ANNALI
D'ITALIA
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ANNALI
D'ITALIA
DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E
CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta
VOLUME SECONDO
VENEZIA
DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1844
DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500
CCCXLI
| Anno di | Cristo CCCXLI. Indizione XIV. |
| Giulio papa 5. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 5. |
Consoli
Antonio Marcellino e Petronio Probino.
Un'iscrizione che si legge nella mia Raccolta [Thes. Novus Inscript., pag. 377.], quando pur sia indubitata reliquia dell'antichità, ci assicura dei nomi di questi consoli, in addietro ignoti. Aurelio Celsino dal dì 25 di febbraio cominciò ad esercitare la prefettura di Roma. Sul fine di giugno diede Costanzo Augusto una legge in Lauriaco [L. 31, de Decurion., Cod. Theodos.], creduto dal Gotofredo luogo della Batavia, ma che più verisimilmente fu il Lauriaco, luogo insigne e colonia de' Romani, posta alle parti superiori del Danubio. Era questo principe divenuto signor delle Gallie, e colà dovette accorrere [Idacius, in Fastis.], perchè i Franchi, passato il Reno, metteano a sacco le vicine contrade romane. Abbiamo da san Girolamo [Hieron., in Chron.] che seguirono fra que' Barbari e le armate di Costante varii combattimenti, ma senza dichiararsi la fortuna per alcuna delle parti. Libanio [Liban., Orat. III.], descrivendo a lungo i costumi e il genio de' Franchi d'allora, li dipinge per gente turbolenta ed inquieta, a cui il riposo riusciva un supplizio. Solamente nell'anno seguente ebbe fine questa guerra. Tanto il medesimo san Girolamo che Idacio mettono sotto il presente anno spaventosi tremuoti che fecero traballare moltissime città dell'Oriente. Tennero in quest'anno gli ariani un conciliabolo in Antiochia, per alterare i decreti sacrosanti del concilio niceno. Appena terminata fu la sacrilega loro assemblea, che il tremuoto cominciò a scuotere orribilmente la misera città, siccome attestano Socrate [Socrates, Histor., lib. 2, cap. 11.] e Sozomeno [Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 6.], e quasi per un anno si andarono sentendo varie altre scosse. Non parla Teofane [Theophanes, in Chronogr.] se non di tre giorni, ne' quali probabilmente quella città fu in maggior pericolo. Lo stesso autore nota che circa questi tempi Costanzo Augusto cinse di forti mura e fortificò in altre guise Amida, città della Mesopotamia, situata presso il fiume Tigri, acciocchè servisse di antemurale contro ai Persiani. Ammiano [Ammianus, Histor., lib. 18, cap. 9.], scrittore di maggior credito, all'incontro, scrive che molto prima d'ora, cioè vivente ancora il padre, Costanzo Cesare con torri e mura fece divenir quel luogo un'importante fortezza, di cui sempre più crebbe la popolazione e la fama ne' tempi susseguenti. Durava tuttavia la guerra coi Persiani, ovvero, se Socrate [Socrat., Histor., lib. 2, cap. 25.] non s'inganna, essa ebbe principio in questi medesimi tempi; ma quali azioni militari si facessero, non è pervenuto a nostra notizia. Già abbiam detto che Costantino il Grande con varii editti e in altre guise si studiò di abolir le superstizioni del paganesimo, distrusse moltissimi templi de' gentili, vietò gli empii loro sagrifizii: il che vien confermato da Socrate [Idem, ibid., lib. 1, cap. 8.], da Teodoreto [Theodoret., in Histor. Eccl.], da Teofane [Theoph., Chronogr.] e da altri. Ma lo svellere dal cuore di tanta gente gli antichi errori e riti, difficil cosa riusciva nella pratica. Costante Augusto nell'anno presente, siccome principe di massime cattoliche e di zelo cristiano, per eseguire eziandio ciò che il padre gli avea premurosamente raccomandato, pubblicò una legge, con cui, confermando gli editti paterni [L. 2, de Paganis., Cod. Theod.], sotto rigorose pene abolisce i sagrifizii de' pagani, e per conseguenza ancora il culto degl'idoli. Siffatti editti, e l'esempio de' principi seguaci della legge di Cristo, furono quegli arieti che diedero un gran tracollo al gentilesimo, con ridurlo a poco a poco all'ultima rovina. Ma se ad occhio veniva meno la falsa religion de' pagani, per cura massimamente dell'Augusto Costante, andavano ben crescendo in questi tempi le forze dell'arianismo in Oriente con discapito della Chiesa cattolica, per la protezion che avea preso di quella fazione l'Augusto Costanzo. Le insigni sedie episcopali di Alessandria, Antiochia e Costantinopoli vennero in questi tempi occupate da' vescovi ariani [Socrat., lib. 5, cap. 7. Theoph. Cedr.]: e tutte le chiese d'essa città di Costantinopoli caddero in poter de' medesimi eretici. Ma intorno a ciò è da consultare la storia ecclesiastica. Grande solennità nel presente anno fu fatta in Antiochia per la dedicazione di questa magnifica cattedrale, cominciata da Costantino il Grande, e compiuta solamente ora per cura del suddetto imperadore Costanzo.
CCCXLII
| Anno di | Cristo CCCXLII. Indizione XV. |
| Giulio papa 6. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 6. |
Consoli
Flavio Giulio Costanzo Augusto per la terza volta e Flavio Giulio Costante Augusto per la seconda.
Ad Aurelio Celsino nella prefettura di Roma succedette in quest'anno nelle calende d'aprile Mavorzio Lolliano [ Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.], il cui impiego durò sino al dì 14 di luglio, con avere per successore Acone (ossia Aconio) Catulino (ossia Catullino) Filomazio (o pur Filoniano). All'anno presente riferisce il Gotofredo [ Gothofred., Chron. Cod. Theodos.] un editto [ L. 3, de Paganis, Cod. eod. Theod.] di Costante Augusto, dato nel dì primo di novembre, e indirizzato al medesimo Catullino prefetto di Roma, in cui ordina che, quantunque s'abbia da abolire affatto la superstizione pagana, pure non si demoliscano i templi situati fuori di Roma, per non levare al popolo romano i divertimenti dei giuochi circensi e combattimenti che aveano presa la origine da que' medesimi templi. Nè già paresse per questo raffreddato punto lo zelo di questo principe in favore del cristianesimo, perchè egli non altro volle che conservar le mura e le fabbriche materiali di que' templi, ma con obbligo di sbarbicar tutto quel che sapeva di superstizione gentilesca, come idoli, altari e sagrifizii. Fors'anche non dispiaceva ad alcuni accorti cristiani che restassero in piedi que' superbi edifizii, per convertirli un dì in onore del vero Dio. Ma che in tanti altri luoghi venissero abbattuti i templi de' gentili, Giulio Firmico [Julius Firmicus, de error. prof. Rel.], che circa questi tempi fioriva e scrisse i suoi libri, ce ne assicura. Fino al presente anno sostennero i Franchi la guerra nelle Gallie contra dell'Augusto Costante [ Hieronymus, in Chron. Idacius, in Fastis. Socrates, lib. 2, cap. 13. Theoph., in Chron.]. Tali percosse nondimeno dovettero riportare dall'armi romane, che finalmente si ridussero a chiedere pace. Un trattato di amicizia e lega conchiuso con Costante li fece ripassare il Reno. Libanio [ Liban., Orat. III.] con oratoria magniloquenza lasciò scritto che il solo terrore del nome di Costante obbligò que' popoli barbari ad implorare un accordo, senza dire che fossero domati coll'armi, come scrissero tanti altri. Aggiugne ch'essi Franchi riceverono dalla mano di Costante i loro principi, e stettero poi quieti per qualche tempo. Occorse nell'anno presente in Costantinopoli più d'una sedizione fra i cattolici ed ariani [ Socrates, lib. 2, cap. 13. Sozomenus, Hist. Eccl. Idacius, in Fastis. Hieronym., in Chron.], da che Costanzo Augusto, sposata affatto la fazione degli ultimi, mandò ordine che fosse da quella cattedra cacciato Paolo vescovo cattolico, per introdurvi Macedonio ariano. Crebbe un dì a tal segno l'impazienza e il furor della plebe cattolica, che andarono ad incendiar la casa di Ermogene generale dell'armi, a cui era venuto l'ordine dell'imperadore di eseguir la deposizione del vescovo cattolico; e messe le mani addosso al medesimo Ermogene, lo strascinarono per la città, e lo uccisero. Costanzo, che allora si trovava ad Antiochia, udita cotal novità, tosto per le poste volò a Costantinopoli: cacciò Paolo e gastigò il popolo, con privarlo della metà del grano, che per istituzione di Costantino gli era somministrato gratis ogni anno; cioè di ottanta mila moggia o misure ridusse il dono a sole quaranta mila.
CCCXLIII
| Anno di | Cristo CCCXLIII. Indizione I. |
| Giulio papa 7. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 7. |
Consoli
Marco Mecio Memmio Furio Baburio Ceciliano Procolo e Romolo.
Questa gran filza di cognomi data al primo console, cioè a Procolo, si truova in un'iscrizione creduta spettante a lui, e rapportata dal Panvinio e Grutero. Non Balburio, come essi hanno, ma Baburio viene appellato nelle schede di Ciriaco, che riferisce lo stesso marmo. Il secondo console dal suddetto Panvinio, che cita un'iscrizione, vien chiamato Flavio Pisidio Romolo. Vopisco, nella Vita d'Aureliano [Vopiscus, in Aurel.], ci rappresenta questo Procolo per uomo abbondante, non so se più di ricchezze o di vanità, scrivendo essersi poco fa veduto il consolato di Furio Procolo solennizzato con tale sfoggio nel circo, che non già premii, ma patrimonii interi parve che fossero donati ai vincitori nella corsa de' cavalli. Ci fan conoscere tali parole in che tempo Vopisco fiorisse e scrivesse. Nella prefettura di Roma continuò ancora per quest'anno Aconio Catullino. Dappoichè la pace stabilita coi Franchi rimise la calma in tutte le Gallie, Costante Augusto, il quale si truovava in Bologna di Picardia nel gennaio dell'anno presente [Gothofred., Chron. Cod. Theodos.], volle farsi vedere anche ai popoli della Bretagna, e passò nel furore del verno colà con tutta felicità. Se prestiam fede a Libanio [Liban., Orat. III.], guerra non v'era che il chiamasse di là dal mare, ma solo timor di guerra; e da Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 20, cap. 1.] si ha abbastanza per credere che i Barbari di quella grand'isola avessero fatta almen qualche scorreria nel paese de' Romani. Per altro, che non succedessero battaglie e vittorie in quelle parti, si può argomentare dal suddetto Libanio, giacchè egli di niuna fa menzione. Truovansi nulladimeno alcune medaglie, dove egli è appellato [Mediob., in Numismat. Imperator.] debellatore e trionfatore delle nazioni barbare, le quali, se non sono parti della sola bugiarda adulazione, possono indicare qualche vantaggio delle sue armi in quelle contrade ancora. Oltre di che, Giulio Firmico [Julius Firmicus, de error. profan. Rel.], parlando ai due Augusti, dice, che dopo aver essi abbattuti i templi de' gentili nell'anno 341, Dio avea prosperate le lor armi; che aveano vinti i nemici, dilatato l'imperio; che i Britanni, all'improvviso comparir dell'imperadore, s'erano intimoriti. Truovasi poi esso Augusto nel dì 30 di giugno ritornato a Treveri, dove è data una sua legge. Ci fanno poi altre leggi vedere Costanzo Augusto in Antiochia, in Cizico, in Jerapoli, tutte città dell'Asia, imperocchè non gli lasciava godere riposo la guerra sempre viva coi Persiani. Osserviamo ancora in una delle sue leggi [L. 35, de Decur., Cod. Theod.] ch'egli chiamò a militare in quest'anno i figliuoli dei veterani, purchè giunti all'età di sedici anni, per bisogno certamente di quella guerra. Non so io dire quale credenza si meriti Teofane [Theoph., in Chronogr.], allorchè scrive che circa questi tempi Costanzo, dopo aver vinti gli Assirii, cioè i Persiani suddetti, trionfò. Niuno de' più antichi e vicini storici a lui attribuisce alcuna memorabil vittoria di que' popoli, e molto meno un vero trionfo. Abbiamo inoltre dal medesimo Teofane che la città di Salamina nell'isola di Cipri per un fierissimo tremuoto restò la maggior parte smantellata; siccome ancora circa questi tempi ebbe principio la persecuzione mossa da Sapore re di Persia contra de' cristiani abitanti ne' paesi di suo dominio.
CCCXLIV
| Anno di | Cristo CCCXLIV. Indizione II. |
| Giulio papa 8. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 8. |
Consoli
Leonzio e Sallustio.
Nel dì 11 d'aprile ad Acone, ossia Aconio, Catullino succedette nella prefettura di Roma Quinto Rustico. Nulla di considerabile ci somministra per questo anno la storia, se non che truoviamo una legge [L. 3, de excusat. artific.], con cui Costanzo Augusto concede delle esenzioni ai professori di meccanica, architettura e ai livellatori delle acque. Il genio edificatorio veramente non mancò a questo imperadore, ed egli lasciò molte suntuose fabbriche da lui fatte in Costantinopoli, Antiochia ed altri luoghi. Ma se egli coll'una mano innalzava materiali edifizii nel suo dominio, coll'altra incautamente si studiava di atterrare e distruggere la dottrina e Chiesa cattolica, lasciandosi aggirare a lor talento dai seguaci dello eresiarca Ario. Però in questi tempi smisuratamente prevalse in Oriente la lor fazione: laddove Costante Augusto in Occidente, con dichiararsi protettore dei dogmi del concilio niceno, divenne scudo della Chiesa cattolica. Se in Oriente si tenevano conciliaboli contra la fede nicena, in Occidente ancora si formavano concilii per sostenerla. Ma intorno a ciò mi rimetto alla storia ecclesiastica. Intanto era flagellato da Dio l'imperador Costanzo col tarlo della guerra persiana; e benchè Teofane [Theoph., in Chronogr.] ancora sotto quest'anno racconti che vennero alle mani le due armate romana e persiana, e che gran numero di que' Barbari lasciò la vita sul campo; pure, poco o nulla servirono questi pretesi vantaggi, perchè più che mai vigorosi i Persiani continuarono a fare il ballo sulle terre romane, senza che mai riuscisse ai Romani di cavalcare sul paese nemico. Abbiamo poi da san Girolamo [Hieronymus, in Chronico.] e dal suddetto Teofane che nell'anno presente Neocesarea, città la più riguardevol del Ponto, fu interamente rovesciata a terra da un orrendo tremuoto colla morte della maggior parte del popolo, essendosi solamente salvata la cattedrale fabbricata da san Gregorio Taumaturgo colla casa episcopale, dove esso vescovo e chiunque ivi si trovò rimasero esenti da quello eccidio.
CCCXLV
| Anno di | Cristo CCCXLV. Indizione III. |
| Giulio papa 9. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 9. |
Consoli
Amanzio ed Albino.
Secondo il Catalogo del Cuspiniano e del Bucherio, nel dì 5 di luglio Probino fu creato prefetto di Roma. Una legge [L. 7, de petition., Cod. Theod.] di Costante Augusto, data nel dì 15 maggio, ci fa vedere questo imperador ritornato dalla Bretagna a Treveri. Però non so se sussista l'aver creduto il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs et de l'Histoire Ecclesiastique.] ch'esso Augusto verso il fine del medesimo mese fosse in Milano, dove invitò lo sbattuto santo Atanasio, per patrocinarlo contra la prepotenza degli ariani. Certamente cominciò verso questi tempi il cattolico Augusto a tempestar con lettere il fratello Costanzo, acciocchè si tenesse un concilio valevole a metter fine a tante turbolenze della Chiesa. Ma non si arrivò a questo se non nell'anno 347, siccome allora accenneremo. Da una legge del Codice Teodosiano [L. 5, de exactionib., Cod. Theod.] apprendiamo che l'Augusto Costanzo, nel dì 12 di maggio del presente anno, si trovava in Nisibi città della Mesopotamia, e, senza fallo, per accudire alla guerra coi Persiani. Abbiamo poi da san Girolamo [Hieron., in Chronico.] e da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che in quest'anno ancora i tremuoti cagionarono nuove rovine in varie città. Fra le altre la marittima di Epidamno ossia di Durazzo, città della Dalmazia, restò quasi affatto abissata. Anche in Roma per tre giorni sì gagliarde furono le scosse, che si paventò l'universal caduta delle fabbriche. Nella Campania dodici città andarono per terra; e l'isola, o, vogliam dire, la città di Rodi, fieramente anch'essa risentì la medesima sciagura. Se crediamo alla Cronica Alessandrina [Chronic. Alexandrinum.], Costanzo Augusto cominciò in quest'anno la fabbrica delle sue terme in Costantinopoli; ma intorno a ciò è da vedere il Du-Cange [Du-Cange, Hist. Byz.], che rapporta altre notizie spettanti a quell'insigne edifizio.
CCCXLVI
| Anno di | Cristo CCCXLVI. Indizione IV. |
| Giulio papa 10. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 10. |
Consoli
Flavio Giulio Costanzo Augusto per la quarta volta e Flavio Giulio Costante Augusto per la terza.
Perchè non si dovettero speditamente accordare i due Augusti intorno al prendere insieme il consolato, o pure a notificarlo, noi troviamo che nel Catalogo del Bucherio e in un concilio di Colonia per li primi mesi dell'anno presente non si contavano i consoli nuovi; perciò l'anno veniva indicato colla formola di dopo il consolato di Amanzio ed Albino. Nella prefettura di Roma stette Probino sino al dì 26 di dicembre dell'anno presente [Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.], ed allora in quella carica succedette Placido. Noi ricaviamo dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.] spettanti a quest'anno che Costante Augusto era in Cesena nel dì 23 di maggio, e in Milano nel dì 21 di giugno. Dall'Italia dovette egli passare in Macedonia, perchè abbiamo una legge di lui data in Tessalonica nel dì 6 di dicembre. Per conto dell'Augusto Costanzo, egli non altrove comparisce che in Costantinopoli, dove confermò o pur concedette molte esenzioni agli ecclesiastici. All'anno presente riferisce san Girolamo [Hieron., in Chron.] la fabbrica del porto di Seleucia, città famosa della Soria, poche miglia distante da Antiochia, capitale dell'Oriente. Anche Giuliano [Julian., Orat. I.] e Libanio [Liban., Orat. III.] parlano di questa impresa, che riuscì d'incredibile spesa al pubblico, perchè per formare quel porto non già alla sboccatura del fiume Oronte, come talun suppone, ma bensì alla stessa Seleucia, convenne tagliar molti scogli e un pezzo di montagna, che impedivano l'accesso alle navi, e rendevano pericolosa e poco utile una specie di porto che quivi anche antecedentemente era. Perchè la corte dell'imperador Costanzo per lo più soggiornava in Antiochia, di incredibil comodo e ricchezza riuscì dipoi a quella città il vicino porto di Seleucia. Teofane [Theophanes, Chronogr.] aggiugne che Costanzo con altre fabbriche ampliò ed adornò la stessa città di Seleucia; ed inoltre abbellì la città di Antarado nella Fenicia, la quale prese allora il nome di Costanza. Mentre poi esso Augusto Costanzo impiegava in questa maniera i suoi pensieri e i tesori, cavati dalle viscere dei sudditi, dietro alle fabbriche, il re di Persia Sapore non lasciava in ozio la forza delle sue armi; e però, secondochè scrive il suddetto Teofane, nell'anno presente si portò per la seconda volta all'assedio della città di Nisibi nella Mesopotamia. Vi stette sotto settantotto giorni, e, non ostante tutti i suoi sforzi, fu in fine obbligato a vergognosamente levare il campo e ritirarsi. Nella Cronica di san Girolamo un tale assedio vien riferito all'anno seguente. Ma cotanto hanno gli antichi moltiplicato il numero degli assedii di Nisibi con discordia fra loro, che non si sa che credere. Verisimilmente un solo assedio fin qui fu fatto, cioè se sussiste il già accennato all'anno 338, un altro non sarà da aggiugnere all'anno presente. Parleremo, andando innanzi, d'altri assedii di quella città. Pare che in quest'anno accadesse una sedizione in Costantinopoli, per cui quel governatore Alessandro restò ferito, e se ne fuggì ad Eraclea. Tornossene ben egli fra poco al suo impiego, ma poco stette ad esser deposto da Costanzo, con succedergli in quel governo Limenio. Libanio [Liban., in ejus vita.] quegli è che ci ha conservata questa notizia, e che sparla forte d'esso Limenio, perchè il buon sofista fu cacciato da Costantinopoli d'ordine suo.
CCCXLVII
| Anno di | Cristo CCCXLVII. Indizione V. |
| Giulio papa 11. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 11. |
Consoli
Rufino ed Eusebio.
Abbiamo dal Catalogo di Cuspiniano, ossia del Bucherio, che nel dì 12 di giugno dell'anno presente Placido lasciò la prefettura di Roma, e in suo luogo subentrò Ulpio Limenio, il quale nello stesso tempo esercitava la carica di prefetto del pretorio nell'Italia. Più che mai truovandosi sconcertata la Chiesa di Dio in Oriente per la prepotenza degli ariani, a' quali l'ingannato Costanzo Augusto prestava ogni possibil favore, e vedendosi di qua e di là comparire in Italia i vescovi banditi, per implorar soccorso dal romano pontefice Giulio e dal cattolico imperador Costante: finalmente in quest'anno si sperò il rimedio a tanti disordini. Non meno il pontefice che Costante picchiarono tanto, che l'Augusto Costanzo acconsentì che si tenesse un solenne concilio [Labbe, Collection Concilior.] di vescovi, al giudizio e parere de' quali fosse rimessa la cura di queste piaghe. Ottenne Costante che fosse eletta per luogo del concilio Serdica, chiamata anche Sardica, città di sua giurisdizione, e non già, come pensò il cardinal Baronio [Baron., in Annalib. Eccl.], di quella di Costanzo, perchè capitale della Dacia novella, la quale nelle divisioni era toccata a Costante. Quivi dunque fu celebrato un riguardevolissimo concilio, dove tanto pel dogma cattolico, quanto per la disciplina ecclesiastica, furono fatti bei regolamenti, e fra le altre cose confermato il gius delle appellazioni alla sede apostolica, e proferita sentenza in favore di santo Atanasio e d'altri vescovi cattolici; ma con poco frutto, perchè Costanzo, ammaliato dagli ariani, in breve guastò tutto, e più che mai continuarono le divisioni e gli sconcerti. Due sole leggi spettanti ad esso Costanzo cel fanno vedere nel marzo in Ancira di Galazia, e nel maggio in Jerapoli della Soria. Di Costante Augusto nulla si sa sotto l'anno presente, se non che probabilmente egli dimorò nelle Gallie, dove santo Atanasio fu a ritrovarlo, prima di passare al concilio di Serdica.
CCCXLVIII
| Anno di | Cristo CCCXLVIII. Indizione VI. |
| Giulio papa 12. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 12. |
Consoli
Flavio Filippo e Flavio Salio o Salia.
Perchè s'era introdotto il costume che cadauno de' due Augusti eleggesse il suo console, si può perciò conghietturare che questo Filippo console orientale fosse quel medesimo che nel Codice Teodosiano e in altri monumenti delle antichità si truova prefetto del pretorio d'Oriente, uomo crudele e partigiano spasimato degli ariani, come s'ha da san Girolamo [Hieron., in Chronico.]: del che ricevette egli il gastigo da Dio anche nella vita presente, siccome vedremo. Era quest'anno il millesimo centesimo dalla fondazione di Roma, e s'aspettavano i Romani quelle feste che in altri tempi furono fatte dal paganesimo per celebrare un tal anno. Niuna cura di ciò si prese il cristianissimo Costante Augusto, nemico delle superstizioni: del che si duole Aurelio Vittore [Aurel. Vict., de Caesarib.], con farci anche conoscere che il millesimo di Roma era stato nell'anno di Cristo 248 solennizzato sotto Filippo Augusto. Per lo contrario, esso imperadore, veggendo che non venivano ristabiliti nelle lor chiese santo Atanasio e gli altri vescovi cattolici, dichiarati innocenti nel concilio di Serdica [Theodoretus, Hist., lib. 1, cap. 28. Socrat., Histor., lib. 2, cap. 21.], prese talmente a cuore gl'interessi della Chiesa cattolica, che risentitamente sopra ciò scrisse al fratello Costanzo, con giugnere a minacciare di romperla con lui per questo. Un linguaggio sì fatto mise il cervello a partito a Costanzo, il quale perciò parte nel presente e parte nel seguente anno consentì al ritorno di que' vescovi alle lor chiese. Per quanto si può ricavare da santo Atanasio [Athan., in Apolog.], esso imperadore Costante venne a Milano nell'anno corrente, e l'Augusto Costanzo fu in Edessa di Mesopotamia. San Girolamo [Hieron., in Chron.] e Idazio [Idacius, in Fastis.] riferiscono sotto quest'anno la battaglia formidabile succeduta fra i Romani e Persiani presso Singara nella suddetta Mesopotamia. Ma il Gotofredo e i padri Arduino e Pagi han creduto che questa appartenga piuttosto all'anno 345, perchè Giuliano Apostata [Julian., Orat. I.] lasciò scritto che sei anni dopo d'essa battaglia saltò su il tiranno Magnenzio; e questi senza fallo cominciò le sue scene nell'anno 350. All'incontro il Petavio, Arrigo Valesio e il Tillemont, appoggiati al testo espresso de' suddetti due storici, han rapportato quell'avvenimento all'anno presente, e creduto qualche fallo nel testo dell'orazion di Giuliano. A me ancora sembra più verisimile l'ultima opinione, perchè Libanio [Liban., Orat. III.] ne parlò in maniera circa l'anno 349, che fece intendere quel combattimento come azione accaduta di fresco, e non già alcuni anni prima, e combattimento ultimo, che ne suppone degli altri antecedenti. Lo stesso Gotofredo [Gothofr., Chron. Cod. Theodos.] riconobbe per recitata nell'anno 349 quella orazione di Libanio in lode dei due Augusti Costanzo e Costante, di modo che nel testo di Giuliano si può credere scappato per negligenza de' copisti un sexto in vece di tertio.
Il fatto, in poche parole, fu così. Dopo il secondo assedio di Nisibi dovette seguir qualche tregua fra i Romani e i Persiani; ma gli ultimi, poco curanti delle promesse e de' giuramenti [Liban., Orat. III.], si andarono disponendo per far nuovi sforzi, e questi divamparono dipoi in questo anno. O sia che Costanzo non volesse o pure che non potesse impedire i passi di così possente armata, col mezzo di tre ponti gittati sul fiume Tigri entrarono i Persiani nella Mesopotamia, e vennero sino ad un luogo vicino a Singara, città di quelle contrade, nel bollore della state. V'era in persona lo stesso re Sapore. Costanzo, a cui non erano ignoti i preparamenti de' nemici, s'affrettò anche egli ad unir gente da tutte le parti, ed essendo poi marciato con tutto il suo sforzo contra d'essi, andò ad accamparsi poche miglia lungi da loro. Stettero le due armate per qualche tempo senza far nulla, quando i Romani impazientatisi un giorno, dopo essere stati in ordinanza di battaglia fin passato il mezzodì, si mossero, senza poter essere ritenuti da Costanzo Augusto, per assalire il campo nemico. Contuttochè fosse già sera, cominciarono inferociti il combattimento, nè la notte potè ritenerli dal menare le mani. Ruppero le prime schiere nemiche; forzarono ancora alcuni loro trincieramenti con molta strage d'essi Persiani; fecero gran bottino; ed ebbero fin prigione il principe primogenito del re Sapore, che fu poi barbaramente ucciso, se pure, come vuol Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviar.], egli non lasciò la vita nel bollore della battaglia. Era la notte, tempo poco proprio per combattere, e però Costanzo a furia chiamava alla ritirata le sue genti; ma ebbe un bel dire, un bel gridare. Perchè verisimilmente i suoi sapevano che più innanzi si trovava qualche fiumicello o canale vegnente dal Tigri, siccome morti dalla sete, seguitarono i fuggitivi Persiani, ed arrivati all'acqua, ad altro non attesero che ad abbeverarsi. Allora gli arcieri persiani postati in quel sito un tal nembo di saette scaricarono contro degli affollati Romani, che molti vi perirono, e chi potè, ben in fretta se ne tornò indietro. Aveano questi ultimi, per attestato di Festo [Idem, ibidem.], accese varie fiaccole che servirono mirabilmente ai nemici per meglio bersagliargli. Giuliano, avendo preso in quella orazione [Julian., Orat. I.] a tessere le lodi dell'Augusto Costanzo, non parla che di pochi Romani restati in quel conflitto. Libanio [Liban., Orat. III.] slarga un po' più la bocca. Per lo contrario, Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 18, cap. 5.], anch'egli vivente allora, e che volea poco bene a Costanzo, scrive che grande strage fu ivi fatta delle soldatesche romane: il che si può anche dedurre da Rufo Festo. Altro non dice Eutropio [Eutrop., in Brev.], se non che i Romani per loro caparbietà si lasciarono togliere di mano una sicura vittoria; e le di lui parole furono copiate da san Girolamo [Hieron., in Chron.]. Tutti poi gli storici van d'accordo in dire che il re Sapore prese la fuga; nè mai si credette in salvo, finchè non ebbe passato il fiume Tigri. Giuliano pretende che anche prima della zuffa quel valoroso re, al solo mirar da lungi la poderosa armata de' Romani, battesse la ritirata, e lasciasse il comando al figliuolo, che poi miseramente morì. Del pari è certo che non tardarono i Persiani a levar il campo nel giorno seguente, e a ritirarsi precipitosamente di là dal Tigri, con rompere tosto i ponti per paura di essere inseguiti dai creduti vincitori Romani. Sicchè, se essi Romani non poterono cantar la vittoria, nè pure i loro nemici ebbero campo di attribuirla a sè stessi. E san Girolamo nota che di nove battaglie succedute durante la guerra suddetta coi Persiani, questa fu la più riguardevole e sanguinosa; ed essa almen per allora fece svanire i boriosi disegni del re nemico, il quale, senza aver presa città o fortezza alcuna, malconcio si ridusse al suo paese.
CCCXLIX
| Anno di | Cristo CCCXLIX. Indizione VII. |
| Giulio papa 13. | |
| Costanzo e | |
| Costante imperadori 13. |
Consoli
Ulpio Limenio e Acone ossia Aconio Catulino Filomazio o Filoniano.
Dal Catalogo de' prefetti di Roma, pubblicato dal Cuspiniano e dal Bucherio [Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.], abbiamo che il console Limenio seguitò ad essere prefetto di Roma e prefetto del pretorio sino al dì 8 di aprile. Restarono vacanti queste due dignità, senza che se ne sappia il perchè, sino al dì 18 di maggio, in cui tutte e due furono conferite ad Ermogene. Dall'Apologia di sant'Atanasio [Athan., in Apolog.] si può ricavare che Costante Augusto ne' primi mesi di quest'anno soggiornasse nelle Gallie; perchè il santo vescovo, chiamato da lui, si portò colà prima di passare ad Alessandria, giacchè finalmente di consenso dell'imperadore Costanzo egli ricuperò in quest'anno la sedia sua. Truovasi poi Costante in Sirmio della Pannonia nel dì 27 di maggio, ciò apparendo da una sua legge. Libanio [Liban., Orat. III.] anche egli attesta che questo principe nell'anno presente visitò le città d'essa Pannonia. Quanto all'Augusto Costanzo, apprendiamo dalle leggi del Codice Teodosiano ch'egli nel principio d'aprile soggiornava in Antiochia, e da Emesa scrisse a sant'Atanasio per sollecitarlo a tornarsene in Oriente. Alcune leggi da lui date in quest'anno ci fan conoscere la premura di lui per reclutar le milizie sue, e per ben disciplinarle. Imperciocchè i Persiani, con tutte le percosse patite nell'anno precedente, non rallentavano punto le disposizioni per seguitar le guerra, divenuta oramai una perniciosa cancrena de' Romani in quelle parti; imperciocchè anno non passò, durante il regno di Costanzo, in cui egli fosse esente dalle minaccie ed incursioni di quella nemica e potente nazione, ora con vantaggio, ed ora con isvantaggio delle sue genti. Intorno a che convien osservare due diverse figure che fecero i due pagani Giuliano Apostata [Julian., Orat. I et II.] e Libanio [Liban., Orat. III.]. Finchè visse Costanzo, l'eloquenza loro trovò dei luoghi topici per esaltare il di lui valore e la sua condotta in fare e sostenere quella guerra. Ma da che egli compiè la carriera de' suoi giorni, amendue se ne fecero beffe, e formarono di lui un ben diverso ritratto. All'udir questi due adulatori, Costanzo più volte gittò dei ponti sul fiume Tigri, e passò anche sulle terre nemiche, tal terrore spargendo ne' Persiani, che non osavano di lasciarsi vedere per difendersi dai saccheggi. Passava egli il verno in Antiochia, e nella state era in campagna contro i nemici, i quali si stimavano felici se potevano fuggire e nascondersi dal valore di questo augusto eroe. Che se riuscì talvolta a coloro di riportar qualche vantaggio sopra i Romani, fu solamente per mezzo d'imboscate, e col mancare alle tregue. Passato poi all'altra vita esso Costanzo, mutò linguaggio il sofista Libanio, con dire che a lui non mancavano già buone milizie per vincere i Persiani, ma bensì un cuore di principe e una testa di capitano. Alla primavera comparivano i nemici per assediar qualche fortezza, e Costanzo aspettava la state per uscire in campagna; ed usciva, non già per andar contra di loro con tutto il suo magnifico apparato, ma per fuggir con diligenza, informandosi studiosamente a tal fine de' lor movimenti per ischivarli; di maniera che terminava ordinariamente la campagna in tornarsene i Persiani alle lor case pieni di spoglie dei miseri abitanti della Mesopotamia: dopo di che Costanzo si lasciava vedere per le città e luoghi saccheggiati, quasichè la venuta sua avesse messo lo spavento in cuore ai nemici, e fattili ritirare. In somma ci rappresentano Costanzo per un vile coniglio; e pur troppo, se si ha da parlare schietto, contuttochè, siccome abbiam veduto, san Girolamo [Hieron., in Chron.] parli di nove combattimenti seguiti in tutto il corso di questa guerra fra i Romani e i Persiani; pure ogni storico [Ammianus. Socrates. Festus. Eutropius et alii.] in fine confessa che l'armi di Costanzo non cantarono mai vittoria alcuna, anzi ebbero sempre delle busse; e che i Persiani presero e saccheggiarono or questa, or quella città, fecero gran copia di prigioni; e quantunque d'essi ancora fosse talvolta fatta strage, secondo le vicende giornaliere della guerra, pure senza paragone fu il danno patito dalle armate e terre romane. Ed ecco in succinto un'idea della lunghissima guerra di Costanzo coi Persiani, guerra infelice per lui, perchè principe sprovveduto di coraggio e saper militare, e perchè egli aveva ancora dei non lievi peccati che meritavano poco l'assistenza di Dio per felicitarlo in questa vita. Abbiamo da Teofane [Theophan., in Chronogr.] che un fiero tremuoto diroccò in quest'anno la maggior parte della città di Berito nella Fenicia, il che fu cagione che molti di que' pagani ricorressero alla chiesa e chiedessero il battesimo. Ma costoro dipoi, separatisi dai cristiani, fecero una assemblea, dove praticavano le cerimonie imparate da essi, vivendo nel rimanente da pagani.
CCCL
| Anno di | Cristo CCCL. Indizione VIII. |
| Giulio papa 14. | |
| Costanzo imperadore 14. |
Consoli
Sergio e Nigriniano.
Ad Ermogene nella prefettura di Roma succedette nel dì 27 di febbraio [Bucher., in Catalogo.] Tiberio Fabio Tiziano. Funestissimi furono gli avvenimenti e le rivoluzioni di quest'anno specialmente per la sventurata morte di Costanzo Augusto. Truovavasi egli nelle Gallie, e perchè regnava la pace fra tutti i popoli, il familiare suo divertimento consisteva nella caccia, dietro alla quale era perduto: il che dicono alcuni fatto per tenersi con questo esercizio sempre disposto per le occorrenze e fatiche della guerra. Non badò egli che nel suo stesso seno nudriva de' più fieri nemici. Magno Magnenzio (così il miriamo nominato nei marmi e nelle medaglie), capitano allora di una o due compagnie delle guardie, prevalendosi della disattenzione del principe, quegli fu [Idacius, in Fast. Zosimus, lib. 2, cap. 42. Zonar., in Eutrop. Aurelius Victor. Socrat. et alii.] che nella città di Autun tramò una congiura contra la vita di lui, con tirar nel suo partito Marcellino, presidente della camera angustale, Cresto ed altri uffiziali della milizia. Venuto il dì destinato a fare scoppiar la mina, cioè il dì 18 di gennaio, come s'ha da Idazio e dalla Cronica Alessandrina, Marcellino (se pur non fu lo stesso Magnenzio), col pretesto di solennizzare il giorno natalizio di un suo figliuolo, invitò l'uffizialità ad un lauto convito, e massimamente Magnenzio. Dopo aver costoro ben rallegrato il cuore, e fatto durare il banchetto sino ad una parte della notte, Magnenzio alzatosi, e ritiratosi in una camera, quivi si vestì della porpora imperiale, e poi tornò a farsi vedere in quell'abito ai convitati. Una parte d'essi già congiurata l'acclamò Augusto; gli altri per le parole e promesse dell'usurpatore si lasciarono anche essi condurre a riconoscerlo tale. Presa poi la cassa del principe, coll'impiego di quel danaro seppe Magnenzio guadagnar le milizie quivi acquartierate e il popolo di Autun, e qualche cavalleria venuta di fresco dall'Illirico. Proclamato che fu imperadore l'indegno Magnenzio, non differì punto d'inviar gente per levar la vita all'Augusto Costante, con far anche tener serrate le porte della città, affinchè niuno uscendo gli recasse l'avviso della nata ribellione, e lasciando solamente l'adito a chi voleva entrarvi. Secondo Zonara, fu ucciso il misero Costante verso il fiume Rodano, dove, ritrovato a dormire stanco per le fatiche della caccia, da questo passò ad un più lungo sonno. Ma convengono i più antichi storici [Zosimus. Idacius. Hieron. Aurel. Victor.] in dire ch'egli, non ostante la precauzion presa dal tiranno, fu immediatamente avvertito della succeduta novità; e però, deposti gli abiti e le insegne imperiali, fuggì con isperanza di salvarsi in Ispagna. Ma avendogli tenuto dietro Gaisone con alquanti cavalieri scelti per ordine di Magnenzio, il raggiunse ad Elena, castello vicino ai monti Pirenei, a cui Costantino il Grande suo padre avea dato questo nome in onor della madre, e quivi il trucidò. Presero di qui motivo alcuni d'inventar una favola, narrata poi da Zonara [Zonaras, in Annal.] come una verità, cioè che dagli strologhi fu predetto a Costantino suo padre che questo figliuolo morrebbe in seno dell'avola, cioè di sant'Elena. Morta ella prima di Costante, fu derisa la predizione suddetta, che poi in altra maniera si verificò, con essere egli stato svenato nel suddetto castello in età di soli trent'anni.
Come è il costume, dopo la morte di questo sventurato principe, chi ne fece elogi, e chi mille iniquità raccontò o, per dir meglio, inventò della sua persona. Si può ben credere che i partigiani di Magnenzio non lasciarono via alcuna per iscreditar lui, e nello stesso tempo scusare, se era possibile, la rivolta detestabile del tiranno. E perchè egli fu principe zelante della religione cristiana, non è da stupire se gli scrittori pagani [Athanasius, in Apolog. Optatus, lib. 3.], cioè Eutropio, Aurelio Vittore e il velenoso Zosimo, l'infamarono a tutto potere, attribuendogli gran copia di vizii. E Zonara poi, prestando fede a Zosimo, denigrò anch'egli non poco la di lui memoria. Sopra gli altri esso Zosimo il descrive per un cane verso de' suoi sudditi, trattandoli con inaudita crudeltà, ed aggravandoli con eccessive imposte, e tenendo al suo servigio dei Barbari, ai quali permetteva l'usare ogni sorta di violenza. Il tacciano ancora d'una sfrenata libidine, e fin della più abbominevole, di una sordida avarizia, e di avere sprezzato le persone militari. Sopra tutto dicono ch'egli sommamente pregiudicò a sè stesso colla cattiva scelta dei governatori delle provincie, vendendo le cariche, e che specialmente i perversi suoi ministri gli tirarono addosso l'odio di ognuno; di modo che divenne insopportabile il suo governo. Può darsi che parte di tanti vizii non fosse sognata, ma più verisimilmente ancora si dee credere che con alcune verità sieno mescolate molte calunnie. Certamente gli autori cristiani [Victor, in Epitome. Victor, de Caesarib. Eutrop., in Breviar.] parlano con lode di questo principe, gran difensore della religione cattolica contro gli ariani e donatisti, propagatore del Cristianesimo, e che non cessava di esercitar la sua liberalità verso i sacri templi. Confessano gli stessi pagani [Aurelius Victor. Eutropius.] che gran pruove diede egli del suo valore in varie congiunture, e che era assai temuto dai popoli della Germania. Libanio [Liban., Orat. III.] poi, nell'orazione recitata nell'anno precedente, di lui vivente fa un bell'elogio, rappresentandolo come principe attivo, vigilante, sobrio, e nemico, non solamente degli eccessi del vino e delle femmine, ma anche dei teatri e d'altri simili divertimenti. Pare, in somma, che buona parte de' disordini nascesse non da lui, perchè la poca sanità sua, per essere gottoso di mani e di piedi, non gli permetteva di far molto, ma bensì da' suoi cattivi ministri. Comunque sia, non dovettero mancar dei reati di Costante nel tribunale di Dio; e grande soprattutto ne sarebbe stato uno, se fosse vero, cioè che ingiustamente e a tradimento egli avesse procurata la morte del suo maggior fratello Costantino: del che parlammo di sopra. Non si sa ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli. E nè pur ebbe moglie. Avea ben egli contratti gli sponsali con Olimpiade figliuola di Ablavio, primo ministro di suo padre, ma di tenera età, e per la di lui morte violenta non si effettuarono le nozze. Questa giovinetta fu poi data da Costanzo in moglie ad Arsace re dell'Armenia, che se ne compiacque assaissimo, come di un insigne favore, siccome attesta Ammiano [Ammianus Marcellinus, lib. 20, cap. 11.]. Ma a sant'Atanasio [Athanasius, in Epistol. ad Solitar.] parve uno strano mancamento di rispetto al fratello l'aver Costanzo Augusto maritata con un Barbaro chi era stata considerata qual moglie dell'imperador Costante.
Restò dunque l'usurpatore Magnenzio padrone delle Gallie, alle quali tennero dietro le Spagne e la Bretagna; ed essendosi egli affrettato a spedir truppe, regali e larghe promesse in Italia [Julian., Orat. I. Zosimus, lib. 2, cap. 43.], trasse ancor queste provincie colla Sicilia e coll'altre isole, ed anche l'Africa alla sua divozione. Ch'egli, dopo aver ucciso Costante, scrivesse a nome di lui varie lettere agli uffiziali lontani, che o per lo merito loro, o per l'amore a Costanzo potessero disapprovar l'assunzione suo al trono, e che per istrada li facesse uccidere, lo scrive Zonara [Zonar., in Annal.], ma con poca verisimiglianza. Certo è bensì che Magnenzio, considerando il bisogno ch'egli aveva di buone braccia per sostenersi nell'usurpata signoria, conferì dipoi, cioè nell'anno seguente, il titolo di Cesare a Decenzio, che, secondo il giovane Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.], era suo parente, o pure suo fratello, come vuol l'altro Vittore [Idem, de Caesarib.] ed Eutropio [Eutrop., in Breviar.]. Questi si trova nelle monete [Mediobarbus, Numismat. Imper.] appellato Magno Decenzio. Similmente diede dipoi il nome di Cesare a Desiderio suo fratello, di cui si trova ancora qualche medaglia, se di legittimo conio, non so. Era Magnenzio [Julian., Orat. I.] originario dalla Germania, nato da Magno, uno forse di coloro che furono trasportati da' paesi germanici ad abitar nelle Gallie. Però Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesarib.] il fa nato nelle medesime Gallie. Ma Giuliano Apostata chiaramente scrive che costui fu condotto prigioniero dalla Germania nelle Gallie a' tempi di Costantino il Grande, ed, ottenuta la libertà, si diede alla milizia, dove fece di molte prodezze. Alto di statura, robusto di corpo, avea studiato lettere, e si dilettava molto di leggere, nè gli mancava eloquenza e forza nel discorso. Secondo Zonara [Zonaras, in Annal.], egli comandava allora ad alcune milizie appellate Gioviane ed Erculie, che si suppongono guardie del corpo formate da Diocleziano e Massimiano Augusti. Filostorgio [Philostorgius, lib. 3, cap. 26.] pretende ch'egli fosse pagano; ma le medaglie cel rappresentano cristiano, forse di solo nome, e di coloro, senza fallo, ne' quali l'ambizione sconciamente prevale alla religione. Chiunque degli antichi [Julian. Libanius. Zosimus et alii.] parla de' costumi di lui, cel dipinge per uomo d'insopportabil avarizia e crudeltà, e che tutte le sue azioni spiravano quella barbarie e salvatichezza ch'egli portò dalla nascita. Fiero nelle prosperità, timido e vile nelle avversità, dotato nondimeno [Aurelius Victor, in Epitome.] di tale accortezza, che sapea comparire un bravo allorchè più tremava. Sant'Atanasio [Athanasius, in Apolog.], il quale, per esperienza, sapeva qual fosse il merito di costui, non ebbe difficoltà di scrivere che egli era un empio verso Dio, spergiuro, infedele agli amici, amico degli stregoni ed incantatori, e finalmente una bestia crudele, un diavolo. Non indegno certamente di questi titoli comparve chi contra tutte le leggi della religione e della natura aveva assassinato il proprio principe, e toltogli imperio e vita. Dovette ben tentare Magnenzio ancora di stendere le griffe alle provincie dell'Illirico, anch'esse in addietro sottoposte al dominio dell'ucciso Costante; ma gli andò fallito il colpo.
Trovavasi nella Pannonia generale della fanteria Vetranione [Chron. Alexandrinum.], uomo originario della Mesia superiore, invecchiato nel mestier della guerra, cristiano di professione, come eziandio si deduce dalle medaglie [Mediobarbus, Numismat. Imper.]. All'udire Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesarib.], questi era persona di brutal barbarie, corrispondente alla vil sua nascita, che nè pur sapea leggere, che pareva uno stolido, ed era in fine un pessimo uomo. Ben diversamente parla di lui Giuliano l'Apostata [Julian., Orat. I.], mostrando stima delle di lui qualità; ed Eutropio [Eutrop., in Breviar.] ne fa un elogio, con descriverlo vecchio, fortunato nell'armi, che si faceva amare da tutti per la sua civiltà ed umore allegro, per la sua probità e pel suo vivere all'antica, ancorchè nulla avesse studiato, e cominciasse solamente in questi tempi ad imparar di leggere e scrivere. Vetranione adunque, intesa ch'ebbe la morte dell'Augusto Costante, e trovata sì bella occasione, si fece acclamare Augusto dalla sua armata, ed occupò tutte le dipendenze dell'Illirico, cioè la Pannonia, le Mesie, la Grecia, la Macedonia ed ogni altra parte di quelle contrade; e ciò nel primo giorno di marzo, come s'ha dalla Cronica Alessandrina [Chron. Alexandrinum.], e non già di maggio, come per errore si legge nel testo d'Idazio [Idacius, in Fastis.]. Se abbiamo qui a prestar fede a Filostorgio [Philostorg., Histor., lib. 3, cap. 22.]; non di suo capriccio Vetranione prese la porpora, ma per consiglio di Costantina Augusta, sorella di Costanzo Augusto e vedova di Annibaliano, già re del Ponto, la quale, temendo che Magnenzio non s'impadronisse anche dell'Illirico, con questo ripiego volle parare il colpo. Aggiugne quello storico che si andò ancora di concerto con esso Costanzo, e che egli mandò il diadema a Vetranione. Teofane [Theophan., in Chronogr.] del pari lasciò scritta la risoluzion suddetta di Costantina, per opporre questo Augusto, creatura sua, al tiranno Magnenzio; e lo stesso vien accennato da Giuliano [Julian., Orat. I.]. Scrive inoltre Zonara [Zonaras, in Annalibus.] che Vetranione mandò a chiedere soccorso di gente e danaro a Costanzo, da cui, per testimonianza di Giuliano, venne fornito di tutto, giacchè Vetranione protestava di voler tenere esso Costanzo per suo imperadore, con far egli non altra figura che quella di suo luogotenente. Dal che veniamo ad intendere, perchè, avendo anche Magnenzio inviato a lui dei deputati per tirarlo nel suo partito, tuttavia Vetranione preferì sempre l'alleanza di Costanzo, e si dichiarò contra del tiranno Magnenzio.
