.]. Raunatosi poi nel medesimo giorno 18 di ottobre il senato nel tempio della Concordia, veggendo che i pretoriani se ne stavano quieti, e intendendo qual fosse il volere del popolo, condannarono a morte Sejano; e la sentenza fu immediatamente eseguita col taglio della testa. Accorsa la plebe gittò giù per le scale gemonie il di lui cadavere, e dopo essersi per tre dì sfogata contra d'esso, facendone grande scempio, lo buttò in Tevere. Anche due suoi figliuoli, l'uno maschio e l'altro femmina, per ordine del senato furono privati di vita; ma perchè insolita cosa era il far morire una fanciulla, il carnefice, prima di strozzar quell'infelice, le tolse l'onore in prigione. Apicata moglie di Sejano, benchè non condannata, si diede la morte da sè stessa, dopo aver messo in iscritto il tradimento fatto dal marito e da Livilla a Druso Cesare.
Intanto batteva forte il cuore a Tiberio nell'isola di Capri per sospetto che non riuscisse bene la meditata impresa; ed avea ordinato che, per fargli sapere il più presto possibile la nuova, si dessero segnali da' luoghi alti, frapposti tra Roma e Capri; salì egli in quel dì sul più eminente scoglio dell'isola, aspettando quivi il lieto avviso. Per altro aveva egli preparato delle barchette, affinchè, se il bisogno l'avesse richiesto, potesse ritirarsi in sicuro con esse ad alcuna delle sue armate. Scrivono eziandio, aver egli dato ordine a Macrone, che qualora fosse insorta qualche fiera sedizione in Roma, cavasse dalle carceri Druso figliuolo di Germanico, e il presentasse al senato ed al popolo, con dichiararlo anche imperadore a nome suo. Il fine della tragedia di Sejano fu poi principio d'altre gravi turbolenze, che sconcertarono non poco il senato e la nobiltà romana. Il popolo già commosso, a qualunque dei favoriti di Sejano, che gli cadesse nelle mani, levava la vita. Anche i pretoriani sdegnati si misero a saccheggiare e bruciar delle case. Cominciarono poi dei duri processi contro dei senatori e d'altri nobili, che più degli altri s'erano fatti conoscere parziali di Sejano. Molti furono condannati, e con ignominiosa morte puniti; altri relegati; ed altri da sè stessi si abbreviarono la vita. Tutto era pieno di accusatori, e si rivangavano i processi e le condanne, gastigando chi avea giudicato come per istigazion di Sejano. Si tenne per certo, che le tante adulazioni del senato verso il medesimo Sejano, e gli onori straordinari a lui vilmente accordati, contribuissero non poco ad ubbriacarlo e farlo precipitare. Però lo stesso senato decretò che in avvenire si procedesse con gran moderazione in onorar altrui, nè si potesse giurare se non pel nome dell'imperadore. Contuttociò nel medesimo tempo volle esso senato concedere a Macrone il grado di pretore, e a Lacone quel di questore, oltre ad un regalo in danari; ma essi, addottrinati dal recente esempio, nulla vollero accettare. Incredibil fu la gioja di Tiberio, allorchè si vide sbrigato da Sejano. Ciò non ostante, la sua mirabil politica gl'insegnò di non ammettere all'udienza sua alcuno de' tanti senatori e cavalieri che erano corsi o erano stati spediti dal senato, per significargli la fortunata riuscita dell'affare. E il console Regolo, che l'avea in ciò ben servito, fu costretto a tornarsene indietro senza poterlo vedere. Si figuravano molti, che liberato Tiberio dal giogo, dai mali ufizj e da' sospetti di Sejano, avesse da lì innanzi da fare un governo dolce. Troppo s'ingannarono: sempre più egli imperversò. E giacchè era venuto in cognizione, per la deposizion sopraccennata della moglie di Sejano, degli autori della morte di Druso suo figliuolo, contro d'essi ancora con tutto rigore procedette; e la primo a provarne la pena, fu la stessa Livilla che lasciatasi sovvertir da Sejano, avea tradito il consorte Druso. Scrive Dione [Dio, lib. 58.] d'aver inteso da alcuni, che Tiberio non la facesse morire in grazia di Antonia madre di lei, e di Claudio che fu poi imperadore; ma che la medesima sua madre quella fosse, che la privò di vita con lasciarla morir di fame.
