ANNALI
D'ITALIA
3


ANNALI
D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E
CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta


VOLUME TERZO


VENEZIA

DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1845


[INDICE]


ANNALI D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

DCLXIII

Anno diCristo DCLXIII. Indizione VI.
Vitaliano papa 7.
Costantino, detto Costante, imperadore 23.
Grimoaldo re 2.

Al presente anno rapportò il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.], e dopo lui Camillo Pellegrino [Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.], il principio del regno di Grimoaldo. Ma sapendo noi da Paolo Diacono [Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.], che succedette l'assedio di Benevento prima che l'imperador Costante venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'indizione sesta, dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Vitalian.]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento. Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito di Costantinopoli nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze Benevento, e al suo governo Romoaldo, giovane poco pratico nel mestier della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.] ch'egli volle consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta da straniero paese (cioè Teodelinda) avea nel regno longobardico fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de' Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo. Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto, ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de' Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a Luceria (oggidì Nocera), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche l'assedio di Acheronzia (oggidì Acerenza), ma per la forte situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico imperadore, Romoaldo, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui dichiarato duca di Benevento, inviò a Pavia Sesualdo suo balio a pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in quelle contrade.

In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale la guarnigione ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano, spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome Gisa (Gisela o Gisla, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero; ma sembra che si ricavi dalla vita di san Barbato vescovo di quella città, rapportata dall'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.], che fosse pagata da Romoaldo a Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte, nè avesse paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così. Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace, Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento Mittola, ossia Micola conte di Capua, che gli diede una buona pelata in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la Pugna, ossia la Battaglia. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo Trasimondo conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò duca di Spoleti Trasimondo, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di Attone era restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, gli diede per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per anticipazione appellò Mittola conte di Capua.

Abbiamo poi dal medesimo storico [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.] che, posta in sicuro la persona dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato Saburro, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a combattere col duca Romoaldo, promettendosi una sicura vittoria di lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è accompagnato da Paolo Diacono con un ut fertur: segno che non n'era ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco fa mentovata di san Barbato vescovo di Benevento. Professavano bene i Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro battesimo, ma ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera, di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo, gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra. Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli andasse alla caccia, e portatosi a Teodelinda moglie di esso duca, principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento di ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli [Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.], ed indrizzata reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae episcopo, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi. Dicesi anche data III kal. februarii, pontificatus anno primo, Indictione XI. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano: nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come ivi si osserva.

Passò di poi l'imperador Costante da Napoli a Roma, e sappiamo da Anastasio [Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli andò incontro papa Vitaliano col clero sei miglia fuori della città, e fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto quest'anno Teofane [Theoph., in Chronogr.]; ma ci danno abbastanza a conoscere di grandi sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio [Sigon., de Regno Italiae.], Agone, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a Lupo. Ma il Sigonio si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che Agone molto prima avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima dell'anno presente.


DCLXIV

Anno diCristo DCLXIV. Indizione VII.
Vitaliano papa 9.
Costantino, detto Costante, imperadore 24.
Grimoaldo re 3.

Tornato che fu il re Grimoaldo a Pavia, ebbe finalmente notizia che il fuggito re Bertarido s'era rifugiato nella Pannonia, ossia nell'Ungheria presso di Cacano, cioè presso il re degli Unni Avari, signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san Vilfrido, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore contemporaneo, stampata dal suddetto Mabillone [Mabill., Annal. Bened., tom. 4, P. I, p. 691.], quel prelato cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per Francia, ed arrivò ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et quietum, et trementem sermones Dei. Acutamente avvertirono que' valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di Bercterit, ossia Bertarido re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della Campania, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura e campagna della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea risposto: In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi. Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo. Così un re longobardo, il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679. Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una strana risoluzione [Paulus Diacon. lib. 5, cap. 2.], e fu di venire a mettersi in mano dello stesso suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi Onolfo, suo fidatissimo servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non cadde in terra il consiglio.

Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de' preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua, portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una pelle d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era quella? Eh, rispose, questo mascalzone m'avea preparato da dormire in camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino. Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia. Il lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli. Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura, su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe' capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo, allora replicò: Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone. Ed in fatti lo arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido, che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi, cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo, se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente usurpato il regno altrui.


DCLXV

Anno diCristo DCLXV. Indizione VIII.
Vitaliano papa 9.
Costantino, detto Costante, imperadore 25.
Grimoaldo re 4.

Raccogliesi da Beda [Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.] che nel presente anno infierì molto la pestilenza in Italia, e per questo malore l'ambasciatore del re d'Inghilterra con quasi tutti i suoi domestici lasciò la vita in Roma. A questo medesimo anno par che si possa riferire la guerra mossa dai re franchi al re Grimoaldo. Dovette Bertarido, fuggito in Francia, così ben perorare la causa sua presso di Clotario III re di Parigi e della Borgogna, con esporre la usurpazione ingiusta a lui fatta da Grimoaldo, e la facilità che vi sarebbe di rimetterlo sul trono, stante il gran numero de' suoi partigiani, qualora esso Clotario prendesse la sua protezione, e spedisse un esercito in Italia, che quel re s'indusse a muover guerra a Grimoaldo. Entrò l'armata francese per la parte della Provenza nel Piemonte, ed arrivò fin presso alla città d'Asti. L'accorto Grimoaldo, uscito anch'egli in campagna colla sua armata, fermò i nemici in quel territorio, e quivi si accampò. Era principe sagace, e sapea le furberie della guerra. Un dopo pranzo, fingendo un panico terrore, levò all'improvviso il campo, e ritirossi con lasciar indietro le tende e buona parte del bagaglio, e specialmente una quantità prodigiosa di cibi e vini di buon polso. Caddero i Franzesi nella rete. Accortisi della di lui fuga, diedero sacco al campo, e trovato sì buon preparamento di mangiare e bere, fecero gran gozzoviglia, e si abboracchiarono in maniera, che quasi tutti ubbriachi si diedero in preda al sonno. Ma non fu sì tosto passata la mezza notte, che Grimoaldo voltata faccia, quando men sel credeano, venne a far loro pagar lo scotto. Tanta strage ne fece, che a pochi riuscì di portar salva la pelle alle loro case. Il luogo dove seguì questo macello dei Franchi, Paolo Diacono scrive che a' suoi dì si appellava Rio, ed era poco lungi della città d'Asti. Stava intanto l'imperadore Costante in Siracusa. S'erano a tutta prima immaginati i Siciliani che la buona ventura fosse venuta a trovarli in mirando piantata la sedia imperiale nella lor isola. Si disingannarono ben tosto. Io non so se perchè questo principe era d'inclinazion troppo cattiva, oppure perchè la necessità l'astrignesse, per non poter tirare da Costantinopoli e dall'Oriente alcun danaro e sussidio pel grandioso suo mantenimento, egli si desse a far delle insopportabili avanie a quei popoli. Sì Anastasio [Anast., in Vitalian.] che Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.] ci assicurano aver egli talmente afflitti gli abitanti e possessori dei beni nelle provincie di Calabria, Sicilia, Sardegna ed Africa con gabelle, capitazioni e viaggi di navi, che non s'era, a memoria d'uomini, simil flagello giammai patito. Restavano separate le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori; in una parola, arrivarono tanto oltre i malanni, che non restava più speranza di poter vivere alla gente. Nè già andarono i luoghi sacri esenti da questa tempesta, perchè egli spogliò tutte le chiese de' loro sacri vasi e dei loro tesori. Teofane [Theoph., in Chronogr.], tuttochè autor greco, nota anch'egli, forse sotto l'anno precedente, tanti essere stati gli aggravii de' poveri Siciliani, che molti disperati scappando andarono a fissar la loro abitazione a Damasco: il che a taluno potrebbe sembrar cosa strana perchè i Saraceni signoreggiavano in quella città. Ma quei popoli non si attentavano più a dimorar in paese, dove comandasse un sì scellerato non imperadore, ma tiranno.


DCLXVI

Anno diCristo DCLXVI. Indizione IX.
Vitaliano papa 10.
Costantino, detto Costante, imperadore 26.
Grimoaldo re 5.

Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.] circa questi tempi, mi prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro Agone duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu conferito siccome dicemmo, quel ducato a Lupo, uomo di pessimo talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.]. Era quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi, perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse Cacano re degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.] alcuni vecchi che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti, ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo, che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi luoghi consumarono col fuoco.

Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo, questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno; tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que' Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: Or bene, disse, riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò tosto ad insegnargli la strada. Di più non occorse. Cacano, avvertito del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese. Tentò dipoi Varnefrido, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del Friuli Vettari, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.

Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta sommessione e prontezza Mauro arcivescovo di quella città intervenne per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata da tutti i suoi antecessori [Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat., lib. 4.]. La permanenza degli esarchi d'Italia in Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la autocefalia, ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico niceno. Racconta Agnello [Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede apostolica romana, che il papa (senza fallo Vitaliano) mandò a Ravenna dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta, scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava. Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni. Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa, volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini in favore di lui a Gregorio suo esarco: il che ci fa conoscere che a Teodoro Calliopa ora succeduto questo nuovo esarco Gregorio. Poscia dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'autocefalia. Il diploma è dato kalend. Mart. Syracusa. Imperantibus dominis nostris pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore (il che fa sempre più conoscere che il suo nome vero era Costantino benchè l'uso abbia ottenuto di chiamarlo Costante) anno XXV (che tuttavia correa nel marzo del presente anno), et post consulatum ejus anno XIIII (si ha da scrivere XXIII) atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et Tiberio anno VII. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?


DCLXVII

Anno diCristo DCLXVII. Indizione X.
Vitaliano papa 11.
Costantino, detto Costante, imperadore 27.
Grimoaldo re 6.

Circa questi tempi il re Grimoaldo diede per moglie a Romoaldo duca di Benevento, suo figliuolo, Teoderada figliuola di Lupo già duca del Friuli [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè Grimoaldo II e Gisolfo (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed Arichi, ossia Arigiso. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del Foro di Popilio, oggidì Forlimpopoli, perchè quel popolo, sottoposto all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato santo piombò addosso a quella misera città, nel tempo appunto, che, secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli. Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero tradito ed ucciso i suoi due fratelli Tasone duca del Friuli, e Cacone. E questa fu la cagione che, quantunque la città di Opitergio, oggidì appellata Oderzo, fosse già ridotta sotto il dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel territorio, assegnandone una parte a Cividal di Friuli, un'altra a Trivigi, e la terza a Ceneda.


DCLXVIII

Anno diCristo DCLXVIII. Indizione XI.
Vitaliano papa 12.
Costantino Pogonato imp. 1.
Grimoaldo re 7.

Fu questo l'ultimo anno della vita di Costantino, che noi sogliamo appellare Costante imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno presente, essendo già incorso l'indizione XII, come abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vitalian.], da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.] e da Teofane [Teoph., in Chronogr.], trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza vita, e diedero sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo Mizizio (così lo chiama Teofane), oppur Mecezio (come ha Paolo Diacono) si fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno; eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la nuova di questo successo, Costantino suo primogenito, dichiarato già imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto [Zonar., in Annal.], perciò ebbe il soprannome di Pogonato cioè barbato. Diedesi in quest'anno esso giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa. Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In quest'anno ancora il re Grimoaldo fece una giunta di alcune leggi a quelle del re Rotari. Dal prologo [Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.] si veggono pubblicate anno Deo propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI, e per conseguente in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale, non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà durante lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre. All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva: oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie, tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno Teodoro monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu inviato in Inghilterra da papa Vitaliano [Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.], ed è quel medesimo che compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli, con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese. Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia Romoaldo duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso Costante Augusto, e rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.] ch'egli, raunata una buona armata, si portò all'assedio della città di Taranto, e cotanto la combattè, che la forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di Brindisi: con che aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo ducato beneventano.


DCLXIX

Anno diCristo DCLXIX. Indizione XII.
Vitaliano papa 13.
Costantino Pogonato imp. 2.
Grimoaldo re 8.

Premendo all'imperador Costantino Pogonato il fuoco nato in Sicilia per la tirannia di Mecezio, ammassò quanta gente potè [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.], facendone venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni. Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da Anastasio [Anastas. in Adeodat.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.], che all'improvviso con molte navi arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga. Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per attestato ancora del cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] e del padre Mabillone [Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.], non son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni. Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria. Abbiamo da Teofane [Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.] che in questo medesimo anno l'imperador Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi nell'imperio i due suoi fratelli Eraclio e Tiberio. Privò di vita Giustiniano patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.


DCLXX

Anno diCristo DCLXX. Indizione XIII.
Vitaliano papa 14.
Costantino Pogonato imp. 3.
Grimoaldo re 9.

Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire qui un fatto di Vettari duca del Friuli [Theoph., in Chronogr.]. Avendo gli Schiavoni dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia, raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì pochi compagni, motteggiato con dire: Vedete là il patriarca che vien contra di noi coi suoi cherici. Il duca allora levatosi l'elmo di capo, e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata romanzesca, che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di cinquemila uomini, appena pochi col favor delle gambe portarono alle lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in questo anno Clotario III re de' Franchi nella Neustria e Borgogna giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui Teoderico II, il quale per forza prese la chericale tonsura. Childerico fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma anche la vita. Allora il deposto Teoderico ripigliò il regno. La storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora, laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi, non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede, oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto, l'imperador Costantino conferito il titolo imperiale ai due suoi fratelli Eraclio e Tiberio; ma, per quanto si può conoscere, consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli vi furono più persone che pubblicamente gridarono: Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori; segno che la coronazione era il più importante requisito per esercitar coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii, li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero tuttavia continuato nell'onore primiero.

Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.], Alzeco, ossia Alzecone, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con tutta pace a trovare il re Grimoaldo, esibendosi al suo servigio, e pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi. Grimoaldo l'inviò al figliuolo Romoaldo duca di Benevento, incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di Benevento: con avergli mutato il nome di duca in quello di gastaldo, equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche dismesso l'uso della natia lingua bulgara. Teofane [Theoph., in Chronogr.] nell'anno XI di Costantino Pogonato, e Niceforo [Niceph., in Chron.] toccano questo punto anch'essi, dicendo, che regnando l'imperador Costante, Crovato re de' Bulgari lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo. Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci. Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di Dagoberto II, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi Bertarido, e temendo degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno all'anno in cui Dagoberto II ricuperò il regno. Ne han trattato Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi. Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671, tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.] mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta dell'Inghilterra.


DCLXXI

Anno diCristo DCLXXI. Indizione XIV.
Vitaliano papa 15.
Costantino Pogonato imp. 4.
Bertarido re 1.

S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.]. Da lì a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse voce che fossero adoperati medicamenti avvelenati in curarlo, e che in tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi attribuiscono a Giovanni vescovo santo di quella città la di lui conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono, egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della figliuola del re Ariberto, già presa per moglie, un figliuolo appellato Garibaldo, in età puerile. Questi fu proclamato re de' Longobardi. Torniamo ora a Bertarido, da noi poco fa veduto fuggitivo, per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: Fategli sapere che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito di vivere. Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio tutti gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono. All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo la morte di Grimoaldo, Bertarido ossia Pertarito, figliuolo del re Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare a Pavia la regina Rodelinda sua moglie col figliuolo Cuniberto, che furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo Garibaldo, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo, se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia, perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di lui.


DCLXXII

Anno diCristo DCLXXII. Indizione XV.
Adeodato papa 1.
Costantino Pogonato imp. 5.
Bertarido re 2.

In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii tutto l'imperio romano, secondo Teofane [Teoph., in Chronogr.], prepararono una poderosa armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi nella primavera ventura. Intanto l'imperador Costantino, a cui non era ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo pontificato e alla sua vita il sommo pontefice Vitaliano, dopo aver governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode. Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san Pietro Adeodato, di nazione romano, già monaco nel monistero di sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo Deusdedit, il cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente compiè il corso di sua vita Mauro arcivescovo di Ravenna, perchè morì scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello storico ravennate [Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.] che questo ambizioso prelato prima di morire adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando Lotario imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano. Ebbe commissione lo stesso Agnello da Petronace arcivescovo di andar colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette Reparato, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò all'ubbidienza del sommo pontefice.


DCLXXIII

Anno diCristo DCLXXIII. Indizione I.
Adeodato papa 2.
Costantino Pogonato imp. 6.
Bertarido re 3.

Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò l'assedio. L'imperador Costantino [Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.] s'accinse con tutto vigore alla difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove. Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In quest'anno Childeberto re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina Bilichilde sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'iride ossia arco celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della Miscella [Hist. Miscell. lib. 19.], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva a' precedenti secoli passare in Italia quel malore, e passerebbe anche oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.


DCLXXIV

Anno diCristo DCLXXIV. Indizione II.
Adeodato papa 3.
Costantino Pogonato imp. 7.
Bertarido re 4.

Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re Bertarido i popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de' Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da Vamba re piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini Franchi. Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo [Julian. Toletanus, in Chronico.]. La sola Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei suoi popoli.


DCLXXV

Anno diCristo DCLXXV. Indizione III.
Adeodato papa 4.
Costantino Pogonato imp. 8.
Bertarido re 5.

Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi Bertarido, fabbricò in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume Ticino [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira e il mal pensiero del re Grimoaldo. Può essere che la sua fuga succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia, come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste tuttavia esso monistero, appellato Nuovo, e Monistero regio, per più secoli, ed oggidì monastero di sant'Agata in Monte, abitato già da monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli, ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci. Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon Vamba re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna [Lucas Tudensis, in Chron.]. Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina della flotta nemica. Dalla vita di sant'Audoeno vescovo di Roano, scritta da Fridegodo [Fridegodus, in Vita S. Audoen.], noi impariamo quanta fosse la divozione de' popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de' santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro oblazioni.


DCLXXVI

Anno diCristo DCLXXVI. Indizione IV.
Dono papa 1.
Costantino Pogonato imp. 9.
Bertarido re 6.

Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa Adeodato, pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i poveri e liberale verso il clero, al quale diede la roga, cioè il regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta di molto la misura. Nota Anastasio [Anastas., in Adeodat.] che dopo la sua morte vennero tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne, e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito fece menzione Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.] di questa medesima sciagura, e, quel che è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee attribuire; perciocchè scrive che innumerabili migliaja di uomini e di animali furono uccisi dai fulmini. Avea tanto senno Paolo Diacono da non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa Adeodato [Labbe, Concilior., tom. 4.] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi, e che intanto si è indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo stesso vescovo di Turs Crodeberto ha accordato la libertà ed esenzione ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi. Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento, osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio, e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad Adeodato succedette nella cattedra pontificia Dono di nazione romano. Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar terreno.


DCLXXVII

Anno diCristo DCLXXVII. Indizione V.
Dono papa 2.
Costantino Pogonato imp. 10.
Bertarido re 7.

Mal soffrendo il pontefice Dono che la chiesa di Ravenna si fosse sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere quell'arcivescovo Reparato. Ne siamo assicurati da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Vit. Don.], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse per questo affare all'imperador Costantino, il quale, siccome principe veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello ravennate nella vita di questo arcivescovo [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.]: cioè ch'egli andò alla corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a Roma per essere quivi consecrato non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni, segno che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il soggiugnere appresso, che Reparato non si sottomise all'autorità del papa, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede fine ai suoi giorni. Ebbe per successore Teodoro, il quale, perchè si fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per iscreditarlo. Anastasio notò [Anastas., in Vita Agathonis.] che questo Teodoro si presentò davanti a papa Agatone verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina Rodelinda moglie del re Bertarido fuori di Pavia. Opera maravigliosa, dice Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.], e nobilitata da stupendi ornamenti. Fu chiamata basilica di santa Maria alle Pertiche; e tal denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche, cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima, tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo [Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.] veggo bastanti ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.

In quest'anno crede Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.] che finisse di vivere Romoaldo duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di sedici anni quel ducato [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per moglie Teoderada, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Grimoaldo II, Gisolfo ed Arichi, ossia Arigiso. Il primo di essi fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per moglie Vigilinda, ossia Vinilinda, figliuola del re Bertarido e sorella di Cuniberto, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno 702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario. Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono [Idem., ibid., cap. 2.], dico che circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di san Benedetto e di santa Scolastica. Era rimasto il monistero di Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania, preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri depositi. Dicono che Agiolfo monaco del monistero floriacense, ossia di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia, con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli, non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de' monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e Pagi lo riferiscono ai tempi di Clodoveo II, e però all'anno 653 oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e difesa.


DCLXXVIII

Anno diCristo DCLXXVIII. Indizione VI.
Agatone papa 1.
Costantino Pogonato imp. 11.
Bertarido re 8.
Cuniberto re 1.

Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi. Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco [Teoph., in Chronogr.], che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua. Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar simili fuochi. Cedreno scrive [Cedren., in Annal.] che ai suoi dì vivea Lampro, discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata battaglia in terra dai capitani cesarei Floro, Petrona e Cipriano; e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine Muavia lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador Costantino. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria Giovanni patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che Cacano re degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una lettera a papa Dono, per seco concertare un general concilio da tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a miglior vita. In suo luogo succedette papa Agatone, già monaco, di nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma san Vilfrido arcivescovo di Jorch [Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa, decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a Roma, fu sì onoratamente accolto dal re Bertarido in Pavia, siccome osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di assicurare il regno a Cuniberto suo figliuolo [Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.]. Però, convocata la dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note: [Antiq. Italic. Dissert. XLV.] Sub die tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima, regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto: cioè nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a leggere Indictione undecima, errore provenuto dalla vicinanza di die tertiodecimo. Circa questi tempi a Vettari duca del Friuli succedette nel ducato Laudari, di cui Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.] non rapporta azione alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne, ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del Friuli Rodoaldo. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di Dagoberto II re dei Franchi ucciso per congiura di Ebroino già maggiordomo e di alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re Teoderico III. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra, mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.


DCLXXIX

Anno diCristo DCLXXIX. Indizione VII.
Agatone papa 2.
Costantino Pogonato imp. 12.
Bertarido re 9.
Cuniberto re 2.

Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da Mansueto arcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del concilio sesto generale [Labbe, Concilior., tom. 6.] la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo, quae in hac magna regia urbe convenit, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole: Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus (vivimus) una cum eorum sancta devotione, ec. Di qui intendiamo che già Cuniberto era stato proclamato re, e che egli, non meno che Bertarido suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive che Damiano vescovo di Pavia sotto nome di Mansueto arcivescovo di Milano scrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio [Baron., in Martyrologio.], che essendo intervenuto Anastasio vescovo di Pavia in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser allora Damiano vescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa Agatone nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a Costantino maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti di lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo il difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile, s'erano potuti trovare, cioè Abondanzio vescovo di Paterno, Giovanni vescovo di Porto, e Giovanni vescovo di Reggio in Calabria, legati del concilio romano, e Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, legati del medesimo papa. Imperocchè (dice esso pontefice) qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste in medio gentium, e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero? Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare nel general concilio il monotelismo.

Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di Ravenna Teodoro, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire [Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.] ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovo Ecclesio, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse a Teodoro patrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'Autocefalia, e che con papa Leone successor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovo Teodoro: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico Mauro suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che Gregorio esarco d'Italia era succeduto a Teodoro Calliopa in quell'impiego. Girolamo Rossi [Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente Teodoro esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'esso Teodoro Calliopa continuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questo Teodoro fu diverso da Calliopa, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamata Coelum aureum, e già fabbricata dal re Teoderico. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con Agata sua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in Ravenna Giovanniccio, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto: È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera. Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.


DCLXXX

Anno diCristo DCLXXX. Indizione VIII.
Agatone papa 3.
Costantino Pogonato imp. 13.
Bertarido re 10.
Cuniberto re 3.

Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in Trullo, cioè sotto la cupola maestosa che era in quell'edifizio. Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa Agatone e del concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e Macario patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per attestato di Anastasio bibliotecario [Anast., in Agathone.], un'orrida pestilenza afflisse di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti, nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro ad Vincula un altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.], le cui parole han data occasione ad una disputa, pretendendo il Sigonio [Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.] e il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] che nella basilica romana di san Pietro ad Vincula si ergesse quell'altare; e all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro ad Vincula. E veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano furono portate ab urbe Roma, e non già ad urbem Romam, come immaginò il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo [Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.], di Alachi ossia Alachiso duca di Trento. Governava il buon re Bertarido col re Cuniberto suo figliuolo il regno longobardico con tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, diede fine ai suoi giorni in quest'anno Grimoaldo II duca di Benevento, e a lui succedette in quel ducato Gisolfo suo minor fratello, il qual ebbe per moglie Viniberta, ossia Guiniberta, che gli partorì Romoaldo II. Scrive in fatti Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.], ch'egli tenne quel ducato solamente tre anni. Ma discordando questa cronologia da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.


DCLXXXI

Anno diCristo DCLXXXI. Indizione IX.
Agatone papa 4.
Costantino Pogonato imp. 14.
Bertarido re 11.
Cuniberto re 4.

Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni del concilio sesto generale in Costantinopoli [Labbe, Concilior., tom. 4.]. Macario patriarca d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati di papa Agatone, cioè Teodoro e Giorgio preti, e Giovanni diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi, perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e però Giorgio patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono Ciro patriarca d'Alessandria, Sergio, Pirro, Pietro e Paolo patriarchi di Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre antiche memorie, si truova ancora condannato papa Onorio, che mancò di vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome di papa Onorio entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.

In questo medesimo anno abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], che scoperta da Costantino imperadore qualche trama d'Eraclio e Tiberio suoi fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano bensì del titolo di Augusti, ma non doveano impacciarsi nel governo. Il solo Costantino era considerato come imperador maggiore, ed essi probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio Giustiniano II suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Agathone.] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro. Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno, per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.


DCLXXXII

Anno diCristo DCLXXXII. Indizione X.
Leone II papa 1.
Costantino Pogonato imp. 15.
Bertarido re 12.
Cuniberto re 5.

Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa Agatone, sapendosi ch'egli fu chiamato da Dio ne' primi giorni di gennaio. Le sue virtù e i benefizii prestati alla Chiesa di Dio meritarono ch'egli fosse messo nel ruolo de' santi. Per più mesi stette vacante la cattedra apostolica, e finalmente Leone II, di nazion siciliano, personaggio di non minori doti ornato, fu consecrato papa, per quanto crede il Pagi, nel dì 17 di agosto. Il cardinal Baronio, il padre Papebrochio ed altri hanno stimato più tardi. Ma io mi soglio qui attenere all'esame, fatto il meglio che s'è potuto, della cronologia pontificia dal suddetto padre Pagi. Nota Anastasio bibliotecario [Anastas., in Leone II.] che egli fu consecrato da tre vescovi, cioè da Andrea ostiense, Giovanni portuense e Piacentino di Veletri, perchè vacava allora la Chiesa d'Albano. Queste parole di Anastasio diedero ansa al Sigonio [Sigon. de Regno Italiae.] di credere che in addietro l'uso fosse che il solo vescovo d'Ostia consecrasse il papa novello. Ma il padre Mabillone ed altri han dimostrato che anche i precedenti papi furono consecrati da tre vescovi. E sapendo noi che tre vescovi intervenivano alla consecrazione de' metropolitani, quanto più dee ciò credersi del romano pontefice? Convien ora udire l'elogio lasciatoci da Anastasio di esso papa Leone. Era, dice egli, uomo eloquentissimo e sufficientemente istruito nelle divine Scritture; egualmente perito della latina che della greca lingua; ben addottrinato nel canto ecclesiastico e nella salmodia; sottile interprete dei sensi delle sacre lettere; che con grazia e pulizia di dire e con gran fervore esponeva al popolo la parola di Dio, esortava tutti all'amore e alla pratica delle buone opere; amatore de' poveri, al soccorso de' quali con sollecita cura continuamente attendeva. Abbiam già parlato di sopra di Teodoro arcivescovo di Ravenna (chiamato per errore Teodosio dall'Ughelli), e come egli sotto papa Leone II compose le differenze insorte colla Sede apostolica per la vana pretensione dell'autocefalia, ossia della indipendenza dal romano pontefice. Ora il suddetto Anastasio nella vita d'esso papa Leone anch'egli osserva che a' tempi di lui, in vigore d'un ordine e decreto del clementissimo principe Costantino Augusto, fu restituita sotto l'ordinazione del romano pontefice la Chiesa di Ravenna, di modo che ogni nuovo arcivescovo in quella Chiesa eletto avesse da passare a Roma per essere ivi consecrato secondo l'antica consuetudine. Ma perchè vi doveva esser introdotta un'altra consuetudine che dispiaceva ai Ravennati, cioè che il loro novello arcivescovo pagava una somma di danaro in Roma per ottenere il pallio, dal santo pontefice Leone con un decreto, posto nell'archivio della Chiesa romana, restò abolito quest'uso, od abuso. Ordinò poscia il saggio papa che nella Chiesa di Ravenna non si potesse celebrare anniversario, nè messa da morto per l'arcivescovo Mauro, siccome persona che pertinace nello scisma era passato all'altro mondo; e per tagliar la radice agli scandali in avvenire, volle che fosse restituito e lacerato l'iniquo diploma dell'autocefalia, che esso Mauro avea carpito all'imperador Costantino, detto Costante, nimico della santa Sede.


DCLXXXIII

Anno diCristo DCLXXXIII. Indizione XI.
Sede vacante.
Costantino Pogonato imp. 16.
Bertarido re 13.
Cuniberto re 6.

Secondo le prove addotte dal p. Pagi, sul principio di luglio del presente anno giunse al fine dei suoi giorni Leone II papa. Intorno al principio e fine di questo pontefice hanno disputato non poco i letterati. Quel che è certo, ebbe ben corta durata il suo pontificato; ma tali e tante dovettero essere le di lui virtù, che meritò d'essere aggregato al catalogo dei santi. Si celebra nella Chiesa di Dio la sua festa nel dì 28 di giugno. Ma questo giorno, se vogliam credere al suddetto Pagi, non è quel della sua morte, credendolo egli passato alla gloria de' beati nel dì 5 di luglio. Stette poi vacante la cattedra di s. Pietro undici mesi e ventidue giorni, per quanto abbiam da varii testi d'Anastasio [Anastas., in Leone II.]: però all'anno susseguente appartiene la consecrazion del suo successore. Benchè sia attorniata da molte tenebre l'origine dell'insigne monistero di santa Maria di Farfa nella Sabina, compreso una volta nel ducato di Spoleti, e però sottoposto ai principi longobardi, tuttavia dopo il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 17, cap. 20.] sarà lecito anche a me il parlarne in questo sito. Credesi per un'oscura tradizione che fin prima della venuta dei Longobardi in Italia quel sacro luogo fosse edificato e poscia distrutto, quando giunsero in quelle parti i nuovi ospiti longobardi, spiranti allora solamente crudeltà. Verso questi tempi poi capitato colà Tommaso prete di Morienna, uomo di gran santità, si sentì incoraggito da Dio a rimettere in piedi quell'abbandonato monistero. Ma forse più tardi accadde la sua restaurazione, dacchè sappiamo che Faroaldo II duca di Spoleti, il quale governò da lì a qualche tempo quel ducato, fu il principal protettore di questa fabbrica, e vi contribuì con varii doni e spese. L'antica cronica [Chronic. Farfense, part. II, tom. 2 Rer. Italic.] di quell'insigne monistero fu da me pubblicata nella Raccolta degli scrittori delle cose d'Italia. A questi medesimi tempi si può similmente riferire un abbozzo della fondazione d'un altro non men celebre monistero nel ducato di Benevento e nella provincia del Sannio, appellato di s. Vincenzo di Volturno. Tuttavia la fabbrica ancora di questo pare che appartenga al principio del secolo susseguente, come si può ricavare dalla cronica d'esso monistero da me parimente data alla luce [Chronic. Vulturnense, part. II, tom. 1. Rer. Italic.]. Se non tutti, almeno la maggior parte de' Longobardi, abiurato l'arianesimo e l'idolatria, avevano abbracciata la religion cattolica; e però cominciò il monachismo a rimettersi nel primiero vigore in Italia con lo ristabilimento degli antichi monasteri, e colla fondazion di nuovi, ne' quali si rimiravano luminosi fanali di pietà e santità cristiana. Fioriva in questi tempi la disciplina monastica nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Irlanda. Servirono quegli esempli a rinnovarla in Italia.


DCLXXXIV

Anno diCristo DCLXXXIV. Indiz. XII.
Benedetto papa 1.
Costantino Pogonato imp. 17.
Bertarido re 14.
Cuniberto re 7.

Era stato eletto sommo pontefice Benedetto II prete di nazione romano, persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente. Abbiamo da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Benedicto II.] che l'imperador Costantino mandò a Roma i malloni (parola che tuttavia dura nel dialetto modenese), cioè le ciocche de' capelli de' suoi figliuoli Giustiniano ed Eraclio, che furono accolti con gran solennità dal clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a' quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera loro servi. Lo stesso Anastasio altrove [Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.], scrive, tanta essere stata la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del Du-Cange [Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana. Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma consolazione a quella gran città.


DCLXXXV

Anno diCristo DCLXXXV. Indiz. XIII.
Giovanni V papa 1.
Giustiniano II imperadore 1.
Bertarido re 15.
Cuniberto re 8.

Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador Costantino Pogonato, ossia barbato, succeduta nel principio di settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore dell'imperio, ma non delle sue virtù, Giustiniano II suo primogenito, già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre, e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa Benedetto II nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro Giovanni V, nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue azioni [Anastas. Bibliothec., in Johann. V.]. Egli è quel medesimo Giovanni diacono che fu mandato da papa Agatone per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo Pellegrino [Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.], in quest'anno Gisolfo duca di Benevento mosse guerra alla Campania romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.


DCLXXXVI

Anno diCristo DCLXXXVI. Indiz. XIV.
Conone papa 1.
Giustiniano II imperadore 2.
Bertarido re 16.
Cuniberto re 9.

Condusse papa Giovanni V la sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti a Conone prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a Teodoro esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca un Allonisino duca, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini [Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.].

In quest'anno, per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Anastasio [Anastas., in Johann. V.], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadore Giustiniano e Abimelec califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino [Elmacinus, Hist. Sarac.] che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristiani mardaiti, che si credono i Maroniti, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario [Anast., in Joan. V.] ed anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedì Leonzio suo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.


DCLXXXVII

Anno diCristo DCLXXXVII. Indiz. XV.
Sergio papa 1.
Giustiniano II imperadore 3.
Bertarido re 17.
Cuniberto re 10.

Non più che undici mesi governò Conone papa la Chiesa di Dio, essendo anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Conone.], per non essersi voluto consigliare col clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto Teofane patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive ordinò in suo luogo Costantino diacono della Chiesa siracusana, e rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di Anastasio. Non ha quello storico scritto ex immissione malorum hominum Antiochiae ecclesiasticorum, ma sì bene et antipathia ecclesiasticorum. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone costituì rettore del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia quel Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno ancora essendo mancato di vita in Ravenna Teodoro esarco e quivi seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador Giustiniano mandò ad esercitar quella carica Giovanni patrizio per soprannome Platyn. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone. Trovavasi infermo questo pontefice, e Pasquale arcidiacono, che ansava dietro al papato [Anastas., in Conone.], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella persona di Pasquale, ma quelli d'un'altra voleano papa Teodoro arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro, ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense: Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.

Però tutti d'accordo elessero Sergio, oriondo da Antiochia, e nato in Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore. Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui, per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di tutti gli ordini nella persona di Sergio, ne restò non poco amareggiato, perchè perdeva cento libbre d'oro che gli erano state promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente morì. In questo anno l'imperador Giustiniano portatosi nell'Armenia, quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per non morire di fame. In quest'anno parimente Pippino chiamato il Grosso, oppur d'Eristallo, dopo una gran rotta data a Teoderico II re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di maggiordomo, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè un altro Pippino, nipote di questo Pippino, passò dall'essere maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.


DCLXXXVIII

Anno diCristo DCLXXXVIII. Indiz. I.
Sergio papa 2.
Giustiniano II imperadore 4.
Cuniberto re 11.

Benchè Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.] scriva che Bertarido re de' Longobardi regnasse dieciotto anni, parte solo e parte col figliuolo Cuniberto; pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per sette anni, e che nell'ottavo prese per collega nel regno esso Cuniberto, e con esso lui regnò dieci anni. Per conseguente, diecisette pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca si conserva un diploma del re Cuniberto suo figliuolo in favore del monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.], e distesamente portato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.] colle seguenti note: Datum Ticini in palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono per Indictione quintadecima. Nel novembre dell'anno 686 correva l'Indictione XV cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio Cuniberto avesse fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante. Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce [Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.], e composta circa l'anno 885, si legge che Bertari regnò anni XVI, e non già diecisette, o dieciotto, come hanno i testi di Paolo Diacono; e conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686. Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che gli par meglio, dico che Bertarido morì, e gli fu data sepoltura nella basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re Ariberto suo padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri, per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo pieno. Rimase solo al governo del regno Cuniberto suo figliuolo, già dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del vino. Egli prese per moglie Ermelinda figliuola d'uno dei re anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari, uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di paese ch'era abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che Costantino Pogonato Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador Giustiniano, pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio [Theoph., in Chronogr.]. Pertanto con un poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno. Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], seguitato dal padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], riferisce questa impresa all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente, che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo. Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di Abimelec, principe dei Saraceni.


DCLXXXIX

Anno diCristo DCLXXXIX. Indizione II.
Sergio papa 3.
Giustiniano II imperadore 5.
Cuniberto re 12.

Venne in questi tempi a Roma Ceadvalla re degli Anglo-Sassoni nell'Inghilterra, risoluto di abbandonare il culto degl'idoli e d'abbracciare la santa religione di Cristo. Per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.], egli passò per la Lombardia, e fu con somma magnificenza accolto dal re Cuniberto. Già dicemmo che Ermelinda figliuola d'uno dei re anglosassoni era maritata in Cuniberto. Non è probabile ch'essa avesse per padre questo re sassone, perchè Cuniberto principe cattolico e pio non avrebbe preso in moglie la figliuola d'un re idolatra; se pure quel matrimonio non seguì dopo la venuta di Ceadvalla. Viene incolpato Paolo dal Pagi, perchè chiamasse Teodaldo questo re Ceadvalla. Ma s'ingannò il Pagi per non aver ben consultato i migliori testi di Paolo, dove quel re è appellato Cedoaldus. Beda [Beda, Histor., lib 5, cap. 7.] il chiama Ceduald, e nel suo epitafio è detto Ceadual, e più sotto Cedoald, che è lo stesso nome datogli da Paolo, latinamente espresso. Ora questo buon re, arrivato che fu a Roma, ricevette il sacro battesimo dalle mani di papa Sergio nel sabbato santo, e gli fu posto il nome di Pietro. Ma infermatosi poco dappoi, prima della domenica in albis, nel dì 20 d'aprile, fu chiamato a godere del premio della sua gloriosa conversione. Paolo ne rapporta l'epitafio.


DCXC

Anno diCristo DCXC. Indizione III.
Sergio papa 4.
Giustiniano II imperadore 6.
Cuniberto re 13.

Si può rapportare a quest'anno la ribellione di Alachi duca di Trento e di Brescia, narrata da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.]. Costui, mostro d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti dal re Cuniberto, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale. Congiurato perciò con Aldone e Grausone, due de' più potenti cittadini di Brescia, e con altri Longobardi aspettò che Cuniberto fosse fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero. Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia Damiano vescovo, insigne per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo la benedizione della sua santa Chiesa, cioè l'eulogia, ossia il pan benedetto. Dura questo nome di benedizione nel suddetto significato nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di bendesón. Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno, e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il figliuolo di Aldone sopraddetto, fanciullo di tenera età, e probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò allora detto ad Alachi verso il fanciullo: Oh tuo padre ne ha ben parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà. Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto, abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu la rete indarno.

Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e, presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a gara tutti volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne a Piacenza, e di là se ne tornò nell'Austria e non già nell'Istria, come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra settentrione e levante era chiamata allora Austria, a differenza della parti occidentale della Lombardia, che si chiamava Neustria: nella qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria, ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi [Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.] noi troviamo la Neustria e l'Austria, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle annotazioni alle medesime leggi.

Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano di questa frode. In una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama Cornà. Cuniberto, che voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma, prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia, custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina Gundiberga, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si perderebbe, e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio, ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi, che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale, dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità, comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto, scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e indiavolato sclamò: Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici. Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona, allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario, perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida; ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: Signore, voi per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste riflessioni. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.


