ANNALI
D'ITALIA
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ANNALI
D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E
CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta


VOLUME QUINTO


VENEZIA

DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1846


[INDICE]


ANNALI D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

MCCLIX

Anno diCristo mcclix. Indizione II.
Alessandro IV papa 5.
Imperio vacante.

Se nel precedente anno s'affollarono le calamità sopra l'Italia, il presente abbondò di consolazioni. Non era uomo Eccelino da sofferir compagni nel dominio di Brescia [Roland., lib. 11, cap. 12.]. Per isbrigarsi dunque da Buoso da Doara, che col marchese Oberto Pelavicino comandava alla metà di quella città, siccome ancora a Cremona, propose d'inviarlo per podestà a Verona. Buoso, persona accorta, che prevedeva i pericoli imminenti a chi si metteva in mano d'un tiranno sì sanguinario, ricusò con bella maniera, e poi stette ben in guardia per non essere colto. Non finì poi la faccenda, che il marchese Oberto e Buoso dovettero cedere ad Eccelino la signoria intera di Brescia, e ritirarsi a Cremona. Ma rimasero ben inaspriti per questo tradimento; e perciò Oberto segretamente si collegò con Azzo VII marchese d'Este, co' Ferraresi, Padovani e Mantovani; e Buoso anche esso trasse nella stessa lega Martino della Torre col popolo signoreggiante in Milano, mercè di una concordia stabilita fra loro per conto di Crema. Ma neppure stette in ozio Eccelino. Fece anch'egli una segreta lega coi nobili di Milano. Non abbiamo storico alcuno milanese che ci abbia ben dicifrato lo stato allora di quella città. Il solo fra Galvano dalla Fiamma, dell'ordine de' Predicatori [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 293.], scrive che sul fine di marzo nacque dissensione fra lo stesso popolo dominante in Milano. Volle l'una delle parti per suo capo Martino dalla Torre, l'altra Azzolino Marcellino. Prevalse il Torriano colla morte dell'altro. Allora i nobili, paventando la forza di questo capo e del popolo, elessero per loro capo Guglielmo da Soresina, e si fecero forti. Affin di quetare sì fiere turbolenze, si trasferì a Milano Filippo arcivescovo di Ravenna legato pel papa, che mandò ai confini i due suddetti capi. Il che vien anche asserito dall'autore degli Annali Milanesi [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], senza por mente che tuttavia Filippo legato era detenuto prigione in Brescia da Eccelino, e che per conseguente all'anno precedente, prima della prigionia di lui, dovrebbe appartener questo fatto. Avendo Martino rotti i confini, se ne tornò a Milano, e fece stare colla testa bassa la nobiltà. Il perchè Guglielmo da Soresina ed altri nobili, andati a Verona, promisero ad Eccelino di dargli in mano la città di Milano. L'autore degli Annali suddetti di Milano ci vorrebbe far credere che Leone arcivescovo colla fazion de' nobili fosse cacciato fuori di Milano, e ch'egli stesso ricorresse ad Eccelino, con offerirgli il dominio di Milano: il che non sembra verisimile. A mio credere, parte dei nobili restata in Milano, e non già tutti, se l'intese con Eccelino. Lo stesso pare che si possa ricavare da Rolandino e dal Monaco Padovano [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.], e chiaramente lo dice Guglielmo Ventura [Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 11 Rer. Ital.]. Comunque sia, sappiamo di certo che Eccelino, siccome vedremo, si mosse alla volta di Milano, lusingandosi già d'avere in pugno quella nobilissima città. Ma si vuol prima avvertire che nell'aprile del presente anno [Roland., lib. 11, cap. 16.] i Padovani s'impadronirono di Lonigo e di Custoza, togliendole ai Vicentini. Arrivati anche alla grossa ed abbondante terra di Tiene, le diedero il sacco ed il fuoco. Poscia nel mese di maggio presero la terra di Freola, e, ben fortificatala, vi lasciarono un sufficiente presidio. Ad Eccelino, tuttavia dimorante in Brescia, fu portata questa nuova, ed essa fu la fortuna di molti poveri Veronesi accusati di tradimento; imperciocchè avendo egli spedita una brigata di Tedeschi a Verona per condurre que' miseri a Brescia, udito il fatto di Freola, montò in sì gran collera, che fatti fermar per istrada i Tedeschi, in persona, correndo il mese di giugno, mosse l'armata, e, portatosi colà, ripigliò quella terra; e tutto quel popolo che umilmente e tosto se gli arrendè, fece legare, grandi e piccoli. Molti d'essi levò dal mondo, nè lasciò andarne alcuno senza segno della sua barbarie, con aver [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] fatto cavar gli occhi, o tagliare il naso o un piede ad alcuni, e castrare i restanti. Fu questo l'ultimo spettacolo della crudeltà di quel mostro.

Tornato a Brescia il tiranno, attese ad accrescere l'armata sua, con assoldar nuova gente, e raunar tutti gli amici, per passare alla sospirata conquista di Milano. Ad assicurarsi bene della felicità di così bella impresa altro non ci mancava che sapere il giorno favorevole in cui si dovea muovere l'armata sua; e questo dipendeva dal saper leggere nel libro delle stelle. Teneva egli a tal fine molti strologhi in sua corte, che gli rivelarono il punto preciso; se con certezza, si vedrà fra poco. Racconta il Monaco Padovano [Monach. Patavinus, in Chron.] che nella di lui corte onorati si vedeano Salione canonico di Padova, Riprandino Veronese, Guido Bonato da Forlì, e Paolo Saraceno colla barba lunga, che pareva un altro Balamo: tutti strologhi a lui cari. Sul fine dunque di agosto [Roland., lib. 12, cap. 2.], fingendo di voler far l'assedio degli Orci, s'inviò colà con tutto l'esercito e con un magnifico treno, seco conducendo tutta ancora la milizia di Brescia. Diede il guasto ai contorni: nel qual tempo anche il marchese Oberto Pelavicino con Buoso da Doara e coll'armata de' Cremonesi andò ad accamparsi a Soncino in faccia agli Orci col fiume Oglio interposto, per vegliare agli andamenti di quel serpente. Mossesi ancora a tali avvisi Azzo marchese d'Este colla milizia ferrarese, ed unitosi co' Mantovani, andò a postarsi a Marcheria sullo Oglio, per essere a tiro di darsi mano coi Cremonesi, secondo i bisogni. Nello stesso tempo Martino dalla Torre con un potente esercito di Milanesi uscì in campagna, e venne fino a Pioltello, ossia a Cassano presso all'Adda, mostrandosi pronto in aiuto de' Cremonesi, qualora fosse occorso. Eccelino intanto, rimandata a casa la fanteria bresciana, e ritenuti solo i cavalieri, una notte all'improvviso valicò il fiume Oglio a Palazzuolo; e continuato il viaggio fino all'Adda, per un guado, fatto prima riconoscere, passò anche l'altro fiume nel dì 17 di settembre, e s'avviò speditamente verso Milano. Da quattro o cinque mila cavalli menava egli con seco. V'ha ancora chi dice più. Era spedita quella illustre città, se a tempo non giugneva al campo milanese l'avviso de' fiumi valicati da Eccelino. Allora Martino dalla Torre, che ben intese dove mirava l'astuto tiranno, precipitosamente fece marciar l'esercito, ed ebbe la fortuna di entrare in Milano prima che vi si avvicinasse il nemico, e di rompere con ciò tutti i di lui disegni. A questo avviso Eccelino diede nelle smanie, nè ad altro pensò che ad impossessarsi della nobil terra di Monza, oppure a tornarsene a Brescia. Virilmente si accinsero alla difesa i cittadini di Monza, in guisa che, svanito ancor questo colpo, Eccelino passò a Trezzo, al cui castello fece dare un furioso assalto, ma con trovarvi dentro chi non avea men cuore de' suoi. Dati dunque alle fiamme i borghi di quella terra, si ridusse a Vimercato, dove lasciò prendere posa alla sua gente. Mostrava egli al di fuori sprezzo de' suoi avversarii, ma internamente era combattuto da molesti pensieri per vedersi in mezzo a paese nemico, e coi possenti Milanesi alle spalle, e con fiumi grossi da valicare. E più poi si conturbò, allorchè gli venne nuova che il marchese d'Este co' Ferraresi, Cremonesi e Mantovani s'era inoltrato fino all'Adda, per contrastargli il passo, ed avea anche preso il ponte di Cassano, alla cui guardia egli avea dianzi lasciate alcune delle sue squadre. Allora furibondo con tutti i suoi prese il cammino alla volta di Cassano, perchè, se vogliam credere a ciò che taluno racconta [Annal. Mediolan.], un diavolo gli avea predetto, che morrebbe ad Assano. Interpretò Eccelino questa parola per Bassano, terra sua e de' suoi maggiori; ma si raccapricciò poi all'udire Cassano. Sarà stata questa un'immaginazione del volgo. Ora con tal vigore spinse egli la sua gente contro i difensori del ponte, che quasi quasi pareano inclinati a cedere; ma eccoti una saetta che va a ferire Eccelino nel piè sinistro, e se gli conficca nell'osso.

Per tal accidente corse lo spavento in tutte le di lui brigate; ma egli, mostrando intrepidezza, si fece portar di nuovo a Vimercato, dove, aperta la piaga, e cavatane la freccia, i chirurghi il curarono. Salì egli animosamente a cavallo nel dì seguente, ed informato di un guado nell'Adda, con ardire si mise a passarlo, e gli venne fatto di condurre di là tutti i suoi squadroni. Ma intanto ecco comparire Azzo marchese d'Este coi Ferraresi e Mantovani, ed Oberto Pelavicino marchese e Buoso da Doara coi Cremonesi, e circondare il nemico esercito. I primi a dare di sproni a' cavalli per salvarsi furono i Bresciani. Il che veduto da Eccelino, col resto della gente sua, ma di passo e senza mostrare paura, s'inviò per cercare ricovero sul territorio di Bergamo. Non glielo permisero i collegati, i quali, avventatisi addosso alle di lui brigate, immantinente le sbandarono, con farne assaissimi prigioni. Il più illustre ed importante fra questi fu lo stesso Eccelino, al quale, dappoichè restò preso, un indiscreto soldato diede due o tre ferite in capo, per vendetta di un suo fratello, a cui il tiranno avea fatto tagliare una gamba. Il Malvezzi [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.] scrive che tali ferite gli furono date da Mazzoldo de' Lavelonghi nobile bresciano, prima ch'ei fosse preso. Il felicissimo giorno, in cui questa insigne vittoria avvenne, fu il 27 di settembre [Monachus Patavinus. Gualvaneus Flamma.], festa de' santi Cosma e Damiano. A folla correva la gente per mirar preso un uomo sì diffamato per la sua indicibil crudeltà, come si farebbe ad un orribilissimo mostro ucciso, caricandolo ognuno d'improperii, e i più vogliosi di finirlo. Ma il marchese e Buoso da Doara non permisero che alcuno gli facesse oltraggio; anzi, condottolo a Soncino, quivi il fecero curare con carità dai migliori medici. Tali nondimeno erano le sue ferite, che da lì ad undici giorni in età di circa settant'anni se ne morì tal quale era vissuto, senza segno di penitenza, e senza mai chiedere i sacramenti della Chiesa. Come scomunicato fu seppellito fuor di luogo sacro in un'arca sotto il portico del palazzo di Soncino. Oltre a quello che diffusamente della crudeltà inudita e degli altri esecrandi costumi di Eccelino, scrissero Rolandino e il Monaco Padovano, è da vedere Guglielmo Ventura, che nella Cronica d'Asti [Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 2 Rer. Ital.] fa un'esatta dipintura di quel poco di bene e di quell'infinito male che si trovava in questo sì spietato tiranno. Avvertì egli che quanti ciechi, storpi ed altri segnati dalla mano di Dio, o degli uomini, andavano limosinando per l'Italia, tutti diceano d'essere stati conci così da Eccelino: del che egli si vendicò. L'autore eziandio della Cronica di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] parla delle buone e ree qualità di Eccelino. Pur troppo è vero che a niuno dei tiranni è mancato qualche lodatore.

Non si può già esprimere il giubilo e la festa che per tutta la Lombardia si fece all'udire tolto dal mondo l'assassino di tanti popoli, il cui nome era troppo in orrore, e facea tremare anche i lontani. D'altro non si parlava allora che di questo felice avvenimento. Certificati della sua morte i Padovani corsero a Vicenza per liberar quella città dal presidio postovi dal tiranno [Roland., lib. 12, cap. 10.]. Non potendola avere, ne bruciarono i borghi, e se ne tornarono a casa. Da lì a tre dì fuggiti i soldati di Eccelino, i Vicentini si misero sotto la protezione de' Padovani, i quali poscia a poco a poco se ne fecero assoluti padroni. Parimente si sottomise la terra di Bassano a Padova, con che crebbe di molto la potenza di questa città. A cagion di tali vicende in Trivigi non si credette più sicuro Alberico da Romano fratello dello stesso Eccelino, perchè ben consapevole dell'odio immenso de' Trivisani e dei circonvicini popoli, ch'egli s'era comperato colla sua crudel tirannia, non inferiore a quella del fratello. Però quel popolo, assistito dalla forza della repubblica veneta, fatta sollevazione, si rimise in libertà, e prese per suo podestà Marco Badoero nobile veneziano [Monach. Patavinus.]. Altrettanto fece la città di Feltre. Finalmente la città di Verona ricuperò anch'essa la libertà; richiamò Lodovico conte di San Bonifazio e gli altri fuorusciti, ed elesse per suo podestà Mastino dalla Scala, la cui casa, dopo qualche tempo, giunse alla signoria di quella città. La sola città di Brescia si trovò ostinata in non voler quella pace che l'altre città aveano abbracciata. Vi signoreggiava allora la fazion ghibellina, e per quanto di forza e di preghiere adoperassero i fuorusciti guelfi, sostenuti dalle città aderenti alla Chiesa, non poterono mai ottenere di ripatriare. S'interpose fra le parti discordi l'astuto marchese Pelavicino [Malvecius, Chron. Brixian.], e girò l'affare in maniera che, introdottosi in Brescia, si fece eleggere signore di quella città dal popolo, lasciando così delusi i fuorusciti, de' quali poi si dichiarò nemico. Avendo egli trovato quivi tuttavia carcerato Filippo arcivescovo di Ravenna, legato del papa, benchè pregato con efficaci lettere da esso pontefice, non si seppe indurre a rilasciarlo. Volle Dio che, ciò non ostante, il buon prelato riacquistasse la libertà. Aiutato da chi gli volea bene, una notte si calò egli felicemente con una fune dal palazzo, in cui era custodito; ed uscito con segretezza fuori della città, dove trovò preparato un cavallo, senza punto fermarsi, arrivò all'amica città di Mantova. Teneva in questi tempi il marchese Oberto suddetto corrispondenza col re Manfredi, e ne ricavava dei buoni aiuti di borsa per sostenere il partito dei Ghibellini in Lombardia. Degli amici ne avea in abbondanza per le città di questa provincia, perchè considerato come capo d'essa fazione dopo la morte di Eccelino.

Nella lega ch'esso marchese Oberto avea fatta nel dì 11 di giugno dell'anno presente in Brescello con Azzo marchese d'Este e d'Ancona, con Lodovico da San Bonifazio, appellato conte di Verona, e coi comuni di Mantova, Ferrara e Padova, la quale distesamente vien rapportato da Antonio Campi storico cremonese [Antonio Campi, Istoria di Cremona.], si legge: Quod domini marchio estensis, et comes Veronae, et, communia Mantuae, Ferrariae et Paduae, habeant semper, teneant et foveant excellentissimum dominum Manfredun regem Siciliae in amicum, et dent operam, quod dictus dominus rex ad concordiam reducatur cum Ecclesia. Per questo accordo fu il marchese Oberto assoluto da non so qual religioso dalla scomunica; ma, siccome osserva il Rinaldi [Raynald., in Annal. Eccl.], papa Alessandro IV dichiarò nulla tale assoluzione, nè volle ammettere Oberto e la lega suddetta, s'egli non rinunziava all'amicizia e lega del re Manfredi. Prima che terminasse il presente anno, Martino dalla Torre, capo de' popolari dominanti in Milano [Chronic. Placentin. Annales Mediol. Gualvan. Flamma.], all'avviso che dopo la morte di Eccelino i nobili milanesi fuorusciti s'erano rifuggiti in Lodi, accolti quivi dalla possente famiglia da Sommariva, coll'esercito andò sotto quella città, nè solamente costrinse a partirne i nobili, ma ancora divenne egli padrone di quella città. Ciò non ostante, in considerando l'odio, l'invidia e la forza de' nobili milanesi nemici suoi, e temendo d'essere un dì o l'altro abbattuto, prese la risoluzione di gittarsi anche egli nelle braccia del marchese Oberto Pelavicino, figurandosi di poter continuare la sua autorità sotto l'ombra di lui. Operò dunque che il popolo milanese prendesse per signore esso marchese solamente per cinque anni col salario annuo di quattromila lire. Si trasferì pertanto Oberto a Milano con secento cavalli ed altra soldatesca, parte cremonese e parte tedesca, e, ricevuto con grande onore dai Milanesi, diede principio al suo governo, e dipoi vi lasciò per governatore Arrigo marchese di Scipione suo nipote. Ed ecco che quando si credea a terra la fazion ghibellina per la morte di Eccelino, risorger essa vigorosa più che mai. Aggiungono gli storici milanesi, che Oberto coll'andare del tempo non corrispose alle speranze de' Torriani, studiandosi di abbassarli, ma non gli venne già fatto; e noi vedremo tuttavia signoreggiare in Milano la famiglia dalla Torre. Sollevaronsi in quest'anno [Matth. Paris, Hist. Angl.] gl'instabili Romani contra del loro senatore, cioè contra di Castellano d'Andalò, zio del defunto Brancaleone, verisimilmente per maneggio del papa, che nol potea sofferire; e, creati due senatori, andarono ad assediarlo in una delle fortezze di Roma, dove egli s'era ritirato. Bravamente si difese Castellano, confidato sempre di non averne male, dacchè in Bologna erano ben guardati gli ostaggi a lui pure dati dai Romani. Nella giunta alle storie di Matteo Paris si legge, che nel presente anno papa Alessandro IV scomunicò il re Manfredi. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Fra Pipino [Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], e vien anche confermato dagli storici napoletani. Abbiamo dal Guichenon [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. I.], che Tommaso conte di Savoia, e già di Fiandra, principe rinomato per molte sue azioni, mancò di vita nel dì primo di febbraio di questo anno: il che viene eziandio asserito dagli Annali di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]. Da questo principe discende la real casa di Savoia, oggidì regnante in Sardegna, Savoia, Piemonte, Monferrato e in altre città. Perchè gli Astigiani non s'inducevano a rilasciare i di lui figliuoli, dati loro in ostaggio, venne in quest'anno a Genova il cardinale Ottobuono del Fiesco, zio materno d'essi principi, per passare ad Asti, e trattare della lor libertà. Pro liberatione nepotum ejus, filiorum quondam domini Thomae comitis Sabaudiae. Sono parole del Continuatore di Caffaro. Che esito avesse il suo negoziato non apparisce. Fu bensì del tumulto in Genova al ritorno di questo cardinale, perchè si temeva che egli facesse maneggio per far deporre Guglielmo Boccanegra, il quale nell'anno 1257 era stato creato capitano del popolo di Genova contro la fazion de' nobili. Ma si quetò il rumore. Cominciò nell'anno presente Carlo conte d'Angiò e di Provenza a mettere il piede nel Piemonte, dove si sottoposero alla di lui signoria la città d'Alba e le terre di Cunio, Monte Vico, Piano e Cherasco. E gli Aretini [Ricordano Malaspina, cap. 160.] una notte sorpresero la città di Cortona, che era fortissima; ne disfecero le mura e le fortezze, e la suggettarono al loro dominio, non senza grave sdegno e doglianza de' Fiorentini.


MCCLX

Anno diCristo mcclx. Indizione III.
Alessandro IV papa 6.
Imperio vacante.

Andavano alla peggio gli affari dell'imperio de' Latini in Levante [Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.]. Però Baldovino imperadore, e il despota della Morea vennero in persona in Italia a chiedere soccorsi ad esso Manfredi e al papa. Avrebbe desiderato il pontefice di prestar loro aiuto; ma le forze mancavano. Il solo Manfredi sarebbe stato valevole colle sue forze a quell'impresa, se non si fosse scusato col non essere in grazia della Sede apostolica, e colla necessità di dovere star in buona guardia contro gli attentati della corte di Roma, la quale facea continui maneggi per torgli il regno e darlo ad altro principe. Voglioso il despota di levare di mezzo gli intoppi, andossene nel gennaio di questo anno a trovare il pontefice, e trattò seco di pace. Condiscendeva il non superbo papa Alessandro IV a riconoscere Manfredi per re e a concedergli l'investitura, a condizione ch'egli restituisse gli Stati e i beni tolti ai fuorusciti, e scacciasse dal regno tutti i Saraceni, siccome nemici della religione, e gente che niun rispetto portava alle chiese, e faceva mille mali in tempo di guerra. Al primo punto consentiva Manfredi; al secondo non seppe accomodarsi. Non si fidava egli dei nazionali suoi sudditi cristiani, ben sapendo che non mancavano maniere alla corte di Roma di guadagnarli, e conoscendo assai l'istabilità de' suoi baroni. La speranza di mantenersi era da lui posta nelle numerose brigate de' Saraceni di Nocera, che Roma non avrebbe mai potuto guadagnare. Il perchè sospettando che la corte pontificia, qualora egli si fosse spogliato del braccio di quegl'infedeli, più facilmente l'avrebbe potuto opprimere, rigettò la proposizione, e piuttosto pensò a tirarne degli altri, non so se dalla Sicilia, o pure dall'Africa, giacchè non ignorava i trattati che si andavano facendo per muovere contro di lui l'armi di qualche potente principe cristiano. Infatti ne fece venir moltissime bande, che approdarono a Taranto e ad Otranto nel mese di maggio. Poscia nel seguente luglio li mandò addosso alla Campania romana, ed egli stesso (seguita a dire lo Spinelli) andò in Romagnia, e tutta la voltò sossopra. Col nome di Romagnia altro non si dee intendere, se non la Romania greca, dove per difesa del despota suo suocero, Niceforo Gregora [Niceph. Gregora, Histor.] confessa che il re Manfredi spedì le sue truppe. Nulla poi parlando Saba Malaspina, storico pontificio di questi tempi, d'invasione fatta da Manfredi negli Stati della Campania, suddita della Chiesa, questa si può sospettare insussistente, oppur cosa di poco momento. In questi tempi il partito ghibellino della Lombardia, Toscana e marca d'Ancona, fatto ricorso al patrocinio di Manfredi, trovò buona accoglienza nella sua corte. Poche erano le città, i cui popoli non fossero guasti dalle pazze parzialità, e però divisi fra loro. Insigne ed ostinata era questa divisione nella marca suddetta [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 2.]; ed avendo i Ghibellini implorata l'assistenza di Manfredi, egli spedì colà Percivalle da Oria suo parente con della cavalleria, il quale trovò resistente a' suoi comandamenti la città di Camerino. L'ebbe finalmente a patti; ma quel popolo da lì a poco per paura di lui se ne fuggì, lasciandola abbandonata. Ancor qui la storia è molto digiuna. Ma non così quella di Toscana. Perchè i ghibellini fuorusciti di Firenze s'erano ritirati a Siena, città della stessa fazione, i Fiorentini le mossero guerra [Ricordano Malaspina.]. Non aveano i Sanesi forze da potere resistere alla potenza di Firenze; per questo i fuorusciti, seguendo il consiglio di Farinata degli Uberti, lor capo ed uomo accortissimo, spedirono ambasciatori al re Manfredi per impetrar soccorso. Con gran fatica ne ottennero cento uomini d'armi tedeschi. Trovandosi poi essi fuorusciti a Siena, in tempo che i Fiorentini erano venuti a oste contra quella città, un dì avendo ben imboracchiata questa squadra d'ausiliari, consigliatamente la spinsero addosso al campo nemico, ad oggetto di maggiormente impegnare Manfredi alla lor difesa. Un fiero squarcio nelle masnade fiorentine fecero i Tedeschi caldi del vino; ma infine restarono tutti morti; e l'insegna di Manfredi, strascinata pel campo, fu poi trionfalmente recata in Firenze. Rimandarono i Sanesi e i fuorusciti i loro ambasciatori a Manfredi con venti mila fiorini d'oro; e raccontate le immense prodezze di quei pochi Tedeschi, e lo strapazzo fatto dai Fiorentini alla di lui bandiera, l'indussero a spedire in Toscana Giordano da Anglone, conte di San Severino, con ottocento cavalli. Con questo rinforzo, e coll'aiuto dei Pisani e degli altri ghibellini di Firenze, ebbero i Sanesi un corpo di mille ottocento cavalieri, la maggior parte tedeschi, e sparsero voce di voler assediare Montalcino.

Per mezzo di due frati minori ingannati fece nello stesso tempo lo scaltro Farinata segretamente intendere ai rettori di Firenze, che quei di Siena darebbono loro una porta della città, purchè loro facessero un regalo di diecimila fiorini, e venissero con grande esercito a prenderne il possesso, sotto la finta di andare a fornir Montalcino. Caddero nella ragna i Fiorentini. Richiesero la loro amistà, ed avuta gente da Bologna, Lucca, Pistoia, Samminiato, San Geminiano, Volterra, Perugia ed Orvieto, misero insieme un'armata di più di trenta mila persone, e v'ha chi la fa ascendere sino a quaranta mila [Chron. Sanense, tom. 15 Rer. Ital.]. Col carroccio e con fasto grande, come se andasse ad un trionfo infallibile, si mosse l'oste fiorentina; ed arrivata che fu a Montaperti nel dì 4 di settembre, in vece di veder comparir le chiavi di Siena, eccoli uscirle addosso colla cavalleria tedesca tutto il popolo di Siena in armi ed attaccar battaglia. Non s'aspettavano i Fiorentini un incontro sì fatto; pure, ordinate le schiere, si accinsero al combattimento; ma perchè molti traditori, ch'erano nel campo loro, passarono in quel de' Sanesi, atterrita la cavalleria fiorentina, si levò tosto di mezzo colla fuga, lasciando la misera fanteria alla discrezion de' nemici. La mortalità di questi si fa ascendere da Ricordano a due mila e cinquecento; da altri a quattro mila. De' rimasti prigioni Ricordano parla solamente di mille e cinquecento di quelli del popolo, e de' migliori di Firenze e di Lucca; il che non può stare. Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 4.] ne fa presi fin quindici mila; e questo par troppo. Eccede poi ogni credenza il dirsi negli Annali di Pisa [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] che dieci mila furono gli estinti e ventimila i prigionieri. Quel che è certo, la sconfitta fu grandissima e delle più memorande di questi tempi; e tale si compruova dagli effetti: il che suol essere il più veridico segno delle grandi o picciole sconfitte. Sì sbigottita, sì infievolita restò per questo colpo la città di Firenze, che le nobili famiglie guelfe, per non soggiacere agl'insulti de' vincitori Ghibellini, senza pensar punto alla difesa, come avrebbono potuto fare, sloggiarono e andarono a piantar casa in Lucca. Fecero il simile i Guelfi di Prato, di Pistoia, di Volterra, di San Gemignano e d'altre terre e castella di Toscana coll'abbandonar le loro patrie, le quali si cominciarono da lì innanzi a reggere a parte ghibellina. Nel dì 17 di settembre entrò il conte Giordano colle sue brigate, e cogli usciti Fiorentini nella città di Firenze; ed appresso, avendo dovuto tornare in Puglia, lasciò per vicario in Toscana Guido Novello de' conti Guidi. Tennesi in Empoli un parlamento dai Sanesi, Pisani, Aretini, e dagli altri caporali ghibellini, dove uscì fuori la matta proposizione di distruggere affatto Firenze, come principal nido della parte guelfa. Guai se non v'era Farinata degli Uberti, che caldamente si opponesse a sì cruda voglia; quella bella città era sull'orlo della totale sua rovina. Insomma gran cambiamento di cose avvenne in quest'anno in Toscana, perchè, a riserva di Lucca, tutta quella provincia trasse a parte ghibellina. Erasi, come dicemmo, ritirato Alberico da Romano con tutta la sua famiglia nel castello di San Zenone sui confini del Trivisano, fabbricato con tal cura, che per fortezza inespugnabile era tenuto da tutti [Roland., lib. 2, cap. 13.]. Ma i Trivisani, ricordevoli delle tante ingiurie ricevute da questo tiranno, e ansiosi di sradicar dal mondo la terribile e micidial razza de' signori da Romano, uscirono in campagna sul principio di giugno, e, ricevuti soccorsi da Venezia, Padova, Vicenza e da altri luoghi, strinsero d'assedio il suddetto castello, e cominciarono a tempestarlo colle petriere e con tutte le macchine e ordigni di guerra, che si usavano in questi tempi [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Tuttociò a nulla avrebbe servito, se non si fosse adoperata un'altra più possente macchina, cioè l'oro, con cui Mesa da Porcilia, ingegnere, oppur comandante della cinta inferiore d'esso castello si lasciò guadagnare. Sovvertì costui alquanti Tedeschi del presidio, i quali nel dì 25 d'agosto in un assalto fingendo di difendere, aiutarono gli assedianti ad impadronirsi di quelle fortificazioni. Disperato Alberico si rifugiò colla moglie e co' suoi figliuoli nella torre superiore; ed affinchè si salvassero i suoi uomini, giacchè sapea che la festa era fatta per lui, diede loro licenza di rendersi a buoni patti. Nel dì 26 del mese suddetto fu consegnato Alberico con sua moglie Margherita, e quattro suoi figliuoli maschi e due figliuole, in mano de' vincitori che ne fecero gran tripudio. Marco Badoero podestà di Trivigi tanto tempo lor concedette, quanto occorreva per confessarsi. Poscia sugli occhi del padre furono senza misericordia alcuna tagliati a pezzi gli innocenti fanciulli colla lor giovane madre; e finalmente colla morte di Alberico si diede fine a quella orrida tragedia. Obbliarono in tal congiuntura quei popoli le leggi dell'umanità; ma sì fiero era l'odio contro il tiranno, sì grande la paura, che, lasciando in vita alcun rampollo di così potente e crudel famiglia, a cui non mancavano parenti ed amici, potesse un dì risorgere in danno loro, che ad occhi chiusi la vollero sterminata dal mondo.

Celebre ancora fu l'anno presente per una pia novità, che ebbe principio in Perugia, chi disse da un fanciullo, chi da un romito, il quale asserì d'averne avuta la rivelazione da Dio [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital. Henric. Stero, Annal. Augustan.]. Predicò questi al popolo la penitenza, con rappresentar imminente un gravissimo flagello del cielo, se non si pentivano e non faceano pace fra loro. Quindi uomini e donne di ogni età istituirono processioni con disciplinarsi, ed invocare il patrocinio della Vergine madre di Dio. Da Perugia passò a Spoleti questa popolar divozione, accompagnata da una compunzione mirabile, e di là venne in Romagna. L'un popolo processionalmente, talora fino al numero di dieci e venti mila persone, si portava alla vicina città, e quivi nella cattedrale si disciplinava a sangue, gridando misericordia a Dio e pace fra la gente. Commosso il popolo di quest'altra città; andava poscia all'altra, di maniera che non passò il verno che si dilatò una tal novità anche oltramonti, e giunse in Provenza e Germania, e fino in Polonia. Nel dì 10 d'ottobre gl'Imolesi la portarono a Bologna [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], e venti mila Bolognesi vennero successivamente a Modena [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], altrettanti Modenesi andarono a Reggio e Parma, e così di mano in mano gli altri portarono il rito sino a Genova e per tutto il Piemonte. Ma Oberto Pelavicino marchese e i Torriani non permisero che questa gente entrasse nei territorii di Cremona, Milano, Brescia e Novara; e il re Manfredi anch'egli ne vietò l'ingresso nella marca d'Ancona e nella Puglia, paventando essi qualche frode politica sotto l'ombra della divozione: del che fa gran doglianza il Monaco Padovano [Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Gli effetti prodotti da questa pia commozion de' popoli furono innumerabili paci fatte fra i cittadini discordi, colla restituzion della patria ai fuorusciti; e le confessioni e comunioni, che erano assai trascurate in così barbari tempi; e le conversioni, non so se durevoli, delle meretrici, degli usurai, e di altri malviventi e ribaldi; e l'istituzione delle confraternite sacre in Italia, che, a mio credere [Antiq. Ital., Dissert. LXXV.], ebbero allora principio sotto nome di compagnia dei Divoti o dei Battuti, con altri beni concernenti il miglioramento delle pietà e dei costumi, troppo allora disordinati nelle città italiane. Ma perciocchè tal divozione nacque e si diffuse senza l'approvazione del sommo pontefice, nè mancavano in essa disordini per la confusion degli uomini colle donne [Longin., Hist. Polon., lib. 7.], per gli alimenti di tanti pellegrini, o per la mischianza ancora di alcuni errori, venne essa meno in poco tempo, e fu anche riprovata da molti. Perchè i Bolognesi non voleano rendere gli ostaggi de' Romani, se prima non era messo in libertà Castellano d'Andalò lor cittadino, senatore di Roma [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] papa Alessandro IV sottopose in quest'anno all'interdetto la lor città, per cui si partirono molti cherici, e li privò eziandio dello Studio. S'accrebbero per questo le dissensioni civili in quella città fra non poche famiglie nobili, e ne seguirono combattimenti ed ammazzamenti. Tali discordie non dimeno non impedirono che, essendo venuti all'armi i Guelfi e Ghibellini di Forlì, non accorresse colà l'esercito dei Bolognesi, con far prigioni e condurre a Bologna assaissimi della fazion ghibellina. La Cronica Bolognese ha che, in occasione della divozion de' Battuti, ossia de' Flagellanti, giunta a Roma, quel popolo rilasciò tutti i prigioni, e fra gli altri la famiglia del suddetto Castellano; e ch'egli medesimo ebbe la sorte di potersene fuggire. Ma, o forse tal fuga accadde nell'anno seguente, oppure non per questo i Bolognesi s'indussero a licenziar gli ostaggi, volendo prima che fosse rifatto il danno e rimediato all'affronto. Circa questi tempi, per opera di un giovane tedesco, Monte di Trapani in Sicilia si ribellò al re Manfredi [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 5.]; e, portatosi a quella volta Federigo, ossia Festo Maletta vicario del re, vi fu proditoriamente ucciso dal medesimo Tedesco. Ma accorsovi il marchese Federigo Lancia, capitan generale della Sicilia, obbligò quel popolo alla resa. Durava tuttavia lo sdegno del marchese Oberto Pelavicino contra de' Piacentini, dappoichè era stato scacciato dalla signoria di quella città. Fu rimessa la decisione di tal controversia [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] in Buoso da Doara e in Martino dalla Torre, i quali proferirono un assai ragionevole laudo. Ma i cittadini di Piacenza nol vollero accettare. Irritato per questo il marchese Oberto, formato un esercito di Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Astigiani, Cremaschi e Comaschi, ostilmente entrò nel distretto di Piacenza, ed, impadronitisi del castello di Ponte Nura, con farvi prigioni ducento settanta uomini, dopo averlo ben guernito e fortificato, se ne tornò a Cremona. Tolto fu loro anche Noceto dai fuorusciti; ed avendo spedito colà alcune squadre d'armati per ricuperarlo, furono queste sconfitte, e bruciati poi e presi altri luoghi nel distretto di Piacenza. Per le quali disavventure si trattò di nuovo di pace, e tornarono i Landi e Pelavicini fuorusciti in quella città.


MCCLXI

Anno diCristo mcclxi. Indizione IV.
Urbano IV papa 1.
Imperio vacante.

Dimorava tuttavia in Viterbo papa Alessandro IV, quando Iddio il chiamò a miglior vita nel dì 25 di maggio dell'anno presente [Henric. Stero. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Nangius, et alii.], per premiare la sua placida pietà e rara umiltà, per le quali virtù egli si astenne sempre dall'imbrogliare il mondo con guerre: sebbene riportò per questo il titolo di semplice e di troppo buono da chi o non assai conosce lo spirito della Chiesa, od è pieno solamente dello spirito del mondo. Raunaronsi i cardinali per l'elezione del successore. Erano solamente otto, e neppur queste otto teste seppero per più di tre mesi accordarsi ad elegger alcun di loro: tanto avea saputo penetrare in quel piccolo drappello la discordia e l'invidia. Per accidente capitò alla sacra corte Jacopo patriarca di Gerusalemme, nato bensì in Troia di Francia, di padre plebeo [S. Antonin., P. III, tit. 19.], ma di elevato ingegno, di molta prudenza, di gran sapere e d'altre belle doti ornato, per le quali era già salito in alto, e meritò ancora di giugnere al non più oltre. Giacchè apparenza non si vedeva che i cardinali dal lor grembo cavassero un nuovo papa, s'avvisarono essi di sollevare alla cattedra di san Pietro il suddetto patriarca. Nel dì dunque 29 d'agosto l'elessero, ed egli assunse il nome di Urbano IV. Siccome uomo di petto e di massime diverse dal suo predecessore, non tardò a far conoscere il suo sdegno contra di Manfredi, occupatore del regno di Sicilia, e a preparare i mezzi per abbatterlo. Il Rinaldi, seguitando il Summonte autore moderno, e gli slogati racconti di Matteo Spinelli, crede [Raynald., in Annal. Eccles.] che in quest'anno Roberto conte di Fiandra venisse in Italia con buon esercito, e spedito dal pontefice minacciasse d'entrare in Puglia, a cui si opponesse colle sue forze Manfredi. Se questo accadesse veramente nell'anno presente, io non ardirei di asserirlo. Abbiamo bensì di certo che, trovando esso papa Urbano sì sminuito il collegio dei cardinali, nel dicembre di quest'anno fece una promozione al cardinalato di nove personaggi, insigni non meno per la bontà della vita che per la letteratura. Quanto a Manfredi, circa questi tempi egli cominciò un trattato d'alleanza con Jacopo re d'Aragona, esibendo al di lui figliuolo Pietro per moglie Costanza, a lui nata da Beatrice figliuola di Amedeo conte di Savoia, e sua prima moglie. Gli offeriva anche dote grossa. Il non aver Manfredi figliuoli maschi fece in fine credere assai vantaggioso questo partito agli Aragonesi. E quantunque il papa facesse di grandi maneggi per disturbar tali nozze, pure si conclusero, e Costanza nobilmente accompagnata passò a Barcellona nell'anno seguente. Uno strano accidente occorse pure circa questi tempi in Sicilia. All'osservare alcuni che un certo pitocco, per nome Giovanni da Cocchiera, ossia da Calcara, uomo assai attampato [Sabas Malaspina. Continuator Nicolai de Jamsilla. Barthol. de Neocastro.], rassomigliava forte nelle fattezze al defunto imperador Federigo II, cominciò una voce, che s'andò sempre più ingrossando, che Federigo era vivo. Negava il pezzente d'essere tale; ma non mancarono persone che per loro fini particolari l'indussero in fine a spacciarsi per desso: cosa che cagionò dei gravi tumulti per tutta l'isola. Si ritirò costui nella città di Agosta, e quivi cominciò a trattarsi da principe, e a sostener bene il suo personaggio nella commedia con folla di gente bassa che gli prestava fede. Ma Riccardo conte di Marsico prese così ben le sue misure, che trucidati alcuni dei suoi partigiani, e sbandati gli altri, diede all'impostore quel guiderdone che conveniva al suo merito. Si trasferì poscia in Sicilia il re Manfredi, per quetare i moti di quei popoli, e specialmente di chi mirava di mal occhio la casa di Suevia. Tenne un general parlamento in Palermo, ricevette de' considerabili donativi, ne fece egli degli altri secondo il suo costume, e con ciò risorse dappertutto la pace.

Passò quest'anno per Milano il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, che veniva di Francia [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 297.]. Ne partì mal soddisfatto de' Torriani, e seco condusse alla corte pontificia Ottone della nobil casa de' Visconti di Milano, che era allora solamente canonico nella terra di Desio; Ottone, dissi, che vedremo in breve arcivescovo di Milano. Giunto in Bologna esso cardinale [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], per commissione avutane dal papa, trattò della liberazion degli ostaggi romani; ed ottenutala, levò l'interdetto alla città, e restituì tutti i privilegii a quei cittadini. Fecero in quest'anno lega i nobili usciti di Milano col comune di Bergamo; nè solamente furono ammessi in quella città, ma insieme con essi, passato il fiume Adda, presero ed incendiarono Licurti castello de' Milanesi. Allora il popolo di Milano tutto in armi uscì in campagna, pieno di mal talento contra de' Bergamaschi, i quali, senza voler aspettare la lor visita, spedirono tosto per aver pace. L'ottennero, ma a condizione di rifar tutti i danni al popolo di Licurti, e di licenziare i nobili milanesi: il che ebbe effetto. Si ridussero molti di que' nobili a Brianza, ed occuparono il castello di Tabiago; ma corso colà Martino dalla Torre con buono sforzo di gente, obbligò i difensori alla resa, e tutti li condusse incatenati nelle carceri di Milano. In quest'anno Giacomazzo dei Trotti e parecchi altri, già stati della fazione di Salinguerra, fecero in Ferrara [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.] una congiura contra di Azzo VII marchese d'Este loro signore. Scoperta la trama, e presi, lasciarono il capo sopra il patibolo. Nella Cronica di Bologna ciò viene riferito all'anno seguente. Nella città d'Asti ebbe principio una fiera nimicizia tra i Solari e i Gruttuarii [Guillelmus Ventur., tom. 16 Rer. Ital.], due principali famiglie d'essa città, per cui seguirono molti omicidii, ed altri gravi sconcerti, che durarono anni parecchi. Essendosi il popolo di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] di già accordato col marchese Oberto Pelavicino, in quest'anno gli diede la signoria della città per quattro anni avvenire, ed egli ne venne a prendere il possesso con grandioso accompagnamento, e poi se ne tornò a Cremona. Visconte Pelavicino suo nipote, lasciato da lui suo vicario in Piacenza, da lì a non molto ito con ischiere armate a Tortona, indusse quel popolo a mettersi nella stessa maniera sotto la signoria del marchese Oberto suo zio. Tolta fu in quest'anno ai Latini la città di Costantinopoli dai Greci [Raynald., Annal. Eccles.]. Vi entrò Michele Paleologo, il quale s'era fatto proclamare imperador d'Oriente. Baldovino imperadore latino sulle navi de' Veneziani fuggito, si ritirò a Negroponte. Nè si dee tacere una vergognosa azione dei Genovesi d'allora [Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]. L'implacabile odio che essi aveano conceputo contra dei Veneziani per la rotta lor data ad Accon, congiunto coll'avidità del guadagno, li spinse a far lega con esso Paleologo, il qual diede loro in premio la città di Smirna con varie esenzioni e privilegii [Monach. Patavinus, in Chron.]. Un forte aiuto per questo di galee, navi e gente contribuirono essi Genovesi al Greco per debellare i Latini. Furono perciò scomunicati da papa Urbano; ma essi più che mai continuarono a far quanto di male poterono ai Veneziani. In Toscana [Ricord. Malaspina, cap. 171.] il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi, nel mese di settembre coi ghibellini toscani fece oste contra di Lucca, rifugio de' Guelfi sbanditi. Tolse a quel comune Castelfranco, Santa Maria a Monte e Calvoli; ma non potè aver per assedio Fucecchio. Non veggendo i suddetti fuorusciti fiorentini rimedio alcuno alle loro calamità, si avvisarono di spedire in Germania a chiamar Corradino, figliuolo del già re Corrado, acciocchè venisse in Italia, per opporlo al re Manfredi; ma non vi acconsentì la regina sua madre, tra per l'età troppo giovanile del figliuolo, e per la conoscenza della difficoltà dell'impresa. Benchè Dio avesse liberata la marca di Trivigi ossia di Verona, dalle barbariche mani della casa da Romano, pure i Veronesi [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] seguitavano la lor persecuzione contra di Lodovico conte di San Bonifazio. Ora questi nell'anno presente con altri fuorusciti di Verona, e il marchese Azzo Estense coi Ferraresi ostilmente si mossero, ed arrivarono fin cinque miglia presso a Verona, con credenza di poter entrare in quella città, dove probabilmente aveano delle intelligenze. Andò loro fallito il colpo. Nel tornarsene indietro s'impadronirono di Cologna, Sabbione, Legnago e Porto. Queste ultime due terre da lì a nove mesi tornarono sotto la signoria di Verona. Fu istituito in quest'anno in Bologna [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna nell'indice.] l'ordine militare della B. Vergine Maria da Loteringo di Andalò e Gruamonte de' Caccianemici nobili bolognesi, da Schianca de' Liazari e Bernardino da Sesso, nobili reggiani, e da Rinieri degli Adelardi, nobile modenese, co' quali s'unirono molti altri nobili di esse città. Furono appellati dal popolo frati gaudenti, ossia godenti, perchè teneano le lor mogli e possedevano i lor beni senza fatica o pericolo alcuno, dandosi bel tempo, con godere intanto varii privilegii, diversamente da quel che praticavano i tre insigni ordini militari, istituiti in Terra santa. Col tempo venne meno quest'ordine, ma servì d'esempio ad istituirne degli altri, che tuttavia fioriscono ai nostri giorni.


MCCLXII

Anno diCristo mcclxii. Indizione V.
Urbano IV papa 2.
Imperio vacante.

Durava tuttavia la contesa dell'imperio fra Riccardo conte di Cornovaglia ed Alfonso re di Castiglia, eletti amendue re in discordia, senza che il papa sopra ciò prendesse risoluzione alcuna, per timore di disgustar l'uno, se favoriva l'altro [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Impazientatisi per così lunga e perniziosa vacanza alcuni principi di Germania, inclinavano già ad eleggere Corradino di Suevia, figliuolo del re Corrado. Giuntane la notizia al pontefice Urbano IV, scrisse agli elettori delle forti lettere, affinchè non facessero questo passo, tanto abborrito dalla corte romana, con intimar la scomunica a chiunque contravvenisse. Altre misure prese nello stesso tempo per abbattere in Italia il re Manfredi. Leggesi una sua lettera a Jacopo re d'Aragona, il quale avea scritto al papa per rimettere in grazia di lui esso Manfredi, giacchè questi, sì bramoso di pace, non trovava se non durezze nella corte pontificia. Urbano rigetta sopra di Manfredi tutta la colpa del non essersi fatta la pace, e si diffonde in iscreditarlo per quanto può, cominciandolo dagl'indecenti suoi natali, ad esagerando varie sue colpevoli azioni, vere o credute vere, con esortare infine il re ad astenersi dalle nozze della figliuola di Manfredi con suo figliuolo don Pietro, e a non proteggere un palese nemico della Chiesa romana. La lettera è scritta in Viterbo nel dì 26 di aprile; e da essa apparendo che non era per anche effettuato il matrimonio di Costanza coll'infante don Pietro, è fallace chi lo riferisce all'anno 1260. Fece di più il pontefice. Cercò ancora di mandare a terra co' suoi maneggi la lega fatta da Lodovico IX, poi santo re di Francia, col suddetto re d'Aragona, e il progettato matrimonio d'Isabella figliuola dell'Aragonese con Filippo primogenito d'esso re Lodovico, quantunque con gran pompa ne fossero stati solennizzati gli sponsali. Il matrimonio nondimeno si fece, dappoichè furono date sicurezze al papa di non dar assistenza alcuna nè agli Aragonesi, nè a Manfredi in pregiudizio della santa Sede. Ma il maggior colpo di politica adoperato dalla corte romana fu di esibire a quella di Francia il regno della Sicilia. Pose il papa di nazion franzese gli occhi sopra Carlo conte d'Angiò e Provenza, parendogli il più atto a questa impresa; e perocchè egli era fratello del re Lodovico, ne trattò a dirittura col re medesimo, con fargli gustare la bellezza e la facilità dell'acquisto. Da una lettera del papa si scorge che il re, siccome principe di delicata coscienza, non sapeva accomodarsi alla proposizione, per timor di pregiudicare ai diritti dell'innocente Corradino, discendente da chi avea con tanti sudori ricuperato quel regno dalle mani degl'infedeli, e agli altri diritti che avea acquistato Edmondo figliuolo del re d'Inghilterra per l'investitura della Sicilia a lui data dal defunto papa Alessandro IV. Ma il pontefice gli levò questi scrupoli di testa, e andò disponendo anche l'animo di Carlo conte d'Angiò a così bella impresa.

Teneva Martino dalla Torre [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 298. Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] nelle carceri una gran copia di nobili milanesi, fatti prigioni nell'anno precedente. Fu messo in consiglio che si avesse a far di loro. Erano di parere alcuni de' popolari che, con levarli di vita, si togliesse lor l'occasione di far più guerra alla lor dominante fazione. Martino rispose: Quanto a me, non ho mai saputo far un uomo, nè generar un figliuolo. Però neppur voglio ammazzare un uomo. Seguendo questa onorata massima, li mandò tutti ai confini, chi a Parma, chi a Mantova e Reggio. Il popolo di Alessandria in questo anno si riconciliò coi suoi fuorusciti, e li rimise in città, con prendere per podestà il conte Ubertino Landi Piacentino [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma nel novembre la famiglia del Pozzo fu forzata ad uscire di quella città. I Sanesi [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.], che nell'anno addietro si erano impadroniti di Montepulciano, e vi aveano fabbricato un cassero, cioè una fortezza, nel presente scacciarono dalla lor città la parte guelfa. Intanto il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi in Toscana [Ricordano Malaspina, cap. 173.], a petizione de' Pisani, e colle lor forze ancora, tornò a far oste sopra le terre de' Lucchesi. Prese Castigliano, sconfisse l'esercito lucchese e gli usciti di Firenze, e fece molti prigioni. Ebbe dipoi il castello di Nozzano, il ponte a Serchio, Rotaia e Sarzana. Negli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] si veggono diffusamente narrati i fatti de' Pisani contra de' Lucchesi, e non già sotto l'anno presente, ma bensì sotto il susseguente, per cagione probabilmente della differente era: il che vien anche attestato da Tolomeo da Lucca [Ptolomeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.]. Perciò nell'anno, a mio credere, seguente, il comune di Lucca, al vedersi così spelato, e col timore anche di peggio, e inoltre per desiderio di riavere i suoi prigioni, molti de' quali, presi nella rotta di Monte Aperto, penavano tuttavia nelle carceri di Siena, segretamente cominciò a trattare col conte Guido di fare i suoi comandamenti. Si convenne dunque che Lucca riavesse i suo prigioni e le sue castella; che entrasse nella lega dei Ghibellini di Toscana; e che prendesse vicario, coll'obbligo di cacciar dalla città gli usciti di Firenze, ma non già alcuno de' suoi cittadini. Ciò accordato ed eseguito, non rimase, in Toscana città nè luogo che non si reggesse a parte ghibellina; e nulla giovò che il papa vi mandasse per suo legato il cardinal Guglielmo, con ordine di predicar la croce contra degli uffiziali del re Manfredi. Per questa cagione gli usciti Fiorentini colle lor famiglie dopo molti stenti si ridussero a Bologna, città che gli accolse con molto amore. Tolomeo da Lucca mette questi fatti all'anno seguente. L'esempio del marchese Oberto Pelavicino, divenuto signore di Cremona, Brescia, Piacenza ed altre città, e quello di Martino dalla Torre, dominante in Milano, servì ai Veronesi per creare in quest'anno [Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] capitano della loro città Mastino della Scala: dignità che portava seco la signoria. Così la famiglia della Scala diede principio al suo dominio in quell'illustre città. Deposero i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.] nell'anno presente il loro capitano Guglielmo Boccanegra, venuto già in odio del popolo, perchè a guisa di tiranno s'era dato a governar la città; e presero per podestà Martino da Fano dottore di leggi. Essendo mancata in Guglielmo figliuolo di Paolo la potente e nobil casa da Traversara in Ravenna, e rimastavi una sola figliuola, per nome Traversana [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.], Stefano, figliuolo di Andrea re d'Ungheria e di Beatrice Estense, la prese per moglie, e n'ebbe in dote quell'ampia eredità. Stava questo povero principe [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.] nella corte del marchese Azzo VII d'Este, suo zio materno, che il trattava da par suo, giacchè il re Bela suo fratello barbaramente gli negava fino il vitto e il vestito. Si truova egli negli strumenti d'allora [Antiquit. Italic., Dissert. XIV.] intitolato dux Sclavoniae, e presso Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.] dominus domus Traversariorum. Toltagli poi questa moglie dalla morte, passò alle nozze con Tommasina della nobil casa Morosina di Venezia, che gli partorì Andrea; e questi poi fu re d'Ungheria.


MCCLXIII

Anno diCristo mcclxiii. Indizione VI.
Urbano IV papa 3.
Imperio vacante.

Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari e i Saraceni desolavano quel poco che loro restava, e colle scorrerie giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque rimedio a tanti malanni, il pontefice Urbano scriveva caldissime lettere al santo re di Francia Lodovico, richiedeva, ed anche minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti, che il papa, col non volere dar pace al re Manfredi in Italia, nè permettere l'esaltazione di Corradino in Germania (mentre Alfonso re di Castiglia e Riccardo d'Inghilterra contendevano tuttavia fra di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa citò di nuovo Manfredi a comparire [Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.], per giustificarsi, se potea, di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno; ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la fortuna di essere ascoltate [Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Anzi furono interpretati per frodi ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva con lui; e intanto, secondo la Cronica di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], con cui va d'accordo Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.], o era conchiuso, o certamente era vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e Puglia a Carlo conte d'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia. Accomodossi anche a tal contratto il buon re di Francia Lodovico IX, perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello, dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia. Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancora Beatrice sua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante impresa. Secondo gli Annali di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.], la flotta genovese, composta di trentotto galee, siccome collegata con Michele Paleologo, nuovo imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli; e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro galee de' Genovesi. Mancò di vita nell'anno presente, per attestato di Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.], Leone da Perego arcivescovo di Milano nella terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesse Raimondo dalla Torre, fratello di Martino signore di Milano, che era allora arciprete di Monza, e l'altra Uberto da Settala canonico ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi, con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte pontificia era il governo e dominio dei Torriani e del marchese Oberto Pelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però trovandosi col cardinale Ottaviano degli Ubaldini Ottone visconte, ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano: cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che non s'ingannò. Gli Annali Milanesi [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] ed altri autori mettono prima di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.

Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone in Lombardia [Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo milanese elesse in suo signore il di lui fratello Filippo. Morì poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero dominio anche di quella città. Parimente in Verona [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] Mastino dalla Scala maggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa; nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare, per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna [Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], per le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditi più di ducento tra nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de' Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città, con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano, il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de' Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna, vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.] che anche in Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], vegniamo a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processi contra Ubertum Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam nobiles ac magnates provincia e Lombardiae, cioè contra le città e i principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi era della parte guelfa.

Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni, cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivano di tanto in tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma. Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli, e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de' cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora, ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali: il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle quali diffusamente parla Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Angl.], con esprimere le cattive conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi i mali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi; e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio, se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino. Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora? Secondo la Cronica di Siena [Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si riscattarono.


MCCLXIV

Anno diCristo mcclxiv. Indizione VII.
Urbano IV papa 4.
Imperio vacante.

L'anno fu questo in cui il romano pontefice Urbano IV istituì la festa del Corpo di Cristo [Raynald., in Annal. Eccl.]. E perciocchè egli finalmente si avvide che il fulmine degli interdetti, sì allora frequenti, si volgeva in danno della santa religione, e raffreddava anche i buoni nel culto di Dio e negli esercizii della pietà, temperò il rigor di quel rito, incognito per tanti secoli alla Chiesa di Dio, e introdotto solamente per castigar popoli cattivi, e non già popoli innocenti, con permettere a porte chiuse ed esclusi gli scomunicati, l'uso delle messe e de' sacramenti. Se non nel precedente anno, certamente nel presente, fu stabilito l'accordo fra il pontefice e Carlo conte d'Angiò e di Provenza. Siccome fu accennato di sopra, avea prima esso papa esibito il regno di Sicilia e Puglia al santo re di Francia Lodovico IX per uno de' suoi figliuoli; ma questi non volle accudire a sì fatto acquisto, in cui conveniva adoprar l'armi per levarlo a Corradino, che vi avea sopra delle buone ragioni, e per dispossessarne Manfredi, amendue principi cristiani. Contentossi bensì che il suddetto Carlo suo fratello accettasse l'offerta fattagli dal pontefice con quelle condizioni che si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Accadde che in questi tempi saltò in testa al popolo romano di volere per senatore e capo un principe potente. Una parte proponeva il re Manfredi; un'altra il conte d'Angiò e di Provenza; e fu ancora proposto Pietro primogenito di Jacopo re di Aragona. Al papa non piacque tal novità per giusta paura che un principe di molta possanza pregiudicasse di troppo all'autorità temporale pontificia in Roma, e massimamente se la dignità fosse conferita in vita al nuovo senatore. Il perchè egli stesso, per escludere gli altri due mal veduti concorrenti, aiutò l'esaltazione del conte Carlo sua creatura al grado senatorio, ma con certi patti ch'egli non ebbe difficoltà di accettare, perchè altrimenti protestava il papa di non volergli attener la promessa del regno di Sicilia [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.]. Acconciati che furono questi affari, spedì Carlo a Roma un suo vicario a prendere il possesso della dignità senatoria. Non erano ignoti a Manfredi questi trattati del papa tendenti alla sua rovina; e però anch'egli cominciò a far de' preparamenti. Nè solamente si tenne sulla difesa, ma diede principio alle offese, con inviare un grosso corpo di Saraceni e Tedeschi sul territorio romano, e con tirare nel suo partito Pietro da Vico, signor potente nelle parti del Patrimonio di San Pietro [Continuator Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Fu occupata dall'armi di Manfredi la città di Sutri, e ricuperata da Pandolfo conte dell'Anguillara colla rotta da' Saraceni. Per esso Manfredi in Roma stessa il partito de' Ghibellini andava macchinando delle sedizioni, e Riccardo degli Annibaldi s'impadronì d'Ostia. Mandarono a voto le trame e i tentativi del suddetto Pietro da Vico, che, avendo intelligenza in Roma, si pensava di potervi entrare. Restò costui sconfitto dai Romani. E quantunque l'esercito di Manfredi sotto il comando di Percivalle d'Oria avesse preso molte castella, pure in vicinanza di Rieti ebbe una grave percossa dall'esercito pontificio crocesignato: giacchè Urbano avea fatta predicar la croce contra di Manfredi, assolvendo chiunque l'avea presa per andar contro gl'infedeli, purchè militasse contra di questo più vicino nemico.

Succederono altri combattimenti, ora prosperi ed ora contrarii, secondo l'uso della guerra, ch'io tralascio, per dire che intanto, dopo essersi trattenuto papa Urbano circa due anni in Orvieto, ben trattato e ricevuto da quel popolo, gli convenne infine ritirarsene mal soddisfatto. Perchè gli Orvietani presero il castello di Bizunto e lo ritennero per sè contro la volontà del papa, egli se ne partì e andò a Perugia. Infermatosi per istrada, appena fu giunto in quella città, che diede fine a' suoi giorni, nel dì due d'ottobre; e fu creduto [Ricordano Malaspina, cap. 175.] che una gran cometa, la quale cominciò a vedersi d'agosto, e sparve allorchè egli mancò di vita, avesse predetta la sua morte. Le azioni illustri di questo pontefice si veggono descritte in versi da Teodorico di Valcolore [Theodericus Vallicolor., P. I, tom. 3 Rer. Ital.], dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.] e da altri. Vacò dipoi la santa Sede quattro mesi e cinque giorni, non potendosi accordare i cardinali nell'elezione del successore, benchè tempi sì pericolosi e sconcertati esigessero un pronto rimedio. In quest'anno ancora Azzo VII marchese d'Este [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], mentre governava in istato pacifico la città di Ferrara, pagò il tributo della natura, correndo il dì 17 di febbraio, nell'anno cinquantesimo di sua età, e ventesimoquarto del suo principato in Ferrara: principe di gloriosa memoria per l'insigne sua pietà, per la sua clemenza e per altre virtù, costantissimo sempre nel partito della Chiesa, contro tutti gli sforzi di Federigo II Augusto, di Eccelino e d'altri suoi nemici. Leggonsi le sue lodi presso il Monaco Padovano. L'autore della Cronica picciola di Ferrara [Chron. Parvum Ferrariens., tom. 8 Rer. Ital.], tuttochè gran Ghibellino, confessa che chiunque ancora de' Ferraresi era della fazion ghibellina, con vere lagrime onorò la di lui sepoltura. Di due Beatrici Estensi monache, le quali per le loro virtù meritarono il titolo di beate, l'una fu sua sorella, l'altra figliuola. Lasciò egli erede dei suoi Stati Obizzo suo nipote, nato dal figliuolo Rinaldo, a lui premorto. Appena fu ritornato il popolo dal di lui funerale, che nella piazza si tenne un general parlamento, dove di comun consenso fu proclamato signor di Ferrara il suddetto marchese Obizzo [Antichità Estensi., P. II, cap. 2.], a cui fu conferito un'ampia balìa. Secondo gli Annali Vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], e per attestato d'altri scrittori [Chronic. Parmens., tom. 9 Rer. Ital. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], circa la metà di dicembre, la fazione degli Aigoni, cioè de' Guelfi di Modena, capi de' quali erano Jacopino Rangone e Manfredi dalla Rosa, cacciò fuori della città la parte ghibellina, appellata de' Grasolfi. Accorsero nel dì seguente in aiuto d'essi Guelfi il marchese d'Este, cioè Obizzo suddetto, con assai brigate di Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio co' Mantovani. Abbiamo da Ricordano Malaspina [Ricordano Malaspina, cap. 174.] che anche i fuorusciti guelfi di Toscana, abitanti allora in Bologna, intervennero a questa cacciata de' Ghibellini da Modena, e vi restarono morti alcuni d'essi. Ed affinchè gli usciti non si ritirassero a Gorzano, quel castello fu preso e smantellato. La mutazion di Modena si tirò dietro quella di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Ivi ancora vennero alle mani i Guelfi coi Ghibellini. De' primi erano capi i Rossi. Finalmente, dopo varii combattimenti e bruciamenti di case, i Ghibellini si diedero per vinti nel dì 29 di dicembre, e furono eletti due podestà, cioè Giberto da Correggio e Jacopo Tavernieri, con licenziare Manfredi de' Pii da Modena, allora podestà, e Matteo da Gorzano parimente Modenese, eletto per l'anno venturo, che erano di fazion ghibellina. Ebbero origine i movimenti di queste due città dalla nuova già sparsa che Carlo d'Angiò conte di Provenza preparava un poderoso esercito per passare in Italia contra del re Manfredi, e in soccorso della parte guelfa. Di qui prese animo anche Filippo dalla Torre, signoreggiante in Milano [Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 300. Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], di abbracciare il partito de' Guelfi, con liberarsi del marchese Oberto Pelavicino, la cui condotta era già finita. Partissi da Milano con amarezza grande il Pelavicino, e giunto a Cremona, in odio dei Torriani fece prendere quanti mercanti milanesi passavano per Po. Unironsi ancora con lui i nobili fuorusciti di Milano, dacchè videro sempre più allontanarsi la speranza di rientrar nella patria. Seguì perciò guerra fra essi Torriani e il marchese Oberto, ma senza avvenimenti degni di memoria. Intanto si sottomisero volontariamente al dominio d'esso Filippo dalla Torre le città di Bergamo, Novara, Vercelli e Lodi, la qual ultima forse solamente ora, e non prima, come già Galvano dalla Fiamma ci avea fatto sapere, elesse per suo signore il suddetto Filippo.


