ANNALI
D'ITALIA
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ANNALI
D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E
CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta


VOLUME SESTO


VENEZIA

DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED.
1846


[INDICE]


ANNALI D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

MCCCCLXIV

Anno diCristo MCCCCLXIV. Indiz. XII.
Paolo II papa 1.
Federigo III imperadore 13.

Con tutta l'ansietà di Pio II pontefice di far una spedizion memorabile contra de' Turchi, giunti oramai colle tante loro vittorie e conquiste a minacciar fino la stessa Italia [Raynaldus, Annal. Eccles.], fin qui non avea potuto dar compimento all'ardente sua brama per cagion della guerra suscitata nel regno di Napoli, in cui anch'egli s'era impegnato. Ora che vide assicurato sul trono l'amico suo Ferdinando, ed atterrato Giovanni duca d'Angiò [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], il quale nell'anno presente se ne ritornò a' suoi paesi in povero stato, ma con fama di valoroso signore e molto dabbene; si applicò con tutto vigore a promuovere il disegno di far grandi imprese in Oriente. Nel dì 18 di giugno mosse da Roma, ed inviossi alla volta d'Ancona, città allora afflitta dalla peste, dove, secondo i concerti fatti, si aveano a raunar tutte le genti e navi destinate a procedere contra de' Turchi, e che da tutte le parti della cristianità colà concorrevano. Lo stesso pontefice protestava e faceva sapere da per tutto di voler egli in persona montar sulla flotta per assistere ed animare i campioni cristiani [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.]. Non mancarono maliziosi, i quali credettero tal voce un colpo di politica solamente per tirar gente a quell'armata. Aggiungono, che egli meditava di navigar solamente sino a Brindisi, e di quivi trovar pretesto di malattia, o di disunione, per tornarsene, finito che fosse il verno, a Roma. Ma il Cardinal di Pavia Jacopo Ammanati, che seco era, e descrive il suo viaggio, ci assicura [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 1.], essere stato verissimo il proponimento del pontefice. Arrivato esso papa ad Ancona, malconcio di salute, si fermò ad aspettar la flotta veneta, che dovea giugnere col doge stesso, cioè con Cristoforo Moro. S'avea anche certezza che Filippo duca di Borgogna era per venire in persona. Giunse in oltre gran gente crocesegnata per imbarcarsi; ma tra il tardare ad arrivar le navi, ed il non veder essi capitano alcuno di grido eletto per comandar l'armata, moltissimi se ne tornarono alle lor case. Pure, non ostante l'infermità del corpo, l'intrepido pontefice sollecitava l'impresa. Crescendo intanto i suoi malori, nel giorno stesso 14 d'agosto, in cui giunse ad Ancona la flotta dei Veneziani, peggiorò talmente papa Pio II, che nella seguente notte rendè lo spirito a Dio [Platina, Vita Pii II. Campanus, in Vita Pii II.] fra le lagrime de' porporati che l'aveano seguitato, e di tutti i suoi familiari. Chi vuol conoscere il maraviglioso ingegno di questo pontefice, legga ciò che ne lasciò scritto un altro insigne ingegno, cioè il cardinal di Pavia suddetto nelle lettere sue [Jacobus Papiensis, Ep. 41, 47, 49.]; oppur legga le opere ed epistole del medesimo Pio II, ossia d'Enea Silvio. Per la morte sua restò dipoi troppo sturbata l'impresa della crociata, e seguitarono perciò ad andare alla peggio le cose de' cristiani in Oriente. Col corpo del defunto pontefice si trasferirono a Roma i cardinali, ed, entrati in conclave nel dì 31 d'agosto, come ha il Platina [Platina, Vita Pii II.], oppure nel dì 30, come scrivono l'Infessura [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] e l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], elessero papa Pietro Barbo cardinale di San Marco, ch'era in concetto di gran politicone le cui azioni si veggono descritte da Michele Cannesio nella Vita di lui. Questi prese il nome di Paolo II, e fu poi coronato nel dì 16 di settembre. S'applicò ben tosto il novello papa a continuare i disegni del suo predecessore per la guerra contra del Turco, con poco successo nondimeno, andando a finir tutte le promesse dei principi in belle parole e pochi fatti.

Francesco Sforza duca di Milano, che, quantunque esibisse delle truppe, pure meno degli altri si sentiva voglia di accudire a guerreggiar contro ai Turchi, e sembra che si ridesse dei preparamenti già fatti da Pio II [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital. Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.], perchè pensava unicamente a ciò ch'era d'interesse suo proprio; giunse in quest'anno a compiere la tela sua ordita per insignorirsi di Genova. Era tuttavia in potere di Luigi XI re di Francia la città di Savona, che altro non gli fruttava se non della spesa per la guarnigione occorrente ad essa e a tre fortezze ivi esistenti. Coi suoi maneggi il sollevò da questo peso l'avveduto duca di Milano, avendone ottenuto da lui il possesso; al qual fine inviò colà un corpo di gente. Non passò gran tempo che Albenga e tutta la riviera occidentale del Genovesato venne, senza adoperar la forza, alle sue mani. Questo primo passo facilitò i seguenti. Trovavasi la città di Genova da incredibili dissensioni dei cittadini lacerata. Infin gli stessi Fregosi, uno de' quali, cioè Paolo arcivescovo, era anche doge, non serbavano fra loro migliore armonia che gli altri: tutti bei preparamenti per far riuscire il cambiamento delle cose a seconda dei desiderii del duca di Milano. Dei nobili disgustati di quello sfasciato governo, oppure dei banditi dalla patria, non pochi si accostarono allo Sforza, pregandolo di liberar la loro città dalla tirannia dell'arcivescovo. Trasse egli inoltre nel suo partito con promesse larghe e con assai lusinghe Ibleto dal Fiesco, Spineta Fregoso e Prospero Adorno. Ciò fatto, spedì verso Genova molte brigate di sua gente, che, unite colle altre raccolte dai fuorusciti, si presentarono sotto quella. Di più non occorse perchè l'arcivescovo Paolo coi suoi aderenti, dopo aver ben presidiato il castelletto, si ritirasse per mare fuori della città. Pochi giorni passarono che, per opera specialmente d'Ibleto, entrarono le armi sforzesche nella città, fu acclamato per loro signore il duca di Milano, e da lì a non molto anche il castelletto gli aprì le porte. Allorchè comparvero a Milano gli ambasciatori di Genova, si studiò il duca di riceverli con istraordinaria magnificenza, e li rimandò ben contenti. Così egli coll'acquisto di quella possente città accrebbe di molto la potenza sua, e nella stessa città tornò la quiete e la giustizia che da gran tempo ne erano sbandite.

Già si accennò la corrotta fede di Ferdinando re di Napoli: in quest'anno ancora se ne provarono i mali effetti. Grandissimo signore era Marino Marzano, perchè possedeva il principato di Rossano, il ducato di Sessa ed altre città e terre, riferite dall'autore dei Giornali di Napoli [Giornali Napolet., tom. 22 Rer. Ital.]. Per la pace fatta nel precedente anno con Ferdinando, egli se ne vivea assai quieto. Ma Ferdinando, che non sapea perdonare a chi l'avea offeso, e nulla curava i giuramenti da sè fatti, fingendo, nel principio di giugno dell'anno presente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], di andare a caccia, quando fu ai confini di Sessa, mostrò desiderio grande di abbracciare il duca e il figliuolo, a cui avea già promessa in moglie Beatrice sua figliuola, cioè quella che divenne poi regina d'Ungheria. Andato il duca, fu preso e posto senza speroni sopra una muletta, e condotto alle prigioni di Napoli. Occupò il re tutti i di lui Stati, ed imprigionò anche i di lui figliuoli, non senza grave taccia del duca di Milano e di Alessandro Sforza, perchè, fidandosi di loro, ed avendo dati loro in ostaggio tre suoi castelli, s'era esso duca indotto al precedente accordo, accorgendosi troppo tardi d'essere stato tradito anche da loro. Grande apprensione e timore concepirono per questa infedeltà di Ferdinando Jacopo Piccinino e i Caldoreschi, troppo chiaro conoscendo che poco capitale potea farsi delle parole e della fede di questo re. Infatti egli pelò poscia non poco essi Caldoreschi, e loro tolse molti Stati che godeano in Abbruzzo. Del Piccinino parleremo all'anno seguente. Degno è intanto Cosimo de Medici che si faccia menzione di sua morte, accaduta nel dì primo d'agosto dell'anno presente [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23. Raphael. Volaterran., lib. 5.], perch'egli fu uno de' più accreditati personaggi di questo secolo, e riputato fra i privati cittadini il maggiore e più ricco d'Italia. Colla sua saviezza e destrezza gran tempo governò ed aggirò come a lui piacque la repubblica fiorentina, e lasciò inestimabili ricchezze a Pietro suo figliuolo, ma non già il suo senno. Venne anche a morte in quest'anno nel dì 19 di gennaio [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], in Casale Giovanni IV marchese di Monferrato senza prole, epperò gli succedette Guglielmo suo fratello, di cui più volte abbiam parlato di sopra.


MCCCCLXV

Anno diCristo MCCCCLXV. Indiz. XIII.
Paolo II papa 2.
Federigo III imperadore 14.

Grande inquietudine avea data negli anni addietro ai papi e a Roma il conte d'Anguillara, cioè Everso degli Orsini, ma nemico degli altri Orsini. Per cagion sua non erano in verun tempo sicure le strade, perchè, facendo il mestiere dei masnadieri, assassinava i pellegrini. Sotto il suo comando si contavano, o per eredità o per occupazione, Carbognano, Caprarola, Ronciglione, Vetralla, e nove altre belle castella e terre [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2. Cannesius, Vit. Paul. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Appena creato fu papa Paolo II, che quest'uomo malvagio andò a rendere conto delle azioni sue al tribunale di Dio, restando suoi eredi due suoi figliuoli Francesco e Deifobo. Avvezzi amendue alla vita del padre, cominciarono tosto anch'essi a ricalcitrare agli ordini del pontefice, che li volea astrignere a rendere il maltolto. Perciò papa Paolo all'improvviso spinse loro addosso le sue armi col rinforzo di altre ottenute dal re Ferdinando; e in poco tempo e senza molta fatica li spogliò di tutti i loro Stati, ed essi confinò nelle carceri romane. Niccolò Forteguerra cardinale legato fu adoperato in questa impresa; e benchè paressero inespugnabili le rocche loro, pure in breve le ridusse all'ubbidienza del papa [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 2.]. Malatesta Novello de' Malatesti, fratello di Sigismondo, godeva in sua porzione le città di Cesena e di Bertinoro. Durante la guerra fatta da papa Pio II a Sigismondo, perchè impiegò le armi sue in favor del fratello, incorse nella disgrazia di quel pontefice. Abbandonato anche egli dalla fortuna, ricorse alla clemenza di Pio, ed ottenne grazia, con obbligo nondimeno che, dopo sua morte senza figliuoli, quel dominio tornasse alla santa Sede. Per sicurezza di questi patti prestarono solenne giuramento ai ministri del papa i popoli di quelle città. Avvenne appunto nel presente anno la morte d'esso Malatesta. Era in questi tempi ito Sigismondo signor di Rimini al servigio de' Veneziani, e militava in Levante, contra de' Turchi. Roberto suo figliuolo bastardo, che, nella lontananza del padre, governava Rimini, corse immantenente a Cesena e a Bertinoro, pretendendo la eredità dello zio, di modo che, arrivati i ministri pontifizii per prenderne il possesso, trovarono chi s'era levato più di buon'ora che essi. Tuttavia da lì ad alcuni giorni, accortosi Roberto che i cittadini di Cesena voleano mantener la parola data al papa, se n'andò con Dio, e quella città tornò in potere della santa Sede, e non andò molto che anche Bertinoro fece lo stesso.

In grande ansietà ed irresoluzione si trovava nell'anno addietro, siccome accennai, il conte Jacopo Piccinino [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Ist. Bresc., tom. eod., ed altri.], perchè il funesto esempio del duca di Sessa gli facea leggere nel cuore del re Ferdinando, benchè in apparenza amico, dei torbidi pensieri anche contra di lui, per essergli stato nemico. Ne scrisse a Francesco Sforza duca di Milano; e questi colle più belle parole del mondo, non solamente l'affidò, ma anche si mostrò tutto per lui; anzi l'invitò a Milano, per unire finalmente seco Drusiana sua figliuola, a lui tanto tempo prima promessa in moglie. Tuttavia neppur si fidava il Piccinino di Francesco Sforza, ben sapendo egli che con tutto il bel dire di Giovanni Simonetta nella di lui Vita, alle occorrenze lo Sforza, somigliante ad altri suoi pari, non si facea scrupolo di anteporre l'utile all'onesto. Era il Piccinino per questi tempi [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] in sommo credito di valore e di perizia nell'armi; avea sotto le sue bandiere non poche squadre di bravi combattenti; per privilegio portava il cognome delle case di Aragona e Visconte [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], possedeva Sulmona, Cività di Penna, Francavilla, Cività di Santo Angelo, il contado di Campobasso, ed altre terre da lui occupate nel regno di Napoli. Però di lui solo avea apprensione o paura il re Ferdinando, e non ne era privo lo stesso duca di Milano. Se non s'inganna Cristoforo da Soldo, scrittore di questi tempi, i Fiorentini e Bolognesi l'assicurarono che andasse a Milano. Andò nel mese di agosto dell'antecedente anno; e infatti ricevè sommi onori e carezze da Francesco Sforza, e quivi sposò la di lui figliuola Drusiana. Tante finezze e sì bel parentado il fecero infine cader nella rete. Lo andava consigliando il duca Francesco [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] di passare a Napoli, per sigillar la buona amistà col re Ferdinando; e benchè il cuor gli dicesse che gliene avverrebbe del male, e ripugnasse gran tempo, e tanto più perchè il duca Borso signor di Ferrara, suo grande amico, gli andava scrivendo di non fidarsi; pure tante promesse e speranze gli furono cacciate in corpo, che si lasciò indurre al viaggio di Napoli. Partissi egli da Milano nel mese di maggio, accompagnato sempre da Pietro Posterla segretario del duca di Milano; ed arrivato a Napoli col salvocondotto del re, sel vide venire incontro lui stesso, che con somma allegrezza lo accolse ed introdusse nella sua corte, dove per 27 giorni il trattenne. Poscia nel dì 24 di giugno, festa di s. Giovanni Batista, sotto pretesto di volergli mostrare il suo tesoro, seco il condusse nel castello, e quivi il fece mettere in prigione. Furono svaligiati i suoi soldati, preso ancora Francesco di lui figliuolo; e il re mandò tosto a prendere la tenuta di tutte le di lui terre, che il misero avea consegnato, durante la sua lontananza, a Tommaso Tebaldi Bolognese, uffiziale del duca di Milano. Da lì a non molto fu strangolato in carcere il Piccinino per ordine del re, il quale fece dargli onorevole sepoltura, e spargere voce che, nel voler egli salire ad un'alta finestra per veder le navi regie che tornavano con trionfo, caduto, s'era rotto l'osso del collo. Gran mormorazione per cotal tradimento fu per tutta l'Italia, e n'ebbe incredibil vituperio non meno Ferdinando che Francesco Sforza, non si potendo cavar di testa alla gente che anche lo stesso Sforza avesse tenuto mano al tradimento; laonde si dicea dappertutto che il duca l'avea mandato alla beccheria, ed essere il re stato il suo boia. Tornossene poi l'infelice Drusiana nell'ottobre dall'Abbruzzo alla casa paterna, dopo avere servito di zimbello alla rovina del consorte.

Nell'aprile di questo medesimo anno era venuto a Milano don Federigo d'Aragona, spedito colà dal re Ferdinando suo padre, con accompagnamento di molta nobiltà e di quattrocento cavalli [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic. Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. eod.], per condurre a Napoli Ippolita legittima figliuola di Francesco duca di Milano, da molto tempo destinata in moglie di Alfonso duca di Calabria, primogenito del re. Nel dì 25 d'aprile arrivò a Bologna, e vi tornò colla sposa suddetta nel dì 17 di giugno, e con una comitiva splendida di più di mille persone. Giunta che fu questa nobil brigata a Siena, perchè si ebbe nuova della prigionia del conte Jacopo Piccinino, quivi si fermò sino al fine d'agosto, per intendere la risoluzione del duca di Milano, il quale non mancò di far delle smanie per l'accidente contro la fede occorso a chi era suo genero; ma infine si lasciò passar la collera, e ordinò alla figliuola Ippolita di continuare il viaggio. Pervenne essa a Napoli nel dì 14 di settembre, giorno in cui fu l'ecclissi del sole, e furono fatte per molti dì solennissime feste, giostre e bagordi [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Filippo Maria Sforza, fratello della duchessa Ippolita, che l'avea accompagnata colà, ne ebbe in ricompensa il ducato di Bari. Riuscì al re Ferdinando, nel dì 29 di giugno dell'anno presente [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], dopo alcuni giorni d'assedio, di ridurre alla sua divozione l'isola d'Ischia. Fu questo l'ultimo anno della vita di Lodovico duca di Savoia, principe di gran nome, essendo stato rapito dalla morte nel dì 29 di gennaio [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.]. Lasciò una numerosa figliuolanza di maschi, il primogenito dei quali Amedeo IX gli succedette nei ducal dominio, siccome ancora di femmine, fra le quali Carlotta fu moglie di Luigi XI re di Francia, e Bona divenne moglie di Galeazzo Maria Sforza duca di Milano. Morì parimente in quest'anno Lorenzo Valla, celebre letterato, oriundo di Piacenza, nato in Roma e nobile romano.


MCCCCLXVI

Anno diCristo MCCCCLXVI. Indiz. XIV.
Paolo II papa 3.
Federigo III imperadore 15.

Con somma tranquillità passava in questi tempi sua vita Francesco Sforza duca di Milano [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 31, tom. 21 Rer. Ital.]. Per le molte obbligazioni che egli professava a Luigi XI re di Francia, il quale, trovandosi allora in una pericolosa guerra, a lui mossa dal duca di Borgogna, e da altri principi del sangue reale, faceva, in vigor della lega collo Sforza, istanza d'aiuti, gl'inviò Galeazzo Maria conte di Pavia suo primogenito in soccorso con quattro migliaia di cavalli e due mila fanti [Cristoforo da Soldo. Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], che fecero conoscere in quelle parti non vano il credito della milizia sforzesca. Per attestato di Tristano Caracciolo, dopo l'acquisto di Milano egli visse sempre inquieto pel timore che i Franzesi venissero coll'armi a far valere le lor pretensioni sopra quel ducato; e però si studiò sempre di tenerseli amici. Ma ecco la morte venire a metter fine al governo e alla vita del duca di Milano nel dì 8 di marzo. Quanto più si rifletterà alle azioni di questo invitto principe, tanto più si conoscerà non insussistente la credenza d'alcuni, che da moltissimi secoli in qua non avea l'Italia prodotto un eroe sì glorioso, come fu Francesco Sforza, in cui si unì un mirabil valore e un rarissimo senno. In ventidue battaglie che diede, sempre ne uscì vincitore, nè mai fu vinto da alcuno. Di bassissimo stato cominciò Sforza Attendolo suo padre la fortuna della propria casa; ma il figliuolo Francesco con passi giganteschi la condusse sì innanzi, che giunse in fine a signoreggiare il nobilissimo ducato di Milano, e la superba città di Genova colla Corsica, e a conseguir tal fama, che certo merita d'essere messo in confronto coi più gran capitani della antichità, e annoverato fra i personaggi più illustri nella storia d'Italia. Giovanni Simonetta, che ne scrisse diffusamente la Vita, ci lasciò ancora una dipintura de' suoi costumi e delle maniere del suo governo, ma con dimenticar nella penna gli eccessi della sua lussuria ed altri suoi difetti. Lasciò dopo di sè una figliuolanza numerosa, a lui procreata da Bianca Visconte, cioè Galeazzo Maria primogenito, Filippo Maria, Sforzino, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, oltre alle femmine e a varii bastardi. Ma niun di quei figliuoli ereditò il giudizio e le buone doti del padre; e però un sì ben piantato dominio cominciò in breve a traballare, e tutto infine precipitò. Trovavasi allora in Francia Galeazzo Maria suo successor nel ducato; ed avvisato con corrieri della morte del padre, si mise tosto in viaggio verso l'Italia, ma travestito, perchè non mancavano signorotti in questo secolo che faceano la caccia ai gran signori passanti per le lor terre, e bisognava che si riscattasse chi v'era colto. Niccolò III marchese estense e signor di Ferrara, siccome dicemmo, volendo, nell'anno 1414, passare in Francia, fu ritenuto da uno dei marchesi del Carretto, e molto vi volle a liberarlo. Corse un somigliante pericolo anche Galeazzo Maria alla Badia della Novalesa; ma ebbe la fortuna di salvarsi, e di arrivar sano sul Novarese, con far poi la sua solenne entrata in Milano come duca nel dì 20 di marzo. Per la buona provvision di sua madre non seguì tumulto alcuno interno nel ducato; nè movimento in contrario fecero le vicine potenze, ancorchè si dubitasse non poco de' Veneziani. A questa quiete contribuì ancora il pontefice Paolo II con lettere esortatorie ai principi, acciocchè non turbassero la pace d'Italia. Concorsero poi a Milano le ambascerie dei principi italiani e del re di Francia; ma non si vide, secondo alcuni, comparir quella de' Veneziani. Marino Sanuto non di meno attesta [Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.] che vi mandarono; ed è poi certo avere il novello duca inviati loro i suoi ambasciatori per raccomandare a quella potente repubblica i suoi Stati, e n'ebbe dolci e buone parole.

Fu in quest'anno afflitto il regno di Napoli dai tremuoti [Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.]. Avea ben perdonato il re Ferdinando colla bocca, ma non col cuore (cuore in cui bollivano sempre pensieri di vendetta), ad Antonio Santiglia marchese di Cotrone e conte di Catanzaro, stato suo ribello nella guerra passata. Nell'anno presente, a dì 26 di gennaio, il fece imprigionare, maggiormente con ciò dando a conoscere che balorderia era il fidarsi di lui dopo averlo offeso. S'era cominciata a guastar in Firenze la nuova armonia fra i cittadini dopo la morte del magnifico Cosimo de Medici [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fra gli altri Lucca de' Pitti potente cittadino, o per invidia del ricco e felice stato della casa de Medici, oppure per zelo, parendogli pregiudiziale alla libertà della repubblica la prepotenza de' Medici, formò una fazione, per abbattere Pietro figliuolo d'esso Cosimo, e giunse anche a tramar insidie contro la di lui vita. Per tali sconcerti fu qualche movimento d'armi in Italia. Galeazzo Maria duca di Milano prese la protezione di Pietro de Medici, ed avea in Romagna più di due mila cavalli pronti ai bisogno. Era all'incontro assistito il Pitti da duca Borso Estense, signor di Ferrara, il quale avea spedito a' confini di Pistoia Ercole Estense suo fratello con mille e trecento cavalli e molta fanteria [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Ma in quest'anno nulla di più accadde per conto della guerra. In Firenze bensì prevalse la fazione de' Medici, in guisa tale che Luca dei Pitti andò a basso. Niccolò Soderini, Diotisalvi Neroni, Antonio Acciaiuoli ed altri partigiani de' Pitti furono mandati ai confini; e così per ora restò non già estinto, ma sopito quel fuoco. Attese in questi tempi il pontefice Paolo a riformare alcuni degli abusi della sacra sua corte, spezialmente con levare molti traffici simoniaci [Raynaldus, Annal. Eccl.]. E perchè l'uffizio degli abbreviatori era screditato per le esazioni esorbitanti che vi si commettevano, lo abolì; il che fece montare in collera Bartolomeo Sacchi Cremonese, cognominato il Platina, perchè nato in Piadena, terra del Cremonese, scrittor celebre, che era uno degli stessi abbreviatori. Scrisse egli perciò un'insolente lettera al papa, e ne disse poi quanto male seppe nelle Vite dei romani pontefici. Un gran flagello delle provincie cristiane, massimamente delle chiese e de' monisteri, erano da gran tempo i legati apostolici, che bottinavano a più non posso, dovunque si stendeva la lor giurisdizione. Con salutevol bolla mise il pontefice quel freno e rimedio che potè a sì fatto scandalo ed invecchiato disordine. Avvenne ancora che nel dì 28 di gennaio dell'anno presente [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] da alcuni congiurati fu preso Cecco degli Ordelaffi signor di Forlì, odiato dai più per le molte sue ribalderie; e, ciò fatto, fu subito chiamato a quella signoria Pino degli Ordelaffi, fratello d'esso Cecco. Negli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.] solamente si legge che Cecco, dopo lunga infermità, morì nel dì 22 d'aprile. Cominciarono in questi tempi dei gravi dissapori fra papa Paolo II e il re Ferdinando. S'era messo in testa l'ultimo di voler che esso pontefice gli sminuisse il censo di Napoli. Trovò una testa forte che non volle punto condiscendere ai di lui voleri.


MCCCCLXVII

Anno diCristo MCCCCLXVII. Indiz. XV.
Paolo II papa 4.
Federigo III imperadore 16.

Saltò fuori in quest'anno una guerra inaspettata, che per buona fortuna non fu di lunga durata [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23. Cronica di Bologna, tom. 18. Rer. Ital. Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3.]. I fuorusciti fiorentini, ricche e potenti persone, s'erano in buona parte ridotti negli Stati della repubblica veneta. Fecero spezialmente capo a Bartolomeo Coleone Bergamasco, generale allora delle milizie venete, e lo attizzarono a volere dar loro aiuto. Comunicò Bartolomeo le lor proposizioni al senato veneto, e queste non dispiacquero. Ma per mostrar di non rompere i capitoli della pace, fecero vista di licenziare Bartolomeo lor generale, e ch'egli, come da sè, volesse aiutare i fuorusciti fiorentini. Niuno non di meno v'era che non iscorgesse fatta d'ordine loro e coi lor danari la massa di gente che nei loro Stati andava facendo il Coleone, personaggio per questi tempi creduto uno de' più valorosi e sperti capitani di guerra. Con esso lui s'andarono ad unire Alessandro Sforza signore di Pesaro, e Costanzo suo figliuolo colle lor brigate, Ercole d'Este fratello del duca Borso [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], Pino degli Ordelaffi signor di Forlì, Marco e Lionello de' Pii signori di Carpi, Galeotto Pico signor della Mirandola, ed altri capitani, che formarono un'armata di quasi quindici mila persone. Abbondava in questo secolo l'Italia di valenti condottieri d'armi. L'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] sotto il presente anno ci lasciò il catalogo dei più rinomati dal 1401 sino a questi giorni. Imperciocchè in uso era che i nobili più qualificati e potenti facessero e tenessero in piedi molte compagnie d'armati a cavallo e a piedi, per prendere poi servigio, dove tornava loro il conto, come venturieri. Astorre de' Manfredi signor di Faenza, dopo aver preso soldo dai Fiorentini, allettato dalle maggiori offerte dei Veneziani, alzò le loro bandiere. Ora i Fiorentini, che scoprirono tosto da chi veniva e dove tendeva questo temporale, si misero anch'essi sollecitamente in arnese; e fatta lega col re Ferdinando e Galeazzo Maria duca di Milano, elessero per lor generale il prode conte d'Urbino Federigo, e lo spedirono colle lor genti in Romagna. Altra gente venne colà spedita dal re di Napoli, e sei mila combattenti mandò ad unirsi con loro Galeazzo Maria, e comparve egli stesso al campo. Non fidandosi i Fiorentini che questo giovinetto principe di cervello alquanto bizzarro non tirasse a far qualche salto pregiudiziale al lor saggio generale, mostrarono gran voglia di vederlo in Firenze, ed egli vi andò. In questo tempo essendo venuto col suo fiorito esercito Bartolomeo Coleone in Romagna, ed avendo occupate alcune poche castella dei Fiorentini, dacchè si vide all'incontro un pari esercito della lega, si ritirò sul Bolognese alla Molinella, e gli tennero dietro gli altri. Quivi poi nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo, vennero alle mani queste due armate, e la battaglia durò dalle sedici ore sino alla nera notte con gran valore d'entrambe le parti. A niuna d'esse toccò la vittoria; molti cavalli furono sbudellati, e morte o ferite più di mille persone. Fra gli ultimi si contò Ercole Estense, che dopo aver più ore valorosamente combattuto, malamente ferito in un piede, stette poi gran tempo in pericolo della vita, ma, guarito che fu, rimase zoppo sino che visse.

Niun'altra azion di rilievo fecero poi questi due eserciti, se non di divorare il distretto di Bologna, di Ravenna e di Faenza. Terminarono così tutte le bravure di Bartolomeo da Bergamo. Sdegnato dopo il suo ritorno da Firenze il duca Galeazzo Maria, perchè il conte d'Urbino non l'avesse aspettato al fatto d'armi, ed insieme affrettato da Guglielmo marchese di Monferrato suo collegato, al quale in questi giorni avea mossa guerra Filippo fratello del duca di Savoia, se ne tornò con due mila cavalli a Milano. Ma fu ristorata in breve questa mancanza dall'arrivo d'Alfonso duca di Calabria, primogenito del re Ferdinando, con molte squadre di genti d'armi. Si venne poi in chiaro che le mire de' Veneziani, se camminavano ben le faccende di Bartolomeo lor generale, erano di assalire il ducato di Milano [Jacobus Papiensis, Comment. Ammirati Istor. di Firenze. Corio, Istor. di Milano.]. A questo fine con ottanta mila ducati d'oro aveano indotto Amedeo duca di Savoia ad inviar Filippo suo fratello, se crediamo a Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital.], con parecchie migliaia d'armati contra del marchese di Monferrato collegato del duca di Milano. Ma, interpostosi il re di Francia, seguì pace nel dì 14 di novembre fra essi duchi e il marchese. Presso Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] se ne legge lo strumento. Fecero anche i Veneziani nello stesso tempo rompere guerra ai Genovesi da Uberto del Fiesco: con suo danno nondimeno, perchè gli furono tolte tutte le sue castella. Intanto Borso Estense duca trattava forte di pace, e a Ferrara per questo andarono i deputati delle potenze guerreggianti. Passò il presente anno senza che si venisse a concordia. Vi pose poi le mani il papa, e, siccome dirò, la conchiuse egli nell'anno seguente. Si ridussero intanto le armate a' quartieri d'inverno, e niuno ebbe occasion di ridere, fuorchè i ladroni soldati, che si andarono a goder le fatiche delle loro unghie.


MCCCCLXVIII

Anno diCristo MCCCCLXVIII. Indiz. I.
Paolo II papa 5.
Federigo III imperadore 17.

Giacchè con tutto il suo buon volere, e con fatica ed applicazione continua, non veniva fatto al duca Borso signor di Ferrara d'introdur pace fra le potenze nemiche, s'applicò a questa impresa il pontefice stesso, e ne trattò caldamente co' ministri de' principi suddetti [Jacob. Papiens., Comment., lib. 4. Raynal., Annal. Eccles. Ammirat., Istor. Fiorent., lib. 23.]. Anche egli vi trovò degli ostacoli senza fine. Prese perciò un ripiego, che parve strano e nuovo a non pochi. Cioè formò egli stesso gli articoli della pace, come parve al giudizio suo, e nel dì della Purificazion della Vergine, giorno due di febbraio, imperiosamente li pubblicò, con intimar la scomunica riserbata a sè stesso per chi non gli accettasse. Per essi articoli principalmente si ordinava che si restituisse l'occupato nella presente guerra; e si dichiarava Bartolomeo Coleone generale della sacra lega contro ai Turchi, coll'assegno annuo di cento mila ducati d'oro, da pagarsegli da' collegati, secondo la tassa e ripartizione del peso ivi determinata. Non tardarono i Veneziani a sottoscrivere quegli articoli; ma il re Ferdinando, il duca di Milano e i Fiorentini rigettarono concordemente ciò che riguardava il Coleone, maravigliandosi forte che il papa, il qual poco fa avea tanto detestata la di lui mossa, turbatrice ingiusta della pace d'Italia, in vece di castigarlo, ora volesse premiarlo, e colle borse altrui. Attribuivano essi questo procedere del papa all'esser egli veneziano, e al volere perciò far servigio a' Veneziani, e ad un suddito loro. E di un uomo tale come mai poteano fidarsi gli altri principi? Nè parea loro giusto di aver da mantenere alla repubblica veneta un capitano, anzi, come essi diceano, un pubblico ladrone. Impuntò il papa a voler sostenere il suo decreto, e non men gli altri a rigettarlo, con prepararsi ad appellare al futuro concilio. Ma mitigato il pontefice dal duca Borso, lasciata andare la pretensione del generalato di Bartolomeo, nel dì 25 d'aprile pubblicò solennemente la pace, e questa venne abbracciata da ognuno, e tornò la quiete in Italia per quel che riguarda la guerra grande; perciocchè ne insorse una picciola tra il papa e il re Ferdinando a cagione del ducato di Sora. Questo nella precedente guerra del regno di Napoli era venuto in mano di papa Pio II con certa connivenza di Ferdinando, che in quelle necessità nulla sapea negare al pontefice suo gran protettore. Ma dacchè egli si trovò libero dagl'impacci del duca d'Angiò, e forte in sella, pretese la restituzion di quello Stato, come dipendenza del suo regno. Ordinò ancora ad Alfonso duca di Calabria suo figliuolo che, nel ritornar dalla Toscana colle sue milizie, mettesse presidio nella rocca della Tolla; e fu ubbidito. Mosse in oltre l'armi per ispossessar la Chiesa del ducato di Sora; ma si ritenne, contentandosi dipoi che l'affare fosse ventilato e riconosciuto per giustizia, con accusarlo intanto d'ingratitudine la corte romana, la quale colla spesa di più di novecento mila scudi di oro gli avea mantenuta la corona sul capo.

All'anno presente appartiene una bellissima lettera, scritta da Jacopo Ammanati cardinal di Pavia, uomo di gran sapere e saviezza, al cardinale Francesco Gonzaga [Raynaldus, Annal. Eccles. Jacobus Papiensis, Epist. 280.], dove tratta dei doveri dei romani pontifici e de' cardinali, con una lettera allo stesso papa Paolo II, in cui ripruova come indecenti i giuochi e gli spettacoli carnevaleschi dati dal papa medesimo al popolo romano, e va toccando con lieve mano la di lui vanagloria in varie azioni. Nel dì 10 di dicembre dell'anno corrente [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] giunse a Ferrara con circa secento cavalli Federigo III imperadore, accolto con sommo onore e magnificenza dal duca Borso, e nel dì 12 continuò il viaggio alla volta di Roma, dove pervenne la notte della vigilia del Natale del Signore. Portatosi a dirittura alla basilica vaticana, dove il papa avea giù cominciato il divino uffizio, fu da lui ricevuto coi soliti onori, ed assistè alla pia funzione, trattato poi magnificamente nei seguenti giorni. Chi disse essersi egli trasferito colà per compiere un voto [Trithemius, Hist.], e chi per far confermare dal pontefice la sua successione nei regni d'Ungheria e di Boemia. Parlossi ancora non poco della guerra contra de' Turchi; nè il papa lasciò indietro finezza alcuna che egli non usasse verso di questo piissimo principe, suo grande amico. Nel dì 6 di luglio, come vuole il Corio [Corio, Istoria di Milano.], oppure nel mese d'agosto, come scrive Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.] (il Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] mette questo fatto all'anno seguente), Galeazzo Maria Sforza duca di Milano celebrò le sue nozze con Bona sorella del regnante allora Amedeo duca di Savoia, ma contro la volontà di esso Amedeo, e di Filippo di Savoia suo fratello. Trovavasi questa principessa alla corte di Luigi XI re di Francia, colla sorella Carlotta moglie di esso re; e il bello fu che il medesimo re non solo l'accordò egli al duca di Milano, ma formò anche i capitoli nuziali, concedendole in dote la città di Vercelli, se il duca l'acquistasse colle armi, disponendo in questa maniera della roba altrui. Ma somiglianti esempli si son anche veduti ai nostri dì. Fondato poi su così vano titolo Galeazzo, nel settembre allestì l'armi sue per andare addosso a Vercelli. Conosciuta la di lui intenzione il duca di Savoia, ossia la reggenza sua, fece tosto lega co' Veneziani, i quali, nel mese d'ottobre, inteso che le milizie di lui erano in moto contro Vercelli, gli spedirono un lor cancelliere ad intimargli la guerra, se non desisteva dall'offendere gli Stati del duca di Savoia lor collegato. Bastò questo perchè Galeazzo mettesse giù i sassi, e rimandasse ai quartieri la sua gente. Non par molto da lodare il Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che francamente asserisce ingannato il Corio, allorchè accenna questa briga [Corio, Istor. di Milano.] insorta fra i due duchi. Il Corio era allora vivente, e questo fatto viene anche confermato da Cristoforo da Soldo [Cristoforo da Soldo, Istor. ubi sopra.], il qual diede fine nel presente anno alla sua Storia. Vuole inoltre il Guichenone che sbagliasse il Platina [Platina, in Vita Pauli II Papae.], scrivendo che il duca di Milano non volle comprendere nella pace conchiusa da papa Paolo il duca di Savoia e Filippo suo fratello, ed aver gastigato dipoi il suo ministro per aver ceduto su questo punto. Ma come mai ne vuol sapere di più d'uno storico, vivente allora in Roma, il Guichenone sì lontano da questi tempi, e niuno argomento in contrario adducendo, se non il silenzio degli scrittori savoiardi? Che testa fosse quella del suddetto duca Galeazzo, si conobbe tosto dopo la morte del padre, perchè abbassò tutti i di lui saggi ministri, e ne prese de' nuovi cattivi; ma spezialmente si comprese in quest'anno da un altro suo fatto [Corio, Istor. di Milano.]. Le obbligazioni sue verso la duchessa Bianca Visconte sua madre erano grandi, sì per li motivi che concorrono in tutti i figliuoli, e sì perchè principalmente da lei dovea egli riconoscere l'acquisto di quel fioritissimo dominio. Con tutto ciò cominciò a maltrattarla, e crebbe tanto la discordia e lo sdegno fra loro, che Bianca principessa savia, limosiniera ed amata da tutti i popoli, si ritirò a Cremona sua città dotale, così non di meno alterata, che se il figliuolo le avesse recati maggiori disturbi, era disposta a darsi a' Veneziani. In Cremona poi per tanti disgusti cadde essa inferma, ed andò tanto innanzi il male, che nel dì 19 d'ottobre, come vuol Cristoforo da Soldo, o piuttosto nel dì 23 d'esso mese, come ha il Corio, diede fine al suo vivere. L'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] dice che essa duchessa morì nel dì 24 d'ottobre. Ne mostrò Galeazzo Maria, almeno in apparenza, gran dispiacere, e fatto condurre a Milano il suo corpo, con solenni funerali gli fece dar sepoltura. Corse allora un'orrida voce che di veleno ella morisse. Quando ciò fosse vero, chi possiam noi dubitare che commettesse sì nero misfatto? Ma verosimilmente fu questa una diceria di persone maligne. Parimente mancò di vita in quest'anno Sigismondo Malatesta signor di Rimini nel dì 22 d'ottobre, come scrive il Corio. Negli Annali di Forlì [Annales Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.] è scritto il dì 15 d'esso mese. Error de' copisti sarà o nell'uno oppur nell'altro testo. Vanno concordi gli storici pontifizii, l'Ammirati e l'autore della Cronica di Bologna, nel dire che l'alterigia, la lascivia, le trufferie, la crudeltà deformarono di troppo la di lui vita, oltre all'eresia, di cui dicono ch'egli fu macchiato. S'era questo iniquissimo uomo, come dicemmo, ridotto al dominio della sola città di Rimini, e questa anche priva del meglio del suo territorio. Lasciò dopo di sè due figliuoli bastardi Roberto e Sallustio. Isotta, dianzi sua concubina, poi moglie, restò per allora al governo di Rimini. Roberto prese la rocca di Cesena, ma poi la rilasciò ai ministri del papa, con passare ai servigi del medesimo pontefice. Cessò ancora di vivere nel dì 2 di maggio Astorre de' Manfredi signor di Faenza, a cui succedette nella signoria di quella città Carlo suo figliuolo. Poscia verso il fine di luglio Imola alzò le bandiere di San Marco. Diedero tali mutazioni nella Romagna motivo a varii torbidi, dei quali si parlerà all'anno seguente. Abbiamo ancora da Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] che in quest'anno il celebre cardinal Bessarione, Greco di nascita, fece dono dell'insigne sua libreria di manoscritti alla repubblica veneta: dono che anche oggidì sarebbe d'immenso prezzo, e molto più fu in questi tempi, nei quali appena era nata la stampa. Il catalogo d'essi codici è ultimamente stato dato alle stampe.


MCCCCLXIX

Anno diCristo MCCCCLXIX. Indiz. II.
Paolo II papa 6.
Federigo III imperadore 18.

Dopo avere l'imperador Federigo soddisfatto alla sua divozione in Roma, e smaltiti i suoi affari col pontefice nel dì 9 di gennaio [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], congedatosi da lui, si rimise in viaggio alla volta della Germania. Giunse a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nel dì 27 del medesimo mese, e il duca Borso con somma magnificenza lo alloggiò. Fu in quella città gran concorso di principi, d'ambasciatori e di nobiltà sì del paese, come forestiera. Fra gli altri ambasciatori si contò quello del re Ferdinando di Napoli, che da Roma sino a Ferrara non avea potuto ottenere udienza da esso imperadore. Quivi si presentò a lui con gran prosunzione e poca riverenza; e poi senza essere invitato andò a porsi a sedere a lato del medesimo Augusto: del che mormorò tutta l'assemblea. Nota l'autore della Cronica di Ferrara che sterminata fu la folla di coloro che si fecero crear conti, palatini, cavalieri, dottori e notai, con faccoltà di conferire ad altri i medesimi onorifici titoli, e di legittimare bastardi e spurii, e di ridurre al primo stato di buona fama i falsarii ed infami. Non si può dire quanto scialacquamento facessero allora di sì fatti privilegii gl'imperadori: tutto per empiere la borsa. Il cancelliere di questo Augusto sapea ben vendere caro quella mercatanzia di fumo; ed avrebbe voluto, se fosse stato possibile, scorticar que' corrivi, parte de' quali gli tennero anche dietro fino a Venezia. Nel dì 2 di febbraio s'inviò l'Augusto Federigo alla volta di Padova, dove ricevè inestimabili onori dalla signoria di Venezia. Era l'imperadore vecchio, e con pochi denti in bocca, ma clementissimo, cortese, e spezialmente dotato di religione e pietà, pregio ereditario dell'augustissima casa d'Austria. Si sconvolse ancora in quest'anno la quiete d'Italia per cagione di Rimini [Jacobus Papiensis, Comment., lib. 5.]. Ne era, dopo la morte di Sigismondo Malatesta, rimasta in possesso Isotta, di bassa donna e concubina, divenuta sua moglie. Roberto bastardo di esso Sigismondo, giovane, secondo l'Ammirati [Ammirat., Istor. Fiorent. lib. 23.], di mirabil talento, pieno di valore, e d'altre belle doti ornato in una parola, affatto dissimile dal padre malvagio, si trovava allora ai servigli del pontefice sulle frontiere dello Stato ecclesiastico verso il regno di Napoli. Isotta, non credendosi abile a sostenere il suo dominio in Rimini, benchè non amasse Roberto a guisa delle altre matrigne, pure desiderò d'averlo a parte nel governo. Allora Roberto volò a Roma, e fatto credere al papa che, ottenuto il possesso di Rimini, lo rimetterebbe tosto alle sue mani, con ricavarne altri suoi vantaggi, impetrò licenza di venire. Giunto a Rimini, mandò a filar la matrigna, e conciliatosi l'amore di tutti, per fortificarsi meglio coll'aderenza di Federigo conte d'Urbino, prese una di lui figliuola per moglie.

Stavano i ministri del papa aspettando a bocca aperta che Roberto di dì in dì consegnasse la città, quand'ecco, con far prigione un suo confidente, che veniva da Napoli, portando gran somma di danaro, scuoprono aver egli fatta lega col re Ferdinando. Se ne turbò a maraviglia il pontefice, ed irritato non men contra di lui che contra del re, nel dì 28 di maggio fece lega offensiva e difensiva co' Veneziani, e tosto si accinse a far guerra al medesimo Roberto, non volendo sofferire che una città della Chiesa senza titolo venisse da lui occupata. Scelse per generale dell'armi sue Alessandro Sforza, valoroso signor di Pesaro, che volentieri assunse quell'impiego per isperanza, prendendo Rimini, d'impetrarne il vicariato dal papa. Spedite dunque le milizie pontifizie, e venuti rinforzi di cavalleria e fanteria dallo Stato veneto, condotti da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì, Alessandro coll'arcivescovo di Spalatro nel mese di luglio si portò sotto Rimini, e sulle prime per inganno s'impadronì d'uno di quei borghi. Roberto virilmente si difese; sperava anche di far cose più grandi. Intanto i Fiorentini, sapendo, oppure fingendo di sapere, che il papa veneziano avea promesso ai Veneziani, poco loro amici, di lasciarli entrare in possesso di Bologna, città allora governata dai Bentivogli, spedirono in sussidio del Malatesta Roberto San Severino lor capitano con un corpo di gente. In persona ancora vi accorse Federigo conte d'Urbino, che non volea lasciar perire il genero. Venne inoltre inviato dal duca di Milano in aiuto di lui Tristano Sforza con secento cavalli. Quel che è più, arrivò Alfonso duca di Calabria, inviato dal re suo padre, con cinque mila cavalli, due mila fanti e quattrocento balestrieri: possente rinforzo al Malatesta, ma che acquistò al re Ferdinando un grave reato d'ingratitudine nel cuore di papa Paolo. Nel dì 23 d'agosto [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Jacobus Papiens., Ep. 338.] si venne ad un fatto d'armi fra queste due armate, e tutti menarono ben le mani. In fine se n'andò sconfitto il campo della Chiesa, ma con uccisione di pochi, perchè in questi tempi gl'Italiani faceano la guerra non da barbari, ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque, non potendo resistere, si rendeva. Tre mila furono i prigionieri; venne messo a sacco tutto il bagaglio, e preso insieme con alcuni cannoni il carriaggio dei vinti, e di assai mercatanti che seguitavano l'armata. Arrivò bensì, ma troppo tardi, Ercole Estense, spedito da' Veneziani con molte squadre, ed almeno servì a fortificare ed assicurar il campo dei Pontifizii, che s'andò poco a poco rimettendo in piedi. Roberto Malatesta colle sue brigate riacquistò più di quaranta castella nel distretto di Rimini e in quello di Fano. Fu creduto a Roma che a' Veneziani non piacesse nè la rovina del Malatesta, nè il maggiore ingrandimento della Chiesa in Romagna, provincia da essi amoreggiata.

Portata la nuova di questo infelice combattimento a Roma, riempiè di affanno l'animo del pontefice; ma non potè punto abbattere il di lui coraggio, nè la speranza di vendicarsi del Malatesta e del re Ferdinando, massimamente dappoichè ebbe ricevuto delle magnifiche promesse di assistenza dal senato veneto. Cominciò allora un trattato per far ritornare in Italia contra Ferdinando Giovanni duca d'Angiò, figliuolo del re Renato, e principe di gran valore, ma di poca fortuna, signore allora della Provenza, ed anche eletto per loro sovrano dai Catalani. Ma questo principe mancò di vita nell'anno seguente; e intanto i Turchi più che mai divenivano orgogliosi e potenti per le continue loro conquiste: tutti accidenti che sconcertarono le misure del papa, e il costrinsero infine ad accettar quelle leggi che vollero dargli i vincitori. Venne a morte nel dì 3 di settembre dell'anno presente [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.] Pietro de Medici figliuolo di Cosimo il Magnifico, che fortunatamente avea sostenuta fin qui la sua primaria autorità nella repubblica fiorentina, con restare di lui due figliuoli, cioè Giuliano e Lorenzo; l'ultimo de' quali, personaggio di maraviglioso ingegno e di nobilissimo genio, accrebbe di molto la gloria della casa de Medici. Tal polso di amici e aderenti in quella repubblica ebbero questi due fratelli, che non si mutò punto il governo; e restando in auge la lor fazione, quella de' fuorusciti vide andar deluse le sue speranze di rientrare con tal occasione nella lor patria.