DCXCI

Anno diCristo DCXCI. Indizione IV.
Sergio papa 5.
Giustiniano II imperadore 7.
Cuniberto re 14.

Cominciò in quest'anno l'imperador Giustiniano col suo leggier cervello a cercar pretesti per guastar la pace già stabilita con onore e vantaggio del romano imperio coi Saraceni. Abimelec loro califa, ossia principe, per attestato di Teofane [Teoph., in Chronogr.], avea già atterrati tutti i suoi ribelli; ed abbiamo da Elmacino [Elmacinus, Histor. Saracen.] che nell'ottobre dell'anno precedente egli si era anche impadronito della Mecca, città dell'Arabia Felice, dove, se crediamo al padre Pagi [Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.], si vede il sepolcro di Maometto. Ma il Pagi qui si lasciò trasportar dalle opinioni del volgo, essendo certo, per relazion dei migliori, che quel famoso impostore nacque bensì nella Mecca: motivo, per cui quella città è in tanta venerazione presso i Monsulmani; ma fu poi seppellito in Medina, altra città dell'Arabia, e non già in cassa di ferro, sostenuta in aria dalla calamita, come han le favole di certi viaggiatori. Ora Abimelec inclinava a conservar la pace: ma il giovane imperadore volea pur romperla. Avendogli Abimelec inviato il tributo pattuito in danari di nuova zecca, e diversi nel conio dai precedenti, Giustiniano ricusò di riceverli. Il furbo califa, mostrando paura, si raccomandava, perchè la pace durasse e fosse accettato quell'oro; e l'imperadore sempre più alzava la testa, credendo quelle preghiere figliuole di debolezza. Prese anche un'altra risoluzione, non meno stolta delle altre. Perchè i popoli dell'isola di Cipri erano troppo esposti alle incursioni de' Saraceni, gli venne in pensiero di trasportarli tutti altrove. Una gran copia di essi perì per naufragio, o per malattie; altri coi loro vescovi furono posti nella provincia dell'Ellesponto, ed alcuni fuggendo se ne tornarono alle lor case, restando con ciò quella felicissima isola alla discrezion de' nemici del nome cristiano. Si tiene che in quest'anno terminasse i giorni del suo vivere Teodoro arcivescovo di Ravenna, che ebbe successore Damiano, il quale fu consacrato in Roma. Agnello, scrittore ravennate [Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.], novecento anni sono, cel descrive per uomo di grande umiltà, mansuetudine, e sì dabbene, che essendo morto un fanciullo infermo, a lui portato dalla madre, perchè il cresimasse, pregò sì istantemente Dio, che il resuscitò per tanto tempo, che potè dargli la cresima. E in questi giorni tornò a Ravenna quel Giovanniccio, di cui parlammo di sopra all'anno 679, che era salito ai primi posti nella segretaria imperiale, e fece ancora risplendere la sua sapienza per tutta l'Italia. Cessò parimente di vivere in quest'anno Teoderico III re de' Franchi di nome, perchè la regale autorità era occupata da Pippino il Grosso, suo maggiordomo. Probabilmente in questo anno fu dai Greci tenuto in Costantinopoli il concilio trullano, perchè celebrato nella sala della cupola dell'imperial palazzo, dove furono fatti molti canoni e decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, in supplemento, diceano essi, dei concilii generali quinto e sesto, ne' quali niun canone fu pubblicato intorno alla disciplina. Non apparisce che il romano pontefice mandasse legati apposta ben istruiti per intervenire a quel concilio; e quantunque Anastasio [Anastas., in Vit. Sergii I.] scriva che i legati della Sede apostolica v'intervennero, e ingannati sottoscrissero; tuttavia fondatamente si crede che sotto nome di legati intenda Anastasio gli ordinarii apocrisarii, responsali, o nunzii vogliam dire, che ogni pontefice solea tenere alla corte imperiale per gli affari della sua Chiesa, che non aveano l'autorità di rappresentar ne' concilii la persona del capo visibile della Chiesa di Dio, cioè del romano pontefice. Comunque sia, cosa indubitata è, che inviati a Roma per ordine dell'imperadore que' canoni, con essere stato lasciato nella carta il sito voto dopo la sottoscrizion dell'imperadore, acciocchè il papa li sottoscrivesse in primo luogo e avanti alle sottoscrizioni già fatte dai patriarchi d'Oriente, papa Sergio, pontefice zelantissimo, ricusò di accettarli, e si protestò piuttosto pronto a dar la vita, che ad approvarli. E ciò perchè alcuni di que' canoni eran contrari alla pura disciplina della Chiesa romana, e principalmente quelli di permettere di ritener le mogli e l'uso loro a chi era ordinato prete, e il proibire il digiuno del sabbato, con altre simili determinazioni, che i Greci dipoi sostennero, ma non ebbero luogo nelle Chiese d'Occidente. Sopra di che è da vedere quanto lasciò scritto il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.]. Certo può dirsi strana cosa, che non si sappia ben l'anno di quel concilio, e che gli atti d'esso neppure anticamente si trovassero negli archivii delle Chiese patriarcali, di maniera che a' tempi di Anastasio bibliotecario [Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.] si dubitava infino, se veramente tutti i patriarchi d'Oriente vi fossero intervenuti; e par certo difficile di quello di Alessandria, ch'era allora sotto il giogo dei Saraceni.


DCXCII

Anno diCristo DCXCII. Indizione V.
Sergio papa 6.
Giustiniano II imperador 8.
Cuniberto re 15.

Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in quest'anno finalmente la ruppe con loro [Theoph., in Chronogr.]. Di quegli Schiavoni ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace, protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto, appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio ai Saraceni (Niceforo [Niceph., in Chron.] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso che il romano pontefice [Anast., in Sergio I.] avea negato di prestare il suo assenso ai decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa Sergio, e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che preso Giovanni vescovo di Porto e Bonifazio consigliere della Sede apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli. Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie, che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli. Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava, che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa, e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui, nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense, ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, se non che il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa; ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del regno; del che parleremo fra poco.


DCXCIII

Anno diCristo DCXCIII. Indizione VI.
Sergio papa 7.
Giustiniano II imperadore 9.
Cuniberto re 16.

Nella guerra succeduta fra il re Cuniberto e il tiranno Alachi, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato Rodoaldo duca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.] che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza, Ansfrido del castello Reunia occupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nome Adone, ossia Aldone, ma col solo titolo di conservatore del luogo, cioè di luogotenente, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.], fiorì in Pavia Felice, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempi Giovanni vescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.


DCXCIV

Anno diCristo DCXCIV. Indizione VII.
Sergio papa 8.
Giustiniano II imperad. 10.
Cuniberto re 17.

Secondo Teofane [Theoph., in Chronogr.] e Niceforo [Nicef., in Chron.], in quest'anno fece quanto potè l'imprudente e malvagio imperador Giustiniano per tirarsi addosso l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il soprintendente alla fabbrica era Stefano persiano, presidente del fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa Anastasia Augusta, madre d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo, martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè Callinico patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la prese eziandio contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto, servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese, condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.] un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo di Pavia col suo cavallerizzo (Marpais nella lingua germanica longobarda) di tor la vita a Grausone ed Aldone, potenti fratelli bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo, s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita. Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere che ne avesse detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro. Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto, come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam seguitare Camillo Pellegrino, a Gisolfo I duca di Benevento defunto succedette Romoaldo II nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo. Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa questi medesimi tempi, essendo mancato di vita Adone o Aldone luogotenente del ducato del Friuli [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.], fu creato duca di quella contrada Ferdolfo, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.


DCXCV

Anno diCristo DCXCV. Indizione VIII.
Sergio papa 9.
Leonzio imperadore 1.
Cuniberto re 18.

La mala condotta di Giustiniano imperadore giunse finalmente in questo anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se crediamo a Teofane [Theoph., in Chronogr.], aveva egli ordinato a Stefano patrizio e suo generale, di fare una notte un gran macello della plebe di Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca Callinico. Niceforo [Niceph., in Chron.] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era stato detenuto nelle carceri Leonzio, generale una volta dell'armata d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia, amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici, coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se l'imperador venisse per sentenziar alcuno de' carcerati, il prefetto corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca Callinico, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava; pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: Questo è il giorno fatto dal Signore. Tutto fu eseguito. Fu preso Giustiniano, e condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato imperadore lo stesso Leonzio promotor del tumulto. Per sentimento del Pagi [Pagius, Critic. Baron.], morì in quest'anno Clodoveo III re de' Franchi, e gli succedette Childeberto III suo fratello, governando intanto la monarchia franzese Pippino d'Eristallo suo maggiordomo.


DCXCVI

Anno diCristo DCXCVI. Indizione IX.
Sergio papa 10.
Leonzio imperadore 2.
Cuniberto re 19.

Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta avventura, narrata da Agnello storico [Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.] di quella città, che fioriva circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli. Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore, perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo arcivescovo Damiano intimò per tre giorni il digiuno e una processione di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci, tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi. Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito, nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto Leonzio Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente. Non minore fu quella in Italia sotto il buon re Cuniberto.


DCXCVII

Anno diCristo DCXCVII. Indizione X.
Sergio papa 11.
Leonzio imperadore 3.
Cuniberto re 20.

Se si vuol prestar fede ad uno storico arabo, chiamato Noveiri e citato dal padre Pagi, fin l'anno 691 ad Abdulmelic ossia Abimelec, califa de' Saraceni, riuscì per mezzo di Asano suo generale di occupare dopo un fiero assedio Cartagine capitale dell'Africa, le cui mura furono smantellate e il popolo messo crudelmente a filo di spada. Sorse dipoi un'eroina africana, donna nobilissima, che, unito un poderoso corpo d'Africani, ruppe l'esercito saracenico, e costrinse il generale maomettano a ritirarsi nell'Egitto. Costui ivi si fermò per cinque anni, finchè, ricevuto un gagliardissimo rinforzo di gente, tornò in Africa, e superata quell'eroina, di nuovo s'impadronì di Cartagine e della provincia. Ma a noi sia lecito il dubitar della fede di quello storico arabo intorno a questo fatto. Egli visse, per testimonianza del signor d'Erbelot [Erbelot, Bibliothec. Oriental.], circa l'anno 732 dell'egira, cioè dopo il 1300 dell'epoca nostra, e però molto lontano da questi tempi. Nè Teofane [Theoph., in Chronogr.], nè Niceforo [Niceph., in Chron.], scrittori più antichi di lui, conobbero invasione alcuna dell'Africa fatta dai Saraceni nell'anno 691, e solamente ne parlano all'anno presente. Pare ancora, per quanto s'è detto, che nell'anno 691 Abimelec non avesse per anche rotta la pace coll'imperio romano. Abbiamo dunque dai due suddetti storici greci, che in quest'anno gli Arabi, cioè i Saraceni, colla forza dell'armi sottomisero al loro imperio Cartagine e l'Africa. Ciò inteso a Costantinopoli, non mancò lo imperador Leonzio di spedire colà Giovanni patrizio, uomo di grande affare, con un poderoso stuolo di navi e d'armati. Andò egli, e valorosamente rotta la catena che serrava il porto di Cartagine, v'entrò dentro, liberò la città e rimise nella primiera libertà tutte l'altre città dell'Africa, avendo o cacciati o trucidati quanti Saraceni trovò in quelle parti. Di così felice successo spedì egli l'avviso all'imperadore, ed aspettando i suoi ordini svernò in quelle parti. Nelle isole, onde è composta l'inclita città di Venezia, era già cresciuta di molto la popolazione per le genti di terra ferma concorse colà. Occorrevano spesso delle controversie coi Longobardi confinanti; però adunatisi Cristoforo, patriarca di Grado, i vescovi suoi suffraganei, il clero, i tribuni, i nobili e la plebe nella città d'Eraclea [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.], quivi concordemente crearono il primo duca oggidì appellato Doge; e questi fu Paoluccio, al quale conferirono l'autorità necessaria per convocare il consiglio, costituire tribuni della milizia e giudici per le cause, e far altri atti di governo del loro popolo.


DCXCVIII

Anno diCristo DCXCVIII. Indizione XI.
Sergio papa 12.
Tiberio Absimero imp. 1.
Cuniberto re 21.

Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa [Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine Giovanni patrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fu Absimero Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome di Tiberio. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue Eraclio suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papa Onorio riuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda [Beda, de sex Ætat., lib. 6.] e d'Anastasio [Anastas., in Sergio I.] e di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papa Sergio con paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'Aquileia Pietro, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.


DCXCIX

Anno diCristo DCXCIX. Indiz. XII.
Sergio papa 13.
Tiberio Absimero imper. 2.
Cuniberto re 22.

L'armata di Tiberio Augusto, per relazione di Teofane [Theoph., in Chronogr.], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna [Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna, Giovanni abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo Damiano, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.


DCC

Anno diCristo DCC. Indizione XIII.
Sergio papa 14.
Tiberio Absimero imper. 3.
Liutberto re 1.

Scrive Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.] che Cuniberto re dei Longobardi dopo la morte del padre regnò dodici anni. Per conseguente, se Bertarido suo genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti: al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno Alachi, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.] che questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea dominio allora nella città, ossia nel territorio di Ferrara. Oltredichè chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al luogo di Cornà, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo [Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.] juniore storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche autore Desiderio re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia, ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il monastero di santa Teodota, o piuttosto di santa Maria di Teodota. Oggidì si appella della Posterla, perchè anticamente quivi era una picciola porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.] nel riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più belli e più lunghi. Intonsae credo io che fossero appellate per questo; e che da questa parola corrotta venisse tosa, nome adoperato dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa giovane per nome Teodota, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina Ermelinda, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo. Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che per ciò cominciò a chiamarsi di Teodota.