Vegniamo alla terza scena. Avea ben Roma accettato per suo signore il suddetto Magnenzio; ma Flavio Popilio Nepoziano, già stato console nell'anno 336, per essere figliuolo d'Eutropia sorella del gran Costantino, trovò d'avere dal canto suo più diritto al dominio di Roma, che il barbaro traditore Magnenzio; e però [Zosimus, lib. 2, cap. 43. Idacius. Aurel. Victor. Eutrop.], unita una gran frotta di giovani scapestrati, ladri e gladiatori, e presa la porpora nel dì 3 di giugno, venne alla volta di Roma. Uscito con sue genti contra di lui Aniceto, o sia Anicio, prefetto del pretorio di Magnenzio, tardò poco a tornarsene indietro sconfitto, e fece serrar le porte di Roma. Per forza, al dire d'Aurelio Vittore, Nepoziano v'entrò dipoi, e gran sangue sparse, verisimilmente di chi sosteneva la fazion di Magnenzio. Ma che? non passò un mese, che quel Marcellino, da cui si può dire che Magnenzio avea in certa guisa ricevuto l'imperio, e che era divenuto sopraintendente a tutta la di lui corte, spedito con grandi forze da esso Magnenzio, venne ad affrontarsi coi Romani [Idacius, in Fastis.]. Abbiamo da san Girolamo [Hieronymus, in Chronico.], che per tradimento di un Eraclida senatore rimasero sconfitti i Romani, ed ucciso Nepoziano, la cui testa sopra una picca fu dipoi portata per Roma. A questa vittoria tenne dietro un gran macello di chiunque s'era dichiarato parziale di Nepoziano. Sfogò Marcellino inoltre la rabbia sua contra di qualunque persona che avesse attinenza per via di donne alla famiglia imperiale, e vi perì fra l'altre la stessa Eutropia madre di Nepoziano e zia dell'Augusto Costanzo. Anche Temistio fa menzione [Temisthius, Orat. III.] delle crudeltà usate da Magnenzio contra del senato e popolo di Roma; queste nondimeno si veggono attribuite da Giuliano [Julian., Orat. II.] ai ministri di lui, cioè, per quanto si può credere, al suddetto Marcellino. Santo Atanasio [Athan., in Apolog.] parla anch'egli di tali carnificine, siccome altresì nella sua Storia Socrate [Socrat., lib. 1, cap. 32.], con asserire che molti senatori vi perderono la vita, e con supporre che Magnenzio in persona venisse a Roma: del che non resta alcun altro segnale nelle antiche storie. Abbiamo bensì da Giuliano [Julian., Orat. I.] ch'egli fece morir molti uffiziali della propria armata, ed obbligò con un eccesso di tirannia i popoli a pagare al suo fisco la metà dei lor beni sotto pena della vita (il che se non s'intende della metà delle rendite, io non so credere vero e nè pur possibile). Diede anche licenza agli schiavi di denunciare i lor padroni, e sforzò altri a comperar le terre del principato, con altre iniquità che non sono espressamente dichiarate dagli scrittori d'allora. E tutto per ammassar danaro e milizie, sotto pretesto di voler muover guerra ai Barbari, ma in effetto per farla contra di Costanzo.
Mentre in queste rivoluzioni di cose si trovava involto l'Occidente, non era meno in tempesta l'Oriente. Imperocchè in quest'anno, di nuovo ritornò Sapore re della Persia [Idacius, in Fastis. Socrates, Histor. Eccl., lib. 2, cap. 26. Chron. Alexandrinum. Zonaras, in Annalib. Julian., Orat. II.] ad assediar Nisibi nella Mesopotamia, dopo aver dato un gran guasto a que' paesi e presi ancora varii castelli. Non oso io decidere se questo sia il secondo o pure il terzo assedio di quella città, come fu d'avviso il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.]; il quale scrive che Lucilliano, suocero di Gioviano, che fu poi imperadore, era comandante allora di Nisibi, e fece una maravigliosa difesa. Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 8.], parlando d'esso Lucilliano, e della sua bravura in difendere quella città, chiaramente riferisce quell'assedio, non al presente anno, ma bensì all'anno 360, siccome allora vedremo. Può essere che Zosimo s'ingannasse scambiando i tempi, come il Petavio avvertì [Petav., in Notis ad Julianum.]. Quanto al presente, l'abbiamo descritto da Giuliano [Julian., Orat. II.], da Teodoreto [Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 26. Chron. Alexandrinum.], da Zonara [Zonaras, in Annalib.] e da altri, i quali ci fan vedere i mirabili sforzi de' Persiani per espugnar quella fortezza. Giacchè a nulla servivano gli assalti, gli arieti e le mine, ricorse Sapore al ripiego di levar l'acqua ai cittadini, con voltare altrove il fiume Migdonio che passava per mezzo alla città. Ma pozzi e fontane non mancarono al bisogno di quegli abitanti. Quindi si studiò Sapore d'inondar con quel fiume la città; ma essendo alto il piano d'essa, altro non fecero le acque che allagarla d'intorno. Se con delle macchine poste sopra navi fu fatta guerra alle mura, vi si trovarono anche valorosi difensori che vano renderono ogni sforzo nemico. L'ultima e più formidabile pruova per vincere l'ostinata città, fu quella di trattener l'acque del fiume alla maggior possibile altezza, e poi di lasciarle precipitar addosso alle mura. In fatti ne restò abbattuta una parte, ed allora i Persiani alzarono un grido, come se già si vedessero padroni di Nisibi. Ma affacciatisi dipoi alla breccia per entrarvi, vi trovarono una resistenza sì forte, che furono obbligati a ritirarsi, avendo anche il cielo combattuto con pioggia e fulmini in favore de' difensori. Concordano gli storici cristiani che l'assistenza e le preghiere del santo vescovo della città suddetta, Jacopo, quelle furono che ottennero da Dio la preservazione di Nisibi tanto ora, quanto ne' precedenti assedii, sicchè non cadesse in man dei Persiani. Rifecero i Nisibini un muro interiore, e contuttochè Sapore continuasse pertinacemente anche un mese l'assedio, pure altro non ne riportò che la perdita d'assaissime migliaia d'uomini e cavalli, e di moltissimi elefanti, per tal maniera che scornato dopo quattro mesi si vide sforzato a levar il campo, e a ritornarsene al suo paese, dove sfogò la sua rabbia contro molti de' suoi uffiziali, imputando a lor difetto l'infelice riuscita di quell'impresa, secondo l'uso dei tiranni d'Oriente, presso i quali ogni perdita si attribuisce a colpa de' generali, e si punisce la sfortuna come un grave delitto. Restò con ciò abbassata non poco la superbia e fierezza del re persiano, nel cui regno entrati intanto i Massageti, fecero vendetta anch'essi dei danni recati al paese cristiano.
Durante questo celebre assedio s'era trattenuto l'Augusto Costanzo in Edessa e in Antiochia senza osare di comparir in campo contra dell'innumerabil esercito de' Persiani; e poichè intese la loro ritirata, tutto lieto rivolse più che mai i pensieri agli affari dell'Occidente, non parendo probabile ch'egli partisse prima di quell'assedio dalla Soria, come ha l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.]. Aveva egli in questo tempo raunata quanta gente atta all'armi egli potè raccogliere dai suoi Stati, ed allestita anche una formidabil flotta di navi, che dall'adulatore Giuliano [Julian., Orat. I.] vien chiamata superiore a quella di Serse. L'intenzione sua era di procedere con tutto queste forze contra del tiranno Magnenzio; ed affinchè i nemici persiani non si prevalessero della sua lontananza, provvide tutte le fortezze di frontiera di buone guarnigioni, di macchine e di viveri; e poi si mosse dalla Soria alla volta di Costantinopoli. Aveva più d'una volta Magnenzio spediti suoi deputati ad esso Costanzo, per trattare un qualche accordo, affin di assicurare e legittimare l'usurpazion sua: e di ciò parla anche sant'Atanasio [Athanasius, Apolog.]. Ma Costanzo, che si credeva avere dalla sua Vetranione, divenuto imperadore dell'Illirico, e, per conseguente, giudicava il suo partito superiore di forze a quello del tiranno, niun ascolto avea dato finora a sì fatte proposizioni. Restò egli dipoi ben sorpreso o stordito, allorchè gli giunse l'avviso che Vetranione e Magnenzio aveano fatta pace fra loro. Più ancora crebbe l'apprensione e l'affanno suo, quando arrivò ad Eraclea della Tracia [Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.], perchè ivi se gli presentarono gli ambasciadori di amendue, cioè Rufino prefetto del pretorio, Marcellino già da noi veduto il braccio diritto di Magnenzio, e general delle sue armi, insieme con due altri primarii uffiziali, cioè Nuneco e Massimo. Esposero costoro che Magnenzio e Vetranione erano pronti a riconoscere Costanzo per Augusto primario, purchè egli volesse lasciar loro godere il medesimo titolo, cercando di persuaderglielo con ricordare gl'incerti avvenimenti delle guerre. Magnenzio inoltre, per assodar meglio l'amicizia, proponeva di torre per moglie Costanza, o pur Costantina, sorella del medesimo Costanzo, esibendo nello stesso tempo a Costanzo una sua figliuola per moglie: segno che egli era vedovo allora. Trovossi ben imbrogliato Costanzo, nè sapea qual risoluzion prendere, se non che Zonara [Zonaras, in Annal.] scrive essergli apparuto in sogno Costantino suo padre, che presentargli Costante, gli ordinò di vendicarne la morte, e gli promise la vittoria. Vera o falsa che sia tal diceria, certo è intanto che Costanzo rigettò ogni proposizion di Magnenzio; ma forse trattò più dolcemente con quei di Vetranione.
Quindi coraggiosamente marciò innanzi, ed arrivò sino a Serdica, capitale della Dacia novella [Julian., Orat. II.]. Turbossi veramente Vetranione all'improvvisa venuta di Costanzo: ma non lasciò di andare ad incontrarlo con un corpo vigoroso d'armata, maggiore ancora di quella di Costanzo: il che si crede che inducesse Costanzo a trattar amichevolmente con lui, e dopo avergli confermato il titolo d'Augusto, ed unite le sue colle di lui milizie, si diede a trattar seco delle maniere di opprimere Magnenzio. Un dì poi alla presenza di tutte le lor truppe salirono amendue sopra un palco, e Costanzo, come più privilegiato per la preminenza della sua nascita, fece [Zosimus, lib. 2, cap. 44.] una arringa in latino a quell'esercito, ricordando ad ognuno la liberalità loro usata da Costantino suo padre, e il giuramento da essi prestato di dare assistenza ai di lui figliuoli, e pregando ognuno di mostrar la fedeltà e l'amore dovuto, per vendicar la morte di suo fratello Costante, e per non lasciar impunito l'indegno usurpatore Magnenzio. Finì con dire che egli non dimandava se non quello che gli conveniva di ragione, essendo di dovere che l'eredità di un fratello pervenisse all'altro. Stava ben la lingua in bocca a Costanzo, e però tra il suo bel dire, e l'aver dalla sua tutto il suo esercito, con aver anche guadagnato con regali segretamente molti dell'armata di Vetranione, ancorchè nulla specificatamente proferisse contra d'esso Vetranione, tuttavia quelle milizie all'improvviso con alte grida si lasciarono intendere di non volere se non Costanzo per imperadore [Socrat., lib. 2, cap. 28. Zonar., in Annal.], che a lui solo servirebbono, per lui solo spenderebbono sangue e vita. Accortosi allora troppo tardi il vecchio Vetranione della rete, in cui era caduto, altro scampo non ebbe che di gittarsi ai piedi dell'Augusto, e di deporre la porpora e il diadema. Costanzo, senza lasciarsi vincere in cortesia, l'abbracciò, chiamollo suo padre, e gli diede volentieri la mano a scendere dal trono. Succedette questo fatto nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, e non già del seguente, come ha Idazio [Idacius, in Fastis.]; imperciocchè la Cronica Alessandrina [Chronic. Alexandrinum.] ed anche Aurelio Vittore [Aurel. Vict., de Caesarib.] non danno più di dieci mesi d'imperio a Vetranione. Che in Naisso, città della Dacia novella, si trovasse allora Costanzo, l'abbiamo da san Girolamo [Hieron., in Chron.], ma Socrate e Sozomeno dicono in Sirmio. Dan qui nelle trombe Giuliano [Julian., Orat. I.] e Temistio [Themistius, Orat. III.], esaltando con lodi magnifiche Costanzo, per essersi egli con tanta animosità, eloquenza e destrezza sbrigato di questo competitore, ed aver con sì poca fatica guadagnate tante e sì fertili provincie, piene di popoli bellicosi, ed insieme un'armata di venti mila cavalli, e d'una copiosissima fanteria. Quello che indubitatamente ognun riconoscerà per lodevole in Costanzo è il trattamento ch'egli fece al deposto Vetranione. Gli avrebbono fra poco tempo i tiranni sotto qualche pretesto tolta la vita, acciocchè non potesse risorgere. Ma Costanzo [Chron. Alex. Philostorg. Zosimus. Julianus et alii.], senza permettere che gli fosse fatto alcun torto, il tenne seco a tavola, poscia il mandò ad abitare in Prusa di Bitinia, con ordine che gli fosse fatto un trattamento onorevole ed anche delizioso. Quivi, secondo Zonara [Zonar., in Annal.], egli tranquillamente campò anche sei anni, esercitandosi in opere di cristiana pietà e in limosine ai poveri, con trovar più dolce quella vita, siccome libera dalle spine dei gran governi. Sovente ancora [Socrat., lib. 2, cap. 28.] scrisse a Costanzo, ringraziandolo del bene fattogli, con liberar la sua vecchiaia dalle inquietudini del principato, ed esortandolo ad abbracciar anch'egli un eguale stato di felicità. Il testo di Socrate pare che dica ciò scritto da Costanzo a Vetranione; ma han creduto il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] e il Fleury [Fleury, Hist. Eccl., lib. 13.] che colla mutazion sola d'una parola più naturale sia il primo senso, e al loro parere par giusto l'attenersi.
CCCLI
| Anno di | Cristo CCCLI. Indizione IX. |
| Giulio papa 15. | |
| Costanzo imperadore 15. |
Dopo il consolato di Sergio e Negriniano.
Così è notato in tutti i Fasti, perchè nei paesi dipendenti da Costanzo Augusto non furono riconosciuti i consoli che Magnenzio elesse per quest'anno in Roma. Per altro abbiamo la testimonianza dell'Anonimo [Cuspinianus. Bucherius.] Autore de' prefetti di Roma che Magnenzio e Gaisone (lo stesso che tolse di vita Costante Augusto) furono consoli in Roma nell'anno presente. Un frammento nondimeno d'antica iscrizione, da me dato alla luce [Thes. Novus Inscript., pag. 380.], parla di Magnenzio e Decenzio consoli, e parrebbe che appartenesse a questo anno. Quanto alla prefettura di Roma, v'ebbe più volte cangiamento di ministri nell'anno corrente [Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.]. Fabio Tiziano la tenne per i due primi mesi. Nel primo dì di marzo a lui succedette Aurelio Celsino. Nel dì 12 di maggio Celio Probato, al quale nel dì 7 di giugno fu sostituito Clodia Adelfio; e nel dì 18 di dicembre surrogato gli fu Valerio Procolo. Fra gli altri Adelfio fu sospettato di nudrir pensieri pregiudiziali contra di Magnenzio, come s'ha da Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 16, cap. 6.]. Passò l'Augusto Costanzo il verno in Sirmio della Pannonia, dove andò facendo le necessarie disposizioni per procedere ostilmente al primo addolcirsi della stagione contra del tiranno Magnenzio. Ma eccoti novelle che il re Sapore di Persia [Philost., lib. 3, cap. 23. Zonar., in Annal.] con formidabile armata minacciava di nuovo la Mesopotamia, e corse anche voce che entratovi dopo fieri saccheggi fosse ritornato indietro. Conobbe allora Costanzo di non poter solo accudire a due diverse guerre, e che per acquistar l'Occidente, correva pericolo di perder l'Oriente; e però venne alla risoluzione di eleggersi un collega, il quale mentr'egli guerreggiava nell'una parte, avesse l'occhio alla difesa dell'altra. Niuna prole maschile fin qui gli aveva dato Iddio, e nè pur gliene diede dipoi. Rivolse dunque il guardo a Gallo suo cugino, figliuolo di Giulio Costanzo, cioè di un fratello del gran Costantino. Avea Gallo col fratello suo Giuliano, che fu poi Apostata, quasi miracolosamente scappata la morte nell'anno 337, allorchè Costante Augusto fece quell'orrido macello di tanti suoi parenti, e fra gli altri del padre d'esso Gallo. Tornato poi in sè stesso, non solo lasciò di perseguitare i due giovanetti cugini [Julian., in Epist. ad Athen.], ma ebbe cura di farli signorilmente educare, con restituire a Gallo buona parte de' beni paterni e a Giuliano quei della madre, tenendoli nondimeno amendue come in una specie d'esilio in varii luoghi, e specialmente in una terra della Cappadocia. L'occasione suddetta portò che gli affari di Costanzo abbisognassero d'un braccio fedele per costodir l'Oriente dai continuati insulti de' Persiani. Costanzo adunque, chiamato a sè Gallo, gli conferì il titolo e la dignità di Cesare nel dì 15 di marzo [Idacius, in Fast. Zonar., in Annal. Socrat., Hist., lib. 2, cap. 28.], e nel medesimo tempo volle ch'egli sposasse sua sorella, chiamata da alcuni Costanza, ma che, per attestato di Ammiano, fu veramente Costantina, vedova del già re Annibaliano. Poscia il mandò alla difesa dell'Oriente, dandogli per generale dell'armi Lucilliano. Benchè Gallo prendesse allora il nome di Costanzo, o per onorare il benefattore Augusto, o pure per ricreare suo padre Giulio Costanzo, nientedimeno gli scrittori continuarono a chiamarlo Gallo, per non confondere il nome di lui con quello del regnante imperadore. Il Gotofredo [Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.] fu di parere che Gallo assumesse il nome non di Costanzo, ma di Costante, citando in prova di ciò Idazio [Idacius, in Fastis.] e l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexand.], ma il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] con più fondamento sostenne la precedente opinione; e pur troppo si trovano nelle memorie antiche sovente confusi e cambiati questi nomi per la loro vicinità, o per le abbreviature. Dovrebbono servire a decidere questa per altro poco importante quistione le medaglie [Mediobarbus, Numismat. Imper.] rapportate da varii autori col CONSTANTIVS GALLVS, se noi fossimo certi della loro legittimità. In passando esso Gallo per Nicomedia [Liban., Orat. XII.], visitò Giuliano suo fratello, ivi dimorante sotto la disciplina di Eusebio vescovo ariano di quella città.
Solamente in quest'anno fu, per attestato di Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 45.] e di Zonara [Zonaras, in Annalib.], che il tiranno Magnenzio, trovandosi in Milano, diede il titolo di Cesare a Decenzio suo fratello, inviandolo poscia alla difesa delle Gallie, che in questi tempi più che mai rimasero esposte alla rabbia ed avidità dei Franchi, Sassoni, Alemanni ed altri popoli della Germania. Libanio [Liban., Orat. XII.] non ebbe difficoltà di scrivere che Costanzo Augusto, considerando più la ragion di stato, fiera turbatrice del riposo de' popoli, che ogni altro riguardo; e pensando solo a vincere, senza mettersi pensiero, se legittimi o no fossero i mezzi, quegli fu che mosse con sue lettere e con danaro i Barbari a far guerra a Magnenzio nelle Gallie, per facilitare maggiormente a sè stesso la maniera di atterrarlo. Di simili esempli volesse Dio che le susseguenti età, ed anche la nostra, non ne avessero mai veduto, ed insieme deploratane l'iniquità. Certo è che que' Barbari recarono incredibili danni alle Gallie, posero a sacco molte ricche città, e scorrendo dappertutto senza trovare resistenza alcuna, talmente fissarono ivi il piede, che solamente si poterono far isloggiare di là ai tempi di Giuliano Cesare, siccome diremo. Le tante estorsioni di Magnenzio, accennate di sopra, per adunare il nerbo quasi principal delle guerre, cioè il danaro e le diligenze da lui fin qui usate, aveano servito a metter insieme una sì sterminata copia d'armati non solo suoi sudditi, ma anche Sassoni, Franchi e di altre nazioni germaniche [Julian., Orat. I.], prese al suo soldo, che pareva con tante forze atto ad annientare l'Augusto Costanzo, e ad assorbire il rimanente dell'imperio. Per maggiormente ancora animar le sue genti, promise loro la libertà dei saccheggi. In questo mentre Costanzo, stando nella Pannonia, niun movimento faceva; mostrava anzi paura, con disegno di tirare il nimico nel paese piano d'essa Pannonia, perchè, quantunque inferiore di fanteria, sperava di far meglio giuocare la sua cavalleria, superiore di numero a quella di Magnenzio [Zosimus, lib. 2, cap. 45 e 46. Zon., in Ann.]. In fatti dalla Italia pel Norico s'inoltrò la possente armata del tiranno alla volta della Pannonia, e mandò innanzi a sfidare Costanzo, con dire che nelle campagne larghe di Sciscia al fiume Savo verrebbe a trovarlo, per chiarire chi sapesse più bravamente menar le mani. E perciocchè intese che Costanzo avea spedite innanzi alcune schiere per contrastargli qualche passo, in un'imboscata che loro tese, le mise a filo di spada. Or mentre egli insuperbito per questo primo vantaggio si andava disponendo per passare il Savo, ecco giugnere Filippo, uno de' primi uffiziali della corte di Costanzo, perchè prefetto del pretorio, e personaggio di sperimentata prudenza, spedito dall'Augusto padrone in apparenza, secondo la opinione d'alcuni, per trattare di pace, ma in sostanza per iscoprire le forze e i disegni di Magnenzio, e studiarsi di mettere sedizione nella di lui armata. Diedegli udienza Magnenzio alla presenza di tutte le sue milizie, e seppe ben valersi l'accorto ambasciatore dell'occasione, mostrando di parlare al solo tiranno, per fare un'aringa anche alle ascoltatrici truppe di lui, con rappresentare come cosa vergognosa a gente romana il portar l'armi contra d'altri Romani, e massimamente contra de' figliuoli del gran Costantino, principe, a cui tutti aveano tante obbligazioni. Aggiunse, che se Magnenzio volea cedere a Costanzo l'Italia, consentirebbe Costanzo a lui la signoria delle Gallie; sotto il qual nome sembra verisimile che fosse compresa anche la Spagna e Bretagna. Zosimo e Zonara furono d'avviso che Costanzo veramente desiderasse la pace, per ischivare lo spargimento inevitabile del sangue di tanti popoli. Fece tal impressione nel cuore degli ascoltanti il discorso di Filippo, che durò fatica Magnenzio a far intendere la sua risposta, consistente in dire ch'egli di buon cuore accettava la proposizion di pace, ma che gli bisognava un po' di tempo per maturarne le condizioni. Con tale scappata rimise lo affare al giorno seguente, nel quale aringò la sua armata, e tanto disse dei mancamenti ed eccessi dell'estinto Costante, che smorzò in cuore dei più d'essi la inclinazione alla pace.
Tosto dunque fatto prendere l'armi, andò per passare il Savo in vicinanza di Sciscia; ma gli fu all'incontro la guarnigione di quella città, che diede una fiera percossa alle di lui genti, parte precipitandole nel fiume, e parte trucidandole colle spade. Allora Magnenzio, vedendo tanto scompiglio de' suoi, cacciata la punta dell'asta sua in terra, fece segno con la mano alle milizie di Costanzo, di voler parlare di pace; e ne parlò in fatti, mostrando di passare unicamente per trattarne con Costanzo; di modo che o i soldati di Costanzo, o Costanzo medesimo ch'era vicino, fecero cessar la battaglia, e permisero il passo a Magnenzio. Tale è il racconto di Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 48.], in cui nondimeno apparisce poca verisimiglianza. Quel che è certo, valicato ch'ebbe Magnenzio il Savo, stese il poderoso esercito suo nelle pianure poste tra il Savo e il Dravo, bramando intanto Costanzo di ridurlo a Cibala, per dargli battaglia in quel luogo, dove Costantino suo padre, ventisette anni prima, aveva sconfitto Licinio. Era appunto in Cibala Costanzo, e quivi teneva mirabilmente afforzato il suo campo, quando Tiziano, senator romano, creduto il medesimo che vedemmo poco fa prefetto di Roma, spedito da Magnenzio, venne a parlargli. Disse costui un'infinità d'insolenze contro la memoria del gran Costantino e de' suoi figliuoli, conchiudendo in fine che se a Costanzo era cara la vita, dimettesse l'imperio. Non altro gli rispose Costanzo, se non che rimetteva la sua causa alla giustizia di Dio, sperando che essa combatterebbe in suo favore, e vendicherebbe la morte indegna del fratello. Permise ancora a Tiziano di andarsene salvo, ancorchè i suoi cortigiani fossero in affanno, perchè Filippo, già inviato a Magnenzio, non era per anche tornato indietro dal campo, e nuova di lui non si sapeva. Accadde poscia che Silvano, il quale comandava un corpo di cavalleria di Magnenzio, con tutti i suoi disertando, passò ai servigi di Costanzo: azione, che quanto recò di giubilo all'esercito d'esso Costanzo, altrettanto di affanno portò a Magnenzio, il quale, per paura che altri imitassero quell'esempio [Zosim., lib. 2, cap. 49. Zonar., in Annal.], si affrettò per venire alla decision della lite con qualche combattimento. Assalì Sciscia, e, presala d'assalto, la desertò. Dopo aver dato il sacco al paese posto fra il Dravo e il Savo, piombò addosso alla città di Sirmio, capitale del paese, credendosi di entrarvi senza contrasto. Trovò che i cittadini e il presidio militare aveano sangue nelle vene e cuore in petto; e però, lasciata quell'impresa, rivolse i passi e l'armi contro la città di Mursa, situata alla riva del fiume Dravo, dove ora è il ponte di Essec; e poichè la trovò ben munita, e costò caro alle di lui genti un furioso assalto, per cui sperava di prenderla, si mise ad assediarla. Allora fu che Costanzo, per non lasciar cadere quella città in man del nemico, mosse il suo campo a quella volta. Avvisato nel cammino che Magnenzio gli avea tesa un'imboscata, ebbe maniera di far tagliare a pezzi quella nemica brigata.
Furono dunque a vista le due possenti armate, vogliose amendue di menar le mani, e nel dì 28 di settembre si schierarono per venire a battaglia. Stettero in ordinanza la maggior parte del dì, senza che alcuna d'esse cominciasse la danza: nel qual mentre, se vogliam credere a Zonara [Zonar., in Annal. Idacius, in Fastis.], Magnenzio, per consiglio d'una maga, fece un orrido sagrificio d'una fanciulla. Finalmente, accostandosi la sera, cominciò il terribil fatto d'armi, le cui particolarità, secondo il solito, son raccontate diversamente dagli scrittori. Giuliano [Julian., Orat. II.] pretende che la vittoria non tardasse a dichiararsi in favor di Costanzo, con rimanere rovesciato il corpo di battaglia di Magnenzio dall'ala sinistra; e dalla cavalleria d'esso Costanzo; e che Magnenzio non tardò a prendere la fuga; ma che le sue genti rimesse in ordinanza continuarono a far testa, animate dal coraggio de' loro uffiziali. Zosimo [Zosim., lib. 2, cap. 49.] e Zonara [Zonar., in Annalib.], per lo contrario, scrivono che il combattimento restò dubbioso fino alla nera notte, quando le genti di Costanzo, fatto uno sforzo, misero finalmente in rotta i nemici, buona parte de' quali o restò fredda sul campo, o andò a bere la morte nel fiume Dravo. Presi furono gli alloggiamenti dei vinti, che andarono a sacco; e Magnenzio, allorchè vide disperato il caso, e d'aver anche corso pericolo d'essere preso, come scrive Eutropio [Eutrop., in Breviar.], deposti gli abiti imperiali, e travestito si diede alla fuga, lasciando indietro il suo cavallo ben addobbato, acciocchè si credesse ucciso il padrone, e niuno gli tenesse dietro. Abbiamo da Sulpicio Severo [Sulpitius Severus, Hist., lib. 2.] che l'Augusto Costanzo nel tempo della zuffa stette aspettandone l'esito nella chiesa de' Martiri di Mursa. Certo egli non fu mai in concetto di gran guerriero, ed allora dovette raccomandarsi ben di cuore a Dio, ed implorar l'intercessione de' santi. Fu questa una delle più fiere e sanguinose battaglie che da gran tempo avesse veduta l'Europa, e vi perirono assaissimi uffiziali di raro valore dall'una parte e dall'altra, uno de' quali specialmente è rammemorato da Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 52.], cioè Menelao capitano degli arcieri, il quale con tal forza e disinvoltura nel medesimo tempo scagliava tre freccie, che colpiva tre diverse persone. Con una d'esse avendo egli mortalmente ferito Romolo, generale dell'armata magnenziana, questi non volle desistere dal combattimento, finchè non ebbe tolta la vita al feritore, con lasciarvi appresso anch'egli la sua. Nuova più non si seppe di Marcellino, altro generale d'esso Magnenzio, e gran promotore della di lui ribellione; e però fu creduto ch'egli perisse nel Dravo. La mattina seguente [Zonar., in Annalib.] Costanzo Augusto si portò a mirare da un'eminenza il campo della battaglia; ed osservato il funesto spettacolo della innumerabil gente tanto sua che nemica estinta, non potè contener le lagrime, considerando come l'imperio romano fosse rimasto privo di sì gran copia di bravi uffiziali e forti soldati, che sarebbono stati il terror de' Barbari e il sostegno delle provincie romane. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] anch'egli nota che di sommo pregiudizio all'imperio riuscì la perdita di sì valorose milizie. Non sembra poi credibile il dirsi da Zonara che Costanzo di ottanta mila combattenti, ch'egli avea, ne perdè trenta mila; e Magnenzio di trentasei mila ne lasciò sul campo ventiquattro mila. Vi sarà dell'error nel suo testo. Ordinò dunque Costanzo che si desse tosto sepoltura a tutti i cadaveri senza distinzion d'amici e di nemici, e che si curassero i feriti dell'una e dell'altra parte. Pubblicò ancora il perdono per chiunque avesse portate l'armi contra di lui, ed avuta parte nella morte del fratello Costante. Intanto il fuggitivo Magnenzio [Zosimus, lib. 2, cap. 53.] ebbe la fortuna per ora di scappare il meritato gastigo, e di salvarsi, con ripassar l'Alpi, tornandosene nelle Gallie, giacchè non si fidava de' Romani e degl'Italiani, a' quali sapeva d'essere in odio. Nè Costanzo si sentì voglia di fargli tener dietro, nè di proceder oltre, perchè trovò anche l'armata sua troppo affaticata ed infievolita di forze [Julian., Orat. II.]. La flotta sua, che s'era lasciata vedere sulle coste dell'Italia in questi medesimi tempi, senza aver operato cosa alcuna degna di memoria, solamente servì ad imbarcar molti che fuggivano la crudeltà di Magnenzio, e fra essi non pochi senatori e principali di Roma.
CCCLII
| Anno di | Cristo CCCLII. Indizione X. |
| Liberio papa 1. | |
| Costanzo imperadore 16. |
Consoli
Flavio Costanzo Augusto per la quinta volta e Flavio Costanzo Gallo Cesare.
Tali furono i consoli nell'Oriente e nell'Illirico, cioè nelle provincie dipendenti da Costanzo imperadore; imperciocchè per conto di Roma, e dell'Italia e delle provincie oltramontane, tuttavia ubbidienti all'usurpatore Magnenzio, abbiamo dal Catalogo de' Prefetti di Roma [Cuspinianus. Bucherius.] che furono consoli Decenzio (cioè il fratello del tiranno) e Paolo. Fece fine in quest'anno ai suoi giorni il romano pontefice san Giulio, dopo avere con incredibil fermezza e zelo sostenuta la religione cattolica contro la prepotenza degli ariani [Chronic. Damasi. Baronius, Annal. Eccl. Pagius, Crit. Baron.]. Accadde il beato passaggio di lui nel dì 12 d'aprile, e poscia nel dì 21 di giugno, Liberio in sua vece fu posto nella sedia di san Pietro. Tornò Valerio Procolo ad essere prefetto di Roma, e a lui poscia nel dì 9 di settembre in quell'uffizio succedette Settimio Mnasea, che lo tenne sino al dì 26 del medesimo mese, in cui ebbe per successore Nerazio Cereale. Passò l'Augusto Costanzo il verno nella Pannonia, allestendo intanto le maggiori forze possibili per calare nella prossima primavera in Italia. Magnenzio, che già prevedeva il colpo, ossia ch'egli non si fosse ritirato nelle Gallie nell'anno prossimo addietro, o che tornasse da esse Gallie in Italia, si andò a postare ad Aquileia, per quivi impedir la calata de' nemici [Julian., Orat. I et II.]. Quivi, credendosi egli più che sicuro, attendeva a solazzarsi; quando Costanzo, venuta la prima buona stagione, mise in marcia l'esercito suo; e la prima sua impresa fu quella d'impadronirsi senza gran fatica d'un castello situato sull'Alpi Giulie, creduto da Magnenzio inespugnabile per la numerosa guarnigione ch'egli avea qui collocata. Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 31, cap. 11.] sembra attribuire la facilità di questa conquista ad un conte Atto, il quale si lasciò prendere da quel presidio, e seppe poi con doni e promesse tirarlo alla divozion di Costanzo. Per questo colpo veggendo Magnenzio sconcertate le sue misure, si ritirò da Aquileia, lasciando all'armi di Costanzo libera l'entrata in Italia. Di quello che dipoi avvenne in queste contrade poco si sa. Aurelio Vittore [Aurel. Victor, in Epitome.] in due parole accenna che Magnenzio verso Pavia diede delle percosse alle milizie di Costanzo, mentre disordinatamente l'inseguivano: il che nondimeno a nulla servì per impedire i progressi dell'armi di Costanzo, le quali in fine il ridussero ad abbandonar l'Italia. Per quanto s'ha da Zonara [Zonaras, in Annal.], contribuì non poco a farlo ritirar nelle Gallie l'averlo abbandonato molte delle sue soldatesche, per darsi a Costanzo colle fortezze raccomandate alla lor custodia. Non lasciò per questo il tiranno d'inviare un senatore, e poi dei vescovi a Costanzo, cercando pure, se poteva, d'intavolar qualche trattato di pace, con esibirsi infino di sottomettersi, purchè gli restasse qualche onorevol grado nella milizia. Costanzo senz'altra risposta rimandò indietro quegli inviati.
In somma non passarono molti mesi che Costanzo Augusto divenne pacifico padrone di Roma e dell'Italia tutta. Una legge da lui pubblicata [L. 5, de infirmandis bis, quae sub Tyrann. Cod. Theodos.] per cassare gli atti del tiranno, se pur la data non è guasta, cel fa vedere in Milano nel dì 3 di novembre dell'anno presente. E il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] osservò che se Nerazio Cereale, che dicemmo creato prefetto di Roma, è quel medesimo che si sa essere precedentemente stato uffiziale della corte di Costanzo, veniamo ad intendere che anche nel dì 26 di settembre Costanzo signoreggiava in Roma, perchè egli inviò colà un nuovo prefetto, cioè il medesimo Cereale. Ricavasi poi da Giuliano [Julian., Orat. I.] che Costanzo spedì la sua armata navale dall'Egitto e dall'Italia, per ridurre alla sua ubbidienza Cartagine e l'Africa: il che gli venne fatto. Veleggiarono similmente altre navi a prendere il possesso della Sicilia; ed avendo fatto passar la flotta in Ispagna, que' popoli sino ai monti Pirenei l'accettarono per loro signore. Ma questi felici avvenimenti appartengono piuttosto all'anno seguente. Accudiva in questi tempi Gallo Cesare al governo dell'Oriente, quando, per testimonianza di Zonara [Zonar., in Annal.], Magnenzio spedì colà un suo sicario per assassinarlo, e dar con ciò apprensione di novità a Costanzo. Sovvertì costui alcune persone militari; ma, scoperta la trama, ognun la pagò colla vita. Ma forse non v'era bisogno d'immaginar costui inviato da Magnenzio, perchè sì malamente, come vedremo, reggeva Gallo que' popoli, che da maravigliarsi non sarebbe se nella stessa Soria si fosse maneggiata qualche congiura per torgli la vita. A questi tempi vien riferita da san Girolamo [Hieron., in Chron.] e da Teofane [Theophanes, in Chronogr.] una solevazion de' Giudei nella Palestina. Prese l'armi, uccisero di notte le guarnigioni romane; poi sfogarono la rabbia loro contra de' Samaritani con fieri saccheggi, e con giugnere infino, se Aurelio Vittore [Aurelius Victor, de Caesarib.] non falla, a dare il titolo di re ad un certo Patrizio. Ebbero ben presto a pentirsene. Marciò colà da Antiochia Galle Cesare; ne mise a fil di spada molte migliaia, senza nè pur perdonare ai fanciulli; e diede in preda alle fiamme alcune loro castella e città, e fra l'altre Tiberiade, Diospoli e Diocesarea. L'ultima soprattutto fu spianata dai fondamenti, perchè ivi era nata la ribellione. Varie leggi [Gothofred., Chron. Cod. Theod.] del Codice Teodosiano ci fan vedere l'imperadore Costanzo nei primi sei mesi, ed anche nel dicembre dell'anno presente, in Sirmio e Sabaria della Pannonia; ma si può ben temere che non tutte quelle date sieno giuste.
CCCLIII
| Anno di | Cristo CCCLIII. Indizione XI. |
| Liberio papa 2. | |
| Costanzo imperadore 17. |
Consoli
Flavio Costanzo Augusto per la sesta volta e Flavio Costanzo Gallo Cesare per la seconda.
Continuò ad esercitar la prefettura di Roma Nerazio Cereale sino al dì 8 di dicembre, nel qual giorno ebbe per successore Memmio Vitrasio Orfito. L'anno fu questo in cui l'Augusto Costanzo giunse a terminar felicemente la guerra contra del tiranno Magnenzio. S'era, siccome dicemmo, ritirato costui nelle Gallie, dove attese a premunirsi il meglio che potè, giacchè prevedeva che le forze di Costanzo erano per cadere addosso di lui anche in quelle parti. Giuliano [Julian., Orat. I.] ci assicura ch'egli maggiormente si screditò per le tante estorsioni e crudeltà che allora commise per unir danari, di modo che abbondavano i desiderosi della di lui rovina. Abbiamo da Ammiano [Ammianus Marcellinus, lib. 15, cap. 6.] che la città di Treveri chiuse le porte a Decenzio Cesare di lui fratello, ed elesse per suo difensore un certo Pemenio, che poi nell'anno 335 ne pagò il fio. Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 53.] ancora scrive che avvenne in questi tempi l'irruzione de' Barbari della Germania nelle Gallie, procurata sotto mano con regali dal medesimo Costanzo Augusto. Ma quello che probabilmente ridusse a mal termine gli affari di Magnenzio fu l'andare i soldati ed uffiziali suoi disertando, con passare al servigio del nemico imperadore. Perciò, impoverito di forze, impedir non potè il passaggio delle Alpi all'armata di Costanzo, riducendosi solamente a contrastarle i progressi al luogo di monte Seleuco nell'Alpi Cozzie, posto nel Delfinato d'oggidì fra Die e Gap. Quivi battaglia seguì fra i due nemici eserciti; e ne andò sconfitto quel di Magnenzio. Perciò il tiranno, salvatosi a Lione con poca gente di seguito, si trovò presto in istato di disperazione; perchè, avvedutosi che i suoi soldati lo aveano come bloccato in casa, con pensiero di darlo vivo in mano di Costanzo, uscì per ricordar ad essi il loro dovere nel dì 15 d'agosto, come ha Socrate [Socrates, in Histor. Eccles.]. Ma udito [Sozom. Zonaras. Zosimus et alii.] che gridavano tutti: Viva Costanzo Augusto, rientrato nel palazzo, e trasportato da rabbia e furore, uccise la propria sua madre, ferì gravemente Desiderio Cesare suo fratello; svenò ancora, o pure ferì chi gli capitò davanti de' suoi cortigiani, ed in fine [Aurelius Victor, in Epitome.] colla punta della spada rivolta al suo petto, correndo contro al muro, tal ferita si diede, che col sangue uscì anche l'empia di lui anima, esentando in tal guisa sè stesso dai tormenti che poteva aspettarsi, cadendo in mano di Costanzo, ma non già da quei della divina giustizia per le tante iniquità da lui commesse. Decenzio Cesare suo fratello, che chiamato veniva in aiuto di lui, arrivato alla città di Sens [Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronic. Eutrop., in Brev. Zosimus, lib. 2, cap. 53.], dove intese il fine di Magnenzio, anche egli, con istrozzar sè stesso, terminò i suoi giorni nel dì 18 d'agosto. Zonara [Zonaras, in Annalib.], che fa solamente ferito Desiderio Cesare, altro di lui fratello, quando v'ha chi il vuole ammazzato dal medesimo Magnenzio, scrive che guarito esso dalle ferite, andò poscia a rendersi all'Augusto Costanzo, senza poi dire cosa ne divenisse. Ed ecco il fine del tiranno Magnenzio, per la cui morte niuna fatica durò più Costanzo ad aver l'ubbidienza di tutte le Gallie e Spagne, e della Bretagna, e videsi, per conseguente, tutto l'antico vasto imperio romano ridotto sotto il comando di lui solo.
Abbiamo nel Codice Teodosiano leggi [Gothofr., Chron. Cod. Theodos.] che ci fan vedere questo imperadore in Ravenna nel dì 21 di luglio, in Lione nel dì 6 di settembre, e in Arles nel dì 5 di novembre. Certo è ch'egli passò nelle Gallie per rallegrare i suoi occhi in mirar sì grandi conquiste, ma non già per recar allegrezze a' popoli di quelle contrade. Giuliano Cesare [Julian., Orat. II.], nell'orazione seconda fatta in onore d'esso Costanzo, esalta molto la di lui clemenza verso coloro ancora che s'erano mostrati più appassionati in favor di Magnenzio; ma è da credere che la sua penna prendesse unicamente consiglio dall'adulazione. Comincia qui a comparire in aiuto nostro la storia di Ammiano Marcellino, scrittore contemporaneo, cioè il libro decimoquarto coi susseguenti, giacchè il tempo ci ha rubato gli altri tredici precedenti. Ora egli scrive [Ammianus Marcellinus, lib. 14, cap. 5.] che pervenuto Costanzo ad Arles sul fin di settembre, o sul principio di ottobre, quivi passò anche il verno. E che nel dì 8 d'esso ottobre solennizzò i tricennali del suo imperio cesareo con singolare magnificenza di divertimenti teatrali e di giuochi circensi: il che fatto, s'applicò a contaminar la felicità ed allegrezza della vittoria, con divenir più fiero e superbo, come Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 54.] lasciò scritto, e con mettersi a far rigorosa giustizia degli amici e parziali dell'estinto tiranno. Il peggio fu che da ogni banda saltarono su accusatori e calunniatori, a' quali si prestava facilmente credenza, perchè piacevano; e tanto addosso ai colpevoli (se pur colpa era l'aver dovuto ubbidire ad un tiranno) quanto agl'innocenti si scaricò l'ira di Costanzo e l'avidità del fisco, levando a non pochi di loro e roba e vita, e condannando altri all'esilio. Ammiano ci lasciò un lagrimevol racconto di tali crudeltà, delle quali spezialmente fu ministro un Paolo Spagnuolo, notaio di corte, spedito anche nella Bretagna, per far quivi buona caccia: azioni tutte di grave discredito alla riputazion di Costanzo, il quale sì malamente pagava i benefizii a lui compartiti da Dio. Ai primi mesi di quest'anno pare che appartengano le nozze d'esso imperadore con Eusebia, figliuola d'un console di Tessalonica, lodata dagli antichi scrittori [Aurelius Victor, in Epitome. Julian., Orat. III. Ammianus, lib. 21. Zosimus, lib. 3, cap. 1.] per la sua beltà, ma più per la saviezza e regolatezza de' suoi costumi, e per la letteratura superiore all'uso del suo sesso; ma non esente però da difetti, siccome vedremo. Era Costanzo da qualche tempo vedovo, senza aver potuto ricavar prole da più d'uno antecedente matrimonio; e quantunque egli amasse non poco questa nuova compagna, nè pur col tempo da essa riportò alcuno de' sospirati frutti. Due fratelli ancora aveva essa Eusebia, cioè Eusebio ed Idacio, che furono poi consoli, avendo ella principalmente fatta servire l'autorità sua per esaltare i suoi parenti e gli amici della sua famiglia. Vero è che Ammiano parla della di lei prudenza; ma non seppe ella guardarsi dal fasto e dalla superbia, maligni ed ordinarii compagni delle umane grandezze. Intorno a ciò abbiamo un caso narrato da Suida [Suidas, in Lexico, ad verbum Leontius.]. Tenevano i vescovi ariani d'Oriente un concilio in una città, dove anche soggiornava l'Augusta Eusebia; e portatisi ad inchinarla, furono da essa ricevuti con gran contegno ed altura. Il solo Leonzio, vescovo di Tripoli in Lidia, ariano anche esso, e di testa non meno alta che quella dell'imperadrice, si astenne dal visitarla. Fumò per la collera Eusebia; ma tuttavia si contenne o contentossi di fargli ricordare il suo dovere, offerendosi ancora di dargli una somma di danaro e di fargli fabbricare una chiesa. Leonzio le fece rispondere che v'andrebbe ogni qual volta ella fosse disposta a riceverlo col rispetto dovuto ad un vescovo, cioè a venirgli incontro, e ad inchinarsi per prendere la sua benedizione; altrimenti egli non intendeva di voler avvilire la dignità episcopale. A tale risposta smaniò l'altera principessa, proruppe in indecenti minaccie, e corse in fatti al marito, dolendosi come di un grave affronto, ed attizzandolo alla vendetta. Costanzo più saggio di lei, dopo aver lodato la generosa libertà del vescovo, consigliò l'adirata signora ad attendere ai grandi affari della sua toletta. Ma se questo prelato ariano volle correggere il fasto dell'imperadrice con un maggiore dal canto suo, non si può già lodare; perchè lo spirito del cristianesimo ha da essere spirato d'umiltà, e i saggi sanno accordar insieme questa virtù col sostenere nello stesso tempo il decoro dovuto alla lor dignità. Abbiamo poi da Ammiano [Ammian., lib. 14 et seq.] che, non ostante così prosperosi successi dell'armi di Costanzo Augusto, le Gallie non goderono in questi tempi pace, perchè infestate dalle scorrerie delle nazioni germaniche, e dai soldati di Magnenzio o cassati o pertinaci nella primiera ribellione. In Roma ancora si provarono sedizioni per la penuria del vino, o pure per i mali effetti dell'abbondanza e dell'ozio. Un bel ritratto fa qui Ammiano del lusso e dei corrotti costumi de' Romani d'allora, confessando nulladimeno che quella gran città era tuttavia in venerazione presso d'ognuno. L'Oriente anch'esso fieramente restò turbato dalle incursioni degli Isauri, che si stesero per varie provincie, dando il sacco dappertutto; e nel medesimo tempo i Saraceni infestarono non poco la Mesopotamia. Finalmente, se son giusti i conti del Gotofredo, appartiene a quest'anno un'importante legge [L. 4, Placutt. De Paganis Cod. Theod.] dell'Augusto Costanzo, indirizzata a Tauro prefetto del pretorio d'Italia, con cui fu ordinato che per tutte le città e in ogni luogo d'Italia si chiudessero i templi dei gentili, e fossero vietati i sacrifizii ai falsi dii; e ciò sotto pena della vita e del confisco di tutti i beni. A questa legge pare che avesse riguardo Sozomeno [Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 16.], allorchè anch'egli accenna l'imperial comandamento di chiudere i templi del paganesimo. E perciocchè il tiranno Magnenzio, condiscendendo alle istanze de' gentili, avea permesso loro il far de' sacrifizii in tempo di notte, Costanzo con altra legge [L. 5, de Paganis. Cod. eodem.] cassò quella licenza: il che non bastò già ad estinguere le inveterate superstizioni, trovandosi anche da lì innanzi dei sagrifizii notturni fatti al dio Mitra, cioè al sole, come consta da alcune iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta [Thes. Novus Inscript. Class. Cons.] ed altrove.