XXXII
| Anno di | Cristo XXXII. Indizione V. |
| Pietro Apostolo papa 4. | |
| Tiberio imperadore 19. |
Consoli
Gneo Domizio Enobarbo e Marco Furio Camillo Scriboniano.
Il primo di questi consoli, marito di Agrippina figliuola di Germanico, siccome già dissi, ebbe per figliuolo Nerone, che divenne poi imperadore. Al secondo de' consoli, che mancò di vita nel consolato, fu sostituito Aulo Vitellio. Non si sa intendere, perchè Svetonio [Suetonius, in Vitellio, cap. 2.], allorchè scrisse, essere nato sotto questi consoli Marco Salvio Ottone, uno de' susseguenti imperadori, chiamasse Camillo Arruntio il collega di Domizio Enobarbo: e che parimente si trova ne' fasti d'Idacio e del Cuspiniano. Forse fu sostituito a Vitellio, o Vitellio a lui. Parve bene [Dio, lib. 58.], che Tiberio volesse por fine ai processi e condanne degli amici di Sejano, con permettere ancora ad alcuni il lutto per la di lui morte; ma poco durò questo barlume d'indulgenza, ed egli più che mai continuò la persecuzione, trovando allora altre accuse ancora d'incesti e di parricidii, per levar la vita a chi non godea di sua grazia. Crebbe perciò cotanto l'universal odio contro di lui, che il poter divorare le di lui carni, sarebbe sembrato un gustoso cibo ad ognuno. Fece anche il timore di lui crescere l'adulazion nel senato. Costume era in addietro che nelle calende di gennaio, un solo leggesse gli ordini di Tiberio con giurar d'osservarli: al che gli altri acconsentivano. Fu creduto maggior ossequio e finezza che cadauno prestasse espressamente quel giuramento. Inoltre per far conoscere a Tiberio, quanto cara lor fosse la vita di lui, decretarono che egli scegliesse chi de' senatori fosse a lui in grado, e che venti d'essi colle spade servissero a lui di guardia quando egli entrava nel senato. Trovò Tiberio assai ridicolo un tal decreto; e quantunque ne rendesse loro grazie, pure non l'approvò, perchè non essendogli ignoto d'essere in odio al senato, non era sì pazzo da voler permettere intorno alla sua persona di sì fatte guardie armate. E da lì innanzi molto più attese a conciliarsi l'amore de' soldati pretoriani, per valersene occorrendo contro il senato. Avea proposto Giunio Gallione che esso senato accordasse un privilegio a quei che avessero compiuto il termine della lor milizia. Tiberio, perchè non gli piacea che le genti militari fossero obbligate se non a lui solo, mandò in esilio lo stesso Gallione fuori d'Italia, e poscia il richiamò per metterlo a penare sotto la guardia de' magistrati, dacchè intese aver egli meditato di passare a Lesbo, dove sarebbe troppo deliziosamente vivuto. Raccontano Tacito [Tacitus, Annal., lib. 6, cap. 2. Dio, ibid.] e Dione che in quest'anno furono processati altri nobili per l'amicizia di Sejano; e fra gli altri fu punito Latinio Laziare che, siccome abbiam veduto di sopra, coll'usare un tradimento a Tizio Sabino, fu cagion di sua morte. Fra gli accusati nondimeno miracolosamente la scappò netta Marco Terenzio. Il suo reato consisteva nel solo essere stato amico di Sejano. Lo confessò egli francamente, e con egual coraggio difese il fatto, mostrando ch'egli così operando avea onorato Tiberio nel suo favorito; e se Tiberio, signor così saggio, s'era ingannato in dispensar tante grazie a chi n'era indegno meritavano bene scusa gl'inferiori, caduti nel medesimo inganno. Nè doversi aver l'occhio all'ultimo giorno di Sejano, ma bensì ai sedici anni della di lui potenza, durante il qual tempo chi non volea perire, dovea studiarsi d'essere a lui caro. E però chiunque volesse condannar chi non avea fallato in altro che in amare ed onorar Sejano, verrebbe nello stesso punto a condannar Tiberio. Fu assoluto, nè Tiberio se l'ebbe a male.