Rapporta il padre Romoaldo [Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.] da santa Maria agostiniano scalzo, un antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio, a formare il dattilo e spondeo sul fine di prosapiam texam, di nimium plures, ec.

CAELICOLAE [Forse Caelicam.] SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM

MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES,

IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTO;

QVAE FAVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT

INVIDVS NE PERDERET EIVS EX OVIBVS QVEMQVAM

FRONTEM RVGATAM TENENS ERAT QVIBVS PECTORE PURA;

CVIVS ABSTINEBANT A FLAGELLIS PLACIDAE MANVS,

IN TRIBVENDO DAPES EGENIS DAPSILES ERANT.

MORIBVS ORNATA PRODIENS, FAVTRIX, ATQVE HONESTA,

PATIENS, MAGNANIMIS CORDE, DEXTRAQVE PIA.

DECEBAT SIC DENIQVE TALI CVM EX STIRPE VENIRET

B....OLEO EX NOVILLI [Forse Romuleo ex Ovili.] CRESCENS VT FLVVIVS FONTE

...EXTRA SAGA GENITORVM EXTITIT MAGNA.

SI AD CVRSVS RERVM, ET PRAESENTIS STVDIA SAECLI

TENDATVR ORATIO, MVLTA SVNT, QVAE POSSVMVS DICI.

PER TE SEMPER VIRGINIS VISITVR PVLCHRVM DELVBRVM,

AVFERENS VETVSTA, INSTAVRANS VILIA CVNCTA;

NAMQVE DOMICILIA SITA COENVBIO RIDVNT

VVLTV INTVENTIVM PRAECELLENTES MOENIA PRISCA.

NEC SVNT IN ORBE TALES, PRAETER PALATIA REGVM.

NEC SS. ECCLESIAS, QVAE VIBRANT FVNDAMINE CLARO

ET PIIS EZEQVANTVR ONI A CVNCTIS COLVNTVR.

(forse Quae Turoni, per significare che son pari alla basilica e monistero di san Martino Turonense)

HOC ERGO THEODOTA ALVMNIS, SVA THEODOTAE,

CVI RELIQVISTI NOMEN, DIGNITATEM, CATHEDRAM,

NIMIS CVM LACRYMIS AFFLICTO PECTORE DOMNA

LAPIDIBVS SARCOPHAGIS ORNANS EXCOLVI PULCHRIS

DENOS DVOSQVE CIRCITER ANNOS DEGENS....

EGREGIA VITAE SPIRACVLA CLAVSIT.....

D. P. S. II. D. MENSIS APRILIS INDICTIONE TERTIA.

È andato a pescare il padre Romoaldo appresso Beda, che dalle lettere D. P. S. si ricava l'anno 926, quando, secondo lo stile degli antichi, quelle lettere altro non significano se non deposita. Aggiugne, essere la tradizion delle monache che quel sia l'epitafio d'una regina, e però egli la tiene per Teodorata moglie del re Liutprando, il cui nome abbreviato fosse Teodota. Finalmente dice esser qui nominate tre diverse Teodote; la prima mentovata da Paolo Diacono ai tempi del re Cuniberto; la seconda quella a cui fu posto l'epitafio nell'anno 926; la terza quella che pose l'iscrizione stessa, succeduta a lei nel grado di badessa. Tutti sogni. Altro non è, a mio credere, questa iscrizione, se non la sepolcrale posta alla medesima Teodota, di cui fa menzion Paolo Diacono. Non fu fabbricato quel monistero dal re Cuniberto: v'era prima. Paolo altro non dice, se non che la mandò in monasterium, quod de illius nomine intra Ticinum appellatum est. Essa colle ricchezze seco portate magnificamente lo rifabbricò ed accrebbe, ed ivi eresse un bel tempio in onore della Vergine santissima, di maniera che quel monistero gareggiava colle fabbriche più suntuose d'allora. Quivi fu ella badessa annos nimium plures, e finalmente morì nell'indizione terza (forse nell'anno 705, o piuttosto nel 720) con lasciare il suo nome e la dignità di badessa a donna Teodota sua alunna, da cui le fu posta l'iscrizione suddetta. E se veramente quivi si leggesse Romuleo, come ho conghietturato, non resterebbe luogo ad alcun dubbio, perchè Paolo Diacono scrive essere nata Teodota ex nobilissimo Romanorum genere. Ripeto che questo insigne monistero tuttavia con sommo decoro si mantiene in Pavia, col raro privilegio ancora d'aver conservato un tesoro d'antichissimi diplomi, conceduti ad esso da varii imperadori e re, a poter copiare i quali ammesso io dalla gentilezza di quelle nobili religiose, ho poi potuto comunicarli al pubblico per decoro d'esso sacro luogo nelle mie Antichità Italiche. Finì dunque di vivere e di regnare in questo anno il re Cuniberto, e il suo corpo ebbe sepoltura presso alla basilica di san Salvatore fuori della porta occidentale di Pavia, dove parimente Ariberto re suo avolo, fondatore d'essa chiesa, e Bertarido re suo padre furono seppelliti. Diedi io già alla luce [Antichità Estensi, part. 1, pag. 73.] un pezzo dell'iscrizion sepolcrale a lui posta, ed esistente tuttavia presso i monaci Benedettini, che per più di settecento anni posseggono quella chiesa e monistero; ma non dispiacerà ai lettori di riceverla ancora qui di nuovo:

AVREO EX FONTE QVIESCVNT IN ORDINE REGES

AVVS, PATER, HIC FILIVS HEIVLANDVS TENETVE

CVNINGPERT FLORENTISSIMVS ET ROBVSTISSIMVS REX

QVEM DOMINVM ITALIA PATREM ATQVE PASTOREM.

INDE FLEBILE MARITVM GEME TIAM VIDVATA

ALLA DE PARTE SI ORIGINEM QVAERAS,

REX FVIT AVVS, MATER GVBERNACVLA TENVIT REGNI,

MIRANDVS ERAT FORMA, PIVS, MENS, SI REQVIRAS,

MIRANDA....................

Lasciò Cuniberto dopo di sè l'unico suo figliuolo Liutberto in età assai giovanile, che fu proclamato re, e gli diede per tutore Ansprando, personaggio illustre di nascita, e provveduto di somma saviezza. In quest'anno Abdela, generale de' Saraceni, fece una irruzione nelle contrade romane, ed assediò non già Taranto, come ha un testo guasto di Teofane e della storia Miscella, perchè questa città è in Italia, e ubbidiva allora ai duchi longobardi di Benevento, ma bensì la città d'Antarado, come notò Cedreno [Cedren., in Annal.]. Non potendola avere, se ne tornò a Mopsuestia, e quivi con un buon presidio si fortificò.


DCCI

Anno diCristo DCCI. Indizione XIV.
Giovanni VI papa 1.
Tiberio Absimero imp. 4.
Ragimberto re 1.
Ariberto II re 1.

Fu chiamato in quest'anno da Dio al premio delle sue sante azioni Sergio I papa nel dì 7 di settembre, per quanto crede il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.]. Lasciò egli in Roma varie memorie della sua pia liberalità verso le chiese, che si posson leggere presso Anastasio, e per sua cura si dilatò non poco per la Germania la fede santissima di Gesù Cristo. In somma egli meritò d'essere registrato fra i santi, e la sua memoria si legge nel martirologio romano al dì 9 del mese suddetto. Gli succedette nella cattedra di san Pietro Giovanni, VI di questo nome, greco di nazione, che fu consecrato papa nel dì 28 di ottobre. Noi vedemmo di sopra all'anno 662 che il re Godeberto tradito ed ucciso in Pavia dal re Grimoaldo, lasciò dopo di sè in età assai tenera Ragimberto, ossia Ragumberto che dai fedeli servitori del padre fortunatamente fu messo in salvo e segretamente allevato. Dappoichè il buon re Bertarido fu risalito sul trono, saltò fuori questo suo nipote, e Bertarido il creò duca di Torino. L'ingratitudine, vizio nato nel mondo, entrò in cuore di costui; e quello che non aveva osato di tentare, finchè regnò Cuniberto suo cugino, lo eseguì contra del di lui giovinetto figliuolo Liutberto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.]. Unì dunque Ragimberto un grosso esercito, e venne alla volta di Pavia per detronizzare Liutberto suddetto, pretendendo per le ragioni paterne a sè dovuto il regno. Fu ad incontrarlo nelle vicinanze di Novara con una altra armata Ansprando tutore del giovine re, spalleggiato con tutte le sue forze da Rotari duca di Bergamo. Un fatto di arme decise in parte le loro controversie, perchè Ragimberto essendone uscito vittorioso, s'impadronì di Pavia e della corona del regno longobardico. Per conto di Ansprando e del re Liutberto, essi ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ma non godè l'ingrato principe lungamente il frutto della sua vittoria, perchè prima che terminasse l'anno, la morte mise fine al suo vivere. A lui succedette Ariberto II suo figliuolo, che seguitò a disputare del regno col giovinetto Liutberto. Circa questi tempi essendo stato riferito a Tiberio Absimero Augusto [Theoph., in Chronogr.], che Filippico figliuolo di Niceforo patrizio s'era sognato di diventar imperadore, solamente perchè gli parve di vedere un'acquila che gli svolazzava sopra la testa, gl'insegnò a parlare con più cautela sotto principi ombrosi: cioè per questa gran ragione il cacciò in esilio; e noi vedremo in fatti questo personaggio salire a suo tempo sul trono imperiale.


DCCII

Anno diCristo DCCII. Indizione XV.
Giovanni VI papa 2.
Tiberio Absimero imper. 5.
Ariberto II re 2.

Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia Teofilatto patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per attestato di Anastasio [Anastas., in Johann. VI.] bibliotecario, concorsero a quella volta con gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 27.] che Gisolfo II, duca di Benevento ai tempi di papa Giovanni con tutte le sue forze entrò nella Campania romana, prese Sora, Arpino ed Arce; bruciò e saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato Horrea, cioè i Granai. Noi abbiamo Morrea, luogo notato nelle tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro colle sue genti. Camillo Pellegrino [Camill. Peregrinus, de Ann. Ducat. Benevent., tom. 2 Rer. Ital.] portò opinione che questo fatto accadesse sotto papa Giovanni V, nell'anno 685. Ma Anastasio bibliotecario [Anastas., in Johann. VI.] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa Giovanni VI; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso Gisolfo, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo Pellegrino, che Romoaldo I fosse creato duca di Benevento lo stesso anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè, secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato sedici anni, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia Grimoaldo II governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed essendo a lui succeduto Gisolfo, che per diciassett'anni stette nel ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694, perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono [Johannes Diaconus, Vit. Episcopor. Neapolit., Part. 1, tom. 1 Rer. Italic.], il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 9 februarii.] che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 39.], gli succedette in quegli stati Romoaldo II suo figliuolo. Il dottor Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re Liutberto col suo aio Ansprando [Idem, ibid, c. 19.] si studiava di ricuperare il regno occupatogli dal re Ariberto II. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari, duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 15 januarii.], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito, che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì, combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. Ansprando, tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago di Como. All'incontro, Rotari duca di Bergamo, tornato a casa, non solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re. Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari, al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi, perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.


DCCIII

Anno diCristo DCCIII. Indizione I.
Giovanni VI papa 3.
Tiberio Absimero imp. 6.
Ariberto II re 3.

A quest'anno pare che sia da riferire la spedizion di un esercito fatta dal re Ariberto contra l'isola posta nel lago di Como, perchè in quella fortezza s'era ricoverato Ansprando già aio dell'ucciso re Liutberto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 27.]. Ansprando non volle aspettar questa tempesta, e però se ne fuggì a Chiavenna, e di là per Coira città dei Reti (noi diciam de' Grigioni) passò in Baviera, dove fu cortesemente ricevuto da Teodeberto, uno dei duchi di quella contrada, ed uno dei figliuoli di Teodone II. Fin dai tempi della regina Teodelinda si strinse una gran amistà e lega fra i Longobardi e i Bavaresi; e noi abbiam veduto più re longobardi discendenti da un fratello d'essa Teodelinda, però d'origine bavarese. Ma il re Ariberto, uomo portato alla crudeltà, dacchè non potè aver nelle mani Ansprando, sfogò la sua rabbia contra di Sigibrando di lui figliuolo, con fargli cavar gli occhi, e maltrattare chiunque avea qualche attinenza di parentela con lui. Fece anche prendere Teoderanda moglie d'esso Ansprando; e perchè questa s'era vantata che un dì diverrebbe regina, le fece tagliare il naso e le orecchie; e lo stesso vituperoso trattamento fu fatto ad Arona, o Aurona, figliuola del medesimo Ansprando. Ma in mezzo a questo lagrimevole naufragio della famiglia di esso Ansprando, Dio volle che si salvasse Liutprando suo minor figliuolo. Era egli assai giovinetto di età, e parve ad Ariberto persona da non se ne prender fastidio; e però non solamente niun male fece al di lui corpo, ma anche permise che se ne andasse a trovare il padre in Baviera, siccome egli fece: il che fu d'inestimabil contento in tante sue afflizioni all'abbattuto padre. Volle Iddio in questa maniera conservare chi poi doveva un giorno gloriosamente maneggiar lo scettro de' Longobardi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, da me [Chronic. Farfense, part. II, num. 2 Rer. Italic.] pubblicato nella prefazione alla Cronica di Farfa, si legge che Faroaldo II succedette in quest'anno al duca Transmondo suo padre in quel ducato. Il Sigonio aggiugne ch'egli prese per collega Volchila suo fratello, a cui fu anche dato il titolo di duca. Onde egli abbia questa notizia, nol so. Io per me non ne trovo parola alcuna presso gli antichi.