CCCLIV
| Anno di | Cristo CCCLIV. Indizione XII. |
| Liberio papa 3. | |
| Costanzo imperadore 18. |
Consoli
Flavio Costanzo Augusto per la settima volta e Flavio Costanzo Gallo Cesare per la terza.
Continuò anche per quest'anno ad esercitar la prefettura di Roma Memmio Vetrasio Orfito, siccome consta dal Catalogo antichissimo pubblicato dal Cuspiniano e poi dal Bucherio, che in questo anno viene a noi meno, convenendo cercar altronde i successori in essa dignità. Dopo avere l'Augusto Costanzo passato il verno in Arles, città allora delle primarie delle Gallie, avvicinandosi la primavera, passò a Valenza [Ammianus, lib. 14, cap. 10.], con animo di portar la guerra addosso a Gundomado e Vadomario fratelli, re degli Alamanni, per vendicar le frequenti incursioni fatte da loro nel paese romano. La massa delle milizie si faceva a Sciallon sopra la Sona; ma perchè i tempi cattivi impedivano il trasporto de' viveri, l'esercito che ne penuriava, si ammutinò, e bisognò inviar colà Eusebio mastro di camera che, guadagnati con danaro i principali, quietò il tumulto. Misesi finalmente in marcia quell'armata collo stesso Augusto, e dopo molti disagi pervenuta al Reno al disopra di Basilea, quivi tentò di gittar un ponte sul fiume. Per le freccie, che diluviavano dalla ripa opposta, si trovò quasi impossibile; ma avendo persona, pratica del paese e ben regalata, scoperto un buon guado, per di là passarono tutti nel territorio nemico, ed avrebbono potuto lasciare una funesta memoria agli Alamanni, se qualche uffiziale dell'esercito imperiale, ma di essa nazione, non avesse pietosamente avvertiti i re nemici del pericolo in cui si trovavano, e per cui spedirono tosto ambasciatori ad umiliarsi e chiedere pace. Non durò fatica l'uffizialità a consentire, forse perchè sapevano essere Costanzo fortunato nelle guerre civili, molto sventurato nelle altre. Fu dunque conchiusa la pace, con accettar l'esibizione fatta dagli Alamanni di somministrare all'imperadore delle truppe ausiliarie. Dovette poi Costanzo fare un giro per l'Italia, [Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.] trovandosi leggi da lui date in Milano, Cesena e Ravenna, con tornare in fine a Milano, dove, per attestato di Ammiano, egli si trattenne per tutto il verno seguente.
Correva già gran tempo ch'esso Augusto era disgustato di Gallo Cesare suo cugino, a cui già vedemmo appoggiato il governo dell'Oriente; e ciò a cagione de' suoi mali portamenti. Non aveva questo principe più di ventiquattro anni, allorchè fu promosso alla dignità cesarea da Costanzo. Il trovarsi egli portato improvvisamente sì alto dalla bassa fortuna, in cui era vivuto per l'addietro; l'aver per moglie una sorella dell'imperadore; l'essere suo cugino, e il godere un'autorità quasi sovrana in tante belle provincie, gli mandò tosto dei fumi alla testa, accresciuti da qualche buon successo dell'armi sue contra de' nemici dell'imperio, e dagli adulatori e panegiristi, fra' quali si conta anche Libanio sofista. A renderlo anche più cattivo e crudele contribuì non poco Costantina sua moglie, che portava il titolo d'Augusta, donna piena d'orgoglio, che Ammiano [Ammianus, lib. 14, cap. 1.], forse con eccesso di passione, arrivò a chiamare una Megera; la quale in vece di addolcirlo, lo andava incitando continuamente ai processi e alle morti, non mancando mai pretesti per opprimere anche le persone più illustri ed innocenti. Professava Gallo, è vero, la religione cristiana [Sozomenus, Hist., lib. 4, cap. 19. Chrysostomus, in Gen., et alii.], e per cura sua seguì in Antiochia la traslazione del corpo del celebre martire s. Babila; ma non men di Costanzo Augusto favoriva anch'egli e fomentava l'arianismo: perlochè Filostorgio [Philostorgius, lib. 3, cap. 27.] ariano parla assai bene di lui. Ma convengono gli storici tutti d'allora che non lieve era la sua crudeltà ed ingiustizia; e infin lo stesso Giuliano [Julian., Epist. ad Athen.] suo fratello, contuttochè si sforzi di scusar le di lui azioni, e di rigettarne la colpa addosso a Costanzo Augusto, pure confessa ch'egli fu d'umore selvatico e fiero, e non fatto per regnare. Ma lo storico Ammiano senza briglia scorre nelle accuse di questo principe, dipingendolo per uomo di testa leggiera, pieno sempre di sospetti, credulo ad ogni calunnia, e però portato a spargere il sangue ancora degl'innocenti, non che dei veri colpevoli. Faceva egli uno studio particolare col mezzo di assaissime spie per saper quello che si diceva di lui anche nelle case private; e per chiarirsene meglio cominciò ad usare di andar la notte travestito per le osterie e botteghe. Ma non durò molto questa sua viltà, perchè essendo le strade in Antiochia illuminate da molte lumiere la notte, in guisa che quasi vi compariva al chiarezza del giorno (il che si praticava allora anche in altre città), egli fu più di una volta riconosciuto, nè più si attentò ad esporsi a maggiori pericoli. Ma non gli mancavano relatori di quanto si diceva, o pur si fingeva che si dicesse; e ad ognuno si dava benigno ascolto, e poi senza processi, e senza dar le difese, facilmente si procedeva alle condanne. Perchè Libanio sofista [Liban., in Vita.] gli era assai caro (verisimilmente per le sue adulazioni) la scappò netta un giorno. Da chi gli voleva male fu subornato un uomo iniquo ad accusarlo di sortilegi contro la persona dello stesso Gallo. Ma Gallo freddamente gli rispose che andasse a produr tali accuse davanti ai giudici ordinarii; e con ciò si sciolse in fumo la meditata trama. Accaddero dipoi varii disordini in Antiochia per la carestia del grano. Perchè a cagion d'essa i magistrati non poterono soddisfare alla di lui premura per una festa, ne fece morir alcuni, ed altri cacciò nelle carceri: il che accrebbe il male. Andossene egli a Jerapoli, senza provvedere al bisogno del popolo, con aver solamente dato per risposta che Teofilo governatore della Soria avea gli ordini opportuni. Lasciò in tal guisa esposto quel ministro al furor della plebe, la quale, vedendo sempre più incarire i viveri, un dì gli pose le mani addosso, e dopo averlo barbaramente ucciso, strascinò il di lui cadavero per le strade.
Erano riferiti a Costanzo Augusto tutti questi ed altri disordini ch'io tralascio; e però a poco a poco cominciò a ritirare di sotto al comando di Gallo le milizie di quelle parti. Poscia, in occasione [Ammianus, lib. 13, cap. 7.] che mancò di vita Talassio prefetto del pretorio d'Oriente, mandò colà Domiziano ad esercitar quell'autorevole impiego, riconoscendosi da ciò che gli imperadori, nel dare allora i governi ai Cesari, si riserbavano l'elezione almen delle cariche principali. Seco portò Domiziano un ordine segreto d'indurre con bella maniera e tutta dolcezza Gallo a dare una scorsa in Italia. Ma siccome costui era un uomaccio ruvido ed incivile, arrivato ad Antiochia, passò davanti al palazzo del principe, senza curarsi di usare con lui atto alcuno di rispetto, e portatosi all'abitazion consueta dei prefetti del pretorio, quivi si fermò per qualche tempo senza uscirne, con allegar degl'incomodi di sanità, ma intanto raccogliendo tutto il male che si diceva di Gallo, per avvisarne l'imperadore. Chiamato poi da esso Cesare, andò in fine a visitarlo, e fra le altre cose sgarbatamente gli disse, esservi ordine di Costanzo ch'esso principe andasse in Italia; perchè, altrimenti facendo, comanderebbe che gli fossero trattenuti i salari e le provvisioni solite a somministrarsi a lui e alla sua famiglia: e, ciò detto, dispettosamente se ne andò. Gallo, giacchè Domiziano, benchè invitato altre volle, non si lasciò più vedere, montato in collera, mandò parte delle sue guardie a rinserrarlo in casa [Sozom., Hist., lib. 4, cap. 2. Epiphan. Scholast. Theoph., in Chronogr.]; e perciocchè Monzio, ossia, come altri lo appellarono, Magno questore, parlò a quelle guardie, con dir loro che quando pur volevano far simili violenze a un sì riguardevole uffiziale dell'imperadore, dovevano prima abbattere le statue dell'Augusto Costanzo, cioè venire alla ribellione: Gallo Cesare, di ciò avvertito, andò sì fattamente in furia, che spinse le guardie addosso al questore, il quale insieme col prefetto Domiziano fu in breve messo a pezzi, e i lor corpi gittati nel fiume. A questi sconcerti ne tennero dietro degli altri, che tutti riferiti a Costanzo imperadore, il misero in grande agitazione, e tanto più, perchè saltò su il timore che Gallo fosse dietro a far delle novità, e meditasse di usurpare l'imperio. Questo timore agevolmente in cuore di lui nato, perchè principe naturalmente sospettoso, poscia fu avvalorato [Ammian., lib 14, cap. 8, et lib. 15.] da Dinamio e Picenzio, iniqui suoi cortigiani, e da Lampadio prefetto del pretorio, uomo sommamente ambizioso, e dagli eunuchi di corte, che gran credito aveano presso il regnante. Socrate [Socrates, Hist., lib. 2, cap. 34.] fu d'avviso che ben fondati fossero i sospetti di Costanzo, ed Ammiano inclinò anch'egli a credere dei perniciosi disegni in Gallo. Giuliano [Julian., Epist. ad Athen.] di lui fratello, e Zosimo pretendono tutto ciò falso. La gelosia di Stato ne' principi, massimamente deboli, è un mantice che di continuo loro ispira le più violente risoluzioni; e così ora avvenne, con prendere Costanzo la determinazione di levare al cugino Gallo, non solamente la porpora, ma anche la vita.
La maniera da lui tenuta, per compiere tal disegno, fu la seguente. Chiamò prima in Italia Ursicino, generale delle armi in Oriente [Ammianus, lib. 14, cap. 9 et seq.], per paura ch'egli non si unisse con Gallo, o facesse altra novità in quelle parti. Venuto ch'egli fu, Costanzo spedì a Gallo una lettera, tutta profumata di espressioni amorevoli, pregandolo di venire a trovarlo in Italia, per consultar seco intorno ai bisogni presenti, e massimamente intorno ai Persiani, che minacciavano un'irruzione nelle provincie romane. Nello stesso tempo fece sapere a Costantina sua sorella, che se voleva dargli una gran consolazione, venisse anch'ella alla corte. Attesta Filostorgio [Philostorgius, lib. 4, cap. 1.] che questa chiamata pose in somma apprensione tanto Gallo che la moglie: tuttavia fu creduto che andando Costantina innanzi, saprebbe essa ammollir l'ira del fratello ed ottener grazia pel marito. Però ella si mise in viaggio, e Gallo le tenne dietro. Ma giunta Costantina nella Bitinia al luogo di Cene, quivi assalita da maligna febbre, terminò il corso del suo vivere, e il corpo suo fu portato dipoi a Roma, e seppellito nella chiesa di sant'Agnese, già da lei fabbricata. Allora Gallo si vide come perduto; e, se Ammiano dice il vero, pensò ad usurpar l'imperio; ma non ne trovò i mezzi, perchè odiato dai più, e perchè Costanzo gli avea tagliate le penne, con levargli le milizie. Incoraggito poi dagli adulatori, arrivò a Costantinopoli, dove si fermò a vedere i giuochi circensi, benchè sollecitato dalle lettere di Costanzo che l'aspettava a braccia aperte, e mandato aveva intanto uffiziali per vegliare sopra le di lui azioni, sotto pretesto di servirlo nel viaggio. Lasciò Gallo in Andrinopoli buona parte della sua famiglia, e con pochi de' suoi giunse a Petovione, oggidì Petau, vicino al fiume Dravo, dove poco stette ad arrivar anche Barbazione conte de' domestici, ossia capitan delle guardie, che molte calunnie avea prima inventato contra di lui [Ammianus. Philostorg.], e non tardò a spogliarlo della porpora e di tutti gli altri ornamenti principeschi, assicurandolo poi con più giuramenti a nome di Costanzo, che niun altro male gli accaderebbe. Ma il misero fu condotto di poi alla fortezza di Fianone sulle coste della Dalmazia, ossia dell'Istria, vicino a Pola, dove a Crispo, figliuolo del gran Costantino, negli anni addietro era stata tolta la vita, e dove Gallo fu sequestrato sotto buona guardia. Credesi che veramente l'Augusto Costanzo avesse intenzione di non far di peggio al deposto cugino; ma tanto picchiarono Eusebio e gli altri eunuchi di corte, che mutò massima. Fu inviato lo stesso Eusebio con Pentado segretario, per esaminarlo intorno alla morte di Domiziano e d'altri, secondochè si ha da Ammiano: il che è da contrapporre a Giuliano [Julian., Epist. ad Atheniens.] e Libanio [Liban., Orat. XII.], che il dicono condennato senza ascoltarlo. Rispedì poi Costanzo lo stesso Pentado ad eseguir la sentenza di morte fulminata contra di Gallo; e quantunque Filostorgio [Philostorg., Histor., lib. 4, cap. 1.] e Zonara [Zonar., in Annal.] scrivano ch'egli pentito inviò un ordine in contrario, questo, per frode degli eunuchi, non arrivò a tempo, e Gallo ebbe mozzata la testa. Cattivo fine fecero poi coloro che maggiormente colle lor bugie aveano contribuito alla di lui morte, come Barbazione, Scudilone ed altri. Scaricossi ancora lo sdegno di Costanzo, principe implacabile, come avviene a chiunque è di picciolo cuore, sopra gli uccisori di Domiziano e di Monzio: giacchè trovandosi esso Augusto solo possessore del romano imperio, diviso per tanto tempo addietro fra più imperatori e cesari [Ammianus, lib. 15, cap. 1 et 2.], andava ogni dì più crescendo la di lui crudeltà ed orgoglio. Fatto anche venir dalla Cappadocia Giuliano, fratello dell'estinto Gallo, poco mancò che a lui pure non levasse la vita per le suggestioni degli adulatori di corte; ma interpostasi in favore di lui l'Augusta Eusebia, fu mandato a Como, e poscia ottenne di poter passare ad Atene, per continuar lo studio delle lettere che era il suo favorito.
Abbiamo da Ammiano che in questo anno, per avere alcuni popoli dell'Alemagna fatte più incursioni nelle terre romane verso il lago di Costanza, Costanzo Augusto nella state mosse l'armata contra di loro, e fermatosi nel paese di Coira, inviò innanzi Arbezione, che sulle prime ebbe delle busse, ma poscia in un secondo combattimento sconfisse i nemici: perlochè Costanzo tutto glorioso ed allegro se ne tornò a Milano, dove passò ancora il verno seguente. A quest'anno appartiene pur anche la ribellion [Aurel. Victor, in Epit. Zonaras, in Annalib. Ammianus, lib. 15, cap. 5.] di Silvano, nobile e valoroso capitano franzese, quel medesimo che, abbandonato il tiranno Magnenzio prima della battaglia di Mursa, era passato ai servigi dell'Augusto Costanzo, e creato dipoi generale di fanteria, fu inviato nelle Gallie per reprimere i barbari germanici, che mettevano a sacco e fuoco quelle contrade. Che che dicano di lui Giuliano [Julian., Orat. II.] e Mamertino [Mamertinus, in Panegyr. Jul.], si crede che Silvano procedesse da uomo prode ed onorato in far guerra contra de' Barbari. Ma non gli mancavano emuli e nemici alla corte, i quali procurarono la di lui rovina. Dinamio, uno dei bassi cortigiani, per quanto si disse, fu il fabbricator della trama. Impetrò egli lettere commendatizie da Silvano a varii personaggi di corte, e poi ritenuta la sottoscrizione, e scancellate con pennello le altre lettere della pergamena, vi scrisse ciò che volle, cioè delle preghiere in gergo ad essi suoi amici, per essere aiutato a salire dove la fortuna il chiamava. Portate dall'iniquo Dinamio tali lettere a Lampadio prefetto del pretorio, che poi si sospettò complice della frode, passarono sotto gli occhi di Costanzo; e tosto saltò fuori l'ordine della carcerazione delle persone alle quali erano indirizzati que' fogli. Fu ancora spedito nelle Gallie Apodemo, per far venire Silvano alla corte; ma costui prima di avvisarlo, si predè ad occupare i di lui beni, e a tormentare alcuni dei di lui dipendenti. Ciò diede impulso a Silvano di non volersi arrischiare al viaggio d'Italia, essendo egli assai persuaso che in questi tempi l'essere accusato e condennato era facilmente lo stesso; e però non sapendo qual partito prendere, si ridusse a farsi proclamare Augusto dalle milizie di suo comando. Troppo sventuratamente per lui, perchè in questo mentre essendosi scoperte le furberie di Dinamio alla corte, e per conseguente la di lui innocenza, se avesse tardato a far quel gran passo, era in salvo l'onore e la vita sua. Giunto a Milano l'avviso della di lui ribellione, ne sguazzarono i suoi emuli, al vedere fortunatamente verificati i lor falsi rapporti; e Costanzo Augusto inviò tosto nelle Gallie Ursicino conte, il quale a dirittura si portò a Colonia; e fingendo d'essere colà andato per unirsi con Silvano, entrò seco facilmente in confidenza finchè sotto mano guadagnati alcuni soldati, il fece un dì tagliare a pezzi, dopo soli ventotto giorni dell'usurpato imperio. Aspra giustizia fu dipoi fatta di alcuni complici di Silvano. Contuttociò si mostrò questa volta sì discreto Costanzo [Aurel. Victor, in Epitome.], probabilmente perchè capì essere stato precipitato l'infelice in quella risoluzione non da mala volontà, ma da un giusto timore, che presto desistè dal perseguitare i di lui amici [Ammian., lib. 15. Jul., Orat. I et II.], anzi volle che fossero conservati tutti i di lui beni ad un suo figliuolo, lasciato dianzi in corte per ostaggio della sua fede. Vi ha chi mette all'anno seguente il fatto di Silvano. Io, tenendo dietro a s. Girolamo [Hieronymus, in Chronico.], ne ho parlato in questo, giacchè egli sotto lo stesso anno riferisce le tragedie di Gallo e di Silvano.
CCCLV
| Anno di | Cristo CCCLV. Indizione XIII. |
| Liberio papa 4. | |
| Costanzo imperadore 19. |
Consoli
Flavio Arbezione e Quinto Flavio Mesio Egnazio Lolliano.
Col favore d'alcune iscrizioni da me rapportate altrove [Thesaur. Novus Inscript., p. 380.], sembrano a me sufficientemente provati i nomi di questi consoli. Lolliano si trova ancora col nome di Mavorzio. Continuò per alcuni mesi dell'anno presente nella prefettura di Roma Memmio Vitrasio Orfito, ed ebbe poi per successore Leonzio, personaggio assai lodato da Ammiano. Per quanto si raccoglie dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofr., Chron. Cod. Theodos.], l'Augusto Costanzo per lo più soggiornò in Milano nell'anno corrente, nè andò a Roma o a Sirmio, come per errore si legge in due date. Fu appunto in essa città di Milano tenuto in quest'anno un famoso conciliabolo, a cui intervenne lo stesso imperadore, spasimato fautor degli ariani: il perchè prevalse il loro partito. Quivi fu deposto sant'Atanasio [Sever. Sulpicius, lib. II. Baron., Annal. Eccl.]; e perchè papa Liberio con altri vescovi ricusò di sottoscrivere gli iniqui decreti, d'ordine di Costanzo fu mandato in esilio. Venne anche forzato il clero romano ad eleggere un altro pontefice, che fu Felice; essendosi poi disputato fra gli eruditi, se questi fosse vero o non vero papa. Tolto di vita Silvano, l'unico generale di cui rispetto e paura aveano in addietro i Barbari della Germania, parve che si aprisse la porta al loro furore, per iscorrere liberamente per le provincie gallicane, e portar la desolazione dappertutto [Ammian., lib. 15, cap. 8.]. Attesta Sozimo [Zosimus, lib. 3, cap. II.] che i Franchi, Alamanni e Sassoni presero e devastarono quaranta città poste lungo il Reno, e, fatto un immenso bottino, condussero in ischiavitù una infinità di persone. Nello stesso tempo anche i Quadi e Sarmati, dandosi probabilmente mano con gli altri Barbari, mettevano a sacco la Pannonia e Mesia superiore, senza trovar chi loro facesse resistenza. Del pari i Persiani non lasciavano quieta la Mesopotamia. Costanzo intanto se ne stava da lungi osservando questi malori, nè provvedeva al bisogno. Pieno sempre di diffidenze e timori, non osava di passar nelle Gallie, dove maggiore era il bisogno; e nè pur vi spediva generali, paventando l'esempio di Silvano. Mentre vacillava, senza appigliarsi a risoluzione alcuna, l'imperadrice Eusebia, donna di singolar prudenza, ancorchè conoscesse il sospettoso genio dell'Augusto consorte, massimamente verso de' parenti, pure con sì bel garbo gli seppe dipingere la persona di Giuliano di lui cugino, e fratello dell'estinto Gallo Cesare (chiamandolo giovane d'ingegno semplice, che metteva tutto il suo piacere ne' soli studi delle lettere, usando perciò il mantello da filosofo, e poco comparendo pratico degli affari politici), che bel bello indusse Costanzo a richiamarlo da Atene in Italia, e poscia a conferirgli il titolo di Cesare.
Scoperta dai cortigiani questa intenzione dell'imperadore, e temendo di veder calare la loro autorità e possanza, non dimenticarono [Ammianus, lib. 15, cap. 8.] di far quanta opposizione poterono; con rappresentargli i pericoli ai quali si esponeva, massimamente innalzando un fratello di Gallo, e tanto più perchè egli non avea bisogno di compagni per governar tutto l'imperio. Ma più di loro si trovarono possenti le persuasive dell'Augusta Eusebia, di modo che raunate le milizie tutte in Milano [Idacius, in Fastis. Socrates, Hist., lib. 2, cap. 27. Hier., in Chronico.], e salito Costanzo sul trono, dichiarò Cesare il suddetto suo cugino Flavio Claudio Giuliano, gli diede la porpora cesarea e destinollo al governo delle Gallie, per far testa a tanti barbari scatenati contra di quelle contrade. Straordinarie in tal congiuntura furono le acclamazioni e il giubilo de' soldati, ed orribile lo strepito de' loro scudi battuti sopra il ginocchio: chè questo era il segno consueto dell'allegrezze: laddove il battere colle lance gli scudi, segno era di sdegno e dolore. Trovavasi allora il novello Cesare in età di venticinque anni, picciolo di statura, ma spiritoso ed agile, di volto nondimeno poco avvenente; al che contribuiva ancora l'aver egli voluto ritener la barba mal pettinata e rabbuffata [Aurelius Vict., in Epitome. Julian., in Misopogon.], che affettavano i filosofi di quel tempo, benchè avesse deposto il mantello filosofico. Ma qui non finirono gli onori da Costanzo compartiti a Giuliano. A lui diede ancora in moglie Elena sua sorella, e poscia nel dì primo di dicembre [Ammian., lib. 15, cap. 9.] l'incamminò alla volta delle Gallie, accompagnandolo fino ad un luogo posto fra Lomello e Ticino, o vogliam dire Pavia. Appena giunto a Torino intese Giuliano la funesta nuova che l'insigne città di Colonia, assediata dai Barbari, era finalmente caduta in loro mani, spogliata e diroccata dal loro furore: nuova che il rattristò forte, quasi cattivo augurio ai suoi passi. Nè si dee tacere che il geloso Costanzo si studiò per quanto potè di ristrignere l'autorità del cognato e cugino Cesare, per paura ch'egli se ne abusasse, come avea fatto il suo fratello Gallo. Sotto specie d'onore gli mutò tutta la famiglia; gli diede guardie scelte da sè, con ordini segreti ad ognuno di vegliare sopra i di lui andamenti; gli prescrisse infino la tavola [Julian., in Epist. ad Athen. Ammian., lib. 15, cap. 5. Zosimus, lib. 3, cap. 2.], come se si fosse trattato di un figlio che si mettesse in collegio. Deputò per generale dell'armi Marcello; in man di esso e non di Giuliano doveva essere tutto il comando, con ordine espresso che Giuliano nulla potesse donare ai soldati, e nè pure per la sua promozione, come si stilò sempre in addietro. Tante precauzioni del sospettoso Augusto dove andassero a terminare, lo scorgeremo dopo qualche tempo. Intanto Giuliano Cesare passate le Alpi prima che finisse l'anno arrivò a Vienna del Delfinato, ivi accolto con gran festa da tutto il popolo; ed allora fu, se merita fede Ammiano, che una vecchia cieca di quella città gridò, essere venuto chi ristabilirebbe un dì i templi de' falsi dii. Malcontento nondimeno fece Giuliano quel viaggio, perchè Costanzo non gli avea dato seco se non trecento sessanta soldati [Zosimus, lib. 3, cap. 2. Libanius, Orat. ad Julian. Julian., in Epist. ad Athen.]; quando le Gallie si trovavano in un estremo bisogno di forze militari, per resistere alla gran possanza e crudeltà delle nazioni barbariche, alle quali il Reno non serviva più di confine. Nè mancò gente maligna, per attestato di Socrate [Socrat., Histor., tom. 3, cap. 1.], che giudicò averlo Costanzo Augusto inviato colà apposta per farlo perire, soperchiato dai Barbari: il che niun colore ha di verisimiglianza. La di lui nobile promozione, e l'illustre maritaggio smentiscono abbastanza tal voce, e facilmente apparisce, aver solamente paventato Costanzo che questo giovane alzato tant'alto, potesse un dì rivoltarsi contra del benefattore, come in fatti dopo qualche tempo avvenne. Quanto ad Eusebia Augusta, priva di figliuoli, considerando ella Giuliano per successore del marito, cercò per tutte le vie di sempre più affezionarselo con proteggerlo, e perchè conosceva il di lui genio ai libri, gli donò anche una bella libreria, che forse fu a lui non men cara che i ricevuti onori.
CCCLVI
| Anno di | Cristo CCCLVI. Indizione XIV. |
| Liberio papa 5. | |
| Costanzo imperadore 20. |
Consoli
Flavio Costanzo Augusto per l'ottava volta e Flavio Claudio Giuliano Cesare.
Leonzio, prefetto di Roma, continuò ancora per quest'anno in quel riguardevole impiego, senza che apparisca se alcuno gli succedesse dopo il mese d'ottobre, in cui si vede una legge [L. 13, de Episcop. Cod. Theodos.] a lui indrizzata da Costanzo Augusto. In Milano si fermò per tutto il verno esso imperadore, e qualche apparenza v'ha ch'egli desse, venuta la primavera, una scorsa nella Pannonia, perchè si sa che chiamò a Sirmio il celebre vescovo Osio [Athanasius, ad Solitar.], ritenendolo ivi come in esilio. Ma egli si truova poi anche in Milano nel suddetto ottobre, dove confermò, colla legge poco fa accennata, i privilegi della Chiesa romana. In questi tempi ancora affascinato più che mai dai vescovi ariani esso imperadore fece un'orribil persecuzione al santo vescovo d'Alessandria Atanasio, il quale fu forzato a fuggire e a nascondersi, con essersi intruso Giorgio ariano nella di lui sedia. Mandò ancora in esilio il celebre vescovo di Poitiers sant'Ilario con altri vescovi cattolici, benchè nel medesimo tempo mostrasse grande ardore in favor della religione cristiana, e pubblicasse editti contra chiunque sacrificava agl'idoli. Per quel che riguarda Giuliano Cesare, egli soggiornò per tutto il verno in Vienna, dove per la prima volta procedette console [Ammianus, lib. 16, cap. 1.], ed attese a raccogliere quante milizie potè, e a far preparamenti [Liban., Orat. IX et XII.] per uscire in campagna contro de' Barbari nemici, i quali, più fieri che mai, seguitavano a dare il sacco alle contrade gallicane. Assediarono essi appunto verso questi tempi la città di Autun, la quale, ancorchè poco fortificata, fu bravamente difesa dai soldati veterani che vi erano di presidio. Le diedero i nemici un dì la scalata, e furono rispinti con loro gran danno. A quella città pervenne Giuliano verso il fine di giugno, perchè gli antichi non solevano mettersi in campagna se non dopo il solstizio di state. Di là passò ad Auxerre, e poscia a Troia, e nel cammino si vide attorniato dai Barbari con forze superiori alle sue, ma gli riuscì di dissiparli con grande loro perdita. A Reims, dove i due generali Marcello ed Ursicino aveano avuto ordine di far la massa di tutte le milizie, si mise Giuliano alla testa dell'armata, e marciò dipoi verso l'Alsazia contra degli Alamanni, i quali, ancorchè avessero presa Argentina, Vormazia, Magonza ed altri luoghi di quel tratto, amavano piuttosto di abitare alla campagna, che di star chiusi nelle città [Liban., Orat. XII.]. Un corpo d'essi che assalì la di lui retroguardia, fu disfatto: dopo la qual picciola vittoria [Ammianus, lib. 16, cap. 3.], giacchè non compariva più ostacolo veruno, rivolse i passi verso la città di Colonia, ed, entratovi, attese a ristabilire quell'abbattuta città. Colla promessa ancora di un tanto di danaro per cadauna testa che i suoi portassero de' nemici, animò ciascuno a far con calore la guerra. Mentre quivi egli dimorava, vedendo i re dei Franchi che i Romani aveano alzata forte la fronte, proposero e conchiusero con Giuliano una tregua, che in questi tempi fu creduta molto utile ai di lui affari. Così è a noi descritta da Ammiano la prima campagna di Giuliano, che sembra stata gloriosa per lui, e pure, scrivendo egli stesso agli Ateniesi [Julian., Epist. ad Atheniens.], confessa che assai male procederono le cose sue in questo primo anno. Libanio [Liban., Orat. IX et XII.] aggiugne aver egli avuto da soffrir molto per la contrarietà de' suoi assistenti, i quali, in vece di secondare i di lui buoni disegni, parevano stargli al fianco solamente per contrariarli, a tenore degli ordini segreti che tenevano dal geloso Costanzo Augusto, quasichè tutta la sua autorità avesse da consistere in solamente lasciarsi vedere per quei paesi, ma senza far nulla: il qual dire ha cera di un'esagerazione maligna di quel sofista pagano. Parla Giuliano [Julian., Orat. III in fine.] dell'andata di Eusebia Augusta a Roma, mentre il consorte Costanzo facea guerra agli Alamanni con aver passato il Reno, e del grande onore a lei fatto dal senato e popolo romano, e dei donativi d'essa ai capi delle tribù e centurioni di esso popolo. Può essere che questo suo viaggio accadesse nell'anno presente. Ma noi nulla altro sappiamo della guerra suddetta contro gli Alamanni.
CCCLVII
| Anno di | Cristo CCCLVII. Indizione XV. |
| Liberio papa 6. | |
| Costanzo imperadore 21. |
Consoli
Flavio Costanzo Augusto per la nona volta e Flavio Claudio Giuliano Cesare per la seconda.
Anche per la seconda volta Memmio Vitrasio Orfito esercitò in quest'anno la carica di prefetto di Roma, come s'ha da Ammiano e dal Codice Teodosiano. Le leggi di esso Codice [Gothofred., in Chron. Cod. Theod.] attestano essere soggiornato l'Augusto Costanzo in Milano nei primi mesi dell'anno presente. Giunta poi la primavera, voglioso di vedere l'augusta città di Roma, dove, secondo tutte le apparenze, non s'era mai portato per l'addietro, verso colà si inviò nel mese di aprile, conducendo seco Elena maritata già con Giuliano. Per attestato d'Idazio [Idacius, in Fastis. Hieron., in Chron.] v'entrò nel dì 28 di esso mese con somma magnificenza ed aria di trionfante. Per questo suo trionfo gli dà Ammiano [Ammianus, lib. 16, cap. 10.] la burla, perchè nè egli nè i suoi capitani vittoria alcuna aveano mai riportato de' nemici dell'imperio, nè egli aveva aggiunto un palmo di terreno al paese romano, nè mai era intervenuto a verun combattimento; che se avea abbattuto Magnenzio, non solevano i principi romani trionfare de' proprii sudditi ribelli. Vedesi appresso descritta da esso istorico quella splendidissima funzione coll'incontro del senato, e dei vari ordini dell'immenso popolo romano, coll'accompagnamento delle schiere militari, e fra le incessanti acclamazioni della plebe e strepiti di innumerabili suoni di gioia. Poscia con vari giuochi e spettacoli rallegrò egli il popolo romano e di mano in mano andò visitando le tante rarità e magnifiche fabbriche di quella regina delle città, le quali non aveano fin qui provata la distruggitrice fierezza delle nazioni barbare. Attesta Ammiano ch'egli alla vista di sì belle e grandiose opere dei precedenti Augusti e cittadini, non capiva in sè stesso per lo stupore, giugnendo in fine a dire che per le altre città la fama era bugiarda, perchè troppo ne dicea; ma che non men bugiarda era essa per Roma, perchè ne dicea troppo poco. Siccome altrove accennammo, al suo corteggio si trovava sempre Ormisda, fratello del re di Persia, che tanti anni prima s'era rifugiato sotto l'ombra di Costantino il Grande. Non incresca al lettore, s'io ricordo di nuovo, che interrogato questo saggio straniero da esso Augusto intorno alle grandezze di Roma qual cosa gli fosse più data negli occhi rispose: Che nulla più gli era piaciuto quanto d'aver imparato che anche in Roma si moriva. In questa occasione fu che molte città, e particolarmente Costantinopoli, inviarono delle pesanti corone d'oro in dono all'Augusto Costanzo, secondochè s'ha da Temistio sofista [Themistius, Orat. III et VI.], il quale avea preparato per questa congiuntura un'orazione in lode di esso imperadore, ma senza poterla recitare, perchè restò interrotto il disegno da una malattia sopraggiuntagli nel suo viaggio. Ci resta tuttavia quella orazione, siccome un'altra ch'egli recitò in Costantinopoli a gloria del medesimo Augusto.
Osservato ch'ebbe Costanzo tante insigni memorie di magnificenza, lasciate in Roma dagli antecessori suoi, non volle essere da men di loro. Pertanto ordinò [Ammianus, lib. 17, cap. 4.] che si facesse venir dall'Egitto un superbissimo obelisco (guglia ora lo chiamano) da collocarsi nel Circo Massimo, per adempiere nello stesso tempo il disegno di Costantino suo padre, che lo avea fatto condurre da Heliopoli sino ad Alessandria, senza poi compiere l'impresa per cagion della morte. Ammiano fa qui una lezione intorno agli obelischi, e racconta il trasporto a Roma di quella mirabil mole, la stessa che poi l'animo grande di papa Sisto V fece di nuovo innalzare nella piazza del Vaticano. Il Lindenbrogio [Lindenbrogius, in Not. ad Ammian.], che suppone trasportato non a Roma antica, ma alla nuova, cioè a Costantinopoli questo stupendo obelisco, citando l'iscrizione che si trova in un altro esistente in essa città di Costantinopoli, prese un granchio, chiaramente parlando Ammiano, che il suddetto sopra una smisurata nave fu pel Tevere introdotto in Roma. Degno è qui di memoria il glorioso zelo delle dame romane [Theodoret., Histor., lib. 2, cap. 14.], per impetrar la liberazione di papa Liberio, relegato per quasi due anni a Berea. Si presentarono esse animosamente all'imperadore, per pregarlo di rimettere in libertà il loro pastore; e perchè egli rispose che avendo elle Felice, non mancava pastore al popolo romano, ne mostrarono esse dell'orrore. Fu cagione un tal ricorso, che Costanzo pensasse a richiamar l'esiliato pontefice, ma sedotto dai consiglieri ariani, tanto fece, che lo indusse poi a comperar la grazia con discapito non lieve della sua riputazione, siccome accennerò all'anno seguente. Abbiamo ancora da sant'Ambrosio [Ambrosius contra Sym. Epist. XII.] che Costanzo o prima di giugnere a Roma, o giunto che vi fu, fece levar dal senato la statua della Vittoria, adorata tuttavia dai pagani: il che quanto fece risplendere la di lui cristiana delicatezza, altrettanto diede motivo di mormorazione e collera a chi tuttavia professava il culto degl'idoli, e massimamente al senato, giacchè tutti i senatori d'allora, o almeno la maggior parte erano idolatri. Pensava poi e desiderava esso Augusto di fermarsi più lungamente in quella maestosa e deliziosa città [Ammian., lib. 16, cap. 10.], quando gli vennero nuove che gli Svevi facevano delle scorrerie nella Rezia; i Quadi nella Valeria o sia nella Pannonia, e i Sarmati nella Mesia superiore. Per tal cagione, dopo la dimora di soli trenta giorni, si partì di colà e tornossene a Milano. Convien credere che cessassero i torbidi della Rezia, perchè non si sa che Costanzo alcun movimento facesse per quelle parti. Le leggi [Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.] bensì del Codice Teodosiano, ed Ammiano [Ammianus, lib. 16, cap. 10.] ci assicurano che forse verso il fine dell'anno, per via di Trento, egli passò nella Pannonia [Sozomenus, lib. 4, cap. 14.], andando a Sirmio, dove si trattenne poi per tutto il seguente verno [Philostorgius, lib. 4, cap. 3.]. Visitò le frontiere verso i Quadi e Sarmati, e da quelle barbare nazioni ricevette quante belle parole di pace ed amicizia egli voleva, ma pochi fatti, siccome vedremo. Non piaceva certo a Costanzo il faticoso e pericoloso mestier della guerra, e però si studiava di acconciar le cose come poteva il meglio colle buone, guardandosi di venire a rottura.
Passiamo ora nelle Gallie, dove Giuliano Cesare si trattenne durante il verno nella città di Sens, con ritener poche truppe presso di sè, e distribuire il resto in altri paesi [Ammian., lib. 6, cap. 4.], perchè il paese si trovava disfatto dai Barbari. Non tardarono le spie a ragguagliare i nemici dello stato presente di Giuliano; e però volarono nel cuor del verno ad assediarlo in quella città [Julian., Epist. ad Atheniens.]. Così bravamente si difese egli con quel poco di guarnigione che ivi stava di guardia, che da lì a un mese que' Barbari levarono il campo e se ne andarono. Quello che specialmente disgustò Giuliano, fu che Marcello generale delle armi, acquartierato in quelle vicinanze, niun pensiero si diede per soccorrere la città assediata e lui posto in sì grave pericolo. Ne fece perciò amare doglianze Giuliano alla corte, e non le fece indarno, perchè Costanzo, mentre soggiornava in Milano nella primavera, richiamò esso Marcello, e toltogli il comando dell'armi, come a persona inetta per quell'impiego, il mandò a riposare a Serdica patria sua. Alla deposizion di costui contribuì l'essere stato spedito alla corte da Giuliano, Euterio suo eunuco, uomo di vaglia, che fece ben valere le ragioni del suo padrone contro le informazioni dell'altro. Di questa occasione [Zosim., lib. 3, cap. 2.] si servì l'imperadrice Eusebia per ottenere dall'Augusto consorte, che Giuliano avesse il comando dell'armi, senza dipendere dal pedante. Per suo tenente generale, e generale della cavalleria [Julian., Epist. ad Atheniens. Libanius, Orat. XII.], gli fu poi inviato Severo, uomo pratico del mestier militare, e discreto, a cui non rincresceva di ubbidire agli ordini di esso principe. A questi tempi riferisce Ammiano [Ammian., lib. 16, cap. 8.] i rigorosi processi, formati per ordine di Costanzo contra chi ricorreva ai maghi, strologhi e indovini, per sapere il significato de' sogni o de' fortuiti incontri degli animali, o pure facea de' sortilegi per guarire da qualche male. Il che ci fa intendere sempre più la debolezza di Costanzo, che pien di sospetti, tutte queste inezie, per altro ridicole, ed insieme viziose e condannabili, interpretava sempre come tendenti contro la vita propria, ed insieme ci rappresenta la stoltizia, riferita anche da altri, degli antichi Gentili, prodigiosamente attaccati a simili superstizioni ed augurii. Per questo fu pubblicata nell'anno seguente da esso imperadore una rigorosissima legge contro simili impostori, riguardandoli come rei di lesa maestà. Inviò poscia Costanzo dall'Italia verso l'Elvezia in soccorso di Giuliano Cesare Arbezione, con titolo di generale della fanteria [Idem, ibid., cap. 11.], dandogli seco venticinquemila combattenti, con intenzione di cacciar da quelle contrade gli Alamanni, i quali continuamente le infestavano. Era costui un bravo solenne, ma solamente di parole, e non già di fatti [Liban., Orat. XII.]; e si trovò poi che non perdonava alle calunnie, per abbassar la gloria di Giuliano. Giunse egli colle sue genti sino alle vicinanze di quella città, che oggidì porta il nome di Basilea, ma senza fare impresa alcuna meritevol di lode in quelle parti. Riuscì intanto circa questi tempi ai Leti, popolo germanico, di giugnere con una scorreria fin sotto la città di Lione, che andò a pericolo d'essere occupata e bruciata, come era il loro disegno; ma felicemente quel popolo si difese, e il solo territorio andò a sacco. Giuliano armò i passi per dove costoro doveano ritornare, e ne fece tagliar a pezzi la maggior parte. Il resto passò in vicinanza del campo di Arbezione, che non volle che si facesse guardia alcuna, e pure scrisse dipoi alla corte contra di alcuni uffiziali, mal veduti da lui, incolpandoli di non aver guardati i posti, e li fece cassare. Uno di essi fu Valentiniano, che poi divenne imperadore.
Venuta la state, Giuliano colle sue milizie si mise in campagna. Avea egli arrolata quanta gente potè, e perchè ebbe la fortuna di trovar delle armi in un vecchio magazzino, ne fece buon uso [Zosimus, lib. 3, cap. 3. Ammianus, lib. 16, cap. 11. Libanius, Orat. XII.]. Marciò alla volta del Reno, e trovò che i Barbari parte s'erano afforzati in vari siti di qua dal fiume con diversi trincieramenti d'alberi tagliati, e parte accampati nelle isole di quel fiume, quivi si riputavano sicuri. Avendo inviato a dimandar delle barche ad Arbezione, nulla potè ottenere. Non per questo lasciò d'andare innanzi, e trovate l'acque basse, fece transitar in alcune di quelle isole alquanti de' suoi soldati, che diedero la mala pasqua a que' Barbari ivi sorpresi, e si impadronirono delle lor barche, con valersene poi ad assalir le altre isole, in guisa che ne snidarono tutti i nemici, con ridurli a salvarsi di là dal fiume. Allora Giuliano attese a formarsi un buon asilo, fortificando Saverna, luogo dell'Alsazia, e provvedendola di viveri per un anno. Per lo contrario Arbezione, coll'aver tentato di gittare un ponte di barche sul Reno, mosse i Barbari a scagliarsi contra di lui. Tanti alberi tagliati mandarono essi giù pel fiume [Liban., Orat. XII.], che ruppero il ponte, uccisero moltissimi Romani, e gl'inseguirono fin presso a Basilea. Contento di questa bella impresa Arbezione, ossia Barbazione, mandò le sue genti a' quartieri d'inverno. Non così operò Giuliano Cesare [Ammianus, lib. 16, cap. 12.]. Cnodomario re degli Alamanni, informato dalle spie che questo principe non avea seco più di tredicimila persone, gli spedì per uno, o pure per più suoi deputati, lettera, con cui imperiosamente gli comandava di levarsi da quelle terre, perchè a lui cedute da Costanzo Augusto mentre Magnenzio viveva, e fece anche veder le lettere di esso imperadore. Giuliano mostrando di credere che quel messo fosse inviato per ispia, il ritenne fin dopo la battaglia, di cui ora parlerò, e poi gli diede la libertà. Non veggendo Cnodomario nè risposta nè messo, volle venir in persona ad abboccarsi alla testa della sua armata con Giuliano. Dicono che egli seco menasse trentacinque mila armati, e fra Saverna ed Argentina attaccò un fatto d'armi, in tempo che era matura la messe, cioè probabilmente dopo la metà di luglio. Stette dubbioso un pezzo l'esito del combattimento, descritto minutamente da Ammiano [Idem, ib.]. La cavalleria romana andò quasi in rotta; la fanteria tenne sì forte, che infine sbaragliata la nemica, e sconfitti gli Alamanni diedero alle gambe. Strage non poca di loro fu fatta, e forse più di essi ne assorbì il fiume [Idem, ib. Liban., Orat. XII.]. Chi dice sei, chi ottomila di loro vi perì. È guasto il testo di Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 3.], che parla di sessantamila nemici estinti. Dalla parte de' Romani alcune sole centinaia rimasero sul campo. Ma quello che rendè più gloriosa la vittoria di Giuliano [Jul., in Epist. ad Athen.] fu la presa del medesimo re Cnodomario, colto fuggitivo in un bosco, che fu poi presentato a Giuliano alla vista di tutto l'esercito, ben trattato da lui, e fra pochi giorni inviato prigioniere all'imperador Costanzo. Noi troviamo esaltata forte dagli scrittori pagani [Ammian. Marcellin. Aurel. Vict. Liban. Eutrop. Mamert.] questa felice giornata di Giuliano, ed essa veramente liberò tutte le Gallie dal peso delle nazioni germaniche che si ritirarono di là dal Reno. La vittoriosa armata in quel bollore di allegrezza proclamò Giuliano Augusto; ma egli represse le loro voci, e diede poi tutto l'onore di tale impresa a Costanzo, il quale in fatti si pavoneggiò di essa vittoria, come se in persona fosse intervenuto a quel conflitto; ciò apparendo da un editto, accennato da Temistio [Temist., Orat. IV.] e da Aurelio Vittore. Per profittar poi della vittoria, Giuliano, formato un ponte sul Reno a Magonza, passò di là, e diede il guasto al paese nemico, finchè le nevi obbligarono le sue soldatesche a cercar quartiere. Ebbe inoltre cura di fortificare di là dal Reno il castello di Trajano, creduto oggidì quello di Cromburgo, distante circa dieci miglia da Francoforte: azioni tutte che empierono di spavento gli Alamanni, avvezzi da gran tempo solamente a vincere e a saccheggiare gli altrui paesi. Perlochè più volte spedirono inviati per dimandar pace, con ottener in fine non più che una tregua di dieci mesi. Andò poscia Giuliano a passare il verno a Parigi, luogo, il cui nome comincia ad udirsi solamente in questi tempi, e che consisteva allora in un castello posto nel recinto dell'isola della Senna.
