ANNALI
D'ITALIA
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ANNALI
D'ITALIA

DAL
PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
SINO ALL'ANNO 1750
COMPILATI
DA L. ANTONIO MURATORI
E
CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI
Quinta Edizione Veneta


VOLUME SETTIMO


VENEZIA

DALL'I. R. PRIVILEGIATO STAB. NAZIONALE
DI GIUSEPPE ANTONELLI ED.

1846


[INDICE]


ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750

MDCLXXV

Anno diCristo MDCLXXV. Indiz. XIII.
Clemente X papa 6.
Leopoldo imperadore 18.

L'anno fu questo del giubileo romano, aperto con gran solennità da papa Clemente X, non avendo mancato il santo padre di contribuir molte limosine in alimento de' poveri pellegrini, di lavar loro i piedi e di regalarli. Più ancora avrebbe desiderato di fare, se la nemica podagra non l'avesse per lo più sequestrato in letto. Il concorso de' popoli non fu molto, perchè in troppi paesi bolliva la guerra, ed era in certa maniera cessata da gran tempo la novità di quella santa funzione. Gran tempo ancora continuò in Roma il dibattimento della controversia insorta fra il cardinale Altieri e gli ambasciatori delle corone, per l'editto pubblicato intorno alla nuova imposta della dogana. Ma finalmente nel luglio dell'anno presente, coll'interposizione del cardinale Colonna, ebbe fine, con aver dichiarato esso Altieri, non essere mai stata sua intenzione di comprendere in quell'editto i ministri delle corone, e che il papa farebbe sapere ai lor padroni che non era mai stata diversa la mente sua, con altri ripieghi di rispetto verso gli ambasciatori suddetti. La politica del mondo coll'empiastro delle bugie suol bene spesso sanar le piaghe. Si potea sulle prime terminar questa battaglia colla confessione di ciò che, detto colle labbra, ma non col cuore, sì tardi venne alla luce. Un grave sconcerto accadde nell'anno presente in Toscana. A Cosimo III gran duca avea la gran duchessa Margherita Luigia d'Orleans partoriti due principi, cioè Ferdinando primogenito e Gian-Gastone, ed una principessa, cioè Anna Maria Luigia, che fu col tempo elettrice palatina. Fra questi due nobilissimi consorti sorsero dissensioni ed amarezze tali, che passarono ad una irreconciliabil divisione. Comunemente si credette che la vedova gran duchessa madre del duca, cioè Vittoria dalla Rovere, non approvasse la libertà franzese della nuora, e movesse il figlio a far delle doglianze. Savio principe sempre fu il gran duca Cosimo. Disgustata ritirossi la giovine gran duchessa in una casa di campagna con animo risoluto di tornarsene in Francia; ma fu ivi fermata e custodita dalle guardie postevi da esso gran duca, il quale non lasciò d'interporre, quanti mai seppe, ambasciatori e cardinali per rimuoverla da questo disegno, e persuaderle la riunione; ma senza che riuscisse ad alcuno di far breccia nel suo cuore.

Andarono le ragioni dell'una e dell'altra parte a Parigi; e il re, a cui non piaceva di disgustare un sovrano di tanto riguardo, e nè pur voleva abbandonare una principessa sua cugina, spedì a Firenze il vescovo di Marsiglia, sperando che alla di lui eloquenza e destrezza, sostenuta dal carattere di suo inviato, potesse riuscire di riconciliar gli animi loro. Ma questo prelato perdè la carta del navigare in tutto il suo negozio, trovandosi più che mai ostinata nel suo proponimento la gran duchessa. Sì fatte durezze cagion furono che il marito anch'egli concepì una gran ripugnanza a riunirsi con chi ne mostrava tanta verso di lui; e però venne alla risoluzione di lasciarla andare con un convenevole, cioè ricco annuo assegnamento. Ma prima restò concertato col re Cristianissimo, di consenso di lei medesima, che essa in Francia si eleggerebbe un chiostro per passarvi il resto de' suoi giorni, senza poter comparire alla corte. Sul fine dunque di giugno, servita da tre galee, arrivò questa principessa a Marsiglia, portando in Francia una rara bellezza e insieme una egual saviezza; passò dipoi a chiudersi senza rigorosa clausura nel monistero di Montmartre, dove il re e tutta la famiglia reale furono a visitarla. Questo divorzio fece poi scatenare le lingue e penne maligne degl'interpreti delle azioni altrui, imputandone chi all'una e chi all'altra parte il reato, con vitupero di principi tanto sublimi. La verità si è, che tanto essi principi che i mediatori della pace usarono la prudenza di non rivelar questo arcano; e se lo penetrarono i Fiorentini pratici di quella corte, seppero anche tirarvi sopra la cortina sì in riguardo alla carità, che pel rispetto dovuto ai proprii sovrani. Certo è altresì che mai più non si trovò maniera di riunirli: disgrazia memorabile per l'insigne famiglia de Medici, che forse non sarebbe venuta meno ai nostri giorni, se quella sì giovine e feconda principessa avesse continuata la buona armonia col consorte, e prodotti altri figli atti a supplire la poca fortuna dei primi.

Sul fine del gennaio dell'anno presente terminò il suo vivere, dopo essere giunto a più di novant'anni, Domenico Contarino doge di Venezia, a cui succedette nel dì 6 di febbraio Niccolò Sagredo procurator di San Marco. Similmente ebbe Torino di che piangere per l'immatura morte di Carlo Emmanuele II duca di Savoia, succeduta nel dì 12 di giugno e da lui abbracciata con sentimenti di vera pietà e di generosa costanza. Siccome egli avea sempre studiate le maniere di farsi amar dai suoi popoli, praticando con tutti una somma affabilità e cortesia, e una gran gentilezza verso le dame, onorandole del braccio, e mostrandosi liberale, splendido e generoso in ogni sua azione; così allorchè fu agli estremi della vita, volle che si aprissero le porte, acciocchè il suo popolo potesse anche veder lui morire, ed egli godere que' pochi momenti di vita della vista dei suoi cari sudditi. Oltre una lunga memoria delle sue molte virtù, ne lasciò egli non poche altre, per aver cotanto ingrandita ed abbellita la città di Torino, formata di Monmelliano una inespugnabil fortezza, fabbricati ponti, rotte e spianate montagne per far passar le carrozze, dove con difficoltà prima passavano gli uomini. A lui succedette in età pupillare il principe di Piemonte, cioè Vittorio Amedeo, unico suo figlio, che non aveva peranche compiuto l'anno nono di sua vita, sotto la tutela e reggenza di madama reale Giovanna Maria Batista di Nemours, sua madre: principe nato per esaltare la sua real casa ai primi onori, siccome vedremo andando innanzi. Noi lasciammo la ribellata città di Messina in gravi angustie sì per la mancanza dei viveri, perchè molto vi volea a sostener tanto popolo, e sì perchè gli Spagnuoli maggiormente stringevano quella città, con aver presa la torre del Faro, il Piè di Grotta ed altri passi, dove attesero a ben fortificarsi. Ma eccoti arrivar colà, nel dì 5 di gennaio, spediti dalla corte di Francia, i marchesi di Valavoir e di Valbella con diecinove vascelli, che sbarcarono molte milizie e copiosa provvisione di vettovaglie, così che rimasero assai consolati quegli afflitti cittadini. Pure poco giovò questo soccorso, perchè gli Spagnuoli non solamente andavano di mano in mano accrescendo le lor forze per terra, ma eziandio con venti vascelli da guerra e diecisette galee tenevano bloccato il porto di Messina, e tentarono anche un dì di bruciare i legni franzesi: il che loro non venne fatto. Il non poter entrare viveri nè per terra nè per mare ridusse di nuovo in miseria quel popolo, ostinato nondimeno in rifiutare il perdono esibitogli, non perchè nol desiderasse, ma perchè temeva di avere a pagarlo troppo caro.

In rinforzo d'essa città giunse, nel dì 11 di febbraio, spedito da Tolone, il duca di Vivona, conducendo anch'egli nove vascelli da guerra, una fregata leggiera, tre brulotti e otto barche cariche di viveri. Stava ancorata la flotta spagnuola, ed appena scoprì i legni nemici, che salpò, e a vele gonfie andò a far loro il chi va là. Attaccossi una battaglia che durò più ore; e già rinculavano i Franzesi come inferiori di forze, quando il signor di Valbella, avvisato di quel combattimento, uscì del porto di Messina con sei vascelli da guerra, e diede alle spalle degli Spagnuoli. Ripigliato allora coraggio i Franzesi, ricominciarono una fiera danza con tal successo, che gli Spagnuoli con buon ordine si ritirarono fino a Napoli, lasciando nondimeno in poter de' nemici un vascello di quaranta cannoni. Per lo arrivo di questo aiuto gran festa si fece a Messina, tuttochè fosse un piccolo bicchier d'acqua a chi avea tanta sete. Intanto tre mila e cinquecento Tedeschi, ai quali aveano i Veneziani difficultato il passaggio per l'Adriatico, pervenuti a Pescara, di là passarono con secento altri fanti napoletani a rinforzare il campo che tenea bloccata Messina. Ma sul principio di giugno anche agli assediati arrivò un altro numeroso convoglio di più di cento vele, vegnente da Tolone, sotto il comando del signore d'Almeras e del cavaliere di Quene, che sbarcò sei mila fanti e mille cavalli con ogni sorta di munizioni. Avendo poi questa gente tentato di levar la Scaletta e un altro posto agli Spagnuoli, ed essendo anche passata ad assalir Melazzo, dove si trovava in persona il vicerè, altro non ne riportò che delle buone spelazzate. Pure s'impadronirono della città d'Augusta, e andarono poi pel resto dell'anno facendo altre picciole fazioni, che non importa riferire, se non che tornarono gli Spagnuoli ad impossessarsi della torre del Faro, e per una tempesta perderono sette de' loro vascelli. Intanto fra i Messinesi e Franzesi cominciò a scorgersi poca intelligenza: il che accrebbe agli Spagnuoli la speranza di vincere in breve quella pugna. Gran guerra fu in quest'anno in Germania e Fiandra fra i collegati dall'una parte e i Franzesi dall'altra. Non mancarono assedii, battaglie e barbarici saccheggi di paese. Il celebre maresciallo di Francia Arrigo della Torre d'Auvergne, visconte di Turrena, colpito da una palla di cannone, vi lasciò la vita nel dì 27 di luglio, essendo mancato in lui uno dei più insigni capitani del secolo presente. Carlo IV duca di Lorena, ma duca solo di nome, perchè in mano de' Franzesi era il suo ducato, s'acquistò anch'egli gran nome colla presa di Treveri, facendo quivi prigione il maresciallo franzese duca di Crequì; ma poco sopravvisse egli a questa gloria, essendo mancato di vita nel dì 17 di settembre. Ne' suoi diritti e titoli succedette Carlo V suo nipote, che col suo valore maggiormente illustrò la nobilissima sua casa.


MDCLXXVI

Anno diCristo MDCLXXVI. Indiz. XIV.
Innocenzo XI papa 1.
Leopoldo imperadore 19.

Non potè più lungamente reggere al peso degli anni e agl'insulti della gotta papa Clemente X, ed infermatosi in età di più di ottantasei anni, passò a miglior vita nel dì 22 di luglio dell'anno presente. Di pochi furono le lagrime che accompagnarono il di lui funerale, non già perchè alcuna delle virtù principali che illustrano la vita e la memoria d'un romano pontefice, in lui si desiderasse, perchè fu papa di bella mente, di gran pietà, di giustizia e clemenza; ma perchè l'odio, che col suo governo universalmente si avea guadagnato il cardinal Paluzzo Altieri, ridondava sopra l'innocente papa, pieno sol di massime buone. Chi avea la fortuna di poter parlare a sua santità, se le cose erano fattibili, potea sperar buon rescritto; altrimenti ne riportava un bel no; ma il cardinale godeva il concetto di esser di coloro che alla prima udienza con una sparata di carezze e promesse incantano le persone, ma ritornando queste alla seconda udienza, truovano nate delle difficoltà; alla terza poi nè pur son conosciute per quelle che sono. Però dicevasi, e spezialmente lo dicevano i Franzesi disgustati di lui, ch'esso porporato avrebbe potuto tenere scuola aperta di artifizii e raggiri in Roma stessa, la qual pure vien creduta assai addottrinata in questo mestiere. Ma quel che più avea contro di lui aguzzata la satira, fu l'invidia, per aver egli saputo profittar della fortuna ed autorità sua, con accumular ricchezze, ed ingrandire la propria casa, tuttochè poi non si potessero imputare a lui di quelle scandalose licenze che si videro in qualche precedente nepotismo. Ora entrati i porporati nel sacro conclave, dappoichè ebbero per cinquantun giorni consumata la quintessenza dei lor politici maneggi per promuovere al trono pontifizio chi lor più piaceva, finalmente, mossi da lume superiore, concorsero tutti nel dì 21 di settembre all'elezione di chi sopra gli altri meritava, ma non avea mai desiderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi fu il cardinal Benedetto Odescalchi Comasco, nato nel 1611, che nel precedente conclave era anche stato vicino al triregno, perchè voluto da tutti i buoni, e fece poi in questa occasione quanta resistenza mai potè, non per affettata modestia, ma per umiltà, alla santa risoluzione de' sacri elettori. Prese egli il nome di Innocenzo XI in memoria d'Innocenzo X che l'avea promosso alla sacra porpora. Non si può dir quanto applauso conseguisse così fatta elezione, perchè l'Odescalchi portò seco al trono la santità, e ne possedè molto più da lì innanzi la sostanza che il titolo: personaggio di vita illibata ed austera, di somma gravità e zelo pel ben della Chiesa; prodigo, se si può dire, verso dei poveri, secondo il costume di sua casa, abbondante di ricco patrimonio, e limosiniere al maggior segno. Nè tardò il buon pontefice e buon servo di Dio a comprovar co' fatti l'espettazion comune delle sue singolari virtù. Sotto i precedenti pontificati aveva egli adocchiato tutti i disordini procedenti dal nepotismo, e con quanta facilità si divorassero le sostanze della camera apostolica, e come avesse tanta potenza il danaro. Volle provvedervi, e l'intenzione sua era di metter freno in avvenire a tali eccessi con una bolla che fosse sottoscritta dal sacro collegio, e giurata sotto pena di scomunica da chiunque s'avesse da promuovere al cardinalato e al pontificato. Ma viveano ed aveano gran polso alcuni de' nipoti degli antecedenti papi, che fecero testa, parendo loro di sottoscrivere una sentenza contra di loro stessi, qualora sottoscrivessero la condanna del nepotismo per l'avvenire.

Giacchè dunque non potè il santo pontefice ottener questo intento, coll'esempio suo almeno si studiò di abolire il pernicioso costume. Non avea il suo predecessore Clemente X nipoti proprii, e andò a cercarne degli stranieri. Innocenzo XI, all'incontro, avea un nipote di fratello, cioè don Livio Odescalchi; ma nol volle a palazzo, nè ch'egli avesse parte alcuna nel governo, nè che ricevesse visite come nipote di papa. Ed affinchè non restasse a lui di che dolersi per tanta severità, gli rassegnò tutti i suoi beni patrimoniali, che co' proprii d'esso nipote davano una rendita annua di trenta mila scudi, dicendo che questo gli bastava per trattarsi da principe, senza participar delle rugiade del pontificato. Coerentemente a questo glorioso sistema elesse per segretario di Stato il cardinale Alderano Cibò, porporato di somma integrità, di prudenza singolare e di zelo non inferiore a chi l'elesse a tal carica. Lasciò ai Paluzzi Altieri e ad altri la pompa de' titoli del generalato e d'altre cariche militari, ma con levar loro gl'ingordi stipendii che per essi pagava la camera pontificia, con dire che la Chiesa non avea guerra, nè voglia di farla, ed essere perciò mal impiegate tante paghe. Riformò la tavola pontificia, e al servigio suo non ammise se non persone di gran probità e modestia, affinchè la famiglia sua servisse di una continua predica agli altri di quel che conveniva a fare. Allo ambasciatore di un monarca, che gli disse di avere il suo padrone ricevuta sotto la sua protezione la casa Odescalchi, rispose: Ch'egli non avea casa nè letto, e che teneva in prestito da Dio quella dignità per bene non già de' suoi parenti, ma solamente della Chiesa e de' suoi popoli. E perciocchè gravissimi abusi erano succeduti in addietro a cagion delle franchigie, pretese da' ministri de' principi in Roma per l'asilo che in esse trovavano tutti i malviventi, e per li contrabbandi che tuttodì si facevano, intimò loro di rimediarvi; altrimenti, giacchè Dio l'avea messo in quel governo con obbligo di vegliare alla quiete della città e al pubblico bene, vi avrebbe egli trovato il rimedio. Tosto ancora spedì a tutti i principi cristiani lettere esortatorie alla pace, esibendosi pronto ad andare in persona ad un congresso, se fosse necessario, purchè si tenesse in qualche città cattolica, a fin di procurare un tanto bene. Per lo contrario, esortò il re di Polonia Giovanni Sobieschi a sostener la guerra contro de' Turchi, finchè avesse ricuperato dalle lor mani Caminietz, e gl'inviò nello stesso tempo un sussidio di cinquanta mila scudi. Con questi passi diede principio l'incomparabile Innocenzo XI alla carriera del suo pontificato, continuamente pensando alla riforma degli abusi, al sollievo de' suoi popoli e al bene della cristianità. Qui perdè la voce Pasquino; e se internamente si lagnavano i cattivi di sì rigoroso ad austero papa, ne esultavano ben pubblicamente tutti i buoni.

Gran teatro di guerra fu in questo anno la Sicilia. Dacchè si avvide la corte di Spagna che con tutti gli sforzi suoi apparenza non v'era di snidar da Messina i Franzesi, e di rimettere alla primiera ubbidienza quella città, fece ricorso alla collegata Olanda, per aver dei soccorsi e forze tali da abbattere la flotta franzese, che ne' mari di Sicilia mantenea la ribellion de' Messinesi. Fu dunque spedita una flotta olandese composta di ventiquattro vascelli da guerra sotto il comando del viceammiraglio Ruyter, il cui solo nome valeva un'armata per le tante segnalate sue azioni in combattimenti navali. Giunsero gli Olandesi sul fine del precedente anno a Melazzo, e, congiunti con nove galee ed altri legni spagnuoli, andavano rondando per qualche impresa; quando in quei mari capitò sciolta da Tolone e Marsiglia la flotta franzese comandata dai signor di Quene, in numero di venti navi da guerra e sei brulotti. Vennero alle mani presso di Stromboli, nel dì 7 di gennaio, le due nemiche armate; gran cannonamento, gran danno seguì da ambe le parti. Dopo molte ore di fiera battaglia cessarono le offese, con ritirarsi gli Olandesi a Melazzo, ed entrare i Franzesi nel porto di Messina, dove sbarcarono le munizioni da bocca e da guerra che seco aveano condotto. Seguì poscia una ben calda mischia nel dì 28 di marzo fra gli Spagnuoli e Franzesi uniti coi Messinesi; perchè avendo i primi occupato il monistero di San Basilio fuor di Messina, il marchese di Vilavoir con sei mila armati andò ad assalirli. Non solamente perderono gli Spagnuoli quel posto, ma ancora più di ottocento dei lor soldati col conte di Buquoy, che li comandava. Già dicemmo che nell'agosto dell'anno precedente s'erano impadroniti i Franzesi della città di Augusta e delle sue fortezze. Al vicerè di Sicilia stava sul cuore la perdita di quella città, e però nell'aprile passò colà per tentare di riacquistarla, e pregò l'ammiraglio olandese Ruyter di secondar l'impresa per mare, siccome egli fece spiegando le vele a quella volta colla sua flotta. Colà comparve ancora il signor di Quene comandante della dotta franzese, e nel dì 22 di aprile si attaccò di nuovo fra loro un'aspra battaglia che durò più ore con gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, e con restar conquassati i lor legni, ed esserne alcun d'essi affondato. Ognuno si attribuì la vittoria, secondo il solito dei combattimenti dubbiosi, e massimamente del mare, dove non è facile il conoscere l'altrui danno. Ma se non altro, un grave colpo toccò agli Olandesi, perchè il loro famoso Ruyter vi restò malamente ferito, e da lì a pochi giorni terminò la vita in Siracusa, dove s'era ritirata la sua flotta, che poi passò a racconciarsi a Palermo.

Ma qui non finì la voglia di combattere. Nel dì 21 di giugno pervennero a Messina venticinque galee, partite da Marsiglia con tre vascelli da guerra. Ingagliardito da questo soccorso il duca di Vivona, viceammiraglio franzese, determinò di fare una visita senza complimenti all'armata navale olandese e spagnuola che riposava nel porlo di Palermo. Ventotto vascelli, venticinque galee e nove brulotti componevano la di lui armata. Contavansi in quella degli Olandesi e Spagnuoli ventisette vascelli e diecinove galee con quattro brulotti. Nel dì 2 di giugno s'azzuffarono le nemiche flotte; le artiglierie, ma spezialmente i brulotti, portarono un grande squarcio nella flotta degli Spagnuoli, che vi perderono almen sette vascelli e due galee, colla morte di gran gente, per confession degli stessi Olandesi. Ma, secondo la relazion de' Franzesi, la perdita degli Olandesi e Spagnuoli fu di dodici de' lor migliori vascelli, di sei galee, di settecento pezzi di cannone e di cinque mila persone. In gran credito salirono per questi conflitti i Franzesi, avendo fatto conoscere che non erano invincibili gli Olandesi, tenuti in addietro per sì formidabili in mare. E certamente di simili danze non ne vollero più essi Olandesi nel Mediterraneo, e se ne ritornarono poscia a casa loro. Essendo dunque rimasti i Franzesi padroni del mare in queste parti, ed avendo ricevuto da Tolone nel settembre un rinforzo di tre mila uomini, e nell'ottobre altri mille e cinquecento fanti e cinquecento cavalli, fecero in appresso delle incursioni in Calabria; nella Sicilia s'impadronirono dell'importante piazza di Taormina colla spada alla mano; presero la Scaletta e la demolirono, e si impossessarono di alcuni piccoli luoghi di quell'isola. Ancorchè mi faccia restare perplesso l'asserzione del veneto elegante storico Giovanni Graziani, che riferisce al precedente anno la morte di Niccolò Sagredo doge di Venezia; pure, seguitando io il Vianoli ed altre memorie, non crederei d'ingannarmi, con dirla accaduta verso la metà d'agosto nell'anno presente. Un avvenimento poi insolito, o almeno da gran tempo non veduto in quella sì ben regolata repubblica, diede molto da discorrere alla gente. Secondo i riti dell'ingegnoso ballottamento che si pratica per l'elezione dei dogi, era caduta la sorte in Giovanni Sagredo, personaggio certamente degno di quella dignità. Ma allorchè fu annunziato dal balcone il suo nome al folto popolo, raunato nella piazza, cominciarono pochi dell'infinita plebe a gridar con alte voci: Nol volemo; e crebbe appresso a dismisura questo tumulto. Allora i saggi nel gran consiglio giudicarono meglio non approvar la elezione del Sagredo, a cui per ricompensa conferirono poscia altri dei principali onori della patria, ed elessero doge Luigi Contarino. Seguitò ancora in questo anno l'ostinata guerra della Francia contra de' collegati, le cui principali imprese furono la presa di Filisburgo fatta dal duca di Lorena, e l'assedio di Mastrich formato da Guglielmo principe di Oranges, ma con poca riuscita, avendolo costretto i Franzesi a ritirarsi. Intanto era stata destinata Nimega per trattarvi di pace colla mediazione di Carlo II re d'Inghilterra. Benchè si trattasse d'una città sottoposta agli eretici, pure tale era la premura del pontefice per questo gran bene, che s'indusse ad inviar colà monsignor Bevilacqua, per dar braccio e calore alla concordia, per cui nondimeno s'impiegarono invano parole e ripieghi nell'anno presente: sì alte erano le pretensioni d'ambe le parti.


MDCLXXVII

Anno diCristo MDCLXXVII. Indiz. XV.
Innocenzo XI papa 2.
Leopoldo imperadore 20.

Non rallentava i suoi pensieri lo zelante pontefice Innocenzo XI per mettere in istato l'alma città di Roma da poter servire d'esempio alle altre nella riforma de' costumi. Sopra tutto mirava egli di mal occhio il soverchio lusso, padre o fomentatore di molti vizii e divorator delle famiglie. Dopo aver preceduto colla moderazione introdotta nel proprio palazzo, dove era cessata la pompa e introdotta la modestia, nè si ammetteva se non chi portava la raccomandazione della probità di costumi, cassò anche una parte della guardia de' cavalli leggeri, perchè accresciuta senza necessità e mantenuta con troppa spesa. Poscia in concistoro fece un sensato discorso, riprendendo i cardinali, che parendo dimentichi di essere persone ecclesiastiche, e personaggi posti sul candelliere per dar luce agli altri, usavano sì superbe carrozze e livree cotanto sfoggiate, raccomandando loro di regolarsi più modestamente in avvenire. Non mancavano a lui persone che di mano in mano il ragguagliavano di chi spezialmente della nobiltà menava vita dissoluta. A questi tali era immediatamente intimato lo sfratto, acciocchè il loro libertinaggio non animasse altri all'imitazione, o non servisse agli scorretti di scusa. Furono in oltre vietati tutti i giuochi illeciti, e le bische o case dove si tenevano assemblee scandalose di giuochi da invito. E perciocchè pel suddetto lusso i baroni romani, non volendo gli uni essere da meno degli altri, quanta facilità mostravano a far dei debiti, altrettanta difficoltà provavano a pagarli, con grandi sciami dei mercatanti e creditori; ne ordinò il santo padre al cardinale Cibò una esatta ricerca, e di fargli pagare con danari della camera, la qual poscia avea delle buone maniere per esigere quei crediti. E perchè si trovò non essere sufficiente un tal rimedio, continuando quei nobili a far delle spese eccessive e debiti, che in progresso di tempo condurrebbono alla rovina le lor case; con pubblico editto proibì ai bottegai, merciai, fornaci ed altri negozianti di vendere ad essi robe senza il danaro contante sotto pena di perdere i lor crediti. Erano poi in addietro giunte all'episcopato persone non assai degne di così illustre e gelosa dignità. Per ovviare a sì fatto abuso deputò il sommo pontefice quattro dei più zelanti cardinali e quattro prelati, per esaminar la vita, i costumi e il sapere di chi aspirasse al pastorale impiego in avvenire.

Quel nondimeno che teneva in non poca agitazione l'animo del saggio pontefice, era la prepotenza de' ministri ed ambasciatori delle corone, che in Roma da gran tempo tagliavano le gambe alla giustizia, ed erano giunti sì oltre, che non solamente nei lor palazzi prestavano un asilo più sicuro che quel dei luoghi sacri a gran copia di sgherri, dì scellerati e malviventi; ma pretendeano eziandio che si stendessero i lor privilegii ed esenzioni anche a qualsivoglia lor dipendente e patentato, e a tutte le case adiacenti e vicine ai lor palazzi. Fece di gran doglianze Innocenzo XI per questo alle varie corti, ma senza frutto; nè volendo sofferire che coll'arrogarsi tanta autorità gli stranieri ministri si scemasse ed avvilisse la propria, cominciò con petto forte ad opporsi a sì fatto abuso. Fu il primo passo quello di vietar con rigoroso editto che niuno potesse alzar sopra le sue case o botteghe le armi di qualsivoglia monarca e principe secolare ed ecclesiastico, protestando di voler egli essere il padrone e l'amministratore della giustizia in Roma, come erano gli altri principi in casa loro. A quella augusta città giunto il marchese del Carpio ambasciatore del re Cattolico, quivi si diede a far leva di soldati pel bisogno della Sicilia, col pretesto che altrettanto avessero fatto i Franzesi. Ma perchè la gente ricusava di prendere partito, per la fama che non correano le paghe, e perchè si dicea maltrattato chi si arrolava; si sparse voce, per essere mancate varie persone, senza sapersi dove fossero andate, che gli Spagnuoli le avessero rapite, e poi segretamente inviate in Sicilia. Vera o falsa che fosse tal voce, la plebe romana tal odio concepì contro la nazione spagnuola, che ne facea scherni dappertutto, e ne seguirono non poche baruffe con delle morti e ferite: perlochè non osavano più gli Spagnuoli di uscir dei lor quartieri, o ne uscivano con pericolo. Ancorchè il papa si studiasse col gastigo dei più colpevoli di far conoscere la rettitudine sua e il suo rispetto alla corona cattolica, non rifiniva l'ambasciatore di far ogni dì più gravi doglianze, e di chiedere maggiori soddisfazioni. Nè gli bastò di desistere dal portarsi all'udienza del papa, ma fece anche negare dal vicerè di Napoli l'udienza al nunzio apostolico. Cagion fu questo affronto che dopo essersi accorto il ministro quanta poca forza avessero le braverie contra di un pontefice, a cui la giustizia dava coraggio, allorchè in fine per suoi affari fu costretto a chiedere l'udienza dal pontefice, se la vedesse negata. Necessario dunque fu che il re Cattolico con sua lettera pregasse il santo padre di ammetterlo; e così terminò quella pendenza, con restarne maravigliato più d'uno, avvezzo al mirare quanta altura mostrassero i ministri di Spagna in Roma, e con qual riguardo procedesse verso di loro la corte pontificia. Nè si dee tacere che questo santo pontefice non sapea sofferire che nella sacra corte si vendessero gli uffizii, benchè non ecclesiastici, perchè o ne risultava danno alla camera, obbligata a pagare i frutti ai compratori, o poco onore ai papi, che per vendere ad altri quei medesimi uffizii promovevano compratori talvolta non degni a cariche più cospicue. Abolì egli dunque in quest'anno il collegio di ventiquattro segretarii apostolici, con restituir loro il già pagato danaro. Meditava anche di far cose più grandi, e a questo fine andò poi raunando grosse somme. Ma sopravvenute col tempo le guerre col Turco, che l'impoverirono, lasciò la cura di sì bella impresa ad un altro Innocenzo, che era stato suo mastro di camera, e consapevole delle sue nobili e sante idee.

Nella Sicilia in quest'anno durarono le ostilità, ma senza fatti che meritino di passare a notizia dei posteri. Quantunque gli Spagnuoli soli, rimasti alla difesa di quell'isola, si trovassero assai stanchi, poca nondimeno era anche la forza dei Franzesi, ai quali scarsamente vennero soccorsi da Tolone e Marsiglia. Ben si scorgeva non essere intenzione de' Franzesi di voler fermare il piede in quell'isola, loro unicamente premendo le terre annesse e confinanti col regno. Terminò intanto i suoi giorni il marchese di castel Rodrigo vicerè di Sicilia, e in luogo di lui prese pro interim quel governo il cardinale Portocarrero. Varie prodezze all'incontro furono fatte in Fiandra e in Germania, dove sommamente prosperarono l'armi del re Cristianissimo. Riportarono i Franzesi una vittoria a Montcassel contro il principe d'Oranges nel dì 11 di aprile. S'impadronirono di Valenciennes, di Cambrai, di Sant'Omer, di Friburgo e di altri luoghi. Solo contra di tanti collegati il re Luigi XIV facea tremar tutti, e sempre più andava stendendo i suoi confini. Seguitavano intanto i ministri e i mediatori in Nimega a trattar di pace; ma perchè, secondo il costume, ognun la volea a suo modo, niun l'otteneva. Possenti erano gli uffizii di papa Innocenzo XI per dar fine a tante turbolenze, e sopra gli altri efficacemente vi si adoperava Carlo II re d'Inghilterra, il quale, chiarito oramai che le parole erano bombe vote, si diede a fare un grande armamento che recasse più vigore alla sua mediazione, minacciando chi ripugnava ad accettar le oneste condizioni d'un accordo. Ma passò anche l'anno presente senza che i popoli giugnessero a provar questo bene. Erasi nell'anno addietro, portata Laura duchessa vedova di Modena ad abitare in Roma, perchè avendo il giovane Francesco II duca suo figlio prese le redini del governo, sembrava a lei di non trovar più in Modena le convenienze sue. Con tante preghiere nondimeno la bersagliò il figlio duca, che nell'anno presente ella se ne tornò a convivere con lui.


MDCLXXVIII

Anno diCristo MDCLXXVIII. Indiz. I.
Innocenzo XI papa 3.
Leopoldo imperadore 21.

Continuava il suo soggiorno in Roma la cattolica regina di Svezia Cristina, con far divenire il suo palazzo un'accademia di tutti i letterati. Ma non poteva ella più reggere al magnifico trattamento suo fin qui mantenuto, perchè le guerre passate fra i re di Svezia e Danimarca e l'elettore di Brandeburgo aveano portato non lieve eccidio alle rendite ch'ella s'era riserbate nella Pomerania. Ebbe ella ricorso al sommo pontefice, implorando il suo aiuto; nè indarno l'implorò, perchè il santo padre le fece assegnare una pensione annua di dodici mila scudi, da pagarsi alla medesima dalla camera apostolica. L'anno fu questo in cui ebbe fine la ribellion di Messina, e l'ebbe assai lagrimevole. Trattavasi, come già dicemmo, della pace in Nimega. S'avvide il re Cristianissimo che gli era forza di abbandonar la Sicilia: tante premure ne faceano gli Olandesi, non che gli Spagnuoli. Però volendo risparmiare le tante spese che gli costava il mantenimento di Messina, città che già s'avea da abbandonare, non volle aspettare il tempo della pace, ed improvvisamente spedì ordine al maresciallo della Fogliada, il quale era stato spedito colà con richiamarne il duca di Vivona, che immediatamente con tutti i suoi se ne tornasse in Francia. Dopo avere il maresciallo imbarcata quasi tutta la sua gente col pretesto di voler fare un'impresa, portò questa dolorosa nuova al senato, e rimise ai Messinesi le guardie di tutte le fortezze. Indarno fu pregato di sospendere per un po' di tempo la sua partenza. Rispose essere così pressanti gli ordini suoi, che gli conveniva far vela in quel giorno, offerendo nondimeno di ricevere nelle navi chiunque dei Messinesi volesse far partenza con lui. Uscito ch'egli fu di quel luogo, furono molti di parere che bisognava trucidar quanti Franzesi ivi erano, e voltare il cannone contro le lor navi, e mandarle a fondo. Ma a sì bestial consiglio prevalse quello dei timidi e saggi. Però ad altro non pensarono i nobili e popolari, ch'erano stati più caldi nella ribellione, che di sottrarsi all'ira e vendetta degli Spagnuoli, da loro riguardati come gente implacabile. Che terribile scena, che compassionevole spettacolo fu mai quello! che urli, che singhiozzi, che lagrime! Ben sette mila persone andarono per imbarcarsi con somma fretta, perchè non più di quattro ore fu loro dato di tempo. Chi lasciava moglie e figliuoli indietro, chi seco menava la famiglia tutta, portando quel poco di meglio che poteva, ed altri nulla prendendo: tanta era la loro ansietà d'imbarcarsi. Infatti due mila, gridando invano misericordia, ne restarono in terra, perchè il maresciallo, per timore di troppo carico fece sciogliere le vele, e se ne andò.

Ciò fatto, quella città che prima avea da sessanta mila abitanti, a ragion dei già morti nella difesa, o allora fuggitivi verso la Francia, o precedentemente ricoveratisi altrove, ridotta a sole undici mila persone, trovando sprovvedute di ogni munizion le fortezze, e sè stessa impotente a poter resistere, spedì deputati al governator di Reggio, pregandolo di venire a prenderne il possesso. V'andò egli, nè molto stettero a giugnere colà da Melazzo i duchi di Bornonville e di Conzano colle regie milizie, ai quali furono consegnate le fortezze. Sopraggiunse dipoi anche il nuovo vicerè don Vincenzo Gonzaga, che rallegrò l'infelice popolo con pubblicare un perdon generale finchè venissero gli ordini della corte di Madrid. Vennero questi, e pieni di fierezza. Cioè furono confiscati i beni di chiunque era fuggito; privata d'ogni privilegio la città, distrutte case, piantate memorie infami della ribellione; bandito chiunque avea cariche dai Franzesi, con altri rigori che io tralascio: tali certamente che quella illustre città per gran tempo rimase uno scheletro, nè mai più ha potuto rimettere le penne, perchè circa trenta mila Messinesi passati ad abitare in Palermo, e quivi abituati, non vollero più mutar soggiorno. E tuttochè la benignità del regnante ora Carlo re di Sicilia, compassionando lo stato di sì bella città, abbia slargata la mano in beneficarla, difficil cosa è che mai torni al suo antico splendore, e massimamente dacchè è rimasta affatto spopolata di nuovo per l'ultima peste. Ora non si può dire in quante ingiurie e villanie prorompessero i Messinesi contro la nazion franzese e contra del re Luigi XIV, chiamandolo dappertutto ad alte voci un principe senza fede, un traditore, un mostro d'inganni, e che niun più in avvenire avea da fidarsi di promesse franzesi, per aver egli lasciato quel popolo in preda all'indiscrezione e vendetta degli Spagnuoli, senza procurar loro, o almen permettere, che gli stessi Messinesi si procacciassero prima qualche indulgenza e miglior condizione dal re Cattolico. Nè ammettevano per legittima scusa il dirsi da' Franzesi, avere i Messinesi fatto credere in Francia che dava loro l'animo di far ribellare Palermo e tutto il regno; perchè somiglianti promesse sapea ben valutare per quel che pesavano l'accorto gabinetto di Francia; nè già esso si mosse per questo ad abbracciar la difesa di Messina, ma sì bene per valersi di quel troppo credulo popolo a battere gli Spagnuoli, finchè così portasse il proprio interesse.

Qual poi fosse il fine dei poveri Messinesi condotti in Francia, eccolo. Furono dispersi per varie città, e mantenuti per un anno e mezzo alle spese del re; poscia obbligati sotto pena della vita ad uscire di quel regno con tanto danaro da far viaggio fino ai confini. Laonde si ridussero anche persone nobili a mendicare il vitto; altri divennero banditi, cioè assassini di strada; e circa mille e cinquecento dei più disperati passarono in Turchia, e rinegarono la fede: Più di cinquecento altri con passaporti degli ambasciatori spagnuoli se ne ritornarono alla patria, credendosi ben in sella; ma, a riserva di quattro, gli altri dal vicerè marchese de las Navas furono condannati alla forca od al remo. Se poi fosse più lodevole ed utile sì gran rigore, oppure qualche misura di clemenza verso un popolo che s'era punito da sè stesso, lo deciderà chi ha più senno di me. Erano tuttavia in piedi i trattati di pace nel congresso di Nimega, quando il re Luigi XIV, per migliorar le sue condizioni, andò nel furore del verno a impadronirsi di Gante e d'Ipri. Poi si diede a maneggiar con tante arti gli spiriti olandesi, adescandoli specialmente colla restituzione dell'importante piazza di Mastrich, e con altri vantaggi che li ridusse a far seco una pace particolare, la quale fu stipulata nel dì 10 di agosto. Curiosa cosa fu il vedere che Guglielmo principe d'Oranges fingendo di nulla saper di quella pace, o sapendolo, per altri suoi motivi andò all'improvviso ad assalire l'armata franzese comandata dal duca di Lucemburgo, che allora assediava la città di Mons. Restò indecisa la vittoria; ma gran sangue costò all'una parte e all'altra il combattimento. Allora fu che gli Spagnuoli furono forzati a dar mano alla pace, riuscita ben diversa dalle precedenti lor lusinghiere speranze; perciocchè in mano del re Cristianissimo restarono la Franca Contea, Valenciennes, Bouchain, Condè, Ipri, Santo Omer, Cambrai ed altri luoghi. Le altre terre conquistate tornarono alla Spagna. Fu sottoscritta questa pace nel dì 17 di settembre in Nimega; e se riuscisse disgustosa agli Spagnuoli, non occorre a me di dirlo. Non si pose per questo fine alla guerra dell'imperadore e di altri collegati contro la Francia; ma dappoichè era riuscito ai Franzesi di staccar dalla lega Olandesi e Spagnuoli, eglino maggiormente alzarono la testa, e non poco si pensò ad ottenere una sospension d'armi, tanto che si trovasse maniera di condurre anche questi altri ad una intera pace.


MDCLXXIX

Anno diCristo MDCLXXIX. Indizione II.
Innocenzo XI papa 4.
Leopoldo imperadore 22.

Trionfò maggiormente in quest'anno Luigi XIV re Cristianissimo con dar la pace al resto de' principi già confederati contra di lui, e con darla da vincitore, cioè colle condizioni che a lui piacquero, e che gli altri furono necessitati ad accettare; giacchè scorgevano mancar loro la forze per continuar la guerra soli contra di un re a cui tutta la dianzi gran lega non avea potuto resistere. Però l'imperadore Leopoldo nel dì 5 di febbraio per mezzo de' suoi plenipotenziarii in Nimega stabilì pace con esso re di Francia, cedendo a lui Friburgo, e ritenendo in suo potere Filisburgo. Sì dura legge fu ivi prescritta a Carlo duca di Lorena, tuttochè marito della fu regina di Polonia, sorella d'esso Augusto, ch'egli amò meglio di nulla ottenere per essa pace, che di far qualche guadagno con approvarla. Di grandi proteste furono anche fatte contra d'essa pace da altri sovrani, delle quali si può credere che ridesse il re di Francia. Seguirono poscia altre pacificazioni fra esso re Cristianissimo e il vescovo di Munster; fra la corona di Svezia ed esso re di Francia dall'una parte, e il re di Danimarca e l'elettore di Brandeburgo dall'altra, avendo la potenza della corte gallica talmente sostenuto gl'interessi dello Svezzese suo alleato, che gli fece restituire quanti Stati gli erano stati occupati da' suoi avversarii. In somma non d'altro si trattò in questi tempi che di posar l'armi, e di far fiorire dappertutto dopo tanti flagelli d'una pertinace guerra, la sospirata pace. Ma una sorda guerra intanto si esercitava in Inghilterra contra de' cattolici per una pretesa cospirazione che da quegli eretici e religionarii si attribuiva a chi seguitava la credenza della Chiesa romana: tutte cabale per impedire la succession di quel regno a Jacopo Stuardo cattolico duca di Yorch, dacchè il re Carlo II suo fratello mancava di legittima prole. Fu perciò consigliato esso duca di Yorch di ritirarsi fuori del regno colla duchessa sua consorte Maria Beatrice d'Este, finchè si calmasse la mossa persecuzione contra di loro. Vennero essi all'Haya, e poscia a Brusselles, dove anche si portò la duchessa vedova di Modena, Laura, per visitar la figlia, ed assisterla nel conflitto di quelle tribolazioni. Fermossi dipoi essa duchessa di Modena in Brusselles fino all'anno 1684, per essere più alla portata dei bisogni della suddetta sua figlia.

Godeva intanto anche l'Italia un'invidiabil quiete, ed attendeva il sommo pontefice Innocenzo XI alla riforma del clero e de' costumi, mantenendosi in buona armonia con tutti i potentati. Non mancavano zelanti che lo spronavano a farsi rendere conto dal cardinale Altieri del maneggio suo nel precedente pontificato, per cui si vociferava che avesse patito non lieve discapito anche la camera apostolica. Non vi si potè egli indurre, siccome quegli che non amava, qualora si scoprissero delle magagne in quel porporato, che queste ridondassero in discredito del sacro collegio. E però al tribunale di Dio rimise questo rendimento di conti. Nella corte di Mantova ne' tempi presenti avea la dissolutezza preso un gran piede. Molto prima d'ora al piissimo imperadore Leopoldo erano state portate doglianze della poco lodevol condotta della duchessa vedova Isabella Chiara di Austria sua cugina, e madre del giovine duca di Mantova Ferdinando Carlo Gonzaga. Per prestarvi rimedio, aveva egli sotto pretesto d'altri affari spedito a Mantova il conte di Vindisgratz con ordine di prendere segrete informazioni. Saggiamente eseguì il conte le sue commissioni, ed avea già concertato di condurre il giovinetto duca e la duchessa a Casale per visitar quella piazza, e di rompere in tal congiuntura senza rumore le tresche passate. Ma, scopertosi il segreto disegno, all'improvviso la duchessa andò a ritirarsi nel monistero di Sant'Orsola, e il conte Bulgarini prese l'abito di San Domenico; e questo bastò per quetar le premure della corte cesarea. Già dicemmo presa in moglie dal suddetto duca Ferdinando Carlo Isabella Gonzaga principessa di Guastalla. Se ne svaghì egli ben tosto, e diedesi in preda ad altri amori, non solo illeciti, ma sconvenevoli anche di troppo alla sua dignità: al qual fine si portava egli di tanto in tanto a Venezia, lasciando ivi la briglia sul collo alle sensuali sue cupidità, che si veggono anche descritte in libri stampati. Avvenne che Ferrante Gonzaga duca di Guastalla suocero suo cessò di vivere, lasciando solamente dopo di sè due figlie. Per essere marito della primogenita, il duca di Mantova volò a prendere il possesso di quegli Stati, reclamando indarno don Vincenzo Gonzaga cugino del defunto duca, ch'era vicerè in questi tempi di Sicilia, ed ordinariamente abitava nel regno di Napoli, dove la sua linea godeva i nobili feudi di Melfi e d'Ariano, credendosi egli chiaramente chiamato dalle investiture cesaree al ducato di Guastalla coll'esclusion delle femmine. Dispiacque non poco questa occupazione ai duchi di Modena e di Parma, e fecero de' forti maneggi a Milano e a Madrid, per sostener le ragioni di don Vincenzo; nè gli Spagnuoli trascurarono questo emergente sulla speranza d'ingoiar essi Guastalla, e contentar poscia esso don Vincenzo con altri Stati nel regno suddetto. Spedirono per questo a Mantova un ministro; ma vi trovarono orecchie sorde. Cominciarono dunque a rallentar la mano pel pagamento del presidio di Casale di Monferrato; del che si dolse il duca alle corti di Vienna e di Madrid. Quindi fu creduto che fin d'allora cominciasse il duca un monopolio per vendere Casale al re di Francia: risoluzione eseguita nei seguenti anni, siccome vedremo.


MDCLXXX

Anno diCristo MDCLXXX. Indizione III.
Innocenzo XI papa 5.
Leopoldo imperadore 23.

Tante imprese, tanti acquisti fatti dal re Luigi XIV nelle passate campagne; lo aver egli data la pace a tanti suoi nemici con tanto suo vantaggio; ridotta la sua potenza e il suo gabinetto formidabile ad ognuno; e portata oramai la Francia ad un'altezza tale, che parea già tendere alla monarchia universale: stupore cagionavano ed encomii riscuotevano da tutti gli amatori di quella gran monarchia. Nè più tardarono i suoi popoli ad accordare il glorioso titolo di Grande ad un re che per tante ragioni ben sel meritava. Ma non mancavano persone che avrebbono desiderato in quel monarca più giustizia e moderazione, senza di che non potea mai tenersi per assai limpido e giusto il titolo suddetto. Bolliva in questi tempi una gran lite tra esso re e la corte di Roma, per aver egli con suo editto stesa la regalia (cioè il preteso diritto di disporre delle rendite e de' benefizii delle chiese vacanti) sopra tutte le chiese di nuova conquista, e sopra altre del regno che non erano mai state sottoposte a questo peso dalla corona di Francia. Pretendeva all'incontro il sommo pontefice Innocenzo XI che questa fosse un'usurpazione manifesta; e tanto più perchè la stessa regalia, tal quale è di presente, s'è andata fondando a forza di abusi, e contro le determinazioni degli antichi canoni. Ma il re Luigi, che stimava aver più forza i suoi cannoni che i sacri canoni, tenne saldo; ed inviò a Roma nell'anno presente il focoso cardinal Etrè, non già per soddisfare il papa, ma per condurlo ad acquetarsi al regio volere. Sostennero anche i vescovi di Francia le pretensioni del re, e scrissero al pontefice con pregarlo di rilasciar su questo punto il rigore de' canoni, giacchè si trattava d'un re che più degli altri promoveva i vantaggi della Chiesa cattolica, spezialmente coll'abbassamento dell'eresia. E ciò scrissero in tempo appunto ch'essi faceano di molte premure a quel potentissimo re per liberar la Francia dal peso degli ugonotti, siccome egli fece dipoi. Queste amarezze fra la corte di Roma ed il re Cristianissimo partorirono, siccome diremo, degli altri sconcerti che diedero di moleste agitazioni allo zelantissimo pontefice di questi tempi. Nè si vuole ommettere, che, quando si credeano per la pace di Nimega poste a dormire le spade, i fucili e le artiglierie, si risvegliò dalla Francia un'altra specie di guerra; perchè si sviscerarono gli archivii del parlamento di Metz e de' vescovi di quella città, e di Tull e Verdun, e della camera di Brisach, e si fecero muovere infinite pretensioni di feudi e luoghi, o infeudati o alienati o usurpati anticamente; pretensioni, dico, per la maggior parte rancide e distrutte dalla prescrizione, ma che in mano di sì potente re divennero armi di mirabil forza. Se ne dolevano a più non posso gli Spagnuoli, alcuni elettori ed altri confinanti, fra' quali anche il re di Svezia pel ducato di Due Ponti; ma conveniva ad ognuno chinare il capo. Per questa via si mise in possesso il re di varie piazze e paesi nella diocesi de' suddetti vescovati e nella bassa Alsazia; e ne patirono forte gli elettori Palatino e di Treveri, allegando essi indarno le paci precedenti. Giunse in quest'anno esso re Cristianissimo fino a proporre per re dei Romani il Delfino suo figlio, che ne' tempi presenti sposò la principessa Maria Anna Cristina, sorella del giovine elettor di Baviera.

Accadde nella corte di Savoia, parte nell'anno presente e parte nel susseguente, un imbroglio ch'io racconterò tutto in un fiato: imbroglio, dico, di cui non ben si conobbero le circostanze, tale nondimeno che fece grande strepito nelle corti. Avea fin qui tenuto il governo di quel ducato madama reale Maria Giovanna Batista di Nemours, vedova duchessa di Savoia, e fattasi conoscere per una delle più saggie principesse del secolo suo: tanta era stata la sua prudenza e giustizia, e tale la sua costanza in non lasciarsi mai smuovere dall'arti franzesi e spagnuole, per entrare in impegni di guerra. Essendo già il duca Vittorio Amedeo suo figlio pervenuto alla età di quindici anni, pensò ella a provvederlo di moglie. E siccome parte per politica e parte per genio, perchè nata in Francia, si mostrava assai divota di quella corona, così lasciò regolarsi dalle insinuazioni della corte di Parigi, per istabilire il maritaggio del figlio coll'infanta di Portogallo, la quale si credea che, per mancanza di maschi, avesse da ereditar quel regno. Per quante pratiche avesse dianzi fatte il re Cristianissimo a fine di ottenerla in moglie al Delfino suo figlio, non potè conseguire l'intento, avendo avuto più forza i maneggi degli Spagnuoli, ai quali non potea piacere di vedere un giorno unito il regno di Portogallo col troppo potente di Francia. Studiossi dunque la corte di Francia di strignere il trattato di matrimonio fra essa infanta e il giovinetto duca di Savoia, co' fini politici (secondochè fu creduto) di avere in questo principe, se diveniva re di Portogallo, chi fosse ben affetto alla corona di Francia, e di promuoverlo anche al regno di Spagna, qualora il re Carlo II mancasse senza prole: nel qual caso avrebbe egli facilmente compensata l'assistenza de' Franzesi, con cedere loro la Navarra, oppure il ducato di Savoia e del Piemonte. E già erano concluse in Portogallo queste nozze, quando all'improvviso andò tutto in fascio con istupor della gente il concertato maritaggio. De' motivi che tagliarono l'ordita tela parlarono molto gli speculatori de' gabinetti principeschi. Altro non so dir io, se non che i grandi della Savoia e del Piemonte aspramente si dolevano di questo trattato, perchè fatto e sottoscritto senza menoma lor participazione e consenso; e molto più perchè lo consideravano di sommo detrimento a quegli Stati, tanto in riguardo al pubblico che al privato interesse. Però animosamente si presentarono alla duchessa, rappresentandole la dubbiosa eventualità della succession del Portogallo perchè poteano nascere maschi a quel re, ed erano assai forti le pretensioni del re di Spagna su quel regno. Aggiugnevano, che dovendosi mantenere il duca lungi da' suoi Stati, per le grosse somme che annualmente converrebbe somministrargli, tutti diventerebbero poveri. Peggio dipoi avverrebbe per quegli Stati, qualora passasse nel duca la corona di Portogallo, perchè diverrebbero provincie; del che peggio non può avvenire a chi per sua fortuna ha il principe proprio; e che allora la Savoia e il Piemonte, oltre alla disgrazia di rimanere spolpati per le rendite ducali che passerebbono a Lisbona, facilmente ancora andrebbero in preda alla insaziabilità de' Franzesi.

Nulla si profittò con queste querele. Madama reale ne fece consapevoli i Franzesi, e questi si rinforzarono di gente a Pinerolo. Disperati que' nobili aspettarono un dì che la duchessa fosse uscita di città, e, presentatisi al duca Vittorio Amedeo, gl'intonarono le medesime riflessioni, con aggiugnere che si trattava della sua rovina, avendo la madre fatto tutto quel monopolio solamente per soddisfare alla propria ambizione, e poter continuare nella di lui lontananza il suo imperio; e doversi temere che i Franzesi il volessero lungi da' suoi Stati per ingoiarli, o riceverli senza fatica da una principessa che chiudeva in seno un cuor tutto franzese. Restò attonito il giovinetto principe, e dimandò tosto che rimedio vi fosse. Non altro, risposero essi, che di mettere in una fortezza la duchessa, la quale cotanto in pregiudizio del figlio si abusava della sua autorità. E senza dargli tempo di maggiormente riflettere, gli cavarono dalle mani un ordine da lui sottoscritto, benchè colle lagrime agli occhi, per l'arresto della madre. Ritiratosi poi il duca, e ripensando a questo caso, non sapea trovar posa, quando ecco arriva la duchessa al palazzo, e il truova tutto pensoso e malinconico; e chiestone il perchè, il vede prorompere in un dirotto pianto. Tanto colle carezze e coi baci si adoperò la valente duchessa, che gli trasse di bocca il segreto e il pentimento. Però, dopo averlo ben imbevuto del retto suo operare, ordinò che si rinforzassero le guardie del palazzo, mandò a prendere alcune poche compagnie di soldati da Pinerolo, e successivamente fece prendere i principali della congiura, facendo spargere voce ch'eglino avessero tramato di dare in man degli Spagnuoli la persona del duca. Andò poscia in fumo tutto il trattato delle nozze suddette, e fu creduto, che per questa ripugnanza de' popoli si sciogliesse il contratto. Venuto colla flotta portoghese il duca di Cadaval a Nizza nel giugno dell'anno seguente, per condurre in Portogallo il duca Vittorio Amedeo, il trovò per disgrazia infermo, e durò la sua creduta finta indisposizione sino all'ottobre, in cui la flotta portoghese se ne tornò a Lisbona, ed allora il duca di Savoia ricuperò tosto la sua sanità. Ma, a riserva de' ministri, non arrivò alcuno a sapere il netto di quelle risoluzioni. E perciocchè niun processo fu fatto di que' nobili, nè si videro essi punto gastigati, inchinarono molti a credere che tutta quell'orditura fosse un colpo di destrezza di madama reale per rompere il matrimonio promosso con troppa forza da' Franzesi, ma troppo mal veduto dagli Spagnuoli e da' Piemontesi, e ch'ella con questo ripiego si facesse merito colla corte di Spagna, senza perdere per questo la buona armonia con quella di Francia, giacchè in tal congiuntura avea data a conoscere la sua confidenza con essi Franzesi. Nè ci volea meno d'una principessa di gran senno come era questa, per saper navigare fra Scilla e Cariddi. Merita bene che si faccia qui menzione che nel dì 17 d'ottobre di quest'anno venne a morte il conte Raimondo Montecuccoli cavalier modenese, che per tanti anni stato generale dello imperadore, immortalò il suo nome con tante sue segnalate imprese, ed anche colle sue memorie, le quali poi date alle stampe, son riguardate come un capo di opera nel genere suo per istruzione di chi si applica al mestier della guerra.


MDCLXXXI

Anno diCristo MDCLXXXI. Indizione IV.
Innocenzo XI papa 6.
Leopoldo imperadore 24.

La pace della Francia coi potentati cristiani non valea meno della guerra al re Luigi XIV ne' tempi presenti. Il terrore dell'armi sue, che dopo le passate sperienze faceano tremare tutti i confinanti, prestava tal forza ad ogni sua pretensione, che niuno osava di contraddire, se non con parole e proteste inutili, mentre esso re Cristianissimo operando di fatto, e con isfoderar sole decrepite pergamene, e con interpretare in suo favore le paci antecedenti, si andava a mettere in possesso dei paesi ch'egli pretendeva a sè dovuti. Però in quest'anno ancora diede varie pelate agli Spagnuoli nella Fiandra e nel Lucemburghese. Arrivò fino a pretendere di sua ragione Lucemburgo stesso. Indarno strepitavano i ministri di Spagna e dell'imperadore. La luna seguita a far suo viaggio, senza mettersi pena dell'abbaiar de' cani. Nella stessa guisa trattava egli Innocenzo XI, pontefice costante in sostenere i canoni e i diritti della Chiesa, che non volea cedere per le controversie della regalia. Vero è che il cardinale di Etrè rilevava nella corte romana i meriti singolari del re Luigi, che in questi tempi promoveva a tutto potere nei suoi regni la religione cattolica colla depressione della mala razza degli ugonotti, ai figliuoli dei quali, giunti che fossero all'età di sette anni, fu permesso di abbracciar la fede della Chiesa romana. Ma, oltre al sapersi che anche per motivi politici il re era dietro a sterminar quegli eretici, non conveniva già ch'egli si facesse pagare per questo atto pio con altri atti pregiudiciali alle chiese. Quel nondimeno che maggiormente sorprese ognuno in questi tempi, fu il segreto felicissimo maneggio della corte di Francia per impadronirsi di Strasburgo, ossia di, Argentina, capitale dell'Alsazia, una delle più belle, delle più forti, delle più ricche città di Europa, e repubblica allora di protestanti. Ciò che non possono parole, persuasive e ragioni, lo sa fare infine l'oro ben adoperato dal gabinetto franzese. Con questo si espugnarono prima gli animi dei principali di quella città, e poscia coll'apparenza della forza; giacchè all'improvviso essendosi portate sotto la medesima piazza numerose schiere e squadroni di Franzesi, giunse il re Cristianissimo ad impossessarsi nel fine di settembre di quell'importante città, e di rimettervi l'esercizio della religione cattolica, senza pregiudizio dei privilegii della protestante. Riuscì ben disgustoso a Cesare e ai principi della Germania questo colpo, ma ne esultò in Roma ed altrove qualsivoglia vero amatore del cattolicismo; e gran plauso ne riportò l'industria del re, che senza adoperar la violenza unì un sì nobile acquisto al suo dominio.