DCCIV

Anno diCristo DCCIV. Indizione II.
Giovanni VI papa 4.
Tiberio Absimero imp. 7.
Ariberto II re 4.

Esule dimorava tuttavia in Chersona, città della Crimea, Giustiniano II già imperadore, chiamato Rinotmeto, cioè dal naso tagliato, continuamente ruminando le maniere di risorgere. Si lasciò un dì intendere che sperava di rimontare sul trono: parole che increbbero molto a quegli abitanti per paura d'incorrere nella disgrazia del regnante Tiberio Absimero, e però andavano pensando di ammazzarlo o di menarlo a Costantinopoli, per liberarsi da ogni impegno [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.]. Penetrata questa mena, Giustiniano all'improvviso scappò, e andò a mettersi nelle mani del Cacano, ossia Cagano, che vuol dire principe dei Cazari, o Gazari, appellati con altro nome Turchi. Da lui fu molto onorato, e prese per moglie una sua figliuola appellata Teodora: nome, credo io, a lei posto dai Greci, soliti, siccome vedremo, a cangiare i nomi degli stranieri. Ma l'imperadore Absimero, dacchè ebbe intesa la fuga e il soggiorno di Giustiniano, senza indugio, spedì ambasciatori al Cacano, con esibirgli una riguardevole ricompensa, se gli mandava Giustiniano vivo, o almen la sua testa. All'ingordo Barbaro non dispiacque l'offerta di sì bel guadagno, e non tardò a mettere le guardie all'ospite e genero suo, sotto pretesto della di lui sicurezza. Da lì a poco diede anche ordine a Papaze governator di Panaguria, dove allora abitava Giustiniano, e a Balgise prefetto del Bosforo, di levargli la vita. La buona fortuna volle che a Teodora sua moglie da un famiglio del padre fu rivelato il secreto, ed ella onoratamente lo confidò al marito, il quale, fatti venire ad un per uno que' due uffiziali in sua camera, con una fune li strangolò. Poi, dopo aver rimandata la moglie alla casa paterna, trovata una barchetta pescareccia, con quella tornò nella Crimea, e mandati segretamente a chiamare alcuni suoi fedeli, con esso loro si incamminò per mare alla volta delle bocche del Danubio. Alzossi in navigando sì fiera fortuna di mare, che tutti si crederono spediti; ed allora fu che Muace, uno de' suoi domestici, gli disse: Signore, voi ci vedete tutti vicini alla morte; fate un voto a Dio, che s'egli ci salva, e voi rimette sul trono, non farete vendetta d'alcuno. Anzi (rispose allora fremendo di collera Giustiniano) s'io perdonerò ad alcuno, che Dio mi faccia ora profondare in queste acque. Così il bestiale Augusto. Passò poi la burrasca, ed arrivati che furono all'imboccatura del Danubio, Giustiniano spedì Stefano suo famigliare a Terbellio, ossia Trebellio, signore della Bulgaria, con pregarlo di dargli ora ricovero, e poscia aiuto sufficiente per poter rimontare sul trono, esibendogli perciò un larghissimo guiderdone. Terbellio, fattolo venire a sè, con graziose accoglienze il ricevè, e poi si applicò a mettere in ordine una poderosa armata di Bulgari e Schiavoni per effettuare il concerto stabilito fra loro.


DCCV

Anno diCristo DCCV. Indizione III.
Giovanni VII papa 1.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 1.
Ariberto II re 5.

Arrivò in quest'anno al fine di sua vita il buon papa Giovanni VI, essendo succeduta la sua morte nel 9 di gennaio. Fu [Anastas., in Johann. VII.] eletto in suo luogo, e consecrato nel dì primo di marzo Giovanni VII, Greco di nazione, persona di grande erudizione e di molta eloquenza. Dacchè miriamo tanti Greci posti nella sedia di s. Pietro, possiam ben credere che gli esarchi ed altri uffiziali cesarei facessero dei maneggi gagliardi per far cadere l'elezione in persone della lor nazione: il che nulla nocque all'onore della santa Sede, perchè questi Greci ancora fatti papi sostennero sempre la vera dottrina della Chiesa, nè si lasciarono punto smuovere dal diritto cammino per le minacce de' greci imperadori. Sull'autunno di quest'anno Giustiniano dal naso tagliato, per ricuperare il perduto imperio, passò alla volta di Costantinopoli [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.], accompagnato da Terbellio principe dei Bulgari, che seco conduceva una possente armata. Assediò la città, invitò i cittadini alla resa con proporre delle buone condizioni. Per risposta non ebbe se non delle ingiurie. Ma in tanto popolo non mancavano a lui persone parziali, e queste in fatti trovarono la maniera di introdurlo con pochi del suo seguito per un acquedotto della città, e di condurlo al palazzo delle Blacherne, dove ripigliò l'antico comando. Per attestato d'Agnello Ravennate, egli portò da lì innanzi un naso e l'orecchie d'oro. Ed ogni volta che si nettava il naso, segno era che meditava o aveva risoluta la morte d'alcuno. Stabilito che fu sul trono, congedò Terbellio signor de' Bulgari (de' quali nondimeno è da credere che ritenesse una buona guardia) con dei ricchissimi regali, dopo avere stretta con lui una lega difensiva. Ciò fatto, questo mal uomo, in vece d'avere colle buone lezioni d'umiliazione, che Dio gli aveva dato, imparata la mansuetudine e la misericordia, più che mai insuperbì, nè spirò altro che crudeltà e vendetta. Fa orrore l'intendere come egli infierisse ed imperversasse contra chiunque dell'alto e basso popolo fosse creduto complice della passata di lui depressione. Leonzio già imperadore deposto, fu preso. Tiberio Absimero, precedente Augusto, nel fuggire da Apollonia, restò anch'egli colto. Incatenati i miseri, strascinati con dileggi per tutte le contrade della città, furono nel pubblico circo alla vista di tutto il popolo presentati a Giustiniano che coi piedi li calpestò, e poi fece loro mozzare il capo. Eraclio fratello d'Absimero con gli uffiziali della milizia a lui sottoposti, fu impiccato. Callinico patriarca, dopo essergli stati cavati gli occhi, fu relegato a Roma, e sostituito in suo luogo un Ciro monaco rinchiuso, che gli aveva predetto la ricuperazione dell'imperio. Che più? Basta dire che quasi innumerabili furono, sì de' cittadini che de' soldati, quei che questo Augusto carnefice sagrificò alla sua collera, con lasciare un immenso terrore e paura a chiunque restava in vita. Mandò poi nel paese de' Gazari una numerosa flotta, per prendere e condurre a Costantinopoli Teodora sua moglie. Nel viaggio perirono per tempesta moltissimi di que' legni con tutta la gente, di maniera che il Cacano di quei Barbari ebbe a dire: Mirate che pazzo? Non bastavano due o tre navi per mandare a pigliar sua moglie, senza far perire tante persone? Forse che avea da far guerra per riaverla? Avvisò ancora Giustiniano che sua moglie gli avea partorito un figliolo, a cui fu posto il nome di Tiberio. L'uno e l'altra vennero a Costantinopoli, e furono coronati colla corona imperiale. Finì di vivere in questo anno Abimelec, ossia Abdulmeric califa de' Saraceni [Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.], che dopo la presa di Cartagine avea stese le sue conquiste per tutta la costa dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra. Ceuta nondimeno era allora in potere dei Visigoti signori della Spagna, come è anche oggidì degli Spagnuoli. Succedette ad Abimelec nell'imperio il figliuolo Valid, che distrusse la nobilissima chiesa cattedrale dei cristiani in Damasco. Quando poi sieno sicuri documenti una lettera di Faroaldo II duca di Spoleti, e una bolla di Giovanni VII papa, da me pubblicate nella Cronica di Farfa [Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.], si viene a conoscere che in questi tempi esso Faroaldo comandava in quel ducato. La bolla del papa è data pridie kalendas julii, imperante domino nostro piissimo P. P. Augusto Tiberio anno VIII. P. C. ejus anno VI. sed et Theodosio atque Constantino. Di questi, che credo suoi figliuoli, ho cercata indarno menzione presso gli storici greci.


DCCVI

Anno diCristo DCCVI. Indizione IV.
Giovanni VII papa 2.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 2.
Ariberto II re 6.

Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione de' canoni del concilio trullano, che il santo papa Sergio non avea voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati dall'Augusto Giustiniano Rinotmeto, e portati da due metropolitani con lettera d'esso imperadore a papa Giovanni VII [Anastas., in Johann. VII.], in cui il pregava ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo, finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di correggerli. Si sforza il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.] di scusare e giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che humana fragilitate timidus non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo [Lupus, in Notis ad Concil. Trullan.] osservò che più saggiamente operò dipoi papa Costantino e non meno di lui papa Giovanni VIII, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale. Giacchè non sappiamo gli anni precisi dei duchi del Friuli, mi sia lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono [Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 24.] lasciò scritto di Ferdulfo duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi, acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a rubar le pecore de' poveri pastori. Lo sculdais, ossia il giusdicente di quella villa, per nome Argaido, uomo nobile e di gran coraggio, uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera gli disse: Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga. Presso i Longobardi, che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di arga, significante un poltrone, un pauroso, un uomo da nulla. Come abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse arga ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi, decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: Piaccia a Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto conoscere chi di noi due sia più poltrone.

Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca arrivato col suo esercito, andava rondando per trovar la maniera men difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: E venga l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli Schiavoni. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza. Aggiugne Paolo che il solo Munichi padre di Pietro, il quale fu poi duca di Friuli, e padre di Orso, che fu duca di Ceneda, la fece da valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone, e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla sola città di Forum Julii, chiamata oggidì Cividal di Friuli. Morto Ferdolfo, fu creato duca del Friuli, Corvolo, il quale durò poco tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo [Paulus Diaconus, in Gest. Longobard., lib. 6, cap. 23 et 26.] non dice qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo lui fu creato duca del Friuli Pemmone, nativo da Belluno, che per una briga avuta nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 3.]. Pemmone aveva una moglie nomata Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane, ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre figliuoli, cioè Ratchis, Ratcait ed Astolfo, il primo e l'ultimo de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli generati.


DCCVII

Anno diCristo DCCVII. Indizione V.
Giovanni VII papa 3.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 3.
Ariberto II re 7.

Circa questi tempi, se pure non fu nell'anno precedente, per attestato di Anastasio [Anastas., in Johann. VII.] e di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 28.], il re Ariberto fece conoscere la sua venerazione verso la Sede apostolica. Godeva essa ne' vecchi tempi de' patrimonii nelle Alpi Cozie, ma questi erano stati occupati o dai Longobardi, o da altre private persone. Probabilmente altri papi aveano fatta istanza per riaverli, ma senza frutto. Ariberto fu quegli che fece giustizia ai diritti della Chiesa romana, e mandò a papa Giovanni un bel diploma di donazione, ossia di confermazione, o restituzione di quegli stabili, scritto in lettere d'oro. Pensa il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 704 et 712.] che la provincia dell'Alpi Cozie appartenesse alla santa Sede; ma chiaramente gli storici suddetti parlano del patrimonio dell'Alpi Cozie; e gli eruditi sanno che patrimonio vuol dire un bene allodiale, come poderi, case, censi, e non un bene signorile e demaniale, come le città, castella, provincie dipendenti dai principi. Di questi patrimonii la Chiesa romana ne possedeva in Sicilia, in Toscana, e per molte altre parti d'Italia, anzi anche in Oriente, come ho dimostrato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. LXIX.]. Oltre di che, non sussiste, come vuol Paolo Diacono, che la provincia dell'Alpi Cozie abbracciasse allora Tortona, Acqui, Genova e Savona, città al certo che non furono mai in dominio della Chiesa romana. Ciò che si intende per Alpi Cozie, l'hanno già dimostrato eccellenti geografi. Che se il cardinal Baronio cita la lettera di Pietro Oldrado a Carlo Magno, in cui si legge che Liutprando re donationem, quam beato Petro Aripertus rex donaverat, confirmavit, scilicet Alpes Cottias, in quibus Janua est: egli adopera un documento apocrifo, e composto anche da un ignorante. Basta solamente osservare quel donationem, quam donaverat, Anastasio dice donationem patrimonii Alpium Cottiarum, quam Aripertus rex fecerat. Ma Giovanni VII papa nel presente anno a' dì 17 di ottobre fu chiamato da questa vita mortale all'immortale, e la santa Sede restò vacante per tre mesi. Per opera di questo pontefice, come si ha dalle croniche monastiche, l'insigne monistero di Subbiaco nella Campagna di Roma, già abitato da san Benedetto, e rimasto deserto per più di cento anni, cominciò a risorgere, avendo quivi esso papa posto l'abbate Stefano, che rifece la basilica e il chiostro, e lasciovvi altre memorie della sua attenzione e pietà.


DCCVIII

Anno diCristo DCCVIII. Indizione VI.
Sisinnio papa 1.
Costantino papa 1.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 4.
Ariberto II re 8.