CCCLVIII
| Anno di | Cristo CCCLVIII. Indizione I. |
| Liberio papa 7. | |
| Costanzo imperadore 22. |
Consoli
Daziano e Nerazio Cereale.
Nel grado di prefetto di Roma continuò Memmio Vitrasio Orfito anche per quest'anno. Seguitò ancora l'imperador Costanzo a trattenersi nella Pannonia, ciò apparendo da varie sue leggi [Gothofred., Chron. Cod. Theodos.] pubblicate in Sirmio e Mursa, fallata essendo la data di due, come fatte in Milano. Trattenevasi egli in quelle parti, perchè durava la guerra coi Quadi e Sarmati. Costoro nel verno col favore del ghiaccio fecero non poche scorrerie nella Pannonia e Mesia superiore. Nello stesso tempo i Giutunghi, popoli della Alamagna, infestarono la Rezia; ma spedito di poi contra di essi Barbazione [Ammian., lib. 17, cap. 6.], gli riuscì per questa volta di dar loro una rotta, cioè una buona lezione, per portar più rispetto da lì innanzi alle terre de' Romani. Ora l'Augusto Costanzo sul principio di aprile [Idem, ibid., cap. 12.], ansioso di vendicarsi delle insolenze de' medesimi Barbari, dopo aver gittato un ponte sul Danubio, passò colla sua armata ai lor danni; ed essendosi eglino arrischiati ad affrontarsi con lui, conobbero a loro spese quanto ben fossero affilate le spade romane. Questa lor perdita e il guasto del loro paese li consigliò a spedire ambasciatori per aver pace, con esibire ancora di sottomettersi. Costanzo si contentò di obbligarli solamente a rendere i prigioni e a dar degli ostaggi, poscia se ne tornò di nuovo nella Pannonia. E perciocchè abbiam detto altrove, cioè all'anno 334, che i Sarmati erano stati cacciati dal proprio paese dai loro schiavi appellati Limiganti, Costanzo, pregato di volerli rimettere in casa, ne prese l'assunto, e con essi portò la guerra addosso a quella canaglia. Vennero in gran copia i Limiganti a trovar l'imperadore, con far vista di volersi sottomettere, ma con disegno di fare un brutto scherzo ai Romani se li trovavano poco guardinghi. Per loro disgrazia i Romani vegliavano, e al primo cenno che fecero coloro di dar di piglio alle armi, li prevennero con tagliarli tutti a pezzi, giacchè niun d'essi volle dimandar la vita. Ora dappoichè ebbero sofferto un fier sacco delle loro campagne, nè potevano più resistere a quel flagello, si ridussero i Limiganti a cedere il paese agli antichi loro padroni, e a ritirarsi in un più lontano [Aurel. Victor, de Caesarib.]. Il che fatto, Costanzo ebbe la gloria di dare per re ai Sarmati un principe della lor nazione, per nome Zizais, e di rimetterli in possesso dei lor antichi beni, dopo ventiquattro anni di esilio. Per questa felice impresa a Costanzo fu dato il titolo di Sarmatico dopo il suo ritorno a Sirmio, nella qual città egli soggiornò poi nel verno seguente. Ma non si dee omettere un altro fatto spettante al medesimo Augusto [Ammian., lib. 16, cap. 9.]. Avea nell'anno precedente Musoniano, prefetto del pretorio di Oriente, mossa parola di pace con Tansapore general de' Persiani, il quale veramente ne scrisse al re Sapore suo padrone, ma con termini che mostravano l'imperador romano, se non bisognoso e supplicante, almeno assai voglioso di pacificarsi con lui [Idem, lib. 17, cap. 5.]. Perchè Sapore si trovava alla estremità del suo regno in guerra con alcuni suoi nemici, le lettere tardarono a giugnergli, o pure egli tardò a rispondere, finchè ebbe terminati quegli affari. Allora egli spedì per suo ambasciatore a Costanzo Augusto uno de' suoi ministri, per nome Narsete, con diversi regali, e con una lettera riferita da Ammiano, carica di que' bei titoli che tuttavia usano i vani e superbi Turchi, ed altri monarchi dell'Asia, cioè re dei regi, parente delle stelle, fratello del sole e della luna. Era essa lettera involta in bianca tela di seta: rito anche oggidì praticato nelle corti orientali; e con essa il re persiano parlava alto, richiedendo la restituzion d'immensi paesi stati una volta della nazion persiana, riducendosi nondimeno a contentarsi dell'Armenia e Mesopotamia. Scrive Idazio [Idacius, in Fastis.] che questa ambasceria passò per Costantinopoli nel dì 23 di febbraio dell'anno presente, e si portò a Sirmio a trovar lo imperadore. Anche Temistio [Temisthius, Orat. IV.] la vide prima passar per Antiochia. Costanzo, senza voler entrare in negoziato alcuno, rimandò l'ambasciatore con solamente rispondere che sua intenzione era più che mai di conservare interamente lo imperio, e che darebbe mano alla pace, purchè ne fossero onorevoli e non vergognose le condizioni. Poscia anch'egli inviò per suoi ambasciatori a Sapore con lettere e regali tre scelte persone [Ammianus, lib. 17, cap. 5.], cioè Prospero conte, Spettato, uno dei suoi segretari, parente di Libanio, che ne parla in varie sue lettere, ed Eustazio filosofo, discepolo di Jamblico, di cui parla Eunapio [Eunap., Vit. Sophist., cap. 3.] con molta lode, o, per dir meglio, con troppa adulazione. Nulla di pace fu conchiuso, avvegnachè Costanzo dopo qualche tempo spedisse altri ambasciadori al Persiano: cioè Lucilliano conte e Valente, che vedremo a suo tempo ribello all'imperio; il perchè continuò la rottura, nè andrà molto che la vedremo passare in guerra viva. L'anno fu questo, in cui papa Liberio ottenne da Costanzo Augusto d'essere richiamato dall'esilio, ma con pregiudizio del suo onore, perchè si lasciò indurre alla condannazione di sant'Atanasio, per non condiscendere alla quale s'era esposto in addietro con eroico coraggio a tanti patimenti. Venne egli in quest'anno alla corte di Costanzo, esistente in Sirmio; e il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] pretende che solamente nell'anno seguente egli ritornasse a Roma, dove ripigliò il pontificato coll'esclusione di Felice già posto sulla sedia papale in luogo suo, e cacciato fuor di Roma all'arrivo di Liberio: intorno a che è da vedere la storia ecclesiastica. Terribile avvenimento ancora dell'anno presente fu il tremuoto che nel mese d'agosto si fece sentire spaventosamente in Oriente, ed è mentovato e compianto da più scrittori [Idacius. Ammianus. Hieronym., in Chronico. Socrates, Sozomenus et alii.] di que' secoli. Nicomedia, città della Bitinia, una delle più popolate dell'imperio romano, che Diocleziano cotanto amò ed abbellì, bramando di farne un'altra Roma, in un momento fu rovesciata a terra, con perir ivi, se Libanio [Liban., Orat. VIII.] non esagera di troppo quella gran calamità, quasi tutti gli abitanti. Ammiano ci lasciò un lagrimevol ritratto delle sue rovine. Si stese quell'orrenda scossa della terra per le contrade dell'Asia, del Ponte e della Macedonia, con iscrivere Idazio, che ben centocinquanta città ne provarono gran danno.
Per conto di Giuliano Cesare, egli durante il verno, dimorando in Parigi, attese a regolar le imposte solite delle Gallie con tale esattezza, che senza metterne delle nuove, ricavò il danaro occorrente per continuar la guerra in quest'anno [Ammianus, lib. 16, cap. 8.]. Le mire sue, giacchè durava la tregua con gli Alamanni, tendevano contra dei popoli Franchi, divisi in varie popolazioni l'una indipendente dall'altra, e governata da' suoi principi o re, de' quali non sappiamo il nome. Venuto dunque il tempo proprio, uscì in campagna, e rivolse l'armi sue verso i Franchi Salii, abitanti fra la Schelda e la Mosa, dove ora è Breda ed Anversa. Arrivato a Tongres, trovò ivi i deputati di quella gente che erano inviati a Parigi, per parlare con lui, ed ascoltò le lor preghiere di lasciarli, come amici, nelle terre dove abitavano. Con belle parole li licenziò, ed entrato dipoi nel loro paese, obbligò quella gente a rendersi. Passò di là contra de' Franchi Camavi, i quali arrischiatisi a far fronte, rimasero in una zuffa sconfitti, e buona parte prigionieri. Di questi popoli soggiogati non pochi ne arrolò, ed accrebbe il suo esercito. Quindi avendo trovati sulla ripa della Mosa tre forti smantellati dai Barbari, immediatamente ordinò che si rimettessero in piedi con buone fortificazioni, e li fornì di viveri. A questo fine, ed anche per sussidio dell'armata, fece venir gran copia di grani dalla Bretagna. Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 5.], storico pagano, che scrive delle maraviglie di queste spedizioni del suo Giuliano, racconta ch'egli a tal effetto fece fabbricare ottocento piccioli legni; i quali poi, salendo pel Reno (cosa non praticata in addietro per l'opposizione o padronanza de' Barbari) portarono la provvisione opportuna all'esercito e alle fortezze di quel tratto. Ma forse questo fatto appartiene all'anno seguente. Dovette intanto spirar la tregua con gli Alamanni, e perchè Giuliano non volle aspettare [Ammianus, lib. 17, cap. 10.] ch'essi tentassero cosa alcuna contro il paese romano, e conosceva il vantaggio di far la guerra in casa de' nemici: gittato un ponte sul Reno, passò nelle terre alamanniche coll'esercito suo. Si disponeva a far gran cose, se il suo generale Severo (non si sa bene il perchè), dianzi sì ardito, non fosse divenuto pauroso ed alieno da ogni rischio di battaglia. Ciò non ostante, Suomario, uno dei re alamanni, intimorito per questa visita, venne in persona a dimandar pace a Giuliano. L'ottenne con patto di rendere tutti gli schiavi romani, e di somministrar vettovaglie alle occorrenze. Colle condizioni medesime accordò Giuliano la pace ad Ortario, altro re o principe dell'Alamagna. Fatto dipoi con diligenza mirabile raccogliere il nome di tutti i Romani già menati in ischiavitù da que' Barbari, volle rigorosamente la restituzione di chiunque non era mancato di vita, e ne vide ritornare ben venti mila alle lor case. Con tali imprese terminò Giuliano la campagna dell'anno presente, e poi condusse l'armata a' quartieri d'inverno.
CCCLIX
| Anno di | Cristo CCCLIX. Indizione II. |
| Liberio papa 8. | |
| Costanzo imperadore 23. |
Consoli
Flavio Eusebio e Flavio Hypazio.
Erano questi consoli amendue fratelli di Eusebia Augusta, moglie di Costanzo imperadore, la quale non lasciò indietro diligenza alcuna per esaltare i suoi parenti. Sono amendue lodati da Ammiano [Ammianus, lib. 29.]; ma sotto Valente imperadore, benchè innocenti, patirono delle gravi disgrazie. Memmio Vitrasio Orfito si trova nel dì 25 di marzo di quest'anno tuttavia prefetto di Roma [Gothof., Chron. Cod. Theod.]. Giunio Basso gli succedette; ma il rapì la morte nel dì 23 d'agosto [Baronius, ad an. 358.], dopo aver ricevuto il sacro battesimo. In quella dignità, esercitata per qualche tempo con titolo di viceprefetto da Artemio, entrò dipoi Tertullo. Giacchè Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 18, cap. 1.] dà principio a quest'anno con raccontar le imprese di Giuliano Cesare, seguitandolo anch'io, dico ch'egli, dopo avere nel tempo del verno avuta gran cura di rimettere in piedi, e fornire di vettovaglie varie città sul Reno, già rovinate dai Barbari, uscì al consueto tempo da' quartieri coll'esercito, disegnando di passar di là dal Reno, e di far guerra a quegli Alamanni che tuttavia restavano nemici. Non volle gittar ponte su quel fiume a Magonza, per non disgustar Suomario re o principe amico, e negli altri siti trovò le opposte ripe ben guardate dalle milizie nemiche. Fatti nondimeno una notte passar in barche tacitamente trecento de' più valorosi suoi soldati, questi presero posto di là dal fiume, misero in fuga quelle guardie, e diedero campo all'armata romana di formare il ponte, e di passare il Reno: il che fatto, si stesero i saccheggi per tutte quelle parti. Macriano ed Ariobaudo, re o principi d'esso paese, altro scampo non ebbero che di umiliarsi, ed ottenuta licenza si presentarono supplichevoli a Giuliano. Venne ancora a trovarlo Vadomario, padrone del paese, dove oggidì è Spira, il quale già vedemmo divenuto amico dei Romani, ma per aver insolentemente voluto da Giuliano il figlio suo [Eunap., in Excerpt. de Legat. Tom. I Hist. Byz.] lasciato per ostaggio, senza neppure restituire i prigioni promessi, era caduto in disgrazia di lui. Fu con cortesia accolto, e si può credere che soddisfacesse agli obblighi suoi. Ma non impetrò già perdono per altri principi di quelle contrade, come per Urio, Ursicino e Vestralpo, esigendo Giuliano che essi o venissero, o mandassero ambasciatori con plenipotenze. In fatti costoro, dopo d'aver tollerato il guasto del loro paese, spedirono deputati, a' quali fu conceduta la pace, con obbligo di rendere i prigioni. Non altro di più si sa di questa terza campagna di Giuliano, il quale poi si ridusse alle stanze del verno.
Soggiornava tuttavia ne' primi mesi di quest'anno in Sirmio di Pannonia l'Augusto Costanzo, quando gli fu portata una lettera [Ammianus, lib. 18, cap. 3.] pazzamente scritta a Barbazione, generale della fanteria, da sua moglie, la quale perchè uno sciame d'api si era fermato ed annidato in sua casa, secondo la folle credenza degli auguri d'allora, figurò che il marito, dopo la morte di Costanzo, diverrebbe imperadore, raccomandandosi perciò che non abbandonasse lei per isposare Eusebia Augusta. Bastò questo perchè Costanzo facesse levar la vita ad amendue, e fossero tormentate varie persone innocenti, come complici del fatto. Ed ecco i perniciosi effetti dei superstiziosi cacciatori dell'avvenire. In quei medesimi tempi [Ammianus, lib. 18, cap. 11.] giunse avviso alla corte augusta che i Limiganti, cacciati nell'anno precedente dalla Sarmazia, partendosi dal paese, dove già si ritirarono, si accostavano al Danubio, parendo disposti a passarlo coll'occasione del ghiaccio. Costanzo sul principio della primavera per tal novità andò ad accamparsi colle truppe lungo quel fiume, nella Valeria, provincia della Pannonia, e mandò per sapere che pensiero bolliva in capo a que' Barbari. La risposta fu, che troppo scomodo trovavano il paese dove s'erano rifugiati, pregando perciò l'imperadore di voler prenderli per sudditi, con dar loro qualche sito nell'imperio, e di permettere che venissero ai di lui piedi. Piacque e Costanzo la lor proposizione e li ricevette ad Aciminco, creduto oggidì un borgo vicino a Petervaradino. Era egli salito sopra un luogo eminente per ascoltar le loro preghiere, le quali poco corrispondevano all'aria dei loro volti e alla positura rigida delle lor teste; e mentre si preparava per parlare ad essi, ecco un loro capo gridar marha, marha, segno di battaglia fra loro. Ebbe la fortuna Costanzo di salvarsi, posto a cavallo da alcuno dei suoi cortigiani. Fecero a tutta prima le guardie colle lor vite argine al furor di que' perfidi, da quali fu presa la sedia imperiale coll'aureo cuscino. Intanto l'armata romana, dato di piglio alle armi, furiosamente volò contra de' Barbari, e a niun d'essi lasciò la vita. S'effettuarono, poi in quest'anno le minacce di Sapore re della Persia contra de' Romani [Idem, ibid., cap. 5.], avendolo spezialmente confermato a questa guerra un Antonino, già mercatante ricchissimo della Mesopotamia, ma poscia fallito, che si ricoverò nella Persia, e ben accolto alla corte di Sapore, gli diede un minuto ragguaglio delle fortezze e guarnigioni, in una parola, di tutte le forze e debolezze dell'imperio romano. Fatto dunque un potente armamento, si mise alla testa d'un esercito, composto almeno di centomila combattenti, assistito anche dai re d'Albania e de' Chioniti. A tale avviso la corte dell'imperador Costanzo gran bisbiglio fece; e gli eunuchi, che vi comandavano le feste, seppero far richiamare dalla Soria Ursicino, uffiziale di gran valore e sperienza nella guerra, per dare il comando dell'armi d'Oriente a Sabiniano, uomo vecchio e poltrone di prima riga, ma ricco. Fu poi rimandato indietro Ursicino, con titolo bensì di generale della fanteria, ma con restare la principal autorità del comando nel suddetto Sabiniano. Passato il Tigri, entrò il re persiano nella Mesopotamia, e per consiglio del traditore Antonino pensava di tirar diritto all'Eufrate, e passando in Soria, di dare il sacco a quel ricco paese, con isperanza ancora d'impadronirsene. Ursicino ai primi movimenti del re nemico mandò ordine per la Mesopotamia, che i popoli si ritirassero ne' luoghi forti coi lor viveri, e che si desse il fuoco alle biade già mature, per levare ogni sussistenza all'armata persiana. Fece parimente fortificar le ripe dell'Eufrate, e guernirle d'armati: provvisioni che fecero mutar disegno a Sapore, e determinarlo a portarsi all'assedio della città d'Amida. Ammiano Marcellino, che diffusamente racconta questi fatti, vi si trovò in persona, e suo malgrado si vide chiuso in quella città. Grande fu la difesa di Amida fatta da quella guarnigione; pure dopo due mesi e mezzo d'ostinato assedio, in essa entrarono per forza i Persiani. Furono impiccati i principali degli uffiziali romani, e gli abitanti condotti tutti in ischiavitù, a riserva di chi potè salvarsi con la fuga, come fortunatamente riuscì ancora al suddetto Ammiano. Costò nondimeno ben caro al re persiano un tale acquisto, perchè vi restarono morti circa trentamila de' suoi; la qual perdita unita alla stagione avanzata indusse Sapore a ritirarsi a' quartieri del verno nel regno suo. Nulla fece Sabiniano, il generale primario, per soccorrere Amida, ed Ursicino non avendo mai potuto ottenere alcun braccio da lui, fu costretto a veder cadere quella città senza maniera di soccorrerla. Se n'andò egli poscia alla corte dell'Augusto Costanzo, dove se gli formò addosso un gran processo per quella perdita. Finì poi la faccenda, che Ursicino ebbe per grazia il potersi ritirare a casa sua, con essere poi dato il posto di generale della fanteria ad un Agilone di nazion germanica [Ammianus, lib. 19, cap. 11.]. A cagione di tali disgrazie, Costanzo dalla Mesia passò a Costantinopoli, per accudir più da vicino alle piaghe dell'Oriente, e per reclutare le sue milizie, ben persuaso che il Persiano continuerebbe con più vigore la guerra nell'anno vegnente. Per attestato del suddetto Ammiano, inviò egli nel presente, Paolo, suo segretario e principal ministro della sua crudeltà, a Scitopoli nella Palestina, a fare una rigorosa inquisizione di chi, tanto nella Soria che nell'Egitto, avesse consultati gli oracoli de' pagani, o commesse altre superstizioni ed augurii per indagar l'avvenire. Moltissimi, ed anche de' primarii, processati per questo, a diritto o torto vi perderono la vita o ne' tormenti o per mano del boja; ed altri con pene pecuniare o coll'esilio schivarono la morte. Per colpa anche [Labbe, Concil. General. Baronius, Annal. Eccl.] del medesimo Costanzo il numeroso consilio di vescovi, tenuto in questo anno a Rimini, dopo aver condannati gli errori d'Ario, e confermata la dottrina de' Padri Niceni, andò a terminare in un lagrimevol conciliabolo, con trionfar ivi la fazione e prepotenza degli Ariani: conciliabolo che fu poi detestato da tutta la Chiesa di Dio.
CCCLX
| Anno di | Cristo CCCLX. Indizione III. |
| Liberio papa 9. | |
| Costanzo imperadore 24. |
Consoli
Costanzo Augusto per la decima volta, e Flavio Claudio Giuliano Cesare per la terza.
Prefetto di Roma in parte di questo anno continuò ad essere Tertullo, di professione pagano, che nell'anno precedente corse pericolo della vita in una sedizion del popolo affamato, perchè i venti contrarii non lasciavano venir le navi solite a portare i grani. L'anno presente fu quello in cui si sconciò fieramente la competente armonia, durata fin qui tra l'imperadore Costanzo e Giuliano Cesare, tuttochè anche in addietro, per testimonianza d'Ammiano [Ammianus, lib. 17, cap. 11.], nella corte d'esso Costanzo abbondassero coloro che screditavano a tutto potere Giuliano, e mettevano in ridicolo ogni azione di lui, non mai nominandolo se non con parole di disprezzo. Avea esso Giuliano passato il verno in Parigi [Idem, lib. 15, cap. 1.], quando gli giunse l'avviso che gli Scotti e Pitti, popoli barbari della Bretagna, facevano delle scorrerie nelle provincie romane di quella grand'isola. Spedì egli colà con un corpo di soldatesche Lupicino generale, uomo valoroso, ma crudele ed avaro, e così borioso, che Giuliano ebbe ben cara questa occasione di allontanarselo dai fianchi. Partì costui sul fine del verno da Bologna di Picardia, ed arrivò felicemente a Londra. Altro di più non sappiamo della sua spedizione. Ma eccoti arrivar nelle Gallie Decenzio, uno de' segretarii di Costanzo, con lettere ed ordini indirizzati a Lupicino (era questi andato già in Bretagna) e a Gintonio primo scudiere [Julian., Epist. ad Atheniens.] di condurre in Levante gli Eruli, i Batavi, i Petulanti ed i Celti, con trecento altri scelti dalle truppe di Giuliano. Era fatta istanza di tal gente pel bisogno pressante della guerra persiana; ma credesi che vi entrasse ancora un'invidia segretamente portata da esso Augusto al plauso e buon concetto che s'andava Giuliano acquistando coll'armi nelle Gallie. Intanto ad esso Giuliano unicamente fu scritto di eseguir certi ordini dati a Lupicino. Noi qui non abbiamo se non istorici pagani [Zosimus, lib. 3, cap. 10. Libanius, Orat. X. Ammianus, lib. 20, cap. 4.] che parlano di questo fatto, e può dubitarsi della lor fede. A udir costoro, procedette onoratamente Giuliano in tal congiuntura, col mostrarsi prontissimo all'ubbidienza, ancorchè sommamente se ne affliggesse, perchè così veniva a restare spogliato del miglior nerbo della sua armata, per modo che non solamente niuna impresa poteva egli più tentare, ma restavano anche le Gallie esposte alla violenza de' Barbari transrenani. Rappresentò ben egli a Decenzio il pericolo del paese, e la difficoltà di menar in Oriente que' soldati che s'erano arrolati, o pure come ausilarii militavano con patto di non passar le Alpi; ma Decenzio non aveva autorità di mutar gli ordini imperiali; e però scelti i migliori soldati, senza risparmiare nè pur le guardie del medesimo Giuliano, intimò a tutti la marcia. Giuliano [Julian., Epist. ad Atheniens.] anch'egli volle che abbandonassero i quartieri, e fossero lesti al viaggio. Ma si cominciarono ad udir pianti, grida e querele di quella gente; si sparsero biglietti pieni di lamenti contra di Costanzo e in favor di Giuliano, quasichè si volesse condurli alla morte, facendoli pattare a sì rimoti paesi. Giuliano, per facilitar la loro andata, ordinò che potessero condur seco le loro famiglie, nè volea che transitassero per Parigi, dove egli dimorava, affinchè non succedesse sconcerto alcuno. Ma Decenzio fu di altro parere. Vennero a Parigi, e quanto quel popolo gli scongiurava di non andare, affinchè il paese non rimanesse esposto alla crudeltà dei Barbari, altrettanto i soldati mostravano desiderio di restarvi. Tenne Giuliano alla sua tavola i più cospicui uffiziali, usando con loro ogni cortesia, e facendo ad essi ogni più larga esibizione, in guisa tale che tra queste dolci parole e l'abborrimento a lasciar quel paese, se ne ritornarono tutti molto pensosi ed afflitti al loro quartiere.
Ma non terminò la giornata, che i soldati già commossi dai biglietti, si ammutinarono, e, prese l'armi, andarono ad assediar il palazzo dove era Giuliano, e con alte grida cominciarono a proclamarlo imperadore Augusto, e che voleano vederlo [Zosim. l. 3, c. 11. Julian., Epist. ad Athen. Ammianus, lib. 20, cap. 4. Libanius, Orat. XII.]. Fece Giuliano serrar le porte, e i soldati costanti stettero ivi sino alla mattina seguente, in cui rotte le porte, l'obbligarono ad uscirne, ed allora rinforzarono le acclamazioni, dichiarandolo Augusto. Mostrò Giuliano colle parole e coi fatti quanta resistenza potè; ma perchè i soldati minacciarono di torgli la vita se non si rendeva, forzato fu in fine di acconsentire. Allora posto sopra uno scudo, fu alzato da terra, e fatto vedere ad ognuno. Occorreva un diadema per coronarlo, ed egli protestò di non averne. Si pensò a prendere una fascia giojellata della toletta della moglie; ma non parve buon augurio il ricorrere ad un ornamento donnesco. Fu proposto di pigliare una redine ricamata di cavallo, acciocchè servisse almeno all'apparenza; ma stimò la cosa vergognosa; finchè un uffizial moro, cavatasi di dosso una collana d'oro giojellata, l'esibì, e con questa applicatagli al capo comparve in certa maniera coronato. Il che fatto, egli promise ai soldati cinque nummi d'oro e una libbra d'argento per testa. Nella lettera scritta agli Ateniesi, Giuliano protesta e giura per tutti gli dii (a molti pagani dovea costar poco un tal giuramento) ch'egli nulla sapeva della risoluzion presa dai soldati, e nulla operò per indurli a tale atto, e ch'egli fece quanto fu in sua mano per sottrarsi alla lor volontà; ma che dopo aver acconsentito, benchè per forza, non era più sicura la sua vita, se avesse voluto retrocedere. Ne creda il lettore quel che vuole. Ammiano scrive [Ammianus, lib. 20, cap. 5.] che nella notte precedente, mentre Giuliano ondeggiava, invocando i suoi dii, per sapere se dovea cedere al voler dei soldati, gli comparve un'ombra, qual si dipingeva il genio del popolo romano, che gli disse d'essere più volte venuto alla sua porta per entrare, e far lui salire in alto; ma che se fosse rigettato anche questa volta, se ne partirebbe ben mal contento; avvisandolo nondimeno che non istarebbe gran tempo con esso lui. Comunque sia di questa o inventata o pazzamente creduta fantastica visione, ci assicura Eunapio [Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.] che Giuliano in quella stessa notte, avendo seco un pontefice gentile, ch'egli segretamente avea fatto venir dalla Grecia, fece con lui certe cose, delle quali eglino soli ebbero conoscenza, potendosi non senza fondamento sospettare che fossero sacrifizii, o incantamenti di magia, per cercar l'avvenire, de' quali è certo che si dilettò forte l'empio ed ingannato Giuliano. Ritiratosi poi egli nel palazzo, parve pieno di inquietudine e malinconia; e perchè corse nel giorno seguente voce ch'egli era stato ucciso (scrivendo in fatti Libanio [Liban., Orat. XII.], essere stato guadagnato un eunuco, suo aiutante o mastro di camera, per fare il colpo), i soldati volarono al palazzo, e vollero vederlo, con far susseguentemente istanza che fossero uccisi gli amici di Costanzo, i quali s'erano opposti alla di lui promozione. Ma Giuliano protestò che nol sofferirebbe giammai, e donò anche la vita all'eunuco suddetto. Perchè ad una parte di quelle milizie che già erano partite arrivò dietro la nuova dell'esaltazione di Giuliano, se ne ritornarono anch'esse a Parigi, dove esso novello Augusto, raunata tutta l'armata, fece un'arringa, lodando il lor coraggio, e protestando che non darebbe mai le cariche alle raccomandazioni, ma solamente al merito: il che piacque di molto a chi l'ascoltò.
E tale fu la maniera con cui Giuliano salì alla dignità imperiale, verisimilmente nel marzo od aprile di questo anno. Certamente gli storici gentili [Liban. Ammian. Zosimus.], partigiani spasimati di questo apostata imperadore, cel rappresentano portato per forza al trono, e senza sua precedente brama o contezza. Ma gli scrittori cristiani [Gregorius Nazianzen., Orat. II. Philostorgius, lib. 4, cap. 5. Theodoret., in Histor. Eccl. Sozom., in Hist. Eccl. Zonaras, in Annal.] furono d'opinion diversa, e condannarono la di lui ribellione ed ingratitudine verso Costanzo, sospettandola o credendola figliuola della di lui ambizione. Ora, dappoichè Decenzio ebbe veduta questa scena, non tardò a ritornarsene alla corte di Costanzo. Fiorenzo prefetto del pretorio delle Gallie, che s'era ritirato apposta a Vienna, perchè prevedeva dei torbidi, anch'egli s'affrettò ad uscir dalle Gallie. Ebbe Giuliano tanta moderazione, che gli mandò dietro tutta la sua famiglia, con provvederla ancora del comodo delle poste. Vi restava il solo Lupicino, creduto capace d'imbrogliar le carte. Ma Giuliano, assai accorto, spedì un uffiziale a Bologna di Picardia, affinchè non passasse persona in Bretagna a portargli le nuove; ed intanto con sue premurose lettere il chiamò di là, e, ritornato che fu, il ritenne prigione. Non tardò poscia a spedire Euterio suo maggiordomo, e Pentado mastro degli uffizii, all'Augusto Costanzo con lettera, in cui rappresentava la violenza a lui fatta, pregandolo di consentirvi, e promettendo d'ubbidire come prima agli ordini suoi, d'inviargli alcune milizie, di accettar dalle sue mani un prefetto del pretorio, con riserbarsi l'elezione degli altri uffiziali. Leggesi questa lettera presso Ammiano [Ammian., lib. 20, cap. 8.]. Fece anche scriverne un'altra dall'armata di tenor poco diverso [Julian., Epist. ad Athen.]. Il bello fu che agli ambasciatori suoi, se non falla Ammiano, diede un'altra segreta lettera, indirizzata al medesimo Costanzo, piena di sentimenti ingiuriosi e mordaci, che lo stesso storico confessa indecenti, e tali da non essere rivelati al pubblico. Zonara [Zonar., in Annal.] veramente rapporta più tardi, cioè dappoichè seguì aperta rottura fra Costanzo e lui, questa lettera; ma Ammiano ha il vantaggio sopra di lui d'essere scrittore contemporaneo ed adoratore dello stesso Giuliano. Andarono gli ambasciatori, passando con difficoltà, e con assai ritardi per l'Italia e per l'Illirico; e finalmente arrivati in Asia, trovarono l'imperadore Costanzo in Cesarea di Cappadocia. Era già stato prevenuto l'arrivo loro da Decenzio, Fiorenzo ed altri fuggiti dalle Gallie. Costanzo ammise quei legati all'udienza, si mostrò alterato stranamente contra di Giuliano, nè più li volle ascoltare. Tuttavia, contenendo la collera sua, e consigliato dai savii, fece sapere colla spedizione di Leonas questore a Giuliano di non poter approvare il fatto, e che s'egli voleva provvedere alla salute propria e dei suoi amici, si contentasse del titolo di Cesare, e di ricevere gli uffiziali che gli verrebbero spediti, cioè Nebridio eletto prefetto del pretorio delle Gallie, e Felice mastro degli uffizii. Arrivato Leonas a Parigi, fu ben accolto [Liban., Orat. XII.], ed esposti gli ordini di Costanzo, Giuliano si mostrò pronto ad ubbidire, purchè l'esercito v'acconsentisse [Zonar., in Annalib.]. Leonas non volle rimessa la decision dell'affare a tante teste, per paura d'essere tagliato a pezzi. Accettò bensì Giuliano per uffiziale Nebridio, ma rifiutò tutti gli altri, con rimandar poscia Leonas a Costanzo, e dargli, secondo Zonara, la lettera suddetta ben fornita di querele ed ingiurie contro il medesimo Augusto. Andarono poi innanzi e indietro altre ambascerie, ma senza che alcun dei due retrocedesse un passo: con che rotta affatto restò fra di loro l'armonia, e crebbe l'odio e lo spirito della vendetta.
Sì preso dalla rabbia per questo tradimento del beneficato Giuliano si trovò l'Augusto Costanzo, che pose infino in consulta, s'egli dovesse lasciar la guerra strepitosa de' Persiani per volgere l'armi contra del cugino. La vinse il parere de' saggi, che gli consigliarono di continuar la dimora in Oriente: altrimenti non la sola Mesopotamia, ma anche la Soria correvano rischio di cader nelle mani del re Sapore. Esso re appunto, venuta la stagione del guerreggiare, uscì in campagna nell'anno presente ancora con grandi forze [Ammian., lib. 20, cap. 6.]. Caddero i primi suoi fulmini sopra la città di Singara nella Mesopotamia, la quale fece per qualche dì gagliarda difesa; ma soccombendo essa in fine alla nemica potenza, furono tutti i suoi abitanti col presidio condotti in una misera schiavitù, e la città restò smantellata. Di là Sapore passò addosso alla città di Bezabde, appellata anche Fenice, città forte alle rive del fiume Tigri, custodita da tre legioni romane. Dopo alcuni giorni d'assedio il vescovo della città si portò al campo persiano per procurar la liberazione o la salute del suo popolo. Parlò ai venti, e la città da lì a qualche tempo fu presa a forza d'armi. Chi de' cittadini scappò al furor delle sciable, andò a penare schiavo nelle contrade persiane. Con questa felicità camminavano gli affari di Sapore: ed ancorchè l'imperadore Costanzo, dimorante in Costantinopoli, udisse tanti suoi progressi, sembrava più applicato a rovinar la Chiesa cattolica, che a difendere i proprii Stati. Quando Dio volle, passò pur egli in Asia, e giunse a Cesarea di Cappadocia, dove poco fa dicemmo che gli capitarono le disgustose nuove della ribellione di Giuliano. Fece maneggi per tener saldo nella fedeltà verso l'imperio Arsace re dell'Armenia, il qual veramente con tutte le minaccie di Sapore corrispose alle speranze de' Romani. Passò dipoi Costanzo a Melitene, città della picciola Armenia, per unir ivi tutta la sua armata, e questa non fu all'ordine che dopo l'equinozio dell'autunno. Se un così timido e negligente generale d'armi fosse capace di grandi imprese, e di far paura ai Persiani, ognun sel vede. Marciò egli alla perfine, e, passando per Amida, non potè mirarne le rovine senza un tributo di lagrime. Si credette di poter ricuperare Bezabde, e l'assediò; ma sopravvenendo le pioggie e la cattiva stagione, fu costretto a levare il campo, e a ritirarsi coll'esercito ad Antiochia, dove si fermò per tutto il verno. In questo mentre [Ammianus, lib. 20, cap. 10.] il novello imperador Giuliano, a fin di tenere in esercizio le sue truppe, passò all'improvviso il Reno, per quanto si crede, verso Cleves, e diede addosso ai Franchi cognominati Attuarii, che avevano in altri tempi colle loro scorrerie inquietata la vicina Gallia. Durò poca fatica a vincerli. Perchè umilmente chiesero pace, loro la diede; e poi, dopo aver visitate sin verso Basilea le fortezze poste sulla riva del Reno, per Besanzone passò a svernare in Vienna del Delfinato. Morì circa questi tempi Flavia Giulia Elena Augusta sua moglie, e sorella dell'imperador Costanzo [Goltzius Tristanus.]: chi disse di parto, chi perchè cacciata dal palazzo [Ammianus, lib. 21, cap. 1. Zonar., in Annalib.]: e non mancò chi parlò di veleno, come s'ha, per attestato del Valesio, da una orazion manuscritta di Libanio. Fioriva in questi tempi l'insigne vescovo di Poitiers nelle Gallie sant'Ilario, che per la religion cattolica tanto soffrì e tanto scrisse.
CCCLXI
| Anno di | Cristo CCCLXI. Indizione IV. |
| Liberio papa 10. | |
| Giuliano imperadore 1. |
Consoli
Flavio Tauro e Flavio Fiorenzo.
Il secondo console, cioè Fiorenzo, quel medesimo è che vedemmo prefetto del pretorio delle Gallie, e fuggito di là dopo la ribellion di Giuliano, da cui poscia fu condannato a morte; ma egli si nascose, tanto che venissero tempi migliori. Tauro era anche prefetto del pretorio d'Italia, e, per ben servire a Costanzo, aveva oppresso i cattolici nel concilio di Rimini. Permise Iddio che anch'egli fosse dipoi condannato all'esilio da Giuliano, tuttochè nulla avesse operato contra di lui. Tertullo in questo anno ancora si truova prefetto di Roma. In luogo suo fu poi creato Massimo, dappoichè Giuliano divenne padron di tutto. Passò esso Giuliano Augusto, siccome già accennai, il verno in Vienna [Ammianus, lib. 21, cap. 3.], dove sul principio di marzo gli giunse avviso che gli Alamanni sudditi del re o principe Vadomario verso Basilea aveano fatto delle scorrerie nel paese romano della Rezia. Spedì egli Libinone conte con una brigata di soldati per mettere al dovere que' Barbari; ma essi misero lui a morte, avendo egli disordinatamente voluto venir alle mani con loro. Fama corse che Vadomario, uomo furbo, trattando con Giuliano, gli dava i titoli d'Augusto e di dio [Liban., Orat. V et XII. Julian., Epist. ad Atheniens.]; menava poi segreti trattati con Costanzo imperadore, e da lui avea ricevuti ordini d'infestare il medesimo Giuliano; dicendosi di più ch'erano state intercette lettere comprovanti tal fatto. Vero o falso che ciò fosse, Giuliano se ne prevalse per uno de' suoi pretesti di far guerra a Costanzo. Intanto diede commissione a Filagrio suo segretario, che poi fu conte d'Oriente, di attrappolar, se poteva, Vadomario, con cui continuava l'apparenza della pace; ed in fatti gli riuscì di farlo prigione in un convito. Altro male non gli avvenne, se non che Giuliano il relegò nelle Spagne, di dove uscito nei tempi susseguenti, fu creato duca della Fenicia. Passò poi lo stesso Giuliano di là dal Reno per gastigar coloro che aveano ucciso Libinone; ma non ebbe molto a faticare, perchè tutti dimandarono pace, o pure la confermarono, con che restarono quiete quelle contrade. Ma questi non erano i gran pensieri di Giuliano. Giacchè durava la nimicizia insorta fra lui e Costanzo, andava egli da gran tempo ruminando qual partito convenisse prendere, cioè di venire a guerra aperta, o pur d'intavolare qualche accordo con lui anche con proprio svantaggio. Ma perchè conosceva non essere Costanzo principe da potersi fidare della di lui parola, antepose la risoluzion di passare all'armi contra di lui. E tanto più si animò a questa impresa, perchè, essendo egli perduto nell'arte d'indovinare [Ammianus, lib. 20, cap. 1. Liban., Orat. XII.] o per augurii o per negromanzia, s'immaginò che Costanzo avesse da mancar di vita in questo anno, e nel mese di novembre. San Gregorio Nazianzeno scrive [Gregor. Nazianzen., Orat. III.], non essere da stupire s'egli previde la morte d'esso imperadore, perchè avea guadagnato uno dei di lui cortigiani per avvelenarlo; e per questa fidanza s'incamminò dipoi coll'armi verso Levante. Osservò ancora Sozomeno [Sozom., lib. 5 Hist., cap. 1.] la follia di Giuliano in prestar fede ai suoi auguri e indovini, perchè egli non previde punto la propria morte, nè il funesto fine della sua impresa contro i Persiani. Ammiano il vuole scusar su questo, con dire ch'egli riguardava, non come cose certe, ma solamente come conghietture le predizioni de' suoi indovini: scusa familiare ad altri che s'immergono nell'arte empia e vanissima di voler conoscere l'avvenire.
La risoluzion presa da Giuliano di sguainar la spada contra di Costanzo imperadore ognun può scorgere quanta occasion desse a tutti i saggi di mormorare di lui, trattandosi di volgere l'armi contra di un cugino che l'avea colmato di benefizii, valendosi dell'autorità a lui conferita per ispogliare ed abbattere il medesimo suo benefattore. Cresceva anche l'iniquità ed ingratitudine sua, perchè Costanzo non si movea punto contra di lui, e trovavasi allora in angustie per la svantaggiosa guerra che avea coi Persiani. Si studiò lo stesso Giuliano di parare questa odiosità con varie scuse e pretesti, essendosi spezialmente studiato di giustificar la sua condotta presso le città della Grecia, come apparisce dalla lunga sua lettera, o sia dal manifesto scritto agli Ateniesi [Julian., Epistol. ad Atheniens.], che si legge stampata. Il bello è ch'egli pretendeva di essere stato o consigliato o pure obbligato dai suoi dii a ribellarsi; e Zosimo scrive [Zosimus, lib. 3, cap. 9.] che una deità, apparendogli in sogno, l'animò all'impresa, senza badare ch'egli covava in cuore un interno iniquo dio, cioè l'ambizione, da cui era più che da altro spronato a tanta sconoscenza verso chi l'avea tanto beneficato. Anche i suoi soldati e partigiani dicevano promesso a lui da essi dii un felice successo: il che quanto si verificasse, si vedrà a suo tempo. Intanto fece egli quanti preparamenti mai seppe di gente e danaro per marciare verso l'Oriente. L'amore, ch'egli s'era guadagnato fra i popoli delle Gallie, indusse molti ad offerirgli spontaneamente ori ed argenti per isperanza di ricavarne buon frutto a suo tempo; nè si trovò più difficoltà ne' soldati per uscir dalle Gallie, e passar l'Alpi, facendo egli credere alla sua armata di non cercar altro per ora che d'impossessarsi dell'Illirico sino alla Dacia novella, per prendere poi altre misure o di accordo o di guerra. Nebridio, mandato già per prefetto del pretorio nelle Gallie da Costanzo, il solo fu [Ammianus, lib. 21, cap. 5.] che protestò di non poter impegnarsi contra dello stesso Costanzo Augusto, e corse rischio d'essere messo in brani dai soldati, se Giuliano non l'avesse coperto col suo manto, e datagli poi licenza di ritirarsi in Toscana. Da Libanio [Liban., Orat. XII.] vien chiamato esso Nebridio un mezzo uomo. Se vuol dire per avventura un codardo, da quando in qua merita nome di codardo la fedeltà verso il principe suo? Se non si trattasse di un nobile romano, si crederebbe che egli parlasse di un eunuco. Fece Giuliano una promozion d'uffiziali, creando generale della sua cavalleria Nevitta, Dagalaifo capitan delle guardie, Mamertino tesoriere, quello stesso che poi compose il panegirico di Giuliano, e distribuendo ad altri varie cariche militari e civili. Lasciò Sallustio per prefetto del pretorio nelle Gallie, e finalmente mise in moto l'esercito suo, diviso in varii corpi, parte inviandone per l'Italia, e parte per la Rezia, per far credere che fossero più che non erano le forze sue, quando non più di ventitrè mila persone, se non s'inganna Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 10.], egli conduceva seco. Con gran diligenza marciarono; ed ordine v'era di trovarsi tutti a Sirmio. Era allora tempo di state. Arrivato che fu Giuliano dove il Danubio comincia ad essere navigabile, trovata ivi fortunatamente gran copia di barchette, con tre mila soldati s'imbarcò, e andò a prendere terra in tempo di notte a Bononia, nove miglia lungi da Sirmio, capitale della Pannonia. Di là spedì Dagalaifo con una brigata di soldati, a mettere le mani addosso a Lucilliano conte, generale d'armi di Costanzo nell'Illirico, il quale per sua negligenza niun sentore pare che avesse avuto de' frettolosi movimenti di Giuliano. Coltolo a letto, il menarono via, e presentarono ad esso Giuliano: dopo di che a dirittura egli marciò a Sirmio, dove fu con gran pompa e festa accolto da quel numeroso popolo: cosa che gli fece sperar facile la conquista di tutto l'Illirico. E così in fatti avvenne, perchè senza adoperar lancia o spada in poco tempo tutto l'Illirico, la Macedonia e la Grecia il riconobbero per loro signore [Ammianus, lib. 21, cap 10. Libanius, Orat. XII.]. Creò egli allora governatore della seconda Pannonia Aurelio Vittore, quel medesimo che ci lasciò un compendio delle Vite dei Cesari. Venuto già era l'autunno, e Giuliano si ridusse a Naisso nella Dacia novella, o nella Mesia, dove, secondo le apparenze, si fermò sino alla morte di Costanzo, applicandosi intanto ad ingrossar la sua armata e a munir le fortezze, con disegno poi di entrar nella Tracia, e far maggiori progressi.