Fu creduto daddovero in quest'anno ch'esso Tiberio tornasse a Roma [Tacitus, ibidem. Sueton., in Tib., c. 72.]; imperciocchè da Capri venne nella Campania, e poscia continuato il viaggio sino al Tevere, quivi imbarcatosi, arrivò agli orti della Naumachia presso Roma, dove oggidì si vede il monistero delle moniche de' santi Cosma e Damiano. Erano disposti sulla ripa del fiume corpi di guardia, acciocchè il popolo non se gli accostasse. Ma non entrò in città, senza che se ne sapesse il motivo, e se ne tornò poco dappoi a Capri. Altro non seppe immaginar Tacito, se non che fosse tirato colà del suo mal genio, per poter nasconder entro quello scoglio il fetore delle immense sue laidezze. Non è certamente permesso ad onesta penna il rammentare ciò ch'esso Tacito e Svetonio non ebbero difficoltà di propalare della detestabil libidine di quell'infame vecchio. Basterà a me di dire che nel postribolo di Capri si praticarono ed inventarono tutte le più sozze maniere della sensualità [Sueton., cap. 43.] che faceano orrore allora ad orecchie pudiche. E a tale stato giunse un principe di Roma pagana, ma senza che ce ne abbiamo a stupire, perchè non conoscevano i Romani d'allora se non degli dii compagni della medesima sensualità; e per altro Tiberio era di coloro che poco conto facevano de' medesimi, ne punto li temevano. Del solo tuono egli avea paura, e correva a mettersi in testa la corona d'alloro, per la credenza che quelle foglie fossero rispettate dai fulmini. Morì in quest'anno Lucio Pisone, prefetto di Roma, che per venti anni con lode avea esercitata quella carica, e in ricompensa del suo merito il senato gli decretò un pubblico funerale. In luogo suo fu posto da Tiberio Lucio Elio Lamia, il quale, nell'anno seguente, diede anch'egli fine a' suoi giorni. Morì parimente quest'anno Cassio Severo, oratore di gran credito, ma portato sempre alla satira, e a lacerar la riputazione delle persone illustri. Per questo mal genio era stato relegato da Augusto nell'isola di Creta, e poscia nella picciola di Serifo, dove in estrema povertà, senza avere neppur uno straccio da coprir le parti vergognose, terminò il suo vivere.
XXXIII
| Anno di | Cristo XXXIII. Indizione VI. |
| Pietro Apostolo papa 5. | |
| Tiberio imperadore 20. |
Consoli
Lucio Sulpicio Galba e Lucio Cornelio Sulla Felice.