MCCCCLXX

Anno diCristo MCCCCLXX. Indiz. III.
Paolo II papa 7.
Federigo III imperadore 19.

Passò tutto l'anno presente senza rumori di guerra; quiete si trovò dappertutto. Pure più che in altri tempi fu essa piena di affanni, a ragion de' felici progressi dell'armi di Maometto II imperadore de' Turchi, le quali riempirono di terrore tutte le contrade italiane [Raynaldus, Annal. Eccles. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.]. Avea giurato questo Barbaro di non voler mai posa, finchè non avesse sterminati i cristiani, ed abolita la santa nostra religione. Però con immenso esercito passò in persona all'isola di Negroponte, sottoposta allora all'inclita repubblica di Venezia, ed imprese l'assedio della città capitale nel mese di giugno. Molti e ferocissimi furono gli assalti, perchè era città fortissima, e tenuta per inespugnabile, senza curare il sultano se sagrificava le vite di parecchie migliaia dei suoi, per la grande ansietà di far quello acquisto. Soccorso non venne mai alla oppressa città, o perchè non poteano competere colle tante forze dei Maomettani quelle della sola repubblica veneta, o perchè avendo essa in mare una bella flotta, troppo tardi questa accorse in aiuto [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fu anche tacciato Niccolò Canale general de' Veneziani di non aver ben provveduta di presidio quell'importante città, e di non avere o impedito o rotto (con supporre che agevolmente si potesse) il ponte fabbricato da' Turchi per passare nell'isola. Comunque sia, fu presa per assalto la città di Negroponte nel dì 12 di luglio con grande mortalità di Turchi, ma con essere poi messa a fil di spada la maggior parte dei soldati ed abitanti cristiani. Questo gran colpo, fatto dal comune nimico con danno e vergogna del cristianesimo, mise il cervello a partito al pontefice Paolo, che, lasciata andare la briga di Rimini e la collera contra del re Ferdinando, cominciò a trattar caldamente con lui e cogli altri principi d'Italia per rinnovare ed assodar la lega sacra. Meglio sarebbe stato il provvedere, quand'era tempo, acciocchè non cadesse Costantinopoli in mano di que' cani, e dopo anche la sua caduta più proprio sarebbe stato l'impiegar in Levante l'armi cristiane contra de' Turchi, e non già in Italia contra degli altri cristiani. Ma il male è vecchio, e questo dura ancora, anzi è cresciuto, e la mia penna non osa dire di più. Si conchiuse dunque nel dì 22 di dicembre [Raynaldus, Annal. Eccles. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] una lega fra il papa, il re Ferdinando, Galeazzo Maria duca di Milano e i Fiorentini, essendo anche entrati in essa come principali contraenti Borso duca di Modena, signor di Ferrara, ed altri principi e comunità.

Fu circa questi tempi che in Roma venne istituita un'accademia d'uomini dotti [Platina, in Vita Pauli II Papae.]. Di questi abbondava anche allora quella gran città. Imperocchè, spezialmente nel presente secolo, gl'ingegni italiani si applicarono a far rifiorire le lingue greca e latina e l'erudizione; nè solo in Roma, città sempre asilo di chi si distinse nella letteratura, ma anche in Napoli, Venezia, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, e in non poche altre città, nelle quali si trovavano valentuomini, e fra essi molti che fecero e fan tuttavia grande onore all'Italia, grammatici, poeti, oratori, storici, ec. Applicaronsi in oltre alcuni a coltivar meglio di prima la filosofia, chi illustrando Aristotile, e chi resuscitando gl'insegnamenti di Platone; fra i quali ultimi salì in sommo credito per la singolar sua industria Marsilio Ficino Fiorentino. Nell'accademia romana, in cui si contavano Pomponio Leto, il Platina e molti altri cospicui letterati, si cominciò ancora a studiare ex professo l'erudizione romana, le antichità, le medaglie, e particolarmente la filosofia platonica. Ma insorsero tosto timori che studio tale tendesse a risvegliare la filosofia degli accademici, non quella che propriamente vien da Socrate e da Platone, ma la susseguente, che insegnava a dubitare di tutto. Nacquero inoltre sospetti, che si tramassero insidie alla vita del medesimo pontefice; e però di quei letterati chi fuggì, e chi, posto in prigione, non andò esente dai tormenti. Anche a Bartolomeo Platina toccò la medesima disavventura, e dopo il patimento di varii mesi di carcere, per interposizione di Francesco Gonzaga cardinale di Mantova, fu liberato [Ammirati, Istor. Fiorent.]. Restano tuttavia le sue doglianze nella vita del medesimo pontefice Paolo II, il quale perciò non fu creduto che contasse fra i suoi pregi quello d'amare e favorire chi amava e coltivava le buone lettere. Corse pericolo in questo anno ancora la Lombardia che si accendesse nuovo incendio di guerra, perchè Galeazzo Maria duca di Milano, sdegnato contra de' signori di Correggio, raccomandati de' Veneziani, avea già mosse le armi contra di loro, ed era venuto per questo a Parma. Il saggio duca Borso Estense, glorioso anche pel titolo di essere stato il paciere d'Italia [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], corse tosto a Parma, e tanto si adoperò, che si placò il di lui sdegno, e si deposero l'armi.


MCCCCLXXI

Anno diCristo MCCCCLXXI. Indiz. IV.
Sisto IV papa 1.
Federigo III imperadore 20.

Grande era la stima che professava il pontefice Paolo II alla persona e al raro merito del suddetto duca Borso; fra loro ancora passava stretta amicizia. Volle il papa in quest'anno accordare a lui una grazia, che Pio II non gli avea mai voluto concedere. Non portava Borso se non il titolo di duca di Modena e di Reggio, e conte di Rovigo, dignità a lui conferita, siccome già dissi, da Federigo III imperadore, come sovrano di quegli Stati. Desiderava egli ancora di potersi intitolare duca di Ferrara, nè il pontefice sovrano di essa città seppe negargli tal grazia [Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cron. di Ferrara.]. Mosse dunque Borso da Ferrara nel dì 13 di marzo alla volta di Roma con accompagnamento d'incredibil magnificenza. Centotrentaotto muli, parte coperti di velluto, parte di panno di varii colori alla sua divisa, portavano i suoi ricchi e preziosi arredi. Nobiltà a folla, cento staffieri, ed altri familiari e guardie l'accompagnavano a centinaia con tale sontuosità, che Roma stessa, benchè avvezza a cose grandi, ebbe di che maravigliarsi. Di molti onori e finezze ricevette egli dal sacro senato de' porporati, e non meno dal pontefice stesso, da cui nel dì 14 di aprile, giorno santo di Pasqua, nella basilica vaticana fu solennemente creato duca di Ferrara colle formalità solite a praticarsi in simili congiunture. Colmo di favori e di grazie se ne tornò poscia a Ferrara, ed arrivò colà nel dì 18 di maggio con somma allegrezza del popolo suo, ma allegrezza che da lì a non molto andò a finire in pianto. Portò egli seco da Roma certe febbri che diedero sospetti di lento veleno. Quel che è fuor di dubbio, nel dì 27 del mese suddetto egli terminò il corso di sua vita. Delle maravigliose doti di questo principe ho io favellato altrove [Antichità Estensi, P. II.], nè qui voglio ripetere il già detto. Basterà sapere, che laddove altri attendono ad acquistare i paesi altrui con sommo aggravio de' proprii [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], Borso altra applicazione non ebbe che quella di conquistar il cuore de' suoi sudditi con tutte le virtù e maniere necessarie per questo, e di farsi amare e rispettare da tutti i principi dell'Italia: il che gli riuscì; tanto era affabile e protettor della giustizia, sommamente magnifico in tutte le sue azioni, e pieno d'amorevolezza e clemenza; di modo che il savio e soavissimo suo governo passò in proverbio, e dura tuttavia in queste e in altre contrade, dove si dice: Che non è più il tempo del duca Borso. È da vedere il nobilissimo elogio fatto a questo glorioso principe dal vivente allora Jacopo Filippo storico bergamasco [Jacobus Philippus Bergom., Chron.]. Sperava Niccolò d'Este, figliuolo legittimo del fu bastardo marchese Lionello, di succeder egli nella signoria di Ferrara. Più diligente, ed assistito anche dal popolo di Ferrara, fu Ercole d'Este, fratello di Borso, ma legittimo, perchè nato da Ricciarda da Saluzzo, moglie del marchese Niccolò III signor di Ferrara. Si mise egli in possesso prontamente di Ferrara; e questo esempio si tirò ancora dietro le altre città, che subito il proclamarono per loro signore. Ritirossi Niccolò a Mantova, aspettando miglior tempo per far valere le sue pretensioni. Così dagl'illegittimi tornò nei legittimi principi della casa d'Este il dominio di Ferrara e degli altri Stati; ed Ercole I duca si diede a governar con giustizia, liberalità ed amore i suoi popoli, guardandosi nondimeno dalle insidie del suddetto Niccolò suo nipote. Imperocchè non solo il marchese di Mantova Lodovico, ma anche Galeazzo Maria duca di Milano aveano presa la protezione di lui, ed era dopo la morte di Borso venuto sul Parmigiano l'esercito d'esso duca con brutta disposizione d'intorbidar la successione del duca Ercole, se non fosse avvenuto che anche i Veneziani mossero le lor armi in favore d'Ercole: il che veduto dal duca di Milano, mostrò di avere per tutt'altro fatta quella mossa di gente.

Poco stette a mancare di vita anche il pontefice Paolo II. Godeva egli buona sanità, avea anche allegramente cenato; pure nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di luglio si trovò morto in letto per accidente d'apoplessia. Pochi in questi tempi erano i principi, massimamente dei rapiti da subitanea morte, che non fossero suggetti alle dicerie del volgo, quasi che violento fosse stato il lor passaggio all'altra vita. Non mancò dunque chi sospettasse tolto questo pontefice dal mondo col veleno, e giunsero fino a dire ch'egli morì strangolato [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]: tutti vani giudizii, e senza buon fondamento spacciati da chi forse non amava questo vicario di Cristo, pontefice, al qual certo non perdonarono le penne d'alcuni, e massimamente del Platina [Platina, Vita Pauli II Papae.], dell'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], del Corio [Corio, Istor. di Milano.] e dell'Ammirati [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Ma son da vedere i di lui pregi nella Vita che ne compose Marco Cannesio [Cannesius, Vita Pauli II, P. II, tom. 3 Rer. Italic.], e nelle Epistole del Fidelfo [Philelphus, in Ep.] e presso altri autori. Soprattutto è stata abbondantemente difesa da varie imputazioni la memoria di questo pontefice dal vivente insigne e chiarissimo cardinale Angelo Maria Querini vescovo di Brescia e bibliotecario della santa romana Chiesa, la cui erudita penna, nel dare alla luce la Vita scritta dal suddetto Cannesio, ci ha anche provveduti d'una nobile apologia del medesimo pontefice, ed ha messi in chiaro i pregi che in lui si osservarono. Quel solo che forse non si può negare, per testimonianza di Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., in Chron.], egli morì amato da pochi, e odiato quasi da tutti, senza che ne apparisca alcuna patente ragione. Successor suo nel pontificato fu Francesco dalla Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, già stato generale dell'ordine di san Francesco, bassamente nato in una villa del territorio di Savona, ma versatissimo nella teologia e nei sacri canoni. Se a questo gran sapere corrispondessero poscia i fatti, non tarderemo a vederlo. Eletto nel dì 9 d'agosto [Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar. tom. eod. Platina, Vita Sixti IV Papae.], prese il nome di Sisto IV, e nel dì 25 d'esso mese fu coronato; ma in quella magnifica funzione tal tumulto insorse nella plebe, ch'egli andò a pericolo della vita, e gli toccarono anche molte sassate. Si stese la cattiva influenza di quest'anno anche a Cristoforo Moro doge di Venezia, perchè nel dì 9 di novembre compiè il corso del suo vivere con cattiva fama d'ipocrita, di vendicativo, di doppio ed avaro, come lasciò scritto Marino Sanuto [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu poscia eletto doge Niccolò Tron, uomo ricco, liberale e di grand'animo.

Col pretesto d'un voto, volle in questo anno, sul principio di marzo [Corio, Istoria di Milano.], Galeazzo Maria Sforza duca di Milano fare un viaggio a Firenze colla duchessa Bona sua consorte. La straordinaria pompa con cui egli andò (matta pompa, perchè fatta senza necessità veruna) vien descritta dal Corio. Basterà sapere, che oltre all'immensa comitiva di nobili, cortigiani, staffieri e guardie, tutti superbamente vestiti, ascendente al numero di due mila cavalli e di ducento muli da carico, egli si fece condur dietro anche cinquecento coppie di cani di diverse maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. Spese in questo borioso apparato ducento mila ducati d'oro. Gli onori a lui fatti da' Fiorentini parve che andassero anche essi all'eccesso [Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 23.]. Tre sontuosissimi spettacoli furono in tale occasione fatti in Firenze, che riempierono d'ammirazione i Lombardi. Sopra tutti sfoggiò allora nella magnificenza Lorenzo de Medici, nel cui palazzo presero alloggio il duca e la duchessa. Servì questa visita a strignere maggiormente l'amicizia tra esso duca e Lorenzo. Strana cosa è, come il Corio scrive, che, mentre allora soggiornava il duca in Firenze, accadde la battaglia della Molinella tra Bartolomeo Coleone e i collegati. Abbiam veduto che tal fatto d'armi avvenne nell'anno 1467, ed essere diversa questa andata da quella. Passò dipoi il duca di Milano a Lucca, dove da quella repubblica ricevette riguardevoli onori e grossi regali. E di là si trasferì a Genova [Giustiniani, Istor. di Genova. Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Non mancò questa nobil città di accogliere con tutti i segni di onorevolezza e decoro il suo principe, e il regalò ancora; ma ossia che i regali e gli onori paressero a lui molto meno che i ricevuti da chi non era suo suddito, oppure che gli desse negli occhi l'alterigia di quel popolo: certo è ch'egli mostrò poco gradimento del loro operare, e da lì innanzi parve che odiasse, o almen poco amasse i Genovesi. Però appena fermatosi ivi per tre giorni, all'improvviso quasi fuggendo, se ne tornò a Milano, e cominciò poi ad accrescere le fortificazioni al castelletto e alle fortezze di quella città, con dispiacere e mormorazione di quei cittadini. Cosa producesse un tal contegno, non istaremo molto a vederlo.


MCCCCLXXII

Anno diCristo MCCCCLXXII. Indiz. V.
Sisto IV papa 2.
Federigo III imperadore 21.

Non mostrò minor zelo de' predecessori il pontefice Sisto per opporsi agli smoderati progressi delle armi turchesche in Levante [Raynaldus, Annal. Eccl.]. A questo fine intimò le decime agli ecclesiastici in varii regni, e spedì legati per raccogliere la pecunia. Uno di questi fu il cardinal Rodrigo Borgia vescovo di Valenza (poscia Alessandro VI papa), che, in ricompensa di avere co' suoi maneggi aiutato Sisto a conseguire il papato, ottenne d'andar legato in Ispagna, dove, per testimonianza del cardinal di Pavia [Jacobus Papiensis Cardinal., Epist. 134.], fece un gran bottino per sè, con aggravio degli Spagnuoli, e senza profitto della guerra contra del Turco. Armò dunque il papa trentaquattro galee, e ne diede il comando al cardinale Olivieri Caraffa. Cinquanta altre ne misero in mare i Veneziani, e ventiquattro il re di Napoli Ferdinando. Saccheggiò varii paesi de' Turchi, prese, mise a sacco e poi diede alle fiamme la città delle Smirne; e qui terminarono tutte le prodezze, che certo non guastarono punto gli affari del tiranno d'Oriente, al quale con più fortunati successi fece negli stessi tempi guerra Usumcassano re di Persia. Con tutto ciò tornato a Roma nel gennaio seguente esso cardinale, vi fece la sua entrata come trionfante con venticinque Turchi prigioni, e dodici cammelli che portavano le spoglie de' nemici. In mezzo a questi pensieri militari non ommetteva papa Sisto quello d'ingrandire i suoi nipoti bassamente nati; che questa era la principal cura dei papi d'allora. Creò prefetto di Roma Leonardo dalla Rovere, figliuolo d'un suo fratello, e gli procurò un riguardevole accasamento, cioè una figliuola bastarda del re Ferdinando. Diede parimente la sacra porpora a Giuliano, figliuolo anch'esso di un suo fratello, il qual poi fu papa Giulio II. Ma spezialmente inclinava il suo amore a due suoi nipoti, cioè a Pietro e Girolamo Riarii, con tale eccesso, che fu creduto esser eglino piuttosto figliuoli che nipoti suoi. Pietro, di vil fraticello francescano che era, divenne amplissimo cardinale del titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli e poi arcivescovo di Firenze. Come in fine esaltasse l'altro nipote Girolamo, lo vedremo a suo tempo. Seppe ben profittare il re Ferdinando del soverchio genio di questo papa verso i nipoti, perchè col mezzo del sopraddetto matrimonio ricuperò da lui il ducato di Sora [Jacobus Papiensis, Ep. 134, 439. Raynaldus, Annales Eccl.], ed ottenne non solamente la remission de' censi non pagati in addietro pel regno di Napoli, ma anche l'esenzione dal pagar censo in avvenire sua vita naturale durante: il che diede occasione di non poche doglianze ai cardinali zelanti.

Per cagione d'una miniera d'allume di rocca scoperta circa questi tempi nel territorio di Volterra, nacque non lieve discordia nell'anno presente fra la repubblica fiorentina, padrona di quella città, e il popolo della medesima [Anton. Hyvan., Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 23.], pretendendo non men gli uni che gli altri l'utile di quella scoperta. Vennero per questo litigio i Volterrani alla ribellione; laonde i Fiorentini, preso per loro generale Federigo conte d'Urbino, inviarono il campo intorno a Volterra, da ogni parte bloccandola. Anche il papa vi mandò molte delle sue milizie per timore che questo picciolo fuoco crescendo producesse un incendio maggiore. Ne ebbero ancora dal duca di Milano. Per alcun tempo fu angustiata quella città in maniera che, non apparendo speranza di soccorso, furono obbligati i cittadini a sottomettersi. I capitoli dell'accordo erano già sottoscritti, e dovea restar salva la città; ma uno scellerato Veneziano, per nome Giovanni, di nascosto v'introdusse i soldati, e gli animò al sacco. Restò la misera città preda di quella sregolata gente, contuttochè il conte d'Urbino facesse ogni sforzo per frenare tanta iniquità, e facesse poi impiccare quel Veneziano. Così tornò Volterra alle mani de' Fiorentini, e laddove essa dianzi si pretendea piuttosto collegata che suddita loro, perdè tutti i suoi privilegii, e si vide piantare addosso una fortezza capace di tenerla in freno da lì innanzi. Passò a miglior vita nel dì 28 di marzo [Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.], vigilia di Pasqua Amedeo IX duca di Savoia in età di soli trentasette anni. Nei bei giorni della sua vita fu egli afflitto dal mal caduco, ossia dall'epilessia; ma egli, siccome pieno delle massime sante del Vangelo, riceveva questa afflizione col medesimo volto, con cui altri riceve la felicità di questa vita. Inesplicabil era il suo amore e la sua liberalità verso de' poveri; in una parola, tali furono le sue virtù, e massimamente la religione e pietà, che meritò da' suoi popoli il titolo di beato; e fu anche detto che alla sua tomba erano per virtù divina succedute varie miracolose guarigioni. A lui succedette nel ducato di Savoia e principato di Piemonte Filiberto suo figliuolo primogenito.


MCCCCLXXIII

Anno diCristo MCCCCLXXIII. Indiz. VI.
Sisto IV papa 3.
Federico III imperadore 22.

In quest'anno ancora la flotta delle armi cristiane, composta di galee pontifizie, veneziane e napoletane, passò a' danni de' Turchi, ma senza che si possa contare impresa alcuna degna di memoria. Quel che è peggio, i Turchi vennero sino in Friuli, e recarono a quel paese incredibili danni [Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]. Già vedemmo che Ercole Estense, figlio legittimo e naturale di Niccolò III marchese di Ferrara (e non già solamente naturale, come qualche disattento storico lasciò scritto), era stato nemico di Ferdinando re di Napoli, ed avea militato contra di lui in favore del duca d'Angiò. Ora dacchè egli fu creato duca di Ferrara, ravvivò l'antica amicizia con esso re, e nell'anno precedente si accordò di prendere in moglie Leonora d'Aragona, figliuola legittima e naturale del medesimo re [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Con suntuoso accompagnamento nel mese di giugno si partì da Napoli questa real principessa, condotta da don Sigismondo d'Este fratello del duca Ercole, e giunse a Roma. Che grandiosi spettacoli e magnifiche feste si facessero quivi per onorarla, s'io volessi ridirlo, non la finirei sì tosto. Se n'ha un'ampia descrizione nella Storia del Corio [Corio, Istor. di Milano.] e negli Annali Piacentini del Rivalta [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Ne parla anche l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Cardinal. Papiensis, Ep. 558. Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], oltre altri autori, e n'ho parlato anch'io nella parte II delle Antichità Estensi. Di singolari finezze ed onori le fece il papa; ma il cardinal Pietro Riario suo nipote diede in tali sfoggi di magnificenza, che se non superò, certo uguagliò i più splendidi monarchi degli antichi secoli. Per ordine suo fu coperta di velami tutta la piazza de' santi Apostoli, alzato in essa un superbo palagio di legname con tre sale sostenute da colonne messe a oro, e ornate con fregi mirabili, fontane, credenze piene di vasi d'oro e d'argento, dove varie rappresentazioni si fecero. Tralascio il resto. In un solo convito fu creduto ch'egli spendesse venti mila ducati d'oro: cose tutte applaudite sommamente dalla gente mondana, ma che con ribrezzo si miravano dai più saggi, non sapendo digerire che questo cardinale, riputato un altro papa, logorasse in tante vanità i tesori della Chiesa [Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.]. Arrivò poscia a Ferrara questa principessa nel dì 3 di luglio [Antichità Estensi, P. II.], e quivi ancora con suntuosissime feste di molti giorni furono solennizzate le nozze.

Non visse oltre a quest'anno Niccolò Tron doge di Venezia, essendo succeduta la morte sua nel dì 28 di luglio [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer Ital.], di cui fu successore Niccolò Marcello, eletto doge nel dì 13 d'agosto, uomo degno per le sue buone qualità di quel trono. Parimente nel presente anno andando a Venezia Alessandro Sforza signor di Pesaro, fratello del fu celebre Francesco I duca di Milano, infermatosi in una osteria per viaggio, quivi fece fine ai suoi giorni [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], sul principio di aprile, con lasciare dopo di sè un'illustre memoria di essere stato uno dei più magnifici e prodi capitani del tempo suo. Pervenne il dominio di Pesaro a Costanzo Sforza suo figliuolo. Non contento il cardinal Pietro Riario suddetto delle smoderate spese fatte in Roma pel ricevimento di Leonora d'Aragona, volle inoltre che la Lombardia co' suoi occhi imparasse fin dove sapea giugnere la pazza sua magnificenza. Pertanto dal papa suo zio, o padre, il quale nulla sapea negargli, ottenuto il titolo di legato di tutta l'Italia [Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Annal. Foroliviens., tom. 20 Rer. Ital.], venne a visitare il duca di Milano, e nel dì 12 di settembre pervenne a quella città. Tale era la comitiva sua, che di più non avrebbe fatto il pontefice stesso. E fu anche sì onorevolmente accolto, trattato e regalato dal duca, quasi come fosse un papa. La voce che corse allora, per attestato del Corio [Corio, Istor. di Milano.], fu, essere nei lunghi e scambievoli ragionamenti loro convenuti che il cardinale farebbe creare Galeazzo Maria re di Lombardia, con aiutarlo ad acquistar quelle città e terre che convenivano a tal dignità, e che il duca all'incontro aiuterebbe il cardinale con danari e genti d'armi a succedere nel papato. Certamente di gran discredito alla sacra corte di Roma doveano essere queste eccessive pompe e spese d'un cardinale nipote del pontefice, e i suoi passi, che davano campo a tali dicerie probabilmente false dei politici d'allora. Ma vedremo presto che Dio vi provvide. Secondo il Platina [Platina, Vita Sixti IV.], allora fu che il medesimo cardinale per quaranta mila ducati d'oro comperò la città d'Imola da Taddeo Manfredi, cacciato di là per una sedizione della moglie e del figliuolo. Di questa similmente col consenso del papa fece un dono a Girolamo Riario suo fratello. Se n'andò poscia il cardinale a Venezia, ma contro il parere del duca di Milano. Quantunque gli fosse fatto ogni possibil onore in quella città, nulladimeno comune credenza fu che i Veneziani in segreto il mirassero di mal occhio, attesa la stretta fratellanza osservata fra lui e il duca di Milano.


MCCCCLXXIV

Anno diCristo MCCCCLXXIV. Indiz. VII.
Sisto IV papa 4.
Federigo III imperadore 23.

Tornato che fu da Venezia a Roma il soprammentovato Pietro Riario cardinale di San Sisto e vescovo di più chiese, gravemente si ammalò, e nel dì 5 di gennaio terminò colle sue grandezze la vita [Volaterranus, lib. 22. Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. L'eccesso de' piaceri, a' quali s'era abbandonato, probabilmente gli abbreviarono i giorni. Contuttociò comunemente fu creduto che il veleno lo avesse tolto dal mondo nel più bel fiore dell'età sua, forse a lui fatto dare da chi nol potea sofferire così onnipotente presso lo zio papa, e dissipatore scandaloso dell'erario pontificio [Corio, Istor. di Milano.]. Comunque sia, venne egli meno, e restò solamente una memoria troppo svantaggiosa di lui presso i saggi; poichè per conto del popolo e della prodigiosa copia de' suoi cortigiani, siccome tutti godevano della di lui prodigalità, così ancora tutti deplorarono l'immatura sua morte. Il savio cardinal di Pavia Jacopo Ammanati [Card. Papiensis, Epis. 548.] ci lasciò la descrizione de' costumi e delle azioni sue, tutti ridondanti in biasimo del pontefice zio, perduto nell'amore de' suoi nipoti. Mancò di vita in quest'anno in Ferrara, nel dì 6 d'agosto [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], Ricciarda figliuola del marchese di Saluzzo, già moglie di Niccolò III d'Este marchese di Ferrara, e madre d'Ercole I duca di Ferrara. Ed in quella città arrivò nel dì 4 di dicembre don Federigo figliuolo del re Ferdinando, e fratello della duchessa Leonora, che dopo aver quivi ricevuto grande onore, passò alla corte di Milano. Probabilmente fu egli mandato dal padre colà per aver penetrato il maneggio che si facea di una lega fra i Veneziani, Fiorentini e il duca di Milano [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Ma non dovette arrivare a tempo per disturbare il trattato, perchè essa lega fu conchiusa nel giorno 20 di novembre [Corio, Ist. di Milano.], con restarne escluso lo stesso re Ferdinando. Se l'ebbe egli sommamente a male, e ne nacque non lieve sdegno contra del duca di Milano, il quale avendo sempre in addietro avuti per nemici i Veneziani, si fosse ora unito con loro, abbandonando il vecchio amico e chi era padre d'Alfonso duca di Calabria cioè del marito d'Ippolita sorella di esso duca Galeazzo Maria [Ammirati, Istor. di Firen., lib. 24. Annal. Placentini, tom. 20 Rer. Italic.]. Però, tutto che fosse in quella lega lasciato luogo d'entrarvi al medesimo Ferdinando e a papa Sisto, niun di essi vi volle aver luogo. La somma intrinsichezza che passava fra esso papa e il re, quella appunto fu che mosse i Fiorentini a procurar quella lega.

Fu in quest'anno obbligato il pontefice a muovere le sue armi [Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], perchè in Todi nacque una pericolosa sedizione fra i cittadini per le fazioni guelfa e ghibellina. Accorsero gli Spoletini in soccorso de' Ghibellini, ed era per accendersi un gran fuoco per tutto quel ducato, se non fosse giunto colle sue brigate Giuliano dalla Rovere cardinale, che cominciò a fare il noviziato delle armi, e ad assumere spiriti guerrieri, continuato poi quand'anche asceso al pontificato prese il nome di Giulio II. Egli pacificò Todi, ed obbligò il popolo di Spoleti a rendersi ubbidiente a' suoi cenni. Ma perchè non prese ben le sue precauzioni, gli iniqui soldati, contro il di lui volere entrati in essa città di Spoleti, barbaricamente la misero tutta a sacco. Portossi dipoi il cardinal Giuliano a città di Castello per isloggiarne Niccolò Vitelli tiranno della medesima, che per un pezzo gagliardamente si difese, e diede anche delle buone percosse all'armata pontificia. Ottenne in oltre esso Vitelli soccorso dal duca di Milano e da' Fiorentini; eppure in fine, atterrito dalla venuta di Federigo conte d'Urbino, principe di molto valore, che circa questi tempi ottenne dal papa il titolo di duca, capitolò la resa della città. Poco tempo godè della sua dignità Niccolò Marcello doge di Venezia, perchè nell'anno presente ai primo dì di dicembre [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] fu chiamato da Dio a più felice vita. In luogo suo fu posto Pietro Mocenigo, signor valoroso, che in questo medesimo anno avea fatto levare ai Turchi l'assedio da Scutari. Conchiuse in questo anno il re Ferdinando il matrimonio di Beatrice sua figliuola col famoso Mattia re d'Ungheria; ma l'esecuzione sua la vedremo solamente all'anno 1476. Venne ancora in quest'anno per Lombardia, ed andossene a Roma Cristierno re di Danimarca, al quale non mancò papa Sisto di far godere molti onori e regali, in guisa che il rimandò contento alle sue contrade.


MCCCCLXXV

Anno diCristo MCCCCLXXV. Indiz. VIII.
Sisto IV papa 5.
Federigo III imperadore 24.

L'anno presente fu anno di pace per l'Italia, e in Roma fu anno di giubileo [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Papa Sisto, che voglia avea di far questa sacra funzione, e desiderava nello stesso tempo di soddisfare alla divozion de' popoli, coll'accorciare gli anni del sacro giubileo, quegli fu che lo ridusse a venticinque anni, come tuttavia si costuma. Non si osservò gran concorso a Roma in tal congiuntura, perchè la Francia, l'Inghilterra, la Spagna, la Ungheria e la Polonia si trovavano in guerra. Vi andò bensì nel dì 6 di gennaio Ferdinando re di Napoli; ma colla sua divozione, secondo il solito de' principi, erano mischiati degli affari politici [Infessur., Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Sopprattutto a lui premeva di guastar la lega de' Veneziani col duca di Milano e co' Fiorentini, siccome poi gli venne fatto. Dicono inoltre, che avendolo o prima, o allora esentato il papa dal pagar censo pel regno di Napoli, cominciasse in quest'anno l'uso di presentar la chinea in luogo di censo nella vigilia della festa di San Pietro, in ricognizione della sovranità pontificia sopra quel regno; il che tuttavia è in uso, ma colla giunta alla chinea d'alcune migliaia di ducati. V'andò anche Carlotta regina di Cipri, scacciata da quel regno, per cagion del quale insorsero gravissime liti. Ne rimase infine padrona la repubblica di Venezia, la quale in quest'anno si disgustò col re Ferdinando, perchè si scopri a lei contrario nell'affare di Cipri [Andrea Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital.]; e ritirò anche il suo ambasciatore da Roma, trovandosi burlata dal pontefice, perchè, dopo aver egli tratto tanto danaro delle borse cristiane, non si prendeva pensiero di soccorrere essi Veneziani nell'infausta guerra co' Turchi. E riuscì ben deplorabile nell'anno presente l'acquisto fatto da que' Barbari dell'importante città di Coffa nella Crimea, posseduta per tanti anni dai Genovesi. Così, per negligenza di chi dovea accudirvi, ogni dì più cresceva la potenza degli Ottomani, e calava quella della cristianità.

Ma se papa Sisto si prendea poca cura dei progressi dell'armi turchesche, avea ben a cuore l'esaltazione de' propri nipoti. Abbiamo dal Platina [Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che in quest'anno egli procurò da Federigo duca d'Urbino Giovanna sua figliuola per moglie di Giovanni dalla Rovere suo nipote, e fratello del cardinal Giuliano, cioè di chi fu poi papa Giulio II. E perchè pareva indecente che la figliuola d'un principe fosse maritata con chi non possedeva Stati, Sisto vi trovò il ripiego, e fu quello di concedere al nipote in vicariato la città di Sinigaglia, colla bella terra e distretto di Mondavio: al che si opposero sulle prime i cardinali, ma con darla vinta infine all'autorità del papa, e alle preghiere d'esso cardinal Giuliano. Per tal maritaggio pervenne col tempo il ducato d'Urbino alla casa dalla Rovere. Nel novembre di quest'anno fu rapito dalla morte Leonardo nipote del papa e prefetto di Roma. Succedette in essa dignità l'altro suo nipote, cioè il suddetto Giovanni. Morì ancora nell'ottobre di quest'anno Bartolomeo Coleone da Bergamo [Corio, Ist. di Mil. Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Navagero, Ist. Ven., tom. 23 Rer. Ital.], rinomato generale de' Veneziani, con lasciar erede de' suoi beni lo stesso senato veneto, che ne ebbe in soli danari più di ducento mila ducati d'oro, oltre ad alcune belle terre. Gli fu alzata in Venezia sul piazzale della chiesa dei santi Giovanni e Paolo una statua equestre di bronzo, alla quale si trovò una mattina ch'era stata posta in mano una scopa e al collo un sacco: satira che rincrebbe assaissimo a quel saggio senato.


MCCCCLXXVI

Anno diCristo MCCCCLXXVI. Indiz. IX.
Sisto IV papa 6.
Federigo III imperadore 25.

Fiera inondazione del Tevere nel gennaio di quest'anno, cagionata dalle strabocchevoli pioggie, allagò molta parte di Roma, e recò gravissimi danni a quegli abitanti [Jacobus Card. Papiens., Ep. 642.]. Ossia che la peste venisse altronde portata in quella città, oppure, come è più probabile, s'infettasse l'aria nel diseccarsi dell'acque corrotte, una micidiale epidemia assalì nei mesi seguenti il popolo romano, con farne molta strage [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Per isfuggire i pericoli di questo malore, il pontefice Sisto se n'andò alla buon'aria di Campagnano. Succedette nel dì primo di settembre una gran turbolenza nella città di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Se ne stava in Mantova Niccolò d'Este nipote d'Ercole I duca di Ferrara, meditando sempre le maniere di levar la signoria ad esso suo zio. Se l'intese con Galeazzo Maria duca di Milano, principe di perversa politica, ed ebbe anche braccio da Lodovico marchese di Mantova suo parente. Pertanto nella mattina del dì suddetto con cinque navi cariche di armati giunse a Ferrara, in tempo appunto che il duca era ito alla nobil sua villa di Belriguardo; e, siccome egli avea delle intelligenze con alcuni suoi aderenti in quella città, non gli fu difficile l'entrarvi per un portello. A dirittura andato alla piazza, l'occupò, gridando i suoi: Vela, vela, e fece rompere tutte le carceri. A questo impensato accidente la duchessa Leonora e don Sigismondo di Este suo cognato se ne fuggirono in Castello Vecchio, dove neppur era provvision di vivere per un giorno. Si credeva Niccolò che il popolo s'avesse a sollevare in suo favore; ma niuno si mosse, amando tutti il presente legittimo governo. Portato con tutta fretta sì disgustoso avviso al duca Ercole, tosto montò a cavallo per venire a Ferrara; ma per via fattogli credere che Niccolò era venuto con quattordici mila persone, ed essere perduta la città, mutato cammino, s'inviò alla volta d'Argenta, e andò a fortificarsi a Lugo. Intanto, accortosi Niccolò che non batteano i conti da lui fatti sopra il popolo, e che anzi cominciavano i cittadini a prendere l'armi contra di lui, ed era uscito don Sigismondo con gente per venirgli addosso, uscì frettolosamente di città, e, passato il Po con parte dei suoi, se ne fuggì pel territorio del Bondeno. Ma que' contadini, già informati dell'affare, tanto l'inseguirono, ammazzando quanti cadevano nelle lor mani, che fecero prigione lui ed alcuni de' suoi capitani. Fu condotto l'infelice Niccolò a Ferrara, dove nel giorno seguente arrivato il duca Ercole, ed accolto con festose acclamazioni dal popolo, nel caldo del suo sdegno fece tagliare la testa a lui, ed impiccare per la gola alcuni dei di lui seguaci rimasti prigioni. Tale fu il fine di questa breve tragedia. Avea il duca nel dì 21 di luglio avuta la consolazione della nascita d'un figliuolo a lui partorito da Leonora d'Aragona sua moglie, al quale, in memoria del re Alfonso avolo suo materno, fu posto il nome di Alfonso. Questi poi col tempo riuscì uno dei più prodi e celebri principi d'Italia.

Era da molto tempo stabilito il matrimonio di Beatrice figliuola di Ferdinando re di Napoli, e sorella della suddetta Leonora duchessa di Ferrara, coll'insigne re d'Ungheria Mattia Corvino [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Se gli diede effetto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, in cui questa principessa fu sposata in Napoli, e coronata regina d'Ungheria dal cardinale Olivieri Caraffa. S'imbarcò ella nel dì 2 d'ottobre a Manfredonia con quattro galee e molti altri legni, per passare in Ungheria: pure certo è che la medesima pervenne a Ferrara nel dì 16 di ottobre, dove con grande onore fu ricevuta dal duca suo cognato, e si fecero molte feste, finchè nel dì 21 si rimise in viaggio. Avea fin qui Galeazzo Maria Sforza duca di Milano governati i suoi popoli, non già secondo le saggie massime di Francesco suo padre, ma con quelle che gli dettava il suo capriccioso e tirannico genio [Corio, Ist. di Milano.]. Benchè non gli mancassero delle belle qualità, pure l'eccesso della sua ambizione, libidine e crudeltà produsse il frutto ordinario de' vizii, cioè l'odio quasi universal della gente. Per motivi particolari di sdegno contra di lui congiurarono insieme Gian-Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconte, nobili milanesi, di levarlo di vita; ed aspettarono a fare il colpo nel dì 26 di dicembre, in cui esso duca soleva portarsi alla basilica di Santo Stefano [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Giunto colà il duca colle sue guardie, e con una fiorita corte, i tre congiurati in mezzo a quella gran truppa arditamente se gli avventarono addosso, e con più ferite lo stesero morto a terra. In quel fiero miscuglio intricatosi nel fuggire fra le gonnelle delle donne il Lampugnano, restò anch'esso ucciso. Ebbero l'Olgiato e il Visconte la fortuna di trapelar per la gente, e di correre a nascondersi; ma, scoperti, furono consegnati alla giustizia, e poi squartati vivi. All'Olgiato, giovine di gran fuoco, non vi fu maniera di far conoscere il fallo suo, non iscusabile davanti a Dio [Anton. Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.], sostenendo egli sempre, anzi pregiandosi di aver fatto un sacrifizio, di cui dovea aspettarsi premio da Dio e dagli uomini. Così terminò sua vita quel principe, e la morte sua fu principio di non poche calamità, che afflissero dipoi la misera Italia, avendo egli lasciato dopo di sè Gian-Galeazzo Maria suo primogenito di età di soli otto anni, e però incapace del governo, che fu bensì quietamente proclamato duca, ma con pervenire la reggenza di quegli Stati alla duchessa Bona di Savoia sua madre. Trovossi tosto quella saggia principessa attorniata e battuta da Sforza duca di Bari, e Lodovico, Ascanio ed Ottaviano fratelli dell'ucciso duca, e dianzi banditi, che non tardarono a sconvolgere tutta la lor casa e il ducato di Milano, siccome vedremo. Andarono da tutte le parti ambasciatori a condolersi colla duchessa dell'atroce caso, e ad esibir soccorsi; ma cominciò nel cuore stesso della famiglia Sforza a formarsi un tarlo, i cui perniciosi effetti compariranno in breve. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer Ital.] essendo mancato di vita Pietro Mocenigo doge di Venezia, in luogo suo fu sostituito Andrea Vendramino.


MCCCCLXXVII

Anno diCristo MCCCCLXXVII. Indiz. X.
Sisto IV papa 7.
Federigo III imperadore 26.

Era restato vedovo Ferdinando re di Napoli, e tuttochè avesse figliuoli grandi, e il primogenito Alfonso duca di Calabria si trovasse arricchito anch'esso di prole, pure pensò ad accasarsi di nuovo. Sembra che la politica il conducesse a questo. Il non aver mai il re di Aragona e Sicilia Giovanni approvato che fosse pervenuto al bastardo re Ferdinando il regno di Napoli, regno conquistato col sangue e col danaro de' suoi popoli, cagion fu che mala corrispondenza fin qui durasse fra loro [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Diede il re Giovanni nell'anno presente al re Ferdinando Giovanna sua figliuola in moglie. Per tal via fra questi principi tornò la buona armonia. Nel settembre del presente anno con magnifica solennità furono celebrate cotali nozze; ed essendo, per tale occasione, stato spedito colà il cardinale Rodrigo Borgia con titolo di legato, egli fu che coronò la nuova regina. Ferdinando, per levar di testa ad Alfonso duca di Calabria suo primogenito qualunque gelosia che gli potesse nascere per cagion di tali nozze, nel dì 20 del suddetto settembre gli fece giurare omaggio da tutti i baroni come ad immediato successore della corona dopo sua morte. Nel dì 10 di dicembre di quest'anno [Raynaldus, Annal. Eccles. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] papa Sisto fece la promozione d'alcuni nuovi cardinali. Uno d'essi fu Giovanni d'Aragona figliuolo del medesimo re Ferdinando. Due altri suoi nipoti ornò Sisto della sacra porpora. Si può ben credere che ciò non piacesse agli altri porporati, e massimamente a chi disapprovava gli eccessi del nepotismo. In questi tempi Carlo da Montone, figlio naturale di quel Braccio che già vedemmo sì famoso capitano, essendo già avvezzo all'armi, e condottiere d'alcune squadre, concepì speranza di assoggettarsi Perugia, siccome avea fatto il padre; e a tal fine assoldata molta gente, s'indirizzò a quelle parti [Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.]. Gli andò fallito il colpo, perchè trovò sicura quella città per una lega nuovamente fatta co' Fiorentini. Si volse dunque addosso ai Sanesi, e, trovandoli sprovveduti, fece loro gran danno, e più n'avrebbe fatto, se i Sanesi, ricorsi ai Fiorentini, non avessero ottenuto il lor patrocinio, per cui fu d'uopo che Carlo cessasse dall'offenderli.

Ciò che maggior rumore fece nell'anno presente fu la rivoluzione di Genova [Corio, Istor. di Milano. Antonius Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Quel popolo, oltre al suo genio portato sempre alla novità, e a mutar padrone e governo, era da gran tempo mal soddisfatto dell'estinto duca di Milano Galeazzo Maria. Specialmente i Fieschi per danni ricevuti grande odio nudrivano contro la casa Sforza. Dacchè dunque fu morto esso duca, Matteo del Fiesco fece massa di gente, e con intelligenza di varii cittadini, nel dì 16 di marzo [Giustiniani, Storia di Genova, lib. 5.], entrò di notte con una scalata in Genova, gridando: Libertà. Tutto il popolo fu per lui in armi. Sopravvennero poscia Obietto e Gian-Luigi fratelli del Fiesco, che maggiormente animarono i cittadini alla ribellione, e fecero tornare in città i Fregosi. Ma il castelletto restava in mano del duca, e questo con grossa e fedel guarnigione, il quale cominciò colle artiglierie a far guerra alla città. All'avviso di tal sedizione, la duchessa Bona mise tosto in ordine circa dodici mila armati, la maggior parte fanteria, e la spedì a quella volta sotto il comando di Roberto da San Severino, capitano di gran credito in questi tempi. Seco erano Lodovico il Moro ed Ottaviano, zii del picciolo duca, e inoltre Prospero Adorno, il quale, già confinato in Milano, con dolci parole e larghe promesse fu in questa occasione condotto ad imprendere anch'egli l'assunto di ridurre di nuovo la patria all'ubbidienza del duca. Mirabilmente servì la presenza ed industria dell'Adorno per calmare gli animi sediziosi di quel popolo, in maniera che dopo alquante calde scaramuccie si trattò di pace, e tornò Genova, nel giorno ultimo d'aprile, a riconoscere per suo signore il duca di Milano, con aver poi tutti nel dì 9 di maggio prestato il giuramento di fedeltà. Restò ivi per governatore a nome del duca il suddetto Prospero Adorno. Era allora il principal ministro di Bona duchessa di Milano Cecco Simonetta Calabrese, personaggio d'insigne attività, fedeltà ed accortezza; e perchè tale, promosso ai principali onori da Francesco Sforza, ottimo discernitore dell'altrui abilità. Avea per fratello quel Giovanni Simonetta, che ci diede la Vita di esso duca Francesco, scritta elegantemente in latino [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Ma cotanta sua autorità gli tirò addosso l'odio di moltissimi, e massimamente dei nobili della fazion ghibellina. Più nondimeno degli altri il miravano con occhio bieco i principi zii del duca, cioè Sforza duca di Bari, Lodovico, Ottaviano ed Ascanio, perchè da lui tenuti stretti, non volendo egli che sì pericolosi strumenti s'ingerissero nel governo. Perciò cominciarono a cercar le vie di abbatterlo, e tirarono nel loro partito Roberto da San Severino, voglioso anch'esso di metter mano negli affari dello Stato. Non dormiva il Simonetta; e però nel dì 25 di maggio fece che la duchessa, chiamato nel castello Donato del Conte, ch'era il principale manipolatore della congiura, il ritenne prigione, e mandollo nelle carceri di Monza. Diedero per questo alle armi i fratelli sforzeschi; nè le voleano deporre senza vedere rimesso in libertà Donato. Si quetarono infine; ma non andò molto che Roberto da San Severino, accortosi che a lui si faceva la caccia, perchè creduto mantice di quel fuoco, prese la fuga, ed, avendo accortamente deluso chi gli tenea dietro con armati per prenderlo, si ritirò poi ad Asti. Non ebbe così favorevole la fortuna Ottaviano Sforza, che parimente se ne fuggì, perciocchè inseguito, nel voler passare a guazzo il fiume Adda, quivi annegato lasciò la vita. Furono appresso relegati gli altri fratelli Sforza, cioè Sforza duca di Bari al suo ducato in regno di Napoli, Lodovico a Pisa ed Ascanio a Perugia: con che tornò in Milano la quiete, ma per durarvi poco. Era stata occupata la signoria di Faenza a Galeotto de' Manfredi da Carlo suo fratello [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Ebbe ordine Giovanni Bentivoglio dalla duchessa di Milano di prestare aiuto a Galeotto, e infatti si trovò obbligato Carlo a dimettere la preda. Se n'andò egli a Napoli, ma fu mal veduto dal re Ferdinando. Abbiamo dal Diario di Parma che sul fine d'ottobre dell'anno presente [Cronica MS. di Bologna.] circa trenta mila Turchi a cavallo dalla Bossina all'improvviso comparvero nel Friuli sin presso ad Udine, i quali, dopo avere sconfitto un corpo di gente mandato contra d'essi dai Veneziani, saccheggiarono e misero a fuoco centocinquanta ville, uccidendo i vecchi e le donne, e ritenendo i fanciulli. Gran paura fu in Venezia, e gran preparamento di gente vi si fece; ma i Barbari, sopravvenuto il verno, se ne ritornarono in Bossina.