Quello che può parere strano, si è che non sappiamo avere Giuliano inviato altro corpo di milizie in Italia, se non quel tenue che, passando per Aquileia, andò a congiugnersi seco a Sirmio: e pure certa cosa è che Roma e l'Italia tutta, quasi con universale concordia, abbandonò Costanzo, e si mise sotto la signoria di Giuliano. Convien credere che questi popoli fossero ben malcontenti del governo d'esso Costanzo e del suo arianismo, credendo essi tuttavia cristiano e cattolico Giuliano; e che si prevalessero di questo leggier vento per sottrarsi dal di lui dominio. Si aggiunse ancora un panico terrore, perchè si sparse voce [Ammianus, lib. 21, cap. 9.] che Giuliano calava in Italia con un diluvio di gente: laonde ognun si affrettò a rendergli ubbidienza. Tale dovette essere in Roma stessa la commozione e paura, che Tauro e Fiorenzo consoli scapparono, non so se di là, o da altro luogo, dove stessero allora, e passarono per le poste verso l'Oriente, parendo loro disperato il caso, e paventando lo sdegno di Giuliano, il quale poi, per testimonianza di Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 10.], mandò ordine che, mettendo il loro nome negli atti pubblici, si aggiugnesse consoli fuggitivi o fuggiti. In mezzo poi ai pensieri della guerra non dimenticava Giuliano quei del governo civile, scrivendo Ammiano ch'egli si occupava ad ascoltar e decidere le liti de' particolari, a riformar gli abusi: notando nondimeno esso istorico, ch'egli talvolta commetteva delle ingiustizie per correggere quelle degli altri. Mamertino [Mamertinus, in Panegy.] si stende qui all'uso de' panegiristi nelle lodi di lui, dicendo ch'egli mise in buon ordine e stato le città tutte dell'Illirico, della Grecia, Macedonia, Epiro e Dalmazia. Carestia di grani si provava in Roma. Fu inviato colà da Giuliano per prefetto di quella città Massimo, il quale, contuttochè permesso non fosse all'Africa di mandar frumenti colà, pure seppe trovar maniera di provvedere al bisogno, e di prevenire i pericolosi tumulti, ai quali fu sottoposto il suo predecessore Tertullo. Diedesi poi meglio a conoscere in tal occasione la vanità e l'ingratitudine di Giuliano [Ammian., lib. 21, cap. 10.], perchè già scorgendo tolta affatto la speranza di riconciliarsi con Costanzo Augusto, scrisse contra di lui al senato romano una invettiva piena di mordacità, con esagerar tutti i vizii e difetti di lui: il che parve sì improprio agli stessi senatori, che, al leggersi nella loro assemblea quella satira, non poterono contenersi dal gridare ad una voce che il pregavano di portar più rispetto e riverenza a chi l'avea creato Cesare e beneficato cotanto. Lo stesso Ammiano, tuttochè adoratore, non che parziale di lui, non potè di meno di non condannare una sì ingiuriosa scrittura, e tanto più perchè, non contento egli di sfogarsi contra di Costanzo, addentò anche la memoria di Costantino il Grande, proverbiandolo come novatore e perturbatore delle antiche leggi, e perchè avesse innalzate persone barbare sino al consolato: sciocca accusa, come Ammiano confessa, perchè lo stesso Giuliano poco stette a crear console Nevitta, Goto di nazione, e persona selvatica, anzi crudele; laddove Costantino non promosse se non persone di raro merito e di gran riputazione e virtù [Ammianus, lib. 21, cap. 11.]. Avvenne intanto un affare che avrebbe potuto imbrogliar non poco le misure di Giuliano, se non fosse intervenuta la morte di Costanzo Augusto. Due legioni e una compagnia di arcieri, che già servivano a Costanzo, trovate da Giuliano in Sirmio, perchè d'esse egli non si fidava, prese la risoluzione d'inviarle nelle Gallie; e queste andarono. Ma giunte ad Aquileia, ricca città, e forte non meno pel sito che per le buone mura, e trovata la plebe tuttavia divota al nome di Costanzo Augusto, che si sollevò all'arrivo loro, quivi fermarono il piede, e si afforzarono contra di Giuliano. Perchè questo fatto potea tirarsi dietro delle brutte conseguenze, Giuliano mandò ordini a Giovino general della cavalleria, che era in marcia verso la Pannonia, di accorrere colà, e convenne formarne l'assedio, che fu lungamente sostenuto con bravura e spargimento di sangue. Nè finiva sì presto quell'impegno, se non veniva la nuova della morte di Costanzo, per cui que' soldati in fine capitolarono la resa, lasciando esposto allo sdegno di Giuliano il promotore di quella sedizione Nigrino tribuno, che fu bruciato vivo, ed alcuni pochi altri, ai quali fu reciso il capo.
Tempo è oramai di parlare dell'Augusto Costanzo, che noi lasciammo a' quartieri d'inverno in Antiochia. Le applicazioni sue tutte erano in preparamenti di guerra, e in far masse di milizie per opporsi ai sempre nemici Persiani. Ma non era così occupato da' pensieri guerrieri, che non ne nudrisse ancora de' mansueti e geniali [Ammianus, lib. 21, cap. 6.]. Gli avea tolta la morte poco dianzi Eusebia Augusta sua moglie, donna che non l'avea mai arricchito di prole, e che (siccome spacciò la fama) per aver voluto prendere un medicamento, creduto atto a farla concepire, abbreviò a sè stessa la vita [Zonar. Cedrenus. Chrysost., Hom. 15 ad Philipp.]. Voce ancora corse [Ammianus, lib. 16.] ch'essa con una bevanda data ad Elena sua cognata, allorchè questa fu per maritarsi con Giuliano Cesare, la conciasse in maniera che abortisse ad ogni gravidanza. Le dicerie del volgo son facili in tal sorta di accuse. Ora Costanzo, per desiderio di lasciar dopo di sè qualche figliuolanza [Du-Cange, Hist. Byz.], prese in questi tempi per moglie Massimo Faustina, della cui famiglia nulla dicono le storie. Solamente si sa ch'egli morendo la lasciò gravida, ed esserne nata una figliuola, appellata Flavia Massimo Costanza. Questa poi prese per marito Graziano, che vedremo a suo tempo imperadore. Forse non si figurava Costanzo che Giuliano si avesse a muovere dalle Gallie, e però non prese le convenevoli precauzioni per munire l'Italia e l'Illirico contra dei di lui tentativi. Provvide bensì all'Africa [Ammianus, lib. 21, cap. 7.], con inviare colà Gaudenzio suo segretario, il quale, andando d'accordo con Crezione conte, dispose così ben le cose, che durante la vita d'esso Augusto da niuno restò turbata la quiete di quelle provincie. S'udivano intanto le grandiose disposizioni di Sapore re della Persia per tornare ostilmente ad invadere la Mesopotamia. Il perchè Costanzo si procacciò con diversi regali l'assistenza e il favore dei re confinanti co' Persiani, e massimamente di Arsace re dell'Armenia. Poscia, allorchè vennero nuove che pareva imminente il passaggio dei Persiani nella Mesopotamia, circa il mese di maggio uscì anch'egli in campagna, e passato di là dall'Eufrate, andò a fermarsi in Edessa, con inviare nello stesso tempo i suoi generali Arbezione ed Agilone alle rive del Tigri, ma con espresso ordine di non azzardare una battaglia. Stettero ivi le soldatesche romane gran tempo, aspettando il nemico, senza mai vederlo comparire; ed intanto giunse a Costanzo la dolorosa novella che il ribelle Giuliano s'era già impadronito dell'Illirico. Facile è l'immaginare che turbazione ed affanno gli recassero i passi dell'odiato cugino. Ma nel dì seguente ricevette il grato avviso che il re Sapore, o sia perchè da' suoi indovini gli furono predette disgrazie se s'inoltrava, o pure perchè gli diedero apprensione le forze de' Romani, se n'era tornato addietro. Allora fu che Costanzo, tenendosi come liberato dalla molestia de' Persiani, lasciate solamente le guarnigioni opportune nelle città e fortezze della Mesopotamia, se ne tornò indietro con disegno di procedere armato contra di Giuliano, giacchè si teneva sicura la vittoria, combattendo con quell'ingrato. Partecipata all'esercito questa sua intenzione, tutti ne fecero festa, e si animarono al viaggio. Partissi egli da Antiochia nell'autunno avanzato; ma arrivato a Tarso nella Cilicia, fu preso da una picciola febbre, per cui non desistè dal cammino. Si trovò poi forzato dal male, che andò crescendo, a posare in Mopsuerene, luogo situato ai confini della Cilicia plesso il monte Tauro [Hieronymus, in Chronico. Idacius in Fastis. Chronicon Alexandr. Theophan., in Chronogr.], dove nel dì 5 di dicembre (Ammiano scrive nel dì 3) in età di circa quarantacinque anni diede fine al suo vivere, con essersi detto che Giuliano l'avesse fatto avvelenare.
Lasciò questo principe dopo di sè una assai svantaggiosa memoria. Certamente a lui non mancavano delle belle qualità, come l'essere indurato alle fatiche e a dormir poco, se il bisogno lo richiedeva [Ammianus. Aurel. Victor, de Caesaribus.]. Negli esercizii militari niuno gli andava innanzi, e quanto fu moderatissimo sempre nel mangiare e bere, altrettanto si guardò dal lusso e dai piaceri illeciti, in guisa tale che nè pur chi gli voleva male arrivò mai ad accusarlo di avere contravvenuto alle leggi della castità. Ornato delle belle lettere, sapea far discorsi sensati e gravi. Chi prese a lodarlo vivente (il che fecero Giuliano e Temistio [Themist., Orat. I et II. Julian., Orat. I et II.]), cel rappresenta moderato in tutte le passioni, e specialmente padrone della sua collera, con soffrir le ingiurie senza farne vendetta. E certo sensibili segni di clemenza diede talvolta [Eutrop., in Breviar.] sino a perdonare con facilità alle città che aveano fatta sollevazione: laonde da molti per questa sua indulgenza era amato non poco. Fece ancora risplendere il suo zelo contra dell'idolatria, e di sopra accennammo le rigorose sue leggi contro di essa. Ristaurò pur anche o di nuovo edificò molte chiese in Oriente, e le arricchì; e gran rispetto conservò sempre verso i vescovi, facendoli mangiare alla sua tavola, e ricevendo da loro con umiltà la benedizione. Tali erano i pregi di Costanzo in poche parole. Ammiano [Ammianus, lib. 21, cap. 16.] più a lungo ne lasciò descritto quel poco o molto ch'egli aveva di buono. Ma, voltando carta, troviamo che contrappesavano ben più i di lui difetti. Gran disgrazia è l'aver principi deboli di testa, e che si figurano nondimeno di aver testa superiore in intendimento a quella di ognuno. A Costanzo ne era toccata una di questo tenore. Peggio poi se il principe non ama e non soffre se non chi il loda, e solamente si compiace degli adulatori, disprezzando o rigettando chi osa dirgli la verità, e non sa lodare i difetti, nè far plauso alle azioni viziose o mal fatte. Costanzo era appunto un di questi [Julian., Orat. VII. Liban., Orat. XI.], pieno di una vanità ridicola, per cui voleva, a guisa dei tiranni dell'Oriente, essere appellato Signore di tutta la terra [Athanasius, de Syn.]; e si fece alzar archi trionfali nelle Gallie e nella Pannonia per aver vinto dei Romani ribelli: gloria abborrita da tutti i saggi imperadori; pavoneggiandosi ancora delle vittorie riportate da' suoi generali [Ammianus, lib. 16, c. 6, et lib. 21, cap. 16.], come se in persona fosse egli intervenuto alle battaglie. Nè la sua clemenza andò molto innanzi, perchè spietato comparve contro chiunque o tentò o fu sospettato di tentare contro la di lui corona. Non si può poscia abbastanza esprimere che predominio avessero nella corte di lui gli adulatori, e quanta fosse la prepotenza de' suoi eunuchi, i quali, abusandosi della tenuità del di lui intendimento, e della timidità del suo cuore, l'ingannavano continuamente, ed arrivarono in certa guisa a far essi da imperadori di fatto, con lasciarne a lui il solo nome, perchè nulla operava, nulla determinava senza il lor consiglio, nè pur osando di far cosa che venisse da lor disapprovata. Di qua poi venne la vendita delle cariche e della giustizia, e l'elezion degl'indegni ministri e governatori con immenso danno dei popoli. Non venne anche un peggior male, cioè un gravissimo sconcerto alla Chiesa di Dio; perchè quella vile, ma superba canaglia, guadagnata dagli ariani, il portò a sposar gli empii loro insegnamenti, e a perseguitare i vescovi della Chiesa cattolica, e ad abbattere per quanto potè la dottrina della vera Chiesa di Dio. Però nella storia ecclesiastica noi il troviamo dipinto (e ben sel meritava) con dei neri colori, spezialmente da santo Ilario e da Lucifero vescovo di Cagliari, come principe o tiranno, che contra le leggi del Vangelo si arrogò l'autorità di far dipendente da' suoi voleri la religione santa di Cristo, e volle esser arbitro delle controversie della fede che Dio ha riserbato al giudizio dei sacri suoi pastori. Lo stesso Ammiano, ancorchè gentile, il condannò per questa sua prepotenza. Imbevuto egli così degli errori dell'arianismo, in essi durò poi sino alla morte, senza mai prendere il sacro battesimo, fuorchè negli ultimi dì di sua vita [Athanasius, de Syn. Socrat., lib. 2, cap. 47. Philostorg., lib. 6, c. 6.], nei quali fu battezzato da Euzoio vescovo ariano. Ma finiamola di parlar di un regnante cattivo, per passare ad un peggiore, che, provveduto da Dio di molte belle doti personali, avrebbe potuto far bella figura fra gl'imperadori de' Romani, ma per la sua empietà si screditò affatto presso de' Cristiani, che tuttavia rammentano con orrore il di lui nome. Parlo di Giuliano, che già aveva usurpato il titolo d'Imperadore Augusto, e si trovava nell'Illirico allorchè gli giunse la gratissima nuova della morte di Costanzo Augusto. Riserbando io di favellare più precisamente di lui all'anno seguente, solamente ora dirò ch'egli, veggendo tolto ogni ostacolo alla sua grandezza, marciò a dirittura a Costantinopoli nel dì 11 di dicembre [Mamert., in Panegyr. Ammianus, lib. 22, cap. 1. Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandr.], dove fu ben accolto, e fatto portar colà il cadavere del defunto cugino Augusto, gli fece dar sepoltura colla pompa consueta degl'imperatori nella chiesa degli Apostoli, intervenendo egli stesso alla sacra funzione come cristiano in apparenza, ancorchè qual fosse internamente, staremo poco a vederlo.
CCCLXII
| Anno di | Cristo CCCLXII. Indizione V. |
| Liberio papa 11. | |
| Giuliano imperadore 2. |
Consoli
Mamertino e Nevitta.
Fu alzato Nevitta alla dignità consolare, perchè uomo di molto credito nel mestiere delle armi, e perchè di lui si fidava molto Giuliano, dopo averlo creato generale della cavalleria. Essendo costui barbaro di nazione, e probabilmente Goto, di costumi crudeli, ebbe motivo Ammiano Marcellino [Ammian., lib. 21, c. 11 et 12.] di riflettere, come accennammo di sopra, alla malignità di Giuliano, il quale poco prima avea tacciato Costantino di aver conferito il consolato a personaggi barbari, quando egli poco appresso fece lo stesso. Quanto a Mamertino primo console, Giuliano lo avea dianzi creato prefetto del pretorio dell'Illirico. Essendo egli uomo eloquente, compose e recitò nel dì primo di quest'anno, cioè nell'entrar console, un panegirico in lode di Giuliano, componimento salvato dalle ingiurie del tempo, e giunto sino ai dì nostri. Ma prima di raccontar le azioni spettanti a Giuliano nell'anno presente, non dispiacerà ai lettori di conoscere prima chi fosse questo novello Augusto. Altrove dicemmo che Flavio Claudio Giuliano avea avuto per padre Giulio Costanzo, fratello del gran Costantino, e per fratello Gallo Cesare, da noi veduto ucciso da Costanzo imperadore. Nacque in Costantinopoli [Julian., Epist. LI.] nell'anno 331. Allorchè mancò di vita Costantino il Grande nell'anno 337, e fu ucciso suo padre con altri parenti d'esso Augusto per ordine di Costanzo, anche Giuliano corse rischio di perdere la vita [Idem, in Misopog.]. Il salvò la sua tenera età. In Macello, luogo della Cappadocia, in Costantinopoli, e poscia in Nicomedia s'applicò allo studio delle lettere, avendo per maestro Eusebio vescovo di quella città [Socrates, Hist., lib. 3, c. 1.], famoso capo dell'arianesimo. Essendogli toccato per aio un eunuco, uomo di gran senno, chiamato Mardonio, questi per tempo gli diede buoni documenti di moderazione, di sprezzo dei divertimenti, e di fare resistenza alle passioni. Fu provveduto sempre di eccellenti maestri, ma cristiani, da Costanzo; e siccome a lui non mancava la felicità del talento, così fece non lieve profitto nelle scienze, e massimamente nell'eloquenza. Ma questa felicità d'ingegno consisteva piuttosto in una prontezza d'intendere e in una vivacità di esprimere i suoi sentimenti, e non già in una soda penetrazione e riflessione sopra le cose, essendo superficiale la forza della sua mente, e portata sempre alle novità la di lui inclinazione. Già si osservò che di nuovo fu in pericolo la di lui vita, allorchè quella di Gallo Cesare suo fratello mancò. Il sottrasse a quel rischio Eusebia Augusta, la di cui protezione servì ancora a farlo promuovere alla dignità di Cesare e al governo delle Gallie; dal che poi nacque la di lui ribellione contra del benefattore Costanzo.
Ma la più obbrobriosa delle azioni di Giuliano è quella che riguarda la sua religione. Era egli, non men che il fratello, stato allevato in quella di Gesù Cristo sotto varii precettori cristiani; la professava egli, e con varie opere di pietà si dava a conoscere (ed era in fatti allora) persuaso della verità e santità della medesima [Julian., Epist. LI.]. Confessa egli stesso che sino all'età di vent'anni stette saldo in essa religione; anzi, per togliere a Costanzo i sospetti ch'egli aspirasse in guisa alcuna all'imperio, si arrolò nella milizia ecclesiastica, e col fratello Gallo esercitò nel clero l'uffizio di lettore. Ma siccome egli era un cervello leggero e fantastico, insensibilmente si lasciò portare al paganesimo. Ordine espresso avea dato Costanzo [Socrates, Histor., lib. 3, cap. 1. Libanius, Orat. V et XII.] ch'egli non praticasse con Libanio sofista, letterato di gran credito allora per la sua eloquenza, ma gentile, per timore che noi sovvertissero le di lui ciance. Giuliano tanto più s'accese di voglia di leggere e di studiar segretamente le di lui opere, che servirono non poco ad infettarlo: tanta era la stima ch'egli professava a quel sofista. La scuola principale nondimeno della sua apostasia ed impietà fu l'essersi egli dato a praticar con gl'indovini, strologhi, maghi ed altri impostori, che gli fecero sperar la cognizion dell'avvenire: con che maggiormente se gli ammaliò e riempiè il capo d'illusioni, di oracoli, e della potenza dei falsi dii, con terminar poi i suoi studii in un'aperta empietà e somma prosunzione. Libanio stesso [Liban., Orat. X.] non ebbe difficoltà di confessare ch'egli era visitato dagli dii, da loro sapeva quanto si faceva sopra la terra: il che chiaramente ci fa comprendere le illusioni della magia. Per maestri di così sacrileghe arti e dottrine ebbe spezialmente Giuliano [Eunap., Vit. Sophist., cap. 5. Socrat., Hist., lib. 3, cap. 1. Liban., Orat. V.] Massimo Efesio, mago di professione, Eusebio discepolo di Edesio, un Jamblico diverso dal pitagorico, ed altri simili ciurmatori, più tosto che filosofi, i quali colle empie loro istruzioni il trassero in fine ad abbandonare il Cristianesimo, e ad abbracciare il culto degl'idoli. Ma come mai potè passare uomo intendente della santità della religion cristiana e della sua celeste morale all'aperta sciocchezza dell'idolatria, e a credere e a dare alle creature e a sorde statue di numi ossia di demonii il culto ed incenso dovuto al solo vero Dio? In poche parole ne dirò il perchè. Da che la religion cristiana luminosa comparve sul candelliere con tanta raccomandazione di verità, i filosofi, pagani, non sapendo come difendere tanta deformità dell'idolatria, ricorsero al ripiego di sostenere che sotto le più ridicole favole ed azioni vergognose dei lor creduti dii si nascondeva qualche mistero o verità o teologica, o istorica, o morale; e riconoscendo non esservi che un Dio, dicevano poi che nelle differenti deità si adorava quel medesimo Dio, cioè qualche suo attributo, rappresentato dai poeti sotto il velo di molte favole. In somma inorpellavano tanto la detestabil empietà e superstizione del paganesimo, ne predicavano l'antichità, ne esaltavano l'ampiezza, che la testa leggiera di Giuliano (per tale la riguardò anche Ammiano [Ammianus, lib. 16.]) vi precipitò dentro [Theodoret., Hist., lib. 3, c. 1. Gregorius Nazianz., Orat. III.]. E forse la spinta maggiore venne dal promettergli que' ciarlatani di pervenire per tal via al romano imperio. Dopo questo salto si studiava ben Giuliano di coprir la sua apostasia e idolatria nel suo cuore; finchè visse Costanzo Augusto, professava nell'esteriore il Cristianesimo, e poi la notte faceva dei sacrifizii a Mercurio, senza mettersi pensiero s'egli tradiva Dio e la propria coscienza. Ma chi sapeva ben esaminar le di lui azioni, i ragionamenti e quel suo spirito volubile, inquieto, buffone, sprezzante, giungeva a scorgere ch'egli non era cristiano, o pur era un mal cristiano, e che si allevava in lui un fiero mostro all'imperio romano. San Gregorio Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che il conobbe e praticò in Atene, ce ne lasciò un vivo ritratto, per cui predisse quello che in fatti poi fu. Aggiungasi ora che Giuliano, dopo essersi applicato alla filosofia di que' tempi, affettò da lì innanzi di comparir filosofo non solamente in molte azioni, ma con prender anche l'abito proprio de' filosofi, cioè il mantello, e nudrire le barba: tutto per acquistarsi credito con tale apparenza presso chi solo misura gli uomini dal portamento esterno. La sua sobrietà era grande [Ammianus, lib. 16. Julian., in Misopog. Libanius, Orat. X et XII.]; poco sonno prendeva, e questo sopra un tappeto e una pelle. De' piaceri e divertimenti del teatro, del circo, de' combattimenti nulla si dilettava; in una parola, da che fu creato Cesare, con questa severità di costumi molta riputazione s'acquistò nelle Gallie, col ministrar buona giustizia, con frenar le insolenze e l'avidità delle arpie, cioè dei pubblici uffiziali, che con taglie ed avanie cercavano di accrescere le calamità de' popoli, e di empiere la propria borsa.
Ritornando ora al corso della storia, convien ripetere che nel dicembre del precedente anno, mentre esso Giuliano soggiornava in Naisso città della Dacia (Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 1.] scrive nella Tracia), gli giunse l'avviso della morte di Costanzo, avviso il più grato che mai gli potesse avvenire. Secondo Ammiano [Ammian., lib. 22, cap. 2.], fecero a lui credere gli ambasciatori che Costanzo, prima di spirar l'anima, l'avea dichiarato suo successore: il che non par vero, quando sussista che l'apostasia di Giuliano fosse a lui già nota. San Gregorio Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. XXI.] aggiugne essere stata fama che Costanzo sul fin della vita si pentisse di tre cose: cioè di avere sparso il sangue de' suoi parenti, di aver conferita a Giuliano la dignità di Cesare e di aver cagionato tante turbolenze nella Chiesa di Dio. Quando pur si accettasse per vero che Costanzo, giacchè non potea togliere a Giuliano la successione, gliel'avesse lasciata, ciò sarebbe stato per procacciare il di lui favore a Faustina Augusta sua moglie, la quale restava gravida, e partorì dipoi una femmina. Tutto lieto, siccome già dicemmo, passò Giuliano a Costantinopoli, dove qualche poco ancora fece la figura di cristiano, e poscia, per attestato di Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 1.] e di Ammiano [Ammianus, lib. 22, cap. 5.], cavatasi la maschera, apertamente professò l'idolatria. Anzi non aveva aspettato fino a questo tempo, perchè Libanio [Liban., Orat. XII.] e il Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. III.] attestano che, appena giunto nell'Illirico, avea ordinato che si aprissero i templi de' pagani, e che si sacrificasse agl'idoli [Julian., Epist. ad Atheniens.]; nè tardarono punto gli Ateniesi a valersi di questo sacrilego indulto. Che allegrezza per questa metamorfosi provassero i gentili, che orrore e dispiacere i cristiani, non occorre ch'io lo dica. Corsero a gara i deputati delle città e provincie a riconoscere il nuovo sovrano [Julian., in Misopog. Eunap., Vit. Sophist.], portandogli delle corone d'oro; e gli Armeni ed altri re dell'Oriente, fuorchè il persiano, e fin gl'Indiani tributarongli dei regali. Anche dagli stessi Goti gli furono spediti ambasciatori per rinnovare i precedenti trattati; ma Giuliano fu vicino a romperla con loro, perchè non volea legge da que' Barbari, nè lasciarsi far paura, com'era avvenuto sotto il precedente Augusto. Quindi si diede a riformar la corte imperiale per risparmiare le spese, cassando una prodigiosa quantità di cuochi, barbieri ed altri simili, ed anche più riguardevoli uffiziali, che mangiavano a tradimento il pane del principe. Specialmente mandò a spasso tutti coloro che aveano servito a Costanzo, non distinguendo i buoni dai cattivi [Liban., Orat. X.], e sostituendo degli altri a suo talento. Ancorchè Ammiano [Ammianus, lib. 22, cap. 4.] pretenda che la maggior parte di costoro fosse piena di vizii, e s'ingrassasse a forza d'iniquità e di rubamenti, con dire fra le altre cose che avendo Giuliano dimandato un barbiere per farsi tosare, se gliene presentò uno sì magnificamente vestito, che Giuliano gridò [Zonaras, in Annal.]: L'ordine mio è stato che si chiamasse un barbiere, e non già un senatore: contuttociò lo stesso Ammiano condanna sì rigorosa riforma da lui fatta, con ridurre tanta gente in una misera povertà. Libanio [Liban., Orat. X.] all'incontro il loda forte per questo, aggiugnendo ch'egli ristrinse al numero di mille e settecento coloro che si chiamavano agentes in rebus, ufficiali del fisco, poco diversi, o pure gli stessi che i curiosi e frumentarii, cioè ispettori ed esattori che si mandavano per le provincie. Dianzi si contavano dieci mila di costoro.
Qui nondimeno non si fermò Giuliano. Eresse un tribunal di giustizia, affinchè quivi si ascoltassero le molte querele de' particolari contro gli uffiziali del defunto Costanzo. Capo ne fu Sallustio Secondo, dichiarato prefetto del pretorio d'Oriente, a cui furono aggiunti Mamertino e Nevitta, consoli di quest'anno, Arbezione ed Agilone [Ammianus, lib. 22, cap. 3.]. Costoro, iti a Calcedonia, cominciarono a processar chiunque non godea la grazia di Giuliano, principalmente chi gli era in disgrazia. Palladio, già mastro degli uffizii (splendida dignità della corte), fu relegato in Bretagna; Tauro, già prefetto del pretorio, a Vercelli, benchè non sel meritasse; Fiorenzo, anch'esso mastro degli uffizii, in un'isola della Dalmazia. L'altro Fiorenzo già prefetto del pretorio delle Gallie, che aveva irritato forte Giuliano, se ne fuggì colla moglie, e nascoso stette finchè visse Giuliano, perchè contra di lui fulminata fu la sentenza di morte. D'altri cospicui uffiziali processati e condannati chi all'esilio, chi a perdere il capo, parla Ammiano; e perchè non solo a' colpevoli, ma anche a molti innocenti si stesero le condannagioni, Giuliano si tirò dietro le maledizioni, non che le mormorazioni de' suoi parziali, e molto più di chi era nemico, per sì fatte crudeltà. Con tal occasione si può dire che cominciò la persecuzione di Giuliano contra de' cristiani, perchè tutti i cortigiani professanti la legge santa di Cristo furono da lui cacciati fuori del palazzo. Dalle lettere del medesimo Giuliano [Julian., Epist. XXXVIII.] risulta, aver esso invitato alla sua corte Massimo filosofo, quello stesso che poco fa dicemmo essergli stato maestro di magia [Liban., Orat. XII.], e dell'arte empia ed ingannatoria di cercar l'avvenire. Allorchè seguì l'arrivo di costui alla corte [Ammianus, lib. 22, cap. 7.], Giuliano era nel senato, e, dimenticata la propria dignità, corse ad incontrar l'impostore, come se fosse stato qualche re, o divinità, abbracciandolo e baciandolo: azione lodata da Libanio, ma ritrovata assai impropria da Ammiano. Questa sua eccessiva degnazione verso le barbe de' filosofi cagion fu che altri di tal professione [Gregor. Nazianz., Orat. IV. Eunapius, Vit. Sophist., cap. 5. Socrates, lib. 3, cap. 1.] a folla accorsero da varie parti alla corte; alcuni anche vi furono chiamati. Di carezze e belle parole certamente si mostrò liberale con esso loro il filosofo imperadore: di tanto in tanto teneva ancora alcun di essi alla sua tavola, e beveva alla lor salute: pavoneggiavasi inoltre, nell'uscir di palazzo, di esser corteggiato da essi; ma in fine i più di loro lasciava colle mani piene di mosche, e laddove erano coloro venuti lusingandosi di far gran fortuna, si trovavano poi costretti, per non morir di fame, a ritornarsene delusi ai lor paesi, maledicendo non so dire se più la furberia ed avarizia di Giuliano, o pure la stolta loro credulità. Ci lasciò san Giovanni Grisostomo [Chrysostomus, in Gent.] una descrizion della corte d'esso Giuliano, tale che fa orrore. Imperocchè, appena si seppe ristabilita da lui l'idolatria, e come egli era perduto dietro allo studio dell'avvenire, che da ogni banda fioccarono colà maghi, incantatori, auguri, indovini, e simil razza di gente, alcuni dei quali di pezzenti divenivano appresso non solo sacerdoti, ma pontefici del gentilesimo. Con costoro si tratteneva Giuliano, poco curando i generali e magistrati; e qualora usciva in pubblico, il seguitava un infame corteggio di tali ciurmatori; nè vi mancava quello di molte femmine che professavano le medesime empie arti ed illusioni, uscite da' bordelli e d'altri luoghi, dove vendevano le inique loro mercatanzie. In testimonio di questa verità il Grisostomo chiama moltissimi tuttavia allora viventi, e ben pratici della corte dell'apostata Augusto. E il Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che fioriva nell'istesso tempo, ci assicura che si vedeva Giuliano mangiare pubblicamente e divertirsi con quelle infami donne, coprendo quest'obbrobrio col pretesto ch'esse servivano alle cerimonie dei suoi sagrifizii e misteri.
E tale era la vita di questo imperatore, il quale nientedimeno non ometteva di applicarsi ai pubblici affari, come consta da molte sue leggi [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]; ed era frequente al senato, dove spezialmente campeggiava la di lui vanità nel recitar delle arringhe ed orazioni, e nel decidere le liti. Volendo poi esercitare la gratitudine verso di Costantinopoli patria sua, per attestato di Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 11.], vi costituì un senato simile a quel di Roma. Ma sapendosi che anche prima d'ora un senato v'era in quella gran città, vorrà egli dire che gli concedè i privilegii medesimi e lo stesso decoro che godeva il senato di Roma. Vi fabbricò eziandio un porto che difendesse dal vento australe le navi, ed anche un portico che guidava ad esso porto, della figura del sigma greco, che si solea allora scrivere come il C de' Latini. Formò ancora [Julian., Epist. LVIII. Themistius, Orat. IV.] sopra il portico regale una biblioteca, dove ripose quanti libri egli possedeva. Studiossi ancora di condurre da Alessandria colà un obelisco: cosa già meditata dall'imperador Costanzo, ma nè pure da lui eseguita dipoi per la sua morte. Di questo parla egli in una epistola da me data alla luce [Anecdota Graeca, pag. 325.]. Bella azione dovette poi parere quella di Giuliano [Ammian., lib. 22, cap. 5.], allorchè liberò dell'esilio tutti i vescovi già banditi da Costanzo ariano, uno de' quali fu santo Atanasio, benchè poi nel seguente anno per ordine del medesimo Giuliano di nuovo ne fosse cacciato. Ma infin lo stesso Ammiano, e poi Sozomeno [Sozomen., lib. 5 Hist., cap. 5. Chron. Alexandr. Chrysost., Orat. II in Babyl.] ed altri chiaramente riconobbero aver ciò fatto il malizioso Augusto, non già per alcun buon cuore verso i pastori del popolo cristiano, ma affinchè, trovandosi eglino liberi, si continuassero come prima le civili discordie tra loro, cioè tra' cattolici, ariani, donatisti, macedoniani ed eunomiani; e la plebe interessata in quelle contese non pensasse a far tumulti e sedizioni contra del regnante: il che fu ancora avvertito da sant'Agostino in riguardo ad essi donatisti. Dieci mesi pretende Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 11.] che Giuliano si fermasse in Costantinopoli. Dovea dire quasi otto; imperciocchè le leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.] cel rappresentano in quella città forse per tutto maggio. Di là poi mosse per passare in Antiochia con disegno di far pentire i Persiani di tanti danni recati al romano imperio. Per qualche tempo si fermò nella Bitinia; e massimamente in Nicomedia, città sì grandiosa ne' tempi addietro, e diroccata dal terribil tremuoto dell'anno 358: il che cavò le lagrime dagli occhi di Giuliano, e dalla sua borsa molto danaro per riparar quelle rovine. Una sua legge abbiamo quivi data nel luglio del presente anno. Per viaggio visitò quanti templi famosi la gentilità avea riaperti in quelle parti, sagrificando dappertutto con gioia immensa de' pagani e dolor de' cristiani. Non finì il luglio che giunse ad Antiochia, ricevuto con acclamazioni indicibili da quel popolo, e molte leggi si veggono date da lui nei susseguenti mesi in quella città [Ammian., lib. 22, cap. 10.]. Quivi si applicò ad ascoltar le querele dei particolari, e a decidere le loro liti con giuste bilancio, e senza guardar in faccia a chi che sia, nè qual fosse la di lui religione. Confessa nondimeno Ammiano ch'egli camminava in ciò con troppa fretta, e che, conoscendo poi la leggerezza del suo ingegno e l'impetuosità della sua collera, raccomandava ai suoi assessori di frenarlo, per non fallare. Un dì si presentò a' suoi piedi Teodoto, uno de' primi cittadini di Jerapoli, ma tremando, perchè sapeva d'essere in disgrazia di lui. Giuliano il ricevette con volto cortese, e gli disse [Ammian., lib. 22, cap. 14.] che se ne ritornasse a casa senza paura, affidato dalla clemenza di un principe che solamente bramava di sminuire il numero de' suoi nemici con farseli amici. Belle parole, quand'anche in Antiochia fece continuar i processi e le condanne contra di molti, da' quali si pretendeva offeso. Ed in essa città ancora si diede più che mai a perseguitare i cristiani, per l'odio che portava alla lor religione, e per rabbia, sapendo di essere detestato da essi, essendovi stati alcuni che a visiera calata lo aveano rimproverato per la sua apostasia ed empietà. Fin sotto il precedente anno già dicemmo aver gli dato principio a sfogar questo suo mal animo contra d'essi cristiani, cacciando dalla sua corte chiunque abborriva di adorare i suoi falsi dii, uno de' quali specialmente fu celebre [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], cioè san Cesario, fratello di san Gregorio Nazianzeno, e medico suo, che generosamente abbandonò il posto per non abbandonar la fede di Gesù Cristo. Escluse dipoi dalla milizia tutti i cristiani; ordinò che niuna carica si desse, se non agli amatori degl'idoli; proibì ai Cristiani l'insegnare ed imparar le scienze e le belle lettere. E quantunque non osasse pubblicamente di levar la vita a chi seguitava la legge di Cristo, perchè infinito era il lor numero, ed egli paventava delle sollevazioni: pure in segreto gran copia ne fece uccidere, e sotto di lui la Chiesa contò moltissimi gloriosi martiri [Idem, Orat. III. Theodor., lib. 3. Hist., cap. 11 et seq.], senza poter nè pure raccogliere il numero di tutti. Mise anche in opera tutte le arti, lusinghe e premii per sovvertire i medesimi cristiani; e pur troppo non pochi ne trovò che si lasciarono vincere da così dolci batterie. Ma intorno a ciò rimetto io il lettore agli Annali Ecclesiastici del Baronio [Baron., in Annalib. Eccl.], e sopra tutto al Tillemont [Tillemont, Mémoires pour l'Histoire Ecclesiastiq.], che egregiamente ha trattato questo argomento, siccome ancora al Fleury nella sua Storia Ecclesiastica [Fleury, Hist. Eccl.].
CCCLXIII
| Anno di | Cristo CCCLXIII. Indizione VI. |
| Liberio papa 12. | |
| Gioviano imperadore 1. |
Consoli
Flavio Claudio Giuliano Augusto per la quarta volta e Secondo Sallustio.
Era questo Sallustio console anche prefetto del pretorio delle Gallie, e diverso da un altro Sallustio prefetto del pretorio d'Oriente, siccome può vedersi presso il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad annum 362, n. 32.]. Lucio Turcio Secondo Aproniano Asterio, uno de' senatori che da Roma furono inviati a Giuliano, fu creato prefetto di Roma in questo anno, ed è sommamente lodato da Ammiano [Ammian., lib. 26, cap. 3.] pel buon governo che fece col mantenervi l'abbondanza de' viveri e la pace, e col perseguitar severamente gli incantatori e malefici che il paganesimo produceva in gran copia. Volle Giuliano onorato il suo consolato da un panegirico di Libanio sofista, e questo l'abbiam tuttavia. Varii segni diede in questi tempi Iddio dello sdegno suo con molte calamità inviate all'imperio romano, le quali avrebbono potuto avvertir Giuliano della sua empietà, s'egli fosse stato capace di correzione [Gregor. Nazianz., Orat. IV. Chrysostom., in Gent. Sozomenus, lib. 6 Hist., cap. 2.]. Frequenti furono i tremuoti che afflissero molte città. Nicomedia stessa che, per ordine di Giuliano, cominciava a risorgere, tornò di nuovo alle primiere rovine. Nicea in gran parte andò per terra; e Costantinopoli corse rischio di un eguale esterminio. Libanio [Liban., Orat. XII.] è testimonio che ne patirono forte le città della Palestina e della Libia, e traballarono le più grandi della Sicilia e tutte quelle della Grecia. Si bruciò in Roma il tempio d'Apollo, e nell'ottobre antecedente era del pari rimasto divorato dalle fiamme l'altro insigne tempio d'Apollo esistente in Dafne, luogo posto in vicinanza d'Antiochia [Ammian., lib. 22, cap. 13.]. Trovavasi allora in essa città Giuliano; e perchè sospettò che il fuoco fosse stato attaccato dai cristiani per l'odio che professavano contra di lui, fece far molti processi, tormentar molte persone, e chiudere la chiesa maggiore. Anche Alessandria in Egitto restò fieramente inondata e danneggiata dal mare a dismisura gonfiato. A questi mali si aggiunse una orribil carestia che afflisse tutto il romano imperio, e fu seguitata dalla peste: malori che fecero perire una gran quantità di persone. Entrò la fame con Giuliano in Antiochia, o pur crebbe a cagion della numerosa sua corte [Julian., in Misopog. Libanius, Orat. XII.]. Il popolo smaniava, e portò i suoi lamenti ad esso imperadore, con accusare i ricchi, come cagione del caro de' viveri, tenendo chiusi i loro granai. A questo disordine si credette di rimediare col suo gran senno Giuliano, tassando il prezzo di essi viveri assai bassamente. Ne seguì appunto un effetto tutto contrario a' suoi disegni, perchè laddove prima si scarseggiava solamente di grano, venne anche a mancare l'olio, il vino ed altre specie di commestibili, non potendo i mercatanti vendere a quel basso prezzo la vettovaglia senza rovinarsi. Questa imprudenza di Giuliano vien condannata fin da Ammiano [Ammianus, lib. 22, cap. 14.] e da Libanio [Liban., in Vita sua.] suoi panegiristi.
Ma il popolo d'Antiochia, che, oltre all'essere naturalmente inclinato alla satira e alle pasquinate, si trovava per la fame assai malcontento di Giuliano [Zosimus, lib. 3, cap. 11.], e maggiormente ancora perchè, troppo avvezzo agli spettacoli pubblici, osservò che Giuliano gli abborriva, e di alcun d'essi non li regalò: quel popolo, dissi, ne fece quella vendetta che potè, dileggiandolo pubblicamente con dei motti pungenti, e deridendolo con dei versi satirici [Julian., in Misopog.]. Specialmente mettevano in burla la di lui piccola statura, benchè marciasse con passi da gigante, e la sua lunga barba, per cui somigliava un caprone, e con cui si poteano far delle funi. Gli davano il titolo di macellaio per tante bestie ch'egli svenava ne' suoi empii sagrifizii. Similmente il beffavano per la vanità di portar egli colle proprie mani i vasi ed altre cose sacre, facendo piuttosto la funzion di sagrificatore che di principe. Si può ben credere che molti cristiani, dei quali era senza paragone più che di pagani piena Antiochia, ebbero parte con imprudenza a questi scherni dell'apostata Augusto. Al vedersi Giuliano sì sconciamente messo in commedia [Socrates, lib. 3 Hist., cap. 17. Sozomenus, lib. 4 Hist., cap. 19.], smaniava ben per la collera, e minacciava pene e scempii a quell'indiscreto popolo; ma perchè la positura de' suoi affari non gli permetteva di venir per ora a verun pubblico gastigo, la vendetta che ne fece, fu di comporre coll'aiuto di Libanio una invettiva [Gregorius Nazianz., Orat. IV.] satirica contro il popolo d'Antiochia, intitolata Misopogon, cioè Nemico della barba, carica di velenose ironie, spacciando que' cittadini per gente interessata, data al lusso, alla crapola, vana, e perduta unicamente dietro a' teatri e alle bagattelle. Pubblicò egli solamente nel gennaio di quest'anno essa satira, applaudita non poco dai parziali pagani, ma derisa prima e dopo la morte di lui dai cristiani. Il peggio fu ch'essa ad altro non servì [Ammianus, lib. 22, cap. 14.] che ad aguzzar maggiormente le lingue di quel popolo contro di lui. In questi tempi evidente fu, celeste e degno di grande attenzione, un miracolo operato dalla mano di Dio. Avea conceduto Giuliano, per far dispetto ai cristiani, che i Giudei potessero rimettere in piedi il loro tempio di Gerusalemme. Corsero da tutte le parti costoro con immense oblazioni d'oro per eseguire la disegnata fabbrica. Demolirono le reliquie dell'antico tempio per farne un nuovo, venendo essi a verificar sempre più la predicazione di Gesù Cristo [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 15. Gregorius Nazianz., Orat. IV. Socrates, l. 3 Hist., c. 20.]. Ma dacchè ebbero ben cavato per cominciare i fondamenti, ecco un tremuoto che rovinò tutte le cave e case vicine colla morte d'assaissime persone, e specialmente di moltissimi di quegli operai. Non rallentarono per questo i Giudei il lavoro; ma, nel più bel del cavare, sboccò da più lati de' fondamenti, e più di una volta, un fuoco che abbruciò gran numero di persone; e beato chi ebbe tempo da fuggire. In somma questi ed altri flagelli, riconosciuti per prodigiosi fin dagli stessi Giudei, fecero cessar l'impresa, e recarono insigne gloria alle parole del Salvatore e alla santa sua religione. E non già i soli scrittori cristiani di questo e del seguente secolo, come il Nazianzeno, sant'Ambrosio [Ambros., Epistol. ad Theod.], il Grisostomo [Chrysostomus, in Judaeos.], Socrate, e Sozomeno, ed altri attestarono la verità del miracolo, ma anche lo stesso Ammiano [Ammianus, lib. 23, cap. 1.] gentile ne fa fede con iscrivere: Metuendi globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere locum exustis aliquoties operantibus inaccessum.
Le applicazioni maggiori dell'Augusto Giuliano erano state fin qui intorno i preparamenti della guerra ch'egli meditava di fare a Sapore re di Persia, per vendicare, diceva egli, i tanti oltraggi e danni recati all'imperio romano da' Persiani sotto Costanzo, ma più per avidità di gloria, figurandosi non da meno d'altri Augusti predecessori che aveano portate l'armi e il terrore nel cuor della Persia. Ed ancorchè Sapore, sentendo il turbine minaccioso, dimandasse con sua lettera di potergli spedire degli ambasciatori per trattar di pace, con offerir anche delle condizioni vantaggiose [Liban., Orat. X.], Giuliano stracciò la lettera, nè volle ascoltarlo. Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 19.] pretende che gli ambasciatori vennero, ma non riportarono altra risposta, se non che verrebbe l'imperatore a trattare in persona con quel re senza bisogno d'ambasciatori. Ammassato dunque un fioritissimo e potente esercito, senza voler aiuto da molte nazioni orientali che s'erano esibite ausiliarie, a riserva d'un corpo di Goti, mosse Giuliano da Antiochia nel dì 5 di marzo [Ammianus, lib. 23, cap. 2.]. Ai nobili antiocheni che lo accompagnarono un pezzo, e gli augurarono un buon viaggio, e un felice e trionfal ritorno, con pregarlo di venir più placato e clemente verso di loro, aspramente rispose che nol vedrebbono più, perchè volea passare il verno in Tarso della Cilicia. Ve lo passò, ma diversamente da quello ch'egli credeva. Il viaggio del guerriero Augusto e della sua armata, e il passaggio dell'Eufrate, si trovano descritti dal medesimo Giuliano [Julian., Epist. XXVII.], da Ammiano [Ammianus, lib. 23, cap. 2.] e da Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 12.]. Giunto ch'egli fu a Carres, lasciò uno staccamento di circa venti mila persone sotto il comando di Procopio e del conte Sebastiano, acciocchè custodissero le frontiere della Mesopotamia, con iscrivere nel medesimo tempo ad Arsace re dell'Armenia in termini ingiuriosi, perchè era cristiano, e comandandogli boriosamente di venire ad unire le sue forze colle sue. Non mancò Sozomeno [Sozom., lib. 6 Histor., cap. 1.] di rilevar la vanità di Giuliano in quella lettera, e il di lui veleno contro di Costanzo Augusto: lettera che, perduta in addietro, ho io poi data alla luce [Anecdota Graeca.]. Intanto una flotta di settecento barche e di quattrocento altre da carico scendeva per l'Eufrate, e venne ad unirsi all'armata di terra. Ammiano ne fa molto maggiore il numero. Prese allora Giuliano il cammino a seconda di quel fiume, e dopo aver passato il fiume Abora, e fatto rompere il ponte, affinchè i soldati conoscessero che conveniva menar le mani, e non fuggire, gl'incoraggì poi col donare a cadaun soldato centotrenta nummi d'argento [Zosim., lib. 3. cap. 13.]. I suoi principali comandanti dell'armata erano Nevitta, Arinteo, Ormisda fratello bandito del re Sapore, Dagalaifo, Vittore e Secondino. Ascendeva questo corpo d'armata a sessantacinque mila persone, gente scelta, e con esso entrò Giuliano nel paese persiano dalla parte dell'Assiria, come dice Ammiano; e trovato quel territorio fertile e ricco, lasciò metterlo tutto a sacco; e ciò senza consigliarsi colla prudenza, perchè si privò de' foraggi e viveri che gli avrebbono potuto servir nel ritorno. Ammiano [Ammianus, lib. 24, cap. 1.], che si trovava in quella spedizione, oltre a Libanio [Liban., Orat. XII.] e Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 17.], descrive minutamente il continuato viaggio di Giuliano, a cui niuno si trovava che facesse resistenza. Prese alcune castella, e specialmente la città di Bersabora, una delle maggiori di quelle contrade, e poscia a forza d'armi Maozamalca, altra gran città. Non era egli lungi da Ctesifonte, capitale allora della Persia, quando arditamente fece passare il fiume Tigri all'armata sua in faccia ai nemici che ne difendevano la ripa opposta, e andarono ben presto in rotta. Vero è avere Socrate [Socrat., lib. 3, cap. 21.] scritto che Giuliano imprese l'assedio di Ctesifonte, dove era chiuso lo stesso re Sapore; ma dagli autori contemporanei, cioè da Ammiano, Libanio e s. Gregorio Nazianzeno, altro non sappiamo se non ch'egli fece dar il guasto ai contorni d'essa città, e che Sapore si trovava lungi di là, intento a metter insieme una poderosa armata per resistere ai Romani. Non lasciò egli di spedir altri deputati a Giuliano per dimandar pace; e questi s'indirizzarono ad Ormisda, fratello d'esso re, il quale militava in favor di Giuliano. Ne parlò Ormisda; ma Giuliano, senza volerne intender parola, gli ordinò di licenziar tosto que' messi, e di coprire il motivo della lor venuta per timore che le lusinghe della pace non ismorzassero l'ardor delle truppe. Giacchè riconobbe pericoloso l'assediar Ctesifonte, non che difficile l'impadronirsene, determinò Giuliano di tornarsene addietro alla lunga del Tigri [Joan. Malala, Chron. Rufus Fest., in Brev.]. Ma lasciatosi sovvertire da un furbo disertore persiano, al dispetto de' consigli d'Ormisda si allontanò da quel fiume, e prese a passare per mezzo al paese insperanzito ancora di trovar Sapore e di dargli battaglia. Fece prendere ai soldati dei viveri per venti giorni, ed affinchè la flotta, da cui ritirò le milizie, non cadesse in man dei nemici, a riserva di alquante barche, tutta la bruciò. Dio, che voleva alfin liberare la terra da questo nemico del nome cristiano, e che tanto confidava ne' falsi dii, permise ch'egli si accecasse in questa forma, appigliandosi ad una risoluzion tale, che da Ammiano e de altri altamente vien condannata.