MCCLXV

Anno diCristo mcclxv. Indizione VIII.
Clemente IV papa 1.
Imperio vacante.

Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi [Raynaldus. Annal. Ecclesiast.]), oppur nel dì cinque (come ha Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 22, cap. 50.]) di febbraio del presente anno fu eletto da' cardinali per successore di san Pietro Guido vescovo sabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux, poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio, e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia, dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere stato consecrato ed aver preso il nome di Clemente IV, andò a mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del regno di Sicilia e Puglia a Carlo conte di Provenza, e alla sua venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera dell'anno presente da Marsilia con venti galee, accompagnato da Luigi di Savoia, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi [Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 17.], tanto sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo, se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno, quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio [Bernard. Guidon., in Vita Clementis IV.], fece il conte Carlo la sua entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale, tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese a fortificarsi e premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno, mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della sua cavalleria e fanteria [Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Raynald., in Annal. Eccles.]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua consorte Beatrice, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal popolo romano.

Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic. Ricordano Malaspina, cap. 174.], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6 di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Cacca da Reggio, uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], seguì nell'anno presente una battaglia tra Guglielmo marchese di Monferrato e Oberto da Scipione, nipote del marchese Oberto Pelavicino, nell'Alessandrino presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per attestato di Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 28 Rer. Ital.], nel precedente anno 1264, nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de' crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi. La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti; quella di Bologna [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], che la dicono composta di cinque mila cavalli, quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generale Roberto figliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa nobiltà oltramontana. Trovò il marchese di Monferrato collegato, e i Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali, condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte Giordano [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia, nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio. Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in aiuto loro Obizzo marchese d'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi, diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino [Ricordano Malaspina, cap. 178.]. Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica, deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina [Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.], Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza contrasto passarono. Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.

Comunque sia, pervenuti i Franzesi sul Ferrarese, vi trovarono preparato dal suddetto marchese Obizzo un ponte sul Po, per cui valicarono il fiume. Scrive il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 20.] che dieci mila Bolognesi marciarono a Mantova in soccorso dell'armata franzese. Io non ne truovo parola negli scrittori d'allora, e neppur nelle Croniche di Bologna. Certo non sussiste il dirsi da Ricordano che l'esercito franzese passò per Parma. Con esso bensì andarono ad unirsi i Guelfi fuorusciti di Toscana in numero di più di quattrocento cavalieri, tutti riccamente guerniti d'armi e di cavalli, de' quali era condottiere il conte Guido Guerra. Passando poi per la Romagna, marca d'Ancona e Spoleti, se crediamo a Ricordano e ad altri autori, arrivarono finalmente a Roma circa le feste del Natale. Ma sapendosi che quell'esercito era tuttavia sul Bresciano verso la metà di dicembre, non può stare un sì frettoloso arrivo d'esso a Roma. Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 1.], dopo aver narrata la coronazione del conte Carlo fatta nel dì dell'Epifania dell'anno seguente, scrive: Jam Gallicorum post haec superveniens multitudo circumfluit; jam totus regis Karoli exspectatus exercitus Romam venit. Però verso la metà del gennaio susseguente dovette l'armata suddetta comparire alla presenza del suo signore in Roma. Avea fatto in questo anno, prima del fin qui mentovato successo, la città di Brescia [Malvecius, Chron. Brixian.] dei movimenti per sottrarsi alla signoria del marchese Oberto Pelavicino. Per questo presi alcuni di que' nobili, furono condotti nelle carceri di Cremona. Un segreto concerto fu fatto dipoi che Filippo dalla Torre, signor di Milano, di Bergamo e d'altre città, venisse con assai brigate a Brescia in un determinato giorno del mese d'agosto, per sostenere la sollevazione del popolo. Accadde che il Torriano, allorchè si disponeva per cavalcare a quella volta, sorpreso da subitaneo malore, cessò di vivere. Non per anche s'era data sepoltura al di lui cadavero nel monistero di Chiaravalle, che Napo ossia Napoleone dalla Torre suo parente si fece proclamare signor di Milano. Rimasero per questo accidente in grave sconcerto i Bresciani. Fecero bensì due tentativi per liberarsi dall'oppressione del Pelavicino, ma questi ridondarono solamente in loro danno. Moltissimi de' nobili furono presi e mandati a penar nelle prigioni di Cremona; ad altri non pochi fu, dopo i tormenti, levata la vita: il che sempre più accrebbe l'odio di quel popolo verso chi allora li signoreggiava.


MCCLXVI

Anno diCristo mcclxvi. Indizione IX.
Clemente IV papa 2.
Imperio vacante.

Prima di procedere coll'armi contro al nemico Manfredi, volle Carlo conte di Angiò e di Provenza essere solennemente coronato re di Sicilia e di Puglia. La funzione fu fatta per ordine di papa Clemente IV nella Basilica Vaticana [Raynald., Annal. Eccles. Ricord. Malaspina, Monach. Patavinus et alii.], correndo le festa dell'Epifania, ossia nel dì 6 di gennaio. Essendo stati spediti colà dal papa cinque cardinali apposta, ricevè il conte con Beatrice sua moglie la corona; e vi intervenne un'immensa folla di Romani, che compierono la festa con varie allegrezze e giuochi. Prestò il re Carlo allora il giuramento, e il ligio omaggio alla Chiesa romana pel regno di Sicilia di là e di qua dal Faro, di cui fu investito dal papa. Avrebbe avuto bisogno l'armata sua, che giunse nei giorni seguenti, di un lungo riposo, perchè arrivò a Roma sfiatata e malconcia pel lungo viaggio e per molti affanni patiti. Ma troppo era smunta la borsa del re Carlo, nè maniera aveva egli di sostentar tanta gente, avendo già consunte le grosse somme prese dai prestatori. Fece ben egli al pontefice istanza di soccorso d'oro, ma con ritrovare anche il di lui erario netto e spazzato al pari del suo. Però, ancorchè il verno non sia stagion propria per guerreggiare, massimamente per chi guida migliaia di cavalli; pure per necessità, e sulla speranza di provvedere al proprio bisogno colle spoglie de' nemici, durante ancora il mese di gennaio, intrepidamente col suo fiorito esercito marciò alla volta di Ceperano per entrare nel regno. Era con lui Riccardo cardinale di Sant'Angelo, legato del papa, per muovere i popoli a prendere la croce per la Chiesa. Non avea intanto Manfredi lasciato di far quanti preparamenti potea per ben riceverlo. Un grossissimo presidio ancora avea messo in San Germano, sperando che quel luogo facesse lunga resistenza al nimico, per aver tempo di ricever varii corpi di gente che si aspettavano dalla Sicilia, Calabria, Toscana ed altri luoghi. Fra le altre provvisioni avea situato al fiume Garigliano il conte di Caserta con grosse squadre per difendere quel passo. Ma agli animosi ed arditi Franzesi nulla era che potesse resistere; innanzi a loro camminava il terrore, perchè creduti non diversi dai paladini favolosi di Francia; e il verno stesso si vestì d'un'insolita placidezza per favorirli. Passarono i Franzesi il Garigliano per la proditoria ritirata del conte di Caserta. Fu preso a forza d'armi San Germano, e andò a fil di spada quasi tutta quella numerosa guarnigione, con incoraggirsi maggiormente i vincitori pel saccheggio, frutto sempre gustoso della vittoria. Aquino e la rocca d'Arci non fecero resistenza. Da così sinistri avvenimenti allora più che mai Manfredi venne a conoscere non poter egli far capitale alcuno sulla volubilità e poca fede de' regnicoli. V'erano fra questi non pochi che, ricordevoli delle crudeltà ed avanie di Federigo II e di suo figliuolo Corrado, odiavano la casa di Suevia; altri guadagnati dall'oro, e dalle promesse della corte di Roma e del re Carlo; altri infine amanti delle novità per la facile speranza di star meglio, oppur di crescere in fortuna. Contuttociò Manfredi senza avvilirsi attese a far le disposizioni opportune, e colle sue forze passato a Benevento, quivi si accampò. Non aveva egli tralasciato di mandar persona a parlare di accordo al re Carlo. La risposta di Carlo fu questa in franzese: Dite [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 5.] al sultano di Nocera (così appellava Manfredi, perchè si serviva de' Saraceni) ch'io con lui non voglio nè pace nè tregua; e che in breve io manderò lui all'inferno, o egli me in paradiso.

Non perdè tempo il re Carlo a muoversi verso Benevento, per trovare l'armata nemica, ardendo di voglia di decidere con un fatto d'armi la contesa del regno. Fu messo in disputa nel consiglio di Manfredi, se meglio fosse il tenersi solamente in difesa, tanto che arrivassero gli aspettati rinforzi, oppure il dar tosto battaglia, per cogliere i Franzesi stanchi e spossati per le marcie sforzate. Ossia che prevalesse l'ultimo partito, o che l'impaziente Carlo uscisse ad attaccare il nemico, ovvero che i Saraceni in numero di dieci mila, senza aspettarne il comandamento, movessero contra dei Franzesi [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Veronense, tom. 9 Rer. Ital.], a poco a poco nel dì 26 di febbraio dell'anno presente (chiamato 1265 da alcuni scrittori che cominciano alla fiorentina l'anno nuovo solamente nel dì 25 di marzo) s'impegnarono le schiere in un'orrida battaglia, descritta minutamente da Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 10.], da Ricordano [Ricordano Malaspina, cap. 179.] e da altri scrittori. A me basterà di accennarla. Combatterono con gran vigore i Saraceni e Tedeschi dello esercito di Manfredi. Si trovarono essi infine malmenati e sopraffatti dai Franzesi; laonde volle allora Manfredi muovere la terza schiera composta di Pugliesi, ma senza trovare ubbidienza nei baroni di cuore già guasto. Allora lo sfortunato, ma coraggioso, principe determinò di voler piuttosto morire re, che di ridursi privato colla fuga a mendicare il pane. E spronato il cavallo, andò a cacciarsi nella mischia, dove, senza essere conosciuto, da più colpi fu privato di vita. Racconta Ricobaldo [Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.], e dopo lui Francesco Pipino [Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 43, tom. 9 Rer. Ital.], che in questi tempi andarono in disuso per l'Italia le spade da taglio, ossia le sciable, e si cominciò ad usar quelle da punta, ossia gli stocchi, de' quali si servivano i Franzesi. Per essere gli uomini d'armi tutti vestiti di ferro, poco profitto faceano addosso a loro i colpi delle sciable. Ma allorchè essi alzavano il braccio per ferire, i Franzesi colle punte degli stocchi li foravano sotto le ascelle, e in questa maniera lì rendevano inutili a più combattere. Strage fu fatta, massimamente de' Saraceni; grande fu la copia dei prigioni, fra' quali si contarono i conti Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo, parenti di Manfredi, ad alcuni de' quali, cioè Galvano e Federigo, fu data dipoi la libertà ad istanza di Bartolommeo Pignatelli arcivescovo di Messina; ed altri furono fatti morire dall'inesorabil re Carlo. Il bottino fu inestimabile, e ne arricchirono tutti i vincitori, e alle mani del re Carlo pervennero i tesori di Manfredi e di molti de' baroni di lui. Nè contenti i vincitori di tante spoglie, rivolsero l'insaziabil loro avidità addosso ai miseri Beneventani, senza che loro giovasse punto l'essere sudditi del papa. Dato fu un terribil sacco alla città, fatto macello d'uomini e fanciulli, sfogata la libidine, e senza che le chiese stesse godessero esenzione alcuna dall'infame sfrenatezza di quella gente. Se costoro si fossero mossi per divozione a prendere la croce, e se fossero ben impiegate le indulgenze plenarie, ognuno può ben figurarselo. Ma quello che maggiormente rallegrò il re Carlo, e diede compimento alla sua vittoria, fu la morte di Manfredi. Se ne sparse tosto la voce, ma si stette tre dì a scoprirne il cadavero [Ricordano Malaspina, cap. 180. Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Trovollo un ribaldo, e, postolo a traverso sopra un asino, l'andava mostrando pel campo. Fece il re Carlo I riconoscerlo per desso dal conte Giordano, e dagli altri nobili prigionieri; e perciocchè era morto scomunicato, ordinò che fosse seppellito presso il ponte di Benevento in una vil fossa, sopra cui ogni soldato per compassione e memoria gittò una pietra. E tal fine ebbe Manfredi già re di Sicilia, principe degno di miglior fortuna, perchè, a riserva dell'aver egli violate le leggi per voglia esorbitante di regnare, e di qualche altro reato dell'umana condizione, tali doti si unirono in lui, che alcuni giunsero a dirlo non inferiore a Tito imperadore, figliuolo di Vespasiano [Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 6.]. Restò memoria di lui nella città di Manfredonia, fatta da lui fabbricare di pianta col trasportarvi il popolo di Siponto, mal situato dianzi, perchè in luogo d'aria cattiva.

La rotta e morte di Manfredi divolgatasi per tutta Puglia e Sicilia, cagion fu che non vi restò città e luogo che non inalberasse le bandiere del re Carlo, e con feste e giubili incredibili. La sola città di Nocera, nido de' Saraceni, dove, secondo gli scrittori napoletani, s'era ricoverata la regina Sibilia moglie di Manfredi con Manfredino suo picciolo figliuolo e una figliuola, si tenne forte. Colà si portò con buona parte dell'esercito Filippo conte di Monforte, e l'assediò; ma ritrovato troppo duro quell'osso, se ne partì, con lasciare nondimeno strettamente bloccata essa città. Certo è, secondo le lettere di papa Clemente, e per attestato della Cronica di Reggio, che in quest'anno essa regina co' figliuoli e col tesoro del marito fu presa nella città di Manfredonia; il che vien confermato dal Monaco Padovano. Altre storie ancora affermano che i Saraceni di Nocera si sottomisero in quest'anno al re Carlo, nè aspettarono a farlo dopo la rotta di Corradino, di cui parleremo a suo luogo. Entrò poscia il vittorioso re Carlo in Napoli, che prima gli avea spedite le chiavi; e andò quel popolo quasi in estasi al veder comparire le regina Beatrice con carrozze magnifiche e dorate, e copia di damigelle, tutte riccamente addobbate, siccome gente non avvezza a somiglianti spettacoli. Osserva Riccobaldo [Richobaldus in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.] che i costumi degli Italiani erano stati in addietro assai rozzi, dati alla parsimonia, voti di ogni fasto e vanità; e ne dice anche, a mio credere, più di quel che era, come ho dimostrato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. XXIII et XXV.]. Per altro la venuta de' Franzesi quella fu che cominciò ad introdurre il lusso e qualche cosa di peggio, e fece mutar i costumi degl'italiani. Trovò il re Carlo nel castello di Capoa il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro [Ricordano Malaspina, cap. 181.]. Fatti votare quei sacchetti in una sala alla presenza sua e della regina Beatrice, e comandato che venissero le bilance, disse ad Ugo del Balzo cavalier provenzale di partirlo. Che bisogno c'è di bilance? rispose allora il prode cavaliere. E co' piedi fattene tre parti, questa, disse, sia di monsignore il re; questa della regina; e quest'altra dei vostri cavalieri. Piacque cotanto al re un atto di tale magnanimità, che incontanente gli donò la contea d'Avellino, e il creò conte. Diedesi poi il re Carlo ad ordinare il regno. S'erano figurati i popoli di quelle contrade che colla venuta de' Franzesi, e sotto il nuovo governo tornerebbe il secolo d'oro, si leverebbono le gabelle, le angherie e le contribuzioni passate, ed ognun godrebbe una invidiabil tranquillità e pace. Si trovarono ben tosto delusi e ingannati a partito. Le soldatesche franzesi ne' lor passaggi e quartieri a guisa del fuoco portavano la desolazion dappertutto [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 16.]. Ebbe il re Carlo in mano da un Gezolino da Marra tutti i libri e registri delle rendite e degli uffizii del regno, e di tutte le giurisdizioni, dazii, collette, taglie ed altri aggravii dei popoli. Non solamente volle il re intatti tutti questi usi od abusi; ma siccome in addietro si camminava assai alla buona in riscuotere cotali carichi, istituì egli dei nuovi giustizieri, doganieri, notai, ed altri uffiziali del fisco, che rigorosamente spremevano il sangue dai popoli, e cominciarono ad accrescere in profitto del re, o proprio, i pubblici pesi e le avanie, di modo che altro non s'udiva che segreti gemiti e lamenti della misera gente, con augurarsi ognuno, quando non era più tempo, l'abbandonato e perduto re Manfredi. È un autor guelfo, uno storico pontificio che l'attesta, cioè Saba Malaspina. Secondo lui, ravveduti que' popoli andavano dicendo: O re Manfredi, noi non ti abbiam conosciuto vivo; ora ti piangiamo estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siam caduti sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo in fine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto fosse dolce il governo tuo posto in confronto dell'amarezza presente. Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze pervenisse alle tue mani; troviamo adesso che tutti i nostri beni, e, quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera. Tali erano di que' popoli le querele: querele osservate prima e dipoi anche in altri popoli sempre malcontenti dello stato presente, e che ripongono la speranza di star meglio, o men male, colla mutazion de' governi, ma con disingannarsi poi delle lor mal fondate idee.

A molte altre avventure e mutazioni in Italia diedero moto i passi prosperosi di Carlo re di Sicilia, con atterrire i Ghibellini, ed influire coraggio alla parte guelfa pel rimanente d'Italia. Abbiamo dalla Cronica di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], che avendo Manfredi ritirate le sue armi dalla marca d'Ancona per valersene in propria difesa, fu spedito colà Simone cardinale di San Martino e legato apostolico, il quale nel dì ultimo di gennaio s'impadronì della città di Jesi, e poscia d'altre città e castella d'essa marca. Non dissimili cambiamenti di cose avvennero in Lombardia. Nel dì 20 di gennaio dell'anno presente si levò a rumore il popolo di Brescia [Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], e messa a fil di spada, oppure in fuga, la guarnigione che ivi teneva il marchese Oberto Pelavicino, si rimise in libertà. Giunta questa dispiacevole nuova al suddetto marchese, furibondo passò co' Cremonesi di là dall'Ogiio, mettendo a sacco il territorio bresciano, uccidendo e facendo prigioni quanti incontrava. Distrusse da' fondamenti le terre di Quinzano. Orci, Pontevico, Volengo, Ustiano e Canedolo. Ricorsero i cittadini bresciani per soccorso ai Milanesi, e richiamarono in città i lor fuorusciti guelfi. Vennero perciò a Brescia Raimondo dalla Torre vescovo di Como, Napoleone ossia Napo e Francesco fratelli parimente dalla Torre con molte squadre e coi suddetti usciti, i quali furono incontrati fuor dal clero e popolo con rami d'ulivo: dopo di che fu fatta una solenne concordia e pace fra loro, e data la signoria di quella città ai Torriani suddetti. Restò quivi per governatore Francesco dalla Torre, il quale, ito poscia con bella comitiva a trovare il re Carlo, fu da lui fatto cavaliere e conte di non so qual luogo. In Vercelli era governatore di quella città Paganino fratello parimente del suddetto Napo [Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital.]. Entrati in essa città occultamente i nobili milanesi ghibellini fuorusciti, il presero, e, nel condurlo a Pavia, barbaramente lo uccisero. Trovavasi allora in Milano podestà, messovi dal re Carlo, Emberra del Balzo Provenzale [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 302.]. Costui con alcuni de' Torriani fatto consiglio per vendicar la morte di Paganino, avendo in prigione i figliuoli, fratelli o parenti degli uccisori suddetti, ne fece condurre cinquantadue sopra le carra, e scannarli con crudeltà esecrabile, riprovata dai baroni e dallo stesso Napo Torriano, il quale poi disse: Ah che il sangue di questi innocenti tornerà sopra de' miei figliuoli! Per tale iniquità fu poi scacciato da Milano il suddetto Emberra. Fu anche la città di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] a rumore per liberarsi dalle mani del marchese Oberto Pelavicino, ma non riuscì in bene lo sforzo de' Guelfi. Furono poi spediti due legati pontificii in Lombardia per ridurre a concordia le divisioni dei popoli. Iti a Cremona, trovarono nata o fecero nascere discordia fra il marchese Oberto e Buoso da Doara, per tanti anni addietro sì uniti ed amici. Con questo mezzo ottennero che il marchese Oberto dimettesse la signoria di Cremona e si ritirasse. Ma che questa mutazion di Cremona accadesse nell'anno seguente, s'ha da altro storico [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], siccome vedremo. Anche i Piacentini l'indussero, con usar le buone e le brusche, a rinunziare al dominio della loro città. Il perchè egli si ricoverò a Borgo San Donnino, dove attese a fortificarsi. Fece parimente sollevazione sul fine di febbraio la fazione guelfa in Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e a forza d'armi obbligò la contraria ghibellina a sloggiare. E perciochè questa occupò Colorno nel dì primo d'agosto, i Parmigiani fecero oste, presero quella terra e menarono assai prigioni nelle carceri della loro città. Neppur la Toscana esente fu da mutazioni. Si mossero a rumore i Guelfi popolari di Firenze nel dì 11 di novembre [Ricordano Malaspina, cap. 184.], con fare gran ragunata e serragli; e perciocchè il conte Guido, novello vicario del fu re Manfredi, prese la piazza, e fece vista di voler combattere, cominciarono a fioccar sassi dalle torri e case, e a volar frecce da tutte le bande contra di lui e di sua gente. Secondo Ricordano, aveva egli ben mille cinquecento cavalieri all'ordine suo. Tolomeo da Lucca [Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.] ne mette solamente secento. Contuttociò, figurandosi egli che maggior fosse la congiura e possanza del popolo, sbigottito si fece recar le chiavi della città e sconsigliatamente ne uscì con tutti i suoi armati, e andossene a Prato. Conosciuto poscia lo sproposito suo, volle tornar la mattina vegnente per tentare di rientrarvi, o amichevolmente o colla forza; ma vi trovò de' buoni catenacci, e la gente sulle mura ben disposta alla difesa. Mandarono poscia i Fiorentini ad Orvieto per soccorso, e n'ebbero cento cavalieri, che bastarono a sostenersi in quel frangente. Tornati poscia in città i fuorusciti guelfi, conchiusero pace co' cittadini di fazion ghibellina; e, per maggiormente assodarla, contrassero varii matrimonii fra loro.

Cercarono anche i Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] di ricuperar la grazia del sommo pontefice, e di liberar la città dall'interdetto e dalle censure incorse per la loro aderenza al re Manfredi. Con rimettersi a quanto avesse ordinato il papa, e con depositare in Roma trenta mila lire, furono riconciliati nel dì 15 d'aprile dell'anno presente. Durando tuttavia la guerra fra i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.] e i Veneziani, misero i primi in corso ventisette galee, delle quali fu ammiraglio Lanfranco Borborino. Arrivato costui a Trapani in Sicilia, ebbe nuova che lo stuolo delle galee veneziane si trovava in Messina; e benchè si dicesse che quello era inferiore di forze, e i consiglieri più saggi volessero battaglia, aderì al parere de' vili, e ritirossi a terra, con far legare ed incatenare le sue galee. Giunsero i Veneziani, ed, accortisi dello sbigottimento de' nemici, a dirittura dirizzarono le prore addosso alle galee, e tutte nel dì 23 di giugno a man salva le presero, essendosi gittati in mare e fuggiti a terra i Genovesi. Tre d'esse diedero i vincitori al fuoco, le altre ventiquattro ritennero, con far prigione chiunque non s'era sottratto colla fuga. Portata la dolorosa nuova a Genova, armò tosto quel comune altre venticinque galee sotto il comando d'Obertino Doria, il quale passò fino nell'Adriatico in traccia de' nemici, ma senza incontrarsi in loro. Prese egli la Canea, e tutta la consegnò alle fiamme; nè avendo potuto far di più, ritornò alla patria. Di altri danni vicendevolmente dati e ricevuti da questi due emuli popoli parla il Continuatore di Caffaro, siccome ancora il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], il quale non ebbe notizia del fatto di Trapani testè accennato. Eransi ridotti i nobili ghibellini fuorusciti di Modena [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], appellati i Grasolfi, nel castello di Monte Vallaro, fra' quali furono i principali Egidio figliuolo di Manfredi de' Pii, quei di Gorzano e i conti di Gomola, in numero di circa mille persone. La fazion guelfa di Modena, soprannominata degli Aigoni, avendo presi al soldo molti Tedeschi, e ottenuti dei rinforzi da Parma, Reggio, Bologna, e dai Guelfi di Toscana, si portò all'assedio di quel castello. Vi seguirono di molte prodezze dall'una parte e dall'altra; ed ancorchè Manfredi dei Pii, accorso da Montecuccolo con altri Grasolfi e molti soldati tedeschi e cavalieri di Toscana, e ducento cavalieri di Bologna della fazion lambertaccia, si fossero raunati per dar soccorso all'assediato castello, non si attentarono poscia a passar più oltre. Il perchè, pressati dalla mancanza de' viveri e dalla forza, gli assediati, dopo essersi difesi per più di cinque settimane, capitolarono la resa, salve le loro persone.


MCCLXVII

Anno diCristo mcclxvii. Indizione X.
Clemente IV papa 3.
Imperio vacante.

Dappoichè fu il re Carlo in pacifico possesso della Sicilia e Puglia, siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte con ottocento cavalieri franceschi [Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.]. Arrivò questi a Firenze nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta, e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi [Ricordan. Malaspina, cap. 185.] apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado, se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia. Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonar gli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano, prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta in Corradino figliuolo del fu re Corrado. A lui perciò quei di Toscana e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a lui legittimamente spettante [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.]. Fra gli altri andarono in Germania per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila cavalli ed alcune migliaia di fanti discese in Italia [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e si fermò in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che, venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo. Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia. Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re, Arrigo e Federigo fratelli di Alfonso re di Castiglia, perchè scacciati dal regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo, perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi movimenti parla Bartolomeo da Neocastro [Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.], e il testo da me dato alla luce li mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma in buona parte appartengono al presente. Venne Arrigo di Castiglia fratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto, nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di nominare un nuovo senatore [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo, credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue iniquità parleremo all'anno seguente.

Rincresceva forte a Napo Torriano, signor di Milano, e a quel popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per non voler essi ammettere Ottone Visconte arcivescovo, e per avere inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato [Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 303.]. Spedirono essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo, il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza; esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia perorò la sua causa, e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese, che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione di queste promesse. Se crediamo al Corio [Corio, Istor. di Milano.], nel maggio di quest'anno il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi; e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi, benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno seguente. Secondo le Croniche di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] e di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], solamente in quest'anno il marchese Oberto Pelavicino perdè il dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il Continuatore di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.] racconta un tal fatto all'anno presente. Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per rientrarvi colla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza [Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno i Modenesi [Annales Veteres Mutinens.] per tre mila lire il castello della Mirandola colla Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei luoghi. Mancò di vita in quest'anno la regina Beatrice, moglie del re Carlo [Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in Chron.], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato nell'anno presente l'interdetto della città di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.], e colà si portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani, affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, dove il santo re Lodovico IX disegnava di ritornare. Niuna conchiusione si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con prendere per loro signore Guglielmo marchese di Monferrato, al quale si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.


MCCLXVIII

Anno diCristo mcclxviii. Indizione XI.
Clemente IV papa 4.
Imperio vacante.

Sul principio di quest'anno si mosse Corradino da Verona con più di tre mila cavalli [Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], e, passato l'Adda, pel distretto di Cremona e di Lodi se ne andò a Pavia, città che sola con Verona teneva il suo partito in Lombardia. Dopo essersi fermato in essa città più di due mesi, per le terre di Manfredi marchese del Carretto passò al porto di Vada [Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.], e, trovate quivi dieci galee pisane, imbarcatosi, felicemente arrivò a Pisa nel dì 7 d'aprile, accolto come imperadore da quel popolo [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]. Federigo giovane duca d'Austria, ma solamente di nome, perchè in possesso dell'Austria e della Stiria era allora Ottocaro re di Boemia, condusse, per la Lunigiana, la di lui cavalleria fino a Pisa. Saba Malaspina [Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 7.] con errore dà il nome d'Arrigo a questo duca. Fu cosa considerabile che di tante città guelfe di Lombardia niuna si opponesse al passaggio di questa nemica armata. Tutti serrarono gli occhi; e i Torriani specialmente, benchè guelfi, in occulto erano per Corradino, siccome poco contenti del papa. Vollero i popoli stare a vedere che successo fosse per avere questo movimento d'armi, da cui dipendea la decisione del regno di Sicilia e Puglia, per prendere poi le loro misure, secondo l'esito dell'impresa. Ad istanza de' Pisani, Corradino fece oste sopra il territorio di Lucca, città fedele al re Carlo, e vi diede un gran guasto [Ricordano Malaspina, cap. 191.]. Ribellossi in tal congiuntura Poggibonzi al re Carlo e a' Fiorentini. Passò dipoi Corradino a Siena. Mentre egli quivi dimorava, Guglielmo di Berselve maliscalco del re Carlo volle colla sua gente d'armi mettersi in cammino alla volta d'Arezzo, per vegliare agli andamenti di Corradino. Ma, giunto senza ordine al ponte a Valle sull'Arno, fu colto in un'imboscata dalle squadre d'esso Corradino, disfatta la sua gente, e la maggior parte con esso lui presa e condotta nelle prigioni di Siena. Gran rumore fece per tutta Toscana ed altrove questo fatto, e ne montarono in superbia i Ghibellini, pronosticando da ciò maggiori fortune nell'andare innanzi. Molto prima che Corradino arrivasse in Toscana, era ritornato in Puglia il re Carlo, non tanto per accignersi alla difesa del regno, quanto ancora per contenere o rimettere in dovere i popoli che, per la fama della venuta di Corradino, o già si erano sottratti alla di lui ubbidienza, o vacillavano nella fedeltà. L'incostanza e la volubil fede di quella gente è una febbre vecchia che si risveglia sempre ad ogni occasione di novità. Soprattutto davano da pensare al re Carlo i Saraceni di Nocera, corpo potente di gente, chiaramente scorgendo che questi sarebbero i giannizzeri di Corradino. Ossia che essi, siccome popolo di credenza contraria alla religion cristiana, temendo troppo del re Carlo, creatura del romano pontefice, avessero di buon'ora alzate le insegne di Corradino, cominciando la ribellione con delle ostilità ne' circonvicini luoghi; oppure che sembrassero disposti a ribellarsi: certo è che fu pubblicata contra di essi Saraceni la crociata, e si portò il re Carlo all'assedio di essa Nocera, ma con trovarvi della resistenza da non venirne a capo se non dopo lunghissimo tempo; e di questo egli scarseggiava. Continuò poscia Corradino il suo viaggio alla volta di Roma, senza far caso alcuno nè dei messi a lui inviati dal papa per fermare i suoi passi, nè delle scomuniche terribili fulminate contra di lui in Viterbo nel giovedì santo dal pontefice Clemente IV [Raynald., in Annal. Eccles.]. In Roma fu accolto con incredibile onore da Arrigo di Castiglia senatore e dal popolo romano, che in tempi sì torbidi nella volubilità ad alcun altro non la cedeva. I motivi o pretesti che adduceva Arrigo d'essersi ritirato dall'amicizia del re Carlo suo cugino, e di avere abbracciato il partito di Corradino, erano per aver egli prestata gran somma di danaro a Carlo, allorchè questi imprese la spedizion della Sicilia, senza averne giammai potuto ricavare il rimborso con tutte le istanze sue. Aggiugneva che il re Carlo l'aveva contrariato nella corte pontificia, ed impedita l'investitura per lui del regno della Sardegna. Noi possiam anche credere che per parte di Corradino gli fossero state fatte di larghe promesse di ricompense e di Stati.

Ora questa malvagio principe Arrigo col tanto avere abitato e conversato in Tunisi co' Saraceni [Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 18.], s'era imbevuto di molte loro scellerate massime, nè avea portato con seco a Roma altro che il nome di cristiano. Creato senatore, quanti Guelfi quivi si trovavano trasse dalla sua. Prese con frode e mandò in varie fortezze Napoleone e Matteo Orsini, Giovanni Savello, Pietro ed Angelo Malabranca, nobili che più degli altri poteano far fronte a' suoi disegni. Quindi cominciò a raunar soldati, e per avere di che sostenerli, si diede a saccheggiar le sagrestie delle chiese di Roma, con asportarne i vasi e gli arredi sacri, e i depositi di danaro, che i Romani di allora, secondo anche l'uso degli antichi, soleano fare ne' luoghi sacri. Dopo questo infame preparamento, arrivato Corradino a Roma, attese con Arrigo ad ingrossar l'esercito suo. Vi concorrevano Ghibellini da tutte le parti, e vi si aggregarono moltissimi Romani sì nobili che popolari, tutti lusingandosi di tornare colle bisaccie piene d'oro da quella impresa. Spedirono anche i Pisani in aiuto di Corradino ventiquattro galee ben armate [Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 40.] sotto il comando di Federigo marchese Lancia. Ed essendo questa flotta arrivata a Melazzo in Sicilia per secondare la quasi universal ribellione di quell'isola, ventidue galee provenzali inviate dal re Carlo, unitesi con altre nove messinesi, andarono ad assalirla [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 8, tom. 13 Rer. Ital.]. Tal vigore fu quello de' Pisani in incontrarle, che i Provenzali si diedero alla fuga, lasciando i legni messinesi alla discrezion de' nemici, i quali dipoi tentarono anche di prendere la stessa città di Messina, ma con andare a voto i loro sforzi. Ascese a sì gran copia e potenza l'esercito adunato da Corradino, che non v'era chi non gli predicesse il trionfo, a riserva del buon papa Clemente, il quale dicono che predisse la rovina di Corradino, e mirò compassionando l'incauto giovane, incamminato qual vittima alla scure. Con esso Corradino adunque marciavano, già turgidi per la creduta infallibil vittoria, Federigo duca d'Austria, Arrigo di Castiglia senatore di Roma co' suoi Spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da Pisa, e i capi de' ghibellini romani, cioè gli Annibaldeschi, i Sordi, ed altri nobili e fuoriusciti di Puglia. Circa dieci mila cavalli si contavano in quest'armata, oltre alla folla della fanteria. Per opporsi a un sì minaccioso torrente, il re Carlo, dopo avere abbandonato l'assedio di Nocera, venne con tutte le sue forze alla Aquila [Ricordano Malaspina, cap. 192. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 26.]; e, confortato dai suoi, si inoltrò sino al piano di San Valentino, ossia di Tagliacozzo, poche miglia lungi dal lago Fucino, ossia di Celano. Era di lunga mano inferiore di gente al nimico; ma sua fortuna volle che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberì, ossia di Valleri, cavaliere franzese, che per venti anni avea militato in Terra santa contra degl'infedeli, personaggio di rara prudenza e sperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere della sua armata [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.], e di tenersi egli in riserva con cinquecento dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l'esito della battaglia. Si azzuffarono gli eserciti nel dì 23 d'agosto. Aspro e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perchè i più sogliono prevalere al meno, cominciarono i Franzesi e Provenzali a rinculare e a rompersi. Stava il re Carlo sopra un poggio mirando la strage de' suoi, e moriva di impazienza d'uscire addosso ai nemici; ma fu dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finchè si vide rotto affatto il suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perduti dietro allo spoglio degli uccisi. Allora Alardo, rivolto al re Carlo gli disse: Ora è il tempo, o sire. La vittoria è nostra. E, dato di sprone ai freschi cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che, senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quivi la vita, parte restò prigioniere, e gli altri cercarono di salvarsi colla fuga. Corradino e molti de' baroni suoi, che, stanchi dalla fatica e oppressi dal gran caldo, s'erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell'ottenuta vittoria, veggendo la strana mutazion di scena, si diedero a fuggire.

Erano con Corradino il giovinetto duca d'Austria, e i conti Galvano e Gherardo da Pisa. Presero essi travestiti la via della Maremma, con pensiero di tornarsene a Roma, ovvero a Pisa. Arrivati ad Astura, noleggiarono una barchetta; ma perchè furono riconosciuti per persone d'alto affare, Giovanni (da altri è chiamato Jacopo) de' Frangipani, signore di quel castello, colla speranza di ricavarne un gran guiderdone dal re Carlo, li prese e mandogli al re, che a questa nuova vide con immenso gaudio coronata la memorabil sua vittoria, giacchè Arrigo di Castiglia con altri nobili era anch'egli rimasto prigioniere. Custodito fu nelle carceri di Napoli Corradino sino al principio d'ottobre, nel qual tempo, tenuto un gran parlamento, dove intervennero i giurisconsulti, i baroni e sindaci della città, fu proposta la causa di questo infelice principe. Ricobaldo, storico ferrarese, dice d'aver inteso da Gioachino di Reggio, il quale si trovò presente a quel giudizio, che i principali baroni franzesi e i giurisconsulti, e fra gli altri Guido da Sazara lettor celebre di leggi in Modena e in Reggio, dimorante allora in Napoli, sostennero, che giustamente non si potea condannare a morte Corradino, perchè a lui non mancavano ragioni ben fondate per cercare di ricuperar il regno di Sicilia e Puglia, conquistato con tanti sudori da' suoi maggiori sopra i Saraceni e Greci, senza aver egli commesso delitto alcuno, per cui ne dovesse essere privato. Si allegava che l'esercito di Corradino avea saccheggiate chiese e monisteri; ma si rispondeva, non costare che ciò fosse seguito per ordine d'esso Corradino; e forse non averne fatto altrettanto e peggio anche le milizie del medesimo re Carlo? Un solo dottore di leggi fu di parere contrario, ed è credibile che altri ancora dei baroni beneficati dal re Carlo, per timore della casa di Suevia, consigliassero la morte di Corradino. In somma al barbarico sentimento di questi tali si attenne esso re Carlo, figurandosi egli, finchè vivesse Corradino, di non potersi tenere per sicuro possessore del regno. Però nel dì 29 di ottobre del presente anno (e non già nell'anno seguente, come taluno ha scritto), eretto un palco sulla piazza, oppure sul lido di Napoli, fu condotto colà il giovinetto Corradino, che dianzi avvertito dell'ultimo suo destino, avea fatto testamento e la sua confessione. L'innumerabil popolo accorso a sì funesto spettacolo non potea contenere i gemiti e le lagrime [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 9.]. Fu letta la feral sentenza da Roberto da Bari giudice, al quale, se crediamo a Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.], finita che fu la lettura, Roberto figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, diede d'uno stocco nel petto, dicendo che a lui non era lecito di sentenziare a morte sì grande e gentil signore: del qual colpo colui cadde morto, presente il re, e non ne fu fatta parola. Lasciò Corradino la testa sul palco, e dopo lui furono decollati Federigo duca d'Austria, il conte Gherardo da Donoratico di Pisa sugli occhi del conte Galvano suo padre, al quale medesimamente fu dipoi spiccato il capo dal busto. Altri scrivono che Galvano Lancia fu allora decapitato. Vennero i loro cadaveri vilmente seppelliti, ma fuori di sacrato, come scomunicati. D'altri nobili ancora, decollati in quell'infausto giorno, fanno menzione varii scrittori. Così nell'infelice Corradino ebbe fine la nobilissima casa di Suevia, e in Federigo la linea dei vecchi duchi d'Austria, con passar dipoi dopo qualche tempo quel ducato nella famiglia degli arciduchi d'Austria, che gloriosamente ha regnato e regna fino a' dì nostri. Un'infamia universale si acquistò il re Carlo presso tutti gli allora viventi, ed anche presso i posteri, e fin presso i suoi stessi Franzesi, per questa crudeltà; e fu osservato che da lì innanzi gli affari suoi, benchè paressero allora giunti al più bell'ascendente, cominciarono a declinare, con piovere sopra di lui gravissime disgrazie. Enea Silvio [Æneas Silvius, in Hist. Austr. apud Boecl.], che fu poi papa Pio II, e varii storici napoletani e siciliani scrivono che Corradino sul palco quasi in segno d'investitura gittò un guanto al popolo, con cui egli intese di chiamare all'eredità di quel regno don Pietro d'Aragona, marito di Costanza, figliuola del fu re Manfredi, con altre particolarità ch'io tralascio. Ma probabilmente queste furono invenzioni de' tempi susseguenti, per dar più colore a quanto operarono gli Aragonesi. Portata in Sicilia la nuova della disfatta e prigionia di Corradino, cominciarono que' popoli a ritornare dalla ribellione all'ubbidienza del re Carlo. Ed avendo egli poscia spedita colà la sua armata navale sotto il comando del conte Guido di Monforte, ossia di Guglielmo Stendardo, ridusse tutto il resto dell'isola alla sua divozione col macello di gran gente, senza distinguere gl'innocenti dai rei [Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 18.], con far prigione Corrado di Antiochia capo dei sollevati. Costui restò privo degli occhi; e infine impiccato insieme con Nicolò Maleta. Federigo di Castiglia e Corrado Capece sulle navi pisane si salvarono a Tunisi dallo sdegno del re Carlo, il quale non la finì di sfogar l'animo suo vendicativo sopra i popoli della Sicilia e Puglia, con devastar città e terre, fare strage dei prigioni, ed imporre esorbitanti aggravii a' sudditi di quelle contrade, con lasciare a' suoi Franzesi una sì sfrenata licenza, che pareva a que' popoli d'essere caduti in una deplorabile schiavitù, peggiore che quella de' Barbari.

Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici [Raynaldus, in Annal. Eccl.], che papa Clemente IV, siccome pontefice di santi e placidi costumi, scrisse al re Carlo, pregandolo per suo bene ancora di mitigare il furor suo, e de' suoi contra de' miseri Siciliani e Pugliesi, e di abbracciar la clemenza: tanto è lontano ch'egli consigliasse la morte di Corradino, come sparsero voce i malevoli. Oltre a ciò, scrisse al santo re Lodovico, acciocchè anch'egli adoperasse gli uffizii col fratello. Ma Carlo fece le orecchie di mercatante, e seguitò il corso della vendetta. Se n'ebbe col tempo a pentire. Iddio intanto levò l'ottimo pontefice dagli affanni del nostro mondo, con chiamarlo alla quiete e felicità dell'altro. Accadde la di lui morte in Viterbo [Bernardus Guid., in Vita Clementis IV.] nella vigilia di sant'Andrea, ossia nel dì 29 di novembre, vegnendo il dì 30, e in essa città gli fu data sepoltura. Gran tempo restò dipoi vacante la cattedra di san Pietro. Dopo la prigionia di Arrigo di Castiglia, a cui, per cagion della parentela col re Carlo, fu salvata la vita, e dopo alcuni anni renduta anche la libertà, aveva il papa suddetto reintegrato esso re Carlo nel grado di senatore di Roma; e perciò venuto a Roma, ne ripigliò il possesso, e tornò ad esercitar quella carica per mezzo d'un suo vicario [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.], con aggiugnere a' suoi titoli ancor questo. In mezzo a tante sue politiche e militari occupazioni non dimenticò il re suddetto di pensare ad un'altra moglie, e questa fu Margherita di Borgogna. Negli Annali di Milano [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] è scritto ch'essa arrivò in quella città nel dì 10 d'ottobre, e vi fu ricevuta con baldacchino posto sopra dodici aste, portate dai nobili, e con altri onori, giuochi e concorso d'innumerabil popolo. Nel dì 16 d'esso mese giunse a Parma [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]; nel dì 19 a Reggio, e di là a Bologna. In tutte queste città trattata fu colla magnificenza convenevole ad una gran regina. Portossi in quest'anno nel mese di novembre a Milano [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 304.] un legato apostolico per riconciliar quel popolo colla Chiesa romana e col loro arcivescovo Ottone Visconte. Se voleano essere liberati dall'interdetto, dimandò egli, che tutti giurassero fedeltà alla santa Sede, cioè di eseguire i di lei comandamenti; che riconoscessero Ottone per legittimo loro pastore; gli restituissero i beni, e gli permettessero l'ingresso e la permanenza nella città; e che non mettessero contribuzioni al clero. Tutto promisero i Torriani dominanti e il popolo. Diedero anche idonea sicurtà: con che tolto fu l'interdetto, assoluti gli scomunicati, e posti gli uffiziali dell'arcivescovo in possesso de' beni usurpati. Se ne tornò il legato a Roma per far venir Ottone alla sua residenza, nel qual tempo mancò di vita il papa. Per tal nuova giubilarono forte i Torriani, nè più si curarono di adempiere le promesse fatte. Teneva tuttavia il marchese Oberto Pelavicino gran ghibellino le terre di Scipione, Pellegrino, Gislagio, Landasio, Busseto, Pissina ed altri luoghi [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]; ma era la sua principal dimora in Borgo San Donnino, da dove, assistito dai fuorusciti parmigiani, facea guerra alla città di Parma. Del pari il conte Ubertino Lando, altro ghibellino, possedendo la Rocca di Bardi, Compiano, Monte Arsiccio ed altre terre, unito cogli usciti di Piacenza infestava non poco quella città. Raunarono i Parmigiani coll'aiuto di tutte le loro amistà un esercito di circa trentamila persone, e formarono l'assedio di Borgo San Donnino. Nel dì 21 di ottobre seguì accordo e pace fra gli uomini di quella terra e i Parmigiani [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Se n'andò con Dio il marchese Pelavicino, e i fuorusciti di Parma con giubilo universale rientrarono di concordia nella loro città. Ma i Parmigiani nel dì 13 di novembre contro i patti poco prima stabiliti, essendo iti al suddetto Borgo di San Donnino, smantellarono affatto quella terra, con distribuirne gli abitanti in varie circonvicine castella. Formarono anche un decreto di non poterla mai più rifare, affinchè non fosse più in istato di molestar con guerre la città di Parma, siccome tante volte in addietro era avvenuto. Similmente i Piacentini ebbero gran guerra col conte Ubertino Landò; e avendo prese le castella di Seno e di Scipione, distrussero l'ultimo contro i patti. Compiè il corso di sua vita in quest'anno Rinieri Zeno doge di Venezia [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], e in luogo suo fu eletto Lorenzo Tiepolo nel dì 25 di luglio. Restò in tal occasione stabilita la forma con cui oggidì si fa l'elezione del nuovo doge. Furono delle commozioni in Brescia [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.] fra i cittadini delle due fazioni. Perchè i Ghibellini gran festa aveano fatto per la venuta di Corradino, i Guelfi nel dì 14 di novembre, dato di piglio all'armi, vollero cacciar di città gli avversarii. Frappostosi Francesco Torriano governatore, quetò il tumulto, col mandare a' confini in Milano alcuni Guelfi nobili e popolari. Ma nel dì 14 di dicembre di nuovo furono in armi i Guelfi, e fecero uscir di città non solamente parecchi de' Ghibellini, ma anche lo stesso Francesco dalla Torre e Raimondo vescovo di Como suo fratello. Rifugiaronsi gli usciti in varie castella; e i Veronesi, prevalendosi di questa divisione, s'impadronirono di Desenzano, Rivoltella e Patengolo.


MCCLXIX

Anno diCristo mcclxix. Indizione XII.
Santa Sede vacante.
Imperio vacante.

Altro non rimaneva in Puglia che la città di Lucera ossia Nocera, nido degli infedeli, cioè de' Saraceni, la quale al re Carlo ricusasse ubbidienza. Ne imprese egli l'assedio [Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 20,], e tanto vi stette sotto, che quel popolo, dopo essersi ridotto a pascersi d'erba, e dopo aver perduta gran gente, si diede a discrezione nelle mani d'esso re. Divise egli i sopravvissuti per varie provincie, affinchè non potessero più alzare la testa e raunarsi; e molti d'essi abbracciarono, almeno in apparenza, la fede di Gesù Cristo [Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.]. Furono diroccate le muraglie di quella città, e quanti cristiani disertori ivi si trovarono furono senza misericordia tutti messi a filo di spada. Giunta a Napoli la nuova regina Margherita di Borgogna, moglie del re Carlo, si solennizzò il suo arrivo con incredibil magnificenza ed allegrezza. Ne lasciò una descrizione Saba Malaspina. Festa si fece ancora in Toscana per li prosperi avvenimenti de' Guelfi [Ricordan. Malaspina, cap. 194.]. Erano venuti nel mese di giugno al castello di Colle in Valdelsa i Sanesi colle masnade de' Tedeschi, Spagnuoli, Pisani, e coi rinforzi degli usciti di Firenze e d'altri Ghibellini, sotto il comando di Provenzano Selvani governatore di Siena, e del conte Guido Novello. A questo avviso si mosse Giambertoldo, vicario del re Carlo in Firenze, co' suoi Franzesi, co' Fiorentini e con altri aiuti delle terre guelfe di Toscana; e, dato loro battaglia, li ruppe e sconfisse, con grandissima perdita dei Sanesi. A messer Provenzano, che restò preso, fu mozzo il capo e portato sopra una lancia per tutto il campo. Andarono poscia i Fiorentini in soccorso de' Lucchesi contro ai Pisani; fu preso da loro per forza il castello d'Asciano; giunsero sino alle porte di Pisa, e quivi i Lucchesi per vergogna de' Pisani fecero battere moneta. Ma nello stesso anno l'acque del fiume d'Arno per disordinato diluvio, e perchè i legnami condotti da esse fecero rosta al ponte di Santa Trinita, crebbero tanto, che allagarono la maggior parte di Firenze, e si levarono finalmente in collo quel ponte e l'altro alla Carraia. Cessò di vivere nel mese di maggio il marchese Oberto Pelavicino in uno dei suoi castelli, se crediamo al Sigonio, senza cercar l'assoluzione dalle scomuniche. Ma ci assicura l'autore della Cronica di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], dopo varii elogi della sua prudenza, affabilità e potenza, ch'egli ricevette tutti i sacramenti della Chiesa, e con grande esemplarità morì fra le braccia dei religiosi, ridotto, dopo la signoria di tante città, in assai basso stato. Continuarono nulladimeno Manfredi suo figliuolo, e i di lui nipoti a posseder molte castella, e lungamente sostennero di poi il decoro di quell'antica e nobil famiglia. Peggior condizione fu quella di Buoso da Doara [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], che tanta figura aveva anch'egli fatta nel mondo negli anni addietro. Iti nel mese di luglio i Cremonesi coll'oste loro alla Rocchetta, dove egli soggiornava, il costrinsero in fine a capitolarne la resa. Fu diroccata quella fortezza, ed egli ritiratosi nelle montagne, fece ben varii sforzi per ringambarsi, ma infine dopo qualche anno poveramente terminò i suoi giorni. È considerabile una notizia a noi conservata dalla suddetta Cronica di Piacenza. Le mire del re Carlo tendevano alla signoria di tutta la Italia, secondato in ciò per amore o per forza dai papi. A questo fine mandò suoi ambasciatori alle città di Lombardia, e questi ottennero che si tenesse in Cremona un gran parlamento, in cui fu esposto il desiderio d'esso re di ottenere il dominio di tutte le città che seguitavano la parte della Chiesa, ossia la guelfa, con promettere a tutti protezione e molti vantaggi. Concorrevano a darsegli i Piacentini, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, Ferraresi e Reggiani. Ma di contrario parere furono i Milanesi, Comaschi, Vercellini, Novaresi, Alessandrini, Tortonesi. Torinesi, Pavesi, Bergamaschi, Bolognesi e il marchese di Monferrato, consentendo bensì di averlo per amico, ma non già per signore. Per questa discordia finì il parlamento, senza che il re Carlo riportasse alcun frutto delle sue alte idee. Il popolo di Piacenza nell'anno presente, ricevuti dei rinforzi da Milano e da Parma, si portò all'assedio della rocca di Bardi, posseduta dal conte Ubertino Lando, e vi consumò intorno di molta gente. Dopo cinque mesi l'ebbero a patti, e vi posero un buon presidio. Ma il conte Ubertino virilmente seguitò più che prima a far guerra a Piacenza, e le tolse alcune castella, uccidendo e menando prede in gran copia.

Accadde in quest'anno [Gualvan. Flamma, cap. 305.], che Napo, ossia Napoleone, signor di Milano e di Lodi, essendosi portato a quest'ultima città, fu insultato dalla potente famiglia de' Vestarini, gittato da cavallo e vilmente trattato. Tornossene a Milano, pieno di confusione e vergogna, ma più dello spirito della vendetta. Nè differì il farla. Con potente esercito andò colà, ed, espugnata la città nel dì di santa Margherita, mandò nelle prigioni di Milano Sozzino de' Vestarini; due suoi figliuoli fece crudelmente morire; ordinò la fabbrica di due fortezze in quella città, ed esaltò la famiglia guelfa di Fissiraga, la quale col tempo usurpò quel dominio. Fecero oste nell'anno presente i Modenesi colla lor fanteria e cavalleria nel Frignano contro Guidino da Montecuccolo, per cagione d'un castello da lui tolto ai Serafinelli [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Ma sopraggiunto il conte Maghinardo con gran quantità di cavalleria bolognese, si venne ad una fiera zuffa, in cui rimase sconfitto l'esercito modenese, e quasi tutti i Reggiani, accorsi in aiuto d'essi Modenesi, vi lasciarono la vita. Covando i Torriani signori di Milano un fiero sdegno contra de' Bresciani [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.], ostilmente nell'anno precedente erano entrati nel loro territorio, ed aveano prese le terre di Capriolo e Palazzuolo, mentre i Bresciani si trovavano all'assedio di Minervio. Per comporre questa discordia, si erano interposti Filippo arcivescovo di Ravenna e legato pontificio, Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara e Lodovico conte di San Bonifazio, con riuscir loro di far ritirare le armi de' Torriani, e di liberar Minervio dall'assedio. Ma perciocchè insistevano i Torriani che fossero rimessi in Brescia i fuorusciti, al che consentivano i nobili della città, si sollevò il popolo di contrario parere nel dì 28 d'agosto d'esso anno contra dei nobili, e parte di loro spinse fuori della città, e parte presi ritenne nelle carceri. Il perchè in questo anno il re Carlo, che facea l'amore a questa sì potente città, v'inviò suoi ambasciatori per mettervi pace, e v'andarono quegli ancora de' Bolognesi. Fu in fine conchiuso che i prigioni fossero inviati a' confini nella città d'Alba, di cui, siccome ancora d'altre terre nel Piemonte, era allora signore il re Carlo [Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.]. Ma nel viaggio da frate Taione e da Buoso da Doara, che era ancor vivo, furono liberati, con restar prigioni cento cavalieri che li scortavano. Nè mancarono novità in Verona. Vi fu ucciso Turisendo dei Turisendi [Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], uno de' maggiorenti; ed essendo fuggiti dalla città molti ivi detenuti prigioni, s'impadronirono essi delle terre di Legnago, Villa Franca, Soave e d'altre castella. Fatta anche lega con Lodovico conte di San Bonifazio, e cogli altri usciti di Verona, cominciarono contra di Mastino dalla Scala signor di Verona un'aspra guerra, che durò per più di due anni. Furono cagione cotali novità che la maggior parte de' nobili veronesi, de' quali ci conservò Parisio da Cereta il catalogo, furono cacciati da Verona e banditi: con che Mastino maggiormente assodò la sua signoria sopra il popolo di quella città, e ricuperò poscia l'una dietro l'altra le terre predette. Circa questi tempi anche in Mantova avvennero funeste dissensioni per la rivalità delle potenti famiglie [Platina. Hist. Mantuan., tom. 20 Rer. Ital.]. I conti di Casalalto aiutati da Pinamonte de' Bonacolsi, ossia de' Bonacossi, fecero colla forza sloggiare i nobili Zanicali con tutti i loro aderenti; e poscia Pinamonte, avendo proditoriamente prese l'armi col popolo, ne scacciò gli stessi conti, ed arrivò a farsi proclamar signore di Mantova: in quali anni precisamente seguissero tali mutazioni, nol so io dire. Il Platina nella Storia di Mantova, che le descrive, e mostra mischiato in quelle turbolenze Obizzo marchese d'Este, siccome quegli che aspirava al dominio di Mantova, non ne assegna gli anni: difetto non lieve della storia sua. Ma veggasi all'anno 1272. Cessar dovette in questi tempi anche la potenza di Lodovico conte di S. Bonifazio, sostenuta per molti anni nella città di Mantova. Che l'anno presente i Piacentini, i Milanesi e parecchi altri popoli di Lombardia giurassero fedeltà a Carlo re di Sicilia e Puglia, e il prendessero per loro signore, lo scrive l'autore della Cronica di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma quest'ultima partita non par molto sussistente. Verisimilmente altro non fecero che dichiararsi aderenti al re Carlo, e mettersi sotto la di lui protezione, ma non già sotto la di lui signoria.


MCCLXX

Anno diCristo mcclxx. Indizione XIII.
Santa Sede vacante.
Imperio vacante.

L'anno fu questo in cui Lodovico IX santo re di Francia volle compiere il secondo voto della spedizione sua contro gl'infedeli [Nangius., Monach. Patavinus, in Chron. Guilielmus de Podio, Gesta S. Lodovici, et alii.]. Sul principio di marzo si mise in viaggio col cardinale d'Albano legato apostolico; e con un fiorito esercito passò in Provenza, dove solamente ne' primi giorni di luglio imbarcata la gente, sciolse le vele. Battuta quell'armata da una furiosa tempesta, approdò a Cagliari in Sardegna, e di là poi dirizzò le prore verso L'Africa. Perchè il bey ossia il re di Tunisi gli avea fatto sperare di volersi convertire alla fede di Cristo, e per altri motivi, prevalse il motivo di sbarcare colà. Si trovò che quel Barbaro avea tutt'altro in cuore che d'abbracciar la religion cristiana; anzi coll'arrivo dei Franzesi fece metter ne' ferri tutti quanti i mercatanti e gli schiavi cristiani di Tunisi, che erano alquante migliaia. Fu dunque determinato di usar la forza, e non si tardò a prendere il castello di Cartagine, dove il santo re si trincierò, aspettando intanto l'arrivo di Carlo re dì Sicilia colla sua flotta, che dovea portar un poderoso rinforzo di gente, di munizioni e di viveri. Ma il re Carlo oltre l'espettazione tardò un mese ad arrivar colà: nel qual tempo, per gli eccessivi caldi, per la diversità del clima e per la penuria dell'acqua dolce, s'introdusse nella regale armata il flusso di sangue con febbri maligne, che cominciarono a fare ampia strage dell'alta e bassa gente. Vi perì Giovanni Tristano conte di Nivers, figliuolo del re, e poco appresso il cardinale legato Radolfo, con altri nobili. Ed infermatosi lo stesso re santo Lodovico, nel dì 25 d'agosto con ammirabil costanza d'animo, rassegnazione al volere di Dio e atti di soda pietà, volò a ricevere in cielo quella corona ch'egli amò e desiderò più che l'altra della terra, lasciando in una total costernazione l'armata sua. Arrivato in questo tempo il re Carlo con una potentissima flotta, rincorò gli animi abbattuti, e fatto dichiarare re di Francia Filippo figliuolo primogenito del defunto re, ottenne che si strignesse d'assedio la città di Tunisi. Durò circa tre mesi questa impresa con varie scaramuccie; e veggendo il re saraceno l'ostinazion de' cristiani, si ridusse in fine a pregar di pace o tregua [Caffari, Annal. Genuens., lib. 96, tom. 6 Rer. Ital.], e questa fu conceduta, per potersi tirar con onore da quel paese. L'accordo fu stabilito, con obbligarsi colui di sborsare cento cinque mila fiorini d'oro, oppure oncie d'oro, da pagarsi la metà di presente, e l'altra fra due anni; di liberar tutti gli schiavi cristiani; di permettere l'esercizio libero e la predicazion della religione di Cristo; e finalmente di pagar da lì innanzi annualmente al re di Sicilia quaranta mila scudi di tributo. Il che fatto, nel dì 28 di novembre tutto l'esercito franzese e siciliano s'imbarcò, e voltò le prore alla volta della Sicilia. Il non avere il re Carlo mostrato alcun pensiero di soccorrere Terra santa, al quale oggetto s'erano imposte tante contribuzioni ai popoli e alle chiese, e tanti aveano presa la croce, diede motivo ad una universal mormorazione, gridando tutti ch'egli unicamente per suo vantaggio, e per rendersi tributario il regno di Tunisi, avea promossa la crociata, ed eccitato il santo re fratello a fermarsi colà. Soprattutto se ne stomacò, e ne fece dell'aspre doglianze Edoardo principe d'Inghilterra, il quale nel tempo dello stesso trattato arrivò a Tunisi, e veleggiò poscia verso di Accon, per dare un vero compimento al suo voto. Ma nell'ultimo giorno di novembre arrivata la flotta franzese e siciliana alla vista di Trapani in Sicilia, fu sorpresa da sì orrida tempesta, che la maggior parte o restò preda del mare, o andò a rompersi in terra colla morte, chi dice di quattro, chi di molte più migliaia di persone, e colla perdita del danaro pagato dai Saraceni, e d'altri innumerabili arnesi. Il Continuatore di Caffaro, allora vivente, scrive che vi perirono infiniti uomini. Trovavansi in quell'armata ben dieci mila Genovesi, parte per combattere colle lor navi contra degl'infedeli, e parte per armare le galee franzesi. Commise il re Carlo in sì funesta congiuntura un'azione delle più nere che si possano immaginare; imperciocchè di tutto quello che si potè salvare e ricuperar dal naufragio, egli si fece padrone, allegando un'empia legge del re Guglielmo, e una lunga, ma infame consuetudine, che tutte le robe dei naufraganti erano del fisco. Nè giovò ai Genovesi il dire che per servigio della crociata e di lui stesso erano venuti, nè il produrre le convenzioni seguite con lui, per cui era promessa sicurezza alle lor persone e robe, in casi ancora di naufragio. Nel tribunale di quell'avido principe riuscì inutile ogni ragione e doglianza.