Galba, primo dei consoli porta il prenome di Lucio in una iscrizione riferita dal cardinal Noris, e da me inserita nella mia raccolta [Thesaur. Nov. Inscription., p. 303, n. 1.]. In un'altra iscrizione che si legge nel Tesoro di Grutero, il suo prenome è Servio: che così s'ha da intendere il SER. abbreviato degli antichi, e non già Sergio, come ha creduto taluno. Ma è lecito di sospettare, che nell'iscrizion gruteriana sia stato mutato il prenome di Lucio in Servio, perchè ben si sa che Galba imperadore, cioè il medesimo che fu console in quest'anno, era chiamato Servio Galba. Ma Svetonio [Sueton., in Galba, cap. 4.] chiaramente scrive di lui: Lucium pro Servio usque ad tempus imperii usurpavit: il che giustifica quanto ha il marmo del Noris, e fa con fondamento temere della corruttela nell'altro. Tacito e Dione diedero a Galba console quel prenome ch'egli usò fatto imperadore; senz'avvertire ciò che Svetonio avvertì. Nelle calende di luglio a Galba fu sostituito nel consolato Lucio Salvio Ottone creduto da alcuni figliuolo di Tiberio Augusto, cotanto se gli rassomigliava nel volto. Da questo console nell'anno precedente era nato Ottone, che fu poi imperadore di pochi mesi. Volle far conoscere Tiberio in quest'anno ai senatori [Tacitus, Annal., lib. 6.], quanto egli poco si fidasse di loro, e che in breve era per venire a Roma; cioè scrisse chiedendo che qualora egli entrava nel senato, fosse permesso a Macrone capitan delle guardie del pretorio d'accompagnarlo con alcuni tribuni e centurioni della milizia. Tosto fu decretato che potesse menar seco quanta gente voleva. Erano tuttavia serrati nelle carceri, Druso, figliuolo di Germanico e nipote per adozion di Tiberio, ed Agrippina di lui madre. Avea più volte Tiberio fatto condurre questi infelici da un luogo ad un altro, sempre incatenati e in una lettiga ben serrata [Suetonius, in Tiber., cap. 64.], e con guardie che faceano allontanar tutti i viandanti. Doveva egli paventar sempre qualche risoluzione, e che avesse da correre il popolo a sprigionar quell'infelice principe. Saziò poi il suo furore in quest'anno con far morire di fame Druso. La savia Agrippina diede anch'essa fine al suo vivere, senza apparire, se mancasse per non volere il cibo, o pure perchè il cibo le fosse negato [Dio, lib. 58.]. Furono i lor corpi non già portati nel mausoleo d'Augusto, ma sì segretamente seppelliti, che mai non se ne seppe il sito. Tutta Roma si riempiè di dolore e lutto, ma solamente nell'interno delle persone, per sì compassionevol fine della famiglia di Germanico, principe tanto amato da ognuno. Eppur bisognò che il senato rendesse grazie a Tiberio dell'avviso datogli della morte di Agrippina, predicata da lui per sua nemica e adultera, quando era notissima la di lei insigne onestà; ed inoltre convenne decretare che essendo morta nel medesimo dì che Sejano fu ucciso, cioè nel di 18 d'ottobre, da lì innanzi in quel giorno si facesse un'offerta a Giove in rendimento di grazie per la morte dell'uno e dell'altra.
Restava solo in vita dei figliuoli di Germanico Cajo Caligola [Tacit., lib. 6, cap. 20.], giovinetto di costumi sommamente malvagi, ma provveduto di tanto senno da farsi amare da Tiberio. Sapea coprir con finta modestia l'animo suo inclinato alla crudeltà; non gli scappò mai una parola di dispiacere o lamento per l'esilio e per la morte dei fratelli e della madre; ed ottenne per grazia di poter accompagnare Tiberio a Capri, studiandosi quivi di comparir sempre con vesti simili a quelle di lui, e d'imitare per quanto poteva le di lui maniere di parlare; di modo che di lui, divenuto poscia imperadore, ebbe a dire Passieno oratore: «Non esservi stato mai nè miglior servo, nè peggior signore di lui.» Contrasse il medesimo Cajo, di consenso di Tiberio in quest'anno gli sponsali con Claudia o Claudilla figliuola di Marco Silano. Sotto il detestabil governo di Tiberio, gran voga intanto