Si mise in marcia l'armata romana, ma piena di mormorazioni, nel dì 16 di giugno: ed ecco comparir Sapore con quante forze potè, non per decidere la sorte con una giornata campale, ma solamente per infestare e pizzicar da ogni lato i Romani, sperando specialmente di affamarli, perchè preventivamente avea desolato il paese per dove aveano da passare [Ammianus, lib. 25, cap. 1 et seq. Rufus Festus, in Brev. Aurelius Victor, in Epitome.]. Così appunto avvenne. D'uopo fu lo star quasi sempre in armi; frequenti furono le scaramuccie; mancarono in fine i viveri, e foraggio non si trovava: però i lamenti e la costernazione si diffusero per tutto l'esercito. Venne il dì 20 di giugno, in cui più arditi che mai giunsero in grosso numero e in varii corpi i Persiani ad assalire i Romani che erano in marcia, molestandoli qua e là, e massimamente alla coda. Giuliano, all'intendere il gran rumore e la strage che faceva de' suoi il nimico, senza far caso del trovarsi allora senza usbergo, anzi affatto disarmato, dato di piglio ad uno scudo, volò ad incoraggire i suoi. Ma mentre egli dà la caccia ai nemici [Ammianus, lib. 25, cap. 3.], un'asta lanciata da un cavaliere gli volò addosso, e trapassategli le coste, penetrò sino alle viscere. Caduto da cavallo, fu immediatamente portato sopra uno scudo in luogo sicuro; si mise mano ai medicamenti; tale nondimeno era la ferita, che nella notte seguente si trovò disperata la sua salute. Dimandò egli che luogo era quello. Gli fu risposto Frigia. Allora Giuliano si tenne spedito, perchè dicono essergli stato gran tempo innanzi predetto che morrebbe nella Frigia. Di simili predizioni altri esempli ci somministra la storia, con apparenza che sieno state inventate dopo il fatto dai gentili, per accreditar le pazze loro superstizioni. In somma Giuliano in quella stessa notte terminò i suoi giorni in età di circa trentadue anni. Tale è il racconto che fa della morte di Giuliano lo storico Ammiano, il quale si trovava in quella stessa armata, ed aggiugne essersi nel conflitto d'esso giorno fatto gran macello dei Persiani, finchè la notte diede fine alla pugna, e che restarono sul campo morti cinquanta dei loro satrapi. Io non la finirei sì presto, se volessi qui riferir la varietà dei racconti che abbiamo intorno alle circostanze della morte di questo apostata imperadore. Scrive Teodoreto [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 20.] ch'egli, preso colla mano del suo sangue, lo gittò in aria dicendo: L'hai vinta, Galileo. Così soleva egli chiamare il Signor nostro Gesù Cristo. Altrettanto abbiamo da Sozomeno [Sozomenus, Histor., lib. 4, cap. 2.]. Secondo Filostorgio [Philostorg., lib. 6, cap. 15.], egli bestemmiò il sole, suo gran dio, e tutti gli altri dii, trattandoli da traditori. Quanto al cavaliere che colla lancia (altri [Zonaras, in Annalib. Chronicon Alexandrin.] dicono con un dardo, ed altri colla spada) diede il colpo mortale a Giuliano, mai non si potè sapere chi fosse. Libanio sofista pagano [Liban., Orat. XII.], spacciato adorator di questa apostata, il solo è che ne fa autore un cristiano, giacchè egli dice aver prima d'allora i cristiani tramate altre insidie contro la vita di lui; e che il re persiano, per quante diligenze facesse, e per quante ricompense promettesse, non potè trovare alcun de' suoi che si vantasse d'aver fatto quel colpo. Ma il medesimo Libanio altrove [Idem, Orat. XI.] tien un altro parere, attribuendo ciò ad un Aquemenide, cioè ad un Persiano. Eutropio [Eutrop., in Breviar.], che si trovò anche egli in quella spedizione, Rufo Festo [Rufus Festus, in Breviar.] ed Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] scrivono che la ferita venne dalla mano d'un cavalier nemico, che gli gittò l'asta in fuggire, com'era l'uso de' Persiani. Ammiano e Zosimo, se un cristiano fosse stato l'uccisore, siccome pagani, verisimilmente non l'avrebbono taciuto. Il primo d'essi solamente scrive essere corsa voce, che un Romano l'avesse mortalmente ferito. Qualunque nondimeno fosse un tal cavaliere, certo egli fu esecutore e ministro della volontà e giustizia di Dio, nel cui tribunale era acceso il processo della nera apostasia di Giuliano, e peroravano le lagrime e preghiere de' santi contra di questo persecutore del popolo e della religion de' cristiani. Però essi cristiani attribuirono alla onnipossente mano di Dio la di lui caduta [Joannes Malala, in Chron. Alexand.], e il rappresentarono dipoi come trafitto con una lancia da san Mercurio martire. Fu portato il corpo dell'estinto Giuliano a Tarso di Cilicia [Gregor. Nazianzen., Orat. IV.], dove accompagnato da commedianti e buffoni (che tale era l'uso dei gentili) ebbe un'assai vile sepoltura, e per accidente fu posto vicino a quello di Massimino II Augusto, cioè di un altro fiero nemico della religion cristiana. Non si potrebbe abbastanza dire con che gioia dai popoli cristiani, con che dolore dai pagani fosse intesa la morte di questo empio imperadore. Libanio [Liban., in Vita sua. Idem, Orat. XI et XII.] confessa che fu vicino a darsi la morte a questo avviso; ma volle sopravvivere, per poterne far l'orazione funebre, ed in fatti la compose dipoi con impiegar la sua adulatoria eloquenza a dare risalto alle apparenti di lui virtù, e a caricarlo di lodi eccessive. Ma nè pur fra i cristiani mancò chi con migliore pennello lasciò dipinti i vizii e le iniquità di Giuliano; e questi fu san Gregorio Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], il quale con soda facondia compose due celebri orazioni contra di lui, e ci lasciò un ritratto più somigliante al vero di quel che fecero i gentili.
Questo avvenimento poi, quanto men pensato, tanto più dovette recar di confusione non solo al medesimo Giuliano ferito, ma ancora al paganesimo tutto. Sforzaronsi ben Ammiano [Ammian., lib. 23, cap. 2.] e Libanio [Liban., de Templ.] per far credere che gli aruspici indovini e maghi, de' quali cotanto abbondava, e sì forte si fidava il superstizioso Augusto, osservarono più presagii della di lui vicina morte; ma il fatto grida in contrario. Certo è che Giuliano, badando a quegl'impostori, si prometteva gloriose vittorie, ed aveva già spedito Memorio presidente della Cilicia, perchè gli preparasse buon quartiere in Tarso, dov'egli pensava di svernare. Si sa inoltre che egli avea minacciato un fiero scempio ai cristiani, tornato che fosse glorioso per la sognata vittoria de' Persiani. Fuor di dubbio è ancora che Giuliano [Ammian., lib. 22, cap. 12.] prima di uscire in campagna, e per tutto il viaggio, fece innumerabili sagrifizii, tanto per aver favorevoli gli insensati suoi dii, quanto per cercar nelle viscere delle vittime la cognizion dell'avvenire. Lo stesso Ammiano [Idem, ibid.] confessa ch'egli alle volte in un sol sacrifizio faceva scannar centinaia di buoi, ed innumerabili greggi d'altre bestie, e bianchi uccelli, cercati per mare e per terra, di modo che quasi non passava giorno, in cui colle carni di tanti animali uccisi non solamente s'ingrassassero i falsi suoi sacerdoti, ma ne sguazzassero ancora tutti i suoi soldati: spesa indicibile, condannata fin da quel medesimo storico gentile. Così nel celebre tempio di Carres dedicato alla Luna, per quanto narra Teodoreto [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 21.], chiusosi Giuliano un giorno durante la suddetta spedizione, non si seppe cosa ivi facesse, se non che uscito, mise le guardie a quel luogo, con ordine di non lasciarvi entrar persona sino al suo ritorno. Venuta poi la nuova di sua morte, fu aperto il tempio, e vi si trovò una donna impiccata col ventre aperto, per qualche incantesimo fatto da Giuliano, o pure per cercar nelle di lei viscere quel che gli dovea succedere nella guerra co' Persiani. Che impostore solenne dovette mai essere il primo che fece credere, e trovò poi tanti che stoltamente credettero potersi nelle viscere degli animali scoprir l'avvenire de' fatti degli uomini e degli accidenti della vita! Che han che fare i fegati e polmoni delle bestie, sagrificate a caso, colle azioni umane, onde si potesse leggere quivi, come in un libro, le cifre di quel che dovea accadere? L'evento poi fece pur conoscere quante fossero in ciò le illusioni di Giuliano, quanto vana la di lui fidanza ne' suoi idoli. Allorchè egli si credea vicino al colmo della gloria, e nel tempo stesso, come osservò il Nazianzeno [Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che tutto il paganesimo immolava vittime per lui: eccolo steso a terra dalla destra di Dio, e andare in un fascio le sue glorie, e seco tutte le speranze de' gentili, i quali già si figuravano di dover calpestare la Croce, e rendere idolatra di nuovo il romano imperio. Perchè erano bene incamminate le lettere in questi tempi, si possono rammentare sotto il breve regno di Giuliano varii scrittori che registrarono le azioni di lui, come Ammiano Marcellino, Eunapio, Temistio e Libanio, celebri sofisti pagani. Abbiamo ancora alcuni libri del medesimo Giuliano pieni di satire e di buffonerie. Non resta più quello ch'egli scrisse contro la religione cristiana, ma bensì ne abbiamo la confutazione fatta da san Cirillo vescovo d'Alessandria. Altri sofisti e filosofi fiorirono allora, de' quali si son perdute le opere, e fu in credito ancora Oribasio medico, di cui si son conservati varii libri. Ma se i gentili coltivavano allora le lettere, non men di loro vi si applicarono i cristiani, fra' quali specialmente gran nome e venerazione venne ai santi Basilio, Gregorio Nisseno, Gregorio Nazianzeno, Cesario, Ilario e ad altri, dei quali parla la storia ecclesiastica e letteraria.
Trovavasi l'armata romana per l'imprudente condotta di Giuliano in grandissime angustie, perchè in un paese incognito e difficile; priva di vettovaglie, e senza sapere onde condurne; sminuita di molto per li patimenti e per le battaglie; attorniata tuttavia e continuamente infestata dall'armi persiane. A questi malanni si aggiunse l'inaspettata morte dell'imperadore: il perchè tutto era confusione ed affanno. Sì fiera contingenza obbligò gli uffiziali di esso esercito a provvedersi di un capo senza perdere tempo; e perciò nel dì seguente, giorno 27 di giugno, concordemente elessero imperador Gioviano [Eutropius, in Breviar. Hieronymus, in Chronic.], ch'era allora capitan della guardia appellata de' domestici, personaggio di gran riputazione nella corte, e per la sua dolcezza, onoratezza e prudenza amato e stimato da ognuno [Aurelius Victor, in Epitome. Ammianus, lib. 25, cap. 7.]. Era stato suo padre Varroniano conte, nativo di Singidono città della Mesia, che aveva esercitata la stessa carica nella guardia de' domestici, e poi s'era ritirato per godere il resto dei suoi giorni in riposo [Themist., Orat. V.]. Anche il credito del padre contribuì non poco alla esaltazione del figliuolo. Secondo i conti di Eutropio, nacque Gioviano circa l'anno 331, e nelle medaglie [Du-Cange, Hist. Byz. Mediobarbus, Numism. Imper.] il troviamo chiamato Flavio Claudio Gioviano. Ci vorrebbe far credere Ammiano [Ammian., lib. 25, cap. 7.] che quasi accidentale fosse la di lui elezione, e molti se ne mostrassero malcontenti; e vorrà dire i pagani. Sparla ancora dei di lui costumi. Altrettanto fa Eunapio [Eunap., Vit. Sophist.]. Erano amendue gentili. Ma Zosimo [Zosimus, lib. 3 Hist., cap. 30.], che pur era anch'egli pagano, e Teodoreto [Theod., lib. 4 Hist., cap. 1.] lo attestano eletto di comune consentimento; e ciò vien confermato da Eutropio che si trovò in quell'armata. Cristiano di professione era Gioviano; e ricavasi da Socrate [Socrates, lib. 3 Hist., cap. 22.], che avendo l'apostata Giuliano intimato agli uffiziali di rinunziare alla religion cristiana, o pur ai lor impegni, Gioviano allora tribuno scelse l'ultimo partito. Ma perchè egli era uomo sperimentato nella milizia, gli conservò il suo posto. E di questo suo attaccamento una pruova gloriosa diede egli appena creato imperadore [Rufin., Hist., lib. 3. Socrates. Sozomen. Theodoret.]. Imperocchè, senza temere la possanza de' generali e il capriccio dei soldati, protestò d'essere cristiano, e di non poter comandare ad un'armata, che avendo appresa da Giuliano l'empietà, ed essendo abbandonata da Dio, altro non dovea aspettarsi che l'ultimo eccidio. Al che risposero ad alta voce i soldati, con dichiararsi cristiani, perchè parte tali erano, e gli altri elessero di farsi. Quello che dipoi succedesse per conto della guerra co' Persiani, benchè spettante al presente anno, pure chieggo licenza di riferirlo al seguente.
CCCLXIV
| Anno di | Cristo CCCLXIV. Indizione VII. |
| Liberio papa 13. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 1. |
Consoli
Flavio Claudio Gioviano Augusto e Flavio Varroniano nobilissimo fanciullo.
Ebbe Gioviano Augusto per moglie Caritone, figliuola di Lucilliano generale rinomato in questi tempi, che gli partorì una figlia ed un figliuolo, nomato Varroniano, in età allora, per quanto si può raccogliere da Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 10.], di circa un anno. Conferì Gioviano a questo suo rampollo il titolo di nobilissimo fanciullo, e il volle console seco per l'anno presente; ma perchè coi vagiti e colla ripugnanza mostrò di non voler essere condotto nella sedia curale, i superstiziosi pagani presero ciò per un presagio di disgrazie. Tornando ora alle avventure dell'anno precedente, da che Gioviano fu proclamato Augusto, cominciò a pensare ai mezzi di salvare l'armata dall'evidente rischio di perire affatto o per le armi de' Persiani, o per la mancanza de' viveri [Ammian., lib. 25, cap. 5. Liban., in Vita sua.]. Intanto un alfiere romano, tra cui e Gioviano erano passati dei disgusti, desertò, e portò al re Sapore la nuova della morte di Giuliano; che essendo eletto in luogo di lui un imperadore dappoco, era venuto il tempo di subissare i Romani. Animato da tali avvisi il Persiano, per tre giorni con tutte le sue forze inseguì la marcia del nemico esercito, non senza strage di molti Romani, ma sempre con perdita maggiore dal canto suo. Arrivò nel primo dì di luglio l'afflitta armata romana alla città di Dura, non lungi dal Tigri, e si stentò forte a tener in dovere le ammutinate milizie, che faceano istanza di passar tosto quel rapido fiume, benchè senza ponte, e prive affatto di barche, perchè la fame li pungeva, e toccava ai poveri cavalli uccisi di servir loro di pane. In questo miserabile stato, e in pericolo di restar tutti preda dei nemici, come si può conghietturare, mosso Iddio in riguardo del piissimo imperadore a pietà [Gregor. Nazianz., Orat. IV. Theodoret., lib. 4, cap. 2. Socrates. Sozomenus.], fece che il re persiano spontaneamente inviò persone a Gioviano Augusto per trattar di pace [Ammianus, lib. 25, cap. 7.]. A tale spedizione si credè spinto Sapore dalla notizia d'essere stati in ogni scaramuccia e fatto d'armi perditori i suoi soldati, dal timore di peggio, e dal desiderio di liberare il suo paese da un sì poderoso nemico. Riconobbe lo stesso Ammiano, benchè nemico di Gioviano, per un favor particolare di Dio, una tale spedizione e dimanda, quando le apparenze tutte erano che Sapore potea finir la guerra colla total rovina dell'esercito romano. Trattossi dunque di pace nello spazio di quattro giorni; e perchè i Romani si trovavano in troppo svantaggio, e si udiva che Procopio, parente del defunto Giuliano, macchinava ribellione, fu astretto l'Augusto Gioviano a comperar dai nemici una pace vergognosa bensì per l'imperio romano, ma necessaria [Eutrop., in Breviar.]. Gli convenne dunque restituire a' Persiani cinque provincie picciole con alcune castella che essi aveano già ceduto ai Romani sotto Diocleziano, ed inoltre abbandonar loro le città di Nisibi e di Singara, con ritirarne prima gli abitanti. Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 31.] aggiugne che anche buona parte dell'Armenia passò allora in poter de' Persiani, ma ciò accadde in altro tempo. Non lasciarono gli scrittori pagani, cioè Ammiano, Eutropio e Zosimo, di processar Gioviano imperadore, quasichè con questo trattato di pace egli facesse perdere il credito al romano imperio, il cui chimerico dio Termine si gloriavano una volta i Romani che non rinculcava giammai. E pure abbiamo veduto che Adriano, Aureliano e Diocleziano abbandonarono ai Barbari varie provincie che già erano dell'imperio. Oltre di che, non si doveva a Gioviano attribuir questo infelice successo, ma bensì alla imprudenza e temerità di Giuliano, per aver fatta bruciar la flotta necessaria, e poscia impegnata l'armata romana così innanzi nel paese nemico, fatto altresì devastare da lui, senza aver punto di comunicazione col proprio, e senza prendere buone misure per l'importante sussistenza e provvisione de' viveri. In tali strettezze il consiglio si prende non dall'amore della gloria, nè dalla propria volontà, ma bensì dalla necessità e dall'arbitrio di chi gode il vantaggio. Che se da Eutropio [Eutrop., in Breviar.] è biasimato Gioviano, perchè dopo essere giunto in salvo non ruppe il trattato: di questa infame politica non si servono i principi veramente cristiani che rispettano Dio più della propria utilità, nè adoperano mai il giuramento per ingannare altrui, sapendo quando Iddio, chiamato in testimonio de' patti, abborrisca e gastighi gli spergiuri.
Stabilita la pace e dati gli ostaggi, quietamente, ma con gran fatica e perdita di molte persone annegate, o morte di fame [Ammianus, lib. 25, cap. 8.], passò l'armata romana di là dal Tigri, e le convenne far tuttavia viaggio per sei giorni, senza trovar neppur acqua non che cibo, supplendo al bisogno l'erbe e la carne de' cammelli uccisi. Arrivati finalmente al castello d'Ur, trovarono ivi qualche rinfresco, finchè giunsero in siti da potersi ben satollare. Allora Gioviano Augusto spedì in Italia, nell'Illirico e nelle Gallie uffiziali a portar la nuova della sua esaltazione, distribuì i governi e le cariche. Giunto poi che fu a Nisibi, volle eseguita la capitolazione, consegnando a' Persiani quella ricca e popolata città, con trasportarne altrove gli abitanti: scena lagrimevole descritta da Ammiano [Idem, ibidem.] e da Zosimo [Zosimus, lib. 3, cap. 33.], e più pateticamente dal Grisostomo [Chrysost., in Gentiles.], in guisa che intenerisce i lettori. Nel mese di ottobre finalmente pervenne ad Antiochia, il cui popolo, da che intese la morte dell'apostata Giuliano, avea fatta gran festa, gridando dappertutto [Theodoretus, lib. 3 Hist., cap. 22.]: Dio l'ha vinta, e Gesù Cristo con lui: con passar poi a dileggiare l'estinto odiato principe, e Massimo filosofo, e tutta l'altra ciurma degli incantatori e indovini che l'aveano burlato con tante loro promesse. Applicossi tosto il novello imperadore a ristabilire la pace della religione cristiana. Se vogliam credere a Temistio [Themistius, Orat. V.], egli permise ad ognuno la libertà di osservar quella che più gli piacesse, nè ai pagani vietò l'uso dei loro templi e sagrifizii. Altramente ne parla Socrate [Socrat., lib. 3 Histor., cap. 25.], con dire che d'ordine suo furono chiusi di nuovo i templi degl'idoli. Quel che è più, lo stesso Libanio [Libanius, Orat. XII.] sofista, sì caro a Giuliano, confessa che dopo la morte di lui ognun poteva a man salva parlare contra de' falsi dii, e che i templi de' gentili restavano serrati e andavano in rovina; e che i sacerdoti filosofi e sofisti pagani erano maltrattati, derisi e imprigionati. Libanio anch'egli corse gran pericolo della vita [Liban., in Vita sua.], perchè non cessava di piangere e lodar Giuliano; ma il buon Gioviano non gli volle mai fare un reato di questo suo pazzo impegno. Furono dunque dal piissimo Augusto restituiti tutti i privilegii alle chiese, al clero, alle vergini e vedove sacre, e richiamati dall'esilio i vescovi cattolici, molti de' quali erano stati banditi dal perfido Giuliano, e massimamente l'insigne vescovo d'Alessandria sant'Atanasio [Gregor. Nazianz., Orat. XXI. Theodoret. Socrates.]. Andò egli a trovar Gioviano in Antiochia, e la sua presenza assaissimo giovò per preservare il di lui cuore dalle suggestioni degli ariani, de' macedoniani e degli altri eretici o scismatici di questi tempi. Ma che? Mentre il buon principe s'affatica per la tranquillità della Chiesa e per la pubblica felicità, ecco un'improvvisa morte troncar il filo di sua vita, e far abortire tutti i di lui gloriosi disegni. S'affrettava egli per venire in Occidente affin di mettere riparo alle sedizioni e rivolte che si temevano. Ed in fatti essendo egli pervenuto a Tiana nella Cappadocia, gli giunse avviso che Lucilliano suocero suo, creato ultimamente, o pure confermato generale dell'armi nell'Illirico [Ammian., lib. 25, cap. 10. Zosimus, lib. 3, cap. 35.], essendo passato nelle Gallie, quivi dai soldati batavi ammutinati era stato privato di vita. Valentiniano tribuno, ch'era seco, ebbe la fortuna di salvarsi, destinato da Dio per divenir imperadore fra pochi mesi. Di peggio non accadde nelle Gallie; e quei popoli spedirono poco dipoi deputati ad umiliar la loro ubbidienza a Gioviano. Trovossi l'Augusto principe in Ancira, capitale della Galazia, nel primo giorno del presente anno, e quivi con solennità celebrò il consolato da lui preso col suo picciolo figliuolo Varroniano. Per tal congiuntura il sofista Temistio compose un'orazione che resta tuttavia. Ancorchè i rigori del verno dovessero persuadere a Gioviano il fermarsi in Ancira, tale nondimeno era la di lui premura per arrivare a Costantinopoli [Socrates, lib. 3, cap. 26. Zosimus, lib. 3, cap. 35. Sozom., lib. 6, cap. 6.], che non si potè trattenere dal continuare il viaggio. Ma pervenuto a Dadastana nei confini della Galazia e Bitinia, dove se gli presentò Temistio con altri senatori a lui spediti da Costantinopoli, nella notte del dì 16 venendo il 17 di febbraio, sorpreso da un maligno accidente, fu nella seguente mattina ritrovato morto, dopo aver regnato solamente sette mesi e venti giorni, in età, secondo Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 10.] ed Eutropio [Eutrop., in Breviar.], di trentatrè anni. Varie furono le dicerie intorno alla cagion di sì funesto caso. Chi l'attribuì all'aver egli dormito in una camera poco dianzi imbiancata colla calce; chi all'odore del carbone acceso in esso per riscaldarla; altri ad un eccesso di mangiare fatto nel dì innanzi [Sozom. Orosius. Hieronym. et alii.]. Il Grisostomo [Chrysostom., Homil. XXV in Philipp.] ed altri parlano di veleno, o ch'egli fosse strangolato dalle guardie; e pare che Ammiano [Ammianus, lib. 25, cap. 10.] stesso non si allontani da sì fatto sospetto. Fu poi portato a Costantinopoli il di lui corpo, ed onorevolmente seppellito nella chiesa degli Apostoli. Caritone Augusta sua moglie, che vivente non l'avea potuto vedere imperadore, lo accolse morto nel venirgli incontro a Costantinopoli. Si trova poi essa tuttavia viva nell'anno di Cristo 380 insieme col figliuolo Varroniano [Zonar., in Annalib. Cedrenus, Histor.], a cui nondimeno era stato cavato un occhio, affinchè non osasse un dì pretendere all'imperio, vivendo egli nondimeno sempre in timore di qualche peggior trattamento che venisse consigliato dall'iniqua politica del mondo.
Stettero gli uffiziali dell'armata romana dopo la morte di Gioviano per nove o dieci giorni senza principe, consultando sempre chi fosse degno di sì eccelsa dignità. Varii furono i candidati; ma in fine i voti concordi andarono a cadere in Valentiniano, per opera specialmente di Sallustio Secondo, prefetto del pretorio d'Oriente, e d'Arinteo e Dagalaifo generali delle armi [Ammianus, lib. 26, cap. 1, et lib. 30, cap. 7.]. Per patria sua riconosceva Flavio Valentiniano (che così egli è nominato nelle iscrizioni e medaglie) Cibala città della Pannonia; per padre Graziano, il quale nato di famiglia ignobile, ma dotato d'una gran forza, per varii gradi della milizia era giunto ad essere conte dell'Africa. E quantunque sotto Costanzo Augusto, mentr'egli era comandante dell'armi nella Bretagna, fosse spogliato de' suoi beni, siccome incolpato d'aver accolto in sua casa Magnenzio poco prima della di lui ribellione: non però di meno fu egli sempre in grande stima tra le persone militari, e il credito suo giovò al figliuolo per salire sul trono. Anche Valentiniano, nato circa l'anno di Cristo 321, per la via dell'armi fece il noviziato della sua fortuna, mostrando in varie occasioni non men coraggio che perizia dell'arte militare [Zosimus, lib. 3, cap. 36.]. Per una calunnia del general Barbazione, Costanzo Augusto il cassò nell'anno 357, levandogli un corpo di cavalleria, a cui nelle Gallie comandava in grado di tribuno. Sotto Giuliano esercitò la carica di tribuno d'una compagnia delle guardie d'esso Augusto, nel cui servigio gli occorse un glorioso accidente che fece molto parlare di lui [Zosim., lib. 4, cap. 2. Sozomenus, lib. 4, cap. 6. Theodoret., lib. 3, cap. 12.]. Trovandosi esso Giuliano in Antiochia, ed entrando in un tempio degl'idoli, un di que' sacerdoti che spargeva dell'acqua sopra chi l'accompagnava come per purificarlo (rito antichissimo santificato nella religion cristiana) con una goccia toccò la veste di Valentiniano. Era questi di profession cristiano, e però sembrandogli d'essere contaminato per quell'acqua spruzzata dalle mani di un idolatra, il quale forse anche caricò la mano appunto perchè sapea che egli era cristiano, gli disse una mano d'ingiurie; e v'ha chi crede che gli desse un pugno, o pure che si tagliasse quel pezzo dell'abito, dov'era caduta l'acqua. Fu osservato da Massimo filosofo pagano, che ne informò tosto Giuliano. Irritato l'apostata Augusto per tale sprezzo del rituale gentilesco, ordinò a Valentiniano di sagrificare agl'idoli, o pure di dimenticare la carica. Generosamente elesse egli la perdita di tutto piuttosto che di mancare alla fede verso Dio, il qual poi per tanta fedeltà il ricompensò sulla terra, e più dovette farlo in cielo [Orosius, lib. 7, cap. 32. Sozomenus. Theodor. Philost.]. I più degli antichi tengono che Giuliano il cacciasse in esilio; ma questo non è certo. Di sopra accennammo che Valentiniano sotto l'Augusto Gioviano accompagnò nelle Gallie il generale Lucilliano, e per buona ventura scappò dalle mani de' Batavi, allorchè nella città di Rems tolsero la vita ad esso Lucilliano. Essendo egli poi venuto a trovar Gioviano in Oriente, creato capitano della seconda compagnia delle guardie, restò in Ancira con ordine di tener dietro all'imperadore dopo qualche tempo. Ma venuto a morte Gioviano, ed essendosi accordati i principali dell'esercito ad eleggere lui per Augusto, giunsero i deputati ad Ancira con questa lieta nuova, facendogli istanza che s'affrettasse a raggiungere l'armata, la quale con impazienza l'aspettava in Nicea, capitale in questi tempi della Bitinia (ma senza pregiudizio di Nicomedia), dove era seguita la di lui elezione.
Arrivò Valentiniano nel dì 24 di febbraio a Nicea, ma nel dì seguente non volle farsi vedere in pubblico, se è vero ciò che scrive Ammiano [Ammian., lib. 26. cap. 1.], perchè nel dì 25 di febbraio di quest'anno correva il bissesto, e per una ridicola superstizione doveano i Romani d'allora crederlo giorno di cattivo augurio. Ora nel dì 26, essendo schierato l'esercito romano fuor di Nicea, montò Valentiniano sopra un palco alla vista di tutti, e con incessanti acclamazioni fu dichiarato Augusto, vestito della porpora ed ornato col diadema. Fece egli cenno di voler parlare; ma i soldati, senza lasciarlo dire, rinforzarono le grida, con esigere ch'egli in quel punto dichiarasse un collega nell'imperio, non volendo più restar senza capo, se l'imperatore per disavventura mancasse di vita. Parevano anche disposti a violentarlo, ma egli senza punto lasciarsi intimidire, allorchè potè farsi intendere, intrepidamente disse [Ammianus, lib. 26, cap. 2. Sozomen. Theodoret. Philostorg.], che dianzi dipendeva da essi il creare lui imperadore; ma da che aveano creato lui tale, a lui toccava il pensare a quel che più conveniva al pubblico bene; non ricusar già egli di prendere un collega, ma che un affare di tanta importanza esigeva matura considerazione: e così cessò il tumulto. Ci vien dipinto Valentiniano Augusto da Aurelio Vittore [Aurel. Victor., in Epitome.] per uomo di bell'aspetto, nel cui portamento ed operare compariva la gravità ed un ingegno svegliato, inclinante alla severità e alla collera. Poco parlava, ma quel poco bene e con proprietà, ancorchè, se vogliam credere a Zosimo [Zosim., lib. 3, cap. 36.], egli non avesse studiato lettere, e nè pur sapesse bene il greco, come pare che si ricavi da Temistio [Themistius, Orat. VI.]. Si osservò sempre in lui un abborrimento ai vizii e alla avarizia. Pratico dell'arte militare degli antichi, andava studiando nuove armi da offesa e difesa. Dilettavasi di lavorare statue di terra; e nella guerra compariva sperto in valersi de' luoghi, de' tempi e di ogni menoma occasione per cavarne profitto. In somma tante doti in lui concorrevano, che s'egli avesse tenuto in sua corte uomini professori di onoratezza al pari di lui, e che gli avessero detta la verità, in vece di altri infedeli da lui presi, credendoli di buona legge, avrebbe potuto gareggiare coi più accreditati regnanti. Certo è che, nel mediocre impiego ch'egli esercitava, non dovea immaginare un sì glorioso ascendente, o almeno non dovette far brighe per ottener l'imperio, trovandosi allora lontano dall'armata; anzi Vittore sembra dire ch'egli fece anche della difficoltà ad accettarlo. Comunque sia, alzato al trono, egli riconobbe dalla mano di Dio l'esaltazione sua e gliene mostrò da lì innanzi la sua gratitudine, con proteggere la Chiesa e dottrina cattolica [Sozom., lib. 6, c. 12. Socrat., lib. 4. cap. 1.], e con tener basso il paganesimo: intorno a che molte sue leggi abbiamo, non però di molto peso, perchè egli, sto per dire, non volea che la religione sconciasse la politica sua. Le stesse sue azioni dipoi mostrarono che non erano assai radicati in suo cuore i documenti del Vangelo. Ora egli non tardò ad impiegar le sue applicazioni per togliere gli abusi introdotti ne' tempi addietro, come consta da molte sue leggi [Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.] di questo medesimo anno, a noi conservate nel Codice Teodosiano, le quali ci fanno nello stesso tempo conoscere il progresso del suo viaggio da Nicea a Costantinopoli, e di là sino a Milano.
In Costantinopoli appunto volle Valentiniano soddisfare alle premure dell'esercito, con eleggersi un collega [Ammianus, lib. 26, cap. 4.]. Se n'era trattato in un gran consiglio tenuto in Nicea, dove niuno osò di scoprire il suo interno, a riserva di Dagalaifo, il quale animosamente gli disse che se egli amava la propria famiglia, non gli mancava un fratello; ma se il pubblico bene, cercasse il migliore. Dichiarossi appunto Valentiniano in favor del fratello, cioè di Flavio Valente, nel dì 28 marzo [Idacius, in Chronic. Chronicon Alexandr.], e gli diede la porpora e il diadema in un luogo lontano dalla città sette miglia, e perciò appellato Hebdomon. Era anch'egli cristiano, e, secondo Teodoreto [Theodor., lib. 4, cap. 11.], seguitava allora i dogmi del Concilio Niceno, ma col tempo divenne persecutore del cattolicismo, con lasciarsi sovvertir dagli Ariani, dei quali comparve sempre gran protettore. Fu applaudita allora, almeno in apparenza, da tutti l'elezion di Valente, come utile all'imperio; ed in fatti la concordia, che passò da lì innanzi fra i due fratelli nel governo, parve cosa mirabile, e giovò non poco al pubblico. E di vero meritò non poca lode Valente per aver sempre conservata una fedel dipendenza dal fratello maggiore, nulla di rilevante operando senza consultarlo, ed ubbidendo ai cenni, come avrebbe fatto un suddito col principe suo. Scrive Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 1.] che nel viaggio da Nicea a Costantinopoli Valentiniano si ammalò. Ammiano [Ammian., lib. 16, cap. 4.], più autentico scrittore, racconta che dopo la promozione suddetta amendue gli Augusti fratelli furono presi da gagliarde febbri: il che fece lor sospettare originata la lor malattia da qualche fattucchieria lor fatta dagli amici del defunto Giuliano. Perciò fu data incumbenza ad Orsacio maestro degli ufficii, o sia maggiordomo, uomo crudo, e a Giuvenco questore, di esaminar questo affare. Nulla si scoprì; e contuttochè fossero denunziate molte persone illustri, pure la destrezza di Sallustio Secondo, prefetto del pretorio, tagliò le gambe a tutti i processi. Per altro erano i due principi assai portati ad odiare chiunque avea goduto della grazia ed amicizia di Giuliano; e però non la poterono scappare nell'anno seguente Massimo e Prisco filosofi, che più degli altri erano stati confidenti dell'Apostata, e riguardati di mal occhio anche dal popolo. Prisco fu rimandato alla Grecia, come innocente [Eunap., Vit. Sophist. cap. 5.]; Massimo condannato alla prigionia, finchè avesse pagato una grossa pena pecuniaria. Avendo amendue gli Augusti ricuperata la sanità e le applicazioni ad affari più importanti, fecero poco dappoi cessar quel rumore e i processi suddetti.
Venuta la primavera, si misero essi in viaggio alla volta dell'Occidente, e sul fine d'aprile apparisce da una lor legge [L. 5, de re militar., Cod. Theod.], che erano in Andrinopoli. Di là passati a Filippopoli, a Serdica, e finalmente a Naisso della Dacia nuova; quivi nel castello di Mediana, lontana da Naisso tre miglia, divisero fra loro il governo dell'imperio [Ammianus, lib. 16, cap. 5.]. Valentiniano ritenne per sè l'Italia, l'Illirico, le Gallie, le Spagne, la Bretagna e l'Africa. A Valente cedette le provincie dell'Asia tutta, coll'Egitto e colla Tracia. Partirono anche fra loro le milizie e gli uffiziali, con avere Valentiniano voluto al suo servigio Dagalaifo generale dalla cavalleria, Giovino general delle milizie delle Gallie. Equizio ch'ebbe poi il comando dell'armata dell'Illirico, Mamertino prefetto del pretorio dell'Illirico, dell'Italia ed Africa, e Germaniano prefetto del pretorio delle Gallie. Con gran vigore e credito di molta giustizia avea Lucio Turcio Aproniano esercitata la carica di prefetto di Roma. Egli ebbe in quest'anno per successore Cajo Cejonio Rufio Volusiano, che poco dovette godere di tal dignità, perchè molte leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chron. Cod. Theod.] ci fan vedere prefetto di Roma Lucio Aurelio Avianio Simmaco, pagano di credenza, e padre di quel Simmaco, parimente pagano, che riuscì celebre per varie cariche e per la letteratura, di cui ci restan le lettere. Se noi ascoltiamo Ammiano [Ammianus, lib. 26, cap. 5.], in questi tempi l'imperio romano si trovava da più parti infestato dai Barbari: il che accrebbe i motivi a Valentiniano di non differir la elezione del collega. Cioè nella Gallia e nella Rezia le scorrerie degli Alamanni recavano frequenti danni. Dai Sarmati e Quadi era infestata la Pannonia: la Bretagna dai Sassoni, Pitti ed Atacotti, popoli bellicosi di quella grand'isola. Nè da somiglianti mali andava esente l'Africa, perchè varie nazioni more di tanto in tanto correvano a darle il sacco. I Persiani poi dal canto loro aveano mossa guerra ad Arsace re dell'Armenia, con pretesto di poterlo fare in vigor della pace stabilita con Gioviano, ma ingiustamente, come scrive Ammiano. A cagion di tali turbolenze si affrettò Valentiniano di venire a Milano, per istar vicino e pronto per accorrere dove maggior fosse il bisogno. Chi vuole apprendere i buoni regolamenti fatti da lui in quest'anno, non ha che leggere nel Codice Teodosiano varie sue leggi spettanti a questi tempi. Non piacquero già ai popoli cattolici due di esse. Coll'una [Lib. 7, de Maleficis, Cod. Theod.] proibì ai pagani solamente i lor sacrifizii notturni, ma non già quei del giorno; ed altronde si sa che la sua politica, tuttochè certamente egli fosse buon cattolico, e favorisse la vera Chiesa, il portò a lasciare ad ognuno la libertà della coscienza, e a non inquietar veruno per cagion di religione [Sozom., lib. 6, cap. 21. Socrates, lib. 4, cap. 1.]. Per questa indifferenza fu egli processato dal cardinale Baronio. Coll'altra legge [L. 17, de Episcopis, Cod. Theodos.] proibì ai vescovi di ricevere nel clero le persone ricche, sì perchè non si pregiudicasse al bisogno del pubblico per gli magistrati, e perchè i lor beni non colassero nelle chiese. Solamente permise a quei che poteano essere decurioni (erano questi, per così dire, il senato d'ogni città) di farsi chierici, con sostituire qualche lor parente, a cui lasciassero i lor beni, o pure con cedere al pubblico essi beni. Ma forse questa legge, fatta per la provincia Bizacena dell'Africa, fu un regolamento particolare, nè si stese a tutto l'imperio.
CCCLXV
| Anno di | Cristo CCCLXV. Indizione VIII. |
| Liberio papa 14. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 2. |
Consoli
Flavio Valentiniano e Flavio Valente Augusti.
Siccome si ricava dalle leggi del Codice Teodosiano, la prefettura di Roma per gli cinque primi mesi fu appoggiata a Simmaco, e dopo lui a Volusiano, de' quali si è parlato di sopra. Per buona parte dell'anno presente si fermò l'Augusto Valentiniano in Milano; e ch'egli facesse una scorsa per varie città d'Italia, si scorge da alcune sue leggi [Gothofred., in Chronolog. Cod. Theod.] date in Sinigaglia, Fano, Verona, Aquileia e Liceria, che non può essere quella del regno di Napoli, e forse fu Luzzara, terra del Mantovano, ossia del Guastallese. Nelle date nondimeno di quelle leggi si osserva qualche sbaglio [Ammian., lib. 26, cap. 5.]. Passò dipoi Valentiniano nelle Gallie, e andò a posare in Parigi; veggendosi ancora qualche legge data in quel luogo, che a poco a poco crescendo di abitatori nel sito fuori dell'isola della Senna, divenne poi famosissima città. I movimenti degli Alamanni quei furono che trassero l'imperador nelle Gallie. Imperocchè que' popoli avendo spediti i lor deputati di buon'ora alla corte per rallegrarsi con Valentiniano, in vece di riportare a casa dei regali suntuosi, com'era il costume, non ne ebbero che pochi e di poco prezzo. Furono anche trattati con asprezza da Orsacio, maggiordomo dell'imperadore, a cui fumava presto il commino. Il perchè disgustati, per vedersi poco apprezzati da quell'Augusto, rifiutarono quei doni, e poi furiosamente cercarono di vendicarsene addosso agl'innocenti loro confinanti della Gallia, e fecero leghe con altre nazioni barbare, istigandole tutte ai danni dell'imperio romano. Comandò Valentiniano che il generale Dagalaifo marciasse coll'armata contra di essi Alamanni; ma questi li ritrovò già ritirati di là del Reno. Era vicino il primo dì di novembre, quando ad esso Augusto arrivò la dispiacevol nuova che Procopio s'era ribellato in Levante contra del fratello Valente, con impadronirsi di Costantinopoli. Per timore che costui non volgesse le armi verso l'Illirico, che era di sua giurisdizione, spedì Valentiniano colà Equizio, creato general delle milizie di quel paese, con buon numero di truppe, ed egli stesso facea già i conti di tenergli dietro; ma non meno i suoi consiglieri che i legati di varie città galliche il trattennero, con rappresentargli il pericolo, a cui restavano esposte le Gallie; e con fargli conoscere che Procopio era nimico di lui e del fratello, ma che gli Alamanni erano nemici di tutto l'imperio romano. Perciò si fermò, e solamente andò a Rems. Ed affinchè non penetrasse nell'Africa il turbine mosso in Oriente, spedì colà Neoterio, che fu poi console nell'anno di Cristo 390, ed altri uffiziali, raccomandando loro che ben vegliassero alla quiete di quelle contrade. Molte leggi abbiamo pubblicate da esso Augusto in quest'anno, e registrate nel Codice Teodosiano [Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.], colle quali proibì il condannare alcun cristiano a fare da gladiatore; siccome ancora l'esigere danaro dalle provincie per regalare chi portava le nuove di qualche vittoria, o dei consoli novelli. Parimente levò i privilegii de' particolari, volendo che ognun portasse il suo peso ne' pubblici aggravii. Inventò ancora i difensori delle città, acciocchè proteggessero il popolo contro la prepotenza de' grandi, e decidessero anche le lor liti di poco momento. Questa istituzione fatta per bene del pubblico durò poi gran tempo, e cagion fu che anche gli ecclesiastici ottenessero dagli Augusti dei difensori per assistere ai lor interessi ne' tribunali.
Per conto di Valente imperadore, sul principio dell'anno presente egli procedè console in Costantinopoli, e venuta la primavera passò nell'Asia, perchè facendo i Persiani guerra viva all'Armenia, le apparenze erano che volessero rompere la pace già stabilita da Gioviano, ed assalir le terre del romano imperio. I fatti mostrarono che tale non era la loro intenzione. Ancorchè Socrate [Socrat., lib. 4, cap. 2.] scriva che Valente giunse ad Antiochia, pure abbiamo da Ammiano [Ammianus, lib. 26, cap. 7.] che s'incamminò bensì a quella volta, ma poi si fermò a Cesarea di Cappadocia, dove cominciò a farsi conoscere parziale assai caldo degli Ariani, e persecutor dei Cattolici. Mentre egli dimorava in quelle parti, un fierissimo tremuoto nel dì 21 di luglio, secondo Ammiano ed Idazio [Idacius, in Chron.], oppure nel dì 21 d'agosto, come ha la Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandr.], si fece sentire per tutto l'Oriente. San Girolamo [Hieronymus, in Chronic.] scrive per tutto il mondo; il che ha ciera d'iperbole, tuttochè anche Teofane [Theophan., in Chronogr.] coi termini stessi ne parli. Amendue lo riferiscono all'anno seguente, quando pure non fosse cosa diversa. In Alessandria il mare sì stranamente si gonfiò, che portò le navi sopra le case e mura più alte (ancor questa possiam contarla per una iperbole), e poscia con pari reflusso retrocedendo lasciò quei legni in secco. Accorsero quei cittadini (i quali doveano pure essere stati tutti annegati, se vera fosse la prima parte) per dare il sacco alle merci; ma ritornando indietro l'acqua, tutti li colse ed annegò. Gran danno è scritto ancora che patirono l'isole di Sicilia e Creta. Soggiornava tuttavia in Cappadocia Valente [Ammianus, lib. 36, cap. 7.], quando arrivò per le poste Sofronio, uno de' suoi segretarii, che poi fu creato prefetto di Costantinopoli, portandogli la funesta nuova della sollevazione e ribellion di Procopio. Era costui d'una famiglia illustre della Cilicia, e parente dell'apostata Giuliano [Idem ib., cap. 6.], uomo d'umor melanconico, e riconosciuto prima d'ora per cervello capace di far delle novità. Già il vedemmo lasciato da esso Giuliano nella Mesopotamia con Sebastiano generale al comando di un'armata di trenta mila persone, mentre esso Giuliano marciava coll'altro maggior esercito contro i Persiani. Ebbe poi da Gioviano Augusto l'incumbenza di condurre il corpo dell'estinto Giuliano alla sepoltura di Tarso. Fu creduto (e lo racconta Ammiano) che nel tempio di Carres segretamente Giuliano gli avesse donata una veste di porpora, con dirgli di vestirsene e di farsi proclamar imperadore, in caso che accadesse la morte sua. Aggiunsero altri che Giuliano negli ultimi disperati momenti di sua vita il dichiarasse suo successore; il che si niega da Ammiano. Ma per quel che riguarda la porpora, Zosimo [Zosim., lib. 4, cap. 4.] racconta che Procopio, dappoichè fu eletto Gioviano Augusto, andò a presentargliela, e nello stesso tempo il pregò di lasciarlo ritirare colla sua famiglia a Cesarea di Cappadocia, per menar ivi una vita privata, ed attendere all'agricoltura, perchè in quelle parti vi possedea molti stabili. Vero o falso che fosse l'affare di quella porpora, si dee ben credere sparsa voce ch'egli avesse aspirato all'imperio, e però si appigliò al partito della ritirata. Ma nè pur credendosi sicuro in Cappadocia, passò di poi nella Taurica Chersoneso, oggidì la Crimea; e conoscendo fra poco tempo che non era da fidarsi di que' Barbari infedeli, e trovandosi anche in necessità, venne a nascondersi in una villa vicina a Calcedone in casa d'un amico suo, nominato Stratego. Di là passava talvolta travestito a Costantinopoli; e raccogliendo quanto si diceva dell'avarizia di Valente Augusto, e della crudeltà di Petronio suocero di esso imperadore, s'avvide che il popolo era mal soddisfatto del presente governo, e questo essere il tempo di tentare un gran giuoco, giacchè non sapea più lungamente sofferire quel suo infelice stato di vita. Gli accrebbe ancora l'animo la lontananza di Valente; e però passato in Costantinopoli, e guadagnato un eunuco assai ricco [Ammianus, lib. 26, cap. 7. Zosimus, lib. 4, cap. 4. Themist., Orat. VII.], si diede a conoscere ad alcuni soldati suoi vecchi amici, ed animosamente si fece proclamare imperadore Augusto. Niun forse giammai sì temerariamente cominciò una sì grande e pari impresa, perchè senza gente, senza denaro e senza altre disposizioni, per andare innanzi e sostenersi. Eppur si vide costui secondato dalla fortuna, perchè a forza di artifizii, di bugie, di promesse, e di far venir di qua e di là persone che asserivano morto Valentiniano, ed incamminati rinforzi di gente in aiuto suo, egli giunse a tirare nel suo partito [Eunap., Vit. Sophist., cap. 5.] un'incredibil quantità di soldati, o disertori, o tratti dalla plebe, in maniera tale, che i primarii dell'imperio dubitavano già che egli potesse prevalere a Valente. Uno degli artifizii suoi ancora fu, che avendo trovato in Costantinopoli Faustina Augusta, vedova dell'imperador Costanzo, con una sua figliuola di età di cinque anni [Ammian., lib. 26, cap. 7.], vantandosi suo parente, la facea venir seco in lettiga ai combattimenti, e mostrava ai soldati quella fanciulletta, per isvegliar in loro la cara memoria di Costanzo Augusto.