MCCCCLXXVIII

Anno diCristo MCCCCLXXVIII. Indiz. XI.
Sisto IV papa 8.
Federigo III imperadore 27.

Non lieve strepito in quest'anno, massimamente in Italia, fece la congiura dei Pazzi [Ammirat., Istor. di Firenze, lib. 24. Angelus Politianus, et alii.]. Potente casa era quella in Firenze, ma, accecata dall'invidia, non sapea sofferire l'autorità superiore che godeano in quella repubblica i due fratelli Giuliano e Lorenzo de Medici, personaggi di somma ricchezza, ed insieme di credito singolare anche fuori d'Italia. Trovandosi allora Francesco de' Pazzi tesoriere del papa, quegli fu in cui cuore nacque il desiderio di atterrar la fortuna de' Medici: cosa non creduta praticabile, se non con levar loro la vita. Favorevole se gli scoprì all'indegna impresa il conte Girolamo Riario nipote di papa Sisto, il qual fu sempre un mal arnese, e pregiudicò di molto alla fama del pontefice zio. Odiava costui a dismisura Lorenzo de Medici perchè l'avea trovato contrario a' suoi ingrandimenti, allorchè divenne signor d'Imola, e più paventava di lui dopo la morte di Sisto. Per quanto si potè dedurre da ciò che poscia avvenne, si lasciò il vecchio papa mischiare da questo mal uomo nel nero disegno del Pazzi [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; tanto più che non men egli che il re Ferdinando erano disgustati di Lorenzo de Medici per la lega fatta senza di loro co' Veneziani e col duca di Milano; ed amendue speravano che, cadendo i Medici, e prevalendo i Pazzi, Firenze s'unirebbe con loro. Ebbe Francesco de' Pazzi dalla sua anche Francesco Salviati arcivescovo di Pisa, già nemico di Lorenzo, che apposta venne a Firenze per dar mano al fatto, senza mettersi scrupolo, se ad un par suo convenisse un sì fatto mestiere. D'ordine eziandio del papa, da Pisa passò alla medesima città Rafaello Riario cardinale con titolo di legato, ed ordine di far ciò che gli direbbe esso arcivescovo di Pisa. Finalmente fu data commissione a Gian Francesco da Tolentino capitano del papa di accostarsi a Firenze con due mila fanti per sostenere, occorrendo, i congiurati. Fu scelto il giorno 26 d'aprile ad eseguir la meditata impresa, e scelta la stessa cattedrale di Firenze, e il tempo dello stesso santo sagrifizio, cioè quando si alzava la sacratissima ostia, per compiere così infame opera [Raphael. Volaterran. Geogr., lib. 5. Diar. Parmig., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu dunque da Francesco dei Pazzi in quel tempo e luogo ucciso Giuliano de Medici, che col fratello era ito ad accompagnar colà il cardinal Riario. Ma Lorenzo de Medici, ricevuta una sola leggier ferita nella gola, quasi miracolosamente scampò nella sagristia, dove, serrate le porte, restò in sicuro, e poi si ridusse a casa. Si riempè di tumulto e di grida il tempio tutto; il popolo a gara corse alle armi in favor de' Medici. Era già ito l'arcivescovo di Pisa avanti il fatto con molti de' suoi al palazzo de' signori per impadronirsene, udita che avesse la morte dei Medici. Ma altrimenti passò la faccenda. Preso dalla gente del gonfaloniere, così caldo caldo con un capestro alla gola fu impiccato alle finestre del palazzo medesimo, e seco Jacopo Salviati e Jacopo figliuolo dello storico Poggio. Preso anche Francesco de' Pazzi, non si tardò punto ad impiccarlo a canto dell'arcivescovo. La medesima pena toccò a Jacopo e ad altri della casa dei Pazzi, e a parecchi loro aderenti, essendo asceso il numero dei morti a settanta [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.]. Sotto buona guardia fu ritenuto il giovinetto cardinal Riario, che asseriva di non essere punto stato consapevole del trattato, e verisimilmente diceva il vero. Nondimeno scrivono altri [Anton. Gall., Comment., tom. 23 Rer. Italic.] ch'egli fu maltrattato in quel furore di popolo. Certo è che venne poi rimesso in libertà, per non irritare maggiormente il papa.

Riferita a Roma la riuscita di questo orrido fatto [Raynaldus, Annal. Eccles.] il pontefice, trovandola diversa da quel che desiderava e sperava, montò forte in collera contra dei Fiorentini; e preso il pretesto che Lorenzo dei Medici e i magistrati di Firenze avessero commesso un troppo enorme delitto con levar la vita ad un arcivescovo, e con ritener prigione un cardinale legato, ed avessero dianzi prestato aiuto ai nemici della Chiesa, fulminò contra d'essi tutte le scomuniche e maledizioni del cielo, e l'interdetto alla lor città. Nè questo bastò [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Si servirono tanto egli quanto il re Ferdinando di questa occasione per occupar tutti i danari e beni degl'innocenti Fiorentini che si trovarono in Roma e in regno di Napoli, e per muovere guerra alla repubblica fiorentina. Nella lor lega si lasciarono indurre ancora i Sanesi. Scapitò di molto per tali fatti la fama del pontefice Sisto, nè passò molto che si dichiararono contra di lui e in favore di Lorenzo de Medici e de' Fiorentini Lodovico XI re di Francia, la reggenza di Milano, i Veneziani, Ercole duca di Ferrara, Roberto Malatesta signor di Rimini, ed altri. Anzi il re di Francia parlò alto contra d'esso papa. Anche l'imperador Federigo e Mattia Corvino re d'Ungheria spedirono oratori al pontefice, pregandolo di desistere dalla guerra contra de' Fiorentini, e di volgere le sue armi e il danaro della Chiesa in difesa della cristianità ogni dì più oppressa da' Turchi. Parlarono ad un sordo: più potè nel cuore del papa l'ambiziosa politica del conte Girolamo suo nipote e del re Ferdinando, che ogni altro riflesso conveniente al sacro suo ministero. Per questo e per altri motivi i Veneziani [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], il meglio che poterono, conchiusero la pace co' Turchi: il che produsse altri maggiori disastri alle terre de' cristiani, e rendè più superbo e potente l'imperadore ottomano. Altri sconcerti originati da questo biasimevol impegno di papa Sisto si vedranno in breve, essendo entrati in guerra, a cagion di ciò, tutti i principi d'Italia. Ed ecco dove si lasciavano trasportare allora i papi per cagion di quel nepotismo, da cui finalmente abbiam veduto esenti, ai dì nostri, alcuni saggi pontefici, e da cui specialmente alieno rimiriamo il glorioso pontificato del regnante papa Benedetto XIV.

Spedirono intanto sì il pontefice Sisto come il re Ferdinando le loro milizie in Toscana addosso ai Fiorentini, che si trovavano allora mal provveduti di genti d'armi, e senza capitan generale. Una delle applicazioni di Ferdinando e d'esso papa genovese, per distorre Bona duchessa di Milano dal soccorrere Firenze, fu quella di procurare una nuova rivoluzione in Genova [Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital.]. Prospero Adorno, posto ivi per governatore dalla duchessa, dimentico della sua fede, prestò volentieri orecchio al trattato. Gli vennero in soccorso da Napoli alcune navi armate [Corio, Istor. di Milano.]; ed allorchè, per ordine della duchessa, arrivò a Genova il vescovo di Como per deporre l'Adorno, e prendere il governo della città, cioè nel dì 25 di giugno, i Genovesi fecero una rivolta, e costrinsero i Milanesi a ridursi nel castelletto. Roberto da San Severino, gran perturbatore dell'Italia, trasse subito al rumore, chiamato non so se dal re Ferdinando, oppur da' Genovesi [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]; ed, entrato in Genova, nel dì 16 di luglio, attese ad ammassar gente insieme con Prospero Adorno per opporsi all'armata milanese, che già prevedevano, oppure sapevano, si andava allestendo per portare soccorso al castelletto e riacquistar la città. In fatti spiccò da Milano un poderoso esercito, ma condotto da un capitano inesperto, cioè da Sforza Visconte bastardo, a cui fu dato per consigliere Pier Francesco Visconte. Valicato l'Apennino, calò quest'armata alla volta di Genova. Il San Severino, oltre all'aver fatte molte fortificazioni fuori di Genova, finse una lettera scritta da Milano al vescovo di Como, ed intercetta, da cui appariva promesso il sacco di Genova ai soldati, e che si leverebbe ogni privilegio ai cittadini. Letta questa in pubblico, fece diventar come tanti lioni i per altro bellicosi e bravi Genovesi. Però con questo ardore usciti contra dell'esercito duchesco nel dì 7 d'agosto, lo misero in rotta, e fecero una sterminata copia di prigioni. Al vedere come disperato il caso di Genova, fu presa in Milano un'altra risoluzione, cioè di spedire colà Batistino Fregoso, e, cedendo a lui le fortezze, di aiutarlo a divenire doge della sua patria. Così fu fatto. Entrato in Genova il Fregoso, vi trovò la dissensione fra i capi: il che facilitò a lui la maniera di cacciar fuori della città Prospero Adorno e Roberto da San Severino, e di farsi proclamar doge. Ma quasi tutta la Riviera di Levante restò all'ubbidienza dell'Adorno e del San Severino, il quale ultimo, dopo aver fallito questo colpo, si diede a fabbricar altre macchine contro al governo di Milano. Oltre a ciò il papa e il re Ferdinando mossero un'altra tempesta addosso ai Milanesi, con fare che gli Svizzeri, gente bellicosa e fiera, assoluti dal papa dai giuramento che aveano di non offendere lo Stato di Milano, cominciassero contra di esso Stato la guerra [Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.]. Costoro, dopo essersi impadroniti di varie castella, posero l'assedio a Lugano nel mese di novembre. Poco vi si fermarono, perchè spedito colà Federigo novello marchese di Mantova con buon nerbo di gente, meglio stimarono di ritirarsi. E gli affari avrebbono in quelle parti presa miglior piega, se il grosso presidio di Belinzona non avesse temerariamente voluto incalzare gli Svizzeri nella lor ritirata per aspre montagne. Imperocchè i Milanesi tra per li sassi rotolati giù dai nemici, e per la fuga di un mulo impaurito, furono sì fattamente presi da timor panico, che più di ottocento persone o annegate od uccise vi restarono, e gli altri perderono armi e bagaglio.

Erano già, siccome dissi, entrate in Toscana nel mese di luglio l'armi del papa e del re Ferdinando, comandate da Alfonso duca di Calabria e da Federigo duca d'Urbino. Fu loro facile l'impossessarsi di alcune castella, perchè i Fiorentini andavano raunando gente, facendone venir di Lombardia, ma non ne aveano tante da poter contrastare in campagna col nemico esercito. Si applicò Alfonso duca all'assedio della Castellina, e nel dì 14 d'agosto l'ebbe a patti, con seguitar poscia a prendere altre terre. Volendo intanto i Fiorentini e la duchessa di Milano provvedersi d'un capitan generale, parve loro più a proposito d'ogni altro Ercole duca di Ferrara; e il condussero, ancorchè fosse genero del re Ferdinando [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.]. Giunse questo principe a Firenze nel dì 8 di settembre, ed, uscito in campagna, raffrenò i nemici, e portò gran danno ai Sanesi collegati con loro. Così passò l'anno presente; restando nondimeno i Fiorentini in male stato, perchè v'era discordia nel campo loro, e pochi erano i sussidii mandati dal re di Francia, dalla duchessa di Milano e da' Veneziani. Presero eglino inoltre al loro soldo Roberto Malatesta signor di Pesaro. Anche Giovanni Bentivoglio, arbitro allora del governo di Bologna, fu in loro aiuto. In Venezia nell'anno presente a dì 6 di maggio [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] terminò sua vita Andrea Vendramino doge di quella repubblica, a cui succedette in essa dignità Giovanni Mocenigo nel dì 18 d'esso mese; e poco stette ad entrare in quella città la peste, che portò al sepolcro alcune migliaia di persone e molti nobili, con essere durata sino al novembre. Parimente in quest'anno nel mese di giugno [Diar. Parmens., tom eod.] passò all'altra vita Lodovico Gonzaga marchese di Mantova: con che pervenne il dominio di quello Stato a Federigo suo primogenito, il quale fu condotto al suo soldo dalla duchessa di Milano. Nel Mantovano giunsero in questi tempi nuvoli di locuste, che occuparono circa trenta miglia di lunghezza verso il Bresciano, e quattro miglia di larghezza. Distrussero tutte l'erbe e foglie di quella contrada; e fattane, per ordine del marchese, con poco garbo strage senza seppellirle, infettarono poi l'aria, cagionando una micidiale epidemia ne' corpi umani. In quest'anno parimente la peste infierì non solamente nelle armate nemiche guerreggianti in Toscana, ma anche in Roma, Bologna, Mantova, Modena, Brescia, Bergamo e nella Romagna.


MCCCCLXXIX

Anno diCristo MCCCCLXXIX. Indiz. XII.
Sisto IV papa 9.
Federigo III imperadore 28.

Per quanto si adoperassero i Fiorentini e gli ambasciatori spediti dal re di Francia e da altri potentati, per indurre il pontefice Sisto a dare la pace ai Fiorentini in tempo che la cristianità veniva conculcata dal comune nemico; nulla si potè ottenere [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Persisteva egli in pretendere che i Fiorentini non solamente scacciassero Lorenzo de Medici, ma che gliel dessero nelle mani: cosa che non mai si volle accordare, perchè egli era stato l'offeso, nè per colpa od ordine suo l'arcivescovo di Pisa avea perduta la vita. Più strana cosa sembrava che intanto il pontefice andava inviando legati in Germania, Ungheria, Boemia e Polonia, per sollecitare i principi a far guerra al Turco, quand'egli poi si perdeva in farla contra de' cristiani, e vibrava scomuniche a furia contra di Ercole duca di Ferrara, e contra di Rimini, Pesaro e Faenza, perchè non lasciavano divorar vivi da lui i Fiorentini. Seguitò dunque la guerra in Toscana, e vi si frammischiarono tanti altri imbrogli per li maneggi di Roberto da San Severino, che fu in grave pericolo quella repubblica. Dirò io in breve ciò che altri diffusamente lasciò scritto [Ammirati, Istor. Fiorent. lib. 24.]. Essendo in Toscana Ercole duca di Ferrara, e Federigo marchese di Mantova, non male s'incamminavano le militari azioni contra dell'esercito pontificio e napoletano. Riuscì ancora a Roberto Malatesta lor condottiero di dare una rotta a Matteo da Capoa, allorchè conduceva un grosso corpo di gente al campo del duca di Calabria. Ma ecco che Roberto San Severino [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.], accordatosi con Lodovico il Moro e con Sforza duca di Bari, zii paterni del picciolo duca di Milano, e formato un esercito, dalla Lunigiana passò anch'egli alla volta di Pisa unito con Obietto e Gian-Luigi del Fiesco: sicchè da due parti si videro assaliti i Fiorentini. Contra del San Severino marciò il duca di Ferrara, e il fece ritirare fin di là dalla Magra; ma il fuoco da quella parte estinto, andò da lì a qualche tempo a sboccare sopra una più lontana e pericolosa parte. Cioè si venne a sapere ch'esso San Severino con Lodovico Sforza soprannominato il Moro (giacchè in questi dì sul Genovesato morì Sforza duca di Bari suo fratello, siccome fu creduto, di veleno) per aspre montagne era nel dì 10 d'agosto [Corio, Istor. di Milano.] calato sul Tortonese, e che l'infedele governator di Tortona gli avea data quella città. Diffusamente narrati si leggono questi avvenimenti nei Diario di Parma [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]. Avea Lodovico intelligenza col castellano del castello di Milano; e però, lasciato l'esercito alla cura del San Severino, ito con poca gente a Milano, entrò in esso castello. Consigliato il duca Gian-Galeazzo Maria e la duchessa Bona dalla fazione de' Ghibellini a rinconciliarsi con lui, ammisero Lodovico alla loro udienza, e il trattarono con grande umanità: il che cagionò un giubilo universale nel basso popolo di Milano, figurandosi ognuno ristabilita la concordia e la quiete. Ma Lodovico Sforza, che altro pensier non avea in testa se non quello di comandar le feste, e di andar fin dove si potesse per soddisfare a questa sua potente passione, la prima cosa che fece, quella fu di levarsi dagli occhi il troppo potente ed odiato ministro della duchessa, cioè Cecco Simonetta. Ordinata dunque una sedizione coi capi de' Ghibellini, fu preso Cecco, e mandato alle carceri di Pavia, dove poi aspramente tormentato e processato, ebbe la testa tagliata nel dì 30 d'ottobre dell'anno seguente.

Allorchè si udì caduta Tortona in mano di Lodovico il Moro, scrisse tosto la duchessa ad Ercole duca di Ferrara, che si trovava all'armata in Toscana, di venire in suo aiuto. Venne egli, ma non giunse a tempo d'impedire le novità succedute in Milano; e la sua partenza dalla Toscana riuscì di notabil pregiudizio ai Fiorentini. Imperocchè, lasciato al comando delle sue genti Sigismondo d'Este suo fratello, al cui parere prevalse quello di Costanzo Sforza signore di Pesaro, ostinato in non voler muovere il campo da Poggio Imperiale, nel dì 7 di settembre [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.] venne l'esercito del duca di Calabria ad assalirli, e senza gran fatica in poco di tempo li mise in fuga: disavventura che portò la costernazione in Firenze. Da ciò seguirono non pochi progressi delle armi pontificie e napoletane, perchè presero Poggibonzi, Colle ed altre terre, con ridurre sempre più Firenze alle strette. Quivi oramai mormorava non poco il popolo, perchè si provassero tanti guai, e si mettesse la repubblica in pericolo di rovina per cagione d'un sol cittadino. Nè si potea più far capitale de' soccorsi del duca di Milano, dappoichè Lodovico il Moro, divenuto governatore di quello Stato, se l'intendeva col re Ferdinando, da cui poscia ottenne anche il ducato di Bari. Fu allora che Lorenzo de Medici, essendosi ridotte a quartieri d'inverno le armate, considerando la stanchezza della sua città per questa arrabbiata guerra, e i pericoli maggiori se non vi si ritrovava rimedio, prese, nel dì 5 di dicembre, una risoluzione, che, quantunque venisse da un uomo di gran senno, pure fu da moltissimi tenuta per troppo ardita: cioè determinò di portarsi in persona a Napoli, per tentar di placare l'animo del re Ferdinando. Non v'era chi non si ricordasse di quanto dicemmo avvenuto al conte Jacopo Piccinino, e ad altri in quella corte. Tuttavia è da credere che non si sarebbe così facilmente azzardato Lorenzo ad un tentativo, se non avesse avuto fondamenti bastevoli di sperarne buona riuscita. Fors'egli, come fu creduto, avea preventivamente con danari guadagnata la grazia dei più possenti presso di Ferdinando. Fors'anche lo stesso Lodovico il Moro, che non si vedea sicuro in sella, perchè a' Veneziani era dispiaciuta la sua entrata per le finestre nel governo di Milano, e che perciò desiderava la pace, s'interpose col re Ferdinando. Finalmente sappiamo dalla Cronica di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], essere stato consigliato Lorenzo dal duca Ercole genero del re di andare a Napoli; nè è da credere che il consiglio fosse venuto da chi prima non sapesse che l'andare era senza pericolo. Appena fu partito il Medici, che i Fregosi occuparono Sarzana, posseduta allora da' Fiorentini, contuttochè durasse una tregua stabilita fra quelle potenze guerreggianti: il qual tradimento incredibil rammarico cagionò in Firenze.


MCCCCLXXX

Anno diCristo MCCCCLXXX. Indiz. XIII.
Sisto IV papa 10.
Federigo III imperadore 29.

La risoluzion presa da Lorenzo de Medici di andarsene a Napoli a trovare il nemico re Ferdinando, parve, siccome accennai, anche agli uomini savii pericolosa ed ardita, contuttochè, secondo la testimonianza dell'autore del Diario di Parma [Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.], egli andasse armato almeno d'un salvocondotto; pure essa ebbe poi un felice successo [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.]. così ben seppe egli lavorare coll'eloquenza sua negli orecchi de' ministri e del re medesimo; così ben ricevuta fu l'umiliazione sua dal re, anzi gradita la fidanza ch'egli mostrò della clemenza regale, che la nemicizia si convertì in piena amicizia. Contribuì ancora non poco a far che Ferdinando cambiasse massima, l'essere arrivato in Toscana il duca di Lorena, cioè il pretendente del regno di Napoli. Fu pertanto spedito ordine alle milizie napoletane di non più molestare i Fiorentini; e pace, anzi lega seguì fra il re ed essi, sottoscritta nel dì 6 di marzo. Si alterò forte il pontefice Sisto all'udire questa concordia, intavolata ed anche conchiusa senza partecipazione sua, o almeno senza suo consentimento. Tuttavia, conoscendo egli di non poter solo continuare la guerra, e tanto più, perchè immenso esercito di Turchi assediava e combatteva alla disperata la città di Rodi, posseduta allora dai cavalieri oggidì appellati di Malta, per necessità tacque, e si diede ad ordir altre tele. Intanto il turbolento animo del conte Girolamo Riario suo nipote, signore d'Imola, dalla Toscana, cui non potea più offendere per cagion di quella pace, portò dipoi la guerra in Romagna, dove somma ansietà avea di fabbricarsi un buon nido, finchè vivea il papa, che secondava tutte le voglie di lui. Cominciò adunque ad infestare Costanzo Sforza signor di Pesaro, stato finora colle sue genti al servigio de' Fiorentini. Si sostenne lo Sforza coll'appoggio del re Ferdinando. Avvenne in questi tempi che morì Pino degli Ordelaffi signore di Forlì, e benemerito di quella città [Jacobus Philippus Bergom., in Hist.], senza lasciar dopo di sè prole legittima. Dichiarò egli successore in quel dominio Sinibaldo suo figliuolo spurio di poca età sotto la tutela della moglie. Ma Anton-Maria e Francesco Maria degli Ordelaffi figliuoli legittimi di un fratello di esso Pino, aiutati da Galeotto de' Manfredi signor di Faenza loro zio, e protetti dal re Ferdinando, mossero guerra a Sinibaldo e alla tutrice. Trasse a questo rumore il conte Girolamo colle armi pontificie; e tra perchè i guai, dei quali parlerò fra poco, obbligarono il re suddetto a cercar aiuti dal papa, e a dimettere la protezion degli Ordelaffi [Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.]; o perchè il conte Girolamo assistito da Federigo duca d'Urbino ebbe l'entrata in Forlì, e con gran danaro ottenne anche la rocca dalla vedova di Pino; di quella città esso conte divenne padrone, e ne riportò senza molta fatica l'investitura dal pontefice zio. Così venne a perderne il dominio la nobil casa degli Ordelaffi, che avea in addietro per circa cento cinquanta anni signoreggiato in quella città. Antonio Maria passò poi a Venezia, ed ebbe provvisione da quella repubblica.

Se è vero ciò che scrive il Corio [Corio, Istor. di Milano.], non tardò il papa ad entrar nella lega contratta da Ferdinando re di Napoli coi Fiorentini e con Gian-Galeazzo duca di Milano. Narra egli che questa lega, nella quale il primo era lo stesso pontefice, fu pubblicata, nel dì 25 di marzo, in Milano, e che ne restarono esclusi i Veneziani. Ma o non sussiste tale lega, oppure convien dire (e lo dice infatti l'Ammirati [Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.]) che il papa se ne pentisse ben presto; giacchè, secondo il Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nel dì 16 oppure 26 d'aprile, egli stabilì un'altra lega coi Veneziani, nella quale furono nominati molti principi e signori, ma non già il re Ferdinando, nè il duca di Milano, nè i Fiorentini. Capitano di questa lega fu dichiarato il conte Girolamo nipote del papa, e fu creato gonfalonier della Chiesa Federigo duca d'Urbino. Permise Dio che nel medesimo presente anno questo papa, sì poco curante di far testa ai Turchi, e solamente portato ad imbrogliar l'Italia per le suggestioni del predominante nipote, provasse gli effetti del suo poco zelo in favore della cristianità. Aveano gloriosamente i cavalieri di Rodi difesa la lor città, ed obbligato il grande esercito di Maometto II signor de' Turchi a levarne l'assedio. Cooperarono a questo buon successo due navi piene di gente valorosa, che spedì in loro aiuto il re Ferdinando. Ma ecco nel mese di luglio giugnere in Puglia la potentissima flotta degli stessi Turchi, ed imprendere l'assedio di Otranto. Sospettarono i Napoletani che Maometto, oppure il suo bassà Acmet, fosse stato mosso a questa impresa dai Veneziani, per l'odio grande che portavano al re Ferdinando. Crebbero poi tali sospetti per certi altri avvenimenti che io tralascio. Comunque sia, resistè Otranto alle forze e agli assalti turcheschi sino al dì 21 d'agosto, in cui fu preso a forza d'armi [Summonte, Istoria di Napoli.]. Le crudeltà commesse in tal congiuntura da que' cani fanno orrore. L'arcivescovo Stefano Pendinello, i canonici, i preti e i frati, vittime del loro furore, furono decapitati, le sacre vergini abbandonate alla lor libidine; spogliati e profanati i sacri templi, ed uccisi circa dieci mila di quegli infelici cittadini e difensori. Dopo di che si fortificarono in quella città i barbari vincitori. Portò la disgrazia d'Otranto un incredibile spavento per tutta l'Italia, e specialmente fece breccia il timore nel cuor del pontefice, talmente che fu creduto da alcuni che egli già meditasse di fuggirsene in Francia. Oh allora sì ch'egli cominciò daddovero a pensare al riparo contro l'oramai sterminata potenza dei Turchi, e diedesi a scrivere lettere lagrimevoli a tutte le potenze d'Italia e oltramontane, raccomandandosi vivamente alla lor pietà per soccorsi, valevoli a reprimere l'orgoglioso persecutor de' cristiani. V'ha degli storici che mettono la liberazione d'Otranto sotto quest'anno. Certamente si sono ingannati. All'infausto avviso di questo barbarico attentato, Alfonso duca di Calabria, che tuttavia era in Toscana, marciò speditamente colla sua armata verso il regno paterno per opporsi almeno ai maggiori progressi di sì potente nemico. Prima nondimeno di partirsi egli avea fatto un colpo, convenevole alla di lui eccessiva ambizione: cioè la ricompensa ch'egli diede a' Sanesi, da' quali nella guerra suddetta avea ricevuto ogni assistenza e favore contra dei Fiorentini, quella fu di spogliarli della lor libertà. Imperciocchè procurò ch'essi liberassero dal bando i fuorusciti, e col favore poscia di questi si fece proclamar signore di Siena. La paura de' Turchi, e il bisogno dell'aiuto di tutti, innanzi che l'anno terminasse, indussero il papa a rimettere in sua grazia i Fiorentini, i quali con ispedire a Roma dodici loro ambasciatori ad umiliarsi, e a chiedere perdono, nel dì 3 di dicembre conseguirono l'assoluzione de' loro misfatti. Segno è ben questo che non era dianzi seguita lega alcuna fra esso papa e i suddetti Fiorentini. In questi tempi [Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.] Lodovico Sforza il Moro, che non amava d'aver compagni nel governo di Milano, seppe ben presto trovar le vie d'ottenere il suo intento. Era tornato a Milano Ascanio Sforza suo fratello e vescovo di Pavia. Vero o falso che fosse ch'egli favorisse la fazion ghibellina, si servì di questa ragione l'ambizioso Lodovico per farlo ritenere in castello sul fine di febbraio, dopo di che il mandò ai confini a Ferrara. Inoltre tolse da' fianchi della duchessa Bona di Savoia Antonio Tassini Ferrarese, uomo che, tenendo un gran predominio nell'animo di essa, avea accumulato di grandi ricchezze. Finalmente fece che il duca Gian-Galeazzo Maria, benchè di età di anni dodici, nel dì 7 d'ottobre assumesse il governo, e facesse intendere alla duchessa sua madre di attendere da lì innanzi alle sue divozioni. Per tali trattamenti troppo disgustata la duchessa, nel dì 2 di novembre, uscita di Milano, si trasferì a Vercelli, e venne poscia a mettere la sua stanza ad Abbiate. Guerra civile fu nell'ultimo mese di quest'anno in Genova fra Batistino da Campofregoso doge ed Obietto del Fiesco, essendo quel volubil popolo diviso in due fazioni. Nel dì del santo Natale vennero alle mani, ed essendo toccata la peggio colla morte di molti ad Obietto, urli e pianti non mancarono in quella città.


MCCCCLXXXI

Anno diCristo MCCCCLXXXI. Ind. XIV.
Sisto IV papa 11.
Federigo III imperadore 30.

Tanto il pontefice Sisto che il re Ferdinando attesero a far grandi preparamenti per togliere dalle mani de' Turchi l'occupata città d'Otranto [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ad altre città ancora di que' contorni s'era stesa la potenza di costoro. Formossi dunque una gran lega per questa importante impresa, e vi entrarono il papa col re Ferdinando, Mattia Corvino re d'Ungheria, il duca di Milano, il duca di Ferrara, i marchesi di Mantova e di Monferrato, i Fiorentini, Genovesi, Sanesi, Lucchesi, Bolognesi. Chi promise danaro, chi gente, chi galee armate. Anche i re d'Aragona e Portogallo s'impegnarono di mandare gagliardi soccorsi. Nulla si potè ottenere da' Veneziani. Ma forse tutto questo grandioso apparato avrebbe servito a poco, se la misericordia di Dio non avesse per altro verso provveduto al bisogno della cristianità. Venne a morte, nel dì 31 di maggio, Maometto II imperador de' Turchi, cioè colui che tante provincie avea tolte in sua vita ai Cristiani, chi disse per veleno e chi per un tumore. Insorse allora una fierissima guerra fra due suoi figliuoli, cioè fra Baiazette e Zizim, pretendendo cadaun di loro l'imperio, e a cagion d'essa il bassà Acmet fu richiamato in Levante. Questo fu la salute del re Ferdinando. Avea Alfonso duca di Calabria cinta di forte assedio la suddetta città di Otranto per terra, tormentandola colle artiglierie, colle mine e con frequenti assalti, ma con poco profitto per la gagliarda resistenza de' nemici. Dacchè giunsero colà le flotte del re suo padre, del papa e de' Genovesi, anche per mare fu stretta e combattuta la città. Si fece ancora battaglia coi legni turcheschi, e ne riportarono vittoria i Cristiani. La nuova della morte di Maometto, e della discordia nata fra i due figliuoli di lui, e la speranza perduta che venissero dalla Vallona venti mila Turchi quivi preparati per far vela in soccorso degli assediati, furono le cagioni che Otranto infine si rendè per trattato nel dì 10 di settembre al duca di Calabria; la qual nuova sparsa per Italia riempiè di consolazion tutti i popoli [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 23 Rer. Ital. Summonte, Istoria di Napoli. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In vigor della capitolazione fu permesso ai Turchi d'andarsene; ma il duca, servendosi del pretesto o della ragione ch'essi menassero con loro alcune giovani cristiane, gli svaligiò, e fattine prigioni circa a mille e cinquecento, li prese poi al suo servigio, con valersene nelle guerre che fra poco insorsero in Italia. Dopo tal vittoria trovavasi il re Ferdinando in grandi forze e in somma voglia di continuar la guerra coi Turchi. Bellissima era la congiuntura di far riguardevoli progressi, mentre i figliuoli del defunto Maometto gareggiavano allora l'un contra l'altro, e i soldati gridavano la maggior parte: A Costantinopoli [Raynaldus, Annal. Eccl. Jacobus Volaterranus, ubi supra.]. Ma non men la flotta del pontefice, quanto quella de' Genovesi se ne tornarono tosto indietro, lamentandosi che il duca di Calabria si fosse impadronito di tutte le artiglierie ed armi, senza farne loro parte alcuna, e senza regalarli, ed avea anche lasciato mancar loro la vettovaglia. Per quanto si affaticasse in Cività Vecchia, dove era il papa, l'ambasciatore del re Ferdinando, con rappresentare essere questo il tempo di fiaccare le corna al tiranno d'Oriente, giacchè erano giunte anche le flotte ausiliarie di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, e di Alfonso re di Portogallo, nulla di più potè ottenere. Il conte Girolamo Riario nipote del papa avea degli altri disegni, che si scoprirono poi nell'anno seguente. Di grossi conti avrà avuto questo pontefice nel tribunale di Dio.

Generale dell'armi del duca di Milano, ed uno de' suoi consiglieri in questi tempi era Roberto San-Severino [Corio, Istor. di Milano.]. Se per propria colpa, o di Lodovico il Moro, egli si disgustasse, non bene apparisce. Quel che è certo, egli dicea di non si fidare del Moro. Insorse ancora una fiera rissa fra i suoi servitori e quei del Moro nel mese di febbraio. Cominciò egli dunque a pretendere maggior soldo per la sua condotta; il che ricusandosi dal duca, ossia da esso Lodovico, dispettosamente si partì da Milano, e ritirossi a Castelnuovo di Tortona. Potrebb'essere ch'egli se l'intendesse già co' Veneziani, i quali aveano gran prurito di far guerra; almeno dovette Roberto cominciar le sue mene con loro, siccome uomo avvezzo a pescare nel torbido. Dal re Ferdinando e da' Fiorentini furono spedite persone per ritenerlo al servigio dello Stato di Milano, ma niun frutto riportò la loro ambasciata. Il perchè Lodovico il Moro fece istanza a Firenze di avere Costanzo Sforza signore di Pesaro per generale dell'armi milanesi; e questi a lui conceduto, arrivò a Milano nel giorno 18 d'ottobre. Che già la repubblica veneta avesse voglia di romperla con Ercole duca di Ferrara, ce ne assicura Jacopo Volaterrano, con dire [Jacobus Volaterran., Diar., tom. 23 Rer. It.] che i Veneziani piantarono in quest'anno una bastia nel distretto di Ferrara, pretendendo essere di lor ragione quel sito. Il duca, dopo avere indarno reclamato, ricorse al re Ferdinando, al duca di Milano e a' Fiorentini; e questi, per mezzo dei loro ambasciatori, ne fecero doglianza al papa sul principio di dicembre. Il papa, quantunque si trattasse di un principe suo vassallo, niuna cura si prese di rimediare al fatto, siccome venduto a' Veneziani per le suggestioni del conte Girolamo Riario, a cui troppo poco parea l'essere divenuto signore d'Imola e di Forlì, e sperava di stendere maggiormente le fimbrie colla sponda de' Veneziani. Si portò egli appunto a Venezia nell'agosto dell'anno presente, per ordire la trama, anche prima che fosse liberato Otranto dal giogo turchesco, e trattato fu da que' signori con onori tali, che poco meno si sarebbe fatto ad un re. Morì in quest'anno Francesco Filelfo, uno de' più insigni letterati che si avesse allora l'Italia, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere, ma penna satirica. Secondo Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.], ebbe il Filelfo Ancona per patria, ma era oriondo da Tolentino. Non men celebre di lui fu Bartolomeo Platina, che tale era il suo nome, e non già quello di Batista, nativo della terra di Piadena del Cremonese. Ebbe varii impieghi in Roma, e custode della biblioteca vaticana morì quivi nell'anno presente, preso dalla peste, che fece ivi allora strage di molta gente.


MCCCCLXXXII

Anno diCristo MCCCCLXXXII. Indiz. XV.
Sisto IV papa 12.
Federigo III imperadore 31.

Diedero principio in quest'anno i Veneziani ad una fiera guerra contra di Ercole I duca di Ferrara: guerra che sconvolse l'Italia tutta. Incolpavano essi il duca di non aver mantenuto i capitoli delle paci stabilite fra essi e la casa di Este; e il duca all'incontro sosteneva che la cagione di tal rottura veniva da pretesti suscitati dal continuo loro desio di accrescere la già grande loro potenza collo spoglio de' vicini, e dall'odio che professavano al re Ferdinando, giacchè, dopo avere il duca di Ferrara presa in moglie una figliuola di esso re, questa alleanza fu sempre mirata di mal occhio in Venezia. Io non mi fermerò qui ad allegar le ragioni de' Veneziani, nè quelle del duca, avendone io assai favellato altrove [Antichità Estensi, P. II.], e potendosi leggere intorno a ciò quanto lasciò scritto Pietro Cirneo scrittore corso in un suo opuscolo da me dato alla luce [Petrus Cyrneus, Comment., tom. 21 Rer. It.]. Egli è fuor di dubbio, aver Ercole duca tentata ogni via per impedir questa guerra, avendo spedito più volte ambasciatori a Venezia con tutte le giustificazioni ed esibizioni più umili. Tutto in vano: era fisso il chiodo, guerra si voleva, perchè parea certo il guadagno. Era collegato de' Veneziani papa Sisto. Egli, invece d'interporsi, come padre comune, per frastornare questo movimento d'armi, e massimamente trattandosi d'un principe suo vassallo, vi saltò dentro a piè pari, sedotto, come si può credere, dal conte Girolamo suo nipote, che, siccome accennammo di sopra, nell'anno precedente era stato a preparar le pive in Venezia per questa danza. Non è mai probabile che Sisto IV volesse permettere la caduta di Ferrara in mani sì potenti, come era la repubblica veneta. La festa dovea essere fatta pel nipote. In questi tempi Obietto del Fiesco infestava lo Stato di Milano, ed ebbe poi una rotta da Costanzo Sforza signor di Pesaro. Parimente Lodovico il Moro duca di Bari e governator di Milano, dichiarandosi favorevole alla fazion pallavicina di Parma, perseguitava la fazion de' Bossi, cioè Pier-Maria conte di San Secondo, e signore d'altre castella. Anche il conte Pietro del Verme era incorso nella disgrazia di esso Lodovico. Pertanto con questi nemici dello Stato di Milano si unì Roberto San-Severino, e, trattando nello stesso tempo co' Veneziani, fu preso da essi per loro capitan generale di terra ferma. Roberto Malatesta signor di Rimini andò anch'egli al loro servigio. Con essi parimenti si collegarono i Genovesi. In aiuto del duca di Ferrara si mossero il re Ferdinando, Lodovico il Moro, Federigo marchese di Mantova, i Fiorentini e Giovanni Bentivoglio. Capitan generale d'essa lega fu scelto Federigo duca d'Urbino, principe di gran credito e valore.

Nel maggio adunque dell'anno presente [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] si diede fiato alle trombe, e cominciossi dai Veneziani con poderoso esercito per terra, e con gagliardo stuolo di vele per Po, a far guerra al duca di Ferrara, inferiore troppo di forze per resistere a questo torrente, benchè non mancassero i collegati di provvederlo di aiuti. Imperocchè in quello stesso tempo essendosi mosso Alfonso duca di Calabria per venire in soccorso del duca suo cognato, perchè scopri il papa nemico, fu obbligato a fermarsi nello Stato della Chiesa, dove prese Terracina, Trevi ed altri luoghi, e si diede ad angustiare Roma stessa [Infessura, Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. I Colonnesi erano con lui, gli Orsini col papa. Gravi danni furono recati a que' contorni, e varie scaramuccie accaddero fra le genti nemiche. Guerra eziandio fu nel Parmigiano, per avere Lodovico il Moro mandato il campo addosso ai Rossi. Anche i Fiorentini mossero guerra al papa in Toscana, e colle lor armi aiutarono Niccolò Vitello ad impadronirsi di Città di Castello. Distratti in questa maniera i collegati, cominciarono a prendere cattiva piega gli affari di Ercole duca di Ferrara, da più parti incalzato dall'armi venete. Presero i Veneziani Rovigo con tutto il suo Polesine; s'impadronirono di Comacchio, di Lendenara, della Badia, d'Adria e d'altri luoghi. Lungamente assediato e difeso Figheruolo, infine fu forzato alla resa [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Loro si arrenderono altre terre e castella del Ferrarese, di modo che le soldatesche venete coi saccheggi arrivarono fin presso Ferrara, città allora mancante ancora di vettovaglia. Male stava il duca, e alle sue disavventure s'aggiunse eziandio in tanto bisogno una pericolosa malattia, che il tenne per molte settimane oppresso. Ma neppure il papa si sentiva allegro, per li progressi, che ogni dì più andava facendo il duca di Calabria nelle sue parti. La paura di peggio l'indusse a richiedere dai Veneziani Roberto Malatesta lor capitano, il quale con molte squadre s'inviò alla volta di Roma. Giunto colà, ed unitosi col conte Girolamo capitano del papa, andò a mettersi a fronte di Alfonso duca di Calabria. Nel dì 21 d'agosto [Jacobus Volaterranus, Diar., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar. Rom., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] a Campomorto su quel di Velletri vennero alle mani quelle due armate. Per sei ore con estremo valore fu disputata la vittoria, e questa infine si dichiarò in favore dell'armi pontificie, e colla prigionia di trecento uomini d'armi, e disperazione di tutto l'esercito nemico. Si salvò con soli cento cavalli il duca di Calabria in Terracina, oppure a Nettuno. Non pochi furono i luoghi che per così felice successo tornarono alla ubbidienza del pontefice; ma poco godè di tanta gloria il prode Roberto de' Malatesti, perchè, venuto a Roma a visitare il papa, nel dì 10 oppure 11 di settembre di disenteria se ne morì in età di soli quaranta anni [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.]. Fu sparsa voce dai maligni ch'egli fosse morto di veleno datogli dal conte Girolamo, o per invidia, o per isperanza di acquistar Rimini, giacchè non restarono figliuoli legittimi di lui. Confessa Jacopo da Volterra [Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital.] che in Roma si ebbe piacere di sua morte [Jacobus Philippus Bergom., Hist.]. Lasciò egli erede del suo Stato Pandolfo suo figliuolo naturale, che, imitando non il generoso e virtuoso padre, ma l'avolo Sigismondo pieno di vizii, essendo divenuto, per concessione del papa, signor di Rimini, sfregiò di poi sommamente la sì accreditata casa dei Malatesti.

Con questa felicità camminavano gli affari de' Veneziani e del pontefice, al che si aggiunse allora la morte sopravvenuta al valoroso duca d'Urbino Federigo, generale della lega, nel dì 10 di settembre, a cui succedette in quel ducato Guidubaldo suo figliuolo [Diar. Ferrar., tom. 24 Rer. Ital.]: quando non meno i saggi cardinali, i quali non sapeano sofferire che Ferrara venisse in potere de' Veneziani, quanto gli ambasciatori della lega, che si trovavano in Roma, mossero tutta la lor facondia per far ravvedere l'ingannato papa della sua sconsigliata guerra. Nulla nondimeno si sarebbe fatto, se la maggior batteria non si fosse adoperata col conte Girolamo, in cui mano era il cuore del papa. Tanto fecero sperare, tanto promisero a lui [Navagero, Istor. di Venezia, tom. 23 Rer. Italic.], forse mostrandogli di condurlo al possesso di Rimini e Faenza, e fors'anche di Ravenna e di Cervia, che il trassero ad assaporar la pace: e questa, nel dì 12 di dicembre dell'anno presente, fu conchiusa fra il papa, il re Ferdinando e gli altri collegati, con istupore ed allegrezza d'ognuno, fuorchè de' Veneziani, al veder tanta mutazione in un subito. Spedito a Ferrara il cardinal Gonzaga legato di Bologna, recò un'immensa consolazione a quel popolo nel dì 24 di dicembre. Arrivò nel dì 26 d'esso mese [Jacobus Volaterranus, tom. eod.] a Roma Alfonso duca di Calabria per baciare i piedi al pontefice; e, ricevutene molte finezze, seco concertò i mezzi per far guerra unitamente ai Veneziani, ai quali furono bene scritte da Sisto lettere efficaci per rimuoverli dalla guerra contra del duca di Ferrara, ma senza che essi ne facessero conto alcuno. A vele gonfie andavano, non si sentivano voglia di dare indietro. L'anno fu questo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] in cui Filiberto duca di Savoia passò all'altro mondo nel dì 22 d'aprile. Carlo suo fratello gli succedette nel dominio. Morì ancora nell'anno presente [Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmense, tom. 22 Rer. Ital.] Pier-Maria de' Rossi conte di San Secondo nel Parmigiano, per li molti affanni sofferti in vedersi spogliato di quasi tutte le sue terre dall'esercito del duca di Milano. Guido suo primogenito per qualche tempo sostenutosi, venne finalmente ad un accordo, e fu rimesso in grazia del duca; ma nell'anno seguente ripigliate le armi per le suggestioni de' Veneziani finì di giocare il resto delle sue terre. All'incontro Ascanio Maria Sforza, che era stato mandato ai confini da Lodovico il Moro suo fratello, dopo aver trattato co' Veneziani di far muovere sedizioni nello Stato di Milano, sen venne sul Bresciano. Avvedutosi Lodovico dei di lui disegni, mandò segretamente a trattar seco di pace, ed accortamente trattolo a Milano, il rimise in possesso de' primi onori.


MCCCCLXXXIII

Anno diCristo MCCCCLXXXIII. Indiz. I.
Sisto IV papa 13.
Federigo III imperadore 32.

Unironsi in quest'anno quasi tutti i potentati d'Italia contra de' Veneziani, per obbligarli a desistere dalle offese di Ercole Estense duca di Ferrara. Ma, per quanto vedremo, ad altro non servirono i loro sforzi che a far maggiormente conoscere qual fosse allora la potenza della repubblica veneta, la qual sola a tanti nemici fece fronte con giugnere infine a formare una pace di suo gran decoro e vantaggio. Erano i collegati il papa, il re Ferdinando, il duca di Milano, i Fiorentini, il duca di Ferrara, il duca di Urbino, il marchese di Mantova, i signori di Faenza, Forlì, Pesaro, Carpi, ec. Ci lasciò il Corio [Corio, Istor. di Milano.] la lista della lor quota di combattenti. Nello stesso mese di gennaio, a dì 15, arrivò a Ferrara Alfonso duca di Calabria, menando seco alcune squadre d'uomini d'armi, e circa cinquecento di quei Turchi che egli avea preso, e poi tolto al suo servigio dopo la liberazione d'Otranto. Ma non andò molto che cento cinquanta di costoro desertarono al campo de Veneziani. Colà similmente giunsero le milizie del papa: laonde Ferrara, alle cui porte continuavano tuttavia ad arrivar le scorrerie dei nemici, cominciò a respirare. Ad Argenta e a Massa di Fiscaglia ebbero due sconfitte essi Veneziani colla prigionia di moltissimi, a' quali, secondo la consuetudine degl'Italiani, fu data la libertà. Altre non poche scaramuccie succederono; e perciocchè niun frutto aveano prodotto le lettere ed esortazioni pontifizie per mettere fine alle ostilità dei Veneziani contro Ferrara, il papa nel dì 25 di maggio [Sanuto, Istor. di Ven., tom. 22 Rer. Ital.] nel concistoro fulminò le scomuniche contra di loro, e sottopose all'interdetto tutte le lor città e terre, reclamando indarno il cardinal Barbo patriarca d'Aquileia, perchè si facesse ora un gran peccato e sacrilegio ciò che dianzi non solo per pubblico consentimento del papa, ma anche per suo ordine, era tenuto per giustissimo e ben fatto. Da tale sentenza appellarono i Veneziani al futuro concilio, nè lasciarono per questo di seguitar la guerra; anzi maggiormente si accesero ad essa, e condussero al loro soldo Renato duca di Lorena, pretendente al regno di Napoli, con mille e cinquecento cavalli e mille fanti. Marino Sanuto ci lasciò la serie di tutti i lor condottieri d'armi, e de' combattenti non men dell'armata della lega, che di quella de' Veneziani. Intanto riuscì a Lodovico il Moro di dar fine alla guerra da lui fatta ai Rossi nel Parmigiano.