Fu in quest'anno una strepitosa sollevazione in Genova, città sempre piena di mali umori in que' tempi, cioè di fazioni, parzialità e discordie. Per cagione della podesteria di Ventimiglia si venne all'armi nel dì 28 di ottobre. I Doria e gli Spinola, famiglie potentissime, insorsero contra i Grimaldi e Fieschi, e s'impadronirono del palazzo del podestà. Questi si rifugiò nelle case de' Fieschi; ma quivi ancora perseguitato, fu preso, e poi licenziato colla paga a lui dovuta di tutto l'anno. In quello stesso giorno furono proclamati capitani di Genova [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] con mero e misto imperio Oberto Spinola e Oberto Doria, che presero il partito dei Ghibellini, ossia dell'imperio; nè luogo alcuno si contò che non si sottomettesse alla loro autorità: il che produsse pace e quiete per tutto il Genovesato. Non cessava intanto la guerra fra il popolo di Brescia signoreggiante nella città e i nobili fuorusciti [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Quivi si trovava un messo del re Carlo per nome Ugo Staca. Costui con una gran turba di cittadini, dopo essere stato a Gambara, se ne tornava alla città. Nella villa di Leno fu assalito improvvisamente dagli usciti, che moltissimi uccisero del seguito suo. Questo colpo fece risolvere i cittadini di alzar le bandiere del re Carlo, e di acclamarlo per loro signore nel dì 30 di gennaio. Carlo vi mise per governatore l'arcivescovo di San Severino, e spedì ad essa città una compagnia d'uomini per lor sicurezza. Ciò non ostante, continuarono gli usciti a far guerra, ma con loro svantaggio, alla città. Nell'anno presente i Pisani [Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 2 Rer. Ital.], oramai conoscendo di non poter contrastare colla possanza del re Carlo e de' Guelfi di Toscana, fecero pace co' Lucchesi, e cercarono ed ottennero la grazia del medesimo re. Un pari accordo seguì fra i Sanesi [Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.] e i Fiorentini, per cagion del quale ritornarono in Siena i Guelfi usciti; ma non passò gran tempo ch'essi Guelfi, nulla curando i patti fatti, scacciarono dalla città i Ghibellini: sicchè non restò in Toscana città che non si reggesse a parte guelfa. E i Fiorentini sotto alcuni pretesti disfecero il castello di Poggibonzi, che era de' più belli e forti della Toscana, e ridussero quel popolo ad un borgo nel piano. Cominciò in questo anno la guerra fra i Veneziani [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] e Bolognesi. Aveano i Ferraresi, Padovani e Trivisani negato al doge di Venezia soccorso di grani in tempo di grave carestia, avendone bisogno per loro stessi. Sdegnato egli, impose delle nuove gabelle alle mercatanzie, e fece guardare i forti dell'Adriatico, acciocchè niuno conducesse vettovaglie, se non a Venezia, nè passava sale in terra ferma. Se ne disgustarono forte i Bolognesi, perchè loro ne veniva gran danno; e quantunque inviassero ambasciatori a dolersene, non ne riportarono se non delle amare risposte. Era allora al sommo la potenza dei Bolognesi, giacchè comandavano alla maggior parte della Romagna. Però, adunato un esercito di circa quaranta mila persone, andarono al Po di Primaro, e quivi piantarono un castello ossia fortezza, secondo l'uso di que' tempi. Venne pertanto spedita da Venezia una flotta di molte navi per impedir quel lavoro, con trabucchi e mangani dall'altra riva del Po; ma i Bolognesi non restarono per questo di compierlo, nè si attentarono i Veneziani di sturbarli. Dopo la morte di Aldigieri Fontana, avendo tentato in vano i suoi parenti, potente famiglia di Ferrara [Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], di torre il dominio di quella città ad Obizzo marchese d'Este, se ne fuggirono, ritirandosi sul Bolognese, a Galiera, da dove cominciarono a danneggiare il territorio di Ferrara. Ottennero poscia perdono dal marchese, purchè andassero a' confini nelle città ch'egli loro assegnò.


MCCLXXI

Anno diCristo mcclxxi. Indizione XIV.
Gregorio X papa 1.
Imperio vacante.

Filippo nuovo re di Francia e Carlo re di Sicilia suo zio sen vennero a Viterbo, affine di sollecitare i discordi cardinali all'elezione di un papa. Avvenne che colà ancora si portò il conte Guido di Monforte, vicario allora per esso re Carlo in Toscana [Raynaldus, Annal. Eccles. Ricordano Malaspina, cap. 196.]. Nudriva costui un immenso odio contro la real casa d'Inghilterra, perchè il conte Simone suo padre era stato ucciso, e ben giustamente, per gli suoi demeriti, dal re d'Inghilterra. Per questo mal talento commise esso conte Guido una delle più abbominevoli azioni che possano cadere in mente di uomo e cristiano. Imperocchè, avendo trovato in chiesa attento alla sacra messa Arrigo, figliuolo di Riccardo d'Inghilterra re de' Romani, ch'era venuto coi suddetti due re dalla crociata di Tunisi, crudelmente quivi uccise quell'innocente principe. Nè di ciò contento, perchè gli fu ricordato che suo padre era stato strascinato, tornò indietro, e, preso pe' capelli quel cadavero, lo strascinò fuori di chiesa. Sotto gli occhi, per così dire, di quei due re fu commesso questo esecrabil fatto, e non se ne vide risentimento alcuno, non senza gravissimo lor biasimo; se non che il re Carlo gli levò il vicariato della Toscana. Se ne fuggì questo empio assassino; ma il colse a suo tempo la mano di Dio, perchè finì malamente i suoi dì nelle prigioni di Sicilia. Benchè nulla avessero operato le premure dei suddetti re per indurre il collegio de' cardinali ad accordo, di maniera che attediati si partirono da Viterbo; pure da lì ad alcuni mesi si applicarono essi cardinali daddovero a dare un nuovo papa alla Chiesa di Dio [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Di grave scandalo era stato ai popoli cristiani il vedere che da tanto tempo non aveano saputo i quindici cardinali accordarsi nell'elezione di alcun di essi; colpa della loro ambizione, che anteponeva il privato interesse a quel della repubblica cristiana. Fecero essi adunque un compromesso nel dì primo di settembre in sei cardinali, i quali senza perdere tempo nominarono papa Tedaldo, appellato ancora Tebaldo, della nobil casa de' Visconti di Piacenza, non cardinale, non vescovo, ma solamente arcidiacono di Liegi [Ptolomeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Sabas Malaspina, lib. 5, cap. 8.], personaggio nondimeno di santi costumi, che si trovava allora in Accon, ossia in Acri di Soria, dove faticava in servigio della cristianità. Parve maravigliosa questa elezione, perchè egli neppure era conosciuto da alcuno dei cardinali; eppur tutti consentirono in lui, e se ne applaudirono bene a suo tempo: così bella riuscita fece questo degnissimo successore di san Pietro. Spedì il sacro collegio ambasciatori ad Accon a notificargli la sua promozione. Accettò egli l'elezione, e prese dipoi il nome di Gregorio X con incredibil giubilo de' cristiani orientali, che concepirono di grandi speranze d'aiuti per la ricuperazione di Terra santa, stante il piissimo zelo già sperimentato di questo insigne personaggio per li progressi della crociata. Si dispose egli intanto pel suo ritorno in Italia: del che parleremo all'anno seguente. Cominciò in quest'anno a declinar la potenza de' Torriani [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 307. Annales Mediolanense, tom. 16 Rer. Ital.]. Dopo essere stati i Comaschi sotto il loro governo per dieci anni, si ribellarono, e preso Accursio Cotica, vicario di Napo dalla Torre, tanto il ritennero, che fu rilasciato Simone da Locarno, il quale per nove anni era stato detenuto prigione in una gabbia di ferro in Milano. Rivoltatesi ancora contra de' Torriani le due nobili famiglie milanesi Castiglioni e Birago, si unirono co' nobili fuorusciti: del che sdegnato forte Napo Torriano, ostilmente entrò nel Seprio, e vi prese e diroccò il castello di Castiglione. In molte angustie si trovava il popolo di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] per l'aspra guerra che gli faceva il conte Ubertino Lando coi nobili fuorusciti di quella città. Il perchè trattarono nel loro consiglio di darsi a Carlo re di Sicilia. Gran dibattimento, gran discordia fu ne' partiti; ma finalmente la vinse l'affermativa, e si giurò fedeltà ad esso re, con lasciare libertà a tutti i banditi di ritornare in città nel termine d'un mese, purchè si sottomettessero al re. La maggior parte d'essi vi ritornò.

Passò in quest'anno per Reggio di Lombardia [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.] Filippo re di Francia, conducendo seco l'ossa del santo genitore Lodovico IX e di Giovanni Tristano suo fratello. Correvano tutti i popoli a venerar la cassa del re defunto, riguardandolo tutti come un principe santo; e questa si deponeva nelle chiese con molti doppieri accesi all'intorno. E però restò in queste parti una distinta divozione verso di lui, tenendosi tuttavia care le di lui monete, per appenderle al collo dei figliuolini. Nel dì primo d'aprile arrivò esso Filippo a Parma; ed avendo le sue soldatesche bruciate quindici case a Colorno [Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.], rifece quel danno con adeguato pagamento. Grave carestia patirono in quest'anno i Reggiani e Parmigiani: ciò non ostante fecero oste al castello di Corvara, dove dimorava con assai banditi Jacopo da Palù, e presolo dopo tre mesi di assedio, poco dappoi lo smantellarono. Continuando la guerra fra i Veneziani e Bolognesi [Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.] al Po di Primaro, nel primo dì di settembre vennero alle mani i due nemici eserciti, e toccò la peggio ai Veneziani. Confessa il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che i suoi lasciarono in preda ai Bolognesi le lor tende e bagagli; ma che sopraggiunti altri capitani con gente assai, uccisero molti de' Bolognesi, e fortificarono il castello di Sant'Alberto, posto sul Po d'Argenta. Fecero guerra i potenti Bolognesi anche al comune di Modena, contro il tenor della pace, nel mese d'agosto, per l'ingiusta lor pretensione che i Modenesi nulla avessero da possedere di là dal fiume Panaro. Presero all'improvviso il castello di San Cesario [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]: il che udito in Modena, si diede tosto campana a martello, e il popolo tutto in armi corse a quel castello, e impetuosamente superate le fosse, quanti Bolognesi vi trovarono, o fecero prigioni, oppure uccisero. Presero anche i Bolognesi le castella di Savignano, di Montecorone e Monteombraro, e le atterrarono. Nè di ciò contenti, vennero coll'esercito fino al ponte di Santo Ambrosio e al ponte di Navicello; ma dai Modenesi, accorsi alla difesa, virilmente furono rispinti. In tal congiuntura accorsero i Parmigiani, amici sempre fedeli, in aiuto di Modena [Memorial. Potest. Regiens.]. Ma neppur Bologna era esente da guai. Mali trattamenti faceano i nobili al popolo, specialmente togliendo loro le donne. Si afforzarono per questo i popolari, e formata un'unione fra loro, che fu appellata la lega o compagnia della giustizia, mandarono a' confini ottanta d'essi nobili: il che diede principio all'abbassamento di Bologna, città che allora si trovava in una grande auge di potenza, fortuna e ricchezze. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di Malgrate per sagacità di Jacopino Rangone da Modena [Annales Veteres Mutinens.] lor podestà, il quale per questo fatto fu confermato nella podesteria dell'anno seguente. In Ferrara [Annal. Estens., tom. 15 Rer. Ital.] Giacomaccio dei Trotti, con altri aderenti alla fazion ghibellina del fu Salinguerra, fecero una congiura contra di Obizzo marchese di Este, signore della città; ma essendo questa venuta alla luce, lasciarono costoro il capo sopra d'un palco. Portossi nell'anno presente in Ispagna Guglielmo marchese di Monferrato, quivi prese per moglie Beatrice figliuola di Alfonso re di Castiglia, soprannominato l'Astrologo, con varii patti, de' quali fa menzione Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Se s'ha da prestar fede a Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 306.], Alfonso, siccome eletto re de' Romani, dichiarò suo vicario in Italia esso marchese, e mandò ottocento cavalieri con esso lui, i quali fecero guerra a Milano; ma rimasero in breve sterminati da Napo Torriano. Per questo si accese un odio grande fra esso Napo e il marchese.


MCCLXXII

Anno diCristo mcclxxii. Indizione XV.
Gregorio X papa 2.
Imperio vacante.

Nel primo giorno di gennaio dell'anno presente approdò a Brindisi il nuovo pontefice eletto Gregorio X, venendo di Soria [Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Arrivato che fu a Benevento, quivi fu ad inchinarlo il re Carlo, che poscia con magnificenza ed onore l'accompagnò nel resto del viaggio. Fu incontrato a Ceperano da molti cardinali, e dagli ambasciatori di Roma, che il pregarono di trasferirsi a quella città. Ma egli continuò il cammino sino a Viterbo. Portatosi poi a Roma, nel dì 27 di marzo fu consecrato; con gran solennità ricevè la tiara pontificia, il giuramento di fedeltà e d'omaggio dal re Carlo. Venuto poscia ad Orvieto, principalmente si applicò ai soccorsi di Terra santa. Intimò a questo fine un concilio generale da tenersi in Lione, e fece maneggi coi popoli di Venezia, Pisa, Genova e Marsilia, per ottenere da essi la lor quota di galee per quella sacra impresa [Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Ma perciocchè i Veneziani aveano guerra co' Bolognesi in terra, e per mare co' Genovesi, spedì l'arcivescovo d'Aix con titolo di legato apostolico, acciocchè trattasse di pace fra loro; e non potendola egli conchiudere, ordinasse a quei comuni d'inviare i lor plenipotenziarii alla corte pontificia. Dalle memorie rapportate dal Rinaldi vegniamo in cognizione, che tuttavia i Sanesi e Pisani ricusavano di riconoscere il re Carlo per vicario della Toscana, e gli ultimi aveano occupati alcuni luoghi in Sardegna. Intimò loro il pontefice le censure, e la privazione del vescovato [Ptolom. Lucens., in Annalib. Brev., tom. 11 Rer. Ital.], se nel termine prefisso non ubbidivano. Fece poscia una promozione di cinque cardinali, uno de' quali fu san Bonaventura, ministro generale dell'ordine de' Minori, insigne dottore della Chiesa. Trovandosi tuttavia alla corte pontificia Ottone Visconte arcivescovo di Milano [Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.], si presentò al papa implorando il suo aiuto contro la prepotenza de' Torriani signori di Milano, che lui e tanti nobili teneano banditi dalla patria. Intanto essi Torriani faceano gran guerra, e i nobili fuorusciti, i quali nondimeno cresciuti in forze per l'assistenza de' Comaschi faceano testa, elessero per loro capitano Simone da Locarno, uomo di grande sperienza nei fatti di guerra. Abbiamo dalla Cronica di Parma [Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.], che Guido e Matteo da Correggio parmigiani, dopo essere stati per lungo tempo come signori di Mantova, furono in quest'anno scacciati da quella podesteria per opera di Pinamonte dei Bonacossi Mantovano loro nipote. Costui non solamente occupò quel dominio, ma si unì co' Veronesi a parte ghibellina, esiliò la maggior parte de' Guelfi di quella città, e cagion fu di non pochi altri mali. Fecero i Pavesi oste contro la terra di Valenza, e fu in loro aiuto il conte Ubertino Landò [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] con cinquanta uomini di armi. Portatosi a Brescia il suddetto arcivescovo d'Aix [Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.] per trattar di concordia fra quel comune e i Torriani di Milano, così saggiamente condusse l'affare, che nel mese d'ottobre nella villa di Gocaglio, dove si trovarono i deputati delle parti, stabilì pace fra loro, con pagare la città di Brescia sei mila e trecento lire imperiali ai Torriani. Rimasero sacrificati, in tal congiuntura, i nobili ghibellini usciti di quella città, perchè lasciati alla discrezion del re Carlo, e mandati furono a' confini. Loro ancora furono tolte varie castella, e distrutte dal popolo di Brescia, fra' quali si contarono Seniga, gli Orci, Palazzuolo e Chiari. Dopo tanti anni di prigionia in Bologna [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] arrivò al fine di sua vita nel di 14 di marzo Enzo re di Sardegna, e con grande onore data gli fu sepoltura nella chiesa de' frati predicatori. Ma insorsero in quella città gravi discordie fra le due fazioni de' Geremii guelfi e de' Lambertazzi ghibellini. Gli Annali di Bologna [Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] e il Ghirardacci [Ghirardacci, Istor. di Bologna.] ne parlano all'anno seguente, ma fuor di sito, a mio credere. L'antica Cronica di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], e, quel ch'è più, Ricobaldo [Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.], storico di questi tempi e fra Francesco Pippino [Pippin, Chron. Bononiens., tom. eod.] ne danno relazione sotto il presente anno. Aveano ed han tuttavia i Bolognesi scolpito in marmo un privilegio, che dicono conceduto da Teodosio minore Augusto nell'anno 455 dopo Cristo alla lor città, e fu da me dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], che è la più sconcia impostura che si trovi fra le tante dei secoli ignoranti. Perchè in esso i territorii del territorio bolognese si fan giugnere fino al fiume Scultenna ossia Panaro verso il distretto di Modena, quel potente comune volle finalmente far valere le sue ragioni fondate sopra quel documento, ridicoloso bensì, ma da essi, per malizia o per goffaggine, tenuto qual incontrastabil decisione contra dei Modenesi, antichi possessori di varie castella di là dal suddetto fiume, e di molti più ne' secoli precedenti. Ah ignoranza dei barbarici secoli, di quant'altre novità e disordini sei tu stata la madre!

Fecero dunque i Bolognesi un decreto, in cui obbligarono qualsisia lor podestà di ricuperare il territorio sino al Panaro, e lo fecero intagliare in marmo e giurare ad ogni nuovo podestà. E nell'anno presente, prevalendo il partito dei Lambertazzi, fu presa la risoluzione di procedere ai danni de' Modenesi, coll'adunare un grosso esercito, e menar in piazza il carroccio, per dar principio alla guerra. A questo avviso, i Modenesi ricorsero alle loro amistà per aiuto. Cento uomini d'arme da tre cavalli per uno mandarono i Cremonesi. Due mila fanti e molti cavalieri vennero da Parma.

I Reggiani, siccome amici de' Bolognesi, permisero che molti de' suoi privatamente venissero in soccorso de' Modenesi, Obizzo marchese d'Este anch'egli con tutte le forze de' Ferraresi fu in armi, per sostenere i loro interessi. O sia che questo gagliardo armamento do' Modenesi facesse mutar pensiero ai più savii de' Bolognesi, oppure che la fazion guelfa de' Geremii se l'intendesse co' Modenesi, certo è che essi Geremii non si vollero muovere contra di Modena, e fu gran lite fra essi e i Lambertazzi. Temendo dunque gli ultimi che, se uscivano di Bologna, la fazion contraria introducesse in quella città Obizzo Estense signor di Ferrara, restarono, ed altro non seguì per conto di Modena. Anzi si ottenne dipoi che quel decreto e marmo pregiudiziale ai Modenesi fosse abolito. Carlo re di Sicilia, che nullameno sotto l'ombra di paciere andava macchinando il dominio di tutta l'Italia, scoprì in quest'anno l'animo suo verso la città di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Col mezzo del cardinale Ottobuono del Fiesco fece venire alla corte pontificia tutti i banditi e confinati di quella città, col pretesto di promuovere la concordia d'essi cogli ambasciatori di Genova, i quali si trovavano anch'essi in Roma. La conchiusione fu, che tutti que' nobili banditi, i Grimaldi specialmente e i Fieschi col cardinale suddetto, per quanto era in loro potere, suggettarono la lor patria ad esso re Carlo. Fu segreta la capitolazione, e non ne traspirò notizia agli ambasciatori suddetti; ma gli effetti poco appresso la scoprirono. Cominciarono que' nobili fuorusciti delle ostilità contro la patria; e il re Carlo in un determinato giorno, senza far precedere sfida alcuna, fece prendere quanti Genovesi si trovarono in Sicilia e Puglia colle loro mercatanzie e navi. Per buona ventura si salvarono due ricche navi che erano approdate a Malta, non essendo riuscito alla furberia dell'uffiziale del re Carlo di mettervi l'unghie addosso. Fu afflitta da grave carestia in quest'anno ancora la Lombardia.


MCCLXXIII

Anno diCristo mcclxxiii. Indizione I.
Gregorio X papa 3.
Ridolfo re de' Romani 1.

L'opere del santo pontefice Gregorio X fecero ben conoscere in quest'anno ch'egli non cercava se non il pubblico bene e la pace dappertutto. Per mancanza di un re ed imperadore, era da gran tempo in rotta buona parte dell'Italia [Ptolemaeus Lucens. Ricordano Malaspina, Raynald., in Annal. Eccles.], e sempre più le fazioni e civili discordie si rinvigorivano nelle città. Il perchè questo buon pontefice promosse in Germania presso que' principi l'elezione di un nuovo re de' Romani, senza attendere quella del tuttavia vivente Alfonso re di Castiglia. Al regno dunque della Germania e dei Romani fu promosso, non dai soli sette elettori, ma dalla maggior parte de' principi tedeschi, Ridolfo conte di Habspurch, signore di buona parte dell'Alsazia, principe di tutte le virtù ornato, e progenitore della gloriosa augusta casa d'Austria. Ricevette egli la corona germanica in Aquisgrana un mese appresso. Passò in quest'anno per Orvieto, dove dimorava la corte pontificia, Odoardo nuovo re di Inghilterra, che, venendo di Terra santa, se n'andava a ricevere la corona lasciatagli dal defunto re Arrigo suo padre [Chron. Parmense, tom. 8 Rer. Ital.]. Fece egli istanza al papa che fosse fatto rigoroso processo contra del conte Guido da Monforte per l'empio assassinamento del principe Arrigo d'Inghilterra. Infatti il papa sottopose costui a tutte le pene spirituali e temporali. Nel passare da Forlì, trovò esso re che i Bolognesi [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], cioè la fazion guelfa de' Geremii, per fare dispetto a quella dei Lambertazzi, la quale favoriva i Forlivesi, era ita all'assedio di quella città. Frappose il valoroso principe i suoi uffizii per quetar quella guerra; ma non vi trovò disposizione ne' Bolognesi, troppo allora goffi per la lor buona fortuna. La vigorosa resistenza fatta dai Forlivesi cagione fu che il campo bolognese, dopo aver dato il guasto a quel territorio, se ne ritornò a casa. Nel dì 20 di maggio del presente anno, e non già nel precedente, passò il re suddetto per Reggio, e poscia per Milano, alla volta della Francia. Aveva già il pontefice liberata dall'interdetto la città di Siena; e perchè gli premea forte l'intimato concilio generale in Lione per l'anno vegnente, volendo disporre il tutto, si mosse da Orvieto, affine di passar in Francia. Arrivò a Firenze [Ricordano Malaspina, cap. 198.] nel dì diciottesimo di giugno; e perchè sentì le doglianze dei Ghibellini usciti di quella città, siccome pontefice amator della pace, nè attaccato ad alcun de' partiti, mise ogni suo studio per rimetterli in Firenze. Sant'Antonino rapporta [S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 2.] una bella parlata che esso papa fece, o si finge che facesse, in detestando le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, con dimostrare la pazzia di questi nomi ed impegni, e i gravissimi danni cagionati da essi. Insomma tanto si maneggiò, che nel dì 2 di luglio con gran solennità fu fatta la pace, dati mallevadori ed ostaggi per mantenerla, e fulminata la scomunica contro chiunque la rompesse. Ma non si può abbastanza dire qual fosse la malignità o bestialità di questi tempi. Appena fatta la pace, e venuti i sindachi de' Ghibellini in città per darle compimento, fu loro detto all'orecchio, che, se non partivano, aveva ordine il maliscalco del re Carlo d'ucciderli. Si trovava allora il re Carlo in Firenze, nè gli dovea piacere il risorgimento de' Ghibellini contrarii a' suoi disegni. Vero o non vero che fosse, quei sindachi se ne andarono con Dio, e fecero saperne al papa il perchè. Veggendo il buon pontefice in tal guisa deluse le sue paterne intenzioni, tosto si ritirò da Firenze, con lasciar la città interdetta, e passò alla villeggiatura in Mugello presso il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, portando seco non lieve sdegno contra del re Carlo. Nel dì 27 di settembre fu in Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], e di là passò a Milano. Tali finezze furono a lui e alla sua corte usate da Napo ossia Napoleon dalla Torre, che il papa si compiacque di promuovere al patriarcato d'Aquileia Raimondo dalla Torre di lui fratello. Dopo il pontificato romano era quello in quei tempi il più ricco benefizio d'Italia, perchè i patriarchi godevano il riguardevol principato del Friuli. Ottone Visconte, che veniva accompagnando il papa, si teneva in pugno in tal congiuntura il pacifico suo stabilimento nell'arcivescovato di Milano [Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 309.]. Tale e tanta dovette essere l'industria ed eloquenza dei Torriani, che il papa gli ordinò di ritirarsi per allora a Piacenza, e di venir poscia al concilio di Lione; dopo di che l'assicurava di rimetterlo in Milano nella sua sedia. Fu detto che i Milanesi, se Ottone voleva pure spuntarla, con rientrare al loro dispetto in Milano, gli volevano torre la vita. Stimò dunque meglio il papa di farlo fermare in Piacenza, ma con riportare da questo ripiego non poco biasimo presso gli aderenti di Ottone. Pretende il Corio [Corio, Istor. di Milano.] che il papa si lasciasse poco vedere dai Milanesi, e si partisse sdegnato contra de' Torriani. Ma il patriarcato conceduto a Raimondo pare che non s'accordi con sì fatta relazione. Abbiamo da Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucensis, tom. 11 Rer. Ital.] che in quest'anno il primogenito di Ridolfo re de' Romani, per ricuperare o sostenere i diritti imperiali, fu inviato a dare il guasto alle terre del conte di Savoia, e che, tornando pel Reno a casa, essendosi sommersa la barca, si annegò.

Erano forte in collera con Carlo re di Sicilia i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Italic.], dacchè intesero l'aggravio indebito lor fatto nel precedente anno colla prigionia delle persone e robe de' lor nazionali. Tuttavia, senza volergli rendere la pariglia, concederono tempo di quaranta giorni a tutti i di lui sudditi di Sicilia e Puglia e Provenza, per ritirarsi coi loro averi, premessa l'intimazione che dopo tal tempo sarebbono trattati da nemici. Mosse dunque il re Carlo da tutte le parti guerra ai Genovesi. Il vicario della Toscana coi Lucchesi, Fiorentini, Pistoiesi ed altri popoli le diede principio nella Riviera orientale, e il maliscalco di Provenza nell'occidentale. Gli Alessandrini e i marchesi di quelle contrade, d'ordine del re Carlo, presero anch'essi l'armi contra degli Stati di Genova di qua dall'Apennino. I soli Piacentini si scusarono di non volere far loro la guerra; e i Pavesi, perchè di fazion ghibellina, accorsero in aiuto dei Genovesi. Molte castella furono prese, molte ricuperate; e in mezzo a tanti avversarii seppe ben sostenersi la potenza de' Genovesi. Probabilmente fu circa questi tempi che il medesimo re Carlo inquietò non poco la città d'Asti [Chron. Astens. tom, 11 Rer. Ital.]. Guglielmo Ventura scrive ch'egli signoreggiava per tutto il Piemonte. Sotto il suo giogo stavano Alba, Alessandria, Ivrea, Torino, Piacenza e Savigliano: Bologna, Milano e la maggior parte delle città di Lombardia gli pagavano tributo, il popolo di Asti, siccome geloso della propria libertà, l'ebbe sempre in odio. Ma per liberarsi dalle vessazioni, nell'anno 1270 comperarono da lui, collo sborso di tre mila fiorini d'oro, un tregua di tre anni. Finita questa, ne pagarono altri undici mila per la tregua di tre altri anni. Ma accadde nel marzo di quest'anno che mandando gli Astigiani a Genova parecchi torselli di panno franzese di varie tele, furono que' panni presi da Jacopo e Manfredi marchese del Bosco a Cossano. Perciò gli Astigiani con un esercito di circa dieci mila pedoni e pochi cavalieri si portarono a dare il guasto a Cossano. Quivi stando nel dì 24 di marzo, eccoli giugnere i marescialli provenzali del re Carlo con grosso esercito di Franzesi e Lombardi, che, sconfitto il campo degli Astigiani, ne condusse prigioni circa due mila ad Alba. Ogerio Alfieri ne conta solamente ottocento. Se non erano i Pavesi che inviassero ad Asti ducento uomini di armi, quella città cadeva nelle mani del Provenzali. Fecero gli Astigiani istanza al siniscalco del re Carlo per la liberazion de' loro prigioni, allegando la tregua che tuttavia durava. Costui, entrato in furore, non altra risposta diede ai messi, se non che se gli levassero davanti, e dicessero ai suoi, che qualora non si risolvessero di servire al re Carlo suo signore, morrebbono in carcere tutti gli Astigiani. E poi si voleva far credere alla buona gente che il re Carlo era il pacificator dell'Italia, nè altro cercava che il pubblico bene delle città. Ai fatti s'ha da guardare, e non ai nomi vani delle cose. Ora questo modo di procedere del re Carlo mise il cervello a partito al comune d'Asti, città allora assai ricca. Assoldarono que' cittadini mille e cinquecento uomini a cavallo di diversi paesi. Chiamarono in loro aiuto il marchese di Monferrato, nemico anch'esso del re Carlo, perchè chiaro si conosceva ch'egli tendeva alla monarchia d'Italia, ed avea già occupate varie terre del Monferrato. Per mare eziandio vennero di Spagna ducento uomini d'armi, che Alfonso re di Castiglia mandava al suddetto marchese genero suo. Con tali forze cominciarono gli Astigiani a far guerra alla città d'Alba e alle terre del re Carlo; nè solamente tennero in dovere chiunque il voleva offendere, ma tolsero molti luoghi ai nemici. Per maggiormente assodarsi e salvarsi dagli attentati del re Carlo, fu anche stabilita lega fra i Genovesi, Pavesi, Astigiani e il suddetto marchese di Monferrato Guglielmo. Ma è ben da stupire come il santo pontefice Gregorio X [Raynaldus, in Annal. Eccles.] per cagione di questa lega fulminasse la scomunica contra di quei popoli e contra del marchese, quasichè fosse un delitto il difendersi dalla prepotenza del re Carlo, nè fosse lecito a' principi e alle città libere d'Italia il far delle leghe. Gran polso che dovea avere nella corte pontificia il re Carlo, per cui impulso possiam credere emanate queste censure. Ubaldino da Fontana in Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] nella pubblica piazza d'essa città tentò di uccidere il marchese Obizzo d'Este signor di Ferrara; ma vi lasciò egli la vita, trucidato dalla famiglia del signore.


MCCLXXIV

Anno diCristo mcclxxiv. Indizione II.
Gregorio X papa 4.
Ridolfo re de' Romani 2.

Memorabile si rendè l'anno presente per l'insigne concilio generale tenuto da papa Gregorio X in Lione [Raynaldus, in Annal. Eccl. Labbe, Concil. Ptolomaeus Lucens. et alii.], al quale intervennero circa cinquecento vescovi, settanta abbati e mille altri fra priori, teologi ed altri ecclesiastici dotati di qualche dignità. Gli fu dato principio nel dì 7 di maggio, e quivi si fece la riunion de' Greci colla Chiesa latina; il che recò estrema consolazione ad ognuno. Michele Paleologo, imperador de' Greci, uomo accorto, paventando forte la crociata de' popoli d'Occidente, promossa con zelo inesplicabile dal buon papa Gregorio, e vivendo ancora in non poca gelosia delle forze e dell'ambizione di Carlo re di Sicilia, si studiò con questo colpo di rendere favorevole a sè stesso il pontefice e i principi latini. Furono eziandio fatti molti dei regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, e si trattò con vigore della ricupera di Terra santa. E perciocchè le maggiori speranze del papa erano riposte nel nuovo eletto re de' Romani Ridolfo conte di Habspurch, che avea presa la croce, si studiò egli di pacificare Alfonso re di Castiglia, il quale continuava le sue pretensioni sopra il regno d'Italia, e solennemente ancora confermò l'elezione d'esso Ridolfo. Questi, all'incontro, confermò alla Chiesa romana tutti gli Stati espressi ne' diplomi di Lodovico Pio, Ottone I, Arrigo I e Federigo II, e si obbligò di non molestar il re Carlo nel possesso e dominio del regno di Sicilia, con altri patti che si possono leggere negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi. Due gran lumi perdette in quest'anno l'Italia e la Chiesa di Dio. Il primo fu Tommaso da Aquino dell'ordine de' Predicatori, della nobilissima casa de' conti d'Aquino, ingegno mirabile ed angelico, teologo di sì profondo sapere, che dopo sant'Agostino un altro simile non aveva avuto la cristiana repubblica [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl. lib. 22, tom. 11 Rer. Ital.]. Da Parigi, nella cui università era egli stato con infinito plauso pubblico lettore, venuto a Napoli nell'anno 1272, s'era ivi fermato per ordine del re Carlo, affinchè vi leggesse teologia. Ma dovendosi tenere il concilio, in cui sarebbe occorso di disputar coi Greci, papa Gregorio comandò ch'egli venisse a Lione per così importante affare. Misesi fra Tommaso in viaggio; ma infermatosi per via, giacchè non v'era vicino convento alcuno del suo ordine, si fermò nel monistero dei Cisterciensi di Fossanova nella Campania. Quivi dopo qualche mese passò a miglior vita nel dì 7 di marzo dell'anno presente in età di soli quarantanove anni, o al più cinquanta, con ammirarsi tuttavia, come egli tante opere, ed opere insigni, potesse compiere in un sì limitato corso di vita. Io non so qual fede si possa prestare a Dante [Dante, Purgator., can. 20.], che cel rappresenta tolto dal mondo con lento veleno, fattogli dare dal re Carlo, per timore che non facesse dei mali uffizii alfa corte pontificia a cagion della persecuzione da lui fatta ai conti d'Aquino suoi fratelli. Fu egli poi canonizzato e posto nel catalogo de' santi, e dopo molti anni trasportato a Tolosa il sacro suo corpo. Gran perdita parimente si fece nella persona di fra Bonaventura da Bagnarea dell'ordine de' Minori [Bolland., Act. Sanct., ad diem 14 jul.], insigne teologo anche esso, già creato cardinale della santa romana Chiesa, e vescovo d'Albano. Trovavasi egli al concilio di Lione; quivi nel dì 15 di luglio terminò il corso della vita terrena, e ducento anni dipoi fu canonizzato, senza intendersi perchè la festa sua si celebri nel dì precedente, se forse egli non morì nella notte fra l'un giorno e l'altro: il che suol produrre diversità di contare presso gli storici. Secondo le storie milanesi [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 310. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], Napo dalla Torre signor di Milano spedì una solenne ambasceria a riconoscere per re dei Romani e d'Italia Ridolfo, con offerirgli il dominio della città. Fu gradito non poco quest'atto dal re Ridolfo, e però dichiarò suo vicario in Milano esso Napo, e mandogli il conte di Lignì con un corpo di truppe tedesche per difesa sua contra de' Pavesi e de' nobili fuorusciti. Cassone ossia Gastone, figliuolo di Napo, fu poi dichiarato capitano di tali truppe.

In quest'anno ancora vennero trecento uomini d'armi a Pavia [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], inviati dal re Alfonso di Castiglia. Con questi e con tutto il loro sforzo i Pavesi, gli Astigiani e Guglielmo marchese di Monferrato andarono a dare il guasto al territorio d'Alessandria, e stettero otto giorni addosso a quel popolo. Non sapendo gli Alessandrini come levarsi d'attorno questo fiero temporale, chiesero capitolazione, e fu convenuto ch'essi rinunziassero al dominio del re Carlo, con che cesserebbono le offese. Nel mese poscia di giugno passarono ai danni della città di Alba e di Savigliano. Presero Saluzzo e Ravello: il che diede motivo a Tommaso marchese di Saluzzo di abbandonar la lega del re Carlo, e di unirsi cogli Astigiani. Tornati nel distretto d'Alba, diedero il guasto al paese sino alle porte di quella città, e gli Astigiani fecero quivi correre al pallio nel dì di San Lorenzo in vitupero de' nemici. Vollero gli uffiziali del re Carlo far pruova della lor bravura, e diedero battaglia, ma con riportarne la peggio, essendo rimasto ferito in volto Filippo siniscalco d'esso re, e Ferraccio da Sant'Amato maresciallo con circa cento quaranta Provenzali. Per queste traversie il suddetto siniscalco si ritirò in Provenza, e lasciò ad Alba, Cherasco, Savigliano, Mondovico, ossia Mondovì, e Cuneo, di levarsi di sotto alla signoria del re Carlo, il cui dominio in Piemonte si venne in questa maniera ad accorciare non poco. Vi conservò egli nulladimeno alcune città [Ptolom. Lucens., Hist. Ecclesias., lib. 23, cap. 29.]. S'impadronirono gli Astigiani anche del castello e della villa di Cossano, i cui signori andarono in Puglia a cercar da vivere alle spese del re. Miglior mercato non ebbe esso re Carlo nella guerra contra de' Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Presero bensì le sue galee in Corsica il castello d'Aiaccio, fabbricato e fortificato quivi dal comune di Genova; ma i Genovesi, messo insieme uno stuolo di ventidue galee, andarono in traccia delle provenzali, nè trovandole in Corsica, passarono a Trapani in Sicilia, e bruciarono quanti legni erano in quel porto. Iti i medesimi a Malta, diedero il sacco all'isola del Gozzo, e poi, venuti a Napoli, dove soggiornava lo stesso re, per ischerno suo alzarono le grida, e sommersero in mare le regali bandiere; e, nel tornare a Genova, presero molti legni d'esso re Carlo. Quindi nella riviera di Ponente gli ritolsero Ventimiglia. Seguì poscia una zuffa fra essi e il siniscalco del re al castello di Mentono, dove rimasero sconfitti essi Genovesi; ma nulla potè fare contra di essi la potente flotta di lui, che era venuta sino in faccia del porto di Genova.

In Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] divampò nell'anno presente un grave incendio, che durò poscia gran tempo. Prevalendo la fazione de' Rangoni e Boschetti, furono obbligati i Grassoni, quei da Sassuolo e da Savignano coi loro aderenti di uscire della città. Ingrossati poscia i fuorusciti, vennero sino al Montale, ed accorsi i Rangoni col popolo, attaccarono battaglia. Vi fu grande strage dall'una parte e dall'altra; ma la peggio toccò ai Rangoni. Più strepitosi sconcerti succederono in Bologna nel mese di maggio [Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Vennero alle mani i Geremii, cioè la fazione guelfa, coi Lambertazzi, seguaci della parte dell'imperio, e si fecero ammazzamenti e bruciamenti di case non poche per parecchi giorni. In soccorso de' Guelfi si mosse la milizia di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], Cremona, Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] e Modena. Era appena giunta al Reno questa gente, che i Lambertazzi giudicarono meglio di far certi patti colla fazion contraria; e però, cessato il rumore e bisogno, se ne tornarono indietro i collegati. Ma che? Da lì a pochi giorni si ricominciò la danza di prima, e la concordia andò per terra. Il perchè la parte della Chiesa richiese le sue amistà, e in aiuto suo marciarono i Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Ferraresi e Fiorentini. All'avviso di tanti soccorsi che venivano, i Lambertazzi sloggiarono senza contrasto nel dì 2 di giugno. Secondo altri, vi fu gran battaglie, e ferro e fuoco si adoperò; ma in fine, non potendo reggere i Lambertazzi alla forza superiore de' Guelfi, uscirono della città vinti, e si ritirarono a Faenza, con lasciar prigionieri molti del loro partito. Furono atterrati varii palagi e case de' fuorusciti; e il Ghirardacci scrive [Ghirardacci, Istor. di Bologna.] che quindici mila cittadini ebbero, in tal congiuntura, il bando. Nel mese d'ottobre il popolo di Bologna, rinforzato dai Guelfi circonvicini, fece oste contra le città della Romagna che si erano ribellate. Scacciò d'Imola i Ghibellini, e vi mise un buon presidio. Passò dipoi sotto Faenza, e diede il guasto a quelle contrade; ma ritrovando ben guernita e rigogliosa la città per gli tanti usciti di Bologna, se ne ritornò a casa senza far maggiori tentativi. Secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], fu guerra in quest'anno fra i Pavesi e Novaresi collegati, e il comune di Milano.


MCCLXXV

Anno diCristo mcclxxv. Indizione III.
Gregorio X papa 5.
Ridolfo re de' Romani 3.

Gran voglia nudriva Alfonso re di Castiglia di abboccarsi col pontefice Gregorio X, e ne fece varie istanze, affine di far valere le sue pretensioni sopra il regno d'Italia [Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Il papa, che già era tutto per l'eletto e coronato re Ridolfo, premendogli di quetare il re castigliano, e di metter fine a queste differenze, si portò apposta a Beaucaire in Linguadoca, dove venne a trovarlo Alfonso. Sfoderò egli tutte quante le sue ragioni sopra il romano imperio, e si lamentò del papa che avesse approvato, in competenza di lui, il re Ridolfo. Ma il pontefice anch'egli allegò le sue; e queste unite alla di lui costanza, dopo un dibattimento di parecchi dì, indussero il re a fare un'ampia rinunzia delle sue pretensioni, e se ne tornò in Ispagna. Scrivono altri ch'egli ne partì disgustato. Comunque sia, o si pentisse egli della rinunzia fatta, o non la facesse, certo è che, ritornato a casa, assunse il titolo d'imperadore, e manteneva corrispondenze in Italia in specialmente col marchese di Monferrato suo genero. Ma altro ci voleva a conquistar l'Italia, che Io starsene colle mani alla cintola in Ispagna, per veder quando facea la luna. Il papa, informato de' suoi andamenti, gli fece sapere all'orecchio, che se non desisteva, avrebbe adoperate le censure contra di lui; al qual suono egli abbassò la testa, e s'accomodò ai voleri del pontefice. Egualmente desiderava Ridolfo re de' Romani un abboccamento con papa Gregorio [Annal. Colmar. Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernardus Guid.]. Fu scelta a questo oggetto la città di Losanna, dove arrivò nel dì 6 d'ottobre esso papa, e comparve nel dì di san Luca anche Ridolfo. Restò ivi concertato che il re nell'anno seguente con due mila cavalli venisse a prendere la corona imperiale per la festa d'Ognisanti. Si trattò della crociata, e, secondo alcuni storici, allora solamente fu che Ridolfo colla regina sua moglie prese la croce. Furono di nuovo confermati alla santa Sede tutti gli Stati, con particolar menzione della Romagna e dell'esarcato di Ravenna. Sen venne poscia il buon pontefice a Milano verso la metà di novembre, e quivi si lasciò vedere in pubblico. Grandi carezze ed onori gli fecero i Torriani, e riuscì loro di staccarlo dalla protezion dell'arcivescovo Ottone; di maniera che, partito da Milano il papa, con lasciare in isola esso arcivescovo, questi come disperato si ritirò a Biella. Nel dì 22 di novembre arrivò il pontefice a Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] sua patria, e vi si fermò alquanti giorni per rimettere la quiete e pace in quella città. Nel dì 5 di dicembre alloggiò una sola notte in Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.], e, continuato il viaggio, arrivò a Firenze [Ricordano Malaspina, cap. 202.]. Non volea passare per quella città, perchè allora sottoposta all'interdetto; ma fattogli credere che, essendo l'Arno troppo grosso, non si potea valicare, se non valendosi de' ponti di Firenze, passò per colà, e benedisse quanti furono a vederlo passare; ma, appena uscito, replicò l'interdetto e le scomuniche contra de' Fiorentini. Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.] scrive che egli si fermò per un mese a Firenze, per trattar di pace fra que' cittadini. Ma non può stare, avuto riguardo alla sua entrata in Firenze e al tempo di sua morte. Andò finalmente a far la sua posata in Arezzo.

Trovandosi assai disordinata la cronologia dei fatti di Milano in questi tempi, tanto presso Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 301.] che negli Annali di Milano [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], non si può ben accertare quel che succede nell'anno presente in quelle parti. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza, che i Pavesi colle loro amistà cavalcarono ai danni di Milano per le gagliarde istanze de' capitani e valvassori, ossia de' fuorusciti di quella città. Il conte Ubertino Lando con cento cavalieri fuorusciti di Piacenza andò ad unirsi con loro. E questa verisimilmente è la guerra descritta dal Corio. Per attestato di lui, i Pavesi, Novaresi e i nobili usciti di Milano cogli Spagnuoli sul principio del presente anno s'impadronirono del nuovo ponte fabbricato dai Milanesi sul Ticino. Per cagione di tali movimenti, e per timore di peggio, i Torriani nel dì diciannovesimo di gennaio strinsero lega cogli ambasciatori di Lodi, Como, Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Reggio, Crema e fuorusciti di Novara. Ma questo non impedì i progressi de' Pavesi e de' lor collegati, imperciocchè presero alcune castella de' Milanesi, e diedero loro altre spelazzate che si possono leggere presso il suddetto Corio. Fu scoperto in Piacenza un trattato del conte Ubertino Lando, capo degli usciti, per rientrare in quella città: il che costò la vita oppur varii tormenti a molti, e non pochi si fuggirono di Piacenza.

Appena venne il tempo da poter uscire in campagna, che l'infellonito popolo guelfo di Bologna fece oste contra de' propri nazionali, cioè contra de' Lambertazzi ghibellini rifugiati in Faenza [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Bonon., tom. 18 Rer. Ital.]. Giunsero fino alle porte di quella città, in tempo che i Faentini cogli usciti Bolognesi erano andati per liberare alcune castella occupate dai nemici. Nel tornarsene costoro a Faenza, scontrarono al ponte di San Procolo, due miglia lungi da quella città, l'armata bolognese, e, trovandosi tagliati fuori, per necessità vennero a battaglia. Menarono così ben le mani, che andò in rotta il campo de' Bolognesi, e vi furono non pochi morti, feriti e presi. La vergogna e rabbia di tal percossa fu cagione che i Bolognesi, vogliosi di rifarsi, chiamate in aiuto tutte le loro amistà di Parma, Modena, Reggio e Ferrara, formarono un potentissimo esercito, di cui fu generale Malatesta da Verucchio, cittadino potente di Rimini. Preparandosi anche i Faentini per ben riceverli, essendo accorso in loro aiuto il popolo di Forlì; e scelsero per lor capitano Guido conte di Montefeltro, il più accorto e valoroso condottier d'armi che in que' dì avesse l'Italia. Fino al ponte di San Procolo arrivò il poderoso esercito de' Bolognesi, e cominciò a dare il guasto al paese. Allora il prode conte Guido mandò a sfidare il Malatesta capitano de' Bolognesi; e però, scelto il luogo e ordinate le schiere, nel dì 13 di giugno si diede principio ad una fiera battaglia. Ricobaldo [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.] non fa menzione di sfida, ma bensì, che osservata dal conte Guido la troppa confidenza e mala capitaneria de' nemici, andò ad assalirli. Tale fu l'empito e la bravura de' Faentini e de' fuorusciti Bolognesi, che fu messa in fuga la cavalleria nemica, colla morte e prigionia di molti. Allora l'abbandonata fanteria diede anche essa alle gambe. Circa quattro mila d'essi fanti si ristrinsero alla difesa del carroccio; ma attorniati e balestrati dal vittorioso esercito de' Faentini e Forlivesi, furono obbligati a rendersi prigionieri senza colpo di spada. De' soli Bolognesi restarono sul campo più di tre mila e trecento persone, e vi morirono assaissimi nobili e plebei degli altri collegati. Ascese a molte migliaia il numero dei prigioni, ed immenso fu il bottino di padiglioni, tende carriaggi ed altri arnesi, per li quali ricchi ed allegri i vittoriosi se ne tornarono a Faenza. A queste disavventure ne tennero dietro dell'altre. Cervia, per tradimento tolta all'ubbidienza de' Bolognesi, si diede al comune di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]. Cesena fece anch'essa dei patti coi vincitori. E i Lambertazzi s'impadronirono di varie castella del Bolognese; con che s'infievolì di molto la potenza di Bologna, che faceva in addietro paura a tutti i vicini. Di questa congiuntura profittò anche Guido Novello da Polenta, ricco cittadin di Ravenna [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.], perchè, entrato in quella città, se ne fece signore con iscacciarne i Traversari e gli altri suoi avversarii. I Guelfi di Toscana [Ricordano Malaspina, cap. 201. Ptolomaeus Lucens., Annales brev., tom. 11 Rer. Ital.], cioè i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi, Pistoiesi ed altri, col vicario del re Carlo, fecero oste in quest'anno nel mese di settembre contro i Pisani, e, dopo averli sconfitti ad Asciano, presero quel castello. Abbiamo ancora dalla Cronica di Sagazio Gazata [Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.] e dal Corio [Corio, Istoria di Milano.], e da altri documenti di questi tempi, che il re Ridolfo spedì in quest'anno Ridolfo suo cancelliere in Italia alle città di Milano, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Crema, Lodi ed altre, nelle quali fece giurare a que' popoli l'osservanza de' precetti della Chiesa e la fedeltà all'imperadore. Seco era Guglielmo vescovo di Ferrara legato apostolico. E questo giuramento prestarono ad esso Ridolfo anche le città della Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], giacchè il re Ridolfo, nel confermare i privilegii alla Chiesa romana, protestò di farlo sine demembratione imperii; e la Romagna da più secoli dipendeva dai soli imperadori o re d'Italia, siccome fu altrove provato [Piena Esposizione dei Diritti Cesarei ed Estensi sopra Comacchio.]. Mancò di vita in questo anno nel dì 16 d'agosto Lorenzo Tiepolo doge di Venezia, e in luogo suo restò eletto Jacopo Contareno [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.]. Sotto il suo governo ebbero i Veneziani lunga guerra cogli Anconitani, e più d'una volta la lor armata navale fu all'assedio di quella città, ma con poco onore e profitto.


MCCLXXVI

Anno diCristo mcclxxvi. Indizione IV.
Innocenzo V papa 1.
Adriano V papa 1.
Giovanni XXI papa 1.
Ridolfo re de' Romani 4.

Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papa Gregorio X nel dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid. Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Siccome la vita sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nel cardinal Pietro da Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e teologo insigne, il qual prese il nome d'Innocenzo V. Passò egli da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.] una nobile ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che conchiuse pace fra il cardinale Ottobuono del Fiesco e i fuorusciti di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'Adriano V, e levò tosto l'interdetto da Genova patria sua. Era egli vecchio ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un conclave i cardinali [Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.], e questi, se non vollero morir di fame, si accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papa Pietro figliuol di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi tempi, che nella medicina. Questi prese il nome di Giovanni XXI, benchè dovesse dirsi Giovanni XX; e, portatosi a Roma, fu coronato colla tiara pontificia [Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.]. Annullò egli la costituzion di papa Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], seguitando, a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole: Papae quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto.

Tengo io per fermo che le avventure di Ottone Visconte, narrate da Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.] e dall'autore degli Annali Milanesi [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] sotto l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si avvide il Sigonio [Sigon., de Regn. Ital.]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoria di Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera. Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne perciò Casson dalla Torre co' Tedeschi, inviati a Milano dal re Ridolfo, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera, volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi a Gallerate [Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte, nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo Ottone, e gridò: Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato, che un sì caro nipote? Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata. Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi, ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio. Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona, al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campo loro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi, per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi, volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo, e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono scacciati gli aderenti alla casa della Torre [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ricevuta questa lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a prepararsi per cose più grandi.

I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche in Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti, la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini [Ricord. Malaspina, cap. 205.], Lucchesi, ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini. Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, con aver dovuto i Pisani rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri patti [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone e di bestie assaissime [Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì; e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra, cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a tutti. Nè si dee tralasciare che Guido conte di Montefeltro [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] coi Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi [Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], tentarono di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altri Guelfi a Firenze, dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno seguente.


MCCLXXVII

Anno diCristo mcclxxvii. Indizione V.
Niccolò III papa 1.
Ridolfo re de' Romani 5.

Soggiornava papa Giovanni XXI in Viterbo, e non solo sperava, ma si prometteva con franchezza una lunga vita, e se ne lasciava intendere con chiunque trattava con lui; ma questi conti gli andarono falliti [Ptolomaeus Lucensis, Nangius. Raynaldus, Annal. Eccles.]. S'era egli fatta fabbricare una bella camera presso al palazzo della città. Questa gli cadde un giorno, oppure una notte, addosso, e da quella rovina restò sì mal concio, che da lì a sei giorni, cioè nel dì 16 di maggio, oppure nel seguente, finì di vivere. Se si eccettua la sua affabilità con tutti, e la sua liberalità verso i letterati, massimamente poveri, nel resto egli ci vien dipinto dagli scrittori come uomo pieno di vanità, che nelle parole e ne' costumi non mostrava prudenza e discrezione, e spezialmente ebbe un difetto che non se gli può perdonare [Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.]: cioè amava egli poco i monaci e i frati; e dicono, che se Dio nol levava presto dal mondo (e fu creduto anche che il levasse per questo), egli era per pubblicare qualche decreto contra di loro. Potrebbe ciò far sospettare che le penne de' religiosi, dai quali unicamente abbiamo le poche memorie della sua vita, avessero oltre il dovere aggravata la fama di questo pontefice [Siffridus, in Chron.], con giugnere fino a dire, aver egli scritto un libro pieno d'eresie: cosa manifestamente falsa, e non saputa da alcuno degli Italiani. Durò la vacanza della santa Sede sei mesi, e in questo mentre insorsero delle differenze fra Ridolfo re dei Romani e Carlo re di Sicilia. Con tutte le belle promesse fatte dall'ultimo di rilasciar tutto ciò che spettava all'imperio, dappoichè fosse eletto ed approvato dalla santa Sede un re de' Romani od un imperadore, non dovette egli permettere che i popoli della Toscana, della quale s'intitolava vicario, prestassero il giuramento di fedeltà ad esso re Ridolfo; ed essendo tuttavia senator di Roma, non gli piacea che alcun venisse a prender ivi la corona [Raynald., in Annal. Eccl.]. Nacque perciò nebbia di rancore fra questi due principi; e perciocchè Ridolfo si preparava per calare in Italia, il sacro collegio de' cardinali il pregò di sospendere la sua venuta, finchè fosse stabilita una buona concordia fra lui e il re Carlo. Finalmente nel dì 25 di novembre, festa di santa Caterina, i primi discordi cardinali, stretti dal popolo di Viterbo, concorsero coi lor voti nell'elezione di Giovanni Gaetano della nobil casa degli Orsini Romani, cardinal diacono di San Niccolò in Carcere Tulliano [Ptolomaeus Lucens, Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Ital. Jordanus, in Chron. Memor. Potest. Regiens. Bernardus Guid.], personaggio d'animo grande e di non minore attività e prudenza, ed amatore dei religiosi, e soprattutto de' frati minori. Prese egli il nome di Niccolò III. Non tardò a passar colla sua corte a Roma, dove nella festa di santo Stefano fu ordinato prete, poi consecrato e coronato. Fece anch'egli sapere al re Ridolfo, se non erano prima acconce le sue differenze col re Carlo, che sospendesse la sua venuta in Italia, come si può credere, così imboccato dai ministri del re Carlo, il quale troppo gran mano allora avea nella corte pontificia, per non dire ch'egli vi facea da padrone.

Dacchè fu in Como Ottone Visconte arcivescovo di Milano, dichiarò capitano de' nobili milanesi fuorusciti Riccardo conte di Lomello, il quale venne a trovarlo con grossa cavalleria e fanteria di Pavesi e Novaresi [Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 313. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Stephanard., Poem., tom. 9 Rer. Ital.]. Unito questo gagliardo rinforzo coi Comaschi, dopo la presa di Lecco e d'altre castella, passò l'arcivescovo colla sua armata alla terra di Desio. Allora i Torriani con potente esercito di cavalli e pedoni mossero da Milano, e vennero per fermare il corso dell'armata nemica. Si attaccò nel dì 21 di gennaio, festa di sant'Agnese, una atroce e sanguinosa battaglia; ma perciocchè chiunque militava dalla parte dell'arcivescovo, dicea daddovero, laddove da quella de' Torriani molti non per genio, ma per non poter di meno, aveano prese l'armi, in fine la vittoria si dichiarò favorevole all'arcivescovo. Non solamente rimase sconfitto l'esercito dei Torriani, ma molti di loro stessi vennero alle mani de' Comaschi, che poi li rinserrarono nelle carceri di Monte Baradello. Fra questi si contò lo stesso Napo ossia Napoleone signor di Milano, Mosca suo figliuolo. Guido, Herech ossia Rocco, Lombardo e Carnevale. Francesco dalla Torre, ch'era il secondo padrone di Milano, restò ucciso da' villani. Non fu a tempo per intervenire a questo fatto di armi Cassone ossia Gastone dalla Torre figliuolo del suddetto Napo, che con cinquecento cavalli si trovava a Cantù. Ma, udita ch'egli ebbe l'infausta nuova della rotta de' suoi, senza perdere tempo, spronò alla volta di Milano, dove trovò le porte chiuse. Entrato per forza, vide un altro doloroso spettacolo, cioè il popolo che dava il sacco alla casa sua e de' suoi parenti, e stava in gran copia armato al Broletto. Volle scacciare il popolaccio intento al saccheggio, e ne ammazzò anche molti; ma scorgendo che la gente della città non gli prestava più nè ubbidienza nè aiuto, anzi, temendo d'esser sopraffatto dalla moltitudine, uscì della città, e cavalcò verso Lodi. Ivi ancora trovò mutata la fortuna, perchè i Lodigiani gli serrarono le porte in faccia: laonde si ritirò a Cremona, e dagli stessi Cremonesi fu pregato di andarsene, e però si trasferì a Parma.

Ottone arcivescovo, dopo aver salvata la vita a Napo dalla Torre, s'inviò col vittorioso esercito alla volta di Milano. Gli venne incontro processionalmente il clero e popolo, gridando: Pace, pace. Ed ebbero pace infatti, perchè Ottone diede rigorosi ordini che niuna vendetta facessero i nobili, nè fosse recato male o danno alcuno alle persone e robe dei cittadini. Visitò prima d'ogni altra cosa la Basilica Ambrosiana, e poi, di comune consenso del popolo e de' nobili, fu acclamato signor di Milano nel temporale. Fecero oste i Pavesi nell'aprile e maggio al castello della Pietra [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], dove si erano afforzati i nobili fuorusciti della loro città che tenevano la parte della Chiesa, cioè la guelfa. Colà ancora in aiuto dei Pavesi si portarono i Milanesi col loro carroccio, e col rinforzo d'altre città ghibelline. Ma per essere venuta in soccorso degli assediati tutta la milizia di Parma con assai cavalleria spedita da Reggio, Modena e Brescia, fu d'uopo che gli assedianti si ritirassero con poco lor gusto. Mirabil cosa è il vedere come in questi tempi fossero sempre in moto le milizie delle città libere, e or qua or là per propria difesa, o per sostenere i collegati o la loro fazione. Interpostisi poi varii pacieri, nel dì 15 di novembre si conchiuse concordia e pace fra gli usciti di Pavia e le comunità di Cremona ed Alessandria dall'una parte, e il comune di Pavia e il marchese di Monferrato dall'altra: con che furono rilasciati tutti i prigioni. Alcuni masnadieri banditi da Parma e Cremona occuparono Guastalla, che era in questi tempi sotto il dominio di Cremona; ma, essendovi prestamente accorsi gli uomini di Castel Gualtieri, fu ricuperata quella terra, e condotti quei malfattori incatenati a Cremona. Erano marciati alla volta di Ravenna secento cavalieri, ch'erano al soldo di Bologna [Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], con sessanta altri di quei cittadini, per portare una buona somma di danaro a quella città. Assaliti per istrada dai Lambertazzi, ne restarono cento sul campo, e circa ducento presi col danaro furono condotti nelle carceri di Faenza. Essendosi ritirati a Firenze i Guelfi usciti di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], cominciarono una tela coi Fiorentini e coi Geremii guelfi dominanti in Bologna, facendo loro infallibilmente sperare l'acquisto della città di Forlì. Entrarono a braccia aperte in questo trattato essi Geremii, ed inviarono a Firenze per ostaggi venticinque figliuoli de' nobili. Impegnarono anche per due anni le gabelle per pagar la gente che si assoldava. Il podestà di Parma con tutta la milizia di quella città, e ducento cavalieri reggiani ed altrettanti modenesi vennero in servigio d'essi Bolognesi. Quattrocento pure Ravegnani andarono ad unirsi con loro. Marciò quest'armata nel dì 4 di ottobre ad Imola; e nello stesso tempo il conte Guido Selvatico da Dovadola, capitano de' soldati ammassati in Firenze e de' fuorusciti di Forlì, passò di qua dall'Apennino, e prese molte castella dei Forlivesi. Ribellaronsi allora a Forlì molti castellani, e si fortificarono spezialmente in Civitella e Valbona. Per opporsi ai loro avanzamenti uscì in campagna il conte Guido da Montefeltro coi Forlivesi, e nel dì 14 di novembre a forza di armi ricuperò Civitella: il che bastò a mettere tal paura nel conte Selvatico e ne' Fiorentini, che, lasciando indietro molti cavalli, arnesi ed equipaggio, più che in fretta ripassarono l'Apennino. Intanto i Bolognesi da Imola s'erano inoltrati sino al ponte di San Procolo; ma, intesa la ritirata de' Fiorentini, giudicarono saviezza il ritornarsene anch'eglino a casa. Era signor di Verona in questi tempi Mastino dalla Scala. Contra di lui fu fatta una congiura da molti cittadini, tutti annoverati da Parisio da Cereta [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Memoriale Potestat. Regiens., tom. eod.]; e costoro nel dì 17 di ottobre il fecero levar di vita da quattro assassini. A questo avviso Alberto dalla Scala suo fratello, che era allora podestà di Mantova [Chron. Placent, tom. 16 Rer. Ital.], colla cavalleria di quella città corse a Verona, nè dimenticò di far aspra vendetta de' congiurati, con restarvi tormentato ed ucciso chiunque gli cadde nelle mani. Gli altri che fuggirono ebbero il bando, e furono confiscati tutti i lor beni. Per volere di quel popolo succedette esso Alberto nel dominio di Verona. Pretende Albertino Mussato, storico padovano [Mussatus, Histor., lib. 10, Rubr. 2.], che gli Scaligeri, o vogliam dire i signori dalla Scala, venissero da bassi e sordidi progenitori, venditori di olio, essendo stato portato Mastino I dal favore della dominante plebe a così alto grado. Gli eruditi veronesi meglio di me sapran dire se ciò sussista. Posso ben io asserire che ancora in quest'anno provò la Lombardia [Chronic. Parmense.] un terribil caro di viveri ed inondazioni d'acque; fu inoltre una gran mortalità d'uomini e di bestiame per tutta l'Italia.


MCCLXXVIII

Anno diCristo mcclxxviii. Indiz. VI.
Niccolò III papa 2.
Ridolfo re de' Romani 6.