Non solamente venne Costantinopoli in poter di Procopio, ma anche la Tracia tutta, e gli riuscì ancora di occupar Calcedone e Nicea, ed in fine tutta la Bitinia, e di guadagnare con mirabil destrezza un corpo di milizie che era stato spedito contra di lui. Valente imperadore, siccome principe allevato sempre nell'ozio e nella pace, e di poco cuore, a tali avvisi, accresciuti anche dalla fama, restò sì sbigottito, che già gli passava per mente di deporre la porpora. Pure animato da' suoi, inviò Vadomario, già re degli Alamanni, all'assedio di Nicea. Ma Rumitalca, che la difendeva per Procopio, con una sortita il fece ritirar più che in fretta. Portossi lo stesso Valente all'assedio di Calcedone, dove non riportò se non delle fischiate e degli scherni ingiuriosi da quei difensori, e fu anch'egli costretto a battere la ritirata. Accadde poi un caso curioso. Essendosi Arinteo, uno de' bravi generali di Valente, incontrato in una brigata nemica, comandata da Iperechio, in vece di assalirla con l'armi, con quel possesso ch'egli usava ne' tempi addietro con quei soldati desertori, loro comandò di condurgli legato il lor capitano, e fu ubbidito. Quel nondimeno che sconcertò non poco gli affari di Valente, fu che essendosi ritirato Sereniano suo uffiziale nella città di Cizico colla cassa di guerra, con cui dovea pagar le armate imperiali, un grosso corpo di gente di Procopio quivi il colse, ed, espugnata la città, si impadronì di tutto quel tesoro. Fece inoltre esso Procopio votar la casa di Arbezione, già uno de' generali d'armata sotto Costanzo, che non si era voluto presentare a lui, colla scusa della vecchiaia e degli acciacchi suoi. Valsero un tesoro tutti que' preziosi suoi mobili. Diede poscia Procopio in proconsole all'Ellesponto Ormisda, figliuolo di quell'Ormisda che già vedemmo fratello di Sapore re di Persia, e rifugiato presso i Romani. Intanto arrivò il verno, ed altro più per allora non seppe far Procopio [Themist., Orat. VII.], che caricar d'imposte i popoli, e lasciar la briglia alla già coperta sua malignità e fierezza, per cui cominciò a calar ne' sudditi l'avversione a Valente, e si svegliò l'odio contra dell'iniquo usurpatore. Sembra ancora ch'egli pubblicasse qualche editto pregiudiziale ai filosofi, avvegnachè anch'esso pretendesse d'essere un gran filosofo. In segno di ciò portava un'assai bella barba, in cui consisteva tutta la di lui filosofia.
CCCLXVI
| Anno di | Cristo CCCLXVI. Indizione IX. |
| Damaso papa 1. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 3. |
Consoli
Graziano, nobilissimo fanciullo e Dagalaifo.
Amendue questi consoli appartengono all'Occidente. Sembra che Pretestato fosse prefetto di Roma. Il Panvinio ci dà Lampadio, e poscia Juvenzio; ed in fatti la prefettura di Juvenzio vien confermata da Ammiano. Accadde [Pagius, Crit. Baron.] nel dì 24 di settembre dell'anno presente la morte di Liberio papa, il quale nei torbidi della religione non avea fatto comparire quel petto, per cui sono stati sì commendati tanti altri suoi antecessori e successori. Si venne all'elezione di un novello pontefice, ma questa non succedè senza un lagrimevole scisma [Baron., Annal. Eccl. Fleury, Hist. Eccl. Tillemont, Mémoires de l'Hist. Eccl.], avendo una parte eletto Damaso diacono della Chiesa romana, personaggio dignissimo; ed un'altra Ursino, appellato da altri, contro la fede de' manuscritti, Ursicino, diacono anch'esso della medesima chiesa. Per questa divisione in gravissimi sconcerti si trovò involta Roma, e ne seguirono ferite ed ammazzamenti non pochi, tanto dell'una che dell'altra arrabbiata fazione, e fino nelle chiese sacrosante. Chi ne attribuì la colpa a Damaso, e chi ad Ursino; ma in fine riconosciuta la buona causa e l'innocenza di Damaso, la quale si vide allora esposta a non poche calunnie dei suoi avversarii, restò egli pacifico possessore della sedia di s. Pietro, e governò da lì innanzi con gran plauso la Chiesa di Dio. Celebri sono in questo proposito le parole e riflessioni di Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 27, cap. 8.], scrittore pagano, e però nulla mischiato in quelle sanguinose fazioni. Racconta egli che per questa maledetta gara in un sol giorno nella sacra basilica di Sicinio si contarono fin cento trentasette cadaveri; nè Juvenzio, prefetto di Roma, fu con tutta la sua autorità bastante a reprimere la matta inviperita plebe, anzi convenne a lui stesso di ritirarsi fuori della città nei borghi, per non restar vittima del loro furore. Scrive dunque Ammiano: Quanto a me, considerando il fasto mondano, con cui vive chi possiede in Roma quella dignità, non mi maraviglio punto, se chi la sospira, non perdoni a sforzo ed arte alcuna per ottenerla. Perocchè ottenuta che l'hanno, son certi di arricchirsi assaissimo mercè delle oblazioni delle divote matrone romane, e che se n'anderanno in carrozza per Roma a lor talento, magnificamente vestiti, e terranno buona tavola, anzi faranno conviti sì suntuosi, che si lasceranno indietro quei dei re ed imperadori. E non s'avveggono che potrebbono essere felici, se senza servirsi del pretesto della grandezza e magnificenza di Roma, per iscusar questi loro eccessi, volessero riformar il loro vivere, seguitando l'esempio di alcuni vescovi delle provincie, i quali colla saggia frugalità nel mangiare e bere coll'andar poveramente vestiti, e con gli occhi dimessi e rivolti alla terra, rendono venerabile e grata non meno all'eterno Dio, che ai veri suoi adoratori, la purità de' lor costumi, e la modestia del loro portamento. Così Ammiano. Noi, secondo l'usanza, se miriamo eccessi ne' pastori della Chiesa e vizii nel popolo, subito caviam fuori i primi secoli della religion cristiana, come lo specchio di quel che si dovrebbe fare oggidì; e certo è che grandi esempi di virtù s'incontrano in que' tempi; ma nè pur mancavano allora i vizii e i mali dei nostri dì, e le opere di Eusebio Cesariense, e dei santi Gregorio Nazianzeno, Giovanni Grisostomo e Girolamo, per tacer d'altri, ci assicurano non essere stati sì fortunati i lor tempi, che facciano vergogna ai nostri. L'ambizione è mal vecchio; e dove son ricchezze sempre sono tentazioni. Lo stesso romano pontificato già era divenuto un maestoso oggetto dei desiderii mondani; ed è altresì famoso ciò che s. Girolamo [S. Hieron., Epist. LXI.] racconta di Pretestato, uno de' più nobili romani, che fu proconsole, e circa questi tempi prefetto di Roma, e morì poi console disegnato. Essendo egli pagano, papa Damaso l'andava esortando ad abbracciare la religione cristiana: ed egli allora ridendo rispose: Fatemi vescovo di Roma, ch'io tosto mi farò cristiano.
Continuò Valentiniano Augusto in questo anno ancora il soggiorno nelle Gallie, dimorando per lo più nella città di Rems, dove si veggono date alcune leggi [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.], per opporsi, occorrendo, ai non mai quieti Alamanni. Sul fine dell'anno precedente avea quella gente [Ammian., lib. 27, cap. 1.], senza essere ritenuta dal verno, fatta un'irruzione nel paese romano. Cariettone e Severiano conti, che guardavano quei confini, colla gente di lor comando cavalcarono contra di essi, e vennero alle mani. Andò a finir la zuffa colla morte di que' due conti e di altri Romani, colla fuga del resto, e colla perdita della bandiera degli Eruli e Batavi, portata poi da que' Barbari come in trionfo a casa loro. Con rabbia e dolore inteso che ebbe tal fatto Valentiniano, diede ordine a Giovino, generale della cavalleria, di marciare contra de' nemici, probabilmente nella primavera dell'anno presente. Giunto questi fra Tullo e Metz, all'improvviso piombò addosso al maggior corpo di que' Barbari e gran macello ne fece. Trovò dipoi un altro corpo d'essi che dopo il sacco stava a darsi bel tempo, e a questi ancora fece provare il taglio delle spade romane. Vi restava il terzo corpo d'essi Alamanni verso Sciallon. Fu a visitarli Giovino, e li trovò coll'armi in pronto per far testa. Venuta dunque l'aurora, messe le sue schiere in ordinanza di battaglia, fece dar fiato alle trombe. Durò per tutto il giorno l'ostinato combattimento colla rotta in fine de' Barbari, dei quali restarono sul campo sei mila, e quattro mila se ne andarono feriti. De' Romani si contarono mille e dugento morti, e dugento soli feriti: il qual ultimo numero par ben poco. Preso il re di quella gente nel dare il sacco al campo loro, fu fatto impiccare senza saputa del generale, da un tribuno, il quale corse pericolo di perdere la testa per questa sua prosunzione. Abbiam tutto questo da Ammiano, la cui autorità val più che quella di Zosimo [Zosimus, lib. 4, c. 9.], diversamente parlante di questi fatti, con dire che Valentiniano stesso in persona diede battaglia agli Alamanni, e che finì la zuffa con suo svantaggio. Avendo cercato per colpa di chi, trovò rea di tal mancamento la legione de' Batavi, cioè degli Olandesi, che, siccome dicemmo, aveano lasciata in man de' nemici l'insegna. Il perchè alla vista di tutto l'esercito ordinò che i Batavi fossero spogliati delle armi e come tanti schiavi dispersi per le altre legioni. S'inginocchiarono tutti chiedendo misericordia, pregando che non volesse caricar di tanto obbrobrio quella gente e l'armata tutta; e tanto dissero, promettendo d'emendare il fallo, che ottennero il perdono. Il che fatto, tornò Valentiniano ad assalire i nemici con tal bravura, che un'infinita moltitudine d'essi vi restò tagliata a pezzi, e pochi poterono portar l'avviso di tanta perdita al loro paese. Vero sarà ciò che riguarda i Batavi, ma non già l'essere intervenuto a que' fatti d'armi lo stesso imperadore. Anche Idazio [Idacius, in Fastis.] di questa vittoria riportata contra degli Alamanni lasciò memoria.
In Oriente all'aprirsi della buona stagione si mise in campagna Valente Augusto, per procedere contra del tiranno Procopio [Ammianus, lib. 26, c. 9.]; e perchè conobbe quanto potesse in tal congiuntura giovare ai propri interessi Arbezione, vecchio generale, conosciuto ed amato dalle milizie, fattolo chiamare, a lui diede il comando dell'armata. Ottima risoluzione che produsse tosto buon frutto. Era Arbezione irritato forte contra di Procopio pel sacco dato alla sua casa; e non tralasciò diligenza alcuna per ben servire a Valente. Tirò egli al suo partito Gomeario, uno dei generali di Procopio. Zosimo [Zosimus, lib. 4, c. 8.] scrive che ciò avvenne in una battaglia, in cui mancò poco che a Valente non toccasse la rotta per valore del giovane Ormisda persiano, da noi veduto di sopra uffizial di Procopio. Ammiano nulla ha di questa battaglia, parlando solamente di quella che ora son per narrare. Cioè passato Valente sino a Nacolia, città della Frigia, quivi trovò Procopio, e con lui venne alle mani. Dubbioso fu un pezzo l'esito della pugna, finchè Agilone tedesco, uno de' generali di Procopio, all'improvviso colle sue squadre passò alla parte di Valente. Per questo inaspettato colpo atterrito Procopio prese la fuga; ma in fuggendo da due suoi capitani, Fiorendo e Barcalba, tradito, fu preso e legato; e questi il menarono nel seguente giorno a Valente, che immantinente gli fece mozzare il capo. Il premio che ebbero i due suddetti capitani del fatto tradimento, fu d'essere per ordine di Valente anch'essi uccisi. E tal fine ebbe il tiranno Procopio, la cui morte vien riferita da Idazio [Idacius, in Fastis.] al dì 27 di maggio dell'anno presente. Prima della di lui caduta, Equizio, generale dell'armata di Valentiniano nell'Illirico, vedendo ridotto lo sforzo della guerra nell'Asia [Ammianus, lib. 26, c. 10.], era entrato colle sue genti nella Tracia, con imprendere l'assedio di Filippopoli; ma ritrovò quella città più dura di quel che pensava. Non si volle mai rendere il nemico presidio finchè non vide co' proprii occhi la testa di Procopio [Idem, lib. 27, c. 2.], che Valente inviava al fratello Valentiniano. A questi difensori toccò poscia la disgrazia di provar la crudeltà d'esso Valente. Osserva Ammiano che il capo del suddetto Procopio fu presentato a Valentiniano, mentre se ne tornava a Parigi il general Giovino, glorioso per le vittorie di sopra narrate; e però vegniamo a conoscere che le di lui fortunate imprese contro degli Alamanni appartengono anch'esse al maggio dell'anno presente. Era senza figliuoli l'Augusto Valente [Chronicon Alexandrin.]; uno gliene partorì nel dì 18 o 21 di gennaio di questo anno Domenica sua moglie: il che fu preso per buon presagio di que' felici avvenimenti che appresso si videro. Nel testo d'Idazio [Idacius, in Fastis.] stampato egli è detto figliuolo di Valentiniano; ma, siccome osservò il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], ne' manoscritti è chiamato figliuol di Valente. E così fu in fatti, ciò ricavandosi da un'orazione di Temistio [Themistius, Orat. IX.]. Gli fu posto il nome di Valentiniano juniore, ed abbiamo da Socrate [Socrates, lib. 4, c. 26.] e da Sozomeno [Sozom., lib. 6, c. 16.] ch'egli per soprannome venne poi chiamato Galata, perchè nato nella Galazia, a distinzione dell'altro Valentiniano juniore, figlio del vecchio Valentiniano. Ci comparirà poi questo figliuol di Valente console nell'anno 369, ma di corta vita, perchè in uno dei seguenti anni egli diede fine a' suoi giorni. Oltre a ciò, convien rammentare le conseguenze della ribellion di Procopio. All'udire Temistio [Themistius, Orat. VII.] nell'elogio di Valente Augusto, grande fu la di lui moderazione dopo la vittoria, perchè punì solamente i principali autori della cospirazione; con sole parole castigò altri che senza fatica s'erano sottomessi al tiranno; e nulla perdè della di lui grazia chi per forza gli aveva prestata ubbidienza. Non così parlano Ammiano [Ammian., lib. 4, c. 8.] e Zosimo [Zosim., lib. 4, c. 8.], da' quali abbiamo una lugubre descrizione delle crudeltà usate da Valente o collo scuri, o coi confischi, o con gli esilii verso le persone nobili che si trovarono involte nella ribellione, e parecchie ancora innocenti, perchè, per non poter di meno, aveano aderito all'usurpatore. Ma forse quelle penne pagane ingrandirono più del dovere il rigor di Valente, avendo noi un altro scrittore della lor setta, cioè Libanio [Liban., in Vita sua.], il quale, scrivendo la propria vita, e però lungi di voler quivi incensar Valente, attesta non aver egli fatto morir gli amici di Procopio, ed essersi contenuta in molta moderazione la sua giustizia.
CCCLXVII
| Anno di | Cristo CCCLXVII. Indizione X. |
| Damaso papa 2. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 4. | |
| Graziano imperadore 1. |
Consoli
Lupicino e Giovino.
Abbiam veduto di sopra Giovino generale di Valentiniano Augusto nella Gallia. Ebbe questi l'onore del consolato in ricompensa delle vittorie riportate contra degli Alamanni. Era Lupicino anch'egli generale di Valente Augusto in Oriente, e con avergli condotto a tempo un soccorso numeroso di truppe, ebbe gran parte ad atterrare il tiranno Procopio, perlochè si guadagnò la trabea consolare. Libanio [Liban., in Vita sua.] ne parla con lode, e Teodoreto [Theodor., Vit. Patr.], con esaltare la di lui pietà e virtù, ci fa intendere ch'egli dovette essere cristiano. Ricavasi poi da Ammiano e dal Codice Teodosiano che la prefettura di Roma fu per alcuni mesi dell'anno presente esercitata da Juvenzio, e poi da Vettio Agorio Pretestato, di cui s'è parlato di sopra. Servono poi le suddette leggi a dimostrare la continuata permanenza di Valentiniano Augusto nelle Gallie. L'ordinario suo soggiorno era in Rems; perchè, quantunque fossero cessate le insolenze degli Alamanni, e fors'anche fosse succeduta qualche pace con loro, pure conveniva tener sempre l'occhio alle barbare nazioni, troppo volonterose di bottinar ne' paesi altrui. Trovavasi egli nella state in Amiens [Ammianus, lib. 27, cap. 6.], quando gli sopravvenne una pericolosa malattia, che crebbe a segno di far disperare della di lui vita il che diede occasione a molti segreti imbrogli per eleggere, in mancanza di lui, un novello Augusto. Furono in predicamento per questo due personaggi, amendue temuti per la loro indole sanguinaria, cioè Rustico Giuliano e Severo generale della fanteria. Dopo lungo combattimento col male si riebbe l'Augusto Valentiniano [Zosimus, lib. 4, cap. 12.]; ed allora i suoi fedeli cortigiani, riflettendo al pericolo in cui egli s'era trovato, non durarono fatica a persuadergli la necessità di eleggersi un collega e successor nell'imperio. Venuto dunque il dì 24 d'agosto [Idacius, in Fastis. Hieronymus, in Chron. Socrates, lib. 4, cap. 11.], e fatto raunar l'esercito fuori d'Amiens, salito Valentiniano sopra un palco, presentò ai soldati il suo figliuolo Flavio Graziano, a lui partorito da Valeria Severa sua prima moglie, tuttavia vivente; e con una maestosa allocuzione espose la risoluzione presa di dichiararlo suo collega ed imperadore Augusto; sopra di che dimandò la loro approvazione. S'udirono allora incessanti viva, e le trombe e il battere degli scudi collo strepito loro maggiormente attestarono il giubilo universale delle milizie. Era allora Graziano in età di otto anni e di qualche mese [Idacius, in Fastis. Chronicon Alexand.], perchè nato prima che il padre fosse Augusto, cioè nell'aprile o nel maggio dell'anno di Cristo 359, benchè Ammiano il dica adulto jam proximum; di grazioso aspetto, d'ottimi costumi e buona inclinazione, talmente che prometteva assaissimo per l'avvenire. Molti nondimeno si maravigliarono come il padre, in vece di crearlo Cesare, ad imitazion di tanti altri suoi predecessori, il volesse in un subito Augusto. Aurelio Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] pretende ciò fatto per impulso della suocera e della suddetta sua moglie Severa.
E qui convien riferire una strana e biasimevol azione di Valentiniano, imbrogliata nondimeno dal disparere degli storici, tanto in riguardo al tempo che alle circostanze. Certa cosa è che, vivente ancora la medesima Severa madre di Graziano, riconosciuta da ognuno per sua legittima moglie, fu sposata da lui Giustina, la qual poi divenne madre di Valentiniano II imperadore. Essendo azion tale contraria alle leggi degli stessi gentili, non che della cristiana religione, diedesi luogo alle dicerie delle persone; e Socrate [Socrat., lib. 4, cap. 31.], fra gli altri, una ce ne fa sapere che sembra ben mischiata con delle favole. Padre di Giustina era stato un Giusto, governatore del Piceno, il quale, per aver divulgato un suo ridicolo sogno in cui gli pareva d'aver partorita una porpora imperiale, fu fatto morire dal sempre sospettoso Costanzo Augusto. Sua figlia Giustina cresciuta in età ebbe la fortuna di entrar in corte di Severa Augusta moglie di Valentiniano, ed arrivò a tal confidenza con lei, che seco si lavava al bagno. Severa, in osservar la rara beltà di questa fanciulla, se ne innamorò sempre più; ma sconsigliatamente avendone lodata la bellezza al marito, cagion fu che egli s'invogliasse di sposarla. A questo fine pubblicò una legge, che fosse lecito il poter aver due mogli nello stesso tempo, e poi la sposò; avendo poco prima creato Augusto il figlio di Severa Graziano, e per conseguente in quest'anno. Ma giusta ragion ci è da credere, come ha insegnato il celebre vescovo di Meaux [Bossuet, Des Variations.], favoloso un tal racconto, che fu poi preso per cosa vera da Giordano [Jordan., de Regn. Success.], Paolo Diacono [Paulus Diaconus, in Contin. Eutr.] e Malala [Joannes Malala, in Chron.]. Se Valentiniano avesse fatta una legge sì contraria all'uso dei gentili, e molto più de' cristiani, Ammiano e Zosimo non avrebbon lasciata nella penna cotal novità per iscreditarla. E Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 43.] chiaramente scrive essere stata Giustina dianzi moglie di Magnenzio tiranno, e però non quale essa ci vien dipinta da Socrate. Pertanto è piuttosto da credere che Valentiniano, o per qualche fallo di Severa, o pure per suggestion della propria passione, ripudiasse Severa, e sposasse dipoi Giustina: il che non era vietato dalle leggi del paganesimo, benchè contrarie a quelle del Vangelo. Di questo abbiamo un barlume nella Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandr.] e in quella di Malala [Joannes Malala, in Chron.], dove scrivono che per l'ingiusta compra di un podere fatta da Marina o Mariana Augusta (così chiamano quegli autori Severa), Valentiniano la bandì, e che poi Graziano suo figliuolo, dopo la morte del padre, la richiamò dall'esilio. A quest'anno ancora appartengono alcuni fatti d'esso Valentiniano, per relazion di Ammiano [Ammian., lib. 27, cap. 7.]. Cioè, che egli s'era ben fatto forza ne' primi anni del suo governo per reprimere il suo natural aspro e fiero, ma che in questo cominciò a lasciargli la briglia, con far morire in Milano a fuoco lento Diocle conte e Diodoro altro uffiziale con tre sergenti, e, per quanto sembra indebitamente, perchè i Milanesi li riguardarono da lì innanzi come martiri, e chiamavano il luogo della lor sepoltura agl'Innocenti. D'altre sue azioni crudeli fa menzione il suddetto Ammiano. Abbiamo parimente da lui che Magonza, un dì che i cristiani facevano festa, fu all'improvviso occupata e saccheggiata da Randone, uno de' principi alamanni. All'incontro, i Romani fecero assassinar Viticabo re di quella nazione, figlio del fu re Vadomiro, per mano di un di lui familiare. Scrive inoltre quello storico che i Pitti e gli Scotti, entrati nella Bretagna romana, vi aveano commesso dei gravi disordini, e minacciavano di peggio. Fu spedito colà Teodosio conte, padre di Teodosio che fu imperadore, il quale con tal prudenza e valore si condusse in essa guerra, che non solamente ripulsò i Barbari, ma loro eziandio tolse una provincia, che restò da lì innanzi aggiunta alle terre dell'imperio romano. Succedette nella stessa Bretagna una ribellione di certo Valentiniano o pure Valentino, che cercò di farsi imperadore [Zosimus, lib. 4, cap. 12.]. Fu preso dal conte Teodosio, e pagò la pena dovuta al suo misfatto. Dalla parte ancora de' Franchi e Sassoni fu fatta una irruzione nel paese romano della Gallia. Pare che lo stesso Teodosio quegli fosse che per mare e per terra gli sbaragliò.
Veniamo ora a Valente Augusto. Pareva che dopo la caduta del tiranno Procopio avesse in Oriente da rifiorir la pace; ma non tardarono ad imbrogliarsi gli affari coi Goti, abitanti allora di là del Danubio, verso dove quel gran fiume sbocca nel mar Nero [Ammian., lib. 27, cap. 5. Zosimus, lib. 4, cap 10.]. Aveano essi Goti inviato un soccorso di tre mila combattenti al suddetto Procopio, e costoro, udendolo ucciso, se ne tornavano addietro verso il loro paese, ma lentamente, perdendosi in dare il sacco a quel dei Romani. Avendo Valente inviato con diligenza un buon numero di milizie contro di coloro, gli riuscì di coglierli, e di obbligarli quasi tutti a deporre l'armi e a rendersi prigionieri. Li fece poi egli distribuire per varie terre lungo il Danubio, ma senza obbligarli alla carcere. Era in que' tempi Atanarico il più possente tra i principi goti, quegli stesso che avea provveduto di quella gente Procopio, ancorchè durasse la pace fra il romano imperio e i Goti: uomo certamente di gran coraggio, e di non minor senno ed eloquenza [Themist., Orat. X. Eunap., de Legat.], il quale fra i suoi non usava il titolo di re, ma bensì quello di giudice. Udita ch'egli ebbe la prigionia de' suddetti suoi soldati, mandò a Valente per riaverli, allegando per iscusa d'avergli inviati ad un imperador de' Romani, e facendo veder le lettere di Procopio. All'incontro Valente spedì Vittore general della cavalleria ad esso Atanarico a dolersi dell'assistenza da lui data ad un ribello d'esso imperio. Le scuse da lui addotte non furono accettate, e però Valente determinò di fargli guerra, consigliato anche a ciò da Valentiniano Augusto, per quanto pretende Ammiano. La riputazione in cui erano allora i Goti, perchè usati a vincere i vicini, e a non mostrar paura, siccome gente fiera; e l'esser eglino collegati con altre nazioni barbare della Sarmazia e Tartaria, faceva apprendere per pericoloso l'impegno di tal guerra non solamente ai privati, ma anche allo stesso Valente. Il perchè, non avendo egli fin qui preso il sacro battesimo [Theodoret., lib. 4, cap. 12.], volle in tal congiuntura premunirsi con esso, e si fece battezzare; ma, per disavventura sua e della Chiesa cattolica, da Eudossio vescovo di Costantinopoli, capo degli ariani, il quale si fece prima promettere ch'egli costantemente terrebbe l'empia dottrina della sua setta. Così fu. Da lì innanzi Valente, gran protettore dell'arianismo, persecutore del cattolicismo più che prima si mostrò. Dopo il ritorno di Vittore inviato ai Goti s'intese che Atanarico facea de' gagliardi preparamenti da guerra; ma Valente non perdè tempo ad uscire in campagna, e da Marcianopoli, capitale della Mesia inferiore, nella primavera si portò al Danubio [Ammianus, lib. 27, cap. 5. Themistius, Orat. X.], e, gittato quivi un ponte, passò coll'armata addosso al paese nemico. Senza trovare per tutta la state resistenza alcuna, essendo fuggiti quegli abitanti alle loro aspre montagne, altro non fece l'esercito cesareo che dare il guasto al paese, e prendere chi non fu presto a fuggire. Venuto poi l'autunno, se ne tornò indietro l'esercito a prendere i quartieri d'inverno; e che Valente lo passasse nella suddetta città di Marcianopoli, si raccoglie da alcune leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Fa Ammiano [Ammianus, lib. 27, cap. 9.] anche menzione di varie scorrerie fatte circa questi tempi dagl'Isauri nella Panfilia e Cilicia. Loro si volle opporre Musonio vicario dell'Asia, ma con tutti i suoi tagliato fu a pezzi. Miglior sorte ebbero i paesani ed altre milizie romane, alle quali venne fatto di costrignere quei masnadieri a chieder pace: dopo di che per alcuni anni cessarono i lor ladronecci. Mancò in quest'anno di vita santo Ilario, celebre scrittore della Chiesa di Dio, e vescovo di Poitiers.
CCCLXVIII
| Anno di | Cristo CCCLXVIII. Indizione XI. |
| Damaso papa 3. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 5. | |
| Graziano imperadore 2. |
Consoli
Flavio Valentiniano Augusto per la seconda volta e Flavio Valente Augusto per la seconda.
Vettio Agorio Pretestato, per quanto apparisce da una legge del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], esercitava tuttavia nel gennaio del presente anno la prefettura di Roma. A lui succedette in quella dignità, come costa da altre leggi, Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio. Era questi della famiglia Anicia, la più potente, la più nobile che si avesse allora la città di Roma, divisa in più rami, ed esaltata da tutti gli antichi scrittori, ma maggiormente gloriosa per aver essa dato il primo senatore alla religion cristiana, quando tanti altri conservarono anche dipoi il paganesimo. Intorno alla nobiltà e a tanti personaggi illustri di questa casa, si può vedere il Reinesio [Reines., Inscription. Antiq.], e spezialmente il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Emper.], che diffusamente ne tratta all'anno presente, in parlando di esso Olibrio e di Sesto Petronio Probo, a cui fu appoggiata la prefettura del pretorio in questi medesimi tempi. Scrive questo Ammiano [Ammian., lib. 27, cap. 11.], essere stato Probo conosciuto per tutto l'imperio romano a cagion della sua chiara nobiltà, possanza e ricchezze, perchè egli possedea delle gran tenute di beni per tutte le provincie romane. Leggonsi moltissime leggi pubblicate da Valentiniano Augusto nel presente anno, e rapportate nel Codice Teodosiano [Gothofr., Chronol. Cod. Theod.]. Con una di esse egli restituì ai cherici cattolici della provincia proconsolare dell'Africa i privilegii loro già tolti dallo apostata Giuliano. Con un'altra egli ordinò che in cadauno de' quattordici rioni di Roma si mantenesse un medico per servigio de' poveri. Riformò ancora varii abusi degli avvocati nelle cause civili, comandando loro di non ingiuriare alcuno, di non tirare in lungo le liti, e di non far patti per la ricompensa delle lor fatiche. Pel tempo del verno era soggiornato Valentiniano in Treveri, facendo intanto le disposizioni opportune per continuar la guerra contra degli Alamanni. Alla stagione solita d'uscirne in campagna, avendo chiamato all'armata Sebastiano conte [Ammian., lib. 27, cap. 10.], insieme col figliuolo Graziano e coi generali Giovino e Severo, passò egli il Reno senza opposizione di alcuno; e spedì poi varii distaccamenti delle sue truppe a dare il guasto ai seminati e alle case de' nemici. Per quanto s'inoltrassero i Romani, resistenza non si trovò, fuorchè ad un luogo appellato Solicinio, creduto da alcuni nel ducato ora di Wirtemberg. S'era ritirato un grosso corpo di Alamanni sopra una montagna, e si sudò non poco a sloggiarli di là colla morte di molti degli aggressori. Pare che in fine quei popoli chiedessero ed impetrassero pace dall'imperadore. Il che fatto, se ne tornò egli a Treveri, come trionfante, non per aver vinti gli Alamanni, ma per aver desolate le lor campagne, ricavandosi da Ausonio [Auson., in Mos.] che in tal congiuntura Valentiniano celebrò de' giuochi trionfali, e diede de' solazzi al popolo.
Poche faccende ebbe in quest'anno Valente Augusto, tuttochè fosse viva la guerra di lui coi Goti. Le leggi del Codice Teodosiano cel fanno vedere in Marcianopoli; nè Ammiano accenna di lui impresa alcuna militare che si creda appartenere a quest'anno. Perchè il Danubio fu oltre misura grosso, non si potè passare. Temistio sofista [Themist., Orat. VIII.], cioè oratore, nella suddetta città recitò un panegirico, tuttavia esistente, in lode di lui. Giacchè quivi si legge che un principe orientale avendo abbandonato gli Stati del padre, Stati di molta ampiezza, era venuto a servire sotto Valente: giustamente si conghiettura che Temistio disegnasse con tali parole il figliuolo di Arsace re dell'Armenia, appellato Para, il quale in fatti dopo le disavventure di suo padre ricorse alla protezion di Valente. Parla appunto Ammiano [Ammian., lib. 27, cap. 12.] circa questi tempi degli affari dell'Armenia. Pretendeva Sapore re di Persia che, in vigore del trattato di pace conchiuso con Gioviano Augusto, non potessero i Romani, in caso di guerra, prestar aiuto all'Armenia. Però da lì innanzi, parte colla forza e parte colle insidie, si studiò d'impadronirsi di quel regno, con ricorrere in fine al tradimento. Invitato ad un convito Arsace re d'essa Armenia, fece prenderlo, cavargli gli occhi, e il privò in fine di vita. Ciò fatto, non gli fu difficile di rendersi padrone d'essa Armenia, con darne il governo a Cilace ed Artabano, due nazionali di quel paese. Erasi ritirata la regina Olimpiade con Para suo figliuolo in una fortezza chiamata Artagerasta, dove fu assediata dai due governatori del regno, co' quali passando d'intelligenza, un dì ebbe maniera di far tagliare a pezzi i Persiani ch'erano in quel presidio. Posto Para in libertà, ricorse allora al patrocinio di Valente Augusto, e per qualche tempo si fermò in Neocesarea del Ponto, finchè assistito, per ordine segreto d'esso Valente, da Terenzio conte, ebbe la fortuna (probabilmente nell'anno seguente) di rientrar nell'Armenia, e di possederla, ma senza titolo di re, perchè Valente non volle conferirglielo, per non dar occasione a Sapore di pretendere rotto il suddetto trattato di pace. In tale stato era intorno a questi tempi l'Armenia. La città di Nicea, per attestato di Girolamo [Hieronymus, in Chronico.], restò in quest'anno totalmente atterrata da un orrendo tremuoto.
CCCLXIX
| Anno di | Cristo CCCLXIX. Indizione XII. |
| Damaso papa 4. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 6. | |
| Graziano imperadore 3. |
Consoli
Flavio Valentiniano, nobilissimo fanciullo, e Vittore.
Resta ora deciso fra gli eruditi che questo Valentiniano console non fu già il figliuolo di Valentiniano Augusto, e molto meno Giulio Felice Valentiniano, come pensò il Panvinio [Panvin., in Fast.], ma bensì il figliuolo di Valente Augusto, soprannominato Galata, di età di tre anni, perchè a lui nato, come vedemmo, nell'anno 366. Per opinione d'alcuni, il secondo console Vittore lo stesso fu che Sesto Aurelio Vittore, di cui abbiamo una storia romana; ma avendo osservato il Gotofredo [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.] e il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] che questo console Vittore fu cristiano, ciò ricavandosi dalle lettere de' santi Basilio e Gregorio Nazianzeno, e da Teodoreto, cotal qualità non conviene allo storico che si scuopre gentile. Continuò Quinto Clodio Ermogeniano Olibrio nella prefettura di Roma. Valentiniano Augusto nell'anno presente, come costa da varie sue leggi, si trovava in Treveri, Brisacco, ed altri luoghi verso il Reno [Ammian., lib. 28, c. 2.]. Le sue maggiori applicazioni consisterono in far fabbricare per tutto il lungo d'esso fiume, cominciando dalle Rezie sino all'Oceano, torri, castella e fortezze in gran copia, in siti proprii, affinchè servissero di freno alle nazioni barbare, le quali troppo spesso e troppo volentieri venivano a far delle scorrerie e a bottinare nel paese romano. Ma perchè volle azzardarsi ad alzare di là dal Reno una di queste fortezze nel monte Piri, gli Alamanni pretendendo ciò contrario ai patti della pace, giacchè non trovavano giustizia, nè volevano desistere da questa fabbrica i Romani, tutti un dì li misero a fil di spada, e non ne scappò alcuno, fuorchè Siagrio, segretario dell'imperadore, che ne portò la dolorosa nuova alla corte, e n'ebbe in ricompensa la perdita dell'uffizio. Ma questi col tempo risalì in posto, ed arrivò ad essere console, siccome vedremo. Furono in questi tempi le Gallie afflitte da gran copia d'assassini da strada, che non perdonavano alla vita delle persone; e fra gli altri fu colto da loro ed ucciso Costanziano, soprintendente alla scuderia imperiale, e fratello di Giustina Augusta moglie di Valentiniano [Ammian., lib. 28, c. 1.]. Abbiamo poi sotto il presente anno una lugubre descrizione delle giustizie, anzi delle crudeltà fatte in Roma da Massimino prefetto dell'annona, con permissione dell'Augusto Valentiniano, principe pur troppo privo di clemenza ed inclinato al rigore. Be parlano ancora Suida [Suidas.], Zonara [Zonar., in Annal.] e la Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandrin.]. Si fecero dunque in Roma de' fieri processi contra di molti nobili dell'uno e dell'altro sesso, per veri o per pretesi delitti di veleni, di adulterii e di mala amministrazione, e simili, con essere stati tormentati in tal congiuntura e condannati a morte varii di que' nobili, e forse giustamente i più, ma certo con troppo rigorosa giustizia. Pare che queste terribili inquisizioni continuassero molto tempo dipoi, e che non sia scorretto il testo di san Girolamo [Hieron., in Chron.], il quale ne parla all'anno 371, perchè anche Ammiano, in favellarne, rammenta Ampelio prefetto di Roma, il qual veramente in esso anno esercitò quella carica.
In poche parole racconta Ammiano [Ammian., lib. 27, cap. 5.] le imprese di Valente, con dire ch'egli verso la state, passato il Danubio, fece guerra ai Grutingi e Gotunni, nazione bellicosa fra i Goti. Osò ben Atanarico, il più potente de' principi di quella nazione, di far fronte ai progressi dell'armi romane; ma allorchè si venne ad un combattimento, toccò a lui di voltare le spalle: il perchè non indugiò a spedir deputati per pregar Valente di dargli la pace. Vittore ed Arinteo, generali, l'uno della cavalleria e l'altro della fanteria, spediti a trattarne, non poterono mai indurre Atanarico a passare di qua dal Danubio, allegando egli un giuramento fatto di non toccar mai il terreno de' Romani. Perciò in mezzo a quel fiume, dove egli venne in nave, fu d'uopo che anche Valente in un'altra si conducesse per istabilire i patti della concordia [Zosim., lib. 4, c. 11.]. Dopo di che Valente si restituì a Costantinopoli. Temistio [Themistius, Orat. X.] parla di questo abboccamento vantaggiosamente per la parte dell'imperadore, come dovea fare un panegirista. Verisimilmente questa pace quella fu che diede motivo ad esso Augusto di restituire al popolo di Costantinopoli un combattimento, o sia giuoco pubblico, che già era stato abolito [Idacius, in Chronico.]. E se fosse vero ch'egli rendesse ai pagani la libertà dei sagrifizii, come lasciò scritto Cedreno [Cedren., Histor.], avrebbe egli mal riconosciuta l'assistenza prestatagli da Dio fin quella guerra. Certamente anche Teofane [Theophan., Chronogr.] racconta ch'egli concedette licenza ai gentili di fare i loro sagrifizii e le feste lor proprie; e quell'agon restituito, ed accennato da san Girolamo ed Idacio, forse è un indicio di questo.
CCCLXX
| Anno di | Cristo CCCLXX. Indizione XIII. |
| Damaso papa 5. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 7. | |
| Graziano imperadore 4. |
Consoli
Flavio Valentiniano Augusto per la terza volta, e Flavio Valente Augusto per la terza.
Per qualche mese ancora dell'anno presente Olibrio sostenne la carica di prefetto di Roma, come s'ha dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Una d'esse ci rappresenta Principio in quella stessa dignità nel dì 29 d'aprile. Se ne può dubitare, dacchè Ammiano [Ammianus, lib. 28, cap. 4.], dopo d'aver parlato dei buoni e cattivi costumi d'Olibrio, immediatamente viene a quelli di Ampelio, come successore di lui in quella carica. Chi poi amasse di mirare un ritratto della nobiltà e plebe romana di questi tempi, non ha che da leggere quanto il suddetto Ammiano (con penna più d'un poco satirica) lasciò scritto, dopo aver favellato dei due sopra nominati prefetti. Il lusso, l'ignoranza, il fasto, l'effemminatezza, il dilettarsi di buffoni e adulatori, il darsi al giuoco e ad altri non pochi vizii, si veggono ivi descritti. Così la dappocaggine ed oziosità della plebe, l'essere spasimati dietro agli spettacoli, ed altri loro ridicoli difetti truovansi dipinti in quello storico, senza ch'io mi creda in obbligo di rapportar qua tutto il suo pungente racconto. Abbiamo molte leggi di Valentiniano Augusto [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.] date nell'anno presente quasi tutte in Treveri. Con esse spezialmente egli diede buon sesto agli studii delle lettere di Roma, prescrivendo buoni regolamenti per gli scolari che da varie parti concorrevano a quelle scuole, e non men per li medici che per gli avvocati. Famosa è poi una costituzione sua [L. 20, de Episc. Cod. Theodos.] indirizzata a papa Damaso, in cui proibisce ai cherici e monaci l'introdursi nelle case delle vedove e pupille, e il poter ricevere da esse o per donazione, o per testamento, o per legato, o fideicommesso, stabili o altri beni sotto pretesto di religione, cassando con ciò ogni contraria disposizione. Non si vietava già con questa legge il donare alle chiese; ma non so come si fece poi essa valere per escludere generalmente tutte le persone ecclesiastiche dalle donazioni pie, in maniera che poi fu d'uopo che Marziano Augusto nel secolo susseguente abolisse questo divieto, e lasciasse in libertà la pietà de' fedeli per poter donare ai luoghi sacri. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.] fu di parere che lo stesso Damaso papa fosse quegli che procurasse questa legge per reprimere l'avarizia degli ecclesiastici romani, giunta oramai all'eccesso: cotanto andavano essi a caccia della roba altrui sotto titolo di divozione e in profitto proprio. Di questo abuso in più d'un luogo fa menzione san Girolamo [Hieron., Epist. II ad Nepotian.], dolendosi non già della legge, ma bensì che il clero se la fosse meritata, con fare mercatanzia della religione. E il santo arcivescovo Ambrosio [Ambros., advers. relat. Symmach., et Epist. XII.] nè pur egli si lamenta di tal divieto, perchè è più da desiderare che la Chiesa abbondi di virtù che di roba. Solamente a lui pareva strano l'essere permesso il donare ai ministri de' templi de' gentili quel che si voleva, e vietato poi il fare lo stesso per quei della Chiesa.
Dai sassoni corsari furono in questo anno maltrattati i paesi marittimi delle Gallie, arrivando essi all'improvviso per mare addosso ai popoli di quelle contrade [Ammianus, lib. 28, cap. 5.], e bottinando dappertutto. Contra di costoro fu da Valentiniano spedito Severo generale della fanteria, che li mise in tal disordine e paura, che dimandarono pace, e di potersene tornar colle vite in salvo alle lor case. Si conchiuse il trattato; ma nell'andarsene que' Barbari, Severo fece tendere ad essi un'imboscata, e tagliarli tutti a pezzi, con pericolo nondimeno che i suoi restassero sconfitti, senza alcun riguardo ai giuramenti e alla fede pubblica, la quale, secondo la legge cristiana, dev'essere osservata anche verso gli eretici e Turchi, e verso qualsivoglia altro nemico. Pensando poi Valentiniano alle maniere di reprimere la superbia ed insolenza degli Alamanni e del re loro Macriano, che sì spesso portavano il malanno alle frontiere romane, segretamente mosse i Borgognoni, popoli confinanti alla Lamagna, e che si vantavano di trarre la loro origine dai Romani, a muovere l'armi contra d'essi, giacchè con essi aveano spesso liti a cagion de' confini e delle saline. Vennero costoro sino alle ripe del Reno con un fioritissimo esercito. San Girolamo [Hieron., in Chronic.] scrisse che ascendeva il lor numero ad ottanta mila persone. Avea loro promesso Valentiniano di passare anch'egli il Reno, per secondar colle sue forze le loro. Non mantenne poi la parola, e perciò se ne tornarono essi indietro mal soddisfatti, dopo aver ucciso tutti i prigioni da lor fatti. Già era stato creato generale della cavalleria Teodosio, che già vedemmo vittorioso nella Bretagna, e che fu padre di Teodosio Augusto. Si servì questo valoroso uffiziale di tal congiuntura per dare addosso agli Alamanni, i quali, per paura d'essi Borgognoni, s'erano sparsi per le Rezie, cioè pel paese romano. Molti ne uccise, che vollero far testa. Tutti gli altri ch'egli fece prigioni, per ordine di Valentiniano, furono mandati in Italia, e sparsi ne' paesi contigui al Po, dove, assegnate loro delle buone terre da coltivare, divennero poi fedeli sudditi del romano imperio. A questi pochi fatti aggiunge Ammiano [Ammianus, lib. 28, cap. 6.] una lunga descrizione dei mali cagionati da Romano conte nella provincia della Libia Tripolitana dell'Africa, e cominciati molto prima dell'anno presente, senza che que' popoli potessero mai ottener giustizia e riparo dalla corte imperiale: tante cabale seppe adoprar quel malvagio uffiziale. Nulla di riguardevole operò in quest'anno Valente Augusto in Oriente; tuttochè egli passasse a Nicomedia con pensiero di far guerra ai Persiani, ma con ispendere il tempo in soli preparamenti. Le leggi del Codice Teodosiano attestano che egli fu a Jerapoli, creduta dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.] città della Frigia, e, secondo Zosimo [Zosimus, lib. 4, c. 13.], arrivò anche ad Antiochia; ma ciò convien più tosto agli anni seguenti. Le maggiori sue applicazioni sembra che fossero quelle di perseguitare i cattolici [Socrates, Hist., lib. 4, cap. 14 et seq.], de' quali ne fece morir non pochi, e di esaltar la setta ariana. A questo anno riferisce il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.] la morte di Eusebio, vescovo di Cesarea di Cappadocia, celebre per la sua storia ecclesiastica e per altri libri che restano tuttavia di lui, ma con aver lasciato agli eruditi una gran disputa intorno alla di lui credenza, cioè s'egli tenesse coi cattolici o pur cogli ariani. Successore di lui fu poi in quella chiesa san Basilio il grande, uno dei più insigni scrittori e pastori della Chiesa cattolica.
CCCLXXI
| Anno di | Cristo CCCLXXI. Indizione XIV. |
| Damaso papa 6. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 8. | |
| Graziano imperadore 5. |
Consoli
Flavio Graziano Augusto per la seconda volta, e Sesto Anicio Petronio Probo.