Nel medesimo tempo un altro colpo di non minore riguardo venne fatto in Italia da quel monarca, la cui indefessa vigilanza, aiutata da un insigne primo ministro, cioè dal marchese di Louvois, si stendeva dappertutto. Era gran tempo che esso re amoreggiava la città e fortezza di Casale di Monferrato, posseduta, come vedemmo, in altri tempi dall'armi franzesi. Accadde che Ferdinando Carlo duca di Mantova cominciò a risentir delle amarezze contro gli Spagnuoli, che gli contrastavano il dominio di Guastalla, con sostener le ragioni di don Vincenzo Gonzaga, a cui esso duca ingiustamente aveva usurpato quel ducato. Non era egli men disgustato della corte di Vienna, perchè Carlo duca di Lorena, al vedere il Mantovano mancante di prole, non solamente per le ragioni della regina Leonora di Austria sua moglie cominciò a muovere delle pretensioni sul Monferrato, ma anche, vivente esso duca Ferdinando, cercava di entrarne in possesso. Pertanto cadde in pensiero al suddetto duca di Mantova di armarsi colla protezion della Francia contra degli Austriaci. Ercole Mattioli Bolognese, suo confidente, quegli fu che in Venezia mosse parola coll'abbate di Strada, ambasciatore del re Cristianissimo, d'introdurre in Casale presidio franzese, e l'ambasciatore non tardò ad informare ed invogliar la corte di questo boccone. Succederono dipoi varie commedie in esso affare. Imperciocchè, avendo spedito il duca a Parigi esso Mattioli, non con altro fine, siccome egli protestava, che per far paura agli Austrici, costui, valendosi d'un mandato che non si stendeva a Casale, stabilì con quella corte le condizioni della consegna della cittadella d'essa città. Penetrarono gli Spagnuoli questo segreto, e colle buone e colle brusche indussero il duca a riprovar l'operato del suo ministro. E infatti, o perchè dal Mattioli fosse veramente stato tradito, o perchè si fosse pentito del patto imprudente fatto, sopra di lui voltò tutta la colpa; e fu anche preteso ch'esso Mattioli, in passando per Milano, con rilevar quel fatto al governatore, avesse toccato un regalo di cinquecento scudi d'oro. Il bello fu che contuttociò fu egli con titolo d'inviato spedito a Torino, ma lasciatosi attrappolar dai Franzesi, che il chiamarono a Pinerolo, quivi terminò i suoi giorni in una prigione.

Seguitò nulladimeno il re Cristianissimo a pretendere che si eseguisse il concordato suddetto, ed inviò a Mantova il signor di Gaumont per incalzare il duca, il quale all'incontro spedì l'abbate di Santa Barbara a Parigi per placare sua maestà, facendole conoscere di non essere tenuto ad un contratto troppo irregolarmente stipulato da un infedel ministro. Finalmente nell'anno presente d'ordine del re venne a Mantova l'abbate Morello, e contuttochè i ministri dell'imperadore e di Spagna non omettessero diligenza alcuna per iscavalcarlo, pur seppe trovar maniera di vincere il punto. Fama corse ch'egli guadagnasse con regali i consiglieri del duca, e molto più coll'esibizione di cinquecento mila lire di Francia il duca medesimo, il quale, scialacquando le sue rendite in mille sfoghi d'intemperanza di lusso, di sgherri, di musici, musichesse e buffoni, non ostante che vendesse tuttodì titoli di marchese e conte, privilegii ed esenzioni a chiunque ne volea, si trovava per lo più in necessità di danaro. Fatto segretamente il contratto in Mantova, o pure in Parigi, dal marchese Guerrieri ministro del duca, se ne vide tosto l'effetto. Erano calati nella state in gran copia i Francesi a Pinerolo. Fu chiesto il passo al duca di Savoia Vittorio Amedeo, uscito già di minorità; ed ottenutolo, il marchese di Bouflers si mosse colla vanguardia di circa quattro mila cavalli, e gli tenne dietro il signor di Catinat con otto mila fanti. Nel dì 30 di settembre il Bouflers arrivò a Casale, e fece la chiamata alla cittadella, che non si fece pregare a rendersi con uscirne la guernigione italiana di secento uomini. Sopraggiunse poi la fanteria franzese, che entrò nella città, ma non tardò poscia a ritornarsene in Piemonte, restando governatore della cittadella il Catinat, e il governo civile in mano del duca di Mantova. Ancorchè ad alcuni principi d'Italia non dispiacesse il mirare in man dei Franzesi l'importante piazza di Casale, perchè questa serviva di briglia agli Spagnuoli, soliti in addietro a voler dar la legge ad ognuno; pure sommamente detestarono questa viltà del duca di Mantova per altri motivi la corte di Savoia e la veneta repubblica; e molto più ancora l'imperadore e il re Cattolico. Ora il duca Ferdinando Carlo facea mille proteste, che contro sua volontà era seguito il fatto; che i suoi ministri l'aveano tradito; fece anche mettere prigione il marchese Guerrieri, benchè poi questa prigionia poco durasse. In oltre detto fu ch'egli in Venezia giurasse sull'ostia sacra di non aver per Casale tirato un soldo dalla Francia: proteste nondimeno che ebbero la disgrazia di non trovar fede presso i più, e meno presso i saggi Veneziani, i quali da lì innanzi il disprezzarono, gli tolsero il commercio coi lor nobili, e alla di lui gente negarono ogni rispetto ed esenzione; ancorchè egli non lasciasse per questo di portarsi a Venezia nei tempi di carnevale a procacciarsi la gloria di superar tutti nella ricerca de' piaceri.


MDCLXXXII

Anno diCristo MDCLXXXII. Indiz. V.
Innocenzo XI papa 7.
Leopoldo imperadore 25.

Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi formidabile a tutti. Il maresciallo duca di Crequì, d'ordine del re Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più) correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar la guerra alla Francia. A questo affronto, proveniente da quella canaglia, si mosse lo sdegno del re Luigi; e però contra di loro inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno seguente il resto del gastigo.

Perchè poi continuava lo zelante papa Innocenzo XI a non voler accordare al re Cristianissimo l'estensione della regalia, questi, già avvezzo a risolutamente volere tutto quanto era di sua volontà ed interesse, fece raunar nell'anno presente l'assemblea di quei vescovi, che più degli altri erano disposti a secondare i suoi voleri, e colla loro autorità regolò essa regalia per l'avvenire, senza far più caso delle vive preghiere e forti doglianze del pontefice. Nè qui si fermò lo spirito di dispetto e di vendetta che avea preso luogo nel cuore di quel monarca; imperciocchè fece accettare e pubblicar da esso clero nel dì 23 di marzo quattro proposizioni che crudelmente ferivano i diritti e privilegii della santa Sede, molto prima disseminate dai Sorbonisti sotto lo specioso titolo di libertà della Chiesa gallicana. Cioè, che il romano pontefice non ha autorità diretta o indiretta sopra il temporale de' principi, nè può deporre essi sovrani, nè assolvere dal giuramento di fedeltà i loro sudditi. Che i concilii generali sono superiori ad esso pontefice. Che l'autorità dei decreti della Sede apostolica spettanti alla disciplina riceve la sua forza dal consenso delle altre chiese. E che nelle quistioni di fede non sono infallibili le sentenze della santa Sede, e solamente tali divengono quando vi concorre l'approvazion della Chiesa. Se così ardite proposizioni dispiacessero al sommo pontefice e a tutta la corte di Roma, non occorre che io lo dica. Fu incitato più volte il santo padre ne' tempi susseguenti a condannarle; ma egli non vi si lasciò mai indurre, affinchè non credesse la nazion francese, che egli più avesse ascoltata la passione che la giustizia in sì fatta condanna. Però nè lasciò la cura ai suoi successori. Furono solamente da varii dotti scrittori confutate quelle opinioni, e questa battaglia si è rinnovata anche negli ultimi nostri tempi. Fu in pericolo l'Italia nell'anno presente del flagello della peste, che dopo essere stata a Vienna, in Boemia ed in altri luoghi della Germania, era giunta fino a Gorizia e ad altri confini dello Stato veneto. Tale nondimeno fu la solita vigilanza di quella provvida repubblica, che non potè fare ulteriore progresso questo fiero malore. Maggiore apprensione intanto si ebbe per li gran preparamenti d'armi e di gente che facea la Porta ottomana per terra e per mare. L'imperadore Leopoldo, perchè più minacciato degli altri, si diede anch'egli a far gente ed altre provvisioni, ma colla lentezza tedesca; fece anche aggiugnere delle fortificazioni alla sua capitale, giacchè essa non andava esente dal timore per la vicinanza di tante piazze, occupate in addietro nell'Ungheria dalla potenza de' Musulmani. Cominciò in oltre esso Augusto a trattar varie leghe col principi più potenti, le quali furono poi conchiuse solamente nell'anno seguente, ma che nulla frastornarono il terribile tentativo dei Turchi, di cui parleremo fra poco.


MDCLXXXIII

Anno diCristo MDCLXXXIII. Indiz. VI.
Innocenzo XI papa 8.
Leopoldo imperadore 26.

Se mai ci fu anno che tenesse la cristianità in agitazione, i corrieri in moto, e l'universal curiosità in un continuo all'arme, certamente fu questo. Imperciocchè finalmente si avverò il sospetto che il gran signore aspirasse a cose inusitate in danno dell'augusta casa d'Austria, essendo uscito in campagna il gran visir Mustafà Carà con un'armata che più il timore che la verità fece ascendere a trecento mila persone. Generalissimo dell'armi cesaree, ma armi troppo allora deboli per resistere a sì gran torrente, fu dichiarato il prode duca di Lorena Carlo V cognato dello stesso imperador Leopoldo. Spedito egli per contrastare il passo al potentissimo nemico esercito, ebbe per grazia di potersene tornare indietro salvo, colla perdita nondimeno di alcuni insigni uffiziali e di parte del bagaglio. Aveano trovato i Turchi il varco per istradarsi alla volta di Vienna. Tale costernazione perciò entrò in questa città allo scorgerne imminente l'assedio, che l'Augusto Leopoldo con tutta la sua corte mossosi di là nel dì 7 di luglio, si ritirò a Lintz, e poscia a Passavia, senza potersi esprimere la terribil confusione di que' benestanti, per fuggire anch'essi con quante carrozze e carra mai poterono trovare. Governatore di Vienna restò il valoroso conte Ernesto di Staremberg, che si preparò a ben ricevere gl'infedeli. Già erano stati atterrati i vasti e deliziosi borghi di quell'augusta città; e intanto precorrendo gl'incendiarii Turchi rovinarono col fuoco un amplissimo tratto dell'Austria, distruggendo villaggi, palazzi, case e delizie. Circa dieci mila bravi soldati formavano la guernigion di Vienna, oltre a tutti i cittadini rimasti nella città, che, deposto il timore presero l'armi, concorrendo anche i preti, i frati, le donne e i ragazzi a piantar le palizzate, a cavar terreno, ove bisognava, e a prestare ogni altro possibile aiuto. Entro la città furono poi spinte dal duca di Lorena alcune altre migliaia di difensori. Nel dì 14 di luglio comparve l'esercito turchesco, e cinse Vienna di assedio. Diedero costoro principio agli approcci, a gittar bombe ed altri fuochi artificiali nella città, a bersagliar colle batterie i baluardi, e a lavorar di mine: al quale uffizio abbondavano di gente sperta, cioè di molti rinegati; laddove Vienna si trovava quasi affatto priva di contraminatori. Non mi fermerò io a far la descrizione di questo memorabile assedio, per cui tutta anche l'Italia restò sbigottita, nè d'altro parlava che d'un sì formidabile avvenimento. Tutti perciò correano alle orazioni, avendo il pontefice pubblicato un solenne giubileo in tal congiuntura per implorar la misericordia e la benedizione di Dio. Dirò dunque in succinto che continuò per tutto l'agosto lo sforzo dell'armi turchesche sotto Vienna, e giunsero esse a prendere il cammin coperto; a far più mine e breccie nelle mura, a dar più e più furiosi assalti; ma che maraviglie di valore fecero nella difesa anche i cristiani, sì col rispingere i nemici, sì col far vigorose sortite, non risparmiando il sangue proprio, e con tal felicità e bravura, che le migliaia di Turchi lasciarono ivi le vite. Ma già aveano gli ostinati musulmani fermato il piede nella punta d'un baluardo; e fu creduto che la città non si sarebbe più potuta sostenere, se il gran visire avesse con un generale assalto voluto sacrificar più gente. Forse fu ritenuto dalla speranza di cogliere per sè i tesori della città, ottenendola a patti; perchè col prenderla per assalto sarebbono le ricchezze cadute in mano dei soldati vogliosi del sacco. Ma incoraggiti i difensori dal sicuro avviso del vicino soccorso, più che mai attesero a nuove tagliate, sortite, ed altre azioni coraggiose, per prolungare il più possibile l'avanzamento de' nemici.

Avea ne' primi mesi di quest'anno l'Augusto Leopoldo conchiuse varie leghe, o per quiete o per difesa dell'imperio e degli Stati suoi nella preveduta gran tempesta onde era minacciato. Spezialmente per interposizione dello zelante pontefice Innocenzo XI seguì una confederazione fra lui e Giovanni Sobieschi re di Polonia nel dì 31 di marzo. Quanto più vide esso Augusto crescere il pericolo, e poi formato l'assedio della sua capitale, tanto più affrettò i principi e i circoli della Germania, e il re suddetto di Polonia ad accorrere in aiuto. La causa era comune. Caduta Vienna, dovea tremare ogni principe e città di quei contorni. Concorsero dunque a sì urgente bisogno il prode re polacco con circa trenta mila dei suoi nazionali; Massimiliano Emmanuele elettor di Baviera e Giorgio elettor di Sassonia, e molti principi volontarii, fra i quali quattro della casa di Sassonia, due di Neoburgo cognati dell'imperadore, Eugenio principe di Savoia, due di Wirtemberg, due d'Olstein, quei di Analt e di Bareit, e il principe di Waldech generale delle milizie dei circoli. Unironsi quest'armi col generalissimo di Cesare, cioè coll'invitto Carlo V duca di Lorena, il quale durante l'assedio non era mai stato in ozio, ed avea battuto più corpi di Turchi, che portavano viveri e munizioni al campo loro. Fecesi l'union de' cristiani tedeschi e polacchi a Krems di là dal Danubio, e prese che furono le più savie risoluzioni, passò di qua dal fiume il poderoso esercito, consistente in ottantacinque mila combattenti, tutti ansanti di combattere per la fede e per la pubblica salute contro i nemici del nome cristiano. Divisa in tre corpi l'armata, con bella ordinanza calò dalla montagna di Kalemberg nel felicissimo dì 12 di settembre. Andava avanti il terrore, perchè i Turchi da' loro alloggiamenti scoprivano sì fiorito e ben ordinato esercito animosamente scendere dal monte al loro eccidio. Non fu lunga la resistenza fatta da coloro; perchè il primo visire Mustafà Carà, ritiratosi in luogo alquanto distante dalla battaglia, insegnò agli altri essere miglior partito il fuggire che il menar le mani. Lasciarono dunque gl'infedeli in preda ai vittoriosi Cristiani tutte le loro artiglierie, munizioni, viveri, insegne, tende e bagagli. Al re polacco, che conducea l'ala sinistra, e ai suoi toccò la fortuna di cogliere il quartiere del primo visire, nel cui superbo padiglione trovò un immenso tesoro di arredi e contanti, e lo stendardo principale dell'armata turchesca: il che produsse poi invidia e doglianze nel resto dell'armata, perchè i soli Polacchi quei furono che principalmente si arricchirono.

L'avere impiegato i soldati gran tempo nello spoglio, cagion fu che non inseguirono i fuggitivi nemici. Entrarono nel seguente giorno 13 di settembre i trionfanti generali cristiani in Vienna, cioè il re di Polonia, i duchi di Baviera, Sassonia e Lorena, e gli altri principi, e alla vista de' mirabili lavori degli assedianti ed assediati rimasero attoniti. Nel dì appresso giunse alla medesima città, venuto pel Danubio, l'imperador Leopoldo (il che raddoppiò l'allegrezza), e non perdè tempo la maestà sua a rendere grazie a Dio col far cantare un solenne Te Deum per così insigne vittoria. Certo non si può esprimere il giubilo che si diffuse per tutta l'Italia all'avviso di quella sempre memorabil giornata. Le lingue d'ognuno si sciolsero in inni di gioia e di ringraziamenti a Dio, e massimamente in Roma, dove il pontefice Innocenzo XI con molte migliaia di scudi dati in limosina a' poveri, e con aprir le carceri e liberar tutti i prigioni non capitali, soddisfacendo egli del suo pei debitori, attestò la sua gratitudine al donator d'ogni bene. E perciocchè il santo padre riconobbe sì felice successo dall'intercession della Vergine santissima, essendo succeduta tal vittoria correndo l'ottava della sua Natività, istituì dipoi la festa del Nome di Maria in quella ottava. Fu poi dal re di Polonia inviato lo stendardo maggiore de' Turchi alla santità sua: spedizione che fruttò al regio segretario portator d'esso ricchi regali del papa, del cardinal Francesco Barberino e del principe di Palestrina. Coronarono l'armi di Cesare, comandate dal duca di Lorena, la presente campagna con una vittoria riportata contro i Turchi a Parcam, e coll'acquisto dell' importante città di Strigonia nel dì 27 d'ottobre. Lo strepito di queste gloriose azioni talmente sgomentò i dianzi ribelli Ungheri seguaci del conte Emerico Techelì, che buona parte di que' comitati inviarono a rendere ubbidienza al legittimo loro augusto sovrano. Diede molto da discorrere, anzi da mormorare, in questi tempi la condotta del re Luigi XIV, il quale di dì in dì minacciava nuova guerra alla Spagna, insisteva nelle precedenti pretensioni, e ne sfoderava delle nuove; ed oltre a ciò tenendo una potente armata ai confini della Germania, tuttochè mirasse in tanto rischio la città di Vienna, e sì vicini i Turchi alla depression de' cristiani; pure non alzò un dito per dar soccorso al pericolante Augusto. E non è già ch'egli non l'esibisse alla dieta di Ratisbona, ma ne voleva essere ben pagato, con pretendere prima la cessione di Lucemburgo. Di sì generosa esibizione non vollero prevalersi i ministri della dieta, perchè il pagamento sarebbe stato certo; e qual fine potesse poi avere il lasciar entrare armato in Germania un re sì potente e sì vago di conquiste, non appariva assai chiaro. Certamente non sì potè levar di capo alla gente ch'esso monarca non avesse, non dirò commossa la Porta ottomana contro di Cesare, ma desiderata la caduta di Vienna, affinchè il corpo germanico si fosse poi trovato in necessità d'implorar la sua protezione ed assistenza, la qual forse sarebbe riuscita più pericolosa, che la guerra col Turco. Tali erano le speculazioni dei politici d'allora: se ben fondate, io nol so.

Sul fine di maggio in quest'anno tornò esso re Cristianissimo ad inviare il signor di Quene con una flotta ad Algeri, per gastigar quell'insolente nazione che nulla avea profittato della lezion precedente. Tal terrore, tal danno recarono a quella città le bombe, che i barbari inviarono a chiedere pace. Rispose loro il comandante franzese di non poterne parlare se prima non restituivano tutti gli schiavi cristiani. Nel termine di quattro giorni (era il fine di giugno) ne condussero più di cinquecento. Ve ne restarono moltissimi altri; contuttociò il signor di Quene diede luogo al trattato della pace, e dimandò gli ostaggi. Uno d'essi fu Mezzomorto ammiraglio degli Algerini. Costui, perchè alte erano le pretensioni de' Franzesi, nè si concludeva l'accordo, dimandò di rientrare nella città, facendo credere di poter levare gli ostacoli alla pace. Altro non fece costui che commuovere a sedizione la milizia algerina; e fatto assassinare Baba Hassan dei, ossia bei, ossia re d'Algeri, ottenne di esser egli proclamato signore. Quindi ricominciò dopo la metà di luglio la guerra, e con più furore di prima volarono le bombe, che cagionarono la rovina di gran parte di quella città. Fecero que' Barbari alcune vigorose sortite, ma furono sempre respinti. Se ne tornò poi nel settembre la flotta franzese in Francia, senza avere stabilito accordo alcuno. Ma perciocchè nell'anno seguente 1684 ebbe avviso il Mezzomorto che in Francia si facea un più gagliardo apparecchio contra d'Algeri, spedì a muovere proposizioni di pace, e questa poi si ultimò nel dì 23 di aprile dell'anno suddetto con delle condizioni affatto onorevoli e vantaggiose per la corona di Francia. Nel dì 30 di luglio dell'anno presente terminò i suoi giorni Maria Teresa d'Austria infanta di Spagna e regina di Francia, che riempì di cordoglio tutto quel regno: tanta era la sua pietà, la sua carità verso i poveri, la sua inclinazione a tutte l'opere virtuose, la sua prudenza, e la sua mirabil pazienza e disinvoltura, senza mai risentirsi de' pubblici scandalosi adulterii del re consorte.


MDCLXXXIV

Anno diCristo MDCLXXXIV. Indiz. VII.
Innocenzo XI papa 9.
Leopoldo imperadore 27.

Altro non s'udiva in questi tempi che doglianze degli Spagnuoli contra la Francia, la quale ogni dì si metteva in possesso di qualche luogo e signoria con pretensioni di dipendenze, feudi ed altri titoli, che in mano di sì gran potenza diventano sempre irrefragabili. Si vede una lista di città, villaggi, castella ed altri luoghi occupati con questa muta guerra dall'armi franzesi dopo la pace di Nimega, lista ben lunga, e tale, che cagiona anche oggidì stupore e compassione verso chi restava sì fieramente pelato, senza osare di far altra opposizione che di lamenti. Intanto gli eserciti del re Luigi XIV erano sempre ai confini, cercando pur motivi di nuova guerra. Gli Spagnuoli in Fiandra non potendo più reggere a tanta oppressione, cominciarono le ostilità contra de' Franzesi fin l'anno precedente. Si fecero ridere dietro, perchè nè forze proprie aveano, nè collegati per sostener questo impegno. Non altro che questo sospirava la Francia; e però in esso anno passate l'armi del Cristianissimo all'assedio di Courtrai, s'impadronirono di quella città e di Dismuda. E mentre nell'anno presente i buoni Olandesi si sbracciavano in un congresso tenuto all'Haia per trattare di pace, o almeno di tregua, il re, che da gran tempo facea l'amore all'importante città di Lucemburgo, e conobbe il tempo propizio, trovandosi allora impegnate l'armi di Cesare contro il Turco, nel dì 28 di aprile mandò l'armata sua all'assedio di quella città. Era questa creduta inespugnabile, ma i marescialli di Crequì e d'Humieres disingannarono la gente, con aver obbligato alla resa quel presidio nel dì 4 di giugno. Dopo un sì bell'acquisto non ebbe difficoltà il re d'accordare, nel dì 29 di esso mese, una tregua di venti anni coll'Olanda, la qual poscia, per non poter di meno, fu accettata anche dal re di Spagna e dall'imperadore: con che il re Cristianissimo restò in possesso della città e ducato di Lucemburgo, con obbligarsi di restituire alla Spagna le città di Courtrai e Dismuda, spogliate prima di fortificazioni. Ma le paci e tregue della Francia in questi tempi non erano che sonniferi per addormentar le potenze, e duravano fintanto che si presentava occasione di nuovi acquisti. Pareva poi alla corte di Francia che il giovinetto duca di Savoia Vittorio Amedeo II mostrasse più incitazione a Madrid che a Parigi. Però, quantunque madama reale bramasse di dare al figlio in moglie la principessa di Toscana Anna Maria figlia del gran duca Cosimo III, pure tante batterie ebbe dai ministri di Francia, che le convenne accomodarsi ad un altro accasamento. Fu dunque in Versaglies, nel dì 9 d'aprile, stipulato il maritaggio d'esso duca di Savoia colla principessa Anna figlia di Filippo duca d'Orleans, fratello unico del re Cristianissimo. Si mise in viaggio ben tosto questa principessa con accompagnamento assai nobile, e fu ricevuta ai confini dal duca suo sposo.

A queste allegrezze tenne dietro, nel seguente maggio, una dolorosa tragedia, che un nuovo campo aprì alle mormorazioni contro la prepotenza de' Franzesi, che avea fissato il punto massimo della sua gloria in farsi ubbidire da tutti, e in far tremare ognuno. Gran tempo era che non sapea sofferir quella corte di mirar la repubblica di Genova, secondo l'inveterato suo costume, cotanto aderente a quella di Spagna, e posta sotto il patrocinio del re Cattolico. Andava perciò cercando motivi di lite con essi Genovesi; e mancano forse mai ragioni al lupo, allorchè vuol divorare l'agnello? Pretesero i Franzesi di tenere un magazzino di sale in Savona, per provvederne Casale di Monferrato: novità che tornava in grave pregiudizio alle finanze della repubblica, e però non si voleva accordare. Quattro nuove galee aveano fabbricato essi Genovesi: diritto che niuno aveva mai contrastato alla loro sovranità e libertà. Col pretesto che queste avessero da servire per gli Spagnuoli, fu loro intimato di disarmarle. Più e più affronti si videro fatti dalle navi franzesi a quelle de' Genovesi e alle loro riviere; pure tollerava tutto la paziente repubblica. Fu poi spedito a Genova con titolo di residente il signor di Saint Olon, e poco si stette a conoscere mandato a cagionar dei garbugli, avendo egli cominciato a proteggere i delinquenti, e a defraudar le gabelle (benchè assegnato a lui fosse un regalo annuo di mille e cinquecento pezze per sicurezza della dogana) e a far portare armi a' suoi dipendenti, che impunemente ogni dì facevano delle insolenze. Ma, per venire al punto principale, la corte di Francia, che prima coll'esempio d'Algeri, ed ora con quel di Genova, voleva imprimere in chicchessia il terrore della sua potenza, spedì con una flotta il signor di Segnelay, figlio del celebre signor di Colbert, mancato di vita nel precedente anno, che, presentatosi nel dì 17 di maggio sotto Genova, intimò alla repubblica la disgrazia e i risentimenti del re, se immediatamente non gli consegnavano i fusti delle quattro nuove galee, e non inviavano al re quattro consiglieri a chiedere perdono, e ad assicurare la maestà sua della loro intera sommessione agli ordini suoi. Perchè non si vide pronta ubbidienza a questa intimazione, cominciarono le palandre franzesi nel seguente giorno a flagellar quella bellissima città colle bombe. Sino al dì 28 del mese suddetto seguitò quell'infernale pioggia; nel qual tempo fecero i Franzesi anche uno sbarco di gente in terra, sperando forse in quella costernazione della città di potervi mettere il piede. Ma i Genovesi rinforzati da varii corpi di truppe regolate che loro inviò il governatore di Milano, ed animati dall'amor della patria e della libertà, renderono inutile ogni altro sforzo de' nemici, i quali nel suddetto dì 28 fecero vela verso la Provenza, e passarono dipoi ad esercitare la loro bravura contra degli Spagnuoli in Catalogna. Gravissimi furono i danni recati alla città di Genova e a San Pier d'Arena, per essere rimaste incendiate e diroccate varie chiese, palazzi, monisteri e case; ma non sì grande fu quell'eccidio come la fama lo decantò. E intanto ben molto soffrì nel suo materiale e nello scompiglio del popolo quella repubblica, ma intatta seppe essa conservare la gemma della sua sovranità. Qual fine poi avesse questa tragedia, detestata da chiunque senza parzialità pesava le cose, lo diremo all'anno seguente.

Compiè la carriera del suo vivere nel dì 15 di gennaio dell'anno presente Luigi Contarino doge di Venezia, a cui, nel dì 25 di esso mese, fu sostituito Marco Antonio Giustiniano. Passavano in questi tempi controversie fra papa Innocenzo XI e la repubblica veneta, perchè, non volendo più soffrire il pontefice i tanti disordini che si sovente accadevano in Roma per le franchigie pretese dagli ambasciatori delle corone, avea dichiarato a tutti di voler libero il corso della giustizia contra dei malviventi e di chi facea contrabbandi. Per questa contrarietà aveano i Veneziani richiamato il loro ministro, ed altrettanto avea fatto il papa per conto del suo nunzio, che si ritirò da Venezia a Milano patria sua. Contuttociò il buon pontefice, in cui prevaleva ad ogni altro riguardo il zelo della religione e il bene della cristianità, con sommo vigore si adoperò per unire in lega contro il nemico comune l'imperadore Leopoldo, Giovanni Sobieschi re di Polonia e la veneta repubblica. Restò conchiusa questa alleanza nel dì 5 di marzo dell'anno presente. Quanto al re polacco, gli riuscì di ricuperare la città di Coccino, ma senza poter fare altra impresa di considerazione. Nè pur si mostrò molto favorevole alle armi cesaree la fortuna in quest'anno. S'era determinato nel consiglio di guerra d'imprender l'assedio della regale città di Buda. A questo fine, essendo uscito in campagna il duca Carlo di Lorena, prima s'impadronì di Vicegrado, poscia mise in isconfitta il bassà di Buda, uscito per contrastargli il passo; e dopo aver presa Vaccia, e forzati i Turchi a ritirarsi da Pest, valicò sopra più ponti il Danubio, e nel dì 14 di luglio mise l'assedio a Buda. Tentò più d'una volta il saraschiere di dar soccorso all'assediata città, ma sempre fu respinto; anzi nel dì 25 di luglio uscito dalle trincee esso duca di Lorena col principe Luigi di Baden, col generale conte Caprara Bolognese, e la maggior parte della sua armata, andò ad assalir quella del saraschiere suddetto, e le diede una rotta con istrage e prigionia di molti Turchi, ed acquistò di molte bandiere ed artiglierie. Nel dì 9 di settembre arrivò anche l'elettor di Baviera sotto Buda, il cui assedio ostinatamente fu proseguito sino al fine d'ottobre; ma sostenuto con estremo vigore dagl'infedeli, che fecero continue sortite, e lavorarono forte di mine e contramine. Intanto per la perdita di molta gente negli assalti, e più per le malattie, essendo scemata assaissimo l'armata cesarea, si vide sul principio di novembre forzata a ritirarsi da quell'assedio, e a cercare riposo nei quartieri d'inverno. Si stese all'incontro la benedizione di Dio nell'anno presente sull'armi venete. S'era fortunatamente ritiralo da Costantinopoli il bailo di quella repubblica, travestito da marinaro, ed ella avea fatto un bel preparamento di milizie e navi, con eleggere capitan general Francesco Morosino, già celebre per molte sue segnalate precedenti azioni. Il pontefice Innocenzo XI somministrò quel danaro che potè in aiuto dei Veneti, e non solamente spedì ad unirsi colla lor flotta cinque sue galee, ma sette ancora di Malta, e ne ottenne quattro altre da Cosimo III gran duca di Toscana. La prima fortunata impresa che fecero i Veneziani, fu quella dell'isola di Leucate, dove, nel dì 6 d'agosto, s'impadronirono dell'importante fortezza di Santa Maura, e poscia di Vonizza, Seromero ed altri luoghi. Di là passarono ad assediare l'altra non men gagliarda fortezza della Prevesa, che costrinsero alla resa. Nello stesso tempo anche i Morlacchi occuparono Duare in Dalmazia. Con questo bel principio si dispose la repubblica a cose maggiori.


MDCLXXXV

Anno diCristo MDCLXXXV. Indiz. VIII.
Innocenzo XI papa 10.
Leopoldo imperadore 28.

Nel dì 16 di febbraio del presente anno per colpo di apoplessia mancò di vita Carlo II re d'Inghilterra; e morì, secondochè han creduto non pochi storici, nella comunion della Chiesa e religion cattolica. A lui succedette Giacomo II suo fratello, professore anch'egli, e pubblico, della stessa religione. Si diferì poi la coronazione del novello re, e di Maria Beatrice d'Este sua consorte fino al dì 3 di maggio; e questa fu celebrata con incredibil solennità e pompa. Al mirare sul trono della Gran Bretagna un re cattolico, si dilatò l'allegrezza in tutte le provincie del cattolicismo per la conceputa speranza di veder cessare il funestissimo scisma di quel fiorito regno, e riunita un dì alla Chiesa sua vera madre quella potente nazione. Ribellaronsi al re Giacomo i conti d'Argile e il duca di Montmouth, figlio bastardo del re defunto; ma egli ebbe la fortuna di atterrarli amendue e di assodarsi sul trono. In quest'anno il re Luigi XIV prese a gastigar l'insolenza de' corsari tripolini con ispedire il maresciallo d'Etrè alla lor città, il quale così ben regalò di bombe quel popolo, che l'astrinse, nel dì 29 di giugno, a chiedere misericordia, a restituir tutti gli schiavi franzesi, e a pagar per emenda di tante prede da lor fatte cinquecento mila lire di Francia. Riportò il plauso d'ognuno questo gastigo, perchè troppo meritato da que' ladroni infedeli. Ma restò all'incontro disapprovato il rigore con cui quel monarca diede la pace alla repubblica di Genova con una capitolazione sottoscritta in Versaglies nel dì 22 di febbraio, per la quale fu obbligato quel doge, cioè Francesco Maria Imperiali, con quattro senatori a portarsi in Francia ai piedi del re per attestare alla maestà sua il dispiacere di avere incontrata la sua indignazione. Furono anche obbligati i Genovesi a disarmar le quattro nuove galee, a dar congedo alle milizie spagnuole, e a rifare i danni cagionati dalle bombe franzesi a tutte le chiese e luoghi sacri della lor città. Per tale aggiustamento s'era adoperato vivamente il nunzio pontifizio Ranucci d'ordine del sommo pontefice, e perciò alla medesima santità sua fu rimesso il lassare il pagamento intimato alla repubblica pel suddetto risarcimento. Obbligò eziandio esso re, nel dì 30 d'agosto, i corsari tunisini alla restituzion degli schiavi franzesi, con altre condizioni vantaggiose alla Francia, anzi a qualunque cristiano che navigasse sotto la bandiera franzese. Ma quel che fece maggiormente risonare il nome del Cristianissimo monarca, fu l'editto da lui pubblicato nell'ottobre di quest'anno con cui rivocò ed annullò l'editto di Nantes del 1598, vietando in avvenire ne' suoi regni l'esercizio della setta calviniana. Che lamenti, che esagerazioni facesse tutto il partito de' protestanti per questa risoluzione del re Cristianissimo, non si potrebbe esporre se non con assaissime parole. Declamarono essi sopra tutto contro alcuni eccessi commessi nella conversion di quegli ugonotti, che o non vollero o non poterono uscir di Francia. Rumoreggiarono altri contro la poca economia del re, il quale lasciò partir dai suoi regni tante migliaia di famiglie eretiche, e con esso loro tanti milioni d'oro, e tanti artisti che andarono ad arricchir paesi stranieri. Ma il re volle preferire al proprio interesse il ben della sua monarchia, la quale, per gli esempli passati, non si trovava mai sicura, nutrendo nel seno gente di religion diversa; che non cessava di tentar di nuocere, e teneva sempre in sospetto la corona. In somma presso i cattolici sì pia e generosa azione di Luigi XIV tale fu, che basterà sempre a rendere glorioso ed immortale il suo nome.

Nella campagna dell'anno presente fu risoluto dall'esercito cesareo, comandato da Carlo duca di Lorena, di formar l'assedio di Neukaisel, una delle piazze più forti che possedesse l'ottomana potenza nell'Ungheria. A dì 7 di luglio si diede principio alle ostilità contra di quella piazza. A questo avviso il saraschiere, forte di sessanta mila persone si portò a Vicegrado e se ne impossessò, e passò poi a stringere d'assedio la città di Strigonia. Allora il duca di Lorena, lasciato il generale conte Enea Caprara sotto Neukaisel, preso il meglio dell'esercito cristiano, andò per affrontarsi col saraschiere. Costui, ritiratosi da Strigonia, non voleva il giuoco; tanto fece il duca, che il tirò a battaglia, e lo sconfisse con acquisto de' padiglioni e di molte artiglierie, bandiere e munizioni. Animati da questo buon successo i cristiani, giacchè era fatta la breccia a Neukaisel, nè a tempo i Turchi presero la risoluzione di rendersi, v'entrarono a forza, e tagliarono a pezzi tutto quel presidio. Impadronissi dipoi il maresciallo Caprara di Eperies, Tokai e Kalò; e venne all'ubbidienza sua anche la città di Cassovia. Così ai generali Mercy ed Heisler riuscì di prendere la fortezza di Zolnoch, e di disfare il ponte d'Essech. Altre prosperose azioni si fecero in Bossina e Corbavia dall'armi cristiane. A queste imprese concorsero ancora da Parigi i principi di Contì e di Roccasurion fratelli, e il principe di Turrena, con lasciar ivi non pochi segni della lor intrepidezza. Quanto a' Veneziani, inferiore non fu la felicità delle lor armi sotto il comando di Francesco Morosino capitan generale. Nelle loro armate generale della fanteria era il principe Alessandro fratello di Ranuccio II duca di Parma. Militava parimente il principe Massimiliano di Brunwsich alla testa d'alcuni reggimenti del duca suo padre. Tra molti volontarii si contò anche Filippo principe di Savoia. Vi spedì papa Innocenzo XI le sue cinque galee, otto ne inviò la religion di Malta, e quattro il gran duca di Toscana. Rivoltesi pertanto le mire dei Veneziani al Peloponneso, che oggidì porta il nome di Morea, passarono all'assedio della città di Corone. Non solamente gran resistenza fecero Turchi e Greci abitanti in quella città, ma forza fu di combattere più fiate con un esercito turchesco, che nelle vicinanze trincierato andava tentando di soccorrere la piazza. A costoro fu data una rotta nel dì 7 di agosto: il che fatto, più coraggiosamente si continuarono gli approcci e le offese contra di Corone. L'ostinazion de' difensori giunse a tanto, che i cristiani a viva forza sboccarono nella città, mettendo a fil di spada quanti incontrarono, e poscia a sacco tutte le abitazioni. Vi si trovarono cento ventotto pezzi di cannone, tra i quali ottantasei di bronzo, con abbondanti munizioni da bocca e da guerra. Rinforzata di poi l'armata veneta da tre mila Sassoni, prese Zernata, e poi Calamata, Chiefalà, Gomenizze ed altri luoghi. Con tali felici avvenimenti, che sparsero il giubilo per tutte le contrade d'Italia, ebbe fine la presente campagna.


MDCLXXXVI

Anno diCristo MDCLXXXVI. Indiz. IX.
Innocenzo XI papa 11.
Leopoldo imperadore 29.

Si moltiplicarono in quest'anno le allegrezze per tutta l'Italia a cagion dei continuati progressi dell'armi cristiane, tanto cesaree che venete contro il comune nemico. Città italiana non c'era, dove giugnendo di mano in mano le felici nuove di questi avvenimenti, non si facessero falò ed innumerabili fuochi di gioia, con giubilo de' popoli, i quali non d'altro parlavano che di Turchi sconfitti e di città conquistate. Allora fu che il nome dell'imperadore ricuperò ancora in Italia il genio e l'amore dei più delle persone. Diede principio alle militari azioni degl'imperiali il generale conte Mercy, con rompere i Turchi e Tartari nei contorni di Seghedino. Il generale Antonio Caraffa s'impadronì del castello di San Giobbe. Tanta era la fiducia del prode duca di Lorena, che fu risoluto di nuovo l'assedio di Buda. Colà passato l'esercito, trovò abbandonata la picciola città di Pest, e dopo aver valicato il Danubio sopra un ponte, cinse d'intorno quella città capitale dell'Ungheria. Trovata poca resistenza nella città bassa, tutte le forze si rivolsero contro il fortissimo secondo recinto. Carcasse, bombe, artiglierie faceano un orrido fuoco; erano frequenti e vigorose le sortite dei nemici, ora contro i Brandeburghesi e cesarei, ed ora contro i Bavari comandati dal loro elettore, con felice o pur con infelice riuscita. Si venne a più assalti, che costarono gran sangue, più sempre agli assalitori che agli assaliti. Aveano già i cristiani preso posto nel terzo recinto, quando si avvicinò il primo visire con un'armata di circa sessanta mila combattenti, voglioso di dar soccorso alla piazza. Fece costui molti tentativi, sacrificò anche della gente, e gli riuscì di far entrare alcune centinaia di fanti nella piazza; ma i cristiani per questo non rallentarono punto le offese. Uscì il duca di Lorena delle trincee con animo di far giornata col Barbaro, il quale giudicò meglio di ritirarsi; e però nel felicissimo dì 2 di settembre, dato un generale furioso assalto, colla forza entrarono i valorosi cristiani nell'ultimo recinto, e tutta restò in lor potere quella regal città. Grande fu la strage dei musulmani, a cui tenne dietro il saccheggio dato dalle avide milizie vincitrici. Ritrovaronsi nella città e castello almen trecento cannoni di bronzo, sessanta mortari, oltre ad una gran copia di attrezzi militari. Vi si trovò anche non lieve parte della suntuosa biblioteca, già ivi formata dal re Mattia Corvino, i cui manoscritti passarono di poi all'augusta libreria di Vienna. Che strepito facesse sì glorioso acquisto, non si può abbastanza esprimere. Parve che Dio avesse rivelato questo fortunatissimo giorno al santo pontefice Innocenzo XI, perchè egli nello stesso dì rallegrò infinitamente Roma colla tanto differita e tanto sospirata promozione di ventisette cardinali. Nel dì 9 del suddetto mese giunse a Roma il corriere con sì lieta nuova; e però nel dì 12 col suono di tutte le campane, colla salva di tutte le artiglierie, con fuochi innumerabili di gioia, e poscia con solenne messa si celebrò il rendimento di grazie a Dio. Continuarono dipoi gran tempo ancora cotali allegrezze, non sapendo il popolo romano far fine al giubilo. Altrettanto ancora avvenne in assaissime altre città. Nè qui si fermò il corso delle vittorie cesaree. Venne sottomessa dal generale conte Federigo Veterani la ricca e mercantile città di Seghedino sul Tibisco. Occupò il principe Luigi di Baden Cinque Chiese, Siclos e Dardo al Dravo. In somma non v'era settimana che non portasse qualche nuovo motivo di letizia agli amatori del nome cristiano.

Veniva poi questa mirabilmente accresciuta da altri felici progressi delle armi venete in Levante. Erasi il capitan bassà nella primavera presentato sotto Chiefalà nella Morea con forte speranza di ricuperarla. Arrivò a tempo il capitan generale Morosini; ma quando si credea di dover cacciare colla forza que' Barbari dal loro accampamento, trovò che col benefizio della notte se n'erano fuggiti lasciando indietro l'artiglierie. Avea la repubblica eletto per primario generale delle sue armate di terra il conte Ottone Guglielmo di Konigsmarch Svezzese; e dopo aver presa i generali la risoluzione di passar contra di Navarino, a quelle spiagge approdarono nel sacro dì della Pentecoste. Due sono i Navarini cioè il vecchio e il nuovo. Il primo non volle liti, e con buoni patti immantenente si arrendè; però passò il campo intorno al nuovo, piazza assai forte, contro la quale si diede principio a un terribil fuoco di bombe e artiglierie. Avvicinossi il saraschiere con un corpo d'armata per tentare il soccorso. Usciti i cristiani, con tal bravura andarono a trovarlo, che il costrinsero a prendere la fuga, lasciando indietro cinquecento padiglioni, fra' quali il suo composto di sette cupole e varie stanze, che occupava trecento passi di giro. A questa vittoria tenne dietro la resa di Navarino. Di là senza perdere tempo si voltarono i Veneti addosso alla città di Modone, che non fece lunga difesa. Quindi impresero l'assedio di Napoli di Romania, dove si trovò gran resistenza. In que' contorni allora comparve il saraschiere; ma non gli diedero tempo i cristiani di afforzarsi; perciocchè, iti a trovarlo, fecero di nuovo menar le gambe alla sua gente; dopo di che s'impadronirono ancora d'Argo, abbandonata da' Turchi. Perduta la speranza del soccorso, anche Napoli capitolò la resa. Oltre a ciò, Arcadia e Termis vennero all'ubbidienza della repubblica. Restò anche espugnata in Dalmazia la considerabil fortezza di Sign dal generale Cornaro nel mese di ottobre. Per questi avanzamenti delle cristiane armate giubilava il pontefice Innocenzo XI, sviscerandosi intanto per inviar quanti mai potea soccorsi di danaro all'imperadore Veneziani e Polacchi, tuttochè questi ultimi nulla di rilevante operassero contra del comune nemico.

Un'altra singolar consolazione provò il santo padre e Roma tutta per l'arrivo colà nel precedente anno del conte di Castelmene, spedito ambasciatore da Jacopo II re cattolico della Gran Bretagna alla santa Sede. Un'ambascieria tale, dopo quasi un secolo e mezzo di disunione di quella nazion potente, veniva considerata da tutto il cattolicismo come un grandioso regalo della divina provvidenza, se non che quel ministro procrastinava il mettersi in pubblico. Parimente nel dì 9 di aprile di quest'anno comparve a Roma Ferdinando Carlo duca di Mantova, i cui lunghi colloquii col papa diedero non poca gelosia ai Franzesi, che erano in rotta colla santità sua. Colà poscia pervenne ancora nel novembre di quest'anno Francesco II duca di Modena coll'accompagnamento di molta nobiltà e famiglia, per visitare la duchessa Laura madre sua e della regina d'Inghilterra, che tornata a quell'augusta città, avea quivi fissata l'abitazione sua. Ancorchè il santo padre, per cagion della podagra che il tenea per lo più confinato in letto, desse poche udienze, pure ne diede una di quattro ore a questo principe, compartendogli ogni possibil onore e dimostrazione di amore e di stima. Passò dipoi esso duca per sua ricreazione anche alla gran città di Napoli, dove il marchese del Carpio vicerè sorpassò l'espettazione d'ognuno nelle tante finezze che praticò con questo sì illustre pellegrino. Un solo intrico era quello che teneva in grave agitazione l'animo del buon pontefice Innocenzo. Era mancato di vita nel precedente anno il cattolico Carlo conte palatino, ed elettore del Reno, senza succession maschile; e ne' suoi Stati, per dritto proprio, e in vigore ancora del suo testamento, era succeduto il duca di Neoburgo Filippo Guglielmo, fratello di Leonora Maddalena moglie augusta dell'imperador Leopoldo. Mosse tosto pretensioni sopra l'eredità del defunto elettore la duchessa d'Orleans Elisabetta, sua sorella, tenendosi ella chiamata a quegli Stati, o almeno a tutti i beni allodiali: laddove il duca di Neoburgo sosteneva il suo punto colle leggi dell'imperio, esclusive nelle femmine, e col testamento suddetto. Non fu pigro a prendere la protezion della cognata il re Lodovico XIV, e fin d'allora si cominciò a prevedere inevitabile una guerra a cagion di questo emergente. Contuttociò il re Cristianissimo con rara moderazione consentì di rimettere tal pendenza alla decisione del regnante pontefice; ma, questi dopo aver fatto esaminar le ragioni, sentendo troppo alte le pretensioni delle parti, non osava di discendere a laudo alcuno, per la chiara conoscenza che disgusterebbe l'una delle parti, e forse anche amendue. Siccome padre comune, e sommamente bramoso di conservar la pace fra i principi cristiani, in tempo spezialmente che procedeva sì felicemente la guerra contra de' Turchi, forte s'affliggeva per questo litigio, e moveva tutti i principi, affinchè, interponendo i loro uffizii, non si venisse a rottura. Dalle premure del re Cristianissimo fu mosso in quest'anno Vittorio Amedeo II duca di Savoia a pubblicare un editto, per cui si comandava l'esercizio della sola religion cattolica nelle quattro valli abitate dai Valdesi, ossia dai Barbetti eretici: editto che niun buon esito produsse. Portossi dipoi questo sovrano sul fine dell'anno presente a Venezia, per godervi di quel carnevale, e ricevette da quel saggio senato tutti i maggiori attestati di stima. I curiosi politici immaginarono in tale andata non pochi misteri.


MDCLXXXVII

Anno diCristo MDCLXXXVII. Indiz. X.
Innocenzo XI papa 12.
Leopoldo imperadore 30.

Col taglio di una pericolosa fistola al re Luigi XIV salvò in quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi, ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno, se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava più in Roma alcun d'essi, a riserva del duca d'Etrè ambasciatore del re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre il cardinal Ranucci nunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.

Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo ambasciatore Arrigo Carlo marchese di Lavardino; e quantunque sapesse le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino. Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti quartieri. Fece chiedere udienza al papa, nè la potè ottenere; e siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa, e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice, risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo: Hi in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus. Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro trattamento da lui fatto a papa Alessandro VII. Molto meno poi si potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimo papa Innocenzo XI; perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti all'interdetto.

Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata dipoi il Quietismo) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di alto affare. Lo zelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome. Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte di Castelmene ambasciatore del re Giacomo II. E Francesco II duca di Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco la duchessa Laura sua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina della Gran Bretagna Maria Beatrice sua figlia.

Mirabili furono in quest'anno ancora gli avanzamenti dell'armi cristiane contro la potenza ottomana. Nell'anno precedente s'era portato a Vienna, e poscia all'assedio di Buda, Ferdinando Carlo duca di Mantova con un copioso accompagnamento de' suoi bravi, e volle intervenire anche alla campagna dell'anno presente. Della bravura di lui e de' suoi non fu parlato con gran vantaggio in Italia. Ora il valoroso generalissimo duca Carlo di Lorena e Massimiliano elettor di Baviera, risaputo che il primo visire con esercito, creduto di sessanta mila combattenti, tragittato il Savo, s'inoltrava per frastornar le imprese de' cristiani, si mossero contra di lui. Poi consigliatamente fecero una ritirata, la quale, presa per indizio di timore dal musulmano, lo animò a passare anche il Dravo. Nel dì 12 d'agosto a Moatz vennero alle mani le due possenti armate, e ne andò sconfitta la turchesca. Insigne fu questa vittoria, perchè tra uccisi dal ferro ed annegati nel Dravo vi rimasero più d'otto mila Turchi; incredibile il bottino per sessantotto cannoni, dieci mortari, immensità di provvigioni da bocca e da guerra, cavalli, buoi, bufali e cammelli, cassette d'oro e tende. Il padiglione del gran visire toccò all'elettore, che fu il primo ed entrarvi. Fu detto che tenesse un quarto di lega di giro, e quivi fu cantato un solenne Te Deum. Occuparono poscia i cesarei la città e castello di Essech; costrinsero alla resa la città di Agria, e poscia la fortezza di Mongatz. Quello che maggiormente accrebbe la gloria al duca di Lorena, fu ch'egli animosamente entrò nella Transilvania, ed obbligò la città di Claudiopoli, ossia Clausemburgo, e quella di Ermenstad capitale della provincia e tutte le altre della Transilvania ad ammettere presidio cesareo. Ritiratosi nel castello di Fogaratz l'Abaffi principe di quella contrada, si vide astretto, nel dì 27 d'ottobre, a capitolare col duca, mettendosi sotto la protezion di Cesare, ed accordando le contribuzioni e i quartieri d'inverno. Nel dì 9 di dicembre di quest'anno in Possonia tenuta fu la gran dieta del regno di Ungheria, a cui intervenne l'imperadore Leopoldo; ed ivi restò proclamato e coronato re d'Ungheria lo arciduca Giuseppe, primogenito di esso Augusto.

Colle sue benedizioni accompagnò la divina clemenza anche l'armi della repubblica veneta; giunta in questo felicissimo anno a liberar tutto il regno della Morea dalla tirannia de' Turchi, e ad inalberarvi le bandiere della croce. Sbarcò l'armata veneta nel dì 20 di luglio alle spiaggie dell'Acaia, con disegno di assalire la città di Patrasso; ma perciocchè il saraschiere s'era in quelle vicinanze acquartierato, si videro i generali cristiani in necessità di rimuovere prima quest'ostacolo. Ora il conte di Konigsmarch, primo fra essi, seppe trovar maniera di passar colà, e di attaccar la mischia co' nemici, i quali dopo qualche resistenza diedero a gambe, lasciando indietro alcune centinaia di morti, artiglierie ed insegne. A cagion di questo avvenimento si ritirarono in salvo anche le guernigioni turchesche di Patrasso e del castello di Morea. Maravigliosa cosa fu il mirare, come presi da panico timore quegl'infedeli, appiccato il fuoco alle munizioni del castello di Romelia, che gran resistenza far potea, facessero saltare in aria i suoi torrioni, e poi se ne fuggissero. Giunse lo sbigottimento a tale, che si trovò abbandonata da essi la città di Lepanto, dianzi infame nido di corsari. Lo stesso saraschiere uscì coll'esercito suo di Morea; e in fine la città di Corinto, cioè la chiave di quel regno, venne senza fatica in poter de' cristiani, che vi trovarono quaranta pezzi di bronzo, parte inchiodati e parte fatti crepare. Anche Mistrà, che si crede nata dalle rovine della poco lontana Sparta, impetrò buone capitolazioni dalle vincitrici armi cristiane. Restò dipoi deliberata la conquista d'Atene e della sua acropoli, cioè della fortezza che difende quel borgo, giacchè un borgo è divenuta l'antica celebre città d'Atene. Fu colla forza ancor questa obbligata alla resa; imprese, che per tutta l'Italia, e spezialmente in Venezia, furono solennizzate con incessanti feste. Nè qui si fermarono le glorie venete. Oltre all'avere il generale Cornaro fatti ritirare i Turchi dall'assedio della fortezza di Sign, invogliò il senato veneto di liberar l'Adriatico da un barbarico asilo di corsari, coll'acquisto di Castel nuovo in Dalmazia. A questo fine fu ottenuto che le galee del papa e di Malta concorressero all'impresa, ed ivi s'impiegarono anche due mila e cinquecento soldati oltramontani che erano destinati per l'armata di Levante: risoluzione di non lieve detrimento, perchè, a ragion di questa mancanza, siccome diremo, finì poi male la conquista di Negroponte, saggiamente ideata dal capitan generale Morosino. Con centoventi legni sul fine di agosto si presentarono i Veneziani sotto la suddetta riguardevol città e fortezza di Castelnuovo. Di gran fatiche costò la sua espugnazione, ma in fine ne uscirono i presidiarii e gli abitanti, lasciandone il possesso ai cristiani, che vi trovarono gran copia di munizioni e cinquantasette cannoni di bronzo. Ora tanto abbassamento della potenza ottomana cagionò sollevazioni in Costantinopoli, fu deposto il sultano Maometto, e sollevato al trono suo fratello. Non mancò la Porta in questi tempi di muovere a Vienna proposizioni di pace, e v'inclinavano alcuno de' consiglieri cesarei, giacchè si prevedeva vicino lo scoppio di nuove guerre dalla parte del re Cristianissimo. Ma prevalse il sentimento del duca di Lorena, a cui sembrava molto disdicevole il deporre le armi in mezzo al corso di tante vittorie, e mentre sì invitti e sgomentati si trovavano i dianzi sì orgogliosi musulmani.


MDCLXXXVIII

Anno diCristo MDCLXXXVIII. Indiz. XI.
Innocenzo XI papa 13.
Leopoldo imperadore 31.

Più feroce che mai si scoprì il re Luigi XIV nell'anno presente contra del buon pontefice Innocenzo XI, sperando pure col moltiplicare le violenze di ottenere ciò che egli non dovea pretendere, perchè contrario alla giustizia, alla pietà e alla riverenza professata dai re Cristianissimi alla Sedia apostolica. Ordinò dunque al marchese di Lavardino di far ben conoscere al popolo romano il suo disprezzo per le censure pontifizie, di sostener più che mai vigorosamente il possesso delle franchigie, e di camminare per Roma con più fasto che mai, come se si trattasse di città sottoposta ai gigli, e in cui avesse da prevalere all'autorità del pontefice sovrano quella del re di Francia. Il santo padre mirava tutto senza scomporsi, risoluto di vincere colla pazienza l'indebita persecuzione. Gli furono proposte leghe; ma egli riponeva tutta la sua difesa nella protezion di Dio e nella giustizia della sua causa. Portossi una mattina il Lavardino colla guardia di trecento uffiziali da trionfante alla basilica Vaticana, ed ebbe non so se il contento, oppure il rammarico di veder fuggire i sacerdoti dagli altari, per non comunicare con chi era aggravato di censure. Non contento di passi cotanto ingiuriosi il re Luigi, fece interporre dal parlamento di Parigi un'appellazione al futuro concilio contro la pretesa ingiustizia del papa, il quale non altro intendea che di poter esercitare la giustizia in casa sua, come usano nelle loro città gli altri principi, e massimamente la corte di Francia. Richiamato da Parigi il nunzio pontifizio cardinal Ranucci, il re non volle lasciarlo partire, e gli mise intorno le guardie col pretesto della sua sicurezza. Tanto innanzi andò l'izza di quel monarca, tuttochè fregiato del titolo di Cristianissimo, che mandò le sue armi a spogliare il pontefice del possesso di Avignone, come se questi avesse imbrandite l'armi per far guerra alla Francia. Al punto di sua morte non si sarà certamente rallegrato quel gran re di avere così maltrattato il capo visibile della religione da lui professata, e per una pretensione che niun saggio potrà mai asserire appoggiata al giusto.

Nella primavera di quest'anno arrivò al fine de' suoi giorni Marc'Antonio Giustiniano doge di Venezia. Tale era il merito acquistatosi dal capitan generale Francesco Morosino in tante sue passate prodezze, che i voti di tutti concorsero a conferirgli quella dignità, unita al comando dell'armi: unione troppo rara in quella prudente repubblica. Mentre egli dimorava nel golfo di Egina, gli arrivò questa nuova nel dì primo di giugno, e gran feste ne fece tutta l'armata. Otto galee di Malta comparvero in aiuto dei Veneti con un battaglione di mille fanti, e poscia quattro altre galee, e due navi del gran duca di Toscana con ottocento fanti e sessanta cavalieri. Ma andò a male un grosso convoglio di genti e munizioni spedito nella primavera da Venezia: colpo, che fu amaramente sentito dal Morosino. Contuttociò si prese nel consiglio militare la risoluzione di tentar l'acquisto dell'importante città di Negroponte, capitale della grande e ricca penisola appellata dagli antichi Eubea, conosciuta oggidì collo stesso nome di Negroponte. Ma non furono ben conosciute le maniere per progredire in così difficile impresa, e si cominciarono gli approcci dove non conveniva. Si venne al generale assalto di un gran trincierone fabbricato dagli infedeli, e fu superato con istrage loro, ed acquisto di trentanove pezzi di cannone e di cinque mortari; ma per questo e per tanti altri assalti, e più per le malattie cagionate dall'aria cattiva essendo periti lo stesso generale conte di Konigsmarch ed assaissimi altri valorosi uffiziali con gran copia di soldati; venuto che fu l'autunno, si trovò forzato il doge Morosino a ritirarsi ben mal contento da quello sfortunato assedio, senza poter fare altra impresa nella campagna presente. Maggior fortuna si provò in Dalmazia, dove il provveditor generale Girolamo Cornaro s'impadronì della fortezza di Knin, benchè armata di tre recinti, e poscia di Verlicca, Zounigrad, Grassaz e delle torre di Norin. Tali acquisti non compensarono già l'infelice successo di Negroponte, per cui rimase sommamente afflitta la veneta repubblica.