Fu consecrato papa in quest'anno Sisinnio nativo di Soria, uomo di petto, e che avea gran premura per la difesa e conservazione di Roma; al qual fine, come se fosse stato giovane e sano, fece anche dei preparamenti per rifare le mura di quella augusta città. Ma per la gotta era sì malconcio di corpo, e specialmente delle mani, che gli bisognava farsi imboccare, non potendo farlo da sè stesso. Però non tardò la morte a visitarlo, avendo tenuto il pontificato solamente per venti giorni. Nel dì 25 di marzo a lui succedette Costantino, anch'esso di nazione soriana, pontefice di rara mansuetudine e bontà, ne' cui tempi, dice Anastasio [Anastas. Biblioth., in Constant.], che per tre anni si provò in Roma una fiera carestia, dopo i quali così doviziosa tornò la fertilità delle campagne, che si mandarono in obblio tutti gli stenti passati. In quest'anno mancò di vita Damiano arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto Felice, uomo di bassa statura, macilente, ma da Agnello [Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.], scrittore mal affetto alla Chiesa romana, rappresentato per uomo pieno di spirito di sapienza, perchè volle cozzar coi papi, benchè lo stesso Agnello di ciò non faccia menzione. Ne fa bene Anastasio con dire che egli andò a Roma, e fu consecrato vescovo da papa Costantino. Ma allorchè si trattò di mettere in iscritto la sua protesta di essere ubbidiente al romano pontefice, e di rinunziare all'iniqua pretensione dell'autocefalia, ossia indipendenza, così imbeccato dal clero e da' cittadini di Ravenna, non vi si sapeva indurre. Gli parlarono nondimeno sì alto i ministri imperiali di Roma, che per timore stese una dichiarazione, non come egli doveva e portava il costume, ma come gl'insinuò la sua ripugnanza a farla. Questa poi posta dal pontefice nello scrupolo di san Pietro, dicono che fu da lì a qualche giorno trovata offuscata e come passata pel fuoco. Ma Iddio tardò poco a gastigar la superbia di lui e de' Ravennati, siccome vedremo fra poco. In questo anno Giustiniano Augusto, testa leggera e bestiale, dimentico oramai dei servigii a lui prestati dai Bulgari, e della lega fatta con Terbellio principe loro, messa insieme una potente flotta e un gagliardo esercito, si mosse a' loro danni, ma gli andò ben fatta, come si meritava. Coll'armata navale per mare cominciò a travagliare la città d'Anchialo, e lasciò la cavalleria alla campagna. Se ne stava questa sbandata coi cavalli al pascolo senza guardia alcuna, come in paese di pace. I Bulgari, adocchiata dalle colline la poca disciplina dei Greci, serrati in uno squadrone, si scagliarono loro addosso, con ucciderne assaissimi, e molti più farne prigioni, e presero i cavalli e i carriaggi d'essa armata. L'imperadore, che era in terra, fu obbligato alla fuga, e a ritirarsi nella prima fortezza che trovò del suo dominio, dove gli convenne star chiuso per tre giorni, perchè i Bulgari l'aveano incalzato fin là. E non partendosi costoro di sotto alla piazza, il bravo Augusto, tagliati i garretti ai cavalli, e lasciate l'armi, s'imbarcò di notte, e svergognato se ne tornò a Costantinopoli.


DCCIX

Anno diCristo DCCIX. Indizione VII.
Costantino papa 2.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 5.
Ariberto II re 9.

Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador Giustiniano, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionare Sergio papa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio [Anast., in Constant.] ch'egli mandò Teodoro patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovo Felice, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità di Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altri Felice arcivescovo e Giovanniccio, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.


DCCX

Anno diCristo DCCX. Indizione VIII.
Costantino papa 3.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 6.
Ariberto II re 10.

Fra le sue crudeltà e pazzie non lasciò l'imperador Giustiniano di desiderar l'accordo fra la Chiesa romana e greca in ordine ai canoni del concilio trullano. Per ottener questo bene, conoscendo che gioverebbe assai la presenza del romano pontefice, spedì, secondochè attesta Anastasio, ordine a papa Costantino di portarsi a Costantinopoli. Però fece egli preparar delle navi per fare il viaggio di mare, e nel dì 5 di ottobre del presente anno imbarcatosi, sciolse dal porto Romano, conducendo seco Niceta vescovo di Selva Candida, Giorgio vescovo di Porto, e molti altri del clero romano. Arrivò a Napoli, dove fu accolto da Giovanni patrizio ed esarco, soprannomato Rizocopo, il quale era inviato per succedere a Teofilatto esarco. Quindi passato in Sicilia, quivi trovò Teodoro patrizio e generale dell'armi, che gli fece un suntuoso incontro; e con suo vantaggio, perchè venne malato a riceverlo, e se ne tornò indietro guarito. Per Reggio e Crotone s'avanzò fino a Gallipoli, dove morì il vescovo Niceta, e di là andò ad Otranto. In quella città, perchè sopravvenne il verno, bisognò che si fermasse; e colà ancora pervenne lettera dell'imperadore, portante un ordine a tutti i governatori de' luoghi per dove avesse da passare il papa, che usassero verso di lui lo stesso onore che farebbono alla persona del medesimo Augusto. Giunsero in quest'anno a Costantinopoli i prigioni ravennati, e furono menati davanti all'inumano Augusto, il quale era assiso in una sedia coperta d'oro e tempestata di smeraldi, col diadema tessuto d'oro e di perle, e lavorato da Teodora Augusta sua moglie. Comandò egli che tutti fossero messi in carcere, per determinar poscia la maniera della lor morte. In una parola, tutti quei senatori e nobili, chi in una chi in un'altra forma furono crudelmente fatti morire. Aveva anche giurato l'implacabil regnante di tor la vita all'arcivescovo Felice [Agnell., in Vit. Felicis.]; ma se merita in ciò fede Agnello, la notte dormendo gli apparve un giovane nobilissimo con a canto esso arcivescovo, che disse: Non insanguinar la spada in quest'uomo. Svegliato l'imperadore, raccontò il sogno a' suoi; poscia, per osservare il giuramento, fece portare un bacino di argento infocato, e spargervi sopra dell'aceto, e in quello fatti per forza tener gli occhi fissi a Felice, tanto che si disseccò la pupilla, il lasciò cieco. Tale era l'uso de' Greci, per torre l'uso della vista alle persone, e di là nacque l'italiano abbacinare. Fu dipoi esso arcivescovo mandato in esilio nella Crimea. Sommamente riuscì quest'anno pernicioso e funesto alla Cristianità, perchè gli Arabi, ossia i Saraceni, non contenti del loro vasto imperio, consistente nella Persia, e continuato di là fino allo stretto di Gibilterra, passato anche il Mediterraneo, fecero un'irruzione nella Spagna, dove poscia nell'anno seguente fermarono il piede, e ve lo tennero fino all'anno 1492, in cui Granata fu presa dall'armi de' cattolici monarchi Ferdinando re ed Isabella regina di Castiglia e d'Aragona. Cominciò, dissi, in quest'anno a provarsi in quel regno la potenza de' Monsulmani o Musulmani, voglio dire de' Maomettani, e poi nel seguente continuarono le loro conquiste, con riportar varie vittorie sopra i già valorosi Visigoti cattolici, la gloria de' quali restò quasi interamente estinta, e per colpa principalmente di un Giuliano conte, traditore della patria sua. Fama nondimeno è che in questo anno seguisse un combattimento, rinnovato per otto giorni continui, fra i Cristiani e i Saraceni, e che restassero disfatti i primi colla morte dello stesso cattolico re Rodrigo. Certo è che a poco a poco s'impadronirono quegli infedeli di Malega, Granata, Cordova, Toledo e di altre città e provincie, dove cominciò a trionfare il maomettismo, ancorchè coloro lasciassero poi libero l'uso della religion cristiana cattolica ai popoli soggiogati.


DCCXI

Anno diCristo DCCXI. Indizione IX.
Costantino papa 4.
Filippico imperadore 1.
Ariberto II re 11.

Nella primavera di quest'anno continuò Costantino papa il suo viaggio per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli passava [Anastas., in Constant.]. Ma insigni specialmente furono i fatti a lui, allorchè giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro Tiberio Augusto figliuolo dell'imperador Giustiniano II, colla primaria nobilità, e Ciro patriarca col suo clero, e una gran folla di popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse coll'imperadore. I padri Lupo [Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.] e Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] hanno immaginato, e con verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse per motivo della religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta, dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco Giovanni Rizocopo fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere (parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper questo istorico [Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro, che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne' consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie, cioè Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola e Bologna. Divise Giorgio il popolo di Ravenna in varii reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè bandiera o insegna prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, quella di Classe, e la parte dell'arcivescovo coi cherici, con gli onorati e colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio, quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che Giovanni Rizocopo nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.], descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi, e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica storia, o diversamente ne parla.

Verificossi poi la morte dell'imperador Giustiniano, siccome dicono che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia, l'abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], da Niceforo [Niceph., in Chron.], da Cedreno [Cedren., in Annalib.] e da Zonara [Zonaras, in Historia.]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca. Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.], che trovandosi allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi (se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone: del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade, avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono, ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree, proclamarono imperadore Bardane che assunse il nome di Filippico, il quale, mandato in esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701, fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. Mauro patrizio colla sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico. Spedito dipoi contra di esso Giustiniano Elia generale di Filippico, tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè, pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a Roma. Tiberio Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe Giustiniano Rinotmeto, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che, sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni Childeberto III, re di Francia, che ebbe per successore Dagoberto III, tutti re di stucco in questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era Pippino di Eristallo loro maggiordomo.


DCCXII

Anno diCristo DCCXII. Indizione X.
Costantino papa 5.
Filippico imperadore 2.
Aliprando re 1.
Liutprando re 1.

Sotto il nuovo imperadore Filippico si credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della Chiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane [Theoph., in Chronogr.], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli Ciro, e a lui sostituito Giovanni aderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di Felice arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea [Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona. Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovo Giorgio, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth. in Constant.], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papa Costantino, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.

Fino a questi tempi Ansprando, aio del fu re Liutberto, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da Teodeberto duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re Ariberto II, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, Ariberto II si fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome Gumberto, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato Ragimberto, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loro Ansprando, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato re Liutprando suo figliuolo, così nominato, e non già Luitprando, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.

ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,

SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,

ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,

SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.

CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,

POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS

APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO

LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,

DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.

Quel datum Papiae temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il datum, e sì perchè non si soleva per anche dire Papiae, ma bensì Ticini. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano depositus, si son convertite in Datum Papiae. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], dal p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re Liutprando suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato [Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da me dati alla luce nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata. Aripertus (dice egli) filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula (cioè tre oratorii) et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII. Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso Pelagio, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.


DCCXIII

Anno diCristo DCCXIII. Indizione XI.
Costantino papa 6.
Anastasio imperadore 1.
Liutprando re 2.

Potrebb'essere che in quest'anno fosse succeduta l'andata di Benedetto arcivescovo di Milano, uomo di santa vita, a Roma per sua divozione, narrata da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 29.] e da Anastasio bibliotecario [Anast., in Constant.]. Con tal occasione il buon prelato spiegò le sue querele al trono pontificio, pretendendo che a lui appartenesse il consecrare i vescovi di Pavia, come a metropolitano. Ma essendosi trovato che la Chiesa romana da gran tempo era in possesso di consecrar que' sacri pastori, sia perchè all'arrivo dei Longobardi in Italia l'arcivescovo di Milano si ritirò in Genova, soggetta all'imperadore, e seguitarono a dimorar colà alcuni suoi successori; oppure perchè i re longobardi procurassero al vescovo della loro principal residenza l'esenzione dal metropolitano: comunque fosse, certo è ch'esso arcivescovo ebbe la sentenza contro; e però seguitarono sempre da lì innanzi i vescovi di Pavia ad essere indipendenti dalla cattedra di Milano, ed immediatamente sottoposti al romano pontefice. Per altro anticamente non fu così, siccome io dimostrai in una dissertazione [Anecdot. Latin. tom. 1.] stampata nell'anno 1697. Abbiamo poi attestato da esso Paolo Diacono la santità dell'arcivescovo Benedetto, il quale in fatti non cercò allora di acquistare un nuovo ed inusato diritto sopra la Chiesa di Pavia, ma bensì di ricuperare e conservare l'antica sua autorità. In Roma stessa seguì nel presente anno uno sconcerto [Anastas., in Constant.]. V'era per governatore Cristoforo duca. Per iscavalcarlo da quel posto, un certo Pietro ricorse all'esarco di Ravenna, che gli diede le patenti di quel governo. Ma essendo che i Romani non voleano sentir parlare di Filippico imperador monotelita, a nome o col nome del quale era stato dato posto a Pietro, buona parte di loro si unì con determinazione di non voler questo duca. La fazione adunque che sosteneva Cristoforo si azzuffò coll'altra che era in favore di Pietro, nella via sacra davanti al palazzo, e ne seguirono morti e ferite. Più oltre si sarebbe dilatato questo fuoco, se papa Costantino non avesse inviato de' sacerdoti, che coi santi vangeli e colle croci divisero la baruffa. E buon per la parte di Pietro, la quale già soccombeva; ma perciocchè fu fatta ritirar l'altra parte che si chiamava la cristiana, Pietro proditoriamente se ne prevalse, e fece credere d'essere rimasto vincitore. Poco poi stette ad arrivar dalla Sicilia la nuova che l'eretico imperador Filippico era stato deposto. Come seguisse la di lui caduta l'abbiamo da Teofane, da Niceforo, da Zonara e da Cedreno. Molti erano malcontenti di questo principe dopo averlo scoperto nemico del concilio sesto universale, e tanto più perchè egli, a cagione di questa sua alienazione dalla sentenza cattolica, s'era messo a perseguitare i vescovi cattolici. S'aggiunse che i Bulgari fecero un'improvvisa irruzione fino al canale di Costantinopoli, e molti ancora passarono di là, con fare un terribil saccheggio e condur via un'immensa quantità di prigioni, senza che Filippico facesse provvisione alcuna in queste calamità. I Saraceni anch'essi, dopo aver preso Mistia ed Antiochia di Pisidia, fecero dalla lor parte di simili incursioni con riportarne un incredibil bottino. Ora congiurati alcuni senatori, mossero Rufo primo cavallerizzo a deporre questo inetto e mal gradito imperadore. Nella vigilia di Pentecoste con una truppa di soldati entrò esso Rufo nel palazzo, e trovato Filippico che dopo il pranzo dormiva, il trasse fuori, gli fece cavar gli occhi, ma non gli tolse la vita. Nel dì seguente di Pentecoste, essendosi raunato il popolo nella gran chiesa, fu eletto e coronato imperadore Artemio, primo de' segretarii di corte, a cui fu posto il nome di Anastasio. Era egli versatissimo negli affari, dottissimo e zelante della vera dottrina della Chiesa. Non tardò il medesimo Augusto a spedire in Italia un nuovo esarco, cioè Scolastico patrizio e suo gentiluomo di camera, che portò a papa Costantino [Anastas., in Constant.] l'imperial lettera, con cui si dichiarava seguace della Chiesa cattolica, e difensore del concilio sesto generale: il che recò una somma contentezza al papa e al popolo romano. Ed allora fu che Pietro fu pacificamente installato nella dignità di duca e governatore di Roma, con aver prima data parola di non offendere chi s'era opposto in addietro al suo avanzamento. Fece in questo anno il re Liutprando una giunta di nuove leggi a quelle di Rotari e di Grimoaldo. Nella prefazione da me stampata [Leges Langobard., P. II, T. I Rer. Italic.] nel corpo delle leggi longobardiche, egli s'intitola christianus et catholicus Deo dilectae gentis Langobardorum rex. Soggiugne di aver fatte esse leggi anno, Deo propitio, regni mei primo pridie kalendas martias, indictione undecima, una cum omnibus judicibus (cioè coi conti, o vogliam dire governatori della città) de Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis fidelibus meis Langobardis et cuncto populo assistente. Però è da notare che non si stabilivano allora, nè si pubblicavano leggi senza la dieta del regno e l'approvazione de' popoli. Con ciò ancora vien confermata la cronologia d'esso re Liutprando, correndo nell'indizione undecima, cioè nell'anno presente, il primo anno del regno suo. Noi troviamo in un documento [Antiquit. Italic., tom. 1, p. 227.] di quest'anno Walperto (lo stesso che Gualberto) duca della città di Lucca, cioè governatore di quella città.