A cose grandi tendevano i pensieri del romano pontefice Niccolò III. Il più strepitoso affare fu quello d'indurre Ridolfo re de' Romani a rilasciare il dominio e possesso della Romagna, allegando la donazione fattane alla Chiesa romana da Pippino re di Francia, e confermata poi da diversi susseguenti imperadori [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Ricordano Malaspina. Giovanni Villani ed altri.]. Era da più secoli in uso, che, non ostante i diplomi e le donazioni o concessioni di quel paese, continuarono i re d'Italia e gl'imperadori a ritenere il dominio dell'esarcato di Ravenna, senza che se ne lagnassero i romani pontefici: del che a me sono ascosi i motivi e le ragioni. Ora il magnanimo papa Niccolò fece di vigorose istanze al re Ridolfo per l'effettiva cessione della Romagna, non gli parendo conveniente che Ridolfo ritenesse come Stato dell'imperio quello che col suo stesso diploma dicea d'aver conceduto alla Chiesa di Roma. Gran dibattimento su questo vi fu; ma perchè Ridolfo non voleva inimicarsi un pontefice di sì grande animo, in tempo massimamente che era nata guerra fra lui ed Ottocaro formidabil re di Boemia e signore dell'Austria e Stiria; per timore ancora ch'esso papa non passasse a fomentare i disegni ambiziosi del re Carlo contra dell'imperio; e finalmente per liberarsi dalle censure, nelle quali era incorso, o si minacciava che voleansi fulminare contra di lui, sull'esempio di Federigo II, per non aver finora adempiuto il voto della crociata: certo è ch'egli forzato venne alla cession della Romagna in favore della Chiesa romana. E siccome Ridolfo spedì un suo uffiziale a metterne il papa in possesso, così il papa inviò i suoi legati a quelle città per farsi riconoscere signore e sovrano d'esse terre. Intorno a questo affare son da vedere gli Annali Ecclesiastici del Rinaldi [Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. L'autore della Cronica di Parma [Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.] scrive che semper romani pontifices de republica aliquid volunt emungere, quum imperatores ad imperium assumuntur. Non si sa che Ferrara e Comacchio riconoscessero la sovranità pontificia. Bologna [Sigon., de Regno Ital., lib. 20.] la riconobbe, ma con certe condizioni e riserve. Alcune città si diedero liberamente al papa, altre negarono di farlo. Ma certo non cadde punto allora in pensiero alla corte di Roma di pretendere città dell'esarcato, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, come gli adulatori degli ultimi secoli incominciarono a sognare o a fingere con ingiuria della verità patente.

L'altro grande affare, a cui s'applicò il pontefice, fu quello di abbassar la potenza di Carlo re di Sicilia. Covava egli in suo cuore non poco d'odio contra di lui. Ricordano Malaspina [Ricordano Malaspina, cap. 204. Giovanni Villani. S. Antonio.] ne attribuisce l'origine all'aver egli richiesta per moglie d'un suo nipote una nipote d'esso re Carlo, con riportarne la negativa, avendo risposto il re che non era degno il lignaggio d'un papa di mischiarsi col suo regale, perchè la di lui signoria non era ereditaria. Così almeno si disse; e che questo pontefice fosse appassionato forte per la esaltazione della sua famiglia, di maniera che alcuni l'hanno spacciato per autore del nepotismo, lo accennerò fra poco. Noi non falleremo credendo che ad esso papa dispiacesse forte la maniera tirannica, con cui il re Carlo governava la Puglia e Sicilia, e il mirarlo far da padrone in Roma, come senatore, con volere esso re raggirare a suo modo la corte pontificia, massimamente nell'occasion della sede vacante, essendosi detto che i suoi maneggi nell'ultimo conclave erano stati forti per impedir l'elezione del medesimo pontefice Niccolò, e per farla cadere in qualche cardinal franzese. Crebbe ancora la di lui avversione, perchè, trattandosi di riunir la Chiesa greca colla latina, il re Carlo, per sostener le pretensioni di Filippo suo genero all'imperio di Oriente, guastava tutte le orditure del papa, col dar fomento agli scismatici ribelli dell'imperador greco Michele Paleologo, principe inclinato all'unione e pace delle Chiese. La conclusione di tutto questo si è, che il papa indusse il re Carlo a rinunziare al vicariato della Toscana, per soddisfare alle premure del re Ridolfo, ed insieme al grado di senatore di Roma. Dopo di che fece una costituzione, [C. Fundamentum, de Election. in Sexto.], in cui, rammemorando la donazione, benchè falsa, di Costantino, proibisce da lì innanzi l'esaltare al posto di senatore alcuno imperadore, re, principe, duca, marchese, conte e qualsivoglia persona potente. Calò la testa il re Carlo, perchè anch'egli temeva che, se ricalcitrasse, un papa di tanto nerbo gli rivolgesse contra l'armi del re Ridolfo e degl'Italiani.

Secondo la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], nel precedente anno i Torriani cacciati da Milano cominciarono la guerra contra di Otton Visconte, arcivescovo e signore di quella città. Nel mese di giugno entrò Casson dalla Torre co' suoi parenti in Lodi; alla qual nuova i Milanesi col carroccio, e i Pavesi anch'essi col carroccio loro si portarono ad assediar quella città. Ma venuto Raimondo dalla Torre patriarca d'Aquileia con un grosso corpo di cavalleria e di balestrieri furlani, con cui si uni la milizia di Cremona, Parma, Reggio e Modena, questo esercito fece levar quell'assedio. Nulla di ciò si legge presso gli storici milanesi sotto il suddetto precedente anno, perchè tali fatti son da riferire al presente, nel quale si sa che i Torriani fecero gran guerra a Milano [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 315. Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.]. Casson dalla Torre, uomo d'intrepidezza mirabile, secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], entrò di maggio, siccome poco fa è detto, in Lodi con truppe tedesche e furlane e coi fuorusciti di Milano, e diede principio alle ostilità con iscorrere fino alle porte di Milano e far prigioni circa mille tra nobili e popolari. Atterrito da questo avvenimento Ottone arcivescovo, per rimediarvi e per rinforzare il partito suo, giudicò bene di condurre per capitano de' Milanesi Guglielmo marchese di Monferrato, principe di gran potenza. Imperciocchè, se è vero ciò che ha l'autore della Cronica di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], egli era capitano e signore anche di Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria e Tortona, ed in questo medesimo anno nel dì 3 di luglio ebbe la signoria di Casale di Monferrato per dedizion di quel popolo. Ma il capitanato di Pavia l'ebbe egli molto più tardi, e così d'altre città, siccome diremo. Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] cita lo strumento, con cui nel dì 16 d'agosto i Milanesi condussero per lor capitano esso marchese colla provvisione annuale di dieci mila lire, e di cento lire ogni giorno, per anni cinque avvenire. Venne il marchese a Milano con cinquecento uomini d'armi, e poi di settembre condusse tutte le forze sue e de' Milanesi e Pavesi contra di Lodi. Diede il guasto al paese, prese qualche castello di poca resistenza; ma, all'udire che i Cremonesi e Parmigiani, aiutati anche dai Reggiani e Modenesi, s'appressavano con grande sforzo in aiuto de' Torriani, se ne tornò bravamente a Milano. Abbiamo nondimeno da Galvano Fiamma che passarono male in questo anno gli affari de' Milanesi, perchè Casson dalla Torre prese Marignano, Triviglio, Caravaggio ed altri luoghi; ridusse quasi in cenere Crema, diede il guasto al territorio di Pavia; altrettanto fece all'isola dì Fulcherio; ed ebbe tal coraggio, che con una scorreria arrivò fin sotto Milano, e scagliò l'asta sua contra di porta Ticinese. Nel dì 10 d'agosto s'impadronì ancora di Cassano e di Vavrio, e menò da ogni parte gran quantità di prigioni: cose tutte che obbligarono Ottone arcivescovo e i Milanesi, siccome abbiam detto, a chiamare Guglielmo marchese di Monferrato, e a dargli la bacchetta del comando militare. In queste liti fra i Milanesi e Torriani non si vollero mischiare i Piacentini.

Spedì in quest'anno il pontefice Niccolò III a Bologna fra Latino dell'ordine de' Predicatori, suo nipote, cioè figliuolo di una sua sorella, cardinale vescovo di Ostia e legato della Romagna, Marca, Lombardia e Toscana, acciocchè trattasse di pace fra le città di quelle contrade e fra i Geremii e i Lambertazzi usciti di Bologna. Così calde furono intorno a ciò le premure del papa, così efficaci i maneggi del cardinale legato e di Bertoldo Orsino conte della Romagna, fratello d'esso papa [Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic. Ghirardacci, Istor. di Bologna. Sigon., de Regno Ital., lib. 20.], che, quantunque s'incontrassero di molte opposizioni, pure si disposero gli animi a ricevere la concordia, a cui si venne poi nell'anno seguente, siccome appresso diremo. Passò dipoi in Toscana [Ricordano Malaspina, cap. 205.] il medesimo cardinale Latino, ed entrò in Firenze nel dì 8 di ottobre, con porre anche ivi le fondamenta della pace, che seguì nell'anno vegnente fra i Guelfi e i Ghibellini. Ebbero nel presente guerra i Padovani coi Veronesi [Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Italic.], e coll'esercito si portarono all'assedio della terra di Cologna. Uniti con esso loro furono a questa impresa i Vicentini sudditi, ed Obizzo [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] marchese d'Este e signor di Ferrara, il quale, siccome collegato, oppur come principale, andò colle sue genti in aiuto loro. Durò quell'assedio quarantadue giorni; in fine l'ebbero a patti, e sembra che la restituissero al suddetto marchese, i cui antenati ne erano stati padroni. Dagli Annali Ecclesiastici abbiamo [Raynaldus, in Annal. Eccl., num. 77.] che il pontefice Niccolò stese il suo desiderio della pace non solo alle città della Romagna, ma anche a quelle della Lombardia, con aver data facoltà a' suoi ministri di assolvere dalle censure e liberar dall'interdetto il conte Guido di Montefeltro, il marchese di Monferrato, le città d'Asti, Novara, Vercelli, Pavia e Verona, purchè giurassero di sottomettersi ai comandamenti del papa. Non piacevano già al re Carlo questi passi, perchè egli tendeva ad esser l'arbitro dell'Italia, e il papa molto più di lui pretendeva a questa gloria. Nè si dee tacere che in quest'anno [Æneas Silvius, in Hist. Austr. Stero, in Annalib. Chron. Colmar.], essendo receduto Ottocaro superbo e potente re di Boemia dalla convenzione stipulata con Ridolfo re de' Romani per gli affari del ducato d'Austria, ed avendo già ricominciata la guerra contra di lui, nel dì 26 d'agosto si venne ad un fierissimo fatto d'armi fra i due nemici eserciti in vicinanza di Vienna. Restò sconfitta l'armata boema, e lo stesso re Ottocaro vi lasciò la vita: per così gloriosa vittoria altamente crebbe in credito a potenza il re Ridolfo.


MCCLXXIX

Anno diCristo mcclxxix. Indiz. VII.
Niccolò III papa 3.
Ridolfo re de' Romani 7.

Per opera del cardinale Latino legato apostolico, e di Bertoldo Orsino conte di Romagna, seguì nell'anno presente pace e concordia fra i Geremii guelfi signoreggianti in Bologna [Matth. de Griffonib., tom. 18 Rer. Italic. Sigonius, de Regno Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna.] e i Lambertazzi ghibellini fuorusciti. Rientrarono questi ultimi nella patria nel dì 2 agosto, e nel dì 4 si fece una solenne riconciliazione delle medesime fazioni, con feste grandi ed universale allegrezza. Anche in Faenza il suddetto cardinale legato accordò insieme gli Accarisi coi Manfredi fuorusciti e i lor seguaci. Parimente in Ravenna il conte Bertoldo colla pace conchiusa fra i Polentani e i Traversari [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] rimise la quiete. Ma non andò molto che in Bologna si sconcertarono di nuovo gli affari per quel maledetto veleno che infettava allora universalmente il cuore degl'Italiani. Truovo io qui dell'imbroglio, forse nato dall'anno pisano, adoperato da qualche storico. Il Sigonio (se pure fin qui egli giunse colla sua storia) differisce [Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.] l'entrata de' Lambertazzi in quella città, e la lor replicata uscita sino all'anno seguente: nel che vien egli seguitato dal Ghirardacci. Per lo contrario, Ricobaldo [Richob., in Pom., tom. 9 Rer. Ital.], storico di questi tempi, l'autore della Cronica di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], anch'esso contemporaneo, Matteo Griffone [Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], frate Francesco Pipino [Pipinus, Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Italic.], gli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.] e la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] concordemente scrivono che nell'anno presente tornarono i Lambertazzi in Bologna, e poscia nel mese di dicembre di nuovo si riaccese la guerra civile fra essi e la contraria fazione de' Geremii. Per lo che pare da anteporre questa sentenza all'altre. Tuttavia la Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], che sembra molto esatta, la Miscella di Bologna e gli Annali di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] vanno d'accordo col Sigonio. Sia come esser si voglia, o fosse la troppa alterigia dei Lambertazzi, oppur la durezza degli altri nel non volerli ammettere ai pubblici uffizii, tengo io per fermo che, correndo il dì 20 ovvero 21 di dicembre (altri dicono nella vigilia del Natale) dell'anno presente, si levò rumore in Bologna; e i Lambertazzi furono i primi a prendere l'armi con impadronirsi della piazza, ed uccidere chiunque de' Geremii veniva loro alle mani, e con attaccar fuoco a una casa de' Lambertini. Allora i Geremii, fanti e cavalli raunati, vennero al conflitto, e sì virilmente assalirono gli avversarii, che li misero finalmente in rotta, e gli obbligarono a fuggirsene di città. Molti dall'una parte e dall'altra rimasero morti; e dappoichè furono usciti i Lambertazzi, le lor case (e queste furono in gran copia) pagarono la pena de' lor padroni, con restare spogliate, e poscia distrutte: costume pazzo di tempi sì barbari; che non merita già altro nome il voler gastigare le insensate mura, e il deformare la propria città, per far dispetto e danno agli usciti suoi fratelli. Si rifugiarono di nuovo gli usciti Lambertazzi in Faenza, e tornò come prima a rinvigorirsi la guerra fra essi e Bologna. Si erano mossi i Modenesi, Reggiani e Parmigiani, per soccorrere in questa occasione la fazion de' Geremii; ma non vi fu bisogno del loro aiuto. Mirava Guglielmo marchese di Monferrato, capitano del popolo di Milano, la difficoltà di abbattere colla forza i Torriani, i quali si erano ben fortificati in Lodi, aveano già prese parecchie terre e castella del Milanese, e teneano nelle lor carceri molte centinaia di Milanesi, e spezialmente nobili [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 316. Annales Mediolanenses, tom. 61 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]. Però, siccome volpe vecchia, ed uomo usato alle cabale, cercò per altra via di tagliar loro le penne. Ottenuta pertanto licenza da' Milanesi, mosse proposizioni segrete di aggiustamento con Cassone dalla Torre, e con Raimondo pure dalla Torre patriarca d'Aquileia. Restò conchiusa la pace nel mese di marzo, colla remissione dell'ingiurie e dei danni dati, colla vicendevol liberazione de' prigioni, e con patto che i luoghi presi sul Milanese si depositassero in mano di persone amiche, e si restituissero ai Torriani tutti i lor beni allodiali.

Ottenuto che ebbe il marchese quanto voleva, e massimamente i prigioni, si fece poi beffe dei Torriani, nè loro mantenne alcun patto [Ventura, Chron. Astense, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.], e poi ripigliò Trezzo e l'isola di Fulcherio. Con pubblico manifesto, mandato al papa, a tutti i re e principi, si dolsero i Torriani di questo tradimento; e perchè ne fecero gran doglianza col marchese stesso, ebbero per risposta, aver ben egli fatte quelle promesse, ma che andassero eglino a cercare chi loro le mantenesse, perchè egli a ciò non s'era obbligato. Tentò poscia il marchese con frodi di ricuperar altre castella: il che non gli venne fatto. Anzi Gotifredo dalla Torre, con cinquecento cavalieri entrato nel castello d'Ozino, cominciò aspra guerra contro a' Milanesi, fece assaissimi prigioni, e diede presso Albairate una rotta al podestà ed esercito de' Pavesi. Ottone Visconte, veggendo così crescere le forze de' Torriani, ordinò al marchese di far venir dal Monferrato cinquecento fanti. Mise poi l'assedio al castello d'Ozino, che infine fu preso e diroccato. Abbiamo anche dalla Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], che esso marchese con tutta la possanza de' Milanesi cavalcò all'Adda con disegno di fare un letto nuovo a quel fiume, acciocchè non venisse a Lodi. Allora i Parmigiani con tutta la milizia andarono in aiuto dei Torriani a Lodi, dove erano anche i Cremonesi; nè di più vi volle, perchè il marchese, abbandonato il cavamento, si ritirasse con poco garbo a Milano. Essendo stata bruciata in Parma nel dì 19 di ottobre per sentenza dell'inquisitore una donna nomata Todesca, come eretica, una mano di cattivi uomini corse al convento dei frati predicatori, diede il sacco a quel luogo, percosse e ferì molti di quei religiosi, ed uno ne uccise vecchio e cieco: per la quale violenza i frati la mattina seguente colla croce inalberata se ne andarono da Parma a Firenze, per lamentarsene col cardinale Latino legato apostolico. Tennero lor dietro a Reggio, Modena e Bologna il podestà, il capitano, gli anziani e i canonici di Parma, sempre scongiurandoli di tornare indietro, promettendo di rifar loro qualunque danno che asserissero loro fatto; ma a nulla giovò. Processarono i Parmigiani tutti quei malfattori, e li gastigarono con varie pene; rifecero ancora tutti i danni. Ciò non ostante, e quantunque il comune di Parma niuna ingerenza avesse avuta nel misfatto, pure il cardinal Latino citò il podestà, il capitano, gli anziani e il consiglio con dodici de' principali di Parma, a comparire davanti a lui in Firenze in un determinato tempo. Spedirono i Parmigiani il capitano del popolo con sei ambasciatori colà; ma per quanto sapessero dire in iscusa del comune, niun conto fu fatto delle loro ragioni, e si fulminò la scomunica contra gli uffiziali del pubblico, e la città fu aggravata coll'interdetto. Così si operava in questi tempi. Essendo stata tolta ai Reggiani [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] da Tommasino da Gorzano, e dai signori da Banzola la Pietra di Bismantoa, celebre per la menzione che ne fanno Donizone e Dante, nel mese di maggio il popolo di Reggio coll'aiuto dei Parmigiani, Modenesi e Bolognesi la strinse d'assedio, e dopo quindici dì a buoni patti la ricuperò. La città d'Asti anch'essa riebbe alcune centinaia dei suoi cittadini che erano prigioni in Provenza, con promettere a Carlo re di Sicilia il pagamento di trentacinque mila lire d'imperiali, pel quale si fecero mallevadori alcuni ricchi genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Del resto nel primo dì di maggio dell'anno presente una terribile scossa di tremuoto si sentì per quasi tutta l'Italia. Il maggior danno ch'essa recò, fu nella marca di Ancona, dove due parti di Camerino andarono a terra, e vi perirono molte persone. Fabriano, Matelica, Cagli, San Severino, Cingoli, Nocera, Foligno, Spello ed altre terre ne risentirono un grave nocumento.


MCCLXXX

Anno diCristo mcclxxx. Indiz. VIII.
Niccolò III papa 4.
Ridolfo re de' Romani 8.

Le lettere scritte nel gennaio di questo anno dal pontefice Niccolò III a Bertoldo Orsino suo fratello e conte della Romagna, e rapportate dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.], ci assicurano che nel dicembre antecedente era seguita l'espulsion de' Lambertazzi da Bologna. In esse a lui e al cardinale Latino legato apostolico ordina il papa di cercare rimedio al disordine accaduto, di punire i delinquenti, e di ristabilire la pace fra le discordi fazioni. Ma di fieri intoppi si trovarono: cotanto erano inaspriti ed infelloniti fra di loro gli animi de' Geremii dominanti in Bologna e dei Lambertazzi esclusi [Ghirardacci, Istor. di Bologna.]. Fece il conte Bertoldo venire a Ravenna i sindachi dell'una e dell'altra parte, e rigorosi comandamenti impose a tutti. È da stupire come il Ghirardacci, che ne rapporta gli atti fatti sotto l'anno presente, non si accorgesse che la cacciata dei Lambertazzi dovea essere seguita nel precedente dicembre. Ma mentre il pontefice era tutto pieno di gran pensieri per regolare il mondo cristiano a modo suo, eccoti l'inesorabil falce della morte che troncò tutti i suoi vasti disegni [Bernard. Guid., in Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron.]. Trovavasi egli nella terra di Soriano presso Viterbo, e colpito da un accidente apopletico, senza poter ricevere i sacramenti della Chiesa, chiuse gli occhi alla vita presente nel dì 22 d'agosto. Era preceduta in Roma una terribil inondazione del Tevere, che, secondo gli stolti, fu poi creduta indizio della morte futura del papa. La fresca di lui età e il temperato modo del suo vivere aveano fatto credere che la sua vita si stenderebbe a moltissimi anni avvenire; ma fallaci troppo sono i prognostici de' mortali; e fu assai che non corresse sospetto di veleno in così inaspettata e subitanea morte, sapendosi che l'aver egli con tanta altura esercitato il governo suo, gli avea tirato addosso l'odio di parecchi, e massimamente di Carlo re di Sicilia. Molte furono le di lui virtù, e massimamente la magnificenza [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 9 Rer. Ital.], da cui spinto fabbricò un suntuoso palagio per li pontefici presso San Pietro, con un ampio e vago giardino, cinto di mura e torri a guisa d'una città, e un altro in Montefiascone. Rinnovò egli quasi tutta la basilica vaticana. L'epitafio suo si legge nella Cronica di frate Francesco Pipino [Franciscus Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.]. Ma restò aggravata la di lui memoria dalla soverchia ansietà d'ingrandire ed arricchire i proprii parenti. Spogliò di varie terre i nobili [Ricordano Malaspina, cap. 204.], e massimamente di Soriano i suoi signori, imputati d'eresia, per investirne i proprii nipoti. Tolse alla Chiesa Castello Sant'Angelo, e diello ad Orso suo nipote. Creò più cardinali suoi parenti, e Bertoldo Orsino, suo fratello, conte di Romagna. Faceva eleggere tutti i suoi congiunti per podestà in varie città. Fu anche detto [Franciscus Pipin., Chron.] che le grandiose sue fabbriche furono fatte col danaro raccolto dalle decime ordinate in soccorso di Terra santa, e ch'egli segretamente avesse mano nel trattato contra del re Carlo per la ribellion di Sicilia, siccome appresso diremo. Ma il suo più gran progetto di novità (se pure è vero) fu quello di cui dicono [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, Platina, Blondus, et alii.] ch'egli trattò col re Ridolfo: cioè di formar quattro regni del romano imperio. Il primo era quello della Germania, che dovea passare in retaggio a tutti i discendenti d'esso Ridolfo re de' Romani. Il secondo il regno viennese, ossia arelatense, che abbracciava il delfinato e parte della antica Borgogna. Questo dovea essere dotate di Clemenza figliuola d'esso re Ridolfo, maritata dipoi con Carlo Martello nipote di Carlo re di Sicilia, e de' suoi discendenti. Il terzo della Toscana, e il quarto della Lombardia: i quai due ultimi regni egli meditava di conferire ai suoi nipoti Orsini. Questo pontefice, che facea tremar tutti, s'era anche fatto dichiarar senatore perpetuo del popolo romano, ed avea posto dipoi per suo vicario in quell'uffizio Orso suo nipote. Ma appena s'intese la certezza di sua morte [Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], che gli Annibaldeschi, famiglia potente in Roma, si sollevarono coi loro aderenti, e vollero per forza aver parte nel senatorato, di modo che uopo fu di crear due senatori, l'uno Orsino, e l'altro Annibaldesco, sotto il governo dei quali succederono poscia molti omicidii, dissensioni e malanni; e tutti questi impuniti. Parimente allora il popolo di Viterbo discacciò vergognosamente dalla sua podesteria Orso degli Orsini, nipote del defunto papa, e passò all'assedio di un castello. Ma venuto il conte Bertoldo con assai soldatesche, e con quelle ancora di Todi, li fece dare alle gambe, e prese molti uomini e tutte le lor tende. Durò poi la vacanza del pontificato quasi sei mesi.

In quest'anno, a mio credere, accaddero le disgrazie della città di Faenza, e non già nel seguente, come ha il Sigonio [Sigon., de Regno Ital.] (se pure son di lui, e non giunte fatte a lui, le memorie di questi tempi), e come ha la Cronica Miscella di Bologna [Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], e dopo essa il Ghirardacci [Ghirardacci, Istor. di Bologna.], il quale imbrogliò la Storia sua con differire sino ad esso anno 1281 la ripatriazione de' Lambertazzi, e la loro seconda cacciata. Seguito io qui l'autore della Cronica di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che fioriva in questi tempi, e la Cronica antica di Modena [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] e l'Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e la Bolognese di Matteo Griffoni [Matth. de Griffon., tom. 18 Rer. Ital.]. Per attestato di tali scrittori, Tibaldello da Faenza della casa nobile de' Zambrasi, ma spurio, essendo malcontento de' Lambertazzi rifugiati in Faenza (dicono a cagione di una porchetta a lui rubata), si mise in pensiero di sterminarli. Con questo mal animo ito a Bologna, concertò coi Geremii di tradire la patria, e di darne loro la tenuta. Infatti una notte ebbe maniera il traditore di aprir una porta, per cui entrato l'esercito bolognese e ravegnano, s'impadronì della piazza, e poi si diede alla caccia di que' Lambertazzi che si trovavano nella città, giacchè un'altra parte d'essi era colla metà del popolo di Faenza all'assedio d'un castello. Molti ne furono uccisi, altri presi, ed altri ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Mossero le lor milizie in tal congiuntura i Parmigiani, Reggiani e Modenesi, per dar braccio ai Geremii guelfi, loro collegati; ed, arrivati ad Imola, vi si fermarono parecchi giorni, finchè i Bolognesi avessero ben assicurata la lor conquista di Faenza. L'iniquo Tibaldello, cacciato per questo da Dante nell'inferno, ebbe per ricompensa la nobiltà di Bologna e varii privilegii; ma Dio fra due anni il chiamò al suo tribunale nella battaglia di Forlì. Se crediamo al Ghirardacci, il proditorio acquisto di Faenza seguì nella notte antecedente al dì 24 d'agosto; e per questo sì egli come gli altri storici bolognesi asseriscono istituito il pubblico spettacolo, che tuttavia dura, della porchetta nella festa di san Bartolommeo. Ma sarebbe prima da accertar bene se nel dì suddetto accadesse la presa di Faenza. Nella Cronica di Parma, di Reggio e nell'Estense vien questa riferita al dì dieci di novembre. Matteo Griffoni la mette nel dì 15 di dicembre. In quest'anno ancora Guido conte di Montefeltro s'impadronì di Sinigaglia per tradimento, e vi uccise barbaricamente circa mille e cinquecento persone [Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu cacciata da Vercelli la parte ghibellina nel mese di settembre. In questo anno Guglielmo marchese di Monferrato, coi Milanesi ed altri collegati, andò a dare il guasto al territorio di Lodi, il perchè i Parmigiani e Reggiani colla lor cavalleria e fanteria si portarono in soccorso de' Torriani e di quella città. Fu guerra eziandio nell'anno presente fra i Padovani e Veronesi. In aiuto de' primi marciò Obizzo marchese d'Este, signor di Ferrara. Scrive uno storico di Padova, essere stato sì magnifico il carriaggio d'essi Padovani, che occupava lo spazio di quindici miglia. La credo una spampanata. Ma con un trattato di pace si mise fine a tutte le ostilità. Avendo Jacopo Contareno doge di Venezia per la sua troppo avanzata età rinunziato al governo [Dandol., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], venne sustituito in suo luogo Giovanni Dandolo.


MCCLXXXI

Anno diCristo mcclxxxi. Indizione IX.
Martino IV papa 1.
Ridolfo re de' Romani 9.

Giacchè non era riuscito a Carlo re di Sicilia di far eleggere a modo suo un romano pontefice nella precedente vacanza della santa Sede (del che egli s'era trovato molto male); tanto studio mise questa volta, che ottenne l'intento suo. Adoperò infin le violenze; imperciocchè, non essendo allora chiuso il conclave, perchè era stata abolita la costituzione di Gregorio X, ed opponendosi a tutto potere due cardinali della casa Orsina, cioè Matteo Rosso e Giordano, acciocchè non si eleggesse un papa franzese [Ricord. Malasp. Giovanni Villani. Raynald., Annal. Eccl. S. Antonin. Jordanus, in Chron., et alii.]; il re Carlo mosse il popolo di Viterbo, dove erano i cardinali, e Riccardo degli Annibaldeschi signore della città medesima, a rinserrare in una camera que' due cardinali, col pretesto che impedissero l'elezione. V'aggiunsero poscia il terzo, cioè Latino cardinale, vescovo d'Ostia, nipote anch'esso del defunto Niccolò III, e li ridussero a pane ed acqua, di modo che, volere o non volere, convenne che i cardinali italiani concorressero ad eleggere quel papa che piacque al re Carlo, cioè un papa franzese. Fu non senza ragione creduto che le disgrazie sopravvenute poco appresso al medesimo re fossero un gastigo della mano di Dio contra chi sì sconciamente si abusava della potenza sua in danno e scandalo della Chiesa. Videsi dunque alzato sulla Sede di san Pietro nel dì 22 di febbraio Simone cardinale di Santa Cecilia, Franzese di nazione, perchè nato a Mompincè in Brie, ma chiamato da gl'Italiani Turonense, perchè era stato canonico e tesoriere della chiesa di San Martino di Tours. Egli prese il nome di Martino IV, tuttochè, secondo il retto parlare, si dovesse nominar solamente Martino II. Non mancò egli di far subito conoscere l'eccessiva gratitudine sua al re Carlo, con isposar come suoi proprii tutti i di lui interessi. Una nondimeno delle prime sue imprese fu di ritirarsi ad Orvieto, e di scomunicar quei Viterbesi che aveano usata violenza ai cardinali, e di sottoporre all'interdetto la città medesima. Poscia ottenne esso papa dai Romani il grado di senator perpetuo con facoltà di sustituire, e posevi in suo luogo il re Carlo, creandolo di nuovo senatore di Roma, senza far caso della costituzione contraria di Niccolò III [Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.]. Non soleva mettere uffiziale o governatore nelle città dello Stato ecclesiastico che non fosse preso dalla casa e famiglia del medesimo re Carlo. Parimente ad istanza d'esso re, che meditava di portar le sue armi contro all'imperador di Costantinopoli scomunicò l'imperador greco Michele Paleologo: il che tornò in danno gravissimo non meno del re che della Chiesa stessa. E veramente di grandi preparamenti di genti e di navi faceva allora il re di Sicilia per invadere l'imperio greco; fors'anche avrebbe egli eseguita con buon successo così vasta impresa, se non si fosse da qui a non molto attaccato il fuoco alla casa propria: del che parleremo all'anno seguente.

Nel verno di quest'anno s'inviò Guglielmo marchese del Monferrato con Beatrice sua moglie alla volta della Spagna, per visitare Alfonso re di Castiglia suocero suo [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Per istrada fu ritenuto prigione da Tommaso conte di Savoia suo cognato, perchè fratello della prima sua moglie. Se volle liberarsi, fu costretto a far cessione delle ragioni sue sopra Torino, Colegno, Pianezza ed altre terre; ed anche di pagar sei mila lire di bisanti, con dare ostaggi per questo. Andossene dipoi in Ispagna, dove finì di viver la sua moglie Beatrice, e servito da due galee genovesi se ne tornò in Italia, seco menando cinquecento cavalieri spagnuoli, cento balestrieri e buone somme di danaro, con aver dato ad intendere al suocero che ridurrebbe tutta l'Italia all'ubbidienza di lui. Essendo venuto a Lodi [Corio, Istor. di Milano.] Raimondo dalla Torre patriarca d'Aquileia con cinquecento uomini di arme furlani, si unirono coi Torriani i Cremonesi ed altri popoli della lor fazione, ed, usciti in campagna, andarono nel contado di Milano per prendere il borgo di Vavrio. Allora anche i Milanesi con grande sforzo di loro genti e cogli aiuti de' loro collegati cavalcarono per impedire i disegni dei Torriani. Che in questo esercito fosse anche il marchese di Monferrato, lo asseriscono gli storici milanesi [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] e il Ventura nella Storia di Asti [Ventura, Chron. Estens., tom. 11 Rer. Ital.]. Dalla Cronica di Parma pare che si ricavi che no. Comunque sia, nel dì 25 di maggio, festa di san Dionisio arcivescovo di Milano, si affrontarono queste due armate [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], e si fece un ostinato e sanguinoso fatto d'armi. Rimasero sconfitti i Torriani; vi perdè la vita il valoroso Casson dalla Torre col podestà di Lodi, Scurta dalla Porta Parmigiano; ed, oltre ad ottocento prigioni condotti a Milano, moltissimi furono i morti nel campo e gli annegati nel fiume Adda. Raimondo dalla Torre, intesa questa disavventura, col capo basso se ne tornò ad Aquileia. Abbiamo dalla Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.] che il suddetto marchese Guglielmo, siccome capitano de' Milanesi, colla gente e col carroccio di quel comune, e i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi ed Alessandrini si accamparono di poi a Santa Cristina senza uscire del lor territorio. Erasi tenuto in Parma nel precedente agosto un parlamento delle città guelfe, in cui s'era risoluto di dar soccorso a Lodi, occorrendone il bisogno. Questo venne; ma perchè durava ancora qualche antica ruggine fra i Parmigiani e Cremonesi, per avere l'un popolo all'altro tanti anni prima tolto il carroccio, si determinò di farne la vicendevol restituzione. Quello di Parma era chiamato Regoglio (credo che sia in vece di Orgoglio), e quello de' Cremonesi si appellava Gaiardo. Nella Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] quello de' Cremonesi è chiamalo Berta, e questo nome, oppur di Bertazzuola, gli vien anche dato da Antonio Campi [Campi, Istor. di Cremona.]. Fu dunque fatto il cambio di questi carrocci con indicibil gaudio di amendue le città nel dì 6 di settembre. L'autore della suddetta Cronica Estense, che più minutamente racconta le particolarità di questo fatto, fra l'altre cose scrive che il podestà di Modena in persona si portò con assai altri nobili a Parma, per maggiormente condecorar quella funzione: il che ci dà a conoscere quai fossero i costumi e i genii di questi tempi. Ciò fatto, i Parmigiani con tutta la lor cavalleria e fanteria marciarono in aiuto di Lodi, e si andarono a postare sulla riva dello Adda in una terra chiamata Grotta. Lungi di là un miglio si accamparono i Cremonesi a Pizzighittone con tutte le lor forze. Cento uomini d'armi v'andarono da Reggio, altrettanti con secento pedoni da Modena, e cinquanta dal marchese d'Este vi furono spediti. Diede bensì l'esercito milanese assaissimo danno al distretto di Lodi, ma senza fare di più; e gli convenne tornare indietro con perdita di molti uomini e cavalli. Nel seguente dicembre Buoso da Doara (non so se figliuolo o nipote dell'altro che fiorì circa il 1260, oppure lo stesso) entrò con quattrocento cavalli ed altrettanti fanti in Crema, e cominciò la guerra contra di Cremona. Per questa novità i Piacentini, Parmigiani e Bresciani con possente milizia corsero di nuovo a sostener Cremona. La Cronica di Parma parla di questo solamente nell'anno seguente.

Le premure del defunto papa Niccolò III erano state da padre nel procurar dappertutto la pace fra i Guelfi e Ghibellini. Diverse ben furono le massime di Martino IV, cioè di un pontefice che si lasciava menare pel naso, come sua creatura, da Carlo re di Sicilia, il quale non potea patire i Ghibellini fautori dell'imperio. Eransi ridotti in Forlì tutti, per così dire, i Ghibellini della Romagna, sbanditi dalle loro città. Contra di questi il papa e il re Carlo fecero preparamento grande d'armi nell'anno presente [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]; e tanto più perchè Guido conte di Montefeltro, capitano di Forlì, nel marzo ed aprile avea fatto delle scorrerie fino a Durbeco e alle porte di Faenza, dove, secondo gli Annali di Modena [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], diede una spelazzata ai Guelfi, e poscia era passato nel maggio sul Ravegnano, spogliando e bruciando senza opposizione alcuna que' paesi. All'avviso del formidabil temporale che si disponeva contra di loro, il comune di Forlì e la parte de' Lambertazzi spedirono ambasciatori supplichevoli alla corte pontificia, dimorante allora in Orvieto col re Carlo e cogli ambasciatori della parte contraria, cioè de' Geremii guelfi di Bologna. Ma furono mal veduti e mal ricevuti, in guisa che, senza poter ottenere nè giustizia nè misericordia dal papa, e vituperosamente rigettati, forza fu che se ne ritornassero come disperati a casa, con aver gittati i passi al vento. In questi tempi esso pontefice creò conte della Romagna Giovanni d'Eppa, ossia d'Appia o de Pà, Franzese, consigliere del re Carlo. Costui colle milizie datogli del papa e dal re venne a Bologna con ordine di far aspra guerra a Forlì e a tutti i Ghibellini, e nel mese di giugno coi popoli di Bologna, Imola e Faenza passò ostilmente sul distretto di Forlì, facendo precedere comandamenti ed intimazioni al conte Guido e ai Lambertazzi d'andarsene con Dio. Dopo di che, avendo seco un'immensa quantità di guastatori, fece in più volte quanto danno potè al territorio forlivese, con giugnere fino alle porte, ma nulla di più osò per ora. Il conte Guido si contenne sempre con riguardo. Fulminò il papa contra de' Forlivesi le scomuniche più fiere, e pose l'interdetto alla città, con farne uscire tutti gli ecclesiastici sì secolari che regolari; e forse per la prima volta si cominciò ad udire quella detestabil invenzione di gastigo e pena, cioè che anche fuori dello stato ecclesiastico fossero confiscati in favore del papa tutti i beni e le robe de' Forlivesi: gastigo che cadeva ancora sopra gl'innocenti mercatanti, e sopra coloro eziandio che, per non participar di quelle brighe, si erano ritirati altrove, nè aveano parte alcuna negli affari del governo di Forlì. L'autore della Cronica di Parma scrive, che fu inoltre pubblicata in quella città la scomunica contra chiunque avesse roba di alcun forlivese, e non la rivelasse ai nunzii del papa, sotto pena di pagare del proprio, e di non essere assolto nè in vita nè in morte. In Parma più di tre mila lire si ritrovarono, che furono perciò consegnate ai deputati pontifizii. Veggasi un poco che strani frutti produsse la barbarie ed ignoranza di questi secoli. Fece in quest'anno lega coi Veneziani [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic.] Carlo re di Sicilia, risoluto di far la guerra a Michele Paleologo imperador dei Greci: per la quale impresa seguitava ad ammannire una sterminata copia di galee, uscieri ed altre cose necessarie. Non poche istanze ebbero ancora da lui i Genovesi per entrare in lega, venendo loro esibito una parte del conquisto; ma se ne scusarono, siccome assai conoscenti di che pelo fosse quel regnante; anzi spedirono una galea apposta al Paleologo per avvertirlo di ciò che si macchinava contra di lui.

I Lucchesi in quest'anno [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.] fecero oste contra di Pescia, la presero, e il pazzo furore de' soldati la ridusse in cenere. Tuttociò avvenne, per quanto fu creduto, perchè il popolo di quella terra si era suggettato ai cancelliere del re Ridolfo, a cui si pretendea che non avesse da sottomettersi se prima non compariva la conferma di lui fatta dal papa: tutti pretesti inventati dai Guelfi; imperciocchè, per attestato del Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], papa Martino con sue lettere, date in Orvieto nel dì 21 maggio dell'anno corrente, e rapportate dal medesimo Annalista, avea scritto a tutte le città e baroni della Toscana che riconoscessero per ministri del re Ridolfo il vescovo gurcense e Ridolfo cancelliere, da lui spediti per suoi vicarii in Toscana. Ma sappiamo da Giachetto Malaspina [Giachetto Malaspina, cap. 213. Giovanni Villani.] che verisimilmente per segrete insinuazioni del Carlo niuna delle città di quella provincia, da Pisa e Santo Miniato in fuora, volle prestar fedeltà ed ubbidienza agli uffiziali del re Ridolfo: laonde il vicario del re Ridolfo si ritirò colle sue masnade in essa terra di Santo Miniato, condannò i popoli disubbidienti, e cominciò guerra contra dei Fiorentini e Lucchesi; ma con sì poco frutto, che da lì a non molto se n'andò con Dio, e tornossene come beffato in Germania. Veggasi ora se erano tutte frodi, siccome dicemmo, quelle del re Carlo, allorchè si fece dichiarar vicario della Toscana da papa Clemente IV con promessa di ritirarsi, creato che fosse un re de' Romani.


MCCLXXXII

Anno diCristo mcclxxxii. Indizione X.
Martino IV papa 2.
Ridolfo re de' Romani 10.

Celebre fu in quest'anno il vespro siciliano, celebre l'orditura di quella sì strepitosa rivoluzione. Con verga di ferro governava il re Carlo il regno di Sicilia e di Puglia. Da nuovi dazii, gabelle, taglie e confischi erano al sommo aggravati que' popoli. La superbia de' Franzesi ogni di più cresceva; insopportabile era la loro incontinenza e la violenza fatta alle donne. Di questi disordini parlano tutti gli scrittori d'allora [Bartholomaeus de Neocastro, Hist. Sicul., tom. 13 Rer. Ital, Sabas Malaspina. Ricord. Malaspina.], ed anche i più parziali della nazion franzese. Più volte i miseri Siciliani ricorsero ai papi per rimedio, rappresentando loro che la santa Sede avea creduto di dare un re e un pastore a que' popoli, e loro avea dato un tiranno e un lupo. E ben si leggono negli Annali Ecclesiastici [Raynaldus, in Annal. Eccl.] i buoni uffizii che più volle fecero i romani pontefici in favore e sollievo d'essi popoli, con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro affetto, e non già l'odio. Ma Carlo niun conto faceva di si fatte esortazioni, e colla febbre addosso de' conquistatori ad altro non attendeva che a raunar moneta e gente per far colle miserie del suo popolo, se gli riusciva, miseri anche gli altri popoli. Ora accadde che Giovanni da Procida, nobile salernitano, uomo di mirabile accortezza letterato, e spezialmente peritissimo della medicina, entrò in pensiero di guarire anche i mali politici della Sicilia. Era egli stato carissimo a Federigo II Augusto e al re Manfredi, ed appunto per questo suo attaccamento alla casa di Suevia gli erano stati confiscali tutti i suoi beni dal re Carlo. Ritiratosi egli in Aragona, cominciò ad incitare il re Pietro e la regina Costanzo sua moglie, figliuola del fu re Manfredi, alla conquista del regno siciliano, e a far valere le ragioni della casa di Suevia, unico rampollo di cui era restata essa regina Costanza. Ma perchè a sì grande impresa, e contra del re Carlo principe bellicosissimo e di alta potenza, non bastavano punto le forze del re Pietro, per mancanza massimamente del fac totum delle guerre, cioè della pecunia: Giovanni da Procida assunse egli di provvedere a tutto. Passò pertanto travestito in Sicilia, e vi trovò disposti gli animi a cangiar mantello ad ogni buon vento che spirasse. Andò a Costantinopoli, e fece toccar con mano all'Augusto Paleologo che non v'era altro mezzo da salvarlo dalla potenza del re Carlo, che il fargli nascere la guerra in casa; e che, contribuendo egli un possente soccorso di danaro, a Pietro d'Aragona dava l'animo di far calare gli ambiziosi pensieri al re di Sicilia. Si trasferì dipoi Giovanni da Procida alla corte pontificia, e in una segreta udienza trovò papa Niccolò III nemico del re Carlo, e pronto anch'esso a contribuire pel di lui abbassamento. Portate queste disposizioni in Aragona, e insieme un buon rinforzo di moneta, il re Pietro si diede a far gran leva di gente, e a preparar navi per una spedizione importante, con far vista di voler passare in Africa contra de' Saraceni [Giachetto Malaspina. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 56 et seq.]. Informato di questo armamento il re Carlo da Filippo re di Francia suo nipote, fece che papa Martino IV spedisse persona apposta per indagare quali mire avesse il re Pietro, e per comandargli di non condurre le sue armi contra di alcun principe cattolico. Pietro, il più accorto di quanti allora regnassero nella cristianità, non volle scoprire il luogo dove egli mirava; anzi rispose, che se l'una delle sue mani, sapendolo, lo rivelasse all'altra, subito la mozzerebbe. E con belle parole rimandò il messo al papa. Ma il re Carlo, che molto sè stesso, poco o nulla stimava il re di Aragona, dopo aver detto per dispetto al papa: Non vi diss'io che Pietro d'Aragona è uno fellone briccone? si addormentò, nè cercò più oltre di lui, senza ricordarsi di quel proverbio: Se ti vien detto che hai perduto il naso, mettivi la mano.

Benchè fosse mancato di vita il pontefice Niccolò III, sul quale, più che sopra altri, fondava il re Pietro le sue speranze, pure cotanto fu animato e confortato da Giovanni da Procida e dai segreti impulsi de' Siciliani, che diede le vele al vento, e passò in Africa verso la città di Bona, cominciando quivi la guerra contra dei Mori colla presa di Ancolla, per aspettare se i Siciliani, dicendo da dovero, si rivoltassero; e, ciò non succedendo, per tornarsene quetamente a casa. Ora avvenne che nel dì 30 di marzo dell'anno presente, cioè nel lunedì di Pasqua di risurrezione, nell'ora del vespro (scrivono altri nel martedì, 31 del suddetto mese) i Palermitani, prese l'armi, insorsero contra de' Franzesi [Bartholomaeus de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, Chron. Sicul., cap. 38, tom. 10 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], e quanti ne trovarono, tutti misero a filo di spada; e andò sì innanzi questo furore, che neppure perdonarono a donne e fanciulli, e neppure alle Siciliane gravide di Franzesi. Per questo fatto divenne poi celebre il nome di vespro siciliano. Falso è che in tutte le terre di Sicilia, e ad un'ora stessa, succedesse il macello de' Franzesi. Falso che i Palermitani acclamassero tosto per re loro Pietro d'Aragona. Alzarono essi bensì le bandiere della Chiesa romana, proclamando per loro sovrano il papa. Uscì poscia in armi il popolo di Palermo, e trasse nella sua lega alcun altro luogo della Sicilia. Intanto Messina col più dell'altre città dell'isola si tenne quieta per osservare dove andava a terminare questo gran movimento. Ma non passò il mese d'aprile, che le tante ragioni e i segreti maneggi de' Palermitani indussero anche i Messinesi a ribellarsi colla morte ed espulsione di quanti Franzesi si trovarono in quelle parti, e colla presa di tutte le fortezze. Portata la dolorosa nuova della ribellion di Palermo al re Carlo, che, secondo il suo solito, dimorava allora in Orvieto alla corte pontificia, per insegnare al papa, sua creatura, e ai cardinali, come si avea da governare il mondo, non è da chiedere s'egli se ne turbasse e crucciasse. Tuttavia, rivolti gli occhi al cielo, fu udito dire [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 61.]: Iddio Signore, dappoichè v'è piaciuto di farmi contraria la mia fortuna, piacciavi almeno che il mio calare sia a piccioli passi. Trattò col papa di quel che si avea da fare, e volò tosto a Napoli, consolato perchè non s'udiva per anche tumulto alcuno in Messina. Ma dacchè giunse l'altro avviso che anche i Messinesi aveano prese l'armi contra di lui, allora andò nelle smanie, ed ordinò che facessero vela verso di Messina le tante galee e navi da lui preparate per assalire il greco imperio, ed egli col resto dell'armata di terra si inviò alla volta della Calabria. Non si può prestar fede a Bartolommeo da Neocastro, che racconta avere condotto il re Carlo in questa spedizione ventiquattro mila cavalli e novanta mila fanti, senza contare i marinari, e cento sessanta galee, oltre all'altre navi da trasporto e barche minori. O è guasto il suo testo, o egli amplificò di troppo le forze di Carlo, acciocchè maggiormente risaltasse la gloria dei suoi Messinesi. Giovanni Villani scrive che menò seco più di cinque mila cavalieri fra Franceschi, Provenzali ed Italiani; e tra questi erano cinquecento ben in arnese, inviatigli dal comune di Firenze. Ed ebbe cento trenta tra galee, uscieri e legni grossi. Comunque sia, abbiam di certo ch'egli, passato il Faro, imprese sul fine di luglio l'assedio di Messina, accompagnato da Gherardo Bianco da Parma, cardinale, vescovo sabinense e legato apostolico. Entrò in Messina questo saggio porporato, e con tale energia parlò a quel popolo, che lo indusse ad abbracciare il partito della misericordia, senza aspettare il furor delle armi. Ma portate da lui al re Carlo le condizioni colle quali desideravano i Messinesi di rendersi, non piacquero al re, e si diede principio alle offese della città, agli assalti ed alle battaglie. I Messinesi anch'essi, contandosi giù tutti per morti, si diedero ad una gagliarda difesa tale, che si rendè memorabile per tutti i secoli.

Intanto i Palermitani, considerando le straordinarie forze del re Carlo, e il pericolo che lor soprastava, aveano spedito ambasciatori a papa Martino, chiedendogli misericordia. Furono questi obbrobriosamente rimandati con villane parole. Anche i Messinesi, secondochè abbiamo da Giachetto Malaspina [Giacchetto Malaspina, cap. 212.]. da Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 63.] e da altri, dacchè intesero la presa di Milazzo, tornarono a implorar la mediazione del cardinal legato per arrendersi. Entrò egli nella città, e quel popolo esibiva la resa, se il re perdonava loro il misfatto, e voleano pagargli i tributi usati al tempo del re Guglielmo il Buono. Portata questa risposta al re Carlo, e avvalorata dalle preghiere del legato, che accettasse quel misero e pentito popolo, fellonescamente rispose che si maravigliava di sì ardita proposizione, e che in altro modo non perdonerebbe loro, se non gli davano ottocento ostaggi a sua elezione, per farne quello che a lui piacesse; e voleva che pagassero colte e dogane, come allora si praticava, altrimenti si difondessero. Ciò inteso da' Messinesi, determinarono di voler piuttosto morir tutti colla spada alla mano, che di andar morendo in prigioni e tormenti per istrani paesi. Ebbe ben poi a mangiarsi le dita il re Carlo per la smoderata sua alterigia e crudeltà. S'egli usava della clemenza, Messina tornava sua, e per le stesse vie avrebbe avuto il resto della Sicilia, perchè que' popoli erano allora senza capitani e senza guarnimenti e forze da guerra. Ma a chi Dio vuol male gli toglie il senno. E Dio appunto per tante inumanità ed orgoglio il pagò di buona moneta. Bartolommeo da Neocastro tace questi trattati di resa dei Messinesi, anzi scrive che il re Carlo fece loro i ponti d'oro perchè si arrendessero, ma ch'eglino rigettarono ogni offerta. Credendosi poscia il re di poter con un generale assalto vincere la terra, si trovò forte ingannato, perchè sì virilmente si difesero i cittadini e ripararono le breccie, che rimase inutile il suo sforzo. Fin le donne e i fanciulli tutti con sollecitudine mirabile, portando chi acqua, chi calce e pietre, prestarono ogni possibile aiuto contro ai nemici, e in loro lode furono poi fatte e cantate dappertutto varie canzoni.

In tale stato erano le cose di Messina, quando Pietro re d'Aragona, ricevuta un'ambasceria de' Palermitani, venne dirittamente a sbarcare a Trapani con cinquanta galee ed altri legni, con ottocento uomini d'armi e dieci mila fanti, tutta gente agguerrita e di gran coraggio. Vi arrivò nel dì 30 d'agosto [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], e fra due giorni entrò in Palermo, ricevuto con altissime acclamazioni da quel popolo, e quivi fu coronato re di Sicilia. Tutti tremavano dianzi; tanta era la paura della potenza e del rigore del re Carlo. Ad ognuno allora tornò il cuore in petto; e sparsa questa nuova per le altre terre ribellate ai Franzesi, se ne fece gran festa, credendosi allora ognuno in salvo. I soli Messinesi furono gli ultimi a saperlo. Spedì poscia il re Pietro due suoi ambasciatori al re Carlo, i quali, ottenuta licenza d'andare, si presentarono davanti a lui nel dì 16 di settembre, con intimargli da parte di Pietro re di Aragona e di Sicilia di levarsi dall'assedio di Messina, altrimenti che fra poco verrebbe egli in persona a far pruova delle forze sue. All'avviso dell'inaspettato sbarco dell'Aragonese era rimasto pieno di maraviglia e di doglia il re Carlo. Ricevuta poi quell'ambasciata, fremeva per la collera; e la risposta sua, data nel dì seguente, fu che intimassero al re Pietro di levarsi dal regno di Sicilia, e di non fomentar dei ribelli, perchè se ne avrebbe a pentire, e si tirerebbe addosso anche la nemicizia del papa, del re di Francia e degli altri principi della cristianità. Leggonsi presso il Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.] e presso fra Francesco Pipino [Franciscus Pipinus, lib, 3, cap. 15, tom. 9 Rer. Ital.] delle lettere che si dicono in tal congiuntura scritte dall'un re all'altro. Dubito io che sieno fatture dei novellisti d'allora. Tenuto consiglio dal re Pietro, fu determinato, secondo il parere dell'accorto Giovanni da Procida, che si mandasse la flotta catalana a sorprendere nel Faro di Messina le galee del re Carlo, che quivi stavano ancorate senza difensori. Traspirò questa risoluzione, e saputasi da esso re Carlo, fu creduto necessario che il re levasse l'assedio: altrimenti, se veniva rotta la comunicazion colla Calabria, potea perir tutta l'armata di terra per mancanza di viveri. Però, lasciati solamente due mila cavalli in agguato, per tentare di sorprendere i Messinesi, se uscivano a spogliare il campo, giacchè per la fretta restò ivi un'immensa copia di tende, bagaglie ed arnesi da guerra, il re Carlo col resto di sua gente precipitosamente, e come sconfitto, scampò in Calabria. Ma non potè provvedere così per tempo al bisogno, che non sopraggiugnesse nello stretto di Messina l'ammiraglio del re Pietro, cioè Ruggieri di Loria, il più valoroso ed avventurato condottiere d'armate navali che fosse allora, il quale con sessanta galee cariche di Catalani e Siciliani prese ventinove tra galee grosse e sottili del re Carlo, fra le quali cinque del comune di Pisa, che erano al di lui servigio. Passò anche alla Catona ed a Reggio di Calabria, e vi bruciò ottanta uscieri, cioè barche grosse da trasporto, che trovò disarmate alla spiaggia; e questo sugli occhi dello stesso re Carlo, il quale per la rabbia cominciò a rodere la sua bacchetta, e poi confuso, dopo aver dato commiato ai baroni ed agli amici, si ritirò a Napoli. I Messinesi, se il re non levava l'assedio, erano già ridotti alle estremità, per essere venuta meno ogni sorta di vettovaglia. Scoperto anche l'agguato, si tennero rinchiusi, finchè videro ritirati in Calabria i due mila cavalli nemici. Intanto marciò il re Pietro da Palermo, rinforzato dall'esercito siciliano, e dopo avere ricuperato a patti di buona guerra Milazzo, arrivò nel dì 2 di ottobre a Messina, ricevuto con giubilo inesplicabile da quel popolo glorioso, che era come risuscitato da morte a vita. Interdetti e scomuniche furono fulminate dal papa contra del re Pietro e de' Siciliani per tali novità. Ma per ora abbastanza di questo.

Trovavasi in gravi angustie ed affanni sul principio dell'anno presente la città di Forlì; e i Lambertazzi ed altri fuorusciti ghibellini colà rifugiati non trovavano più scampo, perchè si vedevano battuti dall'un canto dall'armi spirituali del papa, e dall'altro attorniati dall'armi temporali d'esso pontefice, del re Carlo, de' Bolognesi e degli altri Guelfi di Romagna, Lombardia e Toscana. Come resistere a tanti nemici un pugno di gente? Però il conte Guido da Montefeltro [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], i Forlivesi e gli altri fuorusciti spedirono un'altra ambasceria ad Orvieto a papa Martino IV per supplicarlo di aver misericordia di loro. Furono bruscamente ricevuti anche questa fiata gli ambasciatori, ed ebbero per risposta che Forlì non avrebbe mai perdono e pace, se prima non iscacciava tutti i forestieri maschi e femmine. A questo disse il deputato de' Lambertazzi e degli altri fuorusciti, che erano pronti ad ubbidire e ad andarsene, ma che supplicavano sua Santità di assegnar loro un sito da potervi abitare, giacchè iniquamente erano stati cacciati dalle lor patrie, nè aveano luogo per loro abitazione. Nè pur questo poterono impetrare, ma ignominiosamente furono licenziati e caricati di scomuniche. Se qui alcuno cercasse il comun padre dei fedeli, forse nol troverebbe: colpa, a mio credere, del re Carlo, che inesorabile contra dei Ghibellini, aveva anche la fortuna di poter prescrivere quanto voleva alla corte di Roma. Così non avea fatto il precedente pontefice Niccolò III. Ebbe dunque ordine Giovanni d'Eppa o sia d'Appia, conte della Romagna, di rinforzar la guerra contra di Forlì, nella quale impresa il papa andava impiegando il danaro sborsato dalla pietà dei fedeli, perchè servisse in soccorso di Terra Santa. Ora il conte della Romagna, dopo aver maneggiato un trattato segreto con alcuni dei cittadini di quella città, perchè gli dessero una porta [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], su questa speranza comparve sotto Forlì sull'imbrunir della notte precedente al dì primo di maggio con un potente esercito [Giachetto Malaspina, cap. 215. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.]. A Guido conte di Montefeltro, e capitano dei Forlivesi, non era ignoto questo trattato; anzi dicono che ne fu egli stesso il promotore, siccome astutissimo e gran maestro di guerra. Aveva egli ordinato che tutti i cittadini preparassero buona cena, e lasciassero aperta una porta. Ed allorchè i nemici arrivarono, egli con tutta la gente atta all'armi uscì fuori della città per un'altra. Entrò Giovanni d'Eppa con parte dell'esercito nell'aperta città, nè trovandovisi resistenza alcuna, le soldatesche si sparsero per la terra e per le case a darsi bel tempo coi cibi e vini lor preparati; e tolte le briglie ai lor cavalli, li misero alle greppie e al riposo. Allorchè fu creduto che fossero ben satolli ed ubbriachi, e andati a dormire, il conte Guido colla sua gente rientrò per una porta che tuttavia si custodiva per lui, e diede addosso ai nemici che senza poter raccoglier, sè stessi, nè ordinare le loro armi e cavalli, restarono per la maggior parte vittima delle spade de' Forlivesi [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]. Dicono altri che il conte Guido andò prima ad assalire e sconfiggere la parte dell'armata che Giovanni di Eppa avea lasciato di fuori in un determinato luogo, e poscia, rientrato in città, fece del resto, con altre particolarità che io tralascio per dubbio della lor sussistenza. Certamente cadono molti inverisimili nella maniera con cui dicono condotto questo fatto. E si può dubitare che il tempo e le ciarle del volgo accrescessero delle favole alla verità dell'avvenimento. Favole sembrano ancora tanti altri fatti attribuiti in queste guerre a Guido Bonato, filosofo e strologo famoso di que' tempi, e cittadino di Forlì, narrati nella Cronica di quella città. Per attestato della Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], con cui vanno d'accordo fra Francesco Pipino [Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.] e Ricobaldo [Richobald., in Pomar., tom. Rer. Ital.], il conte della Romagna entrò in un borgo di Forlì, ebbe una porta della città, e vi prese molte case per forza. Ma per sagacità e valore del conte Guido da Montefeltro e de' Forlivesi egli restò sconfitto. Due mila e più, la maggior parte Franzesi, vi lasciarono la vita, e quasi tutto il resto vi rimase prigione. Fra gli altri che perirono nella fossa di quella città, si contò Tibaldello degli Zambrasi, che avea tradita Faenza. E vi morì il conte Taddeo da Montefeltro, nemico del conte Guido, con altri nobili bolognesi e della Romagna. La Cronica di Bologna [Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], che per errore, mette questo fatto sotto il dì 7 di giugno va annoverando la cavalleria venuta da diverse parti all'esercito del conte della Romagna, e la fa ascendere a tre mila e quattrocento cavalieri. Nulla dice dello stratagemma suddetto del conte Guido; e solamente parla d'un fiero combattimento seguito ne' borghi di Forlì, colla disfatta de' Guelfi. Altrettanto abbiamo dalla Vita di papa Martino [Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Giovanni d'Eppa falso è che morisse in quel conflitto. Egli, per attestato di Ricobaldo, arrivò a Faenza sano e salvo con circa venti cavalli, e fu poi adoperato dal papa in altre militari imprese.

Veggendo i Lodigiani [Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 319.] ridotti in pessimo stato gli affari de' Torriani, e temendo di restar eglino la vittima dello sdegno de' Milanesi, trattarono di pace con Ottone Visconte arcivescovo di Milano, il quale volentieri vi acconsentì, purchè rinunziassero alla protezione de' Torriani. Seguitarono essi nondimeno, per attestato della Cronica di Parma, a tener la parte guelfa. Di qui prese maggior orgoglio Guglielmo marchese di Monferrato, e cominciò, di capitano che egli era, a far da signore di Milano, in pregiudizio dell'autorità dell'arcivescovo. Ottenne di poter mettere un vicario e un podestà in Milano a piacimento suo, e vi mise Giovanni dal Poggio Torinese. L'arcivescovo, come uomo accorto, mostrava di non curarsene, ma, conoscendo dove il marchese mirasse, cominciò segretamente a tirare nel suo partito alcune delle case più forti di Milano, cioè quelle di Castiglione, Carcano, Mandello, Posterla e Monza, e a disporre i mezzi per liberarsi dalla prepotenza del marchese. Minacciava intanto esso marchese i Cremonesi, e però, ad istanza di quel popolo, tenuto fu un parlamento in Cremona, dove intervennero i Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Ferraresi e Bresciani, tutti di parte guelfa. Risoluto fu di spedire ambasciatori al papa per ricavarne dei soccorsi e di tenere in essa Cremona una taglia di soldati di cadauna città per difesa di quella. E perciocchè Buoso da Doara era entrato in Soncino, e s'era anche ribellato al comune di Cremona il castello di Riminengo, i Parmigiani, Piacentini e Bresciani colle loro forze marciarono a Cremona, e passarono dipoi a dare il guasto a Soncino. Nel dì 2 di luglio il marchese di Monferrato coi Milanesi, Astigiani, Novaresi, Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi venne sino a Vavrio, e quivi si accampò, con ispargere voce di voler pacificare tutta la Lombardia. Ma le apparenze erano che egli meditasse d'entrare nel Cremonese [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Allora tutte le città guelfe suddette inviarono le lor milizie a Paderno in aiuto di Cremona. Furono anche richiesti di soccorso il marchese d'Este, il conte della Romagna e i comuni della Toscana; ed ognuno promise de' buoni rinforzi, se si fosse dovuto venire ad un fatto d'armi. Giunse il marchese a postarsi due miglia lungi da Crema, e i collegati piantarono in faccia di lui il lor campo. Si trombettava ogni dì, ma niuno uscì mai per volere battaglia, nè i Milanesi voleano entrar nel Cremonese, perchè durava la tregua fra loro, sicchè il marchese nel dì 12 di luglio, senza far altro, si ritirò, e lo stesso fecero gli avversarii guelfi. Diedero i Cremonesi il guasto sino alle porte di Soncino, la qual terra riebbero poi per tradimento nel dì 11 di novembre. Mandarono i Parmigiani una taglia de' lor soldati in servigio del papa contra Forlì, ed ottennero che si levasse l'interdetto dalla loro città, con esservi tornati solennemente i frati predicatori, che già n'erano usciti.