Ebbe all'incontro la corte cesarea motivi di singolar allegrezza per la prosperità delle sue armi nell'anno presente. Alba Regale città dell'Ungheria, che può contendere il primato colla regal città di Buda, fu bloccata nella primavera; ed allorchè quel bassà e presidio videro giunte le artiglierie da Giavarino, il dì 10 di maggio si esentarono da maggiori perigli, cedendo quella città ai cristiani con assai onorevoli condizioni. Si formò in questi tempi anche il blocco di Zighet e Canissa, piazze di molta conseguenza. Spedito eziandio il conte Caraffa alla città di Lippa, dacchè ebbe alzate le batterie e formata la breccia, vi entrò, essendosi ritirati tutti i Turchi nel castello, il quale bersagliato dalle bombe, da lì a poco ottenne di rendersi con buoni patti; siccome ancora fece Titul. Nè pure il general conte Caprara stette in ozio, avendo col terrore fatto fuggire dalle due fortezze di Illoch e Petervaradino i nemici. Nella stessa maniera l'importante posto di Karancebes, chiave della Transilvania, fu preso dal general Veterani. In somma davanti ai passi delle cesaree armate marciava dappertutto la vittoria. Imprese più grandi meditava intanto il prode elettor di Baviera, giunto nel dì 29 di luglio all'esercito primario di Cesare, che era composto di quaranta mila bravi Alemanni, oltre agli Ungheri del partito austriaco. Le mire sue erano contro l'insigne città di Belgrado capitale della Servia. Passò felicemente di là dal Savo la coraggiosa armata, ancorchè in faccia le stesse il saraschiere con circa dodici mila cavalli e alcuni corpi di Tartari ed Ungheri ribelli, comandati dal Tekely. Quindi s'inoltrò a Belgrado, con trovare abbandonata da coloro una gran trincea, che potea far lunga difesa, e dati alle fiamme tutti i borghi della città, dove si contavano migliaia di case. Accostavasi il fine d'agosto, quando giunsero da Buda le artiglierie, le quali tosto cominciarono a fracassar le mura della città. Nel dì 6 di settembre tutto fu all'ordine pel generale assalto, a cui inanimato ciascuno dalla presenza e dalle voci dell'intrepido elettore, allegramente volò. Superata la breccia, vi restava un interno fosso; ma nè pur questo trattenne l'ardor dei soldati, che penetrarono vittoriosi nel cuor della piazza, e sfogarono dipoi la rabbia, la sensualità e l'avidità della roba coi miseri abitanti. Restituita la croce in quella nobil città, nel dì 8 d'esso mese quivi si renderono grazie a Dio per sì maravigliosi successi. Passò dipoi con magnifico corteggio e passaporto un'ambasceria del nuovo gran signore Solimano all'imperador Leopoldo, per chieder pace. Anche nella Schiavonia in questi tempi Luigi principe di Baden, generale di gran grido, si rendè padrone di Costanizza, Brodt e Gradisca al Savo, e diede appresso una rotta al bassà di Bossina, o, come altri dicono, Bosna. Sicchè per tanti felici avvenimenti ben parea dichiarato il cielo in favore dell'armi cristiane, nè da gran tempo s'erano vedute sì ben fondate le speranze dei fedeli per iscacciar dall'Europa il superbo tiranno dell'Oriente.

Ma, bisogna pur dirlo: fu parere di molti che sempre sarà invincibile la potenza ottomana, non già per le proprie forze, ma per la protezione d'una potenza cristiana che non ha scrupolo di sacrificare il riguardo della religione, affinchè troppo non s'ingrandisca l'imperador de' cristiani. Almen comunemente fu creduto, che per reprimere cotanto felici progressi dell'armi cesaree contro del Turco, il re Luigi XIV movesse in questo anno l'armi sue contro la Germania. Se vere o apparenti fossero le ragioni del re suddetto di turbar la quiete della cristianità, meglio ne giudicheranno altri che io. Le pretensioni della cognata duchessa d'Orleans, almen sopra i beni allodiali del fu suo padre e fratello, erano tenute in Francia per giuste; ma non per motivi da mettere sossopra la Germania. Volea quella corte sostener le ragioni del cardinale Guglielmo di Furstemberg, eletto alla chiesa di Colonia da una parte dei canonici in concorrenza del principe Clemente di Baviera fratello dell'elettore; benchè al primo mancasse il breve dell'eligibilità e si trattasse d'un affare spettante al corpo germanico, e che si sarebbe dovuto decidere dal romano pontefice e dal capo dell'imperio. Si fecero anche gravi querele dal re Luigi, perchè l'imperadore, il re di Spagna e molti principi della Germania, nei dì 28 di giugno del 1686, in Augusta avessero formata una lega a comune difesa. Veniva questa considerata a Versaglies per un delitto. Pertanto nel settembre di quest'anno esso re, pubblicato un manifesto, a cui fu poi data buona risposta, improvvisamente mosse l'armi contra dell'imperatore, le cui forze si trovavano impegnate in Ungheria, senza che fosse preceduta offesa o ingiuria alcuna dalla parte di Cesare. Filisburgo fu preso; s'impadronirono le armi franzesi di Magonza, Treveri, Bonna, Vormazia, Spira e di altri luoghi. Penetrarono nel Palatinato, occupando Heidelberga, Manheim, Franckendal ed ogni altra piazza di quell'elettorato. Avvegnachè la maggior parte di quegli abitanti fossero seguaci di Calvino, pur fecero orrore anche presso i cattolici le crudeltà ivi usate, perchè ogni cosa fu messa a sacco, a ferro e fuoco, con desolazion tale, che le più barbare nazioni non avrebbero potuto far di peggio. Stesesi questo flagello anche a varie città cattoliche, dove, benchè amichevolmente fossero aperte le porte, neppure gli altari e i sacri templi e i sepolcri, non che le case dei privati, andarono esenti dal lor furore. Per atti tali, accaduti in tempo che niun pensava alla difesa, e contra di tanti innocenti popoli, coi quali niuna lite avea la Francia, un gran dire dappertutto fu della prepotenza franzese.

Ma qui non finirono le tragedie dell'anno presente. Avea, nel dì 18 di giugno, la regina d'Inghilterra Maria Beatrice d'Este dato alla luce un principino, che oggidì con titolo di re Cattolico della Gran Bretagna e col nome di Jacopo III soggiorna in Roma. All'avviso di questo parto mirabilmente esultarono i regni cattolici, per poco tempo nondimeno; perciocchè verso il fine d'autunno riuscì a Gugliemo principe d'Oranges coll'aiuto degli Olandesi di occupare il trono della Gran Bretagna, con obbligare alla fuga il cattolico re Giacomo II, il quale colla moglie e col figlio si ricoverò in Francia. Allora fu che per questo lagrimevole avvenimento maggiormente si scatenò l'universale risentimento contra del re Luigi, che collegato col suddetto re britannico, tuttochè vedesse gli Olandesi fare da gran tempo uno straordinario armamento di genti e di navi, pure niun riparo, siccome egli poteva, vi fece: tanta era la sua smania per far conquiste nella Germania, e, se lice il dirlo (giacchè universale fu questa doglianza), per salvare da maggior tracollo il nemico comune. Esibì egli veramente al re Giacomo venti mila Franzesi, che non furono accettati, perchè truppe straniere avrebbero maggiormente irritata la feroce nazione inglese. Tuttavia se il re Luigi avesse inviato un esercito a chiedere conto all'Olanda di quel grandioso preparamento d'armi, per sentimento dei saggi, non sarebbe seguita la dolorosa rivoluzione dell'Inghilterra, la quale a me basterà di averla solamente accennata. Così Dio permise, e a quel gabinetto ognun di noi dee chinare il capo. Seguì nel presente anno il maritaggio di Ferdinando de Medici principe di Toscana colla principessa Violante Beatrice, figlia di Ferdinando elettore e duca di Baviera, la quale condotta dipoi a Firenze, fu ivi accolta con sontuose solennità. Rovesciò in quest'anno un terribile tremuoto quasi tutte le fabbriche e mura di Benevento, e recò l'eccidio ad altre circonvicine città, e gravissimo danno anche a quella di Napoli. Fu considerato per miracolosa protezion del cielo che il piissimo cardinale Vincenzo Maria Orsino arcivescovo di Benevento, seppellito fra le rovine, salvasse la vita, avendolo destinato Dio a governar la Chiesa universale sulla sedia di San Pietro, siccome a suo tempo vedremo.


MDCLXXXIX

Anno diCristo MDCLXXXIX. Indiz. XII.
Alessandro VIII papa 1.
Leopoldo imperadore 32.

Il bell'ascendente, in cui si trovavano l'armi cesaree e venete, di dare una scossa maggiore alla sbigottita e cadente potenza de' Turchi, cominciò a declinare per colpa (non si può già negare) della terribile invasione dell'armi franzesi nella Germania. Buona parte di quelle truppe e forze che l'Augusto Leopoldo avrebbe potuto impiegare contra de' Turchi, convenne rivolgerla alla difesa delle provincie germaniche. Nè i Veneti poterono far leve di gente in essa Germania, perchè ognun di quei principi pensava alla casa propria che ardeva, o pur temeva di un pari incendio. Erano venuti gli ambasciatori della Porta a Vienna per trattare di pace o di tregua, e colà ancora si portarono i plenipotenziarii di Polonia e della repubblica veneta; ma perchè troppo alte erano le pretensioni delle potenze cristiane, ad altro non servì il congresso che ad un mercato di parole. Per conto de' Veneziani, sì indebolito era l'esercito loro in Levante, che formarono bensì il blocco di Napoli di Malvasia, dove seguì qualche azion di valore, ma senza poterla soggiogare sino all'anno seguente. Sorpreso in questo mentre da febbre il doge Francesco Morosino, capitan generale dell'armata, impetrò di tornarsene a Venezia, e quivi sul finir dell'anno fu accolto con tutto l'onore, ma senza quegli applausi che pur erano dovuti a conquistatore sì glorioso, non per altro che per l'infelice esito dell'impresa di Negroponte: quasichè il merito di tante belle azioni si fosse perduto, per non averne fatta una di più. Quanto alle armi cesaree in Ungheria, comandate dal valoroso principe Luigi di Baden, non erano già esse molto vigorose; e pure tenne lor dietro la felicità con far conoscere quanto più si sarebbe potuto sperare, se non avesse dovuto Cesare accorrere in Germania per impedire i maggiori progressi del re Cristianissimo. Non avea il Baden più di venti in ventiquattro mila combattenti. Con questi, dopo un ostinato blocco, forzò l'importante fortezza di Zighet a rendersi. Quindi, senza far caso che il saraschiere si fosse inoltrato con poderoso esercito, per dar animo al quale era giunto sino a Sofia lo stesso gran signore col primo visire, marciò al fiume Morava. Dacchè l'ebbe valicato, venne alle mani coi nemici, e, data loro una gran rotta, s'impadronì de' lor padiglioni e bagagli, e almeno di cento pezzi di cannone. Gli restavano solamente sedici mila soldati, ma sì valorosi, che giunto egli alla città di Nissa, ne ordinò tosto l'assalto. Furono ivi di nuovo sbaragliati i Turchi, presa la città; fatti prigioni tre mila spahì coi loro cavalli; il ricco bottino divenne premio alla bravura di sì pochi Tedeschi. Anche la fortezza di Widdin sulla riva del Danubio, attorniata dall'esercito cristiano, non si fece pregare a rendersi. Appressatosi dipoi alla città d'Uscopia, posta ai confini della Macedonia, la ritrovò vota degli abitanti: tutte testimonianze della troppo allora infievolita possanza dei Turchi, e del credito con cui marciavano gli eserciti vittoriosi.

Bolliva intanto la guerra al Reno. Carlo duca di Lorena e gli elettori di Brandeburgo e Baviera comandavano le armi cesaree. Tutto ancora l'imperio, l'Olanda e l'Inghilterra si trovavano in lega per reprimere i Franzesi. Magonza e Bonna furono ricuperate, ma a costo di assaissimo sangue. Giacomo II re cattolico della Gran Bretagna, assistito da una flotta franzese ben provveduta di munizioni, con uno sbarco in Irlanda tentò la sua fortuna; ma ritrovatala sul principio ridente, poco stette a provarla contraria. Fin qui avea passati felicemente i suoi giorni in Roma Cristina regina cattolica di Svezia, quando venne la morte a richiederle il tributo a cui son tenuti tutti i viventi. Passò all'altra vita nel dì 19 d'aprile, lasciando una illustre memoria della vivacità del suo spirito, della sua magnificenza e religione: del che diede ancora un bell'attestato nell'ultimo suo testamento. L'insigne sua raccolta di manuscritti passò per la maggior parte nella Vaticana, cioè nella biblioteca la più celebre e ricca del mondo. Ordinò il buon papa Innocenzo XI che a questa principessa eroina si erigesse un convenevole sepolcro nella basilica Vaticana in faccia a quello della gloriosa contessa Matilda. Ma non tardò lo stesso pontefice a tenerle dietro nel viaggio dell'altra vita, dopo aver provata somma consolazione, perchè il re Cristianissimo avesse richiamato in Francia il marchese di Lavardino suo ambasciatore. Si partì di Roma questo ministro nel dì ultimo d'aprile, con che cessarono in quella gran città le turbolenze da lui cagionate, ma con durar tuttavia il mare turbato nella corte di Parigi. Avea questo insigne pontefice con somma pazienza sofferto anche negli anni addietro molti penosi incomodi di sanità, per cagion dei quali poco si lasciava vedere in pubblico, senza che questi nulladimeno gl'impedissero punto le applicazioni al buon governo. Nel mese d'agosto divennero sì violenti le febbri, che si cominciò a perdere ogni speranza di sua salute. Restarono vacanti dieci cappelli cardinalizii; per quanto si studiassero i porporati e palatini d'indurlo alla promozione, adducendo anche apparenti motivi di obbligazione per questo, egli stette saldo in riserbare al suo successore la scelta de' soggetti, giacchè in quello stato non sembrava a lui di godere quella serenità di mente che si richiedeva per provedere la Chiesa di Dio di degni ministri. Senza aver potuto il nipote don Livio vedere per cinquanta dì la faccia del languente pontefice, finalmente fu ammesso. Non ne riportò che saggi consigli di seguitar le pedate de' suoi maggiori in sollievo de' poverelli e degl'infermi, di non mischiarsi negli affari della Chiesa, e molto meno nel futuro conclave, acciocchè restasse una piena libertà agli elettori. Gli ordinò ancora d'impegnare cento mila scudi per le opere pie, secondo la dichiarata sua mente, e il rimandò colla benedizione apostolica.

Con ammirabil costanza fra i dolori del corpo e con singolar divozione spirò egli poscia l'anima, in età di sessantotto anni, nel dì 12 d'agosto, avendo corrisposto la sua morte santa alla riconosciuta santità della sua vita apostolica. Tali certamente furono le virtù e le piissime azioni di questo buon pontefice, che unironsi le voci ed acclamazioni di tutte le spassionate persone, e massimamente del popolo romano, per crederlo degno del sacro culto sugli altari. Essendosi a questo fine formati col tempo i convenevoli processi, giusta speranza rimane di vederlo un dì maggiormente glorioso in terra, dacchè tanti motivi abbiamo di tenerlo più glorioso in cielo. Gran tempo era che nella cattedra di san Pietro non era seduto un pontefice sì esente dal nepotismo, sì zelante della disciplina ecclesiastica, sì premuroso della giustizia e del bene della cristianità, nulla avendo egli mai cercato pel comodo proprio o dei suoi, ma bensì impiegati i suoi pensieri in bene del cristianesimo, e le rendite della Chiesa in aiuto de' potentati cristiani contra de' Turchi, e in sollievo ancora de' popoli suoi. Aveva un orrendo tremuoto quasi smantellata, siccome accennammo, la città sua di Benevento, sformate varie città della Romagna, recati immensi danni anche a Napoli e ad altre città di quel regno. Sovvenne a tutti il misericordioso padre con profusione d'oro; siccome ancora verso dei poverelli non venne mai meno la sua liberalità ed amore. Però non è da meravigliarsi se il popolo romano con incredibil concorso e divozione il venerò morto, e raccomandossi alla di lui intercessione, e fece a gara per ottenere qualche reliquia di lui. Chi non potè averne, quai pegni ben cari, tenne da lì innanzi in venerazione i suoi Agnus-Dei. Si contano ancora assaissime grazie impetrate da Dio per mezzo di questo incomparabil pastore della sua Chiesa. Dopo varii dibattimenti nel conclave, appena giunti i cardinali franzesi, concordemente seguì l'elezione al pontificato del cardinale Pietro Ottoboni, patrizio veneto, personaggio dei più accreditati nel sacro collegio. Prese egli il nome di Alessandro VIII. L'età sua di settantanove anni non avea punto scemato il vigore della sua mente, con cui andava unita una rara prudenza ed accortezza, e una piena conoscenza degli affari del mondo. Perciò se ne sperò un buon governo, se non che sotto di lui tornò in campo il nepotismo, avendo egli senza perdere tempo creato generale di santa Chiesa don Antonio suo nipote, e creato cardinale Pietro Ottobono suo pronipote, assai giovine, conferendogli il grado di vicecancelliere, e molte badie e benefizii vacati sotto il precedente pontefice, e poscia la legazione d'Avignone; di modo che fu creduta colata in lui una rendita di più di cinquanta mila scudi annui. Ornò eziandio della porpora e dichiarò segretario di Stato Giam-Batista Rubini vescovo di Vicenza, suo pronipote per sorella. Finalmente accasò don Marco Ottoboni altro suo nipote con donna Tarquinia principessa Altieri. Non andò molto che la corte di Francia, ben affetta a questo nuovo pontefice, riconobbe la giustizia, non mai voluta riconoscere in addietro, delle pretensioni del santo pontefice Innocenzo XI, avendo il duca di Chaulne, già spedito ambasciatore del re Cristianissimo al conclave, rinunziato alle franchigie: punto di somma quiete ed allegrezza alla città di Roma e alla santa Sede. Avea in questi tempi Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova preso a fortificar Guastalla, e fu creduto con danari della Francia. Comparve colà all'improvviso il conte di Fuensalida, governator di Milano, con armata sufficiente a farsi ubbidire, e quelle fortificazioni furono demolite. Di gravi doglianze e schiamazzi fece il duca alle corti per questa violenza, ma senza riportarne altro che compatimento. Riparò egli in breve i suoi disgusti colla continuazion de' piaceri, dietro ai quali era perduto.


MDCXC

Anno diCristo MDCXC. Indiz. XIII.
Alessandro VIII papa 2.
Leopoldo imperadore 33.

Le applicazioni del novello pontefice Alessandro VIII erano tutte rivolte a rimettere la buona armonia fra la santa Sede e tutti i principi cattolici. Cessarono perciò le controversie che da gran tempo bollivano colla città di Napoli. Il re di Francia restituì Avignone con tutte le sue dipendenze al sommo pontefice, il quale dal canto suo mostrò buona propensione verso quel monarca, e si dispose ancora ad inviare a Parigi un nuovo nunzio; ma insistendo egli che i vescovi franzesi ritrattassero le proposizioni da lor pubblicate contro l'autorità dei romani pontefici, vi trovò delle difficoltà insuperabili. Intanto non mancò il santo padre di procurar la pace fra i principi cristiani, e di sovvenir con danari, e colla spedizion delle sue galee e di quelle di Malta, la veneta repubblica, le cui armi avendo ostinatamente proseguito il blocco di Napoli di Malvasia, e stretto poscia maggiormente l'assedio, finalmente ebbero la gloria di entrar vittoriosi, nel dì 12 d'agosto, in quella città. Dopo un tale acquisto il capitan generale Girolamo Cornaro pensò a quello della Vallona, fortezza, pel sito sulle rive dell'Albania, assai riguardevole. La presa del vicino forte della Canina pose tal terrore nei Turchi, che, fuggendo dalla suddetta fortezza, benchè ben fornita di artiglierie e munizioni, ne lasciarono libero il possesso ai Veneziani. Ma quivi, sorpreso poscia da malattia, lasciò la vita anche l'antedetto generale Cornaro. Terminò questa campagna coll'avere i Veneti forzata alla resa Vergoraz, situata sulla cima d'un alto greppo, con che stesero il loro dominio sopra un gran tratto di quel littorale. Non si mostrò già così favorevole la fortuna all'armi di Cesare in Ungheria, anzi si provò affatto contraria. Fin qui avea Carlo V duca di Lorena, generalissimo dell'Augusto Leopoldo suo cognato, date pruove d'insigne prudenza e valore in tante conquiste fatte in Ungheria e al Reno, di maniera che il titolo di uno de' primi guerrieri e capitani del suo tempo gli era giustamente dovuto. Nel venir egli a Vienna per assistere ad un consiglio di guerra, assalito da catarro alla gola in vicinanza di Lintz, quivi in età di quarantotto anni diede fine al suo vivere, ma non già alla sua gloria, che vivrà sempre immortale nella storia.

Restò dunque appoggiato il primo comando dell'armi in Ungheria al principe Luigi di Baden; ma, per saggio che sia un capo, per valoroso che sia un general comandante, s'egli manca di braccia, a poco servirà la sua saviezza e valore. Grande armata aveano allestita i Turchi; a poco più di quindici mila Tedeschi si stendeva la cesarea in quelle parti. Essendo morto Michele Abassi principe di Transilvania, colà accorse il Techely, ed oppresso il generale Heisler, che con quattro reggimenti custodiva quelle contrade, se ne impadronì. Fu dal Baden ricuperata quella bella provincia, e lasciato ivi con sette reggimenti il generale Veterani; nel qual tempo, cioè nel mese d'agosto, il primo visire con potente esercito piombò addosso alla Servia. Obbligò Nissa a capitolar la resa, riacquistò Widdin e Semendria, e quindi prese ad assediar Belgrado, alla cui difesa stava il duca di Croy, e i conti di Aspremont ed Archino Italiani con sei mila scelti Alemanni. Forse la bravura di questi combattenti e la stagione inoltrata avrebbono potuto sostenere quell'importante città, se per malizia, come fu comunemente creduto, degli uomini non si fosse nel dì 8 di ottobre acceso il fuoco nella torre del castello, che la fe' col magazzino volare in aria; e comunicato agli altri, dove giaceva polve da cannone, cagionò un vasto e deplorabil eccidio. Da sì fieri tremuoti rimasero conquassate le case della città; sopraggiunse anche il fuoco a fare del resto. In quella orribil confusione aiutati i Turchi da qualche traditore, non trovarono difficoltà ad entrar nella città, dove misero a fil di spada quanti soldati e terrazzani incontrarono, de' quali solamente settecento co' tre suddetti comandanti ebbero la fortuna di sottrarsi al furore delle loro sciable. Venne poscia alle lor mani anche l'isola di Orsova e la città di Lippa. Tante perdite sommamente afflissero la corte di Vienna, e non men quella di Roma; e il santo padre non tardò a destinar cento mila scudi in soccorso dell'imperadore, principe, la cui cassa contrastava sempre col bisogno, ed ora spezialmente che conveniva attendere anche alla guerra contro i Franzesi. Di questa io nulla parlerò, chiamandomi l'Italia a riferir ciò che più importa.

Erano già passati molti anni che in queste provincie si godeva la tranquillità della pace; ad altro non si pensava che a divertimenti e piaceri. La musica, e quella particolarmente de' teatri, era salita in alto pregio, attendendosi dappertutto a suntuose opere in musica, con essersi trasferito a decorare i musici e le musichesse l'adulterato titolo di virtuosi e virtuose. Gareggiavano più delle altre fra loro le corti di Mantova e di Modena, dove i duchi Ferdinando Carlo Gonzaga e Francesco II d'Este si studiavano di tenere al loro stipendio i più accreditati cantanti e le più rinomate cantatrici, e i sonatori più cospicui di varii musicali strumenti. Invalse in questi tempi l'uso di pagare le ducento, trecento, ed anche più doble a cadauno de' più melodiosi attori ne' teatri, oltre al dispendio grande dell'orchestra, del vestiario, delle scene, delle illuminazioni. Spezialmente Venezia colla suntuosità delle sue opere in musica e con altri divertimenti tirava a sè nel carnevale un incredibil numero di gente straniera, tutta vogliosa di piaceri e disposta allo spendere. Roma stessa, essendo cessato il rigido contegno di papa Innocenzo XI, cominciò ad assaporare i pubblici solazzi, ne' quali nondimeno mai non mancò la modestia; e videsi poscia Pippo Acciaiuoli, nobile cavaliere, con tanto ingegno architettar invenzioni di macchine in un privato teatro, che si trassero dietro l'ammirazione d'ognuno, e meritavano ben di passare alla memoria de' posteri. Ma eccoti la guerra, gran flagello de' poveri mortali, che viene a sconvolgere la quiete della Italia e i suoi passatempi. Gran tempo era che il giovane duca di Savoia Vittorio Amedeo II, principe che in vivacità di mente non avea forse chi andasse al pari con lui, non sapea digerire il dominio dei Franzesi nel forte di Barraux, e in Pinerolo (fortezza situata nel cuore de' suoi Stati e sì vicina a Torino), e in Casale di Monferrato, troppo contiguo ai medesimi suoi Stati. Spine erano queste, per le quali non pareva a lui mai di poter vivere quieto in casa propria; e però ad altro non pensava che a scuotere questa specie di schiavitù. In occasione che l'imperadore, l'imperio, la Spagna, l'Inghilterra e l'Olanda erano entrati in guerra colla Francia, anch'egli si trovava impegnato nell'armi per domare i Valdesi, con altro nome chiamati Barbetti, sudditi suoi, ma eretici. Fece per questo gran leva di gente: nel qual medesimo tempo anche il conte di Fuensalida governator di Milano era occupato in un gagliardo armamento: il che diede per tempo a temere che si volesse dar principio eziandio a qualche sconvolgimento in Piemonte. Stava perciò attentissima la corte di Francia a tutti gli andamenti del duca, e il suo ministro in Torino spiava continuamente ogni sua azione. Essendosi portato esso duca in un carneval precedente a Venezia per divertirsi, non potè scostarsi dai fianchi quel ministro; e fu poi creduto che questo principe segretamente trattasse in quella città coll'elettor di Baviera e con altri principi. Aveva egli anche ottenuto dall'imperadore il titolo di re di Cipri e di altezza reale, fin qui a lui contrastato da quella corte; ed anche l'investitura di ventiquattro feudi nelle Langhe, per li quali pagò cento venti mila doble alla camera cesarea. Scoprirono inoltre i Franzesi un commercio di lettere fra esso duca e Guglielmo principe di Oranges, che sedeva sul trono della Gran Bretagna, quasichè fosse un delitto al sovrano della Savoia la corrispondenza con chi era nemico della Francia.

Poco si stette a vedere quali risoluzioni producessero questi sospetti nella corte di Parigi; perciocchè, venuta la primavera, calarono in Piemonte sedici o diciotto mila Franzesi, il comando dei quali fu dato al signor di Catinat, luogotenente generale e governator di Casale. Si cominciò allora a parlar alto col duca Vittorio Amedeo, e fu creduto che questi esibisse di starsene neutrale. Ma perciocchè il Catinat (e questo è certo) richiese per sicurezza della fede del duca di mettere presidio nella cittadella di Torino e in Verrua, una briglia sì disgustosa non si sentì voglia quel principe generoso di volerla accordare, risoluto piuttosto di sacrificar tutto che di accrescere le sue catene. S'andò egli schermendo, finchè potè, per dar tempo al conte di Fuensalida di unir le sue truppe in aiuto suo, e di conchiudere i suoi negoziati di lega con altri principi. L'abbate Vincenzo Grimani Veneziano, testa da gran maneggi, quegli principalmente fu che mosse il duca ad entrare in questo impegno, e che manipolò il restante di quegli affari; perciocchè, ad istanza dei Franzesi, fu poi proscritto dal senato veneto. Non mancarono persone che credettero stabilita molto prima d'ora l'alleanza del duca coll'imperadore, Spagna, Inghilterra ed Olanda; ma i pubblici atti presso il Du-Mont ed altri ci fan vedere la sua lega col re di Spagna sottoscritta nel dì 3 di giugno del presente anno; l'altra con Cesare nel dì 4 seguente, e quella con la Gran Bretagna ed Olanda nel dì 20 di ottobre. Si obbligarono i primi di somministrar possenti aiuti di milizie al duca, e gli altri la somma di trenta mila scudi per mese. Era intanto pressato il duca dal Catinat con vive minaccie, affinchè dichiarasse le sue intenzioni; e la dichiarazion sua fu di non poter ammettere le dure condizioni proposte dal re Cristianissimo, e ch'egli intendeva di volersi difendere dalle ingiuste di lui violenze. Si proclamò dunque la guerra; uscirono manifesti; accorsero a Torino sei mila cavalli ed otto mila fanti dello Stato di Milano; l'imperadore e gli elettori di Brandeburgo e Baviera fecero marciare alcuni reggimenti in Italia al soccorso suo, e tutto si vide in armi il Piemonte. Fu dichiarato il duca generalissimo delle armi collegate, e destinato il principe Eugenio di Savoia sotto di lui al comando delle truppe imperiali. Un corpo di alquante migliaia di soldati milanesi fu inviato a ristrignere la guarnigion franzese di Casale, ch'era molto ingrossata. Seguirono varie azioni di ostilità nei mesi di giugno e luglio, che io tralascio, finchè nel dì 8 d'agosto si venne ad un fatto d'armi. Ardeva di voglia il giovine duca Vittorio Amedeo di sperimentar la sua fortuna. Trovando egli il suo campo molto superiore di numero al franzese. Non aveva egli peranche imparato che alle truppe di nuova leva, quali buona parte erano le sue, e quelle dello Stato di Milano, si può far apprendere ben facilmente l'esercizio dell'armi, ma non già il coraggio. Perciocchè l'accorto Catinat avea risoluto o fatto finta di voler sorprendere Saluzzo, si mosse a quella volta anche il duca di Savoia con tutto l'esercito, e, passato il Po, trovò che il Catinat si ritirava; quando ecco, disposto un aguato di genti e di artiglierie franzesi presso la badia della Staffarda in certi paduli, diede un sì strano saluto alla vanguardia, oppure all'ala sinistra del duca, che la disordinò. Avanzatosi dipoi Catinat colla cavalleria, ristringendo la nemica, che avea ai fianchi il Po, la costrinse a prender la fuga. Si combattè, ciò non ostante, per cinque o sei ore. La fanteria dello Stato di Milano attese a salvarsi; le sole truppe spagnuole e tedesche, piuttosto che cedere, salde nei loro posti, venderono ben caro le loro vite. Rimasero i Franzesi padroni del campo. Il duca Vittorio Amedeo, che non s'era mai trovato a battaglie, fece maraviglie di valore, e si ritirò poscia a Carignano con parte delle sue truppe. Circa quattro mila dei suoi rimasero estinti o annegati, e fra essi più di sessanta uffiziali; forse più di mille furono i prigioni, colla perdita di otto pezzi di cannone, di trentasei bandiere e di parte del bagaglio: se pur mai si può sapere la precisa verità delle perdite nelle giornate campali.

Le conseguenze di questa vittoria furono, che il Catinat trovò evacuato dalla guarnigion savoiarda Saluzzo, e i cittadini ne portarono a lui le chiavi. Non finì l'anno che anche la città e il castello di Susa vennero alla di lui ubbidienza. In questo mentre con altro corpo d'armata attesero i Franzesi a conquistar la Moriena e la Tarantasia. Sciamberì ancora con tutta la Savoia senza resistenza s'arrendè ai medesimi, a riserva di Monmegliano, fortezza per la sua situazione quasi inespugnabile, che restò da lì innanzi bloccata. Per questi cotanto sinistri avvenimenti era un gran dire dappertutto del duca di Savoia, censurando assaissime persone, chi per amore, chi per contrarietà di genio, la di lui condotta. Non trovavano essi prudenza nell'essersi egli imbarcato contro la formidabil potenza del re di Francia, la qual facea paura, e dava delle percosse a tutti i suoi nemici. Già parea a chi così la discorreva, di veder mendichi tutti i sudditi del duca, e lui stesso vicino ad essere spogliato di tutto il suo dominio, e ridotto colla corda al collo a chiedere quella misericordia che forse non avrebbe potuto ottenere. Lo stesso sommo pontefice, commiserando il suo stato, gli esibì di trattar di pace. Ma il coraggioso principe, che ben sapea non potersi senza noviziato addestrare al mestiere dell'armi, invece di confondersi per le finora sofferte sciagure, tutto si diede a rimettere la sua armata, e ad animar le sue speranze per migliori soccorsi in avvenire. Gli giunsero infatti più di due mila Tedeschi calati dalla Germania; il Fuensalida gli spedì tosto circa quattro mila fanti; laonde in breve si trovò forte di venti mila combattenti, coi quali tornò in campagna assai vigoroso, e frastornò i maggiori progressi del Catinat. Nella dieta d'Augusta, dove si portò sul fine del presente anno l'imperador Leopoldo, fu proposta l'elezione in re dei Romani di Giuseppe re d'Ungheria, suo primogenito, ancorchè sembrasse l'età sua non peranche capace di tanta dignità. Concorsero in essa i voti degli elettori nel dì 24 di gennaio dell'anno presente, e seguì la coronazione sua con gran giubilo degli amatori dell'augusta casa di Austria. Attento sempre il pontefice Alessandro VIII a sbarbicare gli errori dalla Chiesa di Dio, procedette in questi tempi contro chiunque restava o per inavvertenza o per corrotto animo macchiato dei perversi insegnamenti di Michele Molinos. Condannò ancora in questo e nel seguente anno molte proposizioni contrarie alla sana teologia scolastica e morale, ed accrebbe la gloria della Chiesa cattolica colla canonizzazione di cinque santi. Entrò in quest'anno e prese piede la peste in Conversano e nei luoghi circonvicini; il che sparse gran terrore per tutta la Italia, e ognun si diede a precauzionarsi contra di questo formidabil nemico. Nel dì 3 d'aprile dell'anno presente Dorotea Sofia principessa di Neoburgo, che avea per sorelle un'imperadrice, una regina di Spagna ed una di Portogallo, fu sposata in Neoburgo a nome di Odoardo Farnese principe ereditario di Parma, e condotta in Italia. La magnificenza con cui il duca Ranuccio II Farnese suo padre celebrò queste nozze in Parma, empiè di maraviglia chiunque ne fu spettatore, e superò l'espettazion d'ognuno; sì suntuose riuscirono le opere in musica fatte in quel gran teatro, e nel giardino della corte, sì ricche le livree, sì straordinarie le macchine, i caroselli, i balli, le illuminazioni, i conviti e il concorso dei principi e nobili forestieri. Per tante spese non s'incomodò poco quel sovrano, ma certamente fece parlare assaissimo dell'animo suo grande, benchè alcuni vi trovassero dell'eccesso.


MDCXCI

Anno diCristo MDCXCI. Indizione XIV.
Innocenzo XII papa 1.
Leopoldo imperadore 34.

Tuttochè il pontefice Alessandro VIII fosse pervenuto all'età di ottantun anni, pure il vigor della sua complessione e la vivacità della sua mente faceano sperare alla gente più lungo il suo pontificato; ma non già a lui, che spesso andava dicendo di essere vicine le ventiquattro ore, e di tenere il piede sull'orlo della fossa. Infatti sul principio dell'anno presente si affollarono i malori addosso alla sua sanità, e talmente crebbero, che nel primo di febbraio con somma esemplarità egli passò ad una vita migliore. Non s'era mai stancato il suo zelo in addietro per ridurre i prelati di Francia a ritrattar le quattro proposizioni da lor pubblicate in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, ma senza mai poter vincere la pugna. Il cardinal Fussano di Fourbin, chiamato anche di Giansone, uomo di mirabil attività e destrezza, l'avea fin qui trattenuto con belle parole e proposte di poco soddisfacenti ripieghi. Ora il santo padre, veggendosi vicino a comparire al tribunale di Dio, non volle lasciar indecisa quella controversia; e però condannò le proposizioni suddette, confermando una bolla già preparata fin sotto il dì 4 d'agosto dell'anno precedente. Inoltre un giorno prima della sua morte scrisse su questo affare un amorevole paterno breve al re Cristianissimo. Nel dì 11 del suddetto febbraio si chiusero nel conclave i cardinali. Grandi ed eccessivamente lunghi furono i dibattimenti loro per l'elezione del novello pontefice, essendo spezialmente stato sul tappeto il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova, uomo di santa vita, desiderato dai zelanti, ma rigettato dai politici. Stanchi ormai di sì prolisso combattimento, e spronati da caldo estivo, che più si fa sentire nelle camerette di quella sacra prigione, concorsero finalmente i porporati nell'elezione d'uno de' più degni soggetti del sacro collegio, cioè nella persona del cardinale Antonio Pignatelli, patrizio napoletano, ed arcivescovo di Napoli, che s'era segnalato in varie nunziature, e mastro della camera apostolica avea raffinate le sue virtù sotto la disciplina del santo papa Innocenzo XI. Seguì la di lui elezione nel dì 12 di luglio, e fu da lui preso il nome d'Innocenzo XII in venerazion dell'insigne pontefice che l'avea promosso alla porpora nel 1681. Sì nota era la sua probità e saviezza, che ognun si promise da lui un ottimo pontificato, e niuno in ciò s'ingannò. L'età sua passava i settantasei anni; personaggio d'ottima volontà, desinteressato, dotato di dolci ed amabili maniere, pieno di carità verso i poveri, e di un costante zelo per ben della Chiesa. Nel dì 15 dello stesso luglio fu solennizzata la di lui coronazione; e quantunque trovasse esausto l'erario della camera papale, pure non tardò ad inviare quanti soccorsi mai potè al re di Polonia e alla repubblica di Venezia per la guerra che tuttavia durava contra dei Turchi. Con occhio paterno ancora rimirò le miserie di que' popoli del regno di Napoli, contra dei quali inferociva la peste, e sopra d'essi diffuse le rugiade dell'incessante sua carità. In una parola, tosto comparve aver Dio eletto colla voce degli uomini un pastore che nulla cercava per sè, nulla voleva per li suoi parenti, e solamente i suoi pensieri e desiderii impiegava a far del bene alla sua greggia.

Nulla ebbe in quest'anno da rallegrarsi la veneta repubblica delle sue armi in Levante, anzi ebbe di che attristarsi. Era stato eletto capitan generale delle sue armate Domenico Mocenigo, che sciolse le vele de Venezia con un convoglio numeroso di milizie e provvisioni da guerra. Ma più forti di lui si trovarono poscia i Turchi, e questi risoluti di riacquistar le fortezze di Canina e Vallona. Vennero in fatti quegl'infedeli all'assedio d'esse per terra. Da che fu creduto che non si potessero sostenere, furono minate le fortificazioni di Canina, tirato il presidio colle artiglierie e munizioni nelle preparate navi. Scoppiarono le mine e fornelli, riducendo quel luogo in un mucchio di pietre. La medesima determinazione fu presa ed eseguita per la Vallona, che tutta andò sossopra; sicchè i Turchi non acquistarono che due deserti. Arrivò bensì in soccorso dei Veneziani la squadra di otto galee maltesi con mille bravi fanti da sbarco, ma non già la pontifizia, ritenuta per la succeduta morte del papa. Nulla di più operarono dipoi i Veneziani; scorsero l'Arcipelago con desiderio di affrontarsi colla nemica flotta, senza nondimeno trovare un'egual voglia in quegl'infedeli. Cagion fu questo infelice andamento di cose che la repubblica sospirasse più che mai la pace; e di essa appunto si esibì in questi tempi di trattarne l'ambasciatore d'Inghilterra alla Porta. Maggior prosperità goderono l'armate cesaree in Ungheria. Aprì la campagna il principe Luigi di Baden con forte esercito, come fu fama, di quasi sessanta mila combattenti, la maggior parte Tedeschi veterani. Superiore contuttociò di numero era il turchesco, condotto da Mustafà primo visire, glorioso per avere ricuperata la Servia con Belgrado. Sapeva costui il mestier della guerra, ed ora con gagliardi trincieramenti deludeva l'ardor dei cristiani per una battaglia; ora, dando loro delle spetezzate sì nell'offesa che nella difesa, si faceva conoscere gran capitano. Non mancavano a lui ingegneri franzesi. Ridusse egli a Salankemen presso il Danubio talmente in ristretto il principe di Baden, che per mancanza di viveri si vide questi col consiglio degli altri generali costretto a tentare una battaglia, benchè con grande svantaggio, perchè s'ebbe ad assalire l'oste nemica ne' suoi trincieramenti. Il dì 18 d'agosto fu scelto per quella terribil danza. Se l'ardire dei cristiani si mostrò incomparabile nell'assalto, minore non comparve quel dei giannizzeri e spahì, che, usciti delle trincee colla sciabla alla mano fecero rinculare l'ala destra dei Tedeschi, e poco mancò che non la mettessero in rotta. Accorso con alcune truppe fresche il Baden, sostenne l'empito dei musulmani, finchè riuscì all'ala sinistra di entrare in battaglia, di superar dal canto suo le trincee, e di cominciare un orrido macello dei nemici, che sconfitti cercarono lo scampo colla fuga. La vittoria fu completa coll'acquisto di cinquanta cannoni di bronzo, delle tende e della cassa di guerra. Perì lo stesso primo visire nel conflitto insieme coll'Agà dei Gianizzeri, e con molti bassà; e la fama, ingranditrice di sì fatti successi, fece ascendere il numero degli uccisi sino a diciotto mila, oltre alla gran copia de' feriti. Non aveano da gran tempo combattuto i Turchi con tanta bravura; e però dichiarossi ben la vittoria in favor de' cristiani, ma fu da essi comperata collo spargimento di gran sangue, essendovene restati uccisi da quattro mila, ed altrettanti feriti, colla perdita di molti insigni uffiziali. Di grandi allegrezze si fecero in tutta l'Italia, e massimamente in Roma, per così gloriosa vittoria. Tuttavia restò sì indebolita l'armata cesarea, che niun vantaggioso avvenimento le tenne dietro, fuorchè quello della città di Lippa, che fu presa dal generale Veterani; poichè pel gran Varadino, assediato dal Baden, furono ben presi i due primi recinti di quella città, ma l'ostinata resistenza del terzo rendè inutili tutti gli altri di lui sforzi per impadronirsene, e convenne battere la ritirata. Perchè Belgrado si trovava troppo ben guernito di gente e di munizioni, troppo pericolosa impresa fu creduto il tentarne l'acquisto.

Continuò in quest'anno ancora la guerra del Piemonte. Il principe Eugenio di Savoia con grosso corpo di gente tenea in dovere la guernigion di Casale, che facea di tanto in tanto delle sortite; e in più riscontri vi perirono da cinquecento Franzesi. Intanto il Monferrato era malmenato da' Tedeschi, con gravi doglianze di Ferdinando Carlo duca di Mantova a tutte le corti. E perchè era creduto questo principe di cuor franzese, e fece anche leva di alquante milizie, cominciò la corte di Vienna a pretendere ch'egli licenziasse da Mantova l'inviato del re Cristianissimo; con che imbrogliarono forte i di lui affari. Le prodezze dei Franzesi contro il duca di Savoia nell'anno presente consisterono in ridurre alla loro ubbidienza la città di Nizza col suo castello, e il forte di Montalbano e Villafranca, luoghi posti sulla riva del Mediterraneo. Ciò avvenne nel mese di marzo e sul principio di aprile. Inoltre verso il fine di maggio il Catinat s'impadronì d'Avigliana, distante da Torino non più di dieci miglia, e ne restò prigioniera la guernigione. Prese anche Rivoli, e, passato di là all'assedio di Carmagnola, nel dì 9 di giugno quel presidio forte di due mila persone gli rilasciò la piazza con ritirarsi a Torino. Non potea il duca Vittorio Amedeo impedir questi progressi de' Franzesi, perchè inferiore di forze. Passarono baldanzosi essi Franzesi anche sotto Cuneo, e il signor di Feuquieres governatore di Pinerolo, che comandava quell'assedio, in diecissette giorni di trinciera aperta, non ostante la gran difesa di quel presidio e de' terrazzani, s'inoltrò sì avanti con gli approcci, che sperava in breve di far cadere quella città. Avendo egli dipoi dovuto passare a mutar la guernigion di Casale, restò la direzion dell'assedio al signor di Bullonde. Mossosi in questo tempo il principe Eugenio con quattro mila cavalli per dar soccorso alla quasi agonizzante piazza, il Bullonde atterrito precipitosamente levò il campo, lasciando anche indietro un cannone, tre mortari, e gran provvision di bombe, polve ed altri attrezzi di guerra, siccome ancora di pane e farine, oltre a molti uffiziali e trecento soldati malati o feriti, che erano nel convento de' minori riformati. Cagion fu questa ritirata ch'egli processato fece dipoi una lunga penitenza in prigione. Per li precedenti acquisti, e perchè i Franzesi trattavano con crudeltà il paese, era entrato il terrore fino in Torino; laonde la duchessa credette meglio di ritirarsi a Vercelli. Ma dopo la liberazion di Cuneo si rinvigorì il coraggio dei Piemontesi, e incomparabilmente più, perchè otto mila Tedeschi, cioè parte dei soccorsi che si aspettavano dalla Germania, sul principio d'agosto pervennero a Torino: con che trovossi il duca in istato di campeggiare contro i nemici. Poscia nel dì 19 d'esso mese l'elettore duca di Baviera in persona con altre milizie sì di fanteria che di cavalleria accrebbe il giubilo di quella corte e città, dove entrò accolto con sommo onore. Ascesero questi soccorsi almeno a quindici mila bravi combattenti, che diedero molto da pensare al Catinat. Anche Guglielmo re di Inghilterra, ossia principe d'Oranges, avea inviato il duca di Sciomberg, valoroso signore, perchè servisse di generale al duca di Savoia. Accresciute in questa maniera le forze de' collegati, nel dì 26 di settembre la loro armata passò il Po, e il principe Eugenio fu spedito con mille e cinquecento cavalli ad investire Carmagnola, dove poi comparve anche l'esercito intero. Continuò l'assedio sino al dì 7 d'ottobre, in cui i Franzesi capitolarono la resa, con patto di andarsene liberi colle lor armi e bagaglio. Ma perchè nell'aver essi nel precedente giugno, allorchè presero la medesima Carmagnola, contravvenuto ai patti, con avere spogliati i Valdesi che v'erano di presidio, loro fu renduta la pariglia in tal congiuntura. Tolsero i Valdesi l'armi e parte del bagaglio a quella truppa, e i Tedeschi per non essere da meno, li spogliarono del resto. Ricuperò ancora l'esercito collegato Avigliana e Rivoli. Intanto il Catinat abbandonò Saluzzo, Savigliano e Fossano; e perciocchè restava tuttavia contumace nella Savoia la fortezza di Monmegliano, e volevano i Franzesi levarsi quella spina dal piede, nella notte precedente al dì 18 di novembre aprirono la trincea sotto quella piazza, che fu bravamente difesa, per quanto mai si potè, da quel governatore marchese di Bagnasco. Le artiglierie, le bombe e le mine con tal frequenza e vigore tempestarono quelle mura, case e bastioni, che nel dì 20 di dicembre con molto onorevoli condizioni convenne capitolarne la resa.

Un'altra scena sul principio di novembre accaduta nel Monferrato diede molto da discorrere ai curiosi politici. Fin qui avea tenuto Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova nella città di Casale un governatore con guernigione, restando i Franzesi padroni della cittadella. All'improvviso il marchese di Crenant, governatore d'essa cittadella, nel dì 7 del mese suddetto, chiamato a desinar seco il marchese Fassati governatore della città, il ritenne prigione, imputandogli di aver tramato col generale cesareo Antonio Caraffa di dare ai Tedeschi l'entrata in quella città. Quindi s'impossessò di tutte le porte della città medesima, e disarmò il reggimento che ivi era pel duca. Non si seppe mai bene il netto di questa faccenda. Pretesero alcuni che il duca di Mantova fosse complice di quella novità; altri ch'egli non vi avesse parte, e che il solo marchese Fassati fosse il colpevole; ed altri in fine che questa fosse una soperchieria de' Franzesi, i quali non si facessero scrupolo di anteporre il proprio interesse alla buona fede, e volessero assicurarsi che il duca di Mantova loro non facesse qualche beffa. Maggiore strepito fecero ancora le novità della corte imperiale contro i principi d'Italia. Giacchè i Franzesi aveano spedito di là de' monti gran parte della lor cavalleria a' quartieri, anche le milizie cesaree, mancando di sussistenza nel desolato Piemonte, si rivolsero a cercarla ne' feudi imperiali d'Italia. Al conte Antonio Caraffa, commissario generale di Cesare, data fu l'incombenza di provvedere a tutto: uomo pien di boria, di crudeltà, di puntigli; che tale si fece conoscere anche allo stesso duca di Savoia. Poco e nulla avea egli fin qui operato in favor di quel principe; gli fu ben più facile il far da bravo con gli altri sovrani d'Italia. Intimò egli dunque non solamente i quartieri, ma anche sì esorbitanti contribuzioni al gran duca di Toscana, ai Genovesi, ai Lucchesi, ai duchi di Mantova, Modena, e agli altri minori vassalli dell'imperio, che nè pur oso io di specificarne la somma, per non denigrare, a cagion di sì barbarica risoluzione, la fama del piissimo imperador Leopoldo, benchè sia da credere ch'egli non sapesse tutto, o non consentisse in tutto a sì fiera ed insolita estorsione, per cui si sviscerarono le sostanze degl'infelici popoli.

Neppure andò esente da questo flagello Ranuccio II Farnese duca di Parma, tuttochè i suoi Stati fossero feudi della Chiesa, e dovette dar quartiere a quattro mila cavalli, avendo il Caraffa fatto valere il pretesto che quel principe riconoscesse lo Stato Pallavicino, Bardi, Campiano ed altri piccioli luoghi dall'imperio. Sovvenne il buon duca di Modena Francesco II d'Este con gran sforzo del suo erario i proprii popoli, e contuttociò convenne impegnar tutte le argenterie delle chiese, e far degli enormi debiti, perchè dalle minaccie di saccheggi andavano accompagnate le domande del barbaro ministro. Certo è che il Caraffa non altre leggi consultò in questa congiuntura che quelle della forza, le quali portate all'eccesso, se riescano di gloria ai monarchi, niuno ha bisogno d'impararlo da me. Infatti il nome dell'imperadore, che dianzi per le guerre e vittorie contra dei Turchi con dolcezza si memorava per tutta l'Italia, cominciò a patire un grave deliquio, altro non sentendosi che detestazioni di sì ingiusto e smoderato rigore; e dolendosi ognuno che il sangue dei poveri Italiani avesse anche da servire, trasportato in parte a Vienna, a far guerra in Germania, e a satollar que' ministri. E però il buon pontefice Innocenzo XII, commiserando l'afflizione di tanti popoli, più che mai si accese di premura, per condurre alla pace le guerreggianti potenze, e spedì calde lettere, e propose un congresso; ma senza che si trovasse per ora spediente alcuno alle correnti miserie. Esibì anche il re di Francia, a cui pesava forte la guerra d'Italia, come troppo dispendiosa, delle plausibili condizioni di pace, che non piacquero, e furono rigettate. Invece del conte di Fuensalida, che fu richiamato in Ispagna per le istanze del duca di Savoia, e portò seco le imprecazioni de' popoli dello Stato di Milano, venne al governo di quella provincia don Diego Filippo di Guzman marchese di Leganes, cavaliere che per essere di un tratto amorevole e manieroso, fu ricevuto con molto applauso. Si conchiuse in quest'anno il maritaggio della principessa Anna Luigia de' Medici, figlia di Cosimo III gran duca di Toscana, con Giovan-Guglielmo conte palatino del Reno, ed elettore. Nel dì 29 d'aprile in Firenze a nome d'esso elettore la sposò il gran principe Ferdinando suo fratello, e da lì a pochi dì seguì la sua partenza per Lamagna. Anche il duca di Baviera, perchè dichiarato governator della Fiandra, s'inviò a quella volta dall'Italia.


MDCXCII

Anno diCristo MDCXCII. Indizione XV.
Innocenzo XII papa 2.
Leopoldo imperadore 35.

Tanto seppe adoperarsi l'industrioso cardinale di Fourbin, appellato anche di Giansone, che a forza di gloriose promesse indusse il pontefice Innocenzo XII nell'anno presente ad accordar le bolle ad alquanti novelli vescovi del regno di Francia. Moltissime di quelle chiese da gran tempo erano vacanti, e all'ottimo pontefice troppo dispiaceva il veder tante greggie sì lungamente prive di pastore. Questa sua indulgenza fu mal intesa da alcuni, perchè non si tirò dietro alcuna soddisfazione della corte di Francia alla santa Sede; ma non lasciò d'essere lodata dai saggi. Avea desiderato il santo pontefice Innocenzo XI, tutto pieno di belle idee, di tramandare a' successori pontefici l'abborrimento da lui stesso professato al nipotismo, sul riflesso di tanti disordini provenuti in addietro dal soverchio amore de' papi ai proprii parenti. Fu anche voce costante che avesse stesa una bolla in questo proposito, ma che incontrasse delle difficoltà a sottoscriverla in alcuni cardinali, che aveano profittato in addietro di questa prodigalità, quasichè un processo anche contra di loro stessi fosse il solo provvedervi per l'avvenire. Comunque sia, il buon Innocenzo XII, degno allievo dell'XI, seriamente sempre vi pensò, e col proprio esempio preparò gli animi d'ognuno a così santa e lodevol riforma. Il bello fu che non pochi maligni politici d'allora spacciavano per una semplice velleità quest'invenzione del papa, anzi s'aspettavano ogni dì che anch'egli, a guisa di Alessandro VII, soccombesse in fine alla tentazione, e lasciasse comparir trionfanti sui sette colli i suoi nipoti. Ma era troppo ben radicato il vero pastorale e principesco zelo in questo insigne vicario di Cristo; e però, dopo aver ben preso le sue misure, e fatta sottoscrivere da tutti i cardinali la bolla con cui si vietava da lì innanzi ogni eccesso in favor de' nipoti pontificii, la pubblicò nel dì 28 di giugno dell'anno presente, con obbligar tutti i porporati presenti e futuri all'esecuzione di essa, e a ratificarla con giuramento nei conclavi, ed ogni eletto pontefice a giurarla di nuovo. Dì consenso ancora, o pure d'ordine d'esso santo padre, fu impiegata la felice pena di Celestino Sfondrati abbate di San Gallo, che poi venne promosso alla sacra porpora, in esporre i mali effetti del nepotismo: il che egli animosamente eseguì, con tessere la serie di tutti quei papi che non si erano guardati dall'eccessivo e sregolato affetto verso del proprio sangue; tutte a mio credere, incontrastabili giustificazioni della libertà che ho giudicato competere anche a me, per non tacere in questi Annali un disordine che mai più da lì innanzi non ha conosciuto nè deplorato la santa Sede, e chiunque lei ama e riverisce. Per questa nobil risoluzione non si può dire quanto plauso e credito si acquistasse il pontefice Innocenzo XII presso i cattolici tutti, e fin presso i protestanti medesimi.

Venne in quest'anno a Roma, a Venezia, a Genova e agli altri principi d'Italia spedito dal re Cristianissimo il conte di Rabenac, con commissione di sollecitare ognuno ad unirsi contro l'imperadore, ch'egli rappresentava come oppressore dell'Italia colle smisurate contribuzioni e coi gravosi quartieri, dei quali abbiam favellato. Ma ebbe un bel dire; grande impegno era la tuttavia ardente guerra col Turco; troppo gagliarde in queste parti le forze cesaree, e però altro non riportò che ringraziamenti ai suoi generosi consigli. Non lasciarono il papa e i Maltesi di spedire anche per la presente campagna le squadre delle lor galee in rinforzo de' Veneziani. Desiderosi questi di qualche segnalata impresa, andarono all'assedio della Canea, città forte dell'isola di Candia, e nel dì 17 di luglio, fatto lo sbarco, diedero principio alle offese, e il capitan generale Domenico Mocenigo prese le migliori disposizioni per effettuare il disegno. Ciò non ostante, sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì ostinata la difesa, sì fortunati i soccorsi inviati dal saraschiere all'assediata città, che dopo molto spargimento di sangue convenne levare l'assedio; e tanto più perchè il saraschiere, avendo passato lo Stretto, minacciava la Morea. Fu in fatti assediata da' Musulmani la città di Lepanto, ma ne furono essi anche respinti. Niun'altra azione di vaglia si fece dipoi. Intanto il generale cesareo Heisler ebbe ordine di mettere il campo al Gran Varadino, città e fortezza di molta importanza nella Transilvania sulle frontiere dell'Ungheria. Gran tempo e sangue si spese per arrivarne all'acquisto. Ma finalmente, nel dì 3 di giugno si videro forzati i Turchi a rendersi a buoni patti, e nel dì 5, festa solenne del Corpo del Signore, quivi s'inalberò la croce con giubilo inesplicabile degli amatori della religion cattolica. Gran festa ne fu fatta in Roma e per tutta l'Italia. Nè pur ivi altra maggiore impresa si fece nell'anno presente.