Ma perciocchè il Ferrarese disfatto non potea più sostenere la guerra, e secondo la politica militare si ha da far la guerra, se mai si può, in casa de' nemici, e non nella propria [Corio, Istor. di Milano.]; fu risoluto che lo Stato di Milano la rompesse dal canto suo co' Veneziani, e tanto più per non trovarsi altra via migliore da salvar Ferrara, che quella d'una potente diversione. Perciò il duca di Milano e il marchese di Mantova dichiararono la guerra a' Veneziani nel mese di maggio. Costanzo Sforza signor di Pesaro, lasciato in questi tempi il generalato de' Fiorentini, passò al soldo dei Veneziani; ma per poco tempo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.], perchè nel mese di luglio fu rapito dalla morte, con lasciar dopo di sè nome di valoroso capitano e di splendidissimo signore, siccome ancora un figliuolo bastardo legittimato di poca età, nominato Giovanni, che, per concessione del pontefice, gli succedette in quel dominio. Dacchè lo Stato di Milano ebbe sfidati i Veneziani, Roberto San Severino lor generale determinò di passar l'Adda, ed entrar nel Milanese, dove gli era fatta sperare una sollevazion de' popoli. Passò nel dì 15 di luglio; ma, chiarito che niun movimento si facea, tornossene, senza far altro, indietro. Allora Alfonso duca di Calabria, creato capitan generale della lega, spinse l'esercito suo, nel mese d'agosto, sul Bergamasco e Bresciano, e dipoi venne sul Veronese con Federigo marchese di Mantova. Moltissime terre e castella di que' territorii furono prese. Asola assediata nel settembre, e bersagliata con molte artiglierie, in fine capitolò la resa, e fu consegnata ad esso marchese. Il duca di Ferrara ne ripigliò anch'egli molte delle sue, e in varii siti ebbero delle percosse i Veneziani, fuggendo sempre l'accorto lor generale Roberto le occasioni d'una giornata campale. Ma con tutto questo si cominciò a vedere una gran languidezza nell'operare del duca di Calabria, che niuna impresa conduceva a fine; nè, per quante istanze facesse il duca di Ferrara d'essere aiutato a ripigliare Rovigo e le altre terre di quel Polesine e le confinanti, nulla mai potè ottenere; di maniera che terminò con tante belle apparenze l'anno presente in aver saccheggiato un ampio paese, ma senza alcun sodo vantaggio di quella lega appellata santissima, perchè era compreso in essa il pontefice. Nell'ultimo dì di febbraio di quest'anno [Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] diede fine al suo vivere Guglielmo marchese di Monferrato; e perchè non restò di lui prole maschile, ebbe per successore nella signoria Bonifazio suo fratello minore. Furono novità in Genova nel dì 25 di novembre [Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Corio, Istoria di Milano.]. Paolo Fregoso cardinale ed ambizioso arcivescovo di quella città, congiurato con altri della sua famiglia, aspettò che Batistino Fregoso doge di quella repubblica venisse a visitarlo. Venne, e il ritenne prigione nelle stanze dell'arcivescovato; ed avendolo colle minaccie della vita costretto a dargli le fortezze, si fece poi egli in quel giorno proclamar doge, e rinnovò la lega coi Veneziani.


MCCCCLXXXIV

Anno diCristo MCCCCLXXXIV. Indiz. II.
Innocenzo VIII papa 1.
Federigo III imperadore 33.

Più d'un consiglio tenuto fu in questo anno dai principi collegati per istabilire i mezzi di continuar la guerra contra de' Veneziani [Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 24. Corio, Istoria di Milano.]. Una congiura si scoprì in Milano contra di Lodovico Sforza, tramata da chi volea rimettere il governo in mano della vedova duchessa Bona. Gli autori provarono i rigori della giustizia. Tardi uscì in campagna l'esercito di essi collegati, senza che operasse cosa alcuna degna di memoria. In questo mentre a dì 15 di luglio terminò di morte naturale i suoi giorni Federigo valente marchese di Mantova, e generale del duca di Milano, in mezzo alle concepute speranze d'ingrandimento. Al primogenito suo per nome Gian-Francesco II pervenne quella signoria, quantunque per l'età non fosse assai abile al governo. Cominciarono poi ad insorgere semi di discordia fra Lodovico il Moro ed Alfonso duca di Calabria. Lamentavasi il primo che danaro ed altri aiuti non venissero da Napoli. Si doleva l'altro che Lodovico si fosse usurpata in Milano più autorità di quel che conveniva sovra il giovinetto duca Gian-Galeazzo Maria suo nipote, giacchè ad esso era stata promessa in moglie una figliuola del medesimo duca di Calabria. Penetrati all'orecchio de' Veneziani questi dissapori, seppero ben essi prevalersene con far segretamente proporre a Lodovico il Moro la loro amicizia, da cui sarebbe sostenuto contro gli attentati del re di Napoli, anzi aiutato a divenir duca di Milano. Ed ecco raffreddarsi Lodovico nella guerra, e far conoscere che non gli dispiacerebbe la pace; dall'altro canto, nel maggio di quest'anno [Annales Placentin., tom. 20 Rer. Ital. Sanuto, Nauger., et alii.] avendo i Veneziani spedita una flotta di galee contra del regno di Napoli, s'impadronirono di Gallipoli, Nardò, Monopoli e d'altri luoghi, e misero anche l'assedio alla città di Taranto. Concepì il re Ferdinando non poca gelosia di questo insulto, per timore che un tal incendio non venisse a maggiormente crescere in quelle parti; laonde anch'egli cominciò a sospirar la pace. Siccome dirò fra poco, neppur mancarono in Roma dei torbidi, per li quali il papa approvava il mettere fine alla guerra di Lombardia. Concorsero adunque i deputati delle potenze guerreggianti a Bagnolo, e quivi, nel dì 7 d'agosto, restò sottoscritta la pace, come vollero i Veneziani, benchè si trovassero inferiori di forze, ed avessero anche avute delle percosse in quest'anno. Accadde allora ciò che tante volte è accaduto e accadrà: cioè toccò ai men potenti il pagare del suo le spese della guerra. Furono da' Veneziani abbandonati i Rossi di Parma; e Lodovico il Moro per gl'interessi suoi particolari, e Alfonso duca di Calabria, per sua malignità, abbandonarono non solo il marchese di Mantova, a cui nulla restò dell'acquistato, ma ancora Ercole duca di Ferrara, avendo essi permesso che in mano de' Veneziani, oltre alla restituzion di tutte le terre loro tolte, restasse la città di Rovigo con tutte le terre e castella di quel Polesine, ricchissimo paese, ed uno degli antichissimi retaggi della casa d'Este, la quale tanti altri gravissimi danni avea sofferto in questa guerra. È da stupire che l'Ammirato, scrittore accurato, nel narrare le fiere doglianze del duca di Ferrara per questo tradimento de' collegati contro i patti della lega, secondo la quale non si dovea far pace senza consentimento suo coi Veneziani, abbia lasciato scritto che il Polesine di Rovigo gli fu restituito. Leggonsi nella Storia di Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Venet. tom. 22 Rer. Ital.] e nel Corpo Diplomatico del signor Du Monte [Du-Mont, Corp. Diplomat.] i capitoli della pace suddetta.

Sotto il pontificato di Sisto IV gli Orsini, perchè sempre aderenti al conte Girolamo Riario, sembravano fra quelle illustri famiglie i Beniamini del papa [Raynaldus, Annal. Eccles.]. All'incontro i Colonnesi erano tenuti di occhio, come di fede sospetta verso il pontefice, siccome emuli antichi degli Orsini. Nel dì 29 di maggio [Infessura, Diar, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Roman., tom. eod.] gran commozione fu fatta da essi Orsini in Roma uniti col conte Girolamo contra di Lodovico Colonna protonotaio. Parea lite privata fra essi; ma si venne a scorgere che vi avea mano anche il papa. Fu assediato in casa sua il protonotaio; presa dipoi la casa, fu data alle fiamme con altre appresso, ed alcune di quei della Valle, e quella del cardinal Colonna. Restò dopo una battaglia preso lo stesso protonotaio, e fu condotto a palazzo, dove, più volte aspramente tormentato, ebbe in fine mozzo il capo. Fu di questo un gran dire per Roma. Intanto mandò il pontefice a prendere la Cava ed altre terre de' Colonnesi; e fu messo l'assedio a Marino, che non potè tener forte, con altre militari imprese che si veggono descritte nei Diarii Romani da me dati alla luce. Durava questa guerra, e Roma tutta era sossopra, quando venne ad infermarsi papa Sisto con sì grave malattia, che nel dì 12 d'agosto troncò la morte il filo al suo pontificato e alla sua vita [Raphael Volaterranus, et Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Era egli malconcio di febbre, e maltrattato dalle gotte: tuttavia comune credenza fu che gli accelerasse la morte lo arrivo dei capitoli della pace, poco fa stabilita in Bagnolo, non già che dispiacesse a lui la pace, ma perchè la trovò fatta con vergognose condizioni per la lega, che superiore di forze ai Veneziani, pur quasi vinta si dimostrò, e contro il decoro della santa Sede; giacchè prima si erano esibiti i Veneziani di farla con lui, ed eziandio con condizioni migliori; nel che restò poi burlato, con farla senza di lui. Delle azioni di questo pontefice molto svantaggiosamente parla l'Infessura. Tuttavia lasciò egli delle belle memorie in Roma [Platina, Raphael Volaterranus, Jacobus Volaterranus.], che gli è obbligata per molti suoi ornamenti; e si sarebbe anche per le altre sue doti e virtù guadagnato il titolo di buon pontefice, se lo esorbitante amore de' suoi, e massimamente del conte Girolamo Riario suo nipote o figliuolo, e il bisogno di danaro per far guerra, non l'avessero condotto ad azioni che oscurarono non poco la memoria di lui, e fecero che i buoni sospirassero di non avere mai più di somiglianti pontefici, benchè poi ne vennero anche de' peggiori. Spirato ch'egli fu, insorsero i Romani contra del conte Girolamo. Poscia al debito tempo congregati nel conclave i cardinali [Raynaldus, Annal. Eccl.], elessero papa di concorde volere, nel dì 29 d'agosto, Giam-Battista Cibò, cardinale di Santa Cecilia, di patria Genovese, che assunse il nome d'Innocenzo VIII, personaggio creduto alieno dall'umor guerriero del predecessore, ed inclinato alla pace e di costumi soavi [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Suo padre era stato senatore di Roma a' tempi di papa Callisto III. Lo stesso papa Innocenzo, prima di mettersi nella via ecclesiastica, avea avuto alcuni figliuoli, che erano tuttavia viventi. Nel dì 12 di settembre fu egli con lieta solennità coronato. Intanto per la morte di papa Sisto risorsero gli abbattuti Colonnesi e Savelli. Capranica, Marino ed altre terre perdute ritornarono alla loro ubbidienza. Si aggiunse poi alla guerra suddetta, che afflisse di molto la Lombardia, in questo anno anche il flagello della carestia e della peste in Venezia ed in altre città [Annal. Placentin., ubi supra.], di modo tale che giorni cattivi furono nominati i presenti in Italia.


MCCCCLXXXV

Anno diCristo MCCCCLXXXV. Indiz. III.
Innocenzo VIII papa 2.
Federigo III imperadore 34.

Le cura del novello sommo pontefice Innocenzo VIII furono tosto [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.] per rintuzzare l'orgoglio di Baiazette imperador de' Turchi, dalle cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta. Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che nel giugno di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii combattimenti fra quelle due nobili e potenti case [Anonymus, Diar. Roman., tom. 3 Rer. Ital.]. S'interpose il papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe in paragon dell'altra suscitata da Ferdinando re di Napoli. Tornato dalla guerra di Ferrara Alfonso duca di Calabria suo primogenito, siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove gravezze ai baroni del regno [Summonte, Ist. di Napol.]. S'era anche più volte lasciato scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a Cività di Chieti, quivi fece prigione il conte di Montorio nella vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli del duca d'Ascoli conte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'Altamura e di Bisignano, i conti di Tursi, Ugento, Lauria, Melito, e quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze a papa Innocenzo contra del re. Il pontefice, che già si sentiva alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea (indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il re mandò colà il cardinal Giovanni suo figliuolo per dedurre le sue ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu creduto, secondo l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], per veleno datogli un mese prima in Salerno da Antonello San Severino, principe di quella città. Secondo altri migliori storici [Anonymus, Diar. Roman., tom. eod.], non fu il cardinal Giovanni, ma bensì don Federigo suo fratello che andò a Salerno, e vi fu per qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto, scopertamente presero l'armi contra del re Ferdinando [Summonte, Istoria di Napoli.]. Egli per pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo, dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento, perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola. Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice, offerendogli il dominio della lor città, nè ebbe papa Innocenzo difficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo e Ferdinando.

A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, i Fiorentini e Gian-Galeazzo duca di Milano, ossia piuttosto Lodovico il Moro, come suoi collegati. Passarono anche nel suo partito gli Orsini [Ammirati, Istor. di Firenze.]. I Veneziani e i Genovesi si accostarono al papa, e i primi permisero che Roberto da San Severino passasse ai di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi [Corio, Istor. di Milano.]. E siccome i Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente, la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti, abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.] che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di quattro ore fra Alfonso duca di Calabria e il San Severino, colla rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè:

Roberto io son, che venni, vidi e vinsi, ec.

Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese abbaglio, confondendo Roberto Malatesta e la sua vittoria, di cui parlammo all'anno 1483, con Roberto San Severino. Niuna impresa che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino, fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, dove Fracasso suo figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore col racconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempi Lodovico Sforza il Moro [Corio, Istor. di Milano.], che credea sè stesso la più gran testa dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca di Milano, col veleno si liberò dal conte Pietro del Verme, e gli tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelli Vitaliano e Giovanni conti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo il dì 5 di novembre dell'anno presente [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] mancò di vita Giovanni Mocenigo doge di Venezia, a cui fu sostituito Marco Barbarigo. La peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo il medesimo doge Mocenigo.


MCCCCLXXXVI

Anno diCristo MCCCCLXXXVI. Indiz. IV.
Innocenzo VIII papa 3.
Federigo III imperadore 35.

Erasi fin qui affaticato non poco Federigo III imperadore austriaco, ma senza frutto, per far dichiarare re de' Romani Massimiliano suo figliuolo [Trithemius, Nauclerus, Langius, et alii.]. Nel dì 16 di febbraio dell'anno presente ottenne finalmente il suo intento, con averlo la maggior parte degli elettori promosso a quella dignità, continuata poi fino a' dì nostri nell'augustissima casa d'Austria. Andò ancora ne' primi sei mesi di questo anno [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Anonym., Diar. Roman., tom. eod.] continuando la guerra ne' contorni di Roma con gravi danni del paese, ma senza azione alcuna memorabile. In questo mentre si andò trattando di pace [Raynaldus, Annal. Eccl.]. Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e di Sicilia, per mezzo d'alcuni suoi deputati, e l'accorto Lorenzo de Medici per altra via la fecero proporre al papa, con indorargli sì ben la pillola, che gliela fecero infine inghiottire. Vi si adoperò non poco il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro. Trovavasi papa Innocenzo VIII colla guerra in casa, freddamente assistito dai suoi collegati, ingannato da tutti, e con Roma piena di tradimenti, di sconcerti e di timori, in guisa tale che nel dì 21 di gennaio, per voce sparsa che gli Orsini erano entrati in quella città, mirabil fu lo scompiglio di tutti i cittadini. Molto più bramava il re Ferdinando che si mettesse fine a tal briga, al sapere che il papa avea commosso Carlo VIII re di Francia a spedire in Italia Renato duca di Lorena con assai forze, per farlo entrare nel regno di Napoli, dove egli si potea promettere molto dal partito angioino. Inoltre andava piuttosto crescendo che scemando la ribellion de' baroni. Se riusciva a Ferdinando di placare il papa, e d'indurlo a staccarsi da' suoi ribelli, non sarebbono poi mancate maniere a lui di far vendetta, e di tagliare i papaveri del regno suo. Così appunto avvenne. Lasciossi il pontefice menare all'accordo; niuna difficoltà ebbe Ferdinando di accordar qualunque condizione gli fu richiesta dal papa. Promise una piena remission delle offese ai baroni, disobbligandoli anche dal venire a Napoli, e diede per sicurtà di questo suo perdono il suddetto Ferdinando re d'Aragona, il duca di Milano e Lorenzo de Medici. Promise di pagare l'annuo censo del regno di Napoli, come si facea ne' passati tempi, con altre belle promesse, ch'egli in suo cuore non intendeva di voler poi eseguire. Pertanto nel dì 11 di agosto fu sottoscritta la pace: pace non comunicata ai cardinali, e dalla maggior parte di loro disapprovata [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e soprattutto dal cardinale Batua Franzese, il quale, un dì trattandosene in concistoro, vi si oppose forte; e perchè Rodrigo Borgia cardinale, che fu poi papa Alessandro VI, il trattò da ubbriacone, egli trapazzò il Borgia con assai ignominiose ingiurie, di modo che furono vicini a mettersi le mani addosso: tanto era allora disordinato quel sì venerabil collegio.

Fatta che fu la pace, licenziò il pontefice le sue genti d'arme; e mandarono i baroni del regno, per mezzo de' lor procuratori, a giurar fedeltà al re Ferdinando. Ma egli non tardò a sfogar la sua collera contro di chi gli potè venir nelle mani. Imperocchè nel dì 13 d'agosto [Istoria Napolet., tom. 23 Rer. Ital.] fece proditoriamente prendere Francesco Coppola conte di Sarno, Antonello di Aversa con due suoi figliuoli conti di Carinola e Policastro, Anello d'Arcamone conte di Borello, ed altri suoi cortigiani; e, fattili processare, imputando loro che avessero avute intelligenze co' nemici, ad alcuni fece mozzare il capo, a tutti gli altri tolse roba e feudi di sommo valore. Furono anche imprigionati il conte di Morcone e Fabrizio Spinello. Dovea, secondo i patti, restare in libertà la città dell'Aquila [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Infessura, Diar., tom. eod.]. Nel dì 12 d'ottobre v'entrò il conte di Montorio colle milizie del duca di Calabria, ed ucciso l'arcidiacono che ivi era pel papa con promessa d'essere creato cardinale, fece tornare quella città all'ubbidienza del re: con che restò maggiormente deluso il pontefice. Anche Roberto San Severino si trovò mal pagato [Corio, Istor. di Milano.]; perchè venendo colle sue genti d'armi verso il Veneziano, ed inseguito dal duca di Calabria, allorchè fu sul Bolognese, fu forzato a fuggirsene con soli cento cavalli, e il resto di sua gente andò disperso. Avea il pontefice conchiusa pace ancora fra i Genovesi e i Fiorentini [Ammirati, Ist. di Firen. Giustiniani, Ist. di Genova.], con obbligare i primi a cedere Pietra Santa ai Fiorentini, che l'aveano presa, e i Fiorentini a cedere Sarzana e Sarzanello ai Genovesi. Ma i Fiorentini, a' quali era stata tolta Sarzana, seppero ben trovar dei pretesti per non effettuar questo accordo, perchè parea loro non difficile il ripigliar Sarzana, siccome vedremo fatto nell'anno seguente. Talmente in questi tempi crebbe il furor della peste in Milano [Corio, Istor. di Milano.], che, per attestato del Corio, più di cinquanta mila persone ne rimasero estinte in quella città sino al fine di luglio. Inoltre gli Svizzeri, ostilmente entrati nel Milanese, una gran preda vi fecero. Poco durò il governo di Marco Barbarigo doge di Venezia, imperciocchè Dio il chiamò all'altra vita nel dì 14 d'agosto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In luogo suo fu poscia eletto Agostino Barbarigo suo fratello. Similmente Boccolino cittadino privato d'Osimo ribellò nell'anno presente quella città al papa [Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e si diede a fortificarla. Fu spedito colle milizie pontifizie colà il cardinal Giuliano dalla Rovere, che poi fu papa Giulio II. Questi vi mise il campo, e la tenne assediata per più mesi.


MCCCCLXXXVII

Anno diCristo MCCCCLXXXVII. Indiz. V.
Innocenzo VIII papa 4.
Federigo III imperadore 36.

Persisteva Boccolino usurpatore di Osimo nella sua ribellione, e durava l'assedio posto a quella città dal cardinal Giuliano dalla Rovere. Per quanto facesse il papa affin di ridurre costui all'ubbidienza con intenzione di perdonargli, non potè mai smoverlo [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Anzi questo mal uomo, piuttostochè restituire al pontefice la città, fu detto che avea spedito a Baiazette imperador de' Turchi, ed essere stato in accordo con lui di consegnargli Osimo. Ora fu interposto dal papa Lorenzo de Medici, il quale sì destramente maneggiò questo affare, che l'indusse a cedere quella città collo sborso d'alcune migliaia di ducati d'oro [Raynaldus, Annal. Eccles.]. E, chiamatolo a Firenze, gli usò di molte finezze, con inviarlo poi per sua maggior sicurezza a Milano. La sicurezza fu, che Lodovico il Moro il fece impiccar per la gola. Mosse in quest'anno [Nauclerus, Langius, Sabellicus, et alii.] guerra ai Veneziani Sigismondo duca d'Austria. L'esercito suo venuto addosso a Rovereto, terra allora de' Veneziani, se ne impadronì. Costrinse anche la rocca a rendersi, e vi restò prigione Niccolò de' Priuli, ivi podestà per la repubblica. Furono inviati Roberto San Severino e Giulio Varano signor di Camerino colle lor genti per opporsi ai Tedeschi. Trovò il San Severino abbandonato Rovereto [Corio, Istoria di Milano. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]; e, venuto alle mani coi nemici nel dì tre di luglio, ebbe la peggio, con restarvi prigioniere Antonio Maria suo figliuolo. Poscia, dacchè egli si vide rinforzato da molte migliaia di combattenti venuti da Venezia, fabbricò un ponte sull'Adige, con disegno d'andar a mettere l'assedio a Trento. Ma, passate che furono nel dì 9 d'agosto disordinatamente le sue genti, ecco i Tedeschi arrivar loro addosso con gran furia, ed attaccar la battaglia. Atrocissimo fu il combattimento ed era in forse la vittoria, quando sopraggiunsero mille Tedeschi, già posti in aguato, che urtarono sì fieramente le schiere dei Veneziani, che le misero in rotta. Parte fu uccisa, parte si annegò fuggendo nell'Adige, essendosi, per la troppa folla, rotto e sommerso il ponte. Roberto San Severino, combattendo valorosamente e trafitto da più colpi, lasciò ivi la vita. Trovato il suo corpo, pomposamente gli fu data sepoltura in Trento, e per cura poi de' suoi figliuoli fu condotto a Milano. Questa disavventura servì di stimolo ai saggi Veneziani di procurar la pace col duca d'Austria. I capitoli d'essa, sottoscritti nel dì 13 di novembre, son riferiti da Marino Sanuto [Sanuto, Istor. Vent., tom. 22 Rer. Ital.].

Tolta fu negli anni addietro la città di Sarzana ai Fiorentini, a' quali riuscì di tener forte Sarzanello, rocca fabbricata da Castruccio, e che servì ne' tempi addietro a tenere in freno la città medesima [Ammirati, Ist. di Firenze.]. Non aveano essi Fiorentini mai dimesso il pensiero di ricuperar quella città; e giacchè faceano preparamenti per questo, i Genovesi li prevennero coll'inviar le loro soldatesche all'assedio di Sarzanello sotto il comando di Gian-Luigi del Fiesco. Ebbe ordine Niccolò Orsino conte di Pitigliano, e generale dei Fiorentini, di soccorrere quella rocca. Fu così ben condotta l'impresa nel dì 15 d'aprile, che non solamente furono obbligati i Genovesi a sciogliere quell'assedio, ma fu anche sconfitto l'esercito loro dal conte, con restarvi prigioniere lo stesso Fiesco, ed Orlandino suo nipote figliuolo d'Obietto. Ciò fatto, l'armata fiorentina si strinse intorno a Sarzana, e, ricevuti nuovi riforzi di gente, già si preparava a dare un generale assalto, quando gli assediati, per prevenire l'imminente pericolo, nel dì 22 di giugno esposero bandiera bianca, e capitolarono la resa. Per ricuperazione di quella città somma fu la consolazione de' Fiorentini, e non minore la gloria di Lorenzo de Medici, perchè in persona assistè a quella impresa. Per lo contrario, in Genova una tal disavventura, e il timore che i Fiorentini pensassero a maggiori progressi, furono cagione [Corio, Istor. di Milano.] che Paolo Fregoso cardinale e doge di quella città prese la risoluzione di rimettere Genova sotto l'alto dominio del duca di Milano, con ritenerne egli il governo. Ottenutone il consenso da' primarii cittadini, e mandato a trattarne a Milano con Lodovico Sforza, restò ben tosto il Fregoso consolato. Pertanto, alzate in Genova le bandiere del duca Gian-Galeazzo, i Fiorentini non pensarono da lì innanzi a molestare il Genovesato. Maggiormente in quest'anno si diede a conoscere la mala fede di Ferdinando re di Napoli [Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.]: cioè, contro ai patti chiarissimi della pace stabilita col papa, più che mai si rivolse a perseguitare i baroni del suo regno, e a negare il censo pattuito ad esso papa pel regno di Napoli. Nel dì 10 di giugno fece egli imprigionare Pietro del Balzo, principe d'Altamura, Girolamo San Severino principe di Bisignano, Giovanni Caracciolo duca di Melfi, il duca di Nardò, i conti di Lauria, d'Ugento, di Melito, ed altri signori [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Mandò papa Innocenzo VIII il vescovo di Cesena a Napoli a dolersi di tanta perfidia. Il re sbrigò il nunzio con poche parole, e meno rispetto di chi l'inviava. Il buon pontefice, che amava la pace, nè voleva imbrogliare l'Italia in una nuova guerra, non passò oltre a più gravi risentimenti: e intanto, per attestato del Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], il crudelissimo re con diversità di morti levò di vita tutti quegl'infelici baroni, a' quali aggiunse ancora Marino Marzano duca di Sessa. Si credette poscia di poter giustificare negli occhi del mondo tanta inumanità, con dare alle stampe i loro processi, e mandarli a tutte le corti, quasichè si dovesse prestar fede ai processi di un re che non avea fede, e non fosse manifesta cosa l'aver egli contravvenuto agli articoli della pace fatta col papa. Dio non paga sempre in questo mondo, e sono occulti i giudizii suoi. Ma se è mai permesso d'interpretarli, è allora che si tratta del gastigo della crudeltà. Infatti vedremo che Dio non differì molto di privar lui di vita, e tutta la sua prosapia del regno. Certo non sarà giammai degno di reggere popoli chi non sa mai perdonare. Essendo in questi medesimi tempi insorte liti fra Carlo duca di Savoia e Lodovico marchese di Saluzzo [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], quest'ultimo restò spogliato di tutti i suoi Stati. S'interpose Carlo VIII re di Francia, e procurò che quegli Stati fossero depositati in terza mano, finchè si conoscesse quel che esigesse la giustizia. Non era men degli altri pontefici di que' tempi desideroso Innocenzo d'ingrandire Franceschetto Cibò suo figliuolo; e però gli procurò in quest'anno l'accasamento con Maddalena figliuola di Lorenzo de Medici, e nipote di Virginio Orsino, pel qual parentado gli Orsini non solo rientrarono in grazia del pontefice, ma diventarono de' suoi principali confidenti.


MCCCCLXXXVIII

Anno diCristo MCCCCLXXXVIII. Indiz. VI.
Innocenzo VIII papa 5.
Federigo III imperadore 37.

Le novità della Romagna quelle sono che somministrano argomento alla storia di quest'anno. Signore di Forlì e di Imola era il conte Girolamo Riario, già da noi veduto nipote di papa Sisto IV, ed arbitro della corte romana sotto quel pontificato. Aveva egli nobilitate le suddette due città con molte fabbriche ed ornamenti [Jacobus Philipp. Bergom., Hist.]. Contuttociò co' malvagi suoi costumi s'era tirato addosso l'odio della maggior parte de' cittadini di Forlì. Però, formata contra di lui una congiura, nel dì 15 d'aprile (l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] ci dice nel dì 7, e la Cronica di Siena [Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.] nel dì 14, e così par che fosse, asserendolo anche una Cronica di Bologna [Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense.]) fu da molti, e specialmente da alcuni maggiormente beneficati da lui, ucciso, ignominiosamente strascinato il suo cadavero, e presa Caterina Sforza, sorella del duca di Milano e moglie sua, co' suoi figliuoli. S'impadronirono i congiurati della città, ma non della rocca. Era Caterina donna d'animo grande e sagace. Minacciata di morte, se non facea rendere la fortezza, ottenne di potervi entrare per indurre quel castellano alla resa. Ma entrata, virilmente cominciò, alzate le bandiere del duca di Milano, a far guerra alla città, minacciando agli uccisori del marito l'ultimo eccidio, se offesi avessero i suoi figliuoli, stante il soccorso che s'aspettava da Milano. Secondo la suddetta Cronica Bolognese, composta da autore contemporaneo, allora fu, che presentatisi i malfattori alle mura della rocca, e preparate le forche, mostrarono di voler impiccare i di lei figliuoli, s'ella non si arrendeva. Ma rispose loro quella forte femmina, che se avessero fatti perir que' figliuoli, restavano a lei le forme per farne degli altri, e v'ha chi dice (questa giunta forse fu immaginata, e non vera) aver anche ella alzata la gonna per chiarirli che dicea la verità. Non eseguirono il crudel disegno que' micidiali, ed intanto arrivò sotto Forlì Giovanni Bentivoglio con più di tre mila tra cavalli e fanti; e da lì a non molto giunse ancora un altro rinforzo di soldatesche spedite con somma fretta da Milano sotto il comando di Gian-Galeazzo San Severino. Stretti così da ogni lato i cittadini, nè vedendo comparire i soccorsi che speravano dal papa, dimandarono di capitolare: laonde nel dì 29 d'aprile fu riconosciuto e proclamato signore di Forlì Ottaviano Riario primogenito dell'ucciso conte Girolamo [Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Fu creduto da alcuni che si facesse questa tragedia per dar quelle terre a Franceschetto Cibò figliuolo del papa; ma quando ciò fosse stato, altre misure avrebbe preso il papa, affinchè l'impresa riuscisse a tenore de' suoi desiderii.

Poco stette ad udirsi un'altra scena in Romagna. Nel dì 31 di maggio essendo andato Galeotto de' Manfredi signor di Faenza a visitare in sua camera Francesca sua moglie, figliuola di Giovanni Bentivoglio, ch'era, o fingeva d'essere inferma, restò quivi ucciso, con persuasione universale che ciò seguisse per ordine della stessa moglie, da cui era fieramente, a cagione di alcuni di lui amorazzi, odiato. Fu in armi la città, e prestamente corse colà il Bentivoglio con alcune genti d'armi per procurar di quietare il rumore, e di assicurare il dominio ad Astorre figliuolo dell'ucciso, e nipote suo. Ma i Fiorentini, siccome coloro che sospettavano fatto quel colpo dal Bentivoglio con disegno di usurpar quella città (lo che non è credibile per riguardo che la figliuola avea successione), oppure per timore che il duca di Milano vi mettesse i piedi, attizzarono i villani di Val di Lamone e il popolo, con rappresentar loro mal intenzionato e complice del delitto il Bentivoglio. Fecesi pertanto una general sollevazione contra di lui, in guisa tale che poco mancò che non rimanesse vittima del loro furore. Restò non di meno preso e condotto a Modigliana nelle forze de' Fiorentini. Ma perchè il re Ferdinando e il duca di Milano, parte con preghiere e parte con minaccie di guerra, fecero calde istanze per la di lui liberazione [Cronica MS. di Bologna.], nel dì 13 di giugno fu rilasciato, e nel dì seguente sano e salvo arrivò a Bologna; dove dianzi appena fu udita la di lui prigionia, che più di quindici mila Bolognesi armati corsero a Castel Bolognese con disegno di far guerra a Faenza; e l'avrebbono fatta, se non era in altra maniera provveduto alla di lui salvezza. Succedette dunque nella signoria di Faenza Astorre de' Manfredi, in età di soli tre anni. Francesca sua madre ebbe il comiato, e se ne ritornò a Bologna.

Parve poco a Lodovico Sforza la dedizione fatta nel precedente anno dai Genovesi della loro città al duca Gian-Galeazzo suo nipote [Corio, Istoria di Milano. Giustiniani, Istor. di Genova.]. Ossia ch'egli, col volere di più, accendesse nuovo fuoco in quella città, oppure che questo naturalmente nascesse in un popolo sempre inclinato alle mutazioni e alle novità: certo è che nel mese d'agosto Obietto del Fiesco entrò con gente armata in Genova, e dipoi corse a quel rumore anche Batista Fregoso, cadaun d'essi contra del cardinal Paolo Fregoso, governatore allora della città. Si ritirò il cardinale nel castelletto; a questo fu messo l'assedio. Era grande la discordia fra i cittadini; chi inclinava a darsi al re di Francia (e fu anche spedito per questo a lui), chi al duca di Milano, e chi a ripigliare l'antica libertà. Dopo molti dibattimenti, essendosi accordati insieme gli Adorni e i Fieschi, e giunto colà Gian-Francesco San Severino con molte brigate d'armati, fu determinato di cedere di nuovo coi patti e privilegii consueti il dominio di Genova a Gian-Galeazzo duca di Milano. Spedirono perciò sul fine di ottobre sedici ambasciatori a Milano, ai quali fu data l'udienza nel giorno creduto propizio, secondo l'ora astrologica: che di queste pazze fantasie era attentissimo osservatore anche Lodovico il Moro, ed altri non pochi infatuati di quel secolo e de' precedenti. Al cardinal Fregoso fu promessa una pensione annua di seimila ducati, e cedette il castelletto. Agostino Adorno per dieci anni ebbe il governo della città a nome del duca. Ottenne in questo anno papa Innocenzo VIII da Pietro d'Aubusson gran mastro de' cavalieri oggidì chiamati di Malta, Zem ossia Zizim, fratello di Baiazette imperador de' Turchi [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], il quale era negli anni addietro, caduto prigione nelle mani dei cavalieri suddetti. Scoprissi in Bologna sul fine di novembre [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna.] una gran congiura contro la vita di Giovanni de' Bentivogli e dei suoi figliuoli. Scoperta che fu, costò la vita a molti, che non poterono fuggire.


MCCCCLXXXIX

Anno diCristo MCCCCLXXXIX. Indiz. VII.
Innocenzo VIII papa 6.
Federigo III imperadore 38.

Nel dì 13 di marzo dell'anno presente fece la sua entrata in Roma Zem ossia Zizim, fratello del sultano Baiazette, ed uomo di gran credito fra i Turchi [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Rom., tom. eod.]. Gran gelosia di costui avea esso Baiazette per timore ch'egli tornasse un dì a disputargli l'imperio, ben sapendo che non gli mancava numeroso partito fra i Maomettani. Volle papa Innocenzo VIII che costui fosse ricevuto con distinto onore, e gli mandò incontro Franceschetto Cibò suo figliuolo con assai cortigiani. Nel dì seguente fu condotto al sacro concistoro; e, per quanto egli fosse stato ben ammaestrato delle genuflessioni che dovea fare al papa, e di andare a baciargli il piede, costui senza voler neppure piegare il capo, se ne andò ritto ritto al trono pontificio, ed unicamente baciò in una spalla il pontefice. Gli fu poi assegnato un quarto del palazzo apostolico, ma sotto buona guardia. Trovavasi allora in Roma l'ambasciatore del sultano d'Egitto, minacciato di guerra dal turco Baiazette. Fece costui grandi istanze, ed incredibili offerte e promesse al papa, se voleva dargli Zizim, per metterlo alla testa di un'armata contra di esso Baiazette; ma per motivi politici nulla potè ottenere. Fece poco appresso il pontefice una promozion di cardinali, con alzare a tal dignità il gran mastro di Rodi in ricompensa del principe turco a lui rilasciato. Con raro esempio ancora fu allora creato cardinale Giovanni de Medici, figliuolo di Lorenzo, ancorchè fosse in età di soli quattordici anni. Questi col tempo fu poi papa Leone X. Ma perchè il re Ferdinando tuttavia si burlava del papa, senza voler pagare il censo pattuito pel regno di Napoli, e per altre cagioni, Innocenzo, nella festa di san Pietro di giugno, lo scomunicò, e, niun effetto facendo le censure, arrivò a privarlo del regno nel dì 11 di settembre. Ferdinando appellò al futuro concilio. Fecesi poi preparamento di guerra dall'una parte e dall'altra; ma il pontefice, amator della pace, non bramò, oppur non osò di proceder oltre; e perciò durò il sereno, benchè framezzato da molte nebbie, non meno in Roma che nel regno di Napoli. Gran tempo era corso, dacchè seguirono gli sponsali fra il giovinetto Gian-Galeazzo Sforza duca di Milano ed Isabella figliuola di Alfonso duca di Calabria, primogenito del re Ferdinando [Corio, Istor. di Milano.]; solamente nell'anno presente si effettuò quel matrimonio. Venne per mare a Genova questa principessa, e colà sbarcò nel dì 17 di febbraio. Giunse poscia a Milano, ma senza pompa si celebrarono quelle nozze, perchè tre mesi prima era mancata di vita la madre della sposa. Con questo maritaggio universalmente si sarà creduto assicurato lo Stato al duca Gian-Galeazzo, e Lodovico il Moro premuroso per li di lui vantaggi. Non passò molto che ben diverso dovette essere il giudizio del pubblico. Intanto sotto varii pretesti, e con ingannare lo stesso duchino, s'impadronì Lodovico del castello di Milano e di Trezzo, e di ogni altra fortezza di quel dominio, levandone gli uffiziali vecchi e fedeli al duca, mettendovene degli altri di sua confidenza, e mutando i presidii a suo piacimento. Tutto fingea di fare per miglior bene e sicurezza del nipote. Nel dì 13 di marzo dell'anno presente [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] in età di soli ventun anni diede fine al suo vivere Carlo duca di Savoia, principe, per varie sue imprese fatte in sì corto tempo di sua vita, già divenuto glorioso. Restò di lui un solo figliuolo maschio, ch'era ancor nelle fasce, nato nel precedente anno, e nominato anche esso Carlo. Questi fu suo successore; ma gran disputa nacque per la reggenza. Finalmente questa fu accordata a Bianca figliuola di Guglielmo marchese di Monferrato, madre sua, principessa di raro senno e di somma virtù, il cui elogio si può leggere nella Storia di Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philippus Bergom., Hist.], scrittore vivente in questi tempi.


MCCCCXC

Anno diCristo MCCCCXC. Indiz. VIII.
Innocenzo VIII papa 7.
Federigo III imperadore 39.

Godendo in questi tempi l'Italia una invidiabil pace, niun riguardevole avvenimento somministrò alla storia. Tutta ancora la cristianità si trovava esente dalla persecuzione turchesca, perchè il fiero Baiazette mirava sempre con apprensione il fratello Zizim, detenuto in Roma, come un mantice di sollevazioni e rivoluzioni ne' suoi Stati, qualora gli fosse permesso di comparire alla testa di un'armata contra di lui [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Nè mancò a papa Innocenzo VIII il pensiero di prevalersi di tal congiuntura. Cercò egli infatti di muovere tutti i principi cristiani alla guerra contra de' Turchi, rappresentando ad ognuno qual gran vantaggio si potesse trarre dall'ottimo mezzo e strumento ch'egli aveva in sua mano. Ma neppur uno si trovò che volesse impacciarsene, premendo a tutti più i lor privati interessi che il pubblico bene. Di quest'animo del papa forse fu informato, oppure se l'immaginò Baiazette. Capitò a Costantinopoli nell'anno precedente Cristoforo, ossia Marino Castagna, nobile della marca d'Ancona, inviperito per essergli stato tolto un suo castello dagli uffiziali del papa [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Si esibì costui a Baiazette di levar di vita Zizim suo fratello col veleno: offerta sommamente gradita dal tiranno, che perciò di alcune migliaia di ducati d'oro il regalò in più volte: gli donò anche delle ricche vesti, e un diamante di valore di mille ducati d'oro. Dicono inoltre, avergli promesso la città di Negroponte a negozio finito. Venuto costui a Roma, fu carcerato, probabilmente perchè si penetrò esser egli stato a Costantinopoli, e ne' tormenti confessò tutto il suo reo trattato. Il perchè nel dì 7 di maggio ricevette dalla romana giustizia un premio differente da quello che gli avea fatto sperare il Turco. Arrivò poscia a Roma nel dì 30 di settembre un ambasciatore spedito da Baiazette, che fu con grande onore ricevuto. Le commessioni sue erano di pregare il papa di ritener sotto buona custodia Zizim, promettendo per tal cura di pagare annualmente al pontefice quaranta mila ducati d'oro, e di dar pace e libero commercio a' cristiani. Fu detto che l'ambasciatore del sultano d'Egitto avea allo incontro esibito al pontefice, se gli volea dare in mano Zizim, per potere far guerra con esso a Baiazette, un regalo di quattrocento mila ducati, e la cessione della città di Gerusalemme; e che inoltre tutto ciò che s'acquistasse de' paesi del Turco, quand'anche fosse Costantinopoli, si restituirebbe alla Chiesa romana ed ai cristiani. Troppo vaste e non molto credibili sono tali slargate di promesse; nè Zizim vi avrebbe mai consentito. Quel che è certo nulla si conchiuse coll'Egiziano, e pare che fosse solamente accettata l'annua esibizione fatta dal Gran Signore. Dimandò poscia l'ambasciator turco udienza da Zizim, che gliela diede con maestosa formalità, e gli presentò lettere e regali da parte del fratello Baiazette. Morì nell'aprile di quest'anno Mattia Corvino celebre re d'Ungheria, e si suscitarono dei gravissimi torbidi in quel regno, giacchè egli non lasciò figliuolo alcuno legittimo. Però tanto meno si pensò a pigliar l'armi contra dei Turchi. Lodovico Sforza, reggente dello Stato di Milano, conchiuse in quest'anno il suo maritaggio con Beatrice figliuola d'Ercole Estense duca di Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]. Si partì questa principessa da Ferrara nel dì 29 di dicembre, accompagnata dalla duchessa sua madre Leonora d'Aragona, e suntuose furono poi le nozze celebrate in Milano. Un'altra figliuola d'esso duca di Ferrara, per nome Isabella, nel febbraio di questo medesimo anno era passata a Mantova ad unirsi in matrimonio con Gian-Francesco Gonzaga marchese di quella città, il qual tenne corte bandita per più giorni, e sfoggiò forte in solazzi e spettacoli per tali nozze [Corio, Istor. di Milano.]. Vi intervennero quasi tutti gli oratori dei potentati d'Italia. In questi tempi ancora, perchè Carlo VIII re di Francia era sdegnato forte col duca di Milano a cagion di Genova, Lodovico il Moro si studiò di placarlo. Ne seguì poi la concordia, con avere il duca riconosciuta dal re in feudo quella città. Altrettanto avea fatto negli anni addietro il duca Francesco Sforza padre d'esso Lodovico.


MCCCCXCI

Anno diCristo MCCCCXCI. Indiz. IX.
Innocenzo VIII papa 8.
Federigo III imperadore 40.

Passò parimente l'anno presente senza azioni degne di memoria in Italia, perchè durò in essa la pace universale [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma guerra in Ungheria fu fra i principi pretendenti di quel regno. Non potè contenersi Baiazette dal profittar di così propizia congiuntura. Fece delle scorrerie in Ungheria, prese alcune città, e diede il sacco ad una grande estension di dominio. Non lasciò il pontefice di spronar di nuovo i principi cristiani, acciocchè unissero le lor armi contro il comune nemico. Mandò ancora le tasse di quanto avea ognuno da contribuire, e le mandò indarno. Scusossi ognuno, e terminò tutto questo trattato a far la guerra non al Turco, ma bensì alle borse degli ecclesiastici, con essersi ricavate, per via delle decime, somme grandi di danaro, che a tutt'altro furono impiegate, fuorchè alla guerra co' Turchi. Per attestato dell'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], in quest'anno si vide in Roma un uomo (non si seppe di qual paese) vestito da pezzente e tenuto per matto, che, portando in mano una croce di legno, andò facendo per le piazze delle prediche al popolo, prediche contenenti molta eloquenza e dottrina, nelle quali diceva essere imminente alla Italia delle tribolazioni gravissime, e nominatamente a Firenze, Milano e Venezia. Ma perchè egli disse dover ciò avvenire nel presente anno e ne' due susseguenti, con aggiugnere inoltre che dovea venire un pastore angelico, il quale unicamente avrebbe a cuore la vita spiritual delle anime; al che non corrisposero gli effetti: maggiormente si confermò la credenza ch'egli fosse un pazzo. Prepotente era in questi tempi la fazion de' Baglioni in Perugia, nè voleva ammettere in città la contraria degli Oddi, da molto tempo bandita. Avendo fatto gli ultimi ricorso al papa, n'ebbero sempre di belle parole, ma non mai fatti. La disperazione li consigliò a tentare di rientrarvi per forza; ed, ottenuto un rinforzo d'armati dal duca d'Urbino, nella notte del dì 6 di giugno, scalate le mura, s'impadronirono de' luoghi forti della città, senza che in favor loro si movesse, come speravano, alcuno dei cittadini amici. Alzossi bensì contra d'essi tutto il partito contrario, e per forza li cacciò fuori della città. Quanti caddero nelle lor mani, tutti rimasero barbaramente uccisi o impiccati; e furono più di centocinquanta, fra i quali Fabrizio e Ridolfo, amendue prelati della corte romana, condottieri dell'infelice brigata. Spedì tosto il papa colà il conte di Pitigliano generale della Chiesa, acciocchè non succedesse di peggio. Intanto in Milano [Corio, Istor. di Milano.] la matta ambizione fece nascer delle gare fra Isabella d'Aragona duchessa di Milano e Beatrice d'Este moglie di Lodovico Sforza il Moro. Volea cadauna di esse soprastare all'altra negli ornamenti e ne' pubblici luoghi. Da questa feminil discordia quanti malanni prendessero origine per la rovina d'Italia, non tarderemo molto a vederlo. Nel dì 12 di febbraio giunse a Ferrara [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] Anna Sforza, sorella di Gian-Galeazzo duca allora di Milano, presa in moglie da Alfonso d'Este, primogenito d'Ercole I duca di Ferrara, nella qual occasione abbondarono in quella città feste e suntuosi solazzi.


MCCCCXCII

Anno diCristo MCCCCXCII. Indiz. X.
Alessandro VI papa 1.
Federigo III imperadore 41.