Fece in quest'anno Giovanni d'Eppa conte di Romagna l'assedio della terra di Meldola, e, dopo avervi inutilmente consumati alquanti mesi, fu forzato dalla penuria de' viveri e dalla perversa stagione a ritirarsene. Il conte d'Artois ed altri principi franzesi, spediti dal re di Francia, passarono per Parma e Reggio nell'ottobre dell'anno presente, menando seco una gran quantità di cavalli e fanti in aiuto del re Carlo dopo la perdita della Sicilia. Tennesi una nobilissima corte bandita in Ferrara per la festa di san Michele di settembre dell'anno presente e ne' susseguenti giorni [Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], perchè Azzo VIII, figliuolo d'Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara, fu creato cavaliere, e prese per moglie Giovanna figliuola di Gentile Orsino nipote del fu papa Niccolò III, e figliuolo di Bertoldo già conte della Romagna. A tanti sconvolgimenti d'Italia si aggiunse in questo anno anche il principio d'un'aspra e funestissima guerra [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.] fra i Genovesi e Pisani, popoli amendue potenti per terra e per mare. Nacque la lor discordia dallo avere i Genovesi inviate quattro galee in Corsica per gastigare il giudice di Cinarca, che avea fatto non pochi aggravii alla lor nazione. L'aveano essi ridotto in camicia. Fu presa dai Pisani la protezion di costui con pretenderlo loro vassallo; e gli ambasciatori adoperati per questo affare, in vece di rimettere la pace, fecero saltar fuori la guerra, che andò a finire nella rovina di Pisa. Si diedero tutti e due questi comuni a fare un mirabil preparamento di galee e d'altri legni. Vennero anche i Pisani a Porto Venere, e diedero il guasto a quel paese; ma nel ritornare a casa, levatasi una crudel tempesta, spinse diecisette delle loro galee alla spiaggia, e le ruppe colla morte di molta gente. Anche i Perugini inferocirono nell'anno presente contro la città di Foligno [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], non so per quali disgusti. Studiossi ben papa Martino di fermare il loro armamento colla minaccia delle scomuniche; ma, senza farne caso, essi procederono innanzi con guastar tutto il paese sino alle porte di quella città. Non mancò già il papa di scomunicare quel popolo; ma esso, maggiormente irritato per questo, ed imbestialito, fece un papa e varii cardinali di paglia, e, dopo avere strascinati per la città que' fantocci, sopra una montagna li bruciò, dicendo: Questo è il tal cardinale, questo è quell'altro. Sorse ancora nei medesimi tempi guerra in Roma fra gli Orsini e gli Annibaldeschi [Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Erano i primi odiati dal re Carlo per la memoria del loro zio; e però, unito il vicario di esso re, che esercitava l'uffizio di senatore, andò cogli Annibaldeschi a dare il guasto sino a Palestrina, dove s'erano ritirati gli Orsini.


MCCLXXXIII

Anno diCristo mcclxxxiii. Indiz. XI.
Martino IV papa 3.
Ridolfo re de' Romani 11.

Non istette già colle mani alla cintola Pietro re d'Aragona, dacchè ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse il pensiero anche alla vicina Calabria [Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.]. Già aveva egli nel dì 6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi da Carlo principe di Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero, e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che la regina Costanza sua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì 22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e l'infante don Giacomo suo secondogenito fu accettato per successore di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da' suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone; e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello, e di farlo intanto uscire d'Italia [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.]. Diede dunque per risposta che manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia. Portato a papa Martino l'avviso di così strepitosa risoluzione, tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il Villani dopo il Malaspina [Giachetto Malaspina, cap. 217.], che anzi la detestò [Raynald., in Annal. Eccl.], e fece quanto potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque passasse ad eseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo; scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos, passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo, se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione. Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchè Filippo re di Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola giornata lungi da Bordeos [Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.], e nella stessa città era concorsa troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire. Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive l'autore della Cronica di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] ch'egli fu veduto nel dì 30 di giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per decidere con un duello, cioè con poco cervello, la controversia della Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.] alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad iscusare e discolpare il re Pietro.

Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia, ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna [Raynald., in Annal. Ecclesiast.], con appresso conferirli a Carlo di Valois, secondo figliuolo del re Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo, e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo. Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso [Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.]. N'ebbe contezza il valente ammiraglio di Sicilia Ruggieri di Loria, e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa, e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese. Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata fu creato [Annal. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri, mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece il conte Guido di Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di quella città, e spianarne le fosse [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Anche Cesena, Forlimpopoli, Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze. Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della città. Secondo Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 320.] e gli Annali Milanesi [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], in quest'anno Ottone Visconte si liberò da Guglielmo marchese di Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista, se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore, ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio [Corio, Istoria di Milano.]. Era il marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non so ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano, vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli, nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento di galee e d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]; tali nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], città al pari dell'altre divisa in due fazioni. Gherardo della nobil famiglia da Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di que' patriarchi, da me date alla luce [Vitae Pontific. Aquilejens., tom. 4 Anecdot. Latin.]. Durò questa quasi undici anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè, con chi era superiore di forze.


MCCLXXXIV

Anno diCristo mcclxxxiv. Indiz. XII.
Martino IV papa 4.
Ridolfo re de' Romani 12.

Gran preparamento di gente e di legni avea fatto Carlo, primogenito del re Carlo e principe di Salerno, per portare la guerra in Sicilia, quando venne la mala fortuna a visitarlo, e a dargli una ben disgustosa lezione delle umane vicende. Era già corsa sicura voce che il re Carlo suo padre veniva di Provenza con forte armata per unirla coll'altra di Puglia, e procedere poi contra de' Siciliani [Giachetto Malaspina, cap. 222. Ptolom. Lucens. et alii.]. Prima ch'egli venisse, il valente Ruggieri di Loria, ammiraglio del re d'Aragona, volle tentare, se gli veniva fatto, di tirare a battaglia il figliuolo. A questo fine con quarantacinque tra galee ed altri legni armati di Catalani e Siciliani uscì in corso sul principio di giugno, e cominciò ad infestare le coste del regno di Napoli. Nel lunedì, giorno quinto di esso mese (e non già nel dì 23, come ha il testo di Bartolommeo da Neocastro [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 76, tom. 13 Rer. Ital.]), fu a Castello di San Salvatore a Mare e a vista di Napoli, e le sue ciurme cominciarono con alte grida a villaneggiare il re Carlo, suo figliuolo, e tutti i Franzesi chiamandoli poltroni e conigli, che non'ardivano di venire a battaglia, e dileggiandoli in altre sconcie maniere. A queste ingiurie non potendo reggere il principe Carlo, badando più alla collera sua che ai consigli del cardinal legato, co' furiosi suoi Franzesi e coll'altre ubbidienti sue truppe disordinatamente si imbarcò nei preparati suoi legni, e tutti, come se andassero a nozze, fecero vela contra de' Siciliani. Scrive Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 92.] che il principe Carlo avea ordine preciso dal re Carlo suo padre di non venire a battaglia alcuna, e che aspettasse l'arrivo suo; ma egli, senza farne caso, si lasciò trasportare dall'empito suo giovanile, credendosi di far qualche prodezza. Diversamente Niccolò Speciale [Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Italic.] lasciò scritto: cioè che una barca spedita con questo ordine dal re Carlo cadde in mano di Ruggieri di Loria, nè arrivò a Napoli: il che forse avrebbe fermata la bizzarria del principe Carlo. Baldanzosamente procedeva l'armata franzese contro ai nemici; e Ruggieri gran maestro di guerra, fingendo paura, si andava ritirando in alto mare. Ma quando se la vide bella, animati prima i suoi, venne impetuosamente a ferire addosso alla contraria armata. Stettero poco a fuggire le galee di Soriento e di altri Pugliesi. Fecero quella resistenza che poterono i Franzesi; ma siccome gente allora non avvezza a battaglie di mare, poco potè operare contra dei Catalani e Siciliani, i quali, arditamente saltando nelle galee nemiche, dieci ne sottomisero. La mira principale dell'accorto Ruggieri di Loria era alla galea capitana, distinta dallo stendardo regale, dove stava il principe Carlo colla principal sua baronia, nè potendola prendere per la gagliarda opposizion di que' nobili, gridò ai suoi che la forassero in più luoghi. Entrava l'acqua a furia; e però il principe dimandò di rendersi a qualche cavaliere. S'affacciò tosto l'ammiraglio Ruggieri con darsi a conoscere chi egli era, e il raccolse nelle sue galee con Rinaldo Gagliardo ammiraglio di Provenza, e coi conti di Cerra, Brenna, Monopello, ed assaissimi altri nobili e copia grande d'altri prigionieri. Dopo la sconfitta accadde una piacevol avventura. In passando la vittoriosa flotta in vicinanza di Soriento [Giachetto Malaspina, Giovanni Villani.], quel popolo mandò a regalar di fichi e fiori e di ducento agostari (monete d'oro), l'ammiraglio siciliano. Entrati gli ambasciatori nella galea capitana, dove era preso il principe Carlo, veggendo lui riccamente armato e attorniato da baroni, e credendolo l'ammiraglio, inginocchiati a' suoi piedi, gli presentarono quel regalo, dicendo: Messer l'ammiraglio, goditi questo picciolo presente del comune di Soriento; e piacesse a Dio che come hai preso il figlio, avessi anche preso il padre. E sappi che noi fummo i primi a voltare. Il principe Carlo, contuttochè poca voglia n'avesse, pure non potè contenersi dal ridere, e disse all'ammiraglio: Per Dio, che costoro sono ben fedeli a monsignore il re. Si prevalse Ruggieri di Loria di questa congiuntura per cavar dalle carceri di Castello a Mare Beatrice figliuola del re Manfredi, e sorella della regina Costanza, con altri prigioni [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], avendola richiesta al principe, che la fece venire, e con essa e co' prigioni franzesi se ne tornò a Messina, dove con indicibil plauso fu accolto. Il principe Carlo fu rinserrato nel castello di Mattagriffone con buone guardie.

Veniva il re Carlo alla volta di Napoli con cinquantacinque galee e tre navi grosse, tutte cariche di nobiltà franzese, di gente, cavalli ed armi. S'era egli dianzi rattristato forte in Marsilia per la percossa data ai suoi sotto Malta. Quando fu nel mare di Pisa, oppure a Gaeta, due dì dopo il suddetto conflitto, intese l'altra disavventura del figliuolo, che gli passò il cuore, e dicono che gridò: Ah fosse egli morto, dacchè ha trasgredito il mio comandamento! Altri scrivono [Jordanus, in Chron.] che fece il disinvolto, e, chiamati i suoi baroni, disse loro che si rallegrassero seco, perchè s'era perduto un prete, atto solamente ad impedire il suo governo, mostrando così di nulla stimare il figlio. Raccontano altri [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], aver egli detto: Nulla perde chi perde un pazzo. A questa doglia s'aggiunse l'altra di avere scoperta la poca fede dei regnicoli e di Napoli stessa, dove in quest'ultima congiuntura alcuni, correndo per la terra, aveano gridato: Muoia il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria. Aggiugne la Cronica di Reggio che si fecero di molte ruberie, e furono anche uccisi alcuni Franzesi, con durar due giorni quella commozion di plebei. Arrivato esso re Carlo a Napoli, non volle smontare al porto, ma furibondo sbarcò in altro sito con intendimento di mettere fuoco a tutta la città; ed avrebbe forse eseguilo il barbarico pensiero, se non era il cardinal Gherardo da Parma legato apostolico, il quale s'interpose, mostrandogli che il reato di pochi vili e pazzi non era da gastigare colla pena dell'innocente pubblico. Tuttavia ne fece ben impiccare da centocinquanta, e poi mosse alla volta di Brindisi, dove, fatta la massa di tutte le sue forze, si trovò avere dieci mila cavalli e quaranta mila fanti, con cento dieci galee, oltre a gran quantità di legni da trasporto. Con questa potente armata nel dì 7 di luglio passò in Calabria, e misesi per terra e per mare all'assedio di Reggio. Intanto due cardinali legati trattavano di liberare il principe Carlo. La lontananza del re Pietro, le cui risposte conveniva aspettare, e il saper egli tener in parole chiunque negoziava con lui, fecero perdere il tempo al re Carlo, senza tentar impresa più grande; e intanto la flotta fu sbattuta da una tempesta [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 79, tom. 13 Rer. Ital.]; la stagione pericolosa per chi è in mare si accostò, e vennero meno i foraggi e le vettovaglie, di maniera che il re Carlo fu costretto a ritirarsi a Brindisi e a disarmare. Passò dipoi, ma pieno di rammarico e di tristi pensieri, a Napoli. Mentre era esso re in Calabria, avea il re Pietro spedito in soccorso della Sicilia quattordici galee, che arditamente in faccia dell'armata franzese entrarono nel porto di Messina. E partito appena fu il re Carlo, che Ruggieri di Loria s'impadronì di Nicotera, Cassano, Cotrone, Loria, Martorano, Squillace, Tropea, Neocastro ed altre terre in Calabria e Basilicata. In questo medesimo anno nel dì 12 di settembre arrivò il suddetto ammiraglio colla sua flotta all'isola delle Gerbe nel mare di Tunisi, abitata dai Maomettani, e la prese e spogliò, con asportarne gran copia di ricchezze e più di sei mila schiavi. Come potesse egli in tal tempo, cioè allorchè era minacciata sì da vicino la Sicilia, non si sa ben intendere. Fece egli quivi poscia fabbricare una fortezza, e vi mise un presidio di cristiani. Probabilmente è da riferire ad alcun altro anno sì fatta impresa. In questi tempi Ottone Visconte arcivescovo di Milano, essendosi inimicato Guglielmo marchese di Monferrato [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 321.], e ben prevedendo che i Torriani coll'aiuto di lui tenterebbono di risorgere, siccome infatti avvenne, spedì ambasciatori a Ridolfo re de' Romani, sì per distorlo di favorire essi Torriani, il che avea egli praticato in addietro, come ancora per ottenere il suo patrocinio. Ed appunto l'ottenne, con avergli Ridolfo mandate cento lancie tedesche e cinquanta balestrieri con balestre di corno. Maritò in quest'anno il suddetto marchese di Monferrato Jolanta o sia Violante, sua figliuola [Memorial. Potest. Regiens.], con Andronico Paleologo imperadore di Costantinopoli, e diedele in dote il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, da cui poco utile ricavava in questi tempi il marchese. Dal che apparisce che fin qui i marchesi di Monferrato doveano tuttavia ritenere qualche dominio in quelle contrade. Oltre di avere il greco Augusto pagate molte migliaia di bisanti al suocero suo, si obbligò ancora di mantener al di lui servigio in Lombardia cinquecento cavalieri alle sue spese, durante la vita del medesimo marchese. Fu poi cagione questo maritaggio, siccome vedremo, che il Monferrato pervenne ad un figliuolo d'essa imperatrice [Du-Cange, in Famil. Byzantin.], alla quale, secondo il loro costume, i Greci mutarono il proprio nome in quello di Irene. Ora il marchese Guglielmo col suddetto rinforzo di moneta cominciò nuove tele per l'ingrandimento suo. Ebbe maniera di entrare un dì per tradimento nella città di Tortona verso l'aurora; nella qual congiuntura molti cittadini furono uccisi, altri spogliati, altri carcerati. Uno de' rimasti prigionieri fu il vescovo Melchiore, il quale sempre si era opposto ai tentativi del marchese sopra quella città, sua patria. Fu egli inviato con guardie, acciocchè inducesse i castellani delle sue terre a rendersi al marchese: il che essi ricusarono di fare. Però, nel tornare a Tortona, i capitani del marchese con sacrilega barbarie ammazzarono l'infelice prelato. In quest'orrido misfatto protestò poi il marchese di non avere avuta parte alcuna; ma forse da pochi gli fu creduto.

Raimondo dalla Torre patriarca di Aquileia cogli altri Torriani liberi strinse lega nell'anno presente con esso marchese [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], dopo aver fatto un deposito di grossa somma d'oro da pagarsi al medesimo marchese, dacchè fossero eseguiti i patti. In vigore di questo accordo furono rilasciati dalle carceri di Monte Baradello dai Comaschi, ubbidienti tuttavia al marchese, Antonio, Arenchio e Mosca dalla Torre. Ne era dianzi fuggito Guido dalla Torre, che poi divenne signor di Milano. Ma quivi aveano miseramente terminati i lor giorni Napo ossia Napoleone, Carnevale e Lombardo, tutti dalla Torre. Cominciarono, oltre a ciò, i Comaschi dal canto loro guerra a Milano, e presero alcune castella nella riviera di Lecco. Ma avendo l'arcivescovo eletto per suo vicario generale nel temporale Matteo Visconte suo nipote, questi valorosamente ricuperò quelle terre, cominciando con questa impresa a farsi strada alla somma esaltazione, a cui egli e la sua famiglia dipoi arrivò. Benchè nella Cronica di Parma si legga che nell'anno 1282 si sconciò la buona armonia fra i cittadini di Modena, pure abbiamo dalla stessa che nell'anno presente ebbe principio questa diavoleria, che ridusse poi in cattivo stato essa città, e tornò in grave pregiudizio della parte guelfa di Lombardia. Ne parlano appunto a quest'anno anche gli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinenes, tom. 11 Rer. Ital.] e la Cronica di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. In occasione che da uno della nobil casa dei Guidotti fu ucciso un altro nobile della famiglia da Savignano, si formarono due fazioni. Il podestà fece mozzare il capo all'uccisore, e distruggere da' fondamenti due torri, con altre non poche condannagioni. Il popolo fremente atterrò molte altre case; e finalmente la parte de' Boschetti, co' quali andavano uniti i Rangoni e Guidoni, scacciò fuori della città la fazione de' Savignani e Grassoni, la quale, ritiratasi a Sassuolo, a Savignano e ad altre terre, si diede a far guerra ai Boschetti e alla città, distruggendo e bruciando. Fecero i Boschetti col popolo di Modena un buon esercito contra de' fuorusciti, e s'inviarono alla volta di Sassuolo. Manfredino dalla Rosa signor di quella terra cogli usciti venne ad incontrarli, e li sconfisse con istrage e prigionia di molte persone. Mandarono i Parmigiani dodici ambasciatori per trattar di pace; i Boschetti non vollero dar loro ascolto. Erano allora in lega Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Bologna, Ferrara e Brescia, tutte città di parte guelfa, e, loro dispiacendo la pazza discordia de' Modenesi, tutte spedirono a Reggio i loro ambasciatori, per tener quivi un parlamento, e trattare di levar questo scandalo. Chiamati v'intervennero i deputati delle due fazioni della città di Modena; tuttavia, per quanto si affaticassero i mediatori, le teste dure dei Boschetti e de' lor partigiani ricusarono ogni proposizion d'accordo, di maniera che fu risoluto di lasciarli in preda al loro capriccio, e che si rompessero pazzamente fra loro il capo, giacchè così loro piaceva. Il perchè i Modenesi dominanti mandarono in Toscana ad assoldare gran gente, e tornati in campagna, essendo al Montale nel dì 19 di settembre, vennero di nuovo alle mani coi fuorusciti, e di nuovo ancora furono rotti colla mortalità e prigionia di molti. Per compassione mandarono gli amici Parmigiani nuova ambasceria a Modena con varie esortazioni alla pace; ma neppur questa ebbe miglior esito della prima: tanto erano esacerbati e infelloniti gli animi de' nobili e popolari contra de' lor concittadini. Adoperossi ancora un cardinale legato, per introdurre trattato di aggiustamento, e fu rigettata del pari l'interposizione sua. Fecero di peggio inoltre i Modenesi. Per servigio de' Parmigiani veniva un convoglio di sale da Bologna, per essere impedita la via del Po. Quando fu nel territorio di Bazzano, che era allora del distretto di Modena, i Modenesi lo presero colle carra e trentadue paia di buoi, e condussero tutto alla città, e nulla vollero mai restituire, tuttochè si trattasse d'un popolo sì amico e fedele, qual era quello di Parma. Allora fu che i Bolognesi caritativamente proposero ai Parmigiani una lega, per espugnare concordemente Modena; ma il popolo di Parma, ricordevole dell'antica amicizia con quel di Modena, elesse piuttosto di sofferir con pazienza il danno, e di compatir le spropositate risoluzioni dei Modenesi, che di abbracciar le maligne insinuazioni degli antichi nemici di Modena. Nell'anno seguente poi si ravvidero i Modenesi, e soddisfecero al loro dovere.

Furono nondimeno bagattelle questa rispetto all'aspra guerra che nell'anno presente seguì tra i Genovesi e Pisani [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]. Accaniti l'un contra l'altro erano questi due popoli. L'interesse e l'ambizione non lasciavano lor posa, ardendo tutti di voglia di procurare l'uno la rovina dell'altro. L'anno appunto fu questo che decise la lor contesa. Vennero a dura battaglia le lor flotte nel dì 22 d'aprile, e andarono in rotta i Pisani con perdere otto galee, che furono condotte a Genova, e con restarne una sommersa. Per questa sciagura, in vece di avvilirsi, maggiormente s'impegnò il popolo pisano a sostener la gara, ed armate settantadue galee con altri legni, pieni di tutto il fiore della nobiltà e de' popolari e forensi, fastosamente uscì in mare con tal galloria, che sembrava il loro stuolo incamminato ad un sicuro trionfo [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 91.]. Colto il tempo che l'armata de' Genovesi era ita in Sardegna, diedero i Pisani il guasto alla riviera di Genova: si presentarono anche al porto di quella città con balestrare, ingiuriare e richiedere di battaglia i Genovesi; e, dopo queste bravure, se ne ritornarono gloriosi a casa. Ma giunte dalla Sardegna a Genova le galee, fece il popolo genovese un armamento di ottantotto galee e otto panfili, e con questa flotta andò in traccia della pisana, e, trovatala in vicinanza della Melora, attaccò un'orribil battaglia nel dì 6 d'agosto. Da gran tempo non s'era veduto in mare un conflitto sì ostinato e sanguinoso come fu questo. La vittoria in fine si dichiarò per li Genovesi, siccome superiori di forze, che ventinove galee dei nemici menarono a Genova, e sette ne affondarono. Grande fu la mortalità dalla una parte e dall'altra; maggiore nondimeno, anzi sommo il danno de' Pisani, perchè circa undici mila d'essi (chi dice meno, e forse dirà più vero, e chi dice anche più, per ingrandimento di fama) rimasti prigionieri, furono condotti nelle carceri di Genova, dove la maggior parte per gli stenti a poco a poco andò terminando i suoi giorni. E di qui nacque il proverbio: Chi vuol veder Pisa vada a Genova. Gli speculativi de' segreti del cielo osservarono che in quelle stesse vicinanze della Melora nell'anno 1241 aveano i Pisani sacrilegamente presi i prelati che andavano al concilio, e credettero che Dio avesse aspettato per quarantatrè anni a gastigare il loro misfatto. Quel che è certo, Pisa da lì innanzi, per sì grave perdita di gente, non men popolare che nobile, non potè più alzare il capo, e andò tanto declinando che arrivò a perdere la propria libertà, siccome s'andrà vedendo. Io non so come l'autore della Cronica Reggiana [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che scriveva di mano in mano le avventure di questi tempi, metta il suddetto memorando fatto d'armi sotto il dì 15 d'agosto. Una spaventosa innondazione del mare, smisuratamente gonfiato nel dì 22 di dicembre in quest'anno, recò un incredibll danno a Venezia e Chioggia, essendovi perite molte navi e persone ed una esorbitante copia di merci. Bernardo cardinale legato in Bologna attribuiva questa loro disgrazia all'essere stati scomunicati da lui i Veneziani, perchè non voleano dar soccorso al re Carlo contra di Pietro re d'Aragona. Sicchè, secondo i suoi conti, Dio dovea essersi visibilmente dichiarato in favore del re Carlo. Se ciò si possa credere, lo vedremo all'anno seguente.


MCCLXXXV

Anno diCristo mcclxxxv. Indiz. VIII.
Onorio IV papa 1.
Ridolfo re de' Romani 13.

Sopraffatto probabilmente da troppi affanni Carlo re di Sicilia, cadde infermo nella città di Foggia, mentre era tutto affaccendato per un formidabil armamento, con disegno d'assalir la Sicilia, in tempo che anche i Franzesi doveano dal canto loro invadere il regno di Aragona a Catalogna. Quivi terminò egli con tutta rassegnazione e con piissimi sentimenti la sua vita nel settimo dì di gennaio dell'anno presente, con infinito dispiacere de' Guelfi, che l'amavano forte, e il consideravano pel più forte loro sostegno [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 94. Memorial. Potest. Regiens.]. Principe di smoderata ambizione, per soddisfar la quale sagrificava tutto, e che sarebbe stato assai lodevole e glorioso, se, siccome seppe guadagnar dei regni, avesse anche atteso a guadagnarsi l'amore de' sudditi, e non gli avesse piuttosto tiranneggiati: il che fu cagione di molte sue disavventure. Lasciò il suo regno di Puglia ossia di Napoli in poco buono stato, perchè in guerra co' Siciliani e col principe Carlo, suo primogenito ed erede, prigione in Sicilia stessa. Nè si dee tacere che questo sventurato suo figlio, dopo la sua prigionia, corse un gran pericolo. Non avendo potuto i cardinali legati, spediti dal papa in Sicilia, venire a capo del loro negoziato per liberarlo, fulminarono le più terribili scomuniche contra de' Siciliani e contro del re d'Aragona. Erano per questo al maggior segno irritati i Messinesi, e giunta colà anche la nuova della morte del re Carlo, furiosamente andarono alle prigioni, dove erano detenuti i Franzesi, per ucciderli; e perchè questi fecero quella difesa che poterono, attaccarono il fuoco alle carceri, e miseramente vi fecero perire più di sessanta nobili di quella nazione. Ricobaldo [Richobaldus, in Pom., tom. 9 Rer. Ital.], che fioriva in questi tempi, scrive che più di ducento nobili vi furono barbaramente uccisi, e non già bruciati nelle prigioni. Inoltre si accordarono tutte le terre dell'isola a voler la morte del suddetto principe Carlo in vendetta di quella di Manfredi e di Corradino. Ma Dio volle che la regina Costanza e l'infante don Giacomo con savio consiglio frenarono così furiosa sentenza con prender tempo, allegando che conveniva intendere sopra ciò la volontà del re Pietro. Volontà appunto del re Pietro era che se gli mandasse in Catalogna il principe prigioniere per maggior sicurezza, e infatti vi fu mandato. Intanto fu questo principe riconosciuto per re e successore del padre in Puglia [Bartholom. de Neocastro, cap. 90, tom. 13 Rer. Ital.], e, durante la sua prigionia, sostituito balio del regno Roberto conte di Artois, fratello del re di Francia, colla assistenza del cardinale legato Gherardo Bianco da Parma; e per allora cessò ogni pensiero di portar la guerra in Sicilia. In questi tempi la città di Gallipoli si diede agli Aragonesi. Tenne dietro alla morte del re Carlo quella di Martino IV pontefice, schiavo fin qui di tutti i voleri d'esso re, e che votò l'erario delle scomuniche per fulminar tutti i Ghibellini, e chiunque era nemico o poco amico del medesimo re Carlo. Pontefice per altro degno di lode, sì pel suo zelo ecclesiastico, come per lo staccamento dall'amore de' suoi parenti, che, nati poveri, non volle mai esaltare. Erasi egli portato a Perugia, giacchè quella città umiliatasi era rientrata in sua grazia, e quivi cantò messa nel giorno santo di Pasqua, caduto in quest'anno nel dì 25 di marzo. Nel dì seguente si ammalò, e nella notte del mercordì, venendo il dì 29, passò all'altra vita [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Dicesi che nel giovedì susseguente gli fu data sepoltura nella cattedrale di quella città; ma, secondo il Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.], fu portato il di lui cadavere ad Assisi nella chiesa de' Minori, da lui amati sopra gli altri religiosi finchè visse. Fu da alcuni [Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital. Annales Colmar.] attribuita la sua infermità e morte ad eccesso in mangiar delle anguille, del qual cibo egli era ghiotto. Nel dì 2 d'aprile concordemente si vide esaltato dai cardinali al pontificato Jacopo della nobil casa de' Savelli, Romano, cardinal diacono di Santa Maria in Cosmedin [Bernardus Guid. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl. et alii.], il quale prese il nome di Onorio IV. Era egli così attratto per cagion della gotta, ne' piedi e nelle mani, che non potea camminare, nè stare in piedi, nè unire un dito coll'altro. Ma vegeta era la sua testa, e vigorosa la sua lingua. Portossi egli dipoi a Roma, dove, consecrato prete e vescovo, fu ornato della tiara pontificia. Contribuì questo pontefice al sollievo del regno di Napoli, con pubblicare una saggia costituzione di varii capitoli, già ordita da papa Martino IV, che vien rapportata dal Rinaldi e dagli scrittori napoletani, e fu data nel dì 17 di settembre dell'anno presente in Tivoli. Dovea servir questa a levar di molte gravezze ed abusi introdotti già da Federigo II, da Manfredi, e massimamente dal re Carlo I. Ma i re susseguenti, con pretesto che fosse pregiudiziale ai loro diritti, non permisero che avesse vigore.

Del resto seguitò anche Onorio IV, come il suo predecessore, ad aggravare di decime i beni ecclesiastici per le guerre (non so come appellate sante) dei Franzesi contra degli Aragonesi. Mi sia lecito l'accennar qui brevemente quella di Catalogna, perchè essa ha connessione cogli affari della Sicilia. Già papa Martino IV avea privato il re Pietro del regno di Aragona, Valenza e Catalogna, e datane la investitura a Carlo di Valois, secondogenito di Filippo l'Ardito re di Francia. Già s'era predicata la crociata per andare alla conquista di quel regno, perchè pur troppo in questi miserabili tempi si facea continuamente servire la religione all'umana politica con disonore del nome cristiano. Lo stesso re Filippo in persona con Filippo e Carlo suoi figliuoli, con una formidabile armata per terra e una potentissima flotta per mare [Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 101 et seq.], passò in Catalogna, dove que' santi crociati commisero violenze e sacrilegii senza numero. Prese la città di Roses, ed assediò, nel dì 28 di giugno, la città di Girona, che fece una mirabil difesa. Il re Pietro, signore di gran valore, con quelle poche compagnie di cavalleria che avea, fece di grandi prodezze, infestando continuamente dì e notte l'esercito nemico. Ma in una di queste scorrerie sopraffatto da' Franzesi, e ferito con una lancia, sconosciuto venne condotto prigione. Male per lui, se, presa la spada ad un di que' nobili nemici, non si fosse fatto largo: con che, dato di sproni al cavallo, ebbe la fortuna di ridursi in salvo. Fu presa in fine Girona a patti di buona guerra dai Franzesi. Avea intanto Ruggieri di Loria sottomessa la città di Taranto nel dì 15 di luglio, quando gli arrivò ordine di passare a Barcellona. Vi giunse egli nel dì 26 di settembre con trentasei galee, colle quali si unirono dodici altre di Catalani. Sarpò dipoi l'ancore, e con questa flotta l'animoso ammiraglio andò nel dì primo di ottobre ad assalir la franzese, scemata molto di ciurme e di gente, benchè superiore di numero. Parte di quelle galee fu presa, parte incendiata, non senza strage di molti, e col guadagno di gran bottino. Ritolse egli ancora Roses ai Franzesi; ed appresso, venendo un grosso vascello del duca di Brabante, carico di viveri e di ricchezze, in soccorso de' Franzesi, sotto la scorta di dodici galee, Ruggieri con bandiera di Francia aggraffò tutti que' legni, il tesoro e la vettovaglie. Tutte queste funeste nuove portate al campo franzese, lo riempierono di terrore, perchè perduta era la speranza di ricevere in avvenire le necessarie provvisioni per mare. Il re Filippo, o per la doglia, o per l'aria s'infermò. Se vogliam credere a Bartolommeo da Neocastro [Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.] e a Niccolò Speciale [Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Ital.], la lunghezza dell'assedio di Girona, ed una prodigiosa specie di tafani che feriva uomini e cavalli, aveano fatto perire assaissime migliaia di soldati e d'animali: laonde per necessità convenne sloggiare in somma fretta per ripassare i Pirenei e tornarsene in Linguadoca. Ai passi delle montagne eccoti i Micheletti, che recarono gran danno alle persone e robe de' fuggitivi e sconfitti Franzesi. Il re Filippo, portato con gran disagio in una bara sino a Perpignano, quivi nel dì 6 d'ottobre fece fine ai suoi giorni. All'incontro ricuperata ch'ebbe il re Pietro Girona, anch'egli, o per malattia, o per la ferita di cui parlammo, passò all'altra vita nel dì 11 di novembre con atti di vera penitenza, e riconciliato colla Chiesa. E tale fu il fine di quella strepitosa impresa, per cui ebbe molto da piagnere la Catalogna, ma molto più senza paragone la Francia. Vien essa descritta da Bartolommeo da Neocastro, da Giovanni Villani e da altri, con diversità di circostanze, e colla giunta di qualche favola, siccome tuttodì avviene in casi tali per la varietà delle passioni e della parzialità, amplificando cadauno le prodezze e diminuendo le disgrazie proprie. Ed ecco dove andarono a terminar le scomuniche, le crociate e tanto sangue per detronizzar gli Aragonesi. Alfonso primogenito del re Pietro succedette al padre nell'Aragona; l'infante don Giacomo, secondo il testamento del padre, nel regno di Sicilia; ed essi tennero forte i loro Stati. Ma cotante disgrazie, e le morti del papa e dei due re Filippo e Carlo dovrebbono ben servire di documento alle corte nostre teste, per non entrare con tanta franchezza ne' gabinetti di Dio, quasichè egli operi o abbia da operare a misura dei nostri vani desiderii e del nostro mondano interesse. Sono ben diversi i giudizii di lui da quei de' mortali; nè mai manca in quelli sapienza e giustizia: mancano bensì queste, e sovente, nei nostri.

Erano entrati in Como i Torriani, ed in quest'anno fecero guerra con varia fortuna a Milano, impadronendosi di Castel Seprio e d'altri luoghi, che da Matteo Visconte e dal popolo milanese furono ricuperati. Io non mi fermerò in questi minuti fatti. Le notizie d'essi a noi sono state conservate dal Corio [Corio, Istor. di Milano.] e dal Calchi [Calchus, Hist. Mediolanens.]. Benchè in quest'anno ancora [Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.] si adoperassero più d'una volta gli ambasciatori di Parma, Reggio, Bologna e Ferrara per quetare i torbidi di Modena; pure nulla di bene se ne ricavò. Aveano Gherardino Rangone pel popolo della città, e Manfredino da Sassuolo per gli usciti ridotto a buon termine un trattato d'accomodamento; ma, per le esorbitanti pretensioni de' Boschetti, tutto andò a terra. E quantunque essendo venuti a Modena Guido e Matteo fratelli da Correggio, si facesse compromesso in essi, e fossero dati gli ostaggi, e si venisse al laudo [Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]; pure i Boschetti non vollero accettarlo. Seguì poi una nuova battaglia a Gorzano fra il popolo di questa città e i fuorusciti, in cui gli ultimi rimasero sconfitti. Aveano, trovandosi in gravi angustie i Pisani per la funestissima lor perdita dell'anno precedente, e veggendo giù collegati e in armi tutti i Guelfi di Toscana, cioè Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ed altri popoli, giacchè tutti erano istigati dai Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 97.], gente ansiosa, più che d'altro, della rovina di Pisa, e che già avea in mente di schiantarla, e di ridurre quel popolo in varii borghi: aveano, dissi, i Pisani spedito a Genova per ottener pace. Ma quivi si trovarono orecchi sordi e cuori inflessibili. Si rivolsero dunque ai Fiorentini, e segretamente trattarono concordia con essi a condizione di governarsi in avvenire a parte guelfa, e di cedere a' Fiorentini Ponte ad Era, con altri vantaggi. Acconsentirono al partito i Fiorentini, perchè non amavano di veder troppo crescere i Genovesi, e premeva loro di aver libero commercio a Porto Pisano. Il conte Ugolino de' Gherardeschi, guelfo di professione, che avea menato il trattato, seppe profittarne per sè; imperciocchè nel gennaio del presente anno, dopo aver cacciati di Pisa i Ghibellini, ottenne d'essere fatto signore della città per dieci anni. I Genovesi e Lucchesi, che niuna contezza aveano avuto di questo trattato, e molto meno vi aveano prestato il loro assenso, sdegnati più che mai seguitarono a far guerra a Pisa. Presero i Lucchesi parecchie lor castella, e i Genovesi molte lor navi, con distruggere ancora le torri di Porto Pisano e rovinare Livorno. Fu levato in quest'anno dal papa l'interdetto posto alla città di Venezia [Raynald., in Annal. Eccl., num. 63.], non per altro delitto che per non aver voluto i Veneziani, secondo le lor leggi, lasciar far gente ed armar legni ne' loro Stati in soccorso del re Carlo contra del re Pietro. Motivo c'è di stupire oggidì, come per cagion sì fatta venisse privata de' divini uffizii e gastigata quell'illustre e libera città. Ma erano tali i costumi di questi tempi sconvolti, tali i frutti della barbarie e della malizia, o piuttosto dell'ignoranza d'allora.


MCCLXXXVI

Anno diCristo mcclxxxvi. Indiz. XIV.
Onorio IV papa 2.
Ridolfo re de' Romani 14.

Dopo aver patita una fiera burrasca Ruggieri di Loria nel suo ritorno dalla Catalogna, per cui s'affondarono alcune delle sue galee [Barthol. de Neocastro, cap. 101, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 8, tom. 10 Rer. Ital.], arrivò coll'altre tutte maltrattate a Palermo nel dì 12 di dicembre, e portò l'infausta nuova della morte del re don Pietro ai Siciliani. Però si fecero i dovuti preparamenti per coronare re di Sicilia l'infante don Giacomo suo secondogenito. Intanto per li mali portamenti de' Catalani, nel dì 19 di gennaio del presente anno Taranto, Castrovillaro e Murano tornarono all'ubbidienza di Carlo II nuovo re, ma prigioniere, di Napoli. All'incontro i Catalani presero il castello dell'Abbate, situato trenta miglia da Salerno, e vi misero presidio. Nella festa della purificazion della Vergine, cioè nel dì 2 di febbraio, seguì in Palermo la solenne coronazione in re di Sicilia del suddetto infante don Giacomo; la qual nuova, portata a Roma, diede ansa a papa Onorio, che già avea fulminata, prima di saperlo, la scomunica contra d'esso infante e della regina Costanza sua madre, di rinnovar nell'Ascensione del Signore le suddette censure contra di loro, e di citare a Roma i vescovi di Cefalù e di Neocastro, che aveano coronato il principe, suddetto; ed anch'essi poi furono scomunicati per la loro disubbidienza. Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici [Raynald., in Annal, Eccles.] che in quest'anno, avendo fatta istanza Ridolfo re de' Romani al pontefice Onorio di venir a Roma a prendere la corona dell'imperio, il papa gradì questa sua intenzione, e con sue lettere scritte in Roma nel dì ultimo di maggio gli prescrisse il giorno della Purificazion della Vergine dell'anno seguente per così gran funzione. Perchè egli mai non venisse non è ben noto. Scrivono alcuni che non si fidò d'allontanarsi dalla Germania per sospetto che v'insorgessero dei torbidi. Altri che il ritenne la poca fede ch'egli aveva negli Italiani, con dire la favoletta della volpe d'Esopo, che, invitata dal lione, ricusò d'andarvi, perchè vedea le pedate d'altri molti animali che erano entrati nel dì lui covile, ma niuna di chi ne fosse uscito. Potrebbono essere tutte immaginazioni degli scrittori susseguenti, giacchè non abbiamo storia d'alcun suo contemporaneo ben informato degli affari della sua corte. Quel che è certo, egli inviò nell'anno presente [Giovanni Villani, lib. 7, cap. III.] per suo vicario in Italia Prinzivalle del Fiesco de' conti di Lavagna, e ciò con consentimento di papa Onorio, giacchè erano ridotte le cose a tal segno, che nel governo del regno di Italia conveniva dipender dal beneplacito de' romani pontefici. Andò Prinzivalle in Toscana, e richiese i Fiorentini, Sanesi ed altri popoli di quelle contrade di fare i comandamenti del re Ridolfo. Ma queglino, da gran tempo avvezzi a non udir di queste chiamate, niuna ubbidienza gli vollero prestare, perchè ito colà senza forza d'armati. Li condannò ben egli, siccome disubbidienti, a gravissime pene pecuniarie; il che mosse ognuno a riso, di modo che, veggendosi sprezzato, prese il partito migliore di ritornarsene in Germania per non perdere affatto il credito suo e del padrone. Scrisse il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.], allegando l'autorità del Biondo, del Platina, del Crantzio e del Cuspiniano, che Ridolfo per pochi danari andò vendendo la libertà alle città della Toscana. Ma non sono bastanti i citati scrittori ad assicurarci di tal fatto; nè vien prodotto diploma alcuno, da cui possa apparire e la qualità e la verità di sì fatto supposto. Tolomeo da Lucca scrive che Prinzivalle per la sua povertà fu quegli che fu costretto a vendere la giurisdizione dell'imperio; nè ciò dice del re Ridolfo. Quanto a me, dubito forte se il Sigonio scrivesse egli quelle cose, sapendo che alla sua Storia dopo sua morte furono fatte delle giunte; e tali appunto sembrano gli ultimi pezzi della opera sua.

Ruggieri di Loria nel marzo di questo anno con otto galee andò a dare il guasto alla riviera di Provenza [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 102 et seq., tom. 13 Rer. Ital.]; e nel mese di giugno Bernardo da Sarriano cavalier siciliano con dodici altre galee espugnò e prese la città ed isola di Capri, e poscia quella di Procida, dove lasciò guarnigione. Questi parimente arrivato ad Astura, cioè a quel castello dove fu preso il re Corradino, per forza se ne impadronì. Quivi, trafitto da una lancia, morì il figliuolo di quel Jacopo, ossia Giovanni de' Frangipani, signore della terra, che consegnò esso Corradino al re Carlo I. Altri vi furono morti, e il luogo per la maggior parte consunto dalle fiamme. L'industria e i danari ben adoperati da Ottone Visconte arcivescovo e signor di Milano [Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 323. Corio, Istor. di Milano.] guadagnarono di maniera il comune di Como, che si venne ad una pace nel mese d'aprile, in cui furono bensì restituiti ai Torriani i loro allodiali, ma con obbligo di ritirarsi dal Milanese e Comasco, e di andare a' confini in Ravenna. Non osservarono essi dipoi questa dura legge, e passarono a dimorare col patriarca Raimondo in Aquileia. Intanto non cessavano mai i Parmigiani [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], siccome veri amici de' Modenesi, di procurar la pace fra le due guerreggianti fazioni de' Savignani usciti, e de' Boschetti e Rangoni dominanti; e ciò anche per bene della parte guelfa. Più e più ambasciatori inviarono per questo a Modena; vi spedì anche i suoi ogni altra città guelfa di Lombardia; ma sempre s'incontravano durezze ne' Boschetti. Per ultimo fece lor sapere il comune di Parma, che esso si dichiarerebbe in favore degli usciti, se persistevano a rigettar la forma della pace, già stabilita da Guido e Matteo da Correggio; e infatti, avendo mandato in loro aiuto un corpo di gente, fece ritirare il popolo di Modena dall'assedio di Livizzano. Finalmente si arrenderono gli ostinati alle minaccie e al buon volere de' Parmigiani, e nel mese di giugno fu segnata la pace fra loro. Secondo la Cronica di Reggio [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], quei da Savignano e i Grassoni coi loro aderenti rientrarono in Modena, e furono dirupate alcune castella in vigor d'essa pace. All'incontro nella città di Reggio si accese discordia per l'uccisione di Guido e Bonifazio della nobil casa da Canossa; e perchè Bonifazio Baiardo con altri di Bismantova e varii banditi prese e spogliò il nobil monistero di San Prospero de' Benedettini presso a Reggio, colà ancora, per metter pace, i buoni Parmigiani spedirono più ambascerie, ma senza ricavar frutto dai loro caritativi uffizii. Per attestato di Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 24, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.], di Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 8.] e di santo Antonino [S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 5. Raynald., Annal. Eccles.], in quest'anno papa Onorio IV assodò l'ordine de' Carmelitani, qui prius in concilio lugdunensi remanserat in suspenso. Di più ordinò che quei frati andassero vestiti solamente di bianco, perchè portavano prima le lor cappe fatte a liste larghe o doghe di due colori, bianco e bigio; il qual abito pareva ridicolo ed indecente. Dicevano ben essi che quello era l'abito di Elia profeta; ma santo Antonino risponde che di ciò non si truova vestigio nella sacra Scrittura, nè in iscrittura alcuna autentica, e che essi religiosi ebbero il loro principio in Soria, dappoichè i Franchi riacquistarono Gerusalemme, e che i Saraceni li scacciarono di poi dal monte Carmelo, dal quale Carmelitae dicuntur, non quod ab Helia habuerint initium: il che è confermato da scrittori ancora più antichi. Avendo Guglielmo degli Ubertini vescovo d'Arezzo fatto ribellare a' Sanesi [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 109.] nell'anno addietro il Poggio a Santa Cecilia, luogo d'importanza, si commosse tutta la parte guelfa per questo, e cadauna città mandò la taglia di sua gente in aiuto de' Sanesi, i quali per lo spazio di cinque mesi tennero l'assedio a quel castello, e finalmente nel dì quinto di quest'anno lo ricuperarono, con poi rasarlo da' fondamenti. Bonifazio arcivescovo di Ravenna [Rubeus, Hist. Ravenn. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.] nel dì 8 di luglio tenne in Forlì un concilio provinciale, al quale intervennero i vescovi o i deputati di tutta la provincia, e vi furono pubblicati alcuni canoni. Fu poi spedito questo prelato in Francia dal pontefice Onorio per maneggiare una tregua tra Filippo il Bello re di Francia e gli Aragonesi, e insieme per trattare della libertà di Carlo II re di Sicilia ossia di Napoli.


MCCLXXXVII

Anno diCristo mcclxxxvii. Indiz. XV.
Onorio IV papa 3
Ridolfo re de' Romani 15.

Erasi mosso Odoardo re d'Inghilterra, e venuto in Guascogna, ed anche in Catalogna, per trattar della liberazione del suddetto re di Napoli, ossia di Sicilia, ed avea già ridotto a buon termine il negoziato [Raynaldus, in Annal. Eccl.]: con che la Sicilia e Reggio di Calabria restassero a Giacomo re di Sicilia, e che i Franzesi rinunziassero alle pretensioni sopra l'Aragona. Informato di questo papa Onorio, con suo Breve dato in Roma nel dì 4 di marzo, riprovò ed annullò esso accordo. Questa fu delle ultime azioni, non so se lodevoli, d'esso pontefice; imperocchè, infermatosi in Roma nel giovedì santo, giorno 3 di aprile, passò a miglior vita [Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.], con avere anch'egli fatto il possibile per arricchire ed ingrandire i suoi. Vacò dipoi lungo tempo la santa Sede a cagion della discordia de' cardinali, alcuni de' quali la pagarono caro, perchè dall'aria romana furono balzati all'altro mondo. Tramarono in quest'anno due frati in Sicilia la ribellione della piccola città di Augusta, ossia Agosta, credendosi di guadagnare gran ricompensa dal papa e dal governo di Napoli, e fors'anche il paradiso con sì bella impresa. Furono a Roma [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 110, tom. 13 Rer. Ital.], e non fu fatto caso del loro progetto. Andarono a Napoli, e Roberto conte di Artois, balio del regno, non si lasciò scappare la congiuntura. Fece egli muovere da Brindisi quaranta galee piene di combattenti, e queste, nel dì primo di maggio, presentatesi ad Augusta, senza fatica presero il possesso della terra e del castello. Le galee, scaricati ch'ebbero gli armati, voltarono le prore alla volta di Sorrento. A questa nuova il re Giacomo ordinò tosto all'ammiraglio Ruggieri di Loria, che fortunatamente era tornato dalla Catalogna a Messina, d'allestire quanti legni potea. Con questi esso re navigò a Catania, in tempo appunto che anche quella città correva pericolo di cadere in mano dei nemici. Poscia si portò all'assedio di Augusta, e tanto la tenne stretta e flagellò colle macchine, che per mancanza di viveri e d'acqua, nel dì 23 di giugno la costrinse alla resa, salva la vita de' cittadini, che furono dispersi per le castella della Sicilia. Intanto il valente Ruggieri di Loria, sapendo che si faceva un gran preparamento contro le terre di Sicilia, uscì colla sua flotta in traccia de' nemici. Li trovò a Castellamare, oppure a Napoli. La loro armata marittima consisteva in ottantaquattro fra galee e galeazze, senza contar altre navi e barche da trasporto e per la vettovaglia, e però superiore di gran lunga alla siciliana. Tuttavia mandò Ruggieri la sfida pel dì 25 di giugno all'ammiraglio nemico [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 116.]; laonde per questo, o per gli scherni lor fatti dalle ciurme siciliane, si disposero tutti i baroni alla naval battaglia, animati spezialmente dalle grandi indulgenze che il cardinal Gherardo legato apostolico profuse in questa congiuntura. Con incredibil valore fu combattuto dall'una e dall'altra parte; ma in fine restarono superiori i Siciliani con prendere quarantaquattro tra galee e galeazze, e gran copia di baroni, fra i quali Filippo figlio del conte di Fiandra, Raimondo del Balzo conte d'Avellino, e i conti di Brenna, Monopello, Aquila, Joinvilla, e Guido conte di Monforte, i quali con altri nobili e circa cinque mila prigioni furono mandati a Messina, ed accolti con immenso giubilo e plauso da quel popolo. Il vittorioso Ruggieri si lasciò vedere dipoi davanti a Napoli; e se non era prevenuto dal conte d'Artois e dal legato pontificio, che tennero in dovere il popolo napoletano, questo già inclinava alla rivolta. Si riscattarono poi con danaro tutti que' baroni, a riserva del conte Guido di Monforte, che morì allora nelle prigioni, e meritava di morir peggio tanto prima. Attribuisce Giovanni Villani con altri la colpa di sì gran rotta ad Arrighino de' Mari ammiraglio, che colle sue galee genovesi abbandonò la mischia. Per questo fortunato colpo crebbe di molto la riputazion del re Giacomo, de' Siciliani e degli Aragonesi, e calò non poco quella del conte d'Artois e del re Carlo II.

Attese in questi tempi Ottone Visconte arcivescovo di Milano ad esaltare la propria casa [Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 324.], coll'avere ottenuto che Matteo Visconte, appellato poscia il Magno, ossia il Grande, suo nipote, fosse dichiarato capitano del popolo di Milano. Ebbe questi da una figliuola di Scazzino Borri, sua moglie, cinque figli maschi, cioè Galeazzo, Marco, Giovanni, che fu poi arcivescovo di Milano, Luchino e Stefano. Forte era di corpo, ma maggiormente d'animo; in accortezza e prudenza niuno gli andava innanzi; e lo studio suo principale consisteva in guadagnarsi il cuore sì della nobiltà che del basso popolo. Tendeva egli per questa via a quell'altezza a cui il vedremo giunto a suo tempo. Tenne ancora l'arcivescovo Ottone nel settembre un concilio provinciale, i cui atti furono da me già dati alla luce [Tom. 8 Rer. Ital.]. Peggiorarono in questo anno gli affari di Reggio e di Modena per la matta discordia dei cittadini. Nel dì 10 d'aprile la parte detta di Sopra di Reggio [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] scacciò dalla città la parte di Sotto, cioè i nobili di Fogliano e da Canossa coi loro aderenti. Accorsero i Parmigiani [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] per medicar queste piaghe; ma gl'infermi rigettarono il medico. Per sospetto che anche i Modenesi si levassero a rumore, vennero gli ambasciatori di Parma e di Bologna coi loro podestà a Modena, e nel dì 19 del suddetto mese, nel palazzo pubblico, dove intervenne tutto il clero secolare e regolare, col braccio di san Gemignano, con doppieri accesi e colle croci e turiboli, si confermò la pace fra i cittadini. Ma che? Si coprivano, non si estinguevano gli odii in quegl'infelici tempi. Però i Savignani colla parte ghibellina de' Grasolfi, e con Tommasino signore di Sassuolo andarono formando una mina, che scoppiò nel dì cinque di settembre. La Cronica di Reggio mette il dì sei. Fatta una gran raunata di banditi da Modena e Bologna, e di molta gente assoldata in Mantova e Verona, e di molti Tedeschi inviati dal conte del Tirolo [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], si presentarono alla porta bazovara di Modena, per entrarvi. Corse gente; e perchè non si potè aprire quella porta in tutto, fu difesa. Intanto, data campana a martello, ognuno colle armi volò contra dei mal venuti, con ucciderne e prenderne non pochi. Il resto si ritirò a Sassuolo. Corsero i Reggiani guelfi in aiuto di Modena, i Reggiani ghibellini in soccorso de' fuorusciti. Anche cento uomini d'armi a tre cavalli per uno furono spediti da Parma a Modena. Giunta dipoi una falsa voce a Sassuolo, che venivano colà tutte le milizie di Bologna, Parma, Cremona, e di tutta la parte della Chiesa, Tommasino da Sassuolo, che principalmente avea maneggiato il suddetto trattato, con tutti quei banditi se ne fuggì: il che riferito al popolo di Modena, gli servì di stimolo per andare a Sassuolo, e ridurre col fuoco un monte di pietre quella terra. Bernardino da Polenta, che era allora podestà di Modena, fece prendere molti nobili e potenti della città, ed uno de' Lamberti da Ferrara, incolpati di avere tenuta mano in quella trama, e ne fece impiccare trentadue: cosa riputata da tutte per un'orrida crudeltà e pazzia. Tante premure de' Parmigiani, ed anche de' Bolognesi, i quali parimente aveano spedita gente in tal congiuntura a Modena, nascevano dal timore che questa città si gittasse nel partito dei Ghibellini: essendo fuor di dubbio che Pinamonte Bonacossi signore di Mantova, e Alberto dalla Scala signor di Verona fomentavano ed aiutavano gli usciti ghibellini di Modena. Anzi palesemente nel mese di luglio di questo anno furono in aiuto de' fuorusciti di Reggio, i quali s'erano già messi in possesso di molte castella del Reggiano, e faceano gran guerra alla città. Andò il popolo di Reggio con cento cavalieri venuti da Modena ad assediare la rocca di Tumberga, dove stavano alcuni de' Fogliani e Canossi. Mossesi allora Alberto dalla Scala con tutta la cavalleria di Verona e con due figliuoli di Pinamonte, e gran quantità di cavalieri mantovani, e venne per liberar quella rocca dall'assedio; prese anche il castello di Santo Stefano, situato due miglia lungi da Sassuolo. Trattarono gli ambasciatori di Bologna un accordo per essa rocca, ed ebbe fine quel rumore, ma non già la nemicizia e guerra fra quelle fazioni, contuttochè fosse fatto compromesso nel comune di Bologna, e proferito il laudo, che non ebbe effetto alcuno. Fu anche nell'anno presente novità in Toscana. Imperocchè nel mese di giugno [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 114.] i Bostoli e Tarlato di Pietramala, e tutti i grandi di Arezzo ghibellini, fatto concerto col vescovo e con altri vicini di lor fazione, oppressero all'improvviso la parte guelfa, e la spinsero fuori della città, con dichiarare poscia signore il vescovo suddetto degli Ubertini, gran ghibellino. Per questo insorse guerra fra i Fiorentini ed Aretini. Venne anche ad Arezzo Prinzivalle dal Fiesco, vicario del re Ridolfo, con alcune poche squadre di Tedeschi, e colà trassero tutti i Ghibellini di Toscana. Durando tuttavia la guerra fra Genova e Pisa [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], mandarono i Genovesi alquante loro galee ad infestar Porto Pisano. A queste riuscì di rompere la catena e di entrarvi, con bruciar ivi alcuni legni e varie macchine da guerra: il che fatto, se ne tornarono come trionfanti a Genova. Ebbero anche i Pisani una spelazzata dai Lucchesi a Buisi [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], essendo restati prigioni molti nobili di quella città, e fra gli altri Baldino degli Ubaldini, nipote dell'arcivescovo di Pisa. Se pure in questi tempi è da fidarsi della cronologia degli Annali di Forlì [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], era seguita una lega fra i comuni di Forlì e di Faenza a propria difesa contra del conte della Romagna. Malatesta potente cittadino di Rimini quegli fu che maneggiò questa unione, pacificando fra loro le famiglie potenti di quella città. Ma mentre egli nel dì 14 di giugno con settanta uomini a cavallo da Forlì passava a Rimini, cadde in un'imboscata, tesagli dal conte suddetto della Romagna, e furono morti o presi alcuni de' suoi, fra i quali Giovanni Malatesta suo parente. S'interposero poi varii pacieri, e ne seguì una concordia, per cui le città di Rimini, Forlì e Faenza fecero un deposito di quattro mila fiorini d'oro per cadauna, affine di liberar l'imprigionato Giovanni; e il conte della Romagna sospese tutti i processi e bandi fatti contra di quelle città, finchè il romano pontefice vi consentisse.


MCCLXXXVIII

Anno diCristo mcclxxxviii. Indiz. I.
Niccolò IV papa 1.
Ridolfo re de' Romani 16.

Il trovarsi chiusi i cardinali per sì lungo tempo nel palazzo del papa Onorio IV a Santa Sabina, senza potersi accordare nell'elezione di un nuovo pontefice, cagion fu che vi morirono sei di essi, e gli altri spaventati si ritirarono alle case loro [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bern. Guid. Giovanni Villani.]. Il cardinal Girolamo nativo d'Ascoli, già ministro generale de' frati minori, ed allora vescovo di Palestrina, stando solo fermo nel conclave, si seppe difendere dai cattivi influssi dell'aria con far fuoco tutta la state nella sua camera. Ora avvenne che raunati i cardinali restanti nella festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio [Papebrochius Propyl. ad Act. Sanct. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] (e non già nel dì 15 d'esso mese, come taluno ha scritto), concorsero tutti ad una voce ad eleggere il suddetto cardinal Girolamo, il quale fu il primo de' frati minori che giugnesse al pontificato, e prese il nome di Niccolò IV per gratitudine al suo promotore Niccolò III. Da Roma passò egli a Rieti, e quivi sino all'anno venturo tenne la sua residenza. Una delle sue prime occupazioni fu di citare con discrete esortazioni e minaccie Giacomo re di Sicilia [Raynald., Annal. Eccl.], e di procurar in tutte le forme la liberazione di Carlo II re di Napoli, che era prigione in Catalogna. Fece dipoi nella Pentecoste una promozion di varii cardinali. Sì efficacemente si adoperò in quest'anno Odoardo re d'Inghilterra, che in Oleron di Bearn fu conchiusa la liberazione di esso Carlo II re di Sicilia, ch'io mi farò lecito di chiamare re di Napoli per minor confusione della storia. Era questo principe stanco di vedersi ristretto in una fortezza, e però acconsentì alle condizioni che furono stabilite da Alfonso re d'Aragona, e dal re d'Inghilterra mediatore. E lasciovvisi indurre anche Alfonso, perchè i Franzesi faceano di grandi minaccie contra de' suoi Stati. Le condizioni furono [Rymer, Acta publ. Angl.]: Che Carlo desse per ostaggi al re d'Aragona tre suoi figliuoli, cioè Luigi suo secondogenito, che fu poi santo vescovo, Roberto terzogenito, che fu poi re di Napoli, e Giovanni ottavogenito, che portò poi il titolo di principe della Morea, e sessanta nobili provenzali; che pagasse trenta mila marche d'argento; che procurasse da Carlo di Valois la rinunzia di sue pretensioni alla corona aragonese; che lasciasse la Sicilia al re Giacomo fratello d'esso Alfonso, con altre ch'io tralascio. E, non potendo eseguir le condizioni suddette nel termine d'un anno, dovesse Carlo ritornare in prigione. Spedita a Rieti questa capitolazione, fu disapprovata; e però convenne modificarla, lasciando andar il punto riguardante la Sicilia. Fu dunque Carlo nel mese di novembre messo in libertà, ed allora egli assunse il titolo di re di Sicilia, e venne alla corte di Parigi per trattar dell'esecuzione di sue promesse.

S'erano rinforzati di molto gli Aretini col concorso di sì gran copia di Ghibellini non solo della Toscana, ma anche della Romagna, del ducato di Spoleti e della marca d'Ancona: il che dava molto da pensare ai Guelfi di Toscana. Perciò i Fiorentini, siccome caporioni della parte guelfa, determinarono di uscire in campagna contra di Arezzo [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 119.]; e messe insieme le lor forze, chiamate ancora le amistà di Lucca, Pistoia, Prato, Volterra e d'altre terre, con un'armata di due mila e secento cavalieri e di dodici mila pedoni fecero oste nel distretto d'Arezzo, con prendere le castella di Leona, Castiglione degli Ubertini, e quarant'altri luoghi. Posersi dipoi all'assedio di Laterina; e colà giunsero ancora i Sanesi con quattrocento cavalli e tre mila fanti. Si rendè Laterina; un gran guasto fu dato al paese, e nella festa di san Giovanni Batista, arrivato l'esercito fiorentino alle porte di Arezzo, quivi fece correre il pallio, come s'usa in Firenze quel dì, per far onta agli Aretini; e poi se ne tornarono a riposare a Firenze. Non vollero i Sanesi accompagnarsi con loro, ma baldanzosamente s'avviarono a casa per la loro via; ma i caporali aretini, sentendo ciò, misero in agguato trecento uomini d'armi e due mila pedoni al valico della Pieve al Toppo. Colà giunti i Sanesi sprovveduti e senza ordine, furono facilmente sconfitti, e vi restarono tra morti e prigioni più di trecento de' migliori cittadini di Siena e gentiluomini di Maremma [Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.], fra' quali è da notare Ranuccio di Pepo Farnese, che era capitano di taglia della parte di Toscana. Questo avvenimento non poco aumentò la baldanza degli Aretini, e sbigottì non poco i Guelfi di Toscana.