Per conto della guerra del Piemonte, dacchè fu richiamato in Germania il general Caraffa, che avea trovata la maniera di farsi pel suo orgoglio, e più per la sua crudeltà, odiar da tutti in Italia, fu spedito al comando delle truppe cesaree il maresciallo Caprara Bolognese, uomo di gran credito per tante sue belle militari azioni. S'infermò egli in Verona, nè potè prima del dì 13 di luglio arrivare a Torino. Tenutosi consiglio da tutti i generali, giacchè non fu gradito d'imprendere l'assedio di Pinerolo, fu risoluto di penetrare nel Delfinato con dieci mila cavalli e sedici mila fanti, lusingandosi i collegati di veder le migliaia di ugonotti, che, cavatasi la maschera, si unissero all'esercito loro. Scomunicate erano le strade per li dirupi delle montagne: pure la speranza di arricchir tutti coll'ideato bottino metteva l'ali ai piedi d'ognuno. I generali erano lo stesso duca di Savoia, il marchese di Leganes, il maresciallo Caprara e il principe Eugenio. Presero Guilestre sulle prime, e quindi con assedio obbligarono la poco forte città d'Ambrum a presentar loro le chiavi. Quella eziandio di Gap senza fatica venne alla loro ubbidienza, e fu poi barbaramente saccheggiata, ed anche data alle fiamme; crudeltà usata dai Tedeschi per dovunque passarono. Vi fu chi credette che se fosse proceduta innanzi quest'armata, Granoble e Lione avrebbero aperte le porte. Ma caduto infermo di vaiuolo il duca Vittorio Amedeo, ed avendo il Caprara e il Leganes ordini segreti di risparmiar le truppe, all'udire che accorrevano da ogni parte Franzesi, ad altro non si pensò che a ritornarsene indietro. Per varie strade ripassò quell'armata. L'infermo duca, portato come in un letto entro agiata seggetta, giunse a Cuneo, seco avendo la duchessa consorte, che, al primo avviso del suo male, coi medici avea valicato quelle aspre montagne. Non prima del dì 4 d'ottobre giunse a Torino, e quindi in villa, dove si convertì il suo malore in quartana doppia, che divenne poi continua, di modo che più volte si dubitò di sua vita. Verso la metà di novembre ricuperò egli la sanità primiera. Ed ecco dove andò a terminare questa che ognun si credea dovesse riuscire molto strepitosa campagna. Ma se pochi allori colsero allora i Tedeschi nel Delfinato, riuscì ben più felice la guerra da loro portata di nuovo ai paesi dei principi d'Italia, che soggiacquero anche nel seguente verno ad orride contribuzioni e quartieri intimati dal conte Prainer, degno delegato del tanto abborrito in Italia conte Caraffa, che poi nel seguente anno fu chiamato da Dio a render conto del suo incredibile orgoglio, e dell'aver riposta la sua gloria nell'assassinar gl'Italiani coll'esorbitanza delle contribuzioni. Continuò similmente il Prainer quei barbarici trattamenti, per li quali convien confessare che allora troppo divenne esosa in Italia la nazione tedesca; e fin lo stesso duca di Savoia ne fece amare doglianze alla corte di Vienna, dolendosi che quegli aiuti avessero servito, non già a migliorare gl'interessi suoi, ma solamente ad arricchirsi con ispogliare nemici ed amici, e a rendere anche lo stesso duca odioso agl'Italiani, come autore di questa guerra in Italia.

Era succeduta un tempo innanzi una ribellione del popolo di Castiglione delle Stiviere contra del principe loro signore Ferdinando Gonzaga; e questa in occasion delle imposte da lui messe in congiuntura delle contribuzioni tedesche. Saccheggiarono coloro il di lui palazzo; e s'egli non avesse avuta la fortuna di salvarsi colla principessa moglie nella rocca, non perdonavano alla sua vita. Ricorso egli al conte Caraffa, ricevè delle truppe; furono puniti i capi della ribellione; ed egli riassunse il comando. Ma essendo ricorsi a Vienna i suoi sudditi, con rappresentare nata la lor sollevazione da altri insoffribili aggravii loro imposti dal principe a cagion della moglie di casa Pico della Mirandola, affinchè ella si potesse divertire nei carnevali di Venezia, venne ordine al generale Palfi di arrestare il principe e la principessa, e si diede principio ai processi che non ebbero mai più fine. Si trattò più volte di rimettere quel principe nel suo dominio; ma perchè protestava il popolo (tanto era il suo odio) di voler piuttosto prendersi un volontario esilio, che di tornar sotto il di lui abborrito giogo, restò sempre incagliato l'affare, e resta tuttavia, dimorando oggidì in Ispagna i principi di lui figli, sovvenuti dalla generosità di quella real corte. Fu creduto che Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova soffiasse in quell'incendio; ma questo sovrano ricevette anche egli nel presente anno un man-rovescio dalla politica spagnuola. Già dicemmo occupata da lui la città di Guastalla sul Po per le mendicate ragioni della duchessa sua consorte, figlia dell'ultimo duca di Guastalla, quando per le investiture cesaree era chiamato a quel feudo il cugino d'esso defunto duca, cioè don Vincenzo Gonzaga, il quale a nome del re di Spagna avea governata la Sicilia. Assistito egli dalle milizie spagnuole e tedesche, improvvisamente fu messo in possesso di Guastalla; e datosi quindi a pretendere dal duca di Mantova le rendite indebitamente percette per tanti anni addietro, col tempo ottenne che gli fossero assegnate le due terre di Luzzara e Reggiuolo coi lor fertili territorii. Così portava la giustizia; ma in cuore del duca di Mantova restò tanta amarezza, che nei tempi susseguenti, siccome vedremo, prese risoluzioni tali, che il trassero all'ultimo precipizio. Era già pervenuto all'anno trentesimo terzo di sua età Francesco II d'Este duca di Modena, senza che avesse peranche presa la risoluzion di accasarsi. Fu creduto alieno dalle nozze, perchè bene spesso languente per la sua debole complessione, e molto più per la podagra e chiragra, sue familiari compagne. La verità nondimeno è, che il principe Cesare d'Este, da cui era aiutato, ed anche più del dovere, al governo, gli sturbò tutti i trattati di maritaggio, per timore di scapitare nella sua privanza. Ma finalmente sposò egli nel dì 14 di luglio del presente anno la principessa Margherita Farnese, figlia di Ranuccio II duca di Parma, che condotta a Sassuolo fece poi la sua solenne entrata in Modena nel dì 9 di novembre.

Intanto commosso da tenerezza il cuore del pontefice Innocenzo XII al mirare lo stato lagrimevole dell'Italia per l'ostinata guerra del Piemonte, e gli oppressi e divorati popoli dalle smoderate contribuzioni e violenze di chi mostrava di essere calato di Germania per difendere dai Franzesi la libertà di queste provincie, raddoppiò le sue premure e i suoi uffizii per tutte le corti cattoliche a fin di promuovere la pace. Ma inutili furono anche per ora le sante sue intenzioni, e solamente ebbero effetto quelle che da lui solo dipendevano pel buon regolamento e vantaggio di Roma e della sacra sua corte. Con sua bolla soppresse varie giudicature straordinarie che si esercitavano per privilegio, e servivano a prolungar le liti e le sofisticherie con gravissimo danno di chi avea da litigare, rimettendo tutte le cause ai consueti giudici ordinarii. Giacchè più non serviva d'abitazione ai romani pontefici il vasto palazzo del Laterano, determinò il santo padre di farne miglior uso con formarne un ospizio ai poveri invalidi, e pensò tosto a provvederlo di rendite convenienti al bisogno. Sua intenzione sulle prime fu di raccoglier ivi tutti gli storpii, ciechi ed inabili a lavorare, e di levar da Roma la molestia di tanti mendicanti oziosi, che ristretti potrebbero in buona parte guadagnarsi il pane in qualche lavoro. Ma col tempo si mutò questa idea, e lasciate le sole donne in quel palazzo, si provvide ai maschi poveri nell'insigne ospizio di Ripa, siccome accennerò a suo tempo. Con la bolla poi pubblicata nel dì 20 di maggio dell'anno seguente confermò il suddetto ospizio lateranense, e i fondi e proventi assegnati pel mantenimento di esso. Conoscendo ancora qual profitto potrebbe provenire dal porto di Cività Vecchia, se vi si stabilisse un buon commercio con varii privilegii, con fabbriche di case e magazzini, e col concorso di negozianti, si applicò a questa impresa, e diede gli ordini opportuni, acciocchè si purgassero ed accrescessero gli acquedotti, e si formassero nuove fabbriche. Fece anche alzare nella basilica Vaticana un magnifico mausoleo alla santa memoria d'Innocenzo XI suo benefattore, e preparare il proprio sepolcro, ma con poca spesa, col non volere in esso altra inscrizione che il semplice suo nome. In somma era nato questo sempre memorando pontefice per cose grandi, e dimentico di sè stesso e de' suoi, altro non avea in mente che il pubblico bene.


MDCXCIII

Anno diCristo MDCXCIII. Indizione I.
Innocenzo XII papa 3.
Leopoldo imperadore 36.

Per quanti passi e dibattimenti si fossero fatti fin qui, per comporre le differenze che passavano fra la corte di Roma e di Parigi a cagion delle proposizioni adottate dai vescovi di Francia in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, nulla s'era potuto ottenere che soddisfacesse al sommo pontefice. Finalmente nel presente anno d'ordine del re Luigi XIV scrissero que' prelati a papa Innocenzo XII una lettera piena di sommessione, in cui disapprovarono gl'insegnamenti suddetti; e però giacchè non s'era potuto ottenere di più, fu creduto meglio di rimettere l'armonia primiera, e di conferire il resto delle chiese vacanti nel regno di Francia. Avea nell'anno precedente l'indefesso santo Padre cominciata un'altra gloriosa impresa e le diede il pieno suo compimento nel presente. Da gran tempo per varie necessità della santa Sede s'era introdotto il vendere alcuni non ecclesiastici uffizii della curia romana, e spezialmente i posti di auditore e tesorier della camera, e de' cherici d'essa camera. Andava ben alto il loro prezzo, perchè grandi ancora n'erano i proventi. Se alcuno de' prelati compratori d'essi uffizii veniva promosso al cardinalato, restavano vacanti quegli uffizii, e si vendevano ad altri. Intorno a questi vacabili v'ha un trattato del famoso cardinale de Luca nel tomo ultimo delle sue opere. Non si potea trattener la gente maligna dall'aguzzar le lingue contra di questo costume, quasichè fosse stata questa invenzione per vendere la sacra porpora sotto colore palliato a chi potea spendere; e quantunque non si promovessero per lo più se non persone degne, prese dai posti suddetti, pure sembrava aperto l'adito anche agl'immeritevoli, purchè danarosi, di conseguire le prime dignità. Volle ancor qui l'ammirabil pontefice chiudere la bocca agli amatori della maldicenza; e però nel dì 23 d'ottobre del precedente anno suppresse le venalità dei suddetti uffizii ed avendo procurato a lieve frutto più d'un milione di scudi, restituì ai compratori tutto il danaro da essi speso in acquistarli. Ora nell'anno presente a dì 3 di febbraio pubblicò un'altra bolla, con cui ordinò che da lì innanzi gli uffizii e luoghi di monti vacabili per la promozione alla sacra porpora non si perdessero, ma o si rassegnassero o se ne continuasse a tirare il frutto, di maniera che niun vantaggio risultasse alla camera apostolica dall'esaltazione di que' prelati. In pro nondimeno della stessa camera ritornò il risparmio di molte propine che dianzi godeano i prefati compratori. Immensa fu la lode che riportò per queste segnalate azioni l'ottimo pontefice, il quale in benefizio d'essa camera avea dianzi tagliate le penne anche al grado dei vice cancellieri della Chiesa romana; e poscia ancora minorò il lucro de' cardinali vicarii, e finalmente soppresse la legazion d'Avignone, applicandone i proventi alla camera apostolica.

Poichè sembrava che la fortuna non andasse d'accordo col capitan generale de' Veneziani Domenico Mocenigo, fu egli destinato pretore a Vicenza. Trattossi dipoi nel maggior consiglio per eleggere a sì riguardevol impiego altro personaggio, ed i più concorsero nello stesso doge Francesco Morosino, già stato capitano generale, e glorioso conquistatore della Morea. Si scusò egli colla sua avanzata età d'anni settantaquattro; ma rinforzate le preghiere, si trovò in fine risoluto a sacrificare il resto de' suoi giorni in servigio della patria. Di grandi preparamenti si fecero per la di lui partenza, e passò egli in Levante; ma gran tempo impiegò nel viaggio, e spese il resto in varie disposizioni per assalir Negroponte nell'anno venturo, quando sul fine dell'anno, trovandosi a Napoli di Romania, fu colto da mortale infermità, che dì 6 del seguente gennaio mise fine ai suoi giorni e a tutte le sue gradezze umane. Riuscì in quest'anno al generale cesareo Heisler di conquistare la fortezza di Gena nell'Ungheria superiore verso le frontiere della Transilvania; dopo di che il general supremo duca di Croy, avendo fatto credere al saraschiere con lettera finta di voler imprendere l'assedio di Temiswar, all'improvviso si portò a cignere di gente Belgrado. Più di quel che credeva trovò i Turchi disposti a vendere care le lor vite, ed inoltre si udì venire a gran passi il primo visire col Cam de' Tartari, per tentare il soccorso; laonde, dopo avere perduto in un mese sotto quella città da due mila soldati, parve di più spediente lo sciogliere quell'assedio e ritirarsi. Facevasi intanto guerra da' Franzesi in Fiandra, al Reno, in mare e in Catalogna con felicità delle lor armi, e queste riportavano palme anche in Piemonte. Il duca Vittorio Amedeo restò ancora in quest'anno aggravato da sì pericolosa malattia, che nel dì 7 di marzo gli fu ministrato il santissimo viatico. Riavuto che fu, nel dì 30 di luglio si portò a bersagliare il forte franzese appellato di Santa Brigida, che gli costò molto sangue, e nel dì 14 d'agosto finalmente si diede per vinto. Questo fu poi smantellato. Per tre giorni ancora la città di Pinerolo restò fieramente travagliata dalle bombe. Intanto rinforzato di molte nuove truppe il maresciallo di Catinat si andò accostando colla sua alla nemica armata, e trovandosi amendue a fronte, vennero nel dì 4 d'ottobre ad una fiera battaglia in vicinanza di Orbazzano. Questa riuscì favorevole ai Franzesi, in maniera che, secondo i lor conti (a' quali si dee far la sua detrazione), vi rimasero sul campo uccisi circa otto mila dei collegati, e restarono due mila d'essi prigioni, coll'acquisto di quasi cento insegne, quattro stendardi e gran copia d'artiglierie. Due mila Franzesi vi perderono la vita. Pretesero gli altri che la perdita de' Franzesi ascendesse a sei mila persone, e ad altrettanto quella de' collegati. Dall'una parte e dall'altra grande fu il numero degli uffiziali morti o feriti; ma certo è che i collegati riceverono una fiera percossa, laonde il Catinat stese largamente le contribuzioni ed anche gl'incendii in quelle parti. Restò nulladimeno anche dopo tal perdita sì forte l'esercito alleato, che i Franzesi non poterono impadronirsi, a riserva di Revel e Saluzzo, d'alcun altro luogo di conseguenza. Ora non mancò il re Cristianissimo di prevalersi di questa congiuntura per insinuar di nuovo proposizioni di pace al duca di Savoia, ma nol potè peranche smuovere dal proponimento suo. Andarono poscia a' quartieri d'inverno le truppe alemanne, attendendo a scannare anche in questa vernata il paese de' principi dell'Italia, senza commiserazione a' popoli, che gridavano alle stelle per le esorbitanti estorsioni, credendo che di peggio non avrebbero fatto i Turchi nemici del nome cristiano.

Per questi flagelli funestissimo fu l'anno presente, ed anche per un altro sommamente lagrimevole spettacolo, cioè per un tremuoto nella Sicilia, le cui scosse non son già forestiere in quella per altro fortunata isola, ma senza che vi fosse memoria fra la gente d'allora di averne mai provato un sì terribile e micidiale. Cominciò nel dì 9 di gennaio a traballar la terra in Messina, e ne' susseguenti giorni andò crescendo la violenza delle scosse, talmente che atterrò in quella città gran copia delle più cospicue fabbriche, e parte ancora delle mura d'essa città, ma con poca mortalità, perchè il popolo, avvertito dal primo scotimento, si ritirò alla campagna e a dormir nelle piazze. Le relazioni che corsero allora, alterate probabilmente dallo spavento e dalla fama, portano che in altre parti della Sicilia incredibile fu il danno. Che la città di Catania, abitata da diciotto mila persone, andò tutta per terra, colla morte di sedici mila abitanti seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa ed Augusta, città riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella prima di quindici mila persone, e di otto mila nell'altra, in cui anche la fortezza, per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in aria. Che le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castella al numero di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in maniera che non ne rimane vestigio alcuno. Che più di cento mila persone vi perirono, oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fu rovesciato il palazzo del vicerè. Che la Calabria e Malta risentirono anch'esse non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello, slargò la sua apertura sino a tre miglia di giro. Io non mi fo mallevadore di tutte queste particolarità. Certo è solamente che miserie e rovine immense toccarono alla Sicilia per sì straordinario tremuoto, e che non si possono invidiare ai Siciliani le ricche lor campagne e delizie, sottoposte di tanto in tanto al pericolo di una sì dura pensione.


MDCXCIV

Anno diCristo MDCXCIV. Indizione II.
Innocenzo XII papa 4.
Leopoldo imperadore 37.

Dopo la morte del celebre Francesco Morosino fu conferita la dignità di doge di Venezia a Silvestro Valiero figlio del già doge Bertuccio. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor generale Delfino, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza, dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppur questa volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale le galee pontifizie e maltesi, Antonio Zeno, dichiarato capitan generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de' Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista. Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il comando del maresciallo di campo conte Caprara; niuna impresa si fece degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve momento verso le frontiere della Transilvania.

Nel Piemonte le nemiche armate si andarono in quest'anno guatando di mal occhio, ma senza che alcuna d'esse si sentisse voglia di venire alle mani. Solamente fu sempre più stretto il blocco da gran tempo cominciato di Casale di Monferrato, e in quelle vicinanze tolto fu ai Franzesi il forte di San Giorgio. Venuto l'autunno, tutte le truppe tedesche si scaricarono di nuovo sui paesi de' principi italiani, con avere intimato il conte Prainer, commessario generale di Cesare, secondo il solito, insoffribili contribuzioni. A costui da lì a poco la morte anch'essa intimò di sloggiare dal mondo, e di dar fine alle sue estorsioni. Tante nondimeno furono le doglianze portate alla corte di Vienna, che mosso a pietà l'Augusto Leopoldo ordinò che si sminuisse il rigore di tanti aggravii; ma non già per Ferdinando Carlo duca di Mantova, di cui si dichiaravano mal soddisfatti i Tedeschi, perchè creduto di genio franzese. Non poteano essi sofferire che dimorasse in Mantova il signor Duprè inviato del re Cristianissimo; però oppressero con aggravii i di lui sudditi, senza riguardo veruno agli ecclesiastici; e inoltre il generale cesareo conte Palfi, coll'abbate Rainoldi residente del re Cattolico, gli intimò di licenziare esso inviato franzese, e tre suoi proprii principali ministri, creduti fomentatori del di lui genio, entro il termine di quindici giorni, minacciando gravi ostilità se non ubbidiva. Ebbe il duca un bel dire, un bel gridare: gli convenne inghiottir la pillola, e congedare chi non piaceva alle corti di Vienna e di Madrid. Giacchè non potea reggere alla gotta, che passò al petto, Francesco II d'Este duca di Modena e Reggio, nel dì 6 di settembre dell'anno presente terminò la carriera del suo vivere, compianto da' sudditi suoi, perchè amorevolissimo e giusto principe, sotto di cui aveano goduto de' lieti giorni, siccome può vedersi nelle mie Antichità Estensi. Perchè non produsse alcun frutto il suo matrimonio colla principessa Margherita Farnese, a lui succedette nel governo di questo ducato il principe Rinaldo suo zio paterno, allora cardinale, che poi nell'anno seguente rinunziò la sacra porpora, ed assunse il titolo di duca. Fu parimente chiamata da Dio a miglior vita nel dì 6 di marzo Vittoria della Rovere, già moglie di Ferdinando II de Medici, gran duca di Toscana, principessa impareggiabile per le tante sue belle doti. Venne anche a morte nel dì 11 di dicembre dell'anno presente Ranuccio II Farnese duca di Parma e Piacenza, uomo de' vecchi tempi, principe di buon cuore, pio, generoso e pieno di lodevoli massime, e pure più tosto temuto che amato da' sudditi suoi. Lasciò di belle memorie nella città di Parma, e nel suo ducal palazzo, e un nome degno di vivere anche ne' secoli venturi. Era premorto a lui nel dì 5 di settembre dell'anno precedente 1693 il principe Odoardo suo primogenito, soffocato, per dir così, dalla sua esorbitante grassezza; e questi dalla principessa Dorotea Sofia di Neoburgo sua consorte avea ricavato un figlio per nome Alessandro, che fu rapito dalla morte nel suddetto precedente anno. Di esso Odoardo solamente restò una principessa per nome Elisabetta, nata nel dì 25 d'ottobre del 1690, oggidì gloriosa regina di Spagna. Altri due figli viventi lasciò il duca Ranuccio II, cioè Francesco ed Antonio, il primo de' quali succedette al padre nel ducato, e nell'anno seguente con dispensa pontificia sposò la suddetta principessa Dorotea sua cognata. Funestissimo riuscì quest'anno al regno di Napoli per un furioso tremuoto, non inferiore a quel di Sicilia dell'anno precedente. Seguì nel dì 8 di settembre lo scotimento suo. Nella città di Napoli incredibil fu lo spavento, e il danno si ridusse solamente alla scompaginatura di molti palazzi, chiese, monisteri e case. Ma in terra di Lavoro alcune castella e villaggi andarono per terra. In Ariano e Avellino assaissime persone perirono, e quasi tutte le case caddero. Nella città Capoa, di Vico, Cava, e massimamente in Canosa, Conza ed altre parti, si patì gran rovina di edifizii, accompagnata dalla perdita di molte anime. Anche a quegl'infelici paesi si stese la mano misericordiosa e limosiniera del romano pontefice. Questo infortunio cagion fu che il vicerè di Napoli non potesse poi inviare quel rinforzo di genti e danari, per cui tante premure gli venivano fatte dall'armata collegata in Piemonte.


MDCXCV

Anno diCristo MDCXCV. Indizione III.
Innocenzo XII papa 5.
Leopoldo imperadore 38.

Non si stancava il magnanimo papa Innocenzo XII di pensar tuttodì a sempre nuovi ed utili regolamenti per ben della Chiesa e de' suoi Stati. Aveva egli proposto di mettere freno al soverchio lusso di Roma, che, oltre all'impoverir le famiglie, portava fuori delle contrade ecclesiastiche immense somme di danaro. A questo grandioso disegno trovò egli, più di quel che pensava, delle gagliarde opposizioni, a cagion de' forestieri che capitano a Roma, e per li contrarii maneggi non men segreti che pubblici de' Franzesi, soliti a profittar della troppa bontà per non dir balordaggine degl'Italiani, i quali provveduti dalla natura di quanto può bisognare al loro nobile trattamento, invasati della novità delle mode, e più che d'altro vaghi delle manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a' principi non suoi. Un'altra insigne impresa si propose il vigilantissimo pontefice, cioè la riforma di certi ordini religiosi (e non erano pochi) scaduti dall'antica lor santa disciplina, e divenuti delle lor regole poco osservanti, spezialmente del voto della povertà. Qui ancora, più che nell'altra, si scoprirono difficoltà senza fine, ripugnando chi già era ammesso in quegli ordini a mutar maniera di vivere, e ad accettar la vita comune, perchè diceano di esser sottomessi a quelle regole, non quali furono nei tempi antichi, ma colle interpretazioni ed usanze del loro secolo. Ordinò pertanto il pontefice che non s'inquietassero i già arrolati sotto quelle bandiere, ma che niuno in avvenir si ammettesse senza professare la riforma prescritta dalla congregazione deputata da sua santità, in cui fra gli altri monsignor Fabroni, che fu poi promosso alla sacra porpora, personaggio zelantissimo, ebbe la disgrazia di tirarsi addosso l'indignazione e l'odio di moltissimi cappucci. Furono anche destinati per ciascun de' suddetti ordini rilassati due conventi, nei quali si facesse il noviziato e si osservasse il rigore suddetto. Il tempo fece poi conoscere che un Lodovico XIV re di Francia seppe ben introdurre la riforma nei religiosi claustrali del suo regno; ma Roma non arrivò a tanto in Italia. Patì quella città nel verno del presente anno un'inondazione del Tevere, che si stese per le campagne, col danno di non poche fabbriche e di molto bestiame, e con servire di veicolo ad una epidemia che dipoi sopraggiunse. Diede questa disgrazia al santo padre motivo di maggiormente esercitare la sua carità verso la povera gente che si rifugiò per soccorso in Roma. Inoltre, nel dì 10 di giugno un orribil tremuoto riempiè di terrore e danno il Patrimonio e i paesi circonvicini. Bagnarea andò tutta per terra con perdita di molte persone. Quasi interamente restò smantellato Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente, ed altre terre e ville di quei contorni risentirono gran danno. Il lago di Bolzena, alzatosi due picche, inondò per tre miglia all'intorno il paese. Non fu men funesto un altro simile tremuoto che si sentì nella marca trivigiana nel dì 25 di febbraio. Nella sola terra d'Asolo rimasero dai fondamenti distrutte mille e cinquecento case; più di altre mille e ducento inabitabili; i templi colle lor torri diroccati; molti uomini colle lor famiglie seppelliti sotto le rovine.

Questa sciagura parve un prognostico di molte altre che nell'anno presente afflissero non poco la veneta repubblica. Per la perdita della riguardevole isola e città di Scio si era inferocita la Porta, e fin nell'anno addietro avea ammannita gran copia di legni e di gente per ricuperarla. Con questa flotta, condotta dal saraschiere, nel dì 8 di febbraio, prima che approdasse a Scio, determinò il capitan generale Antonio Zeno di misurar le sue forze; ma furono poco ben prese le misure; laonde cantarono la vittoria i Turchi, e malconcie ne restarono le navi e le galee venete. Fu cagione sì sinistro colpo, ed un altro appresso, che Scio si rilasciasse alla discrezion de' musulmani con incredibil dolore de' cristiani abituati in quel delizioso paese, che tutti elessero un volontario esilio per non soggiacere alla vendetta e rabbia de' Turchi. Al capitan general Zeno, imputato di mala condotta, siccome ancora a Pietro Quirini provveditore ordinario, toccò di finire i lor giorni in carcere. Rimasero altri assoluti, ma dopo una prigionia di tre anni. Alessandro Molino venne poi creato capitan generale. Seguirono ancora ne' mesi seguenti altre lievi battaglie tanto in mare che sotto Argo, nelle quali maggior fu la perdita degl'infedeli che de' cristiani, ma senza che alcun di questi vantaggi compensasse il gravissimo danno patito per l'abbandonamento di Scio. Del pari in Ungheria si mutò la ruota della fortuna. Avea l'Augusto Leopoldo ottenuti otto mila Sassoni dall'elettore Federigo Augusto, il quale col titolo di generalissimo delle armi cesaree s'era indotto a passare in persona contro de' Turchi. Solamente ai 10 d'agosto pervenuto esso elettore al campo, quivi trovò i marescialli Caprara e Veterani, e l'altra uffizialità con cinquanta mila guerrieri alemanni, oltre ad alcune migliaia di milizie unghere. Avrebbe ognun creduto che con sì fiorito esercito avessero i cristiani a far prodigii in quelle parti. Trovarono essi lo stesso gran signore Mustafà venuto in persona a dar calore alla poderosa sua armata, con cui sperava anch'egli di operar gran cose. In poche parole, i Turchi occuparono Lippa, e la smantellarono. Poco tempo ancora spesero ad impadronirsi della forte piazza di Titul; e trovato il suddetto conte Federico Veterani maresciallo, staccato con sette mila bravi Tedeschi dal grosso dell'esercito per coprire la Transilvania, l'andarono ad assalir con tutte le lor forze, e v'era in persona lo stesso Sultano. La difesa che fece questo valoroso comandante per più ore contro quel torrente d'armati, fu delle più gloriose che mai si udissero, e costò la vita a più di quattro mila Turchi. Sopraffatto in fine dall'esorbitante superiorità de' nemici il prode generale, con buona ordinanza si ritirò; ma coprendo in persona la retroguardia, riportò varie ferite; e perchè condotto via s'incagliò in una palude il cavallo, in cui era sostenuto, quivi restò poi trucidato dai musulmani. Anche Lugos e Caransebes caddero in mano di quegl'infedeli: con che nell'anno presente ebbe fine la sventurata campagna degl'imperiali in Ungheria.

Osservavasi oramai in Italia una più che mai prossima disposizione e risolutezza di Vittorio Amedeo duca di Savoia, del marchese di Leganes governatore di Milano, e de' comandanti cesarei, per cacciar da Casale di Monferrato i Franzesi. Era quella forte città, con un castello e con una molto più forte cittadella, come spina continua nel cuore degli Spagnuoli e del duca di Savoia, per la vicinanza de' loro Stati. L'aveano essi tenuta bloccata da gran tempo; ma da che ebbero concertato coll'ammiraglio inglese Russel di tenere a bada il maresciallo di Catinat colla sua potente flotta, che minacciava ora Nizza ed ora la Provenza, il duca e il marchese suddetto col principe Eugenio di Savoia, e col millord Gallowai generale delle milizie pagate dall'Inghilterra, si presentarono coll'armata collegata verso la metà di giugno davanti ad esso Casale. Nel dì 26 del medesimo mese venendo il dì 27 fu aperta la trinciera tanto contro la città che contro la cittadella. Ancorchè il marchese di Crenant facesse una gagliarda difesa, pure meravigliosa cosa parve che dopo soli dodici giorni di offese, e colla perdita di soli secento soldati dalla parte degli assedianti, egli si vedesse obbligato ad esporre bandiera bianca. Fu segnata la capitolazione della resa nel dì 9 di luglio; ed accordato che si demolissero le fortificazioni della città, del castello e della cittadella; e che, terminato l'atterramento, ne uscisse la guernigion franzese con tutti gli onori militari, otto pezzi di cannone e quattro mortari; e che tornasse quella città in pieno dominio del duca di Mantova, come era ne' tempi andati. Restò eseguita la capitolazione, e tolto dalle viscere della Lombardia quel mantice di discordie e d'incendii. Si trovarono nella città settanta pezzi d'artiglieria di bronzo, nel castello ventotto, e nella cittadella cento venti. Per sì felice impresa in Milano e Torino gran festa si fece, ed essendo solamente nel dì 18 di settembre usciti i Franzesi di Casale, non s'impegnarono l'armi cesaree in alcun'altra azione, ed unicamente pensarono a ristorar le truppe ne' quartieri d'inverno. Non si potè intanto levar di capo a certi politici, che in quell'assedio si sparassero dagli assediati i cannoni senza palle, e che quella impresa fosse concertata fra il saggio duca di Savoia e la corte di Francia; la qual ultima, se restò priva di una buona fortezza, ne privò anche d'essa l'avidità degli Spagnuoli, perchè, facendo rendere Casale al duca di Mantova, deluse le speranze di quei che probabilmente lo desideravano, e poteano pretenderlo a titolo di acquisto. Nè si vuol tacere che nel dì 9 di settembre del presente anno in Roma terminò i suoi giorni il cavaliere Gian-Francesco Borri Milanese in castello Sant'Angelo. S'era egli meritata quella prigione per essere stato eretico visionario anzi autore di una setta, che appena nata ebbe fine, e solennemente fu da lui abiurata. In essa Roma, in Milano ed in altre città d'Italia, e in Inspruch, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, ed altri luoghi dell'Olanda e Germania, fece egli risuonare il suo nome, spacciando miracoli segreti, e spezialmente quello che tanto adesca alcuni troppo corrivi privati, e talvolta i principi stessi, con votar d'oro le borse loro, ed empierle di fumo. A lui si ricorreva come a medico universale per ogni sorta di malattia, e fin da Parigi si vedeano passar nobili malati ad Amsterdam per isperanza d'essere guariti da lui. Gran figura aveva egli fatto in quella città col magnifico equipaggio, e trattato col titolo di eccellenza. In una parola, trovossi in lui un chimico creduto impareggiabile, un gran ciarlatano, e per conseguente un bravo trafficante della semplicità de' mortali.


MDCXCVI

Anno diCristo MDCXCVI. Indizione IV.
Innocenzo XII papa 6.
Leopoldo imperadore 39.

Non rallentava il buon pontefice Innocenzo XII i suoi sospiri e le sue premure per rimettere la pace fra i principi cristiani; e, a fin d'impetrarla colle preghiere da Dio, pubblicò sul fine dell'anno precedente un giubileo, che nel presente per tutta l'Italia fu preso. Non lasciò ancora di eccitare i principi cattolici alla concordia, con inviar loro nuove paterne lettere; e spezialmente ne fece premura a Vittorio Amedeo duca di Savoia, il cui impegno avea tirato in Italia tanti imitatori de' Goti e de' Vandali a spolpare i miseri popoli. Sempre sono e saran da lodare le sante intenzioni dei romani pontefici per questo fine; ma l'interesse, che è il cominciator delle guerre, quello è ancora che le finisce. Che nondimeno il saggio pontefice s'internasse ancora in segreti maneggi per accordare il re Cristianissimo col duca di Savoia, comunemente fu creduto per quel che poscia accadde. Ed appunto questo principe si vide fare nel marzo del presente anno un viaggio alla santa casa di Loreto a titolo di divozione. La gente maliziosa, che non credeva cotanto divoto quel principe da scomodarsi per andar sì lontano ad implorar la protezion della Vergine, si figurò piuttosto che sotto il manto della pietà si coprisse un segreto abboccamento con qualche persona incognita intorno a' suoi affari (e questa fu, per quanto portò la fama, un ministro franzese travestito da religioso) giacchè sono talvolta ridotti i principi a somiglianti ripieghi, per deludere i ministri esteri che vanno spiando ogni menomo loro andamento e parola nelle corti. Spedì ancora in questo anno il pontefice le sue galee unite a quelle di Malta in soccorso de' Veneziani; e sul principio di maggio, al dispetto dei medici, volle portarsi a Cività Vecchia, per visitar quel castello, quegli acquedotti e le fabbriche ivi fatte, giacchè gli stava fitto in capo il pensiero di fare di essa città un porto franco, libero ad ogni nazione, fuorchè ai Turchi. Per varie ragioni, e per le segrete mene del gran duca di Toscana, riuscì poi vano un siffatto disegno. Quanto ai Veneziani, perchè stava loro sul cuore la fortezza di Dolcigno, situata in Albania sopra una rupe inaccessibile, siccome infame nido di corsari infestatori dell'Adriatico, ne fu da essi risoluto l'assedio. Per quanto operassero i cristiani con varii assalti, con alquante mine, e con rispignere due volte i soccorsi inviati dai Turchi, a nulla servirono i loro sforzi, e però convenne ritirarsi. Andò intanto il capitan generale Molino colla sua flotta in traccia dell'ottomana, condotta dal Mezzomorto capitan bassà ed ammiraglio. Nel dì 9 d'agosto furono a vista le due nemiche armate, e già la veneta s'era tutta messa in ordinanza per venire a battaglia, quando si scoprì non accordarsi a questo giuoco l'astuto Mezzomorto, al quale non mancò mai l'arte di tenere a bada i cristiani, e di sempre sfuggire il combattimento. Così senza alcun vantaggio, e insieme senza danno alcuno, se la passarono i Veneziani in Levante per tutto quest'anno; ma con gravi lamenti di quel senato, veggendo inutilmente impiegati tanti convogli e tesori in quelle parti.

Cominciò in questi tempi a fare risonar il suo nome Pietro Alessiovitz czaro della Russia, che divenne poi col tempo incomparabil eroe, con aver tolto a' Turchi sul Tanai l'importante città e fortezza di Asac, ossia Asof. Propose quel principe con gran calore di entrare in lega con Cesare e co' Veneziani ai danni del comune nemico, e infatti ne furono stabiliti i capitoli in Vienna. Non dissimile dalla fortuna de' Veneti fu quella degl'imperiali in Ungheria nell'anno presente. Si portò alla forte cesarea armata di nuovo l'elettor di Sassonia col titolo di supremo comandante; la direzion nondimeno delle militari operazioni era appoggiata a un capo di maggiore sperienza, cioè al maresciallo conte Caprara. Ma che? In quelle contrade comparve ancora di bel nuovo il sultano in persona, bramoso di segnalarsi in qualche impresa. Conduceva anch'egli una potente armata, qual si conveniva ad un pari suo. Invece dunque di accudire alla premeditata idea dell'assedio di Temiswar, o di Belgrado, nel consiglio militare fu preso il partito di provocare a battaglia i nemici. Si trovò attorniato da paludi e ben trincierato l'esercito musulmano, nè la furia delle cannonate potè muoverli ad uscire all'aperta campagna. Solamente seguirono alcune calde scaramucce, nelle quali il commissario generale Heisler valorosamente combattendo lasciò la vita, e qualche migliaio di soldati dall'una e dall'altra parte perì. Ritiraronsi poscia i Turchi, e senz'altro onore anche le milizie cristiane vennero ripartite ai quartieri. Assai curiosa, ma non già inaspettata, fu la scena che si rappresentò sul teatro del Piemonte nell'anno presente. Troppo rincresceva oramai alla Francia la guerra del Piemonte, perchè più dispendiosa di tutte le altre, dovendosi mandar tutto per montagne in Italia, e non potendo l'armata godere del privilegio di ballare e nutrirsi sul paese nemico. Alla riflessione del troppo impegno e dispendio si aggiunsero i premurosi impulsi del pontefice Innocenzo XII, commosso a pietà spezialmente verso i principi d'Italia, sì maltrattati dalle sanguisughe tedesche in occasione di questa guerra. Però il re Cristianissimo Luigi XIV tali esibizioni fece a Vittorio Amedeo duca di Savoia, che questo principe segretamente entrò in trattato, e coll'accortezza, che in lui fu mirabile, ne carpì dell'altre vantaggiose condizioni. Leggesi presso varii autori il trattato di pace sottoscritto nel dì 29 d'agosto di quest'anno dal conte di Tessè luogotenente generale franzese, e dal marchese di San Tommaso, primo ministro del duca suddetto; certo essendo nondimeno che alcuni mesi prima era stabilito il concordato fra loro. I principali punti di esso accordo furono che in vigor d'essa pace il re Cristianissimo restituiva al duca tutti gli Stati a lui occupati della Savoia, di Nizza e Villafranca; e inoltre gli cedeva Pinerolo co' forti di Santa Brigida ed altri, con che se ne demolissero tutte le fortificazioni; e finalmente, che seguirebbe il matrimonio di Maria Adelaide principessa di Savoia, primogenita di sua altezza reale, con Luigi duca di Borgogna primogenito del Delfino, allorchè fossero in età competente; e che intanto essa principessa passerebbe in Francia, per essere ivi allevata alle spese del re. Vi ha chi scrive promessi anche quattro milioni di franchi al duca dal re Cristianissimo per compenso de' danni sofferti, ma con obbligo di tenere in piedi a spese del re otto mila fanti e quattro mila cavalli, qualora i collegati ricusassero di abbracciar quel trattato.

Accordate in questa maniera le pive, inviò il re Cristianissimo nella primavera qualche reggimento di più del solito al maresciallo di Catinat, il quale fece anche spargere voce di aver forze maggiori, e minacciava anche di rovinar Torino colle bombe. Mostravane il duca grande apprensione e paura, per colorir le risoluzioni prese e da prendersi; quando spedite furono da esso maresciallo per mezzo d'un trombetta le vantaggiose condizioni che il re Luigi XIV offeriva al duca Vittorio Amedeo per la pace di Italia. Andarono innanzi e indietro proposte e risposte; e finalmente restò accordata fra loro una sospension d'armi per quaranta giorni, cioè per tutto il mese d'agosto, che fu poi anche prorogata sino al dì 16 di settembre, a fin di proporre alle corti alleate la neutralità d'Italia sino alla pace generale. Comunicata questa ai ministri di Cesare, della Spagna ed Inghilterra, esistenti in Torino, niun d'essi v'acconsentì; ma il duca come generalissimo lo volle. Allorchè giunse alle corti questa novità, si proruppe in gravi schiamazzi, e furono spedite esibizioni gagliarde al duca di Savoia, per mantenerlo in fede. Ma egli, che non isperava di acconciar sì felicemente i proprii interessi colla continuazion della guerra, come facea colla particolar sua pace coi Franzesi, stette saldo nel suo proposito. Inclinavano veramente gli Spagnuoli ad accettare la tregua, perchè scarsi di danaro, e con gli Stati esposti all'irruzion de' nemici, e nemici che con l'union del duca divenivano tanto superiori di forze; ma non mirando mai venire alcuna decisiva risposta dalle potenze confederate, attendeva il marchese di Leganes solamente a ben presidiare e fortificare le frontiere del ducato di Milano. Intanto, prima che spirasse il termine dell'accordata sospension d'armi, il maresciallo di Catinat fece nel dì 5 di settembre sfilar la sua armata, e, passato il Po, andò a trincierarsi in Casale di Monferrato. Spirato esso termine, senza che la neutralità fosse abbracciata dai collegati, eccoti unirsi le truppe di Savoia con quelle di Francia, formando un esercito di circa cinquanta mila persone. Ed ecco chi il giorno innanzi era generalissimo dell'armi collegate in Italia, uscire in campo nel dì seguente generalissimo dell'armi franzesi contra d'essi collegati, e nel dì 18 di settembre cignere d'assedio Valenza.

Mi trovava io allora in Milano, e mi convenne udire la terribil sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesoro degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d'altro parere si trovavano le persone assennate, considerando che egli, dopo aver liberato lo Stato di Milano dalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera dei suoi stati, serrava in buona parte la porta dell'Italia ai Franzesi: con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollare di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette ad avvedersene; e tanto più perchè, era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio. Certamente tutti i principi d'Italia fecero plauso alla animosa risoluzione del duca Vittorio Amedeo, non già che piacesse loro il vedere quasi chiuso in avvenire il passo in Italia all'armi franzesi per tutti i loro bisogni (e dico quasi, perciocchè restarono ai Franzesi le Fenestrelle, che essi poi fortificarono), ma perchè si veniva a smorzare un incendio che li avea malamente scottati tutti per l'insoffribile ed ingiusta avidità e violenza de' Tedeschi in succiare il sangue degli infelici popoli. Continuava intanto con vigore l'assedio di Valenza, e già quella piazza si accostava all'agonia, quando il conte di Mansfeld plenipotenziario dell'imperadore, e il marchese di Leganes governator di Milano, per evitar mali maggiori, si diedero per vinti, ed accettarono l'esibita neutralità. In Vigevano nel dì 7 di ottobre fu stabilito l'accordo con obbligarsi Tedeschi e Franzesi di evacuare quanto prima l'Italia. Ma perciocchè ai Tedeschi troppo disgustoso riusciva il dire addio ad un paese, dove aveano trovato alle spese altrui tante dolcezze, e gridavano per le paghe ritardate, e inoltre per l'avanzata stagione non si voleano muovere: altro ripiego non si trovò che di promettere loro ben più di trecento mila doble, compartendo questo aggravio sopra i principi d'Italia, cioè settantacinque mila doble al gran duca di Toscana, al duca di Mantova quaranta mila, altrettante al duca di Modena, trentasei mila al duca di Parma, quaranta mila ai Genovesi; al Monferrato venticinque mila, ai Lucchesi trenta mila; a Massa quindici mila, al principe Doria sei mila, a Guastalla cinque mila, e il resto agli altri minori vassalli dell'imperio. Doveansi immediatamente pagare cento mila doble, e l'altre ducento mila e più, con respiro e in certe rate. Tutto fu puntualmente pagato e con piacere per questa volta, lusingandosi i principi e popoli di dover da lì innanzi respirare, e non soggiacere alle inudite estorsioni delle milizie imperiali. Lo stesso pontefice (tanto gli premeva l'uscita di Italia di quella nazione) non isdegnò di pagare quaranta mila scudi per accelerarne i passi. Di mala voglia, siccome dicemmo, abbandonarono i Tedeschi la Lombardia. Si dee ora aggiungere un'altra ragione, cioè, perchè tenendo l'occhio alla monarchia di Spagna, di cui si prevedeva vicina la vacanza per la poca sanità del re Carlo II, già aveano fatti i conti di piantare la picca nello Stato di Milano, e di assicurarsene per ogni occorrenza. Ma non andò loro propizia la fortuna, e bisognò tornarsene in Germania, carichi nondimeno di preda e di danari. Un impulso anche alla Francia di terminar questa guerra fu lo stesso motivo della sospirata succession del regno di Spagna. Furono poi smantellate le fortificazioni di Pinerolo e degli altri forti, restituito tutto al duca di Savoia, e tornò la quiete in Italia.

Era venuto per ambasciatore di Cesare a Roma Giorgio Adamo conte di Martinitz. Non si sa bene se per l'alterigia sua propria, o pure perchè la corte di Vienna facesse la disgustata col papa a cagione dei non continuati sussidi per la guerra contra del Turco, egli in questo anno cercò di far nascere del torbido in quella sacra corte. Contro il costume e rituale de' tempi andati pretese esso Martinitz di non voler cedere la mano al governatore di Roma nella processione del Corpo del Signore; laonde per ischivar gl'impegni, ordinò il pontefice che il governatore per quella volta si astenesse dall'intervenire alla funzione. Fecesi la processione, in cui lo stesso santo padre portava il Venerabile; e l'ambasciatore all'improvviso si spinse fra i cardinali diaconi, pretendendo di andar con loro del pari. Grande imbroglio e non lieve scandalo si suscitò per questo, e cagionò che la procession si fermasse, e durasse per quattro ore, con grave incomodo del papa, mentre facea gran caldo. A queste sconsigliate bizzarrie del cesareo ministro seppe per qualche tempo mettere freno la prudenza del romano pontefice; laonde non seguì per ora altro maggior inconveniente, se non che quel ministro continuò con molto orgoglio, sino a rendersi intollerabile al mansueto pontefice in grave pregiudizio del cesareo monarca. Rinaldo d'Este già cardinale, poi divenuto duca di Modena, avea nel precedente anno conchiuso il suo matrimonio colla principessa Carlotta Felicita di Brunsvich, figlia di Gian-Federigo duca cattolico di Hannover, e di Benedetta Enrichetta di Baviera, palatina del Reno. Nel dì 28 di novembre d'esso anno seguì lo sposalizio di questa principessa con pompa nel palazzo ducale di Hannover, secondo i riti della santa Chiesa romana: con che si vennero a riunire le due linee degli Estensi d'Italia e di Germania, procedenti dal comune stipite, cioè dal marchese Azzo II, e divise circa l'anno 1070 come il celebre Leibnizio allora dimostrò, ed anche io con documenti chiarissimi provai poscia nelle Antichità Estensi. Accompagnata questa principessa dalla duchessa sua madre, e da un gran treno di famiglia e di calessi, ricevette nel Tirolo per parte dell'imperadore distinti onori, e più magnifici ancora per lo Stato veneto dalla consueta splendidezza di quella repubblica. Fece dipoi il suo ingresso in Mantova, accolta con somma solennità e varietà di divertimenti dal duca Ferdinando Carlo. Condotta finalmente pel Panaro da gran copia di superbissimi bucentori sino a Bomporto, nel dì 7 di febbraio entrò in Modena con quella grandiosità di seguito, di apparati e di solazzi ch'io brevemente accennai nelle suddette Antichità Estensi. Un rigoroso editto fu pubblicato in quest'anno dal santo pontefice Innocenzo XII, con cui si proibiva a tutti i sudditi il giocare e far giocare ai lotti di Genova, Milano e Napoli, giacchè si toccavano con mano i gravi danni provenienti da queste invenzioni dell'umana malizia per succiare il sangue de' malaccorti mortali.


MDCXCVII

Anno diCristo MDCXCVII. Indiz. V.
Innocenzo XII papa 7.
Leopoldo imperadore 40.

Godevasi oramai la serenità della pace in Italia, per esserne partite le milizie alemanne, ed avere il duca di Savoia e il governator di Milano disarmato, con ritener solamente le truppe necessarie per le guarnigioni delle piazze. Avea anche la Francia puntualmente data esecuzione a quanto s'era stabilito col duca di Savoia, la cui primogenita condotta in Francia, e sposata col duca di Borgogna, seco per due ore stette in letto alla presenza di molti testimoni, ma con riserbare a tempo più proprio la consumazione del matrimonio. Era intanto il pontefice Innocenzo XII intento a fabbriche ed imprese che tornassero a servigio di Dio e in benefizio de' sudditi suoi. A questo fine nel mese d'aprile niuno il potè trattenere che con lieve accompagnamento non passasse a Nettuno, bramoso pure di provvedere Roma e lo Stato ecclesiastico di un buon porto nel Mediterraneo, e di far divenire questo anche porto franco. Nettuno, o per dir meglio Anzio vicino a Nettuno, gli era stato rappresentato per più comodo a Roma, e di miglior aria che Cività Vecchia. Dappertutto ricevette superbi regali da' baroni romani, e più degli altri ne profittarono i poveri. Diede egli ordine che non già a Nettuno, ma al vicino Anzio si fabbricasse il porto, ed assegnò ad opera tale delle rilevanti somme, e massimamente per fabbricarvi un forte capace di ripulsare le insolenze de' corsari di Barberia. Ma mentre il santo padre era tutto occupato a promuovere i vantaggi de' suoi Stati, venne a gravemente turbarlo un passo ardito ed offensivo fatto dalla corte di Vienna e dal suo ministro. Cioè fu dal conte di Martinitz ambasciatore cesareo, nel dì 9 di giugno, pubblicato ed affisso al suo palazzo in Roma un editto, dato nel dì 29 d'aprile in Vienna dall'imperador Leopoldo, in cui supponendosi molti feudi imperiali in Italia usurpati, ed altri, dei quali da lungo tempo i possessori non aveano presa l'investitura, s'intimava a tutti l'esibire i documenti per legittimare i lor possessi, e di prenderne o rinnovarne l'infeudazione nel termine di tre mesi. Altamente ferito restò l'animo del buon pontefice e di tutta la sacra corte per questa novità, non solo perchè lesiva della sovranità pontificia, ma perchè assai si scorgeano le segrete intenzioni di Cesare di eccitar nuove turbolenze in Italia, ed anche nello Stato pontificio. Però il santo padre, oltre all'aver con altro editto, dato fuori dal cardinale Altieri camerlengo nel dì 17 dello stesso giugno, dichiarato nullo l'editto cesareo ed intimate pene a chi vi si sottoponesse, nello stesso tempo fece passar le sue doglianze all'Augusto Leopoldo per sì grave attentato. Le ragioni addotte dal nunzio Santa croce, la disapprovazione di quella novità mostrata dal re Cattolico e dal duca di Savoia, in tempo massimamente che si trattava la pace universale, cagion furono che Cesare desistesse per allora dal mosso impegno, e facesse delle rispettose scuse al sommo pontefice. Nondimeno anche nell'anno seguente durarono le scintille di questo incendio.

Un gran moto si diede in fatti il re di Francia Luigi XIV nell'anno presente per condurre alla pace le potenze alleate contra di lui; e benchè sì potente monarca, e fin qui gran conquistatore, da accorto come era, fu egli stesso che corse dietro ai nemici con ingorde esibizioni di lasciar buona parte delle prede fatte. Troppo gli stava a cuore l'affare della già cadente monarchia di Spagna, ch'egli forte amoreggiava. Guadagnò segretamente prima degli altri Guglielmo principe di Oranges, con offerirsi pronto a riconoscerlo per re della Gran-Bretagna, e ad abbandonar la protezione del detronizzato re Giacomo Stuardo. Però si aprì il congresso in Olanda presso al castello di Riswich, e quivi i plenipotenziarii dei sovrani colla mediazione di Carlo XI, e poi di Carlo XII, regi di Svezia, diedero principio al duello delle lor pretensioni; e intanto il re di Francia continuava le sue conquiste in Catalogna e in America. Finalmente la concordia seguì, essendosi sottoscritta, nel dì 20 di settembre, la pace, prima coll'Olanda, poi con Guglielmo III re della Gran-Bretagna, e con Carlo II re delle Spagne. Restarono tuttavia renitenti i plenipotenziarii imperiali; ma dacchè videro restar solo in ballo l'augusto loro padrone, giudicarono meglio d'abbracciar anch'essi la desiderata quiete, e nel dì 30 di ottobre sottoscrissero i capitoli della pace. Ampia fu la restituzion di città, fortezze e paesi, che fece in tale occasione il re Cristianissimo alla Spagna, all'imperadore, al duca Leopoldo di Lorena, al palatino del Reno e ad altri principi. Venne ivi eziandio ratificato in favore del duca di Savoia il trattato di Vigevano dell'anno precedente. Nominò poscia il re Luigi per compresi in questa pace i principi d'Italia, e spezialmente il romano pontefice, il cui ministro per l'opposizione dei protestanti non avea potuto intervenire a quella pace.

Pacificati in questa maniera fra loro i principi cristiani, restava tuttavia nel suo fervore la guerra dell'imperadore e de' Veneziani contra del Turco; e questa nel presente anno fu assistita dalla mano di Dio. Giacchè l'elettor di Sassonia si trovava tutto applicato a conseguir la vacante corona di Polonia, al qual fine, abiurato il luteranismo, avea fatta professione della religion cattolica romana; e il principe di Baden, a cagione della poca sanità, si era ritirato ai suoi stati, e il maresciallo Caprara Bolognese per l'avanzata suo età si scusava di non poter sostenere il comando delle armi in Ungheria; l'Augusto Leopoldo, come si può presumere, ispirato da Dio, scelse per supremo comandante di quella sua armata il principe Eugenio Francesco di Savoia, nato nell'anno 1665 a dì 18 di ottobre da Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons. Più di un saggio di sua prudenza e valore avea dato questo principe nell'ultima guerra d'Italia, comandando le armi cesaree; ma il suo nome non era forse conosciuto finora alla Porta Ottomana, ancorchè avesse già militato dianzi nella stessa Ungheria. Colà si portò egli, affrettato dal grandioso preparamento d'armi, di munizioni e di flotta nel Danubio, fatti dal sultano Mustafà II, che, gonfio di speranze per le favorevoli campagne dei due precedenti anni, volle anche nel presente condurre in persona il poderoso esercito suo, promettendosi nuovi allori, e ridendosi degli avvisi che si trattava la pace della Francia coi potentati della cristianità. Nel dì 27 di luglio arrivò al campo cesareo il principe Eugenio, e colle truppe venute dalla Transilvania trovò dipendente da' suoi cenni un esercito di circa quarantacinquemila Alemanni, gente veterana, che conosceva ben le ferite, ma non la paura. Inoltratosi poi il Gran signore col suo, si appigliò al consiglio del Tekely d'imprendere l'assedio di Peter-Waradino, e dopo avere occupato Titul, s'inviò a quella volta. Gli conveniva prima impadronirsi di Seghedino: e a questo fine formato un ponte sul Tibisco, lo passò. Avvertito dalle spie il principe Eugenio, marciò coi principi di Commercy e di Vaudemont, e col conte Guido di Staremberg, e con tutte le sue forze, per impedir gli ulteriori progressi al nemico; e nel dì 11 di settembre pervenne a Zenta, terra sul Tibisco, trovandola incendiata dai Turchi. Si era trincierato alla testa del suo ponte l'esercito musulmano, quando il Gran signore, avvertito essere l'oste cristiana più forte di quel che gli era stato supposto, determinò di ripassare il Tibisco; e infatti nel dì e notte precedente lo ripassò egli con alcune migliaia di fanti e cavalli, lasciando di qua il rimanente dell'armata che dovea seguitarli.

Non restavano più che tre ore e mezza di giorno quando l'avveduto principe di Savoia, scoperta la situazion dei nemici, coraggiosamente spinse i suoi all'assalto de' trincieramenti; e superato il primo, poscia il secondo, entrò la sua gente con furia nel campo nemico. Allora immensa fu la strage degl'impauriti infedeli, che tentarono colla fuga pel ponte di sottrarsi alle sciable tedesche; ma imbarazzato il ponte dalla folla e da quei che cadevano, loro chiuse in breve il varco. Però incalzati da' vincitori, altro scampo non restò ad essi che di gittarsi nel fiume, nelle cui acque trovarono ciò che temeano d'incontrare in terra. Più relazioni portarono che dei Turchi tra uccisi ed annegati più di venti mila perderono ivi la vita. Altri scrissero fino a trenta mila, e fra questi il primo Visire, l'Agà dei giannizzeri, e dicisette bassà. Furono presi settantadue pezzi di cannone, sei mila carrette di munizioni da bocca e da guerra, ottantasei tra bandiere e cornette; e gran bottino fecero i soldati, dappoichè tornarono indietro dall'inseguire i fuggitivi nemici, giacchè solamente allora fu data dal saggio capitano ad essi licenza di raccogliere le spoglie. Il sultano colla testa bassa, e con alcune poche compagnie di cavalli, spronando forte se ne tornò a Belgrado assai disingannato della bravura e fortuna de' suoi. Una vittoria sì segnalata non s'era riportata fin qui sopra i Turchi, e il più mirabil fu, che non costò ai cristiani che mille morti ed altrettanti feriti. Voltò poscia il principe Eugenio le armi vittoriose addosso alla Bossina, e prese Dobay, Maglay ed altre castella. La mercantile città del Serraio, abbandonata da' Turchi, fu messa a sacco ed incendiata; ma non si potè prendere il castello. Anche il generale conte Rabutin sottomise a forza d'armi Vilpanca e Ponzova, e un gran tratto di paese saccheggiato rallegrò di nuovo le cristiane milizie. Quanto salisse in alto per sì gloriosa campagna il nome del principe Eugenio ognun sel può immaginare.

L'armi venete in Levante, assistite anche in quest'anno dalle galee del papa e di Malta, altro non fecero che tentar di combattere senza mai potere ridurre le turchesche ad accettar daddovero la disfida. In tre siti e in tre diversi tempi venne la veneta flotta contro l'ottomana, e furono anche principiate le offese, ma senza considerabil vantaggio delle parti; e si vide l'astuto capitan bassà Mezzomorto sempre cedere il campo a' cristiani e ritirarsi. Giubilò in questo anno il vecchio papa Innocenzo XII, sì per la pace universale conchiusa in Riswich, come ancora per l'insigne vittoria riportata in Ungheria contra de' Turchi. Per terzo motivo di allegrezza si aggiunse l'avere Federigo Augusto elettor di Sassonia professata pubblicamente la religion cattolica; il che servì a lui di scala per salire sul trono della Polonia. Solenne ringraziamento a Dio fu fatto in Roma per la vittoria suddetta, e diede questa motivo al pontefice di ammettere alla sua udienza il conte di Martinitz, che per le sue disobbliganti maniere e per le violenze passate n'era da gran tempo escluso. Attento il santo padre a tutto ciò che riguardava l'aumento della fede cattolica, assegnò nell'anno presente un fondo considerabile per le missioni della Etiopia, giacente nel cuor dell'Africa, giacchè gli erano state date speranze di rimettere di nuovo la concordia di quei cristiani scismatici colla Chiesa romana. Intenzione sommamente lodevole, per essere quei paesi di smisurata estensione, ben popolati e forniti da Dio di molti beni, e poco nella credenza lontani dal cattolicismo; ma intenzione fin qui priva di effetto, parte per l'odio conceputo da quei popoli contro gli Europei, e parte perchè le conquiste fatte da' Turchi rendono troppo difficile oggidì e pericoloso l'accesso a quelle contrade. Liberò anche il papa i suoi popoli da alcune imposte, spezialmente sopra il grano; acquistò con danaro la città d'Albano per la camera apostolica; e da' cardinali zelanti si lasciò indurre a comperare il teatro di Tordinona, per impedir le recite delle commedie. Pensando il gran duca Cosimo III de Medici di provvedere al matrimonio finora sterile del gran principe Ferdinando suo figlio, conchiuse in quest'anno il maritaggio di Anna Maria Francesca figlia di Giulio Francesco ultimo duca di Sassen-Lavemburg, che portava gran dote, col principe Gian-Gastone suo secondogenito. Seguì tale sposalizio nel dì 2 di luglio, e questo principe passò ad abitare dipoi con poca felicità in Germania. Nè si dee tacere, che circa questi tempi Pietro Alessiovitz czaro di Moscovia, ossia della Russia, principe di mirabil comprensione, e di straordinarie massime, prese a viaggiare incognito, ma cognito quando voleva, per imparar le arti europee, e spezialmente quelle della marinaresca. Comparve come uno dei suoi ambasciatori in Prussia, in Olanda, in Inghilterra e a Vienna. Sua mente era eziandio di visitare l'inclita città di Venezia; ma mentre vi si disponeva, gli convenne tornarsene in fretta alle sue contrade, chiamato dalle sedizioni contra di lui macchinate da que' popoli barbari, instabili, e non per anche ridotti alla civiltà ch'ora si mira in quelle parti.