Di mirabil allegrezza si riempiè in quest'anno l'Italia, anzi tutta la Cristianità, per la conquista di Granata [Raynaldus, Annal. Ecclesiast.], fatta da Ferdinando il Cattolico e da Isabella, re di Castiglia e d'Aragona, restando con ciò snidati una volta i Mori maomettani da ogni signoril dominio nella Spagna, dopo aver ivi tenuto il piede per ottocento anni. Fin qui Lorenzo de Medici avea, non già con titolo alcuno di signore, ma bensì coll'autorità sua tenuto in pugno il governo della repubblica fiorentina [Ammirati, Istor. Fiorent.], in cui facea e disfacea, ma con tal senno ed amore alla patria, con tal magnificenza e liberalità, che non men Firenze si trovò felice sotto di lui, che egli stesso celebrato e stimato in tutte le corti de' principi cristiani, ed anche presso il Gran Turco e presso il soldano d'Egitto. Era egli pervenuto all'età di quaranta quattro anni, quando il chiamò Dio all'altra vita nel dì 7 d'aprile dell'anno presente [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Restarono di lui tre figliuoli, Pietro, che fu confermato negli onori del padre dalla repubblica, Giovanni cardinal giovinetto, che fu poi papa Leone X, e Giuliano. Fra le altre lodi che a gara diedero gli scrittori suoi contemporanei a Lorenzo, singolar fu quella del suo amore non men verso le lettere, che verso i letterati. Seguì verso il fine di gennaio, se crediamo al Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], o piuttosto di maggio, come vuol l'Infessura [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], accordo fra papa Innocenzo e il re Ferdinando. Probabilmente la paura ottenne ciò che la ragione non aveva fin qui potuto conseguire. Sapeva il re quanto la sua crudeltà avesse alienato da lui l'animo della sua baronia, e star essa colle mani giunte aspettando chi venisse alla conquista di quel regno. Non era ignoto che vi pretendea Carlo VIII re di Francia per le ragioni (non cerco se fondate o no) a lui cedute da Renato duca di Lorena. Andava inoltre crescendo del rancore tra Ferdinando e Lodovico il Moro. Però venne il tempo di pacificare il papa, per averlo alle occasioni non nemico, ma favorevole. Si conchiuse dunque l'accordo, avendo il re promesso di pagar l'annuo censo, come avea pattuito il re Alfonso suo padre. Ferdinando il Cattolico quegli fu che trattò l'affare. In segno della rinnovata buona amistà entrò in Roma nel dì 27 di maggio Ferdinando principe di Capoa, primogenito d'Alfonso duca di Calabria, e nipote del predetto re Ferdinando, il quale diede l'ultima mano a quella pace. Sfoggio di magnificenza tale fece il cardinale Ascanio Sforza, accogliendo nel suo palagio questo principe, che l'Infessura non si attentò a darne la relazione per timore che fosse creduta un'esagerazione o fola. E i buoni Napoletani, non contenti di sì nobil trattamento, nell'andarsene, portarono seco per memoria anche gli apparati delle stanze, i panni lini, e tutto quanto poterono dal palazzo d'esso cardinale.

Sul principio di luglio cadde gravemente infermo papa Innocenzo VIII; e dacchè fece temer di sua vita, i cardinali misero in castello Sant'Angelo Zizim fratello del gran-signore [Diar. Roman., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Nella notte poi del dì 25 d'esso mese, venendo il dì 26, terminò il pontefice le grandezze umane con gran compunzione di cuore, per comparire al tribunale di Dio. L'essere egli stato uomo mansueto ed amator della pace, e l'aver fatto di belle fabbriche in Roma, cagion fu ch'egli lasciasse piuttosto dopo di sè un buono che un cattivo nome. Pel desiderio violento, comune ad altri papi di que' tempi, d'arricchire il figlio suo Franceschetto Cibò, diede occasione di mormorare a non pochi. Tuttavia non imitò egli alcuno de' predecessori, nè simile fu ad altri dei successori, che si immersero in guerre, e logorarono i tesori della Chiesa, col segreto principal motivo d'ingrandire le lor case, e di procurare Stati principeschi ai loro nipoti. Rimase veramente ricco Franceschetto, ma non di magnifici Stati; e que' pochi ancora ch'avea, cioè la contea d'Anguillara, Cerveteri ed altre picciole castella, le vendè egli nel febbraio dell'anno seguente quasi tutte a Virginio Orsino, restando solamente conte di Ferentillo. Giunse dipoi la nobil casa Cibò, ma molto dopo la morte del pontefice Innocenzo, e coll'aiuto della casa de' Medici, ad acquistare il marchesato, oggidì ducato di Massa e Carrara, mediante il matrimonio di Franceschetto con Ricciarda Malaspina erede di quegli Stati. Nel dì 11 d'agosto [Infessura, Diar., tom. 3 Rer. Ital. Panvin., Mariana, et alii.] fu eletto papa Roderigo, ossia Rodrigo Borgia, cardinale, vescovo di Porto, e vicecancelliere della Chiesa romana, nativo di Valenza in Ispagna: i genitori suoi furono Goffredo Lenzoli ed Isabella Borgia, sorella di Callisto III papa. Prese egli il nome di Alessandro VI, e nel dì 26 d'agosto fu con gran solennità coronato, e concorsero le ambascerie di tutti i principi cristiani a prestargli ubbidienza. Non v'ha scrittore (e non ne eccettuo gli stessi Annalisti sacri) che non detesti, o non deplori l'assunzione al trono pontificale di un uomo tale, pubblicamente screditato per la sua licenziosa ed impudica vita, e che comunemente fu creduto aver impiegate le adunate sue ricchezze e le promesse di Stati e di dignità, per comperare le chiavi di San Pietro. Certo è che i porporati d'allora, invece d'eleggere il migliore, come portava il loro dovere, elessero il peggiore, a seconda della umana cupidità; colpa de' malvagi esempli e della corruzione allora dominante, per cui giunsero alcuni papi, fino a gloriarsi d'aver de' figliuoli. E quattro appunto questi ne avea, notissimi a tutta Roma, e più ancora noti da lì innanzi, cioè Giovanni, a cui il padre ottenne in Ispagna il ducato di Gandia, Cesare, di cui avremo troppo da parlare, Giuffrè e Lucrezia a lui nati da Vannozia cortigiana famosa. Il benignissimo Iddio ha conservato e conserverà sempre, secondo le divine sue promesse, illibata dagli errori la Chiesa sua santa, nè lasceran per questo di nascere in essa di tanto in tanto degli scandali; ma guai a chi reo fu o sarà di questi sconcerti nella casa del Signore. Creato che fu il nuovo papa, Giuliano della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincola, che fu poi papa Giulio II, non fidandosi di questo, com'egli solea dire, marano, perchè avea avuto delle gare con lui, sino a strapazzarsi villanamente l'un l'altro, sul fine di quest'anno si ritirò ad Ostia, e quivi si fortificò. Credendo poi di essere rimesso in grazia di Alessandro, se ne tornò a Roma; ma, accortosi di essere in pericolo, finalmente andò in Francia, nè più si lasciò attrappolar dalle promesse, nè da belle parole [Guicciardini, Istoria d'Italia.]. Molti ancora de' cardinali che aveano venduti i lor voti e le loro coscienze per far questo papa, col tempo trovarono d'avere eletto il proprio loro carnefice. L'Italia nel presente anno somministrò alla Spagna, cioè al cattolico re Ferdinando e alla regina Isabella consorti, un mirabil uomo, cioè un sempre memorando strumento, per arricchire i loro regni [Jacob. Philippus Bergomens., Hist. Giustiniani, Istoria di Genova. Marian., Fazell, et alii.]. Questi fu Cristoforo Colombo, nato in Genova, o, per meglio dire, in un villaggio vicino a Genova (altri il fece Savonese), di genitori plebei, ma d'ingegno nobile, di cui tanta fu la perspicacia e la fortuna, che arrivò a scoprir varie isole nell'Oceano occidentale, ed aprì l'adito ad altri di scoprire la terra ferma dell'America, cioè un nuovo mondo, creduto sconosciuto finora, ma che sembra essere stato in qualche guisa accennato o predetto da alcuni antichi scrittori. Rapporta il Leibnizio [Leibnit., Prodrom. ad Cod. Jur. Gent.] una lettera di Ferdinando re di Napoli scritta nel 1474 a Lodovico XI re di Francia, dove si duole che sieno state prese due sue galee incamminate in Fiandra da un Colombo suddito di esso re Luigi. Pensò quel valentuomo che questi fosse il celebre Cristoforo Colombo: cosa, a mio credere, lontana dal vero per varie ragioni.


MCCCCXCIII

Anno diCristo MCCCCXCIII. Indiz. XI.
Alessandro VI papa 2.
Massimiliano I re de' Rom. 1.

Dopo aver l'imperador Federigo III per più di quarant'anni posseduta l'imperial corona, senza ch'egli giovasse o nocesse all'Italia [Trithem., Cuspinian., et alii.], avendo unicamente atteso a guerreggiare in Ungheria, Boemia ed in altri luoghi oltramontani, disse l'ultimo addio alla vita presente nel dì 19 venendo il dì 20 d'agosto, in età di ottant'anni: cosa in que' tempi rara fra i principi. Suo figlio Massimiliano I, già re de' Romani, succedette a lui nell'amministrazion dell'imperio. Fu egli il primo ad intitolarsi imperadore eletto de' Romani, con essere poi andato anche in disuso l'aggiunto di eletto ne' tempi susseguenti. Cominciò in quest'anno ad intorbidarsi il sereno dell'Italia. Gli ambiziosi disegni di Lodovico Sforza, detto il Moro, quei furono che diedero moto alle discordie, e poscia ad atrocissime guerre, che per anni moltissimi lacerarono il seno di queste provincie. Era già pervenuto ad età capace di governare i suoi popoli Gian-Galeazzo Sforza duca di Milano; pure continuava esso Lodovico suo zio paterno a fare il reggente, e con apparente disposizione di non voler più deporre questa autorità [Corio, Istor. di Milano.], dappoichè avea occupato i tesori della casa Sforza, e in mano sua, cioè d'uffiziali suoi confidenti, stavano tutte le fortezze del ducato di Milano. Non potè contenersi Isabella moglie di esso duca di portar delle querele di un tal trattamento ad Alfonso duca di Calabria suo padre [Ammirati, Istor. Fiorentina.], che se ne sdegnò forte, ed operò in maniera che il re Ferdinando suo padre spedì nell'anno precedente una ambasciata a Lodovico per consigliarlo dolcemente a rilasciare il governo al duca nipote. Lodovico, che non se ne sentiva voglia, ed era per altro un finissimo dissimulatore, rimandò con risposte cortesi l'ambasciatore; quindi, pieno di livore e di vendetta, si diede a ruminar le maniere di abbattere il re Ferdinando, considerandolo per signore possente ad ottener colla forza ciò che non si volea concedere per amore. Il bel ripiego ch'egli prese fu quello d'invitar all'impresa del regno di Napoli il giovine Carlo VIII re di Francia, offerendosi pronto a sovvenirlo con gente e danaro. La lettera scrittagli a questo effetto da esso Lodovico vien rapportata dal Corio; e il conte Carlo di Belgioioso, oratore di Lodovico in Francia, fu incaricato di promuovere questa incumbenza. Opera eziandio fu del medesimo Sforza che papa Alessandro cominciasse di buon'ora ad attaccar liti col re Ferdinando, con fargli credere che il re fomentasse Virginio Orsino, contra del quale era in collera Alessandro, per aver egli senza licenza pontificia comperato, siccome di sopra accennai, le castella di Franceschetto Cibò.

In Roma il cardinale Ascanio Sforza, fratello di esso Lodovico, siccome quegli che più degli altri avea procurato l'innalzamento del papa, e n'avea avuto in ricompensa il grado di vicecancelliere, potea molto in quella corte; e quegli era che attizzava il fuoco contra del re Ferdinando. Condusse anche il papa a fare una lega particolare col duca di Milano e co' Veneziani nel dì 21 d'aprile, la qual fu poi solennemente pubblicata nella festa di san Marco [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], senza che se ne facesse parola col suddetto Ferdinando e co' Fiorentini, i quali si allarmarono non poco per questa diffidenza, quando essi erano in lega collo stesso duca di Milano. Ma il solito di Lodovico Sforza era sempre di camminar con doppiezze. Cominciò egli inoltre in questo medesimo anno a maneggiarsi con Massimiliano Augusto [Corio, Istor. di Milano.] per ottenere il titolo e l'autorità di duca di Milano ad esclusion del nipote. Eppure insieme trattò, anzi conchiuse il matrimonio di Bianca Maria Sforza, sorella del vivente allora Gian-Galeazzo Maria duca di Milano, collo stesso Massimiliano; e lo sposalizio fu poi solennemente celebrato in Milano nel dì primo di dicembre. Ma intanto papa Alessandro andava allestendo e ingrossando le sue soldatesche con gelosia non poca del re Ferdinando. E perciocchè una delle primarie applicazioni di esso pontefice sempre fu quella dell'ingrandimento de' suoi figliuoli, in quest'anno gli riuscì di maritar Lucrezia sua figliuola con Giovanni Sforza (e non già con Alessandro, come ha l'Infessura) signore di Pesaro. Le nozze con gran solennità, ma con poca onestà, furono celebrate nel pontificio palazzo nel dì 12 di giugno del presente anno. Intanto il re Ferdinando, vedendo quai nuvoli si alzassero contra del regno suo, a tutto potere si studiò di placare, anzi di guadagnare papa Alessandro e Lodovico il Moro. Fu adoperato Ercole duca di Ferrara per rimuovere Lodovico dalla pazza sua risoluzione di tirar l'armi franzesi in Italia, nè egli ommise uffizio alcuno per ottener l'intento. Ma Lodovico, pien di presunzione, mostrò ben nelle apparenze di cedere, ma diffatti si ostinò nel proposito suo, e tanto più perchè nel dì 11 di ottobre, col passare all'altra vita Leonora duchessa di Ferrara, figliuola del re Ferdinando, venne a mancare una principessa che avea non poca autorità nel cuore di Lodovico, siccome suocera sua. Per conto del papa, la maniera di fargli deporre l'avversion sua al re Ferdinando, quella fu di promuovere gli avanzamenti di Giuffrè figliuolo d'esso pontefice. L'ambizioso papa, che desiderava di veder la sua prole imparentata colla real casa d'Aragona, dimandò ed ottenne che una figliuola bastarda di Alfonso duca di Calabria, primogenito di Ferdinando, fosse data in moglie ad esso Giuffrè [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Può essere che questo trattato si conchiudesse solamente nell'anno seguente [Allegretti, Istor. di Siena, tom. 23 Rer. Italic.]. Oltre a ciò papa Alessandro, in una promozione che egli fece di cardinali nel dì 20 di settembre, ornò della sacra porpora Cesare suo figliuolo, che fu poi conosciuto sotto nome di duca Valentino, il qual era o poi divenne un mostro d'iniquità: pure Alessandro gli volle dar luogo nell'insigne ordine de' cardinali, quantunque molti di loro il dissuadessero dal farlo, ed altri apertamente ripugnassero. Furono in essa promozione compresi Ippolito Estense, figliuolo del duca di Ferrara, ed Alessandro Farnese, che fu poi papa Paolo III, a requisizione di Giulia la Bella, sorella oppur parente di esso Alessandro, che in questi tempi era molto considerata in Roma.


MCCCCXCIV

Anno diCristo MCCCCXCIV. Indiz. XII.
Alessandro VI papa 3.
Massimiliano I re de' Rom. 2.

Cominciarono in quest'anno i guai dell'Italia, guai di lunga durata, benchè tramezzati da qualche tregua, e guai superiori a quei degli anni addietro; perchè laddove tra di loro, ne' tempi passati, aveano guerreggiato i principi italiani, ora si scatenarono tutte, per così dire, le armi oltramontane, per venire a far qui una funestissima danza. Primieramente essendo giunto Ferdinando re di Napoli all'età di settant'anni [Infessura, Diar., Par. II, tom. 3 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze. Raynal., Annal. Ecclesiast.], se gli caricarono addosso dei gravissimi affanni per la tempesta che contra di lui si preparava in Francia, e non minori fatiche per mettersi in difesa; laonde, infermatosi, finì in pochi giorni di vivere, lodato per varie sue belle doti dal Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], ma certamente poco amato, anzi odiato da ognuno per le sue crudeltà. Il Sanuto [Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Italic.], storico veneziano, s'empie la bocca delle iniquità non meno del padre che del figliuolo. Cadde la morte sua nel dì 25 di gennaio dell'anno presente, e a lui succedette nel regno Alfonso duca di Calabria, primogenito suo, la cui prima cura fu quella di dar l'ultima mano ai trattati di pace col papa, per ottener l'investitura ed insieme aiuti da lui ne' bisogni. Infatti nel seguente aprile tutto ammansato il pontefice Alessandro spedì il cardinale di Monreale, cioè Giovanni Borgia suo nipote, a Napoli colle bolle dell'investitura, e colla facoltà di coronare Alfonso re di Napoli. Nel dì 7 di maggio, essendo già pervenuto colà esso cardinale legato, si celebrarono le nozze di Sancia figliuola naturale del re Alfonso con Giuffrè figliuolo del papa, di età di tredici anni, e furono fatte giostre, tornei ed altre feste. Se fosse caro al pontefice questo parentado, si può raccogliere dall'aver egli esentato Alfonso dall'annuo censo del regno, sua vita natural durante [Summonte, Istor. di Napoli.]. Il regalo fatto alla sposa da Giuffrè in gioie, drapperie ed altre robe, fu creduto che ascendesse al valore di ducento mila ducati d'oro. All'incontro, il re assegnò per dote alla figliuola il principato di Squillace. Nel Diario di Burcardo, citato dal Rinaldi, è scritto, avere il re Alfonso II creato Giuffrè principe di Tricarico, e conte di Chiaramonte, Lauria e Carniola. Ciò fatto, papa Alessandro, che dianzi, entrato nelle sconsigliate massime di Lodovico il Moro, avea invitato in Italia Carlo VIII, cangiò sentimenti e linguaggio. Scrisse pertanto a quel re, dissuadendolo dal venire, con rappresentargli la carestia e peste onde Roma era afflitta [Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.], ed esserci pericolo che il re Alfonso, mosso dalla disperazione, chiamasse in sua difesa i Turchi: il che sarebbe la rovina dell'Italia. Ma il giovane re di Francia, che dopo essere mancato il re Ferdinando (principe, il qual solo pel suo gran senno avrebbe potuto difficoltare i suoi disegni) s'era maggiormente animato all'impresa del regno di Napoli, nulla badò a queste ciancie, e seguitò a fare il fatto suo. Per mezzo di Guglielmo Brissonetto primo ministro procurò il papa di ritardare i movimenti del re Carlo; ma in Francia il cardinal Giuliano della Rovere, sdegnato forte contra papa Alessandro, seppe così ben perorare presso il re, al quale ancora continui impulsi dava Lodovico il Moro, che si affrettò più che mai al preparamento dell'armi. Spedì il re in Italia alcuni suoi uffiziali, fra' quali Filippo di Comines signore di Argentone (quel medesimo che ci lasciò una veramente savia e bella storia di questi tempi) per iscandagliare gli animi dei principi d'Italia. Con breve, ma saggia risposta, che nulla concludeva, si sbrigarono da tale ambasciata i Veneziani e i Sanesi. I Fiorentini e il papa si mostrarono contrarii. Ercole duca di Ferrara e Giovanni Bentivoglio esibirono buon trattamento alle milizie del re, ma nulla di più. Il solo Lodovico il Moro quegli parea che con calore assistesse ai Franzesi.

Ora il re Alfonso, non tanto per vendicarsi di questo principe, la cui malignità chiaramente tendeva alla di lui rovina, quanto ancora per tener lungi da sè la guerra con farla nel paese altrui, inviò per terra nella Romagna don Ferdinando suo primogenito duca di Calabria, acciocchè la rompesse con Lodovico. Parimente nel mese di giugno mandò una flotta di trentacinque galee, dieciotto navi ed altri legni minori, comandata da don Federigo suo fratello, per far qualche tentativo contra di Genova [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istor. di Venez., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firen. Corio, Istor. di Milano.], secondato da Obietto del Fiesco, che si ribellò al duca di Milano. Ma, essendo già calato Lodovico duca d'Orleans e signore di Asti in Italia, ed imbarcatosi nella flotta regale spedita dal re Carlo, nel dì 8 di settembre sbarcò a Rapallo, castello preso dai Napoletani, e, con loro venuto alle mani, li sconfisse in maniera, che la flotta nemica fu obbligata a tornarsene vergognosamente a Napoli. Maggior felicità non incontrò dipoi l'armata terrestre del re Alfonso in Romagna. Nel dì 9 oppure 11 di settembre giunto ad Asti Carlo VIII re di Francia colla sua armata [Mémoir. de Comines, lib. 7.], fu quivi sorpreso dal vaiuolo. Risanato, arrivò a Pavia, dove godè delle magnifiche accoglienze fattegli da Lodovico il Moro, ma con volere per ostaggio della di lui fede in suo potere quel castello, ed ottenere da lui in prestito ducento mila ducati d'oro. Era nel castello medesimo gravemente infermo, e di malattia creduto incurabile, il giovane Gian-Galeazzo Maria Sforza duca di Milano, con opinione universale che un veleno datogli da Lodovico suo zio appoco appoco il menasse a morte. Fu a visitarlo e consolarlo il re Carlo, ed Isabella sua moglie gli raccomandò i suoi piccioli figliuoli. Ma appena fu passato il re a Piacenza, ovvero a Parma, che ricevette l'avviso della morte dell'infelice duca, accaduta nel dì 22 d'ottobre, in età dì 25 anni. Fu egli compianto da tutti, non meno per l'innocenza sua, che per essere stato vittima dell'ambizion di suo zio. Nè qui finì la tragedia. Dovea succedere nel ducato il di lui primogenito Francesco Sforza. Lodovico il Moro già avea cominciato, o procurato da Massimiliano re de' Romani, ossia imperadore eletto, d'esser egli creato duca di Milano per quella strana ragione di dover egli essere anteposto al duca Galeazzo Maria, già suo fratello defunto, e a' di lui figliuoli, perchè Galeazzo Maria era nato da Francesco Sforza, non peranche duca di Milano, laddove esso Lodovico nacque dal padre già creato duca. Non mancarono mai, nè mancheranno pretesti all'ambizione umana e all'interesse per usurpare l'altrui, se con loro il poter si congiugne. Leggesi il diploma spedito da Massimiliano in Aversa nel dì 5 di settembre di questo anno presso il Corio [Corio, Istor. di Milano.]. Il sig. Du-Mont ci dà questo diploma al dì 20 di novembre dell'anno seguente. Comunque sia, certo è che, senza aspettare il beneplacito cesareo [Guicciardini, Istor., lib. 1.], Lodovico il Moro, venuto a Milano non ancora terminato il funeral del nipote, convocò i primati della città per la creazione d'un nuovo duca; ed, avendo ben istruiti i suoi partigiani, costoro mostrarono richiedere il pubblico bene che in tempi sì pericolosi non un fanciullo, ma un uomo assennato prendesse le redini del governo e fosse duca. Però, senza che alcuno osasse di contraddire, Lodovico proclamato duca prese lo scettro, e fra le grida allegre dello sconsigliato popolo cavalcò per Milano. La vedova duchessa Isabella co' suoi figliuolini, lagrimevol esempio dell'incostanza delle cose umane, fu rinserrata nel castello di Pavia.

Intanto al re Carlo nacquero sospetti contra dello stesso Lodovico, al sapere che il papa e i Veneziani faceano dei maneggi per istaccarlo da lui, e poco mancò che non desistesse dall'impegno preso contra del regno di Napoli. Ma Lodovico, a cui non mancavano mai in bocca le belle parole, ed alcuni avvisi segreti pervenuti ad esso re da Firenze, dove il chiamavano i nemici ed emoli di Pietro de Medici, l'accesero a continuare il viaggio. Parte dell'esercito suo sotto il comando del Mompensieri andò in Romagna [Cronica MS. di Bologna.], e fece che l'armata di don Ferdinando duca di Calabria si ritirasse a Cesena. Da questa gente fu preso a forza d'armi il castello di Mordano con altre del distretto d'Imola, commettendo ivi crudeltà infinite, sino ad uccidere i bambini: lo che fece correre l'orrore e il terrore per tutta l'Italia, e indusse Faenza e Forlì ad accordarsi coi Franzesi. Nell'ultimo ricusando don Ferdinando di azzardarsi ad una battaglia, e sentendo la mala piega che prendeano le cose della Toscana, si avviò alla volta di Napoli, e cessarono i rumori in Romagna. Passato il re Carlo per la strada di Pontremoli verso la Toscana, pose lo assedio alla rocca di Sarzanello presso a Sarzana, commettendo le sue genti crudeltà dappertutto ancora con gli amici. In grande agitazione e spavento si trovò per questo avvicinamento la città di Firenze [Ammirati, Istor. di Firenze.], siccome quella che, a suggestion di Pietro de Medici, s'era fin qui mostrata contraria ai disegni de' Franzesi; e però esso Pietro, giacchè si conobbe decaduto dal favore del popolo fiorentino, affin di placare il re, si portò a visitarlo vicino a Sarzana, e quivi, di sua testa e senza commissione alcuna della repubblica, stabilì un accordo col re, dandogli per ostaggio della fede dei Fiorentini le fortezze di Sarzana, Sarzanello e Pietrasanta. Non molto dipoi volle il re Pisa e Livorno, e Pietro gliele diede, promettendo il re con un pezzo di carta di restituire tutto, dappoichè avesse conquistato il regno di Napoli. Andato esso re a Lucca, oltre all'aver voluto in sua mano alcune fortezze, volle ancora gran somma di danaro da quel popolo, che nulla osò di negargli. Era in questo mentre, cioè nel dì 8 di novembre, ritornato a Firenze Pietro de Medici, per rendere conto dell'imprudente suo negoziato; ma nel dì seguente si trovò chiuso l'adito al palazzo del pubblico, essendo sommamente irritati contra di lui i magistrati per l'accordo suddetto [Guicciardini, Ist. d'Italia. Ammirat., Istor. di Fir. Nardi, Ist. di Firenze, ed altri.]. Poco stette a sollevarsi il popolo stesso: laonde Pietro, montato a cavallo col cardinal Giovanni e Giuliano suoi fratelli, si fuggì con gran fretta fuori della città, nè si fermò, finchè giunse a Bologna. Nel medesimo giorno fu egli dichiarato co' fratelli ribello, posta taglia contro le loro persone, e poscia messo a sacco il ricchissimo loro palagio. Intanto fece il re di Francia l'entrata sua in Pisa, dove, nel dì 9 di novembre attruppatasi quella nobiltà e popolo, ad alte voci dimandarono al re la libertà; e parendo loro che le buone parole del re fossero un chiaro consentimento alle loro dimande, subitamente corsero la terra, scacciando i commissarii e disfacendo le insegne della repubblica fiorentina; avvenimento che trafisse il cuore de' Fiorentini. Contuttociò, spediti ambasciatori a Pisa, cercarono d'intavolare col re qualche accordo. Convien credere che fosse in buono stato il maneggio [Allegretti, Ist. di Siena, tom. 23 Rer. Ital.], perchè il re Carlo, nel dì 17 di novembre venuto alla volta di Firenze, fu ricevuto in quella città non solo pacificamente coll'esercito suo, ma ancora con tutta magnificenza. Allora si scoprì meglio dove possa giugnere la non mai sazia ambizion de' potenti. Dure ed indiscrete condizioni cominciò imperiosamente a pretendere il re da' Fiorentini, cioè somme immense di danaro, la restituzione di Pietro de Medici, e infine il dominio della città: cose tutte che moveano a rabbia chi trattava di tali affari per parte de' Fiorentini. S'era per venire a qualche brutto spettacolo, se non fosse stato Pietro Capponi, uno de' deputati, il quale, montato in collera al vedere che da' ministri del re si dava carta di accordo, come loro piaceva, senza volere far conto alcuno delle ragioni de' Fiorentini, arditamente in faccia dello stesso re stracciò quella carta [Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Ist. d'Italia.], e ai regi ministri, che aveano accompagnato con alte minaccie lo scritto, animosamente rispose: Voi darete nelle vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane: il che detto, uscì tosto della camera. Questo parlare, che potea facilmente partorir gravissimi sconcerti, Dio volle che terminasse in bene. Si ridussero i regi ministri a condizioni più discrete, e nel dì 26 di novembre seguì l'accordo, in cui i Fiorentini promisero al re centoventi mila scudi, cioè cinquanta mila in termine di quindici dì, e in altre rate il resto. Per lo contrario, il re promise la restituzion delle terre in tempi determinati. Pietro de Medici restò in bando. Partitosi poi di Firenze il re nel dì 28 del mese suddetto, s'incamminò verso Roma [Philipp, de Comines., Burchardus, in Diar.], e nel dì 2 di dicembre entrò in Siena, dove ancora, seguendo il re, arrivò nel dì seguente il cardinale di San Pietro in Vincola, cioè Giuliano della Rovere. V'ha più d'uno scrittore affermante che papa Alessandro e il re Alfonso, dacchè si avvidero di non aver forze bastanti ad impedire il progresso dell'armata franzese, la quale, unita coll'altra di Romagna, alcuni faceano ascendere sino a sessanta mila persone, ma verisimilmente sarà stata molto meno, ricorsero per aiuto al Turco, acciocchè spedisse un possente corpo di sua gente alla difesa del regno di Napoli; ed aver infatti Baiazette preparate alla Vallona alcune migliaia di combattenti; ma intesi dipoi i prosperosi successi dei Franzesi nel regno, meglio credette di non inimicarsi un re sì potente, affinchè la voce ch'esso re Carlo avea fatta correre presso i buoni cristianelli d'essere venuto in Italia per andar contro ai Turchi, non gli venisse voglia un dì di renderla vera. Dicerie di belli o maligni ingegni verisimilmente furono queste. Nel giorno stesso, in cui Carlo VIII entrò in Firenze, mancò di vita in quella stessa città Giovanni Pico signore della Mirandola in età di soli trentatrè anni [Johann. Franciscus Pico, in Vit. Johannis Pici.]; eppur giunto in sì poco tempo di vita a meritarsi il titolo di Fenice degl'ingegni: sì grande era il suo sapere, sì maravigliosa la sua perizia nelle lingue orientali, accompagnata eziandio da una rara pietà ed illibatezza di costumi. Parimente nel settembre di quest'anno [Jovius in Elog.] finì i suoi giorni in Firenze Angelo Poliziano in età di quarant'anni, anch'esso uno de' più felici ingegni che si avesse allora l'Italia. Nè è men degno di memoria Ermolao (chiamato nel dialetto veneziano Almorò) Barbaro nobile veneto, che pochi pari in sapere ebbe in questi tempi, come attestano i suoi libri. Anch'egli nell'anno presente in Roma terminò di vivere in età di quarantuno anni, e in tempo che era preparata la sacra porpora al merito di lui.


MCCCCXCV

Anno diCristo MCCCCXCV. Indiz. XIII.
Alessandro VI papa 4.
Massimiliano I re de' Rom. 3.

Uno de' primi a far muover di Francia il re Carlo VIII era stato papa Alessandro VI, senza ben pensarne, da quel gran politico ed astuto uomo ch'era, le perverse conseguenze di un tal consiglio. Ma allorchè vide che, entrato con tante forze questo re in Italia, e pervenuto fino in Toscana, non v'era città o fortezza che non gli portasse le chiavi, cominciò a provar degli affanni e tormini gravissimi, perchè considerato come aperto nemico di un re a cui nulla resisteva [Burchardus, Diar., apud Raynald.]. Nel dì 9 di dicembre avea egli fatto mettere in onesta prigione i cardinali Ascanio Sforza e San Severino, come parziali de' Franzesi, e mandati in castello Sant'Angelo Prospero Colonna e Girolamo Tuttavilla. Cominciò poi in lontananza a trattare d'accordo col re. Questi fece istanza ne' preliminari che si liberassero i due cardinali; ed aggiunse che avendo il pontefice lasciato entrare in Roma Ferdinando duca di Calabria colle genti sue nemiche (questi poi si ritirò prima che arrivassero i Franzesi), anch'egli voleva entrarvi: che per altro egli era pronto alla concordia. Nel dì 19 del suddetto dicembre fu spedito dal papa al re il cardinal San Severino, e questi almeno ottenne che pacificamente, e salvo l'onore della maestà ed autorità pontifizia, il re facesse la sua entrata in Roma. Nella notte dell'ultimo dì di dicembre, venendo il dì primo dell'anno presente, arrivò il re di Francia a Roma, e v'entrò tenendo tutte le sue genti d'armi la lancia sulla coscia. Dal popolo romano gli furono presentate le chiavi della città, ed egli poscia andò ad alloggiare nel palazzo ben ammobigliato di San Marco. Il pontefice Alessandro, che non sapea quanto si potesse promettere de' baldanzosi e sdegnati Franzesi, avea preso lo spediente di ritirarsi in castello Sant'Angelo, per trattar con più sicurezza della concordia e del suo decoro [Guicciardini, Istor. Comines., Raynaldus, Annal Eccles.]. E ne trattò per mezzo de' ministri del re, conchiudendo finalmente quell'accordo che potè. Non mancarono allora cardinali, e massimamente Giuliano della Rovere, ed altri seminatori di discordia, che insinuarono al re, questo essere il tempo d'intentare un processo contra di papa Alessandro, per provare ch'egli simoniacamente avea acquistata la sedia di San Pietro, e menava una vita troppo scandalosa con evidente danno della religion cattolica. Ma il re, badando ai consigli del Brissonetto, a cui il papa avea promesso il cappello cardinalizio, si astenne dall'indurre questo sconcerto nella Chiesa, lasciando a Dio il castigo di chi avesse prevaricato, ed attese a ciò che riguardava i proprii interessi. Fu dunque stabilito che il papa per sei mesi concederebbe al re la persona di Zizim fratello di Baiazette, con promessa di restituirlo; darebbe ad esso re l'investitura del regno di Napoli, rimetterebbe in sua grazia i cardinali aderenti alla Francia, lascerebbe nelle mani del re Terracina, Cività Vecchia, Viterbo e Spoleti, finchè egli ritornasse da Napoli; e darebbe per ostaggio di sua fede Cesare cardinal Valentino suo nipote.

In vigore di tal concordia uscito di castello Sant'Angelo nel dì 16 di gennaio papa Alessandro VI, passò nel giardino del palazzo vaticano, e quivi fu ad inchinarlo il re Carlo, ma senza baciargli la mano, non che il piede. Si abbracciarono, fecero i lor complimenti, e il re, senza perdere tempo, fece istanza del cappello cardinalizio pel suo primo ministro Guglielmo Brissonetto; cosa che fu con subita puntualità eseguita. Tenutosi poi pubblico concistoro in San Pietro nel dì 19 del mese suddetto, vi comparve il re, e, secondo il Rituale, soddisfece a tutti gli atti di riverenza verso il vicario di Cristo. Partì poscia il re Carlo di Roma nel dì 28 di gennaio alla volta del regno di Napoli. Parve che il cielo secondasse tutti i suoi passi, perchè quel verno fu così dolce, quieto e sereno, che sembrava una primavera, in guisa che all'esercito franzese non riusciva d'incomodo o danno il far viaggio in quella stagione. In questo mentre il re di Napoli Alfonso II, ossia che ora conoscesse l'amaro, ma giusto frutto della passata sua crudeltà ed avarizia [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], per cui s'era tirato addosso l'odio di tutti i baroni e del popolo stesso, nè potea far capitale della lor fede in sì pericolosa contingenza, oppure, come vuole il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.], che il papa e il cardinale Ascanio suo cognato a ciò l'esortassero, determinò di rinunziar la corona a Ferdinando suo primogenito per la speranza [Guicciardini, Istor. d'Ital. Ammirati, Istor. di Firenze.] ch'essendo egli universalmente amato dai nobili e dalla plebe per le sue lodevoli doti, ben diverse dalle paterne, alla difesa di lui e del regno tutti si unirebbono. Nel dì 23 di gennaio seguì la rinunzia. Ferdinando II fu riconosciuto per re, e il padre suo Alfonso II, imbarcate in cinque galee le cose più preziose con danari, ascendenti a trecento cinquanta mila scudi, nel dì 3 di febbraio uscì di Napoli, e fece vela verso la città di Mazara in Sicilia, e quivi andò a mettere la sua stanza in un monistero di monaci olivetani, con darsi tutto ad opere di pietà e di penitenza: col qual tenore di vita giunse al fine de' suoi giorni in età di quarantasette anni nel dì 19 di novembre di questo medesimo anno, e fu poi seppellito con reali esequie nella maggior chiesa di Messina.

Marciava, siccome dissi, il prode re Carlo VIII verso il regno di Napoli, quando il turbarono non poco due avventure. Per istrada il consegnato a lui Gem, o Zim ossia Zizim, fratello di Baiazette II, sorpreso da un fiero sconosciuto malore, in poco tempo finì di vivere. I più attribuirono la di lui morte a veleno, e veleno datogli per ordine del papa. Col mezzo di costui pensavano i Franzesi di poter fare grandi imprese contra de' Turchi, e fin si figuravano d'impadronirsi di Costantinopoli. Giunto poi che fu il re a Velletri, Cesare cardinal Valentino figliuolo d'esso pontefice, a lui dato per ostaggio, improvvisamente se ne fuggì, e tornossene a Roma: dal che tanto più rimase accertato il re dell'astuzia e poca fede del papa. Non mi fermerò io qui a descrivere i fortunati successi del re Carlo nell'impresa di Napoli, e gl'infelici del buon re Ferdinando, ossia Ferrante II. Basterà dire, che per quanto avesse fatto questo novello re per cattivarsi i popoli, con aver data la libertà ai baroni imprigionati dal padre, restituiti gli Stati a chiunque n'era stato ingiustamente spogliato, e dispensate molte grazie alla città di Napoli; pure niuno tenne forte per lui, ed egli si trovò tradito dai principali suoi uffiziali. San Germano niuna resistenza fece. Capoa, l'Aquila, Gaeta ed altre terre, senza sfoderare spada, si arrenderono al vincitore re Carlo. Napoli si sollevò, e mandò incontro a' Franzesi, con offerire pacificamente l'ubbidienza. Per quanto facesse il re Ferdinando, non potè fermare una sì gran piena di rivoluzioni e disgrazie; e però nel dì 21 di febbraio, dopo aver lasciato buon presidio in Castello Nuovo e in quello dell'Uovo, con quattordici galee si ritirò al castello d'Ischia. Il castellano Giusto della Candina Catalano, che già teneva intelligenza col re franzese, nol volea lasciar entrare. Tanto disse e pregò lo sfortunato, re che fu introdotto solo; ma appena v'ebbe messo il piè dentro che, cavato lo stocco, stese morto a terra l'infedel castellano: dal qual colpo rimase sì sbalordita la guarnigione, che non fece alcun movimento, e lasciò impossessarsi di quel castello il resto dei cortigiani e delle guardie del re Ferdinando. Entrò nel seguente dì 22 oppure 24 di febbraio [Burchardus., in Diar., apud Raynal.] il re Carlo trionfalmente in Napoli. Seco marciavano trentotto mila soldati, avendone egli lasciati molti di presidio in Toscana, nelle terre della Chiesa e nelle città già conquistate del regno. Perchè le artiglierie del Castello Nuovo, alla cui difesa era stato lasciato Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto e di Pescara, faceano gran danno alla città e al palazzo di Capuana, il re Carlo ne formò l'assedio. Poco durò, perchè avendo gli Svizzeri, che v'erano di guarnigione, tumultuato, si arrendè quella fortezza nel dì 6 oppure 7 di marzo. Intanto il re volle abboccarsi con don Federigo zio del re Ferdinando II, con inviargli salvocondotto; e gli propose che se il nipote suo volesse rinunziare il regno, gli darebbe il possesso d'una provincia in Francia. Ma sapendo don Federigo quanto da ciò fosse alieno il nipote, siccome quegli ch'era risoluto di voler morire re, se ne tornò, senza abbracciare il partito, ad Ischia. Sperava non poco l'abbattuto re Ferdinando nell'aiuto di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona e Sicilia, il quale infatti non solo avea mandati ambasciatori al re Carlo con proteste di guerra, ogni qualvolta egli volesse molestare il re di Napoli, ma ancora spedì appresso in Sicilia Consalvo Fernandez di Cordova, chiamato il gran capitano, con sei mila fanti e secento cavalli, con ordine di vegliare agli andamenti dei Franzesi, e di opporsi: che non potea già piacere al re d'Aragona di avere un sì potente nemico confinante al suo regno di Sicilia.

Intanto con felicità mirabile e in poco di tempo il re Carlo conquistò il castello dell'Uovo, la rocca di Gaeta, e quasi interamente tutto il regno, portandogli a gara ogni città e fortezza le chiavi: prosperità che sbalordì i principi italiani, e generò in lor cuore non lievi sospetti che questo principe, venuto in Italia sotto pretesto di portar le armi contra de' Turchi, fosse dietro unicamente a mettere il giogo a tutti gl'Italiani. Perciò papa Alessandro VI, i Veneziani, Massimiliano I imperadore, Ferdinando ed Isabella re di Spagna e Lodovico il Moro duca di Milano (che della sua balordaggine s'era infin ravveduto) trattarono una lega contra del re di Francia Carlo VIII. Fu creduto che Lodovico si dipartisse dalla lega ed amicizia de' Franzesi, perchè, lusingandosi di poter ottenere dal re Sarzana, Sarzanello, Pietrasanta e Pisa ch'erano state de' precedenti signori di Milano, si trovò poi beffato, e restò colle mani piene di mosche [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Sparsesi anche voce [Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.] che Lodovico duca d'Orleans, e padrone d'Asti in Italia, si lasciasse scappar di bocca, essere venuto oramai il tempo di far valere sopra lo Stato di Milano le ragioni di Valentina Visconte avola sua. Per questo assai pentito Lodovico dell'imprudente condotta sua, concorse alla lega, trattata e conchiusa in Venezia fra i suddetti principi nel dì 31 di marzo, col pretesto anche essa di far guerra al Turco, e pubblicata alcuni giorni dappoi dappertutto. Diedesi ognun de' collegati ad accrescere le sue genti d'armi, e Francesco Gonzaga signore di Mantova fu dichiarato lor capitan generale dai Veneziani. In feste, in balli e in giostre si tratteneva il re Carlo in Napoli, quando gli giunse questa nuova, per cui smoderatamente cominciò ad inquietarsi, e a parergli un'ora mille anni per desiderio di tornare in Francia. In effetto, fattosi frettolosamente, nel dì 20 di maggio, riconoscere con solennità re di Napoli, e lasciati in quel regno cinque mila cavalli e molta fanteria, da lì a poco col resto della sua armata prese il cammino alla volta di Roma, seco portando non men egli che i suoi cortigiani e soldati immense spoglie de' poveri regnicoli. Giunto a Roma nel dì primo di giugno, trovò che il papa se n'era fuggito colle sue genti d'armi, e ritirato a Perugia. Continuato il viaggio, i Franzesi diedero barbaramente il sacco a Toscanella, e corse voce che vi avessero ucciso secento persone. Arrivò il re con gran parte dell'esercito nel dì 13 di giugno a Siena [Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.]; e quindi mosso, senza entrare in Firenze, ch'era ben armata, prese la strada di Pontremoli per passare in Lombardia, nella qual terra enormi crudeltà commisero i suoi Franzesi. Tale era la fretta del re, che parea sempre avere i nemici alle spalle; ma il vero motivo fu, perchè egli sperava di prevenir la lega, e di trovar aperto il passo per condursi ad Asti. Mentre ciò succedea, Lodovico duca d'Orleans ebbe un trattato con alcuni nobili di Novara [Corio, Istor. di Milano.], i quali essendo, per varii aggravii sofferti, disgustati di Lodovico il Moro, introdussero in quella città cinquecento uomini d'armi ed otto mila fanti d'esso duca d'Orleans. Da lì a non molto anche la rocca di Novara capitolò la resa. Per questa perdita rimase sì costernato quel politicone di Lodovico il Moro, che già credea che il cielo gli avesse a cascare addosso. Gli fecero animo gli ambasciatori veneti. Eransi raunate le milizie venete, sforzesche e del papa al fiume Taro presso alla collina, aspettando che il re calasse nella pianura del Parmigiano per la Valle di Fornovo. Francesco marchese di Mantova comandava, siccome dissi, le armi venete, che erano il maggior nerbo dell'esercito collegato, nel quale, oltre a molti valenti condottieri, ben animati erano alla battaglia anche tutti i soldati per la speranza di far un grosso bottino, perchè di molte ricchezze infatti venivano col campo franzese. Era di lunga mano superiore all'esercito nemico quello degl'Italiani, e a manifesto pericolo si esponeva il re, venendo a battaglia. Tuttavia se esso re Carlo non volea lasciar perire di fame i suoi, dacchè si trovava in mezzo alle montagne, gli convenne eleggere la via dell'armi per uscire di quelle angustie.

Pertanto nel dì 6 di luglio, ordinate le sue schiere, l'animoso re Carlo scese al piano, e colle artiglierie di varie sorte ben disposte venne ad un fatto d'armi, fatto crudelissimo e famoso, che durò solamente due ore. Diversa ne fu la descrizione secondo l'usata parzialità degli storici, avendo l'una e l'altra parte cantata la vittoria. Quel che è certo, combatterono da lioni i Franzesi, perchè la presenza del re e la disperazione al loro nativo coraggio ne aggiunse del nuovo [Mémoir. de Comines. Sanuto, Istoria di Ven., tom. 22 Rer. Ital. Guicciard., Istoria d'Italia. Corio, Ist. di Milano.]. Non mostrarono men valore gl'Italiani, parte nondimeno de' quali per mala intelligenza non entrò nella mischia, ed altri perdutisi a bottinare facilitarono agli avversari l'insanguinar le loro spade. La verità dunque è, che sul campo vi restarono più Italiani che Francesi, e vi perirono di molti bravi capitani; siccome ancora certo è che il re Carlo colla spada alla mano, vestito da soldato, e valorosamente combattendo da tale, corse ben pericolo di essere preso; pure felicemente passò, e seguitò speditamente col più de' suoi il viaggio verso Piacenza ed Asti. Gran quantità di carriaggi, di artiglierie, di tende e di robe preziose rimasero in mano degl'italiani, ai quali perciò parve di potersi attribuir la vittoria, ma non quale la speravano prima. Passò dipoi l'esercito sforzesco e veneziano all'assedio di Novara, e s'ingrossò talmente il loro campo, che fu creduto dal Corio ascendere a quarantacinque mila persone. Si ridusse quella città a strane miserie per la carestia e per le malattie dei soldati, ed entro v'era Lodovico duca di Orleans: lo che maggiormente affliggeva il re di Francia, per timore che cadesse in man de' nemici. Pertanto, giacchè ito il re Carlo a Torino, non avea voglia o forze tali da poter soccorrere Novara, cominciò a fare proposizioni d'accordo, e questo appunto seguì in Vercelli nel dì 10 di ottobre, per cui quella città fu restituita a Lodovico il Moro, e consegnato ad Ercole duca di Ferrara il castelletto di Genova per l'esecuzion de' patti, i quali si veggono riferiti dall'Argentone e dal Corio. Dopo di che il re se ne tornò in Francia, lasciando voce di voler ritornare nell'anno seguente con più potere in Italia. Se Lodovico il Moro avesse potuto preveder l'avvenire, non avrebbe sì facilmente lasciato uscir di Novara Lodovico duca d'Orleans. Vedremo che se n'ebbe ben a pentire; e intanto s'intrecciavano gli affari in maniera che avesse poi a cadere il gastigo sopra questo principe sì ambizioso e crudele verso il suo sangue. Gran biasimo ancora ebbe egli per quell'accordo fatto senza il consentimento dei suoi collegati.