Fecesi anche in Pisa gran novità. Avea il conte Ugolino de' Gherardeschi col mezzo di varie doppiezze ed iniquità occupato il dominio di quella città; s'era guadagnata l'amicizia de' Fiorentini e Lucchesi con rendere loro alcune castella del comune, e andava poi attraversando la pace co' Genovesi, desiderata da molti per riavere i lor prigioni. Trovavasi allora Pisa divisa in molte fazioni; quella dell'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini era la più forte, ed egli appunto nudriva un odio intenso contra del conte, fra le altre cagioni, perchè gli avea bestialmente ucciso un nipote. Ordinò dunque il prelato una congiura, che ebbe il suo effetto nel dì 11 del mese di luglio [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10.]; perchè, alzatosi a rumore il popolo con assai dei nobili, espugnò il palazzo, dove fece difesa, finchè potè, il conte Ugolino, ma in fine venne in mano degl'infuriati nemici. Fu egli cacciato nel fondo di una torre con due suoi piccioli figli e tre nipoti, figliuoli del figliuolo, e quivi chiuso, con essersi poi gittate le chiavi in Arno, per lasciarli morire ivi tutti di fame. Questa orrida scena si vede mirabilmente descritta da Dante nel suo Inferno; e quantunque alla malvagità del conte Ugolino stesse bene ogni gastigo, pure gran biasimo di crudeltà incorsero dappertutto i Pisani per la morte di quegl'innocenti fanciulli. Con ciò Pisa tornò a parte ghibellina, e ne furono cacciati tutti i parenti ed aderenti del conte, e con loro i Guelfi, capo de' quali essendo il giudice di Gallura Nino de' Visconti, questi, unito coi Lucchesi, occupò il castello d'Asciano, tre miglia vicino a Pisa. Abbiamo dagli Annali di Genova che in questo anno i comuni di Genova, Milano, Pavia, Cremona, Piacenza e Brescia fecero una lega contra di Guglielmo marchese di Monferrato. La Cronica d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] ci assicura che gli Astigiani entrarono anche essi in questa alleanza. Crescendo ogni dì più le animosità e gli odii fra i cittadini di Modena e di Reggio [Memoriale Potest. Regiens.] e i loro fuorusciti, i Reggiani, assistiti da cento cavalieri di Modena, si portarono all'assedio di Monte Calvoli; ma dopo due giorni nel dì 15 di giugno furono assaliti con tal bravura dagli usciti di Reggio, ragunati prima a Mozzadella, che della lor brigata moltissimi vi perirono, e molti più de' migliori cittadini di Reggio vi rimasero prigioni: il resto si salvò col favor delle gambe. Questa ed altre perdite fatte dal popolo di Reggio, e il veder massimamente assistiti i loro usciti dai signori di Mantova e di Verona, gli indusse a cercar la pace. Fatto dunque compromesso nel comune di Parma, seguì nell'ottobre l'accordo, ma ne restarono esclusi quei da Sesso e gli altri Ghibellini. Matteo da Correggio fu allora creato podestà di Reggio [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.]. Nel dì 28 dello stesso ottobre, i signori di Savignano cogli altri sbanditi di Modena, e con cinquecento cavalli, entrarono in Savignano, e si diedero a rifabbricarlo e fortificarlo in fretta. Accorse ben presto colà il popolo di Modena; ma, conosciuta l'impossibilità di scacciarli, dopo aver alzata una specie di fortezza in vicinanza di quel luogo, se ne tornarono a casa.

E allora fu che i Modenesi, oramai scorgendo la pazzia, e gli immensi danni e le continue inquietudini prodotte dalla discordia e fazioni, presero il sano consiglio di ottener la quiete, con darsi ad Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara. Però nel dì 15 di dicembre [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] spedirono il loro vescovo, cioè Filippo dei Boschetti, Lanfranco de' Rangoni, Guido de' Guidoni con altri ambasciatori a Ferrara, dove presentarono al marchese le chiavi della città, e la elezione di lui fatta in signore perpetuo di Modena. Mandò egli il conte Anello suo cognato con cento cinquanta cavalieri a prenderne il possesso, con promessa di venir egli in persona fra pochi giorni. In questi tempi Armanno de' Monaldeschi da Orvieto fu mandato da papa Niccolò IV per conte della Romagna [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], e nel dì 7 di maggio entrò nel governo di quella provincia, e tenne un parlamento generale nella città di Forlì. Fu cacciato nello stesso mese fuor di Rimini Malatesta da Verucchio, che andò tosto a trovar esso conte. Ma da li a qualche tempo, avendo Giovanni soprannominato Zotto, cioè Zoppo, figliuolo del medesimo Malatesta, occupato il Poggio di Monte Sant'Arcangelo del distretto di Rimini, corsero ad assediarlo i Riminesi: laonde il conte Armanno fece proclamare un general esercito di tutta la Romagna, e andò a quel castello, per quanto pare, in aiuto del Malatesta. Anche Malatestino, altro figliuolo del suddetto Malatesta, s'impadronì del castello di Monte Scutolo, che fu poi assediato e ricuperato dai Riminesi [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], non ostante che il conte Armanno minacciasse di soccorrerlo, con restarvi prigione esso Malatestino e tutti i suoi.


MCCLXXXIX

Anno diCristo mcclxxxix. Indiz. II.
Niccolò IV papa 2.
Ridolfo re de' Romani 17.

Fu accolto con dimostrazioni grandi d'onore e d'amore Carlo II re di Napoli, appellato Zoppo, oppure Sciancato (perchè difettoso in un'anca o gamba), già liberato dalle carceri di Catalogna, da Filippo il Bello, re di Francia, e dagli altri principi della casa reale. Ma quando si venne a far premura perchè Carlo di Valois, fratello d'esso Filippo, rinunziasse al privilegio dell'Aragona, a lui conceduto dal papa, non si trovò mai conclusione alcuna. Carlo di Valois, che non possedeva Stati, mirava quel boccone, benchè difficile a prendersi, con troppa avidità. Però il re Carlo, perduta la speranza di ottener lo intento, sen venne in Italia. Nel dì 2 di maggio arrivò a Firenze [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.]. Onor grande e grandi regali gli furono fatti dai Fiorentini. Passò dipoi a Rieti, dove era la corte pontificia, e dal pontefice Niccolò IV e da' suoi cardinali onorevolmente ricevuto; poi nella festa della Pentecoste, cioè nel dì 29 di maggio, e non già in Roma, come scrive Giovanni Villani, ma nella stessa città di Rieti, come ha l'autore della Cronica di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], che vi era presente, fu solennemente coronato colla regina Maria sua moglie dal papa in re della Sicilia, Puglia e Gerusalemme, ed investito di quanto avea posseduto il re Carlo I suo padre, per cui anch'egli fece l'omaggio e il dovuto giuramento alla Chiesa romana [Raynaldus, in Annal. Eccles.]. In suo favore ancora cassò il pontefice tutti i patti e le convenzioni da lui fatte con Alfonso re di Aragona, per uscire di carcere: con cattivo esempio ai posteri di non fidarsi più di simili atti; al che poi non badò Carlo V imperadore nella liberazione di Francesco I re di Francia. Dopo di che, ben regalato dal papa esso Carlo II si trasferì a Napoli, dove fu con indicibil festa accolto, perchè principe di buon cuore, clemente e liberale, e non erede del genio rigido e superbo del padre. Da lì innanzi egli attese a riformar gli abusi, e a ben regolare il nuovo suo governo, e insieme a difendersi da Giacomo re di Sicilia, il quale, veggendosi escluso dalla capitolazione fatta dal re Alfonso suo fratello, cominciò a far guerra al re Carlo. Venuto dunque a Reggio in Calabria, nel dì 15 di maggio, colla sua armata navale, comandata da Ruggieri di Loria, prese varie terre di quella provincia; ma, accorso il conte d'Artois colle sue genti, mise freno alle conquiste de' Siciliani ed Aragonesi, minutamente descritte da Bartolommeo da Neocastro [Bartholom. de Neocastro, cap. 112, tom. 13 Rer. Ital.]. Scrive Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 133.] che esso conte assediò Catanzaro, e sconfisse il soccorso inviato da Ruggieri di Loria, con far prigioni ducento cavalieri Catalani. Imbarcatosi di nuovo il re Giacomo, visitò la Scalea, il castello dell'Abbate, e le isole di Capri, Procida ed Ischia, che ubbidivano alla sua corona; e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era stata data speranza che, s'egli fosse venuto, gli avrebbono aperte le porte, fece vela colà, e andò ad accamparsi sotto la città [Nicol. Specialis, lib. 2, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.]. Ma, o s'erano cangiati gli animi de' Gaetani, oppure mancò lor la maniera di compiere quanto aveano promesso. Ostinossi allora il re Giacomo a voler colla forza ciò che non potea conseguir per amore; e vigorosamente assediò e cominciò a tormentar la città, dove trovò una gagliarda difesa fatta dal conte d'Avellino e da que' cittadini. Peggio gli avvenne fra pochi giorni; perciocchè il re Carlo e il conte d'Artois con immenso esercito raccolto dalla Puglia e dagli Stati della Chiesa, e coi Saraceni di Nocera, venne ad assediare lo stesso assediator di Gaeta. Erano crocesignati tutti i combattenti cristiani di quell'esercito, e guadagnavano di grandi indulgenze; giacchè, siccome abbiam più volte accennato, secondo la condizion delle cose umane, molte delle quali nate con lodevoli principii, vanno col tempo degenerando, un pezzo era che le crociate, istituite contro i nemici del nome cristiano, facilmente si bandivano contra degli stessi cristiani e cattolici, e per interessi temporali; e a questo bel mestiere concorrevano fin le donne, per acquistarsi del merito in paradiso. Stettero un pezzo le due armate a vista, senza che potessero i Siciliani espugnar quella città, ed il re Carlo forzare a battaglia i Siciliani per cagion della situazione e de' buoni trincieramenti, e tanto più perchè non avea flotta in mare. A lungo andar nondimeno pareva che sarebbe restato al di sotto il re Giacomo, se il re d'Inghilterra e il re di Aragona, intesa questa pericolosa briga, non avessero spedito in tutta fretta i lor messi al papa, pregandolo d'interporsi unitamente con loro per un accordo. Inviò il pontefice con essi un cardinale legato, e tutti poi così felicemente maneggiarono l'affare, che si conchiuse fra i due re litiganti una tregua di due anni, esclusa nondimeno la Calabria. Fu il primo a ritirarsi il re Carlo; da lì a due giorni s'imbarcò parimente il re Giacomo, e nel dì 30 d'agosto arrivò a Messina. Tanto dispiacque al conte d'Artois e agli altri baroni franzesi la tregua suddetta, che, dopo aver biasimato forte il re Carlo, se ne tornarono sdegnati in Francia. Il Rinaldi negli Annali Ecclesiastici mette questo fatto sotto l'anno seguente ma, a mio credere, non battono bene i suoi conti.

Fecero i Fiorentini nel presente anno risonar la fama della lor bravura e fortuna per un gran fatto d'armi fra loro e gli Aretini ed altri Ghibellini. Erano essi Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 130. Ptolom. Lucens., Annales brev., tom. 11 Rer. Ital.] usciti in campagna con un potente esercito, accresciuto dalle taglie dell'altre città guelfe di Toscana, per dare il guasto al territorio d'Arezzo [Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.]. Vennero a Bibiena, per fermar questo torrente, gli Aretini con ottocento cavalli e otto mila pedoni; e tuttochè la armata nemica fosse più del doppio superiore alla loro, pure dispregiandola, perchè dal loro canto aveano migliori capitani di guerra, vollero venire ad una giornata campale nel dì 11 di giugno, festa di san Barnaba. Se n'ebbero a pentire, perchè andarono sconfitti, lasciando estinte sul campo circa mille settecento persone, e prigioni più di mille de' lor combattenti. Fra i morti si contò il vescovo d'Arezzo Guglielmo degli Ubertini, fatto venire alla battaglia dagli Aretini stessi, per sospetto di un trattato ch'egli segretamente menava co' Fiorentini in danno del comune d'Arezzo. Morivvi ancora Buonconte figliuolo del conte Guido da Montefeltro con altri riguardevoli personaggi. Presero poscia i Fiorentini Bibiena ed altre terre; e, posto l'assedio ad Arezzo, vi manganarono dentro asini colla mitra in capo, per rimproverar loro la morte del loro vescovo. Ma infine, avendo gli Aretini messo il fuoco alle torri di legname ed altre macchine da guerra dei Fiorentini, presero questi la risoluzione di tornarsene a casa nel dì 23 di luglio, dopo aver disfatto quasi tutto il distretto d'Arezzo. Ancorchè i Pavesi fossero in lega coi Milanesi ed altre città contra di Bonifazio marchese di Monferrato [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic. Gualvaneus Flamma, Manipol. Flor., cap. 328. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], pure seppe far tanto l'accorto marchese, che tirò segretamente nel suo partito molti di que' nobili. Fatto dipoi un esercito generale contra di Pavia, prese una terra grossa chiamata Rosaiano. Allora uscì contra di lui tutta la milizia di Pavia; ma o fosse perchè trovassero assai pericoloso il venire a battaglia, oppure che prendessero i congiurati il tempo propizio; un certo Capellino Zembaldo, alzata sopra una lancia una bandiera, ch'egli avea preparata, cominciò a gridare: Qua venga chi vuol pace. L'unione fu grande; il marchese entrò con essi in Pavia, e nel dì seguente fu creato capitano della città per dieci anni avvenire. Tutto ciò s'ha da Guglielmo Ventura nella Cronica d'Asti, il quale aggiugne che, essendosi fatto tutto questo maneggio senza saputa, anzi ad onta di Manfredino da Beccheria, uno de' più potenti di quella città, indispettito egli, per confondere gli emuli suoi, volle in un altro consiglio che il marchese fosse capitano e signore assoluto, sua vita natural durante. Ma finì presto l'allegrezza di queste nozze. Poco stettero i Pavesi a pentirsi dello strafalcione da loro commesso, non sapendo accomodare la lor testa sotto un padrone sì fatto; e però chiamarono segretamente i Milanesi, i quali entrarono nella stessa Pavia per lo spazio di due balestrate; ma, accorse le milizie del marchese co' suoi aderenti, li fecero retrocedere, e tornarsene con le pive nel sacco a casa. Manfredi da Beccheria, perchè a cagion di questo fatto insorsero dei sospetti contra di lui, uscì della città con alquanti suoi fidati, e si ridusse e Castello Acuto, che era suo, e quivi si fortificò. Fu egli per questo sbandito, ed atterrato il suo palagio. Venne anche il marchese ad assediarlo in quel castello, e vi fabbricò in vicinanza un bastia. Ma i Milanesi, Cremonesi, Piacentini e Bresciani, in un parlamento tenuto in Cremona, impresero la difesa del Beccheria, siccome popoli, ai quali dava troppo da pensare e da temere il soverchio ingrandimento del marchese, signore allora anche di Vercelli, Alessandria e Tortona. Infatti i Piacentini con tutte le lor forze iti a Monte Acuto, misero in rotta i Pavesi, e liberarono quel luogo. Racconta il Corio [Corio, Istor. di Milano.] molte altre particolarità spettanti a questa mutazion di Pavia, ed ai movimenti de' Milanesi contra del suddetto marchese.

Nuove scene di discordia nell'anno presente si videro in Reggio [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Nel dì 7 di agosto il popolo si levò a rumore contra de' nobili e potenti, e, presine assaissimi, li mise nelle carceri. Corsero colà i Parmigiani colla lor cavalleria, e, fattasi dare la signoria della città, condussero a Parma tutti que' prigioni. Poscia, chiamati alla lor città i podestà e gli ambasciatori di Bologna e Cremona, nel dì primo di ottobre conchiusero pace fra i nobili ed il popolo di Reggio, e in confermazione d'essa rilasciarono il dì seguente i carcerati. Ma questa fu una pace canina [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Nel dì 17 di novembre vennero di nuovo all'armi i Reggiani, e le due fazioni di Sopra e di Sotto fecero lungo combattimento fra loro, finchè verso la mezza notte, prevalendo la Soprana, spinse fuori della città la Sottana, la quale si ridusse a Castellarano e Rubiera. Seguirono nella prima, e più nella seconda molti ammazzamenti e incendii, e dirupamenti di case, e furono involti in questa disavventura anche i palazzi del pubblico e del vescovo. Qual riparo si trovasse a così bestiali e perniciose divisioni lo vedremo all'anno seguente. Mentre Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] si andava disponendo per venire alla nuovamente acquistata città di Modena, un giorno, nel levarsi da tavola, se gli avventò Lamberto figliuolo di Niccolò dei Bacilieri, nobile bolognese, per ucciderlo, e il ferì nel volto. Corsero i cortigiani presenti, e gl'impedirono il far di peggio; corse Azzo figliuolo del marchese, che teneva corte a parte, pranzando in una sala vicina, ed erano per uccidere l'assassino, se il marchese non avesse gridato di no, per intendere prima i motori e complici del misfatto. Posto costui nei tormenti, si trovò che era un forsennato, e strascinato dipoi per la città, lasciò la vita sulle forche. Ciò non ostante, nel mese di gennaio venne il marchese Obizzo a Modena, accolto con festa immensa dal popolo, che solennemente il dichiarò e confermò suo signore perpetuo insieme co' suoi discendenti. Ed egli poi con amore paterno ridusse in città tutti i fuorusciti: con che, cessate tutte le gare e gli odii civili, cominciò una volta questo popolo a godere la sospirata tranquillità e pace. Essendo già rimasto vedovo il suddetto marchese Obizzo per la morte di Jacopina dal Fiesco nell'anno 1287, prese egli per moglie nel presente Costanza, figliuola di Alberto dalla Scala signore di Verona, che nel mese di luglio fu condotta a Ferrara, e si celebrarono le nozze con gran festa e solennità. Seguitando la guerra fra la repubblica veneta [Continuator Dandoli, tom. 12 Rer. Italic. Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.] e Raimondo dalla Torre patriarca di Aquileia, andarono i Veneziani all'assedio di Trieste. Ma, all'avviso ch'esso patriarca e il conte di Gorizia venivano con sei mila cavalli e trenta mila fanti per soccorrere la città, i Veneziani, senza voler aspettar questa visita, a gara si misero in fuga, lasciando indietro padiglioni, macchine ed equipaggio; e molti ancora vi restarono per la pressa morti. Usciti poscia i Triestini colle lor navi, vennero fino a Caproli e a Malamocco, e v'incendiarono que' luoghi. Per la morte di Giovanni Dandolo doge di Venezia, accaduta nell'anno presente, fu nei dì 25 di novembre eletto per suo successore in quella dignità Pietro Gradenigo, che era in questi tempi podestà di Capo di Istria, e fu mandato a prendere con cinque galee e un vascello ben armato.


MCCXC

Anno diCristo mccxc. Indizione III.
Niccolò IV papa 3.
Ridolfo re de' Romani 18.

Stendeva ogni dì più l'ali Guglielmo potentissimo marchese del Monferrato. Già oltre agli antichi suoi Stati, a' quali aveva aggiunto Casale di Sant'Evasio [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], oggidì città, egli signoreggiava nelle città di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed Ivrea. Era dietro a cose più grandi, ma non gli mancavano dei potenti nemici [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 329.]. Con un copioso esercito uscito di Pavia, ostilmente passò nel mese d'agosto nel Milanese, per vendicarsi di quel popolo che dianzi avea fatta un'incursione nel Novarese, e presi alcuni luoghi [Corio, Istoria di Milano.]. Seco erano Mosca ed Arrigo dalla Torre cogli usciti di Milano, appellati Malisardi. Arrivò sino a Morimondo; ma mossisi i Milanesi coi Comaschi, Cremonesi, Bresciani e Cremaschi, egli se ne tornò indietro [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Fece inoltre un'irruzione nel Piacentino; ma il popolo di Piacenza gli rendè ben la pariglia. Ebbe lo stesso marchese guerra ancora cogli Astigiani, i quali ben si provvidero per non essere ingoiati, facendo lega coi suddetti Milanesi, Piacentini, Genovesi, Cremonesi e Bresciani, i quali comuni inviarono ad Asti quattrocento uomini d'armi a due cavalli l'uno. Condussero anche al loro soldo Amedeo conte di Savoia, che con cinquecento lancie venne in loro servigio. La Cronica di Parma asserisce ch'esso conte vi condusse mille ducento cavalieri, e gran copia di balestrieri e fanti. Rinforzato da questi aiuti quel popolo fece delle ostilità nel Monferrato, e collo sborso di dieci mila fiorini d'oro ebbe a tradimento Vignale, da dove fra l'altre robe fu asportato il vasto padiglione del marchese, a condurre il quale appena bastarono dieci paia di buoi. Ordirono inoltre gli Astigiani una segreta trama cogli Alessandrini, promettendo loro trentacinque mila fiorini d'oro, se faceano un bel colpo. Il marchese, che non dormiva, avuto qualche sentore di questi maneggi, volò ad Alessandria con assai gente, per opprimere i congiurati; ma questo servi ad affrettar la risoluzione de' cittadini [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]; e però, levati a rumore nel dì 8 di settembre, presero il marchese con tutti i suoi provvisionati. Lui chiusero in gabbia di ferro sotto buone guardie, e lasciarono andar con Dio il resto di sua gente, ma spogliata. In quella barbarica carcere stette languendo dipoi il marchese sino al dì 6 di febbraio dell'anno 1292, in cui colla morte diede fine ai presenti guai. E in questa tragica maniera andò a terminar sua vita Guglielmo marchese di Monferrato, il cui nome e le cui imprese risonarono un pezzo entro e fuori d'Italia. Grandi furono le di lui virtù, maggiori nondimeno i suoi vizii, per li quali era odiatissimo: felice se seppe profittar del tempo che Dio gli lasciò per far di cuore penitenza de' falli suoi! Successore ed erede restò Giovanni marchese suo figliuolo in età assai giovanile, che andò a trovare Carlo II re di Napoli, che era ito in Provenza. Dopo la caduta di questo principe fecero a gara i popoli per mettersi in libertà e per iscaldarsi tutti, giacchè al bosco era attaccato il fuoco. Gli Astigiani s'impadronirono di varie terre; altrettanto fece il popolo d'Alba e quello d'Alessandria. Pavia scosse il giogo anch'ella, ed essendovi rientrato Manfredi, ossia Manfredino da Beccheria, gli fu data la signoria della città per dieci anni: il che fu cagione che i Torriani con altri assai del partito a lui contrario uscirono di Pavia. Profittò di così bella congiuntura anche Matteo Visconte capitano de' Milanesi, che in varie storie viene chiamato Maffeo, perchè ottenne di essere dichiarato suo capitano dalla città di Vercelli per cinque anni. Quasi lo stesso era allora l'essere capitano che signore.

Nè queste sole mutazioni accaddero in Lombardia. Trovavasi afflitta per le tante guerre civili anche la città di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], e mirando la quiete, di cui già godea Modena sotto il pacifico e dolce governo di Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara, tanto i cittadini dominanti, quanto i fuorusciti, si accordarono ad eleggere esso marchese per tre anni loro signore nel dì 15 di gennaio del presente anno. Il perchè egli tosto, accompagnato da molta cavalleria e fanteria, si portò colà, e vi fu con grande amore accolto. Licenziò egli tutti i soldati forestieri, ridusse in città i Roberti, soprannominati da Tripoli, e quei da Sesso e da Fogliano con tutti gli altri usciti; e diede insieme buon ordine, perchè rifiorisse fra loro la pace. Per questi benefizii fu poco appresso proclamato signore perpetuo di quella città. Nè mancarono novità in Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Più d'una volta fece oste quel popolo addosso ai Pavesi, saccheggiando e bruciando; e specialmente nel mese di maggio con tutta la lor milizia e con tutta quella di Cremona, e con rinforzo di Milanesi e Breciani, uscirono essi Piacentini in campagna contra de' medesimi Pavesi. Ma, dopo aver prese e bruciate le terre di Casegio e Broni, nacque nel loro campo discordia, nè volendo passar oltre i Cremonesi, se ne tornò indietro quell'armata con poco onore. Per questo fu molto rumore in Piacenza, ed, incolpati alcuni, ebbero il bando dalla città. Seppe in tale occasione Alberto Scotto farsi dichiarar capitano e signore perpetuo di quella città. Ed ecco come in poco tempo tante repubbliche di Lombardia cominciarono a passare ad una specie di monarchia: colpa delle matte fazioni de' Guelfi e Ghibellini; colpa delle frequenti animosità fra la nobiltà ed il popolo, oppure della divisione e discordia de' cittadini per altri motivi di ambizione, di vendetta o di liti civili. Il vero è nondimeno che, dato il governo ad un solo, d'ordinario cessavano le gare dei privati. Ho quasi tralasciato di dire che anche i Pisani, veggendosi a mal partito, perchè circondati all'intorno da potenti nemici, Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, ed altri di parte guelfa, fin dall'anno 1288 cercarono di avere un valente capitano di guerra che li sostenesse ne' lor bisogni. Fecero dunque venire a Pisa Guido conte di Montefeltro, che era stato mandato dal papa ai confini, e soggiornava in Asti [Ptolomaeus Lucens. Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Hist. Pisana, tom. 24 Rer. Ital.]. Il ricevettero con grande onore, e a lui diedero la signoria della loro città per tre anni. Abbiamo da Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 127.] e dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.] che il pontefice, stando in Orvieto, nel dì 18 di novembre dell'anno presente, sottopose all'interdetto la città di Pisa per questo, e scomunicò esso conte Guido, se entro lo spazio di un mese non abbandonava il governo di quella città: pena che parrà strana ai tempi nostri, giacchè si trattava di città libera e non suggetta nel temporale ai romani pontefici. Cominciò il conte Guido a ricuperar le terre tolte ai Pisani; ma non potè impedire [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.] che i Genovesi non prendessero l'isola dell'Elba in quest'anno, e che poscia nel mese di settembre uniti coi Fiorentini e Lucchesi non facessero oste a Porto Pisano, e lo prendessero. Furono allora disfatte le torri (che o non furono dianzi guaste, o erano state rifatte), il fanale, e tutte le case di quel luogo; e colla stessa rabbia fu guasto il poco distante Livorno. Dopo di che trionfanti se ne tornarono que' popoli alle lor case; ma dappoi il conte Guido ripigliò ai Fiorentini le castella di Monto Foscolo e di Montecchio.

Sì smisuratamente era portato papa Niccolò IV all'amore e all'ingrandimento della nobil casa romana dalla Colonna, che, per attestato di fra Francesco Pipino [Franciscus Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Italic.], dipendeva tutto dal consiglio dei Colonnesi, e non si saziava di votar sopra loro le grazie sue: di modo che in un libro di questi tempi, intitolalo Initium malorum, egli fu dipinto chiuso in una colonna, fuori di cui appariva solamente il suo capo mitrato, con due colonne davanti a lui. Probabilmente son qui disegnati i due cardinali allora viventi di casa Colonna, cioè Jacopo creato da Niccolò III, e Pietro promosso al cardinalato dallo stesso Niccolò IV. Abbiamo dalla Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] che anche Giovanni dalla Colonna fu creato marchese d'Ancona; e questi nell'anno precedente venne a Rimini per metter pace fra quella città e Malatesta da Verucchio. Fece ben liberar dalle carceri molti prigioni, ma non potè conchiudere quell'accordo. Oltre a ciò, il papa, non mai sazio di beneficar quell'illustre famiglia, creò ancora conte della Romagna Stefano dalla Colonna, signore di Ginazzano, con levar quel governo al Monaldeschi. Venne questo nuovo conte in Romagna, e perchè Corrado figliuolo di Dadeo, ossia Taddeo, conte di Montefeltro, aveva occupata la città d'Urbino, nè la volea rendere, coll'esercito colà condotto le diede un generale assalto, e l'obbligò alla resa. Fu poi onorevolmente ricevuto nelle città di Cesena, Rimini, Imola e Forlì, dove tenne un gran parlamento, e stabilì pace fra i Riminesi e Malatesta, mandando quest'ultimo a' confini nel suo castello di Roncofreddo. Ma nella stessa città di Rimini essendo insorta rissa fra quei di sua famiglia e i popolari, si fece un fiero conflitto colla morte di molti, e fu in pericolo lo stesso conte: perlochè egli dipoi privò di ogni onore quella città. Portossi ancora nel novembre a Ravenna, con pretendere tutte le fortezze di quella riguardevol città. Ostasio e Ramberto figliuoli di Guido da Polenta, che erano come signori di Ravenna, se gli opposero; e, temendo poi che Stefano se ne risentisse contra di loro, passarono ad un'ardita risoluzione. Cioè, fatta venire molta cavalleria e fanteria de' loro amici romagnuoli in Ravenna [Matth. de Griffonibus, tom. 18 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], una notte mossero a rumore il popolo, e fecero prigione il suddetto conte Stefano con un suo figliuolo ed un suo nipote, che era maresciallo, e con tutti i suoi stipendiati, dopo aver tolto loro arme e cavalli. Gran rumore fece questa novità per quelle contrade, e diede moto a molte sollevazioni. In Imola le due fazioni degli Alidosi e Nordili vennero alle mani, e non pochi vi restarono morti; ma sopravvenuti i Bolognesi in soccorso dei Nordili, misero in fuga gli Alidosi, e poi spianarono tutti gli steccati, le fosse, ed ogni altra fortezza di quella città. Anche i Manfredi s'impadroniron di Faenza; ma non andò molto che ne furono scacciati da Maghinardo da Susinana, e da Ramberto da Polenta, i quali presero il dominio della città medesima. Nè già stette in ozio Malatesta da Verucchio, perchè anch'egli, scacciato da Rimini il podestà messovi dal conte, si fece proclamar signore da quel popolo. E nel dì 20 di dicembre i suddetti Maghinardo e Lamberto, signori di Faenza, Guido da Polenta coi Ravegnani, e Malatesta con quei di Rimini, di Cervia, Forlimpopoli e Bertinoro, andarono a Forlì, e ne occuparono il dominio. Ecco se fieramente si sconvolse la Romagna in questi tempi. Da Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.] e dalla Cronica Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] minutamente si veggono descritte colali rivoluzioni, le quali io per amor della brevità ho solamente accennate.

Andavano intanto alla peggio gli affari della cristianità in Soria [Raynaldus, in Annal. Eccles.]. Nel precedente anno presa fu dagl'infedeli l'importante città di Tripoli con altre terre. La stessa disavventura veniva minacciata alla ricca e mercantile città di Accon, ossia d'Acri. Perciò non ommise il pontefice Niccolò premura e diligenza veruna per soccorrere que' cristiani, con far predicare la crociata non solamente per tutta l'Italia, ma anche per tutti i regni cristiani, e intimar decime, e somministrar egli quanto oro potè per quella sacra spedizione. Per attestato della Cronica Parmigiana, circa secento persone nella città di Parma presero la croce, e si mossero per passare in Levante. Così a proporzione fecero altre città. Armaronsi in Venezia venti galee pel trasporto di questa gente. Non si sa che i Genovesi si movessero punto per questa crociata, essendo essi unicamente intenti a pelare i Pisani. Di molto avrebbe potuto far Giacomo re di Sicilia, siccome principe provveduto di molti legni e di un valente ammiraglio [Bartholomaeus da Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.]; ed egli ancora, con ispedire alla corte pontificia Giovanni da Procida, fece l'esibizion di tutte le sue forze al papa, purchè potesse aver pace, ed essere rimesso in grazia della Chiesa romana. Ma restò senza frutto cotesta ambasceria, e gl'interessi particolari de' Franzesi e di Carlo II re di Napoli guastarono ogni buon concerto per sostenere il pubblico della cristianità. Passando per Messina Giovanni di Grilliè Franzese, che era stato inviato dai cristiani di Soria al sommo pontefice per ottener soccorso, il re Giacomo gli diede sette galee ben armate di Siciliani, acciocchè per quattro mesi militassero in favor de' cristiani in Levante. Mancò di vita nel luglio di quest'anno [Bonfin., Rer. Hung., Dec. 2, lib. 9.] senza successione maschile Ladislao re d'Ungheria. Oltre al re Ridolfo, che pretendea quel regno con titolo di feudo dell'impero, e giunse anche ad investirne Alberto duca d'Austria suo figliuolo, vi aspirava ancora Carlo Martello primogenito di Carlo II re di Napoli, siccome figliuolo di Maria sorella dello stesso re Ladislao [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 134.]. Ed infatti il re Carlo suo padre nel dì della Natività della Vergine il fece solennemente coronare da un legato del papa re d'Ungheria in Napoli. Ma Andrea III figliuolo di Stefano, nato da Andrea II re d'Ungheria e da Beatrice Estense, che, dopo avere sposata Tommasina dei Morosini, soggiornava in Venezia, udita la morte di Ladislao, chiamato anche dai nazionali, volò in Ungheria, entrò in possesso di quel regno, e poscia acconciò i fatti suoi con Alberto duca d'Austria, col prendere in moglie una di lui figliuola. Fu in quest'anno guerra fra i Bresciani e Bergamaschi [Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], e riuscì ai primi di prendere ai secondi la torre di Mura, e di dar loro qualche percossa; ma, frappostisi dei pacieri, ritornò la quiete fra loro. Se noi avessimo la storia romana di questi tempi, meglio s'intenderebbe una rilevante particolarità a noi conservata dall'autore della Cronica di Parma, degno di fede, perchè contemporaneo. Scrive egli che i Romani crearono loro signore Jacopo dalla Colonna, e il condussero per Roma sopra un cocchio a guisa degli antichi imperadori, con dargli anche il titolo di Cesare. Fecero oste di poi sopra Viterbo e contro altre terre, ma senza vedere effettuati i loro disegni. Come ciò fosse, e come il papa, sì forte portato a favorire i Colonnesi, sofferisse un tale attentato, lo tace la storia.


MCCXCI

Anno diCristo mccxci. Indizione IV.
Niccolò IV papa 4.
Ridolfo re de' Romani 19.

Lagrimevole fu quest'anno per la perdita della riguardevol città d'Accon, ossia d'Acri, fatta dai cristiani in Soria. Era questa città, dopo le disgrazie di Gerusalemme, divenuta un celebre emporio de' fedeli in quelle parti; ma nel suo governo non si mirava che confusione e discordia, perchè ogni nazione ed ognuno degli ordini de' cavalieri vi mantenevano una specie di comando, potendo condannare a morte i loro sudditi. Il lusso e la lussuria vi aveano posto un gran piede, e l'ultimo pensiero era quello della religione. Una man di pellegrini, arrivati di fresco colà, senza voler osservare la tregua stabilita col sultano d'Egitto [S. Antonin., Hist., tom. 3. Sanutus, Histor., lib. 3. Ptolom., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], cominciò per divozione a spogliare i mercatanti saraceni, e fece anche delle scorrerie nel paese nemico. Allora il sultano inviò suoi ambasciatori, chiedendo la riparazion dei danni, e che se gli mandassero i malfattori. Con delle magre scuse fu risposto. Laonde egli nel dì 5 d'aprile con un'armata, per quanto si disse, di sessanta mila cavalli e di cento sessanta mila pedoni pose l'assedio a quella città, e nel dì 18 di maggio, dato un terribil generale assalto, i suoi v'entrarono vittoriosi [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 120, tom. 13 Rer. Ital.]. Senza perdonar a sesso od età, si fece un orrido macello di que' cristiani che non poterono salvarsi colla fuga; e fra questi vi perì in una scialuppa, fuggendo, Niccolò patriarca di Gerusalemme. Si fa ascendere a sessanta mila persone il numero de' morti e prigioni; ed immense furono le ricchezze trovate dai Saraceni in una città di tanto commercio. A così infausta nuova non credettero più d'essere sicuri i cristiani abitanti in Tiro, ed, abbandonata quella città, si ritirarono in Cipri. Baruto fu preso a tradimento. Così non restò più un palmo di terreno ai Latini in quelle parti, dopo tanto sangue sparso, e dopo tanti tesori consumati nello spazio di quasi cento anni per fare e mantener le conquiste di Terra santa. Trafitti dal dolore rimasero per tal disavventura gli animi dei cristiani europei, e specialmente se ne dolse il romano pontefice [Raynald., in Annal. Ecclesiast.], il quale tornò con più vigorose lettere e patetiche esortazioni e promesse d'indulgenze a scuotere tutti i principi sì ecclesiastici che secolari, per muovergli a nuove crociate. Ma l'Europa cristiana aveva ormai dai passati successi e da molti inconvenienti, che non occorre riferire, assai conosciuto quello che si potea sperare per l'avvenire, e massimamente qual fosse la difficoltà di cominciar da capo, dopo aver perduto tutto. Perciò di belle parole vennero in risposta, ma niuno più si accinse daddovero a nuove spedizioni; e andò poscia in fascio ogni progetto e disegno per la morte del medesimo pontefice, e per la lunga susseguente vacanza della santa Sede: del che parlaremo all'anno seguente. Fu in quest'anno [Albertus Argentin. Siero, in Histor. Ptolomaeus Lucensis, Giovanni Villani ed altri.] nel dì 15 di luglio chiamato da Dio a miglior vita Ridolfo re de' Romani, principe glorioso per le sue molte virtù, e più ancora glorioso per tanti illustri imperadori che da lui discesero, con venir finalmente meno la sua maschile discendenza con grave danno di tutta la cristianità nell'anno 1740, conservandosi la femminile in Maria Teresa d'Austria regina di Ungheria e di Boemia, e gran duchessa di Toscana. Successore di Ridolfo nel ducato d'Austria e in altri Stati fu Alberto I suo primogenito, e sino al seguente anno non si conchiuse l'elezione d'un nuovo re.

Trattossi alla gagliarda in quest'anno nella città d'Aix in Provenza la pace fra Alfonso re d'Aragona e Carlo II re di Napoli, coll'assistenza di due cardinali legati e degli ambasciatori aragonesi. Fu conchiuso, siccome apparisce dalla capitolazione riferita da Bartolommeo di Neocastro: che cesserebbe ogni guerra dei re di Francia e di Napoli contra dell'Aragona, e si restituirebbono gli ostaggi; che Carlo di Valois rinunzierebbe a tutte le sue pretensioni sopra il regno aragonese: che Alfonso non darebbe alcun soccorso direttamente o indirettamente alla Sicilia, e andrebbe a militare in Terra santa, e poi procederebbe ostilmente contro la Sicilia, per farla restituire al re Carlo II. E per ottenere che Carlo di Valois, fratello di Filippo re di Francia, facesse quella rinunzia, il re Carlo II gli diede in moglie Margherita sua figliuola, e in dote le contee d'Angiò e del Maine. Tralascio il resto, per dire che l'esecuzione d'esso trattato rimase frastornata dalla morte del medesimo re Alfonso, succeduta circa il dì 18 di giugno dell'anno presente [Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 2, cap. 17, tom. 10 Rer. Ital.], mentre egli era in procinto di ricevere in moglie una figliuola del re d'Inghilterra. Gran doglia avea provato Giacomo re di Sicilia all'avviso che il re Alfonso suo fratello avesse abbandonato tutti i di lui interessi per migliorar i proprii; e giacchè per lui non v'era pace, con quaranta galee passò in Calabria, dove s'impadronì della città di Gieraci e d'altre terre. Sopraggiuntagli poi la nuova della morte inaspettata del fratello re, in fretta se ne tornò a Messina; e, dichiarato suo vicario in Sicilia l'infante don Federigo suo minor fratello colla regina Costanza sua madre, s'imbarcò e fece vela verso la Catalogna. Approdò nelle spiagge di Valenza nel dì 6 d'agosto; passò dipoi a Barcellona, e prese il possesso de' regni paterni. Era intanto venuto il re Carlo II coi due cardinali nel mese di marzo a Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], dove fermatosi qualche giorno, trattò con que' cittadini di ottener da essi un grosso rinforzo di galee per l'impresa di Sicilia, e trovò molti particolari che s'impegnarono al suo servigio [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 119, tom. 13 Rer. Ital.], ma non già il comune. Però, divolgatosi in Sicilia un tale armamento più ancora di quel che era, l'infante don Federigo inviò un suo ambasciatore a Genova, pel cui maneggio esso comune ordinò che niuno ardisse di prendere parte negli affari della Sicilia. Abbiamo dagli Annali di Genova che in quest'anno i Pisani da Piombino passarono all'isola dell'Elba, e, preso il paese, s'applicarono all'assedio di quel castello, detenuto dai Genovesi. Vi accorse bensì Giorgio Doria con tre galee, un galeone ed altri legni per farli sloggiare; ma furono sì destri i Pisani, che riuscì loro di rimettersi in possesso di quella terra. Per valore eziandio del conte Guido da Montefeltro, tolsero essi Pisani il castello di Pontedera ai Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 147.]. Cessò nell'anno presente in Genova la capitaneria di Oberto Spinola e di Corrado Doria, e fu dato quell'ufficio ad Antonio Lanfranco de' Soardi da Bergamo, anteponendo quel popolo il governo de' forestieri a quello dei suoi proprii cittadini. Era tuttavia nelle carceri di Ravenna Stefano dalla Colonna conte della Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]. Il pontefice Niccolò, per rimediare al bisogno di quella provincia, dove già s'erano ribellate alla Chiesa romana varie città, dichiarò conte della Romagna Ildobrandino da Romena vescovo di Arezzo, il quale nel mese di agosto venne a Castrocaro, e poscia a Faenza, dove fu onorevolmente ricevuto. Chiamati colà ad un parlamento gli ambasciatori di Rimini, Cesena, Forlì, Bologna e Firenze, si trattò della liberazione del suddetto Stefano, il quale fu rilasciato dai Polentani, condannati anche a pagare tre mila fiorini d'oro [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.] in risarcimento de' danni a lui inferiti. Ma dipoi ebbe esso Ildobrandino delle liti col popolo di Cesena, che non voleva ricevere dalle di lui mani un podestà, e con quello di Faenza, che gli serrò le porte in faccia per timore che vi volesse introdurre i Manfredi. Tutto nondimeno si acconciò per la molta sua destrezza e pazienza. Per attestato della Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], in quest'anno Bardelone, figliuolo di Pinamonte de' Bonacossi signore di Mantova, mal sofferendo che il padre lasciasse comandar le feste a Carpio, non so se suo fratello maggiore o minore, e l'avesse anche nel testamento dichiarato suo successore nel dominio, prese egli le redini del governo, cacciò in prigione esso suo padre col fratello e con altri molti, fece pace cogli Scaligeri signori di Verona, e lega coi Veneziani, Padovani e Bolognesi. La Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] mette questo fatto sotto l'anno seguente, e chiama Taino con più ragione l'imprigionato di lui fratello. Vien così nominato anche nelle Croniche di Roma, e da Bartolommeo Platina [Platina, Hist. Mantuan., tom. 20 Rer. Ital.]. Finalmente in quest'anno nel dì 11 di novembre si diede fine alla lunga guerra, durata fin qui tra i Veneziani dall'una parte, e il patriarca d'Aquileia, il conte di Gorizia e i Triestini dall'altra [Contin. Dandol., tom. 12 Rer. Ital.].


MCCXCII

Anno diCristo mccxcii. Indizione V.
Santa Sede vacante.
Adolfo re de' Romani 1.

Nel mentre che il sommo pontefice Niccolò IV era tutto immerso ne' pensieri di nuove crociate contra gl'infedeli, venne la morte a rapirlo, secondo il Rinaldi [Raynald., in Annal. Eccl.], nel dì 4 d'aprile dell'anno presente in Roma. Il Cronista di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Continuator Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.] il fa mancato di vita nel dì 2 del mese suddetto ma anche il Continuatore di Caffaro mette la morte sua nel dì 4 di aprile [Jacobus Cardin., in Vita Coelestin., P. I, tom. 3 Rer. Ital. Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucensis, et alii.]. La sua umiltà, la sua rettitudine, il suo zelo ecclesiastico, fecero restare la sua memoria in benedizione. Io non so perchè Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 150.] cel rappresenti come ghibellino. Così dovette parere ai Guelfi, perchè egli non fulminò tutto di scomuniche ed interdetti contra ai Ghibellini, come avea fatto qualche suo predecessore. Certamente non apparisce dalle azioni sue questa parzialità verso d'essi Ghibellini, contraria alla professione della corte pontificia d'allora. Dopo la sua morte ne' dodici cardinali che si raunarono per l'elezione di un nuovo pontefice, più del solito entrò la discordia. Erano sei romani, quattro italiani e due francesi. Diviso in due fazioni il sacro collegio, dell'una era capo il cardinal Matteo Rosso degli Orsini, che voleva un papa affezionalo al re Carlo di Napoli. Capo dell'altra era il cardinal Jacopo dalla Colonna, di sentimenti affatto contrarii [S. Antonin., Hist., tom. 3, tit. 24.]. Per questi fini politici e private passioni, abborrite da Dio, dove si tratta del pubblico ben della Chiesa, restò più di due anni vacante la cattedra di san Pietro, non senza grave scandalo di tutti i fedeli. Gran dissensione ancora fu in Germania per l'elezione di un nuovo re de' Romani. Alberto duca d'Austria, imparentato co' primi principi della Germania, e Venceslao re di Boemia erano i principali concorrenti a quella corona [Albert. Argentin. Henricus Stero., Hist. Austriaca, et alii.]. L'arcivescovo di Mangonza, in cui fu rimessa la facoltà di eleggere, tutti li burlò col nominare al regno Adolfo conte di Nassau, principe giovane d'età, vecchio per la prudenza, magnanimo e valoroso, ma di troppo angusta potenza, e povero di parentele e di pecunia. Secondo gli autori tedeschi, l'elezione sua accadde nel dì primo di maggio. Tolomeo da Lucca scrive [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.] che fu eletto vivente ancora papa Niccolò IV, e v'ha chi ciò riferisce al principio di quest'anno. Certo è bensì ch'egli nella festa di san Giovanni Batista di giugno fu coronato in Acquisgrana. Defraudato di sua speranza Alberto duca d'Austria, non ebbe mai buon cuore verso di questo re, e gliel fece anche conoscere col negargli in moglie una sua figliuola. Matteo Visconte, capitano dei Milanesi, Vercellesi e Novaresi, andava ogni dì più crescendo in potere [Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 351. Corio, Istor. di Milano.]. Avvenne gran dissensione tra il popolo di Como e il loro vescovo Giovanni. Cavalcò Matteo a quella volta con assaissime squadre d'armati nel gennaio dell'anno presente, e parte per amore, parte per forza, fu eletto da amendue le fazioni per capitano di quella città per cinque anni avvenire. E contuttochè nel giugno seguente tornassero all'armi i Rusconi e Vitani, e seguissero quivi di molte rivoluzioni, pure Matteo confermato nel dominio vi tornò a signoreggiare.

All'infelice sua vita diede fine in questo anno nel dì 6 di febbraio Guglielmo Spadalunga, marchese di Monferrato, dopo quasi due anni di prigionia in Alessandria [Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Quel popolo, cui per quante offerte e maneggi fossero stati fatti, mai non avea voluto rilasciarlo, neppur fidandosi di lui dopo morte, volle ben accertarsi che veramente l'anima di lui fosse separata dal corpo, e ne fece la pruova con gocciargli addosso del lardo bollente e del piombo disfatto. Gli fu data onorevol sepoltura nella badia di Lucedio. Colla sua morte liberi restarono molti dal timore, e fra gli altri Matteo Visconte cercò allora di vendicarsi di questo nemico contra i di lui Stati, giacchè Giovanni marchese di Monferrato suo figliuolo, oltre alla sua verde età di quindici anni, si trovava anche passato alla corte di Carlo II re di Napoli, nè potea fargli contrasto. Adunque, secondo gli storici milanesi [Gualv. Flamma, Manip. Flor. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.], Matteo, raunato un possente esercito, passò nel Monferrato. S'impadronì colla forza della terra e castello di Trino, del ponte della Stura e di Monte Calvo. Entrò in Casale di Santo Evasio, e tal terrore portò in quelle contrade, che i popoli convennero di dichiararlo capitano del Monferrato coll'annuo salario di tre mila lire, moneta d'Asti. Poco durò la quiete nella Romagna. Troppo erano i grandi di quella contrada avvezzi a signoreggiare, nè sapeano sottomettersi, se non con parole, agli uffiziali che vi spedivano i papi. Secondo la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e per attestato di Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], nel dì 5 di giugno dell'anno presente Ildobrandino vescovo d'Arezzo e conte di essa Romagna fu scacciato da Forlì, e furono ritenuti prigioni Aginolfo suo fratello e due nipoti. Manipolatori di questa insolenza furono Maghinardo da Susinana e i Calboli potente famiglia di Forlì. Con esso loro tenevano le città d'Imola, Faenza, Cesena, Rimini e molte castella. Abbiamo dalla Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] che i Bolognesi spedirono varie ambasciate ai Forlivesi, per trattar di concordia fra essi e il conte suddetto, richiedendo che fosse fatto compromesso in loro; ma nè il popolo di Forlì, nè quelli di Faenza e Cervia, per segrete insinuazioni del sopraddetto Maghinardo, vollero mai consentirvi. E perciocchè si sentiva che i Bolognesi faceano armamento, con apparenza di voler cavalcare addosso a Faenza, Maghinardo, che comandava in quella città, fatto un dì dare campana a martello, raunò il popolo, e tutti disperatamente si misero a cavar le fosse della lor città, già spianate dai Bolognesi, e a rimettere lo steccato e le altre fortificazioni. Per sostenere questa risoluzion dei Faentini, che fu con rabbia intesa dai Bolognesi e dal conte della Romagna, corsero a Faenza tutte le milizie di Forlì, e quelle di Cesena comandate da Malatestino lor podestà, e quelle di Cervia con Bernardino da Polenta lor podestà, e quelle di Ravenna con Ostasio da Polenta lor podestà, e quelle di Rimini condotte da Giovanni de' Malatesti. Vi concorsero anche quei di Bertinoro, Castrocaro e Bagnacavallo, e Bandino conte di Modigliana: di maniera che si trovarono in Faenza circa trenta mila pedoni, oltre alla cavalleria di varii paesi. Fu ben assicurata quella città, ed avendo i Bolognesi fatto venire il podestà e gli ambasciatori di Firenze, acciocchè maneggiassero pace fra Bologna e le città della Romagna, con esigere che si rasassero le fortificazioni e si spianassero le fosse di Faenza, come fatte in loro ingiuria, i Romagnuoli se ne risero, e con sole belle parole li rimandarono a casa.

Qualor sussista la cronologia del Cronista di Forlì, il conte Guido da Montefeltro in quest'anno con trecento uomini d'armi e due mila pedoni entrò nella città d'Urbino, e si diede a fortificarla con buone fosse e steccati, giacchè tutte le sue fortificazioni erano state smantellate negli anni addietro. Penso io che succedesse più tardi questa impresa del conte Guido, perch'egli nell'anno presente era capitano e signor di Pisa, e la difese contro gli sforzi de' Fiorentini. Nel mese di giugno usciti essi Fiorentini coi Lucchesi [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 153. Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], ed aiutati dall'altre loro amistà, fatta un'armata di due mila e cinquecento cavalli e di otto mila pedoni, marciarono fino alle porte di Pisa, guastando e bruciando il paese. Fecero correre il pallio sotto le mura di quella città nella festa di san Giovanni Batista; nè potendo di più, se ne tornarono a riposare in Firenze. Il conte Guido si tenne alla difesa, e non ardì d'uscire, perchè trovò alquanto invilito il popolo di Pisa. Nel medesimo mese di giugno [Barthol. Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 16, tom. 10 Rer. Ital.] Ruggieri di Loria tornato di Catalogna a Messina colla squadra delle galee siciliane, siccome persona nemica dell'ozio, fece uno sbarco in Calabria, dove Guglielmo Stendardo, uffiziale del re Carlo, era venuto per ricuperar le terre già conquistate dai Siciliani. Si venne alle mani; furono rotti i Franzesi, e lo stesso Stendardo, portando seco più ferite, spronò forte per mettersi in salvo. Ruggieri per rallegrar la sua gente, ed anche per pagarle il soldo alle spese altrui, passò in Grecia alla città di Malvasia, e, col pretesto che que' cittadini dessero ricetto ai Franzesi nemici del re di Sicilia, sorprese di notte e saccheggiò quella città. Lo arcivescovo menato via prigione, fu obbligato a riscattarsi col pagamento di buona somma d'oro. Passò anche Ruggieri all'isola di Scio, e vi fece un buon bottino di mastice, e nel mese d'ottobre si restituì a Messina. Abbiam poi dalla Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], che dopo la morte di papa Niccolò IV fu in guerra la Marca d'Ancona. Il popolo della città di Fermo con quei di Ancona e Jesi diede il guasto a Cittanuova e al distretto d'Osimo. Due senatori eziandio furono creati in Roma a petizion delle due fazioni, cioè de' Colonnesi ed Orsini. L'un d'essi fu Stefano dalla Colonna e l'altro un nipote del cardinal Matteo della famiglia Orsina. La loro elezione dovette quetare il popolo romano, il quale nel febbraio di quest'anno per le divisioni bollenti fra loro sbrigliatamente era venuto a battaglia, ed avea spogliate molte chiese con bruciamenti e saccheggi di varie case. In Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.] comparvero gli ambasciatori del re di Francia e di Carlo II re di Napoli, ed uno ancora spedito dal collegio de' cardinali, per impegnare i Genovesi contra della Sicilia, minacciando di scacciar dalla Francia, Aragona e Puglia tutta la lor nazione, se non acconsentivano. Destramente schivarono questa rete quei che aveano più senno in quella repubblica, e congedarono con buona maniera quegli ambasciatori.


MCCXCIII

Anno diCristo mccxciii. Indizione VI.
Santa Sede vacante.
Adolfo re de' Romani 2.

Continuò in quest'anno la vacanza del pontificato romano. Non solamente stavano divisi d'animo, ma anche di luogo i cardinali, chi in Roma, chi in Rieti, chi in Viterbo. Volle Dio che finalmente tutti s'accordassero di trasferirsi a Perugia nell'ottobre, per quanto pare, del presente anno, affine di trattare ivi concordemente dell'elezione d'un nuovo pontefice. Jacopo cardinale scrive [Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini, P. I, tom. 3, Rer. Ital.] che v'andarono secundo vacationis anno; ma passò anche il verno senza che si conchiudesse cosa alcuna. Verisimilmente contribuì non poco a questa dissipazione del sacro collegio l'incostanza ed animosità del popolo romano, il quale, in occasion di eleggere i nuovi senatori, sul principio dell'anno presente tornarono all'armi, e rinnovarono gl'incendii, i saccheggi e gli ammazzamenti, di modo che per sei mesi Roma non ebbe senatore. Finalmente furono eletti Pietro figliuolo di Stefano Gaetano, padre del suddetto Jacopo cardinale, che ci lasciò la Vita di san Celestino papa, scritta in versi, e Ottone da Santo Eustachio. Dallo stesso cardinale abbiamo che il popolo di Narni andò all'assedio del castello di Stroncone; ma, accorso colà con forti squadre d'armati il cardinale vescovo di Porto, li fece desistere dall'impresa. Galvano Fiamma [Gualvanus Flamma, Manip. Flor., cap. 332.] riferisce a questi tempi l'essere stato creato Matteo Visconte capitano ossia signore di Novara. Altrettanto ha l'autore degli Annali di Milano [Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Forse prima di quest'anno ciò avvenne. Comunque sia, vi mise egli per podestà Galeazzo suo primogenito, allora assai giovinetto. Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] venne a morte Obizzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio, con lasciar dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè Azzo VIII, Aldrovandino e Francesco. Succedette in tutti i suoi Stati Azzo il primogenito, o per volontario, o per forzato consentimento degli altri due fratelli. Ma ossia che il padre nel suo testamento avesse ordinato, come corse voce, che si dividessero gli Stati, e toccasse Modena ad Aldrovandino, e Reggio a Francesco; oppure che Aldrovandino pretendesse Modena, perchè avea in moglie Alda dei Rangoni, il qual matrimonio avea o facilitato, o prodotto al marchese Obizzo l'acquisto di Modena: certo è che insorse da lì a non molto discordia tra i fratelli, e questa si tirò dietro, secondo il solito, delle gravi disgrazie della casa d'Este. In questo medesimo anno fuggito da Ferrara Lanfranco Rangone, e venuto a Modena [Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] coi Boschetti ed altri della sua fazione, mosse a rumore la città. Ma quei di Sassuolo, i Savignani e Grassoni, capi dell'altra parte, fecero testa e sostennero la signoria del marchese Azzo, obbligando i Rangoni coi lor seguaci a prendere la fuga: perlochè furono condannati e banditi. Il marchese Aldrovandino anch'egli si ritirò a Bologna, dove ben ricevuto cominciò a far delle pratiche contro al fratello Azzo tanto ivi [Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.] che in Padova e Parma. Aveva esso marchese Azzo, se pur non fu suo padre, mandato in quest'anno a donar un lione vivo ai Bolognesi. Allora il marchese Azzo corse a Modena, e rinforzò di gente e di fortificazioni questa città. Gli usciti di Pontremoli fecero nel presente anno gran guerra alla loro patria, finchè, stabilita pace col popolo dominante, tutti d'accordo si sottomisero al comune di Lucca, e cominciarono a ricevere un podestà da quella città, laddove in addietro il prendevano da Parma.

Stanco per le tante guerre e perdite il popolo di Pisa [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 2.], segretamente trattò con quello di Firenze per aver pace. Vi acconsentirono i popolari fiorentini per desiderio di abbassare i lor grandi, che profittavano delle guerre, purchè i Pisani licenziassero Guido conte di Montefeltro, la cui sagacità e valore teneva in apprensione tutti i vicini. Concorsero in questa pace anche i Sanesi, Lucchesi e l'altre terre guelfe della Toscana, con alcune condizioni ch'io tralascio. Penetrata questa mena, il conte Guido, parendogli d'essere trattato con somma ingratitudine dai Pisani, s'alterò forte, e ne fece di gravi risentimenti contra di chi gridava pace; ma infine fu costretto a cedere, dopo avere renduto buon conto a quel comune di tutto il suo operato, e de' vantaggi a lui procurati. In Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] non si sa che avvenisse in questo anno novità alcuna degna d'osservazione; se non che Maghinardo da Susinana, che era come signor di Faenza, con Bernardino conte di Cunio, prese il castello e la fortezza di Monte Maggiore, dove erano in guardia le genti del conte Alessandro da Romena, non so se fratello o nipote del vescovo Ildebrandino conte della Romagna, ma poco stimato, il conte Bandino da Modigliana, dichiarato capitan generale della lega de' Romagnuoli, pose la sua stanza in Forlì. Durava tuttavia la tregua fra i Veneziani e Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]. Accadde che nel mese di luglio sette galee di mercatanti genovesi, navigando ne' mari di Cipri, si scontrarono in quattro veneziane, e siccome i Genovesi non si faceano scrupolo ne' barbarici tempi, se veniva loro il destro, di esercitare il mestier de' corsari, le presero colla morte di più di trecento Veneziani. Ravvedutisi dipoi del fallo commesso, le lasciarono andare al loro viaggio, e restituirono, per quanto pretesero, tutta la roba. Saputosi in Genova, all'arrivo d'esse galee, il fatto, n'ebbero i savii gran dispiacere, e spedirono tosto dei frati predicatori a Venezia a scusare il fallo, e a farsi conoscere pronti alla soddisfazione: al quale effetto richiesero che si tenesse un congresso de' comuni ambasciatori in Cremona. Fu questo tenuto, e per tre mesi si andò disputando, ma senza poter conchiudere accordo alcuno. Il perchè si cominciò a pensare alla guerra; e come essa fosse rabbiosa, l'andremo vedendo negli anni seguenti. Per cagion di essa, e per la pace fatta coi Guelfi di Toscana, cominciò a respirare la città di Pisa, governandosi a parte ghibellina, e soccombendo ivi affatto la parte guelfa.


MCCXCIV

Anno diCristo mccxciv. Indizione VII.
Celestino V papa 1.
Bonifazio VIII papa 1.
Adolfo re de' Romani 3.

Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.] e dalla Cronica Sanese [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.] abbiamo che nell'anno 1293 Carlo II re di Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del Monferrato Giovanni, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendo dalla Provenza. Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il 1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne poscia Jacopo cardinale di San Giorgio [Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer. Ital.], che gli era andato incontro Carlo Martello, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea, attesta [Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.] ch'egli dura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani, che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un giovane, fratello del cardinal Napoleone degli Orsini, cominciò il cardinal tuscolano Giovanni Boccamazza a parlar delle burle che fa la morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi, predendo motivo da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa. Aggiunse il cardinale Latino Malabranca vescovo d'Ostia, essere stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale Benedetto Gaetano, disse: E' forse questa una delle visioni di Pietro da Morrone? Signor sì, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e tanti altri vi concorsero, che Pietro da Morrone, povero, ma santo romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone, fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì, e prese il nome di Celestino V. Sparsa questa nuova, empiè di stupor tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica cristiana. Vi accorse ancora il re Carlo II col re Carlo Martello suo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato, senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto. Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni non abbastanza caute di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato cardinal Benedetto Gaetano. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come osservò Tolomeo da Lucca.

Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente che Jacopo da Varagine arcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a dire [Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.] che Celestino fece molte cose de plenitudine potestatis, ma molt'altre più de plenitudine simplicitatis. Il peggio fu che, lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di abbandonare il pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa, e il pericolo dell'anima sua. Celestino, in cuore di cui non era punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene l'orecchio [Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob. Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in Hist.]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa, pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di un nuovo papa; e giacchè il cardinal Benedetto Gaetano da Agnani, personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale, e, preso il nome di Bonifazio VIII, si mise poi in viaggio verso Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser ivi consecrato. Studiavasi sempre più Matteo Visconte, capitano di Milano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza sua [Corio, Istor. di Milano.]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro presso Adolfo, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil giuramento di fedeltà [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.

Tendendo in questi tempi i maneggi del marchese Aldrovandino d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] alla rovina del marchese Azzo VIII signor di Ferrara, Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il patriarca d'Aquileia Raimondo dalla Torre con alcuni frati minori, si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino, e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di Veneze, ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i Padovani in lega con Alberto dalla Scala, era divenuto pericoloso il continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro da Gherardo da Camino signor di Trivigi. Fece il suddetto marchese dipoi cavalieri il marchese Francesco suo fratello, e cinquantadue altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue: il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi. Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non fece di meno il comune di Venezia [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Ora accadde che Marco Basilio con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore dei marinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia, per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella città in preda alle fiamme. Allorchè Carlo II re di Napoli comandava le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse dalla Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] Ildebrandino vescovo d'Arezzo; e in suo luogo fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini, Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed alcuni vi restarono prigioni con Guido da Polenta capitano di quella città, e Ramberto suo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino, Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville sommerse.


MCCXCV

Anno diCristo mccxcv. Indizione VIII.
Bonifazio VIII papa 2.
Adolfo re de' Romani 4.