MDCXCVIII

Anno diCristo MDCXCVIII. Indizione VI.
Innocenzo XII papa 8.
Leopoldo imperadore 41.

Dopo la memorabil vittoria riportata dall'armi imperiali a Zenta colla fuga dello stesso Gran signore Mustafà II, ognun si aspettava maggiori progressi di Cesare in Ungheria; tanta era la costernazione de' Turchi e la lor debolezza. Tempo ancora più favorevole di questo non potea darsi, dacchè l'Augusto Leopoldo, sbrigato dalle guerre colla Francia, si trovava in istato di operar con braccio forte contro il comune nemico, e a ciò l'animavano i Veneziani, e lo zelantissimo pontefice prometteva gagliardi soccorsi in danaro. Ma in Vienna si macinavano altre idee, stante la vacillante sanità di Carlo II re di Spagna, colla cui morte, appresa sempre per vicina, verrebbe a vacare quella gran monarchia per difetto di prole. A tal successione aspirava l'imperadore per l'arciduca Carlo suo secondogenito, sì perchè retaggio dell'augusta casa d'Austria, e sì perchè la linea austriaca di Germania era chiamata a quei regni da' testamenti dei precedenti re dell'altra linea di Spagna. L'Inghilterra e l'Olanda, siccome interessate anche esse nella preveduta mutazion di cose, non cessavano d'ispirare a Cesare la necessità di prepararsi a questo grande avvenimento, acciocchè l'oramai troppo possente corona di Francia non ne profittasse. Quindi nacque nell'Augusto monarca il desiderio di pacificarsi colla Porta; e però la corte di Inghilterra, che s'era esibita di trattarne, spedì ordini premurosi al milord Paget suo ambasciatore a Costantinopoli, di farne l'apertura col primo visire Cussein, da cui fu ben ricevuta sì fatta proposizione. Il piano di questa pace o tregua si riduceva ad un punto solo, cioè che tanto l'imperadore, Veneziani, Moscoviti e Polacchi, quanto i Turchi, restassero possessori di tutto quanto aveano conquistato negli anni addietro. Se ne mostrò pago il divano, e per conseguente furono eletti i plenipotenziarii di tutte le potenze, e scelto per luogo del congresso Carlowitz posto fra Salankement e Peter-Waradino, dove si cominciarono colla mediazione degl'Inglesi e Olandesi a spianare le difficoltà occorrenti che consistevano in determinare i confini, e in pretendere la demolizione d'alcuni forti e piazze. Si andò per tutto quest'anno combattendo fra i plenipotenziarii, nè si potè smaltire tutto sino al gennaio dell'anno seguente, che pose fine alle lor contese, e sigillò, siccome diremo, la tregua fra loro. Intanto sì i Veneziani che Cesare continuarono, più in apparenza che in sostanza, la guerra anche nell'anno presente. Per quanto potè si studiò il capitan generale Delfino di tirare a battaglia il Mezzomorto bassà comandante della flotta turchesca, ma costui cauto andò sempre schivando il cimento, se non che nel dì 21 di settembre si attaccarono l'armate nemiche. E pure il Musulmano seppe a tempo battere la ritirata e sottrarsi al periglio. Altro dipoi non operarono i Veneziani, che bruciare il paese nemico per terra, ed esigere contribuzioni colle scorrerie di mare in varie contrade de' Turchi.

Intanto nei gabinetti segretamente si lavorava per prevenire un nuovo sconvolgimento di cose, qualora mancasse di vita Carlo II re di Spagna. Massimamente ne trattò con gli Inglesi ed Olandesi il ministro di Francia; e all'Haia, nel dì 11 d'ottobre fu sottoscritto un trattato di partaggio della monarchia di Spagna, rapportato dal Lunig, dal Du-Mont e da altri; per cui, venendo il caso suddetto, al principe elettorale figlio di Massimiliano elettor di Baviera e dell'arciduchessa Antonia, cioè di una figlia dell'imperator Leopoldo, e di Margherita Teresa sorella del regnante suddetto re Carlo, fu assegnata la successione dei regni di Spagna, siccome più prossimo dei discendenti dal re Filippo IV, eccettuati alcuni pezzi di essa monarchia. A Luigi Delfino primogenito del re Cristianissimo per le ragioni della regina sua madre e dell'avola, amendue spagnuole, furono riservati i regni di Napoli e Sicilia, colle fortezze poste nella maremma di Siena, il marchesato del Finale, e la provincia di Guipuscoa colle piazze di San Sebastiano e Fonterabia. Similmente all'arciduca Carlo secondogenito dell'imperadore, in compenso delle pretensioni delle auguste due linee, avea da toccare il ducato di Milano. In caso poi che mancasse prima del tempo il principe elettoral di Baviera, fu dichiarato a parte, che l'elettore suo padre succederebbe nella suddetta monarchia, colle riserve sopra espresse. Il gran concetto in cui è il gabinetto di Francia di superar tutti gli altri in accortezza, fece credere alla gente sensata, che il re Luigi XIV contuttociò tendesse ad assorbire l'intera monarchia di Spagna per uno dei suoi nipoti, e che non ad altro fine acconsentisse a quello spartimento, che per tirar dalla sua con questo spauracchio i ministri della corte di Spagna, conosciuti troppo abborrenti da ogni divisione dei lor dominii. E certamente ben seppero i Franzesi far giocare questa carta in Ispagna, dove in questo mentre il lor ambasciatore non lasciava indietro diligenza e dolcezza alcuna, per guadagnarsi il cuore di chiunque era più potente presso al re Carlo e alla regina sua moglie. All'incontro il conte di Harrach, ambasciatore cesareo alla corte di Madrid, non sapea trovar la carta del navigare, e commise vari passi falsi ed errori, de' quali è da vedere il primo tomo della storia di Europa del marchese Francesco Ottieri: libro saggiamente composto, e pure sì indegnamente trattato, per aver solamente detto quell'autore, che nell'elezione di Augusto re di Polonia, l'abate di Polignac, poscia cardinale, non aprì ben gli occhi in tal occasione. Era stato richiamato in Ispagna il marchese di Leganes, e destinato al governo di Milano Carlo principe di Vandemont della casa di Lorena, il cui figlio militava nelle truppe dell'imperadore. Giunse questo principe a Milano colla principessa sua moglie nel dì 24 di maggio, e cominciò un trattamento superiore a quello de' suoi predecessori. Fra le altre sue pompe uscendo egli per la città, era tirato il suo cocchio da otto maestosi cavalli. Si applicò egli tosto a liberar lo stato dagli assassini, che in gran copia infestavano le strade e gli abitanti.

Nel giugno dell'anno presente fu presa da gran costernazione la città di Napoli per l'orribile strepito che faceva il monte Vesuvio. Vomitò esso da lì a poco sì sterminata quantità di cenere, che scurò l'aria, e coprì i tetti e le piazze di quella città all'altezza di un piede. Quindi sfogò la sua collera con una gran pioggia di sassi, e con cinque fiumane di fuoco, composte dì materie bituminose a guisa di ferro fuso. Da questi torrenti, che scesero alla Torre del Greco in mare, non solo restò ridotto come un deserto quel luogo, ma i contorni ancora colle deliziose vigne e palazzi andarono tutti in rovina. Più di seimila persone, avendo prima presa la fuga, si rifugiarono in Napoli, e furono ben accolte e alimentate dalla singolar pietà del cardinal Cantelmo arcivescovo. Un altro non men grave flagello toccò nel dì 20 di giugno alla cittadella di Torino. Svegliatosi per aria un gran temporale sul far del giorno, da un fulmine figlio della terra o delle nuvole, venne attaccato il fuoco al magazzino della polve, coperto in maniera da potere resistere alle bombe: disavventura, a cui sono soggetti i ricettacoli di molta polve da fuoco. Sì orribile fu lo scoppio, che rovesciò tutte le fabbriche di essa cittadella colla morte di dodici ufiziali e di quattrocento soldati, oltre ai feriti. Si scossero tutte le case della città; ogni finestra e gran copia di mobili andò in pezzi, s'aprirono le porte delle chiese, e si credettero gli abitanti di essere al fine dei lor giorni. Il danno recato dalla violenza di questo accidente si fece ascendere a tre milioni di lire; e maggiore incomparabilmente sarebbe stato, se il fuoco del magazzino non avesse volto verso la campagna lo scagliamento delle pietre. Per segnali dell'ira di Dio e per preludi di maggiori sciagure furono presi questi sì funesti avvenimenti. E certamente era ben seguita la pace, ma già si scorgea non doversene sperare se non breve la durata, stando ognuno in apprensione di maggiori sconvolgimenti in Europa, a cagion della monarchia di Spagna vicina a restar vedova. E già la Francia e il duca di Savoia Vittorio Amedeo faceano grandi armamenti, per essere pronti alle rivoluzioni, che non poteano mancare, mancando di vita il re Carlo II. Nel dì 2 di luglio di questo anno a Rinaldo d'Este duca di Modena nacque il suo primogenito Francesco Maria, oggidì duca, con somma consolazione dei popoli suoi. Era vacato in Roma per la morte del cardinal Paluzzo Altieri il riguardevol posto di camerlengo della santa romana Chiesa, posto in addietro venale e di gran lucro. Con sua bolla pubblicata nel dì 24 d'agosto il pontefice Innocenzo XII soppresse e vietò per l'avvenire la venalità di questa carica, con applicar buona parte de' frutti d'essa all'ospizio dei poveri, o alla stessa camera apostolica.


MDCXCIX

Anno diCristo MDCXCIX. Indiz. VII.
Innocenzo XII papa 9.
Leopoldo imperadore 42.

Nel dì 26 di gennaio dell'anno presente fu finalmente stabilita in Carlowitz una tregua di venticinque anni fra l'Imperadore Leopoldo e il sultano de' Turchi Mustafà II, siccome ancora la pace fra i Polacchi e lo stesso Gran-signore. Perchè insorsero controversie fra i ministri della Porta, e Carlo Ruzini plenipotenziario della repubblica di Venezia, mentre questi differiva l'acconsentire ad alcuni punti, i plenipotenziarii cesareo e polacco, e i mediatori inglese ed olandese, stipularono essi la concordia fra essa repubblica e il sultano nella forma che si potè ottenere, con gloria nondimeno e vantaggio del nome veneto. Il maneggio di questa concordia, per quel che riguarda i Veneziani, vien descritto nella Storia Veneta del senatore Pietro Garzoni, e in quella del pubblico lettore di Padova Giovanni Graziani, e presso il Du-Mont se ne legge la dichiarazione o strumento, senza che fosse specificato a quanto tempo si dovesse stendere la tregua con essi: il che solamente dopo alquanti mesi restò conchiuso, dopo essere stato il senato in un gran batticuore a cagion di tanta dilazione. Per questo accordo restarono i Veneziani in possesso e dominio del regno della Morea, colle isole d'Egina e di Santa Maura, di Castelnuovo e Risano, e delle fortezze di Knin, Sing, Citelut, e Gabella nella Dalmazia, con altre particolarità ch'io tralascio. Fu poi ratificata questa tregua dal senato di Venezia nel dì 7 di febbraio, siccome ancora furono destinati da tutte le potenze i commessarii per regolare e determinare i confini coll'imperio ottomano: cosa che portò seco gran tempo, somme applicazioni e dispute, prima che se ne vedesse il fine. Di grandi allegrezze si fecero in Venezia per sì glorioso fine di sì lunga guerra, e del pari in Vienna, essendo restato Cesare padrone dell'Ungheria e Transilvania a riserva di Temiswar; siccome ancora in Polonia, per essere tornato quel regno in possesso dell'importante fortezza di Gaminietz. Avea preventivamente anche il czaro Pietro Alessiovitz conchiusa coi Turchi una tregua di due anni, che poi con altro atto, nel 1702, fu prorogata a trent'anni.

Non solamente era riuscito a Massimiliano elettor di Baviera e governator della Fiandra, di far concorrere il re Cristianissimo Luigi XIV e le potenze marittime nell'esaltazione del figlio suo Ferdinando alla corona di Spagna; ma eziandio con gravissime spese e regali avea in guisa guadagnati i ministri della corte di Madrid, che lo stesso re Carlo II giunse a dichiararlo erede dei suoi regni nel suo testamento: la qual nuova portata a Vienna avea servito a conchiudere con precipizio la suddetta pace o tregua di Carlowitz. Dovea anche esso principe elettorale fra pochi mesi passare a Madrid, per essere allevato in quella corte all'uso spagnuolo in espettazione di tanta fortuna. Ma chi non sa a quali vicende e peripezie sieno sottoposti i gran disegni e le imprese dei mortali? Dacchè si seppe la destinazion di questo principe fanciullo al trono di Spagna, non passarono tre mesi, che eccoti venir la morte a rapirlo nel dì 5 di febbraio dall'anno presente: colpo che trafisse d'inestimabil dolore il cuore dell'elettor suo padre; e tanto più, perchè non mancò gente maligna, che seminò sospetti di veleno, cioè quella calunnia che si è da noi trovata sì facile, allorchè i principi soggiacciono ad una morte immatura. Restarono perciò sconcertate tutte le misure prese dal re Cattolico dall'una parte, e dalla Francia, Inghilterra ed Olanda dall'altra, di modo che si videro necessitate queste tre potenze a ricorrere ad altro ripiego, e si cominciò di nuovo nelle corti a trattar della maniera di conservare la tranquillità nell'inevitabil deliquio della monarchia spagnuola. Ma intorno a ciò quei potentati non arrivarono ad accordarsi insieme, se non nell'anno susseguente, siccome vedremo. Da gran tempo pensava l'augusto Leopoldo di provvedere di una degna consorte Giuseppe re dei Romani suo primogenito. Fu in qualche predicamento Leonora Luigia Gonzaga principessa di Guastalla; ma le determinazioni della corte cesarea terminarono nella principessa Amalia Guglielmina di Brunsvich, figlia del fu duca di Hannover Gian-Federigo, e sorella di Carlotta Felicita duchessa di Modena. Abitava questa principessa nei tempi presenti in essa corte di Modena colla duchessa sua madre Benedetta Enrichetta di Baviera, nata palatina del Reno. Qui appunto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno seguì lo sposalizio di questa principessa con indicibil pompa e solennità. Videsi allora piena di nobiltà straniera, di ambasciatori e d'inviati la città e corte di Modena, e fra gli altri vi comparve in persona con insigne corteggio il cardinale Francesco Maria de Medici, e poscia il cardinale Jacopo Boncompagno, arcivescovo di Bologna, con titolo di legato apostolico, e con suntuosissima corte, a complimentare la novella regina. Le splendide feste in tal occasione fatte dal duca Rinaldo, e il viaggio della stessa regina alla volta della Germania, coi grandiosi trattamenti che ella ricevette da Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova, e dalla splendidissima repubblica di Venezia, perchè io gli ho abbastanza accennati nelle Antichità Estensi, mi dispenso ora dal rammemorarli.

Non fu minor la consolazione e gioia della corte di Torino in questi tempi per la nascita del primogenito principe di Piemonte, succeduta sul principio di maggio, che con grandi allegrezze venne dipoi solennizzata. Gli fu posto il nome del padre, cioè di Vittorio Amedeo. Era nell'età sua giovanile principe di grande aspettazione; ma nel dì 22 di marzo del 1715, fu poi rapito dalla morte con immenso cordoglio del padre e di tutti i sudditi suoi. Di grandi faccende avea avuto la sacra corte di Roma negli anni addietro per le forti premure del re Luigi XIV, acciocchè fosse esaminato il libro delle Massime dei Santi, già pubblicato dal celebre monsignor di Fenelon arcivescovo di Cambrai. Molte congregazioni di cardinali e teologi furono tenute per questo affare in Roma, e un esatto esame ne fu fatto. Finalmente nel dì 12 di marzo pubblicò il santo padre una bolla, in cui furono condennate ventitrè proposizioni di esso libro, riguardanti la vita interiore. Gran lode riportò quel dottissimo prelato, per avere con tutta umiltà e sommessione accettato il giudizio della santa Sede, e ritrattate sul pulpito le stesse sue sentenze. Dopo questo dibattimento poco stette a venire in campo un'altra controversia di maggiore e più strepitosa conseguenza, cioè quella dei riti cinesi praticati dai neofiti cristiani nel vasto imperio della Cina, e pretesi idolatrici da una parte di quei missionarii. Acri e lunghe dispute furono per questo, ma non giunse papa Innocenzo XII a deciderlo, e ne restò la cura al suo successore, siccome diremo. Avea risoluto la vedova regina di Polonia Maria Casimira de la Grange, già moglie del re Giovanni Sobieschi, e figlia del cardinale di Arquien, ad imitazione di Cristina già regina di Svezia, di venire a terminare il resto de' suoi giorni nell'alma città di Roma. Arrivò essa colà nel dì 24 di marzo, e prese il suo alloggio nel palazzo del principe don Livio Odescalchi duca di Sirmio Bracciano. Distinti onori furono a lei compartiti dal pontefice e da tutta quella sacra corte. In questi tempi esso santo padre, sempre ansioso di nuove belle imprese in profitto de' popoli suoi, concepì il grandioso disegno di seccar le Paludi Pontine; e fece anche i preparamenti per eseguirlo. Ma a lui tanto di vita non rimase da poter compiere sì gloriosa risoluzione. Si applicò eziandio alla correzione di quegli ecclesiastici che in Roma non viveano colla dovuta regolarità di costumi, e ne fece far esatte ricerche, e volle lista di chiunque era creduto bisognoso d'emenda. Questo solo bastò, perchè la maggior parte di queste persone prendesse miglior sesto, senza aspettar da più efficaci persuasioni la riforma del vivere. Finalmente rinnovò ed ampliò una rigorosa bolla contro il ricevere pagamenti e regali per le giustizie e grazie della sedia apostolica, sotto pena delle più gravi censure e di altri gastighi. Continuavano intanto le amarezze di sua santità contra del conte di Martinitz, perchè questi, oltre alla pretension de' feudi, teneva imprigionato nel suo palazzo un uomo, sospettato reo di aver voluto assassinare la balia di una sua figlia: esempio di prepotenza da non tollerarsi da chi era padrone in Roma. S'era interposto, per troncar queste pendenze, Rinaldo duca di Modena con sì buona maniera, che il Martinitz avea inviato il prigione a Modena. Ma questo ripiego non soddisfece al papa, perchè non veniva soddisfatto al suo diritto sopra la giustizia; e però si negava l'udienza a quel ministro. Fu egli poi richiamato a Vienna, e nel gennaio seguente giunse a Roma il conte di Mansfeld nuovo ambasciatore cesareo, e il suo antecessore se ne andò senza aver potuto ottenere udienza. Similmente in questi tempi il pontefice raccoglieva gente armata, inviandola ai confini del Ferrarese. Altrettanto faceva il duca di Medina Celi vicerè nel regno di Napoli, conoscendo d'essere l'Europa alla vigilia di qualche strepitoso sconcerto per chi dovea succedere nella monarchia di Spagna.


MDCC

Anno diCristo MDCC. Indizione VIII.
Clemente XI papa 1.
Leopoldo imperadore 43.

Voleva Rinaldo d'Este duca di Modena con solennità magnifica celebrare il battesimo del principe Francesco Maria suo primogenito, nato nel precedente anno, ed ottenne che l'imperador Leopoldo il tenesse al sacro fonte, e che fosse destinato a sostener le veci di sua maestà cesarea Francesco Farnese duca di Parma, il quale a questo fine si portò a Modena colla duchessa Dorotea sua consorte nel dì 16 di febbraio. Con più di cento carrozze a sei cavalli, e fra alcune migliaia di soldati schierati per le strade, e al rimbombo di tutte l'artiglierie della città e cittadella, furono accolti questi principi, e trovarono nella città la notte cangiata in giorno; sì grande era l'illuminazione dappertutto. Seguì nel dì 18 la funzion del battesimo con somma magnificenza, e nei giorni seguenti si variarono le feste e le allegrie, che rimasero poi coronate nel dì 22 da un suntuosissimo carosello, che riempiè di maraviglia e diletto tutti gli spettatori e la gran nobiltà forestiera concorsavi. Al qual fine s'era formato nel piazzale del palazzo ducale un vasto ed altissimo anfiteatro di legno, capace di molte migliaia di persone. Di simili grandiosi spettacoli niuno ne ha più veduto l'Italia. Di più non ne dico, per averne detto quel che occorre nelle Antichità Estensi. Diede fine nel dì 5 di luglio al suo vivere Silvestro Valiero doge di Venezia, a cui in quella dignità fu sostituito il senatore Luigi Mocenigo. Era già pervenuto all'età di ottantacinque o pure ottantasei anni papa Innocenzo XII, e spezialmente nell'anno antecedente per varii incomodi di sanità avea fatto dubitar di sua vita. Tuttavia si riebbe alquanto dalla debolezza sofferta, ma non potè contener le lagrime per non aver potuto avere il contento d'aprir egli in persona nella vigilia del santo Natale il giubbileo di quest'anno, che fu poi celebrato con gran concorso e divozione dai pellegrini e popoli accorsi dalle varie parti della cristianità a conseguir le indulgenze di Roma. Tuttochè poca bonaccia godesse il santo padre da lì innanzi, pure continuò indefesso le applicazioni al governo, e tenne varii concistori, e provò anche consolazione in vedere Cosimo III de Medici, gran duca di Toscana che con esemplar divozione incognito sotto nome di conte di Pitigliano si portò nel mese di maggio a visitar le basiliche romane. Ricevette il papa questo piissimo principe con paterna tenerezza, il creò canonico di San Pietro, gli compartì ogni possibil onore, e fra gli altri regali gli concedette l'antica sedia di santo Stefano I papa e martire, che passò ad arricchire la cattedrale di Pisa. Non s'ingannarono i politici che s'immaginarono unito alla divozione del gran duca qualche interesse riguardante il sistema d'Italia, minacciato da disastri per la sempre titubante vita del re cattolico Carlo II. Infatti fu progettata una lega fra il papa, i Veneziani, il duca di Savoia, il gran duca di Mantova e il duca di Parma, per conservar la quiete dell'Italia. Al duca di Modena non ne venne fatta parola sulla considerazione d'esser egli cognato del re de' Romani. Ma non andò innanzi un tale trattato, o per le consuete difficoltà di accordar questi leuti, o perchè si volea prima scorgere in che disposizione fossero le corone, o fosse perchè venne intanto a mancare di vita il sommo pontefice.

Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare un valevole antidoto ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnare Guglielmo re d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che a Luigi Delfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei, e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'arciduca Carlo secondogenito dell'imperador Leopoldo. Si provvedeva ancora a varii casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto fina fosse la politica del re cristianissimo Luigi XIV; perciocchè se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de' contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri, poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni del marchese di Harcourt ambasciatore a Madrid, non potersi dare al ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte doglianze di un sì violento procedere a tutte le corti, e massimamente con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.

Intanto l'Harcourt in Madrid colla dolcezza, colla liberalità e con altre arti più secrete si studiava di tirar nel suo partito i più potenti o confidenti presso il re Cattolico. Chiamata colà anche la moglie, seppe questa insinuarsi nella grazia della regina Marianna, a cui si facea vedere un palazzo incantato in lontananza, cioè il suo maritaggio col vedovo Delfino, allorchè ella restasse vedova. Ma perciocchè il re Carlo II tenea saldo il suo buon cuore verso l'augusta casa di Austria di Germania, e le sue mire andavano sempre a finire nell'arciduca Carlo, per quante mine e trame si adoperassero, niuna pareva oramai bastante a fargli mutar consiglio. Venne il colpo maestro, per quanto fu creduto, da Roma. Imperciocchè gl'industriosi Franzesi, rivoltisi a quella parte, rappresentarono al pontefice Innocenzo XII in maniere patetiche cosa si potesse aspettare dalla casa di Austria germanica, se questa entrava in possesso di Napoli e Sicilia, e dello Stato di Milano con ricordare le avanie praticate nell'ultima guerra dagli imperiali coi popoli d'Italia, e le violenze usate in Roma dal conte di Martinitz. Tornar più il conto agl'Italiani che questi Stati coll'intera monarchia passassero in uno dei nipoti del re Cristianissimo, che niun diritto porterebbe seco per inquietare i principi italiani. Tanto in somma dissero, che il pontefice piegò nei lor sentimenti, e tanto più, perchè considerò questo essere il meglio dei medesimi Spagnuoli, i quali potrebbero conservare uniti i lor dominii, e liberarsi in avvenire dalle vessazioni della Francia, che gli avea ridotti in addietro a dei brutti passi. È dunque stato preteso che dalla corte di Roma fosse dipoi insinuato al cardinale Lodovico Emmanuele Portocarrero, arcivescovo di Toledo, d'impiegare i suoi migliori uffizii in favore della real corte di Francia; ed essendo avvenute mutazioni nella corte di Madrid, ed anche sollevazioni in quel popolo, e poscia una malattia al re Cattolico, che fu creduta l'ultima, e poi non fu; il porporato ebbe apertura per parlare confidentemente al re, e di proporgli, non già sfacciatamente, un nipote del re Cristianissimo, ma destramente le ragioni della casa di Francia, perchè non mancavano dotti teologi che sostenevano invalide le rinunzie fatte dalle infante spagnuole passate a marito a Parigi, e che si poteva schivare la troppo odiata unione delle due corone in una sola persona. Attonito rimase il re Carlo II a queste proposizioni; e di una in altra parola passando, si lasciò persuadere che sarebbe stato ben fatto l'udire intorno a ciò il venerabil parere della Sede apostolica. Saggi cardinali e dottissimi legisti per ordine del papa esaminarono il punto; e ponderate le ragioni, e massimamente le circostanze del caso, giudicarono assai fondata la pretensione dei Franzesi. Di più non vi volle perchè il Portocarrero sapesse a tempo e luogo quetar la coscienza del re Cattolico, il quale fin qui si era creduto obbligato a preferire la linea austriaca di Germania; e tanto più al cardinal suddetto riuscì facile, quanto che i ministri e grandi di Spagna per la maggior parte o erano guadagnati, o aveano sacrificata l'antica antipatia della lor nazione contro la franzese all'utilità o necessità presente della monarchia, sperando essi di mantenere in tal guisa l'unione dei regni, e di avere in avvenire non più nemica, ma amica e collegata la Francia.

Pertanto nel dì 2 d'ottobre spiegò il re Cattolico l'ultima sua volontà, e la sottoscrisse, in cui dichiarò erede Filippo duca d'Angiò, secondogenito del Delfino di Francia; a lui sostituendo in caso di mancanza il duca di Berry terzogenito, e a questo l'arciduca Carlo d'Austria e dopo queste linee il duca di Savoia. Stavano intanto addormentate le potenze marittime dall'accordo del partaggio stabilito col re Cristianissimo; e per conto dell'imperadore, egli si teneva in pugno la succession della Spagna pel figlio arciduca, affidato da quanto andava scrivendo il re Cattolico, non solo al duca Moles suo ministro in Vienna, ma allo stesso Augusto, della costante sua predilezione verso gli Austriaci di Germania. Mancò poscia di vita il re Carlo II nel dì primo di novembre dell'anno presente: principe di ottima volontà e di rara pietà, ma sfortunato nel maneggio dell'armi e ne' matrimonii, e che per la debolezza della sua complessione lasciò per lo più in luogo suo regnare i ministri. Volarono tosto i corrieri, e si conobbe allora chi con maggiore accortezza avesse saputo vincere il pallio e deludere amici e nemici in sì grave pendenza. Nel consiglio del re di Francia non mancarono dispute, se si avesse da accettare il testamento suddetto, pretendendo alcuni, anche dei più saggi, che più vantaggiosa riuscirebbe alla corona di Francia la division concordata colle potenze marittime, perchè fruttava un accrescimento notabile di Stati alla Francia: laddove, col dare alla Spagna un re, nulla si acquistava, nè si toglieva l'apprensione di avere un dì lo stesso re padron della monarchia spagnuola, o pure i suoi discendenti per emuli e nemici, come prima della franzese. Pure prevalse il sentimento e volere del re Luigi XIV, preponderando in suo cuore la gloria di vedere il sangue suo sul trono della Spagna, e con ciò depressa di molto la potenza dell'augusta casa d'Austria. Perciò nel dì 16 di novembre, Filippo duca d'Angiò, riconosciuto per re di Spagna in Parigi, e susseguentemente anche in Madrid nel dì 24 d'esso mese, s'inviò nel dì 4 di dicembre con suntuoso accompagnamento alla volta di Spagna, e giunse pacificamente a mettersi in possesso non solamente di quei regni, ma eziandio della Fiandra, del regno di Napoli e Sicilia, e del ducato di Milano, non essendosi trovata persona che osasse di ripugnare agli ordini del re novello. Era già stato guadagnato il principe di Vaudemont, governatore di Milano; e quali amarezze covasse contra dell'imperadore l'elettor di Baviera Massimiliano, s'è abbastanza accennato di sopra. Storditi all'incontro rimasero l'Augusto Leopoldo, il re d'Inghilterra Guglielmo e la repubblica d'Olanda, per un avvenimento sì contrario alle loro idee e desiderii, e massimamente si esaltò la bile degl'Inglesi ed Olandesi, per vedersi così sonoramente burlati dalle arti de' Franzesi; e quantunque il re Cristianissimo adducesse varie ragioni per giustificar la sua condotta, niuno potè distornarli dal pensare ad una guerra che con tanto studio aveano fin qui studiato di schivare. Nulla di più aggiugnerò intorno a questo strepitoso affare, di cui diffusamente han trattato fra i nostri Italiani il senatore Garzoni, il marchese Ottieri e il padre Giacomo Sanvitali della compagnia di Gesù nelle loro Storie.

Si vide in quest'anno una cometa, e i visionarii, in testa de' quali hanno gran forza le volgari opinioni, si figurarono tosto che questa micidiale cifra del cielo predicesse la morte di qualche gran principe, e finivano in credere minacciata la vita o del re di Spagna Carlo II, o del sommo pontefice Innocenzo XII: predizion poco difficile d'un di loro o di amendue, giacchè il re era quasi sempre infermiccio, e il papa decrepito. Infermossi più gravemente del solito nel settembre di quest'anno il santo padre, e gli convenne soccombere al peso degli anni e del male. Merita ben questo glorioso pastore della Chiesa di Dio che il suo nome e governo sia in benedizione presso tutti i secoli avvenire: sì nobili, sì lodevoli furono tutte le azioni sue. Miravasi in lui un animo da imperadore romano, non già per pensare ai vantaggi proprii o de' suoi, perchè s'è veduto aver egli tolto con eroica munificenza la venalità delle cariche, e quanto egli abborrisse il nepotismo, e quai freni vi mettesse; ma solamente per procacciar sollievo e profitto agli amati suoi popoli. Specialmente avea egli in cuore i poverelli, i quali usava chiamare i suoi nipoti. Ad essi destinò il palazzo Lateranense colla giunta d'una vigna da lui comperata per loro servigio. Concepì in oltre la magnifica idea di ridurre in un ospizio, e di far lavorare tutti i fanciulli ed invalidi questuanti: al qual fine fabbricò anche un vasto edifizio a San Michele di Ripa, che venne poi ampliato dal suo successore, e dotollo di molte rendite. Questo sì animoso istituto di ristrignere i poveri oziosi e di sovvenir loro di limosine, senza che le abbiano essi a cercare con tanta molestia del pubblico, si dilatò per alcune altre città d'Italia, benchè col tempo simili provvisioni, a guisa degli argini posti ad impetuosi torrenti, non si possano sostenere. Per utile parimente dello Stato ecclesiastico avea formato il disegno, e già fatte di gravi spese, a fin di stabilire un porto franco a Cività Vecchia, dove, a riserva de' Turchi, potessero approdar tutte le nazioni. Ma nol compiè per le tante ruote segrete che seppe muovere Cosimo III gran duca di Toscana, al cui porto di Livorno dall'altro sarebbe venuto un troppo grave discapito. Rialzò e fortificò il porto d'Anzio presso Nettuno, e in Roma il palazzo di monte Citorio, magnifico edifizio a cagion degli aggiunti uffizii pei giudici e notai che prima stavano dispersi in varie abitazioni della città. Fabbricò eziandio la dogana di terra, e quella di Ripa Grande. Insomma questo immortal pontefice, forte nel sostener la dignità della santa Sede, pieno di mansuetudine e d'umiltà, e ricco di meriti, fu chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue incomparabili virtù nel dì 27 di settembre, compianto e desiderato da tutti, e onorato col glorioso titolo di padre de' poveri.

Entrati i cardinali nel conclave, diedero principio ai lor congressi, e alle consuete fazioni, per provvedere la Chiesa di un novello pontefice, desiderosi nello stesso tempo di accordare col maggior bene del cristianesimo anche i proprii interessi. Non mancavano porporati degnissimi del sommo sacerdozio; e pure continuava la discordia fra loro, quando giunse il corriere colla nuova del defunto re Cattolico. Si scosse vivamente a questo suono l'animo di chiunque componeva quella sacra assemblea; e di tale occasione appunto si servì il cardinale Radulovic da Chieti per rappresentare la necessità di eleggere senza maggior dimora un piloto atto a ben reggere la navicella di Pietro, giacchè si preparava una fiera tempesta a tutta l'Europa, e massimamente all'Italia; e dovea la santa Sede studiarsi a tutta possa di divertire, se fosse possibile, il temporal minaccioso; e non potendo, almeno vegliare, perchè non ne patisse detrimento la fede cattolica. Commossi da questo dire i padri, non tardarono a convenire coi loro voti in chi punto non desiderava, e molto meno aspettava il sommo pontificato. Questo fu il cardinale Gian-Francesco Albani da Urbino, alla cui elezione quantunque si opponesse l'età di soli cinquantun anni, sempre mal veduta dai cardinali vecchi, e in oltre la moltiplicità dei parenti; pure niun di questi riflessi potè frastornare il disegno di quei porporati, perchè troppo bel complesso di doti e virtù concorreva in questo soggetto, sì per l'integrità de' suoi costumi e per l'elevatezza della sua mente, come per la letteratura, per la pratica degli affari, e per l'affabilità e cortesia con cui avea sempre saputo comperarsi la stima e l'amore d'ognuno. Spiegata a lui l'intenzione de' sacri elettori, proruppe egli in iscuse della sua inabilità, in lagrime; e in una non affettata ripugnanza a questo peso, come presago dei travagli che poi gli accaddero; e insistendo perciò che in tempi sì pericolosi e scabrosi si dovea provveder la Chiesa di Dio di più sperto e forte rettore. Che parlasse di cuore, i fatti lo dimostrarono, avendo egli combattuto per tre giorni a prestar l'assenso: il che non fa chi aspira al triregno per timore che nella dilazione si cangi pensiero. Nè arrivò ad accettare, se prima non fu convinto dai teologi, i quali sostennero, lui tenuto ad accomodarsi alla voce di Dio, espressa nel consenso degli elettori, e se prima non fu certificato non essere contraria alla esaltazione sua la corte di Francia. A questo fine convenne aspettar le risposte del principe di Monaco ambasciatore del re Cristianissimo, che s'era ritirato da Roma su quel di Siena, perchè i cardinali capi d'ordine non aveano voluto lasciar impunita una prepotenza usata dal principe Guido Vaini, pretendente franchigia nel suo palazzo, per essere stato onorato dell'insigne ordine dello Spirito Santo. Restò dunque concordemente eletto in sommo pontefice il cardinale Albani nel dì 23 di novembre, festa di san Clemente papa e martire, da cui prese egli motivo di assumere il nome di Clemente XI. Straordinario fu il giubilo in Roma per sì fatta elezione, perchè allevato l'Albani in quella città, ed amato da ognuno, prometteva un glorioso pontificato; e ognuno si figurava di avere a partecipar delle rugiade della sua beneficenza.


MDCCI

Anno diCristo MDCCI. Indizione IX.
Clemente XI papa 2.
Leopoldo imperadore 44.

Non sì tosto fu assiso sulla cattedra di San Pietro Clemente XI, che diede a conoscere quanto saggiamente avessero operato i sacri elettori in confidare a lui il governo della Chiesa di Dio e dello Stato ecclesiastico. Mirava già egli in aria il fiero temporale che minacciava l'Europa, e siccome padre comune mise immediatamente in moto tutto il suo zelo e la singolar sua eloquenza per esortar i potentati cristiani ad ascoltar trattati di pace prima di venire alle armi. A questo oggetto spedì brevi caldissimi, fece parlare i suoi ministri alle corti, esibì la mediazione sua, e quella eziandio della repubblica veneta. Predicò egli a' sordi; e tuttochè l'imperadore inclinasse a dar orecchio a proposizioni d'accordo, non si trovò già la medesima disposizione in chi possedeva tutto, e nè pure un briciolo ne volea rilasciare ad altri. Grande istanza fecero i ministri del nuovo re di Spagna Filippo V, secondati da quei del re Cristianissimo Luigi XIV, per ottenere l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, siccome feudi della santa romana Chiesa. Fu messo in consulta co' più saggi dei cardinali questo scabroso punto; e perciocchè una pari richiesta veniva fatta dall'imperadore Leopoldo, a tenore delle sue pretensioni e ragioni: il santo padre, per non pregiudicare al diritto di alcuna delle parti, sospese il giudizio suo; e per quante doglianze e minaccie impiegassero Franzesi e Spagnuoli, non si lasciò punto smuovere dal proponimento suo. Diedero intanto principio gl'imperiali alla battaglia con dei manifesti, ne' quali esposero le ragioni dell'augusta famiglia sopra i regni di Spagna, allegando i testamenti di que' monarchi in favore degli Austriaci di Germania, e le solenni rinunzie fatte dalle due infante Anna e Maria Teresa, regine di Francia. Fu a questi dall'altra parte risposto, aver da prevalere agli altri testamenti l'ultima volontà del regnante re Carlo II, nè doversi attendere le rinunzie suddette; non potendo le madri privar del loro gius i figliuoli: pretensione che strana sembrò a molti, non potendosi più fidare in avvenire d'atti somiglianti, e restando con ciò illusorii i patti e i giuramenti. Ma non s'è forse mai veduto che le carte decidano le liti de' principi, se non allorchè loro mancano forze ed armi per sostenere le pretensioni loro, giuste od ingiuste che sieno. Però ad altro non si pensò che a far guerra, come già ognun prevedeva; e la prima scena di questa terribil tragedia toccò alla povera Lombardia.

Per gli uffizii della corte cesarea era già stato appoggiato il governo della Fiandra a Massimiliano elettor di Baviera, sulla speranza di trovare in lui un buon appoggio nelle imminenti contingenze. Fece il tempo vedere ch'egli più pensava a sostener le ragioni del figlio suo che le altrui; e rapitogli poi dalla morte questo suo germe, crebbero sempre più le amarezze sue contro la corte di Vienna, la quale non ebbe maniera di torgli quel governo, perchè più numerose erano le di lui milizie in Fiandra che le spagnuole. Misero tosto i Francesi un amichevole assedio a questo principe, e con obbligarsi di pagargli annualmente gran somma di danaro, e con promesse di dilatare i suoi dominii in Germania, il trassero nel loro partito; e si convenne che, movendosi le armi, egli sarebbe dei primi in Baviera a far delle conquiste. Ciò fatto, ebbero maniera le truppe franzesi d'entrar quetamente nelle piazze di Fiandra, ove gli Olandesi tenevano guernigione, con licenziarne le loro truppe. Rivolse nello stesso tempo il gabinetto di Francia le sue batterie a Vittorio Amedeo duca di Savoia, per guadagnarlo. Ben conosceva questo avveduto principe che, caduto lo Stato di Milano in mano della real casa di Borbone, restavano gli Stati suoi in ceppi, ed esposti a troppi pericoli per l'unione o fratellanza delle due monarchie. Ma sicuro dall'una parte che non gli sarebbe accordata la neutralità, e dall'altra, che ricalcitrando verrebbe egli ad essere la prima vittima del furore franzese, giacchè il re Cristianissimo s'era potentemente armato, e l'Augusto Leopoldo avea trovato all'incontro assai smilze le sue truppe, e troppo tardi sarebbero giunti in Italia i suoi soccorsi: però con volto tutto contento contrasse alleanza colle corone di Francia e Spagna; e si convenne che il re Cattolico Filippo V prenderebbe in moglie la principessa Maria Lodovica Gabriella sua secondogenita; ch'egli sarebbe generalissimo dell'armi gallispane in Italia; somministrerebbe otto mila fanti e due mila e cinquecento cavalli; e ne riceverebbe pel mantenimento mensualmente cinquanta mila scudi, oltre ad uno straordinario aiuto di costa per mettersi decorosamente in arnese. Qui non si fermarono gl'industriosi Franzesi. Spedito a Venezia il cardinale d'Etrè, gli diedero commissione di trarre in lega ancor quella repubblica; ma più di lui ne sapea quel saggio senato, risoluto di mantenere in questi imbrogli la neutralità: partito pericoloso per chi è debile, ma non già per chi ha la forza da poterla sostenere, quali appunto erano i Veneziani. Fornirono essi le lor città di copiose soldatesche, lasciando poi che gli altri si rompessero il capo. Non così avvenne a Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova, che si trovava a' suoi divertimenti in Venezia. Oltre all'avere il cardinal suddetto guadagnati i di lui ministri con quei mezzi che hanno grande efficacia nei cuori venali, tanto seppe dire al duca, facendo valere ora le minaccie, ora gli allettamenti di promesse ingorde, che non seppe resistere; e massimamente perchè in suo cuore conservava un segreto rancore contra di Cesare per cagion di Guastalla, a lui tolta con Luzzara e Reggiuolo, e perchè sempre abbisognava di danaro, secondo lo stile degli altri scialacquatori pari suoi. Per dar colore a questa sua risoluzione inviò a Roma il marchese Beretti suo potente consigliere, acciocchè pregasse il pontefice di voler mettere presidio papalino in Mantova, affine di non cederla ad alcuno. E a ciò essendo condisceso il santo padre, poco si stette poi a scoprire essere seguito accordo fra lui e i Franzesi ed essere una mascherata quella del suo inviato a Roma; il perchè fu questi licenziato con poco suo piacere da quella sacra corte. Comunemente venne detestata questa viltà del duca, essendo Mantova città che anche fornita di soli miliziotti si potea difendere, oltre al potersi credere che i Franzesi non sarebbono giunti ad insultarlo, se avesse resistito. Ne fece ben egli dipoi un'aspra penitenza. In vigore del suddetto concordato, sul principio di aprile, circa quindici mila Franzesi, ch'erano già calati in Italia, si presentarono sotto il comando del conte di Tessè alle porte di Mantova, minacciando, secondo il concerto, di voler entrare colla forza in quella forte città; e però il duca, mostrando timore di qualche gran male, cortesemente ricevette quegli ospiti novelli, e gridò poi dappertutto (senza però che alcuno glielo credesse) che gli era stata usata violenza.

Verso il principio della primavera cominciarono a calare in Italia le truppe franzesi a fin di difendere lo Stato di Milano; giunse anche a Torino nel dì 4 di aprile il maresciallo di Catinat, con dimostrazioni di gran giubilo accolto da quel real sovrano che il trattò da padre, e più volte gli disse di voler imparare sotto di lui il mestier della guerra, e a guadagnar battaglie. Nacque appunto nel dì 27 del mese suddetto al duca il suo secondogenito, a cui fu posto il nome di Carlo Emmanuele, oggidì re di Sardegna e duca di Savoia. Accresciuta poi l'armata franzese da altre milizie che sopravvennero, e decantata secondo il solito dalla politica guerriera più numerosa di quel ch'era, il Catinat sul principio di maggio passò con essa sul veronese, e andò a postarsi all'Adige, armando tutte quelle rive per impedire il passo ai Tedeschi, i quali si credeva che tenterebbono il passo stretto della Chiusa. Erano in questo mentre calati dalla Germania quanti cavalli e fanti potè in fretta raunare la corte cesarea, e se ne facea la massa a Trento. Al comando di questa armata fu spedito il principe Eugenio di Savoia, non senza maraviglia della gente, che non sapeva intendere come un principe di quella real casa imbrandisse la spada contro lo stesso duca di Savoia generalissimo de' Gallispagni. Seco venivano il principe di Commercy e il principe Carlo Tommaso di Vaudemont (tuttochè il di lui padre al servigio della Spagna governasse lo Stato di Milano) e il conte Guido di Staremberg. Allorchè fu all'ordine un competente corpo d'armata, il principe Eugenio, prima che maggiormente s'ingrossasse l'esercito nemico (già più poderoso del suo) con truppe nuove procedenti dalla Francia, e con quelle del duca di Savoia, si mise in marcia per isboccar nelle pianure d'Italia. Trovò impossibile il cammino della Chiusa, e presi tutti i passi superiori dell'Adige. Se i Tedeschi non hanno ali, dicevano allora i Franzesi, certo per terra non passeranno. Ma il principe a forza di copiosi guastatori si aprì una strada per le montagne del Veronese e Vicentino, e all'improvviso comparve al piano con qualche pezzo d'artiglieria. Per un argine insuperabile era tenuto il grossissimo fiume dell'Adige; e pure il generale Palfi, nel dì 16 di giugno, ebbe la maniera di passarlo di sotto a Legnago. Il che fatto, i Franzesi a poco a poco si andarono ritirando, e gli altri avanzando. Nel dì 9 di luglio seguì sul veronese a Carpi un fatto caldo, e di là sloggiati con molta perdita i Gallispani, furono in fine costretti a ridursi di là dal Mincio, dove si accinsero a ben custodir quelle rive. Perchè in rinforzo loro colle sue genti arrivò Vittorio Amedeo duca di Savoia, ed erano ben forniti di gente e cannoni gl'argini di esso fiume, allora sì che parve piantato il non plus ultra ai passi dell'armata alemanna. Ma il principe Eugenio, nulla spaventato nè dalla superiorità delle forze nemiche, nè dalle gravi difficoltà dei siti, nel dì 28 di luglio animosamente formato un ponte sul Mincio, lo valicò colla sua armata, non avendo il Catinat voluto aderire al sentimento del duca di Savoia, di opporsi, perchè credea più sicuro il giuoco, allorchè fosse arrivato un gran corpo di gente a lui spedito di Francia. Prese questo maresciallo il partito di postarsi di là dal fiume Oglio, lasciando campo al principe Eugenio d'impadronirsi di Castiglion delle Stiviere, di Solferino e di Castel Giuffrè nel dì 5 d'agosto: con che le sue truppe cominciarono a godere delle fertili campagne del Bresciano, e a mettere in contribuzione lo Stato di Mantova con alte grida di quel duca, che cominciò a provar gli amari frutti delle sue sconsigliate rivoluzioni. Trovaronsi in questi tempi molto aggravati dalle nemiche armate i territorii della repubblica veneta. Ma essa nè per minaccie, nè per lusinghe si volle mai dipartire dalla neutralità saggiamente presa, tenendo guernite di grosse guernigioni le sue città, che per ciò furono sempre rispettate.

Era, non può negarsi, il maresciallo di Catinat, maestro veterano di guerra, non men provveduto di valore che di prudenza; ma dacchè si cominciò a scorgere che più anche di lui sapea questo mestiere il principe Eugenio, tuttochè non pervenuto ancora all'età di quarant'anni, giudicò il re Cristianissimo col suo consiglio che agli affari d'Italia, i quali prendeano brutta piega, occorreva un medico di maggior polso e fortuna. Fu perciò risoluto di spedir in Lombardia il maresciallo duca di Villeroy, con dargli il supremo comando dell'armata, senza pregiudizio degli onori dovuti al duca di Savoia generalissimo. Nuove truppe ancora, oltre le già inviate, si misero in cammino, affinchè la maggior copia dei combattenti, aggiunta alla consueta bravura franzese, con più felicità potesse promettersi le vittorie. Nel dì 22 d'agosto giunse il Villeroy al campo gallispano, menando seco il marchese di Villars, il conte Albergotti Italiano, tenenti generali, ed altri uffiziali, accolto colla maggiore stima dal duca di Savoia e da tutta l'ufficialità. Le prime sue parole furono di chiedere, dov'era quella canaglia di Tedeschi, perchè bisognava cacciarli di Italia: parole che fecero strignere nelle spalle chiunque l'udì. Per li sopraggiunti rinforzi si tenne l'esercito suo superiore quasi del doppio a quel de' Tedeschi: laonde il principe Eugenio ebbe bisogno di tutto il suo ingegno per trovar maniera di resistere a sì grosso torrente; e siccome egli era mirabile in divisare e prendere i buoni postamenti, così andò ad impossessarsi della terra di Chiari nel Bresciano, non senza proteste e doglianze del comandante veneto; e quivi si trincierò, facendosi specialmente forte dietro alcune cassine e mulini. Ardeva di voglia il Villeroy di venire alle mani col nemico, perchè si teneva in pugno il trionfo; e però valicato l'Oglio a Rudiano, a bandiere spiegate andò in traccia dell'armata tedesca, con risoluzion di assalirla. Era il dì primo di settembre, in cui arrivato a Chiari ordinò la presa di quel luogo, sulla credenza che ivi fosse una semplice guernigione, e non già tutta l'oste nemica. Ma vi trovò più di quel che pensava, cioè cannoni e gente che non si sentiva voglia di cedere. Lasciarono i Tedeschi ben accostare gli assalitori, e poi cominciarono un orrido fuoco; e per quanti sforzi facessero i Franzesi, sacrificarono ben sul campo di battaglia le lor vite, ma o non poterono forzar quei ripari, o appena ne forzarono alcuno, che indi a poco fu ripigliato dai coraggiosi cesarei. Tanta resistenza fece in fine prendere al Villeroy il partito di battere la ritirata col miglior ordine possibile, riportando seco un buon documento di un più moderato concetto di sè medesimo, e il dispiacere di aver data occasion di dire ch'egli era venuto per la posta in Italia, per aver la gloria da farsi battere. Tre mila persone si credette che costasse a' Franzesi quella azione tra morti e feriti, e pochissimi dalla parte degl'imperiali.

Vittorio Amedeo duca di Savoia in quel combattimento si segnalò nello sprezzo di tutti i pericoli; e o fosse una cannonata, come a me raccontò persona bene informata, o pur colpo di fucile, corse rischio della vita sua. E fu in questa occasione ch'egli si affezionò agli strologhi perchè un d'essi avea dagli Svizzeri due mesi prima scritto ad un confidente di esso principe che nel dì primo di settembre sua altezza reale correrebbe un gran pericolo. Per quanto false da lì innanzi egli trovasse le sue predizioni, non perdè mai più la stima di quell'arte vana ed ingannatrice. Accostandosi il verno, richiamò esso sovrano le sue milizie in Piemonte; e il Villeroy veggendo ostinati a tener la campagna i Tedeschi, giudicò meglio di ritirarsi egli il primo, e di ripartire a' quartieri massimamente sul Cremonese la maggior parte delle soldatesche sue; con che ebbero agio i Cesarei d'impadronirsi di Borgoforte, di Guastalla, d'Ostiglia e di Ponte-Molino e d'altri luoghi. Aveano già saputo col mezzo delle minaccie i Gallispani mettere il piede sui principii di quest'anno entro la fortezza della Mirandola. Seppe così ben concertare anche il principe Eugenio colla principessa Brigida Pico le maniere di cacciarli, che quella città vi ricevette presidio cesareo. A cavallo del Po spezialmente se ne stavano le milizie imperiali, invigorite ultimamente da nuovi soccorsi calati dalla Germania; s'impossessarono ancora di Canneto e di Marcaria; e giacchè, a riserva del castello di Goito e di Viadana non restavano più Franzesi sul Mantovano, diede principio esso principe Eugenio ad un blocco lontano intorno alla stessa città di Mantova, fornita d'un vigoroso presidio di Franzesi. Essendo oramai i cesarei in possesso di tutto il Mantovano, non s'ha da chiedere se facessero buon trattamento a que' poveri popoli; e tanto più perchè il loro duca era stato dichiarato ribello del romano imperio.

E fin qui la sola Lombardia avea sostenuto il peso della guerra, quando nel dì 25 di settembre scoppiò un turbine anche nella città di Napoli. Non mancavano in quella gran metropoli dei divoti del nome austriaco sì nella nobiltà che nel popolo. Negli eserciti dell'imperadore Leopoldo e del re Carlo II molti di quei nobili, militando in addietro, aveano pel loro valore conseguito dei gradi ed onori distinti. Questa fazione, valutando non poco l'essersi finora negata dal sommo pontefice l'investitura di quel regno al prelodato re Filippo, teneva per lecito l'aderire all'augusta casa d'Austria, e macchinava sollevazioni, senza nulla atterrirsi per le frequenti prigionie che faceva il vicerè duca di Medina Celi dei chiamati inconfidenti. Dimorava in questi tempi il cardinal Grimani veneto in Roma, accurato ministro della corte cesarea, e andava scandagliando i cuori di quei Napoletani, nei quali prevaleva l'amore verso del sangue austriaco, e che già aveano attaccati cartelli per le piazze di Napoli colle parole usate giù dal giudaismo, e riferite nel Vangelo: Non habemus regem, nisi Caesarem. Quando a lui parve assai disposta la mina, per la sicurezza che avea di molti congiurati, e sperandone molti più allorchè le si appiccasse il fuoco, spedì travestito a Napoli di barone di Sassinet segretario dell'ambasciata cesarea. Costui nel giorno suddetto, presa in mano una bandiera imperiale, uscì in pubblico, ed unitasi a lui gran copia di quei lazzari, cominciò a gridare: Viva l'imperadore. Crebbero a migliaia i sollevati, e s'impadronirono della chiesa di San Lorenzo, della torre di Santa Chiara e di altri posti. Lor condottiere fu don Carlo di Sangro nobile napoletano e uffiziale nelle truppe cesaree. Era stato fatto credere al buon imperadore Leopoldo, tale essere l'amore degl'Italiani, e massimamente nel regno di Napoli e Stato di Milano, che bastava alzare un dito, perchè tutti i popoli si sollevassero in favor suo. Ma questi non erano più i tempi dei Ghibellini, quando agguerriti i popoli d'Italia, e agitati dall'interno fermento delle fazioni, troppo facilmente tumultuavano e spendevano la vita per soddisfare alle loro passioni. Si trovavano ora i popoli inviliti; talun d'essi oppresso dai principi allevati nella quiete, e alieni da azzardare quanto aveano in tentativi pericolosi.

Alzatosi dunque il romore, la maggior parte della nobiltà napoletana corse ad esibirsi in difesa del vicerè, e non tardò lo stesso eletto del popolo con ischiere numerose di quei popolari ad assicurarlo della sua e lor fedeltà. Il perchè uscite le guernigioni spagnuole in armi, ed unite con quattrocento di quei nobili e più migliaia del popolo, non durarono gran fatica a dissipare i sollevati, a riacquistare i luoghi occupati, e a far prigione il barone di Sassinet e don Carlo di Sangro con altri nobili che non ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ad alcuni segretamente nelle carceri tolta fu la vita; pubblicamente mozzo il capo al Sangro; rasato il palazzo di Telesa di casa Grimaldi; e il Sassinet venne poi da lì a qualche tempo condotto in Francia. Calmossi tosto quella mal ordita sollevazione; e per maggior sicurezza di quella città, vi furono per terra e per mare spediti dal re Cristianissimo abbondanti rinforzi di milizie e di munizioni; e il duca d'Ascalona passò dal governo della Sicilia a quello di Napoli. Intanto non cessava la corte cesarea di perorar la sua causa in quelle delle amiche potenze, mettendo davanti agli occhi d'ognuna qual rovina si potea aspettare dall'oramai sterminata possanza della real casa di Borbone, per essersi ella piantata sul trono della Spagna. Di queste lezioni non aveano gran bisogno gl'Inglesi ed Olandesi per conoscere il gran pericolo a cui anch'essi rimanevano esposti; ed aggiuntovi il dispetto di essere stati beffati dal re Cristianissimo colle precedenti capitolazioni, non fu in fine difficile il trarli ad una lega difensiva ed offensiva contro la Francia. Fu questa sottoscritta all'Haia nel dì 7 di settembre dai ministri di Cesare, di Guglielmo re della Gran Bretagna, e dall'Olanda; laonde ognuno si diede a preparar gli arnesi per uscir con vigore in campagna nell'anno appresso. Ma nè pur dormiva il re Cristianissimo, e di mirabili preparamenti fece anche egli per ricevere i già preveduti nemici. Nel settembre di quest'anno seguì in Torino lo sposalizio della principessa Maria Luigia, secondogenita del duca di Savoia, col re di Spagna Filippo V; ed ella appresso si mise in viaggio per andare ad imbarcarsi a Nizza e passare di là in Ispagna.


MDCCII

Anno diCristo MDCCII. Indizione X.
Clemente XI papa 3.
Leopoldo imperadore 45.

Mentre lo zelante pontefice Clemente XI non rallentava le sue premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti, e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa, non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea. Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito il cardinale Archinto arcivescovo di Milano con titolo di legato a latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro il marchese del Vasto, principe aderente alla corona imperiale, per aver egli preteso che il cardinale di Gianson avesse voluto farlo assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per le dimostrazioni fatte dal papa al re Filippo V. Prevalse in Madrid e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza, e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di Pasqua, accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o, per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti, si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal congiuntura il papa Clemente il cardinale Cario Barberini, ornato del carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque al conte di Lamberg ambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione fu prescelto monsignor Tommaso di Tournon Piemontese, che con titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite lungamente stata fra la duchessa di Orleans e l'elettore palatino, già da gran tempo compromessa nella santità sua.

Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le operazioni militari del principe Eugenio. Fin qui Rinaldo d'Este duca di Modena avea goduta la quiete nei suoi Stati, risoluto di non prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze del cardinale d'Etrè, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani; ma avvenne che il tenente general franzese conte Albergotti lasciossi vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni. Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque fece il principe Eugenio unire un corpo di circa dodici mila soldati, e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione, fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla. Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligare Francesco Farnese duca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa, di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire, trasse poi le truppe pontifizie a guernir di presidio le suddette sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore, Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.

Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato dall'indefesso principe Eugenio per sorprendere la città di Cremona, tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla presenza del maresciallo duca di Villeroy, che aveva quivi stabilito il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno, ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito di casa il maresciallo di Villeroy per conoscere che romor fosse quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati a ritirarsi il meglio che poterono. Con loro salvatosi il prete, passò poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principe Tommaso di Vaudemont, come era il concerto, giugnere a tempo pel Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generale marchese di Crenant con altri non pochi uffiziali, e lo stesso maresciallo di Villeroy. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più gloriosa certamente riuscì per li difensori.

Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito da Parigi il duca di Vandomo Luigi Giuseppe, principe dei più esperti nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco de' Tedeschi. Ritirò il principe Eugenio da varii siti le genti sue, e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere; e già s'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il re Filippo V, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato e superbamente regalato dal gran duca Cosimo III de Medici, dal gran principe Ferdinando e dalla gran principessa Violante di Baviera sua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato, ebbe la visita di Vittorio Amedeo suocero suo, e nel dì 18 con gran pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior nerbo della sua armata, inviò il generale marchese Annibale Visconti con tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia, senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo del dì 26 di luglio si videro comparire addosso il conte Francesco Albergotti tenente generale dei Franzesi, o pure lo stesso duca di Vandomo con quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa e cattiva disposizione; ma in fine convenne loro voltar le spalle, e lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi, due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti, altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di mirare il fine di quella mischia.

Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29 di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere a Rinaldo d'Este duca di Modena qual animo covassero contra di lui i re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata, che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe, colle quali il vecchio principe di Vaudemont dianzi campeggiava in difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale, si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante tedesco che, all'intimazion della resa, non rispose se non col fuoco de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse perdè la vita il generale cesareo principe di Commercy. Era già suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura, con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenni Te Deum, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria: il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia, e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di trincea aperta, il general Solari a renderla nel dì 9 di settembre, mise in possesso di quella città Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono: Viva l'imperadore; e salvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.

Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo che riportò in questa campagna il giovine re Filippo V, fu, siccome dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna. Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte, e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio, Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi. Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da' fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato. Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale. Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni ebbero di che piagnere, perchè quasi interamente distrutte. Altre non men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania, Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di marzo il loro re Guglielmo principe di Oranges, e fu dipoi alzata al trono la principessa Anna, figlia del già defunto cattolico re della Gran Bretagna Giacomo II, e moglie di Giorgio principe di Danimarca, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milord Giovanni Curchil conte di Marlboroug, col cui valore si mosse poi sempre collegata la fortuna.

All'incontro la Francia trasse nel suo partito gli elettori di Baviera e Colonia fratelli. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stesso re de' Romani Giuseppe. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglio Rooc inglese, dall'Alemond olandese e da Giacomo duca d'Ormond generale di terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi, e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni. Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro, d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que' vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello, gran perdita fu quella.


MDCCIII

Anno diCristo MDCCIII. Indizione XI.
Clemente XI papa 4.
Leopoldo imperadore 46.

Ebbe principio quest'anno con una inondazione del Tevere in Roma stessa, a cui tenne dietro un fiero tremuoto, che alla metà di gennaio con varie scosse per tre giorni si fece sentire in quell'augusta città, riempendola di tal terrore, che tutto il popolo corse ad accomodar le sue partite con Dio; molti si ridussero ad abitar sotto le tende; e il pontefice Clemente XI prescrisse varie divozioni per implorar la divina misericordia. Per questo scotimento della terra la picciola città di Norcia colle terre contigue si convertì in un mucchio di pietre; e quella di Spoleti con varie terre del suo ducato patì gravissimi danni. Grandi rovine si provarono in Rieti, in Chieti, Monte Leone, ed altre terre e borghi dell'Abbruzzo. La città dell'Aquila vide a terra gran parte delle sue fabbriche colla morte di molti. Cività Ducale restò subissata con gli abitanti. Fu creduto che nei suddetti luoghi perissero circa trenta mila persone; nè si può esprimere lo scompiglio e spavento che fu in Roma e per tante altre città in tal congiuntura, perchè sino all'aprile, maggio e giugno altre scosse di terra si fecero sentire; ed ognun sempre stava in allarmi, temendo di peggio. Non mancavano intanto altre fastidiose cure al santo padre in mezzo alle pretensioni delle potenze guerreggianti; nè si esigeva meno che la sua singolar destrezza per navigare in mezzo agli scogli, e sostenere la determinata sua neutralità. Contuttociò il partito austriaco lo spacciava per aderente al Gallispano, e spezialmente fece di gran querele, perchè avendo l'Augusto Leopoldo padre e Giuseppe re de' Romani figliuolo, nel dì 12 di settembre dell'anno presente, ceduto all'arciduca Carlo ogni lor diritto sopra la monarchia della Spagna, con che egli assunse insieme col titolo di re di Spagna il nome di Carlo III, dal pontefice fu proibito che il ritratto di questo nuovo re pubblicamente si esponesse nella chiesa nazional de' Tedeschi in Roma.

Erano restate in una gran decadenza le armi cesaree in Lombardia, perchè alle diserzioni e malattie, pensioni ordinarie dell'armate, non si suppliva dalla corte di Vienna con reclute e nuovi soccorsi, trovandosi Cesare troppo angustiato per li continui progressi di Massimiliano elettor di Baviera, le cui forze alimentate finora dall'oro franzese, e poscia accresciute da un esercito d'essa nazione, condotto dal maresciallo di Villars, faceano già tremar l'Austria e Vienna stessa. Contuttociò il conte Guido di Staremberg, generale di molto senno nel mestier della guerra, lasciato a questo comando dal principe Eugenio, tanto seppe fortificarsi alle rive del Po e della Secchia, che potè sempre rendere vani i tentativi della superiorità dell'esercito franzese. Intanto la fortezza di Brescello sul Po, che per undici mesi avea sostenuto il blocco formato dalle truppe spagnuole, si vide forzata a capitolar la resa. Cercò quel comandante imperiale che questa piazza fosse restituita al duca di Modena, ma non fu esaudito. Vi trovarono i Franzesi un gran treno di artiglieria, di bombe, granate, polve da fuoco, e di altri militari attrezzi; la guernigione restò prigioniera di guerra. Tanto poi si adoperò Francesco Farnese duca di Parma, benchè nipote del duca di Modena Rinaldo d'Este, che nell'anno seguente impetrò dalla Francia e Spagna che si demolissero tutte le fortificazioni di quella piazza, con dolore inestimabile di esso duca di Modena, il quale dimorante in Bologna si trovava perseguitato dalle disgrazie, e conculcato fin dai proprii parenti. Seppe il valoroso conte di Staremberg difendere Ostiglia dagli attentati de' Franzesi; e nel dì 12 di giugno essendo giunto il general franzese Albergotti a Quarantola sul Mirandolese, ebbe una mala rotta da' Tedeschi, e gli convenne abbandonare il finale di Modena. Ciò non ostante, crebbero vieppiù da lì innanzi le angustie dell'esercito alemanno in Italia, perchè l'elettor bavaro cresciuto cotanto di forze entrò nel Tirolo, e giunse ad impossessarsi della capitale d'Inspruch. L'avrebbe bene accomodato il possesso e dominio di quella provincia confinante ai suoi Stati; ma si aggiugnevano due altre mire, l'una di togliere ai Tedeschi quella strada per cui solevano spignere in Italia i soccorsi di milizie, e l'altra di aprirsi un libero commercio coll'esercito franzese, esistente in Italia, affin di riceverne più facilmente gli occorrenti sussidii.

Mossesi infatti il duca di Vandomo nel mese d'agosto dalla Lombardia con parte del suo esercito alla volta del Trentino, sperando di toccar la mano ai Bavaresi, che avevano da venirgli incontro. Marciarono i Franzesi per Monte Baldo e per le rive del lago di Garda, e cominciarono ad aggrapparsi per quelle montagne, con impadronirsi delle castella di Torbole, Nago, Bretonico e d'altre, che non fecero difesa, a riserva del castello d'Arco, il quale per cinque giorni sostenne l'empito de' cannoni nemici, con fatiche incredibili fin colà strascinati. Giunse poi sul fine d'agosto dopo mille stenti l'esercito franzese alla vista di Trento, ma coll'Adige frapposto, e con gli abitanti nell'opposta riva preparati a contrastare gli ulteriori avanzamenti dei nemici. Nè le minaccie del Vandomo, nè molte bombe avventate contro la città atterrirono punto i Trentini, e massimamente dacchè in aiuto loro accorse con alcuni reggimenti cesarei il generale conte Solari. All'aspetto di questi movimenti, comune credenza era in Italia che in breve si avessero a vedere in precipizio gli affari dell'imperadore, fatta che fosse l'unione del Bavaro col duca di Vandomo. Stettero poco a disingannarsi al comparire all'improvviso mutata tutta la scena. I Tirolesi d'antico odio pregni contra de' Bavaresi, e massimamente i bravi lor cacciatori, sì fattamente cominciarono a ristrignere e tempestar coi loro fucili le truppe nemiche, prendendo spezialmente di mira gli uffiziali, che altro scampo non ebbe l'elettore, se non quello di ritirarsi alle sue contrade. Medesimamente non senza maraviglia dei politici fu osservato ritornarsene il duca di Vandomo in Italia, dopo aver sacrificato inutilmente di gran gente e munizioni in quella infelice spedizione. Ora ecco il motivo di sua ritirata.

Non avea mai potuto Vittorio Amedeo duca di Savoia, siccome principe di mirabile accortezza, e attentissimo non meno al presente che ai futuri tempi, mirar senza ribrezzo la tanto accresciuta grandezza della real casa di Francia, e parevagli fabbricato il mortorio alla sua sovranità, dacchè il ducato di Milano era caduto in mano d'un monarca sì congiunto di sangue colla potenza franzese. Portò la congiuntura dei tempi ch'egli si avesse a collegar colle due corone, tuttochè scorgesse così fatta lega troppo contraria ai proprii interessi; ma stava egli sempre sospirando il tempo di poter rompere questa catena; e parve ora venuto, dacchè era vicino a spirare il tempo del contratto impegno della sua lega coi re di Francia e di Spagna. Non lasciava la corte cesarea di far buona cera a questo principe, benchè in apparenza nemico, nè sul principio della rottura scacciò da Vienna il di lui ministro, come avea praticato con quello del duca di Mantova. Spedì eziandio nel luglio dell'anno presente a Torino (per quanto pretesero i Franzesi) il conte di Aversbergh travestito per intavolare con lui qualche trattato, ma senza sapersi se ne seguisse conclusione alcuna finora. Quel che è certo, non avea voluto il duca permettere che le sue truppe passassero verso il Trentino. Ora i forti sospetti conceputi nella creduta vacillante fede del duca Vittorio Amedeo diedero impulso al re Cristianissimo di richiamare in Lombardia il duca di Vandomo. Tornato questo generale colle sue genti a San Benedetto di Mantova di qua dal Po, già da lui scelto per suo quartier generale, nel dì 28 oppure 29 di settembre, messo in armi tutto l'esercito suo, fece disarmar le truppe di Savoia che si trovavano in quel campo ed altri luoghi, ritenendo prigioni tutti gli uffiziali e soldati. Non erano più di tre mila; altri nondimeno li fecero ascendere a quattro o a cinquemila. Per questa impensata novità e violenza alterato al maggior segno il duca, principe di grande animo, ne fece alte doglianze per tutte le corti; mise le guardie in Torino agli ambasciatori di Francia e Spagna; occupò gran copia d'armi spedite dalla Francia in Italia, ed imprigionò quanti Franzesi potè cogliere nei suoi Stati. Quindi si diede precipitosamente a premunirsi e a mettere in armi tutti i suoi sudditi, per resistere al temporale che andava a scaricarsi sopra i suoi Stati; giacchè non tardò il duca di Vandomo a mettere in viaggio buona parte dell'esercito suo contro il Piemonte. Saltò fuori in tal guisa un nuovo nemico delle due corone, e un nuovo teatro di guerra in Italia.

Nel dì 5 di dicembre pubblicamente dichiarò il re di Francia Luigi XIV la guerra contra di esso duca di Savoia, i il quale nel dì 25 di ottobre, come scrisse taluno, o piuttosto nel dì 8 di novembre, come ha lo strumento rapportato dal Lunig, avea già stretta lega coll'imperadore Leopoldo. In esso strumento si vede promesso al duca Vittorio Amedeo tutto il Monferrato, spettante al duca di Mantova con Casale, e inoltre Alessandria, Valenza, la Valsesia e la Lomellina, con obbligo di demolir le fortificazioni di Mortara. Promettevano inoltre le potenze marittime un sussidio mensile di ottanta mila ducati di banco ad esso principe, durante la guerra. Fu poi aggiunto un altro alquanto imbrogliato articolo della cessione ancora del Vigevanasco, per cui col tempo seguirono molte dispute colla corte di Vienna. Per essersi trovato il duca colto all'improvviso dallo sdegno franzese, e specialmente sprovveduto di cavalleria, gli convenne ricorrere al generale conte di Staremberg, il quale, desideroso di assistere il nuovo alleato, mise improvvisamente in viaggio, nel dì 20 di ottobre, mille cinquecento cavalli sotto il comando del generale marchese Annibale Visconti. Benchè sollecita fosse la lor marcia, più solleciti furono gli avvisi al duca di Vandomo del lor disegno; laonde ben guernito di milizia il passo della Stradella, Serravalle ed altri siti, allorchè colà giunsero gli affaticati Alemanni, trovarono un terribil fuoco, e andarono presto in rotta. Molti furono gli uccisi, molti i prigioni, ed a quei che colla fuga si sottrassero al cimento, convenne dipoi passare fino a San Pier di Arena presso Genova, e valicare aspre montagne per giugnere in Piemonte. Questo picciolo rinforzo, e l'essere stati i Franzesi, a cagion del suddetto passaggio, impegnati in varii movimenti, servì di non lieve respiro al duca di Savoia; ma non già a preservarlo dagl'insulti a lui minacciati dal potente nemico. Il perchè determinò in fine il saggio conte Guido di Staremberg un'arditissima impresa, che, per essere felicemente riuscita, riportò poscia il plauso d'ognuno. Quando si pensava la gente che l'esercito suo, postato sul Modenese e Mantovano di qua da Po, si fosse ben adagiato nei quartieri d'inverno e pensasse al riposo, all'improvvisa con circa dieci mila fanti e quattro mila cavalli, seco menando sedici cannoni, nel giorno santo del Natale passò esso Staremberg la Secchia, e pel Carpigiano s'indirizzò alla strada maestra chiamata Claudia, prendendo pel Reggiano e Parmigiano con marcie sforzate il cammino alla volta del Piemonte, senza far caso dei rigori della stagione, delle strade rotte e di tanti fiumi gravidi di acqua che conveniva passare. Era già tornato il duca di Vandomo al campo di San Benedetto di Mantova. Al primo avviso di questo impensato movimento dei nemici, raunate le sue truppe, si diede ad inseguirli con forze, chi disse minori, e chi maggiori, ma senza poter mai raggiugnerli, oppure senza mai volerli raggiugnere, per poca voglia di azzardare una battaglia. Si contarono bensì alcune scaramucce ed incontri, nei quali lasciarono la vita i due valorosi generali Lictenstein Tedesco e Solari Italiano; ma questi non poterono impedire al prode comandante di felicemente superar tutti i disagi, e di pervenire ad unirsi col duca di Savoia nel dì 13 del seguente gennaio, con infinita consolazione di lui e de' sudditi suoi.

Presero in questi tempi, cioè nel dì 8 di dicembre, i Franzesi dimoranti in Modena il pretesto di confiscare al duca Rinaldo d'Este tutte le sue rendite e mobili, perchè il suo ministro in Vienna, trovandosi nell'anticamera della regina de' Romani, in passando l'arciduca Carlo, dichiarato re di Spagna, l'inchinò. A chi vuol far del male, ogni cosa gli fa giuoco. Entrato nel novembre il maresciallo di Tessè nella Savoia, s'impadronì di Sciambery sua capitale, e poscia strinse con un blocco la fortezza di Monmegliano. Riuscì in quest'anno alle potenze marittime e all'imperatore Leopoldo di ritirar seco in lega un'altra potenza, cioè Pietro II re di Portogallo. Gli articoli di questa alleanza furono sottoscritti nel dì 16 di maggio, e fatte di grandi promesse a quel monarca, fondate nondimeno sugli incerti avvenimenti delle guerre. Di qui sorsero speranze ne' collegati di potere un dì detronizzare il re di Spagna Filippo V, al qual fine creduto fu non solamente utile, ma necessario, che lo stesso arciduca Carlo, proclamato re di Spagna col nome di Carlo III, passasse in persona colà per dar polso ai Portoghesi, e per animare l'occulto partito austriaco che si conservava tuttavia nei regni di Spagna. Pertanto questo savio, affabile e piissimo principe, preso congedo dagli augusti lagrimanti suoi genitori e dal fratello Giuseppe re de' Romani, si mise nel settembre in viaggio alla volta dell'Olanda, con ricevere immensi onori per dovunque passò. Pertanto ecco oramai gran parte dell'Europa in guerra per disputare della monarchia di Spagna; nel qual tempo anche il Settentrione ardeva tutto di guerra per la lega del Sassone re di Polonia collo czar della Russia contro il re di Svezia, che diede lor delle aspre lezioni. Presero in quest'anno i Franzesi Brisac, ricuperarono Landau, diedero una rotta ai Tedeschi sotto esso Landau; e all'incontro gli Anglolandi s'impadronirono di Bona, Huz e Limburgo.


MDCCIV

Anno diCristo MDCCIV. Indizione XII.
Clemente XI papa 5.
Leopoldo imperadore 47.

Veggendosi Rinaldo d'Este duca di Modena sì maltrattato ed oppresso dai Franzesi, altro ripiego non trovò che di ricorrere a papa Clemente XI per implorare i suoi paterni uffizii appresso le due corone, o, per dir meglio, alla corte di Francia, che sola dirigeva la gran macchina, e sotto nome del re Cattolico sola signoreggiava negli Stati d'esso duca. Si portò a questo fine incognito a Roma, e vi si fermò per più mesi. Giacchè non volle indursi a gittarsi in braccio a' Franzesi, non altro in fine potè ottenere che una pensione di dieci mila doble; e questa ancora gli convenne comperare con cedere ad essi Franzesi il possesso della provincia della Garfagnana, situata di là dall'Apennino colla fortezza di Montalfonso; unico resto de' suoi dominii, finora sostenuto nel suo naufragio: dopo di che si restituì a Bologna ad aspettare senza avvilirsi lo scioglimento dell'universal tragedia. Ma alle sue disavventure si aggiunse in quest'anno la demolizione della sua fortezza di Brescello, fatta dai Parmigiani: tanto pontò il duca di Parma, per levarsi quello stecco dagli occhi. Furono asportate parte a Mantova, parte nello Stato di Milano tutte quelle artiglierie e attrezzi militari. Cominciarono in quest'anno a declinar forte in Italia gli affari dell'imperadore e del collegato duca di Savoia. L'incendio commosso in Ungheria dai sollevati, e in Germania da Massimiliano elettor di Baviera, siccome quello che più scottava la corte di Vienna, a lei non permetteva di alimentar la sua armata in Italia coi necessari rinforzi di truppe e danaro. Nulla all'incontro mancava al general franzese duca di Vandomo. Da che fu egli maggiormente rinvigorito dalle nuove leve spedite dalla Provenza per mare, divise l'esercito suo in due, ritenendo per sè le forze maggiori a fine di far guerra al duca di Savoia; e dell'altra parte diede il comando al gran priore duca di Vandomo suo fratello, acciocchè tentasse di cacciar d'Italia il corpo di Tedeschi che assai smilzo restava nel Mantovano di qua da Po, e teneva forte tuttavia la terra di Ostiglia di là da esso fiume. Allorchè i Franzesi s'avviarono, sul fine dell'anno precedente, dietro al conte Staremberg, aveano gli Alemanni occupato Bomporto e la Bastia sul Modenese, con far prigioniere il presidio di questa ultima. Tornato che fu a Modena il generale signor di San Fremond, non perdè tempo a ricuperare, sul principio di febbraio, quei luoghi: sicchè si ritirarono i Tedeschi alla Mirandola, e attesero a fortificarsi in Revere, Ostiglia ed altri siti lungo il Po di qua e di là, con istendersi ancora sul Ferrarese a Figheruolo.

Venuto il mese d'aprile, si mosse il gran priore di Vandomo col grosso delle sue milizie per isloggiare i Tedeschi da Revere. Non l'aspettarono essi, e si ridussero di là da Po ad Ostiglia: con che venne a restar separata la Mirandola dal campo loro. Allora fu che il giovane Francesco Pico duca di essa Mirandola, accompagnato dal principe Giovanni suo zio, e da don Tommaso d'Aquino Napoletano, suo padrigno, e principe di Castiglione, comparve a Modena, con dichiararsi del partito delle due corone, e con pubblicare un manifesto contra dei cesarei. Fu bloccata da lì innanzi quella città da' Franzesi; fu anche, sul fine di luglio, regalata da una buona pioggia di bombe, ma senza suo gran danno, e senza che se ne sgomentasse punto il conte di Koningsegg comandante in essa. Pensavano intanto i troppo indeboliti Tedeschi, ridotti di là dal Po, a mantenere almeno la comunicazione colla Germania; al qual fine fortificarono Serravalle, Ponte Molino, e varii posti sotto Legnago negli Stati della repubblica veneta. Di qua dal Po stavano i Franzesi, cannonando incessantemente Ostiglia nell'opposta riva. Il gran priore passò dipoi ad assediar Serravalle. Ma perciocchè non men le sue truppe di qua dal fiume suddetto e i Tedeschi dall'altra parte si stendevano sul Ferrarese, diede ciò motivo al sommo pontefice di farne gravi querele per mezzo del cardinale Astalli legato di Ferrara, intimando agli uni e agli altri di sloggiare, e nello stesso tempo minacciando di unir le sue truppe colla parte ubbidiente per iscacciarne la disubbidiente. Sì questi che quelli si mostrarono pronti ad evacuare il Ferrarese, e in fatti si ritirarono i Franzesi dalla Stellata, e gli Alemanni consegnarono Figheruolo agli uffiziali del papa, con promesse di ritirarsi sul Veneziano. Mentre si allestivano a partire, nella notte precedente la natività di san Giovanni Batista, avendo i Franzesi raunata gran copia di barche, o trovate in Po, o fatte venir dal Panaro, alcune migliaia di essi, imbarcati alle Quadrelle, quetamente passarono di là dal fiume, ed ottenuto il passo dalle guardie pontificie, diedero addosso agli Alemanni, i quali, in vigore dell'accordo fatto se ne stavano assai spensierati e quieti. Alquanti ne furono uccisi, gli altri colla fuga scamparono; restò il loro bagaglio in man de' Franzesi. Fu cagion questo colpo ch'eglino poscia abbandonassero Ostiglia, Serravalle e Ponte Molino, e che il picciolo loro esercito, valicato l'Adige, andasse a mettersi in salvo sul Trentino. Proruppe la corte di Vienna in escandescenze per questo fatto, con pretendere di aver pruove chiare che fosse seguito di concerto coi ministri del papa, perchè nello stesso tempo era andato il conte Paolucci generale pontificio ad abboccarsi col gran priore, e per altre ragioni che non importa riferire. Commosso dalle amare doglianze di Cesare, il pontefice spedì a Ferrara monsignor Lorenzo Corsini, che fu poi cardinale e papa, acciocchè ne formasse un processo. Nulla risultò da questo che i pontifizii avessero consentito o contribuito alla cacciata de' Tedeschi; ma non perciò si potè levar di capo alla corte cesarea che il papa, assicurato oramai della fortuna favorevole ai Gallispani, avesse data mano ad essi per cacciare lungi da' suoi Stati quel molesto pugno di gente. Da che si trovarono rinforzati gli Alemanni da alquante milizie calate dal Tirolo, dopo la metà di settembre calarono di nuovo nel Bresciano, fortificandosi a Gavardo e Salò sul lago di Garda, e in altri luoghi. Poche son le nazioni e i principi che nelle prosperità sappiano conservar la moderazione. Cadde allora in pensiero ai Franzesi di parlar alto, e di obbligar la repubblica veneta ad impedire la calata e la dimora delle soldatesche alemanne ne' suoi stati. E perciocchè la saviezza veneta, risoluta di conservare la già presa neutralità, rispose con non minore coraggio, e vieppiù rinforzò i presidii delle sue piazze, allora il gran priore per forza entrò in Montechiaro, Calcinato, Carpanedolo, Desenzano, Sermione ed altri luoghi, e non si guardò di far altre insolenze e danni a quelle venete contrade, finchè arrivò il verno che mise freno alle operazioni militari.

Quanto al Piemonte, avea bene il duca Vittorio Amedeo, con varie leve fatte nei suoi Stati e negli Svizzeri, accresciuto di molto l'esercito suo, ma per la gran copia di Franzesi, venuta per mare al duca di Vandomo, si trovò sempre di troppo inferiore alle forze nemiche. Sul principio di maggio contò esso Vandomo circa trentasei mila combattenti nell'oste sua, e però, con isprezzo degli alleati postati a Trino, passò in faccia di essi il Po, e gli obbligò a ritirarsi con qualche loro perdita. Poi imprese l'assedio di Vercelli, città che, quantunque presidiata da sei mila persone, non fece che una misera difesa; ed ostinatosi il Vandomo a voler prigioniera di guerra quella guernigione a fine di sempre più tagliar le penne al duca di Savoia, trovò comandanti ed uffiziali che condiscesero a cedergli la piazza con sì dura condizione. Ordine emanò ben tosto di spogliar quella città di ogni fortificazione nel dì 21 di luglio. Calato intanto anche il duca della Fogliada dal Delfinato con dieci mila combattenti, dopo essersi impossessato della città di Susa, mise l'assedio a quel castello; espugnò la Brunetta e il forte di Catinat; e nel dì 12 di luglio costrinse il presidio del suddetto castello di Susa a rendersi con patti molto onorevoli. Obbligò dipoi colla forza i Barbetti abitanti nelle quattro valli ad accettare la neutralità. Andò quindi ad unirsi sotto la città d'Ivrea col Vandomo, il quale sedici giorni impiegò a sottomettere quella città. Ritiratosi il comandante nella cittadella, poscia, nel dì 29 di settembre, dovette cedere, con restar prigioniere egli e tutti i suoi. Vi restava in quelle parti la città d'Aosta renitente alla fortuna; ma nè pur essa potè esimersi dall'ubbidire ai Franzesi insieme col forte di Bard: con che restò precluso al duca di Savoia il passo per ricevere soccorsi dalla parte della Germania e degli Svizzeri. E pure qui non finirono le imprese dell'infaticabil duca di Vandomo. Si avvisò egli, al dispetto della contraria stagione che si appressava, d'imprendere l'assedio di Verrua, fortezza non solo pel sito, perchè posta sul Po sopra un dirupato sasso ma eziandio per le fortificazioni aggiunte, creduta quasi inespugnabile; e tanto più perchè il duca di Savoia unito al maresciallo di Staremberg colla sua armata stava postato di là dal Po a Crescentino nella riva opposta del fiume, e mercè di tre ponti manteneva la comunicazione con Verrua. Oltre a ciò, davanti a Verrua si trovava il posto di Guerbignano ben trincerato e difeso da cinque mila fra Tedeschi e Piemontesi. Non si atterrì per tutte queste difficoltà il Vandomo, e alla metà di ottobre andò a piantare il campo contro di Guerbignano. Intanto perchè sì fattamente calarono le acque del Po, che si poteano guadare, finse, o pure determinò egli di voler passare col meglio delle sue genti, ed assalire il campo di Crescentino. Ne fu avvisato a tempo il duca di Savoia, che perciò richiamò la maggior parte della gente posta alla difesa di Guerbignano. Tra la partenza di queste truppe e il fuoco di molte mine che fecero saltare i trincieramenti di quel posto, il Vandomo se ne impadronì, e dipoi si diede agli approcci e alle batterie contro Verrua, continuando pertinacemente l'assedio pel resto dell'anno; assedio memorabile non men per le incredibili offese degli uni, che per l'insigne difesa e bravura degli altri.

Era mancata di vita nell'anno precedente Anna Isabella duchessa di Mantova, moglie di Ferdinando Carlo Gonzaga duca regnante: principessa che per la somma sua pietà, carità e pazienza meritò vivendo e morta gli encomii d'ognuno. Volle in quest'anno esso duca portarsi alla corte di Parigi, dove non gli mancarono onori e carezze quante ne volle. Ottenne anche il titolo di generalissimo delle armate in Italia di sua maestà Cristianissima. O il suo desiderio di lasciar dopo di sè qualche posterità legittima, giacchè di questa era privo, o le premure dei suoi domestici, e fors'anche della corte stessa di Francia, lo invaghirono di passare alle seconde nozze. Si fermarono i suoi voti sopra Susanna Enrichetta di Lorena, figlia di Carlo duca di Elboeuf, principessa dotata al pari di beltà che di saviezza. Tornato poi in Italia, arrivò nel dì 28 d'ottobre al campo del duca di Vandomo, ricevuto ivi con sommo onore qual generalissimo, e applaudito dal rimbombo di tutte le artiglierie. Condotta la novella sua sposa per mare da quattro galee di Francia, corse gran rischio, perchè malamente salutata da più cannonate di due armatori inglesi presso Genova. Si celebrò poscia il suo maritaggio in Toscana nel dì 8 di novembre coll'assistenza del principe e principessa di Vaudemont suoi parenti. Ma il duca, che avea logorata la sua sanità nei passati disordini, nè pur trasse prole da questa degna principessa. Ora mentre l'Italia mirava in ben cattiva situazione l'armi cesaree e savoiarde, con prevalere cotanto le franzesi, cominciò la fortuna a mutar volto in Germania. Avea l'elettor di Baviera slargate molto l'ali, con essersi impadronito anche di Ratisbona, Augusta, Passavia ed altri luoghi, e minacciava conquiste maggiori: quando con segreta risoluzione fu spedito da Anna regina d'Inghilterra il suo generale milord Marlboroug con isforzate marcie ad unir le sue forze colle cesaree, comandate dal principe Eugenio in Germania. Non mancò il re Cristianissimo d'inviare anch'egli in aiuto del Bavaro il maresciallo di Tallard con ventidue mila combattenti. Occuparono i due prodi generali anglocesarei la città di Donavert con un combattimento, in cui grande fu il macello dei vinti, e forse non minore quello dei vincitori.

Erano le due armate nemiche forti ciascuna di quasi sessanta mila persone, e nel dì 13 d'agosto in vicinanza di Hogstedt vennero alle mani. Da gran tempo non era seguita una sì terribil battaglia; dall'una parte e dall'altra si combattè con estremo valore e furore; ma in fine si dichiarò la vittoria in favore degl'imperiali ed Inglesi. Secondo le relazioni tedesche d'allora, dieci mila Gallo-Bavari vi perderono la vita, sei mila se ne andarono feriti, e dodici o quattordici mila rimasero prigioni, la maggior parte colti separati dall'armata e stretti dal Danubio, che furono forzati a posar le armi. Fra essi prigionieri si contò il maresciallo di Tallard. Il duca di Baviera e il maresciallo di Marsin, colla gente che poterono salvare, frettolosamente marciarono alla volta della Selva Nera e della Francia. Anche l'esercito vittorioso lasciò sul campo circa cinque mila estinti, e a più di sette mila ascese il numero de' feriti. Le conseguenze di sì gran vittoria furono la liberazion d'Augusta, Ulma ed altre città della Germania, e l'acquisto di nuovo di quella di Landau in Alsazia. La Baviera, che dianzi facea tremar Vienna stessa, venne in potere di Cesare con patti onorevoli per la elettrice, che si ritirò poi a Venezia, essendo passato l'elettore consorte al suo governo di Fiandra. Al primo avviso di quella sanguinosa battaglia portato in Italia, si adirarono forte i Franzesi, con chi riferiva essersi rendute prigioniere tante migliaia de' lor nazionali senza fare difesa. Si accertarono poi della verità con loro grande rammarico. Ed ecco la prima amara lezione che riportò delle sue vaste idee il re Cristianissimo Luigi XIV. Fu ancora gran guerra in Portogallo, dove era giunto il re Carlo III con rinforzi di milizie inglesi ed olandesi. Andò in campagna lo stesso re Filippo V; riportò di molti vantaggi sopra de' Portoghesi, e se ne tornò glorioso a Madrid; se non che le sue allegrezze restarono amareggiate dall'avere gl'Inglesi occupata la città di Gibilterra, posto di somma importanza nello stretto, ma posto mal custodito dagli Spagnuoli in sì pericolosa congiuntura. Tentarono essi di ricuperarlo con un vigoroso assedio, che durò sino all'anno seguente, ma senza poterne snidare di colà i nemici, che anche oggidì ne conservano il dominio. Seguì parimente una fiera battaglia circa il fine d'agosto verso Malega fra le flotte franzese ed anglolanda. Sì gli uni che gli altri solennizzarono dipoi col Te Deum la vittoria, che ognun si attribuì, e niuno veramente riportò. Nel dì 23 di febbraio di quest'anno mancò di vita in Roma il cardinale Enrico Noris Veronese, ben degno che di lui si faccia menzione in queste memorie. Militò egli nell'ordine dei frati agostiniani, fu pubblico lettore in Pisa, e custode della biblioteca Vaticana; poi promosso alla sacra porpora nel 1695; personaggio che pel sodo ingegno, raro giudizio e profonda erudizione non ebbe pari in Italia ai tempi suoi, come ne fanno e faran sempre fede le opere da lui date alla luce.


MDCCV

Anno diCristo MDCCV. Indizione XIII.
Clemente XI papa 6.
Giuseppe imperadore 1.

Fu questo l'ultimo anno della vita di Leopoldo Austriaco imperadore, morto nel dì 5 di maggio: monarca, ne' cui elogii si stancarono giustamente le penne di molti storici. La pietà, retaggio singolare dell'augusta casa d'Austria, in lui principalmente si vide risplendere, e del pari la clemenza, la affabilità e la liberalità massimamente verso dei poveri. Mai non si vide in lui alterigia nelle prospere cose, non mai abbattimento di spirito nelle avverse. Parea che nelle disavventure non gli mancasse mai qualche miracolo in saccoccia per risorgere. Lasciò un gran desiderio di sè, e insieme due figli, l'uno Giuseppe, re da molti anni de' Romani, e Carlo III appellato re di Spagna, il primo di temperamento focoso, e l'altro di una mirabil saviezza. A lui succedette il primo con assumere, secondo il rito, il titolo d'imperador de' Romani, ed accudire al pari, anzi più del padre defunto, al proseguimento della guerra contro la real casa di Francia. Pubblicò nel luglio di quest'anno il pontefice Clemente XI una nuova bolla contra de' giansenisti. Ma sotto il novello imperadore Giuseppe crebbero le amarezze della corte pontificia, di maniera che il conte di Lemberg ambasciatore cesareo in Roma se ne partì, passando in Toscana, e fu licenziato da Vienna monsignore Davia Bolognese nunzio di sua santità. Gran tempo era che il magnanimo pontefice pensava ad accrescere un nuovo ornamento alla città di Roma coll'erezione della colonna Antoniana; perciò diede l'ordine che fosse disotterrata. Nel dì 25 di settembre fu questo bel monumento solamente cavato dal terreno per opera del cavalier Fontana; e gran somma d'oro costò sì nobile impresa.

In Piemonte continuò ancora gran tempo la forte piazza di Verrua a sostenersi contro le incessanti offese del campo franzese. Nel dì 26 di dicembre dell'anno precedente un gran guasto fu dato alle trincee degli assedianti da quel presidio, rinforzato segretamente dal duca di Savoia da due mila persone, giacchè egli manteneva tuttavia la comunicazion colla fortezza mediante il ponte di Crescentino: ma senza comparazione più furono i periti nel campo d'essi Franzesi a cagion dei gravi patimenti di un assedio ostinatamente sostenuto in mezzo ai rigori del verno, ancorchè non ommettesse il duca di Vandomo diligenza alcuna per animarli con profusion di danaro e di alimenti. Intanto innumerabili furono gli sforzi delle artiglierie, bombe e fuochi artifiziali contro l'ostinata piazza per li mesi di gennaio e febbraio. Frequenti erano ancora le mine e i fornelli sì dell'una che dall'altra parte. Ma perciocchè si conobbe troppo difficile il vincere questa pugna, finchè il duca Vittorio Amedeo potesse dall'opposta riva del Po andare rinfrescando quella fortezza di nuovi combattenti, viveri e munizioni; nel primo dì di marzo il Vandomo improvvisamente spinse un grosso distaccamento ad occupar l'isola e forte del Po, a cui si atteneva il ponte nemico; e così tagliò ogni comunicazione con Verrua. Ritirossi allora il duca di Savoia col maresciallo di Staremberg a Civasso, lasciando Crescentino in poter de' Franzesi. Si trovò in breve il valoroso comandante di Verrua obbligato a cedere; ma prima di farlo, co' fornelli preparati mandò in aria i recinti e bastioni, e poi si rendè nel dì 10 di marzo a discrezione, rimproverato poscia e insieme lodato dal Vandorno per sì lunga e gloriosa difesa. Presero dopo tale acquisto le affaticate milizie franzesi riposo fino al principio di giugno, ed allora, uscendo in campagna, si mossero con disegno di assediare Civasso; e di aprirsi con ciò il campo fino a Torino, già meditando offese contra di quella capitale. Stava accampato in quelle vicinanze il duca di Savoia con lo Staremberg, e di là diede molte percosse alle truppe franzesi, ma senza poter impedire l'assedio di Civasso. Si sostenne questa picciola piazza sino al 29 di luglio, in cui esso duca alla sordina fece di notte evacuarla, per quanto potè, di artiglierie e munizioni, e la lasciò in potere del duca della Fogliada, comandante allora di quell'armata franzese, giacchè il duca di Vandomo avea dovuto accorrere al basso Po contro l'armata cesarea, siccome diremo.

Di grandi ed incredibili preparamenti fece dipoi esso Fogliada, passato sino alla Veneria, per mettere l'assedio a Torino; ma perchè sopraggiunsero ordini dal re Cristianissimo di differire sì grande impresa all'anno seguente, portò egli la guerra altrove. Avea questo general franzese molto prima, cioè nel dì 10 di marzo, obbligata a rendersi la picciola città di Villafranca sulle rive del Mediterraneo. Lasciato poscia un blocco intorno a quella cittadella, che poi si arrendè nel dì primo di aprile, andò ad aprir la trincea sotto la città di Nizza. Se ne impadronirono i Franzesi, ma non vedendo maniera di forzare quel castello, l'abbandonarono di poi con rovinare le fortificazioni. Da che queste furono alquanto ristorate dal marchese di Caraglio governatore, sul principio di novembre comparve colà di nuovo con forze maggiori il duca di Berwich, ed entratovi nel dì 14 di esso mese, si accinse poi a far giocare le batterie contra di quel castello, il quale non meno pel sito che per le fortificazioni atto era a far buona resistenza. Aveano, per non so qual ordine male inteso, i Franzesi ritirata la lor guarnigione da Asti verso la metà d'ottobre. Vi accorse tosto il maresciallo di Staremberg, e piantò quivi il suo quartiere. Tanto ardire non piacendo al duca della Fogliada, andò ad accamparsi in quei contorni; con poca fortuna nondimeno, perchè usciti gli Alemanni con tal bravura li percossero, che vi restò ucciso il general franzese conte d'Imercourt con alquante centinaia de' suoi; laonde fu giudicato miglior consiglio il ritirarsi. Verso la metà di dicembre la fortezza di Monmegliano in Savoia, vinta non dalla forza ma da un ostinato blocco d'un anno e mezzo, si trovò in fine obbligata a capitolare con condizioni onorevoli. Per ordine poi del re Cristianissimo ne furono smantellate tutte le fortificazioni. Così andavano moltiplicando le perdite e sciagure addosso al duca di Savoia, il quale non avea cessato di tempestare la corte di Vienna e le potenze marittime per ottenere gagliardi soccorsi.

Con occhio certamente di compatimento miravano gli alleati l'infelice positura di questo sì fedele sovrano; e però fu presa la risoluzione di rispedire in Italia con forze nuove il principe Eugenio, in cui concorrendo un raro valore e saper militare, e di più la stretta attinenza di sangue colla real casa di Savoia, si potea perciò da lui promettere ogni maggiore studio per la causa comune. Ma non gli furono consegnate forze tali, che potessero per conto alcuno competere colle franzesi. Ne presentì la venuta il duca di Vandomo; e per assicurarsi che egli non pensasse alla da tanto tempo bloccata Mirandola, ordinò che il signor di Lapurà tenente generale degli ingegneri alla metà d'aprile passasse ad aprir la trincea sotto quella fortezza. Benchè si trovasse fornito di tenue presidio il conte di Koningsegg ivi comandante cesareo, pur fece una bella difesa sino al dì 10 di maggio, in cui si arrendè co' suoi prigioniere di guerra. Arrivò in questo mentre in Italia il prode principe Eugenio; e da che ebbe raunato un sufficiente corpo d'armata, costeggiando il lago di Garda, giunse a Salò. Quivi fu egli indarno trattenuto dalla opposta nemica armata, perchè seppe aprirsi il passo al piano della Lombardia, e far poi molti prigioni dei nemici. A Cassano sul fiume Adda si trovarono poscia a fronte le due nemiche armate nel dì 16 di agosto, e vennero a giornata campale. Erano maestri di guerra i due generali, piene di valoroso ardire le truppe di amendue, e però ciascuna delle parti menò ben le mani, ma con lasciare indecisa la vittoria, avendo la notte posto fine agli sdegni. Si studiò poi ciascuna delle parti, secondo il privilegio dei guerrieri, di fare ascendere a più migliaia la mortalità de' nemici, e tanto meno la propria, di modo che si intesero da lì a poco intonati due contrarii Te Deum. Forse maggiore fu la perdita dei Franzesi, ma certo compensata dell'avere i Tedeschi compianta la morte di più loro generali, oltre a quella del principe Giuseppe di Lorena. Perchè l'uno e l'altro esercito restò infievolito da sì copioso salasso, pensò di poi più al riposo che ad ulteriori militari fatiche, ed altra impresa non succedette pel resto dell'anno in quelle parti.

Anche nell'alto Reno, alla Mosella e al Brabante non mancarono azioni militari e sanguinose, e fra queste specialmente rimbombò l'avere il milord Marlboroug forzate, nel dì 19 di luglio, le linee franzesi del Brabante, con far prigioni circa mille e cinquecento Gallispani, fra i quali due generali, e con prendere alquanti cannoni, bandiere, stendardi e qualche parte del bagaglio. Lo strepito nondimeno maggiore della guerra fu in Ispagna. Qualche picciolo acquisto fecero i Portoghesi, assistiti dagli Anglolandi. Assediarono anche Badaios; ma entrato colà un buon soccorso di Spagna, meglio si stimò di lasciare in pace quella città. All'incontro la potentissima flotta combinata degl'Inglesi ed Olandesi con gente da sbarco, e collo stesso re Carlo III in persona si presentò davanti Barcellona. Al nome austriaco in gran copia concorsero colà i Catalani armati: dal che rinvigoriti gli Anglolandi formarono, l'assedio di quella città, e ne furono direttori il principe di Darmstadt e il milord Peterboroug. Dopo essersi gli assedianti impadroniti de' forti del Mongiovì, nella quale impresa quel valoroso principe lasciò la vita, strinsero maggiormente la città, e finalmente indussero, sul principio d'ottobre, il vicerè Velasco a capitolare, con accordargli tutti gli onori militari. Ma andò per terra la capitolazione, perchè prima di effettuarla si mosse a sedizione il popolo di Barcellona, e v'entrarono gli Austriaci, accolti con festosi ed incessanti viva. L'acquisto della capitale fu in breve seguitato da Lerida, Tarragona, Tortosa, Girona ed altri luoghi della Catalogna. Tumultuarono parimente i popoli del regno di Valenza, e questa città con Denia, Gandia ed altre terre alzò le bandiere del re Carlo III. Per quanti sforzi facessero nell'anno presente gli Spagnuoli per ricuperare Gibilterra con un pertinace assedio, non furono assistiti dalla fortuna, perchè padroni del mare gli Anglolandi, colà introdussero di mano in mano quante forze occorrevano per la difesa. Nel novembre dell'anno presente avvenne una memorabil rotta del Po sul Mantovano di qua, che rotti gli argini della Secchia e del Panaro, e seco unite quelle acque, recò incredibili danni a tutta quella parte del Mantovano, al Mirandolese, a parte del Modenese, e ad un gran tratto del Ferrarese sino al mare Adriatico. Arrivarono le acque sino alle mura di Ferrara, atterrarono un'infinità di case e fenili rurali, colla morte di gran copia di bestie e di non poche persone.


MDCCVI

Anno diCristo MDCCVI. Indizione XIV.
Clemente XI papa 7.
Giuseppe imperadore 2.

Se mai fu anno alcuno in Italia, anzi in Europa, fecondo di avvenimenti militari e di strane metamorfosi, certamente è da dire il presente. Fra i gran pensieri che agitavano la corte di Francia per sostenere la monarchia spagnuola lacerata o minacciata in tante parti dalle armi collegate, uno dei principali si scoprì essere quello di ultimar la distruzione di Vittorio Amedeo duca di Savoia, principe che colle sue ardite risoluzioni avea fin qui obbligato il re Cristianissimo Luigi XIV a mantenere in Italia una guerra che gli costava non pochi milioni ogni anno. Oppresso questo coraggioso principe, si credea facile il mettere le sbarre ad ulteriori tentativi della Germania contra lo Stato di Milano. Già avea per cinquantacinque giorni il marchese di Caraglio sostenuto il castello di Nizza, benchè flagellato continuamente da cannoni e mortari del duca di Berwich, quando si vide ridotto all'estremo, e ridotto a capitolarne la resa con tutti gli onori militari nel dì 4 di gennaio. Fu poscia condannato quel castello a vedere uguagliate al suolo tutte le sue fortificazioni. Tanti preparamenti andava in questo mentre facendo il duca della Fogliada, che poco ci voleva a comprendere tendenti le sue mire all'assedio di Torino. Perciò il saggio duca attese a ben premunire quella capitale e cittadella di quanto potea occorrere in sì fiero emergente; e da che vide cominciare le offese, con passaporti del nemico general franzese spedì a Genova la real sua famiglia, ed anch'egli si mise poi alla larga per maggior sicurezza, riducendosi a Cuneo e ad altri luoghi fin qui preservati dalle nemiche violenze. Ora non sì tosto ebbe il suddetto Fogliada ricevuta nuova gente da Francia con promessa ancora di maggiori rinforzi, che passata la metà di maggio accostatosi a Torino, diede principio alla circonvallazione intorno a quella cittadella, dove il prode conte Daun, lasciato dal duca per governator di Torino insieme col marchese di Caraglio, avea messo un forte presidio de' suoi Tedeschi. Venuto poscia il giugno, aprì la trincea sotto quella fortezza, contando dopo l'acquisto di essa presa anche la città, benchè nè pure ommettesse le offese contro la città medesima. Orrendo spettacolo era il gran fuoco dì circa ducento tra cannoni e mortari continuamente impiegati dai Franzesi a gittar palle, bombe e sassi contro di essa città, e più contro della cittadella; e un pari trattamento lor faceano i tanti bronzi e fuochi degli assediati. Nello stesso tempo non lasciò il Fogliada di marciare con alcune migliaia di fanti e cavalli per voglia di cogliere, se gli veniva fatto, lo stesso duca di Savoia. Ma egli vigilante, ora scorrendo in un luogo ed ora in un altro, seppe sempre schermirsi dai nemici, e dar loro anche qualche percossa, finchè si ritirò nella valle di Lucerna, dove trovò assai fedeli e arditi alla sua difesa que' Barbetti. L'essersi perduti in questa diversione i Franzesi, cagion fu che non progredisse l'assedio di Torino con quel vigore che richiedeva la positura dei loro affari.

Tornato nella primavera il principe Eugenio sul Trentino, quivi attese a far massa dei rinforzi a lui promessi, che, secondo il solito dei Tedeschi, con poca fretta andavano calando dalla Germania. Più sollecito il duca di Vandomo, dappoichè fu ritornato anch'egli da Parigi, passata la metà di aprile, uscì in campagna con venticinque mila combattenti (altri han detto molto meno) a motivo di cacciar dal piano della Lombardia quelle brigate alemanne che vi erano restate, e di ristringere le loro speranze fra le montagne delle Alpi. Ben lo previde il principe Eugenio, e per non perdere l'adito in Italia, ordinò al generale Reventlau di postarsi fra Calcinato e Lonato con dodici mila tra fanti e cavalli alla Fossa Seriola, che gli avrebbe servito di antemurale. Furono malamente eseguiti gli ordini suoi, avendo quel generale trascurato di ben fortificarsi dalla parte di Lonato. Ora ecco, nel dì 19 d'aprile, sopraggiugnere il Vandomo dalla parte di Montechiaro, e poi di Calcinato il quale si spinse contro l'accampamento nemico. Aspro fu il conflitto, ma in fine i meno cedettero ai più, e gli Alemanni in rotta si ritirarono il meglio che poterono a Gavardo. Esaltarono i Franzesi questa vittoria, pretendendo che restassero prigionieri circa tre mila imperiali, ed altrettanti freddi sul campo; laddove gli altri contavano solamente ottocento gli estinti, e circa mille e cinquecento i prigioni e feriti. Certo è che i Franzesi acquistarono alquanti pezzi di cannone, molte baudiere e stendardi, e fecero bottino del bagaglio e delle provvisioni. Dopo questa percossa il principe Eugenio, vedendo chiusi i passi del Bresciano, andò a poco a poco ritirando dalle rive del lago di Garda le sue truppe, e a suo tempo improvvisamente sboccò di nuovo sul Veronese. Gravissimi danni avea patito nel precedente anno la repubblica veneta sul Bresciano, calpestato dalle due nemiche armate; maggiori li provò nel presente, perchè il Vandomo venne colle maggiori sue forze ad accamparsi in vicinanza di Verona, e stese le sue genti lungo l'Adige, per impedirne il passaggio agli imperiali. Con pretesto che dai Veneziani si prestasse o potesse prestare aiuto alle truppe cesaree, alzò dei fortini contro la città di Verona, non solamente minacciando essa, ma fino il senato stesso, se non usciva di neutralità. Spinti da sì fatte violenze quei saggi signori, accrebbero il loro armamento, e risposero di buon tuono ai Franzesi, senza mai dipartirsi dalla presa risoluzione di non voler aderire a partito alcuno. Aveano stretta a questo fine, nel dì 12 di gennaio, una lega colle città svizzere di Berna e Zurigo. Intanto con finte marcie andava il principe Eugenio imbrogliando l'avvedutezza franzese, finchè, nel dì 6 di luglio, riuscì a un corpo di sua gente di valicar l'Adige alla Pettorazza, e di afforzarsi nell'opposta riva: il che aprì l'adito al passaggio di tutta la sua armata, che, per quanto si figurò la gente, ascendeva a trenta mila persone, benchè la fama la facesse giugnere sino a quaranta mila. Curiosa cosa fu il vedere come i dianzi sì baldanzosi Franzesi battessero una frettolosa ritirata senza mai voler mirare il volto dell'esercito nemico, finchè si ricoverarono di qua e di là dal Po sul Mantovano.

Fu in questi tempi che il re Cristianissimo, per bisogno di un eccellente generale in Fiandra, richiamò il duca di Vandomo, e in luogo suo a comandar l'armi in Italia spedì Luigi duca d'Orleans suo nipote, principe che se non potea competere coll'altro nella sperienza militare, certo l'uguagliava nei valore, e il superava nella penetrazione e vivacità della mente. Venuto questo generoso principe col maresciallo di Marsin a Mantova, dove il Vandomo gli rassegnò il bastone del comando, passò dipoi a riconoscere i varii siti e tutte le forze franzesi. Trovò egli con suo rammarico ben diversa la faccia delle cose da quello che gli era stato supposto, talmente che si vide forzato a richiamar dal Piemonte alquante brigate per premura di opporsi all'avanzamento dell'oste nemica, e intanto si andò a postare a San Benedetto sul Mantovano di qua dal Po. Ma il principe Eugenio, al cui cuore non permetteva posa alcuna il pericolo dell'assediato Torino, e l'urgente bisogno del parente duca di Savoia, animosamente proseguiva il suo viaggio. Nel dì 17 di luglio passò il Po alla Polesella, e quasi che le sue truppe avessero l'ali, si videro nel dì 19 comparire sino al Finale di Modena alcuni suoi ussari e cavalli leggieri. Sul fine del mese valicò l'armata cesarea il Panaro e la Secchia a San Martino, e giunta sotto Carpi, costrinse cinquecento Franzesi a rendersi prigionieri, ed ivi prese riposo, finchè colà giungesse tutta la sua artiglieria. Nel dì 13 d'agosto entrò il principe Eugenio nella città di Reggio, con farvi prigione quel presidio franzese, e lasciar ivi tutti i suoi malati con sufficiente guernigione di sani. Altra gente lasciò egli all'Adige, Po, Panaro ed altri luoghi, per mantener la comunicazione con lo Stato veneto. Progrediva in questo mentre il memorabile assedio di Torino, e maraviglie di valore facevano tutto dì non meno gli aggressori che i difensori. Le artiglierie, le bombe, le mine giocavano continuamente da ambe le parti, e gran sangue costavano le sortite che di tanto in tanto si facevano ora dalla città ed ora dalla cittadella. Pure sollecitando il duca della Fogliada i lavori e le offese, si vide in fine spalancata un'ampia breccia nelle mura d'essa cittadella, ed aperto il varco agli ultimi tentativi dell'armi franzesi. Furono ben fatti nel di dentro non pochi argini e ripari; ma in fine conveniva confessare ridotta all'agonia quella forte piazza, perchè di troppo sminuito per le malattie e ferite il presidio, e consumate oramai quasi tutte le munizioni da guerra. Erano dunque riposte tutte le speranze nell'avvicinamento del soccorso cesareo, condotto dal principe Eugenio, e nel potersi sostenere tanto ch'egli giugnesse.

Ora mentre esso principe marciava coll'esercito suo di qua dal Po alla volta del Parmigiano e Piacentino, il duca di Orleans, dopo aver lasciato un corpo di truppe al tenente generale Medavì, affinchè si opponesse sul Bresciano ai disegni delle truppe assiane che calavano in Italia, valicò a Guastalla il Po coll'esercito suo, e cominciò dall'altra parte di quel fiume a costeggiare i nemici, perchè non si sentiva voglia di affrontarsi con loro, se non avea sicuro il giuoco. Continuò l'armata cesarea i suoi passi senza mettersi apprensione delle angustie della Stradella, e di aver da passare per paese guernito di piazze nemiche. Era già sul fine di agosto, quando il duca di Savoia tutto pien di giubilo, e scortato da alcune centinaia di cavalli, giunse a consolar gli occhi suoi colla vista del tanto sospirato soccorso, e della presenza del principe Eugenio, con cui cominciò a divisare quanto occorreva nell'imminente bisogno. Ciò che recava loro non lieve affanno, era la mancanza dei viveri in paese sbrollo per sì lunga guerra e qualche scarsezza di munizione da guerra. Ma di questo si prese cura la fortuna, perchè nel dì 5 di settembre venne loro avviso che dalla valle di Susa calava un grosso convoglio di ottocento e forse più muli e bestie da soma, che conducevano al campo franzese polve da fuoco, farine, armi ed altre munizioni, sotto la scorta di cinquecento cavalli. Non è da chiedere se di buona voglia accorsero colà i Tedeschi. A riserva di ducento bestie che si salvarono colla fuga, il resto fu preso in un punto, e poco dopo anche il castello di Pianezza, in cui furono fatti prigioni da ducento Franzesi, fra' quali molti uffiziali, con trovarsi ivi anche altra copia di vettovaglie. Avendo poscia il duca di Savoia unite all'esercito cesareo quelle poche truppe regolate che gli restavano, e comandata l'occorrente copia di milizie forensi e di guastatori, fu determinato nel consiglio di avventurar la battaglia nel dì 17 di settembre. Intanto era giunto il duca di Orleans ad unirsi col duca della Fogliada sotto Torino. Tenuto fu un gran consiglio dai generali, per fissar la maniera di accogliere la visita dell'esercito imperiale. Il sentimento del duca generalissimo, sostenuto da più ragioni, e da non pochi uffiziali applaudito, era di abbandonar le trincee, e, uscendo in aperta campagna, di far giornata campale co' nemici. Di diverso parere fu il maresciallo di Marsin, dato come per aio al duca d'Orleans insistendo egli che non si avesse in un momento a perdere il frutto di tante fatiche per ridurre agli estremi la cittadella di Torino; essere tanta la superiorità delle proprie forze, sì ben muniti e forti i trinceramenti, che il tentare i Tedeschi di superarli era un cercare l'inevitabil loro rovina. Ma persistendo il duca d'Orleans nel suo proponimento, diede fine il Marsin alla disputa con isfoderare un ordine della corte di non abbandonare le trincee: il che ebbe a far disperare il duca, che ad alta voce predisse l'esito infelice della sconsigliata risoluzione; ma convenne ubbidire.