Il secondo console Probo quel medesimo è che di sopra vedemmo il principal mobile della casa Anicia, riguardevole personaggio per le tante dignità da lui sostenute, e per le esorbitanti sue ricchezze. Esercitava egli nello stesso tempo la carica di prefetto del pretorio dell'Italia, come consta dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., in Chronolog. Cod. Theodos.], le quali ancora ci assicurano che in quest'anno la prefettura di Roma seguitò ad essere amministrata da Ampelio. Sono esse date la maggior parte in Treveri, ed alcune in Contionaco, forse luogo vicino a quella stessa città. Alcune delle medesime giusto motivo somministrano al cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] di biasimar questo imperadore, principe più politico che cattolico. Imperocchè in una d'esse, indirizzata al senato romano, egli permise le illusioni degli aruspici gentili, e gli altri esercizii di religione permessi dalle leggi antiche, purchè non vi si mischiasse la magia. Confermò ancora ai pontefici pagani i lor privilegii, concedendo ad essi l'onor medesimo che godevano i conti. In quest'anno ancora Ammiano [Ammianus, lib. 29, cap. 3.] ci vien raccontando una mano di crudeltà usate da Massimino, inumano suo uffiziale, e dallo stesso Valentiniano Augusto, le quali ci fan sempre più conoscere che egli, benchè professasse la religione di Cristo, poco ne doveva studiare i santi insegnamenti. Ardeva tuttavia questo imperadore di voglia di abbattere il sopra mentovato Macriano re degli Alamanni,, che gli stava molto sul cuore. Colla forza delle sue armi non si credeva egli da tanto di poterlo opprimere. Si rivolse alle insidie. Passò all'improvviso nell'autunno il Reno con un buon corpo di milizie, sulla speranza datagli dalle spie, che potrebbe sorprendere il nemico re, senza aver seco nè tende, nè grosso bagaglio. Seco andarono i due generali Severo e Teodosio. Contuttochè ordini rigorosi fossero dati ai soldati di non saccheggiar nè bruciar case, acciocchè non ne seguisse dello strepito, egli non fu ubbidito. Le grida delle persone giunsero agli orecchi delle guardie di Macriano, le quali, sospettando quel che era, postolo incontanente in una carretta, il sottrassero all'imminente pericolo. Se ne tornò indietro Valentiano molto malcontento, dopo aver dato il fuoco ad un tratto del paese nemico. Agli Alamanni appellati Bucinobanti, che abitavano di là dal Reno in faccia a Magonza, diede appresso per re Fraomario della lor nazione; ma perchè questi trovò desolato il paese per la suddetta scorreria de' Romani, amò meglio d'essere inviato nella Bretagna per tribuno del reggimento de' suoi nazionali che in quella isola erano al servigio dell'imperio.
Avea Valente Augusto passato il verno a Costantinopoli. Venuta la primavera, di nuovo si mise in viaggio per andare ad Antiochia, ma senza che chiaro apparisca ch'egli vi arrivasse in questo anno, per quanto pretende il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.]. Una legge sua data nel dì 13 luglio cel fa vedere in Ancira, capitale della Galazia. Socrate [Socr., lib. 4 Hist., cap. 14.] e Teofane [Theoph., in Chronogr.] suppongono ch'egli veramente nel presente anno pervenisse in Soria, e ad Antiochia almen verso il fine dell'anno, e quivi poi si fermasse nel susseguente verno. Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap 13.] anch'egli scrive che, messosi Valente in viaggio, lentamente lo continuò per dar sesto di mano in mano ai pubblici affari e bisogni delle città per dove passava; e che, giunto ad Antiochia, attese più che mai ai preparamenti per la meditata guerra di Persia. Non lasciò egli di stabilire nel medesimo tempo dovunque potè il suo caro arianismo, e di sfogare l'empio suo zelo contro dei difensori della verità cattolica. Era in questi tempi Sapore re della Persia parte colla forza e parte colle insidie intento ad occupare affatto il regno dell'Armenia: del che s'è parlato di sopra. Vedemmo che Para, figlio del già tradito re Arsace, era ricorso all'imperador Valente per aiuto. Ma Valente [Ammianus, lib. 27, c. 12.], che non amava d'essere il primo a rompere i trattati, andava temporeggiando, e solamente ordinò ad Arinteo suo generale di portarsi ai confini dell'Armenia, per mettere in apprensione con tale apparenza i Persiani. Cilace ed Artabano erano stati in addietro le due potenti braccia di Para per guardare gli Stati dalla violenza persiana. Sapore, che li teneva per traditori della sua corona, voleva togliere all'Armenia il loro antemurale: con lusinghe ed offerte, segretamente fatte all'incauto Para, l'indusse a mandargli le loro teste. Dopo questo crudele sproposito sarebbe perita l'Armenia, se l'arrivo di Arinteo coll'esercito romano in quelle vicinanze non avesse trattenuti i Persiani dall'ingoiarla. Spedì Sapore ambasciatori a Valente, per dolersi di que' movimenti, pretendendo infranta la pace. Valente sostenne il suo punto, e li rimandò mal soddisfatti. Si mischiò ancora negli affari dell'Isauria, disputata fra due cugini [Themist., Orat. XI.]; e consentì che quel paese si partisse tra loro: il che accrebbe le doglianze dei Persiani. Però dall'un canto e dall'altro si accingeva ognuno a venire ad un'aperta rottura. Circa questi tempi il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] sospetta che, trovandosi Valente in Cesarea di Cappadocia, gli fosse rapito dalla morte l'unigenito suo figlio, che già vedemmo appellato Valentiniano Juniore, e soprannominato Galata: del che s'ha memoria nella vita di san Basilio, vescovo chiarissimo di quella città. Tal morte di lui è certa, ma non già il tempo in cui essa accadde. Per un gastigo di Dio interpretata fu dai cattolici questa perdita fatta da Valente, siccome persecutore della vera Chiesa.
CCCLXXII
| Anno di | Cristo CCCLXXII. Indizione XV. |
| Damaso papa 7. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 9. | |
| Graziano imperadore 6. |
Consoli
Domizio Modesto ed Arinteo.
Amendue questi consoli erano uffiziali di Valente Augusto in Oriente. Nelle leggi del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.] si trova tuttavia prefetto di Roma Ampelio sul principio di marzo dell'anno presente, e sembra che egli continuasse anche per tutto il maggio. Trovasi poi in una legge, data in Nassonaco nel dì 22 d'agosto, prefetto d'essa città un Bapone. Non è certa la prefettura romana di costui, siccome personaggio di cui non resta altra memoria. Pretende il Panvinio che ad Ampelio succedesse Claudio in quest'anno; ma ciò avvenne più tardi. Nulla abbiamo di particolare di Valentiniano Augusto intorno a questi tempi, se non che egli dimorò molto tempo in Treveri e in Nassonaco, che si crede luogo delle Gallie. All'anno presente riferisce il Gotofredo l'irruzione de' Quadi e Marcomanni in Italia, accennata da Ammiano [Ammian., lib. 29, cap. 6.], scrivendo egli aver essi assediata Aquileia, e spianato Oderzo. Ma uno dei difetti della storia d'Ammiano, oltre l'esser venuta a noi con molte lacune, è quello di non notare per lo più i tempi precisi delle imprese, di modo che possiam ben essere sicuri dei fatti, ma non già assegnarne con certezza gli anni; e verisimilmente accadde più tardi il movimento di quei Barbari contro l'Italia. Forse sul fine del precedente anno era giunto Valente Augusto ad Antiochia, ed è almen certo che nella primavera del presente egli dimorava in essa città, e si truova anche in Seleucia, città poche miglia distante di là. Quali imprese militari egli facesse, non si può ben discernere. Quando appartenga a quest'anno ciò che vien riferito da Temistio [Themistius, Orat. XI.] nel di lui Panegirico, recitato nell'anno seguente, egli fece un giro per la Mesopotamia con arrivar sino al Tigri, dando gli ordini opportuni per le fortificazioni dei luoghi esposti ai Persiani, e conciliandosi l'affetto dei Barbari che non erano loro suggetti, ed insieme animando gli Armeni a tener forte contra de' comuni nemici. Non obbliava egli intanto di far guerra ai vescovi e personaggi cattolici [Socrates, lib. 4, cap. 17. Theophan., Chronogr.], togliendo loro le chiese, e facendo altri mali descritti nella storia ecclesiastica. Ma neppur egli godè molta tranquillità, perchè circa questi tempi furono fatte varie cospirazioni contro la di lui vita, le quali nondimeno rimasero scoperte e punite. Di una fa menzione Ammiano, con dire che un certo Sallustio, uffiziale delle sue guardie, avea formato il disegno di ucciderlo, mentr'egli dormiva al fresco in un bosco. Ma Dio sa a qual anno s'abbia da riferir questo attentato. Abbondano certamente le tenebre nella storia civile per i tempi presenti, ed è anche imbrogliata la storia della Chiesa per quel che concerne la cronologia.
CCCLXXIII
| Anno di | Cristo CCCLXXIII. Indizione I. |
| Damaso papa 8. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 10. | |
| Graziano imperadore 7. |
Consoli
Flavio Valentiniano Augusto per la quarta volta e Flavio Valente Augusto per la quarta.
Non Claudio, come scrisse il Panvinio, ma Caio Ceionio Rufio Volusiano, come risulta dalle leggi del Codice Teodosiano [Gothofr., Prosop. Cod. Theodos.], sostenne in quest'anno la prefettura di Roma. L'aveva egli goduta anche nell'anno 364. Presero nell'anno presente la trabea consolare i due Augusti, perchè si celebravano i decennali del loro imperio. Abbiamo da Simmaco [Symmachus, lib. 10, cap. 26.] che, in occasione di tal festa, il senato romano fece un considerabil regalo di danaro non solamente a Valentiniano, ma anche a Valente, tuttochè questi non comandasse a Roma. Parimente ci resta un panegirico di Temistio sofista [Themistius, Orat. XI.] in lode di esso Valente, recitato, secondo tutte le apparenze, non già in Costantinopoli, ma bensì in Antiochia, dove per questi tempi fece esso Augusto lunga dimora. Per testimonianza delle leggi spettanti all'anno presente, Valentiniano si truova in Treveri nel mese di aprile, e nel seguente giugno in Milano, dove si scorge ch'egli fece dimora almen sino al novembre, senza apparire alcuna delle azioni sue. A lui nondimeno non mancarono le applicazioni, perchè forse nel precedente anno s'era formata in Africa la sollevazion di Fermo, e questa gli dava non poco da pensare. Era costui [Ammian., lib. 29, cap. 5.] figliuolo di Nabal, polente principe fra i Mori, ed avea molti fratelli. Perchè uno di essi appellato Zamma si era molto introdotto nella confidenza di Romano conte, governatore di quelle provincie, Fermo segretamente il fece ammazzare. Caricato per questo da Romano di varie accuse alla corte di Valentiniano, e vedendo egli in pessimo stato e pericolo i proprii affari, prese il partito della disperazione, con ribellarsi, e sollevar varie nazioni di que' Mori, gente già disgustata per la strabocchevol avarizia degli uffiziali romani [Aurelius Victor, in Epitome. Augustinus, contr. Parmen., lib. 1, cap. 10.]. Preso il titolo di re e il diadema, aspra guerra fece nella Mauritania e in altre provincie ai Romani, con impadronirsi di varie città, e rallegrare i seguaci suoi col sacco di quelle contrade. Questo incendio obbligò Valentiniano Augusto a spedire in Africa un buon corpo di milizie, alle quali diede per generale Teodosio conte, il più valoroso e prudente uffiziale di guerra ch'egli avesse in questi tempi. L'arrivo e la riputazione di Teodosio, sostenuta dalle forze seco menate, bastò per consigliar Fermo ad implorar il perdono, ma non osò già di comparir davanti al generale cesareo, se non dappoichè questi ebbe ripigliate varie città, e date due rotte alle genti di lui. Allora, dicendo daddovero, spedì alcuni vescovi a trattar di sommessione e grazia, e con esso loro, acciocchè restassero per ostaggi, varii parenti suoi. Fu egli dipoi ammesso da Teodosio all'udienza, ottenne il perdono e la libertà, e restituì i prigioni. Continuò poscia Teodosio il suo viaggio contra dei ribelli, e s'impadronì della ricca città di Cesarea, creduta da molti l'Algeri moderno; ma non tardò ad accorgersi dalla mala fede di Fermo, perchè lo spergiuro tornò all'armi, e diede più che mai da fare ai Romani. Seguirono perciò varii e dubbiosi combattimenti, ma per lo più favorevoli a Teodosio, il quale continuò la guerra nell'anno seguente, e forse anche nell'altro appresso; finchè, vedendosi ormai Fermo in rischio di cader vivo nelle mani di Teodosio, da sè stesso, con lo strangolarsi, si liberò dai soprastanti pericoli, e colla sua morte tornò la tranquillità in quelle provincie. Ammiano diffusamente descrive tal guerra e i fatti del suddetto generale Teodosio.
In questi tempi (se pur è possibile il registrare agli anni precisi gli avvenimenti d'allora) Valente Augusto, come poco fa accennai, dimorava in Soria, e specialmente nella capital d'essa, cioè in Antiochia. Seppe egli [Ammian., lib. 29, cap. 1.] che Sapore re di Persia finalmente era in moto con possente armata per passare nella Mesopotamia romana, e però contra di lui spedì Marciano conte e Vadomario già re di una parte dell'Alemagna, con ordine nondimeno di stare all'erta, e di non cominciar essi le ostilità, se non forzati, affinchè non a sè, ma ai Persiani si attribuisse la rottura della pace. Appena conobbe il barbaro re tali essere le forze romane, che giuoco troppo pericoloso era il venire ad una battaglia campale, si contentò di consumar la campagna con varie scaramuccie solamente, ora vantaggiose ed ora infelici, tanto che, giunto l'autunno, e conchiusa una tregua, amendue le armate si ritirarono ai quartieri del verno. Scrive Ammiano che Sapore se ne tornò a Ctesifonte, e Valente imperadore ad Antiochia, dove poi succedette la scena di Teodoro, di cui parleremo all'anno seguente. Ma non lascio io di dubitare, se al presente appartenga il detto di sopra, perciocchè abbiamo due leggi del medesimo Valente [Gothofred., Chronol. Cod. Theod.], date nel dicembre di quest'anno in Costantinopoli, che non si accordano col racconto di Ammiano, il qual pure, siccome storico contemporaneo, non dovrebbe in tal circostanza fallare. Secondo i conti del padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad ann. 373.], terminò la sua gloriosa vita in quest'anno santo Atanasio arcivescovo d'Alessandria, uno de' più insigni scrittori e campioni della fede cattolica, per cui sofferì tante traversie, chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue virtù e fatiche. A quest'anno ancora verisimilmente appartiene un'irruzione fatta dai Goti della Tracia, di cui s'ha un barlume presso Ammiano [Ammianus, lib. 30, c. 2.], e ne parla ancora Teodoreto [Theodoretus, lib. 4, cap. 31 et seq.]. Valente, che si trovava impegnato con tutte le sue armi contra dei Persiani, inviò lettere all'Augusto Valentiniano, pregandolo di volerlo soccorrere con un corpo delle sue soldatesche dalla parte dell'Illirico. Se dice il vero Teofane [Theophan., in Chronogr.], la risposta di Valentiniano fu di non potere in coscienza aiutare un fratello che faceva nello stesso tempo guerra a Dio, cioè che perseguitava i cattolici, esaltando continuamente la fazion degli ariani. Ma non è molto sicura in questi tempi la cronologia di Teofane, e forse Valentiniano non si diede mai a conoscere si zelante della vera religione.
CCLXXIV
| Anno di | Cristo CCLXXIV. Indiz. II. |
| Damaso papa 9. | |
| Valentiniano e | |
| Valente imperadori 11. | |
| Graziano imperadore 8. |
Consoli
Flavio Graziano Augusto per la terza volta ed Equizio.
Il Relando [Reland., Fast. Consul.], appoggiato ad una delle inscrizioni del Gudio, chiama il secondo console Caio Equizio Valente. Già s'è detto che non si può far sicuro fondamento sulle memorie antiche del Gudio; e dacchè osserviamo che l'ordinario stile in nominar i consoli era quello di notar l'ultimo lor cognome o soprannome; qualora tali fossero stati i nomi di questo console, pare che non Equizio, ma Valente dovesse comparir la di lui appellazione ne' Fasti. Fu in questo anno prefetto di Roma Euprassio, e dopo lui Claudio. Una legge del Codice Teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], data nel dì 5 di febbraio dell'anno presente, ci fa veder tuttavia Valentiniano Augusto in Milano, dove si dovette fermare nel verno. Se ne ritornò dipoi, venuta la primavera, nelle Gallie; s'incontrano alcune sue leggi date in Treveri ne' mesi di maggio e giugno. Dopo aver lungamente descritto Ammiano [Ammianus, lib. 28, c. 1.] le rigorose, anzi crudeli giustizie fatte in Roma da Massimino vicario di Roma, tali certo che screditano il regno di Valentiniano Augusto, egli parla di altre fatte da Simplicio, succeduto a lui nel vicariato di quella gran città, e non men di lui sanguinario. Nobili non pochi dell'uno e dell'altro sesso, o furono tormentati o esiliati o privati di vita. Se tutti con ragione, se ne può dubitare. A me non piace di rattristar qui i lettori con sì funesti ritratti; ma non vo' già tacere che questi, per così dire, illustri carnefici di Valentiniano, cioè Massimino Simplicio e Doriferiano dopo la morte di esso Augusto pagarono anch'essi il fio della lor crudeltà. Volle in quest'anno esso imperadore tentar di nuovo la fortuna delle sue armi contra degli Alamanni, e, passato il Reno coll'armata, lasciò che le soldatesche sue si facessero onore col saccheggiare un buon tratto del paese nemico. Poi si diede a fabbricare una fortezza in vicinanza di quella che oggidì chiamiamo Basilea. Quivi stando, ricevette da Probo, prefetto del pretorio dell'Illirico, l'avviso che i Quadi, fatta una fiera scorreria in quelle parti, davano anche da temere di peggio, ogni qualvolta non fosse spedito a lui opportunamente soccorso di gente. Il motivo, per cui que' popoli uscirono ai danni delle terre romane, fu il seguente. Già dicemmo le premure di Valentiniano, acciocchè a tutte le frontiere verso i Barbari si fabbricassero delle fortezze [Ammianus, lib. 29, cap. 6.]. Equizio console di quest'anno e generale delle milizie nell'Illirico, secondo l'uso dei più potenti, ne piantò una di là dal Danubio nel paese de' Quadi. Ne fece doglianza quel popolo, e si fermò il lavoro. N'ebbe avviso Marcellino, già divenuto prefetto del pretorio delle Gallie, uomo sempre portato all'alterigia e alla crudeltà, ed ottenne da Valentiniano che si spedisse colà Marcelliano suo figliuolo, con ordine e facoltà di compiere quel forte. Questo Marcelliano è chiamato Celestio da Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 16.], forse perchè portò anche questo nome. Venuto dunque costui, ripigliò arditamente quella fabbrica, senza far caso alcuno delle pretensioni e querele dei Quadi. Per questo il re loro Gabinio si portò in persona a trovar Marcelliano, e modestamente il pregò di desistere dal lavoro, con rappresentargli le sue ragioni. Lo accolse Marcelliano con civiltà, si mostrò inclinato ad esaudirlo, il tenne anche seco a tavola; ma dopo il convito, mentre egli voleva tornarsene a casa, il fece assassinare, e torgli la vita: tradimento infame e troppo indegno del nome romano, le cui conseguenze funeste tardarono poco a vedersi.
Per tal ingiuria ed enorme prepotenza sommamente irritati i Quadi, trassero in lega i Sarmati, stomacati tutti dell'iniquo procedere de' Romani; e, passato il Danubio, vennero a farne vendetta con dare il sacco e guasto ad un gran tratto dell'Illirico. Poche erano allora nella Pannonia e nella Mesia le guarnigioni e forze dei Romani, perchè Valentiniano avea fatto passare in Africa alcune legioni [Ammian., lib. 29, cap. 6.] che ivi prima stanziavano: perciò niun ritegno trovarono al lor furore que' Barbari. Passò in così pericolosa congiuntura per la Pannonia la figliuola del fu imperadore Costanzo, che in una medaglia (se pure è fattura legittima) si vede appellata Flavia Massima Costanza [Mediobarbus, Numism. Imperat.]. Andava ella verso le Gallie per unirsi in matrimonio con Graziano Augusto figliuolo di Valentiniano. Poco vi mancò che questa principessa non fosse colta un dì da que' Barbari in una villa chiamata Pistrense. Messala governator della provincia ebbe la fortuna di trafugarla e di ridurla salva in Sirmio. Crebbe poi cotanto la possanza de' Quadi, che Probo prefetto del pretorio dell'Illirico, trovandosi in essa città di Sirmio, fu in procinto di abbandonarla. Ma avendo ripigliato il coraggio, e fatto quel preparamento che potè per difendersi, i Quadi non la toccarono, intenti, più che ad altro, a perseguitare Equizio, creduto da essi autore della morte di Gabinio loro re. In fatti diedero una rotta a due legioni romane comandate da lui, e stesero i lor saccheggi per buona parte della Pannonia. Vollero nello stesso tempo i Sarmati fare il medesimo giuoco nella Mesia superiore, ma quivi ritrovarono un forte ostacolo in Teodosio juniore, figlio di quel Teodosio generale, che già vedemmo inviato in Africa per la ribellione di Fermo. Con titolo di duca governava allora esso Teodosio juniore quella provincia, e benchè giovinetto di prima barba, e provveduto di poche truppe [Themist., Orat. XIV. Zosimus, lib. 4, c. 16.], pure parte con astuzie militari e parte con arditi combattimenti, e con riportarne vittoria, così ben si maneggiò, che que' Barbari giudicarono meglio di trattar di pace: ottenuta la quale, scornati se ne ritornarono al loro paese. Portati gli avvisi di questa guerra dalle lettere di Probo a Valentiniano Augusto, siccome poco fa accennai, non se ne fidò egli, e spedì colà Paterniano suo segretario per chiarirsene meglio [Ammian., lib. 30, c. 3.]. Essendo poi questi ritornato con più cattive nuove, allora Valentiniano tutto impazienza volea cavalcare alla volta dell'Illirico; ma i suoi ufficiali tanto dissero, con rappresentargli la stagion troppo avanzata, e il pericolo che Macriano re degli Alamanni, trovando sguernita di truppe la Gallia, potrebbe far dei malanni, che rimise alla primavera seguente il suo viaggio. Fu dunque presa la risoluzion di proporre la pace ad esso Macriano, con invitarlo a comparire alle rive del Reno. Venne egli in fatti pieno di albagia al vedersi ricercato di accordo, come s'egli avesse da dar la legge ai Romani. Comparve anche Valentiniano al congresso in barca con un magnifico seguito; ed in fine si stabilì fra loro la desiderata concordia. Mantenne poi Macriano fedelmente l'amicizia coi Romani; ma avendo dopo qualche tempo voluto entrar nel paese dei Franchi, e dargli disordinatamente il sacco, questa insolenza gli costò ben caro, perchè, colto in un'imboscata da Mellobaude, chiamato re bellicoso di quella nazione da Ammiano, quivi lasciò la vita. Credesi oggidì che nell'anno presente accadesse in mirabil forma l'elezione [Hieronymus, in Chron.] di santo Ambrosio arcivescovo di Milano, alla cui consacrazione consentì volentieri Valentiniano che si era restituito a Treveri: intorno al qual fatto si può consultare la storia ecclesiastica.
Ne' primi mesi di quest'anno, ed anche nel maggio, noi troviam tuttavia Valente Augusto in Antiochia [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.], dove stato era durante il verno il suo soggiorno. Quivi fu scoperta una congiura tramata contra di lui. Alcuni pagani, e specialmente certi filosofi, dati allora alla magia e ad altre arti o imposture per iscoprir l'avvenire [Zosimus, lib. 4, c. 13. Ammianus, lib. 21, cap. 1 et seq.], si avvisarono di cercar con sacrilega curiosità chi avesse da succedere nell'imperio ad esso Valente, giacchè tolto gli avea la morte l'unico suo figliuolo. Zonara [Zonar., in Annalib.] descrive la forma del sortilegio fatto da essi, da cui si raccolsero queste tre lettere TH, E ed O. Cercando coloro a chi potesse convenir tal predizione, niuno cadde loro in mente più a proposito di un Teodoro, ch'era in questi tempi secondo notaio, o sia segretario di Valente, giovane di bell'aspetto, letterato prudente, nobilmente nato nelle Gallie, e soprattutto pagano: il che servì a quei tali di stimolo a maggiormente crederlo destinato dai falsi dii al trono. Gliene parlarono, gliel fecero credere; ed egli invanitosi cominciò a tener delle combriccole per questo co' suoi aderenti; e poi, siccome fu provato, furono fatti dei tentativi contro la vita di Valente. Ma scopertosi l'affare, e ricavata la verità del fatto, un seminario fu questo di terribili processi e condanne, non solamente di chi avea tenuta mano, ma ancora di molti innocenti, perchè Valente non si sapea saziare di perseguitare e punire chiunque ancora era sospettato di attendere alla negromanzia e ai mezzi d'indovinar le cose future. Teodoro fu strangolato, o pure gli fu mozzato il capo. Degli altri uccisi abbiamo una lunga lista presso Ammiano e Zosimo, e fra questi si contarono dei primi uffiziali della corte [Liban., in Vita sua. Socrates, lib. 4, cap. 19. Sozomenus, lib. 6, c. 35.]. Altri furono banditi, e massimamente Eusebio ed Ipazio, già stati consoli nell'anno 359, e cognati del fu Costanzo Augusto, i quali da lì a poco tempo furono richiamati con onore. Scaricossi ancora lo sdegno implacabile di Valente contro de' filosofi gentili d'allora, siccome persone tutte in concetto di attendere alla magia e principali autori di quella cospirazione. Ebbe fra gli altri tagliata la testa Massimo [Eunap., in Vit. Sophist., c. 3.] il più rinomato di tutti, che tanta figura avea fatto a' tempi di Giuliano Apostata discepolo suo. Libanio sofista [Liban., in Vita sua.], benchè anch'egli attaccato alla negromanzia, la scappò netta, perchè nulla si potè provare contra di lui. Ed allora fu che si fece una gran perquisizione dei libri che trattavano di magia e d'incanti, di sortilegii e di strologia giudiciaria: perchè non si può dire quanto ubbriachi allora fossero i gentili di sì fatte sacrileghe imposture. Gran copia d'essi fu pubblicamente bruciata nella piazza d'Antiochia, e questo fu l'unico bene della rigorosa giustizia, o, per dir meglio, della crudeltà inaudita che Valente esercitò in tal occasione. Crudeltà, dico, la qual anche più detestabil sarebbe stata, se fosse vero ciò che scrivono Socrate e Sozomeno, cioè che egli fece morir molte persone, perchè portavano il nome di Teodoro, Teodosio, Teodulo, Teodoto e simili; ma se ne può dubitare. Certo è che Dio preservò il giovine Teodosio, da noi veduto duca della Mesia, avendolo riserbato in vita per farne un'insigne imperadore, siccome a suo tempo vedremo. Nè già finì in quest'anno la carneficina suddetta, perchè durò il resto della vita di Valente. Ed ecco quanti mali può produrre (e n'abbiam veduto tanti altri esempli) la prosunzion degli uomini in voler indagare l'avvenire, paese riserbato alla cognizione del solo Dio. A queste tragiche scene un'altra ne aggiunse Valente Augusto. Tutte le apparenze sono che Para re dell'Armenia, dacchè implorò il patrocinio di esso imperadore contro de' Persiani, osservasse una fedeltà onorata verso di lui. Terenzio duca allora, per quanto sembra, difensor dell'Armenia, con più lettere lo andò screditando presso del medesimo Augusto [Ammian., lib. 30, cap. 1.], rappresentandolo per inumano verso de' suoi sudditi, e vicino ad accordarsi coi Persiani. Valente perciò il chiamò a Tarso città della Cilicia, dove, dopo di essersi fermato non poco tempo senza ottener licenza di passare alla corte, venne scoprendo i mali uffizii fatti contra di lui, e che si meditava di mettere in Armenia un altro re. Bastò questo, perchè egli con trecento de' suoi che l'aveano accompagnato se ne fuggisse, ed ebbe la fortuna di ritirarsi, al dispetto di chi il seguitò, salvo nei proprii Stati. Non lasciò egli per questo di star fedele verso i Romani; ma Valente, che non sel potea persuadere, diede segreta incumbenza a Traiano conte, comandante dell'armi romane in Armenia, di sbrigarsi di lui in qualche maniera. In fatti Traiano tanto seppe adescare l'incauto re con finte lusinghe, che il trasse un di seco a pranzo. Sul più bello del convito entrò un sicario che gli tolse la vita: assassinio infame commesso contro le leggi dell'ospitalità venerate dai Barbari stessi, e simile all'altro che abbiam veduto di sopra, di Gabinio re dei Quadi: tanto era decaduta la virtù nei petti romani.
CCCLXXV
| Anno di | Cristo CCCLXXV. Indizione III. |
| Damaso papa 10. | |
| Valente imperadore 12. | |
| Graziano imperadore 9. | |
| Valentiniano juniore imp. 1. |
Dopo il consolato di Graziano Augusto per la terza volta e di Equizio.
Con questa formola si trova ne' fasti e nelle storie segnato l'anno presente, perchè niun fu disegnato per empiere la sedia curule, e vestir la trabea consolare. San Girolamo [Hieronymus, in Chronicon.] attribuisce la cagion di tale ommissione alla irruzion de' Sarmati nella Pannonia, quasichè le guerre dell'imperio romano impedissero la creazion de' consoli. Sembra ben più probabile che non passasse buona intelligenza fra i due fratelli Augusti nella nomina d'essi consoli, con iscorrere poi l'anno senza dichiararne alcuno. Probabilmente Euprassio continuò anche in quest'anno nella prefettura di Roma. La stanza di Valentiniano Augusto per tutto il verno dell'anno corrente fu in Treveri, dove anche troviamo una sua legge [Gothofred., Chronolog. Cod. Theodos.], data nel dì 9 di aprile. Lasciato poscia alla guardia delle Gallie Graziano Augusto suo figliuolo, egli ne' seguenti mesi eseguì la risoluzione presa di portarsi nell'Illirico per reprimere l'insolenza dei Quadi e Sarmati, che tuttavia malmenavano le contrade romane. Oltre ad un buon esercito, menò seco Giustina Augusta sua moglie e Valentiniano juniore, suo minor figliuolo, da essa a lui partorito, il quale si crede che fosse allora in età di quattro o cinque anni [Ammian., lib. 30, cap. 5.]. Per la strada se gli presentarono i deputati de' Sarmati per trattar di pace. Valentiniano li rimandò, con dire che giunto egli al Danubio, allora se ne palerebbe. Arrivato a Carnunto, città che vien creduta il luogo del moderno Haimburg, trenta miglia in circa di sotto da Vienna d'Austria, quivi fermata la corte, si applicò alle disposizioni militari convenevoli per dare la mala pasqua ai Barbari suddetti; ma senza fare alcuna ricerca dell'assassinio fatto a Gabinio re de' Quadi. Mostrossi solamente voglioso di abbattere Probo prefetto del pretorio, il quale, se s'ha da credere ad Ammiano gentile, cioè ad un nemico dei cristiani, avea commesso di grandi estorsioni ed ingiustizie, per far colar l'oro nella borsa del principe, e sostener sè stesso in quell'illustre carica. E certamente fu creduto che se Valentiniano non si fosse affrettato a morire, non mancava la rovina di Probo. Durante il tempo di tre mesi che questo imperadore dimorò in Carnunto, egli fece tagliar la testa a Faustino, nipote di Giuvenzio prefetto del pretorio delle Gallie, accusato di aver ucciso un asino per far dei sortilegii; ed inoltre perchè avendogli per burla un certo Negrino dimandato di essere fatto segretario di corte, ridendo avea risposto: Fammi imperatore, se vuoi quest'uffizio. Per questa burla Faustino, Negrino ed altri perderono la vita; e di questo passo camminava la giustizia sotto Valentiniano, che non voleva essere da meno di Valente suo fratello.
Venuto il settembre, spinse egli innanzi Merobaude e Sebastiano conte con diverse brigate di armati addosso a' Quadi [Ammian., lib. 30, c. 5 et seq.]; ed egli stesso in persona col resto dell'armata passò dipoi il Danubio, e fece dare il sacco e il fuoco ad un buon tratto del nemico paese, essendosi ritirati alle montagne quei popoli. Senza far altra bravura che questa, se ne ritornò poi indietro, e dopo essersi fermato in Acinco per qualche tempo, si rimise in cammino alla volta di Sabaria con animo di svernare in quella città. Arrivato che fu alla volta di Bregizione, comparvero colà i deputati dei Quadi per chiedere perdono e pace. Furono ammessi all'udienza; e perchè si voleano scusare con pretendere fatte da persone particolari senza assenso del comune le insolenze passate, a Valentiniano si accese la bile, di maniera che fremendo rimproverò forte a quella nazione, come ingrata, i benefizii ricevuti dai Romani. Calmossi dipoi, ma all'improvviso cominciò a vomitar sangue, e il prese un sudore mortale. Portato a letto, non si trovò se non tardi un cerusico che gli aprisse la vena; fatto anche il salasso, non ne uscì neppure una goccia. Sicchè di lì a poche ore terminò il corso di sua vita [Idacius, in Fastis. Hieronymus, in Chronic. Socrat., lib. 4, cap. 31.] nel dì 17 di novembre, in età d'anni cinquantacinque, e dodici d'imperio. Ammiano fa qui un compendio delle qualità buone e cattive di questo imperatore [Ammianus. Victor. Ansonius. Symmachus. Zosim. et alii.]. Altri ancora commendarono la di lui gravità, la castità, la perizia militare, il coraggio, la vigilanza per dar le cariche a persone degne, e castigar i dilitti, con altre belle doti, per le quali fu creduto ch'egli avrebbe potuto uguagliar la gloria di Traiano e di Aureliano, se egli non avesse avuto il contrappeso di varii difetti. Il principale fu l'eccessivo suo rigore, che passò ad essere crudeltà, e talvolta involse non meno i rei che gl'innocenti. Ne abbiamo accennato alcuni esempli, ed Ausonio stesso, in parlando a Graziano Augusto di lui figlio, confessa che sotto suo padre la corte era tutta piena di terrore, e in volto de' magistrati si leggeva una continua inquietudine e tristezza. Questo suo genio sanguinario bastante ben è a far parere un nulla tutte le altre sue virtù. Padri amorevoli e clementi, e non implacabili aguzzini o carnefici de' popoli, han da essere i principi che tendono alla vera gloria, e fan conto del Vangelo. Vi si aggiunse ancora l'avarizia; perchè sebben sui principii si guardò dall'aggiungere nuovi aggravii ai suoi sudditi, col tempo poi mutò registro, e, per attestato di Ammiano [Ammianus, lib. 30, cap. 8.] e di Zosimo [Zosim., lib. 4, c. 3.], egli si acquistò l'odio d'ognuno per le eccessive imposte, che faceva anche esigere con tutto rigore, e si studiava per tutte le vie anche indecenti di ricavare ed accumulare danaro. Fu osservato che nello spazio di trenta anni addietro erano cresciute al doppio le gravezze dei sudditi del romano imperio. Sicchè, ben pesato il tutto, benchè sant'Ambrosio, Aurelio Vittore, Sozomeno ed altri esaltino la persona e il governo di Valentiniano, tuttavia nelle bilance di Dio e degli uomini non avrà mai credito un principe cristiano a cui manchi la clemenza e la carità verso de' suoi popoli. Fu poi portato il di lui corpo imbalsamato a Costantinopoli, per essere seppellito appresso gli altri Augusti cristiani.
Dacchè cessò di vivere questo imperadore, apprension non poca vi fu che qualche sedizione potesse insorgere nell'armata, e che taluno macchinasse di occupar il trono cesareo. Però Merobaude, uno dei primi generali, trovata maniera di allontanar Sebastiano conte, tenne consiglio con gli altri primarii uffiziali, e fu risoluto di proclamare Augusto Flavio Valentiniano juniore, secondogenito del defunto imperadore [Zosimus, lib. 4, c. 19. Ammianus, lib. 30, cap. 10.]. Era troppo lontano Graziano imperadore, suo fratello maggiore, perchè dimorante allora in Treveri, per poter impedire le novità temute; e sapendo gli uffiziali qual fosse la di lui bontà e rettitudine, si avvisarono di poter innalzare questo principe, stante il pericolo presente, senza incorrere nella di lui disgrazia, per aver ciò osato prima di ricercarne il di lui consenso. E così fu. Certamente Graziano se l'ebbe a male, e non men di lui Valente suo zio; ma non tardarono amendue ad approvar questo fatto; Valente, per non poter di meno, e Graziano per la sua buona indole e virtù, per cui non lasciò mai, finchè visse, di far conoscere il suo buon cuore verso di esso fratello. Trovavasi il fanciullo Valentiniano allora, siccome accennammo, in età di circa cinque anni, lungi dall'armata ben cento miglia. Furono spediti corrieri a chiamarlo, e venuto che fu ad Acinco nella Pannonia con Giustina Augusta sua madre, il dichiararono Imperadore Augusto nel dì 22 di novembre. Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 19.] e Vittore [Aurelius Victor, in Epitome.] attribuiscono la di lui promozione principalmente a Merobaude e ad Equizio generali; il primo di essi storici, siccome ancora Eunapio [Eunap., Legat. Tom. I Hist. Byz.], lasciarono scritto che i due fratelli divisero fra loro l'Occidente, con aver Graziano ritenuta per sè la Gallia, la Spagna e la Bretagna, con assegnar al fratello l'Illirico, l'Italia e l'Africa. Ma questa divisione si tiene piuttosto fatta dopo l'anno di Cristo 379; ed il Gotofredo [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.] osservò che stante l'essere Valentiniano II in età pupillare, e però incapace di reggere, Graziano Augusto continuò ancora da qui innanzi il governo di tutto l'Occidente. Abbiamo inoltre dalla Cronica Alessandrina [Chronicon Alexandr.] ch'esso Graziano, dopo la morte del padre, richiamò alla corte Severa sua madre già esiliata da Valentiniano seniore, che utilmente si servì dipoi co' suoi consigli. Parimente in questi tempi, per attestato di Zosimo [Zosimus, lib. 4, cap. 18.], si fecero sentire degli orrendi tremuoti, che specialmente danneggiarono l'isola di Creta, la Morea e tutta la Grecia, a riserva dell'Attica. Per conto di Valente Augusto, le leggi del Codice Teodosiano [Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.] ci assicurano essersi egli trattenuto in Antiochia sino al principio di giugno, e vi si truova anche nel dì 5 di dicembre. Andarono innanzi indietro [Ammianus, lib. 30, cap. 1.] varie ambasciate di esso Augusto e di Sapore re di Persia per intavolar la pace; ma in fine nulla si conchiuse, e durò tuttavia la guerra aperta fra loro: laonde ognun di essi seguitò a far preparamenti per farsi giustizia coll'armi.
CCCLXXVI
| Anno di | Cristo CCCLXXVI. Indizione IV. |
| Damaso papa 11. | |
| Valente imperadore 13. | |
| Graziano imperadore 10. | |
| Valentiniano II imperadore 2. |
Consoli
Flavio Valente Augusto per la quarta volta e Flavio Valentiniano juniore Augusto.
Portò opinione il Panvinio [Panvin., in Fast.] che la prefettura di Roma fosse in quest'anno esercitata da Euprassio, e poi da Probiano. Il Codice teodosiano [Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.], a cui si dee più fede, ci mostra ornati di quella dignità Rufino, e poi Gracco, il qual ultimo, per attestato di san Girolamo [Hieron., Epist. 7 ad Laetam. Prudentius, in Symmac.], bruciò e rovesciò gran copia d'idoli in Roma stessa, e professò dipoi la religione cristiana. In età di circa diecisette anni era Graziano Augusto allorchè l'imperador Valentiniano suo padre terminò il corso del suo vivere. Giovane ben fatto di corpo, ma più d'animo, perchè dotato d'un eccellente naturale, come confessano gli stessi storici pagani [Ammian., lib. 27. cap. 6. Victor, in Epitome. Themistius, Or. XV.]. Di buon'ora fu istruito nelle belle lettere, con aver per maestro un insigne letterato, cioè Ausonio, al quale, anche dopo aver ricevuta la porpora imperiale, professò sempre un particolar rispetto, e conferì varie cariche, alzandolo sino al consolato. Parlano gli autori d'allora [Rufinus, Hist., lib. 2, cap. 13. Ausonius, in Panegyric.] della moderazione nel cibo e nella bevanda di questo principe, della sua rigorosa castità, affabilità, e soprattutto della sua bontà e pietà cristiana, per cui meritò gli elogii di santo Ambrosio e di Ausonio. Della sua delicatezza in questo proposito diede egli sui principii una luminosa pruova, col ricusar l'abito e il titolo di pontefice massimo [Zosimus, lib. 4, cap. 36.] che gli portarono i pagani. In somma arrivò a dire Ammiano, tuttochè storico gentile e poco amico dei cristiani, essersi unite in Graziano tante e sì belle doti, che avrebbe potuto aspirare alla gloria de' più rinomati Augusti, se breve non fosse stata la sua vita, e non avesse avuto ai fianchi de' ministri cattivi, da' quali non potè guardarsi la sua non per anche matura prudenza, e l'età sua troppo giovanile, per cui, dandosi ai divertimenti, lasciava lor fare quanto volevano. Una delle sue prime azioni fu quella di ascoltar le querele universali de' popoli, e massimamente del senato romano contro i ministri della crudeltà di suo padre [Ammianus, lib. 28, cap. 1.]. Erano questi Massimino, allora prefetto del pretorio delle Gallie, Simplicio e Doriferiano. Processati costoro, provarono anche essi, ma colpevoli, il supplizio che a tanti anche innocenti aveano fatto provare. E perciocchè il senato romano dovette far doglianze per tanti dell'ordine suo o uccisi o calpestati in maniere indebite da Valentiniano, in lor favore spedì Graziano un editto, che con gioia fu letto dal celebre Simmaco [Symmachus, lib. 10, epist. 2.], uno allora de' senatori. Siccome riportò plauso da ognuno la morte data a quei crudeli ministri, così fu detestata l'altra di Teodosio conte, governatore allora dell'Africa. Aveva questo valente uffiziale estinta già in quelle provincie la ribellion di Fermo [Orosius, lib. 7, cap. 33.], restituita la pace a tutto il paese, e continuava con gran saviezza il suo governo in quelle parti. Ma gl'invidiosi, gramigna che specialmente alligna in alcune corti, mirando con gelosia il di lui merito, seppero così ben dipingerlo al giovinetto incauto Graziano, come persona pericolosa e capace di far delle novità, che andò in Africa l'ordine di levargli la vita, e questo venne eseguito. Fu di parere Socrate [Socrates, lib. 4 Hist., cap. 15.] che, ad istigazion di Valente Augusto, per cagione del nome di Teodosio da lui odiato, siccome dicemmo di sopra, a questo bravo generale fossero abbreviati i giorni del vivere. Valente non comandava nell'Africa, e pare che neppur passasse grande armonia fra lui e il nipote Graziano, oltre all'osservarsi già scorsi due anni dopo la di sopra accennata congiura di Teodoro. Comunque sia, dappoichè il giovane Teodosio suo figlio arrivò ad essere imperadore, il senato romano onorò con delle statue la memoria di esso suo padre, il quale, giacchè ricevette il battesimo prima di morire per ottener la remission dei peccati, è da credere che più gloriosamente fosse coronato in cielo. La di lui disgrazia intanto si tirò dietro quella del suddetto Teodosio suo figliuolo, il quale fu obbligato a dimettere il governo della Mesia, di cui era duca, e a ritirarsi in Ispagna patria sua. Nulladimeno non andò molto che Graziano, aperti gli occhi, e pentito, il richiamò per alzarlo all'imperio.
Probabilmente fu in quest'anno che Valente Augusto, seguitando a dimorare in Antiochia (non si sa per qual motivo), inviò il filosofo Temistio [Themist., Orat. XIII.] a Graziano suo nipote, abitante allora in Treveri nelle Gallie. Passò questo pagano filosofo per Roma, dove nel senato stesso egli pronunciò un'orazione sua, che contien lodi ancora di esso Graziano, rappresentando la di lui bontà e liberalità, e l'aver egli come annientati gli esattori crudeli delle imposte. Sappiamo infatti da Ausonio [Auson., in Panegyr.] che questo benigno Augusto avea rimesso ai popoli i debiti trascorsi, e fatta abbruciare ogni carta dei medesimi con sua singolar gloria e benedizion della gente. In questi tempi cominciò a farsi nominare la fiera nazion degli Unni, Tartari abitanti verso la palude Meotide, oggidì il mar di Zabacca, che tanti guai, siccome vedremo, recarono di poi alle contrade dell'Europa. Di essi, cioè de' loro barbari costumi e paesi, parlano a lungo Ammiano [Ammian., lib. 31, cap. 2.], Giordano [Jordan., de Reb. Get., cap. 37.] ed altri antichi scrittori [Zosimus, lib. 4, cap. 20. Sozomenus, Agathius el alii.]. Costoro, invogliati di miglior abitazione, mossero prima la guerra agli Alani, abitanti lungo il fiume Tanai, e li soggiogarono. Poscia rivolsero le armi contra degli Ostrogoti con tal felicità, che Ermenirico re di essi Goti, e poscia il di lui successore vi perderono la vita. Il terrore di gente sì inumana, che non dava quartiere ad alcuno, si sparse per tutti que' paesi, e cagion fu che quanti Goti poterono salvarsi, non men Visigoti che Ostrogoti, crederono meglio di abbandonar le loro terre, e di ritirarsi buona parte di essi verso quelle dell'imperio romano; e non avendo potuto fermarsi nella Podolia, s'inoltrarono sino alla Moldavia. Di là spedirono deputati a Valente Augusto, pregandolo di volerli ricevere ne' suoi Stati, promettendo di servir nelle armate romane, e di vivere da fedeli suoi sudditi. Ulfila, vescovo loro, ch'era, o pur divenne poscia ariano, come vuol Sozomeno [Sozom., lib. 6 Histor., cap. 37.], fu il capo dell'ambasceria. Questi insegnò poi le lettere ai Goti, tradusse in lingua loro le divine Scritture, e trasse alla religion cristiana quei che fin qui aveano professata l'idolatria. Gran dibattimento fu nel consiglio di Valente, se si doveva ammettere o no questa foresteria negli Stati dell'imperio [Eunap., de Legat. Tom. I Histor. Byzant.]. Prese l'affermativa, parte perchè si figurò Valente di superiorizzare colle lor forze i suoi nipoti, e parte perchè parve gran vantaggio il poter con questi Barbari provveder di reclute le armate romane; e forse non era male, purchè fossero state ben eseguite le precauzioni prese per dare loro ricetto. Cioè che si facessero prima passar di qua dal Danubio i lor figliuoli, i quali si trasportassero in Asia per servire di ostaggi della fedeltà de' padri; che ognun di essi Goti prima di passare avesse da consegnar l'armi in mano degli uffiziali romani. Quest'ultimo ordine fu per disattenzione ed iniquità di essi uffiziali malamente eseguito. Credesi che ne passassero in questi tempi circa ducento mila colle lor mogli e figliuoli [Idacius, in Fastis.], e questi si sparsero per la Tracia e lungo il Danubio. Altre nazioni gotiche [Zosim., lib. 4, cap. 20. Orosius. Hieronymus, in Chronic.], le quali restavano di là da quel fiume, veduto sì buon accoglimento fatto da Valente ai lor nazionali, spedirono anche esse per ottener la medesima grazia, ma n'ebbero la negativa, perchè troppo pericoloso si conobbe l'ammetterne di più. Tuttavia questo esempio produsse delle brutte conseguenze, perchè innumerabili altri Goti da lì a qualche tempo anch'essi passarono di qua dal Danubio al dispetto de' Romani, e con esso loro si unirono anche i Taifali, popolo infame per le sue impurità, di modo che si vide inondata in breve la Tracia colle vicine provincie da un'immensa folla di Barbari, amici di quattro giorni, e poi nemici perpetui, e distruggitori del romano imperio. Cominceremo a chiarircene nell'anno seguente.
CCCLXXVII
| Anno di | Cristo CCCLXXVII. Indizione V. |
| Damaso papa 12. | |
| Valente imperadore 14. | |
| Graziano imperadore 11. | |
| Valentiniano II imperad. 3. |
Consoli