Nè qui finirono le percosse date ai Franzesi nell'anno presente [Giustiniani, Istoria di Genova. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.]. Allorchè il re Carlo, tornando da Napoli, fu a Pisa, i Fregosi ed altri fuorusciti di Genova gli fecero credere assai facile lo insignorirsi della loro patria, trovandosi troppo impegnato in Lombardia Lodovico duca di Milano. Diede perciò il re ad essi un corpo delle sue genti coi cardinali della Rovere e Fregoso, Filippo principe di Savoia ed Obietto del Fiesco, i quali, essendosi uniti co' fuorusciti, e formato un esercito di otto mila persone tra cavalli e fanti, andarono ad accamparsi sotto Genova. Oltre a ciò, ebbero i Franzesi in Rapallo dieci galee e due grossissimi galeoni, pronti, occorrendo, a far guerra per mare a quella città. Non si sgomentarono punto i valorosi Genovesi, fedeli tuttavia al duca di Milano; e, prontamente allestite otto galee con altri legni, passarono a Rapallo. Dopo aver felicemente espugnato quel borgo, diedero addosso ai legni franzesi, e tutti li sottomisero, con farvi un ricco bottino. Grandi spogli dei Napoletani sopra quelle galee passavano in Francia. Per questo sinistro colpo si ritirò con somma fretta di sotto a Genova l'armata de' Franzesi e fuorusciti. Vegniamo al regno di Napoli. Appena fu partito di là il re Carlo, che rinvigorito il re Ferdinando II si accinse a ricuperare il regno. Alla ubbidienza sua erano tuttavia Brindisi, Gallipoli ed altri pochi luoghi. Ora il gran capitano Consalvo, passato da Messina a Reggio di Calabria, prese quella città, dipoi la rocca, e cominciò a stendere le sue conquiste per la Calabria. Unironsi allora le truppe franzesi sotto il signore d'Obignì, che si trovavano in quelle contrade per frenare il corso dei Catalani. Non volea già l'accorto Consalvo tentar la fortuna con una battaglia; ma, non potendo resistere all'ansietà del giovane re Ferdinando, gli convenne venire alle mani con essi a Monte Leone, ossia presso al nume di Seminara. Restarono vincitori i Franzesi, e poco mancò che lo stesso re non rimanesse prigioniere. Tuttavia cominciò a combattere in favore del re Ferdinando l'odio conceputo dai regnicoli contra dei Franzesi. Si credeano essi, allorchè comparve nel regno il re di Francia, di godere sotto di lui l'età dell'oro: vana immaginazion d'altri popoli inclinati alla mutazion dei governi. E veramente il re li sollevò da alcune gravezze. Ma per lo contrario i Franzesi d'allora, mancanti di quella disciplina e moderazione che si osserva in loro oggidì, altro non faceano tuttodì vedere che eccessi di crudeltà, di lussuria e di avidità di roba. Poco ci volea perchè essi maltrattassero ed uccidessero gli amici, non che i nemici. Di nulla più ansiosi erano che dei saccheggi; dati ai ladronecci, neppure perdonavano alle chiese; e, ciò che era più sensibile, rapivano donzelle e maritate, senza che se ne facesse giustizia. Il re medesimo, oltremodo abbandonato alla sensualità, serviva di pessimo esempio agli altri. In una parola, poco stettero i Napoletani a sospirar gli Aragonesi, che pure con mano sì aspra gli aveano governati finora.

Fu dunque da essi Napoletani segretamente chiamato il re Ferdinando, il quale imbarcatosi con quanti legni potè, ma senza danari, e appena con due mila soldati, arrivò nelle vicinanze di Napoli [Summonte, Istoria di Napoli. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Bastò questo perchè il popolo di quella gran città prese le armi, e gridando Aragona, Aragona, aprisse le prigioni, e si scagliasse contra di qualunque Franzese che si trovasse per quella città. Ritiraronsi i Franzesi nelle fortezze, e nel dì 7 di luglio rientrò il re Ferdinando II in Napoli fra le incessanti acclamazioni di quegli abitanti. Fu posto l'assedio a Castello Nuovo e a quello dell'Uovo, dove specialmente s'erano ritirati i Franzesi col signore di Mompensieri vicerè di Napoli, il qual fece gagliarda difesa, finchè per industria sua, ovvero per patti segreti fatti col re, gli riuscì di poterne uscire e ritirarsi a Salerno. Il marchese di Pescara proditoriamente sotto una di quelle fortezze fu ucciso. Oltre a Prospero e Fabrizio Colonnesi, che andarono al soldo di esso re, il papa gli mandò altra gente in aiuto. Capoa, Aversa, Nola e altri luoghi vicini il riconobbero per loro signore. Ma il Mompensieri, fatto il maggiore sforzo che potè di sua gente, andò fin sotto a Napoli; e spediti contra di lui dal re Ferdinando il conte di Matalona e il signore di Camerino, in un fatto d'armi gli sconfisse: del che rimase sì sbigottito il re suddetto, che fu in procinto di abbandonar di nuovo Napoli. E l'avrebbe forse fatto, se il generoso Prospero Colonna non l'avesse, con fargli animo, ritenuto. Seguirono poi altre baruffe, ora favorevoli, ora contrarie al re Ferdinando, il quale nondimeno ricuperò le fortezze di Napoli parte in questo e parte nel seguente anno. La primaria applicazione dei Fiorentini nell'anno presente [Ammirati, Istoria di Firenze.] quella fu di procacciarsi dal re Carlo la tenuta di Pisa, Pietrasanta, Sarzana e Sarzanello; e su questa speranza non osarono mai di muovere un dito contra di lui, anzi fecero sempre quanto a lui parve, sino ed entrar seco in lega. Ma il re gli andava di un dì in un altro menando a spasso colle più belle parole del mondo, e sempre senza fatti. Preso anche per loro generale il duca d'Urbino, andarono a mettere il campo a Pisa, confortati da alcuni uffiziali del re, che v'entrerebbono; ma infine, trovandosi delusi, se ne tornarono ai lor quartieri. Nè si dee tacere che fra gli altri malanni portati in Italia da' Franzesi in occasion di queste guerre, si contò ancora il morbo, creduto portato dalle Indie Occidentali, che tuttavia ritien presso di noi il nome della nazion franzese, gastigo velenoso della sozza libidine. Non manca chi pretende dianzi non ignoto all'Europa questo malore, e certo non ne mancano esempli ne' precedenti secoli, ma erano cose rare. Comunque sia, fuor di dubbio è che il medesimo cominciò in questi tempi a dilatarsi con furore nelle contrade italiane, e a rovinar la sanità ed anche la vita degl'incontinenti, perchè non se ne sapeva il rimedio. Oggidì sembra alquanto snervata la forza sua, di cui tuttavia chi ha timor di Dio e senno non ne vuol fare giammai la pruova.


MCCCCXCVI

Anno diCristo MCCCCXCVI. Indiz. XIV.
Alessandro VI papa 5.
Massimiliano I re de' Rom. 4.

La guerra nel regno di Napoli continuò ancora nell'anno presente. Trovavasi scarso di gente e più di pecunia il re Ferdinando. Non gli tornava il conto in circostanze tali di aggravare i popoli. Ricorse all'aiuto de' Veneziani [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Da essi, oltre ad una buona flotta di legni, ebbe anche un grosso corpo di combattenti per le imprese di terra. Alla testa d'essi fu poi mandato Francesco Gonzaga marchese di Mantova. Riportò ancora il re dai Veneti un soccorso di danaro contante con promessa di pagar tutto; ed eglino intanto vollero in pegno, ed ottennero, Brindisi, Trani, Gallipoli, Otranto ed altre terre marittime della Puglia. Mettendo così il piede in quelle contrade, si lusingavano essi, e non invano, che non verrebbe più quel dì in cui se ne ritirassero. Erano nondimeno forti i Franzesi, perchè con esso loro andavano uniti moltissimi del partito angioino. Seguirono varie vicende di guerra fra essi e gli Aragonesi. Quella che è più degna di memoria, fu l'essersi ritirato il signore, ossia duca di Mompensieri nella città di Atella, assai forte luogo, col meglio delle sue brigate [Guicciardini, Ist. d'Italia. Sanuto, ed altri.]. Essendosi ingrossato il re Ferdinando colle soldatesche inviategli dai Veneziani, là entro il colse, e mise l'assedio alla città. I fanti svizzeri e tedeschi in questo tempo, perchè mal pagati, levatisi dal campo franzese, passarono a rinforzar quello di Ferdinando. Altro scampo non ebbe allora il Mompensieri che di ricorrere all'Obignì militante in Calabria, acciocchè accorresse in aiuto suo. Ma si trovò malato quel signore, e la sua malattia diede campo a Consalvo Fernandez d'insignorirsi di Cosenza e d'altri luoghi. Contuttociò ordinò l'Obignì che il conte di Moreto ed Alberto da San Severino con un buon corpo di gente portassero soccorso al Mompensieri. Informato di tal movimento l'astuto Consalvo, alla sordina fu loro addosso, prese buona parte d'essi, ed anche i lor condottieri. Il che fatto, andò ad unirsi col re Ferdinando sotto Atella. Ancorchè tuttavia circa sette mila armati avesse il Mompensieri in quella città, pure, per difetto di viveri, fu costretto a trattar di capitolazione. E si conchiuse una tregua di trenta giorni, nel qual tempo, se non fosse giunta armata capace di far cessare l'assedio, non solamente quella città si renderebbe, ma anche tutte le altre dipendenti dal Mompensieri nel regno di Napoli, a riserva di Taranto, Gaeta e Venosa, con altre condizioni che io tralascio. Passarono i trenta giorni senza che comparisse per mare o per terra alcun soccorso franzese; laonde fu pienamente eseguito l'accordo suddetto dopo la metà d'agosto. Trovò il re Ferdinando dei pretesti per non lasciar uscire dal regno i Franzesi, e messili in luoghi d'aria malsana, ciò fu cagione che la maggior parte d'essi perisse. Lo stesso signore di Mompensieri, partecipando di que' pericolosi influssi, lasciò la vita in Pozzuolo nel dì 5 d'ottobre. Infermossi del pari Francesco marchese di Mantova, laonde poi venne a cercar miglior aria in Lombardia. Nel dì 19 d'ottobre [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] giunse a Ferrara. Essendo intanto ritornato il gran capitano Consalvo dopo la presa d'Atella in Calabria, trovò che vi avea fatto di molti progressi l'Obignì così vigorosamente si diede egli ad incalzare i Franzesi, che infine li costrinse a prendere la legge dalle mani sue vittoriose, di modo che esso Obignì uscì del regno di Napoli, e ritirossi in Francia.

Con questa felicità passavano gli affari del re Ferdinando II, nel qual mentre gli venne il pensiero di accasarsi. La moglie ch'egli prese, e con dispensa del papa, ma non senza ammirazione, anzi con mormorazione de' saggi, fu una sua zia, cioè Giovanna figliuola del re Ferdinando I avolo suo paterno, e sorella del re Alfonso suo padre. Corse voce non mal fondata, che, trovandosi egli alquanto infermo, l'eccessivo uso del matrimonio gli cagionasse una tal violenza di male, che per esso terminasse il corso di sua vita nel dì 5 di ottobre, come ha Burcardo [Burchardus, Diar., apud Raynaldum.]: di settembre lasciarono scritto il Nardi [Nardi, Istoria di Firenze.] e il Summonte [Summonte, Istoria di Napoli.]. Fu la perdita di questo principe compianta da tutti per le sue amabili qualità. Perchè egli non lasciò figliuoli, don Federigo conte di Altamura, suo zio paterno dimorante all'assedio di Gaeta, corse a Napoli, e fu proclamato re. Tornò egli dopo questa funzione sotto Gaeta, e gli riuscì d'indurre quella guarnigion franzese a capitolare la resa. Imbarcossi questa in due navi per tornarsene in Francia; ma per fortuna di mare quasi tutta perì in faccia di Terracina. Quindi il novello re Federigo con rara prudenza ed amorevolezza diede principio al suo governo, studiandosi di guadagnar gli Angioini, e di pacificar tutti i malcontenti. All'incontro, per la decadenza dei Franzesi nel regno di Napoli, il pontefice Alessandro diede fuoco al suo sdegno contra di Virginio e di Paolo Orsini, che aveano fin qui militato in favor della Francia senza curarsi de' divieti del papa. Indotto il vivente allora re Ferdinando II a violare i patti della capitolazione, li fece imprigionare; ed egli poi spedì l'esercito contra delle loro castella nell'ottobre dell'anno presente, e molte ne occupò, meditando già di arricchir colle loro spoglie i proprii figliuoli. Valorosamente nondimeno resisterono gli aderenti e sudditi degli Orsini, nè finì poi quella guerra a tenore dei desiderii del papa. Gran bollore d'azioni militari fu eziandio per quest'anno nella Toscana. I Fiorentini, il maggior negozio de' quali era quello di ricuperar Pisa e le altre terre loro tolte, tempestavano con frequenti ambascerie e lettere Carlo VIII re di Francia, perchè ordinasse al signore d'Entraghes, governatore della cittadella di Pisa, di rimetterla in loro mano. Ordini pressanti spediva il re di farne la consegna, e con credenza comune che egli sinceramente li desse; ma con provarsi dipoi che i suoi uffiziali non doveano capire il tenore di quelle lettere. Anzi tutto il contrario avvenne. Il governatore di Sarzana per venticinque mila scudi d'oro vendè ai Genovesi la città di Sarzana. Sborsato immantenente il danaro, ne presero i Genovesi con gran festa il possesso; e nella stessa maniera tornarono ad impadronirsi di Sarzanello. Aveano essi trattato anche col governatore di Pietrasanta; ma i Lucchesi più diligenti l'ottennero essi, non senza aspre doglianze de' Genovesi. Per conto di Pisa, il signor d'Entraghes, invece di cedere quella cittadella ai Fiorentini, la vendè anch'egli al popolo di Pisa, il quale non tardò a demolirla. Tante trafitture erano queste al cuor de' Fiorentini. Perlochè cominciarono a far guerra ai Pisani, e ad espugnar alcune loro castella. Fioccavano intanto le lettere de' Pisani al papa, al duca di Milano, a' Veneziani, e ad altri potentati e signori, per ottener forze da difendersi: essendo chiaro che non poteano sostenersi contro la potenza de' Fiorentini. Entrarono in questa contesa specialmente i Veneziani, siccome quelli ch'erano malcontenti della repubblica fiorentina, collegata co' nemici franzesi, e molto più perchè, mischiandosi in quella briga, non mancava loro desiderio e fondamenti di assoggettar Pisa al loro dominio, anzi ne veniva lor fatta l'esibizione. Adunque mandarono a Pisa de' possenti soccorsi, e ne inviò anche Lodovico duca di Milano, giacchè anche a lui davano speranza i Pisani di sottomettersi a lui. Con questi aiuti quel popolo andò poscia difendendo sè stesso.

Non d'altro intanto per tutta Italia si pasceva la curiosità degli oziosi, che dei mirabili apparecchi d'armi che si diceano fatti da Carlo VIII re di Francia per tornare di qua da' monti, tenendosi per fermo ch'egli comincerebbe il ballo contro a Lodovico il Moro duca di Milano, pretendendo che questi avesse in più forme mancato ai patti, e delusa la corte di Francia. Tre eserciti doveano calare in Italia, uno condotto da Gian Jacopo Trivulzio nobile milanese, che nel regno di Napoli entrato al servigio d'esso re, s'era già acquistato il credito d'uno dei più savii e valorosi capitani italiani. Il secondo sotto il comando di Lodovico duca d'Orleans, padron d'Asti; e il terzo, maggiore degli altri, guidato dal medesimo re Carlo. In sì fatti racconti gran parte avea la bugia. Il solo Trivulzio venne ad Asti per sicurezza di quella città. Contuttociò Lodovico Sforza, a cui tremava il cuore, determinò di muovere Massimiliano re de' Romani, già suo collegato, a calare in Italia [Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istor. di Firenze, ed altri.]. E gli riuscì il maneggio. Venuto l'ottobre, arrivò Massimiliano per la Valtellina, scese nel territorio di Milano, accolto con gran festa e magnificenza da esso Lodovico; e, senza toccar Milano, continuò il viaggio alla volta di Genova, con disegno di passare a Pisa, dove ancora quel popolo con grande istanza l'avea chiamato. Non menava seco più di cinquecento cavalli e di otto bandiere di fanti. Nel dì 25 d'ottobre arrivò a Genova, e da lì a due giorni imbarcatosi se n'andò a Pisa, dove, pensando d'immortalare il suo nome, dopo aver preso alcuni castelletti, s'accinse all'assedio di Livorno, detenuto allora da' Fiorentini. Ma quando si fu per dare l'ultimo assalto, insorse dissensione fra lui e i commissarii dei Veneziani, perchè questi pretesero di voler essi quel luogo. Oltre a ciò, una fiera burrasca dissipò tutti i legni che erano a quell'assedio. Altro perciò non si fece. Propose dipoi Massimiliano di dare il guasto al distretto di Firenze; ma non vollero i Veneziani uscir di Pisa, per paura di restarne poi esclusi. Insomma andò a finire la mossa di questo gran principe in sole dicerie svantaggiose al di lui nome. Se ne tornò egli sul finire dell'anno in Germania, portando seco dell'amarezza contra de' Veneziani, perchè questi, oltre all'avere sturbati i suoi disegni, aveano anche scoperta la di lui intenzione di occupar Pisa come città dell'imperio. Erano allora in gran voga essi Veneti, e il loro Lione stendeva le ali facilmente dovunque scorgeva apertura di dilatar la signoria. In quest'anno ancora i Franzesi che erano in Taranto mandarono ad offerir per danari quella città al senato veneto. Benchè fosse contro i patti, e il re di Napoli protestasse contro, non lasciarono per questo i Veneziani d'impossessarsi di quell'importante luogo. Il picciolo duca di Savoia Carlo Giovanni Amedeo in quest'anno mancò di vita [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.] a dì 16 d'aprile in età di circa otto anni; e però a lui succedette Filippo di Savoia suo gran zio, figliuolo di Lodovico duca di Savoia, in età avanzata, perchè nato nell'anno 1438. Ma poco sopravvisse, siccome vedremo. Il Senarega, scrittore di questi tempi [Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.], riferisce la morte di esso duca Carlo nell'anno seguente. Altrettanto s'ha da Jacopo Filippo da Bergamo [Jacobus Philipp. Bergom., Histor.] scrittor contemporaneo anche esso, laonde può restare suggetta a qualche dubbio l'asserzion del Guichenone.


MCCCCXCVII

Anno diCristo MCCCCXCVII. Indiz. XV.
Alessandro VI papa 6.
Massimiliano I re de' Rom. 5.

In quest'anno mandò Iddio de' buoni ricordi a papa Alessandro, de' quali nondimeno egli punto non seppe profittare [Guicciardini, Istoria d'Italia, lib. 1.]. Era egli vicino ad ingoiare il resto delle terre degli Orsini, per farne poi il sospirato regalo a' proprii figliuoli; avea ancora l'esercito suo, sotto il comando di Guidobaldo duca d'Urbino e del duca di Gandia suo figlio, posto l'assedio a Bracciano. Non solamente convenne loro ritirarsi di là, ma si venne anche a battaglia nel dì 24 di gennaio colla picciola armata di Carlo Orsino, che unito a Bartolomeo d'Alviano, giovane di grande espettazione pel suo valore, e con Vitellozzo Vitelli da Città di Castello, capitano accorto, s'affacciò all'esercito pontificio fra Bassano e Soriano. Per più ore ferocemente si combattè, e restò infine sbaragliata l'oste del papa, prigione lo stesso duca d'Urbino, ferito leggermente il duca di Gandia. Questa percossa fece calar lo spirito guerriero al papa, e l'indusse ad ascoltar volentieri chi parlò di pace. Seguì essa fra poco, e gli Orsini ricuperarono le lor terre, andando a terra tutti i castelli in aria che il pontefice avea dianzi formato. Venne dipoi per la quaresima a Roma Consalvo Fernandez, ricevuto con distinti onori, per avere ricuperato Ostia alla Chiesa, ed anche pel grado suo. Ma perchè Alessandro gli fece alcune doglianze del re Cattolico [Raynaldus, Annal. Eccles.], Consalvo gli lavò ben bene il capo senza sapone, ricordandogli le obbligazioni ch'avea la sua casa alla real d'Aragona, e toccando la scandalosa vita di lui medesimo, troppo bisognava di riforma: al che il papa non seppe che rispondere. Ma perchè gli era andato fallito il colpo di accomodare il figliuolo suo primogenito Giovanni duca di Gandia colle terre degli Orsini, si rivolse ad un altro partito, cioè a quello di arricchirlo col patrimonio della Chiesa [Burchardus, in Diar.]. Pertanto nel dì 7 di giugno eresse la città di Benevento in ducato, e di quella e insieme delle contee di Terracina e di Pontecorvo investì il suddetto suo figliuolo. A riserva del cardinal Piccolomini, ch'ebbe il coraggio nel concistoro di opporsi a questo scialacquamento degli Stati pontificii, tutti gli altri cardinali consentirono ed applaudirono, per aver poi favorevole il papa al conseguimento di nuovi benefizii, commende e vescovati. Ma che? nel dì 14 di giugno, dopo una lauta cena fatta da esso duca e da Cesare cardinal suo fratello alla Vannozza lor madre, il duca di Gandia, giovine dissoluto e perduto in amorazzi, nella notte a cavallo con un solo staffiere andò per solazzarsi non si sa in qual casa. Fu egli in quella notte ucciso; il corpo suo gittato nel Tevere; e ritrovato fra pochi dì, accertò ognuno di quella tragedia. Non si seppero già gli autori dell'omicidio; ma comunemente fu creduto che Cesare cardinale per gelosia, o per altri motivi della smoderata sua ambizione, sperando, come infatti avvenne, di divenir egli solo arbitro del papa e del papato, arrivasse a questo eccesso di crudeltà. Era egli infatti capace di tutto. Si afflisse indicibilmente, farneticò ed ebbe ad impazzire il pontefice per questo funestissimo colpo; e riconoscendola infine dalla mano di Dio, proruppe nelle più belle promesse di emendar sè stesso, e di riformar la Chiesa di Dio: promesse nondimeno che il vento in breve si portò via. Avvenne finalmente, che nati in questi tempi alcuni disgusti fra Lugrezia Borgia sua figliuola e Giovanni Sforza signore di Pesaro suo consorte, essa da lui si ritirò: il papa dipoi per cagioni note a sè solo disciolse quel matrimonio. Corse pericolo lo Sforza di perdere in tal congiuntura Pesaro; ma, dichiaratisi per lui i Veneziani, cessò il pericolo.

Prima della morte del fratello s'era già preparato il cardinal Valentino alla sua legazione, siccome destinato dal pontefice suo padre, per portarsi a coronare il nuovo re di Napoli don Federigo. Dappoichè fu assicurato che non più vivea suo fratello, cavalcò con ismisurata magnificenza a Capoa, ed ivi diede la corona ad esso re Federigo, il quale nel presente anno attese a ristorare il desolato suo regno; a schiantare gli assassini e malandrini che dappertutto commetteano incredibili danni ed omicidii; e a dare non meno buon ordine agli affari pubblici, che pace ai popoli, con riceverne il premio di mille benedizioni. Tuttavia restavano in quel regno alcuni baroni pregni d'odio contro la casa d'Aragona, e convenne al re di far loro la guerra, con restare specialmente abbattuto il principe di Salerno. Ma intanto non cessava la discordia in Toscana per cagion di Pisa [Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Ist. di Firenze.]. Anche Pietro de Medici, saputo ch'ebbe trovarsi Firenze involta in calamità per un'atroce carestia, ed essere entrati in reggimento alcuni antichi amici della sua casa, tentò di ritornar nella patria. Venne con gran copia d'armati sino alle porte di Firenze, ma non udendo alcun movimento favorevole a lui nella città, più che di fretta se ne ritornò indietro. In Milano [Corio, Ist. di Milano. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.] nel dì 2 di gennaio morì di parto Beatrice Estense moglie del duca Lodovico Sforza; del che si mostrò egli inconsolabile, e con grande sfoggio di funerali e limosine onorò la di lei memoria. Furono novità nel Genovesato, perchè Giuliano dalla Rovere cardinale, tutto allora dei Franzesi, e Battistino da Campofregoso con molti armati andarono verso di Savona, patria d'esso cardinale, sperando d'insignorirsene [Navagero, Istor. Veneta, tom. 24 Rer. Italic.]. Nulla venne lor fatto per le buone precauzioni prese dai Genovesi e dal duca di Milano. Anche Gian-Giacomo Trivulzio co' Franzesi usciti d'Asti infestò lo Stato di Milano; ma sovvenuto il duca da' Veneziani, rendè inutili i di lui sforzi. Poco potè godere di sua fortuna Filippo duca di Savoia; imperciocchè nel dì 7 di novembre terminò la carriera del suo vivere. A lui succedette Filiberto II suo primogenito in età di diecisette anni. Così scrivo io, fidato nell'autorità del Guichenone [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.]. Ma Jacopo Filippo da Bergamo, storico che in questi tempi fioriva, mette nel marzo dell'anno presente il principio del governo ducale d'esso Filippo, soggiugnendo dipoi ch'egli necdum plene duobus annis regnavit: lo che meriterebbe riflessione, se il Guicciardino non sostenesse il racconto del Guichenone. Avea finquì Ercole duca di Ferrara tenuto in deposito il castelletto di Genova: lo restituì nell'anno presente a dì 11 di novembre a Lodovico Sforza duca di Milano con somma di lui consolazione. Non potè egli far di meno: tante furono le istanze ed anche minacce de' Veneziani e di Lodovico per disbrogliare Genova; e le ragioni del duca Ercole alla corte di Francia furono credute legittime.


MCCCCXCVIII

Anno diCristo MCCCCXCVIII. Indiz. I.
Alessandro VI papa 7.
Massimiliano I re de' Rom. 6.

Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione che Carlo VIII re di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze superiori alle passate [Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7 d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava frequentemente mutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti, amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno, in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli a Lodovico duca di Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e portò il nome di Lodovico XII, principe di gran mente, abilità e coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto molti anni prima con Giovanna figliuola del re Lodovico XI, sì perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar successione, e sì perchè gli premeva di sposare Anna vedova del poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato innamorato. Ricorse perciò a papa Alessandro VI, e si trovarono in quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno far mercato il papa, e coglierne profitto per Cesare suo figliuolo. Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava già di comandare a popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re [Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.], ed insieme il cappello cardinalizio a Giorgio d'Ambosia arcivescovo di Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza delle stesse corti regali. Il re Lodovico, che per li suoi disegni sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi, ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglie Anna di Bretagna nel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di conquistare il ducato di Milano per le ragioni di Valentina Visconte avola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia), così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.

Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava [Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.]. Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldo Guidubaldo duca d'Urbino, Astorre Baglioni Perugino, Bartolomeo d'Alviano, Paolo Orsino ed altri condottieri d'armi, misero in viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de' Pisani con aver mosso anche i Medici ed altri fuorusciti ad unirsi alle lor genti. Lo stesso marchese di Mantova Francesco fu poi spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più, trassero nel lor partito Lodovico Sforza duca di Milano. Non poteva questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito fiorentino fu scelto Paolo Vitello, uomo di credito nel mestier della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino; succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di frate Girolamo Savonarola Ferrarese dell'ordine di san Domenico, uomo per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica [Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.]. Chi gli volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di falsa dottrina. Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti se non si ubbidiva. Temeva forte papa Alessandro uno scisma; e guai a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni: La Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità; ed altre che tralascio.

Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita, e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e nominatamente a Carlo VIII re di Francia, ebbero il loro effetto. Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò un frate Andrea Rondinelli. Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de' magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione, alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato, i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie. Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nel governo secolare della repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già negare. Ma di questo avendo pienamente trattato Gian-Francesco Pico conte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino, anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.


MCCCCXCIX

Anno diCristo MCCCCXCIX. Indiz. II.
Alessandro VI papa 8.
Massimiliano I re de' Rom. 7.

Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno i Veneziani che Lodovico duca di Milano, cangiati sentimenti, mostrarono genio che si trattasse d'accordo [Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.]. I Veneziani, siccome accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza in Ercole I Estense duca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile; decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare i Pisani in possesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo. Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare, si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la guerra. Paolo Vitelli, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace, tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna, e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari, ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato, con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa delitto. Vitellozzo suo fratello con più giudizio si salvò a tempo, ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto per la morte data al Vitelli. Nello stesso giorno, che tolta dicemmo la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla natura Marsilio Ficino Fiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de' più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.

Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di Francia Lodovico XII che la meditata conquista del ducato di Milano e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno, per le ragioni di Valentina Visconte avola sua; dell'altro, per la cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia [Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Giovio, ed altri.]. Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace coi re di Spagna e d'Inghilterra, e con Massimiliano re de' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle grazie compartite a Cesare duca Valentino s'era egli affezionato papa Alessandro VI; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de' proprii figliuoli, non avea potuto indurre Federigo re di Napoli a concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca Valentino con una figliuola di Giovanni d'Albret re di Navarra del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalato monsignor d'Albret fratello di quella principessa. In questa maniera tanto il papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta. Trovò egli la via di guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti di Lodovico il Moro, considerato da essi per uomo pieno sempre di doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa, il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico, con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela, e con buona derrata, a suo tempo [Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Fu pubblicata questa lega nel dì 25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì e Pesaro.

Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora con Filiberto duca di Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando di Gian-Giacomo Trivulzio, sperimentato capitano, e nemico del duca di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora il conte di Lignì e il signor d'Obignì con altre genti d'armi; ed egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essa Gian-Galeazzo San Severino genero suo; ma contra di lui era lo sdegno di Dio [Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nell'agosto diedero i Franzesi principio alla guerra. Dopo aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio il conte di Gaiazzo suo fratello, capitano altresì dello Sforza, segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome di Lodovico Sforza duca di Milano: il che gli fece dubitar della sua testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro il parere dei suoi, Bernardino da Corte con tre mila fanti, e munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto dell'imperador Massimiliano e degli Svizzeri di ritornare in casa; nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di Milano prestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue, fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terrore Federigo re di Napoli, il quale nelle disgrazie di Lodovico ii Moro cominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte, senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.

Di così prosperosi avvenimenti informato il re Lodovico, da Lione calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6 d'ottobre [Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor. d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che, liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in Milano Francesco Sforza picciolo figliuolo del morto duca Gian-Galeazzo colla duchessa Isabella sua madre, fu poi condotto dal re in Francia, e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real sua casa Gian-Giacomo Trivulzio, da cui principalmente riconobbe il re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatori de' Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani facea Baiazetto imperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona non vi fu che non credesse avere Lodovico il Moro sollecitati quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi, della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lieto papa Alessandro per li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti, doveano queste aiutare il duca Valentino suo figliuolo a conquistare le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre, delle quali immediatamente investì Lucrezia Borgia sua figliuola, moglie in questi tempi di don Alfonso d'Aragona duca di Biseglia, e dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia si diede il pontefice a spronare il re Lodovico, acciocchè prestasse la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra degli Sforza di Pesaro, de' Malatesti di Rimini, de' Manfredi di Faenza, dei Riarii d'Imola e Forlì, de' Varani di Camerino e de' conti di Montefeltro duchi d'Urbino: Teneano questi signori con bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine e la mira delle guerre fatte dai pontefici di que' tempi, non mai contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque il duca Valentino, accompagnando sempre il re Lodovico da Lione a Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie, si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suo Gian-Giacomo Trivulzio [Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]; ed allora, cioè nella metà di novembre, anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là all'assedio di Forlì. Dentro v'era Caterina Sforza, donna d'animo virile, vedova del già conte Girolamo Riario, che vigorosamente si mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno presente.


MD

Anno diCristo MD. Indizione III.
Alessandro VI papa 9.
Massimiliano I re de' Rom. 8.

Continuò il duca Valentino sul principio di quest'anno, l'assedio di Forlì [Guicciardini, Istoria d'Italia. Cronica MS. di Bologna. Raynaldus, Annal. Eccles. Cronica Veneta, tom. 24 Rer. Ital.]. Perduta la città, Caterina Sforza si ridusse alla difesa della cittadella e della rocca, mostrando in ciò non men vigilanza e bravura che i più esperti e veterani uffiziali. Ma, per li frequenti colpi delle artiglierie, caduta parte del muro, ed aperta ampia breccia, per quella entrarono le genti del Valentino con tal prestezza, che raggiunsero i soldati di Caterina nel ritirarsi che faceano nella rocca; ad entrati in essa, della medesima s'insignorirono, ammazzando chi venne loro alle mani. Caterina rifugiatasi in una torre, con alcuni pochi fu fatta prigione, e mandata dipoi a Roma, e custodita in castello Sant'Angelo. Ma Ivo d'Allegre, capitano delle milizie franzesi ausiliare del duca Valentino, preso da ammirazione del coraggio di questa insigne dama e principessa, e da compassione al suo sesso, ne impetrò, da lì a non molto, la liberazione. Divenne poi, o, per dir meglio, era divenuta essa Caterina moglie di Giovanni de Medici, padre di quel Giovanni che nel secolo susseguente si acquistò la gloria di prode capitano, e generò Cosimo, che fu primo granduca di Toscana. Le iniquità commesse da' Franzesi in Forlì furono indicibili. Non potè per allora il duca Valentino proseguir il corso di sua fortuna, perchè, insorte nel ducato di Milano le novità, delle quali parlerò fra poco, dovette accorrere colà il signor di Allegre colle milizie regie, dopo aver lasciata in Romagna memoria per un pezzo delle immense ruberie, disonestà ed altre ribalderie da loro commesse. Impadronitosi dunque d'Imola, Cesena e Forlì, se ne tornò a Roma il duca Valentino, dove volle far la sua entrata come trionfante con incredibil pompa e corteggio nel dì 26 di febbraio. Era questo l'anno del giubileo, in cui se i cristiani guadagnarono le indulgenze dei loro peccati, anche papa Alessandro seppe guadagnare dei gran tesori [Raynaldus, Annal. Eccles.], perchè concedea per tutta la cristianità quelle indulgenze medesime a chi non potea venire a Roma, purchè pagassero il terzo di ciò che avrebbono speso nel viaggio: alla raccolta del qual danaro furono deputati dappertutto i questori; e questo danaro, colle decime imposte al clero, e la vigesima agli Ebrei, dovea poi servire, secondo i soliti pretesti, per far la guerra contro al Turco; ma servì infine ad altri usi. Nonostante l'anno santo un lieto carnovale si fece in Roma, e il duca Valentino lasciò, in tal occasione, la briglia al suo fasto con giuochi e feste di indicibil magnificenza e spesa, per le quali nobilissime azioni meritò d'essere dichiarato gonfaloniere della santa Romana Chiesa.

Pochi mesi erano soggiornati in Milano e nelle altre città di quel ducato i Franzesi, che la poca disciplina da loro osservata in quei tempi, e la sfrenata lor disonestà, di cui molto parlano le storie [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Istoria di Firenze. Bembo, ed altri.], cominciò ad essere di troppo peso a que' popoli, e a farli sospirar di nuovo il governo degli abbattuti loro principi. Quel che è più, mal sofferendo i Ghibellini, potente fazione in quelle contrade, che Gian-Giacomo Trivulzio, capo de' Guelfi, comandasse le feste, cominciarono ad animare al ritorno Lodovico il Moro e il cardinale Ascanio suo fratello. Questi per tanto, giacchè andarono loro ben presto fallite le speranze poste in Massimiliano re de' Romani, principe negligentissimo ne' propri affari, privo sempre e sempre sitibondo di danaro, si rivolsero agli Svizzeri con assoldarne otto mila, e misero insieme ancora cinquecento uomini d'arme borgognoni. Sul fine di gennaio, senza perdere tempo, calarono essi pel lago di Como a quella città, che aprì loro le porte. Bastò questo perchè il popolo di Milano si levasse a rumore, gridando: Moro, Moro. Mossesi ancora, perchè Lodovico avea lor fatto credere di venire con un esercito infinito: il che non fu vero. Si rifugiarono i Franzesi nel castello, e il Trivulzio si ritirò a Mortara. Sul principio di febbraio giunse prima il cardinale Ascanio, poscia Lodovico a Milano con festa di quel popolo. Ed amendue si affrettarono ad assoldar quante genti d'armi poterono. Anche le città di Pavia e di Parma alzarono le bandiere del Moro: altrettanto erano per fare Piacenza e Lodi, se, chiamati in aiuto i Veneziani dai Franzesi, non vi fossero entrati colle loro milizie. Tornò bensì all'ubbidienza di esso Moro Tortona; ma, sopraggiunto colà Ivo di Allegre colle soldatesche richiamate dalla Romagna, ed assistito dai Guelfi, ricuperò quella città, mettendo dipoi a sacco non meno i Ghibellini nemici, che i Guelfi amici. Passò Lodovico il Moro all'assedio di Novara, ed, obbligati i Franzesi a rendere la città, si diede a bersagliar la fortezza tuttavia resistente. Fu mirabile intanto la sollecitudine del re Lodovico per ispedire in Lombardia nuove genti sotto il comando del signore della Tremoglia, di maniera che sul principio d'aprile questo capitano, unito col Trivulzio e col conte di Lignì, ebbe in pronto un'armata di mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti svizzeri e sei mila franzesi, co' quali si appressò a Novara. Pure più ne' tradimenti che nelle forza delle lor armi riposero i comandanti franzesi la speranza di vincere.

Già s'erano intesi gli uffiziali svizzeri militanti per la Francia con quei che erano al servigio di Lodovico il Moro, promettendo loro una gran somma di oro; e menarono così accortamente la loro trama, che venne lor fatto di tradire il duca con eterna infamia del loro nome. Col pretesto dunque di non voler combattere coi proprii fratelli, gli Svizzeri tedeschi abbandonarono Lodovico il Moro, e con licenza dei Franzesi uscirono di Novara per tornarsene al loro paese. Per misericordia ottenne Lodovico di poter fuggire con loro, e tanto egli come i tre San Severini travestiti da Svizzeri marciarono colla truppa, per ridursi in salvo. Scoperti dai traditori, furono tutti e quattro fermati e fatti prigionieri nel dì 10 d'aprile: spettacolo sì miserabile, che trasse le lagrime insino a molti dei nemici. Si sbandò per questa calamità il resto delle truppe sforzesche; e, portata la dolorosa nuova a! cardinal Ascanio, che attendeva in Milano all'assedio del castello, tosto si partì anch'egli da quella città, ed inviossi frettolosamente alla volta del Piacentino per non essere colto [Cronica di Venezia, tom. 21 Rer. Ital.]. Ma giunto la notte a Rivolta, castello del conte Corrado Lando suo amico, e quivi avendo preso riposo, trovò quella sfortuna ch'egli andava fuggendo. Imperocchè, avvisati di ciò Carlo Orsino e Soncino Benzone, capitani delle genti veneziane che stavano in Piacenza, cavalcarono speditamente colà, e colla forza obbligarono il conte Lando (ingiustamente accusato da alcuni di tradimento) a consegnar loro l'infelice porporato, con Ermes Sforza, fratello del morto duca Gian-Galeazzo, e con altri gentiluomini di sua famiglia. Fu mandato a Venezia il cardinale; ma il re Lodovico prima colle preghiere, e poi colle minaccie di guerra, tanto battè, che l'ebbe nelle mani. Furono condotti in Francia questi sventurati principi. Lodovico il Moro confinato nel castello di Loches nel Berrì in una oscura camera senza libri, senza carta ed inchiostro, ebbe quanto tempo volle per potere riflettere alla caducità delle umane grandezze, e ai frutti della smoderata sua ambizione e vanità, cioè alla cagione delle sue e delle altrui rovine, per aver chiamato in Italia le armi straniere, ed assassinato il proprio nipote, essendo esso Lodovico dopo dieci anni di prigionia mancato poi di vita. Al cardinale Ascanio, che con intrepidezza accolse le sue disavventure, fu data per carcere la torre di Borges, quella stessa dove il medesimo re Lodovico, allorchè era duca d'Orleans, tenuto fu prigione: tanto è varia e suggetta a peripezie la sorte de' mortali. Poca cura si prese del cardinal suddetto papa Alessandro, siccome venduto al volere dei Franzesi, e però solamente sotto il pontefice Giulio II riebbe Ascanio la sua libertà.

In gran pericolo di un sacco si trovò il popolo di Milano dopo la caduta del Moro; ma, avendo essi inviata un'ambasceria ai cardinal di Roano, che veniva spedito dal re in Italia per governatore, impetrarono che il gastigo si riducesse al pagamento di trecento mila ducati d'oro: pena che loro fu anche per la maggior parte rimessa dalla clemenza del saggio re Lodovico. Non potè poi resistere esso re alle premure di papa Alessandro, che di nuovo gli fece istanza di gente [Raynaldus, Annal. Eccles.], affinchè il duca Valentino terminasse il sospirato conquisto della Romagna. Questi erano allora i gran pensieri del pontefice, il quale poco avea profittato di un indizio dello sdegno di Dio contro la di lui persona, che sì malamente corrispondeva ai doveri del sacrosanto suo ministero. Imperciocchè nella festa di san Pietro svegliatosi un terribil vento, con gragnuola e fulmini, rovesciò il più alto camino del Vaticano con tal empito, che il suo peso ruppe il tetto, e due travi della stanza superiore alla pontificia. Penetrò questa rovina nella stanza medesima, dove dimorava il papa, con essersi rotto un trave. Vi perirono Lorenzo Chigi gentiluomo sanese, e due altre persone. Lo stesso papa si trovò bensì vivo sotto le pietre, ma stordito e leso ancora in più parti del corpo. Per buona ventura, quel trave ch'era caduto servì a lui di riparo. Questo colpo, invece di servire di paterno avviso ad Alessandro per farlo ravvedere, il confermò piuttosto nella persuasione della protezion del cielo; e però, dopo un pubblico ringraziamento a Dio che lo avesse preservato dalla morte, seguitò lo scandaloso cammino di prima. Fu in questi tempi assassinato da alcuni sgherri don Alfonso d'Aragona marito di Lucrezia Borgia; e perchè le ferite non furono sufficienti, a levarlo di vita, il veleno diede compimento all'opera. Ne fu creduto autore il duca Valentino, il quale, divenuto tutto franzese, e volendo andar unito con quella corona alla distruzion degli Aragonesi, giudicò meglio di levar di mezzo un parentado sì fatto, siccome quello che più non si adattava alle mire presenti. Impetrato dunque ch'ebbe esso duca Valentino un possente soccorso di Franzesi, condotto da Ivo d'Allegre, nel mese di ottobre ricominciò la guerra in Romagna. Non durò fatica ad impossessarsi di Pesaro, perchè Giovanni Sforza, già di lui cognato, si ritirò per tempo, non volendo che per cagion sua ricevessero danno immenso que' cittadini [Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna. Guicciardini, Istor. d'Italia, ed altri.]. Anche Pandolfo Malatesta gli cedè il campo, e fecegli aprir le porte di Rimini. La sola Faenza, dove egli si trasferì dipoi, fece gagliarda resistenza, perchè il giovinetto Astorre de' Manfredi signor della terra si trovò così ben sostenuto dall'amore e dalla fedeltà de' suoi sudditi, che rendè per questo anno inutili i di lui sforzi, benchè poi nel seguente gli convenisse cedere alla forza, e restar poi vittima della lussuria e della crudeltà del duca Valentino. Guerra ancora fu nell'anno presente in Toscana, più che mai ardendo di voglia i Fiorentini di ricuperare la città di Pisa. Ebbero soccorsi dal re di Francia; condussero ancora al loro soldo qualche migliaio di Svizzeri, gente ch'avea cominciato ad essere alla moda di questi tempi. Fu posto il campo a quella città, si venne all'assalto; ma essendosi valorosamente difeso quel popolo, segretamente aiutato da' Genovesi, Sanesi e Lucchesi, ed insorte appresso molte discordie dalla parte dei Francesi e degli Svizzeri, appoco appoco si sciolse quell'esercito, altro non riportandone i Fiorentini se non vergogna e un incredibil danno al proprio erario. Con tali imprese terminò l'anno; ebbe fine il secolo presente, e fine ancora farò io a questi racconti.

CONCLUSIONE DELL'OPERA

Meco è venuto il lettore osservando i principali avvenimenti dell'Italia per tanti passati anni. S'egli da per sè finor non ha fatta una riflessione assai facile, naturale ed importante, gliela ricorderò io prima di congedarmi da lui. Ed è quella, che chiunque ora vive, per quel che riguarda il pubblico stato delle cose, e non già il privato d'ogni particolare persona, avrebbe da alzare le mani al cielo, e ringraziare Iddio d'essere nato piuttosto in questo che ne' secoli da me fin ora descritti. Non mancarono certamente anche ne' lontani tempi alcuni principi buoni, vi furono talvolta continuati giorni di pace, magnifici spettacoli e delizie. Nè si può negare che negli ultimi predetti secoli, cioè dopo il mille e cento, di gran lunga abbondasse più l'Italia di ricchezze che oggidì. Tuttavia, considerando all'ingrosso que' tempi, nulla vede chi non vede il gran divario che passa fra questi e quelli. Miravansi allora tanti piuttosto tiranni che principi, crudeli fin col proprio sangue, non che verso i lor sudditi. Oggidì sì moderati, sì benigni, sì clementi troviamo i regnanti. Per lo più tutto era allora guerra, e guerra senza legge, andando ordinariamente in groppa con essa i saccheggi, gl'incendii ed ogni sorta di ribalderie. In questo infelice stato abbiam lasciata poc'anzi l'Italia, e per moltissimi anni vi continuò essa dipoi. Per lo contrario, se oggidì guerra si fa (e pur troppo si fa con aggravio di molti paesi), pochi son quei monarchi e generali che si dimentichino di esser cristiani e di guerreggiar con cristiani. Del resto, una invidiabil tranquillità s'è lungamente goduta, e ne sono stati partecipi anche i giorni nostri: bene temporale che non si può abbastanza apprezzare. Che terribili, anzi indicibili sconcerti e disastri poi producesse una volta la frenesia delle fazioni guelfa e ghibellina, nol può concepire, se non chi legge le storie particolari delle città italiane, e truova come fossero frequenti nel pubblico e ne' privati le nemicizie, gli omicidii, le prepotenze, gli esilii e i capestri. Per misericordia di Dio restò in fine libera da tante perniciose pazzie l'Italia, nè più v'ha città, da cui sia per questo bandita la quiete e la pubblica concordia. A cagion delle guerre suddette, e della poca cura degl'Italiani, francamente una volta si introduceva in queste contrade la pestilenza, e, portando la desolazione da per tutto, col penetrare d'uno in un altro paese, era divenuta oramai un malore non men familiare e stabile fra noi, che sia fra' Turchi. Le diligenze che si usano oggidì han provveduto a questo flagello; e se queste non si rallenteranno, non ne faran pruova neppure i posteri nostri. Che se a talun poco pratico sembrasse talora che i tempi correnti si scoprissero meno nemici della lussuria di quel che fossero i già passati, sappia ch'egli travede. Talmente sfrenato era talvolta questo vizio, che, in paragon d'allora, quasi beata si può chiamare l'età nostra. E molto più merita essa questo nome, dacchè la pulizia de' costumi e le lettere, cioè le scienze ed arti tutte sono ora in tanto auge e splendore; laddove rozzi erano negli antichi secoli i costumi, l'ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più sublimi scanni. Aggiungasi a questo, esser data allora negli occhi d'ognuno la scorretta vita dell'uno e dell'altro clero; infezione giunta sino agli stessi pastori, ed anche ai primi della Chiesa di Dio, e disavventura che non si può nascondere nè abbastanza deplorare per gli scandali infiniti che ne derivarono. Corrono già ducento anni ch'è tolta questa pessima ruggine dalla Chiesa di Dio, nè più van pettoruti i vizii in trionfo, essendo migliorati i costumi, accresciuta la pietà, e levati molti abusi dei barbarici secoli: motivi tutti a noi di chiamar felice il secolo nostro in confronto di tanti altri da noi fin qui osservati. Nè venga innanzi alcuno con dire di trovar egli de' pregi e del buono ne' secoli andati, e forse qualche bene di cui ora siam privi; aggiunga ancora osservarsi tuttavia de' difetti ne' governi tanto ecclesiastici che secolari, il lusso di troppo cresciuto, l'effeminatezza negli uomini, la libertà nelle donne ed altri sì fatti malanni; che gli si dimanderà se sappia qual cosa sia l'uomo e qual sia il mondo presente. Ha da uscire fuor di questo globo chi non vuol vedere vizii, peccati, difetti e guai. Intanto a chi bramasse la continuazione della storia d'Italia, facile sarà il trovarla maneggiata dalle penne di molti storici italiani. Ne ho ancor io recato un buon saggio nella parte II delle Antichità Estensi, già data alla luce; e però tanto più mi credo disobbligato dal farne una nuova dipintura.

ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750.

PREFAZIONE

DI

LODOVICO ANTONIO MURATORI

Dappoichè ebbi condotto gli Annali d'Italia fino all'anno di Cristo 1500, aveva io deposta la penna con intenzione di non proseguir più oltre, e ne avea anche avvertiti i lettori. Dopo quel tempo abbondando in Italia le storie, e facili anche essendo a trovarsi, sembrava a me superfluo il volere ristrignere in brevi Annali ciò che potea la gente con tanta facilità raccogliere dagli storici moderni, essendo per lo più da anteporre i fonti ai ruscelli. Ma d'altro parere sono stati non pochi degli amici miei, ed altre persone che han creduta non inutile questa mia qualsisia fatica. Si riduce a pochissimi il numero di coloro che posseggono tutte le storie italiane. Chi ne ha alcuna; i più neppur una ne hanno. Il presentar dunque raccolta da tante e sì varie storie la sostanza de' principali passati avvenimenti delle italiche contrade, può chiamarsi un benefizio che si presta a tanta gente, la quale, per mancanza di libri, è condannata ad ignorare i fatti de' secoli addietro, oppur dovrebbe mendicarli con fatica dalla lettura di non poche differenti Storie. Non può se non essere grato il vedersi poste davanti sotto un punto di vista quelle principali vicende che di mano in mano son succedute in ciascun anno nelle diverse parti dell'Italia. Il perchè, secondo l'avviso di tali persone, mi determinai di continuare l'edifizio, e di condurre questi Annali sino al compimento della pace universale, che nel presente anno 1749 ha rimessa la concordia fra i potentati d'Europa. So che, in trattando di avventure lontane da' nostri tempi, e di persone che, passate all'altra vita, si ridono delle dicerie de' posteri, maggior libertà gode, o dovrebbe godere lo storico per proferire i suoi giudizii. So altresì che non va esente da pericoli e doglianze altrui, chi esercita questo mestiere in parlando di cose de' nostri tempi e di persone viventi, stante la delicatezza che in esso noi ingenera l'amor proprio. Noi accogliam volentieri la verità in casa altrui: non così nella nostra. Contuttociò spero io di non aver oltrepassato i limiti della libertà che conviene ad ogni onorato scrittore: perchè non l'amore, nè l'odio, ma un puro desiderio di porgere il vero a' miei lettori, ha, per quanto ho potuto, regolata la mia penna. Se anche questo vero io talora non l'avessi raggiunto, ciò sarà avvenuto per mancanza di migliori notizie, e non già per mala volontà.

ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750

MDI

Anno diCristo MDI. Indizione IV.
Alessandro VI papa 10.
Massimiliano I re de' Rom. 9.

I maggiori pensieri di papa Alessandro in questi tempi aveano per mira l'ingrandimento di Cesare Borgia, appellato il duca Valentino, suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo: però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che portavano ad Astorre, ossia Astorgio de' Manfredi, loro signore, giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni speranza di soccorso capitolarono la resa della città nel dì 26 di aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali [Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna. Guicciardini, Storia.]. Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro, l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro. Giovanni de' Bentivogli, che in questi tempi veniva considerato come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano dianzi posti sotto la protezione di Lodovico XII re di Francia; nè alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto prese l'armi tutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città, spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora il Buonaccorsi [Buonaccorsi, Dario.], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini d'armi, pagati per tre mesi.

Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno di gelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa, affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città, e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui; e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno, obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa, ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato, nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie, non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.

Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti, e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti di Carlo VIII suo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè siccome principe magnanimo, e già grande in Italia per l'acquisto del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimente Massimiliano I re de' Romani, con fargli sperare Claudia, unica sua figliuola per isposa di Carlo duca di Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. Era Federigo re di Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano, lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto di Ferdinando il Cattolico re d'Aragona, il quale, per esser padrone della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provincie di Puglia e di Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede, e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia, tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui rovina, e ad appagare la propria cupidità.

Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta, con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco, anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi misero l'assedio, e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno. Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città, o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti, gl'invitasse a salir per le mura [Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi.], certo è che nel dì 24 di luglio entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone, e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura, dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere da meno de' Turchi.

La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno, che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo, scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellion fatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi, che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico, poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere. Non istette in questo mentre punto in ozio Consalvo Fernandez, chiamato il gran capitano, perciocchè si impadronì di tutte quante le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria. La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in un luogo di ricovero, don Ferrante suo primogenito, duca di Calabria, appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva più l'interesse del re Ferdinando che il timor di Dio, ritenne il duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono di sè), diede fine al suo vivere nel 1550. Alfonso secondogenito del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. E Cesare terzogenito, ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di vivere.

Di tempo sì favorevole si servì ancora il pontefice Alessandro per abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come ha Giovanni Burcardo nel suo Diario [Raynaldus, Annal. Eccl.], tutta la camera sua e tutto il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola, la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua, avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse perciò chiamare a sè. Questa maniera di governo se facesse onore al papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamente Jacopo d'Appiano, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio, se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della protezione di quel re, già a lui accordata. Ma andò indarno, perchè al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno presente Agostino Barbarigo doge di Venezia, e a lui succedette, a dì 5 d'ottobre, Leonardo Loredano. Trovavasi allora la veneta repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra, e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.


MDII

Anno diCristo MDII. Indizione V.
Alessandro VI papa 11.
Massimiliano I re de' Romani 10.

Quanto più andava crescendo in potenza il duca Valentino, tanto più s'aumentava in lui la brama di nuovi acquisti, secondato in ciò dal papa suo padre, che nulla più meditava e sospirava che di formare in lui un gran principe in Italia. Non avea esso pontefice meno amore e premura per l'ingrandimento di Lucrezia sua figlia; e però con forti maneggi fatti alla corte del re Cristianissimo fin l'anno precedente, e col mezzo specialmente del cardinal di Roano, che era, per concessione d'esso Alessandro, come un secondo papa in Francia, avea indotto quel re a proporre e a far seguire l'accasamento della stessa Lucrezia con don Alfonso d'Este, primogenito di Ercole I duca di Ferrara. Tante batterie furono adoperate per questo affare, con far soprattutto i mediatori conoscere che questo parentado portava seco l'assicurarsi dall'ambizione e dalle armi del duca Valentino (seppure, come dice il Guicciardino, contro tanta perfidia era bastante sicurtà alcuna), che gli Estensi condiscesero a tali nozze. Portò ella in dote cento mila ducati d'oro contanti, immense gioie e suppellettili, colla giunta ancora delle terre di Cento e della Pieve, cedute al duca di Ferrara, oltre ad altri vantaggi della casa d'Este. Gran solennità si fecero per questo in Roma e Ferrara, nella qual città entrò essa principessa nel dì 2 di febbraio. Quanto al duca Valentino, amoreggiava egli forte il ducato d'Urbino; ma essendo il duca Guidubaldo ubbidientissimo in tutto al papa, e per le sue belle doti quasi adorato da' suoi popoli, nè pretesto si trovava, nè facilità appariva di poterlo spogliare di quegli Stati. Si rivolse dunque l'iniquo Borgia ai tradimenti [Raphael Volaterranus. Guicciardini. Buonaccorsi. Bembo, ed altri.]. Portatosi a Nocera con poderoso esercito, e fingendo di voler assalire lo Stato di Camerino, fece richiesta di artiglierie e di genti d'armi al duca d'Urbino. Tutto gli fu dato, perchè troppo pericoloso si considerò il negarlo. Ciò fatto, con tutta celerità s'impadronì di Cagli, e continuò la marcia alla volta di Urbino, dove il disarmato duca Guidubaldo, con Francesco Maria della Rovere, suo nipote, ad altro non pensò che a salvare la vita, abbandonato tutto. Se ne fuggì egli travestito; e, benchè inseguito, ebbe la fortuna di potersi infine ritirare a Mantova, dove poco prima era giunta la duchessa Isabella sua moglie, sorella di Francesco II marchese d'essa Mantova, la quale, dopo avere accompagnato a Ferrara Lucrezia Borgia, colà s'era portata per visitare il fratello. Con queste arti fece acquisto il duca Valentino di quattro città e di trecento castella componenti quel ducato.

Gran rumore per tutta Italia fece un'azione sì proditoria, niuno tenendosi più sicuro dalle insidie di costui, il quale, ito poscia contra di Camerino, mentre andava trattando d'accordo con Giulio da Varano signore di quella città, ebbe con inganni maniera d'entrare in essa città. Imprigionato Giulio con due suoi figliuoli, da lì a non molto lo spietato Valentino, con farli strozzare, se ne sbrigò. Fu ancora da' Fiorentini creduto che lo stesso Borgia e il papa avessero mano nelle rivoluzioni che accaddero nel presente anno in Toscana; dappoichè il re di Francia non avea acconsentito che lo stesso Borgia divenisse signor di Pisa. Vogliosi sempre essi Fiorentini di ricuperar quella città, altro mezzo più non conosceano che di vincerla colla fame. Però, venuta la primavera, andarono a dare il guasto alle biade del territorio di quella città, e quindi posero il campo a Vico Pisano, tolto loro poco innanzi per tradimento di alcuni soldati. Ma eccoti muoversi a ribellione il popolo di Arezzo, che tenea segreta corrispondenza con Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, il quale non tardò ad accorrere colà, e ad imprendere l'assedio della cittadella. Ed ancor questa, perchè non venne mai sufficiente aiuto da' Fiorentini, costretta fu ad arrendersi, dopo di che fu smantellata. Con Vitellozzo erano congiunti Gian-Paolo Baglione, principal direttore della città di Perugia, Fabio Orsino, il cardinale e Pietro de Medici fuorusciti di Firenze, e Pandolfo Petrucci, che era come signor di Siena. Impadronironsi costoro dopo Arezzo anche di Castiglione Aretino, della città di Cortona, d'Anghiari, di Borgo San Sepolcro e di altri luoghi. Sarebbe andata più innanzi questa tempesta, se i Fiorentini non avessero fatto ricorso al re di Francia, rappresentandogli come procedenti dall'avidità del papa e di suo figlio sì fatte novità, e facendogli costare il pericolo che soprastava anche agli Stati del medesimo re in Italia, se si lasciava andar troppo innanzi l'ingrandimento del Borgia. Per questo, e insieme pel danaro, la cui virtù suole aver tanta efficacia, il re Lodovico XII non solamente fece comandare al Valentino e agli altri suoi aderenti che desistessero dalle offese dei Fiorentini, ma anche spedì alcune compagnie di genti d'armi in Toscana, lo aspetto delle quali fece ritornar in breve Arezzo e le altre terre perdute all'ubbidienza di Firenze.

Furono cagione questi movimenti, e gl'imbrogli del regno di Napoli, de' quali parleremo fra poco, che il re Lodovico tornasse in Italia, portando seco non lieve sdegno contra del papa e del duca Valentino. Concorsero ad Asti e a Milano varii principi e signori d'Italia; e siccome tutti erano in sospetto di ulteriori disegni di esso Borgia, così aggiunsero legna al fuoco. Già s'aspettava ognuno di mirar l'armi del re volte alla depression del Valentino. Ma così ben seppe maneggiarsi il papa, che, mitigato l'animo del re, questi ad altro non attese dipoi che a far guerra in regno di Napoli, restando deluse le speranze di tutti i potentati. Era questa guerra insorta fin l'anno precedente; perchè, appena furono entrati in possesso Franzesi e Spagnuoli della porzione lor destinata, che si venne a contesa fra loro per li confini. Consalvo tacque, finchè si fu impadronito di Taranto; ma poi, sfoderate le pretensioni del re Cattolico, cacciò improvvisamente dalla Tripalda e da altri luoghi i presidii franzesi, e si appropriò la Basilicata. Perchè s'era per le malattie estenuata di molto l'armata franzese, il duca di Nemours vicerè giudicò meglio di trattar colle buone, e di stabilire una tregua col gran capitano sino all'agosto dell'anno presente, contentandosi che pro interim si dividesse fra loro la dogana di Foggia e il Capitanato, e si ritirassero i Franzesi dal principato. Ma, cresciute dipoi le forze del vicerè per le genti inviategli dal re Lodovico, nel mese di giugno diede l'Aubigny principio alle ostilità manifeste contro gli Spagnuoli. E, dopo avere occupato tutto il Capitanato, si accampò a Canosa, e l'ebbe infine a patti. Inferiore in possanza trovandosi allora Consalvo, si ritirò a Barletta, restando ivi sprovveduto di vettovaglie e danari. Se avessero saputo i Franzesi profittar di questa sua debolezza, forse sbrigavano le lor faccende in quel regno. Attesero essi a insignorirsi della Puglia e Calabria; presero Cosenza, e le diedero il sacco; venuto colà soccorso dalla Sicilia, lo misero in rotta. Tale prosperità dell'armi rendè poi negligente il re di Francia a sostener con vigore la sua fortuna nel regno di Napoli, e ad altro non pensò se non a tornarsene di là dai monti.

Era ito travestito e con pochi cavalli per la posta il duca Valentino ad inchinare esso re a Milano; e siccome gli stava bene la lingua in bocca, tanto seppe dir per dar buon colore alle malvagie sue azioni passate, e tanto commendò la svisceratezza del papa verso la corona di Francia, che riguadagnò l'affetto e la protezione del re: il che recò non poco spavento a Vitellozzo, al Baglione, a Giovanni Bentivoglio, a Pandolfo Petrucci, ad Oliverotto da Fermo, che s'era, con uccidere Giovanni suo zio, fatto signore di quella città, e a Paolo Orsino. Nè tardò molto il Valentino a richiedere colle minaccie la signoria di Bologna. Il perchè, scorgendo ognun d'essi di trovarsi giornalmente esposti alle insidie e all'ambizione del duca Valentino, fecero lega insieme contra di lui. Richiamarono da Venezia Guidubaldo duca di Urbino, e dall'Aquila Giovanni da Varano, figlio dell'esimio signor di Camerino, con ricuperar dipoi quasi tutte quelle contrade: il che frastornò le idee del Borgia sopra Bologna. Ma inteso avere avuto ordine lo Sciomonte, generale del re Lodovico, di assistere ad esso duca Valentino, e che aveano da calare tre mila Svizzeri assoldati da esso Borgia; cadaun di que' collegati scorato cominciò a pensare alle cose proprie, e a trattar separatamente di concordia con chi pur sapeano nulla aver più a cuore che la loro rovina. Non si può esprimere quante dolci parole, quante belle promesse usasse verso ognun di essi il perfido duca. A questo amo si lasciarono prendere tutti, e seguì accordo con lui, approvato dal papa. Perchè Bologna era osso duro, contentossi il Valentino di far lega con Giovanni Bentivoglio, e col reggimento di quella città, la quale con nuovo accordo (se pur due furono quegli accordi) si obbligò di pagargli per otto anni dodici mila ducati d'oro l'anno, a titolo di condotta di cento uomini d'armi, e di fornirlo per un anno di cento altri uomini d'armi e di ducento balestrieri a cavallo. Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo ed Oliverotto, incantati dalle lusinghe e carezze del Borgia, tornarono agli stipendii di lui. Dopo di che colle lor forze costrinsero il duca Guidubaldo e il Varano impauriti ad abbandonar di nuovo i loro Stati d'Urbino e Camerino, che tornarono in potere del Borgia [Guicciardini. Sardi. Paulus de Clericis. Carmelita, in Annal. MSS. Raphael Volaterranus, et alii.]. Per ordine di lui andarono poscia questi condottieri a mettere il campo a Sinigaglia, città di Francesco Maria della Rovere prefetto di Roma, e la forzarono alla resa. Per li quali servigi si aspettavano forse qualche gran ricompensa dal Valentino, ma l'ottennero ben diversa dalla loro immaginazione. Imperocchè, venuto costui a quella città, da cui prima avea ordinato che uscissero le loro genti, e chiamati a parlamento i suddetti Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo, Oliverotto, Lodovico da Todi ed altri, fece lor mettere le mani addosso; e nel giorno seguente, ultimo dell'anno presente (il Sardi scrive che fu nel primo dell'anno appresso), furono strangolati in una camera esso Vitellozzo e Oliverotto. Uscito in questo mentre il Valentino per la rocca colle sue milizie, piombò all'improvviso addosso a quelle degl'imprigionati signori, e tolse loro armi e cavalli. Ne restarono assai morti, e più feriti, e il resto si sbandò. Pandolfo Petrucci, che non era entrato in gabbia, ebbe la fortuna di salvarsi. Alla misera Sinigaglia fu dato il sacco. Con queste scelleraggini compiè il detestabil Valentino l'anno presente, non senza orrore e terrore dell'Italia tutta. Or vatti a fidar di tiranni.


MDIII

Anno diCristo MDIII. Indizione VI.
Pio III papa 1.
Giulio II papa 1.
Massimiliano I re de' Romani 11.

Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe il duca Valentino oppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini; ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo il cardinale Giambatista Orsino, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella torre Borgia [Sabellicus. Raphael Volaterranus. Bembus. Guicciardini, ed altri.]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presi Rinaldo Orsino arcivescovo di Firenze, il protonotario Orsino ed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e terre de' medesimi, mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui, dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della Pieve, si sbrigò col laccio di Paolo Orsino e di Francesco duca di Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchè Gian-Paolo dei Baglioni, il quale, più accorto degli altri, s'era guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciassero Pandolfo Petrucci, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella. Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena; ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorso Gian-Giordano Orsino duca di Bracciano con gli altri di sua casa, sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto la protezione del re di Francia, e senza rispetto al conte di Pitigliano, che era ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice, siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè, che il papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai quello che faceva.

Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di vino con veleno, per iscacciar dal mondo Adriano cardinale di Corneto (esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi, per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi), cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè al duca Valentino e al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma, quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente.

Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino. Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano [Volaterranus.], la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparse incerto auctore. Odorico Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccl.] produce un Diario romano manuscritto, da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; che nel dì 15 di agosto gli furono cavate tredici once di sangue, o circa, e sopravvenne la febbre terzana. Nel dì 17 prese medicina. Nel dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china, l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a dire [Sardi, Istoria MS.]: Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena, nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la causa di quegli effetti. Basta questo per abbattere l'insussistente voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben informata di questi affari.

Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole si osservò in Alessandro VI, il suo ingegno, la sua memoria, l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo. Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione, delle quali parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione (non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà, ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo, si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro, affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno. E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino, perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche, sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciò a trattare coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa. Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli.

Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. I Vitelli se ne ritornarono a Città di Castello. A Gian-Paolo Baglione riuscì colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei di Piombino richiamarono l'antico lor signore Jacopo di Appiano. Si mossero eziandio il duca d'Urbino, i signori di Camerino, Pesaro e Sinigaglia, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali, che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città. Era con somma fretta accorso da Francia Giorgio di Ambosia cardinale di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto il cardinal di Aragona e il cardinale Ascanio Sforza, cavato due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona di Francesco Piccolomini Sanese, diacono cardinale, ed arcivescovo eletto della patria sua, il qual prese il nome di Pio III. Era egli della famiglia Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba, dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica, ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave, a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali, che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti! Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace. Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione, che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente, andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, si ritirò in castello Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza, affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro; perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta la sua potenza.

Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare il cardinal Giuliano della Rovere, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote di papa Sisto IV, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa, primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome di Giulio II. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino; perciocchè fra Roderigo, che fu poi Alessandro VI papa, suo padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove si guadagnò l'affetto e la stima de' re Carlo IX e Luigi XII. Nè, per quante esibizioni e carezze gli facesse papa Alessandro, mai volle ritornare in Roma, solendo dire fra sè: Giuliano, Giuliano, non ti fidar del marrano. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo, con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori, il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in Forlì Antonio Maria degli Ordelaffi. Rimisero in Rimini Pandolfo Malatesta; poscia, fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì.

Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli. Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma eccoti sopraggiugnere il cardinal Soderino e Francesco Remolino a chiedergli i segnali delle suddette fortezze, mostrando essi mutata la risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito con essi l'arcivescovo di Ragusi, come commessario apostolico, i castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e disperse dai Fiorentini.

Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se non un breve ragguaglio. Erasi interposto Filippo arciduca, marito di Giovanna, figliuola del re Cattolico Ferdinando, per acconciar le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire una convenzione di tregua o pace con Luigi re di Francia, per la quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia deluso, perciocchè il re Cattolico fece intanto varii preparamenti per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal genero. Però il gran capitano Consalvo, senza ubbidire all'ordine venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti, grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu, fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione, qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme italiani scelti dalle brigate di Prospero e Fabrizio Colonna, militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi, eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi, tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè, essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo, dappoichè ebbero pagato, fu loro concesso licenza di tornarsene al campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter qui sminuire la riputazion degl'Italiani [Belcaire, Comment. Rer. Gallic., lib. 9.], adducendo alcune particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni pretesero di darle taccia alcuna.

Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo, lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione il signor della Palizza. Nel qual tempo anche ad Ugo di Cardona riuscì di dare una rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere il duca di Nemours generale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa. Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, a cui non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar il blocco. Al primo avviso ch'ebbe il re Luigi, deluso dalla pace o tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per terra, dichiarando suo generale monsignor della Tremoglia, e poscia Francesco marchese di Mantova. Per varie cagioni venne lentamente questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani; e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo.

Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova, che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran capitano coll'arrivo di Bartolomeo d'Alviano, famoso condottiere, innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver lo stesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente, fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta, ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi. Vi perì fra gli altri Pietro de Medici, fuggendo pel fiume sopra una barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi, porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni, tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella guerra contro di sì possente nemico. Fece il papa in quest'anno nel dì 29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi nipoti.


MDIV

Anno diCristo MDIV. Indizione VII.
Giulio II papa 2.
Massimiliano I re de' Romani 12.

Uno de' maggiori pensieri di papa Giulio II cominciò e continuò ad essere quello di ricuperar tutti gli Stati della Chiesa romana. Per conto de' Veneziani, che occupavano Ravenna, Faenza e Rimini, con parole forti intimò ad Antonio Giustiniano orator veneto la restituzione di quelle città [Bembo. Guicciardini. Raynaldus, Annal. Eccles.]. Spedì ancora lettere risentite, che furono presentate a quel senato dal vescovo di Tivoli; e pulsò il re di Francia e Massimiliano Cesare a prestargli aiuto per questo fine. Ma indarno tutto, perchè i Veneziani adducevano varie ragioni in lor difesa. Voltossi il pontefice al duca Valentino, per carpire almeno da lui le fortezze che già dicemmo tuttavia conservate da' suoi fedeli uffiziali. E perciocchè questi si erano già espressi di non volerle consegnare, se non venivano gli ordini di esso duca, posto in libertà, ed egli era tuttavia ritenuto prigione dal papa, trovossi il ripiego che esso Valentino fosse posto in mano di Bernardino Carvajal cardinale di Santa Croce, ed inviato ad Ostia, per essere poi rilasciato e condotto in Francia, subito che si avesse certezza che le rocche suddette fossero in potere de' ministri pontifizii. Segretamente, da Ostia procurò il Borgia da Consalvo un salvocondotto; ed appena fu giunto l'avviso che i castellani di Cesena, Imola e Bertinoro aveano fatta la consegna di quelle fortezze, che il cardinale il lasciò in libertà, dandogli campo di ritirarsi occultamente a Napoli, dove fu molto ben accolto dal gran capitano nel dì 28 di aprile. Il pontefice, perchè senza saputa sua seguì la liberazion di questo scellerato, nè la rocca di Forlì era stata consegnata, se l'ebbe forte a male. Ne scrisse con vigore ai re Cattolici, cioè a Ferdinando ed Isabella (principessa gloriosa, che appunto nell'anno presente a' dì 26 di novembre passò a miglior vita), acciocchè rimediassero al tradimento fattogli. Quali ordini venissero di Spagna, si scoprì dopo qualche tempo. Facea credere il Valentino a Consalvo di poter imbrogliare le cose di Toscana in favor di Pisa e degli Spagnuoli; e a questo effetto per lui, e per alcune milizie da lui assoldate, s'erano preparate le galee per trasportarlo a Pisa. Prese egli congedo da Consalvo la notte con abbracciamenti vicendevoli; ma la mattina seguente, giorno 27 di maggio, allorchè usciva di camera per andare ad imbarcarsi, fu fatto prigione, toltogli il salvocondotto, e da lì a non molto inviato in Ispagna sopra una galea sottile, servito da un solo paggio [Giovio. Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinio. Alessandro Sardi.]. Per quasi tre anni stette ritenuto nella rocca di Medina, altri dicono nel castello di Ciattiva, daddove finalmente essendo fuggito, e passato a militare in Navarra, quivi, ucciso in un aguato, terminò miseramente la vita, e vilmente fu seppellito. Ed ecco dove andò a terminare la grandezza di Cesare Borgia, cioè di un mostro, aspirante al dominio dell'Italia: grandezza procurata a lui dal disordinato amore del papa suo padre, e da lui ottenuta col mezzo di tanta iniquità. Non si può neppure oggidì rammentar senza orrore e indignazione il suo nome; e Niccolò Macchiavello, che prese a lodare non che a difendere un tiranno sì detestabile, di troppo anch'egli oscurò la sua riputazione, ed aggiunse questo a tanti altri reati della sua penna. Riuscì poi a papa Giulio col potente segreto del danaro di cavar dalle mani del castellano la rocca di Forlì, giacchè la città dianzi a lui si era data. Mentre il papa mostrava tanto zelo per ricuperar gli Stati pontifizii, ed annullava perciò le concessioni fatte dai suoi predecessori, non pensò già che dovesse essere sottoposta a questo rigore la propria casa. Imperocchè non solamente confermò il ducato d'Urbino al duca Guidubaldo della casa di Montefeltro; ma, perchè egli si trovava senza prole, l'indusse ad adottare in figliuolo Francesco Maria della Rovere, suo nipote, prefetto di Roma e signore di Sinigaglia; al quale, col consentimento di tutto il sacro collegio, fu confermata la successione in quel ducato. Ciò fece parere ai Veneziani ingiusta l'ira del papa contra di loro, dacchè si esibivano anch'essi di pagar censo, e di riconoscere dalla Chiesa quanto essi aveano tolto al Valentino, cioè ad un tiranno, in Romagna.

Trovavansi i Franzesi ristretti in Gaeta, e poco sperando soccorsi, e molto desiderando di salvar le vite e gli arnesi; però, vinti ancora dal tedio, non tardarono a capitolar la resa di quella città. Stabilissi l'accordo nel primo giorno di quest'anno, e ne uscì quel presidio con tutto onore, menando via le sue robe, e con libertà di passare in Francia per mare e per terra. Gl'imbarcati per mare perirono quasi tutti o in cammino o in Francia. Gli altri inviati per terra, parte per freddo, parte per fame e per malattie, miseramente lasciarono le lor vite nelle strade. In tal guisa, a riserva di qualche luogo, restò possessore del regno di Napoli Ferdinando il Cattolico; e la Francia, all'incontro, si trovò piena di mestizia e rabbia per tanto oro inutilmente speso, per la riputazion sminuita, e per tanta nobiltà e milizie sacrificate all'ambizione del re, che, non contento di un sì fiorito regno, qual è la Francia, si era voluto perdere dietro alla conquista de' regni altrui e lontani. Per cagione di questi sì fastidiosi contrattempi si diede il re Luigi a maneggiare col re Cattolico una tregua, di cui cadauno avea una segreta voglia e bisogno; e questa infatti si conchiuse, restando le parti in possesso di quel che tenevano. Trattossi poi di ridurre questa tregua in pace, con proporsi ivi che si restituisse il regno di Napoli al re Federigo. Ma perchè i ministri del re Ferdinando aveano ben in bocca parole di pace, quando nell'interno del loro sovrano si covavano altre intenzioni, il negoziato andò in fascio. Si conchiuse bensì il trattato di pace fra esso re Luigi, Massimiliano Cesare e Filippo arciduca suo figlio, il quale, per la morte della regina Isabella, cominciò in quest'anno a suscitar delle liti contro il re Cattolico pel regno di Castiglia, decaduto a Giovanna sua moglie. Ma le condizioni di quel trattato poco effetto ebbero col tempo; se non che fin da allora fu creduto che l'una e l'altra potenza si accordassero per muover guerra a' Veneziani: il che dopo qualche anno vedremo eseguito. In questo anno ancora i Fiorentini verso la metà di maggio spinsero l'esercito loro addosso a' Pisani, per dare il guasto a quel territorio, sperando sempre che alla perdita delle biade terrebbe dietro la fame, e a questa la resa della città. Più che ne' precedenti si stese tal flagello per quelle campagne. Assediata Librafatta, l'ebbero a discrezione. Lusingaronsi parimente i Fiorentini di poter levare Arno a Pisa: tante belle promesse ne riportarono dagli architetti ed ingegneri. Se ciò avveniva, di più non occorreva per ridurre in agonia quella città. Di vasti fossi, di somme spese si fecero a questo fine. Ma il fiume si rise di chi gli volea dar legge, e seguitò a correre nel suo grand'alveo come prima: disinganno non poche altre volte accaduto, e che accadrà a chi prende simili grandiose imprese, per mutare il sistema de' grossi fiumi. Venne a morte in quest'anno Federigo già re di Napoli, nella città di Tours in Francia, dacchè erano svanite le lusinghevoli speranze sue di ricuperare il regno, troppo vanamente credendo egli che non burlasse il re Cattolico, qualor mostrava sì graziose intenzioni di spogliarsi dell'acquistato: al che ogni principe si sente in cuore un troppo gran ribrezzo [Pingon. Guichenon.]. Finì ancora di vivere nel dì 10 di settembre Filiberto duca di Savoia e principe del Piemonte in età solamente di venticinque anni, lasciando vedova Margherita d'Austria sua moglie, figlia di Massimiliano re de' Romani, che, divenuta poi governatrice dei Paesi Bassi, si acquistò gran nome nelle storie. Al duca Filiberto succedette Carlo III suo fratello.


MDV

Anno diCristo MDV. Indizione VIII.
Giulio II papa 3.
Massimiliano I re de' Rom. 13.

Non avea fin qui papa Giulio voluto accettar gli ambasciatori che la repubblica di Venezia avea proposto d'inviare a rendergli ubbidienza, persistendo sempre in pretendere prima la restituzion delle terre occupate da essi Veneziani in Romagna. Ma dacchè vide non valer le minaccie per muovere quel senato, e che forze mancavano a lui per sostener le parole: intronato ancora dalle doglianze de' popoli di Forlì, Imola e Cesena, che, a cagion delle castella del territorio loro detenute da essi Veneti, pativano grande incomodo e danno; condiscese infine ad un accordo. Cioè permise a' Veneziani il possesso di Rimini e Faenza, ed eglino, circa il dì 12 di marzo, restituirono alla Chiesa romana Porto Cesenatico, Savignano, Tossignano, Santo Arcangelo, e sei altre terre col loro distretto. Parve contento di questa cessione il papa, mentre nello stesso tempo divisava dei mezzi per riavere il resto. Nel dì 3 di febbraio fece egli la promozione di nove cardinali, e fra essi si contò un altro suo nipote. Sarebbe passato quest'anno con somma pace in Italia, se i Fiorentini, sempre più accaniti contra di Pisa, non ne avessero turbata la quiete [Buonaccorsi. Guicciardini.]. Erano i lor disegni di tornare anche nell'anno presente a dare il guasto alle campagne pisane; anzi meditavano di andar a mettere il campo a Pisa stessa, per ultimar quella impresa, o, come essi diceano, per levarsi d'addosso quella febbre continua. Ma Gian-Paolo Baglione, che era stato condotto da essi colle sue genti d'arme, allegò scuse di non poter venire; e proteggendo il gran capitano Consalvo Pisa, si venne a sapere che anche inviava colà alcune poche fanterie. Ma, quel che maggiormente dava da pensare ai Fiorentini, era che Bartolomeo d'Alviano, persona di molto ardire, in quel di Roma facea massa di gente, con vantarsi pubblicamente di voler passare in aiuto de' Pisani, e di condursi anche sotto Firenze. Per queste cagioni non osarono i Fiorentini di fare nell'anno presente il solito brutto gioco ai Pisani. Ma eccoti sul principio di maggio passare l'Alviano colle sue soldatesche pel Sanese, entrare nel Fiorentino, andarsene dipoi a Piombino: il che diede tempo ai Fiorentini di accrescere, come poterono, le loro forze. Scopertosi dipoi che l'Alviano era per condurre le sue squadre a Pisa verso la metà d'agosto, Ercole Bentivoglio generale delle armi fiorentine, tenuto consiglio con Marcantonio Colonna, Jacopo Savello ed altri condottieri, determinò di contrastargli il passaggio. Si venne perciò a battaglia, in cui restò disfatto l'Alviano, e costretto di fuggirsene a Siena, con aver perduto più di mille cavalli e molti carriaggi. Credette allora il popolo di Firenze giunto il beato giorno di ricuperar Pisa; e, quantunque molti dei saggi ne dissuadessero l'impresa, pure fu presa la risoluzion di andar sotto quella città. Nel dì 8 di settembre le artiglierie cominciarono la lor terribile sinfonia contro di Pisa. Atterrata buona parte delle mura, si venne all'assalto; ma con tal coraggio si difesero i Pisani, che lo perderono gli assalitori. Da un'altra parte si fece breccia, e male e peggio riuscì il secondo tentativo. Perlochè passò loro la voglia di far altre pruove del proprio valore, e pieni di vergogna se ne tornarono indietro. E tanto più per aver inteso che dal Consalvo di notte erano stati introdotti in Pisa trecento fanti. Dopo questo fatto ve ne inviò egli altri mille e cinquecento: con che tramontarono per ora le speranze del popolo di Firenze.

Nel dì 25 di gennaio dell'anno presente mancò di vita Ercole I duca di Ferrara, principe che, dopo avere imparato a sue spese che pericoloso mestiere sia quel della guerra, avea atteso a conservar la pace, e ad ingrandire ed abbellir Ferrara con varie fabbriche e delizie, e a rendere più felici i suoi popoli. Lasciò dopo di sè tre figli legittimi, Alfonso primogenito, Ferdinando e Ippolito cardinale. Nell'anno precedente aveva egli inviato Alfonso alle corti di Francia, Spagna ed Inghilterra, acciocchè la conoscenza di que' gran principi, e de' costumi e governi delle varie nazioni, servisse a lui di scuola per ben reggere sè stesso e gli altri. Trovavasi Alfonso in Inghilterra disposto a passare in Ispagna, allorchè, giuntogli l'avviso della grave malattia del padre, gli convenne affrettare il suo ritorno a Ferrara, dove fu riconosciuto per duca e signore da tutti i suoi popoli. Pace bensì godè in quest'anno l'Italia, ma non andò già esente da altre calamità. Fiero tremuoto si fece sentire con varie scosse in più giorni in Venezia, Ferrara, Bologna ed altri luoghi, per cui caddero a terra non poche case, campanili e chiese, e a moltissime altre si slogarono le ossa; di modo che i popoli si ridussero a dormir nelle piazze e ne' campi. Non minor flagello fu quello della carestia, e carestia universale per tutta l'Italia, essendo stato pessimo il raccolto, di modo che la povera gente fu ridotta a mangiar erbe, e non pochi morirono per questo. Infermatosi gravemente nel marzo dell'anno presente Lodovico XII re di Francia, andò a battere alle porte della morte, ma poi si riebbe. Se moriva, voce comune fu che i Veneziani, uniti col gran capitano e col cardinale Ascanio Sforza, avessero disegnato di cacciare i Franzesi dallo Stato di Milano. Ma questo cardinale fu cacciato egli fuori del mondo in Roma nel dì 28 del seguente maggio dalla peste, altra calamità che si aggiunse alle sopraddette.

Nè si dee tacere, come cosa in cui ebbe interesse anche l'Italia, che nel mese di ottobre restò conchiusa pace fra il re di Francia e Ferdinando il Cattolico, il quale dopo la morte della regina Isabella non usava più che il titolo di re d'Aragona. Erano insorte liti fra esso re Cattolico e Filippo arciduca suo genero, pretendendo questi che il suocero non avesse più da ingerirsi nel governo della Castiglia. Preparavasi infatti esso arciduca per venire di Fiandra in Ispagna. Ferdinando giudicò bene in tal congiuntura di amicarsi colla Francia. Ne' capitoli di quella pace si stabilì il di lui accasamento con Germana di Foix, figliuola di una sorella del re di Francia che portò in dote ciò che restava in man de' Franzesi nel regno di Napoli. Rinunziò il re Lodovico alle altre sue pretensioni sopra quel regno, obbligandosi Ferdinando di pagargli in dieci anni settecento mila ducati d'oro. Restarono con ciò liberi dalla prigionia i baroni del regno che aveano militato in favore del re Cattolico, e levato il confisco fatto contro chi avea seguitato il partito franzese.


MDVI

Anno diCristo MDVI. Indizione IX.
Giulio II papa 4.
Massimiliano I re de' Rom. 14.

Meravigliavasi la gente al vedere come papa Giulio, personaggio che in addietro s'era fatto conoscere di pensieri sì vasti e d'animo torbido, fosse fin qui vivuto con tanta quiete. Cessò questa lor meraviglia nell'anno presente, perchè esso papa, dopo aver più volte detto in concistoro di voler nettare la Chiesa dai tiranni, specialmente mirando a Perugia e Bologna, deliberò di eseguire il suo disegno [Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinius. Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]. Non volle commettere ad altri questa impresa; ma siccome papa guerriero si mosse da Roma nel dì 27 di agosto con ventiquattro cardinali e quattrocento uomini d'armi, avendo già fatti maneggi per aver soccorsi dal re di Francia, da Ferrara, da Mantova e da Firenze. In Perugia i Baglioni, in Bologna i Bentivogli, fattisi capi del popolo, appoco appoco n'erano divenuti come signori con deprimere chiunque si mostrava contrario ai loro voleri. Indirizzò Giulio i suoi passi alla volta di Perugia, dove Gian-Paolo Baglione trovossi in grande imbroglio, perchè troppo disgustoso era il cedere, troppo pericoloso il resistere. Nel di lui animo prevalsero i consigli del duca d'Urbino, sotto la cui fede, arrivato che fu il papa ad Orvieto, andò colà ad inchinarlo e ad offerirsi umilmente alla di lui volontà. Fu ricevuto in grazia, con rimetter egli le fortezze e porte di Perugia in mano del papa, e con promettere di andar seco in Romagna con cento cinquanta uomini d'arme. Entrò pacificamente il pontefice in Perugia nel dì 12 di settembre, e ne prese il dominio. Quindi maggiormente rinforzato dal Baglione, s'inviò alla volta d'Imola; nè parendogli decoroso il passar per Faenza occupata dai Veneziani, girò per le montagne del Fiorentino, e andò a posare in Imola, da dove intimò a Giovanni Bentivoglio di rilasciar Bologna colla minaccia di tutte le pene spirituali e temporali. Sulla speranza di molte promesse della protezione del re di Francia s'era il Bentivoglio messo in istato di difesa. Ma il re, a cui maggiormente premeva per li suoi interessi di tenersi amico il papa, che di giovare a' suoi raccomandati, mandò ordine al signor di Sciomonte governator di Milano di assistere con tutte le sue forze il papa. E in effetto con secento lance ed otto mila fanti si vide arrivare lo Sciomonte a Castelfranco. Anche il pontefice avea ricevuto gente dai Fiorentini, da Alfonso duca di Ferrara e da Francesco marchese di Mantova, il quale fu dichiarato capitan generale dell'esercito pontificio. A sì gagliardo apparato di forze nemiche s'avvide il Bentivoglio che vano era il ricalcitrare. E però piuttosto che ricorrere alla clemenza del papa, dalla cui generosità forse avrebbe potuto ottener maggiori vantaggi, passò nel dì 2 di novembre al campo franzese ed impetrato di mettere in salvo la sua famiglia e i suoi mobili per ritirarsi poi sul Milanese, lasciò in libertà i Bolognesi di trattare col papa. Entrò questi in Bologna con gran pompa nel dì 11 di novembre, tutto giubilo per sì nobile acquisto. Morivano di voglia anche i Franzesi d'entrare, non certo per divozione, in quella grassa città, ed usarono anche della forza; ma il popolo in armi fece sì buona guardia, che convenne loro restarsene di fuori, eccettuato lo Sciomonte col suo corteggio, che fu a baciare i piedi al papa, e riportò, oltre ad un regalo in pecunia per lui, e ad un altro assai tenue per le sue genti, la promessa di un cappello per Lodovico d'Ambosia vescovo d'Albi, suo fratello.

Erano entrati in cuor di Ferdinando il Cattolico non piccioli sospetti contra di Consalvo gran capitano, e vicerè per lui nel regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più probabile) inclinasse a tenerlo per l'arciduca Filippo suo genero, il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma, ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori, e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di Ferdinando, avvalorati sempre più da qualche disubbidienza di Consalvo, e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli, e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui, pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino, quivi avea ricevuta la nuova, come Filippo suo genero re di Castiglia (verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto infermo in Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto genero.

A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza, dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco, che era di Luciano Grimaldi. Filippo di Ravensten regio governatore, dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò, lasciando buon presidio nel castelletto. Al re Lodovico XII diedero degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era, secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili, scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare armamento per terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una congiura contro la vita del duca Alfonso [Antichità Estensi, Par. II.]. Era questa tramata da don Ferdinando suo fratello minore per voglia di regnare, e da Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia, li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al 1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà.


MDVII

Anno diCristo MDVII. Indizione X.
Giulio II papa 5.
Massimiliano I re de' Romani 15.

Trattenevasi papa Giulio in Bologna, ma non assai contento al vedere non ben per anche assodato il dominio suo in quella città, perchè i Bentivogli si fermavano nello Stato di Milano. Ne fece doglianze col re Lodovico, il quale si alterò non solo per questo, ma ancora perchè esso papa non avea restituiti i suoi benefizii al protonotario, figlio di Giovanni Bentivoglio, ancorchè la facoltà di dimorar nel Milanese ai Bentivogli, e la restituzione suddetta fossero state dianzi accordate dal medesimo papa. Crebbe lo sdegno di Giulio dacchè intese risoluto il re di procedere coll'armi contra di Genova; laonde, senza più attendere il concerto fatto col re di abboccarsi seco, allorchè egli fosse venuto in Italia, nel dì 22 di febbraio si partì da Bologna, e s'inviò alla volta di Roma. Pria nondimeno di abbandonar quella città, ordinò che si rifacesse alla porta di Galiera una fortezza, col pretesto consueto della sicurezza della città, ma infatti per tenere in briglia quel popolo: due azioni che rincrebbero non poco, la prima agli amici de' Bentivogli, e l'altra ad ognun di que' cittadini. Arrivò il papa a Roma nel dì 27 di marzo, dove tutto si applicò ai maneggi d'una forte lega contro i Veneziani, per ricuperar le città da loro occupate in Romagna. E perciocchè i Bentivogli nell'aprile seguente fecero un tentativo per rientrare in Bologna; e veniva lor fatto, se Ippolito cardinal di Este non si opponeva: nel dì primo di maggio fu diroccato il palazzo di essi Bentivogli in Stra' San Donato, che era de' più belli d'Italia di que' tempi. Crebbe nell'anno presente il tumulto di Genova [Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini.]. Perchè fu forzato quel sedizioso popolo dai Franzesi a ritirarsi dall'assedio di Monaco, senza più rispettare la maestà e padronanza del re Lodovico, creò doge Paolo da Novi, tintore di seta, uomo della feccia della plebe, e venne ad un'aperta e total ribellione: tutto pazzamente fatto, perchè niun v'era che lor facesse sperar soccorso per sostenere un sì ardito disegno. Per quanto il cardinal del Finale, cioè Carlo del Carretto, gli esortasse ad implorare il perdono, di cui si faceva egli mallevadore, crebbe la loro ostinazion sempre più. Il re Lodovico, che a sue spese avea imparato qual differenza vi sia tra il fare in persona la guerra e il commetterla ai capitani, passato in Italia, si fermò ad Asti; e, dacchè ebbe fatto venir per mare molti legni armati, si mosse verso il fine d'aprile coll'esercito di terra per passare il Giogo. Poca resistenza potè fare alla di lui possanza lo sforzo dei popolari di Genova, di modo che inviarono ad offerirgli l'ingresso nella città; ed egli, nel dì 28 di esso mese, colla spada nuda in mano, senza volere che si parlasse di patti, vi entrò. Contuttociò non pensò il buon re ad imitare i tiranni, ma sì bene a seguir l'esempio de' saggi ed amorevoli principi, che mai non si dimenticano d'esser padri, ancorchè i sudditi si scordino d'essere figli. Mise buona guardia alle porte della città, affinchè gli Svizzeri e venturieri non vi entrassero e mettessero tutto a sacco. Trovati gli anziani inginocchiati e dimandanti misericordia, rimise la spada nel fodero, contentandosi poi di mettere al popolo una taglia di trecento mila scudi, da pagarsi in 14 mesi, con rimetterne da lì a poco cento mila. Ordinò la fabbrica di una fortezza al Capo del Faro, e, dopo aver fatta giustizia di alcuni, e data nuova forma a quel governo, nel dì 14 di maggio se ne tornò in Lombardia, dove licenziò l'esercito per quetare i sospetti insorti in varii potentati. Bramava egli di ripassare in Francia, ma perchè udì vicina la partenza di Ferdinando il Cattolico da Napoli, che desiderava di seco abboccarsi in Savona, si fermò ad aspettarlo.

Dalle lettere de' suoi ministri d'Aragona e dalle istanze di Giovanna sua figlia regina di Castiglia, veniva esso re Cattolico sollecitato a tornarsene in Ispagna, per ripigliare il governo anche della stessa Castiglia; perciocchè Giovanna dopo la morte del marito arciduca, tanto dolore provò di tal perdita che s'infermò in lei non meno il corpo che la mente. E intanto i due suoi figliuoli, Carlo che fu poi imperadore, e Ferdinando, per la loro età non erano peranche atti al comando. Dopo aver dunque il re Ferdinando lasciate molte buone provvisioni in Napoli e pel regno, e mutati tutti gli uffiziali messi nelle fortezze da Consalvo, nel dì 4 di giugno sciolse le vele verso ponente colla regina sua consorte, e senza volersi abboccare col papa, che si era portato ad Ostia per questo, continuò il suo viaggio. Obbligato da venti contrarii prese porto in Genova, e poscia nel dì 28 di giugno arrivò a Savona, accolto con gran pompa e finezze dal re Cristianissimo, ma con aver prima esatte buone sicurezze per la sua persona. Furono per quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti, dimenticate le precedenti nemicizie, siccome conveniva a principi d'animo grande [Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan.]. Avea Ferdinando, colle maggiori dimostrazioni di benevolenza e promesse di vantaggi, menato seco da Napoli anche il gran capitano Consalvo. Non si saziò il re Lodovico di mirare ed onorare un personaggio che con tante pruove d'accortezza e valore avea tolto a lui un regno; impetrò ancora da Ferdinando che questo grand'uomo cenasse alla medesima tavola, dove erano assisi essi due re e la regina. Sì graziosa finezza del re franzese verso di Consalvo ad altro non servì che ad accrescere le gelosie nella testa spagnuola del re Cattolico. In fatti, siccome avvertirono il Giovio e il Guicciardino, quello fu l'ultimo giorno della gloria di Consalvo; imperocchè, giunto in Ispagna, non potè mai ottenere il grado di gran mastro de' cavalieri di San Iago, per cui gli aveva il re impegnata la parola. Insorsero anche altri dissapori e contrattempi, per cagion dei quali mai più di lui si servì il re nè in affari politici, nè in militari. Mancò di vita Consalvo nel dì 2 di dicembre nel 1515; nè lasciò il re a lui morto di far quegli onori che in vita gli avea negato, con ordinare che dappertutto gli fossero celebrati sontuosi funerali: ricompensa ben meschina ad uomo di tanto merito. Stette poi poco a tenergli dietro lo stesso Ferdinando, siccome dirassi al suo luogo e tempo.