aveano in Roma gli spioni e gli accusatori, parte volontari, parte suscitati dal principe stesso. Bastava per lo più l'accusare, perchè ne seguisse il condannare. Fioccavano in senato i libelli contro delle persone, e moltissimi inviati dal medesimo Tiberio che col braccio del senato andava facendo vendette, e pascendo I' avarizia sua colla morte e col confisco dei beni de' condannati. A parecchi nobili toccò ancor nell'anno presente la disavventura stessa; e massimamente ai senatori, tanti de' quali a poco a poco andò egli levando dal mondo, che non si poteano più provvedere i governi delle provincie [Tacitus, ibid., cap. 49. Dio, eod. lib. 58.]. Fra l'altre più memorabili ingiustizie commesse in quest'anno degna è di menzione l'usata da Tiberio contro di Sesto Mario, da lungo tempo suo amico che, col favore principesco, giunto era ad essere il più ricco gentiluomo della Spagna. Avendo egli una figliuola di bellissimo aspetto, per timore che Tiberio non gliela facesse rapire, come solito era con altri, la trafugò in luogo dove fosse sicura. Avvertitone dalle sue spie Tiberio, fece accusar amendue d'incesto, e gittar giù della rupe tarpeja i lor corpi, con far sue le immense ricchezze dell'infelice Mario. Tacito racconta molti altri spettacoli di somiglianti crudeltà accadute in quest'anno, senza che mai si saziasse il genio sanguinario di Tiberio. Strano bensì parve ai più del popolo, ch'egli in un certo dì facesse morire tutti i principali spioni ed accusatori, e proibisse a tutte le persone militari il far questo infame uffizio, benchè lo permettesse ai senatori e cavalieri. Ma si può ben credere ciò fatto per comparire disapprovatore di que' maligni stromenti, dei quali si serviva la stessa di lui malignità per far tanto male al pubblico. Erano eziandio cresciute a dismisura le usure in Roma; e contro dei debitori furono in quest'anno portate istanze ed accuse assaissime al senato; nè piccolo era il numero di coloro che, ascondendo la pecunia d'oro e d'argento, ne faceano scarseggiare la città. Si vide allora un prodigio di Tiberio. Mise egli nel banco della repubblica una gran somma d'oro e d'argento, da prestarsi a chiunque ne abbisognasse, e desse idonea sigurtà, senza che per tre anni ne pagassero frutto: azione applaudita da ognuno, ma che non fece punto sminuire il comune odio contro del tiranno. Ad Elio Lamia prefetto di Roma defunto succedette in quell'uffizio Cosso, per attestato di Tacito e Seneca [Seneca, epist. 81.]. E Marco Coccejo Nerva, giurisconsulto insigne di questi tempi, ed uno del consiglio di Tiberio, non potendo più, siccome uomo giusto, tollerar le iniquità di quel mostro, se ne liberò con lasciarsi morir di fame: nè per quante preghiere gli facesse Tiberio, per saper la cagione di tal risoluzione, e per tenerlo in vita, volle mutare il fatto proponimento.
XXXIV
| Anno di | Cristo XXXIV. Indizione VII. |
| Pietro Apostolo papa 6. | |
| Tiberio imperadore 21. |
Consoli
Paolo Fabio Persico e Lucio Vitellio.
A questi consoli ordinari si crede che ne succedessero nelle calende di luglio due altri [Dio, lib. 58.], de' quali si è perduto il nome. E ciò perchè avendo questi ultimi consoli celebrato l'anno ventesimo compiuto dell'imperio di Tiberio, fecero anche dei voti agli dii pel decennio venturo, come fu in uso a' tempi d'Augusto. Quella gelosa bestia di Tiberio, che avea preso l'imperio non per dieci, nè per venti anni, ma finchè a lui piacesse, parendogli che volessero far conoscere, che la di lui potestà dipendea dall'arbitrio del senato, fece accusarli tutti e due e condannarli, e pare che fosse anche abbreviata immediatamente loro la vita. Questo Persico probabilmente è quello stesso che fu mentovato da Seneca [Seneca, de benefic., lib. 2, cap. 21.], per uomo di cattiva riputazione. Ma nulla di un fatto tale, che avrebbe fatto più strepito di tant'altri, si ha presso Tacito, il qual pure accenna le morti di molti altri di dignità inferiore. Dione stesso attribuisce quei voti e quell'innocente fallo ai consoli ordinari; e pure noi sappiam da Svetonio [Sueton., in Vitellio, c. 2.], che Lucio Vitellio, console nel presente anno e padre di Aulo Vitellio che fu poi imperadore, dopo il consolato ebbe il governo della Soria, e campò molto dappoi. Parimente di Fabio Persico, sopravvissuto, s'ha memoria presso Seneca [Seneca, lib. 2 et 4 de Benefic.]