Appena spuntò in cielo l'alba del dì 7 di settembre, che tutto il cesareo esercito con gran festa, impaziente di combattere, corse all'armi, e, secondo le disposizioni fatte, s'inviò in ordinanza, ma senza toccar tamburi o trombe verso i trinceramenti nemici formati fra la Dora e la Stura. Alti erano gli argini, profonde le fosse, guernite le linee tutte d'artiglieria e moschetteria, che con terribil fuoco e furor di palle cominciarono a salutare gli arditi aggressori. Ma a sì scortese ricevimento s'era preparato il coraggio tedesco. Per due ore continuò il sanguinoso combattimento, studiandosi gli uni di entrar nelle trincee, e gli altri di ripulsarli. Fu creduto che circa due mila imperiali vi perdessero la vita prima di poter superare que' forti ostacoli. Ma in fine li superarono, e data ne fu la gloria ai Prussiani condotti dal principe di Anhalt, che de' primi sboccarono nella circonvallazione nemica. Per la troppo lunga estension delle linee era distribuita, anzi dispersa la milizia de' Gallispani. Però non sì tosto vi penetrò il grosso corpo dei Prussiani, che si sparse il terrore e la costernazione per gli altri vicini postamenti. Fecero bensì vigorosa resistenza alcuni corpi di riserva, o pure riuniti, sì fanti che cavalli, ma in fine rimasero rovesciati dall'empito de' nemici; e da che furono da' guastatori spianate molte di quelle barriere, il resto dell'esercito cesareo entrato potè menar le mani. Allora non pensarono più i Gallispani che a salvarsi; e chi potè fuggire, fuggì. Al duca d'Orleans toccarono alcune ferite, dalle quali fu obbligato a ritirarsi per farsi curare. Il maresciallo di Marsin gravemente ferito fu preso, ma nel dì seguente morì, risparmiando a sè stesso il dispiacere di comparire a Parigi colla testa bassa per iscusare l'infelicità dei suoi consigli. A udire le relazioni de' vincitori, più di quattro mila e cinquecento furono i Gallispani rimasti uccisi nel campo; più di sette mila i fatti prigioni, parte nel campo stesso, e parte alla Montagna e a Chieri, colla guernigion di Civasso, fra i quali almeno ducento uffiziali. A sì fatta lista si può ben far qualche detrazione. Certo è che vennero in mano del vittorioso duca Vittorio Amedeo più di cento cinquanta pezzi di cannone e circa sessanta mortai. Il doppio si legge nelle relazioni suddette. Oltre a ciò, un'immensa quantità di bombe, granate, palle, polveri da fuoco ed altri militari attrezzi, con forse due o più mila tra cavalli, muli e buoi. Gran bagaglio, molta argenteria e tutte le tende rimasero in preda dei soldati, e fu detto che fin la cassa di guerra entrasse nel ricco bottino. Non finì la giornata che il duca di Savoia col principe Eugenio fece la sua entrata in Torino fra i viva del suo festeggiante popolo, e a dirittura si portò alla cattedrale a tributare i suoi ringraziamenti all'Altissimo, dalla cui clemenza e protezione riconosceva sì memorabil vittoria. Il poco di polve che oramai restava al conte Daun per difesa di Torino servì a solennizzare quel Te Deum col rimbombo di tutte le artiglierie. E tale fu quella famosa giornata e vittoria, che tanto più riempiè di stupore l'Europa tutta, non che l'Italia, perchè non potea l'oste cesarea ascendere a più di trenta mila persone, e forse nè pur vi arrivava per li tanti malati lasciati indietro, e per li tanti staccamenti rimasti nel Ferrarese, al Finale di Modena, a Carpi, Reggio ed altri luoghi, affine di assicurarsi la ritirata in caso di bisogno. Laddove nell'esercito Gallispano, secondo la comune credenza, si contavano circa cinquanta mila combattenti, se non che i Franzesi dopo sì gran percossa ne sminuirono di molto il numero; e veramente tenevano anche essi qua e là de' presidii, e già dicemmo che un corpo d'essi stato era spedito in rinforzo al conte di Medavì, di cui ora convien fare menzione.

Era calato in Italia Federico principe d'Hassia Cassel con cinque mila e secento soldati tra fanti e cavalli di sua nazione, e andò ad accoppiarsi con altri quattro mila fanti e secento cavalli cesarei comandali del generale Vetzel. Dopo aver egli espugnato Goito sul Mantovano, passò ad assediare Castiglion delle Stiviere, e, presa la terra, bersagliava il castello. Ma nel dì 19 di settembre colà giunse il tenente general franzese conte di Medavì con egual nerbo, e forse maggiore, di gente, e gli diede battaglia. Se ne andò sconfitto l'hassiano con perdita di più di due mila persone (i Franzesi dissero molto più), di alquante bandiere e stendardi, dell'artiglieria grossa e minuta, delle munizioni e bagaglio. Di questa vittoria avrebbe saputo prevalersi il Medavì, se non avesse atteso a liberar la terra di Castiglione, e non gli fosse giunto il funesto avviso della liberazion di Torino, due giorni prima accaduta. Corso egli colla sua gente a Milano; il principe di Hassia andò poscia ad unire il resto delle sue truppe col principe Eugenio, e il generale Vetzel colle sue venne a formare una specie di blocco alla città di Modena. Non bastò alla fortuna di mostrar sì favorevole il volto ai collegati in Italia colla vittoria di Torino; avvenne anche un'altra mirabil contingenza, che servì a coronare quella gran giornata. Se i Franzesi nella fuga avessero volte le gambe verso il Monferrato e Stato di Milano, tanti ne restavano tuttavia di loro, tante piazze da loro dipendenti (giacchè comandavano agli Stati di Mantova e Modena, a tutto il Milanese e Monferrato, e quasi a tutto il Piemonte), che potevano lungamente contrastare ai cesarei il dominio di quegli stati, e forse anche ristringere il duca di Savoia e il principe Eugenio, sprovveduto di tutto, ne' contorni di Torino. Ma i fuggitivi Gallispani presero le strade che guidano in Francia; e sembrando loro di aver sempre alle reni le sciable tedesche, affrettarono i passi per valicar l'Alpi. Raccolti ch'ebbe il duca d'Orleans quanti potè de' suoi, tenuto fu consiglio se si avesse a marciare verso la Francia o verso Milano. Il passaggio alla volta del Milanese non parve sicuro, giacchè, oltre alla gran diserzione, si trovavano le truppe col timore in corpo per la patita disgrazia; più facile dunque il ricoverarsi nel Delfinato, dove già tanti di essi s'erano incamminati. Così fecero; laonde restò più libero il campo all'armi collegate per cogliere il frutto dell'insigne loro vittoria.

Non perdè tempo il duca Vittorio Amedeo col principe Eugenio dopo la presa di Civasso a ripigliare Ivrea, Trino Verrua, Crescentino, Asti, Vercelli ed altri luoghi del Piemonte. Entrate le lor truppe nello Stato di Milano, Novara nel dì 20 di settembre aprì loro le porte. Erasi ritirato da Milano a Pizzighittone, con poscia passare a Mantova il principe di Vaudemont governatore; e però i magistrati veggendo avvicinarsi alla suddetta metropoli di Milano il principe Eugenio, nel dì 24 di esso mese spedirono i loro deputati ad offerirgli le chiavi. Vi entrarono poscia gli imperiali; fu cantato solenne Te Deum, e posto il blocco a quel castello, fortissimo bensì di mura e bastioni, ma mal provveduto di viveri. Lodi, Vigevano, Cassano, Arona, Trezzo, Lecco, Soncino, Como ed altri luoghi vennero anch'essi all'ubbidienza di Carlo III re di Spagna. Sollevatosi il popolo dell'importante città di Pavia, al vedere aperta la trincea dai Tedeschi sotto la lor città, obbligò quella guernigion gallispana a capitolar la resa nel principio d'ottobre. Fu dipoi posto l'assedio a Pizzighittone, a cui intervenne anche il duca di Savoia. Ma a lui premendo sopra ogni altra cosa l'acquisto d'Alessandria, perchè, secondo i patti, dovea questa passare in suo dominio col Monferrato, Mantovano, Valenza e Lomellina, colà inviò il principe Eugenio, e fece aprir la trincea sotto quella città. Non vi fu però bisogno di breccia; questa fu fatta ben larga da un magazzino di polve che era sulle mura della città, a cui o per accidente o per manifattura di uomini, fu attaccato il fuoco. Per sì orrendo scoppio andarono a terra moltissime case, e sopra tutto un convento vicino, o pur due, di religiose, e sotto le rovine rimasero seppellite circa mille persone. Perciò il general conte Colmenero si trovò forzato a rendere la città nel dì 21 d'ottobre. Perchè egli poi conseguì l'importante governo del castello di Milano sua vita natural durante, ebbe origine la fama ch'egli avesse comperato quel posto col sacrifizio della suddetta città d'Alessandria, cioè col detestabile incendio di quel magazzino. Poco prima erano entrati i cesarei nella città di Tortona; e ritiratosi quel presidio di ducento uomini nella cittadella, perchè si ostinò nella difesa, un giorno entrativi gli assedianti con un feroce assalto, li misero tutti a fil di spada. Nel dì 29 di ottobre la guernigion franzese di Pizzighittone capitolò la resa, e se ne andò a Cremona. Passarono dipoi il duca Vittorio Amedeo e il principe Eugenio, già dichiarato governator di Milano, sotto Casale di Monferrato. Venne la città, nel dì 16 di novembre, all'ubbidienza di esso duca, che ne prese per sè il possesso, e fu riconosciuto per signore del Monferrato da quella cittadinanza. Nella notte precedente al dì 20 di novembre i cesarei, che teneano bloccata la città di Modena, assistiti da alcune migliaia di contadini armati, entrarono in essa, acclamando i nomi dell'imperadore e del duca Rinaldo d'Este; e tosto formarono il blocco di quella cittadella, siccome ancora di Mont'Alfonso e Sestola, due altre fortezze d'esso duca di Modena. Fu anche messo da' collegati l'assedio a Valenza. Qualche altro migliaio di Franzesi, nel perdere le suddette piazze, restò prigioniere degli Alemanni o del duca di Savoia. Circa mille e ottocento nel solo Casale vennero in loro potere. Oggetto di gran meraviglia fu presso gl'Italiani il mirar tanti effetti di una sola vittoria, e il rapido acquisto fatto in sì poco tempo da' collegati.

Non furono in quest'anno meno strepitose le scene della guerra in altri paesi. Uscirono di buon'ora in campagna l'elettor di Baviera e il maresciallo di Villeroy, già rimesso in libertà, coll'esercito franzese in Fiandra. Non dormiva il duca di Marboroug generale della lega in quelle parti; e poste anch'egli in ordine le sue forze, marciò contro i nemici, e si trovarono a fronte le due armate presso di Rameglì nel dì 25 di maggio, cioè nella domenica di Pentecoste. Mentre i collegati erano dietro a forzar quella terra, si attaccò una fiera battaglia che durò più di due ore. Finalmente, trovandosi i Franzesi inferiori nel numero della cavalleria, bisognò che cedessero all'empito della contraria, e andarono in rotta, inseguiti poi per due altre ore da' vincitori. Fu creduto che in quel terribile conflitto perdessero la vita quattro mila Franzesi, ed altrettanti fossero feriti colla perdita di molte artiglierie, bandiere e stendardi. Più di tre mila con ducento uffiziali rimasero prigionieri; ma forse il maggior loro danno provenne dalla smoderata diserzione, di modo che quell'armata restò per qualche tempo in una somma fiacchezza, e convenne rinforzarla con truppe tirate dall'Alsazia, ma senza che ella potesse da lì innanzi arrestare il torrente de' nemici. Anche questa vittoria si tirò dietro delle straordinarie conseguenze. Lovanio e Brusselles tardarono poco a riconoscere per loro signore Carlo III re di Spagna. Altrettanto fecero Bruges, Dam e Odenard. Pareva che la ricca e nobil città d'Anversa non volesse il giogo, perchè presidiata da dodici battaglioni gallispani; ma quella cittadinanza e il comandante della cittadella, ben affetti al nome austriaco, tanto operarono, che nel dì 6 di giugno, avendo quel presidio ottenuto onorevoli patti, ne fece la consegna all'armi de' collegati. Fu posto l'assedio ad Ostenda, e in meno di otto giorni, cioè nel dì 6 di luglio, entrarono in possesso pel re Carlo III gli Anglolandi, siccome ancora fecero nel dì seguente in Neoporto, e poscia in Coutrai. La forza fu quella che fece piegare il collo a Menin, piazza, in cui si trovò gran resistenza. Dendermonda ed Ath vennero anch'esse alla loro ubbidienza, di modo che anche in quella parte ebbero un terribile scacco l'armi delle due corone. Nè fu pur loro più propizia la fortuna in Ispagna. Stava sul cuore del re Filippo V la perdita della riguardevol città di Barcellona, al cui esempio s'era ribellata quasi tutta la Catalogna e il regno di Valenza. Per ricuperarla non perdonò a spesa e diligenza alcuna; raunò un buon esercito di Spagnuoli; ebbe dal re Cristianissimo avolo suo un poderoso rinforzo di truppe, condotto dal duca di Noaglies. Ciò fatto, siccome principe generoso, volle in persona intervenire a quell'impresa, per maggiormente accalorarla. Si mosse da Madrid verso il fine di febbraio, e giunse sotto Barcellona, al cui assedio fu dato principio. Dentro vi era lo stesso re Carlo III, che, veggendo la città sfornita di soldatesche, ed aperte tutte le breccie dell'anno precedente, fu in forse se dovea ritirarsi. Tale nondimeno a lui parve l'asserzione e il coraggio di quel popolo, che determinò di non abbandonarlo. Mirabili cose fecero que' cittadini, sì uomini che donne, ed anche i religiosi claustrali, per preparar ripari, per difendersi sino all'ultimo fiato, ben consapevoli che colla perdita della città andavano a perdere i tanti lor privilegii, e correano pericolo le loro stesse vite. Tutti i loro sforzi non poteano impedire la grandine delle bombe e i frequenti, anzi continui, tiri delle batterie nemiche: offese che rovesciarono gran copia di case, e già formavano considerabili breccie nelle mura. Di peggio vi fu, perchè riuscì agli assedianti d'insignorirsi dei due forti del Mongiovì, dove perirono quasi tutti quei pochi Inglesi ed Olandesi ch'erano ivi alla difesa. Si trovò allora agli estremi la città; e contuttochè i fedeli Catalani mai nè per le morti nè per le incredibili fatiche si avvilissero, pure fu dai più consigliato il re Carlo a sottrarsi alla rovina imminente con tentare la fuga per mare, benchè la flotta franzese tenesse bloccato quel porto. Ma più potè in lui l'amore conceputo verso i poveri cittadini che il proprio pericolo. S'egli si ritirava, la città tosto era perduta. Arrivò in fine, nel dì 8 di maggio, il sospirato soccorso della flotta anglolanda, che fece ritirar la franzese a Tolone, e sbarcò in Barcellona più di cinque mila combattenti, con inesplicabil gioia di quella cittadinanza. Sì poderoso aiuto, e il restare aperto il mare ad altri soccorsi, fecero risolvere il re Filippo V a sciogliere quell'assedio, e a ritirarsi non già per l'Aragona, ma pel Rossiglione in Francia. Accadde la levata del campo nella mattina del dì 12 di maggio, in cui seguì uno dei maggiori ecclissi del sole tre ore prima del mezzo giorno: avvenimento che notabilmente accrebbe il terrore nell'armata che si ritirava in gran fretta. Lasciarono gli Spagnuoli nel campo più di cento cannoni con ventisette mortari, cinque mila barili di polve, due mila bombe, con gran quantità di altri militari attrezzi, e di munizioni da bocca e da guerra. Furono poi nella marcia inseguiti, flagellati e svaligiati da una continua persecuzione de' Micheletti alla coda e ai fianchi. Passò il re Filippo per Perpignano e per la Navarra, e si restituì sollecitamente a Madrid.

Ma mentre sotto Barcellona si trovava impegnato esso monarca, il milord Gallovay, che comandava le truppe inglesi nel Portogallo, benchè poco si accordasse il suo parere con quello dei generali portoghesi, pure tanto fece, che unitamente passarono sotto Alcantara, e la presero. Apertasi con ciò la strada fino a Madrid, colà dipoi s'incamminò il loro esercito, e pervenne al celebratissimo monistero dell'Escuriale. Non si credè sicuro allora in Madrid il re Filippo, e però, scortato con quattro mila cavalli e cinque mila fanti dal duca di Bervic, si ritirò altrove con tutta la corte. Nel dì 2 di luglio fu solennemente proclamato nella città di Madrid Carlo III per re di Spagna. S'egli sollecitava il suo viaggio a quella capitale, e se l'armata dei collegati avesse senza dimora inseguito il re Filippo, forse restavano in precipizio gli affari della real casa di Borbone in quelle parti. Ma il re Carlo, udita la sollevazione d'Aragona in suo favore, volle passar prima a Saragozza, per ricevere ivi gli omaggi di quei popoli. Intanto rinforzato il re Filippo dai soccorsi spediti dal re Cristianissimo, dopo aver fatto ritirar gli alleati inferiori di forze, rientrò nella scompigliata città di Madrid. Corse dei gravi pericoli il re Carlo, perchè abbandonato dai Portoghesi; pure ebbe la fortuna di scampare a Valenza, dove con gran plauso fu ricevuto da quel popolo. L'odio inveterato che passa fra i Castigliani e Portoghesi, e il maggiore che professavano i primi contro gli Anglolandi per la diversità della religione, sommamente giovarono al re Filippo, e nocquero all'emulo suo. Intanto anche Cartagena ed Alicante, per timor della flotta possente dei collegati, alzò la bandiera del re Carlo. In questa confusione restarono nel presente anno le cose della Spagna. In esso ancora ad una fiera calamità fu sottoposto l'Abbruzzo per un orribil tremuoto, che nel dì 3 di novembre interamente desolò una gran quantità di terre colla morte di assaissimi di quegli abitanti, e con recare gravissimi danni eziandio a molte altre. Di tal disavventura partecipò anche la Calabria. Parea che in questi tempi un tal flagello fosse divenuto cosa familiare. Di gravi contribuzioni esigerono i Tedeschi nel verno dai principi d'Italia; e non esentarono da esse, e nè pur dai quartieri gli Stati di Parma e Piacenza, ancorchè protetti dalle bandiere di San Pietro. L'accordo fatto dal duca Francesco Farnese, nel dì 14 di dicembre, di pagare novanta mila doble agl'imperiali, fu dipoi riprovato dal sommo pontefice, che passò anche a fulminar censure contra di quei bravi esattori: il che maggiormente alterò la corte di Vienna contro la romana.


MDCCVII

Anno diCristo MDCCVII. Indizione XV.
Clemente XI papa 8.
Giuseppe imperadore 3.

Per tutto il gennaio di quest'anno era durato il blocco della cittadella di Modena, quando giunsero artiglierie, colle quali fu risoluto di farle un più aspro trattamento. Erette le batterie, cominciarono, nel dì 31 di esso mese, a flagellare le mura, ed era già formata la breccia. Arrivò improvvisamente in questo tempo da Bologna lo stesso duca di Modena Rinaldo d'Este, che agevolò ai Franzesi con vantaggiose condizioni la resa della piazza. Nel dì 7 di febbraio se ne andò quella guernigione con tutti gli onori; e giacchè anche Mont'Alfonso capitolò nel dì 25 di esso mese, e Sestola nel dì 4 di marzo, rientrò il duca in possesso di tutti i suoi Stati. Continuò ancora per questo verno il blocco del castello di Milano, il cui comandante, perchè le tavole degli uffiziali scarseggiavano di viveri, obbligò quella città colle minaccie dei cannoni a somministrarne. Non si può dire quanto restasse dipoi sorpresa la pubblica curiosità, allorchè si propalò un accordo stipulato in Milano nel dì 13 di marzo fra i ministri dell'imperador Giuseppe e del re Carlo III suo fratello, e quei del re Cristianissimo Luigi XIV, per cui fu convenuto che i Franzesi evacuerebbono tutta la Lombardia. Ritenevano essi tuttavia il castello di Milano, Cremona, Mantova, la Mirandola, Sabbioneta, Valenza e il Finale di Spagna; di tutto fecero cessione agli Austriaci fratelli: risoluzione che parve strana alle picciole teste d'alcuni, ma che molto ben convenne alla saviezza del gabinetto di Francia. È incredibile la spesa che facea il re Cristianissimo per mantenere la guerra in Italia; senza paragone più gli sarebbe costato questo impegno, da che le vittoriose armi cesaree e savoiarde gli aveano o serrati o troppo difficultati i passi in Italia. Troppe città e piazze si erano perdute. Contuttochè il conte di Medavì conservasse ancora nel Mantovano circa dodicimila soldati, pure un nulla era questo al bisogno. Alla Francia sopra tutto premeva di ricuperar le truppe esistenti in Lombardia, e le migliaia ancora di quelle che erano restate prigioniere: punto che le fu accordato con tutti i comodi ed onori militari, affinchè potessero tali milizie passar sicure in Francia. Sicchè la real casa di Borbone, poco anzi padrona dei ducati di Milano, di Modena, di Mantova, Guastalla, del Monferrato, del Finale, di varii luoghi nella Lunigiana, e della maggior parte del Piemonte, eccola di repente spogliata di tutto, prendere la legge dalla fortuna, e da chi poc'anzi non avea nè pure un palmo di terreno in Italia. Per sostenere la sola guerra d'Italia, che poi nulla fruttò, impiegò il re Cristianissimo più di settanta milioni di luigi d'oro. Parrà cosa incredibile, ma io la tengo da chi dicea di saperla da buon luogo. Restarono dunque in man dei Franzesi solamente la Savoia, Nizza e Villafranca, e la lor gran potenza fu astretta a consegnar la città di Mantova col suo ducato, e insieme la Mirandola all'armi di Cesare, lasciando i duchi di quelle città pentiti, ma tardi, d'aver voluto senza necessità sposare il loro partito. All'incontro il generoso e insieme fortunato Vittorio Amedeo duca di Savoia, dopo essersi trovato in sì pericoloso giuoco alla vigilia di perdere in una giornata anche la sua capitale, quasi unica tavola del suo naufragio; all'improvviso ricuperò tutti i suoi stati di Lombardia, e inoltre dall'Augusto Giuseppe ricevette l'investitura di Casale col Monferrato Mantovano, e di Alessandria, Valenza, Lomellina, Valsesia e varii feudi delle Langhe, con glorioso accrescimento alla real sua casa. Abbandonarono i Franzesi l'Italia, ma ci lasciarono una funesta eredità dei loro insegnamenti ed esempli, perchè s'introdusse una gran libertà di commercio fra l'uno e l'altro sesso; e l'amore del giuoco anche nel sesso femmineo si aumentò, e si diè bando ai riguardi e rigori dell'età passata.

Essendosi gagliardamente invigorito di truppe il duca di Savoia, si pensò quale impresa si avesse da eleggere per far guerra alla Francia in casa sua, giacchè la Francia più non pensava a farla a casa altrui nelle parti d'Italia. Volevano il duca Vittorio Amedeo e il principe Eugenio che si portassero l'armi contro il Delfinato e Lionese, siccome più pratici dei paesi; ma d'uopo fu che si accomodassero alla risoluta volontà degl'Inglesi, ai quali sembrava più utile ed anche facile l'acquisto di Tolone, porto di tanta importanza nella Provenza, perchè sarebbe l'assedio di esso secondato dalla flotta anglolanda. Sapevano i principi di Savoia quanto male in altre occasioni precedenti fossero riusciti i conti e i tentativi dell'armi cesaree e savoiarde in quelle parti; pure loro malgrado consentirono a sì fatta spedizione. Incredibili fatiche, stenti e spese costò il condurre l'esercito per l'aspre montagne di Tenda, e per le vicinanze di Nizza e Villafranca occupate da' Franzesi. Si scarseggiava dappertutto di viveri e di foraggi; pure, ad onta dei tanti disagi, per li quali mancò nel cammino molta gente, pervenne l'oste collegata per Cagnes, Frejus, Arce e Sauliers in vicinanza di Tolone nel dì 26 di luglio. Ma due giorni prima il vigilante maresciallo di Tessè con marcie sforzate correndo, avea introdotto in quella città piuttosto un esercito che una guernigione, e s'era affaccendato in formare ripari e fortificazioni a tutti i siti. Sicchè fu ben dato principio alle offese contra Tolone, ma con poca o niuna speranza di buon esito; tanta era la copia dei difensori. S'impadronirono bensì gli alleati di due forti, spinsero bombe nella piazza; ma chiariti che si gittava la polve e il tempo; che ogni dì più s'ingrossava l'esercito del Tessè; che veniva gente fino di Spagna; che i duchi di Borgogna e Berrì erano in moto per venire alla testa delle lor milizie; e che la flotta anglolanda più avea da combattere coi venti che colla terra; finalmente fu preso il partito di sloggiare e di tornarsene in Italia. Con buon ordine fu eseguita la ritirata nella notte precedente al dì 22 di agosto; e passato felicemente il Varo, si restituì l'armata alleata in Italia, minore di quel ch'era prima, perchè di trentasei mila combattenti appena la metà si salvò. Ora qui si aprì il campo alle dicerie dei politici, che sognarono misteri segreti nel duca di Savoia, senza far mente alle vere cagioni dell'infelice riuscita di quella impresa. Giunti in Piemonte i collegati, poco stettero in ozio. Restava tuttavia in man de' Franzesi la città di Susa, corteggiata da alcuni forti, alzati da essi sulle alture dei monti che attorniano quella valle. S'impadronirono essi collegati, nel dì 22 di settembre, della città, e nel dì 4 di ottobre anche della cittadella, con farne prigioniere il presidio. Presero anche di assalto il forte di Catinat, restando parte di quella guernigione tagliata a pezzi. Con queste imprese terminò la campagna in Piemonte.

Comune opinione fu che l'infelice spedizione dell'armi collegate in Provenza producesse almen questo vantaggio; che la Francia impegnata alla propria difesa non inviasse soccorso al regno di Napoli, minacciato dall'imperador Giuseppe. A tale acquisto ardentemente pensava la corte di Vienna, animata spezialmente da segrete relazioni che i popoli di quel regno, oltre al concetto di essere amanti di nuovo governo, a braccia aperte aspettavano chi venisse a ristabilir ivi il dominio austriaco, con iscacciarne la real casa di Borbone. Non l'intendevano così gli Anglolandi per altri loro riflessi; ma Cesare stette forte nel suo proponimento, considerando, fra le altre cose, che parte della sua cavalleria resterebbe oziosa in Piemonte, siccome avvenne, per non potere esporsi a troppi patimenti nell'aspro passaggio verso la Provenza. Fu dunque scelto per condottiere d'una picciola armata, consistente in cinque mila fanti e tre o forse più mila cavalli (benchè la fama ne accrescesse molto più la dose) il valoroso conte Daun per marciare alla volta di Napoli; giacchè si giudicavano bastanti così poche forze a conquistare un regno dove mancavano difensori, le fortezze erano sprovvedute, e l'amore dei popoli serviva di sicurezza per un esito favorevole. Nel dì 12 di maggio si mise in marcia questo distaccamento, passando per Romagna e per la Marca; ad Ancona ricevette un treno di artiglieria, e verso la metà di giugno per Tivoli e Palestrina nel dì 24 pervenne ai contini del regno. Avea per tempo il duca di Ascalona vicerè fatti quei preparamenti che a lui furono possibili per opporsi a questo temporale. Poche truppe regolate si trovavano al suo comando; ne arruolò molte di nuove; diede l'armi al popolo di Napoli, mostrando confidenza in esso; ma in fine modo non appariva di uscire in campagna, e d'impedire l'ingresso ai nemici nel regno. Contuttociò don Tommaso d'Aquino principe di Castiglione, don Niccola Pignatelli duca di Bisaccia, ed altri uffiziali con alcune migliaia di armati si postarono al Garigliano; ma, al comparire degli Alemanni, considerando meglio essi che nulla si poteano promettere da gente collettizia, si ritirarono a Napoli. Perciò senza colpo di spada vennero in poter dei Tedeschi Capoa ed Aversa; e l'esercito, senza trovare ostacolo alcuno, si presentò, nel dì 7 di luglio alla città di Napoli, essendosi ritirato il duca di Ascalona a Gaeta.

Portate dai deputati le chiavi di essa metropoli al conte di Martinitz dichiarato vicerè, entrò egli colla fanteria nella città fra le incessanti acclamazioni del popolo la cui sfrenata allegrezza passò fino a mettere in pezzi la bella statua equestre di bronzo eretta al re Filippo V, e a gittarla in mare. Da li a pochi giorni i tre castelli di Napoli si arrenderono; la guernigion di Castelnuovo prese partito fra gli Austriaci. Con gran solennità fu poi preso possesso di quella gran città a nome del re Carlo III. Ritiratosi il principe di Castiglione verso la Puglia con circa mille cavalli, trovò in quel di Avellino barricate le strade. Rivoltosi a Salerno, ed inseguito dalla cavalleria cesarea, quivi fu preso, e la sua squadra parte si sbandò, parte restò prigioniera. L'esempio di Napoli si tirò dietro il resto delle città e provincie di quel regno, a riserva dell'Abbruzzo, che fece qualche resistenza, a cagione del duca d'Atri; ma speditovi il generale Vetzel con truppe, ubbidì ancora quella contrada, se non che il presidio di Pescara si tenne saldo fino ai primi dì di settembre. La sola città di Gaeta, dove con circa tre mila soldati si era rifugiato ed afforzato il duca d'Ascalona, sembrava disposta a fare una più lunga e vigorosa difesa, giacchè era anch'essa assistita per mare dalle galee del duca di Tursi. Sotto d'essa andò ad accamparsi il conte Daun, e disposte le batterie, queste arrivarono in fine a formare una ben larga breccia nelle mura, di modo che nel dì 30 di settembre fu risoluto di salire per essa. Ossia che l'Ascalona poco si intendesse del mestier della guerra, o che troppo confidasse nella più che mediocre bravura de' suoi guerrieri, e in un argine di ritirata alzato dietro la breccia, si lasciò sconsigliatamente venire addosso il torrente. Montarono i cesarei intrepidamente la breccia, e quando si credeano di aver fatto assai con prender ivi posto, avvedutisi del disordine dei difensori, seguitarono innanzi, e furiosi entrarono nell'infelice città. Andò essa tutta a sacco con tutte le conseguenze di somiglianti spettacoli, essendo solamente restate esenti dal furor militare le chiese e i conventi. Fu creduto ascendere il bottino a più di un milione di ducati. Gran macello fu fatto di presidiari. Il mal accorto duca d'Ascalona, cagione di tanta sciagura, covava sempre la speranza del suo scampo nelle suddette galee; ma per disavventura erano esse quel dì ite a caricar vettovaglie, e però gli convenne ritirarsi colla gente, che potè sottrar alle sciable tedesche, nel castello. Fu poi obbligato di rendersi a discrezione insieme col duca di Bisaccia e col principe di Cellamare, che pubblicamente furono condotti prigionieri fra gli improperii del popolo, minacciante all'Ascalona come cosa degna di lui, la forca, pel sangue dei Napoletani da lui sparso in occasion della congiura, già maneggiata e malamente eseguita contra del re Filippo V. Fu poi richiamato in Germania il conte di Martinitz, e il governo di Napoli restò al conte Daun.

Di questo felice passo proseguivano in Italia gli affari del re Carlo III, mentre in Ispagna andavano a precipizio. L'arrivo di poderosi rinforzi mandati dai Franzesi, e de' ricchi galeoni venuti dall'America, prestarono al re Filippo il comodo di unire una buona armata, e di spedirla contro l'emulo Carlo III. Era dall'altra parte uscito in campagna milord Gallovai colle truppe anglolande e catalane; e quantunque caldamente fosse stato consigliato dal conte di Peterboroug e da altri ufficiali di tenersi unicamente sulla difesa, pure, sedotto dai contrarii impetuosi consigli del generale Stenop, ardentemente bramava di venir ad un fatto d'armi, lusingandosi che nulla potesse resistere al valore de' suoi. Si trovarono in vicinanza le due nemiche armate nel dì 22 d'aprile, non lungi dalla città d'Almanza nel regno di Valenza. Voleva il duca di Bervich, generale del re Filippo, differir le operazioni, finchè il duca d'Orleans, spedito da Parigi a Madrid con titolo di generalissimo, arrivasse al campo, per lasciare a lui l'onore della sperata vittoria; ma non gli diede il Gallovai tanto di tempo, perchè nel dì 25 d'esso aprile andò ad attaccare la zuffa. Non erano forse disuguali nel numero le schiere de' contendenti; pure l'armata de' collegati si trovava inferiore di cavalleria, e le truppe portoghesi non sapeano che brutto giuoco fossero le battaglie. Si combattè con gran vigore da ambe le parti, e gl'Inglesi fecero maraviglie, sostenendo per grande spazio di tempo il peso del conflitto; ma in fine sbaragliati cederono il campo ai vincitori Gallispani. Si calcolò che degli alleati restassero ben cinque mila estinti, oltre ad una copiosa quantità di feriti, e che i rimasti prigionieri ascendessero al numero di quattro mila. Gran sangue ancora costò ai Gallispani questa felice giornata, perchè v'ebbero da quattro mila tra morti e feriti. Ma in mano loro venne tutta l'artiglieria nemica e il minuto bagaglio con assai bandiere e stendardi. Lamentaronsi forte gl'Inglesi della vana spedizione fatta da' cesarei e Piemontesi in Provenza; perchè se le truppe inutilmente consumate in quella impresa fossero state spedite in Ispagna, come essi ne facevano istanza, si lusingavano di stabilir ivi senza dubbio il trono del re Carlo.

Gran tracollo diede questa sconfitta alla fortuna d'esso re Carlo. Imperocchè, giunto al campo il duca d'Orleans, non perdè tempo a ricuperare Valenza ed altri luoghi di quel regno, che provarono il gastigo della loro affezione al nome austriaco. Lasciato poi il corpo maggior dell'armata al duca di Bervich e al general Asfeld, affinchè seguitassero le conquiste nel Valenziano e Murcia, egli con otto o dieci mila combattenti marciò alla volta dell'Aragona, e trovati que' popoli atterriti per la rotta d'Almanza, facilmente li ridusse all'ubbidienza del re Filippo V, da cui furono poi privati di tutti i privilegii, spogliati d'armi, e severamente puniti in altre guise. A tante contentezze della corte di Madrid si aggiunse, nel dì 25 d'agosto, l'aver la regina Maria Gabriella di Savoia dato alla luce un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Luigi, e dato il titolo di principe d'Asturias. Fu poi nell'autunno costretta dal duca d'Orleans l'importante città di Lerida con un vigoroso assedio a rendersi. Fermossi in quest'anno il re Carlo III in Barcellona, per animare i suoi Catalani nelle disgrazie, mangiando intanto il pane del dolore; perciocchè, oltre al non venirgli alcun nuovo soccorso nè dalle potenze marittime, nè dall'Italia, da ogni parte fioccavano famiglie nobili di Valenza ed Aragona sue parziali, che a lui si rifugiavano, cercando di che vivere. In Fiandra e al Reno continuò anche nell'anno presente la guerra, ma senza che succedessero fatti od imprese, delle quali importi al lettore che io l'informi.


MDCCVIII

Anno diCristo MDCCVIII. Indizione I.
Clemente XI papa 9.
Giuseppe imperadore 4.

Attese in quest'anno il conte Daun vicerè di Napoli a rimettere sotto il dominio del re Carlo III le piazze spettanti alla Spagna nelle maremme di Siena. Spedito colà un corpo di truppe, il generale Vetzel non ebbe a spendere gran tempo e fatica per ridurre alla resa Santo Stefano ed Orbitello, fortezza pel sito assai riguardevole. Da lì a non molto venne ai suoi voleri anche la città di Piombino col suo castello. Ma in Porto Ercole e Portolongone si trovarono difensori risoluti di custodire in quei porti la signoria di Filippo V. Convenne dunque trasportar colà da Napoli artiglierie e munizioni per adoperare la forza. Ma verso il principio di novembre il comandante di Porto Longone, sbarcata gente ad Orbitello, col nembo di molte bombe fece provare il suo sdegno a quella piazza. Era già stata destinata in moglie al re Carlo III la principessa Elisabetta Cristina di Brunsvich della linea di Wolfembutel, che a questo fine abbracciò la religione cattolica. Si mosse di Germania nella primavera del presente anno questa graziosissima principessa, dichiarata regina di Spagna, e calò in Italia. Suo condottiere era il principe di Lorena vescovo di Osnabruch. Magnifico ricevimento le fece per li suoi Stati la veneta repubblica. Nel dì 26 di maggio furono ad inchinarla in Desenzano Rinaldo d'Este duca di Modena, e il principe don Giovanni Gastone, spedito dal gran duca Cosimo de Medici suo padre, e poscia in Brescia Francesco Farnese duca di Parma. Passata essa regina a Milano, ed ivi accolta con gran pompa e solennità, fu poi a visitar le deliziose isole Borromee, e nel dì 7 di luglio s'inviò a San Pier d'Arena, dove imbarcata nella flotta inglese nel dì 15 sciolse le vele verso Barcellona. Dappoichè la memorabil vittoria degl'imperiali sotto Torino sconvolse tutte le misure de' Franzesi per conto dell'Italia, destramente sul principio del precedente anno aveano essi consigliato Ferdinando Carlo Gonzaga duca di Mantova di passare per sua maggior sicurezza a Venezia. Elesse più tosto la duchessa sua moglie di ritirarsi in Francia, che di seguitarlo, e portatasi a Parigi, quivi, nel dì 19 di dicembre del 1710, mancata di vita, liberò quella corte dall'obbligo di pagarle un'annua convenevol pensione. Portò seco il duca a Venezia un'incredibile afflizione, che crebbe poi a dismisura all'udire caduta in mano dell'imperadore la sua capitale, e al trovarsi spogliato di tutti i suoi Stati. Nè a mitigar questa piaga serviva punto la promessa del re Cristianissimo di pagargli ogni anno quattro cento mila franchi, e di rimetterlo in casa alla pace. Il laceravano continuamente i rimorsi delle sue sconsigliate risoluzioni, e la notizia di non esser compatito da alcuno; laonde cominciò a patire oppressioni di cuore, con pericolo di soffocarsi, allorchè si metteva a giacere. Ora in Venezia ed ora a Padova cercando rimedii ai mali non men del corpo che dell'animo, si ridusse in fine agli estremi. Stava la corte di Vienna con l'occhio aperto al di lui vacillante stato, e prima ch'egli prendesse congedo dal mondo fulminò contra di lui una fiera sentenza, dichiarando lui reo di fellonia, e decaduti i suoi Stati al fisco cesareo. L'ultimo dì della vita di questo infelice principe fu il dì 5 di luglio dell'anno presente in Padova; e corse tosto fama che il veleno gli avesse abbreviati i giorni, quasichè in tanti disordini della sua vita licenziosa in addietro e i succeduti crepacuori non avessero assai possanza per condurlo al sepolcro in età di cinquantasette anni. Non lasciò dopo di sè prole legittima; e quantunque Vincenzo Gonzaga duca di Guastalla facesse più e più istanze e ricorsi per succedere nel ducato di Mantova, siccome chiamato nelle investiture, ed anche per patti confermati dal fu Augusto Leopoldo, nè allora nè di poi potè conseguire il suo intento. Solamente gli venne fatto di riportare il possesso e dominio del principato di Bozzolo, di Sabbioneta, Ostiano e Pomponesco. Avrebbe dovuto il popolo di Mantova compiagnere tanta mutazione di cose, e la perdita de' proprii principi, che seco portava la dolorosa pensione di divenir provincia, con altre assai gravi conseguenze, che non importa riferire. E tanto più perchè l'estinto duca trattava amorevolmente e con discreti tributi i sudditi suoi, e teneva in feste quella allor ben popolata città. Contuttociò la sfrenata libidine sua, per cui non era in sicuro l'onor delle donne, e massimamente delle nobili; e i tanti sgherri ch'egli manteneva per far delle vendette, spezialmente se gli saltavano in capo ghiribizzi di gelosie, tale impressione lasciarono, non dirò in tutti, ma nella miglior parte del popolo, che o non deplorarono, o giudicarono anche fortuna ciò che gli altri Stati han considerato, e tuttavia considerano, per una delle loro maggiori sventure. E quivi si provò che un solo principe cattivo fece perdere, per così dire, la memoria e il desiderio di tanti illustri e saggi suoi predecessori, che aveano in alto grado nobilitata, arricchita e renduta celebre dappertutto la città di Mantova. Cento si richieggono ad edificare, un solo basta a distruggere tutto.

Non poche differenze ancora insorsero fra la corte imperiale e Vittorio Amedeo duca di Savoia a cagione del Vigevanasco, già promesso a questo principe nei precedenti patti, ma senza che il consiglio aulico di Vienna sapesse mai condiscendere a questa cessione. Indarno si mossero Inglesi e Olandesi a sostenere le di lui ragioni, vieppiù perchè il duca si mostrava renitente ad uscire in campagna, se non era soddisfatto. Tante belle parole nondimeno e promesse furono spese in tale occasione, che il duca nel mese di luglio si mosse coll'armi sue e collegate. Il conte di Daun fu richiamato da Napoli al comando delle truppe cesaree in Piemonte, e in suo luogo con titolo di vicerè passò il cardinal Vincenzo Grimani Veneto a quel governo, e ne prese il possesso nel dì 4 di luglio. Parevano risoluti gli alleati di penetrare colle lor forze nel Delfinato, dove il maresciallo di Villars, benchè inferiore di gente, avea prese le possibili precauzioni per la difesa. Ma le mire del duca di Savoia erano di torre ai Franzesi quelle fortezze che aprivano loro il passaggio verso l'Italia. Perciò, dopo essersi avanzata l'armata collegata per quelle aspre montagne, cioè per la Morienna, per la Tarantasia, per la valle d'Aosta e pel Monsenisio, minacciando la Savoia, all'improvviso sul principio di agosto, voltato cammino e faccia, tagliò ai Franzesi l'ulterior comunicazione coi forti della Perosa, di Exiles e delle Fenestrelle. Fu nel medesimo tempo impreso l'assedio dei due primi, ed ambedue nei dì 11 e 12 d'agosto esposero bandiera bianca, restando prigioniere quelle guernigioni. Di là si passò a strignere le Fenestrelle, fortezza di maggior nerbo, ma che bersagliata fieramente dalle nemiche batterie, nel dì 21 del mese suddetto capitolò la resa, con restare ivi ancora prigioniere di guerra il presidio. Ciò fatto, si ritirò quell'armata a Pinerolo, e con tali imprese ebbe fine in esse parti la campagna, non essendosi fatto altro tentativo, sì perchè, cadendo di buona ora le nevi in quei monti, impediscono i passi alle operazioni militari, e sì perchè l'armi cesaree erano richiamate in Italia per un'altra scena, a cui s'era dato principio.

Ancorchè nelle presenti scabrose contingenze con somma prudenza e da padre comune si fosse governato il pontefice Clemente XI, senza prendere impegno alcuno fra le potenze guerreggianti; pure provò quanto sia difficile il soddisfare a tutti, e il conservare il credito e vantaggio della neutralità in mezzo a due contrarii fuochi. Dichiarossi infatti malsoddisfatta di lui la corte di Vienna, sì per l'affare di Figheruolo, come dicemmo all'anno 1704, e sì per le scomuniche fulminate dal santo padre nel dì primo di agosto del precedente anno contro i ministri cesarei a cagion delle contribuzioni esatte dal ducato di Parma e Piacenza, come ancora varii altri atti di questo pontefice, geloso mantenitore dell'immunità ecclesiastica. Ora da che l'imperadore Giuseppe si vide forte in Italia per l'espulsione dell'armi delle due corone, non tardò a far provare i suoi risentimenti alla corte di Roma, ordinando che non passassero a Roma le rendite dei beni ecclesiastici del regno di Napoli, e risvegliando le pretensioni già mosse dall'Augusto suo padre, per li feudi e Stati imperiali dell'Italia. Uno di questi pretendeva il consiglio aulico che fosse la città di Comacchio, posta sull'Adriatico fra Ravenna e Ferrara, colle sue ricche valli pescareccie, siccome quella che la casa d'Este fin dall'anno 1354 riconosceva dal sacro romano imperio per investiture continuate fino al regnante duca di Modena Rinaldo d'Este; e che quantunque non compresa nel ducato di Ferrara, pure fu occupata dal papa Clemente VIII nel 1598, ed era tuttavia detenuta dalla camera apostolica, non ostante i reclami fatti più volte dai principi estensi. Similmente eccitò le pretensioni cesaree sopra Parma e Piacenza, ancorchè per due secoli la Sede apostolica ne fosse in possesso, e ne desse pubblicamente le investiture alla casa Farnese. Adunque verso la metà di maggio si fece massa di milizie imperiali sul Ferrarese, e senza far novità contro la città stessa di Ferrara, passò nel dì 24 di esso mese un corpo di Tedeschi ad impossessarsi della città di Comacchio. Venne anche ordine da Vienna e da Barcellona al senato di Milano d'intimare al duca di Parma di prendere fra quindici giorni la investitura di Parma e Piacenza come feudi imperiali e dipendenze dello Stato di Milano.

Da tali novità commosso il sommo pontefice, giudicò debito suo di mettersi in istato di ripulsar colla forza gli attentati degli Alemanni, e a sì fatta risoluzione lo animarono spezialmente i ministri di Francia e Spagna, impiegando larghe promesse di soccorsi, che poi non si videro mai comparire. Però avuto ricorso al tesoro di castello Sant'Angelo, e trovate altre maniere di accumular pecunia, si fece in Roma e per gli Stati della Chiesa un armamento di circa venti mila soldati, dei quali fu dato il comando a Ferdinando Marsili Bolognese, generale dell'imperadore, e famoso ancora per la sua singolar letteratura. Passarono queste truppe a guernir i posti del Ferrarese, Bolognese e Romagna, e seguirono anche ostilità nelle ville confinanti a Comacchio. Il duca di Modena Rinaldo per sua precauzione fece anch'egli di molta gente. Ora intenzione della corte cesarea non era già di far guerra al papa, ma solamente di tirarlo a qualche convenevole aggiustamento; pure, vedendo sì grande apparato d'armi, ordinò al conte Wirico di Daun, suo primario generale in Italia, di cercare colle brusche ciò che i suoi ministri in Roma non poteano ottener col maneggio. Calati dunque varii reggimenti verso il Ferrarese, il suddetto generale Daun, nel dì 27 d'ottobre, marciò contro Bondeno, e vi fece prigionieri più di mille soldati pontifizii, liberò dal blocco Comacchio, e s'impadronì di Cento. Appresso andò quasi tutto il resto dell'armata imperiale a prendere quartieri di verno sul Ferrarese e Bolognese, e formò una specie di blocco alla stessa città di Ferrara e a Forte Urbano. Inoltrossi ancora ad Imola e Faenza, da dove sloggiarono presto le milizie pontificie, che aveano dianzi determinato di far quivi piazza d'armi. Intanto anche le penne cominciarono la guerra, avendo la corte romana pubblicate le ragioni del suo dominio in Comacchio, alle quali contrappose tosto altre scritture il duca di Modena, che istruirono il pubblico del diritto imperiale ed estense sopra quella città. Oltre a questi sì strepitosi sconcerti, provò papa Clemente XI nel presente anno molti affanni e cure a cagion de' riti cinesi, da che intese che monsignore di Tournon da lui inviato per visitatore alla stessa Cina, ed ultimamente creato cardinale, avea incontrato delle gravissime traversie nell'esecuzione dell'apostolico suo ministero.

Nel maggio di quest'anno fece il re Cristianissimo Luigi XIV la spedizione del giovine cattolico re della Gran Bretagna Giacomo III verso la Scozia con poderosa flotta, per suscitare in quelle parti qualche incendio. Ma sì opportune e gagliarde furono le precauzioni prese dalla corte di Londra e dagli Olandesi, che lo sventurato principe fu astretto a ritornarsene a Dunquerque, contento di avere scampato il grave pericolo, a cui fu esposta insieme colla flotta la sua real persona. Con grandi forze entrarono dipoi i Franzesi in campagna nell'anno presente, giacchè i lor desiderii e trattati di pace coi ministri delle potenze collegate s'erano sciolti in fumo, ed improvvisamente si fecero padroni di Gante e di Bruges. Al comando di quell'armata passò lo stesso duca di Borgogna colla direzione del valoroso duca di Vandomo; ed erasi già accampata l'oste loro presso Odenard, dove si trovò il comandante ben risoluto alla difesa. Allora fu che gli insigni due generali dell'esercito alleato, cioè il principe Eugenio di Savoia, e milord duca di Marlboroug, s'affrettarono di venire alle mani co' Franzesi. Nel dì 11 di luglio attaccarono essi la battaglia con tal maestria e vigore, che ne riportarono vittoria. La notte sopraggiunta favorì non poco la fuga o ritirata dei Franzesi. Contuttociò, se si ha da credere alla relazion de' vincitori, d'essi Franzesi restarono sul campo quattro mila estinti, laddove, secondo il conto dei vinti, nè pur giunsero a due mila. S'accordarono bensì le notizie in dire che rimasero prigionieri sette mila di essi, fra' quali cinquecento uffiziali. Si portò dipoi il principe Eugenio all'assedio dell'importante città di Lilla, fortificata al maggior segno dal famoso ingegnere Vauban. Costò gran sangue l'espugnazion di sì gran fortezza, difesa con sommo valore dal maresciallo di Bouflers; e secondo lo scandaglio degl'intendenti vi perirono degli offensori circa diciotto mila persone, senza parlar dei feriti. Nel dì 22 d'ottobre la città si rendè; nel dì 9 di dicembre la cittadella. In questo mentre, per fare una diversione, Massimiliano duca di Baviera mise l'assedio a Brusselles; ma accorsi i due generali de' collegati, il fecero precipitosamente ritirar di là; dopo di che ricuperarono Gante e Bruges, coronando con sì gloriose imprese la presente campagna.

Nella Spagna non furono men considerabili gli avvenimenti di guerra. Arrivò a Barcellona spedito dall'Italia il saggio maresciallo conte Guido di Staremberg al comando dell'armata del re Carlo III in Catalogna; ma colà ben tardi andarono capitando i rinforzi di gente italiana e palatina inviati per mare. Di questa lentezza non lasciò di profittare il vigilante duca d'Orleans generalissimo dell'armi delle due corone. Verso il dì 21 di giugno mise l'assedio a Tortosa, e la costrinse alla resa. Anche nel Valenziano i porti di Denia e d'Alicante ritornarono per forza all'ubbidienza del re Filippo V. Ma queste perdite furono compensate da altri acquisti. Imperciocchè, avendo la flotta inglese sbarcato nell'isola di Sardegna verso la metà d'agosto un grosso corpo di milizie austriache, trovò quei popoli portati dall'antica affezione verso la casa d'Austria, che non solo niuna resistenza fecero, ma con festa inalberarono tosto le bandiere del re Carlo III. Il vicerè spagnuolo non tardò a capitolar la resa di Cagliari, con ottener tutto quanto desiderò di onori militari. Amoreggiavano da gran tempo anche gl'Inglesi l'isola di Minorica, per brama di mettere il piede in Maone, porto dei più riguardevoli e sicuri del Mediterraneo, e di quivi fondare una buona scala al loro commercio. Nel dì 14 di settembre il generale inglese Stenop sbarcò in quell'isola più di due mila combattenti, e gli abitanti corsero a soggettarsi. Nel dì 26 marciò contro il castello e porto di Maone, e fra due giorni se ne impossessò: perdita che sommamente increbbe al re Filippo per l'importanza di quel porto, caduto in mano di chi sel terrebbe caro. Come il Garzoni storico sì accurato metta nel libro XIII la presa di Minorica nell'anno 1707, se non anche nel precedente, non l'ho saputo intendere. Intanto nel dì primo d'agosto fece il suo solenne ingresso in Barcellona la novella sposa del re Carlo III con gran tripudio e festa dei Catalani.


MDCCIX

Anno diCristo MDCCIX. Indizione II.
Clemente XI papa 10.
Giuseppe imperadore 5.

Il verno di quest'anno fu dei più rigorosi che si sieno mai provati in Italia, perchè gelò il Po con altri fiumi, e colle carra si passava francamente per l'alveo suo fortemente agghiacciato. Fin la lacuna di Venezia si congelò tutta, con grave incomodo di quella gran città, a cui su pel ghiaccio si dovea portar tutto ciò che con tanta facilità si portava in altri tempi per barca. Si seccarono perciò le viti, gli ulivi, le noci ed altri alberi, e nel Genovesato gli agrumi. Se ne stava, ciò non ostante, tutta l'armata cesarea dolcemente accampata sul Ferrarese, Bolognese e Romagna, godendo un buono, cioè un indiscreto quartiere d'inverno alle spese di quei poveri popoli, benedicendo essi Tedeschi il papa, che non era fin qui condisceso ad alcuno accomodamento coll'imperadore, e dava campo ad essi di deliziarsi in quelle ubertose campagne. Erasi portato a Roma il marchese di Priè plenipotenziario cesareo a fine d'indurre il pontefice ad eleggere non la pericolosa via delle armi, ma la pacifica del gabinetto, per venire ad un accordo. Nè pure il re Cristianissimo trascurò allora di spedir colà il maresciallo di Tessè per fomentare gli spiriti guerrieri nell'animo di sua santità, e frastornare ogni concordia con Cesare, spendendo largamente promesse e sicurezze di poderosi aiuti. Ma questi aiuti erano lontani, erano anche dubbiosi; e intanto il santo padre avea sulle spalle troppo pesante fardello dell'armamento proprio, che a lui, forse più di quel che avesse fatto ad altri, costava una gravissima spesa. Aveva egli anche fatto grosse rimesse agli Svizzeri e ad Avignone, per tirar da quelle parti un buon nerbo di gente. Il peggio era che le truppe cesaree, con ridersi delle truppe papaline, ogni dì più si stendevano per la Romagna, e minacciavano di voler passare, e non già per divozione, sino a Roma stessa. Dalla parte ancora del regno di Napoli si accostavano milizie ai confini dello Stato ecclesiastico. Trovavasi perciò in gravi angustie il buon pontefice; dall'una parte l'agitava la paura di maggiori violenze, e l'amore paterno dei minacciati e già aggravati suoi sudditi; e dall'altra il timore di mancare all'uffizio suo in cedere alcun dei diritti della santa Sede per gli affari di Parma e Piacenza e di Comacchio, giacchè anche per le due prime città era uscito manifesto di Cesare, che le pretendeva quai membri dello Stato di Milano. S'aggiugneva l'insistere il ministro cesareo che la santità sua riconoscesse per re di Spagna Carlo III; punto di gran dilicatezza, al cui suono strepitavano forte i ministri delle due corone Cristianissima e Cattolica. Ma finalmente la paura è una dura maestra, e il saggio si accomoda ai tempi. E però, dopo avere il santo padre con pubbliche preghiere implorato lume dai cielo, nel dì 15 di gennaio del presente anno stabilì l'accordo con Cesare, promettendo egli di disarmare, e il cesareo ministro di ritirar dagli Stati della Chiesa le truppe cesaree, e di obbligare il duca di Modena a non inferire molestia alcuna alle terre della Chiesa. Fu convenuto che in amichevoli congressi, da tenersi in Roma fra i ministri pontificii e cesarei, si esaminerebbono le pendenze insorte per gli Stati di Parma, Piacenza e Comacchio, e similmente le ragioni del duca di Modena sopra Ferrara, per conchiudere ciò che esigesse la giustizia. Durante il dibattimento di queste cause fu accordato che l'imperadore restasse in possesso di Comacchio. Segretamente ancora fu convenuto che sua santità riconoscerebbe per re Carlo III. Fece quanta resistenza mai potè il pontefice; pure in fine s'indusse ad un sì abborrito passo.

A questo accomodamento non mancò la lode ed approvazione della gente più savia, considerato il pericolo di mali incomparabilmente maggiori, se la santità sua non si arrendeva. Ma non l'intesero così le corti di Francia e Spagna, pretendenti che il pontefice dovesse sacrificar tutto, e soffrire l'eccidio dei suoi Stati, più tosto che condiscendere al regio titolo di Carlo III. Però, quantunque Roma facesse conoscere che in alcuni tempi erano stati riconosciuti per re due contendenti, e lo stesso re Cristianissimo avea nello stesso tempo riconosciuto per re della Gran Bretagna Giacomo II e Guglielmo III; pure a nulla giovò. Vennero ordini che il maresciallo di Tessè, l'ambasciatore cattolico duca d'Uceda e il marchese di Monteleone plenipotenziario del re Filippo V si partissero da Roma, con premettere una protesta di nullità dell'atto suddetto. Fu ancora licenziato da Madrid il nunzio Zondedari, vietato agli ecclesiastici il commercio con Roma, e fermato il corso di tutte le rendite provenienti dalla Spagna alla dateria apostolica: violento consiglio, di cui durò poscia l'esecuzione per molti anni appresso. Dirò qui in un fiato che si diede poi principio nell'anno seguente in Roma ai congressi promessi per le controversie di sopra accennate di Parma, Piacenza, Comacchio e Ferrara, intervenendovi il marchese di Priè con gli avvocati di Cesare e del duca di Modena; ma dopo una ben lunga discussione delle vicendevoli ragioni, non si venne a decisione alcuna, e restarono le pretensioni nel primiero vigore, senza che alcuna delle parti cedesse. Si conchiuse bensì, che chi non ha altre armi che ragioni e carte per torre di mano ai potenti qualche Stato occupato, altro non è per guadagnare che fumo. Era venuto sul fine del precedente anno a Venezia Federigo IV re di Danimarca, principe provveduto di spiriti guerrieri, per godere di quel delizioso carnevale, e, benchè incognito, ricevette distinti onori e suntuosi divertimenti da quella sempre magnifica repubblica. Passò dipoi a Firenze, dove dal gran duca Cosimo de' Medici fu accolto con cortesissime dimostrazioni di stima, che a taluno parvero eccessi. Si fermò in quella corte non poco tempo con aggravio d'esso sovrano, o, per dir meglio, dei sudditi suoi, che furono poi obbligati ad una contribuzione per le tante spese fatte in quella congiuntura. Credevasi ch'esso re passerebbe a Roma per godere delle rarità di quella impareggiabil dominante. Forse non si accordò il ceremoniale; e venuta anche nuova che si trattava alla gagliarda di pace fra le potenze guerreggianti, verso il fine d'aprile si mosse di Toscana per ritornare ne' suoi Stati, e giunto nel dì 25 d'esso mese a Modena, trovò qui un accoglimento, qual si conveniva alla sua dignità e merito. Nel dì 6 del seguente maggio cessò di vivere Luigi Mocenigo doge di Venezia, e fu poi esaltato a quel trono Giovanni Cornaro. Già era perduta la speranza che Ferdinando de' Medici, principe ereditario di Toscana dopo tanti anni di sterile matrimonio arricchisse di prole la sua casa; il perchè il gran duca suo padre maneggiò e conchiuse l'accasamento del cardinale Francesco Maria suo proprio fratello con Leonora Gonzaga figlia di Vincenzo duca di Guastalla. Pertanto, avendo questo principe rinunziata la sacra porpora, nel principio di luglio sposò la suddetta principessa, che nel dì 14 d'esso mese arrivò a Firenze: rimedio procurato ben tardi alla cadente insigne casa de' Medici, essendo già questo principe pervenuto all'età di cinquant'anni, e debilitato da qualche incomodo della sua sanità.