Una delle prime imprese di papa Bonifazio VIII, non per anche consecrato [Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], fu quella di annullar tutte le grazie fatte da papa Niccolò IV e da Celestino V. Poscia nel primo, oppure nel secondo giorno di gennaio del presente anno, senza far caso dell'aspra stagione, s'inviò alla volta di Roma. Aveva egli mandato innanzi accompagnato da più persone il già papa Celestino, tornato ad essere Pietro da Morrone. Ma questi una notte con un solo compagno se ne fuggì, per ritirarsi all'antica sua cella, e chi disse con pensiero di scappare in Grecia, acciocchè niuno il tenesse più per papa. Bonifazio, a questa nuova, s'inalberò non poco, e spedì gente sì egli, come il re Carlo, dappertutto a cercarlo. Ritrovato che fu, il papa apprendendo che se quel santo vecchio fosse lasciato in libertà, avrebbe per sua semplicità potuto lasciarsi indurre a riassumere il pontificato, e far nascere scisma, giacchè non mancavano persone che pretendevano nulla la di lui rinunzia, e seguitavano a venerarlo qual papa: il confinò nella rocca inespugnabile di Fumone, dove ben trattato, oppure, secondo altri, maltrattato in una stretta prigione, attese a vivere e a far delle orazioni, finchè nel dì 19 di maggio dell'anno 1296 diede fine alla sua santa vita, e glorificato da Dio con molti miracoli, fu poi solennemente messo nel catalogo de' santi da papa Clemente V. Si mostra il suo cranio, come trafitto da un chiodo; ma non è probabile che Bonifazio VIII, se l'avesse voluto levar dal mondo, avesse usata sì barbara maniera, e non piuttosto il veleno. Se si ha da credere a Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6. Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], per giugnere al papato col mezzo del re Carlo, avea Bonifazio detto ad esso re che il suo papa Celestino l'avea ben voluto servire per fargli ricuperare la perduta Sicilia, ma che non avea saputo farlo; laddove, s'egli fosse eletto papa, vorrebbe, saprebbe e potrebbe fargli ottenere l'intento. E gli mantenne la parola [Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 20, tom. 10 Rer. Ital.]. Confermò la concordia fatta per cura di papa Niccolò IV fra il re Carlo ed Alfonso re di Aragona; e diede ordine a Bonifazio da Calamandrano, gran maestro de' cavalieri oggidì appellati di Malta, d'indurre allo stesso accordo e con più strette condizioni Giacomo re d'Aragona, succeduto al fratello Alfonso. Per liberarsi dalla nemicizia dei re di Francia e di Napoli, Giacomo consentì, con cedere al re Carlo i suoi diritti sopra la Sicilia, prendere per moglie Bianca figliuola di esso Carlo, benchè avesse già contratti gli sponsali con una figliuola del re di Castiglia; e con altri patti di pagamento di danari, di promesse della Sardegna e Corsica, e d'altri vantaggi spettanti a Carlo di Valois, il quale rinunziò anch'egli le sue pretensioni sopra il regno d'Aragona. Niccolò Speciale e il Villani scrivono che ora solamente furono posti in libertà i principi figliuoli del re Carlo, e questo ancora si deduce da un Breve di papa Bonifazio [Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. 1, tom. 3 Rer. Ital.]; laonde non so come Tolomeo da Lucca scrivesse che furono liberati nell'anno precedente, e che passarono per Lucca.

Seguì poscia in Roma la solenne coronazione di papa Bonifazio nel dì 16 di gennaio. Leggesi diffusamente descritta in versi da Jacopo Gaetano cardinale di San Giorgio [Nicolaus Specialis, lib. 2, cap. 22, tom. 10 Rer. Ital.] quella magnifica funzione, a cui forse una simile non s'era veduta in addietro. Vi assisterono i due re Carli, padre e figliuolo, con tener le redini del cavallo pontificio nella cavalcata, e con servirlo alla mensa. Scrive il Rinaldi, che in quest'anno mancò di vita il suddetto giovane re, cioè Carlo Martello, che portava il titolo di re d'Ungheria. Di ciò parleremo all'anno 1301. Attese in questi tempi con tutto vigore papa Bonifazio a far eseguire il trattato della pace fra il re Carlo II e Giacomo re d'Aragona per la restituzion della Sicilia; ma si cominciarono a trovare degl'intoppi dalla parte dei Siciliani stessi. Appena passò in quell'isola la voce di quell'accordo, e che il re Giacomo s'era impegnato di consegnarla al re Carlo, che, tenutosi un parlamento dalla regina Costanza, governatrice di quel regno, e da don Federigo suo figliuolo, fu risoluto di inviar ambasciatori al re Giacomo in Catalogna per chiarirsi della verità del fatto. Andarono questi, e, udito che così stava la cosa, proruppero in lamenti, in preghiere e in proteste; e trovando il re fisso nel suo proposito, perchè più non potea tornare indietro, dopo essersi fatto dare in iscritto un atto autentico di tale rinunzia, se ne tornarono vestiti da corruccio in Sicilia, portando la dolorosa nuova, che fu una spada nel cuore a que' popoli, giacchè si vedeano sagrificati ai Franzesi, gente da essi odiata a morte e temuta. In questo tempo l'accorto papa Bonifazio desiderò che don Federigo, fratello del re Giacomo, venisse dalla Sicilia a trovarlo, per guadagnarsi il lui animo, ed impedire ch'egli non frastornasse la restituzion di quel regno. Venne lo spiritoso infante con una bella flotta, accompagnato da' suoi due ministri, Giovanni da Procida e Ruggieri di Loria, e sbarcato si abboccò in Velletri col papa, che gli fece un affettuoso accoglimento, e con auree parole l'esortò a dar tutta la mano alla pace, offerendogli in moglie Caterina, unica figliuola di Filippo imperadore, ma solamente di titolo, di Costantinopoli, figlio del re Carlo II, con ricchissima dote, e coi diritti sopra l'imperio greco, di cui papa Bonifazio, come se l'avesse in pugno, gli dipigneva non solo facile, ma infallibile la conquista. Rispose saviamente il giovanetto principe che farebbe quanto fosse in suo potere; ma che conveniva intendersela ancora coi popoli; e, licenziatosi, se ne tornò colla sua flotta in Sicilia. Fu sentimento d'alcuni che in questa occasione Bonifazio traesse alle sue voglie il valoroso, ma ambizioso Ruggieri di Loria, con farlo principe dell'isole delle Gerbe e di Carchim in Africa, e con altre lusinghe. Ma forse per altri più tardi si staccò Ruggieri dal suo amore verso la Sicilia; ed egli in questi tempi, e molto più Giovanni da Procida inclinarono a dichiarare re di Sicilia don Federigo, e di voler piuttosto tentar la fortuna della guerra, che tornare sotto l'abborrito giogo dei Franzesi. Fu spedito in Sicilia dal pontefice il suddetto Giovanni di Calamandrano, per proferire a quei popoli quante mai grazie ed esenzioni sapessero immaginare. Ma gli fu detto che i Siciliani colla spada, e non già con delle carte pecore cercavano la pace; e che, se non isloggiava presto dalla Sicilia, vi avrebbe lasciata la vita. Di più non occorse per farlo tornar di galoppo indietro.

Nella notte del dì 8 di agosto del presente anno, venendo il dì 9, terminò i suoi giorni [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] Ottone Visconte arcivescovo e signore di Milano, a cui dee la sua esaltazione la nobil casa de' Visconti Milanese. Lasciò egli Matteo, suo nipote in alto stato. Secondo Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 334.], alcuni nobili milanesi passarono a Lodi, e si acconciarono coi Torriani, i quali con quel popolo e coi Cremonesi andarono all'assedio di Castiglione; ma portatosi colà Matteo Visconte coi Piacentini e Bresciani, li fece ben tosto decampare. Nel mese di giugno, secondo il Corio [Corio, Istor. di Milano.], l'armata milanese andò fin sotto le porte di Lodi, danneggiando il paese; ma nel settembre fu fatta e gridata la pace, oppur la tregua fra Milano e Lodi. Di questi fatti ci assicura anche la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Contrassero in quest'anno lega i Parmigiani coi Bolognesi, e seguirono poi delle funeste novità nella loro città. Era stato eletto arcivescovo di Ravenna Obizzo da San Vitale, vescovo allora di Parma: del che fu fatta grande allegrezza da quei della sua fazione. Ma nel dì 23 d'agosto la fazione contraria de' Correggeschi, facendo correre voce che il medesimo prelato macchinasse contro alla patria, ed avesse fatta massa d'armi nel suo palagio, mosse a rumore il popolo, e furiosamente con esso andò a quella volta. Il vescovo ebbe la sorte di salvarsi, e, fuggito a Reggio, si trasferì poscia a Ravenna. Furono mandati ai confini moltissimi seguaci della parte ghibellina; e i Bolognesi inviarono a Parma ducento uomini d'armi da tre cavalli l'uno con cinquecento pedoni. Più strepitosa ancora fu la sollevazione che si fece nella stessa città di Parma nella festa di santa Lucia, in cui amendue le fazioni vennero alle mani, e dopo lungo combattimento rimasero rotti i Sanvitali e posti in fuga, e il monistero di san Giovanni de' Benedettini fu messo a sacco, con altri non pochi disordini. Ritiraronsi gli usciti a Cuvriago, e vi si fecero forti coll'aiuto del marchese Azzo VIII d'Este, il quale fu creduto che avesse mano in cotali turbolenze con disegno d'acquistare la signoria di Parma. Comunque sia, avendo presa il marchese la protezione di quei fuorusciti, guerra nacque fra lui e il popolo di Parma. Alberto Scotto, signor di Piacenza, spedì un suo nipote con soldatesche in aiuto de' Parmigiani. Colà parimente Milano inviò un buon rinforzo; e i Bolognesi, dopo avervi trasmessa di nuovo una compagnia di cento uomini d'armi, determinarono di far guerra per essi al marchese d'Este. Diede esso marchese [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] il passo per Modena e Reggio ai lor soldati ed ambasciatori, perchè protestarono di passare a Parma per rimettere la concordia fra que' cittadini e la parte del vescovo; ma si trovò poi burlato, ed anch'egli si diede a far gente in sua casa, e broglio in Romagna contra de' Bolognesi. Nel mese d'ottobre esso marchese Azzo nella sua terra di Rovigo fece cavaliere Ricciardo, figliuolo di Gherardo da Camino signore di Trivigi, sic magnifice, per attestato della Cronaca di Parma, quod numquam auditum fuerat de aliquo, quod sic fieret.

Nell'anno presente ancora si fecero delle novità in Brescia [Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.]; imperciocchè per maneggio di Matteo Visconte tutti i partigiani della casa della Torre, cioè i Guelfi, furono scacciati dalla città e banditi col guasto di tutti i loro beni: perlochè si rifugiarono al marchese d'Este capo della parte guelfa. Per lo contrario, Bardelone de' Bonacossi signore di Mantova [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] cavò dalle carceri Taino suo fratello con un suo nipote, e li mandò a' confini; ed, oltre a ciò, rimise in Mantova due mila persone già bandite, cassando ogni statuto fatto contra di loro: del che dovette riportare gran lode. Ma non si può abbastanza spiegare, come lo spirito della bestial discordia si diffondesse in questi tempi per l'Italia. In Firenze il popolo superiorizzava, ed avea fatto degli statuti molto gravosi contra de' nobili e grandi [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 12.], mosso specialmente da Giano della Bella, arditissimo popolano. Non potendo più sofferire i nobili questo aggravio, nel dì 6 di luglio, dopo aver fatta congiura, e ragunata di gran gente, fecero istanza che fossero cassate quelle ingiuste leggi. Per questo fu in armi tutta la città. Si schierarono i grandi colle lor masnade nella piazza di San Giovanni, e voleano correre la terra. Ma il popolo asserragliò e sbarrò le strade, acciocchè la cavalleria non potesse correre, e stette così ben unito e forte al palazzo del podestà, che i grandi non osarono di più. Prese da ciò maggior piede la gara e il mal animo dell'una contra dell'altra parte; e di qui cominciò la città di Firenze a declinare in malo stato con gravi sciagure, che andremo a poco a poco accennando. Anche in Pistoja, secondochè s'ha da Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], in quest'anno ebbe principio una fiera discordia fra i nobili della casa de' Cancellieri, i quali si divisero in due fazioni. Bianchi e Neri, cadauna delle quali ebbe gran seguito. Ne succederono ammazzamenti, e si sparse dipoi questo veleno per le città di Firenze, di Lucca e d'altri luoghi, ne' quali cadauna d'esse fazioni trovò protettori e partigiani. Il Villani e la Storia Pistoiese pare che mettano il cominciamento di questa maledetta divisione all'anno 1300.

Da moltissimi anni era anche divisa la città di Genova in due fazioni, cioè ne' Mascherati ghibellini, e ne' Rampini guelfi. Più che mai ciò non ostante, si accendeva la guerra fra quel popolo e i Veneziani. Questo bisogno del pubblico e la cura massimamente di Jacopo da Varagine arcivescovo di Genova [Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.] portarono nel mese di gennaio alla pace e concordia gli animi loro divisi. E quivi vedendosi che in Venezia si faceva un terribile armamento di legni, col vantarsi alcuni di voler venire fino a Genova, stimolati dal punto d'onore e dall'antica gara i Genovesi, si misero anch'essi a farne uno più grande e strepitoso. S'interpose papa Bonifazio nei mese di marzo, e chiamati a Roma i deputati di amendue le città, intimò una tregua fra loro sino alla festa di san Giovanni Batista, sperando intanto di ridurre queste due feroci nazioni a concordia; ma nulla si potè conchiudere. Mirabile e quasi incredibil cosa è l'udire, per attestato del suddetto Jacopo da Varagine, che i Genovesi giunsero ad armare ducento galee, che furono poi ridotte a sole cento cinquantacinque, cadauna delle quali aveva almeno ducento venti armati, altre ducento cinquanta, ed altre sino a trecento. Mandarono poscia a Venezia dicendo, che se i Veneziani aveano il prurito di venire a Genova per combattere, non s'incomodassero a far sì lungo viaggio; perchè i Genovesi con Uberto Doria loro ammiraglio andavano in Sicilia ad aspettarli, e che quivi li sodavano a battaglia [Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Udita questa sinfonia, i saggi veneziani stimarono meglio di disarmare, e di lasciar che gli altri passassero, siccome fecero soli, a fare una bella comparsa ne' mari di Sicilia. Ma che? tornati che furono a casa i Genovesi pieni di boria, come se avessero annientata la potenza veneta, si risvegliò fra loro il non estinto fuoco delle fazioni per gare di preminenza e risse cominciate nell'armata suddetta [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14. Jacobus de Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital. Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Però sul finire dell'anno la parte guelfa, capi di cui erano i Grimaldi, venne alle mani colla ghibellina, onde erano capi i Doria e gli Spinoli, e cominciarono un'aspra guerra cittadinesca che impegnò tutto il popolo della città: del che parleremo all'anno seguente. In Romagna [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] nell'aprile di quest'anno fu inviato per conte e governatore Pietro arcivescovo di Monreale, il qual fece alcune paci in quella provincia, tolse a Maghinardo da Susinana l'ufficio di capitano di Faenza, e in Ravenna fece abbattere i palagi di Guido da Polenta e di Lamberto suo figliuolo. Dopo aver ridotto in Faenza i fuorusciti, si stette poco a sentire una sollevazione in quella città fra i conti di Cunio e i Manfredi dall'una parte, e Maghinardo, i Rauli ed Acarisi dall'altra. Si venne a battaglia, e andarono sconfitti i primi, obbligati perciò ad uscire di quella città, e restarono burlati i Bolognesi, i quali passavano d'intelligenza con essi per isperanza di tornar padroni di Faenza. Poco durò il governo del suddetto arcivescovo di Monreale, perchè nell'ottobre arrivò a Rimini Guglielmo Durante vescovo mimatense, ossia di Mande in Linguadoca, eletto da papa Bonifazio VIII marchese della marca di Ancona e conte della Romagna, celebre giurisconsulto, autore dello Speculum juris, onde fu appellato Speculator, e di altre opere, il quale per molto tempo era stato pubblico lettore di leggi e canoni nella città di Modena. Fu ricevuto con onore da tutte le città della Romagna. Ma nel dì 19 di dicembre venne all'armi Malatesta da Verucchio nella città di Rimini colla sua fazione guelfa contro la ghibellina di Parcità, e la spinse fuori colla morte di molti. Guido conte di Montefeltro, rimesso in grazia del papa, venne in quest'anno a Forlì, e gli furono restituiti tutti i suoi beni. D'uomo tale par che facesse capitale papa Bonifazio per le sue occorrenze. Ma egli di lì a poco, cioè nell'anno seguente, o perchè si mutò il vento, oppure per vero desiderio di darsi alla penitenza de' suoi peccati, si fece frate dell'ordine francescano, e in quello terminò poi i suoi giorni, ma non sì presto.


MCCXCVI

Anno diCristo mccxcvi. Indiz. IX.
Bonifazio VIII papa 3.
Adolfo re de' Romani 5.

Quando si credeva papa Bonifazio VIII d'essere come in porto nell'affare della restituzion della Sicilia, egli se ne trovò più che mai lontano. Irritati al maggior segno i Siciliani, perchè il re Giacomo senza alcuna contezza, nonchè assenso d'essi, avesse ceduto, e, per dir così, venduto quel regno ai troppo odiati Franzesi, nel dì 25 di marzo, in cui cadde la Pasqua dell'anno presente, proclamarono re di Sicilia l'infante don Federigo fratello dello stesso re Giacomo. Fu egli con gran solennità coronato nella cattedrale di Palermo, e in quello stesso giorno fece molti cavalieri, alzò altri al grado di conti, e dispensò molte altre grazie [Nicol. Specialis, lib. 3, cap. 1, tom. 10 Rer. Ital.]. Dappertutto si videro giuochi e bagordi; e, mossosi il re novello da Palermo, passò a Messina, dove trovò tutto quel popolo in festa e pronto a servirlo. Andossene dipoi a Reggio in Calabria, e, dato ordine a Ruggieri di Loria che uscisse in mare colla sua flotta, egli stesso coll'esercito di terra andò a mettere l'assedio alla città di Squillaci, e con levare ai cittadini i canali dell'acqua, gli obbligò a rendersi. Di là portossi sotto Catanzaro, dove si trovava Pietro Ruffo, conte di quella forte città, ed uno de' primi baroni della Calabria, a cui non mancava gente in bravura e copia, molto atta ad una gagliarda difesa. Era Ruggieri di Loria parente del conte, e come tale dissuase la impresa. Stette saldo il re Federigo a volerla; ed allorchè coi furiosi assalti si vide essa città vicina a cadere, ottenne il medesimo Ruggieri che si venisse a patti, e che, se in termine di quaranta giorni non veniva soccorso, la città si rendesse. Passato il tempo, fu osservata la capitolazione, e Catanzaro venne alle sue mani. Fu anche dato soccorso a Rocca Imperiale, ed acquistato Policoro. Sotto Cotrone, preso anch'esso e saccheggiato, cominciò a sconciarsi la buona armonia fra il re e Ruggieri di Loria, ma per allora non ne fu altro. Impadronissi dipoi il re Federigo di Santa Severina e di Rossano. Intanto, portata a papa Bonifazio la nuova che don Federigo avea presa la corona di Sicilia, non solamente contra di lui, ma contra ancora del re Giacomo suo fratello si accese di collera, figurandosi che fra amendue passasse intelligenza segreta, per burlare in questa guisa non meno il re Carlo che il papa stesso. Annullò dunque tosto, per quanto a lui apparteneva, tutti gli atti di don Federigo e de' Siciliani, e spiegò contra d'essi tutto l'apparato delle pene spirituali e temporali; per le quali nondimeno nulla si cambiò il cuor di quei popoli. Risentitamente ne scrisse ancora al re Giacomo; ma questi ampiamente rispose e giurò di non aver parte nella risoluzion presa dal fratello (e dicea il vero), esibendosi pronto ad eseguir dal suo canto quanto era da lui stato promesso. Anzi egli, non so se chiamato dal papa, oppure di sua spontanea volontà, si preparò per venire a Roma, affine di meglio sincerare esso pontefice e il re Carlo del suo retto procedere.

La guerra insorta fra Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, e i Parmigiani e Bolognesi collegati, andava ogni dì più prendendo vigore [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Dal canto loro maggiormente si afforzarono i Parmigiani, con accrescere la loro lega, nella quale entrarono il comune di Brescia e i fuorusciti di Reggio e di Modena, tutti contro il marchese Azzo. Seguirono poi varie ostilità in quest'anno fra essi Parmigiani e le milizie dell'Estense sul Reggiano, che non meritano d'essere registrate. Studiossi anche il marchese dal canto suo d'avere de' partigiani dalla parte della Romagna. Tirò in Argenta a parlamento Maghinardo da Susinana coi Faentini, Scarpetta degli Ordelaffi coi deputati di Forlì e di Cesena, Uguccione dalla Faggiuola, che comincia in questi tempi a far udire il suo nome, coi Lambertazzi usciti di Bologna, ed altri Ghibellini di Ravenna, Rimini e Bertinoro. Fu risoluto di togliere Imola ai Bolognesi. Di questo trattato Guglielmo Durante conte della Romagna spedì l'avviso a Bologna, acciocchè prendessero le necessarie misure e precauzioni. E infatti i Bolognesi inviarono quattro mila pedoni e molta cavalleria in rinforzo d'Imola. Ma nel dì primo d'aprile, venuto l'esercito del marchese Azzo con Maghinardo e cogli altri collegati, arrivò al fiume Santerno, alla cui opposta riva trovò schierati i Bolognesi, Imolesi ed usciti di Faenza, per impedire il passo del fiume che era allora assai grosso [Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ma, valicato il Santerno dai Ferraresi e Romagnuoli, si venne ad un caldo combattimento. Non ressero lungo tempo i Bolognesi; molti ne furono morti, molti presi; e fuggendo il resto verso Imola, i vincitori in inseguirli entrarono anch'essi nella città, e ne divennero padroni. L'autore della Cronica Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] scrive che furono fatti prigioni più di duemila persone.

Nello stesso dì primo d'aprile il marchese Azzo con altro esercito dalla parte di Modena andò a fortificare le castella di Vignola, Spilamberto e Savignano; e soprattutto attese [Chron. Parmense.] a rimettere in piedi le fortificazioni di Bazzano, dove lasciò un buon presidio. Concertarono poscia insieme i Bolognesi e Parmigiani di unitamente far oste ad uno stesso tempo nell'autunno, gli uni contro Modena, e gli altri contra di Reggio. Ma i soli Bolognesi effettuarono il concordato; imperciocchè, unito un possente esercito di lor gente co' signori da Polenta, coi Malatesti ed altri Romagnuoli, e con un rinforzo di Fiorentini, ripigliarono per forza il castello di Savignano. Coll'aiuto de' Rangoni e d'altri fuorusciti di Modena presero Montese ed altre castella del Frignano; e si misero poi con grave vigore all'assedio di Bazzano. Si sostenne quella guarnigione, composta di quattrocento cavalieri e di mille fanti, per lo spazio d'un mese; ma vinta in fine dalla fame, e veggendo che non veniva soccorso (giacchè il marchese accompagnato da Maghinardo uscì bene in campagna con molte forze, ma non giudicò utile l'azzardare una battaglia), a patti di buona guerra nel dì 25 di novembre cadde in poter de' Bolognesi. Altre ostilità succederono in quest'anno [Chron. Forolivien.], perchè il marchese Azzo co' Modenesi e Reggiani cavalcò sul Bolognese nel dì 6 di giugno sino a Crespellano e al borgo di Panigale; e nello stesso tempo il marchese Francesco suo fratello co' Ferraresi venne dalla sua parte sino alla terra di Peole e al Tedo, saccheggiando, bruciando e, facendo prigioni. E intanto il conte Galasso da Montefeltro, e Maghinardo Pagano da Susinana, capitano della lega colle milizie di Faenza, Forlì, Imola e Cesena, assalì il distretto di Bologna, venendo a Castel San Pietro e alle terre di Legnano, Vedriano, Frassineto, Galigata e Medecina, con orridi saccheggi e bruciamento di più di due mila case. La Cronica di Forlì, più delle altre esatta e copiosa in questi tempi, descrive minutamente questi fatti della Romagna con assaissimi altri, che troppo lungo sarebbe il voler qui rammentare. Ma non si dee tacere che nel dì 15 di luglio i Calboli coi Riminesi, Ravennati ed altre loro amistà, presero la città di Forlì colla morte di molti: il che udito da Scarpetta degli Ordelaffi e da Maghinardo che erano all'assedio di Castelnuovo [Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.], a spron battuto volarono colà, e ricuperarono la città, uccidendo e prendendo non pochi degli entrati. E poscia renderono la pariglia ai Ravegnani con iscorrere ed incendiare il lor paese sino alle mura della città. Nel dì 26 d'aprile Guglielmo Durante conte della Romagna, stando in Rimini, privò di tutti i lor privilegii, onori e dignità le città di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola: rimedii da nulla per guarire i mali umori di tempi sì sconcertati.

Nel dì 30 del precedente dicembre [Georgius Stella, Annal. Genuens., lib. 1, cap. 8, tom. 17 Rer. Ital.] si diede principio entro la città di Genova alla guerra e alle battaglie fra i Grimaldi e Fieschi, e loro aderenti guelfi dall'una parte, e i Doria e Spinoli coi loro parziali ghibellini dall'altra. Nelle lor torri e case si difendeano, e da esse offendevano, cercando or l'una or l'altra di occupare il palazzo del pubblico e gli altri siti forti. Vi restarono preda del fuoco moltissime case, e fu bruciato fino il tetto della cattedrale di San Lorenzo [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 14.], perchè i Grimaldi s'erano afforzati nella torre maggiore d'essa chiesa. Dalla Lombardia e da altri luoghi concorse gran gente in aiuto di cadauna delle parti; ma più furono i combattenti di quella dei Doria e Spinoli: laonde dopo più di un mese della tragica scena di quei combattimenti, soccombendo i Grimaldi e Fieschi, si videro nel dì 7 di febbraio obbligati a cercar lo scampo colla fuga fuori della città. Furono appresso eletti capitani governatori di Genova Corrado Spinola e Corrado Doria, e cessò tutto il rumore. Ma per mare seguitò la guerra fra essi Genovesi e i Veneziani [Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Azione nondimeno che meriti osservazione non accadde fra loro, se non che da Venezia furono spedite venticinque galee ben armate sotto il comando di Giovanni Soranzo, le quali ite a Caffa, città posseduta dai Genovesi nella Crimea, la presero e saccheggiarono, con bruciare alquante navi e galee d'essi nemici. Era divisa anche la città di Bergamo nelle fazioni de' Soardi e Coleoni [Corio, Istor. di Milano. Gualvaneus Flamma, Manip. Flor.]. Nel mese di marzo vennero queste alle mani, e i Coleoni ne furono scacciati. Rientrati poi questi nella città nel dì 6 di giugno, e rinforzati dai Rivoli e Bongi, costrinsero alla fuga i Soardi, di modo che Matteo Visconte rimase escluso affatto dal dominio di quella città. Di torri e di case ivi si fece allora un gran guasto. Nell'anno presente Giovanni marchese di Monferrato prese per moglie Margherita figliuola di Amedeo conte di Savoia [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Poi, fatta lega con Manfredi marchese di Saluzzo, ed unito un buon esercito, prese e mise a sacco la città d'Asti, con iscacciarne i Solari e gli altri del partito guelfo. In Toscana non si udì novità alcuna degna di conto, se non che, per attestato di Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], Adolfo re dei Romani inviò colà per suo vicario Giovanni da Caviglione. I Toscani, a' quali rincrescevano forte le visite di questi uffiziali cesarei, ricorsero a papa Bonifazio VIII, perchè li liberasse da costui, esibendo ottanta mila fiorini di oro, quattordici mila de' quali toccarono per la sua rata al comune di Lucca. Il papa rimandò a casa sua questo vicario, contentandolo con dare il vescovato di Liegi ad un suo fratello, e mise nella borsa sua il danaro pagato dai buoni Toscani. Trovarono i Pisani in quest'anno un bel ripiego per farsi rispettare dai vicini nemici [Raynald., in Annal. Ecclesiast.], e fu quello di eleggere per podestà e governatore della loro città lo stesso Bonifazio papa, con assegnargli quattro mila lire annualmente per suo salario. Accettò benignamente il pontefice questo impiego, e, sciolti i Pisani dall'interdetto e dalle scomuniche, mandò colà per suo vicario Elia conte di Colle di Val d'Elsa. Richiamò esso papa dal governo della Romagna [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] Guglielmo Durante vescovo, e colà inviò con titolo di conte Masino da Piperno, fratello di Pietro cardinale di Piperno. Entrò egli in quella provincia sul fine di settembre, e fece ritirare l'esercito di Maghinardo dall'assedio di Massa de' Lombardi.


MCCXCVII

Anno diCristo mccxcvii. Indizione X.
Bonifazio VIII papa 4.
Adolfo re de' Romani 6.

Venne in quest'anno a Roma Giacomo re d'Aragona, non tanto per far costare a papa Bonifazio l'onoratezza sua, e d'essere ben lontano dall'approvare, non che dal proteggere, le risoluzioni prese da' Siciliani e da don Federigo suo fratello, quanto per vantaggiare i proprii interessi con ismugnere nuove grazie dalla corte pontificia. E fattosi conoscere dispostissimo ad impiegar tutte le sue forze dove gli ordinasse il papa [Raynald., in Annal. Eccles.], e precisamente contra dello stesso suo fratello: Bonifazio aprì gli scrigni della confidenza e liberalità pontificia verso di lui, con investirlo della Sardegna e Corsica, dove egli non possedeva un palmo di terreno, e con dichiararlo capitan generale dell'armata che si dovea spedire contro gl'infedeli, per ricuperar Terrasanta, o altri Stati dalle mani de' Saraceni. Questo era il colore che spesse volte si dava in questi tempi alle imprese che doveano farsi contra de' medesimi cristiani, e serviva di pretesto per aggravar di decime le chiese della Cristianità. La intenzion vera, siccome i fatti lo dimostrarono, era di assalir la Sicilia, e di levarla a don Federigo per consegnarla al re Carlo II. Ed appunto esso re Carlo venne anch'egli a Roma, e per istrignere maggiormente nel suo partito il suddetto re Giacomo, conchiuse seco di dar per moglie a Roberto suo terzogenito Jolanta, ossia Violanta, sorella del medesimo re Giacomo. Avea già esso Giacomo richiamati dalla Sicilia tutti gli Aragonesi e Catalani, parte de' quali ubbidì, e parte no [Nicolaus Special., lib. 2, cap. 12, tom. 10 Rer. Ital.]; e, stando in Roma, spedì un'ambasciata al fratello don Federigo, pregandolo di voler venire sino all'isola di Ischia, per abboccarsi con lui, e trattar seco de correnti affari. Don Federigo, ricevuta questa ambasciata, dalla Calabria se ne tornò a Messina, e colà ancora richiamò Ruggieri di Loria, il quale, dopo aver preso Otranto, era passato sotto Brindisi, per consultare con lui e co' Siciliani quello che convenisse di fare in sì scabrose contingenze. Il parere di Ruggieri fu, ch'egli andasse; diedero il lor voto in contrario i sindachi della Sicilia. Vennero poi lettere dal re Giacomo, che chiamava a Roma Ruggieri di Loria, e don Federigo con isdegno gli permise di andare, ma con promessa di ritornare. Tuttavia perchè egli prima di mettersi in viaggio avea provveduto d'armi e di vettovaglia alcune castella in Calabria, e dai maligni fu supposto a don Federigo ciò fatto a tradimento da Ruggieri, come se egli già meditasse di ribellarsi; andò tanto innanzi lo sconcerto degli animi, che Ruggieri fu vicino ad essere ritenuto prigione; e poscia se ne fuggì, e, andato a Roma, si acconciò col re Giacomo a' danni del fratello. Fatal colpo di somma imprudenza di don Federigo, o de' suoi consiglieri, fu il perdere, in occasione di tanto bisogno, un sì prode ed accreditato ammiraglio, e non solo perderlo, ma farselo nemico. Altra ambasceria venne dal re Giacomo alla regina Costanza sua madre, con ordine di passare a Roma con Violanta sorella d'esso re, destinata in moglie a Roberto duca di Calabria. Venne la regina colla figliuola; fu assoluta e ben veduta dal papa; seguirono le nozze di Violanta; e Costanza si fermò dipoi fino alla morte in Roma. Altri dicono ch'ella passò in Catalogna, ma afflitta ed inconsolabile, per vedere la guerra imminente fra i due suoi figliuoli. Tornossene il re Giacomo in Catalogna a fare i preparamenti necessarii por soddisfare all'impegno contratto col pontefice e col re Carlo suo suocero. Don Federigo informato della fuga di Ruggieri di Loria, dopo averlo fatto proclamare nemico pubblico, e posto l'assedio a quante castella egli possedeva in Sicilia, di tutto lo spogliò.

Ebbe principio in quest'anno la detestabil briga de' Colonnesi contro papa Bonifazio VIII. Non si sa bene il motivo di tale rottura. Per attestato di Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 21.], perchè i due cardinali Jacopo e Pietro erano stati contrarii alla sua elezione, Bonifazio conservò sempre un mal animo contra di loro, pensando continuamente ad abbassarli ed annientarli. Aggiugne il Villani, concorde in ciò con Tolomeo da Lucca [Ptolom, Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], che Sciarra, oppure Stefano dalla Colonna, nipote d'essi cardinali, avea prese le some degli arnesi e del tesoro del papa che veniva da Anagni, ovvero, secondo altri [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], che andava da Roma ad Anagni, ed erano ottanta some tra oro, argento e rame. Ma niuna menzione di questo facendo il papa nella bolla fulminatrice contra de' Colonnesi, si può dubitare della verità del fatto. Non altra ragion forte in essa bolla [Raynald., in Annal. Eccles.] adduce Bonifazio, se non che questi due cardinali tenevano corrispondenza con don Federigo usurpator della Sicilia, e che, avvertiti, non aveano lasciato questo commercio, nè aveano permesso che Stefano dalla Colonna, fratello del cardinal Pietro, ammettesse presidio pontificio nelle loro terre di Palestrina, Colonna e Zagaruolo: per li quali enormi delitti con bolla pubblicata nel dì 10 di maggio, non solamente scomunicò i suddetti due cardinali, ma li depose ancora, privandoli del cardinalato e d'ogni altro benefizio, con altre pene e censure contra de' lor parenti e fautori. S'erano ritirati alle lor terre questi cardinali, con Agapito, Stefano e Sciarra, tutti dalla Colonna; e ossia che essi avessero molto prima il cuor guasto, e sparlassero del papa, incitati sotto mano da qualche principe; oppure che, irritati per questo fiero, creduto da loro non meritato, gastigo, si lasciarono trasportare a dar fuori uno scandaloso manifesto, in cui dichiaravano di non credere vero papa Benedetto Gaetano, cioè il pontefice Bonifazio VIII, benchè fin qui da essi riconosciuto e venerato per tale, allegando nulla la rinunzia di papa Celestino V, per sè stessa, ed anche perchè procurata con frodi ed inganni, e perciò appellando al futuro concilio. V'ha chi pretende che tal manifesto, tendente ad uno scisma, uscisse fuori prima della bolla e deposizione suddetta; ma il contrario si raccoglie da un'altra bolla d'esso papa Bonifazio, fulminata nel dì dell'Ascensione del Signore contra di essi cardinali deposti e di tutti i Colonnesi, in cui per cagion di questo libello aggrava le lor pene, li priva di tutti i loro stati e beni, e vuol che si proceda contra d'essi come scismatici ed eretici. Fece egli dipoi diroccare in Roma i palagi, e spedì le milizie all'assedio delle lor terre. Circa questi tempi ancora insorsero dissapori fra il papa e Filippo il Bello re di Francia, a cagione di avere il re pubblicata una legge (e questa dura tuttavia) che non si potesse estraere danaro fuori del regno, pretendendo il papa ch'egli perciò fosse incorso nella scomunica, mentre con ciò s'impediva il venir le rugiade solite, e quelle massimamente delle decime, alla corte di Roma. Diede anche ordine il pontefice ai due cardinali legati che erano in Francia, di apertamente pubblicare scomunicato il re e i suoi uffiziali, se veniva impedito il trasporto d'esso danaro dovuto alla santa Sede: cose tutte che col tempo si tirarono dietro delle pessime conseguenze, figlie dell'interesse, che da tanti secoli va e sempre forse pur troppo andrà sconcertando il mondo.

Durando la guerra fra il marchese Azzo d'Este e i Parmigiani, ognuna delle parti facea quel maggior danno che poteva all'altra [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Si frapposero amici, persuadendo la pace; e sopra tutto ne fece premura Guido da Correggio, potente presso i Parmigiani, perchè tutto il suo era sotto il guasto. Si conchiuse adunque l'accordo fra essi nel mese di luglio, e nel dì quinto di agosto furono rilasciati i prigioni. Ma di questa pace particolare si dolsero forte i Bolognesi, perchè lasciati soli in ballo dai Parmigiani, e ne furono anche malcontenti gli usciti di Parma, perchè abbandonati dal marchese; e però continuarono essi la guerra contra della loro città. Altrettanto fece il marchese Azzo coi collegati romagnuoli [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] contra de' Bolognesi, seguitando i guasti e gli incendii dall'una parte e dall'altra. Fu eletto in quest'anno per lor capitano di guerra dalle città di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, Uguccione dalla Faggiuola, il quale nel dì 21 di febbraio in Forlì prese il baston da comando, poscia nel mese di maggio uscì con potente esercito a' danni de' Bolognesi. Giunto nelle vicinanze di Castello San Pietro, sfidò a battaglia l'armata vicina dei medesimi Bolognesi, i quali si guardarono di entrare in così pericoloso cimento. Intanto papa Bonifazio non rallentava il suo studio, premendogli forte di far cessare questa guerra; ma per ora non gli venne fatto, siccome neppure ai Fiorentini, che spedirono anch'essi degli ambasciatori a questo fine. Nell'anno presente [Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic. Chron. Astense, cap. 18, tom. 11 Rer. Ital.] i Grimaldi e Fieschi usciti di Genova fecero più che mai guerra contro la lor patria; ed accadde che Francesco dei Grimaldi, per soprannome Malizia, vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Monaco, e s'impadronì di esso e de' suoi due castelli, e quivi fortificatosi inferì dei gravissimi danni a Genova, corseggiando per mare. Signoreggia tuttavia in quella terra con titolo principesco la famiglia Grimalda.


MCCXCVIII

Anno diCristo mccxcviii. Indiz. XI.
Bonifazio VIII papa 5.
Alberto Austriaco re de' Romani 1.

Fecesi in quest'anno una brutta tragedia in Germania [Histor. Austr.]. Si guardavano di mal occhio da gran tempo Adolfo re de' Romani, e Alberto duca d'Austria e Stiria, e conte d'Alsazia, figliuolo del fu re Ridolfo. Dicono che Adolfo fosse dietro a privare Alberto de' suoi Stati, e che perciò Alberto si affrettasse di levare a lui il regno. Tirò questi nel suo partito Vincislao re di Boemia, Gherardo arcivescovo di Magonza, il duca di Sassonia e il marchese di Brandeburgo [Chron. Colmar. Henric. Stero, et alii.], principi che cominciarono a trattar di deporre Adolfo, imputandolo d'inabilità al governo del regno per la sua povertà, e ch'egli fosse solamente di danno alla repubblica. Spedirono anche per questo a papa Bonifazio; ma non lasciò Adolfo di inviarvi anch'egli i suoi ambasciatori. Furono favorevoli le risposte del papa ad Adolfo; ma i suoi avversarii fecero credere d'averne anch'essi delle altre, che approvavano i lor disegni. Che più? nella vigilia della festa di san Giovanni Battista di giugno gli elettori di Magonza, Sassonia e Brandeburgo diedero la sentenza della deposizione di Adolfo, ed elessero re il duca d'Austria Alberto. Per questo fu in armi la Germania tutta, e fu decisa la lite nel dì 2 di luglio dell'anno presente con una giornata campale fra gli eserciti di questi due principi presso Vormazia, nella quale restò morto il re Adolfo. Poscia nell'universal dieta, tenuta a Francoforte nella vigilia di san Lorenzo, a pieni voti fu eletto re de' Romani il suddetto Alberto duca d'Austria, e coronato solennemente in Aquisgrana nella festa di san Bartolommeo. Fu sommamente disapprovato questo fatto da papa Bonifazio; e però avendogli il re Alberto nell'anno seguente fatta una spedizione di ambasciatori [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], per essere confermato dalla santa Sede, sempre il papa rispose ch'egli era indegno dell'imperio, anzi reo di lesa maestà, per aver ucciso il suo sovrano. Benvenuto da Imola [Benvenut., Hist. August.] tanto nella sua Cronichetta, quanto ne' suoi Comenti sopra Dante, aggiugne che Bonifazio assiso sul trono, e tenendo la corona in capo con una spada a lato, bruscamente dicesse a quegli ambasciatori: Io, io son Cesare, io l'imperadore. Può questa essere una fandonia del secolo susseguente; ma è ben fuor di dubbio che nulla potè mai ottenere questo re novello, finattantochè nato al papa bisogno di lui, con subitanea metamorfosi si trovò bella e nuova la di lui promozione, e se gli fecero delle carezze. Si provò nel presente anno il flagello del tremuoto in Italia nella festa di santo Andrea [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 25. Bernard. Guid., in Vita Bonifacii VIII, P. 1, tom. 3 Rer. Ital. Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], che continuò dipoi a farsi sentire per molti giorni e notti. Diroccò specialmente in Rieti, Spoleti e Pistoia molte chiese e palagi e case; e la gente si ricoverava alla campagna. N'ebbe gran paura anche papa Bonifazio, che soggiornava allora in Rieti, perchè tremò forte il suo palagio, e rifugiossi fuor di quella città nel convento de' frati predicatori; e fabbricata una capanna di legno in mezzo ad un prato, quivi cominciò a prendere riposo. Ma non per questo il feroce animo suo cessava dal procurar la distruzione de' Colonnesi. Fece predicar contra d'essi la crociata, dispensando le medesime indulgenze che si concedevano a chi passava in Terra santa contro i nemici della fede di Cristo.

Fu bensì continuata in quest'anno ancora la guerra fra il marchese Azzo di Este e il comune di Bologna; ma perchè dall'una parte papa Bonifazio, e dall'altra i Fiorentini amici de' Bolognesi andavano trattando di pace, nulla di rilevante seguì in armi fra essi, se non un ridicolo caso che si racconta negli Annali di Modena [Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]. E fu, che i Bolognesi armati fecero una notte sopra i Modenesi una scorreria, venendo fino al borgo di Santa Agnese, che era vicino alla città, senza che le sentinelle se n'accorgessero e gridassero all'armi. E questo perchè i cani de' borghi cominciarono tutti ad abbaiar forte, e commossero alla stessa sinfonia quelli della città, di modo che le sentinelle per lo tanto strepito non poterono mai intendere ciò che si dicessero i contadini e le genti di fuora. Per questo accidente gli anziani di Modena bandirono tutti i cani, ordinando che fossero uccisi. Io non mi fo mallevadore di questo avvenimento. Nè in Romagna nè in Toscana accaddero novità degne di memoria. Strepitosa bensì riuscì in quest'anno la guerra fra i Genovesi e Veneziani [Contin. Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Era uscito in corso Lamba Doria ammiraglio de' Genovesi con settantotto ovvero ottantacinque galee, per danneggiare il paese nemico, venendo sino all'Adriatico. A questa nuova i Veneziani fecero il loro sforzo, e misero in mare novantacinque oppure novantasette galee ben armate sotto il comando di Andrea Dandolo. Si scontrarono queste armate navali a Curzola, e nel dì 8 di settembre, festa della natività della Vergine, attaccarono la zuffa. Sì poderoso fu sulle prime l'urto dei legni veneti, che sterminò dieci galee genovesi; ma procedendo poi innanzi con disordine, i Genovesi, gente più ardita e valorosa che allora solcasse il mare, stretti e ben ordinati si spinsero contra di loro, e, dopo molto sangue sparso dall'una e dall'altra parte, misero in rotta l'armata veneta, con riportare una sempre memoranda vittoria. Imperciocchè presero ottantacinque galee, se dicon vero le Storie genovesi, delle quali poi ne bruciarono sessantasette, e l'altre diciotto condussero trionfanti a Genova. Nelle Croniche venete è scritto che sessantacinque galee (numero nondimeno sempre mirabile) vennero in potere de' Genovesi. Per quanto s'ha dalla Cronica Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e da quella di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], in quel fiero conflitto perderono la vita circa nove mila Veneziani, e ne rimasero prigioni sei mila e cinquecento, oppure sette mila e quattrocento, insieme coll'ammiraglio Dandolo, il quale da lì a pochi giorni per la troppa doglia terminò i guai della vita presente. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.] diffusamente descrive questo memorabil combattimento. Portata a Venezia la dolorosa nuova, ordinò tosto quel senato che si fabbricassero cento galee di nuovo; ma o questo armamento non andò innanzi, o certo a nulla servì. In Parma [Chron. Parmense, tom. eod.] seguì nell'anno presente pace e concordia fra quei cittadini e i lor fuorusciti, per compromesso fatto in Matteo Visconte signor di Milano, dichiarato suo vicario anche da Alberto re de' Romani, ed in Alberto Scotto signor di Piacenza. Ma furono moltissimi i confinati in vigore di quel laudo, colla restituzion nondimeno dei beni loro.


MCCXCIX

Anno diCristo mccxcix. Indizione XII.
Bonifazio VIII papa 6.
Alberto Austriaco re de' Romani 2.

La crociata contra de' Colonnesi, pubblicata da papa Bonifazio, e la guerra lor fatta, avea prodotto finora che all'armi pontificie s'erano arrendute le città di Nepi, Zagaruola, Colonna ed altre terre, dopo lungo assedio e con molto spargimento di sangue, e donate agli Orsini e ad altri nobili romani. Fu anche assediata Palestrina, dove si trovava un gagliardo presidio che rendeva inutili tutti gli sforzi dell'armata papale. Si rodeva di rabbia papa Bonifazio, veggendo di non poter vincere questa pugna; e però, se è vero ciò che racconta Dante poeta [Dante, nell'Infern. Benvenuto de Imola, in Comment. in Dant. tom.... Antiq. Ital.], il quale fiorì in questi tempi, fatto chiamare a sè Guido, già conte di Montefeltro, allora frate minore, a lui, come ad uomo mastro di guerra, volle raccomandar la direzione di quell'assedio. Se ne scusò Guido, allegando l'incompetenza del suo abito con quel secolaresco impiego. Continuò Bonifazio a fargli istanza, perchè almeno gl'insegnasse la maniera di forzar quella terra alla resa. Allora Guido stette sopra sè un pezzo, e finalmente rispose, che conoscendo inespugnabile coll'armi la città di Palestrina, non gli andava per mente se non un ripiego; ma che non si attentava di proporlo per timore d'incorrere in peccato. Oh, se è per questo, replicò allora Bonifazio, io te ne assolvo. Allora Guido gli disse che bisognava promettere molto ed attener poco. Non c'è obbligazione di credere questo fatto a Dante, persona troppo ghibellina, e che taglia dappertutto i panni addosso a papa Bonifazio, tuttochè ancora Giovani Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6.] ci descriva questo pontefice per uomo di larga coscienza, ove si trattava di guadagnare, e che dicea essergli lecito tutto, purchè fosse utile alla Chiesa. Forse i malevoli inventarono questa novella, con ricavarla dal seguente avvenimento. Imperocchè Bonifazio fece destramente proporre il perdono ai Colonnesi, e, liberalissimo di promesse, rimase d'accordo ch'essi in veste nera andassero a gittarsi ai piedi suoi, confessando i falli ed implorando misericordia. Così fecero. Avuta che ebbe il papa in sua mano Palestrina, lungi dal rimettere in pristino i Colonnesi, come n'avea, per quanto dicono, data parola, fece spianare dai fondamenti quella città, privandola d'ogni onore, e fino del nome, con fabbricarne un'altra in altro sito, e darle il nome di Città Papale. Cacciò ancora prigione Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi lor parente, e confiscò tutti i suoi beni. Atterriti da questo procedere i Colonnesi, tutti fuggirono, chi in Sicilia, chi in Francia ed in altri luoghi, e tenendosi con somma cura celati, finchè arrivò l'ultima scena dello stesso pontefice, che intanto di nuovo li bandì e perseguitò a tutto potere.

Benchè alcuni degli antichi scrittori col non accennare gli anni e i tempi precisi degli avvenimenti, sieno di non poco imbroglio ai posteri che prendono a compilare una storia; e di questo difetto non vada esente Niccolò Speciale, e dopo di lui il Fazello, storici siciliani; pure vo' io credendo che gli affari della Sicilia si possano registrare nella forma seguente [Nicolaus Specialis, lib. 4 cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.]. Giacomo re d'Aragona nell'anno precedente tornato a Roma, e partitosene carico di benedizioni e insieme di oro pontificio, passò a Napoli per concertare col re Carlo II suocero suo le operazioni da farsi contra della Sicilia. Fece segretamente esortare don Federigo suo fratello, che almeno rinunziasse le conquiste fatte in Calabria: che così si sarebbe maneggiato qualche accordo; ma non gli fu dato orecchio. Pertanto, unite le forze sue con quelle d'esso re Carlo, e composta una potente armata di vele, coll'insigne ammiraglio Ruggieri di Loria, sul fine d'agosto di esso anno andò a sbarcare in Sicilia. Impadronitosi a tutta prima di Patti, Milazzo e d'altre terre, si pose dipoi all'assedio di Siracusa, città che fu valorosamente difesa da Giovanni di Chiaramonte. Avendo egli poi spedito Giovanni di Loria, nipote dell'ammiraglio Ruggieri con venti galee per recar vettovaglie al castello di Patti, assediato dai Siciliani, i Messinesi, usciti con sedici galee contra di lui, gli diedero battaglia e lo sconfissero. Quattro soli dei suoi legni si sottrassero colla fuga, gli altri col capitano furono condotti presi a Messina. Questa disavventura e la perdita di molta gente o per malattie o per assalti inutilmente dati a Siracusa, fece prendere al re Giacomo la risoluzione di levare il campo di sotto a quella città, e di ritirarsi a Napoli. Giunto alle coste di Milazzo, fece istanza a don Federigo suo fratello per riaver le galee prese con Giovanni di Loria e con altri prigioni, promettendo con ciò di non mai più mettere il piede in Sicilia. Ma nel consiglio di don Federigo prevalse il cattivo parere di nulla volergli concedere. Anzi infelloniti più che mai i Siciliani contro Ruggieri di Loria, per fargli dispetto e vendicarsi di lui, fecero mozzare il capo allo stesso Giovanni suo nipote e a Jacopo della Rocca, come a ribelli del re Federigo.

Passò il re Giacomo il verno in Napoli, nel qual tempo anche Federigo ricuperò molte castella che o spontaneamente o per forza aveano alzate le bandiere del re suo fratello. Come è il costume, non mancarono mormorazioni contra del re Giacomo per la poca prospera campagna dell'anno precedente, non potendosi levar di testa alla gente ch'egli la volesse più per li Franzesi suoi antichi nemici, che pel fratello. Pertanto, affine di smentir queste voci, e di far sempre più palese la sua lealtà al papa e al re Carlo, fatto un maggiore sforzo di gente e di navi, s'imbarcò sul fine di giugno insieme con Roberto duca di Calabria e con Filippo principe di Taranto, e dirizzò le vele verso la Sicilia. Don Federigo e gli orgogliosi, anzi temerarii Siciliani che si teneano sempre in pugno la vittoria, non vollero aspettarlo, e con quaranta galee (altri dicono di più) vennero alla volta di Napoli. Il Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 29.] fa loro ammiraglio Federigo Doria; Niccolò Speciale gli dà il nome di Corrado, ma nol dice intervenuto a questa battaglia. Scontraronsi le due armate a Capo Orlando, e si venne nel dì 4 di luglio ad un duro e sanguinoso combattimento, in cui, quantunque i Siciliani combattessero da disperati, pure dall'industria e valor di Ruggieri di Loria, ammiraglio nemico, rimasero interamente sconfitti [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 1, tom. 9 Rer. Ital.]. Il numero de' morti e presi della lor parte si fa ascendere a più di sei mila persone, e ventidue galee restarono in mano dei vincitori. Si salvò, ma con gran fatica, nella sua galea a forza di remi don Federigo, e fu detto che il re Giacomo l'ebbe, o potè averlo prigione, ma lasciollo andare. Periron nel conflitto anche molti Catalani e Pugliesi. Passò dipoi il re Giacomo in Calabria, e, prendendo seco molte truppe preparate ivi per ordine del re Carlo II, colla giunta di dieci galee, sbarcò l'esercito in Sicilia. E allora fu ch'egli fece sapere a Roberto duca di Calabria e a Filippo principe di Taranto suoi cognati, che i suoi affari il richiamavano in Catalogna; essere la Sicilia ridotta in istato che non potea più fare resistenza; non reggergli il cuore a vedere, e meno a procurare ulteriormente la rovina del già rovinato fratello; e voler egli lasciar loro tutta la gloria di terminar quel conquisto. Di colà dunque si portò a Napoli al re Carlo colle medesime scuse, e poi si trasferì in Catalogna, dopo aver ottenute le promesse da lui fatte al papa ed al suocero. Vi ha chi dice [Summonte, Ist. di Napoli.] che fu ben visto dal buon Carlo II, il quale si obbligò a rifargli le spese occorse in quell'armamento, ascendenti alla somma di più di ducento mila oncie d'oro. Altri narrano che fu mal veduto, e creduto d'accordo col fratello, in guisa che discaro a' Franzesi, e maledetto dai Siciliani, abbandonò in fine l'Italia. La Cronica di Forlì [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] aggiugne ch'egli si partì, perchè non gli era pagato il soldo promessogli da papa Bonifazio VIII. La partenza del re Giacomo e il buon cuore de' Messinesi rinforzò in tante avversità l'animo di don Federigo. Ma il duca di Calabria Roberto occupò intanto varie terre di Sicilia, e massimamente quella di Chiaramonte. Presentatosi ancora coll'esercito sotto Catania, guadagnò ivi de' traditori, che gli diedero in mano senza spendere sangue quella città. Ribellaronsi pure altre non poche terre in Valle di Noto, con apparenza che già inclinasse la fortuna a troncare affatto le ali a don Federigo, quando essa all'improvviso si dichiarò in suo favore. Aveva il duca di Calabria spedito Filippo principe di Taranto suo fratello con un corpo d'armata per terra, assistito da alquante galee per mare, nella valle di Mazara, per far altre conquiste in quelle parti. Don Federigo, che s'era postato nel forte castello di San Giovanni per vegliare agli andamenti dei nemici, con quelle forze che potè raunare andò a trovare il principe nel piano di Formicara, e gli diede battaglia. Rimase sconfitto il principe, ed egli stesso, ferito e scavalcato, fu in pericolo d'essere ucciso dai Catalani in vendetta di Corradino, se non accorreva a tempo don Federigo, che gli salvò la vita. Quasi tutto il resto de' vinti fu condotto nelle prigioni. A questa disavventura de' Franzesi tenne dietro un'altra. Fu data speranza da un prigione ai baroni del duca di Calabria di metterli in possesso del forte castello di Gallerano. Andarono moltissimi d'essi col conte di Brenna loro comandante a prendere questo boccone. Ma il trattato era doppio. Sorpresi all'improvviso da Blasco di Alagona capitano di don Federigo, tutti furono fatti prigioni. Così procedevano gli affari della Sicilia.

Nel febbraio dell'anno presente fu posto fine alla guerra che bolliva tra Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, e i Bolognesi. Il pontefice e i Fiorentini ne furono i mediatori [Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fatto un compromesso nel medesimo papa per le castella disputate fra i Bolognesi e Modenesi, egli proferì un laudo, che fu creduto iniquo dai Modenesi. Benchè Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, Manip. Flor.] e gli Annali Milanesi [Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.] mettano sotto l'anno precedente ciò che ora io son per dire degli avvenimenti della Lombardia, pure sembra più sicuro il seguitar qui il Corio [Corio, Istor. di Milano.], assistito dalla Cronica d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] e da Benvenuto da San Giorgio nella Storia del Monferrato [Benvenuto da San Giorgio, tom. 28 Rer. Italic.]. Era già arrivato Giovanni marchese d'esso Monferrato all'età capace di consigli politici e militari; e dispiacendogli la potenza di Matteo Visconte che signoreggiava non solamente in Milano, Vercelli e Novara, ma anche in Casale di Sant'Evasio, e teneva una specie di dominio nel Monferrato stesso: collegatosi col marchese di Saluzzo, col conte Filippo da Langusco e coi Pavesi, nel mese di marzo fece rivoltare la città di Novara, da cui appena si salvò Galeazzo, primogenito d'esso Matteo, che v'era per podestà. Altrettanto fece la città di Vercelli, e poi Casale suddetto. Susseguentemente tutti questi signori e popoli si collegarono nel mese di maggio coi Bergamaschi, Ferraresi e Cremonesi, e con Azzo marchese d'Este signor di Ferrara, contro al Visconte. Uscirono poscia in campagna, cadauno dalla lor parte, ed uscì anche Matteo Visconte aiutato con gagliarde forze da Alberto Scotto signor di Piacenza, dai Parmigiani e da Alberto dalla Scala signor di Verona, al cui figliuolo Alboino avea Matteo data in moglie una sua sorella. Nulladimeno con tanti movimenti d'armi ciascuno si guardò dall'avventurarsi a battaglia. Ed avvenne che Azzo marchese d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.] con settecento uomini d'armi e quattro mila fanti, mossosi in soccorso de' Cremonesi, arrivò sino a Crema. Ma perciocchè corsero sospetti ch'egli macchinasse l'acquisto di Cremona, o perchè i maligni seminarono delle zizzanie; certo è ch'egli giudicò meglio di ritornarsene a casa. Matteo Visconte, che si vedea attorniato da tante armi, siccome accorto e saggio personaggio, addormentò tutti con un trattato di pace, che fu conchiuso e pubblicato sul principio d'agosto. In tal credito era salita in questi tempi la potenza de' Genovesi per le riportate vittorie [Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani lib. 8, cap. 27. Stella, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 17 Rer. Ital.], che i Veneziani presero lo spediente di venire alla pace con loro. Questa fu maneggiata di comune concordia da Matteo Visconte, e n'ebbero molto onore i Genovesi, perchè s'obbligarono i Veneziani di non navigare nel mare Maggiore, nè in Soria con galee armate per tredici anni avvenire. Furono perciò rimessi in libertà tutti i prigioni. Similmente i Pisani comperarono la pace da essi Genovesi con due condizioni, cioè con cedere loro una parte della Sardegna e Bonifazio in Corsica, e promettere di non uscire in mare con galee armate per lo spazio di quindici anni venturi. Nel mese ancora d'aprile seguì in Faenza [Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.] un congresso degli ambasciatori di Matteo Visconte, di Alberto dalla Scala, di Azzo e Francesco marchesi d'Este, e de' Bolognesi, per mettere concordia fra essi Bolognesi e le città della Romagna e i Lambertazzi fuorusciti di Bologna. Fu questa pur anche dipoi conchiusa: laonde riuscì degno di memoria quest'anno per cagione di tante paci. Ma in Mantova succederono delle novità [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Era quivi signore Bardelone de' Bonacossi. Taino suo fratello, voglioso di quel dominio, ricorse ad Azzo marchese d'Este per aiuto; ma poi, senza voler la gente che gli veniva esibita, se ne tornò a Mantova. Rimasero poi burlati tanto egli, quanto Bardelone, perchè Botticella de' Bonacossi loro nipote, figliuolo di Giovannino, ottenuto un buon corpo di soldatesche da Alberto dalla Scala signor di Verona, scacciò l'uno e l'altro, e prese egli la signoria di quella città. Se ne fuggirono i fratelli scacciati a Ferrara, dove furono con onore accolti dal marchese. Bardelone poscia passò a Padova, dove poco ben veduto da que' nobili, perchè caduto in povertà, nel terzo anno del suo esilio miseramente terminò la vita. Allora si trovò più sicuro nella sua signoria Boticella co' suoi due fratelli Rinaldo Passerino e Butirone: nomi o sopprannomi strani di questi secoli.


MCCC

Anno diCristo mccc. Indizione XIII.
Bonifazio VIII papa 7.
Alberto Austriaco re de' Romani 3.

Celebre fu l'anno presente per quello che noi chiamiamo ora giubileo universale, inventato e celebrato per la prima volta da papa Bonifazio VIII. S'era sparsa una voce in Roma, dilatata poi per gli altri paesi, che di grandi indulgenze si guadagnavano visitando le chiese romane nell'ultimo anno di ogni secolo [Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Se ne cercarono i fondamenti, ma senza trovarne vestigio; nè si andò allora a pescarli nel Testamento vecchio, nè saltò fuori in que' tempi il nome di giubileo. Nel gennaio e febbraio si vide un prodigioso concorso di pellegrini in Roma; e ciò diede allora motivo a papa Bonifazio di formare una bolla, con cui concedeva indulgenza plenaria a chiunque visitasse in quell'anno le chiese di Roma ogni dì una volta nello spazio di quindici giorni per li forestieri, e di trenta per li Romani. E questo per soddisfare alla divozion dei popoli, divozione che tornava anche in sommo profitto del papa a cagion delle grandi limosine che spontaneamente si faceano dai pellegrini alle chiese, e andavano in borsa del papa [Giovanni Villani, lib. 38, cap. 6.]; siccome ancora del guadagno che ne ridondava ai Romani, i quali esitavano molto vantaggiosamente le lor grazie. Fin qui le indulgenze plenarie erano cose rare, nè si soleano guadagnare, se non nell'occasion delle crociate. Aperta questa maggior facilità di conseguirle, senza mettere a rischio la vita propria, senza viaggi lontanissimi e pericolosi, non si può dire che folla di gente da tutte le parti della cristianità concorresse nell'anno presente. Pareva una continua processione, anzi un esercito in marcia per tutte le vie maestre d'Italia; e Giovanni Villani, che andò per tale occasione a Roma, ci assicura che quasi non v'era giorno, in cui non si contassero in quell'alma città ducento mila forestieri, d'ogni sesso ed età, venuti a quella divozione. Ed in questo anno appunto diede esso Villani principio alla sua stimatissima Cronica. La pace fu quasi universale per l'Italia, grande l'abbondanza de' viveri in questo anno; e però dappertutto si viaggiava con sicurezza, e nulla mancava ai viandanti che aveano da potere spendere. Guglielmo Ventura, autore della Cronica di Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], il quale si portò anch'egli a guadagnar questa indulgenza, lasciò scritto essersi fatto il conto che ben due milioni di persone concorsero in quest'anno a Roma; e tanta essere stata la folla, che vide più volte uomini e donne conculcate sotto i piedi degli altri, ed essersi egli trovato in quel pericolo. Attesta anch'egli che abbondanza di pane, vino, carni, pesci e vena si trovò in Roma; carissimo era il fieno, carissimi gli alberghi. Poscia aggiugne: Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem recepit, quia die ac nocte duo clerici stabant ad altare sancti Pauli, tenentes in eorum manibus rastellos, rastellantes pecuniam infinitam. Fu istituita questa indulgenza per ogni centesimo anno da papa Bonifazio; ma i successori, per soddisfare alla divozion dei popoli, e al guadagno ancora de' Romani, fecero in ciò delle mutazioni, con istabilirla in fine ad ogni venticinque anni, come è oggidì.