. Però la credenza dei consoli sostituiti, e fors'anche il fatto narrato da Dione può patire dei dubbi. Non mancarono all'anno presente le sue funeste scene, cioè molte condanne e morti d'uomini illustri, avvenute per la crudeltà di Tiberio e per la prepotenza di Macrone prefetto del pretorio; il quale imitando le arti di Sejano ma più copertamente, si abusava anch'egli della sua autorità e del favore del principe [Dio, lib. 58. Tacit., lib. 4, cap. 19.]. Pomponio Labeone, dopo essere stato pretore di Mesia per otto anni, accusato d'essersi lasciato corrompere con danari, tagliatosi le vene, si sbrigò da questa vita: ed altrettanto fece sua moglie. Era anche stato in governo Marco, ossia Mamerco Emilio Scauro, nè già era incolpato di cattiva amministrazione, quantunque vergognosi fossero i suoi costumi. Macrone, che l'odiava, trovò la maniera di precipitarlo, con presentare a Tiberio una di lui tragedia intitolata Atreo, in cui oltre al parlarsi di parricidio, uno era esortato a tollerar la pazzia del regnante; è con fargli credere che sotto nome altrui si sparlasse di lui. Di più non ci volle per far processare Scauro, il quale, senz'aspettar la condanna, si privò da sè stesso di vita, nè da meno di lui volle essere la moglie sua. Costumavasi allora dagli etnici romani di darsi iniquamente la morte da sè medesimi, perchè i corpi de' condannati non era lecito il seppellirli, e i lor beni andavano al fisco; laddove prevenendo la sentenza, loro non si negava la sepoltura: e sussistendo i testamenti, agli eredi pervenivano i loro beni. Fra coloro eziandio che furono accusati si contò Lentulo Getulico, stato già console nell'anno di Cristo 26. Altro a lui non veniva imputato, se non che avesse trattato di dare una sua figliuola in moglie a Sejano. Ma fu buon per questo personaggio ch'egli allora si trovasse in Germania al comando di quelle legioni che l'amavano forte per le sue dolci maniere. Dicono ch'egli scrivesse animosamente una lettera a Tiberio, con ricordargli che non per elezione propria, ma per consiglio di lui stesso, avea cercato di far parentela con Sejano. Essersi ben egli ingannato nel procacciarsi l'amicizia di quell'uomo indegno; ma che niuno più d'esso Tiberio avea amato Sejano: nè essere perciò conforme alla ragione che il comun fallo fosse innocente per lui, e peccaminoso per gli altri. Pertanto riflettendo al pericolo di nuocere a chi aveva l'armi in mano, e poter rivoltarsi, giudicò meglio il desistere dall'impresa; e per lo contrario fece condannar e cacciare in esilio Abudio Rufo, cioè l'accusatore di Lentulo Getulico. Videsi in questo anno in Grecia un giovane [Dio, lib. 58.], che spacciatosi per Druso figliuolo di Germanico, trovò di molti aderenti in quelle contrade; e se gli riusciva di passare in Soria, a lui si sarebbe verisimilmente unito quell'esercito. Ma preso da Pompeo Sabino governator della Macedonia, fu inviato a Tiberio. Tacito scrive [Tacit., lib. 5, c. 10.] ciò avvenuto tre anni prima, quando era tuttavia vivente lo stesso Druso in prigione: il che, se fosse vero, potrebbe questo avvenimento aver dato impulso alla morte del medesimo Druso. Da esso Tacito fu ancora scritto che nel presente anno si lasciò veder di nuovo dopo alcuni secoli l'augello Fenice nell'Egitto, con rapportarne la mirabil genealogia. A simili favole oggidì non si presta fede. Plinio e Dione mettono due anni dappoi lo scoprimento di questo non mai più risorto uccello.