DCCXIV

Anno diCristo DCCXIV. Indizione XII.
Costantino papa 7.
Anastasio imperadore 2.
Liutprando re 3.

Erasi già assodato nel regno il re Liutprando, e tutto era in pace, quando si venne a scoprire una trama ordita contra di lui nella stessa Pavia [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 38.]. Rotari suo parente quegli era che macchinava di torgli la vita con isperanza, per quanto si può conghietturare, di succedergli nel regno. A tal fine aveva egli preparato un convito in sua casa, dove pensava d'invitare il re, e messi in disparte degli sgherri fortissimi, che nel più bello del pranzo doveano fare la festa al re. N'ebbe sentore Liutprando, e però mandò a chiamar Rotari; e, giunto costui alla sua presenza, tastò colle mani s'era vero che portasse il giaco sotto ai panni, come gli era stato supposto, e trovò ch'era così. Rotari scoperto diede indietro, e sfoderò la spada per uccidere il re, ma il re non fu mica pigro a sguainar la sua. Allora una delle guardie, per nome Sabone, prese per di dietro Rotari, con restare ferito da lui nella fronte. Accorsero l'altre guardie, e saltandogli addosso, lo stesero morto a terra. Quattro suoi figliuoli, che non erano a questo spettacolo, restarono anche essi uccisi, dovunque furono trovati. Per attestato poi di Paolo Diacono, era Liutprando di mirabil ardire. Gli fu riferito che era scappato detto a due de' suoi scudieri di volerlo ammazzare. Un dì li fece venir seco nel più folto d'un bosco, e messa mano alla spada, li rimproverò per l'iniquo loro disegno, con soggiugnere che era allora il tempo di eseguirlo. Gli caddero a' piedi impauriti con rivelargli il meditato delitto, e chiedergli misericordia. Così fece con altri; e bastava confessare e dimandar mercè, che egli dipoi generosamente perdonava. Attese in quest'anno il saggio imperadore Anastasio, secondo la testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.], a fortificare e provveder di viveri la città di Costantinopoli, e far de' mirabili preparamenti per terra e per mare, affin di mettere argine alle continuate conquiste de' Saraceni, non lasciando di trattar nello stesso tempo con loro di pace, e massimamente perchè voce correa che volessero venir sotto Costantinopoli. L'anno poi fu questo, in cui venne a morte Pippino di Eristallo, potentissimo maggiordomo del regno di Francia. A lui succedette nel medesimo grado Carlo appellato Martello, che Alpaide sua concubina gli avea partorito, giovane di ventiquattr'anni, ma di un valore ed ingegno rarissimo. Egli avea per moglie Rotrude, da cui erano già nati Carlomanno e Pippino, che poi fu re di Francia. Ma per la morte del suddetto Pippino d'Eristallo si sconvolse tutto il reame de' Franchi, di maniera che seguirono varie battaglie con ispargimento di gran sangue dei popoli, come s'ha dagli scrittori della storia franzese. Da uno strumento scritto sotto questa indizione nell'anno secondo del re Liutprando, citato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], si ricava che continuava tuttavia nel governo di Lucca Walperto, ossia Gualberto, in qualità di duca o governatore, del quale s'è fatta di sopra nel fine dell'anno precedente menzione.


DCCXV

Anno diCristo DCCXV. Indizione XIII.
Gregorio II papa 1.
Anastasio imperadore 3.
Liutprando re 4.

Terminò in quest'anno Costantino papa il suo pontificato, chiamato da Dio a miglior vita nel dì 8 di aprile, per quanto crede il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria. A lui succedette Gregorio II romano di nazione, ordinato papa nel dì 19 di maggio [Anastas., in Gregor. II.], che maggiormente illustrò la Chiesa romana colla santità dei costumi e colle sue insigni azioni. Era egli stato allevato fin dalla sua più verde età nel clero della basilica lateranense, e salito per varii gradi al diaconato, aveva accompagnato papa Costantino alla corte imperiale, dove diede buon saggio del suo sapere. Trovavasi appunto unita in lui la scienza delle divine Scritture, l'amore della castità, la facondia del parlare, e la fermezza d'animo, specialmente nella difesa della dottrina e di ciò che riguarda la Chiesa cattolica. Nè minore fu il suo zelo per la sicurezza di Roma sua patria; e lo fece ben tosto conoscere, perchè appena fu entrato nella sedia pontificale, che fatte far delle fornaci di calce, ordinò che si ristaurassero le mura di quell'augusta città; e se ne cominciò in fatti la fabbrica dalla porta di san Lorenzo, ma non si proseguì poi per cagione di varii impedimenti che sopravvennero. Saputasi in Costantinopoli la di lui elezione, Giovanni patriarca gli scrisse tosto una lettera composta nel sinodo. E noi sappiam bene da Anastasio che Gregorio gli rispose, ma non sappiam già cosa contenesse la di lui risposta. Abbiamo poi da Teofane [Theophanes, in Chronogr.] che in questo medesimo anno esso patriarca Giovanni, perchè favoriva o almeno avea favorito i monoteliti, fu deposto per ordine dell'imperador Anastasio, e sostituito in suo luogo Germano, figliuolo del già Giustiniano patrizio, arcivescovo di Cizico, e in gran concetto per la sua rara letteratura, e più per le virtù insigni dell'animo suo e per lo zelo della dottrina cattolica: i quali pregi col tempo il fecero aggiugnere al catalogo de' santi. Circa questi tempi, siccome abbiamo da Andrea Dandolo [Dandol., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], Paoluccio duca di Venezia procurò a sè stesso e al suo popolo l'amistà del re Liutprando, e ne ottenne un diploma, in cui erano concedute varie esenzioni ai Veneti nel regno de' Longobardi, con esprimere ancora i confini d'Eraclea, ossia di Città-nuova fra l'uno e l'altro dominio, dalla Piave maggiore fino alla Piavicella: certo essendo che le isole componenti Venezia erano escluse dal regno dei Longobardi. A questa determinazion dei confini per la parte del duca intervenne Marcello generale della milizia, e n'è fatta menzione nei diplomi che susseguentemente riportarono gli altri duchi o dogi di Venezia dai re d'Italia. Di sopra all'anno 707 vedemmo fatta dal re Ariberto II la donazione, ossia la restituzione del patrimonio dell'Alpi Cozie alla Chiesa romana. Non approvò il re Liutprando tal concessione, e tornò a metter le mani addosso a que' beni e censi. Ma con tal premura e forza l'intrepido pontefice Gregorio II gli scrisse intorno a questo affare, con far valere le ragioni della Sede apostolica [Anastas., in Gregor. II. Paulus Diaconus, lib. 7, cap. 43.], che Liutprando cedette e confermò ad essa santa Sede quanto avea conceduto il re Ariberto II. Fu il presente anno l'ultimo della vita di Dagoberto III re de' Franchi, al quale succedette Chilperico II, in tempi appunto che tutta la Francia era sossopra per le guerre civili e per le dispute del grado di maggiordomo. Era stato posto prigione Carlo Martello da Plettrude sua matrigna, ma ebbe la maniera di scappare e di rimettere in piedi il suo partito, con istradar poscia al regno i suoi discendenti. Finì ancora di vivere in quest'anno Valid califfo ed imperador de' Saraceni, dopo aver sottomessa al suo imperio quasi tutta la Spagna, e gli succedette suo fratello Solimano.

Bolliva più che mai la lite agitata fra' vescovi di Arezzo e di Siena, per cagione, non già di una parrocchia, ma di molte, che l'uno e l'altro pretendevano essere di sua giurisdizione. Aveva il re Liutprando nell'anno precedente inviato Ambrosio suo maggiordomo a conoscere questa controversia, e davanti a questo ministro fu agitata la causa da Luperziano vescovo di Arezzo, e da Adeodato vescovo di Siena. Allegava il primo un immemorabil possesso di varie chiese battesimali e di alcuni monisteri, posti bensì nel distretto di Siena, ma sottoposti al vescovo aretino, fin quando i romani imperadori signoreggiavano la Toscana. Rispondeva il vescovo sanese, che allorchè i Longobardi s'impadronirono della Toscana, Siena non avea vescovo; l'ebbe dipoi ai tempi del re Rotari; e che i Sanesi aveano pregato il vescovo d'Arezzo di prendersi cura di quelle chiese; ed aver ben l'aretino co' suoi successori esercitate quivi le funzioni episcopali, ma precariamente; e per conseguente doversi que' luoghi sacri restituire. La sentenza fu proferita dal suddetto Ambrosio in favore della Chiesa aretina, perchè costava dell'immemorabil possesso. Ne è riferito l'atto dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I Episcop. Aretin.], scritto regnante Liutprando rege anno tertio, indictione XI: dee dire Indict. XII. Rapporta eziandio esso Ughelli il diploma di approvazione fatta di quel giudicato dal re Liutprando: Datum Ticini in palatio regio, sexta die mensis martii, anno felicissimi regni nostri tertio, indictione tertia decima, cioè in quest'anno. Dubitò l'Ughelli della legittimità di tali atti; ma senza ragione. Ho io dato alla luce altri atti di questa lite [Antiquit. Italic. Dissert. 74.], spettanti al medesimo anno presente, e che confermano i precedenti. Da essi apprendiamo, che essendosi richiamato il vescovo di Siena pel giudicato suddetto, fu deputato Gunteramo notaio all'esame di varie persone, per conoscere lo stato di quelle Chiese nei tempi antichi; e tal esame, che serve di molto all'erudizion di quei tempi, fu fatto sub die XII kalendarum juliarum, Indictione tertiadecima, cioè nel dì 20 di giugno dell'anno presente. Successivamente secondo l'ordine dell'eccellentissimo re Liutprando unitisi con esso Gunteramo Teodaldo vescovo di Fiesole, Massimo vescovo di Pisa, Specioso vescovo di Firenze, e Talesperiano vescovo di Lucca, disaminarono le ragioni dei suddetti due vescovi litiganti, ed ascoltarono i testimoni. Dopo di che decisero in favore del vescovo di Arezzo. Il giudicato loro fu fatto V die mensis julii, regnante suprascripto domno nostro excellentissimo Liutprando rege, anno quarto perindictio tertiadecima, cioè nell'anno presente; riconoscendo da tali note, che Liutprando cominciò a regnare prima del dì 5 di luglio dell'anno 712. Leggesi finalmente pubblicato parimente da me il giudicato del medesimo re sopra questa controversia in favore del vescovo di Arezzo, con essere fra gli altri giudici intervenuto ad esso giudizio Theodorus episcopus Castri nostri, e inoltre Auduald dux. Ho io gran sospetto che questo Teodoro sia stato vescovo di Pavia, e che l'Ughelli non l'abbia posto al suo sito. Allora Pavia era anche appellata Castrum, perchè fortezza, perciò scelta per più sicura abitazione dai re longobardi. Anche da Ennodio [Ennod., in Vit. S. Epiphani Ticinens. Episcop.] viene accennata Ticinensis Oppidi Augustia. Poichè per conto del duca Audoaldo ne aveva io rapportato nelle Antichità estensi l'epitaffio tuttavia esistente in Pavia, senza sapere a quali tempi esso appartenesse. Conoscendosi ora che esso duca visse sotto il re Liutprando, non dispiacerà ai lettori che io lo rapporti ancor qui:

SUB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX

AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBUS ORTVS,

VICTRIX CVIVS DEXTRA SVBEGIT NAVITER HOSTES

FINITIMOS, ET CVNCTOS LONGE LATEQVE DEGENTES,

BELLIGERAS DOMAVIT ACIES, ET HOSTILIA CASTRA