In quanto alla guerra di Sicilia, quattrocento e più uomini d'armi furono spediti da' Fiorentini in rinforzo di Roberto duca di Calabria, e n'era capitano Rinieri de' Buondelmonti. Racconta Niccolò Speciale [Nicolaus Specialis, lib. 5, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.] che questi Toscani, arrivati a Catania, dove esso duca soggiornava, facevano dappertutto i tagliacantoni, vantandosi spezialmente di voler condurre in quella città prigione il generale dei Siciliani Blasco da Alagona. Ma che queste smargiassate andarono a finire in nulla; laonde derisi non men dai Franzesi che da' Siciliani, non passò il mese d'agosto che si dispersero, disertando la maggior parte. Toccò in questo anno una maledetta percossa ai Siciliani. Uscirono essi in corso colla lor flotta di ventisette galee comandata da Corrado Doria, per bottinare nelle riviere del regno di Napoli [Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.]. Giunsero baldanzosi sino all'isola di Ponza. Ruggieri di Loria, che era ito a Napoli per menare dei nuovi sussidii di gente e di legni al duca di Calabria in Sicilia, mise anch'egli in punto la sua flotta, con cui per buona ventura capitate sette galee genovesi de' Grimaldi nemici dei Doria, si vennero ad unire. Andò poscia in traccia dell'armata siciliana, la quale, contuttochè sapesse venire un sì prode ammiraglio con quarantotto galee, invece di ritirarsi, volle piuttosto azzardare una battaglia. Fu questa sanguinosa nel dì 14 di giugno, e, secondo il costume, i più vinsero i meno. Sette sole galee de' Siciliani scamparono; le altre tutte coll'ammiraglio Doria, Giovanni di Chiaramonte ed altri nobili, oltre ad una gran ciurma, vennero in potere di Ruggieri. Passato esso Ruggieri in Sicilia, seguirono varii altri fatti ora prosperi, ora contrarii. Roberto duca di Calabria assediò strettamente per mare Messina, di modo che quella città s'era omai ridotta per la mancanza de' viveri agli estremi. S'aggiunse a questo malore de' Messinesi l'altro dell'epidemia, che facea molta strage; eppure quel popolo piuttosto elesse, se occorreva, di perdere quante vite aveano, che darsi ai Franzesi: tanto era in orrore il loro nome in quelle contrade. Don Federigo, principe d'incredibil coraggio e senno, non mancò di portar più volte in persona all'afflitta città soccorso di vettovaglie, e di asportarne i poveri, ridotti in pelle ed ossa: finchè, entrata l'epidemia anche nell'armata del duca Roberto, si sciolse l'assedio. Allora fu che la duchessa Violanta, moglie d'esso duca e sorella di don Federigo, cominciò a trattare di tregua; e questa fu conchiusa per sei mesi, e nel lido di Siracusa si abboccarono il duca e don Federigo. Poscia Roberto, lasciata la moglie in Catania, passò a Napoli per ragguagliare il padre dello stato delle cose, e delle maniere di vincere la Sicilia.

Tutta fu nell'anno presente in festa la Lombardia per le soprammodo magnifiche nozze di Beatrice Estense, sorella di Azzo VIII marchese d'Este e signor di Ferrara, Modena e Reggio, e vedova del conte Nino de' Visconti di Pisa, signore di Gallura, cioè della quarta parte della Sardegna, con Galeazzo primogenito di Matteo Visconte signor di Milano [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]. Certo è che nella festa di san Giovanni Batista di giugno dell'anno presente furono esse solennizzate in Modena, con avere il marchese fatto cavaliere esso Galeazzo Visconte; e però si riconosce sconvolta di un anno la cronologia di Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 338.] e degli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], che ciò riferiscono all'anno precedente. Concordano tutti gli scrittori che straordinaria fu la magnificenza di tali nozze: sì grandi furono gli apparati, i conviti, le giostre, gli spettacoli, il concorso degli ambasciatori e della nobiltà di tutte le città di Lombardia e marca d'Ancona. Nè solo in Modena, ma anche in Parma, e massimamente in Milano, si replicarono gli addobbi, le feste e i bagordi con tale suntuosità, che memoria non v'era d'una somigliante in Italia, e neppur ne' regni vicini. Vennero in questo anno alle mani in Pavia la fazione di Filippo conte di Langusco, appellato anche Filippone, e quella di Manfredi da Beccheria, e ne seguirono ammazzamenti, ruberie e prigioni [Corio, Istor. di Milano.]. Restò al di sotto Manfredi, e gli convenne andarsene ramingo, e il conte rimase signore della città. Matteo Visconte, volpe vecchia, si mischiò in questa discordia sotto colore di maneggiar l'accordo, e favorì il conte, al cui figliuolo ancora promise in moglie una sua figliuola; ma, scopertosi poi che Matteo sotto mano amoreggiava Pavia, si sciolse fra loro la amicizia, divenendo nemici giurati da lì innanzi. In quest'anno nel dì 25 di maggio [Chron. Caesenat., tom. 14 Rer. Ital.], Federigo conte di Montelfetro, figliuolo del fu conte Guido, Uberto dei Malatesti e Uguccione dalla Faggiuola, allora podestà di Gubbio, di concordia scacciarono da quella città la parte guelfa. Avendo questa fatto ricorso a papa Bonifazio VIII, venne tosto ordine al cardinal Napoleone degli Orsini, governatore del ducato di Spoleti, di assediar Gubbio. Fu eseguito il comandamento, e nel dì 25 di giugno, coll'aiuto de' Perugini, vi rientrarono i Guelfi, scacciandone i Ghibellini, e commettendo assaissimi saccheggi ed uccisioni [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 43.].

Mandò nel mese di ottobre il papa per governatore della Romagna il cardinal Matteo d'Acquasparta: nel qual tempo Forlì, Faenza, Cesena ed Imola erano disubbidienti alla Chiesa. Cominciò egli con buona maniera a pacificar queste città. Ma in questi tempi fece gran progressi nella Toscana il veleno della discordia. Riferisce Giovanni Villani all'anno presente il principio delle rivoluzioni di Pistoia: Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.] le fa cominciate molto prima. In quella città si divise in due fazioni la potente famiglia de' Cancellieri, a cagion di brighe sopravvenute fra loro, e ne seguì un funesto sconvolgimento de' cittadini per le parzialità, con battaglie ed ammazzamenti. I Fiorentini, a' quali premeva che quella città stesse ferma nel partito guelfo, s'interposero allora con forza, e operarono che i principali tanto della parte Bianca come della Nera fossero mandati ai confini. I più si ridussero a Firenze, cioè i Neri in casa de' Frescobaldi, i Bianchi in quella de' Cerchi, tutte e due ricche e possenti famiglie. Era Firenze in questi tempi in alto stato, morbida per la gran popolazione, e più per le ricchezze. Descrive il Villani le delizie e sollazzi [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 38.] che si praticavano allora in quella città; ma giacchè non aveano ora que' cittadini da spendere i lor pensieri intorno alla guerra, perchè si trovavano in pace co' vicini, cominciarono a gareggiare e riottar fra loro a cagione de' Pistoiesi, con prendere gli uni a favorire i Neri, e gli altri a proteggere i Bianchi. Perciò quasi tutte le famiglie fiorentine de' grandi s'impegnarono in queste scomunicate brighe. Capo della setta de' Neri fu Corso de' Donati, e Vieri de' Cerchi, capo dell'opposto, venendo perciò a dividersi tutta la città di Firenze. Nè si stette molto a prorompere in contese, zuffe ed amarezze mortali. Papa Bonifazio, avvertito di questo detestabil disordine, e pregato di rimedio, spedì colà il suddetto cardinal Matteo d'Acquasparta, uomo savio, con ordine di riformare la terra. Venne ben egli, e fece quanto potè; ma ritrovò tali durezze nelle teste ambiziose della parte Bianca, padrona allora del governo, che gli convenne tornarsene a Roma, con lasciar la città peggio che prima sconvolta: incendio che divampò dipoi in aperte sedizioni e scandali più gravi.


MCCCI

Anno diCristo mccci. Indizione XIV.
Bonifazio VIII papa 8,
Alberto Austriaco re de' Romani 4.

Grandi erano in questi tempi le applicazioni di papa Bonifazio per dar legge a tutti i principi della cristianità [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Voleva regolare a talento suo la succession del regno d'Ungheria; era dietro a detronizzare Alberto Austriaco re de' Romani, trattandolo come reo di lesa maestà; ma egli si seppe ben difendere, ed atterrò chi era mosso dal papa contra di lui. Avea anche liti esso pontefice con Filippo il Bello re di Francia, il quale, senza riguardo alcuno, opprimea le chiese e gli ecclesiastici del suo regno. Meditava inoltre esso pontefice la conquista dell'imperio greco. Ma, per tralasciar altre sue idee, il principal suo pensiero era quello di levar la Sicilia a don Federigo. A questo fine tornò a sollecitare Giacomo re d'Aragona ed altri principi e le città d'Italia, concedendo liberamente le decime degli ecclesiastici da impiegarsi in questa santa impresa. Soprattutto immaginò egli di poter fare un bel colpo con far venire in Italia Carlo di Valois, fratello del re di Francia, il quale non so perchè venga chiamato da varii scrittori Carlo senza terra, quando egli era conte d'Angiò, ed è anche chiamato Guercio nella Cronica di Cesena [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Gli diede Bonifazio speranza di crearlo re de' Romani dopo la deposizione dell'odiato re Alberto, e di mandarlo a prendere il possesso dello impero greco, giacchè egli, con avere sposata Caterina di Courtenai, nipote di Baldovino imperadore, ma solamente di titolo, di Costantinopoli, nudriva delle magre pretensioni su quelle contrade. Il disegno primario nondimeno del papa era di spignere questo principe contra della Sicilia, giacchè il re Carlo II gli parea un dappoco, e non atto a ricuperar quel regno. Calò dunque in Italia Carlo di Valois, accompagnato da un corpo di soldatesche franzesi, per effettuare i grandiosi disegni del papa, e per essere il suo braccio destro, massimamente in Italia. Grande onore e bei regali gli fece il marchese Azzo d'Este nel suo passaggio per Modena [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], e gli prestò assai danaro. Ito ad Anagni a baciar i piedi al papa, fu da lui creato conte di Romagna, capitano del Patrimonio e signore della marca d'Ancona [Ptolom. Lucens., Annal. brev. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. La prima incumbenza che gli diede il papa, fu quella di passare a Firenze col titolo di paciere, per dar sesto a quella disunita e fluttuante città. Il servì di proposito questo principe [Dino Compagni, lib. 2, tom. eod.]. Entrò egli in Firenze nella festa d'Ognissanti, ricevuto con grande onore, ma non senza grave sospetto della parte Bianca. Dimandò e volle la signoria e guardia della città, giurando di mantenerla in pacifico e buono stato. Ma nulla attenne di quanto avea promesso. Lasciò entrare in città Corso Donati con tutti gli sbanditi, con gran copia di ribaldi, che fecero per cinque dì ruberie immense ed incendii nella città e nel contado. Poscia atterrò la parte Bianca dominante, e diede il governo alla Nera. Venne appresso nel novembre stesso a Firenze il cardinal Matteo d'Acquasparta legato del papa, per rimediare a tanta confusione, e fece far molte paci; ma volendo ancora accomunar gli uffizii colla parte Bianca, i Neri, che erano saliti in alto, e sostenuti da esso principe Carlo, non vollero udirne parola; di modo che il legato con isdegno si partì, lasciando la città interdetta e in istato assai compassionevole. Questo fu il primo bel servigio prestato da Carlo di Valois alle intenzioni, che parvero buone, di papa Bonifazio, ma non parvero così a Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 48.], il quale attribuisce tutti questi mali allo sdegno di lui contra de' Cerchi e della parte Bianca. E Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.] ci vorrebbe far credere che il papa fosse dietro ad insignorirsi della Toscana. Nel maggio di quest'anno la parte bianca di Pistoia coll'aiuto de' Bianchi, allora dominanti in Firenze, cacciò fuori della città i Neri, e disfece barbaramente tutte le lor case, palagi e possessioni. Tutta questa tragedia è diffusamente descritta da Dino Compagni, autor contemporaneo, nella sua Cronica. Passarono i Neri la maggior parte a Lucca, e servirono di un gran rinforzo alla parte nera, cioè guelfa di quella città; la quale, venuta all'armi, ne cacciò la parte ghibellina, cioè gl'Interminelli e i loro seguaci, e vi arsero più di cento case [Ptolom. Lucens., Annal. brev.]. Così le maledette sette si andavano dilatando per tutta la Toscana. Risvegliossi di nuovo in Bergamo la gara delle fazioni di quella città, cioè tra i Coleoni, Soardi, Bongi e Rivoli, e si venne fra loro alle mani. Spedirono i Coleoni e Soardi a Milano con istanza, perchè Matteo Visconte corresse colà, promettendogli il dominio di quella città. Non si fece egli pregare. L'arrivo suo con gente armata mise in fuga i Bongi e i loro aderenti, ed allora fu data ad esso Visconte la signoria di Bergamo. Ci fa sapere la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] che quella città fu presa da Galeazzo, figliuolo di Matteo colla forza, e che le case dei Bongi e Rivoli e de' lor partigiani, dopo il sacco, furono date alle fiamme. Nel mese di marzo di quest'anno Giovanni marchese di Monferrato cogli Avvocati, famiglia potente di Vercelli [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.], cacciò fuori di quella città la parte de' Tizzoni, i quali si rifugiarono in Milano, giacchè durava la guerra fra Matteo Visconte e il suddetto marchese, collegato con Filippo conte di Langusco signor di Pavia, e coi Novaresi e Vercellini. In quest'anno i Bolognesi, per tema del marchese Azzo d'Este, che facea grande armamento [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], stabilirono lega coi comuni d'Imola, Faenza, Forlì e Pistoia, e coi Bianchi fuorusciti di Firenze. Costituirono loro capitan generale Salinguerra, siccome gran nemico della casa d'Este. Scrivono gli storici napoletani [Costan. Summonte, et alii.] che in questo anno venne a morte Carlo Martello, primogenito di Carlo II re di Napoli, già dichiarato re d'Ungheria, con dire eziandio ch'egli era andato in quel regno, vivente ancora il re Andrea. Egli lasciò dopo di sè un figliuolo, dicono appellato Cariberto, quasi Carlo Roberto, ma chiamato Carlo Uberto da Ferreto Vicentino, il qual poi fu solamente appellato Carlo, ed entrò finalmente in possesso del regno d'Ungheria, con propagar la linea di quei re della casa reale di Francia. Il Rinaldi, all'incontro, insegna [Raynaldus, Annal. Eccles., ad annum 1295.] che questo principe mancò di vita nell'anno 1295. Il Bonfini [Bonfin., de Reb. Hungaric.] lascia imbrogliato questo punto. Per me credo che deggia prevalere la sentenza di Rinaldi, e che gli scrittori moderni abbiano preso equivoco nel nome di Carlo, comune al Martello padre e al figliuolo. L'autore anonimo, ma contemporaneo, della Cronica di Parma chiaramente scrive al suddetto anno 1295 [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]: Eodem anno dominus Carolus rex Hungariae, et uxor ejus in civitate Neapoli obierunt, et dictum fuit, quod erant tossicati. Il sospetto di questo veleno andò addosso a Roberto duca di Calabria, secondogenito del re Carlo II e suo fratello, per isregolata voglia di succeder egli al padre nel regno di Napoli. Essendo morto Andrea re d'Ungheria senza figliuoli, nacque nell'anno presente controversia per la succession di quel regno. Vincislao re di Boemia fece coronare re d'Ungheria Vincislao suo figliuolo; ma un'altra parte de' principi tenne per Carlo, figliuolo del re Carlo Martello. Regem Carolum filium Caroli Martelli nati de Ungara, similiter coronari procuravit: sono parole di Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucens., Annal. Brev.], scrittor di questi tempi. Ed appunto questo Carlo, e non già suo padre Carlo Martello, quegli fu che, assistito dal papa e dai Cumani e Tartari, arrivò ad essere re d'Ungheria. Mandò nell'anno presente Carlo di Valois per suo vicario nella Romagna Jacopo Pagano vescovo di Rieti [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], il qual poscia per li suoi cattivi portamenti fu privato del vescovato da papa Bonifazio, e da lì a non molto vergognosamente terminò i suoi giorni nella corte di Roma. Anche Alberto dalla Scala signor di Verona mancò di vita in quest'anno, e succedette a lui nel dominio di quella città Bartolommeo suo primogenito [Continuator Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. eod.] che per due anni e mezzo in molta grazia di quel popolo tenne il governo.


MCCCII

Anno diCristo mcccii. Indizione XV.
Bonifazio VIII papa 9.
Alberto Austriaco re de' Romani 5.

L'anno fu questo in cui papa Bonifazio e Carlo II re di Napoli si credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere il comando di sì bell'armata Carlo di Valois, principe già rinomato pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.], a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i sottili [Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.]. Imbarcatosi con Roberto duca di Calabria e Raimondo Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio alla terra di Sacca; e intanto don Federigo, non avendo forze da poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli, e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi, e fu concordato che don Federigo prendesse in moglie Leonora terzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale, in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.]: Che Carlo era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace. Furono messi in libertà i prigioni, fra' quali Filippo principe di Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà. Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura con Filippo il Bello re di Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì nell'anno seguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro, con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo, cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.

In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri), e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], questo, principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognato dal papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo. Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar di buon occhio Alberto Austriaco re de' Romani, e a trovar buona l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo all'anno seguente.

In questo succedette la stravagante caduta di Matteo Visconte da un alto in un miserabile stato [Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente erano per lui i Parmigiani ed Azzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio contra di lui Alberto Scotto [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè, avendo esso marchese Azzo destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla di lui rovina Filippo conte di Langusco signor di Pavia, Antonio da Fisiraga signor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia. Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia. Il peggio fu che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa forte lega [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina. Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato fuori. Inoltre Corrado Rusca signor di Como, e genero d'esso Matteo, nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno, oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza, non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e caducità delle cose umane. Galeazzo suo figliuolo fuggito a Bergamo, dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara con Beatrice Estense sua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de' più gloriosi principi della casa Visconte, Entrarono in questo mentre i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo, e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani, Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi, Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte Bianca, cioè la ghibellina [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.], i Fiorentini e Lucchesi con possente esercito si portarono allo assedio di quella città, guastando tutto il paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti furono condotti prigioni a Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobre Federigo conte di Montefeltro, Uguccion della Faggiuola cogli Aretini, e Bernardino da Polenta coi Ravegnani [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] fecero oste sopra Cesena, assediarono quella città, saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso fu il danno di quella città, e fu incolpato di tutto Mazzolino de' Mazzolini da Brescia lor podestà. Era in questi tempi governatore della Romagna Rinaldo vescovo di Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì, gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città, un dì levarono rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte d'Italia.


MCCCIII

Anno diCristo mccciii. Indizione I.
Benedetto XI papa 1.
Alberto Austriaco re de' Romani 6.

Sempre più s'andava inasprendo la nemicizia fra papa Bonifazio VIII e Filippo il Bello re di Francia, principe che quantunque Dio l'avesse flagellato in questi tempi con delle vergognose rotte date alle armate sue dai Fiamminghi, pure più fiero diveniva ed altero. Si fortificò il pontefice in Germania contra gli attentati di questo re, con tirar dalla sua Alberto re de' Romani, e riconoscer ora per bella e buona la di lui elezione. Gli atti di questa riconciliazione, e della confermazione a lui data dal papa, son riferiti dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccles. Annal. Colm.]. E tutto fatto per muovere l'armi di esso Alberto contra del re di Francia. Servì questo per maggiormente accendere lo sdegno del re Filippo, il quale, per far dispetto al papa, e non già perchè sia credibile ch'egli ciò credesse daddovero, pubblicò ventinove capi d'accusa contra di lui, la maggior parte calunnie patenti, e prive d'ogni colore di verisimiglianza, non che di verità. Cioè ch'egli non credea l'immortalità dell'anima, la real presenza del Signore nell'ostia consecrata, la fornicazione peccato; ch'egli era stregone, simoniaco, eretico, con altre simili nefande imputazioni, rimettendosi a provar tutto nel concilio generale, a cui egli appellava. Commosso da sì orrendo procedere papa Bonifazio, fulminò contra di Filippo le censure, dichiarò nulli tutti i suoi atti fatti e da farsi, assolvè i sudditi dal giuramento di fedeltà, con pretendere ancora dipendente nel temporale il regno di Francia dall'autorità e superiorità dei romani pontefici. Intanto il re Filippo, spirando solamente vendetta, spedì segretamente in Italia nel mese di marzo di questo anno Guglielmo da Nogareto suo emissario, uomo di sottilissimo ingegno e di forte stomaco, con un Fiorentino appellato messer Musciatto de' Franzesi, e con buone lettere di cambio. Fermatosi costui ad un castello d'esso Musciatto, si diede a far gente, e a spendere largamente danari e promesse, con inviar messi e lettere per corrompere i nobili della Campania romana e i cittadini d'Anagni. Allorchè fu all'ordine tutto il trattato, di cui non traspirò mai agli orecchi del papa alcun menomo avviso, trovandosi il medesimo pontefice senza sospetto in essa città d'Anagni co' suoi cardinali e con tutta la sua corte, una mattina per tempo nel dì 7 di settembre all'improvviso entrarono in quella città Guglielmo di Nogareto, Sciarra dalla Colonna, i nobili da Ceccano e da Supino, ed altri baroni, con trecento cavalieri e molta fanteria, e colle insegne del re di Francia, cominciando a gridare: Viva il re di Francia. Muoia papa Bonifazio. Anche il popolo d'Anagni, ingrato a tanti benefizii ricevuti dal papa, si unì con loro, e fu anche detto che alcuni dei cardinali fossero mischiati nel medesimo trattato, e fra gli altri il cardinal Napoleone degli Orsini [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Certo è ch'essi cardinali se ne fuggirono, o si nascosero tutti, lasciando il papa assediato nel suo palazzo. Fece la famiglia sua quella resistenza che potè; ma infine il palazzo fu preso. Allora il papa, tenendosi per morto, volle almen prepararvisi con magnanimità, e, fattosi abbigliare cogli abiti pontificii, colla sacra tiara in capo e colla croce in mano, assiso in una sedia stette aspettando i nemici. Dicono che Guglielmo da Nogareto gli dicesse d'essere venuto non per torgli la vita, ma per condurlo a Lione, dove si terrebbe un concilio generale, e che egli risponderebbe alle accuse pubblicate contra di lui. Certo è che Sciarra dalla Colonna il caricò di villanie e d'obbrobrii, ed anche volle obbligarlo a rinunziare il papato; ma il trovò fermo in voler piuttosto morire che cedere. In così misero stato fu ritenuto per tre dì sotto buona guardia il pontefice, senza che volesse indursi a prendere cibo: tale e tanto era il suo sdegno mischiato col timore e colla sua confusione. Fors'anche dovea temer di veleno. Intanto fu dato il sacco al palazzo e agl'immensi tesori ed arredi del papa. Dopo i tre giorni il cardinal Luca del Fiesco, commiserando le disavventure e la prigionia del pontefice, tanto s'ingegnò, che mosse a rumore il popolo di Anagni, il quale cominciò con alte voci a gridare: Viva il papa, e muoiano i traditori. Allora fu che Sciarra, andato al papa gli parlò con riverenti e dolci parole, esibendogli la libertà, se pur voleva concedergli l'assoluzion dei misfatti, con altre richieste che non si sanno. Tutto gli accordò Bonifazio; e però, usciti della città quei masnadieri, restò libero. Non si è mai potuto intendere perchè costoro tenessero per tanto tempo in quell'agonia il misero pontefice. Se pensavano di condurlo vivo e sano a Lione, non dovevano tardar tanto a metterlo in viaggio, e poteano a man salva farlo sulle prime. Nè si capisce perchè papa Bonifazio, personaggio sì accorto, se voleano promesse, ed anche rinunzie, a tutto non condiscendesse; giacchè non sarebbe egli stato tenuto ad obbligazioni contratte con tanta e così empia violenza.

Comunque sia, Dio non permise che costoro facessero di peggio; e Bonifazio, rimesso in libertà, si affrettò per ritornarsene a Roma, dove giunse, incontrato con indicibil concorso e plauso del popolo romano [Jacobus Cardinalis, in Vita Coelestini V, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Ma che? Sopravvisse ben egli parecchi giorni ancora, ma colla mente sconvolta, parendogli sempre di aver presenti uomini armati che gli volessero levar la vita, e agitato dai fantasmi degli obbrobrii ed oltraggi patiti, tanto più sensibili a lui, quanto che, per confessione di tutti, fu il più superbo uomo del mondo, e maggiormente per l'esecrabile affronto in lui fatto al tanto venerabil carattere di vicario di Cristo, e di capo visibile della Chiesa militante. Meditava egli bensì delle strepitose vendette e un concilio generale, per quivi esporre l'ingiuria ridondante sulla Chiesa tutta; ma, non reggendo allo sdegno ed al dolore, per cui s'infermò, fuori di sè spirò l'anima nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente. Racconta qui Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], autore vivuto in questi tempi, delle particolarità taciute dagli altri, le quali non mantengo per vere, ma che tuttavia non han ciera di favole, e forse furono soppresse da altri per non dispiacere a chi tradì lo stesso pontefice. Narra egli adunque che uscirono ad incontrare il papa con una frotta d'armati due dei cardinali Orsini, Matteo Rosso e Jacopo, e il condussero a dirittura al palazzo del Vaticano. A me è noto che allora nella casa degli Orsini fiorivano due cardinali. Napoleone e Matteo Rosso. Nulla so di un Jacopo. Il Ciacconio v'aggiugne il terzo, cioè Francesco cardinale Orsino, creato da papa Bonifazio. E Dino Compagni [Dino Compagni, lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.] anch'egli il chiama degli Orsini. Probabilmente parla Ferreto del cardinal Jacopo Gaetano de' Stefaneschi, nipote degli Orsini, che ci diede la Vita di san Celestino V. Ora il papa, che s'era mezzo accorto dell'avere il suddetto cardinal Napoleone, e, per attestato del suddetto Dino Compagni, anche il cardinal Francesco avuta mano nella trama suddetta, con volto torvo cominciò a guatar gli Orsini. Perciò questi, guadagnate le guardie pontificie, cominciarono a tenerlo stretto: laonde Bonifazio determinò di levarsi dal Vaticano, per passare al palazzo del Laterano, credendosi in questa maniera sottrarsi alla potenza e alle frodi degli Orsini. Ciò risaputo, Matteo cardinale con altri suoi partigiani fu a pregarlo di non muoversi, col pretesto di nuovi pericoli dalla parte del re di Francia; e trovatolo fermo nel suo proposito, gl'intonò a visiera calata che non ne partirebbe, e che essi non voleano vedere de' nuovi scandali. Allora il papa diede in escandescenze; e tentando pure di voler eseguire il suo disegno, fu con buona copia di guardie rinserrato nella sua camera, facendosi intanto correre voce, come è credibile, che ciò si facea perchè il papa era fuor di cervello per la passata orrenda burrasca. Infine, chiedendo egli, se era prigione, gli fu risposto di sì; e che, se avea fatto finora a modo suo, da lì innanzi vivrebbe a modo altrui. A queste intimazioni si accorò l'infelice pontefice, diede nelle smanie, non volle più cibarsi, non potè più prendere sonno, ma furioso diede poi termine alla sua vita una notte, senza che se ne accorgessero i cortigiani suoi. Anche la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] attesta questa nuova prigionia del pontefice. Ma forse procedette ciò dalla prudenza di quei cardinali in vedere il misero pontefice fuor di senno e nelle furie; laonde fu creduto necessario il tenerlo stretto, perchè non ne seguissero altre scandalose novità. E tal fu il fine di papa Bonifazio VIII, personaggio che nella grandezza dell'animo, nella magnificenza, nella facondia ed accortezza, e nel promuovere gli uomini degni alle cariche, e nella perizia delle leggi e dei canoni ebbe pochi pari; ma perchè mancante di quell'umiltà che sta bene a tutti, e massimamente a chi esercita le veci di Cristo, maestro d'ogni virtù, e soprattutto di questa; e perchè pieno d'albagia e di fasto, fu amato da pochi, odiato da moltissimi, e temuto da tutti. Non lasciò indietro diligenza alcuna per ingrandire ed arricchire i suoi parenti, per accumular tesori, ed anche per vie poco lodevoli. Fu uomo pieno d'idee mondane, nemico implacabile de' Ghibellini, e li perseguitò per quanto potè; ed essi, in ricompensa, ne dissero quanto male mai seppero, e il cacciarono ne' più profondi buroni dell'inferno, come si vede nel poema di Dante [Nell'Inferno.]. Benvenuto da Imola parte il lodò [Benevenutus de Imola, Comment. in Dant.], parte il biasimò, conchiudendo in fine ch'egli era un magnanimo peccatore; e divolgarono, aver papa Celestino V detto che egli entrerebbe nel pontificato qual volpe, regnerebbe come lione, morrebbe come cane. Verisimilmente quel santo uomo non proferì mai queste parole. Piuttosto le inventarono i suoi malevoli, autorizzandole poi col metterle in bocca di un santo. Il frutto di chi non sa farsi amare è quello di farsi almeno lacerare, se non succede di peggio. Radunatisi alcuni giorni dopo la morte e sepoltura di papa Bonifazio i cardinali nel conclave, diedero da lì a poco, cioè nel dì 22 d'ottobre, per successore ad un papa mondano, turbolento e iracondo, un papa santo e pacifico [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 66. Ptolomaeus Lucensis, Histor. Bernardus Guido, et alii.]; cioè Niccolò dell'ordine de' Predicatori, cardinale e vescovo di Ostia, bassamente nato nel territorio di Trivigi, ma per le insigni sue virtù alzato ai primi onori, e dignissimo di sedere nella cattedra di san Pietro. Prese egli il nome di Benedetto XI, e fu coronato nella festa d'Ognissanti. Si trovò a quella funzione Carlo II re di Napoli con Roberto duca di Calabria e Filippo principe di Taranto suoi figliuoli, essendovi egli accorso con molte milizie per assicurare la quiete di Roma. Fu detto che papa Bonifazio, perchè questo re gli avea negato l'aiuto dell'armi contra del re di Francia, se fosse vivuto, gli avrebbe fatto gran male; e che già se la intendeva per questo con don Federigo re di Sicilia: dal che nondimeno esso don Federigo si mostrò alieno, e venne solamente con delle navi ad Ostia per dar soccorso al pontefice nelle ultime sue sciagure.

Tentò in quest'anno Matteo Visconte di ritornar in Milano, e fece de' negoziati con Alberto Scotto signore di Piacenza [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], quel medesimo che l'avea poco anzi tradito. Era lo Scotto uomo volubile, e forse mal soddisfatto de' Torriani, laonde infatti s'accordò col Visconte. Ritiratosi dunque dalla lega suddetta, uscì in campagna nel mese d'ottobre, menando un grosso esercito unito cogli Alessandrini e Tortonesi, affine di ricondurre Matteo col figliuolo Galeazzo in Milano. Fu secondato ancora dai Parmigiani, i quali inviarono gente a far le guardie a Piacenza. Dal canto loro si mossero ancora i Veronesi e Mantovani in favore del Visconte. Ma i Torriani coi Milanesi, Bergamaschi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Cremaschi, Pavesi, Vercellini e Novaresi, potentemente anche essi fecero oste per impedire i tentativi de' nemici [Corio, Istor. di Milano.]; e venne in persona Giovanni marchese di Monferrato a Milano, siccome antico nemico de' Visconti, per contrastar loro ogni avanzamento. Per così gagliarda opposizione nulla potè fare Alberto Scotto; e Matteo Visconte, che si era impadronito di Bellinzona, Lugano, Varese e del Borgo di Vico, e teneva come assediata la città di Como, al vedere che si facea un gran preparamento di armi per isnidarlo da que' paesi, si ritirò anch'egli, e venne ad assicurarsi in Piacenza. Negli anni addietro la città di Brescia [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] si trovava in somma disunione per varie fazioni interne e per li Ghibellini fuorusciti. Nel marzo dell'anno 1298 presero que' cittadini il salutevol consiglio di riunirsi, e di richiamare in città i nobili sbanditi. Il che fatto, per ischivar le preminenze e gare nel governo, costituirono per loro governatore Bernardo de' Maggi vescovo della città per cinque anni avvenire. Terminava in questo anno la giurisdizione sua; ma avendo egli assaggiato il dolce del comando, e volendo continuar nella signoria, perchè se gli opponeva Tebaldo de' Brusati, uno de' più potenti nobili, guelfo di professione, coll'adoperar la forza, il cacciò in esilio con altre nobili famiglie, e massimamente i Griffi, Gonfalonieri ed Ugoni. Questo Tebaldo fu poi nell'anno seguente mandato [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] per conte ossia governator della Romagna da papa Benedetto XI. Anche in Parma [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.] fu proposto di rimettere in città tutti gli usciti, cioè la parte del vescovo. Ghiberto da Correggio quegli era che più degli altri si sbracciava per questa pace. Non mancavano contradditori, e si fu alla vigilia d'una battaglia fra loro; ma, per cura di Cavalcabò marchese di Viadana e d'altri Cremonesi, cessò l'animosità e il rumore, e finalmente, accettata la concordia, nella festa di san Jacopo di luglio rientrarono in Parma tutti gli usciti con ghirlande in capo, e non ne seguì contrasto alcuno. Si venne allora a conoscere il perchè Giberto da Correggio si fosse cotanto scaldalo per questa concordia. Dopo la nona del giorno stesso i medesimi usciti già guadagnati, unitisi cogli amici e fautori d'esso Giberto, cominciarono con alte voci a gridare: Viva, viva il signor Giberto. Tumultuariamente per questo si tenne consiglio, e in esso fu data al medesimo Giberto la signoria della città. Fecesi in quest'anno sentire un fiero tremuoto nella marca d'Ancona, nella Romagna, in Venezia e Schiavonia, per cui spezialmente in Fano e Sinigaglia caddero a terra molte torri e case. In Firenze [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 68. Dino Compagni, lib. 3.], per la prepotenza di Corso Donati, capo della parte nera, cioè guelfa, si venne a tal rottura fra i cittadini, che era per succederne lo sterminio della città, se non accorrevano i Lucchesi con grosso nerbo di cavalleria e fanteria per mettere pace. Loro fu conceduta per questo molta balia, ed essi pubblicarono varii bandi, tanto che si quetò la terra per allora.


MCCCIV

Anno diCristo mccciv. Indizione II.
Benedetto XI papa 2.
Alberto Austriaco re de' Romani 7.

I pensieri del buon papa Benedetto XI miravano tutti alla pace. Non era egli nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava, ma toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar moneta; e più all'indulgenza che al rigore era portato il benigno animo suo. Diede l'assoluzione ai due deposti cardinali Jacopo e Pietro Colonnesi, e restituì loro molti privilegii, ma non gli Stati, nè il cappello cardinalizio. Fulminò le censure contra di Guglielmo da Nogareto, Sciarra dalla Colonna ed altri che aveano insultato il defunto pontefice, e rubato il tesoro della Chiesa in Anagni. Cassò o mitigò molte costituzioni d'esso papa Bonifazio, perchè fatte di suo capriccio, senza voler dipendere dal consiglio dei fratelli, cioè del sacro collegio de' cardinali. Specialmente annullò quelle che riguardavano Filippo re di Francia, con rimettere quel re e regno in possesso di tutti i suoi privilegii. Ma il santo padre, stando in Roma, si trovava come in prigione, perchè in città piena allora di fazioni e di prepotenti; e i primi fra essi erano i cardinali delle famiglie grandi di Roma, che a modo loro voleano raggirar la corte; laonde restavano impuniti i misfatti, e una sfrenata licenza regnava dappertutto [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.]. Al buon papa pareva mille anni un'ora, per potersi levare da sì scompigliata città; e però, venuta la primavera, pubblicò di voler per sua divozione passare ad Assisi. Se gli opposero forte i cardinali, per paura che scappasse loro dalle unghie; ma per buona fortuna il cardinal Matteo Rosso degli Orsini, capo di gran fazione, per suoi segreti fini approvò l'andata; e così venne il buon papa a Perugia, dove piantò la sua residenza. Bramoso intanto di ridurre alla pace i troppo disuniti Fiorentini, spedì colà Niccolò da Prato cardinale e vescovo d'Ostia, personaggio di gran senno ed attività, e ghibellino di nascita, incaricandolo specialmente di ridurre in Firenze la parte de' Bianchi fuorusciti [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 69. Dino Compagni, lib. 3.]. Andò il cardinale, trovò il popolo tutto per lui, che gli diede ampia balia di far la pace. Ma i grandi della parte nera, cioè guelfa, non potendo sofferire che i Bianchi ghibellini tornassero e volessero parte nel governo, nè sapendo come parar questo colpo, ricorsero ad un sottile inganno; e fu quello di fingere una lettera a nome del cardinale legato, col suo sigillo, ai Bolognesi, acciocchè venissero con tutte le loro forze a Firenze. Arrivarono i Bolognesi con gran gente sino al piano di Mugello; e, udita la lor venuta, come ordinata dal legato, i grandi fiorentini ne fecero alti schiamazzi, e se ne risentì forte anche il popolo. E tuttochè il cardinale protestasse di non avere mai scritto perchè i Bolognesi venissero, e li rimandasse indietro; pure s'incagliarono in maniera gli affari, che fu consigliato il cardinale di andare a divertirsi per qualche giorno a Prato. Vi andò egli, ma gli astuti Fiorentini avendo sovvertiti segretamente i Guazzalotti, potente famiglia di quella terra, ed altri Guelfi, si levò a rumore il popolo di Prato contra del cardinale, il quale non si aspettava nella patria sua un trattamento di tanta ingratitudine; e però se ne partì tosto, con lasciare scomunicati i Pratesi, e sotto l'interdetto la terra. Tornossene a Firenze; ma, per quanto dicesse e facesse, trovò ostinati nemici della concordia que' cittadini; sicchè, veggendoli già in procinto di tumultuare contra di lui, gli convenne andarsene, con dare la maledizione e sottoporre all'interdetto quella città. Nè si dee tacere che, mentre egli era in Firenze, accadde che quei popolani fecero in Arno sopra barche una rappresentazione orrida dell'inferno: spettacolo veramente convenevole a quei barbarici tempi. V'accorse il popolo, e tanta fu la folla sul ponte della Carraia, fabbricato allora di legno, che esso sprofondò, e molta gente ne rimase annegata o morta, o guasta in altra maniera. Partito poscia il cardinal da Firenze, nel dì 10 di giugno, vennero all'armi que' cittadini che tenevano per la pace, e gli altri che la ricusavano. In tal congiuntura fu attaccato ad alcune case il fuoco [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e questo, non trovando chi corresse a smorzarlo, cotanto si dilatò, che distrusse palagi, torri, case e fondachi senza numero. Il Villani parla di più di mille e settecento case rimaste in preda alle fiamme, con perdita immensa di robe e mercatanzie. Nè mai arrivavano i pazzi popoli a conoscere i dolci frutti della concordia, gli amari della discordia. Tentarono poscia i fuorusciti di Firenze di sorprendere la città; e venuti nel dì 20 di luglio sino alle porte con isforzo di molte migliaia di persone, si studiarono d'entrarvi; ma dal popolo, che tutto fu in armi, furono non solo respinti, ma anche sconfitti colla perdita di molte persone.

Poco tempo godè la Chiesa di Dio dell'ottimo papa Benedetto XI, imperciocchè, soggiornando egli in Perugia, nel mese di luglio del presente anno passò a miglior vita [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80. Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.]. Intorno al giorno della sua morte veggo assai discordi gli scrittori. Fu così inaspettata morte attribuita a veleno, dicendosi, che mentre egli era a tavola, venne un giovinetto vestito da donna, che a nome della badessa di santa Petronilla gli presentò un bacino d'argento con dei fichi-fiori, che soleano molto piacergli. Ivi era nascosa la sua morte: però, dopo averne mangiati assai, cadde tosto infermo di febbre, e in pochi dì sbrigò da questa vita. Ferreto Vicentino, che fa due scalchi del pontefice manipolatori di questo, non so se vero o immaginato, assassinio, scrive che ne fu data la colpa a Filippo il Bello re di Francia, perchè corse voce che questo papa volesse confermare la scomunica contra di lui: cosa che non si accorda coi brevi favorevoli ad esso re, rapportati dal Rinaldi [Raynald., in Annal. Eccles.]. Se pur ha fondamento la di lui morte violenta, più verisimile è quanto scrive Giovanni Villani: cioè che essa venisse da qualche cardinale di depravata coscienza, giacchè non ne mancava in que' tempi, o perchè egli avea riprovati molti atti di papa Bonifazio VIII, o perchè, secondo l'asserzion di Ferreto, si scoprì ch'egli volea fissar la sua residenza in Lombardia, per sottrarsi alla tirannia d'alcuni di que' porporati che poteano a lui fare ciò che aveano fatto al suddetto papa Bonifazio. Quel che intanto è certo, morì questo buon pontefice in concetto di santità; Dio ancora il glorificò dopo morte con varii miracoli, di modo che pochi anni sono che Benedetto XIII sommo pontefice il registrò nel catalogo de' beati, e la sua vita si legge scritta e publicata dal canonico Antonio Scotto di Trivigi. Come poi passasse il conclave per l'elezion di un successore, lo dirò all'anno seguente. Nel mese di marzo del presente anno Alberto Scotto signor di Piacenza [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.], dappoichè colle frodi s'era tirata addosso la nemicizia de' popoli circonvicini, fatta oste contro ai Pavesi, prese alcune loro castella, e diede il guasto al paese: nella qual occasione i Parmigiani mandarono in aiuto di lui cento uomini d'armi da due cavalli l'uno. Ma nel maggio appresso i Pavesi, Milanesi, Lodigiani, Vercellini, Novaresi, Cremaschi e Comaschi, Giovanni marchese di Monferrato, un figliuolo del medesimo Alberto ribello del padre, entrarono dalla parte del Pavese con un grosso esercito sul Piacentino, e, fermato il campo a Fontana, cominciarono a saccheggiar il paese sin quasi alle porte di quella città. In aiuto dello Scotto si mosse Matteo da Correggio, fratello di Giberto signore di Parma, con tutta la cavalleria e fanteria parmigiana. Vi corsero ancora gli Alessandrini, Tortonesi ed Astigiani, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte. Erano usciti anche i Cremonesi contra di Piacenza, ma si fermarono perchè i Mantovani e Veronesi minacciarono di assalire il loro distretto. Non ostante questa gran mossa d'armi, niun combattimento seguì, e il tutto si ridusse a guasti e saccheggi. Ma sì gravi nemicizie di Alberto Scotto faceano star malcontenti i più dei Piacentini, perché ne pagavano essi il fio; e però nel mese d'agosto tentarono di deporlo. Prevalse egli, e rimasero morti e banditi molti dei congiurati, e nominatamente due della nobil casa de' Confalonieri, le case dei quali, siccome ancor quelle de' Visconti Piacentini, furono atterrate. Tornarono poscia nel settembre i collegati sopraddetti dalla parte di Cremona a guastar il contado di Piacenza sino alle porte della città, con fare immenso bottino. E nel novembre tolsero il castello di Rivalgerio e la città di Bobbio che dianzi ubbidiva a Piacenza. Disperati per tanti danni i Piacentini, si rivoltarono quasi tutti contra di Alberto Scotto. Sotto colore di sostenerlo accorse colà Giberto da Correggio signore di Parma con tutta la sua gente e milizia; andò a finir la faccenda in un giuoco di mano, perchè il Correggiesco consigliò lo Scotto a ritirarsi per ora in Parma; e dacchè fu partito, Giberto si fece proclamar signore di Piacenza da alcuni di que' cittadini, e da tutta la gente sua. Così una volpe cacciò l'altra. Ma ebbero corti i piedi le contentezze e frodi del Correggiesco. I Piacentini, che non voleano avere cacciato un padrone per averne un altro, tutti un dì diedero di mano all'armi, gridando popolo, popolo, e bisognò che Giberto si affrettasse a scapparsene a Parma. Fu poi bandito Alberto Scotto con assai de' suoi amici, spianati i suoi palagi, e rimessi in città tutti i fuorusciti. Ancora in Asti succederono delle novità. Comandava quasi a bacchetta in quella città Giovanni marchese di Monferrato [Chron. Astense, cap. 53, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]; e temendo quel popolo di perdere un dì la libertà, segretamente si raccomandò a Carlo II re di Napoli, e a Filippo di Savoia principe della Morea, che mandarono molta gente in aiuto di essi e dei Soleri, nobil famiglia fuoruscita. Con queste forze nel mese di maggio, correndo la festa dell'Ascensione, rientrarono in quella città i Soleri per forza, e ne scacciarono i Gottuari ed altri loro avversarii, col saccheggio e bruciamento delle lor case. Parimente in Bergamo fu mutazione, perchè, entrativi i Bonghi e Rivoli, ne fecero uscire i Soardi e Coleoni e i lor seguaci. Tali erano in questi tempi le gran faccende, cioè le pazzie di tante città italiane. Certamente quantunque niun tempo possa vantar esenzione da' guai, pure cieco ed ingrato a Dio sarebbe chi non riconoscesse la felicità de' nostri, paragonando col presente lo stato sempre inquieto e sedizioso della Italia ne' secoli, de' quali ora parliamo. Fu eziandio guerra in quest'anno fra i Padovani e Veneziani, perchè i primi voleano far delle saline al lido del mare: il che veniva loro contrastato dagli altri, che pretendeano di lor giurisdizione quei siti. Fabbricarono anche i Padovani alcune fortezze in que' siti, e in vicinanza di Chiozza una terra, a cui, per far onta a' Veneziani, posero il nome di Genova picciola. Perciò ne seguirono zuffe ed ammazzamenti [Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]; ma, per interposizione di amici, si venne in questo medesimo anno a buona concordia. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.] scrive che n'ebbero i Padovani delle percosse; e però i saggi s'appigliarono ai consigli di pace. In Verona [Contin. Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.] nel dì 7 di marzo diede fine a' suoi giorni Bartolommeo dalla Scala signor di quella città, e succedette a lui nel dominio Alboino suo fratello.


MCCCV

Anno diCristo mcccv. Indizione III.
Clemente V papa 1.
Alberto Austriaco re de' Romani 8.

Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi divisi in due fazioni [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.]. Capo dell'una il cardinal Matteo Rosso degli Orsini con Francesco Gaetano nipote di papa Bonifazio VIII, guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria d'esso Bonifazio. Capo dell'altra il cardinale Napoleone degli Orsini dal Monte col cardinale Niccolò da Prato, tutti e due parziali del re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese, opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziati Carlo II re di Napoli e Filippo il Bello re di Francia [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi. Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva. Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi [S. Antonin., P. III, tit. 21.], creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di lista Bertrando del Gotto, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello a Jacopo e Pietro dalla Colonna; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersi in capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice, non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano: ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor fallo i cardinali [Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome di Clemente V), furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica, e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente coronato, e servito da Filippo re di Francia, da Carlo di Valois e da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata, per la gran calca della gente, si rovesciò un muro in vicinanza del papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di lui fratello [Westmon. flosc., Histor.]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro dalla Colonna.

Nel mese d'aprile di quest'anno Azzo VIII marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio [Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.], condusse in moglie Beatrice figliuola di Carlo II re di Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione. Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede [Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.]. Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi, e gran tumulto ne succedette [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. La peggio toccò alle nobili famiglie de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione. Da lì a non molto si scoprì il disegno d'alcuni nobili, di deporre dalla signoria di Parma Giberto da Correggio, e fu detto che il marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio, giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto, che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti. Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano, tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna, dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'anno Giovanni marchese di Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Lasciò erede de' suoi Stati Jolanta, ossia Violanta sua sorella, imperadrice di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. Ora Manfredi marchese di Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura [Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.], per linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi di Monferrato, senza voler attendere il testamento di Giovanni, entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma, secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia e con Filippone conte di Langusco, signore di Pavia. E si vede che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse anche a Costantinopoli, che Margherita di Savoia, rimasta vedova del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo, il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la falsità di questa gravidanza, il greco imperadore Andronico Comneno Paleologo e Jolanta sua moglie, chiamata Irene dai Greci, presero la risoluzione d'inviare in Italia il principe Teodoro lor secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua persona. Era in questi tempi [Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.] la città di Pistoia un buon nido de' Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi, tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egli Roberto duca di Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata da Giacomo re d'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vi stettero sotto più mesi; e benchè il cardinal Napoleone e quello da Prato, siccome ghibellini, inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti [Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.


MCCCVI

Anno diCristo mcccvi. Indizione IV.
Clemente V papa 2.
Alberto Austriaco re de' Romani 9.

Rivocò in quest'anno papa Clemente le esorbitanti costituzioni di papa Bonifazio VIII, colle quali aveva asserito il re e regno di Francia dipendenti e soggetti anche nel temporale ai romani pontefici [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. E intanto, sì entro che fuori d'Italia, emanavano ordini di pagar decime ai re, specialmente di Francia, Napoli e Sicilia, collo spezioso pretesto di conquistar l'imperio greco e la Terra santa; al quale effetto si dicea farsi dei preparamenti da Carlo di Valois. A tali imprese esortò il papa anche i Genovesi e Veneziani con belle lettere. Certo è che furono pagate le decime, e in borsa dei principi colò quel danaro, ma senza che ne sentissero dolor di capo Greci, Turchi e Saraceni: se non che i cavalieri dello Spedale, oggidì di Malta, colle lor forze impresero l'assedio di Rodi, occupato dai Turchi, e continuando la guerra per lo spazio di quattro anni, finalmente se ne impadronirono. Ma pelando con tal pretesto il papa e i cardinali le chiese di Francia, sì gagliardi furono i lamenti di quel clero, che lo stesso re, benchè tanto amico del pontefice, s'interpose per metter freno agli abusi. Riuscì in quest'anno [Annal. Estenses, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens, tom. 11 Rer. Ital] ai segreti maneggi de' Bolognesi e di Giberto da Correggio signor di Parma, di dare una fiera percossa ad Azzo Estense signor di Ferrara, con ordire tradimenti in Modena e Reggio, i quali ebbero il desiato effetto. Nella notte precedente al dì 26 di gennaio si levò a rumore il popolo di Modena, incitato specialmente da Manfredino da Sassuolo (cioè da chi era costituito capitano della milizia dal marchese, il quale più di lui che d'altri si fidava) e da Sassuolo suo figliuolo, e da Rinaldo da Marcheria altro capitano del marchese. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, Hist., tom. 9 Rer. Ital.] si stende molto nella narrativa del fatto. A me basterà di dire, che quantunque Fresco, bastardo del marchese, cogli stipendiati, venuto il giorno, facesse ogni possibil resistenza, pure fu costretto a ritirarsi nel castello, e il castello fece poca difesa, perchè non era provveduto di viveri, e convenne cederlo a patti di buona guerra. In quello stesso giorno i Rangoni, Savignani, Boschetti ed altri fuorusciti rientrarono nella città, e si fece gran festa e galloria per avere ricuperata la libertà, ma libertà che costò ben cara ai Modenesi, perchè tornò la discordia, e mali infiniti si scaricarono da lì innanzi sopra questa città, che, credendo di star meglio, stette peggio dipoi, finchè tornò sotto il dominio degli Estensi. La mutazion di governo in Modena fu cagione che nel dì seguente anche i Reggiani, animati da questo esempio, si ribellassero al marchese Azzo, e ne cacciassero a forza il suo presidio colla morte di molti. Corse tosto colà Giberto da Correggio con un grosso corpo d'armati; e forse perchè andò poi tessendo delle reti, per ottener la signoria di quella città, da lì a pochi giorni vi fu gran rumore, e Giberto prese la piazza e il palazzo del comune. Ma infine, contentandosi che i Reggiani prendessero per loro podestà Matteo suo fratello, se ne tornò a Parma, e strinse in questo tempo parentela con Alboino dalla Scala signor di Verona, dandogli in moglie una sua figliuola. Diedene un'altra ancora a Francesco figliuolo di Passerino de' Bonacossi, cioè di colui che fu dipoi signore di Mantova. Presero i Mantovani in queste rivoluzioni il castello di Reggiuolo ai Reggiani, nè più lo renderono, con grave danno e doglia del popolo di Reggio. Nel mese di febbraio [Chron. Parmense, tom. 19 Rer. Ital.] si strinsero in lega le città di Parma, Modena, Reggio, Mantova, Verona e Brescia, tutte a' danni del marchese Azzo, con disegno di cacciarlo anche fuori di Ferrara, ma con tutti i loro sforzi non venne lor fatto il colpo.

Accaddero in quest'anno anche in Bologna delle fiere rivoluzioni [Matth. de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu creduto o provato che la fazion de' Lambertazzi e Bianchi, cioè quella de' Ghibellini, volesse far delle novità: però fu in armi il popolo gridando: Muoiano i Ghibellini, vivano i Guelfi. Per testimonianza di Dino Compagni, fu questa una mena de' Fiorentini, nemicissimi de' Ghibellini. Molti d'essi Lambertazzi furono morti, il resto prese la fuga, e ne seguirono saccheggi e abbattimenti di parecchie case. In queste turbolenze Romeo de Pepoli con altri nobili preso, fu posto in quelle carceri, ma poi rilasciato. Tornò quella città a parte guelfa. Molte altre guerre seguirono per questo sconcerto nel contado di Bologna, ch'io tralascio. Ora, l'essere divenuta la parte guelfa trionfante in Bologna, servì a rimettere la buona armonia fra quel comune ed il marchese Azzo d'Este, capo dei Guelfi; e perciò non solamente pace, ma anche lega fu stabilita fra loro; e tanto essi Bolognesi che i Fiorentini, caporali anche essi della fazione guelfa, mandarono soccorsi di gente al marchese, contra del quale Bottesella dei Bonacossi signor di Mantova, Alboino dalla Scala signor di Verona coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Piacentini ed altri della lor lega fecero grande oste nel mese di luglio [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Presero essi nel distretto di Ferrara Massa, Melara, Figheruolo e la Stellata, con arrivar anche sino alle porte di Ferrara, ma con ritrovarvi quel popolo ben disposto alla difesa; e però se ne tornarono a casa. Vennero poi di nuovo essi collegati nel mese di ottobre nel distretto di Ferrara, ed ebbero a tradimento il forte castello di Bregantino, nè poterono far di più. Continuava tuttavia l'assedio di Pistoia, sostenuto con gran vigore e disagi per tutto il verno dai Fiorentini [Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82.] e Lucchesi, quando s'udì che veniva in Italia il cardinal Napoleone degli Orsini, ghibellino di genio, spedito da papa Clemente V per legato in Italia, affin di pacificare le città troppo divise nell'interno loro, o in rotta coi vicini. I Fiorentini, gente che sapeva far la punta agli aghi, s'avvisarono tosto che egli verrebbe per intorbidare il conquisto di Pistoia, giacchè sapeano disgustato il pontefice per la già mostrata disubbidienza: provvidero al bisogno con un tradimento. Cioè fecero entrare un frate in Pistoia, il quale per parte loro promise le più belle cose del mondo a quel popolo, di maniera che parte per la fame, giunta quasi all'estremo, e parte pel dolce suono delle esibite vantaggiose condizioni, renderono infine la terra nel dì 10 d'aprile [Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]. Niuna promessa fu loro attenuta; anzi un terribile strazio si fece di quell'infelice città. Divisero i Fiorentini e Lucchesi fra loro il contado, atterrarono tutte le mura e fortezze della città, e ne spianarono le fosse. Infierirono ancora contro i palagi e le case dei Ghibellini e Bianchi, diroccandole: in una parola, restò Pistoia uno scheletro, e sotto l'aspro governo de' vincitori. Venne in Italia il cardinal Napoleone, e, udita la resa di Pistoia, ne fu molto dolente. Andossene a Bologna per rimetter quivi la pace e gli usciti. Anche ivi lavorarono sottomano i Fiorentini [Dino Compagni, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], con far giocare danaro, e indussero que' maggiorenti ad opporgli un trattato pregiudiziale allo stato loro. Perciò nel dì 22 di maggio commosso il popolo a rumore, colle armi in mano corse al palazzo del legato con tal furore e minaccie, che gli convenne sloggiare, e furono morti alcuni di sua famiglia, e rubata, nell'andarsene, buona parte de' suoi ricchi arnesi. Pien di vergogna e rabbia si ritirò il cardinale ad Imola, e, quivi stando, nel dì 24 di giugno [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] scomunicò i rettori ed anziani di Bologna, mise l'interdetto alla città, la privò dello Studio, con dichiarare scomunicato chi v'andasse a studiare: il che fu la fortuna di Padova, perchè tutti gli scolari passarono allo Studio di quella città. Aveva egli fatto sapere anche a' Fiorentini di voler visitare la lor città, per liberarla dall'interdetto e dalle censure. Gli fu fatto intendere che non s'incomodasse, perchè per allora non aveano bisogno di sue benedizioni: con che restò egli nemico ancora di Firenze, e riconfermò l'interdetto e l'altre pene spirituali, delle quali erano già aggravati. Signori di Bertinoro in questi tempi erano i Calboli, e faceano mal governo. Alberguccio dei Mainardi, aiutato da' Forlivesi e Faentini, nel dì 6 di giugno prese la terra; ed essendosi ritirati i Calboli nel Girone, por mancanza di vettovaglia, furono astretti a renderlo, salve le robe e le persone. Secondo la Cronica Forlivese [Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], passò quella nobil terra in potere del comune di Forlì. Una somigliante disgrazia accadde a Pandolfo Malatesta, che era podestà e quasi signore di Fano. Ne fu egli scacciato nel luglio di quest'anno, ancorchè avesse per sua guardia cinquecento cavalieri e trecento pedoni. Poscia nel seguente agosto anche il popolo di Pesaro, di cui era podestà, il fece con mala grazia uscire della lor città. Perdè egli finalmente anche Sinigaglia, di cui era quasi signore. Per attestato del Corio [Corio, Istor. di Milano.], Matteo Visconte venne con un buon corpo di soldatesche in quest'anno per prendere Vavro sul fiume Adda; ma, accorsi i Milanesi coi lor collegati, fecero restar vani i di lui attentati. Però, conoscendo egli troppo contraria a sè la presente fortuna, si ritirò finalmente in solitario luogo a far vita privata e nascosa, aspettando tempi più propizii a' suoi desiderii. Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Italic.] scrive che egli si ricoverò prima al lago d'Iseo, e poscia andò ad abitare nella villa di Nogarola, che era di Bailardino da Nogarola, nei confini di Mantova, dove da povero signore dimorò circa cinque anni. Galeazzo suo figliuolo fu in questi tempi podestà di Trivigi.

In Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] per la festa dell'Epifania i Doria (a riserva di Bernabò Doria) con altri grandi della fazion mascherata, cioè ghibellina, presero l'armi per abbassargli Spinoli e la parte popolare. Furono vinti dalla forza del popolo, e se n'andarono in esilio. Allora il popolo costituì capitani e governatori della città il suddetto Bernabò ed Obizzone Spinola da Lucolo. Anche il popolo piacentino [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] diviso in due fazioni fu in armi nel dì 16 di maggio. Restarono superiori nel conflitto i Laudi, i Fulgosi e Visconte Pelavicino, e fu cacciata dalla città la famiglia de' Fontana con tutti i suoi seguaci. Approdò in quest'anno a Genova Teodoro figliuolo di Andronico Comneno imperador de' Greci, venuto per entrare in dominio del Monferrato [Guillelmus Ventura, Chron. Astens., cap. 42 tom. 11 Rer. Ital.], lasciatogli in eredità dal fu marchese Giovanni suo zio. Ma trovò quegli Stati per la maggior parte occupati da Manfredi marchese di Saluzzo e dai fuorusciti d'Asti. Si prevalse di quella occasione Obizzino Spinola, uno de' capitani e come signori di Genova, per fargli prendere in moglie Argentina sua figliuola, al che condiscese Teodoro per isperanza d'essere assistito ne' correnti suoi bisogni dal potente suocero, e in considerazione ancora di un'altra figliuola d'esso Obizzino Spinola, maritata con Filippone conte di Langusco e signor di Pavia, la cui parentela potea molto giovargli. Ciò fatto, venne a Casale di Sant'Evasio, accolto con gran festa da quel popolo e da altre terre del Monferrato, che s'erano conservate fedeli, e si gloriavano di aver per loro padrone il figliuolo d'un imperadore. Qual fosse lo stato allora del Monferrato e del Piemonte, l'abbiamo da Guglielmo Ventura, chiamato Ruffino da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Avea il suddetto marchese di Saluzzo occupate molte terre che erano in Piemonte, già possedute da Carlo I re di Sicilia. Nell'anno precedente mandò il re Carlo II, nel mese di marzo, Rinaldo da Leto Pugliese suo siniscalco con cento uomini d'armi ed altrettanti balestrieri in Piemonte. La città d'Alba e le terre di Cherasco, Savigliano e Montevico giurarono nelle di lui mani di nuovo fedeltà al re. Dopo di che egli, coll'aiuto degli Astigiani, tolse Cuneo ed altri luoghi al marchese di Saluzzo, il quale tra per levarsi di dosso questo possente nemico, e per poter tenere le molte terre già occupate nel Monferrato, venne ad un accordo col re Carlo II nel dì 7 di febbraio dell'anno presente, con riconoscere da lui in feudo il marchesato del Monferrato, e cedergli Nizza della Paglia e Castagnole, terre del medesimo marchesato. Niuna ragione avea il re Carlo sopra del Monferrato; ma il marchese venne a questo atto per sostener la preda colla protezione ed aiuto del re contra del greco Teodoro. Quanto agli Astigiani, essendo capitato ad Asti Filippo di Savoia principe della Morea, che tornava di Levante con due soli compagni, e trovandosi quel popolo assai stretto per le molte terre del loro contado occupate dalla fazion dei Gottuari fuorusciti, venne in parere di prendere questo principe per suo capitano per tre anni avvenire, dandogli ventisette mila lire ogni anno: con che egli dovesse tenere cento uomini d'armi al loro servigio. A man baciata accettò il principe questo impiego, sperando fra qualche tempo di piantar quivi le radici con divenir signore di quella allora assai ricca città. Nè passarono mesi, ch'egli imperiosamente ne richiese il dominio a que' cittadini, la metà per lui, e l'altra per Amedeo conte di Savoia suo parente. Fu in pericolo della vita per questo, tanto se ne sdegnarono gli Astigiani; ma si disdisse, e cessò il rumore. Avendo poi desiderato il marchese Teodoro d'abboccarsi con esso principe e coi deputati d'Asti al ponte della Rotta, si videro insieme, e, per attestato del Ventura, Filippo corse ad abbracciare e baciare, con bacio poco corrispondente al cuore, il marchese; e, poi trattatosi di lega, promise quanto l'altro desiderò. Ma appena fu ritornato ad Asti, che scoprì il suo mal animo contra di Teodoro, ed aspramente comandò agli Astigiani di astenersi dal far lega con lui, non senza maraviglia di chi era intervenuto al suddetto abboccamento. Anche un uffiziale del re Carlo avea voluto indurlo con vantaggiose condizioni a far lega col suo signore contra del marchese di Saluzzo; e il principe ricusò tutto. Ne fu informato il re con esagerazion dell'uffiziale, e andò così in collera, che giurò di vendicarsene; e gli attenne la parola, perchè spedì Filippo principe di Taranto suo figliuolo con una armata che gli occupò il principato della Morea. Allora Filippo di Savoia quasi per forza contrasse lega in Piemonte col re Carlo, e perchè gli Astigiani presero la villa di Cavalerio senza sua saputa, si ritirò da Asti; e favorendo poscia i fuorusciti di quella città, seguitò a guerreggiare unito co' Provenzali contra di Teodoro marchese di Monferrato. Tale era allora lo stato di quelle contrade.