XXXV
| Anno di | Cristo XXXV. Indizione VIII. |
| Pietro Apostolo papa 7. | |
| Tiberio imperadore 22. |
Consoli
Cajo Cestio Gallo e Marco Servilio Moniano.
Si celebrarono in quest'anno [Dio, lib. 58.] le nozze di Cajo Caligola, nipote per adozione di Tiberio, con Claudilla, figliuola di Marco Silano, in Anzo. V'intervenne lo stesso Tiberio, non avendo voluto neppure per occasion sì propria lasciarsi vedere in Roma, perchè non gli piacea di trovarsi presente alle sanguinarie esecuzioni, che ivi tuttavia si continuavano d'ordine di lui, non mai sazio di perseguitare chiunque fu stretto d'amicizia con Sejano. Fin qui aveva egli sofferto Fulcinio Trione, che fu console nell'anno della caduta del medesimo Sejano, anzi la buona gente il riputava molto favorito da lui. Ora solamente era per iscoppiare il fulmine sopra di lui; ma ciò presentito da Trione, si uccise colle proprie mani dopo aver fatto un testamento, in cui vomitò quante ingiurie potè contra di Tiberio e di Macrone, e dei liberti della corte. Non si attentavano gli eredi suoi di pubblicare un sì obbrobrioso scritto. Avutane contezza Tiberio, volle che si portasse e leggesse nel senato per guadagnarsi il plauso di principe sofferente dell'altrui libertà, giacchè punto non si curava della propria infamia, nè che si scoprissero le iniquità da lui commesse per mezzo di Sejano, ben sapendo che non erano cose ignote al pubblico. Uso certamente suo fu il non mai volere che si occultassero i libelli infamatorii fatti contra di lui, parendo quasi che riputasse sue lodi le sue vergogne. Altri senatori ed altri nobili, annoverati da Tacito [Tacitus, lib. 6, c. 38.] e da Dione, o per mano propria o per quella del carnefice terminarono in quest'anno la lor vita; ed uno fra gli altri merita d'essere rammentato, cioè Poppeo Sabino, poco fa da noi veduto, che dopo il consolato, per ventiquattro anni avea governato la Macedonia, l'Acaia e le due Mesie, e col darsi la morte schivò il giudizio. Soggiornava in questi tempi Tiberio in vicinanza di Roma, per poter più speditamente aver il piacere d'intendere l'esecuzione de' suoi tirannici comandamenti [Tacitus, l. 6, c. 31. Dio, lib. 58.]. Fu allora, che vennero a Roma alcuni nobili Parti, segretamente, cioè senza saputa del re loro Artabano, per chiedere a Tiberio Fraate, figliuolo del fu Fraate re. Era montato Artabano in gran superbia, dacchè la vecchiaia di Tiberio, e il suo abborrimento alla guerra, aveano scemata in molti la stima e paura dell'armi romane. Essendo mancato di vita Zenone o sia Artassia, già creato dai Romani re dell'Armenia, Artabano avea occupato quel regno, e messovi Arsace, uno dei suoi figliuoli, per re, con assalir dipoi la Cappadocia, e minacciar anche di peggio i Romani. Inimicossi oltre a ciò i suoi colla soverchia alterigia, e lor diede ansa che ricorressero a Tiberio. Fu dunque mandato Fraate in Soria per isperanza che i Parti si moverebbero in favore di lui; ma perchè v'andò con poca fretta, ebbe tempo Artabano di premunirsi, e Fraate ammalatosi morì. Non lasciò Tiberio per questo di accudire agli affari dell'Armenia, e costituito Lucio Vitellio, cioè il padre di Vitellio, che fu col tempo imperadore, per generale dell'armata romana in Levante, mosse anche i re d'Iberia e i Sarmati contra di Artabano. Lasciatisi corrompere i ministri di Arsace, già divenuto re dell'Armenia, tolsero a lui la vita; ed entrate in quel paese le truppe dell'Iberia sotto il comando del re Farasmane, presero Artasata capitale del regno. Allora Artabano spedì Orode altro suo figliuolo contra di Farasmane con parte delle sue forze [Joseph., Antiq. Judaicarum, lib. 18, c. 6.]. I Parti, benchè inferiori di gente, vollero battaglia; ma o sia che Orode vi fosse ucciso, o che la nuova ch'egli fosse ferito passasse in credenza di morte, la vittoria si dichiarò per Farasmane, al cui fratello Mitridate re dell'Iberia fu conceduta l'Armenia. Diedesi dipoi una seconda battaglia da Artabano, ma svantaggiosa anch'essa per lui; e perchè nello stesso tempo seppe che Lucio Vitellio coll'armi romane si accingeva a passar l'Eufrate per entrar nella Mesopotamia, abbandonato ogni pensier dell'Armenia, si ritirò alla difesa del proprio paese. Era allora l'Eufrate il confine tra l'imperio romano e il partico o sia persiano.