Avea nel precedente anno il re Cristianissimo Luigi XIV per mezzo de' suoi emissarii sparsa cotanto per l'Olanda la sua sincera disposizione alla pace, che si cominciò a dar orecchio a sì lusinghevol proposta, e se ne trattò seriamente fra i ministri delle potenze collegate. Maggiormente si scaldò questa pratica nel verno e nella primavera dell'anno presente, nè v'era persona che non credesse risoluta la Francia di volere ad ogni costo la pace. Non si può dire in quanta miseria si fosse ridotto quel florido regno per sì lunga guerra, per sì numerosi eserciti mantenuti in tante parti. Restavano incolte molte campagne per le tante leve di gente; insoffribili gli aggravii; le milizie per gl'infelici avvenimenti degli anni addietro scorate; superiori di forze i nemici, e già vicini ad aprirsi il varco nella Francia stessa. A questi mali si aggiunse una terribil carestia, per cui fu obbligato il re con immense spese a procurar grani forestieri, e a sminuir le gravezze: con che sempre più rimase esausto l'erario suo. Perciò pubblicamente il re Cristianissimo fece istanza per la pace; se ne trattò all'Haia; e quanto più miravano i plenipotenziarii de' collegati che i ministri franzesi cedevano alle restituzioni richieste, tanto più si aumentavano le lor dimande e pretensioni. Ciò che fece tenere per immancabile la pace, fu l'avere il re spedito all'Haia lo stesso suo segretario di Stato marchese di Torsy, il quale benchè si contorcesse, pure veniva accordando ogni punto proposto da' collegati. Si giunse al dì 28 di maggio, in cui furono stesi i preliminari, co' quali essi intendevano di dar la pace alla Francia. Doveva il re Filippo cedere al re Carlo III la monarchia, di Spagna; e ricusando, avea da impegnarsi il re Luigi XIV avolo suo di unirsi con gli alleati per iscacciarlo di Spagna. Una gran restituzione di piazze in Fiandra e al Reno e di tutta l'Alsazia era prescritta, con altre condizioni di gran vantaggio per chiunque avea pretensioni contro la Francia. Sicchè quei gran politici, a riserva del principe Eugenio, si tenevano oramai in mano la pace, e pace tanto vantaggiosa; ma poco tardarono ad accorgersi che questo era stato un tiro di mirabil finezza della corte di Francia. Se riusciva il tentativo della pace, di cui veramente abbisognava la corte e nazion franzese, gran bene era questo; se no, serviva l'aver trattato per guadagnar tempo e premunirsi, e molto più per muovere i popoli a sostenere il peso della guerra e delle contribuzioni, e a somministrare aiuti, da che si facea conoscere nello stesso tempo la gran premura del re per la pace, e la soverchia ingordigia de' suoi nemici.

Infatti dal re furono rigettati e poi pubblicati quegli stessi preliminari che commossero a vergogna e sdegno la nazione tutta, amantissima del re e del proprio decoro; e cagion furono che i grandi e mercatanti a gara portassero argenti e danari all'erario reale: con che si provvide all'urgente bisogno. Rimasti all'incontro gli alleati colle mani piene di mosche, maggiormente s'irritarono contro la Francia; e giacchè questa unicamente pensava alla difesa, e il maresciallo di Villars s'era postato in sì buona forma, che non si potea forzare a battaglia, i due prodi generali principe Eugenio e duca di Marlboroug spinsero l'esercito all'assedio di Tournai. Dopo ventun giorni di trincea aperta, nel dì 29 di luglio quella guernigione cedette la città, ritirandosi nella cittadella, che dopo una terribil difesa si rendè in fine anch'essa nel dì 3 di settembre. Trovaronsi poscia a fronte le due nemiche armate. Quantunque il Villars si fosse ben trincierato, ardevano di voglia i generali de' collegati di far battaglia campale; ma prima di venire al gran cimento, scrivono alcuni che il principe Eugenio si abboccò sul campo col maresciallo di Bouflers, per veder pure se i Franzesi inclinavano ad accettare i già proposti preliminari. Trovò che questi maggiormente restrignevano le condizioni, detestando spezialmente quella di dovere il re Cristianissimo unirsi coi nemici contra del nipote Filippo V. Però nel dì 11 di settembre, da che ebbero i collegati disposte le cose per l'assedio di Mons, diedero all'armi contro l'esercito Franzese nel luogo di Malpacquet, contuttochè il Villars avesse le sue forze ben assicurate da due boschi e da molte trincee. Fu questa una delle più ostinate e sanguinose battaglie che occorressero nella presente guerra, e durò più di sei ore. Restò veramente il campo con alquanti cannoni in potere de' collegati, essendosi ritirati per quanto poterono ordinatamente i Franzesi, ma non lasciò di essere dubbiosa la lor vittoria. Se i vincitori guadagnarono bandiere e stendardi, altrettanto fecero anche i Franzesi. Per la mortalità pretesero i Franzesi che la loro ascendesse a soli otto mila tra morti e feriti; laddove, secondo la relazion contraria, si vollero estinti de' Franzesi sette mila con cinquecento uffiziali e dieci mila feriti, fra' quali lo stesso maresciallo di Villars gravemente colpito da palla di fucile nel ginocchio. All'incontro fu confessato che almeno sei mila fossero gli uccisi dell'esercito alleato, e quattordici mila i feriti. Di gente rimasta prigioniera altro non fu detto se non che la sterminata copia de' Franzesi lasciati feriti sul campo fu permesso che fosse ritirata al campo loro, e contata per prigioniera di guerra. Intervenne a quel terribil conflitto Giacomo III Stuardo re Cattolico d'Inghilterra, che diede gran pruove di intrepidezza, e ne riportò anche alcune lievi ferite. Ciò che servì a maggiormente contestare per vincitori i collegati, fu l'aver eglino immediatamente stretta di assedio la fortissima città di Mons, con obbligare quel presidio nel dì 20 di ottobre ad uscirne con tutti gli onori militari.

Poche imprese si fecero nel presente anno in Italia. Era disgustato Vittorio Amedeo duca di Savoia della corte di Vienna, perchè gli contrastava il Vigevanasco e alcuni feudi confinanti col Genovesato, benchè a lui accordati ne' patti. Fecero gagliarde istanze gl'Inglesi ed Olandesi presso l'imperador Giuseppe in suo favore, e le fecero indarno. Perciò non volle il duca uscire in campagna. Vi uscì il maresciallo di Daun co' suoi tedeschi, e passato il Mon-Cenis, penetrò fino in Savoia, e s'impossessò di Annicy. Ma avendo il duca di Bervich ben muniti i passaggi, ed accostandosi le nevi, il conte di Daun giudicò meglio di tornarsene a cercar buoni quartieri in Italia. Lentamente ancora procederono al Reno gli affari della guerra. In Ispagna riuscì al maresciallo conte di Staremberg di sottomettere la città di Belaguer, ma senza far altro progresso. Perchè regnava la discordia fra i comandanti franzesi e spagnuoli, il re Filippo V si portò in persona all'armata; e dopo aver composte le differenze, tentò di venire a battaglia col nemico esercito; ma lo Staremberg, uno de' più cauti generali del suo tempo, non sentendosi voglia di azzardare tutto in una giornata, non volle dar questo piacere alla maestà sua. Nei confini del Portogallo ebbero maggior fortuna gli Spagnuoli, perchè il marchese di Bay diede una rotta ai Portoghesi, con prendere varii loro cannoni ed insegne, ed impadronirsi di alcune castella.


MDCCX

Anno diCristo MDCCX. Indizione III.
Clemente XI papa 11.
Giuseppe imperadore 6.

Ebbe in quest'anno il pontefice Clemente XI varii insulti alla sua sanità, che fecero dubitar non poco di qualche pericolo di sua vita; ma appena egli si rimise in migliore stato, che, siccome principe di grande attività, tornò ad ingolfarsi nell'uno e nell'altro governo, ben per lui scabroso ne' correnti tempi, sì per cagion de' riti cinesi, e della persecuzione mossa contro il cardinale di Tournon, detenuto come prigione in Macao, come ancora per la nimicizia dichiarata dal re Cattolico Filippo V alla corte di Roma a cagion della ricognizione del re Carlo III. Contuttociò qualche calma si godeva non meno in Roma che nel resto d'Italia, a riserva delle contribuzioni intimate da' Tedeschi, e di chi sofferì i loro quartieri. Fu anche travagliato da varii malori di sanità con tutta la sua famiglia Vittorio Amedeo duca di Savoia, che gl'impedirono l'uscire in campagna, oltre all'averne egli poca voglia per le già dette controversie colla corte di Vienna, ostinata in non voler dare esecuzione al pattuito. Pertanto più tosto apparenza di guerra, che guerra guerreggiata fu nel Piemonte. S'incamminò bensì il maresciallo conte di Daun a mezzo luglio verso la valle di Barcellonetta col forte dell'armata collegata, mostrando di aver delle mire contra di Ambrun e Guilestre; ma avendo trovato ai confini il duca di Bervich assistito da un potente esercito, e apprendendo l'avvicinamento delle nevi a quelle montagne, si ritirò presto alle pianure del Piemonte: il che diede un gran comodo ai Franzesi di spignere buona parte delle lor soldatesche ai danni del re Carlo III in Catalogna, e di riportar due vittorie, siccome diremo. Era già stato con sentenza del consiglio aulico in Vienna dichiarato ribello e decaduto da' suoi Stati Francesco Pico duca della Mirandola; ed avendo l'imperador Giuseppe somma necessità di danaro per l'urgente bisogno delle sue armate, mise in vendita il ducato della Mirandola e marchesato della Concordia, dappoichè non potè esso duca pagar la tassa a lui prescritta per ricuperar quello Stato. Molti furono i concorrenti a questo incanto o mercato. Rinaldo d'Este duca di Modena, per timore che gli venisse ai fianchi con quell'acquisto qualche troppo potente persona, si affacciò anch'egli, e fu preferito agli altri. Più di ducento mila doble costò a lui quel paese, di cui poscia, col consenso degli elettori, fu investito nell'anno seguente da sua maestà cesarea. Ma nel dì 28 di settembre grande afflizione provò esso duca di Modena per la morte della duchessa Carlotta Felicita di Brunsvich sua consorte, e sorella della regnante imperadrice Amalia.

Avea nel precedente anno il re Cristianissimo Luigi XIV, per far credere alle potenze collegate di voler egli abbandonare gl'interessi del re Filippo V suo nipote, richiamate di Spagna le sue milizie. Non atterrito per questo quel generoso monarca, tali misure d'economia e tali ripieghi prese, che formò un poderoso esercito di nazionali e Valloni, alla testa di cui sul principio di maggio uscì egli stesso in campagna, ardendo di voglia di far giornata coll'oste dell'emulo re Carlo III. S'era postato nelle vicinanze di Belaguer l'avveduto maresciallo di Staremberg, finchè gli arrivassero i soccorsi aspettati dall'Italia. Arrivati questi, anche il re Carlo passò all'armata, e marciò contra gli Spagnuoli. Presso ad Almenaro, nel dì 27 di luglio, seguì un caldo fatto d'armi, in cui fu astretto il re Filippo a battere la ritirata con perdita di varii stendardi e bandiere e di molto bagaglio. Peggio gli sarebbe avvenuto, se la notte sopraggiunta non metteva freno ai vincitori. Dopo l'acquisto di Bolbastro, Huesca ed altri luoghi dell'Aragona, s'inviò il re Carlo col suo esercito alla volta di Saragozza capitale di quel regno. Nel dì 20 di agosto si trovarono di nuovo a fronte le nemiche armate in vicinanza di quella città, e si venne alla seconda battaglia, in cui rimasero totalmente disfatti gli Spagnuoli con perdere quasi tutta l'artiglieria, quindici stendardi e più di cinquanta bandiere. La fama portò che due mila fra gli estinti e feriti fossero quei della parte austriaca vincitrice, e cinque mila i morti e tre mila i rimasti prigioni dall'altra parte. Se non furono tanti, certo è almeno che si trovò sommamente estenuata l'armata del re Filippo, e che dopo sì felice avvenimento il re Carlo trionfante entrò in Saragozza fra gl'incessanti plausi di quel popolo. Se egli avesse dipoi seguitato il saggio parere dello Staremberg, il quale insisteva che si avesse ad inseguire il fuggitivo re Filippo ritirato a Vagliadolid, forse gran piega prendevano le sue speranze alla corona di Spagna. Ma prevalse il sentimento dell'umore gagliardo dell'Inglese Stenop, che si avesse a marciare a Madrid. Occupata la reggia, più facilmente cadrebbe il resto.

In quella real città si lasciò vedere il re Carlo, ma ricevuto senza gran segnale di amore in quel popolo, e non venne dal cuore quel poco giubilo che se ne mostrò. Diede egli con ciò assai tempo al re Filippo di rinforzarsi di gente, e di provveder la sua armata di un generale di primo grido, cioè del duca di Vandomo, che comparve dopo la metà di settembre a Vagliadolid col duca di Noaglies. Intanto nello sterile territorio di Madrid mancarono le provvisioni per l'armata del re Carlo, e nella città alzarono forte la testa i partigiani del re Filippo. Vennero spediti potenti rinforzi di gente al nipote dal re Cristianissimo, e all'incontro mai non vennero i Portoghesi ad unirsi col re Carlo, il quale perciò, all'accostarsi del verno, determinò di ritirarsi verso la Catalogna. Con sì mal ordine seguì la ritirata, che il re Filippo, già rientrato in Madrid, si mosse per assalire gl'Inglesi, che marciavano molto separati dagli Alemanni, e li raggiunse al grosso borgo di Briguela o sia Brihuega. Dato l'assalto a quelle miserabili mura, e mancate le munizioni agl'Inglesi, furono essi costretti a rendersi prigionieri in numero di più di tre mila collo stesso orgoglioso Stenop. Al romore del pericolo degl'Inglesi con isforzate marcie era accorso il maresciallo di Staremberg, e benchè non consapevole della lor disavventura, pure coraggiosamente arrivato a Villa Viziosa nel dì 20 di dicembre volle attaccar battaglia coll'esercito gallispano. Il valore dell'una e dell'altra parte fu incredibile, e la notte sola diede fine al macello, con restare gli Austriaci padroni del campo e di molte insegne, ma colla perdita di circa tre mila morti nel conflitto. Maggior fu creduto il numero degli uccisi dall'altra parte. Nulladimeno diversamente contarono i Gallispani questa sanguinosa battaglia, con attribuirsene la vittoria, e fu cantato perciò il Te Deum a Parigi. Ed è la verità che anche gli Spagnuoli presero molte bandiere, e fecero bottino di molto bagaglio; e che lo Staremberg, trovando sì infievolito il suo picciol corpo di gente, e mancante affatto di vettovaglia, fu obbligato a ritirarsi frettolosamente verso l'Aragona, e a lasciar indietro tutto il cannone: il che servì non poco a giustificare la relazione contraria. E perciocchè un'armata di venti mila Franzesi venuta dal Rossiglione avea impreso l'assedio di Girona in Catalogna, lo Staremberg abbandonò Saragozza e quanto aveva acquistato nell'Aragonese, e si ritirò a Barcellona a scrivere compassionevoli lettere a tutti i collegati per ottenere soccorsi. Ed ecco quante varie scene e vicende vide in quest'anno la Spagna fra le sanguinose dispute dei due competitori monarchi.

Aspirava pure il re Cristianissimo alla pace, e non lasciò di stuzzicar di nuovo gli Olandesi per mezzo del Pettecun, residente del duca di Holstein all'Haia, adoperato anche nell'anno precedente per mezzano in così scabroso affare, affinchè dessero orecchio alle proposizioni, per mettere una volta fine al sangue di tanta gente, e alla desolazione de' regni. Tuttochè sentissero tuttavia gli alleati il bruciore di essere stati burlati nell'anno addietro dal gabinetto di Francia, pure s'indussero ad entrar di nuovo in un congresso, con destinare a tal fine la città di Gertrudemberga. Gran contrasto fu ivi; saldo il re Cristianissimo in non voler prendere le armi contro il re nipote; discordi gli alleati nelle lor pretensioni, perchè gli Anglolandi consentivano a rilasciare al re Filippo V una porzione della monarchia spagnuola; laddove il conte di Zizendorf plenipotenziario cesareo negava qualsivoglia smembramento della medesima. Per più mesi durò la battaglia di quelle teste politiche, e in fine tutto andò in fascio, senza potersi in guisa alcuna ottenere nè dagli uni nè dagli altri il loro intento. Giovò nondimeno alla Francia quest'altro tentativo per seminar gelosie e discordie fra le potenze nemiche: del che seppe ben ella profittare nel tempo avvenire. Imputò intanto ciascuna delle parti all'altra la colpa di lasciar continuare la guerra; e questa in fatti anche nel presente anno fu ben calda in Fiandra, dove alla primavera fu posto l'assedio dal duca di Marlboroug alla città di Douai. La difesa di quella piazza fatta dal tenente generale conte Albergotti fiorentino, accrebbe al sommo la gloria del suo nome. Indarno tentò il maresciallo di Villars di soccorrerla, e però colla più onorevol capitolazione nel dì 26 di giugno quella città col forte della Scarpa fu ceduta all'armi dei collegati. Passarono poi questi col campo sotto Bettunes, piazza assai provveduta di fortificazioni regolari, con trovarvisi alla difesa il celebre luogotenente generale Vauban, che la sostenne sino al dì 29 di agosto, in cui ne seguì la resa. Quindi si presentò l'oste nemica sotto San Venanzio ed Aire. La prima di queste piazze fece resistenza solamente dodici giorni; ma l'altra per cinquantotto dì faticò gli assedianti con grave lor perdita, e in fine il dì 9 di novembre si lasciò vincere. Nè si dee tacere che in quest'anno succederono notabili mutazioni di ministri nella corte d'Inghilterra, e gran bollore di animi si trovò in Londra fra i due contrarii partiti dei Toris e de' Vigt. In favore de' primi pubblicamente predicò un dottore Sacheverel, che maggiormente accese il fuoco, gran partigiano dell'appellata Chiesa anglicana. Queste novità molto poscia influirono a condurre la regina Anna nei voleri della Francia, siccome vedremo. Essendo mancato di vita sul fine di settembre il cardinale Vincenzo Grimani Veneto, vicerè di Napoli, si trovò nelle cedole dell'Interim nominato a quella illustre carica il conte Carlo Borromeo Milanese, che verso la metà del seguente mese comparve in quella metropoli, e fu appresso confermato dal re Carlo III nel possesso di sì nobile impiego.


MDCCXI

Anno diCristo MDCCXI. Indizione IV.
Clemente XI papa 12.
Carlo VI imperadore 1.

Fece la morte in quest'anno moltiplicar le gramaglie nell'Europa, perchè nel dì 3 di febbraio rapì dal mondo Francesco Maria de Medici, fratello del gran duca Cosimo, e principe da noi veduto cardinale nei precedenti anni, che non lasciò alcun frutto del suo matrimonio colla principessa Leonora Gonzaga di Guastalla. Poscia nel dì 14 d'aprile mancò di vita pel vaiuolo Luigi Delfino di Francia, unico figlio del re Luigi XIV, principe degno di più lunga vita: con che il duca di Borgogna suo primogenito assunse il titolo di Delfino. Ma ciò che più mise in agitazione i pensieri di tutti i politici interessati e non interessati nel teatro delle correnti guerre, fu l'immatura morte di Giuseppe imperadore, accaduta nel dì 17 del mese suddetto d'aprile. Questo monarca, che in vivacità di spirito, in affabilità e in altre belle doti superò moltissimi dei suoi gloriosi antenati, non avea ben saputo reggere il suo fuoco, portato ai piaceri; e contuttochè l'impareggiabile augusta sua consorte Amalia Guglielmina di Brunsvich si studiasse, per quanto potè, di tenerlo in freno, non reggeva questo freno all'empito delle sue voglie. Mancò veramente anch'egli di vaiuolo, ma fu creduto che gli strapazzi della sua sanità aiutassero di molto quel male a levarlo di vita. Niun discendente maschio lasciò egli dopo di sè, ma solamente due arciduchesse, cioè Maria Gioseffa e Maria Amalia, che poi passarono a fecondar le elettorali case di Baviera e Sassonia. Questo inaspettato colpo delle umane vicende non si può dire quanto sconcertasse le misure delle potenze collegate contro la real casa di Borbone; perchè si pensò ben tosto, e si fecero tutti gli opportuni negoziati per far cadere la corona imperiale in testa del re Carlo III suo fratello; ma tosto ancora si conobbe che questo passo verrebbe ad assodar quella di Spagna sul capo del re Filippo V. Nè pure agli stessi collegati, non che alla Francia, compliva il vedere uniti in una sola persona l'imperio e i regni di Spagna e della casa di Austria. Però si cominciarono nuove tele, persistendo nondimeno tutti nella determinazione di continuar più vigorosamente che mai le ostilità contra dei Franzesi.

Prese dopo la morte dell'augusto figlio l'imperadrice Leonora Maddalena le redini del governo, e con replicate lettere si diede a tempestare il re Carlo III, acciocchè, lasciata la troppo pericolosa, anzi disperata, impresa della Spagna, venisse alla difesa e al godimento de' suoi Stati. Trovossi allora il buon principe in un ben affannoso labirinto; perchè dall'una parte il bisogno dei proprii Stati e la premura di salire sul trono imperiale non gli permettevano di fermarsi in Ispagna, e dall'altra non sapeva indursi ad abbandonare i miseri Barcellonesi e Catalani alla discrezione dell'irato Filippo V. Avea anche sulle spalle un'esorbitante copia di nobiltà spagnuola e di famiglie rifugiate sotto l'ombra sua per isfuggire i castighi della pretesa ribellione; e tutti dimandavano pane. Fu preso il ripiego di lasciar la regina sua sposa in Barcellona per pegno del suo amore, e per sicurezza degli sforzi ch'era per fare nella lor difesa. Scelta pertanto una parte dei rifugiati Spagnuoli che seco venissero, nel settembre s'imbarcò, e felicemente sbarcò alle spiagge di Genova, e senza perdere tempo s'inviò alla volta di Milano. Alla Cava nel dì 13 d'ottobre fu complimentato da Vittorio Amedeo duca di Savoia, e un miglio lungi da Pavia da Rinaldo duca di Modena. Arrivata che fu la maestà sua a Milano, poco stette a ricevere la lieta nuova che nel dì 12 del predetto mese, di comune consenso degli elettori, era stato proclamato imperador de' Romani. Le universali allegrezze dei popoli d'Italia solennizzarono sì applaudita elezione; il pontefice destinò il cardinale Imperiale con titolo di legato a latere a riconoscere in lui non meno la dignità imperiale che il titolo di re Cattolico. Comparvero ancora a questo fine a Milano pompose ambasciate delle repubbliche di Venezia, Genova e Lucca. Saputosi poi in Madrid come si fossero contenuti in tal occasione i principi d'Italia, il re Filippo ordinò che i loro pubblici rappresentanti sloggiassero da' suoi regni. Fermossi in Milano l'augusto sovrano sino al dì 30 di novembre, in cui si mosse alla volta dell'Alemagna. Nel dì 12 fu di nuovo ad inchinarlo il duca di Modena in San Marino di Bozzolo. Mantova qualche giorno godè della graziosa presenza di questo monarca; e ai confini dello Stato veneto gli fecero un soprammodo magnifico accoglimento gli ambasciatori di quell'inclita repubblica; dopo di che inviatosi egli a dirittura per la via di Trento e del Tirolo, nel dì 20 giunse ad Inspruch, dove prese riposo. Fattosi intanto in Francoforte il suntuoso preparamento per la sua coronazione, questa dipoi si effettuò nel dì 22 di dicembre con solennissima festa. Portò egli al trono imperiale un complesso di sode e rare virtù, quale non sì facilmente si trova in altri regnanti, e cominciò da lì innanzi ad essere chiamato Carlo VI Augusto.

Nulla di notabile operarono in questo anno gli alleati in Piemonte, e da alcuni ne fu attribuita la cagione al trovarsi tuttavia mal soddisfatto Vittorio Amedeo duca di Savoia della corte di Vienna, che con varie scuse gli negava il possesso tante volte promesso del Vigevanasco. Contuttociò quel sovrano col maresciallo Daun sul principio di luglio con potente esercito si mosse e valicò i monti, e passate le valli di Morienna e Tarantasia, calò nella Savoia, impadronendosi della città di Annicy, Chiambery, ed altre di quella contrada. S'aspettava il duca di Bervich che questo torrente s'incamminasse verso il Lionese; e però, dopo aver muniti i passi, fermò il suo campo sotto il forte di Barreaux. Intenzione del conte di Daun era di assalire i Franzesi in quel sito; ma insorta dissensione di pareri, finì tutta la campagna in sole minaccie contra dei Franzesi. E perchè l'armata non avrebbe potuto sussistere pel verno nella Savoia, divisa allora dall'Italia per cagion delle nevi, abbandonati di nuovo que' paesi, se ne tornarono tutti a cercare stanza migliore in Lombardia. Qualora i Tedeschi avessero tenuto più contento il sovrano di Savoia, forse in altra guisa sarebbero camminate le faccende in quelle parti. Erano di molto prosperate in Ispagna l'armi del re Filippo V col riacquisto della Castiglia e dell'Aragona, e coll'avere ristretti gli alleati nell'angusto paese della Catalogna. Ebbe egli ancora il contento nel gennaio di quest'anno di veder superata Girona dal duca di Noaglies, che con venti mila Franzesi ne avea formato l'assedio. Ma niun'altra impresa degna di osservazione si fece in quelle parti, se non che il duca di Vandomo nel mese di dicembre spedì il conte di Muret con grosso corpo di gente sotto Cardona. S'impossessò questo generale del Borgo, e ritiratasi la guernigion nel castello, cominciarono le artiglierie a tormentarlo. Vi fu spedito dallo Staremberg un buon soccorso di gente, che rovesciò le trincee dei nemici, ed entrati colà cinquecento uomini, fecero prendere al Muret la risoluzione di ritirarsi. Nè pure in Fiandra alcuno strepitoso fatto avvenne, altro non essendo riuscito ai collegati che di sottomettere la forte città di Bauchain, giacchè il maresciallo di Villars non lasciava ai nemici adito per azzuffarsi seco: cotanto sapea egli l'arte dei buoni accampamenti, per non venire a battaglia se non quando vi trovava i suoi conti.

Parea dunque che si cominciasse a raffreddare il bollore di questa guerra, nè se ne intendeva allora il perchè; ma a poco a poco si venne poi svelando il mistero. Convien confessarlo: sanno egregiamente i Franzesi combattere con armi di ferro, ma egualmente ancora valersi di armi d'oro per espugnare chi alla lor potenza resiste. Già dicemmo accaduta in Londra non lieve mutazione nel ministero, ed essere toccata la superiorità al partito dei Toris. La regina Anna, che fin qui tanto ardore avea mostrato contro la real casa di Borbone, cominciò, per quanto fu creduto, a sentire rialzarsi in suo cuore la non mai estinta affezione al proprio sangue stuardo, siccome figlia del fu cattolico re Giacomo II. Mossa da compassione verso l'abbattuto vivente suo fratello Giacomo III, re solamente di nome della Gran Bretagna, concepì dei segreti desiderii ch'egli divenisse tale di fatto, e fosse anteposto all'elettoral casa di Brunswich, a cui già per gli atti pubblici del parlamento era stato assicurata la successione del regno, qualora mancasse la regina medesima. All'avveduta corte del re Cristianissimo trasparì qualche barlume del presente sistema di quella di Londra; e il maresciallo di Tallard, detenuto prigioniere nella città di Notingam, fu creduto che suggerisse buoni lumi per giugnere a guadagnare il cuore d'essa regina. Segretamente dunque il re Luigi XIV ebbe maniera di far introdurre per mezzo del milord Halei, che poi divenne conte d'Oxford, e di qualche altra persona favorita dalla regina, parole di pace fiancheggiate da rilevanti vantaggi in favore della nazione inglese. Se riusciva al gabinetto franzese di staccare quella potenza dalla grande alleanza, ben si conosceva terminata la memorabil tragedia della guerra presente. Gustò la regina il dolce di quelle proposizioni, e cominciarono ad andare innanzi e indietro segrete lettere e risposte per ismaltire le difficoltà, e stabilire i principali articoli dell'accomodamento. Di queste mene si avvidero bensì gli Olandesi e la corte di Vienna, e si studiarono di fermarle; ma senza profitto alcuno. Troppa impressione aveano fatto nella regina Anna le offerte della Francia, cioè la cessione di Gibilterra e di Porto Maone all'Inghilterra (punto di gran rilievo pel commercio di quella nazione), l'Assiento, cioè la vendita de' Mori per servigio dell'America Spagnuola, che si accorderebbe per molti anni agl'Inglesi; la demolizione di Dunquerque: una buona barriera di piazze per sicurezza degli Olandesi; all'imperador Carlo VI la Fiandra, lo Stato di Milano, Napoli e Sardegna. Già divenuto come impossibile il cavar dalle mani del re Filippo V la Spagna, restava questa monarchia divisa dalla franzese: a che dunque consumar più tanto oro e sangue, se nulla di più si potea ottener colla guerra di quel che ora si veniva a conseguir colla pace? Passò per questo in Inghilterra nel gennaio seguente il principe Eugenio, nè altro gli venne fatto che d'indurre la regina a procedere senza fretta e con gran cautela in sì importante affare. Intanto gli Olandesi si videro astretti a consentire ad un luogo per dar principio ai congressi, e fu scelta per questo la città d'Utrecht, dove nel gennaio seguente avessero da concorrere i plenipotenziarii delle parti interessate. E tali furono i primi gagliardi passi per restituire la tranquillità all'afflitta Europa.


MDCCXII

Anno diCristo MDCCXII. Indizione V.
Clemente XI papa 13.
Carlo VI imperadore 2.

Fin dall'anno precedente era penetrata dall'Ungheria in Italia la mortalità de' buoi, flagello di cui non v'ha persona che non intenda le funestissime conseguenze in danno del genere umano. Ma nel presente così ampiamente si dilatò pel Veronese, Bresciano, Mantovano e Stato di Milano, che fece un orrido scempio di sì utile, anzi necessario, genere di animali. Anche il regno di Napoli e lo Stato della Chiesa soffrì immensi danni per questa micidiale epidemia. Correndo il mese di settembre, fu detto che in esso regno fossero periti settanta mila capi di buoi e vacche, e nel solo Cremonese più di quattordici mila; e il male progrediva a gran passi nelle vicinanze. Nel presente anno venne a visitar l'Italia Federigo Augusto, principe reale di Polonia ed elettorale di Sassonia, e ricevette in Modena ogni maggior dimostrazione di stima dal duca Rinaldo. Di là passò a Bologna, dove, abiurato il luteranismo, abbracciò la religione cattolica, che servì poscia a lui di gradino per salire, dopo la morte del padre, sul trono della Polonia, in cui ora gloriosamente siede. Restava nelle Maremme della Toscana Porto Ercole tuttavia ubbidiente al re Filippo V. Passò nella primavera un grosso corpo di cesarei a mettere colà il campo; e dappoichè fu giunta l'occorrente artiglieria da Napoli, si cominciò a bersagliare i forti della Stella e di San Filippo. Ridotti quei presidii a rendersi a descrizione, anche il porto cadde in loro mano. Nel Piemonte gran freddo si trovò nel duca di Savoia per le azioni militari, essendo più che mai malcontento quel sovrano della corte cesarea, che, non ostante l'interposizion premurosa delle potenze marittime, sempre andò fuggendo l'adempimento delle promesse fatte di cedergli il Vigevanasco, o di dargli il compenso in altre terre. Oltre a ciò, nacquero in lui politici riguardi, da che vide sul tappeto trattati di pace; e non gli era ignoto che in tutte le maniere la corte d'Inghilterra la voleva. Anzi si crede che in questi tempi il conte di Oxford, tutto intento a sbrancare alcuno de' principi dalla grande alleanza, coll'inviare a Torino il conte di Peterboroug, s'industriasse di tirar esso duca ad una pace particolare colla vistosa esibizione (per quanto fu creduto) del regno di Sicilia e restituzione di tutti i suoi Stati. Non dispiacque a quel sovrano un sì bel regalo, che seco anche portava il titolo di re; ma conoscendone egli la poca sussistenza, quando non vi concorresse il consenso di Cesare, il quale non solo da questo si sarebbe mostrato, ma ancora dalla pace si mostrava troppo alieno, ravvisò tosto la necessità di star forte nella lega, finchè si maturassero meglio le cose. Però non volle punto staccarsi da' collegati, e solamente ricusò di uscire in campagna colle sue truppe. Vi uscì co' suoi Tedeschi il maresciallo di Daun, perchè il duca di Bervich era calato da Monginevra nella valle di Oulx; ma altro non fece che difendere i posti in quella contrada.

Intanto sul fine di gennaio nella città olandese di Utrecht s'era aperto il congresso, a cui intervennero i plenipotenzarii di Francia, Inghilterra, Olanda e Savoia. Vi comparvero ancora, ma come forzati, quei dell'imperadore, siccome consapevoli che la corte di Londra venduta a Versaglies, dopo avere assicurati i proprii vantaggi, più avrebbe promossi quei della real casa di Borbone che dell'austriaca. Sulle prime se smisurate apparvero le dimande e pretensioni della Francia, più alte ancora e vaste si scoprirono quelle degli alleati. Gli stessi parlamenti d'Inghilterra andavano poco d'accordo colle segrete voglie della regina, perchè non miravano assicurata la pubblica tranquillità con tutte le belle esibizioni fatte in loro pro dal re Cristianissimo. Allora il conte d'Oxford mise in campo due ripieghi; l'uno che dal re Luigi XIV fosse fatto uscire di Francia il pretendente, cioè il re Giacomo III Stuardo; e l'altro, che si provvedesse in maniera tale, che non mai in avvenire si potessero unir insieme le due monarchie di Francia e Spagna. A questo oggetto fu proposto che il re Filippo V rinunziasse ogni sua ragione sopra la Francia in favore de' principi chiamati dopo di lui, e che, mancando la di lui linea, succedesse ne' regni di Spagna la casa di Savoia, siccome chiamata ne' testamenti de' precedenti monarchi. Difficile troppo si trovò quest'ultimo punto, perchè chiaramente dichiarò il gabinetto di Francia che simili rinunzie non potevano mai togliere il diritto naturale di successione ai principi e figli chiamati, e che sarebbono nulle ed invalide: del che si hanno ben da ricordare i lettori, per quello che poi avvenne, e potrebbe molto più un giorno avvenire. Contuttociò, per soddisfare al tempo presente, si vollero sì fatte rinunzie dal re Filippo V e da' principi di Francia per le loro pretensioni sopra la Spagna, e con inorpellamenti si studiarono le unite corti di Francia e d'Inghilterra di quetare i rumori de' parlamenti, e le loro forti istanze perchè in un solo capo non si avessero mai ad unire le due corone. In ricompensa di questo grande, ma apparente, sacrifizio, al re Cristianissimo riuscì d'indurre la regina Anna ad un armistizio delle sue milizie ne' Paesi Bassi, che per un pezzo si tenne segreto. Troppo abbisognava di questo presentaneo rimedio agl'interni mali del suo regno quel per altro potentissimo e sempre intrepido monarca.

Per confessione degli stessi storici franzesi, non ne potea più la Francia: sì lunga, sì pesante e dispendiosa era stata fin qui una sì universal guerra, sostenuta quasi tutta colle proprie forze. Esausto si trovava l'erario, divenuti impotenti i popoli a pagare gl'insoffribili aggravii. Tanta gente era perita in assedii, battaglie e malattie delle passate campagne, che restavano senza coltivatori le terre, e mancava la maniera di reclutar le armate. All'incontro in Fiandra non s'era fin qui veduto un sì fiorito e poderoso esercito delle nemiche potenze; piazze più non restavano che impedissero l'ingresso delle lor armi nel cuor della Francia: di maniera che quel nobilissimo regno si mirava alla vigilia d'incredibili calamità. A questa infelice situazione dei pubblici affari si aggiunsero altre lagrimevoli disavventure della real prosapia, che avrebbero potuto abbattere qualsisia animo, ma non già quello di Luigi XIV, principe sempre invitto. Nei primi mesi del presente anno infermatasi di vaiuolo o di rosolia Maria Adelaide principessa di Savoia Delfina di Francia, passò a miglior vita nel dì 12 di febbraio. Per l'assistenza prestata alla dilettissima sua consorte anche il Delfino Luigi, principe di mirabil espettazione, contrasse la stessa infermità, e nel dì 18 dello stesso mese si sbrigò da questa vita. Due principi avea prodotto il loro matrimonio; il primo di essi, già duca di Bretagna, e poco fa dichiarato Delfino aggravato dal medesimo vaiuolo, si vide soccombere alla malignità del male nel dì 8 di maggio. L'altro principe, cioè Luigi duca di Angiò, soggiacque anch'egli alla medesima influenza, accompagnata da violenta febbre; pure Dio il donò ai desiderii e alle orazioni de' suoi popoli, ed oggidì pieno di gloria siede coronato sul trono de' suoi maggiori. Trovavasi Carlo duca di Berry, terzo nipote del re Luigi, sul fiore de' suoi anni; fu anch'egli rapito dalla morte nel suddetto maggio, senza lasciar discendenza, benchè accasato con una delle figlie del duca d'Orleans. Tanta folla di sventure domestiche, le quali fecero straparlare i maligni, quasichè la mano degli uomini avesse cooperato a sì grave eccidio, si rovesciò sopra quel gran re, che non avea conosciuto per tanti anni addietro se non la felicità, e gustato il piacere di conquistar provincie e di far tremare chiunque si opponeva ai suoi voleri. Sotto la mano di Dio convien poi che si accorgano di stare anche i più potenti monarchi della terra. Ma quello stesso Dio che avea ridotta in sì compassionevole stato la Francia, non ne volle permettere il già vicino suo precipizio. Per essersi vinto il cuore della regina inglese, da ciò venne la salute di tanti popoli, e si disposero le cose a dovere per la pace universale.

Venne il mese di giugno. Essendo stato già richiamato in Inghilterra il celebre capitano duca di Marlboroug (tanto poterono le batterie del conte d'Oxford), fu sostituito al comando dell'armi inglesi in Fiandra il duca d'Ormond, ma con ordini segreti di nulla operar contro i Franzesi, anzi d'intendersela con loro. Ben se ne avvedevano i collegati: ciò non ostante, il principe Eugenio nel mese suddetto animosamente mise l'assedio a Quesnoi, piazza forte, e nel dì 4 di luglio obbligò alla resa quella guernigione, consistente fra sani e malati quasi in tremila persone. Ottenne intanto la regina Anna di ricevere dai Franzesi in ostaggio Dunquerque, e di mettervi suo presidio, per demolirne poi le fortificazioni. Avuto questo pegno in mano, allora ordinò al duca d'Ormond di pubblicar l'armistizio delle truppe inglesi colla Francia: il che fu eseguito con rabbia inestimabile e querele senza fine de' collegati; e tanto più perchè l'Ormond andò a mettersi in possesso di Gante e di Bruges. Restava tuttavia al principe Eugenio un possente esercito, capace di far qualche bella impresa, e già la meditava egli, nulla atterrito dall'abbandonamento degl'Inglesi. Mise pertanto l'assedio a Landrecy; ma il valente maresciallo di Villars, le cui forze erano cresciute collo scemar delle altre, improvvisamente, nel dì 25 di luglio, si spinse addosso al conte d'Arbemale, che staccato dal principe Eugenio con un picciolo esercito custodiva le linee di Dexain. Alla piena di tante armi non potè resistere quel generale, andò in rotta tutta la sua gente; più furono gli estinti nel fiume Schelda, per essersi rotto il ponte, che i trucidati dal ferro. Dopo questa vittoria parve un fulmine il Villars; ricuperò Saint Amand, Mortagna, Marchiones ed altri luoghi, dove trovò ricchissimi magazzini d'artiglieria, munizioni da guerra e viveri. Ritiratosi dall'assedio di Landrecy il principe Eugenio, col cui valore solamente in quest'anno la fortuna non andò d'accordo, il Villars passò all'assedio della vigorosa città di Douai e del forte della Scarpa. Nel termine di venticinque giorni s'impadronì dell'una e dell'altro; e contuttochè, per le pioggie dirotte che sopravvennero, finite si credessero le sue imprese; pure al dispetto della stagione egli continuò le conquiste col ridurre all'ubbidienza del re Cristianissimo Quesnoi e Bouchain. Dopo di che carico di palme se ne tornò a Parigi. Per tali fatti quanto si rialzò il credito dell'armi franzesi, altrettanto si infievolì quello de' collegati.

Stesesi anche nella Spagna l'armistizio degl'Inglesi, e però il maresciallo di Staremberg rimasto snervato di forze, non potè tentare impresa alcuna di considerazione; e tantomeno dappoichè un grosso corpo di gente, finita la campagna in Piemonte, s'inviò a quella volta pel Rossiglione, dal maresciallo di Bervich, che non fu pigro a soccorrere Girona, assediata già dai cesarei, introducendovi soccorsi di gente e di munizioni. Si trovò lo Staremberg con sì poche forze, perchè abbandonato dagl'Inglesi e Portoghesi, che non potè impedire gli avanzamenti de' Franzesi sino ai contorni di Barcellona: il che l'obbligò sempre a ritirarsi ne' luoghi forti, per aspettare miglior costellazione alle cose sue. Intanto gravissimi erano i dibattimenti nelle conferenze d'Utrecht per le tante pretensioni dei principi interessati in questa gran guerra. Tutti chiedevano o restituzioni o aumento di Stati. Per brighe succedute fra i lacchè dei plenipotenzarii di Francia e di Olanda insorsero gravi puntigli che accrebbero le dissensioni e gli sdegni, ed interruppero i congressi. Pure col vento in poppa continuava la navigazion dei Franzesi, perchè tutto per loro era il conte d'Oxford con gli altri ministri da lui dipendenti. Ma ricalcitravano gli Olandesi, e più senza paragone la corte di Vienna a quanto veniva proposto per giugnere alla pace. Tuttavia i primi, allo scorgere l'Inghilterra assai disposta a stabilire una pace particolare colla Francia, cominciarono a parlar più dolce, con ridursi in fine, siccome vedremo, ad entrar nelle misure prese dalla corte di Londra.


MDCCXIII

Anno diCristo MDCCXIII. Indizione VI.
Clemente XI papa 14.
Carlo VI imperadore 3.

Anno felice fu il presente per la pace che cominciò a spiegare le ali per molte parti dell'Europa; e se tutta non la pacificò di presente, dispose almen le cose a veder, dopo qualche tempo, restituita dappertutto la pubblica tranquillità. Dopo il dibattimento di tante contrarie pretensioni ed opposizioni, finalmente venne fatto alla corte di Francia di stabilir la pace coll'Inghilterra, Olanda, re di Prussia e duca di Savoia. Nel dì 14 di marzo aveano già i plenipotenziarii inglesi indotte le potenze collegate a convenire nell'armistizio d'Italia, e nell'evacuazione della Catalogna dell'armi alleate. Fu anche, nel dì 26 d'esso mese, accordato dal re Filippo V agl'Inglesi il desiderato privilegio dell'Assiento, e fatta solenne rinunzia dei diritti spettanti ad esso monarca sulla Francia, colla ratificazione di tutti gli Stati de' suoi regni. Dopo questi preliminari nel dì 11 di aprile in Utrecht furono sottoscritti i capitoli della pace fra le corone di Francia e d'Inghilterra; fu riconosciuta la regina Anna per dominante della Gran Bretagna; convalidata la succession della linea protestante in quel regno; accordata la demolizion delle fortificazioni di Dunquerque, ceduta agl'Inglesi l'isola di Terra Nuova nella novella Francia, con altri luoghi dell'Acadia nell'America Settentrionale. Altre capitolazioni furono fatte col re di Portogallo, col re di Prussia, e colle Provincie Unite dell'Olanda; ed altre in fine con Vittorio Amedeo duca di Savoia. Contenevasi in questa, che la Francia restituiva ad esso sovrano tutta la Savoia, le valli di Pragelas, e i forti di Exiles e delle Fenestrelle con altre valli, e castello Delfino, e il contado di Nizza, con altri regolamenti per li confini alle sommità delle Alpi. E perciocchè alla corte d'Inghilterra premeva forte che qualche maggiore ricompensa si desse a questo principe, che avea messo a repentaglio tutti i suoi Stati per sostenere la causa comune; tanto si adoperò, che il re Cattolico Filippo s'indusse a cedergli il regno di Sicilia, e di tal cessione si fece garante anche il re Cristianissimo. Fu anche stipulato, che venendo a mancare la linea del re Filippo, la real casa di Savoia succederebbe nei regni di Spagna; e furono approvati gli acquisti fatti da esso duca nel Monferrato e Stato di Milano. Nel dì poscia 10 di giugno solennemente approvò esso re Cattolico in Madrid la cessione del suddetto regno di Sicilia in favore delle linea della casa di Savoia, conservando solamente il diritto della riversione di quel regno alla corona di Spagna, in caso che mancassero tutte le linee suddette. Finalmente, nel dì 13 di agosto, in Utrecht fu sottoscritta la pace fra sua maestà Cattolica e il prefato duca di Savoia, con ratificar la cessione della Sicilia, e la successione della casa di Savoia nei regni di Spagna, caso mai che mancasse la discendenza del re Filippo V.

In vigore dunque di tali atti il duca Vittorio Amedeo nel dì 22 di settembre venne solennemente riconosciuto in Torino per re di Sicilia con varie feste ed allegrie di quella corte e città; e il principe di Piemonte Carlo Emmanuele prese il titolo di duca di Savoia. Fu allora messo in disputa dai politici, se di gran vantaggio riuscirebbe alla real casa di Savoia un sì nobile acquisto. E non v'ha dubbio che di sommo onore a quel sovrano fu l'avere aggiunto ai suoi titoli il glorioso di re, non immaginario, come quello di Cipri, ma sostanziale col dominio d'una isola felicissima per varii conti, e la maggiore del Mediterraneo, per cui si apriva il campo ad un rilevante commercio marittimo. Contuttociò ad altri parve che se ne veniva un grande onore, non corrispondesse la potenza e l'autorità, per essere troppo staccato quel regno dagli Stati del Piemonte, per l'obbligo di tenervi continuamente gran guernigione sul timore dei vicini Tedeschi padroni del regno di Napoli; giacchè non era un mistero che l'Augusto Carlo VI s'ebbe sommamente a male che fosse a lui tolta la Sicilia per darla ad altri. Io qui tralascio altre loro riflessioni, per dire che i principi ben provveduti di saviezza cesserebbero di essere tali, se, per apprensione delle possibili eventualità, rimanessero di accettar quei dominii che presenta loro la fortuna. Possono anche dopo un acquisto succedere più favorevoli emergenti; e quando anche avvenissero in contrario, ciò che fu fatto sulle prime con prudente riflesso, non può mai divenire taccia d'imprudenza. Ora il nuovo re di Sicilia pensò tosto a portarsi in persona a prendere il possesso di quel regno. Fatti suntuosi preparamenti, passò egli, sul fine di settembre, colla regina moglie, con tutta la sua corte e con molte truppe a Nizza, e quivi sulla squadra dell'ammiraglio inglese Jennings imbarcatosi, nel dì 3 di ottobre indirizzò le vele alla volta di Palermo. Giunto a quel porto, nel dì 10 ricevette dal marchese de los Balbases la consegna delle fortezze, e nel dì seguente fra i giulivi suoni delle campane e gli strepiti delle artiglierie, e fra gli archi trionfali si portò alla cattedrale, dove fu cantato solenne Te Deum. Grandi spese fece per tal viaggio il re Vittorio Amedeo, e tuttochè ricevesse un riguardevol dono gratuito dai Siciliani, pure l'utile non uguagliò il danno; e la sua camera e il Piemonte si risentirono per qualche tempo della felicità del loro sovrano. Seguì poi in Palermo nel dì 21 di dicembre la solenne inaugurazione del re e della regina. Tre giorni dopo si fece la lor coronazione dall'arcivescovo di Palermo, assistito da alcuni vescovi.

Alle paci fin qui accennate desiderava ognuno che si accomodasse anche l'imperador Carlo VI; ma s'era troppo inasprita la corte di Vienna al vedere come abbandonata sè stessa a' collegati, e camminar con vento sì prospero i negoziati della Francia e Spagna; tolta ad esso Augusto la Sicilia; e trovarsi egli forzato ad abbandonare la Catalogna, senza poter ottenere remissione alcuna per quegl'infelici popoli, che rimasero poi sacrificati all'ira del re Cattolico Filippo V. Perciò l'Augusto Carlo, senza considerare ad accordo alcuno colle due nemiche corone, restò solo in ballo, e si diede a studiar i mezzi per non lasciarsi soperchiare dalla potenza e fortuna dei Franzesi, sperando pure di ricavar qualche vantaggio per li Catalani suddetti. Giacchè s'era convenuto ch'egli ritirasse l'armi sue dalla Catalogna, la prima sua cura fu di mettere in salvo l'imperadrice sua consorte, lasciata in Barcellona per ostaggio della sua fede ai Catalani. L'ammiraglio inglese Jennings colla sua squadra di navi andò per condurla in Italia. Giornata di troppo gravi cordogli e di aspri lamenti fu quella in cui l'augusta principessa prese congedo da quel povero popolo. Di grandi speranze, di belle promesse spese ella in tale occasione per calmare l'affanno e lo sdegno dei cittadini facendo specialmente valere il restar ivi il maresciallo di Staremberg colle sue truppe, ch'erano ben poche, e doveano anche fra poco imbarcarsi per venire in Italia. Nel dì 20 di marzo sciolse le vele da Barcellona la flotta inglese, e nel dì 2 d'aprile sbarcò l'imperadrice a Genova, dove con superbi regali e sommo onore fu accolta da quella repubblica. Entrò poscia in Milano nel dì 10 d'esso mese, e quivi, dopo aver preso riposo fino al dì 8 del seguente maggio, ripigliò il viaggio alla volta di Mantova, dove si fermò per tre giorni, e comparve a complimentarla Rinaldo d'Este duca di Modena. Inviossi dipoi verso Lamagna, ricevuta dai Veneziani, e dappertutto dove passò, con insigne magnificenza. Nel dì 22 di giugno il maresciallo di Staremberg stabilì una capitolazione coi commissarii del re Cattolico, per evacuar la Catalogna; e poi ritirate le sue truppe da Barcellona cominciò ad imbarcarle sopra le navi inglesi. Gran copia di barche napoletane furono a quest'effetto spedite colà, e si videro poi giugnere esse milizie a Vado nella Riviera di Genova nel dì 8 e 16 del mese di luglio, da dove passarono a ristorarsi nello Stato di Milano. In essi legni venne ancora gran numero di Spagnuoli, anche delle più illustri case, che tutto abbandonarono, per non rimanere esposti a mali peggiori, cioè alla vendetta del fortunato re Filippo V. Non si può esprimere in che trasporti di rabbia e di querele prorompessero i Catalani, al trovarsi in tal maniera lasciati alla discrezione dello sdegnato monarca. Andò sì innanzi la lor collera, che presero la disperata risoluzion di difendersi a tutti i patti, benchè abbandonati da ognuno, contro la potenza del re Cattolico, e fecero per questo dei mirabili preparamenti. Molto più ne fece la corte di Madrid, la cui armata passò in quest'anno a bloccare la stessa città di Barcellona. A me non occorre dirne di più.

Fra le altre memorabili virtù dell'imperator Carlo VI sempre si distinse quella della gratitudine. Avea egli pertanto portato seco dalla Spagna un generoso affetto verso chiunque s'era in quelle parti dichiarato del suo partito, e dimostrollo poi, finchè visse, verso chiunque si rifugiò sotto le sue ali in Italia o in Germania, con sostenere migliaia di Spagnuoli esuli, non ostante il gravissimo dispendio dell'imperiale e regia camera sua. Pieno di compassione verso gli abbandonati Catalani, bramava pure di sovvenir loro nella presente congiuntura, ed abbisognava eziandio di pecunia per sostenere sè stesso contro le superiori forze del re Cristianissimo, a cui altro nimico non era restato che il solo imperadore. O progettassero i suoi ministri, o ne movesse la repubblica di Genova le dimande, venne egli alla risoluzione di vendere ad essi Genovesi il marchesato del Finale, già feudo dei marchesi del Carretto, e poi passato in potere dei re di Spagna. Fu stabilito questo contratto nel dì 20 di agosto del presente anno, con pagare in varie rate essa repubblica a sua maestà cesarea un milione e ducento mila pezze, ciascuna di valore di cinque lire, o sia di cento soldi moneta di Genova; e con dichiarazione che continuasse quella terra colle sue dipendenze ad essere feudo imperiale. Non si tardò a darne il possesso ai medesimi Genovesi con fama che fossero accolti mal volentieri que' nuovi padroni dai Finalini, e che la real corte di Torino si mostrasse malcontenta di tal novità. Avrebbe essa ben esibito molto di più per ottenere uno Stato tale, non grande al certo, ma di rivelante comodo ai suoi interessi, massimamente dopo l'acquisto della Sicilia. Fu preteso che l'imperadore si fosse riservato il diritto di ricuperare quel marchesato, restituendo la somma del danaro ricevuto; ma di questo non v'ha parola nell'investitura conceduta ad essa repubblica. Gioioso in questi tempi il re Cristianissimo Luigi XIV per essersi sbrigato da tanti suoi potenti nemici, rivolse tutti i suoi pensieri ad obbligar colla forza l'imperadore Carlo VI ad abbracciar la pace, giacchè egli solo vi avea ripugnato fin qui. Unite dunque le sue forze, spinse il valoroso maresciallo di Villars addosso alla rinomata fortezza di Landau nell'Alsazia. Dopo una vigorosa difesa fu costretta quella piazza, nel dì 22 d'agosto, a rendersi, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Verso la metà di settembre passò il medesimo maresciallo il Reno, ed imprese l'assedio di Friburgo. Il comandante di quella piazza nel dì primo di novembre si ritirò ne' castelli, lasciandola aperta ai Franzesi, che intimarono tosto ai cittadini la contribuzione d'un milione per esentarsi dal sacco. Nel dì 16 d'ottobre anche le fortezze si renderono ai Franzesi con tutte le condizioni più onorevoli. Dopo tali acquisti si posarono l'armi e cominciarono ad andare innanzi e indietro proposizioni di pace, a cui Cesare non negò l'orecchio, perchè oramai persuaso di non poter solo sostenere sì grande impegno.

Benchè gli affari correnti cospirassero a restituire la pubblica tranquillità all'Europa, e non solamente fossero cessate in Italia le turbolenze della guerra, ma si assodasse maggiormente la quiete per l'incamminamento di varii cesarei reggimenti verso la Germania; pure non mancavano affanni a queste contrade. Dall'Ungheria e Polonia era passata a Vienna la peste, con istrage non lieve delle persone, e cominciò sì fatto orrendo malore a stendere le ali per l'Austria, Baviera ed altre parti della Germania. Attentissima sempre la veneta repubblica alla sanità dell'Italia, e a tener lungi questo morbo desolatore, interruppe tosto ogni commercio col Settentrione, e seco s'unì per li suoi Stati il sommo pontefice. Ma non potè fare altrettanto lo stato di Milano ed altri principi: il che cagionò un grave disordine nel commercio per l'Italia. Volle Dio che prima di quel che si sperava cessasse dipoi questo flagello; laonde cessarono ancora le prese precauzioni. Ebbe in quest'anno materia di lutto la corte di Toscana per la morte del gran principe Ferdinando de Medici, figlio del gran duca Cosimo III, accaduta nel dì 30 del suddetto mese d'ottobre, senza lasciar frutti del suo matrimonio colla principessa Violante Beatrice figlia di Ferdinando elettor di Baviera. Di maravigliose prerogative d'ingegno era ornato questo principe. Non fosse egli mai andato molti anni addietro a gustare i divertimenti del carnevale a Venezia. Fu creduto ch'egli ivi si procacciasse un tarlo alla sua sanità, da cui finalmente fu condotto alla morte. Trovavasi sovente infestato il pontefice Clemente XI dagl'insulti dell'asma, e da altri incomodi di sanità; pure, siccome principe di rara attività, continuamente accudiva ai negozii, e questi non erano pochi. Passavano calde liti fra quella sacra corte e il già duca di Savoia ora re di Sicilia, siccome ancora coi Genovesi e col regno di Napoli, e massimamente coi reggenti dell'appellata monarchia di Sicilia. Il santo padre, siccome zelantissimo della immunità ecclesiastica e dei diritti della santa sede, fulminava monitorii, interdetti e scomuniche: con che effetto, lo dirà a suo tempo la storia della Chiesa.

Ma le occupazioni dell'indefesso pontefice furono interrotte in questi tempi per un imbroglio succeduto in Francia. Forse non piacendo al cardinale di Noaglies arcivescovo di Parigi che il re Luigi XIV avesse preso per suo nuovo confessore un certo religioso, avvertì sua maestà che questi avea spacciato in un suo libro alcune proposizioni poco sane in difesa dei riti cinesi. Ne parlò il re al confessore, il quale rispose, maravigliarsi che il porporato accusasse altrui, quando egli aveva approvato il libro del padre Quesnel, intitolato Il Nuovo Testamento, ec., in cui si trovava gran copia di sentenze giansenistiche. Rapportò il re questa risposta al cardinale, ed egli disse che l'opera del Quesnel era stata corretta, confessando nondimeno che vi restavano tuttavia dieci o dodici proposizioni meritevoli di correzione, e che egli col celebre vescovo di Meaux Bossuet era dietro a prestarvi rimedio. Ciò inteso dal confessore, disse al re: Come, dieci o dodici proposizioni di cattivo metallo? ve n'ha più di cento. E preso l'impegno di mostrarlo, ricavò da quel libro cento ed una proposizioni. Furono poi queste spedite a Roma dal re; e dappoichè sua santità n'ebbe fatto fare un rigoroso esame, le condannò tutte nel dì 10 di settembre del presente anno colla famosa bolla Unigenitus, che poi riuscì seminario d'incredibili dissensioni, appellazioni ed altri sconcerti nel regno di Francia, intorno ai quali io rimetto il lettore ai tanti libri pubblicati su questo emergente. Continuò ancora in quest'anno il male pestilenziale delle bestie bovine, ed assalì varii altri paesi d'Italia. Penetrò nello Stato ecclesiastico e nella Calabria, ed entrò anche nel basso Modenese. Non arrivò questo flagello a cessare, se non nell'anno seguente. Dopo essere dimorato gran tempo in Italia il principe reale ed elettorale di Sassonia, finalmente verso la metà d'ottobre si partì da Venezia, dove avea ricevuti tutti gli onori e divertimenti possibili, inviandosi verso i suoi Stati.