MDVIII

Anno diCristo MDVIII. Indizione XI.
Giulio II papa 6.
Massimiliano I re de' Rom. 16.

L'anno fu questo in cui i principali potentati dell'Europa meridionale si unirono per atterrar la potenza della repubblica veneta, sfoderando cadauno sì le recenti che le rancide pretensioni loro sopra la Terra ferma posseduta da essi Veneti. Ma prima di questo fatto avvenne che Massimiliano re de' Romani si era messo in pensiero di calare in Italia, non tanto per prendere, secondo il rito dei suoi predecessori, la corona e il titolo imperiale in Roma, quanto per ristabilire i diritti dell'imperio germanico in queste provincie, e recare a Pisa, continuamente infestata da' Fiorentini, quel soccorso che tante volte promesso e non mai eseguito, fece poi nascere il proverbio del Soccorso di Pisa [Continuator Sabellici. Guicciardino. Istoria Veneta MS.]. Chiesto a' Veneziani il passo e l'alloggio per quattro mila cavalli, ebbe per risposta da quel senato, che s'egli volea venir pacificamente e senza tanto apparato d'armi, l'avrebbono con tutto onore ben ricevuto; ma che apparendo con tanto armamento diversi i di lui disegni, non poteano acconsentire al suo passaggio. A questa risoluzione de' Veneziani diede maggior fomento Lodovico XII, re di Francia, che con esso loro era in lega, perchè troppo si era divolgato, non mirare ad altro i movimenti di Massimiliano, che a spogliar lui dello Stato di Milano in favore dell'abbattuta casa Sforzesca. Per questo rifiuto e per altri motivi sdegnato Massimiliano, circa il fine di gennaio col marchese di Brandeburgo mosse lor guerra dalla parte di Trento, dove i Veneziani possedevano Rovereto, tentando di aprirsi per le montagne un passaggio verso Vicenza. Poscia con altre forze entrò nel Friuli, e s'impadronì di Cadore con altri luoghi. Abbondava allora l'Italia di valenti capitani, e il senato veneto non fu lento a sceglierne i migliori, e ad ingrossarsi di gente. Niccolò Orsino conte di Pitigliano, generale, fu spedito con Andrea Gritti provveditore a Rovereto, Bartolomeo di Alviano, altro generale, con Giorgio Cornaro alla difesa del Friuli. Mosso a questo rumore il re di Francia, per sospetto che la festa fosse fatta per lo Stato di Milano, ordinò anch'egli a Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, governatore di Milano, di accorrere in aiuto de' Veneziani insieme col famoso maresciallo di Francia Gian-Giacomo Trivulzio.

Seguirono molte baruffe e saccheggi sul Trentino, e in que' contorni, ma non di conseguenza, perchè i Franzesi teneano ordini segreti di attendere alla difesa, e non alla offesa, per non irritar maggiormente Massimiliano. Così non fu dalla parte del Friuli. L'animoso Alviano, entrato nella valle di Cadore, e messi in rotta i Tedeschi, nel dì 23 di febbraio, cioè nell'ultimo giovedì di carnevale, ebbe a patti quel castello. Nel dì seguente pose il campo a Cormons, castello assai ricco e forte di sito, che ricusò di rendersi. Si venne all'assalto e alla scalata, che costò molto sangue agli aggressori, e fra gli altri vi perì Carlo Malatesta, giovane amatissimo nell'esercito, e di grande espettazione. Il Guicciardino e il Bembo mettono la di lui morte sotto Cadore; la Cronica veneta manoscritta, che presso di me si conserva, scritta da chi si trovò presente a tutta la seguente guerra, il fa morto sotto Cormons. Ebbe poi l'Alviano a patti quel castello, e per rallegrare i suoi soldati, loro lasciollo in preda. Quindi si spinse addosso a Gorizia, e in quattro giorni che le batterie giocarono, ridusse nel dì 28 di marzo quel presidio a renderla. Di là si inviò per istrade disastrose a Trieste, città molto mercantile e popolata, il cui distretto fu in breve messo tutto a saccomano. Posto l'assedio per terra, secondato da una squadra di navi venete per mare, fu anch'essa obbligata a capitolare la resa, salvo l'avere e le persone. Lo stesso avvenne a Porto Naone e a Fiume. Allora fu che Massimiliano, al vedere andar ogni cosa a rovescio delle sue speranze, crescere il pericolo suo, cominciò dalla parte di Trento a trattar di tregua, la quale nel dì 30 d'aprile fu conchiusa per tre anni fra esso re dei Romani e i Veneziani, senza voler aspettar le risposte del re di Francia.

Si rodeva di rabbia Massimiliano contra de' Veneziani, per essere uscito con tanta vergogna e danno dal preso impegno, essendo restati in man d'essi i luoghi occupati. Al che si aggiunse ancora il suono di alcune canzoni satiriche pubblicate in Venezia contra di lui. Mostravasi parimente mal soddisfatto dei Veneti il re Lodovico per l'accordo seguito senza consentimento suo con Massimiliano. Ciò servì poscia a riunir segretamente gli animi di questi due potentati contro la repubblica veneta; e tanto più, perchè nelle lor massime concorreva il pontefice, acceso di somma voglia di ricuperar le città della Romagna, e che perciò maggiormente accendeva il fuoco altrui. Sotto dunque lo specioso titolo di acconciar le differenze vertenti fra Massimiliano e il duca di Gueldria patrocinato da' Franzesi, Giorgio d'Ambosia cardinale di Roano, personaggio di grande accortezza, primo mobile della corte di Francia e legato del papa, passò a Cambrai, per trattar ivi di lega con Margherita vedova duchessa di Savoia, munita d'ampio mandato da Massimiliano suo padre. Al qual congresso intervenne ancora, col pretesto di accelerar la pace, l'ambasciatore di Ferdinando il Cattolico, principe che forse fu il primo a promuovere questa alleanza. Nel dì 10 di dicembre fu segnata la suddetta lega offensiva contro la repubblica di Venezia, in Cambrai fra Massimiliano Cesare, Lodovico re di Francia, e Ferdinando re d'Aragona, e per parte ancor di papa Giulio II, ancorchè il cardinal di Roano non avesse mandato valevole a tal atto. Fu insieme lasciato luogo di entrarvi a Carlo duca di Savoia, ad Alfonso duca di Ferrara e a Francesco marchese di Mantova, i quali a suo tempo vi si aggiunsero anch'essi; e fu questa non meno ratificata dai principali contraenti, che dal papa nel marzo dell'anno seguente. Per ingannare il pubblico, altro non si pubblicò allora, se non la concordia ivi stabilita fra Massimiliano e Carlo suo nipote dall'un canto, e il duca di Gueldria dall'altro, e si tenne ben segreta la macchina preparata contra de' Veneziani. Le pretensioni di queste potenze erano, per conto del pontefice, di ricuperar le città di Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza, occupate le prime un pezzo fa, ed ultimamente le altre. L'autore della bella storia franzese della Lega di Cambrai, creduto da molti il cardinale di Polignac, vi aggiugne ancora Imola e Cesena, quasi che ancor queste fossero in mano de' Veneziani, il che non sussiste. La verità nondimeno è, che negli atti di essa lega, dati alla luce da più d'uno, e in questi ultimi anni dal signor Du-Mont nel suo Corpo Diplomatico, si leggono anche le suddette due città per negligenza del cardinal di Roano. Pretendeva Massimiliano, chiamato ivi imperadore eletto, le città di Verona, Padova, Vicenza, Trivigi e Rovereto, il Friuli, il patriarcato di Aquileia, coi luoghi occupati nell'ultima guerra. Così Lodovico re di Francia intendeva di riacquistare Brescia, Crema, Bergamo, Cremona e Ghiaradadda, ch'erano una volta pertinenze del ducato di Milano, quasi che la repubblica veneta non le possedesse da gran tempo in vigore di legittimi trattati. Finalmente il re Cattolico volea riavere i porti del regno di Napoli, già impegnati ai Veneziani dal re Ferdinando, figlio d'Alfonso I, cioè Trani, Brindisi, Otranto e Monopoli nel golfo Adriatico. Delle altre condizioni di questo trattato non occorre ch'io parli, se non che per disobbligar Cesare dal fresco giuramento della tregua di tre anni, fu creduto sufficiente che il papa fulminasse a suo tempo un interdetto ed altre censure orribili contro i Veneziani, se in termine di quaranta giorni non restituivano le terre della Chiesa: dopo il qual tempo richiedesse di assistenza lo eletto imperadore, come avvocato della Chiesa Romana.

Diede fine in quest'anno al suo vivere e a' suoi affanni Lodovico Sforza, soprannominato il Moro, già duca di Milano, dopo aver avuto tempo di far buona penitenza in carcere de' suoi trascorsi peccati. E siccome in que' tempi troppo era familiare il sospetto de' veleni, corse anche voce ch'egli per questa via fosse giunto al termine de' suoi giorni, ma senza apparire alcun giusto motivo di abbreviargli la vita. Nel giugno eziandio dell'anno presente tornarono i Fiorentini a dare il guasto alle biade dei Pisani, con giugnere sino alle mura della città. Questo tante volte replicato flagello estenuò talmente le forze del popolo pisano, che sarebbe oramai stato facile ad essi Fiorentini di ridurlo a rendersi, se non si fossero ritenuti per li riguardi che aveano al re di Francia e al re Cattolico, cadaun de' quali volea far mercatanzia di quella città: cioè esigea di grosse somme, se ne doveano permettere l'acquisto. Diedero inoltre essi Fiorentini un altro guasto a buona parte del Lucchese, perchè non cessava quel popolo di mandar soccorsi a Pisa.


MDIX

Anno diCristo MDIX. Indizione XII.
Giulio II papa 7.
Massimiliano I re de' Rom. 17.

Di grandi avventure o, per dir meglio, disavventure fu ben gravido l'anno presente in Italia. Non si potè tener così occulto il trattato conchiuso in Cambrai, che non traspirasse al senato veneto; e tanto più all'osservare i grandi armamenti che si faceano in più parti. Si cominciarono perciò molti consigli in Venezia per provvedere a turbine sì minaccioso. Trovavasi certamente allora la repubblica veneta nel più bell'auge della sua fortuna. Per l'Istria, per la Dalmazia, in Candia, in Cipri, e in altre parti del Levante si stendea la sua potenza. Uno de' più fertili e ricchi pezzi dell'Italia era sotto il suo dominio. La sola meravigliosa e sì popolata città di Venezia potea dirsi un emporio di ricchezze tanto del pubblico che de' privati, a cagione del gran commercio che da più secoli faceano i Veneti per mare, della gran copia delle lor navi, del dovizioso loro arsenale che non avea pari in Europa. Colà si portavano le merci dell'Oriente, e particolarmente le specierie, che si distribuivano poi per la maggior parte delle città dell'Italia, Germania e Francia. Immenso era questo guadagno, se non che solamente circa questi tempi cominciò a calare, per avere i Portoghesi trovato il passaggio per mare alle Indie Orientali, e sempre più s'andò sminuendo da lì innanzi per l'industria d'altre potenze marittime che passano oggidì a dirittura nelle stesse Indie. Chi vuol avere un saggio delle ricchezze che nel secolo decimoquinto colavano in quella potente città, non ha che da leggere una parlata fatta nell'anno 1421, dal doge Tommaso Mocenigo, e registrata nella Cronica Veneta di Marino Sanuto da me data alla luce [Marino Sanuto, Vita de' Dogi di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. pag. 949.]. Perciò al bisogno grandi erano le forze di quella repubblica non meno in mare che per terra; grande ancora il coraggio, la fedeltà, l'unione. Soprattutto la saviezza, dote inveterata in quel senato, presedeva ai lor consigli; e per le buone e puntuali paghe che dava essa repubblica, facilmente correvano a lei le genti d'armi e i bravi condottieri de' quali allora abbondava l'Italia. Tentarono bensì i Veneziani coll'offerta di Faenza, e fors'anche di Rimini, di placare il pontefice. Fecero altri tentativi presso Cesare e presso il re Cattolico: tutto indarno, perchè niun d'essi credette compatibile col suo onore il recedere dal pattuito nella lega. Si accinsero dunque animosamente i Veneti ad accrescere le lor forze, risoluti alla difesa, e misero insieme un esercito di due mila e cento lancie, ossia d'uomini d'arme, di mille cinquecento cavalli leggieri italiani, di mille e ottocento stradioti greci, e di dieciotto mila fanti da guerra, a' quali aggiunsero ancora dodici mila altri fanti delle cernide de' contadini. La Cronica scritta a penna di autore Anonimo Padovano, ma contemporaneo, la qual si conserva presso di me, riferisce il nome di tutti i capitani [Storia Veneta MS.]; e poi confessa che almeno secento di questi uomini d'arme erano vili famigli, perchè scelti in fretta, ed essere stati que' contadini più atti al badile e all'aratro, che a' fatti di guerra. Poteano questi nondimeno servire per guastatori, e per fianco ai presidiarii, secondo le occorrenze. Oltre a ciò, gran preparamento si fece di legni armati per mare, e ne' fiumi, e nel lago di Garda. Condussero ancora alcuni della casa Orsina e Savella, e Fracasso da San Severino, condottieri di molta gente d'armi. Ma il papa impedì loro il venire. Fu anche impedito il passo a Giovanni conte di Comania, a Michele Frangipane e a Bothandreas capitano della Liburnia, che doveano condurre mille e cinquecento cavalli. Chiamati in consiglio Bartolomeo d'Alviano e il conte di Pitigliano, generali delle lor armi, per intendere i lor sentimenti, l'ultimo d'essi, come più vecchio, fu di parere che si fortificassero le città di Terra ferma, e provvedute che fossero di buon presidio, si stesse alla difesa, menando la cosa in lungo, per li vantaggi che poteano venire dal guadagnar tempo contra una lega facile a disciogliersi per varii avvenimenti [Guicciardino, Storia Veneta MS.]. Giudicò all'incontro l'Alviano, che si avesse ad uscire in campagna, prima che fosse calato in Italia col preparato nuovo esercito il re Lodovico, meglio essendo il far la guerra in casa altrui, che l'aspettarla nella propria; e potendo anche avvenire che si prendesse qualche città dello Stato di Milano, la cui conquista frastornasse i primi disegni de nemici. Prese il senato un partito di mezzo, cioè ordinò che l'esercito non passasse l'Adda, ma si tenesse in que' contorni. Nel mese d'aprile attaccatosi il fuoco nell'arsenale di Venezia, ne bruciò gran parte colla perdita di dodici corpi di galee sottili, e di molte monizioni. Da lì a pochi giorni a cagion d'un fulmine si bruciò la rocca del castello di Brescia con tutta la polve da fuoco e tutte le munizioni. Cadde ancora l'archivio della repubblica: avvenimenti che dalla gente superfiziale furono presi per preliminari e presagi di maggiori sciagure.

Arrivarono di Francia in Italia nella primavera di quest'anno mille e ducento lancie, due mila cavalli leggeri, sei mila fanti Svizzeri, e sei altri mila Guasconi e Piccardi, che si unirono con cinquecento lancie, mille arcieri ed otto mila fanti, che erano nello Stato di Milano. Giunse molto più tardi anche lo stesso re Lodovico col duca di Lorena e copiosa nobiltà franzese. Nel dì 5 d'aprile ebbe ordine Carlo d'Ambosia signor di Sciomonte, di dar principio alla danza con una scorreria. Passato l'Adda a Cassano, prese Treviglio, Rivolta, ed altre castella, mettendo a sacco il territorio. Nello stesso tempo Francesco Gonzaga marchese di Mantova, entrato nella lega, assalì il Veronese, ma fu respinto da Bartolomeo d'Alviano. Prese eziandio Casal Maggiore, ma gli convenne abbandonarlo. In questo mentre fulminò il papa interdetti ed orribili censure contro i Veneziani, e diede principio anch'egli alle offese. Francesco Maria della Rovere, nipote d'esso papa, già divenuto duca d'Urbino per la morte del duca Guidubaldo, e generale dell'esercito pontificio, corse sul Faentino, ed assediò Brisighella, dove perirono fra soldati e abitanti più di due mila persone: e fu dato il sacco alla misera terra, con trattar chiese e donne come avrebbono fatto i Turchi. Ebbe esso duca anche il castello di Russi, e di là andò a mettere il campo a Ravenna, città creduta allora inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi da' Veneziani. Dacchè si furono i Franzesi impadroniti di Treviglio, il conte di Pitigliano generale primario dell'armata veneta, che s'era postato a Pontevico, si affrettò a raunar le sue genti, e mossosi contro i nemici, gli obbligò a ritirarsi di là dall'Adda. Ricuperati alcuni dei luoghi perduti, perchè un buon presidio franzese tenea saldo Treviglio, convenne adoperar le artiglierie, e venire all'assalto. Lo sostennero i Franzesi, ma provata la risolutezza degli aggressori, e perduta la speranza di soccorso, appresso si renderono prigioni. Dionisio de' Naldi capitano della compagnia de' Brisighelli, che innanzi agli altri era stato all'assalto, inviperito ancora per le disgrazie della sua patria, ottenne il sacco dell'infelice terra. Neppur ivi tralasciato fu alcuno sfogo dell'empietà, della crudeltà e della libidine, con rivolgersi nondimeno in grave danno dell'armata veneta siffatta barbarie, perciocchè non poterono i capitani ritener gran copia d'altri soldati, che non corresse a cercar ivi bottino, di maniera che per farli uscire di là, si ricorse al brutto ripiego di attaccare il fuoco alla terra, la quale, dianzi ricca ed amena, si ridusse all'ultima miseria. Di questo scompiglio profittando il re Lodovico, potè a man salva far transitare tutto il suo esercito per li ponti che avea sull'Adda a Cassano.

Furono a vista le due potenti armate, e il re non sospirava che di venir ad un fatto d'armi: lo che non meno era desiderato e proposto dall'Alviano governatore del campo veneto, ed uomo assai caldo. Ma il saggio conte di Pitigliano stette costante in sostenere che il meglio era di temporeggiare, e vincere colla spada nel fodero, oppure di aspettar buona congiuntura per assalirli. Vedutosi dal re, che neppur colla sfida inviata potea tirare i Veneziani ad un conflitto, s'inviò in ordine di battaglia dietro l'Adda per la via che conduce a Pandino. La vanguardia era guidata da Gian-Giacomo Trivulzio, celebre capitano di questi tempi. Il re con lo Sciomonte era nel mezzo. Il signor della Palissa conducea la retroguardia. Similmente si mosse l'armata veneta, e per altro cammino andò fiancheggiando la nemica. L'Alviano guidava la vanguardia, il conte di Pitigliano il corpo di battaglia, e Antonio de' Pii coi legati veneti la retroguardia. O per accidente delle strade, o per industria dei Franzesi, tanto s'avvicinarono i due eserciti, che l'Alviano, quando men sel pensava, si trovò necessitato a menar le mani, e si venne ad un terribil fatto di armi nel dì 14 di maggio, due miglia lungi da Pandino, in luogo appellato l'Agnadello. Con sommo valore si combattè da ambe le parti. Ma non passarono tre ore, che toccò la vittoria ai Franzesi. Circa dieci mila restarono morti sul campo, i più nondimeno italiani. V'ha chi dice otto, e chi solamente sei mila, secondo il costume dell'altre battaglie. Slargò ben la bocca il Buonaccorsi con dire uccisi quindici mila e più de' Veneziani. L'Alviano, ferito in volto, restò prigione, e solamente dopo tre anni fu rimesso in libertà. La strage fu nella fanteria veneta, perchè la cavalleria non tenne saldo. Rimasero padroni i Franzesi del campo, di molta artiglieria, insegne e munizioni. Più strano è il trovar qui discordia fra gli scrittori in un punto di somma importanza: cioè, se crediamo al Guicciardino [Guicciardino.], il conte di Pitigliano colla maggior parte si astenne dal fatto di arme, o perchè già vide disperato il caso per la rotta dell'Alviano, o per isdegno contra di lui per avere, contro l'autorità sua, preso a combattere. Fra Paolo dei Cherici carmelitano veronese, che fiorì in questi tempi, e condusse la sua Storia manoscritta sino al 1537, scrive [Paoli de Clerici, Hist. MS.], che esso conte e i provveditori veneti, sbaragliato che fu l'Alviano, vergognosamente se ne fuggirono. L'autore Anonimo Padovano della Storia Veneta sopraccitata asserisce [Storia Veneta MS.] che il Pitigliano entrò colle sue schiere nel fatto d'armi, e gli convenne voltar le spalle. Lo che vien confermato da un'altra Storia veneta manoscritta, il cui autore veneziano pretende [Altra Storia Veneta MS.] che alcuni capitani italiani usassero tradimento, conchiudendo infine che il Pitigliano con pochi si salvò a Caravaggio. Il Bembo [Bembo.] e Pietro Giustiniano [Petrus Justinian. Rer. Venet.] passano sotto silenzio questo punto. Ben pare che se il Pitigliano fosse stato colle mani alla cintola in sì gran bisogno, si sarebbe tirato addosso un rigoroso processo.

Certo è che tutto l'esercito franzese unito combattè, laddove il Pitigliano arrivò a combattere solamente dappoichè l'Alviano era in rotta. Se unita tutta l'armata veneta fosse stata a fronte de' nemici, poteva essere diverso il fine di quella giornata.

Dappoichè il re Luigi ebbe solennizzata in più forme questa vittoria, appellata dipoi di Ghiaradadda, e ordinato che ivi si fabbricasse una Chiesa col titolo di santa Maria della Vittoria, non perdè tempo a profittare di sì buon vento. Impadronissi di Caravaggio e di tutta la Ghiaradadda; e giacchè era corso il terrore per tutte le città venete, poco stette a rendersegli Cremona, per opera di Soncino Benzone, di cui troppo s'erano fidati i Veneziani. Appresso vennero i Cremonesi alla divozion de' Franzesi, e da lì a qualche tempo anche la fortezza. Altrettanto fece Bergamo. La nobiltà parimente e il popolo di Brescia, veggendo imminente l'assedio, e prevedendo la propria rovina, al primo comparir delle armi franzesi, mandarono al re le chiavi della loro città, giacchè aveano dianzi ricusato di ricevere dentro il presidio veneto. Cavalcò dipoi il re al forte castello di Peschiera, dove il Mincio esce dal lago, e, fatta colle artiglierie buona breccia, si venne all'assalto. Stanchi finalmente i cinquecento fanti che erano ivi di presidio, più volte fecero segno di volersi rendere, ma non esauditi, furono infine tagliati tutti a pezzi dai Franzesi, entrati colà a forza d'armi. Pietro Giustiniano, il Guicciardino e il Buonaccorsi scrivono che Andrea Riva provveditor veneto vi fu impiccato ai merli col figliuolo. Con questa barbarie turchesca si facea la guerra in que' tempi da' principi cristiani. Avrebbe anche potuto il re Luigi passare il Mincio, e insignorirsi di Verona, perchè quel popolo, sull'esempio de' Bresciani, non avea voluto ammettere la guarnigion destinata dai Veneziani. Ma perchè il paese di là dal Mincio era riserbato a Massimiliano Cesare, non se ne volle ingerire. Per tante calamità, e perchè riparo non v'era alla diserzion continua delle poche milizie che s'erano salvate somma era la costernazione in Venezia. Il creduto migliore ripiego, a cui s'appigliò quel saggio Senato, fu di tentare ogni via per placare il papa, Cesare e il re Cattolico, giacchè si scorgea inesorabile il re Cristianissimo. Diedero dunque ordine ai cittadini di Verona e Vicenza di rendersi a Massimiliano, subitochè si presentassero l'armi, senza fargli resistenza. Altrettanto fecero sapere a' loro uffiziali esistenti in Faenza, Rimini, Cervia e Ravenna, che rendessero quelle città; e ciò prima che spirassero i giorni prescritti nel monitorio. Questi ordini furono eseguiti, eccettochè per la rocca di Ravenna, che tenne forte, e infine o per comandamento del Senato, o per mancanza di vettovaglie, venne in potere del papa. Un brutto esempio di fede violata si vide allora, perchè i governatori veneti di quella città, contro le capitolazioni, furono ritenuti prigioni. Il duca d'Urbino entrò in possesso di quelle città, e le guarnigioni si ritirarono a Venezia. Ai ministri del re Cattolico nel regno di Napoli s'arrenderono poi le città che i Veneziani possedeano ivi sulle spiaggia dell'Adriatico: del che contento il re più non s'impacciò in guerra contro di loro. Quanto a Massimiliano Cesare, mirabil era la negligenza sua in questo frangente, raunando egli assai lentamente il suo esercito in Trento. Venne finalmente quel dì, in cui il vescovo di quella città ebbe ordine di calare in Lombardia con un corpo di gente. Se gli diedero tosto Verona e Vicenza. Mandato un araldo anche a Padova, che non avea voluto ricevere le genti d'arme de' Veneziani, quel popolo a' dì 4 di giugno consegnò la città a Leonardo Trissino, che vi andò per parte dell'imperadore con soli trecento fanti tedeschi. Anche la nobiltà di Trivigi mandò ambasciatori a Padova ad offerir la città al re dei Romani; ma quegli uffiziali affaccendati in rubare, e in bere il buon vino, tanto tardarono, che sollevatosi in Trivigi un certo Marco Calegaro, gridando: Viva San Marco, mosse la plebe contra de' nobili, diede il sacco agli Ebrei, e tempo a' Veneziani di spedir colà ottocento fanti che quetarono il tumulto, e tennero salda la città, molti de' cui nobili furono mandati a provar cosa fossero i camerotti di Venezia.

Nella lega di Cambrai era entrato anche Alfonso duca di Ferrara, e per maggiormente animarlo il papa l'avea nel dì 19 d'aprile creato gonfaloniere della Chiesa romana [Muratori, Antichità Estensi, tom. 2.]. Mandò egli, nel dì 10 di maggio, trentadue pezzi di artiglieria al campo della Chiesa, ch'era sotto Ravenna. Poscia uscito colle sue genti in campagna, nel dì 30 di quel mese s'impadronì di Rovigo e di tutto il suo Polesine, e poscia d'Este, Montagnana e Monselice, antichi retaggi della Casa d'Este. Così Cristoforo Frangipane prese nell'Istria alcune castella de' Veneziani; ed il duca di Brunswich s'impadronì di Feltre e di Belluno con varie terre del Friuli. Tutto insomma era in conquasso il dominio veneto in terraferma. Per tanta confusione e tracollo delle cose sue volle il senato veneto tentar, se potea, di raddolcir l'animo di Massimiliano Cesare: al qual fine gl'inviarono Antonio Giustiniano con ordine di fare ed esibir tutto, purchè potesse rimuoverlo dal continuar le offese. Leggesi nella Storia del Guicciardino la parlata d'esso oratore, piena di tanta umiltà, che sembrando piuttosto viltà a chi visse parecchi anni dopo quello storico, la giudicarono una mera invenzione di lui, come son tante altre concioni, fatture del solo suo ingegno, ancorchè egli scriva di aver tradotta questa dal latino, nel qual linguaggio fu recitata dal Giustiniano. Io non entrerò in questa disputa, per cui si son molto scaldati vari autori, come diffusamente si può vedere nella Storia franzese della Lega di Cambrai. Solamente dirò, che lo stesso Bembo attesta, dato ordine al Giustiniano di procurare la pace con qualsivoglia dura condizione, e di riconoscere da Cesare qualunque terra dell'impero che la repubblica possedesse in Friuli e Lombardia. Questa ambasciata, ossia che seguisse dopo tante perdite, come vuole il Guicciardino, oppure prima, secondochè s'ha dal Bembo, credendo altri, che due volte il Giustiniano fosse inviato a Massimiliano, a nulla servì. Perciò il senato veneto, non obbliando l'antica sua generosità, diedesi a fare ogni possibile sforzo per accrescere il quasi annichilato esercito suo. Vennero a Venezia i presidii, che abbandonarono la Romagna e il regno di Napoli; giunsero dall'Istria, Albania e Dalmazia non poche schiere di gente bellicosa; e il conte di Pitigliano generale, coll'esibir grosso ingaggiamento, trasse alle sue bandiere assaissimi soldati italiani, di maniera che si mise insieme un esercito capace di campeggiare. Intanto i cardinali Grimani e Contarino aveano fatti buoni uffizii in Roma presso il papa, facendo conoscere che la repubblica coll'avere restituite le città della Romagna entro il termine dei ventiquattro giorni prescritti dal monitorio, non era incorsa nelle censure; e parve loro di scoprire qualche buon raggio di animo mitigato del pontefice: del che avvisato il senato, mandò tosto a Roma ambasciatori con isperanza di guadagnar molto più con questa sommessione. Non furono pubblicamente ricevuti. Pretese il papa non adempiuto quanto era intimato dalla bolla, e però incorse le censure. Mosse ancora varie altre dure pretensioni contra della repubblica. Venuti siffatti disgustosi avvisi al senato veneto, si scatenarono le lingue de' più contra del papa, con giugnere (siccome abbiamo dal Bembo) Lorenzo Loredano figlio del doge a dire ad alta voce, che giacchè il Turco, informato delle lor disgrazie, si era esibito di mandar loro soccorsi, conveniva prevalersene contra di questo non pontefice, ma carnefice, d'ogni crudeltà maestro. Il doge ed altri più saggi presero poi la risoluzion di scrivere al papa lettere piene d'umiltà e d'ubbidienza, confessandosi rei, e rimettendosi alla clemenza di sua santità: lettere che produssero poi buon frutto, siccome diremo.

Aveano già cominciato i Padovani ad assaggiar più d'un poco qual fosse il disordinato governo dei loro ospiti novelli. Frequenti si provavano i rubamenti; non era salvo l'onore delle donne; le risse, che spesso succedeano coi soldati, costavano la vita ai cittadini e il sacco alle lor case. Però non istette molto quel popolo infermo a desiderare di mutar fianco. Di questa lor disposizione, e del poco presidio, e della mala guardia che si faceva in Padova, essendo informati i Veneziani, fu proposto in senato di ricuperar Padova. Vi fu chi arringò in contrario; ma sì efficacemente perorò Lodovico Molino [Petrus Justinian., Rer. Ven., lib. 10.], che fu decretato di tentarne l'impresa. Trovavasi in questi tempi sotto Asolo, terra nobile del Trivigiano, lo smilzo esercito imperiale, di cui era stato creato generale da Massimiliano Cesare Costantino despota della Morea, spogliato dal Turco de' suoi Stati. L'armata veneta, che era a Trivigi, gli diede un giorno una buona spelazzata: lo che accrebbe il coraggio per cose maggiori. Si fece poi correre voce fra i villani del Padovano che si avea da prendere Padova, e permetterne il sacco: sinfonia che mirabilmente infiammò il cuore di quella gente, dimentica di ogni dovere verso la propria città, per sì fatta maniera, che otto mila d'essi, prese l'armi, volarono all'armata, invasati dalla speranza di sì ricco bottino. Anche da Venezia gran copia di nobili e plebei accorse alla desiderata conquista e preda, venendo in barche per la Brenta e pel Bachiglione. Staccatosi dunque da Trevigi l'esercito veneto sotto il comando del conte di Pitigliano, e passato a Noale, fu spedito innanzi Andrea Gritti legato con cinquecento cavalli leggeri; il quale, unitosi con altri fanti che erano a Mirano, e colle brigate dei contadini, sul far del giorno tacitamente s'avvicinò a Padova, e, mandate innanzi alcune carra di fieno, che fecero buon giuoco, ebbe la fortuna di prendere la porta di Codalunga, col cui capitano per altro passava intelligenza. Arrivando poi di mano in mano genti fresche a sostenerlo, s'inoltrò più avanti. Gli uffiziali cesarei sì per questo, come per udire il popolo gridar Marco, Marco, spaventati si rifugiarono nel castello; e contuttochè seguisse qualche battaglia, pure poco stettero i Veneti ad impadronirsi di tutta la città. Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe. Rimasero saccheggiati tutti i banchi, le case e botteghe de' Giudei, e circa ottanta case di nobili padovani aderenti agl'imperiali, con perdita di grandi ricchezze. Tutto era in confusione, urli e grida. Volle Dio che tardasse molto a giugnere il grosso della armata, e che le infinite barche vegnenti per li canali trovassero del contrasto: altrimenti, se giugneva tanta gente, che difficilmente si sarebbe frenata, tutta restava desolata l'infelice città. Ma in questo mentre si proclamò un bando, che sotto pena della forca niun più osasse di saccheggiare; laonde, arrivato nello stesso giorno il Pitigliano col maggior nerbo dell'armata, e chiunque veniva per acqua, trovarono per lor conto sparecchiata la tavola.

Se ascoltiamo l'autor franzese della Lega di Cambrai, fu ricuperata Padova dall'armi venete nel dì 18 di giugno. La verità si è, che sì bel colpo riuscì loro nel dì 17 di luglio di quest'anno, correndo la festa di santa Marina, poi da lì innanzi, ed anche oggidì, molto solennizzata in Venezia per memoria di questo avvenimento, che fu il principio del risorgimento della repubblica. Così ha il Bembo [Bembo.], il Guicciardini [Guicciardini.], Pietro Giustiniano [Giustiniani, Rer. Venet.], la Storia Veneta manoscritta [Storia Veneta MS.]. Nell'altra Storia Veneta, scritta a penna che è di un autor padovano, il quale si trovò presente a questi fatti, è scritto [Anonimo Padovano, Storia Veneta.]: Questo fu a dì 17 del mese di luglio, l'anno di nostra salute 1509, giorno di santa Marina, in martedì: che tale appunto, secondo la lettera dominicale G, fu il dì 17 di quel mese; e non già del 1510, come per errore si legge negli almanacchi di Venezia. Nè si dee tacere, avere quest'ultimo storico con gran franchezza attribuito a un tradimento di Costantino despoto della Morea, che comandava allora le soldatesche italiane di Massimiliano, il riacquisto di Padova fatto dai Veneziani. Pretende egli che papa Giulio avesse già riconosciuto essere il meglio della Chiesa e della Italia che si conservasse la repubblica di Venezia, per opporla non meno ai Turchi, che alle potenze cristiane, le quali venivano a conculcare e mettere in ceppi le provincie italiane: laonde, dati ordini segreti ad esso Costantino di favorir sotto mano i Veneti, il mandò a Trento a Massimiliano Cesare con cinquanta mila ducati per sollecitarlo a calare in Italia, per paura che i Franzesi non prendessero il rimanente dello Stato veneto. Fu inviato costui a Padova colle genti imperiali. Per quanto que' Padovani che amavano il nome imperiale lo scongiurassero di non ispogliar la città dell'opportuno presidio, volle egli andare a campo ad Asolo. Crebbero le apparenze che Padova fosse in pericolo; ma per quanto anche i suoi capitani, cioè Pandolfo Malatesta, Lodovico e Federigo da Bozzolo, il marchese d'Ancisa ed altri, il consigliassero di cacciarsi in Padova troppo sprovvista di gente, nulla mai volle consentirvi. Potrebbe essere che costui non peccasse d'infedeltà, ma bensì di superbia e d'imperizia nel maneggio della guerra. E quando mai fosse stato reo d'infedeltà, sembra più verisimile che da' saggi Veneziani fosse egli segretamente guadagnato, e non già imbeccato dal pontefice, il quale non per anche avea sposati gl'interessi della repubblica veneta. Ebbe Padova motivo di ringraziar Dio per essersi salvata da un sacco universale; ma non potè per altro verso schivare la propria rovina. Imperocchè, bisogna confessarlo, quasi tutta quella nobiltà s'era mostrata vogliosa di mutar governo, e dichiarata in favore degli imperiali. Non ne mancò loro il castigo. Preso che fu da' Veneziani il castello di Padova a discrezione, sì quei nobili che colà s'erano ritirati, che molti altri presi nella città, furono inviati nelle carceri di Venezia, dove Leonardo de' Trissini finì presto la vita, altri sul fine di novembre furono pubblicamente giustiziati (rigore nondimeno fin dallo stesso Bembo disapprovato), e que' pochi che poterono durar ivi per molti anni, si videro poi confinati in varii luoghi delle coste marittime. Oltre a ciò, la maggior parte degli altri nobili padovani fu chiamata a Venezia, con ordine di presentarsi ogni dì a un certo ufficio. Molti di essi e delle principali famiglie, per paura e per altre cagioni, se ne fuggirono dipoi, con venire perciò dichiarati ribelli, ed applicati al fisco tutti i lor beni. L'autor padovano registra il nome di chiunque soggiacque a tal flagello, per cui perì il fiore di quella nobiltà. Qui nondimeno non finirono le sciagure di quel povero popolo.

L'avere in questa maniera, cioè quasi dissi tanto vilmente, Massimiliano Cesare lasciata perdere la nobil città di Padova, mosse allora le voci di ognuno, e poi le penne, degli storici a proverbiare la di lui somma disattenzione e indolenza nel non mai unire il suo esercito e calare in Italia. Già titubavano anche le città di Verona e Vicenza, nella qual ultima si ritirò in fretta il despota Costantino; e d'uopo fu che, per sostenerla, accorresse il signor della Palissa con settecento lancie franzesi. Intanto i Veneziani ricuperarono tutto il contado di Padova, e venne lor fatto di acquistar anche Lignago, terra ossia castello forte sull'Adige, che mirabilmente servì loro in questa guerra. Riuscì eziandio ai medesimi un colpo che fece grande strepito per Italia. Se ne stava Francesco marchese di Mantova nell'isola della Scala con poche truppe, dimentico della vigilanza e delle precauzioni che ogni accorto capitano dee prendere in tempo di guerra. Di ciò avvisato dai villani Carlo Marino provveditor di Lignago, segretamente disposte le cose, spedì colà Lucio Malvezzi con ducento cavalli leggeri, e Citolo da Perugia con ottocento fanti e molte brigate di contadini, che, giunti la notte, svaligiarono d'armi, cavalli e arnesi tutti i soldati del marchese. Fuggì egli in camicia, e nascoso in un campo di miglio o saggina, promise molto ad un villano, se il salvava; ma, da costui tradito, cadde in mano di chi gli faceva la caccia. Fu condotto a Lignago, e quindi a Venezia, dove fu carcerato nella prigion delle Torreselle, e quivi per lungo tempo si riposò. L'Equicola [Equicola, Cronica di Mantova.] e fra Paolo carmelitano [Paul. de Cler., Hist. MS.] riferiscono al dì 9 d'agosto la prigionia di questo principe. Il Buonaccorsi scrive [Buonaccorsi, Diario.] che nel dì 7 dì agosto s'intese questa nuova in Firenze. Ma falla, perchè il Bembo [Bembo.] va d'accordo coll'Equicola. Intanto il re Lodovico era tornato in Francia. Per ordine di Massimiliano, il principe di Analto, il duca di Brunsvich e Cristoforo Frangipane fecero guerra ai Veneziani, e misero sossopra il Friuli e l'Istria, dove seguirono saccheggi, incendii e baruffe non poche. Udine capitale del Friuli fece buona difesa; più ancora ne fece Cividale contro le artiglierie e gli assalti d'esso duca. E perciocchè ben conoscevano i Veneziani che il pigro Massimiliano Cesare, dopo aver tante volte detto di voler calare in Italia, una volta infine calerebbe e che il suo turbine s'andrebbe a scaricar sopra di Padova, si diedero colla maggior sollecitudine a fortificar la città, e a provvederla di meravigliosa quantità di viveri e munizioni da guerra. Colà ancora spinsero il nerbo maggiore della lor fanteria e cavalleria, colla giunta di ducento giovani veneti volontarii, cadauno de' quali menò seco a sue spese dieci o quindici o venti uomini armati. Il doge Loredano servì d'esempio agli altri col mandarvi due suoi figliuoli. Lo stesso conte di Pitigliano generale dell'esercito, quando fu il tempo, s'andò quivi a rinchiudere.

Circa gli ultimi dì d'agosto venne alla perfine alla volta di Padova l'esercito di Massimiliano re de' Romani; esercito formidabile pel numero de' combattenti, ma senza ordine, senza unione, perchè composto di varie nazioni e di molti volontarii. Lo stesso re v'era in persona, ma seco non era venuto quell'oro che occorreva al bisogno delle grandi imprese, avendo questo principe sempre avuto non minor cura di raunarne, che di lasciarselo fuggire di mano, avaro insieme e prodigo. Cento cinquanta cinque mila scudi d'oro, a lui pagati del re Luigi per l'investitura di Milano, ottenuta nel dì 14 di giugno dell'anno presente [Du-Mont, Corp. Diplomat.], c circa cento sessanta mila ducati d'oro che per più capi esso Augusto avea ricavato dal papa, fecero presto le ali. Però la principal paga, che si dava a questa gente, era di permetter che saccheggiassero tutto il Padovano. Terribile fu infatti la desolazione di quel fertilissimo paese; ma costò anche non poco a quei nobili assassini, perchè i contadini, oltre all'essere sempre stati ben affetti e fedeli alla repubblica, irritati dal crudel trattamento d'essi imperiali, quanti ne poterono cogliere, tanti sacrificarono alla loro vendetta. Venne a rinforzare l'armata cesarea Ippolito cardinale d'Este, personaggio intendente delle cose di guerra, spedito da Alfonso duca di Ferrara suo fratello con cento lancie, ducento cavalli leggeri, due mila fanti, pagati a sue spese, e gran copia di artiglierie. Giunse ancora Lodovico Pico conte della Mirandola, mandato da papa Giulio, con ducento lancie della Chiesa e ducento cavalli leggeri. Mandovvi parimente il governator franzese di Milano molti uomini d'armi e munizioni da guerra in abbondanza. Quando ognun si credeva che Massimiliano con sì potente esercito avesse da assorbire Padova, cominciò egli a perdere il tempo in impadronirsi di Limene, Monselice, Este, Montagnana ed altri luoghi. Lo storico padovano attribuisce ancor questo ai consigli del despota della Morea e del conte della Mirandola per le segrete commissioni date loro dal papa. Si venne pure una volta a stringere d'assedio Padova nel mese di settembre: assedio strepitoso, descritto dal Guicciardini, dagli storici veneti e dall'Anonimo Padovano. Altro a me non permette di dire l'istituto mio, se non che per quindici giorni vi si fecero di grandi prodezze dall'una parte e dall'altra, e vi perirono migliaia di persone; finchè, nel dì 27 di settembre, fu sì valorosamente difeso un bastione dall'assalto degl'imperiali, che loro calò la voglia di tentarne di più. Avendo dunque assai conosciuto Massimiliano l'insuperabil difficoltà dell'impresa, scemata di molto l'armata sua, vicine le pioggie, che poteano fargli più guerra che gli stessi avversarii, nel principio di ottobre si ritirò con tutte le sue genti in Vicenza. E quindi, licenziata buona parte di esse, con poco onore se ne tornò in Germania.

Dopo sì felice successo, maggiormente cresciuto l'animo ai Veneziani, ricuperarono con facilità Vicenza, aiutati da quel popolo, che sospirava di tornare alla loro ubbidienza. Quindi s'inoltrarono sotto Verona, città che sarebbe caduta anch'essa, se il signor di Sciomonte non l'avesse rinforzata con trecento lancie franzesi, con somministrare anche le paghe a quel presidio, a cui non poteva o sapeva provvedere Massimiliano. Per questo l'armata veneta prese quartiere nel verno a Soave, San Bonifazio e Cologna, continuamente scorrendo poi sino alle porte di Verona, e tenendola molto angustiata. Ricuperarono eziandio i Veneti Feltre, Cividal di Belluno, ed altri luoghi nel Friuli. Ma il loro sdegno maggiore era contra di Alfonso duca di Ferrara, non solamente per aver egli tolto loro il Polesine di Rovigo, ma per essersi anche fatto investire da Massimiliano Cesare di Este e Montagnana, antichi dominii della sua casa. Pertanto a' suoi danni spedirono per Po un'armata di diciotto galee, di alcuni galeoni e di assaissime altre barche tutte piene di combattenti, sotto il comando di Angelo Trevisano. I saccheggi ed incendii di qua e là dai gran fiume, furono per più giorni il continuo loro esercizio; il che riempiè di spavento la stessa città di Ferrara. A questo improvviso temporale non punto sbigottito il duca Alfonso, unite che ebbe le sue genti, ed ottenuto anche un rinforzo di Franzesi, uscì contro i Veneti, premendo a lui specialmente di sloggiar li da una bastia che essi aveano piantata di qua dal Po in faccia alla Polesella Sanguinoso ed inutile riuscì l'assalto dato a quel sito nel dì 30 di novembre. Perì in quelle battaglie Lodovico Pico conte della Mirandola, stando a' fianchi del cardinal d'Este. Fu anche nel dì 4 di dicembre presa dai Veneziani la città di Comacchio, e saccheggiata con tutte le barbare appendici della licenza militare. Maniera non appariva di levarsi di dosso così malefici spiriti, se non che lo ingegno del cardinal d'Este seppe trovare un valevol esorcismo. Non pochi cannoni e colubrine fece egli postare di notte dietro gli argini del Po di sopra e di sotto della flotta veneta; e col taglio di essi argini formate le occorrenti troniere, sul fare dell'alba nel dì 21 di dicembre cominciò a salutar con que' bronzi le galee e barche nemiche. Due di quelle galee calarono a fondo, una restò consunta dal fuoco. Ognuno cercò di fuggire. Lo stesso Trivisano ebbe pena a salvarsi. Giunte ancora addosso a loro molte barche piene di soldati ferraresi, fecero del resto, in maniera che vi restarono circa tre mila Veneti o uccisi, o annegati, o presi. Vennero in potere di Alfonso tredici galee con assaissimi legni, molte bandiere, infinite munizioni da bocca e da guerra; e il tutto trionfalmente fu condotto a Ferrara, dopo aver presa a forza d'armi la bastia de' Veneziani, con tagliar a pezzi secento Schiavoni che ivi erano di presidio.

Con questi sì strepitosi successi terminò la campagna dell'anno presente in Lombardia. Altri se ne contarono in Toscana. Imperciocchè i Fiorentini, il maggior pensiero de' quali era la ricuperazion di Pisa, mentre le altre potenze erano impegnate altrove, si accinsero a dar l'ultima mano a quell'impresa. Sapeano che quell'ostinato popolo per la fame si trovava ridotto ad un miserabile stato, cibandosi la plebe de' più schifosi alimenti. S'erano preparati in Genova molti legni, per condurre a quella città una buona quantità di grano. Se n'ebbe notizia in Firenze, e però furono inviati uomini di arme e artiglierie alle foci dell'Arno e in Val di Serchio, per impedire il passo. Furono astretti, nel dì 18 di febbraio, i Genovesi a tornarsene indietro. Fabbricate poi due bastie con un ponte sopra Arno, strinsero i Fiorentini maggiormente quella città, i cui rettori finalmente, vedendo disperato il caso, mossi ancora da qualche interna sollevazione, inviarono ambasciatori a trattar della resa. Benchè avessero i Fiorentini potuto aver quella città da lì a poco tempo a discrezione, e vendicarsi di quel popolo da cui aveano ricevute non poche ingiurie, pure non lasciarono da saggi di accettar la resa con delle condizioni molto amorevoli e vantaggiose ai Pisani: capitolazione che fu anche religiosamente osservata, dal che ne venne loro gran lode. Vi entrarono dunque pacificamente nel dì 8 di giugno, e vi fecero tosto rifiorir l'abbondanza e la pace.