XXXVI
| Anno di | Cristo XXXVI. Indizione IX. |
| Pietro Apostolo papa 8. | |
| Tiberio imperadore 23. |
Consoli
Sesto Papinio Allenio e Quinto Plautio.
Non è ben chiaro, se Lucio Vitellio, fabbricato un ponte sull'Eufrate, coll'esercito romano passasse in questo o nel precedente anno in Mesopotamia. Certo è bensì che passò, e all'arrivo suo i primati de' Parti si scoprirono allora alienati dall'ossequio verso del re Artabano [Tacitus, lib. 6, c. 42.], e congiunsero le loro armi coi Romani. Trovavasi con Vitellio anche Tiridate, parente del defunto re Fraate. Veduta così bella disposizion dei Parti in suo favore, per consiglio di Vitellio, prese il cammino alla volta di Seleucia, città potente, che gli aprì con gran festa le porte, ed Artabano, veggendosi abbandonato de' suoi, se ne fuggì. Intanto Vitellio, contento di aver fatta la sua sparata con far conoscere a que' popoli la possanza romana, e credendo già assicurato il regno a Tiridate, se ne tornò colle sue legioni in Soria. Fu coronato Tiridate in Ctesifonte, capitale del regno dei Parti. S'egli avesse proseguito il corso di sua fortuna con visitar tutto il paese, e ridurre chiunque titubava alla sua fede, interamente il regno sarebbe stato di lui. Ma essendosi egli impegnato nell'assedio di un castello, dove Artabano avea ridotto il tesoro e le concubine sue, alcuni di que' grandi, che non erano intervenuti alla coronazione o per paura di Tiridate, o per invidia che portavano ad Abdagese, ministro favorito di lui, andarono a trovar Artabano per rimetterlo sul trono. S'era questi ritirato nell'Ircania, dove da povero uomo vivea, guadagnandosi il vitto con la caccia. Credette egli a tutta prima che fossero venuti costoro per assassinarlo. Rassicurato da essi, e presa seco una mano di Sciti, si mise con loro in cammino, e trovata la gente che senza difficoltà tornava alla sua divozione, ingrossato di forze, s'indirizzò verso Seleucia. Stette in forse Tiridate, se dovea andargli incontro per dargli battaglia. Prevalse l'opinion dei dappoco, il primo de' quali era il medesimo Tiridate; e però egli si ridusse in Soria, con isperanza che l'esercito romano avesse da prestargli aiuto per ricuperare il perduto regno, di cui con tutta facilità Artabano ripigliò il possesso. Vitellio non volle altro impegno, ed all'incontro Artabano diventò più che mai orgoglioso, e poco mancò che non portasse la guerra nel territorio romano. Non è inverisimile, che questo fosse il tempo in cui egli scrisse una lettera di fuoco a Tiberio [Sueton., in Tiber. cap. 66.], rinfacciandogli la sua crudeltà, la vergognosa libidine e la poltroneria, ed esortandolo ad appagar prontamente l'odio universale e giustissimo de' popoli con darsi la morte da sè medesimo.